Born Again

Fuori categoria

Pummarò

by on feb.01, 2012, under Fuori categoria

Bussa alla porta…
E’ sempre il gatto..
“Stanno arrivando”, dice.
“Cristo, adesso me lo dici?…”
“Non riesco a ragionare mentre vado di corpo…”.
“La cacca è un momento sublime, comprendo.. ma qui è in gioco la mia
stessa sopravvivenza…maledetto”.
“Ti conviene darti una mossa, sono già sulle scale”.
Tiro una bottiglia d’acqua addosso al gatto, in un momento di furia, e
poi mi alzo per avvicinarmi all’armadio. Dentro l’armadio, la base in
realtà apre un sotto piano, della misura di un cadavaere, steso in
orizzontale. Con delle apertura che consentono la respirazione. e di
guardare, dal basso in giù, ciò che avviene nella stanza.
Faccio appena in temo, perchè dopo sono frammenti di porta per i calci
presi e due persone che entrano nella casa.
Uno grasso come una palla di merda entra nella stanza, guarda in
cagnesco e poi stringe gli occhi come fessurine, come se facendo così
sembrasse più cattivo, ricalcando le immagine viste e riviste di
qualche vecchio triller.
E poi raglia, in una strana voce gutturale. “il bafometto libico non è
qui, cerca bene in tutte le stanze.. se ha pensato di prenderci per
pagliacci lo voglio scorticare prima di portarlo dal Faraone..”
“Il bafometto libico”, penso, “ecco come mi chiamano… “. Un nome che
non mi dice nulla, e anche “il Faraone”, non so se è il loro capo.
Intanto il gatto prende il volo cadendo in malo modo contro il muro.
Preso a pedate, nella corsa frenetica dei due. Più o meno come un
pallone supersantos. Troppo inutile per fracassargli il ventre. Penso.
Il grosso continua a dire.. “La Grande Puttana vuole organizzare la
festa per il terzo sabato… non ci devono essere più cazzoni in
giro…”.
Sapevo, naturalmente che mi cercavano.
Spaccano e sfasciano tutto. Con la pipì disegnano ghirigori sul muro.
E stacano la testa dalla statua di paperino per metterla dentro il
computer che hanno sfondato, in segno di sfregio supremo.
E poi scivono con una sostanza strana che credo sia sperma di cavallo
stagionato..
“Smincinien.. ti maciulleremo fino a delirare… a presto…”
Sminchien, l’insulto gravissimo che si usa nel Barrio, il vecchio
quartiere spagnolo per descrivere l’ultima ruota tra gli esseri più
spregevoli. Sminchien , sei peggio di una “carcassa che cammina pronta
ad essere polverizzata da una scarica scorreggiata di polvere
cianotica di cianuro compresso. Quindi.. forse la situazione era
ancora peggio del  previsto.
Non erano solo gli yakuza del Faraone, ma l’intero Barrio che voleva
il suo scalpo.
Una volta sicuro che i due se ne furono andati, usciiì fuori, tutto
indolenzito. Anche il gatto era un pò logoro, anche se immaginavo
conciato peggio dopo la volata.
Per un pò ci fissammo, come due compagni di osteria, e poi il gatto
disse..
“Dovresti andartene un bel pò lontano amico mio… ma molto lontano..
quei tipi non sembrano esattamente mandati dalla parrocchia”.
“E invece sì”, dico io, vorrebbe essere un tono adirato, ma la voce è
incrinata dalla tensione “la parrocchia c’entra… Ora capisco perchè
Don Scorregnolo mi guardava sardonico due sere fare e al mio saluto mi
rispose.. ‘ricordati che se viene e se vacia.. soprattutto se
vacia…’ Io lo interpretai come un sobrio e aulico richiamo alla
nostra contingenza temporale, alla nostra finitudine. Invece, il
simoniaco alludeva al mio andare via da questo mondo. Ricordi?.. il
complotto dei sacrestani?”
“E come no”, rispose il gatto mentre spilucchiava una lisca di pesce
che aveva nascosto in una mia calza, “tu insieme agli Amici della
Castagnola scopriste il complotto con cui i sacrestani volevano
castrare Don Zebedeo, per poi accusarlo falsamente di pratiche
sodomitiche estreme e far emergere allo scranno vescovile il loro
protetto Don Zecca, scaldato nel caldo utero delle Gelsomine
Iracondiane e poi allevato allegramente dai Frati Stalagmiti e
infrescano e infrastato nella cementificazione selvaggia dell’isola di
Tiberio, ai confini della città. I sacrestani strinsero un patto di
sangue e sputo con don Zecca, collegandosi anche alla famigerata mafia
congolese, e al lato plumbeo del Rotary… Il nuovo vescovo, avrebbe
ristabiito il culto San Sacripante Scoronato Desantificato, da sempre
gradito ai bassifondi, e avrebbe esteso l’autonomia dei sacrestani
trasformandoli in una vera corporazione, la mafia congolese avrebbe
avuto tramite i corrieri libri accesso privilegiato al commercio di
patate e tramite l’infoiamento col lato plumbeo del Rotary.. una
fornitura massiccio della potente droga degli aghi di pino…”
“Mi piace la tua capacità analitica e descrittiva… non ricordo mai
come l’hai ottenuta?..”
“Metto la testa in frigo un’ora a notte.. e la mattina mi sveglio con
Brahms.. e poi al laghetto mi rotolo nel fango fino ad arivare al
Tobia, l’ex insegante che declama l’Orlando Incazzato.. unisci a ciò
che non vedo mai Maria De Filippi e mangio croccantini al fosforo.. e
arriverai tu stesso alla conclusione…”.
“E’ bello sapere che c’è ancora qualcuno capace di ragionare…”
“Non dirlo a me.. non dirlo a me…”
Fummo improvvisamente atterriti da un altro rumore.
Cristo Santo, pensai. E’ troppo tardi per nascondermi ora. E’ la
fine…
“Gatto… ti affido le mie ultime parole….”
Ma fu Charlie a comparire nella stanza, nessun membro di pericolose e
omicide consorterie.
Charie. Il vecchio ragazzo, con la facca ovale e i denti giganteschi,
lunghi il dopo del Fenandel di Don Camillo. Charlie, un passato
glorioso, l’unico a vincere il Mondiale di Dama a Seul.. nella tana
dei Padroni. Charlie, l’unico capace di mangiare 200 cipolle di
seguito e poi baciare una capra. Charilie.. laureato in Storia del
Pugilato a Buenos Aires, per il gusto insopprimible di scovare la
laurea più inutile del globo. Charlie, esperto di cinema polacco
dadaista con sottotitoli in cirenaio. Charlie il poeta folle dei
ditirambi erotico sapienziali. Charilie. con le sue assurde diete…
tipo cavolo marcio pe run mese. Charlie dai denti tutti neri… e
dallo sguardo gigantesco.. con occhi allucinati. Charlie che puzzava
di fogne di Calcutta. Charlie… membro eletto di quell’assurdo Ordine
segreto cavalleresco detto.. “I Caballeri di Sesta Marrona” che si
proponeva la restaurazione del Sacro Romano Impero.. il cui trono era
considerato vacante dalla dipartita di Federico Secondo.
Charlie.. che era rimasto l’unica persona di cui poteva fidarsi in
quella grassa, grossa, busona, magnaccia, putrida, gravida,
succulente, sorniona, miserabile, trionfante, ipocondriaca,
ribollente, maciullante, ridente, infinocchiata, crapulante,
terrificante.. città.
“Anson…” gridò in falsetto Charlie con la sua avvitolata voce
eiaculante..
“Anson…. tutti ti vogliono morto.. un’altra ora e non potrai più
salvarti… il mio Ordine è l’unico di cui puoi fidarti.. ti abbiamo
organizzato un corridoio segreto.. Partirai subito …ti faremo
viaggiare con due dei nostri  nei corridosi delle antiche fogne
sotterranee … uscirai al confine e là due Giamboni ti porteranno ,
con un motocarro, in Siberia dove ti rifaranno i connotati…i tipi in
motocarro sanno che sei un  ebreo ultraortodosso minacciato di morte
dalla Falange Islamica… durante il passaggio nelle fogne i membri
del nostro Ordine ti conceranno come unn Ultraortodsso….in Siberia
ci metteremo in contatto con te…”
Santo Cristo pensai… e ora che faccio.. scappo via con questi
psicopatici o mi faccio massacrare allegramente dagli scagnozzi di
questo Complotto?
E fisso il gatto come a ricordare l’origine misterica del nobile
animale, su, penso, su, nell’antico Egitto eravate animali sacri,
dimmi una frase, sii mio oracolo, illuminami..
Il gatto mi fissa per cin que minuti… come a volersi compenetrare
con me.. e poi dice..
“Senti.. prima di andartene… dove hai messo le scorte di tonno
afghano?”
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Adelmo Greco

