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Gli auguri che non vi faccio
by Duncan on mar.08, 2010, under Resistenza umana

Nessun augurio alle donne per l’otto marzo… Una donna mi piace festeggiarla o onorarla singolarmente, di volta in volta.. e non tutte ammassate in questi indigesti calderoni di retorica e aria fritta. O meglio.. chi vuole partecipare allo show faccia pure. Ma l’aria fritta non è mai stato il mio forte. Come i vestiti e le auto prese a nolo, o le battaglie a orologeria e i programmi “per l’occasione”, la retorica di ogni risma, il rifugiarsi nei ruoli.
Il ruolo è un caldo utero…
“vedete, da donna…”
“in quanto uomo…”
Ma parla direttamente in quanto TU… senza altre premesse. Nessuno mi ha mai capito di meno di chi ha provato a mettermi in qualche calderone “voi-uomini” o applicare su di me qualche libro letto alla rnfusa sul “cervello maschile”. Lo stesso per chi blatera di “cervello femminile”. Non vi darò nessuno augurio oggi. Tanto di mimose ce ne saranno già abbastanza. Non sentirete la mancanza di un ramoscello in più.. anzi forse contribuirò a risparmarvi l’overdose. Non metterò la giacca buona di chi ha il timbro “politicamente corretto” sulle chiappe. Al massimo posso auguarvi di non partecipare a quelle triste e patetiche feste per sole donne l’otto marzo sera… un burqa al contrario.. ma ancora.. un burqa… con quella smania urlata di ritrovarsi e di convicere di divertirsi (autoconvincersi) che hanno i gatti chiusi in gabbia, quei pochi giorni che li lasciano uscire. Vi auguro semmai (e in realtà non posso che augurarlo anche agli uomini, tutti ne hanno bisogno..) di essere libere, libere come molte donne ho visto essere, senza vuote rivincite di plastica, finte libertà ragliate da esibire, orge parolaie.. semplicemente libere, libere anche dal dovere “recitare il ruolo da donna”…libere dai tavolini prenotati alcuni giorni all’anno… libere dai giorni.. “per sole donne”.. dai locali “per sole donne”.. dalle riviste “per sole donne”….
Basta cose… “per soli uomini”.. “per soli gay”.. “per soli adolescenti”… “per soli settentrionali”.. soli.. soli.. soli.. vi vogliono sole.. vi vogliono soli… Scuole solo per ebrei… cattolici… mussulmani… Solo ghetti. E il ghetto molte di voi lo portano dentro, nell’anima… gruppi con gruppi, specchi riflessi.. tra simili ci si rispecchia e ci si lava a vicenda…. proprio perché siete sempre state vittime (spesso almeno, quasi sempre), la sindrome da vittima è un’atra trappola della vostra mente, della nostra mente, della tua… della mia.. Vi auguro di non vedervi come cagne in calore davanti a qualche spogliarello maschile, facendo finta di godervelo, spacciandolo a voi stesse come emancipazione.. quando in realtà è diventare così simili agli uomini.. copiarne i vezzi e le mode.. come diceva Vecchioni.. si diventa “sole come un uomo… stronze come un uomo..”
Autenticità. Qualcuno autentico please. Se c’è entri e se no vada a vendere aria fritta e a dare fiato ai denti altrove. Che questo mondo soffoca di parole e proclami, di rivendicazioni e analisi… ma siamo tutti chiusi in un bozzolo, viviamo con la mente, amiamo gli steccati, e la pigrizia mentale. Se pensi di aver capito tutto di me perché sono della categoria “uomini”, vuol dire che non hai ancora capito niente.. e per favore butta nel cesso i test di Novella 2000, gli psicologi della minchia, i programmacci pomeridani che campano di retorica uomo-donna.. butta la pipì sul cesso, il calzino per terra, la birra ghiacciata, i rutti, le partite… e tutte le altre immagini che appiccicchi a ogni uomo che incontri.. girando sempre lo stesso film nella tua mente… Ogni donna sa che vuol dire essere messa in un callderone.. puttana… incapace… infantile.. ecc… L’arte di una donna è guardare quegli occhi senza altra immagine o zavorra mentale…
Sì un augurio ve lo faccio… di non andare fuori a gruppi di esaltate baccanti per poi tornare domani nella tana e nel canile… si può essere baccanti.. ma che lo si sia sempre… non a corrente alternata… Vi auguro di sfuggire a un mondo di ghetti.. o al pensiero facile che solo una donna vi capisca… a non giudiare nessuno prima di averlo conosciuto.. Del resto la comprensione, l’empatia e l’acutezza sono spesso state talenti femminili.. Sembra il messaggio di un bastardo, ma in realtà è pieno dell’apprezzamento di chi ha incontrato Vere Donne nella sua vita… così diverse dalla loro parodia…
E con Vecchioni.. vi auguro.. di non diventare.. “sole come un uomo” “stronze come un uomo”… Detto ciò.. un brindisi lo alzo anch’io.. ma per ognuna singolarmente che leggerà.. singolarmente.. e non perché è l’otto marzo.. non me ne frega niente della data.. non me ne frega niente dei vestiti presi a nolo.
salutamos
Cosa porterai con te?
by Duncan on feb.27, 2010, under Poesia, Simbolo

Creare una nuova storia
by Duncan on feb.19, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana

Ecco con un’altra storia. Ci sono quelli che storceranno il naso. Storie banali diranno. O illusorie, utopiche, idealiste per un mondo piranha…
Ci si divide tra pescenani e avviliti.. è questo il dramma, se volete. Tra chi se ne fotte e chi raglia disperato alla luna. Tra mercanti con sorrisi tagliola e carne da macello.. che “si sente” carne da macello. Tra anime morte in corpi da finanza d’assalto e politicanti da smerdaglia e supebonzi da minchiatelevisione.. e consumatori onnivori, delusi e depressi a tempo pieno.. spenti, stanchi passeggeri della vita. E anche chi difende i deboli.. urla a squarciagola… “Quanto siete deboli!.. quanto siete deboli!.. quanto siete piccoli!.. siete canne al vento.. precari.. sradicati..ecc…” Anche loro ti lasciano nel pantano.. sguazza sguazza guagliò. Se no.. anche il mio ruolo da difensore dei deboli va a farsi benedire, no?… se i deboli si rialzano in piedi.
Ci sono storie di Resistenza al putridume che si incastano su muri taglienti come il sole di mezzogiorno. E ho visto bambini dislessici diventare dottori, anche se i dottori gli dicevano che sarebbero stati semrpe ritardati. Malati di cancro ora insegnano a guarire. Bambini abusati insegnano l’amore… Mattanze di sangue lasciano spazio a milioni di fiori.. e la Bellezza dilaga nel mondo… Vi lascio alla storia..
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Di Gloria Steinem
Situato in una zona rurale e molto isolata dell’Oklahoma, il paese di Bell era abitato da trecento famiglie, quasi tutte cherokee. Non c’era altra scuola oltre alle medie inferiori e le tubazioni dell’acqua erano assai carenti, ma in compenso regnava una violenza sociale diffusa, mista a un’altrettanto diffusa disperazione. I suoi abitanti, a causa del forzoso legame di dipendenza dagli aiuti del governo e dell’invisibilità rispetto al mondo esterno, avevano sviluppato a poco a poco una totale sfiducia nella loro capacità di determinare il proprio destino, come tanti adulti con tutte le fragilità e nessuno dei vantaggi di chi adulto non è ancora. Non pochi, tra quelli che erano riusciti ad andarsene, si vergognavano di ammettere di avere trascorso l’infanzia a Belle. Wilma Mankiller, figura di spicco nella rifondazione della città, ricevette due avvertimenti dalla gente che conosceva bene il paese quando annunciò che voleva avviare un progetto di rinnovamento: per prima cosa, <quella gente lì> non avrebbe mai mosso un dito, né pagata né tanto meno volontaria, per tirarsi fuori dalla situazione; secondo, al calar della notte in ogni caso avrebbe fatto bene a lasciare il paese. Ciò nonostante, Wilma affisse per tutte le strade del paese manifesti scritti in cherokee e in inglese, che invitavano la popolazione a partecipare ad un’assemblea cittadina per discutere di <Bell, il nostro paese, così come lo vorreste vedere tra dieci anni>. Non si presentò nessuno. Lei organizzò un’altra assemblea, e questa volta si presentò un gruppetto sparuto di abitanti, che erano andati lì solo per esporre certe lagnanze.
Allora ne organizzò una terza, a cui parteciparono una dozzina di abitanti, ormai convinti che l’unico scopo di Wilma era ascoltare la loro opinione. <Ho sempre avuto fiducia nella capacità, in chi è stato espropriato
di tutto, di dare forma e forza alle proprie idee> ha commentato Wilma in seguito. Proprio per questo, non si sognò neppure di calare dall’alto qualche soluzione, e nemmeno di presentare proposte. L’unica cosa che fece fu una domanda: <> Al contrario di quel che si aspettava Wilma, la risposta non consistette in un progetto per il recupero scolastico né in qualsiasi altra iniziativa finalizzata ad aiutare i giovani, a cui perlomeno restava ancora la speranza di poter fuggire da lì. Gli abitanti intervenuti all’assemblea proposero infatti un cambiamento più democratico, nella misura in cui la sua importanza era vitale per tutti, indipendentemente dall’età o dall’intenzione di andarsene: una sorgente d’acqua capace di rifornire tutte e case, e un sistema di tubazioni adeguato alle necessità di distribuzione. L’iniziativa avrebbe costituito automaticamente un freno al fenomeno dell’abbandono scolastico, spiegarono a Wilma: i ragazzi per fare il bagno dovevano servirsi o dell’acqua inquinata del fiume vicino o del rubinetto situato nel cortile della scuola, e il fatto di lavarsi con minor frequenza dei loro compagni delle scuole superiori di Stillwell, meno poveri di loro, costituiva regolarmente motivo di scherno. Nata grazie a una semplice domanda che dava ai cittadini il potere di scegliere, l’iniziativa prese concretamente avvio grazie a una transazione, sempre a opera di Wilma. Lei si sarebbe incaricata di procurare le forniture, il contributo finanziario del governo federale, i tecnici e tutti gli altri esperti necessari al progetto, a patto però che gli abitanti della cittadina si facessero interamente carico della costruzione dell’acquedotto, e parzialmente anche della raccolta dei fonti. Dopo anni di promesse non mantenute, la popolazione era scettica, e dopo anni di passività dubitava delle proprie capacità; ciò nondimeno, costituì il Comitato Case e Acquedotto di Bell e si mise al lavoro. A ciascuna famiglia venne assegnato un chilometro e mezzo di tubature da interrare. Chi sapeva l’inglese doveva occuparsi anche delle iniziative per la raccolta dei fondi, e chi parlava solo cherokee svolgeva tutti gli altri lavori possibili, dallo scavo dei canali per l’interramento delle tubature al trasporto della terra per la copertura dei tubi, ma ognuno sapeva che il suo contributo era vitale per la riuscita del progetto. Le donne, che all’inizio si erano auto confinate <ai lavoretti di
carpenteria>, come diceva Wilma, persuase come erano di essere troppo deboli per trasportare i tubi o per partecipare alla costruzione vera e propria, ben presto scoprirono che le mansioni più impegnative non erano certo più faticose di quelle che erano abituate a fare in casa o nelle strade della città quando andavano e tornavano con i secchi dell’acqua.
