Di poche parole?… di Ciro Campajola
di Duncan il gen.16, 2012, in Bellezza, Poesia, Resistenza umana, Simbolo
Questa non è una poesia.. è un inno… un Manifesto.
Se in tutta la sua vita, Ciro Campajola avesse scritto solo questa “cosa” e non avesse fatto nient’altro.. non dico scrivere.. proprio NIENTE altro… e avesse passato tuti i suoi giorni in una stanza di plastica.. basterebbe questa “cosa”.. per garantirti migliaia di anni nell’Utero della Gloria… semplicemente Grandiosa…
—————————————————–
Non è tanto quando tocca a te
allora
specie se la partita non ti interessa
ti giochi solo la carta necessaria a sfangarla
è quando “sta a te”
è quello il momento in cui ti metti in gioco
che scopri la tua carta
quella per te vincente
e che lo sia oppure no
non è importante
importa a te
è solo allora che saprai chi sei
quando quella carta segnerà le tue prossime partite
eliminandone qualcuna
aggiungendone qualcun’altra
quando quel che sarà
ti sarà stato dato
non solo dalle regole di un assurdo gioco
ma
per quel che hai potuto
anche da te stesso
Non è senno di poi
non bisogna aspettare per scoprirlo
lo senti da subito
è un istinto naturale come fosse un peccato originario
è qualcosa che hai dentro
è la tua natura a suggerirti le carte di volta in volta
non la tua ragione
è lei che ti porta sin dalla prima partita
a ripetere tante volte la giocata che sai non vincerà
una puntata incoscientemente cosciente di perdere
liberamente perdente
una giocata fatta pur di sedere ad altri tavoli
dove di vincere non te ne frega un cazzo
tavoli dove ti basta starci
esiliato tra gli esiliati da ogni ingranaggio
e con un buon bicchiere tra le mani
ascoltare rapito storie di chi ci sta seduto
facendone sbornia e tesoro insieme
sentirti ricco ed ebbro
e poi andare avanti così tutta la notte
a perdifiato
col cuore in gola
sudando
sentendoti
giocando
magari perfino a carte
ma giocando
non gareggiando
di gareggiare non te ne frega un cazzo
e poi magari accorgerti
che l’ultimo avventore rimasto in sala
è un’avventrice
avvicinarti istintivo al suo tavolo
mentre lo straccio già lucida il pavimento
stanco e frettoloso di riposo
e con calma
sederti e non chiederle niente
in attesa forse di qualcosa
e se qualcosa sarà
non dovrai aspettare molto per saperlo
ve lo ricorderà lo straccio ormai ridotto uno straccio
supplicante di una tregua nella quotidiana fatica del vivere
poi nel momento stesso in cui la notte diventa alba
e la serranda si abbassa sull’attimo precedente
da sapere non ci sarà più niente
è solo il momento successivo di mille momenti prima
e voi non siete lì per caso
non è orario né luogo per incontri casuali
se siete lì
è perché ci siete arrivati con le vostre occasioni
per come le avete guidate
sapete già tutto senza sapere niente
non c’è bisogno di presentazioni
dovete solo scoprire se diventerete voi stessi
un’occasione tra le vostre occasioni
Tutto sta
al valore che dai tu a quella carta
e a quanto ne dai alla posta in palio
se ne dai più a quella partita
o alla tua partita
se preferisci alzarti alla pari da quel tavolo
non affannarti troppo
non sudare
rinunciare al piatto che avresti voluto
alla “tua”vittoria
e assicurarti il meglio possibile
e i capelli bianchi
oppure andare avanti
sempre e comunque
e sempre e comunque fino al cuore di ogni cosa
non fare delle mezze misure una tua misura
mai
e fin tanto che sei vivo
di qualsiasi colore avrai i capelli
non lasciarci mai il tuo sangue a quel cazzo di tavolo
giocartelo prima nel caso
e fino all’ultima goccia
perderlo ma non disperderlo
non a quel tavolo
non è il quello tuo tavolo
e quello è tuo il sangue
se vuoi avvelenarlo sai benissimo come fare
basta rivolgerti ad altri giocatori della stessa partita
E’ così che ti conosci
non necessariamente conoscendo
la conoscenza è relativa se tu non ci “Credi”
è andando avanti a tentoni e tentativi
assaggiandoti
prendendoti anche a morsi se è necessario
non lasciandoti mai in pace
semmai intralceranno il tuo vivere
non lasciandoti mai in pace
se mai ti lasceranno in pace
è così che ti fai largo in questa vita
“quando sta a te”
facendo di volta in volta
quanto più vuoto è possibile intorno al tuo vivere
eliminando tutto quel casino
che di vuoto ne è già troppo pieno
e serve solo a incasinarti ancora di più
fino a ridurti a un ibrido addomesticato
Cazzo quando veniamo al mondo
è la prima cosa che dovrebbero insegnarci
e invece anche questo scoprirai
solo quando starà a te incassarlo
e molto dipenderà dal come saprai incassarlo
ma in seguito
comunque lo avrai fatto
ti tornerà utile
sarà un vantaggio nel setacciarti il vivere
e nel modo di incassare per vivertelo
sarai come un pazzo cercatore d’oro anche in piena merda
in pieno fango
nel pieno di qualunque altra cosa
ma sempre in pieno
non sei da mezze misure
o magari nel pieno di una pozza di sangue avvelenato di tuo
nuotando contro corrente e contro probabilità
e aggiungendo a quella fottuta pozza
anche il sale delle tue lacrime e del tuo sudore
ma senza mai smettere di cercare il tuo oro
senza mai smettere di crederci
sempre più convinto e cosciente del tuo cammino
a dispetto di quel che il tuo cammino può “sembrare”
Sembrare e vivere sono due cose diverse
ma sembra che a ricordarlo siano in pochi
e intendo
in pochi tra i pochi
quindi sta a te
consentirti o no
di vivere quel che ti fa sentire vivo
fregandotene se al mondo non piace
perché nel frattempo avrai scoperto
che il mondo
civilmente
se ne frega di quel che ti piace
che il mondo
civilmente
se ne frega del piacere in genere
preferisce ottenere piuttosto che godere
e perché anche tu
in fondo te ne freghi di trovarlo quell’oro
a te basta Crederci
è questa la differenza tra te e quelli civili
tu vuoi solo cercarlo quell’oro
battere i tuoi sentieri
evitando intralci
burocrazie
ipocrisie
posti di blocco
multe da pagare
e altre rotture di cazzo
Come vivere tra Sodoma e Gomorra
la repubblica di Salò
e quella schifosamente attuale
ed essere sempre stato multato
perché beccato a scopare dietro un’ aiuola
colpevole di calpestare i giardinetti e disturbare i vicini
urlando amore a squarciagola
eccola la civiltà:
bandire ogni naturale forma di umanità
in nome di qualunque immoralità
purché serva
ed è questa forse la carta che io
in questa civiltà
mi son sempre giocato
gridare disturbando i vicini
pagare multe pur di urlare i miei orgasmi
il mio amore
puro o profano che sia stato
ed è
convinto più che mai
che l’amore profano
è soltanto un vecchio scherzo da preti
Il “quando sta a te”
viene fuori in momenti estremi
dove anche tutto l’oro del mondo
non serve più
perché di più non c’è niente più
ma non è così
lo sembra
lo sembra perché sentiamo troppo
ma ascoltiamo poco
vediamo troppo
ma osserviamo poco
ci piace distrarci
a volte ci conviene
altre siamo incapaci
ma al momento estremo
spesso
ci accompagniamo noi stessi
e questo non ci piace ricordarlo
Il quando sta a te
te lo giochi ogni volta che ti schieri
o dalla parte del naturale
della grazia
del semplice
del rispetto a dispetto del sopruso
del sorriso a cospetto del ghigno
dell’umiltà in faccia all’arroganza
del significato sincero del “buongiorno”
del grazie se hai avuto cortesia
e del prego se ne hai data
insomma
del “niente di chissà che”
semplicemente del normale
del notare il bisogno in occhi troppo dignitosi per chiedere
e farne istintivo un tuo dovere ascoltare
nient’altro servirebbe alle civiltà di turno
Oppure adeguarti all’inciviltà
solo perché ti dicono che è la “civiltà”
calpestando in nome di questa l’umanità
la dignità invece che i giardinetti
l’andare naturale delle cose
la gentilezza
l’armonia
calpestando il sorriso e il pianto
senza una spalla disponibile
sempre da solo
non un orecchio che ascolti
non senza delegare altre orecchie
che poi a loro volta delegano
e l’amico ti manda da chi di dovere
e chi di dovere ti da l’indirizzo esatto
da chi di dovere andare
e tutti saranno giudici
e se avranno camici bianchi
ti delegheranno in camere con pareti e letti bianchi
e se avranno camici neri
ti delegheranno in camere con sbarre e camicie grigie
e in quelle stanze tu vorresti solo delegarti a Dio
ma non puoi
sei già all’inferno
Eccola la civiltà
vietare il sesso sotto le stelle
ma permettere quello malato e nascosto
sporcare l’amore
impedire i giorni a modo tuo
se non entri nei suoi
giorni affidati soltanto alla tua buona stella
e alla tua costanza nel coltivarli ogni mattino
senza bisogno d’altro
senza bisogno della civiltà
quei giorni che alla somma totale
basterebbero a avanzerebbero
per sentirti in pari almeno quella volta
perché è solo quella la volta
che vuoi sentirti in pari
non un minuto prima
un minuto prima vuoi ancora giocare
Ma la somma dei tuoi giorni
non dà il giusto peso ai giorni
bara
in questa civiltà di giusto
non c’è rimasto un cazzo di niente
tanto meno il peso
la bilancia è tarata
certi pesi non hanno peso nel vuoto
tutto è a vantaggio dell’inciviltà
neanche i “tecnici” sanno farli questi conti
pare che ciò che sia umanamente possibile fare
sia diventata la cosa più difficile da fare
E allora sta ancora a te
o arrivi a morire per vivere
o tanto vale morire
e chiederai con vergogna a Signora Vita
di spalancarti le cosce per far scempio della sua natura
di amarla così
contro natura
non è così che avresti voluto
ma è l’unico modo che hai trovato per entrare in lei
per vivere vivendola
l’unico modo in cui riesci a vivere
orgasmo comunque e vaffanculo
e allora punti il peggio a quel fottuto tavolo
perché se il piatto non offre nulla
tu preferisci il peggio al nulla
non puoi farci un cazzo
è un dato di fatto
nel mio caso un dato di fatto
in uno che si è fatto e ha già dato
Come Roberto
anche lui si era fatto e aveva già dato
o almeno così credeva
e noi più di lui
lo incontrai in quelle strade nuove
che ci portarono sulla strada di Kerouac
e di mille altre nuove letture
di musica nuova
di volti nuovi e diversi da tutti gli altri
di voci nuove
discorsi nuovi
lo incontrai quando ancora ci facevamo di tutto
tranne che di droga
a lui piaceva Hemingway
amava la sfida nei suoi versi
e gli piacevano il rock
soprattutto quello duro
e le donne
soprattutto quasi tutte
e poi dopo un po’ gli piacquero anche le droghe
soprattutto l’eroina
ma proprio a lei un giorno disse basta
Tra di noi fu il primo a farlo
noi non capimmo
dell’eroina conoscevamo solo il lato migliore
e pensavamo ancora che ne valesse il prezzo
non potevamo immaginare il conto finale
andammo avanti a farci
lui andò per la sua strada
Quindici anni dopo quel giorno
lui aveva un lavoro una donna e dei figli
aveva una nuova vita
ma sempre quel dannato pezzo mancante del mosaico
quel vuoto che non a caso cerchi di riempire in tutti i modi
un vuoto pesante come una spada di Damocle
Erano passati quindici anni
quindici anni sono un vita in certi casi
non nel suo
quel mattino l’eroina era arrapata
sedurre lui
suo vecchio amante
fu un gioco da ragazzi per lei
vecchia troia
Si infilò nelle vesti di un amico vicino di casa
tossico e disperato come lo era stato Roberto
e gli chiese aiuto per bucarsi
non riusciva a trovare una vena
erano quasi tutte bruciate
fu così che lo sedusse
le bastò mostrarsi
farsi annusare
Un unico amplesso
come ai vecchi tempi
morì con la siringa ancora nel braccio
nel cesso del suo posto di lavoro
erano passati quindici anni
quindici
stramaledetti anni
E allora conoscerai anche il prezzo dell’amore contro natura
e a sostenerti avrai soltanto le tue letture
la tua musica
l’umanità avrà altro da fare
e la civiltà sarà schierata con il prezzo
così Bukowski ti dirà che i belli non ce la fanno
ma che non invecchieranno mai giocando a dama nel parco
resteranno belli lasciando i brutti alla loro brutta vita
ed Hemingway ti ricorderà
che se hai paura della morte non potrai mai vivere
perché nei momenti di vera passione
la dimentichi la paura
come quando fai l’amore con una vera meraviglia di donna
e non c’è spazio per nient’altro in quel momento
perché l’amore totale crea una tregua con la paura
perché la paura deriva dal non amare
perché è la paura di amare che rende vigliacchi
e un uomo vero e coraggioso
è capace di guardare diritto negli occhi la morte
perché ama con sufficiente passione
da spazzare via anche la paura della morte
che poi ritornerà
e tu dovrai rifare l’amore
e dovrai rifarlo bene
con la stessa passione di sempre
e ti sembrerà assurdo che tra miliardi di persone
le uniche che ti parlano e che ti ascoltano
sono persone morte da un pezzo
morte di troppa vita
o per troppa vita
disposte a morire in qualunque momento
Allora il tuo rock incendiario
comincerà a sfumare in note blu
e il blues diventerà tua musica e vita
tua personale colonna sonora
e a ogni dolore seguirà un risveglio in te
e a ogni risveglio
avrai una cicatrice in più
ma sarai un po’ più vivo
meno accomodante
più combattivo
e continuerai per i tuo sentieri senza battere ciglio
ti fidi sempre più dei Grandi e meno dei civili
ti senti solo tra questi civili
e da solo è difficile trovarti
Scoprirai che i Grandi non sempre nascono Grandi
e non sempre arrivano a diventarlo
ma non per questo saranno meno Grandi
e scoprirai che a volte diventarlo
può toglierti la grandezza
scoprirai che non c’è poi molta differenza
tra l’Hemingway che hai letto
e certe persone che hai incontrato
troverai i Grandi nei posti più assurdi
nella puttana che ti raccatta per strada e ti rimbocca le coperte
col suo volto sfacciato e provocante
dove tu vedrai riflesso il volto immacolato di tua madre
o nel barbone nel tuo stesso posto
nella tua stessa notte
mentre tu aspetti infreddolito la tua dose
e lui ti invita a riscaldarti al suo fuoco e al suo vino
senza chiederti niente
e senza dirti niente
e a te sembrerà di ascoltare lo stesso coraggio
muto e forte
che tante volte hai ascoltato nei tuoi vecchi libri
e allora quell’uomo
lo metterai accanto a Hemingway sullo scaffale della tua memoria
e imparerai a vivere due vite in una sola
come un equilibrista su due fili
uno sotto e l’altro sopra di te
quello dove ti tocca vivere
una lama sotto i piedi
che ti permette il passo nel ghiaccio
ma ti squarcia ogni passo
e quello che ti fa vivere
il mondo che popola la tua mente
il tuo pensare
il tuo vivere
la tua pelle dalla quale non puoi fuggire
e così anche tu ti servirai del “sembrare”
ma lo userai per essere
una buona sfangata
imparerai a sembrare di esserci quando non ci sei
e ad esserci quando non sembra
da una parte avrai la civiltà da evadere
e da un’altra il tuo mondo per poterlo fare
E dovranno passare ancora miliardi di aghi nella tua carne
e miliardi di prezzi dovranno bruciare
e poi andare in cenere
prima di gettare quella siringa
dovrai arrivare come sempre al cuore
anche della morte
all’ultima goccia di sangue
e starà di nuovo sempre e solo a te
riacciuffare la vita con quell’ultima goccia rimasta
dovrai morire per tornare a vivere
le mezze misure non sono la tua misura
ma se vincerai quella partita
dopo conoscerai una strada in più per cercare il tuo oro
saprai che non è quella percorsa fino ad allora
però anche quella ti servirà nella tua strada
e sarai ancora lì
in piedi
stanco e confuso più che mai
ma ancora in cerca del prossimo rigo
E armato d’alcol e sigarette
fronteggerai l’ ennesima notte
con spalle appesantite guardate a vista
da musica stanca di ripetersi per niente
ed è allora che nel tuo blues
entrerà discreta la tromba di Chet Baker
e ti alleggerirà da tanto peso
e nel tuo sangue
arriverà calda la voce di Billie Holiday
e ti scalderà da tanto freddo
ed è proprio quello che ci voleva
e la musica lo sapeva
perché come tutto il resto
anche la musica che scorre nel tuo sangue
l’hai setacciata tu
l’hai coltivata tu
e la musica arriva sempre al momento giusto
nel posto giusto
E come un gatto domestico
in cerca di rischi per le tue abitudini
ti sentirai niente
ma non ti sembrerà attorno ci sia di più
un ampio zero con tanti posti a sedere
e con tanti altri già occupati
e cercando il prossimo rigo
abbasserai gli occhi e alzerai il bicchiere
una disperata ricerca di un qualsiasi ancora
e il prossimo rigo è già scritto
ma è il più difficile da scrivere
e tu sei ancora lì
ancora in piedi
e sei quello che sei
e potresti essere il risultato di ieri
se solo
non lo fossi stato già l’altro ieri
se non lo fossi sempre stato
Allora cambi arredamento
tieni l’essenziale
riempi il bicchiere
accendi una sigaretta
e chiedi alla musica un ulteriore sforzo
e lei per te lo farà
ti darà altro carburante
e tu ripartirai
senza nemmeno più sapere se quello che cerchi è oro
ripartirai in cerca di un segreto
e incontrerai altri Grandi
e spierai i loro segreti
e conoscerai un bambino coi capelli bianchi
e tante storie alle spalle
un bambino entrato in carcere con i capelli ancora neri
e tante storie ad aspettarlo
un bambino con tanta fame e nessuna scelta
Un bambino diventato uomo in quell’assurdo posto
e sfidando anche l’assurdo
trovando anche una coscienza nell’assurdo
una coscienza che non sapeva di avere
che ha scoperto nelle tue stesse letture
anche lui
come te
si è aggrappato a quei libri per evadere
una coscienza che cambierà la sua vita da detenuto
che non lo farà più sottostare a nessun sopruso
e che per questo
lo porterà dal carcere a un letto di contenzione
ma lo aiuterà a sopportare anche quel letto
quella coscienza
che quando poi tornerà in libertà
lo farà restare bambino
lo renderà un uomo libero
per sempre
E tu lo incontrerai in una notte assurda
dentro un bar di un paese assurdo
mentre scrive i suoi pensieri su un foglio di carta
e a te sembreranno immortali
e ancora più vivi
perché impreziositi da decine di errori grammaticali
e allora scoprirai un altro segreto
E scoprirai che il segreto dei grandi
è non sapere di esserlo
è fare i conti con le proprie insicurezze
le proprie sconfitte
insoddisfazioni
con un quotidiano da sempre ostile
cercando ancora di capire
Il segreto dei grandi è specchiarsi al mattino
e trovarsi un segno in più sul viso
la stanchezza di una ruga
e poterla attribuire alla fierezza dello sguardo
giovane
indomito
proteso oltre le ferite
Il segreto dei grandi è nel dare senza accorgersene
è sostituire con una poesia una vecchia bandiera
bisognosi comunque di un’arma
perché quella bandiera non diventi bianca
Il segreto dei grandi è nascosto nella semplicità
tenuta in vita da un’innata ingenuità
i grandi non sono mai furbi
e difficilmente vincono
e di vincere non gliene frega un cazzo
i grandi provano
credono
osano
dal primo all’ultimo giorno
e l’ultimo giorno saranno impegnati
e il giorno dopo sicuramente ricordati
Il segreto dei grandi
è di non conoscere paroloni
quelli rompono solo i coglioni
i grandi siedono al tavolo con te
e magari ascoltano
ancora ascoltano
e dopo a fine serata
quando ti alzi e paghi le tue birre
ti rendi conto che per quello che hai preso
non hai pagato un cazzo
E finalmente capirai
che per quanto a volte il posto più comodo
può sembrarti un cappio da cui penzolare
e il bandolo della matassa è sempre più lontano
tu
se vuoi
puoi ritrovarti sempre
sta a te
Ora sai che certe facce
possono ucciderti solo guardandoti in faccia
e che puoi trovarle dietro una scrivania
dietro una famiglia
o magari dietro una pistola
che gli basta un ruolo per sentirsi uomini
ma sai anche che sono maschere
maschere addomesticate da secoli mandati giù a memoria
sai che per quanto possano scopare
mangiare e guardare il mare
saranno sempre frigidi nell’amare
il loro amare è compreso nella parte
Sai che è difficile accettarlo
ma sai anche che è proprio allora
quando ti guarderanno troppo da vicino
e ti daranno la nausea
che il tuo desiderio di vita
diventa più forte di tutti loro messi insieme
ed quello è il tuo momento
la tua vita
quella che loro non potranno mai capire
né sapranno mai vivere
la vita che tu non vorresti mai perdere
E’ il momento che non potranno mai toglierti
è la tua vittoria
sai che per quanto tutto possa sembrarti senza senso
non rinunceresti mai a passare le mani sul viso di una donna
fosse anche di una sola
anche per una volta sola
a respirarle la pelle
e sentirla scivolare come verità sotto le dita
senza intoppi
e sai che ogni volta che la bacerai quel mondo resterà fuori
Sai
anzi hai imparato
che vale sempre la pena aspettare il domani
che qualche momento incontaminato si trova sempre
basta cercarlo
sta sempre e ancora a te
ogni volta
e allora non avrai regalato i tuoi momenti
a maschere che non potranno capire
E magari ricorderai di essere sempre passato
per uno di poche parole
e rileggendoti ora forse capirai perché
parli poco
ma scrivi troppo cazzo
no
le mezze misure
decisamente non sono la tua misura.
c.campajola
Contingenza annunciata.. di Giovanni Arcuri (carcere di Rebibbia)
di Duncan il gen.16, 2012, in Resistenza umana, Simbolo