by on lug.02, 2009, under Fuori categoria

Buongiorno naviganti,

ho già avuto modo di presentarmi attraverso questo post.  Ora che sapete già chi sono, ho il piacere di presentarvi un mio racconto breve, inedito. Non un’ anteprima né un estratto, ma tutto il racconto. Senza spendere soldi, ma solo tempo, potete testarmi, capire se il mio modo di scrivere vi piace, se vale la pena leggere ancora qualcosa di mio.

Vi auguro buona lettura!

Chiara Vitetta

 

Vivo in un grande condominio in una grande città, e lavoro in casa. Ho poche occasioni di avere a che fare con gli inquilini del palazzo, ma come non notare e conoscere Adelmo Greco? Adelmo è il mio dirimpettaio, ed è matto da legare. È consuetudine vederlo camminare rapido rapido con le chiavi pronte in mano verso la porta di casa: sembra sempre che sia inseguito da qualcuno, e le prime dieci o quindici volte che ti capita a tiro non riesci proprio a fare a meno di guardare alle sue spalle per vedere da cosa scappa. È un ometto con gli occhiali, basso e grassoccio, con pochi capelli e vestiti tutti uguali. Non può essere che porti sempre gli stessi abiti: deve per forza avere un armadio pieno di completi identici! È sempre nervoso, come se avesse una bomba a orologeria attaccata al sedere; una bomba innescata, eh! Parla veloce e spesso blatera da solo a bassa voce discorsi sconnessi che riguardano sempre il suo computer. Adelmo vive solo da almeno sei mesi, più o meno da quando la madre è morta per un attacco di cuore, ottantatreenne, lasciando il figlio di sessantun anni solo con la sua vita. Adelmo, però, non ha una vita. Nessuno ha mai bussato alla sua porta a parte fattorini e creditori, nessuno gli chiede neppure lo zucchero in prestito: un po’ perché tutti sanno che è matto da legare, un altro bel po’ perché è altamente probabile che non abbia zucchero in casa. Riceve ogni giorno pasti pronti che gli vengono recapitati da un ragazzo che lavora alla rosticceria sotto casa nostra, e nei giorni di festa suppongo che pranzi e ceni fuori. Mai visto arrivare a casa con le buste della spesa o in compagnia, mai visto sorridere, mai notato con vestiti diversi dai soliti. Le uniche cose che porta a casa sono oggetti dalle forme strane infilati in buste con i loghi di vari negozi di informatica. Probabile che il computer sia proprio il suo unico interesse. Non so se ha un lavoro, e se ce l’ha non so immaginare che lavoro possa essere, ma so che esce tutte le mattine alle 7:30 precise e rincasa con la stessa precisione alle 13:00, poi esce ancora alle 16:00 per tornare alle 18:30 con l’ennesima busta piena. Cosa comprerà di nuovo ogni giorno il mio pazzo dirimpettaio? Non ne ho idea. Dal suo appartamento non proviene nessun rumore, forse è attaccato al suo pc con tanto di cuffie stereofoniche? Probabile. Certo non credo sia così matto da stare seduto e fermo a guardare il muro. Non si sente neppure il mormorio della televisione nonostante le pareti siano sottili. Anche quando passo davanti alla porta sento silenzio, eppure queste porte non isolano affatto. Starà davvero tutto il tempo al pc? La fissazione di Adelmo per il computer è ormai nota. Gli altri inquilini all’inizio lo stavano anche a sentire quando si fermava sulle scale ad informarli dei suoi nuovi acquisti tecnologici, ma giorno per giorno i suoi discorsi diventavano più folli, il modo di esprimersi ossessivo, le parole si accavallano e non lasciava all’interlocutore di turno neppure lo spazio per dire una parola. Un giorno l’ho incontrato mentre rincasava e si è fermato a parlarmi di un attrezzo di qualche tipo che aveva appena acquistato. Io non ne capisco niente di computer, so a malapena come accenderli! Me lo ricordo come fosse appena accaduto…

- Salve Adelmo – Gli dico appena lo vedo.

- Oh, guarda cosa ho comprato! -

Il suo entusiasmo smonta la mia voglia di liquidarlo e gli chiedo di che si tratta. Mi fa vedere una roba stranissima, una specie di piccola scheda verdastra piena di circuiti di qualche tipo.

