Born Again

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Sogno, visione, ricordo, o …

by Bjori on mar.21, 2009, under Misticismo, Poesia

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L’anima era stordita. Si ritrovava in un luogo che non conosceva, che non aveva scelto, o non sapeva di averlo fatto, ma che in un certo modo comprendeva.

Doveva recuperare, doveva andare avanti, doveva superarsi, doveva fare tante cose, ma adesso attendeva.

Era stordita, ma com’era possibile che da un momento a un altro si ritrovava li…era come se qualcuno l’avesse strappata anzitempo dalla sua esperienza precedente. Ma di essa l’anima non ricordava nulla, sapeva ma non ricordava.

Era un po brutale l’anima, una che sapeva il fatto suo, che s’era probabilmente gestito la propria esperienza senza tanti scrupoli, prendendo quello che poteva, strappandolo e senza grandi rimpianti, ma con un certo senso d’amaro in bocca e con una certa consapevolezza: quella non era la pace…ma poi cos’è questa pace…essa l’ignorava.

Qualcuno le diceva che un corpo le era stato affidato e l’anima cercava di evaderlo…voleva quella libertà che solo un corpo senza pesi e limiti può avere, e poi il cambiamento le faceva paura, l’ignoto.

La scelta però era già stata compiuta e anche se non voleva accettarla, sapeva di non avere scelta. Quella voglia di evasione, però, non cessava.

In un certo momento si vede entrare in un piccolo buco al di sotto del corpicino che gli stava davanti, era come un imbuto, come un vortice, ed ecco li dentro.

Quel corpo era così piccolo, così stretto e così angoscioso…dalla libertà in una prigione angusta.

E il disagio sale, e l’angoscia sale, e l’anima si contorce li dentro, e si dimena e cerca di scuotere quel corpo,ma niente, esso non si muove di un centimetro.

E cerca di liberarsi, di fuggire, ma sa, sa che sarà costretto a rimanere li per molto tempo, molto tempo. Alla fine si rassegna.

Ed è proprio allora che egli e il corpo diventano una cosa sola, una cosa unita, e non si dimena più, ed è una prima accettazione, un primo momento di pace tra l’anima e il corpo… e poi…e poi…e poi….???????

Una carrozzina e cinque persone attorno ad essa. Dentro l’anima e il bambino. Le facce non sono limpide, esse sono un misto di corpo e anima, un espressione dell’essere e delle sue ombre, e delle sue inclinazioni.

All’anima non piace quello che vede…”ah che brutta gente”, esclama.

Una donna anziana lo prende in braccio…il suo sorriso esprime cattiveria.

“Lasciatemi, lasciatemi”, continua a gridare l’anima, in modo brusco…se potesse li prenderebbe a grosse parole, li direbbe chi sono in realtà e se ne andrebbe lontano…sì, lontano, via, via…si guarda intorno, ah uno è un po diverso…”questo si può salvare”…

Ah, quel corpo così piccolo, così debole e scoordinato, non potente…ah se potessi…”aspettate che diventi grande, ch..che ve la faccio vedere io”…

E l’anima guarda fuori.

Tra il balcone al primo piano e la strada lontana sembra si possa camminare, come?…solo un anima può sapere…con gli occhi dell’anima si può vedere…e l’anima va, adesso si vede grande e va…libera va, prepotente va, verso cosa non sa, ma la novità l’attira, la fa sentire libera, le fa paura, ma sempre libera, va…verso un immagine offuscata…verso il futuro…

Dopo questa proiezione, sente che il suo destino sta la fuori…allora si sente in pace…allora inizia a dimenticare…allora si inizia ad accettare..una seconda accettazione, un secondo momento di pace tra l’anima e il corpo…

E inizia ad espandersi entro il corpo, sente con lui, vive con lui… e una sensazioone di intorpidimento…non vuole, vuole, dimentica…i ricordi svaniscono…lentamente la coscienza dell’anima svanisce.. inizia ad apprendere e a comprendere…ma questo non lo sa, questo lo sa…….

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Il bene non deve vincere il male

by Bjori on mar.20, 2009, under Fuori categoria, Videoclip

Il bene non deve vincere il male…non qui, non ora. Il perché è semplice da capire, anzi ovvio direi. La difficoltà sta soprattutto nell’accettarlo. Chi di noi pensa di essere nato buono, di esserlo stato sempre e di non aver mai concorso a farlo il male. Eppure concorrere a fare il male (non in senso assoluto, ma nel proprio piccolo) significa scegliere il male. Sceglierlo in quel momento, anche se in modo inconsapevole, significa avere la volontà, interna o esterna, di compiere un’opera negativa, una ribellione a Dio e al suo ordine.

