Born Again

Archive for giugno, 2009

Dopo l’Ultima Bestia con la Coda

by Duncan on giu.29, 2009, under Ispirazione, Resistenza umana

Arrivò nella città del freddo incombendo il pomeriggio. Arrivò allo sbaraglio, senza nulla con, pressapochista come da una vita. Senza  tracce né senso, ma solo confuso e perso.
Che ci faceva là? Che minchia fottuta c’entrava là? Andare  a fare lo  schiavo in una città di neve e lingua brutale, con quelle parole interminabili tutte attaccate, una dopo l’atro. E quel freddo che le labbra ti si congelavano e alle e prima delle otto dovevi essere a casa se non volevi intostare.
Confuso come sempre, tra gente ostile, e crampi al ventre per nostalgia.
Nel cibo si consolava, le specialità locali..MMMMM… che delizia, come droga, i neuroni intontivano i suoi pensieri e poi camminava nel vuoto, senza meta.
Quartiere finto residenziale per la sua notte. La sua casa di quelle che nascono in serie, tutta moderna, ma morta, come tutto intorno a sé.
Era partito senza soldi. Come al solito. Allo sbaraglio, alla deriva.. sì alla deriva..
per fuggire da cosa? da quella bestia che gli mordeva il petto. E gli rendeva le gambe fragili quando sentiva i respiri pesanti e compresso, due pagine di un libro che si chiudono.. fuggì perché doveva fuggire..da quell’antro soffocante dell’anima..
E buscò l’unico posto che poteva bazzicare, smozziconi di lingua li sapeva, una bestia di lavoro per bestie di soma lo avrebbe mantenuto,
e.. e cosa?.. niente..
E la storia divenne lunga, pagine e altre pagine…
E libri cadevano dai soffitti e dalle finestre, mentre il sonno divenne bandito,
e le mani seguivano righe e parole,
stringi pugni e le labbra, ragazzo..
prima dell’Ottava Stanza..
A volte giriamo in incognito tutta la vita,
la droga violenta le fondamenta del suono..
E tu chi sei?
Chi sei?
Ci sono santi che ti portano all’inferno. E viaggi che spalancano una porta sopra, sopra tutte le stazioni appese. Non si sa mai chi percuote per ogni notte, che come rintocco è in agguato.
Ci sono angeli che puzzano di birra. Hanno scambiato le ali, per un posto al sole..
Ma altri, altri angeli che ti attendono di notte, dopo l’ultimo giro,
dopo l’Ultima Bestia con la Coda..l’Ultima Bestia con la Coda..
e dopo… stessi campi e stesse neve, i fiumi scorrono ancora,
ma c’é uno in più a dire “presente!”..
Nessuno spegnerà più la luce..
Ora che sei giunto nella Casa del Valore..

