Born Again

Guarigione

Guarito con l’omeopatia – la storia di Igor Casella

by on mar.21, 2016, under Guarigione, Medicina

uomo-vitruviano

Marisa Pontesilli la conobbi alcuni anni fa. Si può dire che fino a quel momento non sapevo assolutamente nulla dell’omeopatia se non vaghissime infarinature. E non è che adesso sia diventato un esperto,ma perlomeno con lei alcuni concetti di fondo mi divennero chiari, come la differenza tra approccio “unicista” e “pluralista”, la legge dei simili, la dinamizzazione, ecc.
Marisa è una di quelle persone che non fanno un lavoro accanto agli altri percorsi della propria vita, ma che fanno del loro lavoro la carne e il sangue della propria vita. Se non sembrasse una espressione troppo vetero-cattolica, potremmo dire che Marisa fa parte di quelle persone che “si immolano” nel proprio lavoro. Ma forse sarebbe ancora meglio dire che hanno trovato, in questa vita, quella dimensione di azione che li fa fiorire in una passione totale, in una dedizione totale. Passione e dedizione totale vuol dire che viene meno nella loro vita il calcolo di chi misura costi e benefici. Non c’è mai stato per Marisa un piano B. Ma una spinta irrefrenabile, una “costrizione” insuperabile, a buttarsi con tutta se stessa nell’omeopatia –che in giovane età le permise di guarire da un tumore- fino a mollare tutto, indebitarsi, e girare per il mondo. E poi creare una scuola, Mirded, e subire rappresaglie e colpi bassi da parte di chi non gradiva e non gradisce che cose del genere esistono.
Per chi vuole leggere l’intervista che feci a Marisa, ecco uno dei link dove potrà trovarla
Oggi invece pubblico l’intervista che ho fatto ad Igor Casella, una di quelle persone che hanno avuto un grandissimo beneficio dall’approccio omeopatico. La risoluzione di una problematica gravosa che, oltre ad ostacolarlo fisicamente, gli aveva ormai tolto pace e serenità. E’ interessante notare come nella “vulgata generale” molti non ricollegherebbero l’omeopatia con la risoluzione di approcci di questo genere. C’è, da parte di molti, una idea molto limitata delle capacità dell’approccio omeopatico. Idea che, direbbe Marisa, non dipende solo da una scarsa conoscenza dell’argomento in questione, ma anche dalla debolezza di approccio di tanti omeopati, i cui non ragguardevoli risultati verrebbero poi,dal senso comune, ascritti a scarsa incisività, soprattutto in caso di gravi problematiche, dell’omeopatia in quanto tale.

Vi lascio alla storia di Ivan.

Quanti anni hai Igor?

39.

Di dove sei e dove abiti?

Sono di Collegno,e abito a Collegno, provincia di Torino.Prima abitavo da solo. Dal dicembre del 2014 mi sono trasferito da mia madre per problemi al bacino, che poi sono quelle problematiche che mi hanno portato da Marisa.

Che lavoro facevi?

Ingegnere, libero professionista. Ora lo faccio ancora perché poi ho ricominciato. Però sono stato fermo quasi un anno. La possibilità di tornare a casa dalla mamma è stata legata da una parte dalla indisponibilità economica legata alla inattività lavorativa. E in parte dall’impossibilità di muovermi da solo a casa.

Racconta di come è sorto il tuo problema?

Allora, il problema è sorto ad agosto 2013. Fondamentalmente è partito con un dolore localizzato nella zona destra all’inguine, e poi è peggiorato nell’arco di poco tempo. Tanto che io ad ottobre-novembre 2013 giravo con le stampelle perché non riuscivo proprio più ad articolare il passo.

Praticamente ti sentivi fisicamente bloccato..

Sì, sì.. parlo spesso del fatto che mi muovevo praticamente come uno sgabello. Nel senso che per camminare, per evitare di sentire dolore, o per contenere quel dolore, nel camminare cercavo di tenere il peso molto fuori dall’asse. Inizialmente a farmi male era solo la destra. Poi ha cominciato a farmi male anche la sinistra. E poi cercavo di camminare con la destra e con la sinistra. Quindi stavo con le gambe molto divaricate.

E naturalmente psicologicamente questo non ti aiutava.

No.. Io comunque continuavo a fare le cose che facevo anche prima. Nella fase iniziale pensavo che il dolore si sarebbe attenuato, che sarebbe tornato tutto a posto. Mi era già capitato in precedenza di sentire fastidio a livello inguinale e cose di questo tipo. Sono quei dolorini che uno si porta dietro e che poi, nel bene o nel male, si risolvono, anche solo dormendoci sopra una notte. Però questo problema specifico non si attenuava ed anzi il dolore continuava ad aumentare, la situazione continuava a peggiorare. Inizialmente ero tranquillo perché il mio medico di base mi aveva diagnosticato una tendinite e mi aveva detto “aspetta che ti passi e la risolvi”. In realtà dopo due tre mesi continuavo a peggiorare. Tutto questo mi metteva un po’ in crisi. Il primo specialista che ho incontrato era un osteopata. La prima cosa che mi chiese, quando andai da lui, è se avessi mai camminato normalmente. Sul momento mi sono fatto una risata, ma mi sono anche detto “accidenti, se lui che vede persone che hanno avuto situazioni come la mia tutti i giorni mi chiede se io abbia mai camminato normalmente, forse la situazione è davvero grave”. Poi, visto che mia sorella è infermiera e lavora in un reparto di ortopedia al San Luigi, le ho chiesto di potere vedere un ortopedico. L’ortopedico è rimasto un po’ spiazzato, perché nel visitarmi non riusciva a trovare una diagnosi che combinasse tutti i miei sintomi. Mi diceva: “mi parli di sintomi che mi farebbero pensare una cosa, ma quando cerco una conferma, non me la dai, non la trovo”. Quindi anche lui, come l’osteopata, era spiazzato. Mi propose di fare nel frattempo tutti gli esami che permettessero di escludere le ipotesi peggiori. Ho fatto gli esami del sangue, le radiografie, ecc.. In ogni caso l’esame che è stato determinante per capire cosa mi stesse succedendo è stato la risonanza magnetica. In seguito alla quale, le diagnosi possibili erano due. Da una parte osteonecrosi; dall’altra algodistrofia. Osteonecrosi avrebbe significato intervenire d’urgenza con l’inserimento di protesi a entrambi i femori. L’algodistrofia è una patologia sfigata, conosciuta da poco più di un centinaio di anni. Sull’algodistrofia non c’è molto da fare. Prima o poi si risolve da sé; però non ci sono cure e non si sa quanto tempo sarà necessario.

Tutto questo non faceva che aumentare la tua inquietudine..

Certo che sì. Soprattutto nell’ipotesi che fosse osteonecrosi. Chi mi fece la risonanza magnetica, mi invitò a ripetere l’esame dopo un mese per vedere l’evolversi della situazione. La prima risonanza la feci in novembre-dicembre 2013. La seconda i primi di gennaio. Da questa seconda risonanza emergeva che il quadro clinico non era peggiorato, ma era –sulla gamba sinistra- un po’ migliorato, anche se si trattava di un miglioramento appena percettibile. Questo però significava che non si trattava di osteonecrosi. La notizia sembrava positiva, perché a quel punto si trattava di algodistrofia e non si trattava che di aspettare. L’ortopedico, comunque, mi disse, che, pur credendo che si trattasse di algodistrofia, voleva provare a sentire il parere di altri medici. Io mi confrontai con il reumatologo del San Luigi, secondo il quale ciò che avevo poteva essere rivelativo della sindrome di Reiter o artrite reattiva. Lui ipotizzava che io avessi una infiammazione localizzata in qualche parte del corpo e che questa infiammazione avesse generato quella forma di artrite a livello del bacino. Dovetti fare un’altra vagonata di esami, dai quali emerse una infezione di poco conto –paragonabile all’influenza- agli organi genitali. Si trattava, mi disse l’urologa, di qualcosa di estremamente blando e di estremamente diffuso; due persone su cinque avrebbero questa infezione. Si trattava semplicemente di farla passare, senza ricorrere ad alcun tipo di antibiotico. Ma il reumatologo invece pensava che che, visto chel’artrite era stata ingenerata da questa infezione, sarebbe stata buona cosa che avessimo curato quell’infezione, per poi curare l’artrite ingenerata da quell’infezione. Dovetti allora assumere degli antibiotici per quell’infezione e poi inizia un trattamento con il reumaflex, un farmaco utilizzato, appunto per curare l’artrite. Nel frattempo continuavo a tenere monitorati i valori del sangue. Tutto questo fino ad agosto 2014. Nel mese di agosto mia zia mi parlò di un ortopedico delle Molinette che mi avrebbe potuto proporre una cura studiata per l’algodistrofia. Questa cura consistette in quattro infusioni fatte nell’arco di due settimane. Quattro giorni di day hospital alle Molinette. Arrivati a settembre non registravo ancora miglioramenti. Continuavo a muovermi con le stampelle. Era un movimento a pendolo, nel senso che facevo il passo prima con le stampelle e poi con le due gambe che seguivano. Il reumatologo del San Luigi mi propose, a quel punto, un farmaco che non ricordo se era definito “biologico” o “biotecnologico”. E quindi procedetti con questo nuovo farmaco. Nel frattempo io mi stavo convincendo che il problema nascesse dall’alimentazione, per cui stavo cercando qualcuno con cui parlare di questa cosa. Fu proprio nella settimana in cui avevo iniziato ad assumere il nuovo farmaco, che la moglie di un cugino di mia madre, che era a conoscenza della mia situazione, mi disse “guarda, scusami se mi permetto, ma se vuoi io avrei una persona da indicarti e tra l’altro tieni conto che questa persona ha risolto il problema di mia figlia col suo bambino. Questo bambino, fin da pochi mesi dopo che era nato, aveva delle febbri ricorrenti. Abbiamo fatto il giro delle sette chiese, senza concludere nulla. Fino a quando siamo arrivati alla dottoressa Pontesilli, che ha prescritto delle gocce, e con esse le febbri sono sparite. Adesso, a distanza di sei mesi, qualche febbre viene, ma si tratta di qualcosa di fisiologico nella vita di un bambino”. Mia madre mi riportò questa informazione, e decisi di provare con questa dottoressa. Ne parlai con mio padre, che, nel frattempo era giunto alla conclusione di consigliarmi qualcosa di “radicale”; ovvero di procedere con l’operazione per il taglio del femore, e con l’inserimento di protesi. Ma era una ipotesi che non mi entusiasmava molto. Io gli parlai invece di questa Marisa e del fatto che volevo confrontarmi con lei.

E così arrivasti al primo incontro con Marisa..

Sì.. C’è una cosa che non dimenticherò mai del primo incontro con Marisa. Il fatto che, per la prima volta, mi trovai di fronte una persona che considerasse il “tutto”, la “globalità”, anche temporale, di quello che avevo vissuto. Prima di avere quel fastidio a livello inguinale, avevo avuto dolori a livello toracico. Non erano dolori “consueti”. Erano dolori lancinanti. Mi faceva così male il torace che io non riuscivo ad alzarmi dal letto. Dovevo rotolarmi dal letto e poi alzarmi con le braccia. Quando parlavo ai medici di questo “precedente”, mi sentivo dire “va beh.. questo non c’entra niente con quello che hai adesso al bacino”. Ma questa risposta non mi soddisfaceva. Mi dicevo “Magari non c’entra niente.. ma guarda caso prima è arrivato quel problema e, poco dopo, è arrivato quest’altro problema”. Marisa è stata la prima volta in cui una persona –nel momento in cui le ho raccontato di quei problemi toracici e del mio dubbio che fossero collegati con quelli al bacino- mi rispose “eh si.. certo”. Io onestamente ora non mi ricordo se poi mi spiegò concretamente perché disse quel “eh, si certo”. Se mi fece capire su cosa basasse il ragionamento che la portava a fare quella esclamazione. Probabilmente sì. Comunque, al sentire quel “sì certo”, mi sono detto “finalmente abbiamo trovato qualcuno che riesce a vedere il problema nella sua complessità”.

A quel punto intraprendesti una cura omeopatica..

Sì.. le cose sono andate così. Cominciai a prendere un rimedio omeopatico che prendo ancora oggi. Inoltre lei mi diede un compito biologico. Mi aveva chiesto di scrivere la mia storia, la storia dei miei genitori, dei genitori dei miei genitori, dei nonni dei mie genitori; naturalmente, sempre in base a quanto ricordassi. Voglio darti un altro aneddoto del primo incontro avuto con Marisa. Durante la visita, mio padre disse “ah, fermiamo tutte le cure farmacologiche classiche, tu adesso ti curi come ti sta dicendo la dottoressa”. A quelle parole io ebbi una reazione fisica di allontanamento dalla scrivania, che Marisa notò subito. Al che disse “no, lui non vuole adesso smettere coi farmaci”. Poi mi guardò negli occhi e aggiunse “noi adesso andiamo avanti con i tuoi farmaci, e con quello che ti prescrivo io. Certo è che se poi gli esami del sangue cominciano a dare dei risultati strani a livello di fegato o altro.. poi ne riparliamo”. In realtà non c’è stato bisogno di riparlarne, perché, a distanza di poco tempo, gli esami del sangue cominciavano in effetti a dare dei valori non positivi a livello del fegato ed il reumatologo del San Luigi mi disse momentaneamente di fermarmi con l’assunzione, in modo da fare rientrare i valori del fegato. Essendo immunosoppressori, il reumatologo mi disse che dovevo ricominciare a prenderli quando stavo globalmente bene; non dovevo avere influenza, mal di testa, niente. Io quindi mi sono fermato con i farmaci classici e ho continuato con quelli che mi aveva dato Marisa. I farmaci classici non li ho più ripresi. Mi ero convinto che non facessero niente, che non avessero alcun effetto positivo. E mi dava fastidio farmi “sforacchiare” la pancia, con quelle iniziazioni a cadenza grossomodo bi settimanale, specie se probabilmente –così ritenevo- non ne derivava alcun impatto positivo. Per non riprendere “approfittai” anche del fatto che in quel periodo ero anche un po’ influenzato. Continuai allora solo col rimedio che mi aveva dato Marisa e, dopo un po’ di tempo cominciai a registrare un miglioramento della situazione del bacino. Quando andai dal reumatologo, lui e la sua assistente erano meravigliati dal miglioramento che avevo avuto; ed erano anche molto contenti. “Però vi devo confessare”.. cominciò a dirgli. “Cosa hai combinato?”, mi chiedono curiosi. E io rispondo “da che io ho interrotto i farmaci che stavo prendendo non ho più ricominciato”. Allora lui, guardandomi, disse “eh beh.. effettivamente non è merito dei farmaci. Però questa cosa io non posso scriverla. Ma va bene così. Non riprendere i farmaci e vai avanti per la tua strada”.