Sì, anche di ribellione si tratta. Il voler vincere il male e cambiare lo stato delle cose è ribellarsi alla volontà di chi ha posto
le cose in questo modo. Se c’è bene e male nel mondo e nella vita, c’è una ragione superiore che ne giustifica l’esistenza. Vincere il male o anche ritenerlo non degno di riconoscimento ci pone in contrasto con ciò che ci ha resi buoni (ovviamente entro limiti umani, poiché “solo uno è buono”).

Immaginate la vita umana senza alcun male e ponetevi la domanda: perché essere amorevoli? per cosa provare pietà? come crescere? quali lezioni trarre? Poiché la nostra crescita dipende molto dalle nostre sofferenze, le quali portano alla nostra crescita interiore, le quali, però, hanno origine nel male.

Volere la fine del male è fare la volontà del maligno, è proprio seguire il male in un piano di distruzione e negare la funzione costruttiva che lo stesso ha. Volere la morte del male è fare il male.

Esso è anche una ribellione all’equilibrio che Dio ha posto in questa vita con assoluta scienza e coscienza. Il ribellarsi a quest’ordine ci porta visto che in fondo si combatte il male) infinitamente vicini al bene, ma nello stesso tempo ci rimanda infinitamente lontani da esso. Questo perché perdiamo il senso profondo del bene che è appunto lontano, diverso e
superiore al male (non opposto, ma il bene ingloba il male per un fine superiore e, appunto, benefico; esso non si oppone ma lo supera).

In una visione terrena delle due componenti il segno del Tao esprime benissimo la situazione che si pone davanti a noi: due contendenti che sarebbero incompleti l’uno senza l’altro, ma che sono anche parte l’uno dell’altro.

In una visione universale, però, il male rimane limitato alla sua funzione educatrice (volta ovviamente a chi ha la
volontà di accogliere l’insegnamento nel momento in cui esso arriva e, quindi, anche se si ripresenta costantemente viene accolto solamente da “chi ha orecchie per intendere e per chi ha occhi per vedere”) all’interno del bene, che in fondo corrisponde e fa capo, come ogni cosa, a Dio.

Anche se in certi casi rimaniamo scandalizzati e abbiamo l’istinto di reprimere ogni forma di orrore presente nel mondo, dobbiamo pensare (anche se il sentimento lo esprimeremo probabilmente in modo passionale ed istintivo, umanamente cioè) che noi siamo quello che siamo e ci possiamo dire diversi proprio grazie anche a quella componente che decidiamo di non abbracciare (non sempre almeno, diversamente che pregio ne avremmo “non fanno così anche i pagani e i
pubblicani”).

Il male è presente e deve essere presente nella dimensione terrena perché è anche esso parte di quella forza che fa
emergere le anime dalle paludi delle tenebre alla luce. E’ anch’esso, o forse è proprio esso, che fa emergere le coscienze dall’oblio di un’esistenza vuota alla pienezza della consapevolezza. Senza di esso probabilmente non ci sarebbe nessun movimento interiore negli esseri umani. E lo stesso vale per il bene. E il fatto che nel Tao ognuno di loro ha una parte
dell’altro, è indice del fatto che entrambe si legittimano a vicenda trovando nell’altro ragione di esistere. In un senso più astratto, nella dimensione terrestre, l’esistenza dell’una non può prescindere dall’esistenza dell’altra.

Mentre in un senso universale e, aggiungerei, divino, il bene è l’unica dimensione esistente originaria e assoluta, dove invece il male con tutto il resto del creato è derivazione posta in un determinato modo, con un equilibrio perfetto, che è anche “conditio sine qua non” della stessa esistenza di quella dimensione derivata, altrimenti persa in un esistenza caotica e informe.
Diverso è, d’altra parte, arrendersi passivamente al male. Questo è un’altra forma di fare il male, negando l’esistenza del bene o ritenendola inutile. L’arrendersi ad una componente dell’intero è, in senso passivo, essere aggressivi nei confronti della parte per cui non si lotta. Anche se si afferma di volere il bene, arrendendosi allo stato delle cose si arriva a negare lo stesso o a non riconoscerlo capace di esistere attivamente, il che in sostanza si rivela un attacco al bene.
Tuttavia, la lotta contro il male è soprattutto una lotta a sostegno del bene e non volta alla distruzione del male. In realtà, il fine ultimo della lotta è interno all’uomo, anche se ha dei riflessi esterni ad esso. Il voler cambiare lo stato delle cose è una
ribellione al bene (che in senso universale tutto abbraccia e accoglie) e si rivela altrettanto distruttivo quanto il cercare di
abbattere il male o lo schierarsi dalla sua parte.

