Born Again

Bellezza

La madre di Totò Cuffaro e la capacità di “sentire”

by on ott.12, 2015, under Bellezza, Resistenza umana

noreds

Mi trovo a rileggere una notizia di dicembre 2014, che mi colpì molto.

Totò Cuffaro, detenuto nel carcere dell’Ucciardone, aveva chiesto un permesso per andare a vedere la madre 91 enne gravemente malata di alzheimer. Il Magistrato di Sorveglianza rigettò il permesso con questa motivazione:

“Il deterioramento congnitivo evidenziato svuota senz’altro di significato il richiesto colloquio poiché sarebbe comunque pregiudicato un soddisfacente momento di condivisione”.

Voglio condividere le riflessioni che feci allora, perché questo non è solo un caso individuale, ma è una metafora del modo barbaro in cui qualcuno intende il diritto.

Un Magistrato di Sorveglianza può prendersi la facoltà di fare una valutazione neuro-psico-cognitiva? Un Magistrato di Sorveglianza può avere la presunzione di interpretare uno stato patologico -un alzheimer avanzato- per dire che, visto che la madre è particolarmente pregiuidicata mentalmente, il colloquio con il figlio non avrebbe avuto senso?

Ma se su concetti quali la “coscienza” filosofi, religiosi, scienziati si confrontano incessantemente da sempre, e, i migliori tra loro, ammettono che tanto ancora resta non decifrato, come nei casi di coma. Ma se si sa che uno stato patologico, anche gravemente compromesso, non è tabula rasa, che una persona non è mai una saracinesca abbassatta. Che, nella grandissima maggioranza dei casi uno non diventa “Un muro incapace di ‘sentire’ alcunché”, ma piuttosto un complesso caleidoscopio con sfumature di coscienza e di incoscienza.

Se anche le piante “sentono” il modo in cui le tratti e il loro sviluppo ne risente, se ci sono studi che collegano l’uso di certe parole alla reazione dell’acqua.. come si può stabilire per decreto quello che una madre, anche gravemente malata di alzheimer, può “sentire” e può “trasmettere”? Chi può mettere meccanici confini alle vibrazioni del cuore, al sentimento di una pelle, ai bagliori di lucidità che improvvisamente emergono anche in persone che sembrano sommerse dal buio mentale?

Nessuno può giudicare il sacro e intimo contatto di un figlio e di una madre, anche se gravemente malata di alzheimer. Nessuno può presumere di sapere cosa davvero avverrà e verrà “sentito” in quell’incontro. Nessuno, tanto meno un Magistrato di Sorveglianza, può ostacolare un momento così sacro. La madre di Totò Cuffaro, così compromessa cognitivamente, forse, avrebbe sentito il figlio ancora di più che se non avesse tali problemi patologici. Cè un Mistero nei rapporti umani, specie se intimi e profondi, dinanzi al quale i farisei giudicano, mentre, in realtà, ci si deve solo umilmente inchinare.

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Dialogo con Ippolita Luzzo

by on set.28, 2015, under Bellezza, Resistenza umana

uccellosu

Quante persone sono nate con una passione dentro? Quante persone hanno visto questa passione “svegliarsi” dopo anni di prove e forti esperienze?

Quanti hanno una vulcano dentro, e lo tirano fuori e vorrebbero farsi sentire e la loro è una lotta contro il silenzio intorno, contro l’incomprensione, contro mille piccoli invidie, mille piccole ostilità.. ?

Ho pensato a volte a queste persone che hanno tanto da dire e invece di incoraggiare la loro voce, l’ambiente intorno sembra volerli disincentivare. Sono persone che non hanno scaltrezza, che non sanno “vendersi” bene, che non amano compiacere, e non si affiliano a gruppi, cordate, piccoli clan letterari o di altro genere. Sono persone un po’ troppo fuori margine per chi è abituato a inquadrare tutto. O poco “istituzionali” come poco “istituzionale” è considerata l’amica Ippolita. Non fa parte di una associazione, non è in alcun gruppo che conta, non è collegata alla politica, non è “giornalista professionista”, non è in alcuna “cordata letteraria”, anche locale, di un certo rilievo. E per questo la si considera quasi ‘importuna’ da parte degli addetti ai lavori del mondo letterario e artistico. E’ di quelle persone che se partecipa ad una iniziativa pubblica, a qualunque titolo, alla fine difficilmente la si citerà.. perché.. è poco.. “istituzionale”, perché semplicemente non si pensa che lei possa portare “vantaggi” a chi la coinvolge, e l’opportunismo, come molti di voi sapranno, non ha confini, e dovunque ci saranno quelli che classificheranno gli altri in “utili” per i propri scopi e “non utili”.

Io invece credo (e sono in tanti a crederlo) che a volte sono proprio le persone “fuori dai giochi”, e senza “titoli”, “ruoli”, “appartenenze” particolari ad avere una bella voce, una voce di semplicità, umanità, sincera volontà di condivisione. La loro passione è ancora più meritevole, perché poco gratificata dal mondo circostante e nonostante tutto perseverante nella fedeltà a se stessa.

E così è Ippolita, che raccontava l’Eneide e altre storie ai malati che con lei facevano la chemioterapia, e faceva loro doni, e li faceva volare con la mente, alleggerendogli l’anima in quei giorni molto duri per tutti loro. Non è questa “arte di vivere”? E non è questa “letteratura al servizio dell’essere umano”. Ippolita che dopo una vita a tenere spesso dentro una buona parte del suo mondo e dopo gli anni della chemio e di altre sofferenze fisiche, trova la sua “magica ossessione”.. e scrive, scrive ovunque, su ogni pezzo di carta, in ogni luogo. E legge a tutti, perché sente che la scrittura tenuta solo per se stessi non ha valore, e vive negli altri, nell’ascolto degli altri, nelle emozioni che gli altri provano con essa. Ed Ippolita scrive anche degli altri.. fa continue recensioni su eventi, spettacoli, libri, poesie.. perché le piace valorizzare gli sforzi creativi di chi incontra.

Ippolita la conobbi un giorno alla Ubik di Catanzaro Lido quando, nell’ambito di un libo che quel giorno lì veniva presentato, parlò con voce commossa di quelle donne che, come sua madre, avrebbero voluto scrivere, insegnare, comunicare, ma, per i limiti del tempo, dovettero passare gran parte della loro vita tenendo dentro di se il proprio mondo.

Di seguito, un dialogo che ho avuto con lei.

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-Di dove sei Ippolita?

Sono di Lamezia, al tempo Nicastro, dove abito e non abito.

-Come è stata la tua infanzia?

Sono nata in una famiglia patriarcale. Stavamo tutti in una grande casa nobiliare: nonna, nonno, i fratelli di mio padre, mia mamma, mio fratello, mia sorella. A tavola, a pranzo e cena, ogni giorno, eravamo in molti; circa 10-12. Fino al 1962-1963 è stato sempre così. Negli anni sessanta Nicastro non aveva ancora costituito, insieme a Sambiase e Sant’Eufemia, Lamezia. Molti anni fa era solo Nicastro. Ed era bellissima. E’ bella anche adesso, ma è molto peggiorata. Molti palazzi e strade sono irriconoscibili e anonimi. Io abitavo in una strada del centro storico. Ricordo come un incubo la sparizione del giardino di fronte casa mia che era parte di un palazzo nobiliare un po’ malandato, figurati che quando pioveva entrava l’acqua. Un palazzo scomodo, freddo. Mancavano i confort. Avevamo la televisione, ma, quando si ruppe, il nonno non la ricomprò più. Il telefono arrivò tardissimo. Io vivevo immersa in uno stile di vita che era più antico rispetto ai tempi. In confronto alle mie compagne del liceo, era come se vivessi in un’altra epoca. Noi, come famiglia, stavamo sostanzialmente per conto nostro; avevamo pochi scambi sociali. Incontravamo qualcuno quando venivano i parenti. Avevamo una grande cucina con il forno a legna e qui facevamo il pane, il maiale, i taralli per Pasqua. Avevamo la campagna, quindi c’era abbondanza di frutta, olio, vino. Di solito quello che ci avanzava lo regalavamo, piuttosto che venderlo. Ricordo ancora l’immagine di mio padre che arrivava con i fichi. Questo era il mondo da cui vengo io. Un mondo agricolo, di contadini, proprietari, senza essere imprenditori. Un mondo antico anche per quei tempi. Di carattere sono sempre stata timida, introversa. I pochi altri contesti in cui mi ritrovavo non mi aiutavano a socializzare. Quando frequentai il catechismo non mi fecero partecipare al coro, perché dicevano che ero stonata. La mia solitudine, comunque, nasceva a casa dove, nonostante la famiglia numerosa, avvertivo una grande estraneità. Questa sensazione di estraneità l’ho portata con me negli anni. Ma non ho mai amato l’idea di stare sola per conto mio. Ho sempre avuto un grande desiderio di partecipare alla vita sociale, mi piace molto stare insieme con gli altri. Non sono, quindi, una solitaria per scelta; sono una solitaria per destino. Quando sono entrata in un contesto collettivo, e sentivo che finalmente trovavo il mio posto in mezzo agli altri, trovavo qualcuno che mi cancellava. Questo succede anche oggi. Ho cercato di reagire a questa cancellazione, dicendomi frasi come “mi cancellano perché vorrebbero che io reagisca in modo più aggressivo”, mi cancellano “Perché li oscuro”. Ora invece faccio della cancellazione la mia forza. Anche fisicamente ero una ragazzina molto fragile, molto debole. Ricordo che non riuscivo a fare le scale di casa tanto ero debole ed ogni estate facevo le punture di record B12; che erano delle vitamine. Amavo la scuola, uno dei pochi contesti in cui mi trovavo bene. Sono andata a scuola un po’ prima, un anno prima. Ho sempre amato leggere.

-C’è qualche episodio in particolare della tua infanzia che ti è rimasto impresso?

Allora… Io ho impiegato tantissimo ad imparare a stare in bicicletta. Ora… immagina che una volta, per fare la salsa, si mettevano le bottiglie di salsa a bollire fuori. Dietro casa mia c’era uno slargo, e le donne che abitavano nel vicolo mettevano lì fuori a bollire le bottiglie. Accendevano il fuoco e in questi fusti grandi mettevano le bottiglie. Un giorno, con la bici, andai a sbattere proprio contro questi pentoloni! Ricordo che in quei vicoli passavano gli asini con le ceste. Io abitavo nel rione più antico di Nicastro; sotto casa mia c’erano tutte casette basse, e c’eranoi vicini che stavano seduti uno accanto all’altro perché si conoscevano tutti. La scuola media stava nel quartiere nuovo. Per arrivarci attraversavo la città. Mi accompagnava una compagna che, a differenza di me, era alta e più “in forze”. Mi portava i libri che io, debole, non reggevo. Durante “il tragitto”, di tanto in tanto dovevo fermarmi a riposare. Di carattere ero talmente timida che, quando, arrivata al quarto ginnasio trovai una classe mista, fu uno shock. Ero la più piccola della classe. La professoressa mi rimandò in latino in greco e, a settembre, agli esami di riparazione, mi bocciò. Quando le chiesi perché mi avesse bocciato, lei rispose che lo aveva fatto perché ero troppo piccola. Successivamente mi resi conto che in questo modo mi aveva agevolato. Ripetendo il quarto ginnasio, ero sempre la più piccola, ma almeno un po’ più coetanea con gli altri. Prendevo voti alti. Frequentai regolarmente il liceo, sempre un po’ fragile di salute. Per dirti come tutto per me fosse più complicato che per i miei coetanei, ti faccio l’esempio del telefono . In quegli anni era entrato in tutte le case ma mio padre diceva “il telefono no, perché poi parlate con gli uomini”. Dopo il liceo, mi iscrissi in filosofia a Messina. A Messina stavo in una sorta di convento, un pensionato gestito dalle suore. Anche se, la maggior parte dei tempo la trascorrevo a Nicastro. Mi sono laureata in filosofia, con un tesi su Stirner e il suo concetto dell’”Unico.” Io avrei voluto fare la tesi sulle donne, sul femminismo.

Dopo la laurea, per sette anni restai disoccupata. Trascorrevo in questa grande casa autarchica, una casa dove non c’era nessun divertimento, nessuno svago, nessuna relazione. In quei sette anni l’unica cosa che, praticamene, facevo era leggere, leggere, leggere. Finalmente nel il 1984 indissero il concorso a cattedra, lo vinsi iniziai a girare la Calabria. Il primo posto in cui mi inviarono era Umbriatico. Si tratta di un paesino, a circa 160 km da qui, che adesso si trova in provincia di Crotone. Lì sono piombata nel medioevo più assoluto. A Lamezia c’era pur sempre un cinema, un teatro, una vita sociale. Ad Umbriatico non c’era niente. Nessuna pompa di benzina, nessuna edicola, niente di niente. Solo un negozio per tutto. La gente era come quella di Anime Nere, il famoso film di Munzi e Criaco. I giovani non c’erano, erano emigrati, lasciando i figli piccoli ai nonni. La scuola era una stanza con la stalla, e in un altro palazzotto c’era la media. Questo è stato il mio ingresso nella vita lavorativa. Ingresso difficilissimo anche perché non sapevo insegnare. La scuola non ti insegna ad insegnare. Ti manda sostanzialmente allo sbaraglio. E io non sapevo da dove iniziare. Visto che conoscevo Dostoevskij, Tolstoj, tutta la letteratura francese, Bel Ami, Balzac… erano queste le cose che raccontavo agli alunni. Costantemente una voce interiore non mi dava pace. “Che gli devo dire?” . L’anno dopo fui inviata a Melissa. Ancora peggio. A Melissa ebbi la sensazione di vivere ancora più indietro nel tempo; gente cattiva, che ti spiava, che sentivi che ti stava con il fiato sul collo. il Preside era sporco, proprio fisicamente sporco, e gli alunni erano di una aggressività allucinante. Poi fu la volta di Mesoraca; e anche lì fu un inferno, sia come colleghi sia come alunni. Ho cominciato ad insegnare bene solo quando mi trasferirono a Monterosso, dieci anni dopo che erano iniziate le mie peregrinazioni con l’insegnamento. I ragazzi erano bravissimi; e forse anche io avevo imparato ad insegnare. Fu una esperienza bellissima. Quando, i n quanto soprannumeraria , fui mandata a Serra san Bruno, i genitori andarono al Provveditore per chiedere di farmi rimanere. E’ la cosa più bella per un insegnante; essere richiesta dai genitori. Finii poi Polia. Altro luogo bellissimo. E’ proprio vero.Esistono luoghi e luoghi. Gli alunni erano deliziosi e studiosi. Li penso tutti con grande affetto. Sono rimasti con me tre anni. Infine giunsi a Lamezia, nel 1998-1999. Inizialmente mi inviarono per due anni ad insegnare ad una scuola particolare del centro storico; una scuola di alunni con grande disagio. Ed in seguito alla Manzoni. E’ stato un bel periodo. Fino a quando ho dovuto smettere per motivi di salute. Intanto mi ero sposata nel 1988, e avevo avuto mio figlio nel 1999.

-Come era sorto il tuo problema di salute?

Come hai potuto capire, non sono mai stata granché bene in tutta la mia vita. Il mio cancro, perché di un cancro si trattava, emerse già con uno stato di salute molto debilitato. Erano gli anni 1999-2000. Avevo avuto un segno rivelatore. Un polipetto all’ano. Anche se l’ho capito dopo, perché i medici non diedero ad esso l’importanza che meritava. Queste cose te le dico perché potrebbero servire ad altri. Quando ci si imbatte in un polipetto all’ano, si deve assolutamente fare la colonscopia. Scoprii dopo, il polipetto all’ano è la spia del cancro al colon. Invece io andai dal proctologo che era un imbecille e che, non mi fece fare nessuna colonscopia e che mi disse “ah sì, lei ha un polipetto all’ano, glielo bruciamo a Catania”. Dopo questo intervento di bruciatura, non sono stata bene, perché avevo dei dolori lancinanti. Andai da un dottore di Roma, primario all’Umberto I. Anche lui non mi fece fare la colonscopia, ma mi diede una sua crema. “Signora –mi disse- le passerà qualsiasi dolore, qualsiasi ragade” . Per lui si trattava di –ragadi rimaste durante l’intervento. Sia la crema che le visite costavano tantissimo. Ma non servirono a nulla. Io stavo sempre male, perdevo sangue. Nel 2002 e nel 2003 ero arrivata a stare così male che mi facevano le flebo di ferro. Più il tempo avanzava, più il mio malessere peggiorava. Un giorno di febbraio 2005 , proprio il giorno San Valentino, mentre mi trovavo a scuola a fare gli scrutini, sentii un fortissimo dolore, come se stessi per partorire. Tornai a casa e poco dopo dovetti essere operata. Con l’intervento emerse ciò che avevo: mi tolsero circa 20 cm di intestino; era un tumore abbastanza alto. Dopo l’intervento dovetti intraprendere la chemioterapia. Furono sei mesi di chemio, due volte al mese. Le feci a Catanzaro, presso l’Ospedale Pugliese, con il professore Mollica. Io non la volevo fare, e cercai di affrontarla a modo mio. Ad esempio, avevo comprato i braccialetti anti nausea e il professore mi diceva “e sì signora, e voi ora con i braccialetti avete risolto”. Oppure facevo l’agopuntura e lui diceva “questa è la signora dell’agopuntura”. Anche se Il dottor Mollica aveva un approccio molto quadrato, molto tradizionale, nel tempo nacque un bellissimo rapporto. Pensa che ci scambiavamo i libri. Ricordo uno di questi libri, “La fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani. A lui piacevano i nostri “scambi”, e mi diceva “è così che dobbiamo fare”. Intendeva che così doveva essere l’empatia tra medico-paziente. E’ rimasto un bel rapporto tra noi. Recentemente, l’ho incontrato al cinema e mi ha detto..“lei signora scrive ancora?”

-Ritorna sul periodo della chemio…

La chemio la feci dal 2005 al 2006, a Catanzaro, come ti avevo detto. Dovevo stare là tutto il giorno, perché avevo il port. Il port consiste nell’aver sotto la pelle un impianto. Loro ti fanno una sorta di infusione, con delle flebo. Ricordo che stavo in una sala piccola, in cui c’erano altre cinque persone. Tutti e sei eravamo attaccati alla flebo. Il primo giorno in cui entrai per fare la chemio vidi queste persone tristi. Allora mi sono messa a parlare “Adesso vi racconto una storia”. E gli ho raccontato l’Eneide, gli ho parlato di Didone. Si sono tutti rianimati. Erano tutti felici. E così ho sempre fatto quando andavo là.

-E’ bellissimo quello che hai fatto..

Questo per dirti che io non sono una “vera” solitaria. Non sono quel tipo di “solitaria” che detesta stare con gli altri, che vuole sempre stare nella sua solitudine. Io quando andavo tra questi malati, parlavo, parlavo; parlavo tanto. E poi portavo i fiori. Devo dirti che nonostante la chemio sia qualcosa di durissimo e doloroso, quella fu per me una bella esperienza; perché fu una esperienza di umanità, di condivisione, di socialità. Fu una opportunità di stare con gli altri. Circa l’impatto della chemio, tutto sommato per diverso tempo ressi abbastanza bene. Ma alla fine mi sono sentita malissimo. Mi venne la candidosi. Proprio con la fine della chamio, cominciò l’inferno.

-Racconta..

Nel 2006 cominciai a produrre schiuma. Schiumavo come una lumaca. Avevo proprio la lingua bianca. E come schiumavo in bocca, il dottore mi spiegava che schiumavo anche dall’interno… nella pancia, nello stomaco… una cosa pazzesca. A lungo trovai medici superficiali che non capivano quello che avevo. Che mi dicevano le solite banalità del tipo “sei depressa”. Finalmente trovai un medico di Roma che mi disse che avevo la candidosi. Questa problematica mi aveva ridotta ad essere uno zombie. In quei due anni non tornai a scuola. Molti colleghi dopo l’intervento e la chemio tornano a scuola. E anche io, mentre stavo facendo la chemio, dicevo ai colleghi “ora torno, ora torno”. E invece mi venne questa candidosi terribile. Per due anni non ho saputo come uscirne. Furono due anni di inferno. Credevo di morire. Ormai anche andare a fare le visite mediche era uno strazio. Non riuscivo più a camminare; barcollavo. Tutto questo fino a quando incontrai una persona che mi salvò. Era un ortopedico di Roma che mi diede una cura senza carne e che mi disse “Si prenda un limone spremuto ogni giorno”. Con la dieta e il limone mi passò la candidosi. Prima, come ti dicevo, avevo schiuma all’interno del corpo, mi sentivo sempre gonfia, ero sempre dolorante, sempre piegata in due. Tutto questo passò grazie alla dieta e al limone. Nanni Moretti in Caro Diario racconta le sue vicissitudini di salute, e dice “Ho imparato che ogni mattina si deve prendere un bicchiere d’acqua tiepida con un limone spremuto”. E’ molto importante, in questi casi, incontrare la persona giusta. Ci sono certe persone che ti danneggiano più che aiutarti, o comunque ti tolgono energia piuttosto che motivarti. Pensa che una psicologa un giorno mi disse “va beh, mio padre è morto, tutti dobbiamo morire”. Comunque la guarigione richiese mesi. Oltre a questa tremenda candidosi, successivamente ebbi un altro bestiale problema fisico. Tutto iniziò con un grande dolore alla gamba. Dopo l’intervento e la chemio, zoppicavo sempre. Non riuscivo comunque a capire come venirne a capo. Decisi di andare da quel medico di Roma che mi aveva fatto conoscere l’acqua col limone e mi disse “signora, lei non ha niente alla gamba, ha avuto uno spostamento del bacino e quindi ha sbilanciato e deve mettere un tacchetto più alto di una scarpa.”. Il trucchetto del tacchetto funziona… sulla gamba… a quel punto però.. non riuscivo più a masticare. Il tacco aveva innescato una sorta di mutamento a livello di mandibola. Prima andai da un dentista che per due volte mi da un byte, m io non riuscivo a stare con questo byte. Poi andai in un famoso centro dentistico che si trova a Crotone. Lì ho avuto a che fare con lo gnatologo, che è quello che si occupa dei byte. Mi applicò un byte e, dopo qualche mese, non vedevo più, non camminavo più. A un certo punto mi sono tolta di bocca questo byte; e mi successe di tutto. I denti cominciarono a sbattere l’uno contro l’altro. Ancora adesso ho tutti i denti rovinati. Per fortuna incontrai un osteopata, che si chiama Oreste Montepaone e lavora a Catanzaro. Lui riuscì a risistemarmi. Da allora, ogni settimana devo andare da Oreste che mi sistema la mascella, mi sistema la gamba e me la mette dritta e gran parte delle problematiche fisiche vengono meno.

-La scrittura è la tua passione, racconta come nacque tutto questo, cosa ti ha accesola scintilla.

Nel 2009 avvenne un evento che fu uno spartiacque per me. C’era una signora che aveva organizzato un evento con un pulmino, ma gli era venuta meno uno dei partecipanti, lei mi chiese di prendere io il posto di quella persona e lo feci. Si trattava di andare ad Ischia dove lei doveva ritirare un premio di poesie. Le sue poesie mi piacquero e scrissi un pezzo. Tempo dopo, nell’ambito di un evento organizzato a Lamezia, mi venne chiesto di leggere quel brano. Provai una emozione particolare nel farlo. E questo fu uno stimolo a continuare a scrivere. Una delle motivazioni interioro era che mio figlio mi leggesse. All’inizio mi dicevo “scrivo perché mio figlio mi legga”… “scrivo, glielo faccio leggere, lui lo leggerà, e io parlo con lui”. Poi mi sono resa conto che molte volte non mi leggeva. E allora ho cominciato a dirmi “adesso dice che non mi legge… però poi… mi leggerà.” Posso però dirti che un momento decisivo dal punto di vista “tecnico” fu l’avere imparato il PC. Prima ho sempre scritto su fogli di carta, e mi trovavo piena di fogli che smarrivo continuamente. Anche perché scrivevo dappertutto. Sull’agenda, sugli assegni, sulle note della spesa. Nel 2007 tutti quei foglietti li bruciai. Per imparare il PC ho fatto venire un ragazzo a casa per insegnarmelo. Era il 2010. Poco dopo, dovendo scrivere una presentazione per il libro di un amico , scoprii l’esistenza dei siti letterari. Per me fu una rivelazione. Ora quell’ubriacatura mi sembra una cosa lontana. Ma in quel momento per me era come trovarmi nel “paese dei balocchi”. Tutti questi siti letterari, dove si poteva scrivere in continuazione e confrontarsi con gli altri, commentare, vedere i loro commenti. Appena entrai in questi siti, mi sembrava di essere in uno dei collettivi degli anni ’70. Io ero un po’ troppo impetuosa nel pormi, e anche molto schietta. Questo comportava che venissi bannata da quei siti o che me ne andassi io. Nel 2012, un professore che avevo conosciuto proprio su uno di quei siti, e che aveva apprezzato il mio stile, mi aprì un blog. E si può dire che dal 2012 ad oggi io scrivo in continuazione.

-Se dovessi chiederti perché scrivi, come risponderesti?

A me piace comunicare. Per comunicare io non ho trovato altro sistema che non sia quello del foglio. Per comunicare posso usare solo la scrittura. Lo posso fare dicendo ad un’altra persona quello che io penso di lui, di quello che scrive. E’ un modo per conoscersi. Ed è un modo per fare un dono. “Ti do questa parte di me”.

-Quindi non sei molto d’accordo con chi dice di scrivere solo per se stesso e che non gli interessa se altri leggono o meno?

Assolutamente no. Per me sono dei pazzi. Per me la scrittura è imprescindibile da chi ti legge. Voglio anche dirti che dalla scrittura si capisce se ciò che uno dice è vero o falso, e se chi scrive è una persona “vera” o “falsa”.

-Di cosa scrivi maggiormente?

Sai che non potrei dirti un argomento particolare sul quale scrivo.. si può dire che scrivo di qualsiasi cosa.

-Questi anni ultimi anni come sono stati?

Per certi aspetti è stato un periodo in cui è stato possibile che le mie idee cominciassero a trasformarsi in realtà. Per altri versi è stato un periodo di cancellazione. Da sempre in un certo senso io sono cancellata. Ma negli ultimi tempi è avvenuto con particolare intensità.. Un mio amico giornalista dice che vengo oscurata perché non sono “istituzionale”. Anche in un’altra iniziativa a cui avrei dovuto partecipare, seppi che alla fine non ero stata invitata perché non ero… “istituzionale”. Io non sono presidente di una Associazione, non faccio parte di un partito, non sono una giornalista, non ho potere economico. Non sono nessuno, quindi… hahaha.

-Detta così è quasi un complimento, perché istituzionale vuol dire che sei nel sistema. Le parole che noi usiamo ci qualificano. Qualificare una persona come “non istituzionale”, vuol dire porsi nei confronti di quella persona in una posizione di spocchia, di giudizio.

Ma il mondo letterario e culturale è un mondo di spocchia e di giudizio… e di cordate…

-Cosa intendi per cordata?

Le persone che operano nel mondo della cultura si aggregano in gruppi di mutuo sostegno reciproco. Anche quelli che sono bravi si devono appoggiare a qualcuno, altrimenti non trovano spazio.

-Insomma sinergie di pura convenienza?

Si… come si forma una cordata? Immagina uno scrittore locale che ha raggiunto un successo di portata nazionale, meglio morto. La cordata si manifesta nel parlare di lui, nello stare vicino a questo scrittore, nel fare iniziative su di lui, morto.. Anche perché, tramite la sua luce, di riflesso, si cerca di avere visibilità. E poi ci sono tanti modi per cercare visibilità. Adesso vanno di moda gli incontri con dieci persone, perché dieci persone sono una garanzia per la riuscita della serata. Una cosa che mi indigna profondamente è poi tutto quel mondo di coloro che si vogliono creare una posizione attraverso l’esibire il loro essere antimafia. Io ho messo un disegno sul mio profilo dove alcune vittime di mafia dicevano “per favore dimenticateci, perché voi non potete fare le vostre carriere sulle nostre morti”. Opportunisti dell’antimafia per fare la loro carriera. Altra cosa che ho notato nel corso degli anni è che pochi, davvero pochissimi, hanno una vera opinione indipendente. Moltissimi non si accorgono, in modo indipendente, se una persona è brava o meno. Se io mi accorgo che una persona è brava, senza che me l’ha detto nessuno, mi dicono “a te chi te l’ha detto?”. Il plauso della gente comune viene solo dopo che qualcuno di importante e di autorevole ha dato la sua approvazione. Prima non ti considera nessuno. E comunque sono arrivata anche alla conclusione che gli altri, con le dovute eccezioni, se ti incontrano la prima volta.. le prime cose che notano sono come ti vesti, quanti soldi hai e se puoi essere loro utile, se puoi servire in qualcosa.