Racconta tutti i vari passaggi…

Inizialmente cominciai a mollare una delle due stampelle, perché riuscivo ad articolare meglio il passo. Il reumatologo, vedendo questo miglioramento ad una visita di controllo, mi disse “guarda, se io non conoscessi la tua storia clinica mi fermerei qua.. ormai stai migliorando.. stai guarendo.. 2 . Nel corso di quella stessa visita mi chiese “ma tu stai prendendo altri farmaci?”. Gli risposi di no, ma aggiunsi che stavo seguendo una terapia omeopatica. Lui non dette molto credito alla cosa.. “ma no.. quelle sono altre cose..”, disse. Io non sono stato lì ad insistere sul valore del percorso che stavo seguendo. Tornai da lui a dicembre, dove mi confermò, oltre ogni ombra di dubbio, che mi considerava guarito.

Ci posso credere visto i risultati che hai avuto..

Un giorno Marisa mi propose di farmi vedere da un suo collega, Claudio Simonelli, kinesiopata. Non ebbi un momento di dubbio. Il giorno dell’appuntamento, lui mi fece sdraiare sul lettino e mi tenne mezz’ora.. un’ora.. con la mano appoggiata un po’ sotto il collo e un po’ sotto il bacino, ma per lo più mi teneva la testa. Io in quel momento pensavo “chissà che cosa sta facendo questo qua”. Però la situazione non era spiacevole; ero sdraiato, e non sentivo male, anzi. Sta di fatto che nel momento in cui io mi alzai dal lettino e appoggiai i piedi a terra, capii che non avevo bisogno di utilizzare la stampella. La sensazione era di mancanza di dolore dove prima invece, facevo proprio fatica ad appoggiare il piede. Tornai a casa con la stampella in mano e da quel giorno non ho più utilizzato le stampelle. Tornai a casa piangendo. Avevo la sensazione che il problema si stesse finalmente risolvendo. Per un periodo tenni le stampelle in macchina per paura. Volevo averle a portata di mano qualora si rimanifestasse il dolore. Ma ad un certo punto mi sono detto “basta.. queste stampelle in macchina non li voglio più vedere..”. Per cui le misi in uno sgabuzzino in casa. E qualche tempo dopo le diedi a mio padre che credo le abbia buttate (ride).

Ho continuato a vedere Claudio a cadenza settimanale. Poi bisettimanale. Finché mi ha detto che quando volevo ci potevamo vedere, ma ormai potevo sostanzialmente andare per la mia strada. Mi aveva dato anche degli esercizi da fare che, sinceramente, faccio.. ma.. non in modo troppo regolare. Riepilogando, devo ammettere che con il rimedio di Marisa e con il trattamento di Claudio ho colto davvero un grande salto di miglioramento terapeutico. E oggi, per carità, non corro ancora, ma rispetto ad un anno fa ne è passata davvero di acqua sotto i ponti.

Una storia davvero emblematica e rivelatrice.. perché problematiche di salute come quella che hai dovuto affrontare tu, sono problematiche che la gente comune non collegherebbe mai all’omeopatia, come approccio terapeutico. Neanche chi apprezza l’omeopatia. Di fronte a un problema come quello che hai avuto tu si consiglierebbe –anche giustamente per certi aspetti- l’osteopata, il chiropratico, ecc. Vicende come questa ci fanno capire che il campo di azione dell’omeopatia può essere più esteso di quello che solitamente si immaginerebbe. Naturalmente dipende anche da come viene attuata una cura omeopatica. L’omeopatia è un mondo dove la capacità, la conoscenza e l’approccio del terapeuta contano enormemente e possono fare una grandissima differenza tra un omeopata e un altro.

Concordo appieno. Anche io penso che non tutti gli operatori omeopatici hanno uno spettro di conoscenza tale da renderli capaci di affrontare le cose come riesce ad affrontarle Marisa e, per quanto riguarda il suo campo, Claudio. Ed è chiaro che, se incontri il terapeuta omeopatico “sbagliato”, e non riscontri risultati positivi, arrivi a credere che tutta l’omeopatia sia “acqua fresca”. Comunque.. io ritengo di avere avuto un culo della Madonna .

Credo che quello che hai vissuto rientra nei doni della vita. Molte volte si rischia, specialmente di fronte a problematiche patologiche di difficile interpretazione, di stare anni a girare in ospedali, a fare esami e controesami, a smarrirsi in labirinti.. fino ad entrare in una dinamica da eterno malato.

Grazie di avere condiviso questa storia Igor.

Leave a Comment :, , , more...

La storia di Silvia e Nico – un percorso tra malattia, cura e amore

by on dic.28, 2015, under Guarigione, Ispirazione, Medicina

Silvia3

Conobbi Silvia Deiana poco più di tre anni fa, e rappresentò, per me, l’inizio di un percorso. Dato che l’intervista che le feci fu la prima di una lunga serie di interviste che avrei fatto nel corso del tempo nell’ambito del mondo delle cure alternative. Interviste fatte soprattutto a persone che avevano affrontato o stavano affrontando una patologia di un certo livello (spesso oncologica); e in merito alla quale erano approdate, ad un certo punto, in un percorso di cura “alternativo”. O interviste fatte a persone che avevano un famigliare caro che si era trovato in una situazione del genere. O interviste fatte a medici o ricercatori “di frontiera”.

Di Silvia all’epoca sapevo solo che il marito affetto da un grave tumore, aveva avuto grandissimi benefici con la terapia Di Bella. E visto che avevo e ho un interesse particolare (anche se non esclusivo) per la Terapia Di Bella, la contattai per chiederle se voleva che le facessi una intervista.
Il metodo Di Bella non fu l’unico percorso “non convenzionale” seguito da Nico, il marito di Silvia. Altre “conoscenze” erano già state messe in gioco quando io conobbi Silvia, e si aggiunsero, in modo sempre più incisivo nei tre anni precedenti.
Nico due anni fa ha lasciato questo mondo. Nonostante il dolore immenso che una persona, così infinitamente amata dai suoi cari, come era Nico, lascia quando viene meno il suo tempo su questa terra, il suo è stato anche un tempo di vita conquistata. Anni di vita da poter regalare a se stesso e ai suoi figli; anni di vita che la grave patologia di cui era affetto sembrava gli avrebbe negato. Per certi aspetti Nico è stato un miracolato. E se sicuramente ci ha messo la sua forza di volontà, il merito, e non ho problemi a usare questa espressione così forte, è quasi totalmente della moglie, che spinta dall’amore, da uno di quegli amori possenti da romanzo, si buttò a capofitto nello studio, su internet e sui libri, pur di trovare una via che desse a Nico una speranza. Silvia passò infinite nottate a studiare, studiare, studiare; a confrontarsi, confrontarsi, confrontarsi. Sia su internet. Sia (in modo più classico) su testi cartacei. Sia parlando con tante persone dal vivo.
Si può dire che lei adesso è una persona molto diversa da quello che era più di 3 anni fa, quando cominciò il calvario del marito. Ha una conoscenza impressionante del mondo dell’”altra medicina”. E non si è mai fossilizzata su uno aspetto di quel mondo. Col passare del tempo, anzi, i suoi orizzonti si sono sempre di più allargati. Senza negare nulla del buono di ciò che aveva conosciuto in precedenza (micoterapia, Metodo Di Bella, dieta curativa, ecc.) è arrivata, specie negli ultimissimi tempi, a dare una importanza sempre più centrale alle profonde cause energetiche e spirituali della malattia e, in connessione, alle trasformazioni che su quei piani devono operare per potere giungere ad una profonda guarigione. Sono riflessioni importanti perché toccano quei livelli che spesso devono essere messi in gioco per provare a capire fino in fondo perché un determinato problema è insorto nella nostra esistenza e per venirne definitivamente a capo. Lo scopo è quello di una Guarigione Autentica che è qualcosa che pur comprendendo la guarigione fisica non si conclude in essa. Dato che una persona può anche fisicamente guarire, ma restare ancora portatore di una “ferita” che potrà trovare, in un momento successivo, un’altra manifestazione somatica.
Nico nonostante il “miracolo” di anni di vita conquistati a dispetto di ogni previsione, dopo tre anni ha lasciato questa vita. Le cure ufficiali, che inizialmente, e per un certo periodo, intraprese, furono assolutamente inappropriate e devastanti. C’è davvero da credere che se non le avesse intraprese adesso, con molta probabilità, sarebbe ancora vivo.
Ma questa storia non è la storia di amarezza e dolore. Non solo almeno. Ma di uno sconfinato amore che, pur nella prova estrema, ha continuato nella sua fioritura e che è diventato “atto di dono al mondo”.
Perché è questo che la vita di Silvia è diventata. Atto di dono al mondo. Dinanzi a una prova così radicale e a tanti anni di battaglia totale, ci si può chiudere completamente o sciogliersi in un amore che abbraccia il mondo. Ed è questo che, come vedrete, Silvia ha fatto.
Di seguito, la testimonianza che ha scritto, e che mi ha inviato, in cui racconta tutto questo percorso.
Leggetela con attenzione. Lo merita veramente.
Ed è un dono che lei vi fa e che voi (leggendo) fate a voi stessi.
Grazie a tutti voi e grazie a te Silvia.
————————————————————–

L’INIZIO DELLA MALATTIA

Sono trascorsi degli anni da quando questo pc era fondamentale per noi…direi vitale. E oggi finalmente riesco ad aprirlo cercando di scrivere qualcosa sulla mia esperienza, qualcosa che possa essere d’aiuto agli altri. Purtroppo ho maturato una certa esperienza nel settore, grazie a tantissime notti insonni, letture su letture, ricerche e contatti. Sono per natura una ragazza curiosa, devo sempre andare infondo alle cose, non mi accontento e sono anche un tantino diffidente. La vita mi ha insegnato che nessuno ti regala nulla e che dobbiamo costruirci noi la strada. Ero una ragazza come tante, 31 anni appena compiuti, una bimba di 4 anni e il maschietto appena nato, solo 3 mesi. Sposata con il mio fidanzato storico, 33 anni, poliziotto, bellissimo e grintoso…quel tipo di ragazzo con cui ti senti sempre al sicuro e sai che con lui accanto non ti accadra’ mai nulla. Avevamo una vita normale e ordinaria, casa, lavoro e figli. Mio marito pero’ soffriva da tempo di forti dolori alla schiena, sapeva di avere una piccola ernia del disco, dovuta probabilmente al suo lavoro in volante, quindi non diede troppa importanza alla cosa. Ma il dolore continuava, cosi’ decidemmo di fare una risonanza che ci porto’ a comprendere che piu nulla sarebbe stato come prima.

L’ESITO DELLA BIOPSIA

Era una mattina di marzo, cucinavo per lui delle patatine fritte…a lui piacevano tagliate fresche con l’uovo sbattuto sopra, cosi’ come le cucinava la sua amata nonna. Entro’ a casa con uno sguardo preoccupato, poggio’ il cappello nel tavolo del soggiorno e arrivo’ da me con il referto della risonanza. Parlava di linfoadenopatie sospette. Inutile dire che all’epoca non sapevamo neanche cosa fossero, cosi’ lo convinsi a chiamare la sua dottoressa, che gentilissima gli spiego’ che i suoi linfonodi addominali erano cresciuti troppo e che doveva fare una consulenza oncologica. Ricordo ancora che al telefono gli disse di non fasciarsi la testa prima di rompersela, ma funziono’ poco. La sola parola “oncologico” ci chiuse lo stomaco e le patatine con l’uovo sbattuto rimasero nel tegame in cucina. Era il marzo del 2010, da li seguirono ecografie, tac, esami ematici e ogni genere di test. Si pensava, dato la giovane eta’ e la problematica estesa ai soli linfonodi, che fosse un possibile linfoma. Gli fecero una biopsia a un linfonodo nel collo e portarono i tasselli ad analizzare. Ci volle 1 mese e mezzo per avere la diagnosi. Ricordo bene quel giorno, era maggio ma c’era molto vento. Andammo in ospedale per apprendere direttamente dai medici la diagnosi e avere al contempo una spiegazione. Il professore ci fece accomodare in una stanzetta fredda, alle sue spalle aveva 4 o 5 tirocinanti che ascoltavano in silenzio. Esordi’ dicendo “mi dispiace, avrei voluto darle una notizia migliore ma non e’ cosi’. La strada per lei e’ molto in salita. Ha un carcinoma a piccole cellule, un tumore che colpisce le cellule epiteliali, nel suo caso sicuramente i polmoni”. Rimasi di sasso, i conti non mi tornavano, ma in quel momento pensai solo a mio marito. Era sconvolto. Quando andammo via dalla stanza asettica di quel reparto triste, entrammo in ascensore. Vidi mio marito tremare come una foglia. Era la prima volta che lo vedevo in preda al panico. Un ragazzo alto quasi 1.90 cm, muscoloso e forte era in balia della tempesta. Lo abbracciai e gli dissi che nessuno poteva fare prognostici sulla vita delle persone. Gli dissi che solo noi facciamo le casistiche, con la nostra forza, coraggio e determinazione. In quel momento qualcosa nel nostro rapporto cambio’. I ruoli si invertirono e fui io a prendermi la responsabilita’ di tutto, decisi io di prendermi cura di lui e di ogni cosa. Avrei fatto di tutto per salvarlo.

L’INIZIO DELLA LOTTA

Decisi di telefonare subito a un bravo dottore che nel frattempo tramite amicizie avevamo conosciuto, gentilissimo e disponibile. Ci accolse in una stanzetta di un altro ospedale, fece un gran bel sorriso e lo tranquillizzo’. Ricordo ancora che mio marito gli chiese se c’erano speranze per lui, se poteva ancora lottare….e lui lo guardo’ dritto negli occhi e gli disse “certo che hai speranza, ma come ti e’ venuto in mente?! Ora dobbiamo solo capire bene la sede primitiva del tumore, dopo di che inizierai la tua terapia!!! ho visto casi impossibili portati a guarigione completa. Oggi inizia la tua lotta!!” . In quel momento vidi il viso di mio marito cambiare…aveva capito che almeno c’era una speranza, una possibilita’…e lui l’avrebbe colta. Avrebbe fatto di tutto per poter guarire. Questo medico infatti e’ un bravo pneumologo e sapeva bene che quel referto non poteva essere esatto. Decise quindi di far ripetere l’esame istologico in un’ altra struttura. Abbiamo atteso un altro mese e mezzo.

LA POCA CHIAREZZA DELLA DIAGNOSI

Arrivo’ il secondo esame istologico: carcinoma indifferenziato a piccole cellule. Stessa cosa, non era possibile…..i suoi polmoni erano puliti, non poteva essere una neoplasia polmonare, fin qui ci arrivavo bene anche io. Ma in ospedale pressarono molto per iniziare la chemioterapia, dicendo che il tempo era poco e che gli istologici parlavano chiaro. Erano chiari per loro ma non per me. Piu’ volte intavolai discussioni con il primario e i vari oncologi, volevo un nuovo istologico, questa volta fatto in un’altra regione. Piu’ volte mi dissero che dovevo fidarmi di loro e smettere di studiare e leggere nel web. Peccato che di loro io non mi sono fidata neanche un minuto. Infatti avevo ragione.