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Con i ragazzi iraniani

by Duncan on giu.25, 2009, under Resistenza umana

iran1

Con i ragazzi dell’Iran. Con tutti coloro che combattono, sempre, in ogni parte del mondo.
E certo arriverà poi il momento delle alte analisi politiche, delle convenienze internazionali, dei ritorni economici. Ma non si può sempre vedere ogni cosa sul tavolo che disseziona e ricompone dietro gli occhi dell’ideologia.
E’ una protesta quella in Iran, che non scalda i cuori, non ne scalda troppi. Non smuove folle, non interpella i pacifisti più “fiammeggianti”. Perché è un pò “complicata” rispetto alle categorie con le quali ci siamo abituati a guardare il mondo, rispetto a tutto il sistema di valori, appartenenze e idiosincrasie nel qualle ci siamo strutturati. Qui non c’è una netta aggrassione o oppressione americana-occidentale e una resistenza-annientamento terzomondista-arabo, o comunque totalmente altro rispetto a quello che classicamente rappresenta il potere.
Addirittura c’è un’aggravante. La consapevolezza che l’ “opposizione” ha una qualche sintonia con l’America, e il governo (infamaemente in carica) è ferocemente antioccidentale. E tutto ciò è sufficiente per non alimentare entusiasmi, e scatenare i professionisti del distinguo, i complottisti “a prescindere”, gli annacquatori per coerenza ideologica.
E, voglio dirlo, parla uno che è sempre stato dalla parte di quelle manifestazioni contro le guerre “americane”. E che sa la bestialità e gli orrori compiuti storicamente, lungo molti decenni da America e Occidente in altre terre, e in altri mondi.
Ma noi non siamo bandiere, e non siamo manifesti. Non siamo come cani da corsa che si muovono solo quando sentono l’odore al quale sono stati addesstrati. Quando qualcuno combatte, dovremmo più avere a cuore lui, che la nostra “coerenza ideologica”.
E non è se siano (alcuni o molti) manovrati o meno, ciò che conta. E’ il meccanismo linguistico mentale che vedi all’opera. La corsa, la fretta, che a voltre intravedi, che alcuni hanno, dopo aver bofonchiato qualche vaga reprimenda sulle violenze e timidi sostegni alle protesti.. la fretta a poter subito aggiiungere “si però..”… “si ma..”.. “ma in realtà..”. Non sto neanche contestando che possano esserci importanti interessi in gioco, anche a sostegno dell’opposizione iraniana. Ma a questo troppe volte non si arriva come una (non gradita) conclusione dopo attente analisi, ma si cercano conferme a ciò che a prescindere si crede, a ciò che si vuole credere.
Siamo sempre noi che ci mettiamo in mezzo tra i nostri occhi e gli altri. E non riusciamo a guardare gli altri senza guardare i nostri pensieri, le nostre coccarde e il nostro retaggio. Dicendo “massa manovrata..”.. “opposizione prezzolata…”.. “interessi americani…”,ecc.. tiriamo un sospiro di sollievo. Il mondo continua a rassomigliare decisamente a quello che abbiamo sempre conosciuto, a quello che “vogliamo” sempre ri-conoscere. Non ci sono più scomode e destabilizzanti storie.. la nostra “coerenza” ideologica, il nostro antiamericanismo che non va mai a letto, eternamente insonne, non resta a stomaco vuoto.
E’ che si tratterebbe a volte semplicemente di essere uomini e di aprire le mani e la mente, di aprirci al momento che passa, con quegli occhi, e quelle voci che vediamo, con quei visi coperti di sangue sulle strade.. senza questo peasante bagaglio del nostro ego che portiamo sulle spalle come un cappio.
Semplicemente avere la generosità di poter sostenere qualcuno per un momento senza dover mettere automaticamente le mani avanti, diluire, sospettare, controbilanciare, ideologizzare.
Essere capaci di vera compassione e sostegno umano. Perché non siamo cani da corsa.
Ed è qualcosa che ho già visto, già visto altre volte. Ricordo quando caddero le torri in America. Di colpo ci trovammo di fronte migliaia di vittime innocenti americane. Ma non erano le nostre vittime “preferite”, anzi a molti dava pure un pò di irritazione dover esprime cordoglio una volta tanto verso chi apparteneva al paese oppressore per eccellenza. Perché giammai qualcuno sotto l’onda della empatia umana si dimenticasse per qualche giorno dell’eterna battaglia ideologia. E ricordo, perché li conoscevo e li conosco, che molti bofonchiavano in pubblico pallide e stentate parole di dolore, ma, dietro, era tutto un “se la sono cercata..”, “tremila morti cosa sono rispetto a..”, “hanno loro alimentao il terrorismo..”. L’ultima affermazione è anche reale, mentre le altre due sono da amebe mentali, ma il punto è il non fermarsi mai con autentica pietas dinanzi a quegli esseri umani. Io non trovai, non trovai negli ambienti “giusti”, quelli che si ammantano di belle parole e di grandi ideali, che poche oncie di sensibilità vera, vibrante, verso quelle persone, senza frammischiature d’altro.
Onestà. Stare dalla parte di chi combatte adesso, senza avere il pallottoliere che costantemente calcola interessi futuri e geopolitici. Senza avere paura di essere con compagnie “sbagliate”. Anche perché solo una compagnia dovrebbe interessarci quella di coloro che combattono, di chi mette se stesso in gioco e corre i rischi per una vita più degna per se e per gli altri.
Onestà. Così mi piace chiamarla.
Ho letto alcuni dire che Ahmajinejad non è poi così male. Ahmajinejad è anche il feroce nemico di Israele, e questo ci basta per dargli qualche patente di merito o “nobilitarlo” in una certa misura. Israele è uno stato terrorista per me, ma non basta ragliare contro Israele per avere legittimità, valore e rispetto. E poi c’è modo e modo; e il suo modo non mi piace, saturo di odio, volto ad eccitare il popolo e a costruire consenso, più che spinto da interesse per i palestinesi.
Ma per i nostri paraocchi la protesta contro qualcuno che è sia antiamericano e sia antiisraeleiano non può che avere qualcosa di profondamente sospetto ed equivoco. Al massimo, se proprio non riusciamo a dire, per un sussulto di decenza, che gli oppositori sono i veri nemici dell’Iran, ci adagiamo in una cappa indistinta, in cui tutti sono manovrati, interessati e “sporchi”.
Io non escludo nulla. Come tutti, non posso che non sapere che poco su questa vicenda.
E forse ci sono interessi in gioco. Manovre e convenienze.
Ma ho visto il materiale che quei ragazzi hanno, con mezzi di fortuna e con raro coraggio, filmato, ho sentito le loro voci strappate dalla folla, gli scritti che i blogger che, rocambolescamente hanno fatto precipitare per vie traverse fino a noi (Sebbene al momento Twitter, Facebook e Youtube siano stati oscurati, molti iraniani stanno ricorrendo a proxy).
le cariche della polizia…
l’irruzione nell’Università di Teheran.

le mani di Neda la ragazza assassinata, ormai simbolo della resistenza..

E poi storie infinite.. racconti di brutalità, vendetta e violenza..
Mi hanno colpito le immagini di questa donna iraniana mentre affronta le forze di polizia alla fermata dell’autobus.

Ed ecco le parole di un blogger iraniano, Azarmehr, dinanzi a queste immagini:

“Guardate questa coraggiosa leonessa iraniana, che prende a calci le rozze guardie antisommossa munite di manganelli! Subisce qualche manganellate, ma è il prezzo per la libertà e non le importa. Benedetta sia la nostra madrepatria Iran, che può contare su tali figlie. Sparita la paura, l’onda continua a crescere.”

E di notte (riferiscono molti blogger)fra I quali Zeitoon, si sente la gente intonare Allah-0-Akbar (Dio è grande) dalle proprie case.

Sempre dalla parte di chi combatte. Di chi è un’altra parte di noi, che oggi mette la faccia.
Onestà. Senza balbettii ideologici, retropensieri, eterni distinguo.
Senza distintivi da controllare.
Qualcuno ha scritto:
“solidali con qualcuno e non con altri, contro i G8 ma non per Teheran, contro le guerre ma non per i tibetani o per i cubani. Bisognerebbe essere solidali senza termini di paragone, e senza ideologia, senza richiesta di appartenenza”.
Mi trovo d’accordo..
Dalla parte dei ragazzi iraniani..

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GERUSALEMME

by Duncan on giu.19, 2009, under Bellezza, Ispirazione, Poesia, video

Nei tuo rovi l’Anima del Mondo,

Potrei sognare anche per Te?

