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Controinformazione

Danni dal vaccino contro il Papilloma virus- intervista ad Anna Pezzotti

by on ott.12, 2015, under Controinformazione, Medicina, Resistenza umana

contropap

Il vaccino contro il Papillova virus (HPV) non è un vaccino c.d. “obbligatorio”; ma è un vaccino che i genitori sono “invitati” a far fare alle proprie figlie di 11-12 anni.
Lo scopo di questo vaccino sarebbe di impedire lo svilupparsi di tumori del collo dell’utero.
Premesso che ci sarebbe da parlare per giorni interi sul concetto di tumore, sulla sua complessa eziologia, sul modo in cui si può prevenire ed affrontare.. va indicato come circa l’efficacia di questo vaccino ci sono molte perplessità.
Il dottor Gava e il dottor Serravalle in un libretto informativo sul vaccino HPV (“Gava R., Serravalle E. Vaccinare contro il Papillomavirus? Quello che dobbiamo sapere prima di decidere”) hanno indicato tutta una serie di punti relativi alla insensatezza ed inutilità di questo vaccino.

Ne cito solo alcuni:
-Nella maggior parte dei casi l’infezione da HPV è asintomatica o al massimo produce alcune verruche cutanee o condilomi genitali; lo sviluppo di uno stadio tumorale benigno è raro e l’evoluzione verso un tumore maligno è eccezionale.
-Esistono circa 120 tipi di questo virus e solo 12 di essi sono potenzialmente cancerogeni, ma la loro cancerogenicità si manifesta solo in certe condizioni e in particolare se il sistema immunitario della persona è particolarmente depresso e incapace di svolgere le sue normale funzioni difensive.
- In ogni caso, anche una infezione HPV con un tipo virale potenzialmente cancerogeno regredisce spontaneamente nel 90% dei casi entro 3 anni dalla diagnosi. In un 9% dei casi, invece, il virus convive per tutta la vita del soggetto che lo ospita senza causare disturbi o problemi (in questi casi il test per l’HPV sarà positivo, mentre il Pap-test risulterà sempre negativo).
-Solo nell’1% dei casi può esserci la progressione dell’infezione verso una lesione precancerosa e solo l’1% di queste ultime può evolvere verso lesioni cancerose vere e proprie e in ogni caso lo fa solo dopo un periodo di latenza di circa 20-50 anni (cioè, il carcinoma si manifesta con una frequenza complessiva di 1 caso ogni 10.000 persone con HPV e con una mortalità di 3 casi ogni 100.000 persone; il tutto avviene solo in presenza di una grave alterazione del sistema immunitario). Da questo emerge che la stragrande maggioranza delle donne che presenta un’infezione da HPV, anche con ceppi ad alto rischio, non svilupperà mai il tumore della cervice uterina.

Il vaccino contro il Papilloma virus ha suscitato feroci attacchi e critiche in tutto il mondo anche per gli effetti dannosi che esso genererebbe in tante ragazze che ad esso sono state sottoposte. Ci sono Paesi dove il dibattito intorno a questo vaccino ha raggiunto toni molto drastici e alcuni medici hanno organizzato delle petizioni per il suo ritiro. Di tutto questo si parla poco in Italia, come della lunga lista di ragazze danneggiate, anche gravemente.
Una di essa è Giulia. Ho intervistato la madre, Anna Pezzotta, per farmi raccontare la sua vicenda.
Da quando ha avuto somministrato questo vaccino, la vita di Giulia è diventata un calvario. Svenimenti, problemi col sonno, dolori atroci continui, ecc. La madre non solo non è stata sostenuta nella sua ricerca di una via per aiutare sua figlia, ma è stata ostacolata. Fin dall’inizio le era stato detto che il vaccino anti Papilloma virus non c’entrava nulla. E quando il collegamento con tale vaccino è diventato molto di più che un volo pindarico, ha trovato il muro di gomma che si trova quando si tocca una tematica come questa.
Anna, continuala sua lotta per trovare una concreta speranza di cura o di miglioramento per Giulia.
Anna ha un “interesse” anche più generale; vuole che le persone, prima di sottoporre le loro figlie a questo vaccino, si informino davvero bene prima, perché quello che in gioco è un bene altissimo. La salute e la qualità della vita di una figlia.
Giulia è arrivata a svenire sette volte in classe, e, ogni volta che riprendeva conoscenza, sveniva di nuovo tanto era il dolore che provava. Una tale sofferenza inflitta ad una bambina, fosse anche solo UNA bambina e non tantissime altre ad ogni latitudine.. una tale sofferenza genera il dovere, da parte di tutti, della verità, di dare una chance, almeno, alla verità.

Un pensiero per Giulia, che voglio immaginare avere una vita ricca dove insegnerà a tante persone a credere nei propri sogni.

Di seguito l’intervista che ho fatto ad Anna Pezzotti.
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-Quanti anni hai e dove abiti Anna?

Ho 44 anni e abito a Lonato Del Garda dove sono nata.

-Bene o male cosa hai fatto nella tua esistenza, di cosa ti sei occupata?

Mi sono diplomata in lingue estere, ho lavorato, mi sono sposata e ho due figli.

-Che età hanno i tuoi figli?

Giulia attualmente ha 16 anni e il maschietto 8. Nel 2010 avevo trovato un lavoro part time, così riuscivo a gestire anche i bambini. Poi sono iniziati i problemi con Giulia, innumerevoli permessi dal lavoro perché Giulia stava male. Poi la crisi economica ha colpito e sono rimasta senza lavoro.

-Giulia è nata..

Nel 1999, mentre l’altro bambino nel 2007.

-Quindi lei adesso ha 16 anni.. l’altro bambino sta bene?

Anche con lui abbiamo iniziato un percorso, alla nascita pesava quattro kg, sanissimo; mangiava quattro volte al giorno, e dormiva sempre. Dopo avere fatto i vari vaccini non ha più dormito. Io però non associavo i problemi di Andrea ai vaccini. Solo quando con Giulia cominciò ad entrare in gioco il discorso vaccini, cominciarono a venirmi i dubbi anche per il maschietto. Tutte le varie allergie che si sono manifestate in lui, sia a livello alimentare che a livello respiratorio, potrebbero essere collegate alle vaccinazioni. Abbiamo iniziato una cura disintossicante, con un medico che ci sta aiutando molto.

-Riguardo a Giulia, quando è che hai cominciato a notare che qualcosa non andava?

Le reazioni eclatanti cominciarono dopo la somministrazione della seconda dose del vaccino Gardasil, il vaccino anti papilloma virus, anti HPV, quando lei aveva 11 anni. Dopo la somministrazione della prima dose, 28/06/2010, non vi fu alcun particolare problema; se non dolore dove era stato inoculato il vaccino e un po’ di stanchezza e mal di testa. Riguardo al mal di testa, ne avevo parlato col pediatra, ma si era pensato ad un discorso legato allo sviluppo. Comunque questi pochi e leggeri sintomi passarono presto. Dopo qualche mese, sempre nel 2010, a settembre facemmo la seconda dose del vaccino. Questa volta i sintomi furono molto più pesanti. Il giorno in cui era stata somministrata la seconda dose, ritornati a casa, vidi che Giulia non stava molto bene. “Mamma vado a letto.. mi sento strana” mi disse. Da quel momento cominciò con tutta una serie di problemi. Continui mal di testa, spossatezza, voleva sempre dormire. Difficoltà nello studio: riusciva a leggere, ma poi non riusciva a concentrarsi, a ricordare quello che leggeva. Aveva sempre caldo e dolori agli arti; “Mi fanno male le gambe, mi fanno male le braccia”.
Parlai col pediatra di tutto ciò, chiedendogli se ci poteva essere un nesso coi vaccini visto che i sintomi erano apparsi subito dopo, ma lui mi rispose che “assolutamente no”.. “il vaccino è sicuro, non ha effetti collaterali” e che la bambina “soffre per la separazione tra te e tuo marito, per cui il suo malessere è psicologico”.
Io diedi retta al pediatra, ma il problema persisteva. Spesso dovevo andare a scuola perché Giulia non stava bene. Le insegnanti mi chiamavano per dirmi di andarla a prendere perché non stava bene.. “Mamma mi fa male la pancia” mi diceva. Non si riusciva di capire che cosa avesse. Inoltre, come arrivava il mestruo, i dolori erano molto più intensi del normale. Nel fare la terza dose del vaccino, a febbraio 2011, i sintomi si moltiplicarono. Tutti; dolori, pianti, ecc. E si aggiungevano tutta una serie di nuovi episodi che non riuscivamo a spiegare. I sintomi più forti si manifestarono ad agosto del 2012. L’arto sinistro di Giulia si gonfiò. La parte interna della gamba sinistra diventò rosso sangue come se vi fosse stata una ustione. Lei gridava e piangeva dal dolore. La portai al pronto soccorso e fu ricoverata. Diagnosi alla dimissione: erisipela alla gamba sinistra, ovvero una infezione. La dimisero sotto antibiotico, dicendomi che andava tutto bene. Io avevo fatto loro presente che Giulia aveva spesso mal di testa, male alla gamba, che faceva fatica a camminare e si trascinava, che aveva dolori strani, ma loro mi dissero “Signora attualmente quello che noi abbiamo riscontrato è questo”. Ad ottobre del 2012 Giulia ebbe una bruttissima crisi a scuola. Era svenuta in classe, l’avevano portata fuori dalla classe, al mio arrivo era sdraiata nel corridoio, ed era stata chiamata l’ambulanza. Non aveva febbre ma il suo corpo scottava. I volontari cercavano di tamponare Giulia con dei panni bagnati; ma gli si scaldavano subito. Inoltre aveva un rush, chiazze rosse, al viso e al collo; chiazze che poi sono sparite.
In ospedale fecero una serie di accertamenti. Le piastrine e i globuli bianchi erano bassissimi. Avevano riscontrato intolleranze alimentari . La TAC e gli altri esami, però, erano totalmente negativi. Considera anche che Giulia aveva diplopia, visione doppia; non riusciva più a deambulare da sola, aveva sempre bisogno di qualcuno che la aiutasse a spostarsi; e aveva continui mal di testa.
Anche nel corso di questo ricovero le diedero farmaci, fecero di tutto, ma senza alcun risultato. All’uscita dell’ospedale stava leggermente meglio rispetto all’entrata, però il problema non era stato neanche scalfito. I medici avevano tirato fuori anche una possibile infezione o da Lime o di Parvovirus B 19. Ma erano ipotesi fatte da chi si trova a brancolare nel buio e mi consigliarono di portare Giulia da un reumatologo. Tornati a casa, Giulia ebbe una crisi bruttissima. Il mio medico di base mi consigliò di portarla immediatamente a Genova. E quindi, chiamai i volontari dell’ambulanza che organizzarono il trasporto. Premetto che anche nell’ospedale sopraccitato mi avevano detto che i problemi di Giulia erano legati alle mie problematiche col padre. A Genova mi dissero che si trattava di una recente infezione da Parvovirus B19, che non vi c’era cura, ma che il corpo stesso nell’arco di sei mesi riportava i valori alla normalità. Anche loro sostenevano che Giulia aveva problemi psicologici e mi dissero di portarla da un neuropsichiatra. Giulia cominciava a credere di avere davvero questi problemi psicologici; e che si stesse, sostanzialmente, massacrando da sola. Tornati a casa, i problemi di Giulia erano ancora tutti lì. Visione doppia, mal di testa, mancanza di concentrazione. Problemi del sonno: o dormiva tutto il giorno o non dormiva affatto. Cominciò ad avere gonfiori anomali al ginocchio, al collo, alla gamba e al viso. Te li definisco anomali perché lei si gonfiava e sgonfiava come si gonfia e si sgonfia un pallone. A volte il ginocchio era sette centimetri più grande rispetto all’altro, nell’arco di un’ora o poco più ritornava normale. Oppure apparivano chiazze rosse tipo ematoma su gambe e braccia, ma poi andavano via. Intraprendemmo il percorso col neuropsichiatra. Nel frattempo Giulia continuava a non stare bene, e quando le crisi erano ingestibili ci recavamo al ps , dove ormai ci guardavano in maniera strana. “Giulia non ha niente”, “Giulia è matta”.

-Facevano intendere che Giulia fosse in qualche stato di deviazione mentale?

Glielo hanno proprio detto, “tu sei matta, devi smetterla di fare correre tua madre”. Una volta è stata anche ricoverata in Day Hospital, e anche in quel caso dimessa con diagnosi di dolori psicologici. Il neuropsichiatra che aveva iniziato a seguirla giunse, però, alla conclusione che la spiegazione biologica non era risolutiva. “Guardi, i problemi dati dalla separazione non possono essere la causa di tutto questo malessere. Cercate una causa organica, perché Giulia non può avere questo dolore tutto il giorno”. Tramite una mia amica programmammo il ricovero presso l’ospedale di Verona. La sera prima del ricovero Giulia ebbe l’ennesima fortissima crisi. Lei raccontava di fitte che sentiva in tutto il corpo come se la stessero accoltellando, aghi che pungevano ovunque, una massa pesante che le schiacciava entrambe le gambe fino a farla scoppiare dal dolore. La gamba sinistra di Giulia quella sera era totalmente anomala. Come se fosse divisa in tre punti. Dall’anca al ginocchio, calda. Dal ginocchio al polpaccio, tiepida. Da metà polpaccio all’alluce, gelida. Unghie nere. Dolore atroce. La caricammo in macchina e la portammo a Verona. A Verona furono colpiti da sintomi come le unghie nere, pur non riuscendo a trovare cause che le giustificassero. Venne ricoverata e vennero fatti tutta una serie di accertamenti. Abbiamo anche fatto innumerevoli day hospital, tante ipotesi, nessuna certezza. Poi la diagnosi di miosite al ginocchio che sarebbe stata la causa del dolore alla gamba sinistra. La riempirono di cortisone, antidolorifici, antinfiammatori, senza che nulla facesse un effetto sostanziale. Circa la miosite, avremmo dovuto fare una biopsia per capire la situazione e come procedere. Ma dall’oggi al domani quella miosite non c’era più.
Ed eccoci di nuovo al punto di partenza, senza sapere cosa fare e con alcune domande che mi squassavano dentro, una delle più pressanti era “ma possibile che mia figlia sia l’unica ad avere una situazione simile?”. Cominciai a cercare su internet, ma non trovai nulla. Non ponevo più alcuna relazione col vaccino; anche perché ai miei dubbi iniziali, il pediatra mi aveva risposto dicendomi di stare tranquilla, che quel vaccino era sicuro. Inserii la vicenda di Giulia su internet, in modo che qualcuno, leggendo il tipo di problematiche che lei aveva avuto potesse in qualche modo aiutarmi, sapesse darmi qualche dritta circa quello da cui potevano derivare. Nel corso di quelle giornate di continue ricerche infruttuose, mi chiamò una mia amica a cui parlai di Giulia, e lei mi parlò di un libro che stava leggendo, “Metamedicina”, dove in base ai sintomi viene data una spiegazione…e torna l’ipotesi del vaccino.
Nel frattempo mi contatta una madre dal Canada che mi dice “ “Io ti mando la storia di mia figlia, leggila, e vedrai che è molto simile alla tua, identica”. Anche questa ragazza dopo avere fatto il vaccino cominciò ad avere mal di testa, spossatezza, dolori generali in tutto il corpo. I suo dolori divennero poi così frequenti che non riusciva più ad alzare le braccia. Una cosa che mi ero dimenticata di dirti è che nel 2013 Giulia era rimasta semiparalizzata in tutta la parte sinistra del suo corpo, per 6 mesi. Dico semiparalizzata perché lei sentiva tutto il dolore alla sua parte sinistra, e quindi non poteva essere una paralisi effettiva. La parte sinistra, comunque, non rispondeva più. Era come morta, a penzoloni, se la mettevi in posizione verticale. La gamba non reggeva, come se non stesse sul piede; il braccio non si alzava, la mano non chiudeva. Anche la figlia di questa donna che mi aveva contattato aveva avuto un problema simile. Questa ragazza ci era rimasta un anno in questa condizione, mentre Giulia dopo sei mesi ricominciò a camminare. Anche le altre problematiche corrispondevano, mal di testa, rush cutaneo, dolore durante l’ovulazione, diplopia, iperalgesia diffusa, fibromialgia. Anche nel suo caso tutti a dire che si trattava di un problema psicologico.

-In un certo senso tirare fuori il problema psicologico è sempre la soluzione per chi non ha soluzione..

Nel corso del nostro confronto, quella madre mi chiese Infatti “sua figlia ha fatto il vaccino Gardasil?”. In quel momento non capivo che cosa fosse questo vaccino, di che cosa si trattasse. Quando mi disse che si trattava del nome del vaccino utilizzato nella vaccinazione HPV, antipapilloma virus, andai a scartabellare tra i documenti di Giulia per vedere se avevo scritto il nome del vaccino. Ed effettivamente si trattava del Gardasil. Lei, allora, mi inviò un link dicendomi “comincia a leggere queste cose e vedrai Anna che ti si aprirà un mondo nuovo”. Ed effettivamente è stato proprio così, mi si è aperto un mondo muovo. Ho letto tante testimonianze riguardo ragazze che avevano vissuto queste problematiche. Per chi è interessato ad avere un’idea, un buon sito è SaneVax “http://sanevax.org/”. Su questo sito ho trovato i contatti di alcune ragazze francesi e ho preso contatto con un papà francese, la cui figlia è stata danneggiata dal vaccino Gardasil. Insomma, finalmente avevo trovato una direzione. In quello stesso periodo, sentii la dottoressa che seguiva Giulia a Verona, la quale mi disse che voleva far fare alcuni esami del sangue a Giulia per valutare alcune possibilità. Prima di ricoverare Giulia prendemmo un appuntamento e, in quella sede, le parlai di queste prospettive che mi si stavano aprendo in tema di vaccino Gardasil, ma lei..

-Fammi indovinare… “Non se ne parla, che assurdità è questa?”..

Bravo… “assolutamente no”.. “escludo assolutamente che possa esserci una reazione al vaccino di questo tipo”.. “non legga tutte queste assurdità che circolano su internet”. Continuò dicendo che i vaccini hanno salvato la vita a milioni di bambini, che i genitori che non vaccinano i bambini sono snaturati, ecc. Dissi alla dottoressa che anche un’omeopata di Genova aveva parlato di questa possibile correlazione tra i danni e il vaccino e che mi aveva consigliato delle cure omeopatiche.

-Naturalmente ti avrà anche detto che lei è contraria alle cure omeopatiche..

Sì che è contraria alle cure omeopatiche e contraria a chi non vaccina. Alla fine del nostro dialogo, comunque, mi disse che mi avrebbe fatto contattare da una responsabile dell’ASL di Verona, che si occupa di reazioni avverse ai vaccini e mi disse che mi avrebbe comunicato la data per il ricovero di Giulia.

-Sorge una domanda… se questa responsabile dell’ASL di Verona si occupa di reazioni avverse ai vaccini, vuol dire che, quantomeno, si ammette che ci sono queste reazioni avverse ai vaccini?

No, l’approccio è diverso. La dottoressa mi disse.. “Siccome c’è questa campagna mediatica circa il fatto che i vaccini porterebbero danni, soprattutto autismo, allora ci sono dei medici che praticamente prendono nota delle possibili reazioni al vaccino”. Concretamente, questa dottoressa avrebbe dovuto “chiarirmi” che non c’era correlazione tra il vaccino HPV e i sintomi di mia figlia.

-Insomma.. doveva farti capire che erano tutte fesserie..

In pratica sì.. ma.. io non venni più contattata da nessuno. Né da questa dottoressa che avrebbe dovuto illuminarmi circa la questione danni da vaccino, né dalla dottoressa che seguiva Giulia. La dottoressa non rispose alle mie email nemmeno quando le scrivevo che Giulia stava male. Finché un giorno mi arriva una “bellissima” email da parte sua. Email dove mi scrive che non capisce perché la contatto ancora, che comunque è contraria alle cure omeopatiche perché potrebbero alterare i suoi studi. Concluse dicendomi che, in quel momento, aveva casi ben più gravi di quello di mia figlia da seguire. Con la chiusura del rapporto con lei, si interrompe il rapporto con l’ospedale di Verona.

-Tu però ormai avevi trovato una pista..

Sì, io continuavo ad andare avanti con i miei studi. Continuavo a leggere, a ricercare. Trovai tante testimonianze di famiglie estere. Ma non trovavo nulla in Italia.. “Possibile che mia figlia in Italia possa essere l’unica ad avere avuto queste reazioni a questo vaccino?” mi chiedevo. Mi confrontai col mondo delle criticità ai vaccini in senso ampio, entrai nelle varie pagine su facebook che parlano di danni da vaccino, di correlazione tra vaccino e autismo ecc., e conobbi le persone che erano all’interno di queste pagine. Mi mossi in lungo e in largo, insomma, finché trovai una madre di Roma. Anche la figlia, che ha due anni in più della mia ha gli stessi problemi di Giulia e ha fatto lo stesso vaccino. Questo incontro mi ha dato ulteriore motivazione a proseguire con la mia ricerca. Nel frattempo stavo andando da questo omeopata di Genova di cui avevo parlato prima. Iniziammo con la terapia e le cose sembravano andare bene, ma poi Giulia ricominciò a peggiorare e lui a un certo punto dovette alzare le braccia, “arrivati a questo punto non so cosa fare” ci disse.
E continua l’iter.. altri medici.. altri esami..
Ti dico anche che, una volta che era emersa la correlazione tra i problemi di Giulia e il Gardasil sono andata a rivedermi tutta la cronostoria sanitaria di Giulia dalla nascita in poi per capire. Da questa “analisi retrospettiva”, emerse che prima della prima vaccinazione Gardasil, tutti i valori di Giulia – postura, respirazione, ecc.- erano nella norma. Dopo la prima dose Giulia divenne subito asmatica. Queste correlazioni io le ho potute fare solo dopo. Ma il pediatra avrebbe dovuto notarle. Se prima te l’ho portata e stava bene, non può diventare asmatica tutta un tratto. Se fossi stata in grado di farle prima queste connessioni, mi sarei fermata alla prima dose. Se il pediatra mi avesse detto “guarda, una delle possibili reazioni avverse di questo vaccino potrebbero essere questi dolori diffusi”.. non sarei andata avanti.

-Torniamo al susseguirsi degli eventi..

Giulia non riusciva più a frequentare la scuola. Gli esami di terza media li ha fatti da privatista, studiando a casa. In quel periodo è stata per sei mesi a letto, era il periodo dove era semiparalizzata. Posso dirti che la scuola mi è stata vicina; tanto che ha potuto fare gli esami a casa. Giulia ha fatto una tesina sulle malattie rare. Ha preso la sua situazione e l’ha fatta diventare una tesina. Come poeta si è scelta Leopardi..

-Sicuramente non è il poeta più sereno e felice che esiste..

“Il suo dolore.. la sua sofferenza.. mamma.. il suo sentirsi solo e abbandonato.. come me mamma. Non c’è nessun amico che viene da me mamma.. mi hanno abbandonato tutti”.

-In che senso sarebbe stata abbandonata da tutti, anche dagli amici?

Giulia ha avuto un percorso particolare. Considera che ha iniziato a stare male in prima media. Una ragazzina fragile, chiusa in se stessa e a volte anche derisa. Spesso e volentieri, infatti, secondo i compagni, Giulia stava male perché non voleva essere interrogata, perché voleva impietosire gli insegnanti. Nel 2012 quando Giulia ha cominciato ad accusare tutti questi episodi così forti, io ho avuto un tia transitorio, una specie di ischemia nella parte sinistra del corpo. E la mia piccola si è spaventata tantissimo, pensa che quando stava male non voleva che gli insegnanti mi telefonassero per andarla a prendere, perché non voleva causarmi dolore e sofferenza. “Se faccio preoccupare mamma, a mamma succede qualcosa. Mamma per me è tutto, perché mi fa da mamma e da papà. Io non posso fare preoccupare mamma”. . Questo per farti capire la mia bambina.

-Il padre, il tuo ex marito, che fine ha fatto..?

Il padre le sta vicino, è presente.

-Ritorniamo alle tue ricerche, al percorso per arrivare a una cura…

Un nuovo omeopata da cui avevamo iniziato ad andare mi consiglia di approfondire in merito alla sindrome di Asia. Si tratta di una infiammazione autoimmune causata dagli adiuvanti contenuti nei vaccini.. Il luminare in questo campo è il professor Shoenfeld di Tel Aviv. Scrissi direttamente al professor Shoenfeld senza pensare che mi rispondesse e invece lo fece. Posso dirti che ha risposto a tutte le email che da quel momento gli ho inviato e ha cercato di darmi sempre risposte esaurienti. Ultimamente siamo stati prima in clinica universitaria a Pisa dove c’è una Professoressa che collabora con Shoenfeld. Abbiamo portato Giulia in questa clinica universitaria ma la sindrome di Asia non è stata confermata. …scrivono i medici…”La paziente giunge alla nostra attenzione nel sospetto di connettivite vista la presenza di artralgie, positività agli ANA, leucopenia e riduzione del C3. Gli accertamenti fatti hanno confermato le alterazioni laboratoristiche già documentate e l’esame ecografico articolare ha mostrato la presenza di un lieve versamento a livello della II IFP bilaterale e III.IV IFP dx.” I medici la hanno dimessa con la seguente diagnosi: connettivite indifferenziata, iperomocisteinemia, ipovitaminosi D, anemia sideropenica, tiroide di Hashimoto. Siamo usciti dall’ospedale con una terapia e con una esenzione. Speravo che perlomeno stavolta i farmaci non li avrei pagati. La brutta sorpresa è che l’esenzione vale per un solo farmaco! Tutti gli altri li paghiamo.

-Ma la dottoressa della clinica universitaria di Pisa ti è stata consigliatata da Shoenfeld?

No.. me ne aveva parlato una mamma..poi durante la prima visita la dottoressa stessa ci aveva detto che conosceva Shoenfeld, che si era incontrata con lui la settimana precedente al nostro incontro. Anche questa terapia, al momento, non sta funzionando, non sta portando alcun giovamento a Giulia.
Dopo l’ennesima crisi, il professor Shoenfeld mi consigliò di andare da una Professoressa del reparto di immunologia e reumatologia di Brescia che collabora con lui. Sono andata da questa Professoressa che ha confermato quanto mi era stato detto a Pisa suggerendo la coesistenza di una sindrome da iperalgesia centrale tipo fibromialgico. Ha aggiunto un altro farmaco alla terapia che già le veniva somministrata. Dopodiché mi ha detto di fare una visita cardiologica, endocrinologica e neurologica; ed ha aggiunto tutta una serie di esami del sangue.

-Il che comporta un altro esborso di soldi, senza neanche avere la certezza che siano esami e visite risolutive..

Infatti.. dovrei pagare un cardiologo, un neurologo, un endocrinologo. Altre spese che si aggiungono a quelle fatte fino ad oggi. Ma dove li trovo tutti questi soldi? Un’altra strada sarebbe quella di avvalersi di una impegnativa medica, ma questo vorrebbe dire che mi troverei di fronte a un medico qualunque, che può essere d’accordo o meno con la teoria sviluppata dalla dottoressa di Brescia, piuttosto che dal dottor Shoenfeld e ritornare da capo a sentirmi dire “gli esami sono nella norma, Giulia ha problemi psicologici”. E che oltre a questo, neanche la valutano con l’attenzione che meriterebbe senza pensare alle lunghissime liste di attesa..

-La questione dei soldi può diventare un discrimine dall’impatto drammatico..

Sottolineo che ho sempre dovuto pagare tutto, tutte le visite, tutti gli esami. Ti posso dire che tra analisi del sangue, medicine, cure omeopatiche, cure di altro tipo, visite omeopatiche, visite pneumologogiche, visite di ogni tipo, spostamenti, ho speso cifre notevoli. Considera inoltre gli spostamenti e l’eventuale soggiorno se vai in un luogo un po’ più distante. Considera che ogni volta che cambi medico ti cambia anche la terapia e devi comprarti tutte quelle medicine. Considera che tu non fai solo “esami normali”. Ti trovi anche a fare esami molto particolari, come alcuni tipi di esami del sangue, che sono decisamente costosi. Ed è difficile spiegare quello che si prova quando, pur di trovare una possibilità, vai nei vari ospedali alla ricerca del primario che credi possa aiutarti, e quello, dopo avere fatto una visita a pagamento, ti dice “non sono in grado di aiutare sua figlia”. Alcuni dottori mi davano la loro mail, dicendo di scrivere, ma poi non rispondeva nessuno.

-E’ molto importante che si capisca il calvario che una persona come te deve vivere perché vuole aiutare davvero il proprio figlio. Un enorme tempo da dedicare a un percorso del genere per stare dietro a innumerevoli esami e visite. E questo senza avere quasi mai una risposta o un indizio utile, ma, anzi, con persone, che, come il tuo pediatra o la dottoressa che ti segue a Verona, invece di aiutare a capire, sviano; e di fronte ad una intuizione che potrebbe essere risolutiva, la stroncano.. “non è così, non è così”. Non solo tutto questo, ma anche il dovere spendere una montagna di soldi. Se uno non ha le possibilità economiche che succede? Il bambino non si cura?

E’ vergognoso che lo Stato non faccia niente.. che nessuno si preoccupi della situazione che vivono genitori come questi..
Voglio raccontarti di un altro bruttissimo episodio avvenuto a scuola nel dicembre 2014, prima che andassimo a Pisa. Un giorno svenne otto volte consecutive. Una esperienza tremenda. Si manifestò un principio di semiparalisi alla parte sinistra. Ogni volta che si riprendeva sentiva un dolore atroce, un dolore talmente forte da farla svenire nuovamente. Chiamai l’ambulanza ed arrivò anche la medicalizzata. Arrivati al pronto soccorso io ero molto agitata e dissi a un medico:
“mia figlia è così a causa di un vaccino. Il primo che mi dice che il vaccino non c’entra o che mia figlia è matta, lo appendo alla parete!!”.
Questo medico mi guardò e mi disse “Chi glielo ha detto che i vaccini non possono avere reazioni avverse?”. Mi si è aperto un mondo nuovo. Era la prima volta che in un ospedale mi dicevano una cosa del genere. Chiamarono il primario del pronto soccorso che, dopo avere ascoltato tutta la nostra storia, avviò l’indagine con la responsabile della farmaco vigilanza. Questa responsabile arrivò da noi in stanza e ci disse:
“Ho fatto qualche ricerca. Possiamo fare la segnalazione di sospetta reazione avversa al vaccino; nell’anno 2014 vi sono state, in Italia, 900 segnalazioni di reazione avversa e 180 di queste ragazze hanno gli stessi sintomi di sua figlia Giulia e attualmente sono senza cura “.

-Quindi qualche dato di “sospetta” pericolosità ce l’hanno..

Esatto. Mi sono seduta e ho detto: “Mi scusi, 180 ragazze come mia figlia, nessuno ha una cura? 900 segnalazioni di reazioni avverse, e nessuno fa niente?”. E lei mi rispose “Anna le segnalazioni sono ancora poche.. ha fatto il vaccino a Giulia nel 2010.. 2011.. siamo a fine 2014 e solo ora riesce a fare la segnalazione per “reazione sospetta al vaccino”. Sa quante mamme non hanno avuto la sua caparbietà? Quante non hanno approfondito gli studi?”.

-Sì… ha detto lucidamente una cosa che si collega alle nostre riflessioni di prima. Tu hai avuto una perseveranza rara, nonostante quasi nessun aiuto in campo medico e, anzi, essendo “ostacolata” e disincentivata quando hai cominciato a porre la questione vaccino Gardasil. Tu hai studiato e ricercato tantissimo, ed hai trovato una madre che ti ha aperto questo mondo. Tu hai continuato ad andare avanti con una volontà indomabile fino al punto che anche la vicenda di Giulia è finita tra i casi di sospetta reazione avversa al vaccino. Tu sei stata capace di fare mille sacrifici, di andare ovunque, di parlare con chiunque.

E sentendomi spesso dire che la dovevo smettere… sentendomi dire “basta con queste pagliacciate”.

-Ma quanti hanno avuto questa perseveranza, quanti sono stati in grado di fare tanti sacrifici, quanti non hanno mai mollato e hanno studiato continuamente la questione? Sicuramente pochi.. sicuramente una piccola minoranza.. quelle 900 segnalazioni sono solo una goccia.. chissà quanti altri casi di possibile danno da vaccino ci sono, ma le persone non sono state messe in grado di capire questa connessione e di combattere per avere giustizia… continua con il tuo racconto..

Quando Giulia venne dimessa nel dicembre 2014 ci dissero di cercare un centro neurologico all’avanguardia. Lo trovammo a Milano e ci andammo per sentirci dire “non siamo in grado di curare Giulia”. Chiamai altri ospedali; ma la storia era sempre la stessa. Nel frattempo Giulia non migliorava. Dolori diffusi, impossibilità a camminare. La luce dava fastidio. Idem ogni rumore. L’unica arma di Giulia, l’unica cosa che la sostiene, è la musica. Quando arrivano questi dolori lancinanti lei ascolta la sua musica ed è come se la musica la porti in un altro mondo. Finché non rientra nei dolori standard. Solo la musica riesce a darle un po’ di pace, riesce a farla andare oltre il dolore.

-Qualcuno ha detto che la musica appartiene agli angeli, e li solleva.. li solleva oltre gli ostacoli della materia.. è bellissima questa cosa che hai scritto.. ed è sicuramente bellissimo il mondo di sensibilità che c’è dentro Giulia..

Voglio dirti che abbiamo incontrato anche medici che, anche dal punto di vista umano, ci sono venuti e ci vengono incontro: il primario del Pronto Soccorso, il dottore conosciuto a maggio ad una conferenza e che ha studiato il caso di Giulia e delle altre ragazze ed ha scritto un libro in merito, la professoressa che attualmente sta seguendo Giulia.

-Racconta.

Il primario del pronto soccorso mi ha detto “io non sono in grado di curarla però, ogni volta che Giulia ha una crisi, lei me la porta qua e da qua Giulia non esce finché la crisi non è passata o finché lei non ritorna ai suoi dolori standard”. Perciò ogni volta facciamo così. Lei ha la crisi, la prendo, la porto là, stiamo là una giornata, una giornata e mezzo e poi la porto a casa. E sento di doverlo ringraziare. Ringraziarlo perché sono pochi i medici disposti a fare una cosa del genere.

-Tu mi hai detto che eri andata alla ricerca di altre mamme..

Sì, ho contattato altre mamme che hanno fatto il vaccino antipapilloma virus.

-So che tu vuoi agire anche sul piano legale?

Sì, prima però è importante trovare una cura per Giulia, valutare le varie possibilità di cura sul piano della medicina ufficiale. Ed è ciò che sto facendo. Perché una qualche chance te la giochi se dimostri che tu le strade “canoniche” le hai percorse tutte.

-Si dice spesso che non arrendendosi mai, prima o poi si arriva dove si vuole arrivare.. e tu certo non mollerai mai..

Mai.. ma c’è una domanda che mi perseguita la mente.. esiste un sistema per curare mia figlia?
Voglio precisare che la mia battaglia è anche per tutte le altre bambine. Non mi preoccupo solo della mia bambina che sta male. Ma anche per tutte le altre bambine. Io chiedo alle istituzioni la verità, che venga fatta chiarezza. Che venga sospesa la raccomandazione di questo vaccino come vaccino miracoloso che evita il tumore e che previene le infezioni; che venga fatto un ulteriore studio visto che abbiamo molti scienziati e medici che ne evidenziano gli effetti collaterali.
Perché infierire sulla vita di queste bambine con un farmaco che forse non serve a nulla, impedendo loro di avere una vita normale, una vita decente? Ci fosse anche un solo caso, ed è ampiamente dimostrato che non è un caso solo, non merita forse giustizia? Non merita una valutazione? Non merita un’attenta riflessione del nostro ministro della sanità? I nostri figli non sono numeri, sono la nostra vita, il nostro cuore, sono il sole che illumina le nostre giornate e nessuno deve impedire a quella luce di brillare.

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Enza Papaleo- una storia di guarigione

by on mag.28, 2015, under Controinformazione

Aquins

Questa storia è un Viaggio.

E’ una storia lunga.
Vi chiedo di leggere entrambi le parti, dalla prima all’ultima riga, perché Viaggi come questi meritano di essere fatti.
Enza Papaleo la conobbi per il tramite di un’amica che mi consigliò di conoscerla perché aveva molto da dire sul campo della malattia e della guarigione. Ci confrontammo molto e un giorno decidemmo che le avrei fatto una intervista dove emergesse fino in fondo tutta l’intensità del suo percorso. E così feci. Raccolsi la sua storia, e poi l’assemblai nell’intervista che leggerete.
La storia di Enza è emblematica della malattia come percorso che viene da lontano. Non sempre è così. Non per tutti è così. Ma per Enza è stato così. Un contesto famigliare difficile, una infanzia e una giovinezza che hanno lasciato una ferita dentro. E poi la malattia tumorale. E da qui il brutale calvario delle cure ufficiali. Un passaggio sull’impatto che su di lei ebbe la chemio..

“Già dopo qualche giorno dalla prima chemio, cominciai a sentire il formicolio alle punte delle dita della mano. Con la seconda chemio dal formicolio si passò alla perdita di molta parte della sensibilità alle mani. Avevo perso la forza; non riuscivo a prendere una bottiglia d’acqua, non riuscivo a stringere e tenere un bicchiere pieno d’acqua in mano .
Accorciai ancora i capelli; ma cadevano e si vedevano le prime buche in testa. I capelli li trovavo ovunque; sul cuscino, in terra, per casa, sul pettine e allora dissi a mia figlia. (…) Ho vissuto tutto questo dramma dentro. Dentro di me ho vissuto le paure, i pianti, le angosce, la disperazione; e ho nascosto tutto agli occhi degli altri. I primi cicli li ho fatti abbastanza vicini, ma dal terzo in poi ho dovuto distanziarli un bel po’ perché gli effetti collaterali erano devastanti. Mi annientavano. Tornavo a casa mezza morta, con un mal di testa tremendo; mi si spaccava la testa in due. Pensa che al secondo ciclo ebbi un blocco intestinale. Al terzo ebbi un fungo che mi invase tutta bocca, tipo il mughetto dei bambini. Questo fungo lo avevo sulla lingua, nella gola, sulle labbra. Non riuscivo ad alimentarmi; non riuscivo neanche a bere una goccia d’acqua. Dalla bocca socchiusa usciva una salivazione schiumosa. Dovevo stare sdraiata, con un asciugamano vicino alla bocca, ad asciugare tutta quella schiuma che si creava continuamente e che di certo non potevo ingoiare. Era una cosa tremenda, ero ridotta ad una larva umana. Quando andavo in bagno mi specchiavo, avevo paura di me stessa.. ero uno zombie. Non potendo né bere e né mangiare, mi facevano le flebo sia per idratarmi che per alimentarmi .”

E la chemio (la peggiore, quella “rossa”) non fu da sola. Ad essa si aggiunsero 21 durissimi cicli di radioterapia e altre cose che contribuivano ad indebolirla e amareggiarla.
Enza racconta anche di un viaggio fuori dal corpo. E della scelta che quel momento portò con sé. Staccarsi definitivamente dal corpo o ritornare alla propria vita. Lei naturalmente scese la seconda opzione, che le avrebbe portato un mare di dolore.
Enza, devastata ormai dalle cure ufficiali, si indirizzò verso altro. In questo c’era la cura col bicarbonato di Simoncini. Cura che la salvò, ma (questa è una cosa che la differenzia dagli altri approcci biologici) le provocò un’ulteriore dose di violentissime sofferenze. Cito un passaggio.

“La zona pelvica era carne viva e l’infusione con il bicarbonato bruciava in una maniera pazzesca. Questo, man mano che passavano i giorni, portava ad un rallentamento della cura. Doveva durare un mese invece si protrasse per oltre due mesi perché c’erano dei giorni in cui, per via dei dolori tremendi, non riuscivo a fare l’infusione. La sera poi avevo sempre alcuni decimi di febbre. Arrivava a 38, 38,5. Durante la notte sfebbravo e la mattina non ne avevo più. (..) Se mi chiedessero se consiglierei questo approccio, non so cosa risponderei. Io ho vissuto momenti tremendi. Non ero in grado di alzarmi da sola dal letto. Doveva venire mia figlia, o mio marito, o qualcun altro, prendermi sotto le braccia e tirarmi di peso, perché io non potevo fare lo sforzo di alzarmi da sola; gli addominali erano bruciati . Ero tutta un pezzo di dolore, dal collo alla punta dei piedi. La notte mia figlia mi doveva mettere il pannolone, perché non ero in grado di alzarmi e non riuscivo a controllare gli sfinteri”.

La cura col bicarbonato fu molto efficace per Enza, però è un tipo di cura che lei non si sente di consigliare, neanche di sconsigliare.. ma è consapevole che è dolorosa da sostenere; specie in caso di patologie molto gravi.
Enza integrò anche con altri approcci curativi.. come l’utilizzo di piante curative tipo aloe arborescens e graviola.
Enza soprattutto ha vissuto un processo di rigenerazione interiore. Comprese quanto la sofferenza psichica avesse contribuito a fare emergere il suo male. E (comprese) che se non avesse guarito la propria ferita emotiva, non sarebbe mai veramente guarita nel corpo. Un’altra citazione:

“Al di là dell’alimentazione che aiuta comunque molto, è la nostra mente, sono le nostre emozioni e quello che ci mettiamo di nostro, a fare maggiormente la differenza. E comunque sia, se l’essere umano decide di vivere, vive; se decide di andare, se ne và. E in quest’ultimo caso non c’è, secondo me, medicina che tenga. Però a volte non è cosciente di questo. Non è cosciente delle decisioni che ha preso la sua anima. A volte a livello cosciente, anzi a livello razionale, l’essere umano non ha la percezione delle cose. C’è sempre chi ha un po’ più di sensibilità rispetto agli altri e riesce a percepire le varie sfumature. C’è chi invece, quale che sia il motivo, questo percorso non lo ha fatto e non riesce di fare quel salto quantico che gli permetterebbe di vedere tutto quello che è oltre ciò che è visibile.
Io ho cercato di accettare la mia malattia come esperienza di vita e non come un castigo o una punizione; senza mai dire “perché proprio io, perché proprio a me”. Diciamo che ho visto la malattia come un aiuto , come un qualcosa che si è manifestato per aiutarmi, nel mio percorso di vita terrena; come una via per la mia crescita. L’ ho vista come un qualcosa che faceva parte di me, della mia storia evolutiva.
Perché quando tu vai in crisi, cadi nella paura e nello smarrimento e ti devi risollevare. E devi farlo con le tue forze. Per me, almeno, è stato così. Io ho capito che tutto questo era il mio percorso, che io non potevo delegare la mia guarigione agli altri, che la mia guarigione competeva solo me; perché questa era la mia storia “

Vi lascio alla prima parte di questo Viaggio che è la storia di Enza Papaleo.
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-Enza, quanti anni hai e dove vivi?

Ho 56 anni e vivo in provincia di Lecce.

-Raccontami un po’ il tuo percorso di vita, prima della malattia.

Io credo che la storia e il percorso della mia malattia sia legato anche un pò al mio vissuto, a cominciare da quello che ho vissuto nella mia famiglia di origine. I miei genitori sono stati una coppia un pò difficile. Il loro rapporto non è stato dei migliori, c’erano dei contrasti , degli enormi contrasti tra di loro. Erano tutti e due dello stesso segno, un po’ testardi, ma, probabilmente, di base, c’era qualche cosa che non andava fra di loro, forse a livello karmico, chissà.
Mia mamma era la penultima di dieci figli, cioè la nona. Sua madre era morta giovanissima, a 39 anni, dopo aver partorito l’ultima figlia.
Il non essere potuta crescere con sua madre, il non avere avuto la madre accanto, è stato qualcosa che ha rimpianto per tutta la vita; fino a pochi mesi prima di morire. Nell’ultimo periodo della sua vita, non ci stava più con la testa per via della demenza senile; ma questa cosa continuava a rievocarla. Diceva sempre: “io sono cresciuta senza la mamma, ho avuto la matrigna che era cattiva, era cattiva mi faceva un sacco di dispetti, a volte mi strappava anche i capelli. ”Aveva dimenticato tante altre cose, non riconosceva più neanche noi figli; ma questa cosa l’ha ripetuta fino alla morte. Questa sensazione di vuoto affettivo per la mancanza dell’amore materno ha probabilmente inciso nel rapporto problematico che lei aveva con mio padre, ma anche nei confronti di se stessa e della sua vita.
Mio nonno, dopo la morte della moglie, si era risposato con un’altra donna, che si rivelò molto dura e severa con questi sei figli. Di questi, i tre più grandi se ne andarono via da casa; due andarono a lavorare nei campi, e il terzo partì volontario in Russia senza fare mai più ritorno. A casa rimasero mia mamma, un altro fratello e un’altra sorella poco più grandi di lei. La zia dopo qualche tempo andò presso una famiglia a fare la domestica. Man mano che cresceva, mia madre doveva accudire la matrigna; nonostante lei la picchiasse, le tirasse i capelli, le dicesse un sacco di cattiverie.
Mia madre si sposò e andò via da casa a 27 anni. La matrigna stava sempre peggio, soffriva di depressione, e prendeva psicofarmaci. Quando mia madre era incinta di me, lei le diceva: ”spero di morire prima che questa bambina nasca altrimenti la testa mi dice che io te la butterò per terra”. Queste parole mia madre me le ripeteva spesso quando ero bambina. Col tempo le avevo rimosse, ma, durante la malattia, riemersero nella mia mente. Sempre durante la gravidanza di mia madre, questa matrigna, durante una forte crisi depressiva, si suicidò. Un giorno mia madre, mentre entrava nel cortile di casa dei suoi genitori, vide una sedia vicino al pozzo ed ebbe un brutto presentimento, si avvicinò e c’era il grembiule della matrigna appoggiato sulla sedia, il suo portamonete, il rosario accanto, le ciabatte per terra. Capì subito che la matrigna si era buttata nel pozzo. Si affacciò e vide la testa a fior d’acqua. Si senti mancare e gridò aiuto; ed accorsero subito i vicini di casa.

-Tutto quello che hai raccontato, specialmente questo suicidio, sono eventi shockanti, che possono veramente condizionare la vita.

Sì, ed infatti condizionarono non solo la vita di mia madre, ma anche la mia. Anche se questo lo avrei capito solo dopo. Come alcuni studi affermano, il feto nel grembo materno assorbe le paure, le emozioni della madre; ma anche gli stimoli esterni alla madre stessa. Probabilmente io ho assorbito attraverso mia madre tante paure, tante informazioni negative e anche altro. Questo però l’ho capito dopo, nel corso della mia esperienza di malattia. Pensa che durante la mia malattia ho avuto dei grossi problemi renali e, mentre mi chiedevo il perché, mi sono ricordata dei grossi traumi e delle paure vissute da mia madre in gravidanza; traumi e paure che, in qualche modo, avevano avuto un impatto su di me.
Tornando al suicidio della matrigna di mia madre; subito dopo quell’evento, mia madre portò a a casa sua il padre e il fratello, il quale dopo due anni si sposò e se ne andò. Il nonno ha vissuto con noi fino a quando non mi sono sposata io. Durante la mia infanzia ricordo che il nonno raccontava sempre storie antiche; storie di una volta, storie di fantasmi, di morti, di miseria, di privazioni, di guerre. Erano storie che mi mettevano paura e questo contribuì a farmi crescere molto timida e paurosa, al punto che avevo paura di tutto, anche di andare da una stanza all’altra, specialmente quando era buio.
All’età di cinque anni io e mia madre raggiungemmo mio padre in Svizzera, dove era emigrato per lavorare. Dopo due anni ritornammo in Italia, anche perché mia madre era incinta. Dopo la nascita di mio fratello, cominciò l’inferno; che è durato fino alla morte di mio padre. Il rapporto tra i miei genitori si incrinò ulteriormente. Io loro vita si incrinò ulteriormente. Io -tra il malessere di mia madre, il suo via vai dall’ospedale, i litigi dei miei genitori, mio padre, che era assente non solo con mia madre, ma anche con noi- sono cresciuta in un contesto difficile e costretta dalle circostanze a dover cucinare, rassettare ed essere una piccola donnina già all’età di dodici anni.
Un bambino, quando in famiglia ci sono questi conflitti, è destabilizzato, si sente in balia delle onde e non sa dove aggrapparsi. Mi sentivo sola e desideravo tanto una sorella che non arrivò mai.
Un bambino, man mano che cresce, ha bisogno dell’attenzione di entrambi i genitori o almeno di uno solo. Ma loro erano impegnati solo a litigare e lottare tra di loro, dimenticandosi di noi figli.
C’è stato un periodo in cui desideravo morire perché ero stanca di queste scenate; e mi sentivo sola e questa sensazione di solitudine si acuiva quando vedevo altre famiglie che erano felici. Da noi non c’era mai serenità, mai tranquillità. E c’erano sempre musi lunghi, litigi e silenzi.
Mi fidanzai con mio marito che ero ancora tanto giovane. Non era facile per me conoscere persone, perché mio padre era geloso , essendo l’unica figlia femmina, e non voleva che frequentassi posti dove c’erano i ragazzi. Comunque sia ho fatto le scuole medie inferiori e ai miei tempi le ragazze che facevano le medie erano fortunate. Dopo le medie avrei potuto continuare con altro, tipo un corso di infermiera che era un lavoro che sognavo di fare. Ma non lo feci, e neanche lottai per farlo. Non ero ambiziosa. Ero come spenta, intristita da quel contesto in cui vivevo. Non c’erano stimoli intorno a me. In fondo vivevo tra gente molto anziana e non frequentavo persone giovani. Spesso andavo presso una casa di riposo a fare visita a persone sole. A volte davo anche un piccolo aiuto quando c’è n’era bisogno, tipo accompagnare gli anziani a cena..o fare loro compagnia tenendogli la mano…

-Si può dire che provavi una specie di senso di impotenza..

Sì.. si può dire così.. Era come se io non potessi scegliere per me stessa. Come se qualsiasi cosa non fosse per me, non mi fosse concessa. In parte era anche un clima del tempo. Noi avevamo paura dei genitori e non chiedevamo nulla. Le ragazze a quei tempi si sposavano e non ambivano a studiare,o almeno era la minoranza a farlo ; perché era il marito che pensava a loro. Con mio marito mi fidanzai giovanissima e, durante gli anni di fidanzamento, continuarono ad esserci litigi. Continuarono i contrasti tra i miei genitori. Mi sposai che avevo 21 anni e con mio marito andammo a vivere in un’altra casa. Ma, nonostante non fossi più in casa con loro, i miei genitori continuarono sempre a trascinare me e mio fratello nella loro storia, nei loro disaccordi e malumori, nelle loro diatribe.
Tutto questo andò avanti fino a quando mio padre non è deceduto, 12 anni fa, per un tumore al cervello. Mio padre stava già male, quando io, essendo molto arrabbiata con lui per via del suo comportamento, stetti cinque mesi senza parlargli. Nel momento in cui ebbe il primo avviso di malattia e il primo ricovero , fu mio fratello a stargli vicino. Sentiva su di se tutto il peso di quella situazione e voleva che io mi riconciliassi con papà in modo che fossimo in due a portare avanti la sua assistenza. Cosa che feci, ma non fu facile perché i nostri conflitti non erano risolti, perché lui mi amava e mi odiava allo stesso tempo. E anche io, da una parte provavo rabbia per tante cose sbagliate da lui fatte; dall’altra lo adoravo.
Quando la malattia si manifestò seriamente, mi rimboccai le maniche portandolo prima all’ospedale del capoluogo, dove il neurologo richiese esami più approfonditi prima di eseguire qualsiasi tipo di intervento. Esami che facemmo all’ospedale Casa sollievo della sofferenza di S. Giovanni Rotondo .

-Che anno era?

Era il nove aprile del 2003. Quando arrivammo quella mattina a San Giovanni Rotondo, c’era la neve, un freddo gelido che mi penetrò nelle ossa appena scesa dalla macchina, come il gelo che avevo nel cuore. Dopo gli esami il dottore mi disse: “guardi signora.. suo padre ha un tumore al cervello. Non è il caso di intervenire né con un intervento, né con una terapia.. gli si accorcerebbe quel poco di tempo che gli rimane da vivere”. Mi disse tutto questo a bruciapelo nel corridoio, mentre papà era andato con mio fratello a bere un caffè. Mi sentivo svenire e dovetti farmi forza per non dire niente a mio fratello d’avanti a mio padre. Il viaggio di ritorno verso casa fu un incubo.
Il tumore mio padre lo aveva alla parte sinistra del cervello. Esso, espandendosi, comprimeva i centri nervosi, compromettendo le funzioni vitali. Un giorno, a casa, ebbe un attacco epilettico fortissimo che gli procurò una emiparesi al lato destro del corpo e la perdita della parola. Lo portammo in ospedale e, nonostante io lo rassicurassi dicendogli che aveva avuto solo una forte ischemia, lui capì di aver perso l’uso della parola, di non essere più libero nei movimenti, si arrabbiò moltissimo e cadde nello sconforto più profondo. Da quel momento lo assistetti totalmente ricoprendo il ruolo di madre, di moglie, di amica, di figlia e di infermiera. Lui si sentiva tranquillo solo con me e ha voluto sempre me fino al giorno della sua morte, che avvenne il 22 luglio del 2003.
Quell’anno, a tutto questo, si aggiunse anche un trasloco. A fine estate ero piegata in due per il troppo carico emotivo e fisico che avevo dovuto sopportare e che ancora sopportavo. Ma la prova più grande era stata soprattutto l’avere a che fare con mio padre; riconciliarmi con lui e vivere lui, confrontarmi con la sua malattia. Non è stato facile perché io dovevo dare un senso e un valore nuovo alla sua figura e al suo compito di padre, e dovevo lavorare sui conflitti interiori ed esteriori passati ma non risolti; per cercare il mio equilibrio nell’affrontare tutto quello che stava succedendo.
Sul conflitto che avevo con mio padre cominciai a lavorarci durante la sua malattia. Ho dovuto rielaborare tutto per potere sciogliere definitivamente questo conflitto; perché quando c’è un conflitto molto forte, genera dolore e sofferenza dentro. Quando mio padre morì io mi ero riconciliata con lui e, nel momento della sua morte, sono riuscita a far riconciliare i miei genitori. Mia madre, quando mio padre si ammalò, era, in qualche modo “contenta” per questo, perché se lo toglieva davanti. Secondo lei la vita lo puniva per quello che le aveva fatto. Lei si mise da parte; poteva fare ma non faceva niente, perché mio padre, secondo lei, non meritava la sua assistenza. Lei era gelosa del fatto che stavo dando a lui una attenzione che lui non avrebbe meritato. Io vedevo tutto questo come se fosse stata la scena di un teatro dove tutti noi avevamo un ruolo e una parte da recitare; e in virtù di questo analizzavo i comportamenti di ognuno per cercare di capire.
Riuscii a riconciliare mia madre e mio padre proprio negli ultimi momenti di vita di mio padre. Lui era gravissimo, ed era in uno stato quasi comatoso. Pur avendo perso l’uso della parola, lui percepiva moltissimo. lo capivo dai suoi occhi, quando li apriva; capivo che lui capiva e non poteva esprimersi. Negli ultimi tre giorni ha faticato in una maniera incredibile, non riusciva a staccarsi dal corpo. Chiamai mia madre e le dissi: “ mamma se tu non lo perdoni, papà non se ne va tranquillo”. Lei pur nella sua rabbia e nel suo rancore si rendeva conto di questo e decise di collaborare. Ci mettemmo affianco a mio padre. Io gli tenevo una mano sulla testa e una sul petto per tranquillizzarlo e per aiutarlo ad oltrepassare la soglia della vita. Lei cominciò a parlare. Sembrava snocciolasse una nenia, un lamento, una preghiera. Gli chiese scusa e perdono nello stesso tempo, per tutte le cattiverie che si erano dette, dettate dalla rabbia e dal risentimento. Gli disse che era il momento di perdonarsi a vicenda e che non si doveva più parlare del passato ma ricordare solo i momenti belli trascorsi insieme. Quando lei finì di parlare, dopo circa mezz’ora, dolcemente mio padre esalò l’ultimo respiro. In quel momento le loro anime si erano riconciliate e negli anni a venire mia mamma non parlò mai più di quel passato che tanto l’aveva fatta soffrire. La morte di una persona è sempre un evento tragico però può essere anche una cosa bella..
Qualche altra cosa da rievocare di quel periodo. Tante volte, quando litigavano, mio padre aveva detto a mia madre “muta! Muta devi diventare!! Muta!! E invece prima di morire è stato lui a diventare muto. E’ diventato muto cinque mesi prima di morire. Non ha parlato per cinque mesi. Quello che seminiamo nella vita. Tutto quello che seminiamo ci torna.
Ti racconto un altro fatto, che accadde circa venti o trenta giorni prima che mio padre morisse. Lui non parlava già da quattro mesi; inoltre rifiutava il cibo e beveva poco e io gli davo i fiori di Bach, ebbi una specie di visione o comunque qualcosa di particolare. Ormai la notte stavo sempre accanto a lui. Mandavo mia madre a riposare nell’altra stanza e, notte dopo notte, respiravo la morte in tutti i suoi odori, in tutti i suoi rumori, in tutte le sue sfumature. Vivevo con l’ombra della morte vicino ma non avevo paura di stare li da sola. Tutto quello lo vivevo come un compito. Era la vita stessa che mi chiedeva di assolvere questo compito e secondo me l’ho assolto in pieno. Una notte mio padre aveva gli occhi chiusi, stava malissimo, e io non sapevo cosa fare; anche perché ero consapevole del fatto che qualsiasi farmaco gli avessi dato, non avrebbe alleviato nulla. Mi ero appena appisolata vicino a lui quando sentii una voce che mi diceva :“ dai il Natrum/Muriaticum, dai il Natrum/Muriaticum”. Si trattava un rimedio omeopatico. Era un rimedio che avevo preso io pochi mesi prima. Il Natrum/ Muriaticum è il rimedio della personalità rigida, di chi è duro con se stesso e con gli altri, ma soprattutto con se stesso. Un mio amico omeopata mi disse che potevo dare tranquillamente questo rimedio a mio padre; che non avrei aggravato nulla. Allora diluii questo rimedio omeopatico in acqua e glielo diedi con la siringa. Il mattino dopo mio padre appariva migliorato, con gli occhi aperti e più vigile. Quando io stessa qualche tempo prima avevo fatto uso di quel rimedio omeopatico, una notte sognai di lavare mio padre da morto insieme a mia nonna cioè sua madre, morta qualche anno prima ; quel sogno mi turbò e non ne capii il suo significato. Alla morte di mio padre, lo lavai, gli feci la barba e lo vestii. In quel sogno che avevo fatto anni prima era come se avessi visto ciò che sarebbe accaduto. Mio padre morì il 22 luglio.
Io ero contenta di avere risolto il conflitto con lui di essermi rappacificata nell’anima, di aver perdonato, di essere stata misericordiosa con lui e di aver capito la mia esperienza di figlia con quel genitore. Riuscii a trasformare la mia sofferenza di anni, quando non comprendevo il motivo di tutto ciò. Fu tre anni dopo la sua morte, quando mi ammalai, a rendermi conto che, invece, il conflitto con mia madre, che pensavo fosse risolto, in realtà non lo era affatto , perché quando lei mi chiamava, mi telefonava, non la sopportavo, non sopportavo la sua voce; e li capii che dovevo lavorare su me stessa.

-Quand’è che scopristi la tua malattia?

Tra la fine del 2005 e gli inizi del 2006. Alla fine del 2005 cominciai a non sentirmi bene; era come se le forze mi venissero meno. Mi trovavo in una fase di depressione abbastanza forte, anche in virtù di quello che era successo; ero delusa dalla vita, ero delusa da tutti, mi sentivo sola. Il senso di stanchezza che sentivo era legato al fatto che probabilmente la malattia era già in atto. Mi trascinai così fino a Natale e a Capodanno. A Gennaio 2006 cominciai davvero a non stare bene, avevo conati di vomito, e tutta una serie dei malesseri strani di cui ignoravo la causa e di cui non mi rendevo conto pienamente.
Una mattina –era circa la metà di gennaio- mi alzai, feci una doccia , mi vestii per accompagnare mio figlio a scuola come tutte le mattine, quando, d’un tratto, mi venne una vertigine tremenda ed il voltastomaco. Capii di non essere in grado di uscire né tanto meno di guidare, dissi a mio figlio di andare a scuola da solo quel giorno sarei rimasta a casa e mi misi a letto. Da quel giorno cominciai a stare sempre di più a letto per via del voltastomaco e delle vertigini tremende causate dal valore della creatinina alta che si alzava vorticosamente.
Dopo qualche giorno venni ricoverata in nefrologia, dove fui sottoposta immediatamente ad una ecografia renale che evidenziò delle dilatazioni renali che i medici chiamavano cisti renali; mi dissero che avevo i reni pieni di cisti. In realtà i miei reni, non riuscendo ad espellere i liquidi, soffrivano e si dilatavano, formando dei buchi che sembravano cisti. Ogni tanto avevo anche perdite di sangue dall’utero.. stavo male. Dopo avermi fatto degli esami clinici sempre riguardo i reni, e non essendo riusciti a trovare nulla, mi diagnosticarono una lieve insufficienza renale. Mi diedero una dieta da seguire e mi dimisero. Era il 14 Febbraio 2006, giorno di S. Valentino. Rimasi a casa dal 14 Febbraio al 3 Marzo, ma stavo male ogni giorno di più; continui conati di vomito e vertigini; costretta a stare sempre a letto. Ogni giorno che passava sentivo la forze che mi abbandonavano, sentivo di non farcela. Decisi di tornare in ospedale. Ero totalmente distrutta. In ospedale non mi riconobbero, quando arrivai piegata su me stessa, seduta sulla sedia a rotelle. Non mi reggevo in piedi. In nefrologia mi dissero: “Signora! Ma cosa è successo?”. Mi fecero subito l’esame della creatinina ed era a 7 come valore; con la creatinina a 7 si va in dialisi. Mi delle ecografie renali e, osservando i miei reni, arrivarono alla conclusione che i miei reni non erano malati, ma erano in grado di lavorare da soli; e così non mi misero in dialisi. In quei giorni, però, aumentavo velocemente di peso, ogni giorno di più. In pochi giorni ero aumentata di più di 10 kg. Giunse il blocco renale totale. Qualche giorno prima del ricovero, tra un dormiveglia e l’altro, perché non dormivo mai profondamente, una notte ebbi un attacco fortissimo alla vescica. Era come avere un fuoco nella vescica; una roba da impazzire. Non volevo tenere sveglio mio marito e cercavo di sopportare tutto senza lamentarmi. Poi ebbi una colica renale e dovetti chiamare la mia dottoressa alle quattro di mattina. Durante la colica ero stata seduta nel letto tutta la notte; la mattina ero stremata, distrutta, neanche la voce mi usciva, non avevo neanche la forza di parlare. Nei piccoli dormiveglia sognavo acque scure; sognavo di stare in un fiume, in un mare, ma erano sempre acque torbide, scure,fangose, e sempre calde. Nel sogno mi rendevo conto di stare nell’acqua e mi dicevo : “oddio! Forse per i reni mi fa male stare nell’acqua, però tutto sommato è calda non è fredda e non dovrebbe farmi male” . Capivo, però che erano sogni che indicavano pericolo. Le acque scure erano frequenti nelle mie notti insonni, quindi mi rendevo perfettamente conto di essere in una fase di grande pericolo. In effetti era cosi. L’ultima notte passata a casa invece sognai mio padre e i miei nonni paterni che stavano in una casa diroccata in campagna. Mio padre mi diceva che non stava bene, che si doveva curare e doveva portarsi via delle suppellettili da quella casa, perché li doveva chiudere e per il momento non sarebbe tornato. Stavo anch’io insieme a mia nonna e mio nonno. Poi mi vidi in un’altra immagine in una vecchia macchina di mio padre, con tutti e tre che mi riaccompagnavano a casa. Io ero insieme a loro e nel sogno mi rendevo conto che mi riportavano a casa, nella mia casa qui dove abito adesso. Mio padre percorreva la strada di casa per venire qui; e li ho capito che non era tempo di andare con loro, ho capito che loro erano venuti per me ma non per portarmi via nel loro mondo, ma per riaccompagnarmi nella mia dimora terrena. La notte successiva -o forse era sempre la stessa, ora non ricordo bene- feci un altro sogno, anche se più che un sogno erano una sorta di visioni. In uno di questi strani sogni vidi una piscina olimpionica piena di luce. Mi ci buttai e mi dissi: “ caspita com’è calda quest’acqua, che bella “. C’era una luce accecante in questa piscina e c’era un’acqua azzurra e verde meravigliosa e da li capii che questa piscina così luminosa voleva dirmi qualcosa, era un segno buono o almeno io lo interpretai così. La mattina, dopo essere stata male tutta la notte, mi ricoverai , non riuscivo nemmeno più a parlare. Mi fecero nuovamente tanti esami, ecografie, di nuovo avevo la creatinina a 7, avevo il vomito e avevo l’emoglobina bassa e in virtù di questo, l’esame mi venne ripetuto spesso. Successivamente venne il medico per dirmi che non stavo bene e dovevamo farmi una trasfusione. Io risposi che volevo rifletterci un po’ prima di farla. Ogni ora mi ripetevano l’emoglobina e visti i valori troppo bassi il medico, a un certo punto, tornò per dirmi che non avevo più tempo per riflettere e che dovevo fare immediatamente la trasfusione. Era il giorno della festa delle donne, 8 Marzo 2006.
La stessa mattina venne mio marito a portarmi la mimosa del nostro giardino. Nevicava quel giorno,un giorno che non potrò mai dimenticare, oggi come allora è tutto nitido nella mia mente. Mio marito quando mi vide così prostrata, con un colorito da cadavere, bianca come un lenzuolo, gli occhi torbidi dai veleni trattenuti nel corpo, si impressionò e tornato a casa, per il forte stress, si senti male e gli sali la febbre. Voleva chiedere aiuto ad un nostro amico che lavorava in ospedale, ma io anche cosi conciata ero in grado di pensare e curare anche lui. Chiamai una mia amica straordinaria, Silvana, una mia amica Omeopata, che mi consigliò subito il rimedio da somministrargli. Infatti il giorno dopo stava già meglio.
il medico in ospedale mi attaccò la sacca per iniziare la trasfusione. Meno male che mio marito non era presente, altrimenti sarebbe svenuto. Durante la trasfusione mi sentii male ma di un male che non so descrivere. Sembrava che nel mio corpo fosse entrato dentro un esercito. Sembrava ci fosse una guerra dentro di me. Una sensazione che a parole non si può descrivere. Intanto ringraziavo quell’anima sconosciuta che mi aveva donato il suo sangue. La notte dopo la trasfusione non riuscii a chiudere un occhio neanche per un attimo, forse per via del fatto che, quando quel sangue estraneo mi arrivò dentro, mi fece uno strano effetto , come se fosse un trapianto, tutte le informazioni di un altro essere mi arrivarono nel corpo come una mazzata. All’inizio ebbi delle sensazioni stranissimo che poi a poco a poco si affievolirono…… Non era una semplice flebo; era pur sempre il sangue di un’altra persona.
La mattina dopo la trasfusione cominciai a stare un pochino meglio, cominciai a stare seduta sul letto, a mangiare un qualcosa. Passati 11 giorni, il 19 Marzo, giorno del compleanno di mia figlia, stetti male di nuovo; di nuovo conati di vomito, creatinina alta, aumento di peso, anche se non mangiavo nulla. Le mie condizioni erano così gravi che mia figlia non voleva lasciarmi alle cure delle zie per paura di non trovarmi più il mattino dopo. Non potendo farmi le notti solo lei, si alternavano anche le mie cognate.
Una notte, in cui era rimasta con me la sorella di mio marito a darmi assistenza, io sono stata davvero tanto male, con continui attacchi di vomito. Un paio di giorni prima mi avevano messo il catetere, ma non urinavo perché gli ureteri erano schiacciati e la vescica vuota; quindi avevo il catetere in vescica ma urina non ce n’era e il catetere l’ho avuto vuoto per due giorni. Quella notte in cui sono stata così era come se nello stomaco avessi una palla di fuoco. Era come se fossi in un forno acceso a 4000 gradi. La mattina la pressione salì a 200 la massima, e 110 la minima, mi trascinai i bagno da sola, andai a mettere i piedi nell’acqua bollente; presi 100 gg di biancospino per far scendere la pressione, ma non scendeva neanche con i farmaci. In bagno mi guardai allo specchio ed ebbi paura di me stessa. Ero cadaverica . Chiunque veniva a farmi visita si impressionava. In città tutti dicevano che stavo morendo. Ed effettivamente era cosi. Ero in una fase tremenda. La creatinina era arrivata a 14 e in quello stato rischiavo una setticemia, il coma; rischiavo qualsiasi cosa. Un giorno e un giorno mi sentii uscire dal corpo. Ero sul letto e riuscivo a malapena a muovere le braccia. Provavo una sensazione incredibile, mi sentivo leggera e, mentre andavo in alto, venivo risucchiata verso un tunnel nero e poi facevo una grande fatica a scendere giù e ad aprire gli occhi. Come li richiudevo mi sentivo risucchiare verso l’alto e, poi, di nuovo dovevo fare un’enorme fatica per scendere giù. Mi resi conto che quella mattina stavo vivendo una cosa molto forte, e dissi a me stessa: “ oddio, adesso me ne vado “. Allora chiamai una mia amica per dirle che stavo uscendo dal mio corpo. Lei mi rispose gridando di non dire cavolate, di non fare la cretina e che non era vero . Ma era proprio quella sensazione che io stavo vivendo. Mi passarono molte scene davanti agli occhi; vidi anche i medici che mi facevano la defibrillazione e mi dicevo che non potevo fare tutto quel casino visto che i dottori stavano facendo il possibile per salvarmi.
Premetto che, quando stavo ancora a casa, vedevo la mia bara, la vedevo nel mio salotto , vedevo le persone che entravano e uscivano dopo avermi salutato nella bara e vedevo i miei figli piangere. Anche in ospedale prima nella nefrostomia renale, vedevo le stesse immagini di morte, mi vedevo morta, mi vedevo nella bara, vedevo i miei figli piangere e mi dicevo che non potevo lasciarli soli. Mio marito avrebbe potuto trovare un’altra compagna ma i miei figli non avrebbero trovato un’altra mamma e allora chiesi a Dio di darmi la forza per rimanere. Respirai forte e cercai di rimanere verso il basso, nel corpo. Perchè era un continuo fluttuare….
Devo dire però che quando vedevo queste cose ed ero indecisa se andare o non andare in quel tunnel. Mi dicevo che se ci fossi andata, sarebbe finita la mia sofferenza e sarei stata bene perché sarei andata in un mondo migliore. Però d’altra volevo rimanere qui per i miei figli, pur consapevole che questo avrebbe comportato per me enormi sofferenze. Dovevo scegliere e avevo la netta sensazione che il tempo stesse per scadere e, quindi, bisognava decidere in fretta se andare o rimanere e conscia della scelta che facevo dissi : “ Dio mio dammi tu la forza di rimanere! Visto che io non ne avevo nemmeno un briciolo, nemmeno per chiamare o sussurrare..”
Da quel momento sparirono tutte le immagini di morte. Non vidi più il tunnel e la bara; non vidi più niente. Ma cominciai a vedere la mia realtà.