INIZIA LA MIA RICERCA SULLE CURE NATURALI

Iniziai a leggere tanto sulla chemioterapia cosi come sulle cure naturali. La chemio non aveva senso per me. E’ un discorso puramente logico. Il tumore arriva in una situazione di indebolimento del sistema immunitario. Se si ha la fortuna di avere una neoplasia circoscritta, la chemio distrugge il tumore e in qualche modo forse ti salvi. Se, come nel caso di mio marito, i tumore ormai e’ diffuso, la chemio non e’ in grado di distruggere tutto ma devastando il sistema immunitario non da modo al corpo di difendersi. Il tumore stesso diventa chemioresistente e muta, diventando ancora piu’ aggressivo. A quel punto viene sempre offerta al paziente una nuova batteria di chemioterapici ancora piu’ forti, fino a quando il malato muore e non certo a causa del tumore. Cominciai a informarmi sui vari tipi di cure naturali mirate per i tumori e per aiutare il sistema immunitario a rinforzarsi. Studiai un vero e proprio protocollo fatto di sciroppo di aloe arborescens che preparavamo a casa, graviola, vitamina B17, ascorbato di potassio, caisse formula, micoterapia, beta carotene e una dieta alcalina, fatta di alimenti naturali e vegetali biologici.

L’ INIZIO DELLA CHEMIOTERAPIA

Purtroppo a causa del pressante terrorismo psicologico dell’ospedale, mio marito nel luglio del 2010 comincio’ la chemioterapia con protocollo PEB (platino, etoposide, bleomicina), un mix di farmaci vecchi e pericolosi. Capii che dovevo rispettare la sua scelta, anche se non fu facile per me. Mi giuro’ che avrebbe fatto con molta cura e attenzione il mio protocollo naturale e cosi’ fu. Gia dal primo giorno di chemio notai una vera e propria metamorfosi negativa in lui, aveva la pelle grigia, i capelli stopposi, era molto screpolato in viso….sembrava davvero un veleno nelle sue vene e oggi so che lo era davvero. Ancora mi pare assurdo che i malati scelgano di sottoporsi a una tale follia, ma rispetto la loro scelta e ancora oggi li aiuto a trovare un giusto protocollo naturale che possa sostenerli. Perche’ esiste!!! e trovo assurdo che in ospedale non venga dato un aiuto immunitario attraverso cure naturali mirate. E badate bene che io di medici, primari e professori ne ho conosciuto tanti in giro per l’italia…e quasi tutti sono al corrente che l’aloe ad esempio aiuta tantissimo il corpo, anche durante la chemio. Ma in pochi lo dicono, per paura di esporsi ad un sistema che in caso contrario li farebbe fuori in un istante. Ormai e’ difficile trovare un medico che va contro gli interessi economici e tutela solo la salute del suo paziente. Difficile ma non impossibile…io ne ho trovati.

COME LE CURE NATURALI INTERAGISCONO POSITIVAMENTE ALLA CHEMIO

Le chemio si susseguirono settimana dopo settimana, cosi’ come le cure naturali, prese quotidianamente. Persino i freddi dottori dell’ospedale notarono con interesse e stupore la risposta positiva di mio marito a quel terribile veleno. Con quella chemio non e’ difficile trovare pazienti che perdono unghie e denti oltre ai capelli, che hanno gravissime neutropenie e piastrinopenie, lui invece stava bene. Non era per niente debole, andava al mare, faceva calcetto e anche body building. Insomma davvero sorprendente!! mi capito’ in quel periodo di andare anche in un grande e noto ospedale oncologico milanese, dove un medico mi disse che non era per niente colpito dalla reazione positiva di mio marito alla chemio in presenza dell aloe, dato che lui stesso la stava studiando in laboratorio con grandi risultati. Peccato pero’ che non poteva divulgarlo poiche’ senza un brevetto era impossibile integrarla alle cure dei suoi malati. Siamo sempre li. Business, business e business.

LA CHEMIO AVEVA FALLITO

La chemio termino’ nell ottobre del 2010, la tac pero’ non fu proprio un grande successo. Era migliorato ma di poco, circa un 30% a fronte di una tossicita’ elevatissima. Lo misero in pausa e io insistetti ancora per avere un nuovo istologico. Durante quei mesi continuo’ le cure naturali e sembrava una roccia. Era forte e pieno di energia. Chi aveva modo di vederlo, Medici compresi, stentava a credere che fosse cosi’ gravemente malato. Passarono alcuni mesi e la sua oncologa insistette per cominciare nuova batteria di chemioterapici, ma io con molta fermezza le dissi che prima di un nuovo istologico non si sarebbe iniziato nulla, dato che ancora ero convinta che il tumore di mio marito non fosse quello. Sapevo bene di non avere le sue simpatie, per lei ero solo una gran rottura. Non ero la tipica mogliettina spaventata che sventolava il marito durante le sedute di chemio. Ero una noiosa e petulante ragazza che leggeva, studiava e si informava ….e soprattutto faceva domande, troppe.

NUOVA CHEMIO FALSE SPERANZE

Arrivo’ dopo altri 2 mesi dal Belgio, il nuovo esame istologico. Indovinate un po??? sarcoma. Tutti nel panico, dottori, infermieri, professori….una bolgia. Ne avevano sparate di grosse in quei mesi, carcinoma qui, carcinoma li, linfoma, persino carcinoide….ma sarcoma proprio no. Con un sarcoma dei tessuti molli doveva essere morto da tempo, invece era li, vivo e vegeto e pure in forma.
Nessuno aveva una spiegazione. La sua oncologa ebbe una geniale idea…facciamo un trapianto di midollo autoctono, e poi radiamo al suolo con la chemio. Si, le dissi io, radiamo al suolo chi? Il tumore o mio marito?…ricordo ancora la sua faccia, mi odiava proprio. E pensare che lui era quasi convinto di farlo!!!! dovetti impormi per fargli vedere le alternative. Decisi di consultare fuori regione uno dei massimi esponenti che si occupano di sarcomi. Prendemmo l’aereo e andammo in un altro grande ospedale nazionale, volevo sentire da questo grande esperto una possibile soluzione. Ci accolse in una stanza fredda e piccola in un ospedale che dire triste e’ dire poco. All ‘ingresso vidi mio marito assorto fissare i malati che entravano e uscivano come zombie, senza capelli e grigi di carnagione. Mi disse “ sono tutti morti, ma ancora non lo sanno”. Il dottore lo visito’ accuratamente, era incredulo. Mentre mio marito si rivestiva, mi disse “io non so come sia potuto durare cosi’ tanto…e poi con questa forma fisica!!! non ho parole”. Gli dissi del protocollo naturale che avevo fatto per lui e mi consiglio’ di continuarlo. Era passato un anno dalla scoperta del tumore. Secondo i loro calcoli doveva essere gia’ morto. Gli propose una nuova chemio, questa volta mirata per i sarcomi e ci confermo’ che era un miracolo quel 30% ottenuto con il PEB dato che quel tipo di chemio non scalfiva minimamente i sarcomi dei tessuti molli. Aveva fatto 6 cicli di chemio inutile.
Volle fare un nuovo istologico, era il 4°, questa volta da un suo amico nel nord italia, per capire che tipo di sarcoma fosse. Il risultato no si fece attendere: sarcoma desmoplastico a piccole cellule rotonde, con interessamento linfonodale. Una condanna a morte certa, oppure un miracolo vivente, dato che non ci sono sopravvissuti a questa neoplasia in fase avanzata.

SARCOMA DESMOPLASTICO E METODO DI BELLA

Questo tipo di sarcoma e’ stato scoperto nel 1989 e fino ad oggi a livello mondiale ci sono stati forse 300 casi in tutto il mondo. La forma ai linfonodi e’ la rarita’ nella rarita’, in italia e’ il primo caso in assoluto.
Tornammo a casa e si comincio’ questa nuova chemioterapia (Epirubicina e ifosfamide/ mesna). Fece 3 cicli che lo portarono ancora una volta a perdere i capelli, questa volta anche ciglia e sopraciglia. Quando si guardava allo specchio stentava a riconoscersi, ma credeva nella sua guarigione e si impegnava al massimo continuando il solito protocollo naturale. Era agosto quando arrivo’ l’esito della tac. La chemio fu inutile. Nessun risultato e tanta tossicita’ accumulata. Gli prenotarono la quarta seduta per settembre, proprio nel giorno del suo compleanno. Fu allora che decisi di impormi. Nei mesi precedenti avevo studiato il metodo di bella ideato da Prof.Luigi Di Bella ad oggi continuato da suo figlio Dott.Giuseppe e dai suoi allievi sparsi in tutta Italia. Questa cura aveva un senso per me. Dott. Di Bella scopri’ che i tumori, tutti, sono nutriti dall’ormone della crescita. Quindi la sua cura mira ad inibire questo ormone attraverso dei farmaci, mentre l’altra parte della cura e’ rappresentata da diversi elementi naturali, studiati e collaudati dal professore, che spingono il sistema immunitario e lo rinforzano. Tutto aveva un senso, finalmente. Feci vedere a mio marito i video di Dott. Giuseppe dove spiega in cosa consiste la cura e lui che era un ragazzo estremamente colto ed intelligente capi’ subito che non poteva non tentare questa strada. Partimmo per Bologna a fine settembre per conoscere Dott. Giuseppe Di Bella e iniziare la terapia. I costi erano elevatissimi, fuori dal nostro budget, cosi’ mio marito, persona sempre propositiva e forte, decise di costruire una piccola ditta edile che potesse permettergli di usare il ricavato interamente per le sue cure mediche.

GLI EFFETTI STRAORDINARI DEL METODO DI BELLA

Gli effetti della cura Di Bella furono evidenti da subito. Il suo colorito da grigio divenne roseo, i capelli da stopposi divennero ricci e pieni di volume. Dopo soli 3 mesi era pieno di forza. Mi disse “io non so cosa abbia questa cura, ma sento che potrei scalare una montagna. Non mi sentivo cosi’ in forma neanche quando ero ragazzino”. Era cosi’….in piena forma fisica, di conseguenza il morale era alle stelle. Continuo’ la cura di Bella per 1 anno e alla tac notammo che il tumore era stazionario, un risultato enorme. Decidemmo di intentare causa in tribunale per avere la cura direttamente mutuabile, ma nonostante le prove fornite, il CTU, grande oppositore della terapia di bella, riusci’ a farci bocciare la richiesta. Non ci scoraggiammo, si ando’ avanti con sacrificio e forza.

SARCOMA DESMOPLASTICO E IPERTERMIA

Continuai i miei studi sui sarcomi, tra inibitori della pompa protonica, antiacidi, e ipertermia. Trovai in rete degli studi su ipertermia nella cura contro i sarcomi dei tessuti molli. Il calore sprigionato da queste piastre era in grado di uccidere le cellule tumorali, che in realta’ sono molto deboli. Decisi di contattare Dott. Lucio Rocca che a Monza ha uno studio medico che si occupa di cura biologica dei tumori, attraverso ipertermia e metodo di bella. Dott. Rocca fu infatti uno dei primissimi allievi di Prof. Luigi Di Bella, quindi conosce perfettamente la cura e i suoi studi. Partimmo da lui nell ottobre del 2012. ci colpi’ tanto questo Dottore, in realta’ Professore di ipertermia a Tor Vergata, esperto di micoterapia e cure naturali, ha studiato persino medicina ayurveda in america. Finalmente trovammo un ambiente ospitale, uno studio medico accogliente, con tanti Dottori che seguono i pazienti in tutto il percorso dalla riabilitazione alla nutrizione. Ci accolse nel suo studio e gli disse subito una frase che mi colpi’ molto e che di li a poco mi apri’ la mia vera strada: “guarisci la tua anima, solo allora guarira’ il tuo corpo”. Quanto aveva ragione!!!!!

DA SOLA HO TROVATO L’UNICA CURA CHE FUNZIONA!! SI AGGIUNGE LA STEREOTASSICA

nel mese di novembre del 2012 mio marito, seguito da Prof. Rocca, comincio’ la cura biologica, ovvero metodo di bella e ipertermia, con aggiunta della Stereotassica, una sorta di radioterapia molto avanzata e precisa, che si ando’ a fare allo IEO di Milano. Dopo solo 1 mese di trattamento fece una TAC di controllo e il risultato ci lascio’ senza parole…..riduzione del 50% di un pacchetto linfonodale dell’addome, che si decise di trattare perche’ piu’ grande rispetto a gli altri e per verificare l’effetto della terapia in atto. AVEVAMO TROVATO LA STRADA GIUSTA!
Nel buio di una malattia rara e impossibile, sconosciuta ai tanti oncologi, io che non sono nessuno, grazie ai miei studi e alla mia voglia di trovare una strada, ero riuscita ad avere un risultato che neanche i medici avrebbero sperato. Avevo ideato un protocollo naturale e una serie di cure che agivano in sinergia, rinforzando il sistema immunitario e colpendo in maniera mirata il tumore.
Ricevetti mail e telefonate, soprattutto da un ospedale della capitale, dove un oncologo che tra i tanti aveva visitato mio marito, mi chiese dove avevo trovato quel protocollo, dato che per la prima volta in quel momento, in Germania, lo stavano sperimentando. Parlo di ipertermia con l’aggiunta di alcuni elementi fortemente antitumorali della di bella. Io ovviamente non ne sapevo nulla. Ci arrivai per caso, per logica e per intuito.

PSICOBIOGENEALOGIA PER COMPRENDERE L’ORIGINE E IL CONFLITTO DI OGNI MALATTIA

Le famose parole di Dott. Rocca, come ho spiegato precedentemente, non mi lasciarono indifferente. “guarisci la tua anima, solo allora guarira’ il tuo corpo”….dentro di me sapevo da sempre che era cosi’, che aveva ragione. Sentivo di dover approfondire, l’argomento mi interessava molto, cosi’ grazie alla mia cara amica Ines, cominciai a leggere e piano piano studiare la psicobiogenealogia, partendo dai libri di Gerard Athias, Brebion, Anne Schutzenberger e frequentando alcuni seminari sull’argomento. Compresi che la malattia e’ uno dei tanti aspetti della nostra anima, un sintomo di malessere, una richiesta di aiuto che spesso viene dal passato, nostro o ereditato dai nostri familiari, un risentito che va compreso e superato. Studiai il genoma di mio marito e compresi molto chiaramente che la sua malattia aveva origini familiari passate, ma anche personali. Lui era un ragazzo molto pragmatico, razionale. All’inizio non voleva vedere, sminui’ la cosa, faceva finta di nulla mentre io divoravo un libro a notte. Poi con il tempo si rese conto che la sua malattia non era un caso, aveva radici lontane e sofferenza che si portava dietro da quando era piccolo. Piano piano comincio’ a parlare e a piangere. La grande armatura che con gli anni si era costruito per illudersi di non soffrire, piano piano stava cadendo.

IL PRIMO INTERVENTO CHIRURGICO

Era l’inverno del 2013 una mattina ci rendiamo conto che i suoi occhi erano gialli, cosi’ dopo qualche giorno notando il peggioramento decise di andare all’ospedale e dopo alcune analisi fu ricoverato e operato perche’ un linfonodo premeva sulla colecisti causando un occlusione, quindi fu necessario il posizionamento di uno stent biliare in titanio, un intervento di routine che pero’ per lui ebbe esiti catastrofici. La bilirubina infatti calo’ di poco, cosi’ nelle settimane successive ebbe febbri altissime che solo dopo scoprimmo fossero causate da setticemia. Fu rioperato nella primavera del 2013 per inserire nuovo stant, perche’ quello precedente si ostrui’ dopo pochi giorni. Un effetto rarissimo ci dissero, poiche’ lo stent era in titanio doveva essere sicuro.

