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Guarito con l’omeopatia – la storia di Igor Casella

by on mar.21, 2016, under Guarigione, Medicina

uomo-vitruviano

Marisa Pontesilli la conobbi alcuni anni fa. Si può dire che fino a quel momento non sapevo assolutamente nulla dell’omeopatia se non vaghissime infarinature. E non è che adesso sia diventato un esperto,ma perlomeno con lei alcuni concetti di fondo mi divennero chiari, come la differenza tra approccio “unicista” e “pluralista”, la legge dei simili, la dinamizzazione, ecc.
Marisa è una di quelle persone che non fanno un lavoro accanto agli altri percorsi della propria vita, ma che fanno del loro lavoro la carne e il sangue della propria vita. Se non sembrasse una espressione troppo vetero-cattolica, potremmo dire che Marisa fa parte di quelle persone che “si immolano” nel proprio lavoro. Ma forse sarebbe ancora meglio dire che hanno trovato, in questa vita, quella dimensione di azione che li fa fiorire in una passione totale, in una dedizione totale. Passione e dedizione totale vuol dire che viene meno nella loro vita il calcolo di chi misura costi e benefici. Non c’è mai stato per Marisa un piano B. Ma una spinta irrefrenabile, una “costrizione” insuperabile, a buttarsi con tutta se stessa nell’omeopatia –che in giovane età le permise di guarire da un tumore- fino a mollare tutto, indebitarsi, e girare per il mondo. E poi creare una scuola, Mirded, e subire rappresaglie e colpi bassi da parte di chi non gradiva e non gradisce che cose del genere esistono.
Per chi vuole leggere l’intervista che feci a Marisa, ecco uno dei link dove potrà trovarla
Oggi invece pubblico l’intervista che ho fatto ad Igor Casella, una di quelle persone che hanno avuto un grandissimo beneficio dall’approccio omeopatico. La risoluzione di una problematica gravosa che, oltre ad ostacolarlo fisicamente, gli aveva ormai tolto pace e serenità. E’ interessante notare come nella “vulgata generale” molti non ricollegherebbero l’omeopatia con la risoluzione di approcci di questo genere. C’è, da parte di molti, una idea molto limitata delle capacità dell’approccio omeopatico. Idea che, direbbe Marisa, non dipende solo da una scarsa conoscenza dell’argomento in questione, ma anche dalla debolezza di approccio di tanti omeopati, i cui non ragguardevoli risultati verrebbero poi,dal senso comune, ascritti a scarsa incisività, soprattutto in caso di gravi problematiche, dell’omeopatia in quanto tale.

Vi lascio alla storia di Ivan.

Quanti anni hai Igor?

39.

Di dove sei e dove abiti?

Sono di Collegno,e abito a Collegno, provincia di Torino.Prima abitavo da solo. Dal dicembre del 2014 mi sono trasferito da mia madre per problemi al bacino, che poi sono quelle problematiche che mi hanno portato da Marisa.

Che lavoro facevi?

Ingegnere, libero professionista. Ora lo faccio ancora perché poi ho ricominciato. Però sono stato fermo quasi un anno. La possibilità di tornare a casa dalla mamma è stata legata da una parte dalla indisponibilità economica legata alla inattività lavorativa. E in parte dall’impossibilità di muovermi da solo a casa.

Racconta di come è sorto il tuo problema?

Allora, il problema è sorto ad agosto 2013. Fondamentalmente è partito con un dolore localizzato nella zona destra all’inguine, e poi è peggiorato nell’arco di poco tempo. Tanto che io ad ottobre-novembre 2013 giravo con le stampelle perché non riuscivo proprio più ad articolare il passo.

Praticamente ti sentivi fisicamente bloccato..

Sì, sì.. parlo spesso del fatto che mi muovevo praticamente come uno sgabello. Nel senso che per camminare, per evitare di sentire dolore, o per contenere quel dolore, nel camminare cercavo di tenere il peso molto fuori dall’asse. Inizialmente a farmi male era solo la destra. Poi ha cominciato a farmi male anche la sinistra. E poi cercavo di camminare con la destra e con la sinistra. Quindi stavo con le gambe molto divaricate.

E naturalmente psicologicamente questo non ti aiutava.

No.. Io comunque continuavo a fare le cose che facevo anche prima. Nella fase iniziale pensavo che il dolore si sarebbe attenuato, che sarebbe tornato tutto a posto. Mi era già capitato in precedenza di sentire fastidio a livello inguinale e cose di questo tipo. Sono quei dolorini che uno si porta dietro e che poi, nel bene o nel male, si risolvono, anche solo dormendoci sopra una notte. Però questo problema specifico non si attenuava ed anzi il dolore continuava ad aumentare, la situazione continuava a peggiorare. Inizialmente ero tranquillo perché il mio medico di base mi aveva diagnosticato una tendinite e mi aveva detto “aspetta che ti passi e la risolvi”. In realtà dopo due tre mesi continuavo a peggiorare. Tutto questo mi metteva un po’ in crisi. Il primo specialista che ho incontrato era un osteopata. La prima cosa che mi chiese, quando andai da lui, è se avessi mai camminato normalmente. Sul momento mi sono fatto una risata, ma mi sono anche detto “accidenti, se lui che vede persone che hanno avuto situazioni come la mia tutti i giorni mi chiede se io abbia mai camminato normalmente, forse la situazione è davvero grave”. Poi, visto che mia sorella è infermiera e lavora in un reparto di ortopedia al San Luigi, le ho chiesto di potere vedere un ortopedico. L’ortopedico è rimasto un po’ spiazzato, perché nel visitarmi non riusciva a trovare una diagnosi che combinasse tutti i miei sintomi. Mi diceva: “mi parli di sintomi che mi farebbero pensare una cosa, ma quando cerco una conferma, non me la dai, non la trovo”. Quindi anche lui, come l’osteopata, era spiazzato. Mi propose di fare nel frattempo tutti gli esami che permettessero di escludere le ipotesi peggiori. Ho fatto gli esami del sangue, le radiografie, ecc.. In ogni caso l’esame che è stato determinante per capire cosa mi stesse succedendo è stato la risonanza magnetica. In seguito alla quale, le diagnosi possibili erano due. Da una parte osteonecrosi; dall’altra algodistrofia. Osteonecrosi avrebbe significato intervenire d’urgenza con l’inserimento di protesi a entrambi i femori. L’algodistrofia è una patologia sfigata, conosciuta da poco più di un centinaio di anni. Sull’algodistrofia non c’è molto da fare. Prima o poi si risolve da sé; però non ci sono cure e non si sa quanto tempo sarà necessario.

Tutto questo non faceva che aumentare la tua inquietudine..

Certo che sì. Soprattutto nell’ipotesi che fosse osteonecrosi. Chi mi fece la risonanza magnetica, mi invitò a ripetere l’esame dopo un mese per vedere l’evolversi della situazione. La prima risonanza la feci in novembre-dicembre 2013. La seconda i primi di gennaio. Da questa seconda risonanza emergeva che il quadro clinico non era peggiorato, ma era –sulla gamba sinistra- un po’ migliorato, anche se si trattava di un miglioramento appena percettibile. Questo però significava che non si trattava di osteonecrosi. La notizia sembrava positiva, perché a quel punto si trattava di algodistrofia e non si trattava che di aspettare. L’ortopedico, comunque, mi disse, che, pur credendo che si trattasse di algodistrofia, voleva provare a sentire il parere di altri medici. Io mi confrontai con il reumatologo del San Luigi, secondo il quale ciò che avevo poteva essere rivelativo della sindrome di Reiter o artrite reattiva. Lui ipotizzava che io avessi una infiammazione localizzata in qualche parte del corpo e che questa infiammazione avesse generato quella forma di artrite a livello del bacino. Dovetti fare un’altra vagonata di esami, dai quali emerse una infezione di poco conto –paragonabile all’influenza- agli organi genitali. Si trattava, mi disse l’urologa, di qualcosa di estremamente blando e di estremamente diffuso; due persone su cinque avrebbero questa infezione. Si trattava semplicemente di farla passare, senza ricorrere ad alcun tipo di antibiotico. Ma il reumatologo invece pensava che che, visto chel’artrite era stata ingenerata da questa infezione, sarebbe stata buona cosa che avessimo curato quell’infezione, per poi curare l’artrite ingenerata da quell’infezione. Dovetti allora assumere degli antibiotici per quell’infezione e poi inizia un trattamento con il reumaflex, un farmaco utilizzato, appunto per curare l’artrite. Nel frattempo continuavo a tenere monitorati i valori del sangue. Tutto questo fino ad agosto 2014. Nel mese di agosto mia zia mi parlò di un ortopedico delle Molinette che mi avrebbe potuto proporre una cura studiata per l’algodistrofia. Questa cura consistette in quattro infusioni fatte nell’arco di due settimane. Quattro giorni di day hospital alle Molinette. Arrivati a settembre non registravo ancora miglioramenti. Continuavo a muovermi con le stampelle. Era un movimento a pendolo, nel senso che facevo il passo prima con le stampelle e poi con le due gambe che seguivano. Il reumatologo del San Luigi mi propose, a quel punto, un farmaco che non ricordo se era definito “biologico” o “biotecnologico”. E quindi procedetti con questo nuovo farmaco. Nel frattempo io mi stavo convincendo che il problema nascesse dall’alimentazione, per cui stavo cercando qualcuno con cui parlare di questa cosa. Fu proprio nella settimana in cui avevo iniziato ad assumere il nuovo farmaco, che la moglie di un cugino di mia madre, che era a conoscenza della mia situazione, mi disse “guarda, scusami se mi permetto, ma se vuoi io avrei una persona da indicarti e tra l’altro tieni conto che questa persona ha risolto il problema di mia figlia col suo bambino. Questo bambino, fin da pochi mesi dopo che era nato, aveva delle febbri ricorrenti. Abbiamo fatto il giro delle sette chiese, senza concludere nulla. Fino a quando siamo arrivati alla dottoressa Pontesilli, che ha prescritto delle gocce, e con esse le febbri sono sparite. Adesso, a distanza di sei mesi, qualche febbre viene, ma si tratta di qualcosa di fisiologico nella vita di un bambino”. Mia madre mi riportò questa informazione, e decisi di provare con questa dottoressa. Ne parlai con mio padre, che, nel frattempo era giunto alla conclusione di consigliarmi qualcosa di “radicale”; ovvero di procedere con l’operazione per il taglio del femore, e con l’inserimento di protesi. Ma era una ipotesi che non mi entusiasmava molto. Io gli parlai invece di questa Marisa e del fatto che volevo confrontarmi con lei.

E così arrivasti al primo incontro con Marisa..

Sì.. C’è una cosa che non dimenticherò mai del primo incontro con Marisa. Il fatto che, per la prima volta, mi trovai di fronte una persona che considerasse il “tutto”, la “globalità”, anche temporale, di quello che avevo vissuto. Prima di avere quel fastidio a livello inguinale, avevo avuto dolori a livello toracico. Non erano dolori “consueti”. Erano dolori lancinanti. Mi faceva così male il torace che io non riuscivo ad alzarmi dal letto. Dovevo rotolarmi dal letto e poi alzarmi con le braccia. Quando parlavo ai medici di questo “precedente”, mi sentivo dire “va beh.. questo non c’entra niente con quello che hai adesso al bacino”. Ma questa risposta non mi soddisfaceva. Mi dicevo “Magari non c’entra niente.. ma guarda caso prima è arrivato quel problema e, poco dopo, è arrivato quest’altro problema”. Marisa è stata la prima volta in cui una persona –nel momento in cui le ho raccontato di quei problemi toracici e del mio dubbio che fossero collegati con quelli al bacino- mi rispose “eh si.. certo”. Io onestamente ora non mi ricordo se poi mi spiegò concretamente perché disse quel “eh, si certo”. Se mi fece capire su cosa basasse il ragionamento che la portava a fare quella esclamazione. Probabilmente sì. Comunque, al sentire quel “sì certo”, mi sono detto “finalmente abbiamo trovato qualcuno che riesce a vedere il problema nella sua complessità”.

A quel punto intraprendesti una cura omeopatica..

Sì.. le cose sono andate così. Cominciai a prendere un rimedio omeopatico che prendo ancora oggi. Inoltre lei mi diede un compito biologico. Mi aveva chiesto di scrivere la mia storia, la storia dei miei genitori, dei genitori dei miei genitori, dei nonni dei mie genitori; naturalmente, sempre in base a quanto ricordassi. Voglio darti un altro aneddoto del primo incontro avuto con Marisa. Durante la visita, mio padre disse “ah, fermiamo tutte le cure farmacologiche classiche, tu adesso ti curi come ti sta dicendo la dottoressa”. A quelle parole io ebbi una reazione fisica di allontanamento dalla scrivania, che Marisa notò subito. Al che disse “no, lui non vuole adesso smettere coi farmaci”. Poi mi guardò negli occhi e aggiunse “noi adesso andiamo avanti con i tuoi farmaci, e con quello che ti prescrivo io. Certo è che se poi gli esami del sangue cominciano a dare dei risultati strani a livello di fegato o altro.. poi ne riparliamo”. In realtà non c’è stato bisogno di riparlarne, perché, a distanza di poco tempo, gli esami del sangue cominciavano in effetti a dare dei valori non positivi a livello del fegato ed il reumatologo del San Luigi mi disse momentaneamente di fermarmi con l’assunzione, in modo da fare rientrare i valori del fegato. Essendo immunosoppressori, il reumatologo mi disse che dovevo ricominciare a prenderli quando stavo globalmente bene; non dovevo avere influenza, mal di testa, niente. Io quindi mi sono fermato con i farmaci classici e ho continuato con quelli che mi aveva dato Marisa. I farmaci classici non li ho più ripresi. Mi ero convinto che non facessero niente, che non avessero alcun effetto positivo. E mi dava fastidio farmi “sforacchiare” la pancia, con quelle iniziazioni a cadenza grossomodo bi settimanale, specie se probabilmente –così ritenevo- non ne derivava alcun impatto positivo. Per non riprendere “approfittai” anche del fatto che in quel periodo ero anche un po’ influenzato. Continuai allora solo col rimedio che mi aveva dato Marisa e, dopo un po’ di tempo cominciai a registrare un miglioramento della situazione del bacino. Quando andai dal reumatologo, lui e la sua assistente erano meravigliati dal miglioramento che avevo avuto; ed erano anche molto contenti. “Però vi devo confessare”.. cominciò a dirgli. “Cosa hai combinato?”, mi chiedono curiosi. E io rispondo “da che io ho interrotto i farmaci che stavo prendendo non ho più ricominciato”. Allora lui, guardandomi, disse “eh beh.. effettivamente non è merito dei farmaci. Però questa cosa io non posso scriverla. Ma va bene così. Non riprendere i farmaci e vai avanti per la tua strada”.

Racconta tutti i vari passaggi…

Inizialmente cominciai a mollare una delle due stampelle, perché riuscivo ad articolare meglio il passo. Il reumatologo, vedendo questo miglioramento ad una visita di controllo, mi disse “guarda, se io non conoscessi la tua storia clinica mi fermerei qua.. ormai stai migliorando.. stai guarendo.. 2 . Nel corso di quella stessa visita mi chiese “ma tu stai prendendo altri farmaci?”. Gli risposi di no, ma aggiunsi che stavo seguendo una terapia omeopatica. Lui non dette molto credito alla cosa.. “ma no.. quelle sono altre cose..”, disse. Io non sono stato lì ad insistere sul valore del percorso che stavo seguendo. Tornai da lui a dicembre, dove mi confermò, oltre ogni ombra di dubbio, che mi considerava guarito.

Ci posso credere visto i risultati che hai avuto..

Un giorno Marisa mi propose di farmi vedere da un suo collega, Claudio Simonelli, kinesiopata. Non ebbi un momento di dubbio. Il giorno dell’appuntamento, lui mi fece sdraiare sul lettino e mi tenne mezz’ora.. un’ora.. con la mano appoggiata un po’ sotto il collo e un po’ sotto il bacino, ma per lo più mi teneva la testa. Io in quel momento pensavo “chissà che cosa sta facendo questo qua”. Però la situazione non era spiacevole; ero sdraiato, e non sentivo male, anzi. Sta di fatto che nel momento in cui io mi alzai dal lettino e appoggiai i piedi a terra, capii che non avevo bisogno di utilizzare la stampella. La sensazione era di mancanza di dolore dove prima invece, facevo proprio fatica ad appoggiare il piede. Tornai a casa con la stampella in mano e da quel giorno non ho più utilizzato le stampelle. Tornai a casa piangendo. Avevo la sensazione che il problema si stesse finalmente risolvendo. Per un periodo tenni le stampelle in macchina per paura. Volevo averle a portata di mano qualora si rimanifestasse il dolore. Ma ad un certo punto mi sono detto “basta.. queste stampelle in macchina non li voglio più vedere..”. Per cui le misi in uno sgabuzzino in casa. E qualche tempo dopo le diedi a mio padre che credo le abbia buttate (ride).

Ho continuato a vedere Claudio a cadenza settimanale. Poi bisettimanale. Finché mi ha detto che quando volevo ci potevamo vedere, ma ormai potevo sostanzialmente andare per la mia strada. Mi aveva dato anche degli esercizi da fare che, sinceramente, faccio.. ma.. non in modo troppo regolare. Riepilogando, devo ammettere che con il rimedio di Marisa e con il trattamento di Claudio ho colto davvero un grande salto di miglioramento terapeutico. E oggi, per carità, non corro ancora, ma rispetto ad un anno fa ne è passata davvero di acqua sotto i ponti.

Una storia davvero emblematica e rivelatrice.. perché problematiche di salute come quella che hai dovuto affrontare tu, sono problematiche che la gente comune non collegherebbe mai all’omeopatia, come approccio terapeutico. Neanche chi apprezza l’omeopatia. Di fronte a un problema come quello che hai avuto tu si consiglierebbe –anche giustamente per certi aspetti- l’osteopata, il chiropratico, ecc. Vicende come questa ci fanno capire che il campo di azione dell’omeopatia può essere più esteso di quello che solitamente si immaginerebbe. Naturalmente dipende anche da come viene attuata una cura omeopatica. L’omeopatia è un mondo dove la capacità, la conoscenza e l’approccio del terapeuta contano enormemente e possono fare una grandissima differenza tra un omeopata e un altro.

Concordo appieno. Anche io penso che non tutti gli operatori omeopatici hanno uno spettro di conoscenza tale da renderli capaci di affrontare le cose come riesce ad affrontarle Marisa e, per quanto riguarda il suo campo, Claudio. Ed è chiaro che, se incontri il terapeuta omeopatico “sbagliato”, e non riscontri risultati positivi, arrivi a credere che tutta l’omeopatia sia “acqua fresca”. Comunque.. io ritengo di avere avuto un culo della Madonna .

Credo che quello che hai vissuto rientra nei doni della vita. Molte volte si rischia, specialmente di fronte a problematiche patologiche di difficile interpretazione, di stare anni a girare in ospedali, a fare esami e controesami, a smarrirsi in labirinti.. fino ad entrare in una dinamica da eterno malato.

Grazie di avere condiviso questa storia Igor.

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La storia di Silvia e Nico – un percorso tra malattia, cura e amore

by on dic.28, 2015, under Guarigione, Ispirazione, Medicina

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Conobbi Silvia Deiana poco più di tre anni fa, e rappresentò, per me, l’inizio di un percorso. Dato che l’intervista che le feci fu la prima di una lunga serie di interviste che avrei fatto nel corso del tempo nell’ambito del mondo delle cure alternative. Interviste fatte soprattutto a persone che avevano affrontato o stavano affrontando una patologia di un certo livello (spesso oncologica); e in merito alla quale erano approdate, ad un certo punto, in un percorso di cura “alternativo”. O interviste fatte a persone che avevano un famigliare caro che si era trovato in una situazione del genere. O interviste fatte a medici o ricercatori “di frontiera”.

Di Silvia all’epoca sapevo solo che il marito affetto da un grave tumore, aveva avuto grandissimi benefici con la terapia Di Bella. E visto che avevo e ho un interesse particolare (anche se non esclusivo) per la Terapia Di Bella, la contattai per chiederle se voleva che le facessi una intervista.
Il metodo Di Bella non fu l’unico percorso “non convenzionale” seguito da Nico, il marito di Silvia. Altre “conoscenze” erano già state messe in gioco quando io conobbi Silvia, e si aggiunsero, in modo sempre più incisivo nei tre anni precedenti.
Nico due anni fa ha lasciato questo mondo. Nonostante il dolore immenso che una persona, così infinitamente amata dai suoi cari, come era Nico, lascia quando viene meno il suo tempo su questa terra, il suo è stato anche un tempo di vita conquistata. Anni di vita da poter regalare a se stesso e ai suoi figli; anni di vita che la grave patologia di cui era affetto sembrava gli avrebbe negato. Per certi aspetti Nico è stato un miracolato. E se sicuramente ci ha messo la sua forza di volontà, il merito, e non ho problemi a usare questa espressione così forte, è quasi totalmente della moglie, che spinta dall’amore, da uno di quegli amori possenti da romanzo, si buttò a capofitto nello studio, su internet e sui libri, pur di trovare una via che desse a Nico una speranza. Silvia passò infinite nottate a studiare, studiare, studiare; a confrontarsi, confrontarsi, confrontarsi. Sia su internet. Sia (in modo più classico) su testi cartacei. Sia parlando con tante persone dal vivo.
Si può dire che lei adesso è una persona molto diversa da quello che era più di 3 anni fa, quando cominciò il calvario del marito. Ha una conoscenza impressionante del mondo dell’”altra medicina”. E non si è mai fossilizzata su uno aspetto di quel mondo. Col passare del tempo, anzi, i suoi orizzonti si sono sempre di più allargati. Senza negare nulla del buono di ciò che aveva conosciuto in precedenza (micoterapia, Metodo Di Bella, dieta curativa, ecc.) è arrivata, specie negli ultimissimi tempi, a dare una importanza sempre più centrale alle profonde cause energetiche e spirituali della malattia e, in connessione, alle trasformazioni che su quei piani devono operare per potere giungere ad una profonda guarigione. Sono riflessioni importanti perché toccano quei livelli che spesso devono essere messi in gioco per provare a capire fino in fondo perché un determinato problema è insorto nella nostra esistenza e per venirne definitivamente a capo. Lo scopo è quello di una Guarigione Autentica che è qualcosa che pur comprendendo la guarigione fisica non si conclude in essa. Dato che una persona può anche fisicamente guarire, ma restare ancora portatore di una “ferita” che potrà trovare, in un momento successivo, un’altra manifestazione somatica.
Nico nonostante il “miracolo” di anni di vita conquistati a dispetto di ogni previsione, dopo tre anni ha lasciato questa vita. Le cure ufficiali, che inizialmente, e per un certo periodo, intraprese, furono assolutamente inappropriate e devastanti. C’è davvero da credere che se non le avesse intraprese adesso, con molta probabilità, sarebbe ancora vivo.
Ma questa storia non è la storia di amarezza e dolore. Non solo almeno. Ma di uno sconfinato amore che, pur nella prova estrema, ha continuato nella sua fioritura e che è diventato “atto di dono al mondo”.
Perché è questo che la vita di Silvia è diventata. Atto di dono al mondo. Dinanzi a una prova così radicale e a tanti anni di battaglia totale, ci si può chiudere completamente o sciogliersi in un amore che abbraccia il mondo. Ed è questo che, come vedrete, Silvia ha fatto.
Di seguito, la testimonianza che ha scritto, e che mi ha inviato, in cui racconta tutto questo percorso.
Leggetela con attenzione. Lo merita veramente.
Ed è un dono che lei vi fa e che voi (leggendo) fate a voi stessi.
Grazie a tutti voi e grazie a te Silvia.
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L’INIZIO DELLA MALATTIA

Sono trascorsi degli anni da quando questo pc era fondamentale per noi…direi vitale. E oggi finalmente riesco ad aprirlo cercando di scrivere qualcosa sulla mia esperienza, qualcosa che possa essere d’aiuto agli altri. Purtroppo ho maturato una certa esperienza nel settore, grazie a tantissime notti insonni, letture su letture, ricerche e contatti. Sono per natura una ragazza curiosa, devo sempre andare infondo alle cose, non mi accontento e sono anche un tantino diffidente. La vita mi ha insegnato che nessuno ti regala nulla e che dobbiamo costruirci noi la strada. Ero una ragazza come tante, 31 anni appena compiuti, una bimba di 4 anni e il maschietto appena nato, solo 3 mesi. Sposata con il mio fidanzato storico, 33 anni, poliziotto, bellissimo e grintoso…quel tipo di ragazzo con cui ti senti sempre al sicuro e sai che con lui accanto non ti accadra’ mai nulla. Avevamo una vita normale e ordinaria, casa, lavoro e figli. Mio marito pero’ soffriva da tempo di forti dolori alla schiena, sapeva di avere una piccola ernia del disco, dovuta probabilmente al suo lavoro in volante, quindi non diede troppa importanza alla cosa. Ma il dolore continuava, cosi’ decidemmo di fare una risonanza che ci porto’ a comprendere che piu nulla sarebbe stato come prima.

L’ESITO DELLA BIOPSIA

Era una mattina di marzo, cucinavo per lui delle patatine fritte…a lui piacevano tagliate fresche con l’uovo sbattuto sopra, cosi’ come le cucinava la sua amata nonna. Entro’ a casa con uno sguardo preoccupato, poggio’ il cappello nel tavolo del soggiorno e arrivo’ da me con il referto della risonanza. Parlava di linfoadenopatie sospette. Inutile dire che all’epoca non sapevamo neanche cosa fossero, cosi’ lo convinsi a chiamare la sua dottoressa, che gentilissima gli spiego’ che i suoi linfonodi addominali erano cresciuti troppo e che doveva fare una consulenza oncologica. Ricordo ancora che al telefono gli disse di non fasciarsi la testa prima di rompersela, ma funziono’ poco. La sola parola “oncologico” ci chiuse lo stomaco e le patatine con l’uovo sbattuto rimasero nel tegame in cucina. Era il marzo del 2010, da li seguirono ecografie, tac, esami ematici e ogni genere di test. Si pensava, dato la giovane eta’ e la problematica estesa ai soli linfonodi, che fosse un possibile linfoma. Gli fecero una biopsia a un linfonodo nel collo e portarono i tasselli ad analizzare. Ci volle 1 mese e mezzo per avere la diagnosi. Ricordo bene quel giorno, era maggio ma c’era molto vento. Andammo in ospedale per apprendere direttamente dai medici la diagnosi e avere al contempo una spiegazione. Il professore ci fece accomodare in una stanzetta fredda, alle sue spalle aveva 4 o 5 tirocinanti che ascoltavano in silenzio. Esordi’ dicendo “mi dispiace, avrei voluto darle una notizia migliore ma non e’ cosi’. La strada per lei e’ molto in salita. Ha un carcinoma a piccole cellule, un tumore che colpisce le cellule epiteliali, nel suo caso sicuramente i polmoni”. Rimasi di sasso, i conti non mi tornavano, ma in quel momento pensai solo a mio marito. Era sconvolto. Quando andammo via dalla stanza asettica di quel reparto triste, entrammo in ascensore. Vidi mio marito tremare come una foglia. Era la prima volta che lo vedevo in preda al panico. Un ragazzo alto quasi 1.90 cm, muscoloso e forte era in balia della tempesta. Lo abbracciai e gli dissi che nessuno poteva fare prognostici sulla vita delle persone. Gli dissi che solo noi facciamo le casistiche, con la nostra forza, coraggio e determinazione. In quel momento qualcosa nel nostro rapporto cambio’. I ruoli si invertirono e fui io a prendermi la responsabilita’ di tutto, decisi io di prendermi cura di lui e di ogni cosa. Avrei fatto di tutto per salvarlo.

L’INIZIO DELLA LOTTA

Decisi di telefonare subito a un bravo dottore che nel frattempo tramite amicizie avevamo conosciuto, gentilissimo e disponibile. Ci accolse in una stanzetta di un altro ospedale, fece un gran bel sorriso e lo tranquillizzo’. Ricordo ancora che mio marito gli chiese se c’erano speranze per lui, se poteva ancora lottare….e lui lo guardo’ dritto negli occhi e gli disse “certo che hai speranza, ma come ti e’ venuto in mente?! Ora dobbiamo solo capire bene la sede primitiva del tumore, dopo di che inizierai la tua terapia!!! ho visto casi impossibili portati a guarigione completa. Oggi inizia la tua lotta!!” . In quel momento vidi il viso di mio marito cambiare…aveva capito che almeno c’era una speranza, una possibilita’…e lui l’avrebbe colta. Avrebbe fatto di tutto per poter guarire. Questo medico infatti e’ un bravo pneumologo e sapeva bene che quel referto non poteva essere esatto. Decise quindi di far ripetere l’esame istologico in un’ altra struttura. Abbiamo atteso un altro mese e mezzo.

LA POCA CHIAREZZA DELLA DIAGNOSI

Arrivo’ il secondo esame istologico: carcinoma indifferenziato a piccole cellule. Stessa cosa, non era possibile…..i suoi polmoni erano puliti, non poteva essere una neoplasia polmonare, fin qui ci arrivavo bene anche io. Ma in ospedale pressarono molto per iniziare la chemioterapia, dicendo che il tempo era poco e che gli istologici parlavano chiaro. Erano chiari per loro ma non per me. Piu’ volte intavolai discussioni con il primario e i vari oncologi, volevo un nuovo istologico, questa volta fatto in un’altra regione. Piu’ volte mi dissero che dovevo fidarmi di loro e smettere di studiare e leggere nel web. Peccato che di loro io non mi sono fidata neanche un minuto. Infatti avevo ragione.

INIZIA LA MIA RICERCA SULLE CURE NATURALI

Iniziai a leggere tanto sulla chemioterapia cosi come sulle cure naturali. La chemio non aveva senso per me. E’ un discorso puramente logico. Il tumore arriva in una situazione di indebolimento del sistema immunitario. Se si ha la fortuna di avere una neoplasia circoscritta, la chemio distrugge il tumore e in qualche modo forse ti salvi. Se, come nel caso di mio marito, i tumore ormai e’ diffuso, la chemio non e’ in grado di distruggere tutto ma devastando il sistema immunitario non da modo al corpo di difendersi. Il tumore stesso diventa chemioresistente e muta, diventando ancora piu’ aggressivo. A quel punto viene sempre offerta al paziente una nuova batteria di chemioterapici ancora piu’ forti, fino a quando il malato muore e non certo a causa del tumore. Cominciai a informarmi sui vari tipi di cure naturali mirate per i tumori e per aiutare il sistema immunitario a rinforzarsi. Studiai un vero e proprio protocollo fatto di sciroppo di aloe arborescens che preparavamo a casa, graviola, vitamina B17, ascorbato di potassio, caisse formula, micoterapia, beta carotene e una dieta alcalina, fatta di alimenti naturali e vegetali biologici.

L’ INIZIO DELLA CHEMIOTERAPIA

Purtroppo a causa del pressante terrorismo psicologico dell’ospedale, mio marito nel luglio del 2010 comincio’ la chemioterapia con protocollo PEB (platino, etoposide, bleomicina), un mix di farmaci vecchi e pericolosi. Capii che dovevo rispettare la sua scelta, anche se non fu facile per me. Mi giuro’ che avrebbe fatto con molta cura e attenzione il mio protocollo naturale e cosi’ fu. Gia dal primo giorno di chemio notai una vera e propria metamorfosi negativa in lui, aveva la pelle grigia, i capelli stopposi, era molto screpolato in viso….sembrava davvero un veleno nelle sue vene e oggi so che lo era davvero. Ancora mi pare assurdo che i malati scelgano di sottoporsi a una tale follia, ma rispetto la loro scelta e ancora oggi li aiuto a trovare un giusto protocollo naturale che possa sostenerli. Perche’ esiste!!! e trovo assurdo che in ospedale non venga dato un aiuto immunitario attraverso cure naturali mirate. E badate bene che io di medici, primari e professori ne ho conosciuto tanti in giro per l’italia…e quasi tutti sono al corrente che l’aloe ad esempio aiuta tantissimo il corpo, anche durante la chemio. Ma in pochi lo dicono, per paura di esporsi ad un sistema che in caso contrario li farebbe fuori in un istante. Ormai e’ difficile trovare un medico che va contro gli interessi economici e tutela solo la salute del suo paziente. Difficile ma non impossibile…io ne ho trovati.

COME LE CURE NATURALI INTERAGISCONO POSITIVAMENTE ALLA CHEMIO

Le chemio si susseguirono settimana dopo settimana, cosi’ come le cure naturali, prese quotidianamente. Persino i freddi dottori dell’ospedale notarono con interesse e stupore la risposta positiva di mio marito a quel terribile veleno. Con quella chemio non e’ difficile trovare pazienti che perdono unghie e denti oltre ai capelli, che hanno gravissime neutropenie e piastrinopenie, lui invece stava bene. Non era per niente debole, andava al mare, faceva calcetto e anche body building. Insomma davvero sorprendente!! mi capito’ in quel periodo di andare anche in un grande e noto ospedale oncologico milanese, dove un medico mi disse che non era per niente colpito dalla reazione positiva di mio marito alla chemio in presenza dell aloe, dato che lui stesso la stava studiando in laboratorio con grandi risultati. Peccato pero’ che non poteva divulgarlo poiche’ senza un brevetto era impossibile integrarla alle cure dei suoi malati. Siamo sempre li. Business, business e business.

LA CHEMIO AVEVA FALLITO

La chemio termino’ nell ottobre del 2010, la tac pero’ non fu proprio un grande successo. Era migliorato ma di poco, circa un 30% a fronte di una tossicita’ elevatissima. Lo misero in pausa e io insistetti ancora per avere un nuovo istologico. Durante quei mesi continuo’ le cure naturali e sembrava una roccia. Era forte e pieno di energia. Chi aveva modo di vederlo, Medici compresi, stentava a credere che fosse cosi’ gravemente malato. Passarono alcuni mesi e la sua oncologa insistette per cominciare nuova batteria di chemioterapici, ma io con molta fermezza le dissi che prima di un nuovo istologico non si sarebbe iniziato nulla, dato che ancora ero convinta che il tumore di mio marito non fosse quello. Sapevo bene di non avere le sue simpatie, per lei ero solo una gran rottura. Non ero la tipica mogliettina spaventata che sventolava il marito durante le sedute di chemio. Ero una noiosa e petulante ragazza che leggeva, studiava e si informava ….e soprattutto faceva domande, troppe.

NUOVA CHEMIO FALSE SPERANZE

Arrivo’ dopo altri 2 mesi dal Belgio, il nuovo esame istologico. Indovinate un po??? sarcoma. Tutti nel panico, dottori, infermieri, professori….una bolgia. Ne avevano sparate di grosse in quei mesi, carcinoma qui, carcinoma li, linfoma, persino carcinoide….ma sarcoma proprio no. Con un sarcoma dei tessuti molli doveva essere morto da tempo, invece era li, vivo e vegeto e pure in forma.
Nessuno aveva una spiegazione. La sua oncologa ebbe una geniale idea…facciamo un trapianto di midollo autoctono, e poi radiamo al suolo con la chemio. Si, le dissi io, radiamo al suolo chi? Il tumore o mio marito?…ricordo ancora la sua faccia, mi odiava proprio. E pensare che lui era quasi convinto di farlo!!!! dovetti impormi per fargli vedere le alternative. Decisi di consultare fuori regione uno dei massimi esponenti che si occupano di sarcomi. Prendemmo l’aereo e andammo in un altro grande ospedale nazionale, volevo sentire da questo grande esperto una possibile soluzione. Ci accolse in una stanza fredda e piccola in un ospedale che dire triste e’ dire poco. All ‘ingresso vidi mio marito assorto fissare i malati che entravano e uscivano come zombie, senza capelli e grigi di carnagione. Mi disse “ sono tutti morti, ma ancora non lo sanno”. Il dottore lo visito’ accuratamente, era incredulo. Mentre mio marito si rivestiva, mi disse “io non so come sia potuto durare cosi’ tanto…e poi con questa forma fisica!!! non ho parole”. Gli dissi del protocollo naturale che avevo fatto per lui e mi consiglio’ di continuarlo. Era passato un anno dalla scoperta del tumore. Secondo i loro calcoli doveva essere gia’ morto. Gli propose una nuova chemio, questa volta mirata per i sarcomi e ci confermo’ che era un miracolo quel 30% ottenuto con il PEB dato che quel tipo di chemio non scalfiva minimamente i sarcomi dei tessuti molli. Aveva fatto 6 cicli di chemio inutile.
Volle fare un nuovo istologico, era il 4°, questa volta da un suo amico nel nord italia, per capire che tipo di sarcoma fosse. Il risultato no si fece attendere: sarcoma desmoplastico a piccole cellule rotonde, con interessamento linfonodale. Una condanna a morte certa, oppure un miracolo vivente, dato che non ci sono sopravvissuti a questa neoplasia in fase avanzata.

SARCOMA DESMOPLASTICO E METODO DI BELLA

Questo tipo di sarcoma e’ stato scoperto nel 1989 e fino ad oggi a livello mondiale ci sono stati forse 300 casi in tutto il mondo. La forma ai linfonodi e’ la rarita’ nella rarita’, in italia e’ il primo caso in assoluto.
Tornammo a casa e si comincio’ questa nuova chemioterapia (Epirubicina e ifosfamide/ mesna). Fece 3 cicli che lo portarono ancora una volta a perdere i capelli, questa volta anche ciglia e sopraciglia. Quando si guardava allo specchio stentava a riconoscersi, ma credeva nella sua guarigione e si impegnava al massimo continuando il solito protocollo naturale. Era agosto quando arrivo’ l’esito della tac. La chemio fu inutile. Nessun risultato e tanta tossicita’ accumulata. Gli prenotarono la quarta seduta per settembre, proprio nel giorno del suo compleanno. Fu allora che decisi di impormi. Nei mesi precedenti avevo studiato il metodo di bella ideato da Prof.Luigi Di Bella ad oggi continuato da suo figlio Dott.Giuseppe e dai suoi allievi sparsi in tutta Italia. Questa cura aveva un senso per me. Dott. Di Bella scopri’ che i tumori, tutti, sono nutriti dall’ormone della crescita. Quindi la sua cura mira ad inibire questo ormone attraverso dei farmaci, mentre l’altra parte della cura e’ rappresentata da diversi elementi naturali, studiati e collaudati dal professore, che spingono il sistema immunitario e lo rinforzano. Tutto aveva un senso, finalmente. Feci vedere a mio marito i video di Dott. Giuseppe dove spiega in cosa consiste la cura e lui che era un ragazzo estremamente colto ed intelligente capi’ subito che non poteva non tentare questa strada. Partimmo per Bologna a fine settembre per conoscere Dott. Giuseppe Di Bella e iniziare la terapia. I costi erano elevatissimi, fuori dal nostro budget, cosi’ mio marito, persona sempre propositiva e forte, decise di costruire una piccola ditta edile che potesse permettergli di usare il ricavato interamente per le sue cure mediche.

GLI EFFETTI STRAORDINARI DEL METODO DI BELLA

Gli effetti della cura Di Bella furono evidenti da subito. Il suo colorito da grigio divenne roseo, i capelli da stopposi divennero ricci e pieni di volume. Dopo soli 3 mesi era pieno di forza. Mi disse “io non so cosa abbia questa cura, ma sento che potrei scalare una montagna. Non mi sentivo cosi’ in forma neanche quando ero ragazzino”. Era cosi’….in piena forma fisica, di conseguenza il morale era alle stelle. Continuo’ la cura di Bella per 1 anno e alla tac notammo che il tumore era stazionario, un risultato enorme. Decidemmo di intentare causa in tribunale per avere la cura direttamente mutuabile, ma nonostante le prove fornite, il CTU, grande oppositore della terapia di bella, riusci’ a farci bocciare la richiesta. Non ci scoraggiammo, si ando’ avanti con sacrificio e forza.

SARCOMA DESMOPLASTICO E IPERTERMIA

Continuai i miei studi sui sarcomi, tra inibitori della pompa protonica, antiacidi, e ipertermia. Trovai in rete degli studi su ipertermia nella cura contro i sarcomi dei tessuti molli. Il calore sprigionato da queste piastre era in grado di uccidere le cellule tumorali, che in realta’ sono molto deboli. Decisi di contattare Dott. Lucio Rocca che a Monza ha uno studio medico che si occupa di cura biologica dei tumori, attraverso ipertermia e metodo di bella. Dott. Rocca fu infatti uno dei primissimi allievi di Prof. Luigi Di Bella, quindi conosce perfettamente la cura e i suoi studi. Partimmo da lui nell ottobre del 2012. ci colpi’ tanto questo Dottore, in realta’ Professore di ipertermia a Tor Vergata, esperto di micoterapia e cure naturali, ha studiato persino medicina ayurveda in america. Finalmente trovammo un ambiente ospitale, uno studio medico accogliente, con tanti Dottori che seguono i pazienti in tutto il percorso dalla riabilitazione alla nutrizione. Ci accolse nel suo studio e gli disse subito una frase che mi colpi’ molto e che di li a poco mi apri’ la mia vera strada: “guarisci la tua anima, solo allora guarira’ il tuo corpo”. Quanto aveva ragione!!!!!

DA SOLA HO TROVATO L’UNICA CURA CHE FUNZIONA!! SI AGGIUNGE LA STEREOTASSICA

nel mese di novembre del 2012 mio marito, seguito da Prof. Rocca, comincio’ la cura biologica, ovvero metodo di bella e ipertermia, con aggiunta della Stereotassica, una sorta di radioterapia molto avanzata e precisa, che si ando’ a fare allo IEO di Milano. Dopo solo 1 mese di trattamento fece una TAC di controllo e il risultato ci lascio’ senza parole…..riduzione del 50% di un pacchetto linfonodale dell’addome, che si decise di trattare perche’ piu’ grande rispetto a gli altri e per verificare l’effetto della terapia in atto. AVEVAMO TROVATO LA STRADA GIUSTA!
Nel buio di una malattia rara e impossibile, sconosciuta ai tanti oncologi, io che non sono nessuno, grazie ai miei studi e alla mia voglia di trovare una strada, ero riuscita ad avere un risultato che neanche i medici avrebbero sperato. Avevo ideato un protocollo naturale e una serie di cure che agivano in sinergia, rinforzando il sistema immunitario e colpendo in maniera mirata il tumore.
Ricevetti mail e telefonate, soprattutto da un ospedale della capitale, dove un oncologo che tra i tanti aveva visitato mio marito, mi chiese dove avevo trovato quel protocollo, dato che per la prima volta in quel momento, in Germania, lo stavano sperimentando. Parlo di ipertermia con l’aggiunta di alcuni elementi fortemente antitumorali della di bella. Io ovviamente non ne sapevo nulla. Ci arrivai per caso, per logica e per intuito.

PSICOBIOGENEALOGIA PER COMPRENDERE L’ORIGINE E IL CONFLITTO DI OGNI MALATTIA

Le famose parole di Dott. Rocca, come ho spiegato precedentemente, non mi lasciarono indifferente. “guarisci la tua anima, solo allora guarira’ il tuo corpo”….dentro di me sapevo da sempre che era cosi’, che aveva ragione. Sentivo di dover approfondire, l’argomento mi interessava molto, cosi’ grazie alla mia cara amica Ines, cominciai a leggere e piano piano studiare la psicobiogenealogia, partendo dai libri di Gerard Athias, Brebion, Anne Schutzenberger e frequentando alcuni seminari sull’argomento. Compresi che la malattia e’ uno dei tanti aspetti della nostra anima, un sintomo di malessere, una richiesta di aiuto che spesso viene dal passato, nostro o ereditato dai nostri familiari, un risentito che va compreso e superato. Studiai il genoma di mio marito e compresi molto chiaramente che la sua malattia aveva origini familiari passate, ma anche personali. Lui era un ragazzo molto pragmatico, razionale. All’inizio non voleva vedere, sminui’ la cosa, faceva finta di nulla mentre io divoravo un libro a notte. Poi con il tempo si rese conto che la sua malattia non era un caso, aveva radici lontane e sofferenza che si portava dietro da quando era piccolo. Piano piano comincio’ a parlare e a piangere. La grande armatura che con gli anni si era costruito per illudersi di non soffrire, piano piano stava cadendo.

IL PRIMO INTERVENTO CHIRURGICO

Era l’inverno del 2013 una mattina ci rendiamo conto che i suoi occhi erano gialli, cosi’ dopo qualche giorno notando il peggioramento decise di andare all’ospedale e dopo alcune analisi fu ricoverato e operato perche’ un linfonodo premeva sulla colecisti causando un occlusione, quindi fu necessario il posizionamento di uno stent biliare in titanio, un intervento di routine che pero’ per lui ebbe esiti catastrofici. La bilirubina infatti calo’ di poco, cosi’ nelle settimane successive ebbe febbri altissime che solo dopo scoprimmo fossero causate da setticemia. Fu rioperato nella primavera del 2013 per inserire nuovo stant, perche’ quello precedente si ostrui’ dopo pochi giorni. Un effetto rarissimo ci dissero, poiche’ lo stent era in titanio doveva essere sicuro.

IL SUO TESTAMENTO SPIRITUALE

Un malato di cancro ha un equilibrio precario. Il sistema immunitario minato dalla malattia e rovinato dalle chemioterapie e’ labile. Basta pochissimo per rovinare il lavoro di anni e cosi’ fu.
Mio marito si consumo’ piano piano. La setticemia fu un colpo troppo grande per lui. Non si e’ mai arreso, ha lottato ogni giorno della sua vita per poter vedere crescere i suoi figli. Un giorno mi disse queste parole e io le conservo gelosamente nel mio cuore…”non sono uno stupido, so bene che la mia malattia e’ impossibile. E’ come se avessi una bomba ad orologeria in pancia. Ma sono ancora vivo, nonostante il poco tempo che mi hanno dato i medici. Sono passati 3 anni e sono qui. Ho potuto passare del tempo con te e i bambini e questo e’ solo merito tuo. Fosse stato per me avrei seguito i loro consigli e ora sarei morto. Sono vivo solo grazie a te. Non mi arrendero’ mai. La vita per me e’ come una corsa ad ostacoli….c’e’ l’ostacolo li di fronte a te, non puoi rimanere a guardarlo. Lo salti e vai avanti. Magari lo butti giu, ma non fa nulla. L’importante e’ non stare fermi, tentare! Anzi mi piace descrivertela cosi’…io adoro giocare a calcio, lo sai, la vita e’ proprio come una partita di calcetto. Quando entro in campo so che trovero’ avversari anche piu forti di me, ma che faccio, me ne vado? No, io quella partita me la gioco tutta, se vinco bene, se perdo pazienza, ma dal campo vado via sempre a testa alta”.

IL VOLO

Mio marito e’ morto in una mattina d’estate del 2013, tra le mie braccia a casa sua cosi’ come voleva lui. E’ stato al mio fianco per 20 anni e da lui ho imparato molto. Credo che un dolore cosi’ grande ci metta di fronte a due scelte: o ti indurisci o impari a dire grazie. Mio marito e la sua malattia mi hanno donato occhi nuovi per vedere il mondo. E’ come se guardassi le cose da un’altra prospettiva, da un altro punto di vista. Ogni giorno sono grata di cio’ che ho e sono felice, nonostante tutto, felice doppiamente anche per lui. La vita e’ un dono meraviglioso e bisogna gioire ed essere grati ogni giorno. Dopo la sua morte continuo ad aiutare i malati nel suo nome, porto avanti i gruppi web che ho fondato sul diritto alla liberta’ di scelta terapeutica e cure naturali (Diritti dei malati-liberi di scegliere e Micoterapia e cure naturali) organizzo con i nostri amici ogni anno un bellissimo memorial di calcetto dove tutto il ricavato viene dato alla fondazione di bella per la cura dei tumori, porto avanti iniziative in aiuto ai malati oncologici. Attraverso questi atti concreti riesco a dare un senso a tutto cio che ci e’ capitato. E’ come se il dolore fosse filtrato attraverso un meccanismo di bene. E’ il mio modo di onorare il suo cammino terreno, attraverso atti concreti di solidarieta’. Lui avrebbe voluto questo e io cosi’ onoro la sua memoria.

CONCLUSIONI

Vorrei concludere ringraziando il mio amico Alfredo Cosco che mi ha gentilmente offerto la possibilita’ di far conoscere la mia storia, per lasciare a tutti voi un messaggio importante. Dopo questi anni di studi e ricerche, e dopo la mia esperienza di moglie di un malato di cancro vorrei dirvi solo questo: ricordatevi che la malattia non e’ una maledizione. Ognuno di noi ha un compito in questo viaggio terreno. Non siamo qui per fare una passeggiata ma per imparare e lasciare un insegnamento al prossimo, possibilmente d’amore e solidarieta’. La malattia e’ un disagio dell’animo, cosi’ mentre vi prendete cura, giustamente, del vostro corpo, ricordatevi di non trascurare la psiche ovvero il vostro animo. Una strada non esclude l’altra. Va benissimo la dieta, gli integratori naturali, la cura che avete scelto, ma non trascurate voi stessi. Per ogni malattia c’e’ un risentito, una ferita che riemerge dal passato. Non voltatevi dall’altra parte, ascoltatevi.

Finisco queste ultime righe scrivendo cio’ che ho letto in chiesa il giorno del funerale di mio marito. che siano per tutti voi fonte di riflessione. Buona vita, Silvia.

16 luglio 2013

“Ci siamo incontrati in un giorno d’estate di 20 anni fa, eravamo cosi’ piccoli ma sentivamo che il nostro amore era grande e speciale. Ci siamo giurati di non lasciarci mai e cosi’ abbiamo fatto, mano nella mano affrontando le avversita’ della vita…e noi quella vita l’abbiamo avuta piena e insieme abbiamo costruito tantissimo. La malattia e’ stata l’ennesima prova da affrontare, ma noi non l’abbiamo vissuta come una punizione ma come una grande opportunita’ di crescita. vedendoti subire una preoccupazione cosi’ grande ho diviso il fardello con te, cercando una strada da seguire nel buio di una malattia rara e impossibile. Nonostante tutto ti sei fidato ciecamente dei miei studi, delle ricerche e dei consigli che ti davo, perche’ il tuo unico obiettivo era quello di guarire, per vedere crescere i tuoi bambini e per poter in futuro essere d’aiuto agli altri. In tutto questo lungo viaggio il Signore ci ha illuminato la strada, mostrandoci tanti segnali e facendoci incontrare tante persone speciali che ci hanno sostenuto e aiutato tanto. Oggi tu sei volato in cielo ma la tua battaglia L’HAI VINTA…perche’ hai saputo costruire un castello nel deserto delle difficolta’, perche’ avevi sempre una parola di conforto per tutti anche quando sentivi la paura, perche’ le avversita’ non ti hanno mai abbattuto ma spronato ad andare avanti e a non arrenderti. Un giorno mi hai detto “se dovessi morire scrivi nella mia tomba..qui giace Nico, il mago!!quello che riesce sempre a tirar fuori qualcosa dal cilindro..”. Eccomi qui oggi, accanto alla nostra amica Ines a esortarvi a fare delle sue parole la vostra forza. Amate la vita, non date mai nulla per scontato, siete fortunati ad avere accanto a voi le persone che amate e non dimenticate mai di mostrare i vostri sentimenti, di essere grati a Dio ogni istante della vostra esistenza. Non lamentatevi per le cose futili della vita, ma cercate di lasciare in questa terra qualcosa di buono, cosi’ come ha fatto lui. Quando vi sembra che tutto vi stia crollando addosso, pensate a Nico, a quanto ha sofferto e sperato, combattuto e amato, con dignita’ e forza, fino all’ultimo respiro. Ricordatelo e portatelo nel vostro cuore, lui sara’ li a consigliarvi come ha sempre fatto. Io invece guardero’ il carattere forte e rivoluzionario di Beatrice e lo sguardo profondo e intenso di Massimiliano e cosi’ rivedro’ te, dolce amore mio. Infondo penso che siamo stati fortunati ad incontrarci, sceglierci ed amarci cosi’ profondamente. La tua presenza e’ stata un dono stupendo per me.
Ti Amo, con tutto il mio cuore, tua Silvia.”

RINGRAZIAMENTI

Dedico questa intervista alle persone speciali che la vita mi ha donato, alcune incontrate lungo il cammino della malattia di mio marito e che non ci hanno mai lasciati. I miei figli grazie ai quali ho trovato la forza, l’amore e gli stimoli per risollevarmi, La mia Famiglia, Nicola, Barbara, Ines, Daniele e Silvia, Giorgia C., Giorgia D. e tutti gli amici del Metodo Di Bella.
Alle mie amiche Eliana e Lia che hanno perso la loro battaglia contro la malattia ma hanno vinto la prova piu’ grande. Il loro amore e la loro forza saranno sempre parte di me.

Con affetto, Silvia Deiana

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Dialogo con Ippolita Luzo

by on ott.22, 2015, under Resistenza umana

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Quante persone sono nate con una passione dentro? Quante persone hanno visto questa passione “svegliarsi” dopo anni di prove e forti esperienze?
Quanti hanno una vulcano dentro, e lo tirano fuori e vorrebbero farsi sentire e la loro è una lotta contro il silenzio intorno, contro l’incomprensione, contro mille piccoli invidie, mille piccole ostilità.. ?
Ho pensato a volte a queste persone che hanno tanto da dire e invece di incoraggiare la loro voce, l’ambiente intorno sembra volerli disincentivare. Sono persone che non hanno scaltrezza, che non sanno “vendersi” bene, che non amano compiacere, e non si affiliano a gruppi, cordate, piccoli clan letterari o di altro genere. Sono persone un po’ troppo fuori margine per chi è abituato a inquadrare tutto. O poco “istituzionali” come poco “istituzionale” è considerata l’amica Ippolita. Non fa parte di una associazione, non è in alcun gruppo che conta, non è collegata alla politica, non è “giornalista professionista”, non è in alcuna “cordata letteraria”, anche locale, di un certo rilievo. E per questo la si considera quasi ‘importuna’ da parte degli addetti ai lavori del mondo letterario e artistico. E’ di quelle persone che se partecipa ad una iniziativa pubblica, a qualunque titolo, alla fine difficilmente la si citerà.. perché.. è poco.. “istituzionale”, perché semplicemente non si pensa che lei possa portare “vantaggi” a chi la coinvolge, e l’opportunismo, come molti di voi sapranno, non ha confini, e dovunque ci saranno quelli che classificheranno gli altri in “utili” per i propri scopi e “non utili”.
Io invece credo (e sono in tanti a crederlo) che a volte sono proprio le persone “fuori dai giochi”, e senza “titoli”, “ruoli”, “appartenenze” particolari ad avere una bella voce, una voce di semplicità, umanità, sincera volontà di condivisione. La loro passione è ancora più meritevole, perché poco gratificata dal mondo circostante e nonostante tutto perseverante nella fedeltà a se stessa.
E così è Ippolita, che raccontava l’Eneide e altre storie ai malati che con lei facevano la chemioterapia, e faceva loro doni, e li faceva volare con la mente, alleggerendogli l’anima in quei giorni molto duri per tutti loro. Non è questa “arte di vivere”? E non è questa “letteratura al servizio dell’essere umano”.
Ippolita che dopo una vita a tenere spesso dentro una buona parte del suo mondo e dopo gli anni della chemio e di altre sofferenze fisiche, trova la sua “magica ossessione”.. e scrive, scrive ovunque, su ogni pezzo di carta, in ogni luogo. E legge a tutti, perché sente che la scrittura tenuta solo per se stessi non ha valore, e vive negli altri, nell’ascolto degli altri, nelle emozioni che gli altri provano con essa. Ed Ippolita scrive anche degli altri.. fa continue recensioni su eventi, spettacoli, libri, poesie.. perché le piace valorizzare gli sforzi creativi di chi incontra.
Ippolita la conobbi un giorno alla Ubik di Catanzaro Lido quando, nell’ambito di un libo che quel giorno lì veniva presentato, parlò con voce commossa di quelle donne che, come sua madre, avrebbero voluto scrivere, insegnare, comunicare, ma, per i limiti del tempo, dovettero passare gran parte della loro vita tenendo dentro di se il proprio mondo.
Di seguito, un dialogo che ho avuto con lei.
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-Di dove sei Ippolita?

Sono di Lamezia, al tempo Nicastro, dove abito e non abito.

-Come è stata la tua infanzia?

Sono nata in una famiglia patriarcale. Stavamo tutti in una grande casa nobiliare: nonna, nonno, i fratelli di mio padre, mia mamma, mio fratello, mia sorella. A tavola, a pranzo e cena, ogni giorno, eravamo in molti; circa 10-12. Fino al 1962-1963 è stato sempre così.
Negli anni sessanta Nicastro non aveva ancora costituito, insieme a Sambiase e Sant’Eufemia, Lamezia. Molti anni fa era solo Nicastro. Ed era bellissima. E’ bella anche adesso, ma è molto peggiorata. Molti palazzi e strade sono irriconoscibili e anonimi. Io abitavo in una strada del centro storico. Ricordo come un incubo la sparizione del giardino di fronte casa mia che era parte di un palazzo nobiliare un po’ malandato, figurati che quando pioveva entrava l’acqua. Un palazzo scomodo, freddo. Mancavano i confort. Avevamo la televisione, ma, quando si ruppe, il nonno non la ricomprò più. Il telefono arrivò tardissimo. Io vivevo immersa in uno stile di vita che era più antico rispetto ai tempi. In confronto alle mie compagne del liceo, era come se vivessi in un’altra epoca. Noi, come famiglia, stavamo sostanzialmente per conto nostro; avevamo pochi scambi sociali. Incontravamo qualcuno quando venivano i parenti. Avevamo una grande cucina con il forno a legna e qui facevamo il pane, il maiale, i taralli per Pasqua. Avevamo la campagna, quindi c’era abbondanza di frutta, olio, vino. Di solito quello che ci avanzava lo regalavamo, piuttosto che venderlo. Ricordo ancora l’immagine di mio padre che arrivava con i fichi. Questo era il mondo da cui vengo io. Un mondo agricolo, di contadini, proprietari, senza essere imprenditori. Un mondo antico anche per quei tempi. Di carattere sono sempre stata timida, introversa. I pochi altri contesti in cui mi ritrovavo non mi aiutavano a socializzare. Quando frequentai il catechismo non mi fecero partecipare al coro, perché dicevano che ero stonata. La mia solitudine, comunque, nasceva a casa dove, nonostante la famiglia numerosa, avvertivo una grande estraneità. Questa sensazione di estraneità l’ho portata con me negli anni. Ma non ho mai amato l’idea di stare sola per conto mio. Ho sempre avuto un grande desiderio di partecipare alla vita sociale, mi piace molto stare insieme con gli altri. Non sono, quindi, una solitaria per scelta; sono una solitaria per destino. Quando sono entrata in un contesto collettivo, e sentivo che finalmente trovavo il mio posto in mezzo agli altri, trovavo qualcuno che mi cancellava. Questo succede anche oggi. Ho cercato di reagire a questa cancellazione, dicendomi frasi come “mi cancellano perché vorrebbero che io reagisca in modo più aggressivo”, mi cancellano “Perché li oscuro”. Ora invece faccio della cancellazione la mia forza.
Anche fisicamente ero una ragazzina molto fragile, molto debole. Ricordo che non riuscivo a fare le scale di casa tanto ero debole ed ogni estate facevo le punture di record B12; che erano delle vitamine. Amavo la scuola, uno dei pochi contesti in cui mi trovavo bene. Sono andata a scuola un po’ prima, un anno prima. Ho sempre amato leggere.

-C’è qualche episodio in particolare della tua infanzia che ti è rimasto impresso?

Allora… Io ho impiegato tantissimo ad imparare a stare in bicicletta. Ora… immagina che una volta, per fare la salsa, si mettevano le bottiglie di salsa a bollire fuori. Dietro casa mia c’era uno slargo, e le donne che abitavano nel vicolo mettevano lì fuori a bollire le bottiglie. Accendevano il fuoco e in questi fusti grandi mettevano le bottiglie. Un giorno, con la bici, andai a sbattere proprio contro questi pentoloni!
Ricordo che in quei vicoli passavano gli asini con le ceste. Io abitavo nel rione più antico di Nicastro; sotto casa mia c’erano tutte casette basse, e c’eranoi vicini che stavano seduti uno accanto all’altro perché si conoscevano tutti. La scuola media stava nel quartiere nuovo. Per arrivarci attraversavo la città. Mi accompagnava una compagna che, a differenza di me, era alta e più “in forze”. Mi portava i libri che io, debole, non reggevo. Durante “il tragitto”, di tanto in tanto dovevo fermarmi a riposare.
Di carattere ero talmente timida che, quando, arrivata al quarto ginnasio trovai una classe mista, fu uno shock. Ero la più piccola della classe. La professoressa mi rimandò in latino in greco e, a settembre, agli esami di riparazione, mi bocciò. Quando le chiesi perché mi avesse bocciato, lei rispose che lo aveva fatto perché ero troppo piccola. Successivamente mi resi conto che in questo modo mi aveva agevolato. Ripetendo il quarto ginnasio, ero sempre la più piccola, ma almeno un po’ più coetanea con gli altri. Prendevo voti alti. Frequentai regolarmente il liceo, sempre un po’ fragile di salute. Per dirti come tutto per me fosse più complicato che per i miei coetanei, ti faccio l’esempio del telefono . In quegli anni era entrato in tutte le case ma mio padre diceva “il telefono no, perché poi parlate con gli uomini”. Dopo il liceo, mi iscrissi in filosofia a Messina. A Messina stavo in una sorta di convento, un pensionato gestito dalle suore. Anche se, la maggior parte dei tempo la trascorrevo a Nicastro. Mi sono laureata in filosofia, con un tesi su Stirner e il suo concetto dell’”Unico.” Io avrei voluto fare la tesi sulle donne, sul femminismo.
Dopo la laurea, per sette anni restai disoccupata. Trascorrevo in questa grande casa autarchica, una casa dove non c’era nessun divertimento, nessuno svago, nessuna relazione. In quei sette anni l’unica cosa che, praticamene, facevo era leggere, leggere, leggere. Finalmente nel il 1984 indissero il concorso a cattedra, lo vinsi iniziai a girare la Calabria. Il primo posto in cui mi inviarono era Umbriatico. Si tratta di un paesino, a circa 160 km da qui, che adesso si trova in provincia di Crotone. Lì sono piombata nel medioevo più assoluto. A Lamezia c’era pur sempre un cinema, un teatro, una vita sociale. Ad Umbriatico non c’era niente. Nessuna pompa di benzina, nessuna edicola, niente di niente. Solo un negozio per tutto. La gente era come quella di Anime Nere, il famoso film di Munzi e Criaco. I giovani non c’erano, erano emigrati, lasciando i figli piccoli ai nonni. La scuola era una stanza con la stalla, e in un altro palazzotto c’era la media. Questo è stato il mio ingresso nella vita lavorativa. Ingresso difficilissimo anche perché non sapevo insegnare. La scuola non ti insegna ad insegnare. Ti manda sostanzialmente allo sbaraglio. E io non sapevo da dove iniziare. Visto che conoscevo Dostoevskij, Tolstoj, tutta la letteratura francese, Bel Ami, Balzac… erano queste le cose che raccontavo agli alunni. Costantemente una voce interiore non mi dava pace. “Che gli devo dire?” . L’anno dopo fui inviata a Melissa. Ancora peggio. A Melissa ebbi la sensazione di vivere ancora più indietro nel tempo; gente cattiva, che ti spiava, che sentivi che ti stava con il fiato sul collo. il Preside era sporco, proprio fisicamente sporco, e gli alunni erano di una aggressività allucinante. Poi fu la volta di Mesoraca; e anche lì fu un inferno, sia come colleghi sia come alunni. Ho cominciato ad insegnare bene solo quando mi trasferirono a Monterosso, dieci anni dopo che erano iniziate le mie peregrinazioni con l’insegnamento. I ragazzi erano bravissimi; e forse anche io avevo imparato ad insegnare. Fu una esperienza bellissima. Quando, i n quanto soprannumeraria , fui mandata a Serra san Bruno, i genitori andarono al Provveditore per chiedere di farmi rimanere. E’ la cosa più bella per un insegnante; essere richiesta dai genitori. Finii poi Polia. Altro luogo bellissimo. E’ proprio vero.Esistono luoghi e luoghi. Gli alunni erano deliziosi e studiosi. Li penso tutti con grande affetto. Sono rimasti con me tre anni. Infine giunsi a Lamezia, nel 1998-1999. Inizialmente mi inviarono per due anni ad insegnare ad una scuola particolare del centro storico; una scuola di alunni con grande disagio. Ed in seguito alla Manzoni. E’ stato un bel periodo. Fino a quando ho dovuto smettere per motivi di salute. Intanto mi ero sposata nel 1988, e avevo avuto mio figlio nel 199o.