- Che è? – Chiedo.

- Potenzio la mia ram! -

Per me questo è arabo, non ho idea di cosa sia quella cosa, so solo che ho visto aggeggi simili dentro i computer. Questo sessantunenne strambo con il suo completo marrone e la sua camicia bianca, con quella cravatta a righe che mi fa girare la testa e ruotare gli occhi, comincia a blaterare tutte le assurdità possibili proprio davanti ai miei occhi e nel raggio delle mie orecchie disabituate a tanto parlare. Non posso ripetervi le sue lunghe spiegazioni a proposito dei potenziamenti del suo computer: non saprei come nominare tutti quegli attrezzucoli, ma ricordo bene la sua chiara ossessione che era poi l’unica cosa che lo distoglieva dal distruggere le orecchie e la pazienza altrui, infatti ad un certo punto, dal nulla, ti mollava.

- Devo andare, adesso devo andare! La posta elettronica devo controllare le mie mail ho un appuntamento in chat ho un blog da controllare ho tanto da fare, tanto da fare… – Diceva infilando le parole una dietro l’altra come perle su un filo di nylon. Le infilava con rapidità e senza dar loro spazio, quasi senza punteggiatura, conferendo alle sue frasi un’aurea di ossessiva fretta. Poi a bassa voce e con gli occhi spiritati concludeva: – Il mio computer…il mio computer mi aspetta! -

Matto da legare! Poi in fondo non fa male a nessuno, forse neppure a sé stesso. Chi non ha una dipendenza al giorno d’oggi? Lasciando perdere le droghe, l’alcool e le sigarette (e quindi eliminando forse la metà della popolazione), ognuno si fa a suo modo. Com’era quella canzone di Ligabue? La canticchiavo giusto l’altro giorno:

…che ognuno a suo modo è un tossico vero

di pere, d’affetto, di sogni, di sesso o di idee…”

Insomma, ognuno ha la sua droga, c’è solo da sperare di avere la fortuna di dipendere da una droga che non ti spappola il fegato o ti annerisce i polmoni: c’è da pregare che sia una droga che non uccide insomma. Non so quanto sia andata bene ad Adelmo, in fin dei conti. Qua c’è chi dice che da quando la madre è morta lui ha riempito il vuoto e invece di prendersi un cane ha comprato un computer. All’inizio il suo portatile è stato la sua salvezza, poi ha aggiunto svariati altri attrezzi… Sono entrato a casa sua un giorno: dovevo dirgli una cosa da parte del padrone di casa e sono rimasto impressionato da quello che ho visto. C’erano tre computer fissi e un portatile tutti in fila su un lungo tavolo. E poi stampanti e scanner e fax e altro ben di Dio e cavi dappertutto e foto e documenti stampati fissati alle pareti con le puntine da disegno, e cumuli di mouse e marchingegni vari lungo le pareti, e ancora cavi, cavi, metri e metri di cavi aggrovigliati. Sembrava di essere alla NASA. Quella volta pensai più del solito che era matto, e immaginai che il suo covo computerizzato mi avrebbe stritolato con i suoi tentacoli di cavi se avessi osato profanarne la sacralità. Mi sentii sollevato quando mi chiusi la porta della mia casa alquanto normale alle spalle. Per Adelmo i computer sono una compagnia, la ragione per cui vive forse, addirittura il motivo per cui si alza la mattina magari. Lo so, è pazzesco, ma c’è chi la mattina si alza per accumulare denaro, chi per farsi il maggior numero di donne o trovarsi un marito ricco. C’è chi si alza nel cuore della notte per un panino con la nutella e chi se non legge un libro si sente vuoto e se non suona la sua chitarra si sente morto. A voi come è andata in quanto a dipendenze? Ad Adelmo alla fine dei conti è andata male, credete a me. Oggi è passata a trovarmi la signora che abita proprio sotto l’appartamento di Adelmo, ed è venuta a raccontarmi cosa è avvenuto il giorno fatidico. Io quel giorno ero fuori casa: un amico mi aveva invitato a pranzo. La signora Rigoni, una vecchietta di settantacinque anni vispa ma con qualche acciacco, si è arrampicata su per le scale (l’ascensore si è rotto di nuovo) con il suo bastone e la sua smorfia di dolore sul viso simpatico, e si è autoinvitata a prendere un tè a casa mia. Mentre mettevo l’acqua a bollire ha iniziato a raccontare.

- Povero Adelmo, poco prima del fatto è arrivato correndo a bussare alla mia porta. Ho sentito i passi nel corridoio. -

L’accaduto lo chiamava “il fatto”, come se avesse timore di chiamare la cosa con il suo nome. In fondo, ma anche in superficie, questa specie di timore ce l’ho anch’io.

- Ha cominciato a dire che stava mandando la posta a qualcuno, che andava tutto bene, ma che poi era saltata la corrente. Era agitato, mi parlava veloce e con gli occhi aperti assai che avevo paura che mi prendeva per il collo e mi ammazzava. Mi pareva pazzo proprio! -

- Non si agiti signora, beva il suo tè. – Ho detto cercando di calmarla e posando davanti a lei la tazza fumante di tè alla fragola , il suo preferito. Lei non l’ha degnato neppure di uno sguardo e ha continuato a raccontare, sotto shock, cosa era accaduto quel giorno.

- “Il mio computer, il mio computer” ha preso a dire. E si metteva le mani sulla testa e poi muoveva le braccia e si guardava in giro e come se io non c’ero ha gridato: “CHI MI AIUTA??? LA CORRENTE, MI SERVE LA CORRENTE!”. Poi è corso per le scale che mi pareva che cadeva e si rompeva il collo. E gridava: “LA POSTA, LA MIA POSTA! LE MEIL LE MEIL!” -

Naturalmente la signora intendeva dire le “e-mail”.

- Poi è finito addosso a Giorgio, il nipote della signora Giunti, che stava salendo le scale. Gli fa disperato con una vocina che la sentivo appena: “La corrente… c’è la corrente da te?”. Giorgio tutto spaventato gli ha detto che mancava in tutta la città e che la sistemavano entro qualche ora. Allora si è messo a gridare come un pazzo: “IL MIO COMPUTEEEEEEEER”. È risalito di corsa e quando mi è passato vicino ho visto che piangeva. Neanche lo riconoscevo se non sapevo che era lui: aveva la faccia diversa, pareva pazzo proprio. -

Io sapevo già come erano andate le cose. Nel palazzo ne parlavano tutti, ma la versione della signora Rigoni era particolarmente toccante. Provai pena per il mio povero vicino folle.