La distruzione è intrinsecamente male e mentre si intende fare il bene si compie inevitabilmente il male.

Infatti, sino al momento in cui non si cade nella dimensione della distruzione si rimane nel bene e nella beatitudine. La parola che accompagna questo stato è pace oppure serenità, se non a volte gioia interiore.

Il primo momento, però, in cui si passa alla distruzione, segna anche il passaggio dall’altra parte: nella lotta distruttiva, anche quando essa è rivolta contro il male, il campo di battaglia è il male e il premio finale è lo stesso male. Il cerchio vizioso e distruttivo del male si compie e esso ha la sua rivincita sul bene nel momento in cui il bene si comporta e utilizza gli schemi del male, trasformandosi in male e divenendo l’antitesi di se stessa. E’ qui che si compie il passaggio dalla forza buona dei cavalieri Jedi alla forza oscura. E’ qui che si perde il bene.
Il vero scopo della lotta è, infine, fare il bene accettando lo stato delle cose e entrando in una condizione di consapevolezza dell’universo e dell’ordine ad esso posto o, come direbbe Kirkegaard, porsi trasparente davanti a Dio.


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Tiziano Terzani – Il senso del male

Anche se queste sono mie riflessioni desidero ricordare la grande
opera di Kirkegaard “La malattia mortale” la quale ultimamente mi ha
accompagnato e mi ha dato dei strumenti e ha cullato la mia anima,
guidandola per riflessioni e viaggi mentali logici e immaginari, che
mi hanno appagato e che hanno dato lo spunto per queste riflessioni.
Desidero ringraziare anche Atreyu, poiché da un dibattito con lui è
partito il tutto.
Un saluto a tutti.

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Il genocidio degli Albanesi nel c.d. Epiro

by Bjori on mar.10, 2009, under Fuori categoria

Inizio il mio debutto al sito con un argomento che mi stà molto a cuore. Non è il mio solito filosofeggiare, anzi non è mio. Il mio intervento è solamente un portare alla luce una testimonianza di altri, rendendomi tutt’al più co-testimone.

Si tratta di un articolo che testimonia un genocidio e una storia ingiusta, la storia umana. Solo che questa parte d’umanità riguarda il mio popolo ed è facile per il mio cuore dolersi in modo particolare.

Si tratta di
un articolo di un importante letterato albanese sulla storia degli albanesi nella parte nord dell’attuale Grecia, ove nei secoli si è perpetrato un orribile genocidio nei loro confronti. Oggi lo stato Greco con aiuti monetari ed agevolazioni varie cerca di convertire il sud dell’Albania in popolazione con cittadinanza greca per poi rivendicare una cospicua minoranza greca in quelle zone, al fine di annetterle al proprio territorio. Questa politica ignobile viene testimoniata ogni giorno da miei compaesani ed io ho avuto varie volte la possibilità di constatare di persona l’accaduto.


Vi Racconto i Greci.

pubblicato sul New York Times, nel 1940 da

Faik Konica

I.

Da un po’ di tempo, tra l’Italia e la Grecia si sta svolgendo sull’Albania uno scontro preliminare di affermazioni, il che potrebbe essere il preludio di un conflitto armato. L’Italia lamenta il fatto che la Grecia detiene una gran parte del territorio albanese, mentre la Grecia nega categoricamente tale assunto. A molti americani è parso strano che mentre si sentono le voci di italiani e greci, non si senta la voce indipendente dell’Albania. Ma non è forse vero che un autore inglese ha detto che una delle caratteristiche degli albanesi è il loro essere non-articolati?

Alle continue richieste rivoltemi ho risposto dicendo che non avevo niente da dire, mentre ai miei amici americani i quali con i loro sentimenti benevolenti mi chiedevano perché agivo in tal modo, rispondevo che mi ero stufato e che da questo momento in poi avevo deciso di rimanere un semplice spettatore delle tragedie e delle farse del mondo. Però questa volta è stato un gruppo di compatrioti albanesi che mi chiede di fare una dichiarazione. Questi miei amici albanesi sanno di me delle cose che i miei amici americani ignorano. Loro sanno che io sono nato nella zona di confine greco-albanese, che fa parte delle regione messa in discussione; cosicché, i posti dove io ho giocato da bambino sono i prossimi campi di battaglia. Loro pensano che nessun altro meglio di me conosce la storia di tale regione e loro mi ricordano continuamente che, in veste di direttore della gioventù, sono stato instancabile difensore dell’interezza del territorio albanese. Pertanto, anche se titubante, ho deciso di rompere il silenzio e di presentare al popolo americano dei fatti controllabili con riguardo allo sfondo storico del conflitto che sta arrivando.

