Archive for marzo, 2011
Le barche di immigrati
by Duncan on mar.30, 2011, under Resistenza umana
Le barche di immigrati devo essere accolte.
QUESTO E’ IL PUNTO DA CUI SI PARTE.
Il resto viene dopo.
Ogni altra discussione, valutazione, considerazione.
MA PRIMA I BARCONI DI MIGRANTI DEVONO ESSERE FATTI ATTRACCARE.
Tutto poi parte da là…
Ma c’è una premessa che non può essere discussa.
Queste navi vanno fatte arrivare fino alla costa.
Gli immigrati devono essere rifocillati.
Ricevere cibo e acqua.
Curati in maniera degna.
SU QUESTO NON SI PUO’ DISCUTERE.
Ogni altro confronto, anche aspro, inizia dopo.
Ogni altra decisione su chi può restare in Italia, e perchè.. e su quando reinviare altri al proprio paese di origine, e come e quando.
E a quel livello ci vorrà anche concrettezza ed equilibrio. Perchè non basta dire “venghino tutti da ogni parte del mondo… e restino…”.. perchè un idealismo “demagogico” poi crea bombe demografiche o realtà di convivenze esplosive o di degrdo urbano o di mancanza di risorse che si ritorcono contro gli stessi immigrati. Un’etica concreta e onesta non dice.. “venghino tutti e basta”.. ma valutiamo.. situazione per situazione, caso per caso, periodo storico per periodo storico.
Ma tutto questo inizia dopo…
ci si confronta dopo..
MA PRIMA LE BARCHE DI IMMIGRATI VANNO ACCOLTE. PUNTO.
Non sono accettabili strade sporche.. come..non fare attraccare le barche a riva.. o respingerle in alto mare e fare ritornare indietro.
Non si possono fare compromessi su questo.
Su una nave c’è gente che stremata da un lungo e tremdendo viaggio, persone affamata, donne incinta, malattie.. c’è il trauma
psicologico…. Non è accettabile che vengano semplicemente rispedite all’indietro.
E poi solo con un minimo di tempo e di indagine si può capire chi potrebbe restare definitivamente in Italia, chi può richiedere lo
status di rifugiato politico.
Quindi quelle proproste demagogiche che puntano ad agire prima che si arrivi agli sbarchi sono come quei trucchi da prestigiatore da balera. Ti tolgo daglli occhi mani e volti… tu proprio non vedrai nulla… il problema risolto alla raadice no? E che importa se in quelle barche ci sono donne incinte, persone ammalate, bambini traumatizzati? E che importa se qualcuno verrà fatto a pezzi o torturato se rispedito al paese di origine? E’ molto più facile così no? Non farti vedere nulla… toglierti dagli occhi quelle vite… e risparmiare anche sui centi di accoglienaza e su ciò che intorno ad essi gravita.
Ci sono risposte volgari.. queste sono strade volgari.
E non ci appartengono.
Ci sono dei punti che non possono essere discussi.
PRIMA I BARCONI DEVONO POTERE GIUNGERE.
E c’è un alltro punto.. immediatamente dopo..
CHI FUGGE DAL PERICOLO E DALLA PERSECUZIONE, CHI RISCHIA UNA BRUTTA FINE SE VIENE RISPEDITO INDIETRO, CHI E’ PERSEGUITATO.. DEVE SEMPRE OTTENERE LA POSSIBILITA’ DI RESTARE.
Questi capisaldi, anche se sono stati consacrati nelle Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo.. hanno radici antichissime… fin dai tempi
remoti è previsto quasi una sorta di “diritto delle genti” che crea il dovere morale di soccorrere chi è in difficoltà, prima di ogni altra
cosa.
Lasciamo ad altri il cinismo delle anime morte.
La leggenda del Grande Inquisitore
by Duncan on mar.11, 2011, under Controinformazione
La Leggenda del Grande Inquisitore è uno dei brani più celebri della letteratura universale.. si tratta di una sorta di racconto ad altissimo valore simbolico contenuto a sua volta in uno dei più grandi romanzi mai scritti, I fratelli Karamazov di Fiodor Dostoevskij.
E’ un brano che conoscevo già da tempo, ancora prima di intraprendere la lettura integrale del romanzo. Romanzo che considero un capolavoro assoluto. Ma questa è un’altra storia.
Questo brano mi ha sempre affascinato….
Fin dal suo “assurdo” e straniante assunto iniziale…
Ivan Karamazov narra al fratello Alesa una storia che sta scrivendo..
In questa storia Cristo decide di tornare nel mondo, e nello specifico sceglie la tetra Siviglia al tempo funereo della Santa Inquisizione.. epicentro di un Medioevo somigliantissimo a quello originale, ma allo stesso tempo quasi “universo parallelo”, nel quale tutto il potere è incarnato dalla sinistra figura del Grande Inquisitore… autorità di vertice della Chiesa, al quale anche i poteri secolari piegano le ginocchia tremanti. E’ una SIviglia oscura con cielo cupo del fumo dei roghi e la puzza di bruciato degli autodafè.
Cristo compare inaspettato.. nessun profeta o segno lo ha preannunciato. Di colpo appare. E di colpo senza dire una parola viene riconosciuto. Ma anche il Grande Inquisitore lo riconosce e non esita un attimo a imprigionarlo.
E già a questo punto la mia fantasia da ragazzino volava… e immaginava il film.. che film.. Cristo torna. e la Chiesa incarnata nel supremo potere del Grande Inquisitore lo arresta e lo imprigiona non come semplice nemico, ma come nemico supremo.
Già comprendete che ci troviamo dinanzi a un grande colpo d’ala letterario. Una grande “pensata” e una grande visione, checché se ne pensi poi di tutti gli aspetti relativi al merito di ciò che è scritto.
Cristo irrompe come un fattore non più di desiderato avvento o presenza.. ma come un “pericolo”… un mito da vendere alle folle, ma appunto un mito….. la sua effettiva presenza invece è destabilizzante…
“Che cosa sei venuto a fare?.. Noi non ti vogliamo.. Perchè ssei venuto a distruggere tutto l’edficio che noi abbiamo costruito…?”
Ecco io credo che esistano molti livelli di lettura per quelli che sono i grandi testi della creazione artistica universale.
Riguardo a questo brano ci si può soffermare su una interpretazione su di un piano più strettamente teologico e religioso.
Ma è un’altra l’interpretazione invece che a me affascina e quella che voglio condividere con voi..
Una interpretazione che va oltre lo stesso livello religioso..
Ossia.. vedere questo brano come una grande parabola sulla Libertà…
Il Grande Inquisitore rappresenta il Potere che sottomette la Libertà con ogni mezzo. Rappresenta la via della abdicazione al proprio essere liberi e davvero uomini per trovare la sicurezza che dà la sottomississione….
Dice a Cristo… in sostanza…
“Tu avevi tre strumenti per ottenere il potere assoluto e fare del mondo un paradiso perfettamente organizzato.. IL MISTERO.. IL MIRACOLO.. E L’AUTORITA’….. ma rinunciasti a tutto in nome della Libertà…” (ho reso il passaggio a parole mie).
Diventa allora un passaggio di rara potenza simbolica. E’ questo che lo rende grande. Pensate al riferimeno al pane… “se avessi dato il pane tutti ti avrebbero seguito…”. E per un attimo andate oltre il contesto.. ed estendete la parabola.