-La tua via può essere intesa alla luce dell’amore per la scrittura e la condivisione…

Guarda.. nel 2009 ho cominciato a girare con questi fogli in borsa. E lì leggevo dove mi trovavo. Una volta leggevo ad una persona su una panchina, stavo leggendo quella che era “la mia pasquetta” e una donna che si trovò a sentire mi disse “signora, questa è la pasquetta mia”. Avevo il desiderio di leggere in continuazione quello che scrivevo. Ad esempio alle otto di mattina chiamavo e dicevo “Buon giorno, ho scritto questo”. E leggevo quello che avevo scritto. E ho cominciato a scrivere. E poi ho cominciato a leggere in pubblico.

-Ricordo un tuo appassionato discorso alla Ubik di Catanzaro Lido…

Io esprimevo alla Ubik la bellezza e la difficoltà delle donne che potevano scrivere. Mia madre ha sempre voluto fare la maestra, ma le era sempre stato negato, e ha fatto una vita difficile, portandosi dentro questa mancanza. Ancora. adesso che ha 90 anni , vive con questo senso di mancanza. Quella sera dissi che sono contenta di essere andata a scuola… posso scrivere, posso insegnare, posso parlare. Grazie sempre a Nunzio Belcaro, alla sua sensibilità, a Gianluca Pitari. La libreria Ubik ama la scrittura. Per me scrivere è relazione..

-Voglio concludere con qualche tuo brano. Leggine due..

Questo brano si chiama “Dove ritorniamo”..

“Nella nostra vita ritorniamo sempre all’infanzia, all’adolescenza. Tutto quello che succede dopo è una schermata, e poi l’infanzia ci insegue e ci riporta indietro. A lei ritorniamo più o meno consapevoli, più o meno felici, più o meno soddisfatti. Le rondini di maggio, i loro voli circolari rasenti il mio balcone e di fronte la chiesa barocca, il suo bellissimo giardino che nessuno ricorda più. La nonna che fumava qualche sigaretta di nascosto come una ladra, dietro una finestra. Lo zio lento, maldestro, che sicuramente avrebbe rotto qualche tazza, avrebbe versato il latte per le scale. La mia mamma che lavorava con i capelli corti, un foulard in testa. Scendeva in una botola, prendeva la carbonella, preparava un braciere, per una serie di maschi per i quali era d’uopo riscaldarsi. Le donne di casa preparavano grandi ceste con cenere fumante e le lenzuola bianche sotto la cenere profumavano di buono e di famiglia. Ugo mi accompagnava a scuola. Palma veniva nella nostra campagna, dormiva da noi il sabato. Poi ritornava alle sue galline, ai suoi cani, ai suoi gatti. La cucina in muratura, il forno a legna per fare il pane, i taralli per pasqua con l’anice nero, e il baccalà con le patate del venerdì. Ero convinta mi volessero avvelenare, bambina, chissà perché. Leggevo troppe favole nere. Ero convinta di essere di troppo in quella famiglia numerosa, articolata, complessa. Ero sicuramente non capita. Non c’era il tempo. Mangiavo quindi poco. Ero magra, magrissima. Debole, debolissima. Quanti record b-12 ho bevuto nelle primavere della mia infanzia e della mia adolescenza. Pensavo, leggevo e pensavo. Studiavo, amavo la scuola, non conoscevo altro. Amavo i diari scolastici, i quaderni, le penne, il banco, dove io trovavo il mio posto. Non c’era posto per me in parrocchia. Ero timida, poco intonata, nemmeno un coro. Riuscii ad andare in bicicletta dopo e ricordo un grande pentolone di salsa contro cui andai a sbattere nel vico chiuso dietro casa. Non imparai nemmeno l’alligalli malgrado gli sforzi di mia cugina non avevo ritmo, non parlavo.

Con chi avrei potuto parlare di personaggi letterari, leggere poesie che scrivevo e sceneggiature mai recitate. Avevo sempre il muso. Il mio papà sempre molto carino, mi chiamava Cassandra, capra maltese cioè testarda. La zia Giuditta mi chiamava Sandrina, le ricordavo Sandra Mondaini. Per tutti ero studiosa, capace, ma poi finiva lì, come se fossi ancora in quella casa dove per altro non vivo più da tanti anni. Ma non sono vissuta da nessun’altra parte. Non ho ricordo delle altre case dove ho abitato. Non ho ricordi di questa dove abito da più di 15 anni. Tutti noi non andiamo da nessuna parte, ma è bello andare. Quello che non ho fatto allora lo faccio ora. So ballare l’alli galli, so parlare in pubblico, sono elegante e sono carina. Saprei fare molte altre cose se sarà il mio destino farle. Il tempo è circolare. Nulla si perde e tutto è per sempre, ma la selezione annulla il superfluo. Il banale, il quotidiano, annulla lo squallore di una vita falsa e ci ridona le immagini essenziali a dirci chi siamo.”

Quest’alro brano è dedicato ad Amy Winehouse ed ora anche a Whitney Huston..

“Nel dissolvimento del mio mondo ho pensato che vivere la mia sofferenza, mi avrebbe permesso di essere capita dai miei cari. Così, nelle televisioni private, in qualche associazione, elegiacamente ho intonato il canto dell’amore perduto, commentando poesie di altri poeti, parlando di Emily Dickinson, parlando convinta che i miei cari avrebbero capito le mie ragioni. Sono venuti anche a sentirmi. Hanno visto i giornalisti locali che mi intervistavano, le persone che mi porgevano i fiori, che si congratulavano, si erano commossi gli spettatori, e loro, i miei cari “adesso ti sei specializzata, adesso puoi fare solo questo”. E io che parlavo per loro! Adesso ho iniziato a parlare per me. Ed è successo di tutto. L’invidia profonda di chi si sentiva scavalcata. Le persone semplici che mi dicevano di avermi visto in televisione e che mi domandavano quando avrei fatto un libro. Ma io non voglio scrivere nessun libro. La mia casa è invasa da libri, da fogli, da agende. Scrivo dappertutto. Esco e penso a quello che scriverò a casa. Ti credo perché penso che ti sia successa la stessa cosa. E’ la frase creativa. Mia sorella quando mi vede con un foglio in mano, scappa. Ho smesso di leggere alle amiche. Non possono capire il turbinio che abbiamo in testa. Le voci, i personaggi, le storie che vogliono essere scritte. A volte scrivo come se fossi in trance. Non so neanche io cosa racconterò. Poi ovviamente ci diamo una regolata. Qui pubblicano tutti. A che pro. Una volta lessi un libricino piccolo piccolo. Della Sperling forse. La storia di una donna di una piccola città che faceva conferenze, veniva premiata con qualche premio letterario. Pensai “che squallore una vita così”.

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Abelardo ed Eloisa

by on set.28, 2015, under Bellezza

Abelardo

Questa storia sembra una leggenda.

L’amore tra il grande Abelardo ed Eloisa. Un amore estremo dalle conseguenze estreme.

Abelardo, nato nel 1079 in Bretagna, è il primo ad incarnare lo spirito della ricerca e della libertà investigativa della ragione. Non era sicuramente un “illuminista”. Come per quasi tutti gli uomini del Medioevo, anche per lui l’ordine divino è a fondamento della realtà. Ma, alle verità di fede, come ad ogni altra conoscenza o dimensione del reale, vuole approcciarsi tramite la comprensione razionale. Una delle sue caratteristiche era quella di affrontare in modo razionale ogni verità; di affrontare ogni questione problematica con lo strumento della dialettica. Tutto, anche la fede, deve essere aperto alla comprensione umana. E la ragione che si manifesta della ricerca, diventa, nella sua visione del mondo, veicolo di libertà.

Abelardo è una figura geniale, indubbiamente uno degli uomini più grandi del Medioevo. Il suo raro un carisma, la sua eloquenza e la sua abilità dialettica senza portarono persone di ogni parte d’Europa ad affrontare ogni sacrifico per andare ad ascoltarlo. Ma contribuirono anche a scatenargli contro invidie ed odi implacabili.

Abelardo fece per anni una vita avventurosa, che poi era la vita che gli studenti dell’epoca abbracciavano. Andare in giro per il mondo, per abbrancare il sapere; cercando maestri da cui potessero acquisire la luce della conoscenza. Fu allievo anche di Roscellino e di due notevolissimi personaggi come Guglielmo di Champeaux e Anselmo d’Aosta. Riuscirà a farsi odiare da tutti loro. Perché Abelardo era implacabile nell’arte della disputa, molto diffusa nel Medioevo. Entrava in discussione con loro, senza alcuna considerazione del loro ruolo di maestri autorevoli, e demoliva le loro argomentazione che considerava fallaci. C’era probabilmente qualcosa di arrogante, da parte sua, nel modo di manifestare la sua superiorità intellettuale e dialettica. Lui stesso lo ammette, quando nella sua biografia scriverà che per via della sua superbia “mi ritenevo il solo filosofo rimasto al mondo”. Anche questo contribuì a fare lievitare il numero di coloro che lo vedevamo come il fumo negli occhi.

Quando giunse a Parigi per occupare la prestigiosa cattedra di Dialettica e Teologia presso la Cattedrale di Notredame, all’età di circa 38 anni, Abelardo era all’apice del suo successo. Ed è lì che incontrò Eloisa.

Eloisa -probabilmente l’unica donna a seguire le sue lezioni- all’epoca aveva solo 16 anni ed era ritenuta una bellezza. Ma soprattutto la sua grande cultura impressionava in un’epoca dove erano rarissime le donne che si incamminavano sui sentieri dell’intelletto e della ricerca filosofia e spirituale. Abelardo nel vederla ne rimase infiammato. Eloisa viveva con lo zio Fulberto, canonico di Notredame. Fulberto voleva che Eloisa diventasse sempre più colta e quando Abelardo gli propose di dare lezioni private alla nipote in cambio di alloggio presso la loro casa. Fulberto non ebbe bisogno di sentirselo ripetere una seconda volta. In cambio dell’alloggio la possibilità di avere in casa uno dei più celebri maestri di quel tempo? Che straordinaria occasione sarebbe stata per sua nipote.

E così Abelardo iniziò le sue lezioni ad Eloisa. E presto la filosofia si accompagnò ad una sconfinata passione.

Nel 1132, a più di 50 anni, Abelardo scrisse un’autobiografia in forma di lettera ad un amico. Autobiografia che venne intitolata “Storia delle mie sventure”. Nella sua biografia Abelardo, quando parla di quei momenti con Eloisa, sembra volere, alle volte, squalificare se stesso, dando ad intendere che si era trattato soprattutto di concupiscenza carnale. Ma le sue stesse parole rivelano come quello che si scatenò fra loro fu qualcosa di molto più potente di una “semplice” soddisfazione erotica.

Ecco un passaggio..

“Col pretesto delle lezioni ci abbandonammo completamente all’amore, lo studio delle lettere ci offriva quegli angoli segreti che la passione predilige. Aperti i libri, le parole si affannavano di più intorno ad argomenti d’amore che di studio, erano più numerosi i baci che le frasi; la mano correva più spesso sul seno che ai libri. E ciò che si rifletteva nei nostri occhi era molto più spesso l’amore che non la pagina scritta oggetto della lezione. Per non suscitare sospetti la percuotevo spinto però dall’amore, non dal furore, dall’affetto non dall’ira, e queste percosse erano più soavi di qualsiasi balsamo. Il nostro desiderio non trascurò nessun aspetto dell’amore, ogni volta che la nostra passione poté inventare qualcosa di insolito, subito lo provammo, e quanto più eravamo inesperti in questi piaceri tanto più ardentemente ci dedicavamo ad essi e non ci stancavamo mai. Quanto più eravamo inesperti di quei giochi d’amore, tanto più insistevamo nel procurarci il piacere e non arrivavamo mai a stancarcene”.

Nella suo testo biografico, userà spesso la parola “amore”, e lui, immenso nella logica, non usava le parole con superficialità.

Abelardo ricorda le poesie di amore che componeva per Eloisa. Poesie che i suoi adoranti studenti imparavano a memoria e cantavano per le vie di Parigi. Nell’immaginare questi studenti venuti da mezza Europa cantare allegramente per Parigi le poesie di Abelardo, ci si spalanca davanti agli occhi un’epoca incredibile. Un’epoca di crudeltà feroci e di misticismo. Un’epoca di tradimenti totali e di poesia errante. Un’epoca di fanatismo religioso e di delirio dialettico. Un’epoca dove gran parte della popolazione era analfabeta, ma coloro che si incamminavano sulla via dello studio erano divorati dalla bramosia del sapere. Accorrevano da tutta Europa per cercare un maestro, lo adoravano e, con goliardia intrisa di empatia ed ammirazione, cantavano le sua canzoni sentendosi parte della sua stessa anima.

Gran parte della forza vitale di Abelardo si manifestava nell’amore piuttosto che nello studio e nell’insegnamento..

” Andare a far lezione mi riusciva penoso e anche faticoso perché le mie notti erano dedicate all’amore e le giornate allo studio. Facevo lezioni trascurate e prive di entusiasmo: non dicevo nulla di originale e frutto del mio ingegno, ma soltanto cose suggerite dalla mia lunga pratica. Mi limitavo a ripetere quello che avevo trovato con il mio ingegno nel passato [. .. ] le uniche cose nuove erano le mie canzoni d’amore, quelle canzoni ancor oggi cantate in molte regioni da coloro ai quali la vita sorride come allora sorrideva a noi (… )”.

Parole come queste potrebbero essere scritte da chi abbia provato solo un godimento carnale?

Naturalmente se i discepoli di Abelardo cantavano spensieratamente per le vie di Parigi le poesie dedicate ad Eloisa, non passò molto tempo che gran parte di Parigi sapesse di quanto stava avvenendo tra Abelardo ed Eloisa. Uno dei pochissimi che ancora non aveva afferrato nulla era lo zio Fulberto.

Arrivò, però, anche il giorno in cui Fulberto scoprì come stavano le cose e non fu esattamente entusiasta. I due, allora, fecero finta di smettere di vedersi. Ma non avevano alcuna intenzione di farlo davvero. Gli incontri continuarono e presto Eloisa si ritrovò incinta. Abelardo allora la “rapì” (uno di quei rapimenti dove il “rapito” è totalmente consenziente” e la condusse in Bretagna, dove nascerà loro figlio a cui viene dato il nome di Astrolabio; “colui che abbraccia le stelle”. Fulberto impazzì dalla rabbia, dal dolore, dalla vergogna. Abelardo tornò da Fulberto e si dichiarò pronto a sposare la nipote, ma in segreto, per evitare che la sua carriera ne risultasse danneggiata. In questo non fu più grande del suo tempo. Se il matrimonio fosse stato “pubblico”, forse quello che poi accadde, non sarebbe accaduto.

Fulberto, comunque, accetta la proposta di Abelardo, baciandolo e abbracciandolo.

Il matrimonio incontrava la contrarietà di Eloisa, ma solo perché il bene di Abelardo gli era così immensamente caro che non voleva che la sua carriera e il suo prestigio fossero danneggiati. Utilizzò tutte le armi retoriche per dissuaderlo, mettendo in campo anche riferimenti tratti dalla filosofia e dalla storia. Come quando gli disse:

“cos’hanno in comune le assemblee degli scolari con le ancelle, gli scrittoi con le culle, i libri e le tavolette con i mestoli, gli stili e le penne con i fusi?. Come può chi è intento alla meditazione di testi sacri e filosofici sopportare il pianto dei bambini, le nenie delle nutrici che cercano di calmarli, la folla rumorosa dei servi?”.

Il matrimonio segreto si fece, ma, successivamente, Fulberto e i suoi parenti iniziarono a diffondere la notizia in tutta Parigi. Eloisa di fronte alla gente negava che ci fosse stato alcun matrimonio e questo faceva letteralmente imbestialire Fulberto. Abelardo, preso alla sprovvista, chiese ad Eloisa di entrare nel monastero dell’Argenteuil. Venutolo a sapere, lo zio e i parenti cedettero che lui volesse sbarazzarsi di lei facendola diventare monaca. Alcuni studiosi hanno però sollevato qualche dubbio sul fatto che questa fosse la reale intenzione di Abelardo, o non si trattasse, invece, di un espediente momentaneo in attesa di riordinarsi le ide e capire come procedere.

Fulberto e i parenti, però, erano furibondi e pronti a vendicarsi. E la vendetta fu tremenda. Una notte, tre uomini entrarono nella casa di Abelardo e, arrivati nella sua stanza, dove stava dormendo, uno di loro gli tagliò il pene e i testicoli.

La mattina del giorno dopo la notizia si era diffusa in tutta Parigi, e molti giunsero nei presi della sua casa piangendo e urlando. Tra i più disperati c’erano i suoi studenti. E Abelardo racconta come, vedendoli così devastati dal dolore, la compassione per loro fu più forte del dolore, dell’umiliazione, della disperazione per quello che gli era stato fatto.

L’evirazione fu l’inizio di un’epoca, durata fino alla sua morte, in cui Abelardo fu oggetto di ininterrotte sventure e persecuzioni. Dopo essere stato mutilato, Eloisa divenne definitivamente monaca. Lui le aveva chiesto di restare in convento. In Eloisa non vi era in lei alcuna folgorante vocazione religiosa. Fece proprio il percorso monacale perché lui glielo aveva chiesto. Abelardo finì nel monastero di San Dionigi, presso il quale i suoi discepoli si erano precipitati per chiedergli di riprendere gli studi e le lezioni. I monaci e l’abate –per tenerselo lontano, visto che lui contrastava il loro agire peccaminoso- assecondarono la richiesta, assegnandogli un eremo per lo studio e l’insegnamento. Di nuovo accorsero da tutta Europa caterve di allievi pronti a tutto pur di sentirlo. E di nuovo si scatenò l’invidia e l’odio verso quest’uomo di cui molti non sopportavano né la popolarità che aveva, né l’ intelligenza acuta, né l’eloquenza invincibile, né l’umiliazione dialettica che aveva inflitto ad alcuni grandi maestri , né le teorie per l’evoca audaci.

Uno dei pretesti per distruggerlo fu un libro, il De unitate et trinitae divina, che lui scrisse su pressione degli studenti che gli avevano chiesto spiegazioni razionali e filosofiche del mistero della trinità. A causa di questo libro i suoi avversari fecero addirittura indire un concilio contro di lui che si tenne a Soissons. Quando Abelardo arrivò al concilio non potè veramente difendersi, avendo già, i suoi nemici, con la diffusione di notizie tendenziose, creato un clima di forte ostilità verso di lui. Eppure anche in quel contesto vi furono parole di saggezza, come quelle del vescovo di Chartres..

“Se ora lo condannate, anche se giustamente, sappiate che offenderete molte persone, e saranno molti a volerlo difendere, soprattutto perché non abbiamo trovato nel suo scritto nessun’affermazione che possa essere pubblicamente condannata. Fate attenzione a non essere proprio voi, comportandovi con arroganza, ad aumentare la sua fama, affinché non si diventi noi più colpevoli a causa dell’invidia, che lui a causa della giustizia…Se decidete di procedere contro di lui, secondo il diritto canonico, dovete esaminare il suo pensiero o il suo scritto, e se lo interrogate dovete lasciarlo parlare liberamente così che colpevole o pentito, taccia poi per sempre”.

Il vostro accanimento verso di lui dimostra arroganza, pregiudizio e invidia, voleva sostanzialmente dire. Ma i nemici di Aberlardo erano così potenti che arrivarono ad imporgli di bruciare il libro con le proprie mani. In un altro momento del concilio, essendogli stato chiesto di esporre la sua fede, non gli venne permesso di parlare liberamente, ma dovette recitare il Simbolo di Attanasio, quaranta proposizioni ritmiche che compendiavano le verità della fede; una sorta di bignami delle verità religiose fondamentali fatto imparare ai bambini. Abelardo lesse quelle parole tra le lacrime, consapevole che si stava cercando di infliggergli una umiliazione totale. Fu anche condannato alla prigionia presso l’abbazia di Saint Mèdard di Soissons. Successivamente gli si permise di tornare al monastero di San Dionigi, dove si manifestò nuovamente, verso di lui, l’ostilità dei monaci.

Dopo alterne vicende ad Abelardo fu consentito di andare ad abitare in un luogo solitario, e si trattava di un posto isolato dalle parti di Troyes, un pezzo di terra che ottenne in regalo dal vescovo. Anche stavolta gli studenti giunsero innumerevoli. Essi, che in molti casi lasciavano castelli, case, una vita comoda e si costruivano capanne di paglia dove abitare. Si nutrivano di erbe selvatiche e pane duro. Lavorano come bestie per procurare ad Abelardo tutto quello di cui avesse bisogno; cibo, vestiario e tutto il resto. Non c’era sforzo e sacrificio che non avrebbero fatto per consentirgli di continuare i suoi studi e di continuare ad insegnare. Essi, in quel luogo, eressero anche un oratorio, a cui fu dato il nome di Paracleto. In greco “paràcletòs” significa “consolatore” ed è la principale prerogativa dello Spirito Santo. In sostanza l’oratorio era dedicato allo Spirito Santo.

Ma come non cessava mai la dedizione e l’amore che i suoi discepoli avevano per lui; non cessavano neanche l’invidia e l’odio dei suoi nemici. Tra essi vi fu pure il celebre Bernando di Chiaravalle. Bernando, che venne poi nominato santo, ed è sempre stato considerato un gigante del medioevo cristiano. In lui erano presenti fortissimi lati oscuri. Estremamente autoritario, poteva diventare violento, minaccioso, intollerante quando voleva ottenere qualcosa o voleva prevalere qualcuno. Aveva una forte personalità e una notevole influenza sulle alte personalità del suo tempo, papa compreso; e utilizzò questa influenza per raggiungere gli scopi che si prefiggeva.

Nel 1128 Abelardo diventa abate di Sant Gildas in Bretagna. Qui trova monaci profondamente intrisi di corruzione e malvagità che cercano in tutti i modi di farlo morire, tentando anche di somministrargli veleno.

In quegli anni venne sciolta la comunità monastica femminile dell’Argenteuil; e le suore che la componevano sarebbero dovute essere disperse tra vari monasteri. Abelardo volle offrire ad Eloisa, per lei e per le sue monache, l’oratorio del Paracleto come luogo in cui stabilirsi. Eloisa accettò l’offerta e, insieme a un gruppo di monache, prese dimora in quel luogo. Abelardo continuava ad andare al Paracleto per fare prediche, che attiravano fedeli e donazioni; donazioni che lui destinò alla crescita di quella che era diventata la nuova sede di Eloisa e delle monache che l’avevano seguita. Ma in questa storia calunnia e malafede sono senza inarrestabili. Uno dei vecchi maestri di Abelardo, Roscellino, lo accusò di “raccogliere denaro con il prezzo del suo insegnamento per portarlo correndo alla sua puttana”.

C’è qualche dubbio su quello che avvenne negli anni immediatamente seguenti. Sicuramente, però, Abelardo nel 1136 egli è di nuovo a Parigi, a tenere una libera scuola di dialettica e teologia.

Ma la persecuzione contro di lui continua più vigorosa che mai, con Bernardo di Chiaravalle il più accanito a portarla avanti. Abelardo, allora, chiede all’arcivescovo di Sens di convocare, per la Pentecoste del 1140, un concilio dove sia lui che Bernardo avrebbero potuto esporre le loro argomentazioni. Ma Bernardo ben sapeva che nel confronto dialettico Abelardo era imbattibile, e allora gioca d’anticipo, in modo totalmente scorretto. Il giorno precedente a quello dell’incontro fa condannare dai vescovi presunte proposizioni eretiche contenute nei testi di Abelardo. Quando Abelardo giunge il 3 giugno 1140 presso la Cattedrale di Sens, trova ad attenderlo un folto pubblico di preti, nobili, monaci, studenti. Non manca neanche il Re di Francia. Abelardo capisce che quello che doveva essere un confronto alla pari, era stato abilmente trasformato da Bernardo in una sorta di “processo dell’anno” per farlo condannare per eresia. Nonostante ciò, l’Abelardo che tutti conoscevano non si sarebbe mai tirato indietro, e avrebbe accettato la battaglia, per quanto su un campo da gioco “truccato”. Furono perciò tutti sorpresi quando Abelardo disse semplicemente che avrebbe fatto ricorso a Roma e abbandona la cattedrale. Bernardo si mise in cammino per raggiungere Roma e conferire col Papa. Ma durante il suo viaggio, le lettere di Bernardo raggiunsero il Papa che, dietro sua sollecitazione, condannò, come eretiche, tutte le opere di Abelardo.

Abelardo non raggiunse mai Roma. Durante il suo viaggio si fermò presso il monastero di Cluny, retto dall’abate Pietro il Venerabile, una nobilissima figura che incarnava, in tempo di lupi feroci, veramente i valori cristiani. Pietro il Venerabile accolse Abelardo con grande umanità, e gli ultimi due anni della sua vita –dedicati alla preghiera, alla lettura e alla scrittura- Abelardo li passò in quel monastero, dove morirà nel 1142. Eloisa volle che il suo corpo fosse seppellito nel convento del Paracleto.

Ventidue anni dopo, nel 1164, morì anche Eloisa che viene sepolta, secondo quella che era la sua volontà accanto ad Abelardo. Una romantica leggenda riferisce che le braccia del cadavere di Abelardo si aprissero nel momento della deposizione della moglie.

E adesso andiamo alle lettere che Eloisa scrisse ad Abelardo.

Qualche tempo dopo che Abelardo scrisse “Storia delle mie sventure”, quel testo arrivò nelle mani di Eloisa. Lei lo lesse e gli scrisse una lettera il cui incipit è

“Al suo signore, o meglio al padre: al suo sposo, o meglio al fratello, la sua serva, o meglio la figlia; la sua sposa, o meglio la sorella – ad Abelardo, Eloisa”.

Con questa lettera inizia tra i due un carteggio memorabile.

Ecco alcuni passaggi dalle lettere di Eloisa..

“Anche quando dormo immagini ingannevoli mi perseguitano; persino durante la messa, quando la preghiera deve essere più pura, i turpi fantasmi di quelle gioie si impadroniscono della mia anima. lo sono costretta ad abbandonarmi a queste fantasie incapace persino di pregare. Invece di piangere, pentita per il passato, sospiro rimpiangendo quello che ho perduto. Ho davanti agli occhi sempre e soltanto te, l’amore che abbiamo avuto, i luoghi dove ci siamo amati, i momenti dove siamo stati vicini. Mi sembra di essere li ancora e neppure nel sonno riesco a calmarmi. Talvolta da un leggero movimento del mio corpo o da una parola che non sono riuscita a trattenere tutti capiscono i miei pensieri”.

“La gente vanta la mia castità perché non sa che sono ipocrita. Chiamano virtù l’astinenza del corpo, e invece la virtù non è nel corpo ma nell’anima. Dagli uomini posso anche essere lodata, ma presso Dio non ho nessun merito perché egli fruga il cuore e le reni e vede nell’intimo”.

“Componevi per me quasi come per gioco quelle canzoni amorose che, divulgate dappertutto per la soavità delle parole e la bellezza della musica, ti resero famoso anche fra la folla dei semplici (…). Le donne sospiravano e poiché le canzoni celebravano il tuo amore per me, anche il mio nome divenne famoso e io ero invidiata in tutti i paesi (…)”.