Wilma ebbe la certezza che l’atteggiamento della popolazione si era profondamente trasformato il giorni in cui le famiglie decisero di fare una gara di velocità tra di loro, per vedere chi avrebbe deposto più velocemente il suo tratto di tubatura. Gli abitanti dei paesi vicini a Bell, pur essendosi dichiarati certi fin dal principio del fallimento dell’iniziativa, facevano frequenti visite alla cittadina per osservare l’andamento dei lavori. E lo stesso fecero i rappresentanti di diverse fondazioni importanti, che in questo progetto di costruzione vedevano un esempio delle possibilità di sviluppo del Terzo Mondo: di posti più poveri di Bell, in effetti, ce n’erano davvero pochi. Arrivò persino la troupe di una rete locale della CBS, attratta dallo scenario indubbiamente realistico della povertà del paese; venuti per filmare la miseria, in realtà gli operatori televisivi giocarono, senza volerlo, un ruolo molto positivo, dando alla popolazione l’occasione di vedersi al centro dei notiziari serali. Ben presto anche la popolazione non indiana di Bell incominciò a tessere le lodi del progetto dell’acquedotto sui giornali locali, e per la prima volta la comunità indiana poté percepirsi come visibile. Una visibilità interamente dovuta, ed era questa la cosa più importante, a un progetto di cui essa era il soggetto attivo. I quattordici mesi che seguirono avrebbero bisogno di un libro intero per essere raccontati, tanti furono i cambiamenti sul piano personale che si verificarono; alla fine, comunque, l’acquedotto venne completato in tutti i suoi trenta chilometri di tubature. La troupe televisiva della CBS ritornò a Bell per documentare il successo dell’iniziativa, e i sette minuti di cronaca che ne risultarono vennero mandati in onda in <il film della città>, la trasmissione di Charles Kuralt. Noto ora come <CBS Sunday Morning>, questo pezzo di cronaca, viene trasmesso sovente e con grande orgoglio. Allargatosi dalla prima dozzina di abitanti che avevano partecipato all’assemblea a quasi tutta la popolazione, il Comitato di Bell decise di dare il via al secondo progetto: la costruzione delle case. Anche questa volta Wilma si occupò di ottenere dal governo federale il suo contributo finanziario, ma non le sue imprese edili: il lavoro di costruzione era interamente affidato agli abitanti. <Anche le
famiglie che non erano mai andate d’accordo tra loro> spiegò poi Wilma <avevano ormai imparato a lavorare insieme. Tra di loro stava
nascendo il senso di appartenenza ad una comunità> Poiché il governo federale aveva stanziato fondi a favore unicamente degli indiani, le cinque o sei famiglie non-indiane restavano automaticamente escluse. Dopo lunghe e minuziose discussioni, la Comunità Cherokee decise di iniziare una raccolta fondi in modo che anche quelle famiglie potessero beneficiare del progetto di costruzione, per quanto alcune di esse nel passato si fossero comportate molto male nei confronti degli indiani. Come sempre l’autostima era riuscita a produrre generosità, e, in questo caso particolare, a restaurare il principio indiano del mutuo scambio, erroneamente definito <> dai bianchi che non avevano mai compreso la reciprocità di dare e avere che in esso è sottesa. In quel primo momento di incontro, l’assemblea tenuta nel 1979, la frase che più di frequente circolava era: <E’ sempre stato così, e
non cambierà mai>. Ora, invece, era: << Guarda un po’ cosa abbiamo fatto! Cos’altro si potrebbe fare?>>. Dopo il completamento del progetto edilizio, i membri del comitato permanente di Bell hanno dato vita a un programma di educazione permanente, a una <festa indiana> annuale con raccolta di fondi per la comunità, a un ufficio propaganda che diffonde l’esperienza di Bell negli altri centri rurali e a un progetto sperimentale di educazione bilingue che ha lo scopo di rivitalizzare la lingua e la cultura cherokee. Il tasso di abbandono scolastico ha subito un calo drastico, e ora anche nei centri vicini di Cabin e Cherry Tree sono stati avviati progetti per la costruzione di case e dell’acquedotto. Quelli che una volta si vergognavano di abitare a Bell ora ne vanno fieri. Per Wilma la ricompensa migliore è stata quella di vedere i concittadini rifiorire. Sue e Thomas Muscrat, rispettivamente operaia in una fabbrica e bracciante agricolo, erano talmente scettici e sfiduciati che alle prime riunioni non avevano nemmeno aperto bocca: adesso sono diventati membri del comitato scolastico e dell’ufficio propaganda, e hanno aperto un negozio di prodotti dell’artigianato dove vendono quelle stesse collane, disegni e sculture di legno che avevano sempre fatto, ma del cui valore artistico fino ad allora non erano mai stati sicuri. E poiché il loro unico figlio era già grande nel momento del grande cambiamento, ora hanno adottato un bambino di Dallas, mezzo cherokee e vittima di abusi nella precedente famiglia, per condividere con lui la buona sorte. (…) Wilma Mankiller è una leader della migliore specie: capace di creare indipendenza, anziché dipendenza, capace di aiutare la collettività a ritornare sui suoi punti spezzati, per mettere in moto un processo collettivo di guarigione.
(…)
Canta la tua Canzone
by Duncan on feb.07, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana

quello che è stato assediato, schiacciato, spezzato, sepolto sotto comuli di conformismo e ipocrisia.. o .. semplicemente.. offuscato..
La guarigione non è renderti INTEGRATO.. ma renderti INTEGRO.
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(…)
La donna che mi si avvicinò a un convegno organizzato per una raccolta di fondi, presentandosi come Katharine, era tonda e larga come la Venere di Willendorf. Vestita con un completo giacca e pantaloni molto elegante, portava al polso un braccialetto di plastica uguale a quello che mettono ai pazienti negli ospedali per la loro identificazione.
(..)
Mentre andavamo al bar a prendere un caffé, mi raccontò che era dovuta arrivare a cinquant’anni per capire quanta importanza avessero avuto per lei le figure di Meg, Jo, Beth e Amy (le protagoniste di “Piccole donne”). <<La mia preferita era Jo>> mi spiegò. <<A quel tempo avevo tutta una vita segreta d poesie scritte da me, di nascondigli sugli alberi e di fumetti per ragazzi che mi divoravo uno dopo l’altro, ed ero sicura che Jo mi avrebbe capito. Il fatto è che qualsiasi membro della famiglia March mi sembrava più vicino di qualsiasi membro della mia. Voglio dire, mia madre si ammazzava di lavoro all’azienda del gas esattamente come mio padre nella sua tipografia,e allora perché doveva essere per forza lei ad occuparsi di tutte le faccende domestiche?
E poi avevo una sorella maggiore che sembrava ancora più piccola e infantile di me; non faceva altro che chiedermi quali orecchini le stavano meglio o se il suo ultimo ragazzo mi pareva carino. Io avevo giurato a me stessa che non sarei mai stata simile né all’una, né all’altra.
Poi, quando avevo circa dodici anni, è cambiato tutto quanto. A un tratto le mie amiche hanno incominciato a comportarsi come se
qualsiasi ragazzo fosse più importante delle cose che noi facevamo insieme. Io ho incominciato a vergognarmi di mia madre perché non era magra, anche se fino a un momento prima adoravo starle seduta in bracciio, era così comoda… Ho smesso di andare a scuola volentieri, o smesso di parlare in classe davanti alle mie compagne,e a poco a poco sono diventata quella che Seventeen definiva “una ragazza che sa ascoltare”. Della mia vita segreta di un tempo si è salvata una cosa sola: l’abitudine di soccorrere glli uccellini caduti dal nido e i cani randagi. Mia sorella e un ragazzo che mi piaceva (prendevo anch’io le mie prime cotte) dicevano che era una cosa un pò sciocca, ma non grave, purché rinunciassi almeno all’idea di fare la veterinaria da grande. Qualche volta, come se stessi facendo uno scivolone, tornavo improvvisamente a essere la persona di un tempo, che ragionava con la sua testa e aveva le sue idee, però ogni volta che mi capitava mi sentivo antipatica. Mi sentivo egoista. Ho persino bruciato tutte le poesie che avevo scritto, così nessuno avrebbe mai scoperto chi ero veramente.
<<Invece di essere “Kate”, all’improvviso sono diventata “Kathi” con la i, come tutte le altre ragazze della scuola che si chiamavano Sandi o Patti o cose del genere. Invece di fare il puntino sulla i disegnavamo un circoletto oppure, mi vergongo quasi a dirlo, un cuoricino.>>
A quel punto mi rammentai che anch’io da ragazzina mi ero messa a scrivere il mio nome facendo dei cuoricini al posto del puntino delle i, cosicché ci infilammo in una lunga disquisizione sulla sindrome della caramella al miele, la mascheera tutta sorrisi e moine che avevamo adottato da adolescenti. Non c’era da meravigliarsi se le ragazze a poco a poco trasformavano la rabbia che sentivano dentro in depressione e in pessime abitudini alimentari: dove avrebbero potuto incanalarla, altrimenti?
<<E le ragazze che cadono in depressione sono sempre quelle veramente sane dentro>> seguitò Katharine. <<Per lo meno è un modo per ribellarsi, quello. Io invece ho tirato avanti come al solito: dal momento in cui ho distrutto le mie poesie, non ho fatto altro che sforzarmi di essere una ragazza diversa, socialmente accettabile. E per mia sfortuna ci sono riuscita. <<Ho sposato un uomo anche lui socialmente accettabile e abbiamo avuto quattro figli. Io vivevo solo per loro, il che voleva dire che dovevo controllare tutto quello che facevano. Sono anche stata a dieta per trent’anni pur dinon assomigliare a mia madre. In quell’epoca sono diventata “Kit”, come se nome e corpo dovessero occupare il minor spazio possibile. Più lasciavo perdere me stessa, più pensavo: ora sì che sono veramente una brava donna.
<<Ovviamente ho anche incominciato a fare impazzire mio marito e i ragazzi: a chi non succederebbe, con vicino una persona che vive solo di te e per te? Ma il peggio è che stavo impazzendo anch’io. Ho passato dieci anni a imbottirmi di tranquillanti che mi aveva
prescritto uno stronzo di merito. Lui diceva che avrei dovuto essere contenta perché avevo “tutto quello che volevo”. Quando i ragazzi sono cresciuti e i miei servigi sono diventati inutili, la mia famiglia non sapeva più che farsene di me e così mi hanno ficcat dentro a un bel manicomio. Immagino che, dopo tutti quegli anni che avevo passato a controllare la loro vita, abbiano pensato bene di essere loro a controllare la mia.>>
A salvarla, alla fine, era stata una cosa che con l’ospedale psichiatrico non aveva niente a che vedere. In attesa della solita dose serale di farmaci, seduta nella stanza comune, Katharine aveva assistito per caso a Nobody’child, un film per la televisione sulla vIta di Marie Balter, una donna che era stata rinchiusa in maniomio da bambina, essenzialmente perché i genitori non la volevano. In quel manicomio era vissuta per vent’anni in una condizione di dipendenza totale dai farmaci, finché una psichiatra non aveva creduto di <<vedere una persona dietro a quegli occhi>>. Ho visto anch’io quel film, interpretato da una Marlo Thomas molto realistica, e una volta ho anche parlato con la vea Marie Balter. Era riuscita davvero a sconfiggere non solo la dipendenza dai farmaci che per anni le avevano somministrato in ospedale, ma anche una grave forma di agorafobia, l’angoscia di stare in mezzo alla gente che spesso affligge chi dalla gente è stato troppo a lungo lontano. Stando alle previsioni dei medici, Marie non sarebbe mai stata in grado di vivere fuori dalle mura di un istituto; grazie invece a un lungo processo, iniziato con l’iscrizione a un corso universitario e la coabitazione con una famiglia disposta a sostenerla fino in fondo nelle sue scelte, e approdato infine alla scelta di vita autonoma, grazie anche al conseguimento del titolo di studio per lavorare con le persone come lei, bisognose cioè di solidi punti di appoggio una volta dimesse dagli ospedali psichiatrici, Marie era diventata un’entusiasta propugnatrice della riforma delle istituzioni psichiatriche e dei programmi per il reinserimento sociale degli ex pazienti.