E pensateci.. “il pane al posto della libertà”.. Quante volte per la comodità, la sicurezza, la liberazione dalla paura, la stabilità, la soddisfazione di bisogni si è stati pronti a rinunciare alla libertà… E quante volte si è potuto rendere schiavi gli uomini con denaro, cose, promesse di stabilità, benessere e sicurezza.
E quante volte una singola persona si è trovata di fronte alla scelta tra una Libertà piena di pericoli e incertezze e battaglie da portare avanti… e la comoda catena della sottomissione… “avanti firma” sembra dire il Mefistofele del Faust.. “ti daremo tutto.. ma tu dovrai sottometterti….”
Anche gli altri sistemi sono efficaci… IL MIRACOLO.. ossia l’eccezzionale, la manifestazione di un potere fortissimo, fuochi da artificio ed effetti speciali. …. ti stupiremo e tu ti piegherai a noi.
O L’AUTORITA’… davanti a chei è al vertice disponde di goni possibile mezzo e facile sottomettersi.
Anche se IL PANE… è il potere più grande.
E allora il brano di Dostoevskji diventa emblematico e capace di paralre ben oltre il campo del cristianesimo..
E’ un canto altissimo sulla Libertà e il suo prezzo.
Osservate come il Grande Inquisitore sembra animato dalle migliori intenzioni..
“è per loro che lo facciamo.. è per la gente.. sono piccoli.. sono deboli.. sono bambini.. noi vogliamo il loro vero bene.. non tu…”
Ma qui è un gioco sottilissimo di Dostoevskji.. quale tiranno, inquisitore, autocrate, dittatore… non ha mai creduto, anche consapevolmente autoingannandosi, che ciò che lui (O loro) facevano era rivolto esclusivamente a fin di bene?
Del resto non diceva un vecchio detto.. “La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni”?
Il Grande Inquisitore parla, parla, parla… non la finisce più… è un grande retore melodrammatico.. sfoggia le migliori argomentazioni..e quasi piange commuovendosi lui stesso.. è un grande logico… tira fuori una filippica memorabile…
Ma mentre parla la sua inquietudine cresce…
Si aspettava odio o opposizione.. ostilità o ira.. Ma Cristo è una sfinge.. I suoi occhi restano calmi ed enigmatici.. mentre l’agitazione dell’Inquisitore cresce. Avrebbe preferito a quel punto la rabbia, l’ira, una reazione indignata.. un anatema per il tradimento. Ma Cristo non fa una piega..e addirittura sorride.
Finito il suo discorso il Grande Inquisitore si aspetterebbe di tutto.. ma non nquello che Cristo farà.
Cristo non dice una parola… anche qua, che grande colpo d’ala di Dostoevskji. Cristo dinanzi a un fiume di parole.. non dice una parola. Non ha bisogno di smontare nulla. Di controargomentare. Di scendere nello stesso agone dell’Inquisitore. E’ su un piano totalemnte altro. Non dice nulla… ma si alza.. e lo bacia sulla guancia..
A quel punto il Grande Inquisitore è completamente spiazzato…
E’ lui come un bambino impaurito adesso..tutta la sua inesorabile logica gli si accartoccia dentro..e rinuncia al suo stesso proposito di bruciare Cristo sul rogo..ma apre la porta e grida istericamente….
“Vattene e non venir piu… non venire mai piu… mai piu!”
Ripeto.. se abbiamo la forza di non restare ancoratii su un piano puramente religioso e cristiano.. e sappiamo trasfigurare il testo.. ci troveremo dinanzi a un grandissimo apologo sulla Libertà.
Buona lettura..
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La mia azione si svolge in Spagna, a Siviglia, al tempo piu pauroso dell’inquisizione quando ogni giorno nel paese ardevano i roghi per la gloria di Dio e con grandiosi autodafè si bruciavano gli eretici.
Oh, certo, non è cosi che Egli scenderà, secondo la Sua promessa, alla fine dei tempi, in tutta la gloria celeste, improvviso “come folgore che splende dall’Oriente all’Occidente”. No, Egli volle almeno per un istante visitare i Suoi figli proprio là dove avevano cominciato a crepitar i roghi degli eretici. Nell’immensa Sua misericordia, Egli passa ancora una volta fra gli uomini in quel medesimo aspetto umano col quale era passato per tre anni in mezzo agli uomini quindici secoli addietro. Egli scende verso le “vie roventi” della città meridionale, in cui appunto la vigilia soltanto, in un “grandioso autodafé”, alla presenza del re, della corte, dei cavalieri, dei cardinali e delle piu leggiadre dame di corte, davanti a tutto il popolo di Siviglia, il cardinale grande inquisitore aveva fatto bruciare in una volta, ad majorem Dei gloriam, quasi un centinaio di eretici. Egli è comparso in silenzio, inavvertitamente, ma ecco – cosa strana – tutti Lo riconoscono. Spiegare perché Lo riconoscano, potrebbe esser questo uno dei piu bei passi del poema. Il popolo è attratto verso di Lui da una forza irresistibile, Lo circonda, Gli cresce intorno, Lo segue. Egli passa in mezzo a loro silenzioso, con un dolce sorriso d’infinita compassione. Il sole dell’amore arde nel Suo cuore, i raggi della Luce, del Sapere e della Forza si sprigionano dai Suoi occhi e, inondando gli uomini, ne fanno tremare i cuori in una rispondenza d’amore. Egli tende loro le braccia, li benedice e dal contatto di Lui, e perfino dalle Sue vesti, emana una forza salutare. Ecco che un vecchio, cieco dall’infanzia, grida dalla folla: “Signore, risanami, e io Ti vedrò”, ed ecco che cade dai suoi occhi come una scaglia, e il cieco Lo vede. Il popolo piange e bacia la terra dove Egli passa………………
Il popolo si agita, grida, singhiozza; ed ecco in questo stesso momento passare accanto alla cattedrale, sulla piazza, il cardinale grande inquisitore in persona. È un vecchio quasi novantenne, alto e diritto, dal viso scarno, dagli occhi infossati, ma nei quali, come una scintilla di fuoco, splende ancora una luce……Ha visto tutto… …Aggrotta le sue folte sopracciglia bianche e il suo sguardo brilla di una luce sinistra. Egli allunga un dito e ordina alle sue guardie di afferrarlo. . . . . . .Le guardie conducono il Prigioniero sotto le volte di un angusto e cupo carcere nel vecchio edificio del Santo Uffizio e ve Lo rinchiudono. Passa il giorno, sopravviene la scura, calda, “afosa” notte di Siviglia. L’aria “odora di lauri e di limoni”. In mezzo alla tenebra profonda si apre a un tratto la ferrea porta del carcere, e il grande inquisitore in persona con una fiaccola in mano lentamente si avvicina alla prigione. È solo, la porta si richiude subito alle sue spalle. Egli si ferma sulla soglia e considera a lungo, per uno o due minuti, il volto di Lui. Infine si accosta in silenzio, posa la fiaccola sulla tavola e Gli dice:
“Sei Tu, sei Tu?” – Ma, non ricevendo risposta, aggiunge rapidamente: – “Non rispondere, taci. E che potresti dire? So troppo bene quel che puoi dire. Del resto, non hai il diritto di aggiunger nulla a quello che Tu già dicesti una volta. Perché sei venuto a disturbarci? Sei infatti venuto a disturbarci, lo sai anche Tu. Ma sai che cosa succederà domani? lo non so chi Tu sia, e non voglio sapere se Tu sia Lui o soltanto una Sua apparenza, ma domani stesso io Ti condannerò e Ti farò ardere sul rogo, come il peggiore degli eretici, e quello stesso popolo che oggi baciava i Tuoi piedi si slancerà domani, a un mio cenno, ad attizzare il Tuo rogo, lo sai? Si, forse Tu lo sai”, – aggiunse, profondamente pensoso, senza staccare per un attimo lo sguardo dal suo Prigioniero.
