Guarigione
Intervista a Tullio Simoncini
by Duncan on set.13, 2011, under Controinformazione, Guarigione, Medicina, Scienza

Il dottor Tullio Simoncini e la sua molto discussa terapia contro il cancro sono conosciuti da anni, per lo meno nel mondo di internet, e certamente tra coloro che hanno interesse e attenzione per le terapie alternative. Io personalmente non so se la terapia di Simoncini è efficace in qualche modo, anche solo parzialmente. Ma credo che vada conosciuta. Pubblico questa intervista anche per un altro motivo. La fece mio padre, molti anni fa. E quindi ha anche un valore personale per me.
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Intervista al dottor Tullio Simoncini
Raccolta da Giuseppe Cosco
Il problema del cancro, ancor oggi, è e rimane complesso. Diversi ricercatori, non allineati alle spiegazioni e relative terapie della medicina ufficiale, da anni studiano il problema.
In Italia, tra gli altri, un medico romano, il dottor Tullio Simoncini, laureato in medicina e chirurgia, specializzato in diabetelogia e malattie del ricambio e con una laurea anche in filosofia, ha elaborato una sua teoria sul “male del secolo”. Il dottore che ha partecipato a diverse conferenze e dibattiti è stato, tra l’altro, relatore al convegno “Firenze-Medicina 2000″ (18-19 settembre 1999) e al “Congresso Internazionale di Oncologia” di Treviso (15-16-17 ottobre 1999). Invitato a varie trasmissioni televisive di tv private, ha dibattuto le problematiche della medicina ufficiale e di quella alternativa e ha esposto le sue teorie sul cancro. Ha partecipato a importanti conferenze e in quella del 4 marzo 2000 svoltasi a Perugia, era presente come relatore anche il Prof. Luigi Di Bella. Simoncini è presidente di un comitato composto da 30 medici che attua e ricerca su tutto il territorio terapie alternative.
Il medico, dedicatosi da tempo alla studio e cura dei tumori, presenta una teoria molto interessante sull’eziopatogenesi della malattia cancerosa. Egli sostiene che il cancro non dipende, come afferma la medicina ufficiale, da cause genetiche, ecc., ma è il risultato di un’affezione fungina <<non visualizzata né studiata nella sua dimensione intima connettivale>>. Secondo la teoria di Tullio Simoncini, responsabile del cancro è appunto la Candida.
L’INTERVISTA
COSCO: Dottor Simoncini oggigiorno l’oncologia ha fatto molti progressi, le statististiche…
SIMONCINI: Altro che statistiche che parlano di ridotta mortalità, di adeguati programmi di prevenzione e di accuratezza diagnostica! Quando una persona si ammala di un tumore vero, e non di qualsiasi neoformazione innocua che può solo corrompere i dati epidemiologici, la medicina ufficiale è tuttora drammaticamente impotente. Difatti, l’indice di mortalità di tutte le neoplasie più serie, di quelle neoplasie cioè la cui evoluzione non è alterabile da errori di interpretazione, da mistificazioni o dal concorso di variabili non considerate (vale a dire quando si tratta di tumori del polmone, cervello, stomaco, pancreas, esofago ecc.), è rimasto più o meno lo stesso da 50 anni a questa parte. E’ bene sottolineare poi, che la questione non riguarda solo il campo dei tumori ma tutte le malattie, che vengono oggi trattate in maniera indegna e superficiale, lasciando nella sofferenza per lustri e lustri milioni di persone. Pensiamo ad esempio al popolo dei cardiopatici, dei diabetici, degli stitici, dei depressi, degli insonni, degli epilettici, dei neurosclerotici ecc.: sono il segno del fallimento! Tutta la società viene risucchiata in una spirale di paura e di morte di dimensioni planetarie, malgrado si investano fiumi di denaro. Questo perché le idee motrici della ricerca sono sbagliate alla radice, dove la forzatura della visione meccanicistica dell’uomo può ormai portare benefici solo in settori specifici collaterali e solo in via occasionale, malgrado la gran mole di studi, di studiosi e di denaro che entrano ogni giorno in campo in tutto il mondo. Il metodo sperimentale però parla chiaro: la sperimentazione e i dati della sperimentazione, dipendono dall’ipotesi di fondo; se essa è sbagliata, tutto è sbagliato e improduttivo.
COSCO: Allora secondo Lei dov’è l’errore della medicina ufficiale?
SIMONCINI: Nell’idea di fondo, in quell’ipotesi da cui dipende tutta la ricerca, cioè che il cancro sia dovuto ad una causa genetica. Essa è falsa, primo perché in cinquant’anni ha prodotto solo danni e illusioni, secondo perché sotto il profilo logico è ridicola, perché assolutamente opinabile, quindi inaccettabile. A titolo informativo è utile svelare allora, una volta per tutte, il quadro delle presunte influenze genetiche nello sviluppo dei processi tumorali, così come sono descritte dai biologi molecolari (di quegli studiosi cioè ai quali compete la ricerca degli infinitesimi meccanismi cellulari vitali, ma che in realtà non hanno mai visto un paziente), e sul quale si basano tutti i sistemi medici attuali, e quindi ahimè tutte le terapie attuali. L’ipotesi portante di una causalità genetica in senso neoplastico si riduce essenzialmente al fatto che le strutture e i meccanismi preposti alla normale attività riproduttiva cellulare, per intendersi quella di tutti i giorni, per cause imprecisate assumono in un determinato momento un atteggiamento autonomo e svincolato rispetto alla globale economia tissutale. I geni allora che normalmente svolgono un ruolo positivo nella riproduzione cellulare, vengono chiamati proto-oncogeni in un ottica deviata; quelli che la inibiscono, sono chiamati geni soppressori o oncogeni recessivi. Ad esempio il gene da cui dipende normalmente l’ormone tiroideo, secreto tutti i giorni, ad un certo momento non si sa perché (cioè è qui che sta il mistero che regge tutta la ricerca) diventa anomalo, con ripercussione sui cicli di crescita cellulari. Fattori cellulari sia endogeni (in realtà mai dimostrati), sia esogeni, cioè tutti quegli elementi cancerogeni usualmente invocati, vengono ritenuti responsabili della degenerazione neoplastica dei tessuti.
COSCO: Secondo quanto afferma vale a dire che…
SIMONCINI: Vale a dire che quello che non si sa, si ipotizza possa dipendere da elementi ritenuti cancerogeni, cioè che determinino un’alterazione genetica. Secondo le dottrine ufficiali insomma, si ipotizza che le deviazioni siano dovute all’azione di sostanze tossiche (10.000 e più), a fattori neuro-psico-endocrini, immunologici oppure ad atavici processi embrionali che risveglierebbero l’antagonismo cellulare. Praticamente a tutto. Nello J. H. Stein (Milano 1995) come in qualsiasi altro testo, viene riportato quanto segue. I segnali mitogenici, dal microambiente o da aree di influenza più distanti, vengono comunicati alle cellule attraverso numerose strutture recettoriali associate alla membrana plasmatica. Tra queste strutture, le più esaurientemente studiate sono i recettori con un dominio esterno per il legante, un dominio transmembrana e un dominio citoplasmatico avente attività tirosinchinasi. Oltre a questi si pensa che almeno sette distinte classi di molecole partecipino alla trasmissione del segnale mutageno: Recettori accoppiati a proteine G. Canali ionici. Recettori con attività intrinseca guanilato ciclasi. Recettori per molte linfochine, citochine e fattori di crescita (interleuchina, eritropoietina, ecc.). Recettori per l’attività fosfotirosina fosforilasi. Recettori nucleari appartenenti alla famiglia supergenica del recettore per gli ormoni steroidei, estrogeni, tiroidei. Infine prove sempre più numerose suggeriscono che le molecole di adesione espresse sulle superfici delle cellule comunicano con il microambiente in modi che producono conseguenze molto importanti sulla crescita e sulla differenziazione cellulare.
COSCO: Ad un’analisi appena superficiale di questo presunto quadro oncogeno da lei esposto, si evince che tutta questa irrefrenabile iperattività genetica sia partorita da elementi che stanno al confine tra l’oscuro, il mostruoso e l’incerto?
SIMONCINI: Certo. Il tutto fa presagire chissà quali meccanismi abissali decifrabili con meccanismi concettuali altrettanto abissali. Tutto ciò non può far altro che svelare l’estrema idiozia che sta alla base di un simile modo di impostare le cose. Il fatto ancor più grave poi, è che nessuno nel panorama sanitario attuale mette in dubbio siffatte imbecillità, ma tutti gli addetti ai lavori non fanno altro che ripetere la stantia litania dell’anomalia riproduttiva cellulare su base genetica. Ma è possibile accettare che degli uomini, dei ricercatori su cui si fondano le speranze di milioni di persone, basino il proprio operare su imprecisati fattori causali? Questo è il punto: in pratica e al di là di eufemismi fallimentari, i geni devierebbero non si sa perché. Tutti poi dovrebbero accettare direttive e protocolli fondati sul nulla. Qui siamo alla degenerazione mentale. In questo stato di cose allora, esibendo la teoretica medica attuale una pochezza e una superficialità queste si abissali, conviene rifiutare in blocco tutte le autorevoli stupidaggini e cercare nuovi orizzonti e nuovi strumenti concettuali, in grado di far emergere la reale ed unica eziologia neoplastica. Dopo tanti anni di fallimenti e di sofferenze, è ora di svecchiare menti e mentecatti (in senso etimologico), con linfa nuova e produttiva: i misteriosi e complicati fattori genetici, la mostruosa capacità riproduttiva di un’entità patologica capace di scompaginare qualsiasi tessuto, l’implicita ancestrale tendenza dell’organismo umano a deviare in senso autodistruttivo, o altre simili argomentazioni, condite peraltro con una quantità di “se” e di “forse” di valore esponenziale, hanno più il sapore della farneticazione piuttosto che del sano discorso scientifico. Accantonata completamente perciò la cornice concettuale dell’odierna oncologia, con tutte le varianti interpretative d’ordine genetico, immunologico o tossicologico, rimane come unica via logicamente esperibile, quella delle malattie infettive, da guardare eventualmente, e da riconsiderare, con occhi diversi da come è stata considerata fino ad oggi. Confortano peraltro una simile conclusione due considerazioni, una di ordine storico e una di ordine epidemiologico: la prima risulta dal fatto che nell’approccio terapeutico al malato il salto di qualità, la possibilità cioè di curarlo concretamente, è stato determinato quasi esclusivamente dallo sviluppo della microbiologia; la seconda discende dall’analisi del prolungamento della vita media verificatosi negli ultimi decenni il quale, essendo associato a un inevitabile cambiamento nella stenicità e reattività degli individui, si può ipotizzare come un fattore determinante nello sviluppo di patologie infettive atipiche.
COSCO: Come è approdato alla Candida quale fattore cusale del Cancro?
SIMONCINI: Sono molti anni che, in seguito a studi, esperienze e risultati terapeutici altamente positivi, io ho sviluppato una teoria eziologica infettiva nel cancro, la cui unica causa a mio avviso è un fungo, la Candida attualmente troppo sottovalutata nelle sue potenzialità patogene. E in effetti, riflettendo un momento sulle sue caratteristiche clinico-semeiologiche, non poche analogie emergono con la malattia neoplastica.
COSCO: Quali tra le più evidenti?
SIMONCINI: Attecchimento ubiquitario, cioè non viene risparmiato praticamente nessun organo o tessuto. Costante assenza di iperpiressia. Sporadico e indiretto coinvolgimento dei tessuti differenziati. Invasività di tipo quasi esclusivamente focale. Debilitazione progressiva. Refrattarietà di fronte a qualsiasi trattamento. Proliferazione favorita da una molteplicità di concause indifferenti. Configurazione sintomatologica di base con struttura tendente alla cronicizzazione. E ancora: la velocità di crescita delle masse tumorali è uguale a quella fungina. Il metabolismo delle cellule fungine (glicolisi anaerobia) è uguale a quelle tumorali.
COSCO: Esiste documentazione scientifica che provi il nesso tra la Candida e il cancro?
SIMONCINI: Si. Il nesso inscindibile tra Candida e cancro peraltro, cioè l’identità delle due entità morbose, a ben guardare esiste ed è ben documentato in molti studi in tutto il mondo, solo che non viene correttamente compreso perché vige la distorsione dell’interpretazione genetica, che alla fine risulta a mio avviso, il più grosso ostacolo alla scoperta del cancro. Entrando più dettagliatamente nel merito di un’interpretazione comparativa più approfondita, esaminiamo i punti comuni, ma controversi , nelle due matrici oncologiche, quella genetica e quella infettiva, che dimostrano come in realtà la candida è il cancro. Definizione di Candida: “E’ un fungo saprofita occasionale, opportunista”. Questa etichetta ufficiale, dalla forma accattivante e tranquillizzante, in realtà non dice e non spiega niente, anzi nasconde subdolamente la propria pericolosità. Gli aggettivi occasionale e opportunista invero, in pratica sviano la vigilanza della coscienza scientifica di un individuo, ingannato dal tono soporifero della frase e da una connaturata tendenza ad accettare quello che tutti dicono e condividono da sempre. Questo è l’errore, primo perché è stato abbondantemente dimostrato che non è detto che le idee più vecchie e maggiormente condivise siano le migliori, altrimenti non ci sarebbe mai stato progresso scientifico; secondo, perché il termine opportunista non è affatto un termine innocuo, anzi possiede una notevole carica di pericolosità, in quanto evidenzia un’adattabilità ed un polimorfismo di grado elevato, come viene spesso riportato, ad esempio da Wickes B.L. (Curr Top Med Mycol 1996 Dec;7(1):71-86), Suzuki T. (J Gen Microbiol 1989 Feb;135 ( Pt 2):425-34), Lott T.J. (Curr Genet 1993 May-Jun;23(5-6):463-7). Da uno studio di Odds F.C. peraltro si evidenzia come da ceppi simili o identici si possano formare infinite varianti della Candida anche in funzione di aree geografiche diverse, a testimonianza di come possano adattarsi ad ogni tipo di variabile non solo biologica. Basti pensare che il cosiddetto opportunismo della Candida in realtà nasconde una tale aggressività, da renderla capace di attaccare e colonizzare perfino i materiali sintetici utilizzati nelle protesi sostitutive di organi interni, come viene riferito da Ell S.R. (J Laryngol Otol 1996 Mar;110(3):240-2).
COSCO: Se ho ben capito lei dice: “La candida è opportunista”; allora, se vuol significare che è capace di passare, metabolicamente e strutturalmente, da uno stato innocuo ad uno patogeno, chi potrebbe confutare un ulteriore passaggio, sotto determinate condizioni concausali, da uno stato patogeno ad uno invasivo, cioè tumorale, mediante stati successivi di opportunismo differenziato?
SIMONCINI: E’ esattamente quello che io sostengo nella mia teoria. La candida è sempre presente nel cancro. Esiste un’infinità di lavori che attesta la costante presenza del micete nei tessuti dei malati di cancro, specialmente quelli terminali. Dati riguardanti la coesistenza della candida e del cancro, riscontrati da alcuni autori: Hopfer R.L. (J Clin Microbiol 1980 Sep;12(3):329-31): 79%. Kaben U. (Z Gesamte Inn Med 1977 Nov 15;32(22):618-22): 80% Hughes W.T. (Pediatr Infect Dis 1982 Jan-Feb;1(1):11-8): 91%. Kiehn T.E. (Am J Clin Pathol 1980 Apr,73(4):518-21): 97,1% . Tutto questo poi considerando la difficoltà di visualizzare le candide nei materiali organici da esaminare, come riporta anche Escuro R.S (Am J Med 1989 Dec;87(6):621-7), Karaev Z.O (Zh Mikrobiol Epidemiol Immunobiol 1992;(5-6):41-3) e Walsh T.J. (N Engl J Med 1991 Apr 11;324(15):1026-31).