Ricordavo perfettamente la scena finale del film, dove la protagonista torna per tenere una conferenza nello stesso ospedale dove un tempo si era trascinata da una stanza all’altra, intontita dalla Torazine e completamente spersonalizzata. <<So che l’ultima volta che ci siamo visti>> dice la protagonista dal palco della conferenza <<alcuni di voi, se non addirittura la maggior parte, erano sicuri che sarei ritornata. Bene, eccomi qui.>>
Quella scena finale di trionfo aveva fatto capire a Katherine che anche nel suo caso il recupero era possibile, ma a commuoverla ancora di più era stata la scena finale, quela dove Marie abbraccia il <<fantasma>> della bambina abbandonata e terrorizzata che era stata lei in passato. <<Marie l’abbraccia>>, mi spiegò Katharine <<e a quel punto lei la bambina si fondono in un’unica persona. Bè, quando ho visto quella scena non ho potuto fare a meno di piangere. A un tratto ho pensato: “Kate è sempre dentro di me”. E poi: “Se una come Marie Balter ce l’ha fatta, non vedo perché non dovrei farcela anch’io.”
<<Certo, quella era la versione cinematografica della storia. Ho passato settimane intere a scavare dentro di me, in cerca dei luoghi dove aveva vissuto quella bambina, prima che lei mi permettesse di entrare in contatto con lei. Ma un giorno finalmente Kate mi h fatto vedere le sue poesie – quelle che avevo bruciato – e io all’improvviso, me le sono ricordate tutte, parola per parola.
<<Da quel momento ho passato ogni giorno a immaginare di stare seduta accanto a lei, in attesa di quel che aveva da dirmi. E la prima cosa è stata che si era sentita molto sola. Poi mi ha detto che era troppo magra, e allora come faceva a stare seduta sulle mie ginocchia? Poi mi ha detto che non capiva perché stavo in ospedale, visto che non ero malata; e infatti poco dopo me ne sono andata via.
<<Adesso non ho più bisogno di andarla a trovare tutti i giorni perché è diventata parte i me. Grazie a lie ho deciso di restituire la giusta misura a due cose: il mio nome e il mio corpo. Ora cerco di fare lecose che so che piacerebbero anche a lei. Per esempio, dopo aver fatto per mesi dei lavori che lei odiava, alla fine ho rinunciato e ho messo su un rifugio per animali abbandonati. Però l’ultima volta che ho parlato con lei mi ha detto una cosa buffa: “Non c’era bisogno che tu ti preoccupassi, tanto c’er Jo a prendersi cura di me”>>.
Mentre uscivamo dal bar il mio sguardo cadde di nuovo sul braccialetto dell’ospedale. Ora che ne era uscita, disse Katjarine, continuava a portarlo in segno di solidarietà verso le donne ancora rinchiuse e imbottite di farmaci, ancora in attesa di qualcosa, così come un tempo aveva atteso lei. <<Ho perso me stessa molto tempo fa>>, mi ha spiegato <<ma ora mi sento meglio di quanto sia mai stata, dai tempi in cui leggevo Piccole donne.>>
(…)
Qualcuno verrà…
by Duncan on gen.28, 2010, under Ispirazione, Simbolo
seppellita dentro dentro, in cunicoli oscuri e densi..
Qualcuno viene a tirarti fuori. Orfeo non è mai morto….
Qualcuno ha teso la mano, sciamana in incognito, muovi le mani e le
braccia, e pronunci le parole… hai teso la mano e un bambino si è
salvato da una lenta discesa in un autismo assordante, da un calvario
infinito di psichatri, parcelle, istituti, e pillole.
Hai dato il tuo tempo, la pazienza che non molla,.. chi è quel
bambino?.. pronuncia il suo nome?…
Qualcuno viene a salvarti dal buio.. l’amore ti cinge…
mostrami la Strada, liberami dal male.. la tua musica scacci le
ombre…
allontana i demoni…
Un bambino è vivo in questo grande e strano mondo..
Qualcuno viene e l’amore ti cinge…
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LA STORIA DI ROBERT
Gloria Steinem
Verso la fine degli anni Sessanta mi occupavo di un bambinetto che veniva ogni giorno alla scuola materna di un popolare quartiere del West Side di New York, che a quel tempo stava mutando rapidamente la propria fisionomia. Era un bambino serio, con due grandi occhi neri molto espressivi, che non prendeva mai parte ai giochi dei compagni.
Il più delle volte si limitava a osservarli a distanza, da un angolino. Quando aveva in mano dei giocattoli, li maneggiava con una
sorta di timoroso rispetto, quasi ci fosse più vita in quelli che in lui. A quanto se ne sapeva quel bambino di quattro anni non aveva mai detto una parola.
Ogni mattino Dorothy Pitman Hughes, la donna del quartiere che aveva messo in piedi quell’avanzatissima scuola materna, rubava qualche minuto agli impegni della sua giornata e lo conduceva per mano in un angolo della stanza, davanti a uno specchio che occupava tutta la parete. Inginocchiandosi accanto a lui in modo che i suoi occhi fossero alla stessa altezza di quelli della piccola immagine riflessa nello specchio, intonava ogni volta una dolce litania, <<Guarda che bel faccino. Non è bellissimo? Lo sai che non c’è un’altra faccia uguale, in tutto il mondo?… E adesso alza la mano, e guarda che meraviglia è. Quelle dita possono allacciare le scarpe, possono disegnare, possono fare cose che nessun altro al mondo sarebbe capace di fare… E lo vedi come sono forti, queste gambe? Sanno correre, ballare e saltare per questo piccolo bambino… I suoi genitori gli vogliono tanto bene, io gli voglio tanto bene, e i bambini qui sono tutti felici di giocare con lui… poi guarda quegli occhi. C’è una persona molto speciale che guarda da dentro quegli occhi, una persona che sa cose che nessun altro può sapere…>>
In un primo momento parve che quel rituale, pazientemente ripetuto ogni mattina, non avesse nessun effetto. Docile e obbediente come suo solito, a ogni richiesta il bambino alzava ora la mano, ora la gamba, ma i suoi occhi non perdevano lo sguardo vago e distante di sempre. Passavano le settimane, e non si manifestava il minimo accenno di cambiamento.
Poi, un pomeriggio che Dorothy era stata così presa dal lavoro nella scuola che il momento del rituale sembrava non giungere mai, il bambino le tirò un lembo della gonna e la condusse davanti allo specchio. Era la prima volta che Robert esprimeva un’esigenza diversa da quella d’ avere del cibo o di soddisfare i bisogni più elementari. Nei giorni successivi il bambino incominciò a prendere l’iniziativa del rituale, alzando la mano, poi il piede e infine il ginocchio, quasi volesse accertarsi che tutte le parti del suo corpo erano ancora lì, in perfetto stato. Quando ne ebbe conferma per l’ennesima votla, sorrise senza che gli venisse chiesto di farlo.
Poi una mattina, nel bel mezzo della litania di Dorothy, puntò il dito sul petto, vicino al cuore, e disse: <<Io?>>.
<<Io>> confermò Dorothy. Poi gli chiese di dire il suo nome.
<<Io… Robert>> rispose lui. Le prime parole che gli avessero mai sentito pronunciare.
Ai compagni, uno per uno, ripetè il suo nome, come per accertarsi di esistere anche ai loro occhi. Via via che gli altri bambini gli
rispondevano dicendo il proprio nome, oppure chiedendogli di giocare, o magari dicendo anche un semplice ciao, Robert si rincuorava sempre più. Come un tempo dalla quieta osservazione degli altri bambini era giunto a convincersi della propria inesistenza, così ora compiva a ritroso lo stesso percorso, partendo dal proprio nome per arrivare ad aprirsi sempre più, tanto con i compagni di scuola quanto con gli adulti, fino a raggiungere un livello effettivo di comunicazione. A ogni conquista di un pezzetto di realtà il suo viso si illuminava di gioia.
A poco a poco Robert divenne attivo e vivace come tutti gli altri bambini della scuola materna e forse anche di più, visto che aveva molti arretrati da recuperare.
Ora che questo bambino ha più di vent’anni, mi dicono che dopo essersi sposato è andato ad abitare in un posto lontano da New York e ha una figlia e un figlio. Grazie a Dorothy, che aveva compreso tutta la ricchezza delle emozioni e dei pensieri di un bambino di quattro anni, altri due bambini potranno essere coscienti dell’unicità irripetibile e preziosa del loro essere.
(…)
Itaca, Amore Mio
by Duncan on gen.14, 2010, under Bellezza, Resistenza umana, Simbolo

Il testo che leggere non è suo. Ma della moglie. E la moglie è anch’essa reclusa. Provate a pensarci. Pierdonato è recluso da 15 anni, ergastolano, ex 41bis. Maria Buonpastore è reclusa da 11 nni, di cui 6 anni e 5 mesi in 41bis (credevo che quasi nessuna donna fosse stata sottoposta al famigerato sistema del 41bis). Hanno tre figli, Marianna, Nunzio e Francesco; che da più di dieci anni crescono senza il padre e la madre. Entrambi in carcere. Se ci pensata c’è dentro un dramma e un dolore che a stento può essere realizzato. C’è la storia di mille abbracci spezzati, di incontri sognati, e a volte rubati, nello spazio angusto e controllato di un colloquio; che diventa comunque un Paradiso, tanto prezioso è quel bacio, quella carezza e quell’abbraccio dopo tanta astinenza. Riporto alcune parole con cui Pierdonato mi ha fatto giungere questo testo:
“Allego un tema scritto da mia moglie, attuallmente ristretta presso la casa circondariale di Rebibbia, Roma, da 11 anni, un periodo durissimo, tra cui 6 anni e 5 mesi di regime 41bis.. Questo tema ha lo scopo di evidenziare i sentimenti che coinvolgono due esseri umani prigionieri, quindi privati di tutto. Un parallelismo con l’Odissea narrata da Omero. E’ un tema che è piaciuto molto, tanto da essere stato menzionato nella sezione prosa del Premio Nazionale “Emanuele Casalini” e pubblicato nel volume relativo, giunto all’ottava edizione” .
E’ un’opera splenda. Dove la propria storia personale si riflette nell’eterna narrazione dell’Odissea, nel Mito di Itaca, di Ulisse e del Ritorno. Archetipi universali vivono in queste pagine, che bruscamente implodono in un amore personale e ardente, tanto più quanto ostacolato, tormentato, crocifisso in ogni modo. E forse è proprio vero che l’Amore è la forza primigenia che aiuta a resistere; e come queste persone possano “sentirsi” così profondamente dopo che i loro contatti sono divenuti quasi impossibili, essendo entrambi reclusi, e in regimi duri e prolungati, è uno dei Misteri più alti della condizione umana.
Nel testo il momento più coinvolgente è quando Maria Bonpastore racconta dell’incontro con Pierdonato, incontro fisico, viso nel viso, senza vetro divisorio, con baci e carezze. Un abbraccio atteso per nove lunghissimi anni e alla fine ottenuto nel 19/07/2007.
Itaca eterno sogno degli esuli, dei fuggitivi, degli sbandati, dei profughi, dei disperati, dei prigionieri. Esuli con un Sogno nel Cuore. Itaca Sogno che rubi la mente. Luogo delle Origini. Madre di tutte le braccia spezzata.
Perchè forse è vero che l’Orizzonte di ogni Partenza è il Ritorno..
E che “Di ogni mio Viaggio lontano da Te, Tu sei la Meta”.
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“Se quello che i mortali desiderano potesse avverarsi, per prima cosa vorrei il ritorno del padre”. E’ Telemaco, il figlio di Ulisse, a parlare così nell’Odissea. Egli è una delle prima figure che nelle grandi narrazioni dell’umanità testimonia l’angoscia del figlio senza il padre. Dopo di lui ne vennero molti altri. E oggi sono in tantissimi…
Il mio viaggio esistenziale, quello dell’uomo che amo e quello dei nostri figli, è per certi versi molto simile al viaggio narrato da Omero nell’Odissea. Il nostro è un viaggio che non ha vele, certo, non ha bussola, ma tuttavia è un viaggio molto simile. Siamo su una zattera in balia della tempesta che noi, con le nostre sole forze e la nostra fatica, stiamo cercando di condurre in un porto sicuro. Il mare è la vita, le onde, la tempesta, invece, sono le nostre tribolazioni.
