Born Again

Archive for aprile, 2011

I mondi di Barbara (Vittorio Arrigoni)

by Duncan on apr.25, 2011, under Poesia, Resistenza umana, politica

Eccoci al secondo appuntamento con la rubrica di Barbara Lazzarini.. questa volta pubblichiamo un suo magnifico pezzo dedicato a Vittorio Arrigoni.. recentemente scomparso per la follia che ancora devasta le vene della Palestina.

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Così come i palestinesi traggono nuova linfa di rivincita da ogni sconfitta, nuovo rigore e sostanza dal sangue dei loro morti, del mio sangue sono disposto a sporcare le coscienze dei miei possibili aguzzini, sinché il sangue non sarà il rosso della loro vergogna sinché il sangue non sarà il semaforo rosso alla loro violenza sinché il sangue non sarà il colore del tramonto della malattia dell’odio.

Queste parole sono di Vittorio Arrigoni, le ho scelte con cognizione, con quella consapevolezza che solo il dolore ti trasmette, poche parole come pietre che aprono la seguente nota frutto della collaborazione tra questa pagina e il gruppo “Restiamo umani”. L’intento è di far circolare il più possibile la verità sulla figura di Arrigoni, spazzando via gli echi verbali dei meschini servi del nulla, buoni solo a produrre materiali da discarica. Il testamento di un uomo così va salvato e gelosamente custodito perché questo sacrificio è patrimonio etico da trasmettere agli altri uomini e alle generazioni di domani. L’argomento può diventare certo enorme, ma so che chi ci leggerà sta, come ostentatamente stava Vittorio, dalla parte sbagliata, vuole far parte della famiglia umana come diceva lui, e dunque a nulla vale fornire ulteriori charimenti in merito alle bieche strumentalizzazioni che, su questo caso, sono state fatte e più si faranno nei giorni a venire. Quel suo dolente monito alle coscienze di chi non ha saputo restare umano parla e continuerà a parlare.

Quando inizia la famigerata operazione “Piombo fuso” Arrigoni fedele a sé stesso, alla sua coscienza, resta a Gaza, la situazione è estremamente pericolosa e lui è per forza di cose spaventato. Ha intorno a sè l’indicibile, lo testimonia, ma in Italia scarseggiano sostegno o protezione e, fatti salvi il Manifesto e Giulietto Chiesa, in molti lo reputano scomodo, la trasmissione ANNO ZERO non fa eccezione e non lo manda in onda. Dare voce a chi aveva come unica intenzione quella di documentare l’orrore di quella operazione di pulizia etnica sarebbe stata tappa obbligata per ogni vero giornalista, ma le ragioni dei forti, si sa, hanno sempre il dominio della scena e Vittorio scrive:

Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola” mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti… di chiazze di sangue. “Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l’ultimo miagolio soffocato.” Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua “Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste…” il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. “Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l’ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quale sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati.”

A questo punto il dottore si china verso una scatola, e me la scoperchia dinnanzi. Dentro ci sono contenuti gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni Unite Al Fakhura di Jabalia, più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito. (Vittorio Arrigoni, Gaza, 8 gennaio 2009) .

In quello stesso gennaio 2009 la dignità di Vittorio non cede nemmeno di fronte all’ incredibile corso degli eventi che lo vede persino finire in prigione in Israele. Nell’isolamento a cui sembra condannato, è Giulietto Chiesa che pubblica in Italia il carteggio drammatico con Arrigoni e che scrive a Frattini per chiedere aiuto.

Caro Giulietto,

ti sono grato per l’inquietudine, equivalenza di un empatia rara in questi tempi, per essere rimasto umano.

Dici bene, la guerra non è terminata. Solo i morti ne hanno visto la fine, per i vivi non c’è tregua che tenga alla battaglia quotidiana per la sopravvivenza.

Le reiterate e costanti minacce di morte rivolte a me e ai miei compagni dell’International Solidarity Movement se non destassero reale preoccupazione, le avremmo considerate trofei. Evidentemente a chi olia gli ingranaggi della macchina della morte israeliana dà estremamente fastidio chi da questa parte si impegna così estenuamente per la pace e i diritti umani.

Il nostro non sarà un sacrificio invano se consentirà uno stato di allerta verso questo di lembo di terra martoriata e il suo milione e mezzo di abitanti. Una popolazione palestinese che non chiede altro se non di poter godere degli stessi diritti degli israeliani, dei diritti di qualsiasi altro popolo del pianeta.