Fango sul viso, segni di sangue,

Mia terra, ferri ai polsi,

Che assurda dedizione ti prese,

Che assurdi nomi lasciasti per terra,

Nei tuoi occhi tutta l’Anima del Mondo,

Nessuna speranza è stata tradita,

Calci sul ventre, sputi incappucciati,

Resistenza dei sorrisi inviolati,

Vorrei riuscire ad amarti, come tu hai amato noi,

Inchinarmi alla tua Mano,

Nel tuo ventre tutta l’Anima del Mondo,


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NEL NOME DELL’AMORE

by Duncan on giu.13, 2009, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana, video

amortre
Trovare il cuore di fuoco nella maschera di ghiaccio.. non scappare dinanzi al silenzio, all’indifferenza, alle difese, alle resistenze..
Ci sono tante forme di amore, quello totalizzante ed esclusivo, quelloavventuroso e “clandestino”, quello che dura una vita, quello che vivein un unico e singolo momento perso nella memoria. C’è l’amore chemette famiglia e l’amore impossibile o quasi di una comunanza di animee sensazioni. Quali sono i confini dell’amore? Noi crediamo in un solo amore, e magari uno sarà l’amore che ci segna la vita, ma perchéperdere le altre stelle? Perché la paura di toccare, sfiorare,parlare, baciare, ridere, anche solo guardare qualche altra volta nel giro vorticoso di giostra? Paura di compromettersi, di perdersi, di errarre, paura di concedersi troppo. Paure che alle volte ci stanno tutte, niente da dire. Non siamo mica a Disneyland. Ma il post è per chi vede lontano e sente che c’è vita oltre il silenzio.. il silenzio più piegare chiunque ma non un guerriero della luce..per quella speranza che abbiamo sempre che le stelle non si disperdano nel grigiore quotidiano, che oltre ai grandi alberi, sboccino mille tulipani. A te bell sconosciuta che un giorno su un autubus metropolitano mi regali uno sgiardo e un sorriso, e per quel secondo non hai paura, ma ti concedi allo spirito del mondo. Anche questo amore. A te che parli senza correre come un matto con quella ragazza della libreria, e forse per un minuto, due o dieci scappa qualcoa. A te che hai rubato un bacio o un abbraccio alla notte. Anche se quel bacio resterà da solo, anche se fosse solo un seme che non germinerà, anche quello è amore. C’è l’amore della vita o una comunanza di anime, lo scambio carnale che ti porta a vertigini indescrivibili o un the tibetano preso vicino a una stazione.. l’amore che ti sconvolge e l’incontro come stella nell’universo, come unicum. C’è chi si ama ognigiorno senza dirselo mai.
A tutti i guerrieri della luce che come dice Coelho continuano ad amare nonostante il muro di cemento, il silenzio, le mille difese paure, chiusure a quattro mandate che la vita insegna. A tutti quelli che hanno una buona vista. Perché la vista deve essere buona per trovare un cuore di fuoco anche nel silenzio.
Il Guerriero della luce va nelle Terre Selvagge senza pretendere, ma senza paura. Sa che queste sono le manifestazioni del tempo. Il tempo corre con i suoi rintocchi.
Sa che è meglio sembrare buffo, estremo, folle, visionario ma non tenere mai dentro quella sconfinata tenerezza, quelle pulsioni istintive, quella tensione del cuore, quel gusto del cuore e della stella cometa.
Sa che ogni volta che parlerà commetterà errori. Ogni volta che agirà commetterà errori. Perchè se mai agisci e mai parli sei sempre un genio. E l’ipercritico non ha mai alzato il culo dalla sedia. Ogni Guerriero del cuore sa che verrà sempre travisato. Che verrà equivocato.. che rischierà di più, che godrà di più, ma amche pagherà di più. Vivrà momenti splendidi ma anche accuse sul capo.
Il Guerriero non è dipendente dall’amore, non cerca di colmare un vuoto, ma vuole diffondersi, come una palpitante onda orgasmica, come un cerchio concentrico, vuole traboccare e nel dare perdersi.
Non ama e chiude il recinto, perché l’Amore cinge il mondo in un abbraccio e lui non rinuncerà mai, e non si fermerà mai.
Non ha paura di chiamare le cose con il loro nome. Non pensa “se dicoquesto.. allora.. si penserà che.. sembrerò che.. ” Fa finta che i mille drammi e paure non lo costringano a stare sempre lì compito e docile. Se riconosce la Bellezza lo dice senza temere di essere importuno o eccessivo. Non è uno sparviero, ma vola con ali coltivate lentamente, vola in un cielo che a volte è rosso come il sangue, duro come il diamante, pieno di venti antichi, ma sempre bellissimo.
A te che ti alzi la mattina e culli la tua bambina o il tuo bambino. A te che mi hai regalato anni della tua compagnia o mi hai regalato un solo un bacio occulto e subito cancellato dalla memoria. A te che mi hai accompagnato con un sorriso mentre da piccolo andavo a quella scuola piccolo e timoroso di fronte ai bulli. Entravi in quella scuola infame calbrese, sapevo che le avrei prese, mi aspettavano, saprei che sarebbe stata una lotta persa. E mi sentivo un bambino di quelli in balia del vento, ma quando ero in cammino sulla strada, tu molto più grande di me, mi salutavi ogni mattina dalla finestra. Non potevi volere nulla da me, molto più grande. Eri davanti a me, davanti agli occhi del bambino. Quegli occhi non te li danno indietro mai. Ma mi salutavi sempre forse per quella strana simpatia che a volta si sviluppa per qualcuno così senza un motivo. E io non pensavo a paroloni, né avevo alcuna esperienza, ma sentivo battere forte il cuore, e mi davo un tono, camminavo più dritto, forzavo la malinconia in una specie di sorriso timido e ogni mattina non c’era solo la rabbia ma anche questo pregustare quei due, quattro minuti. Anche questo è amore.
Ma ancora.. a te che mi hai insegnato i rudimenti del corpo e della notte.. a te che mi hai tremendamente eccitato oppure solo commosso..e a te, donna tenera e selvaggia, di una terra aspra e piena di mare,
Quante sono le forme dell’amore?
Quali sono i confini dell’amore?
Chi può dire di avere amato abbastanza?
Sant’Agostino in un attimo di lucidità prima ancora di “precipitare” nella assoluta santità ebbe a dire <<ANCORA.. NON ANCORA… NON ANCORA..>>
Non ancora morte.. non ancora purezza. . non ancora stanchezza.. non ancora incontaminata perfezione..
Non ancora..no, non sono ancora sazio. E prima che il cameriere ti porti il conto o ti sbatta in cucina a lavare i piatti, tu alzati e corri via.. non è ancora il tampo di pagare.. non è ancora il tempo di essere sazi..
Non ancora.. Ecco la giacca buona di chi ti vende e ti compre, ecco il profumo stantio di chi recita una parte, ecco la morte per stanchezza.
Ecco i camminatori scalzi, banditi di strada, visi ballidi e cangaceiro che non si arrendono.
Non ancora James, non è ancora tempo di morire.. e se dio vuole non lo sarà mai.. ma certo, non ora, non ancora.. ecco le pistole e ilvecchio cappello del Buscadero..
Il Capitano Ultimo disse al ragazzo peruviano NON CI PRENDERANNO MAI.
Le avventure iniziano e finiscono. Un bambino è abbracciato e altri sono venduti sul mercato degli organi. Sul tavolo da poker c’è chi bleffa, e c’è chi non ha barato mai. Alcuni andranno alla ricerca del senso della vita, si perderanno a dare spiegazioni, ma altri semplicemente vivranno questa divina follia.
Piedi scalzi sul pianeta terra. Senza bisacce e senza sandali. Finché la linea dell’orizzonte si perde nel mare. Cemento caldo e pane caldo.
La vita è come la marea. Finché c’è vino nel bicchiere va bevuto.
Il Guerriero della Luce sta là dinanzi alla moglie in coma, investita dal pirata notturno, i medici sono rassegnati, la famiglia pure. Si parla di staccare la spina. E lui è l’ultimo illuso che non vuole vedere la realtà. Ma ancora tiene quella spina attaccata, quel filo elettrico alla parete, ancora tenta di ritornare nell’Ade a richiamare in vita Euridice. Per alcuni è un illuso. Magari sarà tutto inutile.
Ma anche questo è amore. Io lo conosco e gli dico, se senti che c’è ancora una fiamma lontana nel deserto, se senti una pulsazione di vita che le macchine non vedono, se la senti, continua.. anche se i medici ti guarderanno come se fossi un cretino. Sanno giustamente che la matematica e le cartelle la condannano. Ma sarebbe il primo di caso di miracolo? E anche questo è amore.
Prima dell’Ultima Battaglia dammi un ultimo abbraccio.. tre anelli per i re degli elfi sotto il cielo che risplende..
Nani, ballerine, elfi, cavalieri, suonatori di armonica e arcieri.
Ci sono gli spacciati e gli spacciatori, le facce da culo, gli illusi e i migliori.. i furbi di sempre, qualcuno che ci crederà. C’è musica vecchia che non ci ha stancato..
Morte al Grande Inquisitore!
Morte alla Stanchezza!
E alla malora gli stanchi e i morti di sonno!