-È davvero intenso e bellissimo il momento che hai descritto.

Sono cose che ti resteranno impresse per sempre. Dopo quello che ho descritto prima, mi fecero la trasfusione e il giorno dopo stetti malissimo, avevo il vomito, avevo lo stomaco infuocato, non urinavo e soprattutto avevo la pressione che mi saliva a 200. Mi davano la pasticca per la pressione, mi facevano le flebo, non urinavo e aumentavo di peso. Stavo veramente male. Mi misero il catetere ma la vescica era afflosciata perché non c’erano urine. Siccome ero un caso clinico particolare, anomalo, e siccome ero molto giovane, tutti –medici e infermieri- si preoccupavano molto per me. Ogni giorno -mattina e pomeriggio- mi facevano esami e controlli. Si preoccupavano, in particolare, di controllare il valore della creatinina, che costantemente saliva. Decisero di farmi una tac all’addome. Dall’esame capirono subito che c’era qualcosa che non andava perché videro una massa nella zona pelvica. Un mio amico che lavorava nella radiologia, per non spaventarmi, non fu proprio esplicito e cominciò a farmi discorsi strani tipo “sai bisogna vedere un pochino come andranno le cose, probabilmente ti faranno fare un ciclo di radioterapia…”. A sentire la parola radioterapia, mi sentii come se fossi attraversata da una scossa elettrica e capii che si metteva male. Decisero di farmi la la nefrostomia renale per potermi aiutare ad eliminare tutti quei liquidi.
La nefrostomia renale è un collegamento diretto tra il rene e l’esterno tramite un sondino da cui si espellono le urine in un sacchetto apposito. La prima volta me la fecero a sinistra e non uscì niente; il rene era afflosciato, vuoto, senza urina in circolazione. La fecero sull’altro rene e li invece funzionò. Tutto questo senza nessuna anestesia. I medici urologi erano contenti perché in quel modo mi avevano salvato il rene ma anche me stessa da tutti i problemi che ci sarebbero potuti essere. Durante l’applicazione mi sentii come se mi fosse stata sparata una pallottola nel rene. L’intervento, comunque, mi permise di espellere molti liquidi responsabili dei chili in più, circa dodici, che avevo accumulato. Prima di questo intervento, all’addome avevo un gonfiore tale che mi sentivo una mongolfiera; mi sentivo il liquido persino nella testa.
Successivamente alla scoperta della massa nella zona pelvica, mi portarono in ginecologia e, visto che sanguinavo abbondantemente, e che la situazione era complessa, i medici decisero i farmi l’isteroscopia. Ci andai con la sedia a rotelle e mi ritrovai davanti a medici e infermieri, che mi fecero accomodare sul lettino ed io così, con le gambe all’aria, mi vergognai da morire e di colpo scoppiai a piangere. Psicologicamente ero proprio a terra. Comunque, visto che dall’esito dell’isteroscopia non si capì granché, dopo qualche giorno mi chiamarono nelle sale operatorie della ginecologia per farmi un prelievo di tessuto dal collo dell’utero utile per fare l’esame istologico. Il giorno del prelievo c’era il primario anestesista nelle sale operatorie, che era ed è ancora un cliente di mio marito. Questo primario vedendomi disse : “ signora che cosa ci fa lei qui?” “Eh dottore”- risposi- “ non sto bene, ho problemi seri di salute.” Lui mi guardò stupito e mi disse : “ma allora è lei la donna di cui tutti parlano!”. Da questo capii che si parlava di me come di un caso particolare. Quando si allontanò da me, vidi che ci era rimasto male per avermi ritrovato in ospedale mezza morta, dato che in altri periodi ci incontravamo fuori la mattina, a volte a fare la spesa, e scambiavamo due chiacchiere. Tornando alla sala operatoria, mi fecero l’anestesia per fare il prelievo del tessuto dal collo dell’utero. Dopo un po’ di tempo il primario della nefrologia mi disse:” Signora guardi, noi qui abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare, ora non è più compito nostro. Lei deve andare in un grande policlinico , in un grosso centro ospedaliero.. scelga lei dove andare.” E mi dimisero. Era il 26 Marzo del 2006. Pensai di andare a Verona perché questo mio amico che lavorava in ospedale aveva un nipote che lavorava al Policlinico di Borgo Trento. Una volta arrivata a Verona con mia figlia e mio marito, il primario dell’urologia -dopo la visita, che si svolse il giorno dopo- il primario dell’urologia mi disse che il mio era un problema che non gli competeva perché non era un problema renale, ma ginecologico; e per questo dovevo andare a Borgo Roma, e farmi ricoverare lì.
Due giorni dopo fui visitata dal primario della ginecologia di Borgo Roma. Eravamo in sala d’attesa, c’erano tante donne che attendevano di essere visitate. Io ero li, con la morte nel cuore, ad aspettare il mio turno.
Vedevo mio marito agitato, teso , preoccupato e, per non farlo agitare ancora di più, preferii entrare da sola. Non volevo che i medici terrorizzassero mio marito e mia figlia. Dentro di me sapevo cosa mi aspettava.
Una volta entrata, Il primario, mentre guardava gli esami e le altre carte, mi chiese :
“ Signora perché è venuta qui?”
“ Guardi professore ho scelto di venire qui perché non so se posso fare l’intervento o altro.. non so..”
“Lei è inoperabile Signora” mi rispose “ può fare un po’ di chemioterapia, un pò di radioterapia….”. Era sott’inteso che non avevo grandi possibilità di sopravvivenza.
Sentire la parola “inoperabile” fu un’altra mazzata e dissi a me stessa : “ Dio mio aiutami; gli uomini sbagliano ma Dio non sbaglia”. Il primario mi chiese :” Signora perché non è entrata con suo marito?”
“Guardi professore- risposi io- mio marito in questo momento non potrebbe sopportare una notizia del genere , preferisco tenerla per me”
“ va bene, se è una sua scelta. Comunque se vuole domani le faccio l’istologico ma intanto andiamo nella medicheria che la visito.”
Durante la visita sanguinavo e il primario, girandosi verso la dottoressa vice primario, le disse : “Vede? Vede che avevo ragione io? Quando c’è il blocco renale, succede sempre così, la massa schiaccia gli ureteri, invade l’intestino, la zona pelvica. Comunque facciamo l’istologico.” E mi rimandò al lunedì per l’istologico.

-Infinita delicatezza.

Lui era convinto che per me non ci fosse più nulla da fare. Quel giorno uscii dall’ospedale e tornai a casa della mia amica Rosanna che mi ospitava. Ero distrutta, inebetita dalla paura di morire; cominciavo a guardare tutto come se fosse l’ultima volta che potevo vederlo. Stavo malissimo, ma non ero morta. Dovevo rialzarmi e farmi forza per quelli che erano accanto a me. Non dissi niente a mio marito di tutto questo e niente a mia figlia; non dissi niente a nessuno. La sera, appena ebbi qualche minuto in cui ero da sola nella mia stanza, chiamai il mio amico che lavorava in ospedale che subito mi chiese: “ come è andata la visita?”
“è andata che il primario mi ha fatto una diagnosi i morte” risposi.
Lui, dopo un attimo di silenzio mi disse: “ non è possibile, ho visto la tac, non ci sono metastasi in giro, la spina dorsale è pulita, non ci sono lesioni intorno.. credo che si sbagli.”
Quando il giorno dopo mi fecero l’istologico ero una morta vivente anche se cercavo di essere forte per gli altri. Intanto ci trasferimmo dalla casa della mia amica in un residence vicino al policlinico.
Noi aspettavamo la risposta dell’istologico; ma i giorni passavano senza alcuna risposta. Passò un mese, venne il periodo pasquale ed io ero ancora lì. La domenica di Pasqua dissi a mio marito: “Sai che facciamo? Andiamo a ascoltare la Santa messa, oggi è Pasqua!” Lui fu d’accordo. Non riuscì a trovarmi una sedia a rotelle; perché la domenica l’addetto alla stanza dove erano messe non c’era. Ci incamminammo a piedi pian piano, mi trascinavo; per me era la prima volta dopo molto tempo che camminavo con le mie gambe. Arrivammo nella cappella dell’ospedale e ci sedemmo vicini nel banco in terza fila. Dopo qualche minuto si avvicinò a noi una signora anziana che si occupava dell’altare, delle letture durante la messa e mi chiese se volevo fare una lettura. Quando anni addietro facevo la catechista leggevo spesso le letture la domenica. Le risposi di si e le chiesi se potevo leggere la prima lettura. Mi disse di sì e mi diede il foglio. Quando arrivò il momento, andai sull’altare e cominciai a leggere passando dalla prima lettura ai salmi. I salmi erano quattro o cinque frasi separate. La prima diceva: “Non morirò, ma vivrò per annunciare le meraviglie del Signore .“ Quando lessi questo passaggio, un brivido mi attraversò dalla testa ai piedi. Rimasi quasi folgorata e incredula perché quando ero nel banco non l’avevo letta quella frase; probabilmente non dovevo leggerla da sola ma leggerla sull’altare. Capii che era un messaggio di Dio per me. Capii che, nonostante tutto, non sarei morta, che avrei potuto farcela. Scesi all’altare con una gioia dentro, una fiducia e una fede che non so descrivere. Quella frase mi diceva che dovevo avere fiducia, avere fede nonostante le cose fossero tanto complicate. Quel brivido attraversandomi tutta mi aveva dato gioia e speranza di potercela fare. Ancora conservo quel foglio datomi dalla signora.
Mentre aspettavamo il referto dell’esame istologico, mi chiamarono dall’ospedale per dirmi che il giorno dopo mi avrebbero fatto la risonanza. Il giorno dopo era il 18 aprile, il giorno del compleanno i mio figlio. Mi fecero la risonanza e mi diedero subito la risposta. Nonostante mi avessero fatto l’esame senza liquido di contrasto utile a vedere bene gli organi interessati, si vide tutto benissimo. Non so come mai dalle nostre parti debbano sempre iniettare il liquido di contrasto, schifoso, radioattivo e tossico specialmente per me che avevo un solo rene capace di filtrare questo liquido per espellerlo poi con le urine.
Fatta la risonanza, chiamai il mio amico per leggergli i risultati. Lui mi disse: “guarda non mi sembra così cattiva la risonanza, non ci sono lesioni e non c’è metastasi all’intestino.. c’è la massa però , quella si ma per fortuna è localizzata.”
Circa un mese dopo ebbi le risposte dell’istologico. Fu la vice primario a darmi la diagnosi: “Signora il risultato dell’istologico ci dice che lei ha un linfoma e la devo accompagnare dall’ematologo.”
“Mi scusi dottoressa, io non capisco.. cos’è un linfoma? –chiesi- mi spieghi un attimo.”
All’epoca di tutte queste cose non sapevo niente. La dottoressa mi rispose :” guardi è una malattia del sangue; questa è competenza dell’ematologo, sarà lui a spiegarle tutto.” Prese i documenti e mi accompagnò dall’ematologo. Ancora una volta decisi di entrare da sola, mio marito lo feci rimanere fuori, volevo proteggerlo. Quando fui con l’ematologo, gli chiesi :”scusi dottore che possibilità ho di sopravvivenza?”. “Signora -mi rispose- oggi come oggi ci sono delle buone possibilità con la chemioterapia ci sono dei buoni risultati.”
Secondo me sono tutte cavolate perché le donne che hanno questo tipo di problema muoiono tutte, e le vere statistiche non le pubblicano; le vere statistiche affermano che c’è solo il 2 % di guarigione. Ma a te parlano di alte percentuali e chiunque è malato si sente praticamente “costretto”–anche in virtù del loro affermare i benefici della chemio- a farla e vederla come unica via di uscita o ancora di salvezza. Approfittano della tua vulnerabilità in maniera subdola e strisciante. Io non dico che mi hanno costretta, ma poco ci è mancato; perché il medico mi continuava a dire che con la chemio potevo guarire e non era vero . Successivamente mi fece il prelievo del midollo dalla colonna per vedere se avevo metastasi . Fatto questo mi salutò dicendomi: “ sa ci sono alcune cose da firmare e riguardo alla cura potrà farla tranquillamente nella sua città casa sua, perché quello che si fa qui, glielo possono fare anche nel suo ospedale. Intanto il primo ciclo lo può iniziare qui subito prima di partire.” Loro volevano essere sicuri che iniziassi, sapendo benissimo che una volta iniziata, non avrei potuto più sfuggire da quella trappola, non potevo tornare indietro o almeno questo è il percorso.
Non ebbi neanche il tempo di informarmi e di riflettere. Mi fecero firmare documenti di cui non avevo capito nulla, dato lo stato confusionale in cui mi trovavo. Cominciai, due giorni dopo, il primo ciclo di chemioterapia in ospedale. La vice primario della ginecologia mi disse: “signora questa deve farla molto velocemente perché è molto forte e quindi deve essere fatta il più velocemente possibile.” preparò la flebo per iniettarmi la prima infusione di veleno. ( alla faccia! Mi bruciò le vene fino a farle quasi scomparire del tutto,ed in seguito mi creò un sacco di problemi con i suoi effetti collaterali devastanti) Non ti dico come mi sentii; non ci sono parole per descriverlo. Stavo malissimo. Cercavo di aiutarmi in qualche modo visualizzando la chemio come un farmaco curativo e non come il veleno che era; cercavo di pensare positivo per quanto era possibile affinché mi facesse meno male. Finì questa flebo e la dottoressa mi congedò dicendomi che i cicli successivi li avrei potuti fare tranquillamente nella mia città.
In quegli ultimi tempi avevo preso contatti con la clinica S. Croce a Orselina, in Svizzera, famosa per la bravura dei medici omeopati e anche per l’assistenza ai malati terminali. Presi un appuntamento con uno di questi medici omeopati; e il giorno dopo andammo, io mia figlia e il suo ragazzo Orselina in Svizzera con il treno.
Volevo sapere da questo medico omeopata se ci fosse un qualsiasi aiuto per la mia situazione. Arrivati li prendemmo una stanza d’albergo. La notte ebbi la febbre e avevo una spossatezza da morire; ma mi facevo forza per i ragazzi e non mi lamentavo mai. Avevo anche quella benedetta nefrostomia che mi accompagnava ed ero impedita, anche nei movimenti e dovevo dormire (se ci riuscivo) sempre a pancia in su per via di quell’aggeggio nel rene. Il medico omeopata ci ricevette –con me era entrata anche mia figlia- e mi visitò. Gli raccontai la mia storia e come erano andate le cose e ad un certo punto gli chiesi: “ scusi dottore.. ma lei in tutta sincerità, cosa mi consiglia in merito alla chemioterapia, devo farla o no? “ “Signora io le consiglio di farla” mi rispose. “Cavolo -mi dissi – un omeopata..”. Come faceva un omeopata a consigliare la chemio?.
Se qualcuno allora mi avesse illuminato sugli effetti devastanti della chemio, di sicuro non l’avrei mai fatta! Ora però posso dire che su di me non ha funzionato, anzi! Mi ha devastato, nel corpo e nell’anima! Mi ha lasciato segni indelebili che nessuno mai potrà togliere, ferite che nessuno mai mi potrà guarire.
Purtroppo nessuno si prende la responsabilità di dirti di non fare la chemio. Hanno paura, perché se tu muori senza chemio, i familiari possono accusare i medici di non averla consigliata e fatta. Se invece muori di chemio nessuno viene denunciato, nessuno viene chiamato in causa, nessuno viene additato. E i medici dicono che sei morto di cancro. Probabilmente anche questo dottore ha avuto paura di consigliarmi.

-Credo sia qualcosa del genere. Molte persone temono polemiche e attacchi se si viene a sapere che non consigliano la chemio.. ma, a prevalere su tutto, dovrebbe essere l’onestà intellettuale..

Rimasi delusa da questa visita, per la quale pagai 200 euro. Mi diede dei rimedi preparati da lui e avvolti nella carta, rimedi di cui non si leggeva il nome. Rimedi che, nonostante tutto, presi, perché io mi fidavo e mi fido delle cure omeopatiche. Non so se mi hanno dato una mano. Sicuramente male non mi hanno fatto; non mi hanno avvelenata. Ero delusa; non volevo fare la chemioterapia; ma in quel momento non sapevo proprio che pesci pigliare. Non conoscevo tante cose che conosco adesso.
Quando ero ancora a Verona ed ero ancora ospite della mia amica Rosanna, venne a trovarci un’amica di mia figlia che fa la parrucchiera. Prevedendo ciò che mi sarebbe accaduto decisi di farmi tagliare i capelli, con la scusa che i capelli lunghi in quel periodo mi creavano problemi. Quando la mia amica tornò mi disse: “che hai fatto ai capelli?” “ li ho tagliati –risposi- così quando comincerò a perderli non si noterà poi cosi tanto.” Appena tornata a casa, dopo appena un solo ciclo di chemio i capelli cominciarono a cadermi, nonostante il taglio corto. Volavano via anche con i colpi di vento. Un giorno che venne la solita amica parrucchiera, mi feci fare il taglio corto, ma, mentre tagliava, i capelli le cadevano in mano. Non faceva in tempo a tagliarli che cadevano prima. Annalisa, un’altra amica di mia figlia, mi faceva le foto e tutte e quattro ridevamo di questa scena tragicomica. Dovevo ridere per non piangere; non potevo piangere davanti alle ragazze, anche se forse in quel momento avrei avuto bisogno di farlo.
Già dopo qualche giorno dalla prima chemio, cominciai a sentire il formicolio alle punte delle dita della mano. Con la seconda chemio dal formicolio si passò alla perdita di molta parte della sensibilità alle mani. Avevo perso la forza; non riuscivo a prendere una bottiglia d’acqua, non riuscivo a stringere e tenere un bicchiere pieno d’acqua in mano .
Accorciai ancora i capelli; ma cadevano e si vedevano le prime buche in testa. I capelli li trovavo ovunque; sul cuscino, in terra, per casa, sul pettine e allora dissi a mia figlia: “sai che facciamo? Prendi la macchinetta così me la passi e me li fai a zero”. Cercai di scherzare sul mio stato, non mi potevo disperare anche perché non lo avevo mai fatto durante la malattia e non volevo cominciare a farlo. Ho vissuto tutto questo dramma dentro. Dentro di me ho vissuto le paure, i pianti, le angosce, la disperazione; e ho nascosto tutto agli occhi degli altri. I primi cicli li ho fatti abbastanza vicini, ma dal terzo in poi ho dovuto distanziarli un bel po’ perché gli effetti collaterali erano devastanti. Mi annientavano. Tornavo a casa mezza morta, con un mal di testa tremendo; mi si spaccava la testa in due. Pensa che al secondo ciclo ebbi un blocco intestinale. Al terzo ebbi un fungo che mi invase tutta bocca, tipo il mughetto dei bambini. Questo fungo lo avevo sulla lingua, nella gola, sulle labbra. Non riuscivo ad alimentarmi; non riuscivo neanche a bere una goccia d’acqua. Dalla bocca socchiusa usciva una salivazione schiumosa. Dovevo stare sdraiata, con un asciugamano vicino alla bocca, ad asciugare tutta quella schiuma che si creava continuamente e che di certo non potevo ingoiare. Era una cosa tremenda, ero ridotta ad una larva umana. Quando andavo in bagno mi specchiavo, avevo paura di me stessa.. ero uno zombie. Non potendo né bere e né mangiare, mi facevano le flebo sia per idratarmi che per alimentarmi . Quando venne l’oncologo a farmi la visita domiciliare, mi portò una sacca contenente del liquido bianco, una merda scusami il termine, prodotta dalla Nestlè, un composto di vitamine e principi nutritivi.

-Come non definire tutto questo un crimine?

Tra le tante difficoltà ebbi anche problemi con gli stent e gli ureteri, con la nefrostomia. Un giorno, nel cambio della nefrostomia me la inserirono troppo in profondità procurandomi un dolore così forte che mi sembrava i avere un pugnale conficcato nel rene. Tornai a casa con dolori tremendi, erano da impazzire. Mia cognata vedendomi così dolorante e sudata mi disse di tornare in ospedale e di farmi ricontrollare la nefrostomia. Tornai nel reparto e spiegai che la mattina avevo sostituito la nefrostomia e che da quel momento avevo dei dolori tremendi; non potevo nemmeno muovermi e avevo anche difficoltà a respirare. Mi tirarono un pochino la nefrostomia verso l’esterno e i dolori si attenuarono. Mi ripresi un po, ma ci volle tempo e grande fatica. Ho fatto otto cicli di chemioterapia. Otto! Di quella che chiamano La Rossa, la Peggiore, la più forte! La distanza l’uno dall’altro doveva essere di 21 giorni; ma, dopo i primi, feci gli altri molto più distanti l’uno dall’altro. Non ce la facevo; ero troppo debilitata, ero annientata. Dovevo aspettare più giorni, perché tra un ciclo e l’altro mi si abbassavano tutti i valori del sangue e dovevo farmi una puntura sulla pancia per stimolare la produzione dei globuli rossi e bianchi che venivano abbassati drasticamente dalla chemio. La mia bella dose di chemio comprendeva: Mab Thera 600 mg, Ciclofosmamide 700 mg,Vincristina 2 mg, Adriamicina 80 mg,Betametasone 12 mg.; e per gli effetti collaterali Allopurinolo e Deltacortene 25 mg. Un bel cocktail mortale che mi azzerò le difese fino a ridurmi come una larva. . E per stimolare, invece, le difese dovevo fare, subito dopo la chemio, una fiala sottocutanea di un farmaco costosissimo; che mi dava dei dolori tremendi nel midollo osseo nella colonna. C’era da impazzire, stavo malissimo, ma riuscii, mio malgrado, a finire tutti i cicli della chemio.
Verso la fine di settembre o ottobre, non ricordo bene, rifeci la risonanza e gli esami del sangue. Dalla risonanza si evinse che la situazione era rimasta invariata. Era tutto fermo li. Praticamente la chemio non mi aveva portato nessun beneficio, anzi. Dopo otto cicli di chemio, quella rossa -la più forte e la più tossica perché, oltre a far cadere i capelli, brucia tutto- ero al punto di partenza.
La vice primario dell’ospedale di Verona mi chiese di inviarle tutto che lei ne poi avrebbe parlato con l’ematologo. Dopo qualche giorno mi disse:” guardi signora l’ematologo dice che deve sbrigarsi a fare la radioterapia, la deve fare velocemente prima che svaniscano gli effetti della chemioterapia.. altrimenti non funzionerà”.

-Dopo devastanti cicli di chemio che in sostanza non avevano risolto nulla, ti propongono di procedere con la radioterapia.. emblematico..

Pensa che castroneria Alfredo, mi dovevo pure sbrigare. Ma come si poteva dire un’assurdità del genere?”
Non sapendo come fare, cercavo di aggiornarmi, chiedendo ai ragazzi di farmi delle ricerche. Io n quel tempo sapevo appena usare il computer; non ho la dimestichezza che ho oggi. Andai alla ricerca delle “Cinque Leggi Biologiche” del dott. Hamer, un libricino che avevo in casa e che avevo avuto anni prima quando frequentato il corso di naturopatia. Poi sentii parlare della Fondazione Pantellini; poi sentii parlare anche di altre cose. Ma ero troppo distrutta, annientata.. non avevo energie, non avevo la forza per fare niente, nemmeno per prendere decisioni.
Tornando alla sollecitazione dell’ematologo a fare la radioterapia, accolsi quella proposta e feci la radioterapia. Stupidamente la feci.
Però, se non avessi fatto chemioterapia e radioterapia, oggi non potrei dire che non funzionano. Su di me non hanno funzionato; ma non funzionano neanche sulla stragrande maggioranza delle persone. Oltretutto, essendo farmaci cancerogeni, a distanza di anni creano recidive. Alla gente viene mentito,la gente non sa come stanno veramente le cose. La gente non sa che la chemio è cancerogena, immunosoppressiva e mutagena; e i danni che fa superano di gran lunga i benefici, se mai c’è ne fossero (io ne dubito).

-E’difficilissimo in momenti come quelli potere veramente decidere, potere davvero scegliere. Le informazioni date sono solo parziali,e il clima di panico, di pericolo per la vita, comporta una pressione psicologica per via della quale.. si agisce.. si agisce alla svelta.. si segue quello che viene consigliato.. perché…”non c’è tempo da perdere”…

Esatto. Prenotai le sedute di radioterapia in una clinica di Lecce. Quando entravi in quel reparto vedevi tutte quelle persone che avevano la morte stampata in volto; C’era anche un bambino, suppergiù di 7/8 anni, tutto pelato che aveva un tumore in testa; povero piccolo, mi dispiaceva da morire per lui, sicuramente viste le statistiche sarà morto, sarà morto come tanti altri, come un numero per la medicina. Alla quale non importa di curare il malato ma la malattia, il sintomo, una medicina che pensa ancora di ammazzare le mosche con i cannoni o come dice la mia amica Gigliola…. di spegnere il fuoco con la benzina! Che assurdità! Secondo il dottor Simoncini con i tumori al cervello si possono avere dei buoni risultati, anche di guarigione, con il bicarbonato. Lui asseriva di aver guarito un bambino con un problema del genere in Albania. La mamma andò con il suo bambino mezzo morto a chiedere aiuto, disposta a fare qualsiasi cosa pur di salvarlo. Lo curarono con il bicarbonato e questo bambino guarì.

-Racconta la tua esperienza con la radioterapia.

Feci 21 applicazioni. Una follia che sicuramente non rifarei. Anche la radio crea dei problemi; ustiona, brucia dentro e fuori. Avevo la vescica a pezzi; mi scappava la pipi addosso, bruciori da morire. Anche l’intestino era compromesso. Come può una terapia, che si vanta di curare, uccidere cosi un corpo? Questo metodo di cura è sicuramente molto contraddittorio, ma anche obsoleto secondo me. Un metodo che cura non può ridurre la persona in fin di vita! Prego solo Dio che mi abbia ripulito da quella robaccia. Intanto era arrivato dicembre e non ti dico che Natale ho passato. Tra prostrazione e malesseri fisici, risonanze ed esami clinici, passarono circa due mesi e mezzo. Trascorso questo periodo di tempo e finite le radioterapie, feci la risonanza di controllo e i risultati dicevano che tutto era rimasto immutato, tutto era come prima. E per fortuna non era peggiorato.. di solito la radioterapia peggiora le situazioni. A quel punto mi caddero le braccia. Ero in una confusione tremenda, non sapevo che fare. Ero distrutta .. veramente distrutta. Nel frattempo mi chiamò una mia amica di Ostini ,che era stata mia compagna al corso di Naturopatia, per chiedermi come stavo e come proseguivano le cose. Poi mi disse: “sai Enza c’è Marco.. perché non vai da lui farti qualche trattamento con la piramide?” Avevo sentito parlare di questa piramide.. le suore brasiliane a Trento avevano delle piramidi. Quando fui ospite della mia amica a Verona ebbi modo di sapere che suo fratello qualche anno prima di me aveva avuto un tumore allo stomaco. Gli avevano tolto una buona parte dello stomaco, e aveva fatto anche lui la chemioterapia; manco a dirlo, lo avevo distrutto. Gli erano cadute perfino le unghie delle mani. Decise di non fare più le chemio e avendo saputo di queste suore brasiliane a Trento, andò da loro e si sottopose ai trattamenti con la piramide. Venne anche seguito dalla sorella naturopata, che gli faceva in continuazione trattamenti energetici e altro. Con il tempo e queste cure guarì e uscì fuori dal cancro. Sembra che da queste suore andassero molte persone sia malate di cancro che di altre patologie. Ricordandomi tutto questo chiamai Marco e gli disse che volevo fare dei trattamenti. Una o due volte la settimana andavo da lui a fare i trattamenti con la piramide, mi ci mettevo sotto, stavo li una mezz’ora, una quarantina di minuti. Se non altro mi rilassavo. E poi questo mio amico aveva, e lo ha tutt’ora, un apparecchio di medicina quantica chiamato SCIO QUANTUM. Cominciò a farmi trattamenti anche con questo apparecchio. Ti dirò … non so fino a che punto funziona ma io cmq mi sentivo meglio.
Durante i trattamenti Marco mi disse che aveva conosciuto un certo dottor Simoncini che curava i tumori col bicarbonato e se volevo leggere il suo libro “il cancro è un fungo”

-si, conosco questo libro anche se non l’ho letto .

io lo lessi tutto di un fiato. Lessi le storie di persone che con il bicarbonato erano guarite. C’era la storia di una donna di 60 anni che aveva un tumore al collo dell’utero proprio come me. Lei aveva fatto delle infusioni di bicarbonato ed era guarita dal cancro. Ma aveva anche delle metastasi ossee che le infusioni con il bicarbonato non poterono curare e morì. Ma non morì di tumore al collo dell’utero.
Pur leggendo questa storia negativa, cercai di contattare il dottor Simoncini. Ci riuscii e andai a Roma, dove si trovava in quel momento. Ci andai in aereo con mio marito e mia figlia. Viaggiare era stancante per me, ero debole e poi con questa sacca dietro al rene.. pensa che portai la nefrostomia per circa due anni. Era una schiavitù perché se uscivo staccavo il sondino/catetere con il sacchetto annesso e applicavo la stomia e, viceversa, se stavo a casa mettevo il sondino catetere con il sacchetto annesso. Non uscivo molto e non guidavo più la macchina. Comunque.. arrivammo a Roma e andai da lui.

-che anno era?

Erano i primi di gennaio del 2007. Ci ricevette in uno studio che non credo fosse suo. Quando ci sedemmo davanti a lui, guardò i miei esami e mi disse: “Signora lei è venuta troppo tardi! Però se vuole possiamo provare.” Considera che, oltre la malattia, avevo altre complicazioni fisiche non trascurabili; complicazioni come la nefrostomia, gli ureteri schiacciati dalla massa tumorale che era in uno stadio abbastanza avanzato.
Fu un altro duro colpo sentire quelle parole. Comunque gli dissi di sì; era una speranza per me e volevo provare.
“allora deve ritornare un altro giorno – mi disse- Dovranno metterle un port nella zona pelvica e non sarò io a farlo ma un medico che si occupa di questo. Poi inizierà a fare le infusioni di bicarbonato.”

-Molti non avrebbero neanche tentato. Avrebbero, a priori, giudicato folle il tentativo di provare ad affrontare quello che avevi tramite una cura.. a base di bicarbonato.

Certo.. io avevo solo un’infarinatura a livello di conoscenza datami dal libro che avevo letto. Avevo letto per l’appunto di persone che ce l’avevano fatta; e sapevo di altre che erano morte. Io, non volendo rifare la chemio, volevo tentare la cura del dottor Simoncini. Per me quella era l’ultima speranza.
Dopo una settimana ritornammo a Roma. Andammo in una clinica privata dove c’era lui che mi aspettava. Mi fecero la TAC e, durante la TAC, mi inserirono il port nella zona pelvica.

-E’ stato doloroso per te?

Un po’ si, però era una cosa che volevo fare. E poi fino a quel momento avevo sopportato di tutto. Ero avvezza al dolore, alla sofferenza. E comunque, in quel momento io volevo fare tutto quello che era nelle mie possibilità. Era in gioco la mia vita.
Il giorno in cui mi misero il port, c’era un’altra ragazza con me. Una ragazza inglese che aveva partorito da poco; anche a lei misero il port nella zona pelvica. Probabilmente aveva una malattia tipo la mia. Tornando a casa, comprammo la flebo di bicarbonato al 5%. Flebo che ora le case farmaceutiche non producono più. Tornata a casa; cominciai subito con la prima infusione. Mia figlia, con una siringa, me la iniettava attraverso questo port. Riiuscii a farmi iniettare tutti i 500 cc della boccetta. I dottore ci disse di farle a giorni alterni, sia nell’addome che in vena.

-spiega, per chi fosse totalmente digiuno di queste cose il senso dell’iniettare il bicarbonato nel corpo. Perché questa cosa ha una sua efficacia? Perché si da il bicarbonato in certe patologie?

Simoncini asseriva, e asserisce, che il cancro è un fungo; che il cancro viene a seguito della candida, che a sua volta si manifesta quando il corpo è in uno stato di acidosi. La candida è una micosi, è un fungo che solo in seguito sviluppa cellule tumorali che lui definisce funghi. Il nemico di questi funghi è il bicarbonato che, iniettato, li brucia, li mangia e li elimina. Per farti capire è come la candeggina versata sulla macchia di un tessuto: brucia l’alone e scompare la macchia. Ovviamente il bicarbonato usato esternamente non ha lo stesso effetto dell’infusione interna, perché iniettandolo, arriva direttamente sulle cellule e va a bruciare ciò che è cancerogeno.
Comunque, come ti dicevo, quella per me era l’ultima possibilità. Non conoscevo all’epoca altri oncologi che curassero in maniera diversa dalla chemioterapia. Oggi si invece.

-Come è stato l’impatto con Simoncini?

Diciamo che non è stato dei migliori. Lui essendo medico allopatico, mirava a curare la malattia e non la causa, senza tener conto che, dietro ogni persona, c’è un’anima, una sensibilità. Sensibilità che, nel malato oncologico viene molto spesso sottovalutata. La sua vulnerabilità è superiore rispetto a chi ha altre patologie; perché sente la morte in agguato. Non mi sentii “accolta” dal dottor Simoncini; non mi sentii supportata e incoraggiata. Devo però dire che l’impressione fu un po’ diversa quando lo rividi. Ebbi, queste seconda volta, una impressione molto più positiva. Io credo che lui sia una bella persona ed è anche un medico molto informato sulle dinamiche del cancro. Quando parla ti lascia a bocca aperta per la sua vastissima conoscenza. Il problema è che non ha mai potuto agire serenamente. E’ stato sempre boicottato. Non gli si è mai data la possibilità di dare il meglio di se come medico, come oncologo e anche come persona.
Inoltre, le persone che vanno da lui sono persone che hanno percorso invano altre strade. Persone che hanno perso la speranza e purtroppo non sempre arrivano al momento giusto. Come ti avevo detto prima, Simoncini a me aveva detto che la mia situazione era molto grave e che ero arrivata troppo tardi. Però, se io fossi morta, la mia famiglia non sarebbe andata a denunciarlo come invece fanno in tanti in una situazione di quel tipo. Perché non era stato lui a chiamare me, ma io ad andare da lui. E non si può denunciare un medico, un naturopata o chiunque esso sia quando sei tu ad essere andata in cerca del suo aiuto.
Avrei potuto anche non ottenere niente ma questo era un mio tentativo e mi assumevo totalmente la piena responsabilità di tutto e non potevo condannare nessuno se le cose non fossero andate per il verso giusto.

-c’è un tentativo di aggrapparsi al nemico anche quando, magari, il nemico non c’è.. cioè.. i famigliari di un malato morto possono essere tentati dalla necessità di trovare sempre un colpevole, perché non accettano la morte del loro parente.

Mi chiedo perché tutte queste persone, tutte queste donne giovani, come dice Salvatore Paladino, vengono quando è ormai troppo tardi. Quando sono già stati massacrati dalla chemio? Perché quando si muore per chemio, i famigliari non denunciano?

-razionalmente il tuo discorso non fa una piega. Ma interagiscono molti meccanismi malati in certi casi. Moltissimi non sanno cosa sia un tumore e quale siano natura ed effetti della chemioterapia. Ma riprendiamo la tua storia.. raccontavi delle infusioni di bicarbonato..

Andando alla prima infusione, cominciammo a inserire tutto la soluzione di bicarbonato al 5% nell’addome. Le flebo erano già pronte, una soluzione con dentro il 5% di bicarbonato. Queste flebo adesso non vengono più prodotte né vendute; mi chiedo se sia un caso. Praticamente il dottor Simoncini diceva che, dopo aver infuso tutta la flebo, dovevo lasciarla agire per un po’ e poi dovevo aprire il port e lasciar defluire all’esterno. Il liquido così sarebbe venuto fuori portando con se ciò che di sporco e di morto c’era dentro. E questo fu quello che feci. Nella prima flebo c’era mezzo litro; e non so come riuscii a infondermi tutta la soluzione visto che poi nelle successive non mi riuscì più. Iniettavo 200 cc, 150 , a volte 100 cc, a volte 50 ed era pochissimo rispetto alla terapia prescritta da Simoncini. Successivamente alla prima infusione, questo quando mia figlia mi iniettava la soluzione di bicarbonato era una cosa da impazzire Alfredo.. io non so come ho fatto.

-Quindi si tratta di una cura dolorosa? E per quanto avresti dovuto farla?

La cura doveva durare un mese Lui non mi aveva detto che sarebbe stato così doloroso. O meglio, mi aveva detto che avrebbe bruciato un pochino e che avrei potuto fare la terapia a giorni alterni. Non so se me lo disse di proposito o se davvero non sapesse o non si rendesse conto di quanto bruciasse nella zona pelvica…
La zona pelvica era carne viva e l’infusione con il bicarbonato bruciava in una maniera pazzesca. Questo, man mano che passavano i giorni, portava ad un rallentamento della cura. Doveva durare un mese invece si protrasse per oltre due mesi perché c’erano dei giorni in cui, per via dei dolori tremendi, non riuscivo a fare l’infusione. La sera poi avevo sempre alcuni decimi di febbre. Arrivava a 38, 38,5. Durante la notte sfebbravo e la mattina non ne avevo più. Questo succedeva sistematicamente tutte le sere. Infatti io non prendevo nessun farmaco per la febbre, perché avevo capito che, tramite la febbre, il mio sistema immunitario si difendeva. Il bicarbonato , avendone fatto tanto, mi aveva si alcalinizzato ma mi aveva anche bruciato dentro. Certo, era quello il lavoro che doveva fare, però faceva molto male. Io cercavo di aiutarmi con qualche rimedio omeopatico che mi dava la mia amica omeopata Silvana. Pensa che il sale mi usciva dagli occhi.

-Il sale?

Sì il sale Alfredo. Il bicarbonato è un sale. La mattina, appena sveglia, avevo agli angoli degli occhi delle piccole pietrine di sale. Per controbilanciare questa situazione, il dottor Simoncini mi diceva di bere; e io bevevo acqua, limone e un po’ di zucchero. Certo, so che assumere tutto quel bicarbonato è stato un rischio per me, perché, avendo un rene solo l’ho fatto lavorare troppo, ed ero provata sotto l’aspetto fisico. Infatti mangiavo pochissimo e spesso vomitavo per via della mucosa dello stomaco infiammata.

-Si può dire che questa cura con il bicarbonato non è esattamente una passeggiata.

No, non lo è stata per me. Forse in altri casi l’impatto è stato diverso. Per esempio, la mia amica Daniela, che ha avuto un carcinoma duttale infiltrante al seno, tenne il port per pochi giorni, lavando con il bicarbonato l’area dove le tolsero il nodulo. Però in un caso grave come il mio -la mia era una patologia molto importante, molto estesa; tra la neoplasia al collo dell’utero e il linfoma non c’era da stare allegri- bisognava fare una terapia d’urto, con forti dosaggi. Se mi chiedessero se consiglierei questo approccio, non so cosa risponderei. Io ho vissuto momenti tremendi. Non ero in grado di alzarmi da sola dal letto. Doveva venire mia figlia, o mio marito, o qualcun altro, prendermi sotto le braccia e tirarmi di peso, perché io non potevo fare lo sforzo di alzarmi da sola; gli addominali erano bruciati . Ero tutta un pezzo di dolore, dal collo alla punta dei piedi. La notte mia figlia mi doveva mettere il pannolone, perché non ero in grado di alzarmi e non riuscivo a controllare gli sfinteri. Mio marito, in quel periodo, per non disturbarmi dormiva nella stanza di sotto. Se avevo bisogno di qualcosa, avevo mia figlia nella stanza accanto. La mattina aspettavo che lei si svegliasse e venisse ad alzarmi per accompagnarmi in bagno. Un giorno, mentre andavo in bagno, mi successe una cosa tremenda . Considera che la cura che stavo facendo mi aveva bruciato le mucose della zona pelvica, l’utero si era rinsecchito ed era diventato duro e si vedeva anche dall’esterno della pancia. Un giorno non riuscii ad arrivare in bagno che me la feci addosso. In quel momento avrei voluto morire. Scoppiai a piangere. Non mi potevo abbassare, non riuscivo a muovermi per potermi lavare, non sapevo cosa fare. IL mio pianto si sentiva dalla cucina. Tutti e due i miei figli accorsero, mi aiutarono a lavarmi e a rivestirmi, rassicurandomi con tutto il loro amore. Mentre io continuavo a piangere per la vergogna di quello che mi era accaduto, loro continuavano a dirmi che c’erano loro con me e che dovevo stare tranquilla.
Ero diventata senza forze, non avevo più autonomia, ero dipendente in tutto e per tutto; da mia figlia soprattutto, perché mio figlio era già ripartito per l’università, dopo essere stato in dubbio se andare o meno. Lo pregai di andare, di pensare alla sua vita, di pensare al suo futuro. Quel periodo così tremendo durò dai primi di febbraio -quando avevo cominciato la terapia- fino al mese di aprile.

-quattro mesi..

Durò così tanto perché in alcuni giorni io non potevo iniettare nemmeno una goccia di bicarbonato tanto erano forti i bruciori e, non avendo abbastanza forze, dovevo recuperarle per poter iniettare il bicarbonato il giorno dopo. Siccome immettere anche solo una goccia di bicarbonato generava dolori tremendi, da impazzire, io non so come non sono impazzita dal dolore. Cercavo di sopportare tutto in virtù di quello che sarebbe potuta essere la mia guarigione, il mio stare bene, la sconfitta della malattia. In quello stesso periodo avevo pure scoperto la graviola e un amico mi aveva consigliato di prendere l’ascorbato di potassio, mentre la mia amica Silvana mi aveva consigliato un rimedio omeopatico per le cellule tumorali. Con questi elementi avevamo costituito un protocollo fai da te che mi potesse aiutare. Iniziai con una capsula al giorno , poi due e poi tre. Le prendevo la mattina prima della colazione, prima del pranzo e prima della cena. A un certo punto aggiunsi anche l’aloe. Imparai con un’amica a preparare lo sciroppo d’aloe secondo la ricetta di Padre Romano Zago.

-quindi tu durante il giorno prendevi da una parte il bicarbonato dentro il corpo e dall’altra aloe e graviola?

Si è così. Da Gennaio facevo il bicarbonato e poi dalla fine di marzo, in contemporanea, presi anche l’aloe e la graviola e anche l’ascorbato. Avevo letto che la graviola era 20.000 volte più potente della chemio. Le prendevo sistematicamente a tutte le ore, a mezz’ora di distanza l’una dall’altra; e quando finivo quelle della mattina dovevo già prendere quelle del pranzo. Dimenticavo, il mio amico Marco mi aveva consigliato anche di mettere capsule di Tea Tree olio direttamente in vagina. (il Tea Tre è un antimicotico e antibatterico) La graviola l’ho sopportata abbastanza bene; se pensi che ci sono persone che con una , due o tre capsule al massimo hanno avuto conati di vomito. Io arrivai a prenderne nove per volta.

-Nove compresse al giorno?

No, nove a colazione, nove a pranzo e nove a cena. Le presi partendo da una e, via via, aumentavo. Dopo un po’ di mesi cominciai a scalare gradualmente passando da nove a otto, da otto a sette, e così via. Le sopportavo abbastanza bene, come ti dicevo, anche se, all’inizio, quando lo stomaco era ancora molto irritato per via del bicarbonato, a volte vomitavo. Mangiavo molto poco e non avevo appetito. Finito il ciclo di bicarbonato che Simoncini mi aveva consigliato, feci i controlli e la risonanza per vedere la situazione come stava. La risonanza venne fatta fine di aprile; il 25 o il 26, ora non ricordo.

-che anno era?

Il 2007. L’esito indicava che la situazione in quel momento era invariata rispetto alla risonanza precedente. Un po’ mi arrabbiai, perché sembrava che questo medico radiologo non avesse neanche guardato bene la risonanza; non mi piacque e avevo la sensazione che copiasse i risultati dall’esame precedente. Comunque sia, rimasi molto male di fronte a quell’esito uguale a quello dell’altra risonanza; rimasi scioccata perché ci avevo creduto in queste cure. Però poi realizzai che il bicarbonato aveva bisogno del suo tempo per poter agire e pulire. Nel periodo in cui ho fatto il bicarbonato, mi sentivo l’utero duro come una pietra e, infatti, se osservavo l’addome esternamente, sembrava che avessi una palla nella pancia. Mi sentivo l’utero pietrificato e qualcosa doveva essere di sicuro accaduta, però la risonanza dava un esito uguale al precedente. A un certo punto compresi anche che dovevo fare un lavoro interiore; dovevo lavorare sulle mie non accettazioni e sui miei conflitti. Quando avevo avuto l’esito degli esami, avevo chiamato Simoncini perché anche lui voleva sapere i risultati. Gli dissi che la situazione non era cambiata molto rispetto alla risonanza precedente. Lui mi rispose che, a quel punto, non sapeva cosa altro fare per me, e pensava che forse la malattia sarebbe andata avanti.

-certo che lui ogni volta che parlava era di grande conforto dall’inizio alla fine…

Si.. e quando aggiunse che c’era stata una ragazza che era andata da lui troppo tardi , quando già il cancro aveva invaso l’intestino, e che in seguito morì, gli dissi proprio: “caspita – gli risposi- lei mi sta dando proprio un grande conforto!”. E li mi arrabbiai, mi arrabbiai moltissimo, e dopo crollai. Stetti male psicologicamente e non potevo parlarne con nessuno, tanto meno con la mia famiglia a cui non potevo dare una notizia così. Però ce la mettevo tutta con me stessa, ce la mettevo tutta per guarire. Cercavo di lavorare con il pensiero, cercavo di aggrapparmi con tutta me stessa alla vita, alle mie forze. Nel frattempo andai a rispolverare le Cinque Leggi biologiche del dottor Hamer scritte in fascicolo che ci avevano dato alla scuola di naturopatia l’anno prima che mi ammalassi. Le lessi e mi riscoprii ancora nel conflitto. Decisi trovare un medico hameriano per poter avere una mano sotto questo aspetto.

-Qualche parola Enza, per chi è digiuno, su cosa si intende per il conflitto nella medicina hameriana..

il conflitto è quando tu hai una problematica con qualcuno o verso qualcuno. Quando sei arrabbiato con qualcuno che ti ha ferito, che non ha agito secondo le tue aspettative, che secondo te ti ha fatto del male; .che ti ha fatto quello che non meritavi. Questo si intende per conflitto. Quando dentro di noi viviamo un conflitto interiore.O quando abbiamo avuto un forte dispiacere, una fortissima delusione,qualcosa che comunque generi un forte trauma o schok nell’individuo. Poi c’è comunque chi i traumi riesce a superarli più facilmente e chi genera conflitti interiori, difficili da sciogliere.

-e questo può generare patologie.

Si, può essere. Io credo che il cancro sia una malattia multifattoriale; ci possono essere cause ambientali, cause alimentari, ma soprattutto cause emozionali. Hamer dice che il cancro è un dramma vissuto nel silenzio, ed è vero. Questo non è solo riferibile al cancro ma a tutte le malattie secondo me. Basti pensare che un semplice raffreddore o anche un semplice mal d gola può essere scatenato da un conflitto. Noi abbiamo un sistema immunitario che altro non è che un sistema di difesa del nostro corpo, con tante guardie del corpo pronte a proteggerci dai fattori esterni. Quando noi soffriamo, stiamo male, andiamo in conflitto con qualcuno e ci sentiamo feriti. Quando ci sentiamo delusi dalla vita, da qualcuno, andiamo ad erodere questa barriera e, di conseguenza, le nostre difese si abbassano. Quando il sistema immunitario si abbassa l’essere umano diviene vulnerabile e facilmente attaccabile dalle malattie. Per arrivare al cancro ci devono essere conflitti molto grandi. Il dottor Stagnaro secondo i suoi studi e le sue ricerche, dice che l’essere umano in generale nasce con l’informazione del cancro ed è vero che noi abbiamo un codice genetico che racchiude questa informazione.. probabilmente ci viene trasmessa dai genitori.. chi lo sa. Comunque, non tutti hanno la possibilità di manifestare questa malattia. Questo avviene nel momento in cui abbassiamo la guardia, indebolendo le difese immunitarie; a quel punto, se hai l’informazione del cancro, hai un’alta possibilità svilupparlo. Secondo me tutte le malattie nascono da un trauma o da un disagio interiore nell’essere umano; anche le malattie cardiache, le malattie autoimmuni, la sclerosi, il morbo di Crohn. Io penso che l’evoluzione di molte malattie dipenda dalla nostra psiche; perché di vero c’è che l’essere umano è tanto forte quanto vulnerabile e debole.
In quel periodo cercai un medico hameriano attraverso una mia amica di Milano. Dopo una serie di ricerche trovai una persona con la quale ebbi una esperienza alquanto deludente. Un ciarlatano,che aveva promesso di aiutarmi e invece, grazie a lui, rischiai di cadere in un altro conflitto. Fui abbastanza forte da superare anche questo evento; anche se rimasi davvero sconcertata e delusa per quest’ultima vicenda. C’era un mio amico naturopata che mi sosteneva psicologicamente, che mi diceva: “sai Enza questa è la conferma che dai medici non devi più andarci, devi contare solo su te stessa e basta. Devi lasciar perdere tutti i medici.” Capii che il medico di me stessa potevo essere solo io. Con le mie forze, le mie conoscenze, le mie basi mi rialzai da un’altra caduta. Ogni volta che ho preso le bastonate da questo o da quell’altro medico -e ne ho prese tante- mi ritrovavo immancabilmente a lavorare su me stessa con le mie sole forze. Nonostante avessi affianco una famiglia straordinaria, mi sentivo sola, sola in un oceano, sola a dover affrontare l’ignoto, sola a dover affrontare le mie paure, i miei dubbi, le mie incertezze. Sola, nella malattia sei sempre sola. Il fatto è che la famiglia determinate cose non te le può dare, perché tu comunque non comunichi quello che vivi dentro di te in quei momenti.. in quei momenti di paura, di terrore, di incertezze. Non comunichi tutte le emozioni che vivi. Io, per non spaventare gli altri, non ho mai manifestato le mie ansie e i miei timori. Ogni volta che cadevo, e mi dovevo rialzare, chiedevo aiuto solo al Padreterno. A maggio feci le analisi del sangue e la risonanza e, visto che i valori dei marcatori erano un po’ altini, ripetei le analisi il mese dopo, in giugno. L’esito fu che i marcatori si erano normalizzati. Un mio amico, quello che lavorava in ospedale e che in precedenza mi aveva fatto la TAC, mi ritirò le analisi e mi invitò a casa sua perché mi doveva consegnare le risposte e mi doveva parlare. Il mio primo pensiero fu che gli esami clinici potessero non essere usciti bene e andai da lui un po’ timorosa. Lui mi venne incontro e mi disse: “sai devo farti i miei auguri. Io non so e non conosco le cure che hai fatto, ma sicuramente qualcosa di tutto quello che hai fatto ha funzionato! I tuoi valori sono normali. Gli esami sono usciti benissimo.” E li puoi immaginare cosa ho provato. Tutti gioivano per me e anche io naturalmente! Tutto si era avverato, le visioni, i sogni, i messaggi…il mio papà mi aveva accompagnato in questo percorso.

-Sicuramente una emozione grande e totale.

Sì.. è stato come se fossi nata un’altra. Avrei dovuto fare la risonanza, ma aspettai, perché probabilmente il corpo aveva bisogno ancora di tempo per riassestarsi. Piano piano cominciai a sentirmi meglio e a riprendere le forze. Avevo smesso di prendere il bicarbonato, che era stato la cosa che più mi aveva indebolito. Ricominciai a camminare, a passeggiare. La risonanza la feci a fine settembre. Settembre del 2007. L’esito fu strabiliante: assenza completa della malattia!!!
La mia emozione fu immensa già quando seppi l’esito degli esami del sangue. I risultati della risonanza mi portarono dentro una gioia indescrivibile. Vedevo tutto con occhi diversi, ritornavo a vivere, mi sentivo felice. Comunque, già grazie a quello che mi era stato detto sulla base delle analisi del sangue, avevo passato quell’estate un po’ meglio. Ero più allegra, mi sentivo meglio fisicamente, uscivo, mio marito mi portava al mare; perché io desideravo andare al mare ma avevo ancora la nefrostomia. Desideravo il mare e cominciai addirittura a fare i bagni, pur con quella Benedetta nefrostomia attaccata dietro. L’avevo ancora perché l’urologo mi diceva che, se non eravamo sicuri a 100% che la malattia fosse regredita e finchè gli ureteri non fossero stati liberati dalla massa, non potevamo rischiare. Da circa un paio di mesi una comitiva di amici con i quali avevamo fatto tanti viaggi, stava organizzando un viaggio nel Bosforo, in Turchia. Tutti mi pregarono di partecipare però io ad ottobre avevo ancora la nefrostomia e non potevo andare in giro per il mondo cosi conciata. Era arrivato il momento di liberarmi di quell’aggeggio. Andai dall’urologo in quei giorni, gli portai l’esito della risonanza, da cui risultava la totale assenza di malattia. “Allora signora –mi rispose- prima di toglierla e fare dei pasticci, si devono fare delle prove per essere sicuri che gli ureteri sono liberi deve provare a chiudere il tubicino della nefrostomia e far si che l’urina defluisca nell’uretere per poi cadere in vescica, altrimenti come facciamo a sapere se gli ureteri e la vescica funzionano in piena autonomia?”
Allora mi diede un piccolo rubinetto di plastica da applicare al tubicino della nefrostomia che, una volta chiuso, avrebbe bloccato la fuoriuscita dell’urina all’esterno facendola incanalare negli ureteri e di conseguenza nella vescica. Tornai a casa e feci questa prova. Applicai quel piccolo rubinetto e lo chiusi per lasciare che l’urina scendesse negli ureteri e subito dopo qualche minuto provai dolori fortissimi al rene. Il rene si dilatava perché l’urina tornava indietro e dovetti riaprire il rubinetto affinché l’urina fuoriuscisse attraverso la nefrostomia. Non ce la facevo. Mi cadde il mondo addosso! Mi tremò la terra sotto i piedi! Mi sentii mancare! Ma non feci notare a nessuno tutto questo.

-Se uno non vive cose del genere –cose come questa e come tutte le altre che hai raccontato- non può capire cosa vuol dire affrontare il dolore.

Si.. ma poi la paura Alfredo!! Quando chiusi il rubinetto e la pipì scendeva verso gli ureteri e da li verso la vescica, il rene si sforzava, si dilatava e avevo la colica al rene. Tu non puoi immaginare come mi sono sentita. In quel momento avevo paura da morire e pensavo che le cose non andavano come ci aspettavamo che andassero. Poi feci di nuovo la prova nei giorni a seguire. Chiudevo il rubinetto per pochi minuti e poi lo riaprivo. Quei pochi minuti mi sembravano un’eternità e mi veniva la colica perché l’urina tornava indietro e il rene si dilatava. Continuai a fare le prove con paura, ogni volta con il fiato sospeso . Pur sapendo che la risonanza era andata bene, non capivo se le cose stavano andando davvero bene e se era solo il fatto che tutto aveva bisogno di essere ripristinato lentamente. Probabilmente questo problema era dovuto al fatto che gli ureteri erano fermi da quasi due anni; erano rimasti a secco, all’asciutto e questo li aveva praticamente fatti rinsecchire, fatti attaccare su se stessi. Gli ureteri sono dei tubicini composti da membrane sottili e delicate che, senza passaggio di liquido, perdono la loro elasticità. Persino la vescica si era accartocciata, avvizzita.
A un certo punto, ho fatto l’operazione apri e chiudi del rubinetto a giorni alterni, per non sforzare troppo il rene; e un bel giorno l’urina riuscì a ritrovare il suo passaggio naturale e a scendere in vescica. Pensa te quando sono scese le prime gocce di urina in vescica, che cosa strana fu dopo tanto tempo.

-Un dolore lancinante immagino..

Si. Avevo un bruciore tremendo.. per quelle poche gocce di urina dovetti correre subito in bagno, perché la vescica, anch’essa fatta di membrana sottile, era diventata una sacchetta raggrinzita e poco elastica. Da qui in poi il problema fu il contenimento delle urine in vescica. La prima notte mi alzai ogni cinque minuti per andare in bagno. E mentre lo facevo, dicevo a me stessa: “ o Signore come faccio a vivere in questo modo, andando in bagno ogni cinque minuti?”. Non dormii per tutta la notte.
E poi c’era tutto l’aspetto dell’angoscia interiore. Mi dicevo che non sarei mai potuta uscire, che non avrei potuto avere una vita normale. Ero piena di paure, di pensieri che andavano e venivano nella mia mente e non potevo parlarne con nessuno, mi dovevo tenere tutto dentro. Mano a mano, però, che passavano i giorni, la situazione migliorò abbastanza rapidamente perché gli ureteri erano tornati normali o, almeno pensavo, si erano dilatati, riuscivano ad incanalare i liquidi; la vescica stava riprendendo la sua forma naturale e io cominciai a stare meglio. Chiamai l’urologo e, menzionandogli tutti miglioramenti avuti passo dopo passo, gli dissi che forse potevamo togliere la nefrostomia. Lui mi rispose che dovevamo aspettare ancora un po’ di giorni e di essere sicuri prima di toglierla. Così passarono altri dieci giorni; la nefrostomia era chiusa, io riuscivo ad urinare normalmente. Certo non potevo ancora stare troppo tempo senza svuotare la vescica, però, rispetto al contenimento dei primi giorni, andavo sicuramente meglio perché ora riusciva a contenere più urina di prima.
Riguardo il viaggio di cui ti dicevo e che noi avevamo prenotato, dovendo partire ai primi di novembre, e non sapendo ancora come sarebbe andata con la situazione, vivendo nell’incertezza, avevamo dato i nominativi di mia figlia e del suo ragazzo al posto dei nostri. Invece, il fatto che ero riuscita a riprendere le funzionalità della vescica, il sapere che potevo trattenere l’urina e che in caso di bisogno impellente sarei potuta benissimo andare in un bar o in qualsiasi altro mi rassicurò ulteriormente Dissi a mio marito: “senti abbiamo passato due anni tremendi, abbiamo bisogno di staccare la spina, di cambiare aria, partiamo”. “Sei proprio sicura?” mi rispose “Si –risposi a mia volta- voglio fare questo per me ma soprattutto per te e per nostra figlia.” E così siamo partiti. Siamo andati tre o quattro giorni in Turchia insieme alla nostra comitiva. Non ti dico quando mi hanno visto .. all’epoca avevo ancora i capelli corti anche se mi erano ricresciuti un pochino. Riuscii ad affrontare il viaggio in aereo. E così sono ritornata a vivere, sono ritornata alla vita.

-quindi poi è stato tutto un crescendo?

Si è stato tutto un crescendo. Io stavo comunque attenta all’alimentazione, stavo attenta a tante cose.

-cosa mangiavi?

Mangiavo soprattutto verdura, frutta, legumi, cereali. La carne l’avevo abolita già prima di ammalarmi, anche il latte, i latticini. Comunque mangiavo pochissimo. Ogni tanto, una volta la settimana, mangiavo il pesce . Però, al di là dell’alimentazione che aiuta comunque molto, è la nostra mente, sono le nostre emozioni e quello che ci mettiamo di nostro, a fare maggiormente la differenza. E comunque sia, se l’essere umano decide di vivere, vive; se decide di andare, se ne và. E in quest’ulimo caso non c’è, secondo me, medicina che tenga. Però a volte non è cosciente di questo. Non è cosciente delle decisioni che ha preso la sua anima. A volte a livello cosciente, anzi a livello razionale, l’essere umano non ha la percezione delle cose. C’è sempre chi ha un po’ più di sensibilità rispetto agli altri e riesce a percepire le varie sfumature. C’è chi invece, quale che sia il motivo, questo percorso non lo ha fatto e non riesce di fare quel salto quantico che gli permetterebbe di vedere tutto quello che è oltre ciò che è visibile.
Io ho cercato di accettare la mia malattia come esperienza di vita e non come un castigo o una punizione; senza mai dire “perché proprio io, perché proprio a me”. Diciamo che ho visto la malattia come un aiuto , come un qualcosa che si è manifestato per aiutarmi, nel mio percorso di vita terrena; come una via per la mia crescita. L’ ho vista come un qualcosa che faceva parte di me, della mia storia evolutiva.

-Ne hai capito il senso profondo insomma.

si certo. Perché quando tu vai in crisi, cadi nella paura e nello smarrimento e ti devi risollevare. E devi farlo con le tue forze. Per me, almeno, è stato così. Io ho capito che tutto questo era il mio percorso, che io non potevo delegare la mia guarigione agli altri, che la mia guarigione competeva solo me; perché questa era la mia storia e gli altri che mi stavano vicino erano di contorno , mi stavano accanto, ma ero io la protagonista, ero io quella che aveva innescato la malattia e potevo essere solo io a innescare la mia guarigione al di la di quello che avrei potuto fare con i medici, con Simoncini e con i rimedi naturali. Dio da ad ogni essere umano il libero arbitrio e io questo l’ho percepito in modo molto forte, fortissimo. Dicono che abbiamo un destino, che abbiamo un karma, che abbiamo un percorso.. e credo sia in un certo senso vero.. però l’essere umano ha la possibilità di cambiare quel percorso, quel destino e quel karma con il libero arbitrio che Dio gli ha dato. In quel periodo potevo anche scegliere di andarmene per liberarmi dalla sofferenza ed ero libera di farlo, mi bastava poco, e invece ho scelto di restare. Forse io sono stata fortunata rispetto ad altri. Non lo so e non so cosa devo dire.. mi sento in effetti fortunata ad avere avuto quelle percezioni, quei messaggi, tutte quelle sensazioni. Non è facile o forse non è da tutti, non lo so..

- Si penso che non tutti facciano questo percorso o che riescano a farlo.

Ero proprio consapevole che potevo scegliere, che potevo fare una scelta. Questa cosa mi sembrava proprio di toccarla con mano. Dio mi dava la libertà. Io dico che quella libertà ce l’abbiamo tutti, tutti gli essere umani; perché io non sono né migliore e né peggiore degli altri. Sono un essere umano uguale a tutti gli altri. Probabilmente con i miei percorsi avevo affinato questo mio sentire. Ognuno di noi riesce ad intraprendere certe strade, che sono anche percorsi spirituali. L’essere umano può arrivare a Dio da se, come ci sono arrivata io; perché se tu arrivi ad avere una fede fortissima, arrivi a credere in un qualcosa più grande di te, che è comunque parte di te e non è al di fuori.
Qualcosa dove puoi attingere forza; qualcosa da dove puoi attingere risorse per poter venir fuori dalle situazioni. Questo se lo vuoi. Se invece non lo vuoi, puoi scegliere di andare. Questa è stata la mia esperienza. Poi ognuno ha la sua.

-E’ molto importante quello che dici. Ci deve essere una volontà di perseverare, ci deve quella volontà di dire “sì”. Devo comunque avere quell’elemento di credenza, di fiducia, di perseveranza perché alcuni non intravedono mai la verità e non riescono a , “spendersi”, a “darsi” per quella cosa, come realtà fossero presi, avviluppati, da una sorta di accidia, di indolenza.. capisci cosa voglio dire?

Si, si. comunque l’essere umano si scoraggia molto facilmente e spesso pensa che l’aiuto possa venire dal di fuori. Tu vedi tutte le persone che vanno dai medici, in realtà pensano che possono essere curati da loro, dai farmaci ma in realtà non è così.. Queste cose possono essere di aiuto in un determinato momento, le terapie possono aiutarti; però la guarigione avviene dentro di te e avviene a livelli molto alti. Quando noi abbiamo guarito le nostre ferite. Quando noi abbiamo guarito la nostra anima. E’ allora che avviene la guarigione del corpo. Però questo non necessariamente avviene, se l’anima non apprende il tipo di esperienza che è venuta a sperimentare su questo piano. Probabilmente, se non comprende, è destinata a lasciare il corpo anche attraverso la sofferenza. Questa è una cosa che ho visto molto da vicino, per esempio, con mio padre e con una mia amica malata di cancro. Quando lei si ammalò fece un sacco di cose, fece anche la chemio, guarì e si ammalò di nuovo. Io , avendola seguita nell’ultimo fase della malattia, un giorno le chiesi: “Gina dimmi , perché ti sei ammalata? Tu lo sai perché, dimmi il perché” e lei mi rispose: Volevo punire mio marito e invece ho punito me stessa! Lui si era innamorato di un’altra donna e lei questo lo aveva percepito. Lei percepiva che lui amava un’altra pur continuando ad essere buono con lei. Lei aveva percepito questa loro storia e si era ammalata di tumore al seno ed era entrata in conflitto, aveva vissuto l’abbandono, il conflitto del nido come dice Hamer. Poi era guarita, e poi ha avuto la recidiva, e non ne è più uscita.
Ecco perché ti dico che la guarigione avviene a livelli alti così come la malattia che nasce dall’anima e poi si manifesta nel corpo. Alcune mie amiche dicono:”sai Enza, però, vedi, io quella persona la vedo così bene, così contenta, va d’accordo con il marito, stanno bene insieme eppure si è ammalata di cancro”. E io gli rispondo che non possiamo conoscere il vissuto degli altri, che non possiamo sapere quello che vivono interiormente, non possiamo sapere tutto dell’altra persona. L’essere umano non parla delle sue cose, delle sue cose più intime, delle sue emozioni segrete. Di sicuro non va a dirlo ai quattro venti o al primo che capita; spesso neanche al proprio compagno di vita. I drammi vengono vissuti dentro, nella propria interiorità, nella propria intimità, vuoi per vergogna, vuoi per paura del giudizio , vuoi per tantissimi motivi che non è dato sapere.

-A volte penso a quante persone si stanno devastando in questo momento storico.

Questo è un periodo storico in cui tanto si sta manifestando.. a livello di terrorismo, crisi economica, il contesto farmaceutico che approfitta della malattia, ma non ha a cuore la risoluzione della malattia. Hanno inventato la balla che il cancro è una malattia incurabile, hanno coniato una effige sui manifesti del cancro; quando poi si potrebbe curare con tantissime altre cose. Si potrebbero mettere insieme tante risorse e aiutare le persone. Magari si, qualcuno morirebbe ma la maggior parte avrebbe possibilità diverse.

-Si potrebbero fare cose enormi.

infatti si potrebbero fare cose grandiose. Unire tante energie tutte insieme e sperimentarle. Il problema è che tante altre terapie non porterebbero ricchezza alle industrie farmaceutiche e la gente avrebbe molta più possibilità di guarire. E invece no, senti solo dire che la terapia Gerson non è brevettabile, Simoncini non è brevettabile, quello non è brevettabile ma è brevettabile il veleno.. quello si che è brevettabile e infatti stanno ammazzando tutti come mosche. Una carneficina in questo periodo storico Alfredo. Una carneficina.

-Questa è veramente una grande battaglia che va assolutamente fatta

Io, e un’altra mia amica che si chiama Gigliola, che siamo guariti con altre strade, quando si tratta di testimoniare lo facciamo anche se ci attaccano; come è successo tempo fa in un post dove una persona ci disse che guarire con il bicarbonato è come guarire mangiando nutella. Pensa che ignoranza c’è tra le persone.

-In parte è anche normale.. si deve resistere a quella sofferenza che produce il fatto di sentire queste cose . Mi rendo conto che ad una persona cresciuta con una certa linea di pensiero, diventa davvero arduo fargli pensare il contrario. Ad esempio: è come se io dicessi a uno che se vuole imparare a correre veloce “prendi ogni giorno una caramella al limone”. Magari la caramella lo fa correre veloce.. però uno che ha fatto per anni esercizi, palestra, sacrifici e così via.. se gli parli della caramella al limone… sembra quasi che lo stai sfottendo. Bisogna avere molta pazienza, dare sempre una chance.. Chi come te è portatore di un’esperienza di vita così intensa, di una conoscenza così preziosa.. non deve mai demordere.. perché è troppo importante l’impatto che può avere sugli altri..

Prima di concludere questo scritto, vorrei dire che la malattia nasce nell’anima, per poi manifestarsi nel corpo, la malattia va compresa, va trasformata e va accettata come esperienza di vita. Solo accettandola possiamo superarla, perché abbiamo compreso il significato profondo di essa. Noi non siamo la malattia, ma noi siamo la nostra storia. Dentro la quale ci evolviamo come Anime durante il percorso terreno. Voglio ringraziare la mia Meravigliosa Famiglia, mio marito e i miei due figli, che hanno reso possibile tutto questo. con il loro grande amore per me, col loro profondo rispetto riguardo alle mie scelte terapeutiche, alle mie scelte di vita, di alimentazione e quant’altro, mi sono stati immensamente vicino. Ringrazio tutti gli amici e tutte le persone che con il loro amore e la loro discrezione mi sono stati accanto, senza mai giudicare.Non potrò mai dimenticare la mia amica Anna, che passò tutte le serate di quella torrida estate seduta accanto a me sul divano, quando le dissi: ma perché non vai al mare lei mi rispose: Per me non è vacanza senza di te! Grazie! Grazie alla Vita, per avermi permesso di crescere anche attraverso il dolore e la sofferenza fisica. Grazie a tutti coloro che mi leggeranno. Grazie anche a te Alfredo che hai ascoltato la mia voce e hai permesso che altri la ascoltassero.

-Grazie di tutto Enza.