IL SUO TESTAMENTO SPIRITUALE

Un malato di cancro ha un equilibrio precario. Il sistema immunitario minato dalla malattia e rovinato dalle chemioterapie e’ labile. Basta pochissimo per rovinare il lavoro di anni e cosi’ fu.
Mio marito si consumo’ piano piano. La setticemia fu un colpo troppo grande per lui. Non si e’ mai arreso, ha lottato ogni giorno della sua vita per poter vedere crescere i suoi figli. Un giorno mi disse queste parole e io le conservo gelosamente nel mio cuore…”non sono uno stupido, so bene che la mia malattia e’ impossibile. E’ come se avessi una bomba ad orologeria in pancia. Ma sono ancora vivo, nonostante il poco tempo che mi hanno dato i medici. Sono passati 3 anni e sono qui. Ho potuto passare del tempo con te e i bambini e questo e’ solo merito tuo. Fosse stato per me avrei seguito i loro consigli e ora sarei morto. Sono vivo solo grazie a te. Non mi arrendero’ mai. La vita per me e’ come una corsa ad ostacoli….c’e’ l’ostacolo li di fronte a te, non puoi rimanere a guardarlo. Lo salti e vai avanti. Magari lo butti giu, ma non fa nulla. L’importante e’ non stare fermi, tentare! Anzi mi piace descrivertela cosi’…io adoro giocare a calcio, lo sai, la vita e’ proprio come una partita di calcetto. Quando entro in campo so che trovero’ avversari anche piu forti di me, ma che faccio, me ne vado? No, io quella partita me la gioco tutta, se vinco bene, se perdo pazienza, ma dal campo vado via sempre a testa alta”.

IL VOLO

Mio marito e’ morto in una mattina d’estate del 2013, tra le mie braccia a casa sua cosi’ come voleva lui. E’ stato al mio fianco per 20 anni e da lui ho imparato molto. Credo che un dolore cosi’ grande ci metta di fronte a due scelte: o ti indurisci o impari a dire grazie. Mio marito e la sua malattia mi hanno donato occhi nuovi per vedere il mondo. E’ come se guardassi le cose da un’altra prospettiva, da un altro punto di vista. Ogni giorno sono grata di cio’ che ho e sono felice, nonostante tutto, felice doppiamente anche per lui. La vita e’ un dono meraviglioso e bisogna gioire ed essere grati ogni giorno. Dopo la sua morte continuo ad aiutare i malati nel suo nome, porto avanti i gruppi web che ho fondato sul diritto alla liberta’ di scelta terapeutica e cure naturali (Diritti dei malati-liberi di scegliere e Micoterapia e cure naturali) organizzo con i nostri amici ogni anno un bellissimo memorial di calcetto dove tutto il ricavato viene dato alla fondazione di bella per la cura dei tumori, porto avanti iniziative in aiuto ai malati oncologici. Attraverso questi atti concreti riesco a dare un senso a tutto cio che ci e’ capitato. E’ come se il dolore fosse filtrato attraverso un meccanismo di bene. E’ il mio modo di onorare il suo cammino terreno, attraverso atti concreti di solidarieta’. Lui avrebbe voluto questo e io cosi’ onoro la sua memoria.

CONCLUSIONI

Vorrei concludere ringraziando il mio amico Alfredo Cosco che mi ha gentilmente offerto la possibilita’ di far conoscere la mia storia, per lasciare a tutti voi un messaggio importante. Dopo questi anni di studi e ricerche, e dopo la mia esperienza di moglie di un malato di cancro vorrei dirvi solo questo: ricordatevi che la malattia non e’ una maledizione. Ognuno di noi ha un compito in questo viaggio terreno. Non siamo qui per fare una passeggiata ma per imparare e lasciare un insegnamento al prossimo, possibilmente d’amore e solidarieta’. La malattia e’ un disagio dell’animo, cosi’ mentre vi prendete cura, giustamente, del vostro corpo, ricordatevi di non trascurare la psiche ovvero il vostro animo. Una strada non esclude l’altra. Va benissimo la dieta, gli integratori naturali, la cura che avete scelto, ma non trascurate voi stessi. Per ogni malattia c’e’ un risentito, una ferita che riemerge dal passato. Non voltatevi dall’altra parte, ascoltatevi.

Finisco queste ultime righe scrivendo cio’ che ho letto in chiesa il giorno del funerale di mio marito. che siano per tutti voi fonte di riflessione. Buona vita, Silvia.

16 luglio 2013

“Ci siamo incontrati in un giorno d’estate di 20 anni fa, eravamo cosi’ piccoli ma sentivamo che il nostro amore era grande e speciale. Ci siamo giurati di non lasciarci mai e cosi’ abbiamo fatto, mano nella mano affrontando le avversita’ della vita…e noi quella vita l’abbiamo avuta piena e insieme abbiamo costruito tantissimo. La malattia e’ stata l’ennesima prova da affrontare, ma noi non l’abbiamo vissuta come una punizione ma come una grande opportunita’ di crescita. vedendoti subire una preoccupazione cosi’ grande ho diviso il fardello con te, cercando una strada da seguire nel buio di una malattia rara e impossibile. Nonostante tutto ti sei fidato ciecamente dei miei studi, delle ricerche e dei consigli che ti davo, perche’ il tuo unico obiettivo era quello di guarire, per vedere crescere i tuoi bambini e per poter in futuro essere d’aiuto agli altri. In tutto questo lungo viaggio il Signore ci ha illuminato la strada, mostrandoci tanti segnali e facendoci incontrare tante persone speciali che ci hanno sostenuto e aiutato tanto. Oggi tu sei volato in cielo ma la tua battaglia L’HAI VINTA…perche’ hai saputo costruire un castello nel deserto delle difficolta’, perche’ avevi sempre una parola di conforto per tutti anche quando sentivi la paura, perche’ le avversita’ non ti hanno mai abbattuto ma spronato ad andare avanti e a non arrenderti. Un giorno mi hai detto “se dovessi morire scrivi nella mia tomba..qui giace Nico, il mago!!quello che riesce sempre a tirar fuori qualcosa dal cilindro..”. Eccomi qui oggi, accanto alla nostra amica Ines a esortarvi a fare delle sue parole la vostra forza. Amate la vita, non date mai nulla per scontato, siete fortunati ad avere accanto a voi le persone che amate e non dimenticate mai di mostrare i vostri sentimenti, di essere grati a Dio ogni istante della vostra esistenza. Non lamentatevi per le cose futili della vita, ma cercate di lasciare in questa terra qualcosa di buono, cosi’ come ha fatto lui. Quando vi sembra che tutto vi stia crollando addosso, pensate a Nico, a quanto ha sofferto e sperato, combattuto e amato, con dignita’ e forza, fino all’ultimo respiro. Ricordatelo e portatelo nel vostro cuore, lui sara’ li a consigliarvi come ha sempre fatto. Io invece guardero’ il carattere forte e rivoluzionario di Beatrice e lo sguardo profondo e intenso di Massimiliano e cosi’ rivedro’ te, dolce amore mio. Infondo penso che siamo stati fortunati ad incontrarci, sceglierci ed amarci cosi’ profondamente. La tua presenza e’ stata un dono stupendo per me.
Ti Amo, con tutto il mio cuore, tua Silvia.”

RINGRAZIAMENTI

Dedico questa intervista alle persone speciali che la vita mi ha donato, alcune incontrate lungo il cammino della malattia di mio marito e che non ci hanno mai lasciati. I miei figli grazie ai quali ho trovato la forza, l’amore e gli stimoli per risollevarmi, La mia Famiglia, Nicola, Barbara, Ines, Daniele e Silvia, Giorgia C., Giorgia D. e tutti gli amici del Metodo Di Bella.
Alle mie amiche Eliana e Lia che hanno perso la loro battaglia contro la malattia ma hanno vinto la prova piu’ grande. Il loro amore e la loro forza saranno sempre parte di me.

Con affetto, Silvia Deiana

Silvia2

Leave a Comment :, , , , , more...

Il potere delle piante amazzoniche- un dialogo con Salvatore Usai

by on set.28, 2015, under Guarigione, Medicina

SalvatoreUsai

Non troverete solo le piante amazzoniche nell’intervista che leggerete.
Si parlerà anche di ipnosi, di psicosomatica, e di altro.
Ma ogni titolo è inevitabilmente una selezione, la scelta di un riferimento che si particolarmente rappresentativo di ciò che si leggerà.
E sono le piante amazzoniche il riferimento che voglio in primo luogo dare per rappresentare questo dialogo avuto con Salvatore Usai.
Salvatore ha avuto una vita non facile, lottando fin da piccolo con la necessità di industriarsi in ogni modo per potere campare. A un certo punto del suo percorso è diventato vigile del fuoco, che è stato il suo lavoro fino alla pensione.
Ma, in parallelo, ha vissuto anche un’altra vita, una vita sospinta da vene in cui ha sempre scorso potente il sangue della curiosità e della passione.. passione che si è focalizzata su tutto quel campo dove, al di là delle frontiere canoniche e del pensiero ordinario, è possibile agire beneficamente sull’uomo.
Spinto da questa curiostà e da questa passione ha letto migliaia di libri e si può dire che i libri ormai lo stanno sfrattando da casa sua per quanto sono numerosi.
Delle tante cose studiate e praticate, alcune in particolare sono diventate i suoi cavalli di battaglia.
In particolar modo l’ipnosi e le piante amazzoniche.
Le piante amazzoniche rappresentano un vero, splendido, delicato e profondo mondo. Un mondo portatore di un notevole impatto curativo e capace di incidere su profonde dinamiche esistenziali.

Nel corso dell’intervista Salvatore si soffermerà soprattutto sull’ayahuasca e sull’iboga, che sono considerate “piante di conoscenza” o “piante maestro”. Quel particolare tipo di piante che generano cambiamenti dello stato di coscienza e possono innescare mutamenti interiori o rappresentare, secondo quanto dicono molti che le hanno studiate e speriementate, una via per la risoluzione di radicati traumi personali e per giungere a chiarimenti, a “risposte” di cui si sente di avere bisogno nel proprio percorso.

Salvatore parlerà anche del kambò, una sostanza curativa tratta, con particolari procedure, da una rana amazzonica avente lo steso nome.

Deve essere chiaro che avere a che fare con queste piante non è come fumarsi una canna. Non è una passeggiata e non deve essere collegato a motivazioni superficiali. E comunque, a meno di non essere diventati degli esperti, ogni esperienza con questo tipo di piante deve essere accompaganta da qualcuno che padroneggia pienamente questo mondo e che sappia seguire, in tutti i passaggi, colui che si trovasse ad assumere queste sostanze.

Salvatore è anche l’amministratore di un gruppo facebook che si chiama “Cancro, quello che tutti vi dovrebbero dire”.

Vi lascio all’intervista che gli ho fatto.

 

—————————————————————————————————————————–

 

-Salvatore quanti anni hai?

Adesso ho sessant’anni.

-Dove sei nato e dove abiti?

Sassari.

-Racconta il tuo percorso umano..

A metà dei 19 anni sono andato a fare il militare nei vigili del fuoco, poi ho fatto il servizio temporaneo, e poi sono entrato fisso, fino ad andare in pensione nel 2011 dopo trent’anni di servizio. Ho fatto il Vigile del Fuoco per quasi tutta la mia vita. Ho visto, nella mia vita, il tumore e il modo barbaro di approcciarsi ad esso. Mio padre e mio fratello sono morti per tumore, e per le cure annesse. Anche io, nel 1994, ho avuto diagnosticato un tumore. Un melanoma alla zona piramidale del naso. Pensa che mi avevano proposto una chemioterapia preventiva. Come si può chiamare preventiva una terapia che distrugge il sistema immunitario, distrugge il corpo e la mente? Dopo la sua estirpazione chirurgica infatti proprio per ‘’evitare’’ certe’ terapie preventive mi misi a divorare centinaia di libri di medicina naturale, sino ad inventarmi un mio protocollo personale da utilizzare in quel tempo per me stesso.

-Già… quando nacque in te l’interesse per gli approcci… “oltre frontiera”?

C’era un giallo che una volta trasmettevano alla televisione oltre 40 anni fa, “Tenente Sheridan”, non so se ne hai mai sentito parlare. L’attore che interpretava il personaggio principale era Ubaldo Lay, un sardo. In una puntata di questa serie, c’era un protagonista che parlava con una donna e che, in sostanza, ipnotizzava. Questa scena mi rimase impressa nella memoria. Un annetto dopo, in una libreria di Sassari, vidi un libro dal titolo “L’ipnotismo in venti lezioni” di Carlo De Liguori. Un libro della De Vecchi editore; costava, lo ricordo ancora, 3500 lire. Avevo sedici anni allora. Anche se non capii tutto, soprattutto certi termini medici, lessi quel libro con entusiasmo. Ma per diverso tempo ebbi ancora tutta una serie di perplessità, e mi facevo domande tipo circa “ma come mai con l’uso della parola è possibile indurre uno stato di trance in una persona, oppure provocare una anestesia ipnotica.. oppure infilare un ago nel braccio e la persona in cui è infilato quell’ago non sente dolore..?”. A 19 ani feci un esperimento a casa mia. Lo feci con il fratello di una ragazza con cui mi ero legato sentimentalmente. Pronunciai, con molta lentezza, ma anche con molta enfasi, le frasi che avevo letto dai libri. Dopo un po’ di tempo quel ragazzo cadde in trance. Io rimasti stupito, tanto che mi dicevo “questo mi sta prendendo in giro, forse sta fingendo”. Lo scossi un pochino, ma vedevo che questa persona rimaneva bloccata. Sul momento mi spaventai un pochino. Alla fine riuscii a farlo svegliare. Questi furono i miei inizi con l’ipnosi. Da quel momento lessi ogni genere di libri sull’argomento, come “ Terapie non comuni”, di Jay Haley. Il libro era incentrato sulla più grande autorità nel campo dell’ipnosi, Milton Erickson. Spulciavo le librerie alla ricerca di testi che si occupassero di queste cose. Inizialmente mi soffermai sull’ipnosi da spettacolo; come quella di Giucas Casella tanto per intenderci. Il primo spettacolo lo feci nel 1974, durante il periodo del militare. Per qualche anno continuai con questo tipo di ipnosi ipnotizzando animali ( soprattutto galline!) e esseri umani. Poi la abbandonai completamente; e per diverso tempo ebbi il rimorso di averla praticata. Mi spostai verso la vera e propria ipnosi terapeutica; come è il caso dell’ipnosi ericksoniana. Avevo già vent’anni quando aiutai una persona che aveva la balbuzie ed era il nipote di un istruttore delle Capanelle dei Vigili del fuoco. Io indussi una trance ipnotica in questa persona. A quel punto lo feci ritornare indietro nel tempo, una vera e propria trance ipnotica e lo riportai al momento in cui sorse il trauma che gli generò la balbuzie.

