Archive for agosto, 2011
I mondi di Barbara (Julio Cortazar)
by Duncan on ago.03, 2011, under Bellezza, Poesia

Eccoci con un altro appuntamento con I mondi di Barbara… la rubrica di Barbara Lazzarini. Semi di cultura viva, di cultura che cammina.. sono quelli che lei lancia.. unendo sempre cultura, vita e bellezza.. in indissolubili nodi.
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Julio Cortázar (Bruxelles, 26 agosto 1914 – Parigi, 12 febbraio 1984)
Complesso scrittore argentino-parigino. Disorientando il lettore, con le parole fa magia e costruzioni metafisiche.
Amato moltissimo da Borges, di lui Neruda ha scritto: “Chiunque non legga Cortázar è condannato”.
La sua è un’ampia produzione narrativa e poetica, ma il suo capolavoro resta il famoso romanzo del “realismo magico” Il gioco del mondo (Rayuela) . In esso i personaggi attraversano in modo non convenzionale la quotidianità e nelle loro scelte, nei loro pensieri, nelle azioni, persino nelle stasi, l’autore innesta una profonda analisi filosofica che tratteggia una psicologia originale, dissacrante, sorprendente delle figure umane che dal testo prendono vita. Sfioro la tua bocca, con un dito sfioro l’orlo della tua bocca, la disegno come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare faccio nascere ogni volta la bocca che desidero, la bocca che la mia mano ha scelto e ti disegna sulla faccia, una bocca scelta tra tutte, con la sovrana libertà…. Sperimentatore instancabile, romantico e carnale, dicono fosse malato di “gigantismo”, era dunque condannato a crescere sempre, contro le consuete leggi di Cronos, e la sua stessa opera, allo stesso modo, rifiuta di assestarsi in via definitiva e non sa seguire la scontata linearità del tempo. I suoi tenaci lettori, perduti nei percorsi di altre dimensioni, con Cortázar sanno di essere riusciti a percorrere un viaggio ultraterreno.
Julio Cortázar è stato anche un magnifico poeta, i suoi versi non cercano altro che d’arrivare all’anima, è suadente e vivo, doloroso e vero. Vi posto due delle sue più note e belle poesie, talmente chiare nell’esposizione delle tematiche, che non necessitano d’alcuna spiegazione.
Il Futuro
E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.
Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.
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Se devo vivere
Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.
Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.
_Julio Cortàzar_
La goccia
by Duncan on ago.03, 2011, under Resistenza umana

Pubblico questo pezzo della cara amica Paola..
C’è poco da aggiungere. Il carcere e tutto ciò che gli gira intorno si rivela costantemente essere quell’ “Assassino dei Sogni” di cui parla Carmelo Musumeci.. un territorio dove il sadismo è parte integrante, dove ci si impegna… nel fare di tutto.. per distruggere o rendere tormentosi anche i pochi momenti di condivisione, affetto e intimità che si potrebbero vivere.
Grazie Paola
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Quello che fa impazzire davvero gli esseri umani è la goccia..quella goccia impercettibile, continua, decisa , delicata..e imperterrita…che un poco alla volta ti trapana il cervello e diventa talmente assordante da tramutarsi in boato
Ti entra dentro in punta di piedi, in maniera talmente discreta che non la avverti finchè non ti scava dentro come un acido…ti penetra in modo talmente lento da non percepire quasi che quando te ne accorgi c’è già una voragine dentro.
Quando te accorgi ammazzeresti..ma non puoi ..perchè non hanno fatto nulla tranne che infonderti una flebo di cattiveria talmente sottile che avrebbe potuto anche essere assorbita attraverso i pori della tua stanchissima pelle..invisible, un piccolo passo alla volta da non suscitare proteste nè qualsivoglia reazione…che poi le reazioni le puniscono di più.
Lugubre, scaltra, impercettibikle come una rugiada al mattino presto…secca come uno sparo a bruciapelo…geniale da far arrossire una volpe, cattiva da far scappare il demonio..la goccia di veleno lentissima che stilla dai muri dalle regole dalla demenza chissà..forse solamente dall’assenza di una qualunque percezione di vita che non sia quela universalmente accettata.