“(…) quanto più profonda è la radice del male, tanto più forti saranno i rimedi del conforto, che non devono venire da nessuno se non da te; e poiché tu solo sei la causa del male, tu solo puoi guarirmi. Tu sei il solo, infatti, che possa affliggermi, e il solo che possa allietarmi o consolarmi. E sei anche il solo a dovermi particolarmente tanto, visto che ho seguito ogni tuo comando al punto che – non volendo in alcun modo arrecarti dispiacere – sono giunta a perdere me stessa, pur di obbedirti. Ma ciò che più conta è che il mio amore fu a condurmi a una follia tale che ha allontanato da sé senza la speranza di poterlo riavere mai più l’oggetto stesso del suo desiderio. (…). E Dio sa che in te non ho mai amato altro che te stesso: che solo te ho desiderato, non ciò che tu possedevi.”

“Non mi ripromisi patti nuziali, né prerogative di sorta; né, come ben vedesti, mi adoperai a raggiungere voluttà né volontà mie, ma tue. E se più santo e più valido sembra il nome di moglie, il nome di amica mi è sempre stato più dolce, o se non ti sdegni, di amante o concubina”

“Chiamo Dio come mio testimone: se lo stesso Augusto signore del mondo intero mi avesse degnato dell’onore di sposarlo, e mi avesse offerto così il dominio perpetuo del mondo, sarebbe stata per me cosa più cara e degna esser detta tua prostituta piuttosto che sua imperatrice.”

Le lettere di Eloisa sono l’ininterrotta manifestazione di una passione ardente. Queste lettere sono una celebrazione eterna del sentimento indomabile e dell’amore sublime.

“Per Eloisa, nel mondo intero, tra tutte le persone, i pensieri, gli oggetti e le cause e le possibilità, esiste solo Abelardo. Abelardo è il suo signore, padre, fratello, amante, sposo: tutti i rapporti affettivi si concentrano in lui. Non c’ è altri al mondo, né nel passato né nel presente. E se Girolamo, Agostino e, negli stessi anni, Bernardo avevano detto che c’ è un solo modo di amare Dio: di un amore immoderato: lei, che si è nutrita di quei testi e li ha fatti propri, con una grandiosa empietà e una follia di cui è perfettamente cosciente, dedica questo amore immoderato a una creatura terrena: Abelardo” (Pietro Citati)

Mentre in Eloisa c’è ancora la donna in tutta l’intensità possibile e immaginabile, nelle lettere di Abelardo sembra esserci soprattutto il monaco. Sono lettere impregnate di pentimento, di richiamo all’amore divino. Sono lettere in cui Abelardo sembra cercare di mettere le distanze dal piano passionale e sentimentale, per rivolgersi a lei come compagna di fede.

Ma, nel valutare Abelardo e il suo approccio nelle lettere, che appare “distaccato” sul piano sentimentale, noi non dobbiamo dimenticare tutto quello che lui aveva vissuto. Abelardo aveva subito il trauma dell’evirazione. Successivamente aveva subito ogni genere di persecuzione, dalle condanne (poi mitigate) per eresia ai tentativi di avvelenamento dei monaci. Consideriamo anche il logorio fisico per i tanti spostamenti in un tempo in cui viaggiare non era privo di fatica e pericoli. Immaginiamo quest’uomo sessualmente menomato, fisicamente stanco, interiormente ferito, dedicarsi con rigore al percorso religioso. Immaginiamo anche come, dopo quanto avevano vissuto lui ed Eloisa, e dato che le loro lettere potevano essere lette da altri, non volesse che i tanti nemici agissero distruttivamente contro lui e contro di lei. Tutte queste cose possono aiutarci a comprendere, almeno in parte, il perché le lettere di Abelardo non siano quel capolavoro del sentimento e della passione che invece sono le lettere di Eloisa.

Eppure, Abelardo era lo stesso che qualche anno prima aveva scritto “Storia delle mie sventure” dove rievocava in modo impressionantemente vivido la violenta e sublime passione che vi era stata tra lui ed Eloisa. Ed era lo stesso Abelardo che nelle sue ultime lettere gli scrisse cose potenti come..

“Tu ci unisti, o Signore, e ci dividesti, quando e come ti piacque. Ed ora, o Signore, porta misericordiosamente a compimento quel che misericordiosamente iniziasti. Tu che una volta ci hai diviso nel mondo, congiungici a te eternamente nel cielo (..)”.

E soprattutto.. era lo stesso Abelardo che, in punto di morte, le dedicherà queste parole..

“Ricordati che io ti appartengo”.

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Fiabe, miti e simboli- un saggio di Giuseppe Cosco

by on apr.17, 2015, under Bellezza, Ispirazione

Fiabes

Mio padre, giovanissimo, nel 1978, ovvero 37 anni fa, pubblicò un libro, dove raccoglieva antiche fiabe del paese di Pizzo Calabro. Quelle fiabe le raccolse da una vecchietta, che veniva chiamata “zia Carmelina” e nel libro sono presenti sia “in lingua originale”, nel dialetto di Pizzo, sia nell’originale italiano. Quella vecchietta era probabilmente l’ultima persona a ricordare quelle fiabe. Con la sua morte esse si sarebbero perse per sempre, se non fossero state “raccolte” prima. Infatti, nelle righe di premessa del libro è scritto, tra le altre cose:

“Ringrazio la vecchietta che mi ha raccontato queste fiabe, “zia Carmelina”, consentendomi così di raccogliere le foglie prima che le smarrise il vento”.

Prima delle fiabe, nel libro è presente un saggio introduttivo, dove Giuseppe Cosco parla del rapporto tra le fiabe, i miti e i simboli millenari, con incursioni nella psicologia del profonda, nell’esoterismo e nel misticismo orientale.
Si tratta di un saggio che potrà avere anche dei limiti, visto 37 anni dopo. Ma che resta, a mio parare, nella sua essenza, ancora vivo e vitale. Uno scritto che viene da una persona che allora aveva 28 anni, e da un’epoca in cui non c’era facebook, non c’era internet, pochissimi avevano il computer e lui scriveva parole come questa su una macchina da scrivere.

Rileggendo questo saggio, ho pensato di condividerlo (non riportando le note a margine per semplificare la lettura) con chi volesse leggere qualcosa di così lontano dall’attualità, non nel senso di “passato”, ma di “oltre ogni specifico tempo”.
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“Prodigiosa fu la visione intera:
innumereoli le bocche, innumerevoli
gli occhi, in questa forma universale…
e senza fine che tutto pervade”.
BHAGAVAD-GITA (XI.10-11)

Disse una volta Shiller: . Oggi l’uomo ha perso questo significato, lo ha perso da quando non è più ciò che fu tanti secoli addietro e neppure riesce a sapere cosa è diventato. Egli ha paura di se stesso, di quanto non comprende, di ciò che ha sede sotto quella soglia delle cose tangibili. Intuisce strane presenze in certi sogni e torbide sensazioni nel suo essere, e allora è un correre precipitoso all’aperto, alla luce del giorno, per dimenticare subito quel vago malessere che l’ha preso, quella sottile inquietudine; precludendo, irrimediabilmente, se stesso, privandosi degli “istinti” e delle “radici”. Sradicato dalla sua più vera natura, ora, gli è incomprensibile la realtà dell’anima, il cui spazio “… è incommensurabilmente grande e colmo di realtà vivente”.
Quando volge il capo alla tradizione, non coglie niente altro, che un significato oscuro e si muove a tentoni, senza più neppure la guida delle stelle. Il calcolo dell’ora natale non ha più niente da dirgli. Quando scoprì che l’equinozio di primavera, per la precessione degli equinozi rispetto alla corrispondenza dei segni, non coincideva più al grado O dell’ariete, capì che ogni oroscopo era arbitrario. Dopo la caduta degli “dei” l’uomo è inquieto nella solidità della sua “civilizzazione”, ben diversa dalla “civiltà” che nasce dallo spirito.
Ochwia Biano, capo degli indiani Pueblos, disse degli uomini bianchi: “Le loro labbra sono sottili… le loro facce solcate e alterate da rughe. I loro occhi hanno uno sguardo fisso come stessero cercando sempre qualcosa… sono sempre scontenti e irrequieti… Non li capiamo. Pensiamo che siano pazzi” perché “dicono di pensare con la testa… Noi pensiamo qui” e si toccò il cuore. Die Lu-tzu: “Ogni trasformazione dello spirito dipende dal cuore”, ma è divenuto sordo il cuore di chi ha perduto le proprie origini e allora tutti i valori gli vacillano minacciosamente e i fatti quotidiani ci portano a considerare, drammaticamente, quanto l’inconscio può diventare devastatore snaturando l’uomo.
L’uomo si rivela impotente di fronte a questi accadimenti, per risolvere i quali è necessario un modo diverso di vedere la vita, i propri miti, intesi non come allegoria, ma simboli pregnanti di signfiicato, la perdita dei quali “… è sempre e dovunque una catastrofe morale”. Egli deve porsi in un rapporto diverso di fronte alla vita, accettare e non sfuggire il confronto con la realtà dell’anima.
Gli alchimisti dicevano “V.I.T.R.I.O.L.” (Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occulum Lapidem) che tradotto suona “Visita l’interno della terra e purificando troverai la pietra occulta”. Ora l’interno della terra è l’inconscio, la purificazione è il processo di trasformazione, per trovare l’ “oro dei filosofi”, per conciliare gli opposti e giungere all “individuazione”. L’ “Interiora Terrae” è dunque quel subconscio popolato di strane presenze. In esso vivono gli archetipi, a proposito dei quali Jung in “Psicologia e alchimia” scrive che con archetipo egli intende il “tipo” nell’anima e “typos” significa “impressione”, ora viene spontaneo chiedersi come si è determinata questa impressione. Rupp non ne fa mistero, allievo della von Franz, annota “… noi semplicemente non sappiamo donde si debba far derivare in ultima analisi l’archetipo”.
Sant’Agostino nel “De Diversis questionibus”, parla di “Idee originarie… contenute nella intelligenza divina”, e gli archetipi si esprimono oltre che nel mito, anche nella “fiaba”; addirittura “… la mitologia sarebbe una specie di protezione..” di questo materiale universale, e le fiabe provengono da quei luoghi remoti, vibranti dentro di noi, luci sacre e pericolose.
Dietro i significati superficiali, della fiaba, se ne celano altri profondi che nascondono veri tesori e indicano la via della trasformazione psichica, che viene svelata con tutte le sue difficoltà, nelle sue tappe obbligatorie. La natura dell’uomo affonda le sue radici nel mito e nella fiaba, e la sua deve essere una natura che è “forza, quella stessa forza che, secondo Lu-Tzu, deve essere armonizzata col cuore. Nel Nuovo Testamento apocrifo si legge “Perciò conoscerete vuoi stessi, perchè voi siete la città e la città è il regno”; anche Zosimo scrive dell’enorme potere che è nell’uomo.
Nell0′alchimia più tarda questa “forza” è simboleggiata dall’ “albero”, simbolo che ritroviamo nelle Upanishad e nei Veda, nell’Apocalisse Giovannea e in molte leggende. Ne “Le avventure di Gilgamesh” leggiamo di alberi che al posto dei frutti hanno pietre preziose. L’albero sovente è raffigurato capovoloto e ciò significa che la “forza” risiede nel cielo. Dante scrive di quest’albero nella “Divina Commedia”, come:
“dell’albero che vive della cima
e frutta sempre e mai non perde foglia”.
Metafisicamente, l’albero manifesta la potenza della natura e nella tradizione si associa ad esso la natura femminile, la morte, draghi o serpi. In psicanalisi, questo simbolo è sia maschile (il tronco) che femminile (perchè da frutti). In ogni tradizione, l’eroe deve ora conquistare i frutti dell’albero, con grande rischio, perché la forza della natura quand’è incontrollata si scatena e distrugge. A tal proposito avverte Jung “Chi crede che l’inconscio sia qualcosa di innocuo…. s’ìnganna”, alcune volte “E’ un po’ come scavare un pozzo artesiano, per finire poi d’imbatersi in un vulcano”.
L’eroe, per impossessarsi dei frutti dell’albero, deve superare delle prove, rese difficoltose dagli ostacoli incontrati “… per penetrare in un -domnio vietato- che simoleggia sempre un territorio trascendente: il Cielo e l’Inferno. Tutte queste prove, queste sofferenze… si possono facilmente ricondurre alle sofferenze ed agli ostacoli rituali della -via verso il centro-”.
Tutto ciò fa pensare alla via verso il centro dei simboli “mandala”, parola sanscrita che significa “circolo”. Platone credeva che l’anima avesse forma di circolo e i Papua sacralizzano la crescita di un individuo, nell’interno del gruppo, facendolo passare attraverso un cerchio. Il cerchio esprime l’universo, il recinto sacro. Varrone scriveva che le colonie romane in origine erano dette “urbes” da “orbis” che significa circolo, il “Themenos” alchemico.
Jung, a proposito di questo simbolo della meditazione tantrica, appuntò “Solo un po’ per volta scoprì che cos’è veramenta il mandala -Formazione, trasformazione della mente eterna, eterna ricreazione” (Faust parte seconda) è l’Uroboros della “Crisopea” di Cleopatra, il serpente che si morde la corda, con nello spacio centrale sancito “Unoil tutto”, la formula dell’unità, la “funzione trascendente” totalità tra conscio e inconscio, “… il Sé, la personalità nella sua interezza”.
Le prove che l’eroe deve superare stanno a significare le difficoltà dell’autorealizzazione. L’esperienza di trasformazione della psiche ha dei paralleli nella storia dell’uomo. Esermpi sono le pratiche yoga e i riti di iniziazione, ad un certo studio dei quali il neofita si deve sottoporre a lavaggi rituali. Scrive Piantanida che, prima dell’esperimento magico, fece “una doccia abbondante”. Anche nell’esoterismo dell’antico Egitto, l’adepto che aveva raggiunto il secondo grado, quello di “Neòcoris”, veniva “condotto in un’assemblea”, in cui lo Stolista o portatore d’acqua, gli buttava “addosso dell’acqua”, e nella Scuola pitagorica il novizio “apriva il nuovo giorno con un inno ad Apollo, eseguendo una danza dorica: faceva poi le rituali ablazioni”. Nella stessa religione cattolica il sacramento del battesimo lava dal peccato originale e, nel Vangelo secondo Giovanni (III, 5), leggiamo “se uno non rinasce per mezzo di acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio”.
Simbolicamente attraverso l’acqua che rappresenta il ventre della madre, “Senza l’acqua divina nulla esiste”, si ottiene una seconda nascita, una rinascita spirituale, che consente all’iniziato di procedere purificato. E’ la via femminile, lunare, umida, subconscia, della mano sinistra, di cui dicono i filosofi ermetici, perché essi parlano di “sette rettificazioni” o “sette distillazioni” volendo riferirsi esclusivamente ai “gradi dell’iniziazione”.
Nella fiaba troviamo, nel suo pieno significato, questo rituale. Dove ancora non si è compiuta la rinascita, ancora il corpo funge da ostacolo e in “Pollicino” l’orco grida: “Uccio! Uccio! Sento odor di cristianuccio!”. Analogamente, nella nostra fiaba “A beja d’u mundu” la draga ripete: “Jauru d’omu ccà, jauru d’omu ccà!”. Nell’ “Aceju rapinu” il rituale è stato compiuto debitamente,
La figura del vecchio che si presenta con una certa costanza nelle fiabe, simboleggia la saggezza dello Spirito, infatti il detto popolare “Vecchio, più vecchio, vecchissimo” cela il motivo che l’eroe delle fiaba giunge fino al vecchio nestoreo che detiene la sapienza, insomma incontra un “guru”, oppure il vecchio “Elia” di Jung, “personificazione del vecchio saggio profeta” che “rappresenta l’elemento conoscitivo”. Zelenin, nelle sue “Fiabe russe del governatorato di Pem”, racconta di un vecchio di 500 anni che esce da una casa nella foresta. Nella nostra casa “A beja d’u mundu” leggiamo che il nostro eroe incontra tre vecchi di cui uno ha “a varba e i capiji longhi finu è pedi e i pinnulari tandu longhi che’bbi mu si l’iza cu a manu pemmu ‘u poti vidìri” e, ulteriore testimonianza della insolita vecchiaia dell’eremita è che “ngi vozzi n’ura pemmu s’apri a manigghia ‘i chija porta ch’era chius ‘i tricendu anni”.
Il vecchio appare all’eroe che si è smarrito in una foresta. Questo motivo è oltremodo ricorrente; è presente nelle “Metamorfosi” di Ovidio, nell’ “Eneide” di Virgilio, nell’ “Inferno” di Dante Alighieri, e nella fiaba di pollicino e in tantissime altre ancora. Probabilmente significa che si è venuti in contatto con l’inconscio e si rischia di esserne travolti.
Quando l’archetipo del vecchio si mostra, quindi, vuol dire che l’eroe ha bisogno di aiuto, addirittura la sua è una situazione disperata. Da questa attesa penosa di soccorso può liberarlo solo una profonda riflessione, ma per diversi motivi l’eroe non è capace d ciò. La necessaria conoscenza appare nella figura del vecchio, che assume così un significato di “pensiero personificato”. Il vecchio spinge l’eroe alla riflessione e adotta, per raggiungere lo scopo, l’invito a mangiare qualcosa: “mò scindi l’angiulu e ndi porta nguna cosa” e a dormirci su: “curcati jani”.
Il nostro eroe della “A beja d’u mundu” mangia il cibo offerto dai tre vecchi e riposa; ciò gli dona quella forza spirituale che dovrà ora impegnare per raccogliere tutt’intera la personalità, per fronteggiare adeguatamente ciò che sta per accadere.
Il vecchio in fondo “è proprio questa adeguata riflessione e concentrazione delle forze morali e fisiche, che si compie spontanea in una regione psichica extracosciente”. Il veccho ora gli accorda l’aiuto magico “mò ti dicu ch’ai pemmu fai” e l’eroe diviene così degno di partecipare ai poteri soprannaturali relativi a quel mondo. Ciò vuole significare una speciale e peculiare qualità della unificazione della personalità. Il vecchio indica all’eroe le vie che portano alla riuscita, gli dona anche i mezzi necessari per superare i vari pericoli: “Tu ngi jetti sta panetta e vidi ca ti fannu passàri”. E’ evidente ora la relazione tra la figura del vecchio o vecchia e l’inconscio. Secondo Erodoto “Vecchia d’oro” era il “nome attribuito … dai popoli che abitavano nei pressi del fiume Obi, nella Siberia, ad una dea che si identificava poi con la Terra” e la terra è il simbolo dell’inconscio.
Il vecchio, esotericamente, corrisponde alla IX carta degli Arcani Maggiori dei Tarocchi, raffigurante l’Eremita che, con un lungo manto, protegge la debole di una lucerna dalle insidie della notte. Egli è un Maestro invisibile. Salmon dice: “Ci si dice che essi spriritualizzano i loro corpi, che si trasportino in breve tempo in luoghi assai lontani, che possano rendersi invisibili quando a loro piace e che facciano molte altre cose che sembrano impossibili”.
Un detto popolare dice che ogni uomo ha in é la sua sua donna e vicevera; a tal proposito Jung parla di “Anima” di “Animus” che sono archetipi rappresentanti quel lato della psiche che è attinente al sesso opposto, “funzioni che meglio di tutto” potrebbero essere caratterizzate “come personalità” e popolano i meandri di ogni individuo. L’Anima è pure l’immagine che per prima ha portato nostra madre e, in seguito, le donne di cui ci innamoreremo. Sono infinite le forme che essa adotta nel manifestarsi nel mito e nell’arte. Nell’arte, per esempio, è rappresentata dalla Beatrice di Dante.
Questo archetipo riveste un’immagine soccorrevole nell’esempio citato. Altre volte l’Anima può comparie in altri modi. Infatti raramente ha un significato solo. Spesso è complicata con ogni sorta di qualità contrastanti, può anche comparire come demone o strega. Questi due archetipi “rpresentano qualità affettive… difficili a descriversi, che sono di solito percepite come ricche di fascino o numinose”.
L’Anima è anch eil messaggero dell’inconscio e, quando compare, è indice che è terminata la prima parte della vita con la sua necessità di ancoramento all’esterno (il lavoro, la famiglia, la società) e che ora è giunto il momento di confrontarsi con l’aspetto eterosessuale proprio: cioè ora è essenziale un adattamento all’interno di sé.

“In alto il mio spirito si protese, ma, subito, amore
Lo tirò giù: dolor con più forza lo incurva;
Così ho percorso della vita
L’arco e ritorno donde mi mossi”.

L’Animus e l’Anima possono apparire anche sotto forma di cose o altro, se non sono pervenuti al livello della figura umana. Nella fiaba “Acciolina” l’archetipo dell’Animus è presente nel fresco e appetitoso “pèdi d’accia tandu beju, jangu e ténneru” che attrae; infatti la donna coglie il sedano, ma “chija… era a cambagna d’u dragu” che s’infuria e lei, piangente, deve promettegli: “sta criatura chi portu nda panza, quandu nesci v’a dugnu”.
In questo caso l’archetipo seduce e strappa la vita. L’apparire del “mandala” significa che si è sulla via della “trasformazione”; esso è pure l’antidoto al caos, al pericolo. Il mandala, si riscontra nel paleolitico, esso infatti è uno dei più antichi simboli religiosi dell’umanità. Ve ne sono pure cristiani e, a tal proposito, Jung porta l’esempio di frate Niklaus, dipinto nella chiesa di Sachsein; esso si compone di sei parti, con al centro la testa incoronata di Dio.
Il cerchio, il centro, il numero, sono le costanti del Mandala. Il numero, secondo i filosofi greci, è l’essenza di tutta la realtà. Pitagora sacralizzò i numeri. Egli è, senza dubbio alcuno, il padre dell’aritmosofia. Scrive la Martinengo che il misticismo dei numeri “è segno evidente che questa forza di entificazione deve avere radici profonde nella natura prelogica dell’uomo” e il pensiero prelogico secondo Bacone è un pensiero spontaneo, spinto da un’urgenza improrogable quanto inconscia, senza che l’intelligenza vi partecipi.
Levy-Bruhl dice che la mentalità popolare scorge nei numeri una “individualità”, e giunge, scrive, Albergamo, alla loro “identificazione… con l’anima”. Nella fiaba si riscontra sovente l’elemento numerico. Nella nostra “A beja d’u mundu” leggiamo “e vidi ca vidi a beja nda li setti veli” e, più avanti, come una protezione, la raccomandazione “e dormi nda setti veli”, la stessa cosa nel racconto “‘U guandu d’u Leuni”, “cumbogghiata nda setti veli”. Identica analogia nell’antichissima storia babilonese “Le avventure di Gilgamesh” che narra “ogni qualvolta Humbaba esce e va in giro, si avvolge in be sette strati di vesti differenti”.
Nella leggenda “La danza dei Narti”, il numero ha le sembianze diuna entità orrida, e l’eroe “prese la spada e la abbatté sul collo del gigante, facendo cadere sei delle sette teste”.
In particolare, il numero sette nel ricordo di tutte le tradizioni, racchiude i valori più importanti dell’uomo e dello Spirito. Il Buddismo attribuisce sette principi all’uomo:”Atma”che signfica “scintilla divina”, “Bodhi” che è lo “Spirito”, “Manas” l’ “Anima”, “Karma Rupa” gli “istinti”, “Shtula Sarira” la “materia”, “Linga Sorira” il “corpo astrale” e infine il “Prana” che è l’ “essenza della vita”, lo Pneuma dei greci, lo Spiritus dei romani o il Ki taoista.
Nell’Apocalisse di San Giovanni il 7 vi ricorre cinquantaquattro volte. Questo numero ha un grande valore esoterico. Infatti “l’età simbolica del maestro è di sette anni”. A questo punto è interessante sapere che nel museo Viennese esistono due medaglie. Su una è raffigurato l’Alighieri, sull’altra Pietro da Pisa, dietro ad entrambe vi sono incise sette lettere “F.S.K.I.P.F.T.” Secondo il Guenon la scritta significa “Fidei Sanctae Kadosh Imperialis Principatus Frater Templarius”. Dante dunque era un Iniziato.
Il numero articolo il simbolo mandala nella sua espressione di totalità comprendente la conciliazione degli opposti, come nel “Caduceo” ermetico e nello “Yin-Yang”. Il circolo sanscrito rappresenta “l’ordine primordiale della psiche totale” e in oriente “la contemplazione meditativa delle immagini yantra a forma di mandala… ha per scopo appunto di creare un ordine interiore nella persona in meditazione”.
Budda ha insegnato “Se fissi il tuo cuore su un solo punto, nulla ti sarà impossibile”. Al centro del mandala c’è il Sé che nel suo senso di totalità include coscienza e inconscio. L’Iniziato “è ora aperto alla libera azione delle sue forze guida interiori… l’anima o la volontà vera agisce nel corpo spirituale come un fermento o un lievito, cambiando e colorando la personalità e trasformanedolo in oro”. Ora il nostro rapporto con l’anima primordiale è svelato. Ciò significa “la conquista del tesoro… del talismano magico o di che altro il mito escogiti di desiderabile”, è l’aurum non vulgi, il padi dei filosofi, il Kintan o pillola d’oro dell’alchimia cinese.
E’ evidente che il soggetto della trasformazione è l’uomo medesimo, “ars totum requirit hominem”, dicevano gli alchimisti. Nello studio dell’inconscio, Jung trova i precedenti storici della sua psicologia dell’alchimia e di ciò egli parla come di un momento decisivo. Scrive che l’alchimia era un legame col passato, lo gnosticismo e un ponte verso la moderna psicologia dell’ìnconscio.
L’approfondimento della coscienza è un fatto illuminante, probabilmente è qusto il motivo della peculiarità solare caratteristica di molti eroi mitici. Peg li gnostici l’uomo luminoso è un scheggia di luce eterna precipitata nella materia buia. L’ero solare è, infine, un uomo totale che si è posto sopra le passione, fuori dal turbinio dei venti. “La forza non crollavali de’ venti, né l’igneo sole co’ suoi raggi addentro li saettava, né le dense piogge penetrava tra lor..” (Odissea, canto V, verso 619) e la sua completezza è rinnovamento dell’uomo che ha acquisito una superiore coscienza individuale. E’ adesione al mondo, e non una ipertrofica esclusione.
L’ “individuazione” nonè “individualismo” che significa prevaricazione e abusi e rappresenta qualcosa di generalmente disapprovato, infatti “individuandosi l’uomo non diventa egoista nel senso usuale della parola, ma si conforma unicamente ad una sua peculiarità… Ora l’individuo umano, come unità vitale, essendo tutto quanto composto di fattori universali, è del tutto collettivo e quindi non pè unto in contrasto con la collettività”.
La fiaba rivela l’essenza dell’anima, dietro i significati espliciti, “ha occultata” la via che porta alla trasformazione. Non per niente quasi tutte le fiabe finiscono con le nozze del protagonista e nell’opera rosacruciana “Le nozze chimiche di Christian Rosenkreuz” vi è narrato tutto il viaggio iniziatico di Rosenkreutz che alla sua conclusione porta alla Pietra d’Oro, alla illuminazione della coscienza, “dal presente all’eternità” dice Jung. L’iniziato che ha percorso tutti gli “stadi” dell’iniziazione è ora una “Unità Vitale” consapevole della sua natura collettiva. Quello Spirito che tutto pervade, quella forza primordiale che i cinesi chiamano Tao, che è nell’uomo, ma anche “al di fuori di lui”.
Dice Lu-tzu: “Se l’uomo riesce a raggiungere quest’Uno, egli vive; se lo perde muore”.

“Tu, tribù,
guardami,
in un modo sacro,
io ritorno”.

All’accadere di ciò, la trasformazione è avvenuta. Il rapporto secondo cui il rigenerato sta col proprio corpo non è più quello dell’uomo di prima, e ciò significa una nuova cogninzione esistenziale”. L’uomo che “vive” in tantitesi all’uomo che “dorme” non ha operato altro che una simile riconciliazione con le forze della natura.