-Come era sorto il tuo problema di salute?

Come hai potuto capire, non sono mai stata granché bene in tutta la mia vita. Il mio cancro, perché di un cancro si trattava, emerse già con uno stato di salute molto debilitato. Erano gli anni 1999-2000. Avevo avuto un segno rivelatore. Un polipetto all’ano. Anche se l’ho capito dopo, perché i medici non diedero ad esso l’importanza che meritava. Queste cose te le dico perché potrebbero servire ad altri. Quando ci si imbatte in un polipetto all’ano, si deve assolutamente fare la colonscopia. Scoprii dopo, il polipetto all’ano è la spia del cancro al colon. Invece io andai dal proctologo che era un imbecille e che, non mi fece fare nessuna colonscopia e che mi disse “ah sì, lei ha un polipetto all’ano, glielo bruciamo a Catania”. Dopo questo intervento di bruciatura, non sono stata bene, perché avevo dei dolori lancinanti. Andai da un dottore di Roma, primario all’Umberto I. Anche lui non mi fece fare la colonscopia, ma mi diede una sua crema. “Signora –mi disse- le passerà qualsiasi dolore, qualsiasi ragade” . Per lui si trattava di –ragadi rimaste durante l’intervento. Sia la crema che le visite costavano tantissimo. Ma non servirono a nulla. Io stavo sempre male, perdevo sangue. Nel 2002 e nel 2003 ero arrivata a stare così male che mi facevano le flebo di ferro. Più il tempo avanzava, più il mio malessere peggiorava. Un giorno di febbraio 2005 , proprio il giorno San Valentino, mentre mi trovavo a scuola a fare gli scrutini, sentii un fortissimo dolore, come se stessi per partorire. Tornai a casa e poco dopo dovetti essere operata. Con l’intervento emerse ciò che avevo: mi tolsero circa 20 cm di intestino; era un tumore abbastanza alto. Dopo l’intervento dovetti intraprendere la chemioterapia. Furono sei mesi di chemio, due volte al mese. Le feci a Catanzaro, presso l’Ospedale Pugliese, con il professore Mollica. Io non la volevo fare, e cercai di affrontarla a modo mio. Ad esempio, avevo comprato i braccialetti anti nausea e il professore mi diceva “e sì signora, e voi ora con i braccialetti avete risolto”. Oppure facevo l’agopuntura e lui diceva “questa è la signora dell’agopuntura”. Anche se Il dottor Mollica aveva un approccio molto quadrato, molto tradizionale, nel tempo nacque un bellissimo rapporto. Pensa che ci scambiavamo i libri. Ricordo uno di questi libri, “La fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani. A lui piacevano i nostri “scambi”, e mi diceva “è così che dobbiamo fare”. Intendeva che così doveva essere l’empatia tra medico-paziente. E’ rimasto un bel rapporto tra noi. Recentemente, l’ho incontrato al cinema e mi ha detto..“lei signora scrive ancora?”

-Ritorna sul periodo della chemio…

La chemio la feci dal 2005 al 2006, a Catanzaro, come ti avevo detto. Dovevo stare là tutto il giorno, perché avevo il port. Il port consiste nell’aver sotto la pelle un impianto. Loro ti fanno una sorta di infusione, con delle flebo. Ricordo che stavo in una sala piccola, in cui c’erano altre cinque persone. Tutti e sei eravamo attaccati alla flebo. Il primo giorno in cui entrai per fare la chemio vidi queste persone tristi. Allora mi sono messa a parlare “Adesso vi racconto una storia”. E gli ho raccontato l’Eneide, gli ho parlato di Didone. Si sono tutti rianimati. Erano tutti felici. E così ho sempre fatto quando andavo là.

-E’ bellissimo quello che hai fatto..

Questo per dirti che io non sono una “vera” solitaria. Non sono quel tipo di “solitaria” che detesta stare con gli altri, che vuole sempre stare nella sua solitudine. Io quando andavo tra questi malati, parlavo, parlavo; parlavo tanto. E poi portavo i fiori. Devo dirti che nonostante la chemio sia qualcosa di durissimo e doloroso, quella fu per me una bella esperienza; perché fu una esperienza di umanità, di condivisione, di socialità. Fu una opportunità di stare con gli altri. Circa l’impatto della chemio, tutto sommato per diverso tempo ressi abbastanza bene. Ma alla fine mi sono sentita malissimo. Mi venne la candidosi. Proprio con la fine della chamio, cominciò l’inferno.

-Racconta..

Nel 2006 cominciai a produrre schiuma. Schiumavo come una lumaca. Avevo proprio la lingua bianca. E come schiumavo in bocca, il dottore mi spiegava che schiumavo anche dall’interno… nella pancia, nello stomaco… una cosa pazzesca. A lungo trovai medici superficiali che non capivano quello che avevo. Che mi dicevano le solite banalità del tipo “sei depressa”. Finalmente trovai un medico di Roma che mi disse che avevo la candidosi. Questa problematica mi aveva ridotta ad essere uno zombie. In quei due anni non tornai a scuola. Molti colleghi dopo l’intervento e la chemio tornano a scuola. E anche io, mentre stavo facendo la chemio, dicevo ai colleghi “ora torno, ora torno”. E invece mi venne questa candidosi terribile. Per due anni non ho saputo come uscirne. Furono due anni di inferno. Credevo di morire. Ormai anche andare a fare le visite mediche era uno strazio. Non riuscivo più a camminare; barcollavo. Tutto questo fino a quando incontrai una persona che mi salvò. Era un ortopedico di Roma che mi diede una cura senza carne e che mi disse “Si prenda un limone spremuto ogni giorno”. Con la dieta e il limone mi passò la candidosi. Prima, come ti dicevo, avevo schiuma all’interno del corpo, mi sentivo sempre gonfia, ero sempre dolorante, sempre piegata in due. Tutto questo passò grazie alla dieta e al limone. Nanni Moretti in Caro Diario racconta le sue vicissitudini di salute, e dice “Ho imparato che ogni mattina si deve prendere un bicchiere d’acqua tiepida con un limone spremuto”. E’ molto importante, in questi casi, incontrare la persona giusta. Ci sono certe persone che ti danneggiano più che aiutarti, o comunque ti tolgono energia piuttosto che motivarti. Pensa che una psicologa un giorno mi disse “va beh, mio padre è morto, tutti dobbiamo morire”. Comunque la guarigione richiese mesi. Oltre a questa tremenda candidosi, successivamente ebbi un altro bestiale problema fisico. Tutto iniziò con un grande dolore alla gamba. Dopo l’intervento e la chemio, zoppicavo sempre. Non riuscivo comunque a capire come venirne a capo. Decisi di andare da quel medico di Roma che mi aveva fatto conoscere l’acqua col limone e mi disse “signora, lei non ha niente alla gamba, ha avuto uno spostamento del bacino e quindi ha sbilanciato e deve mettere un tacchetto più alto di una scarpa.”. Il trucchetto del tacchetto funziona… sulla gamba… a quel punto però.. non riuscivo più a masticare. Il tacco aveva innescato una sorta di mutamento a livello di mandibola. Prima andai da un dentista che per due volte mi da un byte, m io non riuscivo a stare con questo byte. Poi andai in un famoso centro dentistico che si trova a Crotone. Lì ho avuto a che fare con lo gnatologo, che è quello che si occupa dei byte. Mi applicò un byte e, dopo qualche mese, non vedevo più, non camminavo più. A un certo punto mi sono tolta di bocca questo byte; e mi successe di tutto. I denti cominciarono a sbattere l’uno contro l’altro. Ancora adesso ho tutti i denti rovinati. Per fortuna incontrai un osteopata, che si chiama Oreste Montepaone e lavora a Catanzaro. Lui riuscì a risistemarmi. Da allora, ogni settimana devo andare da Oreste che mi sistema la mascella, mi sistema la gamba e me la mette dritta e gran parte delle problematiche fisiche vengono meno.

-La scrittura è la tua passione, racconta come nacque tutto questo, cosa ti ha accesola scintilla.

Nel 2009 avvenne un evento che fu uno spartiacque per me. C’era una signora che aveva organizzato un evento con un pulmino, ma gli era venuta meno uno dei partecipanti, lei mi chiese di prendere io il posto di quella persona e lo feci. Si trattava di andare ad Ischia dove lei doveva ritirare un premio di poesie. Le sue poesie mi piacquero e scrissi un pezzo. Tempo dopo, nell’ambito di un evento organizzato a Lamezia, mi venne chiesto di leggere quel brano. Provai una emozione particolare nel farlo. E questo fu uno stimolo a continuare a scrivere. Una delle motivazioni interioro era che mio figlio mi leggesse. All’inizio mi dicevo “scrivo perché mio figlio mi legga”… “scrivo, glielo faccio leggere, lui lo leggerà, e io parlo con lui”. Poi mi sono resa conto che molte volte non mi leggeva. E allora ho cominciato a dirmi “adesso dice che non mi legge… però poi… mi leggerà.” Posso però dirti che un momento decisivo dal punto di vista “tecnico” fu l’avere imparato il PC. Prima ho sempre scritto su fogli di carta, e mi trovavo piena di fogli che smarrivo continuamente. Anche perché scrivevo dappertutto. Sull’agenda, sugli assegni, sulle note della spesa. Nel 2007 tutti quei foglietti li bruciai. Per imparare il PC ho fatto venire un ragazzo a casa per insegnarmelo. Era il 2010. Poco dopo, dovendo scrivere una presentazione per il libro di un amico , scoprii l’esistenza dei siti letterari. Per me fu una rivelazione. Ora quell’ubriacatura mi sembra una cosa lontana. Ma in quel momento per me era come trovarmi nel “paese dei balocchi”. Tutti questi siti letterari, dove si poteva scrivere in continuazione e confrontarsi con gli altri, commentare, vedere i loro commenti. Appena entrai in questi siti, mi sembrava di essere in uno dei collettivi degli anni ’70. Io ero un po’ troppo impetuosa nel pormi, e anche molto schietta. Questo comportava che venissi bannata da quei siti o che me ne andassi io. Nel 2012, un professore che avevo conosciuto proprio su uno di quei siti, e che aveva apprezzato il mio stile, mi aprì un blog. E si può dire che dal 2012 ad oggi io scrivo in continuazione.

-Se dovessi chiederti perché scrivi, come risponderesti?

A me piace comunicare. Per comunicare io non ho trovato altro sistema che non sia quello del foglio. Per comunicare posso usare solo la scrittura. Lo posso fare dicendo ad un’altra persona quello che io penso di lui, di quello che scrive. E’ un modo per conoscersi. Ed è un modo per fare un dono. “Ti do questa parte di me”.

-Quindi non sei molto d’accordo con chi dice di scrivere solo per se stesso e che non gli interessa se altri leggono o meno?

Assolutamente no. Per me sono dei pazzi. Per me la scrittura è imprescindibile da chi ti legge. Voglio anche dirti che dalla scrittura si capisce se ciò che uno dice è vero o falso, e se chi scrive è una persona “vera” o “falsa”.

-Di cosa scrivi maggiormente?

Sai che non potrei dirti un argomento particolare sul quale scrivo.. si può dire che scrivo di qualsiasi cosa.

-Questi anni ultimi anni come sono stati?

Per certi aspetti è stato un periodo in cui è stato possibile che le mie idee cominciassero a trasformarsi in realtà. Per altri versi è stato un periodo di cancellazione. Da sempre in un certo senso io sono cancellata. Ma negli ultimi tempi è avvenuto con particolare intensità.. Un mio amico giornalista dice che vengo oscurata perché non sono “istituzionale”. Anche in un’altra iniziativa a cui avrei dovuto partecipare, seppi che alla fine non ero stata invitata perché non ero… “istituzionale”. Io non sono presidente di una Associazione, non faccio parte di un partito, non sono una giornalista, non ho potere economico. Non sono nessuno, quindi… hahaha.

-Detta così è quasi un complimento, perché istituzionale vuol dire che sei nel sistema. Le parole che noi usiamo ci qualificano. Qualificare una persona come “non istituzionale”, vuol dire porsi nei confronti di quella persona in una posizione di spocchia, di giudizio.

Ma il mondo letterario e culturale è un mondo di spocchia e di giudizio… e di cordate…

-Cosa intendi per cordata?

Le persone che operano nel mondo della cultura si aggregano in gruppi di mutuo sostegno reciproco. Anche quelli che sono bravi si devono appoggiare a qualcuno, altrimenti non trovano spazio.

-Insomma sinergie di pura convenienza?

Si… come si forma una cordata? Immagina uno scrittore locale che ha raggiunto un successo di portata nazionale, meglio morto. La cordata si manifesta nel parlare di lui, nello stare vicino a questo scrittore, nel fare iniziative su di lui, morto.. Anche perché, tramite la sua luce, di riflesso, si cerca di avere visibilità. E poi ci sono tanti modi per cercare visibilità. Adesso vanno di moda gli incontri con dieci persone, perché dieci persone sono una garanzia per la riuscita della serata. Una cosa che mi indigna profondamente è poi tutto quel mondo di coloro che si vogliono creare una posizione attraverso l’esibire il loro essere antimafia. Io ho messo un disegno sul mio profilo dove alcune vittime di mafia dicevano “per favore dimenticateci, perché voi non potete fare le vostre carriere sulle nostre morti”. Opportunisti dell’antimafia per fare la loro carriera. Altra cosa che ho notato nel corso degli anni è che pochi, davvero pochissimi, hanno una vera opinione indipendente. Moltissimi non si accorgono, in modo indipendente, se una persona è brava o meno. Se io mi accorgo che una persona è brava, senza che me l’ha detto nessuno, mi dicono “a te chi te l’ha detto?”. Il plauso della gente comune viene solo dopo che qualcuno di importante e di autorevole ha dato la sua approvazione. Prima non ti considera nessuno. E comunque sono arrivata anche alla conclusione che gli altri, con le dovute eccezioni, se ti incontrano la prima volta.. le prime cose che notano sono come ti vesti, quanti soldi hai e se puoi essere loro utile, se puoi servire in qualcosa.

-La tua vita può essere intesa alla luce dell’amore per la scrittura e la condivisione…

Guarda.. nel 2009 ho cominciato a girare con questi fogli in borsa. E lì leggevo dove mi trovavo. Una volta leggevo ad una persona su una panchina, stavo leggendo quella che era “la mia pasquetta” e una donna che si trovò a sentire mi disse “signora, questa è la pasquetta mia”. Avevo il desiderio di leggere in continuazione quello che scrivevo. Ad esempio alle otto di mattina chiamavo e dicevo “Buon giorno, ho scritto questo”. E leggevo quello che avevo scritto. E ho cominciato a scrivere. E poi ho cominciato a leggere in pubblico.

-Ricordo un tuo appassionato discorso alla Ubik di Catanzaro Lido…

Io esprimevo alla Ubik la bellezza e la difficoltà delle donne che potevano scrivere. Mia madre ha sempre voluto fare la maestra, ma le era sempre stato negato, e ha fatto una vita difficile, portandosi dentro questa mancanza. Ancora. adesso che ha 90 anni , vive con questo senso di mancanza. Quella sera dissi che sono contenta di essere andata a scuola… posso scrivere, posso insegnare, posso parlare. Grazie sempre a Nunzio Belcaro, alla sua sensibilità, a Gianluca Pitari. La libreria Ubik ama la scrittura. Per me scrivere è relazione..

-Voglio concludere con qualche tuo brano. Leggine due..
Questo brano si chiama “Dove ritorniamo”..

“Nella circolarità nostra vita ritorniamo sempre all’infanzia, all’adolescenza. Tutto quello che succede dopo è una schermata, e poi l’infanzia ci insegue e ci riporta indietro. A lei ritorniamo più o meno consapevoli, più o meno felici, più o meno soddisfatti. Le rondini di maggio, i loro voli circolari rasenti il mio balcone e di fronte la chiesa barocca, il suo bellissimo giardino che nessuno ricorda più. La nonna che fumava qualche sigaretta di nascosto come una ladra, dietro una finestra. Lo zio lento, maldestro, che sicuramente avrebbe rotto qualche tazza, avrebbe versato il latte per le scale. La mia mamma che lavorava con i capelli corti, un foulard in testa. Scendeva in una botola, prendeva la carbonella, preparava un braciere, per una serie di maschi per i quali era d’uopo riscaldarsi. Le donne di casa preparavano grandi ceste con cenere fumante e le lenzuola bianche sotto la cenere profumavano di buono e di famiglia. Ugo mi accompagnava a scuola. Palma veniva nella nostra campagna, dormiva da noi il sabato. Poi ritornava alle sue galline, ai suoi cani, ai suoi gatti. La cucina in muratura, il forno a legna per fare il pane, i taralli per pasqua con l’anice nero, e il baccalà con le patate del venerdì. Ero convinta mi volessero avvelenare, bambina, chissà perché. Leggevo troppe favole nere. Ero convinta di essere di troppo in quella famiglia numerosa, articolata, complessa. Ero sicuramente non capita. Non c’era il tempo. Mangiavo quindi poco. Ero magra, magrissima. Debole, debolissima. Quanti record b-12 ho bevuto nelle primavere della mia infanzia e della mia adolescenza. Pensavo, leggevo e pensavo. Studiavo, amavo la scuola, non conoscevo altro. Amavo i diari scolastici, i quaderni, le penne, il banco, dove io trovavo il mio posto. Non c’era posto per me in parrocchia. Ero timida, poco intonata, nemmeno un coro. Riuscii ad andare in bicicletta dopo e ricordo un grande pentolone di salsa contro cui andai a sbattere nel vico chiuso dietro casa. Non imparai nemmeno l’alligalli malgrado gli sforzi di mia cugina non avevo ritmo, non parlavo.
Con chi avrei potuto parlare di personaggi letterari, leggere poesie che scrivevo e sceneggiature mai recitate. Avevo sempre il muso. Il mio papà sempre molto carino, mi chiamava Cassandra, capra maltese cioè testarda. La zia Giuditta mi chiamava Sandrina, le ricordavo Sandra Mondaini. Per tutti ero studiosa, capace, ma poi finiva lì, come se fossi ancora in quella casa dove per altro non vivo più da tanti anni. Ma non sono vissuta da nessun’altra parte. Non ho ricordo delle altre case dove ho abitato. Non ho ricordi di questa dove abito da più di 15 anni. Tutti noi non andiamo da nessuna parte, ma è bello andare. Quello che non ho fatto allora lo faccio ora. So ballare l’alli galli, so parlare in pubblico, sono elegante e sono carina. Saprei fare molte altre cose se sarà il mio destino farle. Il tempo è circolare. Nulla si perde e tutto è per sempre, ma la selezione annulla il superfluo. Il banale, il quotidiano, annulla lo squallore di una vita falsa e ci ridona le immagini essenziali a dirci chi siamo.”

Quest’alro brano è dedicato ad Amy Winehouse ed ora anche a Whitney Huston..

“Nel dissolvimento del mio mondo ho pensato che vivere la mia sofferenza, mi avrebbe permesso di essere capita dai miei cari. Così, nelle televisioni private, in qualche associazione, elegiacamente ho intonato il canto dell’amore perduto, commentando poesie di altri poeti, parlando di Emily Dickinson, parlando convinta che i miei cari avrebbero capito le mie ragioni. Sono venuti anche a sentirmi. Hanno visto i giornalisti locali che mi intervistavano, le persone che mi porgevano i fiori, che si congratulavano, si erano commossi gli spettatori, e loro, i miei cari “adesso ti sei specializzata, adesso puoi fare solo questo”. E io che parlavo per loro! Adesso ho iniziato a parlare per me. Ed è successo di tutto. L’invidia profonda di chi si sentiva scavalcata. Le persone semplici che mi dicevano di avermi visto in televisione e che mi domandavano quando avrei fatto un libro. Ma io non voglio scrivere nessun libro. La mia casa è invasa da libri, da fogli, da agende. Scrivo dappertutto. Esco e penso a quello che scriverò a casa. Ti credo perché penso che ti sia successa la stessa cosa. E’ la frase creativa. Mia sorella quando mi vede con un foglio in mano, scappa. Ho smesso di leggere alle amiche. Non possono capire il turbinio che abbiamo in testa. Le voci, i personaggi, le storie che vogliono essere scritte. A volte scrivo come se fossi in trance. Non so neanche io cosa racconterò. Poi ovviamente ci diamo una regolata. Qui pubblicano tutti. A che pro. Una volta lessi un libricino piccolo piccolo. Della Sperling forse. La storia di una donna di una piccola città che faceva conferenze, veniva premiata con qualche premio letterario. Pensai “che squallore una vita così”.
Ho cercato a lungo quel libricino, scritto da un ragazzo molto bravo ma non l’ho trovato, giù dove deposito riviste, libri, quaderni. Ho cercato – Frammenti di un discorso amoroso- lo sapevo a memoria- dove lo avrò messo? Amy, già a sedici anni scriveva le sue canzoni, Amy le ha cantate al mondo intero, Amy era infelice, nonostante tutto non aveva niente. Hai ragione, abbiamo creato dei mostri, ma non sono gli oggetti i responsabili, siamo noi con il nostro uso distorto a creare infelicità e malessere. Povera Amy, poveri pazzi, in un momento storico che ha tutto tranne il rispetto dei sentimenti. Amy è nata il 14, io il 13 settembre Cosa vuoi che mi interessi quando la corrispondenza finirà e tu potresti diventare famoso? Certo ti auguro di veder realizzato il tuo sogno, ma per me il momento più importante è questo, quello del creare. Dopo, vedrai, dirai-Tutto Qui?- Dopo la soddisfazione di avercela fatta sentirai come me, come Amy, la profonda sensazione di essere estraneo a quel che ti circonda. Perché siamo fatti così, siamo in tanti così, ma va bene così.

 

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Danni dal vaccino contro il Papilloma virus- intervista ad Anna Pezzotti

by on ott.12, 2015, under Controinformazione, Medicina, Resistenza umana

contropap

Il vaccino contro il Papillova virus (HPV) non è un vaccino c.d. “obbligatorio”; ma è un vaccino che i genitori sono “invitati” a far fare alle proprie figlie di 11-12 anni.
Lo scopo di questo vaccino sarebbe di impedire lo svilupparsi di tumori del collo dell’utero.
Premesso che ci sarebbe da parlare per giorni interi sul concetto di tumore, sulla sua complessa eziologia, sul modo in cui si può prevenire ed affrontare.. va indicato come circa l’efficacia di questo vaccino ci sono molte perplessità.
Il dottor Gava e il dottor Serravalle in un libretto informativo sul vaccino HPV (“Gava R., Serravalle E. Vaccinare contro il Papillomavirus? Quello che dobbiamo sapere prima di decidere”) hanno indicato tutta una serie di punti relativi alla insensatezza ed inutilità di questo vaccino.

Ne cito solo alcuni:
-Nella maggior parte dei casi l’infezione da HPV è asintomatica o al massimo produce alcune verruche cutanee o condilomi genitali; lo sviluppo di uno stadio tumorale benigno è raro e l’evoluzione verso un tumore maligno è eccezionale.
-Esistono circa 120 tipi di questo virus e solo 12 di essi sono potenzialmente cancerogeni, ma la loro cancerogenicità si manifesta solo in certe condizioni e in particolare se il sistema immunitario della persona è particolarmente depresso e incapace di svolgere le sue normale funzioni difensive.
- In ogni caso, anche una infezione HPV con un tipo virale potenzialmente cancerogeno regredisce spontaneamente nel 90% dei casi entro 3 anni dalla diagnosi. In un 9% dei casi, invece, il virus convive per tutta la vita del soggetto che lo ospita senza causare disturbi o problemi (in questi casi il test per l’HPV sarà positivo, mentre il Pap-test risulterà sempre negativo).
-Solo nell’1% dei casi può esserci la progressione dell’infezione verso una lesione precancerosa e solo l’1% di queste ultime può evolvere verso lesioni cancerose vere e proprie e in ogni caso lo fa solo dopo un periodo di latenza di circa 20-50 anni (cioè, il carcinoma si manifesta con una frequenza complessiva di 1 caso ogni 10.000 persone con HPV e con una mortalità di 3 casi ogni 100.000 persone; il tutto avviene solo in presenza di una grave alterazione del sistema immunitario). Da questo emerge che la stragrande maggioranza delle donne che presenta un’infezione da HPV, anche con ceppi ad alto rischio, non svilupperà mai il tumore della cervice uterina.

Il vaccino contro il Papilloma virus ha suscitato feroci attacchi e critiche in tutto il mondo anche per gli effetti dannosi che esso genererebbe in tante ragazze che ad esso sono state sottoposte. Ci sono Paesi dove il dibattito intorno a questo vaccino ha raggiunto toni molto drastici e alcuni medici hanno organizzato delle petizioni per il suo ritiro. Di tutto questo si parla poco in Italia, come della lunga lista di ragazze danneggiate, anche gravemente.
Una di essa è Giulia. Ho intervistato la madre, Anna Pezzotta, per farmi raccontare la sua vicenda.
Da quando ha avuto somministrato questo vaccino, la vita di Giulia è diventata un calvario. Svenimenti, problemi col sonno, dolori atroci continui, ecc. La madre non solo non è stata sostenuta nella sua ricerca di una via per aiutare sua figlia, ma è stata ostacolata. Fin dall’inizio le era stato detto che il vaccino anti Papilloma virus non c’entrava nulla. E quando il collegamento con tale vaccino è diventato molto di più che un volo pindarico, ha trovato il muro di gomma che si trova quando si tocca una tematica come questa.
Anna, continuala sua lotta per trovare una concreta speranza di cura o di miglioramento per Giulia.
Anna ha un “interesse” anche più generale; vuole che le persone, prima di sottoporre le loro figlie a questo vaccino, si informino davvero bene prima, perché quello che in gioco è un bene altissimo. La salute e la qualità della vita di una figlia.
Giulia è arrivata a svenire sette volte in classe, e, ogni volta che riprendeva conoscenza, sveniva di nuovo tanto era il dolore che provava. Una tale sofferenza inflitta ad una bambina, fosse anche solo UNA bambina e non tantissime altre ad ogni latitudine.. una tale sofferenza genera il dovere, da parte di tutti, della verità, di dare una chance, almeno, alla verità.

Un pensiero per Giulia, che voglio immaginare avere una vita ricca dove insegnerà a tante persone a credere nei propri sogni.

Di seguito l’intervista che ho fatto ad Anna Pezzotti.
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-Quanti anni hai e dove abiti Anna?

Ho 44 anni e abito a Lonato Del Garda dove sono nata.

-Bene o male cosa hai fatto nella tua esistenza, di cosa ti sei occupata?

Mi sono diplomata in lingue estere, ho lavorato, mi sono sposata e ho due figli.

-Che età hanno i tuoi figli?

Giulia attualmente ha 16 anni e il maschietto 8. Nel 2010 avevo trovato un lavoro part time, così riuscivo a gestire anche i bambini. Poi sono iniziati i problemi con Giulia, innumerevoli permessi dal lavoro perché Giulia stava male. Poi la crisi economica ha colpito e sono rimasta senza lavoro.

-Giulia è nata..

Nel 1999, mentre l’altro bambino nel 2007.

-Quindi lei adesso ha 16 anni.. l’altro bambino sta bene?

Anche con lui abbiamo iniziato un percorso, alla nascita pesava quattro kg, sanissimo; mangiava quattro volte al giorno, e dormiva sempre. Dopo avere fatto i vari vaccini non ha più dormito. Io però non associavo i problemi di Andrea ai vaccini. Solo quando con Giulia cominciò ad entrare in gioco il discorso vaccini, cominciarono a venirmi i dubbi anche per il maschietto. Tutte le varie allergie che si sono manifestate in lui, sia a livello alimentare che a livello respiratorio, potrebbero essere collegate alle vaccinazioni. Abbiamo iniziato una cura disintossicante, con un medico che ci sta aiutando molto.

-Riguardo a Giulia, quando è che hai cominciato a notare che qualcosa non andava?

Le reazioni eclatanti cominciarono dopo la somministrazione della seconda dose del vaccino Gardasil, il vaccino anti papilloma virus, anti HPV, quando lei aveva 11 anni. Dopo la somministrazione della prima dose, 28/06/2010, non vi fu alcun particolare problema; se non dolore dove era stato inoculato il vaccino e un po’ di stanchezza e mal di testa. Riguardo al mal di testa, ne avevo parlato col pediatra, ma si era pensato ad un discorso legato allo sviluppo. Comunque questi pochi e leggeri sintomi passarono presto. Dopo qualche mese, sempre nel 2010, a settembre facemmo la seconda dose del vaccino. Questa volta i sintomi furono molto più pesanti. Il giorno in cui era stata somministrata la seconda dose, ritornati a casa, vidi che Giulia non stava molto bene. “Mamma vado a letto.. mi sento strana” mi disse. Da quel momento cominciò con tutta una serie di problemi. Continui mal di testa, spossatezza, voleva sempre dormire. Difficoltà nello studio: riusciva a leggere, ma poi non riusciva a concentrarsi, a ricordare quello che leggeva. Aveva sempre caldo e dolori agli arti; “Mi fanno male le gambe, mi fanno male le braccia”.
Parlai col pediatra di tutto ciò, chiedendogli se ci poteva essere un nesso coi vaccini visto che i sintomi erano apparsi subito dopo, ma lui mi rispose che “assolutamente no”.. “il vaccino è sicuro, non ha effetti collaterali” e che la bambina “soffre per la separazione tra te e tuo marito, per cui il suo malessere è psicologico”.
Io diedi retta al pediatra, ma il problema persisteva. Spesso dovevo andare a scuola perché Giulia non stava bene. Le insegnanti mi chiamavano per dirmi di andarla a prendere perché non stava bene.. “Mamma mi fa male la pancia” mi diceva. Non si riusciva di capire che cosa avesse. Inoltre, come arrivava il mestruo, i dolori erano molto più intensi del normale. Nel fare la terza dose del vaccino, a febbraio 2011, i sintomi si moltiplicarono. Tutti; dolori, pianti, ecc. E si aggiungevano tutta una serie di nuovi episodi che non riuscivamo a spiegare. I sintomi più forti si manifestarono ad agosto del 2012. L’arto sinistro di Giulia si gonfiò. La parte interna della gamba sinistra diventò rosso sangue come se vi fosse stata una ustione. Lei gridava e piangeva dal dolore. La portai al pronto soccorso e fu ricoverata. Diagnosi alla dimissione: erisipela alla gamba sinistra, ovvero una infezione. La dimisero sotto antibiotico, dicendomi che andava tutto bene. Io avevo fatto loro presente che Giulia aveva spesso mal di testa, male alla gamba, che faceva fatica a camminare e si trascinava, che aveva dolori strani, ma loro mi dissero “Signora attualmente quello che noi abbiamo riscontrato è questo”. Ad ottobre del 2012 Giulia ebbe una bruttissima crisi a scuola. Era svenuta in classe, l’avevano portata fuori dalla classe, al mio arrivo era sdraiata nel corridoio, ed era stata chiamata l’ambulanza. Non aveva febbre ma il suo corpo scottava. I volontari cercavano di tamponare Giulia con dei panni bagnati; ma gli si scaldavano subito. Inoltre aveva un rush, chiazze rosse, al viso e al collo; chiazze che poi sono sparite.
In ospedale fecero una serie di accertamenti. Le piastrine e i globuli bianchi erano bassissimi. Avevano riscontrato intolleranze alimentari . La TAC e gli altri esami, però, erano totalmente negativi. Considera anche che Giulia aveva diplopia, visione doppia; non riusciva più a deambulare da sola, aveva sempre bisogno di qualcuno che la aiutasse a spostarsi; e aveva continui mal di testa.
Anche nel corso di questo ricovero le diedero farmaci, fecero di tutto, ma senza alcun risultato. All’uscita dell’ospedale stava leggermente meglio rispetto all’entrata, però il problema non era stato neanche scalfito. I medici avevano tirato fuori anche una possibile infezione o da Lime o di Parvovirus B 19. Ma erano ipotesi fatte da chi si trova a brancolare nel buio e mi consigliarono di portare Giulia da un reumatologo. Tornati a casa, Giulia ebbe una crisi bruttissima. Il mio medico di base mi consigliò di portarla immediatamente a Genova. E quindi, chiamai i volontari dell’ambulanza che organizzarono il trasporto. Premetto che anche nell’ospedale sopraccitato mi avevano detto che i problemi di Giulia erano legati alle mie problematiche col padre. A Genova mi dissero che si trattava di una recente infezione da Parvovirus B19, che non vi c’era cura, ma che il corpo stesso nell’arco di sei mesi riportava i valori alla normalità. Anche loro sostenevano che Giulia aveva problemi psicologici e mi dissero di portarla da un neuropsichiatra. Giulia cominciava a credere di avere davvero questi problemi psicologici; e che si stesse, sostanzialmente, massacrando da sola. Tornati a casa, i problemi di Giulia erano ancora tutti lì. Visione doppia, mal di testa, mancanza di concentrazione. Problemi del sonno: o dormiva tutto il giorno o non dormiva affatto. Cominciò ad avere gonfiori anomali al ginocchio, al collo, alla gamba e al viso. Te li definisco anomali perché lei si gonfiava e sgonfiava come si gonfia e si sgonfia un pallone. A volte il ginocchio era sette centimetri più grande rispetto all’altro, nell’arco di un’ora o poco più ritornava normale. Oppure apparivano chiazze rosse tipo ematoma su gambe e braccia, ma poi andavano via. Intraprendemmo il percorso col neuropsichiatra. Nel frattempo Giulia continuava a non stare bene, e quando le crisi erano ingestibili ci recavamo al ps , dove ormai ci guardavano in maniera strana. “Giulia non ha niente”, “Giulia è matta”.

-Facevano intendere che Giulia fosse in qualche stato di deviazione mentale?

Glielo hanno proprio detto, “tu sei matta, devi smetterla di fare correre tua madre”. Una volta è stata anche ricoverata in Day Hospital, e anche in quel caso dimessa con diagnosi di dolori psicologici. Il neuropsichiatra che aveva iniziato a seguirla giunse, però, alla conclusione che la spiegazione biologica non era risolutiva. “Guardi, i problemi dati dalla separazione non possono essere la causa di tutto questo malessere. Cercate una causa organica, perché Giulia non può avere questo dolore tutto il giorno”. Tramite una mia amica programmammo il ricovero presso l’ospedale di Verona. La sera prima del ricovero Giulia ebbe l’ennesima fortissima crisi. Lei raccontava di fitte che sentiva in tutto il corpo come se la stessero accoltellando, aghi che pungevano ovunque, una massa pesante che le schiacciava entrambe le gambe fino a farla scoppiare dal dolore. La gamba sinistra di Giulia quella sera era totalmente anomala. Come se fosse divisa in tre punti. Dall’anca al ginocchio, calda. Dal ginocchio al polpaccio, tiepida. Da metà polpaccio all’alluce, gelida. Unghie nere. Dolore atroce. La caricammo in macchina e la portammo a Verona. A Verona furono colpiti da sintomi come le unghie nere, pur non riuscendo a trovare cause che le giustificassero. Venne ricoverata e vennero fatti tutta una serie di accertamenti. Abbiamo anche fatto innumerevoli day hospital, tante ipotesi, nessuna certezza. Poi la diagnosi di miosite al ginocchio che sarebbe stata la causa del dolore alla gamba sinistra. La riempirono di cortisone, antidolorifici, antinfiammatori, senza che nulla facesse un effetto sostanziale. Circa la miosite, avremmo dovuto fare una biopsia per capire la situazione e come procedere. Ma dall’oggi al domani quella miosite non c’era più.
Ed eccoci di nuovo al punto di partenza, senza sapere cosa fare e con alcune domande che mi squassavano dentro, una delle più pressanti era “ma possibile che mia figlia sia l’unica ad avere una situazione simile?”. Cominciai a cercare su internet, ma non trovai nulla. Non ponevo più alcuna relazione col vaccino; anche perché ai miei dubbi iniziali, il pediatra mi aveva risposto dicendomi di stare tranquilla, che quel vaccino era sicuro. Inserii la vicenda di Giulia su internet, in modo che qualcuno, leggendo il tipo di problematiche che lei aveva avuto potesse in qualche modo aiutarmi, sapesse darmi qualche dritta circa quello da cui potevano derivare. Nel corso di quelle giornate di continue ricerche infruttuose, mi chiamò una mia amica a cui parlai di Giulia, e lei mi parlò di un libro che stava leggendo, “Metamedicina”, dove in base ai sintomi viene data una spiegazione…e torna l’ipotesi del vaccino.
Nel frattempo mi contatta una madre dal Canada che mi dice “ “Io ti mando la storia di mia figlia, leggila, e vedrai che è molto simile alla tua, identica”. Anche questa ragazza dopo avere fatto il vaccino cominciò ad avere mal di testa, spossatezza, dolori generali in tutto il corpo. I suo dolori divennero poi così frequenti che non riusciva più ad alzare le braccia. Una cosa che mi ero dimenticata di dirti è che nel 2013 Giulia era rimasta semiparalizzata in tutta la parte sinistra del suo corpo, per 6 mesi. Dico semiparalizzata perché lei sentiva tutto il dolore alla sua parte sinistra, e quindi non poteva essere una paralisi effettiva. La parte sinistra, comunque, non rispondeva più. Era come morta, a penzoloni, se la mettevi in posizione verticale. La gamba non reggeva, come se non stesse sul piede; il braccio non si alzava, la mano non chiudeva. Anche la figlia di questa donna che mi aveva contattato aveva avuto un problema simile. Questa ragazza ci era rimasta un anno in questa condizione, mentre Giulia dopo sei mesi ricominciò a camminare. Anche le altre problematiche corrispondevano, mal di testa, rush cutaneo, dolore durante l’ovulazione, diplopia, iperalgesia diffusa, fibromialgia. Anche nel suo caso tutti a dire che si trattava di un problema psicologico.

-In un certo senso tirare fuori il problema psicologico è sempre la soluzione per chi non ha soluzione..

Nel corso del nostro confronto, quella madre mi chiese Infatti “sua figlia ha fatto il vaccino Gardasil?”. In quel momento non capivo che cosa fosse questo vaccino, di che cosa si trattasse. Quando mi disse che si trattava del nome del vaccino utilizzato nella vaccinazione HPV, antipapilloma virus, andai a scartabellare tra i documenti di Giulia per vedere se avevo scritto il nome del vaccino. Ed effettivamente si trattava del Gardasil. Lei, allora, mi inviò un link dicendomi “comincia a leggere queste cose e vedrai Anna che ti si aprirà un mondo nuovo”. Ed effettivamente è stato proprio così, mi si è aperto un mondo muovo. Ho letto tante testimonianze riguardo ragazze che avevano vissuto queste problematiche. Per chi è interessato ad avere un’idea, un buon sito è SaneVax “http://sanevax.org/”. Su questo sito ho trovato i contatti di alcune ragazze francesi e ho preso contatto con un papà francese, la cui figlia è stata danneggiata dal vaccino Gardasil. Insomma, finalmente avevo trovato una direzione. In quello stesso periodo, sentii la dottoressa che seguiva Giulia a Verona, la quale mi disse che voleva far fare alcuni esami del sangue a Giulia per valutare alcune possibilità. Prima di ricoverare Giulia prendemmo un appuntamento e, in quella sede, le parlai di queste prospettive che mi si stavano aprendo in tema di vaccino Gardasil, ma lei..

-Fammi indovinare… “Non se ne parla, che assurdità è questa?”..

Bravo… “assolutamente no”.. “escludo assolutamente che possa esserci una reazione al vaccino di questo tipo”.. “non legga tutte queste assurdità che circolano su internet”. Continuò dicendo che i vaccini hanno salvato la vita a milioni di bambini, che i genitori che non vaccinano i bambini sono snaturati, ecc. Dissi alla dottoressa che anche un’omeopata di Genova aveva parlato di questa possibile correlazione tra i danni e il vaccino e che mi aveva consigliato delle cure omeopatiche.

-Naturalmente ti avrà anche detto che lei è contraria alle cure omeopatiche..

Sì che è contraria alle cure omeopatiche e contraria a chi non vaccina. Alla fine del nostro dialogo, comunque, mi disse che mi avrebbe fatto contattare da una responsabile dell’ASL di Verona, che si occupa di reazioni avverse ai vaccini e mi disse che mi avrebbe comunicato la data per il ricovero di Giulia.

-Sorge una domanda… se questa responsabile dell’ASL di Verona si occupa di reazioni avverse ai vaccini, vuol dire che, quantomeno, si ammette che ci sono queste reazioni avverse ai vaccini?

No, l’approccio è diverso. La dottoressa mi disse.. “Siccome c’è questa campagna mediatica circa il fatto che i vaccini porterebbero danni, soprattutto autismo, allora ci sono dei medici che praticamente prendono nota delle possibili reazioni al vaccino”. Concretamente, questa dottoressa avrebbe dovuto “chiarirmi” che non c’era correlazione tra il vaccino HPV e i sintomi di mia figlia.

-Insomma.. doveva farti capire che erano tutte fesserie..

In pratica sì.. ma.. io non venni più contattata da nessuno. Né da questa dottoressa che avrebbe dovuto illuminarmi circa la questione danni da vaccino, né dalla dottoressa che seguiva Giulia. La dottoressa non rispose alle mie email nemmeno quando le scrivevo che Giulia stava male. Finché un giorno mi arriva una “bellissima” email da parte sua. Email dove mi scrive che non capisce perché la contatto ancora, che comunque è contraria alle cure omeopatiche perché potrebbero alterare i suoi studi. Concluse dicendomi che, in quel momento, aveva casi ben più gravi di quello di mia figlia da seguire. Con la chiusura del rapporto con lei, si interrompe il rapporto con l’ospedale di Verona.

-Tu però ormai avevi trovato una pista..

Sì, io continuavo ad andare avanti con i miei studi. Continuavo a leggere, a ricercare. Trovai tante testimonianze di famiglie estere. Ma non trovavo nulla in Italia.. “Possibile che mia figlia in Italia possa essere l’unica ad avere avuto queste reazioni a questo vaccino?” mi chiedevo. Mi confrontai col mondo delle criticità ai vaccini in senso ampio, entrai nelle varie pagine su facebook che parlano di danni da vaccino, di correlazione tra vaccino e autismo ecc., e conobbi le persone che erano all’interno di queste pagine. Mi mossi in lungo e in largo, insomma, finché trovai una madre di Roma. Anche la figlia, che ha due anni in più della mia ha gli stessi problemi di Giulia e ha fatto lo stesso vaccino. Questo incontro mi ha dato ulteriore motivazione a proseguire con la mia ricerca. Nel frattempo stavo andando da questo omeopata di Genova di cui avevo parlato prima. Iniziammo con la terapia e le cose sembravano andare bene, ma poi Giulia ricominciò a peggiorare e lui a un certo punto dovette alzare le braccia, “arrivati a questo punto non so cosa fare” ci disse.
E continua l’iter.. altri medici.. altri esami..
Ti dico anche che, una volta che era emersa la correlazione tra i problemi di Giulia e il Gardasil sono andata a rivedermi tutta la cronostoria sanitaria di Giulia dalla nascita in poi per capire. Da questa “analisi retrospettiva”, emerse che prima della prima vaccinazione Gardasil, tutti i valori di Giulia – postura, respirazione, ecc.- erano nella norma. Dopo la prima dose Giulia divenne subito asmatica. Queste correlazioni io le ho potute fare solo dopo. Ma il pediatra avrebbe dovuto notarle. Se prima te l’ho portata e stava bene, non può diventare asmatica tutta un tratto. Se fossi stata in grado di farle prima queste connessioni, mi sarei fermata alla prima dose. Se il pediatra mi avesse detto “guarda, una delle possibili reazioni avverse di questo vaccino potrebbero essere questi dolori diffusi”.. non sarei andata avanti.

-Torniamo al susseguirsi degli eventi..

Giulia non riusciva più a frequentare la scuola. Gli esami di terza media li ha fatti da privatista, studiando a casa. In quel periodo è stata per sei mesi a letto, era il periodo dove era semiparalizzata. Posso dirti che la scuola mi è stata vicina; tanto che ha potuto fare gli esami a casa. Giulia ha fatto una tesina sulle malattie rare. Ha preso la sua situazione e l’ha fatta diventare una tesina. Come poeta si è scelta Leopardi..

-Sicuramente non è il poeta più sereno e felice che esiste..

“Il suo dolore.. la sua sofferenza.. mamma.. il suo sentirsi solo e abbandonato.. come me mamma. Non c’è nessun amico che viene da me mamma.. mi hanno abbandonato tutti”.

-In che senso sarebbe stata abbandonata da tutti, anche dagli amici?

Giulia ha avuto un percorso particolare. Considera che ha iniziato a stare male in prima media. Una ragazzina fragile, chiusa in se stessa e a volte anche derisa. Spesso e volentieri, infatti, secondo i compagni, Giulia stava male perché non voleva essere interrogata, perché voleva impietosire gli insegnanti. Nel 2012 quando Giulia ha cominciato ad accusare tutti questi episodi così forti, io ho avuto un tia transitorio, una specie di ischemia nella parte sinistra del corpo. E la mia piccola si è spaventata tantissimo, pensa che quando stava male non voleva che gli insegnanti mi telefonassero per andarla a prendere, perché non voleva causarmi dolore e sofferenza. “Se faccio preoccupare mamma, a mamma succede qualcosa. Mamma per me è tutto, perché mi fa da mamma e da papà. Io non posso fare preoccupare mamma”. . Questo per farti capire la mia bambina.

-Il padre, il tuo ex marito, che fine ha fatto..?

Il padre le sta vicino, è presente.

-Ritorniamo alle tue ricerche, al percorso per arrivare a una cura…

Un nuovo omeopata da cui avevamo iniziato ad andare mi consiglia di approfondire in merito alla sindrome di Asia. Si tratta di una infiammazione autoimmune causata dagli adiuvanti contenuti nei vaccini.. Il luminare in questo campo è il professor Shoenfeld di Tel Aviv. Scrissi direttamente al professor Shoenfeld senza pensare che mi rispondesse e invece lo fece. Posso dirti che ha risposto a tutte le email che da quel momento gli ho inviato e ha cercato di darmi sempre risposte esaurienti. Ultimamente siamo stati prima in clinica universitaria a Pisa dove c’è una Professoressa che collabora con Shoenfeld. Abbiamo portato Giulia in questa clinica universitaria ma la sindrome di Asia non è stata confermata. …scrivono i medici…”La paziente giunge alla nostra attenzione nel sospetto di connettivite vista la presenza di artralgie, positività agli ANA, leucopenia e riduzione del C3. Gli accertamenti fatti hanno confermato le alterazioni laboratoristiche già documentate e l’esame ecografico articolare ha mostrato la presenza di un lieve versamento a livello della II IFP bilaterale e III.IV IFP dx.” I medici la hanno dimessa con la seguente diagnosi: connettivite indifferenziata, iperomocisteinemia, ipovitaminosi D, anemia sideropenica, tiroide di Hashimoto. Siamo usciti dall’ospedale con una terapia e con una esenzione. Speravo che perlomeno stavolta i farmaci non li avrei pagati. La brutta sorpresa è che l’esenzione vale per un solo farmaco! Tutti gli altri li paghiamo.

-Ma la dottoressa della clinica universitaria di Pisa ti è stata consigliatata da Shoenfeld?

No.. me ne aveva parlato una mamma..poi durante la prima visita la dottoressa stessa ci aveva detto che conosceva Shoenfeld, che si era incontrata con lui la settimana precedente al nostro incontro. Anche questa terapia, al momento, non sta funzionando, non sta portando alcun giovamento a Giulia.
Dopo l’ennesima crisi, il professor Shoenfeld mi consigliò di andare da una Professoressa del reparto di immunologia e reumatologia di Brescia che collabora con lui. Sono andata da questa Professoressa che ha confermato quanto mi era stato detto a Pisa suggerendo la coesistenza di una sindrome da iperalgesia centrale tipo fibromialgico. Ha aggiunto un altro farmaco alla terapia che già le veniva somministrata. Dopodiché mi ha detto di fare una visita cardiologica, endocrinologica e neurologica; ed ha aggiunto tutta una serie di esami del sangue.

-Il che comporta un altro esborso di soldi, senza neanche avere la certezza che siano esami e visite risolutive..

Infatti.. dovrei pagare un cardiologo, un neurologo, un endocrinologo. Altre spese che si aggiungono a quelle fatte fino ad oggi. Ma dove li trovo tutti questi soldi? Un’altra strada sarebbe quella di avvalersi di una impegnativa medica, ma questo vorrebbe dire che mi troverei di fronte a un medico qualunque, che può essere d’accordo o meno con la teoria sviluppata dalla dottoressa di Brescia, piuttosto che dal dottor Shoenfeld e ritornare da capo a sentirmi dire “gli esami sono nella norma, Giulia ha problemi psicologici”. E che oltre a questo, neanche la valutano con l’attenzione che meriterebbe senza pensare alle lunghissime liste di attesa..

-La questione dei soldi può diventare un discrimine dall’impatto drammatico..

Sottolineo che ho sempre dovuto pagare tutto, tutte le visite, tutti gli esami. Ti posso dire che tra analisi del sangue, medicine, cure omeopatiche, cure di altro tipo, visite omeopatiche, visite pneumologogiche, visite di ogni tipo, spostamenti, ho speso cifre notevoli. Considera inoltre gli spostamenti e l’eventuale soggiorno se vai in un luogo un po’ più distante. Considera che ogni volta che cambi medico ti cambia anche la terapia e devi comprarti tutte quelle medicine. Considera che tu non fai solo “esami normali”. Ti trovi anche a fare esami molto particolari, come alcuni tipi di esami del sangue, che sono decisamente costosi. Ed è difficile spiegare quello che si prova quando, pur di trovare una possibilità, vai nei vari ospedali alla ricerca del primario che credi possa aiutarti, e quello, dopo avere fatto una visita a pagamento, ti dice “non sono in grado di aiutare sua figlia”. Alcuni dottori mi davano la loro mail, dicendo di scrivere, ma poi non rispondeva nessuno.

-E’ molto importante che si capisca il calvario che una persona come te deve vivere perché vuole aiutare davvero il proprio figlio. Un enorme tempo da dedicare a un percorso del genere per stare dietro a innumerevoli esami e visite. E questo senza avere quasi mai una risposta o un indizio utile, ma, anzi, con persone, che, come il tuo pediatra o la dottoressa che ti segue a Verona, invece di aiutare a capire, sviano; e di fronte ad una intuizione che potrebbe essere risolutiva, la stroncano.. “non è così, non è così”. Non solo tutto questo, ma anche il dovere spendere una montagna di soldi. Se uno non ha le possibilità economiche che succede? Il bambino non si cura?

E’ vergognoso che lo Stato non faccia niente.. che nessuno si preoccupi della situazione che vivono genitori come questi..
Voglio raccontarti di un altro bruttissimo episodio avvenuto a scuola nel dicembre 2014, prima che andassimo a Pisa. Un giorno svenne otto volte consecutive. Una esperienza tremenda. Si manifestò un principio di semiparalisi alla parte sinistra. Ogni volta che si riprendeva sentiva un dolore atroce, un dolore talmente forte da farla svenire nuovamente. Chiamai l’ambulanza ed arrivò anche la medicalizzata. Arrivati al pronto soccorso io ero molto agitata e dissi a un medico:
“mia figlia è così a causa di un vaccino. Il primo che mi dice che il vaccino non c’entra o che mia figlia è matta, lo appendo alla parete!!”.
Questo medico mi guardò e mi disse “Chi glielo ha detto che i vaccini non possono avere reazioni avverse?”. Mi si è aperto un mondo nuovo. Era la prima volta che in un ospedale mi dicevano una cosa del genere. Chiamarono il primario del pronto soccorso che, dopo avere ascoltato tutta la nostra storia, avviò l’indagine con la responsabile della farmaco vigilanza. Questa responsabile arrivò da noi in stanza e ci disse:
“Ho fatto qualche ricerca. Possiamo fare la segnalazione di sospetta reazione avversa al vaccino; nell’anno 2014 vi sono state, in Italia, 900 segnalazioni di reazione avversa e 180 di queste ragazze hanno gli stessi sintomi di sua figlia Giulia e attualmente sono senza cura “.

-Quindi qualche dato di “sospetta” pericolosità ce l’hanno..

Esatto. Mi sono seduta e ho detto: “Mi scusi, 180 ragazze come mia figlia, nessuno ha una cura? 900 segnalazioni di reazioni avverse, e nessuno fa niente?”. E lei mi rispose “Anna le segnalazioni sono ancora poche.. ha fatto il vaccino a Giulia nel 2010.. 2011.. siamo a fine 2014 e solo ora riesce a fare la segnalazione per “reazione sospetta al vaccino”. Sa quante mamme non hanno avuto la sua caparbietà? Quante non hanno approfondito gli studi?”.

-Sì… ha detto lucidamente una cosa che si collega alle nostre riflessioni di prima. Tu hai avuto una perseveranza rara, nonostante quasi nessun aiuto in campo medico e, anzi, essendo “ostacolata” e disincentivata quando hai cominciato a porre la questione vaccino Gardasil. Tu hai studiato e ricercato tantissimo, ed hai trovato una madre che ti ha aperto questo mondo. Tu hai continuato ad andare avanti con una volontà indomabile fino al punto che anche la vicenda di Giulia è finita tra i casi di sospetta reazione avversa al vaccino. Tu sei stata capace di fare mille sacrifici, di andare ovunque, di parlare con chiunque.

E sentendomi spesso dire che la dovevo smettere… sentendomi dire “basta con queste pagliacciate”.

-Ma quanti hanno avuto questa perseveranza, quanti sono stati in grado di fare tanti sacrifici, quanti non hanno mai mollato e hanno studiato continuamente la questione? Sicuramente pochi.. sicuramente una piccola minoranza.. quelle 900 segnalazioni sono solo una goccia.. chissà quanti altri casi di possibile danno da vaccino ci sono, ma le persone non sono state messe in grado di capire questa connessione e di combattere per avere giustizia… continua con il tuo racconto..

Quando Giulia venne dimessa nel dicembre 2014 ci dissero di cercare un centro neurologico all’avanguardia. Lo trovammo a Milano e ci andammo per sentirci dire “non siamo in grado di curare Giulia”. Chiamai altri ospedali; ma la storia era sempre la stessa. Nel frattempo Giulia non migliorava. Dolori diffusi, impossibilità a camminare. La luce dava fastidio. Idem ogni rumore. L’unica arma di Giulia, l’unica cosa che la sostiene, è la musica. Quando arrivano questi dolori lancinanti lei ascolta la sua musica ed è come se la musica la porti in un altro mondo. Finché non rientra nei dolori standard. Solo la musica riesce a darle un po’ di pace, riesce a farla andare oltre il dolore.

-Qualcuno ha detto che la musica appartiene agli angeli, e li solleva.. li solleva oltre gli ostacoli della materia.. è bellissima questa cosa che hai scritto.. ed è sicuramente bellissimo il mondo di sensibilità che c’è dentro Giulia..

Voglio dirti che abbiamo incontrato anche medici che, anche dal punto di vista umano, ci sono venuti e ci vengono incontro: il primario del Pronto Soccorso, il dottore conosciuto a maggio ad una conferenza e che ha studiato il caso di Giulia e delle altre ragazze ed ha scritto un libro in merito, la professoressa che attualmente sta seguendo Giulia.

-Racconta.

Il primario del pronto soccorso mi ha detto “io non sono in grado di curarla però, ogni volta che Giulia ha una crisi, lei me la porta qua e da qua Giulia non esce finché la crisi non è passata o finché lei non ritorna ai suoi dolori standard”. Perciò ogni volta facciamo così. Lei ha la crisi, la prendo, la porto là, stiamo là una giornata, una giornata e mezzo e poi la porto a casa. E sento di doverlo ringraziare. Ringraziarlo perché sono pochi i medici disposti a fare una cosa del genere.

-Tu mi hai detto che eri andata alla ricerca di altre mamme..

Sì, ho contattato altre mamme che hanno fatto il vaccino antipapilloma virus.

-So che tu vuoi agire anche sul piano legale?

Sì, prima però è importante trovare una cura per Giulia, valutare le varie possibilità di cura sul piano della medicina ufficiale. Ed è ciò che sto facendo. Perché una qualche chance te la giochi se dimostri che tu le strade “canoniche” le hai percorse tutte.

-Si dice spesso che non arrendendosi mai, prima o poi si arriva dove si vuole arrivare.. e tu certo non mollerai mai..

Mai.. ma c’è una domanda che mi perseguita la mente.. esiste un sistema per curare mia figlia?
Voglio precisare che la mia battaglia è anche per tutte le altre bambine. Non mi preoccupo solo della mia bambina che sta male. Ma anche per tutte le altre bambine. Io chiedo alle istituzioni la verità, che venga fatta chiarezza. Che venga sospesa la raccomandazione di questo vaccino come vaccino miracoloso che evita il tumore e che previene le infezioni; che venga fatto un ulteriore studio visto che abbiamo molti scienziati e medici che ne evidenziano gli effetti collaterali.
Perché infierire sulla vita di queste bambine con un farmaco che forse non serve a nulla, impedendo loro di avere una vita normale, una vita decente? Ci fosse anche un solo caso, ed è ampiamente dimostrato che non è un caso solo, non merita forse giustizia? Non merita una valutazione? Non merita un’attenta riflessione del nostro ministro della sanità? I nostri figli non sono numeri, sono la nostra vita, il nostro cuore, sono il sole che illumina le nostre giornate e nessuno deve impedire a quella luce di brillare.

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La madre di Totò Cuffaro e la capacità di “sentire”

by on ott.12, 2015, under Bellezza, Resistenza umana

noreds

Mi trovo a rileggere una notizia di dicembre 2014, che mi colpì molto.

Totò Cuffaro, detenuto nel carcere dell’Ucciardone, aveva chiesto un permesso per andare a vedere la madre 91 enne gravemente malata di alzheimer. Il Magistrato di Sorveglianza rigettò il permesso con questa motivazione:

“Il deterioramento congnitivo evidenziato svuota senz’altro di significato il richiesto colloquio poiché sarebbe comunque pregiudicato un soddisfacente momento di condivisione”.

Voglio condividere le riflessioni che feci allora, perché questo non è solo un caso individuale, ma è una metafora del modo barbaro in cui qualcuno intende il diritto.

Un Magistrato di Sorveglianza può prendersi la facoltà di fare una valutazione neuro-psico-cognitiva? Un Magistrato di Sorveglianza può avere la presunzione di interpretare uno stato patologico -un alzheimer avanzato- per dire che, visto che la madre è particolarmente pregiuidicata mentalmente, il colloquio con il figlio non avrebbe avuto senso?

Ma se su concetti quali la “coscienza” filosofi, religiosi, scienziati si confrontano incessantemente da sempre, e, i migliori tra loro, ammettono che tanto ancora resta non decifrato, come nei casi di coma. Ma se si sa che uno stato patologico, anche gravemente compromesso, non è tabula rasa, che una persona non è mai una saracinesca abbassatta. Che, nella grandissima maggioranza dei casi uno non diventa “Un muro incapace di ‘sentire’ alcunché”, ma piuttosto un complesso caleidoscopio con sfumature di coscienza e di incoscienza.

Se anche le piante “sentono” il modo in cui le tratti e il loro sviluppo ne risente, se ci sono studi che collegano l’uso di certe parole alla reazione dell’acqua.. come si può stabilire per decreto quello che una madre, anche gravemente malata di alzheimer, può “sentire” e può “trasmettere”? Chi può mettere meccanici confini alle vibrazioni del cuore, al sentimento di una pelle, ai bagliori di lucidità che improvvisamente emergono anche in persone che sembrano sommerse dal buio mentale?

Nessuno può giudicare il sacro e intimo contatto di un figlio e di una madre, anche se gravemente malata di alzheimer. Nessuno può presumere di sapere cosa davvero avverrà e verrà “sentito” in quell’incontro. Nessuno, tanto meno un Magistrato di Sorveglianza, può ostacolare un momento così sacro. La madre di Totò Cuffaro, così compromessa cognitivamente, forse, avrebbe sentito il figlio ancora di più che se non avesse tali problemi patologici. Cè un Mistero nei rapporti umani, specie se intimi e profondi, dinanzi al quale i farisei giudicano, mentre, in realtà, ci si deve solo umilmente inchinare.

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Dialogo con Ippolita Luzzo

by on set.28, 2015, under Bellezza, Resistenza umana

uccellosu

Quante persone sono nate con una passione dentro? Quante persone hanno visto questa passione “svegliarsi” dopo anni di prove e forti esperienze?

Quanti hanno una vulcano dentro, e lo tirano fuori e vorrebbero farsi sentire e la loro è una lotta contro il silenzio intorno, contro l’incomprensione, contro mille piccoli invidie, mille piccole ostilità.. ?

