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Adelmo Greco
by Chiara on lug.02, 2009, under Fuori categoria
Buongiorno naviganti,
ho già avuto modo di presentarmi attraverso questo post. Ora che sapete già chi sono, ho il piacere di presentarvi un mio racconto breve, inedito. Non un’ anteprima né un estratto, ma tutto il racconto. Senza spendere soldi, ma solo tempo, potete testarmi, capire se il mio modo di scrivere vi piace, se vale la pena leggere ancora qualcosa di mio.
Vi auguro buona lettura!
Chiara Vitetta
Vivo in un grande condominio in una grande città, e lavoro in casa. Ho poche occasioni di avere a che fare con gli inquilini del palazzo, ma come non notare e conoscere Adelmo Greco? Adelmo è il mio dirimpettaio, ed è matto da legare. È consuetudine vederlo camminare rapido rapido con le chiavi pronte in mano verso la porta di casa: sembra sempre che sia inseguito da qualcuno, e le prime dieci o quindici volte che ti capita a tiro non riesci proprio a fare a meno di guardare alle sue spalle per vedere da cosa scappa. È un ometto con gli occhiali, basso e grassoccio, con pochi capelli e vestiti tutti uguali. Non può essere che porti sempre gli stessi abiti: deve per forza avere un armadio pieno di completi identici! È sempre nervoso, come se avesse una bomba a orologeria attaccata al sedere; una bomba innescata, eh! Parla veloce e spesso blatera da solo a bassa voce discorsi sconnessi che riguardano sempre il suo computer. Adelmo vive solo da almeno sei mesi, più o meno da quando la madre è morta per un attacco di cuore, ottantatreenne, lasciando il figlio di sessantun anni solo con la sua vita. Adelmo, però, non ha una vita. Nessuno ha mai bussato alla sua porta a parte fattorini e creditori, nessuno gli chiede neppure lo zucchero in prestito: un po’ perché tutti sanno che è matto da legare, un altro bel po’ perché è altamente probabile che non abbia zucchero in casa. Riceve ogni giorno pasti pronti che gli vengono recapitati da un ragazzo che lavora alla rosticceria sotto casa nostra, e nei giorni di festa suppongo che pranzi e ceni fuori. Mai visto arrivare a casa con le buste della spesa o in compagnia, mai visto sorridere, mai notato con vestiti diversi dai soliti. Le uniche cose che porta a casa sono oggetti dalle forme strane infilati in buste con i loghi di vari negozi di informatica. Probabile che il computer sia proprio il suo unico interesse. Non so se ha un lavoro, e se ce l’ha non so immaginare che lavoro possa essere, ma so che esce tutte le mattine alle 7:30 precise e rincasa con la stessa precisione alle 13:00, poi esce ancora alle 16:00 per tornare alle 18:30 con l’ennesima busta piena. Cosa comprerà di nuovo ogni giorno il mio pazzo dirimpettaio? Non ne ho idea. Dal suo appartamento non proviene nessun rumore, forse è attaccato al suo pc con tanto di cuffie stereofoniche? Probabile. Certo non credo sia così matto da stare seduto e fermo a guardare il muro. Non si sente neppure il mormorio della televisione nonostante le pareti siano sottili. Anche quando passo davanti alla porta sento silenzio, eppure queste porte non isolano affatto. Starà davvero tutto il tempo al pc? La fissazione di Adelmo per il computer è ormai nota. Gli altri inquilini all’inizio lo stavano anche a sentire quando si fermava sulle scale ad informarli dei suoi nuovi acquisti tecnologici, ma giorno per giorno i suoi discorsi diventavano più folli, il modo di esprimersi ossessivo, le parole si accavallano e non lasciava all’interlocutore di turno neppure lo spazio per dire una parola. Un giorno l’ho incontrato mentre rincasava e si è fermato a parlarmi di un attrezzo di qualche tipo che aveva appena acquistato. Io non ne capisco niente di computer, so a malapena come accenderli! Me lo ricordo come fosse appena accaduto…
- Salve Adelmo – Gli dico appena lo vedo.