COSCO: Praticamente si può tranquillamente affermare che essa è sempre presente nei tessuti dei malati di cancro?
SIMONCINI: Certo. Il fenomeno viene usualmente interpretato come una conseguenza dell’indebolimento e del defedamento dell’organismo dovuto alle lesioni neoplastiche. Io ritengo al contrario che l’aggressione della candida in senso cancerogenetico avviene, dopo le fasi patogene superficiali, cioè le candidosi epiteliali classiche, in diversi stadi: Radicamento nel tessuto connettivale profondo (nei diversi organi). Espansione con evocazione di una reazione organica che tenta l’incistamento delle colonie fungine, il cui esito è la formazione delle neoplasie. Accrescimento sia nel tessuto limitrofo che a distanza (metastasi). Progressivo defedamento dell’organismo con conseguente invasione organismica globale (E’ lo stadio che viene più comunemente visualizzato e che viene considerato “opportunistico”). Exitus.
COSCO: In sintesi come definirebbe la Candida?
SIMONCINI:: In sintesi la candida non è un post hoc ma un ante hoc. Vari lavori confortano peraltro quanto affermato, quali: Pedersen A. (Tandlaegebladet 1989 Sep;93(13):509-13), Krogh P.(Carcinogenesis 1987 Oct;8(10):1543-8), Trotoux J. (Ann Otolaryngol Chir Cervicofac 1982;99(12):553-6) attestano il nesso causale tra la candida e la formazione del carcinoma epidermoidale della lingua. Zhang K.V (Chung Hua Kou Chiang Hsueh Tsa Chih 1994 Nov;29(6):339-41, 384) O’Grady J.F. (Carcinogenesis 1992 May;13(5):783-6) per neoplasie del cavo orale. Hicks J.N (Laryngoscope 1982 Jun;92(6 Pt 1):644-7) per la neoplasia della laringe. Field E.A. (J Med Vet Mycol 1989;27(5):277-94), Wang F.R. (Chung-hua Ping Li Hsueh Tsa Chih 1988Sep;17(3):170-2) e (Chung Hua Chung Liu Tsa Chih 1981 May;3(2):91-3) per il cancro del polmone. Joseph P. (Chest 1980 Aug;78(2):340-3) per il mixoma atriale. Rumi A. (Chir Ital 1986 Jun;38(3):299-304), Fobbe F. (ROFO Fortschr Geb Rontgenstr Nuklearmed 1986 Jan;144(1):106-7) Bathia V. (Indian J Gastroenterol 1989 Jul;8(3):171-2) marnejon T. (Am J Gastroenterol 1997 Feb;92(2):354-6) per il cancro dell’esofago. Taguchi T. (J Pediatr Gastroenterol Nutr 1991 Apr;12(3):394-9) per il carcinoma dell’intestino. Raina V. (Postgrad Med J 1989 Feb;65(760):83-5) per il morbo di Hodgkin. Piazzi M. (Minerva Stomatol 1991 Oct;40(10):675-9) per il M. di Kaposi. Mannell A. (S Afr J Surg 1990 Mar;28(1):26-7) per il tumore del pancreas.
COSCO: Tutti questi lavori cosa attesterebbero?
SIMONCINI: Attestano che la candida possiede una grande capacità carcinogenetica e come oggi non sia più proponibile un suo ruolo patogeno semplicemente consequenziale ad uno stato di defedamento post tumorale. Molti autori tra quelli descritti e anche altri come ad esempio Yemma J.J (Cytobios 1994;77(310):147-58), ammettono oggi quindi un ruolo eziologico diretto del micete nella genesi del cancro; l’errore che viene fatto però è quello di ritenerlo responsabile della produzione di sostanze che alterano la funzionalità nucleare, di inquadrarlo cioè in un ulteriore passo di degenerazione genica, la qual cosa alla fine impedisce di attribuire loro la matrice infettiva tout court, che aprirebbe finalmente la via alla definitiva scoperta del cancro.
COSCO: E del processo infettivo…
SIMONCINI: A dire il vero poi, non è che non sia stato mai ipotizzato un processo infettivo alla base delle lesioni neoplastiche; già nel 1911 Rous P. aveva ottenuto lo sviluppo di tumori maligni mediante trasmissione con filtrati cellulari delle masse neoplastiche (JAMA 1983 Sep 16;250(11):1445-9). Nel 1939 poi Reich W. aveva dimostrato che il cancro è trasmissibile e quindi d’origine infettiva (“La biopatia del cancro” Varese 1994). Ginsburg I. (Science 1987 Dec 11;238(4833):1573-5) dimostra come cellule tumorali di topo infettate da candida albicans e iniettate in ceppi singenici, esibiscano un’aggressività e una capacità di crescita notevolmente aumentate rispetto a cellule tumorali non infettate. Perri G.C (Toxicol Eur Res 1981 Nov; 3(6):305-10) riporta l’alta incidenza di neoplasie in topi alimentati con quote aggiuntive di proteine ricavate dalla candida. Non è affatto logico dunque, in base alle risultanze oggi esistenti, continuare a voler vedere la candida come un microrganismo ai limiti tra la patogenicità e l’innocuità, ma come l’unico, terribile generatore causale delle neoplasie.
COSCO: Com’è corretto dire: il tumore o i tumori?
SIMONCINI: Il tumore è concettualmente uno. Ne esistono però tanti tipi, vuole sapere il perché? Secondo le posizioni ufficiali, essendo l’alterazione genetica alla base dello sviluppo neoplastico, è possibile che esso possa manifestarsi in qualsiasi territorio, con tutte le differenziazioni tipologiche possibili. Secondo il mio punto di vista invece, è sempre la candida ad invadere i vari comparti anatomici, evocando reazioni differenti in funzione degli organi parassitati, che dipendono dalla quantità e qualità dei tessuti interessati. Un organo così, il cui connettivo profondo sia stato invaso, si difende tramite iperproduzioni cellulari che tentano di incistare le colonie fungine tendenti alla completa colonizzazione dell’organismo. Il rapporto esistente in un organo tra tessuti differenziati e il connettivo determina la capacità di reazione, e quindi il grado di malignità di una neoplasia. Meno cellule nobili ci sono, più maligno e invasivo è il tumore. Ad un estremo così ci sono i tessuti nobili inattaccabili, all’altro il semplice connettivo; il tessuto ghiandolare, che rappresenta la media via tra questi due elementi proprio perché dotato di strutturazione complessa, possedendo una certa capacità di incistamento nei confronti dei funghi, può opporsi alla loro invasione producendo il fenomeno del tumore benigno. In pratica, dunque, è sempre la stessa candida che attacca i diversi tessuti adattandosi di volta in volta al tipo di ambiente che trova.
COSCO: Si parla di diverse specie di candida…
SIMONCINI: Le specificazioni allora che vengono usualmente date riguardo alle varie candide (candida albicans, krusei, glabrata, tropicalis ecc.), sottovalutano il fatto che derivano tutte da un unico capostipite il quale, quando muta geneticamente per attaccare l’ospite, diventa ora questo ora quel ceppo. Hopfer R.L. ad esempio ha trovato in colture post-mortem di un malato leucemico, ben 4 specie diverse di candida. Aksoycan N. inoltre (Mikrobiyol Bul 1976 Oct;10(4):519-21) ha dimostrato che 7 diversi ceppi di candida in realtà hanno la stessa struttura antigenica. Odds F.C. (Zentralbl Bakteriol Mikrobiol Hyg [A] 1984 Jul;257(2):207-12) riferisce come lo stesso ceppo di Candida può colonizzare differenti comparti anatomici in tempi diversi. Hellstein J. (J Clin Microbiol 1993 Dec;31(12):3190-9) individua la comune origine clonale sia dei ceppi commensali che di quelli patogeni della candida albicans. La Candida presenta la stessa struttura genetica del cancro. Paradossalmente questo fatto così importante, che dimostra che la candida è il cancro, non viene nemmeno preso in considerazione dalla medicina ufficiale. Vari autori difatti, pur attestandone l’identità genetica, rimangono tuttavia solo su un piano sterilmente descrittivo. Vediamo alcuni di questi lavori: Werner G.A. (Eur Arch Otorhinolaryngol 1995;252(7):417-21) riferisce di aver trovato le stesse sequenze omologhe in campioni di DNA estratti dalla Candida glabrata, dalla Candida parapsilopsis e da cellule provenienti da materiale bioptico prelevato dal carcinoma squamo-cellulare delle vie aeree superiori. Yasumoto K. (Hum Antibodies Hybridomas 1993 Oct;4(4):186-9) e –Kawamoto S. (In Vitro Cell Dev Biol Anim 1995 Oct;31(9):724-9) dimostrano come lo specifico anticorpo monoclonale diretto verso il citocromo C della candida krusei reagisce anche nei confronti di una frazione citoplasmatica di cellule del tumore del polmone. Hashizume S. (Hum Antibodies Hybridomas 1991 Jul;2(3):142-7) e Hirose H. (Hum Antibodies Hybridomas 1991 Oct;2(4):200-6) utilizzano il citocromo C di varie candide per la diagnosi di cancro del polmone. Schwartze G. (Arch Geschwulstforsch 1980;50(5):463-7) suggerisce di utilizzare anticorpi specifici contro la candida nella diagnosi di melanoma maligno. Vecchiarelli D. (Am Rev Respir Dis 1993 Feb;147(2):414-9) evidenzia come colture supernatanti di macrofagi alveolari provenienti da pazienti con tumore del polmone, siano in grado di inibire l’attività fungicida delle cellule polimorfonucleate. Zanetta J.P. (Glycobiology 1998 Mar;8(3):221-5) individua lo stesso comportamento, cioè una accentuata capacità di legame nei confronti dell’IL-2, sia nella candida albicans che nei tumori. Ausiello C. (Ann Ist Super Sanita 1987;23(4):835-40), Giovannetti A. (Acta Haematol 1997;98(2):65-71) e Marconi P. (Int J Cancer 1982 Apr 15;29(4):483-8) riportano come un antigene (un mannoside) proveniente dalla parete della candida albicans, induca una citotossicità antitumorale nei linfociti del sangue periferico. Robinette E.H. Jr. (J Natl Cancer Inst 1975 Sep;55(3):731-3) descrive una notevole resistenza all’inoculazione di dosi letali di candida, in topi a cui sia stato preliminarmente impiantato un carcinoma polmonare di Lewis o di altri comparti anatomici. Cassone A. (Microbiologica 1983 Jul;6(3):207-20) e Weinberg J.B. (J Natl Cancer Inst 1979 Nov;63(5):1273-8) evidenziano una risposta antitumorale significativa in topi cui fosse stato inoculato materiale della parete cellulare di candida albicans. Favalli C. (Boll Soc Ital Biol Sper 1981 Sep 30;57(18):1911-5), Kumano N. (Tohoku J Exp Med 1981 Aug;134(4):401-9) e Cassone A. (Sabouraudia 1982 Jun;20(2):115-25) segnalano il potere immunoadiuvante antitumorale della parete cellulare della candida albicans. Ubukata T. (Yakugaku Zasshi 1998 Dec;118(12):616-20) riporta l’alto potere inibitorio sulla crescita della candida, da parte del siero e del liquido ascitico di un topo portatore di neoplasia. Esiste dunque, al di là di interpretazioni più o meno riduttive, un alto grado di parentela tra la candida e i tessuti tumorali. Considerando poi la infinita variabilità fenotipica del micete, unitamente alla estrema difficoltà di rinvenimento e di tipizzazione dei vari ceppi esistenti, appare legittimo inferire l’identità genetica tra cancro e candida nelle sue varie differenziazioni.
COSCO: In quest’ottica come spiega le metastasi?
SIMONCINI: Il fenomeno delle metastasi. Secondo le posizioni ufficiali, la metastasi rappresenta lo sviluppo di qualche cellula maligna che è sfuggita dalla sede primaria del cancro e che è migrata in un altro comparto anatomico. Secondo il mio punto di vista essa si sviluppa è vero, da cellule sfuggite dal cancro primitivo; solamente che l’unità di base non è una cellula impazzita, ma una cellula fungina che è riuscita a colonizzare un altro organo. L’eventualità e la sede delle metastasi poi, sono in funzione dello stato più o meno eutrofico degli organi e dei tessuti, che possono opporre così una resistenza più o meno efficace a contrastare il radicamento di nuove colonie. Esistono così varie possibilità di diffusione da un tumore primario, a parte quella locale: Assenza di metastasi, se gli altri organi, essendo sani, sono dotati di assoluta capacità reattiva. Formazione di una metastasi, laddove un organo presenti strutture cellulari o tessutali indebolite. Formazione di metastasi multiple in più sedi, quando ormai tutto l’organismo si sta spegnendo per cui tutti gli organi diventano aggredibili. La possibilità di metastatizzazione poi, dipende è vero dallo stato eutrofico dei vari tessuti ed organi, ma anche dalla capacità della candida di adattarsi metabolicamente a situazioni microambientali diverse, la qual cosa alla fine, favorendo la diffusione del micete, accentua l’indebolimento dei tessuti dove si è radicato di nuovo, in un processo di continua e costante demolizione delle capacità reattive dell’ospite fino alla resa. E’ chiaro allora in quest’ottica, come tutte le operazioni e i trattamenti che possiedano un certo grado di lesività nei confronti dei tessuti, possano risultare estremamente pericolosi, perché proprio in questo modo viene favorita la diffusione delle metastasi. Chirurgia, chemioterapia e radioterapia sono pertanto le prime cause di metastatizzazione, in quanto determinano sempre quelle condizioni di sofferenza tissutale tali, da predisporre i vari organi all’invasione tumorale.
COSCO: Quindi lei è sicuro che la Candida è il cancro?
SIMONCINI: In base alle argomentazione svolte, è legittimo affermare che la candida è la causa eziologica del cancro. Risulta difatti che essa: E’ sempre presente nei malati neoplastici. Può produrre metastasi. Ha un patrimonio genetico sovrapponibile a quello dei tumori. Può essere utilizzata per svelare precocemente il cancro. Può invadere ogni tipo di tessuto o organo. Possiede un’aggressività e una adattabilità illimitate e.. è stata dimostrata la sua capacità a promuovere la degenerazione neoplastica. Che cosa si vuole di più? Al di la delle elucubrazioni e distorsioni mentali, essa è realmente il cancro e va combattuta in quest’ottica in tutte le sue varianti patogenetiche. Così solo il cancro verrà sconfitto per sempre.
Giuseppe Cosco
Ridere per guarire
by Duncan on gen.08, 2011, under Disciplina, Guarigione, Ispirazione, Medicina
Mi ha sempre colpito la storia di Norman Cousin…
Cousin guarì da una grave malattia fondamentalmente con due sistemi.
1-MASSICCE DOSI DI RISATE GIORNALIERE
2-NOTEVOLI DOSI DI VITAMINA C AL GIORNO
Casi come il suo hanno posto molto l’attenzione sul potere della risata, e anche sulle proprietà benefiche della vitamina C, che a differenza di altre vitamine è ritenuta essere tolleata dal corpo anche a dosaggi notevoli, e anzi essere fondamentalmente benefica.