Il mio Ulisse si chiama Pierdonato, in carcere da 14 anni (che però se vengono sommati ad altri 6, già vissuti in questi luoghi, sono 20 anni!). Io sono sua moglie, Penelope, che lo aspetta tessendo la sua interminabile tela. “Telemaco” sono invece Mariana, Nunzio e Francesco che aspettano il ritorno del padre… e della madre. Se Ulisse, nella sua Odissea, dovette affrontare Ciclopi, sirene, maghe, avversità degli dei, ecc., però alla fine, dopo 20 anni, riuscì a tornare alla sua Itaca; la nostra Odissea non sembra ancora avere fine…
Ogni essere umano ha una sua Itaca nel cuore. Poco importa se sia quello scoglio pietroso nel mare Egeo; la nostra Itaca, che poi in realtà è l’Itaca di tutti, non è una questione di carta geografica. E’ invece un luogo dell’anima, della mente, la meta che abbiamo nel cuore e alla quale, prima o poi vogliamo giungere.
Itaca è una grande metafora, che può trovare radici dappertutto, può trovare scogli in qualsiasi parte del mondo, il mare (nella mente) e i sentimenti (in ogni anima). Itaca è l’isola per eccellenza, l’approdo desiderato dagli esseri umani che tendono ad essa anche inconsapevolmente.
E’, come ha detto qualcuno, il porto dei dotti e degli ignoranti; è la poesia di tutti. Ulisse è l’eroe assoluto che non ha mai smesso di interessarci.
Ulisse è un modello, è fratello, è simbolo, riemerge sempre nei nostri comportamenti, protagonista della storia. Itaca dunque è luogo dell’anima, rifugio della fantasia.
Nel nostro caso, ha una lettura ambivalente; da un lato si potrebbe pensare che Montescaglioso, quel paesino sulle colline nella provincia di Matera (il nostro luogo natio) potrebbe essere la nostra Itaca, certo anche questo è un aspetto da tenere presente, ma l’Itaca di ci parlavo precedentemente è qualcosa che l’uomo si porta dentro di se da millenni. E perciò noi siamo anni che navighiamo in questi mari. La meta è il luogo verso cui siamo diretti, il nostro punto di arrivo, ed esistenziale, perché riguarda l’esistenza e la vita, che coinvolge l’individuo a un livello di vissuto personale. L’uomo che non si pone uno scopo nella sua esistenza è come una nave priva di timone, che probabilmente non riuscirà mai a raggiungere la sua destinazione.
Sfidando i secoli e i millenni Ulisse (Odisseo per i greci) è in un certo senso ancora tra noi. E’ un personaggio senza tempo.
L’uomo è un mistero ; se passerà la vita a risolvere questo… mistero, non avrà vissuto invano la sua vita!
E’ nell’Odissea che nasce questa venerazione per a casa che ha dominato più di 25 secoli l’Occidente. Viviamo ancora negli ultimi riflessi della casa di Ulisse, dove ogni cosa, i muri, le stanze, il letto, la dispensa, il focolare, le greggi, i beni, possiedono lo stesso valore di una persona o di un sentimento: era custodito, conservato, protetto e difeso come sacro. Nient’altro va difeso con questa forza, nemmeno la vita, perciò Ulisse è spietato con i Proci che hanno violato quello che i greci chiamano l’oikos, l’amore per la casa e la patria verso la quale Ulisse prova una tenerezza e una nostalgia immensa. In quel luogo è raccolto il passato, il presente e il futuro. Il mio Pierdonato come Ulisse non dimentica mai. Non cede a nessuna lusinga, vince una dopo l’altra le forze; Circe e Calipso che spingerebbero a dimenticare: difende la sua memoria dagli incantesimi della magia. Accumula memorie; scrive, il mio Pierdonato. Penelope piange per lui, lo teme morto. Il suo animo è pieno di una sola persona: Ulisse, il marito, il complice, e non spazio per nessuna altra figura. Ulisse fa lo stesso. Non vuole dimenticare:
Seduto s la riva, sogna Itaca- la moglie che rappresenta la casa, e amerebbe vedere almeno un filo di fumo levarsi dalla sua terra. Poiché non può vedere quel fumo… vorrebbe morire, dice Atena. Quella forza di nostalgia sia in lui.. riempie il suo cuore.
Penelope difende disperatamente con tutte le sue astuzie, gli inganni e i rinvii, la fedeltà al marito alla cui mente e al cui cuore nessuna figura femminile tranne Penelope giunge così vicino. Penelope desidera ardentemente il marito, con tutta la forza dello spirito e dell’eros. Ulisse le manca. Lei lo ricorda di continuo, senza di lui si sente monca, soffre per lui e piange per lui fino a quando Atena le versa sulle palpebre il sonno.
Per lei non c’è accettazione né rassegnazione, davanti all’assenza incolmabile. Come Penelope anche Ulisse ha un rapporto con il tempo della sofferenza.
Entrambi, Ulisse e Penelope, imparano a conoscersi attraverso la sofferenza: gli strati accumulati del dolore producono la sua arte suprema: la pazienza ostinata, la coraggiosa sopportazione: Ulisse è un eroe pieno di umanità. Dopo nove lunghissimi e interminabili anni, il 19/12/2007 siamo riusciti ad abbracciarci io e il mio Ulisse nella sala del colloquio del carcere femminile di Rebibbia, effettuando il primo incontro senza vetro divisorio. I suoi baci, le sue carezze hanno guarito gli squarci lasciati non solo sulla mia pelle dagli artigli feroci della sfortuna, ma anche nel mio cuore.
Quanto più lunga è l’attesa, tanto più dolce è l’incontro, e questo viaggio che sa di leggenda, di navigatori e di mari, tra miraggi e oscuri pericoli, ci fa desiderare di navigare in un mare di serenità e, con la volontà di Dio, di tornare finalmente a casa, come Ulisse, perché sono certa che Ulisse è veramente esistito…
L’argomento è inesauribile se non decido di troncarlo. Si fa fatica a dire qualcosa di un sentimento umano così sconvolgente e così “inattuale” come questo della lontananza fisica forzata, che si muove sull’orlo di un abisso senza fondo e un dolore incomunicabile Io ho timore di spezzare, con queste parole incantate, non adeguate, l’incanto stregato di questo nostro sentire sulla nostra pelle. Queste parole andrebbero ascoltate in silenzio e nell’interiorità segreta del cuore e non portate alla ribalta dalla esteriorità e dall’evidenza, perché in queste parole è inciso il sigillo di una storia d’amore, una storia umana che si ripete in infinite altre storie.
Rebibbia 2009 Maria Buonpastore
il Principio Speranza
by Duncan on gen.12, 2010, under Musica, Resistenza umana, Simbolo, video

Nei fumi tossici del novecento più plumbeo Bloch elaborò il “principio speranza”…
E non importano le singole argomentazioni e riferimenti, di un pensatore tra l’altro, non sempre facile e articolato. Ma il richiamo alla speranza, come forma di resistenza alle cicliche ondate del pensiero nichilista o dell’amor fati inteso come accettazione dell’inevitabilità dello stato di cose presenti e della inarrestabilità del Fiume della Prepotenza. Speranza ancora più che immagine carica di vita del futuro (cosa che comunque è), è inveramento del presente La Speranza potrà vivere, liberando anche il futuro, se ADESSO accendo la luminescenza in ogni anfratto e jota del mio tempo di oggi, del MOMENTUM. L’eternità avrà una chance se combatto per rendere eterna l’ora presente irragiandola di bellezza, sradicandola dalle atonie dissonanti e sterili, immergendomi in essa con tutta l’intensità possibile. La Speranza si dissemina dovunque l’arte porta alla trascendenza, nei grandi sogni che anche se furono tradito lasciarono un segno nella carne e nel sangue degli uomini. Nei sogni di riscatto popolari, nella musica che ci innalza a vibrazioni superiori, nei primi vagiti di ciò che deve essere. E non è solo previsione o aspettativa.
E’ scelta… VIVERE COME SE.. CI FOSSE DATA LA SPERANZA.. Trovarla soprattutto nel buio, scorgere il sole nelle tenebre…
Battiato in Prospettiva Newskji.. “E il mio Maestro mi insegnò come è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire….”
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Remo Bodei
Il principio speranza di Ernst Bloch Documenti correlati
1 Il punto di partenza di Bloch è che tutti abitiamo questo continente della speranza, che è assai affollato, però è così inesplorato, dice lui, come l’Antartide, per questo “Il principio speranza” di Bloch è una grande mappa di tutti i territori della speranza; e la speranza Bloch la concepisce contro Heidegger, contro il principio della angoscia, se vogliamo chiamarlo così, in quanto, secondo Bloch, non bisogna prendere il mondo così com’è; la speranza ci mostra il mondo in movimento, in evoluzione. Quindi l’idea di Bloch è che la speranza non è semplicemente un premio di consolazione per le disgrazie necessarie della vita degli individui e della storia; la speranza è piuttosto uno sforzo per vedere come le cose stanno in movimento, come si evolvono, quindi la nostra mente non è simile a uno specchio che riflette una realtà ferma, la nostra mente è piuttosto qualche cosa che si inserisce nel mondo della speranza. Se vogliamo usare un’immagine classica della storia della filosofia, quella di Kant, Kant parlava della candida colomba della ragione che pensa che l’aria, che invece sostiene il suo volo, gli possa essere di ostacolo, si potrebbe dire con questa immagine che la speranza è in Bloch l’aria che sostiene la ragione, senza la speranza la ragione non potrebbe volare e senza la ragione però la speranza sarebbe cieca.
2 Nel 1933, poco prima dell’avvento del national-socialismo, ci fu una discussione nel palazzetto dello sport a Berlino tra un rappresentante del partito comunista tedesco e un rappresentante nazista, il comunista entra e comincia a spiegare la caduta tendenziale del saggio di profitto secondo Marx, la gente non capisce niente, magari, aggiunge Bloch, ha detto delle cose vere, soltanto che queste verità non fanno presa, arriva invece il nazista che comincia a parlare in termini mitici della pugnalata alle spalle che gli ebrei e i demoplutocrati hanno dato al popolo tedesco, fa dei discorsi che hanno una grande presa emotiva, usa quei termini come patria, casa, quelle forme cioè di richiamo all’identità delle persone ed esce tra le ovazioni di tutti. Ora, per Bloch il punto, e forse anche per noi, è quello di capire che non si può staccare la razionalità dagli affetti, ma che non si può avere una pura razionalità, un socratismo, per cui basti enunciare il vero perché il vero si raggiunga, né si può avere, come nel caso del national-socialismo, una pura mobilitazione basata su problematiche irrazionali. Quindi il tentativo di Bloch rispetto alla storia del marxismo va controcorrente. Diventando scientifico e cioè per lui dogmatico, si è creduto che il marxismo avesse più successo, ma in questo modo ha dimenticato e lasciato per così dire in mezzo ai rovi, quelle che sono le tendenze degli uomini verso una vita migliore, quello che Marx stesso chiamava il sogno di una cosa. Per questo la rivendicazione della speranza in Bloch non è la rivendicazione di una mobilitazione cieca degli uomini verso una vita migliore che non sanno dove stia, ma è il tentativo di innervare un progetto che ha una base razionale, analitica, di innervare il progetto di queste energie umane che altrimenti si disperdono e si dissipano.