- Oh, guarda cosa ho comprato! -
Il suo entusiasmo smonta la mia voglia di liquidarlo e gli chiedo di che si tratta. Mi fa vedere una roba stranissima, una specie di piccola scheda verdastra piena di circuiti di qualche tipo.
- Che è? – Chiedo.
- Potenzio la mia ram! -
Per me questo è arabo, non ho idea di cosa sia quella cosa, so solo che ho visto aggeggi simili dentro i computer. Questo sessantunenne strambo con il suo completo marrone e la sua camicia bianca, con quella cravatta a righe che mi fa girare la testa e ruotare gli occhi, comincia a blaterare tutte le assurdità possibili proprio davanti ai miei occhi e nel raggio delle mie orecchie disabituate a tanto parlare. Non posso ripetervi le sue lunghe spiegazioni a proposito dei potenziamenti del suo computer: non saprei come nominare tutti quegli attrezzucoli, ma ricordo bene la sua chiara ossessione che era poi l’unica cosa che lo distoglieva dal distruggere le orecchie e la pazienza altrui, infatti ad un certo punto, dal nulla, ti mollava.
- Devo andare, adesso devo andare! La posta elettronica devo controllare le mie mail ho un appuntamento in chat ho un blog da controllare ho tanto da fare, tanto da fare… – Diceva infilando le parole una dietro l’altra come perle su un filo di nylon. Le infilava con rapidità e senza dar loro spazio, quasi senza punteggiatura, conferendo alle sue frasi un’aurea di ossessiva fretta. Poi a bassa voce e con gli occhi spiritati concludeva: – Il mio computer…il mio computer mi aspetta! -
Matto da legare! Poi in fondo non fa male a nessuno, forse neppure a sé stesso. Chi non ha una dipendenza al giorno d’oggi? Lasciando perdere le droghe, l’alcool e le sigarette (e quindi eliminando forse la metà della popolazione), ognuno si fa a suo modo. Com’era quella canzone di Ligabue? La canticchiavo giusto l’altro giorno:
“…che ognuno a suo modo è un tossico vero
di pere, d’affetto, di sogni, di sesso o di idee…”
Insomma, ognuno ha la sua droga, c’è solo da sperare di avere la fortuna di dipendere da una droga che non ti spappola il fegato o ti annerisce i polmoni: c’è da pregare che sia una droga che non uccide insomma. Non so quanto sia andata bene ad Adelmo, in fin dei conti. Qua c’è chi dice che da quando la madre è morta lui ha riempito il vuoto e invece di prendersi un cane ha comprato un computer. All’inizio il suo portatile è stato la sua salvezza, poi ha aggiunto svariati altri attrezzi… Sono entrato a casa sua un giorno: dovevo dirgli una cosa da parte del padrone di casa e sono rimasto impressionato da quello che ho visto. C’erano tre computer fissi e un portatile tutti in fila su un lungo tavolo. E poi stampanti e scanner e fax e altro ben di Dio e cavi dappertutto e foto e documenti stampati fissati alle pareti con le puntine da disegno, e cumuli di mouse e marchingegni vari lungo le pareti, e ancora cavi, cavi, metri e metri di cavi aggrovigliati. Sembrava di essere alla NASA. Quella volta pensai più del solito che era matto, e immaginai che il suo covo computerizzato mi avrebbe stritolato con i suoi tentacoli di cavi se avessi osato profanarne la sacralità. Mi sentii sollevato quando mi chiusi la porta della mia casa alquanto normale alle spalle. Per Adelmo i computer sono una compagnia, la ragione per cui vive forse, addirittura il motivo per cui si alza la mattina magari. Lo so, è pazzesco, ma c’è chi la mattina si alza per accumulare denaro, chi per farsi il maggior numero di donne o trovarsi un marito ricco. C’è chi si alza nel cuore della notte per un panino con la nutella e chi se non legge un libro si sente vuoto e se non suona la sua chitarra si sente morto. A voi come è andata in quanto a dipendenze? Ad Adelmo alla fine dei conti è andata male, credete a me. Oggi è passata a trovarmi la signora che abita proprio sotto l’appartamento di Adelmo, ed è venuta a raccontarmi cosa è avvenuto il giorno fatidico. Io quel giorno ero fuori casa: un amico mi aveva invitato a pranzo. La signora Rigoni, una vecchietta di settantacinque anni vispa ma con qualche acciacco, si è arrampicata su per le scale (l’ascensore si è rotto di nuovo) con il suo bastone e la sua smorfia di dolore sul viso simpatico, e si è autoinvitata a prendere un tè a casa mia. Mentre mettevo l’acqua a bollire ha iniziato a raccontare.