Si trattò di una vera e propria regressione. Agii senza le cautele che invece utilizzerei oggi. Oggi se induco una regressione d’età in una persona allo scopo di fare emergere l’origine del problema; cerco di portarla verso quel momento in modo dissociato; cioè le faccio rivivere la situazione come se fosse una spettatrice. In pratica faccio rivivere certe situazioni con una serie di filtraggi ipnotici e sotto copertura; cioè proteggendola da eventuali contraccolpi che possono manifestarsi. All’epoca, invece, feci un gravissimo errore. La indussi a tornare “direttamente” di fronte alla situazione dove iniziò a balbettare per la prima volta. Lui, ritornato in quel momento, mi disse che c’era un cane lupo che lo aveva fissato e lui si era spaventato, facendolo piangere; il cane lupo gli mostrò i denti e gli andò addosso per tentare di azzannarlo. Questo generò in lui una paura terribile che si portò dentro per anni e che lo portò ad essere balbuziente. Come agii io? Praticamente attuando quello che la PNL definisce una “ristrutturazione”. Gli feci immaginare che questo cane invece di essere minaccioso, scodinzolava, gli faceva le feste, ecc. Prima di farlo svegliare, gli diedi una suggestione post ipnotica. Gli dissi “quando tu ti sveglierai non ricorderai nulla di quello che è successo. Farai queste cose senza sapere che sono stato io a suggerirtele. Tutto si verificherà come ti è stato suggerito, per cui tu dentro il tuo inconscio immaginerai questo cane che ti gira intorno facendoti le feste, ecc”. Da quel giorno, quella persona smise di balbettare. Allora mi sembrò qualcosa incredibile. Oggi non è più così. Ancora oggi utilizzo l’Ipnosi con persone che hanno delle problematiche. Posso dirti che mi ritengo una vera e propria autorità in questo campo avendo collaborato in passato con diversi medici. A dire il vero, col tempo l’ipnosi l’ho bypassata, perché iniziai a studiare la PNL. La PNL io la definisco un aeroplano. Può essere utilizzata sia per trasferire passeggeri che per buttare bombe talmente la ritengo potente . La PNL è stata creata da Richard Bandler, che è un matematico, e da John Grinder, uno dei maggiori linguisti viventi. Loro due studiarono attentamente una serie di personaggi di eccezionale levatura: Milton Erickson, il più grande ipnotista di tutti tempi; Fritz Perls, il più grande terapista della Gestalt terapia; Virginia Satir, la più grande terapeuta della famiglia. Tutte queste persone avevano strategie con le quali ottenevano risultati superiori alla media. Dallo studio delle strategie di questi grandi talenti umani nacque la PNL.

-Che ne pensi del rapporto mente corpo nella patologia e nella guarigione?

Ho molto approfondito, nel corso degli anni, la medicina psicosomatica. Non è, come ritengono alcuni un po “estremisti”, solo la psiche a fare ammalare il corpo, ma la psiche gioca indubbiamente un ruolo decisivo. Immagina una catena; una catena che viene tirata dalle due estremità. C’è sempre un anello che si stacca prima degli altri. Quell’anello potrebbe essere, e spesso è, proprio un determinato vissuto che incide a livello psichico e fa scattare dei problemi di salute. Anche se non si deve fare l’errore, comune a certi hameriani, di ritenere che tutte le malattie abbiano una origine psichica o, come dicono loro, siano dovute a “conflitti”. Già negli anni ’50, George Groddeck curava molte forme oncologiche con la psicoterapia a Baden Baden. Si era reso conto che da eventi traumatici possono originare dei tumori. Qui in Italia abbiamo avuto forse il padre della medicina psicosomatica, il professore Luigi Oreste Speciani, che morì nel 1983; un autentico genio. Nel 1980 ebbi una breve corrispondenza con lui. Nel libro “Di cancro si vive, l’ipotesi psicosomatica” Speciani spiegava in dettaglio quello che succede a molte persone che sviluppano il tumore. Faceva l’esempio degli ebrei durante il nazismo. Nel periodo nazista, tra gli ebrei, c’era un’incidenza enorme di tumori. Incidenza che si abbassò radicalmente con la venuta meno di Hitler e del nazismo. Speciani aveva fatto una tabella, lui la chiamava PID (Principio di Identità Personale). In questa tabella aveva fatto una scala di eventi traumatici che potevano far scattare delle problematiche molto grosse, tumori compresi! Aveva messo al primo posto la morte di una persona cara; figlio, figlia, padre, madre. Seguiva la perdita del posto di lavoro o la fine di un matrimonio ecc. Nel 1974 morì il mio migliore amico, si chiamava Onofrio. Annegò mentre faceva pesca subacquea, a Santa Teresa di Gallura. Gli venne un malore, sott’acqua, a quindici metri, e morì. In seguito alla sua morte, sia la sorella, il padre, la madre, hanno sviluppato tutti il cancro. Comunque sia esiste un’ampia letteratura, in ambito medico, riguardo all’approccio psicosomatico. Ad esempio l’immaginazione di Carl Simonton; un oncologo americano che a parecchi pazienti faceva visualizzare le cellule cancerogene che venivano aggredite dal sistema. Lui aveva inventato un approccio che gli inglesi chiamano “Imagery”. In pratica si tratta della visualizzazione. Sono stati ottenuti, specie in USA, risultati eclatanti . Se tu accanto alle terapie mediche tradizionali, applichi questo supporto di natura psicoterapeutica è chiaro che farai scattare meccanismi di autoguarigione. Come diceva Oreste Speciani, la malattia prima di essere somatica è psicosomatica. Ci sono degli eventi che destabilizzano molto una persona, o comunque creano una forma di forte sofferenza emotiva. Alcune persone, attraverso una serie di filtraggi, riescono a sopportare questi eventi psicosomatici. Altre no, e a un certo punto non riescono più a metabolizzare o sostenere questo stress, e tutto questo sfocia in malattie; a volte abbastanza gestibili e curabili; altre volte molto pesanti. La nostra mente è immensa, e noi di essa conosciamo poco o nulla. Noi non possiamo immaginare, neanche lontanamente, quante sostanze di natura biochimica produce il nostro cervello. Non sappiamo, davvero, ancora quasi nulla del nostro cervello. C’ è ancora tanto da studiare su di esso e sull’interazione mente corpo.
Ai giorni nostri abbiamo un settore della ricerca e dell’applicazione medica che si chiama PNEI. Vuol dire psiconeuroimmunoendocrinoogia. Esso tratta l’influenza che la psiche esercita sul corpo e come essa possa influire colpendo vari settori, da quello endocrinologico a quello immunologico, neurologico o psichico. Tre persone che hanno lo stesso problema di salute, hanno una modalità mentale diversa nell’affrontarlo. Molto probabilmente due si ammaleranno più gravemente mentre il terzo invece guarisce perché mentalmente riesce a gestirlo. Anche la cosiddetta carezza che facciamo al pancino del nostro bambino, quando sta un po’ male, è un approccio di natura psicosomatica. Quel bambino ha bisogno di attenzioni da parte nostra e dargli il bacetto è un atto medico. Cos’è un atto medico? E’ anche l’atto che fa la mamma nei confronti del bambino. Non è solo quello del medico quando con lo stetoscopio ti controlla i battiti cardiaci.

-Si percepisce in te questo grandissimo amore per la conoscenza…

E’ vero. . ho questa grandissima sete di conoscenza. Considera che da giovane non ho avuto la possibilità di studiare. Credimi, io ho vissuto la fame più brutta, la miseria. Mio padre era mutilato alla mano destra e noi abbiamo dovuto sempre vivere con poco; e questo ci ha impedito di proseguire gli studi. All’età di 13, 14 anni mi ritirai da scuola e mi misi subito a lavorare. La mia sete di conoscenza l’ho sviluppata nel corso degli anni, divorando migliaia di libri. Io vivo in una casa di 40 metri quadrati, dove praticamente non ci sto più, per via di tutti i libri che ho. Mi ritengo una persona resiliente. Ho voluto rimettermi in gioco perché ho avuto terribili sofferenze, incomprensioni, ecc. Io sono passato anche attraverso un matrimonio fallito; nel 90 ho divorziato. Allora ero convinto di avere ragione al 100%; oggi, grazie al lavoro psicoterapico che ho fatto verso me stesso, so che le colpe erano al 50%. Comunque, nel corso degli anni mi sono messo a studiare la medicina complementare, l’omeopatia, la fitoterapia. Le piante curative e di potere, specie quelle dell’Amazzonia, sono diventate la mia grande passione. Ho molto approfondito questo campo e ho sperimentato queste piante.

-Parliamo di queste piante, di cui sei da molti considerato un vero esperto.. innanzitutto cosa si intende per piante medicinali?

Si definiscono piante medicinali tutte le piante che hanno una azione terapeutica sul corpo umano. Superfluo dirti che tutte le piante medicinali hanno al loro interno una composizione chimica atta a lavorare sui vari distretti del corpo.

Le differenze interne che si potrebbero fare nell’ambito delle piante medicinali sono innumerevoli. Una di queste è quella tra le piante di conoscenza, dette anche “piante maestro” e le altre piante curative. Le piante maestro portano a una vera e propria espansione profonda della coscienza. Potremmo dire che tutte le piante medicinali di potere determinano una certa apertura della coscienza. Ma le piante maestro ti fanno fare un vero e proprio viaggio interiore, nel quale spesso irrompono delle “visioni” e il livello emotivo e spirituale della persona è toccato in modo intimissimo. Sono piante che possono innescare delle autentiche rivoluzioni interiori nell’arco della tua vita .
Ti parlerò di due piante maestro, l’ayahuasca e l’iboga e di un’altra sostanza curativa potentissima, il Kambò, estratto dal dorso della pelle di una rana (phyllomedusa bicolor). Questa sostanza che è usata, da centinaia di anni, dai Katukina in Amazzonia, cura un’un infinità di malattie; dalla depressione all’intossicazione e persino forme cancerogene visto la sua azione incredibile sul sistema immunitario.

L’ayahuasca invece viene utilizzata dalle popolazioni native dei Paesi sudamericani in cui è presente la foresta amazzonica; Brasile, Ecuador, Perù, Bolivia, Colombia. La bevanda di ayahuasca è ottenuta dal decotto di due piante della foresta amazzonica: una è conosciuta come liana di Ayahuasca (Banisteriopsis Caapi) e l’altra come foglia di Chakruna (Psychotria viridis). La foglia di Chakruna contiene il principio attivo della bevanda dell’ayahuasca, la dimetil-triptamina (DMT). La DMT è la sostanza responsabile delle “visioni”, che si sperimentano spesso durante l’assunzione dell’ayahuasca. L’altra componente della bevanda, la liana di Ayahuasca, considerata dagli Indios l’elemento più importante. Essi dicono che è “lo spirito della liana” ha curare e insegnare.
L’ayahuasca lavora a livello di coscienza. Questa pianta è stata studiata da Claudio Narajo, considerato il maggior psicoterapeuta vivente. Narajo, che oggi avrà 83 anni, ha studiato a fondo la struttura chimica di questa pianta. E soprattutto l’ha utilizzata moltissimo in terapia. Tra l’altro ha scritto un libro memorabile dal titolo “Ayahuasca, il rampicante del fiume celeste”.
L’ayahuasca è un allucinogeno pur non essendo un allucinogeno. A differenza di altre piante “allucinogene” a tutti gli effetti, molto spesso ti lascia la coscienza intatta. Nel corso dell’esperienza, continui ad avere la consapevolezza del tuo pensiero.
L’ayahuasca può essere utilizzata anche in ambito oncologico, infatti gli sciamani quando l’assumono entrano poi in un rapporto di isolamento con la patologia della persona. Infatti loro a livello mentale riescono a vedere i distretti del corpo dove possibilmente ci potrebbe essere un tumore. Sembrano cose irreali ma sono tutte cose vere. Loro utilizzano queste piante qui per alterare la coscienza.
L’ayahuasca non l’ho mai sperimentata. Mentre ho fatto delle esperienze, davvero molto potenti, con l’Iboga, un’altra pianta di conoscenza, un’altra pianta maestro. E’ una pianta che ha proprietà medicinali notevoli sostanzialmente corrispondenti a quelli dell’ayahuasca. Come l’ayahuasca produce stati alterati di coscienza, anche se è una pianta che funziona in modo diverso dall’ayahuasca.

L’iboga è una di quelle piante a cui ci si può approcciare ponendo un quesito che tocca molto profondamente la nostra esistenza. Una questione delicata, sulla quale magari ci tormentiamo da tempo. Qualcosa da risolvere. Un obiettivo da realizzare. Io ho posto delle domande, degli obiettivi, degli intenti. E ho ricevuto delle risposte. Queste risposte le ricevo in uno stato onirico dove mi appare un selvaggio, un uomo medicina del Gabon, che è diventato il mio spirito guida e che io chiamo Gennaro. Me lo vedo sempre seduto su un tronco di albero, di solito a petto nudo, con uno straccio che gli copre la parte genitale, il basso ventre. Questo Gennaro è una modalità tramite la quale lo spirito della pianta mi risponde.

-Tu ogni volta che fai questa esperienza incontri sempre lui?

Si..

-Il punto su cui ti sei soffermato… il “chiedere” qualcosa.. il cercare una risposta connessa a un tema che ci sta profondamente a cuore è qualcosa di connesso con le eterne ricerche interiori fatte dall’uomo in ogni epoca.

Assolutamente.. ed è importantissimo avere compreso questo punto. Tu stabilisci sempre il tuo intento, ciò che vuoi “ottenere” dall’assunzione di questa pianta. Può essere qualsiasi cosa, purché realmente collegata con le tue dinamiche interiori; si può richiedere una comprensione maggiore di se stessi, la rimozione di un trauma, e cc. L’assunzione della pianta porta una apertura di coscienza che –magari attraverso “simboli” peculiari, come nel mio caso l’apparizione di questo uomo medicina- porta a cogliere delle risposte “pertinenti”.

-Ci sono delle controindicazioni particolari nell’assunzione di questa pianta?

In linea di massima no. Va, però, assolutamente evitata se fino a poco tempo prima si era fatto uso di droghe. In questo caso il rischio il rischio sarebbe altissimo; si potrebbe finire in overdose, e anche morire. Tolte situazioni del genere, l’assunzione della pianta non ha controindicazioni particolari. Fermo restando, naturalmente, che, specie se non hai alle spalle un percorso di anni, non devi prenderla da solo, ma col supporto di qualcuno. Qui parliamo di un tipo di assunzione “intensivo” di Iboga, che è quello necessario per arrivare a stati di coscienza tali da far giungere risposte ai quesiti profondi che pone la nostra anima.
E’ importante sapere che l’iboga viene utilizzata da tantissimi anni, a livello terapeutico, anche per resettare il corpo dall’assunzione della droga. Due sessioni con la radice di iboga sono in grado di resettare il corpo dalle droghe più tenaci. Bastano a volte due sessioni per smettere di assumere alcool, sigarette e ogni genere di droga, dalla morfina all’eroina. Tutte le droghe voluttuarie sono trattabili con questa radice. Va detto che da noi questa pianta e il suo principio attivo, l’ibogaina, sono legali. Cosa che non è negli USA.
L’iboga è una pianta che, tra le altre cose, è straordinaria anche sul piano delle “dipendenze” che danno gli psicofarmaci. Con piante come l’iboga ci si può liberare dalla schiavitù degli antidepressivi e altre sostanze di questo tipo.
Proprio un mesetto fa ho fatto una esperienza con l’iboga. Appena dopo averla fatta ho scritto un post che è stato molto apprezzato. L’ho scritto alle sei di mattino, subito dopo avere concluso l’esperienza. Ho voluto subito descriverla, per non dimenticarmela. Perché sapevo, che se non l’avessi subito descritta alcuni particolari si sarebbero persi nel corso della giornata.

