Born Again

Quanto vale un uomo

di Duncan il mar.11, 2011, in Resistenza umana

Sono frammendi violenti quelli che leggerete…

Una premessa.

Nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1941 nei territori che erano stati annessi all’Unione Sovietica nel giugno del 1940 cominciò l’operazione “di prelievo dei partecipanti alle organizzazioni controrivoluzionarie e degli altri elementi antisovietici, e inoltre di deportazione dei famigliari dei partecipanti alle formazioni controrivoluzionarie sottoposto a repressione e che si trovavano in posizione illegale”.

In altre parole.. furono messe in atto feroci deportazioni. Le deportazioni erano uno degli srumenti privilegiati del potere sovietico, uno dei metodi principali della sua “politica”. Allo stesso tempo strumento per abbattere categorie di persone considerate “sospette” (ma nessuno era immune), effettuare colossali opere di iingegneria sociale (ripopolare interi teritori spostando masse di popolazione da un luogo all’altro, come in un risiko allucinato, ridurre al terrore totale la gran parte delle popolazione.. disposta a tutto pur di non cadere in quelle voragini infernali, disposta alla più prona obbedienza, alla fedeltà più cieca, al tradiemnto più vile.

Le deportazioni avvennero anche nella Bessarabia, che si trovava in prcedenza sotto il potere della Romania, e che fu annessa all’URSS nel giugno del 1940.

Tra le persone deportate c’era Efrosinija Kernovskaja…piccola proprietaria terriera, donna colta, coraggiosa e volitiva. Una donna eccezionale che percorse molti gradini dell’inferno… dal quale alla fine riuscì a uscire, e negli anni ’60 iniziò a scrivere e a disegnare tutto quello che non poteva dimenticare, la sua storai tremenda e allucinante. Ne è uscita una delle più grandi testimonianze su quell’epoca e quegli orrori, un libro dal titolo…”Quanto vale un uomo”

Evfrosinjia Kernovskaja sentiva il dovere di salvare una testimonianza di verità dall’oblio e dalla falsificazione. Un giorno scrisse..

” ‘Niente è dimenticato, nessuno è dimenticato!’ sento dire molto spesso. Queste parole fanno bella mostra di sé sui monumenti, compaiono nelle epigrafi. Ahimé! Tutto è dimenticato, e tutti sono dimenticati… Il guaio non è che si cambino i nomi delle città, delle strade, si abbattano i monumenti, si eliminino ritratti, slogan, si rifacciano libri già pubblicati, si taglino e sostituiscano pagine di dizionari enciclopedici, se neincollino i fogli. Preso singolarmente ciascuno di questi atti è ridicolo. Ma quanto tutto questo viene  messo insieme, è finalizzato a togliere all’uomo la memoria, a sostituire la sottomissione alla logica, a occultare o travisare le lezioni della storia, allora diventa mostruoso e criminale. La gente della mia età ricorda come è avvenuta questa falsficicazione degli avvenimenti, dei destini delle persone e dei fatti, ma tace. E’ più tranquillo, e meno pericoloso. Ancora qualche anno e noi, ultimi testimoni oculari delle rivoluzione, della NEP, della collettivizzazione e del terrore staliniano, moriremo, e non ci sarà i nessuno che possa dire: “No! Le cose non sono andate affatto così!” Per questo cerco di ‘fotografare’ ciò di cui sono stata tetimone. La gente deve sapere la verità, perchè tempi simili non possano pù ripetersi”.

Il libro della Kernovskaija è molto lungo e ha vari momenti. E’ tutto un percorsco che comprende carceri, tentativi di fuga, differenti Gulag ed incontri. I brani che leggerete, ad esemio, rientrano in momenti differenti.

Il libro andrebbe letto tutto.. sono più di settecento pagine. La storia è una storia di grande dignità umana che, nonostante tutto riesce a resistere e a lasciare un segno. Ma ci sono tantissime pagne tremende.

Alcune di queste pagine tremende le ho selezionate per questa nota.