Non dicevi Tu allora spesso: “Voglio rendervi liberi?”. Ebbene, adesso Tu li ha veduti, questi uomini “liberi”, – aggiunge il vecchio con un pensoso sorriso. – Si, questa faccenda ci è costata cara, – continua, guardandolo severo, – ma noi l’abbiamo finalmente condotta a termine, in nome Tuo. Per quindici secoli ci siamo tormentati con questa libertà, ma adesso l’opera è compiuta e saldamente compiuta. Non credi che sia saldamente compiuta? Tu mi guardi con dolcezza e non mi degni neppure della Tua indignazione? Ma sappi che adesso, proprio oggi, questi uomini sono piu che mai convinti di essere perfettamente liberi, e tuttavia ci hanno essi stessi recato la propria libertà, e l’hanno deposta umilmente ai nostri piedi. Questo siamo stati noi ad ottenerlo, ma è questo che Tu desideravi, è una simile libertà?”.
- lo tomo a non comprendere, – interruppe Aljòsa, – egli fa dell’ironia, scherza?
- Niente affatto. Egli fa un merito a sé ed ai suoi precisamente di avere infine soppresso la libertà e di averlo fatto per rendere felici gli uomini. “Ora infatti per la prima volta (egli parla, naturalmente, dell’inquisizione) è diventato possibile pensare alla felicità umana. L’uomo fu creato ribelle; possono forse dei ribelli essere felici? Tu eri stato avvertito, – Gli dice, – avvertimenti e consigli non Ti erano mancati, ma Tu non ascoltasti gli avvertimenti. Tu ricusasti l’unica via per la quale si potevano render felici gli uomini, ma per fortuna, andandotene, rimettesti la cosa nelle nostre mani. Tu ci hai promesso, Tu ci hai con la Tua parola confermato, Tu ci hai dato il diritto di legare e di slegare, e certo non puoi ora nemmeno pensare a ritoglierci questo diritto. Perché dunque sei venuto? Sai Tu che passeranno i secoli e l’umanità proclamerà per bocca della sua sapienza e della sua scienza che non esiste il delitto, e quindi nemmeno il peccato, ma che ci sono soltanto degli affamati? “Nutrili e poi chiedi loro la virtù!”. Oh, mai, mai essi potrebbero sfamarsi senza di noi! Nessuna scienza darà loro il pane, finché rimarranno liberi, ma essi finiranno per deporre la loro libertà ai nostri piedi e per dirci: “Riduceteci piuttosto in schiavitù ma sfamateci!”. Comprenderanno infme essi stessi che libertà e pane terreno a discrezione per tutti sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi sapranno ripartirlo fra loro! Si convinceranno pure che non potranno mai nemmeno esser liberi, perché sono deboli, viziosi, inetti e ribelli.
…Essi sono viziosi e ribelli, ma finiranno per diventar docili. Essi ci ammireranno e ci terranno in conto di dèi per avere acconsentito, mettendoci alla loro testa, ad assumerci il carico di quella libertà che li aveva sbigottiti e a dominare su loro, tanta paura avranno infine di esser liberi! Ma noi diremo che obbediamo a Te e che dominiamo in nome Tuo. Li inganneremo di nuovo, perché allora non Ti lasceremo piu avvicinare a noi. E in quest’inganno starà la nostra sofferenza, poiché saremo costretti a mentire. Ecco ciò che significa quella domanda che Ti fu fatta nel deserto, ed ecco ciò che Tu ricusasti in nome della libertà, da Te collocata più in alto di tutto. In quella domanda tuttavia si racchiudeva- un grande segreto di questo mondo. Acconsentendo al miracolo dei pani, Tu avresti dato una risposta all’universale ed eterna ansia umana, dell’uomo singolo come dell’intera umanità: “Davanti a chi inchinarsi?”. Non c’è per l’uomo rimasto libero piu assidua e piu tormento sa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi. Ma l’uomo cerca di inchinarsi a ciò che già è incontestabile, tanto incontestabile, che tutti gli uomini ad un tempo siano disposti a venerarlo universalmente. Perché la preoccupazione di queste misere creature non è soltanto di trovare un essere a cui questo o quell’uomo si inchini, ma di trovarne uno tale che tutti credano in lui e lo adorino, e precisamente tutti insieme.
E questo bisogno di comunione nell’adorazione è anche il più grande tormento di ogni singolo, come dell’intera umanità, fin dal principio dei secoli. È per ottenere quest’ adorazione universale che si sono con la spada sterminati a vicenda. Essi hanno creato degli dèi e si sono sfidati l’un l’altro: “Abbandonate i vostri dèi e venite ad adorare i nostri, se no guai a voi e ai vostri dèi!”. E cosi sarà fino alla fine del mondo, anche quando gli dèi saranno scomparsi dalla terra: non importa, cadranno allora in ginocchio davanti agli idoli. Tu conoscevi, Tu non potevi non conoscere questo fondamentale segreto della natura umana, ma Tu rifiutasti l’unica irrefragabile bandiera che Ti si offrisse per indurre tutti a inchinarsi senza discussione dinanzi a Te;.………Tu volesti il libero amore dell’uomo, perché Ti seguisse liberamente, attratto e conquistato da Te. In luogo di seguire la salda legge antica, l’uomo doveva per l’avvenire decidere da sé liberamente, che cosa fosse bene che cosa fosse male, avendo dinanzi come guida la sola Tua immagine; ma non avevi Tu pensato che, se lo si fosse oppresso con un cosi terribile fardello come la libertà di scelta, egli avrebbe finito per respingere e contestare perfino la Tua immagine e la Tua verità?………Sappi che io non Ti temo. Sappi che anch’io fui nel deserto, che anch’io mi nutrivo di cavallette e di radici, che anch’io benedicevo la libertà di cui Tu letificasti gli uomini, che anch’io mi ero preparato ad entrare nel numero dei Tuoi eletti, nel numero dei potenti e dei forti, con la brama di “completare il numero”. Ma mi ricredetti e non volli servire la causa della follia. Tornai indietro e mi unii alla schiera di quelli che hanno corretto l’opera Tua. Lasciai gli orgogliosi e tornai agli umili per la felicità di questi umili. Ciò che Ti dico si compirà e sorgerà il regno nostro. Ti ripeto che domani stesso Tu vedrai questo docile gregge gettarsi al primo mio cenno ad attizzare i carboni ardenti del rogo sul quale Ti brucerò per essere venuto a disturbarci. Perché se qualcuno piu di tutti ha meritato il nostro rogo, sei Tu. Domani Ti arderò. Dixi”.
Ivàn, si fermò. Egli si era accalorato e aveva parlato con fervore; quando poi ebbe finito, fece improvvisamente un sorriso.
