Bellezza
Un gatto, Kafka e Murakami
by Duncan on feb.01, 2012, under Bellezza, Simbolo

Si avvicina cercando di non fare cadere i libri sulla scrivania, non manca di leccarsi i baffi, e poi il suo piccolo rituale, strusciarsi le zampine anteriori l’una con l’altra.
“Non l’hanno ancora scoperto Alfredo?”, chiede il mio gatto Ciccia.
“Ancora no.. sono riuscito a non dare nell’occhio…”.
“Ma un giorno scopriranno che parli coi gatti Alfredo, e allora per te si apriranno tempi molto foschi. Magari ti usceranno come cavia da laboratorio. E prima di allora tutti gli altri ti eviteranno come unasorta di animale da bestiario”.
“Parli bene per essere un gatto Ciccia… non ho mai capito perchè…”.
“Non so, non ho mai fatto una seria riflessione su di me. Anche se il mio psichiatra dice che manco dei fondamentali..”
“Cosa sono questi fondamentali?”
“Non l’ho capito, sembra che siano una cosa che si aggiunge al cretino per farlo intelligente”.
“Sì..sarà qualcosa del genere.. Non dire al tuo psichiatra che parlo coi gatti, però. Quelli hanno intrallazzi ovunque”.
“Hai la mia parola Alfredo.. in nomine croccantinus io manterrò il silenzio”.
“Sai, credo ci siano altri che parlino coi gatti. Stavo leggendo un brano tratto da un libro di Murakami, conosci?”
“No, non sono ancora arrivato al Novecento…”
“E’ forte come tipo.. ma… beh.. mi sono permesso di trascriverti il brano.. così lo leggi con comodo… tieni è in questo foglio…”
“Grazie Alfredo, ah al posto tuo io elimineri quel papillon rosso quando sei a casa.. sa troppo cicisbeo…”
“Credo tu abbia ragione.. ma qualcuno mi ha rubato la cravattina marrone pannocchia..”
“Non guardare me.. non guardare me….”
“Va bene non ti guardo.. ma.. aspetta.. prendi il foglio con il brano di Murakami….”
“Thank’s Sir…”
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Tratto da Kafka sulla spiaggia
di Murakami Haruki
- Buongiorno, – disse il vecchio.
Il gatto sollevò appena la testa, e a voce bassa, di malavoglia
ricambiò il saluto. Era un grosso gatto maschio nero, anziano.
- E’ una bella giornata, non è vero?
- Hmm, – fece il gatto.
- Non si vede nemmeno una nuvola.
- Per ora.
- Pensa che questo tempo non durerà?
- Verso sera si dovrebbe guastare. Si sente nell’aria, – disse il
gatto nero, allungando lentamente una zampa. Poi socchiuse gli occhi e
osservò di nuovo l’uomo in viso.
L’uomo guardava il gatto sorridendo amabile.
Il gatto esitò qualche istante, indeciso su come comportarsi. Poi,
rassegnato disse:
- Hmm… si direbbe che sai parlare.
- Sì, – rispose il vecchio timidamente, e in segno di rispetto si
tolse il suo logoro berretto di cotone di montagna. – Non è che possa
parlare sempre e con tutti i gatti, ma quando le cose vanno bene ci
riesco, come adesso.
- Hmm, – commentò laconico il gatto.
- Mi potrei sedere un pò li sopra, se non sono di disturbo? Nakata ha
camminato molto e adesso è stanco.
Il gatto nero si sollevò pigramente, fece vibrare alcune volte i
lunghi baffi, e si produsse in uno sbadiglio così grande da slogarsi
quasi la mascella. – Nessun disturbo. O meglio, se mi disturbi o no,
poco importa. Siediti pure dove ti pare, nessuno te lo può impedire.
- Grazie, grazie, – disse l’uomo, e si sedette accanto al gatto. -
Sa, è dalle sei di stamattina che cammino.
- Dì un pò… hai detto che ti chiami Nakata?
- Sissignore. Mi chiamo Nakata. E lei?
- Non mi ricordo, – rispose il gatto. – Avevo un nome, una volta, ma a
un certo punto non mi è servito più, e così alla fine l’ho
dimenticato.
- Sì. Le cose che non servono si dimenticano. Anche per Nakata è così,
- disse l’uomo, grattandosi la testa. – Quindi lei on vive con qualche
famiglia.
- Sono stato allevato in una famiglia, ma si tratta di molto tempo fa.
Adesso non più. Ci sono diverse famiglie che ogni tanto mi danno da
mangiare… ma non vivo con nessuno.
Nakata annuì, restò per un pò in silenzio, quindi riprese:
- Senta, le dispiacerebbe se la chiamassi signor Otsuka?
- Otsuka? – disse il gatto un pò stupito, guardando il faccia il suo
interlocutore. – Eh, come sarebbe? Perchè dovrei farmi chiamare
Otsuka?
- No, per nessuna ragione in particolare. A Nakata è venuto in mente
così, all’improvviso. Poichè senza un nome ho difficoltà a ricordare,
ho provato a dargliene uno a caso. Può essere di grande aiuto. Sapendo
il nome, anche uno stupido come Nakata può riordinare meglio le idee.
Ad esempio posso dire: il pomeriggio del tale giorno, in un terreno
incolto del quartiere di ***, secondo cho, ho incontrato il gatto nero
signor Otsuka. E’ molto più facile da ricordare.
- Hmm, – fece il gatt. – Non capisco bene. A noi gatti tutto questo
non serve. Ci bastano alcuni elementi come l’odore, la forma, e ce la
caviamo benissimo.
- Sì, anche Nakata lo capisce. Ma vede, signor Otsuka, gli esseri
umani sono fatti diversamente. Per ricordae le cose, abbiamo
assolutamente bisogno di dare, nomi e cose del genere.
Il gatto soffiò col naso.
- Mi sembra molto scomodo.
- Ha ragione. Il fatto di dovere ricordare tante cose è terribilmente
scomodo. Ad esempio dobbimo imparare il nome del governatore, i numeri
degli autobus. Ma a parte questo, non le dispiace se la chiamo Otsuka?
Non vorrei che le desse fastidio.
- Darmi fastidio… non è che faccio i salti di gioia, ma non direi
che mi dia particolarmente fastidio. Perciò, se ci tieni, pui anche
chiamarmi Ostuka. E’ solo che non mi sembra il mio nome.
- Non sa quando mi rendono felice queste sue parole. La ringrazio
infinitamente, signor Otsuka.
- Certo che tu, anche considerando ceh fai parte degli uomini, hai un
modo di parlare ben strano, – disse Otsuka.
- Sì, me lo dicono tutti. Ma Nakata sa parlare solo così. E’ il suo
modo di parlare normale. E’ perchè non sono intelligente. Non sono
stato sempre così, è che da bambino ho avuto un incidente, e da allora
sono diventato stupido. Non so nemmeno scrivere, e non so leggere i
libri e i giornali.
- Se è per questo anch’io, non è che me ne faccio un vanto, ma non so
scrivere – disse il gatto, e si leccò il cuscinetto sotto la zampa
destra. – Eppure ho un’intelligenza normale, e non ho mai avuto
problemi per questo.
- Certo, nel mondo dei gatti è senz’altro così, – disse Nakata. – Ma
nel mondo degli uomini on sapere scrivere, o non saper leggere i libri
e i giornali, equivale a essere stupidi. E’ così e basta. Il padre di
Nakata, che è morto tanto tempo fa, era un importante professore
universitario, specializzato in una cosa che si chiama “Teoria della
finanza”. Poi Nakata ha due fratelli più piccoli che sono tutti e due
molto intelligenti. Uno è capufficcio in una grande società. L’altro
lavora in un posto che si chiama “Ministero”. Vivono in case molto
grandi dove si mangia spesso l’anguilla. Nakata è l’unico stupido
della famiglia.
- Però sai parlare con i gatti.
- Sissignore, – disse Nakata.
- Ma nessuno sa parlare con i gatti, no?
- Nossignore.
- Quindi non si può dire che sei stupido.
- Sì, no, cioè, su questo punto Nakata non sa che dire. Però Nakata
sin da quando era bambino si è sempre sentito ripetere che era
stupido, quindi ha pensato che doveva davvero essere stupido. Non
riesco nemmeno a leggere i nomi delle stazioni, quindi non posso
comprare i biglietti e prendere la metropolitana. Però sugli autobus
municipali, se faccio vedere la mia tessera di invalido posso salire.
- Hmm, – fece Otsuka, senza troppo calore.
- Per chi non sa né leggere né scrivere, trovare lavoro è impossibile.
- E allora come fai per vivere?
- Ho il sussidio.
- Sussidio?
- E’ il governatore che mi dà i soldi. Io abito in un piccolo
appartamento a Nogata. E mangio tre volte al giorno.
- E’ una vita niente male… o almeno, così mi sembra.
- Sì, come lei dice, non è niente male, – disse Nakata. – Ho un riparo
dalla pioggia, e posso vivere comodamente. Poi a volte, come adesso,
qualcuno mi chiede di cercare dei gatti. Allora ricevo un piccolo
compenso. Ma questo lo tengo nascosto al governatore. Quindi per
favore non lo dica a nessuo. Se lui sapesse che ricevo del denaro in
più, forse mi toglierebbe il sussidio. Come ho già detto, è solo un
piccolo compenso, non è molto, ma mi permette di mangiare qualche
volta l’anguilla. A Nakata l’anguilla piace tanto.
- Anche a me piace parecchio. Ma l’ho mangiata solo una volta, molti
anni fa, e non ricordo più che sapore aveva.
- Ah, l’anguilla è veramente un cibo buonissimo, unico. Non assomiglia
a nient’altro. Nel mondo ci sono tante cose da mangiare, e in genee al
posto di una se ne può prendere una simile, ma l’anguilla, almeno per
quanto ne sa Nakata, non può essere sostituita con niente.
- Hai detto che cerchi i gatti? – chiese Otsuka.
- Sì. Cerco i gatti scomparsi. Visto che posso parlare un pò la vostra
lingua, andando in giro e raccogliendo informazioni, di solito riesco
a scoprire dove sono andati a finire. E siccome si è sparsa la voce
che sono bravo, mi viene chiesto spesso di trovare i gatti smarriti.
Tanto che ormai quasi ogni giorno sono occupato a cercarne qualcuno.
Però, poiché non mi piace allontanarmi troppo, ho deciso di cercare
gatti solo nel quartiere di Nakano. Altrimenti va a finire che mi
perdo io.
- Anche adesso stai cercando un gatto scomparso?- Sissignore, sto
cercando un gatto color tartaruga di un anno che si chiama Goma. Ecco
la foto-. Nakata tirò fuori dalla borsa di tela che portava a tracolla
una fotocopia a colori e la mostrò a Otsuka.
- E’ lui. Porta un collarino antipulci marrone.
Otsuka allungò il collo e guardò la foto. Quindi scosse la testa.
- No, questo tizio non l’ho mai visto. I gatti che bazzicano da queste
parti li conosco più o meno tutti, ma questo no. NOn l’ho mai visto nè
sentito.
- Ho capito.
- Ma è molto tempo che lo cerchi?
- Allora, vediamo.. uno, due… con oggi fanno tre giorni.
Otsuka restò per qualche istante a riflettere intensamente. Poi disse:
- Penso che lo saprai anche tu, ma i gatti sono animalli abitudinari.
Di solito hanno vite piuttosto regolari, e ameno che non si trovino in
particolari circostanze, non amano i grossi cambiamenti. Per
particolari circostanze intendo il sesso o gli incidenti.
- Sì, anche Nakata pensa che sia così.
- Se si tratta del sesso, dopo un pò si calmano e tornano a casa. Tu
sai che significa desiderio sessuale?
- Sì. Non ne ho un’esperienza personale, ma più o meno so a che cosa
si riferisce. Si tratta del pisellino, vero?
- Esatto, si tratta del pisellino, – rispose calmo Otsuka. – Ma se
capita un incidente, è difficile che tornino a casa.
- Sì, è proprio vero.
- E può anche succedere che spinti dal desiderio si ritrovino a
vagare in qualche posto lontano, e a un certo punto smarriscano la
strada.
- Sicuramente, se uscissi da Nakano avrei difficoltà a ritrovare la
casa.
- Anche a me è successo diverse volte. Naturalmente parlo di quando
ero molto più giovane, – disse Otsuka, socchiudendo gli occhi come se
ricordasse qualcosa. – Quando ci si accorge di avere perso la strada
di casa, si entra nel panico. Il desiderio sessuale è un bel guaio. Ma
in quel momento non si riesce proprio a pensare a nient’altro. Non ci
si preoccupa del dopo. Il desiderio sessuale è questo. Perciò,
tornando a quel gatto… come hai detto che si chiama?
- Parla di Goma?
- Sì. Anche io vorrei fare quello che posso per aiutarti a ritrovarlo.
Un gatto tartaruga di un anno, cresciuto in una casa tra mille
attenzioni, non sa niente del mondo. E’ incapace di sostenere un
litigio, e non sa procurarsi il cibo da solo. Mi fa pena. Ma purtroppo
questo gatto non l’ho mai visto. Penso che farai meglio a cercare da
qualche altra parte.
- Ho capito. Allora farò come lei mi suggerisce, e proverò a cercare
in un altro posto. Sono veramente spiacente di averla disturbata
durante il suo riposino. Comunque, siccome penso che ripasserò di qui,
se nel frattempo le capitasse di vederlo, la prego d dirlo a Nakata.
Spero di non essere inopportuno, ma mi permetta di offrirle un piccolo
pensiero in segno di gratitudine.
- No, lascia stare. Mi ha fatto piacere parlare con te. Quando
ripassi, fatti vedere. Se il tempo è buono, a quest’ora in genere sono
qui in questo spiazzo. Quando piove, mi trovi in quel santuario alla
fine della scalinata.
- Ho capito. Allora la ringrazio molto. Il piacere è stato mio, signor
Otsuka. Anche se Nakata sa parlare con i gatti, non succede mica con
tutti di poter chiacchierare così piacevolmente. Quando io attacco
discorso, a volte mi guardano con un’aria terribilmente sospettosa,
poi senza dire niente prendono e se ne vanno da un’altra parte. Eppure
io sono andato lì solo per salutarli.
- Sì, posso immaginarlo. Tra i gatti è come con gli esseri umani, se
ne trovano di tutti i tipi.
- Ha ragione. Anche Nakata la pensa così. Nel mondo ci sono tanti tipi
di persone, e tanti tipi di gatti.
- Otsuka stirò la schiena e alzò lo sguado verso il cielo. Il sole
diffondeva su quel terreno incolto la luce dorata del pomeriggio. Ma
nell’aria c’era un vago presagio di pioggia. Otsuka lo percepiva con
chiarezza.
- Quindi tu hai avuto questo incidente da bambino, e da allora sei
diventato un pò tonto. E’ così che hai detto, no?- Sissignore,
esattamente. E’ poprio quello che ho detto. Nakata ha avuto un
incidente quando aveva nove anni.
- Ma che razza di incidente hai avuto?
- E’ na cosa che non riesco in nessun modo a ricordare. A quanto mi
hanno detto, Nakata è stato colpito da una febbre di origine
sconosciuta e per tre settimane è rimasto senza conoscenza. Per quel
periodo sono stato in un letto d’ospedale,, con un ago attaccato al
braccio. Poi quando finalmente mi sono svegliato, avevo dimenticato
tutto quanto era successo fino ad allora. La faccia di mio padre, la
faccia di mia madre, come si scrive, come si fanno i calcoli, la casa
dove abitavamo, persino il mio nome: tutto dimenticato. La mia testa
si era completamente svuotata, come quando si toglie il tappo dalla
vasca da bagno. Mi hanno detto che prima dell’incidente Nakata era un
ragazzo intelligente, con ottimi voti a scuola. Ma un giorno è caduto
di colpo svenuto e quando si è svegliato era diventato stupido. Mia
madre ormai è morta da tanto tempo, ma per questa ragione ha pianto
molto. Non si rassegnava che fossi diventato stupido. Mio padre non
piangeva, era sempre arrabbiato.
- Però in compenso sei diventato capace di parlare coi gatti.
- Sissignore.
- Hmm.
- E un’altra cosa è che sono sempre stato sano, non mi sono mai
ammalato, nemmeno una volta. Non ho carie, e on ho bisogno di
occhiali.
- Per quanto posso giudicare io, a me non sembri mica stupido.
- Davvero? – Nakata inclinò un pò la testa perplesso. – Però vede,
signor Otsuka, Nakata ha già superato i sessant’anni. E quando uno ha
più di sessant’anni, ormai si è abituato al fatto di essere stupido, e
di essere evitato dagli altri. Si può vivere anche senza prendere il
treno. Da quando mio padre non c’è più, nessuno più mi picchia. E da
quando se n’è andata anchee mi amadre, nessuno piange. Perciò se a
questo punto tutt’a un tratto mi sento dire che non sono stupido,
provo un pò di imbarazzo. Se si scopre che non sono più stupido, il
governatore mi potrebbe togliere il sussidio, e forse non potrei più
salire sugli autobus col mio permesso speciale. Se il governatore mi
rimproverasse dicendo: Ehi, ma tu non sei mica stupido!, Nakata non
saprebbe cosa rispondere. Perciò a Nakata sembra che sarebbe meglio
rimanere stupido come è sempre stato.
- Quello che vogliio dire è che il tuo problema, secondo me, non sta
nel fatto che sei stupido, disse Otsuka, con un’espressione seria.
- Ah no?
- Il tuo problema, almeno secondo me, è che tu… sei un pò delicato.
Appena ti ho visto ho notato che la tua ombra sul terreno è densa
circa la metà delle persone normali.
- Sì.
- Io ho già visto una persona così una volta.
Nakata guardò Otsuka con la bocca leggermente aperta.
- Ha già visto un’altra persona così una volta, vuol dire un altro
essere umano come Nakata?
- Sì. Perciò quando hai cominciato a parlare non mi sono stupito più
di tanto.
- E quando è successo?
- Molto tempo fa, quando ero giovane. Ma non mi ricordo niente: né la
faccia, né il nome, né il posto, né l’ora. Come ho già detto, noi
gatti non abbiamo questo tipo di memoria.
- Sì.
- E anche nel caso di quell’uomo, sembrava che metà della sua ombra si
fosse persa da qualche aprte. Era chiara proprio come la tua.
- Sì.
- Perciò mi chiedo se tu, invece di andare in giro a ritrovare i gatti
smarriti, non faresti meglio a cercare seriamente l’altrà metà della
tua ombra.
Nakata tirò alcune volte la visiera del berretto che tenva in mano.
- A dire il vero anche Nakata l’aveva un pò sospettato. Che forse la
sua ombra era piuttosto debole. Gli altri non se ne accorgono, ma io
avevo questa impressione.
- Ah, se è così tanto meglio, – disse il gatto.
- Però, come ho già detto, Nakata ormai ha una certa età, e tra non
molto dovrà morire. Mia madre è morta, e mio padre anche. Che uno sia
stupido o intelligente, che sappia scrivere o meno, che abbia un’ombra
intera oppure no, tutti, quando arriva il momento, dobbiamo morire.
Morire ed essere cremati. E quando si diventa cenere, si va nella
tomba di Karasuyama. Karasuyama si trova nel quartiere di Setagaya.
Però forse quando sarò nella tomba di Karasuyama non penserò più a
niente. E se non penserò, non mi preoccuperò più. Perciò Nakata può
accontentarsi di restare così com’è, no? E poi, se gli è possibile,
Nakata finchè sarà in vita non vorrebbe uscire dal quartiere di
Nakano. Dopo morto, lo so, mi toccherà andare a Karasuyama, ma per
quello non posso farci nulla.
- Naturalmente, sei libero di pensarla come credi, – disse Otsuka. Poi
di nuovo si leccò svelto il cuscinetto su una zampa. – Ma forse al
fatto dell’ombra faresti meglio a rifletterci su. Anche l’ombra, può
darsi che si vergogni un pò. Se io fossi un’ombra, non mi piacerebbe
restare a metà.
- Sì, – disse Nakata. – è vero. Forse ha ragione. A questo non avevo
mai pensato. Tornato a casa, ci rifletterò sopra.
- Sì, vale la pena pensarci.
I due restarono per un pò in silenzio. Poi Nakata si alzò dolcemente e
si spazzò con cura dai pantaloni ii fili d’erba che vi erano rimasti
attaccati. Si rimise il berretto sgualcit. Lo aggiustò fino a che non
ebbe trovato la giusta angolazione per la visiera. Rimise a tracolla
la sua borsa di tela.
- La ringrazio moltissimo. La sua opinione è stata per me veramente
preziosa. Stia bene: le auguro tutto il meglio.
- Anche a te, amico.
Dopo un pò che Nakata andò via, Otsuka tornò a stendersi sull’erba e
chiuse gli occhi. Ci voleva ancora un pò di tempo prima che il cielo
si oscurasse e cominciasse a piovere. Senza pensare a nulla, scivolò
in un breve sonno.
Di poche parole?… di Ciro Campajola
by Duncan on gen.16, 2012, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana, Simbolo
Questa non è una poesia.. è un inno… un Manifesto.