Sono frammenti presi da contesti e tempi diversi.. Anche se lo sfondo più siinistro sono le condizioni di vita delle carceri e dei Gulag, questri frammenti vanno anche al di là. In tutti si “sente” la corruzione morale, la degradazione che hanno investitoil tessuto profondo di intere collettivà.. con beneficiati che vendono benefattori, figli che vendono i genitori e li denunciano per tradimento, accaparramento famelico delle risorse altrui in una interminabile lotta di potere.

Vi lascio ai brani di Evfrosinija Kernovskaja tratto dalla sua autobiografia… Quanto vale un uomo.

P.S: il disegno che accompagna questo post, è contenuto nel libro di Evfrosinija Kernovskaja, insieme a molti altri, fatti dalla sua stessa mano.. e rappresenta un momento tra quelli che ho selezionato, esattamente quando lei prende la parola in assemblea per opporsi alle folli proposte dell’ottuso e sadico Chochrin.

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(…)

Ben presto mi convinsi di essermi perduta. Fui presa dal panico. Ma raggiunsi nuovamente un sentiero, più esattamente una strada. Ecco una baracca e lì vicino un’alltra. Erano vuote e chiuse a chiave. La gende era al lavoro. Ecco l’ufficio. Dal comignolo usciva il fumo. Entrai nel vestibolo. Il tepore mi investì. Aprii la porta, varcai la soglia e… arretrai disgustata.

Avevo visto una scena di assoluto benessere e felicità domestica: a un tavolino basso, intorno a una grande bacinella smaltata, sedeva tutta la famiglia. Il padre, un ciccione robusto e rosso di pelo, tutto lustro di grasso, e cinque o sei marmocchi forti come torelli; vicino, la madre affettava il pae. Anche la made era corpulene, florida,e  col muso rotondo. Nella bacinella, tagliatelle con carne di montone, tutte annegate nel grasso.

Un paio di mesi prima una simile scena avrebbe potuto solo intenerimi, ma adesso immaginai subito quanti operai bisognava derubare, quanti bambini lasciare morire di fame, perchè la famiglia del loro superiore potesse mangiarsi cinque chili di carne (senza cntare tutto il resto), visto che a ogni operaio assegnavano cinquanta  grammi di carne (per il sessanta per cento costituita da ossa) e venti grammi di granaglie o tagliatelle al giorno! L’espressione di spavento ladresc e il gesto con cui i più grandi cercarono di nascondere la bacinella cn la carne confermarono la mia intuizione. Stupefacente! Ciò che provai era più simile allo schifo che all’indignazione. Come se avessi messo la mano su un muco sudicio! Non conoscevo la strada, stava calando la sera, ero stanca fradicia, e davanti a me avevo la palude costellata di monticcioli e di acquitrini nascosti dalla vegetazione, che bisognava attraversare con la luce, ma non potevo chiedere un favore a chi derubava degli esuli affamati e diseredati! Presi il mio sacco e mi incamminai all cieca.

(…)

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Nonno Kravcenko mi regalò un paio di vecchie manopole di pelliccia. Oh felicità! Fino ad allora, infatti, avevo lavorato a mani nude, avvolgendole in qualche strraccio. Le mani piene di geloni si erano coperte prima di vesciche e poi di piaghe. li stracci vi si incollavano, e ogni volta, strappandoli via, riaprivo le ferite. Il manico dell’accetta era sempre insanguinato.

Una volta, ricevuto un anticipo di cinque rubli che mi dovevano bastare per una settimano ma non bastavano affatto, perchè solo per il pane mi toccava pagare novantasei copechi, mi trattenni nell’anticamera dell’ufficio, dopo avere posato le manopole sul davanzale della finestra.

“Domnisoara Kernsnovkaja!” sentii una vocetta sottile alle mie spalle e, ddal buio, una piccola figura infantile infagottata in una giubba imbottita avanzò nello spazio illuminato dalla luce. Riconobbi la figlia minore di Cuju: magrolina, tutta trasparente, era incredibilmente cambiata.

