Born Again

Economia

Domenico De Simone, controeconomista- un dialogo

by on giu.30, 2015, under Economia, Resistenza umana

Domenico2

Cominciai a interessarmi, a un livello approfondito, della reale natura delle dinamiche economiche, dopo anni in cui vedevo le devastazioni economico-finanziarie e, pur capendo, che “c’è qualcosa di profondamente sbagliato in quello che accade” (non credo ci voglia molto a capirlo), mi sfuggivano tutta una serie di meccanismi contreti, senza la comprensione dei quali, molto di quello che è avvenuto, e molto di quello che avviene diventa inintellegibile.
Tutto quanto ruota intorno all’economia è stato avvolto da una atmosfera di impenetrabilità. Lo stesso linguaggio usato è, a volte, quanto di più distanziante ci possa essere. E così si dà per scontato che esista un campo quasi incomprensibile a gran parte della gente. Un campo dove c’è sostanzialmente da fidarsi di quello che viene detto. Un campo dove gli esperti sanno fondamentalmente come si deve procedere.
Accanto a tutta la sfera della pura incomprensibilità, sono stati veicolati concetti e linee di pensiero, comprensibili stavolta, ma, in notevole parte frutto, nel modo in cui sono stati fatti comprendere… frutto di raffinata falsficiazione ideologica.. come tutto quanto ruota intorno al concetto di “debito pubblico”.
Una cosa è certa. Ogni percorso di conoscenza deve coinvolgere una analisi indipendente del sistema monetario e di quello bancario, dalle loro origini ai giorni nostri.
Nel muoversi verso una comprensione indipendente del mondo economico-monetario-finanziario…ti imbatti in molti di coloro che, da decenni, in tutto il mondo, si battono per fare conoscere quello che gli economisti ufficiali non raccontano; e cercano di proporre visioni e progetti per un cambiamento “umano” fuori dalla dittatura soffocante che pervade oggi ogni discorso di questo genere.
Questi personaggi a volte hanno cose in comune, a volte sono anche molto differenti. Alcune delle cose che dicono possono essere condivise. Altre si possono contestare. Ma c’è sicuramente in loro una sforzo di Libertà che aiuta ad aprire la mente e che stimola all’azione.
Uno di questi personaggi è Domenico De Simone.
Domenio ha pubblicato otto libri, di cui quattro sono scaricabili in formato digitale. Alcuni titoli , Un Milione al mese a tutti: subito! (1999), Dove andra a finire l’economia dei ricchi (2001) Per un’economia dal volto umano (2001), Un’altra moneta (2003) Parmacrack (2005). Con la Settimo Sigillo Dove va l’economia – intervista a Domenico de Simone a cura di Carlo Gambescia (2005)Crac! Il tracollo economico dell’Italia (2011), Il debito non si paga! (2011).
Da anni ha elaborato un progetto economico, chiamato FAZ (Financial Autonomous Zone, ovvero Zona Finanziaria Autonoma), che prevede anche la creazione di una moneta “a tasso negativo”.
Di questo e di altro ho parlato con Domenico nell’intervista che gli ho fatto e che leggerete di seguito.

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-Domenico quanti anni hai?

Ne ho da poco compiuti 66.

-Dove sei nato e dove abiti.

Sono nato a Roma dove attualmente vivo. Mio padre era pugliese e mia madre è napoletana… sono di famiglia meridionale e me ne vanto… mia madre viaggia sui 97 anni ed è ancora lucidissima, ricorda tutto, continua a leggere a studiare, pensare, continua a tenere la mente viva..

-Che esperienze di vita hai fatto?

Dopo avere fatto il liceo, mi sono iscritto a Giurisprudenza, perché mio padre era magistrato e allora dovevo fare giurisprudenza. Pensa che mi sono iscritto nell’autunno del 67 all’università. In pratica sono arrivato giusto in tempo per il ’68. E lì è cambiata completamente la mia vita. Ero stato educato in una famiglia piccolo borghese, mio padre magistrato, mia madre insegnante. E mi sono ritrovato in un contesto in cui si voleva cambiare il mondo. La cosa mi piaceva molto. All’Università dopo i primi due tre mesi sono entrato nel movimento. All’inizio ero stato attratto dalle parole d’ordine di “servire il popolo”. Facevo parte della “Linea rossa”. Lì ho resistito poco, era una sorta di piccola chiesa. Per uno che viene da una educazione cattolica come me -ho fatto le scuole dalla suore- non era il massimo finire in una piccola chiesa. In quel gruppo non c’era possibilità di critica. Tu aderivi a questa cosa perché odiavi il sistema, anche se non sapevi perché lo odiavi. Però poi ti ritrovavi in un piccolo sistema. Uscii da Servire il Popolo e per un po’ aderii al movimento studentesco, andavo al collettivo dell’istituto orientale di Lettere, alla Sapienza. Dopo qualche mese incontrai delle persone che volevano fare un collettivo a giurisprudenza. Mi trovai d’accordo; era una bella sfida. Il collettivo aveva un orientamento di critica culturale. Noi cercavamo di farci spiegare il perché di certi fatti, soprattutto seguendo un orientamento veteromarxista. Ad es., nel caso di diritto privato, dicevamo “vogliamo una critica del diritto privato e del concetto di proprietà”; nell’esercitazione di economia si cercava di capire il ruolo del capitalismo, il suo modo d’essere, le logiche dello sfruttamento. Per fare questo dovevamo studiare, studiare di più di quanto non si facesse normalmente. Abbiamo scritto diversi opuscoli che distribuivamo agli studenti, facendo bene attenzione a non farci beccare dai fascisti che se no ci rompevano la testa. Dopodiché trovammo la maniera per buttare fuori i fascisti da Giurisprudenza. Intorto al 1970, avevamo organizzato, insieme a Magistratura Democratica, un convegno a Giurisprudenza. Un convegno in merito allo Statuto dei Lavoratori che era nato da poco. Questo convegno lo organizzammo all’aula 2 che era una grande aula che conteneva mille persone. Vennero proprio i fondatori di Magistratura Democratica, l’aula era piena, e c’era anche la polizia perché si pensava che la destra reagisse. Cosa che accadde. Vennero questi che ci volevano picchiare. Solo che lì c’erano dei magistrati, e la polizia non poteva certo permettere che accadesse qualcosa a quei magistrati; quindi furono i fascisti ad essere picchiati dalla polizia. Per tre mesi non potevo tornare a casa, perché avevano individuato me e altri due come capi del collettivo. Ricevevo lettere anonime molto minacciose. Però effettivamente, da allora in poi i fascisti in giurisprudenza non ci misero più piede.
Nel frattempo era nato il movimento del Manifesto, dopo essere nata la rivista del Manifesto. All’origine c’era stata l’espulsione del gruppo fondatore del Manifesto dal Comitato Centrale del Partito Comunista. Il Manifesto contestava al PCI il principio del “centralismo democratico”. L’impossibilità di un dibattito permanente all’interno della struttura. E quindi per potersi battere per un orientamento diverso rispetto a quello della Terza Internazionale. Questo allora era considerato “frazionismo” e coloro che costituirono il Manifesto vennero espulsi, appunto, per frazionismo. Dopo la loro espulsione crearono la rivista e poi il movimento per lanciare, all’interno del movimento studentesco, una visione diversa del comunismo. Noi, come collettivo di giurisprudenza, eravamo già una 50ina di persone, decidemmo di entrare in questo movimento del Manifesto. E così mi ritrovai nel Manifesto a fare un sacco di cose. Ad esempio collaborare con Magistratura Democratica; oppure fare corsi di formazione per delegati di fabbrica sullo statuto dei lavoratori. Dopo un po’ venne approvato l’art. 18 e poi la nuova legge sul lavoro. Collaboravamo anche col collettivo di medicina. Loro si occupavano in fabbrica del rispetto della salute, ecc. E noi del rispetto dei diritti. Il nostro compito era coordinare l’innovazione della cultura con l’affermazione dei diritti e della salute nelle fabbriche.
Il problema fu che all’interno del Manifesto si riprodussero le stesse logiche che c’erano all’interno del Partito Comunista. Lo stesso principio del Centralismo Democratico -per il quale tu puoi discutere finché l’organismo dirigente non prende una decisione, e una volta che l’ha presa non si discute più di nulla- si riprodusse esattamente all’interno del Manifesto.
Ci trovammo a fare i conti con la politica concreta del Manifesto. Nell’inverno primavera del 1975 il Manifesto decise di fare un accordo col PSIUP per costruire una nuova forza. Che si sarebbe chiamata PDUP. La cosa non era sbagliata. Solo che noi pensavamo alla costruzione di un soggetto politico che non fosse limitato solo al Manifesto e al PSIUP, ma che coinvolgesse tutte le forze che erano nel movimento studentesco. Questa prospettiva trovava una forte opposizione da parte del Manifesto che non voleva che il suo ruolo dirigente fosse messo in discussione da alcuno. Successivamente si scoprì che l’intera operazione serviva a costruire un soggetto politico a sinistra del Partito Comunista che poi sarebbe dovuto confluire nel Partito Comunista. Cosa che poi effettivamente accadde. Comunque, per questa nostra opposizione interna al modo di agire del movimento del Manifesto, noi fummo espulsi dal Manifesto per frazionismo.
Quell’evento fu per me portatore di un profondo ripensamento, non solo sulle modalità dell’azione concreta ma anche sui presupposti entro cui mi muovevo. Io consideravo l’approccio politico come prioritario; consideravo la politica la regina di tutte le scienze, anche al di sopra della filosofia. Ma capii che era l’approccio politico ad essere sbagliato. Decisi di riflettere su come venivano a generarsi i movimenti politici e sulle ragioni per cui andavano sempre a ripetere, al loro interno, gli stessi meccanismi. Io mi resi conto che stavo vivendo una farsa, in cui il nostro desiderio di cambiare il mondo, cambiare gli approcci era vanificato dal fatto che poi, anche nei movimenti che propugnavano un cambiamento totale, c’erano delle granitiche convinzioni fondate su logiche di potere.
Uscii quindi da tutto quel modo. Feci l’esame di avvocato; anche perché si deve pur lavorare nella vita. Tra l’altro mi trovai in una posizione molto particolare. Stando al Manifesto ero entrato in collaborazione con l’FLM, la Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici, che era la componente CGIL del sindacato dei metalmeccanici ed era considerata la parte dura, combattiva, rivoluzionaria del movimento operaio. E con loro collaboravo nelle cinque zone operaie di Roma. Avevo le chiavi d’accesso, stampavo i volantini, portavo i volantini davanti alle fabbriche, ed entravo anche nelle fabbriche. Avrei potuto fare attività sindacale come lavoro, ma questo comportava che non dovevo chiudere con il Manifesto. Ma visto che io non faccio scelte primariamente guidato dalla convenienza personale, chiusi col Manifesto, chiusi con la possibilità dell’attività sindacale, e come lavoro mi dedicai all’avvocatura. E intrapresi anche gli studi di cui ti dicevo che mi portarono ad un punto centrale di tutto il mio percorso.

-Lo studio sulla questione monetaria..

Esatto.

-Quale fu una delle “rivelazioni” principali che avesti da questo studio?

Fu una constatazione. La constatazione che il debito è una illusione. E non solo è una illusione, ma è una vera e propria fregatura. Trovavo assolutamente paradossale che la moneta venisse emessa sul debito. E mi trovavo paradossale che questo crescesse con il crescere delle attività economiche.

-Quindi ti trovasti a condividere il concetto fondamentale del signoraggio, quello della moneta-debito.

Non so se è il concetto base del signoraggio. Io analizzai come gran parte della moneta esistente era essenzialmente moneta bancaria, moneta creata dalle banche. Questo molti lo sapevano e lo dicevano. Quello su cui si facevano meno considerazioni era il fatto che la moneta bancaria è essenzialmente basata sul debito; e questo comportava che venissero a prodursi più interessi rispetto alla moneta effettivamente presente.

-Un concetto che da sempre è un po’ “clandestino”, se non del tutto assente nel discorso economico maggioritario..

A me sembrava assurdo che lo stato dovesse pagare per emettere moneta. Che lo stato si indebitasse per creare denaro. Che ci fossero queste banche centrali che creavano loro il denaro per “prestarlo” agli stati.

-E questo innesca un debito perenne..

Esattamente. Il debito è inarrestabile. Noi siamo in piena economia del debito. E l’economia del debito è, prima o poi, insostenibile; visto che il debito cresce sempre.

-Tu sai che ci sono stati tanti che hanno tirato fuori vari argomenti per difendere questo sistema…

Effettivamente il sistema ha una sua “razionalità”, ha una sua “logica”. Se la moneta è fondata sul debito, uno è costretto a lavorare per restituirla. Però se ci pensi questa è l’ideologia della schiavitù. Tu “devi” lavorare. Il lavoro non è una tua scelta, non è espressione della tua creatività.. ma “devi” lavorare per potere campare e devi accettare, in ultima analisi, qualunque tipo di lavoro.

-Alcuni sostengono che ribaltare alla radice l’attuale sistema di creazione del denaro, darebbe un potere totale ai politici…

La questione è seria. Effettivamente è un problema la possibilità che la moneta venga creata totalmente in base a criteri politici. In quel caso se ne creerebbe troppa e non adeguata a quelle che sono le esigenze del sistema economico e questo generalmente genera inflazione. Ed è quello che è successo in Italia, sia con la creazione diretta di moneta, sia con la creazione indiretta, con il sistema dei titoli di stato che la banca d’Italia doveva comprare emettendo moneta. La moneta veniva emessa secondo criteri non economici e questo non generava ricchezza. Non venivano fatti investimenti che generavano ricchezza; per cui l’inflazione in Italia era arrivata al 20..21%. Veniva emessa troppa moneta ma senza che questo generasse economia. Anche se con tutta questa emissione di denaro, una parte girava effettivamente nella società; quindi serviva alla gente, e gli effetti positivi dell’emissione di moneta si potevano vedere. Quando ci fu il divorzio tra la Banca D’Italia e il Ministero del Tesoro..

-Il divorzio a partire dal quale la Banca D’Italia non ebbe più l’obbligo di comprare i titoli di stato rimasti invenduti..

Già.. questo divorzio fu giustificato dal fatto che continuando ad emettere moneta nel modo tradizionale, la situazione sarebbe diventata ingestibile. In un certo senso era vero. Il problema era che tutto ciò, questo divorzio e con quello che comportava, finiva col spostare il potere dal mondo della politica al mondo della tecnica. Ma i tecnici non erano “neutri”; svolgevano una funzione “politica”. L’emissione monetaria ha sempre rappresentato l’esercizio di un potere. Nell’antichità la moneta era legata ad un bene fisico; nel senso che la moneta era l’oro, l’argento, il rame. A un certo punto l’emissione monetaria non è stata più legata ad alcun bene fisico, ma si è trattato di emissioni cartacee fondate sul nulla, e generanti costantemente debito. Nei fatti la moneta veniva a fondarsi sul debito. Questo comportava che, essendo qualsiasi moneta, collegata alla crescita delle attività correnti e degli investimenti; se la società cresce deve crescere anche il debito.

-Anche se siamo arrivati a un punto in cui il debito cresce, anche se “economicamente” la società decresce..

Il sistema del debito ormai è esploso, e quindi funziona come un fiume che dilaga in modo inarrestabile..

-Il debito si collega a un punto cardinale del tuo approccio teorico, quello degli interessi..

Esattamente. Il debito comporta la generazione di interessi. La generazione di interessi comporta, tra le altre cose, il trasferimento di ricchezza da parte di chi detiene e chi lavora a chi fa speculazione finanziarie. Se a questo aggiungi il meccanismo fiscale, per cui il reddito da lavoro è tassato molto di più della rendita finanziaria; il combinato disposto che emerge è quello di un sistema che impoverisce gli ambiti del lavoro “vero” favore degli ambiti “elitari” che hanno il controllo sulle rendite, soprattutto, finanziarie.

-Quanto hai appena detto in merito ad una tassazione sul reddito da lavoro superiore rispetto alla tassazione sulle rendite finanziarie è sconvolgente, e molti neanche la sospetterebbero. Sembra completamente folle anche solo il pensiero che attività finanziarie, spesso puramente speculatorie, siano tassate meno delle attività lavorative.
E invece è proprio così.. la rendita finanziaria è tassata a circa il 12,50%.. la tassazione del reddito da lavoro supera il 50%.

-Ma come è che concretamente la rendita finanziaria viene tassata?

Viene tassata alla fonte. Se tu, ad esempio, compri delle azioni e quelle generano plusvalenze, si tassano quelle plusvalenze. A questo punto il sistema finanziario diventa un sistema di trasferimento del potere e di concentrazione del potere..

-Tu comprendesti, quindi, che attraverso il sistema dei titoli di interessi e quello della tassazione iniqua, si andava a favorire una élite..

Esattamente.. Compresi come quel modo di creare moneta era un modo per creare potere. Mi apparve che il sistema politico che dipendeva dal sistema finanziario per i finanziamenti e per altro era diventato succube del potere finanziario e che il vero potere stava al di là dei partiti, oltre i partiti e le organizzazioni politiche. Era un potere che ormai si stava spersonalizzando. Negli anni 60. 70.. ma fin dagli inizi del movimento operaio abbiamo combattuto una battaglia contro la classe capitalistica. C’erano delle identificazioni precise. Adesso, a volte, non lo sai neanche chi è il proprietario della fabbrica. Del resto, spesso conta poco chi sia il proprietario della fabbrica, perché la fabbrica, in tanti casi, appartiene ad un potere finanziario che è assolutamente anonimo. Nel senso che, esempio FIAT, Marchionne è un manager, non è il proprietario della FIAT. Gli stessi Agnelli sono degli azionisti, una minoranza rispetto a quelli che determinano le grandi scelte della Fiat. In un certo senso, col passare dei decenni, più aumentavano le attività immateriali, più diventava evanescente questa classe di potere che era legata al potere della finanza. Una classe di potere che è nascosto. Queste persone vengono chiamate “gli gnomi della finanza”; sono esseri che nessuno ha mai visto, mai eletto, e che muovono, ogni giorno, centinaia di miliardi da una parte e dall’altra come un branco di bufali impazziti.

-Secondo te c’è una consapevole strategia unitaria da parte delle Élite?

Secondo me no. Non penso ci sia una sorta di governo occulto. Ci sono delle lobby che seguono i propri interessi. Così come ogni investitore segue il proprio personale interesse e dato che questo personale interesse, per quanto riguarda gli uomini della finanza, è legato agli interessi del fondo, più il fondo guadagna più lui guadagna, cerca di fare guadagnare il fondo il più possibile. Con una visione, con un’ottica che non va al di là delle 12, delle 24 ore. Io non credo che ci sia una cupola che determina il potere. E’ la mentalità generata dal capitalismo, dal potere della finanza a generare questi comportamenti, questa situazione.

-Tu intuisci questo meccanismo del debito come meccanismo anche di arricchimento e di impoverimento da parte delle popolazioni a favore di poche élite.

Cercavo di capire il più possibile il sistema di emissione della moneta e quale potesse essere l’alternativa. L’idea del tasso negativo ripresa da Gesell, e poi da Steiner e poi da Ezra Pound, mi sembrava interessante. C’era bisogno però di un chiaro criterio di emissione. I creditos argentini, per esempio, quando l’Argentina andò in crisi, ebbero una grande diffusione. Il problema è che questa diffusione non era accompagnata da un criterio di emissione. Mi misi a lavorare per costruire una teoria per la quale fosse possibile emettere moneta a tasso negativo. Eliminare la logica degli interessi e del debito dal sistema. Il tasso negativo è l’unico modo per farlo.. prendere l’uovo senza ammazzare la gallina..

-Spiega a un ipotetico lettore medio il concetto di tasso negativo..

Il tasso negativo è semplice. Da un punto di vista etico le cose non generano frutto, né tanto meno può generarlo il denaro, per cui il fatto che il denaro genera frutti, ovvero gli interessi, è un assurdo in sé per sé. Il problema principale, dal punto di vista finanziario, dei paesi occidentali è quello della trappola della liquidità. Il fatto che c’è molta moneta nel sistema e questa non viene spesa. E allora si cercano varie strade per indurre chi ha moneta a spenderla. La strada di portare a zero o quasi i tassi bancari non funziona.. perché in un mondo globalizzato come il nostro i capitali vanno da un’altra parte. Ed anzi, con i tassi prossimi allo zero, la gente si indebita con la moneta con i tassi prossimi allo zero per comprare i titoli in quei paesi dove la moneta ha tassi attivi. E’ proprio la logica di far rendere il capitale che non funziona. E quindi devi eliminare gli interessi. Come fai ad eliminare gli interessi ed indurre la gente a spendere? Che cosa vuol dire indurre la gente a spendere… Fisher dice nell’equazione monetaria che il sistema è in equilibrio, dal punto di vista della moneta, quando la quantità di moneta moltiplicata per la velocità di circolazione deve essere uguale alle attività correnti moltiplicate per il livello dei prezzi. Questo significa che se hai una quantità di moneta x e si raddoppia la velocità di circolazione, la quantità di moneta diventa 2x. Quando ci sono politiche tipo quantitative easing in cui viene stampata e immessa nel sistema molta moneta, l’effetto inizialmente non sarà di un aumento della “massa monetaria” pari alla quantità di moneta immessa, perché questa non sarà spesa se non in minima parte. La maggior parte di essa sarà tesaurizzata. Ma ad un certo punto questa moneta comincia ad essere spesa.. non dico tutta insieme.. ma quasi.. e questo genera inflazione.. perché se non aumentano le attività correnti in maniera adeguata alla massa monetaria, parte l’aumento dei prezzi. Se questo non accade, ci si trova in piena trappola della liquidità. I soldi ci sono, anzi ce ne sono anche troppi, continuano ad essere stampati, ma non vengono spesi perché è troppo rischioso ed è preferibile tenerli nel cassetto o in titoli di stato, magari all’estero. E più le banche stampano moneta più quelli la investono in attività finanziarie ma non in attività reali. Poi, appena comincia qualche accenno di inflazione la Banca Centrale corre subito ad alzare i tassi e così la raffredda, ma allo stesso tempo blocca le attività economiche. Le oscillazioni tra recessione e stagnazione accompagnate da deflazione che hanno caratterizzato gli ultimi otto anni si descrivono in questo modo.
Nella moneta a tasso negativo, il denaro che hai in mano praticamente ti si squaglia, perché ogni giorno perde una certa quantità anche se minima del suo potere d’acquisto. La persona che lo possiede tenterà allora di spenderla. Si dice che se tu hai fiducia nel sistema economico spendi; se non hai fiducia non spendi. E quindi per spendere devi avere fiducia nelle istituzioni finanziarie, nelle istituzioni bancarie, in quello che fanno. La gente però specie in periodi di crisi economica, non spende, perché ha paura. Ha paura di ritrovarsi senza liquidità, in un sistema in cui la liquidità scarseggia. Il paradosso è che il nostro sistema è pieno di liquidità in maniera spaventosa. Ma è una liquidità che resta immobilizzata. Il tasso negativo la smuove. Se però noi pensassimo di applicare domani il tasso negativo al mondo intero, si verificherebbe un caos spaventoso. Questo perché nel mondo esistono troppi strumenti finanziari rispetto alle attività correnti. Considera che il totale degli strumenti finanziari è di 13-14 volte il PIL del mondo; cioè di tutte le attività che vengono fatte nel mondo nel corso di un anno. E’ chiaro che si tratta di una liquidità che non è adeguata perché è fondata su una logica completamente diversa da quella dell’utilizzo della liquidità per favorire lo scambio delle merci, che siano materiali o immateriali. Per cui il tasso negativo lo devi introdurre in maniera diversa. Devi creare degli ambienti in cui funzioni il tasso negativo. Devi creare una moneta a tasso negativo che abbia la sua compatibilità con la moneta nazionale. La moneta negativa verrà utilizzata, mentre si tenderà a tesaurizzare la moneta ufficiale.

-In un certo senso si innescherebbe una sorta di processo rivoluzionario..

Esattamente. C’è di mezzo un concetto che è anche filosofico. Ezra Pound diceva che la moneta a tasso negativo era la moneta che poteva portare il mondo a vecchi equilibri. Con essa si toglie al denaro il suo ruolo divino. Si tratta di un aspetto molto interessante. Il fine delle attività economica per come la conosciamo è quello di far crescere il capitale. Questo rende il capitale il soggetto principale dell’attività economica, non gli uomini che la fanno. Il capitale viene quindi spostato su quelle attività economiche che rendono capitale. Non verso quelle che sono più utili per gli uomini. Dietro la parola efficienza si nasconde questa verità. Che bisogna servire il capitale. Un capitale che cresce sempre è divino. Assume i caratteri della divinità. E’ eterno. E’ quello da cui provengono tutte quante le cose, è quello a cui si riconducono tutte quante le cose. Il ciclo vitale è all’inizio il capitale e alla fine il capitale. E’ quindi il capitale che è il dio al quale tutto viene e tutto viene ricondotto. Steiner diceva giustamente “il denaro è l’unica cosa che non deperisce, tutti gli altri beni deperiscono, tutti gli investimenti deperiscono, il capitale no”.

-La sottomissione al capitale come concetto “ideologico” quindi. Un concetto che ha permeato di sé tutta un approccio, tutta una mentalità. Quella mentalità da cui sono derivati luoghi comuni, frasi come “ce lo chiedono i mercati”.. “bisogna attirare gli investimenti internazionali”…

Invece la logica del tasso negativo è totalmente diversa. On il tasso negativo la quantità di moneta si riduce ogni giorno di un pezzettino; la quantità di moneta scende sempre. Devi quindi continuamente rimetterla in circolazione, perché altrimenti nel sistema si crea un disequilibrio. Il disequilibrio porta all’abbassamento dei prezzi e quindi alla deflazione. Allo stesso tempo se tu crei moneta per creare ulteriori investimenti, hai bisogno di ulteriore ricchezza.. perché la moneta per creare gli investimenti è maggiore del valore degli investimenti.. tutto questo porta al reddito di cittadinanza..