Giovanni Arcuri è detenuto a Rebibbia da dieci anni. Ha 54 anni, è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati.
Contingenza Annunciata è un testo bellissimo, che ripercorre il suo percorso, dalla gioventù incontenibile e ribelle, che lo porteranno ad un eccesso che pagherà a caro prezzo in dolorosi anni di carcere, dove anche scoprirà la passione per la scrittura.
Non è una biografia, non racconta passaggi dettagliati, ma esprime il senso di una insofferenza diventata brama, desiderio di oltrepassamnto, e poi vertigine, e poi cadute, e poi risalita, e volontà di riscatto. In poche pagine si imprimono pennellate essenziali. Giovanni fin da piccolo sentiva il cappio di una vita “da buon borghese” programmata in ogni dettaglio. Volle ribellarsi a quel destino, lasciandosi trasportare dalla brama di vita, viaggi, ed esperienze. Volere andare oltre un binario già tracciato è nobile, ma Giovanni incespicò nel commercio di droga, e in una vita “di successo”, ma che lo sradicava da sè. Una vita anche avventurosa, ma troppo compromessa con mondi tossici. Cadendo conobbe dure sofferenze, ma esse non sono nulla rispetto al dolore che più lo ha tormentato e lo tormenta. Quello di avere fatto soffrire le persone care.. genitori, compagna, figlia.
La botta del carcere lo porterà a scavarsi dentro, a lavorare drasticamente su di sé, a studiare e scrivere per sopravvivere.. in un cammino arduo ma liberatorio di dignità e ricostruzione, sulla corda tesa di una rinnovata tensione morale.
Questo testo è anche un canto della scrittura, un omaggio allo scrivere, non parole retoriche, ma incarnato delle stesse spinte che animano chi scrive, Giovanni appunto. Il carcere è diventato il luogo della sua scrittura. Due libri pubblicati.. un terzo che aspetta di esserlo. La notte, quando il sipario si apre, ed entra una gloriosa, tormentata, dolce, straziata e appassionante magia. Che può conoscere solo chi, almeno una volta nella vita si è cimentato nel foglio bianco, mentre muri, freddo e rabbia lo cingevano d’assedio. E in quel foglio cercava di fare vivere la speranza e la memoria, mentre tutto intorno i passi sembrano celebrare la disperazione.
Ed alcuni momenti vengono scolpiti.. violenti come il miglior cinema. Quando l’araldo, ad esempio -colui che apre la busta della lettera davanti ai detenuti- si trasforma in un demone. E sente il godimento sadico di assaporare tutto il caleidoscopio vorticoso di emozioni che percuotono Giovanni, mentre la mente si accalca coi pensieri intorno a quel pezzo di carta. Chi è che lo invia? Cosa c’è scritto? Forse potrebbe esssere..ecc… E l’araldo gode, dinanzi al volto posseduto dell’emozione del detenuto, di un briciolo di potere sull’anima, prima di riprendere il suo cammino.
Realtà, sogni, incubi e speranze si michiano – con un andamento soffuso e tagliente insieme- in questo grandioso pezzo, degno della migliore letteratura.
———————————————————————————————
CONTINGENZA ANNUNCIATA
Rumore di chiavi, un tintinnio incessante che è la caratteristica principale del lavoro svolto dagli agenti di custodia.
Il cancello che sbatte, passi che danno il segnale inconfondibile dell’arrivo dell’assistente, anticamente chiamato secondino.
Rumori che rimbombano nella mia cella satura di pensieri.
Tra pochi giorni si compiranno dieci anni di permanenza in questo luogo. L’11 settembre furono abbattute le torri gemelle dalla furia omicida fondamentalista e dopo nove giorni i miei sbagli risalenti ai primi anni ’90, fecero sì che la mia vita, e di conseguenza quella dei miei cari, piombasse nel baratro. Purtroppo si arriva a metabolizzare gli errori solamente dopo averci sbattuto la testa, dopo che l’inevitabile è ormai accaduto. Ho lasciato senza la mia presenza una figlia di soli sette anni e una compagna fedele e di sani principi. Senza contare il dolore dei miei anziani genitori e dei miei due fratelli completamente estranei a questo tipo di cose.
Condannato per traffico di stupefacenti, nel caso di specie cocaina, alla pena di anni venti, meno tre da scontare per l’indulto, per un totale da espiare di anni diciassette. Così enunciava la sentenza della Corte di Appello di Roma che la Cassazione confermò. Per mio padre, avvocato in pensione, e mia madre medico legale, il colpo fu durissimo. Avevano sperato una vita diversa per il loro primogenito.
Fin da giovanissimo ero molto attratto dai viaggi e dal conoscere altre culture e modi di vita. Ricordo che fin da piccolo quando c’erano dei documentari riguardo paesi lontani li preferivo ai cartoni animati. Volevo sapere cosa succedeva altrove, vedevo la televisione e guardavo le riviste di viaggi in paesi lontani ed esotici.
Questo interesse cominciò a modellare la mia personalità fin da giovanissimo.
Sentivo dentro di me che il bisogno di conoscere altre situazione ed altri paesi stava maturando sempre di più. Il mio non era un atteggiamento derivante dalla voglia di dimostrare a tutti i costi d’essere diverso dagli altri o di rigetto verso una vita normale; era la ricerca di qualcosa che non esisteva nel mondo che mi circondava.
Le situazioni che interessavano i ragazzi della mia età non lo erano per me nella stessa misura. La cosiddetta pappa pronta che molti invidiavano, era per me sinonimo di costrizione, d’universo chiuso. Lo studio avviato da mio padre che mi aspettava dopo la laurea, le amicizie del jet set con le loro manie e le loro ipocrisie e tutto quello che faceva da contorno non facevano per me. Forse proprio da lì è cominciato il tutto, la voglia di costruire qualcosa solo ed esclusivamente per conto mio e conoscere il mondo e la vita lontano da tutto.
Compresi poco a poco che avevo bisogno di altri spazi e altri modi per realizzare il mio io affamato di vita. Viaggiai molto e mi trasferii a soli ventidue anni negli Stati Uniti dove vissi per alcuni anni lavorando nel campo dei preziosi. Alla fine degli anni ottanta accolsi la proposta di un mio cliente venezuelano che mi propose di entrare in società di un casinò nell’isola di Maragarita. Mi trasferii quindi nei Caraibi, dove rimasi fino a pochi mesi prima del mio arresto.
Purtroppo quando si è in giro per il mondo ci sono situazione che si prestano a farci conoscere molte persone, più o meno oneste.
Capita ad un certo punto che si ha necessità di sopravvivere non volendo chiedere aiuto ai propri famigliari che si è lasciati sbattendo la porta. Un po’ per orgoglio, un po’ per dimostrare di essere in condizione di sopravvivere senza aiuti, alla fine si fanno delle scelte sbagliate, si utilizzano determinate relazioni per trarne profitti.
Questo atteggiamento “indisciplinato” -dico così perché solo ora mi rendo conto quanto i miei comportamenti fossero sciagurati- mi ha portato a commettere reati senza che mi rendessi conto inizialmente della loro esatta gravità. Vivevo in un mondo dove non esistevano valori veri ma solo il denaro e il successo. Era una vita sulla cresta dell’onda ed il mondo sottostante dei comuni mortali lo vedevano lontano anni luce dalla nostra dimensione.
Il dolore che provo oggi non è assolutamente di circostanza, ma è il derivato di un profondo esame di coscienza. Iniziai quasi per gioco, ma ora sto pagando a caro prezzo queste scelte sconsiderate.
Il danno causato alla società per avere favorito la vendita dello stupefacente denominato cocaina è oggi per me ragione di profonda amarezza. I giovani d’oggi purtroppo non si rendono conto del male che fanno assumendo questo tipo di sostanza che distrugge i neuroni e crea drammi inimmaginabili. Quando mi dedicavo a fare da intermediario per questo genere di transazioni non me ne rendevo conto e me ne rammarico, ma orma è inutile piangere sul latte versato.
Se la felicità esiste è forse nel raggiungimento di un equilibrio.
Una volta compresi e metabolizzati gli errori commessi bisognerebbe fare tesoro di questa consapevolezza e trovare piacere dalle cose della vita, avere coraggio, anche nei momenti difficili, sapendosi adattare alle circostanze. Ricostruire la propria vita su questi presupposti.
Questo è l’atteggiamento da tenere. Per questo oggi devo andare avanti per la mia strada facendo tesoro delle esperienze vissute, essendo sempre aperto a migliorarmi, con umiltà. Ogni sera bisognerebbe fare un esame di coscienza. Potere capire se si è fatto bene o si è fatto male. In fondo siamo i migliori giudici di noi stessi.
E’ questo quello che conta veramente, non il denaro che si ha o non si ha in banca.
Oggi tutto questo mi è chiaro, ma il prezzo da pagare è stato altissimo.
Il tempo è un lusso, come l’amore. E’ difficile comprenderlo. Si ha sempre così meno tempo per stare con le persone che c’interessano, con le persone che amiamo. Sono dovuto scendere nell’abisso carcerario per comprendere tutto questo. Chi l’avrebbe detto? Coltivare amicizie, dedicarsi a ciò che ci piace, sentire una buona musica, un viaggio… Questi dovrebbero essere i parametri del buon vivere. Come moltissimi miei simili ero preso invece da questo stressante e snervante sistema consumistico che tende ad allontanarci gli uni dagli altri, a farci indossare maschere che non ci appartengono, polverizzando i rapporti veri nella corsa al benessere a tutti i costi. Ho incontrato persone d’ambienti tra i più disparati: tra i miliardari e gli abitanti di rancho o favelas, tra il brillante ma effimero mondo del jet set internazionale e quello dei contrabbandieri che atterravano di nascosto nella giungla su piste occasionali. Ho camminato fianco a fianco con individui degni dei migliori romanzi di Ken Follet o di Ludlum, sopportando le loro menzogne e i loro giochi di potere.
Ho letto negli occhi di molti bambini latino-americani e mediorientali, l’impossibilità di avere un’esistenza normale come tanti loro coetanei in altre parti del mondo.
Senza futuro, fra tragedie, ignoranza, guerre e morte…
Sono stato coinvolto, non lo nego, da ambizioni di denaro e di potere, quando ero così giovane da non comprendere cosa realmente era giusto o cosa non lo era, abbagliato dalle luci del successo. Ho conosciuto la virtù e la depravazione, ho camminato con santi e dannati, ma o potuto analizzare l’essere umano in tutte le sue forme e nelle situazioni più incredibili. Nel cammino della ricerca ho fatto delle scelte. Un essere umano nella vita dovrebbe fare quello che più corrisponde ai suoi bisogni, al suo stare bene con se stesso; parlo di ambiente di lavoro, luogo o paese di dimora, rapporti umani, ecc. Io ho scelto un cammino sbagliato.
Per non accettare a capo chino situazioni di vita piatta, da giovanissimo intrapresi una strada fatta di avventura, di rischio che purtroppo ha portato, dopo molti anni, delle conseguenze gravissime. C’è il dolore causato alle persone care per questa detenzione in cui indirettamente sono state risucchiate da un meccanismo a loro estraneo e lontano anni luce dal loro modo di vivere. Le mie scelte non dovevano coinvolgere indirettamente nessun altro. Provo un dolore immenso per tutto ciò che il mio arresto ha comportato. Non se lo meritavano, e non avevano nulla a che vedere con tutto ciò. Parlo dei miei genitori, di mia figlia, della mia compagna. Provo dolore anche per le persone a cui ho fatto del male indirettamente con le mie azioni scellerate.
Alla fine del 2001, venendo in Italia, venni arrestato per più ordinanze di custodia cautelare, per violazione della legge sugli stupefacenti. Tutti i fatti risalivano ai primi anni ’90.
Entrai così in un mondo parallelo che solo chi lo ha vissuto può comprendere appieno. Sono passato violentemente da una dimensione di grandi spazi, di quello che è stato il mio mondo per un quarto di secolo, a quelli ridotti alla minima potenza della cella di un penitenziario.
Pubblico oggi la seconda parte (per la prima vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/01/04/8364/) di questo testo assolutamente straordinario.. Contingenza annunciata.. scritto dall’ultimo, in ordine temporale, degli amici venuto ad aggiungersi alla squadra del Blog.. Giovanni Arcuri detenuto a Rebibbia.
Giovanni ha 54 anni, è detenuto da 10 anni, è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati. La sua vita è stata turbolenta, appassionata, spinta all’eccesso e alla caduta da un’insopprimibile esigenza interiore che lo faceva ribollire dentro, fin da giovanissimo. Il carcere poi piombò nella sua esistenza, come dimensione di sofferenza estrema, ma anche di risveglio e di ripensamento.
Il testo di cui oggi pubblico la seconda parte, è particolarme emblematico riguardo a tutto ciò. Ancora più della prima parte, che già era intensa e splendida. Schizza, con impressioni rapide unite a riflessioni intimissime, il succedersi di spazi di anima e di viscere, che ti entrano dentro e risuonano di tutti i sogni, i pianti, i dolori, le visioni che un uomo vive dietro le sbarre.
Ed è anche un canto della scrittura, un omaggio allo scrivere, non parole retoriche, ma incaranto delle stesse spinte che animano chi scrive, Giovanni appunto. Il carcere è diventato il luogo della sua scrittura. Due libri pubblicati.. un terzo che aspetta di esserlo. La notte, quando il sipario si apre, ed entra una gloriosa, tormentata, dolce, straziata e appassionante magia. Che può conoscere solo chi, almeno una volta nella vita si è cimentato nel foglio bianco, mentre muri, freddo e rabbia lo cingevano d’assedio. E in quel foglio cercava di fare vivere la speranza e la memoria, mentre tutto intorno i passi sembrano celebrare la disperazione.
Ed alcuni momenti vengono scolpiti.. violenti come il miglior cinema. Quando l’araldo, ad esempio -colui che apre la busta della lettera davanti ai detenuti- si trasforma in un demone. E sente il godimento sadico di assaporare tutto il caleidoscopio vorticoso di emozioni che percuotono Giovanni, mentre la mente si accalca coi pensieri intorno a quel pezzo di carta. Chi è che lo invia? Cosa c’è scritto? Forse potrebbe esssere..ecc… E l’araldo gode, dinanzi al volto posseduto dell’emozione del detenuto, di un briciolo di potere sull’anima, prima di riprendere il suo cammino.
Realtà, sogni, incubi e speranze si michiano – con un andamento soffuso e tagliente insieme- in questo grandioso pezzo, degno della migliore letteratura.
Vi lascio a Contingenza annunciata.. seconda parte.. Giovanni Arcuri.. Rebibbia.
————————————————————————————————————————-
L’esperienza della detenzione è distruttiva, a qualunque ceto sociale si appartenga. Si abbatte come un ciclone su chi vi finisce dentro e su tutti quelli che sono a lui legati affettivamente.
Colpevole o innocente non ha importanza, si è tutti sottoposti agli stessi meccanismi ed alle stesse pressioni. Lo sono anche i nostri familiari, e quindi gli affetti in generale che pagano un prezzo molto alto.
A volte, se la pena da scontare è lunga, si riesce a salvare ben poco.
Il rapporto che il carcere impone con i familiari, e più in generale con i propri affetti, è difficile da descrivere. Nel senso che ci si espone emotivamente su argomenti che provocano sofferenze ed eccessivi coinvolgimenti personali.
L’affettività, quel bisogno irrinunciabile dell’uomo in tutte le sue espressioni, viene soppressa dal carcere con risvolti a volte drammatici.
Si incrinano convincente di anni, proprio perché la totale mancanza di manifestazione affettiva scava nel profondo, pone interrogativi esistenziali, e fa emergere con violenza quel diritto di vivere e quei bisogni che il carcere inesorabilmente impedisce.
La mia vita all’interno del carcere di Rebibbia, dove sono detenuto, è passata per numerose fasi. Dopo lo shock iniziale, ho cominciato a capire che, dovendo trascorrere molti anni in queste condizioni, dovevo trovare degli interessi per non morire interiormente, e mantenere un equilibrio mentale.
Mi sono dedicato alla scrittura fin dagli inizi della mia detenzione e sono riuscito a pubblicare due libri. L’ultimo, Libero dentro, è uscito pochi mesi fa. Per la mia autobiografia ho impiegato quasi tre anni ed ora è finalmente terminata. Ho deciso però di pubblicarla solamente quando sarò un uomo libero. Scrivere è un lavoro solitario, un lavoro che richiede disciplina, immobilità (fino a provarne il dolore nei muscoli e sul collo…) e concentrazione. Tuttavia il lavoro dello scrittore comporta nello stesso tempo una maledizione e una benedizione. La prima è rappresentata dalla pagina bianca, la seconda dal fatto che quel biancore accecante può essere riempito in qualsiasi parte del mondo. Basta un tavolo, una sedia, una presa di corrente e una connessione a internet e molta fantasia. Solo chi si trova ad affrontare la pagina bianca può capire quanto grande o quanto piccola possa essere, a seconda dei casi. Quanto pesi o quanto possa essere leggera. E c’è un momento, quando infine le parole sono fissate sulla carta, quando il foglio ha tutte le sue formichine sopra, che sollevo gli occhi e vorrei poter guardare il mare per cercare il suo riflesso. Nell’attesa di vederlo, mi limito a guardare fuori dalla finestra della mia cella e spesso immagino quel mare che vorrei avere come scenario del posto dove mi piacerebbe lavorare. Per uno scrittore o un musicista, sviluppare un lavoro di qualità non è sufficiente. L’importante è che la sua opera non finisca ad ammuffirsi in qualche scatolone o cassetto di qualche casa editrice. E in quel caso conta molto anche la fortuna.
Paradossalmente ho iniziato l’avventura di scrittore tra queste quattro mura. Non sapevo all’inizio quanto tempo mi avrebbe preso farlo, anche perché tempo a disposizione ne avevo molto.
E’ quasi sempre nella notte che comincio a scrivere, poco a poco i rumori vanno scemando, il gracchio dei televisori svanisce quando si passa la mezzanotte e un’atmosfera quasi magica pervade le mura della mia cella. Metto su l macchinetta del caffè e comincio a scrivere. Tutto questo riesce a darmi una sensazione inimmaginabile di libertà. E’ nella notte che si entra nella dimensione interiore dell’ispirazione, della riflessione e purtroppo anche dei rimpianti e della sofferenza. Quando scrivo però non sono più qui, vivo con i miei personaggi, le loro storie e le loro emozioni e sofferenze. Spesso i luoghi sono paesi dove sono stato e conosco quindi nei dettagli gli usi, i costumi, e l’ambiente in cui la vicenda si svolge. Probabilmente in stato di libertà, preso da così tante cose non sarei mai riuscito a scrivere due libri e un’autobiografia. Da questo punto di vista il carcere è stato per me un luogo dove riuscire a mettermi in discussione ed ottenere delle soddisfazioni personali che all’inizio del mio percorso non avrei mai immaginato.
Come dicevo, di solito scrivo nella notte ma oggi ho fatto un’eccezione e sto elaborando il pezzo per il Premio Goliarda Sapienza in orario pomeridiano, un orario dove comunque di solito ci si riposta. In questo momento sono solo le quattro del pomeriggio, la conta è passata alle 15:30, e non ho sentito nessuno chiamare, ma il rumore dei passi udito precedentemente ora è sempre più forte e vicino. Dedico più attenzione a quello scalpiccio invisibile per vedere che cosa succede. Regolo il volume della radio al minimo per percepire meglio il ritmo. Ascolto, cerco di comprendere, di anticipare gli eventuali sviluppi, in modo da non trovarmi impreparato ad affrontare la contingenza annunciata da quei passi.
Spesso, da fuori delle mura del mio carcere si sente il canto degli uccellini che, con le loro melodie, contribuiscono a formare l’insieme invisibile ma palpabile della vita, la vera vita che scorre lontano, ma che purtroppo non mi trascina con sé, che mi dà soltanto la gioia di affacciarmi alla finestra e guardarla scivolare.
Alcune mattine mi sveglio presto al canto di quei volatili, e mi immagino di trovarmi in campagna, nella grande casa dei nonni materni vicino Roma, dove trascorrevo le mie vacanze estive quando avevo otto anni. Passavo tutto il giorno in mezzo agli animali, mi arrampicavo sugli alberi e mangiavo i frutti appena maturi.
A volte rimango fino all’ora della conta in questo stato quasi ipnotico e dimentico di trovarmi dove sono. In carcere basta poco per essere felici, ci si accontenta dei sogni e si viaggia con la mente.
Tra i tanti sogni c’è quello che una mattina l’agente, mentre mi apre la porta alle otto e trenta, mi dica: <<Prepara la roba, sei liberante…>>. Non succede mai, ed io continuo a straziarmi nell’illusione del sogno.
Sono avvolto dallo stesso strazio, adesso che ho abbassato la musica per sentire nel corridoio vuoto i passi interminabili.
I passi non si sono ancora fermati, dove staranno dirigendosi?
Forse continueranno per l’eternità come il tic tac dell’orologio. Non è l’ora della conta, rifletto guardando l’orologio, è quasi l’ora della posta, a volte l’anticipano.
Quei passi potrebbero essere il messaggero che porta notizie, che, belle o brutte che siano, arrivano sempre attraverso lo stesso corridoio che fende silenzioso l’umanità della gente rinchiusa.
L’agente si ferma davanti il mio blindato. C’è posta per me, notizie da fuori, dalla vita vera.
Dovrei essere contento di essere ricordato da vivi, attraverso la lettera che l’impersonale agente si appresta ad aprire.
L’araldo conosce bene il suo mestiere, sa leggere le facce, l’attesa, il dolore.
Strappa al rallentatore l’angolo della busta, mentre io, con la mente cerco di premere il pulsante dell’accelleratore e con gli occhi sbircio il nome del mittente.
Mi vede aggrondare la fronte dall’impazienza perché non sono riuscito ad identificarlo, e così si sente ripagato. Il disturbo della sua camminata cerca la ricompensa nella mia faccia tesa, ed ora l’ha trovata. Guardo la sua faccia e tremo: ha assunto lineamenti spaventosi, ha gli occhi rossi e le orecchie appuntite, o è solo una mia impressione dovuta al gran caldo.
Riconosco la calligrafia ordinata e pulita di mia sorella e leggo velocemente la solita introduzione che, terminata, lascia spazio al resto della lettera, fatta di parole consolanti, e di suoni terribili. Leggo, ma mi sembra di udire le parole scritte, il suo singhiozzo invade la mia cella.
Il mio migliore amico, leggo, è morto, e lei, che lo ha visto crescere insieme a me, piange. Mi appaiono immagini sbiadite, sequenze disconnesse, tempi e spazi alterni, di anni scivolati in discordanti silenzi, lui, il mio migliore amico ormai morto, ed io che passo il tempo nell’attesa infinita di riprendere a vivere.
Chiudo gli occhi e rivedo la sua vita in pochi secondi, un’intera storia passata in rassegna con la velocità della luce. Noi alle elementari a scuola insieme, al liceo maturandi. Poi il nulla. Io lasciai l’Italia dopo il primo anno di università e vi tornai dopo molti anni, ma solamente per brevi periodi.
Lo rivedevo ogni qual volta tornavo a Roma e parlavamo sporadicamente per telefono.
Gli mandavo cartoline dai luoghi più sperduti del mondo, di cui mi disse ne aveva fatto addirittura una collezione.
Nonostante lo abbia rivisto in alcune occasioni dopo la nostra separazione avvenuta quando avevamo entrambi poco più di venti anni, ora mi accorgo che l’ultimo ricordo che ho di lui è un viso da ragazzo dove la barba era appena spuntata senza uniformità.
Tanti anni sono passati da allora, siamo abituati a misurare il tempo frazionandolo in anni, mesi, giorni, ma quando si pensa ad un amico, un’amante o un parente, si misura ricordando gli avvenimenti più importanti della sua vita, a quel punto divenuti sbiaditi, oppure i lineamenti del suo viso sempre più stanco.
Penso al tempo che è scivolato furtivamente dalla mia vita, e lo spezzo in due periodi; una prima parte in cui il mio amico mi era vicino, presente e vivo; ed un’altra in cui è lontano ma ugualmente vivo, sempre fermo nei suoi vent’anni, eternamente presenti nella memoria.
Questo secondo periodo si compone di molte altre vicende, che hanno come scena il carcere dove sono. Non so se è stato felice o triste, se era amato, oppure odiato. Non so nemmeno come era il suo volto nel momento del decesso. Ignoro se era magro o grasso, ricciuto o stempiato, sorridente o triste.
Noi in carcere conserviamo sempre un ricordo immutabile di chi muore o di chi è lontano. Ho trascorso questi anni di detenzione ricordando in modo anacronistico i miei amici, i miei parenti, le mie donne. Ricordandoli nella loro gioventù, ormai conservata soltanto da me, e cambierò le loro immagini nella mia mente, soltanto se un giorno potrò sostituirle con quelle reali, soltanto se potrò rivederli.
Nel caos di occhi sinceri, bocche indulgenti e dolci, distinguo persone appartenenti al passato, che una volta riempivano il quadro della mia esistenza.
Tutto si muove incolore, senza un ordine di spazio o di tempo.
Ne riconosco tanti, ma non tutti. Mi salutano, mi sorridono, mi fissano intensamente come l’ultima volta che li ho visti.
Quelli che non ci sono più, come il mio amico, hanno lo stesso privilegio di essere rimasti nella mia mente più giovani e più belli di quello che erano nel momento della loro morte.
Forse è per questo che ora mi sorridono: in fondo desideriamo sempre che gli altri ci ricordino belli e giovani, dopo la nostra scomparsa.
La contingenza annunciata è avvenuta come anche quella della mia vita verso la quale, a differenza del segnale dell’araldo , non avevo colto gli avvertimenti che forse avrebbero impedito questo stato di cose. In ogni caso ora chiudo la lettera e finisco di scrivere per inviarvi il pezzo.
Giovanni Arcuri
Roma, dicembre 2011
The Last Ride
di Duncan il gen.16, 2012, in Bellezza, Ispirazione, Poesia