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Intervista a Mara Mucci, parlamentare fuoriuscita dal Cinque Stelle

by on mag.11, 2015, under Controinformazione

Mara3

Quando il 27 gennaio alcuni parlamentari fuoriuscirono dal Cinque Stelle, si scatenarono le consuete accuse di tradimento, opportunismo, giochi sporchi legati a vantaggi economici o a opportunità politiche.  Pochi giorni dopo, il 31 maggio, scrissi un articolo dal titolo “Cinque Stelle- dove è il tradimento?”. Un estratto:

“In questo momento in cui molti parlano di “tradimento” del cinque stelle, rivolgendo l’accusa ai dieci parlamentari che hanno recentemente abbandonato il movimento fondato da Beppe Grillo, inviterei a scuotersi, e a vedere dove sta davvero il “tradimento”.Mi limito a chiedervi se è libero, limpido e democratico un movimento dove:
-Una persona, Beppe Grillo, ha la proprietà privata del simbolo e del logo cinque stelle; e di questa proprietà se ne serve quando reputa giusto servirsene.
-Non esiste alcuno statuto democratico. Non esiste proprio un vero statuto. Anche l’associazione bocciofila di Canicattì ha uno statuto vero, ma non un movimento che raccoglie milioni di voti.
-Il Blog è gestito da una società privata, la Casaleggio Associati, che gestisce anche i siti annessi al Blog. La Casaleggio Associati ha la completa gestione di tutta la piattaforma informatica, comprese le votazioni. E quindi per tutte le votazioni fatte in rete ci si affida in sostanza a un gestore-controllore che è un SPA. Inoltre chi gestisce il Blog quando è opportuno fa sparire i commenti, e decide la tempistica dei post. 
-La Casaleggio Associati ha ricavato, l’anno scorso, dalla gestione del Blog e siti affini, 250.000 euro di profitto. E non ne ha parlato quasi nessuno. 250000 euro di profitti, quando al militante, magari anche disoccupato, si chiedono le donazioni per il circo massimo.
-Le piattaforme meet up fanno capo alla piattaforma americana Meetup Inc., con sede a New York che ha tra i suoi investitori eBay, Omidyar Network, Draper Fisher Jurvetson, Esther Dyson, Union Square Ventures e altri venture capitalist che a loro volta si incrociano con tutti i più grandi fondi di investimento esistenti al mondo. In pratica i soldi che gli attivisti pagano ogni anno per i loro meet up vanno a finire in una società internazionale gestita da questi squali economici.
-Centinaia di persone vengono espulse senza un organo di garanzia trasparente e democraticamente eletto a decidere, e senza alcuna forma o procedura. Ovvero, centinaia di persone vengono espulse in modo totalmente illegale ed arbitrario.
-C’è una associazione chiamata “Movimento cinque stelle” che è composta da Beppe Grillo, suo nipote e il suo avvocato; ed è stata questa associazione a indicare le cinque persone tra cui gli iscritti hanno dovuto selezionare due membri su tre (il terzo lo nominava direttamente Grillo) del c.d. comitato di appello sulle espulsioni. Quindi la farsa per la quale crei un comitato di appello che dovrebbe ridiscutere le tue decisioni ma che è composto da persone scelte tra una lista che tu stesso hai indicato. 
-Per mesi si urla in tutte le salse che mai ci potrà essere alcun dialogo col PD, e che Renzi è un essere indegno e subito dopo le europee, senza consultare nessuna base, si fa una virata a 180° e ci si propone interlocutori “per le riforme” di Renzi e del PD.
-Vengono nominati staff di comunicatori totalmente alle dipendenze di Grillo e Casaleggio, e tutti pagati con soldi del cinque stelle. 
-Gli eletti che non si adeguano agli input dei “vertici”, vengono spesso emarginati o allontanati.
-Ovunque si denuncia il verificarsi di giochi di potere, favoritismi, cordate per fare emergere questo o quel candidato, e affossare questo o quella persona.”

La mia era una domanda retorica, perché, io credo, un movimento dove avvengono le cose che ho elencato nella citazione (e anche altre ) non è né libero, né limpido, né democratico. Le zone oscure del Cinque Stelle sono fortissime e investono la sua stessa natura intrinseca. La loro presenza rende contraddittoria e insostenibile ogni pretesa esibizione di  “superiorità morale”. E diventa ipocrisia scagliarsi ferocemente verso gli espulsi o i fuoriusciti di turno. La questione non è, in primo luogo, come dicono tanti, la presenza di un linguaggio troppo “violento”, dovuto a una impostazione intransigente. La questione è che non vi è proprio intransigenza quando si nascondo le proprie “ombre” e si usa scaltramente la comunicazione per lasciare coperto ciò che deve restare coperto e “vendere un prodotto”, manipolando ad arte le reazioni delle persone.

Anche verso i dieci parlamentari fuoriusciti  fine gennaio il 27 gennaio si scatenò la consueta cagnara che entra in scena in questi casi. E, come in altri casi, anche stavolta trovai indegno questo sciacallaggio. Particolarmente odioso fu quanto avvenne verso uno di questi parlamentari, Mara Mucci; 33enne, di Imola, eletta alla Camera dei Deputati nella circoscrizione Emilia Romagna. Mara Mucci venne esposta, da Grillo, alla pubblica lapidazione, tramite una forzatura ingannevole, come si vedrà, del senso di un dialogo avuto con deputato di Scelta Civica Mariano Rabino.

Ho voluto farle una intervista, una intervista abbastanza approfondita, perché si sapesse qualcosa del suo percorso umano e politico, perché dicesse la sua sulla vicenda del dialogo con Rabino e perché potesse argomentare la criticità di quei meccanismi del Cinque Stelle che l’hanno spinta, insieme ad altri, ad abbandonare quel movimento.

L’intervista che adesso leggerete, anche se per una serie di motivi tecnici viene pubblicata adesso, risale a circa due mesi fa.

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-Ciao Mara, per capire meglio chi sei, iniziamo dal tuo percorso di vita? Cosa facevi prima di entrare in Parlamento?

Ho una laurea specialistica in informatica, e prima di approdare in Parlamento facevo l’analista programmatrice in una piccola azienda nell’imolese

-Ci sono battaglie che portato in Parlamento frutto del tuo percorso lavorativo e che ti stanno particolarmente a cuore?

Sicuramente tutto quanto concerne la trasparenza nelle istituzioni e l’informatizzazione nonché semplificazione della Pubblica Amministrazione.

-Quanto ti sei avvicinata al Movimento Cinque Stelle?

Ho iniziato a seguire il Movimento a partire dal 2009, con le prime elezioni amministrative di Bologna.

-perché ti eri avvicinata al cinque stelle?

Lo consideravo un nuovo modo di fare politica, ed era sicuramente qualcosa di alternativo alla politica tradizionale che non metteva il cittadino al centro del dibattito. Pensavo che, col Cinque Stelle, ci trovassimo  davanti a un paradigma diverso di fare politica.

-Come è proseguito il tuo rapporto con il Cinque Stelle?

Ho seguito l’attività del m5s in modo diverso nel tempo, chiaramente in base al tempo che potevo dedicarvi. Sono partita da Bologna e col mio trasferimento nella città di Imola e la gravidanza ho dovuto rallentare per forza di cose. Nel 2012 mi sono candidata alle elezioni politiche che ci sarebbero state nel 2013, passando attraverso le parlamentarie interne del Cinque Stelle. Venni selezionata, e poi, dopo una campagna elettorale molto capillare, sono stata eletta in Parlamento.

-Recentemente insieme ad altri deputati sei uscita dal Cinque Stelle, denunciando la realtà di un Movimento che dietro agli slogan di facciata, veniva gestito in modo verticistico e poco trasparente. Racconta più specificatamente cosa ti ha portato ad allontanarti dal Cinque Stelle.

La cosa che ha provocato enorme delusione per tutti, è il divario voluto tra ciò che sulla carta il m5s dice di voler fare, e ciò che realmente fa. A partire dalla democrazia diretta, utilizzata quasi esclusivamente per espellere parlamentari. Espulsioni avvenute per tesi evanescenti, non documentate, costruite ad arte per indurre le persone dall’esterno a votare le espulsioni. Tutto questo in assenza di dibattito onesto all’interno, e senza alcun contraddittorio che ponesse il deputato o senatore da espellere in condizione di spiegare cosa fosse accaduto.

-E ci sono quelli che se ne sono andati..

Sul territorio è un continuio stillicidio di gruppi locali o consiglieri comuniali che escono dal m5s. I motivi sono quasi sempre gli stessi per i quali ce ne siamo andati noi. Essenzialmente per via della grandissima mancanza di democrazia interna all’interno di un Movimento che sbandierava una battaglia contro la partitocrazia e contro la politica delle “stanze segrete” in cui si decide la linea politica. Un Movimento che si dichiarava diverso dai partiti tradizionali, ma di cui emula le stesse logiche che di fatto allontanano i cittadini.

-Andiamo alla contestazione circa la mancanza di democrazia interna..

Ormai è abbastanza assodato che Il Movimento Cinque Stelle non sia un movimento democratico. E’ lo stesso Grillo a dirlo. In un movimento democratico io posso eleggere delle figure che organizzino il movimento stesso, posso eleggere dei dirigenti, facendoli scegliere dalla base. Tutto questo non avviene nel movimento Cinque Stelle, al cui vertice figurano  due persone non elette; una è Beppe Grillo che doveva rimanere il garante del movimento, e l’altra è Gianroberto Casaleggio. Quest’ultimo, completamente assente dagli statuti fondanti, non era percepito pubblicamente e politicamente dai cittadini, fino alla nostra elezione. Era e doveva rimanere semplicemente un tecnico. Queste due figure, assieme a un non identificato staff, decidono la linea politica per quanto concerne i macrotemi del movimento. Su questo non c’è dibattito interno, e se non condividi la linea, diventi una minoranza da isolare ed estromettettere dal gruppo.

Al di là della democrazia interna e delle dinamiche decisionali su cui il Parlamentare incide solo per i temi meno politicamente rilevanti, c’è poi la tanto sbandierata democrazia diretta. Inesistente. Sul blog si è votato infatti solo rarissime volte in due anni. Le scelte più importanti, devono essere infatti imposte dall’alto.  

Il gruppo di Ischia ha dichiarato proprio in queste ore di uscire dal movimento, per l’impossibilità di far pervenire le proprie istanze ai Parlamentari. E la chiamano democrazia diretta!

-Fammi qualche esempio di imposizione di scelte:.

Allora.. 1)Ritiro del DDL sul reddito di cittadinanza che era stato addirittura calendarizzato in commissione lavoro alla Camera. In questo caso non parliamo di una semplice proposta, ma di una proposta calendarizzata in commissione, centrale per l’agenda del m5s. E questa proposta è stata ritirata perché Casaleggio lo ha imposto.

-C’era un motivo, per lo meno un motivo “apparente”?

La cifra che era prevista era considerata, da Casaleggio, troppo bassa. Lui voleva un reddito di cittadinanza di circa 1000 euro per ogni avente diritto. Solo che con una tale cifra non avrebbe ricevuto il consenso di nessun’altra forza politica, perché sarebbe stata considerata priva di copertura. Tra l’altro la proposta è stata fatta modificare, risultato, comunque non si è raggiunto il limite minimo dei 1000 euro.

-Continua..

La trattativa sulla legge elettorale.. il tavolo con Renzi imposto e poi ritirato, l’accordo con Farage avvenuto senza tenere in considerazione in Verdi, poi la questione concernente il Presidente della Repubblica.. e la gestione del blog ampliamente criticata dai parlamentari…  Nessuna delle principali decisioni politiche viene presa dall’assemblea, e non c’è trasparenza su questo staff e su chi decida e su quali basi la linea politica.

-Ritornando alla questione degli espulsi, ricordo la vicenda dei 4 parlamentari che mesi fa vennero fatti fuori in blocco, Orellana, Bocchino, Campanella, Battista. Fu una vicenda che mi fece riflettere molto. Perché iniziata sulla base di presupposti non veri, come la c.d. “sfiducia” arrivata dai meet territoriali che, sicuramente nel caso di Bocchino e Campanella, non c’è mai stata. I parlamentari, nel Cinque Stelle, per essere espulsi, devono comunque ricevere anche la sfiducia da parte degli altri parlamentari Cinque Stelle riuniti in assemblea. Nel caso dei quattro precedentemente detti, l’assemblea parlamentare che si riunì è stata descritta da qualcuno come una sorta di momento da “inquisizione”.

Fu tutto vergognoso.  Durante quell’assemblea non fu presentato in modo nitido ed esaustivo nessun vero capo d’accusa. Venivano sventolati dei fogli, ma nessuno lesse un capo d’accusa. I parlamentari votarono sulla base del nulla; perché nulla sapevamo di quelle vicende. Questo era il modo con cui si procedeva per le espulsioni. O si facevano accuse false o si facevano accuse che nessuno conosceva. Mentre, quando arrivava il momento del voto online, la gente votava, naturalmente,  sulla base alle indicazioni che davano Grillo e Casaleggio. Ma sulle espulsioni si potrebbe dire tantissimo. Come nei casi di Paola Pinna, Cristian Iannuzzi e Massimo Artini espulsi anche senza la votazione del gruppo parlamentare, espulsi violando le stesse regole dei gruppi parlamentari depositate alla Camera e al Senato, espulsi nella più totale illegalità.

-Anche sulla modalità con cui avvengono le votazioni online ci sono state contestazioni..

Contestazioni giustificate. Le votazioni online sono state sempre un territorio nebuloso. A volte venivano dati immediatamente i risultati.. a volte no.. a volte si rifacevano da capo. Tutto fatto nell’ambiguità e nel  pressapochismo, e senza un ente terzo certificatore della correttezza del voto; in modo  non adatto ad una forza che è presente in Parlamento e che ha fondi per pagare strumenti che possano consentire una trasparenza adeguata. L’ambiguità disorienta il cittadino, perché il m5s parla di massima trasparenza, punta il dito sulle altre forze politiche ed è il primo che al suo interno risulta oscuro..

-E questo abbraccia naturalmente anche il capitolo Blog..

Assolutamente. Io sono entrata in Parlamento pensando che il Blog fosse solo uno strumento, in cui  venivano pubblicati temi e battaglie comuni. Con l’entrata in Parlamento tutti ci aspettavamo che divenisse il nostro megafono. Invece ci siamo ritrovati a correre noi dietro a quello che diceva il blog, ad essere noi l’elemento attraverso il quale rimbalzavano le notizie e non il contrario. Non decidevamo più noi o i cittadini i temi e le battaglie rilevanti, ma il blog stesso, che fa comunicazione in modo spesso ritenuto da molti attivisti violento e surreale.

Un’altra cosa grave è che il Blog funziona secondo quelle modalità che Grillo e il Cinque Stelle hanno sempre detto di volere combattere.  Il movimento Cinque Stelle, ma soprattutto il Blog di Grillo nasce come risposta alla disinformazione dilagante. Ed invece ne emula ancora una volta i meccanismi, attraverso mezze verità e sensazionalimi inesistenti. Attraverso l’uso di siti satellite come “tze tze” o “la fucina”, che servono solo a far girare contenuti spesso sbandierati come “vergognosi od importantissimi” ma poi svelatisi banali o inesatti. Il tutto ci chiediamo se non serva esclusivamente a fare click ed aumentare il fatturato… ma non doveva essere politica per il bene comune?
Parlare alla pancia delle persone non rende liberi, parlare alla testa è la cosa che rende indipenente e consapevole un cittadino, a questo doveva ambire una forza politica diversa.
In tutto questo faccio notare l’approccio del Blog e dei social ad esso connessi che spingono verso un clima negativo, verso l’odio nei confronti dell’altro, verso l’esclusività piuttosto che l’inclusività. Tutto l’opposto rispetto al concetto di comunità che si professava. Si vendeva la comunità.. siamo tutti uniti.. ci vogliamo bene.. ci diamo una mano.. invece appare  l’estremo opposto.

-Una questione decisiva è, secondo me, quella per la quale un movimento che funziona nelle modalità con le quali stai descrivendo il cinque stelle, non può davvero essere un movimento “antisistema”.

Il movimento Cinque Stelle non è alternativo al sistema. Il movimento è funzionale nei confronti di chi governa. Essendo così divisivo, compatta chi sta dall’altra parte…

-Tu hai potuto riscontrare come ci sono, nel Cinque Stelle, quelle persone che, una volta che qualcuno viene espulso, giustificano sempre l’espulsione e danno sempre addosso all’espulso.. è un traditore.. se l’è cercato ecc…

Sono meccanismi preoccupanti e ce ne siamo accorti sulla nostra pelle. Chi fino a ieri era ritenuto, magari, un paladino della giustizia, dell’onestà; d’improvviso, da un giorno all’altro, è un venduto, è un traditore del Paese. Non solo del Cinque Stelle, ma del Paese. Questo perché da una parte il movimento si è posto come ultima alternativa ai partiti per cambiare il paese, e dall’altra per la comunicazione violenta ed accusatrice del movimento nei confronti degli altri gruppo politici. Se crei una tale aspettativa verso gli eletti e non responsabilizzi le persone, automaticamente se gli eletti escono dal movimento, esattamente il giorno dopo, diventano dei traditori. Personalmente ho sempre raccontato cosa non andava, in totale trasparenza e senza troppe polemiche esterne. Abbiamo sempre provato dall’interno a cambiare il movimento in meglio. Con coraggio abbiamo affrontato quello che altri hanno fatto finta di non vedere.  Ora ciò che esce sono le dimissioni del Presidente Villarosa, che ancora una volta non spiega i motivi. Grossi e indifferibili.

-Si è parlato anche dei “corsi” a cui sono stati fatti partecipare alcuni dei parlamentari..

Si trattava di corsi di PNL, di comunicazione, per andare in televisione, e per convincere le masse. Li hanno fatti fare solo ad alcuni, perché volevano dare visibilità e notorietà a pochi prescelti immagino. A cui dai una responsabilità in più e che difficilmente poi avranno da sollevare eccezioni …

-E sicuramente tu non sei stata tra questi alcuni..

Sicuramente no… ma non ero nemmeno particolarmente interessata a stravolgere il mio modo di comunicare… !

-Andiamo alla vicenda dei 50000 euro. Tu sei stata accusata, tramite un audio fatto girare dal Blog di Grillo, di essere stata in trattativa col deputato Rubino di Scelta Civica, allo scopo di spingervi ad appoggiare il governo Renzi in cambio di 50000 euro. Ricordo che vennero messi in giro , messaggi come questo.. “SI FANNO COMPRARE! 50 mila euro al mese per appoggiare Renzi. La ex 5 Stelle Mara Mucci intercettata con un deputato di Scelta Civica. DIFFONDETE questa vergogna assoluta, apriamo gli occhi!”

Questa è stata una vicenda davvero vergognosa, come è emerso in modo assolutamente inequivocabile. Quell’audio non dimostra assolutamente nulla se non il fatto che il M5S ed i propri organi di propaganda utilizzano la macchina del fango in modo ancora più sporco degli altri partiti. Attaccando le singole persone.
Il blog ed il portale dei parlamentari hanno mentito sapendo di mentire.
Quello che è successo è stata ben altra cosa da quello che si è cercato di fare credere. Io parlavo a Rabino delle difficoltà che avevamo essendo ancora troppo pochi per costituire un gruppo parlamentare autonomo e quindi per ricevere quei fondi che servono l’assunzione di assistenti parlamentari, di quei collaboratori che servono per portare avanti l’attività legislativa; quei collaboratori che preparano gli atti parlamentari, che studiano le normative, che verificano i bilanci, che si occupano della comunicazione. Rabino stava facendo una ipotesi improvvisata, conoscendo i nostri problemi di lavoro in assenza di uffici legislativi che ci aiutino nell’attività normativa. Infatti, come ho detto prima, e come può riscontrare chiunque voglia ascoltare quel nastro, io non ho detto nulla; era la prima volta che parlavo con questa persona,  stavo semplicemente ascoltando una conversazione nata in aula.
Va sottolineato con estrema chiarezza che i fondi di cui parla Rabino -che non vanno in nessun modo al parlamentare- sono gli stessi che arrivano al Cinque Stelle e che il Cinque Stelle usa.
Quindi riepilogando:
1)Né io né altri dei fuoriusciti abbiamo aderito a proposte del genere.
2)E comunque, tali proposte non sono mai state un volere pagare noi, dare soldi a noi, per sostenere il governo Renzi, come questa ridicola comunicazione in malafede ha voluto fare credere. La proposta concerneva la possibilità di entrare in un gruppo parlamentare già esistente (quello di Scelta Civica), per potere così ricevere i fondi che il Parlamento destina per i collaboratori e gli uffici legislativi; fondi che nel nostro caso sarebbero stati circa 50000 euro. Anche se, per puro assurdo, avessimo accettato proposte del genere, e avessimo avuto interesse direttamente noi per quei soldi, non avremmo potuto tenerli, perché essi vengono dati per determinati tipi di spesa, non perché se li tengano i parlamentari. Quindi avere spacciato tutto questo come un “dare 50000 euro per appoggiare il governo Renzi” è stata una deliberata falsificazione, volta a distruggere la credibilità di alcune persone.
3)Si tratta di fondi che il M5S usa e che vengono gestiti dalla Casaleggio Associati. Parliamo di più di un milione di euro che, a tal riguardo, il Cinque Stelle ha ricevuto.

-Rispetto all’accusa partita dal Blog, anche Rabino ha risposto sdegnato, il suo comunicato diceva..
“Ogni deputato ha a disposizione circa 5mila euro per le spese di sostegno della sua azione parlamentare. L’onorevole Mucci mi ha confidato i problemi del suo gruppo, che non arrivando numericamente alla soglia prevista per avere lo status previsto per avere accesso alle risorse, manca di “supporto legislativo”. Io allora ho ipotizzato un percorso politico di avvicinamento tra i due gruppi, per mettere insieme le risorse (..). l M5S dica chiaramente ai cittadini che loro ogni mese gestiscono 450mila euro di soldi dei cittadini per le attività del loro gruppo alla Camera. A questo punto pubblichino il loro bilancio. La verità è che avendo perso molti deputati hanno perso conseguentemente molte risorse. E questo li rode. Ma stiano attenti: a forza di fare gli epuratori, troveranno qualcuno più puro di loro che li epura”.

Questi sono metodi di stampo fascista. Ma io porterò questa vicenda in sede legale. Così come reagirò, con tutti i mezzi, di fronte ad altre possibili sciacallaggi montati ad arte. E’ anche per questo che ho lasciato il Cinque Stelle. Per non avere più nulla a che fare con un modo così sporco di agire. Per potere davvero portare avanti quei valori in cui credo. Quei valori che il Cinque Stelle aveva fatto credere di difendere, e che invece tradisce sistematicamente.

-Ti ringrazio Mara.

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“Ci vogliono strappare l’anima”- La verità sugli ulivi del Salento

by on mag.03, 2015, under Controinformazione, Resistenza umana

Ulivi-puglia

Questo articolo l’ho scritto grazie all’input che mi ha dato Elisabetta Faggiano. Elisabetta mi ha spinto ad approfondire una vicenda in merito alla quale avevo, come tanti temo, una conoscenza molto superficiale.
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Da alcuni anni gli ulivi pugliesi stanno subendo un fenomeno di essiccamento rapido, specie nella zona del Salento. Gli ulivi ingrigiscono e si raggomitolano su loro stessi. Questa patologia vegetale definita “complesso dell’essiccamento rapido dell’olivo” (codiro) è stata riscontrata fin dal 2013 dall’Osservatorio Fitosanitario della Regione Puglia. Le zone colpite sono state soprattutto quelle attinenti alla provincia di Brindisi e alla provincia di Lecce, soprattutto il territorio del Salento.
La Regione Puglia ha portato avanti fin da subito la focalizzazione sulla Xylella come principale responsabile del fenomeno in atto. Quando nel 2013 l’Osservatorio Fitosanitario regionale aveva lanciato l’allarme per il disseccamento in atto, il suo fu anche un “allarme Xylella”, con la previsione di un piano d’azione consistente nello sradicamento di decine di migliaia di ulivi e il massiccio uso di pesticidi. Il tutto senza alcuna prova che il disseccamento dell’ulivo sia imputabile esclusiva mente o principalmente al batterio chiamato Xylella fastidiosa.
Nello stesso anno l’Italia ha informato di quanto stava avvenendo gli altri Stati membri e la Commissione Europea, indicando come responsabile di quanto stava avvenendo la Xylella fastidiosa, il microrganismo inserito dal 1981 nella lista A1 EPPO (European Plant Protection Organization; organismo intergovernamentale responsabile della cooperazione internazionale per la protezione delle piante nella regione europea e mediterranea): una sorta di lista nera di quegli agenti patogeni per i quali la Comunità Europea ha previsto misure drastiche.
La Regione Puglia ha aderito totalmente all’impostazione dell’Osservatorio Fitosanitario, ed il sei febbraio 2014 ha varato un piano di lotta che prevedeva, insieme ad altri interventi, la massiccia eradicazione di migliaia di ulivi, e interventi con fitofarmaci su ogni albero.
Poco dopo queste decisioni, venne nominato un commissario straordinario per l’emergenza, Giuseppe Silletti, Comandante del Corpo Forestale della Regione Puglia. Il piano , ha ridotto l’utilizzo dei prodotti chimici agli insetticidi per contrastare il vettore del batterio. Insetticidi che dovrebbero essere utilizzati su tutti gli uliveti e su tutti i frutteti del genere prunus (ciliegio, pesco, mandorlo, ecc.). A questo si aggiunge l’eradicazione degli ulivi infetti per una fascia di 15 km al confine con la provincia di Brindisi.
La Commissione Europea ha completamente sposato l’ “impianto” della Regione Puglia, chiedendo che si procedesse con l’utilizzo massiccio di fitofarmaci e con l’eradicazione di migliaia di ulivi. La Commissione ha dato per buone le indicazioni provenienti dalla Regione Puglia, anche in mancanza di alcuna certezza circa la reale presenza della xelylla e il suo reale ruolo sulla problematica in atto.

La linea della Regione Puglia e della Commissione Europea non è però passata nell’acquiescenza generale. Negli anni è sorto e si è consolidato un forte movimento di opposizione. Movimento nato intorno agli agricoltori locali, e con la partecipazione di associazioni ambientali, comitati di cittadini, scienziati dell’università del Salento e altri. Tutta questa realtà collettiva sostanzialmente rappresentata dal Comitato Spazi Popolari. Negli anni queste persone hanno fatto un lavoro straordinario di informazione, sensibilizzazione, attivismo sociale.
L’agricoltore biologico Ivano Gioffrida e Stefania Tundo furono tra i primi che, nel Salento, denunciarono il piano previsto e gli effetti devastanti a cui porterebbe se venisse posto in essere.

L’impostazione della Regione Puglia e della Commissione Europea si regge su alcuni presupposti:

-Il collegamento univoco tra la patologia degli ulivi e il batterio della Xylella.
-L’irroramento su larga scala di pesticidi e la eradicazione di migliaia di ulivi come unica modlaità di intervento.

Questi presupposti sono, come vedremo, messi radicalmente in discussione da chi si oppone ai piani approntati per “risolvere” il problema.

MANCANZA DI CORRELAZIONE UNIVOCA TRA LA XYLELLA E IL CODIRO
Come la rete sociale di opposizione sostiene, non è ancora stata individuata con certezza la correlazione tra la xylella fastidiosa e il codiro, la patologia del rinsecchimento.
Il percorso portato avanti dalle istituzioni pugliesi è, però, sembrato, fin dall’inizio, segnato da ambiguità, contraddizioni e spinto, quasi, da una pervicace volontà di arrivare, costi quel che costi, alle misure drastiche previste.
Lo stesso Osservatorio Fitosanitario regionale che lanciò l’allarme nel 2013 aveva indicato la Xylella come una delle diverse concause che erano state individuate alla base del fenomeno dell’essiccamento rapido. E invece poi è stata sostanzialmente “venduta” come unica e inevitabile causa.
Come ha affermato Luigi De Bellis, direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali dell’Università del Salento

“Oggi non possiamo affermare che la xylella sia la principale causa del disseccamento dell’ulivo, per il semplice fatto che non sono ancora stati svolti i test di patogenicità (i cosiddetti Postulati di Koch) sul batterio. Se non si fanno prima i test, dato che è la prima volta che questo organismo si rapporta con l’olivo, non possiamo sapere quanto possa essere dannoso da solo, in mancanza di altre agenti. Come ad esempio funghi patogeni che sono stati trovati sugli stessi ulivi”.

Va, quindi, compreso come il batterio non è presente su tutti gli olivi colpiti da essiccamento.
Inoltre alcuni studi dell’Università di Foggia hanno dimostrato che la Xylella non è il solo agente patogeno riscontrato sugli ulivi. Ma sono presenti almeno sei tipi di funghi, tra i quali i funghi tracheomicotici, cioè funghi che bloccano il passaggio dei nutrienti ai rami degli alberi.
Quindi, riepilogando,da una parte la xylella non è presente su tutti gli ulivi colpiti dal disseccamento e non si sa ancora, in concreto, fino a che punto questo batterio incida su questo fenomeno. Dall’altra parte l’unico denominatore, presente praticamente sempre, sono proprio i funghi, che sembrerebbero giocare il ruolo principale in questa problematica.

Questo primo punto, ci porta ad andare su un corollario, quello concernente la “mancata valutazione del contesto territoriale”. Il medico chirurgo, omeopata e ricercatore bioenergetico Salvatore Rainò contesta “ le scorciatoie che, sia per immediatezza che per soddisfacimento della brama di diagnosi a tutti i costi, nulla hanno a che fare con un ragionamento diagnostico.” Scorciatoie che hanno portato ad una rapida individuazione della xylella come “nemico pubblico numero uno” e ad una concentrazione su di essa, intesa, come “evento patologico distruttivo astratto”.
Rainò sottolinea come non ci si soffermi a sufficienza sulla questione della salute dei terreni in gioco; salute spesso compromessa da pratiche di diserbo tese a ridurre i costi, con sostanze velenose che anno dopo anno si accumulano. Il fenomeno dell’essiccamento avrebbe differenti modalità di manifestazione a seconda del tipo di terreno, e, quindi, anche del tipo di trattamento che il proprietario ha fatto a quel terreno. Ad esempio, nei terreni abbandonati da molti anni le piante sarebbero tendenzialmente sane. Mentre, i terreni trattati con sostanze velenose, che si sono accumulate nel corso degli anni, farebbero sì che la parte viva dei terreni risulti praticamente inesistente. Sarebbero soprattutto i terreni –e di conseguenza le piante presenti in essi- fortemente contrassegnate dall’utilizzo di prodotti chimici, quelle che sarebbero più soggetti all’emergere di patologie come questa. Il dottor Reinò dice che chiunque potrebbe fare un esperimento di questo genere: trasportare dei mucchi di rami di olivi infetti all’interno di oliveti sani e tenuti in modo congruo da sempre. Ciò che si vedrebbe è che, anche in presenza di rami di olivi infetti, olivi cresciuti in modo sano su un terreno sano non si infetterebbero.
Il dottor Rainò, cerca di fare emergere, un concetto fondamentale di quella medicina che non vive nella pura ossessione sui sintomi e sui batteri. Il concetto di “terreno biologico”; che può essere anche un corpo umano, un qualsiasi essere vivente, e, appunto, un terreno vero, e proprio e le piante. Parlare di batteri patogeni, dice in sostanza Reinò, senza considerare il “terreno biologico” è di una miopia assoluta. Queste riflessioni portano, come si è visto, a vedere proprio nell’utilizzo massiccio della “chimica” la causa principale che avrebbe favorito l’emergere di problemi come il complesso di essiccamento. La consapevolezza del ruolo negativo della chimica nel problema disseccamento è ben presente anche tra gli animatori della protesta. “Dopo 50 anni di uso massiccio della chimica –ha affermato Ivano Gioffrida- non si possono fare miracoli, ma sappiamo che possiamo ridare vita ai nostri alberi senza uso della chimica che ha causato la morte delle nostre terre.”
Partendo da queste premesse, diventerebbe delirante (oltre che omicida) affrontare questa patologia con una inondazione di pesticidi (oltre che con la eradicazione degli olivi). Come dire.. per risolvere un problema che avrebbe come causa fondamentale l’abuso di pesticidi… si provvede con un abuso ancora maggiore.
Inoltre, anche se la causa principale del problema fosse la xylella, sarebbe praticamente impossibile –come sostiene il dott. Franco Trinca, presidente dell’associazione NOGM- eliminare definitivamente la “sputacchina” ovvero il cicaleide ritenuto il vettore principale della xylella. Innanzitutto perché questo richiederebbe una quantità di pesticidi impensabile, da film dell’orrore; e poi è da ritenere che l’uso intensivo dei pesticidi genererebbe ben presto una popolazione di insetti resistenti che, sostituendosi rapidamente alla precedente, neutralizzerebbero inesorabilmente l’errata strategia proposta. Inoltre, cosa di cui si parla davvero poco, come questo batterio è già venuto una volta, non si potrebbe ripresentare, ad esempio, tra due anni? E a quel punto si ricomincia con lo sradicamento di piante e con ulteriori irrorazioni di chimica? Ma qui qualcuno potrebbe rispondere che la soluzione verrebbe da “ulivi ogm” su cui si starebbe già lavorando. Questa risposta potrebbe sembrare provocatoria; ma va detto che, nell’ambito di questa vicenda, non sono mancati i riferimenti agli interessi che, in tutto ciò, potrebbero avere, “multinazionali del crimine” come la Monsanto, “specialista”, appunto, in OGM.

APPROCCIO DISTRUTTIVO
Il piano di azione predisposto dalla Regione Puglia e confermato (anzi “accentuato”), come abbiamo visto, dalla Commissione Europea, prevede l’uso massiccio e continuativo di pesticidi su una vastissima area del Salento, che corrisponderebbe a quasi 1000 km e la eradicazione di migliaia di piante d’olivo. Parliamo anche di olivi secolari e millenari. Lo scenario che tutto questo prefigurerebbe è assolutamente sconvolgente. Circa un milione di cittadini si troverebbero a vivere in un ambiente profondamente avvelenato. Tra i pesticidi proposti dalla determinazione regionale, ce ne sarebbero alcuni, come il dimetoato, considerati particolarmente dannosi anche per le piante di ulivo che si vorrebbero “curare”.
Ma sono i pesticidi in quanto tali ad essere altamente problematici. Essi sono da tempo accusati di contaminare la catena alimentare e le falde acquifere. Ed esistono innumerevoli pubblicazioni scientifiche circa l’incidenza dei pesticidi anche riguardo a patologie gravi: cancro, parkinson, alzheimer, disturbi endocrini, sterlità di coppia, malformazoni congenite, neoplasie infantili in drammatico aumento, sindrome da ipersensibilità chimimica multipla, allergie gravi, ed ogni altro genere di problematica di salute.
Inoltre, la Puglia è una delle regioni che presentano il più alto utilizzo di pesticidi.In una suo rapporto, La Lega italiana nella lotta contro i tumori ha dichiarato:
“La provincia di Lecce detiene primati negativi in fatto di incidenza di malattia oncologica e di consumo di pesticidi: inondare le campagne e le colture di fitofarmaci è la condanna certa dei luoghi e degli organismi viventi”.
Il mega trattamento chimico previsto rischia di essere molto più devastante per il territorio e per le persone che lo abitano di questa patologia che colpisce gli ulivi.

Le misure distruttive previste sarebbero, inoltre, un colpo mortale per l’economia agricola e turistica pugliese, e sconvolgerebbero il paesaggio di un territorio, che ha nei suoi ulivi l’elemento più caratteristico. Questo ultimo aspetto si collega a ciò che dice il dott. Franco Trinca, quando parla anche di “ripercussione psicologica” che “produrrà, con tutta verosimiglianza nella popolazione salentina, il trauma collettivo della perdita di quella componente della sicurezza personale derivante da una percezione di lesione irrecuperabile dell’integrità dal proprio territoro (analogabile ad un vero e proprio lutto familiare collettivo); metaforicamente e a livello subliminale e affettivo, descrivibile come la perdita delle proprie radici di cultura, tradizioni, identità di popolo, ecc., quindi paragonabile al concetto di “sradicamento” esistenziale associato all’eradicazione dei propri amati e simbolicamente sacri olivi mediterranei”.

ALTRI APPROCCI CURATIVI
E’ possibile seguire altre strade per affrontare il problema dell’essiccamento, strade “umane”.
Ivano Gioffrida ha adottato una terapia ispirata a principi di agricoltura organica rigenerativa. Olivi che da un anno erano rinsecchiti –e quindi dati per “morti e sepolti” sono “rinati”, ritornando vivi e vitali; e la malattia non si è più ripresentata. Parliamo di circa 500 ulivi. 500 ulivi che invece di essere eradicati, sono stati “ripristinati” con modalità biologiche. E, sulla scia di questi fruttuosi esperimenti, più di 200 agricoltori, di diverse regioni d’Italia hanno cominciato a seguire queste pratiche; anch’essi con esiti molto positivi.
Questo approccio terapeutico considera la xylella un problema non in sé e per sé, ma alla stato vitale della pianta. La Xylella sarebbe innocua per gli ulivi. Ma questo fino a quando la pianta non subisce forti stress chimici, idrici, o fisici. Nel momento in cui funghi attaccano gli ulivi, la loro condizione di salute peggiora, e questo permette alla xylella di manifestarsi.
L’idea alla base dell’approccio curativo di Gioffrida è “semplicemente”.. quella di curare i funghi. Abbiamo indicato prima come quello che non sembra mai mancare negli ulivi essiccati non è la xylella, ma i funghi. Curati i funghi, la xylella si riaddormenta. Questa impostazione fa emergere ancora di più la follia di volere affrontare questo problema con un approccio distruttivo incentrato sulla xylella, quando il problema-base sono i funghi.
Queste pratiche curative non sono state accolte con interesse e attenzione da parte di tutti. C’è stata anche molta derisione, e attacchi violenti da parte di chi non riesce nemmeno a “credere” che ci possano essere altre strade e descrive gli approcci come quelli di Gioffrida come “ciarlatanerie” da “santoni”.
“Quando mi chiamano santone, offendono i nostri nonni, i vostri nonni, perché non faccio niente di meno di quello che facevano loro”, ha ribattuto Gioffrida a questi attacchi.
Come spesso avviene anche in casi analoghi, chi fa critiche liquidatorie non va, praticamente mai, a controllare di persona, a confrontarsi di persona, ad approfondire a mente libera fino in fondo una questione. Difende a priori uno schema. Il che è l’esatto contrario dell’onestà intellettuale.

I risultati benefici dell’approccio curativo portato avanti da Gioffrida sono stati documentat con foto, video e altro materiale. Documentazione che l’associazione Peacelink –che agisce anche per conto del Comitato Spazi Popolari- ha portato presso la Commissione europea per cercare di fare venire meno le intenzioni criminali che la Commissione Europea ha avuto finora; che sono in perfetta sintonia con le decisioni della Regione Puglia. Peacelink dice con chiarezza come la strage degli alberi e l’uso massiccio di pesticidi non solo sono estremamente dannosi per l’ambiente, l’agricoltura e il paesaggio del Salento, ma sono anche inefficaci nei confronti della Xylella e a fermare il disseccamento rapido degli ulivi.
Peacelink sottolinea come nonostante la Xylella sia apparsa nel 2013, non sono ancora stati effettuati test di patogenicità affidabili, o se lo sono stati non sono mai stati resi pubblici.
“La Commissione europea – scrive l’Ong al commissario Andriukaitis – rischia di condannare a morte l’intero ecosistema della Puglia sulla base di risultati di test che non hanno neanche accertato la patogenicità della Xylella in quegli alberi. I test effettuati dalle autorità italiane sono stati affrettati, parziali e inconcludenti”.
Peacelink , sulla base dell’approccio curativo di Gioffrida e degli altri agricoltori che lohano seguito e richiamandosi a quattro diversi studi del Dipartimento di Agronomia dell’Università di Foggia, sostiene come molto attendibile che il disseccamento rapido sia provocato soprattutto dall’aggressione di alcune specie di funghi, insieme ai danni provocati dalle larve di una falena (il Rodilegno giallo), che debilitano le piante e ne indeboliscono le difese. A quel punto la xylella sarebbe in grado di farsi strada; anche se questo non avviene sempre. Quindi, Peacelink ha fatto propria quella impostazione per la quale il batterio della xylella non sarebbe in grado di attaccare piante in salute, ma solo piante già malate.

Un altro approccio sperimentale terapeutico di cui si è meno parlato è quello del dottor Reinò. Esso si basa sulla cosiddetta “acqua informatizzata”. Si tratta di una sua invenzione e si baserebbe su studi che conduce da anni; studi relativi ai sustrati energetici della biologia e alla possibilità di interagire con informazioni adeguate all’interno dei meccanismi biologici. “Possiamo dire che l’acqua media un linguaggio –dice il dottor Reinò- In questo caso alle piante è stato trasferito un codice di resistenza alle malattie che le piante hanno poi ovviamente riconosciuto e replicato alle altre piante. Quando viene iniettata l’acqua informatizzata, si immettono dei segnali, delle frequenze, è come se la pianta si risvegliasse.”
Il dottor Reinò ha applicato la sua metodica tramite iniezioni intra-xilematiche all’interno di alcuni alberi, che sono stati chiamati “alberi-pilota”. Più specificatamente si è trattato di venti alberi nella zona di Torre Chianca di Lecce. Dopo cinque mesi dal trattamento, in un sopralluogo, nel quale era presente anche l’assessore regionale Nardoni e il proprietario dell’uliveto, è stata notata una ripresa totale degli ulivi trattati. Successivamente a questo sopralluogo, nessuno ha pi ricontattato il dottor Reinò.

INTERESSI SPORCHI?
Chi potrebbe avere interesse a che il piano distruttivo portato avanti da Regione Puglia e Comunità Europea venga portato avanti?
Molti pongono l’attenzione sui grandi guadagni che avrebbero coloro che segretamente puntano ad ottenere una valanga di fondi comunitari per finanziare l’eradicazione degli ulivi, ed, in tal modo, “predisporre”, ettari ed ettari di terreno per cementificazioni di ogni genere, a partire dalla realizzazione di giganteschi villaggi turistici. Come ha detto Raffaele Vescera “Nel Salento, terra ad altissima vocazione turistica, gli uliveti valgono più da morti che da vivi. Far posto agli ulivi con un villaggio turistico o un campo da golf, e bruciare i loro tronchi nelle centrali a biomasse è più redditizio. Sarà per questo che l’allarme Xylella è partito dal Salento?”

I maggiori interessi potrebbero essere quelli della multinazionali che da una parte fornirebbero gli enormi quantitativi di pesticidi richiesti per “trattare” il territorio, dall’altro fornirebbero nuove piante di ulivo, magari ogm.
Esistono anche dubbi sul fatto che la malattia in questione possa essere stata indotta. La Procura di Lecce ha aperto una inchiesta; e nell’ultimo rapporto sulle Agromafie, realizzato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, il primo capitolo ha come titolo “Lo strano caso della Xylella fastidiosa”. In questo capitolo ci si chiede come sia arrivata xylella nel Salento e a chi possa convenire.

Il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara ha parlato di “ una vicenda unica. Per i suoi contorni e implicazioni, non ha eguali. Che Xylella sia stata importata è un fatto, come pure che in questa storia paiono esserci tutti i presupposti di una guerra chimica o batteriologica”
Tra l’altro il dna del batterio è stato per la prima volta sequenziato nel 2002 nell’ambito di un progetto di ricerca che ha dato vita alla società Alellyx; anagramma della parola xylella. Questa società è stata acquistata nel 2008 dalla Monsanto, specializzata in semi transgenici. La Monsanto ha per caso fiutato l’affare per futuri colossali profitti?
Fermo restando che, come si è visto, il problema non è la xylella in sé, ma la presenza di funghi che vanno a manifestarsi su piante di ulivo che risentono di un ambiente fortemente intossicato, nel corso dei decenni, da un eccessivo utilizzo della chimica.

Alla luce di quanto finora abbiamo visto, possiamo porre alcuni punti di sintesi:

-Gli olivi colpiti dalla malattia dell’essiccamento presentano tutta una serie di problematiche, tra cui la presenza del batterio xylella è solo uno. La xylella, inoltre non è sempre presente negli olivi colpiti da essiccamento; mentre sono praticamente sempre presenti i funghi. La comparsa di questi funghi è, a sua volta, collegata, al grave strado di debilitazione ambientale di una buona parte del territorio agricolo pugliese dopo l’abbondante utilizzo della chimica in questi decenti.

-Nonostante quanto indicato nel punto precedente, la xylella è stata, fin dall’inizio, indicata dalla Regione Puglia e dall’Unione Europea come unico vero elemento distruttivo in gioco.

-Il tutto viene accompagnato da una strategia comunicativa incentrata sul “panico da batterio”; presumibilmente volto a favorire la percezione di un senso di urgenza di intervento, al fine di evitare il “contagio”.

-Il piano regionale e comunitario prevedere, per la zona del Salento, eradicazione di migliaia e migliaia di alberi e l’irrorazione massiccia di pesticidi. Ma sono proprio i pesticidi ad essere, da molti, messi sotto accusa come causa principale del verificarsi del fenomeno dell’essiccamento

-L’agricoltore biologico Ivano Gioffrida è riuscito a ripristinare la vita in circa 500 olivi, utilizzando metodi naturali. Il dottore Salvatore Reinò ha avuto positivi risultati su 20 olivi utilizzando la tecnica dell’ “acqua informatizzata. Questi approcci curativi non sono stati ritenuti particolarmente interessanti dalle istituzioni pugliesi.

-Nel 2008 la Monsanto ha acquisito la socità Alexys, la cui attività è incentrata sullo studio di questo fenomeno.

Un primo stop alla eradicazione degli ulivi è arrivato dal Tar di Lecce il 28 marzo . Il Tar di Lecce ha stabilito la sospensione delle procedure di abbattimento, accogliendo il ricorso cautelare depositato dagli avvocati del proprietario di un fondo in cui erano stati individuati alberi considerati malati. Il 9 aprile è prevista la discussione del ricorso.

Domenica 29 marzo, in piazza Sant’Oronzo, a Lecce c’è stata una grande manifestazione a cui hanno partecipato migliaia di cittadini provenienti da tutta la Puglia.

“Non siamo disponibili ad accettare che in nome di una presunta emergenza vengano distrutti il nostro territorio, il nostro paesaggio, la nostra salute e la nostra stessa identità –hanno detto gli organizzatori della manifestazione. Vogliamo chiarezza e vogliamo proporre alternative possibili per contenere il disseccamento e per non aggiungere ulteriori danni alla nostra salute già gravemente compromessa dal costante aumento, negli ultimi 20 anni, di tumori legati all’inquinamento ambientale. Vogliamo l’applicazione del principio di precauzione previsto dal Trattato europeo, e per questo facciamo appello alle intelligenze di decisori politici, scienziati, associazioni di categoria, perché si arresti per tempo quella che riteniamo una sciagura ambientale e sanitaria senza precedenti per il nostro territorio”.

Voglio concludere con una liricamene intensa dichiarazione di Tina Minerva:

“Gli olivi sono la nostra foresta. L’unico polmone verde di questa terra a tutti nota come Salento; l’unico filtro di un’aria già satura di veleni che vengono dai cementifici, dalle centrali a carbone, dalle acciaierie . Senza di loro, questa terra priva di corsi d’acqua superficiali, sarebbe già un deserto. Sono la nostra storia, i nostri avi, nella loro linfa scorre il sudore dei nostri nonni, le fatiche per coltivarli, l’amore che ce li ha tramandati. Dai loro frutti scorre la nostra economia, il condimento principale della dieta mediterranea. Vogliono eradicarne 30 mila e al contempo, farci perire sotto fuoco chimico con le promesse di miseri risarcimenti. Quanto vale la vita dei vostri figli e delle persone che amate? La svenderete o sarete pronti a lottare contro i giganti per permettergli un’esistenza dignitosa? Non lasciamoci calpestare. Senza gli ulivi non siamo niente. Ogni ulivo estirpato non potrà più essere ripiantumato, così come le querce, i lecci,le acacie, gli oleandri,i mandorli , gli albicocchi, i peschi, i ciliegi….. Se ci avveleniamo, nessuno vorrà avere rapporti con questo territorio e noi, in men che non si dica, avremo la sanità completamente al collasso, saremo noi stessi mutazioni genetiche vaganti. La storia del Salento non è divisibile, asportabile,eradicabile nelle sue peculiari caratteristiche. Il disseccamento ci ha aperto gli occhi su un disamore che ha portato al malanno. Il Salento non è un territorio che può essere preso e manipolato a proprio piacimento. Per decenni lo abbiamo permesso svendendo ed abbandonando; le terre, per molti, erano solo un peso da non voler gestire, ma da monetizzare al peggior prezzo, immediato e facile. L’ultimatum sta per scadere, tra 7 giorni potrebbero iniziare gli espianti massicci ed irreversibili annunciati solo qualche giorno fa. Ognuno di noi ritorni a curare ed a difendere ogni pezzettino di terra, così come si lotterebbe per la vita dei propri figli e delle persone che amiamo. Tutta la provincia di Lecce è considerata zona infetta, dunque nessuno si senta escluso nel suo orticello felice, perchè se verrà applicata la determina dirigenziale, non esisterà quell’orticello. Sentiamoci per una volta figli di questo territorio e fratelli.”

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“E’ stato lo Stato”- la scomparsa dei 43 studenti messicani

by on feb.22, 2015, under Controinformazione, Resistenza umana

Proteste7

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Quando il 26 settembre, 43 studenti messicani sono stati sequestrati e mai più ritrovati, fui molto colpito dalla vigorosa forza morale che trasmettevano le manifestazioni di protesta fatte in Messico; e anche di come questa vicenda ha avuto risonanza in molte parti del mondo, con una catena di indignazione e solidarietà che non ha trovato confini. Volevo scrivere qualcosa di un po’ più approfondito sulla vicenda, e per questo avevo bisogno della “voce” di qualcuno che lì, sul posto, avesse una conoscenza di prima mano dei fatti e del contesto. L’amica messicana Ana Lara mi ha messo in contatto con Araceli Olivos Portugal, avvocatessa messicana a difesa dei diritti umani e che da questo momento chiamerò semplicemente Chely. Per fare capire il livello del personaggio, cito di seguito la presentazione che di se stessa e del suo lavoro ha fatto Chely:

“Il mio nome è Araceli Olivos Portugal, avvocatessa nel area di difesa nel Centro dei Diritti Umani Miguel Agustín Pro Juárez (Centro Prodh) di Città del Messico. Nel 2011, in seguito alla mia collaborazione come volontaria in Amnesty International Messico così come in altre organizzazioni locali, ho deciso di fare parte della grande battaglia giuridica per la libertà e i diritti umani;  apportando le mie risorse umane, e la mia poca conoscenza che avevo in quel tempo, alle diverse lotte.   Il Centro Prodh è stato da allora il posto dove ho imparato ad amare il lavoro collettivo, le strategie di difesa giuridica e politica per chi storicamente è stato sempre stigmatizzato, rifiutato e violentato: persone e popoli indigeni, contadini, migranti, donne, vittime di repressione sociale, difensore e difensori dei diritti umani.In questi anni nel Centro Prodh ho conosciuto, accompagnato e difeso, assieme ai miei compagni e compagne, donne sopravvissute alla tortura sessuale perpetrata dalla polizia, dai militari e marines; persone indigene falsamente accusate di reati; persone torturate al fine di farle  confessare reati che non hanno commesso; comunità indigene e contadine che difendono la propria terra e il proprio territorio da diverse forme di saccheggio. Ci sono state anche molte altre esperienze: dato che ogni anno accogliamo più di 300 persone che richiedono consulenza giuridica.Ed è proprio questo posto ad essere stato, da quattro mesi, punto di incontro, discussione e riposo per le madri e i padri dei 43 normalisti Ayotzinapa,  scomparsi. Ho imparato a sentire il Messico e la sua sua resistenza.” 

Ho chiesto a Chely di scrivermi una relazione sulla vicenda degli studenti spariti e Chely mi ha inviato un testo che è stato per me la fonte principale di materiale per la scrittura di questo pezzo. A questa fonte ho aggiunto elementi presi da vari articoli e reportage. Sebbene il testo di Chely mi sia stato prezioso in merito ad ogni passaggio di questo articolo, ci saranno dei momenti in cui la citerò direttamente e, in conclusione dell’articolo, e prima delle foto, riporterò un grosso estratto della sua relazione.

Andiamo adesso ai fatti. Il 26 settembre 2014, alle ore 21.00, nella città di Iguala 80 studenti della scuola normale rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa, in maggioranza indigeni, si dirigevano alla città di Chilpancingo su tre autobus della Costa Line, temporalmente espropriati in maniera pacifica, alcuni minuti prima, dopo avere organizzato una colletta per raccogliere fondi. Quegli studenti protestavano contro le  (contro)riforme dell’istruzione attuate in Messico e, in particolare,  contro quelle misure che stanno sempre di più indebolendo il mondo delle scuole rurali.Guerrero è uno tra gli stati messicani più violenti. Da sempre teatro del narcotraffico, della spietata repressione militare e paramilitare e della guerriglia. 

Tornando alla dinamica degli eventi del 26 settembre; gli autobus si trovavano all’uscita del terminale degli autobus,  con destinazione a Chilpancingo, quando arrivarono quattro pattuglie della polizia locale, che circondarono gli autobus, impedendo loro di andare avanti. A quel punto i poliziotti iniziarono una sparatoria, senza avere fatto prima alcun avvertimento.  Secondo alcuni testimoni, oltre alle pattuglie della polizia locale, c’erano anche una o più pattuglie della polizia statale, che non hanno fatto nulla per difendee gli studenti.I ragazzi, terrorizzati da quello che stava succedendo, scesero dagli autobus, dicendo cose come “basta, basta, non abbiamo armi”. Ma i poliziotti continuarono a sparare forsennatamente.  

Uno studente cadde ferito. Gran parte degli altri studenti si disperse in vari direzioni. La sparatoria durò 40 minuti, un tempo davvero lungo. E, ricordiamolo, si trattava di studenti inermi, nessuno dei quali armato. Tra l’altro, tra gli autobus, ce ne era anche uno con ragazzi che erano di una squadra di calcio di terza divisione, Los Avispones di Chilpancingo.Il bilancio di questa prima sparatoria è stato quello di uno studente -quello a cui si è accenato prima- che si trova ancora in coma vegetativo. Dopo un po’ì i poliziotti se ne andarono portando con sé una ventina di studenti in stato di arresto.Gli altri studenti riorganizzarono e restarono sul mosto, mettendosi ad aspettare il pubblico ministero che avrebbe dovuto raccogliere i dati investigativi. Alle 23:30 cominciarono a giungere, per supportare gli studenti, professori, studenti, giornalisti e organizzazioni locali. Alle 24:00, mentre gli studenti stavano raccontando, ai media presenti, quanto era accaduto, arrivò una pick-up rossa da cui scesero individui armati che presero a sparare sulla folla. Durante la sparatoria, le persone presenti –studenti, giornalisti, professori- correvano in tutte le direzioni. Alcuni di loro trovarono rifugio in alcune case della città. Questa volta la sparatoria durò 15 minuti, e il risultato furono due studenti morti e cinque persone ferite.

Il giorno successivo, 27 settembre, gli studenti si raggrupparono nella Fiscalia Statale (un distaccamento di polizia dove vengono portate le persone arrestate), fecero dichiarazioni sui fatti accaduti e chiesero di constatare l’integrità fisica degli studenti portati via dalla polizia municipale. Ma in quella struttura non trovarono nessuno; il Direttore della Pubblica Sicurezza aveva permesso di agli studenti di verificare loro direttamente. Quello stesso giorno, alle ore 16:00, gli studenti vennero a sapere che, proprio a tre isolati da dove erano avvenuti i fatti, era stato trovato il corpo di uno studente, sul quale risultavano visibili tracce di tortura. A questo studente erano stati cavati gli occhi e scorticata la faccia. Il bilancio complessivo degli eventi del 26 settembre fu di:  6 morti, 25 persone ferite, e 58 persone scomparse, che alla fine si ridussero a 43. Queste 43 persone non verranno più ritrovate.  

Non era la prima volta che gli studenti di Ayotzinapa subivano simili violenze. Il 12 dicembre 2011, come conseguenza di un fallito sgombero nella “Autostrada del sole”, dove si svolgeva una protesta di normalisti, persero la vita tre persone e altri tre studenti furono feriti gravemente. Inoltre furono documentati almeno 24 casi di detenzioni arbitrarie, un caso di tortura, e altri 7 casi di gravi trattamenti inumani.  I responsabili di quegli eventi rimasero –come avviene quasi sempre in Messico- impuniti. Gli unici poliziotti che si trovavano sotto processo, sono stati esonerati l’anno scorso.Torniamo alle vicende del settembre 2014. Le autorità dello stato di Guerrero incominciarono le ricerche degli studenti scomparsi solo due giorni dopo. E lunedì 29 settembre il governo federale inviò l’esercito, e autorizzò l’uso di elicotteri. Soldati e polizia dello Stato si sono uniti nelle ricerche, ma senza alcun esito. 

Il Messico è un Paese dove, da sempre, vengono fatte sparire le persone. Spesso questo avviene nel silenzio. Questa volta però l’indignazione è stata enorme. Ovunque vi sono state manifestazioni e proteste. Probabilmente mai in Messico c’era stata una mobilitazione generale contro quella che è stata considerata come una “violenza di stato”. Le autorità messicane si sono trovate in grave imbarazzo all’interno e all’esterno del paese. Dopo alcune settimane il caso ha trovato una “risoluzione”; che rappresenta la “versione ufficiale dei fatti”. La dinamica, in sostanza, sarebbe stata questa: il sindaco di Iguala, Josè Luis Abarca non voleva che gli studenti disturbassero il comizio della moglie, Maria de los Angeles Pineda, tra l’altro molto legata a esponenti del cartello narcos dei Beltran Leyva. L’ostilità verso gli studenti comunque va collocata, come vedremo più avanti, in un contesto di ostilità generale del potere contro le rivendicazioni sociali in genere, e quelle degli studenti delle scuole rurali in particolari. Comunque, torniamo alla dinamica dei fatti. Il sindaco di Iguala avrebbe chiesto alla corrottissima polizia locale di arrestare questi studenti e di consegnarli al gruppo narcos Guerreros Unidos. I narcotrafficanti del gruppo Guerreros Unidos, una volta “ricevuti” questi studenti, li avrebbero interrogati in quanto li sospettavano di essere membri di una gang rivale, quella dei Los Rojos. Dopo l’interrogatorio, non fidandosi di quelle che potevano essere state le dichiarazioni dei ragazzi, i marco trafficanti gli avrebbero dato fuoco e avrebbero gettato i loro resti in un fiume. Lo stesso leader dei Guerreros Unidos, in galera dal 15 gennaio, avrebbe confermato questa visione. Il primo cittadino di Iguala non era certo un uomo da precedenti che promettessero bene. Infatti, già nel 2003, era stato sospettato di avere organizzato l’omicidio di un attivista politico, Arturo Cardona. Mentre la moglie, come abbiamo visto, era legata ad esponenti del cartello dei Beltran Leyva, sotto il quale agiscono anche i Guerreros Unidos. L’inchiesta giudiziaria, comunque, avallata dal governo federale, ha sposato questa ricostruzione dei fatti e sono stati arrestati il sindaco, la moglie, e altre 44 persone, tra cui gli agenti della polizia provinciale che avrebbe sparato sui ragazzi. Per avvalorare la tesi ufficiale, si è ipotizzato che vari cadaveri carbonizzati, trovati in punti diversi del municipio di Iguala potessero essere quelli di questi ragazzi. Ma, tranne per un solo caso, dove pare si tratterebbe davvero di uno degli studenti normalisti spariti il 26 settembre, in tutti gli altri casi, gli esperti internazionali coinvolti dai genitori hanno dichiarato che non si trattava di quei ragazzi. In un forno crematorio abbandonato di Acapulco, a 200 chilometri da dove avvenne il rapimento, sono stati trovati altri 61 cadaveri; ma anche in questo caso le analisi fatte non hanno portato alla identificazione di nessuno degli studenti scomparsi. non sono stati identificati nessuno degli studenti arrestati. 

A rendere ancora più traballante la ricostruzione ufficiale dei fatti vi sono, inoltre, altre risultanze, come il diario di bordo di un pilota militare, Andreàs Pascual Chombo Lopez, che ha sorvolato la zona nell’ambito della quale sarebbero stati bruciati gli studenti, proprio durante il lasso temporale in cui quell’evento si sarebbe verificato (tra il 26 e 27 settembre, subito dopo la cattura degli studenti); ma non riscontrò “nessuna novità” da segnalare. Lo stesso è avvenuto con un elicottero del governo di Guerrero impegnato nelle stesse ore nelle ricerche con voli a bassa quota. Per gli esperti dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM) è praticamente impossibile bruciare 43 corpi fino a renderli quasi irriconoscibili senza provocare una grande quantità di fuoco e fumo, visibili anche a chilometri di distanza.  I dati contraddittori in questa vicenda sono davvero tanti. Come quello concernente le segnalazioni al numero di emergenza della polizia federale. Una chiamata, registrata alle ore 21,32 del 26 settembre, segnalava la presenza dei ragazzi al terminale dell’autobus, dove era partita la sparatoria.  Un’altra chiamata, otto minuti più tardi, aveva segnalato una sparatoria nel centro di Iguala. Ma nonostante queste chiamate, la polizia federale non mosse un dito. 

Ma anche se questi e altri elementi di contraddittorietà con le ricostruzioni ufficiali non fossero emersi, gran parte dei genitori e, una notevole parte dell’opinione pubblica messicana, continuerebbero a non fidarsi di esse. Non si contesta tanto il coinvolgimento del sindaco –che come si è visto non era certo uno stinco di santo- e della polizia provinciale in questa storia. Ma non si crede che siano stati loro gli unici attori. Così come non convince affatto la rapida attribuzione della responsabilità, delle uccisioni degli studenti, ai narcos. Quello che molti ritengono è che il sindaco probabilmente ha effettivamente dato mandato alla polizia provinciale di aprire il fuoco sugli studenti e di fare arrestare parte di essi, ma che, questa decisione non sia partita esclusivamente da lui, ma da mandanti su un livello più alto. E, soprattutto, si ritiene, che ad eliminare questi ragazzi siano stati, non i narcos, ma i militari; che “l’esecutore finale” sia stato l’esercito. Nella storia del Messico –come vedremo più avanti- specialmente durante gli anni della Guerra Sporca, ma anche successivi, il coinvolgimento dell’esercito nelle sparizioni di centinaia di persone è stato ormai acclarato. L’indignazione massiccia che ha scosso il Messico dopo la sparizione di questi ragazzi non è comprensibile se non si tiene conto della sostanziale certezza, che molta parte della popolazione ha, che, in una vicenda del genere, siano implicati anche apparati governativi ed i militari. Le persone che hanno protestato ovunque in questi mesi, infatti, non hanno chiesto solo giustizia per il caso di questi ragazzi, ma giustizia per tutto il Paese; hanno espresso una indignazione totale verso un mondo di terrore e illegalità che non vogliono più accettare. 

Come scrive Cheli:  

“Ovunque si sente urlare a grande voce: #NonViCrediamo, #ÈstatoLoStato, #MiSonoStancato, #AyotzinapaSiamoTutti.Nella coscienza collettiva alcuni argomenti si sono fortificati: è stato lo Stato, non è un fatto isolato, l’impunità è l’incentivo e la radice dello Stato delinquenziale.Infatti, è stato lo Stato e i suoi corpi di polizia che hanno fermato e fatto sparire agli studenti. Lo stesso Stato che non indagò nella immediatezza dei fatti. Lo stesso Stato che durante decade ha criminalizzato i movimenti popolari avvalendosi del diritto penale come meccanismo di controllo.   È stato lo Stato a non garantire la sicurezza dei cittadini, lo Stato a implementare una strategia di stato di eccezione.   È lo Stato chi ha permesso la penetrazione del crimine organizzato fino alla fusione di esso con le istituzioni pubbliche.”

Sempre in riferimento al grumo di potere, responsabilità, connivenze, che operano nel sistema Messicano, scrive Cheli:  

“Iguala è stata possibile, tra altre cose, grazie alla garanzia di impunità e dimenticanza che ha protetto agli autori di questi crimini. Sono passate vari decenni, più di mille persone scomparse in Messico, non sono ancora state ritrovate.  Sono decenni che lo Stato funziona solo in apparenza.  La sua efficienza istituzionale venne notata nella quantità di arresti, grossi processi penali e carceri sature.Il Messico è un paese di simulazioni dove rimangono impuniti il 98% dei reati. Un sistema che investiga e invia a processo molto raramente e, quando questo accade, nella maggior parte dei casi, si usano detenzioni arbitrarie, false testimonianza, torture per ottenere confessioni auto-incriminatorie e fabbricare responsabili. Gli agenti del Pubblico Ministero e la Magistratura formano una catena efficiente per riempire le prigioni di innocenti, punire la povertà, la ignoranza, la vulnerabilità.  A questo punto è rilevante l’impunità dei crimini contro l’umanità commessi durante la Guerra Sporca da parte di agenti dello Stato. Tutto questo propizia la ripetizione di fatti simili nell’attualità, inclusi gli atti di sparizione forzata, le esecuzioni extra-giudiziarie  così come l’uso sistematico della tortura da parte di agenti delle forze del ordine.”

Il “sistema di azione” collaudato ai tempi della “guerra sporca” non sarebbe stato ancora smantellato. Le persone “fatte sparire” verrebbero portate in apposite strutture militari dove verrebbero illegalmente detenute e poi eliminate. Come scrive Chely: 

“Nel Centro Prodh abbiamo la totale convinzione che in Messico esista uno schema di detenzioni illegali, in molti casi di sparizione forzata perpetrate nelle istallazioni militari, schema accreditato dalla Guerra Sporca. Tuttavia l’esercito non ha mai riconosciuti formalmente la sua partecipazione, tutto questo perché non ha mai esistito un processo serio di giustizia e di indagine su questi reati.  (..) Ayotzinapa ha svelato, ancora una volta, la mafiocrazia messicana. Un sistema dove la detenzione illegale, le esecuzioni extragiudiziali, la tortura e la sparizione forzata sono strumenti di controllo sociale, di dominazione, intimidazione, utili per controllare il territorio, fabbricare colpevoli, criminalizzare a settori considerati vulnerabili per lo Stato, disarticolare e immobilizzare.Attivisti sociali, difensori dei diritti umani, uomini e donne in situazione di esclusione, migranti, indigeni e giovani sono  i soggetti a maggior rischio di stigmatizzazione, criminalizzazione e eliminazione. La responsabilità internazionale dello Stato Messicano nei crimini del passato e degli ultimi otto anni è innegabile. L’impunità continua a essere il suo incentivo.” 

Il governo messicano è comparso il 2 e il 3 febbraio di fronte al Comitato contro la Sparizione Forzata delle Nazioni Unite, che ha sede a Ginevra. Una delegazione dei genitori degli studenti scomparsi e rappresentanti del Centro Prodh e Tlachinollan sono stati presenti.La vicenda di Ayotzinapa è collegata anche al ruolo particolare che le scuole rurali “normali” svolgono nella società messicana. Le scuole normali rurali sono presenti solo nelle zone rurali del Messico e non nelle grandi città. Esse servono a formare insegnanti di scuola elementare, oltre, in via più generale, a dare ai figli dei contadini strumenti intellettuali e approcci concreti  circa  la gestione terra . Sono considerate l’unico vero orizzonte di riscatto che si apre per i figli dei contedini indigeni. Si tratta di uno dei frutti nati dalla scia della gloriosa rivoluzione di Pancho Villa ed Emiliano Zapata. Esse avevano lo scopo di alfabetizzare e dare ai figli dei contadini le conoscenze per partecipare alla vita pubblica e sapere il più possibile in merito alla conoscenza della terra e alla gestione dei campi. Queste scuole dovevano servire a “risvegliare” la coscienza collettiva del popolo rurale, e a permettere l’affermarsi di quella democrazia dal basso per la quale avevano lottato Villa e Zapata. E si può dire che questo è quello che sostanzialmente hanno fatto. Inoltre, chi si diploma in queste scuole, è abilitato a svolgere la funzione di insegnante (anche se non in tutte le scuole). I ragazzi che si diplomano, tornano nelle loro comunità diventano, in un certo senso, punti di riferimento, per il riscatto sociale. Queste scuole sono state sempre viste con ostilità dal potere federale e da quello locale. Si è capito come le persone che uscivano da esse erano più coscienti, agguerrite, consapevoli dei propri diritti. Queste persone erano scomode per il potere ed allora è iniziata, nei decenni, da parte del Governo federale e dei governi statali, la “guerra” contro le scuole rurali. All’inizio erano tante, adesso ne sono rimaste solo una quindicina, che vengono sottoposte ad ogni genere di provocazioni e attacchi.  Una delle motivazioni per cui si vuole procedere alla chiusura di queste scuole si basa sul fatto che alcuni gruppi guerriglieri sono usciti fuori proprio da quelle scuole. I governi , inoltre, argomentano la necessità della sparizione di queste scuola anche in ragione della  supposta diminuzione della popolazione rurale. Come scrive Chely: 

“In realtà l’opposizione del governo alle scuole rurali è dovuta al ruolo che queste hanno nel cercar di cambiare la realtà della povertà e la mancanza di mobilità sociale  nelle zone rurali. Tutto questo implica criticare le politiche dello Stato; ed è questa  la  ragione per cui da anni le scuole normali rurali hanno delle difficoltà per continuare a funzionare, dato che il governo ha tagliato i fondi a loro destinate, ha chiuso alcune di loro e ha usato la discriminazione contro i suoi laureati come strategie per fare sparire del tutto la figura della scuola normale rurale.” 

Eventi come quelli del 26 settembre, con tutto ciò che ne è conseguito (la sparizione e la quasi certa morte di più di 40 studenti) sarebbero, quindi, sostanzialmente frutto di una strategia di disarticolazione sociale tramite l’aggressione violente a “focolai” di coscienza e resistenza popolare quali sono queste scuole rurali. Strategia coerente, del resto, con la decennale opera di desertificazione sociale tentata in Messico contro ogni voce di resistenza e di libertà. L’aggressione violentà del 26 settembre e la sparizione e la fine (probabilmente) orribile di quei ragazzi, aveva probabilmente, quindi, anche lo scopo di dare un colpo durissimo alle proteste degli studenti e all’esistenza di queste scuole, ingenerando una atmosfera di disperazione e intimidazione.Il risultato è stato diametralmente opposto, e ha rappresentato un fallimento di questa “strategia della tensione” in salsa messicana. L’evento ha scatenato una reazione collettiva in tutto il Paese come raramente si è vista nella storia messicana. Queste reazioni sono state capaci di colpire anche l’immaginario collettivo di altre nazioni; e azioni di protesta contro i fatti e di solidarietà verso gli studenti sono state organizzate in tutto il mondo.Tutte quelle persone che in Messico lottano per la giustizia e la libertà non solo non si sono avvilite e demoralizzate, ma sono diventate ancora più accanite nell’accusare lo Stato per i suoi crimini e nel pretendere verità. L’indignazione si è propagata come un’eco, con manifestazioni e proteste ovunque. E per quanto riguarda gli studenti delle scuole rurali hanno ancora più motivazione di prima, ancora più volontà di salvare le loro scuole e di agire per la difesa dei loro territori e delle loro comunità.Questa strage (perchè quasi certamente di strage si tratta) molto probabilmente frutto di complicità a tutti i livelli, si è rivelata, a conti fatti, un boomerang per chi l’ha promossa ed attuata. In conclusione, prima di alcune foto delle proteste che vi sono state in Messico, voglio riportare un estratto della relazione che mi ha inviato Chely. In questo estratto si ricostruisce storicamente il fenomeno della “sparizione forzata in Messico”. Esso aiuta a comprendere come i fatti di Ayotzinapa, non sono che l’ultimo atto di un “fiume delle prepotenza” che ha radici lontane.

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• IL FENOMENO DELLA SPARIZIONE FORZATA IN MESSICO

A) LA “GUERRA SPORCA” CONTRO MOVIMENTI SOCIALI NEGLI ANNI  SESSANTA, SETTANTA E OTTANTA.