In realtà il post vero è quello che segue qui sotto, il “versetto” tratto dal Guerriro della Luce di Paolo Coelho. Volevo semplicemente introdurlo ed è partito lo sproloquio. Ma in reltà era una semplice “glossa” o “nota” di commento” a ciò che segue.. quel non fermarsi anche dinanzi alsilenzio.

“Per il guerriero della luce non esiste amore impossibile.
egli non si lascia intimidire dal silenzio,
dall’indifferenza, o dal rifiuto. Sa che, dietro
la maschera di ghiaccio che usano gli uomini,
c’è un cuore di fuoco.
Senza amore, egli non è nulla.”

(Paolo Coelho)

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PIANOSA – INFAMIA

by Duncan on giu.09, 2009, under Controinformazione, Resistenza umana

carcere1
Queste cose sono accadute in Italia. E non al tempo del Sacro Romano Impero. Ma meno di venti anni fa. Abbiamo avuto, e forse abbiamo ancora, luoghi “ex lege”, dove ogni diritto legale cessa, adibiti alla  tortura, al pestaggio e al massacro. Vicende come questa sono degne del più infame penitenziario brasiliano, di Guantanamo e della Gestapo. Chiunque raglia parlando di carceri albergo e di detenuti che hanno quel che si meritano, legga sempre anche storie come questa. E dirò che neanche nei campi di concentramento i detenuti venivano trattati così. Non sto dicendo che andava meglio per gli internati nei campi di concentramento. Quasi sempre morivano, o “erano condotti” alla morte, mentre qui la morte è una eccezione. E prima di morire la loro vita era tremenda. Ma era tremenda soprattutto per il freddo, la fame e il lavoro bestiale.Rari invece erano casi di pestaggio indiscriminato, anche perché le SS erano piuttosto meticolose nel terrore, avevano una loro razionalità macabra, preferivano la lenta morte per sfinimento, prima di condurre poi intere carrettate alle camere a gas. Ma quesi brutalizzazioni indiscriminate e ricorrenti ripetutamente nel corso di una stessa giornata non accadevano neanche nei campi di concentramento. E’ stato permesso  che detenuti, per reati gravissimi e spesso mafiosi, certo, fossero sottoposti a una condizione di tortura. E’ stato consentito che per una stagione (ma la certezza che cose simili non accadano pure ora non ce l’ho) bande di sadici vestiti da secondini potessero martoriare e sottoporre ad ogni genere di umiliazione quelli che comunque sono esseri umani.. e fossero anche coccodrilli o serpenti non avrebbero meritato un tale trattamento. Si sono chiusi diecimila occhi o per viltà o per indifferenza.. o peggio.. per fare in modo che la “manovalanza” ne
spezzasse ogni volontà, magari ai fini di eventuali collaborazioni.
Queste storie non appartengono alle colonie penali francesi né ai
campi di lavoro coreani. Non sono segnati a penna sui libri di storia, nei giorni del basso medioevo.
Meno di venti anni fa. Italia.. 1992… Isola di Pianosa.
Questa testimonianza non la conosce quasi nessuno, ma merita di essere resa nota.
Quel carcere adesso è chiuso. Ma l’Infamia resta.