A dirlo prima è maledette buffo,
le scale non sono mai state così lucide,
i cassonetti bruciavano,
ma le sale mai così lucide,
a pensarci prima è così buffo,
anche le scarpe sono lucide,
fingi una sicurezza che non hai,
non ora,
ma a fingere già stai un pò meglio,
non è un rumore di chitarre?
erano bianche le navi,
tutte le foto si persero,
a ricordarlo ora non sembra vero,
trascinasti tutta la tua polvere da sparo
mentre gli anni ti sputavano nell’occhio,
e le lettere diventavano chilometriche,
il ilo non è spezzato,
ora le scale lucide sorridono a metà,
e il rumore delle gomme arriva alle finestre,
su tre carte, due sono barate,
ma tu scommettesti sul pallino della fiera,
quello che mettono in bocca,
dietro la lingua,
mentre nascondolo il fazzoletto,
era facile dirti allora che portavi un cappello a sonagli,
e i libri erano finiti,
e un picco antro ti attendeva
tra carte e noia,
la musica Madre ti caccia il latte da piccolo,
e ti fa vederei fantastmi,
e i fantasmi, i fantasmi non ti abbandonano mai,
poi i coltellini, sfregiano gli zaini,
salsa di merende sui corridoi,
un bafometto al posto del cappio,
in sala mensa scimmie ridono,
prestami i tuoi giochi,
ci incontreremo dove inizia la quercia,
alla fine del rumore,
vanno e vengono le onde,
è buffo pensi,
mentre scali le scale lucide,
ma come sono lavate bene?
cosa usano?
sembra che ti specchiano anche l’anima
oltre al fegato,
è buffo pensare che filo è rimasto solo
a tenere in bilico il mondo,
quel fino lasciato nei nascondigli segreti,
e tutti i necrologi scritti in anticipo
adesso dove sono?
Se almeno quel cappello non mi sorridesse,
certi corridoi non li vorresti
per amici,
ma ci sono,
come tutti questi coriandoli,
è buffo che la donna delle carte
ti sputò nel piatto
e ti dichiarò spezzato,
Non era vero che le stanza
hanno il fiato corto,
come tutti i tuoi piccoli pugni,
acido muriatico nella fame,
ma la fame è ancora qui,
stele di legno,
cartelli a impulsi elettrici,
angoli di pietra,
mi portasti nel cerchio delle Streghe,
per il mercato delle vacche
avreste diviso le mie palle,
eppure, lo vedi?
stessa terra, stessi fiumi,
sapevo sempre controlalre le ore,
allungavo la lingua,
per accartocciare il tempo,
le bocce si incontrano a metà,
la mano è solo una parte,
il resto lo vedi prima
prima di tutte le ore,
Le scale lucide,
su su, l’adrenalina sale,
ora ricordo
chi tirò i dadi dimenticò il trucco
e il tuo sorrisò dilagò tra i carnefici,
come il miele il sogno entrò in me,
e in quel delirio eoni di purezza,
c’è un sole pallido nel buco della serratura,
Un giorno fu una Quercia,
è buffo pensare cone le storie ritornano,
e le avventura non finiscono mai,
a 12 anni leggevo fino a tardi,
accendendo il lumino sotto le coperte,
Frodo arriverà al monte Fato, mi chiedevo,
o l’Ombra lo inghiottirà,
ti consegnai una pietra quando le ore erano giovani,
ci rivedremo ancora disse lo specchio,
E adesso,
giacca e pantaloni nuovi
barba e capelli fatti,
scarpe lucide,
e queste scale lucide,
e non so se questo coraggio durerà fino all’ultima scala,
chi avrà la meglio alla fine della fiera?
ti travestirai ancora?
c’è un gufo dietro ogni morte?
o il tuo sorriso devasterà il mondo?
e se la sabbia passa tra le dita..
cosa è?
i kapò sono lontani allora..
solo queste scale lucide….
così lucide…
I mondi di Barbara (Il demone di Michail Jur’evič Lermontov)
di Duncan il dic.12, 2011, in Bellezza, Scienza

Ritorna Barbara Lazzarini con la sua rubrica dedicata ai suoi mondi, i suoi amori, le sue visioni..
L’appuntamento di oggi è d’eccezione, in quanto dedicato ad un momento sublime della letteratura…. Il demone di Michail J. Lermontov.
Con Barbara la letteratura diventa passione dove l’educazione è anima che viaggia tra il sentimento e il rigore, in una pulizia profonda che brucia di inconciliabili tensioni e di rinnovate rivoluzioni.
———————————————————————–
Il demone di Michail Jur’evič Lermontov
Ho sempre amato solo i ribelli, quegli esseri che non si piegano agli ordini, che disubbidiscono perché non continui ad esistere il vertice da cui debba partire l’obbligo a uniformarsi. Così quando m’imbattei in Lermontov, uno dei massimi esponenti del Romanticismo russo, il suo poema “IL DEMONE” fu subito, per me, il simbolo del dissenso, la forza del vero contro quel che si proclama forzosamente giusto.
Se il più alto debito letterario Lermontov lo deve a Milton e al suo “Paradiso perduto”, tuttavia, “il demone”, resta un poema laico, filosofico, metafora di quello a cui si rinuncia per mantenere fede a se stessi.
In breve questa è la trama:
Un potente demone orgoglioso e amareggiato si aggira sulla Terra. E’ immensamente sofferente, deve scontare la sua condanna di insorto in eterna solitudine. Nel Caucaso scorge Tamara, è una fanciulla bellissima. Lui se ne innamora perdutamente. “Gli eroi lermontoviani si accendono senza rimedio, e amano con un’ostinazione furente…” (Ripellino)
Nel poema il comune, banale sentire è ribaltato e la maledizione viene dal cielo: è la negazione dell’amore per chi come lui, non ha rispettato la legge suprema: Che far senza di te di questa vita eterna, dell’infinito estendersi del mio regno? Il mio tempio è vuoto: manchi tu che sei il mio Dio
Quando Tamara gli chiede che ne pensi di dio il demone fierissimo le risponde:
Non ci degna nemmeno d’uno sguardo.
Il cielo gl’interessa, non la terra!
Inesausto nel suo ribellismo titanico, per spezzare un destino che rifiuta, per la sua libertà, il demone scende nuovamente in guerra.
E’ un vero e proprio scontro tra titani quello che sottende tutto il poema e che si rivela solo all’analisi meno superficiale. All’amatissima Tamara lui parla in sogno, assorto e disperato, secondo i tipici toni romantici:
Io son colui che tu nella silente
notte hai sentito accanto a te presente,
il cui pensiero al cuor t’ha bisbigliato,
la cui tristezza tu confusamente hai inteso,
la cui immagine hai sognato;
colui che ogni speranza che riviva
fa cenere, colui che ognuno schiva
ed a cui impreca ogni essere vivente.
Per me lo spazio e il tempo sono niente:
sono il flagel d’ogni mio schiavo umano,
di conoscenza e libertà sovrano,
colui che il male impone alla natura,
il nemico del cielo, eppur se vuoi,
il mio poter depongo ai piedi tuoi.
A te ho portato in umiltà
la pura preghiera dell’amore, a te il tormento
ch’io provo in terra, per la prima volta
e le mie prime lacrime terrene…
Lui le appare bellissimo nella sua dolente fierezza, Tamara lo bacia, poi, pentitasi d’aver provato qualcosa per un essere tanto esecrabile, si ritira in un convento dove muore.
Le illusioni scemano, il demone torna a sentire il dolore della sua potenza, la sua protesta è disperata, non può, per legge, disertare la sua condizione, è prigioniero della propria infinita natura di ribelle: “e spesso, molto spesso gli uomini invidiava. Essi hanno la speranza di riscattarsi, ed anche la speranza del mortal sonno. Meglio sopportare tutti i loro tormenti che una goccia dei tormenti infernali” .
La sua sconfitta altro non è che il simbolo della rassegnazione al male. Proprio lui che paradossalmente avrebbe dovuto incarnarlo quel male, per volontà del “bene”, è stato dal bene perpetuamente esiliato. Tenuto lontano dalla possibilità d’amare è obbligato a odiare.
per sé solo vivere, e nella noia,
e in questa lotta senza mai vittoria,
In questa lotta senza mai la pace!
Il lungo monologo in cui l’autore romantico fa sussurrare al demone l’amore che non riesce a non provare è biografico, Lermontov amò disperatamente Varvara Bachmeteva, ed ebbe come il grande Puskin una breve e sfortunata esistenza, infatti, proprio come Puskin, morì in duello per amore quando non aveva ancora compiuto 27 anni.
La cornice naturale e selvaggia è anch’essa demoniaca, ma profondamente amata, lui, l’autore, ne è intriso, è il suo faticoso, ostile, feroce Caucaso, che fa da sfondo a tutte quante le opere del poeta, A te Caucaso, cupo signore della terra, consacro il trascurato verso…ovunque t’amo.”
Salutamos Socrates
di Duncan il dic.12, 2011, in Bellezza, Ispirazione, Poesia

Inserisco oggi un pezzo dedicato a Socrates pubblicato sul sito Come Don Chisciotte (http://www.comedonchisciotte.org/site/index.php).
Non so se Socrates fosse davvero come lo descrive l’autore di questo pezzo, se anche se non ci fosse mai stata un’età leggendaria del calcio, come è stata descritta in tanta letteratura sudamericana… ormai quel mito è entrato nelle pieghe di quel territorio che dalla fantasia si innerva nella realtà, come certi libri che non esistettero mai, ma ora esistono, perchè la fantasia ha generato un sogno che si è radicato nel passato, come epopea di un reale creduto e visionario.
Socrates.. solo un brasiliano poteva giocare così…
classe ed eleganza.. il lusso di rendere un rozzo banale gioco, da alcuni chiamato calcio… avventura di ragazzi mai cresciuti.. poesia…
————————————————————
La morte di Socrates, a cui assisto senza sprofondare nella tristezza, simbolizza in qualche modo la morte del calcio. Sembra, anche, un simbolo per ritrarre questa epoca di merda: senza sogni né esagerazioni, senza disubbidienza né disperazione, senza sete di giustizia né di alcool. Questo sozzo mondo borghese ci ha privato di tutto quello che c’è di uono, calcio compreso. È questo un mondo di automi rassegnati, aggrappati alla spazzatura delle proprie auto, ai cellulari, alle fantasie dei giochi a premi. Questa borghesia di merda, mediocre, superba nella propria ignoranza, autistica, incapace di amare e di odiare, di provare rabbia.
Questi umani androidi odierni, dai sentimenti ridotti e meschini, dalle avarizie valutate dalle azioni, portatori di culi e tette posticce, sale da pranzo dai cibi “light”, cultori della salute fisica, piccoli girini che vanno per le strade a senso unico…
Sappiano, i rozzi, che vedere giocare Socrates era come leggere, ad esempio, Italo Calvino: c’erano nel suo gioco bellezza, tenerezza, intelligenza. Era come vedere un quadro di Renoir, pieno di luce e di colori. Come ascoltare la musica di un valzer.
Non correva, non stringeva i denti, non ci metteva le “palle”: era dalla parte dell’eleganza, della maestosità, i suoi passaggi erano un “tocco” di distinzione. Vederlo giocare riempiva gli occhi, e placava l’anima.
Questo calcio spazzatura di oggi, giocato da pupazzi che sono milionari prima ancora di essere persone, è un insulto per il calcio giocato da Socrates.

Non è solo il calcio ad essere in lutto, ma anche la poesia, la bellezza, la natura stessa.
Andiamo Jobim, Vinicius, Maisa Y Chico, Caetano ed Elis, Joao ed Elsa Soarez, María Betanhia e Milton Nascimento e Ari Fangoso e tutte le ragazze di Ipanema e tutti i fannulloni che suonano la musica che accompagna il corteo: è da poco morto un altro frammento del sogno.
Postilla:
(Frammento di un appunto di Waldemar Iglesias pubblicato sul Clarín di Buenos Aires).
Addio, amato dottore
Socrates fu uno dei grandi centrocampisti degli anni ’80. È stato un grande anche fuori dal campo, che osò lamentarsi contro la dittatura brasiliana nei giorni più difficili. È morto di domenica, vinto da un rivale che lottò per sconfiggerlo senza riuscirci: l’alcool.
Antonio Falcao ci ha offerto l’armonia delle sue parole per raccontarcelo:
“Era l’antitesi del buon atleta: rifiutava gli allenamenti individuali o collettivi, e anche l’astinenza: soprattutto dal sesso, dall’alcool, dal tabacco, dalla vita notturna e dalla chitarra (che suonava). Persino il suo nome rifuggiva le convenzioni: Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Studiava medicina mentre giocava, si addentrò nella politica e analizzò il binomio dirigente-giocatore dall’ottica delle relazioni lavorative.
“Si diede alla cittadinanza con impegno, essendo assolutamente solidale coi compagni di lavoro. Per usare il termine tipico dell’incapace e ignorante dittatura militare brasiliana, Socrates era un sovversivo. Anche se, dal punto di vista strettamente democratico, un sovversivo cordiale e salutare, di grande utilità per l’umanità tutta.”
È stato sempre orgoglioso del suo sguardo sul mondo, dei suoi messaggi, quelli che, quando ancora era nel calcio, osava offrire in disparte, una cosa che poi si è trasformata nel suo marchio di fabbrica. Negli anni ’80, ad esempio, questo ammiratore del Che Guevara fu partecipe e ideologo di un’iniziativa che meravigliò il suo paese e l’ambito sportivo: il Movimento Democratico Corinthians che fece sì che il club paulista si affidasse a elezioni democratiche interne. Un simbolo inequivocabile del rifiuto della dittatura, che cominciava a ritirarsi dopo due decenni di potere.
Si professava di sinistra. E dalla sua ammirazione per Fidel Castro è arrivato il nome per uno dei suoi figli. A riguardo, Socrates raccontò una volta, in un’intervista rilasciata alla BBC, il seguente aneddoto: “Quando diedi il nome di Fidel a uno dei miei figli, mia madre mi disse: ‘È un po’ un nome forte per un bambino.’ Le risposi: ‘Mamma, pensa a cosa hai combinato con me’.”
Si racconta che si sarebbe potuto chiamare anche John, da Lennon, un altro dei suoi personaggi più apprezzati.
Il cavaliere errato.. di Ciro Campajola
di Duncan il dic.09, 2011, in Bellezza