Come tutti sanno nel periodo antico gli albanesi erano chiamati Illiri. La regione discussa era conosciuta nell’antichità come l’Illiria del sud e poi è stato chiamato Albania del sud, mentre i greci hanno deciso di chiamarlo Epiro, il che sta a significare continente; la leggenda narra che questa regione veniva usata dagli abitanti delle isole di fronte alla costa albanese così come i pescatori delle Bahamas chiamerebbero la Florida continente, con un nome che non ha niente a che fare con le popolazioni che la abitano. Questa regione, nei quasi cinque secoli di occupazione Turca,
costituiva la provincia di Janina con la città di Janina come città centrale della stessa.

Non solo questa regione è stata albanese di lingua e di nazionalità, ma i confini degli Illiri andavano molto al di la di questa. Addirittura le isole dello Ionio erano per lo più Illire. In un libro
famoso, che ben conoscono gli studiosi, “Vocabolario dell’antichità classica”, di Lybker (non so se si scrive così, nota non testuale), nell’articolo per la Colcyra, si dice che in origine fosse abitata da
Illiri. Coloro invece che si prenderanno la briga di leggere l’opera del noto svedese Martin P.Nilson, edita a Lund nel 1909 e intitolata “Storia dell’antico Epiro”, verranno liberati dalla convinzione che
l’Epiro sia mai stato greco. Questa regione ha conservato inalterata la propria natura illirica talmente per tanto tempo che in un opera del decimo secolo d.C., l’imperatore Bizantino, Leone il Savio, scrive in una delle sue opere che gli abitanti dell’Epiro sono albanesi. Poco a poco, le infiltrazioni greche si iniziarono a sentire in queste zone. Come questo sia stato possibile noi lo sapiamo da autori di nota fama.

II.
Nella seconda metà del XIV secolo, Janina era governata da un principe Bizantino (o Despota, come era il suo titolo all’epoca), chiamato Thanas.

A costui venne in mente la bella idea di uccidere tutti gli albanesi. Voi crederete che questa storia sia stata tirata fuori da una leggenda albanese o da qualche foglio propagandistico italiano.

Niente affatto! L’autorità dalla quale ci giungono questi fatti è un greco, credente e onesto, Mihail Ducas, appartenente al casato imperiale Bizantino che portava lo stesso cognome, la cronica del
quale è contenuta nella grande collezione dei storici bizantini, tenuta a Bonn, e che può leggerla ogni studioso. Con ribrezzo e disapprovazione Dukas ci riferisce di tutti gli atti feroci e di tutti
gli omicidi che Thanas ha commesso nei confronti della popolazione di Janina. Come riferisce Dukas, una dei giochi preferiti era quello di tagliare il naso o altre parti del corpo agli albanesi ed attendere che morissero in agonia. Dei capi feudali albanesi hanno minacciato
Thanas con una spedizione punitiva, nel caso egli non interrompeva i crimini verso gli albanesi. Thanas si è contenuto per un certo periodo e diede in sposa sua figlia al principe più potente di quel tempo, Gjin Shpata. Dopo un certo periodo, però, Thanas ricominciò con le persecuzioni, in modo addirittura più feroce di prima. Come scrive Mihal Ducas, mentre Gjin Shpata ha riunito un intero esercito e ha circondato Janina, la capitale di suo suocero, Thanas ogni giorno, con la bandiera dell’armistizio, mandava un cesto pieno di occhi tolti da teste albanesi, finché non ci fu il ritiro.
Come dice lo storico l’obbiettivo di Thanas era quello di vincere il nomignolo di Albanoktonos, il che significa uccisore di albanesi. Ducas riferisce che al despota piacevano molto gli stranieri e gli
estranei e così ne aveva portati molti in città. Infine, si dice che Thanas ce l’abbia fatta a svuotare la città dagli abitanti originari. Naturalmente era difficile inventare un metodo più efficace per
cambiare la composizione etnica di un paese, solo che diritti creati in simili modalità, per dirla in un modo morbido, sono di dubbia qualità. I crimini descritti da Mihal Ducas, sono accaduti attorno al
1380 d.C.