Aljòsa, che l’aveva sempre ascoltato in silenzio e verso la fine, in preda a straordinaria agitazione, molte volte aveva voluto interrompere il discorso del fratello, ma si era visibilmente trattenuto, si mise d’un tratto a parlare, come scattando:
- Ma… è un assurdo! – esclamò, arrossendo. – Il tuo poema è l’elogio di Gesu e non la condanna… come tu volevi.
E come termina il tuo poema?……….
- lo volevo finirlo cosi: l’inquisitore, dopo aver taciuto, aspetta per qualche tempo che il suo Prigioniero gli risponda. Il Suo silenzio gli pesa. Ha visto che il Prigioniero l’ha sempre ascoltato, fissandolo negli occhi col suo sguardo calmo e penetrante e non volendo evidentemente obiettar nulla. Il vecchio vorrebbe che dicesse qualcosa, sia pure di amaro, di terribile. Ma Egli tutt’a un tratto si avvicina al vecchio in silenzio e lo bacia piano sulle esangui labbra novantenni. Ed ecco tutta la Sua risposta. Il vecchio sussulta. Gli angoli delle labbra hanno avuto un fremito; egli va verso la porta, la spalanca e Gli dice: “Vattene e non venir piu… non venire mai piu… mai piu!”. E Lo lascia andare per “le vie oscure della città”. Il Prigioniero si allontana.
- E il vecchio?
- Il bacio gli arde nel cuore, ma il vecchio persiste nella sua idea.
F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano, 1979, voI. I, pagg. 263 e 282
Quanto vale un uomo
by Duncan on mar.11, 2011, under Resistenza umana
Sono frammendi violenti quelli che leggerete…
Una premessa.
Nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1941 nei territori che erano stati annessi all’Unione Sovietica nel giugno del 1940 cominciò l’operazione “di prelievo dei partecipanti alle organizzazioni controrivoluzionarie e degli altri elementi antisovietici, e inoltre di deportazione dei famigliari dei partecipanti alle formazioni controrivoluzionarie sottoposto a repressione e che si trovavano in posizione illegale”.
In altre parole.. furono messe in atto feroci deportazioni. Le deportazioni erano uno degli srumenti privilegiati del potere sovietico, uno dei metodi principali della sua “politica”. Allo stesso tempo strumento per abbattere categorie di persone considerate “sospette” (ma nessuno era immune), effettuare colossali opere di iingegneria sociale (ripopolare interi teritori spostando masse di popolazione da un luogo all’altro, come in un risiko allucinato, ridurre al terrore totale la gran parte delle popolazione.. disposta a tutto pur di non cadere in quelle voragini infernali, disposta alla più prona obbedienza, alla fedeltà più cieca, al tradiemnto più vile.
Le deportazioni avvennero anche nella Bessarabia, che si trovava in prcedenza sotto il potere della Romania, e che fu annessa all’URSS nel giugno del 1940.
Tra le persone deportate c’era Efrosinija Kernovskaja…piccola proprietaria terriera, donna colta, coraggiosa e volitiva. Una donna eccezionale che percorse molti gradini dell’inferno… dal quale alla fine riuscì a uscire, e negli anni ’60 iniziò a scrivere e a disegnare tutto quello che non poteva dimenticare, la sua storai tremenda e allucinante. Ne è uscita una delle più grandi testimonianze su quell’epoca e quegli orrori, un libro dal titolo…”Quanto vale un uomo”
Evfrosinjia Kernovskaja sentiva il dovere di salvare una testimonianza di verità dall’oblio e dalla falsificazione. Un giorno scrisse..
” ‘Niente è dimenticato, nessuno è dimenticato!’ sento dire molto spesso. Queste parole fanno bella mostra di sé sui monumenti, compaiono nelle epigrafi. Ahimé! Tutto è dimenticato, e tutti sono dimenticati… Il guaio non è che si cambino i nomi delle città, delle strade, si abbattano i monumenti, si eliminino ritratti, slogan, si rifacciano libri già pubblicati, si taglino e sostituiscano pagine di dizionari enciclopedici, se neincollino i fogli. Preso singolarmente ciascuno di questi atti è ridicolo. Ma quanto tutto questo viene messo insieme, è finalizzato a togliere all’uomo la memoria, a sostituire la sottomissione alla logica, a occultare o travisare le lezioni della storia, allora diventa mostruoso e criminale. La gente della mia età ricorda come è avvenuta questa falsficicazione degli avvenimenti, dei destini delle persone e dei fatti, ma tace. E’ più tranquillo, e meno pericoloso. Ancora qualche anno e noi, ultimi testimoni oculari delle rivoluzione, della NEP, della collettivizzazione e del terrore staliniano, moriremo, e non ci sarà i nessuno che possa dire: “No! Le cose non sono andate affatto così!” Per questo cerco di ‘fotografare’ ciò di cui sono stata tetimone. La gente deve sapere la verità, perchè tempi simili non possano pù ripetersi”.
Il libro della Kernovskaija è molto lungo e ha vari momenti. E’ tutto un percorsco che comprende carceri, tentativi di fuga, differenti Gulag ed incontri. I brani che leggerete, ad esemio, rientrano in momenti differenti.
Il libro andrebbe letto tutto.. sono più di settecento pagine. La storia è una storia di grande dignità umana che, nonostante tutto riesce a resistere e a lasciare un segno. Ma ci sono tantissime pagne tremende.
Alcune di queste pagine tremende le ho selezionate per questa nota.
Sono frammenti presi da contesti e tempi diversi.. Anche se lo sfondo più siinistro sono le condizioni di vita delle carceri e dei Gulag, questri frammenti vanno anche al di là. In tutti si “sente” la corruzione morale, la degradazione che hanno investitoil tessuto profondo di intere collettivà.. con beneficiati che vendono benefattori, figli che vendono i genitori e li denunciano per tradimento, accaparramento famelico delle risorse altrui in una interminabile lotta di potere.
Vi lascio ai brani di Evfrosinija Kernovskaja tratto dalla sua autobiografia… Quanto vale un uomo.
P.S: il disegno che accompagna questo post, è contenuto nel libro di Evfrosinija Kernovskaja, insieme a molti altri, fatti dalla sua stessa mano.. e rappresenta un momento tra quelli che ho selezionato, esattamente quando lei prende la parola in assemblea per opporsi alle folli proposte dell’ottuso e sadico Chochrin.
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Ben presto mi convinsi di essermi perduta. Fui presa dal panico. Ma raggiunsi nuovamente un sentiero, più esattamente una strada. Ecco una baracca e lì vicino un’alltra. Erano vuote e chiuse a chiave. La gende era al lavoro. Ecco l’ufficio. Dal comignolo usciva il fumo. Entrai nel vestibolo. Il tepore mi investì. Aprii la porta, varcai la soglia e… arretrai disgustata.
Avevo visto una scena di assoluto benessere e felicità domestica: a un tavolino basso, intorno a una grande bacinella smaltata, sedeva tutta la famiglia. Il padre, un ciccione robusto e rosso di pelo, tutto lustro di grasso, e cinque o sei marmocchi forti come torelli; vicino, la madre affettava il pae. Anche la made era corpulene, florida,e col muso rotondo. Nella bacinella, tagliatelle con carne di montone, tutte annegate nel grasso.