-Quindi, sia il tasso negativo sia la maggiore creazione di ricchezza rispetto agli investimenti giustificano il reddito di cittadinanza.

Esattamente..

-Ma concretamente come è che immagini questo reddito di cittadinanza? Come funzionerebbe?

Sul tuo conto ti viene accreditato il reddito di cittadinanza. Immaginiamo che ci sia una sorta di banca centrale. Questa banca deve finanziare gli investimenti produttivi. Non è che ha la possibilità di non finanziarli. Deve finanziarli. Qual è la misura del finanziamento? Anche qui non c’è una discrezionalità della banca. Ci sono dei criteri. Se viene una impresa che chiede un miliardo, la banca deve valutare il valore dell’impresa, il suo fatturato, ecc. Ma se vengo io che non ho niente, e chiedo un finanziamento? Cosa ricevo? Qui ho elaborato il concetto di “partecipazione al capitale sociale”.

-Spiega questo aspetto..

Il capitale sociale è l’insieme delle conoscenze di una società, a cui partecipano tutti i membri. E partecipano al capitale sociale in misura uguale. Dopodiché ciascun membro ha la sua attività economica propria e questo genererà flussi maggiori o minori rispetto ad un altro. Ma a prescindere tu sei partecipe di questo capitale sociale.

-Tu per capitale sociale parli dell’insieme delle conoscenze di una società..

Immagina l’Italia.. l’Italia ha un certo livello di conoscenze collettive. Conoscenze collettive che non sono la mera sommatoria delle conoscenze individuali, ma qualcosa di più; un fattore esponenziale delle conoscenze individuali. Le singole conoscenze possono essere qualsiasi cosa; dal fare la mortadella ai siti internet. L’insieme di questi saperi genera delle potenzialità. L’organizzazione di questi saperi genera opportunità. Tutto ciò ti dà il livello culturale di un paese. Cioè le sue potenzialità produttive, a livello di potenzialità. Dopodiché perché queste potenzialità diventino attuali c’è bisogno dell’imprenditore, che è una sorta di demiurgo e prende le mie conoscenze, le tue, quelle di Francesco, di Giovanni, di Maria, e la forza fisica di tanta altra gente, certe macchine, certe cose, e organizza tutto. Questa è la società del suo complesso. Questa idea della ricchezza come insieme di saperi è una vecchia idea, è già una idea di Marx nei Grundrisse. Ma è un’idea che, recentemente, una ventina di anni fa ha teorizzato Tipler, ragionando sulle risorse dell’universo; dimostrando che le risorse crescono in misura esponenziale nel tempo di vita. Perché le risorse non sono altro che scambio di conoscenze. Il che è ragionevole. Se siamo in cinque e abbiamo un certo livello di conoscenza. Se siamo in dieci questo livello di conoscenza non si è moltiplicato per due, ma è maggiore, va oltre. Questa è la crescita esponenziale. Perché ciascuno di noi può dare un valore aggiunto. Questa è la ricchezza potenziale di una società. E questa ricchezza di una società si può esprimere con un numero. Questo numero diviso per tutti quanti i suoi membri dà la capacità potenziale di ciascuno di noi.

-In sintesi tu stai dicendo… Nella società esiste un sistema diffuso di conoscenze, di qualsiasi tipo, dal coltivare i funghi a fare corsi di meditazione via internet. Tutte queste conoscenze nella loro interconnessione collettiva diventano qualcosa di più della loro sommatoria, ma rappresentano un sistema di accrescimento esponenziale. Questa “totalità delle conoscenze” rappresenta la ricchezza potenziale di una società. Questa ricchezza può essere rappresentata con un numero che viene poi diviso tra tutti i membri della società. Il risultato di questa divisione esprime la tua quota di partecipazione al capitale sociale, e l’ammontare di finanziamento a cui diritto.

Esattamente. Ti faccio un esempio. Un ingegnere da solo avrà difficoltà a costruire una casa ancorché abbia la capacità di progettarla e sappia come fare. Diciamo che ci può riuscire in un certo tempo, che sarà molto lungo e superando molte difficoltà. Lo stesso discorso vale per un carpentiere, o un idraulico, o un muratore e così via di seguito. Ciascuno avrà difficoltà diverse, maggiori o minori da superare ma possono costruirsi una casa. Queste case avranno dei difetti e dei problemi e forse qualcuno non riuscirà a finirla per non essere in grado di superare da solo un problema complesso. Tuttavia se si mettono insieme, riusciranno a fare lo stesso numero di case in un tempo molto minore, con una maggiore efficienza e senza dover affrontare problemi di difficile soluzione che possono portare ad errori di costruzione. Ecco, le conoscenze di ciascuno di loro, prese individualmente hanno un valore, ma messe insieme hanno un valore decisamente maggiore della somma dei valori individuali.

-Ma, in sostanza, come si fa a capire veramente il valore in gioco? Come si fa a effettuare questo calcolo? Come si fa a valutare questa ricchezza collettiva?

In realtà si tratta di qualcosa di abbastanza semplice. Devi pensare al PIL di una società, con diverse correzioni. Il PIL calcola la capacità di produrre di una nazione ma ovviamente nella logica del capitale. Quindi ci sono attività, come quelle finanziarie, che non aggiungono alcuna ricchezza all’umanità ma anzi creano danni, e quelle le escludi, mentre ci sono altre attività che il PIL oggi non considera affatto, come le attività domestiche, per esempio, senza le quali il mondo soffocherebbe nell’immondizia dopo pochi mesi e quelle le calcoli. Gli strumenti per farlo ci sono, com’è noto. Il PIL è un numero che comunque ti dà la misura della capacità produttiva di una nazione anche se distorta. Ma con gli opportuni aggiustamenti si riesce ad avere un’idea attendibile della potenzialità di un paese e della sua capacità di realizzare flussi di opportunità dalla propria ricchezza potenziale.

-ritorniamo al concetto di partecipazione individuale al capitale sociale..

Immaginiamo che il livello di ricchezza di una società diviso per tutti i suoi membri, porti a una capacità di spesa per ciascuno di noi di 50.000 euro a persona. Se questa quota è di 50.000 euro a persona, e io voglio più di 1.000.000 per il mio investimento, ma non ho altro da fare valere oltre, appunto, alla mia capacità di spesa, la banca mi dirà “io più di 50.000 euro non ti posso dare, perché io posso trasformare in denaro solo la tua capacità potenziale di ricchezza. Nemmeno posso valutare il tuo progetto, perché altrimenti avrei un enorme potere. Rivolgiti ai cittadini e fatti dare fiducia da loro per le somme che eccedono la tua capacità di ricchezza”. Quindi io se voglio fare il mio investimento, devo prendere altre 20 persone e convincerle a darmi la loro capacità di ricchezza. Se non sono venti persone che mi danno la loro intera capacità di ricchezza, magari saranno un duecento che mi daranno un decimo, o duemila che mi daranno un centesimo della loro capacità di ricchezza. E’ quello che succede in borsa, ed è il crowdfunding dell’ipercapitalismo. In questo modo si realizza l’eguaglianza in senso sostanziale e non formale. Tutti i membri di una comunità hanno il diritto di vivere secondo la capacità della società di realizzare “flussi di opportunità”, ovvero ricchezza concreta, dalle capacità potenziali. E ciascuno ha diritto di fare quello che preferisce: se io voglio fare musica vivrò con il Reddito di Cittadinanza, se voglio fare impresa ed arricchirmi lo potrò fare. Ciascuno deve seguire il proprio talento. L’importante è che poi l’arricchimento individuale non si traduca in potere, ma a questo pensa il tasso negativo oltre che una società in cui la liberazione del lavoro dalla necessità rende tutti molto più liberi e consapevoli.

-Riepiloghiamo la totalità delle “conoscenze” presenti in un Paese viene misurata utilizzando sostanzialmente i dati del PIL, a cui vanno apportati alcune modifiche.

Perché, come abbiamo visto negli esempi precedentemente fatti, nel PIL sono presenti alcune attività che non creano nulla, anzi fanno solo danni. Mentre non sono comprese tutta una serie di attività che creano ricchezza sociale. Fare della musica crea ricchezza; ma, per quanto riguarda il mondo della musica, viene compresa solo la ricchezza che deriva dalle vendite di dischi, dei concerti, ecc. La musica è subordinata al capitale, mentre voglio che accada il contrario.

-Domenico il senso della tua rappresentazione è chiarissimo. Sai dove ho qualche difficoltà? Nel trovare il tramite tra il concetto ideale che condivido e la sua realizzabilità concreta. Ad esempio, ci sono tante persone che fanno musica… nei centri sociali, per strada.. come fai a misurare il valore di migliaia di persone che suonano?

Devi partire da una cosa concreta, ovvero i flussi che tali attività producono e misurarli. E in questo può aiutare il reddito di cittadinanza. Se io ricevo il reddito di cittadinanza e voglio andare a sentire te che suoni, magari io potrò usare una parte di questo reddito di cittadinanza per “contraccambiare” la musica che mi hai fatto sentire. Devi misurare i flussi che producono.. la situazione dei flussi è tutto sommato semplice. Comunque considera che la valutazione dei flussi non è che devi farla al millimetro. La fai sostanzialmente ad occhio. Più o meno come si fa adesso col PIL.

-Comunque è interessante la connessione che hai fatto tra reddito di cittadinanza e la corresponsione per quei soggetti normalmente non riceverebbero nulla per il loro suonare. Come chi suona nei centri sociali. Il reddito di cittadinanza diventa un modo per dare valore anche alle attività immateriali.
Sì.. ma considera che le attività immateriali già ce l’hanno un valore; l’80% del PIL è fatto da attività immateriali. Bisogna però fare in modo, come dicevo prima, di fare uscire dal PIL quelle attività che non generano nessuna ricchezza, ed anzi sono socialmente dannose; ed aggiungere invece quelle attività che generano arricchimento. È un arricchimento che è personale e allo stesso tempo collettivo. Ogni artista degno di questo nome produce per sé stesso, ma così facendo arricchisce l’intera società.

-Facciamo un riepilogo. Tu crei un reddito di cittadinanza che dai a prescindere a tutti; nessuno escluso. Accanto a questo darai ad ogni persona del denaro per gli investimenti. In mancanza di una azienda o di altri generi di beni, la quota che riceverai per gli investimenti sarà il capitale sociale collettivo (l’insieme delle conoscenze di un Paese) diviso per tutti i membri di quel Paese.

Quel cittadino riceve una quota, ad esempio, di 50000, chiamiamoli dobloni, per gli investimenti. Questa somma quel cittadino dovrà ritornarmela entro un certo tempo. Ad esempio tu dovrai tornarmi quei 50000 dobloni in dieci anni; cinquemila euro l’anno.

-Quindi la somma per gli investimenti va restituita.

Sì.. la somma va restituita. Senza interessi, però; solo il capitale. E in funzione del tasso di interesse negativo. Se il tasso di interesse è del dieci per cento, mi restituisci quella somma in dieci anni. Se il tasso di interesse è del 5%, me la dai in venti. Se il tasso di interesse è del 20 me la dai in cinque. Più alto è il tasso negativo e più velocemente la moneta scompare dal sistema; e quindi più veloce deve essere la restituzione.

-Una volta restituito il credito..

La tua capacità non è più solo quella capacità che si è ricostituita. Coloro che hanno realizzato l’investimento e coloro che sono stati capaci di restituire in tempi rapidi l’investimento vengono premiati. Se invece tu non sarai in grado di restituire la somma che ti è stata data per l’investimento; ti rimarrà comunque il reddito di cittadinanza, che è qualcosa che non viene mai meno.

-Quindi chi non restituisce la cifra ricevuta per l’investimento, continuerà comunque a ricevere il reddito di cittadinanza, ma non riceverà ulteriori finanziamenti per gli investimenti.

Non li riceverà finché non sarà ricreata la tua capacità di credito. Questa capacità di credito non si ricrea solo se avrai restituito quanto ricevuto, ma anche se aumenta la ricchezza complessiva del sistema. Immaginiamo che quando tu ricevesti il primo finanziamento, la capacità complessiva del sistema era di 1.000 miliardi di euro, e la tua quota era di 50.000 euro. Se dopo dieci anni la capacità complessiva del sistema è diventata di 2.000 miliardi; la quota per individuo diventa di 100.000 euro. Quindi tu, anche se le 50.000 che ricevesti originariamente le hai già spese, hai diritto a questi altri 50.000 euro che sono dati dall’incremento della capacità di ricchezza della società.

-A questa quota va poi aggiunto quanto viene dato in virtù di un’impresa e di altri beni economicamente valutabili che ha il soggetto.

Sì, ma questo non vuol dire che tu che ricevi solo la tua quota “monetizzata” di capitale sociale, non possa fare i tuoi investimenti. Come accennavo prima, tu che, putacaso, hai l’idea grandiosa di creare le automobili che volano, e ciò che immagini richiede investimenti per 10.000.000 di euro; tu prepari, in merito a questo progetto, un prospetto finanziario e chiedi alla gente di finanziarlo, acquisendo, comprando delle quote, come in borsa.

-Se ti chiedessero di attuare questo progetto su piccola scala, tu come lo adatteresti?

Facciamo l’ipotesi di essere in un realtà da 1.000.000 di abitanti. Tu crei una associazione, alla quale chi aderisce versa una piccola quota; tipo dieci euro, cinquanta euro, ecc. Questo ti da diritto ad avere una tesserina col tuo reddito di cittadinanza. Accanto a ciò, c’è una struttura che ti dà i soldi per fare gli investimenti. Considera comunque che, visto il minor numero di persone coinvolte rispetto ad un Paese intero, sia il reddito di cittadinanza che il credito dato per gli investimenti saranno, in una ipotesi del genere, sensibilmente inferiori.

-In merito alla moneta a tasso negativo immaginata da te, ti faccio una domanda che è un classico nel dibattito sulle monete locali. Questa moneta è tassabile o meno?

Io partirei dicendo che è tassabile.. Anche se in realtà tu, in realtà, più che ricevere del denaro, ricevi un titolo obbligazionario che scadrà, ad esempio, dopo dieci anni. Questo porta alla considerazione che, con la moneta a tasso negativo, sto ricevendo una moneta che, in un tot periodo, varrà zero. Su questa moneta io non devo pagare tasse. Le obbligazioni non sono tassate.. o meglio sono tassate nella misura in cui vengono realizzate. Ma, per via del tasso negativo, queste obbligazioni arrivano entro un certo periodo a un valore pari a zero.

-E’ come se tu dicessi “tra di noi distribuiamo questi tasselli, queste carte, ecc. ed valgono tra di noi, e comunque, per via del tasso negativo, tra dieci (per esempio) anni, esse non varranno più. Quindi non rompeteci le scatole”.

Sì. Anche se in effetti la cosa migliore sarebbe quella di mantenere una quota in euro per lungo tempo. Se io ti vendo il mio servizio di piatti per un valore cento e tu mi dai 50 euro più 50 conchiglie; quando ti faccio la fattura, saranno tassabili solo i 50 euro.

-Per fare una cosa del genere devi fare un accordo associativo..

Esatto..

-Nel quale deve entrare anche il cittadino e non solo produttori, negozianti, ecc.

E’ così.. un cittadino semplice magari pagherà una quota di dieci euro. Un negoziante di cento. Dopo che un soggetto paga la quota, riceve una carta.

-Domenico, facendo una riflessione generale, qualcuno direbbe che progetti di questo genere sono belli ma utopistici.. e che comunque non si permetterà che vengano realizzati..

Io sono dell’idea che devi comunque tentare, come hanno fatto tutti coloro che hanno cercato di cambiare le cose. Ci sto provando, perché credo che sia arrivato il momento di realizzare una Faz, ovvero un luogo dove far funzionare questo sistema. Lo trovate nel sito del Cespea, il mio Centro Studi Per l’Economia dell’Abbondanza e sul mio sito personale all’indirizzo domenicods.wordpress.com. Ho anche aperto un sito per le iscrizioni al progetto Faz. Basterà raggiungere due o tremila iscritti per partire. Anche se non sono sufficienti per un sistema economico integrato, però è un inizio e poi crescerà perché il sistema che ne verrà fuori è molto attraente. E soprattutto potrà dare un aiuto concreto a chi partecipa.

-Grazie Domenico.

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Il miracolo della moneta di Worgl

by on feb.06, 2014, under Economia, Ispirazione, Resistenza umana

La moneta di Worgl, adottata nel 1932 e nel 1933 nella cittadina austriaca che aveva questo nome, fu un esperimento dallo straordinario successo e dalle emblematica fine, che non può non essere conosciuto.

Siamo nel bel mezzo della grande depressione iniziata nel 1929. La moneta scarseggiava, la disoccupazione cresceva esponenzialmente, le imprese chiudevano come mosche (vi ricorda qualcosa?).

Luglio 1932. Questa crisi si faceva sentire anche a Woergl, dove su 4000 abitanti, più di 1500 soldi erano disoccupati e 200 famiglie non avevano praticamente soldi.

Il borgomastro aveva più o meno in cassa 32.000 scellini. Che cosa si sarebbe potuto fare con solo quella cifra?

Ma questo borgomastro, ovvero il tirolese dal tremendo cognome, Michael Unterguggenberger (1884-1936), ex sindacalista, meccanico e ferroviere, voleva aiutare i disoccupati della sua città e aiutare i cittadini ad avere soldi, in modo anche da poter pagare le tasse.

Ma, prima di dirvi ciò che accadde, c’è una sua dichiarazione, inviata alla fine della Grande Guerra, nel 1918, a un giornale berlinese che merita di essere letta

“Nonostante le sacre promesse di tutte le nazioni di bandire la guerra una volta per tutte, nonostante l’urlo delle masse “Mai più guerra”, nonostante le speranze di un futuro migliore, consti quello che dico: se il sistema monetario attuale, basato sull’interesse semplice e composto, rimane operativo, oso predire oggi che non passeranno 25 anni prima che venga un’altra, molto più terribile guerra. Ne vedo lo sviluppo chiaramente. Il grado dell’attuale progresso tecnologico porterà rapidamente a risultati industriali da record. La capitalizzazione sarà rapida nonostante le enormi perdite belliche, e la sovraproduzione abbasserà il tasso di interesse. Il denaro comincerà ad essere accaparrato.  L’attività economica diminuirà e un numero crescente di disoccupati vagabonderà per le strade. Come prima, si cercherà di occupare territorio e fabbricare armi per lo scopo, giustificando l’operazione col dovere dare lavoro ai disoccupati. Si formeranno movimenti rivoluzionari selvaggi tra le masse scontente e fiorirà la pianta velenosa dell’estremo nazionalismo. Le nazioni non si capiranno a vicenda e alla fine non potrà che scoppiare un’altra guerra.”

Il nostro Borgomastro che veniva dal popolo, e in vita aveva conosciuto anche condizioni di povertà, nell’ambito delle quali aveva contratto la tubercolosi, che lo avrebbe ucciso a 52 anni.

Nelle sue ricerche volte a trovare soluzioni ai problemi economici che aveva di fronte, lesse anche Silvio Gesell e la sua teoria della moneta deperibile, lettura che si rivelò fondamentale. Gesell fu il teorico della “moneta deperibile”; ovvero, per sommi capi,  di una forma di denaro che -a differenza di quanto era semprea avvenuto- nel corso del tempo perdesse valore. Immaginate ad esempio una banconota da cento euro che dopo un certo decorrere di tempo ne vale, ad esempio, 90. Un denaro quindi che più viene tesaurizzato, più perde valore. La sua visione aveva lo scopo di disincentivare al massimo la tesaurizzazione monetaria, e favorire la costante rimessa in circolazione del denaro, e la sua velocità di circolazione. Gli studi di Gesell ispirono diversi progetti di moneta “alternativa” e “complementare”.

Il sindago di Worgl, a  ipotizzò un progetto di “altra” moneta per risolvere i problemi del suo territorio. Questa moneta, nelle intenzioni, doveva agire sul problema della bassa velocità di circolazione della moneta ufficiale; moneta che diventa progressivamente sparisce dalle mani della maggioranza dei cittadini, per concentrarsi in poche mani, che la tesaurizzano e la usano per fare speculazioni. Lo scopo era attuare le intuizioni di Gesell, appunto, sulla “moneta deperibile”; una moneta che perdesse gradatamente valore nel tempo.

Dopo un paziente lavoro di confronto con negozianti, imprenditori e professionisti di Worgl, il 5 luglio lesse ad alta voce il suo programma di soccorso economico.

Partiamo da una premessa. Nelle casse del comune erano restati circa 32000 scellini. Il sindaco mise quei 32000 scellini come deposito presso una banca locale come garanzia ed emise il valore di 32000 scellini nella forma di una nuova moneta che si chiamava Bestätigter Arbeitswerte o Certificati di Lavoro. I tagli della nuova moneta corrispondevano al valore di 1, 5 e 10 scellini. Questa moneta sarebbe scaduta dopo un mese dalla data dell’emissione, a meno che non si fosse acquistata, mensilmente, presso il municipio, una marca da bollo che costava quanto l’1% del valore della banconota in questione. In pratica era un costo del 12% annuo del valore facciale. Il che era una modalità che sostanzialmente faceva perdere il 12% del valore originario. Il cittadino, dovendo, nel corso di un anno, acquistare e apporre marche da bollo per un valore totale del 12% del taglio della banconota, arrivava a perdere il 12% del valore originario.

Riepilogando. Il sindaco aveva 32000 scellini ufficiali in cassa. Li depositò in una banca locale a garanzia dell’emissione di una nuova moneta (“Certificati del lavoro”) del valore complessivo di 32000 scellini. Si tratta quindi di una forma di moneta “convertibile”; dove l’emissione monetaria è “garantita” da un equivalente in moneta ufficiale. Questa nuova moneta doveva essere rinnovata ogni mese con una marca da bollo pari all’1% del suo valore nominale. Ovvero, nei fatti, è come se in un anno perdesse il 12% del suo valore.

Essendoci 32000 scellini ufficiali come deposito di garanzia; chi voleva poteva cambiare questa nuova moneta con gli scellini “veri”, ma in quel caso c’era una perdita del 5% rispetto al valore nominale. Praticamente nessuno andò a convertire la nuova moneta negli scellini ufficiali.

Comunque, anche se l’emissione originaria era stata del valore di 32000 scellini, il sindaco temendo che potesse esserci un impatto troppo forte ed inflattivo, ritirò parte delle banconote emanate; finché solo 1/3 di esse rimase in circolazione.

il risultato fu straordinario.

Questa nuova moneta aveva una velocità di circolazione nettamente superiore a quella degli scellini regolari. Si calcola che mediamente essa cambiava di mano circa 500 volte in 14 mesi, contro le 6-8 volte della moneta nazionale. Questo fece muovere beni e servizi per un valore di due milioni e mezzo di scellini. Le casse del comune si riempivano rapidamente e con altrettanta rapidità si svuotavano per poi riempirsi.

All’inizio i bottegai si rifiutarono di accettare questa nuova moneta. Il sindaco però riuscì a rompere il fronte dei recalcitranti, convincendo alcuni di essi ad accettare questo mezzo di pagamento, promettendo loro agevolazioni. Presto anche i più riluttanti si convinsero a partecipare al nuovo sistema monetario. Solo due furono le eccezioni; l’ufficio postale e la stazione ferroviaria, istituzioni dello stato, che si rifiutarono fino all’ultimo di accettare questi “certificati del lavoro”.

Era dal 1926 che il Comune non vedeva tanti introiti. Le tasse arretrate e non pagate fino all’introduzione della moneta deperibile ammontavano a 118mila scellini, ossia al quadruplo dell’emissione di banconote del lavoro. Nel primo mese della nuova emissione, già 4542 scellini erano stati pagati. Il Comune non solo poté cominciare a far fronte ai suoi creditori, ma presto occupare parte di quei 1500 disoccupati in opere pubbliche. Un comune che fino a poco tempo prima era in crisi economica, con questa innovazione monetaria poté costruire un ponte sul fiume Inn, asfaltare quattro strade, rinnovare le fognature e le installazioni elettriche, realizzare nuove case, piantare nuovi alberi nelle foreste, e addirittura impiantare un trampolino per salto con sci. Quel comune poté permettersi di fare lavori pubblici che voleva fare da anni e che non sapeva come fare, e la disoccupazione fu sostanzialmente azzerata. Su un ponte venne messa una placca commemorativa che diceva “costruito con la nostra Moneta Libera”.

Tutti gli impiegati del Comune, compreso il sindaco, dal luglio 1932 cominciarono a ricevere metà del loro stipendio in moneta deperibile. Gli operai che lavoravano per il locale comitato di soccorso disoccupati (ed erano impiegati dal Comune in piccole opere pubbliche), venivano integralmente pagati in denaro comunale.

Un progetto nato tra derisioni e accuse di frode, si dimostrò un successo impressionante. Altri territori pensarono di attuare un modello simile. Dopo un anno e mezzo,  un’altra cittadina, Kirchbichl adottò un sistema di questo tipo, e 200 paesi e cittadine austriache dichiararono di voler emettere questa moneta. La prima fu vicina Kitzbühel, famosa stazione sciistica, che inizialmente aveva cominciato ad accettare i certificati di Wörgl, e giunti al primo gennaio 1933 aveva emesso in proprio, 3000 scellini. Circa 300 000 cittadini della provincia volevano aderire al modello realizzato a Worgl. Pare che questo interesse vi fosse in circa 200 paesi e cittadine austriache.

Intanto a Wörgl accorrevano economisti, ricercatori e semplici curiosi per studiare il “miracolo” In questa cittadina austriaca giunse anche il primo ministro francese Édouard Dalladier, che voleva capire meglio come funzionava il tutto. Il 19 agosto del 1932 il Dott. Rintelen, membro del Governo, riceveva una delegazione capitanata dal borgomastro. Durante l’incontro dei fatti; ovvero che l’esperimento funzionava e non c’era ragione per interromperlo.