Ho pensato a volte a queste persone che hanno tanto da dire e invece di incoraggiare la loro voce, l’ambiente intorno sembra volerli disincentivare. Sono persone che non hanno scaltrezza, che non sanno “vendersi” bene, che non amano compiacere, e non si affiliano a gruppi, cordate, piccoli clan letterari o di altro genere. Sono persone un po’ troppo fuori margine per chi è abituato a inquadrare tutto. O poco “istituzionali” come poco “istituzionale” è considerata l’amica Ippolita. Non fa parte di una associazione, non è in alcun gruppo che conta, non è collegata alla politica, non è “giornalista professionista”, non è in alcuna “cordata letteraria”, anche locale, di un certo rilievo. E per questo la si considera quasi ‘importuna’ da parte degli addetti ai lavori del mondo letterario e artistico. E’ di quelle persone che se partecipa ad una iniziativa pubblica, a qualunque titolo, alla fine difficilmente la si citerà.. perché.. è poco.. “istituzionale”, perché semplicemente non si pensa che lei possa portare “vantaggi” a chi la coinvolge, e l’opportunismo, come molti di voi sapranno, non ha confini, e dovunque ci saranno quelli che classificheranno gli altri in “utili” per i propri scopi e “non utili”.

Io invece credo (e sono in tanti a crederlo) che a volte sono proprio le persone “fuori dai giochi”, e senza “titoli”, “ruoli”, “appartenenze” particolari ad avere una bella voce, una voce di semplicità, umanità, sincera volontà di condivisione. La loro passione è ancora più meritevole, perché poco gratificata dal mondo circostante e nonostante tutto perseverante nella fedeltà a se stessa.

E così è Ippolita, che raccontava l’Eneide e altre storie ai malati che con lei facevano la chemioterapia, e faceva loro doni, e li faceva volare con la mente, alleggerendogli l’anima in quei giorni molto duri per tutti loro. Non è questa “arte di vivere”? E non è questa “letteratura al servizio dell’essere umano”. Ippolita che dopo una vita a tenere spesso dentro una buona parte del suo mondo e dopo gli anni della chemio e di altre sofferenze fisiche, trova la sua “magica ossessione”.. e scrive, scrive ovunque, su ogni pezzo di carta, in ogni luogo. E legge a tutti, perché sente che la scrittura tenuta solo per se stessi non ha valore, e vive negli altri, nell’ascolto degli altri, nelle emozioni che gli altri provano con essa. Ed Ippolita scrive anche degli altri.. fa continue recensioni su eventi, spettacoli, libri, poesie.. perché le piace valorizzare gli sforzi creativi di chi incontra.

Ippolita la conobbi un giorno alla Ubik di Catanzaro Lido quando, nell’ambito di un libo che quel giorno lì veniva presentato, parlò con voce commossa di quelle donne che, come sua madre, avrebbero voluto scrivere, insegnare, comunicare, ma, per i limiti del tempo, dovettero passare gran parte della loro vita tenendo dentro di se il proprio mondo.

Di seguito, un dialogo che ho avuto con lei.

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-Di dove sei Ippolita?

Sono di Lamezia, al tempo Nicastro, dove abito e non abito.

-Come è stata la tua infanzia?

Sono nata in una famiglia patriarcale. Stavamo tutti in una grande casa nobiliare: nonna, nonno, i fratelli di mio padre, mia mamma, mio fratello, mia sorella. A tavola, a pranzo e cena, ogni giorno, eravamo in molti; circa 10-12. Fino al 1962-1963 è stato sempre così. Negli anni sessanta Nicastro non aveva ancora costituito, insieme a Sambiase e Sant’Eufemia, Lamezia. Molti anni fa era solo Nicastro. Ed era bellissima. E’ bella anche adesso, ma è molto peggiorata. Molti palazzi e strade sono irriconoscibili e anonimi. Io abitavo in una strada del centro storico. Ricordo come un incubo la sparizione del giardino di fronte casa mia che era parte di un palazzo nobiliare un po’ malandato, figurati che quando pioveva entrava l’acqua. Un palazzo scomodo, freddo. Mancavano i confort. Avevamo la televisione, ma, quando si ruppe, il nonno non la ricomprò più. Il telefono arrivò tardissimo. Io vivevo immersa in uno stile di vita che era più antico rispetto ai tempi. In confronto alle mie compagne del liceo, era come se vivessi in un’altra epoca. Noi, come famiglia, stavamo sostanzialmente per conto nostro; avevamo pochi scambi sociali. Incontravamo qualcuno quando venivano i parenti. Avevamo una grande cucina con il forno a legna e qui facevamo il pane, il maiale, i taralli per Pasqua. Avevamo la campagna, quindi c’era abbondanza di frutta, olio, vino. Di solito quello che ci avanzava lo regalavamo, piuttosto che venderlo. Ricordo ancora l’immagine di mio padre che arrivava con i fichi. Questo era il mondo da cui vengo io. Un mondo agricolo, di contadini, proprietari, senza essere imprenditori. Un mondo antico anche per quei tempi. Di carattere sono sempre stata timida, introversa. I pochi altri contesti in cui mi ritrovavo non mi aiutavano a socializzare. Quando frequentai il catechismo non mi fecero partecipare al coro, perché dicevano che ero stonata. La mia solitudine, comunque, nasceva a casa dove, nonostante la famiglia numerosa, avvertivo una grande estraneità. Questa sensazione di estraneità l’ho portata con me negli anni. Ma non ho mai amato l’idea di stare sola per conto mio. Ho sempre avuto un grande desiderio di partecipare alla vita sociale, mi piace molto stare insieme con gli altri. Non sono, quindi, una solitaria per scelta; sono una solitaria per destino. Quando sono entrata in un contesto collettivo, e sentivo che finalmente trovavo il mio posto in mezzo agli altri, trovavo qualcuno che mi cancellava. Questo succede anche oggi. Ho cercato di reagire a questa cancellazione, dicendomi frasi come “mi cancellano perché vorrebbero che io reagisca in modo più aggressivo”, mi cancellano “Perché li oscuro”. Ora invece faccio della cancellazione la mia forza. Anche fisicamente ero una ragazzina molto fragile, molto debole. Ricordo che non riuscivo a fare le scale di casa tanto ero debole ed ogni estate facevo le punture di record B12; che erano delle vitamine. Amavo la scuola, uno dei pochi contesti in cui mi trovavo bene. Sono andata a scuola un po’ prima, un anno prima. Ho sempre amato leggere.

-C’è qualche episodio in particolare della tua infanzia che ti è rimasto impresso?

Allora… Io ho impiegato tantissimo ad imparare a stare in bicicletta. Ora… immagina che una volta, per fare la salsa, si mettevano le bottiglie di salsa a bollire fuori. Dietro casa mia c’era uno slargo, e le donne che abitavano nel vicolo mettevano lì fuori a bollire le bottiglie. Accendevano il fuoco e in questi fusti grandi mettevano le bottiglie. Un giorno, con la bici, andai a sbattere proprio contro questi pentoloni! Ricordo che in quei vicoli passavano gli asini con le ceste. Io abitavo nel rione più antico di Nicastro; sotto casa mia c’erano tutte casette basse, e c’eranoi vicini che stavano seduti uno accanto all’altro perché si conoscevano tutti. La scuola media stava nel quartiere nuovo. Per arrivarci attraversavo la città. Mi accompagnava una compagna che, a differenza di me, era alta e più “in forze”. Mi portava i libri che io, debole, non reggevo. Durante “il tragitto”, di tanto in tanto dovevo fermarmi a riposare. Di carattere ero talmente timida che, quando, arrivata al quarto ginnasio trovai una classe mista, fu uno shock. Ero la più piccola della classe. La professoressa mi rimandò in latino in greco e, a settembre, agli esami di riparazione, mi bocciò. Quando le chiesi perché mi avesse bocciato, lei rispose che lo aveva fatto perché ero troppo piccola. Successivamente mi resi conto che in questo modo mi aveva agevolato. Ripetendo il quarto ginnasio, ero sempre la più piccola, ma almeno un po’ più coetanea con gli altri. Prendevo voti alti. Frequentai regolarmente il liceo, sempre un po’ fragile di salute. Per dirti come tutto per me fosse più complicato che per i miei coetanei, ti faccio l’esempio del telefono . In quegli anni era entrato in tutte le case ma mio padre diceva “il telefono no, perché poi parlate con gli uomini”. Dopo il liceo, mi iscrissi in filosofia a Messina. A Messina stavo in una sorta di convento, un pensionato gestito dalle suore. Anche se, la maggior parte dei tempo la trascorrevo a Nicastro. Mi sono laureata in filosofia, con un tesi su Stirner e il suo concetto dell’”Unico.” Io avrei voluto fare la tesi sulle donne, sul femminismo.

Dopo la laurea, per sette anni restai disoccupata. Trascorrevo in questa grande casa autarchica, una casa dove non c’era nessun divertimento, nessuno svago, nessuna relazione. In quei sette anni l’unica cosa che, praticamene, facevo era leggere, leggere, leggere. Finalmente nel il 1984 indissero il concorso a cattedra, lo vinsi iniziai a girare la Calabria. Il primo posto in cui mi inviarono era Umbriatico. Si tratta di un paesino, a circa 160 km da qui, che adesso si trova in provincia di Crotone. Lì sono piombata nel medioevo più assoluto. A Lamezia c’era pur sempre un cinema, un teatro, una vita sociale. Ad Umbriatico non c’era niente. Nessuna pompa di benzina, nessuna edicola, niente di niente. Solo un negozio per tutto. La gente era come quella di Anime Nere, il famoso film di Munzi e Criaco. I giovani non c’erano, erano emigrati, lasciando i figli piccoli ai nonni. La scuola era una stanza con la stalla, e in un altro palazzotto c’era la media. Questo è stato il mio ingresso nella vita lavorativa. Ingresso difficilissimo anche perché non sapevo insegnare. La scuola non ti insegna ad insegnare. Ti manda sostanzialmente allo sbaraglio. E io non sapevo da dove iniziare. Visto che conoscevo Dostoevskij, Tolstoj, tutta la letteratura francese, Bel Ami, Balzac… erano queste le cose che raccontavo agli alunni. Costantemente una voce interiore non mi dava pace. “Che gli devo dire?” . L’anno dopo fui inviata a Melissa. Ancora peggio. A Melissa ebbi la sensazione di vivere ancora più indietro nel tempo; gente cattiva, che ti spiava, che sentivi che ti stava con il fiato sul collo. il Preside era sporco, proprio fisicamente sporco, e gli alunni erano di una aggressività allucinante. Poi fu la volta di Mesoraca; e anche lì fu un inferno, sia come colleghi sia come alunni. Ho cominciato ad insegnare bene solo quando mi trasferirono a Monterosso, dieci anni dopo che erano iniziate le mie peregrinazioni con l’insegnamento. I ragazzi erano bravissimi; e forse anche io avevo imparato ad insegnare. Fu una esperienza bellissima. Quando, i n quanto soprannumeraria , fui mandata a Serra san Bruno, i genitori andarono al Provveditore per chiedere di farmi rimanere. E’ la cosa più bella per un insegnante; essere richiesta dai genitori. Finii poi Polia. Altro luogo bellissimo. E’ proprio vero.Esistono luoghi e luoghi. Gli alunni erano deliziosi e studiosi. Li penso tutti con grande affetto. Sono rimasti con me tre anni. Infine giunsi a Lamezia, nel 1998-1999. Inizialmente mi inviarono per due anni ad insegnare ad una scuola particolare del centro storico; una scuola di alunni con grande disagio. Ed in seguito alla Manzoni. E’ stato un bel periodo. Fino a quando ho dovuto smettere per motivi di salute. Intanto mi ero sposata nel 1988, e avevo avuto mio figlio nel 1999.

-Come era sorto il tuo problema di salute?

Come hai potuto capire, non sono mai stata granché bene in tutta la mia vita. Il mio cancro, perché di un cancro si trattava, emerse già con uno stato di salute molto debilitato. Erano gli anni 1999-2000. Avevo avuto un segno rivelatore. Un polipetto all’ano. Anche se l’ho capito dopo, perché i medici non diedero ad esso l’importanza che meritava. Queste cose te le dico perché potrebbero servire ad altri. Quando ci si imbatte in un polipetto all’ano, si deve assolutamente fare la colonscopia. Scoprii dopo, il polipetto all’ano è la spia del cancro al colon. Invece io andai dal proctologo che era un imbecille e che, non mi fece fare nessuna colonscopia e che mi disse “ah sì, lei ha un polipetto all’ano, glielo bruciamo a Catania”. Dopo questo intervento di bruciatura, non sono stata bene, perché avevo dei dolori lancinanti. Andai da un dottore di Roma, primario all’Umberto I. Anche lui non mi fece fare la colonscopia, ma mi diede una sua crema. “Signora –mi disse- le passerà qualsiasi dolore, qualsiasi ragade” . Per lui si trattava di –ragadi rimaste durante l’intervento. Sia la crema che le visite costavano tantissimo. Ma non servirono a nulla. Io stavo sempre male, perdevo sangue. Nel 2002 e nel 2003 ero arrivata a stare così male che mi facevano le flebo di ferro. Più il tempo avanzava, più il mio malessere peggiorava. Un giorno di febbraio 2005 , proprio il giorno San Valentino, mentre mi trovavo a scuola a fare gli scrutini, sentii un fortissimo dolore, come se stessi per partorire. Tornai a casa e poco dopo dovetti essere operata. Con l’intervento emerse ciò che avevo: mi tolsero circa 20 cm di intestino; era un tumore abbastanza alto. Dopo l’intervento dovetti intraprendere la chemioterapia. Furono sei mesi di chemio, due volte al mese. Le feci a Catanzaro, presso l’Ospedale Pugliese, con il professore Mollica. Io non la volevo fare, e cercai di affrontarla a modo mio. Ad esempio, avevo comprato i braccialetti anti nausea e il professore mi diceva “e sì signora, e voi ora con i braccialetti avete risolto”. Oppure facevo l’agopuntura e lui diceva “questa è la signora dell’agopuntura”. Anche se Il dottor Mollica aveva un approccio molto quadrato, molto tradizionale, nel tempo nacque un bellissimo rapporto. Pensa che ci scambiavamo i libri. Ricordo uno di questi libri, “La fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani. A lui piacevano i nostri “scambi”, e mi diceva “è così che dobbiamo fare”. Intendeva che così doveva essere l’empatia tra medico-paziente. E’ rimasto un bel rapporto tra noi. Recentemente, l’ho incontrato al cinema e mi ha detto..“lei signora scrive ancora?”

-Ritorna sul periodo della chemio…

La chemio la feci dal 2005 al 2006, a Catanzaro, come ti avevo detto. Dovevo stare là tutto il giorno, perché avevo il port. Il port consiste nell’aver sotto la pelle un impianto. Loro ti fanno una sorta di infusione, con delle flebo. Ricordo che stavo in una sala piccola, in cui c’erano altre cinque persone. Tutti e sei eravamo attaccati alla flebo. Il primo giorno in cui entrai per fare la chemio vidi queste persone tristi. Allora mi sono messa a parlare “Adesso vi racconto una storia”. E gli ho raccontato l’Eneide, gli ho parlato di Didone. Si sono tutti rianimati. Erano tutti felici. E così ho sempre fatto quando andavo là.

-E’ bellissimo quello che hai fatto..

Questo per dirti che io non sono una “vera” solitaria. Non sono quel tipo di “solitaria” che detesta stare con gli altri, che vuole sempre stare nella sua solitudine. Io quando andavo tra questi malati, parlavo, parlavo; parlavo tanto. E poi portavo i fiori. Devo dirti che nonostante la chemio sia qualcosa di durissimo e doloroso, quella fu per me una bella esperienza; perché fu una esperienza di umanità, di condivisione, di socialità. Fu una opportunità di stare con gli altri. Circa l’impatto della chemio, tutto sommato per diverso tempo ressi abbastanza bene. Ma alla fine mi sono sentita malissimo. Mi venne la candidosi. Proprio con la fine della chamio, cominciò l’inferno.

-Racconta..

Nel 2006 cominciai a produrre schiuma. Schiumavo come una lumaca. Avevo proprio la lingua bianca. E come schiumavo in bocca, il dottore mi spiegava che schiumavo anche dall’interno… nella pancia, nello stomaco… una cosa pazzesca. A lungo trovai medici superficiali che non capivano quello che avevo. Che mi dicevano le solite banalità del tipo “sei depressa”. Finalmente trovai un medico di Roma che mi disse che avevo la candidosi. Questa problematica mi aveva ridotta ad essere uno zombie. In quei due anni non tornai a scuola. Molti colleghi dopo l’intervento e la chemio tornano a scuola. E anche io, mentre stavo facendo la chemio, dicevo ai colleghi “ora torno, ora torno”. E invece mi venne questa candidosi terribile. Per due anni non ho saputo come uscirne. Furono due anni di inferno. Credevo di morire. Ormai anche andare a fare le visite mediche era uno strazio. Non riuscivo più a camminare; barcollavo. Tutto questo fino a quando incontrai una persona che mi salvò. Era un ortopedico di Roma che mi diede una cura senza carne e che mi disse “Si prenda un limone spremuto ogni giorno”. Con la dieta e il limone mi passò la candidosi. Prima, come ti dicevo, avevo schiuma all’interno del corpo, mi sentivo sempre gonfia, ero sempre dolorante, sempre piegata in due. Tutto questo passò grazie alla dieta e al limone. Nanni Moretti in Caro Diario racconta le sue vicissitudini di salute, e dice “Ho imparato che ogni mattina si deve prendere un bicchiere d’acqua tiepida con un limone spremuto”. E’ molto importante, in questi casi, incontrare la persona giusta. Ci sono certe persone che ti danneggiano più che aiutarti, o comunque ti tolgono energia piuttosto che motivarti. Pensa che una psicologa un giorno mi disse “va beh, mio padre è morto, tutti dobbiamo morire”. Comunque la guarigione richiese mesi. Oltre a questa tremenda candidosi, successivamente ebbi un altro bestiale problema fisico. Tutto iniziò con un grande dolore alla gamba. Dopo l’intervento e la chemio, zoppicavo sempre. Non riuscivo comunque a capire come venirne a capo. Decisi di andare da quel medico di Roma che mi aveva fatto conoscere l’acqua col limone e mi disse “signora, lei non ha niente alla gamba, ha avuto uno spostamento del bacino e quindi ha sbilanciato e deve mettere un tacchetto più alto di una scarpa.”. Il trucchetto del tacchetto funziona… sulla gamba… a quel punto però.. non riuscivo più a masticare. Il tacco aveva innescato una sorta di mutamento a livello di mandibola. Prima andai da un dentista che per due volte mi da un byte, m io non riuscivo a stare con questo byte. Poi andai in un famoso centro dentistico che si trova a Crotone. Lì ho avuto a che fare con lo gnatologo, che è quello che si occupa dei byte. Mi applicò un byte e, dopo qualche mese, non vedevo più, non camminavo più. A un certo punto mi sono tolta di bocca questo byte; e mi successe di tutto. I denti cominciarono a sbattere l’uno contro l’altro. Ancora adesso ho tutti i denti rovinati. Per fortuna incontrai un osteopata, che si chiama Oreste Montepaone e lavora a Catanzaro. Lui riuscì a risistemarmi. Da allora, ogni settimana devo andare da Oreste che mi sistema la mascella, mi sistema la gamba e me la mette dritta e gran parte delle problematiche fisiche vengono meno.

-La scrittura è la tua passione, racconta come nacque tutto questo, cosa ti ha accesola scintilla.

Nel 2009 avvenne un evento che fu uno spartiacque per me. C’era una signora che aveva organizzato un evento con un pulmino, ma gli era venuta meno uno dei partecipanti, lei mi chiese di prendere io il posto di quella persona e lo feci. Si trattava di andare ad Ischia dove lei doveva ritirare un premio di poesie. Le sue poesie mi piacquero e scrissi un pezzo. Tempo dopo, nell’ambito di un evento organizzato a Lamezia, mi venne chiesto di leggere quel brano. Provai una emozione particolare nel farlo. E questo fu uno stimolo a continuare a scrivere. Una delle motivazioni interioro era che mio figlio mi leggesse. All’inizio mi dicevo “scrivo perché mio figlio mi legga”… “scrivo, glielo faccio leggere, lui lo leggerà, e io parlo con lui”. Poi mi sono resa conto che molte volte non mi leggeva. E allora ho cominciato a dirmi “adesso dice che non mi legge… però poi… mi leggerà.” Posso però dirti che un momento decisivo dal punto di vista “tecnico” fu l’avere imparato il PC. Prima ho sempre scritto su fogli di carta, e mi trovavo piena di fogli che smarrivo continuamente. Anche perché scrivevo dappertutto. Sull’agenda, sugli assegni, sulle note della spesa. Nel 2007 tutti quei foglietti li bruciai. Per imparare il PC ho fatto venire un ragazzo a casa per insegnarmelo. Era il 2010. Poco dopo, dovendo scrivere una presentazione per il libro di un amico , scoprii l’esistenza dei siti letterari. Per me fu una rivelazione. Ora quell’ubriacatura mi sembra una cosa lontana. Ma in quel momento per me era come trovarmi nel “paese dei balocchi”. Tutti questi siti letterari, dove si poteva scrivere in continuazione e confrontarsi con gli altri, commentare, vedere i loro commenti. Appena entrai in questi siti, mi sembrava di essere in uno dei collettivi degli anni ’70. Io ero un po’ troppo impetuosa nel pormi, e anche molto schietta. Questo comportava che venissi bannata da quei siti o che me ne andassi io. Nel 2012, un professore che avevo conosciuto proprio su uno di quei siti, e che aveva apprezzato il mio stile, mi aprì un blog. E si può dire che dal 2012 ad oggi io scrivo in continuazione.

-Se dovessi chiederti perché scrivi, come risponderesti?

A me piace comunicare. Per comunicare io non ho trovato altro sistema che non sia quello del foglio. Per comunicare posso usare solo la scrittura. Lo posso fare dicendo ad un’altra persona quello che io penso di lui, di quello che scrive. E’ un modo per conoscersi. Ed è un modo per fare un dono. “Ti do questa parte di me”.

-Quindi non sei molto d’accordo con chi dice di scrivere solo per se stesso e che non gli interessa se altri leggono o meno?

Assolutamente no. Per me sono dei pazzi. Per me la scrittura è imprescindibile da chi ti legge. Voglio anche dirti che dalla scrittura si capisce se ciò che uno dice è vero o falso, e se chi scrive è una persona “vera” o “falsa”.

-Di cosa scrivi maggiormente?

Sai che non potrei dirti un argomento particolare sul quale scrivo.. si può dire che scrivo di qualsiasi cosa.

-Questi anni ultimi anni come sono stati?

Per certi aspetti è stato un periodo in cui è stato possibile che le mie idee cominciassero a trasformarsi in realtà. Per altri versi è stato un periodo di cancellazione. Da sempre in un certo senso io sono cancellata. Ma negli ultimi tempi è avvenuto con particolare intensità.. Un mio amico giornalista dice che vengo oscurata perché non sono “istituzionale”. Anche in un’altra iniziativa a cui avrei dovuto partecipare, seppi che alla fine non ero stata invitata perché non ero… “istituzionale”. Io non sono presidente di una Associazione, non faccio parte di un partito, non sono una giornalista, non ho potere economico. Non sono nessuno, quindi… hahaha.

-Detta così è quasi un complimento, perché istituzionale vuol dire che sei nel sistema. Le parole che noi usiamo ci qualificano. Qualificare una persona come “non istituzionale”, vuol dire porsi nei confronti di quella persona in una posizione di spocchia, di giudizio.

Ma il mondo letterario e culturale è un mondo di spocchia e di giudizio… e di cordate…

-Cosa intendi per cordata?

Le persone che operano nel mondo della cultura si aggregano in gruppi di mutuo sostegno reciproco. Anche quelli che sono bravi si devono appoggiare a qualcuno, altrimenti non trovano spazio.

-Insomma sinergie di pura convenienza?

Si… come si forma una cordata? Immagina uno scrittore locale che ha raggiunto un successo di portata nazionale, meglio morto. La cordata si manifesta nel parlare di lui, nello stare vicino a questo scrittore, nel fare iniziative su di lui, morto.. Anche perché, tramite la sua luce, di riflesso, si cerca di avere visibilità. E poi ci sono tanti modi per cercare visibilità. Adesso vanno di moda gli incontri con dieci persone, perché dieci persone sono una garanzia per la riuscita della serata. Una cosa che mi indigna profondamente è poi tutto quel mondo di coloro che si vogliono creare una posizione attraverso l’esibire il loro essere antimafia. Io ho messo un disegno sul mio profilo dove alcune vittime di mafia dicevano “per favore dimenticateci, perché voi non potete fare le vostre carriere sulle nostre morti”. Opportunisti dell’antimafia per fare la loro carriera. Altra cosa che ho notato nel corso degli anni è che pochi, davvero pochissimi, hanno una vera opinione indipendente. Moltissimi non si accorgono, in modo indipendente, se una persona è brava o meno. Se io mi accorgo che una persona è brava, senza che me l’ha detto nessuno, mi dicono “a te chi te l’ha detto?”. Il plauso della gente comune viene solo dopo che qualcuno di importante e di autorevole ha dato la sua approvazione. Prima non ti considera nessuno. E comunque sono arrivata anche alla conclusione che gli altri, con le dovute eccezioni, se ti incontrano la prima volta.. le prime cose che notano sono come ti vesti, quanti soldi hai e se puoi essere loro utile, se puoi servire in qualcosa.

-La tua via può essere intesa alla luce dell’amore per la scrittura e la condivisione…

Guarda.. nel 2009 ho cominciato a girare con questi fogli in borsa. E lì leggevo dove mi trovavo. Una volta leggevo ad una persona su una panchina, stavo leggendo quella che era “la mia pasquetta” e una donna che si trovò a sentire mi disse “signora, questa è la pasquetta mia”. Avevo il desiderio di leggere in continuazione quello che scrivevo. Ad esempio alle otto di mattina chiamavo e dicevo “Buon giorno, ho scritto questo”. E leggevo quello che avevo scritto. E ho cominciato a scrivere. E poi ho cominciato a leggere in pubblico.

-Ricordo un tuo appassionato discorso alla Ubik di Catanzaro Lido…

Io esprimevo alla Ubik la bellezza e la difficoltà delle donne che potevano scrivere. Mia madre ha sempre voluto fare la maestra, ma le era sempre stato negato, e ha fatto una vita difficile, portandosi dentro questa mancanza. Ancora. adesso che ha 90 anni , vive con questo senso di mancanza. Quella sera dissi che sono contenta di essere andata a scuola… posso scrivere, posso insegnare, posso parlare. Grazie sempre a Nunzio Belcaro, alla sua sensibilità, a Gianluca Pitari. La libreria Ubik ama la scrittura. Per me scrivere è relazione..

-Voglio concludere con qualche tuo brano. Leggine due..

Questo brano si chiama “Dove ritorniamo”..

“Nella nostra vita ritorniamo sempre all’infanzia, all’adolescenza. Tutto quello che succede dopo è una schermata, e poi l’infanzia ci insegue e ci riporta indietro. A lei ritorniamo più o meno consapevoli, più o meno felici, più o meno soddisfatti. Le rondini di maggio, i loro voli circolari rasenti il mio balcone e di fronte la chiesa barocca, il suo bellissimo giardino che nessuno ricorda più. La nonna che fumava qualche sigaretta di nascosto come una ladra, dietro una finestra. Lo zio lento, maldestro, che sicuramente avrebbe rotto qualche tazza, avrebbe versato il latte per le scale. La mia mamma che lavorava con i capelli corti, un foulard in testa. Scendeva in una botola, prendeva la carbonella, preparava un braciere, per una serie di maschi per i quali era d’uopo riscaldarsi. Le donne di casa preparavano grandi ceste con cenere fumante e le lenzuola bianche sotto la cenere profumavano di buono e di famiglia. Ugo mi accompagnava a scuola. Palma veniva nella nostra campagna, dormiva da noi il sabato. Poi ritornava alle sue galline, ai suoi cani, ai suoi gatti. La cucina in muratura, il forno a legna per fare il pane, i taralli per pasqua con l’anice nero, e il baccalà con le patate del venerdì. Ero convinta mi volessero avvelenare, bambina, chissà perché. Leggevo troppe favole nere. Ero convinta di essere di troppo in quella famiglia numerosa, articolata, complessa. Ero sicuramente non capita. Non c’era il tempo. Mangiavo quindi poco. Ero magra, magrissima. Debole, debolissima. Quanti record b-12 ho bevuto nelle primavere della mia infanzia e della mia adolescenza. Pensavo, leggevo e pensavo. Studiavo, amavo la scuola, non conoscevo altro. Amavo i diari scolastici, i quaderni, le penne, il banco, dove io trovavo il mio posto. Non c’era posto per me in parrocchia. Ero timida, poco intonata, nemmeno un coro. Riuscii ad andare in bicicletta dopo e ricordo un grande pentolone di salsa contro cui andai a sbattere nel vico chiuso dietro casa. Non imparai nemmeno l’alligalli malgrado gli sforzi di mia cugina non avevo ritmo, non parlavo.

Con chi avrei potuto parlare di personaggi letterari, leggere poesie che scrivevo e sceneggiature mai recitate. Avevo sempre il muso. Il mio papà sempre molto carino, mi chiamava Cassandra, capra maltese cioè testarda. La zia Giuditta mi chiamava Sandrina, le ricordavo Sandra Mondaini. Per tutti ero studiosa, capace, ma poi finiva lì, come se fossi ancora in quella casa dove per altro non vivo più da tanti anni. Ma non sono vissuta da nessun’altra parte. Non ho ricordo delle altre case dove ho abitato. Non ho ricordi di questa dove abito da più di 15 anni. Tutti noi non andiamo da nessuna parte, ma è bello andare. Quello che non ho fatto allora lo faccio ora. So ballare l’alli galli, so parlare in pubblico, sono elegante e sono carina. Saprei fare molte altre cose se sarà il mio destino farle. Il tempo è circolare. Nulla si perde e tutto è per sempre, ma la selezione annulla il superfluo. Il banale, il quotidiano, annulla lo squallore di una vita falsa e ci ridona le immagini essenziali a dirci chi siamo.”

Quest’alro brano è dedicato ad Amy Winehouse ed ora anche a Whitney Huston..

“Nel dissolvimento del mio mondo ho pensato che vivere la mia sofferenza, mi avrebbe permesso di essere capita dai miei cari. Così, nelle televisioni private, in qualche associazione, elegiacamente ho intonato il canto dell’amore perduto, commentando poesie di altri poeti, parlando di Emily Dickinson, parlando convinta che i miei cari avrebbero capito le mie ragioni. Sono venuti anche a sentirmi. Hanno visto i giornalisti locali che mi intervistavano, le persone che mi porgevano i fiori, che si congratulavano, si erano commossi gli spettatori, e loro, i miei cari “adesso ti sei specializzata, adesso puoi fare solo questo”. E io che parlavo per loro! Adesso ho iniziato a parlare per me. Ed è successo di tutto. L’invidia profonda di chi si sentiva scavalcata. Le persone semplici che mi dicevano di avermi visto in televisione e che mi domandavano quando avrei fatto un libro. Ma io non voglio scrivere nessun libro. La mia casa è invasa da libri, da fogli, da agende. Scrivo dappertutto. Esco e penso a quello che scriverò a casa. Ti credo perché penso che ti sia successa la stessa cosa. E’ la frase creativa. Mia sorella quando mi vede con un foglio in mano, scappa. Ho smesso di leggere alle amiche. Non possono capire il turbinio che abbiamo in testa. Le voci, i personaggi, le storie che vogliono essere scritte. A volte scrivo come se fossi in trance. Non so neanche io cosa racconterò. Poi ovviamente ci diamo una regolata. Qui pubblicano tutti. A che pro. Una volta lessi un libricino piccolo piccolo. Della Sperling forse. La storia di una donna di una piccola città che faceva conferenze, veniva premiata con qualche premio letterario. Pensai “che squallore una vita così”.

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Il potere delle piante amazzoniche- un dialogo con Salvatore Usai

by on set.28, 2015, under Guarigione, Medicina

SalvatoreUsai

Non troverete solo le piante amazzoniche nell’intervista che leggerete.
Si parlerà anche di ipnosi, di psicosomatica, e di altro.
Ma ogni titolo è inevitabilmente una selezione, la scelta di un riferimento che si particolarmente rappresentativo di ciò che si leggerà.
E sono le piante amazzoniche il riferimento che voglio in primo luogo dare per rappresentare questo dialogo avuto con Salvatore Usai.
Salvatore ha avuto una vita non facile, lottando fin da piccolo con la necessità di industriarsi in ogni modo per potere campare. A un certo punto del suo percorso è diventato vigile del fuoco, che è stato il suo lavoro fino alla pensione.
Ma, in parallelo, ha vissuto anche un’altra vita, una vita sospinta da vene in cui ha sempre scorso potente il sangue della curiosità e della passione.. passione che si è focalizzata su tutto quel campo dove, al di là delle frontiere canoniche e del pensiero ordinario, è possibile agire beneficamente sull’uomo.
Spinto da questa curiostà e da questa passione ha letto migliaia di libri e si può dire che i libri ormai lo stanno sfrattando da casa sua per quanto sono numerosi.
Delle tante cose studiate e praticate, alcune in particolare sono diventate i suoi cavalli di battaglia.
In particolar modo l’ipnosi e le piante amazzoniche.
Le piante amazzoniche rappresentano un vero, splendido, delicato e profondo mondo. Un mondo portatore di un notevole impatto curativo e capace di incidere su profonde dinamiche esistenziali.

Nel corso dell’intervista Salvatore si soffermerà soprattutto sull’ayahuasca e sull’iboga, che sono considerate “piante di conoscenza” o “piante maestro”. Quel particolare tipo di piante che generano cambiamenti dello stato di coscienza e possono innescare mutamenti interiori o rappresentare, secondo quanto dicono molti che le hanno studiate e speriementate, una via per la risoluzione di radicati traumi personali e per giungere a chiarimenti, a “risposte” di cui si sente di avere bisogno nel proprio percorso.

Salvatore parlerà anche del kambò, una sostanza curativa tratta, con particolari procedure, da una rana amazzonica avente lo steso nome.

Deve essere chiaro che avere a che fare con queste piante non è come fumarsi una canna. Non è una passeggiata e non deve essere collegato a motivazioni superficiali. E comunque, a meno di non essere diventati degli esperti, ogni esperienza con questo tipo di piante deve essere accompaganta da qualcuno che padroneggia pienamente questo mondo e che sappia seguire, in tutti i passaggi, colui che si trovasse ad assumere queste sostanze.

Salvatore è anche l’amministratore di un gruppo facebook che si chiama “Cancro, quello che tutti vi dovrebbero dire”.

Vi lascio all’intervista che gli ho fatto.

 

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-Salvatore quanti anni hai?

Adesso ho sessant’anni.

-Dove sei nato e dove abiti?

Sassari.

-Racconta il tuo percorso umano..

A metà dei 19 anni sono andato a fare il militare nei vigili del fuoco, poi ho fatto il servizio temporaneo, e poi sono entrato fisso, fino ad andare in pensione nel 2011 dopo trent’anni di servizio. Ho fatto il Vigile del Fuoco per quasi tutta la mia vita. Ho visto, nella mia vita, il tumore e il modo barbaro di approcciarsi ad esso. Mio padre e mio fratello sono morti per tumore, e per le cure annesse. Anche io, nel 1994, ho avuto diagnosticato un tumore. Un melanoma alla zona piramidale del naso. Pensa che mi avevano proposto una chemioterapia preventiva. Come si può chiamare preventiva una terapia che distrugge il sistema immunitario, distrugge il corpo e la mente? Dopo la sua estirpazione chirurgica infatti proprio per ‘’evitare’’ certe’ terapie preventive mi misi a divorare centinaia di libri di medicina naturale, sino ad inventarmi un mio protocollo personale da utilizzare in quel tempo per me stesso.

-Già… quando nacque in te l’interesse per gli approcci… “oltre frontiera”?

C’era un giallo che una volta trasmettevano alla televisione oltre 40 anni fa, “Tenente Sheridan”, non so se ne hai mai sentito parlare. L’attore che interpretava il personaggio principale era Ubaldo Lay, un sardo. In una puntata di questa serie, c’era un protagonista che parlava con una donna e che, in sostanza, ipnotizzava. Questa scena mi rimase impressa nella memoria. Un annetto dopo, in una libreria di Sassari, vidi un libro dal titolo “L’ipnotismo in venti lezioni” di Carlo De Liguori. Un libro della De Vecchi editore; costava, lo ricordo ancora, 3500 lire. Avevo sedici anni allora. Anche se non capii tutto, soprattutto certi termini medici, lessi quel libro con entusiasmo. Ma per diverso tempo ebbi ancora tutta una serie di perplessità, e mi facevo domande tipo circa “ma come mai con l’uso della parola è possibile indurre uno stato di trance in una persona, oppure provocare una anestesia ipnotica.. oppure infilare un ago nel braccio e la persona in cui è infilato quell’ago non sente dolore..?”. A 19 ani feci un esperimento a casa mia. Lo feci con il fratello di una ragazza con cui mi ero legato sentimentalmente. Pronunciai, con molta lentezza, ma anche con molta enfasi, le frasi che avevo letto dai libri. Dopo un po’ di tempo quel ragazzo cadde in trance. Io rimasti stupito, tanto che mi dicevo “questo mi sta prendendo in giro, forse sta fingendo”. Lo scossi un pochino, ma vedevo che questa persona rimaneva bloccata. Sul momento mi spaventai un pochino. Alla fine riuscii a farlo svegliare. Questi furono i miei inizi con l’ipnosi. Da quel momento lessi ogni genere di libri sull’argomento, come “ Terapie non comuni”, di Jay Haley. Il libro era incentrato sulla più grande autorità nel campo dell’ipnosi, Milton Erickson. Spulciavo le librerie alla ricerca di testi che si occupassero di queste cose. Inizialmente mi soffermai sull’ipnosi da spettacolo; come quella di Giucas Casella tanto per intenderci. Il primo spettacolo lo feci nel 1974, durante il periodo del militare. Per qualche anno continuai con questo tipo di ipnosi ipnotizzando animali ( soprattutto galline!) e esseri umani. Poi la abbandonai completamente; e per diverso tempo ebbi il rimorso di averla praticata. Mi spostai verso la vera e propria ipnosi terapeutica; come è il caso dell’ipnosi ericksoniana. Avevo già vent’anni quando aiutai una persona che aveva la balbuzie ed era il nipote di un istruttore delle Capanelle dei Vigili del fuoco. Io indussi una trance ipnotica in questa persona. A quel punto lo feci ritornare indietro nel tempo, una vera e propria trance ipnotica e lo riportai al momento in cui sorse il trauma che gli generò la balbuzie.

Si trattò di una vera e propria regressione. Agii senza le cautele che invece utilizzerei oggi. Oggi se induco una regressione d’età in una persona allo scopo di fare emergere l’origine del problema; cerco di portarla verso quel momento in modo dissociato; cioè le faccio rivivere la situazione come se fosse una spettatrice. In pratica faccio rivivere certe situazioni con una serie di filtraggi ipnotici e sotto copertura; cioè proteggendola da eventuali contraccolpi che possono manifestarsi. All’epoca, invece, feci un gravissimo errore. La indussi a tornare “direttamente” di fronte alla situazione dove iniziò a balbettare per la prima volta. Lui, ritornato in quel momento, mi disse che c’era un cane lupo che lo aveva fissato e lui si era spaventato, facendolo piangere; il cane lupo gli mostrò i denti e gli andò addosso per tentare di azzannarlo. Questo generò in lui una paura terribile che si portò dentro per anni e che lo portò ad essere balbuziente. Come agii io? Praticamente attuando quello che la PNL definisce una “ristrutturazione”. Gli feci immaginare che questo cane invece di essere minaccioso, scodinzolava, gli faceva le feste, ecc. Prima di farlo svegliare, gli diedi una suggestione post ipnotica. Gli dissi “quando tu ti sveglierai non ricorderai nulla di quello che è successo. Farai queste cose senza sapere che sono stato io a suggerirtele. Tutto si verificherà come ti è stato suggerito, per cui tu dentro il tuo inconscio immaginerai questo cane che ti gira intorno facendoti le feste, ecc”. Da quel giorno, quella persona smise di balbettare. Allora mi sembrò qualcosa incredibile. Oggi non è più così. Ancora oggi utilizzo l’Ipnosi con persone che hanno delle problematiche. Posso dirti che mi ritengo una vera e propria autorità in questo campo avendo collaborato in passato con diversi medici. A dire il vero, col tempo l’ipnosi l’ho bypassata, perché iniziai a studiare la PNL. La PNL io la definisco un aeroplano. Può essere utilizzata sia per trasferire passeggeri che per buttare bombe talmente la ritengo potente . La PNL è stata creata da Richard Bandler, che è un matematico, e da John Grinder, uno dei maggiori linguisti viventi. Loro due studiarono attentamente una serie di personaggi di eccezionale levatura: Milton Erickson, il più grande ipnotista di tutti tempi; Fritz Perls, il più grande terapista della Gestalt terapia; Virginia Satir, la più grande terapeuta della famiglia. Tutte queste persone avevano strategie con le quali ottenevano risultati superiori alla media. Dallo studio delle strategie di questi grandi talenti umani nacque la PNL.

-Che ne pensi del rapporto mente corpo nella patologia e nella guarigione?

Ho molto approfondito, nel corso degli anni, la medicina psicosomatica. Non è, come ritengono alcuni un po “estremisti”, solo la psiche a fare ammalare il corpo, ma la psiche gioca indubbiamente un ruolo decisivo. Immagina una catena; una catena che viene tirata dalle due estremità. C’è sempre un anello che si stacca prima degli altri. Quell’anello potrebbe essere, e spesso è, proprio un determinato vissuto che incide a livello psichico e fa scattare dei problemi di salute. Anche se non si deve fare l’errore, comune a certi hameriani, di ritenere che tutte le malattie abbiano una origine psichica o, come dicono loro, siano dovute a “conflitti”. Già negli anni ’50, George Groddeck curava molte forme oncologiche con la psicoterapia a Baden Baden. Si era reso conto che da eventi traumatici possono originare dei tumori. Qui in Italia abbiamo avuto forse il padre della medicina psicosomatica, il professore Luigi Oreste Speciani, che morì nel 1983; un autentico genio. Nel 1980 ebbi una breve corrispondenza con lui. Nel libro “Di cancro si vive, l’ipotesi psicosomatica” Speciani spiegava in dettaglio quello che succede a molte persone che sviluppano il tumore. Faceva l’esempio degli ebrei durante il nazismo. Nel periodo nazista, tra gli ebrei, c’era un’incidenza enorme di tumori. Incidenza che si abbassò radicalmente con la venuta meno di Hitler e del nazismo. Speciani aveva fatto una tabella, lui la chiamava PID (Principio di Identità Personale). In questa tabella aveva fatto una scala di eventi traumatici che potevano far scattare delle problematiche molto grosse, tumori compresi! Aveva messo al primo posto la morte di una persona cara; figlio, figlia, padre, madre. Seguiva la perdita del posto di lavoro o la fine di un matrimonio ecc. Nel 1974 morì il mio migliore amico, si chiamava Onofrio. Annegò mentre faceva pesca subacquea, a Santa Teresa di Gallura. Gli venne un malore, sott’acqua, a quindici metri, e morì. In seguito alla sua morte, sia la sorella, il padre, la madre, hanno sviluppato tutti il cancro. Comunque sia esiste un’ampia letteratura, in ambito medico, riguardo all’approccio psicosomatico. Ad esempio l’immaginazione di Carl Simonton; un oncologo americano che a parecchi pazienti faceva visualizzare le cellule cancerogene che venivano aggredite dal sistema. Lui aveva inventato un approccio che gli inglesi chiamano “Imagery”. In pratica si tratta della visualizzazione. Sono stati ottenuti, specie in USA, risultati eclatanti . Se tu accanto alle terapie mediche tradizionali, applichi questo supporto di natura psicoterapeutica è chiaro che farai scattare meccanismi di autoguarigione. Come diceva Oreste Speciani, la malattia prima di essere somatica è psicosomatica. Ci sono degli eventi che destabilizzano molto una persona, o comunque creano una forma di forte sofferenza emotiva. Alcune persone, attraverso una serie di filtraggi, riescono a sopportare questi eventi psicosomatici. Altre no, e a un certo punto non riescono più a metabolizzare o sostenere questo stress, e tutto questo sfocia in malattie; a volte abbastanza gestibili e curabili; altre volte molto pesanti. La nostra mente è immensa, e noi di essa conosciamo poco o nulla. Noi non possiamo immaginare, neanche lontanamente, quante sostanze di natura biochimica produce il nostro cervello. Non sappiamo, davvero, ancora quasi nulla del nostro cervello. C’ è ancora tanto da studiare su di esso e sull’interazione mente corpo.
Ai giorni nostri abbiamo un settore della ricerca e dell’applicazione medica che si chiama PNEI. Vuol dire psiconeuroimmunoendocrinoogia. Esso tratta l’influenza che la psiche esercita sul corpo e come essa possa influire colpendo vari settori, da quello endocrinologico a quello immunologico, neurologico o psichico. Tre persone che hanno lo stesso problema di salute, hanno una modalità mentale diversa nell’affrontarlo. Molto probabilmente due si ammaleranno più gravemente mentre il terzo invece guarisce perché mentalmente riesce a gestirlo. Anche la cosiddetta carezza che facciamo al pancino del nostro bambino, quando sta un po’ male, è un approccio di natura psicosomatica. Quel bambino ha bisogno di attenzioni da parte nostra e dargli il bacetto è un atto medico. Cos’è un atto medico? E’ anche l’atto che fa la mamma nei confronti del bambino. Non è solo quello del medico quando con lo stetoscopio ti controlla i battiti cardiaci.

-Si percepisce in te questo grandissimo amore per la conoscenza…

E’ vero. . ho questa grandissima sete di conoscenza. Considera che da giovane non ho avuto la possibilità di studiare. Credimi, io ho vissuto la fame più brutta, la miseria. Mio padre era mutilato alla mano destra e noi abbiamo dovuto sempre vivere con poco; e questo ci ha impedito di proseguire gli studi. All’età di 13, 14 anni mi ritirai da scuola e mi misi subito a lavorare. La mia sete di conoscenza l’ho sviluppata nel corso degli anni, divorando migliaia di libri. Io vivo in una casa di 40 metri quadrati, dove praticamente non ci sto più, per via di tutti i libri che ho. Mi ritengo una persona resiliente. Ho voluto rimettermi in gioco perché ho avuto terribili sofferenze, incomprensioni, ecc. Io sono passato anche attraverso un matrimonio fallito; nel 90 ho divorziato. Allora ero convinto di avere ragione al 100%; oggi, grazie al lavoro psicoterapico che ho fatto verso me stesso, so che le colpe erano al 50%. Comunque, nel corso degli anni mi sono messo a studiare la medicina complementare, l’omeopatia, la fitoterapia. Le piante curative e di potere, specie quelle dell’Amazzonia, sono diventate la mia grande passione. Ho molto approfondito questo campo e ho sperimentato queste piante.

-Parliamo di queste piante, di cui sei da molti considerato un vero esperto.. innanzitutto cosa si intende per piante medicinali?

Si definiscono piante medicinali tutte le piante che hanno una azione terapeutica sul corpo umano. Superfluo dirti che tutte le piante medicinali hanno al loro interno una composizione chimica atta a lavorare sui vari distretti del corpo.

Le differenze interne che si potrebbero fare nell’ambito delle piante medicinali sono innumerevoli. Una di queste è quella tra le piante di conoscenza, dette anche “piante maestro” e le altre piante curative. Le piante maestro portano a una vera e propria espansione profonda della coscienza. Potremmo dire che tutte le piante medicinali di potere determinano una certa apertura della coscienza. Ma le piante maestro ti fanno fare un vero e proprio viaggio interiore, nel quale spesso irrompono delle “visioni” e il livello emotivo e spirituale della persona è toccato in modo intimissimo. Sono piante che possono innescare delle autentiche rivoluzioni interiori nell’arco della tua vita .
Ti parlerò di due piante maestro, l’ayahuasca e l’iboga e di un’altra sostanza curativa potentissima, il Kambò, estratto dal dorso della pelle di una rana (phyllomedusa bicolor). Questa sostanza che è usata, da centinaia di anni, dai Katukina in Amazzonia, cura un’un infinità di malattie; dalla depressione all’intossicazione e persino forme cancerogene visto la sua azione incredibile sul sistema immunitario.

L’ayahuasca invece viene utilizzata dalle popolazioni native dei Paesi sudamericani in cui è presente la foresta amazzonica; Brasile, Ecuador, Perù, Bolivia, Colombia. La bevanda di ayahuasca è ottenuta dal decotto di due piante della foresta amazzonica: una è conosciuta come liana di Ayahuasca (Banisteriopsis Caapi) e l’altra come foglia di Chakruna (Psychotria viridis). La foglia di Chakruna contiene il principio attivo della bevanda dell’ayahuasca, la dimetil-triptamina (DMT). La DMT è la sostanza responsabile delle “visioni”, che si sperimentano spesso durante l’assunzione dell’ayahuasca. L’altra componente della bevanda, la liana di Ayahuasca, considerata dagli Indios l’elemento più importante. Essi dicono che è “lo spirito della liana” ha curare e insegnare.
L’ayahuasca lavora a livello di coscienza. Questa pianta è stata studiata da Claudio Narajo, considerato il maggior psicoterapeuta vivente. Narajo, che oggi avrà 83 anni, ha studiato a fondo la struttura chimica di questa pianta. E soprattutto l’ha utilizzata moltissimo in terapia. Tra l’altro ha scritto un libro memorabile dal titolo “Ayahuasca, il rampicante del fiume celeste”.
L’ayahuasca è un allucinogeno pur non essendo un allucinogeno. A differenza di altre piante “allucinogene” a tutti gli effetti, molto spesso ti lascia la coscienza intatta. Nel corso dell’esperienza, continui ad avere la consapevolezza del tuo pensiero.
L’ayahuasca può essere utilizzata anche in ambito oncologico, infatti gli sciamani quando l’assumono entrano poi in un rapporto di isolamento con la patologia della persona. Infatti loro a livello mentale riescono a vedere i distretti del corpo dove possibilmente ci potrebbe essere un tumore. Sembrano cose irreali ma sono tutte cose vere. Loro utilizzano queste piante qui per alterare la coscienza.
L’ayahuasca non l’ho mai sperimentata. Mentre ho fatto delle esperienze, davvero molto potenti, con l’Iboga, un’altra pianta di conoscenza, un’altra pianta maestro. E’ una pianta che ha proprietà medicinali notevoli sostanzialmente corrispondenti a quelli dell’ayahuasca. Come l’ayahuasca produce stati alterati di coscienza, anche se è una pianta che funziona in modo diverso dall’ayahuasca.

L’iboga è una di quelle piante a cui ci si può approcciare ponendo un quesito che tocca molto profondamente la nostra esistenza. Una questione delicata, sulla quale magari ci tormentiamo da tempo. Qualcosa da risolvere. Un obiettivo da realizzare. Io ho posto delle domande, degli obiettivi, degli intenti. E ho ricevuto delle risposte. Queste risposte le ricevo in uno stato onirico dove mi appare un selvaggio, un uomo medicina del Gabon, che è diventato il mio spirito guida e che io chiamo Gennaro. Me lo vedo sempre seduto su un tronco di albero, di solito a petto nudo, con uno straccio che gli copre la parte genitale, il basso ventre. Questo Gennaro è una modalità tramite la quale lo spirito della pianta mi risponde.

-Tu ogni volta che fai questa esperienza incontri sempre lui?

Si..

-Il punto su cui ti sei soffermato… il “chiedere” qualcosa.. il cercare una risposta connessa a un tema che ci sta profondamente a cuore è qualcosa di connesso con le eterne ricerche interiori fatte dall’uomo in ogni epoca.

Assolutamente.. ed è importantissimo avere compreso questo punto. Tu stabilisci sempre il tuo intento, ciò che vuoi “ottenere” dall’assunzione di questa pianta. Può essere qualsiasi cosa, purché realmente collegata con le tue dinamiche interiori; si può richiedere una comprensione maggiore di se stessi, la rimozione di un trauma, e cc. L’assunzione della pianta porta una apertura di coscienza che –magari attraverso “simboli” peculiari, come nel mio caso l’apparizione di questo uomo medicina- porta a cogliere delle risposte “pertinenti”.

-Ci sono delle controindicazioni particolari nell’assunzione di questa pianta?

In linea di massima no. Va, però, assolutamente evitata se fino a poco tempo prima si era fatto uso di droghe. In questo caso il rischio il rischio sarebbe altissimo; si potrebbe finire in overdose, e anche morire. Tolte situazioni del genere, l’assunzione della pianta non ha controindicazioni particolari. Fermo restando, naturalmente, che, specie se non hai alle spalle un percorso di anni, non devi prenderla da solo, ma col supporto di qualcuno. Qui parliamo di un tipo di assunzione “intensivo” di Iboga, che è quello necessario per arrivare a stati di coscienza tali da far giungere risposte ai quesiti profondi che pone la nostra anima.
E’ importante sapere che l’iboga viene utilizzata da tantissimi anni, a livello terapeutico, anche per resettare il corpo dall’assunzione della droga. Due sessioni con la radice di iboga sono in grado di resettare il corpo dalle droghe più tenaci. Bastano a volte due sessioni per smettere di assumere alcool, sigarette e ogni genere di droga, dalla morfina all’eroina. Tutte le droghe voluttuarie sono trattabili con questa radice. Va detto che da noi questa pianta e il suo principio attivo, l’ibogaina, sono legali. Cosa che non è negli USA.
L’iboga è una pianta che, tra le altre cose, è straordinaria anche sul piano delle “dipendenze” che danno gli psicofarmaci. Con piante come l’iboga ci si può liberare dalla schiavitù degli antidepressivi e altre sostanze di questo tipo.
Proprio un mesetto fa ho fatto una esperienza con l’iboga. Appena dopo averla fatta ho scritto un post che è stato molto apprezzato. L’ho scritto alle sei di mattino, subito dopo avere concluso l’esperienza. Ho voluto subito descriverla, per non dimenticarmela. Perché sapevo, che se non l’avessi subito descritta alcuni particolari si sarebbero persi nel corso della giornata.

-Qual è il percorso di preparazione da fare se una persona volesse assumere l’iboga?

Allora.. io in genere, a partire da un paio di giorni prima, faccio una dieta abbastanza leggera; frutta, verdura, minestrine (sempre di verdura). Oltre alla dieta, pulisco il colon con delle perette in cui metto un decotto. In questo decotto ci metto foglie di carciofo, camomilla, semi di lino. La camomilla e i semi di lino agiscono a livello di emolliente del tratto intestinale. Le foglie di carciofo agiscono da colagogo, da coleritico; tolgono fuori la bile tossica, stimolano il fegato. Accanto a tutte queste sostanze ci metto naturalmente, per preparare il decotto, circa mezzo litro d’acqua. Questi clisteri ti fanno evacuare, disintossicandoti.
A questo punto si tratta di prendere l’iboga. Nel caso che voglia fare una esperienza profonda -il tipo di esperienza in cui si giunge a stati onirici e vision, il tipo di esperienza in cui mi pongo un intento e ricevo una risposta- mi metto una sveglia vicino alla scrivania, controllo l’orologio e prendo due capsule di iboga. Dopo due ore ne prendo altre tre; dopo altre due ore, o due ore e mezza, ne prendo altre tre. A quel punto, dopo la terza assunzione, inizia il viaggio. Questo viaggio può durare dalle otto alle dieci ore.
Quanto ti ho appena descritto vale, come dicevo prima, se vuoi fare una esperienza profonda. Ma se voglio utilizzare l’iboga “semplicemente” a livello terapeutico, utilizzo dosi molto più basse. Procedo così: la mattina prendo delle gocce di tintura. Queste assunzioni a basse dossi non inficiano in alcun modo la tua quotidianità. Quando le prendo, posso fare i lavori domestici, uscire, guidare tranquillamente la macchina. Quello che succede è che –dopo avere assunto varie volte queste gocce, e dopo quindi che esse si sono accumulate nel corpo- cominciano a un certo punto a scattare dei processi mentali. Ad es., ti puoi trovare ad acquistare dell’abbigliamento e improvvisamente emergono dei processi mentali che tu pensavi di avere sepolto da anni nel campo della tua coscienza. L’assunzione di queste poche gocce al giorno muta il rapporto con i propri sogni. Anche le persone che dicono di non avere mai sognato In vita loro, o di non ricordarsi i sogni, quando assumono l’iboga cominciano a sognare, o a ricordare tutta una serie di sogni. Anche io, nel momento di prendere solo poche gocce, mi rendo conto di tutta questa raffica di sogni che si manifesta e che ricordi. La cosa più importante è capire quale sia la posologia più adatta a te, perché può mutare da persona a persona. Ognuno può capirlo quando comincia a starci dentro diverso tempo e a sperimentarla.
Vorrei farti una confidenza..

-Certo..

A me l’iboga ha dato una grandissima mano. Mi ha fatto superare una situazione molto delicata che ho vissuto 4 anni fa, in seguito all’interruzione di un rapporto affettivo con una donna 3 anni più grande di me. Sono stato lasciato in maniera vigliacca. Dopo due mesi dalla rottura, grazie all’esperienza fatta con questa pianta, compresi che quella persona era meglio perderla che trovarla. Durante l’esperienza con l’iboga cominciai a capire tutto quello che mi era successo. Si innescò un processo che mi ha portato un giorno a trovarmi al cospetto di me stesso. A quel punto mi sono sentito “sciolto” da tutta quella situazione. Sono delle cose che è molto difficile spiegare a voce. Chi si è sottoposto a psicoterapia del profondo può capire quello di cui sto parlando. Si tratta di quei cambiamenti sottili che, quando li vivi, ti rendi conto che non hai più bisogno di andare da uno psicoterapeuta perché sei guarito. Si può dire che l’iboga porta ad una sorta di psicoterapia accelerata. Considera che con piante come l’iboga e l’ayahuasca si possono curare anche i casi di depressione più profonda.
E’ affascinante che si riescano ad ottenere determinati cambiamenti. Innanzitutto bisogna stabilire un intento e capire che cosa vogliamo ottenere dalla pianta. A parte che senti la differenza tra il prima e il dopo. ..
Oltre le piante di conoscenza, le piante maestro, ci sono piante che sono curative. Sono tantissime. Si potrebbe parlare per giorni.. ad esempio c’è una resina- chiamata sangue di drago- che è ricavata dalla corteccia di un albero che cresce in Amazzonia. Questa resina è considerata il più potente cicatrizzante che esiste al mondo. I selvaggi dicono –è una citazione tratta dal libro di Mirella Rostaing- che è così cicatrizzante che cicatrizza anche la nuvola che ci passa sopra.
Adesso però parlo del kambò che non è esattamente una pianta, ma è una sostanza naturale dal potere curativo potentissimo.
Il kambò può essere considerato la medicina naturale più potente che esiste al mondo. Contiene delle sostanze antidolorifiche che sono addirittura cinquanta volte più potenti che la morfina. E’ una pianta utilizzatissima in Amazzonia, sia nella parte del Brasile, che del Perù, che dell’Ecuador. Innanzitutto ti dico come si ricava il kambò.
Il kambò, prima ancora di essere una sostanza curativa, è una rana originaria dell’Amazzonia (Phyllomedusa bicolor). Per estensione lo stesso termine kambò è utilizzato anche per la sostanza curativa, che è ricavata, appunto, da questa rana. I selvaggi prendono questa rana di notte e si procurano il suo veleno; dopodiché la lasciano libera. Se tu metti questa rana in un posto protetto non produrrà mai questo veleno. Deve essere comunque in un contesto selvatico e deve subire un particolare “trattamento”. Gli indigeni, dopo avere preso una rana, le legano le quattro zampe con dei fili molto sottili; e poi mettono quattro bastoncini, due davanti e due di dietro. Sostanzialmente la stendono, le “tirano” gli arti, ma senza farla soffrire. Doodiché cominciano a stuzzicarla con un bastoncino; glielo mettono nel naso, oppure glielo mettono in bocca; la stressano. A un certo punto la rana si spaventa e comincia a secernere questo veleno; una massa gelatinosa, trasparente. Loro prendono questo veleno con un bastoncino di legno e poi lo mettono da parte.
Mentre l’ibova e l’ayahuasca possono far soffrire sul piano psicologico; qui la sofferenza è fisica. L’assunzione del kambò fa vomitare e defecare tantissimo. Fai delle diarree di un colore che non hai mai visto in vita tua. Cioè espelli proprio i veleni in una maniera spaventosa.

-Come viene somministrato?

Allora… Si provocano dei piccoli forellini sulla pelle. Nel caso dell’uomo va bene il braccio destro, il petto e dietro la schiena. Le donne invece, secondo la tradizione amazzonica, devono farlo nel muscolo della gamba sinistra. Quindi si fanno delle microscopiche bruciature (possono essere fatte anche con uno stuzzicadenti bruciato). In genere si fanno dai 5 ai 7 forellini. Poi, sfregando, si toglie la pelle morta. A quel punto, in questi forellini si mette questa sostanza, che si attacca proprio alla ferita. In massimo dieci secondi, essa entra immediatamente in circolo. Ha un’azione molto rapida. Durante la somministrazione di questa sostanza devi bere molta acqua. Una volta che essa comincia ad avere effetto, il cuore comincia a batterti in maniera spaventosa e ti gonfi. Io mi gonfiai al punto che sembravo una donna al nono mese di gravidanza. Ricordo anche che il mio colorito diventò verde. A un certo punto cominci a vomitare. E non vomiti solo l’acqua. Vomiti anche una barca di roba che hai depositato nello stomaco, nell’intestino. Quando, quattro anni fa, feci la sessione di kambò, vidi un mio amico, che aveva avuto problemi di droga, vomitare un’acqua nera. La mia invece –visto che ero meno intossicato di lui- era color canarino, l’acqua dell’urina. L’effetto di questo veleno è dai 15 ai 20 minuti. Intendiamoci, non è che vomiti ininterrottamente per venti minuti. Di volta in volta ti viene somministrata acqua; che tu immancabilmente vomiti. Dopodiché ti viene data altra acqua, e così via. L’acqua vomitata è sempre sporca; è come se si facesse un lavaggio interno. Il processo di disintossicazione è totale se, arrivati all’ultima fase del vomito, espelli qualcosa di color giallo verde. Si tratta di una bile tossica. Se questo accade, la disintossicazione ha ripulito davvero tutto. Ma anche quando non si giunge fino a quest’ultimo stadio, anche quando non si arriva fino al punto di questa bile giallo verde, i risultati si vedono.
Le tossine le togli anche attraverso l’ano; fai delle scariche che sono molto dense, sembra che evacui uno yogurt dal colore giallo. Elimini le tossine anche dai pori della pelle, attraverso la sudorazione; tossine molto maleodoranti. In Amazzonia, subito dopo avere fatto il kambò si buttano nel fiume per fare un bagno.
Sicuramente l’esperienza è molto dura. Ti sembra di passare i quindici, venti minuti, peggiori della tua vita. A molte persone può venire il panico solo al pensiero. Questo tipo di esperienze, comunque, non andrebbero fatte da soli; ma con qualcuno capace che ti segue.
Tornando agli effetti, una volta fatta la sessione, stai benissimo. Ti senti immancabilmente diverso. Ti senti bene in tutti i sensi; anche a livello sessuale. Ha un’azione benefica su tutti i distretti del corpo. Se tu mi ponessi questa domanda “su che cosa agisce il Kambo?”, ti risponderei “su tutto”. Su qualunque tipo di malattia; dalla depressione, all’insonnia, a problemi di sessualità, a intossicazioni, fegato mal ridotto. E’ considerata il più potente stimolante immunitario che esiste. Dopo che hai fatto il kambò, è come se ti avessero messo in una lavatrice e ne sei uscito fuori ripulito che sei una meraviglia. Il tuo corpo sembra essersi alleggerito di un peso che aveva da parecchio. Il Kambò viene considerato “Il vaccino della foresta”. Bisognerebbe farlo almeno ogni sei mesi. Da poco Peter Gorman, che vive nella foresta, mi ha spedito il suo bellissimo libro sul kambò, scritto da pochissimo.