- Povero Adelmo, poco prima del fatto è arrivato correndo a bussare alla mia porta. Ho sentito i passi nel corridoio. -
L’accaduto lo chiamava “il fatto”, come se avesse timore di chiamare la cosa con il suo nome. In fondo, ma anche in superficie, questa specie di timore ce l’ho anch’io.
- Ha cominciato a dire che stava mandando la posta a qualcuno, che andava tutto bene, ma che poi era saltata la corrente. Era agitato, mi parlava veloce e con gli occhi aperti assai che avevo paura che mi prendeva per il collo e mi ammazzava. Mi pareva pazzo proprio! -
- Non si agiti signora, beva il suo tè. – Ho detto cercando di calmarla e posando davanti a lei la tazza fumante di tè alla fragola , il suo preferito. Lei non l’ha degnato neppure di uno sguardo e ha continuato a raccontare, sotto shock, cosa era accaduto quel giorno.
- “Il mio computer, il mio computer” ha preso a dire. E si metteva le mani sulla testa e poi muoveva le braccia e si guardava in giro e come se io non c’ero ha gridato: “CHI MI AIUTA??? LA CORRENTE, MI SERVE LA CORRENTE!”. Poi è corso per le scale che mi pareva che cadeva e si rompeva il collo. E gridava: “LA POSTA, LA MIA POSTA! LE MEIL LE MEIL!” -
Naturalmente la signora intendeva dire le “e-mail”.
- Poi è finito addosso a Giorgio, il nipote della signora Giunti, che stava salendo le scale. Gli fa disperato con una vocina che la sentivo appena: “La corrente… c’è la corrente da te?”. Giorgio tutto spaventato gli ha detto che mancava in tutta la città e che la sistemavano entro qualche ora. Allora si è messo a gridare come un pazzo: “IL MIO COMPUTEEEEEEEER”. È risalito di corsa e quando mi è passato vicino ho visto che piangeva. Neanche lo riconoscevo se non sapevo che era lui: aveva la faccia diversa, pareva pazzo proprio. -
Io sapevo già come erano andate le cose. Nel palazzo ne parlavano tutti, ma la versione della signora Rigoni era particolarmente toccante. Provai pena per il mio povero vicino folle.
- Poi se n’è tornato in casa e c’è stato silenzio, e non abbiamo chiamato nessuno perché pareva che si era calmato. La corrente è mancata per tutto il giorno e la notte, altro che qualche ora! La mattina dopo sono arrivati i poliziotti a casa del signor Adelmo, che penso che li ha chiamati quella signora nuova di questo piano che ha sentito rumori strani, mi ha detto. Quando hanno aperto la porta io ero nel corridoio e ho visto dentro… pendeva dalla trave sul soffitto il povero signor Adelmo. Con un cavo del computer si è impiccato! -
Chiara Vitetta
“L’oblio della ragione”, di Chiara Vitetta
by Chiara on giu.02, 2009, under Fuori categoria

Mi chiamo Chiara Vitetta, e sono una scrittrice esordiente. Ho 23 anni, ed è già da molto tempo che mi faccio in quattro per emergere in questo difficile mondo.
Credo di aver capito di voler fare questo mestiere intorno ai 14 anni, quando mi sono avvicinata alla lettura cominciando a divorare libri di ogni genere. Romanzi, poesie, racconti, saggi, leggevo qualunque cosa e di qualunque autore. Anche adesso leggo di tutto e molto; è la mia grande passione, e mi accompagna nella vita insieme alla scrittura e all’arte in ogni sua forma. Mi piace molto viaggiare, e amo la pittura, la scultura e l’architettura.