Dopo cinquant’anni, precisamente nel 1431 d.C., un potente esercito ottomano si presentò tumultuoso alle porte di Janina, la quale nel frattempo si era popolata di stranieri, e con un solo attacco venne conquistata. V’è da sottolineare che dopo aver perlustrato e studiato la regione, i Turchi la abbiano classificata come una provincia albanese. I turchi hanno fatto una registrazione accurata delle città e dei paesi e i loro nomi sono stati scritti nelle pubblicazioni ufficiali con i nomi albanesi e non con gli omonimi greci. Per esempio,prendiamo due città a caso, Delvina e Gravena. Queste sono state registrate precisamente Dhelvinon e Grebene. Gli antichi turchi erano precisi, con grande dovizia di particolari quando si trattava dei nomi di posti e paesi, preferendo sempre i nomi loro dati dalle popolazioni. Ad esempio dopo il primo assedio di Vienna, i turchi iniziarono a scriverlo Wian con una lunga A, che corrisponde alla tradizione popolare e loro hanno per tutto il tempo seguito questa impostazione, rinnegando quella artificiale che la trasformava in Wien. Nel trattato di Aizenbourg (non so come si scrive precisamente, n.n.t.), sottoscritto tra l’Impero Ottomano e il Sacro Romano Impero redatto in turco e in latino, quando vengono numerati i titoli
dell’Imperatore Asburgo, il testo latino lo chiama re della Bohemia, mentre nel testo stilato in turco, i turchi hanno insistito a chiamarlo re dei cechi.

L’occupazione ottomana portò importanti cambiamenti nella vita dell’Albania. Per ragioni che sono troppo lunghe da esplicare qui, molti albanesi hanno lasciato la religione cristiana per diventare
musulmani, e questo fenomeno è durato per due secoli fino a far diventare il 65% della popolazione di religione musulmana, mentre il resto è rimasto cristiano. Al nord, fedele alla chiesa d’occidente e
al Sud a quella orientale, la quale erroneamente viene chiamata anche chiesa greca. Poiché nella seconda chiesa, le funzioni venivano svolte in greco e il clero è costituito per lo più da greci, si creata la possibilità per i greci di denazionalizzare gli albanesi, utilizzando la chiesa come mezzo di propaganda.

Un ulteriore fattore è stato l’arrivo in malafede di molti greci, appoggiato in modo stupido da molti proprietari terrieri albanesi, i quali avevano bisogno di mano d’opera in sostituzione dei albanesi che
andavano a combattere le infinite guerre dell’impero ottomano. La costituzione della Grecia come uno stato indipendente ha dato una potente spinta alla propaganda greca.  Oramai, i greci hanno
dichiarato che ogni appartenente alla chiese orientale, indipendentemente dalla lingua e dalla nazione, era greco.

Uno dei trucchi più inimmaginabili è stato il pagare alti funzionari ottomani per emanare un editto che vieti la circolazione e la detenzione di qualsiasi libro in lingua albanese. è stato ritenuto un
reato anche la detenzione di libri innocui come la grammatica o l’aritmetica, se scritti in albanese. I greci sono caduti anche più in basso, denunciando onesti albanesi come ribelli, facendoli detenere in
prigioni lontane.

Dopo le guerre balcaniche, la Turchia europea si sgretolo e le Grandi Potenze non poterono ignorare l’esistenza della nazione più antica della penisola. L’Albania divenne uno stato, ma fu ridotta in un
quarto di quella che era la sua effettiva grandezza. Qualcuno poteva pensare che dopo di ciò si sarebbero calmati e avrebbero cominciato a costruire buoni rapporti di vicinato con la parte rimanente dell’Albania. Invece successe l’inverso. Approfittando del fatto che la Turchia, aveva disarmato del tutto gli albanesi un anno prima, un esercito di greci, mascherati da civili, si riverso sull’Albania e iniziò a bruciare a ad uccidere tutto ciò che gli usciva davanti. In Albania, in quel periodo sono stati al centro di questi crimini organizzati anche due testimoni esteri: la nota autrice inglese, Mary Edith Durham e un corrispondente tedesco. Entrambi rimasero orribilati e si misero d’accordo per rendere noto l’accaduto, che per loro era uno dei più terribili crimini organizzati di tutti i tempi.