-E’ un tipo di esperienza che a molti spaventerebbe… la possibilità di vomitare.. di stare male..

Tu hai perfettamente ragione, ma io vorrei porre questa domanda.. “quanto è disposto a investire una persona verso il suo stato di salute?”. Ad esempio, L’aglio è uno dei più potenti regolatori della pressione. E’ un vero alimento medicina straordinario. Ha una composizione chimica eccezionale. Purtroppo qual è l’effetto collaterale dell’aglio? Per 12..24 ore ti lascia un’alitosi micidiale. Ma una persona deve sapere fare qualche sforzo, sostenere qualche scomodità, se vuole realizzare un cambiamento. Oggi si è affermata una forma di “visione medica consumista”. Le persone voglio ottenere risultati immediatamente, senza alcun tipo di sacrificio. Ma questo non è possibile. Se tu ci hai impiegato tanti anni per fare in modo che le tossine si depositassero dentro il tuo corpo, la natura non può farle scomparire subito con uno schiocco di dita. Ci vuole un certo impegno da parte tua, per portare a compimento il processo di purificazione. Per cui.. ripeto la domanda che andrebbe posta a tutti.. “quanto sei disposto tu a investire nel tuo stato di salute?”.

-Che rischi corre una persona a sottoporsi a questo trattamento?

Gli unici casi in cui è sconsigliato il kambò è se hai dei bypass, se sei una donna incinta. Pensa che in Amazzonia i bambini cominciano già a tre anni con il kambò. Tra l’altro esso è considerato l’antidoto per i morsi di serpente. Inoltre se ogni sei mesi fai una sessione di kambò, molto difficilmente d’inverno ti prenderebbe l’influenza o il raffreddore.

-Ma c’è il rischio che un vomito così intenso possa indurti degli stati di soffocamento?

Il vomito conseguente al kambò è un processo salutare.. sostanzialmente un mezzo di difesa e purificazione del corpo. Io non ho mai sentito di gente che è soffocata (o ha sfiorato il soffocamento) facendo questa esperienza. Naturalmente è chiaro che ci vuole una posizione adatta. Non ti puoi mettere in posizione supina, devi stare seduto, ecc. Anche da questo, si comprende come, specie se sei alle prime armi, ci sia qualcuno di esperto ad accompagnarti.

-Penso al dono prezioso che gli uomini medicina hanno fatto anche a noi, permettendoci di conoscere queste piante..

Sì… gli sciamani, gli uomini medicina sono i veri custodi dei più preziosa conoscenza dei poteri energetici presenti nella natura.
I grandi sciamani come Guillermo Arevalo e Don Augustin hanno all’interno della foresta amazzonica, dei veri e propri centri di cura a cielo aperto in cui vengono persone da ogni parte del mondo. Questi centri stanno in Ecuador e Perù. In essi vengono curate malattie gravissime, cancro compreso. Augustin Rivas ha all’interno della foresta amazzonica un villaggio di terapia e intorno ad esso centinaia di ettari dove ha piantato di tutto. Gli ammalati di tumore che vanno là devono fare una dieta particolare, disintossicante, con i prodotti che sono coltivati là. E poi vengono utilizzate le piante curative, come l’ayahuacasca. Anche Guillermo Arevalo fa utilizzare una alimentazione severissima.
Loro hanno una conoscenza delle piante maestro e delle piante curative, ad un livello che in occidente non potremmo mai raggiungere. Naturalmente adesso sto parlando dei veri sciamani; non di quelli che si spacciano per tali. Gli sciamani hanno una conoscenza delle piante medicinali che è su un altro piano rispetto a quella dello scienziato che mette il microscopio sulla foglia e studia le molecole che ci sono dentro.

Lo sciamano entra in una simbiosi profonda con la pianta e di essa ha una conoscenza totale. La pianta viene utilizzata nella sua globalità.
Io sono sicuro che il più grande esperto di botanica, di etnobotanica, che abbiamo in Italia, ad uno sciamano dell’Amazzonia gli arriva, forse, poco più in alto dello stinco. Noi siamo tutti pieni di formule, formulette. Possiamo sapere tutta la composizione chimica della pianta. Ma se la descrivessimo ad uno sciamano, lui ci guarderebbe con l’aria di chi pensa “ma che cazzo state dicendo”. La conoscenza delle piante medicinali da parte degli uomini medicina è straordinaria perché essi hanno la capacità di dialogare direttamente con le piante. Loro quando, debbono curare una persona, una volta che hanno assunto l’ayahuasca, vanno all’interno della foresta amazzonica ed è la pianta stessa che li chiama. E’ la pianta stessa che si rivela all’Uomo Medicina sotto forma di sogno o messaggio.. “guarda che tu stai cercando me!! Sono io la pianta che può curare questa persona”. E immancabilmente lo sciamano preleva proprio le piante che gli sono state suggerite dalle energie che provengono dalla foresta.
Riguardo l’utilizzazione di piante di questo genere, uno degli errori che si fa in occidente è quello di estrarre solo il principio sintetico, il principio attivo della pianta. Se tu togli soltanto il principio attivo, l’organismo molto spesso non riesce a tollerarlo. Gli uomini medicina, i curanderos, utilizzano tutte le componenti della pianta. Avrai sentito di quei professori di matematica che dicono “il tutto è maggiore delle parti”? Bisogna prendere tutto il fitocomplesso della pianta non soltanto il principio attivo.
Per farti capire i livelli con cui possono operare questi uomini medicina ti racconto della guarigione di una persona avvenuta con la tecnica del “risucchiamento del male ”.
Tu immagina che c’è stata una esperienza fatta con l’ayuasca da una persona, poco tempo fa, uno o due anni fa, a questo gli avevano dato due mesi di vita, va in Amazzonia e con uno di questi uomini medicina fa l’esperienza con l’ayahuasca. L’uomo medicina durante la sessione dell’ayahuasca vedeva alcuni punti del corpo di questa persona che erano molto fumosi, di colore nero. Praticamente una sorta di raggi x fatti col corpo eterico, col loro corpo sottile. Riusciva a percepire il punto dove la persona aveva la problematica. A quel punto utilizzò la tecnica dello “succhiamento”. In quei punti dove c’è il “focolaio”; il tumore, il problema… lui avvicinò la bocca e, dopo che era stato fatto una sorta di taglio. Il sangue succhiato, poi veniva sputato. Quella persona guarì.
La nostra mentalità occidentale non è abituata a queste cose. La nostra mente ha perso questa possibilità di acuire i sensi a certi livelli. Basta vedere il bambino piccolino a un anno e mezzo, due anni. Molte volte i bambini parlano da soli, hanno un amico immaginario; hanno una fantasia creativa incredibile. Poi col passare del tempo i genitori gli dicono “lascia perdere che non c’è nessuno”, oppure non gli danno la possibilità di entrare in simbiosi con il loro giocattolo immaginario. Man mano che diventano grandi, questi bambini perdono quel tipo di facoltà; non hanno più quella sensibilità che avevano da piccolini.

-Un grande potenziale di guarigione, questo delle piante medicinali, che in alcuni contesti è ancora quasi totalmente ignorato..

E’ proprio così. Immaginati cosa si potrebbe fare se si potesse usare bene una sostanza come Il kambò. Io so di persone che sono guarite da problematiche di salute estremamente pesanti. O immagina una pianta come l’iboga per curare tante forme di tossicodipendenza. Immagina quanto potrebbe essere benefico usare piante di questo genere per tanta gente che si trascina per anni in problematiche durissime.
Io vorrei che ci fosse più attenzione verso questi popoli nativi, verso la loro grande conoscenza. Che ci fosse più attenzione verso il polmone verde del mondo. E non parlo solo dell’Amazzonia. Parlo anche della foresta del Belize, del Costarica. Tutto questo patrimonio naturale è minacciato dalla pazzia della bestia umana. Stiamoci attenti perché in queste foreste c’è la radice profonda della vita!!!!! In queste foreste c’è una conoscenza sacra di incalcolabile valore. In queste foreste ci sono le medicine del nostro futuro!! Noi stiamo distruggendo la nostra stessa vita, la nostra stessa anima. Io credo che il futuro dell’umanità starà proprio nell’attingere alle conoscenze che hanno custodito questi popoli che noi definiamo selvaggi.

-Ho sentito che tu per i tuoi approcci curativi con le persone non chiedi niente.

Sì, sì.. è così..

-Complimenti perché non è da tutti..

Io lo faccio per passione e lo faccio per un voto. Soprattutto per un voto! Io un grosso debito nei confronti della buonanima di mio fratello, morto cinque anni fa di tumore… purtroppo non ho potuto fare niente per salvarlo, l’hanno ucciso con la chemioterapia. Lui si è fidato dei medici, ed io sapevo già che lui facendo quelle terapie sarebbe morto subito! Per me è stata una sofferenza terribile. Soprattutto vedendo la prima seduta che fece di chemioterapia, come lui … si era riempito il corpo di eruzioni. Gli oncologi gli avevano detto “ah, hai visto che la chemioterapia funziona”. Caro mio, quando il corpo si riempie di eruzioni vuol dire che il fegato sta partendo. Questi fanno cicli che sono delle vere e proprie bombe.

-Le cose che fai e che divulghi ti hanno mai creato problemi?

Qualche minaccia, qualche diffamazione.. ma è normale..

-Qual è un tuo obiettivo per i prossimi anni?

Creare un gruppo che possa occupasi seriamente delle medicine olistiche. Soprattutto qui a Sassari, con la collaborazione di diversi medici che siano abbastanza aperti. Quello è il mio sogno nel cassetto. Lavorare con medici che non siano schizzinosi. Che non dicano “Io sono medico, ho la laurea, tu non sei un cazzo”. Perché ognuno di noi può dare un piccolo contributo. Ci sono in Africa dei ricercatori molto bravi.. lì ci sono cliniche dove si servono anche dello sciamano, perché a volte lo sciamano può fare scattare dei meccanismi di autoguarigione che il medico con il camice bianco non sa fare scattare. Tutto può essere utile. Più frecce abbiamo nel nostro arco e più la persona che si rivolge a noi ha la possibilità di guarire.

-Grazie Salvatore.

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Abelardo ed Eloisa

by on set.28, 2015, under Bellezza

Abelardo

Questa storia sembra una leggenda.

L’amore tra il grande Abelardo ed Eloisa. Un amore estremo dalle conseguenze estreme.

Abelardo, nato nel 1079 in Bretagna, è il primo ad incarnare lo spirito della ricerca e della libertà investigativa della ragione. Non era sicuramente un “illuminista”. Come per quasi tutti gli uomini del Medioevo, anche per lui l’ordine divino è a fondamento della realtà. Ma, alle verità di fede, come ad ogni altra conoscenza o dimensione del reale, vuole approcciarsi tramite la comprensione razionale. Una delle sue caratteristiche era quella di affrontare in modo razionale ogni verità; di affrontare ogni questione problematica con lo strumento della dialettica. Tutto, anche la fede, deve essere aperto alla comprensione umana. E la ragione che si manifesta della ricerca, diventa, nella sua visione del mondo, veicolo di libertà.

Abelardo è una figura geniale, indubbiamente uno degli uomini più grandi del Medioevo. Il suo raro un carisma, la sua eloquenza e la sua abilità dialettica senza portarono persone di ogni parte d’Europa ad affrontare ogni sacrifico per andare ad ascoltarlo. Ma contribuirono anche a scatenargli contro invidie ed odi implacabili.

Abelardo fece per anni una vita avventurosa, che poi era la vita che gli studenti dell’epoca abbracciavano. Andare in giro per il mondo, per abbrancare il sapere; cercando maestri da cui potessero acquisire la luce della conoscenza. Fu allievo anche di Roscellino e di due notevolissimi personaggi come Guglielmo di Champeaux e Anselmo d’Aosta. Riuscirà a farsi odiare da tutti loro. Perché Abelardo era implacabile nell’arte della disputa, molto diffusa nel Medioevo. Entrava in discussione con loro, senza alcuna considerazione del loro ruolo di maestri autorevoli, e demoliva le loro argomentazione che considerava fallaci. C’era probabilmente qualcosa di arrogante, da parte sua, nel modo di manifestare la sua superiorità intellettuale e dialettica. Lui stesso lo ammette, quando nella sua biografia scriverà che per via della sua superbia “mi ritenevo il solo filosofo rimasto al mondo”. Anche questo contribuì a fare lievitare il numero di coloro che lo vedevamo come il fumo negli occhi.

Quando giunse a Parigi per occupare la prestigiosa cattedra di Dialettica e Teologia presso la Cattedrale di Notredame, all’età di circa 38 anni, Abelardo era all’apice del suo successo. Ed è lì che incontrò Eloisa.

Eloisa -probabilmente l’unica donna a seguire le sue lezioni- all’epoca aveva solo 16 anni ed era ritenuta una bellezza. Ma soprattutto la sua grande cultura impressionava in un’epoca dove erano rarissime le donne che si incamminavano sui sentieri dell’intelletto e della ricerca filosofia e spirituale. Abelardo nel vederla ne rimase infiammato. Eloisa viveva con lo zio Fulberto, canonico di Notredame. Fulberto voleva che Eloisa diventasse sempre più colta e quando Abelardo gli propose di dare lezioni private alla nipote in cambio di alloggio presso la loro casa. Fulberto non ebbe bisogno di sentirselo ripetere una seconda volta. In cambio dell’alloggio la possibilità di avere in casa uno dei più celebri maestri di quel tempo? Che straordinaria occasione sarebbe stata per sua nipote.

E così Abelardo iniziò le sue lezioni ad Eloisa. E presto la filosofia si accompagnò ad una sconfinata passione.

Nel 1132, a più di 50 anni, Abelardo scrisse un’autobiografia in forma di lettera ad un amico. Autobiografia che venne intitolata “Storia delle mie sventure”. Nella sua biografia Abelardo, quando parla di quei momenti con Eloisa, sembra volere, alle volte, squalificare se stesso, dando ad intendere che si era trattato soprattutto di concupiscenza carnale. Ma le sue stesse parole rivelano come quello che si scatenò fra loro fu qualcosa di molto più potente di una “semplice” soddisfazione erotica.

Ecco un passaggio..

“Col pretesto delle lezioni ci abbandonammo completamente all’amore, lo studio delle lettere ci offriva quegli angoli segreti che la passione predilige. Aperti i libri, le parole si affannavano di più intorno ad argomenti d’amore che di studio, erano più numerosi i baci che le frasi; la mano correva più spesso sul seno che ai libri. E ciò che si rifletteva nei nostri occhi era molto più spesso l’amore che non la pagina scritta oggetto della lezione. Per non suscitare sospetti la percuotevo spinto però dall’amore, non dal furore, dall’affetto non dall’ira, e queste percosse erano più soavi di qualsiasi balsamo. Il nostro desiderio non trascurò nessun aspetto dell’amore, ogni volta che la nostra passione poté inventare qualcosa di insolito, subito lo provammo, e quanto più eravamo inesperti in questi piaceri tanto più ardentemente ci dedicavamo ad essi e non ci stancavamo mai. Quanto più eravamo inesperti di quei giochi d’amore, tanto più insistevamo nel procurarci il piacere e non arrivavamo mai a stancarcene”.

Nella suo testo biografico, userà spesso la parola “amore”, e lui, immenso nella logica, non usava le parole con superficialità.

Abelardo ricorda le poesie di amore che componeva per Eloisa. Poesie che i suoi adoranti studenti imparavano a memoria e cantavano per le vie di Parigi. Nell’immaginare questi studenti venuti da mezza Europa cantare allegramente per Parigi le poesie di Abelardo, ci si spalanca davanti agli occhi un’epoca incredibile. Un’epoca di crudeltà feroci e di misticismo. Un’epoca di tradimenti totali e di poesia errante. Un’epoca di fanatismo religioso e di delirio dialettico. Un’epoca dove gran parte della popolazione era analfabeta, ma coloro che si incamminavano sulla via dello studio erano divorati dalla bramosia del sapere. Accorrevano da tutta Europa per cercare un maestro, lo adoravano e, con goliardia intrisa di empatia ed ammirazione, cantavano le sua canzoni sentendosi parte della sua stessa anima.

Gran parte della forza vitale di Abelardo si manifestava nell’amore piuttosto che nello studio e nell’insegnamento..

” Andare a far lezione mi riusciva penoso e anche faticoso perché le mie notti erano dedicate all’amore e le giornate allo studio. Facevo lezioni trascurate e prive di entusiasmo: non dicevo nulla di originale e frutto del mio ingegno, ma soltanto cose suggerite dalla mia lunga pratica. Mi limitavo a ripetere quello che avevo trovato con il mio ingegno nel passato [. .. ] le uniche cose nuove erano le mie canzoni d’amore, quelle canzoni ancor oggi cantate in molte regioni da coloro ai quali la vita sorride come allora sorrideva a noi (… )”.

Parole come queste potrebbero essere scritte da chi abbia provato solo un godimento carnale?

Naturalmente se i discepoli di Abelardo cantavano spensieratamente per le vie di Parigi le poesie dedicate ad Eloisa, non passò molto tempo che gran parte di Parigi sapesse di quanto stava avvenendo tra Abelardo ed Eloisa. Uno dei pochissimi che ancora non aveva afferrato nulla era lo zio Fulberto.

Arrivò, però, anche il giorno in cui Fulberto scoprì come stavano le cose e non fu esattamente entusiasta. I due, allora, fecero finta di smettere di vedersi. Ma non avevano alcuna intenzione di farlo davvero. Gli incontri continuarono e presto Eloisa si ritrovò incinta. Abelardo allora la “rapì” (uno di quei rapimenti dove il “rapito” è totalmente consenziente” e la condusse in Bretagna, dove nascerà loro figlio a cui viene dato il nome di Astrolabio; “colui che abbraccia le stelle”. Fulberto impazzì dalla rabbia, dal dolore, dalla vergogna. Abelardo tornò da Fulberto e si dichiarò pronto a sposare la nipote, ma in segreto, per evitare che la sua carriera ne risultasse danneggiata. In questo non fu più grande del suo tempo. Se il matrimonio fosse stato “pubblico”, forse quello che poi accadde, non sarebbe accaduto.

Fulberto, comunque, accetta la proposta di Abelardo, baciandolo e abbracciandolo.

Il matrimonio incontrava la contrarietà di Eloisa, ma solo perché il bene di Abelardo gli era così immensamente caro che non voleva che la sua carriera e il suo prestigio fossero danneggiati. Utilizzò tutte le armi retoriche per dissuaderlo, mettendo in campo anche riferimenti tratti dalla filosofia e dalla storia. Come quando gli disse:

“cos’hanno in comune le assemblee degli scolari con le ancelle, gli scrittoi con le culle, i libri e le tavolette con i mestoli, gli stili e le penne con i fusi?. Come può chi è intento alla meditazione di testi sacri e filosofici sopportare il pianto dei bambini, le nenie delle nutrici che cercano di calmarli, la folla rumorosa dei servi?”.

Il matrimonio segreto si fece, ma, successivamente, Fulberto e i suoi parenti iniziarono a diffondere la notizia in tutta Parigi. Eloisa di fronte alla gente negava che ci fosse stato alcun matrimonio e questo faceva letteralmente imbestialire Fulberto. Abelardo, preso alla sprovvista, chiese ad Eloisa di entrare nel monastero dell’Argenteuil. Venutolo a sapere, lo zio e i parenti cedettero che lui volesse sbarazzarsi di lei facendola diventare monaca. Alcuni studiosi hanno però sollevato qualche dubbio sul fatto che questa fosse la reale intenzione di Abelardo, o non si trattasse, invece, di un espediente momentaneo in attesa di riordinarsi le ide e capire come procedere.

Fulberto e i parenti, però, erano furibondi e pronti a vendicarsi. E la vendetta fu tremenda. Una notte, tre uomini entrarono nella casa di Abelardo e, arrivati nella sua stanza, dove stava dormendo, uno di loro gli tagliò il pene e i testicoli.

La mattina del giorno dopo la notizia si era diffusa in tutta Parigi, e molti giunsero nei presi della sua casa piangendo e urlando. Tra i più disperati c’erano i suoi studenti. E Abelardo racconta come, vedendoli così devastati dal dolore, la compassione per loro fu più forte del dolore, dell’umiliazione, della disperazione per quello che gli era stato fatto.

L’evirazione fu l’inizio di un’epoca, durata fino alla sua morte, in cui Abelardo fu oggetto di ininterrotte sventure e persecuzioni. Dopo essere stato mutilato, Eloisa divenne definitivamente monaca. Lui le aveva chiesto di restare in convento. In Eloisa non vi era in lei alcuna folgorante vocazione religiosa. Fece proprio il percorso monacale perché lui glielo aveva chiesto. Abelardo finì nel monastero di San Dionigi, presso il quale i suoi discepoli si erano precipitati per chiedergli di riprendere gli studi e le lezioni. I monaci e l’abate –per tenerselo lontano, visto che lui contrastava il loro agire peccaminoso- assecondarono la richiesta, assegnandogli un eremo per lo studio e l’insegnamento. Di nuovo accorsero da tutta Europa caterve di allievi pronti a tutto pur di sentirlo. E di nuovo si scatenò l’invidia e l’odio verso quest’uomo di cui molti non sopportavano né la popolarità che aveva, né l’ intelligenza acuta, né l’eloquenza invincibile, né l’umiliazione dialettica che aveva inflitto ad alcuni grandi maestri , né le teorie per l’evoca audaci.

Uno dei pretesti per distruggerlo fu un libro, il De unitate et trinitae divina, che lui scrisse su pressione degli studenti che gli avevano chiesto spiegazioni razionali e filosofiche del mistero della trinità. A causa di questo libro i suoi avversari fecero addirittura indire un concilio contro di lui che si tenne a Soissons. Quando Abelardo arrivò al concilio non potè veramente difendersi, avendo già, i suoi nemici, con la diffusione di notizie tendenziose, creato un clima di forte ostilità verso di lui. Eppure anche in quel contesto vi furono parole di saggezza, come quelle del vescovo di Chartres..

“Se ora lo condannate, anche se giustamente, sappiate che offenderete molte persone, e saranno molti a volerlo difendere, soprattutto perché non abbiamo trovato nel suo scritto nessun’affermazione che possa essere pubblicamente condannata. Fate attenzione a non essere proprio voi, comportandovi con arroganza, ad aumentare la sua fama, affinché non si diventi noi più colpevoli a causa dell’invidia, che lui a causa della giustizia…Se decidete di procedere contro di lui, secondo il diritto canonico, dovete esaminare il suo pensiero o il suo scritto, e se lo interrogate dovete lasciarlo parlare liberamente così che colpevole o pentito, taccia poi per sempre”.

Il vostro accanimento verso di lui dimostra arroganza, pregiudizio e invidia, voleva sostanzialmente dire. Ma i nemici di Aberlardo erano così potenti che arrivarono ad imporgli di bruciare il libro con le proprie mani. In un altro momento del concilio, essendogli stato chiesto di esporre la sua fede, non gli venne permesso di parlare liberamente, ma dovette recitare il Simbolo di Attanasio, quaranta proposizioni ritmiche che compendiavano le verità della fede; una sorta di bignami delle verità religiose fondamentali fatto imparare ai bambini. Abelardo lesse quelle parole tra le lacrime, consapevole che si stava cercando di infliggergli una umiliazione totale. Fu anche condannato alla prigionia presso l’abbazia di Saint Mèdard di Soissons. Successivamente gli si permise di tornare al monastero di San Dionigi, dove si manifestò nuovamente, verso di lui, l’ostilità dei monaci.

Dopo alterne vicende ad Abelardo fu consentito di andare ad abitare in un luogo solitario, e si trattava di un posto isolato dalle parti di Troyes, un pezzo di terra che ottenne in regalo dal vescovo. Anche stavolta gli studenti giunsero innumerevoli. Essi, che in molti casi lasciavano castelli, case, una vita comoda e si costruivano capanne di paglia dove abitare. Si nutrivano di erbe selvatiche e pane duro. Lavorano come bestie per procurare ad Abelardo tutto quello di cui avesse bisogno; cibo, vestiario e tutto il resto. Non c’era sforzo e sacrificio che non avrebbero fatto per consentirgli di continuare i suoi studi e di continuare ad insegnare. Essi, in quel luogo, eressero anche un oratorio, a cui fu dato il nome di Paracleto. In greco “paràcletòs” significa “consolatore” ed è la principale prerogativa dello Spirito Santo. In sostanza l’oratorio era dedicato allo Spirito Santo.

Ma come non cessava mai la dedizione e l’amore che i suoi discepoli avevano per lui; non cessavano neanche l’invidia e l’odio dei suoi nemici. Tra essi vi fu pure il celebre Bernando di Chiaravalle. Bernando, che venne poi nominato santo, ed è sempre stato considerato un gigante del medioevo cristiano. In lui erano presenti fortissimi lati oscuri. Estremamente autoritario, poteva diventare violento, minaccioso, intollerante quando voleva ottenere qualcosa o voleva prevalere qualcuno. Aveva una forte personalità e una notevole influenza sulle alte personalità del suo tempo, papa compreso; e utilizzò questa influenza per raggiungere gli scopi che si prefiggeva.

Nel 1128 Abelardo diventa abate di Sant Gildas in Bretagna. Qui trova monaci profondamente intrisi di corruzione e malvagità che cercano in tutti i modi di farlo morire, tentando anche di somministrargli veleno.

In quegli anni venne sciolta la comunità monastica femminile dell’Argenteuil; e le suore che la componevano sarebbero dovute essere disperse tra vari monasteri. Abelardo volle offrire ad Eloisa, per lei e per le sue monache, l’oratorio del Paracleto come luogo in cui stabilirsi. Eloisa accettò l’offerta e, insieme a un gruppo di monache, prese dimora in quel luogo. Abelardo continuava ad andare al Paracleto per fare prediche, che attiravano fedeli e donazioni; donazioni che lui destinò alla crescita di quella che era diventata la nuova sede di Eloisa e delle monache che l’avevano seguita. Ma in questa storia calunnia e malafede sono senza inarrestabili. Uno dei vecchi maestri di Abelardo, Roscellino, lo accusò di “raccogliere denaro con il prezzo del suo insegnamento per portarlo correndo alla sua puttana”.

C’è qualche dubbio su quello che avvenne negli anni immediatamente seguenti. Sicuramente, però, Abelardo nel 1136 egli è di nuovo a Parigi, a tenere una libera scuola di dialettica e teologia.

Ma la persecuzione contro di lui continua più vigorosa che mai, con Bernardo di Chiaravalle il più accanito a portarla avanti. Abelardo, allora, chiede all’arcivescovo di Sens di convocare, per la Pentecoste del 1140, un concilio dove sia lui che Bernardo avrebbero potuto esporre le loro argomentazioni. Ma Bernardo ben sapeva che nel confronto dialettico Abelardo era imbattibile, e allora gioca d’anticipo, in modo totalmente scorretto. Il giorno precedente a quello dell’incontro fa condannare dai vescovi presunte proposizioni eretiche contenute nei testi di Abelardo. Quando Abelardo giunge il 3 giugno 1140 presso la Cattedrale di Sens, trova ad attenderlo un folto pubblico di preti, nobili, monaci, studenti. Non manca neanche il Re di Francia. Abelardo capisce che quello che doveva essere un confronto alla pari, era stato abilmente trasformato da Bernardo in una sorta di “processo dell’anno” per farlo condannare per eresia. Nonostante ciò, l’Abelardo che tutti conoscevano non si sarebbe mai tirato indietro, e avrebbe accettato la battaglia, per quanto su un campo da gioco “truccato”. Furono perciò tutti sorpresi quando Abelardo disse semplicemente che avrebbe fatto ricorso a Roma e abbandona la cattedrale. Bernardo si mise in cammino per raggiungere Roma e conferire col Papa. Ma durante il suo viaggio, le lettere di Bernardo raggiunsero il Papa che, dietro sua sollecitazione, condannò, come eretiche, tutte le opere di Abelardo.

Abelardo non raggiunse mai Roma. Durante il suo viaggio si fermò presso il monastero di Cluny, retto dall’abate Pietro il Venerabile, una nobilissima figura che incarnava, in tempo di lupi feroci, veramente i valori cristiani. Pietro il Venerabile accolse Abelardo con grande umanità, e gli ultimi due anni della sua vita –dedicati alla preghiera, alla lettura e alla scrittura- Abelardo li passò in quel monastero, dove morirà nel 1142. Eloisa volle che il suo corpo fosse seppellito nel convento del Paracleto.

Ventidue anni dopo, nel 1164, morì anche Eloisa che viene sepolta, secondo quella che era la sua volontà accanto ad Abelardo. Una romantica leggenda riferisce che le braccia del cadavere di Abelardo si aprissero nel momento della deposizione della moglie.

E adesso andiamo alle lettere che Eloisa scrisse ad Abelardo.

Qualche tempo dopo che Abelardo scrisse “Storia delle mie sventure”, quel testo arrivò nelle mani di Eloisa. Lei lo lesse e gli scrisse una lettera il cui incipit è

“Al suo signore, o meglio al padre: al suo sposo, o meglio al fratello, la sua serva, o meglio la figlia; la sua sposa, o meglio la sorella – ad Abelardo, Eloisa”.

Con questa lettera inizia tra i due un carteggio memorabile.

Ecco alcuni passaggi dalle lettere di Eloisa..

“Anche quando dormo immagini ingannevoli mi perseguitano; persino durante la messa, quando la preghiera deve essere più pura, i turpi fantasmi di quelle gioie si impadroniscono della mia anima. lo sono costretta ad abbandonarmi a queste fantasie incapace persino di pregare. Invece di piangere, pentita per il passato, sospiro rimpiangendo quello che ho perduto. Ho davanti agli occhi sempre e soltanto te, l’amore che abbiamo avuto, i luoghi dove ci siamo amati, i momenti dove siamo stati vicini. Mi sembra di essere li ancora e neppure nel sonno riesco a calmarmi. Talvolta da un leggero movimento del mio corpo o da una parola che non sono riuscita a trattenere tutti capiscono i miei pensieri”.

“La gente vanta la mia castità perché non sa che sono ipocrita. Chiamano virtù l’astinenza del corpo, e invece la virtù non è nel corpo ma nell’anima. Dagli uomini posso anche essere lodata, ma presso Dio non ho nessun merito perché egli fruga il cuore e le reni e vede nell’intimo”.

“Componevi per me quasi come per gioco quelle canzoni amorose che, divulgate dappertutto per la soavità delle parole e la bellezza della musica, ti resero famoso anche fra la folla dei semplici (…). Le donne sospiravano e poiché le canzoni celebravano il tuo amore per me, anche il mio nome divenne famoso e io ero invidiata in tutti i paesi (…)”.

“(…) quanto più profonda è la radice del male, tanto più forti saranno i rimedi del conforto, che non devono venire da nessuno se non da te; e poiché tu solo sei la causa del male, tu solo puoi guarirmi. Tu sei il solo, infatti, che possa affliggermi, e il solo che possa allietarmi o consolarmi. E sei anche il solo a dovermi particolarmente tanto, visto che ho seguito ogni tuo comando al punto che – non volendo in alcun modo arrecarti dispiacere – sono giunta a perdere me stessa, pur di obbedirti. Ma ciò che più conta è che il mio amore fu a condurmi a una follia tale che ha allontanato da sé senza la speranza di poterlo riavere mai più l’oggetto stesso del suo desiderio. (…). E Dio sa che in te non ho mai amato altro che te stesso: che solo te ho desiderato, non ciò che tu possedevi.”

“Non mi ripromisi patti nuziali, né prerogative di sorta; né, come ben vedesti, mi adoperai a raggiungere voluttà né volontà mie, ma tue. E se più santo e più valido sembra il nome di moglie, il nome di amica mi è sempre stato più dolce, o se non ti sdegni, di amante o concubina”

“Chiamo Dio come mio testimone: se lo stesso Augusto signore del mondo intero mi avesse degnato dell’onore di sposarlo, e mi avesse offerto così il dominio perpetuo del mondo, sarebbe stata per me cosa più cara e degna esser detta tua prostituta piuttosto che sua imperatrice.”

Le lettere di Eloisa sono l’ininterrotta manifestazione di una passione ardente. Queste lettere sono una celebrazione eterna del sentimento indomabile e dell’amore sublime.

“Per Eloisa, nel mondo intero, tra tutte le persone, i pensieri, gli oggetti e le cause e le possibilità, esiste solo Abelardo. Abelardo è il suo signore, padre, fratello, amante, sposo: tutti i rapporti affettivi si concentrano in lui. Non c’ è altri al mondo, né nel passato né nel presente. E se Girolamo, Agostino e, negli stessi anni, Bernardo avevano detto che c’ è un solo modo di amare Dio: di un amore immoderato: lei, che si è nutrita di quei testi e li ha fatti propri, con una grandiosa empietà e una follia di cui è perfettamente cosciente, dedica questo amore immoderato a una creatura terrena: Abelardo” (Pietro Citati)

Mentre in Eloisa c’è ancora la donna in tutta l’intensità possibile e immaginabile, nelle lettere di Abelardo sembra esserci soprattutto il monaco. Sono lettere impregnate di pentimento, di richiamo all’amore divino. Sono lettere in cui Abelardo sembra cercare di mettere le distanze dal piano passionale e sentimentale, per rivolgersi a lei come compagna di fede.

Ma, nel valutare Abelardo e il suo approccio nelle lettere, che appare “distaccato” sul piano sentimentale, noi non dobbiamo dimenticare tutto quello che lui aveva vissuto. Abelardo aveva subito il trauma dell’evirazione. Successivamente aveva subito ogni genere di persecuzione, dalle condanne (poi mitigate) per eresia ai tentativi di avvelenamento dei monaci. Consideriamo anche il logorio fisico per i tanti spostamenti in un tempo in cui viaggiare non era privo di fatica e pericoli. Immaginiamo quest’uomo sessualmente menomato, fisicamente stanco, interiormente ferito, dedicarsi con rigore al percorso religioso. Immaginiamo anche come, dopo quanto avevano vissuto lui ed Eloisa, e dato che le loro lettere potevano essere lette da altri, non volesse che i tanti nemici agissero distruttivamente contro lui e contro di lei. Tutte queste cose possono aiutarci a comprendere, almeno in parte, il perché le lettere di Abelardo non siano quel capolavoro del sentimento e della passione che invece sono le lettere di Eloisa.

Eppure, Abelardo era lo stesso che qualche anno prima aveva scritto “Storia delle mie sventure” dove rievocava in modo impressionantemente vivido la violenta e sublime passione che vi era stata tra lui ed Eloisa. Ed era lo stesso Abelardo che nelle sue ultime lettere gli scrisse cose potenti come..

“Tu ci unisti, o Signore, e ci dividesti, quando e come ti piacque. Ed ora, o Signore, porta misericordiosamente a compimento quel che misericordiosamente iniziasti. Tu che una volta ci hai diviso nel mondo, congiungici a te eternamente nel cielo (..)”.

E soprattutto.. era lo stesso Abelardo che, in punto di morte, le dedicherà queste parole..

“Ricordati che io ti appartengo”.

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PANE DI LIBERTA’- grano Senatore Cappelli e macinatura a pietra. Intervista a Stefano Caccavari

by on lug.21, 2015, under Ispirazione, Resistenza umana

Stef

Il pane che noi oggi mangiamo è un’altra cosa rispetto al pane che si mangiava un secolo fa. E’ un’altra cosa il processo di macinazione. E’ un’altra cosa il processo di coltivazione del grano. E’ un’altra cosa lo stesso grano, lo stesso seme utilizzato.

“E con ciò?”.. direbbe qualcuno. “Non muta tutto nel corso del tempo? Nulla resta uguale. Nel corso dei secoli e dei millenni i semi e le piante sono mutati, o per intervento umano, o per incroci avvenuti in natura”.
E qui c’è da fare un chiarimento, che seppure espresso con riferimento ai cereali, visto che è di grano che si parla in questo testo, non vale solo per essi.
Anche i cereali, come tutte le specie viventi in realtà hanno subito modificazioni nel corso dei secoli o dei millenni. O per incroci avvenuti spontaneamente tra varietà che vivevano in un medesimo ambiente o attraverso la selezione e l’ibridazione perpetrata dall’uomo mediante pratiche agrarie. Questi mutamenti non vanno però confusi con le modificazioni genetica effettuate in laboratorio. Per mutazione genetica si intende una qualsiasi alterazione che avviene a carico di una sequenza di DNA che ne modifica il funzionamento. Queste modificazioni possono essere i veri e propri OGM, quando si agisce direttamente sul DNA. Ma possono essere ottenute anche attraverso l’uso di agenti mutageni; essenzialmente sostanze chimiche o radiazioni ad altra frequenza.
Gran parte del grano coltivato attualmente in Italia (e nel mondo) è frutto di mutazione genetica, pur non essendo un OGM, nel senso stretto del termine.

Fino ai primi decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale, il grano dominante nel nostro paese era la varietà Senatore Cappelli.
Questa varietà di grano nacque dagli esperimenti di uno dei più grandi genetisti italiani di tutti i tempi, Nazareno Strampelli, che dedicò gran parte della sua vita agli incroci delle specie di frumento, per dare vita a varietà più produttive e resistenti. Le tecniche adoperate da stampelli erano del tutto tradizionali e naturali. Consistevano nell’impollinazione incrociata o nell’ibridazione di innesto compiuta sui semi o sulle parti vegetative della pianta. Sviluppò più di cento varietà di grani, tra cui, nel 1915, il Senatore Cappelli; Strampelli gli diede questo nome in onore del Marchese Raffaele Cappelli, Senatore del Regno d’Italia, che fu promotore nei primi del novecento della riforma agraria che ha portato alla distinzione tra grani duri e teneri e che mise a disposizione di Strampelli alcuni dei suoi poderi in Capitanata, affinché portasse avanti le sue sperimentazioni. Il suo nome deriva in onore del senatore abruzzese Raffaele Cappelli.
Il Senatore Cappelli un frumento duro, ad alto fuso, e considerato di alta qualità, divenne la varietà di grano più coltivata in Italia. Anche perché garantiva, rispetto alle varietà precedentemente coltivate, una più alta resa produttiva. Più alta resa che, però, come abbiamo visto, non pregiudicava il valore qualitativo del prodotto.

Negli anni ’70 questa varietà di grano e le altre varietà che ancora sussistevano vennero abbandonate e al loro posto si impose il grano “nanizzato”, frutto di mutagenesi genetica. Presso il laboratorio per l’applicazione in agricoltura del Comitato Nazionale per L’Energia Nucleare già dagli anni ’50 si conducevano sperimentazioni sul grano, soprattutto sul Senatore Cappelli. Nel 1974 attraverso irraggiamento, con cobalto radioattivo, del Senatore Cappelli, irrorando i campi con acque provenienti di reattori nucleari, venne sviluppata la varietà Creso, l’attuale grano “nanizzato”, il grano a fusto basso. Questo grano evitava il fenomeno dell’allettamento, ovvero la piegatura del fusto del grano, dovuta al suo essere (nei grani antichi e nelle varietà “elette” come Il Senatore Cappelli) alto. Inoltre permetteva un notevole aumento della produttività. Questi fattori favorirono la sua recezione. Il Creso fu poi a sua volta incrociato con altre varietà fino ad ottenere molti dei tipi di frumento che si coltivano oggi (Simeto, Colosseo, Adamello, etc.).
Siamo cresciuti pensando che “questo è il grano”. Invece questa tipologia di grano ha un quarantennio di vita. La stragrande maggioranza del pane, della pasta, dei dolci, della pizza che mangiamo oggi è frutto dell’utilizzo di un grano “nanizzato” generato con mutazione genetica.
Il Grano Creso contiene una quantità di glutine molto più elevata rispetto al Senatore Cappelli e agli altri grani tradizionali. Questo grano “mutato” è stato considerato uno dei maggiori responsabili della diffusione della celiachia tra le persone.
L’affermarsi di questa varietà è collegata anche al drastico aumento dell’utilizzo di pesticidi. Proprio per via del suo essere “nano”. Il Senatore Cappelli e altre varietà antiche avevano un grano ad alto fusto che correva sì il rischio dell’allettamento, ma dominava le piante infestanti, ed era ottimo per la coltivazione biologica. Nel caso del grano nanizzato, invece, se non si utilizzano pesticidi, le erbe infestanti prendono il sopravvento sulle spighe.

Ma non è solo questo grano “geneticamente mutato” a rendere radicalmente diversa la farina attuale –e quindi ciò che con essa si produce- dalle farine utilizzate in passato.
Anche il soppiantamento degli antichi mulini a pietra da parte dei moderni mulini elettrici a cilindri ha determinato un mutamento notevole del tipo di prodotto realizzato. Sono i moderni mulini che permettano la realizzazione della farina ad alto grado di raffinazione, 0 e 00, considerata una farina “morta” e dannosa, da diversi punti di vista, per l’organismo umano.
Noi viviamo in un mondo dove grandi poteri ed interessi plasmano sempre più ampi aspetti della vita che le persone si trovano concretamente a vivere. E il grano, tutto quello che ruota intorno al grano, non è estraneo a tutto ciò.
Da diversi anni però è sempre più forte, da parte di singoli e gruppi, la volontà di recuperare le antiche varietà di grano, e le tradizionali modalità di macinazione. Stefano Caccavari, di San Floro, provincia di Catanzaro, Calabria, è uno di questi.
Stefano voleva fare il pane come si faceva cento anni fa. Per questo è andato alla ricerca del seme del Senatore Cappelli, per questo l’ha coltivato, per questo ha cercato un antico mulino a pietra per macinarlo.
Ho avuto modo di incontrare Stefano diverse volte negli ultimi mesi. Questa è una sintesi dei dialoghi avuti con lui.
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-Stefano racconta il tuo percorso?

Ho 28 anni e per scelta ho deciso di rimanre a San Floro, nel paese che fu dei miei avi (dal 1700 almeno viviamo in questo territorio) e nel paese che mi sento di tutelare.
Qui c’è una realtà contadina. Non esiste, quasi, famiglia, che non abbia un pezzo di terra, e che no coltivi, ancora, qualcosa. Mio nonno produceva sempre grano. Da noi è rimasta l’idea di farsi il pane in casa quando è possibile. Tanto che mio padre quattro anni fa ha costruito un forno a legna; prima l’infornavamo col forno elettrico. Se vuoi è la fissazione dei calabresi, tornare alle origini. Facevamo questo grano, ti dicevo, e mio padre andava a macinarlo a Girifalco, presso un mulino a cilindri, perché, anche lui, come me non conosceva la differenza tra un mulino a pietra e un mulino moderno. Io sono sempre cresciuto con la pasta fatta in casa, il pane fatto in caso, ma.. con la farina macinata in un mulino moderno. Un giorno parlando col professore Varano, un vero intellettuale “completo” delle nostre parti.. il professore mi disse.. mi disse..”ah..è dal 71 che non mangio la farina macinata a pietra”. “Professore cos’è la farina macinata a pietra…?” gli chiedo. E da lì cominciai a capire la differenza tra il mulino a cilindri e il mulino tradizionalmente utilizzato nel corso dei secoli, quello a pietra..

-Spiega la differenza.

Il mulino a cilindri nacque nel dopoguerra, nel ’46, ’47. Il mulino a cilindri, per prima cosa ha l’alimentazione elettrica, a differenza dell’altro che ha l’alimentazione idraulica; lungo i corsi d’acqua veniva deviata l’acqua per creare energia idraulica per le pietre. Secondo, riesce a macinare più grano, grazie al processo dei rulli. Quindi invece di produrre un quintale all’ora come uno studio ha dimostrato, produceva minimo dieci quintali all’ora.

-Il diverso processo di mulitura incide anche sul tipo di farina prodotta..

Esattamente… ed incide tantissimo. Nel mulino a pietra la temperatura rimane più bassa e questo fa si che la farina non si “scaldi” troppo, preservandosi così le principali qualità nutritive. Inoltre, la farina che esce da un mulino a pietra ha una granulometria irregolare, una maggiore presenza di crusche, la conservazione del germe, che è la parte più preziosa. Col mulino a pietra è praticamente impossibile produrre farine troppo raffinate come la 00. Nel mulino a cilindri, invece, il chicco di grano viene sfogliato dagli strati più esterni a quelli più interni, fino ad un prodotto estremamente depurato che fa si che si abbia una farina “poverissima”, oltre che già peggiorata dal surriscaldamento per via dell’alta velocità di macinazione.. La farina raffinatissima attuale, utilizzata praticamente ovunque, è a tutti gli effetti una farina “morta”, che non ha più niente di vitale. E’ una farina che permette una grande elasticità. Infatti rende molto più facile fare pizze, dolci. Ma è una sostanza deprivata di tutto ciò che può essere salutare, ed è un concentrato di glutine e proteine.

-Con l’affermarsi dei mulini a cilindri…

Vengono mandati in pensione i mulini a pietra. Fino agli anni ’50, ’60, praticamente ogni paese aveva il suo mulino. Gran parte della farina allora in uso, avrebbe potuto definirsi “a chilometro zero”. Un mulino a cilindri manda porta alla chiusura di una trentina di vecchi mulini a pietra. Questo lo dice l’Associazione Mugnai d’Italia, non io. Solo a San Floro c’erano nove mulini a pietra. Gran parte dei mulini a pietra della provincia furono dismessi perché a Girifalco e a Borgia arrivarono i mulini elettrici a cilindri. Solo due mulini a cilindri hanno stravolto fatto venire meno tutta una geografia di mulini a pietra. Questo per la grande produttività che permette il mulino a cilindri. Un mulino a cilindri macina dieci quintali di grano all’ora, rispetto a un mulino a pietra che ne macina uno.
Tutto questo porta anche ad una dinamica nuova. La farina prodotta dai mulini a cilindri è trasportabile anche alle lunghe distanze. Dalla Lombardia la potevi spedire questa farina in Calabria e Sicilia. Potevi mandare il grano in Lombardia, e loro ti rispedivano il prodotto finito. Prima, una cosa del genere era impossibile. Quando macini a pietra, il prodotto macinato può durare da tre a sei mesi senza rovinarsi; in estate un mese. Questo perché essendo un prodotto vivo, una farina viva, subisce dei processi di deformazione; si rovina, cambia, possono arrivare degli insetti. Mentre se compri adesso un pacco di farina c’è scritto “a scadenza tra due anni’. E’ tutto un mondo che è stato stravolto. Prima la farina veniva macinata in base alle esigenze, una volta al mese, una volta ogni due mesi, una volta a settimana. E il pane molti se lo auto producevano o andavano a prenderlo nelle immediate vicinanze. Ora in Calabria può arrivarti il pane di Milano, il pane della Germania, come avviene nelle catene LIDL dove arriva dalla Germania, da duemila chilometri di distanza il pane precotto, surgelato, che viene infornato in forno elettrico. E comunque si tratta di farine industriali che non vengono certificate.
Tra l’altro noi ci troviamo ad importare una grande quantità –forse anche il 40% del nostro fabbisogno di grano dall’estero. I maggiori produttori di grano sono gli USA, la Francia e il Canada.
Tornado alla immagine del nuovo mulino moderno che soppianta i vecchi, questa volta, l’innovazione tecnologica ha rappresentato non un avanzamento per l’umanità, ma un regresso.

-Credo che ce ne siano diverse di eccezioni al dogma delle “meravigliose sorti progressive” della modernità… ritorniamo a te e alla tua volontà di riprendere la macinazione a pietra..

Come ti dicevo, già il professore Varano mi aveva parlato dei mulini a pietra. Ne parlai con mia nonna, che mi fece il nome di coloro che un tempo facevano il pane a San Floro, e poi mi aggiunse “Quanto vorrei mangiare il pane come si faceva cento anni fa..”. E io le dissi “Nonna non è un problema, troveremo un mulino a pietra e andremo a macinarlo noi lì“. Nel frattempo, io avevo comprato da mio zio circa dieci quintali di grano. Grano biologico, perché mio zio è allergico ai pesticidi. Però adesso non volevo più macinarlo nel classico mulino a cilindri, volevo trovare un mulino a pietra. Andai su Google e scrissi “Mulino a pietra Calabria”. Nella prima pagina non trovai nulla.. andai alla seconda e alla terza.. e ancora nulla. Dopo la terza pagina, il 99% delle persone crede di avere sbagliato parola e riprova con altre combinazioni. Ma ho continuavo ad andare avanti e all’undicesima pagina, trovai un file in exel, dal titolo “mulini degni di nota”. Cliccai e cercai i mulini a pietra che si trovano ancora in Calabria. In quel file venni a sapere che esiste un mulino a Santa Severina, vicino a Belvedere Spinello, che macina da due anni. Telefonai ma il suono che sentivo era quello del telefono staccato. Poi seppi che erano in ferie per agosto. Li richiamai a settembre, e mi rimandarono ad ottobre. Ad ottobre mi feci novantatrè chilometri per raggiungerli, un’ora e trenta di cammino. Ma fui contento di fare quel viaggio. Dato che me ne tornai con il mio primo quintale di farina macinata a pietra. Quel giorno conobbi Giulio, che mi fece tutta la panoramica di come funziona il mulino a pietra, del perché è importante, ecc. Nel frattempo in quei mesi mi ero divorato su internet tutte le informazioni al riguardo. Anche io voglio ripristinare un vecchio mulino a pietra ma non è facile..

-Perché?

Molte delle pietre che formavano quei mulini sono state prese da chi magari voleva.. un cimelio antico in casa.. o per qualche altro utilizzo.. Considera cha la migliore pietra, quella più adatta veniva dalla Francia. C’è un comune in Francia, Le Ferté, che ha un granito particolare, tutto il paese lavorava per queste pietre. Ma ormai è una produzione cessata. Esistono i mulini in pietra moderna; ma si tratta di un miscuglio di calcinacci. Per differenziarti devi usare le pietre antiche.

-Andiamo adesso al Senatore Cappelli..

Dopo avermi spinto a riscoprire la macinazione in pietra, il professore Varano mi mise in testa un’altra cosa. Mi disse che era dagli anni ’70 che non mangiava pane fatto con il Senatore Cappelli. E io anche qui cado dalle nuvole “cosa è questo Senatore Cappelli?”.

-Parli del celebre grano sviluppato, nel 1915, dal grande genetista italiano Nazareno Strampelli, combinando in modo “naturale” varie varietà tradizionali, in modo tra produrre un grano con maggiore produttività rispetto ai grani dell’epoca, ma senza perdere in qualità.

Sì… fino a dopo la seconda guerra mondiale era il grano più diffuso in Italia. Tra l’altro, dalle nostre parti il Senatore Cappelli era chiamato “il grano a cappella”. Venni a conoscenza anche di altre varietà di grani antichi presenti dalle nostre parti, come il Gentil Rosso, da noi chiamato “Russìa”, e altre varietà. Anche mio nonno mi parlò di queste varietà.
Comunque, venuto a conoscenza del fatto che era il Senatore Cappelli il grano che si utilizzava dalle nostre parti, ho subito deciso che dovevo andare alla ricerca di questo grano, dovevo procurarmi il seme e seminarlo. Noi siamo iscritti a “Suolo e salute”. “Suolo e salute” è l’agenzia che controlla che la tua terra sia biologica. Loro sono a conoscenza di chi è in possesso di varietà antiche di semi. Loro ci hanno indicato un signore che da sessant’anni custodiva gelosamente i semi di Senatore Cappelli. Siamo andati da lui, dicendo che volevamo recuperare i grani antichi. Lui si è dimostrato molto contento e poi ci ha detto quanto avremmo dovuto pagare. Ne abbiamo comprato due quintali. Un quintale siamo andati a macinarlo direttamente, e l’altro lo abbiamo seminato.. poi ci siamo procurati anche un altro quintale per la semina, quindi possiamo dire che i quintali seminati sono due.

-Avevi trovato il mulino a pietra, ti eri procurato il Senatore Cappelli..

E quindi potevo preparare il pane come si preparava cento anni a fa. Naturalmente con il lievito madre, e con la cottura a forno a legna. Un giorno mi presento da mia nonna, le mostro un pane, e le dico..”guarda qua nonna… farina integrale Senatore Cappelli e macinatura a pietra..”. Lei lo ha mangiato commossa. Si sentiva come se tornasse giovane. La stessa cosa il professore Varano.

-Un sapore non paragonabile col “classico” pane a cui siamo abituati..

Assolutamente non paragonabile. In bocca è un gusto totalmente nuovo. Sembra ci sia miele. E..guardalo.. (mi mostra una forma di questo pane).. è un pane scuro, non molto grande.. perché la farina di grano duro, specie quando si tratta di una varietà come questa, non lievita tanto.. guardalo.. provane un pezzo.. (lo provo, sicuramente il sapore è insolito, notevole)..

-Gli avete dato un nome..

Vorremmo chiamarlo “Brunetto”.. si tratta ancora di una produzione molto limitata… ma in futuro potrebbe crescere. Anche se difficilmente potrà crescere più di tanto nel breve periodo; anche perché non è ancora grande lo spazio coltivato, e poi è un grano che ha un livello di produttività più ridotto rispetto al grano “attuale”. Oltre a fare il pane, abbiamo a disposizione la farina di Senatore Cappelli. Così chi vuole può farsi il pane, la pasta, la pizza e quello che vuole lui.

-Il Senatore Cappelli e le altre varietà antiche furono sostituite col grano “geneticamente mutato” Creso, creato nei laboratori Enea nel 1974..

Il grano Creso è fondamentalmente il grano che usiamo oggi. Questo grano evitava sia il fenomeno dell’allettamento e consentiva di produrre dai 20 ai 50, 60 quintali per ettaro; mentre col Senatore Cappelli si arrivava a massimo circa 20 quintali per ettaro. Negli anni ’50 e ’60 l’economia italiana era in grandissima espansione, e contemporaneamente diminuivano le persone che si dedicavano all’agricoltura. Col grano “modificato geneticamente” Creso potevi produrre fino a tre volte quanto producevi col Senatore Cappelli. Essendo però un grano più basso, e quindi superato in altezza dalle piante infestanti, comincia l’uso massiccio dei “diserbanti selettivi”; diserbanti che lasciano viva la pianta di grano, ma uccidono tutto il resto. Già l’inquinamento delle terre era iniziato negli anni ’60, negli anni ’70 e ’80 avrà un incremento, anche per via della nuova varietà di grano. Solo negli anni ’90 la legislazione e il mondo scientifico iniziano ad occuparsi di pesticidi. Molti terreni sono profondamente avvelenati dalla chimica. Anche questo sta alla base della riscoperta degli antichi semi.. e di varietà come il Senatore Cappelli. Per fortuna c’è stato qualcuno che ha custodito questi semi per tutto questo tempo; consentendo così, oggi, anche a noi, di coltivarli.

-C’è poi tutto l’enorme problema delle aziende che controllano i semi tutt’ora in commercio.. che ne hanno il brevetto.. e che costringono i contadini a comprare varietà quasi sterili..

Nel caso del grano, lo hanno modificato, programmando il seme, in modo tale che il primo anno puoi ottenere cento. Il secondo produci dieci. Il terzo anno nulla. Quindi l’agricoltore nonha alcuna convenienza a coltivarsi il grano prodotto l’annata precedente e preferisce comprarsi un seme nuovo. In pratica una grande parte dell’agricoltura attuale è nelle mani delle aziende che vendono i semi.

-Quella della libertà dei semi è forse una delle più grandi battaglie che andranno fatte nei prossimi decenni.. è la stessa libertà dell’essere umano che è in gioco..

Assolutamente… c’è un disegno sporco dietro come queste o la diffusione degli OGM.. un disegno che dobbiamo contrastare.

-Tu, oltre all’impegno per la riscoperta del grano e del pane di una vota, hai partecipato lo scorso anno alla battaglia contro la discarica Battaglina, e stai portando avanti altre iniziative in tema di agricoltura biogica.

Circa la battaglia contro il progetto della discarica, San Floro, ha rischiato di diventare la più grande discarica d’Italia. Infatti la discarica in loc. “Battaglina”, se realizzata, avrebbe potuto estendersi per 140 ettari di superficie. Da subito ci siamo attivati giovani e meno giovani per scongiurare questo pericolo imminente che ci voleva morti e senza futuro. Un progetto che, tra l’altro, si è scoperto non era giuridicamente realizzabile. Alla fine l’abbiamo spuntata.
Per quanto riguarda le iniziative che sto portando avanti, devo dirti che in me è scattato qualcosa di molto forte quando un amico, al tavolo del mio bar di famiglia, mi ha illustrato la teoria secondo la quale un territorio è destinato a scomparire se non le persone che vivono quello stesso territorio non fanno qualcosa per manternerlo vivo. E quindi la successiva domanda: “tu che stai facendo per il territorio di San Floro?”, questa domanda è stata la scintilla che ha acceso in me un fuoco di passione. Ogni cosa che faccio oggi la faccio per far vivere il mio territorio e per farlo conoscere alle persone della vicina città di Catanzaro.
Un anno fa il progetto “Orto di Famiglia”(www.ortodifamiglia.com”) con lo scopo e la missione di offrire la possibilità a ogni famiglia del catanzarese di avere un piccolo orto di famiglia dove poter mangiare prodotti sani e coltivati da noi ma raccolti da loro in prima persona. Così facendo le persone stanno riscoprendo l’antico contatto con la Terra a cui tutti noi siamo collegati. Siamo partiti l’anno scorso con 10 famiglie e oggi a un anno di distanza siamo arrivati a oltre 70 famiglie. Il mio intento posizionare San Floro come uno di quei luoghi dove si mangia come cento anni fa, e dove potere “tornare alla terra”. Un altro progetto che ho avviato, aiutato da altri 3 giovani di San Floro, è volto a recuperare le antiche cultivar di fichi e l’antica tradizione dei fichi essiccati al sole.

-Tu all’inizio dicevi che la fissazione del calabrese è tornare alle origini. E’ una “fissazione” che sicuramente anche tu hai.. ed è un bene che tu ce l’abbia.. e che ti abbia portato a fare queste cose..

Sì… noi vogliamo tornare alle origini.. riscoprire i nostri sapore e la nostra tradizione.. mangiare come cento anni fa… fare vedere che esiste un modello diverso, una via diversa… da quello che ci propina la grande industria.

-Grazie Stefano.

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Domenico De Simone, controeconomista- un dialogo

by on giu.30, 2015, under Economia, Resistenza umana

Domenico2

Cominciai a interessarmi, a un livello approfondito, della reale natura delle dinamiche economiche, dopo anni in cui vedevo le devastazioni economico-finanziarie e, pur capendo, che “c’è qualcosa di profondamente sbagliato in quello che accade” (non credo ci voglia molto a capirlo), mi sfuggivano tutta una serie di meccanismi contreti, senza la comprensione dei quali, molto di quello che è avvenuto, e molto di quello che avviene diventa inintellegibile.
Tutto quanto ruota intorno all’economia è stato avvolto da una atmosfera di impenetrabilità. Lo stesso linguaggio usato è, a volte, quanto di più distanziante ci possa essere. E così si dà per scontato che esista un campo quasi incomprensibile a gran parte della gente. Un campo dove c’è sostanzialmente da fidarsi di quello che viene detto. Un campo dove gli esperti sanno fondamentalmente come si deve procedere.
Accanto a tutta la sfera della pura incomprensibilità, sono stati veicolati concetti e linee di pensiero, comprensibili stavolta, ma, in notevole parte frutto, nel modo in cui sono stati fatti comprendere… frutto di raffinata falsficiazione ideologica.. come tutto quanto ruota intorno al concetto di “debito pubblico”.
Una cosa è certa. Ogni percorso di conoscenza deve coinvolgere una analisi indipendente del sistema monetario e di quello bancario, dalle loro origini ai giorni nostri.
Nel muoversi verso una comprensione indipendente del mondo economico-monetario-finanziario…ti imbatti in molti di coloro che, da decenni, in tutto il mondo, si battono per fare conoscere quello che gli economisti ufficiali non raccontano; e cercano di proporre visioni e progetti per un cambiamento “umano” fuori dalla dittatura soffocante che pervade oggi ogni discorso di questo genere.
Questi personaggi a volte hanno cose in comune, a volte sono anche molto differenti. Alcune delle cose che dicono possono essere condivise. Altre si possono contestare. Ma c’è sicuramente in loro una sforzo di Libertà che aiuta ad aprire la mente e che stimola all’azione.
Uno di questi personaggi è Domenico De Simone.
Domenio ha pubblicato otto libri, di cui quattro sono scaricabili in formato digitale. Alcuni titoli , Un Milione al mese a tutti: subito! (1999), Dove andra a finire l’economia dei ricchi (2001) Per un’economia dal volto umano (2001), Un’altra moneta (2003) Parmacrack (2005). Con la Settimo Sigillo Dove va l’economia – intervista a Domenico de Simone a cura di Carlo Gambescia (2005)Crac! Il tracollo economico dell’Italia (2011), Il debito non si paga! (2011).
Da anni ha elaborato un progetto economico, chiamato FAZ (Financial Autonomous Zone, ovvero Zona Finanziaria Autonoma), che prevede anche la creazione di una moneta “a tasso negativo”.
Di questo e di altro ho parlato con Domenico nell’intervista che gli ho fatto e che leggerete di seguito.

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-Domenico quanti anni hai?

Ne ho da poco compiuti 66.

-Dove sei nato e dove abiti.

Sono nato a Roma dove attualmente vivo. Mio padre era pugliese e mia madre è napoletana… sono di famiglia meridionale e me ne vanto… mia madre viaggia sui 97 anni ed è ancora lucidissima, ricorda tutto, continua a leggere a studiare, pensare, continua a tenere la mente viva..

-Che esperienze di vita hai fatto?