Oggi vi presento il mio primo libro: “L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia”. È composto da due racconti, un noir (Giustizia) e un horror (Blackout). Questa è la quarta di copertina:
“La follia è più vicina di quanto si creda, è proprio dietro l’angolo, nascosta da una normalità in precario equilibrio, schiacciata dalla tranquillità. E se l’equilibrio fosse stravolto e la tranquillità minata da eventi terribili e fuori controllo? Vi racconto due storie di follia; volete seguirmi?
Giustizia e Blackout sono due storie di ordinaria e straordinaria follia,due racconti sospesi tra incubo e realtà, sorprendenti nel loro finale e sorprendenti ancora di più per il talento e l’originalità dimostrati dalla giovane esordiente scrittrice calabrese.”
Non voglio anticiparvi molto, né tessere le lodi di questo mio primo “figlio letterario” venuto alla luce della pubblicazione. Ovviamente vi consiglio di comprarlo (e per farlo, di contattarmi all’indirizzo webmaster@chiaravitetta.com), ma per convincervi voglio raccontarvi qualcosa di me e di questa pubblicazione.
Quando ho capito di voler fare la scrittrice, le prime difficoltà si sono presentate immediatamente, perché ogni adulto a cui lo dicevo smontava questo sogno, informandomi che era una strada difficile e poi, io chi credevo di essere? Beh, io credevo e credo di essere solo una scrittrice, niente più e niente meno di questo. Sono appassionata di questo mestiere meraviglioso, e mi sono fatta in quattro per giungere a questo primo traguardo della pubblicazione. Non ho ascoltato nessuno, sono andata avanti, solo avanti. Ho scritto, scritto, scritto, e letto tanti e tanti libri, poi appena compiuti 18 anni ho cominciato a spedire materiale a varie case editrici. All’inizio erano lettere cartacee, poi e-mail, a volte telefonate, e nell’arco di 5 anni ho accumulato una certa quantità di esperienze nel settore. Ho un cassetto pieno di contratti mai firmati, mucchi inutili di fogli in cui mi si chiedeva di contribuire alle spese per la pubblicazione. Non ho mai neanche preso in considerazione questa possibilità, perché sono convinta che i libri non si debbano pubblicare così, che un editore debba investire nello scrittore se crede in lui, e che non si può pubblicare qualunque cosa solo perché si paga. Invece ho sempre visto la pubblicazione SENZA CONTRIBUTO come garanzia del valore del materiale proposto, e finalmente meno di un anni fa sono incappata nella casa editrice giusta. Si tratta di una piccola casa editrice pugliese (Edizioni del Poggio) retta più dalla passione che dal guadagno, visto che in Italia è terribilmente difficile guadagnare qualcosa vendendo libri di autori sconosciuti, a meno che non si abbiano grandi capitali o grandi nomi… Una volta raggiunto il traguardo della pubblicazione, non si è arrivati, semmai si è solo all’inizio! Al di là degli editori senza scrupoli (che spesso architettano vere e proprie truffe) e di tutti coloro che nemmeno si degnano di rispondere alle e-mail, ci sono grossi problemi anche con i librai, e persino con la gente comune, quei lettori che dovrebbero rendere sensata la pubblicazione di un libro.
Visto le possibilità ridotte della casa editrice, il mio libro è distribuito in un numero limitato di librerie italiane, e in molte quindi manca. Questo però non vieta che chiunque, singolo lettore o libraio, possa ritirarlo attraverso i normali canali o attraverso internet. La via più semplice, però, è contattare direttamente me all’indirizzo sopra citato.
Ho un sito internet, http://chiaravitetta.com/ (che gestisco personalmente) che aggiorno molto spesso con post che parlano di libri, film, e del faticoso mestiere di esordiente. Al suo interno troverete una sezione dedicata al libro (http://chiaravitetta.com/loblio-della-ragione/) dove potrete leggere le anteprime dei due racconti che lo compongono, e un’altra sezione dedicata ai colleghi esordienti spaesati e in cerca di consigli (http://chiaravitetta.com/angolo-esordienti/ ).