Se in tutta la sua vita, Ciro Campajola avesse scritto solo questa “cosa” e non avesse fatto nient’altro.. non dico scrivere.. proprio NIENTE altro… e avesse passato tuti i suoi giorni in una stanza di plastica.. basterebbe questa “cosa”.. per garantirti migliaia di anni nell’Utero della Gloria… semplicemente Grandiosa…
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Non è tanto quando tocca a te
allora
specie se la partita non ti interessa
ti giochi solo la carta necessaria a sfangarla
è quando “sta a te”
è quello il momento in cui ti metti in gioco
che scopri la tua carta
quella per te vincente
e che lo sia oppure no
non è importante
importa a te
è solo allora che saprai chi sei
quando quella carta segnerà le tue prossime partite
eliminandone qualcuna
aggiungendone qualcun’altra
quando quel che sarà
ti sarà stato dato
non solo dalle regole di un assurdo gioco
ma
per quel che hai potuto
anche da te stesso
Non è senno di poi
non bisogna aspettare per scoprirlo
lo senti da subito
è un istinto naturale come fosse un peccato originario
è qualcosa che hai dentro
è la tua natura a suggerirti le carte di volta in volta
non la tua ragione
è lei che ti porta sin dalla prima partita
a ripetere tante volte la giocata che sai non vincerà
una puntata incoscientemente cosciente di perdere
liberamente perdente
una giocata fatta pur di sedere ad altri tavoli
dove di vincere non te ne frega un cazzo
tavoli dove ti basta starci
esiliato tra gli esiliati da ogni ingranaggio
e con un buon bicchiere tra le mani
ascoltare rapito storie di chi ci sta seduto
facendone sbornia e tesoro insieme
sentirti ricco ed ebbro
e poi andare avanti così tutta la notte
a perdifiato
col cuore in gola
sudando
sentendoti
giocando
magari perfino a carte
ma giocando
non gareggiando
di gareggiare non te ne frega un cazzo
e poi magari accorgerti
che l’ultimo avventore rimasto in sala
è un’avventrice
avvicinarti istintivo al suo tavolo
mentre lo straccio già lucida il pavimento
stanco e frettoloso di riposo
e con calma
sederti e non chiederle niente
in attesa forse di qualcosa
e se qualcosa sarà
non dovrai aspettare molto per saperlo
ve lo ricorderà lo straccio ormai ridotto uno straccio
supplicante di una tregua nella quotidiana fatica del vivere
poi nel momento stesso in cui la notte diventa alba
e la serranda si abbassa sull’attimo precedente
da sapere non ci sarà più niente
è solo il momento successivo di mille momenti prima
e voi non siete lì per caso
non è orario né luogo per incontri casuali
se siete lì
è perché ci siete arrivati con le vostre occasioni
per come le avete guidate
sapete già tutto senza sapere niente
non c’è bisogno di presentazioni
dovete solo scoprire se diventerete voi stessi
un’occasione tra le vostre occasioni
Tutto sta
al valore che dai tu a quella carta
e a quanto ne dai alla posta in palio
se ne dai più a quella partita
o alla tua partita
se preferisci alzarti alla pari da quel tavolo
non affannarti troppo
non sudare
rinunciare al piatto che avresti voluto
alla “tua”vittoria
e assicurarti il meglio possibile
e i capelli bianchi
oppure andare avanti
sempre e comunque
e sempre e comunque fino al cuore di ogni cosa
non fare delle mezze misure una tua misura
mai
e fin tanto che sei vivo
di qualsiasi colore avrai i capelli
non lasciarci mai il tuo sangue a quel cazzo di tavolo
giocartelo prima nel caso
e fino all’ultima goccia
perderlo ma non disperderlo
non a quel tavolo
non è il quello tuo tavolo
e quello è tuo il sangue
se vuoi avvelenarlo sai benissimo come fare
basta rivolgerti ad altri giocatori della stessa partita
E’ così che ti conosci
non necessariamente conoscendo
la conoscenza è relativa se tu non ci “Credi”
è andando avanti a tentoni e tentativi
assaggiandoti
prendendoti anche a morsi se è necessario
non lasciandoti mai in pace
semmai intralceranno il tuo vivere
non lasciandoti mai in pace
se mai ti lasceranno in pace
è così che ti fai largo in questa vita
“quando sta a te”
facendo di volta in volta
quanto più vuoto è possibile intorno al tuo vivere
eliminando tutto quel casino
che di vuoto ne è già troppo pieno
e serve solo a incasinarti ancora di più
fino a ridurti a un ibrido addomesticato
Cazzo quando veniamo al mondo
è la prima cosa che dovrebbero insegnarci
e invece anche questo scoprirai
solo quando starà a te incassarlo
e molto dipenderà dal come saprai incassarlo
ma in seguito
comunque lo avrai fatto
ti tornerà utile
sarà un vantaggio nel setacciarti il vivere
e nel modo di incassare per vivertelo
sarai come un pazzo cercatore d’oro anche in piena merda
in pieno fango
nel pieno di qualunque altra cosa
ma sempre in pieno
non sei da mezze misure
o magari nel pieno di una pozza di sangue avvelenato di tuo
nuotando contro corrente e contro probabilità
e aggiungendo a quella fottuta pozza
anche il sale delle tue lacrime e del tuo sudore
ma senza mai smettere di cercare il tuo oro
senza mai smettere di crederci
sempre più convinto e cosciente del tuo cammino
a dispetto di quel che il tuo cammino può “sembrare”
Sembrare e vivere sono due cose diverse
ma sembra che a ricordarlo siano in pochi
e intendo
in pochi tra i pochi
quindi sta a te
consentirti o no
di vivere quel che ti fa sentire vivo
fregandotene se al mondo non piace
perché nel frattempo avrai scoperto
che il mondo
civilmente
se ne frega di quel che ti piace
che il mondo
civilmente
se ne frega del piacere in genere
preferisce ottenere piuttosto che godere
e perché anche tu
in fondo te ne freghi di trovarlo quell’oro
a te basta Crederci
è questa la differenza tra te e quelli civili
tu vuoi solo cercarlo quell’oro
battere i tuoi sentieri
evitando intralci
burocrazie
ipocrisie
posti di blocco
multe da pagare
e altre rotture di cazzo
Come vivere tra Sodoma e Gomorra
la repubblica di Salò
e quella schifosamente attuale
ed essere sempre stato multato
perché beccato a scopare dietro un’ aiuola
colpevole di calpestare i giardinetti e disturbare i vicini
urlando amore a squarciagola
eccola la civiltà:
bandire ogni naturale forma di umanità
in nome di qualunque immoralità
purché serva
ed è questa forse la carta che io
in questa civiltà
mi son sempre giocato
gridare disturbando i vicini
pagare multe pur di urlare i miei orgasmi
il mio amore
puro o profano che sia stato
ed è
convinto più che mai
che l’amore profano
è soltanto un vecchio scherzo da preti
Il “quando sta a te”
viene fuori in momenti estremi
dove anche tutto l’oro del mondo
non serve più
perché di più non c’è niente più
ma non è così
lo sembra
lo sembra perché sentiamo troppo
ma ascoltiamo poco
vediamo troppo
ma osserviamo poco
ci piace distrarci
a volte ci conviene
altre siamo incapaci
ma al momento estremo
spesso
ci accompagniamo noi stessi
e questo non ci piace ricordarlo
Il quando sta a te
te lo giochi ogni volta che ti schieri
o dalla parte del naturale
della grazia
del semplice
del rispetto a dispetto del sopruso
del sorriso a cospetto del ghigno
dell’umiltà in faccia all’arroganza
del significato sincero del “buongiorno”
del grazie se hai avuto cortesia
e del prego se ne hai data
insomma
del “niente di chissà che”
semplicemente del normale
del notare il bisogno in occhi troppo dignitosi per chiedere
e farne istintivo un tuo dovere ascoltare
nient’altro servirebbe alle civiltà di turno
Oppure adeguarti all’inciviltà
solo perché ti dicono che è la “civiltà”
calpestando in nome di questa l’umanità
la dignità invece che i giardinetti
l’andare naturale delle cose
la gentilezza
l’armonia
calpestando il sorriso e il pianto
senza una spalla disponibile
sempre da solo
non un orecchio che ascolti
non senza delegare altre orecchie
che poi a loro volta delegano
e l’amico ti manda da chi di dovere
e chi di dovere ti da l’indirizzo esatto
da chi di dovere andare
e tutti saranno giudici
e se avranno camici bianchi
ti delegheranno in camere con pareti e letti bianchi
e se avranno camici neri
ti delegheranno in camere con sbarre e camicie grigie
e in quelle stanze tu vorresti solo delegarti a Dio
ma non puoi
sei già all’inferno
Eccola la civiltà
vietare il sesso sotto le stelle
ma permettere quello malato e nascosto
sporcare l’amore
impedire i giorni a modo tuo
se non entri nei suoi
giorni affidati soltanto alla tua buona stella
e alla tua costanza nel coltivarli ogni mattino
senza bisogno d’altro
senza bisogno della civiltà
quei giorni che alla somma totale
basterebbero a avanzerebbero
per sentirti in pari almeno quella volta
perché è solo quella la volta
che vuoi sentirti in pari
non un minuto prima
un minuto prima vuoi ancora giocare
Ma la somma dei tuoi giorni
non dà il giusto peso ai giorni
bara
in questa civiltà di giusto
non c’è rimasto un cazzo di niente
tanto meno il peso
la bilancia è tarata
certi pesi non hanno peso nel vuoto
tutto è a vantaggio dell’inciviltà
neanche i “tecnici” sanno farli questi conti
pare che ciò che sia umanamente possibile fare
sia diventata la cosa più difficile da fare
E allora sta ancora a te
o arrivi a morire per vivere
o tanto vale morire
e chiederai con vergogna a Signora Vita
di spalancarti le cosce per far scempio della sua natura
di amarla così
contro natura
non è così che avresti voluto
ma è l’unico modo che hai trovato per entrare in lei
per vivere vivendola
l’unico modo in cui riesci a vivere
orgasmo comunque e vaffanculo
e allora punti il peggio a quel fottuto tavolo
perché se il piatto non offre nulla
tu preferisci il peggio al nulla
non puoi farci un cazzo
è un dato di fatto
nel mio caso un dato di fatto
in uno che si è fatto e ha già dato
Come Roberto
anche lui si era fatto e aveva già dato
o almeno così credeva
e noi più di lui
lo incontrai in quelle strade nuove
che ci portarono sulla strada di Kerouac
e di mille altre nuove letture
di musica nuova
di volti nuovi e diversi da tutti gli altri
di voci nuove
discorsi nuovi
lo incontrai quando ancora ci facevamo di tutto
tranne che di droga
a lui piaceva Hemingway
amava la sfida nei suoi versi
e gli piacevano il rock
soprattutto quello duro
e le donne
soprattutto quasi tutte
e poi dopo un po’ gli piacquero anche le droghe
soprattutto l’eroina
ma proprio a lei un giorno disse basta
Tra di noi fu il primo a farlo
noi non capimmo
dell’eroina conoscevamo solo il lato migliore
e pensavamo ancora che ne valesse il prezzo
non potevamo immaginare il conto finale
andammo avanti a farci
lui andò per la sua strada
Quindici anni dopo quel giorno
lui aveva un lavoro una donna e dei figli
aveva una nuova vita
ma sempre quel dannato pezzo mancante del mosaico
quel vuoto che non a caso cerchi di riempire in tutti i modi
un vuoto pesante come una spada di Damocle
Erano passati quindici anni
quindici anni sono un vita in certi casi
non nel suo
quel mattino l’eroina era arrapata
sedurre lui
suo vecchio amante
fu un gioco da ragazzi per lei
vecchia troia
Si infilò nelle vesti di un amico vicino di casa
tossico e disperato come lo era stato Roberto
e gli chiese aiuto per bucarsi
non riusciva a trovare una vena
erano quasi tutte bruciate
fu così che lo sedusse
le bastò mostrarsi
farsi annusare
Un unico amplesso
come ai vecchi tempi
morì con la siringa ancora nel braccio
nel cesso del suo posto di lavoro
erano passati quindici anni
quindici
stramaledetti anni
E allora conoscerai anche il prezzo dell’amore contro natura
e a sostenerti avrai soltanto le tue letture
la tua musica
l’umanità avrà altro da fare
e la civiltà sarà schierata con il prezzo
così Bukowski ti dirà che i belli non ce la fanno
ma che non invecchieranno mai giocando a dama nel parco
resteranno belli lasciando i brutti alla loro brutta vita
ed Hemingway ti ricorderà
che se hai paura della morte non potrai mai vivere
perché nei momenti di vera passione
la dimentichi la paura
come quando fai l’amore con una vera meraviglia di donna
e non c’è spazio per nient’altro in quel momento
perché l’amore totale crea una tregua con la paura
perché la paura deriva dal non amare
perché è la paura di amare che rende vigliacchi
e un uomo vero e coraggioso
è capace di guardare diritto negli occhi la morte
perché ama con sufficiente passione
da spazzare via anche la paura della morte
che poi ritornerà
e tu dovrai rifare l’amore
e dovrai rifarlo bene
con la stessa passione di sempre
e ti sembrerà assurdo che tra miliardi di persone
le uniche che ti parlano e che ti ascoltano
sono persone morte da un pezzo
morte di troppa vita
o per troppa vita
disposte a morire in qualunque momento
Allora il tuo rock incendiario
comincerà a sfumare in note blu
e il blues diventerà tua musica e vita
tua personale colonna sonora
e a ogni dolore seguirà un risveglio in te
e a ogni risveglio
avrai una cicatrice in più
ma sarai un po’ più vivo
meno accomodante
più combattivo
e continuerai per i tuo sentieri senza battere ciglio
ti fidi sempre più dei Grandi e meno dei civili
ti senti solo tra questi civili
e da solo è difficile trovarti
Scoprirai che i Grandi non sempre nascono Grandi
e non sempre arrivano a diventarlo
ma non per questo saranno meno Grandi
e scoprirai che a volte diventarlo
può toglierti la grandezza
scoprirai che non c’è poi molta differenza
tra l’Hemingway che hai letto
e certe persone che hai incontrato
troverai i Grandi nei posti più assurdi
nella puttana che ti raccatta per strada e ti rimbocca le coperte
col suo volto sfacciato e provocante
dove tu vedrai riflesso il volto immacolato di tua madre
o nel barbone nel tuo stesso posto
nella tua stessa notte
mentre tu aspetti infreddolito la tua dose
e lui ti invita a riscaldarti al suo fuoco e al suo vino
senza chiederti niente
e senza dirti niente
e a te sembrerà di ascoltare lo stesso coraggio
muto e forte
che tante volte hai ascoltato nei tuoi vecchi libri
e allora quell’uomo
lo metterai accanto a Hemingway sullo scaffale della tua memoria
e imparerai a vivere due vite in una sola
come un equilibrista su due fili
uno sotto e l’altro sopra di te
quello dove ti tocca vivere
una lama sotto i piedi
che ti permette il passo nel ghiaccio
ma ti squarcia ogni passo
e quello che ti fa vivere
il mondo che popola la tua mente
il tuo pensare
il tuo vivere
la tua pelle dalla quale non puoi fuggire
e così anche tu ti servirai del “sembrare”
ma lo userai per essere
una buona sfangata
imparerai a sembrare di esserci quando non ci sei
e ad esserci quando non sembra
da una parte avrai la civiltà da evadere
e da un’altra il tuo mondo per poterlo fare
E dovranno passare ancora miliardi di aghi nella tua carne
e miliardi di prezzi dovranno bruciare
e poi andare in cenere
prima di gettare quella siringa
dovrai arrivare come sempre al cuore
anche della morte
all’ultima goccia di sangue
e starà di nuovo sempre e solo a te
riacciuffare la vita con quell’ultima goccia rimasta
dovrai morire per tornare a vivere
le mezze misure non sono la tua misura
ma se vincerai quella partita
dopo conoscerai una strada in più per cercare il tuo oro
saprai che non è quella percorsa fino ad allora
però anche quella ti servirà nella tua strada
e sarai ancora lì
in piedi
stanco e confuso più che mai
ma ancora in cerca del prossimo rigo
E armato d’alcol e sigarette
fronteggerai l’ ennesima notte
con spalle appesantite guardate a vista
da musica stanca di ripetersi per niente
ed è allora che nel tuo blues
entrerà discreta la tromba di Chet Baker
e ti alleggerirà da tanto peso
e nel tuo sangue
arriverà calda la voce di Billie Holiday
e ti scalderà da tanto freddo
ed è proprio quello che ci voleva
e la musica lo sapeva
perché come tutto il resto
anche la musica che scorre nel tuo sangue
l’hai setacciata tu
l’hai coltivata tu
e la musica arriva sempre al momento giusto
nel posto giusto
E come un gatto domestico
in cerca di rischi per le tue abitudini
ti sentirai niente
ma non ti sembrerà attorno ci sia di più
un ampio zero con tanti posti a sedere
e con tanti altri già occupati
e cercando il prossimo rigo
abbasserai gli occhi e alzerai il bicchiere
una disperata ricerca di un qualsiasi ancora
e il prossimo rigo è già scritto
ma è il più difficile da scrivere
e tu sei ancora lì
ancora in piedi
e sei quello che sei
e potresti essere il risultato di ieri
se solo
non lo fossi stato già l’altro ieri
se non lo fossi sempre stato
Allora cambi arredamento
tieni l’essenziale
riempi il bicchiere
accendi una sigaretta
e chiedi alla musica un ulteriore sforzo
e lei per te lo farà
ti darà altro carburante
e tu ripartirai
senza nemmeno più sapere se quello che cerchi è oro
ripartirai in cerca di un segreto
e incontrerai altri Grandi
e spierai i loro segreti
e conoscerai un bambino coi capelli bianchi
e tante storie alle spalle
un bambino entrato in carcere con i capelli ancora neri
e tante storie ad aspettarlo
un bambino con tanta fame e nessuna scelta
Un bambino diventato uomo in quell’assurdo posto
e sfidando anche l’assurdo
trovando anche una coscienza nell’assurdo
una coscienza che non sapeva di avere
che ha scoperto nelle tue stesse letture
anche lui
come te
si è aggrappato a quei libri per evadere
una coscienza che cambierà la sua vita da detenuto
che non lo farà più sottostare a nessun sopruso
e che per questo
lo porterà dal carcere a un letto di contenzione
ma lo aiuterà a sopportare anche quel letto
quella coscienza
che quando poi tornerà in libertà
lo farà restare bambino
lo renderà un uomo libero
per sempre
E tu lo incontrerai in una notte assurda
dentro un bar di un paese assurdo
mentre scrive i suoi pensieri su un foglio di carta
e a te sembreranno immortali
e ancora più vivi
perché impreziositi da decine di errori grammaticali
e allora scoprirai un altro segreto
E scoprirai che il segreto dei grandi
è non sapere di esserlo
è fare i conti con le proprie insicurezze
le proprie sconfitte
insoddisfazioni
con un quotidiano da sempre ostile
cercando ancora di capire
Il segreto dei grandi è specchiarsi al mattino
e trovarsi un segno in più sul viso
la stanchezza di una ruga
e poterla attribuire alla fierezza dello sguardo
giovane
indomito
proteso oltre le ferite
Il segreto dei grandi è nel dare senza accorgersene
è sostituire con una poesia una vecchia bandiera
bisognosi comunque di un’arma
perché quella bandiera non diventi bianca
Il segreto dei grandi è nascosto nella semplicità
tenuta in vita da un’innata ingenuità
i grandi non sono mai furbi
e difficilmente vincono
e di vincere non gliene frega un cazzo
i grandi provano
credono
osano
dal primo all’ultimo giorno
e l’ultimo giorno saranno impegnati
e il giorno dopo sicuramente ricordati
Il segreto dei grandi
è di non conoscere paroloni
quelli rompono solo i coglioni
i grandi siedono al tavolo con te
e magari ascoltano
ancora ascoltano
e dopo a fine serata
quando ti alzi e paghi le tue birre
ti rendi conto che per quello che hai preso
non hai pagato un cazzo
E finalmente capirai
che per quanto a volte il posto più comodo
può sembrarti un cappio da cui penzolare
e il bandolo della matassa è sempre più lontano
tu
se vuoi
puoi ritrovarti sempre
sta a te
Ora sai che certe facce
possono ucciderti solo guardandoti in faccia
e che puoi trovarle dietro una scrivania
dietro una famiglia
o magari dietro una pistola
che gli basta un ruolo per sentirsi uomini
ma sai anche che sono maschere
maschere addomesticate da secoli mandati giù a memoria
sai che per quanto possano scopare
mangiare e guardare il mare
saranno sempre frigidi nell’amare
il loro amare è compreso nella parte
Sai che è difficile accettarlo
ma sai anche che è proprio allora
quando ti guarderanno troppo da vicino
e ti daranno la nausea
che il tuo desiderio di vita
diventa più forte di tutti loro messi insieme
ed quello è il tuo momento
la tua vita
quella che loro non potranno mai capire
né sapranno mai vivere
la vita che tu non vorresti mai perdere
E’ il momento che non potranno mai toglierti
è la tua vittoria
sai che per quanto tutto possa sembrarti senza senso
non rinunceresti mai a passare le mani sul viso di una donna
fosse anche di una sola
anche per una volta sola
a respirarle la pelle
e sentirla scivolare come verità sotto le dita
senza intoppi
e sai che ogni volta che la bacerai quel mondo resterà fuori
Sai
anzi hai imparato
che vale sempre la pena aspettare il domani
che qualche momento incontaminato si trova sempre
basta cercarlo
sta sempre e ancora a te
ogni volta
e allora non avrai regalato i tuoi momenti
a maschere che non potranno capire
E magari ricorderai di essere sempre passato
per uno di poche parole
e rileggendoti ora forse capirai perché
parli poco
ma scrivi troppo cazzo
no
le mezze misure
decisamente non sono la tua misura.
c.campajola
The Last Ride
by Duncan on gen.16, 2012, under Bellezza, Ispirazione, Poesia

A dirlo prima è maledette buffo,
le scale non sono mai state così lucide,
i cassonetti bruciavano,
ma le sale mai così lucide,
a pensarci prima è così buffo,
anche le scarpe sono lucide,
fingi una sicurezza che non hai,
non ora,
ma a fingere già stai un pò meglio,
non è un rumore di chitarre?
erano bianche le navi,
tutte le foto si persero,
a ricordarlo ora non sembra vero,
trascinasti tutta la tua polvere da sparo
mentre gli anni ti sputavano nell’occhio,
e le lettere diventavano chilometriche,
il ilo non è spezzato,
ora le scale lucide sorridono a metà,
e il rumore delle gomme arriva alle finestre,
su tre carte, due sono barate,
ma tu scommettesti sul pallino della fiera,
quello che mettono in bocca,
dietro la lingua,
mentre nascondolo il fazzoletto,
era facile dirti allora che portavi un cappello a sonagli,
e i libri erano finiti,
e un picco antro ti attendeva
tra carte e noia,
la musica Madre ti caccia il latte da piccolo,
e ti fa vederei fantastmi,
e i fantasmi, i fantasmi non ti abbandonano mai,
poi i coltellini, sfregiano gli zaini,
salsa di merende sui corridoi,
un bafometto al posto del cappio,
in sala mensa scimmie ridono,
prestami i tuoi giochi,
ci incontreremo dove inizia la quercia,
alla fine del rumore,
vanno e vengono le onde,
è buffo pensi,
mentre scali le scale lucide,
ma come sono lavate bene?
cosa usano?
sembra che ti specchiano anche l’anima
oltre al fegato,
è buffo pensare che filo è rimasto solo
a tenere in bilico il mondo,
quel fino lasciato nei nascondigli segreti,
e tutti i necrologi scritti in anticipo
adesso dove sono?