Dopo avere fatto il liceo, mi sono iscritto a Giurisprudenza, perché mio padre era magistrato e allora dovevo fare giurisprudenza. Pensa che mi sono iscritto nell’autunno del 67 all’università. In pratica sono arrivato giusto in tempo per il ’68. E lì è cambiata completamente la mia vita. Ero stato educato in una famiglia piccolo borghese, mio padre magistrato, mia madre insegnante. E mi sono ritrovato in un contesto in cui si voleva cambiare il mondo. La cosa mi piaceva molto. All’Università dopo i primi due tre mesi sono entrato nel movimento. All’inizio ero stato attratto dalle parole d’ordine di “servire il popolo”. Facevo parte della “Linea rossa”. Lì ho resistito poco, era una sorta di piccola chiesa. Per uno che viene da una educazione cattolica come me -ho fatto le scuole dalla suore- non era il massimo finire in una piccola chiesa. In quel gruppo non c’era possibilità di critica. Tu aderivi a questa cosa perché odiavi il sistema, anche se non sapevi perché lo odiavi. Però poi ti ritrovavi in un piccolo sistema. Uscii da Servire il Popolo e per un po’ aderii al movimento studentesco, andavo al collettivo dell’istituto orientale di Lettere, alla Sapienza. Dopo qualche mese incontrai delle persone che volevano fare un collettivo a giurisprudenza. Mi trovai d’accordo; era una bella sfida. Il collettivo aveva un orientamento di critica culturale. Noi cercavamo di farci spiegare il perché di certi fatti, soprattutto seguendo un orientamento veteromarxista. Ad es., nel caso di diritto privato, dicevamo “vogliamo una critica del diritto privato e del concetto di proprietà”; nell’esercitazione di economia si cercava di capire il ruolo del capitalismo, il suo modo d’essere, le logiche dello sfruttamento. Per fare questo dovevamo studiare, studiare di più di quanto non si facesse normalmente. Abbiamo scritto diversi opuscoli che distribuivamo agli studenti, facendo bene attenzione a non farci beccare dai fascisti che se no ci rompevano la testa. Dopodiché trovammo la maniera per buttare fuori i fascisti da Giurisprudenza. Intorto al 1970, avevamo organizzato, insieme a Magistratura Democratica, un convegno a Giurisprudenza. Un convegno in merito allo Statuto dei Lavoratori che era nato da poco. Questo convegno lo organizzammo all’aula 2 che era una grande aula che conteneva mille persone. Vennero proprio i fondatori di Magistratura Democratica, l’aula era piena, e c’era anche la polizia perché si pensava che la destra reagisse. Cosa che accadde. Vennero questi che ci volevano picchiare. Solo che lì c’erano dei magistrati, e la polizia non poteva certo permettere che accadesse qualcosa a quei magistrati; quindi furono i fascisti ad essere picchiati dalla polizia. Per tre mesi non potevo tornare a casa, perché avevano individuato me e altri due come capi del collettivo. Ricevevo lettere anonime molto minacciose. Però effettivamente, da allora in poi i fascisti in giurisprudenza non ci misero più piede.
Nel frattempo era nato il movimento del Manifesto, dopo essere nata la rivista del Manifesto. All’origine c’era stata l’espulsione del gruppo fondatore del Manifesto dal Comitato Centrale del Partito Comunista. Il Manifesto contestava al PCI il principio del “centralismo democratico”. L’impossibilità di un dibattito permanente all’interno della struttura. E quindi per potersi battere per un orientamento diverso rispetto a quello della Terza Internazionale. Questo allora era considerato “frazionismo” e coloro che costituirono il Manifesto vennero espulsi, appunto, per frazionismo. Dopo la loro espulsione crearono la rivista e poi il movimento per lanciare, all’interno del movimento studentesco, una visione diversa del comunismo. Noi, come collettivo di giurisprudenza, eravamo già una 50ina di persone, decidemmo di entrare in questo movimento del Manifesto. E così mi ritrovai nel Manifesto a fare un sacco di cose. Ad esempio collaborare con Magistratura Democratica; oppure fare corsi di formazione per delegati di fabbrica sullo statuto dei lavoratori. Dopo un po’ venne approvato l’art. 18 e poi la nuova legge sul lavoro. Collaboravamo anche col collettivo di medicina. Loro si occupavano in fabbrica del rispetto della salute, ecc. E noi del rispetto dei diritti. Il nostro compito era coordinare l’innovazione della cultura con l’affermazione dei diritti e della salute nelle fabbriche.
Il problema fu che all’interno del Manifesto si riprodussero le stesse logiche che c’erano all’interno del Partito Comunista. Lo stesso principio del Centralismo Democratico -per il quale tu puoi discutere finché l’organismo dirigente non prende una decisione, e una volta che l’ha presa non si discute più di nulla- si riprodusse esattamente all’interno del Manifesto.
Ci trovammo a fare i conti con la politica concreta del Manifesto. Nell’inverno primavera del 1975 il Manifesto decise di fare un accordo col PSIUP per costruire una nuova forza. Che si sarebbe chiamata PDUP. La cosa non era sbagliata. Solo che noi pensavamo alla costruzione di un soggetto politico che non fosse limitato solo al Manifesto e al PSIUP, ma che coinvolgesse tutte le forze che erano nel movimento studentesco. Questa prospettiva trovava una forte opposizione da parte del Manifesto che non voleva che il suo ruolo dirigente fosse messo in discussione da alcuno. Successivamente si scoprì che l’intera operazione serviva a costruire un soggetto politico a sinistra del Partito Comunista che poi sarebbe dovuto confluire nel Partito Comunista. Cosa che poi effettivamente accadde. Comunque, per questa nostra opposizione interna al modo di agire del movimento del Manifesto, noi fummo espulsi dal Manifesto per frazionismo.
Quell’evento fu per me portatore di un profondo ripensamento, non solo sulle modalità dell’azione concreta ma anche sui presupposti entro cui mi muovevo. Io consideravo l’approccio politico come prioritario; consideravo la politica la regina di tutte le scienze, anche al di sopra della filosofia. Ma capii che era l’approccio politico ad essere sbagliato. Decisi di riflettere su come venivano a generarsi i movimenti politici e sulle ragioni per cui andavano sempre a ripetere, al loro interno, gli stessi meccanismi. Io mi resi conto che stavo vivendo una farsa, in cui il nostro desiderio di cambiare il mondo, cambiare gli approcci era vanificato dal fatto che poi, anche nei movimenti che propugnavano un cambiamento totale, c’erano delle granitiche convinzioni fondate su logiche di potere.
Uscii quindi da tutto quel modo. Feci l’esame di avvocato; anche perché si deve pur lavorare nella vita. Tra l’altro mi trovai in una posizione molto particolare. Stando al Manifesto ero entrato in collaborazione con l’FLM, la Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici, che era la componente CGIL del sindacato dei metalmeccanici ed era considerata la parte dura, combattiva, rivoluzionaria del movimento operaio. E con loro collaboravo nelle cinque zone operaie di Roma. Avevo le chiavi d’accesso, stampavo i volantini, portavo i volantini davanti alle fabbriche, ed entravo anche nelle fabbriche. Avrei potuto fare attività sindacale come lavoro, ma questo comportava che non dovevo chiudere con il Manifesto. Ma visto che io non faccio scelte primariamente guidato dalla convenienza personale, chiusi col Manifesto, chiusi con la possibilità dell’attività sindacale, e come lavoro mi dedicai all’avvocatura. E intrapresi anche gli studi di cui ti dicevo che mi portarono ad un punto centrale di tutto il mio percorso.

-Lo studio sulla questione monetaria..

Esatto.

-Quale fu una delle “rivelazioni” principali che avesti da questo studio?

Fu una constatazione. La constatazione che il debito è una illusione. E non solo è una illusione, ma è una vera e propria fregatura. Trovavo assolutamente paradossale che la moneta venisse emessa sul debito. E mi trovavo paradossale che questo crescesse con il crescere delle attività economiche.

-Quindi ti trovasti a condividere il concetto fondamentale del signoraggio, quello della moneta-debito.

Non so se è il concetto base del signoraggio. Io analizzai come gran parte della moneta esistente era essenzialmente moneta bancaria, moneta creata dalle banche. Questo molti lo sapevano e lo dicevano. Quello su cui si facevano meno considerazioni era il fatto che la moneta bancaria è essenzialmente basata sul debito; e questo comportava che venissero a prodursi più interessi rispetto alla moneta effettivamente presente.

-Un concetto che da sempre è un po’ “clandestino”, se non del tutto assente nel discorso economico maggioritario..

A me sembrava assurdo che lo stato dovesse pagare per emettere moneta. Che lo stato si indebitasse per creare denaro. Che ci fossero queste banche centrali che creavano loro il denaro per “prestarlo” agli stati.

-E questo innesca un debito perenne..

Esattamente. Il debito è inarrestabile. Noi siamo in piena economia del debito. E l’economia del debito è, prima o poi, insostenibile; visto che il debito cresce sempre.

-Tu sai che ci sono stati tanti che hanno tirato fuori vari argomenti per difendere questo sistema…

Effettivamente il sistema ha una sua “razionalità”, ha una sua “logica”. Se la moneta è fondata sul debito, uno è costretto a lavorare per restituirla. Però se ci pensi questa è l’ideologia della schiavitù. Tu “devi” lavorare. Il lavoro non è una tua scelta, non è espressione della tua creatività.. ma “devi” lavorare per potere campare e devi accettare, in ultima analisi, qualunque tipo di lavoro.

-Alcuni sostengono che ribaltare alla radice l’attuale sistema di creazione del denaro, darebbe un potere totale ai politici…

La questione è seria. Effettivamente è un problema la possibilità che la moneta venga creata totalmente in base a criteri politici. In quel caso se ne creerebbe troppa e non adeguata a quelle che sono le esigenze del sistema economico e questo generalmente genera inflazione. Ed è quello che è successo in Italia, sia con la creazione diretta di moneta, sia con la creazione indiretta, con il sistema dei titoli di stato che la banca d’Italia doveva comprare emettendo moneta. La moneta veniva emessa secondo criteri non economici e questo non generava ricchezza. Non venivano fatti investimenti che generavano ricchezza; per cui l’inflazione in Italia era arrivata al 20..21%. Veniva emessa troppa moneta ma senza che questo generasse economia. Anche se con tutta questa emissione di denaro, una parte girava effettivamente nella società; quindi serviva alla gente, e gli effetti positivi dell’emissione di moneta si potevano vedere. Quando ci fu il divorzio tra la Banca D’Italia e il Ministero del Tesoro..

-Il divorzio a partire dal quale la Banca D’Italia non ebbe più l’obbligo di comprare i titoli di stato rimasti invenduti..

Già.. questo divorzio fu giustificato dal fatto che continuando ad emettere moneta nel modo tradizionale, la situazione sarebbe diventata ingestibile. In un certo senso era vero. Il problema era che tutto ciò, questo divorzio e con quello che comportava, finiva col spostare il potere dal mondo della politica al mondo della tecnica. Ma i tecnici non erano “neutri”; svolgevano una funzione “politica”. L’emissione monetaria ha sempre rappresentato l’esercizio di un potere. Nell’antichità la moneta era legata ad un bene fisico; nel senso che la moneta era l’oro, l’argento, il rame. A un certo punto l’emissione monetaria non è stata più legata ad alcun bene fisico, ma si è trattato di emissioni cartacee fondate sul nulla, e generanti costantemente debito. Nei fatti la moneta veniva a fondarsi sul debito. Questo comportava che, essendo qualsiasi moneta, collegata alla crescita delle attività correnti e degli investimenti; se la società cresce deve crescere anche il debito.

-Anche se siamo arrivati a un punto in cui il debito cresce, anche se “economicamente” la società decresce..

Il sistema del debito ormai è esploso, e quindi funziona come un fiume che dilaga in modo inarrestabile..

-Il debito si collega a un punto cardinale del tuo approccio teorico, quello degli interessi..

Esattamente. Il debito comporta la generazione di interessi. La generazione di interessi comporta, tra le altre cose, il trasferimento di ricchezza da parte di chi detiene e chi lavora a chi fa speculazione finanziarie. Se a questo aggiungi il meccanismo fiscale, per cui il reddito da lavoro è tassato molto di più della rendita finanziaria; il combinato disposto che emerge è quello di un sistema che impoverisce gli ambiti del lavoro “vero” favore degli ambiti “elitari” che hanno il controllo sulle rendite, soprattutto, finanziarie.

-Quanto hai appena detto in merito ad una tassazione sul reddito da lavoro superiore rispetto alla tassazione sulle rendite finanziarie è sconvolgente, e molti neanche la sospetterebbero. Sembra completamente folle anche solo il pensiero che attività finanziarie, spesso puramente speculatorie, siano tassate meno delle attività lavorative.
E invece è proprio così.. la rendita finanziaria è tassata a circa il 12,50%.. la tassazione del reddito da lavoro supera il 50%.

-Ma come è che concretamente la rendita finanziaria viene tassata?

Viene tassata alla fonte. Se tu, ad esempio, compri delle azioni e quelle generano plusvalenze, si tassano quelle plusvalenze. A questo punto il sistema finanziario diventa un sistema di trasferimento del potere e di concentrazione del potere..

-Tu comprendesti, quindi, che attraverso il sistema dei titoli di interessi e quello della tassazione iniqua, si andava a favorire una élite..

Esattamente.. Compresi come quel modo di creare moneta era un modo per creare potere. Mi apparve che il sistema politico che dipendeva dal sistema finanziario per i finanziamenti e per altro era diventato succube del potere finanziario e che il vero potere stava al di là dei partiti, oltre i partiti e le organizzazioni politiche. Era un potere che ormai si stava spersonalizzando. Negli anni 60. 70.. ma fin dagli inizi del movimento operaio abbiamo combattuto una battaglia contro la classe capitalistica. C’erano delle identificazioni precise. Adesso, a volte, non lo sai neanche chi è il proprietario della fabbrica. Del resto, spesso conta poco chi sia il proprietario della fabbrica, perché la fabbrica, in tanti casi, appartiene ad un potere finanziario che è assolutamente anonimo. Nel senso che, esempio FIAT, Marchionne è un manager, non è il proprietario della FIAT. Gli stessi Agnelli sono degli azionisti, una minoranza rispetto a quelli che determinano le grandi scelte della Fiat. In un certo senso, col passare dei decenni, più aumentavano le attività immateriali, più diventava evanescente questa classe di potere che era legata al potere della finanza. Una classe di potere che è nascosto. Queste persone vengono chiamate “gli gnomi della finanza”; sono esseri che nessuno ha mai visto, mai eletto, e che muovono, ogni giorno, centinaia di miliardi da una parte e dall’altra come un branco di bufali impazziti.

-Secondo te c’è una consapevole strategia unitaria da parte delle Élite?

Secondo me no. Non penso ci sia una sorta di governo occulto. Ci sono delle lobby che seguono i propri interessi. Così come ogni investitore segue il proprio personale interesse e dato che questo personale interesse, per quanto riguarda gli uomini della finanza, è legato agli interessi del fondo, più il fondo guadagna più lui guadagna, cerca di fare guadagnare il fondo il più possibile. Con una visione, con un’ottica che non va al di là delle 12, delle 24 ore. Io non credo che ci sia una cupola che determina il potere. E’ la mentalità generata dal capitalismo, dal potere della finanza a generare questi comportamenti, questa situazione.

-Tu intuisci questo meccanismo del debito come meccanismo anche di arricchimento e di impoverimento da parte delle popolazioni a favore di poche élite.

Cercavo di capire il più possibile il sistema di emissione della moneta e quale potesse essere l’alternativa. L’idea del tasso negativo ripresa da Gesell, e poi da Steiner e poi da Ezra Pound, mi sembrava interessante. C’era bisogno però di un chiaro criterio di emissione. I creditos argentini, per esempio, quando l’Argentina andò in crisi, ebbero una grande diffusione. Il problema è che questa diffusione non era accompagnata da un criterio di emissione. Mi misi a lavorare per costruire una teoria per la quale fosse possibile emettere moneta a tasso negativo. Eliminare la logica degli interessi e del debito dal sistema. Il tasso negativo è l’unico modo per farlo.. prendere l’uovo senza ammazzare la gallina..

-Spiega a un ipotetico lettore medio il concetto di tasso negativo..

Il tasso negativo è semplice. Da un punto di vista etico le cose non generano frutto, né tanto meno può generarlo il denaro, per cui il fatto che il denaro genera frutti, ovvero gli interessi, è un assurdo in sé per sé. Il problema principale, dal punto di vista finanziario, dei paesi occidentali è quello della trappola della liquidità. Il fatto che c’è molta moneta nel sistema e questa non viene spesa. E allora si cercano varie strade per indurre chi ha moneta a spenderla. La strada di portare a zero o quasi i tassi bancari non funziona.. perché in un mondo globalizzato come il nostro i capitali vanno da un’altra parte. Ed anzi, con i tassi prossimi allo zero, la gente si indebita con la moneta con i tassi prossimi allo zero per comprare i titoli in quei paesi dove la moneta ha tassi attivi. E’ proprio la logica di far rendere il capitale che non funziona. E quindi devi eliminare gli interessi. Come fai ad eliminare gli interessi ed indurre la gente a spendere? Che cosa vuol dire indurre la gente a spendere… Fisher dice nell’equazione monetaria che il sistema è in equilibrio, dal punto di vista della moneta, quando la quantità di moneta moltiplicata per la velocità di circolazione deve essere uguale alle attività correnti moltiplicate per il livello dei prezzi. Questo significa che se hai una quantità di moneta x e si raddoppia la velocità di circolazione, la quantità di moneta diventa 2x. Quando ci sono politiche tipo quantitative easing in cui viene stampata e immessa nel sistema molta moneta, l’effetto inizialmente non sarà di un aumento della “massa monetaria” pari alla quantità di moneta immessa, perché questa non sarà spesa se non in minima parte. La maggior parte di essa sarà tesaurizzata. Ma ad un certo punto questa moneta comincia ad essere spesa.. non dico tutta insieme.. ma quasi.. e questo genera inflazione.. perché se non aumentano le attività correnti in maniera adeguata alla massa monetaria, parte l’aumento dei prezzi. Se questo non accade, ci si trova in piena trappola della liquidità. I soldi ci sono, anzi ce ne sono anche troppi, continuano ad essere stampati, ma non vengono spesi perché è troppo rischioso ed è preferibile tenerli nel cassetto o in titoli di stato, magari all’estero. E più le banche stampano moneta più quelli la investono in attività finanziarie ma non in attività reali. Poi, appena comincia qualche accenno di inflazione la Banca Centrale corre subito ad alzare i tassi e così la raffredda, ma allo stesso tempo blocca le attività economiche. Le oscillazioni tra recessione e stagnazione accompagnate da deflazione che hanno caratterizzato gli ultimi otto anni si descrivono in questo modo.
Nella moneta a tasso negativo, il denaro che hai in mano praticamente ti si squaglia, perché ogni giorno perde una certa quantità anche se minima del suo potere d’acquisto. La persona che lo possiede tenterà allora di spenderla. Si dice che se tu hai fiducia nel sistema economico spendi; se non hai fiducia non spendi. E quindi per spendere devi avere fiducia nelle istituzioni finanziarie, nelle istituzioni bancarie, in quello che fanno. La gente però specie in periodi di crisi economica, non spende, perché ha paura. Ha paura di ritrovarsi senza liquidità, in un sistema in cui la liquidità scarseggia. Il paradosso è che il nostro sistema è pieno di liquidità in maniera spaventosa. Ma è una liquidità che resta immobilizzata. Il tasso negativo la smuove. Se però noi pensassimo di applicare domani il tasso negativo al mondo intero, si verificherebbe un caos spaventoso. Questo perché nel mondo esistono troppi strumenti finanziari rispetto alle attività correnti. Considera che il totale degli strumenti finanziari è di 13-14 volte il PIL del mondo; cioè di tutte le attività che vengono fatte nel mondo nel corso di un anno. E’ chiaro che si tratta di una liquidità che non è adeguata perché è fondata su una logica completamente diversa da quella dell’utilizzo della liquidità per favorire lo scambio delle merci, che siano materiali o immateriali. Per cui il tasso negativo lo devi introdurre in maniera diversa. Devi creare degli ambienti in cui funzioni il tasso negativo. Devi creare una moneta a tasso negativo che abbia la sua compatibilità con la moneta nazionale. La moneta negativa verrà utilizzata, mentre si tenderà a tesaurizzare la moneta ufficiale.

-In un certo senso si innescherebbe una sorta di processo rivoluzionario..

Esattamente. C’è di mezzo un concetto che è anche filosofico. Ezra Pound diceva che la moneta a tasso negativo era la moneta che poteva portare il mondo a vecchi equilibri. Con essa si toglie al denaro il suo ruolo divino. Si tratta di un aspetto molto interessante. Il fine delle attività economica per come la conosciamo è quello di far crescere il capitale. Questo rende il capitale il soggetto principale dell’attività economica, non gli uomini che la fanno. Il capitale viene quindi spostato su quelle attività economiche che rendono capitale. Non verso quelle che sono più utili per gli uomini. Dietro la parola efficienza si nasconde questa verità. Che bisogna servire il capitale. Un capitale che cresce sempre è divino. Assume i caratteri della divinità. E’ eterno. E’ quello da cui provengono tutte quante le cose, è quello a cui si riconducono tutte quante le cose. Il ciclo vitale è all’inizio il capitale e alla fine il capitale. E’ quindi il capitale che è il dio al quale tutto viene e tutto viene ricondotto. Steiner diceva giustamente “il denaro è l’unica cosa che non deperisce, tutti gli altri beni deperiscono, tutti gli investimenti deperiscono, il capitale no”.

-La sottomissione al capitale come concetto “ideologico” quindi. Un concetto che ha permeato di sé tutta un approccio, tutta una mentalità. Quella mentalità da cui sono derivati luoghi comuni, frasi come “ce lo chiedono i mercati”.. “bisogna attirare gli investimenti internazionali”…

Invece la logica del tasso negativo è totalmente diversa. On il tasso negativo la quantità di moneta si riduce ogni giorno di un pezzettino; la quantità di moneta scende sempre. Devi quindi continuamente rimetterla in circolazione, perché altrimenti nel sistema si crea un disequilibrio. Il disequilibrio porta all’abbassamento dei prezzi e quindi alla deflazione. Allo stesso tempo se tu crei moneta per creare ulteriori investimenti, hai bisogno di ulteriore ricchezza.. perché la moneta per creare gli investimenti è maggiore del valore degli investimenti.. tutto questo porta al reddito di cittadinanza..

-Quindi, sia il tasso negativo sia la maggiore creazione di ricchezza rispetto agli investimenti giustificano il reddito di cittadinanza.

Esattamente..

-Ma concretamente come è che immagini questo reddito di cittadinanza? Come funzionerebbe?

Sul tuo conto ti viene accreditato il reddito di cittadinanza. Immaginiamo che ci sia una sorta di banca centrale. Questa banca deve finanziare gli investimenti produttivi. Non è che ha la possibilità di non finanziarli. Deve finanziarli. Qual è la misura del finanziamento? Anche qui non c’è una discrezionalità della banca. Ci sono dei criteri. Se viene una impresa che chiede un miliardo, la banca deve valutare il valore dell’impresa, il suo fatturato, ecc. Ma se vengo io che non ho niente, e chiedo un finanziamento? Cosa ricevo? Qui ho elaborato il concetto di “partecipazione al capitale sociale”.

-Spiega questo aspetto..

Il capitale sociale è l’insieme delle conoscenze di una società, a cui partecipano tutti i membri. E partecipano al capitale sociale in misura uguale. Dopodiché ciascun membro ha la sua attività economica propria e questo genererà flussi maggiori o minori rispetto ad un altro. Ma a prescindere tu sei partecipe di questo capitale sociale.

-Tu per capitale sociale parli dell’insieme delle conoscenze di una società..

Immagina l’Italia.. l’Italia ha un certo livello di conoscenze collettive. Conoscenze collettive che non sono la mera sommatoria delle conoscenze individuali, ma qualcosa di più; un fattore esponenziale delle conoscenze individuali. Le singole conoscenze possono essere qualsiasi cosa; dal fare la mortadella ai siti internet. L’insieme di questi saperi genera delle potenzialità. L’organizzazione di questi saperi genera opportunità. Tutto ciò ti dà il livello culturale di un paese. Cioè le sue potenzialità produttive, a livello di potenzialità. Dopodiché perché queste potenzialità diventino attuali c’è bisogno dell’imprenditore, che è una sorta di demiurgo e prende le mie conoscenze, le tue, quelle di Francesco, di Giovanni, di Maria, e la forza fisica di tanta altra gente, certe macchine, certe cose, e organizza tutto. Questa è la società del suo complesso. Questa idea della ricchezza come insieme di saperi è una vecchia idea, è già una idea di Marx nei Grundrisse. Ma è un’idea che, recentemente, una ventina di anni fa ha teorizzato Tipler, ragionando sulle risorse dell’universo; dimostrando che le risorse crescono in misura esponenziale nel tempo di vita. Perché le risorse non sono altro che scambio di conoscenze. Il che è ragionevole. Se siamo in cinque e abbiamo un certo livello di conoscenza. Se siamo in dieci questo livello di conoscenza non si è moltiplicato per due, ma è maggiore, va oltre. Questa è la crescita esponenziale. Perché ciascuno di noi può dare un valore aggiunto. Questa è la ricchezza potenziale di una società. E questa ricchezza di una società si può esprimere con un numero. Questo numero diviso per tutti quanti i suoi membri dà la capacità potenziale di ciascuno di noi.

-In sintesi tu stai dicendo… Nella società esiste un sistema diffuso di conoscenze, di qualsiasi tipo, dal coltivare i funghi a fare corsi di meditazione via internet. Tutte queste conoscenze nella loro interconnessione collettiva diventano qualcosa di più della loro sommatoria, ma rappresentano un sistema di accrescimento esponenziale. Questa “totalità delle conoscenze” rappresenta la ricchezza potenziale di una società. Questa ricchezza può essere rappresentata con un numero che viene poi diviso tra tutti i membri della società. Il risultato di questa divisione esprime la tua quota di partecipazione al capitale sociale, e l’ammontare di finanziamento a cui diritto.

Esattamente. Ti faccio un esempio. Un ingegnere da solo avrà difficoltà a costruire una casa ancorché abbia la capacità di progettarla e sappia come fare. Diciamo che ci può riuscire in un certo tempo, che sarà molto lungo e superando molte difficoltà. Lo stesso discorso vale per un carpentiere, o un idraulico, o un muratore e così via di seguito. Ciascuno avrà difficoltà diverse, maggiori o minori da superare ma possono costruirsi una casa. Queste case avranno dei difetti e dei problemi e forse qualcuno non riuscirà a finirla per non essere in grado di superare da solo un problema complesso. Tuttavia se si mettono insieme, riusciranno a fare lo stesso numero di case in un tempo molto minore, con una maggiore efficienza e senza dover affrontare problemi di difficile soluzione che possono portare ad errori di costruzione. Ecco, le conoscenze di ciascuno di loro, prese individualmente hanno un valore, ma messe insieme hanno un valore decisamente maggiore della somma dei valori individuali.

-Ma, in sostanza, come si fa a capire veramente il valore in gioco? Come si fa a effettuare questo calcolo? Come si fa a valutare questa ricchezza collettiva?

In realtà si tratta di qualcosa di abbastanza semplice. Devi pensare al PIL di una società, con diverse correzioni. Il PIL calcola la capacità di produrre di una nazione ma ovviamente nella logica del capitale. Quindi ci sono attività, come quelle finanziarie, che non aggiungono alcuna ricchezza all’umanità ma anzi creano danni, e quelle le escludi, mentre ci sono altre attività che il PIL oggi non considera affatto, come le attività domestiche, per esempio, senza le quali il mondo soffocherebbe nell’immondizia dopo pochi mesi e quelle le calcoli. Gli strumenti per farlo ci sono, com’è noto. Il PIL è un numero che comunque ti dà la misura della capacità produttiva di una nazione anche se distorta. Ma con gli opportuni aggiustamenti si riesce ad avere un’idea attendibile della potenzialità di un paese e della sua capacità di realizzare flussi di opportunità dalla propria ricchezza potenziale.

-ritorniamo al concetto di partecipazione individuale al capitale sociale..

Immaginiamo che il livello di ricchezza di una società diviso per tutti i suoi membri, porti a una capacità di spesa per ciascuno di noi di 50.000 euro a persona. Se questa quota è di 50.000 euro a persona, e io voglio più di 1.000.000 per il mio investimento, ma non ho altro da fare valere oltre, appunto, alla mia capacità di spesa, la banca mi dirà “io più di 50.000 euro non ti posso dare, perché io posso trasformare in denaro solo la tua capacità potenziale di ricchezza. Nemmeno posso valutare il tuo progetto, perché altrimenti avrei un enorme potere. Rivolgiti ai cittadini e fatti dare fiducia da loro per le somme che eccedono la tua capacità di ricchezza”. Quindi io se voglio fare il mio investimento, devo prendere altre 20 persone e convincerle a darmi la loro capacità di ricchezza. Se non sono venti persone che mi danno la loro intera capacità di ricchezza, magari saranno un duecento che mi daranno un decimo, o duemila che mi daranno un centesimo della loro capacità di ricchezza. E’ quello che succede in borsa, ed è il crowdfunding dell’ipercapitalismo. In questo modo si realizza l’eguaglianza in senso sostanziale e non formale. Tutti i membri di una comunità hanno il diritto di vivere secondo la capacità della società di realizzare “flussi di opportunità”, ovvero ricchezza concreta, dalle capacità potenziali. E ciascuno ha diritto di fare quello che preferisce: se io voglio fare musica vivrò con il Reddito di Cittadinanza, se voglio fare impresa ed arricchirmi lo potrò fare. Ciascuno deve seguire il proprio talento. L’importante è che poi l’arricchimento individuale non si traduca in potere, ma a questo pensa il tasso negativo oltre che una società in cui la liberazione del lavoro dalla necessità rende tutti molto più liberi e consapevoli.

-Riepiloghiamo la totalità delle “conoscenze” presenti in un Paese viene misurata utilizzando sostanzialmente i dati del PIL, a cui vanno apportati alcune modifiche.

Perché, come abbiamo visto negli esempi precedentemente fatti, nel PIL sono presenti alcune attività che non creano nulla, anzi fanno solo danni. Mentre non sono comprese tutta una serie di attività che creano ricchezza sociale. Fare della musica crea ricchezza; ma, per quanto riguarda il mondo della musica, viene compresa solo la ricchezza che deriva dalle vendite di dischi, dei concerti, ecc. La musica è subordinata al capitale, mentre voglio che accada il contrario.

-Domenico il senso della tua rappresentazione è chiarissimo. Sai dove ho qualche difficoltà? Nel trovare il tramite tra il concetto ideale che condivido e la sua realizzabilità concreta. Ad esempio, ci sono tante persone che fanno musica… nei centri sociali, per strada.. come fai a misurare il valore di migliaia di persone che suonano?

Devi partire da una cosa concreta, ovvero i flussi che tali attività producono e misurarli. E in questo può aiutare il reddito di cittadinanza. Se io ricevo il reddito di cittadinanza e voglio andare a sentire te che suoni, magari io potrò usare una parte di questo reddito di cittadinanza per “contraccambiare” la musica che mi hai fatto sentire. Devi misurare i flussi che producono.. la situazione dei flussi è tutto sommato semplice. Comunque considera che la valutazione dei flussi non è che devi farla al millimetro. La fai sostanzialmente ad occhio. Più o meno come si fa adesso col PIL.

-Comunque è interessante la connessione che hai fatto tra reddito di cittadinanza e la corresponsione per quei soggetti normalmente non riceverebbero nulla per il loro suonare. Come chi suona nei centri sociali. Il reddito di cittadinanza diventa un modo per dare valore anche alle attività immateriali.
Sì.. ma considera che le attività immateriali già ce l’hanno un valore; l’80% del PIL è fatto da attività immateriali. Bisogna però fare in modo, come dicevo prima, di fare uscire dal PIL quelle attività che non generano nessuna ricchezza, ed anzi sono socialmente dannose; ed aggiungere invece quelle attività che generano arricchimento. È un arricchimento che è personale e allo stesso tempo collettivo. Ogni artista degno di questo nome produce per sé stesso, ma così facendo arricchisce l’intera società.

-Facciamo un riepilogo. Tu crei un reddito di cittadinanza che dai a prescindere a tutti; nessuno escluso. Accanto a questo darai ad ogni persona del denaro per gli investimenti. In mancanza di una azienda o di altri generi di beni, la quota che riceverai per gli investimenti sarà il capitale sociale collettivo (l’insieme delle conoscenze di un Paese) diviso per tutti i membri di quel Paese.

Quel cittadino riceve una quota, ad esempio, di 50000, chiamiamoli dobloni, per gli investimenti. Questa somma quel cittadino dovrà ritornarmela entro un certo tempo. Ad esempio tu dovrai tornarmi quei 50000 dobloni in dieci anni; cinquemila euro l’anno.

-Quindi la somma per gli investimenti va restituita.

Sì.. la somma va restituita. Senza interessi, però; solo il capitale. E in funzione del tasso di interesse negativo. Se il tasso di interesse è del dieci per cento, mi restituisci quella somma in dieci anni. Se il tasso di interesse è del 5%, me la dai in venti. Se il tasso di interesse è del 20 me la dai in cinque. Più alto è il tasso negativo e più velocemente la moneta scompare dal sistema; e quindi più veloce deve essere la restituzione.

-Una volta restituito il credito..

La tua capacità non è più solo quella capacità che si è ricostituita. Coloro che hanno realizzato l’investimento e coloro che sono stati capaci di restituire in tempi rapidi l’investimento vengono premiati. Se invece tu non sarai in grado di restituire la somma che ti è stata data per l’investimento; ti rimarrà comunque il reddito di cittadinanza, che è qualcosa che non viene mai meno.

-Quindi chi non restituisce la cifra ricevuta per l’investimento, continuerà comunque a ricevere il reddito di cittadinanza, ma non riceverà ulteriori finanziamenti per gli investimenti.

Non li riceverà finché non sarà ricreata la tua capacità di credito. Questa capacità di credito non si ricrea solo se avrai restituito quanto ricevuto, ma anche se aumenta la ricchezza complessiva del sistema. Immaginiamo che quando tu ricevesti il primo finanziamento, la capacità complessiva del sistema era di 1.000 miliardi di euro, e la tua quota era di 50.000 euro. Se dopo dieci anni la capacità complessiva del sistema è diventata di 2.000 miliardi; la quota per individuo diventa di 100.000 euro. Quindi tu, anche se le 50.000 che ricevesti originariamente le hai già spese, hai diritto a questi altri 50.000 euro che sono dati dall’incremento della capacità di ricchezza della società.

-A questa quota va poi aggiunto quanto viene dato in virtù di un’impresa e di altri beni economicamente valutabili che ha il soggetto.

Sì, ma questo non vuol dire che tu che ricevi solo la tua quota “monetizzata” di capitale sociale, non possa fare i tuoi investimenti. Come accennavo prima, tu che, putacaso, hai l’idea grandiosa di creare le automobili che volano, e ciò che immagini richiede investimenti per 10.000.000 di euro; tu prepari, in merito a questo progetto, un prospetto finanziario e chiedi alla gente di finanziarlo, acquisendo, comprando delle quote, come in borsa.

-Se ti chiedessero di attuare questo progetto su piccola scala, tu come lo adatteresti?

Facciamo l’ipotesi di essere in un realtà da 1.000.000 di abitanti. Tu crei una associazione, alla quale chi aderisce versa una piccola quota; tipo dieci euro, cinquanta euro, ecc. Questo ti da diritto ad avere una tesserina col tuo reddito di cittadinanza. Accanto a ciò, c’è una struttura che ti dà i soldi per fare gli investimenti. Considera comunque che, visto il minor numero di persone coinvolte rispetto ad un Paese intero, sia il reddito di cittadinanza che il credito dato per gli investimenti saranno, in una ipotesi del genere, sensibilmente inferiori.

-In merito alla moneta a tasso negativo immaginata da te, ti faccio una domanda che è un classico nel dibattito sulle monete locali. Questa moneta è tassabile o meno?

Io partirei dicendo che è tassabile.. Anche se in realtà tu, in realtà, più che ricevere del denaro, ricevi un titolo obbligazionario che scadrà, ad esempio, dopo dieci anni. Questo porta alla considerazione che, con la moneta a tasso negativo, sto ricevendo una moneta che, in un tot periodo, varrà zero. Su questa moneta io non devo pagare tasse. Le obbligazioni non sono tassate.. o meglio sono tassate nella misura in cui vengono realizzate. Ma, per via del tasso negativo, queste obbligazioni arrivano entro un certo periodo a un valore pari a zero.

-E’ come se tu dicessi “tra di noi distribuiamo questi tasselli, queste carte, ecc. ed valgono tra di noi, e comunque, per via del tasso negativo, tra dieci (per esempio) anni, esse non varranno più. Quindi non rompeteci le scatole”.

Sì. Anche se in effetti la cosa migliore sarebbe quella di mantenere una quota in euro per lungo tempo. Se io ti vendo il mio servizio di piatti per un valore cento e tu mi dai 50 euro più 50 conchiglie; quando ti faccio la fattura, saranno tassabili solo i 50 euro.

-Per fare una cosa del genere devi fare un accordo associativo..

Esatto..

-Nel quale deve entrare anche il cittadino e non solo produttori, negozianti, ecc.

E’ così.. un cittadino semplice magari pagherà una quota di dieci euro. Un negoziante di cento. Dopo che un soggetto paga la quota, riceve una carta.

-Domenico, facendo una riflessione generale, qualcuno direbbe che progetti di questo genere sono belli ma utopistici.. e che comunque non si permetterà che vengano realizzati..

Io sono dell’idea che devi comunque tentare, come hanno fatto tutti coloro che hanno cercato di cambiare le cose. Ci sto provando, perché credo che sia arrivato il momento di realizzare una Faz, ovvero un luogo dove far funzionare questo sistema. Lo trovate nel sito del Cespea, il mio Centro Studi Per l’Economia dell’Abbondanza e sul mio sito personale all’indirizzo domenicods.wordpress.com. Ho anche aperto un sito per le iscrizioni al progetto Faz. Basterà raggiungere due o tremila iscritti per partire. Anche se non sono sufficienti per un sistema economico integrato, però è un inizio e poi crescerà perché il sistema che ne verrà fuori è molto attraente. E soprattutto potrà dare un aiuto concreto a chi partecipa.

-Grazie Domenico.

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Enza Papaleo- una storia di guarigione

by on mag.28, 2015, under Controinformazione

Aquins

Questa storia è un Viaggio.

E’ una storia lunga.
Vi chiedo di leggere entrambi le parti, dalla prima all’ultima riga, perché Viaggi come questi meritano di essere fatti.
Enza Papaleo la conobbi per il tramite di un’amica che mi consigliò di conoscerla perché aveva molto da dire sul campo della malattia e della guarigione. Ci confrontammo molto e un giorno decidemmo che le avrei fatto una intervista dove emergesse fino in fondo tutta l’intensità del suo percorso. E così feci. Raccolsi la sua storia, e poi l’assemblai nell’intervista che leggerete.
La storia di Enza è emblematica della malattia come percorso che viene da lontano. Non sempre è così. Non per tutti è così. Ma per Enza è stato così. Un contesto famigliare difficile, una infanzia e una giovinezza che hanno lasciato una ferita dentro. E poi la malattia tumorale. E da qui il brutale calvario delle cure ufficiali. Un passaggio sull’impatto che su di lei ebbe la chemio..

“Già dopo qualche giorno dalla prima chemio, cominciai a sentire il formicolio alle punte delle dita della mano. Con la seconda chemio dal formicolio si passò alla perdita di molta parte della sensibilità alle mani. Avevo perso la forza; non riuscivo a prendere una bottiglia d’acqua, non riuscivo a stringere e tenere un bicchiere pieno d’acqua in mano .
Accorciai ancora i capelli; ma cadevano e si vedevano le prime buche in testa. I capelli li trovavo ovunque; sul cuscino, in terra, per casa, sul pettine e allora dissi a mia figlia. (…) Ho vissuto tutto questo dramma dentro. Dentro di me ho vissuto le paure, i pianti, le angosce, la disperazione; e ho nascosto tutto agli occhi degli altri. I primi cicli li ho fatti abbastanza vicini, ma dal terzo in poi ho dovuto distanziarli un bel po’ perché gli effetti collaterali erano devastanti. Mi annientavano. Tornavo a casa mezza morta, con un mal di testa tremendo; mi si spaccava la testa in due. Pensa che al secondo ciclo ebbi un blocco intestinale. Al terzo ebbi un fungo che mi invase tutta bocca, tipo il mughetto dei bambini. Questo fungo lo avevo sulla lingua, nella gola, sulle labbra. Non riuscivo ad alimentarmi; non riuscivo neanche a bere una goccia d’acqua. Dalla bocca socchiusa usciva una salivazione schiumosa. Dovevo stare sdraiata, con un asciugamano vicino alla bocca, ad asciugare tutta quella schiuma che si creava continuamente e che di certo non potevo ingoiare. Era una cosa tremenda, ero ridotta ad una larva umana. Quando andavo in bagno mi specchiavo, avevo paura di me stessa.. ero uno zombie. Non potendo né bere e né mangiare, mi facevano le flebo sia per idratarmi che per alimentarmi .”

E la chemio (la peggiore, quella “rossa”) non fu da sola. Ad essa si aggiunsero 21 durissimi cicli di radioterapia e altre cose che contribuivano ad indebolirla e amareggiarla.
Enza racconta anche di un viaggio fuori dal corpo. E della scelta che quel momento portò con sé. Staccarsi definitivamente dal corpo o ritornare alla propria vita. Lei naturalmente scese la seconda opzione, che le avrebbe portato un mare di dolore.
Enza, devastata ormai dalle cure ufficiali, si indirizzò verso altro. In questo c’era la cura col bicarbonato di Simoncini. Cura che la salvò, ma (questa è una cosa che la differenzia dagli altri approcci biologici) le provocò un’ulteriore dose di violentissime sofferenze. Cito un passaggio.

“La zona pelvica era carne viva e l’infusione con il bicarbonato bruciava in una maniera pazzesca. Questo, man mano che passavano i giorni, portava ad un rallentamento della cura. Doveva durare un mese invece si protrasse per oltre due mesi perché c’erano dei giorni in cui, per via dei dolori tremendi, non riuscivo a fare l’infusione. La sera poi avevo sempre alcuni decimi di febbre. Arrivava a 38, 38,5. Durante la notte sfebbravo e la mattina non ne avevo più. (..) Se mi chiedessero se consiglierei questo approccio, non so cosa risponderei. Io ho vissuto momenti tremendi. Non ero in grado di alzarmi da sola dal letto. Doveva venire mia figlia, o mio marito, o qualcun altro, prendermi sotto le braccia e tirarmi di peso, perché io non potevo fare lo sforzo di alzarmi da sola; gli addominali erano bruciati . Ero tutta un pezzo di dolore, dal collo alla punta dei piedi. La notte mia figlia mi doveva mettere il pannolone, perché non ero in grado di alzarmi e non riuscivo a controllare gli sfinteri”.

La cura col bicarbonato fu molto efficace per Enza, però è un tipo di cura che lei non si sente di consigliare, neanche di sconsigliare.. ma è consapevole che è dolorosa da sostenere; specie in caso di patologie molto gravi.
Enza integrò anche con altri approcci curativi.. come l’utilizzo di piante curative tipo aloe arborescens e graviola.
Enza soprattutto ha vissuto un processo di rigenerazione interiore. Comprese quanto la sofferenza psichica avesse contribuito a fare emergere il suo male. E (comprese) che se non avesse guarito la propria ferita emotiva, non sarebbe mai veramente guarita nel corpo. Un’altra citazione:

“Al di là dell’alimentazione che aiuta comunque molto, è la nostra mente, sono le nostre emozioni e quello che ci mettiamo di nostro, a fare maggiormente la differenza. E comunque sia, se l’essere umano decide di vivere, vive; se decide di andare, se ne và. E in quest’ultimo caso non c’è, secondo me, medicina che tenga. Però a volte non è cosciente di questo. Non è cosciente delle decisioni che ha preso la sua anima. A volte a livello cosciente, anzi a livello razionale, l’essere umano non ha la percezione delle cose. C’è sempre chi ha un po’ più di sensibilità rispetto agli altri e riesce a percepire le varie sfumature. C’è chi invece, quale che sia il motivo, questo percorso non lo ha fatto e non riesce di fare quel salto quantico che gli permetterebbe di vedere tutto quello che è oltre ciò che è visibile.
Io ho cercato di accettare la mia malattia come esperienza di vita e non come un castigo o una punizione; senza mai dire “perché proprio io, perché proprio a me”. Diciamo che ho visto la malattia come un aiuto , come un qualcosa che si è manifestato per aiutarmi, nel mio percorso di vita terrena; come una via per la mia crescita. L’ ho vista come un qualcosa che faceva parte di me, della mia storia evolutiva.
Perché quando tu vai in crisi, cadi nella paura e nello smarrimento e ti devi risollevare. E devi farlo con le tue forze. Per me, almeno, è stato così. Io ho capito che tutto questo era il mio percorso, che io non potevo delegare la mia guarigione agli altri, che la mia guarigione competeva solo me; perché questa era la mia storia “

Vi lascio alla prima parte di questo Viaggio che è la storia di Enza Papaleo.
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-Enza, quanti anni hai e dove vivi?

Ho 56 anni e vivo in provincia di Lecce.

-Raccontami un po’ il tuo percorso di vita, prima della malattia.

Io credo che la storia e il percorso della mia malattia sia legato anche un pò al mio vissuto, a cominciare da quello che ho vissuto nella mia famiglia di origine. I miei genitori sono stati una coppia un pò difficile. Il loro rapporto non è stato dei migliori, c’erano dei contrasti , degli enormi contrasti tra di loro. Erano tutti e due dello stesso segno, un po’ testardi, ma, probabilmente, di base, c’era qualche cosa che non andava fra di loro, forse a livello karmico, chissà.
Mia mamma era la penultima di dieci figli, cioè la nona. Sua madre era morta giovanissima, a 39 anni, dopo aver partorito l’ultima figlia.
Il non essere potuta crescere con sua madre, il non avere avuto la madre accanto, è stato qualcosa che ha rimpianto per tutta la vita; fino a pochi mesi prima di morire. Nell’ultimo periodo della sua vita, non ci stava più con la testa per via della demenza senile; ma questa cosa continuava a rievocarla. Diceva sempre: “io sono cresciuta senza la mamma, ho avuto la matrigna che era cattiva, era cattiva mi faceva un sacco di dispetti, a volte mi strappava anche i capelli. ”Aveva dimenticato tante altre cose, non riconosceva più neanche noi figli; ma questa cosa l’ha ripetuta fino alla morte. Questa sensazione di vuoto affettivo per la mancanza dell’amore materno ha probabilmente inciso nel rapporto problematico che lei aveva con mio padre, ma anche nei confronti di se stessa e della sua vita.
Mio nonno, dopo la morte della moglie, si era risposato con un’altra donna, che si rivelò molto dura e severa con questi sei figli. Di questi, i tre più grandi se ne andarono via da casa; due andarono a lavorare nei campi, e il terzo partì volontario in Russia senza fare mai più ritorno. A casa rimasero mia mamma, un altro fratello e un’altra sorella poco più grandi di lei. La zia dopo qualche tempo andò presso una famiglia a fare la domestica. Man mano che cresceva, mia madre doveva accudire la matrigna; nonostante lei la picchiasse, le tirasse i capelli, le dicesse un sacco di cattiverie.
Mia madre si sposò e andò via da casa a 27 anni. La matrigna stava sempre peggio, soffriva di depressione, e prendeva psicofarmaci. Quando mia madre era incinta di me, lei le diceva: ”spero di morire prima che questa bambina nasca altrimenti la testa mi dice che io te la butterò per terra”. Queste parole mia madre me le ripeteva spesso quando ero bambina. Col tempo le avevo rimosse, ma, durante la malattia, riemersero nella mia mente. Sempre durante la gravidanza di mia madre, questa matrigna, durante una forte crisi depressiva, si suicidò. Un giorno mia madre, mentre entrava nel cortile di casa dei suoi genitori, vide una sedia vicino al pozzo ed ebbe un brutto presentimento, si avvicinò e c’era il grembiule della matrigna appoggiato sulla sedia, il suo portamonete, il rosario accanto, le ciabatte per terra. Capì subito che la matrigna si era buttata nel pozzo. Si affacciò e vide la testa a fior d’acqua. Si senti mancare e gridò aiuto; ed accorsero subito i vicini di casa.

-Tutto quello che hai raccontato, specialmente questo suicidio, sono eventi shockanti, che possono veramente condizionare la vita.

Sì, ed infatti condizionarono non solo la vita di mia madre, ma anche la mia. Anche se questo lo avrei capito solo dopo. Come alcuni studi affermano, il feto nel grembo materno assorbe le paure, le emozioni della madre; ma anche gli stimoli esterni alla madre stessa. Probabilmente io ho assorbito attraverso mia madre tante paure, tante informazioni negative e anche altro. Questo però l’ho capito dopo, nel corso della mia esperienza di malattia. Pensa che durante la mia malattia ho avuto dei grossi problemi renali e, mentre mi chiedevo il perché, mi sono ricordata dei grossi traumi e delle paure vissute da mia madre in gravidanza; traumi e paure che, in qualche modo, avevano avuto un impatto su di me.
Tornando al suicidio della matrigna di mia madre; subito dopo quell’evento, mia madre portò a a casa sua il padre e il fratello, il quale dopo due anni si sposò e se ne andò. Il nonno ha vissuto con noi fino a quando non mi sono sposata io. Durante la mia infanzia ricordo che il nonno raccontava sempre storie antiche; storie di una volta, storie di fantasmi, di morti, di miseria, di privazioni, di guerre. Erano storie che mi mettevano paura e questo contribuì a farmi crescere molto timida e paurosa, al punto che avevo paura di tutto, anche di andare da una stanza all’altra, specialmente quando era buio.
All’età di cinque anni io e mia madre raggiungemmo mio padre in Svizzera, dove era emigrato per lavorare. Dopo due anni ritornammo in Italia, anche perché mia madre era incinta. Dopo la nascita di mio fratello, cominciò l’inferno; che è durato fino alla morte di mio padre. Il rapporto tra i miei genitori si incrinò ulteriormente. Io loro vita si incrinò ulteriormente. Io -tra il malessere di mia madre, il suo via vai dall’ospedale, i litigi dei miei genitori, mio padre, che era assente non solo con mia madre, ma anche con noi- sono cresciuta in un contesto difficile e costretta dalle circostanze a dover cucinare, rassettare ed essere una piccola donnina già all’età di dodici anni.
Un bambino, quando in famiglia ci sono questi conflitti, è destabilizzato, si sente in balia delle onde e non sa dove aggrapparsi. Mi sentivo sola e desideravo tanto una sorella che non arrivò mai.
Un bambino, man mano che cresce, ha bisogno dell’attenzione di entrambi i genitori o almeno di uno solo. Ma loro erano impegnati solo a litigare e lottare tra di loro, dimenticandosi di noi figli.
C’è stato un periodo in cui desideravo morire perché ero stanca di queste scenate; e mi sentivo sola e questa sensazione di solitudine si acuiva quando vedevo altre famiglie che erano felici. Da noi non c’era mai serenità, mai tranquillità. E c’erano sempre musi lunghi, litigi e silenzi.
Mi fidanzai con mio marito che ero ancora tanto giovane. Non era facile per me conoscere persone, perché mio padre era geloso , essendo l’unica figlia femmina, e non voleva che frequentassi posti dove c’erano i ragazzi. Comunque sia ho fatto le scuole medie inferiori e ai miei tempi le ragazze che facevano le medie erano fortunate. Dopo le medie avrei potuto continuare con altro, tipo un corso di infermiera che era un lavoro che sognavo di fare. Ma non lo feci, e neanche lottai per farlo. Non ero ambiziosa. Ero come spenta, intristita da quel contesto in cui vivevo. Non c’erano stimoli intorno a me. In fondo vivevo tra gente molto anziana e non frequentavo persone giovani. Spesso andavo presso una casa di riposo a fare visita a persone sole. A volte davo anche un piccolo aiuto quando c’è n’era bisogno, tipo accompagnare gli anziani a cena..o fare loro compagnia tenendogli la mano…

-Si può dire che provavi una specie di senso di impotenza..

Sì.. si può dire così.. Era come se io non potessi scegliere per me stessa. Come se qualsiasi cosa non fosse per me, non mi fosse concessa. In parte era anche un clima del tempo. Noi avevamo paura dei genitori e non chiedevamo nulla. Le ragazze a quei tempi si sposavano e non ambivano a studiare,o almeno era la minoranza a farlo ; perché era il marito che pensava a loro. Con mio marito mi fidanzai giovanissima e, durante gli anni di fidanzamento, continuarono ad esserci litigi. Continuarono i contrasti tra i miei genitori. Mi sposai che avevo 21 anni e con mio marito andammo a vivere in un’altra casa. Ma, nonostante non fossi più in casa con loro, i miei genitori continuarono sempre a trascinare me e mio fratello nella loro storia, nei loro disaccordi e malumori, nelle loro diatribe.
Tutto questo andò avanti fino a quando mio padre non è deceduto, 12 anni fa, per un tumore al cervello. Mio padre stava già male, quando io, essendo molto arrabbiata con lui per via del suo comportamento, stetti cinque mesi senza parlargli. Nel momento in cui ebbe il primo avviso di malattia e il primo ricovero , fu mio fratello a stargli vicino. Sentiva su di se tutto il peso di quella situazione e voleva che io mi riconciliassi con papà in modo che fossimo in due a portare avanti la sua assistenza. Cosa che feci, ma non fu facile perché i nostri conflitti non erano risolti, perché lui mi amava e mi odiava allo stesso tempo. E anche io, da una parte provavo rabbia per tante cose sbagliate da lui fatte; dall’altra lo adoravo.
Quando la malattia si manifestò seriamente, mi rimboccai le maniche portandolo prima all’ospedale del capoluogo, dove il neurologo richiese esami più approfonditi prima di eseguire qualsiasi tipo di intervento. Esami che facemmo all’ospedale Casa sollievo della sofferenza di S. Giovanni Rotondo .

-Che anno era?

Era il nove aprile del 2003. Quando arrivammo quella mattina a San Giovanni Rotondo, c’era la neve, un freddo gelido che mi penetrò nelle ossa appena scesa dalla macchina, come il gelo che avevo nel cuore. Dopo gli esami il dottore mi disse: “guardi signora.. suo padre ha un tumore al cervello. Non è il caso di intervenire né con un intervento, né con una terapia.. gli si accorcerebbe quel poco di tempo che gli rimane da vivere”. Mi disse tutto questo a bruciapelo nel corridoio, mentre papà era andato con mio fratello a bere un caffè. Mi sentivo svenire e dovetti farmi forza per non dire niente a mio fratello d’avanti a mio padre. Il viaggio di ritorno verso casa fu un incubo.
Il tumore mio padre lo aveva alla parte sinistra del cervello. Esso, espandendosi, comprimeva i centri nervosi, compromettendo le funzioni vitali. Un giorno, a casa, ebbe un attacco epilettico fortissimo che gli procurò una emiparesi al lato destro del corpo e la perdita della parola. Lo portammo in ospedale e, nonostante io lo rassicurassi dicendogli che aveva avuto solo una forte ischemia, lui capì di aver perso l’uso della parola, di non essere più libero nei movimenti, si arrabbiò moltissimo e cadde nello sconforto più profondo. Da quel momento lo assistetti totalmente ricoprendo il ruolo di madre, di moglie, di amica, di figlia e di infermiera. Lui si sentiva tranquillo solo con me e ha voluto sempre me fino al giorno della sua morte, che avvenne il 22 luglio del 2003.
Quell’anno, a tutto questo, si aggiunse anche un trasloco. A fine estate ero piegata in due per il troppo carico emotivo e fisico che avevo dovuto sopportare e che ancora sopportavo. Ma la prova più grande era stata soprattutto l’avere a che fare con mio padre; riconciliarmi con lui e vivere lui, confrontarmi con la sua malattia. Non è stato facile perché io dovevo dare un senso e un valore nuovo alla sua figura e al suo compito di padre, e dovevo lavorare sui conflitti interiori ed esteriori passati ma non risolti; per cercare il mio equilibrio nell’affrontare tutto quello che stava succedendo.
Sul conflitto che avevo con mio padre cominciai a lavorarci durante la sua malattia. Ho dovuto rielaborare tutto per potere sciogliere definitivamente questo conflitto; perché quando c’è un conflitto molto forte, genera dolore e sofferenza dentro. Quando mio padre morì io mi ero riconciliata con lui e, nel momento della sua morte, sono riuscita a far riconciliare i miei genitori. Mia madre, quando mio padre si ammalò, era, in qualche modo “contenta” per questo, perché se lo toglieva davanti. Secondo lei la vita lo puniva per quello che le aveva fatto. Lei si mise da parte; poteva fare ma non faceva niente, perché mio padre, secondo lei, non meritava la sua assistenza. Lei era gelosa del fatto che stavo dando a lui una attenzione che lui non avrebbe meritato. Io vedevo tutto questo come se fosse stata la scena di un teatro dove tutti noi avevamo un ruolo e una parte da recitare; e in virtù di questo analizzavo i comportamenti di ognuno per cercare di capire.
Riuscii a riconciliare mia madre e mio padre proprio negli ultimi momenti di vita di mio padre. Lui era gravissimo, ed era in uno stato quasi comatoso. Pur avendo perso l’uso della parola, lui percepiva moltissimo. lo capivo dai suoi occhi, quando li apriva; capivo che lui capiva e non poteva esprimersi. Negli ultimi tre giorni ha faticato in una maniera incredibile, non riusciva a staccarsi dal corpo. Chiamai mia madre e le dissi: “ mamma se tu non lo perdoni, papà non se ne va tranquillo”. Lei pur nella sua rabbia e nel suo rancore si rendeva conto di questo e decise di collaborare. Ci mettemmo affianco a mio padre. Io gli tenevo una mano sulla testa e una sul petto per tranquillizzarlo e per aiutarlo ad oltrepassare la soglia della vita. Lei cominciò a parlare. Sembrava snocciolasse una nenia, un lamento, una preghiera. Gli chiese scusa e perdono nello stesso tempo, per tutte le cattiverie che si erano dette, dettate dalla rabbia e dal risentimento. Gli disse che era il momento di perdonarsi a vicenda e che non si doveva più parlare del passato ma ricordare solo i momenti belli trascorsi insieme. Quando lei finì di parlare, dopo circa mezz’ora, dolcemente mio padre esalò l’ultimo respiro. In quel momento le loro anime si erano riconciliate e negli anni a venire mia mamma non parlò mai più di quel passato che tanto l’aveva fatta soffrire. La morte di una persona è sempre un evento tragico però può essere anche una cosa bella..
Qualche altra cosa da rievocare di quel periodo. Tante volte, quando litigavano, mio padre aveva detto a mia madre “muta! Muta devi diventare!! Muta!! E invece prima di morire è stato lui a diventare muto. E’ diventato muto cinque mesi prima di morire. Non ha parlato per cinque mesi. Quello che seminiamo nella vita. Tutto quello che seminiamo ci torna.
Ti racconto un altro fatto, che accadde circa venti o trenta giorni prima che mio padre morisse. Lui non parlava già da quattro mesi; inoltre rifiutava il cibo e beveva poco e io gli davo i fiori di Bach, ebbi una specie di visione o comunque qualcosa di particolare. Ormai la notte stavo sempre accanto a lui. Mandavo mia madre a riposare nell’altra stanza e, notte dopo notte, respiravo la morte in tutti i suoi odori, in tutti i suoi rumori, in tutte le sue sfumature. Vivevo con l’ombra della morte vicino ma non avevo paura di stare li da sola. Tutto quello lo vivevo come un compito. Era la vita stessa che mi chiedeva di assolvere questo compito e secondo me l’ho assolto in pieno. Una notte mio padre aveva gli occhi chiusi, stava malissimo, e io non sapevo cosa fare; anche perché ero consapevole del fatto che qualsiasi farmaco gli avessi dato, non avrebbe alleviato nulla. Mi ero appena appisolata vicino a lui quando sentii una voce che mi diceva :“ dai il Natrum/Muriaticum, dai il Natrum/Muriaticum”. Si trattava un rimedio omeopatico. Era un rimedio che avevo preso io pochi mesi prima. Il Natrum/ Muriaticum è il rimedio della personalità rigida, di chi è duro con se stesso e con gli altri, ma soprattutto con se stesso. Un mio amico omeopata mi disse che potevo dare tranquillamente questo rimedio a mio padre; che non avrei aggravato nulla. Allora diluii questo rimedio omeopatico in acqua e glielo diedi con la siringa. Il mattino dopo mio padre appariva migliorato, con gli occhi aperti e più vigile. Quando io stessa qualche tempo prima avevo fatto uso di quel rimedio omeopatico, una notte sognai di lavare mio padre da morto insieme a mia nonna cioè sua madre, morta qualche anno prima ; quel sogno mi turbò e non ne capii il suo significato. Alla morte di mio padre, lo lavai, gli feci la barba e lo vestii. In quel sogno che avevo fatto anni prima era come se avessi visto ciò che sarebbe accaduto. Mio padre morì il 22 luglio.
Io ero contenta di avere risolto il conflitto con lui di essermi rappacificata nell’anima, di aver perdonato, di essere stata misericordiosa con lui e di aver capito la mia esperienza di figlia con quel genitore. Riuscii a trasformare la mia sofferenza di anni, quando non comprendevo il motivo di tutto ciò. Fu tre anni dopo la sua morte, quando mi ammalai, a rendermi conto che, invece, il conflitto con mia madre, che pensavo fosse risolto, in realtà non lo era affatto , perché quando lei mi chiamava, mi telefonava, non la sopportavo, non sopportavo la sua voce; e li capii che dovevo lavorare su me stessa.

-Quand’è che scopristi la tua malattia?