Mi auguro che Frattini, da te sollecitato, distolga un attimo lo sguardo da Sderot e rivolgendolo verso di me si accorga dell’ammasso informe di macerie a cui è ridotta Gaza, e delle lunghe file di minuscole bare bianche contenenti le spoglia di centinaia di bimbi uccisi. Al ministro chiedo che venga concentrata maggiore attenzione e stima verso le migliaia di operatori umanitari distribuiti nei luoghi più caldi del pianeta, magari la stessa cura e ammirazione espressa dal governo ai soldati italiani ipotetici esportatori di democrazia in Afghanistan oggi come in Iraq ieri. Non esigiamo una medaglia, chiediamo solo più protezione.

Sulla mia schiena bruciano ancora i dieci punti di sutura necessari a ricucire una ferita riportata a settembre, in seguito ad un assalto dei marines israeliani. Ero semplicemente al largo del porto di Gaza con degli amici pescatori. A Novembre, sempre in acque palestinesi, soldati israeliani mi hanno sparato, rapito, quindi rinchiuso in una pidocchiosa prigione a venti chilometri da Tel Aviv. Dietro le sbarre, il consolato mi fece avere un paio di vestiti di ricambio. Ho ancora la ricevuta, un mese di tempo per ripagarli.

Sul mio ferimento e successivo rapimento, nulla, non un fiato dal suo governo, Ministro Frattini.

Alla Farnesina non si è mossa un foglia. Ora vogliono uccidermi, le assicuro che prestando i soccorsi sulle ambulanze in questo ultimo mese mi sono reso conto quanto siano essi puntigliosi e puntuali nel sopprimere vite umane. Con il consenso del suo presidente Berlusconi che non ha mancato più volte di tifare per le bombe. Lei lo sa che spesso fra macerie trovavamo i corpi ridotti in poltiglia? i frammenti di ossa più grandi potevano stare in un cucchiaino, lo riferisca al suo presidente.

Pensateci, magari la prossima volta che rigirate lo zucchero sorseggiando un caffè assieme.

Vogliono ucciderci, ministro Frattini, veda un po’ lei se è il caso di trovare cinque minuti di tempo per me sulla sua agenda fitta di incontri diplomatici.

Giulietto, un abbraccio.

Restiamo umani.

Ogni uomo deve scegliersi la maniera di essere efficace al miglioramento del mondo, siamo certi di questo, ognuno di noi deve impegnarsi a non strisciare, a non servire, dobbiamo riuscire ad essere scomodi, a diffondere parole che esortino, c’è da fare quel che da molto tempo questo paese, come molti altri cittadini del mondo non fanno più, lottare per cancellare l’indifferenza.

E’ bellissima questa figura di Vittorio, ci commuove perché risplende intensa come “un girasole impazzito di luce”, ci trae dall’ombra in cui le nostre menti di norma vegetano spaventate dalla stupidità dilagante, ci fa vergognare di essere complici di una amoralità che non paga mai, che chiederà pegno di sè, l’ha già fatto ciclicamente e assai crudelmente.

 

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria

col suo marchio speciale di speciale disperazione,

e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi

per consegnare alla morte una goccia di splendore,

di umanità, di verità.

 (De Andrè_Smisurata preghiera)

Chiudiamo questo lungo saluto a Vittorio allegando qui di seguito una sua splendida lettera che mi ha colpito moltissimo, è indirizzata a Bats (Batsceba Hardy, amica e blogger di Berlino) in essa trovano casa una straordinaria capacità d’analisi e un infinito senso d’umanità. La sincerità, il coraggio, la capacità di parlare di quest’uomo sono DISARMANTI.

 

 

Querida Bats,

Non è solo coraggio, bisogna avere radici come sabbia del deserto

mossa dal vento dell’imperscrutabile, e un’anima colma tal punto di una disperazione tale da rendere automatica la simbiosi coi disperati del mondo, l’unica patria a cui mi sono sentito veramente di appartenere.

 

Ma non è necessario accendersi la pipa con calma, e andare a sedersi dinnanzi ai carri armati israeliani, per esprimere il coraggio dei propri valori.

 

Non è necessario essere pronti a sacrificare se stessi, subito, adesso,

l’intera propria vita per considerarsi coerenti coi propri proponimenti.