Facciamo anche adesso un riepilogo. La moneta creata dal coraggio del borgomastro di Worgl aveva risollevato la cittadina austriaca, praticamente cancellando la disoccupazione, nuove opere pubbliche e prosperità personale. Altre cittadine stavano cominciando ad aderire al modello. Ed anche alcuni economisti e politici cominciavano a rifletterci seriamente.

A quel punto questo modello diventava un problema. Diventava un problema proprio perché stava avendo successo.

Intervenne allora la Banca Centrale Austriaca che dichiarò illegale la nuova moneta. Alla cittadina di Worgl venne rivolta l’accusa di avere ecceduto i suoi poteri; perché il diritto di emettere moneta in Austria era di esclusiva spettanza della Banca Centrale.

La proibizione fu esecutiva il 15 settembre 1933. La città di Worgl si appellò però alla Corte Suprema, che rigettò l’appello.

A partire dal 1934 cessarono tutti gli esperimenti di “moneta libera”.

Noi conosciamo così bene la storia della moneta locale grazie a Fritz Schwartz, che fu testimone oculare di queste vicende. Tre anni della moneta di Woergl, c’era stato un altro esperimento, anche se meno noto. Esso si era realizzato  nello Schwanenberg, in Germania. Un certo Dr Hebecker, padrone di una miniera di carbone, era praticamente sul lastrico per mancanza di denaro. Allora ebbe una pensata. Propose ai suoi impiegati che , visto che aveva carbone ma non denaro, avrebbero potuto accettare il 90% del salario in moneta propria chiamata Wära e redimibile in carbone. Gli impiegati non avevano alternative, ed accettarono. Anche nel caso del  Wära c’era una forma di “agevolazione alla circolazione”, una tassa di magazzinaggio che ne favoriva la circolazione rapida. Ma nel caso di questo progetto, non c’è stato un testimone che lo abbia potuto raccontare in tutti i suoi sviluppi; anche se sembra abbia portato progressivi miglioramenti. Sembra però che questo esperimento innescò una serie di azioni che portarono miglioramenti economici . Visto che le condizioni della zona stavano migliorando, intervenne prontamente  il Cancelliere Heinrich Brüning (1885-1970) per fare venire meno Schwanenberg e fare approvare decreti-legge di emergenza che proibissero l’emissione di altre forme monetarie. Grazie al pronto intervento del governo, la miseria e la fame precedenti vennero ristabilite.


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Il Banco Palmas in Brasile

by on feb.06, 2014, under Economia, Ispirazione, Resistenza umana

Quella del Banco Palmas è una delle più interessanti esperienze di moneta locale di economia alternativa che siano state attuate.

Gran parte dei riferimenti sono in portoghese (la lingua che si parla in Brasile) in inglese, come il libro di Bernard Lietaer, “People Money”, dove ho trovato una descrizione chiara.

L’esperienza del Banco Palmas è sorta a Conjunto Palmeiras una poverissima regione del Brasile.

Gli ideatori si ispirarono anche alla nascita di monete locali in Argentina nel 2001.

In primo luogo venne creata una Banca, gestita direttamente dalla comunità, che forniva servizi di microcredito.

Successivamente nacque una vera e propria moneta, il Palmas, moneta che è stata ampiamente accolta dai cittadini di quel territorio

Il successo complessivo di questa esperienza deriva da una integrazione di banca comunitaria, con prestiti in microcredito, e ampia circolazione della moneta locale.. il tutto con un ampio coinvolgimento, in tutti gli aspetti della gente del luogo, con un sistema di rinforzo anche emotivo, derivante dal grande successo del Banco Palmas e della moneta Palmas che ha portato più di 60 altre comunità brasiliane ad aderire a questo modello, creando le loro proprie banche comunitarie.

Iniziative di questo genere mirano a portare una parte del movimento economico sotto il controllo della popolazione locale, e di ancorarlo al concreto sviluppo del territorio e al sostegno delle persone, a differenza del meccansimo monetario “ufficiale” che opera, di fatto, come sistema di impoverimento dei territori e di accumulo di colossale profitto presso entità “esterne” il cui unico scopo è il guadagno e il potere.

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Carlos De Freitas, francese di nascita con genitori portoghesi lavora come consulente di organizzazioni internazionali. Nel 2009 lui scrisse un libro sul Banco Palmas in Brasile con Joaquim Melo, uno dei fondatori. Lui ora rappresenta il Palmas Institute in Europa. Il suo libro ha contribuito a fare conoscere in mezzo mondo il Banco Palmas.

Il Banco Palmas in Brasile è una bella storia di moneta comunitaria che ha funzionato: ha creato più di 1800 lavori, è l’esclusiva fonte di moneta per molta gente, ha prodotto imitazioni in 66 comunità in tutto il Brasile.. Acluni la ritengono il migliore esempio al mondo di una comunità povera che usa una moneta locale per aiutare se stessa a svilupparsi.

Conjunto Palmeiras è una baraccopoli, un insediamento artificiale creato dalla gente rimossa dalla costa nel 1970. Ha una popolazione di 32000 abitanti ed è distante 22 km dalla città di Fortaleza, una città di 2.500.000 di abitanti nel Nord Est del Paese.

Il Banco Palmas fu lanciato nel gennaio 1998, con una concessione di 800 euro da parte di un’organizzazione francese. Una televisione nazionale riportò la notizia che uno slum stava creando la sua propria banca.  –La Banca delle Favelas- e il secondo giorno centinaia di persone erano in coda per un prestito. Il secondo giorno la banca era quasi in bancarotta! Il primo prestito era già stato dato a cinque rivenditori e produttori e a venti famiglie per consumo. Nei mesi successivi, altre organizzazioni prestarono denaro per permettere alla banca di creare più prestiti in micro credito.

Ispirato dalla rapida crescita delle monete locali in Argentina nel 2001, il Banco Palmas successivamente decise di creare la sua propria moneta, il Palmas. Il distretto di Palmeiras prende il suo nome dagli alberi di Palma, e la moneta chiamata Palmas, suggerisce fogliame di Palma, il palmo delle mani quando si stringono, e richiama una locale espressione “bater palmas”, che significa applaudire.

L’organizzatore comunitario Joaquim Melo e il locale uomo d’affari Francisco Bezeera passarono due anni instancabilmente per fare accogliere l’idea agli altri imprenditori locali. In primo luogo le più grandi drogherie e le stazioni del gas, quindi le più piccole imprese. Negozi di cucito e di vestiti, panifici, ecc. Come proprietario di una grande impresa e capo dell’associazione dei rivenditori, il nome di Francisco dava al progetto grande credibilità.

Almeno  un terzo dei negozi locali offre una gamma di sconti (dal 2 al 15% in relazione alla zona del rivenditore)per incoraggiare la gente a comprare con la moneta locale.

“Ogni impresa aderisce ai principi della “solidarietà economica” –si intende mutualità e socialità- e promette di aiutare la circolazione monetaria. Il Palmas si mantiene in circolazione, mentre il Real (la moneta nazionale) lascia il distretto per essere spesa nella città locale di Fortaleza… la sfida dell’associazione dei residenti e il loro Banco Palmas hanno portato quella che era l’area di maggior pericolosità della città nel 2002, ad essere la decima sulla lista nel 2011. Una volta io segnai una banconota di Palmas all’angolino con una matita, ed entro la fine della giornata era passata attraverso fino a cinque volte: questo significa che era passata attraverso cinque mani nella comunità ed era circolata cinque volte di più di quando fanno usualmente i Real. … Oggi parlano di noi nelle pagine economiche del giornale, non solo dove si parla delle brutte notizie.” (Carlos Freitas)

Il Banco Palmas è una banca comunitaria; forse l’unica ad essere  governata e gestita interamente dalla gente locale, che decide sulla sua politica, approva i prestiti in microcredito, e gestisce la moneta locale.

“E’ una sensazione molto differente rispetto alle banche nelle aree ricche. Ci sono molti spazi aperti dove tu puoi parlare ad un’altra persona locale nel suo proprio linguaggio. Tu puoi pagare le tue bollette alla banca, e ogni volta che tu vai lì, tu vedi poster che ti spiegano come ogni cosa funziona, il significato dell’intero processo, i benefici del Banco Palmas alla comunità e ad ogni famiglia.” (Carlos Freitas).

Coloro che gestiscono il Palmas Institute organizzano incontri settimanali nei quali tutti gli argomenti sono discussi. I Meeting finiscono ed iniziano sempre con la Bater Palmas Music Band. L’applauso che riceve –Bater Palmas- è espressione di solidarietà e di gioia nella cultura locale. Le persone si sentono pienamente coinvolte.

Gli individui ottengono moneta locale in tre differenti modi: la scambiano con moneta nazionale (un Palmas=un Real); la ricevono come salario; li ricevono in microcredito per il consumo locale. Le persone che ottengono il microcredito immediatamente aderiscono all’associazione comunitaria che si occupa della banca; altre persone che ricevono il microcredito non devono aderire a nulla. Il marchio Palmas è posseduto dall’associazione comunitaria.

Enti pubblici e alcune compagnie con uffici nell’area pagano dal 5 al 20% dei salari degl’impiegati in Palmas. La gente paga anche parte delle loro bollette in moneta locale alla banca. Tutto questo aiuta ad accelerare la circolazione della moneta locale; essa circola cinque volte più velocemente che la moneta nazionale in quell’area, creando più benefici economici per la gente. C’erano 46000 Palmas (20000 euro) in circolazione nel 2011. La gente può pagare parte delle tasse locali in moneta locale direttamente attraverso la banca.

Il microcredito combinato con la moneta locale crea una potente sinergia nell’economia locale. Nascono nuove imprese, nuovi lavori per le persone; i poveri riescono ad avere una vita dignitosa.

Una delle domande regolari nelle prime assemblee popolari era “perché siamo così poveri” e divenne chiaro che il benessere non stava nella comunità. Ogni due anni i consulenti della comunità mettono in atto ricerche sul campo per realizzare una mappa completa del consumo locale e dei modelli di produzione.

Le vendite dei locali commerciali sono aumentate del 30% e la regione è diventata uno dei corridoi principali nella periferia di Fortaleza. In 1997, l’80% degli acquisti degli abitanti era fatto fuori dalla comunità. Nel 2011 il 93% era prodotto nel distretto. L’effetto dei meccanismi di un sistema locale come questo agisce in modo benefico anche sull’ambiente naturale locale e globale, perché riduce la necessità di grandi spostamenti per trasferire merci.

Il successo di questa esperienza ha generato una costante corrente di ricercatori e giornalisti e l’autostima della comunità è aumentata. Ma tutto questo aveva rischiato di essere strangolato già alla nascita.  Dopo l’emissione delle prime Palmas nel 2003, Joacquim Melo fu arrestato per sospetto di riciclaggio di denaro in una banca non autorizzata. La Banca Centrale iniziò un procedimento contro di lui, dicendo che quella banca emetteva falsa moneta. I difensori chiamarono testimoni “esperti” per supportare il caso. Finalmente il giudice stabilì che era un costituzionale diritto del popolo avere accesso alla finanza e che la banca centrale non faceva niente per le aree povere che traevano beneficio dalle monete locali. E quindi  si pronunciò in favore del Banco Palmas.

Successivamenterale, la Banca Centrale avendo perso nel tentativo di stroncare il Banco Palmas, creò un gruppo di riflessione e invitò Joaquim ad un confronto che aveva come scopo le modalità per aiutare la povera gente.

Il Banco Palmas in seguito creò il Palmas Institute per condividerla sua metodologia con altre comunità e, nel 2005, il ministro per la solidarietà economica iniziò una collaborazione con l’istituto.

Quando i cittadini di una comunità locale chiamano il Palmas Institute a lavorare con loro per creare un modello analogo; è necessario almeno un anno per impostare una banca. I principali rivenditori sono inviatati al primo incontro e viene loro spiegato -con strumenti semplici, come un canestro )per mostrare la dispersione del benessere locale) – come agire. Gli organizzatori facilitano la presa di responsabilità delle comunità per mettere in pista la sua propria banca, offrendo per otto mesi un training. Il fondo di partenza raccomandato per il lancio del microcredito è di 15000 euro. L’intera comunità è invitata a disegnare banconote cariche di energia e a consigliare un nome che abbia sento per il contesto locale.   Ad esempio, la città di Silva Jardin lanciò la moneta Capivari nel 2011, inserendo l’immagine del roditore locale. La banca ha spiegato il processo tramite un grande lancio con musica, teatro e discorsi dei leader locali.

Dal 2011 sono sorte in Brasile 66 banche comunitarie, incluso Città Di Dio, uno dei peggiori Slum di Rio De Janeiro.

Nel 2008 il Banco Palmas ricevette il Millennium Development Goals Award dalle Nazioni Unite e dal Segretario Generale alla Presidenza del Brasile. Questo fu solo uno della lunga lista di premi nazionali e internazionali che la banca ha ricevuto. Ma tutto questo non ha dato alla testa  a Joaquim Melo, che ritiene che si possa ancora fare moltissimo per aiutare l’economia locale e le prospettive di vita delle persone.

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Una visione per il futuro- di Peter North

by on feb.06, 2014, under Economia, Ispirazione, Resistenza umana

Voglio condividere il brano di Peter North che leggerete alla fine di questa premessa.

Perché è davvero, per usare una espressione che in questo caso davvero rende, “di ampio respiro”.

Peter North fin dai primi anni studia i fenomeni di economia alternativa a livello locale, ha viaggiato in mezzo in mondo e ha scritto dei libri sull’argomento.

In questo brano Petern North immagina una visione futura di società sostenibile, sana ed equa.

Una visione di società che richiederà, per essere messa in atto, tutta una serie di strumenti, quali monete localio e banche comunitarie.

In questa società, gran parte dei cibo di cui una comunità ha bisogno è coltivata localmente e gestita da attività di vendita gestite localmente. Non ci saranno chilometri di terra abbandonati e contadini che fanno la fame, mentre si comprono a basso prezzo arance del Marocco, olio contraffatto in Bulgaria, pomodori ipertrattati chimicamente, polli da batteria messi in grandi container che viaggiono  per migliaia di chilometri. Non si mangerà merda insomma, ma, per quanto possibile, ciò che il territorio sarà in grado di produrre, permettendo anche a tanti piccoli contadini di vivere. E il cibo che non potrà essere prodotto in loco sarà importato solo da quelle aziende che la comunità locale avrà valutato come rispettose dell’ambiente e delle persone.

In questa società verranno riscoperte le produzioni e i mestieri, ritorneranno gli artigiani e le botteghe.

In questa società le aziende cercheranno il più che è possibile di utilizzare energie alternative.

In questa società… i bisogni fittizi, inutili e distruttivi sono venuti meno con la loro spinta compulsiva al consumo drogato.. ma non si è creata una società di penuria. Anzi si è creato più spazio per bisogni più importanti, creativi, stimolanti. Come scrive in questo brano Petern North riferendosi ai viaggi.. si faranno meno viaggi inutili, ma, paradossalmente, si viaggerà di più e meglio.

In questa società le aziende locali non moriranno come mosche perché le banche non concedono loro prestiti, che, tra l’altro, se fossero concessi, lo sarebbero in cambio di ingenti interessi. Il lucro che finora hanno avuto i prestatori di denaro (banche, finanziare, usurai) verrà meno perché sia gli enti locali, sia sistemi di credito comunitario, sia consorzi di privati metterenno in circolazione sistemi di credito senza interessi o con interessi minimi. Sistemi di credito che non finanzieranno una attività che possa dimostrare “garanzie patrimoniali”, ma finanzieranno la creatività, il valore umano, le idee che hanno reali potenzialità per il territorio.

In questa società enti locali e consorzi di imprese e cittadini potranno creare parte del denaro di cui hanno bisogno tramite monete locali, camere di compensazione, banche comunitarie e aziente e famiglie non saranno più strozzati in nome di fantomatici “debiti pubblici” per i quali sputar sangue, in nome di patti di stabilità, piani di rientro, “riforme strutturali”, austerity imposta come olio di ricino.

In questa società i territori non potranno più essere colonie delle grande corporatione  e di colossi come MacDonald. In questa società le persone non si trasformeranno in un esercito di “impiegati” sfruttati e mal pagati, pronti ad essere liquidati quando il grande gruppo di turno non ne ha più bisogno.

In questa società non ci saranno tutti questi centri commerciali a vampirizzare il territorio. In questa società città, paesi, quartieri, vie, vivranno, con i loro uffici, i loro negozi, le loro botteghe, le loro associazioni.

In questa società sempre più persone “riapprenderanno” qualche attività concreta. Come coltivare un proprio orto, e lavorare il legno.

In questa società le persone avranno forme di cooperazione sempre più altre, e lo scambio umano sarà sempre più intenso. E i sogni delle persone non saranno ridotti ad aborti perché qualcuno dall’alto dice che non ci sono soldi.

Ciò che Peter North immagina non è né una utopia, né autarchia. Non si immaginano comunità chiuse e totalmente autosufficienti. Si immaginano comunita “umane” che cooperino tra di loro e coesistano con un tessuto nazionale e stale che consenta di fare quello che i territori da soli non possano fare. Peter North immagina un forte sistema di monete e banche locali che coesistano con un ambito di azione ridetto della moneta nazionale. Questa rappresentazione regge, ma, come sono ormai fermamente convinto da tempo, senza una moneta “ufficiale” che sia l’euro.

Tutti i progetti di economia locale (moneta locale, camere di compensazione, banche del tempo, banche comunitarie) avrebbero a prescindere effetti benefici, ma raggiungeranno la loro piena positività se verrà meno anche il criiminale stistema dell’euro con annessi e connessi (patto di stabilità, pareggio di bilancio, fiscal compact) per sostituirlo con un sistema di moneta nazionale che non crei debito e risponda agli interessi e ai valori della comunità nazionale.

Detto questo, ogni visione, anche quella di Peter North, è parziale, qualcosa sfugge sempre.

Ma in quello che North scrive ci sono decenni di esperienze, tentativi, progetti, innovazioni che in tutto il mondo si stanno attuando… progetti di monete locali, banche del tempo, ritorno alla terra, banche comunitarie, ecc… che mirano a “riumanizzare” l’economia, salvare i territori, dare dignità alle persone, rendendole parti attive e non più passive spettatrici degli eventi.

In questa visione un ruolo decisivo, anche se non esclusivo, lo gioca la riappropriazione, da parte delle comunità locali, dei mezzi economici

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UNA VISIONE PER IL FUTURO

Peter North

(tratto da “Moneta locale – manuale pratico della transizione)

Nella nostra immaginaria economia locale del futuro, la maggior parte del cibo di cui una comunità ha bisogno è coltivata localmente e venduta in negozi, cooperative e mercati localmente gestiti. La maggior parte della sua elettricità è generata localmente ed erogata da aziende elettriche locali di proprietà comunitaria. Osservando i vantaggi economici e sperimentando un senso di appartenenza locale, la gente miope che avrebbe protestato contro i mulini a vento, considerandoli un pugno dell’occhio che rovina un passaggio altrimenti incontaminato, ora li vede come “angeli delle colline”, belli tanto quanto i mulini a vento del sedicesimo secolo protetti per il loro valore di retaggio culturale o per un muro secco a pietra.

Sempre più persone lavorano per se stesse, a tempo parziale, usando una miscela di valute locali e nazionali. I loro mezzi di sostentamento non provengono da una occupazione impiegatizia, ma da una mescolanza di cose che coltivano e producono da sole, che scambiano, condividono, riciclano e riparano, e oggetti che comprano e consumano, come facciamo oggi. Ma molte delle cose di cui abbiamo bisogno sono prodotte localmente più di quanto non lo siano oggi. Quelle che non produciamo localmente, forse a causa delle condizioni climatiche locali o perché ha senso produrle in grande quantità, sono ancora scambiate globalmente, ma non sulla base del solo prezzo. Noi scegliamo quali imprese vogliamo vedere nella nostra comunità e con quali di queste effettuare scambi.

La capacità di soddisfare più dei nostri fabbisogni a livello locale non si è realizzata perfettamente, dal momento che prima che l’economia avesse la sua moneta locale, tutti davano per scontato  che la globalizzazione fosse un fenomeno inevitabile, inarrestabile. Essi non pensavano che voi potevate fare qualcosa per impedire che il denaro filtrasse fuori dalla nostra comunità per svolgere le sue funzioni altrove. Ma da piccole ghiande –un sistema di scambio locale, una banca del tempo e poi, infine, una banconota locale- è cresciuta un’imponente quercia. La valuta locale è diventata un elemento accettato dall’ambiente locale. In un primo momento vista come qualcosa di strano, forse di eccentrico, magari di arretrato (ora non usano tutti internet e le carte di credito?), è diventata un aspetto normale del nostro modo di vivere, ma senza andare a sostituire sterline, dollari, o euro. Le persone preoccupate che ci potesse essere un assalto agli sportelli si sono rese conto che i loro timori erano infondati.

La moneta locale non ci isola. Molti dei nostri affari sono ancora condotti in sterline e dollari, ma gran parte di queste sterline rimane sul posto, circolando tra aziende di proprietà locale e cooperative che producono per i bisogni locali. Da dieci anni un progetto di acquisto e distribuzione locale gestito dalla camera di commercio cittadina ha messo in reciproco contatto le imprese locali. Un altro progetto ha identificato negli scarti delle aziende un’utile risorsa.  Le aziende locali collaborano regolarmente per individuare modi per lavorare insieme, delineare nuovi progetti e condividere abitudini più virtuose. Ditte più grandi lavorano a stretto contatto con i loro fornitori per garantire che la ditta ottenga gli approvvigionamenti di cui ha bisogno localmente, quando ne ha bisogno e nella giusta quantità. Ciò è enormemente vantaggioso perché gli irragionevoli costi di trasporto di materiali e merci intorno al pianeta sono stati eliminati.

Nessuno avverte il bisogno di spendere soldi, emettere carbonio e bruciare carburante per sollevare corpi umani in aria ora che la teleconferenza è più facile. Si viaggia ancora, ma meno, più limitatamente e fermandosi più a lungo in un posto. Una volta eliminati i viaggi evitabili, siamo rimasti sorpresi di poter viaggiare più di quanto pensassimo- ma non tanto quanto eravamo soliti fare negli irresponsabili vecchi tempi. Le emissioni di carbonio sono crollate e le risorse non si stanno esaurendo così come avveniva un tempo, ma nessuno si sente di stare peggio. Quel che è stato eliminato è l’inutile, l’insensata globalizzazione basata sui costi  e i profitti, non ciò che ha valore.

Le camere di commercio locali, le agenzie per lo sviluppo e le amministrazioni comunali si sono tutte stufate del continuo rifiuto delle banche di finanziare le imprese locali, e non importa quante e volte queste banche siano state salvate. Nuove, piccole imprese nelle parti più povere della città sono andate sviluppando interessanti e originali prodotti ambientali, ma non avevano esperienza e perciò non potevano ottenere credito. Seguendo gli esempi delle amministrazioni comunali di Birmingham e dell’Essex, di cooperative di credito e di veicoli finanziari locali come l’Aston Investiment Trust, sempre più enti locali istituiscono banche locali spesso negli stessi immobili che avevano ospitato banche locali un secolo prima, ma che erano state sostituite da enoteche. Queste banche locali e le reti rivitalizzate di filiali bancarie più grandi hanno sostituito lo scadente servizio, l’anonimato e le cattive  condizioni di lavoro dei call center del ventesimo secolo.

Queste banche locali e municipali  forniscono l’occupazione tanto necessaria a quei lavoratori di banca che non erano stati responsabili della crisi dei loro precedenti datori di lavoro, ma ne avevano anzi sopportato le conseguenze quando il ridimensionamento del personale cominciò a produrre i suoi effetti. Alcune banche si specializzano nello sviluppo di prodotti versi, alcune in quello di gamme di servizi forniti localmente e alcune nel finanziare la produzione di energia verde (..).

C’è una rinascita degli istituti di credito fondiario e delle casse di risparmio. Non i grandi istituti di credito fondiario che furono demutualizzati negli anni Ottanta, ma nuovi, piccoli, locali istituti di credito fondiario funzionano con e per i loro membri, finanziando l’acquisto  di case e lo sviluppo di nuovi piani edilizi ecologici. La Bradford and Bingley Mutual è al servizio di Bradford e Bingley. La Halifax lavora in Halifax. Le banche a interessi zero come la JAK Bank e le banche islamiche offrono finanza senza usura. Le cooperative di credito si sono gradualmente trasformate da luogi per il non bancabile per ottenere piccoli prestiti a basso interesse in più robuste istituzioni locali che offrono prestiti per l’avvio di piccole imprese.

Alla fine i consigli comunali hanno riconosciuto che è insensato avere tanti costruttori senza lavoro, una bolletta energetica così elevata ed emissioni che continuano a crescere. Lasciare tutto questo ai privati non è sufficiente. Sono perciò tornati ad un’altra vecchia pratica, quella di aprire agli enti locali, fino a quando la signora Thatcher tagliò loro le ali negli anni Ottanta. Essi emisero obbligazioni locali per finanziare le grandi ristrutturazioni di case.

I nostri risparmi hanno spesso di finanziare guerre e forme di crescita insostenibile, e sono diventati parte della soluzione. Proprio come hanno fatto nel diciannovesimo secolo, le obbligazioni locali finanziano anche il rinnovamento della produzione di energia locale, illuminazione pubblica, gas ed energia elettrica, e l’introduzione di un moderno sistema di smaltimento dei rifiuti – in tal modo ci rendiamo conto che per affrontare il cambiamento climatico non ci vuole una scienza.

Questa visione appare utopica? Probabilmente. Ma se vogliamo evitare pericolosi cambiamenti climatici, questo è il genere di futuro che dobbiamo iniziare a costruire adesso. Per garantire la sviluppo dello scenario  ottimistico di cui sopra, ci sarà bisogno di una diversità di valute alternative e di nuovi strumenti economici per costruire economie locali sicure e resilienti.

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Labirinti infernali del sistema offshore- di Giovanni Arcuri

by on set.20, 2013, under Controinformazione, Economia

Giovanni Arcuri -che ci ha inviato questo testo- a qualcuno è noto per avere interpretato Giulio Cesare nel film “Cesare deve morire”, girato dai fratelli Taviani nel carcere di Rebibbia ed interpretato da detenuti di Rebibbia. Film che vince l’Orso d’oro a Berlino, nell’anno 2012.