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di Matteo Greco

Ormai da parecchie ore mi sono addormentato, ad un tratto mi sveglio di soprassalto, alcuni secondini hanno aperto la porta blindata ed il cancello, entrano in cella, circondando la branda e mi dicono:
“Alzati, devi partire”.“ Per dove”? Un secondino, con la mano destra, mi prende per i capelli tirandomi fuori del letto, un altro mi dà un pugno dall’alto verso il basso sul collo. Cerco di difendermi. Mi si buttano tutti e sei addosso con pugni e calci, riesco a dare qualche pugno, cado per terra, mi rialzo, cado per terra, mi rialzo di nuovo finché ricado per terra per non avere più la forza di rialzarmi. In faccia sono una maschera di sangue, non ho detto una parola, né un lamento, si sono sentite solo le grida dei secondini. Mi portano all’ufficio matricola, ancora tutto stordito mi vengono messi i tre pizzi (manette) salgo su un furgone blindato. Vengo fatto scendere all’aeroporto militare. Non chiedo dove mi stanno portando e  dove sono i miei vestiti. Infatti, l’unico vestiario che ho è il pigiama che indosso ed un paio di ciabatte di plastica ai piedi. Mi fanno salire su un elicottero militare, un rumore assordante, non mi è stata data la cuffia. Dopo molte ore arrivo all’isola di Pianosa e lì mi attendono una trentina tra secondini, carabinieri e finanza.

È il 22 luglio 1992, ore 19 e 20, un caldo insopportabile. Finalmente è spento l’elicottero, una liberazione per le mie orecchie, ancora tutto stordito mi fanno scendere. Appena metto i piedi a terra alcuni secondini mi danno pugni e calci, vengo preso di peso come un fiammifero e vengo lanciato dentro una Jeep, sbatto la testa sulla sbarretta del bracciolo del seggiolino, le manette mi vengono messe ancora più strette, bloccando il passaggio del sangue dei polsi. Mi danno un pugno sulla testa gridando: “ Abbassa la testa, bastardo”.
Dopo cinque minuti di strada mi fanno scendere con uno spintone, cado per terra, per istinto mi porto l’avambraccio al viso riparandomi, vengo sollevato di peso con schiaffi e calci, fatto entrare in un fabbricato e messo in una cella d’isolamento, tre metri per due, una branda di ferro massiccio saldata per terra, un lavandino d’acciaio saldato al muro, sopra un rubinetto con acqua salata non potabile.
L’isola di Pianosa è sprovvista d’acqua dolce, è portata sull’isola dalla nave cisterna che la preleva da Piombino. Per bere si consuma acqua minerale imbottigliata. La direzione passa solamente un litro al giorno, l’altra la dobbiamo comprare da noi se non vogliamo patire la sete.

A fianco del lavandino c’è il gabinetto alla turca, a destra una mensola di ferro saldata al muro, a terra nel mezzo un seggiolino.

I muri sono umidi si sono formati alcuni canaletti che conducono fino al pavimento, l’acqua scorre come nei campi di riso. Mi viene ordinato di spogliarmi, rimango nudo, fatto abbassare a quattro zampe, mi vengono allargate le chiappe per guardare meglio nel buco, mi fanno aprire la bocca, alzare la lingua per ispezionarmi meglio, mi guardano persino d’entro le orecchie e fori del naso. Ad un tratto si scagliano di nuovo come belve assetate sul mio povero corpo, il pestaggio dura alcuni minuti lunghi come un eternità! Svengo! Riprendo i sensi con una puntura fattami da una dottoressa, la quale vedendomi esclama: “Ma come è ridotta questa persona?” Il suo lavoro (perché obbligata) è di far finta di nulla, infatti, nel certificato per la medicazione scrive: ” Trattasi di una piccola escoriazione sulla fronte scivolando in cella” Mi è imposto di firmare che sono caduto da solo e vengo lasciato per alcuni giorni in cella di isolamento, un litro d’acqua da bere al giorno, 200 grammi di vitto con dentro cicche di sigarette e pezzettini di vetro. Spesso entrano in cella con una sbarra per battere le sbarre, mi ordinano di stare dritto e di abbassare la testa, di guardare per terra, con le mani dietro la schiena e sono costretto a salutare senza ricevere risposta sia all’entrata dei secondini, sia all’uscita, per quattro volte al giorno. Mi è consegnato un documento che mi è stato applicato il 41Bis. Tutti questi maltrattamenti, queste umiliazioni così crudeli, hanno uno scopo ben preciso: far dire ai detenuti le falsità. (Che per loro sarebbe la verità). Dopo diversi giorni in cella d’isolamento sono condotto nel reparto “A”, terza sezione, primo blocco, cella numero tre. Trovo un detenuto. La cella ne può ospitare tre con le brande ben saldate al suolo.