 

C’è tutto un microcosmo di sofferenza nelle nostre città così ben imbellettate, un micro che in realtà è macroscopica ingiustizia.

 

Quegli stessi uomini-tonno, quando riescono a sbarcare e a disperdersi sulla terraferma, rimangono pur sempre pesci fuor d’acqua.

E poco dopo magari li si ritrova agli angoli delle strade, a vendere la loro paccotaglia e i cd pirata per sopravvivere, per non venire a patti con criminalità e spaccio, come i miei amici senegalesi, venditori ambulanti con due lauree alle spalle conseguite nella migliore università di Dakar.

 

Richiedono dignità,

non carità.

E magari amicizia.

 

C’è tutta una subcultura dominante e omologante, (una vera peste bubbonica, ci vorrebbe per svuotare tutta questa umanità disumanizzante) di razzismi, edonismo, individualismo esasperato al punto da considerare zerbini le lecite richieste di diritti civili, a tal punto consolidato da abituarci alla prevaricazione sociale.

A questi carriarmati di bigottismo e perbenismo fascista, bisognerebbe saper rispondere giorno x giorno.

Non bisogna lasciar passare niente.

Che sia un risolino di scherno bisbigliato su di un mezzo pubblico,

che cela dietro denti ben curati la carie delle svastiche, una usurpazione fatta sul posto di lavoro di cui siamo testimoni, una violenza verbale ai danni di un miserabile per strada.

 

Ribellarsi, non retrocedere di un passo, ora sì con coraggio, osare,

anche a costo di apparire pazzi, maniacali e utopici, vecchi tromboni già a trentanni, a costo di pagarne le conseguenze da soli.

 

Semplici comportamenti, coerenti con se stessi, possono essere rivoluzionari, “cambiare se stessi e per osmosi cambierà anche il mondo!”

Mi ripete ancora adesso da compianto, Tiziano Terzani.

 

Consumare meno, è la prima forma di ribellione a quel meccanismo di moderno fascismo che ci vuole ingranaggi dediti al consumo di beni per lo più futili. (caxxo, a me è due settimane che mi hanno tagliato il gas, vabbe io sono patologico, ora cucino col vapore)

 

Cercare la propria presunzione di guerrilla personale, di rivoluzione,

che sia il volontariato un mese all’anno in Africa,

o un giorno alla settimana all’ospedale dietro casa,

o visitando l’anziana in attesa della morte,

l’extracomunitario gettato sul marciapiede.

Che ripeto innanzitutto ha bisogno di un sorriso,

prima dell’acquisto della sua paccotaglia..

 

Invece sono stanco Bats, tremendamente esausto.

Di scorgere dalla visuale del mio angolo di mondo,

fantomatici personaggi che si dicono di sinistra,

e spendono tante belle parole sui loro blog,

e poi li ritrovi negli stessi posti fighetti frequentati dai primi fans berlusconiani, e non possono fare a meno di bere cocacola perché è buona,

anche se sanno benissimo che in Colombia la Coca Cola Company fa sterminio di sindacalisti, e in India prosciuga di acqua potabile interi villaggi.

Che ad agosto vanno una settimana a stendersi su di spiagge esotiche,

dove sono serviti e riveriti come sovrani (forse per compensare la loro vita occidentale di servi) da schiavi locali, ben consci che oltre il recinto sorvegliato del villaggio turistico o dell’albergo di lusso

la gente vive con meno di due euri al giorno, uno tsunami magari ha fatto strage d’innocenti, una guerra impazza (sharm el sheik ragazzi l’Egitto confina con Gaza) e poi si sorprende magari se qualcuno gli lascia sotto l’ombrellone oltre l’asciugami stirato e un rinfresco, una bella bomba travestita da vendetta.

Che Terzani l’hanno letto ma in pratica sono più emuli dell’ Oriana.

Che alle manifestazioni per la pace ci vanno perché è di tendenza,

e insomma, a qualche gruppo bisogna pure appartenere.

Che la loro indignazione dura giusto il tempo di 5 righe in un post,

poi via si cambia argomento.

 

Che insomma la coerenza fra il dire e il fare è totalmente priva di sostanza.

Perché è faticoso, e poco conveniente.