Un paio di mesi prima una simile scena avrebbe potuto solo intenerimi, ma adesso immaginai subito quanti operai bisognava derubare, quanti bambini lasciare morire di fame, perchè la famiglia del loro superiore potesse mangiarsi cinque chili di carne (senza cntare tutto il resto), visto che a ogni operaio assegnavano cinquanta grammi di carne (per il sessanta per cento costituita da ossa) e venti grammi di granaglie o tagliatelle al giorno! L’espressione di spavento ladresc e il gesto con cui i più grandi cercarono di nascondere la bacinella cn la carne confermarono la mia intuizione. Stupefacente! Ciò che provai era più simile allo schifo che all’indignazione. Come se avessi messo la mano su un muco sudicio! Non conoscevo la strada, stava calando la sera, ero stanca fradicia, e davanti a me avevo la palude costellata di monticcioli e di acquitrini nascosti dalla vegetazione, che bisognava attraversare con la luce, ma non potevo chiedere un favore a chi derubava degli esuli affamati e diseredati! Presi il mio sacco e mi incamminai all cieca.
(…)
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Nonno Kravcenko mi regalò un paio di vecchie manopole di pelliccia. Oh felicità! Fino ad allora, infatti, avevo lavorato a mani nude, avvolgendole in qualche strraccio. Le mani piene di geloni si erano coperte prima di vesciche e poi di piaghe. li stracci vi si incollavano, e ogni volta, strappandoli via, riaprivo le ferite. Il manico dell’accetta era sempre insanguinato.
Una volta, ricevuto un anticipo di cinque rubli che mi dovevano bastare per una settimano ma non bastavano affatto, perchè solo per il pane mi toccava pagare novantasei copechi, mi trattenni nell’anticamera dell’ufficio, dopo avere posato le manopole sul davanzale della finestra.
“Domnisoara Kernsnovkaja!” sentii una vocetta sottile alle mie spalle e, ddal buio, una piccola figura infantile infagottata in una giubba imbottita avanzò nello spazio illuminato dalla luce. Riconobbi la figlia minore di Cuju: magrolina, tutta trasparente, era incredibilmente cambiata.
Sapevo che suo padre, un tipico impiegato rumeno, affettuosissimo coni bambini, negli ultimi tempi si era letteralmente abbrutito per la fame e mangiava da solo tutta la propria razione, mentre le figlie piccole, di otto e dieci anni, erano mantenute dalla madre, una donna malaticcia che lavorava come addetta alle pulizie, e in quanto tale, riceveva solo quattrocentocinquanta grammi di pane e mezzo litro di zuppa due volte al giorno. Ma le bambine, come “persone a carico”, non avevano dritto alla zuppa e ricevevano solo centocinquanta grammi di pane a testa! Nelle famiglie del luogo le persone a carico riuscivano bene o male a tirare avanti grazie al loro pezzettino di terra, anche se misero; un orticello, una vacca, un pecora. Inoltre, durante l’estate facevano scorta di frutti di bosco, funghi, noci, e i ragazzini,anche i più piccoli, sapevano pescare, mettere trappole per i galli cedroni. Ma la situazione dei nostri familiari a carico… Ooh, era un incubo! Morivano lentamente, e non c’era nulla che potesse giustificare questa crudeltà!
La bambina, mi pare si chiamasse Nelli, era molto affettuosa, ben educata, gentile, tranquilla e paziente.
“Dmonisoara Kersnovskaja!” ripetè. “Forse per lei soo troppe? Forse ne darà una a me e mia sorella?”
“Dare che cosa?” chiesi guardandomi intorno senza capire.
La bambina fissava qualcosa alle mie spalle e mormorava:
“Sono così grandi… Pensavo… per me e mia sorella..”
“Ma che cosa? Non capisco…”
“Le sfogliate… Sono… Forse una le basterà?”
Mi girai dalla parte dove guardava la bambina. E capii: sul davanzale, illuminate dalla luna, stavano rigonfie, marroni… le mie manopole di pelliccia!
“Mia cara bambina! Ma quelle non sono sfogliate, sono manopole!”
“Ah”.
Negli occhi della bambina spuntarono le lacrime e restarono sospese sulle ciglia… Si coprì il viso con le mani ed emise un singhiozzo convulso. Tutta la sua figura esprmeva una delusione così amara che, se anche avessi avuto un’uniica sfogliata, gliel’avrei data. Avevo fame, una fame tremenda, ma nè allora né poi, neppure a un passo dalla more, avrei provato l’egoismo delle belve feroci.
(…)
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Nel documento di accompagnamento mi avevano segnalato come persona pericolosa (fin dal giorno in cui sul treno mi avevano messo le manette perchè avevo dato dell’acqua alla puerpera). Ma soprattutto non nascondevo la mia indignazione alla vista delle ingiustizie e, quel che è peggio, mi mettevo a discutere con Chochrin quando le sue disposizioni erano assurde, crudeli o stupide…
E’ una vera epopea. Ora no posso neanche ricordare tutto, figuriamoci! Infatti, quasi non passava giorno che non tentassi di opporre la ragione alla forza…
Chochrin amava molto le assemblee. Era impossibile non andarci. Finché tutti non si erano riuniti non dava inizio alla riunione, e finché non l’aveva chiusa non si apriva la mensa. Non si scappava!
Radunava nel club i taglialegna stanchi morti e affamati e cominciava. Ed era sempre la stessa solfa:
“Annienteremo i fasisti (pronunciava propio così). E per questo bisogna…”
E proponeva un a umento delle norme di produzione, degli impegni o dell’orario di lavoro, oppure una riduzione del salario a favore dell’esercito, o qualcos’altro, per esempio un miglioramento della qualità del legno; vale a dire che bisognava bruciare ancora di più, lasciando solo quello selezionatissimo.
Alla fine dell’intervento passava i suoi occhi di cadavere su tutti gli astanti. Era incredibile quanto fossero agghiaccianti quegli occhi!
Opachi, come quelli di un pesce morto, e inoltre piccoli e immobili. Tutti tacevano… Chi avrebbe osato contraddirlo?
No! Lo dico davanti a Dio, mettendomi la mano sul cuore; neanche una volta, non un’unica volta ho taciut!
“La norma! Chi le dà il diritto di elevare arbitrariamente la norma? E’ fissata dallo stato. Per la nostra regione settentrionale, già così è esorbitante: le ore di luce sono poche: già così violiamo la legge che tutela la sicurezza dei lavoratori! Lavoriamo al buio. I rappresentanti sindacali sono tenuti a stabilire sul posto l’entità della norma, e la sua retribuzione! Sono i lavoratori stessi che devono assumersi gli impegni, volontariamente. Mentre qui le prende lei e non permette di discuterli. Ufficialmente da noi vige la giornata lavorativa di otto ore, ma noi ne lavoriamo dodici, e senza giorni di riposo. Lo capiamo; c’è la gurra e anche noi combattiamo sul fronte del lavoro. Ma è forse ammissibile ridurre un salario già misero? Lei dice: “Migliorare la qualità del legno”. Ma una foresta che da trecento anni lotta per la sopravvivenza, nelle condizioni estreme delle paludi del Nord, non diventerà mai come il bosco sano delle regioni pi meridionali, che raggiunge le medesime dimensioni in quarant’anni! Possibile che per farle guadagnare ancora una volta quarantamila rubli di premio sia necessario bruciare ancor più legname di qualità inferiore? E’ ragionevole mandare in fumo il bosco, una ricchezza nazionale? E non è criminale ridurre ulteriormente il salario già basso dei taglialegna?”