Di seguito riporto un articolo dove si parla di Norman Cousin..
Ma prima vi parlo di una particolare applicazione della terapia della risata..
Ossia, si tratta di ridere di seguito.
E intendo ridere almeno 15/20 minuti di seguito…
Quasi nessuo ride di seguito.. neanche cinque minuti..
Ridere di seguito provoca a un tale scatenamento di ormoni delbenessere, da provocare un afflusso di energie inaspettate dentro dite, un senso di galvanizzazione, un calore al basso ventre, un otevole mutamento umorale…
Non ditemi che non siete in grado di ridere per venti minuti diseguito! Basta semplicemente “fare l’atto” del ridere… anche meccanicamente,, facendo i movimenti della bocca.. dicendohahahaha…:-),e cc… a un certo punto riderete sul serio..
Fate la prova.. almeno venti minuti al giorno.. DI SEGUITO!!
E prendete anche la vitamina C, che male non vi fa..:.-)
Salutamos Compagneros
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(articolo tratto da questo sito.. http://www.esoterya.com/norman-cousins-guari-con-la-terapia-della-risata/4801/)
Un mistero molto curioso quello che circonda la guarigione dello scrittore Norman Cousin, ammalatosi al ritorno da un viaggio all’estero nel 1964. All’inizio di quell’estate venne preso da una leggera febbre e un malessere generalizzato che però ben prestò si tramutò in forti dolori alle articolazioni, spossatezza che presto lo portarono ad avere gravi difficoltà motorie.
L’uomo consultò un medico e fece tutti gli esami necessari per stabilire di quale malattia soffrisse: gli fu diagnosticata una forma molto grave di artrite che colpisce i tessutti connettivi.
Era una forma molto grave per cui aveva 1 possibilità su 500 di sopravvivere subendo in ogni caso una devastazione fisica che lo avrebbe condotto ad una progressiva immobilizzazione.
Cousins però decise di non arrendersi e combattere contro la malattia e cominciò a studiare la scienza medica, compresa la sua storia. Rimase affascinato dall’effetto placebo di alcuni farmaci privi di valori curativi e comprese che spesso l’autosuggestione poteva essere la spinta giusta alla guarigione. Su questo si basava l’effetto di questi farmaci.
Studiando comprese e sottoscrisse l’idea che le emozioni giocano un ruolo più che mai attivo nello stato di salute delle persone: le negative procuravano effetti biochimici negativi sul corpo, ma quelle positive (amore, speranza, fede, la risata, la fiducia in sé, la voglia di vivere) avevano un effetto terapeutico.
Cousins decise di perseguire la ppositività per combattere il suo male. Si fece dimettere dall’ospedale e, d’accordo con il suo medico, continuò a prendere i farmaci, ma allo stesso tempo iniziò la terapia del sorriso, dosi giornaliere dei film dei fratelli Marx, libri umoristici e quanto potesse farlo ridere.
Otto giorni dopo il suo incredulo medico cominciò a notare veri e propri miglioramenti. Cousins, quattro mesi dopo, riprese a lavoare a tempo pieno, inspiegabilmente. Com’era prevedibile gli scettici sostennero che non era possibile, ma l’uomo era ben convinto dell’interazione tra il corpo e la mente, dove quest’ultima riesce a condizionare in modo alquanto misterioso la salute fisica. Molte tecniche teraupeutiche al di fuori della medicina convenzionale si basano proprio su questo
Il più grande guaritore vivente
by Duncan on gen.02, 2011, under Guarigione, Medicina, Misticismo, Simbolo

Anni fa mi imbattei nelle storie su questo tipo..Joao Texeira.. detto Joao de Deus.. e considerato il più grande guaritore vivente. Mi colpirono molto. Anche perchè tanti che parlavano bene di lui erano stati in precedenza iperazionalisti, alieni anche dall’ombra del
misticismo.. e poi perché lui non si fa pagare, e considera la sua come una missione totale. E poi perché esiste un archivio immenso di persone che sarebbero guarite…. Vedete io credo che su 1000 persone che si definiscono guaritori.. veramente pochi sono quelli che lo sono veramente, e imbonitori, ciarlatani e manipolatori abbondano.. Ma quei pochi veri guaritori esistono. E su questo non ho nessun dubbio.
E lo dico.. perché qualcosa l’ho vista negli anni…
Io non ho mai incontrato questo Joao.. che abita.. in Brasile.. ma credo che sia una persona che abbia qualcosa da dare e dadire..Quello che leggerete è uno dei testi più belli e interessanti su di lui.. tratto da un numero della meravigliosa rivista internazionale Nexus New Time di diversi anni fa..
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Accade molto spesso che, poco prima di scivolare nel sonno, ci
sovvengano dei pensieri relativi alle nostre origini e allo scopo
della nostra esistenza. Quando la giornata lavorativa è terminata,
guardiamo il notiziario delle 18:00 e ci stanchiamo per la troppa
televisione. In quell’oscuro stato di attesa, fra lo spegnimento
delle luci e il benvenuto calare del sonno, le nostre menti si chiedono
spesso la ragione del nostro esistere. Io so che lo faccio!
Ero proprio come voi – gran lavoratore, impegnato, ambiziosa – e dopo
venticinque anni di giornate di dodici ore sentii che ce l’avevo
fatta. Ero un uomo d’affari di successo, l’orgoglioso proprietario di
parecchi negozi di gioielleria, che si godeva i frutti del proprio
lavoro: una grande casa di fronte all’acqua, un lussuoso appartamento
sulla spiaggia, investimenti in proprietà, una Mercedes-Benz e scuole
private per i miei figli. Ma nel più profondo del mio essere sentivo
che la vita doveva avere uno scopo più elevato. Sicuramente questo
non poteva essere tutto. Allora un giorno, piuttosto inaspettatamente, il
“Signore mi portò via”; in effetti, non fu il Signore, ma una “vita
inferiore” – un comune ladro che rapinò uno dei miei negozi e ridusse
in cocci la mia meravigliosa vita materiale.
Mentre me ne stavo seduto a fissare il negozio svuotato, contemplando
le conseguenze di una polizza d’assicurazione che non copriva questa
eventualità, ebbi il primo barlume di quanto fragile, quanto futile
sia una via puramente materiale.
Fu nei tristi mesi successivi di curatela fallimentare che fui
costretto a cercare un significato più profondo della vita. Quando il
mondo smise finalmente di girare e persi tutto ciò che mi era più
caro–matrimonio, benessere, proprietà, profitto e, soprattutto, la mia
autostima – giunse l’ora di cercare un altro significato; non,
aggiungo subito, il ritualismo delle religioni moderne o il fanatismo
zelante delle loro neonate discendenze. Gli anni del commercio
calcolatore mi lasciarono un’attitudine permanente verso i fatti
concreti della vita, quindi avevo bisogno di prove tangibili per
supportare qualunque nuova credenza.
Ebbi l’opportunità di osservare, in prima persona, l’irrefutabile
prova della ragione della nostra esistenza. I contenuti di questo
libro si basano su mie osservazioni personali.
Da dove veniamo e dove stiamo andando sono questioni difficili su cui
meditare nella moderna corsa giornaliera per la sopravvivenza
finanziaria. Quella confusione tra i corn-flakes e il notiziario
delle 18:00 non lascia molto tempo per riflettere. Ce ne vuole invece, di
tranquillo, e ce ne vuole parecchio. Occorre istruzione, spiegazione
ed educazione su una materia che è l’antitesi del materialismo; un
qualcosa che è totalmente intangibile, incomprensibile, un altro
mondo – letteralmente, un altro mondo.
Come esseri umani fisici, abbiamo bisogno di prove prima di credere.
Io, per la maggior parte della mia vita, ho accettato come reale solo
ciò che ho potuto vedere, sentire, mangiare o mettere in un
registratore di cassa. Ero estremamente scettico. In quel memorabile
giorno del gennaio 1996, quando per la prima volta mi accovacciai per
terra nel grande atrio ad Abadiania, così vicino che potevo toccare
l’azione, armato di macchina fotografica SLE e di flash, osservai
scrupolosamente in cerca della “carta nascosta”, del gioco di
prestigio o dell’ovvia “combinata”. Ciò che vidi mi sbalordì, come
sbalordisce le innumerevoli migliaia di altre persone che assistono
per la prima volta. Vidi Raul alzarsi dalla sedie a rotelle, dopo
cinquantanni di paraplegia, e camminare. Ancora riluttante, la mia
incredulità ricevette il colpo di grazia quando assistetti alla
rimozione di un tumore dall’occhio di una donna da parte di un Joao
con gli occhi bendati, usando solo un coltello da cucina.
Ora, avendo osservato innumerevoli operazioni, guarigioni e cure,
inclusa la mia asma cronica, sto convertendo quelle energie dissipate
nello scetticismo e nella falsa sofisticazione in questa semplice
cronaca della dedizione di un uomo verso l’umanità, di una
proporzione e di una sincerità che sfidano la nostra logica occidentale. Noi
tutti attendiamo una prova come mezzo di verifica, ma talvolta, anche
quando vediamo l’evidenza, troviamo ancora difficile accettarla perché la
sua comprensione è contraria alla nostra educazione occidentale. Tale è
la situazione che circonda le cure di Joao Teixeira da Faria.
Joao è un uomo umile che si è prefisso un duplice scopo nella vita:
curare il male; e rendere le persone consapevoli che noi siamo qui
sulla terra per migliorare il livello “sull’altro lato”, per elevare
e migliorare la posizione delle nostre anime nell’aldilà tramite ciò
che facciamo nella vita fisica. Sebbene Joao sia probabilmente il medium
guaritore più osservato, registrato e testato mai entrato in questo
mondo fisico, è difficile anche per gli autori più informati
tracciare una sequenza logica della sua vita. Le informazioni circa i suoi
primi anni di vita sono scarse. In gioventù fu più impegnato a cercare di
sopravvivere che a registrare date e avvenimenti. Persino una
semplice, cronologica collocazione degli eventi negli anni giusti
risulta un’impresa frustrante. Non ci sono dati salvo quelli nei
ricordi dei suoi colleghi, e differiscono alquanto.
Joao stesso è una fonte povera di dettagli poiché egli non ricorda
nulla delle sue azioni mentre è incorporato dallo spirito, e, anche
quando ne è libero, egli rimane ancora parzialmente sotto il loro
controllo. I medium di alta elevazione sono, per la maggior parte,
accordati a livelli spirituali per tutto il tempo. Un po’ come una
televisione lasciata senza volume, essi possono ancora funzionare ma
la loro attenzione è distolta.
Persino oggi, i suoi lavori costituiscono una successione si
miracoli, attuati così velocemente e con una frequenza tale che è quasi
impossibile rilevarne i dettagli di uno prima che un altro stia già
avvenendo. I meri numeri delle persone che cercano il suo aiuto
lasciano poco tempo alla riflessione o alla registrazione di dati
precisi. Egli opera e guarisce più persone in un giorno di quanto un
ospedale occidentale riesce a fare in un mese. I membri del suo
gruppo sono tutti volontari, ma solo uno di essi si dedica per due giorni
alla settimane e gestisce le registrazioni.
E ora, la questione della prova.
Noi umani siamo creature strane. Talvolta vediamo l’evidenza ma
rifiuti8amo la spiegazione, combattendo piuttosto per dare una nostra
personale spiegazione, che si adatti alla nostra limitata conoscenza;
preferibilmente una spiegazione che non vada a scuotere troppo la
nostra “barca della coscienza”, che non richieda un cambiamento
troppo radicale della vita, e che non scalfisca il guscio di sicurezza
rappresentato dalla nostra comprensione e percezione. Alla luce
dell’evidenza in questo libro, non c’è una spiegazione alternativa.
Joao Texeira da Faria è la prova vivente. E’stato testato ed
esaminato dalle migliori menti scientifiche che questo pianeta possa riunire.
Accetta di buon grado queste indagini nella speranza che possano
provare ad ognuno l’esistenza del mondo spirituale e l’importanza di
vivere correttamente in questa vita sì da elevare noi stessi in
futuro, anziché sopportare una limitazione del karma.
Joao dedica la sua vita a sanare i malati e gli incurabili, senza
essere pagato e senza pregiudizi. Egli incoraggia la
videoregistrazione del suo lavoro giornaliero e accetta che chiunque
lo osservi, specialmente i medici la cui partecipazione è
particolarmente benvenuta.
Vedere Joao passare la mano sopra il seno malato di cancro di una
donna cui è stato diagnosticato un carcinoma maligno e poi sollevarne
la maglia per rivelare un’incisione fresca, abilmente suturata, e il
tumore scomparso, induce anche l’osservatore più riluttante a
chiedersi, “Chi ha fatto ciò?”. Forse la storia della vita di
quest’uomo straordinario vi aiuterà a trovare le risposte a queste
domande.
Si sostiene che Joao Teixeira da Faria sia attualmente il più potente
medium vivente e sicuramente può essere annoverato fra i più grandi
degli ultimi duemila anni. Un “medium”, come definito dall’Oxford
Dictionary, è una persona che funge da “intermediario spirituale tra
i vivi e i morti”. Joao non solo comunica con lo spirito, ma incorpora
l’entità dello spirito; egli viene letteralmente sostituito dallo
spirito e, nel fare ciò, perde coscienza, “svegliandosi” qualche ora
più tardi senza avere idea delle azioni intraprese durante
l’incorporazione. Mentre è “entità”, il suo corpo viene usato come
mezzo per eseguire interventi chirurgici fisici e apparentemente
miracolose guarigioni di malattie da parte delle entità spirituali
che lavorano attraverso di lui .
Il “dono” di Joao non è ereditario. Non si tratta di una tecnica
acquisita, né può essere trasmessa ad un’altra persona. A sedici anni
egli accettò la responsabilità di dedicare la sua vita all’incorporazione dello spirito allo scopo di guarire il male.
Accettò un impegno per tutta la vita che gli sarebbe costato molto e
che spesso lo’avrebbe ripagato con l’abuso, la privazione personale,
la persecuzione e l’ingiusta carcerazione. Ottenere fiducia con una
così pesante responsabilità richiede una persone forte, morale, retta
ma umile, dall’integrità indiscutibile. Come se queste restrizioni e
criteri puritani non fossero abbastanza, egli deve anche concedere
gratuitamente i propri servizi, per timore di perdere il dono.
Per comprendere l’enormità del suo dono, e capire gli incredibili ma
veri avvenimenti a malapena riportati in questo libro, si devono
accettare, benché temporaneamente, le seguenti credenze:
1) Abbiamo tutti vissuto molte vite prima di questa. Siamo
incarnati,
e dopo questa vita ci reincarneremo in un’altra vita.
2) Se si rimuove il guscio fisico che chiamiamo corpo, ciò che
rimane
è il vero io: la propria anima, il proprio spirito. Questa eterna
essenza è in un perpetuo stato di miglioramento o deterioramento a
seconda di come si vive in ognuna delle vite fisiche.
3) Il libero arbitrio rappresenta il solo mezzo per il quale
l’io
fisico, e di conseguenza la propria anima, può migliorare la propria
posizione dopo la morte.
4) Il karma è il mezzo con cui si pagano i propri debiti per
avere
agito male o con cui si è ricompensati per aver liberamente scelto il
bene in ogni vita.
5) C’è un mondo spirituale! Esso è molto più complesso del
nostro
mondo fisico. Molto più potente e decisamente più bello per coloro
che
si sono guadagnati un posto lì. E’ a molti livelli e
multidimensionale, per provvedere all’infinito numero di stadi di
sviluppo attraverso cui passano le anime.