Se almeno quel cappello non mi sorridesse,
certi corridoi non li vorresti
per amici,
ma ci sono,
come tutti questi coriandoli,
è buffo che la donna delle carte
ti sputò nel piatto
e ti dichiarò spezzato,
Non era vero che le stanza
hanno il fiato corto,
come tutti i tuoi piccoli pugni,
acido muriatico nella fame,
ma la fame è ancora qui,
stele di legno,
cartelli a impulsi elettrici,
angoli di pietra,
mi portasti nel cerchio delle Streghe,
per il mercato delle vacche
avreste diviso le mie palle,
eppure, lo vedi?
stessa terra, stessi fiumi,
sapevo sempre controlalre le ore,
allungavo la lingua,
per accartocciare il tempo,
le bocce si incontrano a metà,
la mano è solo una parte,
il resto lo vedi prima
prima di tutte le ore,
Le scale lucide,
su su, l’adrenalina sale,
ora ricordo
chi tirò i dadi dimenticò il trucco
e il tuo sorrisò dilagò tra i carnefici,
come il miele il sogno entrò in me,
e in quel delirio eoni di purezza,
c’è un sole pallido nel buco della serratura,
Un giorno fu una Quercia,
è buffo pensare cone le storie ritornano,
e le avventura non finiscono mai,
a 12 anni leggevo fino a tardi,
accendendo il lumino sotto le coperte,
Frodo arriverà al monte Fato, mi chiedevo,
o l’Ombra lo inghiottirà,
ti consegnai una pietra quando le ore erano giovani,
ci rivedremo ancora disse lo specchio,
E adesso,
giacca e pantaloni nuovi
barba e capelli fatti,
scarpe lucide,
e queste scale lucide,
e non so se questo coraggio durerà fino all’ultima scala,
chi avrà la meglio alla fine della fiera?
ti travestirai ancora?
c’è un gufo dietro ogni morte?
o il tuo sorriso devasterà il mondo?
e se la sabbia passa tra le dita..
cosa è?
i kapò sono lontani allora..
solo queste scale lucide….
così lucide…
I mondi di Barbara (Il demone di Michail Jur’evič Lermontov)
by Duncan on dic.12, 2011, under Bellezza, Scienza

Ritorna Barbara Lazzarini con la sua rubrica dedicata ai suoi mondi, i suoi amori, le sue visioni..
L’appuntamento di oggi è d’eccezione, in quanto dedicato ad un momento sublime della letteratura…. Il demone di Michail J. Lermontov.
Con Barbara la letteratura diventa passione dove l’educazione è anima che viaggia tra il sentimento e il rigore, in una pulizia profonda che brucia di inconciliabili tensioni e di rinnovate rivoluzioni.
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Il demone di Michail Jur’evič Lermontov
Ho sempre amato solo i ribelli, quegli esseri che non si piegano agli ordini, che disubbidiscono perché non continui ad esistere il vertice da cui debba partire l’obbligo a uniformarsi. Così quando m’imbattei in Lermontov, uno dei massimi esponenti del Romanticismo russo, il suo poema “IL DEMONE” fu subito, per me, il simbolo del dissenso, la forza del vero contro quel che si proclama forzosamente giusto.
Se il più alto debito letterario Lermontov lo deve a Milton e al suo “Paradiso perduto”, tuttavia, “il demone”, resta un poema laico, filosofico, metafora di quello a cui si rinuncia per mantenere fede a se stessi.
In breve questa è la trama:
Un potente demone orgoglioso e amareggiato si aggira sulla Terra. E’ immensamente sofferente, deve scontare la sua condanna di insorto in eterna solitudine. Nel Caucaso scorge Tamara, è una fanciulla bellissima. Lui se ne innamora perdutamente. “Gli eroi lermontoviani si accendono senza rimedio, e amano con un’ostinazione furente…” (Ripellino)
Nel poema il comune, banale sentire è ribaltato e la maledizione viene dal cielo: è la negazione dell’amore per chi come lui, non ha rispettato la legge suprema: Che far senza di te di questa vita eterna, dell’infinito estendersi del mio regno? Il mio tempio è vuoto: manchi tu che sei il mio Dio
Quando Tamara gli chiede che ne pensi di dio il demone fierissimo le risponde:
Non ci degna nemmeno d’uno sguardo.
Il cielo gl’interessa, non la terra!
Inesausto nel suo ribellismo titanico, per spezzare un destino che rifiuta, per la sua libertà, il demone scende nuovamente in guerra.
E’ un vero e proprio scontro tra titani quello che sottende tutto il poema e che si rivela solo all’analisi meno superficiale. All’amatissima Tamara lui parla in sogno, assorto e disperato, secondo i tipici toni romantici:
Io son colui che tu nella silente
notte hai sentito accanto a te presente,
il cui pensiero al cuor t’ha bisbigliato,
la cui tristezza tu confusamente hai inteso,
la cui immagine hai sognato;
colui che ogni speranza che riviva
fa cenere, colui che ognuno schiva
ed a cui impreca ogni essere vivente.
Per me lo spazio e il tempo sono niente:
sono il flagel d’ogni mio schiavo umano,
di conoscenza e libertà sovrano,
colui che il male impone alla natura,
il nemico del cielo, eppur se vuoi,
il mio poter depongo ai piedi tuoi.
A te ho portato in umiltà
la pura preghiera dell’amore, a te il tormento
ch’io provo in terra, per la prima volta
e le mie prime lacrime terrene…
Lui le appare bellissimo nella sua dolente fierezza, Tamara lo bacia, poi, pentitasi d’aver provato qualcosa per un essere tanto esecrabile, si ritira in un convento dove muore.
Le illusioni scemano, il demone torna a sentire il dolore della sua potenza, la sua protesta è disperata, non può, per legge, disertare la sua condizione, è prigioniero della propria infinita natura di ribelle: “e spesso, molto spesso gli uomini invidiava. Essi hanno la speranza di riscattarsi, ed anche la speranza del mortal sonno. Meglio sopportare tutti i loro tormenti che una goccia dei tormenti infernali” .
La sua sconfitta altro non è che il simbolo della rassegnazione al male. Proprio lui che paradossalmente avrebbe dovuto incarnarlo quel male, per volontà del “bene”, è stato dal bene perpetuamente esiliato. Tenuto lontano dalla possibilità d’amare è obbligato a odiare.
per sé solo vivere, e nella noia,
e in questa lotta senza mai vittoria,
In questa lotta senza mai la pace!
Il lungo monologo in cui l’autore romantico fa sussurrare al demone l’amore che non riesce a non provare è biografico, Lermontov amò disperatamente Varvara Bachmeteva, ed ebbe come il grande Puskin una breve e sfortunata esistenza, infatti, proprio come Puskin, morì in duello per amore quando non aveva ancora compiuto 27 anni.
La cornice naturale e selvaggia è anch’essa demoniaca, ma profondamente amata, lui, l’autore, ne è intriso, è il suo faticoso, ostile, feroce Caucaso, che fa da sfondo a tutte quante le opere del poeta, A te Caucaso, cupo signore della terra, consacro il trascurato verso…ovunque t’amo.”
Salutamos Socrates
by Duncan on dic.12, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia

Inserisco oggi un pezzo dedicato a Socrates pubblicato sul sito Come Don Chisciotte (http://www.comedonchisciotte.org/site/index.php).
Non so se Socrates fosse davvero come lo descrive l’autore di questo pezzo, se anche se non ci fosse mai stata un’età leggendaria del calcio, come è stata descritta in tanta letteratura sudamericana… ormai quel mito è entrato nelle pieghe di quel territorio che dalla fantasia si innerva nella realtà, come certi libri che non esistettero mai, ma ora esistono, perchè la fantasia ha generato un sogno che si è radicato nel passato, come epopea di un reale creduto e visionario.
Socrates.. solo un brasiliano poteva giocare così…
classe ed eleganza.. il lusso di rendere un rozzo banale gioco, da alcuni chiamato calcio… avventura di ragazzi mai cresciuti.. poesia…
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La morte di Socrates, a cui assisto senza sprofondare nella tristezza, simbolizza in qualche modo la morte del calcio. Sembra, anche, un simbolo per ritrarre questa epoca di merda: senza sogni né esagerazioni, senza disubbidienza né disperazione, senza sete di giustizia né di alcool. Questo sozzo mondo borghese ci ha privato di tutto quello che c’è di uono, calcio compreso. È questo un mondo di automi rassegnati, aggrappati alla spazzatura delle proprie auto, ai cellulari, alle fantasie dei giochi a premi. Questa borghesia di merda, mediocre, superba nella propria ignoranza, autistica, incapace di amare e di odiare, di provare rabbia.
Questi umani androidi odierni, dai sentimenti ridotti e meschini, dalle avarizie valutate dalle azioni, portatori di culi e tette posticce, sale da pranzo dai cibi “light”, cultori della salute fisica, piccoli girini che vanno per le strade a senso unico…
Sappiano, i rozzi, che vedere giocare Socrates era come leggere, ad esempio, Italo Calvino: c’erano nel suo gioco bellezza, tenerezza, intelligenza. Era come vedere un quadro di Renoir, pieno di luce e di colori. Come ascoltare la musica di un valzer.
Non correva, non stringeva i denti, non ci metteva le “palle”: era dalla parte dell’eleganza, della maestosità, i suoi passaggi erano un “tocco” di distinzione. Vederlo giocare riempiva gli occhi, e placava l’anima.
Questo calcio spazzatura di oggi, giocato da pupazzi che sono milionari prima ancora di essere persone, è un insulto per il calcio giocato da Socrates.

Non è solo il calcio ad essere in lutto, ma anche la poesia, la bellezza, la natura stessa.
Andiamo Jobim, Vinicius, Maisa Y Chico, Caetano ed Elis, Joao ed Elsa Soarez, María Betanhia e Milton Nascimento e Ari Fangoso e tutte le ragazze di Ipanema e tutti i fannulloni che suonano la musica che accompagna il corteo: è da poco morto un altro frammento del sogno.
Postilla:
(Frammento di un appunto di Waldemar Iglesias pubblicato sul Clarín di Buenos Aires).
Addio, amato dottore
Socrates fu uno dei grandi centrocampisti degli anni ’80. È stato un grande anche fuori dal campo, che osò lamentarsi contro la dittatura brasiliana nei giorni più difficili. È morto di domenica, vinto da un rivale che lottò per sconfiggerlo senza riuscirci: l’alcool.
Antonio Falcao ci ha offerto l’armonia delle sue parole per raccontarcelo:
“Era l’antitesi del buon atleta: rifiutava gli allenamenti individuali o collettivi, e anche l’astinenza: soprattutto dal sesso, dall’alcool, dal tabacco, dalla vita notturna e dalla chitarra (che suonava). Persino il suo nome rifuggiva le convenzioni: Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Studiava medicina mentre giocava, si addentrò nella politica e analizzò il binomio dirigente-giocatore dall’ottica delle relazioni lavorative.
“Si diede alla cittadinanza con impegno, essendo assolutamente solidale coi compagni di lavoro. Per usare il termine tipico dell’incapace e ignorante dittatura militare brasiliana, Socrates era un sovversivo. Anche se, dal punto di vista strettamente democratico, un sovversivo cordiale e salutare, di grande utilità per l’umanità tutta.”
È stato sempre orgoglioso del suo sguardo sul mondo, dei suoi messaggi, quelli che, quando ancora era nel calcio, osava offrire in disparte, una cosa che poi si è trasformata nel suo marchio di fabbrica. Negli anni ’80, ad esempio, questo ammiratore del Che Guevara fu partecipe e ideologo di un’iniziativa che meravigliò il suo paese e l’ambito sportivo: il Movimento Democratico Corinthians che fece sì che il club paulista si affidasse a elezioni democratiche interne. Un simbolo inequivocabile del rifiuto della dittatura, che cominciava a ritirarsi dopo due decenni di potere.
Si professava di sinistra. E dalla sua ammirazione per Fidel Castro è arrivato il nome per uno dei suoi figli. A riguardo, Socrates raccontò una volta, in un’intervista rilasciata alla BBC, il seguente aneddoto: “Quando diedi il nome di Fidel a uno dei miei figli, mia madre mi disse: ‘È un po’ un nome forte per un bambino.’ Le risposi: ‘Mamma, pensa a cosa hai combinato con me’.”
Si racconta che si sarebbe potuto chiamare anche John, da Lennon, un altro dei suoi personaggi più apprezzati.
Il cavaliere errato.. di Ciro Campajola
by Duncan on dic.09, 2011, under Bellezza

Pubblico oggi questo magnifico racconto di Ciro Campajola, di cui già altri pezzi preziosi sono presenti in questo sito.
Il racconto di oggi non sfigura dinanzi alla migliore letteratura.
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Si svegliò!
Una fortuna considerando i suoi trascorsi.
Era la parte più difficile della giornata e diventava più difficile ogni giorno che passava.
Di scatto saltò giù dal letto convincendosi di essere un osso duro, il tempo di una sigaretta e già non ci credeva più, “ vivere difendendosi dalla vita non può essere la vita”, gli suggerì la stanchezza del suo volto dallo specchio.
Sbirciò oltre la finestra, la vita somigliava sempre più a un telefono cellulare: alienazione sotto forma di conquista.
Era andato a puttane tutto il senso dei grandi navigatori, oramai si esploravano soltanto i successivi gradi della frenesia, il mondo non faceva altro che nascondere la propria decadenza.
Richiuse le tende come un pietoso velo e mise un disco di Chet Baker, poi accese una seconda sigaretta e chiuse gli occhi su tutti gli altri attimi esistenti.
In momenti come quelli riusciva a trovare sempre un senso.
Quella tromba…….. madonna quella tromba!
Quella tromba non faceva solo musica, quella tromba raccontava le rughe di tutta una vita, ogni sua gioia, ogni brivido, ogni orgasmo, ogni lacrima, ogni dolore.
Raccontava la forza dei cuori spezzati, la loro fame del dopo, la sazietà delle anime senza rimpianti.
Forse la vera vita era racchiusa proprio nella musica, è lì che tutte le lacrime diventavano soltanto di gioia.
Fece un paragone con la sua storia, un casino!
Un arcobaleno di colori bollenti rovesciati sulla pelle, una tempesta di vento sopra un prato di foglie secche.
La maggior parte del tempo non aveva fatto altro che perdere tutto ciò che di volta in volta era riuscito a conquistare.
La sua smania di cercare gli aveva fatto trovare spesso e volentieri solo tanta merda, gli aveva sempre fatto smarrire la propria strada.
Era assurdo pensare a tutte le volte che si era messo in condizioni di dipendere dal nemico; alle galere, alle comunità per tossicomani gestite da spacciatori di interessi, a tutte le volte che aveva dovuto consegnare il proprio corpo ferito a un ospedale e la sua anima agonizzante a medici che le avevano dato il colpo di grazia, a tutte le volte che il proprio corpo ferito, la sua anima assassinata, si erano affidati a un veleno per tirare a campare, a tutte le scopate che s’era fatto solo in alternativa al suicidio, a tutte le volte che s’era perso la scopata della vita.
Diverse stronzate , stessa frenesia!
Aveva passato più tempo a cercare di non impazzire che a vivere.
A volte pensava che proprio questo alla fine lo aveva fatto impazzire ma non gli dispiaceva particolarmente, ci trovava perfino dei lati vantaggiosi, si sentiva molto più a disagio quando ancora cercava di adattarsi ai “normali”.
Si preparò un caffè.
Aveva tutta la giornata libera, o meglio non aveva un cazzo da fare.
Da un po’ di tempo era inchiodato a un problema fisico, il suo fegato aveva detto stop.
Un conto del passato da pagare, in fondo la vita è come la legge, lenta, pallosa, burocratica, ma non dimentica niente, tranne quello che le conviene scordare.
Pensando alla legge gli venne un’idea!
Avrebbe comprato una pistola e poi ucciso qualcuno a caso! No, troppo rischioso.
Magari avrebbe spedito 113 rose alla poliziotta più viziosa della P. S., per poi telefonare al 113 e dichiararle il proprio odio ma non conosceva poliziotte viziose.
Forse era meglio collegarsi via internet con S. Francesco per domandargli dove cazzo si procurasse le droghe, voleva parlare anche lui con gli animali, sempre meglio delle bestie umane, ma non aveva il suo indirizzo.
A proposito! Aveva finito il fumo!
Andarlo a comprare fu la sola cosa che fece.
Quell’indirizzo ce l’aveva.
Fumò la prima canna insieme a un blues di Jimi Hendrix e un chissenefrega gli attraversò barcollando il cervello.
Massì!
In fondo non gli era andata proprio malaccio, bene o male a parecchi ingranaggi era riuscito a sfuggire, s’era saputo fare un po’ di spazio in quella posizione privilegiata di chi non ha un ruolo ben definito, lo spazio riservato a quelli sui quali non ci si può contare, per cui dopo un po’ vieni lasciato in pace più degli altri.
Bè, se il suo passato l’aveva portato fin lì, la sapeva certamente più lunga di lui.
Di un’unica cosa avrebbe avuto veramente bisogno, poggiare la guancia sul grembo di una donna incinta e ascoltare la promessa di una vita nascente.
Ma non aveva né speranze né una donna incinta e poi era natale, il suo quarantunesimo natale, bisognava scrivere la letterina.
“Caro babbo natale, ho fatto il cattivo tutta la vita, per punizione, invece del carbone, potresti mandarmi in esilio su qualche isola della perdizione al centro del mare, prigioniero di indigene assatanate che mi torturerebbero con ogni sorta di peccato incatenandomi a prati d’oblio?”
Girava per casa cercando di fregare se stesso, non voleva accorgersi di essere sul depresso preoccupante.
Uscì!
Notò che era ancora giorno, prima non ci aveva fatto caso.
Bisognava aggirarlo, aspettare la notte!
Andò al suo negozio di dischi, gli serviva un amico vero che gli facesse compagnia fino al buio, lo trovò nell’ultimo di Tom Waits.
Dopo che il disco iniziò e finì per sei volte vide la luna, era fatta! La notte era pronta per nasconderlo.
Prese il cappello, le sigarette, un po’ di fumo, una vecchia cassetta di Lou Reed, i documenti, le chiavi e indossò il suo vecchio e ormai logoro cappotto grigio,voleva bene a quel cappotto, lo portava da anni, all’inizio l’aveva riparato dal freddo di tante folli notti in allegria, ora lo riparava dal suo personale freddo, accese una sigaretta e uscì di nuovo.
Mise l’auto in moto e una cassetta nello stereo.
Cinque sigarette e quattro brani più tardi, cominciò a sentirsi più suo agio.
Lou Reed cantava “perfect day”.
Una stupenda donna di colore, da un marciapiede coperto di vite andate, attirò la sua attenzione.
Si domandò perché mai un uomo non potesse sposare ogni cosa bella che avesse la fortuna di incontrare.
Poi si preoccupò della sua salute mentale.
Poi fece una canna.
Poi se la fumò.
Poi comprò una birra.
Poi se la bevve.
Poi tornò indietro.
Poi era con la donna in macchina e un’emozione nella speranza.
Le adorava le puttane!
Le considerava l’opposto delle troie, il sesso non c’entrava niente con loro.
Per lui erano l’incarnazione del buon viso a cattivo gioco e nel cattivo gioco sapevano riconoscere i loro stessi visi e allora diventavano donne, donne vere, non come la maggior parte di quelle che gli uomini scopano nel corso della loro vita.
Si chiamava Felicita, era Columbiana, aveva due occhi che arrivavano all’anima e un figlio in grembo.
Siccome non credeva in Dio, credette di essere Dio.
Per miracolo adesso aveva un grembo su cui poggiarsi .
Due banditi in cerca di una buona stella si rifugiarono in un albergo senza stelle.
Quella donna in quel momento di quella notte era il meglio che la vita potesse offrirgli.
La baciò, poi con un dito seguì il contorno delle sue labbra e poi le scrisse una cosa.
“Quando la notte va in frantumi dei pezzi cadono nello stesso posto, allora s’alza una nebbia e confusa nasce un ‘intimità.
La ricompensa della tua non appartenenza in un momento di tua appartenenza.”
Dopo un’ora si scambiarono i numeri di telefono e la consapevolezza che mai si sarebbero chiamati.
Mise in moto, guardò la notte, sapeva di menopausa.
Era ora di spegnersi un po’.
Trovò un bar aperto e neanche una ragione per non ubriacarsi.
In momenti come quelli si sentiva sempre come il protagonista di qualche filmaccio americano da quattro soldi.
Scelse il tavolo meno illuminato.
Trentadue denti abbaglianti lo accecarono chiedendogli l’ordinazione.
Riconobbe la morte e le ordinò uno sconto, non ne avevano, prese una vodka.
Domandò se il locale avesse un’uscita di sicurezza.
“Perché?” s’informò la morte.
“Per sicurezza” le rispose.
Lei non disse niente, si girò, e a lui non rimase altro da fare che guardare un culo che si allontanava.
Uno squarcio di luce attraversò il bar, era una pubblicità del buio.
Il teschio del tavolo accanto rimase impassibile.
Dopo tre vodka e novantasei denti illuminati ancora non trovava una risposta.
Alla quarta e un ulteriore accecante sorriso smise di cercarla.
Il conto era di quarantuno natali.
Non lasciò mancia, sarebbe stato troppo.
Spense la cicca in un cuore a forma di posacenere e aprì la porta.
Nebbia sull’asfalto!
Non vedere la strada fu rassicurante.
Si sdraiò sulle proprie orme e chiudendo gli occhi guardò il tramonto bianco del tempo.
Dopo un po’ riprese il cammino.
Al centro di una piazza realizzò di essere diventato invisibile.
Una giostra gli girava attorno senza accorgersi di lui, eseguiva cerchi perfetti, solo un po’ più piccoli a ogni giro, poi giri più veloci e cerchi più piccoli, poi ancora più veloci e sempre più piccoli, più veloci e più piccoli, più veloci e più piccoli…………
Si risvegliò ancora sdraiato sulle proprie orme.
La nebbia s’era diradata, la strada aveva l’aria stanca e la barba incolta.
Avvertì il bisogno di radersi, tornò a casa.
Un cane randagio si sbarbò guardandolo dritto negli occhi e nello specchio apparve un uomo nudo, era rasato di fresco e accendeva una sigaretta.
Rimase un attimo a guardarlo senza trovare nulla da dirgli, poi raggiunse il letto e dormì.
Si svegliò nel pomeriggio tra due lancette senza ore da contare né momenti da raccontare.
Era ancora natale, era ancora vivo.
Accese una sigaretta, poi la televisione.
Le prime immagini impazzirono dallo schermo!
Decise d’analizzare la cosa con calma.