Si può immaginare l’ardente odio del “signore e padrone della nostra vita”, che non poteva in nessun modo indurre a tacere quel moscerino caparbio che, in sostanza, ero io.
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Osservo più attentamente le mie compagne di sventura. Ci sono diversi gruppi, anche se ogni singola donna soffre a modo suo. Sedute sulle tre sedie, intorno al tavolo, ecco tre vecchiette. Due sono monache e hanno passato da molto i settant’anni. Non hanno niente, assolutamente niente di quelle fanatiche convinte ed esaltate che ben conosco dalla letteratura. Ancor meno somigliano a scaltre ed ipocrite intriganti, come le dipingono ora. Sono semplicemente dei reliti umani. Vecchiette infelici, braccate, sole.
Sono entrambe in uno stato pietoso. Una sta chiaramente trascinando i suoi ultimi giorni: gli occhi spenti, torbidi, la pelle del viso e del collo flaccida, secca, il ventre orrendamente rigonfio e i piedi edematosi, come cuscini di vetro. Respira a fatica, on un sibilo, e dal petto le esce un gorgoglio. E’ penoso guardare gli sforzi che fa per restare seduta tutto il giorno, non osando neppure appoggiarsi al tavolo! Basta che si sorregga un pochino, e lo spioncino schiocca e la voce del carceriere la costringe a sedersi nuovamente diritta. Come tutti noi, è sotto inchiesta. Non ho potuto capire cosa vogliono indurla a confessare. Probabilmente neanche lei. Sapeve confezionare trapunte con vari disegni, girava per i villaggi facendo questo lavoro privatamente, “compromettendo in tal modo l aproduzione cooperativa”, ragion per cui l’hanno accusata di sabotaggio e danneggiaemnto, in base all’art 58 comma 14.
L’altra vecchietta, monaca anche lei in passato, pensa giorno e notte alla sua capra.
“Una capretta così bella e bianca! Così affettuosa! Ah, capretta mia bella, ti rivedrò mai più?”
Aveva una casetta, un minuscolo orticello. Nella cooperativa che collezionava trapunte guadagnava pochi soldi, perchè la qualità di quelle coperte era scadente, e per sbarcare il lunario lavorava di nascosto, di notte, su ordinazione.
Essendo sola al mondo, quindici anni prima si era presa un’orfanella da allevare.
“Pensavo: la farò creescere, le insegnerò ogni specie di lavori da cucito. Noi in convento nei tempi antichi eravamo maestr in tutti i lavori femminili: filavamo e tessevamo, e facevamo pizzi al tombolo, una vera meraviglia! Confezionavamo scialli di lana finissima, come adesso non se ne vedono più! E poi, s’intende, facevamo trapunte. Avevo dei telai speciali per questo. Tutto ho insegnato a quella bambina, come fosse una figlia mia, donatami dal Buon Dio! E quando ho comprato una caprtta e abbiamo cominciato ad avere il nostro latte, ho pensato: “Grazie a Te, Signore Fonte di Vita, che mi hai concesso di crescere una bambina, perchè nella vecchiaia non restassi sola! Varja si sposerà e io smetterò di lavorare nella cooperativa, terrò in ordine la sua casa, crescerò i nipotini che Dio manderà”. Ma no, quella che avevo scaldato in seno non era una figlia, ma una vipera. Mi ha denunciato perchè lavoravao di notte, facevo trapunte. Mi ha portato in casa la polizia, si è perfino offerta come testimone. Al confronto diceva proprio così: “Tutte le azioni, tutti i pensieri e le parole di questa veccchia sono contro il potere sovietico e le leggi sovietiche. Perchè è una monaca e odia il potere sovietico!” Hanno dato a lei sia la casa con l’ordo sia la capra. Aspettava a giorni un caprettino. Ah la mia capretta dolce!”
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La terza “delinquente” era solo una vecchia kolchoziana, di quelle che sgobbano giorno e notte nei campi senza ricevere decisamente nulla per il loro lavoro. Una volta che un forte acquazzone aveva costretto tutti a ripararsi sotto una tettoia, ansimando e gemendo per un attacco di radicolite aveva detto:
“Ai tempi dell’altra guerra con la Germania, quando lo zar si prese nell’esercito il mio uomo, io, come mogllie di un soldato, qualcosina, anche se poco, ricevevo: ora un pò di legna gratis, ora degli sgravi sulle imposte. Adesso invece Stalin mi ha preso quattro figli in guerra, e non solo non mi aiutano, vecchia come sono, ma oltretutto mi fanno lavorare gratis, malata, con questo tempaccio!”
Due giorni dopo l’avevano arrestata, e ormai erano otto mesi che la martellavano:
“Chi ti ha istigato a fare propaganda contro il partito e contro Stalin?”
Non le credetti, mi sembrava assurdo che una semplice frase in cui tutto era vero potesse fare incriminare una donna anziana, i cui figli stavano difendendo la patria!
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Eravamo vicine di letto nella grande camerata femminile dell’ospedale del lager, dove non c’era un centimetro libero (..).
Avevo già avuto modo di osservare la denutrizione in tutti gli stadi possibili e immaginabili, ma non avevo ancora incontrato un simile esempio di scheletro vivente! E su quel teschio splendevano grandi occhi azzurissimi, di una sfumatura cobalto. Nei casi di estremo esaurimento gli occhi di solito si infossano, diventano opachi, mentre quelli di Vanda… Guradando quegli occhi, quasi non ci si accorgeva più del cranio completamente rasato, della pelle secca, aderente alle ossa, delle nere labbra screpolate che non poteva coprire la chiostra dei denti, belli ma velati da una patina di muco secco.
Si rigirava nel letto, alzandosi, o meglo sllevandosi continuamene sulla braccia, e allora faceva ancora più spavento: non aveva camincia, la si sarebbe dovuta cambiare più spesso. Giaceva su un’incerata, sulla quale le gocce di sangue colavano quasi ininterrottamente.
Io la capivo, infelice ragazzina appena uscita dall’età infantile. A due-treento passi da lì, fuori del portone c’era sua madre, che non vedeva da due anni: proprio per incontrarla avea affrontato tutti i pericoli della “strada della vita”, che invece l’aveva poartata in quell’ospedale di lager, dopo l’arresto per abbandono del posto di lavoro. Il fatto è che gli adolescenti la cui salute era irrversibilimente minata dalla tubercolosi e dall a pellagra venivano “scartati”, cioè cancellati dagli elenchi dei campi per inattitudine al lavoro,e i genitori o i parenti potevano venirseli a prendere. Ma c’era la severa disposizione di non scartare quelli intrasportabili o che dovevano morire entro breve tempo. Non potevano andare a morire a casa neppure quelli il cui aspetto poteva testimoniare in maniera evidente quali erano gli effetti del campo di lavoro correzionale…
“Ma che dici, bambina!” cercavo di calmarla. “Come fa una mamma a spaventarsi della propria figlia? Sei malata. E la mamma lo sa. Sa anche che la malaria non rende belli”.
“E’ proprio questo che mi preoccupa! La mamma è partita proprio all’inizio, per accompagnare i bambini sfollati negli Uralli, e non è più potuta tornare. Io sono rimasta con il papà, ma lui è morto già nel primo inverno, e io mi sono messa a lavorare: cucivo sacchi, li riempivo di terra. Già a Leningrado avevo una bruttissima cera, ma la mamma m ricorda com’ero prima della guerrra. Sa”, disse un pò imbarazzata, “ero bela. No, davvero, molto bella! Con i capelli ricci, colorita… Adeso invece sono pelata, magra… faccio paura”.
