Born Again

Resistere all’Oblio

di Duncan il nov.08, 2009, in Resistenza umana, Simbolo

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Le parole che troverete in fondo sono scritte da un ex detenuto.  E nelle sua parole il buio spezza le ginocchia. Questo inferno, le carceri lager così simili a un mattatoio, alcuni detenuti lo hanno subito per decenni. Ci sono degli istituti ormai famigerati nell’ambiente carcerario. E non parlo solo delle nostre Guantanamo, come sono state l’Asinara e Pianosa. Parlo  anche di carceri non superspeciali (e superdiscrezionali nel gestire a “briglia sciolta”  il “trattamento” di detenuti) ma anche di carceri del “circuito ordinario” come Poggioreale.
Possiamo accettare che un essere umano (per giunta qualcuno proveniente dalla microcriminalità) possa subire quanto ha subito questa persona? Possiamo accettare gli abusi psicologici, le torture fisiche, le umiliazioni e le angherie incessanti? Possiamo accettare le file interminabili fuori dei parenti all’alba, per accaparrarsi uno striminzito colloquio? File come bovini al macello. Possiamo accettare che  Gaetano Di Vaio non sia solo Gaetano Di Vaio ( e basterebbe già questo, perché la violenza inflitta a un singolo essere umano ci interpella e ci perseguita, ci prende e ci accende ad essere diversi dal sonno inesorabile nel quale ci abbandoniamo rattrappiti nel lento scorrere del tempo.. per agire, accenderci, dare..).. ma dietro lui ci siano mille storie… altri piedi e mani con un palo ficcato ben forte? Mani e piedi che sanguinano. Possiamo accettare che queste cose siano condannate in un limbo?
Un autore sudamericano nei tempi in cui il nuovo timido, insicuro e opportunista potere democratico cercava di lasciarsi alle spalle ciò che era accaduto, gli orrori della dittatura; di gettare una cappa di oblio sul passato, e dimenticare come vernice bianca su un muro.. scriveva che la letteratura è la resistenza all’oblio, alla dimenticanza. E scriveva anche per dare, lui stesso, voce ai senza nome e ai senza volto.. desaparecidos, carne viva precipitata nelle botole dei tanti Garage Olimpo.. anime segnate e tagliate col gesso su lavagne di scuole capestro. La letteratura riprendeva i fantasmi smarriti nella nebbia e dava loro di nuovo vita. E nella dissipazione dell’oblio, nella Resistentia, purificazione e speranza. Perché ci sono sonni che nascono dal fuoco che ti libera e sonni senza sogni.
Ma non è solo la grande letteratura, e le grani pagine cariche di grandi eventi, storie e anime che si innalza dinanzi all’oblio per fronteggiarlo.. ma anche tutte le nostre semplici parole, o scritte gettate su pezzi di carta o muri, nei passa parola, o tra siti improbabili. Ogni cosa che io, noi.. tu viandante solitario del Web che ora leggi.. ogni cosa che tutti noi facciamo per ricordare il dolore, le lacrime, l’ingiustizia, la sete e la speranza è una forma di Resistenza all’Oblio, di antidoto alla Dimenticanza.

Tuttavia a un livello più profondo, fossi tu rinchiuso in un lager cinese, ignoto a tutti, se anche nessuno potesse parlare di te.. perché ufficialmente “non esisti”.. neanche in quel caso saresti morto del tutto. Ci sono Stanze dove i Poeti Muti Morti Assassinati parlano ancora.. nonostante tutti i loro fogli siano stati bruciati.
Ci sono Canzoni che vivono in luoghi profondi. Ma questa è un’altra storia

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Ex Detenuto scrive

I media, negli ultimi mesi, ci hanno raccontato, quasi come se fosse una cantilena sentita e risentita , delle visite di alcuni politici fatte a Ferragosto in carcere. Visite che, a mio avviso, non portano da nessuna parte. Anche perché, coloro che le fanno, spesso, confondono il comodo ufficio del
direttore, climatizzato, con tanto di poltrone in pelle, con le anguste celle dove, se ti va bene, trovi stipate più di 20 persone.
Io che ho vissuto sulla mia pelle il carcere, di fronte a tanta ipocrisia, incompetenza, cattiveria, non posso non incazzarmi. Il carcere è un luogo terribile. Un luogo dove la dignità dell’individuo è sistematicamente violata. Un luogo dove non vengono rispettati i diritti più elementari.
Il detenuto è come un animale in gabbia. Solo che in più egli pensa, ragiona, immagina. E tutto questo si trasforma in una condanna ancora più terribile. Puoi pensare, vedere,analizzare, desiderare (giustizia), ma non puoi parlare, perché, se parli, se denunci che ad esempio nel vitto ci trovi spesso i vermi, che l’infermeria è praticamente inesistente, che ti è negato persino un rotolo di carta igienica, allora la tua galera sarà sempre più insopportabile. E se poi sogni di denunciare violenze e soprusi da parte della Polizia Penitenziaria sui detenuti comuni, allora i rischi, per te che sei chiuso la dentro, dove nessuno viene realmente e sinceramente ad ascoltarti, sono ancora più alti.
Se qualche televisione o qualche giornale si preoccupasse di farsi un giro la mattina, non dico all’interno di Poggioreale dove è impossibile entrare con le telecamere, ma all’esterno dello stesso carcere, potrebbe scoprire tante cose difficili da raccontare in una sola lettera. I bambini, sotto a quel carcere sono violentati ogni giorno. Centinaia di familiari, per lo più donne, anziani e bambini, si mettono dalle tre di notte fuori al carcere per prendere i primi numeri per accedere al pass per i colloqui. Quando alle otto del mattino si apre quel portone, si scatena l’inferno. Perché se non fai in tempo, se non calpesti, strattoni qualche anziana donna, rischi di non prendere il numero e quindi di non fare il colloquio con chi ti aspetta la dentro da una settimana.