Sapevo che suo padre, un tipico impiegato rumeno, affettuosissimo coni bambini, negli ultimi tempi si era letteralmente abbrutito per la fame e mangiava da solo tutta la propria razione, mentre le figlie piccole, di otto e dieci anni, erano mantenute dalla madre, una donna malaticcia che lavorava come addetta alle pulizie, e in quanto tale, riceveva solo quattrocentocinquanta grammi di pane e mezzo litro di zuppa due volte al giorno. Ma le bambine, come “persone a carico”, non avevano dritto alla zuppa e ricevevano solo centocinquanta grammi di pane a testa! Nelle famiglie del luogo le persone a carico riuscivano bene o male  a tirare avanti grazie al loro pezzettino di terra, anche se misero; un orticello, una vacca, un pecora. Inoltre, durante l’estate facevano scorta di frutti di bosco, funghi, noci, e i ragazzini,anche i più piccoli, sapevano pescare, mettere trappole per i galli cedroni. Ma la situazione dei nostri familiari a carico… Ooh, era un incubo! Morivano lentamente, e non c’era nulla che potesse giustificare questa crudeltà!

La bambina, mi pare si chiamasse Nelli, era molto affettuosa, ben educata, gentile, tranquilla e paziente.

“Dmonisoara Kersnovskaja!” ripetè. “Forse per lei soo troppe? Forse ne darà una a me e mia sorella?”

“Dare che cosa?” chiesi guardandomi intorno senza capire.

La bambina fissava qualcosa alle mie spalle e mormorava:

“Sono così grandi… Pensavo… per me e mia sorella..”

“Ma che cosa? Non capisco…”

“Le sfogliate… Sono… Forse una le basterà?”

Mi girai dalla parte dove guardava la bambina. E capii: sul davanzale, illuminate dalla luna, stavano rigonfie, marroni… le mie manopole di pelliccia!

“Mia cara bambina! Ma quelle non sono sfogliate, sono manopole!”

“Ah”.

Negli occhi della bambina spuntarono le lacrime e restarono sospese sulle ciglia… Si coprì il viso con le mani ed emise un singhiozzo convulso. Tutta la sua figura esprmeva una delusione così amara che, se anche avessi avuto un’uniica sfogliata, gliel’avrei data. Avevo fame, una fame tremenda, ma nè allora né poi, neppure a un passo dalla more, avrei provato l’egoismo delle belve feroci.

(…)

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Nel documento di accompagnamento mi avevano segnalato come persona pericolosa (fin dal giorno in cui sul treno mi avevano messo le manette perchè avevo dato dell’acqua alla puerpera). Ma soprattutto non nascondevo la mia indignazione alla vista delle ingiustizie e, quel che è peggio, mi mettevo a discutere con Chochrin quando le sue disposizioni erano assurde, crudeli o stupide…

E’ una vera epopea. Ora no posso neanche ricordare tutto, figuriamoci! Infatti, quasi non passava giorno che non tentassi di opporre la ragione alla forza…

Chochrin amava molto le assemblee. Era impossibile non andarci. Finché tutti non si erano riuniti non dava inizio alla riunione, e finché non l’aveva chiusa non si apriva la mensa. Non si scappava!

Radunava nel club i taglialegna stanchi morti e affamati e cominciava. Ed era sempre la stessa solfa:

“Annienteremo i fasisti (pronunciava propio così). E per questo bisogna…”

E proponeva un a umento delle norme di produzione, degli impegni o dell’orario di lavoro, oppure una riduzione del salario a favore dell’esercito, o qualcos’altro, per esempio un miglioramento della qualità del legno; vale a dire che bisognava bruciare ancora di più, lasciando solo quello selezionatissimo.

Alla fine dell’intervento passava i suoi occhi di cadavere su tutti gli astanti. Era incredibile quanto fossero agghiaccianti quegli occhi!

Opachi, come quelli di un pesce morto, e inoltre piccoli e immobili. Tutti tacevano… Chi avrebbe osato contraddirlo?

No! Lo dico davanti a Dio, mettendomi la mano sul cuore; neanche una volta, non un’unica volta ho taciut!

