Il bene non deve vincere il male
di Bjori il mar.20, 2009, in Fuori categoria, Videoclip
Il bene non deve vincere il male…non qui, non ora. Il perché è semplice da capire, anzi ovvio direi. La difficoltà sta soprattutto nell’accettarlo. Chi di noi pensa di essere nato buono, di esserlo stato sempre e di non aver mai concorso a farlo il male. Eppure concorrere a fare il male (non in senso assoluto, ma nel proprio piccolo) significa scegliere il male. Sceglierlo in quel momento, anche se in modo inconsapevole, significa avere la volontà, interna o esterna, di compiere un’opera negativa, una ribellione a Dio e al suo ordine.
Sì, anche di ribellione si tratta. Il voler vincere il male e cambiare lo stato delle cose è ribellarsi alla volontà di chi ha posto
le cose in questo modo. Se c’è bene e male nel mondo e nella vita, c’è una ragione superiore che ne giustifica l’esistenza. Vincere il male o anche ritenerlo non degno di riconoscimento ci pone in contrasto con ciò che ci ha resi buoni (ovviamente entro limiti umani, poiché “solo uno è buono”).
Immaginate la vita umana senza alcun male e ponetevi la domanda: perché essere amorevoli? per cosa provare pietà? come crescere? quali lezioni trarre? Poiché la nostra crescita dipende molto dalle nostre sofferenze, le quali portano alla nostra crescita interiore, le quali, però, hanno origine nel male.
Volere la fine del male è fare la volontà del maligno, è proprio seguire il male in un piano di distruzione e negare la funzione costruttiva che lo stesso ha. Volere la morte del male è fare il male.
Esso è anche una ribellione all’equilibrio che Dio ha posto in questa vita con assoluta scienza e coscienza. Il ribellarsi a quest’ordine ci porta visto che in fondo si combatte il male) infinitamente vicini al bene, ma nello stesso tempo ci rimanda infinitamente lontani da esso. Questo perché perdiamo il senso profondo del bene che è appunto lontano, diverso e
superiore al male (non opposto, ma il bene ingloba il male per un fine superiore e, appunto, benefico; esso non si oppone ma lo supera).
In una visione terrena delle due componenti il segno del Tao esprime benissimo la situazione che si pone davanti a noi: due contendenti che sarebbero incompleti l’uno senza l’altro, ma che sono anche parte l’uno dell’altro.
In una visione universale, però, il male rimane limitato alla sua funzione educatrice (volta ovviamente a chi ha la
volontà di accogliere l’insegnamento nel momento in cui esso arriva e, quindi, anche se si ripresenta costantemente viene accolto solamente da “chi ha orecchie per intendere e per chi ha occhi per vedere”) all’interno del bene, che in fondo corrisponde e fa capo, come ogni cosa, a Dio.
Anche se in certi casi rimaniamo scandalizzati e abbiamo l’istinto di reprimere ogni forma di orrore presente nel mondo, dobbiamo pensare (anche se il sentimento lo esprimeremo probabilmente in modo passionale ed istintivo, umanamente cioè) che noi siamo quello che siamo e ci possiamo dire diversi proprio grazie anche a quella componente che decidiamo di non abbracciare (non sempre almeno, diversamente che pregio ne avremmo “non fanno così anche i pagani e i
pubblicani”).
Il male è presente e deve essere presente nella dimensione terrena perché è anche esso parte di quella forza che fa
emergere le anime dalle paludi delle tenebre alla luce. E’ anch’esso, o forse è proprio esso, che fa emergere le coscienze dall’oblio di un’esistenza vuota alla pienezza della consapevolezza. Senza di esso probabilmente non ci sarebbe nessun movimento interiore negli esseri umani. E lo stesso vale per il bene. E il fatto che nel Tao ognuno di loro ha una parte
dell’altro, è indice del fatto che entrambe si legittimano a vicenda trovando nell’altro ragione di esistere. In un senso più astratto, nella dimensione terrestre, l’esistenza dell’una non può prescindere dall’esistenza dell’altra.
Mentre in un senso universale e, aggiungerei, divino, il bene è l’unica dimensione esistente originaria e assoluta, dove invece il male con tutto il resto del creato è derivazione posta in un determinato modo, con un equilibrio perfetto, che è anche “conditio sine qua non” della stessa esistenza di quella dimensione derivata, altrimenti persa in un esistenza caotica e informe.
Diverso è, d’altra parte, arrendersi passivamente al male. Questo è un’altra forma di fare il male, negando l’esistenza del bene o ritenendola inutile. L’arrendersi ad una componente dell’intero è, in senso passivo, essere aggressivi nei confronti della parte per cui non si lotta. Anche se si afferma di volere il bene, arrendendosi allo stato delle cose si arriva a negare lo stesso o a non riconoscerlo capace di esistere attivamente, il che in sostanza si rivela un attacco al bene.
Tuttavia, la lotta contro il male è soprattutto una lotta a sostegno del bene e non volta alla distruzione del male. In realtà, il fine ultimo della lotta è interno all’uomo, anche se ha dei riflessi esterni ad esso. Il voler cambiare lo stato delle cose è una
ribellione al bene (che in senso universale tutto abbraccia e accoglie) e si rivela altrettanto distruttivo quanto il cercare di
abbattere il male o lo schierarsi dalla sua parte.
La distruzione è intrinsecamente male e mentre si intende fare il bene si compie inevitabilmente il male.
Infatti, sino al momento in cui non si cade nella dimensione della distruzione si rimane nel bene e nella beatitudine. La parola che accompagna questo stato è pace oppure serenità, se non a volte gioia interiore.
Il primo momento, però, in cui si passa alla distruzione, segna anche il passaggio dall’altra parte: nella lotta distruttiva, anche quando essa è rivolta contro il male, il campo di battaglia è il male e il premio finale è lo stesso male. Il cerchio vizioso e distruttivo del male si compie e esso ha la sua rivincita sul bene nel momento in cui il bene si comporta e utilizza gli schemi del male, trasformandosi in male e divenendo l’antitesi di se stessa. E’ qui che si compie il passaggio dalla forza buona dei cavalieri Jedi alla forza oscura. E’ qui che si perde il bene.
Il vero scopo della lotta è, infine, fare il bene accettando lo stato delle cose e entrando in una condizione di consapevolezza dell’universo e dell’ordine ad esso posto o, come direbbe Kirkegaard, porsi trasparente davanti a Dio.
Tiziano Terzani – Il senso del male
Anche se queste sono mie riflessioni desidero ricordare la grande
opera di Kirkegaard “La malattia mortale” la quale ultimamente mi ha
accompagnato e mi ha dato dei strumenti e ha cullato la mia anima,
guidandola per riflessioni e viaggi mentali logici e immaginari, che
mi hanno appagato e che hanno dato lo spunto per queste riflessioni.
Desidero ringraziare anche Atreyu, poiché da un dibattito con lui è
partito il tutto.
Un saluto a tutti.
marzo 24th, 2009 il 03:03
Che bella l’immagine che hai messo Bjori.. davvero espressiva e carica..