A due metri d’altezza dal pavimento si trova una bilancetta per conservare la biancheria. In un angolo saldato al muro, vi è un televisore bianco e nero, per terra una panca di ferro lunga due metri per 50 cm e un tavolo, tutto bloccato col cemento. Il detenuto che c’è dentro si chiama Salvatore ma si fa chiamare Turi, è un mio concittadino, anche lui di Catania. Turi mi offre alcune brioche, uno dei pochi alimenti che ci permettono di acquistare, più che altro questo serve ai secondini per divertimento sui detenuti. Accetto con piacere per fame, sono dimagrito di cinque chili. Turi mi dà un paio di pantaloni, una maglietta, alcuni boxer, le scarpe non me le può dare perché ogni detenuto ne può tenere solo un paio. Per la prima volta dal mio arrivo nell’isola mi è finalmente data la cena, un pezzo di mortadella e un pezzettino di frittata. In seguito mi sono accorto che la domenica è il giorno più sicuro per consumare la cena, all’apparenza si presenta senza scorie, diversamente dal pranzo dove si trova sia nella pasta sia nel secondo un po’ di tutto tra sputi, cicche, carta, plastica, vetro, preservativi e spaghi. La carne non si vede mai. La tabella ministeriale del vitto non rispecchia assolutamente ciò che viene distribuito. Dove vanno a finire i soldi stanziati per il vitto? Un gran mistero!… Accendiamo il televisore e dopo qualche minuto viene un secondino e ordina di abbassare il volume. Turi, con gran pazienza esegue l’ordine, dopo alcuni minuti riviene lo stesso aguzzino facendo la medesima richiesta, era solo una scusa per insultarci, visto che il volume era al minimo. Turi fa finta di abbassarlo e il segugio va via soddisfatto. Le guardie vengono sull’isola a rotazione un mese o due al massimo, alcuni firmano per
molti mesi dato che la paga è molto più alta, inoltre si arrangiano con la merce che rubano ai detenuti, francobolli, sigarette, bagnoschiuma, shampoo etc. I pacchi delle brioche sono aperti per prendersi i punti dei regali che le case dolciarie danno. Volendo, la Ferrero potrebbe confermare. Il vino e la birra sono le prime cose che rubano appena dopo qualche minuto che sono state messe nello stipetto, fuori della cella. Pochi erano i secondini non ubriachi, la maggioranza canticchiava la stessa canzone (Faccetta nera). Per me non è una novità, infatti, già sapevo che le forze dell’ordine battono a destra. Di notte si dorme poco o niente per colpa di questi indegni individui perennemente ubriachi, che marciano sbattendo gli scarponi sopra il tetto delle nostre celle ove di solito camminano, spesso giocano con le scatole vuote dei pelati di latta urlando e schiamazzando. Finito di schiamazzare sul tetto entrano in sezione, aprono gli spioncini e c’insultano pesantemente. Alla mattina non conviene prendere il latte o il caffè perché ci viene versato addosso.
Quando si va all’aria si deve salutare e mettersi di fronte al lato della cella con il viso al muro, mani e braccia aperte, gambe divaricate al massimo come un piccolo ponte con la testa abbassata; un secondino come tutti gli altri col cappuccio in testa e con i guanti e manganello, ci tasta su tutto il corpo, ci fa girare facendoci aprire la bocca, dopo vari colpi di manganello che piovono da tutte le parti, più si corre e meglio è! E così si arriva al passeggio: il tragitto è pieno di secondini incappucciati che tirano manganellate da tutte le parti e  ingiuriandoci con frasi oscene d’ogni tipo, finché si arriva ai cancelli del passeggio chiuso. Allora bisogna fermarsi. Altro pestaggio, poiché non puoi correre ma devi aspettare che il secondino,
il quale ritarda apposta, apre il cancello. Vedendo ciò un giorno non andai al passeggio, allora i segugi entrano in cella e mi si scagliano addosso: è un massacro, un pestaggio così l’ho visto solo nei film del terrore. Quasi svenuto sono preso di peso e trascinandomi vado al passeggio. Turi mi si avvicina mentre sono disteso per terra, il secondino gli grida di non avvicinarsi, di non guardare e di allontanarsi e di passeggiare in fila senza mai allontanarsi. Era proibito parlare con altri detenuti. Rimango per terra sotto il sole per un’ora, finita l’aria i secondini mi prendono e sempre trascinandomi per 100 metri vengo portato in infermeria. Messo sul lettino da visita, il dottore non dice nulla, fa solo il certificato con la richiesta delle lastre, il viso è una maschera gonfia, il naso è rotto, il corpo pieno di sangue e lividi, sono irriconoscibile, le pupille degli occhi coperte dal gonfiore delle sopracciglie e dalla carne del viso, il labbro rotto e gonfio, il dottore non sa cosa dire e cosa fare. Il comandante dei secondini con un sorriso: ” Non si preoccupi questi mafiosi di merda, uomini senza onore e dignità, non sono nulla, solo con i poveracci sono malandrini, con noi guardie sono vigliacchi, ruffiani, tremano appena ci vedono, anzi fuori ci offrono il caffè, gente vile senza neanche una briciola di dignità. Fra di loro, se un poveraccio si dimentica di salutarli, questo è già morto.
A noi invece ci fanno un pompino, li trattiamo da animali, gli tocchiamo l’onore, offendiamo le loro famiglie, mogli, figli e cosa fanno? Ci leccano i piedi, questi sono i mafiosi di merda”. A questo punto vengono giù tante risate offensive da parte dei suoi scagnozzi.

Incomincio a muovere le dita, mi sto riprendendo, il dottore mi chiede come mi sento, se ho sintomi di vomito. Non gli rispondo e il dottore intuisce che non lo faccio per paura d’altre botte.

Vengo portato in cella, per alcuni giorni come pestaggi vengo lasciato tranquillo ma non come insulti, con sforzo mi devo alzare quando entra la battitura delle sbarre. Per Turi il discorso è diverso, è bastonato, miliato ogni volta che esce per andare al passeggio.
Appena sto meglio giù altre botte, tutto questo dura 51 giorni. Questi pestaggi avvenivano dalle quattro alle otto volte giorno. Di notte ci veniva buttata acqua calda con una pompa, portando i detenuti più anziani allo svenimento causa l’afa.