“La norma! Chi le dà il diritto di elevare arbitrariamente la norma? E’ fissata dallo stato. Per la nostra regione settentrionale, già così è esorbitante: le ore di luce sono poche: già così violiamo la legge che tutela la sicurezza dei lavoratori! Lavoriamo al buio. I rappresentanti sindacali sono tenuti a stabilire sul posto l’entità della norma, e la sua retribuzione! Sono i lavoratori stessi che devono assumersi gli impegni, volontariamente. Mentre qui le prende lei e non permette di discuterli. Ufficialmente da noi vige la giornata lavorativa di otto ore, ma noi ne lavoriamo dodici, e senza giorni di riposo. Lo capiamo; c’è la gurra e anche noi combattiamo sul fronte del lavoro. Ma è forse ammissibile ridurre un salario già misero? Lei dice: “Migliorare la qualità del legno”. Ma una foresta che da trecento anni lotta per la sopravvivenza, nelle condizioni estreme delle paludi del Nord, non diventerà mai come il bosco sano delle regioni pi meridionali, che raggiunge le medesime dimensioni in quarant’anni! Possibile che per farle guadagnare ancora una volta quarantamila rubli di premio sia necessario bruciare ancor più legname di qualità inferiore? E’ ragionevole mandare in fumo il bosco, una ricchezza nazionale? E non è criminale ridurre ulteriormente il salario già basso dei taglialegna?”

Si può immaginare l’ardente odio del “signore e padrone della nostra vita”, che non poteva in nessun modo indurre a tacere quel moscerino caparbio che, in sostanza, ero io.

(…)

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Osservo più attentamente le mie compagne di sventura. Ci sono diversi gruppi, anche se ogni singola donna soffre a modo suo. Sedute sulle tre sedie, intorno al tavolo, ecco tre vecchiette. Due sono monache e hanno passato da molto i settant’anni. Non hanno niente, assolutamente niente di quelle fanatiche convinte ed esaltate che ben conosco dalla letteratura. Ancor meno somigliano a scaltre ed ipocrite intriganti, come le dipingono ora. Sono semplicemente dei reliti umani. Vecchiette infelici, braccate, sole.

Sono entrambe in uno stato pietoso. Una sta chiaramente trascinando i suoi ultimi giorni: gli occhi spenti, torbidi, la pelle del viso e del collo flaccida, secca, il ventre orrendamente rigonfio e i piedi edematosi, come cuscini di vetro. Respira a fatica, on un sibilo, e dal petto le esce un gorgoglio. E’ penoso guardare gli sforzi che fa per restare seduta tutto il giorno, non osando neppure appoggiarsi al tavolo! Basta che si sorregga un pochino, e lo spioncino schiocca e la voce del carceriere la costringe a sedersi nuovamente diritta. Come tutti noi, è sotto inchiesta. Non ho potuto  capire cosa vogliono indurla a confessare. Probabilmente neanche lei. Sapeve confezionare trapunte con vari disegni, girava per i villaggi facendo questo lavoro privatamente, “compromettendo in tal modo l aproduzione cooperativa”, ragion per cui l’hanno accusata di sabotaggio e danneggiaemnto, in base all’art 58 comma 14.

L’altra vecchietta, monaca anche lei in passato, pensa giorno e notte alla sua capra.

“Una capretta così bella e bianca! Così affettuosa! Ah, capretta mia bella, ti rivedrò mai più?”

Aveva una casetta, un minuscolo orticello. Nella cooperativa che collezionava trapunte guadagnava pochi soldi, perchè la qualità di quelle coperte era scadente, e per sbarcare il lunario lavorava di nascosto, di notte, su ordinazione.

Essendo sola al mondo, quindici anni prima si era presa un’orfanella da allevare.