Catanzaro 6 dicembre 1978

Giuseppe Cosco

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Il simbolismo profondo del Signore degli Anelli

by on gen.05, 2015, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo

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“Non tutto quel ch’è oro brilla,
Né gli erranti sono perduti;
Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza,
Le radici profonde non gelano.
Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
L’ombra sprigionerà una scintilla;
Nuova sarà la lama ora rotta,
E re quel ch’è senza corona. “
(dal “Signore degli Anelli”)

Il Signore degli Anelli, il grande capolavoro di Tolkien, è un’opera che da sempre ha suscitato un fascino straordinario in coloro che l’hanno letta e ha generato la spinta da parte di vari gruppi e correnti di pensiero ad appropriarsene.
Per molti anni l’estrema destra italiana fece di Tolkien il suo autore totem. Allo stesso modo molti autori cattolici da diversi anni a questa parte vedono nel Signore degli Anelli sostanzialmente un’opera cattolica.
I tentativi di appropriazione di Tolkien hanno lo stesso limite di tanti tentativi di appropriazione nel corso della storia. Quello di rispondere più ad una insopprimibile esigenza di chi vuole appropriarsi di qualcosa, che ad una reale volontà di conoscenza di quella “cosa”, della sua Meraviglia e del suo Mistero.
L’appropriazione è una dinamica di possesso che mira a “ricostruire” ciò che ardentemente ci piace, alla luce di quelle che sono le nostre categorie, la nostra tradizione, i nostri ideali, le nostre idiosincrasie; in poche parole, la nostra visione del mondo. L’appropriazione unilaterale non onora un’opera fino in fondo, perché le impedisce di svilupparsi in noi in perfetta libertà, le impedisce di ‘insegnarci’, perché può insegnarci sono se non siamo così ansiosi di ridurla in schemi prestabiliti, solo se non la soffochiamo entro l’orizzonte da noi considerato unico, giusto, inevitabile.
L’appropriazione di una cosa è spesso accompagnata da parole di umiltà, ma si pone quasi sempre agli antipodi dell’umiltà. L’umiltà si mantiene quando ci si pone in posizione aperta verso l’insegnamento che da qualcosa di Grande ci giunte. Posizione aperta e disponibile, non supine, in un Dialogo che sia uno stimolo perenne.
L’unico modo per amare un’opera (ma vale anche per l’amore verso altre cose..) è non volersene appropriare, è di non agire verso di essa come membri di qualcosa (un partito, una corrente culturale, una setta, una religione, ecc.) che cerchino di inglobare quell’opera nel “corpo” di cui essi fanno parte, ma come uomini liberi che, in libertà, accettano il dono e la sfida di ogni creazione, in un rispetto che è l’unica via per sperare di poter cogliere qualcosa di vero in ciò che si guarda.
Nello specifico del Signore degli Anelli, contestare il meccanismo dell’appropriazione non vuol dire negare ogni valore ad alcune delle interpretazioni ideologiche e unilaterali del Signore degli Anelli. Pensiamo all’interpretazione che ne viene data da parte cattolica. Sicuramente c’è, sublimato, un sostrato di cattolicesimo nell’opera del cattolico Tolkien. Questo sostrato non è evidente, ma è sublimato. Da questo non consegue però, come alcuni frettolosamente sostengono che “Il Signore degli Anelli sia un’opera cattolica”.
Pensare che Tolkien possa avere costruito la sua opera su semplici “travestimenti” di una preesistente visione ideologica, in modo da confezionare un’opera didattica, a tesi, vuol dire non cogliere la grandezza del lavoro di Tolkien, l’ampiezza del suo lavoro, l’accanimento del suo impegno, la nobiltà e il fascino senza tempo delle sue visioni.
Non c’è nulla di più lontano dall’opera di Tolkien che il vederla come una sorta di Summa Teologica sotto mentite spoglie. Le ispirazioni e i simboli che la animano non soffocano la storia e non la dettano in ogni minima sfaccettatura, ma sono come una matrice profonda su cui si innesta una Storia che è una Storia e non un manuale edificante.
Possiamo allora dire che nel Signore degli Anelli c’è una ispirazione cattolica, o cristiana con venature cattoliche, ma non c’è cattolicesimo. E deve anche essere ricordato che il Signore degli Anelli è incomprensibile senza il richiamo a tutta la grande mitologia nordica, a tutto quel colossale insieme di saghe (pensiamo alla “Saga dei Nibelunghi”), leggende, fiabe, ballate che si svilupparono nei secoli tra la Scandinavia, la Norvegia, la Finlandia, l’antica Germania. A tutto questo va aggiunta l’ispirazione di poemi epici come il celeberrimo Beowulf, il romanzo epico per eccellenza dell’antica Inghilterra.
Tolkien fu debitore di tutto questo mondo di miti, saghe e leggende; mondo che amalgamò con la sua visone religiosa dell’esistenza. Quello che ne uscì fu un’opera di cui si possono, appunto, dire le ispirazioni e i retaggi, ma che non è la passiva riproduzione di nient’altro che sia stato fatto prima di essa. Le sue radici e ispirazioni si amalgamano in qualcosa di unico.

Il Signore degli Anelli mette in scena l’eterno confronto tra Bene e Male.
Un confronto che si ripresenta davanti a noi ogni nuovo giorno. Un confronto che vive nei meandri stessi del cuore di ogni uomo.
Citando la prima impareggiabile prefazione al Signore degli Anelli, quella Elemire Zolà

“Infatti ci vuol poco a sentire che egli sta parlando di ci’o che tutti affrontiamo quotidianamente negli spazi immutevoli che dividono la decisione dal gesto, il dubbio dalla risoluzione, la tentazione dalla caduta o dalla salvezza. Spazi, paesaggi uguali nei millenni, ma da lui riscoperti in occasioni prossime a quelle che noi stessi abbiamo conosciuto. Sull’elsa delle spade immemoriali dura ancora il calore di un pugno, sull’erba immutevole è passata un’orma da poco, e quella presenza così prossima potrebbe essere la sua o la nostra. Non a caso The Lord of the Rings è diventato così popolare, i bambini vi si ambientano subito e i dotti godono tanto a decifrarlo quanto a restare giocati da certi suoi enigmi puramente esornativi. Si rimane stretti in una maglia ben tessuta, fatta dei nostri stessi tremiti, inconfessati sospetti, sospiri più intimi a noi di noi stessi. Perché opera di così impalpabili forze, The Lord of the Rings si divulgò smisuratamente, senza bisogno di persuasioni o di avalli, perché parlava per simboli e figure di un mondo perenne oltre che arcaico, dunque più presente a noi del presente.”

L’ANELLO DEL POTERE
Il Bene –nella conclusione della terza era della Terra di Mezzo, il mondo in cui si svolgono le vicende narrate da Tolkien, presumibilmente il nostro mondo in un’epoca collocata molti secoli fa rispetto alla nostra- è fragilissimo. Il Male sta dilagando in modo inarrestabile. Non sembrerebbe esserci speranza alcuna per la Terra e per tutti coloro che la abitano. E invece c’è ancora una speranza, c’è sempre una speranza. E una compagnia, la Compagnia dell’Anello, dovrà intraprendere il un Viaggio per tentare di distruggere le stesse fondamenta del male, incarnate dell’Anello del Potere forgiato dal Signore Oscuro, Sauron.

L’Anello non è l’unico anello del potere.
C’è un antico canto che ritorna più volte nel romazo.

Tre anelli per i re degli Elfi sotto il cielo,
Sette per i signori dei nani nelle aule di pietra,
Nove per gli uomini votati alla morte,
Uno per il Signore tenebroso sul cupo trono Nella terra di Mordor dove posano le ombre. Un unico anello per reggerli tutti e trovarli E adunarli e legarli nel buio, Nella terra di Mordor dove posano le ombre

Gran parte degli Grandi Anelli, degli Anelli del Potere vennero creati dagli elfi nella seconda era del mondo. In quel tempo Sauron si aggirava tra gli elfi travestendosi da entità benefica, e insegnò loro molte tecniche e conoscenze spingendo loro a creare gli Anelli. Una volta che furono creati i vari Anelli del Potere, Sauron forgiò in segreto, presso il Monte Fato, l’Unico Anello, che avrebbe contenuto gran parte della sua forza vitale e potenza. Lo scopo era dominare con esso tutti gli altri anelli e coloro che li portavano.
A quel punto gli elfi si accorsero dell’inganno e si sfilarono gli altri Anelli. Sauron mosse guerra contro di loro riuscendo ad impadronirsi di gran parte degli altri Anelli del Potere, tranne tre, i più potenti e quelli non toccati dal male, essendo stati forgiati dagli Elfi senza l’aiuto di Sauron.

Con gli Anelli sottratti Sauron cercò di soggiogare Uomini e Nari. Nove furono dati ai re degli uomini che divennero suoi schiavi e nel tempo si trasformarono in creature spettrali chiamate Cavalieri Neri o Nazgoul. Sette furono dati ai re dei nani, ma i nani, per la natura della loro stirpe, non potevano essere schiavizzati dalla magia. Gli anelli però accrebbero ulteriormente la loro collera e la loro brama d’oro dei loro portatori. Questi Anelli nel tempo ritornarono nelle mani di Sauron; mentre i tre degli elfi sarebbero rimasti sempre nelle loro mani.
Nella Seconda Era del mondo Sauron, grazie al suo Anello, aveva praticamente resa schiava gran parte della Terra di Mezzo. Venne allora stretta un’ultima alleanza di elfi e uomini per opporsi al trionfo dell’oscurità. Nel corso di questa battaglia il principe umano Isildur con una lama spezzata riuscì a tagliare dalla mano di Sauron il dito con l’Unico Anello, riuscendo così a sconfiggerlo. Quell’Anello poteva essere distrutto presso il Monte Fato, dove era stato creato, ma non fu distrutto, perché Isildur ne fu sedotto, finché in un agguato mortale perse l’Anello che per lungo tempo non fu più ritrovato.

La perdita da parte di Sauron dell’Unico Anello, permetteva agli elfi di potere utilizzare pienamente i loro tre Anelli. Questi anelli avevano un’azione benefica, perché Sauron non aveva giocato alcun ruolo nella loro creazione, e quindi erano immuni dalla sua influenza malvagia. Essi avevano il potere di prevenire e rallentare la corruzione delle cose e di consentire la conservazione di ciò che era desiderato ed amato. Essi mantenevano giovane il luogo in cui erano custoditi. Dopo ,che grazie a Isildur, Sauron nella seconda era perse l’anello, i tre anelli furono utilizzati per curare la terra e mantenere giovani i luoghi dove gli elfi abitavano. Ma anche questi anelli si sarebbero pervertiti se Sauron fosse ritornato in possesso dell’Unico Anello e tutto ciò che era stato compiuto tramite essi si sarebbe volto verso il male

L’Anello del Potere venne ritrovato, nella Terza Era del mondo da Smeagol, uno hobbit. Gli HObbit sono una sorta di uomini molto bassi, molto socievoli e pacifici, amanti della vita serena, e testardi fino alla cocciutaggine. Smeagol fu irrimediabilmente corrotto, nel corpo e nell’anima, dal potere dell’Anello fino a diventare una creatura avvilita che si faceva chiamare Gollum. Fu da Gollum che Bilbo Baggins –hobbit della Contea- ricevette l’anello nel corso degli eventi raccontati nello “Hobbit”.
La vicenda del Signore degli Anelli vedrà l’anello consegnato al nipote di Bilbo, Frodo, che avrà il compito di essere il portatore dell’anello nel Viaggio verso la sua distruzione.

Perché distruggere l’Unico Anello?
Perché esso non può essere usato per il bene. .
L’Anello è un puro concentrato di malvagità.
L’Anello rende invisibili coloro che se lo mettono al dito, e dà un potere enorme. Ma sempre, inevitabilmente, col passare del tempo, li corromperà, trasformandoli in creature totalmente dedite al male. Cesseranno nel tempo di essere esseri viventi come noi li conosciamo, e finiranno col diventare creature ombrose e vampiresche, demoni spettrali al servizio del Signore Oscuro.. ma prima conosceranno cupidigia sfrenata, crudeltà e follia.
L’anello è al servizio di Sauron e finirà sempre per dominare coloro che lo usano.
Molti hanno voluto credere che il potere che esso da’ possa essere piegato al bene.
E questo avviene anche durante lo svolgimento degli eventi narrati nel Signore degli Anelli.
Chi sostiene questo dice “Questo potere può essere usato per il bene.. può essere una grande forza contro il male… uno strumento straordinario… sarebbe da folli non impiegarlo in tal senso… sarebbe da folli rinunciare ad esso..”.
Si tratta del più grande inganno che suscita l’Anello. Il più grande inganno che suscita nei “Buoni”. Perché i malvagi, semplicemente, lo vogliono per volontà di potere, e per la bramosia malata che esso suscita in loro. Molti dei buoni, invece, lo vogliono perché credono che il suo potere possa essere utilizzato per fini positivi.
Ma questo è impossibile.
Chi lo utilizzerà ne verrà inevitabilmente corrotto, fino a diventare l’oscena parodia di ciò che era; fino a mutare in un essere degradato intriso di desolazione.
E’ straordinariamente emblematica la metafora costruita da Tolkien con l’Unico Anello.
Il male non potrà mai servire per attuare il bene.
Il potere assoluto porterà corruzione assoluta.
Non è possibile alcun compromesso con esso.
Viene spazzata via tutta la contro-etica machiavellica, l’etica perversa che il potere ha abbracciato da sempre nel nostro mondo, quella per cui “Il fine giustifica i mezzi”.
Usare le armi del male per il bene quando non è ipocrisia, è autoinganno, questo, anche questo dice Tolkien.

Gandalf nell’opera di Tolkien incarna la figura della saggezza, del grande mago che conosce i segreti del mondo, dell’ “uomo profetico” che cerca di richiamare gli altri all’azione giusta da intraprendere. Gandalf è presente nella Terra di Mezzo, insieme a pochi altri grandi maghi, da tempo immemorabile. Durante il Consiglio di Elrond, Gandalf narra come Saruman, il capo del suo ordine, si sia piegato a Sauron.

Alcuni dei passaggi del confronto di Gandalf con Saruman sono talmente carichi di forza, che vanno assolutamente riportati:

«“Così sei venuto, Gandalf”, mi disse grave, ma nei suoi occhi pareva ci fosse una luce strana, il
riflesso di un gelido riso del cuore.
«“Sì, sono venuto”, risposi. “Sono venuto in cerca del tuo aiuto, Saruman il Bianco”. Quell’appellativo parve incollerirlo.
«“Veramente, Gandalf il Grigio?”, disse beffardo.“In cerca d’aiuto? E’ cosa alquanto insolita che
Gandalf il Grigio cerchi aiuto, uno astuto e saggio come lui, che va girando in tutti i paesi, interessandosi di qualsiasi faccenda, anche di quelle che non lo riguardano”.
«Lo guardai meravigliato. “Ma se non m’inganno”, dissi, “cominciano a muoversi delle
cose che richiederanno l’unione di tutte le nostre forze”.
«“Può darsi”, disse, “ma molto tempo hai impiegato per arrivare a questa conclusione. Sin daquando, vorrei sapere, hai tenuto nascosto a me, capo del Consiglio, un fatto di importanza capitale?
Come mai hai lasciato ora il tuo covo nella Contea per venire qui?”.
«“I Nove sono di nuovo in movimento”, risposi. “Hanno attraversato il Fiume. Mi è stato detto da Radagast”.
«“Radagast il Bruno!”, rise Saruman, senza più celare il suo disprezzo. “Radagast il Domatore d’uccelli! Radagast il Semplice! Radagast loSciocco! Eppur gli è bastata quel po’ d’intelligenza per recitare la parte che gli ho affidata. Tu sei venuto, ed era quello lo scopo del mio messaggio. E qui rimarrai, Gandalf il Grigio, e ti riposerai dei lunghi viaggi. Perché io sono Saruman il Saggio, Saruman Creatore d’Anelli, Saruman Multicolore”.
«Lo guardai, e vidi che le sue vesti non erano bianche come mi era parso, bensì tessute di tutti i colori, che quando si muoveva, scintillavano e cambiavano tinta, abbagliando quasi la vista.
«“Preferivo il bianco”, dissi.
«“Bianco!”, sogghignò. “Serve come base. Il tessuto bianco può essere tinto. La pagina bianca ricoperta di scrittura, e la luce bianca decomposta”.
«“Nel qual caso non sarà più bianca”, dissi. “E colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha
abbandonato il sentiero della saggezza”.
«“Non è necessario che tu mi parli come ad uno degli sciocchi che prendi per amici”, disse.

Il mantello Bianco che diventa Multicolore è il segno dell’avere abbandonato la via del bene, per la via dell’ambiguità, della manipolazione e dell’inganno, la via del controllo. Gandalf dice a Saruman:

“E colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha abbandonato il sentiero della saggezza”.

Gandalf con poche parole ha già svelato la falsa sapienza di chi pensa di potere muoversi tra luce e ombra, di poter mescolare bene e male, di confondere ogni cosa. Saruman pur irritato continua, perché ha qualcosa da proporre a Gandalf.

“Non ti ho fatto venire affinché tu mi istruisca, bensì per proporti una scelta”.
«Si eresse, incominciando a declamare come se stesse recitando un discorso a lungo ripetuto. “I Tempi Remoti non sono più. I Giorni Intermedi stanno passando. I Giovani Giorni stanno per incominciare. Finito il tempo degli Elfi, la nostra ora è vicina: il mondo degli Uomini che dobbiamo dominare. Ma abbiamo bisogno di potere, potere per ordinare tutte le cose secondo la nostra volontà, in funzione di quel bene che soltanto i Saggi conoscono. Ascoltami, Gandalf, vecchio amico e collaboratore!», disse avvicinandosi, e raddolcendo la voce. ‘Ho detto noi, perché così sarà se ti unirai a me. Una nuova Potenza emerge. Inutili sarebbero contro di essa i vecchi alleati e l’antico modo d’agire. Non vi è più alcuna speranza per gli Elfi, o per i Numenoreani morenti. Questa è dunque la scelta che si offre a te, a noi: allearci alla Potenza. Sarebbe una cosa saggia, Gandalf, una via verso la speranza. La vittoria è ormai vicina, e grandi saranno le ricompense per coloro che hanno prestato aiuto. Con l’ingrandirsi della Potenza anche i suoi amici fidati s’ingigantiranno; ed i Saggi, come noi, potrebbero infine riuscire a dirigerne il corso, a controllarlo. Si tratterebbe soltanto di aspettare, di custodire in cuore i nostri pensieri, deplorando forse il male commesso cammin facendo, ma plaudendo all’alta mèta prefissa: Sapienza, Governo, Ordine; tutte cose che invano abbiamo finora tentato di raggiungere, ostacolati anziché aiutati dai nostri amici deboli o pigri. Non sarebbe necessario, anzi non vi sarebbe un vero cambiamento nelle nostre intenzioni; soltanto nei mezzi da adoperare”.
«“Saruman”, gli dissi, “ho udito prima d’oggi discorsi dello stesso genere, ma soltanto in bocca di emissari inviati da Mordor per ingannare gli ingenui. Non posso pensare che tu mi abbia fattovenire qui per stancare le mie orecchie”

Un nuovo Potere sta sorgendo, dice in sostanza Saruman. E’ l’alba di una nuova era.
La forza del Signore Oscuro è ormai inarrestabile ed opporsi è da folli.
La via migliore è allearsi con lui, in modo da essere ricompensati ed avere un ruolo importante nella nuova epoca alle porte.
In questo modo, da posizioni di potere si potrà evitare che il male si scateni in tutta la sua ferocia e, avendo pazienza, e tollerando gli orrori che, specie i primi tempi verranno commessi –pur deplorandoli nel proprio intimo- si cercherà, piano piano di fare evolvere il corso degli eventi verso una direzione più accettabile.
“Non ci sarà un’alterazione dei nostri fini”, dice Saruman rassicurante. “Tranquillo Gandalf”, è il senso rassicurante delle sue parole “noi saremo quelli di sempre nel nostro intimo..ma semplicemente, come strategia del momento, saremo “flessibili”, accetteremo quello che non possiamo contrastare, entreremo nel Nuovo Mondo che il Signore Oscuro forgerà, e agiremo dall’interno cercando di farlo evolvere verso forme più accettabili.
Non vi sembra una filastrocca già sentita?
“Pieghiamoci, sottomettiamoci, e poi agiamo dall’interno… è il modo più ragionevole per perseguire i nostri fini..”.
Quante volte si sono usate parole come queste per giustificare la propria sottomissione a quello che veniva visto come il Potere dominante?
E quante altre volte le sentiremo?
Ed è davvero difficile riuscire in parole come queste a distinguere l’autoinganno di chi davvero crede di potere insinuarsi all’interno di sistemi malvagi e indirizzarli verso altro e l’ipocrisia di chi ha capito che, con belle parole, bisogna schierarsi col cavallo vincente. A volte entrambi gli aspetti sono presenti.
In Saruman le belle parole sono tradite anche dalla senso gerarchico e manipolatorio che egli dà al suo ruolo

“il mondo degli Uomini che dobbiamo dominare. Ma abbiamo bisogno di potere, potere per ordinare tutte le cose secondo la nostra volontà, in funzione di quel bene che soltanto i Saggi conoscono. (…) Con l’ingrandirsi della Potenza anche i suoi amici fidati s’ingigantiranno; ed i Saggi, come noi, potrebbero infine riuscire a dirigerne il corso, a controllarlo.”

Controllare, guidare, dominare. Che le intenzioni di Saruman non siano pure si vede anche dalle parole che usa. Ma avesse anche le migliori intenzioni, è la via che ha scelto e che propone a Gandalf ad essere una via senza ritorno.
Gandalf ha ben chiaro che l’idea di incunearsi nel male per poi influenzarlo dall’interno è una finta scaltrezza che in realtà rivela infinita stupidità.
L’Oscuro Signore, se riuscirà nei suoi intenti, realizzerà un tempo del buio assoluto, un tempo pervaso da una tale malvagità che non potrà essere intaccata da nulla, e anzi corromperà tutto intorno a sé. In un’epoca del genere non ci sarà nessuna possibilità di “influenzare il corso degli eventi”.
E comunque, adesso un Saruman, e altri alleati potenti possono essere utili a Sauron. Ma Sauron, quasi certamente non esiterebbe un attimo a schiacciare Saruman, una volta non fosse più utile ai suoi fini.
Ma, a prescindere, non puoi appoggiare l’avvento di un’era del terrore, quali che siano i tuoi scopi, quali che siano i tuoi calcoli; e anche se il suo avvento sembra inevitabile.
Non si può combattere il Potere con il Potere.

C’è solo una cosa che può essere fatta, e che potrà cambiare il corso degli eventi.
Qualcosa che non ha nulla a che vedere con la conquista del Potere.
Distruggere l’Anello.
L’esistenza di Sauron è così profondamente intrecciata con l’Unico Anello, che la sua distruzione porterebbe al suo annichilimento. Mentre la sua conquista da parte di Sauron renderebbe il suo potere assoluto e la sua vittoria definitiva.
Si tratta, e Gandalf lo dirà chiaramente a Frodo, di qualcosa che Sauron considererebbe talmente folle da non poterla neanche immaginare. Sarà lo scommettere su una carta che lui neanche ha preso in considerazione. Questo potrà dare al piano qualche chance di potere essere realizzato. L’unica chance è perseguire qualcosa che per il mondo può essere “folle”, rinunciare alla fonte del Potere assoluto, distruggerla. Distruggere l’Anello.

C’è solo un luogo in cui esso può essere distrutto. Il Monte Fato dove venne forgiato.
E Frodo, il nipote di Bilbo, sarà il portatore dell’Anello. Colui a cui è stato dato il compito di tenere con sé questo fardello fino al momento in cui dovrà essere distrutto. Un “fardello” perché l’anello, anche solo a tenerlo con sé, senza metterselo al dito, indebolisce e ammala. Il cammino di Frodo diventerà sempre di più un calvario, anche perché l’Anello “non vuole essere distrutto”, e si farà sentire come un peso sfiancante, che quasi toglie il respiro al povero Frodo.
Comunque, il Viaggio di Frodo inizia come un viaggio collettivo. E’ una Compagnia quella che Gandalf, costituisce e di cui esso stesso fa parte come guida. La Compagnia dell’Anello. Una compagnia in cui oltre a Gandalf, a Frodo e a tre hobbit a lui cari che lo seguono –il suo servitore Sam e gli amici Merry e Pipino- ci sarà un guerriero umano, Boromir, l’elfo Legolas, il nano Gimli, e Aragorn, che fino a quel momento si era aggirato per lande e contrade come un “ramingo” chiamato Granpasso e che era destinato a diventare il nuovo Re degli uomini.

Sarebbe davvero lungo narrare e commentare tutti gli sviluppi del Signore degli Anelli; e non è lo scopo di questo testo. Mi soffermerò su altri aspetti emblematici.

GANDALF CONTRO IL BALROG
Una volta che la Compagnia dell’Anello giunge nelle Miniere di Moria, una delle più antiche e gloriose dimore dei nani, esce allo scoperto il Balrog. I Balrog erano una sorta di demoni del fuoco; molto alti e imponenti ed armati di fruste fiammeggianti, avevano da sempre servito l’Oscurità. Ormai nel mondo ne erano rimasti pochissimi, che vivevano nelle viscere della terra da migliaia di anni; uno di questi, chiamato “il flagello di Durin” fu proprio quello in cui si imbatté la compagnia dell’anello.
Gandalf per salvare la Compagnia, si pone di fronte al Balrog sul ponte di Khazad Dum.
Il Balrog non era una creatura che poteva essere affrontata con armi comuni. Solo Gandalf, portatore di una forza sacra, poteva affrontarlo.
Inizia uno scontro tra i due, nell’ambito del quale Gandal fa crollare il ponte per fare precipitare il Balrog. Nella sua caduta il Balrog avvolge Gandalf trascinandolo con sé.
Il combattimento fra Gandalf ed il Balrog si protrasse a lungo, negli abissi più oscuri della terra e sulle cime più inaccessibili del mondo tanto che chi vedeva il combattimento credeva che un incendio infuriasse sulle cime del monte dato che dal basso vedeva solo un piccolo bagliore lontano.
Nelle miniere di Moria la compagnia fu assalita da un gruppo di orchi e dal Blarog.
Gandalf lo affrontò sul Ponte di Khazad-dum.

“Il Balrog giunse al ponte. Gandalf era in piedi al centro della sala e con la mano sinistra si appoggiava al bastone, mentre nella destra Glamdring scintillava, fredda e bianca. Il nemico si arrestò nuovamente, fronteggiandolo, ed intorno ad esso l’ombra allungò due grandi ali. Il Balrog schioccò la frusta, e le code scricchiarono e fischiarono. Del fuoco si sprigionava dalle sue narici: ma Gandalf rimase fermo e immobile.
«Non puoi passare», disse. Gli Orchetti tacquero, e si fece un silenzio di morte. «Sono un servitore del Fuoco Segreto, e reggo la fiamma di Anor. Non puoi passare. A nulla ti servirà il fuoco oscuro, fiamma di Udûn. Torna nell’Ombra! Non puoi passare».”

Gandalf colpì con il bastone il ponte davanti a sé che cominciò a crollare sotto i piedi del Balrog, e questi cominciò a sprofondare nell’abisso, ma prima con la sua frusta afferrò una gamba di Gandalf trascinandolo con se. Inizia uno sprofondamento, una caduta nell’abisso.