- Poi se n’è tornato in casa e c’è stato silenzio, e non abbiamo chiamato nessuno perché pareva che si era calmato. La corrente è mancata per tutto il giorno e la notte, altro che qualche ora! La mattina dopo sono arrivati i poliziotti a casa del signor Adelmo, che penso che li ha chiamati quella signora nuova di questo piano che ha sentito rumori strani, mi ha detto. Quando hanno aperto la porta io ero nel corridoio e ho visto dentro… pendeva dalla trave sul soffitto il povero signor Adelmo. Con un cavo del computer si è impiccato! -

  Chiara Vitetta

 

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“L’oblio della ragione”, di Chiara Vitetta

by on giu.02, 2009, under Fuori categoria

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Mi chiamo Chiara Vitetta, e sono una scrittrice esordiente. Ho 23 anni, ed è già da molto tempo che mi faccio in quattro per emergere in questo difficile mondo.

Credo di aver capito di voler fare questo mestiere intorno ai 14 anni, quando mi sono avvicinata alla lettura cominciando a divorare libri di ogni genere. Romanzi, poesie, racconti, saggi, leggevo qualunque cosa e di qualunque autore. Anche adesso leggo di tutto e molto; è la mia grande passione, e mi accompagna nella vita insieme alla scrittura e all’arte in ogni sua forma. Mi piace molto viaggiare, e amo la pittura, la scultura e l’architettura.

Oggi vi presento il mio primo libro: “L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia”. È composto da due racconti, un noir (Giustizia) e un horror (Blackout).  Questa è la quarta di copertina:

“La follia è più vicina di quanto si creda, è proprio dietro l’angolo, nascosta da una normalità in precario equilibrio, schiacciata dalla tranquillità. E se l’equilibrio fosse stravolto e la tranquillità minata da eventi terribili e fuori controllo? Vi racconto due storie di follia; volete seguirmi?

Giustizia e Blackout sono due storie di ordinaria e straordinaria follia,due racconti sospesi tra incubo e realtà, sorprendenti nel loro finale e sorprendenti ancora di più per il talento e l’originalità dimostrati dalla giovane esordiente scrittrice calabrese.”

Non voglio anticiparvi molto, né tessere le lodi di questo mio primo “figlio letterario” venuto alla luce della pubblicazione. Ovviamente vi consiglio di comprarlo (e per farlo, di contattarmi all’indirizzo webmaster@chiaravitetta.com), ma per convincervi voglio raccontarvi qualcosa di me e di questa pubblicazione. 

Quando ho capito di voler fare la scrittrice, le prime difficoltà si sono presentate immediatamente, perché ogni adulto a cui lo dicevo smontava questo sogno, informandomi che era una strada difficile e poi, io chi credevo di essere? Beh, io credevo e credo di essere solo una scrittrice, niente più e niente meno di questo. Sono appassionata di questo mestiere meraviglioso, e mi sono fatta in quattro per giungere a questo primo traguardo della pubblicazione. Non ho ascoltato nessuno, sono andata avanti, solo avanti. Ho scritto, scritto, scritto, e letto tanti e tanti libri, poi appena compiuti 18 anni ho cominciato a spedire materiale a varie case editrici. All’inizio erano lettere cartacee, poi e-mail, a volte telefonate, e nell’arco di 5 anni ho accumulato una certa quantità di esperienze nel settore. Ho un cassetto pieno di contratti mai firmati, mucchi inutili di fogli in cui mi si chiedeva di contribuire alle spese per la pubblicazione. Non ho mai neanche preso in considerazione questa possibilità, perché sono convinta che i libri non si debbano pubblicare così, che un editore debba investire nello scrittore se crede in lui, e che non si può pubblicare qualunque cosa solo perché si paga. Invece ho sempre visto la pubblicazione SENZA CONTRIBUTO come garanzia del valore del materiale proposto, e finalmente meno di un anni fa sono incappata nella casa editrice giusta.  Si tratta di una piccola casa editrice pugliese (Edizioni del Poggio)  retta più dalla passione che dal guadagno, visto che in Italia è terribilmente difficile guadagnare qualcosa vendendo libri di autori sconosciuti, a meno che non si abbiano grandi capitali o grandi nomi… Una volta raggiunto il traguardo della pubblicazione, non si è arrivati, semmai si è solo all’inizio! Al di là degli editori senza scrupoli (che spesso architettano vere e proprie truffe) e di tutti coloro che nemmeno si degnano di rispondere alle e-mail, ci sono grossi problemi anche con i librai, e persino con la gente comune, quei lettori che dovrebbero rendere sensata la pubblicazione di un libro.

Visto le possibilità ridotte della casa editrice, il mio libro è distribuito in un numero limitato di librerie italiane, e in molte quindi manca. Questo però non vieta che chiunque, singolo lettore o libraio, possa ritirarlo attraverso i normali canali o attraverso internet. La via più semplice, però, è contattare direttamente me all’indirizzo sopra citato. 

Ho un sito internet, http://chiaravitetta.com/ (che gestisco personalmente) che aggiorno molto spesso con post che parlano di libri, film, e del faticoso mestiere di esordiente. Al suo interno troverete una sezione dedicata al libro (http://chiaravitetta.com/loblio-della-ragione/) dove potrete leggere le anteprime dei due racconti che lo compongono, e un’altra sezione dedicata ai colleghi esordienti spaesati e in cerca di consigli (http://chiaravitetta.com/angolo-esordienti/ ). 

Quello che oggi chiedo a te che stai leggendo è una possibilità: dammi l’occasione di conquistare la tua anima di lettore. Compra il mio libro (le cui spese di spedizione saranno a mio carico), e poi potrai farmi sapere cosa ne pensi, qualunque sia la tua opinione in proposito. Uno scrittore sconosciuto ha dalla sua parte poche cose, e una di queste, forse la più importante, è la fiducia del lettore, che alla cieca o quasi, gli da la possibilità di conquistarlo con le sue parole. Datemi questa possibilità, e non vi deluderò.  Vi aspetto! :-)

Chiara Vitetta

http://chiaravitetta.com/

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Il bene non deve vincere il male

by on mar.20, 2009, under Fuori categoria, Videoclip

Il bene non deve vincere il male…non qui, non ora. Il perché è semplice da capire, anzi ovvio direi. La difficoltà sta soprattutto nell’accettarlo. Chi di noi pensa di essere nato buono, di esserlo stato sempre e di non aver mai concorso a farlo il male. Eppure concorrere a fare il male (non in senso assoluto, ma nel proprio piccolo) significa scegliere il male. Sceglierlo in quel momento, anche se in modo inconsapevole, significa avere la volontà, interna o esterna, di compiere un’opera negativa, una ribellione a Dio e al suo ordine.