Pubblico oggi questo magnifico racconto di Ciro Campajola, di cui già altri pezzi preziosi sono presenti in questo sito.
Il racconto di oggi non sfigura dinanzi alla migliore letteratura.
————————————————————————————————–
Si svegliò!
Una fortuna considerando i suoi trascorsi.
Era la parte più difficile della giornata e diventava più difficile ogni giorno che passava.
Di scatto saltò giù dal letto convincendosi di essere un osso duro, il tempo di una sigaretta e già non ci credeva più, “ vivere difendendosi dalla vita non può essere la vita”, gli suggerì la stanchezza del suo volto dallo specchio.
Sbirciò oltre la finestra, la vita somigliava sempre più a un telefono cellulare: alienazione sotto forma di conquista.
Era andato a puttane tutto il senso dei grandi navigatori, oramai si esploravano soltanto i successivi gradi della frenesia, il mondo non faceva altro che nascondere la propria decadenza.
Richiuse le tende come un pietoso velo e mise un disco di Chet Baker, poi accese una seconda sigaretta e chiuse gli occhi su tutti gli altri attimi esistenti.
In momenti come quelli riusciva a trovare sempre un senso.
Quella tromba…….. madonna quella tromba!
Quella tromba non faceva solo musica, quella tromba raccontava le rughe di tutta una vita, ogni sua gioia, ogni brivido, ogni orgasmo, ogni lacrima, ogni dolore.
Raccontava la forza dei cuori spezzati, la loro fame del dopo, la sazietà delle anime senza rimpianti.
Forse la vera vita era racchiusa proprio nella musica, è lì che tutte le lacrime diventavano soltanto di gioia.
Fece un paragone con la sua storia, un casino!
Un arcobaleno di colori bollenti rovesciati sulla pelle, una tempesta di vento sopra un prato di foglie secche.
La maggior parte del tempo non aveva fatto altro che perdere tutto ciò che di volta in volta era riuscito a conquistare.
La sua smania di cercare gli aveva fatto trovare spesso e volentieri solo tanta merda, gli aveva sempre fatto smarrire la propria strada.
Era assurdo pensare a tutte le volte che si era messo in condizioni di dipendere dal nemico; alle galere, alle comunità per tossicomani gestite da spacciatori di interessi, a tutte le volte che aveva dovuto consegnare il proprio corpo ferito a un ospedale e la sua anima agonizzante a medici che le avevano dato il colpo di grazia, a tutte le volte che il proprio corpo ferito, la sua anima assassinata, si erano affidati a un veleno per tirare a campare, a tutte le scopate che s’era fatto solo in alternativa al suicidio, a tutte le volte che s’era perso la scopata della vita.
Diverse stronzate , stessa frenesia!
Aveva passato più tempo a cercare di non impazzire che a vivere.
A volte pensava che proprio questo alla fine lo aveva fatto impazzire ma non gli dispiaceva particolarmente, ci trovava perfino dei lati vantaggiosi, si sentiva molto più a disagio quando ancora cercava di adattarsi ai “normali”.
Si preparò un caffè.
Aveva tutta la giornata libera, o meglio non aveva un cazzo da fare.
Da un po’ di tempo era inchiodato a un problema fisico, il suo fegato aveva detto stop.
Un conto del passato da pagare, in fondo la vita è come la legge, lenta, pallosa, burocratica, ma non dimentica niente, tranne quello che le conviene scordare.
Pensando alla legge gli venne un’idea!
Avrebbe comprato una pistola e poi ucciso qualcuno a caso! No, troppo rischioso.
Magari avrebbe spedito 113 rose alla poliziotta più viziosa della P. S., per poi telefonare al 113 e dichiararle il proprio odio ma non conosceva poliziotte viziose.
Forse era meglio collegarsi via internet con S. Francesco per domandargli dove cazzo si procurasse le droghe, voleva parlare anche lui con gli animali, sempre meglio delle bestie umane, ma non aveva il suo indirizzo.
A proposito! Aveva finito il fumo!
Andarlo a comprare fu la sola cosa che fece.
Quell’indirizzo ce l’aveva.
Fumò la prima canna insieme a un blues di Jimi Hendrix e un chissenefrega gli attraversò barcollando il cervello.
Massì!
In fondo non gli era andata proprio malaccio, bene o male a parecchi ingranaggi era riuscito a sfuggire, s’era saputo fare un po’ di spazio in quella posizione privilegiata di chi non ha un ruolo ben definito, lo spazio riservato a quelli sui quali non ci si può contare, per cui dopo un po’ vieni lasciato in pace più degli altri.
Bè, se il suo passato l’aveva portato fin lì, la sapeva certamente più lunga di lui.
Di un’unica cosa avrebbe avuto veramente bisogno, poggiare la guancia sul grembo di una donna incinta e ascoltare la promessa di una vita nascente.
Ma non aveva né speranze né una donna incinta e poi era natale, il suo quarantunesimo natale, bisognava scrivere la letterina.
“Caro babbo natale, ho fatto il cattivo tutta la vita, per punizione, invece del carbone, potresti mandarmi in esilio su qualche isola della perdizione al centro del mare, prigioniero di indigene assatanate che mi torturerebbero con ogni sorta di peccato incatenandomi a prati d’oblio?”
Girava per casa cercando di fregare se stesso, non voleva accorgersi di essere sul depresso preoccupante.
Uscì!
Notò che era ancora giorno, prima non ci aveva fatto caso.
Bisognava aggirarlo, aspettare la notte!
Andò al suo negozio di dischi, gli serviva un amico vero che gli facesse compagnia fino al buio, lo trovò nell’ultimo di Tom Waits.
Dopo che il disco iniziò e finì per sei volte vide la luna, era fatta! La notte era pronta per nasconderlo.
Prese il cappello, le sigarette, un po’ di fumo, una vecchia cassetta di Lou Reed, i documenti, le chiavi e indossò il suo vecchio e ormai logoro cappotto grigio,voleva bene a quel cappotto, lo portava da anni, all’inizio l’aveva riparato dal freddo di tante folli notti in allegria, ora lo riparava dal suo personale freddo, accese una sigaretta e uscì di nuovo.
Mise l’auto in moto e una cassetta nello stereo.
Cinque sigarette e quattro brani più tardi, cominciò a sentirsi più suo agio.
Lou Reed cantava “perfect day”.
Una stupenda donna di colore, da un marciapiede coperto di vite andate, attirò la sua attenzione.
Si domandò perché mai un uomo non potesse sposare ogni cosa bella che avesse la fortuna di incontrare.
Poi si preoccupò della sua salute mentale.
Poi fece una canna.
Poi se la fumò.
Poi comprò una birra.
Poi se la bevve.
Poi tornò indietro.
Poi era con la donna in macchina e un’emozione nella speranza.
Le adorava le puttane!
Le considerava l’opposto delle troie, il sesso non c’entrava niente con loro.
Per lui erano l’incarnazione del buon viso a cattivo gioco e nel cattivo gioco sapevano riconoscere i loro stessi visi e allora diventavano donne, donne vere, non come la maggior parte di quelle che gli uomini scopano nel corso della loro vita.
Si chiamava Felicita, era Columbiana, aveva due occhi che arrivavano all’anima e un figlio in grembo.
Siccome non credeva in Dio, credette di essere Dio.
Per miracolo adesso aveva un grembo su cui poggiarsi .
Due banditi in cerca di una buona stella si rifugiarono in un albergo senza stelle.
Quella donna in quel momento di quella notte era il meglio che la vita potesse offrirgli.
La baciò, poi con un dito seguì il contorno delle sue labbra e poi le scrisse una cosa.
“Quando la notte va in frantumi dei pezzi cadono nello stesso posto, allora s’alza una nebbia e confusa nasce un ‘intimità.
La ricompensa della tua non appartenenza in un momento di tua appartenenza.”
Dopo un’ora si scambiarono i numeri di telefono e la consapevolezza che mai si sarebbero chiamati.
Mise in moto, guardò la notte, sapeva di menopausa.
Era ora di spegnersi un po’.
Trovò un bar aperto e neanche una ragione per non ubriacarsi.
In momenti come quelli si sentiva sempre come il protagonista di qualche filmaccio americano da quattro soldi.
Scelse il tavolo meno illuminato.
Trentadue denti abbaglianti lo accecarono chiedendogli l’ordinazione.
Riconobbe la morte e le ordinò uno sconto, non ne avevano, prese una vodka.
Domandò se il locale avesse un’uscita di sicurezza.
“Perché?” s’informò la morte.
“Per sicurezza” le rispose.
Lei non disse niente, si girò, e a lui non rimase altro da fare che guardare un culo che si allontanava.
Uno squarcio di luce attraversò il bar, era una pubblicità del buio.
Il teschio del tavolo accanto rimase impassibile.
Dopo tre vodka e novantasei denti illuminati ancora non trovava una risposta.
Alla quarta e un ulteriore accecante sorriso smise di cercarla.
Il conto era di quarantuno natali.
Non lasciò mancia, sarebbe stato troppo.
Spense la cicca in un cuore a forma di posacenere e aprì la porta.
Nebbia sull’asfalto!
Non vedere la strada fu rassicurante.
Si sdraiò sulle proprie orme e chiudendo gli occhi guardò il tramonto bianco del tempo.
Dopo un po’ riprese il cammino.
Al centro di una piazza realizzò di essere diventato invisibile.
Una giostra gli girava attorno senza accorgersi di lui, eseguiva cerchi perfetti, solo un po’ più piccoli a ogni giro, poi giri più veloci e cerchi più piccoli, poi ancora più veloci e sempre più piccoli, più veloci e più piccoli, più veloci e più piccoli…………
Si risvegliò ancora sdraiato sulle proprie orme.
La nebbia s’era diradata, la strada aveva l’aria stanca e la barba incolta.
Avvertì il bisogno di radersi, tornò a casa.
Un cane randagio si sbarbò guardandolo dritto negli occhi e nello specchio apparve un uomo nudo, era rasato di fresco e accendeva una sigaretta.
Rimase un attimo a guardarlo senza trovare nulla da dirgli, poi raggiunse il letto e dormì.
Si svegliò nel pomeriggio tra due lancette senza ore da contare né momenti da raccontare.
Era ancora natale, era ancora vivo.
Accese una sigaretta, poi la televisione.
Le prime immagini impazzirono dallo schermo!
Decise d’analizzare la cosa con calma.
Dunque: dal momento che nel frattempo aveva smesso di credersi dio, e, obbiettivamente, non riteneva di essere l’unica persona intelligente al mondo, pensò che doveva esserci qualche tipo di logica che gli sfuggiva.
Se tante persone proponevano quel tipo di cose, e ancor di più le seguivano, doveva essere lui l’imbecille a non capire.
A metà della seconda sigaretta decise che non gliene fregava niente sapere da che parte stava la pazzia, il problema era che ci stava.
Non c’era logica nelle cose e quando c’era era distorta.
Avrebbe voluto far l’amore fino all’ultimo orgasmo ma stappò solo una birra.
Infine pensò che era giunto il momento di mettere un po’ d’ordine in casa.
Cominciò col togliere tutti gli specchi dalle pareti e li sistemò nel ripostiglio accanto alle vecchie foto, non gli andava d’incontrarsi senza prima darsi un appuntamento.
Dopo staccò il telefono e lo poggiò sulla televisione, e a questa tolse la spina.
I suoi familiari e gli amici erano risentiti con lui per queste sue sparizioni.
Lui si dispiaceva, poi ci ripensava e allora non si dispiaceva più, la dannazione non si può spiegare, si può capire oppure no. Già la vita era pesante, ora senza neanche più la salute per reggerla, correva il rischio di rimanerci schiacciato.
Al diavolo tutti!
Alla sua pellaccia si era affezionato, nonostante tutto.
Lui, una birra e il soffitto, così aspettò la notte.
Quando il buio gli diede l’ok, indossò il cappotto e il cappello di fronte a uno specchio che non c’era più e uscì, dovette uscire. Stava per finire le sigarette, sarebbe stato davvero troppo!
Quando si rompe qualcosa, accade all’improvviso, ci avrà messo del tempo a logorarsi, ci saranno stati dei motivi, delle cause, ma il momento in cui si rompe è uno, unico, solo e senza appello.
E lui non voleva arrivare a quel momento per una sigaretta. Sapeva che anche lo stato di rifiuto in cui s’era infilato poteva avvicinarlo al momento, ma non vedeva motivi più convincenti nell’alternativa.
Uscì dalla tabaccheria ed entrò in macchina, mise le sigarette sul cruscotto, mise una cassetta di Eric Clapton, mise la prima e partì.
Al primo blues ci fu un cambio d’umore non male. Si riempì il calice, (una birra senza bicchiere in macchina) e s’augurò buon natale.
Accese una sigaretta tra un assolo di chitarra e l’inferno e dedicò quel brindisi alla sua donna.
La invidiava!
Amava l’amore di quella donna, lei si stancava della stanchezza di lui, rideva dell’allegria di lui, gioiva della gioia di lui, ma piangeva con le proprie lacrime.
Se esisteva l’amore lei l’aveva capito…forse, o forse lui aveva avuto un culo esagerato, senza quella donna sarebbe morto, l’aveva sempre pensato, ora lo sapeva.
Lui si muoveva nel quotidiano come un incapace, lei con il peso dell’incapacità di lui.
Poi pensò alle altre donne che aveva avuto, vide solo la sua inquietudine.
Si domandò in base a che cosa, solo alcune persone nascono maledette.
“Forse siamo solo dadi su cui gli dei si divertono a scommettere”.
Questa fu la risposta che gli venne.
C’era un posto libero nel parcheggio di un bar, fermò la macchina.
Il diavolo gli aprì la portiera e ancora una volta fu nel grande circo.
Voleva bere e c’era solo un vero bar che conosceva, ma distava un’ora di macchina e un’ora di macchina, quella sera, era troppo tardi. Lui voleva bere subito.
Diede un’occhiata al locale, a occhio e croce per ordinare una birra ci voleva un po’ di tempo, e un po’ di tempo in un posto che non gli piaceva per lui era troppo tempo. Domandò al cameriere se pagando cinque volte più del prezzo avrebbe potuto avere una birra da portare via subito.
Il cameriere lo mandò affanculo con lo sguardo, lui pensò che il ragazzo non sarebbe mai diventato padrone di un bar, e si mise la fila.
Di nuovo in macchina, di nuovo nella notte.
Chiavi inserite, birra nella sinistra, sigaretta nella destra, ripartì.
Dopo qualche chilometro a caso, trovò un bivio.
A sinistra un punto interrogativo.
A destra quello esclamativo.
La freccia sinistra lampeggiò.
Un po’ più avanti riconobbe un momento che conosceva da tempo, quei legami che nel corso degli anni diventano sempre più stretti, o meglio, ti stringono sempre di più.
Un attacco di panico di quelli minacciosi!
A lampeggiare questa volta fu la freccia destra.
Accostò e aspettò.
Un ‘aquila reale gli posò gli artigli sul cervello e si esibì in una vorticosa danza mentre serpenti nel suo stomaco danzavano al ritmo del rapace.
La paura spalancò le gambe fino a mostrargli l’abisso, un esercito di siringhe, precedute da tamburi senza suono, marciava con passo marziale nelle sue tempie arruolando volontari per l’apocalisse.
La propria faccia non smetteva di accusarlo, la resistenza, con le pezze al culo e una valigia di cartone, partì in cerca di un sogno meno da incubo.
I tamburi rullarono, e da un trapezio appeso al cielo, come un angelo dalle ali consumate, il buio cadde con l’assordante rumore del silenzio sul suo cuore.
Prese un tavor con la paura di chi scopa una donna pericolosa, con la consapevolezza di chi l’ha già fatto e ne conosce il prezzo. In passato aveva rischiato d’ impazzire per non prenderli più ma ora rischiava d’impazzire se non li avesse presi, i rischi quindi erano pari.
Due lacrime aprirono con discrezione,la strada a un torrente di perché prigioniero in quarantuno natali.
Non aveva fazzolettini per asciugarsi gli occhi, ma non c’erano semafori nei dintorni. Qualche volta avrebbe dovuto spiegare agli extracomunitari che un uomo può avere bisogno di un fazzoletto anche lontano da un semaforo, quelli sono indispensabili solo per lavare i vetri alle auto quando scatta il rosso.
Ma poi pensò che non era il caso di farlo, infine s’asciugò gli occhi con le mani.
Entrare in un negozio era l’ultima cosa che avrebbe fatto.
Anzi…perché no!
La tabaccheria sapeva di routine, dietro al banco c’era una donna anziana, acida e sulla difensiva.
Le chiese dei fazzoletti di carta, spiegando con tono cordiale che gli servivano perché aveva appena avuto un attacco di panico dovuto probabilmente a tutta una vita vissuta in equilibrio precario, a quasi trent’anni di droghe, e, anche, in parte a una cura abbastanza seria che mentre gli mandava il cervello in tilt, cercava di salvare quel terzo di fegato che gli era rimasto e, al termine della quale, avrebbe avuto trenta possibilità su cento di continuare a vivere con tutti gli acciacchi che gli sarebbero rimasti.
“Ma………”cercò d’intervenire la signora, trasformando l’astio dei suoi occhi in odio, quell’odio che ti torna comodo quando non capisci e non t’interessa farlo.
“Capisco” la interruppe, “adesso lei, essendo una persona sensibile, altruista e disponibile come tutti, sarà certamente addolorata per me e starà chiedendosi come darmi una mano.
Ma, vede signora, come faccio a spiegarle il perché di certe cose che ho fatto, quelle stesse cose che mi hanno portato nel suo negozio a quest’ora di questa notte di questa vita a romperle le palle?
Potrebbe capirmi se le raccontassi che una notte, per non farmi trovare ancora vivo dalla morte, o forse per sentirmi semplicemente vivo, ho percorso contromano, ubriaco perso, correndo come un pazzo e a occhi chiusi , un’intera strada del centro? O alle volte che ho dovuto pagare una puttana non per sesso ma per avere una spalla su cui piangere? O magari a tutte le volte che ho rischiato di perdere la donna che più di tutte ha saputo starmi vicino, cosa non facile glielo assicuro, per scopare qualche troia di passaggio senza divisa e perfino brutta? O a quando per provare un po’ di sollievo, mi infilavo aghi in vene che imploravano pietà? Mi capirebbe se adesso mi sparassi in bocca davanti a lei lasciandole pezzetti del mio cervello sul suo bel bancone? Mi capirebbe se le piantassi un coltello in mezzo ai suoi, tra l’altro, cadenti seni? Senz’offesa per carità!”
La vecchia cominciò a urlare come secoli di rabbia, paure e frustrazioni, impazziti all’improvviso.
“Visto? Disse lui, “sapevo che non avrebbe capito. Ma grazie lo stesso, quanto pago?”
“Due…..mila…..lire”, rispose interdetta la signora.
Lui tirò fuori dal portafogli sei banconote da mille lire e le poggiò con calma sul banco.
“Le dispiacerebbe darmi anche un pacchetto di diana per cortesia? Rosse e dure, grazie.”
Le augurò la buona sera e uscì.
Fuori dal negozio s’accorse d’aver dimenticato i fazzoletti.
Troppo tardi!
La signora discuteva animatamente al telefono con la polizia, l’argomento della conversazione era lui.
Il tavor nel frattempo aveva fatto il suo lavoro, il nulla per il momento, era stato sapientemente annullato.
La ritrovata calma lo fece decidere all’improvviso, BASTA! Non avrebbe fatto mai più uno sconto a nessuno, da quel momento in poi sarebbe andato dietro esclusivamente alla propria animaccia!
Oddio, una stupefacente Venere, magari nera, con un adorabile carattere e oltre alla sua divina bellezza, anche la chiave per accedere a tutte le altre, sarebbe potuta essere senz’altro una ragionevole eccezione.
Su certe cose era abbastanza corruttibile, anzi era corruttibile senza l’abbastanza.
Adesso per il momento allontaniamoci dal punto di vista di quest’ uomo e guardiamo la cosa da un’altra visuale, quella dei più.
Lui fare sconti agli altri???
Ma se era una vita che la società gli faceva sconti!!!
“Stronzate! Ataviche- tramandate- inculcate-stronzate!!!” Lui continuava a pensarla così.
“Che Guevara non era la società!
Eistein non era la società
Van Gogh non era la società!
Gesù Cristo non era la società!”
Si sistemò l’aureola a tipo malandrino, strizzò l’occhio a Dio, e con l’aiuto del Padre ripartì.
La birra era a metà, la velocità da crociera, il suo stato d’animo in territorio neutro, la notte aveva un culo maledettamente intrigante.
L’ora di macchina che lo divideva dal suo bar, ormai non era più troppo tardi.
Il proprietario di quel locale l’aveva conosciuto per caso, in una delle tante notti vagabonde.
Cantava Blues come un grande, ragionava come un bambino, in mezzo c’era il suo bello.
Sulla vetrina del locale c’era un cartello immaginario “vietato l’ingresso all’apparenza anche se accompagnata da dio” aveva sempre pensato che quell’uomo, un po’ barman, un po’ Bluesman, un po’ bambino (di quelli che fanno i capricci), e anche un po’ stronzo, fosse completamente pazzo.
Per dirne una, se su dieci clienti, uno solo, dietro propria insistenza, riusciva a pagare uno scontatissimo conto, il proprietario si sentiva come un ladro professionista che ha appena rubato quattro spiccioli alla verità.
Si chiamava Alfonso, ma sarebbe potuto essere una Madre Teresa di Calcutta per cavalieri “errati”.
Nel suo bar c’era sempre una birra gratis per tutti, e a casa sua non c’era mai la linea telefonica.
Pagare la bolletta per lui equivaleva a negare una birra a qualche amico senza soldi.
Anche il proprietario del locale, da parte sua, aveva sempre pensato che quel tipo apparso all’improvviso una notte nel suo bar, un po’ ubriacone, un po’ pittore, un po’ puttaniere, un po’ poeta, un po’ bambino ( di quelli che rispondono ai capricci con i capricci), e, anche lui, un po’ stronzo, fosse a sua volta completamente pazzo.
L’intesa venne subito di conseguenza.
Fermò l’auto, lesse ancora una volta l’immaginario cartello ed entrò nel bar.
Nel “suo” bar.
Come sempre, senza che avesse ordinato niente, una birra della sua marca preferita gli fu tra le mani.
Come sempre dallo stereo uscivano note di Blues.
Come sempre l’unica luce era data da qualche candela.
Come sempre si sentì leggero.
Ricordò l’interpretazione che una notte quell’uomo diede a un vecchio blues di Joe Coker.
“questo pezzo” disse “mi fa immaginare un locale buio e fumoso, sul palco il cantante canta a occhi chiusi, in sala non vola una mosca.
Tra i clienti, una sola donna, che dopo un po’, sentendosi trascurata, comincia a spogliarsi cercando di attirare l’attenzione.
Nessuno ci fa caso, a eccezione di un solo uomo, il marito.
“La smetti di far casino e mi fai ascoltare sto cazzo di pezzo?”
Questo è quello che significa rendere l’idea.
Gli piaceva quel posto perché lo faceva sentire nei dintorni della pace, arrivavi lì appendevi il tuo ruolo all’attaccapanni, e bevevi qualcosa insieme al tuo essere.
Se i locali avevano un sesso, aveva sempre creduto che quello fosse maschio.
Molto legno pochi fronzoli, necessario senza superfluo, rilassatezza in culo alle tendenze.
Fra il bancone e lo stereo c’era una vecchia poltrona da barbiere raccattata chissà dove e messa lì solo per il piacere di averla , ben presto era diventata una sedia per smaltire sbornie, ci trovavi sempre il primo ubriaco della serata che dormiva beato, poi , un po’ per stare vicino al barista, un po’ vicino allo stereo, un po’ per le birre bevute diventò il suo posto di fine serata o inizio giornata quando Alfonso dava una sistemata al locale, poi lo svegliava con un caffè che lui puntualmente rifiutava, si prendeva una birra per il viaggio e andava via.
Una notte, anzi un mattino, per tornare a casa aveva dovuto guidato per tutto il tragitto con la testa fuori dal finestrino sotto una pioggia torrenziale, sia per non addormentarsi che per non vomitare tutto l’alcool bevuto, sarebbe stato uno spreco, magari sarebbe tornato ad essere lucido, e rincasare a quell’ora con una moglie che ti aspetta, è decisamente meglio farlo da ubriachi.
Arrivò a casa bagnato fradicio ma con la sbornia intatta.
Chi approdava in quel posto, novantanove volte su cento, fuggiva da quello che tutti gli altri offrivano.
C’era una donna di Belluno sulla sessantina, arrivata lì, a Sarno, come volontaria quando ci fu la frana, e lì rimasta, sganciandosi da famiglia, città, lavoro, giorni precedenti e tanti saluti a tutti.
Poi c’era Maria, una ragazza del posto cresciuta a Torino, con due interessi nella vita davanti a tutti gli altri, il sesso molto popolato e i canti popolari.
Due doti che nel paese venivano poco apprezzate.
Il Gagà del posto era Lello, simpatia innata, nasone esagerato, capelli di diversi colori ogni sera, e la curiosità di quelli che amano assaggiare un po’ di tutto senza però mai restare incatenato a un gusto solo.
La prima volta che lui lo conobbe, dopo un po’ cominciò a girare fra i tavoli per fargli propaganda elettorale, “Lello for president”.
Era il periodo delle presidenziali in America.
Il proprietario del bar, in quell’occasione, decise che mai più gli avrebbe offerto sedici birre.
Poi c’era lo strano poeta.
Un ragazzo di un paese vicino, che in qualche posto tra alcol e cocaina aveva perduto la ragione.
Arrivava lì in silenzio, e dopo cinque o sei birre, saliva sul palco e leggeva le cose che scriveva.
In quei momenti, capitava spesso che il resto della sala, si vergognasse della propria “normalità”.
E infine c’era lui, il mitico Sabatino, sessantadue anni, l’ultimo anarchico rimasto al mondo, sempre una canna in bocca, sempre qualche protesta da organizzare, sempre una sete di giustizia per cui, paradossalmente, sempre qualche casino con la legge, un passato di carceri e manicomi in cui aveva pagato la propria fede, e una stramaledetta voglia di vivere, di fregare la vita che l’aveva sempre fregato. Ogni tanto si incatenava da solo a un albero per non essere incatenato dalla legge ma la legge non capiva mai che era una protesta, lo liberava dalle catene e gli metteva le manette. Il giorno dopo? Si incatenava a un albero.
Qualche birra dopo conobbe Gemma.
In appartenenza tutto era contro di lei, una ragazzina, bionda e in divisa da boyscouts.
Lui aveva sempre ritenuto che una bionda fosse una preghiera recitata all’inferno.
Anche lei dipingeva.
Subito dal cilindro magico di quel locale, uscirono una tela e dei colori.
Lui e la ragazza iniziarono a dipingere, il pazzo barista blues, a cantare.
Fu il primo di molti altri momenti trascorsi in quel bar, che la vita non sarebbe mai riuscita a pignorare.
All’alba raccolse i residui di poesia rimasti dalla notte, e ripartì.
Eccolo di nuovo alla guida della sua solitudine.
Forse, rosicchiare ogni cosa fino all’osso, era la causa del suo frigo sempre vuoto.
Guardò il suo destino dritto negli occhi, il destino abbassò lo sguardo.
OK!
La strada era quella di tante volte, la notte buia come sempre, lui dannato da sempre.
Bisognava decidere il da farsi.
In certi momenti bisogna per forza fare qualche cosa.
Vagliò le possibilità : droghe, alcol, sesso, suicido, mare.
Il porto aveva un’espressione particolare quella notte.
Il porto aveva un’espressione particolare ogni notte.
Il porto aveva sempre la stessa espressione, quella dei saggi.
Domandò al mare come se la passava “di merda” gli rispose, “come al solito”, aggiunse subito dopo.
“E a te come va?” Chiese a sua volta il mare, “come al solito”, rispose lui, “di merda”, aggiunse subito dopo.
Invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia.
Pensò che anche le regole contengono la propria parte di saggezza, basta abbinarle al momento che si vive.
Si sentì un filosofo disoccupato che passeggia tra le rovine di un’antica civiltà, con un biglietto della lotteria tra le mani e un bisogno di speranza fin dentro il buco del culo.
Girò la chiave della serratura e fu di nuovo a casa.
La prima mossa fu mettere un disco di Billie Holiday, della divina Billie, la seconda, indossare il pigiama.
Poi si lavò i denti e stappò una birra, sarebbe stato più logico invertire l’ordine delle cose, ma lui non ci pensò.
Dopo prese carta e penna e accese una sigaretta.
Sapere di potere telefonare ancora a qualcuno per il momento gli bastava, quello che per il momento non gli serviva era telefonare a qualcuno.
Gli servivano solo una scusa per sentirsi parte dell’umanità, una penna per vomitare e leggere ciò che avrebbe scritto per capirsi.
Quando ci riusciva, Diana diventava la sua preda, l’Olimpo , la sua casa e uno sbattito d’ali, la sua musica.
Scrisse la storia di un uomo, che danzando guancia a guancia con la solitudine, cambiava ogni sera pista di ballo ma si esibiva ogni sera nello stesso, identico ballo.
In un’ora s’alleggerì, decollò, volò intorno al paradiso e riatterrò all’inferno.
L’alba lo sorprese mentre accendeva una sigaretta.
Le diede un’occhiata e volle vederci due segni positivi: il buio era finito e c’era la possibilità che uscisse il sole.
Quasi beato, in tregua con l’inferno, s’addormentò sul giorno che nasceva.
Erano stati sempre i tempi il suo problema, non riusciva, o non voleva riuscire a vivere, facendosi dettare il tempo da un orologio.
Sognò di due braccia giovani e possenti, con tanta voglia nei muscoli, che frugavano con ansia in cerca di qualcosa.
Poi rivide le stesse braccia, invecchiate, stanche e con le mani vuote.
Si svegliò di soprassalto un poco dopo il tramonto senza poter più sapere se il sole fosse uscito.
Il problema con i tempi andava sempre peggio.
“Affanculo pure i sogni! Erano diventati solo vecchi rompicoglioni! Che andassero a crepare in qualche casa di riposo per incubi rancorosi!”
Erano le sei di sera.
Accese una sigaretta.
Alle sei e cinque minuti bevve il primo caffè della giornata.
Alle sei e sei minuti fumò la seconda sigaretta.
Avrebbe dovuto cominciare a pensarci seriamente a quel problemino con i tempi.
Era un giorno dispari, quello della terapia.
Quella dannata cura, forse, gli stava salvando il fegato, , ma, sicuramente, sballando, completamente l’equilibrio mentale, che già di per sé non è che desse precisamente l’idea della stabilità.
Ma voleva portarla a termine, non aveva mai abbandonato un film a metà, per quanto stupido avesse potuto trovarlo, ne aveva sempre voluto conoscere il finale.
E poi questo era il suo film cazzo!
Qualche chance alla morte gliel’aveva data, se non aveva saputo approfittarne, erano cazzi suoi, lui aveva deciso di non fare più sconti a nessuno.
Per cui adesso era perfettamente inutile che continuasse a strusciarsi su di lui come una gatta in calore.
Fin quando lui avrebbe fatto parte della regia il finale non sarebbe stato anticipato!
E, considerando, che signora morte era stato il miglior pompino mai provato, fu maledettamente difficile arrivare a quella decisione.
O, almeno, questo era ciò che si diceva, ma chissà se si diceva la verità, quel film era un po’ troppo drammatico anche per i suoi gusti.
Si iniettò il medicinale e trascorse le successive ventiquattro ore ad osservare tutte le sfumature che il grigio può contenere.
Fu come guardare un film in bianco e nero senza bianco e senza nero, senza immagini e senza musica, non proprio del genere brillante insomma.
Le ventiquattro ore passarono e ne cominciarono altre ventiquattro, ora si trattava di riempirle, se poi capitava di viverne qualcuna, tanto meglio.
Citofonò Annapia, come prima scena non gli parve male.
Quando incontrò per la prima volta quella ragazza, non capì immediatamente se si trattasse di una delle tante droghe del momento, quei nuovi miscugli infernali che ti spappolano il cervello tra un penso positivo e una serata in discoteca o di un cartone animato, capitato chissà come, in un mondo reale, con tutti i problemi di adattamento che una situazione del genere può portare.
Col tempo la seconda ipotesi lo convinse di più.
La vedeva come una farfalla senza un tipo di fiore preferito, lei adorava poggiarsi su tutti, forse non sapeva ancora di che nettare nutrirsi e forse era troppo giovane per saperlo.
L’unica cosa che poteva farla rientrare in qualche categoria umana, era il colore biondo dei suoi capelli, con tutti i problemi che anche questo tipo di situazione può portare.
“Agli altri naturalmente.”
Per il resto era divisa in tanti fiumi che lei avrebbe voluto indirizzare nella stessa corrente.
L’irrazionalità del progetto era spiegata dai suoi occhi, erano desiderosi di vita, il che non permette di limitare lo sguardo a qualcosa in particolare.
“Disturbo? E,” posso stare poco”, furono le prime due cose che disse.
Erano due cose che immancabilmente diceva.
Sbrigate queste due formalità, diventava decisamente naif.
Un arcobaleno, con un solo piccolissimo neo, sapere di esserlo.
Ma questo non sempre è un difetto.
Gli aveva portato dei regali, due momenti della vita di lui, interpretati da lei.
Il primo, che rappresentava il suo presente, era una campanella, il secondo, il suo futuro, la statuetta di un’anima del purgatorio.
Lei sapeva il perché di quei due oggetti ma per lui la chiave di lettura, sarebbe potuta essere qualunque.
Avrebbe potuto, tanto ringraziarla con un bacio, quanto fratturarle una costola.
Le baciò la fronte.
“ Una donna non si tocca nemmeno con un fiore”.
Infatti, nel caso, meglio farlo con le mani.
“ Da cosa nasce cosa….” diceva Totò.
Totò!!!
Il più grande dissacratore del quotidiano di tutti i tempi.
Un mito tra i suoi miti.
Per lui, Totò, rappresentava metà della poesia italiana, l’altra metà era Federico Fellini.
Due sguardi geniali sulla vita!
Il primo trascinava la realtà nel sogno, il secondo il sogno nella realtà.
Aveva sempre visto, anche loro, un po’ come cartoni animati, ecco, forse, perché gli piaceva Annapia, gli serviva un eroe positivo, nel grande fumetto di tutti i giorni.
Una sera mentre interpretavano insieme un quadro che lui aveva fatto, lei notò che sembravano due bambini che giocavano col trenino.
In effetti aveva scattato una bella foto sul loro rapporto.
Per essere una bionda, non era completamente vuota, le bionde, di solito, nascondono tanti brividi e nessun orgasmo.
Lei qualche orgasmo doveva avercelo.
Ma queste sono solamente riflessioni che lasciano il tempo che trovano, in realtà voleva bene a quella ragazza, perché voleva credere che anche lei gliene volesse, e lui dopo tanto sudiciume, aveva un disperato bisogno di pulizia e se così non fosse stato, avrebbe deciso lui quando accorgersene.
Inoltre si fidava ciecamente del proprio istinto, l’aveva sempre consigliato bene, le volte che non lo aveva consigliato male.
Quando si salutarono, si conoscevano un poco di più.
La loro era stata, sin dall’inizio, una conoscenza senza fretta.
Le amicizie sono come i fiori, ognuna ha bisogno del proprio tempo per sbocciare, ci sono quelli che vogliono più acqua, quelli che crescono meglio all’ombra, altri al sole, quelli che sbocciano solo in certi periodi dell’anno, e altri che nascono all’improvviso, come i fiori delle piante grasse.
Dipende dalla pianta, dal posto dove nascono, e le piante grasse crescono dovunque, non ti chiedono particolari cure, sono piante che badano all’essenziale, si riempiono di spine per difendersi dalle intemperie, dal sole bollente dei deserti, dal freddo gelido delle notti, ma quando partoriscono un fiore, allora ti lasciano senza fiato.
La sua piantina grassa si chiamava Valeria, un’ amicizia che era nata con naturalezza in condizioni impossibili per qualunque tipo di nascita, in una terra dove gli agenti atmosferici vengono lasciati fuori dai recinti, dove ogni forma di vita bisogna inventarsela e poi tenersela stretta, aggrapparsi a lei fino a spezzarsi le unghia, dove il sole è solo caldo rovente e la pioggia solo freddo agghiacciante, una comunità, uno dei tanti mercati dove si specula sulle vite dei tossicodipendenti.
Un posto dove gli unici fiori, se sai vedere, li trovi negli occhi spaventati e sofferenti dei ragazzi in astinenza, nei loro volti devastati che lottano per non morire, fiori bellissimi che racchiudono il loro splendore nella fragilità, nella delicatezza, nella dolcezza, nella verità del dolore, fiori indifesi come gli sguardi dei vecchi, con i loro corpi stanchi abbandonati negli ospedali e le loro vite chissà dove, fiori che se non cacceranno spine moriranno, torneranno ad essere pasto per avvoltoi ma che se resistono diventano piante grasse che non chiederanno più e che nessuno più potrà mai cogliere per il proprio piacere senza fare i conti con le loro spine, fiori che non avrebbero mai più abbellito giardini altrui, che non sarebbero mai più stati rinchiusi in vasi di sciacalli. Valeria, la piantina che aveva trovato lui, non sarebbe mai appassita nel suo cuore , lo sapeva, non sapeva perché lo sapeva ma lo sapeva.
In quel periodo non si vedevano ma non cambiava molto, lui sapeva che lei c’era, lei sapeva che lui c’era, era abbastanza e ciò che è abbastanza è più che sufficiente.
Bob Marley passò dalla copertina di un disco al suo stereo, e lui dal suo divano passò attraverso una cascata d’acqua frizzante, guardando il sole negli occhi.
Si sentì maledettamente in gamba, a saper rubare quei momenti alla vita, non appena allentava la presa.
Ma c’era una spiegazione, aveva visto tutti i films di Bogart!
Abbottonò con regale calma, il suo impeccabile impermeabile bianco, indossò con meticolosa cura il suo fedele borsalino nero, e accese la sigaretta che gli pendeva con noncuranza nell’angolo sinistro delle labbra, con il suo accendino di sempre, una zippo argentata.
Terminò il suo whiskey liscio, si strizzò l’occhio e mise in moto una vecchia cadillac bianca.
Quella notte dall’asfalto assatanato, s’alzava una nebbia più misteriosa del solito.
La macchina, con l’aspetto trasandato di chi ha visto tanti chilometri, sfrecciò con strafottenza sotto il getto d’acqua di un idrante appena distrutto da una banda di ragazzini inferociti come una fame famelica in cerca di briciole.
Ogni insegna di locale, luccicava come la cassaforte del vizio contenente l’utero dell’oblio.
Il vecchio Bogart non disdegnava qualche attimo di abbandono, senza però mai togliersi, cappello e sigaretta.
Il che, a volte, tipo in un amplesso, qualche piccolo inconveniente lo fa nascere.
Ma lui era pagato per quello, dietro ad ogni personaggio, c’è sempre qualcuno che lo dirige.
E poi lui s’era affezionato a quel ruolo.
Quella sera le rughe agli angoli della bocca erano più pronunciate del solito.
Indice di tensione.
L’ultimo caso che gli era stato affidato non gli suonava bene, c’era qualcosa di strano.
Avrebbe dovuto scoprire dove si nascondeva il burattinaio di un tipo che affermava con sicurezza, l’esistenza di qualcuno che gli manovrasse i fili.
Un casino! Pensò nello stesso istante in cui chiudeva l’accendino con il suo inconfondibile scatto.
Meglio partire da un doppio whiskey, gli avrebbe schiarito le idee.
Al piano sedeva come sempre il vecchio Sam, e il vecchio Sam, ogni volta che vedeva il vecchio Bogart, gli dedicava sempre un vecchio pezzo “ As time goes by”, e il vecchio Bogart, ogni volta pensava al vecchio aeroporto di Casablanca di un suo vecchio film, a quella maledetta scena d’addio con la sua donna.
Lasciar partire Ingrid Bergman è dura da mandar giù.
A un paio di sgabelli dal suo, con i gomiti appoggiati al bancone e la faccia tra le mani, sedeva una donna.
Era mora, bellissima e pericolosa come una notte senza luna in cima a una montagna.
I suoi capelli erano piume di corvo, la sua pelle, sabbia vulcanica, i suoi occhi panorami senza orizzonti, le cuciture dietro le sue calze, due affilatissime lame.
Ordinò un drink per la signora e l’avvicinò.
“Facciamo un gioco?” Le chiese, “se non perdo io, puoi provare a propormelo” rispose lei.
“Ok” disse Bogart, “io annuserò ogni poro della tua pelle, dopo di che , tu potrai decidere se scoparmi fino alla perdita della ragione, o piantarmi un tacco a spillo nel centro del cuore.”
“Perché no”, rispose lei, “ non ho di meglio da fare”.
Una volta spogliati, lui provvide precauzionalmente a nasconderle le scarpe.
A quel punto non rimase altro da fare se non l’amore.
Sotto le lenzuola si respirava quel primitivo profumo di libertà che solo due corpi avvinghiati in un amplesso, sanno sprigionare.
Lei sapeva di buono come tutte le cose buone del mondo spalmate sopra una cosa buona.
Si dava come una pantera in lotta, i suoi baci erano vortici sull’abisso, nel suo sguardo s’alternavano oblio e crudeltà, era una garanzia di Paradiso vestita d’inferno.
Arrivati all’Eden il miracolo terminò e si ritrovarono abbracciati, ansimanti e sudati, sotto una manciata di momenti oramai passati.
Il Paradiso è solo un attimo rubato all’inferno.
Giù in strada la prima cosa che fece fu accendersi una sigaretta, la seconda, alzarsi il bavero dell’impermeabile, la terza, telefonare al cliente che gli aveva affidato quello strano caso.
“Ascolta” gli disse,” tu sai con chi stai parlando vero?”
“Certo Bogart!” Rispose il cliente.
“Perfetto, e sai che ruolo interpreto in questo film?”
“Sicuro, un investigatore privato, è per questo che mi sono rivolto a te”
“Appunto”, disse Bogart, “ e secondo te, se io avessi potuto scegliermi i ruoli, credi che avrei fatto sempre lo stesso? Anche a me qualche volta avrebbe fatto piacere interpretare un miliardario disteso con le chiappe al sole sulla sua isola privata, circondato da meravigliose donne vestite con parei e collane di fiori, sotto un cielo amico, una luna ammiccante e il mare come compagno di giochi. Ma i registi dei miei films mi dicono che non so fare altro, per cui come pretendi che, possa io, scoprire chi è che dirige te? Probabilmente anche tu sei tagliato per un unico ruolo, posso darti solo un consiglio, il tuo ruolo fallo sempre da professionista mai per la paga! Non perdere mai il gusto di recitare, quell’unico ruolo fallo sempre al meglio, io con un solo impermeabile sono diventato Bogart, pensaci.”
“ Come sempre hai ragione”, rispose l’uomo con un nodo alla gola.
“Addio vecchio, caro Bogart è stato bello incontrarti”, lo salutò e riattaccò.
S’alzò il bavero consumato del suo antico cappotto grigio, nascose il viso sotto lo stropicciato cappello e accese una sigaretta che gli penzolava con noncuranza dall’angolo destro delle labbra.
Anche lui, come Bogart, aveva una zippo argentata.
Mise in moto la sua malandata fiat blu.
A quell’ora Piazza Municipio era deserta, a parte qualche bar ancora aperto e un esercito di innocenti bastardi figli di puttana, santi e martiri, senza dio e senza una lira, che cercavano di sopravvivere, commerciando in droghe senza pretese, avanzi di sesso invecchiato giovane e pochi altri intrighi di seconda mano.
E poi, poco distante, c’era il Maschio Angioino che beveva un drink affacciato sul porto con l’aria rilassata di chi la sa lunga.
“Ehi tu, che ti fai chiamare maschio, dammi un consiglio per conquistare la mia vita!”. Urlò.
“Aiutati che dio t’aiuta!”, rispose il castello con voce impostata.
“Mi sa che non ci sono più maschi in giro”, pensò lui.
Trovò un pallone.
Contò quarantuno palleggi, come i suoi anni, e al quarantaduesimo, con tutta la forza che riuscì a mettere nella gamba destra, scagliò il pallone al termine della notte e dedicò quel tiro a Celine.
In quel periodo stava leggendo “viaggio al termine della notte”, scoprendo il genio di quell’autore.
Confidò come sempre un suo segreto alla luna e tornò indietro.
La notte non era molto sexy quella notte.
Una sola tappa,”due birre da portare per favore”.
Mentre si spogliava accese la tv, mandavano uno spot di un telefono cellulare.
In un minuto passò cent’anni rinchiuso fra quattro pareti d’acciaio, era senza più cervello, con due cellulari al posto delle orecchie, due televisioni al posto degli occhi, due binari al posto delle gambe, dei tasti al posto delle dita, un computer al posto del cervello e una sola grossa spina nel buco del culo.
Passato il minuto si riprese.
Dopo quattro tiri da una sigaretta e un solo cerchio di fumo riuscito, gli venne voglia di dipingere, quel pensiero non fu che il preludio ad un altro ancora più affascinante.
Per dipingere avrebbe indossato il suo adorato camice!
L’aveva comprato da poco ed era il primo che aveva da quando dipingeva.
Da quel momento, la sua pittura, aveva avuto una svolta che lo intrigava ancora di più, era come se non avesse più confini né generi, spaziava dai colori, alle forme, alle immagini, agli odori, ai sapori, alla musica, allo stato d’animo, che lui, ad ogni pennellata, sentiva, vedeva, ascoltava, viveva.
Forse quel grembiule era ancora una volta il suo scudo per entrare nelle cose, il sapere di non potersi sporcare, il non fare attenzione a null’altro che alla sua mente, il poter giocare con i colori, usarli anche con le mani, sperimentare di volta in volta senza più trovarseli sulle mutande e sui genitali ad ogni pisciata, l’aveva liberato completamente dal freno castrante dei contorni.
Ritrasse se stesso con un paio di jeans, una canottiera bianca, un cappello di carta mentre pitturava un grande muro, che in realtà cancellava ad ogni pennellata, fino a far apparire la vita, nei panni di una donna bella come il proibito dai piedi fino al cervello, coperto da un punto interrogativo.
In mano aveva tre buste, quella vincente conteneva la risposta che lui cercava da sempre senza aver mai saputo la domanda.
La donna sorrideva come un magnifico esemplare di voluttà imbalsamato.
Dietro le quinte la morte accettava scommesse.
Lui aveva una sola possibilità di scelta.
Posò un attimo i pennelli, accese una sigaretta e diede un’occhiata alla tela, era bianca, candida, vergine e innocente, come una cosa che non esiste.
Guardò i pennelli, erano puliti.
“Meglio andare a dormire”, pensò.
Sognò se stesso nel letto che non riusciva a dormire mentre mille frenesie gli correvano nelle vene senza rispettare i limiti di velocità.
Due ore dopo s’accorse che non stava dormendo.
“Meglio alzarsi” pensò.
Raggiunse il telefono, a quell’ora c’era un solo amico da poter chiamare, formò il numero.
“Ciao Satana, avevo pensato di fare un salto da te per bere una cosa insieme se non hai da lavorare.”
“Vieni pure”, rispose il diavolo, “ho appena finito il giro tra i dannati, potremo stare nella pace di Dio fino a domani”.
Gli piaceva Satana, sembrava un buon diavolo, per giunta in gamba, aveva saputo sfruttare al meglio la sua dannazione.
Non è da tutti mettere su dal nulla un’azienda redditizia come la sua, anche se lui con modestia, diceva che era stato avvantaggiato dall’incapacità della concorrenza.
A casa del diavolo c’era sempre il camino acceso, una bottiglia di quello forte e un disco di blues che suonava.
Ogni vizio, ogni perdizione, ogni brivido più proibito, ogni orgasmo era disponibile in quell’inferno, ma quando loro due s’incontravano, era solo per ascoltare un po’ di musica e bere un bicchiere insieme, un modo come un altro per far sciogliere un po’ di ghiaccio dal cuore.
Al mattino entrambi dormivano beati come angioletti fra le fiamme dell’inferno.
Furono svegliati dalle urla dei dannati in astinenza da dolore, la vita cominciava a scaldare i motori.
Si trovò scaraventato ancora una volta dalla notte al giorno, non era mai riuscito a trovare la strada che divide il buio dalla luce.
Più passava il tempo, più si convinceva che doveva esserci qualcuno che si divertiva a giocare con le corde della propria anima.
Vide la vita attraversare il mattino con un pugnale nei reggicalze e i biondi capelli raccolti sotto un velo da sposa.
Troppe bionde per un uomo che impazziva per le more!
Lui divideva le donne nelle due categorie di peccati, quelli veniali erano le bionde, loro preferivano giocare, apparire, sedurre e poi magari tirarsi indietro, quelli mortali erano le more, loro non si tiravano indietro, loro ti tiravano dentro.
Perché che la donna fosse un peccato era sicuro, altrimenti non avrebbe dovuto espiare ogni rapporto avuto con loro.
Quelle scure le preferiva perché gli ricordavano crateri di vulcani, lussureggianti isole tropicali, terre del sud bruciate dal sole, gli ricordavano il sapore del mare adagiato sulle note di un tango, gli ricordavano il calore del fuoco pronto a incendiarti la vita o a bruciartela definitivamente.
Ma di qualunque colore avessero i capelli, quelle sante e demoniache creature, erano ancora una delle curiosità che gli davano energia, che lo spingevano ad andare avanti, ad arrivare alla fine del viaggio, dove, magari, chissà, avrebbe trovato qualche risposta.
Avrebbe volute conoscerle tutte le donne!
Più ne conosceva più non le capiva, più non le capiva più ne era attratto.
Certe volte, alla vista di una donna che lo colpiva particolarmente, quasi s’incazzava all’idea che probabilmente non l’avrebbe mai conosciuta e si ingelosiva per quel qualcuno che la conosceva o l’avrebbe conosciuta più di chiunque altro.
A lui, sarebbe piaciuto scoprire la marca preferita di profumo di ognuna di loro, l’odore della pelle, quello che portava in borsa, conoscere i suoi gusti, che libri leggeva, la musica che ascoltava, quanto curava le unghia, avrebbe voluto conoscere le mani, le dita, le caviglie, avrebbe voluto conoscere i suoi films preferiti, cosa la faceva ridere e cosa piangere.
Avrebbe voluto sapere se dormiva col pigiama o la camicia da notte, oppure nuda come un alito di vento nelle torride notti d’estate, avrebbe voluto vederla al mattino dentro un’ enorme felpa e un paio di calzini, avrebbe voluto vederla scapigliata prima di comporsi per il giorno.
Sapere se usava calze o collants, curiosare nei suoi cassetti e magari scoprirci un segreto da dividere.
Avrebbe voluto vedere il suo viso appena sveglio e poi allo specchio mentre se lo ispezionava prima di truccarsi, poi guardarla truccarsi per seguirne il disegno, avrebbe voluto vederla con i capelli spettinati sul cuscino e poi mentre se li asciugava dopo la doccia avvolta bagnata dentro un accappatoio, e poi guardarla pettinarsi sensuale come solo le donne sanno fare.
Avrebbe voluto vedere la sua espressione al lavoro e in vacanza, o quando era stanca , quando era allegra e poi avrebbe voluto vederle gli occhi mentre faceva l’amore.
Avrebbe voluto poggiare il capo sui seni di ognuna di loro e poi succhiarli fino a tornare bambino.
Avrebbe voluto passare le proprie mani sui loro corpi e non trovarci un solo angolo, privilegio che solo un corpo femminile possiede, scivolare morbidamente tra le loro curve. E’ questa la differenza tra un bel fisico maschile e uno femminile, il primo per quanto perfetto, è paragonabile a una bellissima macchina o qualcosa del genere, quello della donna è un’ armonioso dipinto, un nudo di Modigliani.
Avrebbe voluto scoprire se a letto si desse tutta o si risparmiasse, se era lei a prendere l’iniziativa o se la lasciava a te, quanto per lei erano importanti i baci in un amplesso.
Avrebbe voluto sapere se preferiva la doccia o il bagno, se era innamorata del proprio corpo e fino a che punto, conoscere la misura della sua vanità e le sue insicurezze.
Avrebbe voluto sapere se le piaceva il cioccolato e se dopo averla mangiato si leccava le dita e si impiaccistrava le labbra lasciandosele pulire da un bacio.
Avrebbe voluto assaggiare il suo drink preferito e sapere se i frutti di mare la facevano impazzire.
Avrebbe voluto scoprire fino a che punto era capace di impazzire, avrebbe voluto impazzirci insieme.
Avrebbe voluto vederla al mare mentre entrava in acqua e poi con il corpo bagnato asciugarsi al sole, vedere l’acqua salata brillare sulla sua pelle dorata.
Avrebbe voluto vederla su una terrazza con lo sguardo perso nel tramonto e poi all’alba con gli occhi assonnati dopo una notte di bagordi.
Quelle erano le volte in cui la moglie avrebbe voluto capirlo ma proprio non ci riusciva.
Ad un semaforo rosso cercò di ricordare se avesse qualche dovere urgente da sbrigare.
Pensò che sarebbe dovuto tornare al lavoro per non essere licenziato, andare dal dottore per sapere come se la passava il suo fegato, riparare l’auto prima che lo lasciasse a piedi, rispondere un po’ di più al telefono, pagare qualche bolletta e sperperare meno soldi.
Niente di particolarmente importante, poteva tranquillamente ignorare il tutto con un accettabile senso di colpa.
Dieci giorni dopo aver preso lo stipendio, gli unici soldi che gli erano rimasti, erano centomila lire.
Con cinquanta comprò un po’ d’erba, con trentacinque l’ultimo di Ray Charles, con dodici tre pacchetti di sigarette, con tremila lire, le cartine e un pezzo di pane.
Erano giorni ormai, che andava avanti tra giorno e notte trascinandosi dietro il bagaglio dei suoi pensieri, erano anni che girovagava senza meta, fermandosi ad ogni motel, senza mai riuscire a trovare una casa sua, era da sempre che correva dietro a qualcosa che non sapeva cos’era ma sapeva che c’era.
O che forse conosceva ma non trovava.
Probabilmente tutti i baci che aveva rubato, tutti i rischi corsi per farlo, erano nient’altro che la ricerca del bacio mai dato, del quadro mai dipinto, della poesia mai scritta, della musica mai ascoltata.
Lui avrebbe voluto baciare in bocca l’amore,
accompagnare la felicità all’altare,
far l’amore con la vita tutta la vita,
far l’amore con ogni giorno tutti i giorni,
avrebbe voluto…..
era così stanco, avrebbe voluto solo un po’ di pace.
Tirò fuori dal cervello un luccicante sax, ed intonò un vecchio classico Napoletano.
“ Si sta vocca desider’ e vas’
nun’è peccato,
ma vestimmell’ e vita stù suonno
c’a freva ce dà.
‘e si chest’ pè te nun è bbene
me sai dicer’
‘o bene che d’è?”
Il suo cuore gli fece da orchestra con la discrezione del più intimo Duke Ellington.
Avvertì un disperato bisogno di certezze, e fortunatamente ne aveva ancora qualcuna.
Decise che nel pomeriggio sarebbe andato a trovare Claudio e Cecilia.
Claudio era un suo amico da sempre, uno dei pochi porti che era riuscito a trovare nelle sue tempeste.
Si conobbero non ancora ventenni, quelle prime amicizie che quasi sfociano nelle cotte.
Ed avere vent’anni negli anni settanta, significava avere l’energia e l’adrenalina, di un fiume che rompe gli argini.
Da allora, si erano incontrati di nuovo, solo da qualche mese.
Ora avevano addosso tutte le amarezze di chi ha avuto vent’anni, più di vent’anni prima.
Ma tra di loro non era cambiata una virgola.
Il loro rapporto era un po’ la quintessenza dell’amicizia, nessun grosso discorso, si conoscevano talmente bene da non averne bisogno.
La loro amicizia era palpabile nell’aria, nei gesti, negli sguardi, nell’intesa silenziosa e immediata.
Compagni nei momenti di bisogno, compagni di sbronze, compagni per antica e perduta fede politica.
Sua moglie Cecilia l’aveva conosciuta, invece, solo da poco ma tra gli amici era quella che più di tutti aveva saputo stargli vicino nel periodo iniziale della cura, quando lui aveva la mente dispersa in mille frammenti di paura e gli occhi che abitavano in uno sguardo che non era più il suo.
Era dolce e premurosa come una madre, ma rompicoglioni come una bambina che si lamenta senza sapere bene cosa vuole, attraversava anche lei un brutto periodo, ma a se stessa non sapeva dare la forza che riusciva a dare agli altri.
Lei s’incazzava a sentirselo dire ma le donne s’incazzano sempre quando ascoltano qualcosa che non vorrebbero sentire.
Le serate a casa loro erano come una sosta per fare il pieno, quattro chiacchiere, qualche risata, qualche vizio un po’ più innocente, un po’di immancabile musica, un po’ di verità, un po’ dare, un po’avere e quella piacevole sensazione di non avere buttato un altro momento nel cesso.
A fine serata, salutando Claudio gli venne in mente Claudia.
Follia pura!!!
La conosceva da qualche anno, l’avrebbe amata per il resto degli anni.
Lei era tutto e il contrario di tutto.
Era un felino inferocito che difende con i denti le proprie paure.
Aveva un’anima grande come la più ermetica e maledetta delle poesie, e un carattere impossibile, come la più donna fra le donne.
Nei suoi occhi c’era sempre il buio più totale o la luce più luminosa, mai la mediocrità.
Con lei anche un semplice caffè al bar poteva trasformarsi in un’avventura verso chissà dove.
La sua porta, per gli amici era sempre aperta, a qualunque ora del giorno e della notte, a dispetto di tutto e tutti.
La tua te la sfondava senza bussare!
Era quel che si dice un’emozione forte, era come dovrebbe essere un’amicizia.
Insieme avevano trascorso un’infinità di notti disperate, ma erano sempre riusciti a seppellirle sotto una risata e un chissenefrega, fino a trovare quasi sempre uno di quei momenti che si scolpiscono per sempre sul cuore della memoria.
A casa, dopo aver acceso l’interminabile sigaretta, ascoltò per la prima volta l’ultimo disco inciso dai Queen prima della morte di Freddy Mercury.
Dei Queen aveva sempre apprezzato solo il canto dell’immenso Mercury ma non li aveva mai amati particolarmente come gruppo, non li sentiva come colonna sonora del suo carattere.
Ma poi ascoltò quel disco, “Made in Heaven”, quella musica era il cielo, era un uccello, era il vento, era il volo di un aliante, era il “Beautiful day” del brano d’apertura, era il primo gemito di un neonato, era l’ultimo lamento di una vecchio.
Era la vita, eppure era la morte.
Quel disco Freddy Mercury l’aveva pensato e scritto nel suo letto di morte.
Sempre la solita, vecchia storia della morte che ti avvicina alla vita, cominciava a rompere un po’ le palle, pareva quasi che non c’era verso di apprezzare la vita senza avvicinarsi alla morte.
Siccome in casa non aveva da bere accese un’ulteriore sigaretta e brindò con quella a Freddy Mercury in qualunque posto stesse cantando.
Nello stesso istante, in ogni parte del mondo, tutti quelli che avevano conosciuto la morte da vivi, accesero una sigaretta, ma nessuno di loro avrebbe mai saputo di essere riuscito, almeno per un attimo, a sconfiggere la solitudine.
Riavutosi dall’emozione del disco pensò a quello che lui si sarebbe portato in Paradiso.
Non dovette pensarci molto: sigarette , birra, qualche poesia di Bukowski, qualche disco di blues (un pò di musica del diavolo in paradiso avrebbe spezzato la monotonia).
Chet Baker no, a lui l’avrebbe trovato sicuramente già lì, sospeso nel cielo a soffiare pace dalla sua tromba, facendo vergognare il resto degli Angeli e le loro trombe.
Poi avrebbe bussato alle porte del paradiso, proprio come diceva Bob Dylan in una vecchia canzone, avrebbe sistemato le proprie cose sulla prima nuvola libera, e subito dopo si sarebbe guardato intorno in cerca di un peccato.
Quel disco dei Queen glielo aveva portato Simone, un ragazzo di soli diciassette anni con un’espressione negli occhi che lui conosceva fin troppo bene, quell’espressione tipica di chi fatica a stare al mondo.
A volte parlando con quel ragazzo gli sembrava di parlare con se stesso.
Anche a lui piaceva scrivere, anche lui, probabilmente, sarebbe stato un solitario per tutta la vita, e in fondo all’anima sarebbe stato contento di esserlo……qualche volta….. forse……o forse no……chissà!
Dipendeva dal prezzo che avrebbe dovuto pagare e di solito il mal di vivere costa caro.
Comunque gli fece bene ascoltare quel disco.
Tornò all’incrocio di tante volte.
A sinistra il solito punto interrogativo, a destra quello esclamativo.
Si fermò.
Accese una sigaretta.
Ascoltò lo scatto metallico dell’accendino che si chiudeva.
Mise una cassetta nello stereo.
I Led Zeppelin attaccarono l’inconfondibile arpeggio di Starway to Heaven.
Aspirò con avidità il fumo e diede un’occhiata al bagaglio.
Dentro c’era un passeggero nuovo, sua figlia!
Aveva vent’anni, stavano appena iniziando a conoscersi.
Pensò con un sorriso benevolo al suo inguaribile problema con i tempi e ancora una volta a lampeggiare fu la freccia sinistra.
Si guardò un attimo alle spalle, si chiese perdono e inserì la prima.
Se esisteva il suo burattinaio l’avrebbe trovato, se non esisteva avrebbe trovato pace………forse.
Partì!
Per chi non accetta la situazione
di Duncan il dic.09, 2011, in Ispirazione, Resistenza umana