“«Caddi per molto tempo», riprese infine lentamente, come se riandare indietro con la mente gli fosse difficile. «Caddi per molto tempo, e lui con me. Il suo fuoco mi avvolgeva. Avvampai. Poi precipitammo nelle acque profonde e tutto fu buio. Erano fredde come il mare della morte, e mi ghiacciarono quasi il cuore».
«Profondo è l’abisso varcato dal Ponte di Durin, e nessuno mai lo ha misurato», disse Gimli.
«Tuttavia ha un fondo, al di là della luce e di ogni conoscenza», disse Gandalf. «Ivi giunsi infine, nelle estreme fondamenta della pietra. E lui era ancora con me. Il suo fuoco era spento, ma ora si era tramutato in un essere di fango e melma, più forte di un serpente strangolatore.
Lottammo a lungo nelle profondità della viva terra, ove il tempo non esiste. Sempre mi afferrava e sempre io lo colpivo, e infine fuggì attraverso oscure gallerie. Non erano state scavate dal popolo di Durin, Gimli figlio di Gloin. Giù, molto più giù dei più profondi scavi dei Nani, esseri senza nome rodono la terra. Persino Sauron non li conosce. Essi sono più vecchi di lui. Adesso io ho camminato in quei luoghi, ma non narrerò nulla che possa oscurare la luce del sole. Disperato com’ero, il mio nemico era l’unica speranza che avessi, e lo inseguii afferrandogli le caviglie. Così mi condusse dopo molto tempo nei segreti passaggi di Khazad-dûm, che conosceva sin troppo bene. Poi continuammo a salire, sempre più in alto, e giungemmo all’Interminabile Scala» […] «S’inerpica dalla galleria più profonda sino alla vetta più alta, una spirale ininterrotta di molte migliaia di gradini che ascende sino alla Torre di Durin, scavata nella viva roccia di Zirakzil, la punta estrema di Dentargento.
Ivi, in cima a Celebdil, vi era una solitaria finestra nella neve, e al di là di essa uno stretto spazio, che pareva un vertiginoso nido d’uccello rapace sovrastante le nebbie del mondo. Il sole vi scintillava con violenza, ma in basso ogni cosa era avvolta dalle nubi. Lui con un balzo fu all’aperto, e nel momento in cui lo raggiunsi avvampò in nuove fiamme.
[…]
Un grande fumo s’innalzò intorno a noi, vapori e foschie si sprigionarono. Il ghiaccio cadde come pioggia. Scaraventai giù il mio nemico, e lui precipitando dall’alto infranse il fianco della montagna nel punto in cui cadde. Allora fui avvolto dall’oscurità, errai fuori dal pensiero e dal tempo, e vagabondai lontano per sentieri che non menzionerò.
Infine fui rimandato nudo là dove l’oscurità mi aveva colto. E giacqui nudo in cima alla montagna. La torre dietro di me non era altro che polvere, e la finestra scomparsa; la scala in rovina soffocata dai massi arsi ed infranti. Ero solo, dimenticato, senza speranza di salvezza, sul duro corno del mondo. Ivi, supino, guardavo sopra di me le stelle compiere il loro ciclo, e ogni giorno era lungo come una vita terrena. Vago alle mie orecchie giungeva il rumore confuso di tutte le terre: il sorgere e il morire, il canto e il pianto, e il lento eterno gemito della pietra sotto il troppo pesante fardello. Così infine mi trovò Gwaihir, il Re dei Venti; mi prese con sé e mi portò via».

Tutta la vicenda descritta rappresenta un’esperienza di morte e risurrezione per Gandalf.
Affrontando il Balrog affronta una “prova sacra”, uno scontro dove deve sprofondare in un abisso che è lo stesso abisso della sua anima e lì, in uno scontro totale, purificarsi.
Dopo giorni e giorni di battaglia, Gandalf sconfigge definitivamente il Balrog, e muore.. “Allora fui avvolto dall’oscurità, errai fuori dal pensiero e dal tempo, e vagabondai lontano per sentieri che non menzionerò”.. ma venne rimandato ancora una volta nel mondo.. “Infine fui rimandato nudo là dove l’oscurità mi aveva colto.”
Lì venne trovato da Gwair, il Re delle aquile e portato da Galadriel, la Signora degli Elfi del bosco di Lotlorien, dove gli vennero curate le ferite e fu rivestito col manto Bianco. Da questo momento Gandalf non fu più Gandalf il Grigio, ma Gandalf il Bianco.
Naturalmente era sempre Gandalf.. ma non era più lo stesso Gandalf di prima..

“Sono molto mutato da quei tempi e non sono più impastoiato dai gravami della Terra di Mezzo com’ero allora” .

Questa esperienza di lotta contro i propri demoni, di sprofondamento nelle viscere del mondo e anche nelle viscere della propria anima, porta Gandalf alle fondamenta di se stesso, dove tutto è perduto e dove tutto può avvenire. Da quelle fondamenta, Gandalf, avvolto al Balrog, sale la lunga Scala -una Scala che rappresenta una sorta di percorso di innalzamento- giungendo alla cima di una montagna e da là scaraventa il Balrog nell’abisso, annientandolo definitivamente. A quel punto Gandalf, sfinito, muore, avendo vinto la sua battaglia interiore. Ma viene rimandato nel mondo. Gandalf ritorna trasformato, la sua natura, la sua comprensione, il suo potere sono stati accresciuti. Ora non è più “Gandalf il Grigio”, ma “Gandalf il Bianco e può giocare un ruolo più ancora più prezioso nella lotta contro il Male.

DAVANTI A RE THEODEN
Gandal il Bianco insieme a Legolas, Aragorn e Gimli va da TheodeN re di Rhoan che era stato reso sostanzialmente impotente dal suo consigliere Vermilinguo; Un essere viscido, che lo aveva intrappolato negli incantesimi biforcuti della sua lingua, facendo sentire il re sempre più stanco e debole. Facendolo sentire “vecchio”, non solo nel corpo, ma anche nell’anima, avvizzito nel cuore. Gandalf scioglie gli incantesimi di Vermilinguo rivelando la sua sottomissione a Saruman e scuote Theoden dal sonno che lo aveva reso “un vecchio”.
Alcuni estratti rendono bene il progressivo ritorno di Theoden in se stesso

(Gandalf) «Non tutto è oscuro. Abbi fede, Signore del Mark, perché non troverai aiuto migliore. Non ho consigli da dare ai disperati; eppure a te potrei dare consigli e pronunziare parole di speranza. Vuoi udirle? Non sono per tutte le orecchie. Ti prego di venir con me davanti alle tue porte e di mirare lontano. Troppo a lungo sei rimasto seduto nelle ombre, fidando in racconti contorti e suggerimenti disonesti».
(…)
«Non è poi così buio qui», disse Théoden. «No», disse Gandalf. «E gli anni non pesano sulle
tue spalle come alcuni vorrebbero. Getta via il bastone!».
Dalla mano del Re il nero bordone cadde rumorosamente sulle pietre. Egli si rizzò, pian piano, come un uomo rigido dal lungo curvarsi su qualche triste e duro lavoro. Infine si eresse alto e dritto, ed i suoi occhi blu guardarono il cielo che si
apriva.
(…)
«Non vuoi prendere la spada?», disse Gandalf. Lentamente Théoden allungò la mano. Le dita e il magro braccio afferrando l’elsa parvero acquistare nuovo vigore e rinnovata forza. D’un tratto egli alzò la lama e la fece roteare scintillante e sibilante. Poi lanciò un grido potente. La sua voce squillò limpida nel cantare nella lingua di Rohan
un richiamo alle armi.
Desti ora, desti, Cavalieri di Théoden!
Terribili eventi nell’oscuro Oriente.
Sellate i cavalli, suonate le trombe!
Avanti Eorlingas!

Le guardie, credendo di essere state chiamate, salirono in un baleno la scala. Stupefatti guardarono il loro signore, poi come un solo uomo sguainarono le spade e le deposero ai suoi piedi.
«Ordina, signore!», dissero.
«Westu Théoden hàl!», esclamò Éomer. «E’ una
grande gioia per noi vedere che hai ritrovato te stesso.”

Il “risveglio” di Re Theoden è un grande momento.
Il suo “sonno” era il sonno della debolezza inoculata col miele, era la flaccida debolezza somministrata dal finto bene, il bene che infiacchisce, il bene che ti uccide dentro con polvere di zucchero, il bene incestuoso. Il bene di chi ti riempie di carezze e doni per intrappolarti e farti marcire. Il bene del “quanto sei prezioso per me.. quanto mi sei caro… fa che ti protegga.. fa che io mi prenda cura di te… e non uscire fuori.. no, c’è vento ed è troppo pericoloso.. non correre rischi… non hai più le forze vedi?.. stai qui al calduccio… ormai sei debole.. gli anni passano.. riposa le tue ossa… riposa.. ci penso io a te… non fare sforzi… prendi la tisana, stai avvolto nelle coperte… restatene là… che mi occuperò io di tutto.. perché sei vecchio..vecchio..vecchio… ma io ti voglio così bene..”.

Gandalf spezza l’incantesimo, la lingua manipolatira di Grima Vermilinguo.. il nome dice tutto.. “lingua di verme”… Gandalf richiama Theoden alla sua forza interiore.
“Ti hanno fatto credere di essere vecchio e debole… ma tu sei un uomo.. prendi la spada…alzati in piedi..”.
La vera vecchiaia non è data dagli anni. Ma da questo veleno che ti mettono dentro per incatenarti.
Ma tu puoi scioglierlo.
Questo è uno dei sensi profondi del risveglio di Re Theoden.
La spada che Gandalf gli porge, la sta porgendo anche a te che leggi, e la porge a tutti quelli che cominciano a ritirarsi nel loro cantuccio, a non credere più, a non osare più.. a vivere da “vecchi”.
“Prendi questa spada” è il richiamo a ritornare in noi stessi, ad uscire dalla fortezza protetta, a riprendere la lotta, a stare in piedi.

MANI DI RE, MANI DI GUARITORE
Un altro momento di grande forza simbolica è il riconoscimento della regalità di Aragorn. Riconoscimento che avviene nel momento in cui dimostra di sapere guarire i feriti, dopo la battaglia condotta presso le mura di Minas Tirith, capitale del regno di Gondor. Naturalmente, già da molto prima, fin dall’inizio della missione, Gandalf e gli altri compagni e alleati sapevano che Aragorn era colui che doveva diventare Re. L’episodio con i feriti è però uno di quei “segni” che manifestano la “vera regalità”. Uno di quei momenti che fa sorgere in tutti la consapevolezza che effettivamente il Re è tornato.
All’interno delle mura di Minas Tirith vi sono le Case di Guarigione, che sono il luogo dove vengono curati i feriti delle battaglie.
Nelle Case di Guarigione ci sono anziane donne di Gondor che fungono da guaritrici.
Nella battaglia condotta contro l’esercito oscuro le ferite non erano state fisiche, ma anche interiori, sprituali. Faramir figlio del cupo –e poi autoimmolatosi- Sovrintendente di Gondor, Denethor- aveva ricevuto una di queste ferite:
La vecchia Loreth, vedendo la sofferenza di Faramir rievoca l’antica leggenda sul potete taumaturgico dei veri Re.

Allora una vecchia, Ioreth, la più anziana delle donne che servivano in quella casa, guardando il bel viso di Faramir si mise a piangere, perché tutti lo amavano. Ed ella disse: «Ahimè, se dovesse morire! Se almeno Gondor avesse dei re come quelli che pare regnassero in passato! Perché le antiche saghe dicono: Le mani del re sono mani di guaritore. E in tal modo si poteva sempre riconoscere il vero re». Allora Gandalf, che si trovava lì vicino, disse: «Gli Uomini ricorderanno forse a lungo le tue parole, Ioreth! In esse vi è della speranza. Forse un re è davvero tornato a Gondor: non hai forse udito le strane notizie giunte in Città?».

Poco dopo, Gandalf dirà ad Aragorn di recarsi presso le case di Guarigione per aiutare le persone ferite nel corpo e nello spirito. Aragorn dopo essersi fatto portare alcune “foglie di Re” (una pianta chiamata Athelias in Numoreano) , le fa mettere in un bacino di acqua calda, si bagna le mani in questo liquido e lascia che i suoi benefici vapori impregnino l’aria; a quel punto tira fuori le mani dal bacino e a quel punto comincia, proprio con Faramir la sua opera di guarigione. Faramir si ridesta dalla sua ombra..

Ad un tratto Faramir si mosse, aprì gli occhi, e guardò Aragorn chino su di lui; i suoi occhi brillarono d’una luce di coscienza e di affetto ed egli parlò dolcemente. «Mio sire, mi hai chiamato. Sono venuto. Cosa comanda il re?».
«Non camminare più nelle ombre, svegliati!», disse Aragorn. «Sei molto stanco. Riposa adesso, e prendi del cibo, e sii pronto quando tornerò». «Lo sarò, mio signore», disse Faramir. «Chi potrebbe rimanere ozioso, ora che il re è tornato?».

Dopodchè Aragorn continua la sua opera di guarigione. Ma tutti adesso sanno che lui è il Re. 

Presto si sparse la voce che il re era davvero tornato tra loro e che, dopo la guerra portava la guarigione.

La “regalità” incarnata da Aragorn non ha nulla a che vedere con la tirannia e la dominazione. Tolkien si richiama al simbolismo del Re come Supremo Servitore del Popolo, colui che è chiamato a restaurare la legge e la giustizia, a dare vita a un nuovo tempo di armonia. Anche per questo riprende una delle “qualità” che la leggenda medioevale attribuiva agli antichi re taumaturghi. La capacità di guarire.

LA PIETAS TOLKENIANA E LA DISTRUZIONE DELL’ANELLO
La fine dell’anello sarà fino all’ultimo nelle mani di Frodo e di Sam, il suo fido servitore, che da soli si erano inoltrati per le più buie contrade di Mordor, il cuore della terra direttamente controllata da Sauron, per giungere al monte Fato e distruggere l’anello.
Allo scopo di dare loro qualche chance in più, Gandalf, Aragorn e i loro più fidi alleati assemblano un esercito per andare a combattere davanti al nero cancello dove Sauron risiede. Lo scopo di questa battaglia non è quello di vincere Sauron con le armi. Ormai il potere dell’Oscuro Signore è troppo grande perché possa essere contrastato con le armi. La battaglia, l’ultima battaglia, ha solo uno scopo, prendere tempo.. per dare a Frodo e Sam.. se ancora vivi.. la possibilità di portare a termine la loro ultima missione.
Dopo traversie e pericoli di ogni genere Frodo e Sam giungono finalmente davanti alla voragine del Monte Fato, dove c’è l’unico fuoco che può distruggere l’anello.
Ma lì Frodo cambia idea e decide che non avrebbe distrutto l’anello, ma lo avrebbe tenuto per sé. L’Anello era riuscito alla fine a soggiogarlo. Tutto sarebbe stato vano, e l’intera Terra di Mezzo sarebbe ricaduta nell’oscuità se non fosse stato per Gollum. Gollum da cui Bilbo ricevette l’anello. Gollum che da tempo si era incontrato con Sam e Frodo nel loro cammino verso il monte Fato e che loro, con molti dubbi, avevano accettato come guida. Gollum che in più di una occasione aveva fatto capire le sue vere intenzioni –riavere l’anello- e aveva rappresentato un pericolo. Eppure, pur trovandosi nella condizione di farlo, né Frodo né Sam, gli tolgono la vita, come non gliel’aveva tolta Bilbo tanto tempo prima.
Bilbo nello Hobbit aveva avuto la possibilità di togliere la vita a Gollum, ma ebbe pietà:

“Doveva pugnalare quel pazzo, cavargli gli occhi, ucciderlo. Voleva ucciderlo. No, non era un combattimento leale. Egli era invisibile adesso. Gollum non aveva ancora realmente minacciato di ucciderlo, o cercato di farlo. Ed era infelice, solo e perduto. Un’improvvisa comprensione, una pietà mista a orrore, sgorgò nel cuore di Bilbo: rapida come un baleno gli si levò davanti la visione di infiniti, identici giorni, senza una luce o speranza di miglioramento: pietra dura, pesce freddo, strisciare e sussurrare. Tutti questi pensieri gli passarono davanti in una frazione di secondo. Egli tremò.”

Nel Signore degli Anelli, Frodo, una volta venuto a sapere tutta la storia dell’Anello e del compito che adesso gravava su di lui, chiese a Gandalf perché Bilbo non aveva uccise quell’essere viscido e pieno di squallore pur avendone la possibilità, dato che meritava la morte. Le risposte di Gandalf furono impareggiabili:

“Se la merita! E come! Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze. Ho poca speranza che Gollum riesca…a guarire prima di morire. Ma c’è una possibilità. … Il cuore mi dice che prima della fine di questa storia l’aspetta un’ultima parte da recitare … , e quando l’ora giungerà, la pietà di Bilbo potrebbe cambiar eil corso di molti destini e soprattutto del tuo.”

Gandalf, in un altro passaggio, sempre parlando di Bilbo, dice a Frodo:

“Fu la pietà a fermargli la mano. Pietà e misericordia: egli non volle colpire senza necessità. E fu ben ricompensato di questo suo gesto. … Stai pur certo che se è stato grandemente risparmiato dal Male, riuscendo infine a scappare e a trarsi in salvo è proprio perché all’inizio del suo possesso dell’Anello vi è stato un atto di pietà.”.

Quando Frodo e Sam incontrano Gollum, mentre stanno cercando da soli la strada per giungere al Monte Fato, Sam propone di legarlo per impedirgli di nuocere; Gollum prega di non farlo piagnucolando e Frodo prende le sue difese discostandosi dall’amico:

“No. … Una tale azione non ci è permessa così come stanno le cose. Povero disgraziato! Non ci ha fatto alcun male.”.

E aggiunge:

“Non toccherò questo essere. Infatti, ora che lo vedo, mi fa pietà.”

Lo stesso Sam, che più volte aveva pensato di farla finita con Gollum, in un passaggio successivo, pur potendo eliminarlo definitivamente, viene preso da un sentimento di pietà, nonostante avesse subito da poco una aggressione:

“Non poteva colpire quella cosa distesa nella sabbia, disperata, distrutta, miserevole. Lui stesso aveva portato l’Anello, solo per poco tempo, ma poteva vagamente immaginare l’agonia della mente e del corpo di Gollum, incatenato all’Anello, dominato, incapace di ritrovare nella vita mai più pace o sollievo.”.

Quando, davanti alle voragini del Monte Fato, Frodo rinuncia al proposito di gettare al suo interno l’anello e se lo mette al dito, sarà Gollum che aveva continuato a seguire Frodo e Sam a lanciarsi verso frodo, che intanto era diventato invisibile, a sottrargli l’anello e poi, gongolando per la gioia di avere ritrovato l’anello, inciamperà per cadere nelle voragini del Monte Fato insieme all’anello che sarà irrimediabilmente distrutto, portando con sé la distruzione di Sauron e con essa il definitivo venire meno dei suoi piani.
L’uomo ha il dovere di avere sempre pietà e misericordia. Ecco uno degli insegnamenti di tutta la vicenda Gollum.
Non sembrava quella di Gollum il prototipo di una vita squallida, indegna, disprezzabile?
Non sarebbe stata la cosa più comprensibile il volergli dare la morte?
Eppure se Bilbo o Frodo o Sam gli avessero dato la morte, il mondo sarebbe sprofondato nell’oscurità più assoluta. Perché sarà Gollum, alla fine, involontariamente, a far pendere le cose dalla parte del bene.
“Non essere troppo generoso nel distribuire la morte..” disse Gandalf a Frodo.
Ogni volta che è possibile, si deve cercare di non distribuire morte. Ogni volta che è possibile si deve avere pietà, compassione, misericordia.
Da essa, come nel caso della distruzione dell’Anello, potranno venire frutti che nessuno prima avrebbe immaginato.

LA FINE DI UN MONDO
Con la distruzione dell’Unico Anello, il regno di Sauron finisce per sempre.
Finisce anche il tempo degli Elfi, perché, con la distruzione dell’Unico, anche i loro anelli perdono potere, e il mondo della Terra di Mezzo è destinato a diventare grigio ai loro occhi.
Gli Elfi salperanno con le ultime navi verso le dimore immortali dei Valar, precluse agli uomini.
Con loro partirà anche Gandalf e anche Frodo e Bilbo che, in quanto portatori dell’anello, avranno concesso questo privilegio.
Ma non saranno solo gli Elfi a sparire dalla Terra di Mezzo. Gradualmente saranno destinate a venire meno i nani e tutte le altre creature non umane.
Il Signore degli Anelli è anche il libro della perdita irrimediabile.
Il Bene alla fine vince e Sauron viene ridotto alla definitiva impotenza, ma il mondo perderà gran parte della sua poesia.
Con gli eventi dell’Anello, si conclude la Terza Era del Mondo, e inizia la Quarta, l’Era degli Uomini, l’Era in cui tutte le antiche cose, gli antichi miti, l’antica magia, gli antichi esseri non umani scompariranno dal mondo. E con essi una sublime dolcezza, e una ineffabile Grazia si perderanno, per essere forse ritrovate da quelle anime così aperte e sensibili che ancora saranno capaci di rintracciare la via per altri mondi, che ancora sapranno cogliere i bagliori della Magia, la voce della Poesia.

L’ETERNA BATTAGLIA
Ma dopo la sconfitta definitiva di Sauron, il male si manifesterà nuovamente nel mondo?
Ci sono delle bellissime parole che Gandalf pronuncia in un passaggio del libro, poco prima che venga deciso di attaccare il Nero Cancello.

“Altri mali potranno sopraggiungere, perché Sauron stesso non è che un servo o un emissario. Ma non tocca a noi dominare tutte le maree di questo mondo; il nostro compito é fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare. Ma il tempo che avranno non dipende da noi”.

Anche se Sauron è stato schiacciato e non potrà più ritornare, il male non è stato estirpato per sempre. Nelle epoche future il Male tornerà sotto altre sembianze. La sfida contro di esso sarà lunga quanto la storia dell’uomo. Non è dato a noi di impedire che questo accada; non possiamo “dominare tutte le maree di questo mondo”. Questo è il senso delle parole di Gandalf. Ciò che davvero importa è fare oggi quanto ci è richiesto, è spenderci oggi “per la salvezza degli anni nei quali viviamo”, al fine da lasciare a chi ci seguirà “una terra sana e pulita da coltivare”. Noi possiamo fare fino in fondo la nostra parte. Questo vuol dire vivere con onore.

Ricordo che questo meraviglioso libro mi fu prestato da zio quando avevo 12 anni e mi conquistò con così tanta forza, che la notte, quando venivano a spegnarmi la luce perché era troppo tardi, accendevo l’abat-jour sotto le coperte e continuavo, bramoso, la lettura. Per me tutto quel mondo era una mondo straordinario, ma vivo. “Vedevo” Gandalf, Aragon, Frodo, Legolas e tutti gli altri. E quando il libro finì, sentii un violento senso di perdita e nostalgia. E favoleggiavo potesse esistere una Biblioteca Segreta con le continuazioni di tutti i Grandi Libri. Finché, anni dopo, compresi, che le Grandi Storie continuano dentro di noi. Perché di noi esse parlano. E perché a noi consegnano Simboli da fare vivere nel nostro cuore e seminare nel mondo.

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Viaggio a Roghudi

by on nov.24, 2014, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo

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“Faccio fatica a sovrapporre le immagini di rovina e di abbandono a quelle di bellezza struggente del paesaggio e della natura. C’è tutta una tradizione di sguardi, del resto, che lega indissolubilmente, in diversi contesti, la bellezza e la rovina,e la Calabria è stata definita come ” (Vito Teti – “Il senso dei luoghi”)

Un mio amico, di recente, mi ha raccontato che per anni con i suoi compagni di avventure e viaggi si sono detti “dobbiamo andare a Roghudi”, come se fosse l’isola che non c’è, una città mitologica, un luogo fuori dal tempo e dallo spazio.
Anche lui fu contagiato da un libro, “Il senso dei luoghi”, di Vito Teti. Un libro straordinario sui paesi abbandonati o praticamente moribondi della Calabria. Un libro doloroso e vigoroso, struggente e profetico, teso tra perdita e speranza. Un libro sull’assenza, sulla narrazione dell’anima, sul filo stretto che diventa nodo scorsoio, o corda spezzata, oppure corda di nuovo tesa verso un mondo che ancora non ha nome, ma ‘nel suo nome’, ancora ignoto eppure antichissimo, le radici prenderanno forma, in un tradimento che può seppellire i tradimenti, può rinnegare se stesso e così cominciare una nuova storia.

Il libro di Teti contagiò anche me e Roghudi si impresse nella mia mente, come quei non-luoghi da ritrovare, come da ritrovare sono tutti i nostri luoghi, tutta la nostra storia. Il libro è pieno di paesi, borghi, strade, ruderi di violenta bellezza. Ma Roghudi è il primo che avrei voluto venire.
Roghudi da sempre definito “il paese più infelice del mondo”, per la sua storia costellata di catastrofi.

Quando mi incamminai verso Roghudi, stavo facendo qualcosa che, pochi giorni prima assolutamente non avevo preventivato. Ero da un due giorni a Gallicianò, antichissimo paese del reggino, incastonato nel cuore dell’area grecanica. Quel territorio dove un tempo il grecanico -l’antica lingua greca contaminata dalla secolare presenza in Calabria- veniva parlato da quasi tutta la popolazione. Mentre adesso, solo pochi, soprattutto anziani, mantengono ancora viva quella lingua. A Gallicianò venni a sapere che Roghudi era proprio lì vicino. Era anch’esso un altro paese dell’area grecanica, come Bova e Pentedattilo. E c’era la possibilità di giungervi, con 4 ore circa di cammino a piedi, scendendo nella immensa fiumara dell’Amendolara, in quel momento a secca essendo i primi di settembre, e poi camminare e camminare fino a quando Roghudi sarebbe spuntato.
C’era anche un’altra possibilità, andare con un ‘altra strada, in macchina, fino a un punto dove, scendendo qualche centinaio di metri, si sarebbe giunti a Roghudi. Ma io scartai subito questa ipotesi. La fiumara in secca consentiva ancora di andare a piedi, e non c’è paragone tra giungere in un luogo a piedi e arrivarci con la macchina. A piedi fatichi molto di più, ma il luogo lo meriti davvero, ti si avvicina passo passo, anche quando tu ancora non lo vedi. Lo senti gemere nel suo silenzio, anche quando non ascolti nulla oltre i tuoi passi e le parole di chi ti sta accanto e qualche rumore di animale tra la vegetazione che si inerpica sugli strapiombi che circondano, come mausolei scolpiti, la fiumara. Camminando un luogo lo “conquisti”. L’arrivo si intaglia in te con un sapore particolare, perché raggiungendolo con solo te stesso lo hai onorato.
In realtà non ho conquistato Roghudi e non l’ho meritato, perché troppo lontano ero e sono da tutto quello che è stato il suo retaggio, il retaggio sofferto e nobile dell’area grecanica. Troppo poco ancora so di questi luoghi per “conquistare” alcunché. Ma sicuramente camminare verso Roghudi ml ha permesso di accogliere, ecco, la sua dimensione con una umiltà differente.

Roghudi, cammino verso di te, sapendo che sei l’appuntamento mancato, che ritorna. Che sei tu ma non sei soltanto tu. Sei tutta la Calabria strappata, il volto dei fuggitivi, le aspre alture che venivano dal silenzio e al silenzio sono ritornate. Una fatica millenaria. Una nostalgia perenne. Una memoria tradita, eppure splendida, perché tradita. Il tradimento fa nascere i germi del riscatto. Eppure Roghudi sono solo ruderi, case abbandonate, pietre e muri e rovine di strade abbarbicate le une sulle altre. Che c’è di bello? E perché questa assenza ci attira sempre? Roghudi se dicessi che sei solo un simbolo ti annegherei, annegherei il tuo concreto essere stato, il tuo essere qui e ora, nell’orgia della metafora, nelle scorciatoie perenni dell’analogia. Ma se non ti sapessi anche simbolo di altro, ti castrerei, perché non si è mai solamente se stessi, non si è mai solo il confine definito e misurabile, la storia messa in un recinto; si è sempre, anche, portatori di un segno che ci travalica e si invera in noi, nostro malgrado. Roghudi so bene che non ci saranno tesori nascosti, nulla da prendere, perché tutto è già stato preso da quando, negli anni ’70 il paese venne definitivamente abbandonato. E forse è meglio così. Andare in un luogo senza più gente a prendere, è fare ancora il predone che vuole rubare qualcosa per se. E invece non prendere nulla è forse l’occasione di dare.

Con Nino, abitante di Gallicianò e conoscitore perfetto di quei luoghi, scendiamo dall’altezzadi Gallicianò verso l’ampia fiumara. La fiumara, una volta che ci arrivi, è surreale, tanto è ampia, e ti pare di essere in qualche vecchio western o in un day after dove del mondo sono rimaste solo pietre. E di pietre, infinite pietre essa è disseminata. E ogni tuo passo calpesta pietre e all’inizio fa male ai piedi, finché a un certo punto ci fai il callo. Ti abitui a mettere la pianta in un certo modo, per ridurre il fastidio.

Mentre cammino mi accompagnano nella mente le parole di Vito Teti. Roghudi, vittima di una guerra..