Dunque: dal momento che nel frattempo aveva smesso di credersi dio, e, obbiettivamente, non riteneva di essere l’unica persona intelligente al mondo, pensò che doveva esserci qualche tipo di logica che gli sfuggiva.
Se tante persone proponevano quel tipo di cose, e ancor di più le seguivano, doveva essere lui l’imbecille a non capire.
A metà della seconda sigaretta decise che non gliene fregava niente sapere da che parte stava la pazzia, il problema era che ci stava.
Non c’era logica nelle cose e quando c’era era distorta.
Avrebbe voluto far l’amore fino all’ultimo orgasmo ma stappò solo una birra.
Infine pensò che era giunto il momento di mettere un po’ d’ordine in casa.
Cominciò col togliere tutti gli specchi dalle pareti e li sistemò nel ripostiglio accanto alle vecchie foto, non gli andava d’incontrarsi senza prima darsi un appuntamento.
Dopo staccò il telefono e lo poggiò sulla televisione, e a questa tolse la spina.
I suoi familiari e gli amici erano risentiti con lui per queste sue sparizioni.
Lui si dispiaceva, poi ci ripensava e allora non si dispiaceva più, la dannazione non si può spiegare, si può capire oppure no. Già la vita era pesante, ora senza neanche più la salute per reggerla, correva il rischio di rimanerci schiacciato.
Al diavolo tutti!
Alla sua pellaccia si era affezionato, nonostante tutto.
Lui, una birra e il soffitto, così aspettò la notte.
Quando il buio gli diede l’ok, indossò il cappotto e il cappello di fronte a uno specchio che non c’era più e uscì, dovette uscire. Stava per finire le sigarette, sarebbe stato davvero troppo!
Quando si rompe qualcosa, accade all’improvviso, ci avrà messo del tempo a logorarsi, ci saranno stati dei motivi, delle cause, ma il momento in cui si rompe è uno, unico, solo e senza appello.
E lui non voleva arrivare a quel momento per una sigaretta. Sapeva che anche lo stato di rifiuto in cui s’era infilato poteva avvicinarlo al momento, ma non vedeva motivi più convincenti nell’alternativa.
Uscì dalla tabaccheria ed entrò in macchina, mise le sigarette sul cruscotto, mise una cassetta di Eric Clapton, mise la prima e partì.
Al primo blues ci fu un cambio d’umore non male. Si riempì il calice, (una birra senza bicchiere in macchina) e s’augurò buon natale.
Accese una sigaretta tra un assolo di chitarra e l’inferno e dedicò quel brindisi alla sua donna.
La invidiava!
Amava l’amore di quella donna, lei si stancava della stanchezza di lui, rideva dell’allegria di lui, gioiva della gioia di lui, ma piangeva con le proprie lacrime.
Se esisteva l’amore lei l’aveva capito…forse, o forse lui aveva avuto un culo esagerato, senza quella donna sarebbe morto, l’aveva sempre pensato, ora lo sapeva.
Lui si muoveva nel quotidiano come un incapace, lei con il peso dell’incapacità di lui.
Poi pensò alle altre donne che aveva avuto, vide solo la sua inquietudine.
Si domandò in base a che cosa, solo alcune persone nascono maledette.
“Forse siamo solo dadi su cui gli dei si divertono a scommettere”.
Questa fu la risposta che gli venne.
C’era un posto libero nel parcheggio di un bar, fermò la macchina.
Il diavolo gli aprì la portiera e ancora una volta fu nel grande circo.
Voleva bere e c’era solo un vero bar che conosceva, ma distava un’ora di macchina e un’ora di macchina, quella sera, era troppo tardi. Lui voleva bere subito.
Diede un’occhiata al locale, a occhio e croce per ordinare una birra ci voleva un po’ di tempo, e un po’ di tempo in un posto che non gli piaceva per lui era troppo tempo. Domandò al cameriere se pagando cinque volte più del prezzo avrebbe potuto avere una birra da portare via subito.
Il cameriere lo mandò affanculo con lo sguardo, lui pensò che il ragazzo non sarebbe mai diventato padrone di un bar, e si mise la fila.
Di nuovo in macchina, di nuovo nella notte.
Chiavi inserite, birra nella sinistra, sigaretta nella destra, ripartì.
Dopo qualche chilometro a caso, trovò un bivio.
A sinistra un punto interrogativo.
A destra quello esclamativo.
La freccia sinistra lampeggiò.
Un po’ più avanti riconobbe un momento che conosceva da tempo, quei legami che nel corso degli anni diventano sempre più stretti, o meglio, ti stringono sempre di più.
Un attacco di panico di quelli minacciosi!
A lampeggiare questa volta fu la freccia destra.
Accostò e aspettò.
Un ‘aquila reale gli posò gli artigli sul cervello e si esibì in una vorticosa danza mentre serpenti nel suo stomaco danzavano al ritmo del rapace.
La paura spalancò le gambe fino a mostrargli l’abisso, un esercito di siringhe, precedute da tamburi senza suono, marciava con passo marziale nelle sue tempie arruolando volontari per l’apocalisse.
La propria faccia non smetteva di accusarlo, la resistenza, con le pezze al culo e una valigia di cartone, partì in cerca di un sogno meno da incubo.
I tamburi rullarono, e da un trapezio appeso al cielo, come un angelo dalle ali consumate, il buio cadde con l’assordante rumore del silenzio sul suo cuore.
Prese un tavor con la paura di chi scopa una donna pericolosa, con la consapevolezza di chi l’ha già fatto e ne conosce il prezzo. In passato aveva rischiato d’ impazzire per non prenderli più ma ora rischiava d’impazzire se non li avesse presi, i rischi quindi erano pari.
Due lacrime aprirono con discrezione,la strada a un torrente di perché prigioniero in quarantuno natali.
Non aveva fazzolettini per asciugarsi gli occhi, ma non c’erano semafori nei dintorni. Qualche volta avrebbe dovuto spiegare agli extracomunitari che un uomo può avere bisogno di un fazzoletto anche lontano da un semaforo, quelli sono indispensabili solo per lavare i vetri alle auto quando scatta il rosso.
Ma poi pensò che non era il caso di farlo, infine s’asciugò gli occhi con le mani.
Entrare in un negozio era l’ultima cosa che avrebbe fatto.
Anzi…perché no!
La tabaccheria sapeva di routine, dietro al banco c’era una donna anziana, acida e sulla difensiva.
Le chiese dei fazzoletti di carta, spiegando con tono cordiale che gli servivano perché aveva appena avuto un attacco di panico dovuto probabilmente a tutta una vita vissuta in equilibrio precario, a quasi trent’anni di droghe, e, anche, in parte a una cura abbastanza seria che mentre gli mandava il cervello in tilt, cercava di salvare quel terzo di fegato che gli era rimasto e, al termine della quale, avrebbe avuto trenta possibilità su cento di continuare a vivere con tutti gli acciacchi che gli sarebbero rimasti.
“Ma………”cercò d’intervenire la signora, trasformando l’astio dei suoi occhi in odio, quell’odio che ti torna comodo quando non capisci e non t’interessa farlo.
“Capisco” la interruppe, “adesso lei, essendo una persona sensibile, altruista e disponibile come tutti, sarà certamente addolorata per me e starà chiedendosi come darmi una mano.
Ma, vede signora, come faccio a spiegarle il perché di certe cose che ho fatto, quelle stesse cose che mi hanno portato nel suo negozio a quest’ora di questa notte di questa vita a romperle le palle?
Potrebbe capirmi se le raccontassi che una notte, per non farmi trovare ancora vivo dalla morte, o forse per sentirmi semplicemente vivo, ho percorso contromano, ubriaco perso, correndo come un pazzo e a occhi chiusi , un’intera strada del centro? O alle volte che ho dovuto pagare una puttana non per sesso ma per avere una spalla su cui piangere? O magari a tutte le volte che ho rischiato di perdere la donna che più di tutte ha saputo starmi vicino, cosa non facile glielo assicuro, per scopare qualche troia di passaggio senza divisa e perfino brutta? O a quando per provare un po’ di sollievo, mi infilavo aghi in vene che imploravano pietà? Mi capirebbe se adesso mi sparassi in bocca davanti a lei lasciandole pezzetti del mio cervello sul suo bel bancone? Mi capirebbe se le piantassi un coltello in mezzo ai suoi, tra l’altro, cadenti seni? Senz’offesa per carità!”
La vecchia cominciò a urlare come secoli di rabbia, paure e frustrazioni, impazziti all’improvviso.
“Visto? Disse lui, “sapevo che non avrebbe capito. Ma grazie lo stesso, quanto pago?”
“Due…..mila…..lire”, rispose interdetta la signora.
Lui tirò fuori dal portafogli sei banconote da mille lire e le poggiò con calma sul banco.
“Le dispiacerebbe darmi anche un pacchetto di diana per cortesia? Rosse e dure, grazie.”
Le augurò la buona sera e uscì.
Fuori dal negozio s’accorse d’aver dimenticato i fazzoletti.
Troppo tardi!
La signora discuteva animatamente al telefono con la polizia, l’argomento della conversazione era lui.
Il tavor nel frattempo aveva fatto il suo lavoro, il nulla per il momento, era stato sapientemente annullato.
La ritrovata calma lo fece decidere all’improvviso, BASTA! Non avrebbe fatto mai più uno sconto a nessuno, da quel momento in poi sarebbe andato dietro esclusivamente alla propria animaccia!
Oddio, una stupefacente Venere, magari nera, con un adorabile carattere e oltre alla sua divina bellezza, anche la chiave per accedere a tutte le altre, sarebbe potuta essere senz’altro una ragionevole eccezione.
Su certe cose era abbastanza corruttibile, anzi era corruttibile senza l’abbastanza.
Adesso per il momento allontaniamoci dal punto di vista di quest’ uomo e guardiamo la cosa da un’altra visuale, quella dei più.
Lui fare sconti agli altri???
Ma se era una vita che la società gli faceva sconti!!!
“Stronzate! Ataviche- tramandate- inculcate-stronzate!!!” Lui continuava a pensarla così.
“Che Guevara non era la società!
Eistein non era la società
Van Gogh non era la società!
Gesù Cristo non era la società!”
Si sistemò l’aureola a tipo malandrino, strizzò l’occhio a Dio, e con l’aiuto del Padre ripartì.
La birra era a metà, la velocità da crociera, il suo stato d’animo in territorio neutro, la notte aveva un culo maledettamente intrigante.
L’ora di macchina che lo divideva dal suo bar, ormai non era più troppo tardi.
Il proprietario di quel locale l’aveva conosciuto per caso, in una delle tante notti vagabonde.
Cantava Blues come un grande, ragionava come un bambino, in mezzo c’era il suo bello.
Sulla vetrina del locale c’era un cartello immaginario “vietato l’ingresso all’apparenza anche se accompagnata da dio” aveva sempre pensato che quell’uomo, un po’ barman, un po’ Bluesman, un po’ bambino (di quelli che fanno i capricci), e anche un po’ stronzo, fosse completamente pazzo.
Per dirne una, se su dieci clienti, uno solo, dietro propria insistenza, riusciva a pagare uno scontatissimo conto, il proprietario si sentiva come un ladro professionista che ha appena rubato quattro spiccioli alla verità.
Si chiamava Alfonso, ma sarebbe potuto essere una Madre Teresa di Calcutta per cavalieri “errati”.
Nel suo bar c’era sempre una birra gratis per tutti, e a casa sua non c’era mai la linea telefonica.
Pagare la bolletta per lui equivaleva a negare una birra a qualche amico senza soldi.
Anche il proprietario del locale, da parte sua, aveva sempre pensato che quel tipo apparso all’improvviso una notte nel suo bar, un po’ ubriacone, un po’ pittore, un po’ puttaniere, un po’ poeta, un po’ bambino ( di quelli che rispondono ai capricci con i capricci), e, anche lui, un po’ stronzo, fosse a sua volta completamente pazzo.
L’intesa venne subito di conseguenza.
Fermò l’auto, lesse ancora una volta l’immaginario cartello ed entrò nel bar.
Nel “suo” bar.
Come sempre, senza che avesse ordinato niente, una birra della sua marca preferita gli fu tra le mani.
Come sempre dallo stereo uscivano note di Blues.
Come sempre l’unica luce era data da qualche candela.
Come sempre si sentì leggero.
Ricordò l’interpretazione che una notte quell’uomo diede a un vecchio blues di Joe Coker.
“questo pezzo” disse “mi fa immaginare un locale buio e fumoso, sul palco il cantante canta a occhi chiusi, in sala non vola una mosca.
Tra i clienti, una sola donna, che dopo un po’, sentendosi trascurata, comincia a spogliarsi cercando di attirare l’attenzione.
Nessuno ci fa caso, a eccezione di un solo uomo, il marito.
“La smetti di far casino e mi fai ascoltare sto cazzo di pezzo?”
Questo è quello che significa rendere l’idea.
Gli piaceva quel posto perché lo faceva sentire nei dintorni della pace, arrivavi lì appendevi il tuo ruolo all’attaccapanni, e bevevi qualcosa insieme al tuo essere.
Se i locali avevano un sesso, aveva sempre creduto che quello fosse maschio.
Molto legno pochi fronzoli, necessario senza superfluo, rilassatezza in culo alle tendenze.
Fra il bancone e lo stereo c’era una vecchia poltrona da barbiere raccattata chissà dove e messa lì solo per il piacere di averla , ben presto era diventata una sedia per smaltire sbornie, ci trovavi sempre il primo ubriaco della serata che dormiva beato, poi , un po’ per stare vicino al barista, un po’ vicino allo stereo, un po’ per le birre bevute diventò il suo posto di fine serata o inizio giornata quando Alfonso dava una sistemata al locale, poi lo svegliava con un caffè che lui puntualmente rifiutava, si prendeva una birra per il viaggio e andava via.
Una notte, anzi un mattino, per tornare a casa aveva dovuto guidato per tutto il tragitto con la testa fuori dal finestrino sotto una pioggia torrenziale, sia per non addormentarsi che per non vomitare tutto l’alcool bevuto, sarebbe stato uno spreco, magari sarebbe tornato ad essere lucido, e rincasare a quell’ora con una moglie che ti aspetta, è decisamente meglio farlo da ubriachi.
Arrivò a casa bagnato fradicio ma con la sbornia intatta.
Chi approdava in quel posto, novantanove volte su cento, fuggiva da quello che tutti gli altri offrivano.
C’era una donna di Belluno sulla sessantina, arrivata lì, a Sarno, come volontaria quando ci fu la frana, e lì rimasta, sganciandosi da famiglia, città, lavoro, giorni precedenti e tanti saluti a tutti.
Poi c’era Maria, una ragazza del posto cresciuta a Torino, con due interessi nella vita davanti a tutti gli altri, il sesso molto popolato e i canti popolari.
Due doti che nel paese venivano poco apprezzate.
Il Gagà del posto era Lello, simpatia innata, nasone esagerato, capelli di diversi colori ogni sera, e la curiosità di quelli che amano assaggiare un po’ di tutto senza però mai restare incatenato a un gusto solo.
La prima volta che lui lo conobbe, dopo un po’ cominciò a girare fra i tavoli per fargli propaganda elettorale, “Lello for president”.
Era il periodo delle presidenziali in America.
Il proprietario del bar, in quell’occasione, decise che mai più gli avrebbe offerto sedici birre.
Poi c’era lo strano poeta.
Un ragazzo di un paese vicino, che in qualche posto tra alcol e cocaina aveva perduto la ragione.
Arrivava lì in silenzio, e dopo cinque o sei birre, saliva sul palco e leggeva le cose che scriveva.
In quei momenti, capitava spesso che il resto della sala, si vergognasse della propria “normalità”.
E infine c’era lui, il mitico Sabatino, sessantadue anni, l’ultimo anarchico rimasto al mondo, sempre una canna in bocca, sempre qualche protesta da organizzare, sempre una sete di giustizia per cui, paradossalmente, sempre qualche casino con la legge, un passato di carceri e manicomi in cui aveva pagato la propria fede, e una stramaledetta voglia di vivere, di fregare la vita che l’aveva sempre fregato. Ogni tanto si incatenava da solo a un albero per non essere incatenato dalla legge ma la legge non capiva mai che era una protesta, lo liberava dalle catene e gli metteva le manette. Il giorno dopo? Si incatenava a un albero.
Qualche birra dopo conobbe Gemma.
In appartenenza tutto era contro di lei, una ragazzina, bionda e in divisa da boyscouts.
Lui aveva sempre ritenuto che una bionda fosse una preghiera recitata all’inferno.
Anche lei dipingeva.
Subito dal cilindro magico di quel locale, uscirono una tela e dei colori.
Lui e la ragazza iniziarono a dipingere, il pazzo barista blues, a cantare.
Fu il primo di molti altri momenti trascorsi in quel bar, che la vita non sarebbe mai riuscita a pignorare.
All’alba raccolse i residui di poesia rimasti dalla notte, e ripartì.
Eccolo di nuovo alla guida della sua solitudine.
Forse, rosicchiare ogni cosa fino all’osso, era la causa del suo frigo sempre vuoto.
Guardò il suo destino dritto negli occhi, il destino abbassò lo sguardo.
OK!
La strada era quella di tante volte, la notte buia come sempre, lui dannato da sempre.
Bisognava decidere il da farsi.
In certi momenti bisogna per forza fare qualche cosa.
Vagliò le possibilità : droghe, alcol, sesso, suicido, mare.
Il porto aveva un’espressione particolare quella notte.
Il porto aveva un’espressione particolare ogni notte.
Il porto aveva sempre la stessa espressione, quella dei saggi.
Domandò al mare come se la passava “di merda” gli rispose, “come al solito”, aggiunse subito dopo.
“E a te come va?” Chiese a sua volta il mare, “come al solito”, rispose lui, “di merda”, aggiunse subito dopo.
Invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia.
Pensò che anche le regole contengono la propria parte di saggezza, basta abbinarle al momento che si vive.
Si sentì un filosofo disoccupato che passeggia tra le rovine di un’antica civiltà, con un biglietto della lotteria tra le mani e un bisogno di speranza fin dentro il buco del culo.
Girò la chiave della serratura e fu di nuovo a casa.
La prima mossa fu mettere un disco di Billie Holiday, della divina Billie, la seconda, indossare il pigiama.
Poi si lavò i denti e stappò una birra, sarebbe stato più logico invertire l’ordine delle cose, ma lui non ci pensò.
Dopo prese carta e penna e accese una sigaretta.
Sapere di potere telefonare ancora a qualcuno per il momento gli bastava, quello che per il momento non gli serviva era telefonare a qualcuno.
Gli servivano solo una scusa per sentirsi parte dell’umanità, una penna per vomitare e leggere ciò che avrebbe scritto per capirsi.
Quando ci riusciva, Diana diventava la sua preda, l’Olimpo , la sua casa e uno sbattito d’ali, la sua musica.
Scrisse la storia di un uomo, che danzando guancia a guancia con la solitudine, cambiava ogni sera pista di ballo ma si esibiva ogni sera nello stesso, identico ballo.
In un’ora s’alleggerì, decollò, volò intorno al paradiso e riatterrò all’inferno.
L’alba lo sorprese mentre accendeva una sigaretta.
Le diede un’occhiata e volle vederci due segni positivi: il buio era finito e c’era la possibilità che uscisse il sole.
Quasi beato, in tregua con l’inferno, s’addormentò sul giorno che nasceva.
Erano stati sempre i tempi il suo problema, non riusciva, o non voleva riuscire a vivere, facendosi dettare il tempo da un orologio.
Sognò di due braccia giovani e possenti, con tanta voglia nei muscoli, che frugavano con ansia in cerca di qualcosa.
Poi rivide le stesse braccia, invecchiate, stanche e con le mani vuote.
Si svegliò di soprassalto un poco dopo il tramonto senza poter più sapere se il sole fosse uscito.
Il problema con i tempi andava sempre peggio.
“Affanculo pure i sogni! Erano diventati solo vecchi rompicoglioni! Che andassero a crepare in qualche casa di riposo per incubi rancorosi!”
Erano le sei di sera.
Accese una sigaretta.
Alle sei e cinque minuti bevve il primo caffè della giornata.
Alle sei e sei minuti fumò la seconda sigaretta.
Avrebbe dovuto cominciare a pensarci seriamente a quel problemino con i tempi.
Era un giorno dispari, quello della terapia.
Quella dannata cura, forse, gli stava salvando il fegato, , ma, sicuramente, sballando, completamente l’equilibrio mentale, che già di per sé non è che desse precisamente l’idea della stabilità.
Ma voleva portarla a termine, non aveva mai abbandonato un film a metà, per quanto stupido avesse potuto trovarlo, ne aveva sempre voluto conoscere il finale.
E poi questo era il suo film cazzo!
Qualche chance alla morte gliel’aveva data, se non aveva saputo approfittarne, erano cazzi suoi, lui aveva deciso di non fare più sconti a nessuno.
Per cui adesso era perfettamente inutile che continuasse a strusciarsi su di lui come una gatta in calore.
Fin quando lui avrebbe fatto parte della regia il finale non sarebbe stato anticipato!
E, considerando, che signora morte era stato il miglior pompino mai provato, fu maledettamente difficile arrivare a quella decisione.
O, almeno, questo era ciò che si diceva, ma chissà se si diceva la verità, quel film era un po’ troppo drammatico anche per i suoi gusti.
Si iniettò il medicinale e trascorse le successive ventiquattro ore ad osservare tutte le sfumature che il grigio può contenere.
Fu come guardare un film in bianco e nero senza bianco e senza nero, senza immagini e senza musica, non proprio del genere brillante insomma.
Le ventiquattro ore passarono e ne cominciarono altre ventiquattro, ora si trattava di riempirle, se poi capitava di viverne qualcuna, tanto meglio.
Citofonò Annapia, come prima scena non gli parve male.
Quando incontrò per la prima volta quella ragazza, non capì immediatamente se si trattasse di una delle tante droghe del momento, quei nuovi miscugli infernali che ti spappolano il cervello tra un penso positivo e una serata in discoteca o di un cartone animato, capitato chissà come, in un mondo reale, con tutti i problemi di adattamento che una situazione del genere può portare.
Col tempo la seconda ipotesi lo convinse di più.
La vedeva come una farfalla senza un tipo di fiore preferito, lei adorava poggiarsi su tutti, forse non sapeva ancora di che nettare nutrirsi e forse era troppo giovane per saperlo.
L’unica cosa che poteva farla rientrare in qualche categoria umana, era il colore biondo dei suoi capelli, con tutti i problemi che anche questo tipo di situazione può portare.
“Agli altri naturalmente.”
Per il resto era divisa in tanti fiumi che lei avrebbe voluto indirizzare nella stessa corrente.