Giovanni attualmente è in semilibertà nel carcere di Rebibbia. Noi l’abbiamo conosciuto quando era in detenzione “piena”.

Ha scritto tre libri (di cui due pubblicati), è prossimo alla laurea in legge,

Negli anni è diventato (anche) uno straordinario ricercatore dei sistemi di controllo (vedi ad esempio i suoi pezzi sul governo segreto del mondo.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/04/03/il-governo-segreto-di-giovanni-arcuri-prima-parte/http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/04/15/il-governo-segreto-di-giovanni-arcuri-seconda-parte/), delle tecniche di manipolazione, delle bestiali e raffinatissime alchimie della finanza predatoria.

La sua esperienza e i suoi studi lo hanno portato a conoscere realtà che gran parte delle persone non conosce o conosce solo per vaghi e superficiali riferimenti.

Nel testo che pubblico oggi si parla di paradisi fiscali, trust, sistemi offshore.. cose che.. gran parte della nostra classe dirigente in gran parte ignora.

Davvero a volte sembra che ci sia una realtà “visibile” e un mondo “invisibile”.

La bellissima immagine che apre il post è dell’artista Tony Pecoraro.

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THE DEVIL

Pochi giorni fa sulla terrazza dell’hotel Eden con una vista spettacolare su Roma ho conosciuto “The Devil”(il demonio). Ancora oggi non so quale sia veramente il suo nome. Era con un ex assessore del presidente del Gabon (Bongo, tra i più corrotti del pianeta) e con un mio vecchio amico broker che vive a Jersey sul Canale della Manica, paradiso fiscale. Ero stato convocato per un’intermediazione relativa a una fornitura di rame dal Cile che è il maggior produttore al mondo e dove ho ancora delle entrature al riguardo. Di fatto però quando cominciò a parlare quest’uomo il rame passò in secondo piano, anzi, non se ne parlò affatto fino al giorno dopo. Questo misterioso personaggio ha lavorato per anni per l’Office of Foreign Assets Control degli Stati Uniti e con quelle del suo paese per verificare la correttezza delle operazioni bancarie che avvenivano nel suo paese, le Isole Cayman. Il problema è sorto quando essendo arrivato al vivo delle questioni le stesse autorità competenti lo hanno bloccato e poco dopo licenziato. Questo è quello che ho appreso:
I più importanti paradisi fiscali del mondo non sono isole tropicali disseminate di palme come molti immaginano, ma alcune delle maggiori potenze mondiali. il maggior paradiso fiscale è un’isola e quell’isola si chiama Manhattan e a seguire viene Londra nel Regno Unito. Gli stessi governi che hanno dimostrato e dimostrano di dare lotta al sistema offshore sono i primi a utilizzarlo e beneficiarne. Metà dell’economia mondiale si muove nell’ambito fuori giurisdizione, o meglio attraverso giurisdizioni segrete. Il mondo offshore è un ecosistema in continua evoluzione. Ciascuna giurisdizione segreta offre uno o più servizi specializzati e richiama particolari tipi di capitale finanziario. I servizi offshore vanno dal legale all’illegale. L’evasione fiscale è illegale, mentre l’elusione fiscale è legale. Le giurisdizione segrete trasformano ciò che è tecnicamente legale ma scorretto in qualcosa che è percepito come legittimo. Ciascuna giurisdizione segreta tollera divesi livelli d’illegalità: i narcootrafficanti colombiani o messicani si servono di Panama piuttosto che di Jersey anche se le società fiduciarie di Jersey ricevono verosimilmente una parte di questo denaro sporco.
The Devil che conosce tutti i meccanismi ci ha spiegato che le strutture finanziarie offshore spesso utilizzano uno strattagemma chiamato laddering. Una struttura viene suddivisa tra diverse giurisdizioni, ciascuna delle quali fornisce un nuovo involucro legale o contabile i capitali, che sono solitamente ubicati altrove. Il laddering accresce la segretezza e la complessità. Tutto questa conversazione si è svolta ovviamente in lingua inglese e non con poca difficoltà sono riuscito a recepire e interloquire con i personaggi presenti. Ero così affascinato dal tema trattato che io stesso ho messo da parte la ragione per cui ero stato convocato.
Per esempio, un narcotrafficante messicano potrebbe depositare 20 milioni di dollari in un conto in banca a Panama, che non è intestato a lui ma a un trust creato alle Bahamas I trustee (amministratori fiduciari) potrebbero vivere a Jersey, mentre il beneficiario del trust potrebbe essere un’impresa del Delaware. Se anche si riuscissero a trovare i nomi degli amministratori della società e persino le fotocopie dei loro passaporti, ci si troverebbe comunque al punto di partenza:questi trustee saranno centinaia di società simili. Anche qualora si riescano a intravedere parti del sistema la prassi del laddering impedisce di osservare il tutto. Le attività offshore non si svolgono in alcuna giurisdizione ma si svolgono negli interstizi tra giurisdizioni. L’altrove diventa da nessuna parte, un mondo senza regole..

IL TRUST
L’istituzione del trust risale al Medioevo, quando i cavalieri che partivano alle crociate lasciavano i loro averi nelle mani di amministratori fidati che se ne prendevano cura per conto del cavaliere fino al suo ritorno. Era un accordo triangolare che univa il legittimo proprietario del patrimonio (il cavaliere) e il beneficiario (la sua famiglia) attraverso un intermediario
(l’amministratore o trustee). I trust sono meccanismi silenziosi e potenti che non molte persone conoscono mi diceva The Devil con il suo sigaro Cohiba tra le dita. E’ impossibile trovarne traccia negli archivi pubblici, in quanto sono il frutto di un accordo segreto tra gli avvocati e i loro clienti. Essenzialmente il trust agisce sulla proprietà di un patrimonio. Un trust scompone la proprietà in parti distinte. Con la creazione di un trust, un soggetto trasferisce il suo patrimonio all’amministratore fiduciario che ne diventa l’effettivo proprietario. Questi però non può spenderlo o consumarlo liberamente perché è tenuto a rispettare i termini del mandato fiduciario, ovvero l’insieme di istruzioni che gli indicano come distribuire i benefici tra i beneficiari. Un uomo facoltoso con due figli per esempio può depositare un milione di dollari in un conto in banca ( non certo in Italia…) intestato a un trust e nominare un avvocato come amministratore fiduciario, impartendogli l’ordine di trasferire a ciascuno dei suoi due figli la metà del denaro al compimento del loro ventunesimo anno d’età. Anche se l’uomo muore prima il trust sopravvive e il trustee è tenuto per legge a obbedire alle istruzioni che gli sono state date. E’ quasi impossibile violare un contratto fiduciario. I trust sono istituti completamente legittimi ma possono essere e molto spesso vengono usati per scopi come l’evasione fiscale o il riciclaggio. E qui andiamo al nocciolo della conversazione. I trust producono due effetti: prima di tutto, creano una solida barriera giuridica che separa i diversi elementi della proprietà, quindi questa barriera giuridica può diventare e il più delle volte lo diventa, un’impenetrabile barriera informativa. I trust possono avvolgere i patrimoni (che si tratti di denaro contante o proprietà immobiliari etc.) in una segretezza di ferro. Immaginiamo che alcuni ispettori fiscali, giudici o PM d’assalto vogliano indagare su qualcuno che possiede diversi milioni di dollari in un trust sull’Isola di Jersey o alle Cayman: gli inquirenti avranno difficoltà persino ad avviare l’indagine, perché i trust di questi luoghi non sono iscritti in alcun registro ufficiale o pubblico. Se però sono fortunati e riescono a scoprire l’identità del trustee, probabilmente si troveranno di fronte a un avvocato del posto che per professione fa l’amministratore fiduciario di diverse migliaia di trust. Il legale potrebbe essere l’unica persona al mondo a conoscenza dell’identità del beneficiario ed è obbligato al segreto professionale a non rivelare questa informazione. Gli ispettori fiscali si trovano così di fronte a un ostacolo insuperabile. Questo regime di segretezza può essere reso ancora più impenetrabile stratificando diverse strutture segrete l’una sull’altra. I milioni di dollari dei trust delle Cayman o di Jersey potrebbero essere in realtà depositati in un conto a Panama, anch’esso protetto da un rigoroso segreto bancario. In questo caso gli zelanti inquirenti non riuscirebbero a strappare nemmeno sotto tortura il nome del beneficiario perché l’avvocato quasi sicuramente non potrebbe conoscere la sua vera identità. Il suo compito è semplicemente quello di inviare i bonifici o gli assegni a un altro legale da qualche altra parte, anch’egli un soggetto diverso dal beneficiario! E si può andare avanti così sovrapponendo un trust di Jersey a un altro alle Cayman e poi poggiando quest’ultimo su una struttura segreta del Delaware. Volendo rintracciare il denaro l’INTERPOL dovrebbe avviare una serie di procedure giudiziarie così complesse, lunghe e onerose in un paese dopo l’altro. E se anche lo facesse, potrebbe scoprire che alcuni paesi ammettono clausole di fuga: al primo settore d’indagine, il patrimonio viene trasferito automaticamente altrove.
A conclusione di questo istruttivo quanto sconcertante pomeriggio sono riuscito ad avere un quadro completo del sistema offshore che prima pensavo in qualche modo di aver capito ma in realtà le informazioni in mio e forse vostro possesso sono veramente scarse e approssimative. Il sistema offshore non è costituito da un gruppo di stati indipendenti che esercitano il proprio diritto sovrano di emanare leggi e creare sistemi fiscali che ritengono più appropriati; è piuttosto un insieme di reti di influenza controllate dalle maggiori superpotenze mondiali, in particolare la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Ciascuna rete è profondamente interconnessa a tutte le altre. I ricchi imprenditori e le imprese statunitensi fanno ampio uso della ragnatela britannica. I governi delle nazioni ricche dell’Ocse sono riusciti a convincere i cittadini (ignari ahimè…) di aver imposto un drastico giro di vite alle giurisdizioni segrete. “ Questo è un nuovo mondo caratterizzato da maggior trasparenza e cooperazione”… ha affermato il responsabile delle politiche fiscali dell’Ocse Owens e addirittura prima di uscire dalla scena il presidente francese Sarkozy disse che i paradisi fiscali e il segreto bancario sono finiti. Molti gli hanno creduto. Ebbene gli stati membri dell’Ocse, in particolare la Gran Bretagna e gli Stati uniti e diversi grandi paradisi fiscali europei sono i custodi del sistema offshore che continua a trattare grossi volumi di capitali illeciti.
Più della metà del commercio mondiale passa attraverso i paradisi fiscali. Oltre la metà di tutti gli attivi bancari e un terzo dell’investimento diretto estero effettuato dalle imprese multinazionali vengono dirottati offshore. Circa l’85% delle emissioni bancarie e obbligazionarie internazionali si svolge nel cosiddetto euromercato, una zona offshore extraterritoriale. Nel 2010 il FMI ha stimato che i soli bilanci dei piccoli centri finanziari insulari ammontavano complessivamente a 18.000 miliardi di dollari, una somma equivalente a circa un terzo del PIL mondiale; e questa si è detto era probabilmente una stima per difetto… L’80% delle maggiori imprese statunitensi possedeva società controllate nei paradisi fiscali. In ciascun paese europeo che si avvaleva di controllate offshore l’utente di maggiore dimensioni era di gran lunga una banca. The Devil, soprannominato così dalle società sulle quali indagava, terminò il suo sigaro, ci fece un grosso sorriso e dopo averci stretto la mano si ritirò nella sua abitazione.
A questo punto della storia e In questo mondo, dove continuo ad affermare che nulla è come sembra, come direbbe una mia amica newyorchese: light your fireplace and get cozy, have your wine and fine tobacco…

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Anatomia di un massacro: il sistema dell’euro e i perversi meccanismi europei

by on mar.06, 2013, under Controinformazione, Economia, Resistenza umana

Il nostro viaggio nel mondo del denaro ci porta in un territorio che è il nostro territorio. Già nell’ultima puntata avevamo raccontato di come è in realtà nato il debito pubblico italiano.

Questa volta parleremo di noi in quanto fagocitati in una struttura sovranazionale, l’Unione Europea, e della manifestazione che ha assunto, in questo contesto europeo, la moneta e la banca centrale, rispettivamente, l’euro e la Banca Centrale Europea. Inoltre ci soffermeremo sulla visione che emerge dai Trattati e sugli ulteriori meccanismi di distruzione economica messi in atto negli ultimi anni.

Per potere scrivere questo pezzo ho dovuto attingere a diverse fonti, tra cui particolarmente importanti sono state le opere di Paolo Barnard, le ricostruzioni dell’amica Enrica, le analisi di Stefano D’Andrea.

Vi invito a leggere fino in fondo le righe che seguiranno. Perchè ho tentato di sintetizzare gli aspetti fondamentali del sistema di potere europeo e le loro conseguenze sugli Stati e le popolazioni. Ho cercato di farlo in modo di rendere il più comprensibile possibile queste dinamiche, che è fondamentale vengano afferrate da un numero sempre maggiore di persone.

I

Sebbene questo non è un pezzo sulla storia dell’Unione Europea, che richiederebbe una lunga disamina. Voglio riportare per sommi capi le  fondamentali tappe storiche della costruzione dell’edificazione comunitaria:

Dopo la Seconda Guerra mondiale,

-Dal cosiddetto “piano Schuman” nascerà nel 18 aprile 1951 la prima forma larvale di unione, la Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio). I sei Paesi fondatori (Belgio, Francia,  Italia,  Lussemburgo,  Olanda, Repubblica Federale Tedesca ), intendevano affidare il potere di prendere decisioni riguardanti l’industria del carbone e dell’acciaio ad un organismo indipendente e sopranazionale denominato “Alta Autorità”, il cui primo presidente fu Jean Monnet.

Con la Ceca il processo di integrazione  europea era ormai avviata. Nell’arco di pochi anni gli stessi sei paesi decisero di compiere un passo successivo integrando altri settori delle proprie economie.

- il 25 marzo 1957, a Roma vennero firmai i due trattati che istituirono  istituirono e disciplinarono, rispettivamente:

la Comunità Economica Europea (CEE) i cui obiettivi sono descritti nell’art. 2 del trattato: “La Comunità ha il compito di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e il graduale ravvicinamento delle politiche economiche degli Stati membri, uno sviluppo armonioso delle attività economiche nell’insieme della Comunità, un’espansione continua ed equilibrata, una stabilità accresciuta, un miglioramento sempre più rapido del tenore di vita, e più strette relazioni tra gli Stati che ad essa partecipano

-la Comunità Europea dell’Energia Atomica (CEEA o Euratom) creata per coordinare i programmi di ricerca dei Paesi aderenti al fine di promuovere un uso pacifico dell’energia nucleare.

-Nel 1979, nacque il sistema monetario europeo (da non confondere naturalmente col sistema attuale di moneta unica), che imponeva ai paesi membri di versare il 20% delle riserve in oro e il 20% delle riserve in dollari in cambio di Ecu, che poi diventeranno Euro. Di tutto questo beneficiava un sistema finanziario centrale, che era gestito da privati.

-Ma il vero spartiacque fu la firma, il 7 febbraio 1992, a Maastricht, del Trattato sull’Unione europea, chiamato spesso nel linguaggio giornalistico “Trattato di Maastricht”, dai dodici Paesi membri dell’allora Comunità Europea.  Con il trattato di Maastricht vennero poste le basi fondamentali dell’Unione Europea per come le conosciamo oggi. Soprattutto in materia economica, venendo stabilita la nascita della moneta unica, e del Sistema Europeo delle Banche Centrali con al vertice la B.C.E.; una sorta di Federazione delle Banche centrali): una struttura politicamente irresponsabile, libera da vincoli e controlli, indipendente dai governi e dai parlamenti. Il Trattato è entrato in vigore il 1º novembre 1993. L’Unione europea e la moneta unica, l’euro, entrano ufficialmente in vigore il 1° gennaio 2002, tra le grida di entusiasmo delle classi politiche e dei mezzi di informazione. Furono , meramente sottoscritti da Parlamenti nazionali ridotti a passacarte. E praticamente imposti agli italiani, senza alcun referendum, senza alcun dibattito.

-Altro passaggio fondamentale fu la la firma, a Lisbona, l 13 dicembre 2007  (entrato in vigore il 1° dicembre 2009) del Trattato di Lisbona. Questo trattato  nei fatti assorbe gran parte dei contenuti presenti nel progetto di Costituzione Europea. Che era accaduto in precedenza? Era stato elaborato un progetto di Costituzione Europea, ma la via verso la Costituzione Europea fu sbarrata dall’esito negativo del referendum di approvazione in Francia  nei Olanda, nel 2005. E allora, si fece in modo di riprodurre nel nuovo Trattato, gran parte del contenuto di quella Costituzione che era stata bocciata, in modo da non dovere passare di nuovo per un referendum. Per non fare capire quello che si stava facendo, il Tratto di Lisbona fu reso pressoché illeggibile, quasi  400 pagine di diversi e disconnessi emendamenti apportati a 17 concordati e che vanno inseriti nel posto giusto all’interno di 2800 pagine di leggi. Una massa indigeribile, quindi di disposizioni, dispersive, prolisse e illeggibili.

Giuliano Amato, che era uno dei vicepresidenti della Convenzione che doveva redigere la bozza di Costituzione Europea, lo disse senza giri di parole durante un discorso al Centro per la Riforma Europea a Londra il 12 luglio del 2007: “Fu deciso che il documento fosse illeggibile… Fosse invece stato comprensibile, vi sarebbero state ragioni per sottoporlo a referendum, perché avrebbe significato che c’era qualcosa di nuovo (rispetto alla Costituzione bocciata nel 2005)”. Ma era una consapevolezza espressa anche da altri. Il parlamentare europeo danese Jens-Peter Bonde, ad esempio, che disse “i primi ministri erano pienamente consapevoli che il Trattato non sarebbe mai stato approvato se fosse stato letto, capito e sottoposto a referendum. La loro intenzione era di farlo approvare senza sporcarsi le mani con i loro elettori”.

Come denuncia Paolo Barnard: “un Trattato col potere di ribaltare tutta la nostra vita di comunità di cittadini, viene scritto in modo da essere illeggibile ed è stato ratificato dai nostri governi completamente di nascosto da noi, e volutamente di nascosto. Questo poiché una versione simile di questo Trattato (la Costituzione Europea) e con simili scopi fu bocciato da Francia e Olanda nel 2005,proprio perché scandalosamente sbilanciato a favore delle lobby di potere europee e negligente verso i cittadini.”

Anne-Marie Le Pourhiet, giurista ed insegnante di diritto pubblico all’Università di Rennes, afferma:

“L’Unione Europea è antidemocratica. [...] Il Trattato Europeo, detto anche Trattato di Lisbona, dal nome della capitale dove i governi europei si sono radunati non già per approvarlo, ma per ratificare a scatola chiusa un’approvazione decisa a porte chiuse dalla citata combriccola dell’Unione, sancisce quindi la fine della democrazia.”

Pare incredibile che esso sia stato approvato nel quasi-disinteresse generale e senza che i media dessero il minimo risalto ad un’operazione che, di fatto, esautora gli Stati nazionali privandoli della loro sovranità. Ma come vedremo, questo “stile” si rivelerà una costante.

—-

II

Prima di considerare specificatamente la moneta unica e il suo impatto, vediamo adesso quale è il fondamentale quadro delle istituzioni europee, alla luce del Trattato di Maastricht e di quello di Lisbona.

Questa é l’Unione Europea. Ha incorporato 27 paesi, con ancora dell’altro da annettere, con una popolazione ad oggi di più di 500 milioni. E’ l’Unione Sovietica sotto un altro nome e cerca di nascondere la sua dittatura burocratica dietro al “Parlamento Europeo” quanto il vero potere è nelle mani dei burocrati.

1. Il potere esecutivo è esercitato dalla Commissione Europea, oltre ad essere promotrice del processo legislativo. E’ formata da un Commissario per Stato membro e ha sede a Bruxelles. Dura in carica cinque anni, compreso il Presidente. I componenti sono nominati dal Consiglio europeo con l’approvazione del Parlamento europeo;

2. Il potere legislativo, non spetta al Parlamento Europeo (come si potrebbe erroneamente credere), ma al Consiglio dell’Unione Europea (o “Consiglio dei Ministri”), formato da un rappresentante scelto per ciascuno stato membro a livello ministeriale che si occupa della stessa materia a livello statale e ha sede a Bruxelles. Non dimenticando però che la Commissione ha potere di promuovere il procedimento normativo e spesso ha capacità di influenza delle stesse decisioni prese in sede di Consiglio Europeo.

3. Il potere giudiziario è esercitato dalla Corte di Giustizia Europea, formata da 27 giudici (uno per ogni Stato membro + 8 avvocati); i giudici e gli avvocati

generali rimangono in carica per un periodo rinnovabile di sei anni e sono designati di comune accordo dai governi degli Stati membri.

4. il Parlamento europeo, composto dai rappresentanti dei cittadini degli stati membri eletti a suffragio universale diretto  da tutti i cittadini dell’Unione ogni cinque anni, compreso il Presidente

che per prassi rimane in carica due anni e mezzo.  Ha sede a Strasburgo, ma svolge i suoi

lavori anche a Bruxelles e a Lussemburgo. Il Parlamento non ha può approvare nessuna legge da solo. Infatti, in alcuni settori le norme sono emanate solo dal Consiglio Europeo, in altri vi è un’ardua procedura di co-decisione tra Parlamento e Consiglio. Ma il Parlamento da solo non approva nessuna legge.

Ma c’è un’altra istituzione che deve essere messa tra quelle cardine.

-La Banca Centrale Europea (BCE), punta di vertice del Sistema Europeo delle Banche Centrali. La Banca Centrale Europea ha il pieno controllo dell’emissione monetaria in tutta l’Unione Europea. All’interno della B.C.E., il potere effettivo  è detenuto dal Consiglio Direttivo, dai 17 governatori delle Banche Centrali, più sei membri del Comitato Esecutivo che decidono quanti euro creare.

Soffermiamoci un attimo adesso e poniamoci una domanda. Tra tutti i 4 organi che abbiamo esaminato qual è l’unico eletto direttamente dai cittadini europei? Il Parlamento Europeo. E qual è quello che conta di meno? La risposta è la stessa. Il Parlamento Europeo;  il quale oltre a varie competenze secondarie, ha in alcune materie una facoltà di co-decisione, ma che non può approvare alcuna norma da solo. Quindi, allo stato attuale in Europa c’è un organo di puri burocrati non eletti, la Commissione Europa che può imporre le sue direttive. La Commissione Europea è a tutti gli effetti il governo non eletto dell’Unione Europea; e i burocrati che la compongono sono fortemente influenzati dalle lobby finanziarie del business. Le leggi che promuove sono sovranazionali e prevalgono sul diritto internoE il Paramento Europeo, unico organo democratico europeo, è in sostanza la cenerentola d’Europa. Non può proporre leggi, né approvarle da solo, ma,  al massimo, come abbiamo visto, in taluni campi, intervenire nella funzione legislativa con complicatissime procedure di co-decisione. E mentre da una Parte abbiamo un ruolo del Parlamento Europeo che è marginale,  i parlamenti nazionali sono stati sostanzialmente evirati, dato che i Trattati stabiliscono in modo chiaro come le leggi comunitarie prevalgono sulle leggi nazionali, e anche sulle Costituzioni, nonostante alcune Corti Costituzionali recalcitranti, cercano di porre un qualche limite a questa prevalenza.

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III

Inquadrati i Trattati Fondamentali e le principali istituzioni europee, poniamo adesso l’attenzione su l’istituzione a chi è conferito il pieno controllo dell’emissione monetaria. La Banca Centrale Europea, appunto.

Come abbiamo detto in precedenza, la B.C.E. è stata istituita tramite il Trattato di Maastricht ed è l’istituzione a cui è stata devoluta la gestione della moneta e della politica monetaria, dalla quale dipendono le politiche fiscali ed economiche dei paesi dell’UE. La B.C.E. è nei fatti politicamente irresponsabile, libera da vincoli e da controlli, e indipendente da governi e parlamenti. è una sorta di federazione delle 17 banche centrali dei Paesi membri.

Questo viene stabilito esplicitamente dal trattato di Maastricht che all’art. 107 recita:

“Nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dal presente trattato e dallo Statuto del SEBC, né la BCE né una Banca centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai Governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni e gli organi comunitari nonché i Governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della BCE o delle Banche centrali nazionali nell’assolvimento dei loro compiti.”

Quindi, innanzitutto tutto il potere di emissione del denaro è stato dato ad un organo bancario centralizzato; agli Stati è rimasta solo la facoltà di coniare monete. In secondo luogo questo organo è stato reso indipendente da ogni controllo e influenza. Un potere che ha effetti enormi sulla vita di milioni di persone, è gestito nei fatti da un organo di banchieri non eletti da nessuno, e che non rispondono a nessuno.

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IV

Andiamo adesso nell’antro della Bestia, nel cuore stesso del meccanismo-euro.

COME AVVIENE CONCRETAMENTE IL SISTEMA DELLA CREAZIONE MONETARIA IN EUROPA?

E (le due domande sono strettamente connesse)

COME GIUNGE CONCRETAMENTE IL DENARO A UN PAESE EUROPEO?

Il meccanismo è sostanzialmente questo:

-La B.C.E. Europea emana il denaro DAL NULLA; da questo punto di vista si colloca nel solco delle Banche Centrali classiche, che creano denaro del nulla.

-La B.C.E. però non “passa direttamente” il denaro agli Stati.

Tranne interventi eccezionali e temporanei, il meccanismo ordinario prevede che la B.C.E. trasferisca gli euro emanati alle banche private, che li acquisiscono con un interesse bassissimo corrispondente all’incirca all’1%. Vuol dire che le banche private si indebitano con la BCE del denaro loro trasferito, a un tasso  minimo.