….incomprensibile follia ? ..no..solamente uno stato d’animo… Così crudo e lucido da fare spavento a se stesso…perché se vivi una passione sei sempre alla ricerca affannosa di un attimo che ti permetta di viverla..anche e persino in una sala colloqui diroccata ed illegale..una sorta di squallidisimo cantiere devastato con l’obsoleto bancone di marmo abolito da chissà quanto tempo..ma non lo vedi non lo curi non lo badi..ci sono i suoi occhi al di là..la sua pelle..e il resto è un inutile orpello che non spaccherà nessuna emozione…
ci provi lo senti anche vero ti sporgi diventi un acrobata per sussultare un brandello di pelle e alimentare di scarti quegli animali feriti..sublimi qualunque situazione tramuti l’acqua in champagne il cemento in velluto la rabbia in un brivido….sempre.
ora dopo ora e non è mai un’ora è l’infinito è il prossimo palpito da accarezzare…ma poi se ne accorgono..ti scoprono…percepiscono che in qualche strana stravagante maniera stai continuando a vivere..e decidono che non va bene..come ti permetti di vivere …TU???
…e così cambia tutto, un passo alla volta , con l’istrionica perfidia di un demone dalla sublime intelligenza…con la scaltra e perversa lentezza di chi SA come si distrugge un essere umano una cellula alla volta…prima gli orari, controllati alla frazione di secondo…un poco alla volta il telefono…staccando la comunicazione senza una voce che dica è finito il tempo, stracciandoti una frase a metà…..e con passo di piume il posto assegnato al colloquio con la guardia ad un metro e non puoi sederti altrove nonostante le regole…qualche tiepida e gelida battuta bollente…e il farti ”accomodare” sempre e solo direttamente sotto alla telecamera perché così devi stare a distanza… non dicono nulla..non hanno fatto nulla…è la goccia.
Che ti logora e ti scava e rimani da sola , la tua pelle rimane da sola prosciugata derubata senza nemmeno avvertirlo se non da quel freddo che senti al ritorno e a quella vuota tristezza di lacrime e non sai perchè..e così puoi avere la sperata tentazione di rivolgerti altrove e lasciarlo da solo a lottare con fantasmi d’acciaio temperato da un’unica maligna intenzione.
Distruggerci
Distruggerti
Come ti sei permesso di rimanere un uomo?
..almeno i capponi li castrano per mangiarli…a noi ..ci castrano solo per malcelata cattiveria…con una semplice, tenace, velenosa goccia di un veleno sottile…e letale
Gli uomini del futuro.. di Attila Iozsef
by Duncan on ago.03, 2011, under Controinformazione

Loro saranno la forza e la modestia
fanno a pezzi la maschera di ferro del sapere
per vedere l’anima sul volto.
…Baciano il pane e il latte e con la mano
con cui carezzano la testa dei figli
cavano dalla pietra il ferro
e tutti gli altri metalli.
Dalla montagna costruiscono città,
i loro polmoni quieti enormi
assorbono tempeste uragani
e si calmano come gli oceani.
E aspettano sempre l’ospite inatteso
per lui anche apparecchiano
e dispongono anche dei loro cuori.
Siate simili a loro,
che i vostri bambini dalle gambe di giglio
possano attraversare indenni
il mare di sangue che hanno davanti.
da Poesie – 1922-1937
Ciro Campajola.. il libro..
by Duncan on ago.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana
Le poesie sono pensieri sbloccati
Firmati da realtà opprimenti
Tu non fai altro che scriverle
Io non so cosa è esattamente ciò che scrive Ciro Campajola. So che spacca le dighe, spacca i muri, spacca gli spartiti, così come spacca i coglioni… specie di chi è sazio nella propria mediocrità e complicità, e spacca la vita e la morte.
Le chiamiamo poesie, ma di poesie del genere io non ne ho lette mai. Chilometriche, inarrestabili, fluviali.
Urlano fino a trapanarti la mente, ma ridono anche, tra il malinconico e la speranza affamata dietro un bicchiere di vino e un bicchiere di blues e un bicchiere di anima.