Sì, anche di ribellione si tratta. Il voler vincere il male e cambiare lo stato delle cose è ribellarsi alla volontà di chi ha posto
le cose in questo modo. Se c’è bene e male nel mondo e nella vita, c’è una ragione superiore che ne giustifica l’esistenza. Vincere il male o anche ritenerlo non degno di riconoscimento ci pone in contrasto con ciò che ci ha resi buoni (ovviamente entro limiti umani, poiché “solo uno è buono”).

Immaginate la vita umana senza alcun male e ponetevi la domanda: perché essere amorevoli? per cosa provare pietà? come crescere? quali lezioni trarre? Poiché la nostra crescita dipende molto dalle nostre sofferenze, le quali portano alla nostra crescita interiore, le quali, però, hanno origine nel male.

Volere la fine del male è fare la volontà del maligno, è proprio seguire il male in un piano di distruzione e negare la funzione costruttiva che lo stesso ha. Volere la morte del male è fare il male.

Esso è anche una ribellione all’equilibrio che Dio ha posto in questa vita con assoluta scienza e coscienza. Il ribellarsi a quest’ordine ci porta visto che in fondo si combatte il male) infinitamente vicini al bene, ma nello stesso tempo ci rimanda infinitamente lontani da esso. Questo perché perdiamo il senso profondo del bene che è appunto lontano, diverso e
superiore al male (non opposto, ma il bene ingloba il male per un fine superiore e, appunto, benefico; esso non si oppone ma lo supera).

In una visione terrena delle due componenti il segno del Tao esprime benissimo la situazione che si pone davanti a noi: due contendenti che sarebbero incompleti l’uno senza l’altro, ma che sono anche parte l’uno dell’altro.

In una visione universale, però, il male rimane limitato alla sua funzione educatrice (volta ovviamente a chi ha la
volontà di accogliere l’insegnamento nel momento in cui esso arriva e, quindi, anche se si ripresenta costantemente viene accolto solamente da “chi ha orecchie per intendere e per chi ha occhi per vedere”) all’interno del bene, che in fondo corrisponde e fa capo, come ogni cosa, a Dio.

Anche se in certi casi rimaniamo scandalizzati e abbiamo l’istinto di reprimere ogni forma di orrore presente nel mondo, dobbiamo pensare (anche se il sentimento lo esprimeremo probabilmente in modo passionale ed istintivo, umanamente cioè) che noi siamo quello che siamo e ci possiamo dire diversi proprio grazie anche a quella componente che decidiamo di non abbracciare (non sempre almeno, diversamente che pregio ne avremmo “non fanno così anche i pagani e i
pubblicani”).

Il male è presente e deve essere presente nella dimensione terrena perché è anche esso parte di quella forza che fa
emergere le anime dalle paludi delle tenebre alla luce. E’ anch’esso, o forse è proprio esso, che fa emergere le coscienze dall’oblio di un’esistenza vuota alla pienezza della consapevolezza. Senza di esso probabilmente non ci sarebbe nessun movimento interiore negli esseri umani. E lo stesso vale per il bene. E il fatto che nel Tao ognuno di loro ha una parte
dell’altro, è indice del fatto che entrambe si legittimano a vicenda trovando nell’altro ragione di esistere. In un senso più astratto, nella dimensione terrestre, l’esistenza dell’una non può prescindere dall’esistenza dell’altra.

Mentre in un senso universale e, aggiungerei, divino, il bene è l’unica dimensione esistente originaria e assoluta, dove invece il male con tutto il resto del creato è derivazione posta in un determinato modo, con un equilibrio perfetto, che è anche “conditio sine qua non” della stessa esistenza di quella dimensione derivata, altrimenti persa in un esistenza caotica e informe.
Diverso è, d’altra parte, arrendersi passivamente al male. Questo è un’altra forma di fare il male, negando l’esistenza del bene o ritenendola inutile. L’arrendersi ad una componente dell’intero è, in senso passivo, essere aggressivi nei confronti della parte per cui non si lotta. Anche se si afferma di volere il bene, arrendendosi allo stato delle cose si arriva a negare lo stesso o a non riconoscerlo capace di esistere attivamente, il che in sostanza si rivela un attacco al bene.
Tuttavia, la lotta contro il male è soprattutto una lotta a sostegno del bene e non volta alla distruzione del male. In realtà, il fine ultimo della lotta è interno all’uomo, anche se ha dei riflessi esterni ad esso. Il voler cambiare lo stato delle cose è una
ribellione al bene (che in senso universale tutto abbraccia e accoglie) e si rivela altrettanto distruttivo quanto il cercare di
abbattere il male o lo schierarsi dalla sua parte.

La distruzione è intrinsecamente male e mentre si intende fare il bene si compie inevitabilmente il male.

Infatti, sino al momento in cui non si cade nella dimensione della distruzione si rimane nel bene e nella beatitudine. La parola che accompagna questo stato è pace oppure serenità, se non a volte gioia interiore.

Il primo momento, però, in cui si passa alla distruzione, segna anche il passaggio dall’altra parte: nella lotta distruttiva, anche quando essa è rivolta contro il male, il campo di battaglia è il male e il premio finale è lo stesso male. Il cerchio vizioso e distruttivo del male si compie e esso ha la sua rivincita sul bene nel momento in cui il bene si comporta e utilizza gli schemi del male, trasformandosi in male e divenendo l’antitesi di se stessa. E’ qui che si compie il passaggio dalla forza buona dei cavalieri Jedi alla forza oscura. E’ qui che si perde il bene.
Il vero scopo della lotta è, infine, fare il bene accettando lo stato delle cose e entrando in una condizione di consapevolezza dell’universo e dell’ordine ad esso posto o, come direbbe Kirkegaard, porsi trasparente davanti a Dio.


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Tiziano Terzani – Il senso del male

Anche se queste sono mie riflessioni desidero ricordare la grande
opera di Kirkegaard “La malattia mortale” la quale ultimamente mi ha
accompagnato e mi ha dato dei strumenti e ha cullato la mia anima,
guidandola per riflessioni e viaggi mentali logici e immaginari, che
mi hanno appagato e che hanno dato lo spunto per queste riflessioni.
Desidero ringraziare anche Atreyu, poiché da un dibattito con lui è
partito il tutto.
Un saluto a tutti.