-Saranno poi queste banche private europee e i mercati di capitali in senso ampio (fondi pensione, ecc.) che  “daranno” il denaro agli Stati, attraverso l’acquisto dei titoli di Stato di ogni singolo paese. Titoli di stato che sono, nei fatti, cambiali con le quali un Paese si indebita per avere denaro. Si indebita della cifra “prestata”, con l’aggiunta degli interessi sul debito naturalmente.

Riepiloghiamo:

I- Uno Stato per avere denaro non crea direttamente la propria moneta (e questo da prima del sorgere della B.C.E. e dell’avvento dell’euro, come abbiamo visto nelle ricostruzioni precedenti).

II- Lo Stato allora stipula una sorta di cambiali, chiamati “Titoli di stato”, che vengono vendute in determinate date, e in determinati contesti luoghi, in quelle che vengono definite “Aste dei titoli di Stato”.  Chi acquista i Titoli di stato, trasmetterà allo Stato il denaro corrispondente ai titoli di stato acquistati. E lo Stato si indebita per la somma corrispondente ad essi (ad esempio se sono stati venduti titoli di stato per un ammontare di 50 miliardi di euro, quello Stato si è indebitato di 50 miliardi di euro con chi li ha acquistati). Questo debito è gravato da un interesse, che dipende dal modo in cui l’asta è andata. Più un Paese è in difficoltà finanziarie, o è considerato a rischio (magari per via delle valutazioni truffa delle c.d. agenzie di rating) più è l’interesse sui “prestiti” che i Paesi devono promettere se vogliono che i loro titoli di stato siano acquistati. Es: se sono un Paese solido potrò vendere titoli di stato per un ammontare di 50 miliardi di euro, con un interesse del 2%. Ma se sono un Paese scombussolato da guai economici o speculazioni finanziarie, “i fornitori del denaro” vorranno un interesse maggiorato per il “rischio” che corrono, e quindi quel “prestito” potrà avere un interesse più alto, ad esempio del 7%.

Una volta gli Stati potevano prevedere entro una certa misura che i propri titoli di stato fossero acquistati dalle loro Banche Centrali. Adesso non è più così. Tranne casi peculiari e c.d. procedure d’urgenza, la prassi è che tutto il denaro possa essere acquistato dai mercati di capitali, da soggetti privati, e che operano in base a esclusive ragioni di profitto.

E’ chiaro il quadro dell’orrore che emerge?

Tutti i Paesi dell’Eurozona non hanno più neanche il barlume della sovranità monetaria.

Tutti i Paesi dell’Eurozona per avere soldi per finanziare pensioni, istruzione, trasporti, ecc. devono andare col cappello in mano presso banche, fondi pensioni, gruppi di affari privati e chiedere in prestito il denaro. Denaro che verrà dato in prestito in cambio di interessi crescenti alla tua difficoltà economica come Paese.

E’ stato architettato un complesso sistema, che produce, come conseguenza, che gli Stati democratici sono stati ridotti al rango di questuanti in cerca di ulteriori prestiti, sottoponibili a tutti i ricatti del caso, da parte dei signori del denaro, quelli che possono darli questi prestiti. Quindi, oggi, per potere spendere, i Paesi europei si devono letteralmente andare a trovare il denaro come deve fare il comune cittadino. Trovandosi così davanti a due alternative capestro.

O mettono ulteriori tasse che contribuiranno a deprimere ulteriormente l’economia. O chiedono finanziamenti ai mercati dei capitali che detteranno i tassi di interessi. I debiti nazionali andranno interamente ripagati a privati. E non potendo emettere quei debiti, si verrà giudicati a rischio insolvenza.

Per ogni centesimo di euro gli Stati se lo devono andare a cercare dai capitali privati. Istituti finanziari, fondi pensione, assicurazioni, banche, fondi sovrani stranieri, governi stranieri. I quali però dedicheranno i tassi di interesse a loro vantaggio, strangolandoci.

Col rischio , inoltre, che quei soldi possano anche non giungere, se i signori del denaro, ritengono quel Paese troppo a rischio, e l’investimento dei loro soldi in titoli di stato non profittevole. O se, ritengono, che è meglio farlo condurre alla deriva totale, per costringere poi le sue classi dirigenti a bestiali politiche di lacrime e sangue, in stile Grecia.

Comunque, considerando che i titoli di stato siano acquistati, portando ad ulteriore denaro a debito, gravato di interessi, il risultato è che il debito pubblico continua ad aumentare in modo crescente.

L’ulteriore aumento del debito pubblico, renderà ancora più “usurari” i nuovi “prestiti” che verranno richiesti tramite la vendita dei Titoli di Stato.

Facciamo un’ulteriore sintesi del punto a cui siamo giunti finora:

L’EURO E’ UNA MONETA NON SOVRANA, EMESSA DA UNA BANCA CENTRALE SOVRANAZIONALE INDIPENDENTE DA OGNI CONTROLLO ED INFLUENZA. QUESTA MONETA, CREATA DAL NULLA, VIENE, TRAMITE UN PERCORSO COMPLESSO, PRESA IN PRESTITO DA TUTTI I PAESI DELL’EUROZONA. PRESA IN PRESTITO AI MERCATI DI CAPITALI E DALLE GRANDI BANCHE CHE ACQUISISCONO L’EURO ALLA SUA EMISSIONE.

Tanto per andare nel concreto, nel caso dei titoli di stato italiani, chi sono i maggiori acquirenti. I nomi di alcuni di essi: J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc, Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Lynch, Bnp-Parisbas. Come potete vedere, alcune delle più famigerate bande dello strozzinaggio bancario, autentici criminali contro l’umanità, come la banca d’affari Goldman Sachs. Sono questi i soggetti da cui gli Stati devono andare con il cappello in mano a chiedere prestiti.

I Paesi dell’eurozona non possono in alcun modo garantire le proprie spese con denaro proprio. Un pieno controllo sulla propria moneta non c’era neanche prima del sistema euro, come abbiamo precedentemente visto. Ma, comunque, era possibile un certo controllo sulla propria banca centrale. Adesso tutto questo è stato completamente dissolto. Un Paese potrebbe ritrovarsi domani senza un centesimo.

Per confrontare questa situazione, con una totalmente diversa, spesso si fa l’esempio del Giappone. Il Giappone ha un debito pubblico che  corrisponde al 240% sul PIL. La Grecia quando nel 2010 è entrata in “crisi” (prescindendo adesso di soffermarsi su come si è arrivati a quella “crisi”) aveva un rapporto di circa il 143 %, nettamente più basso, eppure prima si è scatenato (è stato fatto scatenare) un panico finanziario ad alta intensità, e da tre anni viene sottoposta a misure di austerity devastante che stanno portando la sua popolazione alla fame e alla disperazione. Il rapporto debito PIL dell’Italia è invece di circa il 130% e anche da noi, insieme all’atmosfera da panico e psicodramma, è iniziata da tempo il salasso dell’austerity.

Perché il Giappone, invece, con un rapporto debito PIL del 240% non solo non attua politiche di austerità, ma può permettersi di incrementare la spesa. La risposta starebbe in due particolarità, totalmente impensabili ormai nei Paesi dell’eurozona.

I-La possibilità di stampare moneta da parte della Bank of Japan.

II-E la protezione del debito pubblico da parte dei cittadini e degli investitori interni. In pratica la quasi totalità del debito pubblico giapponese non è nelle mani di gruppi economici e bancari esteri ma degli stessi cittadini e istituzioni e gruppi interni.

V

Facciamo adesso un breve excursus.

Prendiamo  la macchina nel tempo, per tornare nell’Italia che aveva da poco sottoscritto il Trattato di Maastricht, il Trattato con il quale abbiamo svenduto ogni barlume di sovranità monetaria e ci siamo legati mani e piedi all’euro e alla B.C.E.

L’Italia degli anni ’80 era un paese ingessato e corrotto, pieno di clientele e con un’alta inflazione. Ma era anche uno dei Paesi più ricchi dell’occidente, con un livello di benessere diffuso, e un sistema produttivo costituito da una infinità di piccole imprese dinamiche che lo rendevano quasi un modello produttivo.

Agli albori degli anni novanta, Il 7 febbraio del 1992 veniva firmato il Trattato di  Maastricht.

Dieci giorni dopo, il 17 febbraio 1992, viene arrestato Mario Chiesa a Milano, e inizia la stagione di tangentopoli.Viene spazzata via una intera classe politica, corrotta e affarista.. ma.. intrinsecamente statalista, e incapace di abdicare a visioni di spesa sociale. Annientati i partiti politici maggioritari, emerge una classe politica nuova, fondamentalmente riconducibile al centro sinistra storico,  che stringe un patto di ferro con la finanza, sdoganando per il governo uomini come Ciampi, Dini e Prodi, e gettandosi con entusiasmo sulla via delle privatizzazioni. Cioè della svendita a gruppi di affari privati di un immenso patrimonio economico pubblico.

Naturalmente la strada dell’inferno è sempre lastricata di buone intenzioni. E le privatizzazioni verranno giustificate con la necessità di “modernizzare lo Stato”, di rendere “dinamica” l’economia, e di stabilizzare il bilancio, riducendo il debito pubblico. Per anni, fino a tempi relativamente recenti, per essere considerati “moderni” bisognava dichiarsi favorevoli alle privatizzazioni, e sinistra, e destra (nel frattempo era sorto il polo berlusconiano) facevano a gara nel definirsi “i veri privatizza tori”.

La vendita del patrimonio pubblico (privatizzazioni) era inoltre uno dei presupposti per potere entrare nell’euro.

Il risultato delle privatizzazioni. Un immenso apparato produttivo pubblico venne svenduto per due lire a gruppi di affari amici o comunque espressione di potenti lobby. Il guadagno dello Stato fu minimo, così come minimo l’impatto sul c.d. debito pubblico. L’affare per gruppi privati e affaristici fu enorme. Mentre ai cittadini fu riservata una super inculata, con l’aumento dei costi per servizi che prima erano gratuiti o a un prezzo comunque “popolare.”

Le privatizzazioni furono uno dei prezzi richiesti per le splendide prospettive della moneta unica, che, come abbiamo visto, mascheravano quello che essa rappresentava davvero. La completa rinuncia alla sovranità monetaria, e il controllo della politica economica che passava in buona parte nelle mani di burocrati non eletti da nessuno.

Una delle conseguenze dell’entrata nell’euro era che i Paesi membri non potevano più svalutare la loro moneta. Con la svalutazione –ovvero la perdita indotta di valore di una moneta rispetto ad un’altra- le merci del Paese che svalutava, costavano di fatto di meno in altri Paesi, ed erano così più convenienti. Questo riusciva soprattutto a quei Paesi che avevano storicamente una moneta non molto forte come l’Italia, il Portogallo e la Grecia. Anche per questo le merci di Paesi come l’Italia avevano una grande capacità di penetrazione in Europa e creavano grosse grane a Paesi come la Germania. Uno degli effetti dell’euro fu quello di impedire anche questa strategia ai Paesi dell’eurozona, e il contraccolpo fu micidiale, per quei Paesi che avevano le condizioni giuste per avvantaggiarsene, Paesi come l’Italia, la Grecia e il Portogallo. Grazie all’inibizione di meccanismi di questo tipo, paesi come la Germania, hanno in buona parte “sterilizzato” pericolosi competitori economici interni alle frontiere europee.

L’economista australiano Bill Mitchell, docente al Centre for Full Employment and Equity ala University of Newcastle NSW Australia, scrisse: “La Germania insistette nell’inclusione delle “sprecone” Italia e Spagna nei 17 Paesi dell’eurozona per impedire loro di mantenere lira e pesetas, che Roma e Madrid avrebbero potuto svalutare competitivamente fregando il mercato metalmeccanico tedesco.”

In pratica la Germania ha contribuito a .. fottere.. il sistema produttivo italiano.

Sebbene, ci tengo a dirlo, il meccanismo edificato nell’eurozona rappresenta qualcosa di più complesso di una strategia della Germania per dominare l’Europa, come alcuni semplicisticamente riconducono tutta la questione. Io credo che la Germania ne tragga vantaggio e sostenga questo sistema, e che i poteri tecnocratici e finanziari la usino come testa d’ariete. Ma –credo- che il vero Potere, sia rappresentato da elité che prescindono dagli  interessi nazionali, anche se disponibili ad avvantaggiare un determinato Stato, se ciò può essere proficuo per i loro scopi.

Dieci giorni prima che si scatenasse il ciclone tangentopoli, il 7 febbraio veniva firmato il Trattato di Maastricht, che entrerà in vigore nell’anno successivo, il 1993. E il 1993 è l’anno in cui il governo Ciampi istituisce il Comitato Permanente di Consulenza Globale e di Garanzia per le Privatizzazioni.

La domanda che potremmo farci riguardo a quella straordinaria connessione di eventi  che si verificò a partire dagli anni ’90 in Italia è “fu tutto un caso?”

VI

Ritorniamo adesso alle nostra indagine sulla reale natura dei meccanismi europei.

E’ bene capire che sebbene l’euro e il sistema delle banche centrali siano gli l’aspetto più distruttivo del sistema europeo, questo aspetto non sussiste da solo, ma si colloca, come punta di diamante o teste d’ariete in un mosaico dove tutti i tasselli hanno una loro intima affinità.

Il pesce puzza dalla testa direbbe qualcuno. Sono gli stessi trattati a configurare una visione sociale ed economica inquietante. Una visione sociale ed economica che contrasta con i principi della nostra Costituzione. Una visione ideologica che starebbe alla base dell’architettura europea fin dalle origini. Un visione dove la democrazia reale e i diritti sociali sarebbero recessivi rispetto alla posizione apicale di “valori” come quello della libera “circolazione di merci e capitali”, della concorrenza “senza distorsioni”. Una visione dove la coesione sociale e territoriale viene sacrificata a un globalismo che va a vantaggio solo di potenti gruppi economici privati e di tecnocrazie.

Voglio citare, a tal riguardo, alcune delle riflessioni fatte da Stefano D’Andrea quando ha sostenuto (e non è il solo) l’incompatibilità tra trattati europei e Costituzione. Una incompatibilità “insanabile”, che lui argomenta ponendo a raffronto articoli costituzionali e la disciplina economica che emerge dai trattati.

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- “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni” , “aiuta la piccola e media proprietà”, “provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato” (artt. 37, 45), mentre l’Unione Europea: impone la deflazione salariale e la precarietà, come unico strumento per aumentare la produttività e reggere la competizione internazionale; spinge verso le liberalizzazioni a vantaggio del grande capitale, libero ormai di valorizzarsi anche nel campo delle professioni un tempo protette, anche là dove non vi è alcun odioso privilegio da estirpare; schiaccia gli agricoltori rendendo difficile o impossibile la libera organizzazione della loro attività, nell’interesse della grande distribuzione e dell’industria agroalimentare; costringe i commercianti a soggiacere al capitale marchio (in particolare tramite il contratto di franchising e in genere la valorizzazione dei marchi) e penalizza i piccoli esercizi commerciali, consentendo l’apertura anche nel tradizionale giorno di riposo.

- “La Repubblica favorisce l’accesso del risparmio popolare… al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese” (art. 47, secondo comma), mentre l’Unione Europea impedisce all’Italia ogni vincolo di destinazione del risparmio degli italiani, sancendo la assoluta libertà di circolazione dei capitali, anche nei confronti dei paesi terzi, e garantendo il “diritto” dei risparmiatori, per lo più attraverso i grandi intermediari finanziari, di indirizzare il risparmio in ogni piazza finanziaria, alla ricerca della maggiore rendita e delle più attraenti scommesse.

- “ La Repubblica…disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”, mentre l’Unione Europea ha imposto una disciplina del credito, attuativa di direttive comunitarie, che ha sancito l’abbandono dei tradizionali principi italiani, con il vincolo per l’Italia di non poter reintrodurre gli antichi principi.

-La Costituzione ammette, in presenza di determinate condizioni, monopoli pubblici o collettivi, sia originari, sia derivanti da espropriazioni con indennizzo (art. 43). L’Unione europea promuove la concorrenza in ogni campo dell’attività economica e impedisce all’Italia di introdurre monopoli anche in alcuni dei casi previsti dalla Costituzione.

- La Costituzione italiana non vieta e quindi ammette il ricorso al protezionismo e anzi promuove limitazioni della libertà di circolazione dei capitali Al contrario, l’Unione Europea, per un verso, instaura un “mercato aperto”, che impone la libera circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali, anche nei confronti dei paesi terzi, privando gli stati della politica doganale anche nei confronti dei paesi estranei all’Unione europea; per altro verso, vieta gli aiuti di Stato.

- La Costituzione non pone limiti al debito pubblico e al deficit pubblico e consente allo Stato di prevedere che i titoli invenduti siano acquistati dalla banca d’Italia. L’Unione Europea prevede precisi limiti al debito pubblico e al deficit, impedisce alla BCE e alle banche centrali nazionali di acquistare titoli del debito pubblico e vuole imporci l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione.

- In generale, l’Unione europea abbatte i confini degli stati europei, anche nei confronti dei paesi terzi e crea un mercato aperto nel quale deve vincere la logica del più forte. Al contrario, l’art. 41, terzo comma della Costituzione prevede che “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. L’Unione europea sopprime tutti i possibili poteri degli stati e quindi dei popoli di disciplinare l’economia, affidando il sistema economico alla pura concorrenza tra imprese e gestori dei grandi capitali internazionali. Mentre la Costituzione sancisce che il popolo italiano, attraverso lo stato italiano, disciplini l’economia.”

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Stefano D’Andrea è stato molto efficace in questo raffronto e tocca alcuni punti essenziali.

Nel sistema europeo ad esempio ogni “aiuto pubblico” è vietato in quanto configura “aiuto di Stato” che distorce l’economia. Proprio recentemente, il Presidente del Consiglio Mario Monti ha impugnato davanti alla Corte Costituzionale una legge della regione Calabria che sostiene le imprese locali “a chilometro zero”. Il fatto che una legge come questa vada a beneficio dei cittadini calabresi, crei lavoro sfruttando le opportunità del territorio, e abbia effetti positivi sull’ambiente e le tradizioni locali, non è affatto un problema nella visione liberista e mercatoriale di cui sono intrisi i burocrati europei. Ciò che va compreso è che,in un caso del genere, non si tratta di un “eccesso di zelo” di Mario Monti, ma di una logica distorta presente negli stessi trattati. In effetti una legge locale che “sostiene” alcune tipologie di aziende locali, “distorce” il mercato, in quanto interviene con un “aiuto pubblico” su un contesto di “libera” concorrenza. Il fatto che la concorrenza non sia poi affatto “libera” dato che si traduce in “libertà” di essere sbranato da colossi transnazionali e il fatto che ci siano altri valori come occupazione, coesione sociale, cultura, tradizione… non conta una beata mazza in questo contesto.

Facciamo il punto.

-Abbiamo visto per sommi capi l’impatto dei due Trattati fondamentali dell’Unione Europea. Il Trattato di Maastricht e il Trattato di Lisbona, considerando anche l’architettura istituzionale che ne è derivata, dove gran parte del potere è concentrato nelle mani di organi burocratici e non eletti.

-Abbiamo visto che con l’adesione al Trattato di Maastricht i Paesi aderenti hanno costituito l’eurozona, l’euro è diventata la loro moneta unitaria. Emissione monetaria totalmente gestita da un organo, la B.C.E., non eletto da nessuno, non sottoposto ad alcun controllo ed influenza, e capace con le sue decisioni di incidere enormemente sulla vita di centinaia di milioni di persone.

-Abbiamo visto il perverso meccanismo con cui l’euro giunge dalla B.C.E. ai Paesi europei, e come questo rappresenti una spirale di indebitamento e renda completamente succubi delle banche d’affari e dei mercati di capitali.

-Abbiamo visto che l’euro e il potere della B.C.E. non sono Iceberg improvvisamente sorti su un mare pulito, ma che la corruzione è alla radice, nello stesso sistema dei Trattati.

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VII

Adesso voglio considerare, sempre per sommi capi (riservandomi di trattare di queste cose più specificatamente, analizzandole una per una in prosieguo) uno degli ulteriori meccanismi che potenziano l’effetto distruttivo della moneta unica e delle regole poste dai trattati. Ovvero, IL FISCAL COMPACT.

Il Fiscal Compact, anche conosciuto come Patto di bilancio o Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, è un atto internazionale che entrerà in vigore dal 1 Gennaio 2013 Fiscal Compact è il nome informale dato al ‘Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria’, cioè l’Accordo siglato tra i capi di Stato e di governo di 25 Paesi componenti l’Unione Europea (su 27), con le sole eccezioni di Regno Unito e Repubblica Ceca, in occasione del vertice tenutosi a Bruxelles il 9 dicembre 2011. Accordo che è entrato in vigore proprio in questi mesi, nel gennaio 2013, dopo la ratifica di 12 Paesi.

Per sommi capi cosa prevede il Fiscal Compact?

-ogni Paese dovrà ridurre ogni anno il suo indebitamento di 1/20 l’anno. della parte eccedente il 60% del PIL. Senza andare nel tecnicismo, ed essere il più concreti e comprensibili possibile, cosa significa nei fatti questo per l’Italia.

Significa che in venti anni il debito pubblico italiano dovrà essere dimezzato.

Significa che l’Itallia dovrà sborsare circa 1000 miliardi di euro in venti anni

Significa TAGLIARE PER VENTI ANNI IL DEBITO PUBBLICO DI UNA MEDIA DI 40-50 MILIARDI L’ANNO.

Quindi.. MANOVRE DI MANNAIA SOCIALE PER RECUPERARE OGNI ANNO DAL PAESE 40-50 MILIARDI DI EURO, CHE VERRANNO SUCCHIATI DAI SERVIZI E DALLE PERSONE (O OTTENUTI TRAMITE SVENDITE DI QUEL CHE RESTA DEL PATRIMONIO PUBBLICO) E SPEDITI AI DETENTORI DEL DEBITO PUBBLICO (grandi banche, ecc.). 40-50 MILIARDI DI TAGLI, TASSE (e SVENDITE) PER I PROSSIMI VENTI ANNI.

Come ha scritto Giorgio Cremaschi: “Secondo quel patto, che i cittadini non per colpa loro ignorano, l’Italia si impegna a dimezzare in venti anni lo stock del debito pubblico. Cioè dobbiamo pagare 1000 miliardi, 50 all’anno. In aggiunta agli interessi che ora ci costano 80 miliardi all’anno. Insomma un costo paragonabile alle riparazioni di una guerra perduta. E di guerra infatti ha parlato Monti, guerra al popolo italiano”.

Per l’Italia questa disciplina feroce sarà un salasso di dimensioni bibliche che si abbatterà su un Paese profondamente indebolito, dove le aziende cadono come mosche, e crescenti quote di persone si avviano per essere ridotte alla fame. E naturalmente renderà praticamente impossibile per i prossimi venti anni anche solo parlare di “crescita” e “occupazione”,

-Inoltre il Fiscal Compact impone l’introduzione della regola del “pareggio di bilancio” in Costituzione. L’Italia ha già provveduto, con votazione finale in data 17 aprile 2012 -235 sì, 11 no e 24 astenuti- il pareggio di bilancio è adesso contenuto nell’art. 81 della Costituzione. Il Parlamento si è espresso a maggioranza dei due terzi dei membri, per evitare che la necessità del referendum confermativo. Anche in questo caso, tutto è avvenuto nel silenzio e nell’omertà generale.

Il pareggio di bilancio significa che UNO STATO NON PUO’ SPENDERE PER I PROPRI CITTADINI PIU’ DI QUANTO TOGLIE LORO COME TASSE. Da aprile è diventato anticostituzionale e illegale fare una cosa che gli Stati hanno sempre fatto e continuano molte volte ancora a fare in contesti diversi dall’eurozona, “spendere a deficit”. Ovvero spendere per i servizi e per i cittadini più di quanto tolgono loro come tasse. Invece adesso vi sarà l’obbligo di un castrante pareggio di bilancio (cioè se viene speso per i cittadini 100 deve essere tolto dai cittadini 100). Ma i burocrati europei auspicherebbero addirittura un “surplus”, che vorrebbe dire che lo Stato dovrebbe sistematicamente togliere ai cittadini più di quanto dà loro (ovvero spendere 100 per spese sociali, ma togliere in tasse 150). Tradotto: una ulteriore forma di matematico impoverimento.

Il Parlamento italiano ha ratificato questo accordo –che è una pietra tombale sulla crescita e l’occupazione in questo Paese- il 19 luglio del 2012, nel silenzio e nell’indifferenza totale.

Non ho trattato il Fiscal Compact nello specifico, per non andare troppo nel dettaglio. E non ho affrontato la questione MES che sarà oggetto di un’altra trattazione.

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VIII

Ma quanto detto finora vi fa capire il labirinto di follia in cui siamo precipitati, o meglio.. in cui siamo stati fatti precipitare.

Il discorso che ho cercato di fare non si è limitato al devastante funzionamento dell’euro, che ha significato l’estinzione di ogni barlume di sovranità monetaria, e un potere inconcepibile dato ad un banca sovranazionale (B.C.E.) non sottoposta ad alcun potere di controllo e di influenza. Era fondamentale ricostruire per sommi capi il mosaico fondamentale in cui questo è avvenuto. E gli ulteriori interventi, vedi Fiscal Compact, che stanno accentuando le situazioni di crisi economica, procurando ulteriore impoverimento, accelerando la perdita dei baluardi di sovranità rimasti, e provocando l’ulteriore concentramento del potere nelle mani di tecnocrati, burocrati, banchieri non eletti da nessuno, prefigurando un vero e proprio progetto oligarchico.

La tattica sembra essere stata quella del “movimento graduale”. Senza fare comprendere da subito, alle popolazioni europee, il vero senso delle scelte che sarebbero state poste in essere, e le loro conseguenze. Una pratica della menzogna, portata avanti, decennio dopo decennio, fino a quando la situazione sarebbe stata sostanzialmente irrecuperabile. E quando i popoli hanno votato con referendum per impedire un’ulteriore accentramento del potere (vedi i referendum in Francia e Olanda nel 2005 che hanno bocciato la Costituzione Europea), si è ignorata la volontà popolare e si è fatto in modo di trovare uno stratagemma per imporre l’esito voluto.