“Qui una guerra vera e propria non c’è mai stata, anche se i paesi dell’area grecanica, come altri centri della Calabria, conservano memorie e testi di tradizione orale delle invasioni turchesche, ma la fine del mondo è avvenuta ugualmente. Qui la guerra è stata lenta,s subdola, sotterranea e ha avuto come protagonisti miseria e abbandono, terremoti e dimenticanze, alluvioni e silenzi… E’ stata lunga la guerra e quando si è verificata l’ultima battaglia, l’ultimo scontro, l’ultima invasione (le alluvioni del 1972 e del 1973, ma ancora prima quella del 1951), gli abitanti quasi non se ne sono accorti, non hanno più combattuto, e come ubbidendo a un richiamo misterioso, sono fuggiti insieme e all’improvviso.”

Una lunga storia di devastazioni, un interminabile martirio..

“Quella di Roghoudi , situato su uno tra le montagne inospitali, è negli ultimi secoli, a leggere le fonti, i documenti e le interpretazioni che ci offre, una storia che, se non fossi sempre attento ai mutamenti e ai piccoli cambiamenti, alla necessità di cogliere stabilità e trasformazioni, sarei tentato di leggere come una sorta di non storia, una storia bloccata, condizionata, segnata dalla natura e dall’angustia degli spazi, sempre uguale a se stessa dall’inizio alla fine. Ristrettezza degli spazi, frane, fiumi, roditori, alluvioni, terremoti, epidemie, malattie hanno segnato la vita del paese e la mentalità dei suoi abitanti e alla fine ne hanno preparato la fuga. “

Una tale sequenza di catastrofi… alluvioni, frane, malattie,… che sembra inventata, troppo inesorabile, troppo implacabile per non essere essa stessa metafora, e invece è reale. Nulla, il tempo risparmiò a questo paese.
E intanto cammino, su uno scenario ipnotico, dove tutto è esteso e identico. La fiumara non ha confini. La fiumara è il confine. Il caldo è asfissiante.. e penso alla fune e ai figli attaccati.. Teti, riporta quando di Roghudi, scrisse nel 1885 Mario Mandalari:

“Roghudi è gittato sopra un monte, è circondato da mille abissi e da mille caverne; le madri di famiglia sono obbligate di attaccare i loro figliuoli a una fune per non vederli precipitare in quelle eterne voragini, nido d’uccelli notturni e di animali ladroni….”

Quando lessi quelle parole mi chiesi innanzitutto, come “concretamente” le madri attaccassero i loro figlia alla fune per non farli cadere. E poi mi chiesi che assurdo paese doveva essere un paese così dannatamente a strapiombo che i bambini correvano costantemente il rischio di precipitare e sfracellarsi, tanto da costringere le madri a legarli ad una fune. E più avanti nel suo libro, il richiamo di queste corde ritornava, nella citazione, di quanto, nel marzo del 1948, Tommaso Besozzi, scriveva per l’Espresso.

“A Roghudi (…) si vedevano fino a poco tempo fa tanti grossi chiodi conficcati nei muri, e le donne vi assicuravano le cordicelle che avevano legato attorno alle caviglie dei bambini più piccoli, perché non precipitassero nel burrone”.

Il destino di Roghudi fu quello di altri paesi dell’area grecanica come Africo e Casalnuovo. Le alluvioni degli anni ’50 portano all’abbandono di quei paesi. Nel corso dei decenni altri paesi, come Gallicianò e Bova perdono gran parte dei loro abitanti, ma qualcuno resistette e qualcuno resiste ancora, e adesso progetta una rinascita di quei luoghi.
Il sole ti sfinisce in questo cammino per Roghudi, io e il mio amico facciamo diverse pause, apparentemente per commentare questa o quella cosa, o per mangiare un panino, ma in realtà perché tutte quelle rocce, ti sfiancano le gambe, e il caldo sembra toglierti energia.
A seguito delle alluvioni dell’ottobre del 1971 e del dicembre 1972- gennaio 1973, i tecnici dichiararono Roghudi pericolante e venne disposta l’evacuazione. Tuttavia un gruppo di persone non volevano andarsene da Roghudi. Nel “Senso dei luoghi” si richiama la ricerca etnografica di Isabella Florio; ricerca che riporta la testimonianza di Ugo Sergi. Sergi rammenta cosa gli disse, un giorno, un abitante di Roghudi vecchio in merito all’abbandono del paese.

“I paesani non lo volevano abbandonare dopo l’alluvione, ma è stato lui ed altri due o tre che hanno pensato di andare via, perché erano sicuri di non avere un futuro in quel paese. Lui era anche un commerciante… tutti i generi di prima necessità a Roghudi vecchio li portava lui settimanalmente. Quindi ha nel sangue il commercio ed oggi è proprietario di un grande supermercato. Mi raccontava che lui aveva capito Roghudi sarebbe morto, che non aveva strade, non aveva collegamenti, era troppo interno, che la vita all’esterno era completamente differente, e lui ed altri due o tre avevano capito questa cosa. All’indomani dell’alluvione tutti gli abitanti volevano invece rimanere arroccati nel paese. Allora lui e gli altri amici iniziarono a scappare, ad andare via, portando via tutti i mobili e le altre cose, quindi a sfollare. Piano piano tutti lo guardavano passare dal paese e pensavano questo è pazzo che se ne vuole andare così dall’oggi al domani, scappa dalla propria casa e sfolla. Poi qualcun altro si è convinto e piano piano tutto il paese nel giro di dieci, quindici giorni, ora non vorrei dire una fesseria sul periodo, però dice che in un brevissimo tempo dietro di lui e di questi altri amici, un paese intero è sfollato in un brevissimo tempo”.

Le alluvioni non furono la morte inevitabile per Roghudi. Ci fu la scelta. E ci fu, questo dice con chiarezza Tetti, una volontà di abbandono, che aveva radici antiche. Una volontà che, e sembra paradossale dirlo, si accompagnava ad un’atavica volontà di resistere in questo paese abbarbicato su una rube, circondato da fiumare, sottoposto ad ogni possibile evento idrogeologico.
L’abbandono in realtà era già in corso da tempo. Molti erano emigrati per cercare un destino migliore. Molti si spostavano verso le marine, in quel dissanguamento dell’entroterra verso le coste che caratterizzerà tutta la Calabria.
Ma una parte della popolazione non mollava Roghudi, non lo abbandonava. Ci si teneva stretta a questo paese abbarbicato e inospitale. Ma la loro resistenza quanto più era accanita, tanto più era permeabile al “contagio” che qualcuno avesse aperto. Dentro ognuna di quelle persone si combatteva una guerra, tra restare e partire, abbandonando quel luogo di sacrifici continui, spesso spazzati via da un’alluvione o da una frana. E, se la storia è vera (ma anche se non fosse esattamente vera, sarebbe, in qualche modo, verisimile) bastò vedere quel negoziante di generi alimentari e qualche suo amico andarsene per spingere questo ultimo nucleo di “resistenti” ad ammainare bandiera bianca e ad andarsene.
Ancora camminiamo, ma non vedo nessun segno di Roghudi. Vedo sempre questa fiumara sconfinata, i suoi sassi, qualche debole fiumiciattolo, i promontori intorno a noi. E capisco che se non fossi andato a piedi non avrei visto questa arcana bellezza, questa insopportabile, quasi, ripetizione, questo essere perduti in un orizzonte che sciacciandoti ti solleva.
Poteva Roghudi non morire? Teti è combattuto.. a volte crede che si poteva salvare, altre volte vede in esso il compiersi di un destino inevitabile.

“Anche col senno di poi, comunque, sembra davvero difficile pensare che le cose sarebbero potute andare diversamente: forse davvero nessuno e niente, nessun analista e nessun Santo, avrebbero potuto scongiurare l’abbandono di Roghudi. Tutto sembrerebbe iscritto nei suoi geni, nella configurazione del territorio, nella su storia di isolamento e di catastrofi. E forse era scritto nella sua identità più profonda e più peculiare…. Nel 1981 i grecanici dei diversi paesi sono soltanto 5000, quelli sparsi in vari posti quasi 25000. E oggi, come ho ricordato, il grecanico è comprensibile soltanto a poche persone, adoperato da pochi anziani, in maniera discontinua e occasionale. In una dimensione esclusivamente famigliare.”

La morte di Roghudi come simbolo dell’estinzione del grecanico, l’antica lingua greca di Calabria, che adesso resiste solo in poche persone, soprattutto anziani e qualche cultore della cultura e dello spirito del luogo. Nei giorni in cui sono stato a Gallicianò, uno degli ultimi baluardi dei greci di Calabria, scoprii che tra i suoi trenta e poco più abitanti, solo una parte ancora parlava in grecanico. Un mondo si estingue quando perde la sua “antica lingua”, la lingua dei padri, la lingua che si è impressa nelle sue rocce, nelle sue ossa, nel suo sangue. Questo, anche questo dice Teti.

“Roghudi sembra dover compiere il destino di custodirla (la lingua grecanica) fino all’ultimo, fino alla sua scomparsa. Quella roccia, quella rupe è anche simbolo di resistenza e di tenacia, proprio di chi deve custodire qualcosa. Assediato dall’esterno e dall’interno, Roghoudi perde lentamente l’antica lingua, si apre alla nuova, più adeguata ai tempi, ma è come se aprendosi creasse le ragioni della propria fine.”

Improvvisamente, un’isola ci appare in lontananza. Un’isola su un mare desertificato. Una montagna, una rocca, che si innalza come protuberanza di quella immensa fiumara, e su di essa Roghudi.
Difficile dire la sensazione che si prova a vedere prorompere questo luogo. Capisci, ammirato, che Rughudi è insieme tutto e insieme niente. Questo luogo era nato per morire, tanto è ‘impossibile’ il suo esserci. Eppure ha resistito per secoli.
Le case appaiono in lontananza e noi ci avviciniamo. Perché adesso, naturalmente, dobbiamo entrare in Roghudi. Non c’è molto vento quel giorno, ma penso al vento del giorno in cui vi giunse per la prima volta Teti..

“Il vento si alza sempre più forte e fa battere con insistenza le porte e le finestre ancora integre. Dalla strada, guardando nelle stanze dilaniate, si scorge la luce che arriva dalle finestre. Si avverte una sorta di presenza estranea, quasi ci si aspetta una apparizione improvvisa, l’arrivo di un abitante del passato.”

Dinanzi a tutto quell’abbandono, che è anche spaesamento e fascinazione, arsura di un sentimento, Teti prova l’umiltà che richiede quel rispetto che solo può permettersi di accostare ai luoghi che non lo sono più, che lo saranno per sempre..
“Questi luoghi sacri, non desacralizzati, hanno bisogno di visitatori con un sentimento, di persone che non vanno alla ricerca di fantasmi.”

Ecco che prendiamo la piccola malandata strada che dalla fiumara ci attorciglia intorno a Roghudi. Ecco che ci inoltriamo passo passo in questo abitato per secoli bombardato dall’acqua, dalla terra e dal tempo. Adesso che le case mi si pongono di fronte capisco fino in fondo il senso della parola “accartocciato”. Ma accartocciato non è la parola giusta. Immaginate questo paese completamente pressato su se stesso. Immaginate una densità nello spazio come praticamente mai si vede in un paese. Immaginate una rupe sfruttata in ogni suo angolo, pur di recuperare ogni centimetro. Immaginate una vita dove tutte le case sono ravvicinate, e le strade strettissime. Dove il contatto umano era inevitabilmente massiccio, dove, probabilmente, camminando non potevi non toccarti con le persone. Immaginate un mondo dove bastava poco per sbattere negli altri, dove, in pratica, finivi col vederli sempre, col sentirli sempre. Un mondo tutto circondato da strapiombi, dove, bastava anche qui poco, per finire nel precipizio, una carcassa sfracellata sul fondo che la fiumara dell’Amendolara avrebbe trascinato via. Immaginate questo costante salire, immaginate, questo poco spazio e queste case a spiovente aggrovigliate le une alle altre, immaginate questa densità umana, potenzialmente generatrice di continue tensioni, immaginate questo costante essere lambiti dal precipizio, tanto che le madri legavano i figli a una fune per non farli cadere. E a tutto questo aggiungete frane, alluvioni, epidemie. Come poteva Roghudi resistere? Eppure.. come ha potuto esserci per secoli?
Il resoconto di Teti è del 2003, 11 anni fa, e la mia Roghudi, quella che io vedo è ancora più distrutta di quella che lui vide, qualche altro tetto è crollato, qualche altra porta è venuta meno, qualche altro pavimento ha ceduto. Ma le sue parole possono ancora in gran parte andare bene anche per questa. Roghudi:

“.. Nessuna immagine e nessuna storia possono restituire il senso di spaesamento, d’incanto, di inquietudine che provocano la vista e il rumore del paese che si adagia sopra un enorme dente di roccia al centro dell’Amendolea. Il paese ora da’ l’impressione di volersi buttare nelle fiumare, ora mostra la voglia di tenersi aggrappato alla roccia per non essere trascinato nel vuoto. Nessuna foto o storia può lontanamente restituire questa luce bianca e accecante che arriva negli occhi e impedisce di guardare, il rumore assordante del fiume e del vento, lo sbattere degli alberi e dei fili della luce, l’odore inconfondibile, penetrante di escrementi ovini. Guardi dall’alto le prime case sventrate, distrutte dall’alluvione del 1951, i tetti aperti e le poche antenne, appena fissate prima dell’abbandono, i fianchi della roccia e il letto del fiume. Roghoudi e le sue ombre, i riflessi delle case e delle montagne mi sembrano un dinosauro con le ali, impedito nel suo desiderio di spicccare il volo. (…). Guardo anch’io con un sentimento di paura le rupi ferite in più punti, le case sventrate che si tengono a stento alla montagna quasi per non cadere nel fiume. Avverto un lieve capogiro. Il sole, il vento, il rumore del fiume, l’emozione mi stanno giocando un brutto scherzo. Mi addentro lungo la strada principale del paese… Molte abitazioni sono ancora integre, ben tenute, chiuse, le porte e le finestre sigillate con travi di legno, come se le persone dovessero tornare da un momento all’altro e volessero ritrovare tutto a posto. Ma sono più numerose le case aperte e sventrate, dalle porte e dalle finestre divelte e con oggetti lasciati qui e là: qualche bullone e oggetto metallico, resti di materassi e di reti, brandelli di indumenti, qualche scarpa spaiata, come se anche le scarpe fossero andate ognuna per conto proprio, quasi a raccontare una più generale separazione. Le case sono quasi tutte in pietra. Le più grandi hanno un basso a pian terreno non comunicante con i piani superiori. Sono ancora accostate una all’altra, una sopra all’altra, e hanno differenti dimensioni. Sono disposte su tracciati viari irregolari con fronti continui che, dicono gli esperti, possono superare i trenta metri. Gli spazi sono tutti occupati. Il paese era stretto e pieno. Non c’era vuoto e non c’era incompiutezza. … L’impressione, tuttavia, è quella di una fuga improvvisa, di un abbandono scomposto e disordinato come di fronte a un nemico crudele e minaccioso. Fuori, nei vicoli tortuosi, lungo le piccole discese, sulle gradinate, prevalgono, e sembra una descrizione del passato in cui il paese viveva in mezzo alla sporcizia, gli escrementi di animali, capre e cani. L’odore è inconfondibile. Un silenzio inquietante è accentuato se possibile dall’abbaiare dei cani, dal rumore del vento.”

Man mano che ci inerpichiamo, anche io vengo preso da questa curiosità insaziabile, che forse non è neanche curiosità, ma “costrizione”.. di guardare in ogni casa, come a riacciuffare schegge di un mondo ormai antico, come a volere guardare ogni segno, da una scarpa spaiata a un antico forno di mattoni e legna a un muro rotto sul cielo. E ci sono scenari che ricordano le parole con le quali Immanuel Kant parlava del sublime.

“Sublime è il senso di sgomento che l’uomo prova di fronte alla grandezza della natura sia nell’aspetto pacifico, sia ancor più, nel momento della sua terribile rappresentazione, quando ognuno di noi sente la sua piccolezza, la sua estrema fragilità, la sua finitezza, ma, al tempo stesso, proprio perché cosciente di questo, intuisce l’infinito e si rende conto che l’anima possiede una facoltà superiore alla misura dei sensi”. (Immanuel Kant – Critica del giudizio)

Uno in particolare. Entro in una casa aperta, è una delle case che stanno su uno strapiombo. E’ il rettangolo che una volta ospitava una finestra che ti incanta. Cammino passo passo –anche perché hai sempre timore che i pavimenti possano crollare- verso quella finestra. La finestra da’ proprio sullo strapiombo. Davanti a te si staglia a centinaia di metri di distanza un’altra scogliera selvaggia, sotto scorgi lo sprofondare dello strapiombo fino alla grande fiumara. Per capire quel senso di stare appesi sull’abisso, immagina che se dove c’è questa finestra ci fosse una porta, tu la aprissi e facessi un passo, precipiteresti in fondo senza incontrare ostacoli. E io pensavo a cosa significasse vivere in quella casa. Cosa significasse vivere in una casa in cui, la notte ti alzavi, e da quella finestra vedevi altezze, lontananze, abisso e una sterminata fiumara, con (a partire dall’autunno) il suo costante rumore. Cosa significasse, ogni mattina, alzarsi, e guardare dalla propria finestra tutto questo.
C’è un passaggio del “Senso dei luoghi” dove anche Teti entra in una casa con la finestra che da’ sullo strapiombo. Non è esattamente la stessa casa. Non è esattamente lo stesso strapiombo e non è esattamente lo stesso panorama. Ma rende la stessa “materia” delle emozioni che provo io guardando dalla finestra della casa in cui entrai.

“… scorgo una casa aperta, il pavimento sembra solido, vado verso una finestra che sbatte sotto i colpi del vento, mi affaccio e ho davanti agli occhi uno spettacolo indimenticabile: le case a strapiombo sulla fiumara, legate alla roccia, l’Amendolea che scorre veloce e fa sentire la sua voce, di fronte una strada che va verso i paesi dell’altro versante. Qui e là in lontananza case diroccate, mi sporgo a sinistra e vedo un lampione con i fili cadenti che si abbassa verso un muro dove sono ancora visibili spazi di qualche competizione elettorale. Chissà cosa avranno promesso agli ultimi abitanti del luogo gli ultimi comizianti…….”

La stessa “materia” dicevo.. ma lo spettacolo che ho descritto prima è molto più intenso. Perché non vedi neanche case, ma solo altezze, strapiombo, fiumara. Sono decisamente case “impossibili” ora, case che nessun piano regolatore sensato ammetterebbe. Case che neanche nessun abusivista sano di mente costruirebbe. Ma del resto nessun penserebbe che si possa costruire su un promontorio come quello su cui è nato Roghudi. E provi una sorta di ammirazione per coloro che vollero comunque edificare dove tutto quanto complottava contro ogni concetto abitativo. E pensi a case come questa che sembrano partorite da un sogno malato, una sorta di sfida, un corteggiare la caduta, un tendere estremo, un dire “voglio costruire proprio fino al limite estremo in cui è possibile farlo”.
Continuo la mia camminata, salendo sempre più su, e continuo ad entrare in tutte le case dove è possibile farlo, che non abbiano porte sbarrate o dove l’entrare non è una trappola per la vita o una garanzia di sprofondamento. E ti stupisce il ritrovare ancora qualcosa in molte di esse. Sono passati più di 40 anni da quando il paese venne abbandonato, eppure trovi ancora qualcosa. Sono passati 11 anni da quando Teti scrisse il suo libro, eppure trovi ancora qualcosa. Ci sono ancora le scarpe spaiate di cui parla Teti. C’è ancora qualche pantalone e camicia sbiaditissimi appesi a un impolveratissimo e logoro filo. C’è ancora qualche vecchia giacca. E, vorrei prenderla quella gioca e mettermela qualche istante, pensando che 40 anni fa è appartenuta a qualcuno, pensando che giacche di quel tipo probabilmente non si fanno più; ma la lascio dove sta e dove probabilmente starà per i prossimi 40 anni. In altre case trovo macchine da caffè, cucine, residui di cibo o di bevande. Ci sono birre con ancora il contenuto e chiedo scusa se non me la sono sentita di berlo. Così come c’erano conserve di cui solo con un certo sforzo della mente riesci a immaginarti il contenuto. Sicuramente non si trovano facilmente conserve “stagionate” come queste.
E continuiamo fino ad arrivare alla parte superiore del Paese, l’unico punto in cui senti un poco di spazio attorno a te. C’è una sorta di piazzetta, di luogo dove la gente poteva sedersi, con di fronte a se lo spettacolo vertiginoso di uno strapiombo. C’è una fontana lì vicino e, sopra di noi, qualche filare di uva posto in stecche orizzontali. Il mio amico si arrampica come una salamandra fino a sopra e stacca dei grappoli d’uva. Ce ne sono di due tipi, uno dagli acini piccoli, uno dagli acini grossi. Li laviamo alla fontana che ancora funziona e lì sopra, al vertice di Roghudi, mangiamo questa uva ormai selvatica, provando un’intima soddisfazione, solitari spettatori della caduta di un mondo, della caduta del mondo. Uniche presenze, quel giorno, di un luogo che un tempo aveva brulicato di vita, di corpi, di storie.
Voglio riportare, adesso, una poesia popolare, in grecanico, dedicata a Roghudi. La riporto prima nell’originale in grecanico, poi tradotta in italiano.

Oscìa
Immo condà tin dhalassi
tin cunno stin cardìa
pos o vorea stin oscia
tin cunno sta fiddha ton cladia
pos dhorò pessi sta pedia
tin cunno san vreghi
pos o igghio san treghi
tin cunno st’astia
imera ce vradia
tin dhorò sta di casu
po cladia sta melicucchi
ti cunno lo sento
san vreghi stin campia
ti cunno lo sento
ce mu dighi olo oscìa.

Montagna
Sono vicino al mare:
lo sento nel cuore
come il vento della montagna
lo sento nelle foglie dei rami
come vedo giocare i bambini
lo sento quando piove
come il sole quando corre
lo sento negli orecchi
giorno e notte
lucchi lo vedo nei tuoi occhi
come rami di bagolaro
quando piove nei campi

Avevo detto che non avrei preso niente da Roghudi. Che non avrei sottratto nulla, anche se qualcosa da prendere ci fosse stata. Ma dentro di me sapevo che non avrei resistito di fronte a un libro. Non ho trovato nessun libro. Però ho trovato un quaderno. Un quaderno di un bambino delle elementari. Un quaderno dell’anno 1961. Un quaderno che stava lì 53 anni. Forse l’unica cosa scritta a mano che ancora si trova a Roghudi. Apro una pagina a caso per vedere cosa c’è scritto..

Una rosa rossa spunta sul rosaio. Un insetto si posa sui suoi petali. Un asino sta in attesa. Si riposa. Porta una soma assai pesante. Le stelle stanno lassù!..

Non ho potuto fare ameno di prenderlo. Porterò con me queste pagine scritte da un bambino; da chi, forse, adesso è un over sessantenne che vive in chissà quale parte della Calabria, dell’Italia o del mondo. Lo porterò con me come a volerlo salvare.
E’ un po’ difficile lasciare un posto come Roghudi. E’ un po’ difficile anche augurargli qualcosa. Perché non puoi augurargli di ripopolarsi tout court. Qui la differenza la fa il “tipo” e lo “stile” di un eventuale ripopolamento. Io in genere sostengo i progetti che “recuperano” paesi abbandonati o morenti, per farne altro. Ma Roghudi non può diventare “qualsiasi altro”. Non può diventare un paese albergo, non può diventare un colossale residence per turisti in cerca di emozioni esotiche, o una comune di tedeschi, francesi o svizzeri amanti dell’Italia meridionale. Non può diventare un luogo per giochi di ruolo a cielo aperto.
Qualunque ripopolamento, qualunque progetto deve comprendere la “vocazione” di Roghudi, la sua “lunghezza d’onda”, l’anima che vive in queste strade e in queste vecchie mura. Certo, andrebbe comunque ristrutturato tutto, per fare in modo che tra un po’ di anni gran parte dei muri, dei tetti e dei soffitti non crollino, lasciando solo un mucchio di macerie. Andrebbe ristrutturato tutto, in modo da “mantenere” il paese… per lasciarlo “aperto” a nuova gente che ne riscoprisse l’anima e creasse qualcosa coerente con questa anima. E magari, si proponesse di recuperare il grecanico, l’antica lingua dei greci di Calabria, la lingua che resiste ancora solo tra pochi anziani. Finché non verrà “nuova” gente capace di innestarsi nell’anima di Roghudi, è meglio che Roghudi resti vuoto, luogo del non luogo, simulacro di una cantilena di rovine, memoria delle rocce, città impossibile, tensione irriducibile tra la fine di un mondo e il desiderio di un ‘altro.

Eccetto la foto che apre il post, tutte le altre foto -che adesso appariranno in sequenza- le ho scattate il giorno in cui sono stato a Roghudi.

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Il mistero dell’Amore

by on nov.24, 2014, under Bellezza, Ispirazione

Jung

 

 “Sia nella mia esperienza di medico che nella mia vita, mi sono ripetutamente trovato di fronte al mistero dell’amore. E non sono mai stato capace di spiegare che cosa esso sia. Qui si trovano il massimo e il minimo, il più remoto e il più vicino, il più alto e il più basso, e non si può mai parlare di uno senza considerare anche l’altro. L’amore soffre ogni cosa e sopporta ogni cosa. Queste parole dicono tutto ciò che c’è da dire. Non c’è nulla da aggiungere. Perché noi siamo, nel senso più profondo, le vittime o i mezzi e gli strumenti dell’amore cosmico. Essendo una parte, l’uomo non può intendere il tutto. E’ alla sua mercé. L’amore non viene mai meno, sia che parli la lingua degli angeli, sia che tracci la vita della cellula con esattezza scientifica, risalendo fino al suo ultimo fondamento. Se possiede un granello di saggezza, l’uomo deporrà le armi e chiamerà l’ignoto come il più ignoto, cioè con il nome di Dio.”

Carl Gustav Jung

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Renovatio

by on nov.24, 2014, under Bellezza, Ispirazione

E’ tempo di stare in piedi.

E’ tempo di combattere.

Anghelos

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In direzione ostinata e contraria- Per Ciro Campajola

by on ott.05, 2014, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana

Spartito

“La stessa onestà sempre e comunque

nel bene come nel male

nell’applauso e nella sconvenienza

mai nella convenienza

lo stesso Amore nella luce e nel buio

lo stesso che ha permesso alla tua vita

di incontrare altre vite

per fondersi in un contatto definitivo”.

 

Sono cinque anni che ti conosco, Ciro.

Da quando Maria Luce mi fece leggere la tua “quando ci ricorderemo che… “

Qualche tempo dopo cominciai ad incrociarti, fino a quando ti chiesi di leggere qualche altra tua opera.

E tu mi inviasti i file con molte delle tue poesie.

Poesie che incominciai a leggere su facebook, ogni volta che le pubblicavi. 

E rimanevo stupito di quanto fossero chilometriche, incontenibili, di quanto si scatenassero, non conoscendo mai una fine. Una fine naturalmente la conoscevano, ma prima c’erano tante righe da leggere. E si capiva che non aggiungevi parole a caso, e non divagavi tanto per divagare.

Ma scrivevi scatenato quasi da un furore omicidia, e, allo stesso tempo, da una sorta di doloroso e violento amore. Il conto delle cicatrici si intrecciava con la forza del riscatto, con le parole gettate come palle di fango su pupazzi di neve e come palle di neve su volti addormentarti e stanchi, come a volerli svegliare da un interminabile sonno, da un interminabile sonno senza sogni. E l’indignazione faceva un falò di tutti i balli in maschera dell’ipocrisia. Sono un colpo ai testicoli certe tue poesie, per quanto sono dure, per quanto non fanno sconti. Ma l’indignazione e la rabbia, non hanno mai avuto l’ultima parola. TI ho visto cavalcare, in altri brani, in un omaggio vigoroso al mondo, spezzando le bacchette di legno di tutti i maestrini, dei professori dell’opera, buttando dal palco gli scimmiottatori a pagamento, spingendo, con sante pedate a correre ancora, 

Pperchè c’è sempre un anello.