 

Che è così vigliacco da non prendere posizione coi fatti

su quegli ideali che si va ventaglio,

anche a rischio di perdere il 90% degli amici,

e ritrovarsi poi solo,

a sbuffare fumo da questa mia pipa

affacciato sul davanzale di un minilocale al quarto piano

di una città che è in realtà è un deserto

e sotto non si scorge quasi più nulla di umano.

ton Vik.

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Hasta Siempre Esperanza

by Duncan on apr.22, 2011, under Ispirazione, Poesia, Simbolo

Finchè il nostro cuore rimarrà giovane noi non moriremo.
Finchè la stanchezza non prevarrà noi saremo vivi.
Finchè non accetteremo il pasto dei cadaveri, il nostro sorriso si
alzerà in cielo.
E sono infinite le prove amici miei..
infinite le cadute e le prove..
Infnite trappole sul cammino, lupi ad assediare la via e cecchini dai
balconi.
Finchè non rinunceremo saremo ancora in piedi..
Cosa è questa Nuova Repubblica Amici..
se non il simbolo di un pungo lanciato nel cielo,
di un sogno di cristallo dal cuore di fuoco
di una ribellione morale alla mediocrità.
Ci sono campi che toccano il sole
ci sono amori che attendono le anime salve,
e scale a chiocciola fino al desiderio sperduto,
braccia di irrefrenabile amore..
e bicchieri di vino e speranza…
Finchè non curveremo le spalle restermo giovani..
Alziamoci oggi e prendiamo l’anima in spalla..
La Ruota del mondo gira le maschere e porta a galla i veri Maestri del
Terrore..
Ma un Sentiero Luminoso accende lumini nelle catacombe,
e strade prendono il nome di chi le amarono.
Non lasciamo che la polvere uccida quella rabbia santa,
quella infinita fame,
quel bacio arrotolato,
quel sigillo sul cuore,
quel simbolo sulla fronte.
Cani neri sfidano i nostri passi e le nostre mani..
e quante volte.. quante volte vorremmo cedere…
Forse è solo un vecchio pazzo che vi parla..
ma vi dico..
Alto il cuore, alte le braccia..
Mani sul ventre,
ancora, e ancora, e ancora…
Per sempre fedeli…
HASTA SIEMPRE ESPERANZA COMPAGNEROS

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Amore tra le sbarre

by Duncan on apr.22, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana

 
Quanto leggerete è stato scritto una donna che per anni ha svolto attività di infermiera in diverse carceri italiane..

Questo brano che leggerete oggi -in realtà la fusione di due brani- mostra  il carcere, e fa sentire sempre lo smarrimento, il dolore, il soffocamento esistenziale. Eppure c’è qualcosa che nobilita.. non il carcere, ma l’essenza umana che, come pianta rampicante, si incunea ribelle, vogliosa di succhiare ancora scampoli di amore, e nel succhiarli diventare.. amore.

E in questi uomini e in queste donne che strappano ogni oncia di occasione per un saluto da “innamorati” e una lettera scritta sui tavolacci, ci sono i passi -a impronta forte nella neve- dell’amore.

Leggendo mi è tornato alla mente un pezzo sublime dell’immortale Arcipelago Gulag di Alexander Solzenycin. In quel passaggio Solzenicynparlavo dell’amore nel Gulag. Ora, lo so bene che tra il carcere e i Gulag la distanza è siderale. Eppure qualche vaga affinità permette di fare rivivere alla mia anima ora il brano stupendo di Solzencyn, con queste donne (le donne nel Gulag) che si costruivano il loro “romanzo” d’amore.. rischiando letteralmente la vita… con gli incontri fugaci e quasi impossibili… e i bigliettini lanciati tra le sezioni maschili e femminili.

Voglio citare un frammento del testo bellissimo che leggerete tra poco..

“A volte gridando per farsi sentire dal padiglione maschile a quello femminile. Più spesso, sia per non essere rimproverati, sia per una forma di privacy, parlandosi facendo grandi gesti con le mani e le braccia, ad imitazione delle lettere dell’alfabeto. Una sorta di alfabeto muto per conoscersi, per farsi compagnia, per innamorarsi. A volte si parlavano fino a notte fonda. Una volta ho riso di tenerezza perché al giro di terapia del mattino un detenuto della A.S. non si presentava in infermeria. Era un lavorante. Strano, di solito era uno dei primi ad arrivare. Lui no, non per chiedere terapia, ma per portarci il caffè (naturalmente secondo la ricetta di Cicciriniella).
Quella mattina però era in ritardo. L’agente arriva e lo giustifica. “Eh, che ci vuoi fare… stanotte alla finestra, “ha fatto l’amore” fino alle tre con la sua bella”… “