“Pensavo: la farò creescere, le insegnerò ogni specie di lavori da cucito. Noi in convento nei tempi antichi eravamo maestr in tutti i lavori femminili: filavamo e tessevamo, e facevamo pizzi al tombolo, una vera meraviglia! Confezionavamo scialli di lana finissima, come adesso non se ne vedono più! E poi, s’intende, facevamo trapunte. Avevo dei telai speciali per questo. Tutto ho insegnato  a quella bambina, come fosse una figlia mia, donatami dal Buon Dio! E quando ho comprato una caprtta e abbiamo cominciato ad avere il nostro latte, ho pensato: “Grazie a Te, Signore Fonte di Vita, che mi hai concesso di crescere una bambina, perchè nella vecchiaia non restassi sola! Varja si sposerà e io smetterò di lavorare nella cooperativa, terrò in ordine la sua casa, crescerò i nipotini che Dio manderà”. Ma no, quella che avevo scaldato in seno non era una figlia, ma una vipera. Mi ha denunciato perchè lavoravao di notte, facevo trapunte. Mi ha portato in casa la polizia, si è perfino offerta come testimone. Al confronto diceva proprio così: “Tutte le azioni, tutti i pensieri e le parole di questa veccchia sono contro il potere sovietico e le leggi sovietiche. Perchè è una monaca e odia il potere sovietico!” Hanno dato a lei sia la casa con l’ordo sia la capra. Aspettava a giorni un caprettino. Ah la mia capretta dolce!”

(…)

La terza “delinquente” era solo una vecchia kolchoziana, di quelle che sgobbano giorno e notte nei campi senza ricevere decisamente nulla per il loro lavoro. Una volta che un forte acquazzone aveva costretto tutti a ripararsi sotto una tettoia, ansimando e gemendo per un attacco di radicolite aveva detto:

“Ai tempi dell’altra guerra con la Germania, quando lo zar si prese nell’esercito il mio uomo, io, come mogllie di un soldato, qualcosina, anche se poco, ricevevo: ora un pò di legna gratis, ora degli sgravi sulle imposte. Adesso invece Stalin mi  ha preso quattro figli in guerra, e non solo non mi aiutano, vecchia come sono, ma oltretutto mi fanno lavorare gratis, malata, con questo tempaccio!”

Due giorni dopo l’avevano arrestata, e ormai erano otto mesi che la martellavano:

“Chi ti ha istigato a fare propaganda contro il partito e contro Stalin?”

Non le credetti, mi sembrava assurdo che una semplice frase in cui tutto era vero potesse fare incriminare una donna anziana, i cui figli stavano difendendo la patria!

(…)

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Eravamo vicine di letto nella grande camerata femminile dell’ospedale del lager, dove non c’era un centimetro libero (..).

Avevo già avuto modo di osservare la denutrizione in tutti gli stadi possibili e immaginabili, ma non avevo ancora incontrato un simile esempio di scheletro vivente! E su quel teschio splendevano grandi occhi azzurissimi, di una sfumatura cobalto. Nei casi di estremo esaurimento gli occhi di solito si infossano, diventano opachi, mentre quelli di Vanda… Guradando quegli occhi, quasi non ci si accorgeva più del cranio completamente rasato, della pelle secca, aderente alle ossa, delle nere labbra screpolate che non poteva coprire la chiostra dei denti, belli ma velati da una patina di muco secco.

Si rigirava nel letto, alzandosi, o meglo sllevandosi continuamene sulla braccia, e allora faceva ancora più spavento: non aveva camincia, la si sarebbe dovuta cambiare più spesso. Giaceva su un’incerata, sulla quale le gocce di sangue colavano quasi ininterrottamente.

Io la capivo, infelice ragazzina appena uscita dall’età infantile. A due-treento passi da lì, fuori del portone c’era sua madre, che non vedeva da due anni: proprio per incontrarla avea affrontato tutti i pericoli della “strada della vita”, che invece l’aveva poartata in quell’ospedale di lager, dopo l’arresto per abbandono del posto di lavoro. Il fatto è che gli adolescenti la cui salute era irrversibilimente minata dalla tubercolosi e dall a pellagra venivano “scartati”, cioè cancellati dagli elenchi dei campi per inattitudine al lavoro,e i genitori o i parenti  potevano venirseli a prendere. Ma c’era la severa disposizione di non scartare quelli intrasportabili o che dovevano morire entro breve tempo. Non potevano andare a morire a casa neppure quelli il cui aspetto poteva testimoniare in maniera evidente quali erano gli effetti del campo di lavoro correzionale…

“Ma che dici, bambina!” cercavo di calmarla. “Come fa una mamma a spaventarsi della propria figlia? Sei malata. E la mamma lo sa. Sa anche che la malaria non rende belli”.