3 Paradossalmente l’utopia di Bloch, o la speranza di Bloch, non riguarda tanto il futuro quanto il presente, nel senso che per Bloch ogni istante può diventare significativo, noi dobbiamo imparare a vivere ogni momento come se fosse eterno: “Cogli l’eternità nell’istante” è un principio fondamentale di Bloch. Naturalmente per eternità non si intende un tempo lungo, gonfiato oltre ogni dimensione finita, per eternità si intende la pienezza dell’esistere, l’eternità riguarda quei momenti d’essere in cui a me sembra di scoprire il senso delle cose, e questo senso delle cose io lo scopro andando al di là dell’oscurità dell’attimo vissuto. Il principio che Bloch ritiene più originale di tutta la sua filosofia è quello di aver scoperto che la nostra coscienza del presente, che a noi sembra così cristallina, così trasparente, è in realtà opaca, e che quindi il presente in effetti è oscuro, o, usando un proverbio cinese che usava Bloch, “alla base del faro non c’è luce”; questo significa allora che noi dobbiamo non proiettarci nel futuro in quanto tale, ma illuminare, attraverso la conoscenza e attraverso la conoscenza della speranza, quello che è il centro del nostro essere, cioè dobbiamo buttare luce, dare senso a ogni momento della nostra esistenza. Questo accade ad esempio attraverso l’arte, attraverso la musica in particolare, dove si ha il massimo di esattezza matematica e il massimo di pathos: questa è una bella illustrazione del principio speranza, la speranza non è soltanto pathos ma è anche misura e quindi la speranza è una forma che mobilita gli animi, come la musica ci può dare questo senso di esaltazione, di tristezza, ma nello stesso tempo questo senso di esaltazione o di tristezza è retto da una struttura matematica rigorosa.
4 In Bloch non c’è il gusto, per così dire, illuministico di rendere tutto chiaro e trasparente. Bloch sa appunto che il nucleo di oscurità che è interno a noi stessi non si potrà mai dissipare; nello stesso tempo però Bloch non cade nel ricatto dell’oscuro, dell’enigma per l’enigma. In Bloch c’è il tentativo di sviluppare, per dirla con Montale “cercano la chiarità le cose oscure”, cioè Bloch cerca di passare dall’oscuro al chiaro senza cancellare gli elementi di oscurità. Se volessimo usare una formula, si potrebbe dire che Bloch col suo insegnamento vuole ridurre queste intermittenze dell’intelletto e del cuore, questa opacità a noi stessi, e moltiplicare questi attimi in cui invece noi incontriamo noi stessi. Infatti il principio speranza ruota attorno a quello che Bloch chiama “incontro con noi stessi”, “Selbstbegegnung”, perché la cosa più strana è che noi siamo in compagnia di noi stessi, ma in realtà è come se non ci incontrassimo mai, siamo sottoposti a tutti questi messaggi, che vengono dall’inconscio ad esempio, del mondo dei sogni e dei desideri, ma questi messaggi non sono chiari nella nostra coscienza. Scopo del principio speranza è quello di cercare di dare un senso a questo nostro vivere a distanza da noi stessi, quindi l’ideale utopico per eccellenza è di ritrovare noi stessi, di ritrovare il senso di noi stessi in una collettività, non un senso solitario. Noi viviamo assieme agli altri e quindi è anche attraverso gli altri che conosciamo parte di noi stessi, il noi diciamo è più ospitale dell’io, l’io però è più proprio a noi stessi, quindi quando noi incontriamo l’io incontriamo anche il noi, e quando incontriamo il noi incontriamo l’io, cioè è soltanto vivendo in questa comunità di tutti gli uomini che l’opera d’arte ad esempio ci mette in contatto con ciò che è più proprio: se io sento una musica di Mozart o di Bach, se guardo un quadro di Raffaello o di Michelangelo, se vedo l’architettura del Partenone, ecco in questo momento ciò che è diventato proprietà comune del noi, del genere umano, mi parla e mi fa incontrare me stesso. (….)
Tratto dall’intervista: “Bloch e il principio speranza” – Napoli, Vivarium, 30 giugno 1994
Claudio Crastus- Il Figlio del Vento
by Duncan on gen.05, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana

Claudio Crastus fu una di quelle persone che in mezzo al dolore e alla sofferenza ci trasmettono qualcosa di vivo e profondo.. che ci fa sentire un senso anche nell’abisso.. e una Speranza..che ci trascende. La prima volta che mi imbattei in questa breve biografia che leggerete, seguita poi da una poesia, sentii la forte emozione che si prova in tutto ciò che manifesta una più alta epifania dell’Essere. E pensai al senso delle spirali del tempo, e come nei vortici tutto muore e rinasce. E Crastus imprigionato e sofferente sentì quella spinta, quella forma di fame e di sete, quella Chiamata. A volte mi pare di bestemmiare se lascio seguire il flusso dei pensieri. Arriverei a dire qualcosa che può sfiorare pericolosamente la bestialità.. per molti. Che forse ha avuto molto più senso vivere “da Claudio Crastus” che non la vita di molti “a piede libero”. Che c’è chi vegeta costantemente nella superficie, senza mai provare una gioia o un dolore autentico. C’è chi circondato da aria, tempo, persone e cose.. non va mai alla radice. E pur potendo cogliere tutto resta autistico al Sacro che ci circonda, che si impregna a volte proprio negli anfratti meno luminosi, come tra costola e costola. Per molti non arriva mia il giorno del vento freddo sulla pelle.. dell’amore doloroso come una violenza sì.. ma pur sempre Amore. Molti non sono mai Uomini. Mi piacerebbe dire che la vita di Crastus ha avuto un senso. Dopo secoii di sonno interiore alcuni si svegliono. Alcuni aprono gli occhi veAnche se è stata una vita durissima. Anche se ha sofferto davvero tanto. Mi ha colpito il suo lanciarsi sui grandi autori, la filosofia, la conoscenza. Mi ha colpito l’eruzione che trova mille mezzi per uscire fuori.. poesie, favole, racconti, articoli. Mi ha colpito quel “credeva in Dio e nel Disegno divino che spinge ogni uomo verso la verità”.. e mi ha colpito questa frase al di là di tutte le infinite discussioni che potremmo avere sull’idea di Dio.. ma per quel senso cosmico e inafferrabile di Mistero e Trascendenza..
Trovasti un Senso Crastus propio nel giardino delle ali spezzate…
Di seguito la piccola biografia cui alludevo e la poesia “Figlio del vento”.. molto simbolica e una delle migliori per iniziare a conoscere Crastus.
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Claudio Crastus nasce a Roma il 19 aprile 1965. Un’infanzia segnata dalla separazione dei suoi genitori: dai sei anni in poi, una lunga permanenza in collegi della Lombardia, da dove appena riusciva fuggiva. Una brevissima esperienza di affidamento in una famiglia di Seregno e in seguito in una comunità di Grosseto, ultima spiaggia prima di approdare al carcere: Arese, dai preti salesiani, un’infinità di fughe verso un nucleo familiare che lo respingeva al mittente. La vita in strada, da fuggiasco perenne, lo porta a sperimentare ogni sorta di strategia di sopravvivenza: è un bambino, ma è capacissimo di rubare e rapinare. A tredici anni il primo approccio con l’eroina, sostanza che insieme ad altre droghe segnerà catastroficamente la sua vita. Al compimento del suo quattordicesimo anno di età viene arrestato per furto d’auto: quello è l’approdo a un mondo che diviene il suo mondo e in cui arresto dopo arresto colleziona una serie interminabile di reati fino all’omicidio, colpa per cui viene definitivamente condannato alla pena dell’ergastolo all’età di ventisei anni. Sembrerebbe il veloce declino di una stella caduta, un germoglio prematuro colto dal gelo, una pellicola in bianco e nero che si desidera dimenticare velocemente, un incubo che lascia tracce al risveglio … invece è il difficile travaglio, la gestazione per cui Claudio Crastus, dopo “secoli” di sonno interiore, si sveglia, e nasce a nuova vita. Paradossalmente in un mondo in cui non nascono fiori, in cui il cemento ti entra nell’anima, dove l’odore acre della morte ti segue per anni aggrappandosi ai ricordi, osservando lo specchio d’acqua della prima memoria, intravede, nitida, una figura rimossa: un bimbo in braccio a sua nonna, il bimbo che lui è stato. Nei lunghi anni di prigionia, si è appassionato alla lettura dei filosofi e dei poeti, scoprendo un’umanità che non conosceva e che lo ha sempre più allontanato dalla filosofia dei ghetti in cui la sua vita da emarginato era rimasta intrappolata. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie e la favola “La coccinella nera” ed ha scritto un diario inedito, favole e racconti, riflessioni e articoli. Amava dipingere e teneva mostre in cui esponeva i suoi quadri. Viveva a Firenze ed espiava la sua pena in regime di semilibertà. Credeva in Dio e nel disegno divino che spinge ogni uomo verso la verità.
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Claudio Crastus Poesia tratta dalla raccolta “Attendere il sole”
Figlio del vento
Io sono figlio del vento.
Fui generato
Nell’insenatura
Della roccia secolare
Da un seme sconosciuto
Bagnato dalle onde del mare
In tempesta.
Io sono figlio del vento.
Fui scaraventato
Nel mondo,
Percosso dal sole,
Morso dalla luna e
Scacciato dall’umanità.
Io sono figlio del vento.
Travolsi esili steli,
Strappai delicate corolle
Sparpagliai innumerevoli petali
Sulla devastazione
Del mio passaggio.
Io sono figlio del vento.
Urlo il mio delirio
Nei labirinti ove mi hanno imprigionato,
Ove mi dibatto e rido solo,
Quando mi insinuo nei giardini in fiore
Devastandoli senza pietà.
Io sono figlio del vento.
Giaccio stanco e senza cuore
Nel silenzio eterno delle grotte,
Privo del coraggio di amare
Mi contorco su me stesso all’infinito
Fin quando esausto stramazzo al suolo.
Io sono figlio del vento.
Esco piano e sfioro il mondo
Osservando le sconfinate pianure
Con occhi spauriti e melanconici,
Poi con paura mi ritraggo
In solitudine struggente.
Io sono figlio del vento
Il mio destino è quello
di infrangermi sugli scogli,
Tra le onde furiose dei mari.
Il mio destino sarà sempre
Suicidarmi nei ricordi,
Infrangermi negli angoli del mondo
Ove mi dibatto privo d’amore.
Paolo Scarfone.. artista dei senza voce…
by Duncan on gen.03, 2010, under Bellezza, Resistenza umana, Simbolo
Un ragazzo giovanissimo, e già artista. Artista da sempre. Per un altro spazio gestito da me insieme ad altre due meravigliose persone, un blog dedicato ai carcerati ,http://urladalsilenzio.wordpress.com/, ha scelto di creare opere che trasmettino il senso di quella umanità che tende se stessa attraverso le sbarre. Opere ispirate allo spirito del blog, alle vite e alle “urla” di cui esso è testimone e di cui esso è al Servizio. Il MESSAGGIO diventa più potente, venendo implementato e potenziato con un linguaggio che solamente l’arte può dare. E anche grazie all’arte, all’arte vera, all’arte che pensa in grande.. anche grazie ad essa che battaglie, dolori, speranze, pianti, utopie, memorie, idee e valori.. nuovi modi di comprendere e agire.. anche grazie ad essa tutte queste cose possono essere trasmesse ed avere una chance. C’è un genere di “bellezza” tutto particolare. Una bellezza che parla all’anima e sconquassa la mente, come solo l’Arte sa fare. E l’Arte diventa anche un modo per dare valore a tutto ciò che viene dall’Ombra, da Oltre le Mura.. da “l’aldià” come lo chiama Paolo. Un altro modo perché le Urla di tutti coloro che sono esclusi e dimenticati, e quindi anche degli ergastolani,… perché tutte queste Urla siano ancora più forti e potenti. L’artista è un uomo giovanissimo, ma il talento e il Sacro Fuoco li riconosci subito.. e non hai bisogno di segnare gli anni col pallottoliere per dare valore e apprezzare. E’ soprattutto un ragazzo di una sensibilità e profondità emotiva eccezionali.