Naturalmente queste immagini romantiche, i segnali in codice, le lettere, i saluti a gesti presuppongono che le sezioni maschili e le sezioni femminili di un carcere siano dirimpetto. Se fossero a molta distanza tra loro, o a una distanza sufficiente a non  permettere alcun contatto, parte di questo “romanzo” non esisterebbe. E state pur certi che potendo si cercherà sempre di stroncarle questi fili taglienti e sospesi su macerie e cuore. Perchè ogni contatto è visto con terrore, ogni comunicazione come ambigua e a doppio gioco.. e il detenuto a sua volta è visto come oggetto di pura afflittività. E c’è chi sogna un carcere di celle compatte che non si aprono mai. 24 ore al giorno chiusi in cella. Questo sognano i paranoici tra i giustizialisti. La pura segregazione, l’atomizzazione assoluta, la vita divenuta nuda, le mura dirimpetto agli occhi, all’anima e alla mente. La castrazione anche della possibilità di una poesia. Un 41 bis all’ennessima potenza, esteso però a tutti i detenuti. Questo è il loro sogno malato.

Ma nonostante tutto le piante rampicanti si arrampicano ancora..
impertinenti e ribelle al sole e alla pietra.. e si trova ancora dell’amore in carcere.. ancora poesie su qualche muro.. fogli scritti correndo alla rinfusa per la propria bella.. e urla, gesti, saluti e abbracci tra maschi e femmine, tra le sezioni maschili e le sezioni femminili..

Succede ancora qualcosa del genere in qualche carcere d’Italia..

Ringraziamo la nostra amica per averci regalato questi momenti..

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Chissà perché , però, a volte i nomi si perdono nella nebbia… Forse è la prova che il tarlo dell’indifferenza si stava annidando anche dentro di me? Sarebbe inaccettabile questo pensiero, ma forse davvero la galera cambia e cesella a sua immagine e somiglianza chi varca quei cancelli unti e cigolosi, rendendo allo stesso modo unte, cigolose e chiuse le sensibilià di chi lì dentro, per un motivo o per l’altro, si venga a trovare. Un modo per difendersi, per non cedere a emozioni che sarebbero troppo forti. Un modo per accettare… (no, sopportare,
ingoiare) quel mondo al contrario, un mondo a testa in giù, dove ogni ordine è sovvertito, ogni valore capovolte. Dove i detenuti trovano l’amore più grande del mondo parlando alla finestra con le ragazze delle sezioni femminili.

A volte gridando per farsi sentire dal padiglione maschile a quello femminile. Più spesso, sia per non essere rimproverati, sia per una forma di privacy, parlandosi facendo grandi gesti con le mani e le braccia, ad imitazione delle lettere dell’alfabeto. Una sorta di alfabeto muto per conoscersi, per farsi compagnia, per innamorarsi. A volte si parlavano fino a notte fonda. Una volta ho riso di tenerezza perché al giro di terapia del mattino un detenuto della A.S. non si presentava in infermeria. Era un lavorante. Strano, di solito era uno dei primi ad arrivare. Lui no, non per chiedere terapia, ma per portarci il caffè (naturalmente secondo la ricetta di Cicciriniella).
Quella mattina però era in ritardo. L’agente arriva e lo giustifica. “Eh, che ci vuoi fare… stanotte alla finestra, “ha fatto l’amore” fino alle tre con la sua bella”…

E, poichè era inverno, per stare in “dolce” compagnia si era preso pure una bella bronchite! Che tenerezza, davvero. Come cambiano le prospettive. Da qui sembra così strano, forse ridicolo. Persone che non si sono mai nemmeno sfiorate o guardate negli occhi che si aggrappano l’una all’altra con una forza disarmante e inattesa,
inconcepibile per noi. Se ci ripenso sì… ancora ricordo e ancora sorrido… Forse queste storie hanno salvato loro. E, poichè questi ricordi ancora mi emozionano, forse hanno salvato un po’ anche me.