In Messico si conosce come Guerra Sporca al periodo di tempo che comprende dalla fine degli anni 60 fino alla metà degli anno 80 del secolo scorso.  Quel periodo ebbe come caratteristica la risposta repressiva dello Stato Messicano davanti alle richiese politiche e sociali di diversi gruppi cosi come le gravi violazioni ai diritti umani caratterizzate per esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate contro questi gruppi.Durante la Guerra Sporca, le istituzioni di giustizia erano al servizio della strategia repressiva, in maniera tale che i familiari delle persone scomparse non disponevano di effettive risorse legali né per la ricerca dei propri parenti ne per l’indagine sui fatti.  Tuttavia, i familiari insistettero, fecero azioni di ricerca – andando persino nei quartieri militari- e denuncie pubbliche. Fu in questo periodo che si formano diverse organizzazioni di familiari di persone scomparse. Saranno esse che, in condizioni profondamente avverse, inizieranno a portare avanti la difesa dei diritti umani delle vittime della repressione.  A livello interamericano, la Corte Interamericana ebbe l’opportunità di analizzare alcune delle circostanze generali di questo periodo con il caso Radilla Pacheco vs. México, stabilendo che il governo era stato incapace di prevenire, investigare e sanzionare i fatti; così come indagare la sorte delle vittime di detenzioni arbitrarie e sparizioni forzate  .  Nel frattempo, in Messico la Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH) stabilì, nella Raccomandazione 26/2001 che, durante questo periodo storico, lo Stato implementò una politica repressiva con la pretesa finalità di eliminare gruppi sovversivi, tutto questo con la partecipazioni di soggetti e strutture dipendenti dal potere statale, in particolare la denominata “Brigata speciale o Brigata Bianca”, che era prevalentemente formata da  della Direzione Federale di Sicurezza, della Procura Generale della Repubblica, della Procura Generale di Giustizia del Distretto Federale, della Direzione Generale di Polizia e transito del Distretto Federale, della procura Generale di Giustizia dello Stato di Messico e dell’ Esercito Messicano”. Non esiste un registro totalmente affidabile sul numero di vittime delle gravissime violazioni dei diritti umani durante il periodo della Guerra Sporca. In riferimento alla sparizione forzate di persone, la CNDH ha riconosciuto più di 500 casi; anche se le organizzazioni civili calcolano che sarebbero state circa 1,200 le persone fatte sparire.  La sparizione forzata mieté vittime negli stati di Guerrero, Chihuahua, Hidalgo, Chiapas, Veracruz, Sonora, Oaxaca, Sinaloa, Michoacán e Città del Messico, tra altri. La risposta dello Stato Messicano ai crimini perpetrati durante la Guerra Sporca si formalizzò nel 2001 con la creazione della Commissione Speciale d’Inchiesta sui Movimenti Sociali e Politici del Passato (FEMOSPP). Lo scopo di questa commissione era investigare sui 532 casi di sparizione documentati, così come sui due massacri commessi contro i membri del movimento studentesco nel 1968 e 1971,  . La commissione ottene una grande quantità di informazioni, documenti, foto e altri dati.Nel novembre 2006, un giorno prima del inizio della amministrazione di Felipe Calderón Hinojosa, la FEMOSPP venne sciolta per l’accordo  A/317/2006 dal Procuratore Generale della Repubblica, senza alcuna giustificazione.  Chiusa la FEMOSPP le pratiche furono inviate a una struttura totalmente carente di perizia sulla materia, così come delle risorse materiali ed umane per fare fronte ad una tale carica di lavoro. Negli anni successivi alla chiusura della FEMOSSPP, lo Stato Messicano ricevette pressioni da parte di organizzazioni messicane così come di organismi internazionali riguardo all’urgente bisogno di giustizia  per i crimini delle Guerra Sporca. Una di queste pressioni richiede che lo Stato riapra un organo speciale per indagare sul tema. Tuttavia tale richiesta non è stata accettata.

B)LA GUERRA FALITTA CONTRO IL CRIMINE ORGANIZZATOPer riuscire a contestualizzare questo tema a livello nazionale, consideriamo opportuno fare riferimento alle ancora dolenti conseguenze della guerra contro il narcotraffico.  Solo nel 2012 la Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH)  ricevette 1921 denunce a carico delle forze armate e 802 contro la Polizia Federale. Secondo i datti del Osservatorio Cittadino Nazionale del Femminicidio (OCNF), durante il governo di Felipe  Calderón furono commessi 4112 omicidi di donne in sole 13 entità del paese. Per cui Felipe  Calderón chiuse i suoi anni alla Presidenza sotto un’ombra fatta di più di 60 mila morti e di 150 mila persone sfollate come conseguenza della violenza legata alla lotta alla droga e alla sua strategia di sicurezza; così come di deficienze del sistema penale che lasciarono impunito il 98 per cento dei reati. In questo stesso fiume di violenza, oltre alle persone che hanno perso la vita nei supposti scontri con le forze armate, non ci sono dati certi sul numero di persone scomparse. Nel 2013 La Segreteria di Governo Messicana ufficializzò in circa 26121 le persone “non localizzabili”, in pratica scomparse, durante i sei anni di mandato presidenziale di Felipe  Calderón. Secondo dati del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità, la guerra contro la criminalità organizzata da Calderón causò più di 70000 morti, 20000 persone scomparse e più di 250000 sfollati. L’ultima cifra socialmente accettabile si avvicina ai 30000 scomparsi.  

Demonstrators hold posters during a protest in support of the 43 missing students outside the building of the office of Mexico's Attorney General in Mexico City

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Ashya King- la storia del bambino col tumore al cervello che ha indignato l’Europa

by on nov.24, 2014, under Controinformazione, Medicina, Resistenza umana

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Questa vicenda è passata di sfuggita in Italia. Ci sono state tracce di essa su qualche organo informativo, ma senza che le si desse particolare spazio come è avvenuto in altri paesi europei, specie Inghilterra e Spagna e senza che si verificasse neanche l’ombra dell’indignazione generale che si è verificata in quei Paesi. Si può dire che si tratta di una di quelle tante notizie che da noi sono sostanzialmente sconosciute. Io devo ringraziare l’amico musicista e giornalista Fausto Bisantis che mi ha segnalato la vicenda e mi ha spinto a scrivere un pezzo.

Ashya un bambino di cinque anni affetto da un grave tumore al cervello.

La diagnosi di tumore cerebrale era emersa dopo che il bambino aveva sofferto di tutta una serie di sintomi di cui i medici non riuscivano a spiegare l’origine. Una volta diagnosticatogli il tumore,  Ashya venne portato al Southampton General Hospital, in modo che potesse essere operato al cervello e ricevere le altre cure adeguate al suo caso. In prima battuta ad Ashya è stata fatta l’operazione al cervello. Un’operazione devastante che lo aveva lasciato “come un vegetale ad occhi aperti”. In quei giorni, per permettergli di dormire,i genitori  dovevano tenergli le palpebre chiuse.. La sofferenza del bambino era tale che la madre si chiese se fosse giusto tenerlo in vita.

Dopo l’operazione, che già aveva stremato questo bambino di cinque anni, ora gli sarebbe toccata la radioterapia tradizionale, una cura molto invasiva che avrebbe causato pesanti ed irreversibili effetti collaterali.

Dopo anni di approfondimento sulle “altre vie” mediche, ormai so che non si contano i casi in cui ci sono delle alternative ai protocolli ufficiali. Alternative meno invasive; alternative che offrono non solo più chance di vivere, ma anche più qualità di vita; alternative che non ti devastano il corpo e la mente. Queste altre vie a volte sono totalmente ignorate dalla medicina ufficiale; altre volte sono apertamente ostacolate. Capita però che alcuni medici mentalmente aperti e particolarmente umani, consiglino, “in via personale” alla persona malata o ai suoi famigliari di non seguire i protocolli ufficiali, specie quando è praticamente certo il loro effetto distruttivo e di provare percorrere altre vie.

Torniamo alla nostra storia.

Al  padre del bambino era stato detto che l’unico trattamento disponibile secondo il NHS (il servizio sanitario britannico), la radioterapia classica appunto, avrebbe prodotto enormi danni al tessuto cerebrale sano e lo avrebbe lasciato disabile per il resto della sua vita Un radiologo dell’ospedale, parlando col padre, aveva ammesso che le decisioni in merito alle terapie da seguire per trattamento del cancro erano state prese sulla base dei “tassi di sopravvivenza”, non tenendo in considerazione gli effetti potenzialmente devastanti di una cura e la qualità della vita che ne sarebbe conseguita. Con la radioterapia convenzionale, diceva il radiologo, il figlio avrebbe avuto problemi di udito, problemi di crescita e “esigenze particolari” per il resto della vita. Uno dei suoi commenti conclusivi fu:

“I bambini pagano un prezzo pesante per la sopravivenza sotto la radioterapia normale”.

I genitori non volevano arrendersi, e cominciarono altro, mettendo in discussione l’insistenza con  dei medici nel sottoporre loro figlio ad alti dosi di radioterapia. Nel frattempo avevano scoperto  la terapia a fasci di protoni, che viene somministrata in una struttura di Praga, in Repubblica Ceca, il centro Proton. Questo trattamento sperimentale consiste nell’uso di raggi di protoni che dovrebbero colpire in modo specifico il tumore, cosa che rende meno probabile che il tessuto che lo circonda venga danneggiato.  I genitori proposero  questa terapia ai medici del Southampton, i quali cercarono di liquidare la questione, sostenendo che tale terapia non era portatrice di alcun vantaggio rispetto alla radioterapia normale. Vedendo, però, che i coniugi King, non demordevano, cominciarono le minacce:  

“Se continuate con queste domande, ci rivolgeremo al tribunale per chiedere che siano rimossi i vostri diritti parentali e che si venga dato il trattamento che vogliamo”.

Non c’era alcuna possibilità di ricevere comprensione e sostengo da quell’ospedale e per i genitori fu chiaro che l’unica via che restava loro era la fuga. Immaginare i due genitori che, spingendo la carrozzella del figlio e cercando di non essere notati, fuggivano dall’ospedale. Può sembrare la scena di un film. Ma è proprio quello che è accaduto. La telecamera di sorveglianza dell’ospedale inglese, esaminata dalla polizia,  mostra il papa di Ashya mentre spinge la sedia  a rotelle fuori dall’edificio. Era il 28 agosto.  Due genitori costretti a fuggire di nascosto insieme al proprio figlio, per evitare che la sua vita futura fosse irrimediabilmente pregiudicata da una struttura sanitarie cieca e sorda ad ogni altra voce che non sia il feroce rispetto dei propri protocolli, protocolli benedetti da Big Pharma. 

Comunque sia, i genitori riuscirono a fuggire. Quando i medici si accorsero che il bambino non era più nella loro struttura, sporsero denuncia alla polizia inglese, che emise un mandato di arresto europeo per la coppia. Da quel momento inizio la “caccia all’uomo”.  Durante quel breve periodo di latitanza, uno dei fratelli di Ashya aveva pubblicato un video su you tube dove il padre rivendicava il loro diritto di cercare di curare il figlio in modo da dargli qualche chance in più. L’arresto dei genitori scattò due giorni dopo la fuga, quando essi erano arrivati in Spagna, in Costa del Sol a Malaga. L’accusa era “sequestro di persona”.

Ci sono momenti che sono emblematici in una vicenda, oltre che di una esistenza. Perché, anche se involontari, sono, nella modalità in cui si verificano, rivelatori. Uno di questi è stato il momento in cui la madre di Ashya è stata arrestata. L’arresto scatta proprio quando lei stava per salire su una ambulanza che doveva portare il figlio in ospedale. Durante quell’arresto, ad un ufficiale ha detto: “In che razza di mondo viviamo se si prende un bambino malato e lo si tiene lontano da sua madre”.

Una volta arrestati, i coniugi King vennero messi in una cella di una delle carceri più famose della Spagna, dove rimasero tre giorni. Mentre Ashya era da solo, ricoverato in una struttura di Malaga,  a centinaia di km di distanza, a Malaga, sotto la tutela di due poliziotti. Anche i suoi fratelli e le sue sorelle avevano avuto il divieto di vederlo. I genitori furono molto risoluti nel rifiutare l’estradizione. Volevano restare in carcere, in Spagna. L’arresto di questi genitori, la crudeltà di tenerli lontani dal figlio, suscitò una unanime reazione e violente critiche verso l’operato della pulizia e dei pubblici ministeri inglesi. La procura inglese, il Crown Prosecution Service, sotto la pressione di questa generale indignazione,  è stata costretta a fare retromarcia e si è rivolta all’Alta Corte britannica per chiedere il ritiro del mandato di arresto europeo contro i coniugi King. Richiesta che venne prontamente accolta, consentendo alla polizia spagnola di liberare i due genitori.

C’è molta intensità nelle parole con le quali Ashya descrive il momento dell’incontro con il figlio:

 “Mentre lo abbracciavo, potevo sentire il dolore dentro di lui.”

Gli ho detto: “Ashya io sono qui adesso. Non ho mai voluto lasciarti. Mi dispiace tanto per quello che è successo. Ma ora siamo qui. E staremo insieme per sempre. Non devi piangere più.”

Lo stesso primo ministro inglese David Cameron si era schierato da subito con i King e, una volta che la questione aveva avuto uno sciogliemento positivo, ha chiesto di incontrare il bambino che gli ricorda Ivan, il figlio disabile che ha perso nel 2009.

Ci sarà una denuncia da parte dei coniugi King contro i medici dell’ospedale di Southampton; per chiedere loro di rispondere per false accuse e diffamazioni. 

Una volta scarcerati i genitori e venuta meno ogni accusa, Ashya  è stato portato a Praga, e ha iniziato il trattamento, che l’NHS, per cercare di attutire la vergogna che ha attirato su di se col suo comportamento, ha accettato di pagare. Questo ha significato che le donazioni pubbliche raccolte per Ashya potranno essere usate per altri bambini. Per la dottoressa che lo segue, Barbora Ondrova,“C’è una percentuale di sopravvivenza tra il 70 e l’80% per la condizione di Ashya. C’è ogni motivo per ritenere che possa fare un pieno recupero”.

I primi esiti del trattamento sembrano essere confortanti.

Ashya ha potuto avere la chance di sfuggire a un destino che sembrava già scritto grazie a due genitori straordinari, capaci di “rapire” il figlio dall’ospedale, e di fuggire in un altro Paese, finendo anche in carcere.. Con la follia che può avere solo chi si gioca il tutto per tutto, hanno innescato un meccanismo, dove la tracotanza dell’apparato medico ufficiale è uscita sconfitta. La gente ha parteggiato per questa famiglia e questo ha fatto la differenza.

L’esito di questa storia non deve farci dimenticare che la maggior parte degli altri Ashya, degli altri bambini con patologie di questo genere, non hanno nessuno che li faccia “fuggire”, e stanno subendo e subiranno protocolli devastanti base di chemio e radio. Protocolli che li condanneranno ad un’esistenza infelice e, spesso, anche ad una vita non lunga, nonostante ciò che dica il radiologo del Southampton Hospital con cui ha parlato di padre di Ashya. Protocolli sponsorizzati dalle grandi lobby del farmaco e dall’ establishment medico in incestuosi rapporti con esse. Nonostante esistano altre strade, più sane ed umane, ma meno “convenienti”.

Questa storia mostra anche la ferocia con cui un sistema difende se stesso. Un sistema dove puoi trovare medici indottrinati da un protocollo e capaci di minacciare gli angosciati genitori di un piccolo bambino se essi recalcitrano e non “obbediscono”. Un sistema capace di scatenare una “caccia all’uomo”, se cerchi di sfuggire alle sue tenaglie. E sebbene non in ogni caso simile ci sarebbe stata una reazione così persecutoria… quasi sempre ci sono le mnacce e le pressioni…  pressioni soprattutto psicologiche, volte a terrorizzarti al solo pensiero di poter cambiare strada.

Una cosa è certa.

Ci sono tanti altri Ashya che ci chiedono il coraggio di non lasciarli a stessi, il coraggio di difenderli.

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Dalla parte di Erri

by on nov.24, 2014, under Controinformazione, Resistenza umana

A gennaio sarà processato il grande scrittore Erri De Luca.
Accusato di avere dichiarato pubblicamente che la TAV va sabotata.
Io sto dalla sua parte.
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“Mi processeranno a gennaio. Mi metteranno sul banco degli imputati e ci saprò stare. Vogliono censurare penalmente la libertà di parola. Processane uno per scoraggiarne cento: questa tecnica che si applica a me vuole ammutolire. E’ un silenziatore e va disarmato.” (Erri De Luca)

Erris

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Caso Stamina. Intervista a Giuseppe Camiolo

by on ott.26, 2014, under Controinformazione, Medicina, Resistenza umana, Scienza

Stamina4

Questa è la terza intervista che pubblico sul caso Stamina.
La prima fu qulla ai fratelli Biviano che, da più di un anno e mezzo, sono accampati, con le loro sedie a rotelle, in una tenda davanti a Montecitorio, per chiedere il diritto, per se e per altri ad avere una speranza di cura.
La seconda quella a Tiziana Massaro, madre del piccolo Federico, e aggueritissimo avvocato a difesa dei diritti delle persone malate.
Oggi pubblico quella a Giuseppe Camiolo, padre di Smeralda.

L’intera vicenda Stamina ha ricevuto, da parte dei media, una narrazione parziale, caricaturale, tendenziosa.
Narrazione legittimata dalle dichiarazioni di quasi tutti gli “autorevoli” commentatori che sono intervenuti su di essa.
Ciò che si è voluto rappresentare è stato un film, un film che entra in scensa sempre, in casi del genere.i
Un film dove scaltri approfittatori sfruttano la disperazione di persone pronte a tutto per salvare la propria vita e quella dei propri cari.
Dia una parte la seria e autorevole medicina ufficiale basata sull’evidenza, e ai suoi “certificati” rappresentanti. Dall’altra un esercito di figure grottesche che cerca di piazzare, a persone rese mentalmente incapaci dal dolore, stregoneschi intrugli tossici.
Se poi si aggiunge qualche inchiesta per truffa, il “pacchetto” è pronto.
E si resta là, ancorati ai propri film, ai propri archetipi, alle proprie idiosincrasie, alle proprie pigrizie mentali, alle proprie parole d’ordine.

Il fatto che una storia non corrisponda esattamente a questo film, conta poco.
Peggio per la “realtà”, che ha la colpa di non assecondare gli schemi che abbiamo fatto nostri.
E tante elementi scompaiono, derubricati quasi alla non esistenza. E tante sono le cose che ci si dimentica di fare emergere.
Nello specifico del caso Stamina:
I-Che va distinto quanto avvenuto prima di Brescia, e quanto avvenuto a Brescia, con le infusioni somministrate sotto la supervizione dei medici degli Spedali Civili e alla luce di un regolare accordo di intesa che ha coinvolto la struttura pubblica.
II-Che le inchieste su Vannoni, per fatti precedenti a Brescia sono una cosa; e gli effetti sui pazienti della somministrazione delle infusioni un’altra.
III-Che nella maggiroanza delle 34 persone che a Brescia hanno ricevuto le infusioni, sono stati riscontrati effetti positivi, completamente inattesi, e quasi sempre “impensabili”, considerati neanche possibili. E sono stati soprattutto i bambini ada avere avuto i maggiori effetti positivi.
IV-Che non ci sono stati effetti collaterali. Che gli stessi medici degli Spedali di Brescia hanno dichiarato come, su 400 infusioni effettuate, non vi siano stati effetti collaterali.
V-Che i medici degli Spedali Civili, finché non è intervenuto il blocco dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) nel 2012, effettuava di buon grado le infusioni.
VI-Che il blocco dell’Aifa venne superato dai tribunali diedereo ragione ai genitori dei bambini che stavano ricevendo le infusioni, ordinando che le stesse venissero riprese.
VII-Che nel 2014 intervenne il decreto Balduzzi che autorizzava la continuazione della cura per coloro che l’avevano già iniziata.
VIII-Che le cure erano “legittimate”, anche in assenza di sperimentazione, dal decreto Turco-Fazio del 2006 sulle cure compassionevoli. Decreto che consentiva la somministrazione di cure, anche se non ancora sperimentate, e purché in assenza di efetti collaterali (e questa condizione era stata realizzata) a soggetti affetti da grave patologia a rapida progressione in assenza di valida alternativa terapeutica, soggetti in pericolo di vita o che rischiano gravi danni alla salute.
IX-A quel punto, nel corso di questo stesso anno, sulla scia della prima commissione scientifica che venne poi “bocciata” dal Tar, decidono di fare “obiezione di coscienza di massa”.

Tutti quelli che hanno parlato della “truffa” portata avanti da Stamina, tutti quelli che hanno preso l’inchiesta di Guariniello (che riguarda tra l’altro fatti precedenti a Brescia) come prova di condanna, tutti quelli che hanno parlato di cure che non potevano essere somministrate, tutti quelli che hanno appoggiato l’”obiezione di coscienza di massa” dei medici di Brescia, tutti i difensori “a corrente della legalità” non hanno capito, o hanno fatto finta di non capire, o hanno voluto “dimenticare” i punti prima indicati.
E quasi nessuno ha detto che il blocco delle infusioni è grave comportamento posto in essere in violazione di atti legislativi e di sentenze dei tribunali.

Non vado avanti nella ricostruzione della vicenda, perché l’intervista che seguirà è già (come le precedenti due) corposa.
Giusto un’ultima considerazione.
Parlando con Giuseppe Camiolo, capivo come dev’esssere un padre.
Capivo cosa vuol dire essere padre all’ennesima potenza.
Essere capaci di un sacrificio estremo, che segna tutti i tuoi giorni..
Giuseppe e la moglie non possono mai uscire insieme.
Smeralda è “ricoverata” in casa. Uno dei due deve (tranne poche ore di assistenza domiciliare) restare sempre in casa.
Sono prezzi estremi che può pagare solo chi è capace di un amore totale, di una dedizione totale.

Vi lascio al testo dell’intervista.
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INTERVISTA A GIUSEPPE CAMIOLO

-Giuseppe di dove sei

Sono catanese

-Quanti anni hai?

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-Quale è stato il tuo percorso?

Ho vissuto tanti anni fuori e poi, quando sono rientrato in Italia, ho iniziato ad occuparmi di alcune proprietà di famiglia, trasformandole in azienda agricola. Stavamo per fare un’ulteriore trasformazione di queste proprietà in azienda agrituristica, il progetto stava per essere presentato alla Regione e finanziato dall’Europa; ma purtroppo tutto questo è coinciso con il periodo in cui sono nate le bambine, ovvero quando la nostra vita è stata totalmente rivoluzionata. Avendo una bambina che combatte tra la vita e la morte, ricoverata in ospedale, senza alcuna previsione sulle aspettative di vita né sul periodo di degenza in ospedale, ho rinunciato ai progetti e non ho più seguito questa attività che mi costringeva a vivere fuori, poiché l’azienda è a 100 km da dove viviamo. Da quel momento la mia vita è cambiata. Ho iniziato a fare il papà che andava a lavorare presto, alle 4:00, per 4 o 5 ore, più per distrazione che non per realizzazione o soddisfazione economica. Adesso sono un papà a tempo pieno, perché la bambina purtroppo riesce ad avere solo 2 ore la mattina e 2 ore il pomeriggio di assistenza, quindi è chiaro che ci sono altre 20 ore scoperte che vanno distribuite tra la mamma e il papà, quindi materialmente è impossibile lavorare

- Eventi così estremi non sono facili da reggere e spesso ne risente l’armonia dei rapporti familiari, nel vostro caso cosa è successo?

Queste sono situazioni che sicuramente vanno al di là delle normali prove che una vita normale può riservare, quindi sono delle prove speciali che probabilmente servono anche per mettere alla prova l’unione della famiglia. In questi casi, anche quando le cose vanno male, nessuno può permettere di giudicare, perché sono contesti così duri, che ogni reazione o scelta merita comprensione. Io sono un papà che ha preso di petto tutta questa vicenda e quindi non posso guardare con rispetto un papà che fugge. Posso capire il perché fugge, sapendo che è una situazione troppo forte e difficile da gestire, ma sicuramente non lo rispetto perché, per me, se la vita ti mette dinanzi ad una prova, sei uomo quando l’affronti. Scappare è molto facile, mentre per la persona ed il figlio che abbandoni diviene tutto molto più difficile. È ovvio che nel nostro caso ci sono stati e continuano ad esserci dei momenti molto difficili, di tensione, di nervosismo, di stanchezza, e situazioni che mettono a dura prova la famiglia; però, per fortuna, noi riusciamo sempre a ridimensionare tutto e, dopo poco, ad essere ancora più propositivi per andare avanti. Qualunque famiglia vive momenti difficili e di tensione, figurati una famiglia che vive una difficoltà così grave.

-Quanti figli hai?

Nicolò che è nato ad ottobre del 2009 e a marzo del 2011 sono nate le bambine. Nicolò ad ottobre compirà 5 anni, mentre Alice e Smeralda ne hanno 3 e mezzo.

-Come è emerso il problema, quando ve ne siete accorti?

Immediatamente. Smeralda era una bambina sanissima, insieme alla sua gemellina, aveva fatto tutto il suo percorso in maniera eccellente. Avevamo fatto tutti i tipi di esami, sia le bambine che mia moglie – addirittura sono state fatte due amniocentesi perché le bambine sono eterozigote – e da questi esami si evinceva che le bambine stavano benissimo. Il primo azzardo possiamo dire che l’ha fatto chi ha seguito la gravidanza nel programmare il parto, che era un parto gemellare e quindi si sarebbe dovuto programmare almeno 15 giorni prima del termine, cosa che fanno tutti; è risaputo che si fa così. Invece chi a seguito la gravidanza di mia moglie ha voluto che si arrivasse a termine con la gravidanza e quindi….

-Perché si anticipa il parto gemellare?

Perché solitamente, essendo due parti, si raggiungono dei pesi che possono essere anche eccessivi. Nella normalità i gemelli nascono addirittura prematuri. Un conto è far nascere due bambini che pesano 2 kg e mezzo, che sommati fanno un parto di un bimbo di 5 kg, quindi già un parto difficile, altro conto è non programmare un parto anticipato, essendo consapevole che se la gravidanza va avanti le bimbe continueranno a crescere. Naturalmente questo è da tenere in conto se si vuole un parto naturale, perché se si fa il cesareo il peso non ha importanza.
Smeralda e Alice alla 37º settimana, quindi due settimane prima del termine, pesavano circa 2,7-2,8 kg, erano perfettamente formate, erano due bimbe normali, ed una persona lucida le avrebbe fatte nascere. Di solito i bambini, non i gemelli, nascono con questo peso, quindi la prudenza avrebbe dovuto suggerire di far nascere queste bimbe, invece la gravidanza è stata fatta arrivare alla 39º settimana e mia moglie è arrivata in pronto soccorso con le doglie. Quando le bambine sono nate pesavano complessivamente 7 kg, quindi erano molto grandi ed invece di far fare un parto cesareo, cosa che sarebbe stata più sicura, più rapida, meno dolorosa, hanno preferito far fare un parto naturale, così Alice è nata, dopo 40 minuti, perfettamente sana, senza alcun problema e dopo sono iniziati a succedere degli eventi, che per noi sono stati dettati da superficialità e negligenza da parte di chi era in sala parto, inoltre strumenti e macchine si sono rotte. C’è un procedimento legale in corso, che vede anche il CTU del giudice aver censurato al 100% tutto l’operato di chi era in sala parte, ovvero ci ha dato ragione, però il procedimento legale è ancora in corso e finché non ci sarà la sentenza questo sarà il nostro punto di vista. Nei fatti sembra che Smeralda da bambina sana -a causa di una serie di negligenze che hanno messo a rischio la vita della bambina e quella della mamma- è stata costretta a vivere una vita seriamente danneggiata per due anni e mezzo dentro una struttura protetta.

-Quando ve ne siete accorti?

Immediatamente perché Smeralda è nata con un arresto cardio-respiratorio, con indice Apgar 0. Hanno dovuto da subito intubarla e ci hanno detto che la bambina sarebbe potuta morire da un momento all’altro. Dopo è stata trattata con la terapia del freddo, la cooling therapy, che consiste nell’avvolgere i bambini in delle speciali coperte che abbassano notevolmente la temperatura corporea e cerebrale, proprio per cercare di rallentare i danni che possono essere in corso; ma il quadro clinico era devastante, tant’è che noi da subito abbiamo assunto la prospettiva che Smeralda da un momento all’altro ci avrebbe lasciati. Nelle prime due settimane di UTIN -unità di terapia intensiva neonatale- quando entravo, la prima cosa che chiedevo era se Smeralda fosse viva. Questo è stato il risvolto all’indomani di un giorno che avrebbe dovuto essere tra i più belli della nostra vita. Quindi, da subito, noi abbiamo convissuto con il rischio della morte e poi con la certezza che Smeralda avrebbe condotto una vita da vegetale per sempre, ma con la speranza sulle sue aspettative di vita, senza mai perdere di vista l’idea che Smeralda non avrebbe mai interagito con l’esterno. Tutto questo fu chiaro da subito e venne in seguito consolidato dai dati che venivano fuori dagli esami clinici, i quali evidenziavano i danni devastanti che le avevano causato al sistema cerebrale. Due possibili soluzioni avevamo a disposizione: o prendere quel fagottino e portarcelo a casa per prenderci cura di lei senza che avessimo alcuna esperienza, e questo equivaleva a lasciarla morire, oppure – per chi crede nella vita, per chi crede che finché c’è vita c’è speranza, come noi – l’unica altra strada da percorrere era quella di iniziare a cercare tutto quello che nel 2011 la ricerca, la scienza, la medicina offrivano per i bambini che avevano subito questo genere di danni.

-Quindi fu da subito evidente che, se Smeralda fosse sopravvissuta, l’avrebbe fatto in condizioni estremamente problematiche.

Sì, capimmo subito che avrebbe vissuto in condizioni gravissime.

-Ma qual è la terminologia che esprime la sua situazione?

Lei avrebbe dovuto vivere per sempre in uno stato di coma vegetativo, senza poter fare alcun movimento, senza dare nessun segno, nessuna risposta.

-Ma nonostante vi avessero detto questo, voi volevate cercare una qualunque possibile alternativa

Noi eravamo dentro una UTIN, dove vedevamo morire bambini con una frequenza normale per dei reparti estremi come quello, quindi vivevamo con la consapevolezza, anche se cercavamo di esorcizzarla, che la nostra bambina sarebbe potuta morire da un momento all’altro, quindi noi abbiamo accettato quello che c’è successo ed il tempo è servito a far maturare la consapevolezza circa la gravità delle condizioni di nostra figlia. Di contro, però, vedevamo una bambina che. invece di sfiorire, combatteva. Era forte rispetto ad altri bambini. Riusciva a superare cose che facevano invece morire altri bambini. Perciò eravamo consapevoli di due cose: la gravità della sua condizione e la forza che nello stesso tempo aveva ed ha questa bambina, una bambina sana e perfettamente formata. Probabilmente è stato questo a far sì che nelle prime settimane del primo mese superasse quello che altri non riuscivano a superare. Noi, consapevoli di avere una piccola guerriera che provava a vivere nonostante il male che le avevano fatto, da genitori ci siamo sentiti orgogliosi di lei e quindi in dovere di provare ad aiutarla per cercare quantomeno di migliorare le sue condizioni. Abbiamo quindi iniziato quel percorso di ricerca che ho tante volte raccontato. Abbiamo contattato diversi centri d’eccellenza, dagli Stati Uniti al Canada, che trattavano con le staminali, perché la medicina classica finisce davanti ad una paralisi cerebrale, quindi l’unica speranza era legata alle ricerche sulle staminali; tant’è che abbiamo contattato la Standford University, il professor Miur a Glasgow, una famosa dottoressa che lavora in Olanda, ci siamo confrontati con molti, sottoponendo alla loro attenzione la condizione clinica della bambina e tutti ci hanno diversamente risposto, chiedendo il cordone ombelicale della bambina, oppure dicendo che non si occupavano di bambini così piccoli, altri dicevano di essere in una fase di pre-clinica. Comunque abbiamo iniziato a farci una cultura, confrontandoci con persone molto esperte. Abbiamo chiesto anche in Italia; e qualcuno ci ha risposto e qualcun altro no.

-La vostra ricerca era fondamentalmente orientata verso le staminali quindi.

Sì, ma eravamo assolutamente vergini sul tema. Per noi staminali significava staminali di cordone ombelicale, piuttosto che embrionali, piuttosto che mesenchimali. Eravamo in una fase in cui ancora non conoscevamo questo mondo, ma sapevamo che c’erano diverse strade che si stavano intraprendendo. Durante queste nostre ricerche abbiamo incontrato Stamina, sulla quale abbiamo fatto un approfondimento perché, pur essendo il 2011, c’era già tanto su di loro. C’era chi raccontava vicende del Burlo Garofano di Torino, dove la stavano praticando. Quindi abbiamo preso la nostra scelta, cioè quella di contattare Stamina e di farci una nostra idea sui personaggi. Non ci siamo mai affidati a venditori di fumo o stregoni, infatti le mie figlie sono nate in un ospedale pubblico, non in una clinica e questa è l’espressione massima della fiducia nelle regole e nelle istituzioni. Non avremmo mai affidato nostra figlia a qualcuno che non ci avesse dato delle garanzie. Stamina, appunto, ce le ha date. Innanzitutto non ci hanno mai promesso miracoli né che la bambina avrebbe potuto fare capriole, però ci hanno promesso che avrebbero fatto di tutto per aiutarla e questo per un papà è già una prima cosa positiva. La seconda cosa positiva, che però metto al primo posto, è che non ci hanno detto di portare nostra figlia in qualche studio privato, ma ci hanno detto che l’unico modo per aiutare la nostra bambina, nelle sue gravi condizioni, era rappresentato dall’accordo che stavano provando a chiudere con un ospedale d’eccellenza in Italia. Questo per me ha significato una garanzia ulteriore. Un accordo con un ospedale pubblico, l’ospedale di Brescia, non poteva che essere una garanzia, per cui ho atteso con ansia l’esito di questo accordo, che poi è stato siglato ad agosto 2011 e di questo accordo ho ricevuto la documentazione. Da qui è iniziato il percorso di Smeralda, che viveva all’interno di un ospedale pubblico, in una struttura protetta. Il personale medico di Catania aveva con Stamina rapporti assolutamente marginali. I rapporti che si sono instaurati sono stati tra la struttura ospedaliera di Catania e la struttura ospedaliera di Brescia, per cui la bambina è entrata a Brescia tramite il sistema sanitario nazionale. Il comitato etico dell’ospedale di Brescia ha valutato la condizione di Smeralda, ritenendo che per Smeralda non esistesse alternativa terapeutica; era una bambina con una brevissima aspettativa di vita, insomma era il caso per antonomasia che si prestava a ciò che sono le cure compassionevoli. Inoltre c’è da dire che nel progetto che si stava iniziando a Brescia, Smeralda era l’unica bambina che non aveva una malattia neurodegenerativa, quindi Smeralda è una bambina di fatto sana che ha fatto un trapianto autologo di cellule staminali. Poi è chiaro che, se si entra nel merito, nel trapianto autologo in questione c’è una manipolazione delle cellule da parte di Stamina che non le rende più autologhe, ma lavorate. Comunque a Smeralda vengono infuse le sue stesse cellule, mentre per tutti gli altri le cellule provengono da donatore, perché, ovviamente, un bambino che ha una malattia neurodegenerativa non può usare le sue cellule. Smeralda è stata la prima bambina ad essere trattata con questa metodica all’età di 10 mesi, la prima bambina al mondo con paralisi cerebrale infantile che aveva iniziato un percorso che a quei tempi sembrava assolutamente lecito, legale e scientificamente solido. Tutto si stava facendo in un ospedale pubblico e questo mi aveva dato serenità e sicurezza. Così iniziò il nostro percorso a gennaio del 2012.

- Come iniziò tecnicamente questo percorso di Smeralda con le staminali?

A dicembre del 2011 venne fatto a Catania stessa carotaggio osseo, prendendo un pezzettino di osso di Smeralda, che venne poi trasportato con un aereo privato fino a Brescia, dove doveva essere lavorato, e dunque lì hanno iniziato a lavorare le cellule di Smeralda, cellule che a fine dicembre erano pronte. Le sue cellule agli esami risultarono vitali e pure al 100%, ricordo che il professore disse che mai avevano avuto delle cellule così vitali, ma questo era ovvio perché erano cellule di una bambina sana.

-Chi era il professore che ti ha detto questo?

Il dottor Andolina. Ma anche il professor Vannoni e i biologi dell’ospedale. Anche chi lavorava in ospedale ha certificato la qualità delle cellule di Smeralda; per cui eravamo tutti molto felici ed infatti a gennaio abbiamo potuto fare il primo viaggio con Smeralda, che è stata trasportata grazie ad un volo del 31º stormo, che fa servizio di assistenza sanitaria, oltre che trasporto delle personalità politiche. A quel punto Smeralda a Brescia ha fatto la sua prima infusione, siamo rientrati e poi a fine marzo ha fatto la sua seconda infusione, seguendo la cadenza temporale che era stata prevista; cioè fare ogni infusione al massimo entro due mesi dalla precedente. Tra le prime due infusioni Smeralda ha iniziato a mostrare dei cambiamenti; che sono stati quelli più importanti e significativi di tutto il percorso.

-Quindi i cambiamenti hanno iniziato a verificarsi fin dalla prima infusione.

Possiamo dire di sì. Ovviamente ci sono dei tempi, la prima infusione è stata fatta a gennaio e loro ci spiegarono che, tecnicamente, non prima di circa 20-30 giorni si sarebbe potuto cominciare ad osservare qualcosa. Comunque fin dalla prima infusione ci sono stati dei segnali, ma dopo la seconda i segnali hanno iniziato ad essere importanti. Una bambina che non poteva respirare, che era attaccata ad un respiratore con un buchino alla gola, una bambina che non si muoveva, che teneva gli occhi chiusi, insomma una bambina in coma; iniziò a mostrare cambiamenti, quali movimenti spontanei, iniziò a spalancare gli occhi, iniziò ad avere una forte lacrimazione. Ma la cosa più importante è che iniziò a dimostrare una volo ed un’attività respiratoria che non aveva mai avuto prima e questo è stato verificato dal personale medico che era 24 ore su 24 con lei. Si era arrivati al punto di poterla staccare dalla macchina, cosa che prima era assolutamente impensabile. E così avevano iniziato a farla respirare per qualche ora, poi per molte ore e poi fino a 24 ore di seguito. I medici mi dissero che addirittura era arrivata a riuscire a respirare autonomamente per 3 giorni di seguito. Tutte queste cose per dei genitori non rappresentano delle illusioni, nel senso che io non pensavo che dopo qualche tempo mia figlia avrebbe fatto delle capriole; siamo consapevoli che al paragone di una vita normale tutto questo non è niente. Il respirare può sembrare una cosa fondamentale quanto elementare, ma per noi questo ha voluto dire poter mettere la bambina su un passeggino, piuttosto che tenerla in braccio. Teniamo conto che Smeralda da diagnosi e’ “cronica” nella respirazione così come al livello neurologico, che tradotto equivale a dire “così è e così resta”.Per un genitore che ha subito un dolore così forte e per una bambina che è costretta a stare in un lettino 24 ore su 24, questo è un enorme passo in avanti. E dico questo da un punto di vista umano, perché da un punto di vista scientifico penso che, quantomeno, la curiosità, il dubbio non possono non sorgere di fronte a delle evidenze come queste. Quelle che ha fatto Smeralda sono cure compassionevoli e quindi non potremo mai avere una certezza se non si fa un percorso sperimentale che si basa su altri dogmi, però le cose che abbiamo visto il dubbio non possono non farlo venire. C’è stato poi il famoso blocco di maggio 2012 e da quel momento è precipitata tutta la vicenda.

-Il blocco ci fu dopo che Smeralda fece la seconda infusione?

Sì. Dopo la seconda infusione arrivarono i Nas, accompagnati da rappresentanti dell’Aifa. Così cominciò quella storia che oggi è diventata una vicenda sotto tantissimi aspetti grave e con troppi punti oscuri, che però a noi sembrano di facile lettura. Quindi, mentre stavamo facendo una terapia, iniziata mesi prima, arrivò qualcuno che bloccò tutti, dicendo che quelle cose erano pericolose ed è stato facile rendersi conto che, chi diceva che erano pericolose, erano le stesse persone che prima avevano autorizzato questo trattamento. Iniziò subito la nostra confusione e il nostro disappunto. Ci avevano fatto iniziare il trattamento dentro un ospedale pubblico ed i bambini che lo stavano facendo stavano relativamente bene, addirittura avevamo assistito a dei piccoli cambiamenti che potevano definirsi dei miglioramenti e quindi è stato normale chiedersi il perché non avessero fatto prima quel tipo di verifica, invece di farlo a terapia già iniziata. Di conseguenza è iniziata la nostra richiesta di risposte rivolta a tutte le forme di istituzione. Ricordo di avere scritto, in quel periodo, all’Aifa, al Centro Nazionale Trapianti, all’Istituto Superiore di Sanità. Ho scritto anche al Procuratore della Repubblica di Brescia, al Prefetto di Brescia e al Presidente della Repubblica. Di tutti questi mi rispose solo il Prefetto che, in maniera assolutamente delicata, elegante e soprattutto umana, si mise a disposizione nel limite dei suoi poteri; ma lui poteva fare poco, istituzionalmente non era la figura che poteva aiutarci. Ci risposero anche dalla segreteria della presidenza della Repubblica che, presa coscienza della gravità della nostra situazione e affranti per quello che era successo, ci rimisero all’Aifa. Ci dissero, cioè, che avevano già dato all’Aifa mandato di contattarci. Praticamente ci misero nelle mani del nostro aguzzino, perché Aifa è la responsabile del blocco. Comunque apprezzammo molto il fatto di aver ricevuto una risposta e, dopo poco, ci arrivò una lettera da parte di Aifa, con la quale non si faceva altro che ribadire i punti dell’ordinanza che di fatto aveva bloccato le infusioni a Brescia. Con questa lettera, insieme ai miei legali e con il supporto di specialisti, cercai di aprire un canale di dialogo proprio con Aifa, nella persona di Luca Pani, perché la lettera era stata appunto firmata da Luca Pani. Con la nostra risposta andammo ad analizzare ogni singolo punto dell’ordinanza, adducendo le nostre motivazioni, cercando di contestare in maniera lecita ed educata tutti i vari punti e nel fare questo, ripeto, ero sostenuto da legali e specialisti.

-Cosa rispose Pani?

La risposta di Pani era firmata di suo pugno, cioè non era un prestampato. In quella lettera c’era una risposta al genitore, quindi la vicinanza e addirittura la comprensione verso la capacità di un genitore di sfidare le leggi della gravità, pur di attaccarsi ad una speranza. Questa cosa io la lessi come un modo velato per definirmi un idiota. Chi conosce le leggi della gravità non le sfida; so benissimo che se mi butto da una finestra cado a terra e muoio. La prima cosa che feci fu rispondere a Pani, ringraziandolo del pathos che aveva messo nello scrivermi da uomo ad uomo, ma rassicurandolo anche sul mio non essere un idiota e quindi sul mio non sfidare nessuna legge di gravità. Ci fu poi ancora una sua risposta che era una non-risposta, perché alle contestazioni fatte ai vari punti, lui non rispose, ma glissò rispondendomi che c’erano 10 cell factory autorizzate e a norma, secondo quanto pretende lo Stato. Tra l’altro alcune di queste erano addirittura delle SPA, quindi parliamo di società private. Comunque non mi ha dato un referente, non mi ha dato un nome di una equipe, non mi ha dato un appuntamento. In sostanza mi ha detto che, da una parte comprendeva la condizione dei genitori, che in fondo siamo degli idioti perché di fronte a queste cose saremmo capaci di andare dagli stregoni e di credere a qualunque cosa, e dall’altra parte ha fatto un elenco di posti dove andare; come a dire: “Veditela tu!”. Dissi a Pani che se voleva avere con noi un confronto chiaro e trasparente su quanto stavamo discutendo si poteva anche continuare, ma se doveva mandarmi messaggi di compassione,pieni però di nulla, avremmo potuto considerare concluso il nostro rapporto epistolare; e così è stato, infatti non rispose più perché non aveva niente da rispondere. Di fronte a tutto questo silenzio delle istituzioni, è chiaro che, come genitori, oltre a sentirci abbandonati, abbiamo trovato una carica in più perché, sentendoci offesi e ritenendo un’ingiustizia quella che stava avvenendo, ci siamo sentiti con il papà di Celeste, Gianpaolo Carrer, e con il nonno di Daniele Tortorelli, Vito Tortorelli. Noi 3 ci siamo uniti ed abbiamo cercato di seguire una strategia da portare in tribunale e devo ringraziare Gianpaolo Carrer, che insieme al suo team di avvocati ha elaborato una strategia per andare a chiedere il ripristino delle terapie secondo legge.
Riepilogando. Noi avevamo messo in nostri bambini in un ospedale pubblico e ad un certo, punto le stesse istituzioni che ci avevano autorizzato ad intraprendere quel percorso, ci dissero che il percorso era pericoloso. Iniziammo allora a chiedere lumi alle istituzioni, che nella maggior parte dei casi tacquero. L’unica istituzione che azzardò una risposta era quella direttamente coinvolta, ovvero l’Aifa, che non fece altro che ribadire la decisione presa e chiudere, quindi non c’è stato dialogo non c’è stata apertura.
Io ho posto delle contestazioni logiche e addirittura giuridicamente valide, ma il silenzio non è stato rotto. Ci abbiamo provato a dialogare e visto che hanno rifiutato il dialogo, ci siamo rivolti alla legge, perché ad oggi la legge è l’ultimo baluardo di difesa del cittadino, quindi tutti quelli che oggi inneggiano al non ottemperare le sentenze, attaccano così la legge, quindi lo Stato. Ci siamo rivolti alla legge proprio sulla base di quei punti che ti ho accennato, e grazie alla documentazione che abbiamo portato, ci è stato riconosciuto un diritto che rimane, nei fatti, negato.

-Tu, Vito Tortorelli e Gianpaolo Carrer avete fatto un ricorso unitario?

Abbiamo fatto il ricorso al Tar tutti insieme e questo ricorso si sono inseriti Spedali Civili e Stamina Dopo, in contemporanea al tar e ognuno singolarmente, siamo andati al tribunale del lavoro, appellandoci all’art. 700; e la legge ci ha dato ragione. Credo che il tutto si sarebbe potuto risolvere in maniera diversa, ma sono state le istituzioni che. per prime, con i loro silenzi, ci hanno costretto ad iniziare una battaglia anche dentro i tribunali, oltre quella che facciamo ogni giorno dentro casa per assistere i nostri bambini.

-I tribunali hanno dato ragione a tutti e 3?

Certo. Tutti i nostri bambini hanno ripreso le terapie.

-Quindi ci sono state altre infusioni.

Certo. Noi siamo stati autorizzati a proseguire il nostro cammino e quindi abbiamo ricominciato, ma da lì è partito il caso mediatico. La vittoria di Celeste, seguita dalla vittoria di Smeralda e poi da quella di Daniele hanno, ovviamente, portato questa notizia alle cronache e da allora si è iniziato a parlare di Stamina, con tutto quello che ne è conseguito.
Quando noi ci eravamo resi conto di avere contro un nemico che non voleva ascoltare, oltre a rivolgerci a tutte le istituzioni, avevamo anche scritto alle maggiori testate giornalistiche e ad alcune trasmissioni televisive. Ma nessuno ci ha dato spazio. Tra l’altro, eravamo a fine maggio e ci si avviava verso giugno, ciò significava fine di tutti i palinsesti, inizio del periodo estivo. Non c’erano trasmissioni e non c’era nessuno che si volesse occupare di questa faccenda, era come urlare nel silenzio, come nel quadro di Munch. Era proprio questa la sensazione che avevamo; cioè di urlare a squarciagola per il bene di un figlio, la cosa più importante per un genitore, senza che nessuno ci ascoltasse. Non ci sono stati personaggi dello spettacolo che hanno sposato la causa, non c’era nessuno, eravamo da soli.

-Anche se le Iene vi hanno appoggiato.

Sì, ma sono venute dopo.

-Quindi non vi è arrivata nessuna risposta da qualcun altro, neanche una risposta ipocrita?

Ci sono arrivate poche risposte di quelli che poi si sono occupati del caso solo nel momento in cui è stata vinta la battaglia. Ricordo che un paio di settimanali si occuparono del blocco, riportando la notizia delle famiglie che chiedevano il ripristino. Tutto sommato un po’ di attenzione c’è stata data solo a causa vinta, quando abbiamo ribaltato l’ordinanza dell’ Aifa e di fatto sono state ripristinate le terapie. Solo allora hanno iniziato a contattarci tutti, da canale 5 al Tg1, alla rai, ai giornali nazionali e regionali; però il risultato lo abbiamo conseguito nell’assoluto silenzio, nell’assoluta indifferenza da parte di tutti.

-Di fronte alle battaglie scomode, quasi sempre, chi dovrebbe informare abdica al suo ruolo.

Io ho vissuto per 6 anni in America e lì c’è un certo tipo di giornalismo –capace di una vera attività di inchiesta- e ce n’è anche un altro, che è quello che hanno copiato da noi. Parliamo del giornalismo corrotto, guidato, condizionato, quello della verità apparente, quello del Truman Show, dove costruiscono magari un conflitto e facendo quattro riprese ti fanno credere che c’è una guerra, mentre in realtà non è così. Ma lì, come ti dicevo, ho conosciuto anche il vero giornalismo d’inchiesta, quel famoso giornalismo libero, quel giornalismo che non parla ogni giorno, ma parla ogni tanto ed ogni volta è come se esplodesse una bomba. Questo tipo di giornalismo in Italia si è perso e chi prova a farlo non ha visibilità, gliela precludono perché magari è un giornalista scomodo, che non scrive quello che gli comandano di scrivere. Una vicenda come quella di Stamina ha così tanti lati oscuri, così tante cose da sviscerare che un giornalista rampante, un giornalista d’inchiesta ci si dovrebbe buttare a pieni piedi per uno che fa questo tipo di lavoro sarebbe una lotteria, perché c’è di tutto, c’è l’aspetto umano, l’aspetto scientifico, l’aspetto giuridico, c’è il coinvolgimento di comparti delle istituzioni che sono state notoriamente protagoniste di vicende poco chiare. Insomma ci sarebbe tanto da indagare, ma il potere forte vuole che non se ne parli o che se ne parli in un certo modo

-Questo è un Paese dove tanti parlano di legalità, giustizia, sentenze da rispettare…

Credo che molti non vogliano sapere, perché ci sono così tante cose da andare a sviscerare; cose che, tra l’altro, sono talmente lapalissiane che non sarebbe neanche tanto difficile sviscerarle. Sanno che sono coinvolti poteri forti ed evidentemente, dato che comunque hanno dimostrato di non aver paura di alcuni poteri, ci sono poteri forti che fanno più paura rispetto ad altri. In una vicenda come questa si inserisce, per esempio, un personaggio come Elena Cattaneo e a questo punto ad un giornalista che vuole fare indagine, che vuole approfondire, comunque gli viene servita sul piatto una situazione che vede un personaggio a molti sconosciuto. Lei fa comizi, non conferenze, sentenzia quello che è giusto e quello che è sbagliato. Ma c’è un problema. Questa è una persona che è da sempre pagata dallo Stato o da donazioni; ricerca da 30 anni e purtroppo ancora di risultati niente, cosa che potrebbe anche essere ammessa, vista la complessità di certi tipi di studi. Però, il fatto che sia coinvolta personalmente verso un certo tipo di ricerche sulle staminali, pone un conflitto etico e professionale. Come mai una ricercatrice, che diciamo non è proprio ai primi posti delle classifiche, è stata premiata con un’alta carica dello Stato e, inoltre, perché questa carica la usa per fare un certo tipo di indottrinamento che lascia tanti dubbi sull’equità? Io ho dei dubbi sul fatto che questa persona parli in maniera equa e trasparente. E’ fisiologico che se tu credi in un certo tipo di staminali, poi lo difenderai a spada tratta. Si può anche fare, ma non ricoprendo una carica da senatrice. Su questo non si interroga nessuno,come nessuno si è chiesto come sia potuta arrivare a dire che ai genitori che hanno fatto fare Stamina ai propri figli bisognerebbe togliere la patria potestà;
come fa una signora che non conosce i nostri figli,la loro storia clinica,le loro famiglie ne il modo in cui affrontiamo quotidianamente le difficoltà a fare una affermazione così crudele?
Come si fa a giudicare dei genitori che al di la di Stamina onorano ogni singolo istante la voglia di vita dei propri figli?

-C’è da sempre il luogo comune per il quale tutti quelli che rappresentano la medicina ufficiale sono portatori di pensiero vero, autorevole, saggio, condivisibile, mentre coloro che portano avanti altri percorsi terapeutici devono essere visti sempre come imbroglioni, farabutti, espressione di una specie di mentalità popolare irrazionale. Non si va mai a verificare l’efficacia di queste proposte alternative; automaticamente si nega loro ogni veridicità e attendibilità. Chi si affida alle alternative è considerato un illuso che si affiderebbe a qualunque imbonitore. Quando in Italia scoppia un caso come quello di Stamina, immediatamente compaiono personaggi autorevoli che cominciano a urlare che il tutto è una truffa e che i sostenitori delle cosa sono degli illusi.

In fondo sono persone che si accontentano, sanno che ubbidendo ottengono il contentino, il premio. Questo l’ho dimostrato davanti a qualche milione di spettatori alla Vita in Diretta nel confronto avuto con giornalista.

-Racconta.

Partecipai a questa trasmissione,il giornalista in questione era uno dei principali contestatori di Stamina.
In quella puntata c’era un confronto sulle Staminali. C’eravamo io e un’altra mamma,anche lei con la figlia trattata a Brescia. Era il periodo in cui i medici si rifiutavano di fare le infusioni, ed era di questo blocco che si discuteva in quella puntata. In quel contesto, il giornalista, come sempre, motivò le scelte dei medici ed, in uno dei nostri confronti, considerando che lui era uno che aveva scritto sui vari rischi connessi alle staminali, gli mostrai delle analisi che certificavano che non esisteva nessuno di quei rischi di cui lui aveva ampiamente scritto. Erano documenti che stavano agli atti, tutti sapevano che quei rischi non c’erano. Lui disse che la cosa si era saputa dopo. Gli chiesi quindi se avesse fatto una smentita di quello che precedentemente aveva affermato e lui rispose di no, rispose che non c’era motivo di fare una smentita. Credo che con questa affermazione abbia fatto davvero una gran figuraccia. Un giornalista, prima di andare a scrivere, senza dimenticare il potere che ha la penna, ha il dovere di guardare sia un lato della medaglia sia l’altro. Non si può dare man forte solo ad una parte, dando per buono e scontato quello che la parte in questione dice, senza ascoltare l’altra parte. Se fosse venuto anche da noi, gli avremmo mostrato la documentazione e lui non avrebbe scritto una falsità, che di fatto ha creato terrorismo, perché se si scrive che con le infusioni di staminali c’è il rischio mucca pazza, come lui ha fatto, si fa terrorismo mediatico e psicologico. Ci sono i certificati che dimostrano che i terreni di coltura delle staminali sono provenienti da zone dove non c’è la presenza della mucca pazza. Inoltre è un’offesa all’intelletto il solo pensare che un ospedale d’eccellenza, come quello di Brescia, possa utilizzare o lasciar utilizzare all’interno del suo laboratorio da parte di personale Stamina prodotti non legali o non certificati. Scrivere che ci sono dei rischi, quando siamo in presenza di documenti che certificano che non ce ne sono, è grave e delittuoso.

-Dopo la vittoria giudiziaria, quante altre infusioni siete riusciti a fare prima del nuovo blocco, quello con il quale i medici di Brescia decisero di attuare “obiezione di coscienza” di massa, nonostante le sentenze dei tribunali fossero favorevoli alle infusioni?

Noi siamo riuscita a fare tutte e 5 le infusioni. Però c’è da dire che Smeralda, se avesse seguito l’iter regolare delle infusione, con la cadenza che era stata stabilita di una ogni due mesi, avendo iniziato a gennaio 2012, avrebbe dovuto finire ad ottobre 2012. In realtà solo le prime due infusioni poterono essere fatte secondo la cadenza che era stata prefissata; perché poi vi fu il blocco dell’Aifa e tutte la beghe giuridiche e processuali che ne seguirono. Quindi, per tutta una serie di slittamenti, Smeralda che aveva iniziato, come abbiamo visto, a gennaio 2012, ha concluso il ciclo a giugno 2013; cioè ha finito 10 mesi dopo quanto era stato preventivato. Si capisce bene che in una terapia già in sé estrema e che viene fatta su una paziente gravissima, nel momento in cui avviene questo costante sbalzo di tempi, viene messa in discussione qualunque tipo di valutazione possibile, perché così in questo la terapia viene in qualche modo falsata.

-Quando avete fatto le altre 3 infusioni i medici di Brescia non avevano ancora fatto obiezione di coscienza. Quali furono i risultati di quelle infusioni sulla bambina?

Bisogna tener conto che da una situazione di grandissima collaborazione tra i due ospedali e di grandissima attenzione a quelli che potevano essere dei segnali che la bambina dava, si è passati ad una situazione opposta. Chi magari fino al giorno prima era al nostro fianco, faceva in quel momento, alla luce di quanto stava avvenendo, un passo indietro. Quindi da una parte si può dire che i risultati, sulla bambina, delle ultime tre infusioni, sono stati inferiori a quelli delle prime due, proprio perché la terapia è stata temporalmente falsata, come ti ho detto poco prima. Dall’altra parte, però, si può anche dire che comunque i risultati ci sono stati, ma non c’era interesse ad attenzionarli. Si era creato un clima in cui la comunità scientifica sosteneva che era tutto falso e pericoloso e quindi la tendenza dei medici non fu più quella di cogliere ogni risultato positivo, ma quella di dimostrare che non c’era alcuna efficacia. Mentre prima si poteva valutare una reazione di Smeralda in maniera propositiva, da quel momento in poi, qualunque cosa di positivo avesse fatto la bambina. Ti faccio un esempio. Fino a settembre del 2012 la bambina respirava da sola, me la davano nel passeggino ed io dal reparto uscivo con lei e facevamo insieme le passeggiate nei corridoi. L’ospedale di Brescia era ben contento di questo, e voleva far emergere queste evoluzioni positive. Con l’inasprirsi della vicenda Stamina a livello politico e scientifico, ci fu un raffreddamento da parte dell’ospedale. Ritengo che ci sia stata una volontà superiore che ha dato determinati ordini ai medici. Quindi anche se la bambina avesse potuto e voluto respirare, loro l’avrebbero comunque tenuta attaccata al respiratore. Mi dicevano che Smeralda non ce la faceva a respirare. Quando invece l’ho portata a casa, ho potuto verificare che, se Smeralda vuole, respira da sola. Posso comunque dire che, se i miglioramenti importanti di Smeralda li abbiamo visti con le prime due infusioni; le successive infusioni, comunque, le hanno sicuramente dato dei benefici. E noi crediamo che quello che le è stato iniettato sta continuando a lavorare. Una dimostrazione di questo l’abbiamo avuta con gli elettroencefalogrammi che facciamo fare alla bambina. Ho fatto analizzare tutti gli encefalogrammi fatti da Smeralda quando era in ospedale e tutti quelli fatti una volta casa e tutti coloro che hanno valutato e certificato quanto dicevano. Hanno sostenuto che Smeralda, in realtà, ha avuto una curva evolutiva assolutamente discordante con quella che è la sua condizione. Insomma Smeralda ha un attività cerebrale importante e ce l’aveva anche quando era in ospedale, ma lì questo veniva taciuto, ci dicevano che la situazione era stazionaria. Invece, sia dai loro esami, che da quelli che abbiamo fatto a casa, il quadro appare diverso da quanto loro sostenevano. Smeralda in tutti questi anni, nonostante le abbiano osteggiato le cure, nonostante ha potuto fare solo 5 infusioni quando ad oggi avrebbe potuto già averne fatte 10, sta lavorando, si impegna, prova a fare di tutto per rimanere aggrappata alla vita, e soprattutto ,a differenza di quanto affermato da chi prima ne certificava i miglioramenti e poi li smentiva a mezzo stampa, continua nella sua attività respiratoria spontanea che si alterna e della quale abbiamo ovviamente prova (non ultimo un ricovero d’urgenza in cui la piccola arriva in PS in respiro autonomo e ci resta per 10h….tutto in cartella clinica…dello stesso ospedale che un anno prima la vedeva dimessa e “senza alcuna attività respiratoria”).

-A giugno 2013 avete fatto l’ultima infusione?

Sì e poi ovviamente abbiamo dovuto fare ricorso per poter proseguire la cura. Avendo finito le 5 infusioni, noi, alla luce della condizione della bambina e quindi della necessità di proseguire quel percorso, siamo andati in tribunale e, a dicembre del 2013, abbiamo avuto finalmente sentenza positiva, cioè è stato ordinato agli Spedali civili di riprendere le infusioni per Smeralda. Ma da dicembre 2013 ad oggi non ci hanno mai più chiamato, adducendo le più svariate motivazioni. A dicembre quando avevamo vinto, avevamo mandato la comunicazione, chiedendo di sapere quando sarebbe stata fissata l’infusione per Smeralda e loro ci risposero che dovevano vedere nella cronologia delle infusioni come inserire Smeralda e che a breve ce l’avrebbero comunicato. La stessa cosa ci dissero per tutto gennaio e fino a metà febbraio e poi iniziarono le varie bagarre legate alle obiezioni dei medici, poi i medici tornarono a lavorare, ma nacque il problema dell’iscrizione della Molino, la biologa principale di Stamina, si risolse il problema della Molino e tornò in auge l’obiezione di coscienza dei medici. E così da dicembre fino ad oggi gli Spedali non ha ottemperato a due ordini dei giudici. Uno c’era stato a dicembre ma, vedendo che non ci chiamavano, siamo tornati in tribunale e abbiamo fatto un ricorso 669, quindi un’accelerazione, che è stato accolto con quello che, nei fatti, è un rafforzamento della sentenza precedente. Ma, nonostante tutto, gli Spedali a continuato ad addurre scusanti e a non ottemperare a quanto ordinato dalla legge.

-Naturalmente tu hai subito capito che questa obiezione di coscienza è una cosa insostenibile.

È un’offesa ai nostri figli e alla dignità e anche alla professionalità dei medici in questione; perché queste persone sono le stesse che per anni hanno fatto le infusioni ai nostri figli, e quindi hanno conosciuto i nostri bambini, hanno visto che i nostri bambini non hanno avuto nessuno di quegli effetti negativi che vengono millantati in tv e che cerca di asserire una pseudo comunità scientifica, che ad oggi ha portato solo chiacchiere e non fatti. Addirittura il loro direttore generale è andato a difendere in Senato il loro operato, dicendo che su 400 infusioni non c’è mai stato un solo effetto collaterale, il loro direttore sanitario dice che non ci sono effetti collaterali e che hanno rilevato dei miglioramenti in bambini come Celeste, il presidente nazionale degli Emo-oncologi, nonché responsabile del reparto e del progetto Stamina all’interno di Brescia, è andato anche lui a testimoniare dicendo che erano perfettamente a conoscenza di quello che infondevano e alla luce di tutto questo io non posso non condannare la scelta di quei professionisti che, oltre a sapere e conoscere i nostri figli, hanno avuto un rafforzamento da parte dei loro stessi rappresentanti aziendali.

-Dopo questa obiezione di coscienza cos’altro è successo?

Niente. Ora aspettiamo il parere della 2° commissione, il Ministro lo ha promesso, non solo a parole, ma anche facendo una legge, una sperimentazione ed ha composto una prima commissione, che è stata totalmente bocciata dal Tar, alla luce del chiaro schieramento a priori da parte di questi personaggi che componevano la commissione e che quindi non erano imparziali. Infatti oltre all’aver esulato da quello che era il mandato –ovvero loro non dovevano dire se la terapia facesse bene o male, ma dovevano soltanto limitarsi ad individuare determinati punti- si sono anche sbilanciati, sempre nell’ottica di affossare un qualcosa che evidentemente non gli sta bene. Il ministro ha poi creato ,appunto,una seconda commissione e hanno ben deciso di far fuori un luminare, Mauro Ferrari, che è un orgoglio per gli italiani, è uno scienziato di prestigiosa fama,che ha migliaia di dipendenti, quindi è una persona d’eccellenza e che oltretutto aveva dimostrato la sua professionalità, dicendo che avrebbe voluto ascoltare tutti e che tutto si sarebbe basato su trasparenza e rigore; ma evidentemente anche questo a qualcuno non è andato bene e quindi è stato segato anche lui. Ora siamo in attesa del parere di questa nuova commissione che, al di là di una riunione Skype, sembra non si sia più rivista. E adesso ci troviamo di fronte ad un altro tentativo di ostacolare la legge, cioè il sequestro delle cellule dei nostri bambini a Brescia e così ci hanno dato un ulteriore motivo per essere più decisi nel portare avanti questa battaglia.

-Il tuo riferimento al sequestro delle cellule porta al pm Guariniello e alle sue inchieste.

Io credo nella legge come unica entità. Non posso credere alla legge dei giudici del lavoro e non credere alla legge di Guariniello. Credo che un pubblico ministero abbia il dovere di indagare e di seguire una sua linea, per cui io non potrò mai contestare il lavoro che ha svolto il pubblico ministero. Quello che vorrei poter discutere è il come sia stato possibile non portare davanti ad un giudice una situazione del genere, alla luce di evidenze così gravi e così schiaccianti come quelle raccontate, che rientrano nel periodo tra il 2004 e il 2009.
Il perché si sia volutamente mischiato,creando solo confusione e screditamento verso una struttura d’eccellenza, i fatti inerenti al pre Brescia con quelli avvenuti dal 2011 in poi.
Perché veniamo considerati “parte lesa” pur non essendo mai stati ascoltati e con la palese contraddizione dell essere famiglie che ricorrono in tribunale….per ottenere di essere “ri-offesi”?

-Fa anche pensare il fatto che abbia scritto un atto d’accusa nel quale dice, senza aver ascoltato nessuno di voi, che non c’è stato nessun miglioramento.

Lui potrebbe dirti che non è suo compito sentire le famiglie, che lui interroga chi ha seguito i bambini e così se ne esce come è giusto uscire.

-Lui ha fatto sequestrare tutta l’attrezzatura?

Sì, ha fatto sequestrare tutta l’attrezzatura e il prodotto cellulare. Noi abbiamo fatto tutti ricorso, chiedendo la restituzione del materiale, in primo luogo perché il nostro materiale non è stato in realtà ancora manipolato da Stamina; tutti i passaggi fatti fino a quel punto sono pubblici e riconosciuti, e quindi non è stato sequestrato il prodotto che sta per essere infuso. In secondo luogo perché il sequestro di fatto va ad ostacolare l’adempimento delle sentenze.

-Voi però continuate.

Confidiamo anche in un ridimensionamento di tutta la vicenda ,
che si parta dal rispetto verso delle famiglie che chiedono solo risposte e trasparenza, ci chiediamo ancora perché sia stata impedita proprio da Aifa quella verifica a Miami che avrebbe condotto il Prof. Ricordi, luminare con oltre 600 pubblicazioni,e che ha subito un attacco feroce solo per il suo essersi detto disponibile alla verifica “super partes” che avrebbe dato delle risposte vere e inattaccabili.
Da anni ci vediamo negare dei diritti sanciti non solo dalla Costituzione ma anche e soprattutto da sentenze dello Stato Italiano ma nonostante tutto… continuiamo a credere nella legge e nelle istituzioni.

-Andiamo all’attuale situazione di Smeralda. Da quanto ho capito, nonostante i suoi problemi, può stare a casa.

Smeralda è stata dimessa dall’ospedale il 27 agosto 2013 e quindi vive con noi già da un anno. Spendendo 12.000 euro abbiamo dovuto adibire una stanza appositamente per lei, ricreando in questa stanza tutto quello che c’è all’interno di una rianimazione, per cui Smeralda ha un lettino pediatrico ospedaliero, ha due macchine della respirazione, ha una bombola dell’ossigeno.
Smeralda la seguiamo noi 24 ore su 24. Ci sono solo 2 ore alla mattina e due ore il pomeriggio di assistenza infermieristica, ma per il resto del tempo siamo soli io e mia moglie. La nostra vita è essere degli infermieri specializzati, dei dottori; perché interveniamo sulla bambina quando ha dei problemi, quando sentiamo mille allarmi che suonano e vediamo che nostra figlia è visibilmente in difficoltà -magari per problemi respiratori- e si deve avere la freddezza di operare e di fare tutte le manovre necessarie che ci hanno insegnato in questi anni di ospedale per provare a salvarle la vita. Da quando è a casa ci sono stati 2 momenti importanti in cui ce la siamo vista davvero brutta.

-Ciò che state facendo, vivendo, è davvero un qualcosa di impressionante che rappresenta uno sforzo titanico e dovrebbe far urlare di furore tutti. Non è tollerabile che ogni giorno una famiglia debba essere costretta a massacrarsi di fatica nella solitudine più totale.

Questo rientra nelle fatiche che ogni genitore è disposto a fare. Considera che noi abbiamo altri due figli. Uno di noi due deve sempre rimanere a casa. Quindi, di fatto, noi siamo una famiglia che per due anni e mezzo ha vissuto dentro un ospedale e che adesso,con la domiciliazione,non ha mai più potuto andare insieme da qualche parte. Non possiamo andare a mangiare una pizza, non possiamo fare un bagno a mare tutti insieme, né una passeggiata. Non abbiamo una foto tutti insieme. Ma questi sono tutti aspetti che vengono colmati dalla gioia di avere Smeri a casa e di poterla accudire ogni singolo istante, è chiaro che ci si pensa guardando agli altri due figli che abbiamo.Mi auguro di riuscire presto a mettere Smeraldina in un passeggino, quantomeno per farla vivere anche qualcos’altro rispetto alla sua stanza. Comunque, il grossissimo lavoro che dobbiamo fare è anche quello di gestire una famiglia in cui ci sono altri due bambini, che hanno anche bisogno di certi momenti di condivisione. Nonostante tutto cerchiamo di mantenere quell’equilibrio che ci fa alzare la mattina e coricare la notte sempre col sorriso. Non ci sarebbe niente da sorridere, ma noi troviamo comunque il modo per sorridere. E’ bene trarre da ogni situazione degli insegnamenti e dei dogmi, e questi sono i veri dogmi, quelli che ti fanno onorare la vita dei tuoi figli a 360º.

 

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Caso Stamina. Intervista a Tiziana Massaro

by on ott.05, 2014, under Controinformazione, Medicina, Scienza

Staminas

Tiziana Massaro è la madre del piccolo Federico.

Il piccolo Federico è uno dei circa 34 soggetti che hanno ricevuto le infusioni di staminali presso gli Spedali Civili di Brescia.

Federico soffre del morbo di Krabbe, il decorso della sua patologia era inarrestabile e aveva perso quasi tutte le funzioni corporali, quando approdò a Stamina. Le infusioni di staminali furono l’unico “intervento” che produsse effetti sostanziali sul bambino. Effetti impressionanti, con una evidente regressione dei sintomi patologici e un, altrettanto evidente, recupero delle funzioni vitali perse. 