6) Gli spiriti, sia buoni sia cattivi, sono costantemente con
noi.
Quindi, molte di quelle strane coincidenza che sperimentiamo
(usualmente quando le desideriamo più ardentemente) sono il risultato
di una generazione di pensiero preso e fatto agire dalle nostre
guide,
le proprie guide spirituali. Ciò aggiunge un nuovo significato alla
citazione biblica, “Chiedi e ti sarà dato”.
7) I nostri corpi umani sono generati e protetti da campi di
energia.
Vi sono sette strati corrispondenti, ognuno con la propria densità o
frequenza, e sette chakra principali (vortici rotanti). Alcune
persone
possono realmente vedere questi strati come aure. Se viviamo in modo
salutare, delle vite pulite, i nostri campi di energia ci proteggono
molto bene. Al contrario, se abusiamo di noi stessi eccedendo con
alcool, droghe o vite malsane, i nostri campi si indeboliscono,
verranno attaccati e attrarranno effetti indesiderati. La malattia
inizia in questi strati esterni e i campi perdono la loro vibrazione
(spesso ci sentiamo depressi qualche giorno prima di ammalarci
effettivamente).
Il marchio del successo di Joao è visibile nelle migliaia che
affollano il suo centro di cura ospedaliero ogni mercoledì, giovedì e
venerdì. Quando viaggia egli ne guarisce qualcosa come 25000 in tre
giorni. I malati stanno in fila per ore, e talvolta anche di notte,
per vederlo. Non rifiuta mai qualcuno che sia puro di cuore e di
intenzioni. Sebbene sia un uomo devoto che ama Dio, egli accetta
tutti senza pregiudizi o influenze religiose. Guarisce i poveri allo stesso
modo con cui cura i ricchi o le celebrità.
L’élite mondiale cerca il suo aiuto quando la medicina occidentale
fallisce. Le attrici Shirley Mac Laine e Janet Laight, deputati,
statisti, preti, suore, rabbini, poveri e benestanti, tutti trovano
la strada per il minuscolo villaggio di Abadiania, nel Brasile centrale,
per cercare l’aiuto di Joao Texeira d Faria, noto in tutto il brasile
come Joao de Deus (Giovanni di Dio).
Chiamarlo “l’Uomo dei Miracoli” sarebbe una definizione sbagliata,
poiché un miracolo implica , l’assenza di una legge naturale, quando
invece i suoi risultati sono semplicemente l’esplicazione della legge
di reincarnazione e il conseguente uso di medici spirituali dal piano
dello spirito. Egli è etichettato come miracoloso solo perché noi nel
mondo occidentale siamo riluttanti ad accettare l’esistenza di un
mondo spirituale e quindi che il suo lavoro sia il risultato di
questa legge naturale.
Dei più dei 250 volontari che dedicano il loro tempo alla gestione
del centro, molti sono persone riconoscenti per una nuova vita dopo il
trattamento di Joao e delle sue entità spirituali. Dichiarati
incurabili dai medici, giunsero ad Abadiania come ultima risorsa. Fra
loro ci sono ingegneri, dottori, dentisti, insegnanti, manovali,
uomini d’affari e gente semplice che mostrano l’assenza di qualsiasi
divisione di classe, ma che piuttosto lavorano in armonia per creare
un amorevole e affettuoso ambiente per quelli che, come loro fecero,
cercano l’aiuto di Joao Texeira da Faria.
Queste persone fortunate misero da parte le limitazioni del nostro
moderno modo di pensare e osarono cercare l’impossibile: essere
ricompensati non solo con una seconda possibilità di vita, ma anche
con una nuova comprensione del loro scopo in questo mondo fisico.
L’UOMO IN CARROZZELLA
Era una giornata speciale per Raul Natal. Seduto sulla carrozzella,
servita sia da prigione sia per la mobilità nei passati
cinquant’anni, aspettava con apprensione e speranza. Non orava formulare aspettative
troppo elevate: era stato da così tanti dottori e specialisti in
tutti quei lunghi anni. Si era sottoposto ai raggi X, ad analisi, a sonde,
a manipolazioni e medicazioni senza successo finché i dottori e lui
stesso si erano alla fine rassegnati al fatto che non avrrebbe mai
più camminato. Perché oggi avrebbe dovuto essere diverso?
Raul aveva sentito parlare del guaritore, Joao Texeira da Daria, da
amici. “ha curato centinaia di migliaia di malati e di storpi”
dissero. “Forse potrebbe aiutare anche te”. Lo incoraggiarono Cosa
aveva da perdere? E così, in un ultimo pellegrinaggio disperato, egli
sopportò il viaggio di trentasei ore in corriera da San Paolo al
piccolo villaggio di Albadiania, in alto sulle verdi pianure dello
stato di Goiàs nel Brasile centrale.
Erano le 8:15 di un luminoso giorno benedetto dall’aria gresca e
frizzante d’alta montagna. La gente bisognosa di cure – già 500 o 600
- era ammassata nell’atrio principale del centro, in pacata attesa,
ciascuno con i propri pensieri e speranze, attendendo che il
guaritore Joao comparisse.
DI fronte alla folla, dalla posizione in cui attendeva, Raul vide
entratre il medium da una porta laterale, le mani giunte davanti al
suo corpo, lo sguardo intenso. Joao prese per le mani una donna di
mezza età e la fece stare in piedi contro il muro. Rovistando in un
vassoio di strumenti portato da un volontario, scelse un comune
coltello da cucina e cominciò abilmente a rsachiare un tumore dal suo
occhio. Senza anestesia né sterilizzazione, ed usando solo il puro e
semplice coltello, egli estrasse il bulbo oculare – procedimento che
normalmente provoca un dolore atroce e un danno irreparabile . ma la
donna non mostrò alcun segno di disagio esteriore. Rimase calma, in
piedi contro il muro senza alcune reazione osservabile. Joao non
sembrava, in realtà, essere concentrato. Con una mano mosse
rapidamente e con abilità la lama avanti e indietro attraverso la
cornea, ma il suo sguardo era focalizzato verso la folla, cercano e
analizzando. Era come se qualcuno o qualcosa oltre a lui stesse
rimuovendo l’escrescenza. In meno di un minuto, egli pulì la lama
contro la sua veste e chiamò un’assistente, “Puoi portarla via; ho
finito con lei.” La mente di Raul non riusciva a crederci. Il suo cuore battè più
forte e le sue mani cominciarono a sudare. Sarebbe stato possibile dopo
tutti questi anni poter camminare di nuovo?
Un uomo fu fatto avanzare dalla folla e gli fu detto di porsi di
fronte al muro. Disee al guaritore che da anni non era più in grado
di sedersi o curvarsi senza forti dolori. Gentilmente, Joao levò la
maglia all’uomo e, prendendo un bisturi, eseguì una piccola incisione
di un paio di centimetri tra le scapole. Incredibilmente, non vi fu
sanguinamento e l’uomo non mostrò segni di dolore. “Alza la gamba”,
disse Joao. “Ora chinati”. Raul fissò incredulo mentre l’uomo si
piegava fino a toccarsi le punte dei piedi. “Ora accovacciati”, disse
il guaritore, e l’uomo eseguì senza sforzo. Le lacrime di sollievo e
gratitudine che rigarono il suo volto non sfuggirono a Raul, quando
l’uomo fu condotto fuori verso la stanza di accoglienza alla fine
dell’atrio. Le aspettative di Raul crescevano: forse il suo sogno
avrebbe potuto ancora realizzarsi.
Joao stava già rivolgendo la sua attenzione ad una donan con il
cancro allo stomaco. Slacciò la sua blusa, lentamente, come fosse in trance,
e abbassò la cintura per scoprire il basso ventre. Dal vassoio di un
assistente scelse un bisturi e lentamente fece una piccola incisione
lunga tre centimentri, Non sanguinò e la donna rimase imperurbabile.
Tagliò più in profondità e introdusse due dita nell’apertura. Raul,
dalla sua posizione frontale, vide il guaritore ritrarre le dita e,
con esse, una soffice escrescenza bianca dalle dimensioni di una
palla da golf. La donna rimase immobile, apparentemente tranquilla. Notò
che tutto si svolse senza anestetico o la stringente sterilizzazione
delle moderne pratiche mediche che gli erano così familiari. La ferita
venne richiusa con una singola sutura e la donna fu portata via nella
stanza di accoglienza.
Ora veniva fatto avanzare un altro paraplegico in una sedia a
rotelle.
Questo sarebbe stato indicativo: se fosse stato guarito, ci sarebbe
stata senz’altro speranza per Raul. Quando Joao disse agli aiutanti
di portare l’uomo nella Sala di Cure Intensive, la fragile fiducia di
Raul tut’a un tratto venne meno. Forse, dopo tutto, era chiedere
troppo.
Non ci fu il tempo di pensare. La voce di Joao lo riportò alla
realtà.
“Da quanto tempo sei paralizzato?” chiese Joao con una voce profonda
e piena di compassione.
“Non cammino da cinquant’anni”, rispose Raul con un filo di voce.
“Cosa faresti se Dio ti restituisse le gambe?” chiese il medium.
Raul era troppo sbalordito per rispondere. Un lampo di fiducia
combatteva contro anni di disperazione. La sua mente galoppò. Sarebbe
stato possibile? Perché l’avrebbe chiesto se non fosse stato?
Sicuramente sarebbe stato un gioco crudele se non avesse parlato
seriamente. Guardò il guaritore; il suo sguardo era fermo e il suo
viso era rischiarato da un sorriso fiducioso, quasi infantile. Raul
voleva parlare ma non gli venivano le parole. Sapeva che le sue
giunture erano bloccate da anni di inattività; erano calcificate e
immobili e i muscoli erano atrofizzati.
“Cosa faresti se Dio ti restituisse le gambe?” chiese nuovamente
Joao, interrompendo il corso dei suoi pensieri.
Raul non sapeva che cosa rispondere. Stava ancora lottando con la
ragione e la logica. Da dietro una mano lo toccò gentilmente sulla
spalla. “Rispondigli! Come ti sentiresti se camminassi di nuovo?”
intervenne l’assistente.
Tutto ciò che fece fu balbettare, “Io…sarei…talmente felice”. Il
guaritore si chinò e in un attimo prese saldamente l’anca sinistra di
Raul. Non appena lo fece, una calda ondata di vita attraversò la
gamba. “Ora falla ruotare!” disse. Raul ubbidì. Era rimasta bloccata
per così tanto tempo e ora la stava girando e torcendo! Osservò
incredulo Joao mentre toccava l’altra anca e lo stesso tepore la
inondò. Era come guardare il piede di qualcun altro nuotare. Era
incredibile! “Ora”, comandò il guaritore, “alzati e cammina!”
Raul rabbrividì: “Non posso!” disse.
“Si che puoi!” replicò Joao con ferma compassione. “Alzati e metti
questo piede avanti”, disse, indicando quello destro.
Con tutta la sua volontà e forza, Raul fece un rapido movimento in
avanti dalla sedia. Le sue gambe lo resssere; tremando, ma lo
ressero.
Joao prese la sua mano, offrendogli un minimo supporto mentre compiva
il primo passo in cinquant’anni. Il suo cuore batteva così forte che
temevba sarebbe scoppiato. La felicità e il sollievo erano troppo per
lui. Copiose e incontenibili lacrime rigarono il suo volto. Stava
camminando!
Gli assistenti lo condussero lentamente nella sala principale delle
operazioni, dove sedette su una panca assieme ad un’altra ventina di
pazienti. Un uomo gentile dai capelli d’argento, vestito di bianco,
parlò loro di fede e di amore e di come le guarigioni non fossero il
dono più importante lì. Ancora più grande è il dono del risveglio, la
comprensione che c’è una vita dopo la morte e che questa vita fisica
è solo un’opportunità per migliarare ed elevare le nostre anime. Le
guarigioni sono solo una dimostrazione fisica che possiamo vedere e
vivere, ma è più importante ricordare che i miracoli vengono
realizzati da entità spirituali che usano il medium Joao Teixeira da
Faria come un contenitore per compiere il loro lavoro.
Raul ascoltò e capì che la sua vita da quel giorno non sarebbe stata
solo più attiva ma anche più significativa. Era stato guarito dalle
entità e dall’uomo che chiamavano Giovanni di Dio.
LA CASA DI DOM INACIO
Giungono a migliaia – il malato, lo zoppo, l’incurabile e lo
scaricato dalla medicina – sopportando lunghi voli internazionali e estenuanti
viaggi di trentasei ore in autobus fino ad un piccolo villaggio
sull’alta pianura di Goiàs in Brasile. Gli autobus arrivano per tutta
la notte.
Alle 5:00 c’è silenzio. Una leggera foschia vela l’unica strada della
piccola città di Abadiania, che è sorta per accogliere le moltitudini
che vengono qui in pellegrinaggio. La gente si siede fuori della
modesta pensione, parlando piano. Non vi sono stanze sufficienti per
accomodare tutti, quindi dormono nella auto o nei bus o semplicemente
vanno in giro aspettando l’alba. La pensione fornisce caffè gratis ai
viaggiatori stanche che si riversano dai nuovi arrivi dei bus durante
tutta la notte. Cento metri più in giù lungo la strada, il gruppo di
basse case bianche è scuro e silenzioso. Un caleidoscopio di stelle
forma una volta celestiale sopra questa Mecca dell’ultima speranza,
il posto chiamato “ la Casa di Dom Inacio”. L’alba porterà nuova luce e
speranza di una vita scevra da dolore e malattie per coloro che la
cercano.
Il centro di guarigione apre alle 8:00. I malati si riuniscono per
ricevere i loro numeri di turno. Gli operatori preparano il loro
equipaggiamento per filmare l’attività giornaliera.
Da qualche parte in un’anonima stanza, Joao riposa e medita in
solitudine per prepararsi ad una giornata di guarigioni. Lavorerà
finché c’è l’ultimo paziente in lista, talvolta fino a notte
inoltrata. E’ steso su un semplice giaciglio nella penombra di una
stanza. Sopra la sua testa sono appesi i ritratti di alcune entità,
incluso Dom Inacio, così come Cristo e la Madonna. Sulla parente
adiacente è appesa più di una dozzina di certificati di
apprezzamento, di ordini di governo e gradi onorari attribuitigli da VIP
riconoscenti, governi e istituzioni. Fra questi vi è una Medaglia
d’Onore da parte del presidente del Perù (ex presidente, visto quando
è stato scritto questo articolo, all’epoca Alberto Fujimori.. qui è
Duncan che parla..:-) in ringraziamento per la guarigione di suo
figlio. Lo scarno mobilio riflette la semplicità dell’uomo che la
gente chiama Giovanni di Dio.
Il centro ricorda un piccolo ospedale, dipinto interamente di bianco
dentro e fuori, e con una banda blu cielo dal pavimento fino alla
cintola, all’interno. Lo stile fu suggerito a Joao dall’entità
principale, Dom Inacio, in una visione che egli ebbe mentre camminava
in una piccola valle vicina. Il centro, affettuosamente chiamato “ la
Casa ”, prende il nome dell’entità ed è noto in Brasile come “Casa de
Dom Inacio”.