Alla sera passavamo con il carrello della terapia per la somministrazione delle… droghe serali. Insieme a noi c’erano gli agenti che su di noi vigliavano e di solito ne approfittavano per raccogliere la posta. Niente mi avrebbe fatto pensare che un giorno su quelle lettere in attesa appoggiate sui cancelli ci sarebbe stato il mio nome. Il carrello doveva stare al centro del corridoio, al sicuro da mani che avrebbero potuto protrarsi per fregare qualcosa. Qualsiasi cosa. Sia per uso personale o sia da utilizzare come mercei scambio.
A qualcuno andava bene tutto. Anche una bustina di antinfiammatorio poteva valere una sigaretta. Ovvio che un tavor valeva di più. Vera e proprio moneta sonante. Entrare in certe sezioni era una passeggiata, in altre un incubo. Era più o meno ora di cena e molti detenuti stavano mangiando o cucinando. Gli odori si mescolavano. Odori di paesi lontani e di spezie stantie, di umidità e di rabbia. Ma non solo. A volte profumi di manicaretti deliziosi, ottenuti come un miracolo culinario dai pochi ingredienti a disposizione. Forse fa strano pensare che a volte c’era pure nell’aria una specie di allegria. Beh, in fondo non ci voleva tanto. Una battuta, intonare la strofa di una canzone, qualsiasi cosa che non fosse propria della galera, poteva per un attimo ricordare che quelli dietro alle sbarre non erano soltanto detenuti, ma …persone. E forse non mi sbagliavo quando avevo l’impressione che fossero proprio loro ad avere più bisogno di ricordarselo! A volte invece avevano già finito di mangiare
e qualcuno se ne stava impalato, in piedi, davanti alla tv. Ho poi avuto modo di sapere che stavano guardano programmi musicali in cui passavano le dediche scritte per loro da mamme, fidanzate, figli, che gli davano la buona notte, dicevano loro il loro affetto, facevano sentire la loro vicinanza.

Altri invece se ne stavano seduti al tavolo con il pacchetto di tabacco e le cartine tutte in fila, preparandosi da fumare per il giorno successivo. Molti, moltissimi scrivevano. Fogli densi e fitti di parole. Mi domandavo cosa avessero tanto da scrivere, nel susseguirsi di quei giorni tutti uguali. Chissà… Molte lettere erano di posta interna, per coltivare le amicizie e gli amori e le dipendenze emotive dei rapporti nati alla finestra di cui ti raccontavo nella nota precedente. Queste lettere erano per loro davvero un grande aiuto, perché erano quotidiane, quindi i discorsi avevano un filo logico che si susseguiva nel giro di poco tempo, senza aspettare le lungaggini delle Poste Italiane ( a questo proposito, non ho mai capito come mai dovessero mettere il francobollo, quando le
lettere non uscivano neanche dall’Istituto…. Mah !).

Talvolta invece la tensione rendeva l’aria irrespirabile. Tensioni accumulate in giorni, mesi, anni di vite travagliate, sgangherate, degradate, fuori e dentro il carcere. Giorni, mesi, anni di condizioni disumane, fuori e dentro il carcere. Rabbia, disperazione, frustrazione, tutto cotto al punto giusto, pronto ad esplodere come una pentola a pressione al minimo, insensato pretesto…

 

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I Mondi di Barbara (Vladimir Vysotsky)

by Duncan on apr.15, 2011, under Ispirazione, Poesia, Resistenza umana

I Mondi di Barbara è la nuova rubrica di Born Again.

Essa nasce dall’imbattermi in Barbara Lazzarini… non semplicemente una docente, cosa che pure è, ma una persona Capace di Insegnare, nel senso più alto del termine, al di là di ogni status giurico e  categoria formale. Capace di creare quel circolo di riappropriazione di sè attraverso la cultura, la scoperta, la letteratura. Capace di trasmettere Bellezza. Vive il lei una conoscenza non erudita, ma viva, incarnata nell’esempio, capace di dare frutto.

Barbara condividerà i suoi Mondi anche qui su Born Again, in un appuntamento periodico.. tendenzialmente un testo ogni dieci giorni.

Il primo pezzo di Barbara Lazzarini, con cui si apre questa rubrica è dedicato a Vladimir Vysotsky , grande, e poco conosciuto in Italia, poeta “libero” sovietico, fuori dai Circhi di Regime, cantore di libertà.

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LA FUCILAZIONE DELL’ECO

Nel silenzio del valico, dove le rocce non sbarrano il cammino ai vènti,

In questi anfratti dove nessuno è mai riuscito a penetrare

Viveva un’allegra eco dei monti,

Rispondeva alle grida, alle grida degli uomini.