“Non hai accettato la situazione”.. dicono…
Dietro questa frase c’è un mondo. Certe frasi valgono più di mille volumi. Dicono tutte. Non ha accettato la situazione. Accettare.. accettare.. accettare. Ci sono bambini dislessici che si sono laureati, nonostante tutti avessero detto che sarebbero rimasti ritardati, e che la laurea non era alla loro portata. Ci sono bambini autistici, che adesso vivono alla grande, nonostante tutti dicessero che avrebbero vissuto tutta la vita semiaddormentati. Ci sono persone i cui difetti visivi non erano “recuperabili”, ma che adesso hanno buttato gli occhiali. Ci sono malati di Alzheimer che cominciano a riafferrare lembi di memoria. Ci sono persone in coma profondo, che si sono risvegliate dopo quindici anni, quando già per gli altri erano morti. Ci sono malati di tumore, di sclerosi multipla, di cancro, che sono guariti nonostante tutte le diagnosi contrarie, o nonostante avessero dato loro al massimo un flebile lumicino di speranza. Ci sono schizofrenici che non potevano guarire, ma sono guariti lo stesso, nonostante si dica che dalla schizofrenia non si può guarire. Ci sono oracoli ribaltati, profezie smentite, pronostici sovvertiti. Non accade sempre, ma può accadere. Fosse anche solo un caso su un milione, avrebbe comunque senso lottare. E poi, dov’è il confine? Alcuni sono esaltati e illusi? Ma chi può stabilire di sapere sempre dove corre la sottile linea che distingue la follia dal coraggio della speranza? Quella linea che separa le teste nella sabbia dagli occhi capaci di vedere più lontano, chi è capace di indicarne esattamente il tracciato? E quante volte gli illusi di oggi sono stata i vincitori di domani? E quante volte la speranza derisa ha cambiato tutti i binari, i treni, i vagoni. E’ chilometrica la lista di coloro che “non accettarono la situazione”. Ad alcuni di essi oggi accendiamo candele in quel territorio della mente e del cuore dove vivono le stagioni di gloria e onore, e su di loro scriviamo canzoni, e leggiamo libri. Ma un tempo furono presi a pietrate. E si racconta che Demostene era un gracile ragazzino, e la voce usciva flebile, ma divenne uno dei più grandi oratori di tutti i tempi. Forse la sua fortuna è stato non incontrare mai qualcuno che gli dicesse che doveva “accettare la situazione”. O qualcuno lo avrà trovato anche lui, ma decise lo stesso di non accettarla. “Sì, ma se poi non serve a niente? Se ci si prova e non si ottiene niente?” Ma la vittoria non è tutto, anche solo il fatto di averci provato accende qualcosa in noi. Quel bambino resterà autistico, magari, ma la madre e il padre avranno provato vertici di tenerezza, cura e dedizione, e una traccia di bene e bellezza l’avranno lasciata comunque, in loro e in lui.
“Ma non è possibile!”, continuano a dire “non è possibile, sono vaneggiamenti, la situazione ha dei limiti oggettivi. Ma.. la realtà è così grande per potere dire che tutto è stabilito. Ci sono poteri che voi non conosceste. I persiani persero a Maratona, chi ci avrebbe scommesso? Ci sono forze che smuovono montagne. E se hai questa spinta fortissima nel cuore, allora tenta, provaci. Avrai in cambio solo occhi perplessi, parole di compatimento e derisione, ma tu continua. Alcuni giorni sarai solo, alcuni giorni vedrai solo nebbia, alcuni giorni avrai le ginocchia sbucciate, alcuni giorni ti sembrerà di essere davanti al muro bianco, alcuni giorni saranno violenti come una tagliola. Ma tu.. continua..
La luce più bella.. di Alina Dumitriu
di Duncan il nov.06, 2011, in Poesia