L’irrazionalità del progetto era spiegata dai suoi occhi, erano desiderosi di vita, il che non permette di limitare lo sguardo a qualcosa in particolare.
“Disturbo? E,” posso stare poco”, furono le prime due cose che disse.
Erano due cose che immancabilmente diceva.
Sbrigate queste due formalità, diventava decisamente naif.
Un arcobaleno, con un solo piccolissimo neo, sapere di esserlo.
Ma questo non sempre è un difetto.
Gli aveva portato dei regali, due momenti della vita di lui, interpretati da lei.
Il primo, che rappresentava il suo presente, era una campanella, il secondo, il suo futuro, la statuetta di un’anima del purgatorio.
Lei sapeva il perché di quei due oggetti ma per lui la chiave di lettura, sarebbe potuta essere qualunque.
Avrebbe potuto, tanto ringraziarla con un bacio, quanto fratturarle una costola.
Le baciò la fronte.
“ Una donna non si tocca nemmeno con un fiore”.
Infatti, nel caso, meglio farlo con le mani.
“ Da cosa nasce cosa….” diceva Totò.
Totò!!!
Il più grande dissacratore del quotidiano di tutti i tempi.
Un mito tra i suoi miti.
Per lui, Totò, rappresentava metà della poesia italiana, l’altra metà era Federico Fellini.
Due sguardi geniali sulla vita!
Il primo trascinava la realtà nel sogno, il secondo il sogno nella realtà.
Aveva sempre visto, anche loro, un po’ come cartoni animati, ecco, forse, perché gli piaceva Annapia, gli serviva un eroe positivo, nel grande fumetto di tutti i giorni.
Una sera mentre interpretavano insieme un quadro che lui aveva fatto, lei notò che sembravano due bambini che giocavano col trenino.
In effetti aveva scattato una bella foto sul loro rapporto.
Per essere una bionda, non era completamente vuota, le bionde, di solito, nascondono tanti brividi e nessun orgasmo.
Lei qualche orgasmo doveva avercelo.
Ma queste sono solamente riflessioni che lasciano il tempo che trovano, in realtà voleva bene a quella ragazza, perché voleva credere che anche lei gliene volesse, e lui dopo tanto sudiciume, aveva un disperato bisogno di pulizia e se così non fosse stato, avrebbe deciso lui quando accorgersene.
Inoltre si fidava ciecamente del proprio istinto, l’aveva sempre consigliato bene, le volte che non lo aveva consigliato male.
Quando si salutarono, si conoscevano un poco di più.
La loro era stata, sin dall’inizio, una conoscenza senza fretta.
Le amicizie sono come i fiori, ognuna ha bisogno del proprio tempo per sbocciare, ci sono quelli che vogliono più acqua, quelli che crescono meglio all’ombra, altri al sole, quelli che sbocciano solo in certi periodi dell’anno, e altri che nascono all’improvviso, come i fiori delle piante grasse.
Dipende dalla pianta, dal posto dove nascono, e le piante grasse crescono dovunque, non ti chiedono particolari cure, sono piante che badano all’essenziale, si riempiono di spine per difendersi dalle intemperie, dal sole bollente dei deserti, dal freddo gelido delle notti, ma quando partoriscono un fiore, allora ti lasciano senza fiato.
La sua piantina grassa si chiamava Valeria, un’ amicizia che era nata con naturalezza in condizioni impossibili per qualunque tipo di nascita, in una terra dove gli agenti atmosferici vengono lasciati fuori dai recinti, dove ogni forma di vita bisogna inventarsela e poi tenersela stretta, aggrapparsi a lei fino a spezzarsi le unghia, dove il sole è solo caldo rovente e la pioggia solo freddo agghiacciante, una comunità, uno dei tanti mercati dove si specula sulle vite dei tossicodipendenti.
Un posto dove gli unici fiori, se sai vedere, li trovi negli occhi spaventati e sofferenti dei ragazzi in astinenza, nei loro volti devastati che lottano per non morire, fiori bellissimi che racchiudono il loro splendore nella fragilità, nella delicatezza, nella dolcezza, nella verità del dolore, fiori indifesi come gli sguardi dei vecchi, con i loro corpi stanchi abbandonati negli ospedali e le loro vite chissà dove, fiori che se non cacceranno spine moriranno, torneranno ad essere pasto per avvoltoi ma che se resistono diventano piante grasse che non chiederanno più e che nessuno più potrà mai cogliere per il proprio piacere senza fare i conti con le loro spine, fiori che non avrebbero mai più abbellito giardini altrui, che non sarebbero mai più stati rinchiusi in vasi di sciacalli. Valeria, la piantina che aveva trovato lui, non sarebbe mai appassita nel suo cuore , lo sapeva, non sapeva perché lo sapeva ma lo sapeva.
In quel periodo non si vedevano ma non cambiava molto, lui sapeva che lei c’era, lei sapeva che lui c’era, era abbastanza e ciò che è abbastanza è più che sufficiente.
Bob Marley passò dalla copertina di un disco al suo stereo, e lui dal suo divano passò attraverso una cascata d’acqua frizzante, guardando il sole negli occhi.
Si sentì maledettamente in gamba, a saper rubare quei momenti alla vita, non appena allentava la presa.
Ma c’era una spiegazione, aveva visto tutti i films di Bogart!
Abbottonò con regale calma, il suo impeccabile impermeabile bianco, indossò con meticolosa cura il suo fedele borsalino nero, e accese la sigaretta che gli pendeva con noncuranza nell’angolo sinistro delle labbra, con il suo accendino di sempre, una zippo argentata.
Terminò il suo whiskey liscio, si strizzò l’occhio e mise in moto una vecchia cadillac bianca.
Quella notte dall’asfalto assatanato, s’alzava una nebbia più misteriosa del solito.
La macchina, con l’aspetto trasandato di chi ha visto tanti chilometri, sfrecciò con strafottenza sotto il getto d’acqua di un idrante appena distrutto da una banda di ragazzini inferociti come una fame famelica in cerca di briciole.
Ogni insegna di locale, luccicava come la cassaforte del vizio contenente l’utero dell’oblio.
Il vecchio Bogart non disdegnava qualche attimo di abbandono, senza però mai togliersi, cappello e sigaretta.
Il che, a volte, tipo in un amplesso, qualche piccolo inconveniente lo fa nascere.
Ma lui era pagato per quello, dietro ad ogni personaggio, c’è sempre qualcuno che lo dirige.
E poi lui s’era affezionato a quel ruolo.
Quella sera le rughe agli angoli della bocca erano più pronunciate del solito.
Indice di tensione.
L’ultimo caso che gli era stato affidato non gli suonava bene, c’era qualcosa di strano.
Avrebbe dovuto scoprire dove si nascondeva il burattinaio di un tipo che affermava con sicurezza, l’esistenza di qualcuno che gli manovrasse i fili.
Un casino! Pensò nello stesso istante in cui chiudeva l’accendino con il suo inconfondibile scatto.
Meglio partire da un doppio whiskey, gli avrebbe schiarito le idee.
Al piano sedeva come sempre il vecchio Sam, e il vecchio Sam, ogni volta che vedeva il vecchio Bogart, gli dedicava sempre un vecchio pezzo “ As time goes by”, e il vecchio Bogart, ogni volta pensava al vecchio aeroporto di Casablanca di un suo vecchio film, a quella maledetta scena d’addio con la sua donna.
Lasciar partire Ingrid Bergman è dura da mandar giù.
A un paio di sgabelli dal suo, con i gomiti appoggiati al bancone e la faccia tra le mani, sedeva una donna.
Era mora, bellissima e pericolosa come una notte senza luna in cima a una montagna.
I suoi capelli erano piume di corvo, la sua pelle, sabbia vulcanica, i suoi occhi panorami senza orizzonti, le cuciture dietro le sue calze, due affilatissime lame.
Ordinò un drink per la signora e l’avvicinò.
“Facciamo un gioco?” Le chiese, “se non perdo io, puoi provare a propormelo” rispose lei.
“Ok” disse Bogart, “io annuserò ogni poro della tua pelle, dopo di che , tu potrai decidere se scoparmi fino alla perdita della ragione, o piantarmi un tacco a spillo nel centro del cuore.”
“Perché no”, rispose lei, “ non ho di meglio da fare”.
Una volta spogliati, lui provvide precauzionalmente a nasconderle le scarpe.
A quel punto non rimase altro da fare se non l’amore.
Sotto le lenzuola si respirava quel primitivo profumo di libertà che solo due corpi avvinghiati in un amplesso, sanno sprigionare.
Lei sapeva di buono come tutte le cose buone del mondo spalmate sopra una cosa buona.
Si dava come una pantera in lotta, i suoi baci erano vortici sull’abisso, nel suo sguardo s’alternavano oblio e crudeltà, era una garanzia di Paradiso vestita d’inferno.
Arrivati all’Eden il miracolo terminò e si ritrovarono abbracciati, ansimanti e sudati, sotto una manciata di momenti oramai passati.
Il Paradiso è solo un attimo rubato all’inferno.
Giù in strada la prima cosa che fece fu accendersi una sigaretta, la seconda, alzarsi il bavero dell’impermeabile, la terza, telefonare al cliente che gli aveva affidato quello strano caso.
“Ascolta” gli disse,” tu sai con chi stai parlando vero?”
“Certo Bogart!” Rispose il cliente.
“Perfetto, e sai che ruolo interpreto in questo film?”
“Sicuro, un investigatore privato, è per questo che mi sono rivolto a te”
“Appunto”, disse Bogart, “ e secondo te, se io avessi potuto scegliermi i ruoli, credi che avrei fatto sempre lo stesso? Anche a me qualche volta avrebbe fatto piacere interpretare un miliardario disteso con le chiappe al sole sulla sua isola privata, circondato da meravigliose donne vestite con parei e collane di fiori, sotto un cielo amico, una luna ammiccante e il mare come compagno di giochi. Ma i registi dei miei films mi dicono che non so fare altro, per cui come pretendi che, possa io, scoprire chi è che dirige te? Probabilmente anche tu sei tagliato per un unico ruolo, posso darti solo un consiglio, il tuo ruolo fallo sempre da professionista mai per la paga! Non perdere mai il gusto di recitare, quell’unico ruolo fallo sempre al meglio, io con un solo impermeabile sono diventato Bogart, pensaci.”
“ Come sempre hai ragione”, rispose l’uomo con un nodo alla gola.
“Addio vecchio, caro Bogart è stato bello incontrarti”, lo salutò e riattaccò.
S’alzò il bavero consumato del suo antico cappotto grigio, nascose il viso sotto lo stropicciato cappello e accese una sigaretta che gli penzolava con noncuranza dall’angolo destro delle labbra.
Anche lui, come Bogart, aveva una zippo argentata.
Mise in moto la sua malandata fiat blu.
A quell’ora Piazza Municipio era deserta, a parte qualche bar ancora aperto e un esercito di innocenti bastardi figli di puttana, santi e martiri, senza dio e senza una lira, che cercavano di sopravvivere, commerciando in droghe senza pretese, avanzi di sesso invecchiato giovane e pochi altri intrighi di seconda mano.
E poi, poco distante, c’era il Maschio Angioino che beveva un drink affacciato sul porto con l’aria rilassata di chi la sa lunga.
“Ehi tu, che ti fai chiamare maschio, dammi un consiglio per conquistare la mia vita!”. Urlò.
“Aiutati che dio t’aiuta!”, rispose il castello con voce impostata.
“Mi sa che non ci sono più maschi in giro”, pensò lui.
Trovò un pallone.
Contò quarantuno palleggi, come i suoi anni, e al quarantaduesimo, con tutta la forza che riuscì a mettere nella gamba destra, scagliò il pallone al termine della notte e dedicò quel tiro a Celine.
In quel periodo stava leggendo “viaggio al termine della notte”, scoprendo il genio di quell’autore.
Confidò come sempre un suo segreto alla luna e tornò indietro.
La notte non era molto sexy quella notte.
Una sola tappa,”due birre da portare per favore”.
Mentre si spogliava accese la tv, mandavano uno spot di un telefono cellulare.
In un minuto passò cent’anni rinchiuso fra quattro pareti d’acciaio, era senza più cervello, con due cellulari al posto delle orecchie, due televisioni al posto degli occhi, due binari al posto delle gambe, dei tasti al posto delle dita, un computer al posto del cervello e una sola grossa spina nel buco del culo.
Passato il minuto si riprese.
Dopo quattro tiri da una sigaretta e un solo cerchio di fumo riuscito, gli venne voglia di dipingere, quel pensiero non fu che il preludio ad un altro ancora più affascinante.
Per dipingere avrebbe indossato il suo adorato camice!
L’aveva comprato da poco ed era il primo che aveva da quando dipingeva.
Da quel momento, la sua pittura, aveva avuto una svolta che lo intrigava ancora di più, era come se non avesse più confini né generi, spaziava dai colori, alle forme, alle immagini, agli odori, ai sapori, alla musica, allo stato d’animo, che lui, ad ogni pennellata, sentiva, vedeva, ascoltava, viveva.
Forse quel grembiule era ancora una volta il suo scudo per entrare nelle cose, il sapere di non potersi sporcare, il non fare attenzione a null’altro che alla sua mente, il poter giocare con i colori, usarli anche con le mani, sperimentare di volta in volta senza più trovarseli sulle mutande e sui genitali ad ogni pisciata, l’aveva liberato completamente dal freno castrante dei contorni.
Ritrasse se stesso con un paio di jeans, una canottiera bianca, un cappello di carta mentre pitturava un grande muro, che in realtà cancellava ad ogni pennellata, fino a far apparire la vita, nei panni di una donna bella come il proibito dai piedi fino al cervello, coperto da un punto interrogativo.
In mano aveva tre buste, quella vincente conteneva la risposta che lui cercava da sempre senza aver mai saputo la domanda.
La donna sorrideva come un magnifico esemplare di voluttà imbalsamato.
Dietro le quinte la morte accettava scommesse.
Lui aveva una sola possibilità di scelta.
Posò un attimo i pennelli, accese una sigaretta e diede un’occhiata alla tela, era bianca, candida, vergine e innocente, come una cosa che non esiste.
Guardò i pennelli, erano puliti.
“Meglio andare a dormire”, pensò.
Sognò se stesso nel letto che non riusciva a dormire mentre mille frenesie gli correvano nelle vene senza rispettare i limiti di velocità.
Due ore dopo s’accorse che non stava dormendo.
“Meglio alzarsi” pensò.
Raggiunse il telefono, a quell’ora c’era un solo amico da poter chiamare, formò il numero.
“Ciao Satana, avevo pensato di fare un salto da te per bere una cosa insieme se non hai da lavorare.”
“Vieni pure”, rispose il diavolo, “ho appena finito il giro tra i dannati, potremo stare nella pace di Dio fino a domani”.
Gli piaceva Satana, sembrava un buon diavolo, per giunta in gamba, aveva saputo sfruttare al meglio la sua dannazione.
Non è da tutti mettere su dal nulla un’azienda redditizia come la sua, anche se lui con modestia, diceva che era stato avvantaggiato dall’incapacità della concorrenza.
A casa del diavolo c’era sempre il camino acceso, una bottiglia di quello forte e un disco di blues che suonava.
Ogni vizio, ogni perdizione, ogni brivido più proibito, ogni orgasmo era disponibile in quell’inferno, ma quando loro due s’incontravano, era solo per ascoltare un po’ di musica e bere un bicchiere insieme, un modo come un altro per far sciogliere un po’ di ghiaccio dal cuore.
Al mattino entrambi dormivano beati come angioletti fra le fiamme dell’inferno.
Furono svegliati dalle urla dei dannati in astinenza da dolore, la vita cominciava a scaldare i motori.
Si trovò scaraventato ancora una volta dalla notte al giorno, non era mai riuscito a trovare la strada che divide il buio dalla luce.
Più passava il tempo, più si convinceva che doveva esserci qualcuno che si divertiva a giocare con le corde della propria anima.
Vide la vita attraversare il mattino con un pugnale nei reggicalze e i biondi capelli raccolti sotto un velo da sposa.
Troppe bionde per un uomo che impazziva per le more!
Lui divideva le donne nelle due categorie di peccati, quelli veniali erano le bionde, loro preferivano giocare, apparire, sedurre e poi magari tirarsi indietro, quelli mortali erano le more, loro non si tiravano indietro, loro ti tiravano dentro.
Perché che la donna fosse un peccato era sicuro, altrimenti non avrebbe dovuto espiare ogni rapporto avuto con loro.
Quelle scure le preferiva perché gli ricordavano crateri di vulcani, lussureggianti isole tropicali, terre del sud bruciate dal sole, gli ricordavano il sapore del mare adagiato sulle note di un tango, gli ricordavano il calore del fuoco pronto a incendiarti la vita o a bruciartela definitivamente.
Ma di qualunque colore avessero i capelli, quelle sante e demoniache creature, erano ancora una delle curiosità che gli davano energia, che lo spingevano ad andare avanti, ad arrivare alla fine del viaggio, dove, magari, chissà, avrebbe trovato qualche risposta.
Avrebbe volute conoscerle tutte le donne!
Più ne conosceva più non le capiva, più non le capiva più ne era attratto.
Certe volte, alla vista di una donna che lo colpiva particolarmente, quasi s’incazzava all’idea che probabilmente non l’avrebbe mai conosciuta e si ingelosiva per quel qualcuno che la conosceva o l’avrebbe conosciuta più di chiunque altro.
A lui, sarebbe piaciuto scoprire la marca preferita di profumo di ognuna di loro, l’odore della pelle, quello che portava in borsa, conoscere i suoi gusti, che libri leggeva, la musica che ascoltava, quanto curava le unghia, avrebbe voluto conoscere le mani, le dita, le caviglie, avrebbe voluto conoscere i suoi films preferiti, cosa la faceva ridere e cosa piangere.
Avrebbe voluto sapere se dormiva col pigiama o la camicia da notte, oppure nuda come un alito di vento nelle torride notti d’estate, avrebbe voluto vederla al mattino dentro un’ enorme felpa e un paio di calzini, avrebbe voluto vederla scapigliata prima di comporsi per il giorno.
Sapere se usava calze o collants, curiosare nei suoi cassetti e magari scoprirci un segreto da dividere.
Avrebbe voluto vedere il suo viso appena sveglio e poi allo specchio mentre se lo ispezionava prima di truccarsi, poi guardarla truccarsi per seguirne il disegno, avrebbe voluto vederla con i capelli spettinati sul cuscino e poi mentre se li asciugava dopo la doccia avvolta bagnata dentro un accappatoio, e poi guardarla pettinarsi sensuale come solo le donne sanno fare.
Avrebbe voluto vedere la sua espressione al lavoro e in vacanza, o quando era stanca , quando era allegra e poi avrebbe voluto vederle gli occhi mentre faceva l’amore.
Avrebbe voluto poggiare il capo sui seni di ognuna di loro e poi succhiarli fino a tornare bambino.
Avrebbe voluto passare le proprie mani sui loro corpi e non trovarci un solo angolo, privilegio che solo un corpo femminile possiede, scivolare morbidamente tra le loro curve. E’ questa la differenza tra un bel fisico maschile e uno femminile, il primo per quanto perfetto, è paragonabile a una bellissima macchina o qualcosa del genere, quello della donna è un’ armonioso dipinto, un nudo di Modigliani.
Avrebbe voluto scoprire se a letto si desse tutta o si risparmiasse, se era lei a prendere l’iniziativa o se la lasciava a te, quanto per lei erano importanti i baci in un amplesso.
Avrebbe voluto sapere se preferiva la doccia o il bagno, se era innamorata del proprio corpo e fino a che punto, conoscere la misura della sua vanità e le sue insicurezze.
Avrebbe voluto sapere se le piaceva il cioccolato e se dopo averla mangiato si leccava le dita e si impiaccistrava le labbra lasciandosele pulire da un bacio.
Avrebbe voluto assaggiare il suo drink preferito e sapere se i frutti di mare la facevano impazzire.
Avrebbe voluto scoprire fino a che punto era capace di impazzire, avrebbe voluto impazzirci insieme.
Avrebbe voluto vederla al mare mentre entrava in acqua e poi con il corpo bagnato asciugarsi al sole, vedere l’acqua salata brillare sulla sua pelle dorata.
Avrebbe voluto vederla su una terrazza con lo sguardo perso nel tramonto e poi all’alba con gli occhi assonnati dopo una notte di bagordi.
Quelle erano le volte in cui la moglie avrebbe voluto capirlo ma proprio non ci riusciva.
Ad un semaforo rosso cercò di ricordare se avesse qualche dovere urgente da sbrigare.
Pensò che sarebbe dovuto tornare al lavoro per non essere licenziato, andare dal dottore per sapere come se la passava il suo fegato, riparare l’auto prima che lo lasciasse a piedi, rispondere un po’ di più al telefono, pagare qualche bolletta e sperperare meno soldi.
Niente di particolarmente importante, poteva tranquillamente ignorare il tutto con un accettabile senso di colpa.
Dieci giorni dopo aver preso lo stipendio, gli unici soldi che gli erano rimasti, erano centomila lire.
Con cinquanta comprò un po’ d’erba, con trentacinque l’ultimo di Ray Charles, con dodici tre pacchetti di sigarette, con tremila lire, le cartine e un pezzo di pane.
Erano giorni ormai, che andava avanti tra giorno e notte trascinandosi dietro il bagaglio dei suoi pensieri, erano anni che girovagava senza meta, fermandosi ad ogni motel, senza mai riuscire a trovare una casa sua, era da sempre che correva dietro a qualcosa che non sapeva cos’era ma sapeva che c’era.
O che forse conosceva ma non trovava.
Probabilmente tutti i baci che aveva rubato, tutti i rischi corsi per farlo, erano nient’altro che la ricerca del bacio mai dato, del quadro mai dipinto, della poesia mai scritta, della musica mai ascoltata.
Lui avrebbe voluto baciare in bocca l’amore,
accompagnare la felicità all’altare,
far l’amore con la vita tutta la vita,
far l’amore con ogni giorno tutti i giorni,
avrebbe voluto…..
era così stanco, avrebbe voluto solo un po’ di pace.
Tirò fuori dal cervello un luccicante sax, ed intonò un vecchio classico Napoletano.
“ Si sta vocca desider’ e vas’
nun’è peccato,
ma vestimmell’ e vita stù suonno
c’a freva ce dà.
‘e si chest’ pè te nun è bbene
me sai dicer’
‘o bene che d’è?”
Il suo cuore gli fece da orchestra con la discrezione del più intimo Duke Ellington.