La scelta del luogo è stata determinata da molti fattori: la naturale
energia di questa zona del Brasile, la pace e la quiete, e un
massiccio affioramento di quarzo naturale che da solo fornisce una
potente fonte di energia. Giù in profondità c’è una fonte naturale
che sfocia in una piccola cascata distante un chilometro. Attorno a
questa naturale bellezza crescono molte delle erbe necessarie alle cure
prescritte dalle entità. Situato su di un altro pianoro, il centro
guarda verso le lussureggianti colline di Giàs, già di per sé un
panorama terapeutico.
La posizione è carica dei energie, la cui comprensione esula dalle
nostre capacità fisiche. La migliore spiegazione proviene dallo
spirito stesso, da uno spirito chiamato Seth, con informazioni
canalizzate da Jane Roberts negli anni ’70. Dal suo libro, Seth
Speaks: The Eternal Validity of the Soul, provengono le seguenti
informazioni: “Ci sono delle coordinate principali, sorgenti di
fantastica energia, che rappresentano accumuli di energia pura, dove
la salute e la vitalità si rafforzano. Tali punti sono come delle
invisibili centrali energetiche. Funzionano come generatori psichici,
sospingendo ad una forma fisica ciò che non lo è ancora”. Credo che
il centro di Abadiania sia uno di questi punti.
La Casa stessa è progettata attorno ad un atrio centrale, aperto da
un lato, che conduce ad un corridoio coperto, ad una toilette e ad un
giardino di rose. In quest’atrio si riuniscono le persone, aspettando
di assistere alla chirurgia di Joao-in-entità, fatto che accade due
volte al giorno. Tutte queste operazioni vengono riprese dai
cameramen della Casa.
Alcuni anni fa Joao richiese la registrazione delle operazioni
effettuate “in entità”, poiché non aveva alcun ricordo delle sue
azioni una volta posseduto dall’entità spirituale. Adesso ci sono
migliaia di ore di videoregistrazioni a disposizione di chiunque ad
un prezzo modesto per coprire la produzione.
Nel semicerchio attorno all’atrio vi sono le quattro stanze
principali. La prima è la sala di ricovero, dove i pazienti vengono
accolti dopo il trattamento per la cura e l’osservazione finché non
si sentono forti a sufficienza da partire. L’effetto dell’anestetico,
fornito dallo spirito, svanisce in un’ora o due e i pazienti sono
solitamente in grado di andarsene con il loro consenso senza effetti
collaterali visibili. La sala di ricovero contiene dodici letti
singoli coperti da bianche lenzuola pulite. Le infermiere sono tutte
volontarie che prestano affettuose cure finché i pazienti non siano
in grado di andarsene.
La porta accanto è una delle due “stanze della corrente” riempite di
file di panche con un passaggio centrale. In questa stanza, vestiti
di bianco, siedono dai venti ai trenta medium in meditazione. Questa
meditazione fornisce la corrente per aiutare le entità nel loro
lavoro. Similmente, negli scritti di Edgar Cayce su Atlantide, si
legge un riferimento a questo tipo di energia combinata utilizzata
dagli atlanti dei per giungere alla loro civilizzazione
straordinariamente avanzata; una produzione analoga di corrente
spirituale. Le persone in coda per un consulto con l’entità passano
in fila attraverso questa stanza e ricevono una purificazione
spirituale.
Ai due angoli giacciono pile di grucce, sedie a rotelle e busti
abbandonati dagli invalidi guariti – un silenzioso monumento al
successo dell’uomo e delle sue entità nella loro opera di guarigione.
La seconda stanza della corrente contiene cinquanta o più medium
analogamente disposti in file. L’infinita coda di gente passa nel
mezzo e viene preparata spiritualmente ad incontrare Joao-in-enità
che siede in fondo alla sala su una grande sedia foderata di lino bianco.
Al momento dell’incontro si verifica uno spontaneo riconoscimento da
parte dell’entità dello “schema energetico” di ciascuna persona: vite
passate, situazione attuale, malattia e consapevolezza spirituale.
A seconda di ciò che si vede, la persona verrà trattata secondo
necessità. Ad alcuni vengono rilasciata prescrizioni a base di erbe.
Altri vengono invitati alla sala di terapia intensiva per la
chirurgia o il trattamento in un secondo momento. A coloro che necessitano di
un rafforzamento spirituale viene detto di sedere in corrente, mentre ad
altri vengono date concise istruzioni sui cambi di vita necessari.
Ogni caso viene risolto in meno di venti secondi, Le prescrizioni
vengono stilate alla velocità della luce con una “stenografia
spirituale” che somiglia ad una riga svolazzante con qualche punto. I
farmacisti della Casa hanno imparato a decifrare questi “geroglifici”
dalle entità che li prescrivono.
La terza stanza è quella delle operazioni intensive che ha un duplice
scopo: casi molto seri che richiedono un lungo periodo di coma e
quelli che richiedono interventi invisibili. Attorno al muro vi è una
riga di letti singoli su cui giacciono i pazienti in terapia
intensiva mentre le entità eseguono interventi invisibili su paraplegici e su
leucemia, AIDS e serie forme di cancro. Possono rimanere in coma per
qualche ora o per qualche giorno a seconda dell’estensione richiesta
dal trattamento.
Nel mezzo della stanza vi sono file di panche su cui siedono coloro
che necessitano di operazioni invisibili, con gli occhi chiusi, le
mani sul grembo in meditazione. Un medium parla loro sommessamente,
spiegando la procedura ed elevando la loro sintonia spirituale. Due
volte al giorno, Joao-in-entità entra nella stanza e dichiara, “In
nome di Gesù Cristo voi siete tutti guariti. Lasciate che venga fatto
ciò che è necessario fare in nome di Dio”. In quel momento, tutte le
operazioni necessarie vengono completate internamente, senza
cicatrici superficiali visibili. Gruppi scientifici, che hanno eseguito queste
operazioni invisibili, hanno riscontrato ai raggi X che internamente
vi sono incisioni e suture. In questa stanza stanno dodici speciali
medium guaritori.
Ci sono alcune costruzioni periferiche ed una mensa dove ogni giorno
si servono migliaia di piatti di zuppa e pane, gratis, a chi arriva
al centro. Molti hanno viaggiato per migliaia di chilometri ed alcuni
sono così poveri che non possono permettere di comprare del cibo. La
Casa di prende cura di tutti alla stessa maniera. C’è una piccola
casa del caffè, uffici amministrativi, un grande isolato con bagni ed una
farmacia per la preparazione delle medicine a base di erbe. L’intero
gruppo di edifici è delimitato da un recinto, che fornisce il
parcheggio a dozzine di bus su un lato ed un’area verde e ombrosa
sull’altro, per godere della quiete e dell’aria fresca di montagna.
PROCEDURE DELLA CASA
Il centro è operativo ogni mercoledì, giovedì e venerdì. Alle 8:00 la
gente assiste ad una breve esposizione circa le procedure e viene
richiesto di mettersi in fila per il trattamento che preferiscono:
operazione visibile, operazione invisibile, primo trattamento o
ripetizione. Coloro che hanno scelto gli interventi invisibili
vengono portati nella sala di operazioni intensive per la preparazione. Chi
ha optato per quelle visibili viene condotto nella stanza principale
della corrente a meditare mezz’ora prima di entrare nella sala
principale per la chirurgia fisica. Questo dipende in parte da quale
entità si è incorporata, poiché ognuna ha una propria
specializzazione chirurgica.
Joao medita in una piccola stanza nel retro del complesso prima di
entrare nella stanza principale della corrente. Per incorporare
l’entità spirituale, egli sta semplicemente di fronte ad un tavolo su
cui è posata una croce di legno. Comincia chiedendo che le sue mani
vengano guidate nel lavoro giornaliero. Poi, mentre recita il Padre
Nostro, l’entità entra in lui e prende controllo del suo corpo.
Prende le mani di qualcuno di quelli che attendono le operazio9ni fisiche e
li conduce nell’atrio principale, dove comincia. La chirurgia
visibile viene praticata di fronte alle persone in attesa di consultare
l’entità.
A parte l’obiettivo primario di alleviare le sofferenze del male o
delle malattie, queste dimostrazioni servono a provare l’esistenza dl
mondo spirituale e dell’effusione dello spirito che risana attraverso
l’energia di Cristo. Inoltre, esse innalzano il livello di credenza e
la sintonia all’interno di ogni persona.
La guarigione e la chirurgia vengono dispensate qua e là fra le
persone nella folla, quando l’entità vede o legge lo schema
energetico di ogni individuo, talvolta con un consiglio spirituale, un
suggerimento a cambiare la abitudini alimentari, o persino un severo
ammonimento a cambiare comportamenti immorali.
Spesso indica qualcuno e lo invita ad andare a sedersi nella
corrente.
Ciò potrebbe essere per i benefici terapeutici della corrente o
perché la persona ha bisogno di meditare ed innalzare la sua consapevolezza
spirituale prima di guarire, o potrebbe essere perché ha riconosciuto
nella persona un medium capace di generare una potente corrente.
Tutti questi eventi sono videoregistrati dagli operatori della Casa e
possono essere acquistati per una modica cifra che copre le spese di
produzione. Forniscono una notevole registrazione dei risultati della
Casa ed un ricordo per chi ha ricevuto le cure.
Joao-in-entità inizia ogni sessione nella sala delle operazioni
intensive dove separa e prepara quelli che desiderano essere operati
in modo visibile. Volge quindi la sua attenzione alle file delle
persone che attendono in meditazione gli interventi invisibili. Con
una frase secca annuncia che le operazioni sono completate. Alcuni
riceventi sentono le operazioni e altri no, ma vengono tutti
sistemati immediatamente.
Joao-in-entità porta poi la fila di persone che attendono gli
interventi visibili nella sala principale per la chirurgia fisica di
fronte alla folla in attesa. Quando ha terminato con loro, egli
ritorna nella sala principale della corrente dove siede per ricevere
le persone che sfilano davanti a lui.
Sbriga ogni caso in un modo straordinariamente veloce. Mentre si
avvicinano, l’entità analizza istantaneamente ed è già preparata a
dispensare il consiglio appropriato. Alcuni ricevono una medicina a
base di erbe, alcuni vengono mandati a sedersi per dare corrente,
mentre altri vengono indirizzati alla sala di cure intensive per la
chirurgia invisibile o, se il loro tipo di intervento richiede
un’entità differente, viene loro detto quando ritornare per il
trattamento. Rimane lì fino a sistemare l’ultima persona in lista.
Alla fine del programma giornaliero, Joao-in-entità riceverà
individualmente ogni medium – ciascuno dei quali è rimasto seduto
molte ore per produrre corrente – per una benedizione e per
soddisfare ogni richiesta speciale abbiano da sottoporre. Quindi si alza,
comincia una breve preghiera e l’entità lascia il suo corpo con
un’evidente tremito della sua pesante costituzione fisica.
LE REGOLE
Come in ogni aspetto della vita, ci sono delle regole da seguire. Se
non vengono rispettate, il trattamento viene danneggiato. Questo
avvertimento viene pronunciato frequentemente da Joao-in-entità,
talvolta in modo molto severo se qualcuno è ritornato per ulteriori
trattamenti dopo aver disatteso le istruzioni.
Non sorprende, tuttavia, che alcune persone prendano le regole alla
leggera, poiché non sembrano logiche per il nostro ragionamento
fisico (un altro esempio dell’incapacità dell’uomo di capire e della
superiorità della conoscenza spirituale). In verità, alcune regole
sono strane. Primo, bisogna seguire una dieta: sono vietati il
maiale, il chili, le uova, le banane e l’alcool. Perché? Il maiale è una
carne spiritualmente immonda. Il chili infiamma il sistema. Le uova
oggigiorno contengono i veleni dei cibi agli ormoni che, una volta
ingeriti, interferiscono con gli effetti lenitivi delle erbe e del
trattamento. Le banane sono trattate chimicamente, il che
interferisce allo stesso modo. E l’alcool distrugge i processi di guarigione del
corpo.
Forse la regola più difficile da comprendere è quella del “niente
sesso”. Dopo un’operazione non si deve praticare sesso per quaranta
giorni! La spiegazione, secondo cui le energie del corpo sono in fase
di ripristino e non devono essere disturbate da quelle fisiche del
sesso, riesce ben poco ad incoraggiare la gente mostrare contenimento
proprio quando sta godendo di nuova salute.
Di tutte le frustrazioni che Joao e le entità devono sopportare, le
più frequentemente incontrate sono quelle che hanno a che fare con la
mancanza di rispetto verso le entità e il loro lavoro, e di adesione
alle semplici regola per il recupero. Ogni giorno, prima di ogni
sessione, un membro della casa dà ragguagli su questo e altri temi in
cui si sottolinea che si deve strettamente aderire a tali regole.
Disubbidire alle istruzioni può causare la cessazione del processo di
guarigione, un ritorno alle condizioni prima del trattamento o un
peggioramento del disturbo, a seconda del tipo di malattia o
sofferenza.
GUARDA, IMPARA E CAMBIA
Persino l’osservatore più casuale o scettico non può fare a meno di
commuoversi di fronte alle scelte di sollievo e compassione che
permeano ogni luogo di questo piccolo insieme di edifici.
Fra le migliaia che attendono in fila per ore, si può vedere un
esempio di quasi ogni tipo di umana sofferenza. Dolore e malattia
sono la realtà basilare di chi ne soffre. Qui si vedono persone che sanno
e vivono con questa realtà profondamente orribile. Molti di loro
vengono
speranza. La medicina moderna ha rinunciato a loro; in alcuni casi
sono stati abbandonati dai migliori specialisti al mondo. Quindi, a
chi si rivolgono quando tutto fallisce?
Nonostante le loro disperate condizioni, condividono tutti uno stesso
sguardo: i loro occhi riflettono la pallida luce della speranza.
Quando emergono dalle interviste, quella speranza si è tramutata in
felicità: una madre piange per la cura al suo piccolo figlio, uno
storpio che non poteva camminare costringe gentilmente i suoi arti ad
una vita ritrovata con il premuroso aiuto dello staff o di amici.
Ovunque si può vedere una nuova speranza, vita rinnovata e un legame
di amore e attenzione per ogni fratello umano.
La vera essenza della carità si può vedere ovunque: un vecchio si
trascina sino allo sportello del dispensario, frugando in tasca per
gli spiccioli con cui comprare le sue erbe. Gentilmente una signora,
rendendosi conto della difficile situazione, fa scivolare una vera
carta da dieci nella sua mano. Con gli spiccioli comprerà il
biglietto del bus per tornare a casa,
Non c’è da meravigliarsi che la gente venga solo per osservare: è una
esperienza commovente e corroborante. A differenza di molti luoghi
“miracolosi” in altre parti del mondo, non ci sono gli aspetti di una
guarigione da fede o misticismo. Ad Abadania ogni persona parla
personalmente all’entità, e la stragrande maggioranza delle persone
viene miracolosamente guarita.
Non tutti vengono curati con una sola visita. Molte cose influenzano
la velocità di recupero – il karma, il tempo perché i tessuti
guariscano e le cellule si rigenerino – e quasi tutti necessitano di
cambiare spiritualmente. Alcuni hanno bisogno di cambiare ambiente;
altri il loro atteggiamento verso i loro simili.
RIVELAZIONI E PERSECUZIONI
La persecuzione per Joao Texeira è diventat un modo di vita. Sin
dall’età di sedici anni, quando scoprì il suo dono di guaritore,
trascorse molta della sua giovinezza viaggiando di città in città,
offrendo guarigioni e profezie in cambio di cibo, abiti, alloggio e
denaro.
Inevitabilmente, le voci giunsero ad un medico praticante o ad un
dentista le cui lamentele indussero la polizia a prenderlo di mira.