Ferite e grotte di solitudini, abbandoni e volti cancellati dalla lavagna, i gironi infernali dei senza nome, e dei nomi di coloro a cui hanno rubato il nome. E di loro che canta Ciro. Delle principesse bambine vestite da prostitute e dagli occhi grandi come il mare. Delle periferie capovolte dei tossici, e dei marchiati a fuoco, i puntini neri per le freccette facili, i collaudati oggetti del disprezzo, le mani fragili che chiedono vita e carezze, e prendono pugni e morte.
Ma Ciro non è un delicato poeta da confortevole nicchia malinconica. In lui suona a stordire le orecchie, la forza iconoclasta dell’eterna invettiva contro l’abiezione, la sacra indignazione che è l’onore di tutto la grande poesia satirica dell’antichità, e di tutto il grande teatro ironico, appassionato e civile dei nostri giorni.
Sì… la ribellione delle parole. La ribellione nelle parole. Non cercate conferenze per acculturati e teste d’uovo. Ciro è nato nelle periferie, vive nelle ciminiere, sale su quegli strani sentieri che si affacciano sul volto bello della vita che regge il pugno, e mostra il dito alle cornacchie gracchianti della dissoluzione.
Lui mostra il riso delle scimmie. Ma a quel riso non si arrende come gli eterni sconfitti. E a quel riso non si accompagna, come gli eterni complici vigliacchi.
Perché è tutta una scansione di tempi.. tutta una scansione di ritmi.
E lui ti mostra il male, ti mostra la scimmia deforme, il concerto malato dei vampiri. E a volte è acciottolato in mezzo al grembo che piange.
Ma non vedrete mai solo il buio..
Alla fine c’è sempre un canto del cuore,
siamo sempre qua – sembra dire Ciro – a dare sperma e polmoni alla vita..
e poi tu*
tu sempre con quelli che non ci stanno
che preferiscono pagare e fanculo il conto
tu confuso
tra quelli che sanno tutto e quelli che non sanno niente
tu
che non ne vuoi più sapere e fanculo pure le chiacchiere
tu
tra la legge uguale per tutti o meno
tu
che per quel che ne sai
fanculo comunque sia la legge
con te è sempre stata uguale
mai giusta
tu
che batti sudato e testardo il tuo sentiero
che per gli altri sia legale o no
lo è per te
E’ la tua strada ragazzo, la strada stretta è sbagliata.
La strada di chi lo batte il suo tempo, anche quando le ore pesano fino spezzarti le dita. Ma tu non la molli. “Sono quello che sono”.. dillo, dillo forte e fai il tuo passo, cammina sul tuo Sentiero.. prendi ciò che ti appartiene e vai, costi quel che costi, quanto sangue può costare, è onorare ogni attimo. Questo ti fa scalpitare Ciro dentro. Questo ti scaraventa addosso.. con buona pace di tutti i cantori della stanchezza, che dilagano nel nostro tempo.
E’ intollerante nel suo scrivere? Può essere. Non è un santo. Non vuole essere un santo. La sua poesia è bambina e negra allo stesso tempo. Crudele e sensibile allo spasimo. Conosce la lotta di strada questa poesia, a mali estremi sa tirare le unghie… Nasce dalla musica, la musica la partorisce, musica genererà.
Non è per i levigati, le personcine inamidate, i professionisti del volontariato, per tutti coloro che si rifanno una verginità con le “pecorelle smarrite”. Se siete tra costoro.. non è il libro per voi. C’è tanto altro in libreria, cercate altro.
Le vite scartate gli stanno appese al collo, e lui si fa male a portarle, ma DEVE portarle. E sono tutti qua a prendersi la sua mano. E c’è ancora lui, nelle notti a dare lucido alle trombe.
La sua poesia trasuda Onestà. L’eccesso si accoppia al rigore morale. Solo uno dei tanti apparenti paradossi che vivono in lui e in ciò che scrive.
E alla fine c’è la notte più notte, notte al quadrato.
Alla fine c’è l’alba afferrata “appena in tempo”.. “in fondo alla notte”..
Alla fine c’è musica che passa nelle vene.
Alla fine c’è un anello..
ti accorgerai*
che comunque
nei giorni chiari e in quelli bui
hai sempre trovato un anello
in ogni tempo
con ogni tempo
e sia nel sole che nella pioggia
tu lo hai sempre portato al dito
come una fede nuziale
come un matrimonio benedetto di suo.