 

“Ti accorgerai

che comunque

nei giorni chiari e in quelli bui

hai sempre trovato un anello

in ogni tempo

con ogni tempo

e sia nel sole che nella pioggia

tu lo hai sepre portato al dito

come una fede nuziale

come un matrimonio benedetto di suo”.

 

In vittoria e sconfitta, in sfortuna e fortuna, in odio e in amore, per odio e per amore. C’è sempre un anello. In ricchezza e violenza, in ponti a bucarsi, o a raccattare la vita, sotto i vetri col vapore, o bruciati da un sole benedetto. C’è sempre un anello. Nella miseria di chi dimentica il suo nome, di chi si frantuma per strade frantumate, e in chi si trova, sotto l’avallo spurio delle canzoni, della pittura, di tutti i tuoi “colori”.

 

Si nasce sbagliati, quasi già con una cicatrirce sul braccio, un marchio di fabbrica, una promessa di tempeste future. Con un turacciolo alieno si stappa il proprio vino nel mondo, sapendo che qualcuno non lo berrà mai , qualcun altro lo sputerà per terra, altri ne faranno liquido seminale, altri ancora parte di un graal metropolitano.

 

Hai cercato da sempre la tua gente, la tua razza, il tuo piccolo popolo, la tua musica. E quando finalmente ti sembrava di averli trovati, il godimento fu breve, come un coito trattenuto da tempo, ma che esplode in pochi istanti. E cominciò la sarabanda delle bastonate. Vi vennero addosso come mastini. Strapparonoi i vostri fogli colorati.  Vi spinsero nel ghetto.

E fu l’eroina a prendere gran parte dei tuoi.

A tutti bastava puntarvi col dito. 

A nessuno importava chi eravate.

 

E conoscesti luoghi freddi, le stazioni ultime della periferia, le stazioni dove i treni non vanno mai, perché hanno paura, e dimeticano anche che esse esistano, vogliono dimenticarle, mentre il cartello sbiadisce sotto la neve. Facesti il valzer delle comunità, dove con sorrisi al neon, vi riempivano di veleno per sedarvi.

E chi non ti riempì di veleno, quasi ti uccise con la sua purga di purificazione.

E quando non eri in comunità, vagavi per le strade, dormivi in letti sconosciuti, ti trovavi sotto i ponti, piangevi forse, sotto il peso di una inaresstabile caduta, che trascinava con se anni, e ti violentava col senso di colpa, mentre tu non ti facevi portatore in-sano delle derive.

 

“Ti parlerò del prima che spinge come uno strupro al dopo

e del dopo struprato da quelli di prima

ti parlerò di morti che parlano di vita con alito cattivo

e di Angeli con alito neonato morti senza denti del giudizio

ti parlerò di vite nascoste alla vita

di viventi che fingono di non vederle

e di sapienti che dicono di non sapere”.

 

Eppure, quegli anni furono le tue stigmate.

Furono ombra e veleno, solo per chi ha gelatina negli occhi e carne rancida.

Ti riempisti di volti. Ti riempisti di storie. Ti riempisti di occhi che ti guardavano spalancati, occhi grandi come il tuo angelo della stazione, quella ragazzina circondata dagli angeli.

Dalla tua guerra portasti l’infinito odio verso l’ipocrisia, portasti l’assoluta perdizione del tempo, e quindi il saperlo beffare, mostrandogli il culo, portasti l’amore per tutte le piccole cose, come il sorriso sdendato di un barbone, e la chitarra di un vecchio folle, che vuole continuare ad avere la strada, e non un confortevole alloggio dei servizi sociali. Portasti il valore delle parole, che non sono cazzate, polvere da soffiare via, che non si buttano alla rinfusa, ma solo come pietre, le parole sono pietre.

Portasti l’ineffabile dedizione del masticare amaro, ma continuare, masticare amaro, ma, “porca puttana, io sono qua”. Portasti il ricordo del futuro, quello che, vagando per le tagliole delle periferie, intravedevi, come scandalo e scommessa. Portasti tutta la tua poesia, così violenta, così inarrestabile, così sfregiata di passione. Portasti l’amicizia che arriva dai semplici, da chi spezza anche il suo unico pezzo di pane con te, e ti dà la sua coperta, anche se è la sua unica coperta. Portasti la lealtà nella disperazione, la lealtà di fronte al plotone di escecuzione, quando tutti scappano. 

 

“Loro mi hanno insegnato la dignità di essere fedeli a ciò in cui si crede, a niente altro, a non rinunciarvi mai, e soprattutto a credere, senza ombra di dubbio”.

 

Portasti tutto questo con te, quando uscisti dalla notte, avendo deciso di morire per la vita, e così vivere, uno dei pochi a salvarsi tra tutti voi. Uno dei pochissimi a scamparla. Una mosca bianca sfuggita al cimitero che avevano preparato per voi.

Fu una scelta profonda, nata forse quando, sotto una doccia infame, e lo stomaco che si liberaa, quel giorno in cui credevi di dare in pasto a Dio, i tuoi ultimi attimi, amasti questo treno che passa, questa assurda vertigine, questo sputo che torna, colorato di cielo, questo sogno dannato e bellissimo che è la vita.

 

Finì l’eroina.

Ma non finì il corpo a corpo. 

Vennero altri demoni, preparati dal passato. E dovesti ancora una volta mostrare il pugno nudo.

 

Se penso a quante volte saresti dovuto essere morto, mi viene da dire che tu sei una delle prove dell’esistenza di Dio.

Perché in un mondo dominato dal caso e da atomi incrociatisi per sbaglio,  questo continuo sfuggire alla legge delle probabilità è davvero dificile da capire.

Sei il bambino che nel casinò vince contro il banco, nonostante il banco abbia tutta l’esperienza, nonostante il banco abbia tutto il capitale, nonostante il banco abbia le carte truccate. Eppure quel bambino vince.

Sei il ronzino azzoppato che arriva al traguardo. 

Sei il condannato da sempre, che è ancora, nonostante tutto, libero.

Sei la collezione di necrologi antipati, che non si sono realizzati.

Saresti dovuto morire mille volte, dannato Ciro.

Ma continui tenacemente ad ostinarti a vivere.

 

“Corro

raggiungo il bimbo bendato

lo rimetto dentro

al sicuro nel io stomaco

carico in spalla il ragazzo inchiodato e crocefisso

lo aggiungo alle ossa della schiena

sento la croce alleggerita da due ali

le Madonne del dolore non dimenticano i figli

il peso è meno sfibrante

meno che che sopravvivere in buona salute tra cannibali istituzionali

accolgo nell’anima l’uomo e la sua prostituta

e quello del sesso disperato

apro i pollmoni al ragazzo incarcerato

il mio corpo sarà la casa della donna struprata dagli strozzini

il mio cuore la casa per tutte le famiglie tradite.”

 

Non si nasce per sbaglio, ormai credo da un pezzo. E non si muore neanche per sbaglio. E ancora non è il tuo tempo di mollare la pellaccia.

Certo, non ti è stato proprio risparmiato nulla.

In questi giorni stai vivendo forse la prova più estrema di tutta la tua vita.

Hai maledetto il cielo, e ti sei augurato la morte, ancora una volta. 

E’ stata forte, quel giorno, la tentazione del balcone. Quel balcone ti invitava a darci un taglio.

“Non sei ancora stanco Ciro Campajola? Non ne hai abbastanza”.

 

“E’ il bambino il padre dell’uomo

il passato è presente nel futuro

noi siamo solo un cuore che batte di passaggio

un pulsare che cambia dal tramonto all’alba

giorno dopo giorno

io cerco la maniera affinché il battito di oggi

somigli a quello di ieri

cammino sul mio filo rammendato

per non cadere nella fredda apparenza del tuo mondo

per non perdere il cuore che partorì mia madre”

 

E ti vedo di nuoco continuare.

Di nuovo prendere bisaccia e sandali.

Hai ancora cose da dire, hai ancora cose da fare.

Avresti voluto una vita più semplice, una vita più tranquilla, una vita meno estrema.

Ma è il prezzo che si paga quando si nasce…

in direzione ostinata e contraria.

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DISCIPLINA- un dialogo con Fabrizio Basciano

by on lug.10, 2014, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Tengo molto a questo pezzo, che voglio condividere con voi.
Nasce da un dialogo (che toccava anche altri temi) che da mesi sto avendo con Fabrizio Basciano, compositore e operatore culturale. Fabrizio risiede a Lamezia, mai suoi interessi e la sua ricerca non sono mai stati confinati in un ambito puramente locali. La sua dedizione verso la musica è profonda, verso la musica nel suo senso più ampio e profondo, verso quella che qualcuno definirebbe “la musica che viene dai secoli”.

Senza Disciplina non potrai veramente andare oltre “il muro del suono”.
Senza Disciplina non potrai restare in piedi quando cominceranno a piovere sassi.
Senza Disciplina, mollerai la presa, quando le cose si faranno difficili.
Senza Disciplina avrai sempre mille scuse per rimandare. Ci sarà sempre qualcos’altro da fare.
Con la Disciplina ci sarai anche sotto la pioggia. Ci sarai anche quando non avrai voglia di esserci.
Ci sarai come Wolfang Amadeus Mozart che ogni santa mattina si metteva sul suo tavolo a comporre.
Ogni giornio batterai un martello di ferro sulla tua campana.
E’ la Disciplina che ti sorregge anche quando la voglia è scarsa, anche quando lo stadio è vuoto, anche quanto c’è solo una fredda e grigia palestra ad ospitare il tuo canto.

E tu sei lì, in quella fredda e umida palestra, con la voce che senti stonata, e il silenzio intorno a te. Eppure canti lo stesso la tua canzone. Eppure fai uscire lo stesso la tua voce. Eppure dai sfogo lo stesso alla tua passione.
Finché cuore e mente saranno la stessa cosa, insieme al ventre e ai muscoli.

Ciò che Fabrizio racconta, in questa carrellata di grandi uomini, è il potere della perserveranza. E’ la forza di quella voce che dice:
“Continua, continua, continua”.
Continua,, oltre la voglia di resa, oltre l’attrazione del divano, oltre il senso di minorità.
Gli eroi una volta erano pulcini bagnati, e poi, solamente poi.. eroi.
Il legno viene scolpito ogni giorno. Le mode passano, mentre il sudore, quando è tanto, arriva a confinare con l’amore.
Vi lascio al dialogo con Fabrizio Basciano.
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-Fabrizio, iniziamo questo viaggio nel mondo della Disciplina:
Il percorso che voglio proporre per quello che è il tema della disciplina parte da una giornata tipo di quello che è stato uno tra i più grandi compositori della musica di ogni tempo, Wolfgang Amadeus Mozart. Sono voluto partire proprio da qui per un semplice motivo. Perchè il talento è una cosa, lo studio è un’altra. Ora tutti noi sappiamo che Wolfgang Amadeus Mozart è probabilmente il musicista in assoluto più rappresentativo per quel che concerne la tematica del talento. E’ stato il più stupefacente bambino prodigio, l’enfant prodige, il wunderkind. E’ quello che a 4 anni, ancor prima di imparare a scrivere il proprio nome, inizia a comporre stendendo su partitura i primi brani. E’ quello che prende in mano il violino e, senza mai avere ricevuto alcun insegnamento – e tutti quanti noi sappiamo quanto difficile sia suonare il violino, anche dopo anni -, comincia a suonarlo. Stiamo parlando di un talento, quindi, non esagerato, ma più che esagerato. Portatore di una “grazia”, di un dono che forse nessun altro musicista ha avuto mai la fortuna di ricevere. Nonostante ciò è molto interessante il fatto che Wolfgang Amadeus Mozart conducesse una vita completamente devota a quella che era la disciplina musicale, lo studio fermo e determinato della musica quale strumento di una disciplina interiore. Lo strumento musicale, la composizione e l’esercizio quali strumenti di una disciplina dello spirito. Perciò ora riporterò il passo di un libro grazie al quale prendere conoscenza di quella che era la giornata tipo di Wolfang Amadeus Mozaart.
“Nei primi anni viennesi, Mozart si alzava quasi sempre alle 6 in punto, si sedeva al suo tavolo alle 7 e componeva fino alle 9 o alle 10, quando cominciava il giro degli allievi a cui dava lezione fino all’una. “Poi mangio”, scrive alla sorella, “a meno che non sia invitato da qualche parte, si mangia alle due o anche alle tre. Prima delle cinque o delle sei di sera, non posso lavorare. Tornato nella sua stanza dopo diverse ore di visite in società” (doveva andare a procacciarsi i committenti, coloro che gli pagavano le opere che lui andava a scrivere) “componeva ancora per un’ora o due. “Spesso resto a scrivere fino all’una e alle 6 sono di nuovo in piedi”.
Dormiva cinque o sei ore, anche se avrebbe prefeito dormirne sette. Pur con qualche variante questa era la routine della “vita quotidiana di Mozart”, così come la descrisse nelle “lettere alla famiglia”. A partire dal 1784 diede lezioni soltanto nel pomeriggio, così da tenersi libero il mattino per comporre. A volte, era così preso dallo scrivere, che non si vestiva nemmeno, né si faceva sistemare i capelli. Altre volte poteva comporre solo la será: “ogni minuto è prezioso”, scrisse una volta. “Sono sempre così occupato, che spesso non so più dove ho la testa”.. disse in un’altra occasione, riprendendo un’espressione tipica di sua madre. La moglie riteneva che si sarebbe ammazzato a furia di comporre tanto e ricordò come, spesso, restasse in piedi a comporre fino alle due e si svegliasse alle quattro”.
Tutto questo ci fa capire come il musicista più talentuoso di ogni tempo avesse come primo obiettivo quello dello studio senza sosta. Senza lo studio Mozart non sarebbe stato Mozart. Senza lo studio le sue musiche non sarebbero giunte alle nostre orecchie come allora suonavano nelle corti dei principi, dei vescovi, degli arciduchi, ecc. Lo studio rese grande questo musicista. Lo studio gli consentì di incontrare un suo grandi predecessore come J.S.Bach e coglierne inmediatamente tutta la grandezza, nonostante al tempo di Mozart Bach fosse stato pressoché dimenticato (verrà recuperato e restituito alla storia solo successivamente da F.Mendelssohn, ma ben dopo la norte dello stesso Mozart). Lo studio e solo quello gli permise di avere a che fare con un grande maestro vivente, a suo tempo, come Joseph Haydn, che fu il grande maestro di Mozart e al quale lui dedicò sei dei suoi più riusciti quartetti per archi. Senza lo studio Mozart avrebbe, come si suol dire, dissipato quel grandissimo talento naturale, e noi non avremmo assolutamente potuto godere della magnifica musica che poi ci ha lasciato in eredità. Ed è fondamentale sapere che musicisti come lui e come Johann Sebastian Bach avessero come prima regola, regola aurea, la totale dedizione verso lo studio della disciplina musicale, scienza delle armonie numérico sonore.
Qualcuno un giorno ha scritto che non tutti i musicisti credono in Dio, ma tutti credono altresì in J.S.Bach. Altro personaggio immortale della musica di ogni tempo e luogo, Johann Sebastian Bach nutrì è uno degli esempi massimi di disciplina in ambito musicale. La disciplina di Bach si può spiegare con un fatto molto semplice. Nella sua non troppo lunga vita – morì intorno ai 65 anni, tempo nel quale riuscì comunque a mettere al mondo 20 figli – scrisse un numero enorme di composizioni. Parliamo di più di mille composizioni (oggi se ne contano 1.128), alcune delle quali, come “La passione secondo Matteo” e le varie altre passioni, sono composizioni della durata di svariate ore ciascuna. Bach era il compositore del duomo di Lipsia e ogni settimana doveva preparare una serie di composizioni sacre per le funzioni religiose. Questo vuol dire che Bach doveva, ogni giorno, mettersi alla scrivania e comporre, comporre, comporre. Era un modo di fare spesso molto diverso da quello del compositore odierno, perché c’era quella sfera dell’artigianato che ricollega la figura del compositore a quella del fabbro. Altro dato molto interessante è che J.S. Bach studiava come un pazzo servendosi dello strumento della trascrizione, attività questa né collaterale né occasionale nella vita del compositore tedesco. Lui trascriveva i grandi della musica, soprattutto gli italiani (principalmente Vivaldi), e questo perché al tempo la grande musica era tutta italiana. Dunque prendeva le composizioni di Vivaldi, come di Corelli e di tutti gli altri grandi italiani del tempo, per trascriverle continuamente, fino all’ossessione. Trascrivendo tutti i grandi italiani, imparava sempre più l’arte della composizione finché, in età avanzata, dopo aver trascritto tutti i più grandi, si ritrovò a trascrivere se stesso e le proprie opere.
- Che risponderesti a chi dice che un musicista (ma la contestazione è estendibile ad ogni campo) dovrebbe comporre solo quando ha l’ispirazione?
Dipende dai tuoi obiettivi. Se il tuo obiettivo è quello di lasciare la musica e la tua produzione ad una dimensione hobbystica – indipendentemente dal voler fare i soldi o meno, cosa che non c’entra nulla -, allora affidarsi alla sola ispirazione può anche andaré bene. Se tu, invece, vuoi essere un professionista e dunque avere completa padronanza sulla tua arte, allora devi essere anche un grandissimo artigiano che si applica costantemente e che non dipende dalla casualità dell’ispirazione (che va e viene come vuole ed è dunque incontrollabile).  Ricordiamo che – come ci dimostrano Mozart, Bach, Beethoven, fino ai grandissimi contemporanei – dietro un grandissimo artista c’è sempre un grande artigiano. Il grande artigiano non ha solo l’ispirazione come strumento. Perché, ripeto, l’ispirazione va e viene come vuole, tu non la puoi comandare. L’ispirazione è una questione di canali e i canali si aprono quando vogliono. Se tu non vuoi essere completamente dipendente dall’ispirazione devi, ancor prima che pensare di diventare un grande artista, puntare a divenire un buon artigiano, qualsiasi sia l’arte che stai coltivando.
Adesso porterò l’esempio di Franco Battiato, un musicista contemporaneo che, nei primi anni novanta, in un’intervista con Franco Pulcini, parlava di quella che era la giornata tipo che avrebbe desiderato potesse ripetersi nel suo futuro.
“Nell’ultimo periodo, una giornata che vorrei si ripetesse nel futuro è questa, e rappresenta un ideale che ho in qualche modo raggiunto. Al mattino passo ore di studio al pianoforte, una specie di rivisitazione dei classici che per me è una disciplina e un metodo molto vicino alla meditazione. Posso suonare solo poche cose. Per esempio certe sonate di Beethoven. Lo studio è fatto di omogeneità nel tocco. Non sono certo all’altezza delle perfezione, ma mi sforzo di suonare con musicalità. Poi c’è il lavoro manuale. Dorare le tele o le tavole dei miei quadri. Seguono le letture della vecchia scuola sufi, come piacere personale e come possibilità di tradurre questi testi per “L’ottava”, la mia piccola casa editrice. Quasi tutta la giornata è dedicata alla musica e allo spirito. Passato l’ìmbrunire, mi metto davanti alla televisione e mi abbrutisco la sera con qualche film o telefilm.”

Questa era la giornata tipo di Franco Battiano nei primi anni ’90. Oggi la giornata tipo di Franco Battiato, molto simile a quella che descrisse ormai quasi 25 anni fa, è fatta più o meno così: la sua sveglia è tra le 5 e le 6 del mattino. Subito dopo essersi lavato ma prima di andare a fare colazione, Battiato lava il corpo interiore con la meditazione del mattino. Una meditazione di circa mezz’ora al termine della quale passa alla colazione. Il passaggio appena letto è importante, in quanto la meditazione viene sempre prima della colazione. Dopodiché inizia lo studio. Può essere lo studio del pianoforte come quello di una partitura, il lavoro su una tela o anche su un nuovo progetto. Che sia l’una o l’altra cosa, il nostro si dedica allo studio per tutta la giornata. Alla sera, all’imbrunire, parte un’altra meditazione. Quindi due meditazioni al giorno: una all’alba, la seconda all’imbrunire.
Sempre restando su Battiato, è molto interessante il suo approccio con la pittura. In campo pittorico lui partì dalla totale mancanza di estro, di talento, Per fare un esempio, se voleva disegnare un uccellino quello che realizzava, a sua detta, aveva le sembianze di tutt’altro. Di fronte a quello che il compositore catanese considerava per se stesso un vero e proprio hándicap, non ebbe soluzione migliore che imporsi una disciplina finalizzata ad un obiettivo: arrivare a dipingere qualsiasi cosa. Per due anni non fece altro che provarci ogni giorno, pasando attraverso continui fallimenti e dunque atroci sofferenze e scoraggiamenti. Dopo due anni vi fu quello che lui definì un vero e proprio “orgasmo cosmisco”, quando con un solo gesto riuscì a dipingere un sufí danzante. Quello fu il momento in cui, dopo due anni di tenacia, determinazione e pazienza finalmente si vide giunto alla realizzazione di un sogno. Questo stesso concetto può essere traslato e applicato, in ámbito musicale, a tutti coloro i quali sanno di essere stonati. La stonatura, come ogni deficit, può essere sempre corretta. Chiunque può intonarsi, bastano un pò di dedizione, tanta passione e certamente molta pazienza.
Dopo Battiato vorrei passare a Tulku Urgyen. Morto nel febbraio del 1996, Tulku Urgyen Rinpoche fu un lama tibetano tra i più grandi. Nel suo libro “Dipinti di arcobleno” – che è un libro essenziale per capire la filosofia e la pratica tibetana – emerge lampante il ruolo decisivo della disciplina interiore. Disciplina interiore intesa come ripetizione quotidiana di gesti che  assurgono a elementi ritualizzanti. Molto interessante il passaggio di questo libro nel quale l’autore parla della distrazione. Ora riporterò, saltellando qua e là, alcuni passi:
“La capacità di riconoscere che l’essenza della mente è vuota, si chiama chiarezza. Vacuità e chiarezza sono indivisibili. Non si tratta più di una idea intellettuale di vacuità. Diventa parte della nostra esperienza. Chiamiamo questo allenamento meditazione. Non si tratta di un modo di meditare nel senso comune del termine. Non si tratta di sviluppare l’essenza della mente, cercando di mantenere uno stato vuoto creato artificialmente. Perché? Perché l’essenza della mente è già vuota. Allo stesso modo non è necessario far sì che questa essenza vuota diventi chiarezza. E’ già chiarezza. Il punto cruciale è non distrarsi, nemmeno per un istante. Quando arriva il riconoscimento, il punto chiave della pratica è la non meditazione senza distrazione. Distrazione significa che quando l’attenzione oscilla e si perde, pensieri ed emozioni cominciano a formarsi. “Voglio fare questo e quello”, “mi chiedo cosa potrò dire a questa persona”. La distrazione è il risultato di tutti questi pensieri, quando il risultato della consapevolezza non dualistica si perde. L’allenamento consiste semplicemente nel ristabilire il riconoscimento. Se c’è il riconoscimento non c’è altro da fare. Lasciare che l’essenza della mente semplicemente sia. In questo modo gli strati di nubi si dissolvono gradualmente. (…) La realizzazione totale si raggiunge ripetendo molte volte brevi momenti del riconoscimento. Quando il riconoscimento si estende senza interruzione per tutta la giornata, quando questo dura ininterrottamente giorno e notte, abbiamo realizzato lo stato di Buddha.”
- Mi piace il tuo descrivere mondi diversissimi, uniti dall’architrave della Disciplina.
La cosa importante è parlare di disciplina in vari ambiti. Da quello musicale a quello pittorico, da quello meditativo a quello imprenditoriale.
Adesso però desidero ritornare in ambito musicale e parlare di Arvo Part. Compositore estone trasferitosi in Germania, a Berlino, negli anni ’60, lui, come tutti i compositori della musica cosiddetta d’arte, accademica (altrimenti detta classica contemporánea), si diploma in composizione in conservatorio e inizia poi a scrivere attraversando quelli che sono gli ambienti delle cosiddette neoavanguardie. Le neoavanguardie sono movimenti musicali che prendono corpo nella seconda metà del novecento e che utilizzano tecniche che si rifanno a quella che è la dodecafonia shoenberghiana dei primi del Novecento, con l’intento di svilupparla nella realizzazioni di nuovi esiti compositivi. Inizialmente Arvo Part milita in queste correnti e le sue opere si inseriscono perfettamente nei canoni stilistici di quell’epoca e di quell’ambiente musicale. Poi però succede qualcosa, a propósito della qual cosa leggerò adesso un passo tratto dal libro intervista Arvo Part allo specchio, dialogo tra il compositore estone e il musicologo italiano Enzo Restagno. Qui parla Enzo Restagno:
“Fino al 1968 lei ha scritto seguendo il metodo dodecafonico, magari applicandolo in maniera non troppo rigorososa, dimostrando in ogni componimento il disagio tipico di quelli che ancora non hanno trovato una soluzione veramente personale ai propri problemi… A questo periodo travagliato seguì un lungo periodo di silenzio, dal quale sarebbe scaturita finalmente una prospettiva veramente personale. Mi rendo conto di quanto sia difficile e delicato ricostruire il cammino percorso durante quelle stagioni silenzione. Ma per la mia indagine, soprattutto per tutti coloro che leggeranno queste pagine, si tratterà di una occasione preziosa”.
A.P.: “Mi ero convinto che con quei mezzi non avrei potuto proseguire. Per me non c’era materiale a sufficienza. Così smisi praticamente di scrivere musica”.
Nel 1968 Part smette di comporre per un periodo complessivo di 8 lunghissimi anni. Per qualsiasi compositore il silenzo totale, non scrivere più nulla per otto anni, non assistere più all’esecuzione di nessuna nuova composizione propria, è un’azione che richiede un coraggio e una determinazione pazzesche. E’ qualcossa che, se da una parte manifesta un grandissimo disagio interiore, dall’altro vede la persona che lo vive nell’intento di volerlo necessariamente affrontare. Riprendendo con le parole di Arvo Part:
“volevo prendere contatto con qualcosa di vivo, di semplice e non distruttivo. Quando lavoravo alla radio maneggiavo strumenti sofisticati ed efficienti come altoparlanti e magnetofoni. Ma improvvisamente sentii la sensazione di dovermi allontanare da quel lusso, perchè percepii che mi avrebbe ingabbiato e costretto a procedere in un’altra direzione. In seguito, quando ho dovuto lavorare con degli apparecchi, ho scelto i più semplici. (…) Non mi importava niente delle frequenze alte o basse, della riduzione del rumore, volevo soltanto una linea musicale che fosse portatrice di un’anima, come quella che esisteva nei canti di epoche lontane, come ancora oggi nel folklore. Una monodia assoluta, una nuda voce dove tutto ha origine. Volevo imparare come si fa a condurre quella linea, ma non avevo nessuna idea in proposito. Avevo a disposizione soltanto un libro di canti gregoriani, un liber usualis, provenienti da una piccola chiesa di Tallin. E mi sono messo a cantare e a suonare quelle melodie con lo stesso spirito con cui ci si sottopone ad una trasfusione di sangue. Era un lavoro terribilmente faticoso, perché non si trattava di un semplice passaggio di informazioni. Dovevo capire a fondo come era nata quella musica, come erano le persone che l’avevano cantata, cosa avevano provato nella vita, come l’avevano scritta e come quella musica si era tramandata nei secoli.”
- Fabrizio questo è veramente uno dei punti più alti di tutta la tua descrizione. E’ straordinario, è bellissimo.
Non dimentichiamo come il silenzio di questo autore è durato otto anni. Per otto anni non ha fatto altro che questo. Non ha fatto altro che suonare meleodie gregoriane al pianoforte, con l’obiettivo di azzerare tutto e ripartire con un nuovo udito, un nuovo orecchio.
Continuo con la sua descrizione :
“.. quella musica si era tramandata nei secoli, diventando la sorgente dalla quale deriva la nostra. In qualche modo sono riuscito a stabilire un contatto con quella realtà musicale, che però non ho mai usato come citazione, fatta eccezione per un’opera di qualche anno fa, che ho scritto per il duomo di Bologna. In quella musica le note che si susseguono formano veramente un discorso, … in formazioni concrete, qualcosa di simile al canto degli uccelli. Noi non lo comprendiamo, ma loro si capiscono. (…) Dovevo continuare a scrivere solo musica melodica? E che cosa sarebbe successo con una seconda e una terza voce? Che ne sarebbe stato dell’armonia e della polifonia? Dove avrebbe potuto nascere una seconda voce? Assediato da questi dubbi mi misi a riflettere sugli albori della polifonia e compresi che essa è qualcosa di molto più complesso e profondo di quanto le rigide regole facciano supporre.”
Qui interviene la moglie di Arvo Part, Nora Part e dice:
“quello che lui voleva fare era sviluppare un nuovo orecchio, così ha rinunciato ad ascoltare qualsiasi altro tipo di musica. Voleva scoprire dentro di sé quella misteriosa sorgente, e lasciarne sgorgare liberamente i suoni. Per questo cercò di rintracciare quel tipo di informazioni che avrebbero potuto aiutarlo in questo compito. Si impegnò nella lettura dei salmi e, immediatamente dopo averne letto uno, provava a scrivere una liena melodica senza cesure, senza controllo, quasi come se fosse un cieco. In modo da trasformare direttamente in musica le impressioni suscitate dal testo. Arvo voleva sviluppare la sua spontaneità, e non solo con quegli esperimenti con i salmi. Riccordo che fissava gli stormi di uccelli in volo, li disegnava sui suoi quaderni, e poi ci scriveva accanto una melodia. Altrevolte si serviva delle fotografie delle montagne come ispirazione per trovare delle frasi musicali. Sentiva che negli anni precedenti l’osservanza di regole fredde e morte aveva spento in lui quegli impulsi più liberamente creativi che cercava di recuperare. E’ interessante notare che più tardi tornò a darsi delle regole, ma di tutt’altra qualità”.
Negli anni in cui questo straordinario compositore osservò “la regola del silenzio”, in quegli anni in cui non compose nulla, in cui non fece alcuna uscita musicale, lui e la moglie soffrirono di condizioni economiche terribili. E questo sottolinea ancora di più il coraggio e la forza di Arvo Part nell’affrontare se stesso, i suoi dubbi, nel riuscire a contenerli, a comprenderli.
Andando oltre, passerei ora a Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry . In questo piccolo e meraviglioso libricino, si celano – dentro tutti i vari racconti – delle verità di ordine esoterico. Probabilmente l’autore era un esoterista, ed è molto interessante il fatto che in questo volumetto egli riesca a veicolare grandi verità d’ordine esoterico dietro a metafore costruite con maestria micidiale. Nello specifico  voglio parlare del capitoletto dei Baobab. Faccio prima qualche accenno al suo senso, in modo tale che durante la lettura si possano associare le immagini descritte da Exupery alla verità esoterica che si cela dietro di esse. L’autore con i baobab intende riferirsi ai pensieri, e questo capitoletto è un chiaro invito cheIl Piccolo Principe fa alla disciplina della meditazione. Si può decodificare questo messaggio in quella parte del capitolo in questione nella quale il protagonista  dice che ogni mattina, súbito dopo essersi lavati, occorre fare pulizia, quindi estirpare questi baobab negativi, ovvero estirpare questi pensieri negativi:
“I baobab prima di diventare grandi cominciano con l’essere piccoli”.
“Esatto”.
“Ma perché vuoi che le tue pecore mangino i piccoli baobab?”.
“Beh, si capisce”, gli rispose come se si trattasse di una cosa evidente. “Infatti sul pianeta del piccolo principe ci sono, come su tutti i pianeti, l’erbe buone e quelle cattive. Di conseguenza, dei buoni semi di erbe buone e dei cattivi semi di erbe cattive. Ma i semi sono invisibili. Dormono nel segreto della terra. Fino a che all’uno o all’altro piglia la fantasia di risvegliarsi. Se si tratta di un ramoscello di ravanello o di rosaio, si può lasciarlo spuntare come vuole, ma se si tratta di una pianta cattiva, bisogna strapparla subito appena si è riconosciuta. C’erano dei terribili semi su quel pianeta del piccolo principe. Erano i semi dei baobab. Il suolo ne era infestato. Ora, un baobab, se si arriva troppo tardi, non si riesce più a sbarazzarsene. Ingombra tutto il pianeta, lo oltrepassa con le sue radici, e se il pianeta è troppo piccolo e i baobab troppo numerosi, lo fanno scoppiare (…) “E’ una questione di disciplina”, mi diceva il piccolo principe. “Quando si è finito di lavarsi al mattino, bisogna fare con cura la pulizia del pianeta. Bisogna costringersi a strappare i baobab appena li si distingue dai rosai, ai quali assomigliano molto quando sono piccoli. E’ un lavoro molto noioso, ma facile”
E’ molto interesante, oltre ai contenuti che l’autore del romanzo tradotto in 250 lingue riesce a metaforizzare grazie a immagini accessibili a chiunque, notare come il piccolo principe, analogamente a tutti coloro i quali facciano della meditazione una pratica e un rituale quotidiani, indichi chiaramente di praticarla appena dopo il lavaggio del proprio corpo esterno.
Giunti alla conclusione del nostro percorso nel tema della disciplina quale strumento di miglioramento di sé, voglio ora andare a scomodare addirittura Walt Disney, facendo emergeré come quello della disciplina è argomento riscontrabile in qualsiasi ámbito dell’esistenza Personaggio discusso per tante ragioni, è per noi partcolarmente interesante  per quel particolare momento della sua vita nel quale decise di elaborare il progetto del primo parco giochi Disneyland al mondo. Per realizzare il suo progetto non bastavano certamente le idee, ma occorrevano ingenti finanziamenti, per ottenere i quali ques’uomo iniziò a proporre il suo progetto a diversi potenziali finanziatori. Ebbene, i risultati iniziali furono scarsi per non dire totalmente deludenti, e Disney andò collezionando un numero enorme di rifiuti. Prima di giungere al tanto sperato si, il creatore di Topolino si sentí ripetere la parola no per ben 1.008 volte, dunque da 1.008 soggetti diversi. Sappiamo benissimo che la maggioranza degli altri esseri uomani si sarebbe scoraggiata molto prima del millesimo tentativo ed avrebbe iniziato a pensare che doveva esserci qualcosa di sbagliato nel progetto. Ebbene, questa è la stessa cosa che pensó Walt Diseny, con la sola differenza però che decise innanzitutto di insistere e, in secondo luogo, di utilizzare ogni rifiuto quale risorsa utile a  migliorare il progetto stesso, facendosi indicare dal finanziatore di turno per quali motivi, per quali ragioni non era a suo dire sostenibile. Migliorando gradualmente il progetto riuscì infine a realizzare il suo sogno. Prendere esempio da Disney, Mozart, Bach, Battiato, Part, e da tutti quei personaggi che hanno dato e danno prova di tenacia, perseveranza e disciplina, è quanto di meglio si possa fare qui, oggi.
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Opere di Pierdonato Zito, detenuto a Voghera