Tra la fine del 2005 e gli inizi del 2006. Alla fine del 2005 cominciai a non sentirmi bene; era come se le forze mi venissero meno. Mi trovavo in una fase di depressione abbastanza forte, anche in virtù di quello che era successo; ero delusa dalla vita, ero delusa da tutti, mi sentivo sola. Il senso di stanchezza che sentivo era legato al fatto che probabilmente la malattia era già in atto. Mi trascinai così fino a Natale e a Capodanno. A Gennaio 2006 cominciai davvero a non stare bene, avevo conati di vomito, e tutta una serie dei malesseri strani di cui ignoravo la causa e di cui non mi rendevo conto pienamente.
Una mattina –era circa la metà di gennaio- mi alzai, feci una doccia , mi vestii per accompagnare mio figlio a scuola come tutte le mattine, quando, d’un tratto, mi venne una vertigine tremenda ed il voltastomaco. Capii di non essere in grado di uscire né tanto meno di guidare, dissi a mio figlio di andare a scuola da solo quel giorno sarei rimasta a casa e mi misi a letto. Da quel giorno cominciai a stare sempre di più a letto per via del voltastomaco e delle vertigini tremende causate dal valore della creatinina alta che si alzava vorticosamente.
Dopo qualche giorno venni ricoverata in nefrologia, dove fui sottoposta immediatamente ad una ecografia renale che evidenziò delle dilatazioni renali che i medici chiamavano cisti renali; mi dissero che avevo i reni pieni di cisti. In realtà i miei reni, non riuscendo ad espellere i liquidi, soffrivano e si dilatavano, formando dei buchi che sembravano cisti. Ogni tanto avevo anche perdite di sangue dall’utero.. stavo male. Dopo avermi fatto degli esami clinici sempre riguardo i reni, e non essendo riusciti a trovare nulla, mi diagnosticarono una lieve insufficienza renale. Mi diedero una dieta da seguire e mi dimisero. Era il 14 Febbraio 2006, giorno di S. Valentino. Rimasi a casa dal 14 Febbraio al 3 Marzo, ma stavo male ogni giorno di più; continui conati di vomito e vertigini; costretta a stare sempre a letto. Ogni giorno che passava sentivo la forze che mi abbandonavano, sentivo di non farcela. Decisi di tornare in ospedale. Ero totalmente distrutta. In ospedale non mi riconobbero, quando arrivai piegata su me stessa, seduta sulla sedia a rotelle. Non mi reggevo in piedi. In nefrologia mi dissero: “Signora! Ma cosa è successo?”. Mi fecero subito l’esame della creatinina ed era a 7 come valore; con la creatinina a 7 si va in dialisi. Mi delle ecografie renali e, osservando i miei reni, arrivarono alla conclusione che i miei reni non erano malati, ma erano in grado di lavorare da soli; e così non mi misero in dialisi. In quei giorni, però, aumentavo velocemente di peso, ogni giorno di più. In pochi giorni ero aumentata di più di 10 kg. Giunse il blocco renale totale. Qualche giorno prima del ricovero, tra un dormiveglia e l’altro, perché non dormivo mai profondamente, una notte ebbi un attacco fortissimo alla vescica. Era come avere un fuoco nella vescica; una roba da impazzire. Non volevo tenere sveglio mio marito e cercavo di sopportare tutto senza lamentarmi. Poi ebbi una colica renale e dovetti chiamare la mia dottoressa alle quattro di mattina. Durante la colica ero stata seduta nel letto tutta la notte; la mattina ero stremata, distrutta, neanche la voce mi usciva, non avevo neanche la forza di parlare. Nei piccoli dormiveglia sognavo acque scure; sognavo di stare in un fiume, in un mare, ma erano sempre acque torbide, scure,fangose, e sempre calde. Nel sogno mi rendevo conto di stare nell’acqua e mi dicevo : “oddio! Forse per i reni mi fa male stare nell’acqua, però tutto sommato è calda non è fredda e non dovrebbe farmi male” . Capivo, però che erano sogni che indicavano pericolo. Le acque scure erano frequenti nelle mie notti insonni, quindi mi rendevo perfettamente conto di essere in una fase di grande pericolo. In effetti era cosi. L’ultima notte passata a casa invece sognai mio padre e i miei nonni paterni che stavano in una casa diroccata in campagna. Mio padre mi diceva che non stava bene, che si doveva curare e doveva portarsi via delle suppellettili da quella casa, perché li doveva chiudere e per il momento non sarebbe tornato. Stavo anch’io insieme a mia nonna e mio nonno. Poi mi vidi in un’altra immagine in una vecchia macchina di mio padre, con tutti e tre che mi riaccompagnavano a casa. Io ero insieme a loro e nel sogno mi rendevo conto che mi riportavano a casa, nella mia casa qui dove abito adesso. Mio padre percorreva la strada di casa per venire qui; e li ho capito che non era tempo di andare con loro, ho capito che loro erano venuti per me ma non per portarmi via nel loro mondo, ma per riaccompagnarmi nella mia dimora terrena. La notte successiva -o forse era sempre la stessa, ora non ricordo bene- feci un altro sogno, anche se più che un sogno erano una sorta di visioni. In uno di questi strani sogni vidi una piscina olimpionica piena di luce. Mi ci buttai e mi dissi: “ caspita com’è calda quest’acqua, che bella “. C’era una luce accecante in questa piscina e c’era un’acqua azzurra e verde meravigliosa e da li capii che questa piscina così luminosa voleva dirmi qualcosa, era un segno buono o almeno io lo interpretai così. La mattina, dopo essere stata male tutta la notte, mi ricoverai , non riuscivo nemmeno più a parlare. Mi fecero nuovamente tanti esami, ecografie, di nuovo avevo la creatinina a 7, avevo il vomito e avevo l’emoglobina bassa e in virtù di questo, l’esame mi venne ripetuto spesso. Successivamente venne il medico per dirmi che non stavo bene e dovevamo farmi una trasfusione. Io risposi che volevo rifletterci un po’ prima di farla. Ogni ora mi ripetevano l’emoglobina e visti i valori troppo bassi il medico, a un certo punto, tornò per dirmi che non avevo più tempo per riflettere e che dovevo fare immediatamente la trasfusione. Era il giorno della festa delle donne, 8 Marzo 2006.
La stessa mattina venne mio marito a portarmi la mimosa del nostro giardino. Nevicava quel giorno,un giorno che non potrò mai dimenticare, oggi come allora è tutto nitido nella mia mente. Mio marito quando mi vide così prostrata, con un colorito da cadavere, bianca come un lenzuolo, gli occhi torbidi dai veleni trattenuti nel corpo, si impressionò e tornato a casa, per il forte stress, si senti male e gli sali la febbre. Voleva chiedere aiuto ad un nostro amico che lavorava in ospedale, ma io anche cosi conciata ero in grado di pensare e curare anche lui. Chiamai una mia amica straordinaria, Silvana, una mia amica Omeopata, che mi consigliò subito il rimedio da somministrargli. Infatti il giorno dopo stava già meglio.
il medico in ospedale mi attaccò la sacca per iniziare la trasfusione. Meno male che mio marito non era presente, altrimenti sarebbe svenuto. Durante la trasfusione mi sentii male ma di un male che non so descrivere. Sembrava che nel mio corpo fosse entrato dentro un esercito. Sembrava ci fosse una guerra dentro di me. Una sensazione che a parole non si può descrivere. Intanto ringraziavo quell’anima sconosciuta che mi aveva donato il suo sangue. La notte dopo la trasfusione non riuscii a chiudere un occhio neanche per un attimo, forse per via del fatto che, quando quel sangue estraneo mi arrivò dentro, mi fece uno strano effetto , come se fosse un trapianto, tutte le informazioni di un altro essere mi arrivarono nel corpo come una mazzata. All’inizio ebbi delle sensazioni stranissimo che poi a poco a poco si affievolirono…… Non era una semplice flebo; era pur sempre il sangue di un’altra persona.
La mattina dopo la trasfusione cominciai a stare un pochino meglio, cominciai a stare seduta sul letto, a mangiare un qualcosa. Passati 11 giorni, il 19 Marzo, giorno del compleanno di mia figlia, stetti male di nuovo; di nuovo conati di vomito, creatinina alta, aumento di peso, anche se non mangiavo nulla. Le mie condizioni erano così gravi che mia figlia non voleva lasciarmi alle cure delle zie per paura di non trovarmi più il mattino dopo. Non potendo farmi le notti solo lei, si alternavano anche le mie cognate.
Una notte, in cui era rimasta con me la sorella di mio marito a darmi assistenza, io sono stata davvero tanto male, con continui attacchi di vomito. Un paio di giorni prima mi avevano messo il catetere, ma non urinavo perché gli ureteri erano schiacciati e la vescica vuota; quindi avevo il catetere in vescica ma urina non ce n’era e il catetere l’ho avuto vuoto per due giorni. Quella notte in cui sono stata così era come se nello stomaco avessi una palla di fuoco. Era come se fossi in un forno acceso a 4000 gradi. La mattina la pressione salì a 200 la massima, e 110 la minima, mi trascinai i bagno da sola, andai a mettere i piedi nell’acqua bollente; presi 100 gg di biancospino per far scendere la pressione, ma non scendeva neanche con i farmaci. In bagno mi guardai allo specchio ed ebbi paura di me stessa. Ero cadaverica . Chiunque veniva a farmi visita si impressionava. In città tutti dicevano che stavo morendo. Ed effettivamente era cosi. Ero in una fase tremenda. La creatinina era arrivata a 14 e in quello stato rischiavo una setticemia, il coma; rischiavo qualsiasi cosa. Un giorno e un giorno mi sentii uscire dal corpo. Ero sul letto e riuscivo a malapena a muovere le braccia. Provavo una sensazione incredibile, mi sentivo leggera e, mentre andavo in alto, venivo risucchiata verso un tunnel nero e poi facevo una grande fatica a scendere giù e ad aprire gli occhi. Come li richiudevo mi sentivo risucchiare verso l’alto e, poi, di nuovo dovevo fare un’enorme fatica per scendere giù. Mi resi conto che quella mattina stavo vivendo una cosa molto forte, e dissi a me stessa: “ oddio, adesso me ne vado “. Allora chiamai una mia amica per dirle che stavo uscendo dal mio corpo. Lei mi rispose gridando di non dire cavolate, di non fare la cretina e che non era vero . Ma era proprio quella sensazione che io stavo vivendo. Mi passarono molte scene davanti agli occhi; vidi anche i medici che mi facevano la defibrillazione e mi dicevo che non potevo fare tutto quel casino visto che i dottori stavano facendo il possibile per salvarmi.
Premetto che, quando stavo ancora a casa, vedevo la mia bara, la vedevo nel mio salotto , vedevo le persone che entravano e uscivano dopo avermi salutato nella bara e vedevo i miei figli piangere. Anche in ospedale prima nella nefrostomia renale, vedevo le stesse immagini di morte, mi vedevo morta, mi vedevo nella bara, vedevo i miei figli piangere e mi dicevo che non potevo lasciarli soli. Mio marito avrebbe potuto trovare un’altra compagna ma i miei figli non avrebbero trovato un’altra mamma e allora chiesi a Dio di darmi la forza per rimanere. Respirai forte e cercai di rimanere verso il basso, nel corpo. Perchè era un continuo fluttuare….
Devo dire però che quando vedevo queste cose ed ero indecisa se andare o non andare in quel tunnel. Mi dicevo che se ci fossi andata, sarebbe finita la mia sofferenza e sarei stata bene perché sarei andata in un mondo migliore. Però d’altra volevo rimanere qui per i miei figli, pur consapevole che questo avrebbe comportato per me enormi sofferenze. Dovevo scegliere e avevo la netta sensazione che il tempo stesse per scadere e, quindi, bisognava decidere in fretta se andare o rimanere e conscia della scelta che facevo dissi : “ Dio mio dammi tu la forza di rimanere! Visto che io non ne avevo nemmeno un briciolo, nemmeno per chiamare o sussurrare..”
Da quel momento sparirono tutte le immagini di morte. Non vidi più il tunnel e la bara; non vidi più niente. Ma cominciai a vedere la mia realtà.

-È davvero intenso e bellissimo il momento che hai descritto.

Sono cose che ti resteranno impresse per sempre. Dopo quello che ho descritto prima, mi fecero la trasfusione e il giorno dopo stetti malissimo, avevo il vomito, avevo lo stomaco infuocato, non urinavo e soprattutto avevo la pressione che mi saliva a 200. Mi davano la pasticca per la pressione, mi facevano le flebo, non urinavo e aumentavo di peso. Stavo veramente male. Mi misero il catetere ma la vescica era afflosciata perché non c’erano urine. Siccome ero un caso clinico particolare, anomalo, e siccome ero molto giovane, tutti –medici e infermieri- si preoccupavano molto per me. Ogni giorno -mattina e pomeriggio- mi facevano esami e controlli. Si preoccupavano, in particolare, di controllare il valore della creatinina, che costantemente saliva. Decisero di farmi una tac all’addome. Dall’esame capirono subito che c’era qualcosa che non andava perché videro una massa nella zona pelvica. Un mio amico che lavorava nella radiologia, per non spaventarmi, non fu proprio esplicito e cominciò a farmi discorsi strani tipo “sai bisogna vedere un pochino come andranno le cose, probabilmente ti faranno fare un ciclo di radioterapia…”. A sentire la parola radioterapia, mi sentii come se fossi attraversata da una scossa elettrica e capii che si metteva male. Decisero di farmi la la nefrostomia renale per potermi aiutare ad eliminare tutti quei liquidi.
La nefrostomia renale è un collegamento diretto tra il rene e l’esterno tramite un sondino da cui si espellono le urine in un sacchetto apposito. La prima volta me la fecero a sinistra e non uscì niente; il rene era afflosciato, vuoto, senza urina in circolazione. La fecero sull’altro rene e li invece funzionò. Tutto questo senza nessuna anestesia. I medici urologi erano contenti perché in quel modo mi avevano salvato il rene ma anche me stessa da tutti i problemi che ci sarebbero potuti essere. Durante l’applicazione mi sentii come se mi fosse stata sparata una pallottola nel rene. L’intervento, comunque, mi permise di espellere molti liquidi responsabili dei chili in più, circa dodici, che avevo accumulato. Prima di questo intervento, all’addome avevo un gonfiore tale che mi sentivo una mongolfiera; mi sentivo il liquido persino nella testa.
Successivamente alla scoperta della massa nella zona pelvica, mi portarono in ginecologia e, visto che sanguinavo abbondantemente, e che la situazione era complessa, i medici decisero i farmi l’isteroscopia. Ci andai con la sedia a rotelle e mi ritrovai davanti a medici e infermieri, che mi fecero accomodare sul lettino ed io così, con le gambe all’aria, mi vergognai da morire e di colpo scoppiai a piangere. Psicologicamente ero proprio a terra. Comunque, visto che dall’esito dell’isteroscopia non si capì granché, dopo qualche giorno mi chiamarono nelle sale operatorie della ginecologia per farmi un prelievo di tessuto dal collo dell’utero utile per fare l’esame istologico. Il giorno del prelievo c’era il primario anestesista nelle sale operatorie, che era ed è ancora un cliente di mio marito. Questo primario vedendomi disse : “ signora che cosa ci fa lei qui?” “Eh dottore”- risposi- “ non sto bene, ho problemi seri di salute.” Lui mi guardò stupito e mi disse : “ma allora è lei la donna di cui tutti parlano!”. Da questo capii che si parlava di me come di un caso particolare. Quando si allontanò da me, vidi che ci era rimasto male per avermi ritrovato in ospedale mezza morta, dato che in altri periodi ci incontravamo fuori la mattina, a volte a fare la spesa, e scambiavamo due chiacchiere. Tornando alla sala operatoria, mi fecero l’anestesia per fare il prelievo del tessuto dal collo dell’utero. Dopo un po’ di tempo il primario della nefrologia mi disse:” Signora guardi, noi qui abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare, ora non è più compito nostro. Lei deve andare in un grande policlinico , in un grosso centro ospedaliero.. scelga lei dove andare.” E mi dimisero. Era il 26 Marzo del 2006. Pensai di andare a Verona perché questo mio amico che lavorava in ospedale aveva un nipote che lavorava al Policlinico di Borgo Trento. Una volta arrivata a Verona con mia figlia e mio marito, il primario dell’urologia -dopo la visita, che si svolse il giorno dopo- il primario dell’urologia mi disse che il mio era un problema che non gli competeva perché non era un problema renale, ma ginecologico; e per questo dovevo andare a Borgo Roma, e farmi ricoverare lì.
Due giorni dopo fui visitata dal primario della ginecologia di Borgo Roma. Eravamo in sala d’attesa, c’erano tante donne che attendevano di essere visitate. Io ero li, con la morte nel cuore, ad aspettare il mio turno.
Vedevo mio marito agitato, teso , preoccupato e, per non farlo agitare ancora di più, preferii entrare da sola. Non volevo che i medici terrorizzassero mio marito e mia figlia. Dentro di me sapevo cosa mi aspettava.
Una volta entrata, Il primario, mentre guardava gli esami e le altre carte, mi chiese :
“ Signora perché è venuta qui?”
“ Guardi professore ho scelto di venire qui perché non so se posso fare l’intervento o altro.. non so..”
“Lei è inoperabile Signora” mi rispose “ può fare un po’ di chemioterapia, un pò di radioterapia….”. Era sott’inteso che non avevo grandi possibilità di sopravvivenza.
Sentire la parola “inoperabile” fu un’altra mazzata e dissi a me stessa : “ Dio mio aiutami; gli uomini sbagliano ma Dio non sbaglia”. Il primario mi chiese :” Signora perché non è entrata con suo marito?”
“Guardi professore- risposi io- mio marito in questo momento non potrebbe sopportare una notizia del genere , preferisco tenerla per me”
“ va bene, se è una sua scelta. Comunque se vuole domani le faccio l’istologico ma intanto andiamo nella medicheria che la visito.”
Durante la visita sanguinavo e il primario, girandosi verso la dottoressa vice primario, le disse : “Vede? Vede che avevo ragione io? Quando c’è il blocco renale, succede sempre così, la massa schiaccia gli ureteri, invade l’intestino, la zona pelvica. Comunque facciamo l’istologico.” E mi rimandò al lunedì per l’istologico.

-Infinita delicatezza.

Lui era convinto che per me non ci fosse più nulla da fare. Quel giorno uscii dall’ospedale e tornai a casa della mia amica Rosanna che mi ospitava. Ero distrutta, inebetita dalla paura di morire; cominciavo a guardare tutto come se fosse l’ultima volta che potevo vederlo. Stavo malissimo, ma non ero morta. Dovevo rialzarmi e farmi forza per quelli che erano accanto a me. Non dissi niente a mio marito di tutto questo e niente a mia figlia; non dissi niente a nessuno. La sera, appena ebbi qualche minuto in cui ero da sola nella mia stanza, chiamai il mio amico che lavorava in ospedale che subito mi chiese: “ come è andata la visita?”
“è andata che il primario mi ha fatto una diagnosi i morte” risposi.
Lui, dopo un attimo di silenzio mi disse: “ non è possibile, ho visto la tac, non ci sono metastasi in giro, la spina dorsale è pulita, non ci sono lesioni intorno.. credo che si sbagli.”
Quando il giorno dopo mi fecero l’istologico ero una morta vivente anche se cercavo di essere forte per gli altri. Intanto ci trasferimmo dalla casa della mia amica in un residence vicino al policlinico.
Noi aspettavamo la risposta dell’istologico; ma i giorni passavano senza alcuna risposta. Passò un mese, venne il periodo pasquale ed io ero ancora lì. La domenica di Pasqua dissi a mio marito: “Sai che facciamo? Andiamo a ascoltare la Santa messa, oggi è Pasqua!” Lui fu d’accordo. Non riuscì a trovarmi una sedia a rotelle; perché la domenica l’addetto alla stanza dove erano messe non c’era. Ci incamminammo a piedi pian piano, mi trascinavo; per me era la prima volta dopo molto tempo che camminavo con le mie gambe. Arrivammo nella cappella dell’ospedale e ci sedemmo vicini nel banco in terza fila. Dopo qualche minuto si avvicinò a noi una signora anziana che si occupava dell’altare, delle letture durante la messa e mi chiese se volevo fare una lettura. Quando anni addietro facevo la catechista leggevo spesso le letture la domenica. Le risposi di si e le chiesi se potevo leggere la prima lettura. Mi disse di sì e mi diede il foglio. Quando arrivò il momento, andai sull’altare e cominciai a leggere passando dalla prima lettura ai salmi. I salmi erano quattro o cinque frasi separate. La prima diceva: “Non morirò, ma vivrò per annunciare le meraviglie del Signore .“ Quando lessi questo passaggio, un brivido mi attraversò dalla testa ai piedi. Rimasi quasi folgorata e incredula perché quando ero nel banco non l’avevo letta quella frase; probabilmente non dovevo leggerla da sola ma leggerla sull’altare. Capii che era un messaggio di Dio per me. Capii che, nonostante tutto, non sarei morta, che avrei potuto farcela. Scesi all’altare con una gioia dentro, una fiducia e una fede che non so descrivere. Quella frase mi diceva che dovevo avere fiducia, avere fede nonostante le cose fossero tanto complicate. Quel brivido attraversandomi tutta mi aveva dato gioia e speranza di potercela fare. Ancora conservo quel foglio datomi dalla signora.
Mentre aspettavamo il referto dell’esame istologico, mi chiamarono dall’ospedale per dirmi che il giorno dopo mi avrebbero fatto la risonanza. Il giorno dopo era il 18 aprile, il giorno del compleanno i mio figlio. Mi fecero la risonanza e mi diedero subito la risposta. Nonostante mi avessero fatto l’esame senza liquido di contrasto utile a vedere bene gli organi interessati, si vide tutto benissimo. Non so come mai dalle nostre parti debbano sempre iniettare il liquido di contrasto, schifoso, radioattivo e tossico specialmente per me che avevo un solo rene capace di filtrare questo liquido per espellerlo poi con le urine.
Fatta la risonanza, chiamai il mio amico per leggergli i risultati. Lui mi disse: “guarda non mi sembra così cattiva la risonanza, non ci sono lesioni e non c’è metastasi all’intestino.. c’è la massa però , quella si ma per fortuna è localizzata.”
Circa un mese dopo ebbi le risposte dell’istologico. Fu la vice primario a darmi la diagnosi: “Signora il risultato dell’istologico ci dice che lei ha un linfoma e la devo accompagnare dall’ematologo.”
“Mi scusi dottoressa, io non capisco.. cos’è un linfoma? –chiesi- mi spieghi un attimo.”
All’epoca di tutte queste cose non sapevo niente. La dottoressa mi rispose :” guardi è una malattia del sangue; questa è competenza dell’ematologo, sarà lui a spiegarle tutto.” Prese i documenti e mi accompagnò dall’ematologo. Ancora una volta decisi di entrare da sola, mio marito lo feci rimanere fuori, volevo proteggerlo. Quando fui con l’ematologo, gli chiesi :”scusi dottore che possibilità ho di sopravvivenza?”. “Signora -mi rispose- oggi come oggi ci sono delle buone possibilità con la chemioterapia ci sono dei buoni risultati.”
Secondo me sono tutte cavolate perché le donne che hanno questo tipo di problema muoiono tutte, e le vere statistiche non le pubblicano; le vere statistiche affermano che c’è solo il 2 % di guarigione. Ma a te parlano di alte percentuali e chiunque è malato si sente praticamente “costretto”–anche in virtù del loro affermare i benefici della chemio- a farla e vederla come unica via di uscita o ancora di salvezza. Approfittano della tua vulnerabilità in maniera subdola e strisciante. Io non dico che mi hanno costretta, ma poco ci è mancato; perché il medico mi continuava a dire che con la chemio potevo guarire e non era vero . Successivamente mi fece il prelievo del midollo dalla colonna per vedere se avevo metastasi . Fatto questo mi salutò dicendomi: “ sa ci sono alcune cose da firmare e riguardo alla cura potrà farla tranquillamente nella sua città casa sua, perché quello che si fa qui, glielo possono fare anche nel suo ospedale. Intanto il primo ciclo lo può iniziare qui subito prima di partire.” Loro volevano essere sicuri che iniziassi, sapendo benissimo che una volta iniziata, non avrei potuto più sfuggire da quella trappola, non potevo tornare indietro o almeno questo è il percorso.
Non ebbi neanche il tempo di informarmi e di riflettere. Mi fecero firmare documenti di cui non avevo capito nulla, dato lo stato confusionale in cui mi trovavo. Cominciai, due giorni dopo, il primo ciclo di chemioterapia in ospedale. La vice primario della ginecologia mi disse: “signora questa deve farla molto velocemente perché è molto forte e quindi deve essere fatta il più velocemente possibile.” preparò la flebo per iniettarmi la prima infusione di veleno. ( alla faccia! Mi bruciò le vene fino a farle quasi scomparire del tutto,ed in seguito mi creò un sacco di problemi con i suoi effetti collaterali devastanti) Non ti dico come mi sentii; non ci sono parole per descriverlo. Stavo malissimo. Cercavo di aiutarmi in qualche modo visualizzando la chemio come un farmaco curativo e non come il veleno che era; cercavo di pensare positivo per quanto era possibile affinché mi facesse meno male. Finì questa flebo e la dottoressa mi congedò dicendomi che i cicli successivi li avrei potuti fare tranquillamente nella mia città.
In quegli ultimi tempi avevo preso contatti con la clinica S. Croce a Orselina, in Svizzera, famosa per la bravura dei medici omeopati e anche per l’assistenza ai malati terminali. Presi un appuntamento con uno di questi medici omeopati; e il giorno dopo andammo, io mia figlia e il suo ragazzo Orselina in Svizzera con il treno.
Volevo sapere da questo medico omeopata se ci fosse un qualsiasi aiuto per la mia situazione. Arrivati li prendemmo una stanza d’albergo. La notte ebbi la febbre e avevo una spossatezza da morire; ma mi facevo forza per i ragazzi e non mi lamentavo mai. Avevo anche quella benedetta nefrostomia che mi accompagnava ed ero impedita, anche nei movimenti e dovevo dormire (se ci riuscivo) sempre a pancia in su per via di quell’aggeggio nel rene. Il medico omeopata ci ricevette –con me era entrata anche mia figlia- e mi visitò. Gli raccontai la mia storia e come erano andate le cose e ad un certo punto gli chiesi: “ scusi dottore.. ma lei in tutta sincerità, cosa mi consiglia in merito alla chemioterapia, devo farla o no? “ “Signora io le consiglio di farla” mi rispose. “Cavolo -mi dissi – un omeopata..”. Come faceva un omeopata a consigliare la chemio?.
Se qualcuno allora mi avesse illuminato sugli effetti devastanti della chemio, di sicuro non l’avrei mai fatta! Ora però posso dire che su di me non ha funzionato, anzi! Mi ha devastato, nel corpo e nell’anima! Mi ha lasciato segni indelebili che nessuno mai potrà togliere, ferite che nessuno mai mi potrà guarire.
Purtroppo nessuno si prende la responsabilità di dirti di non fare la chemio. Hanno paura, perché se tu muori senza chemio, i familiari possono accusare i medici di non averla consigliata e fatta. Se invece muori di chemio nessuno viene denunciato, nessuno viene chiamato in causa, nessuno viene additato. E i medici dicono che sei morto di cancro. Probabilmente anche questo dottore ha avuto paura di consigliarmi.

-Credo sia qualcosa del genere. Molte persone temono polemiche e attacchi se si viene a sapere che non consigliano la chemio.. ma, a prevalere su tutto, dovrebbe essere l’onestà intellettuale..

Rimasi delusa da questa visita, per la quale pagai 200 euro. Mi diede dei rimedi preparati da lui e avvolti nella carta, rimedi di cui non si leggeva il nome. Rimedi che, nonostante tutto, presi, perché io mi fidavo e mi fido delle cure omeopatiche. Non so se mi hanno dato una mano. Sicuramente male non mi hanno fatto; non mi hanno avvelenata. Ero delusa; non volevo fare la chemioterapia; ma in quel momento non sapevo proprio che pesci pigliare. Non conoscevo tante cose che conosco adesso.
Quando ero ancora a Verona ed ero ancora ospite della mia amica Rosanna, venne a trovarci un’amica di mia figlia che fa la parrucchiera. Prevedendo ciò che mi sarebbe accaduto decisi di farmi tagliare i capelli, con la scusa che i capelli lunghi in quel periodo mi creavano problemi. Quando la mia amica tornò mi disse: “che hai fatto ai capelli?” “ li ho tagliati –risposi- così quando comincerò a perderli non si noterà poi cosi tanto.” Appena tornata a casa, dopo appena un solo ciclo di chemio i capelli cominciarono a cadermi, nonostante il taglio corto. Volavano via anche con i colpi di vento. Un giorno che venne la solita amica parrucchiera, mi feci fare il taglio corto, ma, mentre tagliava, i capelli le cadevano in mano. Non faceva in tempo a tagliarli che cadevano prima. Annalisa, un’altra amica di mia figlia, mi faceva le foto e tutte e quattro ridevamo di questa scena tragicomica. Dovevo ridere per non piangere; non potevo piangere davanti alle ragazze, anche se forse in quel momento avrei avuto bisogno di farlo.
Già dopo qualche giorno dalla prima chemio, cominciai a sentire il formicolio alle punte delle dita della mano. Con la seconda chemio dal formicolio si passò alla perdita di molta parte della sensibilità alle mani. Avevo perso la forza; non riuscivo a prendere una bottiglia d’acqua, non riuscivo a stringere e tenere un bicchiere pieno d’acqua in mano .
Accorciai ancora i capelli; ma cadevano e si vedevano le prime buche in testa. I capelli li trovavo ovunque; sul cuscino, in terra, per casa, sul pettine e allora dissi a mia figlia: “sai che facciamo? Prendi la macchinetta così me la passi e me li fai a zero”. Cercai di scherzare sul mio stato, non mi potevo disperare anche perché non lo avevo mai fatto durante la malattia e non volevo cominciare a farlo. Ho vissuto tutto questo dramma dentro. Dentro di me ho vissuto le paure, i pianti, le angosce, la disperazione; e ho nascosto tutto agli occhi degli altri. I primi cicli li ho fatti abbastanza vicini, ma dal terzo in poi ho dovuto distanziarli un bel po’ perché gli effetti collaterali erano devastanti. Mi annientavano. Tornavo a casa mezza morta, con un mal di testa tremendo; mi si spaccava la testa in due. Pensa che al secondo ciclo ebbi un blocco intestinale. Al terzo ebbi un fungo che mi invase tutta bocca, tipo il mughetto dei bambini. Questo fungo lo avevo sulla lingua, nella gola, sulle labbra. Non riuscivo ad alimentarmi; non riuscivo neanche a bere una goccia d’acqua. Dalla bocca socchiusa usciva una salivazione schiumosa. Dovevo stare sdraiata, con un asciugamano vicino alla bocca, ad asciugare tutta quella schiuma che si creava continuamente e che di certo non potevo ingoiare. Era una cosa tremenda, ero ridotta ad una larva umana. Quando andavo in bagno mi specchiavo, avevo paura di me stessa.. ero uno zombie. Non potendo né bere e né mangiare, mi facevano le flebo sia per idratarmi che per alimentarmi . Quando venne l’oncologo a farmi la visita domiciliare, mi portò una sacca contenente del liquido bianco, una merda scusami il termine, prodotta dalla Nestlè, un composto di vitamine e principi nutritivi.

-Come non definire tutto questo un crimine?

Tra le tante difficoltà ebbi anche problemi con gli stent e gli ureteri, con la nefrostomia. Un giorno, nel cambio della nefrostomia me la inserirono troppo in profondità procurandomi un dolore così forte che mi sembrava i avere un pugnale conficcato nel rene. Tornai a casa con dolori tremendi, erano da impazzire. Mia cognata vedendomi così dolorante e sudata mi disse di tornare in ospedale e di farmi ricontrollare la nefrostomia. Tornai nel reparto e spiegai che la mattina avevo sostituito la nefrostomia e che da quel momento avevo dei dolori tremendi; non potevo nemmeno muovermi e avevo anche difficoltà a respirare. Mi tirarono un pochino la nefrostomia verso l’esterno e i dolori si attenuarono. Mi ripresi un po, ma ci volle tempo e grande fatica. Ho fatto otto cicli di chemioterapia. Otto! Di quella che chiamano La Rossa, la Peggiore, la più forte! La distanza l’uno dall’altro doveva essere di 21 giorni; ma, dopo i primi, feci gli altri molto più distanti l’uno dall’altro. Non ce la facevo; ero troppo debilitata, ero annientata. Dovevo aspettare più giorni, perché tra un ciclo e l’altro mi si abbassavano tutti i valori del sangue e dovevo farmi una puntura sulla pancia per stimolare la produzione dei globuli rossi e bianchi che venivano abbassati drasticamente dalla chemio. La mia bella dose di chemio comprendeva: Mab Thera 600 mg, Ciclofosmamide 700 mg,Vincristina 2 mg, Adriamicina 80 mg,Betametasone 12 mg.; e per gli effetti collaterali Allopurinolo e Deltacortene 25 mg. Un bel cocktail mortale che mi azzerò le difese fino a ridurmi come una larva. . E per stimolare, invece, le difese dovevo fare, subito dopo la chemio, una fiala sottocutanea di un farmaco costosissimo; che mi dava dei dolori tremendi nel midollo osseo nella colonna. C’era da impazzire, stavo malissimo, ma riuscii, mio malgrado, a finire tutti i cicli della chemio.
Verso la fine di settembre o ottobre, non ricordo bene, rifeci la risonanza e gli esami del sangue. Dalla risonanza si evinse che la situazione era rimasta invariata. Era tutto fermo li. Praticamente la chemio non mi aveva portato nessun beneficio, anzi. Dopo otto cicli di chemio, quella rossa -la più forte e la più tossica perché, oltre a far cadere i capelli, brucia tutto- ero al punto di partenza.
La vice primario dell’ospedale di Verona mi chiese di inviarle tutto che lei ne poi avrebbe parlato con l’ematologo. Dopo qualche giorno mi disse:” guardi signora l’ematologo dice che deve sbrigarsi a fare la radioterapia, la deve fare velocemente prima che svaniscano gli effetti della chemioterapia.. altrimenti non funzionerà”.

-Dopo devastanti cicli di chemio che in sostanza non avevano risolto nulla, ti propongono di procedere con la radioterapia.. emblematico..

Pensa che castroneria Alfredo, mi dovevo pure sbrigare. Ma come si poteva dire un’assurdità del genere?”
Non sapendo come fare, cercavo di aggiornarmi, chiedendo ai ragazzi di farmi delle ricerche. Io n quel tempo sapevo appena usare il computer; non ho la dimestichezza che ho oggi. Andai alla ricerca delle “Cinque Leggi Biologiche” del dott. Hamer, un libricino che avevo in casa e che avevo avuto anni prima quando frequentato il corso di naturopatia. Poi sentii parlare della Fondazione Pantellini; poi sentii parlare anche di altre cose. Ma ero troppo distrutta, annientata.. non avevo energie, non avevo la forza per fare niente, nemmeno per prendere decisioni.
Tornando alla sollecitazione dell’ematologo a fare la radioterapia, accolsi quella proposta e feci la radioterapia. Stupidamente la feci.
Però, se non avessi fatto chemioterapia e radioterapia, oggi non potrei dire che non funzionano. Su di me non hanno funzionato; ma non funzionano neanche sulla stragrande maggioranza delle persone. Oltretutto, essendo farmaci cancerogeni, a distanza di anni creano recidive. Alla gente viene mentito,la gente non sa come stanno veramente le cose. La gente non sa che la chemio è cancerogena, immunosoppressiva e mutagena; e i danni che fa superano di gran lunga i benefici, se mai c’è ne fossero (io ne dubito).

-E’difficilissimo in momenti come quelli potere veramente decidere, potere davvero scegliere. Le informazioni date sono solo parziali,e il clima di panico, di pericolo per la vita, comporta una pressione psicologica per via della quale.. si agisce.. si agisce alla svelta.. si segue quello che viene consigliato.. perché…”non c’è tempo da perdere”…

Esatto. Prenotai le sedute di radioterapia in una clinica di Lecce. Quando entravi in quel reparto vedevi tutte quelle persone che avevano la morte stampata in volto; C’era anche un bambino, suppergiù di 7/8 anni, tutto pelato che aveva un tumore in testa; povero piccolo, mi dispiaceva da morire per lui, sicuramente viste le statistiche sarà morto, sarà morto come tanti altri, come un numero per la medicina. Alla quale non importa di curare il malato ma la malattia, il sintomo, una medicina che pensa ancora di ammazzare le mosche con i cannoni o come dice la mia amica Gigliola…. di spegnere il fuoco con la benzina! Che assurdità! Secondo il dottor Simoncini con i tumori al cervello si possono avere dei buoni risultati, anche di guarigione, con il bicarbonato. Lui asseriva di aver guarito un bambino con un problema del genere in Albania. La mamma andò con il suo bambino mezzo morto a chiedere aiuto, disposta a fare qualsiasi cosa pur di salvarlo. Lo curarono con il bicarbonato e questo bambino guarì.

-Racconta la tua esperienza con la radioterapia.

Feci 21 applicazioni. Una follia che sicuramente non rifarei. Anche la radio crea dei problemi; ustiona, brucia dentro e fuori. Avevo la vescica a pezzi; mi scappava la pipi addosso, bruciori da morire. Anche l’intestino era compromesso. Come può una terapia, che si vanta di curare, uccidere cosi un corpo? Questo metodo di cura è sicuramente molto contraddittorio, ma anche obsoleto secondo me. Un metodo che cura non può ridurre la persona in fin di vita! Prego solo Dio che mi abbia ripulito da quella robaccia. Intanto era arrivato dicembre e non ti dico che Natale ho passato. Tra prostrazione e malesseri fisici, risonanze ed esami clinici, passarono circa due mesi e mezzo. Trascorso questo periodo di tempo e finite le radioterapie, feci la risonanza di controllo e i risultati dicevano che tutto era rimasto immutato, tutto era come prima. E per fortuna non era peggiorato.. di solito la radioterapia peggiora le situazioni. A quel punto mi caddero le braccia. Ero in una confusione tremenda, non sapevo che fare. Ero distrutta .. veramente distrutta. Nel frattempo mi chiamò una mia amica di Ostini ,che era stata mia compagna al corso di Naturopatia, per chiedermi come stavo e come proseguivano le cose. Poi mi disse: “sai Enza c’è Marco.. perché non vai da lui farti qualche trattamento con la piramide?” Avevo sentito parlare di questa piramide.. le suore brasiliane a Trento avevano delle piramidi. Quando fui ospite della mia amica a Verona ebbi modo di sapere che suo fratello qualche anno prima di me aveva avuto un tumore allo stomaco. Gli avevano tolto una buona parte dello stomaco, e aveva fatto anche lui la chemioterapia; manco a dirlo, lo avevo distrutto. Gli erano cadute perfino le unghie delle mani. Decise di non fare più le chemio e avendo saputo di queste suore brasiliane a Trento, andò da loro e si sottopose ai trattamenti con la piramide. Venne anche seguito dalla sorella naturopata, che gli faceva in continuazione trattamenti energetici e altro. Con il tempo e queste cure guarì e uscì fuori dal cancro. Sembra che da queste suore andassero molte persone sia malate di cancro che di altre patologie. Ricordandomi tutto questo chiamai Marco e gli disse che volevo fare dei trattamenti. Una o due volte la settimana andavo da lui a fare i trattamenti con la piramide, mi ci mettevo sotto, stavo li una mezz’ora, una quarantina di minuti. Se non altro mi rilassavo. E poi questo mio amico aveva, e lo ha tutt’ora, un apparecchio di medicina quantica chiamato SCIO QUANTUM. Cominciò a farmi trattamenti anche con questo apparecchio. Ti dirò … non so fino a che punto funziona ma io cmq mi sentivo meglio.
Durante i trattamenti Marco mi disse che aveva conosciuto un certo dottor Simoncini che curava i tumori col bicarbonato e se volevo leggere il suo libro “il cancro è un fungo”

-si, conosco questo libro anche se non l’ho letto .

io lo lessi tutto di un fiato. Lessi le storie di persone che con il bicarbonato erano guarite. C’era la storia di una donna di 60 anni che aveva un tumore al collo dell’utero proprio come me. Lei aveva fatto delle infusioni di bicarbonato ed era guarita dal cancro. Ma aveva anche delle metastasi ossee che le infusioni con il bicarbonato non poterono curare e morì. Ma non morì di tumore al collo dell’utero.
Pur leggendo questa storia negativa, cercai di contattare il dottor Simoncini. Ci riuscii e andai a Roma, dove si trovava in quel momento. Ci andai in aereo con mio marito e mia figlia. Viaggiare era stancante per me, ero debole e poi con questa sacca dietro al rene.. pensa che portai la nefrostomia per circa due anni. Era una schiavitù perché se uscivo staccavo il sondino/catetere con il sacchetto annesso e applicavo la stomia e, viceversa, se stavo a casa mettevo il sondino catetere con il sacchetto annesso. Non uscivo molto e non guidavo più la macchina. Comunque.. arrivammo a Roma e andai da lui.

-che anno era?

Erano i primi di gennaio del 2007. Ci ricevette in uno studio che non credo fosse suo. Quando ci sedemmo davanti a lui, guardò i miei esami e mi disse: “Signora lei è venuta troppo tardi! Però se vuole possiamo provare.” Considera che, oltre la malattia, avevo altre complicazioni fisiche non trascurabili; complicazioni come la nefrostomia, gli ureteri schiacciati dalla massa tumorale che era in uno stadio abbastanza avanzato.
Fu un altro duro colpo sentire quelle parole. Comunque gli dissi di sì; era una speranza per me e volevo provare.
“allora deve ritornare un altro giorno – mi disse- Dovranno metterle un port nella zona pelvica e non sarò io a farlo ma un medico che si occupa di questo. Poi inizierà a fare le infusioni di bicarbonato.”

-Molti non avrebbero neanche tentato. Avrebbero, a priori, giudicato folle il tentativo di provare ad affrontare quello che avevi tramite una cura.. a base di bicarbonato.

Certo.. io avevo solo un’infarinatura a livello di conoscenza datami dal libro che avevo letto. Avevo letto per l’appunto di persone che ce l’avevano fatta; e sapevo di altre che erano morte. Io, non volendo rifare la chemio, volevo tentare la cura del dottor Simoncini. Per me quella era l’ultima speranza.
Dopo una settimana ritornammo a Roma. Andammo in una clinica privata dove c’era lui che mi aspettava. Mi fecero la TAC e, durante la TAC, mi inserirono il port nella zona pelvica.

-E’ stato doloroso per te?

Un po’ si, però era una cosa che volevo fare. E poi fino a quel momento avevo sopportato di tutto. Ero avvezza al dolore, alla sofferenza. E comunque, in quel momento io volevo fare tutto quello che era nelle mie possibilità. Era in gioco la mia vita.
Il giorno in cui mi misero il port, c’era un’altra ragazza con me. Una ragazza inglese che aveva partorito da poco; anche a lei misero il port nella zona pelvica. Probabilmente aveva una malattia tipo la mia. Tornando a casa, comprammo la flebo di bicarbonato al 5%. Flebo che ora le case farmaceutiche non producono più. Tornata a casa; cominciai subito con la prima infusione. Mia figlia, con una siringa, me la iniettava attraverso questo port. Riiuscii a farmi iniettare tutti i 500 cc della boccetta. I dottore ci disse di farle a giorni alterni, sia nell’addome che in vena.

-spiega, per chi fosse totalmente digiuno di queste cose il senso dell’iniettare il bicarbonato nel corpo. Perché questa cosa ha una sua efficacia? Perché si da il bicarbonato in certe patologie?

Simoncini asseriva, e asserisce, che il cancro è un fungo; che il cancro viene a seguito della candida, che a sua volta si manifesta quando il corpo è in uno stato di acidosi. La candida è una micosi, è un fungo che solo in seguito sviluppa cellule tumorali che lui definisce funghi. Il nemico di questi funghi è il bicarbonato che, iniettato, li brucia, li mangia e li elimina. Per farti capire è come la candeggina versata sulla macchia di un tessuto: brucia l’alone e scompare la macchia. Ovviamente il bicarbonato usato esternamente non ha lo stesso effetto dell’infusione interna, perché iniettandolo, arriva direttamente sulle cellule e va a bruciare ciò che è cancerogeno.
Comunque, come ti dicevo, quella per me era l’ultima possibilità. Non conoscevo all’epoca altri oncologi che curassero in maniera diversa dalla chemioterapia. Oggi si invece.

-Come è stato l’impatto con Simoncini?

Diciamo che non è stato dei migliori. Lui essendo medico allopatico, mirava a curare la malattia e non la causa, senza tener conto che, dietro ogni persona, c’è un’anima, una sensibilità. Sensibilità che, nel malato oncologico viene molto spesso sottovalutata. La sua vulnerabilità è superiore rispetto a chi ha altre patologie; perché sente la morte in agguato. Non mi sentii “accolta” dal dottor Simoncini; non mi sentii supportata e incoraggiata. Devo però dire che l’impressione fu un po’ diversa quando lo rividi. Ebbi, queste seconda volta, una impressione molto più positiva. Io credo che lui sia una bella persona ed è anche un medico molto informato sulle dinamiche del cancro. Quando parla ti lascia a bocca aperta per la sua vastissima conoscenza. Il problema è che non ha mai potuto agire serenamente. E’ stato sempre boicottato. Non gli si è mai data la possibilità di dare il meglio di se come medico, come oncologo e anche come persona.
Inoltre, le persone che vanno da lui sono persone che hanno percorso invano altre strade. Persone che hanno perso la speranza e purtroppo non sempre arrivano al momento giusto. Come ti avevo detto prima, Simoncini a me aveva detto che la mia situazione era molto grave e che ero arrivata troppo tardi. Però, se io fossi morta, la mia famiglia non sarebbe andata a denunciarlo come invece fanno in tanti in una situazione di quel tipo. Perché non era stato lui a chiamare me, ma io ad andare da lui. E non si può denunciare un medico, un naturopata o chiunque esso sia quando sei tu ad essere andata in cerca del suo aiuto.
Avrei potuto anche non ottenere niente ma questo era un mio tentativo e mi assumevo totalmente la piena responsabilità di tutto e non potevo condannare nessuno se le cose non fossero andate per il verso giusto.

-c’è un tentativo di aggrapparsi al nemico anche quando, magari, il nemico non c’è.. cioè.. i famigliari di un malato morto possono essere tentati dalla necessità di trovare sempre un colpevole, perché non accettano la morte del loro parente.

Mi chiedo perché tutte queste persone, tutte queste donne giovani, come dice Salvatore Paladino, vengono quando è ormai troppo tardi. Quando sono già stati massacrati dalla chemio? Perché quando si muore per chemio, i famigliari non denunciano?

-razionalmente il tuo discorso non fa una piega. Ma interagiscono molti meccanismi malati in certi casi. Moltissimi non sanno cosa sia un tumore e quale siano natura ed effetti della chemioterapia. Ma riprendiamo la tua storia.. raccontavi delle infusioni di bicarbonato..

Andando alla prima infusione, cominciammo a inserire tutto la soluzione di bicarbonato al 5% nell’addome. Le flebo erano già pronte, una soluzione con dentro il 5% di bicarbonato. Queste flebo adesso non vengono più prodotte né vendute; mi chiedo se sia un caso. Praticamente il dottor Simoncini diceva che, dopo aver infuso tutta la flebo, dovevo lasciarla agire per un po’ e poi dovevo aprire il port e lasciar defluire all’esterno. Il liquido così sarebbe venuto fuori portando con se ciò che di sporco e di morto c’era dentro. E questo fu quello che feci. Nella prima flebo c’era mezzo litro; e non so come riuscii a infondermi tutta la soluzione visto che poi nelle successive non mi riuscì più. Iniettavo 200 cc, 150 , a volte 100 cc, a volte 50 ed era pochissimo rispetto alla terapia prescritta da Simoncini. Successivamente alla prima infusione, questo quando mia figlia mi iniettava la soluzione di bicarbonato era una cosa da impazzire Alfredo.. io non so come ho fatto.

-Quindi si tratta di una cura dolorosa? E per quanto avresti dovuto farla?

La cura doveva durare un mese Lui non mi aveva detto che sarebbe stato così doloroso. O meglio, mi aveva detto che avrebbe bruciato un pochino e che avrei potuto fare la terapia a giorni alterni. Non so se me lo disse di proposito o se davvero non sapesse o non si rendesse conto di quanto bruciasse nella zona pelvica…
La zona pelvica era carne viva e l’infusione con il bicarbonato bruciava in una maniera pazzesca. Questo, man mano che passavano i giorni, portava ad un rallentamento della cura. Doveva durare un mese invece si protrasse per oltre due mesi perché c’erano dei giorni in cui, per via dei dolori tremendi, non riuscivo a fare l’infusione. La sera poi avevo sempre alcuni decimi di febbre. Arrivava a 38, 38,5. Durante la notte sfebbravo e la mattina non ne avevo più. Questo succedeva sistematicamente tutte le sere. Infatti io non prendevo nessun farmaco per la febbre, perché avevo capito che, tramite la febbre, il mio sistema immunitario si difendeva. Il bicarbonato , avendone fatto tanto, mi aveva si alcalinizzato ma mi aveva anche bruciato dentro. Certo, era quello il lavoro che doveva fare, però faceva molto male. Io cercavo di aiutarmi con qualche rimedio omeopatico che mi dava la mia amica omeopata Silvana. Pensa che il sale mi usciva dagli occhi.

-Il sale?

Sì il sale Alfredo. Il bicarbonato è un sale. La mattina, appena sveglia, avevo agli angoli degli occhi delle piccole pietrine di sale. Per controbilanciare questa situazione, il dottor Simoncini mi diceva di bere; e io bevevo acqua, limone e un po’ di zucchero. Certo, so che assumere tutto quel bicarbonato è stato un rischio per me, perché, avendo un rene solo l’ho fatto lavorare troppo, ed ero provata sotto l’aspetto fisico. Infatti mangiavo pochissimo e spesso vomitavo per via della mucosa dello stomaco infiammata.

-Si può dire che questa cura con il bicarbonato non è esattamente una passeggiata.

No, non lo è stata per me. Forse in altri casi l’impatto è stato diverso. Per esempio, la mia amica Daniela, che ha avuto un carcinoma duttale infiltrante al seno, tenne il port per pochi giorni, lavando con il bicarbonato l’area dove le tolsero il nodulo. Però in un caso grave come il mio -la mia era una patologia molto importante, molto estesa; tra la neoplasia al collo dell’utero e il linfoma non c’era da stare allegri- bisognava fare una terapia d’urto, con forti dosaggi. Se mi chiedessero se consiglierei questo approccio, non so cosa risponderei. Io ho vissuto momenti tremendi. Non ero in grado di alzarmi da sola dal letto. Doveva venire mia figlia, o mio marito, o qualcun altro, prendermi sotto le braccia e tirarmi di peso, perché io non potevo fare lo sforzo di alzarmi da sola; gli addominali erano bruciati . Ero tutta un pezzo di dolore, dal collo alla punta dei piedi. La notte mia figlia mi doveva mettere il pannolone, perché non ero in grado di alzarmi e non riuscivo a controllare gli sfinteri. Mio marito, in quel periodo, per non disturbarmi dormiva nella stanza di sotto. Se avevo bisogno di qualcosa, avevo mia figlia nella stanza accanto. La mattina aspettavo che lei si svegliasse e venisse ad alzarmi per accompagnarmi in bagno. Un giorno, mentre andavo in bagno, mi successe una cosa tremenda . Considera che la cura che stavo facendo mi aveva bruciato le mucose della zona pelvica, l’utero si era rinsecchito ed era diventato duro e si vedeva anche dall’esterno della pancia. Un giorno non riuscii ad arrivare in bagno che me la feci addosso. In quel momento avrei voluto morire. Scoppiai a piangere. Non mi potevo abbassare, non riuscivo a muovermi per potermi lavare, non sapevo cosa fare. IL mio pianto si sentiva dalla cucina. Tutti e due i miei figli accorsero, mi aiutarono a lavarmi e a rivestirmi, rassicurandomi con tutto il loro amore. Mentre io continuavo a piangere per la vergogna di quello che mi era accaduto, loro continuavano a dirmi che c’erano loro con me e che dovevo stare tranquilla.
Ero diventata senza forze, non avevo più autonomia, ero dipendente in tutto e per tutto; da mia figlia soprattutto, perché mio figlio era già ripartito per l’università, dopo essere stato in dubbio se andare o meno. Lo pregai di andare, di pensare alla sua vita, di pensare al suo futuro. Quel periodo così tremendo durò dai primi di febbraio -quando avevo cominciato la terapia- fino al mese di aprile.

-quattro mesi..

Durò così tanto perché in alcuni giorni io non potevo iniettare nemmeno una goccia di bicarbonato tanto erano forti i bruciori e, non avendo abbastanza forze, dovevo recuperarle per poter iniettare il bicarbonato il giorno dopo. Siccome immettere anche solo una goccia di bicarbonato generava dolori tremendi, da impazzire, io non so come non sono impazzita dal dolore. Cercavo di sopportare tutto in virtù di quello che sarebbe potuta essere la mia guarigione, il mio stare bene, la sconfitta della malattia. In quello stesso periodo avevo pure scoperto la graviola e un amico mi aveva consigliato di prendere l’ascorbato di potassio, mentre la mia amica Silvana mi aveva consigliato un rimedio omeopatico per le cellule tumorali. Con questi elementi avevamo costituito un protocollo fai da te che mi potesse aiutare. Iniziai con una capsula al giorno , poi due e poi tre. Le prendevo la mattina prima della colazione, prima del pranzo e prima della cena. A un certo punto aggiunsi anche l’aloe. Imparai con un’amica a preparare lo sciroppo d’aloe secondo la ricetta di Padre Romano Zago.

-quindi tu durante il giorno prendevi da una parte il bicarbonato dentro il corpo e dall’altra aloe e graviola?

Si è così. Da Gennaio facevo il bicarbonato e poi dalla fine di marzo, in contemporanea, presi anche l’aloe e la graviola e anche l’ascorbato. Avevo letto che la graviola era 20.000 volte più potente della chemio. Le prendevo sistematicamente a tutte le ore, a mezz’ora di distanza l’una dall’altra; e quando finivo quelle della mattina dovevo già prendere quelle del pranzo. Dimenticavo, il mio amico Marco mi aveva consigliato anche di mettere capsule di Tea Tree olio direttamente in vagina. (il Tea Tre è un antimicotico e antibatterico) La graviola l’ho sopportata abbastanza bene; se pensi che ci sono persone che con una , due o tre capsule al massimo hanno avuto conati di vomito. Io arrivai a prenderne nove per volta.

-Nove compresse al giorno?

No, nove a colazione, nove a pranzo e nove a cena. Le presi partendo da una e, via via, aumentavo. Dopo un po’ di mesi cominciai a scalare gradualmente passando da nove a otto, da otto a sette, e così via. Le sopportavo abbastanza bene, come ti dicevo, anche se, all’inizio, quando lo stomaco era ancora molto irritato per via del bicarbonato, a volte vomitavo. Mangiavo molto poco e non avevo appetito. Finito il ciclo di bicarbonato che Simoncini mi aveva consigliato, feci i controlli e la risonanza per vedere la situazione come stava. La risonanza venne fatta fine di aprile; il 25 o il 26, ora non ricordo.

-che anno era?

Il 2007. L’esito indicava che la situazione in quel momento era invariata rispetto alla risonanza precedente. Un po’ mi arrabbiai, perché sembrava che questo medico radiologo non avesse neanche guardato bene la risonanza; non mi piacque e avevo la sensazione che copiasse i risultati dall’esame precedente. Comunque sia, rimasi molto male di fronte a quell’esito uguale a quello dell’altra risonanza; rimasi scioccata perché ci avevo creduto in queste cure. Però poi realizzai che il bicarbonato aveva bisogno del suo tempo per poter agire e pulire. Nel periodo in cui ho fatto il bicarbonato, mi sentivo l’utero duro come una pietra e, infatti, se osservavo l’addome esternamente, sembrava che avessi una palla nella pancia. Mi sentivo l’utero pietrificato e qualcosa doveva essere di sicuro accaduta, però la risonanza dava un esito uguale al precedente. A un certo punto compresi anche che dovevo fare un lavoro interiore; dovevo lavorare sulle mie non accettazioni e sui miei conflitti. Quando avevo avuto l’esito degli esami, avevo chiamato Simoncini perché anche lui voleva sapere i risultati. Gli dissi che la situazione non era cambiata molto rispetto alla risonanza precedente. Lui mi rispose che, a quel punto, non sapeva cosa altro fare per me, e pensava che forse la malattia sarebbe andata avanti.

-certo che lui ogni volta che parlava era di grande conforto dall’inizio alla fine…

Si.. e quando aggiunse che c’era stata una ragazza che era andata da lui troppo tardi , quando già il cancro aveva invaso l’intestino, e che in seguito morì, gli dissi proprio: “caspita – gli risposi- lei mi sta dando proprio un grande conforto!”. E li mi arrabbiai, mi arrabbiai moltissimo, e dopo crollai. Stetti male psicologicamente e non potevo parlarne con nessuno, tanto meno con la mia famiglia a cui non potevo dare una notizia così. Però ce la mettevo tutta con me stessa, ce la mettevo tutta per guarire. Cercavo di lavorare con il pensiero, cercavo di aggrapparmi con tutta me stessa alla vita, alle mie forze. Nel frattempo andai a rispolverare le Cinque Leggi biologiche del dottor Hamer scritte in fascicolo che ci avevano dato alla scuola di naturopatia l’anno prima che mi ammalassi. Le lessi e mi riscoprii ancora nel conflitto. Decisi trovare un medico hameriano per poter avere una mano sotto questo aspetto.

-Qualche parola Enza, per chi è digiuno, su cosa si intende per il conflitto nella medicina hameriana..

il conflitto è quando tu hai una problematica con qualcuno o verso qualcuno. Quando sei arrabbiato con qualcuno che ti ha ferito, che non ha agito secondo le tue aspettative, che secondo te ti ha fatto del male; .che ti ha fatto quello che non meritavi. Questo si intende per conflitto. Quando dentro di noi viviamo un conflitto interiore.O quando abbiamo avuto un forte dispiacere, una fortissima delusione,qualcosa che comunque generi un forte trauma o schok nell’individuo. Poi c’è comunque chi i traumi riesce a superarli più facilmente e chi genera conflitti interiori, difficili da sciogliere.

-e questo può generare patologie.

Si, può essere. Io credo che il cancro sia una malattia multifattoriale; ci possono essere cause ambientali, cause alimentari, ma soprattutto cause emozionali. Hamer dice che il cancro è un dramma vissuto nel silenzio, ed è vero. Questo non è solo riferibile al cancro ma a tutte le malattie secondo me. Basti pensare che un semplice raffreddore o anche un semplice mal d gola può essere scatenato da un conflitto. Noi abbiamo un sistema immunitario che altro non è che un sistema di difesa del nostro corpo, con tante guardie del corpo pronte a proteggerci dai fattori esterni. Quando noi soffriamo, stiamo male, andiamo in conflitto con qualcuno e ci sentiamo feriti. Quando ci sentiamo delusi dalla vita, da qualcuno, andiamo ad erodere questa barriera e, di conseguenza, le nostre difese si abbassano. Quando il sistema immunitario si abbassa l’essere umano diviene vulnerabile e facilmente attaccabile dalle malattie. Per arrivare al cancro ci devono essere conflitti molto grandi. Il dottor Stagnaro secondo i suoi studi e le sue ricerche, dice che l’essere umano in generale nasce con l’informazione del cancro ed è vero che noi abbiamo un codice genetico che racchiude questa informazione.. probabilmente ci viene trasmessa dai genitori.. chi lo sa. Comunque, non tutti hanno la possibilità di manifestare questa malattia. Questo avviene nel momento in cui abbassiamo la guardia, indebolendo le difese immunitarie; a quel punto, se hai l’informazione del cancro, hai un’alta possibilità svilupparlo. Secondo me tutte le malattie nascono da un trauma o da un disagio interiore nell’essere umano; anche le malattie cardiache, le malattie autoimmuni, la sclerosi, il morbo di Crohn. Io penso che l’evoluzione di molte malattie dipenda dalla nostra psiche; perché di vero c’è che l’essere umano è tanto forte quanto vulnerabile e debole.
In quel periodo cercai un medico hameriano attraverso una mia amica di Milano. Dopo una serie di ricerche trovai una persona con la quale ebbi una esperienza alquanto deludente. Un ciarlatano,che aveva promesso di aiutarmi e invece, grazie a lui, rischiai di cadere in un altro conflitto. Fui abbastanza forte da superare anche questo evento; anche se rimasi davvero sconcertata e delusa per quest’ultima vicenda. C’era un mio amico naturopata che mi sosteneva psicologicamente, che mi diceva: “sai Enza questa è la conferma che dai medici non devi più andarci, devi contare solo su te stessa e basta. Devi lasciar perdere tutti i medici.” Capii che il medico di me stessa potevo essere solo io. Con le mie forze, le mie conoscenze, le mie basi mi rialzai da un’altra caduta. Ogni volta che ho preso le bastonate da questo o da quell’altro medico -e ne ho prese tante- mi ritrovavo immancabilmente a lavorare su me stessa con le mie sole forze. Nonostante avessi affianco una famiglia straordinaria, mi sentivo sola, sola in un oceano, sola a dover affrontare l’ignoto, sola a dover affrontare le mie paure, i miei dubbi, le mie incertezze. Sola, nella malattia sei sempre sola. Il fatto è che la famiglia determinate cose non te le può dare, perché tu comunque non comunichi quello che vivi dentro di te in quei momenti.. in quei momenti di paura, di terrore, di incertezze. Non comunichi tutte le emozioni che vivi. Io, per non spaventare gli altri, non ho mai manifestato le mie ansie e i miei timori. Ogni volta che cadevo, e mi dovevo rialzare, chiedevo aiuto solo al Padreterno. A maggio feci le analisi del sangue e la risonanza e, visto che i valori dei marcatori erano un po’ altini, ripetei le analisi il mese dopo, in giugno. L’esito fu che i marcatori si erano normalizzati. Un mio amico, quello che lavorava in ospedale e che in precedenza mi aveva fatto la TAC, mi ritirò le analisi e mi invitò a casa sua perché mi doveva consegnare le risposte e mi doveva parlare. Il mio primo pensiero fu che gli esami clinici potessero non essere usciti bene e andai da lui un po’ timorosa. Lui mi venne incontro e mi disse: “sai devo farti i miei auguri. Io non so e non conosco le cure che hai fatto, ma sicuramente qualcosa di tutto quello che hai fatto ha funzionato! I tuoi valori sono normali. Gli esami sono usciti benissimo.” E li puoi immaginare cosa ho provato. Tutti gioivano per me e anche io naturalmente! Tutto si era avverato, le visioni, i sogni, i messaggi…il mio papà mi aveva accompagnato in questo percorso.

-Sicuramente una emozione grande e totale.