“E’ proprio questo che mi preoccupa! La mamma è partita proprio all’inizio, per accompagnare i bambini sfollati negli Uralli, e non è più potuta tornare. Io sono rimasta con il papà, ma lui è morto già nel primo inverno, e io mi sono messa a lavorare: cucivo sacchi, li riempivo di terra. Già a Leningrado avevo una bruttissima cera, ma la mamma m ricorda com’ero prima della guerrra. Sa”, disse un pò imbarazzata, “ero bela. No, davvero, molto bella! Con i capelli ricci, colorita… Adeso invece sono pelata, magra… faccio paura”.

E mi guardava con un’aria interrogativa, speranzosa.

“Ma che dici Vanda! Capirai che guaio se non hai più i ricci! I ricci ricresceranno. E il colorito, quando si hanno sedici anni, fa presto a tornare. A questo, credimi, ci penserà la mamma. E anche adesso, per quanto sembri magra o, come dici, pelata, per la mamma sei ssempre la più bella! Ora sbrigheranno tutte l eformalità, ti rilasceranno il certificato…”

Con quanta gratitudine mi guardavano i suoi fiduciosi occhi azzurri! Probabilmente sorrideva, benchè sia dificile affermarlo: il digrignare de denti non coperti dalle labbra somiglia sempre a un sorriso. Mi tendeva una mano, e io accarezzavo quella pelle secca e fredda: l amano di uno scheletro. Ma sapevo dalle parole di Sarra Abramovna che la madre della ragazza aspettava invano giorno e notte al portone, senza mai allontanarsene: le avevano negato il permesso, non le avevano lasciato alcuna speranza… Questa conversazione si ripeteva diverse volte al giorno. E sempre, tranquillizandosi, Vanda mi tendeva la mano, e io la accarezzavo. Mentre sull’incerata colavano goccioline di sangue… Morì senza soffrire. Semplicemente insieme al sangue, finì anche la vita. Lo sentì, la madre, quando sua figlia le passò accanto, sotto una tela catramata, nella carretta che la portava alla fossa comune?

(…)

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Nelle condizioni del lager, chi può beccarsi la sifilide? Chi può comprarsi una donna o costringerla con la paura o la forza. Alla prma categoria appartengono quelli che anno la possibiità di liberare dalla fame; alla seconda quelli che hanno il potere di causare sofferenza: affamare, torturare con il lavoro massacrante e le condizioni di vita insopportabilmente pesanti. Sì! E’ così. E non bisogna stupirsi se la sofferenza non ci è inflitta sempre ed esclusivamente dai capi del lager e dai capi di questi capi, su su per la scala gerarchica in cima alla quale troneggia il principale tiranno, quel Moloch che ha bisogno di venerazione, paura e innumerevoli vittime.

Spiegherò più dettagliatamente. Nella massa dei detenuti, per la paggioranza politici, c’è sempre un certo numero di criminali comuni. Anche all’interno dell’art. 58 c’è il comma 14, “Sabotaggio”, in cui rientrano gli auolesionisti che si mutilano per non lavorare, ma anche semplicemente i giocatori che perdono alle carte una mano (o una sua parte), una gamba, un occhio. Può essere il più incallito urka recidivo, ma passa per l’art. 58, ancorché comma 14.

Non tutti i delinquenti comuni sono urki. Ma proprio tra i comuni si recluta l’élite del campo, e dal loro ambiente, tramite una selezione e un apposito tirocinio, si cristallizza la quint’essenza dei tiranni da lager – il frutto più ripugnante della schiavitù, che a sua volta è la più disgustosa fra le invenzioni dell’umanità.

Ma non si trattava di loro, bensì di quelli che occupavano una posizione di privilegio nelle sezioni di lager, nel lagpunkty e nelle komadirovski disciplinari.

Potevano comprarsi una donna i fornai, i tagliatori di pane, i responsabili dei magazzini di viveri e di vestiario e altri privilegiati. Questi erano i pazienti della corsia di Tuminas.