by on apr.14, 2014, under Bellezza, Simbolo

Pierdonato Zito è detenuto, ormai da molti anni, nel carcere di Voghera.

Nel tempo ha fatto un percorso esistenziale radicale, che lo ha portato sempre di più nelle profondità di se stesso.

Una disciplina continua, un lavoro di intaglio sull’anima, una rinuncia a ogni fronzolo, per radicarsi nell’essenzialità.

Ha acquisito uno stile “classico” nello scrivere, nel senso dei “classici” latini e greci, e una cura di ogni parola, dove l’incedere ha un equilibrio e nessuna frase sembra superflua. Ed emana, nel suo modo di scrivere, una umanità che non cerca palcoscenici, ma la voglia di dare ed amare.

Certo, a suo tempo commise reati. Ma l’uomo che cade, e si rialza, lavorando su se stesso per lunghi dolorosi anni, può arrivare a diventare un uomo capace di tramettere molto di più, alle volte, di tanti “immacolati”, che non sono mai caduti, ma non hanno neanche, mai, esplorato le profondità di loro stessi.

Pierdonato è anche un bravissimo pittore, e negli anni della sua carcerazione ha dipinto tantissimo. Queste sono alcune delle sue ultime opere.

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Sursum Corda

by on apr.03, 2014, under Bellezza, Poesia

Voglio possederti fino al midollo dello Spirito.

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TU CHE SEI MEMORIA

by on apr.03, 2014, under Bellezza, Simbolo

Mi lascerai i ricordi dei diamanti,

mi lascerai il ricordo delle stelle,

Tu che sei Memoria,

mi lascerai il rumore delle scimmie,

mi lascerai la rabbia appesa alla lancia,

Tu che sei Memoria,

Mi lascerai i venti che vengono dal mare,

le bambole fatte a mano,

i pasti consumati da soli,

Tu che sei memoria.

Mi lascerai le stesse lacrime di ghiaccio

su statue scolpite nella roccia

e presero lo sfregio di un sorriso,

col vento sulla bocca,

Tu che sei memoria.

Mi lascerai il trucco delle carte,

la tana sugli alberi,

i libri messi in fila

e quel movimento strano che sapeva muoverli appena,

per nascondere tra la polvere e cartone lettere

per i viaggi futuri.

Mi lascerai

La valigia di cartone,

ma con una mela dentro,

la foto che trasuda il tuo sogno,

tu che, illudi tutte le mie dita

tu che porti tutte le mappe

tu che c’eri ancora prima del silenzio,

Tu che sei Memoria

Mi lascerai i simboli sugli alberi

le parole che davano il coraggio,

le radici che portavano al sole,

le rughe che finiscono in un bacio.

Tu che sei memoria.

Mi lascerai,

tutte le mie maschere

le corde dell’impiccato,

la lima che sega le sbarre,

l’attesa che precede il mattino.

Mi lascerai,

onde radio su vecchi apparecchi.

Parte ogni notte la caccia ai fantasmi,

pieno il bicchiere, salva la vita,

piena la vita, libero il sangue,

pieno il sangue, viva il tuo Nome.

I conti non tornavano mai,

le strade non finiranno mai,

Tu che sei Memoria.

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Incontro con Carmine Lupia- lo “scopritore delle Valli Cupe”

by on apr.03, 2014, under Bellezza

Spesso gli innovatori si riconoscono dalla loro umiltà. Non credono, in fin dei conti, di avere fatto nulla di straordinario. Hanno seguito delle idee, delle intuizioni, delle visioni. Hanno realizzato qualcosa, destando nel loro ambiente la consapevolezza di un valore in gioco. E continuano ad esplorare altre direzioni. Sempre con quella sensazione di non potere fare altrimenti, con quella concretezza che ha la forza dei fatti.

Carmine Lupia è una persona di questo tipo. Nessun autocompiacimento, grande umiltà, estrema concretezza. Amore delle natura e delle piante fin da piccolo, viaggi in tutto il mondo, libri scritti, la grande “intuizione” delle Valli Cupe. E poi..  la volontà di creare un mercato contadino e di portare avanti, in qualche modo, una battaglia per coltivazioni, vedi il grano, che, a differenza di quanto credono i più, non si basano in gran parte su sementi appartenenti alle popolazioni, ma a grosse multinazionali.

Avevo già conosciuto, casualmente Carmine, più di un anno fa. L’occasione per rincontrarlo me la diede la mia volontà di sapere qualcosa in più su le Valli Cupe, di cui spesso avevo sentito parlare, ma non avevo mai visto di persone.

L’ara Valli Cupe è tutta intorno a Sersale, a circa 45 km da Catanzaro, nella Presila orientale. Quest’area è limitrofa al fiume Crochio e e al fiume Simeri, ed interessa anche i comuni di Zagarise, Cerva, Magisano, Petronà. Cupe fa spesso venire alla mente riferimenti alla “cupezza” o “oscurità”, ma l’origine del termine deriva dalla parola francese “coupé” che signfica “tagliato”. Valli “tagliate”, in un certo senso, intagliate, scavate.L’area Valli Cupe è un vero e proprio sistema ambientale che comprende 101 cascate e sette grandi Canyon; di cui il principale, chiamato Canyon delle Valli cupe è considerato il più grande Canyon d’Europa, con pareti di roccia alte fino a 130 metri, che cadono a picco formando profonde gole. Questo Canyon ha dato il nome all’intera area che si chiama, appunto, Valli Cupe. In quest’area sono presenti anche alberi secolari, piante antichissime come la Woodwardia radicans (o Felce bulbifera), un vero fossile vivente,  di cui si sono trovate tracce risalenti a circa 350 milioni di anni fa. Anche a livello di fauna sono presenti specie rarissime come la salamandrina dagli occhiali, il nibbo, il gufo reale e comune, il gheppio, il corvo imperiale, l’avvoltoio egiziano. Nell’area Valli Cupe non mancano numerosi sono i monoliti; come la Pietra del Ruvazzo (nome dialettale del pettirosso), che reca importanti testimonianze della storia umana e presenta infatti alcune incisioni risalenti al 1600, legate alla storia del brigantaggio e numerosi riferimenti a una ricca memoria orale.

Il giorno in cui sono andato a Sersale, prima di incontrare Carmine, due ragazzi della cooperativa “Segreti Mediterranei” -la cooperativa fondata da Carmine Lupia, ma che da alcuni anni ha lasciato per continuare la sua azione su altri livelli- mi accompagnano in una escursione in uno dei tanti siti delle Valli Cupe, quello della Cascata Campanaro. La  cooperativa Segreti Mediterranei organizza visite guidate, escursioni a cavallo, visite in gip perché non vuole o non è in grado di percorrere sentieri a piedi, corsi sulle piante, attività di educazione ambientale. Quella mattina, mentre percorriamo il percorso che porta alla Cascata Campanaro, uno dei miei accompagnatori, Rossella.. racconta.. C’è tutto un meraviglioso mondo che emerge dalle sue parole, un mondo di racconti, simboli, storia. Voglio riportare solo qualche frammento del suo… racconto.

“… il fiume Crocchio si chiamava prima fiume Aroca, e il nome era legato alla leggenda della ninfa Roca. C’era questa ninfa bellissima, che amava la natura. Un giorno, facendo una passeggiata nella nostra zona, incontra un pastore. Questo pastore resta accecato dalla bellezza di Roca, ma Roca lo respinge perché lei preferiva l’amore verso la natura all’amore verso le persone. Il pastore non ingoia il fatto di essere stato respinto e la violenta. Così lei incomincia a piangere, e il sole dispiaciuto decide di trasformare questa Aroca in un fiume, così nasce questo fiume che si chiamerà fiume Aroca. Poi col passare del tempo si chiamerà Crocchio, perché si dice che le sfumature di queste acque hanno i colori dei crocchi.. che sono dei tipi di fiori da cui poi si ottiene lo zafferano. Questo fiume un tempo era navigabile. Infatti all’epoca dei greci e dei romani veniva utilizzato per trasportare i nostri pini.. Sul fiume Crocchio, a un certo punto, è stata costruita la “Balconata Roca”, una balconata che si affaccia su una pozza che si chiama “Pozza del Diavolo”. Questa pozza è profonda quasi cinque o sei metri, e si chiama così perché si credeva che le acque fossero così profonde da riuscire  a spegnere le fiamme degli inferi(…)

Una delle cascate è la Cascata dell’inferno. E’ alta circa 29 metri, e per vedere la gola interna bisogna andarci per forza a nuoto. Si vede la cascata, ma non si vede l’interno della gola, quindi l’unico modo per vederla è andarci a nuoto. Si chiama dell’ìnferno perché c’è una leggenda che narra che era impossibile fare il bagno in questa cascata, in quanto questa pozza era ad imbuto, con un vortice, un mulinello, che risucchiava tutto dentro. Quindi chi osava fare il bagno qui di conseguenza –secondo la leggenda- precipitava direttamente all’inferno. Si dice che avevano tentato in più modi di misurare la profondità di questa pozza. Avevano tentato con le corde usate per trainare i buoi. Erano state utilizzate nove corde, ciascuna delle quali è lunga tredici metri. Avevano mandato in giù queste corde, ma non si riusciva a toccare il fondo.. quindi si credeva..  che arrivasse davvero all’inferno. Del resto.. una corda non può che risalire su se la immergi in acqua. Ma a quei tempi credettero, o volevano credere, che effettivamente fosse impossibile misurarne la profondità. Invece quando effettivamente venne misurata, si scoprì che era profonda solo cinque metri(…)

Nei pressi della cascata dell’inferno c’è l’unico bosco di platano orientale che si trova da noi. Questo platano in dialetto lo chiamiamo surdaruolo in quanto c’è una credenza che c’è anche in Oriente a Creta, dove si dice che chi osa riposare troppo sotto quest’albero perde l’udito. Questa credenza, in pratica, giunse fino a noi. In Italia solo qui è presente un bosco di questo genere. Probabilmente, non solo in Italia, ma anche in tutta la zona Mediterranea, questo è l’unico posto dove può trovarsi un bosco del genere(…)I

n alcune cascate, come quella Camapanaro, c’è la presenza dell’alga rossa. Quest’alga rossa un tempo veniva utilizzata anche come colorante per le fibre tessili, da quest’alga si tingevano i tessuti di rosso. La presenza di questa alga è possibile solo in ambienti di totale purezza naturale, di totale mancanza di contaminazione ambientale. E’ una sorta di “garanzia” di assoluta incontaminatezza ambientale… “

In tarda mattina incontro Carmine e comincio a fargli qualche domanda.

-Parlami del tuo percorso Carmine..

Mi chiamo Carmine Lupia, ho 37 anni. Sono agronomo, che non è quello che si occupa degli agrumi, ma quello che si occupa di agronomia. Mi sono laureato in scienze agrarie all’università cattolica Gemelli, sede di Piacenza. Successivamente ho fatto studi di approfondimento in botanica in Francia e in Belgio, con l’università libera del Belgio. Successivamente, con altri gruppi di botanici, sono andato a studiare la flora in vari luoghi.. Pirenei, Australia.

-Questa passione per le piante l’hai sempre avuta?

Sì, sempre. Fin da quando, bambino, andavo a pascolare con le caprette. Mi sono occupato per tanti anni di botanica. A un certo punto ho smesso di occuparmi di botanica sistematica perché era noiosa, e ho cominciato ad occuparmi di etnobotanica; che riguarda il rapporto tra uomo e piante e da alcuni, anche di etnofauna. I miei studi sulle piante si sono incentrati in modo particolare sul territorio calabrese.

-So che hai scritto dei libri.

Sì. Il primo fu un libro di etnobotanica sulla Sila. Poi vi fu un libro sulle novità e rarità botaniche della Sila piccola. E poi scrissi libri di escursionismo, ambiente, valorizzazione agriturismi, sulla senti eristica, tra cui quelli delle Valli Cupe.

-Conosci molti sentieri in Calabria, deduco?

Sì..

-C’è la possibilità di percorrere in Calabria sentieri “ininterrotti”; tipo quello di Santiago?

Sì… non sono molto conosciuti, ma ci stanno. Tanto per dirtene una, alcuni anni fa, è venuto qui un ragazzo di Viterbo, laureato in scienze forestali, che è partito, a piedi, dalla Sila Piccola cosentina ed è arrivato a Serra San Bruno. Comunque le possibilità sono tante. Ci sarebbero anche dei sentieri spirituali molto belli.

-Come ti è venuta l’intuizione delle Valli Cupe?

In uno dei miei viaggi di ricerca mi trovavo in Australia, zona Nord Est, vicino alla città di Kens. Feci un’escursione in un bosco. Una delle attrattive di quella zona era una pozza di un fiume, dove, per farci il bagno, dovevi pagare 40 euro. Ci lavoravano un bel po’ di ragazzi intorno a questa cosa. E lì pensavo.. pensavo.. mi venivano in mente tutti i luoghi che conoscevo fin da bambino.. pozze.. fiumi.. cascate.. pensavo.. “Noi abbiamo dei posti bellissimi dalle nostre parti, anche molto più belli di questa pozza dove mi stanno facendo pagare 40 euro per far il bagno.. si potrebbe creare qualcosa anche da noi..”.

-Tu dicevi che li conoscevi già quei posti che sarebbero diventati le Valli Cupe.. ma da quanto ho capito erano posti ignoti ai più.

Sì, non li conosceva quasi nessuno. Io da piccolo mi arrampicavo ovunque, mi avventuravo ovunque. E così arrivavo spesso, in quei luoghi, quei luoghi che adesso vengono contraddistinti come area Valli Cupe, e vedevo la loro meraviglia. E poi io ho fatto la tesi in botanica qui. Dal secondo anno fino al quinto anno, nonostante fossi iscritto a Piacenza, ho fatto la tesi in botanica qui.

-Tu quindi hai “riscoperto” un mondo?

In un certo senso sì..Tornato in Italia dall’Australia, con un gruppo di ragazzi abbiamo deciso di “riscoprire” questi percorsi. Li abbiamo resi “percorribili”, abbiamo messo pietre e pontili di legno,  li abbiamo collegati, e abbiamo cominciato a farli conoscere.Tutto iniziò con il volontariato. E anche le istituzioni locali cominciarono, ad un certo punto, ad aiutarci. Uno per uno riscoprivamo tutto questo mondo dimenticato. Incominciammo col sentiero “Valli Cupe”. Poi il sentiero di Campanaro, poi quello delle Rupe, e così via.E, come ti dicevo, iniziò anche l’azione “comunicativa”. Poster e pubblicità per far venire la gente, contatti coi giornali. Ci sono state molte sinergie che hanno contribuito a fare emergere questo luogo alla ribalta nazionale e internazionale.

-Quand’è che tutto questo impegno di riscoperta è diventato “Valli Cupe” come totalità?

Nel 2003.. ma il lavoro con i primi sentieri era iniziato nel 2001. Con questi amici formammo una cooperativa di quattro persone. Ora di queste quattro persone, non c’è più nessuno, ma ci sono altri componenti, come Rossella con cui hai parlato. Io ho deciso di fare il passaggio politico, e sono stato presidente della Comunità Montana, e attualmente consigliere comunale con delega al turismo.

-Le Valli Cupe hanno ottenuto una grande notorietà nel corso degli anni..

Sì. Ci sono stati tanti riconoscimenti. L’area Valli Cupe è stato presentato ad un convegno nazionale del Fondo Ambiente Italiano. Abbiamo ricevuto il premio Ok Italia. Sono stati fatti articoli sul Sole Ventiquattrore, Il Mattino, Il tempo, Panorama, L’Espresso. Si sono occupati di questi luoghi anche le maggiori reti televisive internazioni; proprio alcuni mesi fa è arrivata qui per alcuni giorni una troupe della BBC che ha preparato un servizio che è andato in onda in mezzo mondo. Inoltre siamo presenti nelle maggiori guide di viaggio internazionali, come la Lonely Planet.

-Carmine, da dialoghi precedentemente fatti so quanto hai a cuore, più in generale, il tema, enorme ma misconosciuto, della tutela delle sementi rispetto alle manipolazioni e alle monopolizzazioni delle multinazionali. Mi accennasti anche al problema del grano.. al fatto che noi.. non saremmo più padroni del nostro grano…

Sì, si tratta di un problema gravissimo e di cui nessuno parla. Innanzitutto gran parte del grano che viene utilizzato in Italia noi lo importiamo dal Canada.Per quanto riguarda il grano coltivato in Italia, si crede che, almeno quello, sia grano “nostro” e che i contadini possano gestirlo liberamente.Ma non è vero.Il grano è in mano a due o tre grandi gruppi internazionali.Il grano che noi oggi mangiamo è sterile in prima generazione. Tu puoi comprare questo grano solo per mangiarlo e seminarlo una sola volta. Se tu lo semili, lo raccogli; se tenti di seminarlo un’altra volta è sterile.Il potere della riproduzione del grano ce l’hanno pochissime ditte, pochissime multinazionali, due o tre. Questo è un problema serio, perché in questo modo questi due padroni del grano possono fare morire la popolazione di fame in pochissimi anni.

-Quindi stai dicendo che gran parte del pane e della pasta che mangiamo deriva da grano prodotto con seme sterile.

Esattamente. La maggior parte del pane e della pasta che mangiamo deriva da questo grano qua. Una volta il contadino per fare un ettaro di grano, comprava un quintale, due quintali e mezzo di semente e li seminava l’anno successivo. Adesso tu ogni anno devi rivolgerti alle multinazionali, per avere le sementi.

-E riguardo il grano che viene dal Canada..

Ecco, non solo la stragrande maggioranza delle sementi di grano seminate in Italia sono sterili; ma la maggior parte del grano non è neanche seminata in Italia. Noi importiamo la maggior parte del grano dal Canada. E del resto, chi esporta questo grano, attua economie di scala che permettono di venderlo a 28-30 euro al quintale, un prezzo irrisorio.

-Quindi, innanzitutto la maggior parte del grano utilizzato in Italia, non è stato seminato in Italia, ma ci viene direttamente dal Canada. E, per quanto riguarda il grano seminato in Italia –ovvero una minoranza del grano utilizzato- esso è per la quasi totalità prodotto con sementi sterili, per cui il contadino, ogni anno, deve ritornare a comprare le sementi dalle multinazionali che le controllano.

Esattamente. Noi siamo uno Stato molto ricattabile. Chi controlla il grano, volendo, può decidere di affamare l’intera popolazione.

-Ma ho sentito di forme di grano riproducibili in Italia.

Sì ci sono le varietà. Le varietà che vennero create dai grandi genetisti italiani, nel periodo fascista. Il Senatore Cappelli, il Creso. Adesso si sta tentando di riprenderle.  A Lamezia ci sono si stanno impiantando delle coltivazioni di questo genere. Questo sta avvenendo anche nel crotonese e nel cosentino. Vicino a Sersale, a Zgarise cè un panificio che produce pane con una di queste varietà autoriproducibili. -Questa delle sementi sterili è una cosa enorme. Tutto questo sta succedendo in tutto il mondo, non solo per il grano, ma anche per il mais e il riso. I cereali più importanti per l’umanità. In questo modo puoi controllare la fame del mondo.

-E’ incredibile che di questa cosa nessuno ne parli.

Infatti, io a volte sono disilluso perché chi dovrebbe denunciare queste cose sta zitto. Vi è una scarsissima conoscenza di cose che invece dovrebbero sapere tutti. Lo sai che una volta la Calabria era terra di vino. La Calabria anticamente era una delle terre del vino. La regione con più vitigni in Italia. Noi abbiamo svenduto i nostri vitigni. Il Sangiovese e il Nero d’Avola sono vini di origine calabrese e nessuno lo sa. I nostri politici svendettero i vitigni li calabresi. Fecero proprio estirpare i vitigni dal territorio. Un’altra cosa di cui nessuno parla è l’olio di semi. L’olio di semi è un olio con una certa potenzialità cancerogena, per come è fatto, non per il seme. Si mettono dei solventi tipo carburanti, benzina, poi la benzina e poi dopo qualche giorno viene separato l’olio da questo idrocarburo, si porta a temperature elevatissime e sono oli molto cancerogeni. Vedi se qualcuno ne parla. Io posso dirti queste cose perché conosco bene la chimica, perché ho studiato tanta chimica. Non ha antiossidanti, non ha tocoferoli..Senza parlare degli OGM

Tante cose possono avvenire perché si gioca molto sulla mancanza di conoscenza delle persone.

-Di costa ti stai occupando negli ultimi tempi?

Una delle cose su cui sto lavorando molto è il “settore primario”, quello dell’agricoltura. Sto cercando di fare ottenere, a una serie di prodotti locali, il marchio di origine comunale – per l’esattezza il marchio D.OC., “denominazione di origine comunale”- previsto da una legge del 1997. Da poco abbiamo il marchio della castagna, il marchio dell’olio e del vino rosso e vino bianco. Stiamo inoltre cercando di organizzare un mercato sociale dei prodotti della terra. Questo mercato si dovrà tenere a Sersale ogni quindici giorni. Potranno essere presenti solo contadini del territorio che potranno portare solo prodotti coltivati nel territorio. Prodotti coltivati biologicamente.

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Anello

by on dic.14, 2013, under Bellezza, Poesia, Simbolo

“Ti accorgerai
che comunque
nei giorni chiari e in quelli bui
hai sempre trovato un anello
in ogni tempo
con ogni tempo
e sia nel sole che nella pioggia
tu lo hai sempre portato al dito
come una fede nuziale
come un matrimonio benedetto di suo”.

(Ciro Campajola)

(Ciro Campajola)


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