Avvertì un disperato bisogno di certezze, e fortunatamente ne aveva ancora qualcuna.
Decise che nel pomeriggio sarebbe andato a trovare Claudio e Cecilia.
Claudio era un suo amico da sempre, uno dei pochi porti che era riuscito a trovare nelle sue tempeste.
Si conobbero non ancora ventenni, quelle prime amicizie che quasi sfociano nelle cotte.
Ed avere vent’anni negli anni settanta, significava avere l’energia e l’adrenalina, di un fiume che rompe gli argini.
Da allora, si erano incontrati di nuovo, solo da qualche mese.
Ora avevano addosso tutte le amarezze di chi ha avuto vent’anni, più di vent’anni prima.
Ma tra di loro non era cambiata una virgola.
Il loro rapporto era un po’ la quintessenza dell’amicizia, nessun grosso discorso, si conoscevano talmente bene da non averne bisogno.
La loro amicizia era palpabile nell’aria, nei gesti, negli sguardi, nell’intesa silenziosa e immediata.
Compagni nei momenti di bisogno, compagni di sbronze, compagni per antica e perduta fede politica.
Sua moglie Cecilia l’aveva conosciuta, invece, solo da poco ma tra gli amici era quella che più di tutti aveva saputo stargli vicino nel periodo iniziale della cura, quando lui aveva la mente dispersa in mille frammenti di paura e gli occhi che abitavano in uno sguardo che non era più il suo.
Era dolce e premurosa come una madre, ma rompicoglioni come una bambina che si lamenta senza sapere bene cosa vuole, attraversava anche lei un brutto periodo, ma a se stessa non sapeva dare la forza che riusciva a dare agli altri.
Lei s’incazzava a sentirselo dire ma le donne s’incazzano sempre quando ascoltano qualcosa che non vorrebbero sentire.
Le serate a casa loro erano come una sosta per fare il pieno, quattro chiacchiere, qualche risata, qualche vizio un po’ più innocente, un po’di immancabile musica, un po’ di verità, un po’ dare, un po’avere e quella piacevole sensazione di non avere buttato un altro momento nel cesso.
A fine serata, salutando Claudio gli venne in mente Claudia.
Follia pura!!!
La conosceva da qualche anno, l’avrebbe amata per il resto degli anni.
Lei era tutto e il contrario di tutto.
Era un felino inferocito che difende con i denti le proprie paure.
Aveva un’anima grande come la più ermetica e maledetta delle poesie, e un carattere impossibile, come la più donna fra le donne.
Nei suoi occhi c’era sempre il buio più totale o la luce più luminosa, mai la mediocrità.
Con lei anche un semplice caffè al bar poteva trasformarsi in un’avventura verso chissà dove.
La sua porta, per gli amici era sempre aperta, a qualunque ora del giorno e della notte, a dispetto di tutto e tutti.
La tua te la sfondava senza bussare!
Era quel che si dice un’emozione forte, era come dovrebbe essere un’amicizia.
Insieme avevano trascorso un’infinità di notti disperate, ma erano sempre riusciti a seppellirle sotto una risata e un chissenefrega, fino a trovare quasi sempre uno di quei momenti che si scolpiscono per sempre sul cuore della memoria.
A casa, dopo aver acceso l’interminabile sigaretta, ascoltò per la prima volta l’ultimo disco inciso dai Queen prima della morte di Freddy Mercury.
Dei Queen aveva sempre apprezzato solo il canto dell’immenso Mercury ma non li aveva mai amati particolarmente come gruppo, non li sentiva come colonna sonora del suo carattere.
Ma poi ascoltò quel disco, “Made in Heaven”, quella musica era il cielo, era un uccello, era il vento, era il volo di un aliante, era il “Beautiful day” del brano d’apertura, era il primo gemito di un neonato, era l’ultimo lamento di una vecchio.
Era la vita, eppure era la morte.
Quel disco Freddy Mercury l’aveva pensato e scritto nel suo letto di morte.
Sempre la solita, vecchia storia della morte che ti avvicina alla vita, cominciava a rompere un po’ le palle, pareva quasi che non c’era verso di apprezzare la vita senza avvicinarsi alla morte.
Siccome in casa non aveva da bere accese un’ulteriore sigaretta e brindò con quella a Freddy Mercury in qualunque posto stesse cantando.
Nello stesso istante, in ogni parte del mondo, tutti quelli che avevano conosciuto la morte da vivi, accesero una sigaretta, ma nessuno di loro avrebbe mai saputo di essere riuscito, almeno per un attimo, a sconfiggere la solitudine.
Riavutosi dall’emozione del disco pensò a quello che lui si sarebbe portato in Paradiso.
Non dovette pensarci molto: sigarette , birra, qualche poesia di Bukowski, qualche disco di blues (un pò di musica del diavolo in paradiso avrebbe spezzato la monotonia).
Chet Baker no, a lui l’avrebbe trovato sicuramente già lì, sospeso nel cielo a soffiare pace dalla sua tromba, facendo vergognare il resto degli Angeli e le loro trombe.
Poi avrebbe bussato alle porte del paradiso, proprio come diceva Bob Dylan in una vecchia canzone, avrebbe sistemato le proprie cose sulla prima nuvola libera, e subito dopo si sarebbe guardato intorno in cerca di un peccato.
Quel disco dei Queen glielo aveva portato Simone, un ragazzo di soli diciassette anni con un’espressione negli occhi che lui conosceva fin troppo bene, quell’espressione tipica di chi fatica a stare al mondo.
A volte parlando con quel ragazzo gli sembrava di parlare con se stesso.
Anche a lui piaceva scrivere, anche lui, probabilmente, sarebbe stato un solitario per tutta la vita, e in fondo all’anima sarebbe stato contento di esserlo……qualche volta….. forse……o forse no……chissà!
Dipendeva dal prezzo che avrebbe dovuto pagare e di solito il mal di vivere costa caro.
Comunque gli fece bene ascoltare quel disco.
Tornò all’incrocio di tante volte.
A sinistra il solito punto interrogativo, a destra quello esclamativo.
Si fermò.
Accese una sigaretta.
Ascoltò lo scatto metallico dell’accendino che si chiudeva.
Mise una cassetta nello stereo.
I Led Zeppelin attaccarono l’inconfondibile arpeggio di Starway to Heaven.
Aspirò con avidità il fumo e diede un’occhiata al bagaglio.
Dentro c’era un passeggero nuovo, sua figlia!
Aveva vent’anni, stavano appena iniziando a conoscersi.
Pensò con un sorriso benevolo al suo inguaribile problema con i tempi e ancora una volta a lampeggiare fu la freccia sinistra.
Si guardò un attimo alle spalle, si chiese perdono e inserì la prima.
Se esisteva il suo burattinaio l’avrebbe trovato, se non esisteva avrebbe trovato pace………forse.
Partì!
Parole sfuggite di mano.. di Ciro Campajola
by Duncan on nov.06, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana

Abbiamo già pubblicato altre grandiose poesie di Ciro Campajola, oltre che parlare del suo libro (vai al link.. http://www.bornagain.it/wp/2011/08/03/ciro-campajola-il-libro/). Questa che pubblico oggi è un altro dei suoi vertici. Ne approfitto per informarvi che il 13 novembre Ciro terrà una presentazione del suo libro presso la libreria Ubik di Catanzaro Lido (per ulteriori informazioni vai al link facebook.. http://www.facebook.com/profile.php?id=1459098408&ref=tn_tinyman#!/event.php?eid=253378158048298).
Vi lascio a quest’altra grande creazione di Ciro Campajola.
——————
Stai qui
adesso
sul tuo divano
il tuo disco suona
la tua sigaretta è accesa
un bel po’ di passi sul groppone
ed è proprio questo
l’unico abito che ti calza a pennello
quello che ti sta intorno
quello che vedi
ascolti
fumi
odori
quello di cui sei impregnato
quello che emani
che ti piaccia o no
che piaccia o no
quello che sei riuscito a conservare
è così che va
un bagaglio continuamente disfatto
milioni di indirizzi lontano da come sei nato
ognuno di noi nel momento in corso
con milioni di momenti alle spalle
milioni di bagagli
diversi per ognuno di noi
con spalle diverse per ognuno di noi
diverse le circostanze
i motivi
le strade
gli incontri
le combinazioni
le scommesse
quelle vinte
quelle perse
quelle tentate e poi bestemmiate
quelle non puntate e poi rimpiante
quello
che di volta in volta
ti ha portato al momento in corso
dove a decidere per te
sono i momenti trascorsi
vissuti
decisi dalla tua guida
quello che sei riuscito a conservare
quando non serve più starci a pensare
ormai sei quello che sei
e non puoi farne a meno
il caso non è più solo casuale
ora dipende anche da quello che sei
il momento in cui
qualunque momento diventa il tuo momento
la tua seconda pelle
e tu stesso diventi
nel bene o nel male
quello che sei riuscito a conservare
non tutti raggiungono questo momento
io ho conservato la mia musica
e tutte le volte che ci ho fatto sesso
tutte le alcove
ho conservato le mie letture
le pagine corse a cento all’ora
cercate
divorate
digerite
setacciate come un cercatore d’oro
rimasticate lentamente
assaporate con la pelle
assorbite
e poi custodite nel giro del sangue
per correrle ancora
le parole scritte a modo mio
le tele dipinte di colori miei
è in questi momenti che mi sento a casa
su fogli imbrattati
di sfumature o di parole
ma con la mia grafia
non con la loro pagella
è questo che sono riuscito a conservare
quello che testardamente
furiosamente
ho voluto
e saputo conservare
è qui che con la sigaretta accesa
causa del MIO male
con la MIA musica in sottofondo
che stasera ancora scrivo
con parole sempre più MIE
parole ben mal-educate
addestrate
sdegnate
distaccate
qui
nel mio momento in corso
in mezzo alla “realtà”
alle due realtà
quella che sta oltre la mia finestra
e quella che dovrebbe essere in realtà
quella che pensavi che fosse
un po’ per come te la raccontano
una sorta di realtà “didattica”
non reale
e molto perché
quando vieni al mondo
avverti a pelle come dovrebbe essere
avverti naturale il bisogno di giocare
di ridere
di piangere
gridare
amare
fare sesso
e poi farlo ancora
e poi ancora
ancora
e gioire
sentire piacere
e
sentirti piacere
trovi naturale il bisogno
qualunque bisogno
di ripararti dal caldo come dal freddo
di poter contare su tutti gli altri
non vedi un solo motivo per non farlo
non immagini
che per fare questo
dovrai fare i conti con il reale che la realtà ti offre
sarà il primo paradosso che incontri
ma non potrai riconoscerlo
poi man mano
cambi sempre più indirizzi
fai il primo bagaglio
e nel prossimo
tu ancora non lo sai
qualcosa non c’entrerà
e dovrai scartare
pensare
decidere
e già allora sceglierai
quello che sei riuscito a conservare
per la prima volta vedrai in faccia quel ragazzino
quel negretto africano
quello con il torace divorato dalla fame
la pancia gonfia di solo aria
e ti chiedi perché lui sia così diverso dagli altri bambini
così diverso da te
e non ti spieghi
come cazzo faccia a tenersi quelle mosche in faccia
non ti spieghi la sua passività
e se chiedi in giro ti diranno
che “questa è la realtà”
e tu sei ancora piccolo per capire
anche tu sei un bambino
non vedi una folla che lo aiuti
come in realtà dovrebbe accadere
o credevi dovesse accadere
vedi gente che succhia anche le ossa di quel bambino
nella realtà vedi chiaramente L’IRREALE
per la prima volta vedrai un’altra realtà
per la prima volta diffiderai della realtà
dovrai farlo tante altre volte
se vorrai salvarti il culo
per poi arrivare
forse
al tuo momento
quello che sei riuscito a conservare
poi
a quel bambino
e alla tua vista
si aggiungerà la bimba nuda
terrorizzata
coperta con solo un cappello di paglia
che tiene stretto con la mano
come un disperato scudo
quella bimba vietnamita che corre sotto le bombe
quella bimba
che ancora oggi fugge e piange nella sua foto
esausta
sotto le bombe di altre terre
e dovrà apparirti il pinguino in tv
e pugnalarti lo sguardo
dovrai vederlo sporco
soffocato di petrolio
senza più luce nelle piume
opaco
offeso
indignato
moribondo
mentre un manichino senza espressione
dice qualcosa che nemmeno ascolta
e non potrai cambiare canale
poi una notte incontrerai una ragazza
anche lei nuda
e anche lei
lontana milioni di indirizzi da come è nata
la vedrai gelare al freddo
sotto una luna al neon
in un’indifferenza di ghiaccio
e non vedrai nessuno che la copre
solo vermi che le girano intorno
e una canna di pistola dietro la schiena
e quello che vedi è REALE
ma in realtà dovrebbero aprirsi cento porte
cento coperte dovrebbero avvolgere
accogliere
riscaldare quella ragazza
proteggerla da quella pistola
e non dovrebbero esserci vermi oltre la pistola
in realtà quella ragazza viene stuprata due volte
in una sola volta che si ripete ogni volta
l’ ho incontrata quella ragazza
e ho incontrato le sue sorelle
mi hanno raccolto per strada
e rimesso in piedi
mentre la realtà mi passava addosso indifferente
loro mi hanno accolto nel loro momento
in quel che avevano potuto conservare
erano tutte puttane
e nessuna di loro aveva scelto di esserlo
e nessuna di loro era “facile”
non c’erano donnine allegre tra le puttane
erano semplici donne
ed erano tutte tristi
splendide vergini sacrificali
lacrime silenziose sul volto dell’indecenza
pianto senza peccato
immacolate
e immolate
sul rogo del peccato di qualcun altro
e capisci sempre di più
che la realtà devi costruirtela tu
sceglierti i pezzi buoni
e dovrai farti un culo così per riuscire a farlo
e non è detto che ci riuscirai
dovrai decifrare lo sporco e il pulito
vestirti di entrambi
vivere quello che sembra e quello che è
dovrai avvicinare il tuo naso
rischiare la puzza
sfidare l’infezione
ora sai che non è come te la raccontano
né come la pensavi
non ti fiderai più dell’evidenza del bianco e del nero
dovrai toccarli con mano
dovrai attraversarli
che sia bianco o che sia nero
dovrai arrivare al cuore del colore
vivere del suo battito
assaggiarlo sulla punta della lingua
sporcarti la pelle
e dopo guardarti allo specchio
solo così potrai vedere la verità
la tua verità
riflessa sulla tua pelle
lei non mente
mai
dovrai saper scegliere la dose e il colore
il giusto bianco e quello nero
dovrai saperli miscelare
adeguarli al momento
la gradazione buona oggi
potrebbe non coprire domani
dovrai ribaltare il concetto di coerenza
coniugarlo con l’incoerenza
è lei il cammino
è lei che offre un domani
magari migliore
la coerenza è solo muschio che si forma
un alibi per invecchiare senza rischio di vivere
capirai questo
e in una volta sola
non ascolterai più milioni di persone
né miliardi di parole a memoria
e Il solito “tossico” che dorme drogato e beato
ti sembrerà meno beato e più malato
meno tossico e più ragazzo
sarà molto meno sfacciato ai tuoi occhi
molto più doloroso da vedere
e magari ti verrà di capire
prima non ci avevi mai pensato
avevi già domande e risposte sull’argomento
quelle che ti avevano raccontato
quelle che mai avresti pensato di farti
o potrebbe capitare di avvicinarti troppo
di farti risucchiare dall’infezione
e allora
se avrai i tuoi colori
le tue pagine
quelle corse e quelle scritte
quello che sei riuscito a conservare
avrai più possibilità di venirne fuori
magari più forte
o perlomeno meno debole
rafforzato di fragilità
se di tuo non avrai conservato niente
se dovrai affidarti alla “realtà”
la realtà ti seppellirà
senza il fondo irreale di quella realtà
non avresti mai visto quest’aspetto della realtà
la realtà cannibale
e allora tante cose ti sfuggono di mano
come queste parole adesso
che non accennano a fermarsi
che non riesco a trattenere
come gocce diventate torrente
come un torrente straripato
e tante mani si allontaneranno
senza giudizio non sapranno come tenerti a bada
senza motivo non potranno più etichettarti
catalogarti
ingabbiarti
e tu hai tolto motivo al loro giudizio
e se chiederai una mano
ti daranno leggi
parole
cavilli
giustificazioni
alibi
tutto tranne che una mano
e se il giorno ti impedisce di dormire
ti daranno sonniferi per la notte
per addormentarti di giorno
e se urlerai il giusto
cambieranno la giustizia
e dovrai rimboccarti le maniche
aggrapparti ad altre mani
al palmo nero del mendicante
che ti raccontavano sporco
e ti accorgerai che era solo nero di strada
non era sporco
sporche sono i milioni di mani lavate
che sarai costretto a stringere ogni fottuto giorno
e qualche notte
ti ritroverai a cercarlo quel barbone
come una boccata d’ossigeno
come la cosa più reale che tu abbia mai visto
resterai a guardarlo il tempo di una birra
e ti racconterà secoli di vita senza accorgersi di te
e tu senza accorgertene
ti ritroverai nei tuoi vecchi vicoli
quasi a cercare un ritorno a casa
e non ti farai più tante domande
e se per mangiare dovrai rubare
rubare non sarà da condannare
sarà il reale
ti ricorderai che “questa è la realtà”
e allora te ne fotterai della realtà
e se per avere una mano bianca
dovrai tornare al mercato nero
lo farai
senza timori e senza rimorsi
vuoi rimanere sveglio di giorno
e non ti farai fregare
cerchi solo il giusto per te
quello che sei riuscito a conservare
quello che ti serve per continuare a farlo
ora sai distinguere il bianco dal nero.
Ciro Campajola
Paolo Scarfone, creazione della carta e “lento processo e materia”
by Duncan on nov.06, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo

Lui e le sue visioni.
Lui è le sue visioni.
Si tratta di Paolo Scarfone, che per la cronaca familiare è mio cugino. Ma questo non c’entra niente.
Io dò peso alle cose solo per la loro profonda realtà dinamica ed esistenziale, non per i legami di sangue o di parentela, o per la pura amicizia. Posso sentirmi legato a un parente, e volere bene a un amico.
Ma il Valore si apprezza solo se.. riscontri il Valore.
Se lo proclami pure in colui che non ce l’ha solo in virtà del vostro legame parentale o amichevole, stai tradendo la sua fiducia in te e prostituendo la parola.
Quindi io dedico questa nota a Paolo Scarfone.. e vi parlo della innovativa mostra che sta ponen do in essere perchè credo nel Valore Artistico che lui porta con sé e nell’innovatività e potenza material-comunicativa di questa mostra.
Potrei stare ore a parlare di Paolo. Non lo farò. Trasmetterebbe una idea di sovrabbondanza, che neanche lui gradirebbe in questo momento di esplorazione dell’esistenza,e di ricerca dell’essenzialità. E poi metterebbe in secondo piano la mostra collettiva che, insieme ad altri tre suoi amici, sta tenendo a Firenze. e che si terrà fino al sette.
Intanto vi mostro il suo Blog. Lo vedrete anche. Lui è il ragazzo rasato, con vaga barbetta, occhiali, e camicia rossa.
Ha poco più di venti anni, ma credo che sia uno dei più vivaci , appassionati e orignali talanti emersi in questo decennio.
Voi vedrete “solo” la carta.. e il suo modo di trattarla.. e comporla..
E quel “solo” già contiene mondi. Ma Paolo viene da un percorso, che lo ha portato a sprimentare ampiamente disegno, pittura e scultura… la lavorazione della carta e ilc reare tramite essa è un approdo di un percorso che ha avuto dei precedenti e che avrà delle continuazioni..
Perchè cosa mi piace da morire in questa mostra che l’epifenomeno di un progetto e di una pratica sottostante.
La CREAZIONE della carta.
Paolo e i suoi “alleati”.. creano la carta.
Si sono impadroniti delle tecniche per generare direttaemnte loro la carta, partendo dal materiale originario, dalla fonte naturale.
E la creano in tante gradazioni e forme differenti. Infinite variabili, dove la fantasia e la passione… arrivano a interagire col supporto stesso. Solitamente si immagina l’artista che agisce su materiali già dati. Loro creano lo stesso materiale.. e la carta che crei tu ti dà un’emozione che credo sia difficile da descrivere.
Senti ancora di più tua l’opera… magari disegni su quella carta.. o la rinnovi di senso componendola in collage e mosaici imprevidibili o in rinnovate narrazioni… e la storia e la materia si fondono.
Io ricordo la prima volta ch Paolo mi parlò della carta..della sua creazione. Lo vedevo con gli occhi appassionati a descrivermi tutto il processo di lavorazione… il mondo in cui il materiale ogirinario si decomponeva e si ricomponeva.. le mille combinazioni. E poi prendeva quella carta in mano e la sfiorrava con una tale delicatezza, che è propria solo dell’amante. La presi anche io quella carta è captai almeno un frammento di ciò che lui provava…
Era la “sua” carta, era l’arte che si fonde nell’artigianato, il mettere mano alla materia.. il godere con le mani.. il diventare, attraverso un atto non solo materiale, ma simbolico, artefice di se stesso.
Toccando qu ei fogli, ruvidi, aspri, colorati, soffici.. notavo con quanta cura li tenevo in mano.. e con quanta frettolosità invece uso solitamente i fogli bianchi sui quali ho scritto e scrivo. Sì.. li ho sempre trattati come pura materia..
Con Paolo ho sentito come la materia prende vita, come puoi arrivare a sentirla tua.
E ora parliamo della mostra.
Innanzitutto vi mostro il Blog… dove si parla anche di questo evento.
“Lento processo e materia” è il nome della mostra. Attualmente in corso, si concluderà il 7 novembre. Il contesto è quello della facoltà di architettura. a Valle Giulia, Roma.. nella sala Petruccioli.
Oltre a Paolo… a darle vita ci saranno Ruggero Baragliu e Maria Luna Storti.
La mostra è a cura di Emanuele Meschini.
http://scarfone-paolo.blogspot.com/
–
Per tutti i 15 giorni di durata della mostra (compresi quelli già trascorsi) ci saranno tre ore al giorno di “performance”.. ovvero la carta verrà prodtto in diretta.
E ogni giorno ci sarà una diretta in streaming… dalle 14 alle 17 sul link http://www.ustream.tv/channel/processoemateria
—
Inoltre vi saranno discussioni e incontri.
Alla fine di questo mio pezzo, inserisco una breve presentazione della mostra fatta dallo stesso Paolo.
Credo davvero sia una mostra che meriti di essere vista.