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Bellezza

by on mar.12, 2009, under Fuori categoria

Sono le stelle di Oriente che riempiono gli occhi di luci sperdute
Stelle rubate al pensiero, sorriso sul mare,
non c’è limite alla dolce danza del Cuore, ai sorrisi tracciati sui muri,
ci sono finestre sul buio.. fiaccole a svegliare la notte..

Vengono rapidi i sultani del mare..

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Il genocidio degli Albanesi nel c.d. Epiro

by on mar.10, 2009, under Fuori categoria

Inizio il mio debutto al sito con un argomento che mi stà molto a cuore. Non è il mio solito filosofeggiare, anzi non è mio. Il mio intervento è solamente un portare alla luce una testimonianza di altri, rendendomi tutt’al più co-testimone.

Si tratta di un articolo che testimonia un genocidio e una storia ingiusta, la storia umana. Solo che questa parte d’umanità riguarda il mio popolo ed è facile per il mio cuore dolersi in modo particolare.

Si tratta di
un articolo di un importante letterato albanese sulla storia degli albanesi nella parte nord dell’attuale Grecia, ove nei secoli si è perpetrato un orribile genocidio nei loro confronti. Oggi lo stato Greco con aiuti monetari ed agevolazioni varie cerca di convertire il sud dell’Albania in popolazione con cittadinanza greca per poi rivendicare una cospicua minoranza greca in quelle zone, al fine di annetterle al proprio territorio. Questa politica ignobile viene testimoniata ogni giorno da miei compaesani ed io ho avuto varie volte la possibilità di constatare di persona l’accaduto.


Vi Racconto i Greci.

pubblicato sul New York Times, nel 1940 da

Faik Konica

I.

Da un po’ di tempo, tra l’Italia e la Grecia si sta svolgendo sull’Albania uno scontro preliminare di affermazioni, il che potrebbe essere il preludio di un conflitto armato. L’Italia lamenta il fatto che la Grecia detiene una gran parte del territorio albanese, mentre la Grecia nega categoricamente tale assunto. A molti americani è parso strano che mentre si sentono le voci di italiani e greci, non si senta la voce indipendente dell’Albania. Ma non è forse vero che un autore inglese ha detto che una delle caratteristiche degli albanesi è il loro essere non-articolati?

Alle continue richieste rivoltemi ho risposto dicendo che non avevo niente da dire, mentre ai miei amici americani i quali con i loro sentimenti benevolenti mi chiedevano perché agivo in tal modo, rispondevo che mi ero stufato e che da questo momento in poi avevo deciso di rimanere un semplice spettatore delle tragedie e delle farse del mondo. Però questa volta è stato un gruppo di compatrioti albanesi che mi chiede di fare una dichiarazione. Questi miei amici albanesi sanno di me delle cose che i miei amici americani ignorano. Loro sanno che io sono nato nella zona di confine greco-albanese, che fa parte delle regione messa in discussione; cosicché, i posti dove io ho giocato da bambino sono i prossimi campi di battaglia. Loro pensano che nessun altro meglio di me conosce la storia di tale regione e loro mi ricordano continuamente che, in veste di direttore della gioventù, sono stato instancabile difensore dell’interezza del territorio albanese. Pertanto, anche se titubante, ho deciso di rompere il silenzio e di presentare al popolo americano dei fatti controllabili con riguardo allo sfondo storico del conflitto che sta arrivando.

Come tutti sanno nel periodo antico gli albanesi erano chiamati Illiri. La regione discussa era conosciuta nell’antichità come l’Illiria del sud e poi è stato chiamato Albania del sud, mentre i greci hanno deciso di chiamarlo Epiro, il che sta a significare continente; la leggenda narra che questa regione veniva usata dagli abitanti delle isole di fronte alla costa albanese così come i pescatori delle Bahamas chiamerebbero la Florida continente, con un nome che non ha niente a che fare con le popolazioni che la abitano. Questa regione, nei quasi cinque secoli di occupazione Turca,
costituiva la provincia di Janina con la città di Janina come città centrale della stessa.

Non solo questa regione è stata albanese di lingua e di nazionalità, ma i confini degli Illiri andavano molto al di la di questa. Addirittura le isole dello Ionio erano per lo più Illire. In un libro
famoso, che ben conoscono gli studiosi, “Vocabolario dell’antichità classica”, di Lybker (non so se si scrive così, nota non testuale), nell’articolo per la Colcyra, si dice che in origine fosse abitata da
Illiri. Coloro invece che si prenderanno la briga di leggere l’opera del noto svedese Martin P.Nilson, edita a Lund nel 1909 e intitolata “Storia dell’antico Epiro”, verranno liberati dalla convinzione che
l’Epiro sia mai stato greco. Questa regione ha conservato inalterata la propria natura illirica talmente per tanto tempo che in un opera del decimo secolo d.C., l’imperatore Bizantino, Leone il Savio, scrive in una delle sue opere che gli abitanti dell’Epiro sono albanesi. Poco a poco, le infiltrazioni greche si iniziarono a sentire in queste zone. Come questo sia stato possibile noi lo sapiamo da autori di nota fama.

II.
Nella seconda metà del XIV secolo, Janina era governata da un principe Bizantino (o Despota, come era il suo titolo all’epoca), chiamato Thanas.

A costui venne in mente la bella idea di uccidere tutti gli albanesi. Voi crederete che questa storia sia stata tirata fuori da una leggenda albanese o da qualche foglio propagandistico italiano.

Niente affatto! L’autorità dalla quale ci giungono questi fatti è un greco, credente e onesto, Mihail Ducas, appartenente al casato imperiale Bizantino che portava lo stesso cognome, la cronica del
quale è contenuta nella grande collezione dei storici bizantini, tenuta a Bonn, e che può leggerla ogni studioso. Con ribrezzo e disapprovazione Dukas ci riferisce di tutti gli atti feroci e di tutti
gli omicidi che Thanas ha commesso nei confronti della popolazione di Janina. Come riferisce Dukas, una dei giochi preferiti era quello di tagliare il naso o altre parti del corpo agli albanesi ed attendere che morissero in agonia. Dei capi feudali albanesi hanno minacciato
Thanas con una spedizione punitiva, nel caso egli non interrompeva i crimini verso gli albanesi. Thanas si è contenuto per un certo periodo e diede in sposa sua figlia al principe più potente di quel tempo, Gjin Shpata. Dopo un certo periodo, però, Thanas ricominciò con le persecuzioni, in modo addirittura più feroce di prima. Come scrive Mihal Ducas, mentre Gjin Shpata ha riunito un intero esercito e ha circondato Janina, la capitale di suo suocero, Thanas ogni giorno, con la bandiera dell’armistizio, mandava un cesto pieno di occhi tolti da teste albanesi, finché non ci fu il ritiro.
Come dice lo storico l’obbiettivo di Thanas era quello di vincere il nomignolo di Albanoktonos, il che significa uccisore di albanesi. Ducas riferisce che al despota piacevano molto gli stranieri e gli
estranei e così ne aveva portati molti in città. Infine, si dice che Thanas ce l’abbia fatta a svuotare la città dagli abitanti originari. Naturalmente era difficile inventare un metodo più efficace per
cambiare la composizione etnica di un paese, solo che diritti creati in simili modalità, per dirla in un modo morbido, sono di dubbia qualità. I crimini descritti da Mihal Ducas, sono accaduti attorno al
1380 d.C.