-Qual è il percorso di preparazione da fare se una persona volesse assumere l’iboga?

Allora.. io in genere, a partire da un paio di giorni prima, faccio una dieta abbastanza leggera; frutta, verdura, minestrine (sempre di verdura). Oltre alla dieta, pulisco il colon con delle perette in cui metto un decotto. In questo decotto ci metto foglie di carciofo, camomilla, semi di lino. La camomilla e i semi di lino agiscono a livello di emolliente del tratto intestinale. Le foglie di carciofo agiscono da colagogo, da coleritico; tolgono fuori la bile tossica, stimolano il fegato. Accanto a tutte queste sostanze ci metto naturalmente, per preparare il decotto, circa mezzo litro d’acqua. Questi clisteri ti fanno evacuare, disintossicandoti.
A questo punto si tratta di prendere l’iboga. Nel caso che voglia fare una esperienza profonda -il tipo di esperienza in cui si giunge a stati onirici e vision, il tipo di esperienza in cui mi pongo un intento e ricevo una risposta- mi metto una sveglia vicino alla scrivania, controllo l’orologio e prendo due capsule di iboga. Dopo due ore ne prendo altre tre; dopo altre due ore, o due ore e mezza, ne prendo altre tre. A quel punto, dopo la terza assunzione, inizia il viaggio. Questo viaggio può durare dalle otto alle dieci ore.
Quanto ti ho appena descritto vale, come dicevo prima, se vuoi fare una esperienza profonda. Ma se voglio utilizzare l’iboga “semplicemente” a livello terapeutico, utilizzo dosi molto più basse. Procedo così: la mattina prendo delle gocce di tintura. Queste assunzioni a basse dossi non inficiano in alcun modo la tua quotidianità. Quando le prendo, posso fare i lavori domestici, uscire, guidare tranquillamente la macchina. Quello che succede è che –dopo avere assunto varie volte queste gocce, e dopo quindi che esse si sono accumulate nel corpo- cominciano a un certo punto a scattare dei processi mentali. Ad es., ti puoi trovare ad acquistare dell’abbigliamento e improvvisamente emergono dei processi mentali che tu pensavi di avere sepolto da anni nel campo della tua coscienza. L’assunzione di queste poche gocce al giorno muta il rapporto con i propri sogni. Anche le persone che dicono di non avere mai sognato In vita loro, o di non ricordarsi i sogni, quando assumono l’iboga cominciano a sognare, o a ricordare tutta una serie di sogni. Anche io, nel momento di prendere solo poche gocce, mi rendo conto di tutta questa raffica di sogni che si manifesta e che ricordi. La cosa più importante è capire quale sia la posologia più adatta a te, perché può mutare da persona a persona. Ognuno può capirlo quando comincia a starci dentro diverso tempo e a sperimentarla.
Vorrei farti una confidenza..

-Certo..

A me l’iboga ha dato una grandissima mano. Mi ha fatto superare una situazione molto delicata che ho vissuto 4 anni fa, in seguito all’interruzione di un rapporto affettivo con una donna 3 anni più grande di me. Sono stato lasciato in maniera vigliacca. Dopo due mesi dalla rottura, grazie all’esperienza fatta con questa pianta, compresi che quella persona era meglio perderla che trovarla. Durante l’esperienza con l’iboga cominciai a capire tutto quello che mi era successo. Si innescò un processo che mi ha portato un giorno a trovarmi al cospetto di me stesso. A quel punto mi sono sentito “sciolto” da tutta quella situazione. Sono delle cose che è molto difficile spiegare a voce. Chi si è sottoposto a psicoterapia del profondo può capire quello di cui sto parlando. Si tratta di quei cambiamenti sottili che, quando li vivi, ti rendi conto che non hai più bisogno di andare da uno psicoterapeuta perché sei guarito. Si può dire che l’iboga porta ad una sorta di psicoterapia accelerata. Considera che con piante come l’iboga e l’ayahuasca si possono curare anche i casi di depressione più profonda.
E’ affascinante che si riescano ad ottenere determinati cambiamenti. Innanzitutto bisogna stabilire un intento e capire che cosa vogliamo ottenere dalla pianta. A parte che senti la differenza tra il prima e il dopo. ..
Oltre le piante di conoscenza, le piante maestro, ci sono piante che sono curative. Sono tantissime. Si potrebbe parlare per giorni.. ad esempio c’è una resina- chiamata sangue di drago- che è ricavata dalla corteccia di un albero che cresce in Amazzonia. Questa resina è considerata il più potente cicatrizzante che esiste al mondo. I selvaggi dicono –è una citazione tratta dal libro di Mirella Rostaing- che è così cicatrizzante che cicatrizza anche la nuvola che ci passa sopra.
Adesso però parlo del kambò che non è esattamente una pianta, ma è una sostanza naturale dal potere curativo potentissimo.
Il kambò può essere considerato la medicina naturale più potente che esiste al mondo. Contiene delle sostanze antidolorifiche che sono addirittura cinquanta volte più potenti che la morfina. E’ una pianta utilizzatissima in Amazzonia, sia nella parte del Brasile, che del Perù, che dell’Ecuador. Innanzitutto ti dico come si ricava il kambò.
Il kambò, prima ancora di essere una sostanza curativa, è una rana originaria dell’Amazzonia (Phyllomedusa bicolor). Per estensione lo stesso termine kambò è utilizzato anche per la sostanza curativa, che è ricavata, appunto, da questa rana. I selvaggi prendono questa rana di notte e si procurano il suo veleno; dopodiché la lasciano libera. Se tu metti questa rana in un posto protetto non produrrà mai questo veleno. Deve essere comunque in un contesto selvatico e deve subire un particolare “trattamento”. Gli indigeni, dopo avere preso una rana, le legano le quattro zampe con dei fili molto sottili; e poi mettono quattro bastoncini, due davanti e due di dietro. Sostanzialmente la stendono, le “tirano” gli arti, ma senza farla soffrire. Doodiché cominciano a stuzzicarla con un bastoncino; glielo mettono nel naso, oppure glielo mettono in bocca; la stressano. A un certo punto la rana si spaventa e comincia a secernere questo veleno; una massa gelatinosa, trasparente. Loro prendono questo veleno con un bastoncino di legno e poi lo mettono da parte.
Mentre l’ibova e l’ayahuasca possono far soffrire sul piano psicologico; qui la sofferenza è fisica. L’assunzione del kambò fa vomitare e defecare tantissimo. Fai delle diarree di un colore che non hai mai visto in vita tua. Cioè espelli proprio i veleni in una maniera spaventosa.

-Come viene somministrato?

Allora… Si provocano dei piccoli forellini sulla pelle. Nel caso dell’uomo va bene il braccio destro, il petto e dietro la schiena. Le donne invece, secondo la tradizione amazzonica, devono farlo nel muscolo della gamba sinistra. Quindi si fanno delle microscopiche bruciature (possono essere fatte anche con uno stuzzicadenti bruciato). In genere si fanno dai 5 ai 7 forellini. Poi, sfregando, si toglie la pelle morta. A quel punto, in questi forellini si mette questa sostanza, che si attacca proprio alla ferita. In massimo dieci secondi, essa entra immediatamente in circolo. Ha un’azione molto rapida. Durante la somministrazione di questa sostanza devi bere molta acqua. Una volta che essa comincia ad avere effetto, il cuore comincia a batterti in maniera spaventosa e ti gonfi. Io mi gonfiai al punto che sembravo una donna al nono mese di gravidanza. Ricordo anche che il mio colorito diventò verde. A un certo punto cominci a vomitare. E non vomiti solo l’acqua. Vomiti anche una barca di roba che hai depositato nello stomaco, nell’intestino. Quando, quattro anni fa, feci la sessione di kambò, vidi un mio amico, che aveva avuto problemi di droga, vomitare un’acqua nera. La mia invece –visto che ero meno intossicato di lui- era color canarino, l’acqua dell’urina. L’effetto di questo veleno è dai 15 ai 20 minuti. Intendiamoci, non è che vomiti ininterrottamente per venti minuti. Di volta in volta ti viene somministrata acqua; che tu immancabilmente vomiti. Dopodiché ti viene data altra acqua, e così via. L’acqua vomitata è sempre sporca; è come se si facesse un lavaggio interno. Il processo di disintossicazione è totale se, arrivati all’ultima fase del vomito, espelli qualcosa di color giallo verde. Si tratta di una bile tossica. Se questo accade, la disintossicazione ha ripulito davvero tutto. Ma anche quando non si giunge fino a quest’ultimo stadio, anche quando non si arriva fino al punto di questa bile giallo verde, i risultati si vedono.
Le tossine le togli anche attraverso l’ano; fai delle scariche che sono molto dense, sembra che evacui uno yogurt dal colore giallo. Elimini le tossine anche dai pori della pelle, attraverso la sudorazione; tossine molto maleodoranti. In Amazzonia, subito dopo avere fatto il kambò si buttano nel fiume per fare un bagno.
Sicuramente l’esperienza è molto dura. Ti sembra di passare i quindici, venti minuti, peggiori della tua vita. A molte persone può venire il panico solo al pensiero. Questo tipo di esperienze, comunque, non andrebbero fatte da soli; ma con qualcuno capace che ti segue.
Tornando agli effetti, una volta fatta la sessione, stai benissimo. Ti senti immancabilmente diverso. Ti senti bene in tutti i sensi; anche a livello sessuale. Ha un’azione benefica su tutti i distretti del corpo. Se tu mi ponessi questa domanda “su che cosa agisce il Kambo?”, ti risponderei “su tutto”. Su qualunque tipo di malattia; dalla depressione, all’insonnia, a problemi di sessualità, a intossicazioni, fegato mal ridotto. E’ considerata il più potente stimolante immunitario che esiste. Dopo che hai fatto il kambò, è come se ti avessero messo in una lavatrice e ne sei uscito fuori ripulito che sei una meraviglia. Il tuo corpo sembra essersi alleggerito di un peso che aveva da parecchio. Il Kambò viene considerato “Il vaccino della foresta”. Bisognerebbe farlo almeno ogni sei mesi. Da poco Peter Gorman, che vive nella foresta, mi ha spedito il suo bellissimo libro sul kambò, scritto da pochissimo.

-E’ un tipo di esperienza che a molti spaventerebbe… la possibilità di vomitare.. di stare male..

Tu hai perfettamente ragione, ma io vorrei porre questa domanda.. “quanto è disposto a investire una persona verso il suo stato di salute?”. Ad esempio, L’aglio è uno dei più potenti regolatori della pressione. E’ un vero alimento medicina straordinario. Ha una composizione chimica eccezionale. Purtroppo qual è l’effetto collaterale dell’aglio? Per 12..24 ore ti lascia un’alitosi micidiale. Ma una persona deve sapere fare qualche sforzo, sostenere qualche scomodità, se vuole realizzare un cambiamento. Oggi si è affermata una forma di “visione medica consumista”. Le persone voglio ottenere risultati immediatamente, senza alcun tipo di sacrificio. Ma questo non è possibile. Se tu ci hai impiegato tanti anni per fare in modo che le tossine si depositassero dentro il tuo corpo, la natura non può farle scomparire subito con uno schiocco di dita. Ci vuole un certo impegno da parte tua, per portare a compimento il processo di purificazione. Per cui.. ripeto la domanda che andrebbe posta a tutti.. “quanto sei disposto tu a investire nel tuo stato di salute?”.

-Che rischi corre una persona a sottoporsi a questo trattamento?

Gli unici casi in cui è sconsigliato il kambò è se hai dei bypass, se sei una donna incinta. Pensa che in Amazzonia i bambini cominciano già a tre anni con il kambò. Tra l’altro esso è considerato l’antidoto per i morsi di serpente. Inoltre se ogni sei mesi fai una sessione di kambò, molto difficilmente d’inverno ti prenderebbe l’influenza o il raffreddore.

-Ma c’è il rischio che un vomito così intenso possa indurti degli stati di soffocamento?

Il vomito conseguente al kambò è un processo salutare.. sostanzialmente un mezzo di difesa e purificazione del corpo. Io non ho mai sentito di gente che è soffocata (o ha sfiorato il soffocamento) facendo questa esperienza. Naturalmente è chiaro che ci vuole una posizione adatta. Non ti puoi mettere in posizione supina, devi stare seduto, ecc. Anche da questo, si comprende come, specie se sei alle prime armi, ci sia qualcuno di esperto ad accompagnarti.

-Penso al dono prezioso che gli uomini medicina hanno fatto anche a noi, permettendoci di conoscere queste piante..

Sì… gli sciamani, gli uomini medicina sono i veri custodi dei più preziosa conoscenza dei poteri energetici presenti nella natura.
I grandi sciamani come Guillermo Arevalo e Don Augustin hanno all’interno della foresta amazzonica, dei veri e propri centri di cura a cielo aperto in cui vengono persone da ogni parte del mondo. Questi centri stanno in Ecuador e Perù. In essi vengono curate malattie gravissime, cancro compreso. Augustin Rivas ha all’interno della foresta amazzonica un villaggio di terapia e intorno ad esso centinaia di ettari dove ha piantato di tutto. Gli ammalati di tumore che vanno là devono fare una dieta particolare, disintossicante, con i prodotti che sono coltivati là. E poi vengono utilizzate le piante curative, come l’ayahuacasca. Anche Guillermo Arevalo fa utilizzare una alimentazione severissima.
Loro hanno una conoscenza delle piante maestro e delle piante curative, ad un livello che in occidente non potremmo mai raggiungere. Naturalmente adesso sto parlando dei veri sciamani; non di quelli che si spacciano per tali. Gli sciamani hanno una conoscenza delle piante medicinali che è su un altro piano rispetto a quella dello scienziato che mette il microscopio sulla foglia e studia le molecole che ci sono dentro.