Non vi dico di leggere il suo libro..
Non si dice mai a qualcuno di leggere un libro,
a un certo punto un libro, un disco, un volto ti chiamano..
chiamano e basta.
Vi dico invece di dare lucido alle trombe.
Alfredo Cosco
*Brani di poesie di Ciro Campajola non presenti nel libro.
Per l’acquisto contattare Ciro attraverso posta Facebook.
Dall’Islanda una lezione
by Duncan on ago.03, 2011, under Controinformazione, Resistenza umana, politica
Leggete questa storia e riflettete…
Riflettiamo tutti insieme e pensate ai nostri giorni.
Cosa sta accadendo?
Cosa stiamo tollerando?
Un Moloch chiamato debito sta divorando la vita di interi paesi…
Istituzioni sovranazionali non elette da nessuno impongono diete di lacrime e sangue…
Questa crisi creata da banchieri, finanzieri e politici viene scaricata sulle persone, viene derubata la loro vita.
Questi poteri sovranazionali impongono un’unica strategia…
PAGARE SEMPRE DI PIU’ UN DEBITO INARRESTABILE CON SEMPRE PIù TAGLI TAGLI E TAGLI….
Lacrime e sangue dicono. Ma da quanto lo dicono? E cosa hanno portato lacrime e sangue? Ancora più debito, ancora più macelleria sociale.
E’ una follia… più paghi.. più ti impoverisci.. più ti impoverisci meno hai la forza di realzarti. Invece di sostenere la crescita, si spezzano le gambe a un organismo già convalescente.
Ma sono tutte vere le cose che ci dicono?
Sono tutte vere?
Siamo davvero costretti a subire queste ricette draconiane?
Chi è che davvero sta decidendo?
Chi è che davvero ha il potere?
E’ davvero giusto che le banche centrali, non elette da nessuno, abbiano il controllo assoluto sulla moneta?
E’ davvero accettabile che pagare gli interessi sul debito venga prima delle concrete esistenze che vengono colpite?
Chi guadagna dalle immense speculazione che avvengono ogni giorno?
E chi sono coloro che, dalle grandi istituzioni economiche multinazionali, costringono a sempre maggiori tagli, a sembpre maggiore macelleria sociale?
E se ci fosse un’altra strada? Un’altra strada oltre a quella che ci vendono.. oltre al panico da debito, alla scure sanguinaria, alla perenne sottomissione alle logiche economiche-finanziarie dominanti?
E se ci fosse un’altra strada?
L’Islanda ha deciso di dire NO!… di dire BASTA!…
ha nazionalizzato le banche.. creato una nuova costituzione nazionale.. e sfidato le oligarchie finanziarie internazionali..
Cosa succederebbe se anche noi avessimo lo stesso coraggio?
La stessa folle capacità di osare e di pensare in grande e di sfidare ciò che è considerato ormai come inevitabile.
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Islanda, quando il popolo sconfigge l’economia globale
di Andrea Degl’Innocenti – tratto da http://www.ilcambiamento.it/lontano_riflettori/islanda_rivoluzione_silenziosa.html
L’hanno definita una ‘rivoluzione silenziosa’ quella che ha portato l’Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell’intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.
Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.
L’Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un’eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un’esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.
Ma procediamo con ordine. L’Islanda è un’isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell’intera Italia, situato un poco a sud dell’immensa Groenlandia.
15 anni di crescita economica avevano fatto dell’Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di ‘neoliberismo puro’ applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.
Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall’altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull’euro – che perse in breve l’85 per cento – non fece altro che decuplicare l’entità del loro debito insoluto. Alla fine dell’anno il paese venne dichiarato in bancarotta.
Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all’Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.
A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l’unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.
Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.
Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d’Islanda era decisamente troppo.
Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos’altro invece si riaggiustò. Si ruppe l’idea che il debito fosse un’entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un’intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d’un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.
Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.
La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l’isolamento dell’Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l’Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell’intervista – ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.
A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L’Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l’Islanda.
In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l’indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola ‘presidente’ al posto di ‘re’).
Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un’assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l’appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.
Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. “Io credo – ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente – che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet”.
Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.
Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l’Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.
Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l’unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?