Ecco un’altra poesia della nostra Alina Dumitriu.
Questa poesia, per motivi che ora non dirò, ha un senso enorme per me. Questa poesia è un mondo, una galassia.
—————————————————
Tu riuscirai ad arrivare
là dove sognavi da piccolo
continuando a sperare
continuando a tingerti di blu
camminando a passo col pesce
e a braccetto con la tua storia
E finché sarai nel utero della tua creazione
potrai anche rallentare i tuoi affanni
lasciando pulsare il tuo impavido cuore
finché diventerai vecchio
in un mondo di vecchi.
Ma tu continua -continua a camminare
mettici l’impronta dei tuoi piedi
in ogni stagione calda o fredda che sià
I tuoi capelli gli vedrai sbiancare
e il tempo ti sembrerà un mare in tempesta
l’ultima materia grigia
pronta ad inghiottire
quella piccola scia di speranza
Ma non è così .. Non succederà
continuerai i tuoi affanni
tra i fanghi del tempo
accompagnato dal ultima fantasma
incuneata nella tua mente
E sentirai come ti possono portare a gala
le bestie addomesticare ….
ed esisterai oltre ai tuoi crampi
oltre al ventre
oltre al silenzio sbattuto in faccia dalla vita
Eccoti una grande vita
la tua- è una grande vita
che ti fa riconoscere
le radici del divino
mentre ti siedi davanti alla pellicola
ripassandoti lentamente
le dita tra la nebbia dei capelli
e domandandoti del perché
vecchi come te
arrivati alle porte della cenere
hanno affondato i loro piedi
inzuppandoli nel fango del tempo
macchiando di sangue
impronte di talloni bambini
E ancora loro ti confermeranno
gli affanni stanchissimi
dei loro compagni devoti
in nessun filo di intermittenza
che ti porga una Fine
perché Non esiste una fine
non per te vecchio e bambino
- dipinto di blu
boreale è l’incenso della tua luce
colona sonora della forza
l’arresto della stirpe dei sogni…
l’essenza di un sorso del cielo a bermuda
lo scettro a splendore di chi ti ha arruolato
in questo avanzo di vita senza sosta.
Adesso è ora
adesso incoroni la tua gloria
vecchio bambino di un degno impasto
sogno prematuro
lievitato nel utero del mondo
Ecco la spada -afferra l’aggancio
la luce più bella è tua
Arcangelo ….
A.D
Thomas Sankara- un Uomo
di Duncan il nov.06, 2011, in Ispirazione, Resistenza umana, politica