Ogni infusione di staminali ha portato miglioramenti. E  ogni volta che si è dovuto aspettare troppo per ricevere una infusione, Federico peggiorava.

Il suo caso, come quello di altri bambini che hanno ricevuto le infusioni, Celeste, Gioiele, Esmeralda… ha profondamente colpito quei -pochi- osservatori obiettivi che hanno voluto esaminare la questione senza lasciarsi guidare dal pregiudizio. Quelle poche persone intellettualmente oneste che non si adeguano all’andazzo di un Paese malato di disinformazione.

Che cosa davvero sappiamo della vicenda Stamina?

Chi ha precedentemente letto l’intervista che avevo fatto a Marco Biviano -uno dei fratelli Biviano da più di un anno in tenda davanti al Parlamento per chiedere di ricevere le infusioni di staminali, sa che sull’intera vicenda Stamina c’è un tale coacervo di contraddizioni, falsificazioni, mezze verità, da renderla quasi incomprensibile, nei suoi veri termini a gran parte della popolazione.

Con Tiziana Massaro prosegue questo nostro percorso di verità.

Tiziana oltre ad essere uno dei magnifici genitori coinvolti nella vicenda Stamina, è anche un avvocato agguerritissimo, un avvocato che unisce competenza giuridica, rigore morale e una capacità espositiva che rende comprensibili le sue “lettere pubbliche” e le sue argomentazioni anche ai “non iniziati”.

L’intervista che le ho fatto si muove su due livelli, non separabili nettamente l’uno dall’altro.

Il livello della sua vicenda personale, della battaglia per dare una speranza a suo figlio Federico.

Il livello della questione Stamina e del tanto “non detto” che grava su questa vicenda. 

Non si poteva naturalmente parlare di tutto quello che è in ballo con la vicenda Stamina, di tutto quello la caratterizza, anche “tecnicamente”; ma si è cercato di dare, a chi legge, una chiarificazione di almeno alcuni tasselli essenziali del mosaico, essenziali per non perdersi nel labirinto della falsificazione mediatica. Come, ad esempio, riguardo alla distinzione, che va assolutamente fatta, tra le infusioni di Staminali fatte prima di Brescia e quelle fatte negli Spedali Civili di Brescia. O come l’importantissimo riferimento alle “cure compassionevoli” e al fatto che l’infusione di staminali rientrerebbe tra quelle cure compassionevoli agevolate dal decreto Turco-Fazio del , a prescindere da precedenti somministrazioni; ricorrendo, naturalmente, determinate condizioni.

Persone come Tiziana sono degli ossi molto duri. Perché non si risparmiano mai, perché non si arrendono mai, perché non hanno paura di niente. L’amore per i loro figli dà loro una forza a cui non puoi mettere il silenziatore. 

Vi lascio all’intervista che le ho fatto.

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“Guarda, una madre non lascerebbe mai l’altro figlio a casa, anche solo per due notti, sapendo che l’altro figlio si comincia a fare la cacca addosso, perché si sente trascurato, perché non si sente considerato, vedendo che molta attenzione va al fratellino. Questo è quello che succede a me. Io non vorrei mai far soffrire l’altro mio figlio. Secondo te, io potrei mai accettare di far soffrire l’altro mio figlio, se non trovassi dei giovamenti per Federico?”(Tiziana Massaro)

 

 

Ti chiami Tiziana Massaro, e sei un avvocato..

 

-Sì, del foro di Pesaro, però sono di origini pugliesi.

 

-Quanti anni hai?

 

40  a novembre.

 

-Come sei entrata in contatto con il mondo delle staminali?

 

Per Federico, mio figlio, di tre anni e mezzo. Federico è affetto da una patologia genetica neurodegenerativa ad esito infausto. Ha il morbo di Krabbe. Ha un fratello gemello eterozigote.

 

-quanto al morbo di Krabbe..

 

Il morbo di Krabbe è una malattia che appartiene alla famiglia delle leucodistrofie. Cerco di spiegarla in breve : il suo corpo non produce enzima che è deputato a degradare il galattosio. Non “degradando” il galattosio, questo diventa tossico per l’organismo e si crea un accumulo di sostanze  nocive soprattutto nella materia bianca del cervello, quella che funge da trasmettitore tra la volontà e la capacità di porre in essere il movimento. Si perdono tutte le capacità acquisite si può giungere sino alla demenza, alla cecità, e a volte, anche sordità e poi alla morte.

 

-E quali sono poi i tempi di vita che normalmente ha un bambino affetto da questa patologia?

 

Dipende innanzitutto dall’età in cui si manifesta questa malattia e dalla mutazione genetica da cui si è affetti. Più precoce è l’età in cui si manifesta, più veloce è la malattia. La maggior parte dei Krabbe si manifestano nella prima infanzia, vuol dire dai 0 ai 6 mesi. Poi ci sono delle forme un po’ più lente, che si manifestano dai  6 ai 18 mesi, come quella di Federico. Poi  ci sono delle forme tardo-infantili intorno ai 3-4 anni. E poi ci sono delle forme tardive adulte. Quando ci hanno dimessi dal Meyer di Firenze, ci hanno dato come prospettiva il raggiungimento dei 3 anni, 3 anni e mezzo di vita. Federico il 24 giugno ha compiuto 3 anni e mezzo. E ad oggi non ha ancora né una peg, né un respiratore. Saturazione al 98 – 99% , migliore della mia. Io ho una saturazione al 96-97%, perché fumo.

 

-Quando si sono manifestati i primi problemi in Federico?

 

Dopo i sei mesi ho cominciato ad avere dei presentimenti non positivi.  Verso i diciotto mesi questi presentimenti si sono concretizzati. Io vedevo che in questo bambino c’era qualcosa che non andava. Aveva avuto l’arresto della crescita, aveva difficoltà a deglutire, non riusciva ad ingoiare la carne, la notte russava. Nonostante io avessi fatto fare diversi esami -tra cui quello per controllare l’ormone della crescita, le intolleranze alimentari, la celiachia, ecografie all’addome e diverse visite pediatriche, anche a pagamento,  tutti ci avevano rassicurato sulla perfetta salute del bambino. Ma, ad ottobre del 2012, Federico ha avuto un episodio febbrile, associato anche ad una infezione. Aveva continue scariche di diarrea.  Da quel momento smise di camminare e cominciò a gattonare. In quattro mesi e mezzo questo bambino aveva perso la capacità di muovere le gambe e di reggersi sulle stesse, la capacità di muovere le braccia, di tenere il collo eretto e di parlare. Smise quasi di deglutire; quando beveva i liquidi li buttava fuori. E questo valeva anche per il cibo semisolido. Aveva la lingua completamente retratta fissa sotto il palato. Non riusciva a dormine né di giorno né di notte; si svegliava tre, quattro volte a notte. Aveva bisogno di un costante contatto fisico anche durante la notte. E, ogni volta che si svegliava,  rimaneva sveglio anche per venti minuti, mezzora, tre quarti d’ora, e durante questo tempo piangeva disperato.

 

-Sicuramente ti sembrava veramente di impazzire in quei momenti..

 

Sì. Ti rendi conto che è una patologia ad esito infausto. E’ una patologia in cui tutto peggiora in pochissimo tempo. E’ una patologia che non offre alcuna cura. Avevamo contattato medici anche  in America, Olanda  e in altri Paesi. Ma nessuno ci aveva dato vere speranze.

 

-Quand’è che hai saputo esattamente di che cosa si trattava?

 

L’ho saputo a gennaio 2013. Federico peggiorava con una velocità incredibile. Una degenerazione continua. Ci siamo accorti che il bambino non seguiva più con lo sguardo quando, una sera, un vicino ci portò delle paperelle per farlo divertire, lui non rideva e non guardava. Il giorno dopo siamo andati subito ad Ancona a fargli controllare la vista: la pupilla ancora si allargava e si restringeva con la luce però non c’era più l’inseguimento ottico. Come ti dicevo, in questi quattro mesi e mezzo, questo bambino aveva perso tutto. Poi un giorno, al telegiornale sentiamo parlare di questa bambina Celeste e di Stamina. Ci mettiamo in contatto, non con facilità, col dottore Andolina –il vicepresidente di Stamina-  e cominciamo questo percorso. Devo dire che il dottor Andolina è stato un po’ restio a fare la prescrizione medica. Ci aveva detto “non abbiamo prove che funzioni sul Krabbe. Su altre patologie abbiamo visto degli effetti ma sul morbo di  Krabbe io non posso assicurarle nulla”. Ma alla fine, valutando la situazione, ha detto “va beh, possiamo provare, al massimo non avrà alcun effetto”-

 

-Quando hai contattato Stamina?

 

Doveva essere intorno a metà gennaio 2013. A quel punto abbiamo fatto il ricorso per avere diritto alle infusioni. Tra l’altro, a febbraio abbiamo avuto la certezza assoluta in merito alla patologia di Federico. La patologia di Federico è particolare, perché presenta due diverse mutazioni. Una che é molto comune nella letteratura. Un’altra, molto brutta, perché porta alla perdita di un esone; in pratica è come se venisse a mancare un pezzo di cromosoma.

 

-E per quanto riguarda il ricorso?

 

Abbiamo vinto il reclamo e il 21 marzo Federico ha fatto l’infusione d’urgenza. A quel punto abbiamo visto pian piano rinascere questo bambino. Rinascere da un punto di vista, non solo fisico, ma anche psichico. Federico prima non accettava alcuna persona in casa, non potevamo neanche invitare gli amici a mangiare una pizza a casa nostra, perché lui voleva stare solo e isolato. Non accettava di stare in mezzo al pubblico, per cui non potevamo neanche uscire. Non accettava di essere nemmeno toccato dalla fisioterapista. Rifiutava qualsiasi contatto fisico. Dopo l’infusione è molto migliorato. Ha cominciato a crescere nuovamente in peso e lunghezza;  gli sono fuoriusciti tutti i denti, mentre prima i canini si erano bloccati, non completavano la fuoriuscita. Pian piano la lingua è tornata in posizione normale. Ha cominciato a bere e a mangiare con più facilità. Sono, non dico scomparse del tutto, ma almeno diminuite, le possibilità di un’ab ingestis, ossia l’infezione che si creai ai polmoni quando il cibo, anziché andare nelle sedi normali in cui deve andare, va nei polmoni, dando luogo a una concreta possibilità di morire. Abbiamo anche riconquistato una certa serenità famigliare. Il bambino ha cominciato ad uscire di casa e ad accettare di stare fuori; anzi sembra che goda a stare fuori casa. Accetta di stare in mezzo alla gente. Ha un sonno regolare, che dura tutta la notte, cosa che prima era impossibile. Non sobbalza più ogni volta che una forchetta tocca un piatto. Ovvio, Federico ha una malattia genetica, quindi non può guarire con questo tipo di terapia. Però certamente questa terapia gli sta consentendo di vivere più a lungo e in modo molto più sereno.

 

-Quante infusioni ha fatto finora?

 

Otto. Otto ricorsi al tribunale.

 

-Ogni quanto le ha fatte?

 

Diciamo che le prime cinque sono state fatte con una certa regolarità. Infatti ha sempre mantenuto dei benefici costanti. Tra la quinta e la sesta c’è stato uno stacco, dovuto all’opposizione dell’Azienda alla prosecuzione delle cure e, quindi, alla necessità di presentare un nuovo ricorso al Tribunale.

Durante questo “stallo” avevamo cominciato a notare qualche piccolo decadimento. In particolare aveva cominciato ad avere nistagmi, ovvero gli occhi che girano a destra e a sinistra. Con la sesta infusione questo nistagmo sembrava essersi molto ridotto. Ma tra la settima, e poi per l’ottava, sono dovuti passare cento giorni. E lì c’è stato il decadimento. Ci è sembrato di ritornare ad un passato terribile. Federico aveva  ricominciato a piangere tutto il pomeriggio, tutti i pomeriggi, Aveva ricominciato ad avere dei grossi colpi di tosse mentre mangiava e la difficoltà a deglutire. Aveva ricominciato ad avere risvegli notturni. Abbiamo ricominciato ad aspirargli, di notte, la saliva che gli si fermava in gola. Aveva ricominciato sobbalzare ad ogni minimo rumore. La cosa più brutta erano gli attacchi muscolari improvvisi. Mentre era tranquillo e sereno, un attimo dopo scoppiava a piangere, perché aveva quelle reazioni muscolari violente. L’ultima infusione, che abbiamo fatto il 7 giugno, ha migliorato tutta la situazione, facendo anche andare via questi sobbalzi.

 

-E’ quell’infusione che ha scatenato un mondo di polemiche..

 

Sì. Quell’infusione che ha scatenato il mondo. Quell’infusione che ha fatto dire cose stupide a tanti soggetti.

 

-Quella fatta dallo stesso Andolina no?

 

Si,

 

-Una infusione che tuo figlio è riuscito a ricevere grazie a quella che, io definirei, una vera e propria forma di “incaponimento”. Dopo che per diversi giorni non c’era stato modo di dare attuazione all’ordinanza del giudice, il giudice nominò come suo ausiliario il dott. Andolina, col compito di trovare il medico disposto a praticare le infusioni. Non riuscì a trovare nessuno. E quindi, quel 7 giugno, Andolina nominò se stesso, e a Federico venne finalmente fatta questa infusione. Credo che ci si sia veramente trovati davanti ad una situazione estrema. In molti Paesi del mondo, quando c’è una sentenza, in un modo o nell’altro la si applica. E nel caso di tuo figlio c’era una sentenza che imponeva l’infusione. Però ad opporsi alla sua attuazione c’era questa surreale “obiezione di coscienza” di tutti i medici di Brescia. Andolina ad un certo punto ha capito che “se qui non mi autonomino, questa infusione non si riuscirà ad attuarla in nessun modo”. Lui sicuramente ha corso un rischio. Perché qualcuno ha contestato la cosa dal punto di vista giuridico.  Se ho capito bene la contestazione sarebbe questa: il delegato, ovvero lui, incaricato di trovare il medico, non potrebbe auto-nominare se stesso.

 

Ma perché? Chi pone questo problema ed in base a quale norma giuridica? La domanda che noi dovremmo farci è “qual è la ratio, la ragione giuridica, di quella ordinanza”?

Il fine, la ragione, la ratio di quell’ordinanza era che si proseguisse con le cure, che venissero effettuate altre infusioni. Andolina ha fatto in modo, l’unico modo a quanto pare, perché si desse attuazione a quella ordinanza. Nessuna norma vieta all’ausiliario del giudice di nominare se stesso.  Ciò che veramente conta, in un caso del genere, è la ratio di una ordinanza. Lui ha dovuto prendere questa decisione per tutelare la vita di un paziente. Dov’è il reato nell’attuare queste infusioni che sono previste dalla legge? Spiegami dov’è il reato?

 

-Mi sembra che ciò che dici non fa una piega.

 

Eppure il mio presidente del Tribunale è ora inquisito presso la procura generale della Cassazione e lo voglio trasferire. Ti pare normale?

 

-Qualcuno ha puntato l’indice sul fatto che il dott. Andolina è indagato.

 

Si tratta di una argomentazione assurda. Innanzitutto va ricordato che nel nostro Paese sei innocente fino all’ultimo grado di giudizio; e comunque ci sono medici condannati per omicidio colposo, che continuano a lavorare. Condannati, non indagati; ma nessuno è scandalizzato.

E poi, il dott. Andolina è stato il primo in Italia ad effettuare il trapianto di midollo sui bambini. Ha effettuato oltre mille infusioni, tra cui quelle al Burro Garofalo di Trieste. E non si può dire neanche che stia applicando una metodica segreta, perché con la sua ultima pubblicazione ha reso noto il metodo.

 

-Sempre riguardo quest’ultima infusione ricevuta da Federico, qualcuno ha detto che quello che si è trattato di “un atto abominevole”..

 

E’ stata la senatrice a vita Cattaneo. E’ stata una affermazione aberrante. Ma ci sarebbe tanto da dire sulle dichiarazioni della senatrice Cattaneo. Le staminali del metodo Stamina, sono cellule staminali mesenchimali, altra cosa rispetto alle staminali embrionali. La Cattaneo ha sempre cercato di portare avanti la ricerca sulle staminali embrionali, trovando forti ostacoli, a livello italiano ed europeo, dal punto di vista etico e normativo.

Una delle cose che la Cattaneo dice è che un’infusione costa 30000 euro. Si tratta di  assurdità. Da un rendiconto che abbiamo fatto sulle spese sostenute dagli Ospedali di Brescia, in merito al caso Stamina, abbiamo riscontrato che è assolutamente impossibile che ogni singola infusione sia costata 30000 euro. La Cattaneo si è completamente accanita sulla questione Stamina.

 

-Anche quelli dell’associazione Coscioni sono contrari a Stamina..

 

Tu lo sai che l’associazione Coscioni ha pagato il ricorso presentato dalla Cattaneo e da un’altra biologa conto una legge dello Stato che escludeva dalle sovvenzioni pubbliche le ricerche sulle staminali embrionali? Lei ha fatto ricorso al TAR contro questa legge. Ha perso, ha presentato appello al Consiglio di Stato e ha perso nuovamente; le spese legali sono state sostenute per circa 7.000,00 euro dall’associazione Coscioni.

 

-Insomma, questa è una storia piena di conflitti di interesse..

 

Esattamente.

 

-Non troppo tempo fa lessi un articolo di giornale, che intitolava grossomodo così “Stamina tutta una questione di marketing”.

 

Innanzitutto chiediamoci perché le staminali sono state definite farmaco e non trapianto? Chiediamocelo. Perché un trapianto non può essere pagato. Non c’è un brevetto sul trapianto. Il farmaco lo puoi brevettare, quindi ci puoi investire soldi, lo puoi rivendere. E comunque a chi parla di “questione di marketing”, chiederei..”e tutto il marketing che si fa sui farmaci da parte delle multinazionali del farmaco?”.

 

-Credo che sia uno dei campi in cui il marketing è più diffuso..  I fratelli Biviano, accampati da un anno davanti a Montecitorio per ottenere le infusioni, dicono che non si vuole procedere con esse, perché ogni persona che riesce a migliorare con questa terapia, è, in un certo senso, una prova. Si preferisce che tutti muoiano.

 

Lo avevo detto anche io, tanto tempo fa, prima ancora che si formasse al Senato la commissione sull’indagine conoscitiva sul metodo Stamina. Si vogliono eliminare le prove viventi della terapia; ovvero i pazienti che hanno ricevuto le infusioni. Già all’epoca, tanto tempo fa, i soggetti che dovevano temere erano proprio quelli in cura. Perché si sarebbe cercato di impedire la prosecuzione di quelle cure. Perché quelle persone sono la prova vivente che stamina funziona.

 

-Facciamo un excursus sulla vicenda Stamina nel suo complesso adesso, per tentare di capirla meglio. Come è nata “la questione Stamina”?

 

Stamina, secondo quello che racconta Vannoni è nata perché lui aveva una paresi facciale. Un giorno un suo conoscente gli ha suggerito di andare da alcuni biologi a Kiev, in Ucraina, per provare una cura con le staminali, cura che quei biologi  portavano avanti. Lui l’ha provata, e ha avuto dei grossi miglioramenti. Da lì  è partito il suo progetto di portare in Italia questa terapia. Ha chiesto un finanziamento alla regione Piemonte per cominciare ad attuarla in una clinica; ma questo finanziamento, che sembrava in dirittura d’arrivo, poi non arrivò, pare per via di una denuncia di una ex dipendente di Vannoni. Vannoni ha continuato a chiedere finanziamenti, ha ipotecato anche i suoi beni personali per raccogliere fondi, al fine di portare avanti questo progetto. Alla fine, riuscì a portare questa terapia a Torino, nel 2008. Poi è stata trasferita in altre strutture, anche a San Marino, fino ad arrivare al Burlo Garofalo di Trieste e, infine, a Brescia nel 2011.

 

-Quindi le infusioni venivano fatte giù prima di Brescia….

 

Esattamente. Già prima di giungere a Brescia erano state fatte tantissime infusioni. Siamo nell’ordine delle centinaia. E le denuncie contro Vannoni sono venute da alcuni di questi soggetti; quindi da soggetti che hanno ricevuto le infusioni prima di Brescia.

 

-Quante sono state queste denunce?

 

Non lo so con precisione, penso circa quattro. Pare che uno di questi quattro abbia dichiarato di avere avuto crisi epilettiche dopo le infusioni. Ma io non so cosa sia avvenuto; io non c’ero.

Un altro caso è quello della piccola Nicole. Questa è un’altra vicenda surreale. Posso dirti che ho visto i video di questa bambina; video che poi sono spariti da you tube.  Nel video fatto prima della prima infusione, questa bambina non riusciva proprio a muovere le gambe. Nel video fatto dopo la prima infusione, si vedeva la bambina che muoveva spontaneamente la gamba destra. Nel video fatto dopo la seconda infusione, la bambina, sempre sorretta dalla mamma, muoveva sia la gamba destra che quella sinistra. I parenti nel video sembravano entusiasti della terapia. Eppure hanno denunciato Vannoni.

Io posso solo dire che nessuno a noi ha promesso nulla. Anzi, come ti dicevo, all’inizio Andolina era anche in dubbio sul fare o meno la terapia a mio figlio, non essendoci precedenti sul morbo di Krabbe.

 

-l’atto conclusivo delle indagini, depositato da Guariniello, voi lo considerate contestabile in molti aspetti.

 

Assolutamente. Una delle cose più gravi è che in questo avviso di conclusioni sia tutto mischiato. I casi di cui parla lui –le persone che hanno denunciato- sono tutti casi verificatisi nel periodo pre-Brescia, ovvero precedenti il 2011. Ma noi non c’entriamo nulla con quanto avvenuto in quegli anni. La nostra vicenda, la vicenda di tutti coloro che adesso protestano e lottano per queste infusioni, è connessa con quanto è avvenuto a Brescia a partire dal 2011. Invece nell’atto di Guariniello tutto si confonde; e le denuncie per fatti avvenuti nel 2008 si confondono con quanto sarebbe avvenuto a Brescia.

 

-Abbiamo detto che nel 2011 Stamina giunge agli Ospedali Riuniti di Brescia.  L’accordo tra Stamina e gli Spedali Civili di Brescia avviene prima o dopo che le Iene cominciassero ad occuparsi della questione?

 

Prima. Nel 2011. L’accordo coinvolge, non la Sanità regionale lombarda, ma il solo ospedale di Brescia, perché le cure compassionevoli non necessitano di autorizzazioni dalla Regione o dall’AIFA. Ma tutto fa ritenere che Aifa e Regione sapessero.

 

-Parli di cure compassionevoli. Questo è un altro punto centrale. Molti parlando di Stamina, contestano le infusioni partendo dal presupposto che non si può somministrare una cura che non sia stata sperimentata.

 

Ma questo cambia nel caso delle cure compassionevoli. Le cure compassionevoli non necessitano di sperimentazione. Questo lo dice il decreto Turco-Fazio del 2006.

 

-Chi sono i soggetti destinatari delle cure compassionevoli in base al decreto Turco Fazio?

 

Soggetti affetti da grave patologia a rapida progressione in assenza di valida alternativa terapeutica, soggetti in pericolo di vita o che rischiano gravi danni alla salute.

 

-Il tipo di cura che può essere prestato in questi casi è qualunque tipo di cura possa far baluginare una possibilità, oppure si tratta di un tipo di cura di cui si è certi che non abbia effetti collaterali?

 

Non devono esserci effetti collaterali. La letteratura sulle staminali mesenchimali non riporta effetti collaterali, soprattutto nel modus con cui vengono infuse a Brescia. Diversamente esiste il pericolo per le staminali embrionali, perché hanno un’elevata cancerogenicità. Ma, appunto, ricordiamo che qui stiamo parlando di cellule staminali mesenchimali, non embrionali. E comunque, gli stessi ospedali di Brescia hanno, con un loro atto, affermato come su circa 400 infusioni non ci sono stati effetti collaterali.

 

-Dunque la questione delle cure staminali poteva essere considerata legittima, anche in mancanza di sperimentazione, perché si tratterebbe di cure di compassionevoli, ricorrendo i presupposti, da te indicati, del decreto Turco Fazio sulle cure compassionevoli ed essendo state erogate a soggetti che erano legittimati a ricorrervi:

1)mancanza di alternativa terapeutica,

2)malattie in rapida progressione o soggetti in pericolo di vita,

3)terapia senza effetti collaterali.

Questo è il quadro?

 

Esattamente.

 

-Due parole ora come vengono trattate le cellule mesenchimali nel metodo Stamina.

 

Allora, le cellule staminali mesenchimali –a differenza dalle cellule staminali embrionali che sono tratte dall’embrione- sono tratte dal midollo osseo, in particolare dalla cresta eliaca, l’osso che si trova sull’anca. Nel metodo Stamina, queste cellule, una volta estratte dal donatore, vengono controllate dal punto di vista batteriologico; e poi purificate attraverso dei lavaggi, per far sì che non ci siano residui di ossa, sangue o altro. Dopodiché vengono fatte espandere e poi infuse.

Dopodiché c’è un ultimo passaggio, quello dell’acido retinoico, che serve a indirizzare queste cellule verso una linea neuronale ma di questo dovresti parlarne con Stamina.

 

-Il fatto che questo indirizzamento neuronale effettivamente avvenga è quello che molti contestano.

 

Ci sono studi che dimostrano la possibilità delle mesenchimali di trasformarsi in neuroni. Io credo, comunque, che non possiamo sapere al cento per cento se l’efficacia di queste infusioni sia data da questa “indirizzazione” . Va tenuto presente che le mesenchimali rilasciano dei fattori che sono di supporto alle altre cellule che sono in difficoltà.

 

-Quindi, o, probabilmente, per questo “indirizzamento neuronale”, o per qualche altro motivo, si manifestano dei benefici.

 

Anche se alcuni soggetti sostengono che i imiglioramenti siano imputabili ad un effetto placebo.

 

-L’effetto placebo è un qualcosa di psicologico, presuppone quindi un soggetto capace di capire, un bambino di 2 anni non potrebbe manifestare un effetto placebo.

 

Mi diano la prova che si tratti di placebo. E poi nei casi come i cambiamenti di elettroencefalogramma di una bambina in coma, Smeralda, può essere un effetto placebo? Un’ecografia che mostra cambiamenti del fegato può essere placebo?

Loro, comunque, alla tua obiezione, sul fatto che un bambino di quella età sarebbe troppo piccolo per indurre un effetto placebo, rispondono che è il placebo dei genitori che fa stare il bambino più sereno e quindi meglio. Affermazioni che sono delle grandissime stupidaggini.

 

-A prescindere da tutto, anche volendo immaginare qualcosa del genere, la cosa sarebbe possibile in un caso, in pochissimi casi. Ma quando i casi cominciano ad essere diversi; e per ognuno di essi si tratta di patologie gravissime, che non prevedono la possibilità di un miglioramento, parlare di effetto placebo diventa davvero un salto mortale da un punto di vista logico.

 

E’ così. Alcuni dicono invece che questi miglioramenti dipendono dall’andamento della malattia, Ma le malattie neurologiche non hanno questo tipo di andamento, che si vuole credere, o far finta di credere che esse abbiano. Le malattie neurologiche non hanno un andamento altalenante. E’ vero che ci sono i giorni in cui si sta meglio e i giorni in cui si sta peggio, ma non sono malattie che vanno su e giù; soprattutto non sono assolutamente previsti miglioramenti.. Sono malattie neuro degenerative, appunto. Dicono che hanno un periodo di stabilizzazione, ma questo non è vero, o almeno ce l’hanno nella misura in cui  la stabilizzazione arriva quando ormai si è perso tutto, quando si è attaccati al respiratore, quando si ha la sonda PEG per mangiare, quando si è in uno stato di incoscienza o di semi-incoscienza. 

 

-Quindi nel caso di tuo figlio i miglioramenti che ci sono stati non erano prevedibili nell’andamento normale della sua malattia.

 

No, assolutamente. E questo vale anche per gli altri bambini che hanno ricevuto miglioramenti dalle infusioni.

 

-Come mai tra coloro che hanno avuto i maggiori effetti positivi, ci sono bambini?

 

I maggiori benefici li hanno avuti i bambini e questo probabilmente perché le cellule infuse, per i bambini, costituiscono una quantità sufficiente, per gli adulti magari no.

 

-Ritorniamo alla cronologia della vicenda. Eravamo arrivati all’ingresso del metodo Stamina negli Spedali Civili di Brescia.

 

Sì, e bisogna anche sapere che il comitato etico di quell’ospedale autorizzò la cosa. Comunque, si iniziò con 12 pazienti, e dopo qualche tempo si arrivò a 34. Nessuno di essi ha avuto effetti collaterali. Mentre la maggior parte di essi ha avuto effetti positivi. I casi più impressionanti sono stati quelli dei bambini.

 

-Ad un certo punto, però, succede che l’AIFA chiede la sospensione delle infusioni. Con quali motivazione lo ha fatto?

 

I NAS di Torino hanno fatto un’ispezione ed hanno ritenuto che non vi fossero le caratteristiche di un laboratorio farmacologico. Ma pare che non abbiano tenuto in conto che, trattandosi di “cura compassionevole”, non erano necessari quel tipo di caratteristiche richieste nel caso di terapie destinate a sperimentazione.

 

-Quindi l’AIFA blocca le infusioni per motivi di “sicurezza”.. il blocco arriva nel..

 

Il blocco dell’AIFA è del 2012. Dopo il blocco dell’AIFA,  i genitori di alcuni bambini già in cura propongono, presso il Tar di Brescia, un ricorso avverso questa ordinanza. Al ricorso si uniscono anche gli ospedali civili di Brescia e la Regione Lombardia, attraverso un intervento “ad adiuvandum”, cioè “a sostegno”,  contestando così le risultanze dei Nas e il provvedimento dell’AIFA punto per punto. Alla fine il giudizio si chiude con una sentenza che dice che questo giudizio non ha più ragione di esistere, perché i ricorrenti sono stati soddisfatti, in quanto è intervenuto un provvedimento normativo, il decreto Balzuzzi, che comunque autorizza alla prosecuzione delle cure e che i laboratori di Brescia erano, sono e restano adeguati alla lavorazione delle cellule.

 

-Quando interviene questa sentenza?

 

Credo nel 2014, perché il decreto Balduzzi è del 2014.

 

-Le cure ripresero quindi dopo il decreto Balduzzi?

 

Le cure erano già riprese, per via delle ordinanze dei giudici che già avevano disapplicato l’ordinanza dell’AIFA. I genitori, contestualmente, oltre a proporre i ricorsi ai tribunali ordinari, avevano proposto anche il ricorso al Tar, di cui ti dicevo. Tar che alla fine ha detto che questo giudizio non poteva andare avanti, non perché, attenzione, i genitori avessero torto ma perché le cure erano già riprese grazia al decreto Balduzzi. Decreto Balduzzi che diceva che si doveva fare la sperimentazione; che sarebbe durata 18 mesi. E che, nel frattempo, per coloro che le avevano già iniziate, le terapie dovevano continuare.

 

-Dopo di questo cosa succede?

 

Viene nominata la prima commissione scientifica, la quale da’ parere negativo.  Contro questa commissione scientifica, Stamina ed alcune associazioni di malati propongono il ricorso presso il Tar del Lazio, che in via provvisionale da ragione a Stamina, perché i soggetti che facevano parte della commissione scientifica, non tutti, ma alcuni, avevano già espresso, precedentemente all’assunzione dell’incarico, dei giudizi negativi su Stamina. Quindi quella commissione mancava un’indipendenza, quantomeno ideologica.

 

-Ma interviene, ad un certo punto, il rifiuto a continuare le infusioni da parte dei medici di Brescia..

 

Tieni conto che i medici di Brescia continuavano a fare le infusioni, anche dopo che il trattamento era stato bocciato dalla prima commissione scientifica; quella che poi è stata “bocciata” dal Tar. E invece, a un certo punto, i medici di Brescia hanno incrociato le braccia, dicendo di volere aspettare il parere del nuovo comitato scientifico.

.

-Allora perché dopo il primo parere scientifico, sebbene negativo, avevano continuato a fare le infusioni; e adesso, in mancanza di un nuovo parere scientifico, le hanno sospese?

 

Questo bisognerebbe chiederlo a loro. E comunque non c’è nulla da attendere. Perché di fatto esiste una legge (il decreto Balduzzi) che dice che chi ha iniziato le infusioni,  deve continuare a riceverle.  La sperimentazione, che comunque dovrebbe essere fatta, non ha nulla a che fare con le cure compassionevoli, perché sono due cose diverse che si fanno in laboratori diversi. E non si capisce perché i medici adesso accampino tutta una serie di “ostacoli a procedere”, che non stanno né in cielo né in terra, quando loro sanno benissimo la verità. Tra l’altro, gli stessi medici di Brescia hanno dichiarato che a Brescia sono state fatte quasi 400 infusioni, senza effetti collaterali.

 

-Faccio un altro riepilogo.

1)Nel 2011 iniziano le infusioni negli Ospedali riuniti di Brescia.

2)Nel 2012 interviene il blocco dell’AIFA.

3)Il blocco dell’Aifa viene superato dagli stessi giudici ordinari che disapplicano l’ordinanza di blocco e impongono la prosecuzione delle cure che, infatti, proseguono.

4)Nel frattempo i genitori fanno ricorso congiunto presso il Tar di Brescia contro questo blocco.

5)Prima della sentenza del Tar di Brescia, viene approvato, nel 2014, il decreto Balduzzi, che autorizza la continuazione delle cure per coloro che le avevano già iniziate.

6)Sempre nel 2014, il Tar si pronuncia, dicendo sostanzialmente che il giudizio non aveva più ragione di esistere, in quanto i ricorrenti erano stati soddisfatti dall’intervento normativo nel frattempo sopraggiunto, il decreto Balduzzi appunto.

7)Nel corso dello stesso anno, la prima commissione scientifica dà parere negativo sulla metodica Stamina.

8) Il Tar del Lazio però “boccia”la commissione, considerata non dotata della necessaria indipendenza, e viene nominata una seconda commissione scientifica.

9)A quel punto però tutti i medici degli ospedali civili di Brescia attuano il blocco delle infusioni, non rispettando le ordinanze dei giudici.

 

Esattamente.

 

-E allora vuol dire che siamo nell’illegalità più totale. Perché non solo ci sono le sentenze dei giudici che prescrivono la continuazione delle infusioni ma c’è anche una legge –il decreto Balduzzi- a stabilire questa continuazione per la totalità dei pazienti che avevano ricevuto fino a quel momento le infusioni. Quindi i medici degli ospedali di Brescia non stanno rispettando né le sentenze né la legge.

 

Certo. Anche in questo risiede tutta l’assurdità della vicenda.

 

-Ed è gravissimo che, mentre è pieno di interventi che tuonano contro Stamina, non c’è nessuno, neanche in Parlamento credo, che si alzi e dica ch esiste una legge che viene disapplicata. Oltre ad essere disapplicate tante sentenze.

 

E’ assolutamente così, ed è qualcosa di vergognoso.

 

-Anche perché le sentenze che danno ragione ai malati, ordinando la ripresa delle infusioni, hanno continuato ad aumentare.

 

Infatti. Sono intervenute tante sentenze su queste questioni, e nella maggior parte dei casi danno ragione ai pazienti. Eppure i medici di Brescia, compattamente, si stanno rifiutando di fare le infusioni. Alcuni parlano di “obiezione di coscienza”. Ma è davvero una castroneria parlare di obiezione di coscienza in un caso come questo.

 

-Uno degli ultimi atti è stato, il 9 luglio,  l’audizione al Senato, presso la Commissione Sanità, di due genitori –tra cui te- dei bambini trattati con le infusioni pazienti,

 

Sì, e pensa che questa audizione fino a quel momento nessuno l’aveva voluta, e rischiava di non esserci proprio. E così una commissione del Senato  avrebbe espresso il suo parere, senza ascoltare proprio i pazienti e le associazioni che li supportano. Ma alcuni parlamentari, soprattutto del cinque stelle, e in particola Paola Taverna, hanno fatto presente che bisognava ascoltare anche le voci dei pazienti, delle loro famiglie e delle associazioni che li supportano.

 

-E della presa di posizione dell’ UMI –Unione dei Medici Italiani- cosa mi dici?

 

Puoi immaginarlo.. ti pare corretto che l’Unione dei Medici Italiani, un sindacato dei medici, dica che verranno segnalati i medici che faranno le infusioni? Non sembra una minaccia? E secondo te, questo avvertimento dell’UMI non va ad incidere sul codice deontologico dei medici, secondo cui i medici devono essere liberi da ogni condizionamento? 

 

-Sicuramente fa pensare che un sindacato dei medici, di fronte ad una situazione del genere, si schiera compattamente con l’Aifa, in modo così compatto. E sicuramente “si comprende” come il singolo medico di Brescia, possa avere paura. Perché, chi “agevola Stamina”, si ritrova, in questo clima che si è creato, ad avere contro il Ministero della sanità, contro l’AIFA, contro una inchiesta infamante, contro un assalto mediatico, contro l’ordine dei medici, contro tutto. Si può comprendere come il singolo medico possa pensare “Perché devo essere proprio io ad espormi? Perché devo farla proprio io questa cosa?”. Eppure, tutte queste non possono essere delle giustificazioni. Io credo che tu medico, anche se sai che sei minacciato e che è in gioco la tua carriera, se sai che quella cosa funziona, devi mettere da parte tutto e intervenire. Non ci sono scuse. Non ci sono giustificazioni.

 

La penso come te.

 

-Da chi sei rimasta più delusa in tutta questa storia?

 

Io sono rimasta delusa proprio dai medici di Brescia. Sono tutte bravissime persone, ma non hanno avuto la forza di andare dove dovevano andare a dire “fermi tutti” questi bambini in cura vivono e stanno meglio e questa è la cosa più importante. Questo mi ha deluso. Perché loro erano tanti. Se si univano insieme a noi, noi potevamo far tremare tante teste.

Vorrei dirti un’altra cosa che secondo me ha inciso nell’ostilità che si è creata intorno al metodo Stamina.

 

-Dilla

 

I ricercatori quasi si dividono il ramo su cosa andare a ricercare. Io faccio ricerca sulla cura della SMA, io cerco di curare la sclerosi multipla, io la sla, io le malattie genetiche metaboliche, io… Quando tu tocchi tante malattie, tu tocchi anche tanti centri di potere. Se stamina si fosse limitata a curare una patologia, nessuno si sarebbe preoccupato. Mentre Stamina ha efficacia su tantissime patologie differenti.

A prescindere da tutto, tutti i problemi sono sorti perché stamina ha funzionato. Se stamina non avesse funzionato, non ci sarebbero stati problemi.

 

-Molti vi hanno accusato di essere vittime di .. “allucinazioni”..

 

Sì..

 

-Tiziana, io credo che tantissimi, in questo Paese, si sono innamorati di un film. Il film è sempre lo stesso, e scatta ogni volta che emerge una “cura alternativa” che potrebbe effettivamente incidere sulla situazione di tante persone. Il leit motiv di questo film è:

“C’è tanta gente disperata che non sa a cosa appigliarsi, viene il venditore di fumo, di favole, la gente ha bisogno di aggrapparsi a qualcuno e quindi si auto convince che c’è un miglioramento, lui sfrutta la loro credulità e gli impoverisce”.

Che poi qualcosa accada realmente, che poi i miglioramenti ci siano effettivamente, conta poco, non interessa a nessuno.  

 

Per loro le nostre sono autosuggestioni. Tu non hai idea di quante persone abbiamo invitato a vedere i nostri figli. E praticamente non è venuto nessuno, nonostante innumerevoli inviti. Io avevo anche detto alla Lorenzin “facciamo una cosa, prendiamo tutti questi pazienti, li esaminiamo tutti, facciamo tutti gli esami possibili e immaginabili, poi facciamo fare le infusioni e guardiamo tutto quello che accade dopo l’infusione”. Ma nulla. Le nostre richieste non hanno mai avuto alcun riscontro.

 

-Credo che la stessa tenacia di tanti genitori, pronti a lottare su ogni fronte, a dormire davanti al Parlamento, a fare ogni genere di protesta, a stragiurare circa i miglioramenti avvenuti.. credo che già solo questo dovrebbe rendere tanti meno sicuri delle loro certezze, dovrebbe fare loro venire perlomeno il dubbio che effetti concreti vi siano stati.

 

Guarda, una madre non lascerebbe mai l’altro figlio a casa, anche solo per due notti, sapendo che l’altro figlio si comincia a fare la cacca addosso, perché si sente trascurato, perché non si sente considerato, vedendo che molta attenzione va al fratellino. Questo è quello che succede a me. Io non vorrei mai far soffrire l’altro mio figlio. Secondo te, io potrei mai accettare di far soffrire l’altro mio figlio, se non trovassi dei giovamenti per Federico? Ma trovare dei giovamenti per Federico, significa trovare dei giovamenti per tutta la famiglia. Se Federico sta meglio, io posso andare al mare con Alessandro e con il papà e, mentre loro vanno in acqua, io sto con Federico sotto l’ombrellone. Se Federico sta meglio, possiamo andare a fare una passeggiata tutti insieme. Fare stare meglio Federico, significa potere dare più attenzione anche all’altro figlio. Dare dignità a Federico significa darla a tutta la famiglia. Prima dell’ultima infusione, Federico piangeva tutti i pomeriggi. Un giorno Alessandro mi aveva chiesto di andare a fare una passeggiata tutti insieme. Io avevo messo Federico sul passeggino, abbiamo fatto trenta metri, e Federico ha ricominciato a piangere disperato. Ho dovuto dire ad Alessandro che dovevo ritornare a casa, perché Federico piangeva; e Alessandro mi ha detto “no mamma, non andare”.  Dopo l’ultima infusione, invece queste cose abbiamo potuto ricominciare a farle. Questo fine settimana, siamo usciti tutti insieme. Siamo andati ieri ad una festa tutti insieme.

 

-Molti puntano l’attenzione su truffe che, nel corso del tempo, avrebbe fatto Vannoni.

 

A noi interessa che i malati che hanno ricevuto le infusioni hanno avuto benefici e nessun effetto collaterale. Anche se Vannoni avesse sbagliato i nostri figli non hanno fatto nulla di male e non possobno e non devono pagare per delle presunte colpe commesse da altri

 

-Grazie Tiziana.

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I fratelli Biviano- da un anno in tenda per non morire

by on lug.10, 2014, under Controinformazione, Guarigione, Medicina, Resistenza umana, Scienza, Simbolo

“Noi siamo qui da quasi un anno a lottare, ci stiamo rimettendo la nostra salute in questa piazza, perché è la nostra unica speranza. È da una vita che aspettiamo qualcosa, per noi non c’è mai stata nessuna cura, nessuna terapia. L’unica speranza è questa, eppure ce la vogliono negare. Chi sono queste persone per decidere sulla nostra vita? Loro, durante le mie giornate di sofferenza, ci sono per me? Sanno come vivo io? È anche la rabbia che mi fa parlare, perché so che a casa ho altre due sorelle che stanno peggio di me. Mia sorella, circa 20 giorni fa, ha rischiato anche la vita. Oggi esiste questa speranza e non ce la fanno neanche provare. Abbiamo detto di tutto al governo: ci auto-tassiamo, ci prendiamo le nostre responsabilità, troviamo gli ospedali, cerchiamo di trovare i fondi, qualunque cosa, ma la risposta è stata no.”  (Marco Biviano)

Fino al mese di giugno, non ero troppo informato circa il caso Stamina. Certamente sapevo delle polemiche, delle proteste, delle contrastanti opinioni, delle inchieste, delle testimonianze. Ma non avevo mai iniziato un percorso di serio approfondimento.
Per me, l’approfondimento autentico è iniziato da giugno, da quando ho incontrato Marco Biviano, uno dei due fratelli Biviano che –insieme alle loro compagne- sono accampati davanti al Parlamento fin da luglio 2013. In pratica da un anno.

Già prima di conoscerli, comunque, avevo, da alcune settimane, cercato di capire qualcosa di più e di osservare anche il “linguaggio” con cui si parlava di questa tematica. Pur in mancanza di tanti dati concreti, avevo già sviluppato la percezione che la rappresentazione che veniva data di questa vicenda, in stile “romanzo criminale”, era probabilmente frutto di grandi forzature. Non mi riusciva di credere che tutte quelle persone che parlavano di avere avuto miglioramenti con le infusioni di stamina stessero mentendo. Che tutti quei malati incatenati davanti al Parlamento, che tutte quelle madri che lanciavano da mesi appelli disperati, fossero vittime di allucinazione collettiva.

Autorevoli commentatori in questi casi parlando dell’ “irrazionalità” di chi, disperato, si aggrappa a qualche miraggio. Ma, mi è sempre (anche in altre vicende) sembrata una spiegazione troppo semplice e troppo conforme ai grandi interessi che vigono in campo medico. Così come non mi riusciva di credere che tutti i giudici che emanavano sentenze perché si riprendessero le infusioni verso persone che già le avevano ricevute, fossero capre del diritto, che tutti questi giudici decidessero in base al “nulla”.
Prima di cercare i fratelli Biviano, quindi, avevo già sviluppato grandi perplessità verso la rappresentazione del caso –in stile “grande truffa sulla pelle dei gonzi”- che era quella veicolata dalla maggioranza dei media, dei politici, e degli esperti più gettonati. L’approfondimento vero e proprio, comunque, è nato (e tutt’ora continua) dopo l’incontro che ha dato vita a questa intervista.
Un amico medico mi aveva parlato di due fratelli siciliani che da quasi un anno erano accampati in tenda davanti al Parlamento. Decisi subito che avrei voluto conoscerli. E li avrei voluti conoscere a prescindere, anche se non fosse stato in ballo il caso Stamina. Perché persone che sono disposte a mettere in gioco la loro vita, destabilizzandola al punto di sacrificarsi da più di un anno, accampati in una tenda, per protestare contro qualcosa e chiedere qualcosa.. persone così.. meritano sempre di essere conosciute. Persone così devono essere conosciute.
Il sei giugno arrivo, nel pomeriggio, presso la tenda dei fratelli Biviano, in piazza Montecitorio, di fronte alla Camera dei Deputati, a Roma. Dei due fratelli c’era solo Marco. L’altro fratello, Sandro, era assente per una questione di visite mediche. Insieme a lui c’era la compagna, Hania, e c’era Valeria Campana, una ragazza romana, che uno degli esempi della parte luminosa che si è sviluppata intorno a questa storia; quella parte luminosa che non la rende un pozzo senza fondo.
Appena vedo Marco e ci scambiamo le prime battute di saluto, resto colpito. Sulla sua sedia a rotelle, magro, e con gli occhi buoni, le sue parole arrivano calme, con un equilibrio dove l’indignazione si accompagna alla malinconia, ma non si perde mai la lucidità, la capacità di comprensione, la “presenza” con te in quel momento.

-Comincia a parlarmi di te Marco..

Io sono Marco Biviano e vengo da Lipari, Isole Eolie; ho un fratello e altre due sorelle con le mia stessa malattia.
-Quindi avete tutti e quattro la stessa malattia?
Si, distrofia muscolare timo-facio-scapolo-omerale. È una malattia ereditaria. Ce l’avevano mio padre e anche mio zio, che oggi non ci sono più. I miei genitori hanno scoperto la mia malattia quando mia madre era incinta di me, al sesto mese. Io sono l’ultimo nato.
-Come si chiamano gli altri tuoi fratelli?
Mio fratello che sta qua con me si chiama Sandro. Le mie sorelle invece Elena e Palmina.
-Le vostre età?
Io ho 31 anni, mio fratello 35, mia sorella Elena 38 e mia sorella Palmina 42.
-Quando i vostri genitori hanno saputo che voi avreste avuto questa malattia?
Quando mia mamma era incinta di me, al sesto mese.
-Dunque degli altri figli non si sapeva ancora niente. E’ una malattia che non si manifesta subito…
No, non si manifesta subito. In ognuno di noi la malattia è progredita in modo diverso. Ad esempio, io sono l’ultimo nato e sono stato il primo a finire sulla carrozzina, su di me la malattia cammina più veloce a livello degli arti, invece nel caso di mia sorella la malattia è stata più aggressiva a livello respiratorio
-Quindi aggredisce ognuno in modo diverso?
Si. Ed è ereditaria. Erano malati anche mio padre e mio zio, che adesso non ci sono più. Quando si è saputo della nostra malattia, mio padre e mia madre hanno fatto di tutto per darci una speranza. Hanno ovunque  in Italia, hanno anche venduto una casa, ma non hanno trovato niente di niente. Quando vai negli ospedali ti senti dire: “Forse fra tre anni… forse fra quattro anni…”, ma non c’è mai niente. Quando noi andiamo nei vari centri ospedalieri, dicono: “Non c’è niente per voi.”.
Prima di venire qui a Roma, abbiamo chiamato un po’ di cliniche ed un professore ci ha detto: “Della vostra malattia si sa tanto, ma anche nulla.”-
-Prima di arrivare ad oggi, come hai passato la tua vita? Come è stata la tua esistenza?
Fino all’età di circa 11-12 anni sono stato un ragazzino normale; giocavo andavo in bici. Dopo i dodici anni ho iniziato a stare male, a peggiorare e all’età di 18 anni sono finito in carrozzina. Dai 12 anni in poi la vita è stata difficile per me. Tante cose tu non vuoi accettarle, ma ti ci devi lo stesso abituare. Non ti ci vedi in carrozzina, ma devi fartene una ragione, e vai vanti. Poi, un bel giorno, apprendiamo del metodo Stamina tramite le Iene, tramite internet.
-Quando?
Nel 2012.. fine 2012. Cominciamo ad aggiornarci, documentarci, informarci e cominciamo ad interessarci, a chiamare le televisioni. Siamo stati anche da Barbara D’Urso e da lì è partita tutta la nostra storia. Poi quando abbiamo anche appreso che un giudice doveva decidere per noi, se curarci o meno, con mio fratello abbiamo deciso: “No, noi non possiamo stare così a casa. Ci andiamo ad incatenare a Roma”. Così siamo partiti da Lipari e siamo venuti ad incatenarci qui a Roma. Nei mesi precedenti, comunque ci eravamo informati, leggevamo su internet, approfondivamo sulle staminali. Capimmo che era una cosa sicura; che si trattava di un metodo che non faceva male.
-Curiosità.. come è stata Barbara D’Urso con voi?
È stata gentilissima, però aveva promesso che non ci avrebbe abbandonati e mio fratello promise in diretta che se le cose non fossero cambiate, saremmo venuto ad incatenarci qua a Roma. Noi la nostra promessa l’abbiamo mantenuta, lei non ha mantenuto la sua.
-Avete provato a ricontattarla?
Sì, ma non è servito a niente. Tra l’altro alcune persone hanno provato a pubblicare le loro foto sulla sua pagina, ma sparivano subito.
-Quando siete venuti qui a Roma?
La prima manifestazione l’abbiamo fatta il 9 luglio 2013 davanti il Ministero della Salute.
-Prima salire a Roma avevate preso accordi con qualche altro ammalato?
Eravamo in contatto con altri due malati a cui avevamo comunicato la nostra intenzione di fare il presidio davanti al Parlamento. Ma ancora non immaginavamo che saremmo rimasti qui stabilmente. Pensavamo che ci saremmo fermati per un paio di giorni. Il 23 luglio c’è stata una manifestazione a cui hanno partecipato ammalati e soprattutto genitori di ammalati. Durante questa manifestazione ci siamo incatenati. All’inizio eravamo circa una ventina. E restammo per alcuni giorni davanti al Parlamento, dormendo in terra, sui sanpietrini. A un certo punto una chiesa ci ha dato dei materassi. Ma è l’unica cosa che abbiamo ricevuto dalle chiese. Ci hanno sempre chiuso la porta. Nessuna chiesa ci ha dato una mano. E non pensare che chiedevamo molto. Giusto la possibilità di poter fare una doccia, avere qualche rete e qualche materasso. Ma oltre il materasso di cui ti dicevo, non abbiamo ricevuto nulla. Addirittura c’è stato un prete che si è rifiutato di stringerci la mano. Comunque, in quei primi giorni non avevamo niente; stavamo a terra con lenzuola. Ricordo che durante la prima giornata, io, mio fratello e anche altri, trascorremmo tutto il giorno e tutta la notte sulla carrozzina. Quando avevamo bisogno di andare in bagno andavamo in un hotel qui vicino. Poi, un bel giorno, le guardie di turno a Montecitorio ci hanno detto di andare tra le macchine, perché non potevamo più oltrepassare le transenne.
Valeria: Furono in tanti che in quei giorni non fecero il proprio dovere. Dal nove agosto si era cercato di contattare la Sala Operativa Sociale, che è un ufficio del comune di Roma che mette in collegamento tutte le  strutture comunali in relazione quelle situazioni che comportano ripercussioni in ambito sociale.  Solo il 9 agosto sono stati chiamati 3 volte e tante altre volte nei giorni successivi. Dopo alcune telefonate ci hanno detto di aver aperto un file col nome “Sconosciuti di Montecitorio”, ma alla fine dal Comune di Roma non è arrivato alcun aiuto. Il comune di Roma, pur avendo a disposizione molte strutture, che nel mese di agosto sono inattive, non ha fatto nulla e ad oggi non ha dato ancora nessun tipo di sostegno, fatta eccezione per l’invio di una tenda. Una tenda della protezione civile che è arrivata grazie ad un deputato che ha chiesto che si rispondesse a questa emergenza. Riguardo alla totale inadempienza delle strutture pubbliche del comune di Roma preposte ad occuparsi di questo genere di situazioni, voglio che tu sappia cosa mi disse un responsabile di una di queste strutture, dopo la nostra ennesima richiesta di intervento. Mi disse che così facendo si toglievano risorse a coloro che sono già assistiti. E va sottolineato che quello che si chiedeva erano cose semplici, come fare una doccia. In quei primi giorni dalla Protezione Civile (esclusa la tenda che venne portata successivamente) ricevemmo solo l’acqua; ed anzi i primi di due giorni neanche quella.
-Il presidio di circa 20 persone quanto tempo è durato?
Circa una settimana. Ma non siamo sempre stati in 20, 24 ore su 24. Alcuni erano di Roma, e quindi potevano rientrare per fare una doccia o per altre esigenze. Comunque, la maggior parte di loro è andata via alla fine di agosto e, da quel momento in poi siamo rimasti fondamentalmente in quattro, e pochi altri che andavano e venivano. Fino a quando siamo rimasti solo noi.
-A partire da quel momento, avete mai avuto intenzione di spostarvi?
Assolutamente. Noi decidemmo che saremmo rimasti qui ad oltranza. A un certo punto, come ti dicevo, la Protezione Civile ci ha dato una piccola tenda. Era davvero piccolissima, ci entravano solo due lettini e dentro non c’era spazio per muoversi. Dopo le prime piogge si ruppe e pensammo  di scrivere al sindaco Marino, per fargli presente la nostra situazione e richiamarlo alle sue responsabilità; se fosse successo qualcosa, non avrebbe potuto dire di non essere informato. Dopo due giorni, in sua rappresentanza, sono arrivate delle persone, che ci hanno portato la sua solidarietà e disponibilità qualora avessimo avuto bisogno di qualcosa. Naturalmente abbiamo detto loro che avevamo bisogno di un’altra tenda più grande di quella che avevamo e il giorno dopo sono ritornati con la tenda, ma  da varie parti ci si opponeva al montaggio della tenda. Prima la Camera, poi la Questura, poi i dirigenti di piazza; ognuno aveva le sue contrarietà. Questo tira e molla è durato quattro giorni; finché la tenda è stata montata nel punto in cui la trovi adesso. E da quel giorno,  sarà stato fine agosto o inizio settembre, questa è la nostra casa. Non ci siamo mai risparmiati nel corso dei mesi successivi. Abbiamo cercato di sensibilizzare le persone, di ottenere il sostegno di persone autorevoli, di incontrare i politici. Per i politici siamo del tutto invisibili. Passano da qua tutti i giorni, ma nessuno si ferma. Mettendo un attimo da parte le questione Stamina, mi chiedo se queste persone abbiano un’umanità. Tutti i giorni passano da qua e mai che ci dicano “Ciao”, Come stai?”
-Non si è avvicinato proprio nessuno dei parlamentari?
All’inizio si sono avvicinati in tanti, forse perché non conoscevano bene la situazione. Davano pacche sulle spalle, garantendo che avrebbero detto qualcosa e fatto qualcosa. Per farti qualche nome; Sergio Puglia, senatore 5 Stelle, è venuto a mangiare con noi in questa tenda, dopodiché non si è visto più. Ci aspettavamo tornasse anche solo per dirci: “Non posso fare niente”, ma non l’abbiamo più visto. Anche la Meloni, di Fratelli D’Italia, ci ha detto che sarebbe venuta. E’ un’altra di quelli che stiamo ancora aspettando.
L’unica persona, tra i parlamentari, che si è veramente interessata e che ci ha sostenuto fin dall’inizio, senza mai venire meno, è la senatrice Bonfrisco di Forza Italia. Lei ha sposato in pieno la causa Stamina. È venuto anche un europarlamentare Claudio Morganti, che adesso aderisce ad un nuovo partito “Io Cambio”, prima era con la Lega. Lui si presentò al Parlamento Europeo con la nostra maglietta.
Questa è forse la piazza più importante d’Italia, non s’era mia vista prima una tenda piazzata qua, proprio davanti al Parlamento. Il fatto che solo 2 o 3 di loro si sono avvicinati ed interessati alla nostra vicenda è scandaloso, è un qualcosa che non so spiegarmi. E considera che noi avevamo preparato una sintesi, con il contenuto principale di tutte le cartelle cliniche e le avevamo inviate ai parlamentari.
-Chi ha organizzato queste manifestazioni?
Hania: Le manifestazioni le organizziamo noi. Quella del 10 settembre 2013 l’abbiamo organizzata noi ed hanno partecipato circa 900 persone. È stata la manifestazione più numerosa organizzata pro metodo Stamina. Il 25 novembre ne abbiamo fatta un’altra, c’erano meno persone, probabilmente a causa del freddo. Ad ogni modo il 25 novembre abbiamo paralizzato Roma, la notizia è stata riportata da tutti i telegiornali. Quel giorno abbiamo voluto lanciare un segnale con il nostro sangue. Abbiamo prelevato il sangue dalle nostre vene e con questo abbiamo coperto le fotografie del Presidente Napolitano, del ministro Lorenzin e di Letta.  E ancora prima di questo, una notte, Sandro si è messo su una croce d’avanti al Parlamento. Era fine ottobre.
-Avete contattato trasmissioni televisive?
Qua è sempre pieno di camionette Rai. Si interessano di finanziarie, di bilanci, dell’instabilità del governo. Mandano sempre in onda servizi politici e nelle loro riprese non s’è mai vista la tenda.
-Io credo che debba essere davvero lunga la lista di coloro che vi hanno deluso.
Sì..
-Qualche persona in particolare?
Uno è stato Bersani. Una sera siamo andati alla sede del PD che si trova qui vicino. C’era tutto un freddo e noi fuori ad aspettare che uscisse Bersani. Praticamente lui non era nella sede del PD, era nel bar di fronte. Lo aspettavamo lì, tutti sapevano che noi eravamo lì fuori e anche lui ha saputo che c’erano questi ragazzi che aspettavano che lui uscisse. Cosa è successo? Vediamo la macchina blu sua che si sposta verso il bar… noi vediamo lui che prende e scappa verso la macchina. Noi aspettavamo che lui uscisse che ci parlasse.
Con Beppe Grillo, poi, la delusione è stata cocente. Il 23 maggio Beppe Grillo era qui in piazza davanti al portone, circondato dai giornalisti e noi da questa parte ad urlargli con il megafono di venire qui, di parlarci, per favore.  Gli dicevamo che sono quasi 11 mesi che eravamo in questa piazza, che volevamo solo parlare. Assolutamente. Non è venuto. È entrato dentro il palazzo di Montecitorio. Avevamo allora deciso con mio fratello di andare uno a destra, uno a sinistra e abbiamo detto, ad altre due ragazze che erano con noi, di andare dall’altro lato. Quando sarebbe uscito, avremmo cercato di bloccarlo. Lui uscì dalla parte in cui c’erano queste ragazze che volevano consegnargli una maglietta. Una maglietta su cui è scritto da una parte “Non ho più voglia di morire” e dall’altra “Curarmi non è un reato”. Noi ne abbiamo fatte fare tante di queste magliette. Quando Grillo sbucò dal portone, il taxi su cui lui si fiondò, quasi stava investendo quelle ragazze. Ad un tratto, però, il taxi aveva rallentato. Le ragazze, allora, lo rincorsero e  misero la maglietta dentro la macchina, tramite un finestrino che era mezzo aperto. Il taxi riprese a camminare… poi Grillo ha fatto fermare il taxi, ha preso la maglia e l’ha lanciata a terra e poi il taxi è ripartito.
-Un gesto davvero miserabile.. che non ti aspetteresti da parte sua..
La sera prima era stato da Vespa e i suoi bei discorsi mi erano piaciuti. Non dico che è un personaggio tutto negativo. Su altre tematiche probabilmente starà anche agendo bene, ma per quanto riguarda noi, per quanto riguarda il metodo Stamina, si è comportato malissimo.
Un’altra persona che ci ha deluso è Roberto Benigni.   Lui si è fermato. E’ stato uno scambio breve, di massimo due minuti. Noi gli abbiamo detto “Guardi, siamo i ragazzi che stiamo seguendo stamina. Se ci puoi aiutare, dicendo una parola, facendoci fare qualche intervista, qualsiasi cosa, visto che lei dice belle cose”. E lui “ragazzi non mettetemi in questa situazione ragazzi”. E poi ha aggiunto “cosa avete fatto per farvi trattare così, non lo so”.
Cosa abbiamo fatto?
Gli abbiamo risposto che non abbiamo fatto niente e che vorremmo solo curarci; se n’è andato senza aggiungere altro, aveva fretta.
-Sono cose che mi lasciano davvero senza parole. Tu, Benigni, che sei uno che fa cinema, sei uno che legge Dante, sei uno che fa gli spettacoli della Costituzione, sei uno che parla sempre di amore, sei uno che conosce il potere delle parole, che ha il culto delle parole.. come puoi dire.. a persone che sono nella situazione in cui siete voi.. “domandatevi cosa avete fatto per farvi trattare così”.
Ma potrei ancora farne di nomi. Renato Zero ad esempio. L’abbiamo visto una prima volta e ci disse “parlerò con Travaglio”. Non accadde nulla. Lo abbiamo visto una seconda volta e ci disse “Mi sto già attivando”, e non accadde nulla. Dopo, abbiamo anche smesso di provare a parlarci. Oppure Mentana; una volta l’ho fermato e gli ho detto “Guarda noi siamo qua da tanto tempo, per il metodo Stamina. Si tratta anche di una questione di libertà, di scelta di cura. Se ci puoi dare spazio per 15 secondi nel tuo telegiornale. Ci rispose “domani ti mando qualcuno”. Stiamo ancora aspettando.
-Una persona come Renato Zero, però, ha sempre aiutato le persone in difficoltà.
Sai cosa penso io? Che quando le cose non sono così difficili, così scomode, sono bravi tutti a esporsi. Tutti ti sostengono, tutti ti appoggiano. Quando le situazioni sono un po’ scomode, ognuno si fa i cavoli suoi, se ne fregano tutti, scappano.
A noi basterebbe che qualcuna di queste persone si fermasse da noi, ci dicesse “ragazzi come state?”, ci esprimesse un momento di vicinanza umana.
-Avete totalmente ragione…
Sono un po’ deluso anche dalla gente comune. Molti passano da qua, guardano, ma niente di più. Su 500 persone se ne fermano al massimo 2 che chiedono e si informano. Magari tanti non si fermano per timidezza. Alcuni mi fanno gli auguri per la mia battaglia, sperando che si possa presto trovare una soluzione. Io non sto lottando solo per me e le mie sorelle. Qua si sta lottando per tutti. Le terapie con le staminali non servono solo a me che sto in carrozzina e ancora non so neanche se potranno giovarmi e se funzioneranno nel mio caso. Io sto lottando per tutti e le persone sembrano non capirlo. Per 11 mesi questa piazza avrebbe dovuto essere stracolma di persone, di ammalati, di persone in carrozzina ed invece siamo sempre soli. Abbiamo fatto diverse manifestazioni ed in queste si è contata, al massimo, la presenza di 14-16 persone disabili. Io non credo che a Roma non ci siano persone in carrozzina, persone ammalate. Dove sono? In Italia ci sono circa 25000 richieste di accesso al metodo Stamina. Non pretendo che chi sta molto male venga qui in piazza, ma chi sta come me o anche meglio dovrebbe essere qui, almeno alle manifestazioni.
Hania: Qualche soddisfazione l’abbiamo avuta dal mondo dello sport. E’ forse l’unico ambito dal quale ci è arrivato qualcosa di bello.  Nel mondo dello sport ci sono le cose belle. Michel Fabrizio, pilota di superbike, fin dall’inizio appoggia il caso Stamina. E’ venuto varie volte qui in piazza ed è sempre disponibile. Iniziò ad interessarsi alla causa grazie alla piccola Sofia. Poi, dopo che ha saputo che noi siamo qua, grazie ai nostri amici  motociclisti, è venuto a conoscerci. Lui è venuto anche alle nostre manifestazioni. Da un po’ di tempo c’è un’altra persona che si è affezionata a Marco, Lucio Cecchinello, ex pilota del motomondiale.
Cecchinello l’ho conosciuto per la prima volta a Vallelunga, dove si svolgeva un evento organizzato da una associazione. Nell’ambito di questo evento, persone cieche venivano portate sulle moto. Ci sono andato anche io e lì, guarda caso, c’era anche Lucio Cecchinello, che ha messo a disposizione le moto per fare fare qualche giro a queste persone. Proposero anche a me di andare in moto. Non ci ho pensato neanche una volta e ho detto subito sì. Io sono un appassionato di moto e lì ho avuto la fortuna di andare con Lucio Cecchinello. Abbiamo fatto tre giri di moto. E’ stata una cosa bellissima. E, qualche domenica dopo siamo stati ospiti d’onore del suo team. Abbiamo ricevuto un’accoglienza bellissima. Quel giorno c’era anche Ringo, quello della radio e  Quagliarella, il giocatore della Juventus –la mia squadra preferita- e poi è venuto il presidente del fan club ufficiale di Valentino Rossi che mi ha portato il cappellino firmato da Valentino Rossi.
-Per fortuna c’è qualcuno che riesce a ricordarsi di essere un essere umano..
Ah.. uno dei pochi personaggi importanti che non ci ha deluso è stato il Papa.
-E’ venuto da voi?
No sono andato io da lui. Dopo tanti tentativi, un giorno sono stato fortunato. Eravamo andati ad una delle udienze generali del mercoledì, senza biglietti, senza niente. Ci hanno fatto entrare tranquillamente. Io mi sedetti proprio davanti a lui. Finita l’udienza,  il Papa scese sotto e passò anche da me. Io gli presi la mano e non gliela lasciai più. Gli raccontai tutto; del fatto che siamo qui, da dieci mesi, in piazza; che stiamo lottando per la vita, non solo la nostra, ma anche quella di tanti malati d’Italia, ecc. Lui sapeva di noi. Anche per via del fatto che gli avevamo spedito tantissime lettere; e poi mesi fa aveva inviato qui il suo “elemosiniere”, il quale ci portò la sua benedizione, i rosari, ecc. . La cosa che  più mi colpì furono i suoi occhi, perché aveva gli occhi buoni e poi ti ascoltava profondamente. Ma non nel senso di “sì, ti ascolto, finisce e me ne vado”. Mi ascoltava intensamente invece, quasi con gli occhi lucidi. Alla fine ha voluto il mio numero di telefono.
anche spedito tantissime lettere. E comunque lo sapeva perché mesi fa aveva inviato qua il suo “elemosiniere”. La  prima volta che è venuto qua ci inviato la benedizione del papa, i rosari.
-Vedo che sulla vostra tenda avete messo una sorta di numero civico, n.117 A. Come mai questo numero?
Perché quando siamo arrivati qua, la tenda piccolina che ci avevano dato, ce l’avevano montata dall’altro lato. E di là c’è il numero 117. Quando ci siamo spostati è rimasto il 117, ma gli abbiamo aggiunto l’A.
-Tutta la vicenda staminali, che non possiamo esaminare nella sua completezza in questa intervista, si collega anche al tema della manipolazione mediatica.
Certo. Hanno scritto di tutto in merito a questo trattamento, anche che nelle provette c’era il morbo della mucca pazza, l’HIV. Queste cose.  Salvo poi esserci un verbale dei Nas, citato in un comunicato stampa del ministero della salute (Cmunicato n. 173 del 2012), dove si dice che le cellule sono adeguate all’uso terapeutico. Quante falsificazioni sono state spacciate per verità. Quante menzogne.
Comunque puoi trovare tanto materiale su questa tematica. Ad esempio le importantissime inchieste di Cinzia Marchegiani, che segue questa vicenda fin dall’inizio. Ti consiglio inoltre di vedere tutte le puntate delle Iene in cui si sono occupati del metodo Stamina. Soprattutto l’ultima puntata che hanno fatto su Stamina, dove hanno tirato fuori tutti i documenti che sbugiardavano il ministero della salute, perché sono loro ad avere autorizzato tutto. Stamina entra a Brescia perché avevano curato Luca Merlino, direttore Vicario Sanità Regione Lombarda. Lui aveva la sma5, non quella aggressiva che porta alla morte dei bambini. Ci sono anche i video di questo Luca Merlino. Lui era debolissimo, era prossimo alla sedia a rotelle. Con le staminali ha preso 20 kg di massa muscolare. Gioca a tennis adesso. Ha testimoniato alle Iene, anche se prima si era rifiutato.
-Quale stato l’esito per le persone che hanno finora ricevuto le infusioni?
Positivo. Alcuni hanno avuto miglioramenti; in altri casi la malattia si è bloccata. Comunque,, nella maggior parte dei casi si è trattato di miglioramenti. E parliamo di gravi malattie, come la sma e il morbo di Krabbe. L’ultimo paziente a ricevere le infusioni –un bambino- aveva la distrofia muscolare. L’infusione gli venne fatta tre mesi fa e dopo due mesi sono arrivano i primi miglioramenti. Adesso il bambino stende le gambe, non ha spasmi ai polsi. E gli hanno fatto solo l’indovena, perché se gli facevano anche l’intramuscolare, ci sarebbero stati risultati ancora più positivi.
Sono tante le storie. C’era il piccolo Gioele, un bambino che era condannato a morire. Un bambino che aveva un anno di vita e pesava 3 kg e sette. Lo vedi adesso pesa dieci kg, quasi undici kg, dopo le infusioni. Ha preso massa muscolare e un po’ di ciccia. Questo bambino è cambiato totalmente. Respira da solo. C’erano dei bambini che prima erano alimentati con i sondini e adesso mangiano le pappine. Come il piccolo Federico, che noi abbiamo conosciuto in piazza a luglio qua, prima delle infusioni, e dopo. Se tu vedi Federico adesso mangia da solo. Respira da solo. Regge il capo da solo. Ciò che prima non faceva.
-Questi ragazzi ora stanno bene, ma in seguito dovranno rifare le infusioni?
Se la malattia non si blocca sì. Adesso, dopo il blocco delle infusioni, nella maggior parte dei bambini che hanno avuto dei benefici, la malattia sta prendendo nuovamente il sopravvento. In alcuni casi la malattia è ferma. In altri no. Ci sono bambini di sma 1, bambini che al massimo all’età di due anni muoiono, che adesso sono vivi, e lo sono dopo 3 o 4 anni. C’è un esperto di sma 1, il dottor Villanova, che ha detto “vediamo.. vediamo che succede.. non ho mai visto qualcosa del genere.. non ho mai visto bambini di sma 1 avere dei miglioramenti”. Non c’è una scala che ondeggia. Va solo in discesa, fino alla morte. Quando tu vedi un bambino di sma 1 che supera i due anni, e invece di peggiorare, migliora.. “vediamo.. di cosa stiamo parlando..qua c’è qualcosa…”.. Anche John Back negli Stati Uniti, massimo esperto di sma quando ha visto Gioele è rimasto molto colpito.
-Come sorse la prima commissione scientifica che doveva occuparsi della questione?
C’era la pressione dei malati e dei loro parenti, perché ci fosse una sperimentazione che chiarisse le cose. Oggi dico che era meglio che Vannoni non lo avesse dato il protocollo, perché era una commissione farlocca. All’interno c’erano personaggi che erano contro Stamina. E infatti il Tar la fece decadere e il governo ha dovuto nominare una nuova commissione.
A proposito, noi ancora aspettiamo che ci dicano perché hanno tagliato fuori Mauro Ferrari che doveva essere il presidente della nuova commissione. Ormai era stato praticamente designato. Era venuto anche in Italia. Mancava sol la nomina. Venne anche a trovarci in tenda. Una mattina si è presentato; una persona normalissima. Scarpe da ginnastica, jeans, maglietta “Io sono Mauro Ferrari, il nuovo presidente della commissione scientifica”. Pensavo che era uno scherzo, perché non eravamo abituati a vedere nessuno qua. Si è seduto, ha parlato con noi. Ci diceva “ragazzi, voglio capire, voglio vedere. Io non lo so se stamina funziona, o non funziona, voglio parlare con i famigliari dei bambini, li voglio vedere, e poi voglio vedere cosa c’è dentro queste provette”. E aveva ragione..”non sono né per stamina, né contro, voglio capire, andiamo a vedere”. E poi la sera è ritornato, ha portato le castagne, la birra. E stiamo parlando di uno scienziato che dirige sedicimila dipendenti, sette ospedali, che ha 800 sperimentazioni in corso, di cui 30 sulle cellule staminali. Hanno cacciato uno scienziato così.
-E con che argomentazioni?
Non lo sappiamo.
-Tornando alle infusioni.. da quando sono state sospese..
I pazienti hanno ricominciato a peggiorare. E l’esito sarà tragico per molti, se le infusioni non riprendono. Come è stato nel caso della piccola Rita, morta pochi giorni fa, il 3 giugno.  Lei aveva fatto Stamina ed aveva avuto miglioramenti, stava bene. Poi hanno bloccato tutto ed è andata peggiorando sempre più. I genitori, disperati, hanno lanciato appelli; i giudici avevano dato parere favorevole, imponendo la ripresa delle infusioni. Bisognava però trovare un qualsiasi medico disposto a farle queste infusioni; ma nessun medico ha voluto farle. Tutti i medici dell’ospedale di Brescia hanno fatto obiezione di coscienza.
-Vergognoso. L’obiezione di coscienza la fai quando, per esempio, c’è qualcuno che potrebbe non nascere, ma non quando si deve fare qualcosa che non procura nessun danno. Anche se pensi che la cura è inutile, questa resta inutile non dannosa.
La morte della piccola Rita è stato un colpo al cuore per tutti, perché a vedere le foto di quella bambina, con quegli occhioni neri, si capiva che aveva voglia di vivere, voglia di vita. Le hanno negato l’ultima speranza, che non era più una speranza, era una concretezza, in quanto lei aveva tratto benefici dalla terapia Stamina, era notevolmente migliorata e gliel’hanno bloccata. Gliel’hanno bloccata per i loro sporchi interessi, solo per questo. Sono dei criminali e, per quanto mi riguarda, sono anche  assassini. Ci stanno ammazzando, perché non ci lasciano liberi. Vogliono fare venire meno le 34 testimonianze rappresentate dalle persone che hanno ricevuto le infusioni. Queste persone sono delle prove viventi.  Vogliono che queste persone muoiano, tutte quante. Ed è questo che sta succedendo. E la cosa brutta è che nessuno sta facendo nulla. C’è questa terapia che ha giovato a queste persone. L’hanno bloccata e ora queste persone stanno peggiorando. E ci sono tanti bambini che ora sono a rischio di vita. Può essere questione di giorni. Ma nessuno fa niente.
Valeria: E pensa come l’ospedale di Brescia arriva a pagare 500.000 euro di spese legali per ricorrere contro i propri pazienti. Un ospedale che spende tutti questi soldi, e non 10000 euro per fare un esame di laboratorio, e ce li ha là questi laboratori, nega il motivo stesso della sua esistenza, non ha ragione di esistere come struttura.
-Riguardo a voi, da settembre ad oggi  cosa è accaduto?
A livello fisico la malattia è peggiorata; perché questa è una malattia che peggiora progressivamente. In questi mesi abbiamo affrontato l’autunno, l’inverno, un inverno molto freddo. E meno male che avevamo il climatizzatore e le stufette. Anche se ci sono stati quei giorni in cui la temperatura era 0 gradi, il climatizzatore non ce l’ha fatta, però ci siamo coperti bene. Certo alzarti all’una o alle due di notte andare nei bagni chimici in fondo alla strada è brutta. Becchi la sera che fa freddo, piove. E’ sempre scomodo… già lo è per tutti.. figurati per noi..
Valeria: Le cose più banali diventano un problema. Ti devi organizzare. Ci deve essere sempre qualcuno con te, che ti metta sulla carrozzina, che ti porti in bagno, perché se no in bagno non ci vai.
Hania: Tieni anche conto che noi a casa abbiamo lasciato la nostra famiglia. Che siamo da quasi un anno lontani dalle nostre famiglie..
-I vostri parenti vi vengono a trovare?
Hania: Due settimane fa è venuta sua mamma (di Marco), per la prima volta. Dopo dieci mesi ci siamo rivisti. Abbiamo pianto tutta la mattina (piange).
Valeria: E’ tosta stare qua. Oltre al disagio, alla scomodità, al fatto che non  .. c’è il caldo, il freddo.. è un continuo passaggio di perfetti sconosciuti che non è che sono tutti rispettosi. E’ tosta. Sarebbe stato etico, corretto, giusto che a un certo qualcuno gli dicesse “vattene a casa un mese, qua ci stiamo noi”. Qua sempre loro ci stanno.
-Ma voi adesso, anche se venisse qualcuno a chiedervi di sostituire, voi tornereste a casa? Non credo..
Marco:..no.. ormai stiamo qui.. fino alla fine.
Hania: Se dopo dieci mesi viene qualcuno e ci dice “adesso restiamo noi”, io dico “ma dove stavate per Natale, per Pasqua. Noi eravamo qua, ma non c’era nessuno”. Tutti si rendono conto che è molto difficile stare qua. Ormai proseguiamo.
Marco: In questi due giorni che noi non c’eravamo perché eravamo andati a fare i controlli, i Bikers mi dicevano “ma come fate?”. Però ce la dobbiamo fare.. è dura, è pesante.. a mezzogiorno, anche se c’è il climatizzatore, la tenda si scalda, i san pietrini cuociono, non puoi stare. Anzi adesso, grazie a Dio, abbiamo questa tenda. L’anno scorso non avevamo niente. Le ambulanze facevano avanti e indietro. Un sacco di volte ci siamo sentiti male, svenivano.. erano luglio e agosto..
Meno male che ci sono gli angeli come Valeria che ci danno una grande mano…
Compagna: E vogliamo parlare dei tassisti di Roma, dei bikers (motociclisti)?
Valeria: Queste persone, i tassisti e i bikers stanno dando da tempo un grande contributo ma non vogliono assolutamente apparire. E non certo nel senso che non vogliono ripercussioni. Anzi si sono sempre fatti vedere quando c’era da farsi vedere. Ma non vogliono che ne nasca una questione di apprezzamento verso di loro. Anzi, se li ringrazi due volte di seguito, ti ci mandano.
-Questo fa capire tanto. In genere chi non vuole capire è più onesto. Come si chiamano queste associazioni?
Compagna: “Taxi Roma Capitale” e “Solidarieta’ Bikers” e “Amici Piegoni”.
Qui dall’inizio abbiamo detto che non ci sono associazioni, non ci sono le bandiere della politica, non ci sono colori. Chi vuole stare qua si deve adeguare. Dopo dieci mesi che siamo qua possiamo dire che c’è l’associazione dei tassisti che ci aiuta, e l’associazione dei bikers che ci aiuta. Ci sono questi due gruppi che ci sono fin dall’inizio. E sappiamo che se io li chiamo di notte, loro vengono qua se abbiamo bisogno. Dopo dieci mesi noi sappiamo che sono nostri amici.
Ci hanno aiutato anche economicamente. Se c’è  bisogno di fare il presidio un’ora vengono a fare un presidio. Se c’è da fare la fisioterapia, c’è da fare la doccia, ci spostano loro. La scorsa settimana si era rotto il motore della carrozzina di Marco, ho chiamato un bikers, è venuto e l’ha riparato.
Alcune volte ci chiamano e ci dicono “ragazzi stasera mangiamo con voi”. E portano direttamente loro da mangiare. Portano la pizza e qualcosa da bere.
Nel corso della conversazione sopraggiunge uno di questi tassisti che stanno supportando i fratelli Biviano e mi fermo a parlare un momento con lui.
-Tu fai parte di una associazione di tassisti, quindi?
Sì. Associazione taxi Roma capitale.
-Quanti tassisti siete?
Siamo circa duecento e qualcosa.
-Il fare iniziative di solidarietà è qualcosa che vi appartiene?
Siamo partiti effettivamente adesso, da circa un anno. Però già facevamo cose in forma anonima, perché non pensavamo di aprire una associazione, e fare cose di questo genere. Diciamo che ci aiutava nelle piccole cose; esempio se c’era da aiutare qualcuno, tipo un collega, facevamo una colletta. Un’azione più diretta nell’ambito della solidarietà la abbiamo iniziata con L’Aquila, nel 2009. Il sei è successo, il nove siamo partiti. Eravamo 60 taxi. Ogni due tre giorni partivamo, portavamo roba che serviva, alloggiavamo in aggancio con la protezione civile e poi con le varie protezioni civili dei paesini che erano stati colpiti.