Ma di tutto questo non si è mai veramente parlato, se non da parte di poche e inascoltate persone.

In Italia ci siamo concentrati a vedere il male assoluto in Berlusconi e nel suo regime mediatico e nella mafia e nella corruzione delle caste politiche. Cose pessime e dannosissime, ma che neanche sfiorano l’impatto che sull’economia e la vita delle persone ha Il Vero Potere. Un Potere che, sostiene Paolo Barnard, avrebbe sottratto all’Italia tra il 2007 e il 2010 457 miliardi di euro. Oltre a prosciugare, progressivamente, ogni contenuto “reale” della parola “democrazia”.

Adesso possiamo riprendere tutto il discorso fatto nel in questa “puntata” della nostra narrazione, comprendendo anche le acquisizioni di quella precedente; e fissare i seguenti punti esplicativi:

I-Nei decenni (prima ancora dell’eurozona), i Paesi hanno visto l’incremento costante del loro debito pubblico. Un incremento collegato ad avere nei secoli rinunciato alla creazione diretta della propria massa monetaria, evitando quindi la creazione di deficit e degli interessi sul debito, e consegnando invece il potere di creazione del denaro alle proprie banche centrali. Col risultato che, attraverso la pratica dei titoli di Stato, ogni ammontare di denaro che era speso dagli Stati era conteggiato come debito, debito ad interessi crescenti. Questo dovrebbe porre serie riflessioni sulla stessa idea di debito pubblico, con la quale viene ricompresa ogni spesa statale. E tenere presente che non era inevitabile che fosse così. Non lo sarebbe stato se lo Stato avesse creato direttamente la propria massa monetaria, senza farsela creare dal sistema bancario, che.. va ricordato.. la crea dal nulla.

II-Nonostante questo, molti Paesi –come l’Italia- avevano una disciplina dell’emissione monetaria e dei rapporti economici e bancari, che permetteva loro di avere una qualche forma di controllo ed influenza sulla moneta nazionale e sulla propria Banca Centrale, e d potere, nei fatti, spendere per come ritenevano opportuno. Questo produceva comunque deficit di bilancio e debito pubblico. Ma questo debito non veniva visto come particolarmente pericoloso, perché era considerato quasi un debito con se stessi. Comunque sia, questo

III-Nel caso dell’Italia, l’inizio della fine fu nel 1981 quando, con il divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, venne meno l’obbligo della Banca d’Italia di comprare i titoli di stato rimasti invenduti. Questo comportò l’esplosione dei tassi di interesse sui titoli di stato, e quindi l’espansione indiscriminata del debito, che dopo vent’anni, arrivati alla fine degli anni ’90, era sostanzialmente raddoppiato. Quindi non solo la stessa idea di debito pubblico come abbiamo visto nel punto I è problematica, ma, anche non contestando gli assiomi su cui si fonda, il fantomatico debito pubblico di un Paese come l’Italia, questo debito su ci fanno  la testa tanta fin da quando siamo nati, è in realtà un debito in gran parte fittizio e finanziario, costituito più da interessi sul debito che da spese vive per la società.

(I successivi punti valgono specificatamente per i Paesi dell’eurozona)

IV-Con la firma del Trattato di Maastricht nel 1992 l’Italia ha aderito alla moneta unica europea (l’euro) e al Sistema delle Banche Centrali, che ha al suo vertice la Banca Centrale Europea. L’euro è entrato definitivamente in vigore nel 2002.

V-Con l’euro i Paesi europei hanno perso definitivamente ogni barlume di sovranità monetaria e ogni possibilità di influenzare realmente la politica monetaria e bancaria.

Il meccanismo con cui l’euro è creato e giunge agli Stati è sostanzialmente questo:

1)La B.C.E. europea crea il denaro dal nulla.

2)Lo passa alle banche private ad un tasso minimo di circa l’1%.

3)A loro volta le banche private  e i mercati di capitali in senso ampio (oltre alle banche, istituti finanziari, fondi pensione, fondi sovrani) finanziano gli Stati, acquistando i titoli di stato nelle periodiche “aste dei titoli di stato”. I titoli di Stato sono una sorta di “cambiale” con cui lo stato si impegna a restituire la somma che gli viene prestata. Con l’acquisto dei titoli di stato, lo Stato si indebita, con i suoi finanziatori, della somma corrispondente. Non solo… si indebita anche dell’interesse che ad essa verrà aggiunto.. interesse che verrà deciso dall’andamento dell’asta dei titoli di stato. In pratica, i detentori del denaro, acquisteranno quei titoli di stato, se lo Stato prometterà loro l’interesse che essi considereranno conveniente per il “rischio” che si stanno assumendo.

4)Il punto 3 significa che I PAESI DELL’EUROZONA, SONO STATI RIDOTTI AL RUOLO DI SEMPLICI CITTADINI CON LE PEZZE AL CULO CHE, PER FARE UNA QUALUNQUE POLITICA DI SPESA –PER PAGARE PENSIONI, SANITA’, ISTRUZIONE, FERROVIE- DEVONO ANDARE COL CAPPELLO PRIVATO PRESSO I GRANDI GRUPPI BANCARI ED AFFARISTICI PRIVATI, PER CHIEDERE LORO PRESTITI, AD INTERESSI CHE ESSI STESSI STABILIRANNO.

5)Inoltre la moneta unica ha impedito ogni possibilità di svalutazione monetaria, pratica che rendeva molto più accattivanti, sul piano della convenienza, le merci di Paesi con una moneta debole, come l’Italia, la Grecia e il Portogallo. Da questo punto di vista il danno maggiore è stato inferto all’Italia, perché il suo sistema produttivo era fondato sulla dinamica realtà di una miriade di piccole imprese, che erano (e sono ancora fin quando resisteranno) l’ossatura economica dell’Italia.

V-Si è cercato di fare comprendere come l’euro non è un devastante Moloch venuto dal nulla,  che ha deturpato un impianto europeo che era comunque virtuoso; ma che i Trattati europei erano corrotti alla radice, essendo fondati su una visione sociale che pone i valori del mercato e della “libera circolazione di merci e capitali senza distorsioni” come punte apicali del sistema europeo.

VI-Si è delineato come l’Euro è stato accompagnato da una serie di meccanismi distruttivi, come il Fiscal Compact. Fiscal Compact che, tra le sue conseguenze, costringerà, l’Italia a dovere sborsare 40-50 miliardi di euro l’anno – per venti anni- a titolo di dimezzamento del c.d. debito.

Quindi, i Paesi dell’eurozona non hanno più uno straccio di sovranità monetaria. Devono chiedere il denaro che loro occorre dalle grandi banche e dai mercati di capitali, che lo presteranno loro, con interessi crescenti in relazione alle loro (dei Paesi) difficoltà economiche. Questo comporterà ulteriore indebitamento e ulteriore necessità di prestiti, con interessi ulteriormente crescenti. Questo sarà accompagnato da allarmanti previsioni sulla “tenuta economica” di un Paese e sulle necessita delle c.d. “riforme strutturali” (tagli, tasse e privatizzazioni). Fino al punto in cui la situazione di quel Paese sarà giudicata talmente compromessa che richiederà “l’intervento straordinario” di soggetti come la B.C.E , il Fondo Monetario Internazionale, o di meccanismi come il MES –il cosidetto “Fondo salva Stati” (di cui parleremo in un’altra occasione). Questo “aiuto”, oltre a portare ulteriore indebitamento, richiederà feroci politiche di lacrime e sangue in stile Grecia, svendite massicce del patrimonio pubblico, e pesanti rinunce alla propria sovranità.

Signori e Signore ecco in due parole il meraviglio sistema europeo, in cui siamo stati incaprettati, con l’applauso e l’entusiasmo orgasmico dei cantori dell’europeismo e con la complicità delle classi politiche che si sono succedute nei decenni alla guida del nostro Paese (e degli altri Paesi dell’eurozona.

Classi politiche che per ignoranza o acquiescenza hanno tradito il mandato di difendere la propria Costituzione, il proprio Paese, e i propri cittadini, hanno svenduto (quasi) ogni forma di sovranità –a cominciare da quella economica- a poteri burocratici, e bancari sovranazionali, non eletti da nessuno e che non rispondono a nessuno.

Ma queste cose solo poche volte emergono nei media ufficiali e nel discorso politico  che conta.

Continueranno a ripetere i soliti  mantra. Che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”. Che “i sacrifici sono necessari”. Che “si deve proseguire con l’austerity”. Che “ce lo chiede l’Europa”.

E, davanti alla devastazione economica e sociale provocata dal sistema euopeo, continueranno a proporre un rimedio che è peggiore del male. Ovvero PIU’ EUROPA.

Tanto per intenderci, ecco una dichiarazione di Romano Prodi, rilasciata a “La Stampa”, l’ 8 maggio 2012:

“Gli Stati devono conferire la loro sovranità all’Unione. [...] Poiché gli Stati nazionali hanno perso la sovranità e non hanno la forza di opporsi da soli all’aggressività dei mercati, devono riacquistare la sovranità [sic!] conferendola ad una Unione più forte”.

Capito il giochetto?

Tramite questo criminale e delirante sistema europeo gli Stati europei hanno perso gran parte della loro sovranità (specie economica) in favore dei  meccanismi e delle istituzioni dell’Unione Europea. Questo li ha resi impoveriti e indifesi. Soluzione? Conferire all’Europa quello che rimane della propria sovranità. “Riconquistare la sovranità”.. cedendola definitivamente.

Orwell, nella sua immortale opera, “1984”, definisce contorsioni mentali di questo tipo.. “bis pensiero”.

Voglio concludere con i nomi di alcuni dei tecnocrati, e degli euro fanatici che hanno portato alla situazione che viviamo oggi

I francesi Jean!Monnet, Robert!  Schuman, Francois Perroux, Jaques Attali, Jaques Delors, Francois Mitterrand, Valery Giscard D’Estaing, Jean Claude Trichet.

Gli italiani Giuliano Amato, Romano Prodi, Mario Draghi, Carlo A. Ciampi, Carlo  Scognamiglio, Mario Monti, Tommaso Padoa Schioppa, Marco Buti.

I tedeschi Helmut Schmidt, Otmar Issing, Theo Weigel, Helmut Kohl.

L’olandese Wim Duisenberg.

Il lussemburghese Jean!Claude Juncker.

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Le vere cause del debito pubblico italiano

by on gen.16, 2013, under Controinformazione, Economia, Resistenza umana

Nella storia del denaro che abbiamo percorso finora e che ci ha condotto fino alla definitiva fine di ogni connessione con l’oro, dovuta alla unilaterale decisione di Nixon nel 1971.

Alla luce di tutte le ricostruzioni fatte finora e che (pur con indubbie lacune e mancanza) ci consentono di avere almeno un quadro storico e un’idea di alcuni meccanismi fondamentali, facciamo un salto in Italia, per andare a descrivere un evento che avrà esiti incalcolabili sull’implosione di quel Moloch chiamato debito pubblico. Moloch che viene usato dai poteri finanziari e  bancari internazionali, oltre che dalle burocrazie sovranazionali, come vera testa d’ariete contro gli stati, le collettività.. i concreti esseri umani.

Il debito pubblico è diventato una entità sostanzialmente metafisica, se andiamo a considerare il suo impatto sull’immaginario collettivo. La sua forza sta nella sua immediata “apparente” evidenza. Perché ci appare evidente che un debito è colpa di cattiva gestione e di sprechi, che è una cosa seria, che è da persone rigorose e responsabili adempiere ad esso. E che, comunque, è impensabile che ci si metta a questionare. Semmai si deve essere rigorosi padri di famiglia che con la scure e il bisturi, se necessario, con dolenti me inevitabili, politiche di lacrime e sangue, mettano mano al bubbone per realizzare un virtuosismo di bilancio. Tutto questo è stato fatto apparire come evidente. Ma non lo è. Il fatto che molti economisti in buona fede lo sostengano, non è motivo della sua validità. Si tratta di meccanismi costruiti nel tempo e ben oliati, e di colonizzazioni anche della mente. Anche persuasivi finché non si va nel Cuore di Tenebra. Ogni dominazione ha sempre avuto bisogno di dogmi, dogmi indiscutibili.

E per contestare la reale validità di questi dogmi, abbiamo iniziato il nostro viaggio. Abbiamo visto come sono nate le monete. E come esse erano monete in metallo prezioso. Abbiamo visto come sono nate le banconote, e come esse erano titoli cartacei che rappresentavano un dato ammontare di oro depositato. Abbiamo visto come le banconote sono diventate anche esse “denaro”, ovvero mezzo di pagamento generalmente riconosciuto. Abbiamo visto come dagli originari orafi e cambiavalute presso i quali venivano effettuati i depositi di metallo prezioso in cambio di banconote, si è giunti alla nascita delle banche. Abbiamo visto come a partire dal 1694 è sorto il moderno sistema delle banche centrali. Abbiamo visto  come le banche centrali acquisirono il monopolio esclusivo dell’emissione monetaria. Abbiamo visto come l’emissione monetaria da parte delle banche centrali indebitava gli Stati. Abbiamo visto come essa continuava a fondarsi –almeno in linea di principio- sull’oro, ormai raccolto in grandi riserve auree. Abbiamo visto come il legame con l’oro andò sempre più sfaldandosi, fino agli accordi di Bretton Wood che mantennero solo per i dollari la convertibilità in oro, mentre le altre monete potevano convertirsi in dollari, e alla decisione unilaterale, con la quale Nixon nel 1971, con la definitiva eliminazione della convertibilità del dollaro in oro, seppellì ogni connessione che ancora poteva esistere tra denaro e oro.

Attenzione a questi ultimi passaggi, che riepilogo così.. Dopo secoli di “evoluzione” la situazione relativa alla creazione del denaro nei Paesi Occidentali era:

-Monopolio dell’emissione monetaria da parte di una Banca Centrale.

-Emissione monetaria che avviene “a debito”. Ovvero, la Banca Centrale di un dato Stato crea denaro, e quello Stato si indebita con la sua stessa Banca per ogni singola banconota creata. Debito che è gravato da interessi.

-Fine del “fondamento aureo” dell’emissione monetaria. Ovvero, la Banca Centrale, nonostante indebitasse lo Stato, con una emissione monetaria che poteva essere fatta dallo stesso, poteva ancora dare una “logica”, almeno di principio, alla sua azione. Teoricamente il denaro emesso trovava ancora il fondamento nell’oro; detto più concretamente, nelle riserve auree depositate presso le singoli Banche Centrali.

-Con la dichiarazione unilaterale di Nixon nel 1971, anche questo “ancoraggio storico” viene definitivamente meno. Viene meno quindi qualunque argomentazione ed artificio. La situazione,  giunti agli albori degli anni ’70 è facilmente sintetizzabile:

-LE BANCHE CENTRALI, CREANO IN ESCLUSIVA IL DENARO DI UNA NAZIONE, INDEBITANDO  LO STATO DI RIFERIMENTO PER OGNI SINGOLA BANCONOTA CREATA.

-MA LE BANCHE CENTRALI NON DANNO NULLA CHE LORO POSSEGGONO. ED E’ VENUTO MENO ANCHE OGNI CONNESSIONE CON L’ORO DEPOSITATO.

-LE BANCHE CENTRALI QUINDI EMETTONO DENARO DAL NULLA.

-MA QUESTO DENARO EMESSO DAL NULLA INDEBITA –ED E’ DEBITO SU CUI SI AGGIUNGONO INTERESSI- GLI STATI.

Questo è il punto a cui siamo giunti.

Quando si parla di debito pubblico si immagina lo Stato come se fosse un singolo individuo ingigantito. O come se fosse una grande famiglia. E quindi si applicano le stesse logiche fondamentali che si applicano per un individuo o per una famiglia, seppure in grande. Si tratta di un comprensibile errore di proiezione. E appunto la sua logica “apparente”, ha permesso che venisse diffuso.

Ma ci sono differenze intrinseche tra i due livelli del paragone. Un individuo non dovrebbe spendere più di quello che ha e che guadagna. E una famiglia dovrebbe vivere dei proventi del proprio lavoro senza assumere debiti. Ma un individuo e una famiglia non  possono creare massa monetaria. Uno Stato invece può farlo, e anche il fatto che lo facciano le Banche Centrali per lui è una prova del fatto che può farlo. In quando fu lo Stato a delegare alla Banca Centrale il suo potere di emissione monetaria. Anche se la si considera una usurpazione, è una usurpazione che si fonda su un atto di “abdicazione” dello stesso Stato.

Questo discorso non va confuso con la bilancia dei pagamenti con l’estero. Se ci sono contrattazioni con Paesi esteri, c’è uno scambio che comporta entrate e uscite, attivo e passivo. Ma nelle sue dinamiche interne uno Stato ha la facoltà di creare massa monetaria. Cosa che un individuo  e una famiglia non potrebbero fare.

Lo Stato può creare massa monetaria dal nulla, senza indebitarsi. E invece si indebita con la sua stessa Banca Centrale, che –ripeto- non ti dà denaro che essa stessa ha, denaro suo.. ma che crea, lei , denaro dal nulla, e indebita te Stato, col denaro che potevi crearti da te.

Adesso sono arrivato a porre uno dei cardini fondamentali del problema. Non affronto, in questo momento, altre questioni inevitabilmente connesse. Come quella –fondamentale- per cui non basta dire “creazione di denaro”, ma il denaro va creato con una logica, una razionalità, senza invadere in maniera selvaggia il sistema sociale, collegandolo a dinamiche produttive reali. Tutti problemi veri, infatti la creazione del denaro da parte di uno Stato non è da sola la bacchetta magica.

Dopo quanto compreso finora (ripeto con tutti i limiti, le lacune, le inesattezze contenute nei testi che ho scritto finora), siamo perlomeno nella condizione di essere un po’ più riflessivi e guardinghi ogni volta che sentiremo parlare di debito pubblico. Non sarà più un feticcio astratto, né lo vedremo come un normale debito, ma giusto di proporzioni collettive. Adesso sappiamo che, perlomeno, la storia è più complessa.

Che debito non vuol dire solo sprechi. Che con debito è stata conteggiata QUALSIASI (con le eccezioni che poi vedremo) spesa sociale. E che soprattutto, gran ‘parte di quel debito è stato un debito che lo Stato ha fatto con una entità interna allo Stato, che a sua volta creava denaro dal nulla. Ergo, gran parte di quel debito poteva benissimo non essere considerata come debito, se si fosse adottato un altro sistema.

Arrivati a queste considerazioni generali, facciamo un altro passo in avanti prima di arrivare in Italia.

Con quali modalità concrete avviene il sistema di creazione del denaro in un normale Paese dell’Occidente avanzato (e non solo)? Come si realizza, nei fatti, questo collegamento, su descritto, tra Banca Centrale e Stato nazionale? Col sistema dei Titoli di Stato. Sì, i famosi Titoli di Stato, Buoni del Tesoro e compagnia, con cui ci rintronano perennemente la testa. Cosa sono i Titoli di Stato in parole povere? Cambiali.

I Titoli di Stato sono obbligazioni emesse dal Ministero dell’Economia per conto dello Stato. Queste obbligazioni sono dei “pacchetti” contenenti una promessa di pagamento, e attribuiscono al loro possessore il diritto al rimborso, alla scadenza, del capitale investito più interessi.

Il sistema, nei fatti, ha assunto ne corso dei decenni ulteriori complessità, rispetto ai punti cardinali inizialmente indicati. I Titoli di Stato erano le cambiali che uno stato sottoscriveva per avere denaro da utilizzare per le spese pubbliche. Ma non erano acquistati esclusivamente dalla Banca Centrale, ma anche da altri soggetti e (attraverso un sistema su cui non entro nei dettagli) venivano acquisiti anche da cittadini, che nei fatti li utilizzavano come forma di investimento. Potremmo dire che questo è l’impiego più “benigno” di un Titolo di Stato. In quanto ne diviene possessore un normale cittadino che investe così i suoi risparmi. Ma, come ha fatto notare qualcuno, anche in questo caso, nel lungo periodo sono dannosi. Perché comunque lo Stato si indebita, e quel debito prima o poi verrà fatto scontare a tutti i cittadini con tagli e tasse. E quindi il guadagno del singolo compratore, per quanto assolutamente da non demonizzare, contribuisce al danneggiamento collettivo.

Andiamo adesso a ricostruire il contesto di riferimento. Abbiamo già parlato della nascita delle Banche Centrali, concentrandoci in particolare sulla Banca d’Inghilterra e la Federal Reserve americana.  E in Italia?

In Italia abbiamo la Banca D’Italia che fu creata nel 1893. Dal 1874 erano state sei  le banche autorizzate a emettere moneta: la Banca Nazionale del Regno d’Italia, la Banca Nazionale della Toscana, la Banca Toscana di Credito, la Banca Romana, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Nel 1893, dopo lo scandalo e il fallimento della Banca Romana, i 4 istituti dell’Italia centro-settentrionale vennero fusi, dando vita alla Banca d’Italia. Ma restavano ancora il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia che, insieme alla neonata Banca D’Italia avevano il “privilegio” di emettere moneta. Ma a partire dal 1926 questo diritto fu esclusivamente nelle mani della Banca D’Italia.

Nel 1936 ci fu un’altra riforma bancaria, con la quale alla Banca , per la prima volta, fu esplicitamente riconosciuta  la qualifica di “Istituto di Diritto Pubblico”, nonostante che fosse sostanzialmente mantenuta la sua organizzazione interna originaria, che, come si è accennato, era quella di una società anonima (oggi “società per azioni”). La Banca  d’Italia divenne una istituzione pubblica, la banca delle banche, con una più estesa supervisione del sistema bancario. Sembra che Mussolini avrebbe preferito nazionalizzare a tutti gli effetti la Banca D’Italia, ma che non poté farlo per le pressione di USA e Inghilterra. E allora avrebbe escogitato un sistema “indiretto” per mantenere un controllo sulla Banca D’Italia, e fare in modo che non si infiltrassero capitali stranieri. Con la legge del 1936 gli azionisti privati vennero espropriati delle loro quote e  la  proprietà della Banca D’Italia fu affidata a Enti Statali, Casse di Risparmio e Banche pubbliche e/o a capitale statale.

Nonostante quello che alcuni ritengono, anche sotto il fascismo, il sistema di indebitamento tramite creazione di denaro da parte della Banca Centrale rimase. Lo Stato formalmente aumentava il suo debito pubblico ogni volta che la Banca d’Italia creava denaro per le spese sociali. Anche se il livello di controllo dello Stato sulla Banca D’Italia era più intenso di come sarebbe stato in seguito. C’era comunque una quota minoritaria di denaro che veniva prodotto senza creare debito. I cosiddetti biglietti di Stato. In pratica erano creati “direttamente” dallo Stato, senza che, per il loro ammontare, generassero debito o interessi. Essi non furono una prerogativa solo fascista. Ma se ne fece utilizzo sia prima del fascismo sia dopo. Due esempi furono quelli di De Gasperi che emise biglietti di Stato da cinquanta e cento lire nel 1951; e di Aldo Moro, che vi fece ricorso per due volte, nel  1966 e nel 1975. Avete mai visto le famose cinquecento lire col mercurio a lato stampate in quegli anni. Bene, erano quelli  biglietti di stato stampati negli anni di Aldo Moro.

Questa dei biglietti di Stato può sembrare solo un dettaglio. Eppure pensateci. Essi, anche se ebbero un utilizzo minoritario, smentiscono il dogma che ogni forma di denaro debba nascere come debito, venendo emanato da una Banca Centrale che lo presta allo Stato. Lo ricordo ancora una volta. Questi “biglietti di Stato” erano diretta creazione statale e non determinavano debito. E, piccolo, ma simbolico dato formale; su questi biglietti di stato era scritto (a seconda del periodo) “Regno d’Italia” o “Repubblica Italiana”. Cosa era scritto invece sulle altre banconote? “Banca D’Italia”. E cosa è scritto sugli attuali euro cartacei? “Banca Centrale Europea”.

Nel dopoguerra la situazione restò fondamentalmente simile. Il denaro era sempre creato dalla Banca Centrale, lo Stato si indebitava. Ma le modalità del debito erano, in un certo senso, tenute sotto controllo.

Per andare un po’ più nello specifico il sistema era fondamentalmente questo:

Lo Stato quando ha bisogno di denaro, fa delle aste dove vende i titoli di stato. A queste aste partecipavano, oltre alla Banca D’Italia, altre banche e istituti, ammessi secondo determinati criteri.  Si tenga conto che le banche per legge erano obbligate ad investire il 6% dei loro depositi in titoli di Stato, e quindi avevano interesse a partecipare a queste asse. Per legge, gli eventuali titoli di stato rimasti invenduti, dovevano essere comunque acquisiti dalla Banca d’Italia. E il tasso di interesse, per tutti i titoli di Stato allocati in queste aste era stabilito dallo Stato.

Inoltre, nonostante abbiamo detto che i titoli di stato fossero l’unica maniera per ricevere denaro, fino agli anni ’70 lo Stato poteva ottenere  finanziamento della spesa pubblica (sempre a debito) attraverso scoperti nel conto corrente di Tesoreria, conto che lo Stato aveva con la Banca Centrale. L’utilizzo dello scoperto era consentito, formalmente (solo formalmente) a fini di equilibrio di cassa nella misura del 14%  delle spese finali del bilancio di competenza, quali risultavano dalla legge di approvazione annuale e successive modificazioni. L’interesse era fissato nella misura dell’1%L’interesse era fissato nella misura dell’1%. Questo scoperto era diventato un importante mezzo di finanziamento del fabbisogno dello stato.

So che questi ultimi due passaggi possono essere risultati un po’ ostici. E adesso cercherò di riepilogarli con parole più comprensibili. Allora:

I-lo Stato, per avere denaro si indebita tramite la sottoscrizione di una sorta di cambiali, chiamate Titoli di Stato.