Lo sciamano entra in una simbiosi profonda con la pianta e di essa ha una conoscenza totale. La pianta viene utilizzata nella sua globalità.
Io sono sicuro che il più grande esperto di botanica, di etnobotanica, che abbiamo in Italia, ad uno sciamano dell’Amazzonia gli arriva, forse, poco più in alto dello stinco. Noi siamo tutti pieni di formule, formulette. Possiamo sapere tutta la composizione chimica della pianta. Ma se la descrivessimo ad uno sciamano, lui ci guarderebbe con l’aria di chi pensa “ma che cazzo state dicendo”. La conoscenza delle piante medicinali da parte degli uomini medicina è straordinaria perché essi hanno la capacità di dialogare direttamente con le piante. Loro quando, debbono curare una persona, una volta che hanno assunto l’ayahuasca, vanno all’interno della foresta amazzonica ed è la pianta stessa che li chiama. E’ la pianta stessa che si rivela all’Uomo Medicina sotto forma di sogno o messaggio.. “guarda che tu stai cercando me!! Sono io la pianta che può curare questa persona”. E immancabilmente lo sciamano preleva proprio le piante che gli sono state suggerite dalle energie che provengono dalla foresta.
Riguardo l’utilizzazione di piante di questo genere, uno degli errori che si fa in occidente è quello di estrarre solo il principio sintetico, il principio attivo della pianta. Se tu togli soltanto il principio attivo, l’organismo molto spesso non riesce a tollerarlo. Gli uomini medicina, i curanderos, utilizzano tutte le componenti della pianta. Avrai sentito di quei professori di matematica che dicono “il tutto è maggiore delle parti”? Bisogna prendere tutto il fitocomplesso della pianta non soltanto il principio attivo.
Per farti capire i livelli con cui possono operare questi uomini medicina ti racconto della guarigione di una persona avvenuta con la tecnica del “risucchiamento del male ”.
Tu immagina che c’è stata una esperienza fatta con l’ayuasca da una persona, poco tempo fa, uno o due anni fa, a questo gli avevano dato due mesi di vita, va in Amazzonia e con uno di questi uomini medicina fa l’esperienza con l’ayahuasca. L’uomo medicina durante la sessione dell’ayahuasca vedeva alcuni punti del corpo di questa persona che erano molto fumosi, di colore nero. Praticamente una sorta di raggi x fatti col corpo eterico, col loro corpo sottile. Riusciva a percepire il punto dove la persona aveva la problematica. A quel punto utilizzò la tecnica dello “succhiamento”. In quei punti dove c’è il “focolaio”; il tumore, il problema… lui avvicinò la bocca e, dopo che era stato fatto una sorta di taglio. Il sangue succhiato, poi veniva sputato. Quella persona guarì.
La nostra mentalità occidentale non è abituata a queste cose. La nostra mente ha perso questa possibilità di acuire i sensi a certi livelli. Basta vedere il bambino piccolino a un anno e mezzo, due anni. Molte volte i bambini parlano da soli, hanno un amico immaginario; hanno una fantasia creativa incredibile. Poi col passare del tempo i genitori gli dicono “lascia perdere che non c’è nessuno”, oppure non gli danno la possibilità di entrare in simbiosi con il loro giocattolo immaginario. Man mano che diventano grandi, questi bambini perdono quel tipo di facoltà; non hanno più quella sensibilità che avevano da piccolini.

-Un grande potenziale di guarigione, questo delle piante medicinali, che in alcuni contesti è ancora quasi totalmente ignorato..

E’ proprio così. Immaginati cosa si potrebbe fare se si potesse usare bene una sostanza come Il kambò. Io so di persone che sono guarite da problematiche di salute estremamente pesanti. O immagina una pianta come l’iboga per curare tante forme di tossicodipendenza. Immagina quanto potrebbe essere benefico usare piante di questo genere per tanta gente che si trascina per anni in problematiche durissime.
Io vorrei che ci fosse più attenzione verso questi popoli nativi, verso la loro grande conoscenza. Che ci fosse più attenzione verso il polmone verde del mondo. E non parlo solo dell’Amazzonia. Parlo anche della foresta del Belize, del Costarica. Tutto questo patrimonio naturale è minacciato dalla pazzia della bestia umana. Stiamoci attenti perché in queste foreste c’è la radice profonda della vita!!!!! In queste foreste c’è una conoscenza sacra di incalcolabile valore. In queste foreste ci sono le medicine del nostro futuro!! Noi stiamo distruggendo la nostra stessa vita, la nostra stessa anima. Io credo che il futuro dell’umanità starà proprio nell’attingere alle conoscenze che hanno custodito questi popoli che noi definiamo selvaggi.

-Ho sentito che tu per i tuoi approcci curativi con le persone non chiedi niente.

Sì, sì.. è così..

-Complimenti perché non è da tutti..

Io lo faccio per passione e lo faccio per un voto. Soprattutto per un voto! Io un grosso debito nei confronti della buonanima di mio fratello, morto cinque anni fa di tumore… purtroppo non ho potuto fare niente per salvarlo, l’hanno ucciso con la chemioterapia. Lui si è fidato dei medici, ed io sapevo già che lui facendo quelle terapie sarebbe morto subito! Per me è stata una sofferenza terribile. Soprattutto vedendo la prima seduta che fece di chemioterapia, come lui … si era riempito il corpo di eruzioni. Gli oncologi gli avevano detto “ah, hai visto che la chemioterapia funziona”. Caro mio, quando il corpo si riempie di eruzioni vuol dire che il fegato sta partendo. Questi fanno cicli che sono delle vere e proprie bombe.

-Le cose che fai e che divulghi ti hanno mai creato problemi?

Qualche minaccia, qualche diffamazione.. ma è normale..

-Qual è un tuo obiettivo per i prossimi anni?

Creare un gruppo che possa occupasi seriamente delle medicine olistiche. Soprattutto qui a Sassari, con la collaborazione di diversi medici che siano abbastanza aperti. Quello è il mio sogno nel cassetto. Lavorare con medici che non siano schizzinosi. Che non dicano “Io sono medico, ho la laurea, tu non sei un cazzo”. Perché ognuno di noi può dare un piccolo contributo. Ci sono in Africa dei ricercatori molto bravi.. lì ci sono cliniche dove si servono anche dello sciamano, perché a volte lo sciamano può fare scattare dei meccanismi di autoguarigione che il medico con il camice bianco non sa fare scattare. Tutto può essere utile. Più frecce abbiamo nel nostro arco e più la persona che si rivolge a noi ha la possibilità di guarire.

-Grazie Salvatore.

Leave a Comment :, , , , , , , , more...

Storia della Chiropratica

by on apr.17, 2015, under Guarigione, Resistenza umana

Chiros

Considero la storia della chiropratica, pochissimo conosciuta in Italia, molto interessante per vari aspetti.

In questo testo, inevitabilmente incompleto, ho cercato di tracciare alcuni momenti particolarmente emblematici di questo percorso storico.

La chiropratica nasce in USA, a Davenport, nel 1895, per un intuizione del dottor Daniel David Palmer, nato a Toronto il 7 marzo del 1845, e trasferitosi negli USA all’età di 20 anni. Palmer era un uomo affascinato dai prodigi della natura che si chiedeva spesso “perché alcune persone si ammalano e soprattutto perché altri no”? e “cosa rende alcuni animali più forti di altri?”.
Si sposò, e decise di occuparsi di apicoltura in una fattoria che aveva comprato. Divenne uno dei maggiori produttori di miele in USA. Quando la moglie morì perse ogni interesse per gli affari e cominciò una vita errante. In questi suoi viaggi incontrò Paul Caster, un guaritore che gli insegnò la terapia magnetica di guarigione. Decise di diventare discepolo di Caster, superando ben presto il suo livello.
Palmer era convinto che il corpo disponesse di una energia di riserva che se risvegliata poteva guarire la parte malata. Questa energia nella gran parte delle persone viene in qualche modo bloccata. Palmer immaginava che da qualche parte, tra il cervello e il corpo, ci dovesse essere un blocco che impediva il passaggio di energia.

Dopo 10 anni Palmer trovò il modo di “focalizzare” questa comprensione, e di individuare la parte del corpo in cui si manifestava il blocco. Definì questo blocco “sublussazione vertebrale”.
Ci fu un episodio che per lui fu “rivelatore”.
Nel 1887 egli aprì uno studio nel palazzo Ryan a Davenport, Iowa, U.S.A., dove esercitava la professione di “guaritore magnetico”. Il portiere dell’edificio, un certo Harvey Lillard, era sordo da 17 anni. Il 18 settembre del 1895 D.D. Palmer esaminò la colonna vertebrale di Lillard, e scoprì che una vertebra era fuori posto rispetto alle altre. Lillard raccontò a Palmer che 17 anni prima si era curvato per sollevare un oggetto e aveva sentito qualcosa spostarsi nella sua schiena, come “uno scricchiolamento”. Da quel momento cominciò a sentire sempre meno, fino al punto di non riuscire più a sentire nemmeno il rumore delle carrozze che passavano sotto la sua finestra . Aveva provato molte terapie, ma senza esito. Palmer dedusse che lo scricchiolio che Lillard aveva sentito e la sua sordità erano connessi. Iniziò a lavorare su di lui e, accorgendosi che una delle vertebre non era nella posizione normale, pensò che se fosse stata rimessa al giusto posto, Lillard avrebbe riacquistato l’udito. E questo fu quello che fece, tramite la pressione delle mani. Lillard riacquistò l’udito. Queste le dichiarazioni di Lillard, pubblicate due anni dopo in una rivista:

“Io ero sordo da 17 anni e mi aspettavo di rimanere così, ero stato visitato dai dottori senza ottenere alcun beneficio. Da tanto tempo avevo deciso di non fare più cure per il mio udito dato che non succedeva niente di buono. Lo scorso Gennaio, il Dr. Palmer mi disse che la mia sordità veniva da un danno alla colonna. Ciò era nuovo per me, ma era un fatto che la mia schiena avesse subito un danno e che da allora io fossi diventato sordo. Il Dr. Palmer trattò la mia schiena; dopo due aggiustamenti potevo sentire abbastanza bene. Ciò avvenne otto mesi fa. Il mio udito rimane buono”.

D.D. Palmer aveva scoperto che una correzione specifica manuale, effettuata su una vertebra non allineata correttamente, poteva restituire la salute. Intanto la notizia di quanto era successo si era diffusa ovunque e tante persone sorde giunsero al suo studio. Palmer non ottenne gli stessi risultati nel curare la loro sordità, ma, si accorse che molte altre problematiche potevano ricevere benefici da quel trattamento.

Egli comprese l’importanza della manipolazione della colonna vertebrale e ipotizzò che la compressione di un nervo o di una radice nervosa a livello della colonna vertebrale potesse causare conseguenze fisiche sia sul punto in cui si era verificata la compressione, sia su altre parti corporali. Studiò anche la relazione del bacino con torsioni vertebrali e alcuni tipi di scoliosi.
Da questi “trattamenti”; che D.D. Palmer andò sempre di più affinando, nacque la prima forma di “aggiustamento chiropratico”.
È interessante notare che successivamente i pazienti non si recavano al suo studio solo per dolori alla colonna, ma per problemi di cuore e altri malesseri. Palmer non si adagiò sulla consapevolezza di essere giunto ad una tecnica efficace. Voleva capire tutte le sfaccettature di quello che era emerso. Da grande studioso qual’era, si gettò nello studio, cercando di assimilare più informazioni possibili su fisiologia, anatomia e neurologia. La sua conoscenza del funzionamento del corpo umano era più profonda e ampia di quella dei medici suoi contemporanei che praticavano la medicina tradizionale. Nei suoi studi, esercitò una particolare attenzione nello studio della colonna vertebrale e del sistema nervoso. Anche per via di questi studi, si rafforzò in lui la convinzione di avere scoperto un nuovo metodo in grado di promuovere il benessere generale dell’organismo.
Si ritiene che DD Palmer sia stato il primo, nella storia della medicina, a giungere alla conclusione che la compressione di un nervo o di una radice nervosa a livello della colonna vertebrale può causare sintomi locali e remoti dal sito della lesione. In pratica, visto che molti sintomi dolorosi scaturiscono da alterazioni dei rapporti dell’apparato articolare vertebrale con le formazioni nervose e vascolari continue, l’intervento del chiropratico, il suo aggiustamento, ha il compito di rimuovere le cause meccaniche che provocano i disturbi della funzionalità articolare, vascolare e nervosa.
D.D. Palmer aveva una visione molto ampia della saluta umana, parlava di “intelligenza innata”, la capacità di guarirsi attraverso l’azione della forza vitale che è in ognuno di noi. Intendeva che il compito della chiropratica, allora come oggi, sia quello di agire sugli ostacoli che non permettono alla forza vitale di diffondersi nel nostro corpo.
In breve tempo, DD. Palmer istituì una scienza, un’arte e una filosofia basata sull’esistenza di uno strettissimo legame tra la struttura della spina dorsale ed il funzionamento del sistema nervoso. Il nome con cui questa tecnica è diventata conosciuta è dovuto ad un suo amico e paziente, il reverendo Samuel Weed, ha coniato la parola chiropratica, dal greco cheir [mano] e pratikos [fare]; ovvero “eseguire con le mani”, per la scoperta di D.D. Palmer.
La chiropratica intanto diventava sempre più popolare e nel 1897 D.D. Palmer aprì una scuola dove potesse essere insegnata.

Sebbene la Chiropratica stava dimostrando di essere un modo efficace di guarigione del corpo, non fu prontamente accettata. La comunità medica a cavallo del 20 ° secolo iniziò una crociata contro di essa. Vennero scritte lettere agli editori di giornali locali, criticando apertamente i suoi metodi e accusandolo di praticare la medicina senza licenza.
D.D. Palmer si difendeva dagli attacchi dei medici presentando argomenti, come quello per cui egli forniva un servizio unico nel suo genere che loro non offrivano e sottolineando i rischi noti delle molte procedure mediche di quel periodo. Egli mise anche in guardia contro forme di introduzione medica nel corpo, come i vaccini, che considerava inutile, e spesso addirittura dannose.
Nel 1905, D.D. Palmer fu incriminato per pratica della medicina senza licenza. Venne condannato a 105 giorni di carcere e a 350 dollari di multa. Anche durante la carcerazione D.D. Palmer continuò a praticare. Cosa che fece anche dopo la scarcerazione, insieme alla lotta per difendere la chiropratica. Non si risparmiò fino ala morte avvenuta nel 1913 all’età di 68 anni.

Suo figlio, Bartlett Joshua Palmer, fu uno dei suoi primi allievi ed aveva insieme col padre. una grande passione e una forte determinazione a diffondere la chiropratica. B.J. intraprese un’intensa ricerca sulla chiropratica, sviluppando tecniche di aggiustamento delle vertebre sempre più precisi ed efficaci e inventando diversi macchinari. Con B.J. Palmer la chiropratica divenne un sistema di cura ben definito. Autore molto prolifico, scrisse 38 libri di chiropratica. A differenza di altre pratiche di manipolazione, attuate da sempre, nella chiropratica ci si sforzò di fare un vero e proprio sistema, con una sua coerenza interna, una sua struttura teorica, una sua filosofia.
B.J. Palmer diede una forte linfa a tutti quelli che furono i concetti della chiropratico, come il concetto di “innato”:

“Innato è Dio negli esseri umani. Innato è il bene negli esseri umani. Ciò che è Innato non può essere ingannato, violato o imbrogliato. L’Innato è sempre in attesa, pronto per comunicare con te, e quando l’Innato è in contatto, tu sei in sintonia con l’Infinito”.

B.J. Palmer fu la vera forza propulsiva della chiropratica per vari decenni. Lui costruì la Palmer School of Chiropratic di Davenport che divenne il primo collegio chiropratico nel mondo.