Il suo nome è Paolo Scarfone. Rigetta una visione minimalista dell’Arte come puro sfogo narcisista di uomini impotenti e autompiaciuti. Non gli appartiene il pensiero debole di chi nelle proprie masturbazioni mentali bofonchia di postmoderno e iperrelativismo e di arte “come processo di mercato”. E’ una persona giovane e innovativa nei mezzi, nelle idee e negli strumenti. Ma con un cuore antico impregnato di valori senza tempo. L’opera lui la vive come parte di sé. Deve credere in essa e in qualche modo partorirla. Ci mette il suo intero corpo, plasmando gesso, muovendo tessuti, mettendoci il fiato. Paolo Scarfone nel tempo farà parlare di sé. Ma al di là dei riconoscimenti che potrà avere è già artista, perché ha l’Arte in sé.. come una febbre nelle mani, come una dimensione del Cuore. L’opera che vedrete, fotografata da tre diverse angolazioni, è la prima di una lunga serie che Paolo creerà per il blog.
Adesso lascio la parola allo stesso Paolo Scarfone. Nel primo pezzo farà un ritratto generale dello spirito delle opere che sta creando e che creerà per il blog. Nel secondo pezzo parlerà della prima opera che oggi vedrete nelle foto… ART 27?.. con il punto interrogativo decisamente voluto. Dopo i suoi testi, ci saranno le foto dell’opera presa da tre angolazioni. Buona visione.. e ancora un grazie a Paolo..
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Buio, luce. Buono, cattivo. Bianco, nero. .. sì, no.. Opposti che nella contemporaneità si abbracciano confondendosi… Le mie opere sono questo: estremi opposti, che si abbracciano fondendosi per un prezioso fine: far “esistere” gli esseri che, da dietro la superficie, implorano attenzione e vita. Gli opposti è facile definirli. Ruota tutto intorno a un punto neutro: la superficie, il piano. Questo devastato da fattori insiti nella magia che crea l’opera. Gli opposti appunto: da un lato la nostra vita di indifferenza, di superiorità, di scettri e corone date in mano al qualunquismo e all’anaffettismo. Noi, artefci dei peggiori misfatti e al contempo severissimi giudici. Noi, lussuriosi spaventati dall’eccesso di sesso. Noi, cuori ciechi di fronte a ginocchia che in terra implorano pietà. Da un lato… dunque… ni guardiani di un varco che teniamo a non aprire, perché al di qua siamo rappresentanti di una elité, perché l’aldilà ci impaurisce, dunque.. non esiste. Dall’altro lato, aldilà del muro deve è appesa l’opera.. una parte del mondo.. di mondi nascosti.. di mondi che fa comodo ignorare per vivere meglio. Mondi non creati da immagini.. ma dalla tridimensionalità dei singoli suoi cittadini. Ognuno li chimi come vuole: anime in pena, dolori, ricordi, ergastolani, barboni, esiliati, esclusi, stranieri. Io con le mie opere apro quel varco, per quanto posso. Ed è lì che ”l’estraneo”, pur non avendo un nome, lineamenti definiti, una vita nota a noi presuntuosi; pur non avendo un carattere individuale.. ESISTE! Egli si distrugge per farlo. Soffoca dall’interno conto la tela, spingendosi il più possibile verso la realtà che non lo riconosce. E più lui si spinge e guadagna centimetri nel nostro spazio, meno i suoi lineamenti sono definibili.. per la migliore tensione della tela.. per la nostra fremente paura che ci impedisce di squarciare la tela e far entrare l’estraneo… Duro riassumere il tutto con parole. A maggior ragione perché siamo fatti di gesti, spesso inconsci. E allora.. per lasciavi trasmettere qualcosa da questi pezzi… immaginate quale deve essere lo stato d’animo che porta i personaggi del mondo delle mie sculture a fare qauei gesti, a contrarsi fino al punto di essere disposti a morire per occupare quei due centimetri in più nello spazio. Due centimetri a cui noi non facciamo nemmeno caso, dal momento che ne abbiamo troppi… Per tentare di capire i miei pezzi, chiedetevi cosa avete davanti, non vedendoli come opere, ma come dossier, come megafoni di uomini che realmente esistono e che senza tele come queste.. voi vi rifiutate di riconoscere.
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ART 27?
Beh, in questo pezzo gli opposti sono palesi. Si presenta un pannello diviso tra il bianco e il nero, banalmente concepibile come il bene e il male, metaforicamente buio e luce.. La parte bianca, la vita, è molto più in fermento, ha una superficie tridimensionale, straziata da giochi sottili di luci e ombre… Ma siamo sicuri che sia una vita felice? Da questa parte bianca, specchio di vita, esce un mana, estemamente e, direi, istericamente, tesa. Una mano testimone di cose orribili. Una mano che cerca una delle nostre per uscire dall’aldilà, luogo di sofferenza e terrore… Piccolo particolare: La mano è in ferro filato… è sensa consistenza, se non per un riconduzione logica della struttura in ferro. Diremmo che è un ammasso di ferro. E’ la mano di qualcuno che ci rifiutiamo di concepire come umano. E’ la mano di uno che non esiste.. perché.. se esistesse.. quanti punti fermi dovremmo scombussolare e rivalutare? Quanto ci renderebbe instabili e doloranti crescere a tal punto da vedere la mano in carne e ossa, e magari tendergli la nostra in segno di vicinanza? “TROPPO” è la risposta… Il nero è il buio, è il silenzio, è la legge, è la voce rassicuratrice che ci dice che non c’è null di cui preoccuparci.. che nulla di regolare accade. Il colore della scritta non è certo riconducibile alle fragole. E il testo.. beh.. penso che tutti conoscano l’art. 27; e che altrettanti conoscano il significato sarcastico di un punto interrogativo.. Il tutto è un’opera di musica lirica di un carcerato che tende la mano verso il sole attraverso le sbarre di una finestre. Mano che nessuno vede.. denuncia è dir poco…



APAPAIA
by Duncan on dic.30, 2009, under Ispirazione, Resistenza umana, video

Irlanda… belfast… cattolici e protestanti, odio avviluppato in rancori incatramati a strati. E odio alimenta odio, come spirali soffocanti. Nel tuo sangue mi ciberò. Diio bastardo dei Moloch di sangue, Il Levitico canta la tua infamia. Dio degli eserciti e delle pile di fuoco. Mentre le sacre mura corrono, sangue su sangue, l’orgoglio dei cimiteri.
Belfast, quartieri protestanti, quartieri cattolici. Di padre in figlio, di figlio in padre; l’odio nelle cellule, mutazione biologica, volti in cagnesco. Quartieri e filo spinato. E’ lunga la lista dei tuoi torti. Conosco a memoria le tue infamie. Fin da bambino ho imparato a sognarti ferito, a godere della tua dissoluizione.
Belfast, fermo immagine, anni fa.. il seme dell’odio.
Ricordo quella scena. La vidi in televisione. C’era una scuola cattolica, nel pieno di un quartiere protestante. Erano i primi giorni di apertura, l’anno scolastico incipiente. Un imbocco portava alla scuola, seguendo un viale lungo poco più di un chilometro, in mezzo alla città. Viale aperto, dove ai due lati la gente poteva accalcarsi. All’inizio dell’imbocco una madre con due figlie piccole non riesce a muoversi.
Centinaia e centinaia.. centinaia, forse migliaia.. di protestanti lungo il viale guardano all’imbocco schiumando rabbia alle due bambine. Statene nelle vostre fogne, urlavano. Sporchi papisti. Questa è la nostra terra. Il volto contraffatto, parodia dell’umano, scimmie belanti.. Tanto l’odio da non vedere che due bambine sono solo due bambine. Non sono una idea, una religione, una etnia.
Le ragazzie traumatizzate erano pallide un cencio e piangevano. Un bambino non può concepire tanto odio.. non può neanche immaginare la Grassa Puttana che si ciba di vita umana…piange per un grilo azzoppato e lo spaventa un gemito nella notte.. e crede che i mostri esistano solo nelle favole. Ma vede pazzi, urlanti, deformati, gracchianti. Odio.. sente l’odio.
A volte le scene restano bloccate. Capita quasi sempre. Sarebbe rimasta bloccata anche quella. Nelle geremiadi degli impalati si celebrano le assurde epiche dei bastardi.. muri su muri mondi autistici nutrono il lungo viale delle solitudini e della prevaricazione. Recinti e fili spinati. Mille anni fa, e ancora adesso.
A volte accade qualcosa. Qualcuno si alza e sfida il muro della demenza..
Che dici.. è anche questo Amore?
Un uomo, chi era?.. parente, amico delle bambine? della madre? della loro famiglia?…Non lo sapremo mai.. Un uomo si muove e arriva all’imbocco, e prende le due bambine con le mani, una a destra e una a sinistra. Prende delicatamente le loro mani e inizia a percorrere il viale. E lo percorre piano piano, senza girarsi a destra, senza girarsi a sinistra. Senza ridere né piangere. Senza guardare la folla. Senza rispondere alle provocazioni, ma senza neanche irriderle. Semplicemente cammina con le due bambine ai lati. E insulti piovono come sassaiole, lapidazioni. Urla da stadio intossicato. E’ quasi una beffa, una sfida. Quello cammina e i ragli di impotente bastardaggine implodono. Non so quanto ti costava non voltarti a destra e a sinistra. Non so se le tue gambe tremavano, anche se non lo davi a intendere.
Non so se la paura ti prendeva al basso ventre, mentre i tuoi passi avanzavano.
Ma so che facevi quello che dovevi fare. Che non riuscivi a fare diversamente.
Che prendesti per mano quelle bambine ed entrasti nella Bocca del Drago, semplicemente perché..
non avevi scelta… perché a volte puoi solo andare..
Datemi le vostre mani…
E camminavi e le urla crescevano. Chissà cosa ti dicevi. Avanti, avanti, già cinquecento metri li hai fatti.
Avanti, non aver paura. Le vedi le urla che crescono. Ma ormai non manca tanto. Continua. Ti assediano cani di Basaan. Ma questa è molto più di una normale giornata di scuola. Non è solo una normale giornata di scuola. E’ molto di più. Queste bambine devono entrare. O almeno, finche puoi portale avanti.
Cosa è quello strano impeto che ci porta ad agire? Quella via di mezzo tra eroismo e follia.. o solo il non riuscire a ingoiare quando giorno dopo giorno, vita dopo vita i sogni si spezzano e talloni di ferro lasciano le lacrime e le ferite insegnano pietre aspre per la vita.
Camminavi, quando da sinistrà arrivò una pietra. Bersaglio mancato. Per poco. Orecchio sinistro colpito di striscio, cade sangue. E lì la paura cresce, come onde concentriche si estende e ti mozza la gola. Sono pronti ad ucciderti. La prossima volta potrebbe essere quella buona. Se non la testa un occhio.. o i denti.. o la spina dorsale, paralitico a vita.
Per la prima volta ti fermi. Quanto erano pesanti le tue gambe allora? Per la prima volta l’ansia ti soffoca. Vorresti accasciarti o correre indietro. Il volto è livido, bianco.. respiri a fatica. Passano minuti.
I ragli calano, la folla ti fissa. Passano i minuti. Interminabili.
E continui. Guardando avanti. Mano destra una bambina. Mano sinistra un’altra.
Altri quattrocento metri da fare.
Ma nessuno urla più. Le urla sono poche, ma quasi forzate, senza impeto, meno convinte.
Finche tacciano. E resti solo tu e il silenzio, e gli sguardi conglati come nel cinema muto.
E tu continui ad avanzare, un pò incespicando, brividi per il corpo. Ma vai.
E qualcosa si rompe. Un granello di senape nell’ingranaggio assetato di sangue.
E un applauso parte. Che assurdità. Chi è il pazzo che ha potuto fare una cosa del genere?
Un cattolico pasdaran di Belfast che applaude? Ma santo dio qui sono tutti folli.