Ma questa nota è molto più di un invito..
E’ un piccolo omaggio alla passione che ancora l’arte sa creare,
alla spinta che da vita alla materia.. non più vista come aggregato inanimato..
e… un omaggio… a chi sa farsi ancora possedere dal Daimon,
Salutamos Paolo
——————————————
allora: 15 giorni di mostra, 3 ore al giorno di “performance”: per performance si intende “produzione della carta” dalla cellulosa grezza al foglio finito. produciamo gli strumenti per farla e carta che ha la dignità di esistere in quanto opera d’arte e non solo come supporto. trattiamo la carta come si può trattare la pittura e la scultura ( perchè in realtà è ambedue le cose). le nostre performance sono dalle 14:00 alle 17:30 ma la mostra è visitabile dalle 9:00 alle 20:00.(il sabato dalle 9:00 alle 13:00.
Inoltre abbiamo aperto un canale streaming del progetto, nella quale sarà possibile vederci in diretta on-line dalle 14 alle 17 sul link http://www.ustream.tv/channel/processoemateria
(al link che ti ho scritto si può accedere anche andando alla pagina iniziale di “ustream” (anche entrandoci da google) e cercare nella barra “processoemateria”)
abbiamo 3 patrocini: Museo della carta di Pescia, Istituto di cultura Giapponese in Italia e Accademia della Romania in Italia.
abbiamo 3 incontri:
il 2 novembre Nobushige Akiama (uno dei più grandi maestri giapponesi della carta in Italia) porterà il suo studio all’interno del nostro spazio espositivo e darà una dimostrazione delle sue tecniche
il 4 novembre porteremo un docente della facoltà di filosofia di Roma per fare una conferenza sul critico Artur Danto
il 7 l’accademia della Romania ci manderà uno studioso dello scrittore e filosofo franco-rumeno Emile Cioran alla quale noi dedicheremo delle opere.
ognuno di noi interpreta la carta in modo diverso, io mi definisco in uno stile “narrativo”: ALL’INTERNO delle mie carte e non sopra, inserisco degli scritti che certificano la “memoria” della carta, un peso metaforico, concettuale. l’esposizione a Valle Giulia che stiamo facendo è una sorta di “esistere al mondo” criptato dalle stesse frasi che mi danno vita: sono frasi frammentate, offuscate da grumi di carta più spessi in alcune parti del foglio, velature nere su bianco, il mio scrivere NEL foglio mentre questo è “fresco” (prima che sia pronto), rende un atto presente trasformato in passato non appena possibile sia la fruizione dell’opera. da contrapporre a queste carte pesanti di concetto, vi sono le sculture voluminose e VUOTE dentro, formate col mio corpo, sorte di calchi. in questo caso non firma l’opera chi fuori dalla scultura applica il gesso bensì chi dentro la scultura ne determina la forma, una volta asciutto il gesso mi sottraggo dalla forma che ricorda la mia presenza nel passato e non può che lasciare solo il vuoto. la mia installazione per questa mostra si chiama “D’IO: UNO E TRINO”, la scena si dispiega al centro: io che faccio carta e ai lati due sculture che portano la forma del mio corpo nell’atto creativo passato, la traduzione del titolo potrebbe essere: “di me uno, nessuno e centomila” volendo richiamare Piarandello. in mezzo a questo triangolo di “me” si estende in mio dire, la parte meno vuota di me, la parte meno data da una posa o da un volume: le carte….la loro disposizione è ossessiva, come la mente, come il pensare, come l’affollarsi involontario di parole in mente. è una scansione tra il vuoto della massa e il peso delle idee.
all’inizio abbiamo scelto di rendere lo spazio semi-vuoto e di riepirlo con le opere che creavamo in loco, così si evade dall’idea standard di museo o galleria: lo spazio espositivo è il “cantiere” di un sentire nato dall’estro e finalizzato nel lavoro, perchè fare l’artista, è un lavoro…come il falegname o il muratore, con la differenza che l’artista svela ciò che prima non si vedeva in noi….
I mondi di Barbara (Vladimir Holan)
by Duncan on ott.16, 2011, under Bellezza, Poesia

Barbara Lazzarini è la cultura che si fa mano incrociata nella mano. E’ la letteratura che non resta tra i libri, ma spezza le pagine, ed esce fuori, come lievito costante di un pensiero mai reso, di una vita mai doma.
Oggi, nell’ambito della sua rubrica, pubblichiamo il suo pezzo dedicato a Vladimir Holan.
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«…Per quale varco potrò mai fuggire
l’ira infinita e l’infinita disperazione?
Perché dovunque fugga è sempre l’inferno; sono io l’inferno (…) »
(John Milton, “Paradiso Perduto”, libro IV, vv. 76-78)
Ci aggiustiamo a dormire, chi più, chi meno, quando la luce lascia il posto alle tenebre. Il sonno sarà forse quel tentativo di staccare con le pressioni della coscienza. Per taluni, più o meno spesso, la vigilanza resta continua e allora l’insonnia dà concretezza a quei sogni che in genere, non senza dolore, espandono la sensazione di libertà. Quando il senso di costrizione scandisce vigile ogni attimo del giorno e la sensibilità acuisce come un faro la percezione dell’oscurità, si fa strada l’eco di voci rare, come quella di V. Holan. La sua produzione è un’alchimia di parole che sa soggiogare l’uomo, il suo tempo e il suo spazio.
COSI’ SOLO NOI
Per tutta la notte hai ascoltato il vento di marzo,
il vento che mentiva, poiché qualcosa qui non c’era
e gli mancava,
il vento che si innamorò, non amò ed era quasi…
Così solo noi amiamo il temporaneo, il fugace,
ma in perpetuo e a un segno tale che consideriamo
anche l’immortalità esilio…
Nato in Boemia nel 1905, è dapprima la storia che lo costringe. Perseguirà la solitudine come un obiettivo, ampiamente realizzato, tanto che a partire dalla fine della seconda guerra mondiale non uscirà più dalla sua casa di Kampa. Il poeta murato, questa è la più consueta definizione che si dà di lui. Aver dovuto attraversare il nazismo e poi una volta fuori da quell’orrore, perdere ogni sogno e ritrovarsi nella costrizione infinita dello stalinismo, è insostenibile per lo spirito di Holan. Dunque la condizione storica che impatta sulla sua ipersensibilità, lo rende un automurato. Il suo è un rifiuto d’ essere dove l’orrore imponeva d’espandere se stesso, per continuare ad esistere. Rifiutare ogni legame, smettere di partecipare alle regole sociali, umane, divenire qualcosa d’intaccabile che non intacchi, chiamarsi fuori, astenersi dal partecipare anche solo muovendosi in quel feroce teatro della storia.
…Sono stufo ormai della vostra sfrontatezza,
che intride ogni cosa là dove voleva racchiudere
e non riuscì ad abbracciare.
Ma sì che verrà, una catastrofe,
che non avete potuto nemmeno sognare,
perchè privi di sogni,
Dio vuole che sia ben sentito ciò che ha inventato,
verrà la catastrofe, ai bambini ed agli ubriachi è chiaro,
soltanto dall’amore potrebbe qui ancora sgorgare la gioia,
se l’amore non fosse passione,
soltanto dall’amore potrebbe qui ancora sgorgare la felicità,
se la felicità non fosse passione,
ai bambini ed agli ubriachi è chiaro…
Occorrerebbe vivere per essere,
ma non sarete, perchè non vivete,
e non vivete, perchè non amate,
perchè non amate voi stessi, e tanto meno il prossimo.
Ma io sono stufo della vostra villania,
e se ancora non mi sono ucciso, è solo perchè
non sono stato io a darmi la vita
e perchè ancora amo qualcuno, dato che amo me stesso…
Potete ridere, ma solo l’aquila aggredisce l’aquila
e solo Briseide il ferito Achille.
Essere non è lieve… Lievi sono solo gli stronzi…
Restano murati con lui i suoi libri, il suo onnipresente fiasco di vino, il ricordo tenero della madre, simbolo potente di una purezza immarcescibile. Holan può far male e dunque non piacere, è il cantore del silenzio, la sua lirica non smette di sanguinare, è una insonne notte eterna. Scrittore potentemente onirico, metafisico, a tratti barocco, dopo aver vestito di tenebre le sue visioni, ce le rende forgiate coi frammenti taglienti di dense parole di pietra.
Ti direi
di quelle nuvole smaltate di rosso
come unghia finte tolte al tramonto.
Ti direi
di quella coperta blu
che è mare arricciato nei miei pensieri.
Ti direi
Di quella Luna pazza
che ride alla morte dei sogni d’innocenza.
Non posso parlarti di poeti assolti
né redimerne i versi.
Anche se il paradiso fosse verità
non vuol dire che sia vero.
Non posso dirti di alberi sfrondati dal dolore
né di erba che cresce la speranza.
Anche se l’inferno fosse inganno
non vuol dire che sia falso.
Ti dico solo
cibati di vita fin quando è vera
anche se non vuol dire che sia reale
Poeta e autore di racconti, il praghese è stato tradotto da slavisti del calibro di A. M. Ripellino.
Per Holan “Il precario e l’irripetibile sono le certezze assiali, le leggi maggiori del nostro vivere. L’implacabile determinismo che ci governa fa dell’esistenza una kàtorga, un castigo inflitto già prima della colpa, una condanna senza riscatto. [...]La storia è per Holan un costante deturpamento della verginità e della purezza. (A. M. Ripellino.)
La poesia è lì, nel chiuso e infinito sentimento di noi che mai si placa. E dice in silenzio, sospirando senza fretta a passi d’eterno.
Una ragazza ti ha chiesto
Una ragazza ti ha chiesto: che cosa è poesia?
Volevi dirle: già il fatto che tu esisti, ah sì, che tu esisti, e che nel tremore e stupore,
che sono testimonianza del miracolo,
soffrendo mi ingelosisco della tua piena bellezza,
e che non posso baciarti e con te non mi posso
giacere, e che non ho nulla, e colui che è sprovvisto di doni è costretto a cantare…
Ma non glielo hai detto, hai taciuto
e lei non ha udito quel canto…
(da Una notte con Amleto, Einaudi, 1966. Traduzione di Angelo Maria Ripellino.)
Holan come un nuovo Orfeo si percepisce non vivente, come il simboli dei cantori, muore nel momento stesso in cui cessa di vivere Euridice simbolo di speranza, sa che è così, sa che cantare non serve, l’istinto lo spinge a continuare a farlo, a immaginare la poesia unica forza salvifica. Gli dei dagli inferi godono della sua musica e lo chiamano al dolore. Nulla trattiene la sua tenace resistenza, prova a battere il fato, dio degli dei, va a calarsi nell’oscurità, per stabilire patti ingiusti, per svendere versi e canto in cambio di nulla. Il poeta poi sale e s’inerpica, sa che nell’ordito del patto, trame oscure celano inganni, la luce si scorge, il fato s’insinua oltre il regno sull’ombra, e lui verso Euridice si volterà sempre.
Non è la sfiducia in lei, è l’ombra che s’allunga imprevista quando pare di vedere la luce.
GIÙ PROFONDO
Fra stelle e parole non mancano contatti…
Ma giù profondo di fronte alla colpa ereditaria della morte,
lì dove donne nell’averno spalancano l’amore
che un semplice sussurro profana,
all’amante sono serve le ali, ai
genii il serpente...
Immensità (nel cuore di Viktor Frankl)
by Duncan on set.13, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Viktor Frankl universalmente noto per aver creato la “logoterapia”, che è una forma di psicologia che si incentra sull’importanza di vivere con un senso e dare un senso profondo e unico alla vita.. a tutta la vita e alla propria vita.. trovò il fermento del suo pensiero e del suo insegnamento nella esperienza del campo di concentramento, dove egli fu internato in quanto di origini ebraiche. Egli vide che anche della più totale abiezione l’uomo può trovare la forza di resistere, e vide anche che solo coloro che riuscivano a trovare un senso più alto alla propria esistenza, e qualcosa di profondissimo e radicale per cui vivere… riuscivano psichicamente e fisicamente a resistere, senza cadere in quello stato di avvilimento, depressione, impotenza disperata e catatonia che per moltissimi significò la morte anche senza passare per le camere a gas.. morte perché si rinunciava a vivere, perché il mondo ormai era una meretrice carica di morte e abominazione e la vita un incubo di bastardi. Per resistere al campo di concentramento , bisognava mobilitare tutte le proprie risorse fisiche, psichiche e spirituali. E fu così che Viktor Frankl e altri resistettero. Di quella esperienze egli scrisse un libro meraviglioso e immortale, “Uno psicologo nel lager”, che è una di quelle letture che nessuno dovrebbe mancare nella propria vita. E adesso voglio citare un passo di questo testo… un passo di infinito amore. Quando Frankl improvvisamente pensò all’amatissima moglie -che tra l’altro era quasi certo fosse stata uccisa dai nazisti come lo erano stati i suoi genitori- e fu investito da una tale overdose di amore che pochi, davvero pochi sperimentano mai nella propria esistenza. Lì, rinchiuso in un luogo di inferno, costretto a una vita da schiavo, privato di tutto.. per uno di quei assurdi paradossi della vita.. provò il più alto vertice di amore che avesse mai provato, sentì volare il proprio spirito come mai aveva volato.
Vi lascio al testo:
——————————————————————————————————
“Improvvisamente, ho di fronte l’immagine di mia moglie. Mentre
inciampiamo per chilometri, guardiamo la neve o scivoliamo su lastre
ghiacciate, sempre sorreggendoci a vicenda, aiutandoci gli uni gli
altri e trascinandoci avanti, nessuno parla più, ma sappiamo bene che
in questi momenti ognuno di noi pensa a sua moglie. Di tanto in tanto
guardo il cielo, dove impallidiscono le stelle, o là, dove comincia
l’alba, dietro una scura cortina di nubi: ma il mio spirito è ora
tutto preso dalla figura che si racchiude nella mia fantasia
straordinariamente accesa, e della quale non ho mai avuto sentore
prima, nella vita normale. Parlo con mia moglie. La sento rispondere,
la vedo sorridere dolcemente, vedo il suo sguardo, e – corporeo o meno
- il suo sguardo brilla più del sole che si leva in questo momento.
D’un tratto, un pensiero mi fa sussultare: per la prima volta nella
mia vita, provo la verità di ciò che per molti pensatori è stato il
culmine della saggezza, di ciò che molti poeti hanno cantato;
sperimento in me la verità che l’amore è, in un certo senso, il punto
finale, il più alto, al quale l’essere umano possa innalzarsi.
Comprendo ora il senso del segreto più sublime che la poesia, il
pensiero umano ed anche la fede possono offrire: la salvezza delle
creature attraverso l’amore e nell’amore! Capisco che l’uomo, anche
quando non gli resta niente in questo mondo, può sperimentare la
beatitudine suprema – sia pure solo per qualche attimo – nella
contemplazione interiore dell’essere amato. Nella situazione esterna
più misera che si possa immaginare – nella condizione di non potersi
esprimere attraverso l’azione, quando la sola cosa che si possa fare è
sopportare il dolore con dirittura, sopportano a testa alta, ebbene,
anche allora, l’uomo può realizzarsi in una contemplazione amorosa,
nella contemplazione dell’immagine spirituale della persona amata, che
porta in sé. Per la prima volta nella mia vita, sono in grado di
capire ciò che si intende, quando si dice: gli angeli sono beati
nell’infinita, amorevole contemplazione di uno splendore infinito…
Davanti a .me cade un compagno; quelli che gli marciano dietro, cadono
anche loro. La sentinella accorre e li bastona senza pietà. La mia
vita contemplativa è interrotta per qualche secondo, ma subito dopo la
mia anima si innalza, si eleva nuovamente dalla mia esistenza di
internato ad un mondo sovrumano e riprende il dialogo con l’essere
amato: io chiedo – lei risponde, lei domanda – rispondo io..”
I mondi di Barbara (Julio Cortazar)
by Duncan on ago.03, 2011, under Bellezza, Poesia

Eccoci con un altro appuntamento con I mondi di Barbara… la rubrica di Barbara Lazzarini. Semi di cultura viva, di cultura che cammina.. sono quelli che lei lancia.. unendo sempre cultura, vita e bellezza.. in indissolubili nodi.
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Julio Cortázar (Bruxelles, 26 agosto 1914 – Parigi, 12 febbraio 1984)
Complesso scrittore argentino-parigino. Disorientando il lettore, con le parole fa magia e costruzioni metafisiche.
Amato moltissimo da Borges, di lui Neruda ha scritto: “Chiunque non legga Cortázar è condannato”.
La sua è un’ampia produzione narrativa e poetica, ma il suo capolavoro resta il famoso romanzo del “realismo magico” Il gioco del mondo (Rayuela) . In esso i personaggi attraversano in modo non convenzionale la quotidianità e nelle loro scelte, nei loro pensieri, nelle azioni, persino nelle stasi, l’autore innesta una profonda analisi filosofica che tratteggia una psicologia originale, dissacrante, sorprendente delle figure umane che dal testo prendono vita. Sfioro la tua bocca, con un dito sfioro l’orlo della tua bocca, la disegno come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare faccio nascere ogni volta la bocca che desidero, la bocca che la mia mano ha scelto e ti disegna sulla faccia, una bocca scelta tra tutte, con la sovrana libertà…. Sperimentatore instancabile, romantico e carnale, dicono fosse malato di “gigantismo”, era dunque condannato a crescere sempre, contro le consuete leggi di Cronos, e la sua stessa opera, allo stesso modo, rifiuta di assestarsi in via definitiva e non sa seguire la scontata linearità del tempo. I suoi tenaci lettori, perduti nei percorsi di altre dimensioni, con Cortázar sanno di essere riusciti a percorrere un viaggio ultraterreno.
Julio Cortázar è stato anche un magnifico poeta, i suoi versi non cercano altro che d’arrivare all’anima, è suadente e vivo, doloroso e vero. Vi posto due delle sue più note e belle poesie, talmente chiare nell’esposizione delle tematiche, che non necessitano d’alcuna spiegazione.
Il Futuro
E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.
Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.
—–
Se devo vivere
Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.
Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.
_Julio Cortàzar_
Ciro Campajola.. il libro..
by Duncan on ago.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana
Le poesie sono pensieri sbloccati
Firmati da realtà opprimenti
Tu non fai altro che scriverle
Io non so cosa è esattamente ciò che scrive Ciro Campajola. So che spacca le dighe, spacca i muri, spacca gli spartiti, così come spacca i coglioni… specie di chi è sazio nella propria mediocrità e complicità, e spacca la vita e la morte.
Le chiamiamo poesie, ma di poesie del genere io non ne ho lette mai. Chilometriche, inarrestabili, fluviali.
Urlano fino a trapanarti la mente, ma ridono anche, tra il malinconico e la speranza affamata dietro un bicchiere di vino e un bicchiere di blues e un bicchiere di anima.
Ferite e grotte di solitudini, abbandoni e volti cancellati dalla lavagna, i gironi infernali dei senza nome, e dei nomi di coloro a cui hanno rubato il nome. E di loro che canta Ciro. Delle principesse bambine vestite da prostitute e dagli occhi grandi come il mare. Delle periferie capovolte dei tossici, e dei marchiati a fuoco, i puntini neri per le freccette facili, i collaudati oggetti del disprezzo, le mani fragili che chiedono vita e carezze, e prendono pugni e morte.
Ma Ciro non è un delicato poeta da confortevole nicchia malinconica. In lui suona a stordire le orecchie, la forza iconoclasta dell’eterna invettiva contro l’abiezione, la sacra indignazione che è l’onore di tutto la grande poesia satirica dell’antichità, e di tutto il grande teatro ironico, appassionato e civile dei nostri giorni.
Sì… la ribellione delle parole. La ribellione nelle parole. Non cercate conferenze per acculturati e teste d’uovo. Ciro è nato nelle periferie, vive nelle ciminiere, sale su quegli strani sentieri che si affacciano sul volto bello della vita che regge il pugno, e mostra il dito alle cornacchie gracchianti della dissoluzione.
Lui mostra il riso delle scimmie. Ma a quel riso non si arrende come gli eterni sconfitti. E a quel riso non si accompagna, come gli eterni complici vigliacchi.
Perché è tutta una scansione di tempi.. tutta una scansione di ritmi.
E lui ti mostra il male, ti mostra la scimmia deforme, il concerto malato dei vampiri. E a volte è acciottolato in mezzo al grembo che piange.
Ma non vedrete mai solo il buio..
Alla fine c’è sempre un canto del cuore,
siamo sempre qua – sembra dire Ciro – a dare sperma e polmoni alla vita..
e poi tu*
tu sempre con quelli che non ci stanno
che preferiscono pagare e fanculo il conto
tu confuso
tra quelli che sanno tutto e quelli che non sanno niente
tu
che non ne vuoi più sapere e fanculo pure le chiacchiere
tu
tra la legge uguale per tutti o meno
tu
che per quel che ne sai
fanculo comunque sia la legge
con te è sempre stata uguale
mai giusta
tu
che batti sudato e testardo il tuo sentiero
che per gli altri sia legale o no
lo è per te
E’ la tua strada ragazzo, la strada stretta è sbagliata.
La strada di chi lo batte il suo tempo, anche quando le ore pesano fino spezzarti le dita. Ma tu non la molli. “Sono quello che sono”.. dillo, dillo forte e fai il tuo passo, cammina sul tuo Sentiero.. prendi ciò che ti appartiene e vai, costi quel che costi, quanto sangue può costare, è onorare ogni attimo. Questo ti fa scalpitare Ciro dentro. Questo ti scaraventa addosso.. con buona pace di tutti i cantori della stanchezza, che dilagano nel nostro tempo.
E’ intollerante nel suo scrivere? Può essere. Non è un santo. Non vuole essere un santo. La sua poesia è bambina e negra allo stesso tempo. Crudele e sensibile allo spasimo. Conosce la lotta di strada questa poesia, a mali estremi sa tirare le unghie… Nasce dalla musica, la musica la partorisce, musica genererà.
Non è per i levigati, le personcine inamidate, i professionisti del volontariato, per tutti coloro che si rifanno una verginità con le “pecorelle smarrite”. Se siete tra costoro.. non è il libro per voi. C’è tanto altro in libreria, cercate altro.
Le vite scartate gli stanno appese al collo, e lui si fa male a portarle, ma DEVE portarle. E sono tutti qua a prendersi la sua mano. E c’è ancora lui, nelle notti a dare lucido alle trombe.
La sua poesia trasuda Onestà. L’eccesso si accoppia al rigore morale. Solo uno dei tanti apparenti paradossi che vivono in lui e in ciò che scrive.