Quello che oggi chiedo a te che stai leggendo è una possibilità: dammi l’occasione di conquistare la tua anima di lettore. Compra il mio libro (le cui spese di spedizione saranno a mio carico), e poi potrai farmi sapere cosa ne pensi, qualunque sia la tua opinione in proposito. Uno scrittore sconosciuto ha dalla sua parte poche cose, e una di queste, forse la più importante, è la fiducia del lettore, che alla cieca o quasi, gli da la possibilità di conquistarlo con le sue parole. Datemi questa possibilità, e non vi deluderò. Vi aspetto!
Chiara Vitetta
BARRICATE INVISIBILI
by Chiara on mar.08, 2009, under Fuori categoria
“Il mondo è bello perché è vario” amiamo spesso dire tutti per giustificare le differenze che ci separano dalle persone che ci circondano. Eppure a volte vorremmo plasmare il mondo e chi lo abita a nostra immagine, creando i giusti equilibri dove ci sembra che gli scompensi regnino sovrani.
Inermi e inerti, la maggior parte delle volte possiamo solo erigere barricate invisibili per difenderci dal profondo senso di disordine che percepiamo nel mondo, e chiudiamo gli occhi o ci voltiamo dall’altra parte, perché non possiamo accettare certe realtà. Tutto questo potrebbe applicarsi a migliaia di situazioni diverse. Provate ad immaginarne una, ma che sia forte, che graffi il cuore e vi bagni gli occhi. Io dirò la mia: immaginate che una persona che amate sia così autodistruttiva da danneggiare tutti coloro che ama con la su smania di mettere i desideri di un altro prima dei suoi. Non so voi, ma io accetto molto più facilmente l’egoismo che non un altruismo malato che distrugge tutto ciò che incontra sulla sua strada. Ho sempre pensato che per stare bene con il mondo si debba stare innanzitutto bene con se stessi, e per fare questo è necessario un po’ di sano egoismo. Persone che mettono i bisogni di altri prima dei propri facendo a pezzi la propria, unica vita, mi mettono letteralmente in crisi. Mattone dopo mattone costruirei tra me e loro una muraglia lunga quanto l’eternità per non trovarmeli più davanti. Certi comportamenti scivolano nella malattia, ma chi siamo noi, alla fine, per definire, psicologicamente parlando, cosa sia malattia e cosa sanità? La “vita sana”, non è un concetto oggettivo: è frutto di innumerevoli abitudini e costumi, figlia della società in cui siamo immersi. I comportamenti, le scelte di vita, gli abiti che indossiamo e il cibo che mangiamo, il grado del nostro egoismo e il modo in cui sorridiamo; queste e mille altre cose sono il risultato di un misto di scelta, ambiente, e potremmo dire, di DNA. Quale percentuale sia merito di uno e quale dell’altro, non sta a me dirlo, né voglio aprire lunghi dibattiti su un argomento tanto controverso. Quello che mi chiedo invece è come ce la caviamo di fronte a certe inaccettabili verità. La risposta a questa domanda dice chi siamo, definisce la natura del nostro carattere e ci colloca in un preciso posto nel mondo. Come ve la cavate di fronte ad un parente che si droga, o ad un amico che si suicida o si autodistrugge per far felice qualcun altro; cosa dite a chi si annulla per far sorridere l’ approfittatore di turno? Posso darvi la mia risposta, aspettando le vostre:
“Ti starò vicino, amico, finché vorrai aiutare te stesso, finché prenderai la mia mano e ti tirerai via dal buio che ti sta inghiottendo. Ti starò vicino e ruberò un po’ di spazio alla mia vita per aiutarti, sarò con te, ti abbraccerò o ti tirerò le orecchie se servirà, farò tutto quello che posso; ma se ti sentirò puntare i piedi e tirarmi verso di te verso l’orlo del precipizio, allora lascerò la tua mano, e sarò salva. Poi mi volterò, mi allontanerò e non mi volterò mai indietro.”
Chiara Vitetta