Sfortunatamente scoppia la guerra mondiale che distoglie l’attenzione di tutti. Però, nel 1920, col titolo “Vent’anni di groviglio balcanico”, miss Durham pubblicò un libro, dove un intero capitolo
viene dedicato a questi massacri. Chiunque voglia capire l’odierno conflitto non può fare a meno di leggere questo libro.

Dopo la guerra la Grecia continuò ad impedire agli albanesi ad avere le loro scuole in albanese in Grecia e ricominciò il proprio lavoro per l’eliminazione dell’elemento albanese con qualsiasi mezzo.

Un occasione particolare gli fu data dal trattato di Losana, il quale incentivò lo scambio di famiglie turche con quelle greche. Come ho già detto una parte cospicua degli albanesi, un po’ di secoli or sono, lasciavano la cristianità per diventare musulmani, ma loro conservarono la lingua e le tradizioni nazionali senza mai studiare il turco. L’inganno dei greci stava nel rappresentare molti albanesi musulmani come turchi e mandarli con una nave nel bel mezzo dell’Asia minore per usarli come oggetto di scambio. Questo è come deportare gli irlandesi in Polonia solo perché entrambi sono cattolici e, perciò, hanno la stessa nazionalità. La Commissione Internazionale per lo
Scambio delle Popolazioni ha scoperto l’inganno in pochi casi e lo ha fermato, ma il più delle volte è stato aggirato con maestria.

Se venissero visti le vecchie testimonianze sulla situazione della nazionalità in varie parti di quella regione, si rimane di stucco di fronte agli inganni organizzati. All’inizio del diciannovesimo secolo,
un’appartenente della chiesa anglicana Stuart Hjuz, ha fatto un viaggio in Albania e ha lasciato degli appunti delle sue osservazioni. Ha visitato anche la mia città natale, Konica, un luogo antico che si
pensa da parte di alcuni studiosi come Pukevil, sia stato nell’alto medioevo la capitale dell’Illiria del sud (il nome del paese risuona strano, come prussiano, ma questo deriva dal fatto che la medesima
influenza slava che ha invaso la Prussia lo ha fatto anche con l’Albania). Hjuz ha scritto che c’erano 800 case, 600 albanesi e 200 greche. Dov’è quel 75% di albanesi oggi?

Comunque, nella zona in questione, c’è una regione che ha superato tutte le forme organizzate di omicidi, inganni e rapimenti. Questa è Çameria, che i greci dicono Camuria (non incolpo i greci per questa deformazione derivante dall’incapacità dell’alfabeto greco di riprodurre un suono esistente nella lingua albanese ed in molte altre). La popolazione di Çameria è costituita da 96% albanesi. Questa percentuale è stata ultimamente ridotta con atti di violenza e di ciò posso portare ad esempio migliaia di lavoratori che lavorano nelle fabbriche americane. Loro sono persone che in Çameria avevano i loro genitori proprietari fiorenti, non più di un anno fa. E comunque, contrariamente a tutta questa fatica, gli albanesi costituiscono ancora l’80% della popolazione.

Mentre adesso l’Italia è pronta a combattere per ristabilire i confini naturali del popolo albanese, è naturale che ogni albanese vero non sia contento da questa azione. Qualcuno potrebbe obiettare che anche se con metodi certamente da condannare, i greci siano riusciti a cambiare la proporzione delle
nazionalità in queste regioni, cosicché sistemare una vecchia ingiustizia con una nuova, non suona bene. Ma a questo rispondo che non può esistere un atto legale che possa legittimare i crimini
organizzati e reiterati.

Ma c’è di più. Molto lontani dall’Albania storica, nell’interno della Grecia, vi sono insediati un milione di albanesi, metà dei quali ancor’oggi parla la propria lingua antica. Queste persone hanno una passione ideale per l’Albania e in passato hanno dato testimoni della causa albanese. Coloro potrebbero essere scambiati con i greci della regione qui in questione e così tutti sarebbero contenti. Però, come affermano i greci, l’Italia intende fare i propri interessi nel’espandere i confini albanesi. Io sono completamente d’accordo, ma devo aggiungere che questa affermazione non ha un gran peso e che è solo un sotterfugio per evadere la questione. La questione è se è sempre stata parte integrante dell’Albania la provincia turca di Janina? E se questo è vero, può questa verità cadere solamente perché a dirlo sono anche gli italiani? Il fatto è chiaro, l’Italia in questo caso da una risposta buona e forte, perché capita che le sue richieste combacino con un atto di giustizia tardivo nei confronti dell’Albania. Sta succedendo che i dei vendicativi siano questa volta dalla parte delle armate di Cesare.

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