Sì.. è stato come se fossi nata un’altra. Avrei dovuto fare la risonanza, ma aspettai, perché probabilmente il corpo aveva bisogno ancora di tempo per riassestarsi. Piano piano cominciai a sentirmi meglio e a riprendere le forze. Avevo smesso di prendere il bicarbonato, che era stato la cosa che più mi aveva indebolito. Ricominciai a camminare, a passeggiare. La risonanza la feci a fine settembre. Settembre del 2007. L’esito fu strabiliante: assenza completa della malattia!!!
La mia emozione fu immensa già quando seppi l’esito degli esami del sangue. I risultati della risonanza mi portarono dentro una gioia indescrivibile. Vedevo tutto con occhi diversi, ritornavo a vivere, mi sentivo felice. Comunque, già grazie a quello che mi era stato detto sulla base delle analisi del sangue, avevo passato quell’estate un po’ meglio. Ero più allegra, mi sentivo meglio fisicamente, uscivo, mio marito mi portava al mare; perché io desideravo andare al mare ma avevo ancora la nefrostomia. Desideravo il mare e cominciai addirittura a fare i bagni, pur con quella Benedetta nefrostomia attaccata dietro. L’avevo ancora perché l’urologo mi diceva che, se non eravamo sicuri a 100% che la malattia fosse regredita e finchè gli ureteri non fossero stati liberati dalla massa, non potevamo rischiare. Da circa un paio di mesi una comitiva di amici con i quali avevamo fatto tanti viaggi, stava organizzando un viaggio nel Bosforo, in Turchia. Tutti mi pregarono di partecipare però io ad ottobre avevo ancora la nefrostomia e non potevo andare in giro per il mondo cosi conciata. Era arrivato il momento di liberarmi di quell’aggeggio. Andai dall’urologo in quei giorni, gli portai l’esito della risonanza, da cui risultava la totale assenza di malattia. “Allora signora –mi rispose- prima di toglierla e fare dei pasticci, si devono fare delle prove per essere sicuri che gli ureteri sono liberi deve provare a chiudere il tubicino della nefrostomia e far si che l’urina defluisca nell’uretere per poi cadere in vescica, altrimenti come facciamo a sapere se gli ureteri e la vescica funzionano in piena autonomia?”
Allora mi diede un piccolo rubinetto di plastica da applicare al tubicino della nefrostomia che, una volta chiuso, avrebbe bloccato la fuoriuscita dell’urina all’esterno facendola incanalare negli ureteri e di conseguenza nella vescica. Tornai a casa e feci questa prova. Applicai quel piccolo rubinetto e lo chiusi per lasciare che l’urina scendesse negli ureteri e subito dopo qualche minuto provai dolori fortissimi al rene. Il rene si dilatava perché l’urina tornava indietro e dovetti riaprire il rubinetto affinché l’urina fuoriuscisse attraverso la nefrostomia. Non ce la facevo. Mi cadde il mondo addosso! Mi tremò la terra sotto i piedi! Mi sentii mancare! Ma non feci notare a nessuno tutto questo.

-Se uno non vive cose del genere –cose come questa e come tutte le altre che hai raccontato- non può capire cosa vuol dire affrontare il dolore.

Si.. ma poi la paura Alfredo!! Quando chiusi il rubinetto e la pipì scendeva verso gli ureteri e da li verso la vescica, il rene si sforzava, si dilatava e avevo la colica al rene. Tu non puoi immaginare come mi sono sentita. In quel momento avevo paura da morire e pensavo che le cose non andavano come ci aspettavamo che andassero. Poi feci di nuovo la prova nei giorni a seguire. Chiudevo il rubinetto per pochi minuti e poi lo riaprivo. Quei pochi minuti mi sembravano un’eternità e mi veniva la colica perché l’urina tornava indietro e il rene si dilatava. Continuai a fare le prove con paura, ogni volta con il fiato sospeso . Pur sapendo che la risonanza era andata bene, non capivo se le cose stavano andando davvero bene e se era solo il fatto che tutto aveva bisogno di essere ripristinato lentamente. Probabilmente questo problema era dovuto al fatto che gli ureteri erano fermi da quasi due anni; erano rimasti a secco, all’asciutto e questo li aveva praticamente fatti rinsecchire, fatti attaccare su se stessi. Gli ureteri sono dei tubicini composti da membrane sottili e delicate che, senza passaggio di liquido, perdono la loro elasticità. Persino la vescica si era accartocciata, avvizzita.
A un certo punto, ho fatto l’operazione apri e chiudi del rubinetto a giorni alterni, per non sforzare troppo il rene; e un bel giorno l’urina riuscì a ritrovare il suo passaggio naturale e a scendere in vescica. Pensa te quando sono scese le prime gocce di urina in vescica, che cosa strana fu dopo tanto tempo.

-Un dolore lancinante immagino..

Si. Avevo un bruciore tremendo.. per quelle poche gocce di urina dovetti correre subito in bagno, perché la vescica, anch’essa fatta di membrana sottile, era diventata una sacchetta raggrinzita e poco elastica. Da qui in poi il problema fu il contenimento delle urine in vescica. La prima notte mi alzai ogni cinque minuti per andare in bagno. E mentre lo facevo, dicevo a me stessa: “ o Signore come faccio a vivere in questo modo, andando in bagno ogni cinque minuti?”. Non dormii per tutta la notte.
E poi c’era tutto l’aspetto dell’angoscia interiore. Mi dicevo che non sarei mai potuta uscire, che non avrei potuto avere una vita normale. Ero piena di paure, di pensieri che andavano e venivano nella mia mente e non potevo parlarne con nessuno, mi dovevo tenere tutto dentro. Mano a mano, però, che passavano i giorni, la situazione migliorò abbastanza rapidamente perché gli ureteri erano tornati normali o, almeno pensavo, si erano dilatati, riuscivano ad incanalare i liquidi; la vescica stava riprendendo la sua forma naturale e io cominciai a stare meglio. Chiamai l’urologo e, menzionandogli tutti miglioramenti avuti passo dopo passo, gli dissi che forse potevamo togliere la nefrostomia. Lui mi rispose che dovevamo aspettare ancora un po’ di giorni e di essere sicuri prima di toglierla. Così passarono altri dieci giorni; la nefrostomia era chiusa, io riuscivo ad urinare normalmente. Certo non potevo ancora stare troppo tempo senza svuotare la vescica, però, rispetto al contenimento dei primi giorni, andavo sicuramente meglio perché ora riusciva a contenere più urina di prima.
Riguardo il viaggio di cui ti dicevo e che noi avevamo prenotato, dovendo partire ai primi di novembre, e non sapendo ancora come sarebbe andata con la situazione, vivendo nell’incertezza, avevamo dato i nominativi di mia figlia e del suo ragazzo al posto dei nostri. Invece, il fatto che ero riuscita a riprendere le funzionalità della vescica, il sapere che potevo trattenere l’urina e che in caso di bisogno impellente sarei potuta benissimo andare in un bar o in qualsiasi altro mi rassicurò ulteriormente Dissi a mio marito: “senti abbiamo passato due anni tremendi, abbiamo bisogno di staccare la spina, di cambiare aria, partiamo”. “Sei proprio sicura?” mi rispose “Si –risposi a mia volta- voglio fare questo per me ma soprattutto per te e per nostra figlia.” E così siamo partiti. Siamo andati tre o quattro giorni in Turchia insieme alla nostra comitiva. Non ti dico quando mi hanno visto .. all’epoca avevo ancora i capelli corti anche se mi erano ricresciuti un pochino. Riuscii ad affrontare il viaggio in aereo. E così sono ritornata a vivere, sono ritornata alla vita.

-quindi poi è stato tutto un crescendo?

Si è stato tutto un crescendo. Io stavo comunque attenta all’alimentazione, stavo attenta a tante cose.

-cosa mangiavi?

Mangiavo soprattutto verdura, frutta, legumi, cereali. La carne l’avevo abolita già prima di ammalarmi, anche il latte, i latticini. Comunque mangiavo pochissimo. Ogni tanto, una volta la settimana, mangiavo il pesce . Però, al di là dell’alimentazione che aiuta comunque molto, è la nostra mente, sono le nostre emozioni e quello che ci mettiamo di nostro, a fare maggiormente la differenza. E comunque sia, se l’essere umano decide di vivere, vive; se decide di andare, se ne và. E in quest’ulimo caso non c’è, secondo me, medicina che tenga. Però a volte non è cosciente di questo. Non è cosciente delle decisioni che ha preso la sua anima. A volte a livello cosciente, anzi a livello razionale, l’essere umano non ha la percezione delle cose. C’è sempre chi ha un po’ più di sensibilità rispetto agli altri e riesce a percepire le varie sfumature. C’è chi invece, quale che sia il motivo, questo percorso non lo ha fatto e non riesce di fare quel salto quantico che gli permetterebbe di vedere tutto quello che è oltre ciò che è visibile.
Io ho cercato di accettare la mia malattia come esperienza di vita e non come un castigo o una punizione; senza mai dire “perché proprio io, perché proprio a me”. Diciamo che ho visto la malattia come un aiuto , come un qualcosa che si è manifestato per aiutarmi, nel mio percorso di vita terrena; come una via per la mia crescita. L’ ho vista come un qualcosa che faceva parte di me, della mia storia evolutiva.

-Ne hai capito il senso profondo insomma.

si certo. Perché quando tu vai in crisi, cadi nella paura e nello smarrimento e ti devi risollevare. E devi farlo con le tue forze. Per me, almeno, è stato così. Io ho capito che tutto questo era il mio percorso, che io non potevo delegare la mia guarigione agli altri, che la mia guarigione competeva solo me; perché questa era la mia storia e gli altri che mi stavano vicino erano di contorno , mi stavano accanto, ma ero io la protagonista, ero io quella che aveva innescato la malattia e potevo essere solo io a innescare la mia guarigione al di la di quello che avrei potuto fare con i medici, con Simoncini e con i rimedi naturali. Dio da ad ogni essere umano il libero arbitrio e io questo l’ho percepito in modo molto forte, fortissimo. Dicono che abbiamo un destino, che abbiamo un karma, che abbiamo un percorso.. e credo sia in un certo senso vero.. però l’essere umano ha la possibilità di cambiare quel percorso, quel destino e quel karma con il libero arbitrio che Dio gli ha dato. In quel periodo potevo anche scegliere di andarmene per liberarmi dalla sofferenza ed ero libera di farlo, mi bastava poco, e invece ho scelto di restare. Forse io sono stata fortunata rispetto ad altri. Non lo so e non so cosa devo dire.. mi sento in effetti fortunata ad avere avuto quelle percezioni, quei messaggi, tutte quelle sensazioni. Non è facile o forse non è da tutti, non lo so..

- Si penso che non tutti facciano questo percorso o che riescano a farlo.

Ero proprio consapevole che potevo scegliere, che potevo fare una scelta. Questa cosa mi sembrava proprio di toccarla con mano. Dio mi dava la libertà. Io dico che quella libertà ce l’abbiamo tutti, tutti gli essere umani; perché io non sono né migliore e né peggiore degli altri. Sono un essere umano uguale a tutti gli altri. Probabilmente con i miei percorsi avevo affinato questo mio sentire. Ognuno di noi riesce ad intraprendere certe strade, che sono anche percorsi spirituali. L’essere umano può arrivare a Dio da se, come ci sono arrivata io; perché se tu arrivi ad avere una fede fortissima, arrivi a credere in un qualcosa più grande di te, che è comunque parte di te e non è al di fuori.
Qualcosa dove puoi attingere forza; qualcosa da dove puoi attingere risorse per poter venir fuori dalle situazioni. Questo se lo vuoi. Se invece non lo vuoi, puoi scegliere di andare. Questa è stata la mia esperienza. Poi ognuno ha la sua.

-E’ molto importante quello che dici. Ci deve essere una volontà di perseverare, ci deve quella volontà di dire “sì”. Devo comunque avere quell’elemento di credenza, di fiducia, di perseveranza perché alcuni non intravedono mai la verità e non riescono a , “spendersi”, a “darsi” per quella cosa, come realtà fossero presi, avviluppati, da una sorta di accidia, di indolenza.. capisci cosa voglio dire?

Si, si. comunque l’essere umano si scoraggia molto facilmente e spesso pensa che l’aiuto possa venire dal di fuori. Tu vedi tutte le persone che vanno dai medici, in realtà pensano che possono essere curati da loro, dai farmaci ma in realtà non è così.. Queste cose possono essere di aiuto in un determinato momento, le terapie possono aiutarti; però la guarigione avviene dentro di te e avviene a livelli molto alti. Quando noi abbiamo guarito le nostre ferite. Quando noi abbiamo guarito la nostra anima. E’ allora che avviene la guarigione del corpo. Però questo non necessariamente avviene, se l’anima non apprende il tipo di esperienza che è venuta a sperimentare su questo piano. Probabilmente, se non comprende, è destinata a lasciare il corpo anche attraverso la sofferenza. Questa è una cosa che ho visto molto da vicino, per esempio, con mio padre e con una mia amica malata di cancro. Quando lei si ammalò fece un sacco di cose, fece anche la chemio, guarì e si ammalò di nuovo. Io , avendola seguita nell’ultimo fase della malattia, un giorno le chiesi: “Gina dimmi , perché ti sei ammalata? Tu lo sai perché, dimmi il perché” e lei mi rispose: Volevo punire mio marito e invece ho punito me stessa! Lui si era innamorato di un’altra donna e lei questo lo aveva percepito. Lei percepiva che lui amava un’altra pur continuando ad essere buono con lei. Lei aveva percepito questa loro storia e si era ammalata di tumore al seno ed era entrata in conflitto, aveva vissuto l’abbandono, il conflitto del nido come dice Hamer. Poi era guarita, e poi ha avuto la recidiva, e non ne è più uscita.
Ecco perché ti dico che la guarigione avviene a livelli alti così come la malattia che nasce dall’anima e poi si manifesta nel corpo. Alcune mie amiche dicono:”sai Enza, però, vedi, io quella persona la vedo così bene, così contenta, va d’accordo con il marito, stanno bene insieme eppure si è ammalata di cancro”. E io gli rispondo che non possiamo conoscere il vissuto degli altri, che non possiamo sapere quello che vivono interiormente, non possiamo sapere tutto dell’altra persona. L’essere umano non parla delle sue cose, delle sue cose più intime, delle sue emozioni segrete. Di sicuro non va a dirlo ai quattro venti o al primo che capita; spesso neanche al proprio compagno di vita. I drammi vengono vissuti dentro, nella propria interiorità, nella propria intimità, vuoi per vergogna, vuoi per paura del giudizio , vuoi per tantissimi motivi che non è dato sapere.

-A volte penso a quante persone si stanno devastando in questo momento storico.

Questo è un periodo storico in cui tanto si sta manifestando.. a livello di terrorismo, crisi economica, il contesto farmaceutico che approfitta della malattia, ma non ha a cuore la risoluzione della malattia. Hanno inventato la balla che il cancro è una malattia incurabile, hanno coniato una effige sui manifesti del cancro; quando poi si potrebbe curare con tantissime altre cose. Si potrebbero mettere insieme tante risorse e aiutare le persone. Magari si, qualcuno morirebbe ma la maggior parte avrebbe possibilità diverse.

-Si potrebbero fare cose enormi.

infatti si potrebbero fare cose grandiose. Unire tante energie tutte insieme e sperimentarle. Il problema è che tante altre terapie non porterebbero ricchezza alle industrie farmaceutiche e la gente avrebbe molta più possibilità di guarire. E invece no, senti solo dire che la terapia Gerson non è brevettabile, Simoncini non è brevettabile, quello non è brevettabile ma è brevettabile il veleno.. quello si che è brevettabile e infatti stanno ammazzando tutti come mosche. Una carneficina in questo periodo storico Alfredo. Una carneficina.

-Questa è veramente una grande battaglia che va assolutamente fatta

Io, e un’altra mia amica che si chiama Gigliola, che siamo guariti con altre strade, quando si tratta di testimoniare lo facciamo anche se ci attaccano; come è successo tempo fa in un post dove una persona ci disse che guarire con il bicarbonato è come guarire mangiando nutella. Pensa che ignoranza c’è tra le persone.

-In parte è anche normale.. si deve resistere a quella sofferenza che produce il fatto di sentire queste cose . Mi rendo conto che ad una persona cresciuta con una certa linea di pensiero, diventa davvero arduo fargli pensare il contrario. Ad esempio: è come se io dicessi a uno che se vuole imparare a correre veloce “prendi ogni giorno una caramella al limone”. Magari la caramella lo fa correre veloce.. però uno che ha fatto per anni esercizi, palestra, sacrifici e così via.. se gli parli della caramella al limone… sembra quasi che lo stai sfottendo. Bisogna avere molta pazienza, dare sempre una chance.. Chi come te è portatore di un’esperienza di vita così intensa, di una conoscenza così preziosa.. non deve mai demordere.. perché è troppo importante l’impatto che può avere sugli altri..

Prima di concludere questo scritto, vorrei dire che la malattia nasce nell’anima, per poi manifestarsi nel corpo, la malattia va compresa, va trasformata e va accettata come esperienza di vita. Solo accettandola possiamo superarla, perché abbiamo compreso il significato profondo di essa. Noi non siamo la malattia, ma noi siamo la nostra storia. Dentro la quale ci evolviamo come Anime durante il percorso terreno. Voglio ringraziare la mia Meravigliosa Famiglia, mio marito e i miei due figli, che hanno reso possibile tutto questo. con il loro grande amore per me, col loro profondo rispetto riguardo alle mie scelte terapeutiche, alle mie scelte di vita, di alimentazione e quant’altro, mi sono stati immensamente vicino. Ringrazio tutti gli amici e tutte le persone che con il loro amore e la loro discrezione mi sono stati accanto, senza mai giudicare.Non potrò mai dimenticare la mia amica Anna, che passò tutte le serate di quella torrida estate seduta accanto a me sul divano, quando le dissi: ma perché non vai al mare lei mi rispose: Per me non è vacanza senza di te! Grazie! Grazie alla Vita, per avermi permesso di crescere anche attraverso il dolore e la sofferenza fisica. Grazie a tutti coloro che mi leggeranno. Grazie anche a te Alfredo che hai ascoltato la mia voce e hai permesso che altri la ascoltassero.

-Grazie di tutto Enza.

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Intervista a Mara Mucci, parlamentare fuoriuscita dal Cinque Stelle

by on mag.11, 2015, under Controinformazione

Mara3

Quando il 27 gennaio alcuni parlamentari fuoriuscirono dal Cinque Stelle, si scatenarono le consuete accuse di tradimento, opportunismo, giochi sporchi legati a vantaggi economici o a opportunità politiche.  Pochi giorni dopo, il 31 maggio, scrissi un articolo dal titolo “Cinque Stelle- dove è il tradimento?”. Un estratto:

“In questo momento in cui molti parlano di “tradimento” del cinque stelle, rivolgendo l’accusa ai dieci parlamentari che hanno recentemente abbandonato il movimento fondato da Beppe Grillo, inviterei a scuotersi, e a vedere dove sta davvero il “tradimento”.Mi limito a chiedervi se è libero, limpido e democratico un movimento dove:
-Una persona, Beppe Grillo, ha la proprietà privata del simbolo e del logo cinque stelle; e di questa proprietà se ne serve quando reputa giusto servirsene.
-Non esiste alcuno statuto democratico. Non esiste proprio un vero statuto. Anche l’associazione bocciofila di Canicattì ha uno statuto vero, ma non un movimento che raccoglie milioni di voti.
-Il Blog è gestito da una società privata, la Casaleggio Associati, che gestisce anche i siti annessi al Blog. La Casaleggio Associati ha la completa gestione di tutta la piattaforma informatica, comprese le votazioni. E quindi per tutte le votazioni fatte in rete ci si affida in sostanza a un gestore-controllore che è un SPA. Inoltre chi gestisce il Blog quando è opportuno fa sparire i commenti, e decide la tempistica dei post. 
-La Casaleggio Associati ha ricavato, l’anno scorso, dalla gestione del Blog e siti affini, 250.000 euro di profitto. E non ne ha parlato quasi nessuno. 250000 euro di profitti, quando al militante, magari anche disoccupato, si chiedono le donazioni per il circo massimo.
-Le piattaforme meet up fanno capo alla piattaforma americana Meetup Inc., con sede a New York che ha tra i suoi investitori eBay, Omidyar Network, Draper Fisher Jurvetson, Esther Dyson, Union Square Ventures e altri venture capitalist che a loro volta si incrociano con tutti i più grandi fondi di investimento esistenti al mondo. In pratica i soldi che gli attivisti pagano ogni anno per i loro meet up vanno a finire in una società internazionale gestita da questi squali economici.
-Centinaia di persone vengono espulse senza un organo di garanzia trasparente e democraticamente eletto a decidere, e senza alcuna forma o procedura. Ovvero, centinaia di persone vengono espulse in modo totalmente illegale ed arbitrario.
-C’è una associazione chiamata “Movimento cinque stelle” che è composta da Beppe Grillo, suo nipote e il suo avvocato; ed è stata questa associazione a indicare le cinque persone tra cui gli iscritti hanno dovuto selezionare due membri su tre (il terzo lo nominava direttamente Grillo) del c.d. comitato di appello sulle espulsioni. Quindi la farsa per la quale crei un comitato di appello che dovrebbe ridiscutere le tue decisioni ma che è composto da persone scelte tra una lista che tu stesso hai indicato. 
-Per mesi si urla in tutte le salse che mai ci potrà essere alcun dialogo col PD, e che Renzi è un essere indegno e subito dopo le europee, senza consultare nessuna base, si fa una virata a 180° e ci si propone interlocutori “per le riforme” di Renzi e del PD.
-Vengono nominati staff di comunicatori totalmente alle dipendenze di Grillo e Casaleggio, e tutti pagati con soldi del cinque stelle. 
-Gli eletti che non si adeguano agli input dei “vertici”, vengono spesso emarginati o allontanati.
-Ovunque si denuncia il verificarsi di giochi di potere, favoritismi, cordate per fare emergere questo o quel candidato, e affossare questo o quella persona.”

La mia era una domanda retorica, perché, io credo, un movimento dove avvengono le cose che ho elencato nella citazione (e anche altre ) non è né libero, né limpido, né democratico. Le zone oscure del Cinque Stelle sono fortissime e investono la sua stessa natura intrinseca. La loro presenza rende contraddittoria e insostenibile ogni pretesa esibizione di  “superiorità morale”. E diventa ipocrisia scagliarsi ferocemente verso gli espulsi o i fuoriusciti di turno. La questione non è, in primo luogo, come dicono tanti, la presenza di un linguaggio troppo “violento”, dovuto a una impostazione intransigente. La questione è che non vi è proprio intransigenza quando si nascondo le proprie “ombre” e si usa scaltramente la comunicazione per lasciare coperto ciò che deve restare coperto e “vendere un prodotto”, manipolando ad arte le reazioni delle persone.

Anche verso i dieci parlamentari fuoriusciti  fine gennaio il 27 gennaio si scatenò la consueta cagnara che entra in scena in questi casi. E, come in altri casi, anche stavolta trovai indegno questo sciacallaggio. Particolarmente odioso fu quanto avvenne verso uno di questi parlamentari, Mara Mucci; 33enne, di Imola, eletta alla Camera dei Deputati nella circoscrizione Emilia Romagna. Mara Mucci venne esposta, da Grillo, alla pubblica lapidazione, tramite una forzatura ingannevole, come si vedrà, del senso di un dialogo avuto con deputato di Scelta Civica Mariano Rabino.

Ho voluto farle una intervista, una intervista abbastanza approfondita, perché si sapesse qualcosa del suo percorso umano e politico, perché dicesse la sua sulla vicenda del dialogo con Rabino e perché potesse argomentare la criticità di quei meccanismi del Cinque Stelle che l’hanno spinta, insieme ad altri, ad abbandonare quel movimento.

L’intervista che adesso leggerete, anche se per una serie di motivi tecnici viene pubblicata adesso, risale a circa due mesi fa.

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-Ciao Mara, per capire meglio chi sei, iniziamo dal tuo percorso di vita? Cosa facevi prima di entrare in Parlamento?

Ho una laurea specialistica in informatica, e prima di approdare in Parlamento facevo l’analista programmatrice in una piccola azienda nell’imolese

-Ci sono battaglie che portato in Parlamento frutto del tuo percorso lavorativo e che ti stanno particolarmente a cuore?

Sicuramente tutto quanto concerne la trasparenza nelle istituzioni e l’informatizzazione nonché semplificazione della Pubblica Amministrazione.

-Quanto ti sei avvicinata al Movimento Cinque Stelle?

Ho iniziato a seguire il Movimento a partire dal 2009, con le prime elezioni amministrative di Bologna.

-perché ti eri avvicinata al cinque stelle?

Lo consideravo un nuovo modo di fare politica, ed era sicuramente qualcosa di alternativo alla politica tradizionale che non metteva il cittadino al centro del dibattito. Pensavo che, col Cinque Stelle, ci trovassimo  davanti a un paradigma diverso di fare politica.

-Come è proseguito il tuo rapporto con il Cinque Stelle?

Ho seguito l’attività del m5s in modo diverso nel tempo, chiaramente in base al tempo che potevo dedicarvi. Sono partita da Bologna e col mio trasferimento nella città di Imola e la gravidanza ho dovuto rallentare per forza di cose. Nel 2012 mi sono candidata alle elezioni politiche che ci sarebbero state nel 2013, passando attraverso le parlamentarie interne del Cinque Stelle. Venni selezionata, e poi, dopo una campagna elettorale molto capillare, sono stata eletta in Parlamento.

-Recentemente insieme ad altri deputati sei uscita dal Cinque Stelle, denunciando la realtà di un Movimento che dietro agli slogan di facciata, veniva gestito in modo verticistico e poco trasparente. Racconta più specificatamente cosa ti ha portato ad allontanarti dal Cinque Stelle.

La cosa che ha provocato enorme delusione per tutti, è il divario voluto tra ciò che sulla carta il m5s dice di voler fare, e ciò che realmente fa. A partire dalla democrazia diretta, utilizzata quasi esclusivamente per espellere parlamentari. Espulsioni avvenute per tesi evanescenti, non documentate, costruite ad arte per indurre le persone dall’esterno a votare le espulsioni. Tutto questo in assenza di dibattito onesto all’interno, e senza alcun contraddittorio che ponesse il deputato o senatore da espellere in condizione di spiegare cosa fosse accaduto.

-E ci sono quelli che se ne sono andati..

Sul territorio è un continuio stillicidio di gruppi locali o consiglieri comuniali che escono dal m5s. I motivi sono quasi sempre gli stessi per i quali ce ne siamo andati noi. Essenzialmente per via della grandissima mancanza di democrazia interna all’interno di un Movimento che sbandierava una battaglia contro la partitocrazia e contro la politica delle “stanze segrete” in cui si decide la linea politica. Un Movimento che si dichiarava diverso dai partiti tradizionali, ma di cui emula le stesse logiche che di fatto allontanano i cittadini.

-Andiamo alla contestazione circa la mancanza di democrazia interna..

Ormai è abbastanza assodato che Il Movimento Cinque Stelle non sia un movimento democratico. E’ lo stesso Grillo a dirlo. In un movimento democratico io posso eleggere delle figure che organizzino il movimento stesso, posso eleggere dei dirigenti, facendoli scegliere dalla base. Tutto questo non avviene nel movimento Cinque Stelle, al cui vertice figurano  due persone non elette; una è Beppe Grillo che doveva rimanere il garante del movimento, e l’altra è Gianroberto Casaleggio. Quest’ultimo, completamente assente dagli statuti fondanti, non era percepito pubblicamente e politicamente dai cittadini, fino alla nostra elezione. Era e doveva rimanere semplicemente un tecnico. Queste due figure, assieme a un non identificato staff, decidono la linea politica per quanto concerne i macrotemi del movimento. Su questo non c’è dibattito interno, e se non condividi la linea, diventi una minoranza da isolare ed estromettettere dal gruppo.

Al di là della democrazia interna e delle dinamiche decisionali su cui il Parlamentare incide solo per i temi meno politicamente rilevanti, c’è poi la tanto sbandierata democrazia diretta. Inesistente. Sul blog si è votato infatti solo rarissime volte in due anni. Le scelte più importanti, devono essere infatti imposte dall’alto.  

Il gruppo di Ischia ha dichiarato proprio in queste ore di uscire dal movimento, per l’impossibilità di far pervenire le proprie istanze ai Parlamentari. E la chiamano democrazia diretta!

-Fammi qualche esempio di imposizione di scelte:.

Allora.. 1)Ritiro del DDL sul reddito di cittadinanza che era stato addirittura calendarizzato in commissione lavoro alla Camera. In questo caso non parliamo di una semplice proposta, ma di una proposta calendarizzata in commissione, centrale per l’agenda del m5s. E questa proposta è stata ritirata perché Casaleggio lo ha imposto.

-C’era un motivo, per lo meno un motivo “apparente”?

La cifra che era prevista era considerata, da Casaleggio, troppo bassa. Lui voleva un reddito di cittadinanza di circa 1000 euro per ogni avente diritto. Solo che con una tale cifra non avrebbe ricevuto il consenso di nessun’altra forza politica, perché sarebbe stata considerata priva di copertura. Tra l’altro la proposta è stata fatta modificare, risultato, comunque non si è raggiunto il limite minimo dei 1000 euro.

-Continua..

La trattativa sulla legge elettorale.. il tavolo con Renzi imposto e poi ritirato, l’accordo con Farage avvenuto senza tenere in considerazione in Verdi, poi la questione concernente il Presidente della Repubblica.. e la gestione del blog ampliamente criticata dai parlamentari…  Nessuna delle principali decisioni politiche viene presa dall’assemblea, e non c’è trasparenza su questo staff e su chi decida e su quali basi la linea politica.

-Ritornando alla questione degli espulsi, ricordo la vicenda dei 4 parlamentari che mesi fa vennero fatti fuori in blocco, Orellana, Bocchino, Campanella, Battista. Fu una vicenda che mi fece riflettere molto. Perché iniziata sulla base di presupposti non veri, come la c.d. “sfiducia” arrivata dai meet territoriali che, sicuramente nel caso di Bocchino e Campanella, non c’è mai stata. I parlamentari, nel Cinque Stelle, per essere espulsi, devono comunque ricevere anche la sfiducia da parte degli altri parlamentari Cinque Stelle riuniti in assemblea. Nel caso dei quattro precedentemente detti, l’assemblea parlamentare che si riunì è stata descritta da qualcuno come una sorta di momento da “inquisizione”.

Fu tutto vergognoso.  Durante quell’assemblea non fu presentato in modo nitido ed esaustivo nessun vero capo d’accusa. Venivano sventolati dei fogli, ma nessuno lesse un capo d’accusa. I parlamentari votarono sulla base del nulla; perché nulla sapevamo di quelle vicende. Questo era il modo con cui si procedeva per le espulsioni. O si facevano accuse false o si facevano accuse che nessuno conosceva. Mentre, quando arrivava il momento del voto online, la gente votava, naturalmente,  sulla base alle indicazioni che davano Grillo e Casaleggio. Ma sulle espulsioni si potrebbe dire tantissimo. Come nei casi di Paola Pinna, Cristian Iannuzzi e Massimo Artini espulsi anche senza la votazione del gruppo parlamentare, espulsi violando le stesse regole dei gruppi parlamentari depositate alla Camera e al Senato, espulsi nella più totale illegalità.

-Anche sulla modalità con cui avvengono le votazioni online ci sono state contestazioni..

Contestazioni giustificate. Le votazioni online sono state sempre un territorio nebuloso. A volte venivano dati immediatamente i risultati.. a volte no.. a volte si rifacevano da capo. Tutto fatto nell’ambiguità e nel  pressapochismo, e senza un ente terzo certificatore della correttezza del voto; in modo  non adatto ad una forza che è presente in Parlamento e che ha fondi per pagare strumenti che possano consentire una trasparenza adeguata. L’ambiguità disorienta il cittadino, perché il m5s parla di massima trasparenza, punta il dito sulle altre forze politiche ed è il primo che al suo interno risulta oscuro..

-E questo abbraccia naturalmente anche il capitolo Blog..

Assolutamente. Io sono entrata in Parlamento pensando che il Blog fosse solo uno strumento, in cui  venivano pubblicati temi e battaglie comuni. Con l’entrata in Parlamento tutti ci aspettavamo che divenisse il nostro megafono. Invece ci siamo ritrovati a correre noi dietro a quello che diceva il blog, ad essere noi l’elemento attraverso il quale rimbalzavano le notizie e non il contrario. Non decidevamo più noi o i cittadini i temi e le battaglie rilevanti, ma il blog stesso, che fa comunicazione in modo spesso ritenuto da molti attivisti violento e surreale.

Un’altra cosa grave è che il Blog funziona secondo quelle modalità che Grillo e il Cinque Stelle hanno sempre detto di volere combattere.  Il movimento Cinque Stelle, ma soprattutto il Blog di Grillo nasce come risposta alla disinformazione dilagante. Ed invece ne emula ancora una volta i meccanismi, attraverso mezze verità e sensazionalimi inesistenti. Attraverso l’uso di siti satellite come “tze tze” o “la fucina”, che servono solo a far girare contenuti spesso sbandierati come “vergognosi od importantissimi” ma poi svelatisi banali o inesatti. Il tutto ci chiediamo se non serva esclusivamente a fare click ed aumentare il fatturato… ma non doveva essere politica per il bene comune?
Parlare alla pancia delle persone non rende liberi, parlare alla testa è la cosa che rende indipenente e consapevole un cittadino, a questo doveva ambire una forza politica diversa.
In tutto questo faccio notare l’approccio del Blog e dei social ad esso connessi che spingono verso un clima negativo, verso l’odio nei confronti dell’altro, verso l’esclusività piuttosto che l’inclusività. Tutto l’opposto rispetto al concetto di comunità che si professava. Si vendeva la comunità.. siamo tutti uniti.. ci vogliamo bene.. ci diamo una mano.. invece appare  l’estremo opposto.

-Una questione decisiva è, secondo me, quella per la quale un movimento che funziona nelle modalità con le quali stai descrivendo il cinque stelle, non può davvero essere un movimento “antisistema”.

Il movimento Cinque Stelle non è alternativo al sistema. Il movimento è funzionale nei confronti di chi governa. Essendo così divisivo, compatta chi sta dall’altra parte…

-Tu hai potuto riscontrare come ci sono, nel Cinque Stelle, quelle persone che, una volta che qualcuno viene espulso, giustificano sempre l’espulsione e danno sempre addosso all’espulso.. è un traditore.. se l’è cercato ecc…

Sono meccanismi preoccupanti e ce ne siamo accorti sulla nostra pelle. Chi fino a ieri era ritenuto, magari, un paladino della giustizia, dell’onestà; d’improvviso, da un giorno all’altro, è un venduto, è un traditore del Paese. Non solo del Cinque Stelle, ma del Paese. Questo perché da una parte il movimento si è posto come ultima alternativa ai partiti per cambiare il paese, e dall’altra per la comunicazione violenta ed accusatrice del movimento nei confronti degli altri gruppo politici. Se crei una tale aspettativa verso gli eletti e non responsabilizzi le persone, automaticamente se gli eletti escono dal movimento, esattamente il giorno dopo, diventano dei traditori. Personalmente ho sempre raccontato cosa non andava, in totale trasparenza e senza troppe polemiche esterne. Abbiamo sempre provato dall’interno a cambiare il movimento in meglio. Con coraggio abbiamo affrontato quello che altri hanno fatto finta di non vedere.  Ora ciò che esce sono le dimissioni del Presidente Villarosa, che ancora una volta non spiega i motivi. Grossi e indifferibili.

-Si è parlato anche dei “corsi” a cui sono stati fatti partecipare alcuni dei parlamentari..

Si trattava di corsi di PNL, di comunicazione, per andare in televisione, e per convincere le masse. Li hanno fatti fare solo ad alcuni, perché volevano dare visibilità e notorietà a pochi prescelti immagino. A cui dai una responsabilità in più e che difficilmente poi avranno da sollevare eccezioni …

-E sicuramente tu non sei stata tra questi alcuni..

Sicuramente no… ma non ero nemmeno particolarmente interessata a stravolgere il mio modo di comunicare… !

-Andiamo alla vicenda dei 50000 euro. Tu sei stata accusata, tramite un audio fatto girare dal Blog di Grillo, di essere stata in trattativa col deputato Rubino di Scelta Civica, allo scopo di spingervi ad appoggiare il governo Renzi in cambio di 50000 euro. Ricordo che vennero messi in giro , messaggi come questo.. “SI FANNO COMPRARE! 50 mila euro al mese per appoggiare Renzi. La ex 5 Stelle Mara Mucci intercettata con un deputato di Scelta Civica. DIFFONDETE questa vergogna assoluta, apriamo gli occhi!”

Questa è stata una vicenda davvero vergognosa, come è emerso in modo assolutamente inequivocabile. Quell’audio non dimostra assolutamente nulla se non il fatto che il M5S ed i propri organi di propaganda utilizzano la macchina del fango in modo ancora più sporco degli altri partiti. Attaccando le singole persone.
Il blog ed il portale dei parlamentari hanno mentito sapendo di mentire.
Quello che è successo è stata ben altra cosa da quello che si è cercato di fare credere. Io parlavo a Rabino delle difficoltà che avevamo essendo ancora troppo pochi per costituire un gruppo parlamentare autonomo e quindi per ricevere quei fondi che servono l’assunzione di assistenti parlamentari, di quei collaboratori che servono per portare avanti l’attività legislativa; quei collaboratori che preparano gli atti parlamentari, che studiano le normative, che verificano i bilanci, che si occupano della comunicazione. Rabino stava facendo una ipotesi improvvisata, conoscendo i nostri problemi di lavoro in assenza di uffici legislativi che ci aiutino nell’attività normativa. Infatti, come ho detto prima, e come può riscontrare chiunque voglia ascoltare quel nastro, io non ho detto nulla; era la prima volta che parlavo con questa persona,  stavo semplicemente ascoltando una conversazione nata in aula.
Va sottolineato con estrema chiarezza che i fondi di cui parla Rabino -che non vanno in nessun modo al parlamentare- sono gli stessi che arrivano al Cinque Stelle e che il Cinque Stelle usa.
Quindi riepilogando:
1)Né io né altri dei fuoriusciti abbiamo aderito a proposte del genere.
2)E comunque, tali proposte non sono mai state un volere pagare noi, dare soldi a noi, per sostenere il governo Renzi, come questa ridicola comunicazione in malafede ha voluto fare credere. La proposta concerneva la possibilità di entrare in un gruppo parlamentare già esistente (quello di Scelta Civica), per potere così ricevere i fondi che il Parlamento destina per i collaboratori e gli uffici legislativi; fondi che nel nostro caso sarebbero stati circa 50000 euro. Anche se, per puro assurdo, avessimo accettato proposte del genere, e avessimo avuto interesse direttamente noi per quei soldi, non avremmo potuto tenerli, perché essi vengono dati per determinati tipi di spesa, non perché se li tengano i parlamentari. Quindi avere spacciato tutto questo come un “dare 50000 euro per appoggiare il governo Renzi” è stata una deliberata falsificazione, volta a distruggere la credibilità di alcune persone.
3)Si tratta di fondi che il M5S usa e che vengono gestiti dalla Casaleggio Associati. Parliamo di più di un milione di euro che, a tal riguardo, il Cinque Stelle ha ricevuto.

-Rispetto all’accusa partita dal Blog, anche Rabino ha risposto sdegnato, il suo comunicato diceva..
“Ogni deputato ha a disposizione circa 5mila euro per le spese di sostegno della sua azione parlamentare. L’onorevole Mucci mi ha confidato i problemi del suo gruppo, che non arrivando numericamente alla soglia prevista per avere lo status previsto per avere accesso alle risorse, manca di “supporto legislativo”. Io allora ho ipotizzato un percorso politico di avvicinamento tra i due gruppi, per mettere insieme le risorse (..). l M5S dica chiaramente ai cittadini che loro ogni mese gestiscono 450mila euro di soldi dei cittadini per le attività del loro gruppo alla Camera. A questo punto pubblichino il loro bilancio. La verità è che avendo perso molti deputati hanno perso conseguentemente molte risorse. E questo li rode. Ma stiano attenti: a forza di fare gli epuratori, troveranno qualcuno più puro di loro che li epura”.

Questi sono metodi di stampo fascista. Ma io porterò questa vicenda in sede legale. Così come reagirò, con tutti i mezzi, di fronte ad altre possibili sciacallaggi montati ad arte. E’ anche per questo che ho lasciato il Cinque Stelle. Per non avere più nulla a che fare con un modo così sporco di agire. Per potere davvero portare avanti quei valori in cui credo. Quei valori che il Cinque Stelle aveva fatto credere di difendere, e che invece tradisce sistematicamente.

-Ti ringrazio Mara.

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Intervista a Sante Berardi- testimonianza sul Metodo Di Bella

by on mag.03, 2015, under Medicina, Resistenza umana, Scienza

Lucia


Vorrei che ci fosse un’attenzione infinita da parte di chiunque si approcciasse a quello che Sante racconta in questa testimonianza.
Sante per temperamento non ama condividere pubblicamente la sua vita, tanto più quanto appartiene a un percorso così intimo e doloroso quale quello che concerne la malattia. La malattia, nello specifico, della madre e della moglie.
Fu l’emergere di una patologia tumorale nella madre che produsse, anni fa, lo sconvolgimento della vita di Sante.
Non è la prima volta, nel corso di questi anni, in cui mi trovo di fronte a narrazioni sul prezzo sconvolgente richiesto dalla chemio.
Quanto vissuto dalla madre di Sante è emblematico di tale prezzo. Una donna anziana, già destabilizzata da una diagnosi inaspettata, è stata crocifissa sugli altari del protocollo.
Sante ha assistito a un accanimento insensato, e che procede inesorabile, come se, alle volte, la macchina della morte si muovesse di forza propria. Come se fosse lei a possedere i suoi esecutori.
E’ il dolore che si manifesta nella necessità che fa scattare in alcuni la sete della conoscenza che li porta in mondi dove forse, altrimenti, non sarebbero mai giunti. E sarà per Sante l’immenso doloro nel vedere il tormento della madre, un tormento inaccettabile, un tormento di fronte al quale si è trovato sostanzialmente solo.. a spingerlo a cercare di capire qualcosa di più su ciò che stava accadendo e a cercare altre strade.
E Sante si trasformò in quei personaggi che “passano le nottate” a studiare, studiare, studiare.
“Piccoli soldati della speranza”, hanno una volontà che si nutre di rovi e veleno, e di un’amore straziato, di cui portano tutte le stimmate, e che li rende incapaci di vedere nella stanchezza un limite.
“Portatori sani di onestà”, perchè cercano da sé quelle voci oneste che avrebbero voluto sentire, che avrebbero avuto il diritto di sentire. Cercano i dati, le fondamenta, le connessioni. Sbattono sul muro delle bufale, degli eccessi, degli errori, dei minestroni dove è facile perdersi. Filtrano, confrontano, sperimentano. Si ritrovano in un “piccolo popolo” di persone che non accettano il pasto avvelenato. E più aumentano i loro orizzonti, più aumenta la loro indignazione. E quella irrefrenabile voglia di condividere.
Nelle sue ricerche Sante si imbattè nel Metodo Di Bella e riuscì, a un certo punto, a farlo intraprendere alla madre, con alcuni benefici. Ma la madre non se la sentì di mollare la chemio, invalidando così, in buona parte, il processo di “riemersione” che avrebbe potutto innescare il Metodo Di Bella. A tutto un periodo di chemio si aggiunse, qualche mese dopo la conclusione di essa, un’ulteriore operazione devastante che andava investire un corpo e una pasiche ormai ridotti ai minimi termini. I risultati non si fecero attendere. Alla “non risoluzione” delle patologie tumorali precedenti, si aggiunge l’esplosione delle metastasi al cervello. E tutto questo su un corpo già immunodepresso dalla chemio, che tra l’altro aveva anghe generato delle mutazioni genetiche, un danno cardiaco e altri effetti collaterali.
In poco tempo la madre di Sante si avviò alla morte.
Al corpo di questa donna era stata tolta ogni difesa, bombardando tutte le sue capacità organiche e attuando, sostanzialmente, un sistematico avvelenamento. Emotivamente le si è fatta vivere una lunga stagione di sofferenza e angoscia. Su un corpo-mente così “terremotato”, la malattia, resa ancora più aggressiva dalle modalità di “cura” ha potuto scatenarsi. Gli ultimi tempi sono stati i peggiori, costellati, per via anche delle metastasi al cervello, da continui attacchi epilettici.

Sante, ancora prima, ancora prima di questo finale da incubo totale, io vedo le immagini che hai fatto vivere con le tue parole. Una in particola. L’immagine di tua madre, che non ho mai visto, eppure la vedo, con il volto pallido che irradia angoscia e sfinimento. E tu davanti a quel volto, sentendo sempre di più l’inaccettabilità del tutto, tentando di trovare vie d’uscita, improvvisandoti tu “cercatore della verità”, in un mondo dove a volte il buio sembra dilagare, finché qualcuno si accende e comincia ad ardere come una candela.
Noi ameremo tua madre, per come hai saputo raccontarci il suo calvario, e il tuo affrontarlo insieme ad essa.

Dopo la vicenda della madre, Sante non fu più la stessa persona. Ormai un varco in lui si era aperto.
E quando il problema tumorale emerse nella moglie, fu chiaro che non ci sarebbe stato un altro brutale calvario.
La moglie non avrebbe fatto la chemio. Sia lui che lei furono pienamente concordi in questo. Il percorso che lei seguì fu quello del Metodo Di Bella, accompagnato, mano a mano che gli studi e gli approfondimenti di Sante proseguivano, da un approccio alimentare adatto a chi ha sviluppato problematiche tumorali.

Sante in questi anni è stato vicino a molti malati tumori e ai loro famigliari. Ha dato a queste persone vicinanza, consiglio, ascolto. Non si dirà mai abbastanza quanto sia importante, in situazioni del genere, trovarsi di fronte qualcuno che, come Sante, è passato attraverso certe vicende, e sa consigliare, sostenere ed ascoltare.

Vi lascio all’ìntervista che gli ho fatto. Una intervista che i consiglio di leggere fino all’ultimo rigo.

PS: l’immagine che accompagna l’intervista è la riproduzione di un’0pera di Lucia Rossolini.
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-Sante quanti anni hai, di dove sei originario e dove vivi?

Sono nato nel 1966, a Lugo di Romagna dove vivo con la mia famiglia, da sempre.

-Racconta la tua esperienza di vita fino all’emergere della problematica di tua moglie.

Premetto che sono una persona piuttosto riservata, tendenzialmente solitaria; anche se poi la mia vita è esattamente impostata al contrario. Però amo poco mettermi in mostra, tanto che ho avuto qualche dubbio circa il partecipare a questa intervista; ma il tema è troppo importante per cui metto da parte la mia indole.Di me, comunque, non è importante dire molto. Tutto sommato ho avuto una vita piuttosto positiva, interessante ed equilibrata. Ho avuto la possibilità di concentrarmi sui miei interessi professionali e privati fino a un certo punto.. quando sono cambiati gli equilibri. Ho sempre lavorato in proprio nel mondo della grafica e comunicazione, anche se ora ho un po’ virato anche verso altri ambiti che mi interessano particolarmente ed che riguardano sempre e comunque la tutela rispetto ai poteri e alle vessazioni in campo finanziario e fiscale; e anche sulle tematiche relative alla salute, perché sono convinto che fare informazione e condividere esperienze e conoscenze è basilare affinché si possa vivere consapevolmente e si possa essere capaci di salvaguardare i diritti e le possibilità di scelta nostri e di chi ci è accanto.Ad ogni modo fino ai 40 anni la mia è stata una vita stabile, vicino alla mia famiglia, ai miei affetti, alle amicizie. Ma ho sempre avuto la sensazione che quel periodo positivo sarebbe terminato. E così è stato. Ad un certo punto emerse un periodo di buio profondo su tutti i fronti.

-Quando emerse la problematica di tua moglie?

La vicenda di mia moglie inizia nel 2010, a maggio. Ma questo capitolo viene dopo un periodo molto pesante e inguaribile per me.

-Un periodo iniziato con la malattia di tua madre..

Sì.. fu un momento di profonda sofferenza. Qualcosa che ha segnato la mia vita e ha cambiato radicalmente equilibri e pesi. Questo percorso così tragico ha però avuto dei risvolti positivi. Anche nel male assoluto, c’è un avanzamento del bene. Ma questo emerse solo in seguito. Fu così emblematica la vicenda con mia madre, che preferisco parlare prima di essa e subito dopo della malattia di mia moglie; anche perché l’esperienza con mia madre fu un importante insegnamento su come approcciarmi con mia moglie. Andiamo a mia madre. Era il 2005, quando lei, lo ricordo come ieri, salì le scale venendomi incontro con aria molto mesta -cosa rara per una persona molto allegra, positiva e sdrammatizzante come lei- dicendomi che aveva notato sangue nelle feci.Da lì partirono controlli ed esami fino ad un giorno in cui la moglie di mio cugino, infermiera, mi disse, dopo una biopsia, al telefono “c’è un problema”. Io allora ero ignorante in materia di cancro, ma compresi il peso di quelle parole. Ne conseguì una lunga sfilza di esami e il dovere di comunicare a mia madre, volta per volta, ciò che stava succedendo. Il “problema” che era stato riscontrato era.. un adenocarcinoma al colon, scarsamente differenziato. Era necessario fare rapidamente un intervento. E così fu. L’intervento non fu affatto facile; anche perché, seppur marginalmente, interessava anche altri organi. Tutto, comunque, parve risolversi bene. Dopo varie biopsie e relative analisi su tessuti e linfonodi, l’oncologo disse testualmente che mia madre era guarita e non aveva necessità di terapie oncologiche; niente chemio! Pareva un sogno, anche se, allora, non avevo ancora la più pallida idea di cosa significasse avere a che fare con la chemio.Per un anno e mezzo tutto pareva andare bene. Anche perché nel frattempo era nata mia figlia.
Ma, verso la fine del 2007, durante un controllo radiografico ai polmoni, a mia madre fu notata una sospetta lesione, che, dopo un ago aspirato, venne diagnosticata come carcinoma primario al polmone sinistro. Mia madre crollò in uno sconforto profondo, anche perché non comprendeva come potesse avere, dopo due anni, un tumore primario in un altro organo. Si sentiva come se fosse vittima di una condanna dal cielo; una condanna che non capiva per che cosa, vista la vita retta, onesta, e coerente che aveva vissuto. C’era da fare un delicato intervento chirurgico, complicato dalla vicinanza di questa massa di 6 centimetri ad una vena. A Bologna trovammo una èquipe capace di eseguire un intervento del genere; mia madre venne operata, e le venne asportato un lobo del polmone.
Tutto sembrò ancora una volta essere andato per il meglio; ma a guastare tutto fu l’avere riscontrato la presenza due linfonodi positivi che obbligarono mia madre a mettersi nelle mani dell’oncologia. Da qui iniziò il lungo percorso verso il baratro. Per quanto la malattia possa essere feroce, violenta, indomabile; dico con nettezza che se mia madre è morta nel peggiore dei modi, questo è stato grazie ai fallimenti totali dell’oncologia e dei suoi protocolli radio-chemioterapici che hanno reso gli ultimi due anni della sua vita un inferno. Ripeto, probabilmente sarebbe volata in cielo ugualmente; ma vi è stata accompagnata in maniera inqualificabilmente fallimentare da chi doveva salvarla o perlomeno curarla al meglio.La chemio, iniziata dopo l’intervento, fu un inarrestabile calvario. Prima che iniziassimo con essa, il chirurgo mi disse in modo molto crudo essenzialmente due cose: “sua madre ha il 35% di possibilità di salvarsi”…. “la chemio per il polmone aggiunge un 3/4% di vantaggio in più di cavarsela”. Insomma, con la chemio saremmo passati dal 35% a circa il 40% di possibilità di uscirne. Le sue parole, però, celavano presagi più cupi, che in seguito avrebbe ammesso. Comunque, in quel momento io e mia sorella eravamo rimasti basiti per il fatto che una terapia come la chemio, con tutto ciò che comporta di avverso, potesse apportare solo un 3/4% di vantaggio. L’oncologo, anche in considerazione del fatto che una tac successiva aveva già evidenziato una piccola recidiva in zona pelvica, decise, per non farci mancare nulla, per una doppia linea di farmaci chemioterapici, tra cui il famigerato cisplatino.

-Insomma, un vero “bombardamento chemioterapico”..

Sì.. La prima seduta non sembrò comportare particolari contraccolpi. Dopo di essa, mia madre era venuta e casa e aveva tranquillamente mangiato, con stupore di tutti e anche suo. Però nel pomeriggio si scatenò l’inferno, e cominciai quel percorso che, nel tempo, per necessità, mi trasformò in infermiere. Quei cicli di chemio furono devastanti per mia madre. Tante volte cercammo di comunicare ai medici lo stato di prostrazione e sofferenza che colpiva mia madre dopo le sedute; ma troppo spesso veniva trattata come una sciocca senza capacità di sopportazione, quando lei era, al contrario, una persona con una altissima soglia del dolore. Dopo l’ultima seduta pensai che stesse per morirci, visto il colore del viso, lo sguardo di morte che aveva, quell’angoscia che emanava e che l’aveva logorata per settimane. Adesso sintetizzerò alcuni passaggi. Non voglio condividere tutto l’inferno che seguì, dettaglio per dettaglio, ma riportare solo il succo degli eventi:

a- la chemio fallì in toto, dopo circa 3 mesi di sofferenza e conseguenze di vario tipo, in primis una neuropatia periferica a mani e piedi, difese immunitarie devastate, danni cardiaci. In ogni caso la recidiva al colon non era mutata, dopo la chemio, indifferente totalmente al cocktail di farmaci che il “premuroso” oncologo aveva prescritto; una tortura medioevale con risultati inesistenti sulla malattia; o meglio, danni certi e concreti contro risultati nulli;
b- che la chemio fosse stato un fallimento totale ce lo disse l’oncologo bellamente, senza guardare mai in faccia mia madre, semplicemente con un “signora la chemio pare che l’abbiamo fatta per niente”…..lo stesso oncologo che le disse davanti a me, prima di iniziare il percorso chemioterapico “signora, ora si merita una bella chemio”, parole che incredibilmente ricorsero anni dopo quando, lo stesso soggetto, telefonò a mia moglie pregandola di sottoporsi ad una “meritata chemio”;
c- ci dissero, a giugno, che avrebbe dovuto prevedere un ulteriore intervento al colon per rimuovere la recidiva. A settembre avrebbe dovuto operarsi nuovamente. Io mi ribellai a questa idea in quanto mia madre non era minimamente in grado di sopportare un intervento di tale portata, aveva bisogno di un periodo di recupero generale, sia fisico che mentale; loro fecero un incredibile pressing perché c’erano possibilità di complicazioni al colon e secondo loro potevano crearsi fistole, contaminazioni di altri organi, insomma una prospettiva inquietante dal loro punto di vista; io rimasi cautamente in disparte con la mia idea che fosse una follia sottoporsi ad un ulteriore intervento;
d- nel frattempo visti i risultati pessimi, i trattamenti subiti, la situazione complicata.. mi ero messo a studiare e a fare ricerca in maniera intensa; avevo davanti agli occhi il fallimento totale delle terapie oncologiche, serviva ben altro a questo punto. Lessi molto e in particolare lessi che la patologia di mia madre, o meglio, le patologie di mia madre non davano prospettive molto confortanti secondo le statistiche ufficiali. Non trovavo però appigli. Quando ti soffermi a leggere attentamente e statistiche ti si prospetta un futuro cupo e senza speranza perché i numeri, per quanto forzati e manipolati, sono pessimi. Riguardo, in particolare, al cancro al polmone corrispondevano statistiche tragiche e agghiaccianti per terapie pressoché inesistenti, come del resto il chirurgo, con molta onestà ebbe a dirci. Ma allora perché pompare cisplatino in vena a un povero cristo con tutto quanto ne consegue per risultati che nel migliore dei casi sono inferiori comunque ai danni prodotti sul corpo e sulla mente del paziente? Mia madre, tra l’altro, è un esempio del paradosso statistico. Lei viene in primis considerata tra i guariti statisticamente, dopo il primo intervento; mentre poi è inserita tra i deceduti. Quindi lo stesso paziente è un guarito e un deceduto, vale a dire non incide negativamente, quando dovrebbe invece;

-Tu nei tuoi studi, a un certo punto, ti trovasti di fronte il Metodo Di Bella.

Sì. Durante le mie ore notturne, dedicate anche esse alla ricerca, mi imbattei nel Metodo Di Bella, che, in mezzo a tutto quanto stavo leggendo, mi pareva qualcosa di sostanzioso e credibile, nonostante quello che in passato si era detto su di esso. Ricordo bene il periodo. Eravamo a metà del percorso con la chemio; fine inverno 2008. Scrissi al sito dibellainsieme, ed ebbi una risposta molto rapida che fu propedeutica ad un contatto telefonico, che si svolse un sabato mattina, con Adolfo Di Bella, figlio del Professore e fratello del dott. Giuseppe. Stetti due ore al telefono e trovai una umanità, una disponibilità e una delicatezza che ancora oggi mi stupiscono; visto che ero un perfetto sconosciuto. Un approccio, da parte di Adolfo, che nulla pretendeva, nulla chiedeva, nulla recriminava per il tempo dedicatomi così concretamente. Finalmente avevo una speranza in mano e ne parlai con mia madre che era una mente aperta; nonostante la malattia l’avesse messa in una condizione di paura. Prendemmo un appuntamento con Giuseppe Di Bella. Il giorno dell’appuntamento mi precipitai a prendere mia madre in collina, perché l’appuntamento mi era stato dato in modo rocambolesco; e per arrivare in tempo guidai come un folle. Giuseppe fu molto onesto e diretto con noi. Ci disse di tentare, perché, di certo, si sarebbe ottenuto più di quanto si poteva ottenere dai protocolli ufficiali in termini di qualità della vita e di durata della vita stessa, sottolineando come solo col tempo avremmo visto la reazione alla terapia; e fu categorico nel dire che le chemio fatte avevano già prodotto mutazioni genetiche, immunodepressione, e danni collaterali da combattere; e comunque ci trovavamo di fronte ad una doppia neoplasia difficile da trattare. Mia madre iniziò il MDB, ma non se la sentì di abbandonare la chemio. In casa mia regnava il caos circa la linea terapeutica da seguire; e io non ero ancora abbastanza certo e consapevole da avere la forza di spingere pienamente verso un percorso che fosse al di fuori della medicina convenzionale. Un oncologo in pensione, favorevole all’MDB, che ci seguì per qualche tempo, disse –in virtù di questo non abbandonare la chemio da parte di mia madre- che lei si curava contemporaneamente con “sale e zucchero”.

-Nel senso che da una parte faceva una cosa che si muoveva in un senso, dall’altra la invalidava facendo una cosa che andava nel senso opposto?

Sostanzialmente sì.. Del resto, spingere pienamente verso il percorso dibelliano, voleva dire non fidarsi dei medici. Ma come si può, da parte di una persona cresciuta con una certa idea della medicina, della scienza, entrare in un ospedale e non porre fiducia nei camici bianchi? Come si può pensare che dall’altra parte non stiano facendo tutto ciò che può essere fatto per salvare la tua vita? Io non discuto la buona fede. Ma questo non giustifica il tradimento del giuramento di Ippocrate. Se anche si fosse in buona fede, allora si è affetti da ignoranza e schiavitù protocollare. La vicenda di mia madre è stata davvero l’esempio di un susseguirsi continuo di devastanti errori e orrori. L’estate del 2008, comunque, fu buona, quasi ottima. Il MDB stava iniziando a dare risultati sulla qualità della vita. Ma, proprio mentre mia madre stava superando i postumi della chemio, malauguratamente decise, cedendo alle pressioni dei chirurghi e oncologi, di farsi operare, in settembre, al colon. Fu un intervento non risolutivo e pesantissimo con tanto di deviazione intestinale. Da esso si riprese a fatica e la radioterapia addominale a cui fu sottoposta peggiorò ulteriormente le cose. Lei mangiava poco e soffriva molto, anche se, in qualche modo, sembrava, pur immersa nella prostrazione, reggere. Ma io capii che era stato un errore fatale subire quell’intervento in quello stato di ancora troppa fragilità. Una notte, andando in bagno, mia madre cadde a terra immobile. Mio padre mi chiamò (io abito al piano superiore); quando giunsi vidi che lei non riusciva a muoversi. La portammo a letto in braccio. Da quel momento perse l’uso di tutta la parte destra del corpo, tranne il viso che era rimasto integro. Noi pensavamo fossero danni da radioterapia; ma il peggio doveva ancora arrivare. Era qualcosa che l’oncologo “sale e pepe” ci aveva preannunciato, quando ci aveva detto che quasi sempre il tumore al polmone provoca metastasi al cervello. E così fu, come emerse da una Tac che lessi con uno sconforto difficile da descrivere. Quello fu uno dei momenti di maggiore “sprofondamento” dell’intera vicenda. Nulla di quello che era stato intentato, esami, interventi, terapie, aveva portato un esito positivo, tranne nel caso dell’MDB che, nell’estate 2008, aveva fatto biologicamente rifiorire mia madre. Ma la devastazione della chemio e dell’intervento chiururgico al colon e la radioterapia successiva avrebbero distrutto il sistema immunitario di mia madre, la capacità del suo corpo di reagire e combattere la malattia. Senza contare che già prima dell’operazione la chemio aveva regalato a mia madre, cioè una neuropatia periferica, un danno cardiaco rilevato prima dell’intervento, immunosoppressione, e, naturalmente una sorta di shock psicologico per le sofferenze di quelle settimane.L’operazione era stata l’errore finale. La malattia si scatenò in un corpo senza capacità di reazione e di difesa. Ero frustrato in quel periodo per non essermi imposto chiedendole di attendere qualche mese.

-Voglio soffermarmi ancora un attimo, perché quello che emerge è estremamente emblematico. Dopo tutto un insieme di –bombardamenti chemioterapici massicci –operazioni –radioterapia; il risultato complessivo è stato di devastante sofferenza per tua madre, con effetti collaterali quali una neuropatia periferica, un danno cardiaco, immunosoppressione, traumi pscicologici ed effetti sostanzialmente nulli sulle patologie tumorali, anzi, piuttosto un “avanzamento”, con l’emersione di metastasi al cervello.

Esatto… davvero un bel risultato al prezzo di un dolore indescrivibile. E per loro non era ancora finita. Sai cosa prevede il protocollo a questo punto?Radioterapia panencefalica, un tipo di radio che farei solamente ai miei peggiori nemici in quanto provoca, oltre a caduta dei capelli fulminante, danni al tessuto nobile non rigenerabile, in particolare sulla memoria a breve termine. Effetti collaterali confermatici dall’oncologo e dal radioterapista. Ma alla domanda “a medio termine invece?”, ci risposero, uno con una risatina e senza una parola, mentre l’altro ci disse che si trattava di cure palliative e che non si prevedeva il medio termine per questo tipo di pazienti.. un discorso del tipo.. “cosa ti interessa del medio termine che tanto non ci sarà più nel medio termine?”.

-Come “cura palliativa” una radioterapia che abbassa ulteriormente la qualità della vita, produce ulteriore dose di sofferenza, porta a una immediata perdita dei capelli, devasta la memoria.. ? Davvero sui generis questa interpretazione di “cura palliativa”..