E alla fine c’è la notte più notte, notte al quadrato.
Alla fine c’è l’alba afferrata “appena in tempo”.. “in fondo alla notte”..
Alla fine c’è musica che passa nelle vene.
Alla fine c’è un anello..
ti accorgerai*
che comunque
nei giorni chiari e in quelli bui
hai sempre trovato un anello
in ogni tempo
con ogni tempo
e sia nel sole che nella pioggia
tu lo hai sempre portato al dito
come una fede nuziale
come un matrimonio benedetto di suo.
Non vi dico di leggere il suo libro..
Non si dice mai a qualcuno di leggere un libro,
a un certo punto un libro, un disco, un volto ti chiamano..
chiamano e basta.
Vi dico invece di dare lucido alle trombe.
Alfredo Cosco
*Brani di poesie di Ciro Campajola non presenti nel libro.
Per l’acquisto contattare Ciro attraverso posta Facebook.
I mondi di Barbara (Osip Emil’evič Mandel’štam)
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana, Simbolo, politica

Eccoci a un altro appuntamento con la “I mondi di Barbara”, una rubrica che è una delle colonne principali di questo Territorio per Anime Pazze e Libere chiamato Born Again.
Barbara Lazzarini in questo spazio ci porta in altri mari rispetto alla cultura digerita e premasticata, e poi ingurgitata come fosse puro materialato.
Questa cultura si incarna nell’uomo e diventa incandescente percorso narrato, che della Libertà fa un pezzo di pane, che passa di mano in mano, rendendo chiunque mangia, più libero.
Il pezzo di Barbara che oggi pubblichiamo è uno a quelli a cui io tengo di più in assoluto. Il protagonista è un Gigante..Osip Emil’evič Mandel’štam.
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Osip Emil’evič Mandel’štam è un grandissimo poeta, una delle figure più importanti del Novecento letterario. Vittima, come moltissimi altri grandi artisti, delle “Grandi purghe staliniane”. Nasce nel 1891 a Varsavia da una famiglia ebrea, si trasferisce in Russia e trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Pietroburgo. Affronta studi intensi di filologia romanza e germanica che gli serviranno per studiare i grandi italiani come Cavalcanti, Petrarca, Dante, ecc.. successivamente insieme all’Achmatova e al di lei marito, fonda il movimento acmeista ( i migliori) in contrapposizione ai versi oscuri dei simbolisti russi propongono la chiarezza e la praticano perfettamente. Scrive in prosa e in poesia, molto importante, per il taglio originale che esce del Nostro più grande poeta, il suo saggio “Conversazione,(o discorso) su Dante”. Quello per la nostra lingua è un amore intenso, Mandel’stam la definisce “la più dadaistica delle lingue romanze”, pensate che Cristina Campo, raffinatissima traduttrice, l’italiano lo definiva “lingua di marmo”, lingua che se ne sta lì come un blocco pronto per essere scolpito, è irriducibile marmo che cela la forma affinchè ne sia estratta. C’è una sorta di incontro elettivo con Dante, prima di lui con Cavalcanti, in effetti il vero avanguardista dell’era volgare, quello che sdogana il pathos, con lui finalmente si può parlare di sofferenza carnale nell’amore, lo fa lui per la prima volta con durissime parole e sintassi complessa, lo farà Dante nelle famose e bellissime “Rime petrose”
…e torna la pietra a forgiare la nostra neolingua di parole che sanno tagliare e sono tagliate.
E’ mi duol che ti convien morire
per questa fiera donna, che nïente
par che piatate di te voglia udire.
I’ vo come colui ch’è fuor di vita,
che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia
fatto di rame o di pietra o di legno…(Cavalcanti)
Canzon, or che sarà di me ne l’altro
dolce tempo novello, quando piove
amore in terra da tutti li cieli,
quando per questi geli
amore è solo in me, e non altrove?
Saranne quello ch’è d’un uom di marmo,
se in pargoletta fia per core un marmo.(Dante)
Quando M. entra nei regni danteschi e prende a parlare della Divina Commedia, il suo approccio critico davvero è inconsueto. Di lui dicono che fosse un tipo strano, sempre in movimento, incapace di starsene seduto, frenetico, con il pensiero altrove, esiliato ai comuni mortali. Questa sua stessa condizione esistenziale d’esule lui rinviene in Dante, quella stessa foga del moto vorticoso di versi pietra che generano la più grande delle lingue; per Mandel’stam Dante “DANZA”, muovendosi nella musica dei versi, versi come orchestre sinfoniche. Ancora nel “discorso su Dante” scrive: “Dante è un maestro dei mezzi poetici, non un fabbricante d’immagini. E’ lo stratega delle metamorfosi e degli incroci” e quando si sofferma sull’analisi del canto del conte Ugolino scrive : “I canti danteschi sono le partiture di una speciale orchestra chimica”.
Osip M. è un grandissimo esperto di musica, fa paragoni con Bach, la musica è per lui segnale di vita e afferma che la poesia deve seguire regole più severe come quelle delle partiture:”Questa è la legge della materia poetica, materia che è convertibile e sempre in via di convertirsi, che esiste solo nello slancio dell’esecuzione“.
Mandel‘stam ha affermato: “prima compongo, poi scrivo“.
Si legga la seguente poesia dal confino forzato in cui viene relegato per motivi politici:
Lei non è dal suo mare ancora nata,
lei è musica ed insieme parola;
è il legame che mai si potrà sciogliere
fra tutto ciò che vive nel creato.
Delle onde respiran calmi i seni,
ma un chiarore impazzito il giorno illumina,
e stanno i lillà scialbi della schiuma
dentro un vaso color celeste-nero.
Acquistino le mie labbra, recuperino
la mutezza lontana, primordiale,
simile a una nota di cristallo
che vibra, fin dal suo nascere, pura!
Rimani quel che sei – schiuma, o Afrodite,
tu, parola, rifluisci in musica,
vergognati del cuore, o cuore, fuso
con l’elemento primo della vita!
La storia della dittatura sovietica s’incrocia con quella dell’artista già inviso al regime quando una sera recita questa poesia tra amici:
Noi viviamo senza avvertire sotto di noi il paese,
i nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza,
ma dove c’è soltanto una mezza conversazione
ci si ricorda del montanaro del Cremlino.
Le sue grosse dita sono grasse come vermi
e le sue parole sicure come fili a piombo.
Ridono i suoi baffi da scarafaggio,
e brillano i suoi gambali.
Intorno a lui c’è una masnada di ducetti dal collo sottile
e lui si diletta dei servigi dei semiuomini.
Chi fischietta, chi miagola, chi piagnucola
se soltanto lui ciarla o punta il dito.
Come ferri da cavallo egli forgia un ukaz dietro l’altro,
a uno l’appioppa nell’inguine, a uno sulla fronte,
a chi sul sopracciglio, a chi nell’occhio.
Non c’è esecuzione che non sia per lui una cuccagna…
Qualcuno si fa delatore, Mandel’ stam non saprà mai chi sia stato, né perché lo abbia fatto, tuttavia il “controrivoluzionario” viene arrestato, ha con sè solo una copia della Commedia. Ha così inizio un percorso di inaudita sofferenza fisica e psicologica che lo condurrà alla morte nel lager di Vladivostok nel ‘38
Su di lui Viktor Erofeev afferma: “Osip Mandelshtam scrisse i versi politici più coraggiosi e più riusciti di tutta la storia della letteratura russa. È un record. Quel proiettile di poesia diretto contro Stalin (…) è di una precisione micidiale”.
E’ nella durezza della prigionia che l’ansia genera poesia, la tensione del dolore si fa morso dilaniante che lo consuma eppure Osip non vuole smentire la sua vocazione d’uomo, compone, le parole risuonano tra soprusi fango e gelo, la sera ai suoi compagni di sventura recita Petrarca, prima in italiano e poi in russo, chissà quale fantasma porta l’arte a superare ogni bruttura, l’otium sereno delle Rime italiane a consolarlo, il sogno di un raccoglimento letterario negato…
Qui di seguito riporto alcune liriche dal campo di detenzione, furono preservate e poi date alle stampe dalla moglie Nadezda, che aveva imparato a memoria questi e numerosi altri testi poetici del marito.
Lo dico in brutta copia, a voce bassa,
ché non è ancora venuto il momento:
il gioco del cielo irresponsabile
si attinge col sudore e l’esperienza.
E sotto il cielo dimentichiamo spesso
- sotto un purgatoriale cielo effimero -
che il felice deposito celeste
è una mobile casa della vita” (9 marzo 1937)
“Io mi porto questo verde alle labbra
questo vischioso giurare di foglie -
questa terra che è spergiura: madre
di bucaneve, aceri, quercioli.
Mi piego alle umili radici, e guarda
come divento insieme cieco e forte;
non fa dono, il risonante parco
di una sontuosità eccessiva agli occhi?
E – palline di mercurio- le rane
con le voci s’agglomerano a palla;
i nudi stecchi si mutano in rami
e in lattea finzione il vapore dell’aria (aprile 1937)
Gli eroi non muoiono mai
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo
Ehi tu,
piccolo sogno su due gambe,
dai poster ai murale
epiche dei ghetto,
strade di periferia.
covo di Patrizi e tossici,
un cucchiaio in bocca e sopra un uomo,
occhi bendati,
parrocchia di periferia,
campionati di strada,
a piedi scalzi,
pizze scommesse..
e pugili ammaccati,
vecchi su nuvole di sigaro,
donne dai diecimila figli,
o cento o tre,
E tu, maestro,
bambino nel tempo,
l’amore fa male…
ma ti rende immenso,
e ti giudicheranno
e sarai smerdato in sala mensa,
vorrei dirti che il mare non è solo oltre il cemento,
ma è già nel cemento,
e che sarai padre di diecimila figli,
o di cento o di tre,
ci sono trampolini in alto sopra il cuore,
ci sono notti che tu custodirai,
cartoni di piscio e birra coi barboni,
alcuni dimenticano… tu no,
Gli eroi non muoiono mai.
La lotta per la montagna sacra
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Controinformazione, Resistenza umana, Simbolo
Ecco i piccoli soldati della Resistenza.
Hanno volti nascosti tra le pagine bianche e quelle nere, le righe cancellate, quelle bruciate ad arte, quelle ricoperte con la scolorina, quelle riscritte e quelle ritrovate.
In India, nello stato dell’Orissa, I Kandh, un insieme di comunità tribali hanno combattuto una durissima e disperata guerra contro la multinazionale Vedanta per Niyamgiri, la loro Montagna Sacra, il fondamento del loro mondo, la cornice del loro habit esistenziale, il nutrimento del loro autoriconoscersi, ovvero l’archistrave stessa del loro sentiri Uomini, del loro “avere un senso” dinanzi alla vita.
Nonostante la guerra sporca di Vedanta e autorità i Kandh alla fine hanno vinto. Almeno per il momento.
Il testo che leggerete è la loro storia.
Su un fronte che corre proprio ai confini dell’umano. Dove si combatte ancora. Dove si combatterà semrpe.
Lo Specchio è frantumato e le immagini sono infrante, sparpagliate, diffuse.
La Resistenza è all’opera ovunque. Cambiano le forme, i retroterra, le Visioni, le pratiche concrete. Ma i motori si scaldano. E reggono a stento i muri dello stadio. Divisi da mille codici, uniti in realtà da una stessa fame di liberazione, e di dignità contro chi prosperà tre i canili e il guinzaglio.
Tribù scendono sul sentiero di guerra Per difendere un Mondo. Il loro Mondo. La Casa Divina della manifestazione e attuazione del loro essere. Il Territorio che dà il fiumi, le sorgenti, la frutta. La Terra che è stato dato loro mandato di Custodire.
E’ una vecchia lotta. Degli estortori dai colletti bianchi e degli agglomerati di cemento e morte che come unr ullo complessore spazzano via i Mondi, in una scarica di DTT sterilizzante, per accamparea altri territori al loro Risiko e spolparli fino a strapparne l’ultimo centesimo.
Ma c’è chi dice.. QUESTO E’ IL NOSTRO MONDO…
QUESTA E’ LA NOSTRA TERRA,
QUESTO E’ IL NOSTRO UNIVERSO,
LOTTEREMO FINO ALLA MORTE PER CIO’ CHE E’ NOSTRO.
I loro tamburi parlano anche alle nostre viscere, per una Dignità che aspetta chi osi reclamarla.
La Grande Montagna ora sorride.
A volte il Banco perde,
al gioco delle tre carte capita che il Banco si incula.
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Tratto da
“NUNATAK
Rivista di storie, culture, lotte della montagna” (n.627)
Di Pei
“Oggi nell’era dei cambiamenti climatici, è sicuramente il momento di rendersi conto che le foreste, i sistemi fluviali, le catene montuose e le persone che sanno come vivere in modo ecologicamente sostenibile valgono più di tutta la bauxite del mondo. La Vedanta dovrebbe essere fermata nei suoi piani. Adesso. Immediatamente. Prima che si compino ulteriori danni.” (Arundhati Roy)
In India, alle pendici del Monte Nyamgiri, le comunità tribali dei Dongria Kondh si stanno battendo contro la multinazionale mineraria Vedanta, il cui progetto estrattivo minaccia di distruggere, insieme a Nyamgiri, la loro stessa esistenza come popolo che si considera – ed efettivamente è – il “Custode” di questa montagna sacra. Al momento i Kondh hanno vinto: il progetto della Vedanta è stato bloccato. La loro storia, e la loro vittoria, è tanto più significativa in quanto momento di uno scontro di dimensioni ben più grandi: una battaglia epocale che vede il subcontinente indiano, la più grande democrazia al mondo, dilaniato da una vera e propria guerra ai danni delle popolazioni rurali, non ancora urbanizzate, e al loro tentativo di resistere al trionfo dello “sviluppo economico”.
Tra l’agosto e il settembre del 2010, dopo una controversia durata anni, il governo indiano si è pronunciato in merito al rilascio delle autorizzazioni alla multinazionale Vedanta per il progetto di estrazione di bauxite dal Monte Niyamgiri, nello Stato orientale dell’Orissa. In quella che Amnesty Internationale ha definito >, la Corte suprema ha bocciato il progetto della miniera, per violazione delle leggi a tutela dell’ambiente, della oresta e dei diritti degli adviasi (le popolazioni indigene), in particolare dei Dongria Kondh e delle altre comunità che abitano le pendici di Niyamgiri. La sentenza ha inoltre sospeso le operazioni di sestuplicamento della raffineria di alluminio di Lanjigarh, riconoscendo che già nelle sue attuali dimensioni ha provocato un inquinamento dell’aria e dell’acqua tali da rendere invivibile il territorio per le comunità locali. Questa sentenza ovviamente non casca dal cielo, ma è l’esito – insperato – di una feroce battaglia tra la britannica Vedanta Resources, una delle maggiori compagnie minerarie al mondo, e i Dongria Kondh, una piccola – ma irremovibile – comunità tribale.
I Dongria Kondh sono una delle tribù più isolate del continente indiano, circa ottomila persone sparse in piccoli villaggi sulle colline di Niyamgiri, un territorio diamgi dense foreste popolate da una grande varietà di animali, tra cui tigri, elefanti e leopardi. Qui i Kondh coltivano lem essi, raccolgono frutti spontanei e selezionano piante e fiori destinati alla vendita. In lingua kuvi, gli abitanti delle pendici di Niyamgiri chiamano se stessi jhamia, ovvero >. Essi si considerano i guardiani delle centinaia i sorgenti perenni, ruscelli e torrenti, che sgorgano dalla cima della collina. Tale abbondanza d’acqua dipende proprio dalla presenza della bauxite, materiale di natura racciosa e sedimentaria che tratiene acqua e umidità nella stagione delle piogge per poi rilasciarla gradualmente nel periodo secco. Questo sistema naturale di filtraggio realizza così un perfetto equilibrio di produzione idrica a ciclo continuo, che garantisce la crescita di una vegetazione rigogliosa in un territorio che, nel suo complesso, nela gran parte dell’anno è piuttosto arido. E’ perciò evidnte come – l di là del potenziale inquinante di uno stabilimento minerario – la semplice sottrazione da tale ecosistema dell’elemento principe per l’equilibrio idrico, la bauxite, avrebbe di per sé un impatto devastante.
Il progetto della Vedanta consiste proprio in una imponente miniera a cielo aperto per l’estrazione della bauxite dalla vetta della montagna sacra per i Kandh: Niyamgiri, la “montagna della legge”, dimora del loro Dio e garante dell’equilibrio naturale. Se ciò avvenisse, i Dongria Kondh non perderebbero soltatno i loro mezzi di sostentamento, le loro case, le loro terre. Perderebbero la salute, l’indipendenza e la loro insostituibile e profonda conoscenza dell’ecosistma di colline e foreste. Ma, ancor di più, la distruzione di Niyamgiri rappresenterebbe la perdita della loro identità, la fine del senso stesso della loro millenaria esistenza.
La bauxite, in campo industriale, ha un’importanza notevole: si tratta infatti dell’elemento base per la produzione di alluminio. Con il cosiddetto processo Bayer, i sali d’alluminio presenti nel minerale vengono separati da altri elementi “spuri” – silice, ossidi di ferro, titanio… – attraverso diverse fasi di “puriicazione” che, inevitabilmente, producono grandi quantità di materiali residui di una certa tossicità. Le comunità che vivono nei pressi della raffineria della Vedanta già in funzione nell’aria, infatti, oltre ad essere state sfrattate dalle loro case e dalle loro terre, denuncniano un diuso avvelenamento responsabile di soghi cutanei, infezioni e disturbi di vario genere. A ciò si aggiungono la compromissione dei raccolti, le morie degli animali che si bagnano e abbeverano nelle acque di Nyamgiri, e la colorazione rossastra assunta dal suolo e dalla vegetazione circostante.
>. Questa è la posizione – ferma ed inequivocabile – delle tribù scese in lotta, compatte nel proposito di fermare la Vedanta per impedire la “profanazione” delle loro montagne, la conversione dell’area in una desolata zona industriale e per non bararattare il proprio modo di vita con la prosepttiva di diventare, nel migliore dei casi, dei salariati della raffineria. Riiutano il Progresso, questi barbari! Un Progresso grazie al quale, forse, otterrebbero qualche automobile, qualche telefonino, e qualche Mac Donald’s dove chiedersi cosa è successo alla loro acqua, ai loro colori, alle loro forteste, alle loro vite.
Di fronte a tale inconcepibile rifiuto, la Vedanta e le forze governative non tardano a reagire. Ad alcune comunità la compagnia offre del denaro per convincerle a trasferirsi altrove, mentre le case di quelli che declinano l’offerta vengono abbattute nottetempo dalle ruspe. Le cronache parlano anche di azioni punitive, di interventi paramilitari con omicidi mirati, rastrellamenti, pestaggi e sparizioni, nei confronti dei membri più attivi delle comunità.
I Kondh, però, non si sono mai arresi. Negli ultimi anni, a più riprese, i loro tamburi di guerra hanno ripreso a rullare dal profondo della giungla. Hanno bloccato le strade di accesso ai cantieri, impedendo fisicamente il passaggio alle scavatrici. In centinaia, provenienti dalle varie comunità e villaggi della zona, si sono riuniti di fronte ai cancelli degli stabilimenti Vedanta, scontrandosi con le forze dell’ordine e subendo cariche, aggressioni, arresti e intimidazioni… Hanno celebrato colossali puja, raduni di massa per dare vita ad un movimento allargato, formato anche da rappresentanti di altri gruppi tribali e da attivisti, accademici, avvocati, per attirare l’attenzione del mondo intero. E proprio grazie al lavoro di informazione, la notizia della loro battaglia ha acquistato un’eco internazionale, stimolando diverse iniziative di solidarietà, coe ad esempio una manifestazione nel cuore di Londra durante l’annuale meeting generale della Vedanta. Un’ondata di critiche e pressioni ha così colpito la corporation, al punto che alcuni dei finanziatori hanno fatto dietrofront, ritirando le quote di investimento nell’azienda.
Si può letteralmente dire che i Kondh sono tornati sul sentiero di guerra, al suono dei gong e dei tamburi, indossando i costumi arcaici ormai sempre più rari, e impugnando le loro armi tradizionali: archi, frecce e asce. Il gesto stesso di brandire queste armi antiche, le stesse che un tempo avevano usato per difendersi dai colonialisti inglesi, e che oggi sono rivolte contro le mostruose propaggini meccaniche del sistema industriale, ha l’alto valore simbolico di rivendicazione dell’identità culturale di un popolo, nella resistenza al processso di trasformazione imposto da una modernizzazione genocida. Ma non solo: il brandire le armi sottolinea la volontà di combatere ancora una volta a oltranza fino all’ultimo uomo, una battaglia impari, dando forma a uno degli slogan più volte ripetuto: >:
Non è la prima volta infatti che queste popolazioni si trovano a combattere una guerra impari contro la Civiltà. Un tempo i Khand sparsi ai piedi del sacro Monte Nyamgiri erano adusi a celebrare sacrifici umani. Un orrore che l’impero britannico non poteva tollerare. Dall’altro di una legittimità morale fondata su secoli di roghi, guerre, stermini, schiavitù, il cristianissimo e civilissimo Occidente si mobilitò per estirpare una simile barbarie, massacrando quanti osavano difendersi, pianificando un vero e proprio genocidio (per evitare l’atrocità dei sacrifici umani, of course). Si era a metà dell’Ottocento, ei Kadh resistetero armi in pugno all’Impero, trasformando le colline e le foreste dell’Orissa nel teatro di una guerriglia testarda e senza tregua. Stremati, perseguitati, affamati, condotti sull’orlo dell’estinzione, i Kandh riuscirono a vincere la partita con la storia. Sono sopravvissuti, aggrappandosi alla propria identità culturale. Oggi la Civiltù torna alll’attacco, tentando di portar via, con il loro sacro monte, il senso della loro vita millenaria. Qualcuno ha deciso che devono stare meglio, che il Progresso deve arrivare fino a lì. L’antica storia si ripete, la multinazionale Vedanta dà vita al suo genocidio di vite fisiche, morali, culturali, comprando tutto quello che può comprare e distruggento tutto il resto.
I Kandh sono tornati sul sentiero di guerra. La loro tenacia ha trasformato una piccola tribù delle giungle dell’Orissa in un simbolo di una battaglia globale. Nel loro mondo popolato da spiriti, sciamani e uomini tigre, i Kandh hanno trovato la forza di resistere e le ragioni per combattere, dimostrando, non foss’altro che per questo, di avere molto da insegnarci.