Fornai e tagliatori di pane di solito erano tipi non tanto pericolosi, quanto ributtanti. Sicuri di sé e insolenti con i detenuti politici, strisciavano in ogni modo davanti ai superiori, compresi i liberi, che a volte mangiavano con tutta la famiglia, con figli e parenti, a spese della razione del lager: grassi, farina, conserve, tutto spariva sottobanco. Perciò la direzione chiudeva un occhio se il tagliatore sistematicamente gonfiava le porzioni di pane spruzzandovi sopra acqua con la bocca.

Il pane… Si mangia. Se ne parla, si pensa, si sogna. “Un cantuccio di pane, anzi solo la me tà”. Il pane e il sale. “Daccio oggi il nostro pane quotidiano…” chiedevamo a Do. Ma nel campo il pane ce lo misurava rigorosamente il tagliatore, secondo un elenco.

Non è così sempice: dare a ciascuno non “secondo il bisogno” e tanto meno secondo i meriti, ma proprio secondo l’elenco: a qualcuno la razione minima, la “garanzia”, a qualcuno il “buono+1″ o “+”", “+3″ (il massimo!), e a qualcuno anche la razione punitiva o ospedaliera, oppure quella per i trasferimenti. Destreggiandosi con questa matematica, il tagliatore può sempre rimediare a proprio vantaggio abbastanza pane da pagarsi l’ “amore” di un donna affamata. Ma se si può comprare  una donna, perché non comprarne due, tre? Basta tagliare razioni meno pesanti, e poi spruzzarle generosamente d’acqua con la bocca. Ma capitava che, insieme all’ “amore”, il tagliatore di pane si guadagnasse anche la sifilide. Allo stesso modo si contagiavano i responsabili dei magazzini, i cuochi e via dicendo. Anche se aun detenuto spettava (come a Novosibirsk) solo un grammo di grassi, moltiplicato per duemilacinquecento faceva già due chili e mezzo, cioè quanto bastava per friggere delle schiacciate per i capi. Eppure i cuochi riuscivano sia a ingrassarsi loro, sia a far mangiare delle ragazze non troppo difficili, soprattutto minorenni. Spesso quesi “califfi per un’ora” delle cucine venivano pescati con le mani nel sacco, ma finivano sempre in qualche altro posticino caldo e lucroso, perché avevano saputo ungere per tempo le persone giuste.

Gli smistatori, i capisquadra e i capicantiere avevano ancora più ampie possibilità di utilizzare i loro sottoposti. Non avevano bisogno di comprare le donne. Bastava intimidirle, e far pressione sulle più recalcitranti: costringerle a svolgere un lavoro ingrato, assegnare la razione più misera, con la quale la morte per esaurimento è garantita. Le donne “docili”, invece, le sistemavano a un lavoro più leggero, attribuendo loro il guadagno altrui, e di conseguenza una razione migliore.

E inoltre di sifilide si ammalavano i responsabili dei bagni, del club… Anche questi incarichi erano assegnati ai detenuti comuni, che potevano uscire dalla zona con un lasciapassare. Rientrava tra le loro mansioni reclutare informatori, sollecitare confidenze e denunciare a chi di dovere. A mò di incoraggiamento si creavano per loro le “condizioni”: una stanza separata, una razione supplementare, eccetera. Molti di loro vivevano nell’abbondanza. (E questo quando infuriava la guerra e molti milioni di persone a entrambi i lati del filo spinato sofivano senza alcuna colpa!). Perchè avrebbero dovuto negarsi un piacere, quando per un pezzo di pane e burro e un bicchiere di té dolce si poteva comprare l’ “amore”?

Ma sul gradino più alto dell’élite del campo stavano quelli che lavoravano  per i liberi fuori della zona recintata: sarti, calzolai, ogni specie di artigiani. Ovviamente quei mestieri potevano esercitarli solo i detenuti comuni. Ed erano loro i fidanzati più desiderbili! Così potevano scegliere anche una dama più raffinata, non di quelle che diceevano: “Dammi le razioni e cala giù i calzoni!”. A queste signore bastava regalare scarpe col taccco.

(…)

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