E mi guardava con un’aria interrogativa, speranzosa.
“Ma che dici Vanda! Capirai che guaio se non hai più i ricci! I ricci ricresceranno. E il colorito, quando si hanno sedici anni, fa presto a tornare. A questo, credimi, ci penserà la mamma. E anche adesso, per quanto sembri magra o, come dici, pelata, per la mamma sei ssempre la più bella! Ora sbrigheranno tutte l eformalità, ti rilasceranno il certificato…”
Con quanta gratitudine mi guardavano i suoi fiduciosi occhi azzurri! Probabilmente sorrideva, benchè sia dificile affermarlo: il digrignare de denti non coperti dalle labbra somiglia sempre a un sorriso. Mi tendeva una mano, e io accarezzavo quella pelle secca e fredda: l amano di uno scheletro. Ma sapevo dalle parole di Sarra Abramovna che la madre della ragazza aspettava invano giorno e notte al portone, senza mai allontanarsene: le avevano negato il permesso, non le avevano lasciato alcuna speranza… Questa conversazione si ripeteva diverse volte al giorno. E sempre, tranquillizandosi, Vanda mi tendeva la mano, e io la accarezzavo. Mentre sull’incerata colavano goccioline di sangue… Morì senza soffrire. Semplicemente insieme al sangue, finì anche la vita. Lo sentì, la madre, quando sua figlia le passò accanto, sotto una tela catramata, nella carretta che la portava alla fossa comune?
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Nelle condizioni del lager, chi può beccarsi la sifilide? Chi può comprarsi una donna o costringerla con la paura o la forza. Alla prma categoria appartengono quelli che anno la possibiità di liberare dalla fame; alla seconda quelli che hanno il potere di causare sofferenza: affamare, torturare con il lavoro massacrante e le condizioni di vita insopportabilmente pesanti. Sì! E’ così. E non bisogna stupirsi se la sofferenza non ci è inflitta sempre ed esclusivamente dai capi del lager e dai capi di questi capi, su su per la scala gerarchica in cima alla quale troneggia il principale tiranno, quel Moloch che ha bisogno di venerazione, paura e innumerevoli vittime.
Spiegherò più dettagliatamente. Nella massa dei detenuti, per la paggioranza politici, c’è sempre un certo numero di criminali comuni. Anche all’interno dell’art. 58 c’è il comma 14, “Sabotaggio”, in cui rientrano gli auolesionisti che si mutilano per non lavorare, ma anche semplicemente i giocatori che perdono alle carte una mano (o una sua parte), una gamba, un occhio. Può essere il più incallito urka recidivo, ma passa per l’art. 58, ancorché comma 14.
Non tutti i delinquenti comuni sono urki. Ma proprio tra i comuni si recluta l’élite del campo, e dal loro ambiente, tramite una selezione e un apposito tirocinio, si cristallizza la quint’essenza dei tiranni da lager – il frutto più ripugnante della schiavitù, che a sua volta è la più disgustosa fra le invenzioni dell’umanità.
Ma non si trattava di loro, bensì di quelli che occupavano una posizione di privilegio nelle sezioni di lager, nel lagpunkty e nelle komadirovski disciplinari.
Potevano comprarsi una donna i fornai, i tagliatori di pane, i responsabili dei magazzini di viveri e di vestiario e altri privilegiati. Questi erano i pazienti della corsia di Tuminas.
Fornai e tagliatori di pane di solito erano tipi non tanto pericolosi, quanto ributtanti. Sicuri di sé e insolenti con i detenuti politici, strisciavano in ogni modo davanti ai superiori, compresi i liberi, che a volte mangiavano con tutta la famiglia, con figli e parenti, a spese della razione del lager: grassi, farina, conserve, tutto spariva sottobanco. Perciò la direzione chiudeva un occhio se il tagliatore sistematicamente gonfiava le porzioni di pane spruzzandovi sopra acqua con la bocca.
Il pane… Si mangia. Se ne parla, si pensa, si sogna. “Un cantuccio di pane, anzi solo la me tà”. Il pane e il sale. “Daccio oggi il nostro pane quotidiano…” chiedevamo a Do. Ma nel campo il pane ce lo misurava rigorosamente il tagliatore, secondo un elenco.
Non è così sempice: dare a ciascuno non “secondo il bisogno” e tanto meno secondo i meriti, ma proprio secondo l’elenco: a qualcuno la razione minima, la “garanzia”, a qualcuno il “buono+1″ o “+”", “+3″ (il massimo!), e a qualcuno anche la razione punitiva o ospedaliera, oppure quella per i trasferimenti. Destreggiandosi con questa matematica, il tagliatore può sempre rimediare a proprio vantaggio abbastanza pane da pagarsi l’ “amore” di un donna affamata. Ma se si può comprare una donna, perché non comprarne due, tre? Basta tagliare razioni meno pesanti, e poi spruzzarle generosamente d’acqua con la bocca. Ma capitava che, insieme all’ “amore”, il tagliatore di pane si guadagnasse anche la sifilide. Allo stesso modo si contagiavano i responsabili dei magazzini, i cuochi e via dicendo. Anche se aun detenuto spettava (come a Novosibirsk) solo un grammo di grassi, moltiplicato per duemilacinquecento faceva già due chili e mezzo, cioè quanto bastava per friggere delle schiacciate per i capi. Eppure i cuochi riuscivano sia a ingrassarsi loro, sia a far mangiare delle ragazze non troppo difficili, soprattutto minorenni. Spesso quesi “califfi per un’ora” delle cucine venivano pescati con le mani nel sacco, ma finivano sempre in qualche altro posticino caldo e lucroso, perché avevano saputo ungere per tempo le persone giuste.
Gli smistatori, i capisquadra e i capicantiere avevano ancora più ampie possibilità di utilizzare i loro sottoposti. Non avevano bisogno di comprare le donne. Bastava intimidirle, e far pressione sulle più recalcitranti: costringerle a svolgere un lavoro ingrato, assegnare la razione più misera, con la quale la morte per esaurimento è garantita. Le donne “docili”, invece, le sistemavano a un lavoro più leggero, attribuendo loro il guadagno altrui, e di conseguenza una razione migliore.
E inoltre di sifilide si ammalavano i responsabili dei bagni, del club… Anche questi incarichi erano assegnati ai detenuti comuni, che potevano uscire dalla zona con un lasciapassare. Rientrava tra le loro mansioni reclutare informatori, sollecitare confidenze e denunciare a chi di dovere. A mò di incoraggiamento si creavano per loro le “condizioni”: una stanza separata, una razione supplementare, eccetera. Molti di loro vivevano nell’abbondanza. (E questo quando infuriava la guerra e molti milioni di persone a entrambi i lati del filo spinato sofivano senza alcuna colpa!). Perchè avrebbero dovuto negarsi un piacere, quando per un pezzo di pane e burro e un bicchiere di té dolce si poteva comprare l’ “amore”?
Ma sul gradino più alto dell’élite del campo stavano quelli che lavoravano per i liberi fuori della zona recintata: sarti, calzolai, ogni specie di artigiani. Ovviamente quei mestieri potevano esercitarli solo i detenuti comuni. Ed erano loro i fidanzati più desiderbili! Così potevano scegliere anche una dama più raffinata, non di quelle che diceevano: “Dammi le razioni e cala giù i calzoni!”. A queste signore bastava regalare scarpe col taccco.