II-Queste cambiali vengono vendute in una sorta di aste, chiamate aste dei Titoli di Stato.

III-Esse venivano acquisite sia dalla Banca Centrale, che d altre banche ed istituti privati.

IV-Il tasso di interesse (ovvero, se abbiamo detto che il Titolo di Stato è fondamentalmente una cambiale, un “pagherò”, dato dallo Stato in cambio di denaro, esso comportava anche degli interessi su chi lo acquistava) era fissato dallo stesso Stato, e quindi era bassissimo, dato che lo Stato aveva interesse a indebitarsi il meno possibile.

V-La legge OBBLIGAVA la Banca d’Italia a comprare tutti i titoli di stato rimasti invenduti.  Questo significava che lo Stato non restava mai senza il denaro di cui aveva bisogno per il suo fabbisogno. Esso veniva sempre creato dal nulla e prestato allo Stato. Esso indebitava sempre lo Stato. C’era sempre un interesse. Ma, perlomeno, l’interesse era basso. E lo Stato sapeva che avrebbe avuto (anche se a titolo di debito) tutto il denaro che gli abbisognava, perché i titoli di stato sarebbero sempre stati totalmente allocati durante le aste; e questo perché, la Banca D’Italia era obbligata per legge a comprare gli eventuali titoli invenduti. Quindi non era possibile alcuna azione ricattatoria da parte dei detentori del denaro, che si concretizzasse nel rifiuto di acquisire i titoli di Stato a meno che non ci fossero alti interessi di guadagno. Perché lo Stato poteva dire agli eventuali acquirenti “non vi va un guadagno così basso, non è un problema per me, tanto i miei titoli di stato li comprerà la Banca D’Italia.

VI-A tutto ciò si aggiungeva, fino agli  anni ’70 lo strumento dello scoperto. Fino al 14 per cento del suo fabbisogno, lo Stato otteneva un finanziamento diretto, su un conto particolare, da parte della Banca D’Italia; un finanziamento che era sempre debito, ma non richiedeva la necessità dei titoli di stato e della relativa asta.

Il sistema che abbiamo delineato, continuava a restare nella logica delle Banche Centrali, ma, entro i limiti di quella logica, era quanto di più decente si poteva ottenere.

Il debito c’era sempre. Gli interessi pure.

Ma..

I-Il debito veniva contratto verso una Banca che comunque era, per quanto formalmente “autonoma”, un istituto interno.

II-La crescita del debito era frenata dal fatto che gli interessi sul denaro “prestato” allo Stato erano decisi dallo stesso Stato.

III-Lo Stato non poteva temere di restare a bocca asciutta, o di subire ricatti estorsivi da parte dei detentori del denaro perché la legge, come abbiamo visto, obbligava la Banca Centrale ad acquisire i titoli di Stato rimasti invenduti.

Questa complessiva architettura monetaria trovava, però, sempre più oppositori.

Quelli erano anni di grande spesa sociale e di alta inflazione, dovuta a tutta una serie di  ragioni. Cominciò a diffondersi una percezione, influenzata anche da un pensiero liberista che si presentava come realmente moderno e dinamico. Secondo questa percezione, l’eccessivo intervento dello Stato in economia, tramite le partecipazioni statali e una intensa attività di sostegno del ciclo economico attraverso la spesa, “imprigionava” la società in una struttura dirigista e assistenziale, ostacolando la libera espansione di una vitale iniziativa privata di mercato.

A questa visione “liberista” che prendeva piede in quegli anni, si aggiunsero le ostilità che, a questa architettura, veniva dagli ambienti del grande capitale, della finanza e delle banche, che vedevano fortemente limitati i loro profitti e la loro capacità di azione da un sistema del genere.

L’alleanza tra questi due livelli –i nemici della spesa pubblica ingente e del “dirigismo” statale da un lato e gli interessi finanziari e bancari dall’alto- portò al tracollo di questo sistema di allocazione monetaria, con un atto che avrà incalcolabili conseguenze sul sistema economico e sociale italiano. Il c.d. divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca D’Italia, avvenuto nel luglio del 1981.

Con questo divorzio fu stabilito che LA BANCA D’ITALIA NON AVEVA PIU’ L’OBBLIGO DI ACQUISTARE I TITOLI DI STATO RIMASTI INVENDUTI.

Questa semplice innovazione innescò un processo senza ritorno. Il potere di spesa dello Stato si incentrava sulla certezza di sapere che all’occorrenza avrebbe avuto, a prescindere, anche se a debito, i soldi che gli necessitavano, tramite le aste dei titoli di Stato. Comunque fossero andate, la Banca D’Italia garantiva l’acquisizione dei titoli che sarebbero rimasti invenduti. E quindi nessuno degli altri acquirenti aveva potere di ricatto verso lo Stato. Ma, venuto meno quell’obbligo, lo Stato non aveva più questa sicurezza. Per la prima volta, si sarebbe potuto trovare nella situazione in cui, parte dei titoli di Stato potessero rimanere invenduti. Anche perché gli altri soggetti che partecipavano alle aste, una volta saputo che la Banca D’Italia poteva non acquisire i titoli non venduti, avrebbero potuto approfittarne per pretendere tassi di interesse più alti. La Banca d’Italia non entrò più nelle aste primarie di collocamento dei titoli di stato come prestatore di ultima di istanza (per comprare i titoli di stato invenduti o calmierare le aste nel caso in cui le offerte degli investitori privati fossero state troppo basse) lasciando campo libero alle banche private, agli operatori e agli speculatori finanziari

I responsabili diretti, o meglio, “gli esecutori materiali”, di questo cambiamento furono Carlo Azeglio Ciampi (allora governatore di Bankitalia) e da Beniamino Andreatta (Ministro del Tesoro). Tanto per gradire, segnaliamo che in quell’anno – è bene rammentarlo – iniziò a collaborare col governo – come consulente finanziario – un giovane di “belle speranze” chiamato Mario Monti. Il ministro Andreatta giustificò  la sua azione sostenendo che voleva interrompere la politica dei soldi facili per abbassare il debito pubblico, ridurre l’inflazione e consentire all’Italia di entrare nei rigidi parametri dello SME (Sistema Monetario Europeo, ovvero l’anticamera dell’Unione Europea).

Ma gli effetti furono devastanti. I tassi di interesse sui titoli di Stato che erano sempre stati ai minimi livelli, visto la funzione di finanziamento della spesa pubblica dei titoli di Stato, divennero talmente elevati – arrivando a superare il 12%- da essere più convenienti degli interessi praticati dalle banche ai loro clienti migliori, come la Fiat. Tanto che molte grandi imprese prendeva soldi a prestito e li investivano in titoli di stato, per trarre profitto dalla differenza tra il tasso pagato alle banche e quello percepito da chi deteneva i titoli di Stato.  del debito pubblico che si realizzò da qul momento in avanti. Infatti, nonostante le enormi spese sostenute per la ricostruzione, alla fine della guerra e due decenni di politica in mano a governi considerati corrotti e assistenzialisti, il livello di debito pubblico sul Pil era molto contenuto, il 57,7%. Invece, dopo il “divorzio”, passato un quindicennio, nel 1994, il livello del debito era più che raddoppiato, arrivando al 124%. A livello di conteggio totale, tra il 1981 e il 1992 il debito pubblico era passato da 142 miliardi a 850 miliardi.

L’analisi di tutti i dati economici di questo quindicennio, dimostrano come gran parte di quella implosione debitoria non fu creata dalle eccessive politiche di spesa; politiche che certamente non mancarono, come non mancò l’assistenzialismo, ma la spesa dello Stato era comunque inferiore a quella della media europea. La causa principale dell’esplosione del debito, fu l’ingente aumento della spesa per interessi sul debito, scatenato, appunto, dalla criminale decisione che Andreatta e Ciampi concertarono nel 1981, Inoltre, questa innovazione, rese il Paese più debole, e il debito pubblico esposto alle manovre degli attacchi speculativi internazionali. Fu quanto accadde nel 1992, quando gli attacchi speculativi alla lira costrinsero l’Italia ad uscire dal Sistema monetario europeo e a svalutare.

Questo è un esempio drammatico dei benefici effetti del tanto decantato principio dell’autonomia delle Banche Centrali.

Questa è la parte che manca nella pubblicistica che esiste sulla storia del debito pubblico in Italia. E’ la parte che non si conosce o non si vuole raccontare. La parte che smentisce la vulgata trasformata in Vangelo; quella vulgata per la quale il debito pubblico cominciò ad esplodere negli anni ’80 soprattutto per le spese dissennate dei governi di allora, o per il nostro avere voluto vivere al di sopra dei nostri mezzi. Spese che vi furono, ma che non costituiscono la parte maggioritaria del debito che si creò.

Anche a volere mettere per un momento da parte il problema di fondo, quello per il quale un Paese non dovrebbe proprio indebitarsi con la sua Banca Centrale, anche ammettendo il debito assunto in cambio di titoli di Stato, se non ci fosse stato questo Divorzio e il tasso di interesse sul debito fosse stato mantenuto ad un livello minimo del 2% oltre ‘inflazione, oggi l’Italia avrebbe un rapporto debito Pil del 60%, qualcosa che sembra anni luce dalle condizioni attuali, e che sarebbe nettamente più basso di quello che ha la Germania (81,2%).

Precedentemente avevo accennato anche ad un’altra possibilità che lo Stato aveva di finanziarsi, bypassando il sistema dei titoli di Stato. Ovvero l lo strumento dello scoperto, che permetteva di ottenere un finanziamento diretto da parte della Banca D’Italia. Ma anche questo strumento venne reso definitivamente  inutilizzabile in attuazione degli obblighi derivanti dal Trattato di Maastricht stipulato nel 1992. L’art. 1 della L. 26 novembre 1993, n. 483, quale prevede che “la Banca d’Italia non può concedere anticipazioni di alcun tipo al Tesoro”. L’art. 1 è stato emanato in applicazione dell’art. 104, comma 1, del Trattato di Maastricht, ora con alcune modifiche formali, art. 123 del TFUE, il quale dispone che «Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle Banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate “Banche centrali nazionali”), a istituzioni, organi o organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri… ».

Da questo  momento, quando lo Stato italiano si indebita per finanziare il deficit di bilancio, lo potrà  fare  con le Banche Commerciali e d’ Affari a livello internazionale. Enti “benefici” quali: IMI , Monte dei Paschi, Unicredit, Banca Intesa, Merryl Linch, Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan.

Ne 1992 vengono emanate due leggi che rafforzano il processo innescato fin dal 1981

Il 29 gennaio 1992 viene emanata la legge numero 35/1992 (Legge Carli – Amato) per la privatizzazione di istituti di credito ed enti pubblici.  Il 7 febbraio 1992 viene emanata la legge 82 con la quale il ministro del Tesoro Guido Carli (già governatore della Banca d’Italia), attribuisce alla Banca d’Italia la “facoltà di variare il tasso ufficiale di sconto senza doverlo più concordare con il Tesoro”.

In quello stesso giorno, Giulio Andreotti, come presidente del Consiglio, assieme al ministro degli Esteri Gianni de Michelis e al ministro del Tesoro Guido Carli firmano il Trattato di Maastrich, con il quale vengono istituiti il Sistema europeo di Banche Centrali (SEBC) e la Banca Centrale Europea (BCE) che ne è il vertice. Con questo Trattato viene stabilita definitivamente il superamento delle monete nazionali e la loro sostituzione con l’euro, la cui emissione sarà integralmente nelle mani della BCE.

In quel momento si sono poste le basi per la cessione di gran parte della sovranità del nostro Paese a organi bancari e tecnocratici non eletti da nessuno. Ma ai cittadini non venne fatta comprendere la reale portata delle decisioni che si prendevano in quel momento. Non venne chiesta la loro opinione per quello che ha rappresentato la debacle dello Stato sovrano per come era storicamente conosciuto.

Torniamo alla legge del 35/1992 che stabiliva, come abbiamo visto, la privatizzazione di istituti di credito ed enti pubblici. Ma pochi avrebbero immaginato che ciò avrebbe avuto ripercussioni anche sulla struttura interna della Banca D’Italia.

Il 4 gennaio 2004 Famiglia Cristiana rende note le quote di partecipazione alla Banca d’Italia. Quote che la Banca D’Italia aveva tenuto riservate. Si scopre così che essa, in palese violazione dell’articolo 3 del suo statuto (“In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici) è, per il 95% in mano a banche private e società di assicurazione (Intesa, San Paolo, Unicredito, Generali, ecc..). Solo il 5% è dell’INPS.

Vediamo in dettaglio quali sono i soggetti privati che per il 95 % partecipano al capitale della Banca D’Italia, indicando, uno per uno, la quota di partecipazione:

Intesa Sanpaolo S.p.A.  30,3%

UniCredit S.p.A.  22,1%.

Assicurazioni Generali S.p.A.  6,3%.

Cassa di Risparmio in Bologna S.p.A.  6,2%.

INPS  5,0%. Banca Carige S.p.A.

Cassa di Risparmio di Genova e Imperia 4,0%.

Banca Nazionale del Lavoro S.p.A.  2,8%.

Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A.  2,5%.

Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli S.p.A.  2,1%.

Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza S.p.A.  2,0%.

Cassa di Risparmio di Firenze S.p.A.  1,9%.

Fondiaria – SAI S.p.A.  1,3%.

Allianz Società per Azioni  1,3%.

Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno S.p.A.  1,2%.

Cassa di Risparmio del Veneto S.p.A.  1,2%.

Cassa di Risparmio di Asti S.p.A.  0,9%.

Cassa di Risparmio di Venezia S.p.A.  0,9%.

Banca delle Marche S.p.A.  0,8%.

INAIL  0,7%.

Milano Assicurazioni  0,7%.

Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia S.p.A. (CARIFVG S.P.A.)  0,6%.

Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia S.p.A.  0,4%.

Al dettaglio, 22 sono i partecipanti al capitale della Banca D’Italia, di cui 20 enti (banche e assicurazioni) di natura privata, che detengono  poco più del 95% del capitale. E due di essi, Intesa Sanpaolo e Unicredit controllano più del 50% delle quote.

Una situazione del genere, in un organismo tanto importante, non vi fa storcere un po’ il naso? Non vi fa venire qualche sospetto?

Molti io credo si appigliano alla pura dimensione formale, sostenendo come, per diritto e per giurisprudenza, la Banca D’Italia non è formalmente una S.P.A., ma un istituto di diritto pubblico. Nel sito WEB della Banca D’Italia si legge “- è la banca centrale della Repubblica italiana ed è parte del Sistema europeo di banche centrali(SEBC) e dell’EurosistemaE’ un istituto di diritto pubblico (…)”. Ed effettivamente è tuttora vigente la legge del 1936 che aveva attribuito alla Banca D’Italia la natura di istituto di diritto pubblico. Solo che, “pubblico” non significa “statale”. Vuol dire che le partecipazione delle quote della Banca sono ‘aperte al pubblico’. E su questo nulla questio. Ma una tale dichiarazione non ci dà alcuna rassicurazione in termini di “interesse pubblico”.

La Cassazione, però,  prounciandosi nei confronti della Banca D’Italia, ha ribadito che un ente si definisce pubblico quando, pur essendo privatizzato, ha un fine pubblico e un sistema di controlli pubblici.

Ma, nel caso della Banca D’Italia è davvero così?

A rendere perlomeno dubbia una risposta positive stanno le considerazioni che seguono:

I-Il 95% della partecipazione è in mani private.

II-I suoi Organi Amministrativi e di Controllo -come avviene nelle società per azioni- sono nominati dall’assemblea Generale dei “partecipanti” (cui il 95% sono private, come abbiamo visto.): in particolare il Consiglio Superiore, che poi provvede a nominare tra i propri componenti il Comitato, il Governatore, il direttore Generale e i due vice Direttori Generali;

III-Annualmente, il Consiglio di Amministrazione, autonomamente eletto, stabilisce quote di riserva variabili che, spesso, producono una quota di utili superiore alla quota di utili che viene data allo Stato, tali utili (risultato degli interessi sul prestito) la Banca d’Italia li distribuisce tra i suoi soci che sono al 95% private.

Non so voi, ma io non mi scommetterei i denti d’oro della nonna sul fatto che la Banca D’Italia sarebbe davvero un ente che opera animato da finalità di “carattere pubblico”. Poi, certo, ci saranno sempre quelli che si arrampicheranno sugli specchi. Quelli che si appiglieranno solo al codicillo formale, senza andare a scavare davvero nella sostanza delle cose. Quelli che non si permettono un dubbio.

E’ anche vero che si è tentato recentemente di porre rimedio all’inquietante situazione della partecipazione al 95% in mano a soggetti private. Il 28 dicembre 2005 si è verificato un fatto in controtendenza. Nell’ambito della cosiddetta Legge a tutela del Risparmio, numero 262, al punto 10 dell’articolo 19, si stabilisce che entro tre anni, a decorrere dal 12 gennaio 2006, dovevano essere trasferite a enti statali tutte le quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti privati. Entro tre anni da questa legge sarebbe dovuto intervenire un regolamento “governativo” che avrebbe dovuto disciplinare le modalità di trasferimento delle quote in possesso di “soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici”, per ritornare alla partecipazione pubblica maggioritaria in sede alla Banca D’Italia. Ma “stranamente” quella delega venne a scadenza senza che sia stato emanato il regolamento. E ancora oggi la partecipazione alla Banca D’Italia è per oltre il 95% in mani private.

In tutto il nostro discorso va tenuto presente che la Banca D’Italia non ha più il controllo esclusivo dell’emissione monetaria. Ormai l’unica entità che ha facoltà di creare denaro nel territorio europeo è la Banca Centrale Europea, mentre le Banche Centrali dei singoli Stati sono diventati, in sostanza, delle sue filiali.

Ma di questo e di altro ci occuperemo nella prossima “puntata”, dove affronteremo l’attuale sistema europeo, incentrato sui Trattati, il sistema delle Banche Centrali, e l’euro.

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La Crisi del ’29 e la fine del Gold Standard

by on dic.06, 2012, under Controinformazione, Economia

Nelle ultime part del nostro viaggio nel mondo del denaro, abbiamo visto come nacquero le banche e come nacquero le banche centrali, concentrandoci, nell’ultima parte, su come nacque la banca centrale americana, la Federal Reserve.

In questo “puntata”, riprendiamo “la via dell’oro”.

Abbiamo visto come il denaro all’inizio era costituto da monete in gran parte fatte di metallo prezioso (oro e argento), e quindi dotate di valore intrinseco.

Abbiamo visto come le prime banche nacquero dalla pratica, nata in Italia nel medioevo, di permettere il deposito, da parte dei mercanti, delle proprie monete d’oro presso orafi (o cambiavalute) che in cambio davano una “nota di banco”, un titolo di credito cartaceo che consentiva di viaggiare senza avere il peso ingombrante dell’oro, potendo poi convertire tale nota di banco in oro presso un altro “istituto”, collegato a quello presso cui si era fatto il deposito, nel paese dove il mercante si sarebbe recato.

Abbiamo visto come fu facile, a un certo punto, fare acquisti e vendite, senza dovere prima convertire le note di banco in oro, ma usando direttamente le note di banco.

Esse continuavano ad essere fondate sulla riserva d’oro corrispondente, ma acquisivano concretamente il valore di mezzo di pagamento diretto, e la loro creazione diventava una creazione di un nuovo mezzo fungibile per la compravendita di beni e servizi.

Abbiamo visto come ben presto quelli che erano diventati ormai i primi banchieri, cominciarono a creare più “note di banco”, rispetto al valore dell’oro effettivamente depositato presso di essi, allo scopo di creare una dinamica di profitto, dato che il valore di queste note di banco doveva essere restituito con gli interessi.

Abbiamo visto come dalle banche private, si giunse –primo vero caso emblematico con la Banca D’Inghilterra nel 1694- ala creazione delle Banche Centrali. Ogni Banca Centrale avrebbe avuto, tra l’altro, il monopolio dell’emissione monetaria in quel determinato territorio nazionale.

Sebbene fossero passati secoli dalle prime note di banco in cambio di oro depositato, e il rapporto con l’oro si fosse un po’ allentato, persisteva sempre una connessione tra banconote cartacee e oro. Nell’immaginario e nei regolamenti bancari, le banconote cartacee continuavano ad avere il loro ultimo fondamento nelle riserve d’oro depositate presso la Banca Centrale.

Questo legame, dopo il sorgere delle Banche Centrali, si manifestava nel cosiddetto Gold Standard, ovvero la convertibilità, a richiesta di chiunque, delle proprie banconote in un determinato controvalore in oro.

Per essere precisi, solo alcune monete furono dichiarate direttamente convertibili in oro (sterlina, dollaro, franco, marco). Mentre altre non potevano essere direttamente convertite in oro, ma in monete pregiate che potevano, poi, a loro volta, essere riconvertite.

In pratica, gran parte dell’oro veniva impiegata per battere moneta circolante, mentre una quantità identica finiva nei depositi delle banche centrali e del Tesoro, coprendo sia i crediti che le banconote, passando continuamente dalle riserve alla circolazione e viceversa.

Il Gold Standard come sistema compiuto cessò di esistere nel 1914 con l’inizio della Prima guerra mondiale. Gli USA, invece, lo conservarono fino al 1933, quando Roosvelt impose la soppressione della convertibilità del dollaro in oro. Dopo la prima guerra mondiale, alcuni Paesi tentarono di fare risorgere il Gold Standard nel loro Paese, ma questi tentativi non ebbero successo duraturo e, nel corso degli anni ’30, il Gold Standard vero e proprio poté dirsi superato in tutti i paesi capitalistici.

Quindi, in sostanza, dopo la Prima guerra mondiale, la maggioranza degli Stati smise di coniare monete d’oro e limitò la convertibilità delle banconote in ore. Cambio che fu definitivamente superato con la devastante crisi economica del ’29. Da quel momento l’oro cessò di essere utilizzato nella dinamica monetaria interna dei Paesi, per andare a concentrarsi presso le Banche Centrali, e venire usato nel rapporto degli Stati tra di loro.

In USA nel 1929 accadde quello che è storicamente conosciuto come la grande crisi del ’29, che diede vita alla Grande Depressione. Fu un gravissimo tracollo mondiale alla fine degli anni venti con forti ripercussioni durante i primi anni del decennio successivo.

Un ruolo decisivo in questa crisi del ’29, viene da molti attribuito alla Federal Reserve, per via della pratica di inondare il mercato con ingenti quantità di denaro, per poi, ritirarlo improvvisamente. Un primo antipasto avvenne un decennio prima. Tra il 1914 e il 1919 la Federal Reserve aveva aumentato l’offerta di moneta, ma ne 1920 ritirò una notevole quantità di denaro in circolazione, con conseguenze a catena che portarono bancarotte e prelievi di massa. Visto ciò che era successo, il membro del Congresso Lindbergh dichiarò nel 1921: “Tramite il Federal Reserve Act viene creato il panico in modo studiato. Quello attuale è il primo caso di panico scientemente programmato , concepito allo stesso modo di un’equazione matematica”.

Dopo le prove generali, un decennio dopo va in scena lo spettacolo. Il meccanismo sembra essere stato fondamentalmente lo stesso.  tra il 1921 e il 1929 la Federal Reserve aumentò il denaro presente nel sistema, allo stesso tempo apparve, nel mercato azionario, un tipo particolare di strumento finanziario, chiamato “prestito a margine ”. Si trattava di un prodotto finanziario che consentiva all’investitore di versare solo il 10% del prezzo di un titolo mentre il restante 90% veniva prestato da un intermediario. In questo modo si potevano possedere 1000 dollari di azioni, impiegandone 100. Questo prestito ebbe un successo clamoroso, diffondendosi ovunque. Ma il gioco aveva naturalmente il suo trucchetto.  L’intermediario poteva richiedere, in ogni momento, la restituzione dell’intero 90% prestato. Ed ecco gli squali che entrano in scena. L’improvvisa richiesta di denaro provocò una massiccia ondata di vendite di questi titoli e la corsa agli sportelli bancari per prelevare moneta e saldare i debiti.  Crollarono 16000 banche, e i gruppi di grandi banchieri e affaristi si gettarono nel mercato, riuscendo ad acquistare aziende e istituti di credito falliti a prezzi risibili. Ma non era ancora finita. La Federal Reserve, a quel punto, invece di fare circolare ancora più moneta per dare respiro all’economia e farla riprendere, la diminuì ulteriormente determinandola più grande depressione economica della storia d’America. Le industrie smisero di produrre, e non si contarono le persone finite senza lavoro e senza casa.

Uno dei più acerrimi avversari della Federal Reserve, Louis McFadden, diede inizio alle procedure d’impeachment contro il Consiglio della FED, affermando, in relazione alla crisi del ’29 che “Si è trattato di un evento attentamente pianificato. I banchieri internazionali hanno cercato di generare una condizione di disperazione dalla quale sarebbero emersi come i nostri padroni assoluti”.

Tutto questo ebbe ripercussioni anche sul Gold Standard.
Strumentalizzando la crisi economica che stava durando da quattro anni, il primo maggio 1933, la Federal Riservel, attraverso un ordine esecutivo del Presidente Americano rastrellò tutto l’oro disponibile nel sistema. Tutti furono costretti a dare il proprio oro alla Federal Reserve. Chi non consegnava il suo oro, era punito con la reclusione fino a dieci anni.  Dai dollari scomparve la dicitura “pagabili (convertibili) in oro al portatore che ne fa richiesta” ed apparve la scritta
“moneta a corso legale”. Non era più possibile richiedere oro in cambio delle proprie banconote. La banconota non rappresentava, a livello di circolazione economica interna, più l’oro, ma era diventata in se stessa un valore. Si passò quindi dal Gold Standard alla banconota corso legale.