Dopo cinquant’anni, precisamente nel 1431 d.C., un potente esercito ottomano si presentò tumultuoso alle porte di Janina, la quale nel frattempo si era popolata di stranieri, e con un solo attacco venne conquistata. V’è da sottolineare che dopo aver perlustrato e studiato la regione, i Turchi la abbiano classificata come una provincia albanese. I turchi hanno fatto una registrazione accurata delle città e dei paesi e i loro nomi sono stati scritti nelle pubblicazioni ufficiali con i nomi albanesi e non con gli omonimi greci. Per esempio,prendiamo due città a caso, Delvina e Gravena. Queste sono state registrate precisamente Dhelvinon e Grebene. Gli antichi turchi erano precisi, con grande dovizia di particolari quando si trattava dei nomi di posti e paesi, preferendo sempre i nomi loro dati dalle popolazioni. Ad esempio dopo il primo assedio di Vienna, i turchi iniziarono a scriverlo Wian con una lunga A, che corrisponde alla tradizione popolare e loro hanno per tutto il tempo seguito questa impostazione, rinnegando quella artificiale che la trasformava in Wien. Nel trattato di Aizenbourg (non so come si scrive precisamente, n.n.t.), sottoscritto tra l’Impero Ottomano e il Sacro Romano Impero redatto in turco e in latino, quando vengono numerati i titoli
dell’Imperatore Asburgo, il testo latino lo chiama re della Bohemia, mentre nel testo stilato in turco, i turchi hanno insistito a chiamarlo re dei cechi.

L’occupazione ottomana portò importanti cambiamenti nella vita dell’Albania. Per ragioni che sono troppo lunghe da esplicare qui, molti albanesi hanno lasciato la religione cristiana per diventare
musulmani, e questo fenomeno è durato per due secoli fino a far diventare il 65% della popolazione di religione musulmana, mentre il resto è rimasto cristiano. Al nord, fedele alla chiesa d’occidente e
al Sud a quella orientale, la quale erroneamente viene chiamata anche chiesa greca. Poiché nella seconda chiesa, le funzioni venivano svolte in greco e il clero è costituito per lo più da greci, si creata la possibilità per i greci di denazionalizzare gli albanesi, utilizzando la chiesa come mezzo di propaganda.

Un ulteriore fattore è stato l’arrivo in malafede di molti greci, appoggiato in modo stupido da molti proprietari terrieri albanesi, i quali avevano bisogno di mano d’opera in sostituzione dei albanesi che
andavano a combattere le infinite guerre dell’impero ottomano. La costituzione della Grecia come uno stato indipendente ha dato una potente spinta alla propaganda greca.  Oramai, i greci hanno
dichiarato che ogni appartenente alla chiese orientale, indipendentemente dalla lingua e dalla nazione, era greco.

Uno dei trucchi più inimmaginabili è stato il pagare alti funzionari ottomani per emanare un editto che vieti la circolazione e la detenzione di qualsiasi libro in lingua albanese. è stato ritenuto un
reato anche la detenzione di libri innocui come la grammatica o l’aritmetica, se scritti in albanese. I greci sono caduti anche più in basso, denunciando onesti albanesi come ribelli, facendoli detenere in
prigioni lontane.

Dopo le guerre balcaniche, la Turchia europea si sgretolo e le Grandi Potenze non poterono ignorare l’esistenza della nazione più antica della penisola. L’Albania divenne uno stato, ma fu ridotta in un
quarto di quella che era la sua effettiva grandezza. Qualcuno poteva pensare che dopo di ciò si sarebbero calmati e avrebbero cominciato a costruire buoni rapporti di vicinato con la parte rimanente dell’Albania. Invece successe l’inverso. Approfittando del fatto che la Turchia, aveva disarmato del tutto gli albanesi un anno prima, un esercito di greci, mascherati da civili, si riverso sull’Albania e iniziò a bruciare a ad uccidere tutto ciò che gli usciva davanti. In Albania, in quel periodo sono stati al centro di questi crimini organizzati anche due testimoni esteri: la nota autrice inglese, Mary Edith Durham e un corrispondente tedesco. Entrambi rimasero orribilati e si misero d’accordo per rendere noto l’accaduto, che per loro era uno dei più terribili crimini organizzati di tutti i tempi.

Sfortunatamente scoppia la guerra mondiale che distoglie l’attenzione di tutti. Però, nel 1920, col titolo “Vent’anni di groviglio balcanico”, miss Durham pubblicò un libro, dove un intero capitolo
viene dedicato a questi massacri. Chiunque voglia capire l’odierno conflitto non può fare a meno di leggere questo libro.

Dopo la guerra la Grecia continuò ad impedire agli albanesi ad avere le loro scuole in albanese in Grecia e ricominciò il proprio lavoro per l’eliminazione dell’elemento albanese con qualsiasi mezzo.

Un occasione particolare gli fu data dal trattato di Losana, il quale incentivò lo scambio di famiglie turche con quelle greche. Come ho già detto una parte cospicua degli albanesi, un po’ di secoli or sono, lasciavano la cristianità per diventare musulmani, ma loro conservarono la lingua e le tradizioni nazionali senza mai studiare il turco. L’inganno dei greci stava nel rappresentare molti albanesi musulmani come turchi e mandarli con una nave nel bel mezzo dell’Asia minore per usarli come oggetto di scambio. Questo è come deportare gli irlandesi in Polonia solo perché entrambi sono cattolici e, perciò, hanno la stessa nazionalità. La Commissione Internazionale per lo
Scambio delle Popolazioni ha scoperto l’inganno in pochi casi e lo ha fermato, ma il più delle volte è stato aggirato con maestria.