Quand’era fortunato, veniva semplicemente mandato via dalla città, ma
più spesso veniva accusato di una varietà di malefatte, gettato in
prigione e, non di rado, duramente picchiato.
Tale fu la giovinezza di uno dei più straordinari medium degli ultimi
duemila anni: persecuzioni, scherno e abusi; sempre ad un passo dalla
fame, dalla deprivazione o dalla carcerazione; e costantemente in
movimento ma ancora determinato a proseguire la sua missione divina
di guarire gli altri e di portare consapevolezza sul loro autentico
scopo in questa vita.
Nonostante il suo straordinario contributo al genere umano
nell’alleviare le sofferenze, Joao è ancora perseguitato dalle
autorità, spronato da fazioni contrastanti: quei medici che non
capiscono la sorgente delle sue guarigioni e la sua abilità
chirurgica e che sollecitano le associazioni mediche a prendere provvedimenti, e
la Chiesa , il cui clero teme un indebolimento della propria
posizione all’interno della comunità e non riesce a riconoscere la medesima
sorgente spirituale che rappresenta il cuore della sua dottrina.
Nel 1981 fu emesso un mandato nei suoi confronti per pratica di
medicina illegale. L’udienza si tenne ad Anàpolis, a soli venti
chilometri dal suo centro di cura. Fortunatamente, il suo lavoro è
così noto in quell’area che la presenza massiccia del pubblico,
inclusi alcuni riconoscenti avvocati, portò ad una assoluzione.
L’assoluzione sollevò un notevole risentimento presso un notevole
risentimento presso un gruppo minoritario capeggiato da un ben noto
dottore e capo politico di Anapolis. Il 17 agosto 1982 egli ordì un
serio attentato alla vita di Joao con la complicità di quatto uomini
su tre auto. La sua sopravvivenza fu accolta come un miracolo.
Su Joao pende costantemente la spada di nuove iniziative volte a
delegittimarlo e incriminarlo. Vi sono sempre quelle fazioni il cui
tronfio senso di professionalità sofisticata le fa sentire
(ingiustamente) minacciate.
INTERVISTA A MONICA BENATTI- Prima Parte
by Duncan on dic.09, 2010, under Guarigione, Ispirazione, Scienza, Simbolo
Con questo appuntamento con la rubrica di Monica Benatti inizieremo una lunga intervista, che pubblicheremo “a puntate”, in modo che, visto la profondità e la ricchezza degli argomenti, essa non provochi una OVERDOSE COGNITIVA..:-) se fosse letta tutta di colpo.. Invece, distinta in parti, c’è la possibilità per il lettore di approfondirla e assimilarla meglio.
Oggi pubblico le prime 17 domande che ho fatto a Monica.
Monica Benatti è per tutti noi una occasione. Lo è per tutti voi Viandanti del WEB. Questa intervista è simbolica, e carica di significato. E’ espressione di un progetto di dare anche a persone “profane” o poco addentro ai campi dell’ “alternativo” una serie di mappe e di cartine stradali. Ci sono temi di cui si parla spesso, ma solitamente avvolti in una sorta di cappa, o vagamente compresi, ma senza mai troppa chiarezza, senza mai particolari distinzioni. Monica inizierà “anche” un percorso di “insegnamento”, tramite questo sito.. dando a tanti di voi alcuni strumenti fondamentali per iniziare a muoversi in questo “mondo”; o, almeno, per comprenderlo meglio.
Vedete, si possono incontrare saggi e Guaritori, anche molto bravi.. ma spesso distanti, quasi ermetici, a volte addirittura su piestistallo, poco disposti a donare parte del loro tempo per far comprende
re gli altri, per instradarli piano a piano. Esiste una Saggezza umile, che nasce dal cuore contadino di questo nostro strano paese.. quella Saggezza umile di chi conosce il valore del Servizio, e non si ammanta di spocchia e superbia, ma ama dare come certe grandi querce che sembrano provare quasi piacere a che i loro rami possano raggiungere più persone possibili. Ho sempre visto in quella Umiltà capace della rara virtù della Pazienza, della Semplicità di accostarsi a tutti.. in quella Umiltà che non cerca l’applauso, e non si ammanta di esoterismo misterico per iniziati, ma vuole che tutti possano ricevere.. bene ho sempre visto in questa Saggia Umiltà Contadina uno dei volti migliori della Grandezza. E Monica Benatti è proprio così.
Vi lascio alla prima parte della intervista che le ho fatto.
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1 Cosa è per te la guarigione?E’ il riequilibrio della persona nel suo intero, sia fisico che emozionale e psicologico, è lo stare bene con se stessi, è l’essere sulla propria strada di vita, è la gioia, è la serenità.–2 Quando hai sentito per la prima volta, nella tua vita, la spinta verso questo genere di tematiche, e verso la possibilità di potere curare fare stare bene gli altri?Mi sono avvicinata alle medicine naturali da adolescente, iniziai a curarmi con le piante, a 16 anni quando ero incinta di mio figlio, pensavo che se questo meraviglioso essere di luce era nella mia pancia, io non potevo iniziare ad intossicarlo con rimedi chimici, prima ancora che nascesse.—-3 C’è stato un momento in particolare, un momento di svolta che ti ha portato su tale percorso? Vuoi parlarne?Per tanti anni ho avuto un lavoro d’ufficio, ma continuamente leggevo e studiavo di medicine naturali, di cromoterapia, di omeopatia, e ricordo che pensavo tra me e me, perché non faccio un corso di marketing, o qualcosa che potesse farmi crescere nel lavoro che svolgevo, ma l’interesse per le medicine alternativa era più forte di me. Una volta una persona mi chiese ” da quanto tempo sei naturopata?” , io pensai un attimo prima di rispondere, e nel frattempo una cara amica che era presente rispose “lei è nata naturopata”, non lo è diventata…—4 Come ti sei mossa concretamente negli anni per percorrere la via del curare?Ho studiato tantissimo, ed ho frequentato varie scuole e corsi, e prima di tutto sperimentato ogni rimedio o terapia su di me, prima che sulle altre persone.—5 Hai incontrato ostacoli sul tuo cammino? Quali sono stati i peggiori?L’ostacolo più grande che abbiamo in Italia, è che purtroppo ancora non c’è una legge che regoli le terapie alternative, e che riconosca come figure professionali, i naturopati e varie altre figure del settore. A differenza di tante altre nazioni vicine a noi, dove è presente una legislazione che regoli lo svolgere di queste professioni.—6 In genere si ritiene che ogni percorso del genere, comunque ogni percorso che porti a un profondo guardarsi dentro, sia anche destabilizzante. Come è stato il confronto con te stessa? Quali sono state le “ombre” interiori con cui tu ti sei dovuta confrontare?Questa domanda mi fa sorridere.. La vita ogni giorno ci da l’occasione per guardarci dentro, e ogni giorno possiamo vedere o percepire qualcosa di noi che ci destabilizza, ma col tempo si impara ad essere più comprensivi anche con noi stessi, non solo con gli altri. Sono stata sempre molto esigente con me stessa, ma ora ho imparato anche ad essere più morbida e mi concedo il tempo di cui ho bisogno per maturare i cambiamenti.—7 Hai conosciuto persone che potresti davvero definire Maestri? Cosa li rendeva tali.. cosa per te è un Maestro?- Vuoi parlare di qualcuno di essi in particolare?Ho conosciuto insegnanti molto validi, ma io non riesco a dare a nessuno il titolo di Maestro. Spesso se si da questo ruolo ad un altro, ci si pone nella posizione del discepolo, non sono mai riuscita ad entrare nel ruolo della discepola, la mia forte indipendenza interiore non mi ha permesso questo ruolo. Questo non significa che io non sia grata ai vari insegnanti che in tanti anni ho incontrato, e soprattutto ad alcuni di loro che hanno saputo risvegliare in me un forte interesse per determinati argomenti. Alla tua domanda cosa è per me un maestro? Posso dirti che spesso i miei maestri sono state le persone che io seguivo coi massaggi o con la naturopatia, anche una signora di 80 anni è stata la mia maestra, l’ho ammirata tantissimo per il grande amore che ha ancora per la vita….8 Tu applichi anche una tecnica molto insolita.. e che mi ha affascinato da subito, appena ne ho sentito parlare.. le campane tibetane.. Bene.. immagina di descriverle a persone che non hanno nessuna idea di cosa esse siano.. e quindi dici la loro storia, i principi che ne stanno alla base, e il modo in cui esse agiscono sull’essere umano.Le campane tibetane provengono dal Tibet, sono sempre state usate nei monasteri come richiamo ai momenti di preghiera e meditazione, sono fatte di sette metalli, che corrispondono ai sette pianeti. Il suono delle campane tibetane, ha la capacità di portare in pochi minuti ad profondo rilassamento, come quello che può accadere durante la meditazione, e già in questo stato di rilassamento i tessuti si rigenerano, c’è un forte recupero fisico emotivo, abbiamo già parlato nei precedenti articoli della risonanza, fenomeno che si presenta anche in questo caso, le vibrazioni ed i suoni delle campane entrano in risonanza coi chakra e con vari punti del corpo, stimolando il riequilibrio psico-fisico. Conosciamo già gli effetti della musicoterapia, effetti benefici dei suoni, pensa che tempo fa ho letto che in un ospedale a Forlì, fecero una sperimentazione coi suoni dell’Arpa su malati terminali, e questo li aiutava a percepire meno il dolore e ad affrontare il momento con maggiore serenità.—9 Come sei finita ad interessarti delle campane tibetane?Con le campane tibetane è stato un colpo di fulmine, anni fa ad una fiera del naturale ho conosciuto per caso, una persona che suonava le campane, appena ho sentito il suono, ne sono rimasta così incantata così profondamente coinvolta, che gli ho chiesto subito di insegnarmi a suonarle. |
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10 Cosa è la Medicina alternativa secondo te? E soprattutto.. tu che parole preferisci usare.. medicina alternativa..altra medicina… medicina integrata.. o parole di tuo conio o di volta in volta non hai un linguaggio di riferimento?
Col termine Medicina Alternativa vengono indicate tutte le terapie naturali, dalla fitoterapia, all’omeopatia alla spagiria e tutte le altre che sono fatte con piante, fiori o minerali… io la chiamerei Medicina Prima, perché se pensiamo che le piante ci hanno curato da sempre, nei secoli scorsi, e l’umanità è sopravvissuta senza rimedi chimici, pensa che miracolo…. ringraziamo le nuove scoperte della medicina chimica, e la cosa che si spera di più è di una sinergia tra medicine naturali e chimiche, questo si che sarebbe un grande passo nell’evoluzione, perché ora c’è una netta separazione, soprattutto nella formazione, o si formano medici tradizionali, o si formano medici omeopati e naturopati, manca l’unione tra le due parti, credo che questa unione darebbe una profondo svolta al modo di curare gli esseri umani.
—
11 Tu padroneggi diverse conoscenze, tecniche e pratiche… elencale tutte?
Massaggio Ayurvedico, Reiki, massaggio con oli essenziali, Linfodrenaggio, Massaggio con Campane Tibetane, Chelazione (Metodo di B. Ann Brennan), terapia con i fiori di Bach, gli oligoelementi, la spagiria, gli elisir di cristalli…..
—
12 Cosa sono gli oligoelementi?.. descrivili in modo che anche i profani possano capire…
Il nostro corpo come la terra, è composto anche da minerali, se si mantiene un equilibrio dei minerali nel nostro corpo, il terreno rimane sano, è una grande prevenzione ad ogni tipo di malattia, l’organismo appare come una sorta di oligarchia nella quale masse enormi di elementi passivi sono dominati da un piccolo numero di elementi catalitici. gli oligoelementi funzionano come catalizzatori, cioè basta la loro presenza a far lavorare e funzionare i sistemi enzimatici, quando ho studiato questa parte, mi sono visualizzata un immagine, ve la descrivo perché è preziosa per capire il funzionamento degli oligoelementi, ho immaginato una nastro dove scorrono oggetti e tanti operai che ci lavorano sopra, ma c’è la presenza di un capogruppo (caporeparto), e basta la presenza di questo capogruppo a far lavorare gli altri, l’oligoelemento ha questo preciso ruolo. E sottolineo di nuovo l’importanza dell’equilibrio di questi minerali nel nostro corpo, perchè nessuna malattia può attecchire in un terreno forte e sano.
—
13 Quali sono le situazioni in cui essi sono maggiormente indicati o particolarmente efficaci?
Si usano sia per problemi emotivo-psicologico, ansia, depressione, insonnia, sbalzi d’umore, sia per problemi fisici, da un semplice raffreddore, a problemi d’allergie, ai disagi della menopausa, problemi di circolazione sanguigna, ed ogni altra situazione di squilibrio.
—
14 Descrivi i fiori di Bach a chi è digiuno o ha solo una vaga conoscenza approssimativa dell’argomento….come sono nati.. quale logica li ispira…quali principi stanno a fondamento di essi.
Il Dott. Edward Bach, nei primi anni del 1900 ha scoperto l’effetto dei fiori per dominare vari stati d’animo negativi. Lo scopo che si vuole ottenere è la purificazione spirituale, la conoscenza di sé, lo sviluppo armonico della personalità, cos’ da raggiungere il massimo equilibrio. Ne consegue una maggiore resistenza ai disturbi psichici e talora anche a quelli psicosomatici.
—
15 In quali situazioni i fiori di Bach sono particolarmente consigliabili?
Possono sostenerci in ogni cambiamento o difficoltà, da un cambio di lavoro, all’insonnia, alla timidezza, alla balbuzia, al pessimismo, per ogni genere di paura e di trauma.
—
16 Riguardo a realtà come i fiori i Bach.. c’è una fascia di persone che pur non arrivando al disprezzo e all’irrisione.. e riconoscendo ad essi una pur minima efficacia.. la liquidano esclusivamente come “effetto placebo”..ergo anche un pò di acqua di rubinetto avrebbe lo stesso effetto se io ci credessi… Tu cosa risponderesti a queste persone?
Sai ci sono persone con una sensibilità più affinata, che possono percepire immediatamente l’effetto dei fiori di Bach, o di altri rimedi naturali, io sono molto dispiaciuta per chi invece non ha la sensibilità per percepire in modo amplificato gli effetti, ma comunque se assumessero dei fiori di Bach, anche loro ne avrebbero grande giovamento, il fiore agisce sul nostro campo energetico, sia che lo percepiamo, sia che non lo percepiamo, quindi il cambiamento accade.
—
17 Che ne pensi della meditazione. La pratichi?
La meditazione, altro argomento infinito, si l’ho praticata per tantissimi anni. La meditazione è un nutrimento per il sistema nervoso, è dimostrato da studi scientifici che già dopo pochi minuti di meditazione si raggiunge un profondo stato di rilassamento, ed in questo stato sia fisico che mentale, ci si rigenera, anche la mente si quieta, e si hanno ottime intuizioni, si esce dal caos dei pensieri, e si trovano soluzioni migliori ai nostri problemi, si raggiunge la nostra fonte interiore, e da lì attingiamo il meglio di noi.