Qualcuno ne ha mai sentito parlare. Come pietre sdrucciolevoli il mondo si sparpaglia in milioni di storie, incuneate appena come scheggia o frase su un muro, a volte dimenticate del tutto.
Milioni di pagine non possono essere lette, e non conosceremo mai tutti i volti, tutti i volti che hanno rivolto al sole la faccia bella delle nuvole, il cuore segreto della luna.
Thoma Sankara uno sperduto presidente di uno sperduto paese africano, Burkina Faso, “Paese degli uomini integri”.
Una noticina su qualche giornale, a suo tempo,
Uno dei nomi aggrovigliati nella tormentata storia dell’Africa.
Qualcuno che ha camminato in piedi, in un mondo dove tutti strisciano.
La storia dell’Africa è stata per decenni una storia di complicità. Non solo di colonialismo rapace e dominazione occidentale. Ma di comlplicità tra questo colonialimo/questa dominazione.. e corrotte, irresponsabili e demagogiche elité politico-militari africane che fecereo dei loro innumerevoli stati una spelonca di porci. I leader africani furono complici a pari diritto dei manovratori occidentali e delle multinazionali. Ingrassarono i loro conti in svizzera, alimentarono le loro 10000 amanti, fomentarono guerre folli e tribali, che ridussero alla disperazione intere collettività e si prostituirono ai grandi interessi occidentali.
Lo fecero quasi tutti.
Thomas Sankara fu uno dei pochi che camminò in piedi..
Integrità. Paola d’ordine, ieri, ora, e sempre.
Una sua frase..
“Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”
Parole non solo razionali, e logiche, ma DEGNE, per l’onestà che portano dentro.
Visse umilmente Sankara, mentre i suoi contraltari degli altri stati africani soffocavano in un lusso osceno.
E poi.. vedeva chiaro..
Capiva che i modelli e le “soluzioni” raramente vengono “gratuitamente”. E se ti porgono una mano, con l’altra preparono le catene… disse..
“Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le
spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di
venderci per anni”.
Non mi sembra così inattuale una affermazione del genere no?
E ce ne è un’altra che mi sembra ancora meno inattuale..
“Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo
pagarlo.
Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata
con perizia.
Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo
sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne
altrettanto certi”.
Non vi fa venire in mente qualcosa? Non vi richiama qualcosa?.. parole come.. deb.. i.. to…?…:-)
Vi lascio a un bellissimo testo su di lui….
Salutamos
—————————————————————————–
“L’Africa agli africani!”,
urlava a un mondo sordo *Thomas Sankara *alla metà degli anni Ottanta.
La guerra fredda era agli sgoccioli, le speranze sorte dopo l’affrancamento dal dominio coloniale – il 1960 era stato dipinto come l’anno dell’Africa tra proclami e belle parole – erano state ormai strozzate da decenni di sfruttamento economico, disarticolazione sociale e inerzia politica. Le multinazionali invadevano le ricche terre d’Africa, mentre gli Stati del Nord del mondo imponevano condizioni commerciali che impedivano lo sviluppo dei Paesi africani, schiacciati tra debito estero e calamità naturali.
Il 4 agosto 1983, in Alto Volta, iniziava l’esperienza rivoluzionaria di Thomas Sankara, capitano dell’esercito voltaico giunto al potere con un colpo di stato incruento e senza spargimento di sangue. Il Paese, ex colonia francese, abbandonò subito il nome coloniale e divenne *Burkina Faso*, che in due lingue locali, il *moré* e il *dioula*, significa “*Paese degli uomini integri*”.
Ed è dall’integrità morale che Sankara partì per tagliare i ponti con un triste passato e con deprimente presente. Pochi dati illustrano quanto grave fosse la situazione: tasso di mortalità infantile del 187 per mille (ogni cinque bambini nati, uno non arrivava a compiere un anno), tasso di alfabetizzazione al 2%, speranza di vita di soli 44 anni, un medico ogni 50.000 abitanti.
“Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”*, era solito ripetere Sankara, che visse un’infanzia di miseria (“Quante volte i miei fratelli e io abbiamo cercato qualcosa da mangiare nelle pattumiere dell’Hotel Indépendance”) e povero, come gli altri burkinabè, è sempre rimasto.
Le auto blu destinate agli alti funzionari statali, dotate di ogni * comfort, vennero sostituite con utilitarie, ai lavori pubblici erano tenuti a partecipare anche i ministri.
Sankara stesso viveva in una casa di Ouagadougou, la capitale del Paese, che per nulla si differenziava dalle altre; nella sua* dichiarazione dei redditi* del 1987 i beni da lui posseduti risultavano essere una vecchia Renault 5, libri, una moto, quattro biciclette, due chitarre, mobili e un bilocale con il mutuo ancora da pagare.
“È inammissibile”, sosteneva, “che ci siano uomini proprietari di quindici ville, quando a cinque chilometri da Ouagadougou la gente non ha i soldi nemmeno per una confezione di nivachina contro la malaria”*.
Negli stessi anni i suoi omologhi si trinceravano in lussuose ville o agli ultimi piani dei migliori hotel, lontani anni luce dai bisogni quotidiani della popolazione. Per esempio il presidente della Costa d’Avorio, Felix HouphouëtBoigny, aveva fatto costruire in pieno deserto una pista di pattinaggio su ghiaccio per i propri figli. Quando alcuni capi di Stato si offrirono per donare a Sankara un aereo presidenziale, la risposta fu che era meglio fare arrivare in Burkina Faso macchinari agricoli.
E la terra burkinabè non è mai stata particolarmente fertile, inaridita dall’Harmattan, il vento secco proveniente dal deserto del Sahara che lambisce i confini settentrionali del Paese.
Per ridare impulso all’economia si decise di contare sulle proprie forze, di vivere all’africana, senza farsi abbagliare dalle imposizioni culturali provenienti dall’Europa:
“Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per anni”.
“Consumiamo burkinabè”, si leggeva sui muri di Ouagadougou, mentre per favorire l’industria tessile nazionale i ministri erano tenuti a vestire il *faso dan fani*, l’abito di cotone tradizionale, proprio come Gandhi aveva fatto in India con il *khadi*
Le magre risorse vennero impiegate per mandare a scuola i bambini e le bambine – nel 1983 la frequenza scolastica era attorno al 15%– e per fornire *cure mediche ai malati*, organizzando campagne di alfabetizzazione e di vaccinazione capillare contro le infermità più diffuse come la febbre gialla, il colera e il morbillo.
L’obiettivo era di fornire 10 litri di acqua e due pasti al giorno a ogni burkinabè, impedendo che *l’acqua* finisse nelle avide mani delle multinazionali francesi o statunitensi e cercando finanziamenti che fossero funzionali allo sviluppo idrogeologico del Paese, non al profitto di pochi uomini d’affari.
Il Burkina Faso divenne un esempio per le altre nazioni, governate da élite corrotte e supine ai dettami provenienti dagli istituti economici internazionali.
Se un piccolo Paese, condannato anche dalla geografia (il deserto avanzava verso sud di sette chilometri all’anno mangiandosi campi coltivati; esiste un solo corso fluviale e non c’è alcuno sbocco sul mare) riusciva a levare il proprio grido di dolore e di insofferenza e a dimostrare che i problemi che affliggevano l’Africa si potevano risolvere, cosa avrebbero potuto fare Paesi con immense risorse naturali?
Il 15 ottobre 1987 Sankara, che a dicembre avrebbe compiuto *38 anni*, veniva ucciso: troppo scomodo, troppo generoso, troppo attento alle esigenze della povera gente.
Quando i giovani africani cominciarono a chiedere ai propri governanti di seguire l’esempio di Sankara, il complotto prese forma e coinvolse chi, in Burkina Faso, in Africa e in Europa, non poteva tollerare la sua indisciplina e la sua semplicità.
In quattro anni Sankara aveva invitato i Paesi africani a non pagare il debito estero per concentrare gli sforzi su una politica economica che colmasse il ritardo imposto da decenni di dominazione coloniale. Dominazione che era anche culturale:
“Per l’imperialismo”, affermava, “è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.
Ecco così spiegato l’impulso dato al *Festival Panafricaine du Cinéma de Ouagadougou* (Fespaco), la più importante rassegna continentale, con il fine di sviluppare la cinematografia locale a scapito di quella europea, uno dei tanti strumenti per legittimare la superiorità dei “bianchi” e l’inferiorità degli Africani.
Nel 1986, durante i lavori della 25esima sessione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) tenutasi a Addis Abeba, Sankara espresse in modo molto semplice perché il pagamento del debito doveva essere rifiutato:
“Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo. […] Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata con perizia. […] Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi”.
Sempre a Addis Abeba, Sankara invocò il *disarmo*, proponendo ai Paesi africani di smettere di acquistare armi e di dissanguarsi in dispute fomentate dall’estero per protrarre l’arretratezza e la dipendenza del continente.
L’invito era di adottare misure a favore dell’occupazione, della tutela ambientale, della pace tra i popoli, della salute.
A New York, qualche mese prima, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Sankara aveva tuonato contro l’ipocrisia di chi fornisce aiuti ai Paesi in via di sviluppo (mentre per altre vie si inviano armi) e contro l’egoismo di chi, per esempio, si rifiuta di investire nella ricerca contro la malaria – che in Africa provoca ogni anno milioni di morti – solo perché è unamalattia che non riguarda i Paesi del nord del mondo.
“Ci sentiamo una persona sola con il malato che ansiosamente scruta l’orizzonte di una scienza monopolizzata dai mercanti di armi. […] Quanto l’umanità spreca in spese per gli armamenti a scapito della pace!”.
Sankara espresse la convinzione che per eliminare i lasciti coloniali fosse indispensabile avviare un processo di *unione di tutti gli Stati* (dal Maghreb al Capo di Buona Speranza) del continente, che doveva diventare un’entità politica coesa e rispettata sul piano internazionale:
“Mentre moriamo di fame e nel nostro Paese ci sono migliaia di disoccupati, altrove non si riescono a sfruttare le risorse della terra permancanza di manodopera. Se ci fosse maggiore cooperazione, potremmo arrivare all’autosufficienza alimentare e non dovremmo più dipendere dagli aiuti internazionali”.
Primo passo era la fine dell’*apartheid* in Sudafrica, dove la minoranza “bianca” godeva in realtà del sostegno economico dei Paesi occidentali. Sankara ebbe parole di rimprovero per tutti, a partire da François Mitterrand:
“Che senso ha organizzare marce contro l’apartheid, mentre si producono e si vendono armi al Sudafrica?”.
Forse non è un caso che Sankara venne ucciso quattro giorni dopo che a Ouagadougou si era tenuta una Conferenza panafricana contro l’*apartheid*.
Il “Président du Faso”, come viene ancora oggi ricordato dai burkinabè, si è sacrificato dimostrando che è possibile rispondere, all’africana, ai problemi dell’Africa, con chiarezza e talvolta ingenuità, come quando chiese che “almeno l’1% delle somme colossali destinate alla ricerca spaziale sia destinato a progetti per salvare la vita umana”.
Dinanzi alle Nazioni Unite Sankara liberò davanti al mondo intero, ponderando con attenzione ogni singola parola, il grido di dolore di miliardi di esseri umani che soffrono sotto un sistema crudele e ingiusto:
“Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel”.
—————————–
Tratto da
Carlo Batà
*L’ Africa di Thomas Sankara*

Parole sfuggite di mano.. di Ciro Campajola
di Duncan il nov.06, 2011, in Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana

Abbiamo già pubblicato altre grandiose poesie di Ciro Campajola, oltre che parlare del suo libro (vai al link.. http://www.bornagain.it/wp/2011/08/03/ciro-campajola-il-libro/). Questa che pubblico oggi è un altro dei suoi vertici. Ne approfitto per informarvi che il 13 novembre Ciro terrà una presentazione del suo libro presso la libreria Ubik di Catanzaro Lido (per ulteriori informazioni vai al link facebook.. http://www.facebook.com/profile.php?id=1459098408&ref=tn_tinyman#!/event.php?eid=253378158048298).
Vi lascio a quest’altra grande creazione di Ciro Campajola.
——————
Stai qui
adesso
sul tuo divano
il tuo disco suona
la tua sigaretta è accesa
un bel po’ di passi sul groppone
ed è proprio questo
l’unico abito che ti calza a pennello
quello che ti sta intorno
quello che vedi
ascolti
fumi
odori
quello di cui sei impregnato
quello che emani
che ti piaccia o no
che piaccia o no
quello che sei riuscito a conservare
è così che va
un bagaglio continuamente disfatto
milioni di indirizzi lontano da come sei nato
ognuno di noi nel momento in corso
con milioni di momenti alle spalle
milioni di bagagli
diversi per ognuno di noi
con spalle diverse per ognuno di noi
diverse le circostanze
i motivi
le strade
gli incontri
le combinazioni
le scommesse
quelle vinte
quelle perse
quelle tentate e poi bestemmiate
quelle non puntate e poi rimpiante
quello
che di volta in volta
ti ha portato al momento in corso
dove a decidere per te
sono i momenti trascorsi
vissuti
decisi dalla tua guida
quello che sei riuscito a conservare
quando non serve più starci a pensare
ormai sei quello che sei
e non puoi farne a meno
il caso non è più solo casuale
ora dipende anche da quello che sei
il momento in cui
qualunque momento diventa il tuo momento
la tua seconda pelle
e tu stesso diventi
nel bene o nel male
quello che sei riuscito a conservare
non tutti raggiungono questo momento
io ho conservato la mia musica
e tutte le volte che ci ho fatto sesso
tutte le alcove
ho conservato le mie letture
le pagine corse a cento all’ora
cercate
divorate
digerite
setacciate come un cercatore d’oro
rimasticate lentamente
assaporate con la pelle
assorbite
e poi custodite nel giro del sangue
per correrle ancora
le parole scritte a modo mio
le tele dipinte di colori miei
è in questi momenti che mi sento a casa
su fogli imbrattati
di sfumature o di parole
ma con la mia grafia
non con la loro pagella
è questo che sono riuscito a conservare
quello che testardamente
furiosamente
ho voluto
e saputo conservare
è qui che con la sigaretta accesa
causa del MIO male
con la MIA musica in sottofondo
che stasera ancora scrivo
con parole sempre più MIE
parole ben mal-educate
addestrate
sdegnate
distaccate
qui
nel mio momento in corso
in mezzo alla “realtà”
alle due realtà
quella che sta oltre la mia finestra
e quella che dovrebbe essere in realtà
quella che pensavi che fosse
un po’ per come te la raccontano
una sorta di realtà “didattica”
non reale
e molto perché
quando vieni al mondo
avverti a pelle come dovrebbe essere
avverti naturale il bisogno di giocare
di ridere
di piangere
gridare
amare
fare sesso
e poi farlo ancora
e poi ancora
ancora
e gioire
sentire piacere
e
sentirti piacere
trovi naturale il bisogno
qualunque bisogno
di ripararti dal caldo come dal freddo
di poter contare su tutti gli altri
non vedi un solo motivo per non farlo
non immagini
che per fare questo
dovrai fare i conti con il reale che la realtà ti offre
sarà il primo paradosso che incontri
ma non potrai riconoscerlo
poi man mano
cambi sempre più indirizzi
fai il primo bagaglio
e nel prossimo
tu ancora non lo sai
qualcosa non c’entrerà
e dovrai scartare
pensare
decidere
e già allora sceglierai
quello che sei riuscito a conservare
per la prima volta vedrai in faccia quel ragazzino
quel negretto africano
quello con il torace divorato dalla fame
la pancia gonfia di solo aria
e ti chiedi perché lui sia così diverso dagli altri bambini
così diverso da te
e non ti spieghi
come cazzo faccia a tenersi quelle mosche in faccia
non ti spieghi la sua passività
e se chiedi in giro ti diranno
che “questa è la realtà”
e tu sei ancora piccolo per capire
anche tu sei un bambino
non vedi una folla che lo aiuti
come in realtà dovrebbe accadere
o credevi dovesse accadere
vedi gente che succhia anche le ossa di quel bambino
nella realtà vedi chiaramente L’IRREALE
per la prima volta vedrai un’altra realtà
per la prima volta diffiderai della realtà
dovrai farlo tante altre volte
se vorrai salvarti il culo
per poi arrivare
forse
al tuo momento
quello che sei riuscito a conservare
poi
a quel bambino
e alla tua vista
si aggiungerà la bimba nuda
terrorizzata
coperta con solo un cappello di paglia
che tiene stretto con la mano
come un disperato scudo
quella bimba vietnamita che corre sotto le bombe
quella bimba
che ancora oggi fugge e piange nella sua foto
esausta
sotto le bombe di altre terre
e dovrà apparirti il pinguino in tv
e pugnalarti lo sguardo
dovrai vederlo sporco
soffocato di petrolio
senza più luce nelle piume
opaco
offeso
indignato
moribondo
mentre un manichino senza espressione
dice qualcosa che nemmeno ascolta
e non potrai cambiare canale
poi una notte incontrerai una ragazza
anche lei nuda
e anche lei
lontana milioni di indirizzi da come è nata
la vedrai gelare al freddo
sotto una luna al neon
in un’indifferenza di ghiaccio
e non vedrai nessuno che la copre
solo vermi che le girano intorno
e una canna di pistola dietro la schiena
e quello che vedi è REALE
ma in realtà dovrebbero aprirsi cento porte
cento coperte dovrebbero avvolgere
accogliere
riscaldare quella ragazza
proteggerla da quella pistola
e non dovrebbero esserci vermi oltre la pistola
in realtà quella ragazza viene stuprata due volte
in una sola volta che si ripete ogni volta
l’ ho incontrata quella ragazza
e ho incontrato le sue sorelle
mi hanno raccolto per strada
e rimesso in piedi
mentre la realtà mi passava addosso indifferente
loro mi hanno accolto nel loro momento
in quel che avevano potuto conservare
erano tutte puttane
e nessuna di loro aveva scelto di esserlo
e nessuna di loro era “facile”
non c’erano donnine allegre tra le puttane
erano semplici donne
ed erano tutte tristi
splendide vergini sacrificali
lacrime silenziose sul volto dell’indecenza
pianto senza peccato
immacolate
e immolate
sul rogo del peccato di qualcun altro
e capisci sempre di più
che la realtà devi costruirtela tu
sceglierti i pezzi buoni
e dovrai farti un culo così per riuscire a farlo
e non è detto che ci riuscirai
dovrai decifrare lo sporco e il pulito
vestirti di entrambi
vivere quello che sembra e quello che è
dovrai avvicinare il tuo naso
rischiare la puzza
sfidare l’infezione
ora sai che non è come te la raccontano
né come la pensavi
non ti fiderai più dell’evidenza del bianco e del nero
dovrai toccarli con mano
dovrai attraversarli
che sia bianco o che sia nero
dovrai arrivare al cuore del colore
vivere del suo battito
assaggiarlo sulla punta della lingua
sporcarti la pelle
e dopo guardarti allo specchio
solo così potrai vedere la verità
la tua verità
riflessa sulla tua pelle
lei non mente
mai
dovrai saper scegliere la dose e il colore
il giusto bianco e quello nero
dovrai saperli miscelare
adeguarli al momento
la gradazione buona oggi
potrebbe non coprire domani
dovrai ribaltare il concetto di coerenza
coniugarlo con l’incoerenza
è lei il cammino
è lei che offre un domani
magari migliore
la coerenza è solo muschio che si forma
un alibi per invecchiare senza rischio di vivere
capirai questo
e in una volta sola
non ascolterai più milioni di persone
né miliardi di parole a memoria
e Il solito “tossico” che dorme drogato e beato
ti sembrerà meno beato e più malato
meno tossico e più ragazzo
sarà molto meno sfacciato ai tuoi occhi
molto più doloroso da vedere
e magari ti verrà di capire
prima non ci avevi mai pensato
avevi già domande e risposte sull’argomento
quelle che ti avevano raccontato
quelle che mai avresti pensato di farti
o potrebbe capitare di avvicinarti troppo
di farti risucchiare dall’infezione
e allora
se avrai i tuoi colori
le tue pagine
quelle corse e quelle scritte
quello che sei riuscito a conservare
avrai più possibilità di venirne fuori
magari più forte
o perlomeno meno debole
rafforzato di fragilità
se di tuo non avrai conservato niente
se dovrai affidarti alla “realtà”
la realtà ti seppellirà
senza il fondo irreale di quella realtà
non avresti mai visto quest’aspetto della realtà
la realtà cannibale
e allora tante cose ti sfuggono di mano
come queste parole adesso
che non accennano a fermarsi
che non riesco a trattenere
come gocce diventate torrente
come un torrente straripato
e tante mani si allontaneranno
senza giudizio non sapranno come tenerti a bada
senza motivo non potranno più etichettarti
catalogarti
ingabbiarti
e tu hai tolto motivo al loro giudizio
e se chiederai una mano
ti daranno leggi
parole
cavilli
giustificazioni
alibi
tutto tranne che una mano
e se il giorno ti impedisce di dormire
ti daranno sonniferi per la notte
per addormentarti di giorno
e se urlerai il giusto
cambieranno la giustizia
e dovrai rimboccarti le maniche
aggrapparti ad altre mani
al palmo nero del mendicante
che ti raccontavano sporco
e ti accorgerai che era solo nero di strada
non era sporco
sporche sono i milioni di mani lavate
che sarai costretto a stringere ogni fottuto giorno
e qualche notte
ti ritroverai a cercarlo quel barbone
come una boccata d’ossigeno
come la cosa più reale che tu abbia mai visto
resterai a guardarlo il tempo di una birra
e ti racconterà secoli di vita senza accorgersi di te
e tu senza accorgertene
ti ritroverai nei tuoi vecchi vicoli
quasi a cercare un ritorno a casa
e non ti farai più tante domande
e se per mangiare dovrai rubare
rubare non sarà da condannare
sarà il reale
ti ricorderai che “questa è la realtà”
e allora te ne fotterai della realtà
e se per avere una mano bianca
dovrai tornare al mercato nero
lo farai
senza timori e senza rimorsi
vuoi rimanere sveglio di giorno
e non ti farai fregare
cerchi solo il giusto per te
quello che sei riuscito a conservare
quello che ti serve per continuare a farlo
ora sai distinguere il bianco dal nero.
Ciro Campajola
Paolo Scarfone, creazione della carta e “lento processo e materia”
di Duncan il nov.06, 2011, in Bellezza, Ispirazione, Simbolo

Lui e le sue visioni.
Lui è le sue visioni.
Si tratta di Paolo Scarfone, che per la cronaca familiare è mio cugino. Ma questo non c’entra niente.
Io dò peso alle cose solo per la loro profonda realtà dinamica ed esistenziale, non per i legami di sangue o di parentela, o per la pura amicizia. Posso sentirmi legato a un parente, e volere bene a un amico.
Ma il Valore si apprezza solo se.. riscontri il Valore.
Se lo proclami pure in colui che non ce l’ha solo in virtà del vostro legame parentale o amichevole, stai tradendo la sua fiducia in te e prostituendo la parola.
Quindi io dedico questa nota a Paolo Scarfone.. e vi parlo della innovativa mostra che sta ponen do in essere perchè credo nel Valore Artistico che lui porta con sé e nell’innovatività e potenza material-comunicativa di questa mostra.
Potrei stare ore a parlare di Paolo. Non lo farò. Trasmetterebbe una idea di sovrabbondanza, che neanche lui gradirebbe in questo momento di esplorazione dell’esistenza,e di ricerca dell’essenzialità. E poi metterebbe in secondo piano la mostra collettiva che, insieme ad altri tre suoi amici, sta tenendo a Firenze. e che si terrà fino al sette.
Intanto vi mostro il suo Blog. Lo vedrete anche. Lui è il ragazzo rasato, con vaga barbetta, occhiali, e camicia rossa.
Ha poco più di venti anni, ma credo che sia uno dei più vivaci , appassionati e orignali talanti emersi in questo decennio.
Voi vedrete “solo” la carta.. e il suo modo di trattarla.. e comporla..
E quel “solo” già contiene mondi. Ma Paolo viene da un percorso, che lo ha portato a sprimentare ampiamente disegno, pittura e scultura… la lavorazione della carta e ilc reare tramite essa è un approdo di un percorso che ha avuto dei precedenti e che avrà delle continuazioni..
Perchè cosa mi piace da morire in questa mostra che l’epifenomeno di un progetto e di una pratica sottostante.
La CREAZIONE della carta.
Paolo e i suoi “alleati”.. creano la carta.
Si sono impadroniti delle tecniche per generare direttaemnte loro la carta, partendo dal materiale originario, dalla fonte naturale.
E la creano in tante gradazioni e forme differenti. Infinite variabili, dove la fantasia e la passione… arrivano a interagire col supporto stesso. Solitamente si immagina l’artista che agisce su materiali già dati. Loro creano lo stesso materiale.. e la carta che crei tu ti dà un’emozione che credo sia difficile da descrivere.
Senti ancora di più tua l’opera… magari disegni su quella carta.. o la rinnovi di senso componendola in collage e mosaici imprevidibili o in rinnovate narrazioni… e la storia e la materia si fondono.
Io ricordo la prima volta ch Paolo mi parlò della carta..della sua creazione. Lo vedevo con gli occhi appassionati a descrivermi tutto il processo di lavorazione… il mondo in cui il materiale ogirinario si decomponeva e si ricomponeva.. le mille combinazioni. E poi prendeva quella carta in mano e la sfiorrava con una tale delicatezza, che è propria solo dell’amante. La presi anche io quella carta è captai almeno un frammento di ciò che lui provava…
Era la “sua” carta, era l’arte che si fonde nell’artigianato, il mettere mano alla materia.. il godere con le mani.. il diventare, attraverso un atto non solo materiale, ma simbolico, artefice di se stesso.
Toccando qu ei fogli, ruvidi, aspri, colorati, soffici.. notavo con quanta cura li tenevo in mano.. e con quanta frettolosità invece uso solitamente i fogli bianchi sui quali ho scritto e scrivo. Sì.. li ho sempre trattati come pura materia..
Con Paolo ho sentito come la materia prende vita, come puoi arrivare a sentirla tua.
E ora parliamo della mostra.
Innanzitutto vi mostro il Blog… dove si parla anche di questo evento.
“Lento processo e materia” è il nome della mostra. Attualmente in corso, si concluderà il 7 novembre. Il contesto è quello della facoltà di architettura. a Valle Giulia, Roma.. nella sala Petruccioli.
Oltre a Paolo… a darle vita ci saranno Ruggero Baragliu e Maria Luna Storti.
La mostra è a cura di Emanuele Meschini.
http://scarfone-paolo.blogspot.com/
–
Per tutti i 15 giorni di durata della mostra (compresi quelli già trascorsi) ci saranno tre ore al giorno di “performance”.. ovvero la carta verrà prodtto in diretta.
E ogni giorno ci sarà una diretta in streaming… dalle 14 alle 17 sul link http://www.ustream.tv/channel/processoemateria
—
Inoltre vi saranno discussioni e incontri.
Alla fine di questo mio pezzo, inserisco una breve presentazione della mostra fatta dallo stesso Paolo.
Credo davvero sia una mostra che meriti di essere vista.
Ma questa nota è molto più di un invito..
E’ un piccolo omaggio alla passione che ancora l’arte sa creare,
alla spinta che da vita alla materia.. non più vista come aggregato inanimato..
e… un omaggio… a chi sa farsi ancora possedere dal Daimon,
Salutamos Paolo
——————————————
allora: 15 giorni di mostra, 3 ore al giorno di “performance”: per performance si intende “produzione della carta” dalla cellulosa grezza al foglio finito. produciamo gli strumenti per farla e carta che ha la dignità di esistere in quanto opera d’arte e non solo come supporto. trattiamo la carta come si può trattare la pittura e la scultura ( perchè in realtà è ambedue le cose). le nostre performance sono dalle 14:00 alle 17:30 ma la mostra è visitabile dalle 9:00 alle 20:00.(il sabato dalle 9:00 alle 13:00.
Inoltre abbiamo aperto un canale streaming del progetto, nella quale sarà possibile vederci in diretta on-line dalle 14 alle 17 sul link http://www.ustream.tv/channel/processoemateria
(al link che ti ho scritto si può accedere anche andando alla pagina iniziale di “ustream” (anche entrandoci da google) e cercare nella barra “processoemateria”)
abbiamo 3 patrocini: Museo della carta di Pescia, Istituto di cultura Giapponese in Italia e Accademia della Romania in Italia.
abbiamo 3 incontri:
il 2 novembre Nobushige Akiama (uno dei più grandi maestri giapponesi della carta in Italia) porterà il suo studio all’interno del nostro spazio espositivo e darà una dimostrazione delle sue tecniche
il 4 novembre porteremo un docente della facoltà di filosofia di Roma per fare una conferenza sul critico Artur Danto
il 7 l’accademia della Romania ci manderà uno studioso dello scrittore e filosofo franco-rumeno Emile Cioran alla quale noi dedicheremo delle opere.
ognuno di noi interpreta la carta in modo diverso, io mi definisco in uno stile “narrativo”: ALL’INTERNO delle mie carte e non sopra, inserisco degli scritti che certificano la “memoria” della carta, un peso metaforico, concettuale. l’esposizione a Valle Giulia che stiamo facendo è una sorta di “esistere al mondo” criptato dalle stesse frasi che mi danno vita: sono frasi frammentate, offuscate da grumi di carta più spessi in alcune parti del foglio, velature nere su bianco, il mio scrivere NEL foglio mentre questo è “fresco” (prima che sia pronto), rende un atto presente trasformato in passato non appena possibile sia la fruizione dell’opera. da contrapporre a queste carte pesanti di concetto, vi sono le sculture voluminose e VUOTE dentro, formate col mio corpo, sorte di calchi. in questo caso non firma l’opera chi fuori dalla scultura applica il gesso bensì chi dentro la scultura ne determina la forma, una volta asciutto il gesso mi sottraggo dalla forma che ricorda la mia presenza nel passato e non può che lasciare solo il vuoto. la mia installazione per questa mostra si chiama “D’IO: UNO E TRINO”, la scena si dispiega al centro: io che faccio carta e ai lati due sculture che portano la forma del mio corpo nell’atto creativo passato, la traduzione del titolo potrebbe essere: “di me uno, nessuno e centomila” volendo richiamare Piarandello. in mezzo a questo triangolo di “me” si estende in mio dire, la parte meno vuota di me, la parte meno data da una posa o da un volume: le carte….la loro disposizione è ossessiva, come la mente, come il pensare, come l’affollarsi involontario di parole in mente. è una scansione tra il vuoto della massa e il peso delle idee.
all’inizio abbiamo scelto di rendere lo spazio semi-vuoto e di riepirlo con le opere che creavamo in loco, così si evade dall’idea standard di museo o galleria: lo spazio espositivo è il “cantiere” di un sentire nato dall’estro e finalizzato nel lavoro, perchè fare l’artista, è un lavoro…come il falegname o il muratore, con la differenza che l’artista svela ciò che prima non si vedeva in noi….
I mondi di Barbara (Vladimir Holan)
di Duncan il ott.16, 2011, in Bellezza, Poesia