Beh, la terapia serviva, secondo loro, per ridurre l’edema cerebrale in corso che premeva. Davanti a quello che mi veniva prospettato, io non volevo rassegnarmi e, dopo alcune ricerche, mi precipitai a Monza, per parlare con un importante medico, radio chirurgo, che purtroppo escluse la radiochirurgia al cervello per mia madre; ma mi consigliò un protocollo diverso per limitare o evitare i danni cerebrali citati, attraverso sedute più leggere e frazionate. Ma, nella sostanza, nessun cambiamento rispetto alla “via generale”. Alfredo, trovi un muro di fronte a te. Mettono un muro. Il protocollo è uno e lo portano avanti fino alla morte pur di non cambiare una virgola degli ordini ricevuti dall’alto. Le mie richieste non portarono a nulla nonostante provenissero da un collega quotato. Mia madre così fu sottoposta al protocollo standard e radioterapia panencefalica, ostaggi dei loro dictat. Mia madre non camminò più. Ebbe un breve periodo di stabilità, in cui riprese a muovere un po’ il lato destro, prima di un altro peggioramento, in cui precipitò in attacchi epilettici, nella perdita della memoria a breve termine, nella perdita progressiva della vista a tratti, e nell’ultimo mese, della parola. I suoi ultimi tre/quattro mesi di vita furono uno strazio incredibile. Mio padre ebbe quella che chiamai “una benedizione dal Cielo”, quando cadde da una scala, si ruppe il bacino, e fu costretto a rimanere tutto quel periodo in ospedale. Mia madre morì il 15 agosto 2009. Mio padre per fortuna non vide quell’andarsene così brutale da questa vita e con una assistenza che, per inadeguatezza, incompetenza e superficialità, non può neanche definirsi tale. Per me e mia sorella furono mesi difficilissimi; con una madre allettata a casa, un padre in ospedale e, io, una bimba piccola e un lavoro in proprio che se ne andava inevitabilmente a rotoli.Così finì la vita di mia madre e tutto questo mi lasciò una rabbia, una amarezza e una inconsolabilità che nel tempo, a volte paiono mutare, paiono calmarsi, ma, se mi soffermo qualche momento a pensarci, come ora, si riapre una ferita che mai si chiuderà. I ricordi di mia madre sofferente e stravolta dalla malattia spesso prevalgono sui ricordi belli di una vita, solo per questo motivo non posso perdonare chi so di non poter perdonare.

-Crimini, questi sono crimini, crimini contro gli innocenti… tu hai vissuto quello che nessun figlio dovrebbe vivere.. qualcosa che non era inevitabile, qualcosa che è stato creato con un accanimento sconfinato.Racconta adesso come è emersa la situazione di tua moglie.

I mesi successivi alla morte di mia madre e al rientro a casa di mio padre non furono semplici. Mia sorella aveva molto patito quel periodo. Mio padre era in un ovvio stato di depressione per aver perso la compagna di una vita e dovere anche riabilitarsi fisicamente. Io dovevo tornare a riprendere in mano la mia vita, ricominciare col lavoro, ecc.; avendo anche perso il ritmo del sonno perché gli attacchi epilettici notturni di mia madre, mi avevano fatto vivere in uno stato di preallarme costante; non riuscivo più a dormire perché ascoltavo ogni piccolo rumore nella notte, pensando fosse un allarme dal piano di sotto. Una sera, era maggio 2010, al mio ritorno a casa trovai mia moglie (la chiamo così anche se non siamo sposati, ma è mia moglie di fatto) Patrizia che, senza tanti preamboli, mi raccontò che era stata ad una visita ginecologica e che c’era un problema; dopodiché mi invitò a leggere il risultato dell’ecografia. Ancora oggi ricordo limpidamente quelle poche righe in cui si ipotizzava la presenza di una neoplasia ovarica. Rimasi pietrificato. Non potevo credere che, neanche con le ceneri di mia madre, dopo pochi mesi parole come quelle non fossero uscite dal mio mondo. Non ero pronto per quello che tutto ciò poteva significare. Non avevo la forza neanche di provare a immaginare che mia moglie, la madre della mia bimba piccola fosse solo minimamente accostata a parole così pesanti; che la sua vita fosse minacciata. Venne fatto subito un controllo del marker Ca125. I risultati non furono buoni; marker alto, fuori range. Altro gelo lungo la schiena. Lei sembrava avere emotivamente tranquilla. Non dava particolari segni di angoscia. Andammo a Milano da un chirurgo che ci fu consigliato per una visita urgente, ma non prima di essere passati dal Dott. DiBella che ci prescrisse subito un protocollo pre chirurgia al fine di arginare gli eventuali rischi di diffusione della malattia connessi all’intervento; un modo per minimizzare i rischi. L’intervento fu preventivato per il 9 giugno al Policlinico di Monza; che è specializzato in patologie di questo genere. Avevamo ormai la certezza che il problema fosse grave; in quanto i secondi esami del sangue rilevavano che i marker erano altissimi, non sono il Ca125, ma anche tutti gli altri. Temevamo una diffusione metastatica, che la Pet, fatta due giorni prima dell’intervento, escluse; quindi carcinoma circoscritto all’ovaio, seppure di dimensioni elevate. Mia moglie continuava a non dare segni di panico. Questo, in minima parte, mi rasserenava. C’era il problema di cosa raccontare alla nostra bambina di 5 anni; visto che Patrizia sarebbe stata via almeno 10/15 giorni. Fatto l’intervento, il chirurgo ci disse che tutto era andato bene e di aspettare l’istologico per capire se doveva essere sottoposta a chemio oppure no. L’istologico ci diede una doccia fredda; per due motivi. Innanzitutto trovarono una doppia neoplasia, sia all’ovaio ovviamente, che all’endometrio. Seppure, quest’ultima, in uno stadio iniziale. Inoltre liquido peritoneale era positivo per via di cellule tumorali diffuse. Questo per i medici significava: chemioterapia al carboplatino.

-Certo, dopo tua madre, tua moglie, dopo una tempesta, un’altra, come hai retto tutto quanto?

Ho tenuto la schiena dritta. Non potevo fare altro. Non mi potevo permettere di manifestare alcuno sconforto; ma dentro ero un vulcano di rabbia, paura, angoscia. Rivivere l’ansia degli esiti degli esami mi ammazzava ogni volta; ma, diversamente da quanto accaduto con mia madre, le cose andavano bene. Durante la malattia di mia madre avevo passato tantissime ore notturne a cercare, a farmi una cultura sul web. In queste ricerche devi scremare ciò che utile da ciò che non lo è; e poi devi affidarti all’istinto e alla fortuna di imbatterti in vie utili, in persone di riferimento valide, in cose davvero concrete; per evitare di perderti nel caos. Quando emerse la problematica di mia moglie, continuai, con ancora maggior lena, questa ricerca; perché sentivo di aver bisogno di ottimizzare ogni aspetto e trovare la chiave definitiva per scongiurare ogni pericolo di vita per mia moglie.

-Questa volta non ci fu un percorso chemioterapico..

Esatto. Grazie al cielo mia moglie, nonostante le pressioni dell’oncologia e del chirurgo, ebbe, fin da subito la consapevolezza che la chemio fosse più un pericolo che una soluzione. Aveva visto anche lei il calvario di mia madre; e aveva visto le ricerche fatte sul carboplatino Decidemmo in prima linea, e senza dubbi, per l’MDB. Giuseppe Di Bella era il nostro punto di riferimento medico; e poi c’era Adolfo che, come ha sempre fatto, mi ha aiutato psicologicamente e mi ha consigliato nella pratica quotidiana. Tutta la mia conoscenza approfondita del Metodo Di Bella la devo a lui; oltre che alle sapienti parole di Giuseppe che è sempre molto chiaro nell’esposizione. Giuseppe non garantì la guarigione a mia moglie; disse di fare un passo per volta perché la neoplasia ovarica è molto aggressiva, non a caso fa parte dei cosiddetti big killer, le disse che doveva “stare a galla”. Giuseppe ha un atteggiamento prudente nelle parole ed molto incisivo nella terapia; che fu molto ampia e completa. Una terapia che impegna molto il quotidiano; che richiede meticolosità e attenzione a tutta una serie di ritmi e orari. E’ necessaria la massima precisione possibile.

-Che tipo di protocollo ha seguito tua moglie?

Il protocollo completo del MDB con gli elementi cardine come somatostatina, melatonina, retinoidi, affiancati da tutti gli elementi del MDB utili a inibire GH, prolattina e sostenere il riequilibrio biologico, accelerando l’apoptosi cellulare. Entrammo anche in contatto con il Prof. Zora che propose un trattamento immunostimolante e immunomodulante basato sui Lipopolisaccaridi il cui protocollo seguimmo per un periodo al fine di sostenere il sistema immunitario. Una persona davvero interessante e trasparente.

-Quali sono stati gli impatti delle cure su di lei?

L’impatto fu buono. Non ebbe grossi effetti avversi; giusto qualche disturbo iniziale, dovuto più che altro all’adattamento alla cura e che, tutto sommato, nel tempo andò svanendo. Dal punto di vista mentale si tratta, come ho accennato anche prima, di un impegno quotidiano notevole. E’ un allinearsi a un regime di somministrazione plurima, compresa la somatostatina notturna a cui bisogna abituarsi per mantenere stabile il sonno e riposo.Mia moglie ha avuto un approccio davvero sorprendente. Non ha mai dato segni di scoramento, di paura, di angoscia, di depressione. Anche se è indubbio che dentro abbia passato un inferno; ma è stata molto brava a non farlo trasparire a me e alla bimba. Questo è stato di grande aiuto. Un particolare da far notare. Nell’anno precedente alla malattia, mia moglie ebbe un segnale che qualcosa sotto il profilo immunitario non andava; perché le venne una fastidiosa malattia della pelle, pitiriasi versicolor, che comportava macchie bianche sulle spalle; molto antiestetica. Ma, dopo qualche mese di MDB scomparve del tutto senza fare più ritorno; quando i dermatologi la davano come irreversibile. Ma questo fu “solo” uno degli effetti collaterali positivi del MDB.Tutto pareva andare bene; gli esami del sangue erano buoni, i valori importanti erano nei range. C’era qualche difficoltà a livello di sistema immunitario; certi valori sono stati recuperati nel tempo. L’importante, però, era tornare a vivere una vita normale lontano dagli ospedali, dall’ambiente della malattia. Mia moglie non è mai entrata in una oncologia curativa.

-Quello che tu descrivi è…”La qualità della vita”… potere vivere sentendosi “normali”, nonostante la patologia… non essere costantemente ospedalizzati e sottoposti a cure invasive, potere condurre la propria quotidianità in modo decente. Già questo è tanto.

Una delle cose che un po’ la deprimevano era che, per lungo tempo, il protocollo MDB non fu cambiato; ovvero che non veniva “alleggerito”: Io, però, ero concorde con questo approccio; perché avevo ben compreso che bisogna mantenere il più possibile alta la guardia; che serve tempo e pazienza per scongiurare recidive. Ma per un paio di anni, quando usciva dallo studio del dott. Di Bella, visto che la cura rimaneva invariata, si sentiva come in un tunnel terapeutico da cui pensava non sarebbe mai uscita.Ci siamo relazionati con un oncologo a conoscenza delle nostre scelte che inizialmente pacatamente criticò, ma senza troppa enfasi. E’ stato molto collaborativo per quanto riguardava il monitoraggio dello stato di salute, la prescrizione degli esami di controllo, ecc.

-Come sta attualmente tua moglie e che approccio terapeutico segue?

Ormai sono passati 5 anni da quando mia moglie ha cominciato con l’MDB. E, nel tempo, con molta cautela, Giuseppe le ha alleggerito la terapia. Adesso segue un protocollo che è poco più ampio di quello che è il protocollo preventivo MDB, che in parte seguo anche io. E che consiste di: sciroppo di retinoidi+vit. D, melatonina, acido ascorbico e una infusione notturna di somatostatina ogni 10 giorni.Non ha mai fatto un giorno di ospedale e praticamente si è ammalata di malattie di stagione praticamente quasi mai, nonostante il sistema immunitario si stia sistemando piano piano. Tutto molto bene, insomma.

-Tu mi hai accennato dell’approccio curativo alimentare che hai implementato nel percorso terapeutico.. parlane adesso.

Premesso che per me il MDB rimane una terapia di prima linea fondamentale in gran parte dei casi; posso dire che negli anni la mia consapevolezza sulla qualità della vita è molto cambiata dal punto di vista alimentare. Ho letto molti testi a proposito, partendo da Gerson, Ehret, Shelton, Nacci, The China Study, nonché Riefoli, Vaccaro, Stagnaro, ecc. Ho raggiunto una consapevolezza tale per cui per me è stato naturale e necessario cambiare radicalmente stile alimentare che va verso l’abbandono di carne, latticini e cibi raffinati. Non sono un integralista del mondo vegan o vegetariano, ma sono indubbiamente orientato ad eliminare tutto ciò che è certamente portatore di acidità e tossicità e creare quindi un terreno oncologico perfetto. Per questo il mio, anzi nostro, stile di vita è indubbiamente orientato verso una alimentazione fatta di verdure, frutta, cereali e legumi; integrata da succhi/estratti verdi, acqua alcalina. Ma non solo; in quanto ritengo di fondamentale importanza anche la fitoterapia, partendo dalla micoterapia. Il mondo della fitoterapia non è facile, perché non ci sono molti riferimenti assoluti; ma qui sono di aiuto anche i confronti con le altre persone. Confronti che mi sono sempre stati preziosi e utilissimi. Io non smetto mai di leggere, di confrontarmi, di fare ricerca e di cercare di capire cosa c’è di buona e cosa no. Ad ogni buon conto ad oggi mi sento molto consapevole e in grado, teoricamente, di affrontare una malattia di questo genere con maggiore sicurezza, anche se il mio stile di vita è improntato a scongiurarla; ma questo non esclude che possa capitare, in quanto il quotidiano per ognuno di noi è costantemente improntato dalla presenza di fattori inquinanti che vanno minimizzati e contrastati; per chi ci tiene ovviamente. Siccome non sono un padre giovanissimo. mi sono imposto di vivere al meglio per vivere a lungo a fianco dei miei cari e in particolare mia figlia, almeno ci provo.

-Tu mi hai parlato della forte esperienza che hai fatto nel mondo del dolore.. non solo per quanto riguarda tua moglie.. ma per quanto riguarda le persone che hai conosciuto, con cui ti sei confrontato, che hai supportato.

E’ così… io non ho timore ad affrontare il dolore, personale e altrui. In questa esperienza, ho scoperto in me stesso questa capacità di assorbire il dolore. Non arretro di fronte alla malattia, anche se di uno sconosciuto, anche se spesso mi sono trovato davanti all’impossibilità di poter dare un aiuto concreto. Ma già il fatto di dare un consiglio, ma anche già solo il fatto stesso di ascoltare in silenzio, per molti è importante. In questi anni ho conosciuto tantissime persone. Alcune di queste non ci sono più; e tra esse anche persone giovani, troppo giovani. In molti casi provenivano dalle esperienze fallimentari dei protocolli ufficiali; ma sai, visto che il tumore è definito una “malattia incurabile” alla fine, se una vita viene spezzata, non è mai colpa della medicina che non sa guarire ma della malattia incurabile. Ma non è proprio sempre così, perché ho conosciuto persone che sono uscite, da questo tunnel, grazie a terapie non convenzionali in maniera sorprendente, in primis MDB, ma anche da altri percorsi.Avrei voluto fare molto di più per i miei interlocutori occasionali che non ci sono più, Spesso mi è capitato di parlare anche con i familiari di malati, a confrontarmici su ogni aspetto perché, come loro, ero e sono in prima linea a combattere. Famigliari un po’ abbandonati dal sistema sanitario, quando scegli percorsi alternativi; anzi osteggiati. Lo si sente questo senso di abbandono, e ci si aiuta per quanto si può con la consapevolezza che ogni consiglio è una responsabilità enorme, ma non si può non testimoniare la propria esperienza. Sarebbe un sacrilegio non farlo. E’ un dovere! Ad ogni modo quel che posso dire è che sono stati anni davvero emotivamente intensi. Quando vedi la scomparsa di persone che non ce l’hanno fatta, senti che è inaccettabile. Perché avevi sentito in loro la voglia di vivere, l’angoscia di lasciare i propri cari, il preoccuparsi più dei figli o del marito o moglie, dei genitori piuttosto che di sé stessi. Ci sono stati dei momenti in cui mi sono sentito quasi in colpa perché in casa mia le cose vanno meglio di quanto capitato ad altri. E la rabbia non smette mai di bruciarmi dentro. Non smette di indignarmi il semplice fatto che non vi sia la volontà dall’alto di approfondire ciò che è palesemente importante, come le terapie non convenzionali, MDB prima di tutto, e soprattutto l’aspetto alimentare che porta con se così tanti elementi di verità evidente, davvero trovo inaccettabile che sia tutto minimizzato alle solite risposte sulle sperimentazioni ufficiali.

-Sante, siamo arrivati alla conclusione dell’intervista.. ma… aggiungi ancora qualcosa. Quello che ti senti di dire.

Quello che aggiungo è semplicemente.. che ho un solo consiglio da dare, non di tipo prettamente terapeutico, ma di approccio alla malattia. Non essere passivi, non accettare in maniera assolutistica ciò che ci viene proposto, mettere sempre in discussione tutto, approfondire e trovare il tempo di informarsi su ciò che ci sta accadendo e ciò che si può fare per affrontare la malattia. Dico che bisogna avere fiducia nella medicina, non accetto che quest’ultima non sia il massimo che l’uomo possa offrire a sé stesso per affrontare gli inevitabili guai di salute che nel tempo ci affliggono, ma con un occhio critico e con la mente aperta e dedicare parte del proprio tempo per capire, per quanto ci è possibile, di più, e potremmo sorprenderci di quanto c’è oltre. Io l’ho fatto, con tanta fatica e sono dovuto passare per la morte di mia madre per innescare un meccanismo di consapevolezza che sta salvando la vita a mia moglie e molti altri stanno facendo lo stesso, perché c’è indubbiamente un risveglio di coscienze rispetto alla qualità della vita, alla voglia in taluni, troppo pochi comunque, quello che il Dott. Nacci sostiene con il titolo “Diventa medico di te stesso”….. certo è ambiziosa come frase ma in parte si può con la giusta curiosità e necessaria voglia di non delegare a terzi sempre la propria vita, si tratta di responsabilizzarsi e di avere rispetto della propria vita. Invito, tutti, infine a leggere la vicenda del mio caro amico Arturo Villa, che è un esempio lampante e geniale di come una vita buttata nel cesso, concedimi, dalla medicina ufficiale, un dead man walking, un malato terminale per una patologia severissima inguaribile per l’oncologia, abbia fatto e stia facendo un capolavoro su sé stesso e per gli altri grazie all’intuito, intelligenza e senso di responsabilità verso la propria vita, partendo da un approccio tutto naturale e come dice sempre lui con l’aiuto di Dio. Io lo considero un patrimonio dell’umanità. Il sito di riferimento, che molti conoscono, è carcinomaepatico.it.
L’importante, in ultima analisi, è che ognuno faccia le proprie scelte con la massima consapevolezza possibile, ricordandoci che nessuno ce la regalerà gratuitamente, perché, come sapete, solo una via viene spesso proposta, ma non per questo significa che sia l’unica via esistente. Quello che contesto al sistema non è neppure il protocollo che utilizzano, ma il fatto che non concedano spazio ad alternative esistenti e costantemente e ampiamente utilizzate oramai da molti che consapevolmente rifuggono dalle scelte ufficiali. Non sto dicendo che sia semplice fare scelte radicali. Spesso le si fanno quando non ci sono più alternative e quando spesso è troppo tardi, questa è una costante che ho visto dal mio piccolo osservatorio; ma perlomeno attivare il proprio pensiero critico è basilare per avere uno sguardo più ampio.Più che avere paura della malattia dobbiamo avere paura della non conoscenza e di chi questa conoscenza ce la nega.

-Grazie Sante.

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Stati di coma, tra percezione e risposta- un dialogo

by on mag.03, 2015, under Medicina, Scienza

coscienzas

Maria Rosaria Bandini è una persona notevole. Lo dico con assoluta certezza, dopo averla conosciuta bene in questi anni. Maria Rosaria Bandini è una dottoressa pugliese di grande competenza scientifica. Nel suo percorso si imbatté nella terapia Di Bella, negli anni in cui il professore Luigi Di Bella era ancora vivo. Erano gli anni in cui stava per scoppiare “Il caso Di Bella”. La dottoressa Bandini riconobbe la razionalità profonda della terapia Di Bella, la studiò fino ad interiorizzarla, e divenne uno dei medici prescrittori di quel trattamento. La dottoressa Bandini visse nel 2004 un momento durissimo; quando venne implicata in una inchiesta e finì in carcere per 4 giorni. Nel corso degli anni quell’inchiesta andò sgonfiandosi. E del resto un mare di contraddizioni e forzature la caratterizzavano. Pochi ebbero all’epoca la pazienza di studiarsi davvero gli elementi surreali che caratterizzavano quella vicenda. E pochi la seguirono successivamente. E quindi, come tante volte accade nel nostro Paese (ma non solo), c’è ancora qualcuno che collega la dottoressa Bandini a quell’inchiesta, come se fosse un marchio squalificante; senza sapere nulla né dell’inchiesta, né dello sviluppo giudiziario della vicenda, né della stessa dottoressa Bandini che è a mio parere (ma è un parere che posso argomentare) è tra quelle persone che hanno pagato un prezzo caro per troppa onestà.

Andiamo però al merito di quanto leggerete, che non riguarda il percorso umano della dottoressa Bandini, né il metodo Di Bella nel suo specifico. Ma riguarda lo stato di coma e ciò che avviene in esso. Innanzitutto si può parlare di “stati di coma”, visto che esistono vari livelli. Si tratta di un “territorio” enorme che anche molti volumi non riuscirebbero a permetterne una trattazione esaustiva. Anche perché non c’è ancora una trattazione esaustiva. Visto che, ed è ciò che traspare da quanto leggere, non tutto si sa di quello che avviene durante gli stati di coma, e non vi è una totale consapevolezza su quale sarebbe la modalità più giusta di azione verso chi si trova in uno stato di coma.
Ancora oggi per molti lo stato di chi si trova in coma corrisponde ad una sorta di “morte in vita”, di stato di “nuda vita biologica”. Un corpo che respira, pompa sangue, e ha il cuore che batte, ma totale mancanza di coscienza.
Chi si approccia agli stati di coma da una posizione medica sa invece che il campo è molto più complesso e articolato e che la persona in stato comatoso, può percepire gli input del mondo esterno e può rispondere.
La modalità della risposta porta al concetto di “finestra neurologica”. Le finestre neurologiche valutano la presenza di determinate risposte a determinati stimoli e, in base a questo, valutano lo stato di coma. La totale mancanza di risposte, la valutazione totalmente negativa delle finestre neurologiche porta a considerare quella data persona in uno stato di coma profondo.
Quello che la dottoressa Bandini dice in questo dialogo che state per leggere è che definire un determinato stato comatoso “coma profondo”, non vuol dire che si possa avere davvero la certezza di quello che sta avvenendo in quella persona. Ciò che si sa è che vi è una sostanziale mancanza di risposte. Ma questo non vuol dire che quella persona comunque non percepisca qualcosa, che non abbia un suo livello di coscienza, e che ciò che percepisce non possa incidere sulla successiva dinamica dello stato comatoso.
Inoltre, e questo è un altro punto importante che emerge in questo dialogo, talvolta, anche in caso che si parli di coma profondo, non è neanche vero che non vi siano “risposte”; ma può avvenire che risposte vi siano ma non siano riconosciute e considerate, perché non sono le risposte che chi sta valutando considera; perché non sono risposte ricomprese nel range di risposte usate come metro di misura. Il nipote della dottoressa Bandini le rispondeva tramite determinate modalità; eppure era stato considerato un paziente in coma irreversibile.

Da sempre ho considerato le persone in stato di coma, come immerse in un mistero che dovrebbe comportare una delicatezza e una attenzione infinita. Perché quella persona, in coma magari da anni, potrebbe stare percependo in quel momento. Tutto ciò che fai con lei, le parole che usi, la musica che le fai ascoltare, il modo in cui le tocchi la mano, tutto potrebbe determinare, prima o poi, delle conseguenze, innescare dei cambiamenti. E comunque, potrebbe già solo fare stare meglio quell’essere che vedi immobile, ma magari interiormente non lo è.
Il nipote della dottoressa Bandini si svegliò dopo pochi giorni, ma ci sono stati tanti casi di persone svegliatesi dal coma anche dopo anni. In alcuni di quei casi i medici, e anche parte dei parenti erano certi che non vi sarebbe stato più risveglio. Il risveglio in seguito ci fu. Tutto questo deve rendere molto “aperti”, molto “pazienti”, molto umili..nell’approcciarsi a questo che, in parte, è ancora un mistero.

-Dott.Bandini, gli stati di coma sono un tema molto controverso..

Quando parliamo di coma dobbiamo considerare che ci sono vari livelli di coma. Tutto quello che noi riusciamo a stabilire in merito alla tipologia di coma è collegato alla comunicazione del soggetto col mondo reale, alla sua capacità di trasmettere una risposta. Quando un paziente è in coma, i rianimatori fanno quelle che vengono chiamate “le finestre neurologiche” per capire la profondità del coma. Tutto questo si basa su uno stimolo e una risposta. A questo uniamo anche delle immagini, che sono le immagini tomografiche, per immaginare, per cercare di intuire, in base alle lesioni che vediamo la condizione di sofferenza di alcune aree cerebrali e quindi di capire la perdita di coscienza e il coma a che grado di profondità sono. La mancanza di una risposta stabilisce che il coma è profondo. Ma questo è una condizione che noi ci siamo posti. Noi, però, non siamo sicuri che, anche quando questa risposta non c’è, il paziente non abbia percepito la nostra domanda. Tutto quello che noi riusciamo a stabilire è quello che rappresenta la comunicazione del soggetto col mondo reale, la sua capacità di trasmettere una risposta. Ma noi non siamo sicuri che nel frattempo anche quando questa risposta non c’è il paziente non abbia percepito la nostra domanda. Non siamo sicuri, in mancanza di risposta, che non si arrivato lo stimolo. Non abbiamo assolutamente nulla per valutare questo. Oltre alle risposte del paziente, e alla riflessione sulle immagini tomografriche noi non abbiamo niente. Noi ci muoviamo nel campo delle ipotesi. Ipotesi che oggi vengono messe notevolmente in discussione quando sentiamo dire cose del tipo “dopo otto anni si è svegliato”. Sentivo dire una cosa del genere proprio qualche settimana fa; un paziente che si è svegliato dopo otto anni di coma.

-Superato un certo limite temporale, molte volte la situazione viene considerata irrecuperabile.. e poi vi sono casi come questi, dopo otto, ma anche dopo dieci anni, e anche dopo 15 e più anni. Torniamo alla questione della risposta e della percezione..

Il discorso della percezione anche in mancanza di una risposta pone delle problematiche che sono allucinanti. Se il paziente è in grado di ascoltare, ma non di rispondere, diventa tremendamente importante quello che noi diciamo; come ci relazioniamo con lui. Il medico, e tutti quelli che hanno contatto con il paziente, rappresentano l’unica finestra con il mondo reale e se questo mondo reale chiude la finestra, il paziente è totalmente isolato.

-Raccontami la vicenda di tuo nipote

La vicenda di mio nipote è stata la prima volta in cui ho potuto toccare con mano tutta una serie di situazioni. Ho potuto confrontarmi con tutta una serie di ignoranze che noi abbiamo in quell’enorme campo che è la neuroscienza; un campo di cui noi non sappiamo assolutamente nulla. Mio nipote era entrato in un come molto profondo, così profondo che, a distanza di una settimana, veniva considerato un coma afasico; per i rianimatori un coma irreversibile. Questo ti fa capire che si era arrivati a un punto nel quale, per i rianimatori, le finestre neurologiche risultavano totalmente negative. Tuttavia, io, fin dal primo momento, mi accorgevo di un cambiamento, di una recezione da parte sua, in base a quello che dicevo. Il primo giorno di coma, ogni qualvolta io gli nominavo la mamma, cioè la sorella, mentre gli tenevo la mano.. la stretta diventava dolce. Se gli nominavo il padre che lui temeva, si irrigidiva. Questa era immaginazione o era una percezione, una risposta X, perché non necessariamente una risposta deve essere la risposta che noi ci aspettiamo?

-E’ molto importante questo concetto. Una segnale, una risposta può arrivare, intendi, ma non essere tra quelle tipologie di risposte che sono pronto a prendere in considerazione. Può avvenire che una persona dia una risposta, ma che vada al di là del tipo di risposte che ci si aspetta..

Esattamente. Successivamente, quando, indipendentemente da quello che pensavano gli altri, mi sono convinta di questo fatto, ho incominciato a vedere che la risposta la potevo avere anche dal cambiamento della frequenza cardiaca e dal cambiamento della frequenza endocranica. Da questi cambiamenti io potevo trarre dati che a me servivano per capire che quello che il mondo reale faceva per passare attraverso le finestre, lo raggiungeva. Così come è molto importante la musica; si parla molto della musica nei pazienti in coma. Io mi accorgevo che se gli facevo ascoltare la sua musica, la musica che lui amava, la pressione endocranica si abbassava. Io gli facevo ascoltare la sua cassetta… la cassetta con i suoi pezzi preferiti e la frequenza cardiaca si normalizzava. Se io cambiavo la cassetta la pressione endocranica saliva. Questa per me è una reazione.
Un giorno lui aveva morso una infermiera e, quando l’ho sgridato, gli sono uscite le lacrime. Gli dicevo “guarda che adesso te le tiro, anche se tu stai qui, in questo letto, in questa condizione, ma io te le suono di santa ragione se ti permetti di fare un’altra volta una cosa del genere; pretendo che tu dia una risposta e che tu chieda scusa, perché tu puoi farlo”. Quel giorno chiamai l’infermiera che lui aveva morso e le dissi “Signora venga perché Mauro deve chiederle scusa”. Lui si irritò, si irrigidì. Io gli dissi “Guarda che lo so che non puoi parlare, ma puoi alzare il braccio destro.. La signora è qui, tu alzi il braccio destro, ti capiamo ”.. il braccio destro era stato meno colpito e aveva più libertà di movimento. E lui alzò il braccio destro.
Con questo voglio dire che forse dovremmo cambiare il modo di relazionarci con questi pazienti. La condizione di coma non è una non vita, non è una non percezione dell’esterno; ma una modulazione di tutte queste cose, e la mancanza di una risposta non necessariamente vuol dire assenza di una risposta.

-Ciò che dici e importante. Ricordo un dibattito di due anni fa dove uno dei partecipanti parlava dei pazienti in come profondo come “corpi col pilota automatico”, per fare intendere che in essi non vi sarebbe alcun barlume di coscienza, nessuna percezione, nessuna capacità di “sentire”..

Vedi, nessuna persona “onesta” dovrebbe mai usare una espressione come quella.. ritornando alla vicenda di mio nipote, otto giorni dopo l’incidente, lui ebbe una ipertensione endocranica. La pressione endocranica era salita alle stelle ed era estremamente pericolosa; con una pressione tra 50 e 60, il cervello rischia di andare in pappa. Io allora chiesi di sedarlo profondamente, di somministrargli alte dosi di barbiturico, per consentire un riposo. E lui praticamente è stato in questa condizione di sedazione il sabato e la domenica. Quando sei sedato, non è possibile fare la finestra neurologica; per cui il lunedì i medici sospesero i farmaci, perché volevano fargli la finestra neurologica. Il lunedì pomeriggio ha avuto un picco ipertensivo; ma questa volta di pressione arteriosa, arrivo a circa 200, e loro temettero che potesse avere avuto una emorragia cerebrale. Quando gli dovevano fare la nuova risonanza c’ero anche io perché mia sorella mi aveva avvisato. La dottoressa -che oggi guarda caso è la sua professoressa di neuroradiologia- disse che per lei non era cambiato, che la situazione era assolutamente immutata. Invece io mi accorsi che i rianimatori avevano delle perplessità. Mi dissero se ero in grado di leggere una risonanza; risposi loro che di esami del genere ne leggevo decine al giorno e che, da quello che riscontravo, mi sentivo di condividere quello che aveva detto la dottoressa. La situazione era assolutamente invariata. Si poteva dire che non c’erano stati miglioramenti; ma invece io dicevo che non c’erano stati peggioramenti. La storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto; dipende da come ti vuoi approcciare tu. Io fui molto chiara con loro quando gli dissi “Io dico solamente che se voi vi permettete di toccare o cambiare qualcosa alla sua terapia potete iniziare a pentirvi di essere nati perché io vi distruggo”. Il giorno dopo venni arrestata per le vicende che conosci. Tu puoi immaginare come ho passato quei giorni, perché avevo il terrore che loro potessero fare qualcosa. Nel colloquio con loro, avevo anche aggiunto “dategli solamente 72 ore di tempo, vi chiedo 72 ore di tempo, perché questo è il tempo necessario perché lui possa smaltire il barbiturico e vedete che si sveglierà.”. E infatti si è svegliato il giovedì, mentre io ero ancora in carcere; perché sono uscito il venerdì. Si è svegliato, come loro dicevano, “male”; però questo male non vuol dire niente, non vuol dire assolutamente niente. Ti posso dire che praticamente dieci giorni di tempo, dodici giorni dopo, quando Mauro uscì dalla rianimazione per partire per Innsbrunk, per la casa del risveglio, Mauro uscì salutando, sorridendo a tutti quanti. Non poteva parlare perché era tracheostomizzato. Uscì sulla barella che era un leggermente alzata, lui era un po’ seduto. Salutò tutti quanti con un sorriso splendido, ringraziando con la testa. Tutto questo era avvenuto in tempi che erano stati davvero brevissimi. Considera che quando lui si svegliò, qualcuno lì dentro si permise di dire “ma cosa crede la zia.. gli sarà restituito un bambino con le capacità cognitive di tre anni”. Io dissi “se una parola del genere arriva ai genitori, io vi consiglio veramente di trovarvi un chirurgo maxillo facciale perché io veramente vi cambio i connotati”.

-In che condizioni ritornò tuo nipote da Innsbruck?

Mauro era stato lì un mese. Il giorno del ritorno, scese dall’aereo con le sue gambe, parlava, era già in grado di mangiare da solo, di vestirsi; era sostanzialmente autosufficiente. Era arrivato da Innsbruck il 29 aprile. Il 5 maggio ritornò a scuola. E verso la metà di maggio, fece anche il compito in classe di italiano, che era su Pirandello. Non poteva ancora studiare, perché per alcuni mesi ha avuto un problema di diplopia; per cui vedeva le immagini sdoppiate. Lui capì che per leggere doveva abbassare la testa e guardare verso l’alto; cioè usare il retto superiore. Questo costava una enorme fatica. Lui stava facendo l’ultimo anno di liceo scientifico e, al momento in cui doveva prepararsi per gli esami di stato, io e mia sorella ci siamo praticamente alternati per aiutarlo, perché da solo si stancava troppo a leggere. Imparava attraverso quello che noi leggevamo. Si è diplomato, poi si è preparato per entrare a medicina, quell’anno non ce l’ha fatta, però è entrato a biologia molecolare. L’anno successivo, dopo che aveva fatto tutti gli esami di biologica molecolare, ha riprovato il test di medicina ed è entrato a medicina. Si è laureato in corso, e a distanza di due mesi è entrato nella specializzazione di neuroradiologia. Questo era il bambino che avrebbe avuto solo le capacità cognitive di tre ani.
-Tante “sentenze” ribaltate dovrebbero sempre spingere a tenere aperta la porta della possibilità..

Ci tengo a dire che tutto questo non vuol dire che qualcuno è bravo e qualcuno non lo è. Ma semplicemente che qualcuno si rende conto che c’è un mondo che noi non conosciamo. E io dico sempre che quando qualcosa noi non la conosciamo ci dobbiamo approcciare con tanta riverenza, perché dobbiamo essere consapevoli della nostra ignoranza e soprattutto del fatto che noi possiamo colmare le nostre lacune e la nostra ignoranza, e quindi dobbiamo essere attenti a qualsiasi segnale, perché probabilmente i segnali non sono quelli che ci aspettiamo. Spesso non otteniamo risultati perché applichiamo metodi vecchi d conoscenza. Quando non otteniamo risultati forse dobbiamo cambiare l’angolazione;forse dobbiamo cercare una chiave diversa, dovremmo ampliare i nostri orizzonti. E’ quello che ho fatto io quando mi avvicinai alla terapia Di Bella. Quando mi confrontai col professore Di Bella, una volta che avevo capito che l’assoluta forza del suo metodo, le prime parole che gli dissi furono “non sono cose che io non conosco, ma sono cose che io non ho mai visto da questa prospettiva, e quindi mi devo rieducare.. è come dovere fare un corso di riabilitazione, in cui collocare le mie conoscenze in una prospettiva e con un’angolazione diversa. Per capire che cosa mi manca, per capire che cosa devo integrare, e cose devo ricercare. Perché sicuramente il metodo che applicavo non va bene per questo approccio, per questa terapia.”

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“Ci vogliono strappare l’anima”- La verità sugli ulivi del Salento

by on mag.03, 2015, under Controinformazione, Resistenza umana

Ulivi-puglia

Questo articolo l’ho scritto grazie all’input che mi ha dato Elisabetta Faggiano. Elisabetta mi ha spinto ad approfondire una vicenda in merito alla quale avevo, come tanti temo, una conoscenza molto superficiale.
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Da alcuni anni gli ulivi pugliesi stanno subendo un fenomeno di essiccamento rapido, specie nella zona del Salento. Gli ulivi ingrigiscono e si raggomitolano su loro stessi. Questa patologia vegetale definita “complesso dell’essiccamento rapido dell’olivo” (codiro) è stata riscontrata fin dal 2013 dall’Osservatorio Fitosanitario della Regione Puglia. Le zone colpite sono state soprattutto quelle attinenti alla provincia di Brindisi e alla provincia di Lecce, soprattutto il territorio del Salento.
La Regione Puglia ha portato avanti fin da subito la focalizzazione sulla Xylella come principale responsabile del fenomeno in atto. Quando nel 2013 l’Osservatorio Fitosanitario regionale aveva lanciato l’allarme per il disseccamento in atto, il suo fu anche un “allarme Xylella”, con la previsione di un piano d’azione consistente nello sradicamento di decine di migliaia di ulivi e il massiccio uso di pesticidi. Il tutto senza alcuna prova che il disseccamento dell’ulivo sia imputabile esclusiva mente o principalmente al batterio chiamato Xylella fastidiosa.
Nello stesso anno l’Italia ha informato di quanto stava avvenendo gli altri Stati membri e la Commissione Europea, indicando come responsabile di quanto stava avvenendo la Xylella fastidiosa, il microrganismo inserito dal 1981 nella lista A1 EPPO (European Plant Protection Organization; organismo intergovernamentale responsabile della cooperazione internazionale per la protezione delle piante nella regione europea e mediterranea): una sorta di lista nera di quegli agenti patogeni per i quali la Comunità Europea ha previsto misure drastiche.
La Regione Puglia ha aderito totalmente all’impostazione dell’Osservatorio Fitosanitario, ed il sei febbraio 2014 ha varato un piano di lotta che prevedeva, insieme ad altri interventi, la massiccia eradicazione di migliaia di ulivi, e interventi con fitofarmaci su ogni albero.
Poco dopo queste decisioni, venne nominato un commissario straordinario per l’emergenza, Giuseppe Silletti, Comandante del Corpo Forestale della Regione Puglia. Il piano , ha ridotto l’utilizzo dei prodotti chimici agli insetticidi per contrastare il vettore del batterio. Insetticidi che dovrebbero essere utilizzati su tutti gli uliveti e su tutti i frutteti del genere prunus (ciliegio, pesco, mandorlo, ecc.). A questo si aggiunge l’eradicazione degli ulivi infetti per una fascia di 15 km al confine con la provincia di Brindisi.
La Commissione Europea ha completamente sposato l’ “impianto” della Regione Puglia, chiedendo che si procedesse con l’utilizzo massiccio di fitofarmaci e con l’eradicazione di migliaia di ulivi. La Commissione ha dato per buone le indicazioni provenienti dalla Regione Puglia, anche in mancanza di alcuna certezza circa la reale presenza della xelylla e il suo reale ruolo sulla problematica in atto.

La linea della Regione Puglia e della Commissione Europea non è però passata nell’acquiescenza generale. Negli anni è sorto e si è consolidato un forte movimento di opposizione. Movimento nato intorno agli agricoltori locali, e con la partecipazione di associazioni ambientali, comitati di cittadini, scienziati dell’università del Salento e altri. Tutta questa realtà collettiva sostanzialmente rappresentata dal Comitato Spazi Popolari. Negli anni queste persone hanno fatto un lavoro straordinario di informazione, sensibilizzazione, attivismo sociale.
L’agricoltore biologico Ivano Gioffrida e Stefania Tundo furono tra i primi che, nel Salento, denunciarono il piano previsto e gli effetti devastanti a cui porterebbe se venisse posto in essere.

L’impostazione della Regione Puglia e della Commissione Europea si regge su alcuni presupposti:

-Il collegamento univoco tra la patologia degli ulivi e il batterio della Xylella.
-L’irroramento su larga scala di pesticidi e la eradicazione di migliaia di ulivi come unica modlaità di intervento.

Questi presupposti sono, come vedremo, messi radicalmente in discussione da chi si oppone ai piani approntati per “risolvere” il problema.

MANCANZA DI CORRELAZIONE UNIVOCA TRA LA XYLELLA E IL CODIRO
Come la rete sociale di opposizione sostiene, non è ancora stata individuata con certezza la correlazione tra la xylella fastidiosa e il codiro, la patologia del rinsecchimento.
Il percorso portato avanti dalle istituzioni pugliesi è, però, sembrato, fin dall’inizio, segnato da ambiguità, contraddizioni e spinto, quasi, da una pervicace volontà di arrivare, costi quel che costi, alle misure drastiche previste.
Lo stesso Osservatorio Fitosanitario regionale che lanciò l’allarme nel 2013 aveva indicato la Xylella come una delle diverse concause che erano state individuate alla base del fenomeno dell’essiccamento rapido. E invece poi è stata sostanzialmente “venduta” come unica e inevitabile causa.
Come ha affermato Luigi De Bellis, direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali dell’Università del Salento

“Oggi non possiamo affermare che la xylella sia la principale causa del disseccamento dell’ulivo, per il semplice fatto che non sono ancora stati svolti i test di patogenicità (i cosiddetti Postulati di Koch) sul batterio. Se non si fanno prima i test, dato che è la prima volta che questo organismo si rapporta con l’olivo, non possiamo sapere quanto possa essere dannoso da solo, in mancanza di altre agenti. Come ad esempio funghi patogeni che sono stati trovati sugli stessi ulivi”.

Va, quindi, compreso come il batterio non è presente su tutti gli olivi colpiti da essiccamento.
Inoltre alcuni studi dell’Università di Foggia hanno dimostrato che la Xylella non è il solo agente patogeno riscontrato sugli ulivi. Ma sono presenti almeno sei tipi di funghi, tra i quali i funghi tracheomicotici, cioè funghi che bloccano il passaggio dei nutrienti ai rami degli alberi.
Quindi, riepilogando,da una parte la xylella non è presente su tutti gli ulivi colpiti dal disseccamento e non si sa ancora, in concreto, fino a che punto questo batterio incida su questo fenomeno. Dall’altra parte l’unico denominatore, presente praticamente sempre, sono proprio i funghi, che sembrerebbero giocare il ruolo principale in questa problematica.

Questo primo punto, ci porta ad andare su un corollario, quello concernente la “mancata valutazione del contesto territoriale”. Il medico chirurgo, omeopata e ricercatore bioenergetico Salvatore Rainò contesta “ le scorciatoie che, sia per immediatezza che per soddisfacimento della brama di diagnosi a tutti i costi, nulla hanno a che fare con un ragionamento diagnostico.” Scorciatoie che hanno portato ad una rapida individuazione della xylella come “nemico pubblico numero uno” e ad una concentrazione su di essa, intesa, come “evento patologico distruttivo astratto”.
Rainò sottolinea come non ci si soffermi a sufficienza sulla questione della salute dei terreni in gioco; salute spesso compromessa da pratiche di diserbo tese a ridurre i costi, con sostanze velenose che anno dopo anno si accumulano. Il fenomeno dell’essiccamento avrebbe differenti modalità di manifestazione a seconda del tipo di terreno, e, quindi, anche del tipo di trattamento che il proprietario ha fatto a quel terreno. Ad esempio, nei terreni abbandonati da molti anni le piante sarebbero tendenzialmente sane. Mentre, i terreni trattati con sostanze velenose, che si sono accumulate nel corso degli anni, farebbero sì che la parte viva dei terreni risulti praticamente inesistente. Sarebbero soprattutto i terreni –e di conseguenza le piante presenti in essi- fortemente contrassegnate dall’utilizzo di prodotti chimici, quelle che sarebbero più soggetti all’emergere di patologie come questa. Il dottor Reinò dice che chiunque potrebbe fare un esperimento di questo genere: trasportare dei mucchi di rami di olivi infetti all’interno di oliveti sani e tenuti in modo congruo da sempre. Ciò che si vedrebbe è che, anche in presenza di rami di olivi infetti, olivi cresciuti in modo sano su un terreno sano non si infetterebbero.
Il dottor Rainò, cerca di fare emergere, un concetto fondamentale di quella medicina che non vive nella pura ossessione sui sintomi e sui batteri. Il concetto di “terreno biologico”; che può essere anche un corpo umano, un qualsiasi essere vivente, e, appunto, un terreno vero, e proprio e le piante. Parlare di batteri patogeni, dice in sostanza Reinò, senza considerare il “terreno biologico” è di una miopia assoluta. Queste riflessioni portano, come si è visto, a vedere proprio nell’utilizzo massiccio della “chimica” la causa principale che avrebbe favorito l’emergere di problemi come il complesso di essiccamento. La consapevolezza del ruolo negativo della chimica nel problema disseccamento è ben presente anche tra gli animatori della protesta. “Dopo 50 anni di uso massiccio della chimica –ha affermato Ivano Gioffrida- non si possono fare miracoli, ma sappiamo che possiamo ridare vita ai nostri alberi senza uso della chimica che ha causato la morte delle nostre terre.”
Partendo da queste premesse, diventerebbe delirante (oltre che omicida) affrontare questa patologia con una inondazione di pesticidi (oltre che con la eradicazione degli olivi). Come dire.. per risolvere un problema che avrebbe come causa fondamentale l’abuso di pesticidi… si provvede con un abuso ancora maggiore.
Inoltre, anche se la causa principale del problema fosse la xylella, sarebbe praticamente impossibile –come sostiene il dott. Franco Trinca, presidente dell’associazione NOGM- eliminare definitivamente la “sputacchina” ovvero il cicaleide ritenuto il vettore principale della xylella. Innanzitutto perché questo richiederebbe una quantità di pesticidi impensabile, da film dell’orrore; e poi è da ritenere che l’uso intensivo dei pesticidi genererebbe ben presto una popolazione di insetti resistenti che, sostituendosi rapidamente alla precedente, neutralizzerebbero inesorabilmente l’errata strategia proposta. Inoltre, cosa di cui si parla davvero poco, come questo batterio è già venuto una volta, non si potrebbe ripresentare, ad esempio, tra due anni? E a quel punto si ricomincia con lo sradicamento di piante e con ulteriori irrorazioni di chimica? Ma qui qualcuno potrebbe rispondere che la soluzione verrebbe da “ulivi ogm” su cui si starebbe già lavorando. Questa risposta potrebbe sembrare provocatoria; ma va detto che, nell’ambito di questa vicenda, non sono mancati i riferimenti agli interessi che, in tutto ciò, potrebbero avere, “multinazionali del crimine” come la Monsanto, “specialista”, appunto, in OGM.

APPROCCIO DISTRUTTIVO
Il piano di azione predisposto dalla Regione Puglia e confermato (anzi “accentuato”), come abbiamo visto, dalla Commissione Europea, prevede l’uso massiccio e continuativo di pesticidi su una vastissima area del Salento, che corrisponderebbe a quasi 1000 km e la eradicazione di migliaia di piante d’olivo. Parliamo anche di olivi secolari e millenari. Lo scenario che tutto questo prefigurerebbe è assolutamente sconvolgente. Circa un milione di cittadini si troverebbero a vivere in un ambiente profondamente avvelenato. Tra i pesticidi proposti dalla determinazione regionale, ce ne sarebbero alcuni, come il dimetoato, considerati particolarmente dannosi anche per le piante di ulivo che si vorrebbero “curare”.
Ma sono i pesticidi in quanto tali ad essere altamente problematici. Essi sono da tempo accusati di contaminare la catena alimentare e le falde acquifere. Ed esistono innumerevoli pubblicazioni scientifiche circa l’incidenza dei pesticidi anche riguardo a patologie gravi: cancro, parkinson, alzheimer, disturbi endocrini, sterlità di coppia, malformazoni congenite, neoplasie infantili in drammatico aumento, sindrome da ipersensibilità chimimica multipla, allergie gravi, ed ogni altro genere di problematica di salute.
Inoltre, la Puglia è una delle regioni che presentano il più alto utilizzo di pesticidi.In una suo rapporto, La Lega italiana nella lotta contro i tumori ha dichiarato:
“La provincia di Lecce detiene primati negativi in fatto di incidenza di malattia oncologica e di consumo di pesticidi: inondare le campagne e le colture di fitofarmaci è la condanna certa dei luoghi e degli organismi viventi”.
Il mega trattamento chimico previsto rischia di essere molto più devastante per il territorio e per le persone che lo abitano di questa patologia che colpisce gli ulivi.

Le misure distruttive previste sarebbero, inoltre, un colpo mortale per l’economia agricola e turistica pugliese, e sconvolgerebbero il paesaggio di un territorio, che ha nei suoi ulivi l’elemento più caratteristico. Questo ultimo aspetto si collega a ciò che dice il dott. Franco Trinca, quando parla anche di “ripercussione psicologica” che “produrrà, con tutta verosimiglianza nella popolazione salentina, il trauma collettivo della perdita di quella componente della sicurezza personale derivante da una percezione di lesione irrecuperabile dell’integrità dal proprio territoro (analogabile ad un vero e proprio lutto familiare collettivo); metaforicamente e a livello subliminale e affettivo, descrivibile come la perdita delle proprie radici di cultura, tradizioni, identità di popolo, ecc., quindi paragonabile al concetto di “sradicamento” esistenziale associato all’eradicazione dei propri amati e simbolicamente sacri olivi mediterranei”.

ALTRI APPROCCI CURATIVI
E’ possibile seguire altre strade per affrontare il problema dell’essiccamento, strade “umane”.
Ivano Gioffrida ha adottato una terapia ispirata a principi di agricoltura organica rigenerativa. Olivi che da un anno erano rinsecchiti –e quindi dati per “morti e sepolti” sono “rinati”, ritornando vivi e vitali; e la malattia non si è più ripresentata. Parliamo di circa 500 ulivi. 500 ulivi che invece di essere eradicati, sono stati “ripristinati” con modalità biologiche. E, sulla scia di questi fruttuosi esperimenti, più di 200 agricoltori, di diverse regioni d’Italia hanno cominciato a seguire queste pratiche; anch’essi con esiti molto positivi.
Questo approccio terapeutico considera la xylella un problema non in sé e per sé, ma alla stato vitale della pianta. La Xylella sarebbe innocua per gli ulivi. Ma questo fino a quando la pianta non subisce forti stress chimici, idrici, o fisici. Nel momento in cui funghi attaccano gli ulivi, la loro condizione di salute peggiora, e questo permette alla xylella di manifestarsi.
L’idea alla base dell’approccio curativo di Gioffrida è “semplicemente”.. quella di curare i funghi. Abbiamo indicato prima come quello che non sembra mai mancare negli ulivi essiccati non è la xylella, ma i funghi. Curati i funghi, la xylella si riaddormenta. Questa impostazione fa emergere ancora di più la follia di volere affrontare questo problema con un approccio distruttivo incentrato sulla xylella, quando il problema-base sono i funghi.
Queste pratiche curative non sono state accolte con interesse e attenzione da parte di tutti. C’è stata anche molta derisione, e attacchi violenti da parte di chi non riesce nemmeno a “credere” che ci possano essere altre strade e descrive gli approcci come quelli di Gioffrida come “ciarlatanerie” da “santoni”.
“Quando mi chiamano santone, offendono i nostri nonni, i vostri nonni, perché non faccio niente di meno di quello che facevano loro”, ha ribattuto Gioffrida a questi attacchi.
Come spesso avviene anche in casi analoghi, chi fa critiche liquidatorie non va, praticamente mai, a controllare di persona, a confrontarsi di persona, ad approfondire a mente libera fino in fondo una questione. Difende a priori uno schema. Il che è l’esatto contrario dell’onestà intellettuale.

I risultati benefici dell’approccio curativo portato avanti da Gioffrida sono stati documentat con foto, video e altro materiale. Documentazione che l’associazione Peacelink –che agisce anche per conto del Comitato Spazi Popolari- ha portato presso la Commissione europea per cercare di fare venire meno le intenzioni criminali che la Commissione Europea ha avuto finora; che sono in perfetta sintonia con le decisioni della Regione Puglia. Peacelink dice con chiarezza come la strage degli alberi e l’uso massiccio di pesticidi non solo sono estremamente dannosi per l’ambiente, l’agricoltura e il paesaggio del Salento, ma sono anche inefficaci nei confronti della Xylella e a fermare il disseccamento rapido degli ulivi.
Peacelink sottolinea come nonostante la Xylella sia apparsa nel 2013, non sono ancora stati effettuati test di patogenicità affidabili, o se lo sono stati non sono mai stati resi pubblici.
“La Commissione europea – scrive l’Ong al commissario Andriukaitis – rischia di condannare a morte l’intero ecosistema della Puglia sulla base di risultati di test che non hanno neanche accertato la patogenicità della Xylella in quegli alberi. I test effettuati dalle autorità italiane sono stati affrettati, parziali e inconcludenti”.
Peacelink , sulla base dell’approccio curativo di Gioffrida e degli altri agricoltori che lohano seguito e richiamandosi a quattro diversi studi del Dipartimento di Agronomia dell’Università di Foggia, sostiene come molto attendibile che il disseccamento rapido sia provocato soprattutto dall’aggressione di alcune specie di funghi, insieme ai danni provocati dalle larve di una falena (il Rodilegno giallo), che debilitano le piante e ne indeboliscono le difese. A quel punto la xylella sarebbe in grado di farsi strada; anche se questo non avviene sempre. Quindi, Peacelink ha fatto propria quella impostazione per la quale il batterio della xylella non sarebbe in grado di attaccare piante in salute, ma solo piante già malate.

Un altro approccio sperimentale terapeutico di cui si è meno parlato è quello del dottor Reinò. Esso si basa sulla cosiddetta “acqua informatizzata”. Si tratta di una sua invenzione e si baserebbe su studi che conduce da anni; studi relativi ai sustrati energetici della biologia e alla possibilità di interagire con informazioni adeguate all’interno dei meccanismi biologici. “Possiamo dire che l’acqua media un linguaggio –dice il dottor Reinò- In questo caso alle piante è stato trasferito un codice di resistenza alle malattie che le piante hanno poi ovviamente riconosciuto e replicato alle altre piante. Quando viene iniettata l’acqua informatizzata, si immettono dei segnali, delle frequenze, è come se la pianta si risvegliasse.”
Il dottor Reinò ha applicato la sua metodica tramite iniezioni intra-xilematiche all’interno di alcuni alberi, che sono stati chiamati “alberi-pilota”. Più specificatamente si è trattato di venti alberi nella zona di Torre Chianca di Lecce. Dopo cinque mesi dal trattamento, in un sopralluogo, nel quale era presente anche l’assessore regionale Nardoni e il proprietario dell’uliveto, è stata notata una ripresa totale degli ulivi trattati. Successivamente a questo sopralluogo, nessuno ha pi ricontattato il dottor Reinò.

INTERESSI SPORCHI?
Chi potrebbe avere interesse a che il piano distruttivo portato avanti da Regione Puglia e Comunità Europea venga portato avanti?
Molti pongono l’attenzione sui grandi guadagni che avrebbero coloro che segretamente puntano ad ottenere una valanga di fondi comunitari per finanziare l’eradicazione degli ulivi, ed, in tal modo, “predisporre”, ettari ed ettari di terreno per cementificazioni di ogni genere, a partire dalla realizzazione di giganteschi villaggi turistici. Come ha detto Raffaele Vescera “Nel Salento, terra ad altissima vocazione turistica, gli uliveti valgono più da morti che da vivi. Far posto agli ulivi con un villaggio turistico o un campo da golf, e bruciare i loro tronchi nelle centrali a biomasse è più redditizio. Sarà per questo che l’allarme Xylella è partito dal Salento?”

I maggiori interessi potrebbero essere quelli della multinazionali che da una parte fornirebbero gli enormi quantitativi di pesticidi richiesti per “trattare” il territorio, dall’altro fornirebbero nuove piante di ulivo, magari ogm.
Esistono anche dubbi sul fatto che la malattia in questione possa essere stata indotta. La Procura di Lecce ha aperto una inchiesta; e nell’ultimo rapporto sulle Agromafie, realizzato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, il primo capitolo ha come titolo “Lo strano caso della Xylella fastidiosa”. In questo capitolo ci si chiede come sia arrivata xylella nel Salento e a chi possa convenire.

Il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara ha parlato di “ una vicenda unica. Per i suoi contorni e implicazioni, non ha eguali. Che Xylella sia stata importata è un fatto, come pure che in questa storia paiono esserci tutti i presupposti di una guerra chimica o batteriologica”
Tra l’altro il dna del batterio è stato per la prima volta sequenziato nel 2002 nell’ambito di un progetto di ricerca che ha dato vita alla società Alellyx; anagramma della parola xylella. Questa società è stata acquistata nel 2008 dalla Monsanto, specializzata in semi transgenici. La Monsanto ha per caso fiutato l’affare per futuri colossali profitti?
Fermo restando che, come si è visto, il problema non è la xylella in sé, ma la presenza di funghi che vanno a manifestarsi su piante di ulivo che risentono di un ambiente fortemente intossicato, nel corso dei decenni, da un eccessivo utilizzo della chimica.

Alla luce di quanto finora abbiamo visto, possiamo porre alcuni punti di sintesi:

-Gli olivi colpiti dalla malattia dell’essiccamento presentano tutta una serie di problematiche, tra cui la presenza del batterio xylella è solo uno. La xylella, inoltre non è sempre presente negli olivi colpiti da essiccamento; mentre sono praticamente sempre presenti i funghi. La comparsa di questi funghi è, a sua volta, collegata, al grave strado di debilitazione ambientale di una buona parte del territorio agricolo pugliese dopo l’abbondante utilizzo della chimica in questi decenti.

-Nonostante quanto indicato nel punto precedente, la xylella è stata, fin dall’inizio, indicata dalla Regione Puglia e dall’Unione Europea come unico vero elemento distruttivo in gioco.

-Il tutto viene accompagnato da una strategia comunicativa incentrata sul “panico da batterio”; presumibilmente volto a favorire la percezione di un senso di urgenza di intervento, al fine di evitare il “contagio”.

-Il piano regionale e comunitario prevedere, per la zona del Salento, eradicazione di migliaia e migliaia di alberi e l’irrorazione massiccia di pesticidi. Ma sono proprio i pesticidi ad essere, da molti, messi sotto accusa come causa principale del verificarsi del fenomeno dell’essiccamento

-L’agricoltore biologico Ivano Gioffrida è riuscito a ripristinare la vita in circa 500 olivi, utilizzando metodi naturali. Il dottore Salvatore Reinò ha avuto positivi risultati su 20 olivi utilizzando la tecnica dell’ “acqua informatizzata. Questi approcci curativi non sono stati ritenuti particolarmente interessanti dalle istituzioni pugliesi.

-Nel 2008 la Monsanto ha acquisito la socità Alexys, la cui attività è incentrata sullo studio di questo fenomeno.

Un primo stop alla eradicazione degli ulivi è arrivato dal Tar di Lecce il 28 marzo . Il Tar di Lecce ha stabilito la sospensione delle procedure di abbattimento, accogliendo il ricorso cautelare depositato dagli avvocati del proprietario di un fondo in cui erano stati individuati alberi considerati malati. Il 9 aprile è prevista la discussione del ricorso.

Domenica 29 marzo, in piazza Sant’Oronzo, a Lecce c’è stata una grande manifestazione a cui hanno partecipato migliaia di cittadini provenienti da tutta la Puglia.

“Non siamo disponibili ad accettare che in nome di una presunta emergenza vengano distrutti il nostro territorio, il nostro paesaggio, la nostra salute e la nostra stessa identità –hanno detto gli organizzatori della manifestazione. Vogliamo chiarezza e vogliamo proporre alternative possibili per contenere il disseccamento e per non aggiungere ulteriori danni alla nostra salute già gravemente compromessa dal costante aumento, negli ultimi 20 anni, di tumori legati all’inquinamento ambientale. Vogliamo l’applicazione del principio di precauzione previsto dal Trattato europeo, e per questo facciamo appello alle intelligenze di decisori politici, scienziati, associazioni di categoria, perché si arresti per tempo quella che riteniamo una sciagura ambientale e sanitaria senza precedenti per il nostro territorio”.

Voglio concludere con una liricamene intensa dichiarazione di Tina Minerva:

“Gli olivi sono la nostra foresta. L’unico polmone verde di questa terra a tutti nota come Salento; l’unico filtro di un’aria già satura di veleni che vengono dai cementifici, dalle centrali a carbone, dalle acciaierie . Senza di loro, questa terra priva di corsi d’acqua superficiali, sarebbe già un deserto. Sono la nostra storia, i nostri avi, nella loro linfa scorre il sudore dei nostri nonni, le fatiche per coltivarli, l’amore che ce li ha tramandati. Dai loro frutti scorre la nostra economia, il condimento principale della dieta mediterranea. Vogliono eradicarne 30 mila e al contempo, farci perire sotto fuoco chimico con le promesse di miseri risarcimenti. Quanto vale la vita dei vostri figli e delle persone che amate? La svenderete o sarete pronti a lottare contro i giganti per permettergli un’esistenza dignitosa? Non lasciamoci calpestare. Senza gli ulivi non siamo niente. Ogni ulivo estirpato non potrà più essere ripiantumato, così come le querce, i lecci,le acacie, gli oleandri,i mandorli , gli albicocchi, i peschi, i ciliegi….. Se ci avveleniamo, nessuno vorrà avere rapporti con questo territorio e noi, in men che non si dica, avremo la sanità completamente al collasso, saremo noi stessi mutazioni genetiche vaganti. La storia del Salento non è divisibile, asportabile,eradicabile nelle sue peculiari caratteristiche. Il disseccamento ci ha aperto gli occhi su un disamore che ha portato al malanno. Il Salento non è un territorio che può essere preso e manipolato a proprio piacimento. Per decenni lo abbiamo permesso svendendo ed abbandonando; le terre, per molti, erano solo un peso da non voler gestire, ma da monetizzare al peggior prezzo, immediato e facile. L’ultimatum sta per scadere, tra 7 giorni potrebbero iniziare gli espianti massicci ed irreversibili annunciati solo qualche giorno fa. Ognuno di noi ritorni a curare ed a difendere ogni pezzettino di terra, così come si lotterebbe per la vita dei propri figli e delle persone che amiamo. Tutta la provincia di Lecce è considerata zona infetta, dunque nessuno si senta escluso nel suo orticello felice, perchè se verrà applicata la determina dirigenziale, non esisterà quell’orticello. Sentiamoci per una volta figli di questo territorio e fratelli.”

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