Quando la solitudine salirà alla gola come un nodo

E un gemito soffocato, quasi senza rumore, scivolerà nell’abisso,

Agile, l’eco afferrerà il grido d’aiuto,

Lo rafforzerà e lo porterà via con cura nelle sue mani.

Non dovevano essere uomini, gonfi di veleni e di oppio,

Quelli che giunsero per uccidere e ammutolire la gola viva,

Se nessuno ne sentì i passi e i grugniti.

Legarono l’eco e nella sua bocca misero un bavaglio.

Per tutta la notte continuò la farsa sanguinosa e crudele,

L’eco venne calpestata, ma nessuno sentì nulla.

All’alba l’eco dei monti, ammutolita, venne fucilata

E pietre sprizzarono, come lacrime, dalle rocce ferite.

 

VLADIMIR VYSOTSKY (1938-1980)

Vladimir Vysotsky (Vysockij) era nato il 25 gennaio 1938 nel centro di Mosca, figlio di un sottotenente di carriera dell’armata rossa e di una interprete di tedesco. E’ un periodo terribile nella storia Sovietica, il momento delle grandi “purghe” staliniane. Nel 1946 i genitori divorziano, e l’anno seguente il padre viene trasferito in Germania Est, dove conduce il piccolo Vladimir insieme alla sua nuova compagna, una donna armena. Nel 1949 tornano a Mosca dove frequenta un gruppo di teatranti. Dopo le superiori vorrebbe seguire una formazione artistica ma su richiesta dei genitori si iscrive ad ingegneria, corsi che abbandona quasi subito in seguito ai propri insuccessi. Entra in un istituto di teatro dove segue corsi di canto.

 Straordinario poeta, ma i cui versi non vengono stampati perché censurati dalle autorità sovietiche. E quindi Vysotsky viene obbligato a imbracciare la chitarra e cantare, cantare, cantare per far passare le sue parole di orecchio in orecchio per tutta l’URSS. Grazie a cassette registrate fortunosamente, la voce profonda, infiammata e dolente di “Volodja” Vysotsky diventa la voce di tutti coloro che si oppongono e dissentono dal conformismo di regime. Come De Andrè, cantò i perdenti che non si arrendono, gli sconfitti indomiti, gli idealisti disillusi. Come un bluesman la sua vita è fatta di dissipazione e disperazione: pur ignorato e boicottato diventa il poeta più popolare del suo paese, senza che di lui venga mai stampato un singolo verso. La notizia della sua scomparsa viene taciuta dalla stampa ufficiale, ma il grido “Volodja è morto!”  rimbalza nelle metropolitane e nelle strade di Mosca. Quasi un milione di persone seguono il suo funerale, e ancora oggi sulla sua tomba vengono portati fiori e pensieri.

Il Premio Tenco ha pubblicato su disco una raccolta di canzoni in omaggio a Vladimir Vysockij, ad opera di numerosi cantautori italiani. Nel disco compare anche la canzone Ochota na volkov “La caccia ai lupi”, cantata da Vysockij.

 

Vladimir Vysotsky (1938 – 1980)

La caccia ai lupi

Sono stremato, ho i tendini a pezzi,

Ma oggi, ancora come ieri,

Sono braccato. Braccato!

I tiratori, allegri, corrono ad appostarsi!

Dietro gli alberi un tramestio di fucili a canne doppie,

I cacciatori sono acquattati nell’ombra,

I lupi si rotolano sulla neve

Trasformandosi in bersagli viventi.

I cacciatori non giocano alla pari

Con i lupi, e le loro mani non tremano!

 Hanno accerchiato la nostra libertà con le bandierine,

 Ci colpiscono con certezza, sicuri di centrare il bersaglio.

Il lupo non può rompere le tradizioni.

Noi lupacchiotti, da piccoli, cuccioli ciechi,

Abbiamo succhiato la lupa,

E con il suo latte, il divieto di oltrepassare le bandierine!

 

Le nostre zampe e le nostre mascelle sono veloci.

E rispondi, tu che sei il capo branco,

Perché ci avventiamo, braccati, contro i loro fucili

E non cerchiamo di trasgredire il divieto?

Il lupo non può, non deve agire diversamente.