Un cattolico che applaude un protestante.
Ma quando mai si era vista una cosa del genere.
Tu, folle su due gambe, ma cosa ti spinge a camminare, è come una fede? Daniele, Daniele nella fossa dei leoni. E i leoni perdono il tempo e il gioco perde le regole, gli sparititi saltano.
Un applauso. Poi sono due, tre, quattro, dieci, venti.
E ognuno che applaude lo fa quasi a scatti, vergognoso quasi, senza guardare gli altri, incredulo. Ma non riesce a non farlo. Un corpo a corpo. Con l’imbarazzo, con l’odio inoculato nel dna. Da bambino hai appreso il gusto dei roghi. Da bambino hai conosciuto il volto del tuo nemico. Con l’imbarazzo lottano.. ma poi gli applausi aumentano.
E il contagio questa volta non è del male. Gli applausi dilagano. Sono centinaia. Migliaia.
L’uomo con le due bambine per le mani non riesce a controllarsi e le lacrime scendono, mentre ormai mancano poco più di cento metri..
Primo giorno di scuola. Belfast. Molti anni fa.
Vorrei spezzare un ramo con te.
Potrei portare dentro tutto quello che mi è stato strappato.
Ricordo una canzone dei Lifiba,,, LITFIBA,,, degli estratti…
” Si può vincere una guerra in due
E forse anche da solo
E si può estrarre il cuore anche al più nero assassino
Ma è più difficile cambiare un’idea ..
…
Il mio sogno è un mare acido
E dimmi se non è reale
Il giorno traveste di luce ogni cosa vivente,
Ma non toglie la paura dei fantasmi!
…
Voglio idee per sopravvivere
E mille, mille, mille non bastano!
E quel sogno, sai,
Continua a chiamarmi nella profondità del mare
Una caduta dentro i vortici d’acqua
Le mie mani, che non si fermano più.. “
Proteggere e Servire
by Duncan on dic.14, 2009, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

ma non solo) per guadagnare sulle percentuali di vendita.
Proteggere e servire.
Rifiuti tossici sin dalle fondamenta. Trecentocinquantamila
tonnellate di orrore a Crotone. Scuole, ospedali e uffici costruito
con materiale contaminante.
Merda radiottiva nel Tirreno. Casi leucemia e
tumori a palla tra i bambini calaresi e i non bambini.
Producono degenerazione biologia e ammorbano le falde acquifere,
pervertendo il ciclo vitale. Basi militare che scaricano uranio
impoverito nella atmosfera circostante. Business di rifiuti, tra
narcotraffico, contrabbando e mafie.
PROTEGGERE E SERVIRE.
Psicofarmaci a pisciare e psicologi castrati, bambini sballottati da
uno studio all’altro. Genitori indebitati per le parcelle. Baracconi
di raccolte fondi e mafia medica. Piantine e arance da strozzarti.
PROTEGGERE E SERVIRE.
Comitati di affari, circoli elitari, pappa e ciccia, mangia e fotti, incula e arraffa,
scambia e vendi. Prostitute di lusso, appalti pilotati, domande e
gambizzate. Teste nel cemento.
PROTEGGERE E SERVIRE.
Ghetti per soli ricchi, feste di invertiti parassiti in Sardegna,
madri che ficcano le figlie sotto le gambe, sorridi e fatti a
pecorina, tanto chi si non si fa fottere qui è fottuo.
PROTEGGERE E SERVIRE-
Chirurghi plastci, seni rifatti, labbra pneumatiche, fascismo del
corpo. Bambole di gomma, nasi liofilizzati, occhi bovini.
Barconi respinti, donne comprate e vendute, night club e cocaina.
PROTEGGERE E SERVIRE
E’ così dolce il soffio del vento, che scorre anche quando il buio
attraversa le colline.
Più tutto sembra inutile, più senti che sia vero.
Nell’imbrunire il mio maestro mi insegnò a trovare il Sole, a
guardare, il Sole, a scovare il Sole.
Merda radioattiva attende nei fondli calabresi…
Poteri oscuri manipolano, pervertono e prostituiscono.
Tenaglie alla mente e calce a seppellire il cuore.
ma ancora più forte questo antico codice ci percuote la mente, e fa
vibrare la nostra anima.
Perché “è per i senza speranza che ci è data la speranza.”
Perché “se non speri l’insperabile non lo troverai”.
Perché “qualcuno dovrà pure alzarsi e fermare il muro della demenza”.
Perché “saprai sorridere anche quando dentro stai morendo?”.
Perché “è meglio la solitudine che amori mediocri”?…
ma… “Se è il Grande Amore allora parti e buttati”?
Che tra la paura e l’Amore c’è, c’è sempre una scelta?
Che i migliori sorrisi nacquero al buio, e non furono visti?
Che “non ci sono giorni liberi per noi, non più..”?
Che una volta Uomini camminvano per la Terra,
e nella Spirale del Tempo tramandarono la loro follia e i loro sogni.
Virus inventati, baraccone, mignottone e bancarotte, mutazioni cellulari e materiale degenerativo, fondali al plutonio.
Bambini devastati da leucemia e forme tumorai.
Un bastone risuona lanciato contro l’albero..
come un antico codice.. ci spinge ad alzarci.. ancora.. e ancora.. e ancora..
PROTEGGERE E SERVIRE.
Il Cavaliere Bianco
by Duncan on dic.09, 2009, under Ispirazione, Poesia
nostra paura..
sui muri scrivevi a lettere di fuoco le tue assurde epopee
le bastarde imprese di un cuore troppo grande per essere di questo
mondo..
Eri il respiro che ci tratteneva sull’orlo dell’abisso,
la promessa invincibile di non tradire, costi quel che costi,
il sapore annunciato di ogni primavera..
Eri il sigillo sui nostri desideri stentati,
la parola che ci prendeva nel petto,
il nostro sabato sera,
Sapevo sollevarmi al tuo stesso pensiero,
mura indomite raccontano la tua Leggenda..
ci cercavi nelle strade violente degli incubi,
e ci mostravi il volto bello del sudore,
l’altra metà della mela,
quello strano sorriso da zingaro, quelle mani sparse di ideali e di
storie
Ti trovo ancora sulle epopee dei muri,
mentre cammio trovo scritto.. TU CI TENEVI IN PIEDI..
E so che è scritta per te..
Che mano nella mano, fiaccole passano e il Tempo trattiene le Ore,
per farci ancora respirare…
Tra vigliacchi e ruffiani, contabili e disertori tu possedevi la
Grazia,
di un tempo antico e dimenticato, in cui Bellezza e Onore abitavano la
Terra…
E potevi dire parole che restavano nell’anima, come i sileni di
Alcibiade,
come quel vecchio pazzo brutto e cornuto di nome Socrate..
sapevi ingannare i nostri inganni..
Tra dame di corte e inculati, ci mostravi il coraggio..
e bastava uno sguardo per raccogliere le braci sparpagliate dal
vento..
I muri ancora raccontano di te,
Ho visto scritto.. ERI IL SOLE CHE SI ACCENDE ALL’IMBRUNIRE..
e so che era scritta per te…
Ognuno è il sole, sapevi dire…
Amare per amare.. con la stessa leggerezza dei sogni..
con la stessa durezza delle pietre..
Portiamo sul petto quella stramba fedeltà,
quell’assurdo richiamo all’Onore…
quell’alzarci più presto dell’alba..
la ribellione ai tiranni,
ai collari e ai guinzagli…
quando le gambe tirano..
avanti cammina..
fino all’ultimo atto, fino al campo di scena, fino al grande sipario
Sui muri ancora cantano le tue epopee…
Eri lo Zio delle Fiabe, il Cavaliere Bianco, la mano sul cuore, senza
macchia e senza paura…
Avanti coraggio.. avanti miei prodi.. mie lucciole pazze.. pazze di
amore..
FUORI DALL’OMBRA- l’opera teatrale degli ergastolani di Spleto
by Duncan on dic.02, 2009, under Resistenza umana, video

Il 23 giugno nella casa di reclusione di Spoleto è stato portato in scena lo spettacolo “Fuori dall’Ombra” che ha visto la partepicazione e il contributo attivo di circa trenta ergastolani ostativi. Voglio subito introdurlo con un commento scritto di getto e di cuore da una persona molto speciale:
“Il lavoro teatrale, come ogni lavoro creativo e artistico è una forma di terapia meravigliosa per incanalare emozioni o sensazioni represse o dificili da esprimere: è una terapia che funziona bene con bambini e adulti, persone sane o malate. Le persone rinchiuse dentro una cella possono finalmente liberare se stessi con un lavoro teatrale, con le prove e fino allo spettacolo. Una barbara decisione non permettere di dare queste emozioni dei detenuti alle persone che loro amano, a chi anche se fuori, libero, vive in carcere con loro. Perché quando ami, ami a qualunque costo, in qualunque condizione e sei in simbiosi con l’altro.La scena iniziale è emblematica, ci sono due celle… in una gli Attori prendono del vino da un qualcosa nascosto, nell’altra viene messo un lenzuolo a mo’ di cappio sulle sbarre della finestra come preludio ad un atto suicida.. In carcere avviene così.. c’è chi decide di farla finita e forse nella cella accanto nessuno se ne accorgerà.. Poi le scene si alternano, ci sono momenti della loro vita.. un pranzo fatto insieme, ad un colloquio tra un detenuto e un sindaco (il nostro Carmelo), una parte anche molto bella dove ci sono quattro Attori che mostrano la schiena al pubblico e di fronte a loro le Donne, compagne, quelle che stanno fuori ad aspettare, magari a crescere i loro figli e qui l’emozione cresce, diventa dolorosa.. ci sono i sentimenti in campo, c’è l’amore, quello vero, chi ama a distanza per sempre, fino alla morte, o il risentimento, la rabbia verso l’uomo condannato. Si alternano momenti musicali, ti dimentichi di assistere ad un lavoro fatto e svolto in un grigio carcere, ti sembra di essere in un teatro normale.. ma di normale lì non c’è nulla.. veramente nulla..Leggono testi di lettere scritte dai detenuti, come quella di Ivano Rapisarda, o ci sono dialoghi dove si discute dell’inutilità del carcere o del loro essere Uomini Ombra, quindi fatiscenti. Parlano della professoressa che farà lezione lì dentro..Li guardo, li ascolto, in loro non vedo il sangue che hanno sparso, le vite che hanno tolto..Vedo in loro una grande voglia di rinascere, c’è nei loro occhi la necessità di continuare a vivere per essere diversi. Hanno bisogno di urlare al mondo che non sono più assassini. Ma hanno bisogno di qualcuno che gli dia voce…..”
Già queste parole possono farvi comprendere il valore e la bellezza dello spettacolo. E io vi assicuro che è uno spettacolo che non passerà indenne attraverso di voi. Vi toccherà profondamente l’anima. E’ un viaggio di circa un’ora e mezza in cui piano a piano entrate in un altro mondo, nel mondo dell’Ombra. E non ci entrate come in un compito a scuola, con testi rindandanti o retorici.. o detenuti che fanno i “carcerati”. Ma vedete la vita, la carne, l’ironia, il pianto, il sangue vividamente messi in scena.. con una freschezza, una immediatezza, e una vitalità rari. Comprenderete che loro non stanno semplicemente recitando. Che spesso dimenticano anche di avere una parte, e sentite vibrare il loro dramma, la loro sete e le loro emozioni.
La capacità di alternare momenti e linguaggi diversi è impressionante. E quindi vedrete e sentirete momenti musicali, dialoghi, monologhi. All’inizio si sente un pò male, col passare dei minuti migliora. Considerate anche che non è stato registrato con mezzi particolarmente sofisticati, infatti non vedrete mai uno zoom.