Molti di voi ricorderanno ancora come, al tempo della lira, in Italia, sulle banconote era scritto “pagabili a vista al portatore”. Si trattava di una sopravvivenza, ormai puramente formale, di un’epoca in cui il titolare di banconote poteva chiedere la loro conversione in oro. Era una sopravvivenza formale, perché se andavi con una banconota di diecimila lire a chiedere l’equivalente in oro, ti avrebbero guardato come un marziano. Ma quella scritta esprimeva bene il senso del Gold Standard. In regime di Gold Standard ogni singola banconota era “pagabile a vista al portatore”, ovvero, come abbiamo visto,  convertibile in oro in qualsiasi momento, su richiesta del possessore.

Il sistema di Gold Standard permetteva anche che vi fossero cambi fissi tra le monete dei singoli stati. Se la banconota di un Paese era convertibile in 10 milligrammi di oro, e quella di un altro Paese in 2 milligrammi di oro, allora la banconota del primo Paese valeva 5 volte la banconota del secondo.

Come abbiamo visto, il Gold Standard aveva cominciato a tramontare con la Prima guerra mondiale, quando gli Stati per finanziare le notevolissime spese militari, avevano bisogno di emettere enormi quantità di cartamoneta. Quantità superiori all’oro presente nei loro forzieri. Per questo dovettero sospendere la convertibilità banconota-0r0.

Il sistema del Gold Standard venne progressivamente sostituito dal Gold Exchange Standard,  che garantiva la convertibilità delle banconote dei vari Paesi non direttamente in oro, ma in altre valute convertibili in oro, come il dollaro.

Questo sistema del Gold Exchange Standard trovò il suo pieno compimento e perfezionamento con gli accordi di Bretton Woods del 1944. Con questi accordi, solo il dollaro restava convertibile in oro (ma non nei confronti dei cittadini USA), mentre le altre monete erano convertibili in dollari. In pratica solo il dollaro si “poggiava” direttamente sul controvalore in oro. Mentre le altre monete si “poggiavano” sui dollari. Quindi, un tot ammontare di lire o di sterline o di marchi, non era più direttamente convertibile in oro, ma poteva essere convertito in dollari, e solo i dollari, a quel punto, potevano essere convertiti in oro.

Con gli accordi di Bretton Woods l’antico legame oro-banconote persisteva. Riepiloghiamo. Non era più possibile, neanche in USA, la richiesta di convertibilità delle banconote in oro da parte dei cittadini. Per quanto riguarda la convertibilità interstatuale, nessun Paese poteva più convertire la propria moneta in oro, ma solo in dollari. Ma i dollari, a loro volta, potevano essere convertiti in oro. Il sistema globale monetario, seppure in maniera molto meno forte, si teneva legato, in ultima istanza, e anche da un punto di vista simbolico.

Con gli accordi di Bretton Woods furono prese anche altre decisioni, che avrebbero avuto, nel corso dei decenni, ricadute enormi. Ovvero l’istituzione del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Ma su questo punto torneremo in un’altra occasione.

Ma questo sistema da una parte poneva gli USA come centro delle dinamiche valutarie globali, dall’altra li esponeva a una enorme problematica. Infatti, teoricamente, per tutti i dollari posseduti dagli Stati in mezzo mondo, gli USA avrebbero dovuto garantire la convertibilità in oro. Questo diventava sempre più difficile. Dopo Bretton Woods, negli anni ’60 soprattutto, gli USA intrapresero grossi programmi di spesa pubblica, e soprattutto in “investimenti” di denaro colossali, per finanziare le proprie guerre in mezzo mondo. Questo portò a una moltiplicazione di dollari presenti presso i governi stranieri. Nei fatti non c’era più oro sufficiente a garantire tutti i dollari in circolazione (alcuni sostengono che solo il 20% del denaro stampato sarebbe stato potuto essere convertito in oro). E non mancavano episodi preoccupanti per gli USA. Come quando il Presidente della Francia, Charles De Gaulle, mandò navi cariche di dollari verso gli USA, perché fossero cambiati in oro.

Gli USA capirono, a quel punto, che bisognava prendere una bella forbice e tagliare l’ultimo ancoraggio rimasto con l’oro, ovvero la convertibilità del dollaro in oro. E questo avvenne nell’agosto del1971, quando l’allora Presidente, Richard Nixon, decretò UNILATERALMENTE la fine della convertibilità in oro dei dollari. Tutte le monete mondiali, da quel momento, quindi, erano convertibili in dollari, ma il dollaro, a sua volta.. non era più convertibile in oro, ma era ESSO STESSO VALORE DI ULTIMA ISTANZA. Questa data segna il passaggio dal Dollaro Exchange Standard al Dollaro Standard. E’ da molti ritenuto che questo nuovo sistema monetario abbia giocato un ruolo decisivo nell’innescare dinamiche che avrebbero fatto prevalere la finanza sull’economia reale, dando manforte anche a quella “cultura dell’indebitamento” che sta alla base della emissione incontrollata di derivati, titoli di spazzatura e di prodotti finanziari di ogni genere.

Fermiamoci un momento su quello che accadde con la dichiarazione unilaterale di Nixon nel 1971.

Molti ancora credono, consciamente o inconsciamente, che la produzione di denaro sia ancorata a un substrato materiale, che la ancora ad un valore ad esso (il denaro) preesistente, che ne sarebbe, in ultima analisi, il suo fondamento materiale. In realtà, anche da un punto di vista puramente teorico, dal 1971 non è più cosi. Da quella data viene definitivamente meno il legame tra creazione monetaria e riserve auree. Il dollaro divenne allora convertibile solo con il.. dollaro. Il sistema monetario attuale è, quindi, totalmente svincolato dai metalli preziosi. Questo vuol dire che il fondamento delle banconote adesso sono.. le banconote.

Tutto questo ci può portare ad una riflessione evidente, che può essere definita “la definitiva caduta delle maschere”.

Abbiamo visto come sono nate le banche, e abbiamo visto come sono nate le banche centrali. Abbiamo visto che le banche centrali si sono arrogate (con la complicità degli Stati che avallarono legalmente questo processo) l’esclusiva nella prerogativa di creare denaro. E il denaro creato veniva (e viene) “prestato allo Stato”. Già molti si chiedettero, nel corso dei secoli, perché uno Stato dovesse prendere in prestito il denaro dalla propria banca centrale, quando poteva crearselo da sé il mezzo monetario, senza accumulare debiti su debiti. A costoro la natura fraudolenta di questo sistema apparve chiara.

E pur tuttavia, le banche centrali, avevano ancora un argomento teoricamente spendibile, anche se nei fatti reggeva poco. Ovvero, l’argomento per cui esse emanavano denaro in quando erano depositarie delle riserve auree. In un certo senso è come se, detta in maniera brutalmente semplicistica “io ho l’oro presso di me, sono l’unica che posso garantire il valore di quei pezzi di carta che chiamate denaro, e quindi è giusto che l’esclusiva di creare denaro spetti a me”.

Era un argomento debole, perché gli Stati avrebbero potuto, comunque, cambiare il sistema, assumendo presso di sé il diritto esclusivo di creazione monetaria.

Ma.. anche volendo dare credito a questo argomento… esso viene definitivamente seppellito con la dichiarazione unilaterale di Nixon nel 1971.

A quel punto, quella che venne definita “la truffa delle banche centrali”, diventa evidente. Adesso, nessun legame, neanche teorico, con l’oro, può essere fatto valere.

Ciò che avviene adesso è che.. DA OGNI PUNTO DI VITA… LE BANCHE CENTRALI CREANO DENARO ASSOLUTAMENTE DAL NULLA.

Ciò avviene con la Federal Reserve in USA. Ciò avviene con la stragrande maggioranza delle banche centrali nel mondo. Ciò avveniva con le banche centrali dei singoli stati europei e, seppure con una modalità tutta particola, con la Banca Centrale Europea, che le ha sostituite.

Le Banche Centrali, senza nessun ancoraggio aureo corrispondente, creano dal nulla denaro, e (il procedimento è più compresso per quanto riguarda Banca Centrale Europea ed euro) quel denaro giunge agli Stati indebitandoli.

Questo meccanismo perverso si manifestava già con la nascita delle prime banche centrali alla fine del XVII secolo. Ma con la dichiarazione di Nixon, perse qualsiasi appiglio teorico, qualsiasi giustificante, qualsiasi razionale scusante.

Senza possedere nulla, senza garantire nulla, istituzioni quasi sempre largamente indipendenti dalle autorità elette, determinano l’indebitamento perenne degli Stati e, quindi, dei cittadini, usurpando, di fatto, quella –l’emissione  monetaria- che dovrebbe essere una funzione pubblica.

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Intervista a Salvatore Tamburro- economista indipendente

by on dic.05, 2012, under Controinformazione, Economia, Resistenza umana

Avevo già pubblicato a suo tempo una intervista a Salvatore Tamburro (vai al link http://www.bornagain.it/wp/2012/07/18/intervista-a-salvatore-tamburro-sul-signoraggio-bancario/).

La differenza è che in quel caso era una intervista che avevo preso da un altro sito. Mentre in questo caso l’intervista gliela ho fatta io.

La prima volta che vidi un riferimento a Salvatore Tamburro fu un anno fa, quando si parlò molto sul WEB di una sua lettera pubblica rivolta ai maggiorni organi di informazioni italiani, per denunciare le reali radici e le reali dinamiche dell’attuale crisi economica.

Salvatore è molto giovane, ha 32 anni e potrebbe essere definito un controeconomista, termine che alcuni usano per indicare la loro radicale divergenza dall’impostazione economica dominante. Anche se lui preferisce semplicemente definirsi un economista.

Certi temi gli sono stati congeniali fin dagli anni degli studi tanto da laurearsi (economia e commercio) con una tesi dal titolo “Bankitalia, signoraggio e nuovo ordine mondiale”; certo non la tipica tesi da mondo accademico.

Ha pubblicato due libri nel 2010 un saggio, La via del denaro/La Banca d’Italia, il Signoraggio e il Nuovo Ordine Mondiale (edizioni Nexus), nel quale presenta il signoraggio come un’illecita impostura esercitata da banche e istituzioni nazionali e sovranazionali e nel 2012 pubblica Non è crisi, è truffa!/Come i banchieri ci stanno derubando (edizioni SI), nel quale descrive la crisi economica appunto come una truffa progettata dall’oligarchia al potere.

Io credo che nella totale nebbia mediatica da cui siamo infestati, personaggi come Salvatore Tamburro vadano ascoltati, e del resto lui è molto impegnato in un’opera di divulgazione.

Io ho cercato nell’intervista di porgli domande anche sulle contestazioni che, da altre fonti, vengono ad una impostazione come la sua.

Personalmente,concordo su diversi punti con Salvatore, come sulla natura essenzialmente fraudolenta dell’attuale sistema economico, e sulla natura perennemente “a debito” dell’attuale sistema monetario. Come anche sulla poltica criminale adottata verso la Grecia.

Su altri punti invece non posso dire di avere piena concordanza con lui. Come sulla visione liquidatoria di Barnard, e il poco o nullo valore dato alla MMT, che io ritengo abbia forti limiti, ma anche approcci interessanti. Anche il movimento cinque stelle, a differenza di Salvatore, pur avendo anche io delle perplessità, non escludo che possa diventare un volano di proposte importanti e innovative, come quella di un referendum sull’euro. Ma è soprattutto sulla visione delle monete locali che c’è una distanza; per Salvatore possono essere al massimo delle briciole date ad un affamato, mentre io ritengo che possano essere uno strumento di impatto notevolissimo, e anzi praticamente indispensabili, specie se la caduta dell’attuale sistema economico richiedesse anni o decenni.

Dico queste cose non tanto per amore di distinguo, ma, uno, per onestà verso il lettore, e due perché credo che l’approccio che debba esservi a queste tematiche sia quello di confrontarsi con coloro che contestano il sistema economico dominante e portano avanti un’altra visione, anche quando le idee non concordino appieno. Uscire dai settarismi e trovare un punto di incontro tra persone che abbiano dei fondamentali punti di connessione su cui intendersi, anche se su tante cose sussistino divergenze, o riflessioni ancora in corso.

Questo sistema sta rapinando la vita. Bisogna cambiare strada.

Persone come Salvatore ci aiutano a comprenderlo. Questo è il link del suo sito http://salvatoretamburro.blogspot.it/.

Vi lascio adesso all’intervista.

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1- Come ti definiresti Salvatore?

Sono un economista che da anni si occupa di politica monetaria e geopolitica. Solitamente a personaggi come il sottoscritto viene attribuita l’etichetta di “complottista”, quasi a voler screditare gli ideali e allo stesso tempo i progetti sostenuti da persone come me. In realtà, cerco solo di diffondere ciò che i mass-media continuano a censurare col chiaro intento di lasciare il 95% della popolazione nella totale ignoranza ed apatia. L’ignoranza conduce all’assenza di ribellione e, quindi, alla totale accettazione verso qualsiasi forma di dittatura.

2- Come sei arrivato ad occuparti dei temi di cui ti occupi?

Mi occupo di queste tematiche dal 2007, quando da laureando in Economia e Commercio, decisi di proporre la prima tesi di laurea in Italia sull’argomento signoraggio, dal titolo “Banca d’Italia, Signoraggio e Nuovo Ordine Mondiale”. A quei tempi le persone che parlavano di queste tematiche si contavano sulle dita di una mano; adesso grazie al web sono centinaia le persone che si occupano di diffondere queste “scomode verità”.

3-Hai ricevuto minacce per questo? Hai corso qualche pericolo o hai ricevuto un qualche danno?

Non ho mai ricevuto minacce, né fisiche né verbali. Ovviamente nel momento in cui decidi di affrontare battaglie simili contro i veri “mostri” del sistema devi mettere in conto di ricevere anche molte critiche negative e allo stesso tempo di percorrere una strada in salita sia dal punto di vista sociale che lavorativo. Ho ricevuto, invece, anche inviti a desistere dall’affrontare imprese simili in cambio di vantaggi socio-economici che sono stati sempre prontamente declinati. Non ho mai barattato i miei ideali in cambio di beni materiali o carta straccia colorata.

4-Presumo conoscerai tanti che parlano di deliri complottisti riguardo a certe tematiche. Come ti comporti con queste persone.

Chi da del “complottista” ad una persona solo perchè la sua opinione diverge fortemente da quella di un complottista lo fa molto spesso perchè la sua visione della realtà è molto condizionata dai mass-media e, pertanto, stenta a credere a determinate verità. Ogni informazione va sempre analizzata, approfondita e verificata, mentre, ahimè, molte persone ripudiano a priori determinate tematiche, solo perchè altrimenti sarebbero costretti a rinnegare false credenze, magari sostenute da un’intera vita. In molti casi, quindi, è molto più facile rinnegare una “scomoda verità” che rinnegare a se stessi di aver creduto per anni a delle teorie del tutto fasulle.

5-Cosa è il signoraggio bancario?

Il signoraggio bancario (primario e secondario) è una truffa ai danni del popolo, poiché rappresenta la perdita di sovranità monetaria da parte degli Stati, e quindi del popolo, di fronte ad organismi privati non eletti da alcun cittadino. Privare lo Stato del suo potere più importante, ossia emettere moneta, è uno dei più grandi crimini verso una nazione, poiché obblighi i cittadini a delegare la propria esistenza al diktat dei mercati finanziari e di organismi sovra-nazionali, quali il F.M.I. o la B.C.E. .

6-Tu sai che da un po’ di tempo a questa parte ci sono alcuni che parlano insistentemente di “bufala del signoraggio”.. tu hai provato a vedere i loro argomenti? e qual”è la tua opinione su di essi?

Ho spesso letto alcuni articoli che rappresentassero il signoraggio come una “bufala”; peccato che tutte le volte in cui si sia provveduto a consegnare prove indiscutibili sull’esistenza del signoraggio, quali cause legali della magistratura, interrogazioni parlamentari sulla proprietà della moneta, regolamenti e meccanismi che sancissero il reale funzionamento del sistema economico e della creazione della moneta, tali sedicenti esponenti della “bufala del signoraggio” abbiano sempre ignorato tali evidenze.

7-Che pensi di Paolo Barnard e della MMT?

Su Barnard non mi esprimo poiché mi sembra sia un giornalista, mentre mi limiterei commentare le teorie di colleghi economisti. Quanto alla MMT mi sono già largamente espresso, considerandola una teoria fallace, poiché basata sulla spesa a deficit. Tra l’altro sono in buona compagnia, insieme al premio Nobel per l’economia, Krugman, nel dire che se lo Stato, spendendo a deficit, non ripaghi gli interessi sui Titoli statali, di conseguenza le banche potranno decidere di non comprare più titoli e rivolgersi ad altri mercati, bloccando di fatto la spesa pubblica. Ciò basterebbe a dimostrare che la MMT sia valida solo nel breve periodo.  Inoltre secondo la MMT, aumentando i risparmi aumenterebbero i consumi, ma ciò non è sempre vero, anzi potrebbe verificarsi l’esatto contrario, ossia avere un aumento di risparmi proprio dovuto ad una diminuzione dei consumi (consumo meno e metto da parte dei risparmi), oppure dovuto ad un calo degli investimenti nel settore privato.

Tra le varie teorie la MMT sarà la meno peggio, ma di certo non garantisce alcuna salvezza dalla morsa dell’oligarchia bancaria.

8-Qualcuno ritiene che l’uscita dall’euro sia una assoluta priorità. A quel punto anche se si ritornasse, almeno per un periodo, a un modella tipo lira, che nasce tramite le Banca Centrale di un Paese, e quindi comunque come con la creazione di moneta debito.. concordi anche tu che sarebbe comunque meglio che restare nel sistema euro. Tu che ne pensi?

Ritengo che un ritorno alla lira, emessa comunque a debito come avviene adesso con la valuta dell’euro, di certo non cambierebbe in meglio la situazione. L’unica soluzione valida sarebbe uscire immediatamente dall’Eurozona per non essere più vittime del diktat della troika (Ue-BCE-FMI) e allo stesso tempo applicare una politica economica basata esclusivamente sulla sovranità monetaria.

9-Secondo te l’euro è un progetto frutto di incompetenza e scelte sbagliate.. o c’è proprio dietro un piano?

Ritengo che l’euro sia un progetto congeniale all’applicazione di una forma di dittatura economica, spacciata, per altro in malo modo, per democrazia. Tutto è iniziato abbattendo le barriere doganali tra i singoli Stati per agevolare gli scambi commerciali e poi, senza dirci nulla (dovuto all’assenza di un referendum popolare), ci siamo ritrovati a dover accettare una nuova valuta (l’euro) e, adesso, un’unione politica. Lo scopo è quello di privare gli Stati sempre più della loro sovranità, affidando sempre più potere ad organizzazioni sovranazionali e private.

10-Cosa è avvenuto davvero in Grecia in questi ultimi anni?

In Grecia, culla della prima forma di governo democratico attestato nella storia occidentale, l’oligarchia bancaria ha voluto dimostrare tutto il suo potere, mettendo in guardia tutti gli altri Stati membri sulle conseguenze che possano verificarsi non accettando il diktat imposto dalla troika. Nonostante il dissenso popolare, manifestazioni di protesta e feriti nelle piazze davanti al parlamento, il governo greco continua, supinamente, ad accettare le politiche di austerità imposte da BCE e dal FMI, allo scopo di annientare qualsiasi forma di potere nazionale e garantire ricche “privatizzazioni” a tutto vantaggio delle multinazionali straniere e a tutto svantaggio del popolo, gravato invece del peso di macigni quali la pressione fiscale, aumento della disoccupazione, tagli della spesa pubblica, arresto della produzione e dei consumi. La Grecia rappresenta il fallimento dell’Euro e delle politiche di austerità.

11-Secondo te l’Italia sarà in grado di uscire dall’euro zona e se sì in quanti anni (o mesi)?

Quando avremo una classe politica coraggiosa, ossia in grado di fronteggiare a viso aperto i poteri forti delle banche e delle multinazionali, allora vedremo applicare uno strumento semplice, ma allo stesso tempo importantissimo per assicurare la democrazia: il referendum. A quel punto sarà il popolo a decidere ciò che riterrà più giusto da fare e spero propenderà per l’uscita immediata dall’eurozona.

12-In genere si indicano alcune organizzazione come poste al vertice del potere, vedi WTO o gruppo Bilderbeg. C’è chi ritiene che oltre essi ci sono livelli superiori, “esoterici”. Tu che ne pensi?

Dietro ogni organizzazione non ci sono dei robot o degli ologrammi, ma sempre degli esseri umani in carne ed ossa. L’uomo per sua natura tende istintivamente al soprannaturale, alla divinità ed a credere in forze superiori a cui affidarsi; ma l’istinto non sempre coincide con la razionalità e con la verità dei fatti. Ad ogni modo ritengo che esistano gruppi di potere occulto di cui comunemente non se ne senta parlare, poiché spesso celati da un sistema di scatole cinesi che rende la loro conoscenza di difficile attuazione. C’è un detto che dice: ”segui il denaro e troverai il colpevole” e ritengo sia una strategia valida a quasi tutti i livelli.

13-Credi che un sistema di monete locali possa aiutare i territori a resistere?

Le monete complementari, o locali, sono monete che per loro natura si affiancano ad una moneta debito, come l’euro ad esempio. Ritengo siano un mezzo informativo per permettere al cittadino di apprendere meglio la vera natura della moneta, intesa come strumento per agevolare gli scambi, ma nulla di più, poiché, come dimostrano gli esempi pratici finora realizzati, abbinare una modesta quantità di sangue pulito (la moneta complementare) ad una grossa quantità di sangue infetto (la moneta debito) lascia sempre il corpo del malato (il circuito monetario) in totale agonia. Bisogna avere il coraggio di lottare per avere una moneta alternativa semmai, ossia in grado di rimpiazzare totalmente la moneta debito creata dall’oligarchia bancaria, altrimenti ci si riduce per accontentarsi di cibarsi delle briciole che questo sistema truffaldino ci concede.

14-Spesso si dice che senza il sistema dei titoli di stato in cambio di un denaro creato da una banca centrale, l’alternativa sarebbe un potere incontrollato sulla moneta da parte dei governi, con come conseguenza intollerabili abusi, inflazione a doppia cifra e altri effetti nefasti. Tu cosa pensi di tali obiezioni critiche?

Beh ragionando in termini attuali adesso abbiamo una banca centrale indipendente e privata che emette moneta e con un livello di inflazione relativamente basso, eppure abbiamo: recessione economica, disoccupazione a livelli record, tagli della spesa pubblica, calo della produzione e arresto dei consumi. Cosa c’è di peggio? Solo i suicidi per insolvenza. Questo scenario nefasto che stiamo vivendo non ci sarebbe con un potere monetario gestito interamente nelle mani statali, e non di organismi privati. Ovvio che un potere così importante andrebbe posto sotto la stretta visione di una commissione di esperti, eletti direttamente con mandato popolare, in grado di garantire che l’emissione monetaria sia esclusivamente a vantaggio di interessi nazionali e non privatistici.

15-Il movimento Cinque Stelle è una autentica opzione di cambiamento? Anche tu ritieni che in seno a questo movimento c’è la volontà, a suo tempo, di proporre un referendum sull’euro?

Non credo che il Movimento Cinque Stelle possa essere una vera opzioni di cambiamento per una serie di ragioni: nel programma politico ufficiale non c’è alcun riferimento alla lotta al signoraggio e all’introduzione della sovranità monetaria, e ritengo che certe scelta vadano messe nero su bianco per essere chiari e non destare equivoci agli elettori; lo stesso Grillo, guru del movimento, nel ’94 parlava pubblicamente di signoraggio bancario durante i suoi show e poi ha improvvisamente smesso di farlo; inoltre diffido fortemente di personaggi quali Enrico Sassoon, primo e più importante socio della Casaleggio, che siede fianco a fianco con certi personaggi, ovvero gli stessi componenti dell’Aspen Institute Italia, think tank tecnocratico, diretta emanazione del gruppo Bilderberg. Ritengo che il M5S sia uno “specchietto per le allodole” attuato per far credere alla massa di poter cambiare tutto, per poi non cambiare nulla. Finora i fatti mi danno ragione, ma a breve vedremo se la comparsa in Parlamento di un simile movimento possa concretamente apportare disegni di legge che vadano nella direzione della sovranità monetaria.

16-Come credi che debba agire la singola persona in questi tempi tempestosi?

Il primo passo è quello di informarsi il più possibile da fonti indipendenti e che siano alternative ai classici mass-media. Un altro passo importante sarebbe quello di esprimere la propria preferenza politica solo a quei partiti\movimenti politici che al primo posto del loro programma abbiano la sovranità monetaria, l’unica vera soluzione in grado di annientare alla radice la dittatura bancaria che stiamo subendo.

17-Cosa credi avverrà in Italia nei prossimi anni?

Siccome non ritengo che il popolo abbia ancora gli strumenti per affacciarsi verso una vera e propria rivoluzione culturale, quasi sicuramente continuerà a lasciarsi illudere dai soliti giochi di potere. Da anni si alternano alla guida del Paese prima partiti di destra e poi di sinistra, e viceversa. Adesso sarà il turno della vittoria elettorale del PD filo-bancario, che a mio avviso non riuscirà a durare fino a fine mandato, dopodiché è molto probabile che possa emergere un movimento (quasi sicuramente di estrema destra) che cavalcando l’onda del malcontento popolare, otterrà notevoli consensi. Auspico che non si verifichino mai atteggiamenti violenti o l’insidiarsi addirittura di ideologie razziste, ma quando un popolo è ridotto alla fame, la storia inevitabilmente si ripete e ritengo che a quel punto possa verificarsi qualsiasi stravolgimento socio-politico.

18-Quali sono i tuoi progetti futuri?

Continuare ad informare le persone circa il reale funzionamento del sistema economico, allo scopo di far emergere la malignità attraverso cui banchieri, politici, manager, mass-media hanno sfruttato la vita dei cittadini. A quel punto, quando il popolo sarà conscio del meccanismo truffaldino di cui è vittima, potrò godermi la visione di quella che sarà l’unica via percorribile per questi malfattori, ossia quella verso un tribunale internazionale, presieduto da una giuria popolare, in cui verranno condannati per i gravi crimini commessi contro l’umanità.

-Grazie Salvatore.

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