Ecco, è arrivata la mia ora.

Colui al quale sono destinato

Sorride e solleva il fucile.

Ho rifiutato di ubbidire,

Ho oltrepassato le bandierine – la sete di vita è più forte!

Ho solo sentito dietro di me, con gioia,

Le grida di stupore degli uomini.

Sono stremato, ho i tendini a pezzi,

Ma oggi, non sono come ieri!

Sono braccato. Braccato!

E i cacciatori sono rimasti a mani vuote!

La caccia ai lupi. La caccia!

Ai predoni grigi, vecchi e ai cuccioli.

I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea.

Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.

 La caccia ai lupi. La caccia!

Ai predoni grigi, vecchi e ai cuccioli.

I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea.

Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.

La caccia ai lupi. La caccia!

Ai predoni grigi, vecchi e ai cuccioli.

I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea.

Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.

La caccia ai lupi. La caccia!

Ai predoni grigi, vecchi e ai cuccioli.

I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea.

Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.

 (1968)

 

L’album dal vivo “Live in Volvo” di Vinicio Capossela, pubblicato nel 1998, contiene una traccia intitolata “Il pugile sentimentale”, brano in cui il cantautore italiano riprende e adatta alla lingua italiana l’omonima canzone incisa da Vysockij nel 1966

 

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E mi firmo così.. di Alina Dumitriu

by Duncan on apr.15, 2011, under Poesia

Pubblico oggi un’altra poesia di Alina Dumitriu (di cui ho già pubblicato altro su questo sito). Giovane donna rumena. Senza ombra di dubbio.. una delle più grandi poetesse di questa generazione.

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E mi firmo cosi

 

Nel vento

tramuto come un sacchetto nell’aria

in tiepido ciclone

sognando

bagliori di terre lontane

spazi sereni

e verdi prati

Lontana dal caos terrestre

il mio amore mi abbraccia

come quelle volte

che ci vedevamo di nascosto

e in primavere lontane

susseguivano i baci

calati dal cielo

sulle scie delle stelle cadenti

complici e amiche

di un indistruttibile percorso.

Anima accesa

estasiata dal sublime

abbandona in meditare

frammenti radiosi

fulgidi e misteriosi

dalle ultime parole gettate

in codice ansiolitico

colmo di piacere

e rapitore della serie

Possiedi in me l’immenso”

che non sarà mai

un concorso di poesia o scrittura

ma è il getto improvviso dei pensieri

quelli più sinceri

quelli da cui dipendi

e non ti importa niente

se qualcuno ti vede nuda

ti critica o ti insulta

ma semplicemente condividi

e continui a pensare

quanto sia bello esser trasparenti

sorridere all’ombra

e rispecchiarti in occhi

da cui immagine ti ha somiglianza.

Ecco così nuda

spoglia di carne

con l’Anima che fantastica rivoluzioni

nel mettere per scritto

ciò che mi pare

ciò che mi viene come contenuto

per creare una risonanza

di una mia somiglianza

un qualsiasi evento che figura in me

Per esempio

mi piace tanto

progettare e frugare nei pensieri

e mi piace seminare

chicchi di sogni per bambini

e toccare

il fondo di una bottiglia vuota

riempirla di messaggi

e lasciarla galleggiare nella mia vasca.

E’ pazzesco l’effetto che mi fa!

La creatività.

E non sono laureata

e nemmeno della lingua italiana padrona

pensate che non l’ho nemmeno sfogliata

ma l’ho adottata nel mio addome

nel mio respiro.

Di settimane enigmistiche

di libri senza fine

mi sono innamorata

quando una volta vidi un libro

vicino ad un cassonetto dell’immondizia

tutto malandato e rotto

sfigurato.

Lo presi senza vergogna

e andai a casa ad aggiustarlo.

Lo incollai per bene

e gli misi una bella copertina

e poi iniziai a leggerlo.

Erano poesie

poesie di Alda Merini.

Fu una scoperta

un dono

così particolare che non potrei mai spiegare

I miei pensieri sono gli ormoni dell’anima

e in essi io trovo goduria

trovo memoria

trovo me

trovo l’essenza di ciò che mi piace fare.

Scrivere

raccontare.

Orgasmi e dolori

fantasie e inchiostri

che colorano i miei giorni

E sono nel vento

E sono nell’aria

e sono Silenzio.

E mi firmo così

Alina Dumitriu

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