Se venissero visti le vecchie testimonianze sulla situazione della nazionalità in varie parti di quella regione, si rimane di stucco di fronte agli inganni organizzati. All’inizio del diciannovesimo secolo,
un’appartenente della chiesa anglicana Stuart Hjuz, ha fatto un viaggio in Albania e ha lasciato degli appunti delle sue osservazioni. Ha visitato anche la mia città natale, Konica, un luogo antico che si
pensa da parte di alcuni studiosi come Pukevil, sia stato nell’alto medioevo la capitale dell’Illiria del sud (il nome del paese risuona strano, come prussiano, ma questo deriva dal fatto che la medesima
influenza slava che ha invaso la Prussia lo ha fatto anche con l’Albania). Hjuz ha scritto che c’erano 800 case, 600 albanesi e 200 greche. Dov’è quel 75% di albanesi oggi?

Comunque, nella zona in questione, c’è una regione che ha superato tutte le forme organizzate di omicidi, inganni e rapimenti. Questa è Çameria, che i greci dicono Camuria (non incolpo i greci per questa deformazione derivante dall’incapacità dell’alfabeto greco di riprodurre un suono esistente nella lingua albanese ed in molte altre). La popolazione di Çameria è costituita da 96% albanesi. Questa percentuale è stata ultimamente ridotta con atti di violenza e di ciò posso portare ad esempio migliaia di lavoratori che lavorano nelle fabbriche americane. Loro sono persone che in Çameria avevano i loro genitori proprietari fiorenti, non più di un anno fa. E comunque, contrariamente a tutta questa fatica, gli albanesi costituiscono ancora l’80% della popolazione.

Mentre adesso l’Italia è pronta a combattere per ristabilire i confini naturali del popolo albanese, è naturale che ogni albanese vero non sia contento da questa azione. Qualcuno potrebbe obiettare che anche se con metodi certamente da condannare, i greci siano riusciti a cambiare la proporzione delle
nazionalità in queste regioni, cosicché sistemare una vecchia ingiustizia con una nuova, non suona bene. Ma a questo rispondo che non può esistere un atto legale che possa legittimare i crimini
organizzati e reiterati.

Ma c’è di più. Molto lontani dall’Albania storica, nell’interno della Grecia, vi sono insediati un milione di albanesi, metà dei quali ancor’oggi parla la propria lingua antica. Queste persone hanno una passione ideale per l’Albania e in passato hanno dato testimoni della causa albanese. Coloro potrebbero essere scambiati con i greci della regione qui in questione e così tutti sarebbero contenti. Però, come affermano i greci, l’Italia intende fare i propri interessi nel’espandere i confini albanesi. Io sono completamente d’accordo, ma devo aggiungere che questa affermazione non ha un gran peso e che è solo un sotterfugio per evadere la questione. La questione è se è sempre stata parte integrante dell’Albania la provincia turca di Janina? E se questo è vero, può questa verità cadere solamente perché a dirlo sono anche gli italiani? Il fatto è chiaro, l’Italia in questo caso da una risposta buona e forte, perché capita che le sue richieste combacino con un atto di giustizia tardivo nei confronti dell’Albania. Sta succedendo che i dei vendicativi siano questa volta dalla parte delle armate di Cesare.

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BARRICATE INVISIBILI

by on mar.08, 2009, under Fuori categoria

“Il mondo è bello perché è vario” amiamo spesso dire tutti per giustificare le differenze che ci separano dalle persone che ci circondano. Eppure a volte vorremmo plasmare il mondo e chi lo abita a nostra immagine, creando i giusti equilibri dove ci sembra che gli scompensi regnino sovrani.

Inermi e inerti, la maggior parte delle volte possiamo solo erigere barricate invisibili per difenderci dal profondo senso di disordine che percepiamo nel mondo, e chiudiamo gli occhi o ci voltiamo dall’altra parte, perché non possiamo accettare certe realtà. Tutto questo potrebbe applicarsi a migliaia di situazioni diverse. Provate ad immaginarne una, ma che sia forte, che graffi il cuore e vi bagni gli occhi. Io dirò la mia: immaginate che una persona che amate sia così autodistruttiva da danneggiare tutti coloro che ama con la su smania di mettere i desideri di un altro prima dei suoi. Non so voi, ma io accetto molto più facilmente l’egoismo che non un altruismo malato che distrugge tutto ciò che incontra sulla sua strada. Ho sempre pensato che per stare bene con il mondo si debba stare innanzitutto bene con se stessi, e per fare questo è necessario un po’ di sano egoismo. Persone che mettono i bisogni di altri prima dei propri facendo a pezzi la propria, unica vita, mi mettono letteralmente in crisi. Mattone dopo mattone costruirei tra me e loro una muraglia lunga quanto l’eternità per non trovarmeli più davanti. Certi comportamenti scivolano nella malattia, ma chi siamo noi, alla fine, per definire, psicologicamente parlando, cosa sia malattia e cosa sanità? La “vita sana”, non è un concetto oggettivo: è frutto di innumerevoli abitudini e costumi, figlia della società in cui siamo immersi. I comportamenti, le scelte di vita, gli abiti che indossiamo e il cibo che mangiamo, il grado del nostro egoismo e il modo in cui sorridiamo; queste e mille altre cose sono il risultato di un misto di scelta, ambiente, e potremmo dire, di DNA. Quale percentuale sia merito di uno e quale dell’altro, non sta a me dirlo, né voglio aprire lunghi dibattiti su un argomento tanto controverso. Quello che mi chiedo invece è come ce la caviamo di fronte a certe inaccettabili verità. La risposta a questa domanda dice chi siamo, definisce la natura del nostro carattere e ci colloca in un preciso posto nel mondo. Come ve la cavate di fronte ad un parente che si droga, o ad un amico che si suicida o si autodistrugge per far felice qualcun altro; cosa dite a chi si annulla per far sorridere l’ approfittatore di turno? Posso darvi la mia risposta, aspettando le vostre:

“Ti starò vicino, amico, finché vorrai aiutare te stesso, finché prenderai la mia mano e ti tirerai via dal buio che ti sta inghiottendo. Ti starò vicino e ruberò un po’ di spazio alla mia vita per aiutarti, sarò con te, ti abbraccerò o ti tirerò le orecchie se servirà, farò tutto quello che posso; ma se ti sentirò puntare i piedi e tirarmi verso di te verso l’orlo del precipizio, allora lascerò la tua mano, e sarò salva. Poi mi volterò, mi allontanerò e non mi volterò mai indietro.”

Chiara Vitetta

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Braccia aperte

by on feb.20, 2009, under Fuori categoria

Braccia aperte, grandi come la vita,
Braccia aprerte, spalancate sul mondo..
su questo Sole che portiamo dentro…

braccia-aperte1

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