Riprendo il dialogo con Marco, Hania e Valeria.

Valeria: loro (i fratelli Biviano) non chiedono, non chiedono mai. E comunque per loro le cose più importanti non sono quelle materiali. Ciò che soprattutto vogliono è un supporto morale, senza nessun pietismo. I tassisti, i bikers si avvicinarono a Marco e Sandro per solidarietà, ma adesso li considerano amici a tutti gli effetti. E’ importante per loro anche semplicemente dire “ragazzi guardate che c’avete ragione voi e noi lo sappiamo”. Guarda che può essere davvero importante qualcuno che, ogni giorno, con la sua presenza, è come se ti dicesse “ti ricordo anche oggi che avete ragione voi”.
-Mi chiedo dove sono tutti i difensori del diritto e della legalità che abbondanto in questo Paese. Tutti quelli che conoscono anche i minimi dettagli di tante vicende, perché qui non rilegano dettagli grandi come una trave, e di cui nei giornali non c’è traccia? Tutti quelli che fanno sempre la predica sulle sentenze da rispettare, non le difendono queste sentenze, non si indignano quando una bambina non riceve le infusioni nonostante il giudice abbia ordinato che esse riprendessero?
Sì…  qui non si stanno rispettando neanche le leggi. Ci sono delle leggi ben chiare sulle cure compassionevoli, che non vengono rispettate. Chi ci va di mezzo siamo noi malati. Noi siamo qui da quasi un anno a lottare, ci stiamo rimettendo la nostra salute in questa piazza, perché è la nostra unica speranza. È da una vita che aspettiamo qualcosa, per noi non c’è mai stata nessuna cura, nessuna terapia. L’unica speranza è questa, eppure ce la vogliono negare. Chi sono queste persone per decidere sulla nostra vita? Loro, durante le mie giornate di sofferenza, ci sono per me? Sanno come vivo io? È anche la rabbia che mi fa parlare, perché so che a casa ho altre due sorelle che stanno peggio di me. Mia sorella, circa 20 giorni fa, ha rischiato anche la vita. Oggi esiste questa speranza e non ce la fanno neanche provare. Abbiamo detto di tutto al governo: ci auto-tassiamo, ci prendiamo le nostre responsabilità, troviamo gli ospedali, cerchiamo di trovare i fondi, qualunque cosa, ma la risposta è stata no.
-Se tu dovessi dire una cosa, un messaggio, un appello, una cosa che ti esce da dentro, che diresti?
Che non abbiamo voglia di morire. Che ci lasciassero liberi di curarci come meglio crediamo. E che soprattutto non tolgano questa speranza a chi è condannato a morire. Più male della morte cosa ti può fare.
Parlare con una persona come Marco -ve lo dico senza affettazioni e sviolinate, tutte cose che ho sempre odiato- è un privilegio. Se passate da Roma, andata da questi due fratelli. Andate nella loro tenda. Stringete loro la mano. Fate sentire che la loro vita per voi è importante.
Quel 6 giugno restai con loro fino alle ventitré, perché si avvicinava l’orario dell’ultima partenza della metro. Altrimenti sarei rimasto più lungo. Prima di uscire dalla tenda, mi venne spontaneo dire alla compagna di Marco che era una persona notevole, e lui -che prima aveva detto con una fanciullesca ironia che era anche “troppo tempo” che la conosceva (più di dieci anni)- in quel momento mi disse “senza di lei, ora sarei morto”.
Mentre, una volta uscito fuori, camminavo in direzione metro, penso a una ragazza come Valeria che ha passato in quella tenda, durante quest’anno, gran parte del suo tempo libero. E penso ai bikers e ai tassisti. A questa solidarietà dal basso, che non mette maschere, che non cerca niente, che si muove nell’ombra, per la pura spinta di dare, per quel senso antico e supremo dell’Amicizia, che lega gli uomini agli uomini, oltre ogni convenienza, oltre ogni vanità.
La foto che apre il post, e le prime due foto che ora seguono, le ho scattate io il giorno che sono andato a parlare con Marco Biviano.
L’ultima foto è stata scattata qualche tempo fa e mostra Marco Biviano e alcuni amici all’interno della Tenda.
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Contro le armi chimiche siriane nel Mediterraneo- intervista a Katerina dei comitati di Creta

by on lug.10, 2014, under Controinformazione, Resistenza umana

Ci sono vicende che partono col silenziatore e rimangono col silenziatore.

Questo sta avvenendo con l’operazione che coinvolge il trattamento delle armi chimiche nel Mediterraneo.

Trattamento dove anche l’Italia gioca un ruolo essenziale, con il porto di Gioia Tauro, in Calabria, che è stato scelto come porto per il “trasbordo” delle armi chimiche siriane.

Appunto per la cappa di silenzio che è stata calata sull’intera operazione, è necessaria qualche indicazione di massima.

La guerra civile che ha insanguinato la Siria negli ultimi anni è , bene o male, nota  a tutti. Una guera controversa, una guerra sporca, dove, quelli che erano stati dipinti come “i buoni”, è quasi certo che abbiano commesso più atrocita dei “cattivi” del regime di Assad.

Nell’agosto del 2013 un brutale uccidio di civili medianti armi chimiche, ultimo atto di una serie di ininterrotte violenze su persone inermi, è sembrato l’anticamera di una operazione di guerra internazionale.

Per una serie di motivi -tra cui l’emersione della responsabilità dei ribelli in quell’eccidio, l’opposizione russa, la “disponibilità” del regime a trattare, ecc.- si è arrivati inaspettatamente ad un accordo che impedisse l’immimente attacco da parte delle forze armate occidentali.

L’accordo ha il suo fulcro nell’operazione di “neutralizzazione” delle armi chimiche presenti in territorio siriano. Armi chimiche il cui ammontare sembra superare le 1000 tonnellate.  Armi chimiche quali iprite, Sarin, VX, e inoltre i vari precursori del Sarin. Neutralizzare agenti chimici di questo genere è sempre molto complesso e pericoloso, e i Paesi che erano stati indicati, come potenzialmente “disponibili” al trattamento nel loro territorio, si sono, volta per volta,  tirati indietro.

Questo ha determinato un “cambiamento d’azione”. Si decise di procedere alla neutralizzazione del materiale chimico mediante un procedimento chimato “idrolisi” da effettuare in mare aperto.

Le armi chimiche provenienti da Creta sarebbero state caricate -in un porto del Mediterraneo- su una nave cargo americana (la Cape Ray), attrezzata tecnicamente per l’idrolisi. Questa nave cargo sarebbe andata in acque internazionali e lì avrebbe iniziato il procedimento dell’idrolisi.

I due luoghi in ballo, furono presto concretizzati. L’idrolisi sarebbe stata effettuata nelle acque al largo della costa ovest di Creta.

Il trasbordo dalle navi provenienti dalla Siria alla nave cargo Cape Ray sarebbe avvenuto nel porto calabrese di Gioia Tauro.

Alcuni scienziati greci denunciarono presto l’enorme pericolosità dell’intera operazione.

L’idrolisi in mare aperto non è mai stata tentata. E, per tutta una serie di motivazioni, i rischi per l’intero Mediterraneo sono enormi.

Nell’isola di Creta si è generata presto una reazione collettiva che ha coinvolto gran parte della popolazione, da studiosi a gente comune, dalla chiesa ai sindacati, dai comuni alle associazioni. Con alcuni grandi momenti -anche simbolici- quali il raduno avvenuto nel monastero di Arkadi il 23 marzo, nell’ambito del quale venne approvato “il manifesto di Arkadi”, una dichiarazione di alto profilo, con la quale il popolo di Creta respinge non solo una operazione, ma una visione del mondo, una ideologia di morte.

Nonostante queste cose non giungano sui nostri media, la lotta a Creta sta continuando, e prevede l’ “occupazione” con barche dell’area marittima dove dovrà svolgersi l’idrolisi.  Questa è gente indomita che sa davvero cosa vuol dire “resistenza collettiva”.

Sono davvero in pochi, in Italia, a sapere della vera natura di questa operazione. Qualcuno sa che è imminente un trasbordo di armi chimiche a Gioia Tauro, me ne è a conoscenza come se si trattasse di un evento “normale”, nell’ambito di una operazione “normale”. A questa percezione hanno dato un contributo quanti si sono sforzati di dipingere questa operazione come una operazione di rouotine.

La vera percezione della pericolosità dell’evento è solo a San Ferdinando e nelle zone limitrofe, dove un gruppo di persone che hanno a cuore il territorio da mesi sta denunciando e portando avanti iniziative.

Tornando alla mobilitazione di Creta, in queste settimane grazie all’amica Flavia, che da mesi manda continuamente notizie “libere” dalla Grecia, ho potuto confrontarmi con una delle attiviste dei comitati di Creta, Katerina Fouraki, a cui ho voluto fare una intervista su quanto è avvenuto e sta avvenendo a Creta.

Ringrazio chi ha tradotto l’intervista dal greco.

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1. Come ti chiami?

Mi chiamo Katerina Fouraki, ho 48 anni, abito a Chani, citta’ situata al nord-ovest dell’isola di Creta. Sono laureata alla facolta’ di letteratura tedesca dell Universita’ di Atene, sono docente di lingua tedesca, e mi occupo anche di trasmissioni radiofoniche.

2. Quando hai sentito parlare,  per la prima volta, della distruzione delle armi chimiche siriane nel Mediterraneo,?

Ho sentito una trasmissione della BBC, poco prima di natale 2013. In seguito, l’eurodeputato  indipendente Criton Arsenis ha promosso all’Europarlamento una questione in merito, dopodicche’ diversi post sono apparsi in una pagina informativa elettronica. Il giorno su quotdiani locali sono stati pubblicati articoli a tal riguardo. Il professore di biologia all’ Universita’ di Creta, Petros Limberakis, in collaborazione con Aris Moustakas ha organizzato un meeting per informare i cittadini sugli eventuali pericoli di una tale operazione. Simili iniziative sono state portate avanti anche da altri scienziati, come Vanghelis Pissias e Vanghelis Ghidarakos ad Heraklion, città situata nella parte opposta dell’isola.

3. Quand’e che hai deciso di prendere attivamente  parte a  queste iniziative ?

Subito dopo avere ricevuto le prime informazione da parte del prof. Limberakis. Abbiamo organizzato un piccolo gruppo di intervento. Il primo obiettivo di questo gruppo era raccogliere quanti più dati scientifici possibili, per continuare ad informare la cittadinanza. Abbiamo distribuito depliant informativi e appelli per incontri pubblici. Ci sono stati dibattiti e presentazioni dei nuovi dati scientifici che mano a mano venivano a nostra disposizione. Nel frattempo, stavamo quotidianamente pubblicando articoli in tutti i media locali.

4. Perché è un dovere andare contro questa operazione? Quali sarebbero le ragioni scientifiche, sociali e morali per un tale atteggiamento?

Qui si trova la quintessenza dellle nostre iniziative contro la distruzione delle armi chimiche. Indiscuttibilmente è un vero e proprio dovere; un dovere in tre dimensioni :ambientale, sociale e morale. I dati scientifici che abbiamo a nostra disposizione , fornitici anche da professori universitari, non permettono equivoci. Dopo questa operazione, il Mediterraneo non sara’ piu’ il mare che fin’ora conosciamo.

Il lato morale ha a che fare con il sistema della guerra, con tutti gli interessi economici che vi sono nascosti dietro, e con le ripercussioni di questi a danno di tutta l’umanita’. Miseria, inedia, paura, ignoranza e soprattutto sottomissione. E’ nostro dovere, dunque, dovere di tutta la societa’, finalmente opporsi a tutto questo, con decisione ed  efficacia . Verso il nostro “quartiere”, il nostro mare, il Mediterraneo,  si sta protando avanti una vera e propria catastrofe ambientale, che sarà il risultato di una guerra che i popoli mediterranei non hanno ne’ voluto , ne’ deciso e della quale non sono responsabili. E’ una questione che ci riguarda tutti. Secondo me, potrebbe rappresentare il punto di partenza per la mobilitazione e la costituzione di un fronte unito e antagonista  dei cittadini .

5. Quali sono le argomentazioni le preoccupazioni dei scienziati  greci ?

In primo luogo, bisogna andare alla decisone dell’ONU in merito alla distruzione dell’arsenale chimico siriano. Si tratta di 1250 tonnellate di armi chimiche, come il Sarin, l’iprite (il cosidetto gas mostrarda) e 1240 tonnellate di precursori chimici. Diversi paesi (Francia, Germania, Belgio, Norvegia, Albania), anche se dispongono dei mezzi necessari, hanno rifiutato di permettere la distruzione nel loro territorio. Dopodiché si è deciso per procedere per l’idrolisi in altro mare; nelle acque internazionali del Mediterraneo.

Queste sono le preoccupazioni espresse dagli scienziati greci:

a) Il Mediterraneo e’ gia’ un mare chiuso e abbastanza problematico, con “acque internazionali” che distano solo ancuni chilometri dai maggiori porti turistici di Italia, Grecia e Malta.

b) E’ la prima volta che si sta tentando l’idrolisi a bordo. Tutta l’operazione ha l’aria di un esperiemento in un’area marittima densamente abitata.

c) Non ci sono analisi scienticiche  sulle eventuali ripercussioni ambientali in caso di incidente.

d) L’idrolisi deve essere interrotta in caso di mare legermente mosso (onde di quasi 2 metri, 3-4 beaufort). In quest’area c’e’ di solito un vento di 5-6 beaufort e si tratta di una regione altamente sismogena.

e) per  gran parte dell’operazione, sono indispensabili spostamenti di pesanti carichi, con maneggi molto delicati ecc.

Si è deciso di ignorare i pericolo per l’ambiente e la salute pubblica degli abitanti del Mediterraneo, al fine di trovare una soluzione auna crisi militare e politica. La nostra proposta e’ semplice : Quelli che hanno prodotto e venduto le armi chimiche, con enormi guadagni, devono accettarle e gestirle nei loro territori. La produzione di armi chimiche dev’ essere vietata a tutto il planeta.

6. Come mai tanta gente si e’ mobilitata in un fronte unitario? Come mai queste iniziative hanno avuto tanta partecipazione? In qual modo siete riusciti a risvegliare la coscienza dei cittadini?

Inizialmente c’era solo la preoccupazione della gente semplice. L’organizzazione della resistenza non e’ pero’ emmersa dal nulla. Esistevano luoghi di socializzazione, come per esempio la Casa Sociale di Chania, da dove è partito il coordinamento e il contatto con le istituzioni di ogni livello. C’era anche l’esperienza degli “indignados” delle piazze, e delle reti di solidarieta’ , apparsi gia’ all’emergere  della crisi.

Alle prime riunioni abbiamo invitato sindacati professionisti, associazioni commerciali, rappresentanti dei Comuni, rappresentanti della Chiesa locale, partiti e varie organizzazioni. Abbiamo messo realizzato una vasta e variegata rete di contatti , cominciando dal singolo cittadino, fino alle piu’ elevate forme di rappresentanza.

Come unico presupposto c’era la partecipazione equa di tutti, e la disponibilita’ di resistere e lottare. Andando avanti, abbiamo ottenuto l’appoggio di attivisti, sindaci, artisti, politici, giornalisti ecc. Ci sono stati articoli, interventi in Parlamento, poesie, danze popolari, riunionii, manifestazioni. Tutti hanno contribuito all’informazione e alla partecipazioe di massa. Nessuno può parlare, ormai, di mancanza di informazione.

7. Qual’e’ stato il comportamento del governo Greco? Cosa avete capito dalla discussione svolta al Parlamento greco , su questo argomento? Quali iniziative legali sono state portate avanti?

Si è riusciti a portare la questione al Parlamento greco. Abbiamo seguito da vicino il dibattito, e abbiamo avuto l’occasione di incontrare il vice Ministro degli Esteri, signore Kourkoulas. La nostra impressione è che il governo greco sia totalmente sottomesso alle forze che gestiscono questa operazione, e che hanno preso le decisioni all’ONU. Non abbiamo avuto la minima risposta alle nostre questioni sulla posizione riguardo agli eventuali  pericoli  che si stanno correndo. Non ci hanno dato la minima attenzione, oppure ci sono state delle risposte scarse e ambigue. In linea di massima, siamo di fronte ad un governo che non tiene conto dei parametri del problema, rimane indifferente di fronte ai problemi dei cittadini e si comporta con arroganza a tutta la comunità scientifica del nostro paese.

8. Come siamo si è arrivati al grande raduno di  Arkadi ? Che cosa è successo lì ?

La grande concentrazione di Arkadi del 23 marzo era già ‘stata preceduta  da una riuscita manifestazione presso il porto di Souda a Chanià il 9 marzo; anche se allora l’informazione non si era diffusa completamente e il brutto tempo di quel giorno non aveva aiutato. Ad Arkadi ci sono state persone provenienti da tutta l’isola . Il posto in sé, per le sue vicissitudini storiche,  è carico di emozione per tutti i cretesi, come luogo di tormento e di sacrificio per la libertà . Ad Arkadi si sono incontrati scienziati, letterati , musicisti , sindaci energici , uomini dei partiti e de i sindacati , scuole , genitori. Persone venute da interi villaggi.  Oltre 10.000 persone si sono radunate con entusiasmo e spirito militante. E ‘importante che nel bel mezzo di una crisi che rende incerto il pane quotidiano , queste persone siano state tante.  La riunione di Arkadi ha raccolto molta folla perché la richiesta era essenzialmente semplice : si chiede di mantenere il Mediterraneo come mare vivo per i coloro che abitano vicino ad esso.  Non era la fine , ma una stazione di partenza importante.

9. Ho saputo anche dell’azione legale che è stata intrapresa.

E’ stata presentato un atto al Procuratore della Corte Suprema (Corte Suprema greca) dove viene denunciato che il trasporto, il deposito temporaneo, il trasbordo di armi chimiche, dalla Siria entro i confini dell’UE, con riferimento specifico al trattamento mediante idrolisi, sono in netto contrasto con il diritto greco, europeo e internazionale.

10. Chi sono I vostri amici e chi è contro di voi?

Stanno dalla nostra parte tutti i semplici abitanti di Creta, come anche i cittadini coscienti di tutto il paese. Abbiamo avuto appoggio dai due partiti dell’opposizione, Syriza e Anel. La Chiesa di Creta –che è autonoma dalla chiesa greca -che dipende direttamente dal Patriarcato Ecumenico degli ortodossi di Isanbul- sta totalmente dalla nostra parte. Abbiamo l’appoggio di molti Comuni , come anche della Regione di Creta. Piu’ di 600 associazioni e movimenti greci hanno sottoscritto la nostra dichiarazione. Sono dalla nostra parte molti scienziati europei e americani. Ovviamente, abbiamo anche dovuto fare I conti con la indifferenza, il sospetto , anche con l’ostilita’ vera e propria del governo Greco, della politica “main stream”, e dei massmedia filogovernativi, come anche dei grandi canali televisivi. Manifestazioni di 10.000 persone sono state totalmente ignorate.

11. Secondo te sarebbe utile se navi , provenienti da altri paesi, venissero ad appoggiare l’iniziativa che state immaginando, quella di ostacolare con vostre barche l’operazione di idrolisi nel mare al largo di Creta?

Assolutamente si’ ! Abbiamo bisogno della massima solidarieta’. Si tratta di un problema che riguarda tutti i popoli del Mediterraneo, e questo rende necessaria la globalizzazione dell’iniziativa, come presupposto per impedire il progetto di idrolisi. Alla supremazia e alla potenza delle grandi forze della guerra, noi vogliamo rispondere con nostra solidarieta’, l’unica ‘arma” che noi abbiamo a dispozizione. Condividiamo le lotte, come stiamo condividendo anche i problemi ed I pericoli !

12. Che cosa avete imparato da tutto questo? La vostra vita sara’ quella di prima, da ora in poi?

Dormo male, ho un sonno inquieto , e angoscioso. Ho meno fiducia ai governi e a quelli che gestiscono la vita dei popoli. Dall’ altro canto, mi sono resa conto che nessuno e’, o deve rimanere,  solo, da ora in poi ! Ηο imparato bene che solo coordinando le nostre lotte possiamo ottenere dei risultati , possiamo muovere le montagne, possiamo pulire il mare. E’ chiaro ormai, che la Siria non e’ affatto lontana, che gli italiani sono fratelli , e mi sento quasi …cittadina di Malta.

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Il Manifesto di Arkadi contro il trattamento delle armi chimiche nel Mediterraneo

by on apr.14, 2014, under Controinformazione, Resistenza umana

Il 23 marzo cittadini, esperti e associazioni di Creta si sono riuniti nel monastero di Arkadi per approvare il c.d. “manifesto di Arkadi” dove esprimono una condanna assoluta verso la decisione di “neutralizzare” le armi chimiche siriane nel Mediterraneo. Le stesse armi che dovranno passare dal porto di Gioia Tauro e che poi dovranno subire un processo di trattamento – “idrolisi”- che -si denuncia da tempo- potrebbe avere effetti devastanti sul Mediterraneo.
Da Creta arriva l’esortazione a difendere l’integrità del nostro mare e la dignità dei popoli che lo abitano.
Di seguito, la trascrizione quasi integrale del manifesto di Arkadi.
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Oggi 23 marzo 2014, I cittadini di Creta si sono riuniti nel monastero di Arkadi per proclamare la nostra opposizione alla “neutralizzazione” di armi chimiche siriane nel mar mediterraneo.
Nella nostra riunione ci accompagna la voce forte delle precedenti generazioni che hanno sofferto le conseguenze della guerra, e la cui eco si sente ancora oggi in tutti i luoghi dove guerre devastanti hanno lasciato una scia distruttiva di morti, scomparsi, disabili, rifugiati e sfollati.
La guerra è sempre stata presente nella storia del Mediterraneo, e le spese militari hanno sempre influenzato negativamente l’economia dei popoli assorbendo fondi che devono essere indirizzati a istruzione, sanità, cultura e al benessere dei popoli.
Al giorno d’oggi questo dramma sta diventando ancora più tragico dal momento che i progressi tecnologici permettono ai potenti di questo mondo di produrre armi sempre più devastanti.
La capacità dell’industria degli armamenti di influenzare e gestire i conflitti, in modo che le armi vengano acquistate, utilizzate e testate ha ulteriormente destabilizzato la regione.
Essi hanno raggiunto anche il punto più alto di ipocrisia e di camuffamento della loro avidità, chiamando la “neutralizzazione” delle armi chimiche siriane nella nostra regione, necessaria, inevitabile e persino opera di pacificazione.
Il pericolo di una distruzione senza precedenti dell’ambiente umano e naturale, ci costringe a iniziare la nostra lotta, la nostra azione significativa, urgente e coerente con la nostra responsabilità morale.
Chiediamo che il Mediterraneo non diventi una discarica di rifiuti chimici e nucleari.
(…)
Noi diciamo NO alla neutralizzazione delle armi chimiche siriane nel mar Mediterraneo.
La nostra intenzione è quella di lavorare in questa direzione, al fine di cambiare il corso della storia, costruendo un vero futuro per il Mediterraneo con la pace e la non violenza.
Prendiamo questa responsabilità sul nostro libero arbitrio e su di esso investiremo, insieme a tutti coloro che rifiutano ogni forma di violenza per difendere sempre la democrazia reale, il benessere di tutte le persone e l’evoluzione della tecnologia e della scienza al servizio dell’umanità e della pace.
(..)
Il Mediterraneo è la nostra casa e il mondo è il nostro quartiere. Gli scenari di disastro non diventeranno i nostri incubi.
La nostra lotta e appena iniziate continuerà fino alla vittoria finale. finale, affinché il Mediterraneo sia un mare di pace e di cultura.
Arkadi, Creta (Grecia)

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Congedato perchè non volevo fare entrare telefonini in carcere- intervista a Giuseppe Picone, poliziotto penitenziario

by on feb.06, 2014, under Controinformazione, Resistenza umana

Giuseppe Picone è stato per ventisette anni poliziotto penitenziario.

L’avere svolto questo lavoro con professionalità e senza contestazioni di sorta, gli ha fatto ottenere, dopo i venti anni di servizio previsti, la medaglia d’oro al merito.

Giuseppe nel 2004 si è opposto a che entrasse in carcere una persona che portava con sé un telefonino; mettendosi contro il Direttore e il Comandante del carcere di Trapani, dove lavorava. E da quel momento Giuseppe Picone è entrato in un altro mondo.

Un mondo di rappresaglie, che hanno portato progressivamente, al suo licenziamento. Rappresaglie che non sono finite col licenziamento.

Un mondo anche di lotta, perché Giuseppe che immaginava sarebbe stato sempre un poliziotto penitenziario, è diventato una di quelle persone che alcuni definirebbero “lottatori civili”, che, con tutte le armi legali che hanno a disposizione, intraprendono quella che per loro è una lotta di dignità. Una lotta dove, sostiene Giuseppe, i colpi bassi, bassissimi, nei suoi confronti non sono mancati.

Giuseppe con la sua barba ricorda un po’ il poliziotto Serpico del famoso film di Sidney Lumet. Ma Serpico è esistito veramente. Come esistono veramente le persone come Giuseppe Picone che vorrebbero “semplicemente” fare il proprio lavoro. E farlo in modo chiaro, trasparente, corretto, onesto. Che poi basterebbe dire.. in modo.. integro.

L’inizio fu il telefonino, racconta Giuseppe. Poi la sua contestazione aperta dei favoritismi nell’assegnazione dei compiti e delle funzioni in carcere. A quel punto, Giuseppe è diventato un corpo estraneo, un personaggio da “squalificare”. E qual’è da sempre il classico modo per squalificare qualcuno? Farlo passare per pazzo. Ed è emblematico vedere come le prime “azioni” verso Giuseppe sono state quelle di farlo sottoporre a visita medica in modo da fare rilevare delle “turbe psichiatriche”.

A Giuseppe ho voluto fare questa intervista per contribuire a fare conoscere la sua vicenda.

La storia sarebbe ancora più lunga e articolata di quello che leggerete, ma abbiamo preferito non fare una intervista troppo “chilometrica”. Potrà più in là essere pubblicata una “seconda parte”.

Giuseppe ha un blog, dove troverete tanti suoi post, i resoconti delle sue iniziative di lotta, foto (vai al link  http://gepico.blogspot.it/).

Vi lascio all’intervista a Giuseppe Picone, “poliziotto penitenziario” per 27 anni.. medaglia d’oro al merito di servizio.. “lottatore civile” tutt’altro che in pensione.

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-Giuseppe, Dove sei nato e quando?

Il 18-8-59 a Nicosia. Adesso ho 54 anni. Sono siciliano.

-Da quant’è che lavori nella polizia penitenziaria?

Ho cominciato a lavorare nella polizia penitenziaria.. ti dico la data del corso che ho fatto.. il nove gennaio del 1979.

-Come mai sei voluto entrare nella polizia penitenziaria?

Be voglio essere sincero. Dovevo fare il militare e ho deciso di fare un anno nella polizia penitenziaria. Dopo quell’anno ho deciso di rimanere per altri due anni. In quel frattempo avevo conosciuto la mia attuale moglie e ho deciso di continuare per avere un posto sicuro e mi piaceva onorare le leggi dello stato.

-Tu ti riconoscevi in quella figura, il poliziotto penitenziario…

Sì, sì, io mi riconosco sempre in quella figura. Nel poliziotto per le leggi dello Stato, per la tutela dei cittadini onesti.

-Tu in che carceri hai lavorato? All’inizio nel carcere di Trapani. Poi sono stato in missione a Torino, a Le Vallette, quando hanno aperto il nuovo carcere de Le Vallette dove vi erano solo i brigatisti come detenuti. Di là sono passato a Le Nuove, il vecchio carcere di Torino. Dopodiché sono stato ritrasferito a Trapani e da Trapani a Palermo, all’Ucciardone. All’Ucciardone sono stato un 4… 5 anni, dall’80 all’85, non ricordo bene. E poi in questo tempo mi sono sposato, ho richiesto di essere ritrasferito a Trapani e mi hanno ritrasferito a Trapani.

-Questa esperienza, fino a prima del momento di non ritorno che ci racconterai, che cosa ti ha dato, cosa ti ha trasmesso?

I miei anni di servizio totali sono 27. Fino a quel momento, l’esperienza mi ha dato la voglia di continuare, perché, secondo il mio punto di vista, rispettavo quelle che erano le leggi dello Stato e, nello stesso tempo, tutelavo il cittadino.

-Perché ricevesti la tua medaglia d’oro?

Arrivati a venti anni di servizio, ricevi la medaglia di bronzo se non hai commesso nessun errore. Arrivati a 25 anni, sempre se non hai commesso alcun errore, ricevi la medaglia d’oro.

-Che rapporto avevi con i detenuti?

Io ho sempre avuto rapporti con la precisione. La legge dice che devi stare chiuso; devi stare chiuso. La legge dice che devi uscire; devi uscire. I rapporti con il detenuto erano giornalmente sempre uguali. Il nostro lavoro era, tra l’altro, quello di fare capire al detenuto che può reinserirsi nella società e di non fare più certi errori.

-Tu mi accennasti anche a casi di detenuti che stavano male e hai chiamato l’ambulanza.

Sì, era il mio dovere. Il detenuto per me era una vita umana. Quando in un momento di disperazione cercava di togliersi la vita, io intervenivo immediatamente. Allo stesso modo, se il detenuto stava male, chiamavo l’ìnfermiere o il dottore. E se il dottore vedeva le condizioni gravi del detenuto, mi assumevo anche la responsabilità di portare il detenuto al più vicino ospedale. L’ho fatto di notte, l’ho fatto anche con detenuti a livello di alta sicurezza e 416 bis. E comunque ho salvato la vita a tanti, e di questo ne sono orgoglioso. Per me in quel momento si trattava di una vita umana. Era il mio dovere.

-Quando parli della “responsabilità di portare in ospedale”, vuol dire che portavi direttamente tu in ospedale il detenuto che stava male?

Sì.. se la notte mi trovavo nella funzione di capoposto, vuol dire che ero capo dei reparti, dove vi erano le guardie. E questo significa che io, eventualmente ero il responsabile per procedere al ricovero. Il medico dice “si deve ricoverare”. E allora io devo predisporre il ricovero e accompagnarlo direttamente in ospedale. E l’ho fatto più volte, sia da capoposto che da guardia normale. E il tutto sempre con la massima tranquillità. Figurati che il Comandante veniva avvisato e a volte veniva anche con noi. La figura della guardia penitenziaria non è solo una figura che si limita “chiudere il detenuto”. Ma è anche una figura che tutela il detenuto. Nel momento in cui si tratta di salvare la vita di un detenuto, il poliziotto penitenziario, in alcune circostanze, mette a rischio anche la sua incolumità. A volte la figura dell’agente penitenziario è dipinta come se si trattasse di un carnefice, cosa che non .

-E i casi di pestaggio?

Il pestaggio io non l’accetto. Comunque a volte c’è la colluttazione, che è una cosa diversa. Nel caso di colluttazione, se un detenuto va in escandescenze, deve essere bloccato,perché si tratta sempre di un rischio per la sua vita. Il pestaggio è tutta un’altra cosa. Il pestaggio è un abuso che tu fai nei confronti del detenuto, e quello per me va denunciato.

-Si dice sempre che il lavoro del poliziotto penitenziario è “come stare in galera”, cioè che è durissimo. Concordi?

Certo.. è durissimo. Ma non te ne accorgi. I primi due anni ti trovi chiuso. Poi man mano sai che è il tuo lavoro, che ti dà da mangiare, e non ci fai caso. Ora si fanno sei ore di servizio, ma quando mi sono arruolato io ne facevo 8, 12, 15.. C’erano giorni che proprio non ci facevano uscire. C’era sempre qualcosa che prolungava la tua permanenza in carcere, ad esempio una perquisizione straordinaria. Praticamente la giornata la vivevi là dentro. Eri pagato per niente e passavi un giorno intero dentro il carcere. Facendolo tutti gli anni,hai scontato.. tra virgolette.. una pena.

-Quand’è che è emersa quella vicenda gravissima che ti ha portato al giorno d’oggi, a queste battaglie che stai conducendo?

Nel 2004. Io ti posso dire che per 25 anni della mia vita ho lavorato con tranquillità, rispettato sempre le regole, e ho avuto tanta stima da parte dei miei superiori. Tant’è vero che sono stato anche premiato. Fino al 2004 su di me non risulta praticamente nessuna contestazione. Ero già diventato un assistente capo per la mia anzianità. Ero pulito.. era pulito.

-In che periodo del 2004 accadde quella vicenda?

Nel mese di giugno. -Racconta. Ti devo fare una premessa. Per tanti anni avevo prestato servizio nelle varie portinerie, specie alla prima porta. Per cui il sistema di quei luoghi lo conoscevo alla perfezione. -Tutte le normative attinenti a quello che può entrare o non può entrare.. Sì, sì.. tutto quello che può entrare o no.. tutto quello che devi fare depositare alle persone, prima che entrino dalla prima porta.. telefonini, armi,.. nemmeno le armi bianche potevano entrare dentro. -Per armi bianche cosa intendi? Coltelli ad esempio..

-Ok.. ritorniamo alle armi “normali”..

Ci sono certi avvocati che hanno una pistola, per la propria tutela. Automaticamente devono lasciarla in una cassetta di sicurezza che sta alla prima porta. La polizia, raggiunta la prima porta, deve lasciare tutte le armi per entrare all’interno del carcere. Praticamente nessuno può entrare con le armi e con i telefonini in carcere.

-E la polizia penitenziaria può?

No, no… nessuno. Neanche la polizia penitenziaria. Alla prima porta, ci sono i cassetti di sicurezza.. dove noi, tutte le mattine, prima di entrare, lasciavamo la pistola nel nostro cassetto privato di sicurezza, e poi entravamo nella prima porta.

-Ma in casi estremi, la polizia non deve essere armata all’interno del carcere?

No, no.. assolutamente. All’interno dell’istituto, e nei reparti detentivi, negli uffici, ecc.. nessuno può portare un’arma..la polizia che porta i detenuti, gli arrestati, prima di entrare lasciano telefonino, armi, mitra, ecc. Ci sono i cassetti di sicurezza, appunto per questo. In ogni carcere.

-Ma un caso estremo.. di rivolta.. come si affronta senz’armi?

In questi casi si affronta lo stesso, non c’è bisogno di armi. E’ la stessa cosa che si fa per garantire l’ordine pubblico. Praticamente per l’ordine pubblico non c’è bisogno di armi. Si usano gli scudi, i manganelli.. In carcere è sostanzialmente la stessa cosa. In ogni istituto vi è un’armeria dove ci sono scudi, manganelli.. ci sono anche i mitra. Ma i mitra.. in una rivolta carceraria.. non vengono usati. Viene rinforzato il muro di cinta dove ci sono dei colleghi con le armi; quei colleghi vengono “rinforzati” con altra polizia penitenziaria con le armi. Se il detenuto si trovasse con una pistola e sparasse nei confronti della guardia, solo in quel caso rispondono al fuoco. Ma di questi casi ne saranno successi uno o due, nel periodo in cui ho lavorato io nelle carceri. Una volta è successo, mi ricordo, a Napoli, che avevano le armi i detenuti.. e allora c’è stato qualche conflitto. E allora in quel caso interviene anche la polizia con le armi e la fanno entrare. Ma solo in quel caso. E deve esserci un’autorizzazione in merito. Ma sono casi eccezionali. Normalmente si usano solo manganelli e scudi.

-Quindi solo in casi estremi di gente armata si fa entrare la polizia armata dall’esterno..

Sì.. ma è una esperienza che io non ho mai fatto. Ho fatto l’esperienza che in qualche cella dove si siano barricati. Siamo intervenuti con i manganelli e abbiamo cercato di sistemare la faccenda nel migliore dei modi possibili. Ma entrare col manganello non significa inevitabilmente picchiare il detenuto. Se ce ne fosse bisogno, hai un’arma per difenderti. Perché un detenuto può avere nella mani anche un pezzo di lametta, e cercare di aggredirti. Allora in quel caso ti difendi, tutto lì. Quello che ti ho detto io riguardo le armi, di polizia armata che è entrata in carcere, negli anni ’80 sentii dire che accadde a Napoli, dove i detenuti.. non si sa come.. riuscirono a ricevere delle armi.. a piccoli pezzi.. che poi ricomposero.. erano i tempi delle guerre di camorra.

-Adesso andiamo all’evento che ha inciso così tanto sulla tua vita..

Era giugno 2004… lavoravo nel carcere di Trapani. In quel periodo non facevo più servizio nelle portinerie. Ma facevo servizio nel magazzino agenti. Praticamente distribuivo il vestiario ai miei colleghi. Senonché visto che vi era poco personale, mi chiesero se potevo fare dei turni di servizio nelle portinerie. Per me non c’erano problemi al riguardo. E così mi hanno messo di servizio alla seconda porta. Praticamente, mentre svolgevo il mio lavoro, una mattina mi viene un geometra civile che lavorava all’interno dell’istituto, in un reparto detentivo; e mi ha chiesto di entrare dalla seconda porta. Il personale di questa ditta, compreso il geometra, veniva radunato ogni giorno nel piazzale, che si trova tra la prima portineria e la seconda. Alle sette di mattina si dovevano trovare tutti là per essere accompagnati, da un mio collega, nel reparto dove si svolgevano i lavori. Tutti gli operai della ditta, compreso il geometra, solo che il geometra veniva successivamente. Tutti questi lavoratori erano accompagnati dalla parte esterna. In questo piazzale ci sono due grandissimi cancelli e c’è un percorso dalla parte esterna delle sezioni detentive.. Per andare nella sezione dove stavano facendo i lavori dovevano andare in questo percorso esterno, e non passare attraverso la seconda porta, in modo da non entrare in contatto con i detenuti. Quel giorno io mi trovavo alla seconda porta. Il geometra veniva in carcere verso le ore 8:30 e mi disse che doveva andare nel reparto dei lavori. Allora dissi a un mio collega “senti collega, accompagna il geometra dalla parte esterna al reparto dei lavori”. La prima volta il geometra non disse niente e se ne andò dalla parte esterna. La giornata successiva – mi trovavo sempre alla seconda porta- allo stesso orario viene questo geometra. E mi chiese di potere entrare per andare nella parte dove si svolgevano i lavori. Io chiamai un collega e gli dico “collega accompagni il geometra dalla parte in cui si fanno i lavori”. E il geometra dice “guardi che io posso entrare dalla seconda porta, è solo lei che non mi fa entrare”. Io gli dissi “senta, mi faccia fare la guardia, lei faccia il geometra. Di qua lei non può passare perché non ha nessuna autorizzazione”. Entrando dalla seconda porta, infatti, poteva venire a contatto con detenuti che andavano nella sala colloqui, che andavano nella sala per parlare con gli avvocati, che andavano in matricola. Io senza non ho una autorizzazione specifica non potevo farlo entrare da quella porta, Ma lui sosteneva che ero solo io che non lo facevo entrare. Per questo mi disse che voleva parlare con il Comandante. Perché ad ogni posto di servizio vi è un capoposto, prima che facessi presente al comandante questa situazione, ho chiamato il sorvegliante di quella giornata che è il capoposto che viene prima del comandante. Al sorvegliante spiegai la situazione che si era creata, e gli dissi che il geometra diceva che ero solo io che non lo facevo entrare. Il sorvegliante spiegò al geometra che io stavo effettuando il mio lavoro come ordine di servizio, e che, non essendo autorizzato doveva essere accompagnato -come i muratori- dalla parte esterna. E così avvenne anche quella volta. Poiché si era creata questa situazione, io dissi al sorvegliante “parliamone con il comandante, visto che lui afferma che sono solo io”. E in effetti ero solo io, perché.. ad ogni posto di servizio c’è un registro, in cui è scritto chi entra. E nel registro di quel posto di servizio era scritto che quel geometra a volte entrava dalla seconda porta, ma questo era assolutamente sbagliato Andammo dal Comandante, ed io ed il sorvegliante gli abbiamo spiegato la situazione. Io gli dissi “guardi che questo afferma che sono solo io che non lo faccio passare dalla seconda porta. Ma lei sa benissimo, che non vi è un ordine di servizio per il quale questo geometra possa passare di là. Ma il Comandante mi disse “va beh, non ti preoccupare, tanto altre volte è entrato, non fa niente”. E io gli risposi “non è così.. perché se quel geometra, in quel momento che entra c’è un detenuto che viene accompagnato ai colloqui e se quel detenuto, casualmente, va in escandescenze, prende il geometra e incomincia.. o lo scambia per qualche altra persona.. e lo sbatte contro il muro.. tutto questo poi si ripercuote su quell’agente che lo aveva fatto passare senza autorizzazione scritta”. Senonché il Comandante mi ribatté “ma non ti preoccupare, altre volte è entrato, e non ci fa niente”. E io “guardi che se non lo mette per iscritto, se altre volte me lo trovo davanti alla portineria, io non lo faccio passare”. E lui “faccia il suo posto di servizio. Che sostanzialmente voleva dire che se io mi trovavo là e non lo facevo passare, a lui non fregava niente. Non mi ha dato una affermazione da Comandante, del tipo “beh lo mettiamo per iscritto e così evitiamo questa situazione”.. E io “va benissimo, non ci sono problemi”. Una volta uscito dall’ufficio del Comandante, essendo in quel momento libero dal servizio, me ne sono andato alla prima porta. In portineria vi sono le autorizzazioni di tutte le persone che entrano in istituto, per una qualsiasi cosa, per lavori di elettricità, ecc. E ho chiesto al mio collega di farmi avere l’autorizzazione che avrebbe avuto questo geometra. E’ lì che sono cominciati i veri e propri problemi. Perché su quell’autorizzazione leggevo che il lo autorizzava ad entrare per andare nell’area dei lavori, anche era anche autorizzato a portare con sé un computer portatile ed un telefonino. Mi sono allarmato immediatamente. Era un’autorizzazione da far rabbrividire, perché in tutte le carceri d’Italia, alla prima portineria vanno depositati tutti i telefonini.

-Spiega bene la questione dei telefonini.

L’unico soggetto che può entrare, col telefonino, all’interno di un istituto penitenziario è il magistrato, per ragioni d’ufficio. Oltre lui, nessun altro può entrare col telefonino. Né le forze dell’ordine, né il capo del dipartimento. Neanche il politico che viene in visita. Idem per la sua scorta del telefonino, che deve lasciare anche le armi. L’ordine di servizio è a livello nazionale. E’ un ordine che si applica in tutte le carceri d’Italia. L’unica eccezione, come ti dicevo, è il magistrato per ragioni d’ufficio. Il magistrato di turno deve essere reperibile 24 ore su 24.. ecco la motivazione per la quale deve portare il telefonino. Praticamente se deve venire a fare un interrogatorio al carcere, e stare due, tre, quattro ore.. essendo anche il magistrato di turno, deve avere un telefonino per potere essere rintracciato dalla polizia in qualsiasi momento. Ad esempio.. se nel frattempo hanno fatto un arresto, se ci sono dei morti.

-Quindi tu vedi questa cosa e ti viene un colpo..

Rabbrividii. Io avevo passato più di cinque anni in quella portineria. Al mio collega dissi “ma che state facendo qui?”. “Ma è autorizzato”. “Autorizzato di che cosa?”. Immediatamente andai dal Comandante, e ci fu questo dialogo:

“ma come fa il Direttore ad autorizzare il geometra ad entrare col telefonino all’interno dell’istituto?”.

“Ma lei vuole fare il Comandante”.

“Io non voglio fare il Comandante, io so solo che fare entrare il telefonino all’interno dell’istituto, sono arresti, come sono avvenuti a Palermo, come sono avvenuti in altre carceri”.

“Lei non si deve preoccupare, lei si deve fare il suo posto di servizio”.

“Va benissimo, io mi farò il mio posto di servizio, ma spero questa persona di non incontrarla mai”.

Me ne sono andato e per quella giornata era finita lì. Pensavo che non mi avrebbero più messo in quei luoghi. Disgraziatamente mi sono ritrovato di nuovo nella seconda porta, perché mancava del personale per malattia. Tu non ci crederai, ma quando mi chiamarono per dirmi che sarei stato di servizio alla seconda porta, mi sarei buttato anche io malato, perché sapevo cosa poteva comportare andare in quel luogo. Ma, siccome amavo il mio lavoro, ci sono andato. Ogni mattina alle 6:30 c’è il cambio del personale. Praticamente subentra il personale che fa dalle 6:30 alle 12:30. Alle 6:30 non vi è il Comandante, ma vi è il Sorvegliante generale, che in quel momento fino alle 8:30 fa da Comandante dell’istituto. Alle 6:30 chiamai il Sorvegliante e gli spiegai che cosa stava succedendo nell’istituto. Gli dissi di come io non avessi nessuna autorizzazione a fare passare quel geometra dalla seconda parte, e di come alla prima porta risultasse un’autorizzazione assurda, e che ne avevo parlato anche col Comandante. Il Sorvegliante mi disse “senti Picone, quando lui viene qui alla seconda porta, tu non lo devi fare entrare, lo devi fare accompagnare dalla parte esterna. Dato che non lo perquisisci visto che lui passa dalla parte esterna, non è tua la responsabilità”. Il Sorvegliante voleva dirmi che, una volta che mandavo il geometra dalla parte esterna, veniva meno per me l’obbligo di perquisirlo, come avrei dovuto fare se fosse passato dalla seconda porta; e non perquisendolo non avrei rilevato telefonino e portatile, e così non avrei avuto responsabilità. Ma io gli dissi “Sì, ma io le ricordo che questa persona ha un telefonino, a quale titolo? Un geometra non fa dei lavori digitando una tastiera e, indipendentemente, noi abbiamo il divieto assoluto di fare entrare telefonini, escluso il caso del magistrato”. “Tu fai così, che poi ne parlo con il Comandante”, mi rispose. E così ho fatto. All’otto e mezza, puntuale, si presentò il geometra, alla seconda porta. Dissi a un mio collega di accompagnarlo all’esterno dalla parte dei lavori. “ Il geometra si rifiutò e chiese di parlare con il Comandante. In quel momento era presente il Sovrintendente che mi disse “Picone fallo passare, che lo accompagno io”. Io mi avvicinai al Sovrintendente e, in modo riservato, gli dico che avevo già parlato col Sorvegliante e che gli avevo detto di questa situazione e che lui doveva essere accompagnato dalla parte esterna. Il Sovrintendete non contento, telefona a quel Sorvegliante che mi aveva dato l’ordine, che in quel momento si trovava dalla parte femminile per una perquisizione giornaliera. Il Sorvegliante confermò l’ordine che mi aveva dato e gli disse, se voleva accompagnarlo, di accompagnarlo dalla parte esterna. Il Sovrintendente, non contento, andò dal Comandante; in quel giorno vi era un altro Comandante di turno. Proprio in quel frangente alla seconda portineria entra il Direttore e il geometra gli disse subito “la guardia non mi vuole fare entrare dalla seconda porta”. Il Direttore mi fece cenno di farlo passare. Io mi sono rifiutato dicendo “io non lo faccio passare”. Il Direttore a quel punto salì alla sala convegni, che è un bar che vi è in quell’istituto, dove vanno gli agenti. Dopo due minuti uscì il Comandante e mi ordinò di fare passare il geometra dalla seconda porta. In un primo momento mi sono rifiutato “mi dica come faccio a perquisire .. visto che qui ho un ordine di servizio ben preciso.. mi dica come faccio a perquisire che il geometra c’ha il computer e un telefonino portatile”. Ma perché lui me lo ha ordinato “Io le ordino di far passare il geometra, l’accompagna il Sovrintendente che si era preposto, è un ordine che le sto dando”. “Va bene, io non lo perquisisco, perché non ha senso”. Sono stato costretto a fare entrare questa persona dalla seconda porta. Il Comandante, dandomi questo ordine, doveva metterlo per iscritto. E così è stato fatto. Io finii il servizio all’una meno un quarto. Dopo che me ne ero andato, nella stessa giornata, hanno emesso l’autorizzazione che consentiva al geometra poteva entrare dalla seconda porta, portando con sé un telefonino e il computer portatile.

-Un autorizzazione illegale, se ho ben capito..

Esatto. L’autorizzazione che vietava l’ingresso di telefonini in carcere, tranne nel caso del magistrato era stabilita da un ordine di servizio a livello nazionale. E un ordine di servizio che è a livello nazionale, nessuno può cambiarlo a livello locale. Lo può cambiare solo quell’organo, a livello centrale, che lo ha emesso. L’autorizzazione scritta che venne fatta nel carcere di Trapani non era regolare. Quel tipo di ordine di servizio, a livello nazionale, può essere modificato solo dall’ufficio che lo ha emesso. Non si può scrivere “autorizzo il geometra a fare entrare il telefonino”. Si può scrivere “a parziale modifica dell’ordine tot..”. Ma è qualcosa che può fare il Ministero che ha emesso quell’ordine di servizio, non il Direttore. Praticamente il Direttore avrebbe dovuto chiedere, a quell’ufficio centrale, l’autorizzazione a fare entrare quel soggetto, spiegando il perché; e l’ufficio superiore doveva dare autorizzazione in merito. A quel punto, immaginando ci fosse stata l’autorizzazione, il Direttore avrebbe dovuta leggerla per tre giorni consecutivi, ogni mattina, al personale, per renderlo edotto di quello che stava succedendo, in modo anche da rassicurarlo circa il fatto che il tutto veniva stabilito dall’organo superiore. Tutti questi passaggi il Direttore non li ha fatti. Il Direttore e il Comandante hanno fatto una semplice autorizzazione -che io ho messo sul web tantissime volte- tramite la quale autorizzano a fare entrare quella persona. Da lì sono incominciati i miei problemi. Quando ho visto quell’autorizzazione dissi “con questa voi potete solo andare in bagno. Perché questa non è un’autorizzazione a livello ministeriale”. Io sono una persona diretta. Quando devo dire una cosa, la dico tranquillo e sereno, senza problemi. Sono intervenuto tante volte nelle assemblee. Quando dovevo dire una verità io la dicevo e basta. Perché amavo il mio lavoro, a amavo farlo nella precisione, nelle regole. Ero fiero di portarlo avanti, come avevo iniziato nel ’79. Non è colpa mia essere diretti. A quel punto cominciarono gli abusi su di me. C’è un altro momento emblematico. Io tra le altre cose ero un dirigente sindacale locale della CGIL. E in una contrattazione con l’amministrazione, mi permisi, in quella giornata in cui si parlava dei “posti di servizio”, ad accennare che vi erano “figli e figliastri”. Per via di queste parole successe di tutto. -Questa riunione coinvolgeva tutti, Direttore compreso? Certo, nelle riunioni sono compresi.. il Direttore, come parte pubblica, il Comandante come responsabile dei reparti del carcere, e i vari dirigenti sindacali che sarebbero colleghi miei, della cigl, cisl, uil, ecc.

-Perché in quell’incontro parlasti di figli e figliastri?

In quell’incontro si parlava della rotazione dei posti di servizio. Secondo il principio della rotazione dei posti di servizio, tutto il personale deve, di volta in volta, cambiare da un reparto all’altro reparto. La persona che lavorava di un ufficio poter passare ad un altro ufficio. Chi aveva fatto anni di reparto, poter andare anche in ufficio. E invece c’erano persone che da dieci anni erano in un ufficio e continuavano a rimanerci. Anche perché, tra l’altro, era successa una cosa del genere. Quando lavoravo in portineria, ci fu ad un certo punto la possibilità di fare un interpello per l’ufficio servizi. Decisi di partecipare a questo interpello. E vinsi. Siccome però in portineria vi erano dei lavori e io ero uno dei maggiori esperti di quella portineria, il Direttore e il Comandante mi dissero “senti, quando finiscono quei lavori, tu sei vincitore dell’interpello, ti passiamo all’ufficio servizi”. Accettai. Questi lavori durarono un paio di anni. Resi quella portineria di una trasparenza assoluta. Avevo pure un computer dove mettevo tutte le autorizzazioni. Non mi sfuggiva niente. Anche i miei colleghi si sentivano tranquilli e sereni che avevamo quel luogo di servizio alla portata di mano e con la tranquillità di potere svolgere un servizio. Inoltre mi veniva facile lavorare in portineria perché conoscevo tutti quelli che entravano, conoscevo i civili, conoscevo la maggior parte degli avvocati. Solo che quando sono fui tolto dalla prima portineria, chiesi di essere messo nell’ufficio servizi dove avevo vinto l’interpello. Ma questo non avvenne mai. Io avevo vinto l’interpello nel 2000, fui congedato nel 2006, ma in quell’ufficio non vi sono stato mai. La cosa vergognosa è che in quell’ufficio, fino a quando mi sono congedato, vi erano quattro miei colleghi, e nessuno dei quattro risultava vincitore di interpello. Comunque, quel giorno, nell’assemblea sindacale, parlai in generale e dissi “guardate che questa cosa ora deve finire, perché non stanno né in cielo né in terra. Se si parla di rotazione di servizio dev’essere tale. Qui ci sono figli e figliastri”. Quando ho detto queste cose, il primo ad abbandonare la riunione è stato il Comandante. Un collega mi disse “Giuseppe, vieni che andiamo a prendere un caffè”, mentre io e quel mio collega eravamo andati a prendere il caffè, il Direttore buttò le carte per aria e a un mio collega, della stessa mia sigla sindacale, che era segretario disse ‘la colpa è sua perché ha portato qui un pazzo incapace di intendere e di volere’. Le cose che ti dico sono tutte cose che posso documentare. Io tutto quello che dico lo posso documentare. La mia forza sta nella documentazione. Senza questo sarei nessuno. Tornando al Direttore, fossero state le sue soltanto parole dette sul momento, si sarebbe potuto capire. Ma la storia non finì là. L’indomani ero tranquillamente al mio posto di servizio dove stavo lavorando e venni chiamato in segreteria dove scoprii che, con verbale scritto con numero di protocollo, il Direttore mi inviava a visita medica dentro l’istituto, per via di “comportamenti anomali” alla riunione sindacale del giorno precedente. Il nove avevo fatto la riunione sindacale, il dieci mi inviava a visita medica. Un atto del genere era contro la Costituzione. Era contro la legge. Era contro i nostri regolamenti. Era un abuso d’ufficio. Ma io all’epoca non sapevo queste cose. E non sapevo che il Direttore non poteva impormi un atto di quel tipo. In quel momento andai dal medico del lavoro della polizia penitenziaria e gli dissi “Dottore, mi può visitare?”. Il medico gentilmente mi visitò e dopo la visita mi disse “lei è idoneo, e può fare il suo lavoro”. Ma al ritorno trovai un mio superiore che mi aspettava e che mi disse “Picone ha passato la visita?”. “Sì, sono tornato adesso dal medico del lavoro. E lì dentro e può chiedere come sono andate le cose”. E il medico dice che era tutto a posto, che stavo bene e che sono sereno”. Ma il superiore mi disse di andare con lui perché “io ho ordini tassativi di portarti dal medico del carcere”, che tra l’altro era il sanitario dei detenuti. Io gli dicevo “ma che cambia? Medico generico era quello, medico generico è questo”. “Piccone se vuoi te lo metto per iscritto. Io ho ordine tassativi di accompagnarti da quel medico”. Io andai e secondo quest’altro medico c’erano dei problemi e mi mandò all’ospedale militare. Due visite mediche, due esiti diversi. Ma indipendentemente da questo io non dovevo fare né la prima né la seconda visita medica; sia perché ero tranquillo e sereno; sia perché quell’atto di imporre una visita medica, era un atto del tutto illegale. Comunque, dopo che quest’altro medico mi aveva fatto il certificato, mi ritrovai in portineria due ispettori e due miei colleghi per il ritiro dell’arma. Praticamente tutto il carcere sapeva che mi avevano inviato all’ospedale militare per la riunione del giorno precedente. Andai ospedale militare dove mi fecero fare 500 test, visite psicologiche e psichiatriche. Dopo 30 giorni, mi dichiararono idoneo al servizio. Avevo giusto lievi note d’ansia. Ma queste lievi note d’ansia le avevo da tempo e non è che incidevano più di tanto. Tutti possiamo avere lievi note d’ansia. Io talvolta mi ero sentito male –sbandamenti, senso di vomito- e mi era stato detto che si trattava di stress da lavoro. Comunque, tornando all’ospedale militare, l’esito degli esami era che potevo regolarmente lavorare. Quando rientrai in istituto, non mi ritrovai più nel mio posto di servizio, il magazzino agenti. Chiesi la motivazione al Comandante e il Comandante mi disse che dovevo attenermi agli ordini di servizio. Fui spostato in varie mansioni. Vedevo che spesso mi sminuivano l’anzianità. Mettevano una persona meno anziana di me come capoposto e io che ero più anziano come subalterno.

-Queste cose sono avvenute dopo la vicenda del telefonino?

Dopo. Ma prima di tutti questi eventi… riunione sindacale, visite mediche.. subito dopo la vicenda del telefonino, avevo voglia di cambiare aria, anche perché nessun mio collega mi venne incontro per questa vicenda del telefonino. Siccome era periodo d’estate, c’era l’interpello per il lido balneare, che significava che un’unità doveva andare presso un lido marittimo che era un lido riservato ai colleghi e alle famiglie. Siccome non c’ero mai andato in 25 anni, feci domanda, vinsi e così per un po’ uscii dall’istituto. Ero deluso dal fatto che nessuno dei miei colleghi mi aveva sostenuto e dato ragione; che mi disse “Picone sta facendo una cosa giusta, per tutti”. E sai perché hanno agito in questo modo? Perché se ci fosse stato un controllo a livello ministeriale, tutte quelle persone che avevano fatto entrare il geometra, avrebbero avuto contestata un’infrazione disciplinare, e quindi praticamente metà carcere sarebbe andato ad infrazione disciplinare. Sia quelli che lo facevano entrare dalla prima porta, sia quelli che lo facevano entrare dalla seconda porta. E perciò il silenzio per loro era la cosa migliore.

-Quindi prima è successa la vicenda del telefonino, poi tu hai fatto l’interpello per il lido balneare.

Sì.. ci sono stato per tutto il periodo estivo.. e sono rientrato alla fine del settembre del 2004.

-Sei tornato e sei incappato in quest’altra vicenda su figli e figliastri..

Immediatamente..

-Quindi potremmo dire che i “gestori” del carcere ce l’avevano con te per due motivi.. per il telefonino e per i “figli e figliastri”..