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Solo l’amore ha senso.. di Alina
by Duncan on mar.11, 2011, under Bellezza, Poesia
dove ho scolpito
un’intera vita
la fame dell’amore
non finisce mai ,
e con le mani
e le braccia in salita
assorbono
le pietanze
gli zerbini
i focolari spenti
le dolomiti
e io
rapata e strafatta
mi assorbo le lacrime
che nutrono la fame
e lo schifoso
riso in polvere
lo vedo dissipare
Che raro
firmare un contratto
di cui solo l’idea
rimane ben precisa
e quanto è facile
essere invidiato
Trattata con freddezza
e l’abbraccio lo sentii
con tanta timidezza
Non una parola
di ciò che mi aspettavo
non un augurio
di benevolenza
non un tratto diverso
costruito
tutt’al più
mi guardo attorno
e trovo indifferenza
Qualcuno si mostra socievole
nell’habitat condiviso
e della mia scrittura
vorrebbe capire
il mio successo
e della mia sofferenza
vorrebbe avere
un’interferenza
per poter entrare
in quelle emozioni
dannate in parte
schifate dalla sorte
e del mio sorriso
trarre il narrare
la mia estasi consumata
che dal mio viso
scende orgogliosa
fino alla punta dei piedi
con gli occhi gonfi
e l’anima bucata
Classifica e suggestione
merito dei clandestini
di fronte alle grande dame
quelle più schifate
più pervertite
più iene delle iene
che divorano in branco
e ancora
con un sorriso malato
ti sanano per la pena
e dalla pelle alle ossa
ti ringhiano dietro
facendo del tuo retro
una vera e propria
stupida chimera
Libri
cosa sono
oltre al vorace
passare del tempo
se davanti ad una scrivania
smette di vivere
la saggezza che lei
dama di successo
femmina emancipata
ben vestita e ben truccata
pettinata e curata
fa smorfie
di fronte ad un dono
E poi dall’altra parte
qualcuno si poggia
sulla mia anima
dove l’amore perdona
e la vita non smette mai
di far da bambinaia
legandosi addosso
le corazze
e rinnega i diritti
mentre nessun telefono squilla
e per l’uomo amato
si fa in quattro
e lui non viene a casa
nemmeno a cena
Ma che malattia
la bellezza
ossia
una piccola soddisfazione
tradita
dalla risata della dama
mentre l’altro pezzo di croce
striscia e ama
Mi venne in mente
di comportarmi da vigliacca
e di quella risata
volli farmi carico
il giorno dopo
quando
di fronte alla casa
mi accostai
e pensando
da buona cristiana
suonai alla porta lussuosa
e con la stessa risata
entrai
Vorrei che i miei pensieri
restassero con me
non vendo i miei pensieri
ma li scrivo
li traduco in italiano
per chi italiano si sente
da straniera
dignitosa e orgogliosa
Qualcuno mi insegnò
che solo l’amore ha senso
Solo l’amore ha senso
Rivoglio i mie pensieri
dissi
e dalla sua faccia
tolsi il viscidume
E poi la mia goduria
il mio trionfo
la mia risata
Chiusi la porta
e me ne andai
soddisfatta
e con il pensiero altrove
Avevo sanato
una convulsione malata
Non avrebbe avuto senso
essere disonorata
perché
solo l’amore
ha senso
è ancora
solo l’amore
ha senso.
Alina Dumitriu
Prima del Viaggio
by Duncan on mar.11, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo
“Questi volti che mi entrano dentro.
Con tutto quello che hai.
Vedi, come un rosario,ogni pallina la tocchi e passia vanti. Vorrei poterti risparmiare tutto.
Saranno giorni come non mai. Notti come non mai.
E non so se io ci sarò. Ma ce lo porterò il sangue. Finchè potrò ti mostrerò come si fa.
Come si può provare a fare. Sai che certi grandi alberi, nascono appena dal pugno di una mano?”
E gli spazzolava i capelli.. E lei era bellissima, con occhi di uno strano locciola luminoso…
e gli piaceva mordere le grandi dita.
“Se vuoi raccogliere le piante shemiene… devi tastare il terreno.. e poi l’avvallamento avrà un andare a serpente…”
Le raccontava come la campagna germinava i segreti, e che quella terra aveva visto molti altri prima.
E poi le si abbassava al volto.. scendeva piegando i ginocchi e la metteva su vecchi tronchi tagliati..
E non sapeva se ridere o piangere a guardarla..
“Vorrei che tutto questo rimanesse, che tutta questa era non conoscesse ilt ramonto, che questi boschi potessero fermare i giorni che verranno e che tu potessi rimanere qua a far crescere le ore….”
E lei sentiva il suo cuore così grande e le sue lacrime di sangue,… come una malinconia dolcissima, che la legava ancora più forte del piacere delle corse sugli ampi viali di Gesabea o sui sogni incarnati delle fontante. E ogni autunno i grandi balli della fontana, e ogni primavera c’erano le storie e il legno, la festa degli incontri. Lei viveva int utte quelle schegge e tracce sul legno.. sognava già le grotte perdute e i sentieri nascosti delle colline del sole…. e tutto questo doveva finire?
E lui le stringeva le dite…. e le sue carezze erano forti come il grano, dolci come il miele…
“Porterai tutto qua dentro Stella mia, angelo dolcissimo delle stanse segrete del mio cuore…
Dovrai andare lontano. E conoscerai i morsi della rabbia… la polvere sugli occhi.. notti in cuii avrai il gelo nelle ossa.
Ma porterai tutto qua… ” e faceva un giro sul cuore, prima delicato poi pressando, alla maniera degli Erboriani..
“Qui dento ci sarà tutto…” e si mordeva un pò le labbra per non piangere…
“Vorrei esserci quando il tuuo sorriso si innalzerà sopra il dolore…. e saprai che fame dà l’amore, e come si può morire solo per un sogno….”
Lei capiva e non capiva…..
Voleva trattenere quei momenti per sempre… cupida… avida… non poteva capire tutto.. ma sapeva che tutto sarebbe cambiato..
“E ti diranno parole di morte… che sei figlia del sangue e della luna.. che sei un topo senza arte ne parte…. che c’è un prezzo per tutto….. e una nicchia per tutti… e vagonI di tristezza… e che non c’è mai stato questo luogo e questo tempo… fantasie da bambina….”
E lei adesso sentiva abissi, così tristi i giorni.. e soprattutto lui… gli avesse potuto levare la tristezza come gli sapeva mordere le dita.
Ma lui.. improvviso.. alzò la voce…solleticandole le ascelle, e buttandosela sul petto.. e sfregando ils uo naso col suo..
“Ma tu… riprese… tu allora stringera per tre volte il pugno e chiuderai gli occhi stringendo forte forte… e ricorderai…
è come una magia…. come una magia… come una magia….. E adesso stingimi la mano”
Era un vecchio modo erboriano.. segnava un legame sacro. I palmi delle mani aderivano..e poi entrambi stringevano a mo di pugno, incrocchiando le dita, e facendo un grio orario e poi antiorario.
“Ci sono altre terre, e sogni che aspettano te per non morire…
c’è un luogo dove solo tu potrai arrivare….
tu ci porterai tutti con te…
e ora scendi, che è ora di cenare,
figlia mia…”