Bisognava alzarsi per pulire la cella, raccogliere l’acqua da terra perché era tutta allagata. Dopo 51 giorni, viene a visitare il centro di tortura l’Onorevole Tiziana Maiolo, sull’isola, i detenuti da pochi minuti erano stati bastonati. L’onorevole chiede di visitare le sezioni, invece il comandante le vuol far vedere soltanto le strutture. La Maiolo insiste a voler vedere i detenuti, un vice maresciallo come se capitasse lì per caso, rivolgendosi alla Maiolo l’avvisa che fra poco si alza il mare e se non va via subito non può più partire perché col mare mosso la vedetta non parte e nell’isola non ci sono alberghi ne pensioni. L’onorevole parte, ma vede il mare piatto come una tavola. Quindi una volta giunta a Piombino va direttamente al comando della guardia di finanza e chiede se nelle ore a venire ci sarà il mare mosso. Gli addetti lo escludono nel modo più assoluto. La Maiolo si chiede il perché hanno cercato la scusa per mandarla via e cosa succede lì? Qualcosa tramite gli avvocati le era arrivata all’orecchie. Infatti, anche gli avvocati che avevano chiesto il colloquio con i propri assistiti, per un mese gli erano stati
negati i permessi di incontrarli. Dopo alcuni reclami tale permesso era stato accordato dal Ministro dell’Interno e da quello di Grazia e Giustizia. Un’avvocatessa era andata a Pianosa per un colloquio con un suo assistito, la fanno aspettare fuori dalla cinta sotto il sole cocente. Chiede un bicchiere d’acqua e le viene rifiutato, dopo ore viene fatta entrare, è perquisita, spogliata nuda. Ha cercato di protestare, ma la Secondina le sta per mettere addosso le mani; L’avvocatessa intuisce l’antifona e se ne sta zitta. Le viene tolto l’assorbente, dopo un ispezione nei minimi particolari è fatta vestire, dopo altre ore di attesa finalmente può parlare col suo assistito. Non riesce a dire nulla, è sconvolta, si scusa, le racconta i maltrattamenti subiti: ”Io non vengo più qui, mi dispiace, ci vediamo al processo”. Il detenuto non le dice nulla di quello che lui subisce qui. L’avvocata ha capito guardando il suo assistito, che presenta segni di pestaggi sul viso e ha gli occhi neri e gonfi.
L’indomani, l’onorevole Tiziana Maiolo telefona al Ministero per farsi autorizzare a visitare i detenuti, questo a sua volta ordina agli aguzzini di riportarla a Pianosa e di farla parlare con i detenuti. A malavoglia viene accompagnata dal comandante e dal vice sceriffo.
Entra nella prima sezione, si ferma ad ogni cella, chiede come stanno e se ci sono problemi. Nota negli occhi e nel viso la paura, sono terrorizzati, ma la paura è troppo forte, se fosse stata da sola avrebbero avuto il coraggio di chiedere aiuto. Accanto a Lei ci sono tutti i secondini con i loro capi, che con sguardi di minacce gelano i prigionieri, la paura e il terrore sono in loro la padrona assoluta. I secondini avevano carta bianca. Alla fine L’onorevole si ferma nella mia cella e mi chiede come sto, rispondo: ”Male, sono bastonato minimo dalle quattro alle otto volte al giorno”. Mi alzo la maglietta e la Maiolo rimane di ghiaccio, mai in vita sua aveva visto un corpo così martoriato. Il comandante diventa giallo in viso, cerca di affermare che il detenuto è un po’ malato di cervello e che gli ematomi se li è procurati da solo. La Maiolo è piena di rabbia, chiede di aprire il cancello, vuole parlare da sola con me. Il capo degli aguzzini si rifiuta categoricamente, la Maiolo urla, lo stesso fa il Comandante che la vuole intimorire. Dopo un batti e ribatti il maresciallo cede ordinando al secondino addetto alla sezione di aprire la cella e parla con me. Io le racconto tutto, la Maiolo rimanendo sbalordita, prende nota di tutto quello che dico. Dopo che l’onorevole era andata via entrano i secondini in assetto di guerra, sono in otto, entrano gridando frasi oscene, io e il mio compagno veniamo colpiti a colpi di coda elettrica, sono sollevato, sbattuto nelle pareti, il sangue mi scorre mentre loro ridono. Da terra non riesco ad alzarmi, il mio sguardo cercava il mio compagno di cella, egli giaceva immobile, credevo fosse morto. Ad un tratto spunta una pompa d’avanti alla porta, esce acqua salata, con tutta la sua potenza vengo sbattuto in un angolo, l’acqua salata bruciava le ferite. Dopo la visita della Maiolo, le torture erano un po’ diminuite ma le iene continuavano a divertirsi. Molte volte i secondini prendevano il secchio con acqua, shampoo e detersivo, preso dai detenuti, facevano un miscuglio e lo buttavano nel corridoio in modo da far diventare il pavimento molto scivoloso per i detenuti  che andavano a passeggio, per far si che cadessero. Un certo Zio Paolo, uomo anziano, batté al cancello con la testa aprendosi il cranio, i secondini gli urlano di alzarsi e di continuare a correre. Quel poveretto non riusciva ad alzarsi finché i secondini non lo presero a calci…

Un giorno mi preparo per la doccia e chiedo alla guardia il bagno schiuma e lo shampoo ed egli risponde: ”Qui non c’è nulla, stronzo, a chi vuoi prendere in giro?” Gli assicuro che me l’avevano consegnato il giorno prima. Il secondino tutto arrabbiato per intimorirmi: ”Come ti permetti, cosa vuoi affermare che ti è stato rubato? Stronzo”. Sul mio viso arriva uno schiaffo e sbatto la testa contro il muro e a calci mi spinge fino alla doccia.

Una mattina, mentre mi trovavo al passeggio, vengo chiamato dal vice sceriffo, dopo le manette vengo fatto salire su una jeep, mettono in moto ed usciamo. Mi ordinano di tenere la testa abbassata. Ad un tratto il vice impugna la pistola e mi dice” stai per morire!” Mi punta la pistola nella tempia a destra. Non ho battuto ciglio, certamente la paura c’era ma non potevo fare nulla. In quel momento pensavo alla mia famiglia quando sento il grilletto girare a vuoto…
una finta esecuzione con le relative risate dei secondini. Come se non bastasse mi si dice: “Ora scappa, corri per la campagna”. Io con la testa faccio segno di no.

Un aguzzino mi dà uno schiaffo e urla: ” Scappa” io non mi muovo. Prendono una corda la mettono tra le mie manette e la legano alla jeep, mettono in moto e mi tirano dietro, cerco di correre il più forte possibile ma non posso farlo più forte della jeep finché con un piede entro in una buca, perdo l’equilibrio, cado e sono trascinato per circa 100 metri con risate e divertimento dei maiali…

Dopo alcuni giorni da questo fatto, prima di andare all’aria, all’improvviso durante la perquisizione mi arriva un pugno che mi colpisce il fianco destro. D’istinto mi muovo, non l’avessi mai fatto, mi danno pugni e calci da ogni parte del corpo. Dopo cinque minuti di pestaggio il brigadiere ordina agli aguzzini di smettere e mi portano alle celle di punizione. Dopo tre giorni vengo chiamato dalla direttrice, aveva occupato il posto del suo predecessore. Dopo mesi tutti si davano il cambio dopo che con immane sadismo si erano divertiti sui poveri detenuti. Dentro l’ufficio della troia, ella mi comunica che mi era stato fatto rapporto, mentre mi stavano perquisendo mi ero mosso. Io spiego i fatti. La troia mi minaccia e dice che mi denuncerà per calunnia. Io mi alzo la maglia per fargli vedere il mio corpo tutto pestato a sangue: “Questo chi me lo avrebbe fatto?”
La troia abbassa la testa e dice può andare.