Sostanzialmente sì.. possiamo dire che la vicenda avvenuta nel corso della riunione sindacale è stata l’inizio di un complotto per farmi totalmente fuori. Dopo i trenta giorni trascorsi nell’ospedale militare, non mi ritrovai più nel mio luogo di servizio come ti dicevo, fui spostato in vari posti e mi veniva sminuita l’anzianità. Praticamente loro “mi toccavano”… nel senso che volevano farmi esplodere. Ma io non sono esploso. Vedendo però che mi sminuivano l’anzianità, andai da un mio collega –all’ufficio servizi- che tra l’altro era uno che non aveva vinto l’interpello per quel luogo- e gli dissi “senti , per favore tu mi devi mettere una persona più graduata di me come capoposto e allora io non dico niente. Ma se tu mi devi mettere una persona con cinque anni meno di me e io devo fare il suo subalterno, non mi va più bene; perché, in tutti gli ambiti delle forze dell’ordine, il più anziano fa il capoposto. Oppure il graduato fa il capoposto. Ma se vi sono due persone di grado uguale, il più anziano fa di capoposto”. Pensa che questo giochetto me lo fecero anche il primo gennaio. Comunque dopo che dissi al collega di non fare più queste cose; lui immediatamente fece una relazione di servizio al Comandante, scrivendo che io lo volevo aggredire. Anche stavolta non è vero niente. Ho una dichiarazione di un mio collega -che in quel momento si trovava all’ufficio servizi- il quale attesta che io ho solo parlato con il mio collega. Invece, il Comandante, il Direttore, in base alla relazione di questo collega, mi danno immediatamente una censura. E questo è contrario al decreto di legge che tratta situazioni di questo genere. Il giorno successivo, infatti, il Comandante mi chiamò e mi contestò l’infrazione. Ma non me la poteva contestare. Il decreto dice infatti che “un superiore può contestare l’infrazione al momento in cui è stata commessa”. In pratica, se io ho fatto l’errore, tu che sei un mio superiore, me lo contesti in un rapporto disciplinare. In parità di grado però, poiché non si trattava di un mio superiore ma un collega, il Comandante mi avrebbe dovuto chiamare e mi avrebbe dovuto chiedere relazione di servizio per chiedermi come, secondo me, fossero andati i fatti; dopodiché avrebbero potuto decidere di confermarmi o meno il rapporto disciplinare. Invece quello che avevano fatto era un’altra illegalità. Io dissi al Comandante: ”scusi ma perché mi sta contestando questo rapporto?”. Lui “lei ha avuto comportamenti anomali con il collega dell’ufficio servizi”. Questa parola “comportamenti anomali”a me mi ha subito colpito dentro; perché anche quando, dopo la riunione sindacale, ero stato inviato ad espletare la visita medica, mi aveva detto che avevo avuto “comportamenti anomali” nella riunione sindacale. Ora avevo “comportamenti anomali” con il mio collega dell’ufficio servizi. In quel momento ero all’ufficio del Comandante, l’ufficio servizi si trova davanti all’ufficio del Comandante. Sono uscito dall’ufficio del Comandante e sono andato nell’ufficio servizi, e ho detto al collega che mi aveva fatto la contestazione: “collega vuoi spiegare al Comandante quali comportamenti anomali ho avuto con te?”. Il Comandante, che mi aveva seguito fin là, disse “poi glielo spiega nel rapporto che gli ho contestato”. E mi invitò ad uscire fuori, cosa che feci. Uscii nel corridoio dove c’era tutto il personale che stava cambiando ordine di servizio; erano le 12:30; me ne stavo andando verso la seconda porta, ma prima mi girai verso il Comandante e gli dissi “ma perché mi volete rovinare?”. Il Comandante davanti a tutto il personale chiamò l’ufficiale di sorveglianza e disse “chiama il dottore e lo fai visitare”. In quel momento mi sentii perso.. Dentro di me dicevo “di nuovo?”. Ho visto che c’era l’ufficio ancora aperto e mi sono detto.. “quanto meno sta relazione la strappo che mi sta rovinando la vita”. Ma anche lì era pieno di colleghi miei. Ho alzato le mani e ho detto “non faccio più niente”. E me ne sono salito alla caserma. Lì dopo un dieci minuti vengono due ispettori e il medico, lo stesso medico che mi aveva inviato trenta giorni prima all’ospedale militare. E così ci fu quest’altra visita, in presenza di due ispettori e di un mio collega che mi stava vicino e che mi aveva detto “se non escono gli ispettori non esco nemmeno io per tutela tua”. Sai come è avvenuta la visita? Misurazione della pressione. Poi mi ha detto “Come va?”. “Bene”. “Cosa è successo?”. “Niente”. Dopodiché gli ho chiesto “posso andare al mio posto di servizio?”. “No deve andare all’ospedale militare”. Mi sono alzato davanti al collega e agli ispettori.. C’era lì vicino una stanza dove noi ci cambiamo. Entrai Essendo dentro e la chiusi con la mia chiave. I miei colleghi che erano tutti là e stavano vedendo queste belle scene, si sono preoccupati e hanno rotto la serratura. Non ci crederai, ma in quella stanza sono stato sei ore. Alcuni colleghi non se ne andarono nemmeno a casa, per rimanere con me. In quella stanza non si vide né il Direttore, né il Comandante,e nemmeno quel medico che mi aveva visitato. Se un medico che sia un medico vero, segnala –come tra un po’ vedrai- che un medico è di notevole ansietà, e segnala nel certificato –come tra un po’ vedrai- che mi ero barricato; il medico cosa avrebbe dovuto fare nel momento in cui mi ero messo in quella stanza per sei ore? Mi doveva cercare di tutelare visto che, secondo lui, avevo queste problematiche psichiche? E invece il medico per tutto il giorno non si fa vedere. Comunque, poco dopo mi venne ritirata l’arma e la sera stessa mi comunicarono che devo andare all’ospedale militare. L’indomani andai all’ospedale militare con una busta chiusa. Non sapevo assolutamente niente di quello che c’era scritto al suo interno. Consegnai la busta chiusa al maresciallo che era lì. Appena aprì la busta, chiamò immediatamente due militari che fecew affiancare a me. Io gli dissi “ma che sta succedendo? Perché mi ha messo questi militari vicino?”. “Signor Picone, dopo quello che lei ha fatto”. “Cosa, cosa.. cosa avrei fatto io?”. “Signor Picone, qua è scritto che lei si è barricato in una stanza urlando”. “Guardi che io non mi sono barricato, io mi sono chiuso con la mia chiave.” Ma le mie parole servirono a poco. Quello che era scritto in quella busta mi portò a perdere il mio onestissimo lavoro. Lo psichiatra che mi aveva fatto idoneo la prima volta, questa volta, dopo che si vide quel certificato, mi disse chiaramente “Signor Picone, io adesso non posso più farla idoneo. Perché se succede qualche cosa, qua c’è scritto che lei si è barricato”. “Dottore io non mi sono barricato”. Da quel momento cominciarono a darmi giorni di aspettativa.. convalescenza, convalescenza, convalescenza. E tutto questo mi portò al congedo, nel 2006. E questi due anni, dal 2004 al 2006 non sono stati mica anni di “cure”. Sono stati anni di processi. In questi due anni mica sono stato a curarmi. Ho fatto solo processi. In che mese avvenne il congedo? Praticamente il mio comandante mi denuncia. Il congedo avvenne a maggio 2006. Ma fin dal 2004 iniziò anche il mio calvario legale..

-Racconta…

In primo luogo ti dico che il Comandante, quando mi fece “visitare” una seconda volta, fece una relazione di servizio dicendo che io lo volevo aggredire e la mandò all’autorità giudiziaria.

-Sembrerebbe la strategia di chi agisce per primo, per “squalificare” eventuali denunce che potessero arrivare contro di lui.

Esatto… A quel punto l’autorità giudiziaria mi chiamò e mi interrogò. Cominciò il contenzioso legale. Praticamente io ero all’ospedale militare, in aspettativa perché mi dovevo “curare” ma per l’autorità giudiziaria dovevo partecipare al processo. Nel frattempo, visto che loro mi avevano denunciato, denunciai a mia volta tutto quello che mi era successo alla procura di Trapani, sperando che quella procura mi avrebbe aiutato. Ahimé mi sono trovato davanti a tutto quello che non è legge dello stato. In un luogo di giustizia dovrebbe esserci onestà, legalità e giustizia. Io non ho trovato nessuna traccia di questi valori. Anzi no, inizialmente avevo trovato qualcuno che voleva realmente che emergesse la verità dei fatti. Un PM onesto e scrupoloso. Ma, a un certo punto, gli venne tolta l’inchiesta. Comunque, io feci questo processo per due anni. In quest’arco temporale cercai di documentare tutto il possibile al giudice. Ma la mancanza di fiducia, collaborazione e lealtà era anche nel mio avvocato. Figurati che mi diceva sempre “eh, sicuramente lei sarà punito.. eh sicuramente lei sarà punito”. E queste cose me le diceva anche davanti a mia moglie. Ma la cosa gravissima è che quando io gli dissi “mi presenti questo materiale al giudice, in modo da dimostrargli che sono una persona corretta”, lui si rifiutò di presentare quelle cose. A quel punto mi insospettii davvero. E non è finita.. La mattina dell’udienza ho presentato io personalmente al giudice il materiale che serviva a contestare tutto che mi avevano fatto i miei superiori. L’avvocato siccome era costretto a firmare il tutto, perché era il mio legale in quel procedimento, dovette firmare l’atto dove erano presenti le mie contestazioni, ma, nell’udienza, immediatamente, chiese al giudice che voleva lasciare il suo mandato, per “incompatibilità col suo cliente”. Naturalmente questo rese i sospetti ancora più forti. Mi dicevo “qua c’è una anomali, ci sarà qualcosa che a questo avvocato fa paura. E dalla mia analisi del fascicolo –è facoltà dell’imputato infatti visionare gli atti- compresi alcune delle anomalie che erano presenti in quel procedimento. E anche qui, nel mio tentativo di chiedere risposte su quello che avevo riscontrato negli atti, accaddero cose vergognose.. ma non voglio raccontare troppi fatti.. perché se no, tante me ne hanno combinate, non finirei più. Ti dico però che dopo quattro anni di processo sono stato assolto. Mentre il processo che avevo intentato io fu insabbiato. Come ti dicevo prima, a quel Procuratore serio che da un anno e mezzo svolgeva le indagini, fu all’improvviso tolta l’inchiesta per darla ad un PM che era nella procura di Trapani da un mese, in missione addirittura. Questo nuovo PM nell’arco di un mesi archiviò tutto.

-Estremamente rapido..

Se un tuo collega PM ha fatto un anno e mezzo di indagini e aveva riscontrato reati penali, tu PM come fai in un mese ad archiviare il lavoro del tuo collega, e non intraveda neanche un reato? Queste sono ingiustizie che una persona piccola – che non appartiene a nessun giro potente- deve subire. Io continuai con le mie denunce..

-Con quale esito.

Sempre lo stesso.. mancanza di qualunque volontà di ascoltarmi e di procedere con serietà. Mi rivolsi anche al CSM.; ma il CSM archiviò i miei esposti. Ne avrei davvero da raccontare.. ho anche subito un tentativo di TSO.

-Racconta.

Una giornata, mentre manifestavo contro le ingiustizie che subivo, si presentarono due vigili urbani con uno psichiatra, per una visita psichiatrica autorizzata dal sindaco.

-Come si era arrivati a questa “autorizzazione”?

Praticamente, in un primo momento, i due vigili erano andati presso il laboratorio del mio medico e gli avevano detto che io ero andato in escandescenze. Tutto questo al fine di farsi rilasciare dal mio medico un certificato per farmi visitare. Poi andarono dal sindaco e il sindaco, davanti a quel certificato –senza chiedere, tra l’altro da dove proveniva e come l’avevano ottenuto- emette tra un’ordinanza. La mattina dopo venne un medico davanti al tribunale dove manifestavo, dicendomi che doveva farmi una visita. Io accettai la visita tranquillamente, ma gli dissi “non per la strada.. vado a prendere mia moglie, andiamo nel suo ufficio.. è giusto che mia moglie si renda conto di quello che sta succedendo, qualora volesse poi denunciare tutto quanto”. E così è avvenuto. Siamo andati a casa, ho preso mia moglie e in macchina – con noi c’era anche il dottore – siamo andati al centro servizio mentale, dove mi ha fatto la visita, dopodiché mi ha fatto la sua relazione, dove era scritto “Non necessita di nessun trattamento urgente”.

-Bene, o meglio, nella follia di tutta la vicenda, almeno non si è arrivati al “trattamento psichiatrico”…

Si è trattato di un’azione vergognosa verso di me. Io poi sono andato dal mio medico e ho voluto sapere per iscritto come era avvenuto questo incontro tra lui e quei vigili urbani. Il mio medico che è una persona pulita, mi mise per iscritto come si sono svolti i fatti. In pratica, con i miei successivi approfondimenti, ho potuto capire come i vigili urbani fossero andati là senza autorizzazione del Comando, senza nessuna autorizzazione da parte dell’autorità giudiziaria. Hanno fatto tutto di testa loro. Naturalmente bisognerebbe vedere se due vigili urbani per inscenare una cosa del genere, abbiano davvero potuto agire “di testa loro”. Io, comunque, con tutta questa documentazione andai da uno dei vigili urbani e chiesi come fosse venuto in possesso del certificato e lui mi dichiarò il falso, mi “Mi ha chiamato il suo medico”. A quel punto andai in Procura e denunciai vigili urbani. Il PM archiviò tutto. Ma quante te ne potrei raccontare..

-Un labirinto di illegalità..

Io ho provato ad agire anche rivolgendomi ai miei superiori, a Roma e a Palermo. Feci subito immediatamente tutto presente al Ministero della Giustizia; in modo particolare al DAP. Il DAP che è il mio datore di lavoro mi ha inviato 4 lettere. Ho pensato che ci sarebbe stata davvero la volontà di intervenire. Invece è stato tutto un gioco. Loro non sono mai veramente intervenuti. -In queste quattro lettere che dicevano? Nelle lettere dicevano che prima non ero chiaro.. e allora specificavo. Poi mi dicevano che demandavano tutto al Provveditorato di Palermo, e allora al Provveditorato di Palermo ho fatto delle dichiarazioni. Ma non accadeva nulla. Allora mi sono rivolto di nuovo al dipartimento dicendo “io ho presentato tutto questo”. Cosa è successo? Il vicecapo del Dipartimento ha mandato un ispettore per un’inchiesta in Sicilia. Quell’inchiesta doveva assolutamente svolgersi partendo dal carcere di Trapani. E invece cosa ha fatto quel funzionario che doveva fare l’inchiesta? Mi ha chiamato a Palermo. A Palermo voleva che io raccontassi la mia storia. E io gli ho detto “Guardi che la mia storia io gliela ho documentata. Indipendentemente da questo lei deve andare a Trapani per vedere se tutto questo corrisponde a verità”. C’erano dieci dichiarazioni dei miei colleghi. -E lui non è andato? Assolutamente. Come me ne sono accorto che al carcere di Trapani non ci sarebbe andato? Riceveva delle telefonate. Io per educazione quando riceveva la telefonata, cercavo di uscire, ma lui mi faceva “puoi rimanere tranquillamente”. E mentre era al telefono gli sento dire “rientro stasera”. Come rientra stasera? La prima volta..”se rientra stasera questo al carcere di Trapani non ci va mai”. Ad un’altra telefonata.. “verso le cinque sono a Milano”. Una volta chiuso il telefono, gli dissi “Io con lei non ci parlo più. Mi vuole dire quando ci va a Trapani a sentire i miei colleghi? Mi vuole dire quando va a leggere i registri?”. E lui mi disse “E’ il mio lavoro e so quello che devo fare”. E io “Sa cosa deve fare? Lei deve andare in quell’istituto. Io adesso parlo solo con il vicecapo del Dipartimento. Con lei non parlo più”. E me ne sono andato. Sai cosa ha fatto questo? “Ha relazionato che io avevo avuto un diverbio con il geometra”. Assurdo. Cioè, tutti sapevano e io solo avrei avuto il diverbio con il geometra perché non lo facevo entrare con il telefonino. Se io nel posto di servizio ho un ordine di servizio, mi devo attenere all’ordine di servizio. Quale diverbio ho con il geometra? Io non ho avuto nessun diverbio. E come fa a scrivere, un funzionario, una cosa simile? E ricorda, tutto quello che ti sto dicendo, te lo posso dimostrare. Io questa documentazione c’è l’ho avuta per caso. Perché alla quarta lettera che mi inviò il DAP, demandò tutto quanto all’autorità giudiziaria. Dal momento che tutto quanto fu demandato all’autorità giudiziaria, io ebbi la facoltà di vedere il fascicolo e mi copi tutto. Così sono venuto a sapere dei miei superiori, del provveditorato regionale, delle lettere che si mandavano tra di loro. Io adesso tutte queste cose ce l’ho in mano. Ecco perché non possono negare niente a me, solo nascondere. Ma sono sempre stati tutti d’accordo. E comunque, anche chi non era d’accordo, mi ha fatto terrà bruciata intorno.. anche i miei colleghi.

-Ti sei sentito abbandonato dai tuoi colleghi?

I miei colleghi, quelli di Trapani, mi hanno abbandonato totalmente. Ma sempre riguardo al DAP, te ne racconto un’altra.. Quando ho visto che il funzionario di cui ti ho parlato prima non aveva fatto il suo dovere, andai direttamente in udienza con il Vicecapo del Dipartimento. Quando sono arrivato là gli dissi “Se lei mi dice che questo geometra poteva entrare con il telefonino all’interno dell’istituto, senza l’autorizzazione dell’ufficio competente, io mi alzo, le chiedo scusa e la chiudiamo qua”. Sai cosa mi ha risposto? “Signor Picone, ma lei voleva fare in comandante del carcere?”. Mi sono alzato e gli ho detto “Si vergogni, nemmeno lei può entrare con il telefonino. E lei lo sa meglio di me”. Da quel momento anche il Dipartimento mi ha abbandonato totalmente.

-Sembra quasi che la colpa sia stata la tua a volere che fosse rispettato il regolamento… piuttosto di chi ha violato il regolamento.

Proprio così..

-Grazie Giuseppe

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Intervista a Rosanna Binetti- testimonianza sul metodo Di Bella

by on feb.06, 2014, under Controinformazione

Come molti di voi sapranno, il metodo Di Bella mi sta a cuore, e ho fatto e pubblicato diverse interviste a persone che o direttamente, o tramite persone loro vicine, hanno conosciuto la patologia tumorale e sperimentato, ad un certo punto, il metodo Di Bella.

Ancora capita di sentire in giro gli ultimi echi di quelle vochi gracchianti che nulla sano di questo metodo se non la versione deformata offerta dai media e da coloro che all’epoca del “caso Di Bella” distorsero consapevolmente la verità.

Se si avesse l’umiltà di provare ad approfondire questo argomento, molti avrebbero perlomeno il dubbio concreto che con il metodo Di Bella hai davanti una possibilità di cura, molto più rispettosa della persona umana, rispetto alla chemio.. a differenza della chemio, capace di dare, in tanti casi, speranza.. mentre la chemio è, spessissimo, una via, a volte lunga, a volte breve… che mette un muro di cemento davanti alla speranza.

Anche chi col metodo Di Bella non ce la fa, spesso ha vissuto di più di quello che gli era stato preventivato con le cure “ufficiali”. E comunque ha vissuto “meglio”, senza quell’avvelenamento costante, quell’avvilimento che ti regala la chemio.

L’intervista a Rosanna Binetti, che pubblico oggi, ha una particolare profondità umana.

Curarsi è quasi sempre anche un percorso interiore, un percorso di cambiamento, evoluzione, riscoperta di sé.

E questo, nelle parole di Rosanna, è particolarmente evidente.

Lei ha anche una particolare “abilità” nell’esprimersi, abilità che la rende capace di farsi pienamente capire, e di parlare di concetti molto delicati e sfaccettati in modo comprensibile a tutti.

Voglio citare due passaggi, prima di lasciarvi all’intervista.

Il primo:

all’inizio, soprattutto, sono due le possibilità. O ti lasci sopraffare dalla malattia o reagisci. Io ho deciso di reagire. Innanzitutto ho portato una protesi esterna, ben mascherata, perché non potevo andare in giro con un solo seno. Tra l’altro io sono una persona che, come dire, ha sempre curato molto il suo aspetto. Sono magra, alta, i miei capelli erano lunghi, ricci e folti. Tutto sommato, sono una bella persona, sia fuori che dentro. Per prima cosa ho cercato di colmare l’essere donna che il tumore mi ha portato via, curando il mio aspetto estetico: mi sono comprata scarpe con tacchi alti, mi sono rifatta il guardaroba ponendo attenzione che le scollature non mettessero in evidenza la protesi esterna. L’11 settembre sono arrivata da Milano e il 14 settembre ho incominciato un nuovo anno scolastico. Mi sono dedicata tanto a mio figlio, alla mia famiglia, alla cucina. Ho cercato di fare mille cose diverse per non pensare. Tuttora cerco di non piangere, perché tutte le volte che piango la do vinta al tumore”.

Il secondo:

Prima di questa esperienza, anche la spiritualità era diversa. Adesso non è così. Io ho ritrovato anche me stessa, attraverso la preghiera. Quando vivi dei momenti così bui, hai bisogno di fidarti, affidarti.. a qualcuno. E anche la preghiera, anche l’aiuto di Dio è necessario. Riscoprire la fede, aiuta a non essere travolti dalla malattia. Impari a ridere, a ridere di cuore, anche per le piccole cose. Impari come sia importante vivere appieno qualsiasi momento della giornata. Davvero vivere come se fosse l’ultimo giorno e pensare come se non dovessi morire mai.

Cogliere una carezza, un momento col tuo bambino, con tuo marito, o semplicemente un film con le amiche, oppure andare a prendere un caffè, sono quelle cose che noi diamo per scontate, quasi ci siano dovute. Quando invece tocchi con mano un’esperienza così forte, quando inizi a capire che potresti morire e potresti perdere tutto, vedi e vivi ogni momento della vita in maniera completamente diversa. Io sono un’ insegnante. Anche il rapporto con i miei alunni è completamente cambiato. Io insegno in una scuola superiore e, quando arrivo a scuola, entro salutando tutti, entro sorridendo sempre. Soprattutto quando sono sul posto di lavoro, devo lasciare tutto il resto fuori. Quindi il rapporto con i miei colleghi, soprattutto con i ragazzi, è stupendo. Vivo le cose nella loro pienezza. Anche la spiegazione di una lezione. Anche riuscire a parlare con un alunno che sceglie di confidarsi con me, è una emozione indescrivibile la. Perché non è nulla scontato. E ogni giornata, ogni momento della giornata va vissuto a pieno.”

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-Cosa fai nella vita Rosanna?

Io sono insegnante.

-Quando sei nata e dove?

Il 22 novembre del 1974, a Bari.

-E vivi?

A Bisceglie. Ho vissuto a Molfetta ma, dopo aver sposato un biscegliese, mi sono trasferita.

-Quand’è che emerso il problema del tumore?

Quattro anni fa. Mi sono accorta di avere un nodulo grazie a mio figlio. Antonio all’epoca aveva 4 anni; aveva l’abitudine di bere il latte al biberon e di addormentarsi. Io lo tenevo in braccio, eravamo sul divano, il bambino posò il capo sul seno sinistro. Il bambino fece praticamente leva con la testa sul seno. Sentii improvvisamente un forte dolore.

-Quanti anni avevi?

Era marzo del 2009, avevo compiuto 34 anni.

-Prima di questo evento, ti era successo altro?

Nulla. Ma neanche in famiglia. Nessun lontano parente ha avuto problemi di questo tipo, neanche le sorelle di mia madre. Nessuno che io sappia.

-E altri problemi fisici li avevi avuti nel corso degli anni?

Niente, non ero mai entrata in ospedale fino allora, se non per il parto.

-E per quanto riguarda la tua vita personale, la tua vita interiore.. hai vissuto momenti particolari?

Due anni prima della scoperta del tumore, frequentavo a Bari la la S.S.I.S. (scuola di specializzazione per l’insegnamento nella scuola secondaria) e contemporaneamente insegnavo. Il bambino aveva due anni. E’ stato un momento della mia vita particolarmente stressante, debilitante, sia fisicamente che moralmente. Mi alzavo alle quattro del mattino per studiare, alle otto andavo a scuola, alle 14 ero sul treno e, arrivata a Bari, ero costretta a percorrere diversi chilometri a piedi per raggiungere le sedi in cui di svolgevano le lezioni. Al rientro arrivavo con il treno a Molfetta, prelevavo il bambino che era a casa di mia madre, e tornavo a Bisceglie. Sentivo molto il distacco da Antonio… sentivo che stavo trascurando mio marito; ho “messo in stand-by” i miei interessi, la mia vita sociale, i miei amici.  Gli anni della scuola di specializzazione non sono stati semplici e non ho vissuto serenamente sia per i sacrifici che una tale situazione comporta (non è semplice preparare e sostenere 26 esami in due anni, lavorare, crescere un figlio, pensare al marito e alla casa), sia perché non ho condiviso questa esperienza con persone che reputavo “amiche”. Non ho vissuto serenamente quei due anni… ma era quello che dovevo fare, se avessi voluto continuare ad insegnare e, preso atto di questo, sono andata avanti e mi sono specializzata (peraltro con il massimo dei voti) a giugno del 2008. A settembre ho ripreso la mia vita di mamma, moglie e insegnante…fino a quando, a marzo del 2009, ho scoperto di avere un nodulo al seno sinistro.

-Tu pensi quindi che possa esserci stato un collegamento col il tuo periodo di grande impegno e di messa alla prova, anche dal punto di vista interiore.

Io credo che questa situazione possa aver influito ma non sono certa che sia stata l’unica causa. Secondo le teorie del dottor Hammer, l’insorgenza di un tumore è legata non solo a questioni genetiche, ma a dinamiche di vita personale, al verificarsi di traumi e all’impatto devastante che questi ultimi possono avere sulla nostra psiche. Può darsi che il senso di frustrazione e stress che hanno caratterizzato la mia vita in quel periodo abbiano potuto influire…ma chi può dirlo.  La medicina tradizionale inoltre parla dell’importanza di una corretta alimentazione e di un corretto stile di vita il cui scompenso inciderebbe sull’insorgenza di alcuni tipi di tumore… allora io avrei dovuto essere per così dire “immune” dal tumore: io che ho sempre mangiato in modo corretto, naturale; io che ho sempre condotto uno stile di vita  sano; io che non fumo; io che, appena possibile, cerco di fare attività fisica.

- Effettivamente ci sono tanti studi e anche sperimentazioni circa il collegamento tra la patologia e o traumi o periodi di forte stress o situazioni ambientali molto soffocanti.

Peraltro, sempre riferendomi alle teorie del dottor Hamer, leggevo che il tumore al seno sinistro, come nel mio caso, potrebbe essere provocato da uno scompenso legato al rapporto genitori -figli. Cosa che in effetti ho vissuto. Lasciare un bambino piccolo tutta la giornata, non riuscire a seguirlo, perdersi anche momenti importanti, perché a quell’età ci sono tante cose che i bambini fanno per la prima volta, mi ha provocato forte senso di colpa.

-La cosa che hai detto adesso è molto emblematica. Io credo che potrebbe essere la cosa che più potrebbe avere inciso.

Facciamo adesso una descrizione cronologica della tua vicenda.

Scoprii di avere un nodulo al quadrante superiore interno del seno sinistro a fine marzo 2009. A questo punto, feci un’ecografia che non diede un quadro chiaro della situazione, a causa della testata che avevo ricevuto da parte del bambino, che aveva provocato un ematoma ed un coagulo di sangue. Quindi, per ulteriori accertamenti, il radiologo ritenne opportuno effettuare una mammografia. Io non avevo mai fatto mammografie fino ad allora perché, secondo il servizio sanitario nazionale, le donne dovrebbero sottoporsi a questo esame diagnostico da quarant’anni. Credo sia inutile sottolineare la mia obiezione in proposito, considerando non solo la mia esperienza, ma l’aumento dell’incidenza del tumore al seno in donne sempre più giovani. Comunque, dopo avere constatato attraverso la mammografia, la presenza un nodulo di cm 1,7, lo step successivo fu una visita senologica che evidenziò l’esistenza di un problema che non poteva e non doveva essere sottovalutato. A quel punto chiesi consiglio alla Dott.ssa Maria Rosaria Bandini, mia cugina, che mi indirizzò presso la Dott.ssa Ancona molto accreditata presso l’ospedale San Paolo. In quella struttura, effettuata una ulteriore mammografia, i medici ritennero opportuno sottopormi prima ad una risonanza magnetica, quindi al mammotome, una sorta di ago aspirato, costituito da una cannula nella quale sono incorporati 12 aghi che dovrebbero riuscire a rilevare anche la più piccola lesione. Si dice che il condizionale è d’obbligo: mai nessuna affermazione è stata più veritiera perché, nel mio caso, tutti gli esami a cui mi sottoposi non rilevarono la gravità del mio tumore, compreso il mammotome… Consigliata dalla dott.ssa Bandini, chiesi di essere ricevuta dal Prof. Rinaldi, chirurgo del San Paolo, per fissare l’operazione. Il chirurgo mi disse che, considerando gli esami diagnostici, la situazione non si prospettava molto preoccupante perché, tra i tumori maligni, il mio risultava essere il meno aggressivo. Mi spiegò che l’operazione sarebbe consistita in una quadrantectomia, cioè nell’asportazione di un pezzetto del seno (quello in cui era presente il nodulo) e che contestualmente il chirurgo plastico che mi avrebbe ricostruito. Purtroppo però  mi prospettò la possibilità di essere operata a distanza di qualche tempo ( tre mesi dopo…a settembre) perché, convinto della non gravità della mia situazione, arei dovuto rispettare la precedenza di casi molto più urgenti… a meno che non avessi voluto subire l’operazione intramoenia. Traduzione: pagando cinquemila euro avrei potuto scavalcare la fila delle donne che necessitavano di essere operate prima di me.

-Tu quindi ti sei fatta operare a livello quasi privato.

Togliamo pure il quasi…In questo modo ho potuto usufruire di una stanza tutta per me, durante la degenza…che fortuna!  se avessi aspettato che l’ospedale mi chiamasse, sarebbe arrivato settembre e probabilmente io non sarei qui in questo momento.

-Come si svolse l’operazione?

Durante l’operazione effettuarono una biopsia estemporanea che ribaltò tutto ciò che fino a quel momento era stato diagnosticato: oltre quel nodulo avevo, al di sotto del capezzolo, un focolaio di noduli al di sotto del mezzo millimetro: si trattava di un carcinoma duttale infiltrante che aveva già colpito quasi tutti i linfonodi dell’ascella (come evidenziato dall’esame del linfonodo sentinella). Di conseguenza, al termine dell’operazione mi ritrovai completamente senza il seno sinistro e l’ascella svuotata dai linfonodi.

-Diciamo che fu uno svegliarsi traumatico.

Sì.. posso dire che prima dell’operazione mia cugina mi diceva “Non fidarti del fatto che ti possano togliere solo un pezzettino. Metti conto che potresti svegliarti senza un seno”. Infatti così fu. Quando mi svegliai ricordo i medici che erano intorno a me, e ricordo i  miei genitori  che piangevano. Da quel momento la mia vita è cambiata completamente… è dura.. è sempre dura ricordare.. ricorre il quarto anniversario oggi, 30 giugno… Non è facile ricordare e rivivere quei momenti…

Al risveglio iniziai a stare male non solo per un ovvio dolore fisico, non solo perché ero stata mutilata, non solo perché non mi sentivo più donna, ma soprattutto perché l’operazione a causa di un tumore rappresenta solo l’inizio di ciò che dovrai affrontare per cercare di superare questo male subdolo…. A 34 anni avrei voluto avere un altro figlio. Poi improvvisamente tutto il mio mondo è crollato, tutti i miei progetti svaniti; è arrivato un oncologo (solo il nome mi fa rabbrividire) che mi ha detto “ la situazione è seria: devi sottoporti a chemioterapia (che indurrà vomito e ti farà perdere i capelli), a radioterapia; ti dobbiamo sospendere le mestruazioni, ti dobbiamo indurre la menopausa per cui devi sottoporti ad una cura ormonale,  non potrai più avere figli”… è dura…

-Ma in base a cosa non potere più avere figli?

Perché questo tipo di tumore è strettamente collegato all’attività ormonale. Io contestualmente al protocollo Di Bella, seguo una terapia ormonale che mi è stata prescritta presso lo IEO di Milano, e che blocca l’attività ormonale attraverso una menopausa indotta da tamoxifene (compresse che assumo quotidianamente) più triptorelina (attraverso una iniezione intramuscolare che faccio ogni 28 giorni).  La prima cosa che i medici fanno con un tumore al seno è sospendere le mestruazioni inducendo la menopausa, in modo tale di mettere a dormire gli ormoni, per circa cinque anni, che sono quelli più pericolosi per una recidiva.

-Ma se tu adesso sospendessi la terapia ormonale e volessi comunque fare un figlio, continuando con il metodo Di Bella, correresti un rischio?

Io non so neanche se, onestamente, sia possibile, per via del tipo di protocollo che sto seguendo adesso; io assumo quotidianamente la miscela di retinoidi (al mattino), melatonina dopo pranzo (5 compresse) e cena (altre 5 compresse); longastatina Lar (una iniezione intramuscolare che faccio una volta a settimana e che ha lo scopo di bloccare l’ormone di crescita); ancora, una volta a settimana assumo una compressa di Dostinex che ha lo scopo di ridurre il livello di prolattina. Non credo sia possibile affrontare un’eventuale gravidanza. Comunque i medici per prima cosa mi ha detto “scordati di avere un altro figlio”.

-Sono dinamiche molto radicali, che investono strati profondi del nostro essere.

C’è anche chi ha rischiato e gli è andata bene; ma per quello che io sappia si tratta di persone che hanno seguito il protocollo tradizionale, per cui, dopo qualche anno non hanno assunto più alcun tipo di farmaco. L’anno prossimo dovrebbe essermi sospesa la cura ormonale, per cui dovrei avere di nuovo il ciclo mestruale e quant’altro. Ma come faccio io a correre il rischio con un’altra gravidanza? Se proprio volessi dare un fratellino a mio figlio, potrei optare per una soluzione diversa… ci sono tanti bambini negli  orfanotrofi bisognosi di amore…Una cosa che si vedrà magari in seguito, quando sarò più forte e riuscirò a guardare con più distacco questa esperienza.

-Difficilmente, credo, si riesca ad essere capiti fino in fondo dall’esterno.

Ti può capire solo chi, come te, ha attraversato questo tunnel. Non c’è nessuno che ti può dare la forza per combattere questo nemico. E’ una forza che puoi trovare solo dentro di te. Per quanto chi ti vuole bene cerchi di esserti accanto, di aiutarti, di confortarti con le parole, con frasi fatte, nessuno riesce a comprendere fino in fondo il baratro in cui sprofondi in una tale situazione. Sinceramente, in un momento come quello, quando vivi un tumore, quando attraversi un’esperienza così forte, qualsiasi frase, qualsiasi cosa ti possano dire, forse ti dà anche fastidio. Diciamo che ognuno di noi reagisce in maniera differente; c’è chi decide di condividere questo dolore con chiunque, parenti, amici o semplici conoscenti e sente il bisogno di essere circondato dalle persone. C’è chi vuole vivere questa esperienza in maniera un po’ più soggettiva, privata. Così come è successo a me. Io non volevo parlarne, non volevo che chi mi conosceva venisse a farmi visita o mi telefonasse. Non volevo che tutti sapessero, che tutti parlassero, che esprimessero il proprio giudizio in merito a qualcosa intorno alla quale c’è molta ignoranza. Il tempo lenisce qualsiasi ferita, ma quando ci sei dentro con tutte le scarpe, qualsiasi frase, detta sicuramente in buona fede, comunque ti fa male. La ritieni inutile, la ritieni stupida, la ritieni superficiale. Vorresti solo vivere il tuo dolore, da sola, nella tranquillità, per riuscire a raccogliere quella forza necessaria a combattere il tuo nemico, il cancro. E’ una parola che spaventa ma  chiamandolo col suo nome riesci ad esorcizzare la paura che provoca.

Ed è quello che io ho fatto, soprattutto quando sono andata a Milano. Io sono stata operata il 30 di giugno a Bari, presso l’ospedale San Paolo..dopodiché su consiglio della dott.ssa Bandini ho deciso di trasferirmi a Milano il tempo necessario per le cure.

-Rosanna, ma tu quando ti operasti, eri “pulita” o c’erano ancora delle risultanze?

Non c’era nient’altro. Quando mi hanno operato, mi hanno praticato lo svuotamento ascellare e tolto il seno sinistro; quindi ho effettuato una Tac total body e una scintigrafia ossea che non hanno evidenziato alcuna anomalia. Allo IEO mi dissero che avrei dovuto fare quattro cicli di chemio bianca. La Bandini mi diceva “sta tranquilla che se rimani a Bari, ti diranno che dovrai effettuare la chemio rossa (la più forte, quella che, per intenderci, ti riduce al livello di uno zombi). Il protocollo è quello. Vanno in automatico. Io non lo posso permettere. Tu devi iniziare assolutamente il protocollo Di Bella”. Io mi sono trovata di fronte a questa scelta. I miei famigliari, mio marito compreso, non si sono intromessi. Mi hanno lasciato libera di scegliere se affidarmi a mia cugina, sostenitrice del Metodo Di Bella,  o affidarmi alle terapie tradizionali. Io scelsi il metodo Di Bella. La dottoressa insisteva affinché iniziassi la radioterapia non appena le cicatrici postoperatorie me lo avrebbero permesso, e sarebbe dovuta essere fatta nel migliore dei modi. Per questo motivo escluse tutti i centri presenti in Puglia, sia per i macchinari obsoleti, sia per la preparazione dei tecnici e mi paventò la possibilità di andare presso lo IEO. Lei mi ripeteva “Rosanna, sei stata presa per  i capelli”; come a dirmi che mi ero salvata appena in tempo, e dovevo fare ogni successivo passo nel migliore dei modi possibili.

A Milano consultammo un oncologo, il Prof. Marco Colleoni il quale mi disse “lei sceglie una strada alternativa. Noi le proponiamo la chemio bianca, quattro cicli, (che le provocherà vomito, perdita di capelli..ecc.). Lei opta per il Metodo Di Bella, lo vuole fare, se ne assume la responsabilità. Perché la medicina ufficiale non appoggia il Metodo Di Bella”. Infatti non ti nascondo che ogni qualvolta vado allo IEO per i controlli semestrali, mi chiedono “come sta? Come va? Come si sente?”. Il metodo Di Bella è una cosa sulla quale non intervengono. Non lo conoscono. Non lo condividono. Non lo accettano. Oppure semplicemente fa paura? Perché  se la medicina ufficiale accettasse questa terapia alternativa, andrebbe a sconvolgere degli equilibri. Purtroppo io ritengo che ci sia il monopolio che le case farmaceutiche hanno acquisito, che prevale su tutto, anche sulla salute. Hanno volutamente boicottato una terapia che permette di avere una qualità di vita non superiore alla norma ma semplicemente normale, che permette di stare bene, affrontare la giornata, andare a lavorare, fare progetti, non subire gli effetti devastanti della chemioterapia, non sentirsi malata e sembrare uno zombi, che permette di guarire e di vivere…per soldi.

-Tu quindi iniziasti a curarti nel 2009?

Sì.

E in pratica intraprendi il metodo Di Bella, più la cura ormonale, più un periodo di radioterapia.

-Come è stato l’impatto con il Metodo Di Bella?

E’ naturale che, nel momento in cui ho letto per la prima volta tutti i farmaci che avrei dovuto assumere nel corso della giornata, è stato difficile accettarlo. Però sapevo di non avere alternativa. Iniziai a vivere uno step alla volta, cercando di non pensare a quello che avrei dovuto affrontare successivamente. Ho cercato di concentrarmi su quello che avrei dovuto affrontare in quel momento. Dopo il primo mese è diventato tutto quasi naturale.  Nel momento in cui, nel 2009, a luglio, iniziai ad assumere la melatonina e la miscela di retinoidi, notai immediatamente miglioramenti a livello esteriore: la mia pelle diventava sempre più luminosa, compatta, tanto da cancellare anche a i segni di espressione; le unghie  diventavano fortissime, i capelli più resistenti.

Al di là dell’aspetto esteriore, la differenza è stata tangibile quando mi sono confrontata con gente che come me stava facendo radioterapia: vedevo persone che stavano male, donne che avevano la pelle letteralmente bruciata dalla radioterapia (sembravano vitelli marchiati a fuoco). E io niente.

-Quanti cicli di radioterapia hai fatto?

Non si tratta di cicli ma di sedute.

-Quante sedute?

Venticinque. Le facevo dal lunedì al venerdì. Esclusi sabato e domenica, perché la pelle aveva bisogno di riposarsi un poco. Ho visto proprio la differenza. E adesso che mi hanno ricostruito il seno, esteriormente non si vede nulla di quello che io ho fatto. Sicuramente lo devo anche alla macchine. Nel senso che.. io ho scelto di andare allo IEO e di fare lì radioterapia, cosciente del fatto che le macchine sono completamente differenti rispetto a quelle che  abbiamo nella maggior parte dei centri del Sud. Io ho visto gente qui completamente ustionata, perché vengono usati macchinari ormai obsoleti. Inoltre è fondamentale la preparazione dei tecnici… E noi siamo costretti a fare questi viaggi della speranza.

Ma al di là di questo, ciò che vorrei sia chiaro è che grazie alla miscela e alla melatonina, che  assumevo e assumo quotidianamente, posso testimoniare di non ho sentito alcun tipo di disturbo, tranne un leggero arrossamento e bruciore, a livello superficiale, della parte irradiata, che con qualche crema sono  andati via. Non ho avuto la pelle ustionata. Non ho avuto problemi di stomaco, giusto qualcosa a livello di deglutizione, e solo durante gli ultimi giorni della radioterapia. Si tratta comunque di una terapia molto invasiva, che va non solo a distruggere i tessuti, ma potrebbe creare danni a livello polmonare, o al cuore.

-Tu quindi l’hai fatta per un mese e mezzo?

Sì, io sono stata a Milano dal 2 agosto all’11 settembre.

-Poi sei tornata e hai continuato con la terapia Di Bella e la cura ormonale.

Sì, per il primo anno ho fatto ogni notte, con una siringa temporizzata, l’infusione di somatostatina. La siringa temporizzata funge da flebo, nel senso che viene iniettata una goccia di somatostatina (attraverso un piccolo ago sottocutaneo posizionato nella pancia… giuro che è più difficile scriverlo e descrivere tutti i passaggi che farlo in pratica) ogni tre minuti; la siringa è dotata di un pistone che spinge meccanicamente la medicina nella pancia. Il tutto dura per circa otto ore; alla fine una piccola sveglia suona avvisando che la flebo è terminata e che si può staccare tutto. Tutto questo non è traumatico come si potrebbe pensare, in quanto la siringa viene messa in funzione nel momento di andare a dormire; dopo le otto ore ci si sveglia pronti ad affrontare una normale giornata di vita quotidiana.

Inoltre per sei mesi ho assunto un chemioterapico per bocca.

-L’endoxan?

Sì, scusa ma inconsciamente ho rimosso anche i nomi. C’è un meccanismo che scatta e inizia a rimuovere tutto ciò che è negativo. Tra cui il nome di alcuni farmaci, come l’endoxan. Ricordo che inizialmente mi provocava una leggera sensazione di vomito,  mi ha fatto perdere un po’ i capelli. Ma niente di che, del diradamento me ne accorgevo solo io. Ho portato un taglio corto per un po’ di tempo. Ora sono ricresciuti.

-Nel corso del tempo, dal 2009 ad oggi, cosa è successo in particolare? Come hai vissuto questi anni?

Diciamo che mi sono talmente abituata che se non dovessi prendere la melatonina o la miscela di retinoidi mi sembrerebbe strano. E’ diventato un gesto quotidiano. Al mattino, prima di fare colazione assumo la miscela di retinoidi, dopo pranzo e cena la melatonina. A differenza del primo anno, non faccio più l’iniezione ogni notte, ma ne faccio una intramuscolare, una volta alla settimana. E’ un’iniezione forte, nel senso che quando la faccio sento dolore. Però dopo qualche minuto passa tutto.

-In questi quattro anni come hai vissuto a livello interiore?

Non è semplice; all’inizio, soprattutto, sono due le possibilità. O ti lasci sopraffare dalla malattia o reagisci. Io ho deciso di reagire. Innanzitutto ho portato una protesi esterna, ben mascherata, perché non potevo andare in giro con un solo seno. Tra l’altro io sono una persona che, come dire, ha sempre curato molto il suo aspetto. Sono magra, alta, i miei capelli erano lunghi, ricci e folti. Tutto sommato, sono una bella persona, sia fuori che dentro. Per prima cosa ho cercato di colmare l’essere donna che il tumore mi ha portato via, curando il mio aspetto estetico: mi sono comprata scarpe con tacchi alti, mi sono rifatta il guardaroba ponendo attenzione che le scollature non mettessero in evidenza la protesi esterna. L’11 settembre sono arrivata da Milano e il 14 settembre ho incominciato un nuovo anno scolastico. Mi sono dedicata tanto a mio figlio, alla mia famiglia, alla cucina. Ho cercato di fare mille cose diverse per non pensare. Tuttora cerco di non piangere, perché tutte le volte che piango la do vinta al tumore.

Recentemente, parlando con la dottoressa Bandini, le spiegavo che da quando ho avuto il tumore, è subentrata una sorta di autodifesa inconscia.

-Che intendi?

Adesso forse mi amo di più. Rispetto molto di più il mio corpo. Cerco di ascoltare molto di più i campanellini d’allarme. Normalmente tendiamo a pretendere sempre di più dal nostro organismo, anche quando siamo stanchi, andiamo comunque avanti, perché dobbiamo fare determinate cose. Adesso mi fermo. Adesso quando sono stanca, cerco di fermarmi e rilassarmi. Attraverso la musica, attraverso un sonnellino pomeridiano. Oppure semplicemente spegnendo la televisione, perché non voglio ascoltare tutte le notizie negative che ci propinano ogni giorno. Mi isolo da tutto il rumore che mi circonda, dalla corsa frenetica che caratterizza le nostre giornate e cerco di ritrovare me stessa, la mia dimensione interiore.

Cerco di allontanare da me tutte quelle situazioni, tutte quelle persone che possono farmi male.. Cerco, per quanto mi è possibile, di fare scivolare tutto quello che è negativo per la mia salute. Le polemiche inutili, i discorsi sciocchi che non portano a niente. E’ ovvio che tutto va preso con le pinze, perché viviamo in una società che quotidianamente ci mette alla prova, costretti ad affrontare esperienze stressanti. Da quando ho affrontato il tumore, ho conosciuto diverse  persone che, saputo quello che io avevo attraversato, e vedendomi così dinamica, attiva, recettiva, mi hanno chiesto di indirizzarli verso i medici e le strutture a cui mi sono rivolta io. Mi dispiace che non tutti in questo periodo possano usufruire della terapia di cui io ho avuto la fortuna di potere usufruire. Io mi sento come l’araba fenice che risorge dalle ceneri.

-Quando dici che non tutti i pazienti possono usufruire di questa cura, penso non solo agli ostacoli economici, ma anche al fatto che spesso non ti viene neanche detto che esistono alternative alle terapie ufficiali.

Sì. Quando vai dall’oncologo non ti informa che oltre alla chemioterapia esiste il metodo Di Bella.  Adesso peraltro si interviene sempre più spesso con interventi chirurgici mutilanti che hanno mero scopo precauzionale: mi è capitato di ascoltare una collega che, avendo avuto il tumore ad un seno, ha deciso (ovviamente su consiglio medico) che sarebbe stato meglio asportare anche l’altro; ad una amica di famiglia hanno persino proposto di asportare non solo i seni, ma anche l’utero non perché fosse malata di tumore ma semplicemente a causa della familiarità.

Negli ultimi tempi ho molto seguito la vicenda del “metodo stamina”  legato alla cura di alcune malattie rare con le cellule staminali. Mi auguro che non si faccia la stessa cosa che è stata fatta a Di Bella. Io continuo a curarmi col metodo Di Bella, con la paura che possa essere sospesa, che qualcuno possa dirmi “non puoi più curarti, perché non è accreditato”. Questo mi spaventa sinceramente, anche se cerco di non pensarci.

-Per quanto riguarda la ricostruzione..

L’ho fatta dopo due anni. E anche questa operazione non è stata una passeggiata, perché non si è trattata di semplice chirurgia plastica finalizzata ad aumentare il seno.. Avendo fatto radioterapia, tutti i muscoli dei pettorali erano distrutti. Per ricostruirmi, per cercare di fissare la protesi, mi hanno scollato dalla schiena il muscolo gran dorsale e me lo hanno portato avanti foderandomi la protesi. Inoltre hanno dovuto asportare dalla schiena un lembo di pelle grande più o meno quanto una mano e lo hanno dovuto ricucire sul seno. Perché, ovviamente, durante la prima operazione, mi hanno asportato capezzolo e una parte della pelle. Ad oggi devo ancora ricostruire il capezzolo ma per me non ha importanza perché  con i dovuti accorgimenti, con i reggiseni imbottiti, tutto è al proprio posto. Ho la mia bella quarta, porto il mio bambino al mare, faccio il bagno, prendo il sole, vado a scuola, lavoro, pratico attività fisica quando posso. Conduco una vita normale. Sapendo poi che in vari momenti della giornata devo assumere determinate medicine, le metto in borsa con la mia bottiglietta d’acqua. A fine mese andremo in vacanza in Francia. Porterò con me i farmaci necessari e mi farò preparare una attestazione da parte della dottoressa, in cui si dimostri che devo viaggiare con questi farmaci perché salvavita. Vivo una vita normale…non chiedo di più.

-Ti sarai spesso trovata a confrontarti con altre persone che hanno conosciuto il tumore.

Sì. Da quando ho vissuto l’esperienza del cancro, ho conosciuto diverse persone che si sono ammalate, che mi chiedono quale strada abbia intrapreso, e quando dico “io mi sto curando con il metodo Di Bella, mi guardano come fossi un alieno, mi guardano e mi dicono  “perché esiste ancora?”. “Non hai fatto la chemioterapia?”. “No, non ho fatto la chemioterapia”.

Così tutti iniziano a dare giudizi, a sentenziare dal basso della loro beata ignoranza “perché  la chemioterapia è accettata, accreditata, mentre il metodo Di Bella è una cosa così campata per aria che non ha nessun fondamento scientifico”. Personalmente ho la fortuna di conoscere la dottoressa Bandini sia come donna che come medico e, sapendo che non agisce con leggerezza, mi sono affidata completamente a lei. Anche i miei stessi famigliari erano scettici, perché la dottoressa Bandini non è l’unico medico nella famiglia in cui io vivo. E gli altri medici mi dicevano “ma che costa stai facendo? Ti stai fidando di questa cosa? Sei sicura? Perché non vai a Milano? Perché non fai la chemio? Perché non fai la chemio? Perché non vedi gli altri..?”. Ebbene io ho visto parecchi altri che ora non ci sono più. Alcune donne si sono ammalate durante il mio stesso periodo, altre recentemente… hanno seguito le cure tradizionali anche in centri accreditati…ma ora non ci sono più. Proprio circa un mese fa ho perso due amiche che avevano più o meno la mia età…una di loro ha lasciato una bambina di quattro anni.

-Ho la percezione che anche i tuoi interessi, le tue curiosità si sono nettamente allargate nel corso del tempo.

Sì. Anche semplicemente andare al mare, sentirne il profumo, guardare il tramonto del sole, fare una passeggiata con le amiche ti riempie la vita. Capisci che sei stata veramente fortunata perché hai la possibilità di vivere queste cose. Perché noi diamo tutto per scontato. E queste cose.. queste cose che sembrano sciocche.. queste piccolezze.. le apprezzi soltanto quando attraversi questi tunnel, questi momenti bui della vita.

-Tu hai anche una tua percezione spirituale delle cose.

Sì, assolutamente. Prima di questa esperienza, anche la spiritualità era diversa. Adesso non è così. Io ho ritrovato anche me stessa, attraverso la preghiera. Quando vivi dei momenti così bui, hai bisogno di fidarti, affidarti.. a qualcuno. E anche la preghiera, anche l’aiuto di Dio è necessario. Riscoprire la fede, aiuta a non essere travolti dalla malattia. Impari a ridere, a ridere di cuore, anche per le piccole cose. Impari come sia importante vivere appieno qualsiasi momento della giornata. Davvero vivere come se fosse l’ultimo giorno e pensare come se non dovessi morire mai.

Cogliere una carezza, un momento col tuo bambino, con tuo marito, o semplicemente un film con le amiche, oppure andare a prendere un caffè, sono quelle cose che noi diamo per scontate, quasi ci siano dovute. Quando invece tocchi con mano un’esperienza così forte, quando inizi a capire che potresti morire e potresti perdere tutto, vedi e vivi ogni momento della vita in maniera completamente diversa. Io sono un’ insegnante. Anche il rapporto con i miei alunni è completamente cambiato. Io insegno in una scuola superiore e, quando arrivo a scuola, entro salutando tutti, entro sorridendo sempre. Soprattutto quando sono sul posto di lavoro, devo lasciare tutto il resto fuori. Quindi il rapporto con i miei colleghi, soprattutto con i ragazzi, è stupendo. Vivo le cose nella loro pienezza. Anche la spiegazione di una lezione. Anche riuscire a parlare con un alunno che sceglie di confidarsi con me, è una emozione indescrivibile la. Perché non è nulla scontato. E ogni giornata, ogni momento della giornata va vissuto a pieno.

-Grazie Rosanna.


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Francesco d’Assisi- storia di un tradimento