Sentenza!.. Dedicato alla memoria di Varlam Salamov
by Duncan on dic.09, 2010, under Guarigione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
DEDICATO ALLA MEMORIA DI VARLAM SALAMOV
Nell’anniversario della morte di Mandel’štam nella Kolyma, Šalamov manda alla vedova, che abita a Mosca, un ramo di larice artico. Il ramo viene immerso nell’acqua. Dopo tre giorni e tre notti, “la padrona di casa viene svegliata da uno strano, vago odore di resina, debole, sottile, nuovo. Nella ruvida pelle legnosa si sono aperti e sono apparsi distintamente gli aghi – freschi, giovani e vitali, dal colore verde e brillanti – i nuovi germogli”. Il larice ha trecento anni e ha visto le vittime dello zar e i milioni di cadaveri della Rivoluzione (…) L’episodio diventa il simbolo della nuova esistenza di Šalamov: la morte non è più definitiva, la dimenticanza viene cancellata, il ricordo ritorna come il profumo del larice, e con il ricordo la sua vita, quella di tutti gli esseri umani, e i libri che dovranno raccontare i morti, le fatiche, le persecuzioni e i dolori. Non tutto è stato vano: il male può essere, almeno nei libri, sconfitto.
(da La malattia dell’infinito di Pietro Citati, pag. 357)
Dopo Aleexander Solženitsyn, al cui memorabile Arcipelago Gulag, ho già dedicato alcune note.. Varlam Salamov è stato l’altro massimo protagonista e testimone del non -mondo dei Gulag.. che lui conobbe nella loro versione più estrema e violenta, quella del complesso-Gulag nelle terre selvagge e siberiane della Kolyma. Se i Gulag sono già stati un vertice di abiezione, la Kolyma divenne il Gulag allo stato peggiore. Kolyma, ultimo cerchio dell’inferno, dove gli uomini «morivano come le mosche», «Crematorio bianco», «Auschwitz di ghiaccio», la Kolyma è un mondo a parte. Dice una canzone di lager: «Kolyma, Kolyma, lontano pianeta, dodici mesi inverno, il resto estate ». Kolyma è la regione dell’oro (sono 70 le miniere e più di un milione gli schiavi nel 1941) e dell’orrore.
Salamov sopravvissuto a più di 17 anni di lager, si sentì in dovere di passare il resto della sua vita a raccontare ciò che erano stati i Gulag, e quello che aveva vissuto.. il dovere di ricordare tante storie disperse, uomini dalla storia calpestata, e sotto tonnellate di gelo polare salvare storie. Allo steso tempo era la volontà di ricordare singole storie, persone, ed episodi.. ma anche tutti i milioni spazzati via in un’orgia di orrore.. che andrebbe ricordata con la stessa dedizione con la quale si ricordano i lager nazisti. Tutta la sua produzione divenne celebre con la grande raccolta di racconti, intitolata appunto “I racconti della Kolyma”.
Ma non parlerò diffusamente in questa nota di Salamov, della Kolyma e dei Gulag. Ho voluto tracciare una cornice e una trama di fondo (che è anche un omaggio) per presentare questo racconto di Salamov che ora leggerete. Racconto che è una storia vera, che parla di lui stesso, di un momento della sua esperienza nei Gulag. Racconto che è in assoluto uno dei meno tremendi, in quanto l’orrore peggiore (Il lavoro innominabile nelle miniere, le più selvagge umiliazioni, ecc.) era alle spalle.
Salamov ridotto ormai a uno scheletro vivente e in fin di vita, si trova a svolgere un lavoro c.d. “leggero”, ma che per lui è comunque una impresa, vista la carcassa ambulante a cui è stato ridotto.
Non c’è quasi più nulla in lui.. se non un sottile strato di muscoli e una pelle in disfacimento sullle ossa.. e nell’anima.. solo una sorda rabbia.
La mente stessa è atona.. le parole disperse. Dopo anni di privazione dei libri, e di scarno vocabolario di parole d’ordine, esclamazioni e necessità basilari.. è rimasto pochissimo in quella mente, quel cervello è atrofizzato, una manciata di parole d’ordine, la nuda vita, spoglia, sillabario da schavi, disco inceppato.
Il prossimo passo è la morte.. morte spirituale, morte mentale, morte fisica…
E anche se non ci fosse la morte fisica, la demenza..oppure.. l’autismo.. il completo inaridimento dell’ispirazione, dei pensieri e delle parole.
Eppure un giorno.. SENTENZA!…. una parola riemerge dalle tenebre del vuoto mentale (che non è assolutamente qui il vuoto del buddismo Zen, ma è vuoto nella sua versione più vacua, deprivata e insensata).. SENTENZA!.. questa è la parola che riemerge. E Salamov non sa neppure cosa diavolo significhi. Ma si balocca estatico come fosse un bambino dinanzi a un dono totalmente stupefacente. Dopo anni di parole abusate e ricorrente, dopo pensieri che ripetono se stessi come in un’orgia di specchi riflessi… SENTENZA. Come una pietra che cade nel mare… Cosa è stato? Cosa è che si muove fuori di me? Cosa porto dentro di me? E, scheletro camminante.. Salomov saltella quasi, e ripete ossessivamente questa parola… a tutti, a chiunque incontra e questi lo guardano come un folle, come uno strano essere buffo.. che incessantemente squittisce.. SENTENZA…
E’ come un Dono della Grazia.. una sorta di Satori, improvviso e inatteso affiorare dell’Illuminazione, squarcio di luce non previsto, neanche immaginato.. prima. Sentenza.. e il “pagliaccio” Salamov ripete ils uo mantra, non si stanca di masticarlo, di sbatterlo in faccia, e lo urla al cielo pretendendo senso e risposta. E la notte ha paura a dormire, temendo di ripiombare nel vuoto mentale, nella totale atrofia esistenziale. Sentenza… e si tiene aggrappato.. ti prego parola mia non perderti, non perdermi.. tienimi stretto a te, fa che io abbia almeno un sasso magico in questa notte senza fine.
Ma la parola non se ne andò…
Essa fu l’inizio.. l’inizio del ritorno di qualcosa che era andato perduto. “Pezzi d’anima”, come dicono gli sciamani.
E altre parole tornarono. Una alla volta.. come irruzione di insight da oscure profondità senza tempo.. tornarono sempre come un doloroso sforzo.. sempre come a cavarle.. ma piano piano tornarono. Una lenta conquista, paesaggi di vita riacciuffati in questa progressiva rammemorazione, come una sorta di strana reminescenza. Forse a farci quasi credere, che nulla muore mai del tutto. Da qualche parte si seppellisce ciò a cui è tolta la vita. Forse in gallerie fino al centro della terra, e forse non tornerà più. Ma a volte una scintilla.. lo SHINING.. Sentenza! E non so dire se si nasconde in dimensioni parallele della mente, o in cunicoli cavi sotto l’altra faccia del cuore, quella che si illumina anche sul fuoco, come una candela a mezzogiorno.
So per certo che infinite sono a volte le vie della Speranza e che dementi cronici hanno ripreso coscienza e comprensione. Conosci il limite tu delle mappe nascoste dentro le bottiglie? Sai dirmi tu quando un uomo è veramente finito? Puoi dire davvero quando tutto è perduto? Sai con certezza dove porre i limiti del corpo e della mente?
La Magia è appena appesa ma non scompare. Certo fiumi di sangue scorrono e legioni di vite sono state saccheggiate risucchiate dai Grand Guignol dei Nosferatu. Ma ecco il pifferaio magico che incanta i topi…
Improvvise pietre focaie, a furia di levigare rocce, levigarle come specchi…
La parola magica… apriti e fammi entrare..
Dentro la mente piccole Euridice.
Il Mago, su anestesie e odio stelirilazzo.. punta ancora nei suoi giardini sommersi.
Pronuncia una parola.. come l’ultimo Desiderio nella Storia Infinita…
Sentenza!.. può bastare.. la Ruota può ancora girare..
Vi lascio alla lettura di questo racconto di Varlam Salamov
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Le persone emergevano dal nulla, una dopo l’altra. Uno sconosciuto si stendeva sul tavolaccio vicino a me, la notte s’addossava alla mia spalla ossuta, cedendomi il suo calore – gocce di calore – e ricevendo in cambio il mio. C’erano notti in cui attraverso i buchi del giaccone imbottito e la giubba a brandelli non sentivo arrivare nessun calore, e al mattino guardavo il mio vicino come si guarda un morto, e un po’ mi stupivo di trovare un morto vivo, di vederlo alzarsi alla chiamata, prepararsi all’appello ed eseguire docilmente gli ordini. Avevo in me poco calore. Non avevo più molta carne attaccata alle ossa, e questa bastava appena a nutrire la mia rabbia, l’ultimo dei sentimenti umani a scomparire. Non l’indifferenza, ma la rabbia era l’ultimo sentimento umano, quello più vicino alle ossa. L’uomo emerso dal nulla spariva di giorno – la prospezione carbonifera aveva molti settori – e spariva per sempre. Non conosco chi mi dormiva vicino. Non facevo mai domande e non perché mi attenessi all’adagio arabo: non chiedere niente a nessuno e nessuno ti mentirà. Mi era indifferente che mi mentissero o meno, ero al di fuori della verità, al di fuori della menzogna. I malavitosi hanno a questo riguardo un proverbio di rude chiarezza, pervaso da un profondo disprezzo nei confronti di chi pone domande: se non ci credi, fà conto che sia una favola. Io non facevo domande e non dovevo ascoltare favole.
Che cosa mi era rimasto, in vista della fine? Una gran rabbia. E la custodivo preparandomi a morire. Ma la morte, che era stata pur così vicina, a poco a poco cominciò ad allontanarsi. Non fu proprio vita quella che subentrò alla morte, ma un esistere semicosciente, per il quale non c’è definizione di sorta e che non può essere chiamato vita. Ogni giorno, ogni alba portava con sé il rischio di un nuovo urlo mortale. Ma non arrivò. Io lavoravo come addetto a bollitore, il più leggero di tutti i lavori, ancor più leggero di quello di guardiano, ma egualmente non ce la facevo a tagliare in tempo tutta la legna che serviva al titano, il bollitore del tipo Titano. Mi avrebbero potuto cacciare via, ma dove? Lontano nella taiga, il nostro insediamento – la nostra komandirovka in termini kolymiani – era come un’isola sperduta nell’universo verde. Riuscivo appena a trascinare le gambe, i duecento metri tra la tenda e il posto di lavoro mi sembravano una distanza infinita, e lungo il tragitto mi sedevo più volte a riposare. Ricordo ancora adesso ogni avvallamento, buca o fossa di quel sentiero mortale; il ruscello davanti al quale mi stendevo a pancia in giù inghiottendo avidamente sorsate d’acqua, fresca, buona, salutare. La sega a due manici che talvolta portavo sulla spalla, talaltra trascinavo per un manico, mi sembrava un carico incredibilmente gravoso.
Non mi riusciva mai di far bollire l’acqua in tempo, di far sì che il titano si mettesse a bollire per l’ora di pranzo.
Ma nessuno degli operai – erano dei <<liberi>>, tutti detenuti fino a poco tempo prima – ci badava, a nessuno importava che l’acqua bollisse o meno. La Kolyma aveva insegnato a tutti noi a distinguere l’acqua da bere unicamente in base alla temperatura. Calda o fredda e bollita o non bollita.
Non ce ne importava niente del salto dialettico che trasforma la quantità in qualità. Non eravamo filosofi. Eravamo manovali e rabotjagi e la nostra acqua calda potabile non aveva i requisisti richiesti per il suddetto salto.
Mangiavo, sforzandomi, ma senza affanno, di mandare giù tutto quello che mi capitava a tiro: avanzi, resti di cibo, bacche di palude dell’anno prima. La minestra del giorno prima o del giorno prima ancora, avanzata nel calderone dei <<liberi>>. No, della minestra della vigilia i <<liberi>> non avanzavano mai niente.
Nella nostra tenda c’erano due fucili, fucili da caccia. Le pernici e gli altri uccelli non temevano l’uomo e all’inizio si potevano abbattere alla soglia della tenda. Si arrostiva la preda così com’era sotto la cenere o la si cuoceva dopo averla accuratamente spiumata. Penne e piume andavano in cuscini, era un commercio anche quello, soldi sicuri, un modo di arrotondare per i <<liberi>>, i signori e padroni dei fucili e degli uccelli della tajga. Le pernici spennate e svuotate delle interiora venivano fatte cuocere in barattoli da conserva di tre litri appesi sopra i falò. Non mi capitò mai di trovare alcun avanzo di quegli uccelli misteriosi. Gli stomaci affamati dei <<liberi>> trituravano, macinavano e risucchiavano ogni ossicino senza lasciare avanzi. Era un altro dei prodigi della tajga.
Non assaggiai mai neppure un boccone di quelle pernici. Io avevo le bacche, radici di erbe e la razione. E non morivo. Cominciai a guardare con sempre maggiore indifferenza, senza rabbia, il sole rosso e freddo, le montagne nude, dove ogni cosa – rocce, anse del fiume, larici, pioppi – era spigolosa e ostile. La sera saliva dal fiume una nebbia gelata, e giorno e notte non c’era un momento in cui mi scaldassi.
Le dita congelate della mani e dei piedi dolevano per il dolore lancinante. La pelle rosa vivo delle dita restava tale e si ulcerava facilmente. Tenevo le dita sempre bendate con certi stracci sporchi per preservarle se non dall’infezione almeno da nuove lesioni, e alleviarne il dolore. Non c’era invece rimedio efficace al pus che stillava da entrambi gli alluci, e al pus non c’era fine.
Ci svegliavano battendo su un pezzo di rotaia e allo stesso modo ci facevano rientrare dal lavoro. Dopo avere mangiato, mi coricavo immediatamente sul pancaccio, naturalmente senza svestirmi, e mi addormentavo. La tenda nella quale vivevo e dormivo la vedevo come attraverso una nebbia: da qualche parte persone che si muovevano, lo scoppio di una lite, una sequela di ingiurie oscene, un azzuffarsi, poi, improvviso, calava il silenzio prima di una mossa pericolosa. Le zuffe si chetavano rapidamente, per conto loro, non c’era da trattenere o separare alcuno, semplicemente i motori della lite si spegnevano e subentrava la gelida alma notturna con il suo cielo pallido e alto intravisto dai buchi del soffitto di tela, e insieme il ronfare, sbuffare, gemere, tossire, il bestemmiare incosciente dei dormienti.
Una notte mi resi conto che io udivo quel gemere e sbuffare. Fu una sensazione improvvisa, come una illuminazione.. e non ne fui rallegrato. Più tardi, ricordando quel momento di stupore, compresi che la mia necessità di sonno, di oblio, di incoscienza si era attenuata: mi ero già saziato di sonno, come diceva Moisej Moiseevic Kuznecov, il nostro fabbro, mastro ferraio e maestro di saggezza.
Si manifestò un persistente dolore muscolare. Che muscoli potessi avere a quei tempi non so, ma il dolore c’era, mi irritava e non mi consentiva di astrarmi dal corpo. Poi fece la sua comparsa qualcosa di diverso dalla rabbia e dal rancore suo compagno. Era l’indifferenza, la temerarietà. Capii che per me non c’era indifferenza, la temerarietà. Capii che per me era indifferente che mi picchiassero o meno, che mi dessero il pranzo e la razione, o che non me lo dessero affatto. E benché alla prospezione, una trasferta senza scorta, non mi picchiassero – picchiavano solo ai giacimenti – io, ricordando la cava dell’oro, misuravo il mio coraggio con il metro di allora. Grazie a questa indifferenza, a questa temerarietà, venne in qualche modo gettato un ponticello che mi allontanava dalla morte. La consapevolezza che qui non mi avrebbero picchiato, perché non picchiavano né prevedibilmente lo avrebbero mai fatto, generava nuove forze e nuovi sentimenti.