Matteo Greco

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“L’oblio della ragione”, di Chiara Vitetta

by Chiara on giu.02, 2009, under Fuori categoria

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Mi chiamo Chiara Vitetta, e sono una scrittrice esordiente. Ho 23 anni, ed è già da molto tempo che mi faccio in quattro per emergere in questo difficile mondo.

Credo di aver capito di voler fare questo mestiere intorno ai 14 anni, quando mi sono avvicinata alla lettura cominciando a divorare libri di ogni genere. Romanzi, poesie, racconti, saggi, leggevo qualunque cosa e di qualunque autore. Anche adesso leggo di tutto e molto; è la mia grande passione, e mi accompagna nella vita insieme alla scrittura e all’arte in ogni sua forma. Mi piace molto viaggiare, e amo la pittura, la scultura e l’architettura.

Oggi vi presento il mio primo libro: “L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia”. È composto da due racconti, un noir (Giustizia) e un horror (Blackout).  Questa è la quarta di copertina:

“La follia è più vicina di quanto si creda, è proprio dietro l’angolo, nascosta da una normalità in precario equilibrio, schiacciata dalla tranquillità. E se l’equilibrio fosse stravolto e la tranquillità minata da eventi terribili e fuori controllo? Vi racconto due storie di follia; volete seguirmi?

Giustizia e Blackout sono due storie di ordinaria e straordinaria follia,due racconti sospesi tra incubo e realtà, sorprendenti nel loro finale e sorprendenti ancora di più per il talento e l’originalità dimostrati dalla giovane esordiente scrittrice calabrese.”

Non voglio anticiparvi molto, né tessere le lodi di questo mio primo “figlio letterario” venuto alla luce della pubblicazione. Ovviamente vi consiglio di comprarlo (e per farlo, di contattarmi all’indirizzo webmaster@chiaravitetta.com), ma per convincervi voglio raccontarvi qualcosa di me e di questa pubblicazione. 

Quando ho capito di voler fare la scrittrice, le prime difficoltà si sono presentate immediatamente, perché ogni adulto a cui lo dicevo smontava questo sogno, informandomi che era una strada difficile e poi, io chi credevo di essere? Beh, io credevo e credo di essere solo una scrittrice, niente più e niente meno di questo. Sono appassionata di questo mestiere meraviglioso, e mi sono fatta in quattro per giungere a questo primo traguardo della pubblicazione. Non ho ascoltato nessuno, sono andata avanti, solo avanti. Ho scritto, scritto, scritto, e letto tanti e tanti libri, poi appena compiuti 18 anni ho cominciato a spedire materiale a varie case editrici. All’inizio erano lettere cartacee, poi e-mail, a volte telefonate, e nell’arco di 5 anni ho accumulato una certa quantità di esperienze nel settore. Ho un cassetto pieno di contratti mai firmati, mucchi inutili di fogli in cui mi si chiedeva di contribuire alle spese per la pubblicazione. Non ho mai neanche preso in considerazione questa possibilità, perché sono convinta che i libri non si debbano pubblicare così, che un editore debba investire nello scrittore se crede in lui, e che non si può pubblicare qualunque cosa solo perché si paga. Invece ho sempre visto la pubblicazione SENZA CONTRIBUTO come garanzia del valore del materiale proposto, e finalmente meno di un anni fa sono incappata nella casa editrice giusta.  Si tratta di una piccola casa editrice pugliese (Edizioni del Poggio)  retta più dalla passione che dal guadagno, visto che in Italia è terribilmente difficile guadagnare qualcosa vendendo libri di autori sconosciuti, a meno che non si abbiano grandi capitali o grandi nomi… Una volta raggiunto il traguardo della pubblicazione, non si è arrivati, semmai si è solo all’inizio! Al di là degli editori senza scrupoli (che spesso architettano vere e proprie truffe) e di tutti coloro che nemmeno si degnano di rispondere alle e-mail, ci sono grossi problemi anche con i librai, e persino con la gente comune, quei lettori che dovrebbero rendere sensata la pubblicazione di un libro.

Visto le possibilità ridotte della casa editrice, il mio libro è distribuito in un numero limitato di librerie italiane, e in molte quindi manca. Questo però non vieta che chiunque, singolo lettore o libraio, possa ritirarlo attraverso i normali canali o attraverso internet. La via più semplice, però, è contattare direttamente me all’indirizzo sopra citato. 

Ho un sito internet, http://chiaravitetta.com/ (che gestisco personalmente) che aggiorno molto spesso con post che parlano di libri, film, e del faticoso mestiere di esordiente. Al suo interno troverete una sezione dedicata al libro (http://chiaravitetta.com/loblio-della-ragione/) dove potrete leggere le anteprime dei due racconti che lo compongono, e un’altra sezione dedicata ai colleghi esordienti spaesati e in cerca di consigli (http://chiaravitetta.com/angolo-esordienti/ ). 

Quello che oggi chiedo a te che stai leggendo è una possibilità: dammi l’occasione di conquistare la tua anima di lettore. Compra il mio libro (le cui spese di spedizione saranno a mio carico), e poi potrai farmi sapere cosa ne pensi, qualunque sia la tua opinione in proposito. Uno scrittore sconosciuto ha dalla sua parte poche cose, e una di queste, forse la più importante, è la fiducia del lettore, che alla cieca o quasi, gli da la possibilità di conquistarlo con le sue parole. Datemi questa possibilità, e non vi deluderò.  Vi aspetto! :-)

Chiara Vitetta

http://chiaravitetta.com/

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