Barbara Lazzarini è la cultura che si fa mano incrociata nella mano. E’ la letteratura che non resta tra i libri, ma spezza le pagine, ed esce fuori, come lievito costante di un pensiero mai reso, di una vita mai doma.
Oggi, nell’ambito della sua rubrica, pubblichiamo il suo pezzo dedicato a Vladimir Holan.
——————————————————-
«…Per quale varco potrò mai fuggire
l’ira infinita e l’infinita disperazione?
Perché dovunque fugga è sempre l’inferno; sono io l’inferno (…) »
(John Milton, “Paradiso Perduto”, libro IV, vv. 76-78)
Ci aggiustiamo a dormire, chi più, chi meno, quando la luce lascia il posto alle tenebre. Il sonno sarà forse quel tentativo di staccare con le pressioni della coscienza. Per taluni, più o meno spesso, la vigilanza resta continua e allora l’insonnia dà concretezza a quei sogni che in genere, non senza dolore, espandono la sensazione di libertà. Quando il senso di costrizione scandisce vigile ogni attimo del giorno e la sensibilità acuisce come un faro la percezione dell’oscurità, si fa strada l’eco di voci rare, come quella di V. Holan. La sua produzione è un’alchimia di parole che sa soggiogare l’uomo, il suo tempo e il suo spazio.
COSI’ SOLO NOI
Per tutta la notte hai ascoltato il vento di marzo,
il vento che mentiva, poiché qualcosa qui non c’era
e gli mancava,
il vento che si innamorò, non amò ed era quasi…
Così solo noi amiamo il temporaneo, il fugace,
ma in perpetuo e a un segno tale che consideriamo
anche l’immortalità esilio…
Nato in Boemia nel 1905, è dapprima la storia che lo costringe. Perseguirà la solitudine come un obiettivo, ampiamente realizzato, tanto che a partire dalla fine della seconda guerra mondiale non uscirà più dalla sua casa di Kampa. Il poeta murato, questa è la più consueta definizione che si dà di lui. Aver dovuto attraversare il nazismo e poi una volta fuori da quell’orrore, perdere ogni sogno e ritrovarsi nella costrizione infinita dello stalinismo, è insostenibile per lo spirito di Holan. Dunque la condizione storica che impatta sulla sua ipersensibilità, lo rende un automurato. Il suo è un rifiuto d’ essere dove l’orrore imponeva d’espandere se stesso, per continuare ad esistere. Rifiutare ogni legame, smettere di partecipare alle regole sociali, umane, divenire qualcosa d’intaccabile che non intacchi, chiamarsi fuori, astenersi dal partecipare anche solo muovendosi in quel feroce teatro della storia.
…Sono stufo ormai della vostra sfrontatezza,
che intride ogni cosa là dove voleva racchiudere
e non riuscì ad abbracciare.
Ma sì che verrà, una catastrofe,
che non avete potuto nemmeno sognare,
perchè privi di sogni,
Dio vuole che sia ben sentito ciò che ha inventato,
verrà la catastrofe, ai bambini ed agli ubriachi è chiaro,
soltanto dall’amore potrebbe qui ancora sgorgare la gioia,
se l’amore non fosse passione,
soltanto dall’amore potrebbe qui ancora sgorgare la felicità,
se la felicità non fosse passione,
ai bambini ed agli ubriachi è chiaro…
Occorrerebbe vivere per essere,
ma non sarete, perchè non vivete,
e non vivete, perchè non amate,
perchè non amate voi stessi, e tanto meno il prossimo.
Ma io sono stufo della vostra villania,
e se ancora non mi sono ucciso, è solo perchè
non sono stato io a darmi la vita
e perchè ancora amo qualcuno, dato che amo me stesso…
Potete ridere, ma solo l’aquila aggredisce l’aquila
e solo Briseide il ferito Achille.
Essere non è lieve… Lievi sono solo gli stronzi…
Restano murati con lui i suoi libri, il suo onnipresente fiasco di vino, il ricordo tenero della madre, simbolo potente di una purezza immarcescibile. Holan può far male e dunque non piacere, è il cantore del silenzio, la sua lirica non smette di sanguinare, è una insonne notte eterna. Scrittore potentemente onirico, metafisico, a tratti barocco, dopo aver vestito di tenebre le sue visioni, ce le rende forgiate coi frammenti taglienti di dense parole di pietra.
Ti direi
di quelle nuvole smaltate di rosso
come unghia finte tolte al tramonto.
Ti direi
di quella coperta blu
che è mare arricciato nei miei pensieri.
Ti direi
Di quella Luna pazza
che ride alla morte dei sogni d’innocenza.
Non posso parlarti di poeti assolti
né redimerne i versi.
Anche se il paradiso fosse verità
non vuol dire che sia vero.
Non posso dirti di alberi sfrondati dal dolore
né di erba che cresce la speranza.
Anche se l’inferno fosse inganno
non vuol dire che sia falso.
Ti dico solo
cibati di vita fin quando è vera
anche se non vuol dire che sia reale
Poeta e autore di racconti, il praghese è stato tradotto da slavisti del calibro di A. M. Ripellino.
Per Holan “Il precario e l’irripetibile sono le certezze assiali, le leggi maggiori del nostro vivere. L’implacabile determinismo che ci governa fa dell’esistenza una kàtorga, un castigo inflitto già prima della colpa, una condanna senza riscatto. [...]La storia è per Holan un costante deturpamento della verginità e della purezza. (A. M. Ripellino.)
La poesia è lì, nel chiuso e infinito sentimento di noi che mai si placa. E dice in silenzio, sospirando senza fretta a passi d’eterno.
Una ragazza ti ha chiesto
Una ragazza ti ha chiesto: che cosa è poesia?
Volevi dirle: già il fatto che tu esisti, ah sì, che tu esisti, e che nel tremore e stupore,
che sono testimonianza del miracolo,
soffrendo mi ingelosisco della tua piena bellezza,
e che non posso baciarti e con te non mi posso
giacere, e che non ho nulla, e colui che è sprovvisto di doni è costretto a cantare…
Ma non glielo hai detto, hai taciuto
e lei non ha udito quel canto…
(da Una notte con Amleto, Einaudi, 1966. Traduzione di Angelo Maria Ripellino.)
Holan come un nuovo Orfeo si percepisce non vivente, come il simboli dei cantori, muore nel momento stesso in cui cessa di vivere Euridice simbolo di speranza, sa che è così, sa che cantare non serve, l’istinto lo spinge a continuare a farlo, a immaginare la poesia unica forza salvifica. Gli dei dagli inferi godono della sua musica e lo chiamano al dolore. Nulla trattiene la sua tenace resistenza, prova a battere il fato, dio degli dei, va a calarsi nell’oscurità, per stabilire patti ingiusti, per svendere versi e canto in cambio di nulla. Il poeta poi sale e s’inerpica, sa che nell’ordito del patto, trame oscure celano inganni, la luce si scorge, il fato s’insinua oltre il regno sull’ombra, e lui verso Euridice si volterà sempre.
Non è la sfiducia in lei, è l’ombra che s’allunga imprevista quando pare di vedere la luce.
GIÙ PROFONDO
Fra stelle e parole non mancano contatti…
Ma giù profondo di fronte alla colpa ereditaria della morte,
lì dove donne nell’averno spalancano l’amore
che un semplice sussurro profana,
all’amante sono serve le ali, ai
genii il serpente...
I malvagi sono solo un milione
di Duncan il ott.16, 2011, in Ispirazione, Resistenza umana

La letteratura sa essere meravigliosa nel rendere come in quadro, in immagini vivide e potenti, sensi molto profondi. Il testo che leggerete naturalmente non va preso alla lettera, e pur tuttavia, non è totalmente privo di fondamento. Il senso di base secondo me è reale..
Riporto da subito la frase finale, prima di lasciarvi al testo.
“Ecco tutto”, concluse. “Il mondo è governato da un milione di malvagi, dieci milioni di stupidi e cento milioni di vigliacchi. Gli altri - sei miliardi di persone, inclusi i due qui presenti – fanno più o meno ciò che viene detto loro“, concluse,
Lapidaria come un mattone in testa..
Ringrazio Grazia Paletta, che mi ha fatto conoscere il libro meraviglioso, da cui è tratto questo brano. Un libro che non ho ancora finito, ma che già so essere uno dei libri più belli che io abbia mai letto.
—-
Tratto da
Shantaram
di Gregory David Robert
“Il mondo è governato da un milione di malvagi, dieci milioni di stupidi e cento milioni di vigliacchi!”, disse Abdul Ghani con il suo più forbito accento oxfordiano, leccando il dolce al miele che stringeva fra le dita grassocce.
“Il vero potere è dei malvagi -ricchi, politicanti, fanatici religiosi- e le loro decisioni determinano il destino del mondo, che è segnato da avidità e distruzione”.
Si fermò per guardare la fontana che mormorava nel giardino battuto dalla pioggia, come se fosse la pietra umida e scintillante a dargli l’ispirazione. Allungò una mano, prese un altro dolce al miele e se lo ficcò in bocca tutto intero. Mi rivolse un sorrisetto di scusa come per dire: “So che non dovrei, ma è più forte di me”.
“I veri malvagi non sono più di un milione in tutto il mondo. Quelli veramente ricchi e potenti, quelli che prendono le decisioni che contano… un milione al massimo. I dieci milioni di stupidi sono i soldati e i poliziotti che fanno rispettare le decisioni dei malvagi. Eserciti e polizia di una dozzina di nazioni importanti, più quelli di una ventina di altri paesi: in totale dieci milioni di uomini in grado di esercitare un potere effettivo. Spesso sono coraggiosi, non lo nego, ma anche stupidi, perchè sacrificano la vita per governi che li considerano soltanto pedine su una scacchiera. Prima o poi vengono traditi o abbandonati. Le nazioni dimenticano in fretta i loro eroi di guerra”.
(..)
“Poi ci sono i cento milioni di vigliacchi”, proseguì Abdul Ghani stringendo il manico della tazza di tè fra le dita grassocce, “vale a dire i burocrati, pennaioli e imbrattacarte che fanno finta di niente e permettono ai malvagi di governare. Il capo del dipartimento, il segretario del comitato, il presidente dell’associazione. Dirigenti, funzionari, sindaci, magistrati. Quella gente si difende sempre dicendo che si limita ad eseguire gli ordini: “Faccio solo il mio mestiere, niente di personale, se non lo facessi io di sicuro toccherebbe ad un altro”.. Cento milioni di vigliacchi che sanno la verità ma tengono la bocca chiusa , mentre firmano documenti che portano un uomo davanti al plotone d’esecuzione, o condannato un milione di persone a una lenta morte per fame”
(..)
“Ecco tutto”, concluse. “Il mondo è governato da un milione di malvagi, dieci milioni di stupidi e cento milioni di vigliacchi. Gli altri - sei miliardi di persone, inclusi i due qui presenti – fanno più o meno ciò che viene detto loro”
(…)
Il mondo è morto. Viva il mondo
di Duncan il ott.16, 2011, in Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Picchia forte la pioggia sul vetro,
quando arrivano gli sputi è il momento migliore,
provateci sempre,
—-
Fumo all’arrivo..
Il Faraone si alza dall’accampamento. Segni inafferrabili sulle pareti. E mentre parla buio dagli occhi, Officiano vergini sventrate. Le canzoni sembravano Barocche…”Si trata di costruire scale di pietra e di fango, e bollini sul cranio, biglietti da visita”. E ride.
—-
Ma non arrendetevi,
quando il quaderno si riempie della lista dei buoni e delle pecore nere,
e spifferi sono il minuto prima del corridoio e della sua corsa di lepri,
Fino al gradino che precede il Salone,
e il cassetto delle stelle appese al cartone
—-
Il Faraone ora tace, vengono avanti le Comari Nere, stile Bene Gesserit, in vecchie mani muovono i dati: “Sbirulin sbirulà, ecco come si combinano i segmenti di fiato e tempo, ecco come si spiega l destino. Segui i dadi, prendi la lingua, e poi fai i tuoi calcoli, coglione… falli bene”.
—-
Ma voi non arrendetevi mai,
c’è chi dipinge con un mano sola, senza pennello, solo con la mano, e lo fa percuotendo il sonno, percorrendo l’estuario, anche 40 ore senza dormire,
Provateci sempre,
un passo è per la foto. L’altro per le labbra, il terzo per la rabbia, il quarto per la gloria.
—-
Ma adesso le vecchie, lasciano entrare i Ministri, colleto sottile bianco, occhi a tagliola, camminano a rombo, la terza onda dal cappio, la terza onda a partire dal cappio, fanno un rapido cenno, come un saluto salasso, e riempiono il palco, forse un pianoforte suona, amano gli accompagnamenti, e parlano insieme, come un’eco asfissiante “Hai mai visto cosa più grande? E allora adora il nostro peto in secula seculorum…. il granito è sontuoso, non basta?” Il resto sono gesti. Alla fne entrano i ballerini e le scimmine.
—-
Ma voi non arrendetevi mai…
conoscevo un posto da bambino, una sorta di casa rotonda, altissima,
abbandonata forse, sembrava impossibile arrivarci, dovevi arrampicarti, non c’erano vie disossate,
un giorno ci arrivai, dento era vuota, ma era sempre rotonda, come una casa Hobbit,
era troppo tardi per tornare a casa, mi avvicinai al precipizio, che dava sul mare,
avrei passato la notte là,
il mondo è morto
viva il mondo,
il mondo è morto
viva il mondo.
Con la magia sempre in tasca.. di Ciro Campajola
di Duncan il ott.16, 2011, in Ispirazione, Poesia

Abbiamo pubblicato anche altre poesie del grande Ciro Campajola. Che poi se dite che è grande si arrabbia.. e anche questo è tipico dei grandi..:-)
La poesia che pubblichiamo oggi è un Vertice.. tocca i cieli del Capolavoro.
——————————
CON LA MAGIA SEMPRE IN TASCA
Di giorno gioco ancora con la rabbia
sono ancora troppo rabbiosi i giorni per poter riposare
non riuscirei a farlo bene
ma di sera stacco
me ne sto in pace da solo con me stesso
anche a costo di prezzi non consentiti
stracciato a forza dal resto di tutto il resto
liberamente rinchiuso
stretto al sicuro tra pareti di silenzio rigenerante
e non ha importanza dove mi trovi
arriva un’ora in cui ho bisogno di qualche ora mia
e me la prendo
a qualunque ora
la mia sera non viene necessariamente di sera
e le mie pareti non sono necessariamente pareti
E’ che certe sere avrei bisogno di non so che
ma ormai so
che il non so che non si trova in giro
se ci fosse
a quest’ora
dopo tutte le ore battute a cercarlo
l’avrei avuto
ho viaggiato poco
ma ho camminato tre vite
Più che un “non so che”
ormai è diventato un “chissà perché”
una ragione a un pezzo assente inesistente e accettato
l’acquisizione di una mancanza
e allora rimango fermo
con me e il mio pezzo mancante
come sempre privo di qualcosa
ma rispetto a una volta
con tante scuse in più per perdermi in altre cose
senza dovere un solo passo
mi basta scegliere
La sera non mi va d’incazzarmi
rimando la battaglia al giorno dopo
non sempre ci riesco
ma ci provo sempre
non mi affanno più a inseguire qualunque ora
seguire mi costringe a guardare
e guardare mi fa incazzare
sarà che invecchio
ma mi sono rotto il cazzo di essere incazzato a tempo indeterminato
la sera cerco solo quello che so
e lo scelgo solo tra le mie scuse
sono diventato precario dell’incazzatura
in un indeterminato tempo precario e sottomesso
Tollero sempre meno l’intollerante
se lo facessi mi odierei
e magari sarei più tollerante se mi odiassi
ma non voglio esserlo
preferisco che siano gli altri ad odiarmi
io me ne sto qui a occhi chiusi sul mondo
a grattarmi beato i coglioni
stravaccato e distaccato
no la sera non voglio più incazzarmi
la rabbia mi serve per il giorno
Qualche serata voglio ancora dedicarmela
starmene con me
parlarmi un po’
magari passeggiando per antiche strade
ripercorrendo vecchie conoscenze
o seduto finalmente ad abitare casa
percorrendo nuove conoscenze
anche se
in serate come questa non so proprio che cazzo dirmi
ma quando me lo dico
va subito meglio
Stasera poi ho la scusa perfetta
scivolo lentamente sulle note di un assolo di tromba
suona Chet Baker
rapisce sul momento le mie emozioni
ne fa vigoroso sentimento
pulsante impulso
accesa passione
Mi perdo tra le mie strette pareti di silenzio
mentre la sua essenza s’inarca in volte di immortale grandiosità
come templi d’ eternità
come cattedrali di verità
a svelare misteri di una sublime beatitudine
sospesa su gradinate di dolore
e raggiunta scalino su scalino
dopo milioni di abitudini disparate
esaltate
osannate
pregate
prosciugate
espiate
e poi consacrate da qualche miracolo blasfemo e ubriaco
Chet va avanti
disperato e immacolato
aggrappato a salvarsi dietro il suo non so che
io per raggiungere la sua dimensione
spalanco le cosce della “mia” percezione
spesso quella “comune”
rinchiude anima e persona in rigidi e frigidi confini
troppo comodo
in una persona c’è sempre molto di più di quanto riesci a vedere
tutto ciò che bisogna fare è guardare
Chet ne è la conferma
non un semplice musicista
o un tossicodipendente
o l’uomo dai troppi amori
dai millei sorpassi
per arrivare in tempo a un solo attimo perfetto
oppure una leggenda
o un’icona maledetta o un angelo del Paradiso
lui è tutto questo e ancora di più
energia vibrante e immediatezza
incompiuto e sfuggevole con la magia sempre in tasca
un caos leggero ma incessante intriso di puro genio
il soffio della tromba è la somma dei suoi giorni non semplice musica
lui non racconta una storia
lui racconta storie
i suoi accordi non suonano un genere
mettono assieme ricordi
quelli per lui speciali
Una luce di gloria disegna i suoi zigomi pronunciati
accende labbra tormentate
mai sazie di essere sazie
scava ancora più a fondo le sue guancie
già consumate dal continuo divorare
illumina l’ottone davanti i suoi occhi
e i suoi occhi si fanno intensi
poi più distanti ad ogni nota soffiata
persi
fino a disolversi in una nota precisa
puoi seguirlo o meno
ma se sei riuscito a vederlo fin qui
non ha senso fermarti adesso
Sopraffatto dal chiarore accennato della sua perduta vanità
della sua raggiunta essenzialità
raccolgo
tra il fraseggio della sua mano
e l’immagine del suo volto compiuto
l’attimo sublime
l’apice culminante del suo dolore diventato musica
vibrazione dell’anima
E’ una sottile
soffusa
poetica cascata di note
argentine
di colore e calore
che schiumano in vortici di improvvise emozioni
a sorprendere sospiri persi nel delirio di un tempo
che mai potrà scalfire tanta bellezza
un orgasmo dell’anima
Sanguino
mentre soddisfatto consegno il biglietto alla mia maschera
un angelo su una pallottola d’argento mi ha colpito
morirò senza un gemito
il sogno di ogni eroe
Colpisci ancora Chet
aggrappami con le tue ali sfracellate
e raccoglimi nel tuo segreto e miracoloso non so che
nascosto al caldo
come una preghiera sul fondo di mille bestemmie
portami nel tuo impossibile volo
ora e sempre
Ciro Campajola