Quando io ero a Poggioreale, e mia madre, anziana, veniva ai colloqui, mi implorava di non fare più le cose brutte che avevo fatto. Mi chiedeva quasi di avere un po’ di pietà anche io di lei, costretta ad affrontare il “calvario colloquio” per ben sei volte al mese.
Di questa gente qua, di questa umanità quà, dei loro problemi, dei loro dolori, dei loro diritti, nessuno se ne occupa. Ed è per questo che scrivo la presente. La speranza è di trovare spazio, ascolto, confronto con chi vuole veramente provare a restituire diritti e dignità a chi non c’è l’ha più. In carcere ci ho passato molti anni della mia vita e ne sono uscito distrutto sul piano psicologico.
Io ero il classico microcriminale napoletano tossicodipendente che a a furia di entrare ed uscire dal carcere aveva accumulato anni e anni di privazione della propria libertà. Oggi sono finalmente fuori dal crimine e dalla droga. Ma desidero che si sappia che a me il carcere nè mi ha salvato né mi ha rieducato come tanto piace dire a certi difensori del nostro sistema carcerario.
In realtà, la prigione mi ha letteralmente spezzato le costole. La dentro (Poggioreale e Secondigliano) ho subito violenze fisiche e psicologiche. Ho subito mortificazioni di ogni genere. Ho visto qualcosa di molto simile all’inferno. E tutto questo per anni e anni.
Sono uscito con una rabbia che spaventava anche me stesso. Non amavo niente e nessuno. Odio e rancore erano i sentimenti che covavo dentro.

Poi, per fortuna, sul mio percorso, ho incontrato qualcuno che mi ha aiutato a riflettere. Qualcuno che mi ha aiutato a rielaborare rabbia e dolore, facendo si che tutto ciò si trasformava in qualcosa di positivo, qualcosa di critico ma costruttivo. Perché la rabbia fine a se stessa uccideva e logorava solo me stesso.

Nel settembre scorso sono stato alla 66^ Mostra di Arte cinematografica di Venezia (selezione ufficiale fuori concorso) con una docufiction da me ideata scritta e prodotta per la regia di Abel Ferrara.“Napoli Napoli Napoli” è il suo titolo e si affronta proprio la tematica carcere, oltre che la città stessa. Una volta tanto a parlare non sono sempre e solo i soliti. Ma chi, certi problemi, li conosce
veramente e soprattutto ha sviluppato una capacità critica tale da poter anche offrire un contributo per cercare di migliorare le cose.

Io sono nato e cresciuto a Scampia. Figlio di famiglia povera e numerosa. Non ho studiato. Ho conosciuto sin dall’infanzia il dolore.
Mio padre, per questioni di povertà mi rinchiuse assieme ad altri miei fratelli in collegio. Avevo sette anni. Il primo carcere era un collegio. Botte, maltrattamenti, oppressione ho sopportato tutto questo in silenzio dall’età di sette anni ai 14 anni. Poi la ribellione, l’esplosione. Quindi le carceri minorili, la droga, le comunità per minori a rischio e per tossicodipendenti. Poi le carceri per adulti. Insomma, un’intera esistenza in coercizione.
Adesso però sono libero. Il dolore ovviamente è sempre con me. Ma lotto con tutte le forze. Lavoro adesso con l’arte. Ho fatto l’attore in teatro e al cinema. Ho fondato prima un’associazione culturale denominandola “Figli del Bronx” e poi, grazie ad un progetto che mi è stato approvato da sviluppo italia, una piccola casa di produzione cinematografia che porta lo stesso nome. Scrivo storie per il cinema e mi occupo di tematiche sociali. Per quattro anni ho portato il cineforum nel carcere minorile di nisida a napoli dove io stesso sono stato recluso da minore. Ai cineforum sono intervenutoi ospiti come Mario Martone, Francesco Rosi, Luigi Lo Cascio, Toni Servillo e Paolo Sorrentino e tanti tanti altri per cercare di stimolare i ragazzi reclusi a discutere dei problemi legati alla devianza e a tutto ciò che determina la loro/nostra

Concludo per dire che questo mio sfogo, questa mia testimonianza, la dedico alla memoria di Stefano Cucchi, il ragazzo ucciso dalla legge per pochi grammi do majurana.

(Gaetano Di Vaio)

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