Dopo l’indifferenza, la paura, una paura comunque non molto forte, il timore che mi togliessero quella vita di salvezza, quel lavoro salvifico al bollitore, il cielo alto e freddo, e il persistente dolore ai muscoli sfibrati. Capii che avevo paura di dover partire per tornare al giacimento. Avevo paura, punto e basta. Nel corso di tutta la mia vita mi ero accontentato del bene senza cercare il meglio. Giorno dopo giorno la carne mi ricresceva sule ossa. Poi venne il turno di un secondo sentimento, e si chiamava invidia. Invidiavo i miei compagni morti, le persone che erano scomparse nel ’38. Invidiavo anche i vivi, i miei vicini, intenti a masticare, i vicini che si accendevano qualcosa da fumare. Non invidiavo il capo spedizione, il capocantiere, il caposquadra; quello era un altro mondo.
L’amore non mi tornò. Ah, com’è distante l’amore dall’invidia, dalla paura, dalla rabbia. Quanto poco bisogno ne hanno gli uomini. L’amore sopraggiunge soltanto quando tutti gli altri sentimenti sono tornati. Arriva per ultimo, ritorna per ultimo, ma ritorna poi davvero?
E tuttavia, l’indifferenza, l’invidia e la paura non erano i soli testimoni del mio ritorno alla vita. Prima che per gli uomini, mi era tornata la compassione per gli animali.
Poiché ero tra tutti il più debole in quel mondo di pozzi e scavi di prospezione, lavoravo con il topografo – gli andavo dietro portando l’asta e il teodolite. Talvolta, però, per fare più in fretta, il topo grafo si faceva passare la cinghia del teodolite dietro la schiena e a me toccava soltanto l’asta, leggerissima e ricoperta di cifre. Il topografo era un detenuto. Per farsi coraggio – d’estate c’erano molti fuggiaschi in giro per la tajga – si portava dietro un fucile da caccia di piccolo calibro che era riuscito a farsi dare dai suoi superiori. Ma il fucile ci era solo d’intralcio, e non solo perché era un oggetto inutile nel nostro difficoltoso procedere. Ci eravamo seduti a riposare in una radura e il topografo, giocherellando con il fucile, lo puntò contro un ciuffolotto delle pinete il quale si era avvicinato in volo per vedere il pericolo più da vicino e sventarlo. Sacrificando, se necessario la vita. La sua femmina doveva essere alla cova nelle vicinanze: non c’era altra spiegazione al folle coraggio dell’uccello. Il topografo si appoggiò il fucile alla spalla e io spostai la canna.
- Metti via il fucile!
- Ma che ti prende? Sei impazzito?
- Lascia stare quell’uccello e basta.
- Farò rapporto al capo.
- Ma và un po’ al diavolo, tu e il tuo capo.
Ma il topografo non aveva voglia di litigare e non disse niente al capo. E io capii che qualcosa di importante era tornato a me.
Da molti anni non vedevo né giornali né libri e ormai mi ero abituato a non rimpiangerne la mancanza. I miei cinquanta compagni di tenda, di quella tenda di lacera tela catramata, erano tutti nella stessa condizione: nella nostra baracca non si era mai visto un solo giornale, un solo libro. Le autorità superiori – il responsabile dei lavori, il capo della prospezione e il caposquadra – quando scendevano nel nostro mondo non portavano libri.
La mia lingua, la rozza lingua dei giacimenti, era povera, povera quanto i sentimenti che continuavano a vivere vicino alle ossa. Alzata, adunata, appello, smistamento ai posti di lavoro, pranzo, fine del lavoro, ritirata, cittadino capo, mi permetta di rivolgerle la parola, badile, trivella, piccone, fuori fa freddo, pioggia, minestra fredda, minestra calda, pane, razione, lasciamene un tiro: da anni me la cavavo con una ventina di parole. E per metà erano imprecazioni. Quand’ero giovane, o frose bambino, circolava l’aneddoto di un russo che riusciva a raccontare un viaggio all’estero ricorrendo a una sola parola pronunciata con differenti intonazioni. La ricchezza delle imprecazioni russe, la loro inesauribile capacità oltraggiosa non mi si rivelarono tuttavia nell’infanzia, e neppure nella giovinezza. Da queste parti l’aneddoto del russo è roba da educande. Ma io non cercavo altre parole. Ero felice di non dover cercare chissà quali altre parole. Neanche sapevo più se esistessero. Non ero in grado di rispondere all’interrogativo.
Mi spaventai, rimasi sbalordito quando nel mio cervello, sì, proprio qui – lo ricordo con chiarezza – sotto l’osso parietale destro, nacque una parola del tutto inadatta alla tajga, una parola che in un primo momento io stesso non capii, altro che i miei compagni. Gridai questa parola dopo essermi alzato in piedi sul pancaccio, rivolgendomi al cielo, all’infinito:
- Sentenza! Sentenza!
E scoppiai a ridere.
- Sentenza!- urlavo direttamente al cielo del Nord, alla sua doppia aurora, urlavo senza ancora
comprendere il significato di quel termine che mi era nato dentro. E se quella parola era ritornata, se era stata di nuovo ritrovata, tanto meglio, tanto meglio! Una gioia immensa colmava tutto il mio essere.
- Sentenza!
- Ma guarda che suonato!
- E’ proprio suonato! Cos’è, sei uno straniero? – mi chiese con sarcasmo l’ingegnere
Minerario Vronski, proprio lui, il famoso <<Tre bricioli>>.
- Vronskij, dammi da fumare.
- No, non ho tabacco.
- Dài, almeno tre bricioli.
- Tre bricioli? Prego.
E con l’unghia cavava dalla borsa, gonfia di machorka, i tre bricioli del tabacco.
<<Uno straniero?>> – Domanda capace di trasferire il nostro destino nel mondo delle provocazioni e delle denunce, delle indagini istruttorie e dei supplementi di pena.
Ma non me ne importava proprio niente delle domande provocatorie di Vronskij. La mia scoperta era assolutamente enorme.
- Sentenza!
- Che suonato!
La rabbia era l’ultimo sentimento, quello con il quale l’uomo sparivo nel nulla, nel mondo inanimato. Ma quel mondo è davvero inanimato? Perfino un sasso non mi è mai sembrato veramente inanimato, per non parlare dell’erba, degli alberi, del fiume. Il fiume non è soltanto l’incarnazione della vita, il simbolo della vita, ma è la vita stessa. Il suo perpetuo movimento, l’incessante mormorio, il suo chiacchiericcio, per così dire, quel suo agire che forza l’acqua a scendere la corrente sfidando steppe e praterie. Il fiume, che quando il sole prosciuga e scopre il suo solito corso, ne prende uno nuovo e si insinua in qualche parte tra i sassi, filo d’acqua visibile appena, in obbedienza al proprio eterno dovere, ruscelletto che non spera più nell’aiuto del cielo, nella salvifica pioggia. Ma basta un temporale, basta un rovescio e già il fiume si trova nuove sponde, frange le rupi, schianta le piante e s’avventa con furia giù per la via che in eterno è la sua…
Sentenza! Non mi fidavo di me stesso, temevo che addormentandomi questa parola tornata a me si dileguasse nottetempo. Ma la parola non si dileguò.
Sentenza. Sia questo il nuovo nome del piccolo fiume accanto al quale sorgeva il nostro accampamento, la nostra komandirovka <<Rio-rita>>. Forse che <<Rio-rita>> è meglio di <<Sentenza>>? Il cattivo gusto del cartografo padrone della terra aveva introdotto Rio-rita nelle carte del mondo. E non c’era rimedio.
Sentenza. In quella parola suonava qualcosa si romano, di forte, di latino. L’antica Roma era, per la mi infanzia, la storia di lotte politiche, di guerre tra uomini, mentre l’antica Grecia era il regno delle arti. Nonostante ci fossero stati uomini politici e assassini anche nell’antica Grecia, e non pochi artisti nell’antica Roma. Ma la mia infanzia aveva radicalizzato, semplificato, ristretto e separato due mondi tanto diversi. Sentenza era una parola latina. Passò una settimana senza che riuscissi a capirne il significato. La sussurravo in continuazione, gridandola all’improvviso, con grande spavento e spasso dei miei compagni. Esigevo, dal mondo e dal cielo, una soluzione dell’enigma, uno scioglimento, una traduzione… E in capo a una settimana capii, e tremai per la gioia e per lo spavento. Spavento perché temevo il ritorno in quel mondo al quale non potevo tornare. Gioia perché vedevo che la vita tornava a me malgrado la mia stessa volontà.
Trascorsero molti giorni prima che imparassi a richiamare dalle profondità del mio cervello sempre nuove parole, parole diverse, una dopo l’altra. Ogni parola ritornava a fatica, ogni parola emergeva all’improvviso, per conto suo. Non era un flusso di pensieri e parole. Ognuna di essere tornava solitaria, senza la scorta di altre parole conosciute, e nasceva prima dalla lingua che dal cervello.
E poi venne quel giorno in cui noi tutti, cinquanta operai, smettemmo di lavorare e corremmo verso l’accampamento, al fiume, uscendo fuori dai pozzi, dagli scavi, lasciando alberi segati a metà o la minestra che cuoceva sul fuoco. Erano tutti più veloci di me, ma ce la feci anch’io ad arrivare in tempo, aiutandomi con le mani per scendere rapidamente la china.
Da Magadan era tornato il capo. Una giornata limpida, calda, secca. Sull’enorme ceppo di larice all’entrata della tenda c’era un grammofono. Il grammofono suonava coprendo il fruscio della puntina, suonava un pezzo di musica sinfonica.
E tutti si accalcavano intorno al ceppo – assassini e ladri di cavalli, malavitosi e non, <<caporali>> e <<sgobboni>>. C’era anche il capo, in disparte. Dall’espressione del suo volto sembrava quasi che quella musica l’avesse scritta lui, per noi, per la nostra komandirovka sperduta in quell’angolo di tajga. Il disco di gommalacca girava e sibilava, e girava anche il ceppo con i suoi trecento anelli, come una molla compressa, avvolta strettamente nei suoi trecento anni…
TEMPO DI GUARIGIONE – la rubrica di Monica Benatti
by Duncan on nov.19, 2010, under Guarigione, Misticismo
In questo nuovo appuntamento con la sua rubrica Monica Benatti ci regala un frammento carico di ispirazione vibrazionale tratto da “Le 100 Preghiere più potenti” di Aur Kavalah
Dopo questi prime puntate di “riscaldamento dei motori”, la prossima volta Monica entrerà direttamente in campo, con parole, conoscenze ed esperienze direttamente sue.
Buona lettura Viandanti del Blog
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LUCE, PAROLA, MUSICA
L’origine del suono è luce. Tu sei luce, quella luce che rimane in ombra, ma che quando si rivela alla coscienza e al cuore, diventa totalizzante, piena, completa, appagante. Luce e parola camminano a braccetto l’una con l’altra. Luce e parola vanno insieme, hanno la stessa essenza. La prima luce che esplode nell’universo per farlo nascere contiene e richiama la luce che risplende come lampo abbagliante nella mente che raggiunge l’illuminazione o un barlume di conoscenza. Essa è come un indescrivibile vibrazione, un suono magico in grado di dare forma al caotico, a ciò che non è ancora formato. Questa luce/parola che in-forma (dà significato, forma ed essenza alla realtà), essendo vibrazione, è anche suono e colore. In questo senso, è in grado di colorare il mondo col suo arcobaleno e farlo vivere. Allo stesso modo, poichè la preghiera stessa è formata dalle parole e dai suoni delle parole, può essere considerata musica e canto. In quanto tale, oltre ad essere ringraziamento diventa potenzailmente creatrice essa stessa, poichè tende a ripercorrere i livelli vibrazionali dell’essere. E’ questo il caso, per esempio, dei mantram, come l’om, che contribuisce a scuotere e liberare l’essere, a farlo vibrare in un rinnovato stato di salute.
IN CIELO, IN TERRA IN OGNI LUOGO
Fermati e ascolta. Osserva. Ogni cosa vive. Ogni cosa pulsa. Ogni cosa è animata, ha un cuore. Questa vita di ogni aspetto del creato esiste in una frequenza che è immanete alla natura , eppure invisibile, apparentemente separata. Ascolta il ritmo, i ritmi, della natura. Scorgi l’anima delle cose e degli esseri. Ci sono vite e pulsazioni lunghissime, diresti quasi eterne. Come la pietra, il sasso che calpesti. Lo pensi forse morto? Ritieni davvero che solo perchè tutta la tua esistenza si svolge forse solo nel tempo della sua lentissima espirazione o inspirazione, ritieni dunque che esso non viva pari di te? Non senti il suo lungo respiro?E non avverti il tuo respiro dentro al suo? Ma soprattutto, non senti la memoria millenaria che lo pervade? E se ti dico che quella memoria ti appartiene? Se ti dico che anche tu, forse sei già sasso? Che le pietre sono anche dentro di te? Che il cielo ti appartiene e la terra e gli elementi tutti?
Senti il potere purificante e dissetante dell’acqua. Scopri il tuo fuoco, comincia a percepire la sostanza degli elementi che vivono in te e intorno a te, in ogni direzione, sacralizzando così il tuo stesso corpo, delimitandolo e cerchiandolo come luogo sacro e altare. Fermati e ascolta. Osserva con gli occhi della tua anima. Ascolta il battito e il respiro del tuo petto. Lì sta avvenendo qualcosa. C’è un evidente corrispondenza fra ciò che vive al di fuori dell’uomo e ciò che si verifica interiormente a lui. Non solo gli elementi della natura sono gli stessi che compogono l’uomo nella sua dimensione terrena, ma essi concorrono a disegnare all’esterno di lui un grande corpo da vivere come percorsi dell’anima, disegni imperscrutabili dello spirito e della volontà divina. In questo modo, non solo tutto diviene sacro poichè intriso della presenza divina, ma anche familiare, amico, in quanto specchio e riflesso dell’uomo e viceversa.
Quando gli indios cantano” noi siamo le stelle” non solo fanno nascere le stele riportandole alla coscienza, ma congiungono magicamente il loro splendore alla luce di cui anche l’uomo è intriso. Diventare stelle è un azione di elevazione dell’essere, significa ricondurlo all’interno di quel tutto che contiene la fusione armonica delle molteplici manifestazioni, ognuna con una funzione ed un compito specifico da assolvere. Lo stesso vale per l’acqua attinta direttamente dalla fonte viva del Signore o quella che ricrea l’anima e la ristora dolcemente come il miele, della preghiera dei primi cristiani. E lo stesso di nuovo vale per l’acqua solcata dalla zampa palmata del cigno della tradizione celtica o per quella immortale del Bhagavad-Gita, o per sorella acqua francescana, o ancora, per l’acqua benedetta insieme a tutto il creato della tradizione biblica, o anche per quella del Vangelo Esseno. Definire gli elementi e gli esseri del creato è sostanzialmente definire gli spazi sacri della vita, i luoghi in cui tutto avviene e tutto può succedere. Sentirsi partecipi di questo luogo sacro, che si trovi in terra o in cielo significa non rimanere esclusi, non sperimentare la separazione e la disgregazione, non vivere l’alienazione e, per esteso, neppure la malattia da esse derivata. Significa perciò tornare o divenire partecipi del tutto e mettere in moto tutti gli elementi funzionali della vita stessa, in una celebrazione sacra delle forze umane, universali e divine.
(da Le 100 Preghiere più potenti di Aur Kavalah)
Monica Benatti