Questo video è unico per una serie di aspetti. Uno, principale, è che dal carcere non esce quasi mai nulla. Già è difficile creare gli eventi in carcere. Poi è ancora più difficile in qualche modo conservarli e registrarli. Ancora più difficile poi è farli uscire fuori. Quindi la possibilità di vedere uno spettacolo del genere è davvero una grande occasione, da non perdere assolutamente. Altra cosa, di carattere “strutturale”, concerne il “tipo” di spettacolo. Spettacoli teatrali in carcere se ne sono fatti nel corso del tempo, e se ne fanno. Ma spesso il detenuto “fa il detenuto”. Spesso è attore di una rappresentazione scritta e diretta da altri, sceneggiatori e registi esterni che vengono in carcere e “rappresentano” il carcere”, ma con il loro linguaggiio. Altre volte ci si limita a portare in scena “i classici”. Spesso il detenuto è in qualche modo passivo rispetto alla fase creativa e gestionale dello spettacolo. QUI E’ TUTTA UN’ALTRA COSA. Certo ci sono collaborazioni “esterne”, ma LO SPETTACOLO E’ FRUTTO DI UNA CREAZIONE COLLETTIVA DEGLI ERGASTOLANI DI SPOLETO. NEL MODO DI STRUTTURARLO, DI RAPPRESENTARLO, E NEL CONTENUTO CE’ LA LORO VITA, LE LORO STORIE, LA LORO ANIMA.. MESSE IN SCENA DA LORO, A MODO LORO, CON TEMPI LORO. Ad esempio, riguardo al contenuto, c’è anche il brano “dialogo tra la psicologa del carcere e un detenuto”, o il brano dedicato Ivano Rapisarda, letto da un gruppo di persone, a turno. Anche qeusto rende lo spettacolo unico. Una durissima ma splendida forma di autocoscienza portata ad emersione. Un momento di esistenza nel mondo e verso il mondo, tirata fuori coi capelli alzati in aria come il barone di Munchausen nella famosa storia, con tanto dolore che puoi tagliarlo a fette.. ma con un risultato che resta e non passa.
Lo spettacolo è stato riprodotto (grazie alla bravuta e all’ipegno di Panti, The Genius..) in quattro video..
ATTENZIONE! PER VEDERE I VIDEO DEVE ESSERE SCARICATO UN PROGRAMMA (senza il programma vi fa vedere solo cinque minuti per ogni video)… per scaricare il programma dovete cliccare su questo link.
SOLO DOPO SCARICATO QUESTO PROGRAMMA POTRETE VEDERE I VIDEO SENZA ALCUN PROBLEMA. Tranquilli, è una operazione facile e breve.
Buona visione…
PRIMA PARTE
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SECONDA PARTE
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TERZA PARTE
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QUARTA PARTE
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Wim Wenders.. Angeli e Calabria..
by Duncan on nov.28, 2009, under Cinema, Resistenza umana, Simbolo, video

Wim Wenders è uno dei più grandi registi viventi. Uno dei più grandi registi di tutti i tempi. I suo capolavori supremi non saranno mai dimenticati. “Alice nella città”, “Falso movimento”, “Paris Texas”…e tanti altri.
Ma soprattutto i due film vertice, -per il loro simbolismo, la profondità e l magia- della sua filmografia..
“Il cielo sopra Berlino” e “Così lontano così vicino”. Mai film furono fatti così belli sugli angeli. E mai ne verranno fatti. Angeli così non si vedettero mai al cinema. E non si vedranno mai più.
Quei due film furono così ambiziosamente sublimi, da essere a volte sovraccarichi e “pesanti”. Ogni scena scolpita come se dovesse fare la storia del cinema. In realtà un film non può cambiare il mondo (ma poi ne siete così sicuri?)…ma solo chi riesce a fare un film “come se potesse cambiare il mondo” può toccare il Sublime.. solo chi crede nell’Impossibile e come il Fitzkarraldo di Herzog vuole portare un teatro nella foresta amazzonica, magari fallirà ma potrà creare la Musica.
Quegli angeli nel mondo immersi con un grigio atemporale e magnetico quando erano i loro occhi a guardare. Il colore sullo schermo quando erano gli uomini. Accanto ai pensieri, ai dolori, alle frustrazioni.. alle sfide.. non li potevi vedere.. non li puoi vedere.. ma venivano e toccavano, e consolavano e accendevano qualcosa.
Eterni testimoni e accompagnatori ma allo stesso tempo sottilmente innamorati della vta. Il loro grigio cosmico magnetico, la perfezione delle ere che si succedono al monto, l’eterno movimento nella sua perfezione.. li faceva all’improvviso desiderare l’imperfezione,
l’assurdo, la passione, la mela mangiata, il pazzo pazzo amore dell’esistenza umana.
QUEGLI ANGELI POTEVANO AMARE.
ERA LORO CONCESSO.
MA PER FARLO DOVEVANO PERDERE LA GRAZIA TRASCENDENTE E CESSARE DI
ESSERE ANGELI,
DIVENTARE MORTALI, COME OGNI ALTRO UOMO.
E ALLORA.. in questi film.. ALCUNI ANGELI SCEGLIEVANO DI PERDERE LA LORO PERFETTA ETERNITA’
PER AMORE..
SOLO PER AMORE…
Strazianti e mistici, quei film si incastonarono nella leggenda… in una scena l’angelo vede un giornale nell’acqua di un ruscello con la
morte di Willy Brandt, ed esclama “Salutamos Compagneros”.. ed è più che Willy Brandt, è il senso di linee che si sfiorano col mondo, di vicinanza ai sogni, spesso abortiti, di una nuova stagione.
E poi… perdersi nei loro sogni.. vorticando sul centro del mondo..
Berlino stupenda in questi due film.. Berlino magia che si allarga in cerchi su cerchi.. e un angelo d’oro al suo vertice… Alexander Platz.
Potevano volare quegli angeli, conoscere ogni pensiero degll umani. E tutta la storia accompagnarono fin dal principio. Dal primo uomo. Dai secoli dei secoli.
Eterni testimoni del Mistero del Mondo… perfetti nel loro mondo di cristallo impermanente, indissolubile per tutte le ere a venire.
Godimenti e trascendenze ignote agli uomini essi possono solcare.
Eppure per amore.. materia, fragilità, crisi, caduta, lotta per
l’esistenza, rischio, pericolo, morte..
Per amore alcuni di essi rinunciarono a tutto..
Per amore.. solo per amore…
Posso rinuciare ad essere tra i prediletti di Dio, tra le essenze supreme della creazione? Sembravano chiedersi..
Solo per amare, di amore totale, carnale e sentimentale.. un altro essere umano?
Alcuni sceglievano di farlo.. e queste “cadute” per amore.. con l’angelo che “precipitava” nel mondo.. sono alcuni dei momenti più alti.. e inarrivabili dei film…
Ma non è di questo che volevo parlarvi all’inizio. Sto tradendo il senso del titolo, portandovi in un viaggio per il quale non avete pagato il biglietto. Avete pagato per un post corrispondente a un altro titolo. E adesso comincio a sentire borbotti e reclami, “ma che è sta roba?.. tutte ste minchiate e fregnacce sugli angeli?.. E che fracco ce ne fotte di questi registi pazzoidi per cinemaniaci bruciati?.. mi hai fatto perdere dieci minuti con ste boiate!.. voglio i soldi indietro.. anche i danni morali,, c’era Martufello in televisione e me lo sono perso per le tue stamberie…”
Va beh continuo.. per quei disperati due o tre.. che ancora stanno continuando a leggere.. anche perché sono rinchiusi in casa, fuori
piove, la televisione e la radio sono rotte, il telefono pure, il cane ha la febbre, e il frigorifero è vuoto..
Wim Wenders questa estate è venuto in Calabria per girare un film..
“Il Volo”…
I film di Wenders non sono mai puramente realistici o documentaristici. Ma l’ispiraziione è lo spirito dell’accoglienza che vive in Calabria e alcune esperienze gioiello come Riace e Badolato.
Vedete non c’è quasi niente da salvare in Calabria. Ve lo assicuro. Lo sfascio politico, economico, ambientale, criminale, sociale è colossale. Quasi niente da salvare. E se una persona è onesta dovrà ammetterlo.
Una delle poche cose che rendono questo territori degno è l’Accoglienza.
Ho visto persone farsi in quattro sulle coste degli sbarchi per aiutare i clandestini ad approdare. E dare loro coperte, acqua e latte caldo, sistemazione. Gente comune anche… donne, ragazzi, uomini, vecchi.
E poi ci sono esperienze innovative, esperienze gioiello appunto. Come quelle di Riace e di Badolato.
Dove due esigenze e due spinte si uniscono per un bene comune, per un nutrimento reciproco, per una crescita che si potenzia.. perché Io cresco se faccio crescere Te.
In sostanza, detta con radicale sintesi… questi paesi erano semiabbandonati, avendoli buona parte degli abitanti lasciatili nel corso dei decenni per via dell’emigrazione esterna o anche interna
allo stesso territorio nazionale e calabro. Gli amministratori vedevano nel tempo arrivare molti disperati sulle coste calabresi.
E nacque l’intuizione. Dare alcune di quelle case a loro. Case vuote di paesi che stavano diventando fantasmi.
E così da una parte molti uomini e donne avrebbero avuto casa e accoglienza.. e dall’altra quei paesi avrebbero continuato a vivere.
Ed è di questo, di queste piccolo “utopie” periferice ai margini dell’Impero, di cui parla il film di Wenders.. oltre che della rappresentazione vivida dei momenti più drammatici ed emotivamente coinvolgenti degli sbarchi e dell’accoglienza.
Nel frattempo.. in un momento in cui ci sono paesi leghisti che inaugurano l’operazione “Bianco natale” per sbattere fuori gli immigrati clandestini dalle loro case in occasione delle festività natalizie, e in cui il comune di Milano dà l’ambrogino d’oro ai poliziotti delle retate vigliacche sugli autobus nella caccia all’immigrato; in cui si favoreggiano obblighi di denuncia per chi scova un clandestino, se ne rende ostico l’accesso alle cure e all’istruzione; si crea intorno ad esso un clima da terra bruciata.
Nel momento in cui navi militari italiane respingono barconi di immigrati in mare, senza controllo dei requisiti per lo status di rifugiati politici, con la Costituzione e la Convenzione di Ginevra messe nel cesso, trascinando l’Italia in uno dei punti più bassi della
sua storia….. In questo momento la Calabria inaugura una legge sull’accoglienza che è un’avanguardia.
Va anche aggiunto che forse è l’unico provvedimento degno di un governo regionale da dimenticare, ricco di traffici e lotte di potere, come tutti i governi regionali calabresi di ogni tempo.
Eppure gli angeli non sono.. non sono solo a Berlino…
Salutamos Compagneros
(Ho inserito dei video. Avvertenza iniziale.. prima di attivarli premete pause sul piccolo quadratino della colonna sonora del sito alla destra in alto dello schermo, per sospendere la colonna sonora del sito e poter vedere e sentire i video senza “interferenze”. I primi due video sono tratti dal “Cielo sopra Berlino. Il terzo è tratto da “Così lontano così vicino”.. e guardatelo bene, soprattutto all’inizio c’è una potenza visionaria, evocativa, mistica.. impressionante. Il quarto è una versione del video degli U2, “Stay”; canzone composta come parte della colonna sonora di “Così lontano così vicino”. Il quindo raccoglie immagini di clandestini, barconi e sbarchi. Qualcuno dirà che ho frantumato, con quest’ultimo video, l’atmosfera rarefatta e mistica dei video precedenti. Che ho rotto “l’armonia del contesto”. Ma questo post parla sì di Wim Wenders e degli angeli.. ma con una dedica speciale a chi sputa sangue, sudore e vita su questi barconi, con dietro storie e fughe, fame e speranza.. in fin dei conti ci sono Angeli anche per loro.. se questo è “rompere l’armonia”… mi si impali vossia…)
VERRO’ A TE…
by Duncan on nov.19, 2009, under Bellezza, Ispirazione, Poesia