by on dic.14, 2013, under Controinformazione, Misticismo

Quando nel 1989 vidi Francesco di Liliana Cavani al cinema ne fui profondamente colpito, anche se non al punto di razionalizzare cosa potesse effettivamente avermi colpito.
Lo compresi dopo, rivedendo, negli anni, quel film.
Oltre alla straordinaria potenza del film, e alla perfetta interpretazione di Mikey Rourke, c’era qualcosa di ancora più profondo ad avermi colpito. La consapevolezza che una parte della storia che non mi era mai stata raccontata. Una parte dove si vedono i contrasti insanabili che nacquero tra i seguaci, ormai diventati tanti, l’amarezza di Francesco, l’avvilimento, il senso di un tradimento.
Con questo piccolo pezzo che ho scritto in questi giorni, voglio ritornare su certi aspetti, spesso sottaciuti della storia, della personalità e dell’azione di Francesco.
Dico subito che qui non si sta “costruendo un Francesco alla propria maniera”; né si vuole raccontare un Francesco sciamano, un Francesco alchimista, un Francesco ambientalista, un Francesco rivoluzionario. Ovvero non si vuole raccontare il “proprio Francesco”, visto anche alla luce di essere un precursore dei tempi. E questo non per la fobia dei tradizionalisti di ogni tempo di non vedere mai un personaggio sacro come –non sia mai!- capace di essere fonte di ispirazione, anche per chi proviene da una cultura non ancorata a un integrale cattolicesimo. In realtà la figura di Francesco è così ricca di potenziale umano, di radicalità, e di forza morale, che non è un “peccato mortale” confrontarsi con essa, per vedere qualcosa che, in nuce, sia rivelatorio anche di altro.
Ma, lecite o no che siano le riflessioni di questo genere, non si tratta dell’obiettivo che mi sono proposto.
Qui non si vuole delineare alcun Francesco declinato secondo la propria sensibilità.
Qui si vogliono semplicemente fare emergere alcuni frammenti del suo percorso concreto, specie quelli che sono sempre stati messi un po’ in sordina, se non totalmente sottaciuti e cassati nel corso del tempo.
E anche qui non per fare la “controstoria” di Francesco.
Affermare come molte delle biografie del santo hanno elementi leggendari, e come la principale di essa, la Legenda Maior di San Bonaventura, filtrano parti della storia, ne edulcorano altre, ne astrattizzano altre ancora, e magari inventano passaggi di sana pianta, non vuol dire allora che queste biografie siano un campionario di falsità. E che la loro lettura sia priva di valore. Ma che da sole non rendono pienamente giustizia a tutto il percorso di Francesco.
E’ importante raccontare  “l’altra parte” della storia. Come Francesco visse, a un certo punto, una distanza sempre maggiore dal suo ordine. Come provò profonde amarezze e delusioni. E come, anche dopo la sua morte, l’ordine continuò il processo di allentamento dal fondatore. Premettendo a tutto questo una riflessione sulla natura, radicalmente evangelica, dell’esperienza di Francesco.
E’ interessante soffermarsi un attimo su come nacque quella che per secoli venne considerata la biografia ufficiale e definitiva di Francesco, la Legenda maior, scritta a Bonaventura, ministro generale dell’ordine, dietro mandato datogli dal capitolo generale nel 1260. Nel 1263 la Legenda maior divenne il testo definitivo su Francesco; e nel 1266 il capitolo generale di Parigi ordinava la distruzione di tutte le biografie precedenti. Un grande autodafé di libri. Eppure alcune delle più antiche biografie riuscirono a salvarsi grazie a qualche copia “scampata agli incendi”, per il suo essere stipata in qualche monastero sperduto. Furono ritrovate la Vita prima e la Vita seconda e il Trattato dei miracoli; tutte opere di Tommaso da Celano, La leggenda dei tre compagni di Rufino, Angelo e Leone, tre dei fedelissimi di Francesco, e altri testi.     Questi testi non sono sempre univoci tra loro; anzi spesso non lo sono. Non sono privi affatto di agiografie e parzialità. Ma tra essi, gli stessi scritti di Francesco (soprattutto il Testamento) e altre fonti storiche, è possibile comunque fare emergere qualcosa di importante.
L’intera ricostruzione della figura, della predicazione, del percorso di Francesco è ritenuta praticamente impossibile. Una parte di questa vicenda umana e religiosa, è inevitabilmente avvolta nel mistero. Ma ricorrendo a tutte le fonti precedentemente dette; si apre la possibilità di un po’ più di verità e di onestà.
Francesco nacque intorno al 1182. Il padre era mercante e lui da giovanissimo divenne appassionato di romanzi cavallereschi. Partecipò alla guerra tra assisiani e perugini, nell’ambito della quale venne fatto prigioniero per circa un anno, cosa che lasciò un segno su quella che sarebbe stata la sua salute nel corso degli anni.
Nel 1206 sarebbe avvenuta la prima conversione, seguita dalla rinuncia all’eredità paterna, col noto episodio dello spogliarsi davanti al Vesvovo, e il suo ritirarsi inizialmente come eremita presso la chiesetta di San Damiano.
Nel 1209 avvenne quella che viene detta “la seconda conversione”. Un giorno, sentendo la messa nella chiesetta della Porzuncola, Francesco sentì  il celebre passo evangelico di San Matteo:
“Andate e predicate  dicendo che il regno dei cieli è vicino. Curate i malati, suscitate i morti, mondate i  lebbrosi, cacciate i demoni. Ciò che avete ricevuto gratuitamente, date gratuitamente.  Non portate né oro, né danaro nelle cinture, né bisacce per il cammino, né due tuniche, né calzari, né bastone; l’operaio merita infatti che si provveda al suo mantenimento. In ogni città o castello dove entrerete, informatevi su chi è degno di ricevervi e lì restate finché ve ne andrete. Entrando nella casa salutatela col dire: ‘pace a questa casa’ ” .
Dopo la messa chiese al sacerdote laspiegazione del passo e dopo averla ricevuta, avrebbe detto:
A quel punto abbandonò la vita da eremita e cominciò a predicare, attirando intorno a lui giovani che si sentivano “chiamati” verso un’altra vita. Nacque così la primissima comunità francescana composta da dodici persone.
Per potere comprendere quale fosse il genere di vita seguito dall’originaria confraternita francescana, bisogna conoscere i punti fermi della visione di Francesco.
Il concetto centrale, nell’esperienza religiosa di Francesco, è quello che viene definito sequela Christi.
La sequela Christi è per lui una vita vissuta in povertà e obbedienza, affidamento totale a Dio.
In Francesco è decisiva l’idea di “piccolezza”. Per lui Dio venendo tra gli uomini si è fatto “piccolo”, uomo tra gli uomini. E per seguire Cristo bisogna necessariamente farsi “piccoli”.
.
“Io, frate Francesco piccolo, voglio seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signor
nostro Gesù Cristo e della sua santissima madre, e perseverare in essa fino alla fine.”
C’è quindi un totale abbandono nella mani della Provvidenza, che sfiora –così gli è stato nel corso dei secoli contestati- la passività di fronte ai poteri del mondo.
Lui stesso aveva scelto la povertà, restituendo tutto ciò che aveva a suo padre, mantello compreso. Aveva accettato insulti e denigrazioni di ogni tipo, provenienti anche dai suoi conoscenti. E si era completamente affidato alla Provvidenza di Dio.
Essere poveri è considerato necessario per porsi dal punto di vista degli ultimi e così avvicinarsi alla condizione del Gesù. Nella regola non bollata scrive:
“i frati cerchino di seguire la povertà del Signore nostro Gesù Cristo e si ricordino che niente ci è concesso di avere se non il cibo e le vesti e di questi ci dobbiamo accontentare. […] l’elemosina è l’eredità e il giusto diritto dovuto ai poveri; lo ha acquistato per noi il signore nostro Gesù Cristo”.
E’ particolarmente indicativo, a questo scopo, l’utilizzo da parte di Francesco dell’aggettivo
“piccolo” col quale era solito indicare sé stesso. Nelle parti conclusive del Testamento, scriverà:
: «Io frate Francesco piccolino, vostro servo, per quel poco che io posso…». E più cerca di sminuire la sua figura, più la sua figura paradossalmente diventa grande. Che poi è uno dei paradossi dell’umiltà, ovvero fare emergere in grandezza morale chi non vuole essere tra “i dominatori del mondo”.
Questo richiamo alla piccolezza in Francesco è costantemente connesso a tutto quello che può fare sentire “superiori”. Così si spiega la sua “ostilità” verso gli stessi libri e il fatto che volesse che i frati analfabeti non imparassero a leggere. Temeva nella scienza e nella lettura, la spinta che esse potevano dare ad alcuni, a sentirsi più “elevati” e a insuperbirsi.
Tornando all’ideale della povertà, per Francesco chi entrava nella fraternità non doveva avere niente, e non doveva ricevere mai denaro. Francesco ammetteva in casi particolari l’elemosina, ma non da intendere come ricezione di qualcosa perché la si chiede con atto di mendicità, ma come una sorta di “retribuzione”, comunque in forma di vitto necessario per vivere in cambio del proprio lavoro. Per Francesco infatti la comunità doveva reggersi su un lavoro di autosufficienza e non su offerte che, secondo lui, erano di diritto dei poveri.
Chi prima di unirsi alla fraternità fosse stato artigiano, poteva, anzi doveva conservare gli strumenti del mestiere e continuare la sua attività, purché lecita ed onesta -erano esclusi certi mestieri come il macellaio e il mercante-. Chi invece non sapeva un mestiere doveva impararne uno.
Riguardo al denaro e al totale rifiuto di riceverlo, vi era su una sola eccezione. (cui ricorrere il più raramente possibile) qualora fosse servito per sfamare e aiutare i lebbrosi. Secondo la Furugoni, Francesco diceva:  “Ricevere offerte di soldi è un furto ai poveri”.
Francesco propugnava l’abbandono totale alla Provvidenza, con una di quelle forme di radicalità che effettivamente sono difficilmente raggiungibili dalla maggior parte delle persone. Secondo lui il cristiano doveva avere una fiducia totale, e non accumulare nulla, non conservare nulla. Se sei veramente cristiano –questo era il senso- che cosa accumulerai a fare? Ti affiderai, giorno per giorno a quello che quel giorno ti darà. Francesco, ad esempio, prescriveva che, se si riceveva del cibo da altre persone, non si doveva conservarlo per il giorno seguente. Perfino mettere in acqua il legumi per il giorno successivo era vietato. Bisognava sempre restare “senza garanzie”, illimitatamente fiduciosi nella Provvidenza.
Con papa Innocenzo IV, nel 1245 le cose raggiunsero il loro capovolgimento. Con la bolla ordine vestrum il pontefice arrivò a proibire l’ingresso nell’Ordine a chi non sapesse il latino, e promosse il reclutamento dei Minori nei centri universitari. In pratica si arrivò a escludere non solo chi non sapesse scrivere e leggere, ma anche chi non avesse la conoscenza del latino.
Non sembra essere un’invenzione delle biografie edificanti quella che è un’altra caratteristica centrale di Francesco. L’infinta empatia verso ogni essere vivente, il cuore rapito da ogni sofferenza, la vicinanza ad ogni creatura. Le biografie edificanti crearono per certi versi un personaggio astorico edulcorato e depurato da ogni cosa che non fosse pienamente conforme a una visione di totale convergenza con la Chiesa; ma ciò non vuol dire che alcuni elementi non avessero fondamenti reali.
L’immenso amore per tutte le creature viventi è considerato, da gran parte degli studiosi, un effettivo tratto dello spirito e della pratica di Francesco.
C’è un passaggio molto bello, tratto dalla Vita prima, di Tommaso Celano, una delle prime biografie sul Santo,
“Diceva al frate ortolano di non riempire tutto lo spazio di verdure commestibili, ma di lasciarne libera una parte perché producesse erbe spontanee che al loro tempo producessero i fratelli fiori. Usava dire che il frate ortolano doveva anche riservare da qualche parte un bell’orticello dove piantare tutte le erbe profumate e tutte le piante che producono fiori belli. Le corolle, una volta sbocciate, infatti, avrebbero invitato chiunque le guardasse a lodare Dio, dato che ogni creatura dice e grida: ‘Dio mi ha fatto per te, o uomo”.
In un altro passaggio, sempre dalla Vita prima, si racconta che, Francesco, mentre attraversava la Manca Anconetana, vide un tale che portava al mercato due agnelli, destinati al macello. Non avendo denaro, il santo dà a quel tale il mantello che aveva ricevuto poco prima da un benefattore, e che aveva accettato solo per poi ricoprire il primo povero che avrebbe incontrato. Tommaso scrive che Francesco:
“Abbondava di spirito di carità, provando sentimenti di pietà non solo per gli umani provati dal bisogno, ma anche per gli animali bruti senza parola, per i rettili, gli uccelli, e tutte le creature sensibili e insensibili.”
E mentre gli agnelli erano ancora prigionieri Francesco li aveva accarezzati “come una madre il figlio che piange mostrando tanta compassione”.
Ma adesso è importante, prima di procedere,con il percorso che avrà la comunità francescana, e i progressivi distacchi tra Francesco e il suo ordine, soffermasi un attimo sulla turbolenta epoca in cui Francesco si trovò ad operare.
Quelli erano anni dove agli abusi del clero, le guerre tra i nobili, le durezze  e a volte (per alcuni) insensatezze del vivere, si contrapponevano fortissime spinte sociali di carattere radicale, che miravano a un rinnovamento totale. Tutte queste spinte si manifestavano sempre in ambito religioso, con linguaggi religiosi, con obiettivi religiosi. Anche se poi, veicolavano anche altro, come la tensione per una vita più giusta. Ma nel medioevo, ogni “battaglia” era sempre inestricabilmente connessa alla “lotta spirituale”, perché l’orizzonte esistenziale non era concepibile, tranne rarissime eccezioni, distinto da Dio.
Anni di degrado della Chiesa romana, tensioni morali a lungo rimaste in un limbo esplosero, in una poderosa e multiforme richiesta di rinnovamento, nacquero le comunità pauperistiche, i gruppi che volevano un contatto diretto col vangelo, i movimenti mendicanti e spiritualisti. Una congerie di realtà sociali, a volte con non poche differenze tra di loro, ma con alcuni elementi ricorrenti. Il tentativo di un rapporto più diretto con Dio, la repellenza verso la corruzione della Chiesa, il suo burocratismo, la simonia, la cupidigia che la rendevano per alcuni “la grande puttana” di cui parlava l’Apocalisse… e in contraltare, l’impellente volontà di una vita più vicina ai valori cristiani. Il fermento fu ovunque, e naturalmente a volte cadde nell’eccesso, prendendo anche direzioni estremistiche. Ma alla base vi era una profonda esigenza di rinnovamento. La Chiesa naturalmente non capì, e non aveva interesse a capire. Queste recriminazioni contro la corruzione, queste esigenze di cambiamento, queste spinte verso la povertà, l’equità e il rigore morale, le vedeva con grande sospetto, e quasi la spaventavano. E fece di tutto per stroncarle.
Francesco d’Assisi vive in un tempo in cui questo fermento, questa arsura è vivissima.
La sua figura è anomala. Perché da un lato, non sembra essere mai stato tra gli “riformatori intransigenti”. Nemico di ogni discordia, non vorrà mai porsi fuori dalla Chiesa, o lanciarsi in polemiche e attacchi espliciti. Ma allo stesso tempo la sua esigenza di vita era altra cosa rispetto a quella che permettevano le strutture ecclesiastiche.
Quindi, citando un testo di cui non sono riuscito a trovare l’autore, “Francesco non criticherà mai nessuno, né la chiesa (che ben sapeva essere corrotta) né gli eretici o chicchessia perché semplicemente non spettava a lui farlo, lui non poteva né voleva giudicare perché giudicare significa porsi dalla parte dei potenti e lui, per sua scelta, voleva rimanere fra i derelitti e in comunione con loro con come unico scopo il perfezionamento della sua vita, in base ai concetti impliciti nella tesi della sequela “
Questa compresenza di approccio esistenziale ispirato a un radicalismo evangelico, e la volontà di non creare discordia e divisioni con attacchi violenti alla Chiesa, espressione, forse, di una più generale volontà di non essere qualcuno che giudica o condanna nessuno (eretici, Chiesa), dava a Francesco e ai suoi primi seguaci quella ambiguità per la quale la Chiesa non poteva inquadrarli facilmente come eretici, ma li vedeva con sospetto.
Francesco cercò presto un’autorizzazione papale per il suo ordine, sia per potere avere una riconosciuta libertà di predicazione fuori la zona di Assisi. E sia per evitare che chi lo seguiva fosse perseguitato, tanta forte era la similitudine tra i primi gruppi di francescani e altri gruppi, in cerca di semplicità, frugalità, libertà fuori da strutture rigide, contatto diretto col vangelo che sorgevano in Italia.
In genere si crede che Francesco abbia voluto fondare un ordine monastico pienamente strutturato.
In realtà sembra che questa non sia mai stata l’autentica volontà di Francesco.
Ciò su cui molti concordano, invece, è che Francesco mirava a creare una fraternità, non troppo numerosa, il meno formalizzata possibile riguardo al suo funzionamento.
Il primo gruppo raggiunse le 12 persone. A quel punto nacque l’esigenza di un riconoscimento papale. Questo riconoscimento non era una richiesta di privilegi –che sarebbe stata agli antipodi con la natura di Francesco- ma soprattutto una richiesta di poter predicare, come il vangelo prescriveva, anche fuori dalla giurisdizione di Assisi, e di evitare per evitare che chi lo seguiva fosse perseguitato, tanta forte era la similitudine tra i primi gruppi di francescani e altri gruppi, in cerca di semplicità, frugalità, libertà fuori da strutture rigide, contatto diretto col vangelo che sorgevano in Italia.
-La regola orale
Nel 1209 Francesco e i suoi compagni si recano a Roma dal Pontefice Innocenzo III a cui sottopose una “Regola” scritta di suo pugno. Regola poi andata perduta, ma che si crede fosse stata una cosa molto semplificata, che sostanzialmente consisteva in un richiamo ai principi del Vangelo, quanto a povertà, vicinanza ai poveri, ecc.
Innocenzo approvò la regola, anche se solo oralmente. Ma non sembra che il suo appoggio fu immediato come alcune delle biografie più tarde raccontano. Nella chronica di Ruggero da Wendover (legittimata dalla postilla aggiunta da frate Gerolamo d’Ascoli – futuro papa Niccolò IV – alla Legenda maior di San Bonaventura), Innocenzo III trattò prima Francesco in malo modo, dicendogli: “Va’, fratello, cercati dei porci, a cui saresti da paragonare più che agli uomini. Allora, ravvoltolati con loro nel fango…”.
Ma a difesa di Francesco sarebbe intervenuto il cardinale Giovanni Colonna esprimendosi con durezza: “Se respingiamo la richiesta di questo povero, dicendo che è troppo difficile e stravagante, mentre in realtà chiede soltanto che gli venga approvata la forma di vita prescritta dal vangelo, stiamo attenti che non ci capiti di fare ingiuria proprio al Vangelo. Se infatti qualcuno dicesse che nell’osservanza della perfezione evangelica e nell’intenzione di costui di  praticarla vi è qualcosa di strano o di irrazionale, oppure di impossibile da portare avanti, costui diventerebbe immediatamente reo di bestemmia contro Cristo, autore del costui diventerebbe immediatamente reo di bestemmia contro Cristo, autore del Vangelo”.
Qualunque cosa sia effettivamente avvenuta, alla fine Papa Innocenzo III accolse la regola, ma solo “oralmente”, senza impegnarsi con una bolla  ufficiale. Innocenzo III probabilmente più che spinto da considerazioni morali, pare che avesse compreso che un ordine come quello sarebbe stato molto utile, in un’epoca dove ovunque rimproveravano Roma per la sua opulenza, e chiedevano il ritorno ai valori originali dal vangelo. Un ordine che predicasse la povertà e la semplicità, ma all’interno della Chiesa e senza contestarla dall’esterno sarebbe potuto servire molto. Allo stesso tempo, Innocenzo III, appunto per la “diversità” di Francesco e i suoi, e per la non poca somiglianza con gruppi quali quegli degli “umiliati”, non volle dare un riconoscimento solenne e formale alla regola, tramite una bolla scritta, dando solo un consenso orale, e comunque impose a Francsco e ai suoi il giuramento di fedeltà alla Chiesa e la tonsura.
La  regola verbalmente approvata non pare essere stata una regola molto ampia e pedissequa nelle sue prescrizioni, e quindi in grado di irrigimentare la prima comunità.
Le prime decisioni collettive, venivano, di volta in volta, prese dai capitoli generali, l’insieme dei monaci mano a mano che la comunità cresceva.
Francesco non sembra avere avuto mai la volontà di creare un vero e proprio ordine formalizzato. Voleva che i monaci fossero allo stesso tempo più liberi possibili, e meno “garantiti” possibili. Le due cose in un certo senso andavano insieme; norme, tutele, prescrizioni eccessive, limitavano in modo quasi burocratico l’azione, dando, quasi in contraccambio, una modalità organizzata entro la quale agire, la protezione di un ordine, mezzi a disposizione; “tutela” in pratica. Mentre per Francesco i “folli di Dio” dovevano andare per il mondo in piena libertà e senza “garanzie per il domani” che al domani avrebbe pensato la Provvidenza.
Dall’altra parte Francesco non era per modalità formalizzate e strutturate perché era avverso a qualunque gerarchia tra i monaci. Lui stesso, nella regola non bollata e nel Testamento, vietava che i monaci potessero mai chiamare qualcuno “priore”. Nella comunità, lui diceva,‘nessuno doveva farsi chiamare priore, ma tutti devono essere frati minori’.
Per lui non vi erano distinzioni, come quella tra letterati e analfabeti, o tra sacerdoti e laici. Anzi, la sua, inizialmente, fu una comunità di laici.
Avendo visto la sequela Christi a cui si richiamava Francesco, e come egli intendesse, come parte imprescindibile di essa, la povertà radicale e il farsi “piccolo tra i piccoli”; ne consegue che la comunità che immaginava Francesco, e che poi fu effettivamente la comunità dei primi tempi, rifiutava qualsiasi ricchezza in denaro e permetteva di ricevere cibo da altri solo in cambio di lavoro. Rifiutava qualunque forma di “metti da parte per i tempi grami”, dato che la fiducia totale nella Provvidenza imponeva che ci si esponesse alla precarietà totale. Imponeva una imitazione il più stretta possibile dell’ideale del Cristo.
La comunità doveva essere fondata sul lavoro dei membri e non su donazioni ed elemosine.
Era vietava qualsiasi forma di gerarchia interna, col divieto di chiamare Priore alcun frate. Sia nella regola non bollata, sia nel testamento dirà “E nessuno sia chiamato priore, ma tutti siano chiamati semplicemente frati minori. E l’uno lavi i piedi all’altro”. Tutti frati erano da considerare uguali, nel loro essere “Minori”; “piccoli” servitori di Dio. Non era presente alcuna differenza tra laici e sacerdoti, a differenza del monachesimo tradizionale.
Sebbene, poi, la comunità, si dichiarava fedele alla Chiesa, la tendenza sembrava essere soprattutto quella di un contatto diretto col Vangelo. E anche questo li faceva assomigliare, come abbiamo visto,  a gruppi come gli umiliati o addirittura come i Valdesi che erano già stati bollati come eretici.
Questa visione “integrale” di Francesco avrebbe retto finché il gruppo sarebbe rimasto un gruppo piccolo, composto da grandi uomini, che avevano la passione, il rigore, la forza e forse anche la follia di condividere una vita “estrema”, una vita di adesione letterale al Vangelo, e di fare questo con gioia. La fama di santità di Francesco e della sua predicazione però intanto cresceva e in poco tempo divenne smisurata e questo portò a un colossale aumento del suo seguito. E anche a problemi e divisioni non previsti e che sarebbero diventati insanabili.
Nel primitivo e ancora poco strutturato ordine, cominciarono allora ad emergere tue tendenze, quella moderata e quella rigorista,
-L’ala moderata o dei “conventuali
Nella Vita prima scritta da Celano, viene riportato un discorso di Francesco, che sia Giuseppe, che la Frugoni, che Miccoli nei loro scritti su Francesco considerano molto simbolico di quello che avvenne nell’ordine francescano. In quel discorso Francesco dice:
“All’inizio troveremo frutti dolci e deliziosi; poi ne avremo altri meno  gustosi; infine ne raccoglieremo di quelli tanto amari da non poterli consumare, perché saranno aspri e immangiabili per tutti, quantunque estremamente belli e profumati. Il  Signore ci farà crescere fino a diventare un popolo assai numeroso; poi avverrà come del pescatore che gettando le reti nel mare o in qualche lago prende grande quantità di pesci, ma dopo averli messi tutti nella sua barchetta, essendo troppi, sceglie i migliori e i più grossi da riporre nei vasi e portar via, e abbandona gli altri”.
Celano con quelle parole, parole che forse mise in bocca a Francesco, voleva probabilmente denunciare come la nuova “fila” di francescani non era più disposta a seguire il rigore e la radicalità che imponeva Francesco.
I moderati chiedevano che si allentasse molto delle imposizioni di Francesco, e che l’ordine che stava sorgendo si allineasse allo stile delle regole presenti negli altri ordini monastici. Inoltre, erano più propensi, rispetto ai primi compagni, a richiami più diretti e costanti alla Chiesa e al suo ruolo di mediatrice, piuttosto che ad un richiamo diretto al Vangelo.
I moderati volevano che si redigesse una nuova regola, che questa volta sarebbe dovuta essere “bollata”; ovvero ricevere la consacrazione scritta da parte della Chiesa. E questa regola doveva essere una regola più indirizzata verso un monachesimo meno ardente ed “eroico”;ma più affidabile e “strutturato”.
-L’ala rigorista o dei “compagni”
I rigoristi erano i primi compagni di Francesco  e tutti coloro che erano entrati nell’ordine spinti da una fortissima convinzione e dalla volontà di aderire il più possibile allo stile di vita di Francesco.
Essi esigevano che l’ordine rimanesse legato a una pratica di povertà assoluta. Erano ostili alle troppe formalizzazioni e alla “burocratizzazione” della vita comunitaria. Erano poco “attratti” da ogni rapporto con la curia romana, e tendevano alla predilezione di un contatto diretto col Vangelo.
Naturalmente costoro, che presto divennero una minoranza, erano i più vicini e saranno i più fedeli, per tanti aspetti, all’esperienza e alla predicazione di Francesco. Ma è anche vero che molti di loro, nella tensione con la parte moderata, che finirà, dopo la morte di Francesco, a mettere tanti di loro fuorilegge, arriverà ad eccessi rigore e radicalità che porteranno anche a dei travisamenti dell’autentico spirito di Francesco, che, per esempio non amava le discordie e che nell’eccesso di polemismo vedeva il rischio dell’orgoglio, di quella “durezza” che spinge, proprio chi fa scelte estreme, a considerarsi migliori degli altri.
Tornando alla vita di Francesco, i contrasti tra queste due tendenze si intensificarono tra il 1219 e il 1220 quando Francesco si trovava in Terra Santa, dove era andato al seguito della quinta crociata per evangelizzare gli arabi. Ma pare che avere visto ciò di cui furono capaci i crociati, lo avesse nauseato e spinto a ritirarsi in solitudine presso i luoghi santi di Gerusalemme, anche se su quel periodo della vita francescana sussistono interpretazioni non uniformi. Comunque, intorno al 1220 giunse un frate dall’Italia a comunicargli notizie che inquietarono molto Francesco. Erano sorte tutta una serie di discordie all’interno del suo ordine e la componente moderata, che stava prevalendo, aveva cominciato, in sua assenza, a darsi delle costituzioni,
probabilmente ispirate agli ordini monastici tradizionali.
Cominciò allora  quello che sarebbe stato il periodo più duro per Francesco e che alcuni definiscono come “la drammatica lotta tra Francesco e il suo Ordine”(Giuseppe Giudice).
Francesco tornando in Italia si rese conto che la prima “regola” approvata oralmente da Innocenzo III nel 1210 non era più sufficiente per mantenere l’unità e che adesso era ormai inevitabile una “regola” vera e propria. Ma seppure per lui redigere una regola rappresentava una “forzatura”, si mise al lavoro per preparare una regola normativa. Per prima cosa, dopo l’incontro col Papa nell’autunno del 1Arrivato a Roma nell’autunno del 1220, Francesco rinuncia al governo dell’ordine nel capitolo  generale del 1220, effettuando un primo atto di distacco. Secondo l’anonimo perugino, in quella sede avrebbe detto:
“Da ora io sono morto per voi. Ma ecco frate Pietro Cattani, al quale io e voi tutti obbediremo”, rinunciando così al governo concreto dell’ordine, continuando a rimanere la guida spirituale.
A quel punto si mise all’opera per scrivere la regola, con la decisa volontà di mantenere i contenuti evangelici originari della comunità originaria e della forma di vita del 1210, rendendoli più precisi e normativi. Il suo obiettivo  è comunque tenere duro e non stravolgere il senso degli ideali originari.
-REGOLA NON BOLLATA
Questa prima regola, redatta nel 1221, venne definita “non bollata”, perché non ricevette l’approvazione papale.
Rimase fermo il richiamo alla “povertà assoluta” e la rinuncia a qualsiasi possesso .
E’ previsto ancora l’obbligo al lavoro per i frati e il divieto di ricevere denaro a cui è dedicato l’intero VIII paragrafo: “Nessun frate in nessun modo prenda con sé o riceva da altri o permetta che sia ricevuta pecunia o denaro […] per nessuna ragione, se non per una manifesta necessità dei frati malati”. L’eccezione al divieto di ricevere denaro era prevista solo in caso fosse necessario per l’assistenza dei frati ammalati e dei lebbrosi.
I frati potevano avere in uso gli strumenti di lavoro ma non in proprietà: l’unico possesso personale riguardava il cibo e il vestiario.
Sul piano dei rapporti interni era mantenuta, anche in questa prima regola, l’uguaglianza di tutti i frati, privati di ogni potere o dominio. Nessuno doveva essere chiamato “priore”. Ed era prevista una norma davvero rivelatrice, che, a parer mio, ha qualcosa di rivoluzionario per l’epoca. L’obbedienza ai ministri dell’ordine non andava considerata assoluta ma relativa al bene.  Nel V paragrafo è scritto infatti che i frati hanno il dovere di non ubbidire al ministro nel caso in cui esso viva «secondo la carne», o comunque nel momento in cui ordini qualcosa «contro la nostra vita o contro la sua anima»,. Nessun mandato, per Francesco, poteva essere considerato irrevocabile: in nessun momento e per nessuna persona.
Tra le altre disposizioni c’è una particolare attenzione verso la cura da prestare ai confratelli malati, e tutta  una serie di altre prescrizioni.
Nella regola non ci sono alcuni momenti splendidi, di grande valore morale, come quando si dice:
“[i frati] non dicano male di nessuno; non mormorino, non calunnino gli altri, poiché è scritto: i calunniatori e i maldicenti sono in odio a Dio. E siano modesti, mostrando mansuetudine verso tutti gli uomini. Non giudichino, non condannino; e come dice il Signore, non guardino ai piccoli difetti degli altri, anzi pensino più ai loro nell’amarezza della loro anima.”
Questa regola venne presentata da Francesco ai frati nel capitolo generale di pentecoste del 1221, e successivamente alla curia romana, ma suscitò più ostilità che consenso. E specie la resistenza che emergeva dalla maggioranza dei monaci fece cadere Francesco in uno stato di amarezza e delusione che si sarebbe accresciuto con gli eventi successivi.
E’ l’inizio di quello che alcuni chiameranno “tradimento”, e che porterà l’ordine francescano, soprattutto dopo la morte del santo, su una strada progressivamente lontana da quella che lui aveva immaginato. Ma, come si è visto, il distacco del santo dai compagni era iniziato già in vita.
Francesco però non aveva rinunciato a una riformulazione della regola, che comunque continuasse a mantenerne saldi gli elementi salienti.
E tra la maggioranza dei frati circolava il timore che la regola finale sarebbe stata comunque troppo dura. Nel testo dell’anonimo perugino è scritto che alcuni frati dissero a Frate Elia che era diventato, dopo Pietro Cattani, il ministro generale dell’ordine:
“Temiamo la renda [la regola] così dura da riuscire inosservabile. Noi […] ci rifiutiamo di assoggettarci a tale regola. Se la scriva per sé, non per noi”.
Queste fortissime tensioni interne si manifestarono nuovamente nel capitolo generale del 1222 dove la maggioranza dei frati sollecitò il cardinale Ugolino –che era stato fin dall’inizio il cardinale che aveva “seguito” la “questione” francescana- di convincere Francesco a alleggerire la regola, allineandosi alle tradizionali regole del monachesimo.
La risposta di Francesco –in base alla Leggenda Perugina- sarebbe stata molto dura:
“Fratelli, fratelli miei! Dio mi ha chiamato a camminare sulla via della semplicità, e me l’ha mostrata. Non voglio quindi che mi nominiate altre regole, né quella di Sant’Aogstino né quella di San Bernardo o San Benedetto. Il Signore mi ha rivelato che la sua volontà era che io fossi un tipo del tutto nuovo di pazzo nel mondo: questa è la scienza alla quale Dio vuole che ci dedichiamo! Egli vi confonderà per mezzo della vostra scienza. Io ho fiducia nei gastaldi del Signore, dei quali Egli si servirà per punirvi. Allora, volenti o nolenti, farete ritorno con gran vergogna alla vostra vocazione”.
La durezza della risposta è comprensibile anche alla luce delle amarezze che Francesco continuava ad accumulare nel suo cuore, per la distanza sempre maggiore con la maggioranza dei frati. E inoltre qualche mese prima, papa Onorio III aveva approvato la regola del terzordine –quelli che sarebbero stati definiti “i terziari francescani”. Questa regola, autografata da Francesco, che probabilmente si trovò di fronte al fatto compiuto, determinava all’interno dell’ordine la differenza tra chierici e laici che lui aveva sempre contrastato.
Comunque ritornando alle vicende all’interno dell’ordine francescano principale, è facile comprendere come la curia romana sodalizzasse con i “moderati”, volendo che il nascente ordine francescano fosse il più “normalizzato” possibile, e allineato alle forme strutturali base degli altri ordini; in modo anche di depotenziare il più possibile le spinte “radicali” e intransigenti che ancora resistevano nell’ordine.
Stanco e deluso, Francesco fu sostanzialmente forzato, dagli insanabili contrasti all’interno dell’ordine di cui voleva evitare la disgregazione e dalla pressione della Curia romana a redigere la nuova regola secondo modalità molto più moderata. La nuova regola fu presentata nel capitolo generale dell’11 giugno 1223 e venne successivamente approvata, dopo essere stata ulteriormente ritoccata dal cardinale Ugolino da Papa Onorio III il 29 novembre di quello stesso anno attraverso la bolla Solet annuere.
L’ordine francescano aveva adesso la sua regola bollata, e poteva considerarsi un ordine “ufficiale” con tutti i crismi. Ma a molto si era dovuto rinunciare.
-La Regola bollata
Il testo della regola bollata è molto più ridotto rispetto a quello della regola non bollata: solo 12 brevi articoli.
Viene drasticamente affievolito il principio della povertà assoluta.
Innanzi tutto veniva detto che l’ordine poteva possedere beni “per le necessità degli infermi e per vestire altri frati”; cessando così, l’ordine, di essere una comunità pauperistica. E poi, mentre nella regola del 1221 era stabilito che chiunque voleva entrare nell’ordine doveva abbandonare ogni possesso, adesso era scritto solamente:
“vendano [i frati] tutto quello che hanno e procurino di darlo ai poveri. Se non potranno farlo, basta ad essi la buona volontà”.
Viene attenuta anche la proibizione di ricevere denaro.
L’obbligo al lavoro per tutti non è più richiesto ma è solo permesso. Scompare la proibizione di non possedere altri libri oltre il breviario e il libro dei salmi.
Scompare il divieto di usare l’appellativo “priore” dovendo tutti chiamarsi “frati minori”.
Scompare l’obbligo per tutti frati e ministri di lavarsi i piedi l’un l’altro.
E scompare uno dei principi rivoluzionari della visione di Francesco, che ancora era contenuto nella regola del 1221; il dovere di disobbedienza verso i ministri che ordinino qualcosa di contrario alla regola o alla coscienza.
Queste ultime “cancellazioni”, soprattutto l’ultima, tolgono elementi decisivi che differenziavano la regola di Francesco da quella di tutti gli altri ordini monastici.
Nella valutazione complessiva della regola emerge l’impressione per la quale ogni aspetto della quotidianità dell’ordine sembra dovere essere sottoposto al controllo e ai permessi della Chiesa, e l’affievolimento di ogni autonomia.
La chiusura della regola, poi. è emblematica. Invece della preghiera al Signore con cui si chiudeva la regola non bollata, vi è un’ammissione di sottomissione incondizionata alla Chiesa:
«affinché sempre sudditi e soggetti ai piedi della santa chiesa romana, stabili nella fede cattolica, osserviamo la povertà, l’umiltà e il santo Vangelo del Signor nostro Gesù Cristo, che abbiamo fermamente promesso.»
Francesco che era nemico di ogni discordia, accettò quella che visse come una sconfitta. Sono in diversi a ritenere che pur avendo messo il suo autografo, non considerasse quella la “sua” regola, ma un tradimento della sua vita e della sua volontà.
E in quel momento dopo quegli ultimi anni così travagliati, iniziò per Francesco un periodo crisi totale, dove l’avvilimento morale si unì a un progressivo calvario fisico.
Il santo si distacca completamente dal suo ordine e inizia il periodo dei grandi eremitaggi.
Per un anno visse quello che viene definito il periodo della “grande tentazione”. Il periodo più disperato della sua vita. Un anno sulle montagne dell’Averna dilaniato dall’amarezza e dal timore di avere sbagliato tutto, perso in un senso di totale impotenza e avvilimento.
Quel periodo si concluse intorno al 14 settembre 1224 quando l’apparizione sul suo corpo delle stimmate, venne da lui interpretata come la voce di Dio che gli si manifestava, che gli “parlava” sollevandolo dalla disperazione, dal sentimento che nulla avesse senso che tutta la sua vita fosse stata un fallimento
Dopo il 1224, continuò altri due anni  con i suoi eremitaggi. Tormentato da malanni allo stomaco, alla milza, e al fegato, e con la vista che lo stava abbandonando, compose, nei due anni successivi alcune delle sue opere più ardenti e sublimi, come il Cantico di frate sole (o delle creature).
Nel 1226, sceso dal suo eremo alla Verna, Francesco, ormai quasi totalmente cieco, dettò il Testamento. Nel Testamento ripercorre la sua esperienza umana e tenta, in un ultimo estremo assalto, di far riemergere nel suo ordine, alcuni dei principi originari. C’è un passaggio emblematico, un passaggio davvero rivelatorio; quando Francesco scrive:
“Ordino fermamente per obbedienza a tutti i frati che, dovunque siano, non osino mai chiedere qualche privilegio alla curia romana, né direttamente né per interposta persona, né in favore di una chiesa o di qualche altro luogo, né con la scusa di dover predicare, né per difendersi da una persecuzione; ma dovunque non vengano ricevuti, fuggano ad un’altra terra”.
Non si chiedano mai privilegi alla curia romana. Francesco si rivela fino all’ultimo nemico di ogni privilegio, sostenitore di una radicalità evangelica.
Francesco morì poco dopo, nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226, alla Porziuncola
Dopo essersi fatto distendere nudo sulla nuda terra disse ai frati: “Io ho fatto la mia parte; la vostra Cristo ve la insegni”.
Nella conclusione del Testamento aveva scritto: “Sempre tengano (i frati) con sé questo scritto assieme alla regola. E in tutti i capitoli che fanno, quando leggono la regola, leggano anche queste parole.”
Francesco aveva cercato, con il suo Testamento, chiedendo che fosse sempre accompagnato alla regola, di reintegrare alcuni dei principi della regola originaria.
Ma anche questa disposizione non venne rispettata. Infatti nel 1230, Papa Gregorio IX (quel cardinale Ugolini che era stato tanto vicino a Francesco), stabilirà –con la bolla quo elongati- che il testamento non ha valore di regola né di completamento. Con la stessa bolla, inoltre, Gregorio IX, concesse ai frati la possibilità di ricevere beni e amministrarli per le loro esigenze.
Gregorio IX fu comunque colui che il 16 luglio 1228, a meno di due anni dalla morte, proclamò santo Francesco, davanti, si racconta, ad una grande folla di popolo.
Nel tempo l’allontanamento dalla visione di Francesco si sarebbe rafforzato con interventi quali quello del capitolo generale di Roma del 1239 escluse i laici dall’ordine e con bolle papali, quali la ordinem vestrum del 1245, quando fu vietato l’ingresso nell’ordine agli illetterati.
Nel 1260, come abbiamo detto all’inizio, il capitolo generale affidò al nuovo ministro generale dell’ordine, Bonaventura, il compito di redigere una nuova biografia, che fosse ufficiale. E nel 1269 venne stabilito che tutte le altre precedenti biografie venissero bruciate.
La tensione tra la tendenza maggioritaria dei “conventuali” e coloro che volevano restare fedeli al rigore delle regole di Francesco sarebbe continuata ancora a lungo.
I conventuali comunque, con l’appoggio della Chiesa, ebbero una prevalenza sempre maggiore sui francescani più rigorosi. Essi allentarono progressivamente il voto di povertà, interpretando la regola bollata in modo non letterale.
Essi s’impiantarono nelle città e, basando la propria predicazione su una cultura universitaria, lavoravano per fornire uno statuto spirituale alle nuove attività intellettuali, giuridiche, artigianali e commerciali: nessun mestiere, secondo loro, poteva impedire al credente di raggiungere la salvezza. Per cui arriveranno a legittimare il profitto del mercante e alcune forme di prestito, come i monti di pietà (che comunque potevano essere visti anche come un’alternativa più umana all’usura a cui altrimenti tanti rischiavano di cadere). Fu in questo ambito, moderato e “conventuale”, che nacquero i famosi Fioretti di s. Francesco. In quest’opera, ormai parte della letteratura universale, Francesco è visto come in un territorio senza tempo, figura quasi mitica, con momenti anche splendidi e fiabeschi, e non necessariamente del tutto destituiti di qualche fondamento reale. Non vi è però, in quest’opera, alcun riferimento però alla concretezza storica, alle lotte, alle tensioni, all’amarezza,
La corrente più rigorista che nel tempo sarebbe stata detta dei “francescani spirituali”, continuò la sua battaglia per la povertà radicale e contro l’involuzione curiale e gerarchica che loro vedevano nell’ordine. Un’opera proveniente dal loro ambiente è lo scritto di  Giovanni Parenti, Le mistiche nozze di s. Francesco con Madonna Povertà, dove netta è la condanna degli ecclesiastici compromessi col potere economico e politico.
Questi francescani spirituali –il cui lato più ribelle era quello dei “fraticelli”- seppure minoritario, era molto tenace e resistente. Gli spirituali saranno osteggiati da tutti i Papi dell’epoca, con l’eccezione di Celestino V (il papa che dopo pochi mesi abdicò), finché non saranno praticamente oggetto di persecuzione come eretici.
Va detto, come anche indicato in precedenza, che seppure più vicini alla visione autentica di Francesco, neanche gli spirituali potevano dirsi totalmente aderenti alla pratica di vita del santo. Perché in Francesco la radicalità evangelica non si accompagnava a esplicite visioni riformatrici, polemiche e contestazioni al sistema ecclesiastico. Nel loro “combattere” contro la deriva burocratica, e a volte lassista, dei conventuali, gli stessi spirituali finirono spesso col radicalizzarsi come fossero, per certi aspetti, un gruppo di “militanti” ante litteram.
Nonostante le persecuzioni degli spirituali, comunque, l’ordine francescano non sarà mai “totalmente” immune da riemergenti correnti che propugneranno un ritorno allo spirito originario di Francesco, o almeno una maggiore aderenza ad esso. Queste correnti nel XVI secolo saranno indicate come quelle degli “Osservanti”, e porteranno alla nascita, intorno al 1520 dell’ordine dei Cappuccini.
Ma non è in questa sede importante approfondire questa dinamica storica successiva alla morte di Francesco. Averla tracciata, per sommi capi, è servito, per fare comprendere, come
La parola “tradimento” che ho usato nel titolo di questo pezzo, è, come ogni parola riassuntiva, metafora generale, e non sentenza liquidatoria.
Essa non sottintende l’idea di un “fallimento” dell’esperienza di vita e del messaggio di Francesco.
Nonostante, tanti tasselli di questa storia non ci siano giunti o non siano univoci, Francesco è diventato una di quelle figure spirituali vive, capaci di generare ispirazione e rinnovamento in uomini di ogni tempo e di ogni parte del mondo.
Una figura che appartiene a tutti gli esseri umani, e che è capace di parlare a tutti gli esseri umani, al di là di rigorosi confini religiosi.
Una figura che era anche scomoda, non solo “il poverello d’Assisi”, ma anche un uomo che sapeva essere intransigente.
La parola “tradimento” però resta valida e sta a rappresentare da una parte il progressivo allontanamento, già in vita del Santo, dell’ordine da Francesco; allontanamento che continuerà dopo la sua morte.
E dall’altra -la parola “tradimento”- sta a indicare la volontà di costruire un personaggio e una vicenda esistenziale e storica non totalmente corrispondente alla realtà del Santo. Una ricostruzione dove interi passaggi sono stati sfumati, “dimenticati”, cancellati.

Quando nel 1989 vidi Francesco di Liliana Cavani al cinema ne fui profondamente colpito, anche se non al punto di razionalizzare cosa potesse effettivamente avermi colpito.Lo compresi dopo, rivedendo, negli anni, quel film.Oltre alla straordinaria potenza del film, e alla perfetta interpretazione di Mikey Rourke, c’era qualcosa di ancora più profondo ad avermi colpito. La consapevolezza che una parte della storia che non mi era mai stata raccontata. Una parte dove si vedono i contrasti insanabili che nacquero tra i seguaci, ormai diventati tanti, l’amarezza di Francesco, l’avvilimento, il senso di un tradimento.Con questo piccolo pezzo che ho scritto in questi giorni, voglio ritornare su certi aspetti, spesso sottaciuti della storia, della personalità e dell’azione di Francesco. Dico subito che qui non si sta “costruendo un Francesco alla propria maniera”; né si vuole raccontare un Francesco sciamano, un Francesco alchimista, un Francesco ambientalista, un Francesco rivoluzionario. Ovvero non si vuole raccontare il “proprio Francesco”, visto anche alla luce di essere un precursore dei tempi. E questo non per la fobia dei tradizionalisti di ogni tempo di non vedere mai un personaggio sacro come –non sia mai!- capace di essere fonte di ispirazione, anche per chi proviene da una cultura non ancorata a un integrale cattolicesimo. In realtà la figura di Francesco è così ricca di potenziale umano, di radicalità, e di forza morale, che non è un “peccato mortale” confrontarsi con essa, per vedere qualcosa che, in nuce, sia rivelatorio anche di altro.Ma, lecite o no che siano le riflessioni di questo genere, non si tratta dell’obiettivo che mi sono proposto.Qui non si vuole delineare alcun Francesco declinato secondo la propria sensibilità.Qui si vogliono semplicemente fare emergere alcuni frammenti del suo percorso concreto, specie quelli che sono sempre stati messi un po’ in sordina, se non totalmente sottaciuti e cassati nel corso del tempo.E anche qui non per fare la “controstoria” di Francesco.Affermare come molte delle biografie del santo hanno elementi leggendari, e come la principale di essa, la Legenda Maior di San Bonaventura, filtrano parti della storia, ne edulcorano altre, ne astrattizzano altre ancora, e magari inventano passaggi di sana pianta, non vuol dire allora che queste biografie siano un campionario di falsità. E che la loro lettura sia priva di valore. Ma che da sole non rendono pienamente giustizia a tutto il percorso di Francesco.E’ importante raccontare  “l’altra parte” della storia. Come Francesco visse, a un certo punto, una distanza sempre maggiore dal suo ordine. Come provò profonde amarezze e delusioni. E come, anche dopo la sua morte, l’ordine continuò il processo di allentamento dal fondatore. Premettendo a tutto questo una riflessione sulla natura, radicalmente evangelica, dell’esperienza di Francesco. E’ interessante soffermarsi un attimo su come nacque quella che per secoli venne considerata la biografia ufficiale e definitiva di Francesco, la Legenda maior, scritta a Bonaventura, ministro generale dell’ordine, dietro mandato datogli dal capitolo generale nel 1260. Nel 1263 la Legenda maior divenne il testo definitivo su Francesco; e nel 1266 il capitolo generale di Parigi ordinava la distruzione di tutte le biografie precedenti. Un grande autodafé di libri. Eppure alcune delle più antiche biografie riuscirono a salvarsi grazie a qualche copia “scampata agli incendi”, per il suo essere stipata in qualche monastero sperduto. Furono ritrovate la Vita prima e la Vita seconda e il Trattato dei miracoli; tutte opere di Tommaso da Celano, La leggenda dei tre compagni di Rufino, Angelo e Leone, tre dei fedelissimi di Francesco, e altri testi.     Questi testi non sono sempre univoci tra loro; anzi spesso non lo sono. Non sono privi affatto di agiografie e parzialità. Ma tra essi, gli stessi scritti di Francesco (soprattutto il Testamento) e altre fonti storiche, è possibile comunque fare emergere qualcosa di importante.L’intera ricostruzione della figura, della predicazione, del percorso di Francesco è ritenuta praticamente impossibile. Una parte di questa vicenda umana e religiosa, è inevitabilmente avvolta nel mistero. Ma ricorrendo a tutte le fonti precedentemente dette; si apre la possibilità di un po’ più di verità e di onestà. Francesco nacque intorno al 1182. Il padre era mercante e lui da giovanissimo divenne appassionato di romanzi cavallereschi. Partecipò alla guerra tra assisiani e perugini, nell’ambito della quale venne fatto prigioniero per circa un anno, cosa che lasciò un segno su quella che sarebbe stata la sua salute nel corso degli anni.Nel 1206 sarebbe avvenuta la prima conversione, seguita dalla rinuncia all’eredità paterna, col noto episodio dello spogliarsi davanti al Vesvovo, e il suo ritirarsi inizialmente come eremita presso la chiesetta di San Damiano.Nel 1209 avvenne quella che viene detta “la seconda conversione”. Un giorno, sentendo la messa nella chiesetta della Porzuncola, Francesco sentì  il celebre passo evangelico di San Matteo: “Andate e predicate  dicendo che il regno dei cieli è vicino. Curate i malati, suscitate i morti, mondate i  lebbrosi, cacciate i demoni. Ciò che avete ricevuto gratuitamente, date gratuitamente.  Non portate né oro, né danaro nelle cinture, né bisacce per il cammino, né due tuniche, né calzari, né bastone; l’operaio merita infatti che si provveda al suo mantenimento. In ogni città o castello dove entrerete, informatevi su chi è degno di ricevervi e lì restate finché ve ne andrete. Entrando nella casa salutatela col dire: ‘pace a questa casa’ ” . Dopo la messa chiese al sacerdote laspiegazione del passo e dopo averla ricevuta, avrebbe detto:   A quel punto abbandonò la vita da eremita e cominciò a predicare, attirando intorno a lui giovani che si sentivano “chiamati” verso un’altra vita. Nacque così la primissima comunità francescana composta da dodici persone.   Per potere comprendere quale fosse il genere di vita seguito dall’originaria confraternita francescana, bisogna conoscere i punti fermi della visione di Francesco.Il concetto centrale, nell’esperienza religiosa di Francesco, è quello che viene definito sequela Christi.La sequela Christi è per lui una vita vissuta in povertà e obbedienza, affidamento totale a Dio.In Francesco è decisiva l’idea di “piccolezza”. Per lui Dio venendo tra gli uomini si è fatto “piccolo”, uomo tra gli uomini. E per seguire Cristo bisogna necessariamente farsi “piccoli”..”Io, frate Francesco piccolo, voglio seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signornostro Gesù Cristo e della sua santissima madre, e perseverare in essa fino alla fine.” C’è quindi un totale abbandono nella mani della Provvidenza, che sfiora –così gli è stato nel corso dei secoli contestati- la passività di fronte ai poteri del mondo.Lui stesso aveva scelto la povertà, restituendo tutto ciò che aveva a suo padre, mantello compreso. Aveva accettato insulti e denigrazioni di ogni tipo, provenienti anche dai suoi conoscenti. E si era completamente affidato alla Provvidenza di Dio.Essere poveri è considerato necessario per porsi dal punto di vista degli ultimi e così avvicinarsi alla condizione del Gesù. Nella regola non bollata scrive: “i frati cerchino di seguire la povertà del Signore nostro Gesù Cristo e si ricordino che niente ci è concesso di avere se non il cibo e le vesti e di questi ci dobbiamo accontentare. […] l’elemosina è l’eredità e il giusto diritto dovuto ai poveri; lo ha acquistato per noi il signore nostro Gesù Cristo”.   E’ particolarmente indicativo, a questo scopo, l’utilizzo da parte di Francesco dell’aggettivo“piccolo” col quale era solito indicare sé stesso. Nelle parti conclusive del Testamento, scriverà:: «Io frate Francesco piccolino, vostro servo, per quel poco che io posso…». E più cerca di sminuire la sua figura, più la sua figura paradossalmente diventa grande. Che poi è uno dei paradossi dell’umiltà, ovvero fare emergere in grandezza morale chi non vuole essere tra “i dominatori del mondo”.  Questo richiamo alla piccolezza in Francesco è costantemente connesso a tutto quello che può fare sentire “superiori”. Così si spiega la sua “ostilità” verso gli stessi libri e il fatto che volesse che i frati analfabeti non imparassero a leggere. Temeva nella scienza e nella lettura, la spinta che esse potevano dare ad alcuni, a sentirsi più “elevati” e a insuperbirsi. Tornando all’ideale della povertà, per Francesco chi entrava nella fraternità non doveva avere niente, e non doveva ricevere mai denaro. Francesco ammetteva in casi particolari l’elemosina, ma non da intendere come ricezione di qualcosa perché la si chiede con atto di mendicità, ma come una sorta di “retribuzione”, comunque in forma di vitto necessario per vivere in cambio del proprio lavoro. Per Francesco infatti la comunità doveva reggersi su un lavoro di autosufficienza e non su offerte che, secondo lui, erano di diritto dei poveri.Chi prima di unirsi alla fraternità fosse stato artigiano, poteva, anzi doveva conservare gli strumenti del mestiere e continuare la sua attività, purché lecita ed onesta -erano esclusi certi mestieri come il macellaio e il mercante-. Chi invece non sapeva un mestiere doveva impararne uno. Riguardo al denaro e al totale rifiuto di riceverlo, vi era su una sola eccezione. (cui ricorrere il più raramente possibile) qualora fosse servito per sfamare e aiutare i lebbrosi. Secondo la Furugoni, Francesco diceva:  “Ricevere offerte di soldi è un furto ai poveri”. Francesco propugnava l’abbandono totale alla Provvidenza, con una di quelle forme di radicalità che effettivamente sono difficilmente raggiungibili dalla maggior parte delle persone. Secondo lui il cristiano doveva avere una fiducia totale, e non accumulare nulla, non conservare nulla. Se sei veramente cristiano –questo era il senso- che cosa accumulerai a fare? Ti affiderai, giorno per giorno a quello che quel giorno ti darà. Francesco, ad esempio, prescriveva che, se si riceveva del cibo da altre persone, non si doveva conservarlo per il giorno seguente. Perfino mettere in acqua il legumi per il giorno successivo era vietato. Bisognava sempre restare “senza garanzie”, illimitatamente fiduciosi nella Provvidenza. Con papa Innocenzo IV, nel 1245 le cose raggiunsero il loro capovolgimento. Con la bolla ordine vestrum il pontefice arrivò a proibire l’ingresso nell’Ordine a chi non sapesse il latino, e promosse il reclutamento dei Minori nei centri universitari. In pratica si arrivò a escludere non solo chi non sapesse scrivere e leggere, ma anche chi non avesse la conoscenza del latino. Non sembra essere un’invenzione delle biografie edificanti quella che è un’altra caratteristica centrale di Francesco. L’infinta empatia verso ogni essere vivente, il cuore rapito da ogni sofferenza, la vicinanza ad ogni creatura. Le biografie edificanti crearono per certi versi un personaggio astorico edulcorato e depurato da ogni cosa che non fosse pienamente conforme a una visione di totale convergenza con la Chiesa; ma ciò non vuol dire che alcuni elementi non avessero fondamenti reali.L’immenso amore per tutte le creature viventi è considerato, da gran parte degli studiosi, un effettivo tratto dello spirito e della pratica di Francesco.C’è un passaggio molto bello, tratto dalla Vita prima, di Tommaso Celano, una delle prime biografie sul Santo, “Diceva al frate ortolano di non riempire tutto lo spazio di verdure commestibili, ma di lasciarne libera una parte perché producesse erbe spontanee che al loro tempo producessero i fratelli fiori. Usava dire che il frate ortolano doveva anche riservare da qualche parte un bell’orticello dove piantare tutte le erbe profumate e tutte le piante che producono fiori belli. Le corolle, una volta sbocciate, infatti, avrebbero invitato chiunque le guardasse a lodare Dio, dato che ogni creatura dice e grida: ‘Dio mi ha fatto per te, o uomo”. In un altro passaggio, sempre dalla Vita prima, si racconta che, Francesco, mentre attraversava la Manca Anconetana, vide un tale che portava al mercato due agnelli, destinati al macello. Non avendo denaro, il santo dà a quel tale il mantello che aveva ricevuto poco prima da un benefattore, e che aveva accettato solo per poi ricoprire il primo povero che avrebbe incontrato. Tommaso scrive che Francesco: “Abbondava di spirito di carità, provando sentimenti di pietà non solo per gli umani provati dal bisogno, ma anche per gli animali bruti senza parola, per i rettili, gli uccelli, e tutte le creature sensibili e insensibili.” E mentre gli agnelli erano ancora prigionieri Francesco li aveva accarezzati “come una madre il figlio che piange mostrando tanta compassione”. Ma adesso è importante, prima di procedere,con il percorso che avrà la comunità francescana, e i progressivi distacchi tra Francesco e il suo ordine, soffermasi un attimo sulla turbolenta epoca in cui Francesco si trovò ad operare. Quelli erano anni dove agli abusi del clero, le guerre tra i nobili, le durezze  e a volte (per alcuni) insensatezze del vivere, si contrapponevano fortissime spinte sociali di carattere radicale, che miravano a un rinnovamento totale. Tutte queste spinte si manifestavano sempre in ambito religioso, con linguaggi religiosi, con obiettivi religiosi. Anche se poi, veicolavano anche altro, come la tensione per una vita più giusta. Ma nel medioevo, ogni “battaglia” era sempre inestricabilmente connessa alla “lotta spirituale”, perché l’orizzonte esistenziale non era concepibile, tranne rarissime eccezioni, distinto da Dio.Anni di degrado della Chiesa romana, tensioni morali a lungo rimaste in un limbo esplosero, in una poderosa e multiforme richiesta di rinnovamento, nacquero le comunità pauperistiche, i gruppi che volevano un contatto diretto col vangelo, i movimenti mendicanti e spiritualisti. Una congerie di realtà sociali, a volte con non poche differenze tra di loro, ma con alcuni elementi ricorrenti. Il tentativo di un rapporto più diretto con Dio, la repellenza verso la corruzione della Chiesa, il suo burocratismo, la simonia, la cupidigia che la rendevano per alcuni “la grande puttana” di cui parlava l’Apocalisse… e in contraltare, l’impellente volontà di una vita più vicina ai valori cristiani. Il fermento fu ovunque, e naturalmente a volte cadde nell’eccesso, prendendo anche direzioni estremistiche. Ma alla base vi era una profonda esigenza di rinnovamento. La Chiesa naturalmente non capì, e non aveva interesse a capire. Queste recriminazioni contro la corruzione, queste esigenze di cambiamento, queste spinte verso la povertà, l’equità e il rigore morale, le vedeva con grande sospetto, e quasi la spaventavano. E fece di tutto per stroncarle.Francesco d’Assisi vive in un tempo in cui questo fermento, questa arsura è vivissima.La sua figura è anomala. Perché da un lato, non sembra essere mai stato tra gli “riformatori intransigenti”. Nemico di ogni discordia, non vorrà mai porsi fuori dalla Chiesa, o lanciarsi in polemiche e attacchi espliciti. Ma allo stesso tempo la sua esigenza di vita era altra cosa rispetto a quella che permettevano le strutture ecclesiastiche. Quindi, citando un testo di cui non sono riuscito a trovare l’autore, “Francesco non criticherà mai nessuno, né la chiesa (che ben sapeva essere corrotta) né gli eretici o chicchessia perché semplicemente non spettava a lui farlo, lui non poteva né voleva giudicare perché giudicare significa porsi dalla parte dei potenti e lui, per sua scelta, voleva rimanere fra i derelitti e in comunione con loro con come unico scopo il perfezionamento della sua vita, in base ai concetti impliciti nella tesi della sequela “ Questa compresenza di approccio esistenziale ispirato a un radicalismo evangelico, e la volontà di non creare discordia e divisioni con attacchi violenti alla Chiesa, espressione, forse, di una più generale volontà di non essere qualcuno che giudica o condanna nessuno (eretici, Chiesa), dava a Francesco e ai suoi primi seguaci quella ambiguità per la quale la Chiesa non poteva inquadrarli facilmente come eretici, ma li vedeva con sospetto. Francesco cercò presto un’autorizzazione papale per il suo ordine, sia per potere avere una riconosciuta libertà di predicazione fuori la zona di Assisi. E sia per evitare che chi lo seguiva fosse perseguitato, tanta forte era la similitudine tra i primi gruppi di francescani e altri gruppi, in cerca di semplicità, frugalità, libertà fuori da strutture rigide, contatto diretto col vangelo che sorgevano in Italia. In genere si crede che Francesco abbia voluto fondare un ordine monastico pienamente strutturato.In realtà sembra che questa non sia mai stata l’autentica volontà di Francesco.Ciò su cui molti concordano, invece, è che Francesco mirava a creare una fraternità, non troppo numerosa, il meno formalizzata possibile riguardo al suo funzionamento.Il primo gruppo raggiunse le 12 persone. A quel punto nacque l’esigenza di un riconoscimento papale. Questo riconoscimento non era una richiesta di privilegi –che sarebbe stata agli antipodi con la natura di Francesco- ma soprattutto una richiesta di poter predicare, come il vangelo prescriveva, anche fuori dalla giurisdizione di Assisi, e di evitare per evitare che chi lo seguiva fosse perseguitato, tanta forte era la similitudine tra i primi gruppi di francescani e altri gruppi, in cerca di semplicità, frugalità, libertà fuori da strutture rigide, contatto diretto col vangelo che sorgevano in Italia. -La regola oraleNel 1209 Francesco e i suoi compagni si recano a Roma dal Pontefice Innocenzo III a cui sottopose una “Regola” scritta di suo pugno. Regola poi andata perduta, ma che si crede fosse stata una cosa molto semplificata, che sostanzialmente consisteva in un richiamo ai principi del Vangelo, quanto a povertà, vicinanza ai poveri, ecc.Innocenzo approvò la regola, anche se solo oralmente. Ma non sembra che il suo appoggio fu immediato come alcune delle biografie più tarde raccontano. Nella chronica di Ruggero da Wendover (legittimata dalla postilla aggiunta da frate Gerolamo d’Ascoli – futuro papa Niccolò IV – alla Legenda maior di San Bonaventura), Innocenzo III trattò prima Francesco in malo modo, dicendogli: “Va’, fratello, cercati dei porci, a cui saresti da paragonare più che agli uomini. Allora, ravvoltolati con loro nel fango…”.Ma a difesa di Francesco sarebbe intervenuto il cardinale Giovanni Colonna esprimendosi con durezza: “Se respingiamo la richiesta di questo povero, dicendo che è troppo difficile e stravagante, mentre in realtà chiede soltanto che gli venga approvata la forma di vita prescritta dal vangelo, stiamo attenti che non ci capiti di fare ingiuria proprio al Vangelo. Se infatti qualcuno dicesse che nell’osservanza della perfezione evangelica e nell’intenzione di costui di  praticarla vi è qualcosa di strano o di irrazionale, oppure di impossibile da portare avanti, costui diventerebbe immediatamente reo di bestemmia contro Cristo, autore del costui diventerebbe immediatamente reo di bestemmia contro Cristo, autore del Vangelo”.  Qualunque cosa sia effettivamente avvenuta, alla fine Papa Innocenzo III accolse la regola, ma solo “oralmente”, senza impegnarsi con una bolla  ufficiale. Innocenzo III probabilmente più che spinto da considerazioni morali, pare che avesse compreso che un ordine come quello sarebbe stato molto utile, in un’epoca dove ovunque rimproveravano Roma per la sua opulenza, e chiedevano il ritorno ai valori originali dal vangelo. Un ordine che predicasse la povertà e la semplicità, ma all’interno della Chiesa e senza contestarla dall’esterno sarebbe potuto servire molto. Allo stesso tempo, Innocenzo III, appunto per la “diversità” di Francesco e i suoi, e per la non poca somiglianza con gruppi quali quegli degli “umiliati”, non volle dare un riconoscimento solenne e formale alla regola, tramite una bolla scritta, dando solo un consenso orale, e comunque impose a Francsco e ai suoi il giuramento di fedeltà alla Chiesa e la tonsura. La  regola verbalmente approvata non pare essere stata una regola molto ampia e pedissequa nelle sue prescrizioni, e quindi in grado di irrigimentare la prima comunità.  Le prime decisioni collettive, venivano, di volta in volta, prese dai capitoli generali, l’insieme dei monaci mano a mano che la comunità cresceva.Francesco non sembra avere avuto mai la volontà di creare un vero e proprio ordine formalizzato. Voleva che i monaci fossero allo stesso tempo più liberi possibili, e meno “garantiti” possibili. Le due cose in un certo senso andavano insieme; norme, tutele, prescrizioni eccessive, limitavano in modo quasi burocratico l’azione, dando, quasi in contraccambio, una modalità organizzata entro la quale agire, la protezione di un ordine, mezzi a disposizione; “tutela” in pratica. Mentre per Francesco i “folli di Dio” dovevano andare per il mondo in piena libertà e senza “garanzie per il domani” che al domani avrebbe pensato la Provvidenza.Dall’altra parte Francesco non era per modalità formalizzate e strutturate perché era avverso a qualunque gerarchia tra i monaci. Lui stesso, nella regola non bollata e nel Testamento, vietava che i monaci potessero mai chiamare qualcuno “priore”. Nella comunità, lui diceva,‘nessuno doveva farsi chiamare priore, ma tutti devono essere frati minori’.Per lui non vi erano distinzioni, come quella tra letterati e analfabeti, o tra sacerdoti e laici. Anzi, la sua, inizialmente, fu una comunità di laici. Avendo visto la sequela Christi a cui si richiamava Francesco, e come egli intendesse, come parte imprescindibile di essa, la povertà radicale e il farsi “piccolo tra i piccoli”; ne consegue che la comunità che immaginava Francesco, e che poi fu effettivamente la comunità dei primi tempi, rifiutava qualsiasi ricchezza in denaro e permetteva di ricevere cibo da altri solo in cambio di lavoro. Rifiutava qualunque forma di “metti da parte per i tempi grami”, dato che la fiducia totale nella Provvidenza imponeva che ci si esponesse alla precarietà totale. Imponeva una imitazione il più stretta possibile dell’ideale del Cristo.La comunità doveva essere fondata sul lavoro dei membri e non su donazioni ed elemosine.Era vietava qualsiasi forma di gerarchia interna, col divieto di chiamare Priore alcun frate. Sia nella regola non bollata, sia nel testamento dirà “E nessuno sia chiamato priore, ma tutti siano chiamati semplicemente frati minori. E l’uno lavi i piedi all’altro”. Tutti frati erano da considerare uguali, nel loro essere “Minori”; “piccoli” servitori di Dio. Non era presente alcuna differenza tra laici e sacerdoti, a differenza del monachesimo tradizionale.Sebbene, poi, la comunità, si dichiarava fedele alla Chiesa, la tendenza sembrava essere soprattutto quella di un contatto diretto col Vangelo. E anche questo li faceva assomigliare, come abbiamo visto,  a gruppi come gli umiliati o addirittura come i Valdesi che erano già stati bollati come eretici. Questa visione “integrale” di Francesco avrebbe retto finché il gruppo sarebbe rimasto un gruppo piccolo, composto da grandi uomini, che avevano la passione, il rigore, la forza e forse anche la follia di condividere una vita “estrema”, una vita di adesione letterale al Vangelo, e di fare questo con gioia. La fama di santità di Francesco e della sua predicazione però intanto cresceva e in poco tempo divenne smisurata e questo portò a un colossale aumento del suo seguito. E anche a problemi e divisioni non previsti e che sarebbero diventati insanabili. Nel primitivo e ancora poco strutturato ordine, cominciarono allora ad emergere tue tendenze, quella moderata e quella rigorista, -L’ala moderata o dei “conventualiNella Vita prima scritta da Celano, viene riportato un discorso di Francesco, che sia Giuseppe, che la Frugoni, che Miccoli nei loro scritti su Francesco considerano molto simbolico di quello che avvenne nell’ordine francescano. In quel discorso Francesco dice: “All’inizio troveremo frutti dolci e deliziosi; poi ne avremo altri meno  gustosi; infine ne raccoglieremo di quelli tanto amari da non poterli consumare, perché saranno aspri e immangiabili per tutti, quantunque estremamente belli e profumati. Il  Signore ci farà crescere fino a diventare un popolo assai numeroso; poi avverrà come del pescatore che gettando le reti nel mare o in qualche lago prende grande quantità di pesci, ma dopo averli messi tutti nella sua barchetta, essendo troppi, sceglie i migliori e i più grossi da riporre nei vasi e portar via, e abbandona gli altri”. Celano con quelle parole, parole che forse mise in bocca a Francesco, voleva probabilmente denunciare come la nuova “fila” di francescani non era più disposta a seguire il rigore e la radicalità che imponeva Francesco.I moderati chiedevano che si allentasse molto delle imposizioni di Francesco, e che l’ordine che stava sorgendo si allineasse allo stile delle regole presenti negli altri ordini monastici. Inoltre, erano più propensi, rispetto ai primi compagni, a richiami più diretti e costanti alla Chiesa e al suo ruolo di mediatrice, piuttosto che ad un richiamo diretto al Vangelo.  I moderati volevano che si redigesse una nuova regola, che questa volta sarebbe dovuta essere “bollata”; ovvero ricevere la consacrazione scritta da parte della Chiesa. E questa regola doveva essere una regola più indirizzata verso un monachesimo meno ardente ed “eroico”;ma più affidabile e “strutturato”. -L’ala rigorista o dei “compagni”I rigoristi erano i primi compagni di Francesco  e tutti coloro che erano entrati nell’ordine spinti da una fortissima convinzione e dalla volontà di aderire il più possibile allo stile di vita di Francesco.Essi esigevano che l’ordine rimanesse legato a una pratica di povertà assoluta. Erano ostili alle troppe formalizzazioni e alla “burocratizzazione” della vita comunitaria. Erano poco “attratti” da ogni rapporto con la curia romana, e tendevano alla predilezione di un contatto diretto col Vangelo. Naturalmente costoro, che presto divennero una minoranza, erano i più vicini e saranno i più fedeli, per tanti aspetti, all’esperienza e alla predicazione di Francesco. Ma è anche vero che molti di loro, nella tensione con la parte moderata, che finirà, dopo la morte di Francesco, a mettere tanti di loro fuorilegge, arriverà ad eccessi rigore e radicalità che porteranno anche a dei travisamenti dell’autentico spirito di Francesco, che, per esempio non amava le discordie e che nell’eccesso di polemismo vedeva il rischio dell’orgoglio, di quella “durezza” che spinge, proprio chi fa scelte estreme, a considerarsi migliori degli altri. Tornando alla vita di Francesco, i contrasti tra queste due tendenze si intensificarono tra il 1219 e il 1220 quando Francesco si trovava in Terra Santa, dove era andato al seguito della quinta crociata per evangelizzare gli arabi. Ma pare che avere visto ciò di cui furono capaci i crociati, lo avesse nauseato e spinto a ritirarsi in solitudine presso i luoghi santi di Gerusalemme, anche se su quel periodo della vita francescana sussistono interpretazioni non uniformi. Comunque, intorno al 1220 giunse un frate dall’Italia a comunicargli notizie che inquietarono molto Francesco. Erano sorte tutta una serie di discordie all’interno del suo ordine e la componente moderata, che stava prevalendo, aveva cominciato, in sua assenza, a darsi delle costituzioni,probabilmente ispirate agli ordini monastici tradizionali.Cominciò allora  quello che sarebbe stato il periodo più duro per Francesco e che alcuni definiscono come “la drammatica lotta tra Francesco e il suo Ordine”(Giuseppe Giudice). Francesco tornando in Italia si rese conto che la prima “regola” approvata oralmente da Innocenzo III nel 1210 non era più sufficiente per mantenere l’unità e che adesso era ormai inevitabile una “regola” vera e propria. Ma seppure per lui redigere una regola rappresentava una “forzatura”, si mise al lavoro per preparare una regola normativa. Per prima cosa, dopo l’incontro col Papa nell’autunno del 1Arrivato a Roma nell’autunno del 1220, Francesco rinuncia al governo dell’ordine nel capitolo  generale del 1220, effettuando un primo atto di distacco. Secondo l’anonimo perugino, in quella sede avrebbe detto:“Da ora io sono morto per voi. Ma ecco frate Pietro Cattani, al quale io e voi tutti obbediremo”, rinunciando così al governo concreto dell’ordine, continuando a rimanere la guida spirituale.  A quel punto si mise all’opera per scrivere la regola, con la decisa volontà di mantenere i contenuti evangelici originari della comunità originaria e della forma di vita del 1210, rendendoli più precisi e normativi. Il suo obiettivo  è comunque tenere duro e non stravolgere il senso degli ideali originari. -REGOLA NON BOLLATAQuesta prima regola, redatta nel 1221, venne definita “non bollata”, perché non ricevette l’approvazione papale.Rimase fermo il richiamo alla “povertà assoluta” e la rinuncia a qualsiasi possesso .E’ previsto ancora l’obbligo al lavoro per i frati e il divieto di ricevere denaro a cui è dedicato l’intero VIII paragrafo: “Nessun frate in nessun modo prenda con sé o riceva da altri o permetta che sia ricevuta pecunia o denaro […] per nessuna ragione, se non per una manifesta necessità dei frati malati”. L’eccezione al divieto di ricevere denaro era prevista solo in caso fosse necessario per l’assistenza dei frati ammalati e dei lebbrosi.I frati potevano avere in uso gli strumenti di lavoro ma non in proprietà: l’unico possesso personale riguardava il cibo e il vestiario.Sul piano dei rapporti interni era mantenuta, anche in questa prima regola, l’uguaglianza di tutti i frati, privati di ogni potere o dominio. Nessuno doveva essere chiamato “priore”. Ed era prevista una norma davvero rivelatrice, che, a parer mio, ha qualcosa di rivoluzionario per l’epoca. L’obbedienza ai ministri dell’ordine non andava considerata assoluta ma relativa al bene.  Nel V paragrafo è scritto infatti che i frati hanno il dovere di non ubbidire al ministro nel caso in cui esso viva «secondo la carne», o comunque nel momento in cui ordini qualcosa «contro la nostra vita o contro la sua anima»,. Nessun mandato, per Francesco, poteva essere considerato irrevocabile: in nessun momento e per nessuna persona.Tra le altre disposizioni c’è una particolare attenzione verso la cura da prestare ai confratelli malati, e tutta  una serie di altre prescrizioni.Nella regola non ci sono alcuni momenti splendidi, di grande valore morale, come quando si dice:“[i frati] non dicano male di nessuno; non mormorino, non calunnino gli altri, poiché è scritto: i calunniatori e i maldicenti sono in odio a Dio. E siano modesti, mostrando mansuetudine verso tutti gli uomini. Non giudichino, non condannino; e come dice il Signore, non guardino ai piccoli difetti degli altri, anzi pensino più ai loro nell’amarezza della loro anima.” Questa regola venne presentata da Francesco ai frati nel capitolo generale di pentecoste del 1221, e successivamente alla curia romana, ma suscitò più ostilità che consenso. E specie la resistenza che emergeva dalla maggioranza dei monaci fece cadere Francesco in uno stato di amarezza e delusione che si sarebbe accresciuto con gli eventi successivi.E’ l’inizio di quello che alcuni chiameranno “tradimento”, e che porterà l’ordine francescano, soprattutto dopo la morte del santo, su una strada progressivamente lontana da quella che lui aveva immaginato. Ma, come si è visto, il distacco del santo dai compagni era iniziato già in vita.Francesco però non aveva rinunciato a una riformulazione della regola, che comunque continuasse a mantenerne saldi gli elementi salienti.E tra la maggioranza dei frati circolava il timore che la regola finale sarebbe stata comunque troppo dura. Nel testo dell’anonimo perugino è scritto che alcuni frati dissero a Frate Elia che era diventato, dopo Pietro Cattani, il ministro generale dell’ordine: “Temiamo la renda [la regola] così dura da riuscire inosservabile. Noi […] ci rifiutiamo di assoggettarci a tale regola. Se la scriva per sé, non per noi”. Queste fortissime tensioni interne si manifestarono nuovamente nel capitolo generale del 1222 dove la maggioranza dei frati sollecitò il cardinale Ugolino –che era stato fin dall’inizio il cardinale che aveva “seguito” la “questione” francescana- di convincere Francesco a alleggerire la regola, allineandosi alle tradizionali regole del monachesimo.La risposta di Francesco –in base alla Leggenda Perugina- sarebbe stata molto dura:   “Fratelli, fratelli miei! Dio mi ha chiamato a camminare sulla via della semplicità, e me l’ha mostrata. Non voglio quindi che mi nominiate altre regole, né quella di Sant’Aogstino né quella di San Bernardo o San Benedetto. Il Signore mi ha rivelato che la sua volontà era che io fossi un tipo del tutto nuovo di pazzo nel mondo: questa è la scienza alla quale Dio vuole che ci dedichiamo! Egli vi confonderà per mezzo della vostra scienza. Io ho fiducia nei gastaldi del Signore, dei quali Egli si servirà per punirvi. Allora, volenti o nolenti, farete ritorno con gran vergogna alla vostra vocazione”. La durezza della risposta è comprensibile anche alla luce delle amarezze che Francesco continuava ad accumulare nel suo cuore, per la distanza sempre maggiore con la maggioranza dei frati. E inoltre qualche mese prima, papa Onorio III aveva approvato la regola del terzordine –quelli che sarebbero stati definiti “i terziari francescani”. Questa regola, autografata da Francesco, che probabilmente si trovò di fronte al fatto compiuto, determinava all’interno dell’ordine la differenza tra chierici e laici che lui aveva sempre contrastato. Comunque ritornando alle vicende all’interno dell’ordine francescano principale, è facile comprendere come la curia romana sodalizzasse con i “moderati”, volendo che il nascente ordine francescano fosse il più “normalizzato” possibile, e allineato alle forme strutturali base degli altri ordini; in modo anche di depotenziare il più possibile le spinte “radicali” e intransigenti che ancora resistevano nell’ordine. Stanco e deluso, Francesco fu sostanzialmente forzato, dagli insanabili contrasti all’interno dell’ordine di cui voleva evitare la disgregazione e dalla pressione della Curia romana a redigere la nuova regola secondo modalità molto più moderata. La nuova regola fu presentata nel capitolo generale dell’11 giugno 1223 e venne successivamente approvata, dopo essere stata ulteriormente ritoccata dal cardinale Ugolino da Papa Onorio III il 29 novembre di quello stesso anno attraverso la bolla Solet annuere. L’ordine francescano aveva adesso la sua regola bollata, e poteva considerarsi un ordine “ufficiale” con tutti i crismi. Ma a molto si era dovuto rinunciare. -La Regola bollataIl testo della regola bollata è molto più ridotto rispetto a quello della regola non bollata: solo 12 brevi articoli.Viene drasticamente affievolito il principio della povertà assoluta.Innanzi tutto veniva detto che l’ordine poteva possedere beni “per le necessità degli infermi e per vestire altri frati”; cessando così, l’ordine, di essere una comunità pauperistica. E poi, mentre nella regola del 1221 era stabilito che chiunque voleva entrare nell’ordine doveva abbandonare ogni possesso, adesso era scritto solamente: “vendano [i frati] tutto quello che hanno e procurino di darlo ai poveri. Se non potranno farlo, basta ad essi la buona volontà”.Viene attenuta anche la proibizione di ricevere denaro.L’obbligo al lavoro per tutti non è più richiesto ma è solo permesso. Scompare la proibizione di non possedere altri libri oltre il breviario e il libro dei salmi.Scompare il divieto di usare l’appellativo “priore” dovendo tutti chiamarsi “frati minori”.Scompare l’obbligo per tutti frati e ministri di lavarsi i piedi l’un l’altro.E scompare uno dei principi rivoluzionari della visione di Francesco, che ancora era contenuto nella regola del 1221; il dovere di disobbedienza verso i ministri che ordinino qualcosa di contrario alla regola o alla coscienza.Queste ultime “cancellazioni”, soprattutto l’ultima, tolgono elementi decisivi che differenziavano la regola di Francesco da quella di tutti gli altri ordini monastici.Nella valutazione complessiva della regola emerge l’impressione per la quale ogni aspetto della quotidianità dell’ordine sembra dovere essere sottoposto al controllo e ai permessi della Chiesa, e l’affievolimento di ogni autonomia.La chiusura della regola, poi. è emblematica. Invece della preghiera al Signore con cui si chiudeva la regola non bollata, vi è un’ammissione di sottomissione incondizionata alla Chiesa: «affinché sempre sudditi e soggetti ai piedi della santa chiesa romana, stabili nella fede cattolica, osserviamo la povertà, l’umiltà e il santo Vangelo del Signor nostro Gesù Cristo, che abbiamo fermamente promesso.» Francesco che era nemico di ogni discordia, accettò quella che visse come una sconfitta. Sono in diversi a ritenere che pur avendo messo il suo autografo, non considerasse quella la “sua” regola, ma un tradimento della sua vita e della sua volontà. E in quel momento dopo quegli ultimi anni così travagliati, iniziò per Francesco un periodo crisi totale, dove l’avvilimento morale si unì a un progressivo calvario fisico.Il santo si distacca completamente dal suo ordine e inizia il periodo dei grandi eremitaggi.Per un anno visse quello che viene definito il periodo della “grande tentazione”. Il periodo più disperato della sua vita. Un anno sulle montagne dell’Averna dilaniato dall’amarezza e dal timore di avere sbagliato tutto, perso in un senso di totale impotenza e avvilimento.Quel periodo si concluse intorno al 14 settembre 1224 quando l’apparizione sul suo corpo delle stimmate, venne da lui interpretata come la voce di Dio che gli si manifestava, che gli “parlava” sollevandolo dalla disperazione, dal sentimento che nulla avesse senso che tutta la sua vita fosse stata un fallimentoDopo il 1224, continuò altri due anni  con i suoi eremitaggi. Tormentato da malanni allo stomaco, alla milza, e al fegato, e con la vista che lo stava abbandonando, compose, nei due anni successivi alcune delle sue opere più ardenti e sublimi, come il Cantico di frate sole (o delle creature).Nel 1226, sceso dal suo eremo alla Verna, Francesco, ormai quasi totalmente cieco, dettò il Testamento. Nel Testamento ripercorre la sua esperienza umana e tenta, in un ultimo estremo assalto, di far riemergere nel suo ordine, alcuni dei principi originari. C’è un passaggio emblematico, un passaggio davvero rivelatorio; quando Francesco scrive: “Ordino fermamente per obbedienza a tutti i frati che, dovunque siano, non osino mai chiedere qualche privilegio alla curia romana, né direttamente né per interposta persona, né in favore di una chiesa o di qualche altro luogo, né con la scusa di dover predicare, né per difendersi da una persecuzione; ma dovunque non vengano ricevuti, fuggano ad un’altra terra”. Non si chiedano mai privilegi alla curia romana. Francesco si rivela fino all’ultimo nemico di ogni privilegio, sostenitore di una radicalità evangelica.Francesco morì poco dopo, nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226, alla PorziuncolaDopo essersi fatto distendere nudo sulla nuda terra disse ai frati: “Io ho fatto la mia parte; la vostra Cristo ve la insegni”.Nella conclusione del Testamento aveva scritto: “Sempre tengano (i frati) con sé questo scritto assieme alla regola. E in tutti i capitoli che fanno, quando leggono la regola, leggano anche queste parole.”Francesco aveva cercato, con il suo Testamento, chiedendo che fosse sempre accompagnato alla regola, di reintegrare alcuni dei principi della regola originaria.Ma anche questa disposizione non venne rispettata. Infatti nel 1230, Papa Gregorio IX (quel cardinale Ugolini che era stato tanto vicino a Francesco), stabilirà –con la bolla quo elongati- che il testamento non ha valore di regola né di completamento. Con la stessa bolla, inoltre, Gregorio IX, concesse ai frati la possibilità di ricevere beni e amministrarli per le loro esigenze. Gregorio IX fu comunque colui che il 16 luglio 1228, a meno di due anni dalla morte, proclamò santo Francesco, davanti, si racconta, ad una grande folla di popolo. Nel tempo l’allontanamento dalla visione di Francesco si sarebbe rafforzato con interventi quali quello del capitolo generale di Roma del 1239 escluse i laici dall’ordine e con bolle papali, quali la ordinem vestrum del 1245, quando fu vietato l’ingresso nell’ordine agli illetterati.Nel 1260, come abbiamo detto all’inizio, il capitolo generale affidò al nuovo ministro generale dell’ordine, Bonaventura, il compito di redigere una nuova biografia, che fosse ufficiale. E nel 1269 venne stabilito che tutte le altre precedenti biografie venissero bruciate.  La tensione tra la tendenza maggioritaria dei “conventuali” e coloro che volevano restare fedeli al rigore delle regole di Francesco sarebbe continuata ancora a lungo.I conventuali comunque, con l’appoggio della Chiesa, ebbero una prevalenza sempre maggiore sui francescani più rigorosi. Essi allentarono progressivamente il voto di povertà, interpretando la regola bollata in modo non letterale.Essi s’impiantarono nelle città e, basando la propria predicazione su una cultura universitaria, lavoravano per fornire uno statuto spirituale alle nuove attività intellettuali, giuridiche, artigianali e commerciali: nessun mestiere, secondo loro, poteva impedire al credente di raggiungere la salvezza. Per cui arriveranno a legittimare il profitto del mercante e alcune forme di prestito, come i monti di pietà (che comunque potevano essere visti anche come un’alternativa più umana all’usura a cui altrimenti tanti rischiavano di cadere). Fu in questo ambito, moderato e “conventuale”, che nacquero i famosi Fioretti di s. Francesco. In quest’opera, ormai parte della letteratura universale, Francesco è visto come in un territorio senza tempo, figura quasi mitica, con momenti anche splendidi e fiabeschi, e non necessariamente del tutto destituiti di qualche fondamento reale. Non vi è però, in quest’opera, alcun riferimento però alla concretezza storica, alle lotte, alle tensioni, all’amarezza, La corrente più rigorista che nel tempo sarebbe stata detta dei “francescani spirituali”, continuò la sua battaglia per la povertà radicale e contro l’involuzione curiale e gerarchica che loro vedevano nell’ordine. Un’opera proveniente dal loro ambiente è lo scritto di  Giovanni Parenti, Le mistiche nozze di s. Francesco con Madonna Povertà, dove netta è la condanna degli ecclesiastici compromessi col potere economico e politico. Questi francescani spirituali –il cui lato più ribelle era quello dei “fraticelli”- seppure minoritario, era molto tenace e resistente. Gli spirituali saranno osteggiati da tutti i Papi dell’epoca, con l’eccezione di Celestino V (il papa che dopo pochi mesi abdicò), finché non saranno praticamente oggetto di persecuzione come eretici. Va detto, come anche indicato in precedenza, che seppure più vicini alla visione autentica di Francesco, neanche gli spirituali potevano dirsi totalmente aderenti alla pratica di vita del santo. Perché in Francesco la radicalità evangelica non si accompagnava a esplicite visioni riformatrici, polemiche e contestazioni al sistema ecclesiastico. Nel loro “combattere” contro la deriva burocratica, e a volte lassista, dei conventuali, gli stessi spirituali finirono spesso col radicalizzarsi come fossero, per certi aspetti, un gruppo di “militanti” ante litteram. Nonostante le persecuzioni degli spirituali, comunque, l’ordine francescano non sarà mai “totalmente” immune da riemergenti correnti che propugneranno un ritorno allo spirito originario di Francesco, o almeno una maggiore aderenza ad esso. Queste correnti nel XVI secolo saranno indicate come quelle degli “Osservanti”, e porteranno alla nascita, intorno al 1520 dell’ordine dei Cappuccini.Ma non è in questa sede importante approfondire questa dinamica storica successiva alla morte di Francesco. Averla tracciata, per sommi capi, è servito, per fare comprendere, come   La parola “tradimento” che ho usato nel titolo di questo pezzo, è, come ogni parola riassuntiva, metafora generale, e non sentenza liquidatoria.Essa non sottintende l’idea di un “fallimento” dell’esperienza di vita e del messaggio di Francesco.Nonostante, tanti tasselli di questa storia non ci siano giunti o non siano univoci, Francesco è diventato una di quelle figure spirituali vive, capaci di generare ispirazione e rinnovamento in uomini di ogni tempo e di ogni parte del mondo.Una figura che appartiene a tutti gli esseri umani, e che è capace di parlare a tutti gli esseri umani, al di là di rigorosi confini religiosi. Una figura che era anche scomoda, non solo “il poverello d’Assisi”, ma anche un uomo che sapeva essere intransigente. La parola “tradimento” però resta valida e sta a rappresentare da una parte il progressivo allontanamento, già in vita del Santo, dell’ordine da Francesco; allontanamento che continuerà dopo la sua morte.E dall’altra -la parola “tradimento”- sta a indicare la volontà di costruire un personaggio e una vicenda esistenziale e storica non totalmente corrispondente alla realtà del Santo. Una ricostruzione dove interi passaggi sono stati sfumati, “dimenticati”, cancellati.

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