BJ si impegnò tantissimo per fare aumentare l’accettazione della chiropratica. Combatté -come i chiropratici delle successive generazioni- per l’istituzione di una licenza e tavoli normativi separati affinché la chiropratica fosse accettata non come una forma di pratica medica, ma come entità separata. Sotto la sua scia, i chiropratici di ogni tempo avrebbero avuto ben chiaro che la questione non era solo ottenere un riconoscimento, ma un riconoscimento come “entità separata”. Questa fu una delle più grandi intuizioni strategiche della decennale lotta della chiropratica contro il sistema medico ufficiale. I chiropratici, con una lungimiranza di grande livello, comprendevano che ci sono due modi per distruggere una pratica “scomoda”: distruggerla direttamente o, quando la distruzione diretta non è più una cosa fattibile, accoglierla nel proprio seno per snaturarla, depotenziarla, sottometterla a logiche che non le appartengono o alla supervisione di soggetti non in grado di capirne il profondo spirito, ma anzi guidati da tutta un’altra visione del mondo.
La lungimiranza che, a partire da B.J. Palmer, i chiropratici ebbero fu quella di lottare per una legittimazione certo, ma con uno status separato. La via non era essere “gestiti” da altri; ma l’autoregolamentazione.

In quegli anni si stava cominciando a scatenare la fortissima opposizione della medicina ufficiale contro la chiropratica. B.J. Palmer contribuì a fondare l’Associazione universale dei chiropratici, anche al fine di dare un sostegno legale ai chiropratici perseguitati.
La vita della chiropratica non fu facile. Perché l’ostilità medica –divenuta ‘persecuzione’- durò decenni. Tuttavia, dopo alcuni decenni i chiropratici ottennero le prime vittorie.
Il primo riconoscimento statale della chiropratica avvenne in Kansas nel 1913. L’ultimo avvenne in Luisiana nel 1974. Quei sessant’anni di intervallo tra questi due riconoscimenti conobbero momenti drammatici.
Lo scontro avvenuto in California è emblematico di tutta la lotta chiropratica. Il chiropratico Tullio Ratledge (1881-1967) guidò il nascente movimento per la licenza chiropratica in quello stato. Nel 1916 venne condannato a 90 giorni di carcere per avere praticato la medicina senza licenza. Si tenga presente che questo arresto –come nella maggior parte di arresti di chiropratici- l’accusa non nasceva da reclami di pazienti, ma dalla strategia persecutoria della classe medica.
Queste polemiche, queste denuncie, queste carcerazioni, portarono paradossalmente a dare più pubblicità alla chiropratica e contribuirono a nobilitarla. I chiropratici della California adottarono lo slogan “andare in galera per la chiropratica”. Ed effettivamente in galera ci andarono. Al culmine della lotta, si arrivò a 450 chiropratici incarcerati in un unico anno. Essi, però, non demordevano. Animati da una forza interiore indomabile, dentro la galera utilizzavano tavolini portatili per il trattamento dei compagni di prigionia e anche delle guardie.
In quegli anni di battaglie drammatiche, si creò una compattezza che mise in secondo piano i perenni scontri “teorici” interni al mondo chiropratico. Se si fosse chiropratici più o meno coerenti, cosa esattamente fosse la sublussazione, eccetera, era tutto considerato secondario quando in gioco c’era la sopravvivenza.
Uno degli episodi che più influirono nel fare passare l’opinione pubblica dalla parte dei chiropratici fu il caso di una chiropratica che svenne in carcere dopo uno sciopero della fame durato 10 giorni. La gente ormai sosteneva i chiropratici apprezzandone il coraggio Nel 1922, in un referendum statale, i californiani votarono a stragrande maggioranza perché fosse regolarmente prevista una licenza per la professione chiropratica. A quel punto tutti i chiropratici che ancora erano in carcere furono graziati.
Con varie differenze dovute alle particolarità del contesto locale, questa lotta tra chiropratica e sistema medico ufficiale si verificò in tutti gli stati americani. E la chiropratica uscì sempre vincitrice.

La vittoria finale sarebbe avvenuta nel 1987, in quello che i chiropratici chiamano “il processo del secolo”, che ancora una volta li contrapponeva all’establishment medico.
Per comprendere quest’ultimo scontro va fatta una premessa. Fin dal1847, l’AMA aveva una clausola che impediva ai suoi membri che ricorressero alla consulenza di professionisti “la cui pratica si basa su un dogma esclusivo”. Nel 1957 l’AMA decise di interpretare questa clausola come elemento che impediva ogni consultazione con i chiropratici e nel 1963 venne costituito il “Comitato AMA sulla ciarlataneria” che aveva principalmente lo scopo di “contenere ed eliminare la chiropratica”. Ancora nel 1983 l’Ama dichiarava immorale per i medici associarsi con un “praticante non scientifico”, riferendosi in primo luogo ai chiropratici ed etichettava la chiropratica come “un culto antiscientifico”.
Nel 1976 il chiropratico A. Wilk e altri quattro chiropratici che lo supportavano intrapresero una causa presso l’antitrust federale contro l’AMA e altre dieci organizzazioni mediche convenzionali affiliate. La causa “Wilks vs Ama”.
Il 25 settembre del 1987, dopo un lungo e costoso contenzioso, la Corte Distrettuale degli USA in Illinois riconobbe che l’AMA aveva posto in essere una serie di comportamenti illegali contro i chiropratici e la considerò colpevole, insieme alle organizzazioni affiliate, di cospirazione al fine di “contenere ed eliminare la professione chiropratica”. La Corte emise una ingiunzione permanente contro l’AMA per impedire che tali comportamenti si verificassero nuovamente in futuro e costrinse il Journal of American Medical Association a pubblicare questa sentenza. Questo pronunciamento fu poi confermato in Corte d’Appello e, nel 1990, presso la Corte Suprema, che pose un definitivo termine alla questione. A quel punto l’AMA fu costretta a cessare la sua lotta senza quartiere contro la chiropratica.
A partire dalla data della sentenza dell’antitrust federale -1987- lo sviluppo della chiropratica ebbe un’ulteriore spinta propulsiva, che la portò in pochi anni a diventare la terza professione sanitaria negli USA e uno dei metodi di cura più diffusi al mondo.
Come disse Fred Hart, fondatore della National Health Federation (Federazione Nazionale per la Salute): “Qualcuno deve insegnare nuove cose, qualcuno deve prendere gli insulti, qualcuno deve essere messo al bando, qualcuno deve essere definito truffatore e ciarlatano. Poi, da tutto ciò emerge la nuova verità per diventare parte di noi”.

Torniamo adesso indietro di un bel po’ di decenni per soffermarci su un momento di grande importanza per la storia della chiropratica negli USA, ma potremmo dire per la storia della chiropratica in genere. La grande epidemia di influenza che produsse, tra il 1917 e il 1918, circa 20000000 di morti in tutto il mondo, di cui 500000 sono negli USA. I dati raccolti hanno evidenziato come la percentuale di persone morte sia stata radicalmente più bassa, rispetto ai malati trattati medicalmente, tra i malati trattati dai chiropratici. Affermazioni di questo genere sono talmente forti che devono essere necessariamente accompagnate da alcune citazioni statistiche. Le informazioni che seguiranno sono contenute nel libro “La storia ufficiale della chiropratica in Texas” (per quanto tale informazioni non siano limitate al Texas) pubblicato nel 1978 dal dottore chiropratico Waler R. Rhodes.
A Davenport, nello Iowa, su 4953 casi di influenza trattati dai medici ci furono 274 morti. Mentre su 1635 casi trattati dai chiropratici ci fu una sola morte.
Nell’intero stato dello Iowa su 93590 malati trattati medicalmente ci furono 6116 morti; una perdita di un malato ogni 15. Mentre su 4735 pazienti trattati dai chiropratici ci furono solo 6 morti; una perdita di un malato ogni 789.
In Oklahoma su 3490 casi di influenza trattati, ci furono solo 7 morti.
I dati nazionali mostrano che, durante il 1918, 1142 chiropratici trattarono 46394 malati, e i morti furono solo 54; 1 ogni 886.
A New York City, sempre durante il 1918, su 10000 casi di malati di influenza trattati medicalmente, ci furono 950 morti. Invece, su 10000 casi trattati non con cure convenzionali ci furono solo 25 morti. Sempre a New York City, nel 1918, su 10000 casi di polmonite trattati medicalmente, ci furono 6400 morti. Su 10000 casi trattati non con cure convenzionali. i morti furono solo 100.
Il dottor Rhodes, commentando questi dati, fa una riflessione che collega questa analisi di quanto avvenuto nel 1917-1918 a quanto prima detto sulla lunga battaglia sostenuta dai chiropratici per affermare il loro diritto di esistere e di operare. Rhodes sostiene come quanto avvenne in quel bienno segnò profondamente i chiropratici di allora, gli studenti in chiropratica e persone che non avevano intrapreso studi di chiropratica, ma, dopo lo straordinario successo del trattamento chiropratico sulla loro influenza, o sulla influenza di un loro caro, decisero di intraprendere la professione chiropratica. Tutte queste persone dopo avere visto quello che –in una situazione di morte dilagante- era riuscito a fare la chiropratica, ne restarono forgiati e furono pronti ad affrontare, negli anni ’20 e ’30, con passione e coraggio, le grandi prove che avrebbero avuto di fronte, comprese la diffamazione e la carcerazione.

La storia chiropratica, comunque, non fu mai priva di persone di grande carattere; dalla vita, a volte, quasi leggendaria. Tra i tanti nomi, giusto per fare un esempio, possiamo parlare di Clarence S. Gonstead. Gonstead che aveva studiato da ingegnere meccanico, cominciò, a un certo punto, a soffrire di problemi di salute che gli vennero risolti da un chiropratico. Questa esperienza lo spinse a cambiare vita e a diventare lui stesso un chiropratico. Gonstead abitava in un cittadina di poche migliaia di persone del Wisconsin. Eppure lui visitava così tante persone che dovette fare costruire una clinica con annesso Hotel. La sua vita era la visita. Visitava tutti i giorni, ogni giorno, dal mattino alla notte tarda. Quando i pazienti non erano in condizioni di muoversi, la moglie lo portava in macchina a fare visite domiciliari.
Gonstead si applicava molto anche allo studio della chiropratica. Applicando le sue conoscenze di ingegneria meccanica allo studio della colonna vertebrale ha sviluppato, nel corso di 50 anni, una tecnica che porta il suo nome.

Leave a Comment :, , , , more...

La storia di Luca e Bullo

by on nov.24, 2014, under Guarigione, Ispirazione, Medicina

 Luca1

Luca Leonardi l’ho conosciuto nello Studio Chiropratico “Aggiustati la Vita” del Dott. Imants de la Cuesta a Bologna.

Ma cos’è la chiropratica? Per quanto la Chiropratica sia un mondo che richiederebbe un buon approfondimento per potere essere compreso fino in fondo, esistono delle definizioni di sintesi che danno una inquadratura generale di essa. Definizioni come questa: La Chiropratica è una disciplina scientifica olistica e un’arte curativa, nell’ambito del diritto alla salute basandosi e sviluppando il lavoro sulla colonna vertebrale. La chiropratica è una vera istituzione, costituendo la terza professione sanitaria. E’pochissimo conosciuta in Italia, dove finisce in un grande calderone.La chiropratica, a sua volta, al di là di alcuni principi, visioni e approcci di fondo, è un territorio vastissimo .Il chiropratico utilizza metodi manuali delicati atti a stimolare e correggere il funzionamento del sistema nervoso senza l’utilizzo di farmaci aumentando la salute della persona. Questa naturale capacità curativa è definita, nel linguaggio della chiropratica, intelligenza innata. Imants de la Cuesta si avvicina alla chiropratica, all’età di diciotto anni, in seguito ad un grave incidente. Dopo avere sperimentato su di sé gli effetti di tale disciplina, comprende che la Chiropratica è la sua strada ed intraprende gli studi presso l’Università ”Life Chiropractic College West” della California laureandosi nel 1990. Dopo la laurea nel 1990, lavora a Parigi e collabora col Dott. D. Epstein , fondatore del Network Spinal Analysis, una Innovativa tecnica mirata alla riconquista di un progressivo benessere nelle funzionalità fisiologica dell’individuo. Questa tecnica venne creata, alla fine degli anni ’80 da D. Epstein che mise in connessione tra loro varie tecniche chiropratiche e altri approcci. La crescente diffusione di questo metodo in Europa, ha fatto sì che il Dott. Imants de la Cuesta venisse chiamato per farlo conoscere anche nel nostro Paese. Arrivato in Italia nel 1994° lavora a Como, Milano, e poi Bologna, dove si trova il suo studio “Aggiustati la Vita”. Dal 2012 il Dott. Imants de la Cuesta ha iniziato ad applicare al suo metodo anche gli studi di Neurologia Funzionale, seguendo i seminari del Dott. Frederick Carrick, considerato un vero genio nel campo della neurologia funzionale. Una delle cose che il Dott. de la Cuesta ripete più frequentemente è che non si dovrebbe aspettare di avere un grave disturbo per andare dal Chiropratico a farsi controllare. Il Dott. De La Cuesta applica il suo metodo prevalentemente sulle persone; a questo aggiunge, da sempre, per passione e per piacere, l’applicazione anche sugli animali.

Voglio condividere l’intervista che ho fatto a Luca; perché ritengo che la storia di Luca e Bullo sia una storia bellissima.
Bullo, un incrocio tra un beagle e un bassotto dopo, una iniziale ernia si era trovato ad avere una vescica paralizzata. La situazione emersa dagli esami era tale che a Luca venne consigliato di sopprimere il cane. L’alternativa sarebbe stata fare un percorso impegnativo e costoso che, con molta probabilità, non sarebbe stato neanche risolutivo. La quasi totalità delle persone che si fossero trovate in una situazione del genere, avrebbe proceduto per la soppressione. E non per cattiveria e insensibilità; ma perché non tutti sono disposti a ribaltare la propria vita, tanto più per un cane. Ma Luca non ne ha voluto sapere di sopprimerlo. Si è licenziato dal lavoro per potersi dedicare totalmente a questo cane, per dargli una chance di vita.
Luca gli ha fatto fare una costosa operazione, che non servì a molto. Lo ha portato dalla fisioterapista. Gli ha procurato farmaci speciali. Gli ha premuto regolarmente la vescica per stimolare le sue funzioni urinarie. Lo ha portato a passeggio, tramite un tutore, con un supporto con il quale doveva, con un mano, sollevarlo di un centimetro da dietro, mentre camminavano. Giorno dopo giorno Luca ha portato Bullo in giro, con questo tutore, per tre ore; un’ora al mattino, un’ora al pomeriggio, un’ora alla sera, sperando che in qualche modo riprendesse a camminare.
Perché tutto questo?
La risposta sta nelle stesse parole di luca..

“Lui (Bullo) è stato l’unico essere che non mi ha mai girato le spalle. Nella mia vita tutti mi hanno girato le spalle, l’unico a non farlo mai è stato lui. Lui unica creatura che morirebbe per me, cosa faccio? Se c’ho una coscienza, il minimo che posso fargli è ridargli indietro quello che lui prova per me”.

E, in un passaggio successivo,

“Quando io ho avuto un tumore maligno, lui è stato quello che mi è stato sempre vicino. Non è che gli altri se ne fossero del tutto fregati. Ma, come sai, ognuno ha un lavoro, la propria routine, i propri problemi quotidiani. Nessuno accantona la propria vita per un altro. Invece lui l’ha fatto con me. Quando piangevo, quando mi era venuto il tumore, lui è sempre stato con me.”

Luca quando ha avuto un tumore maligno al testicolo e ha dovuto subire l’operazione e i devastanti cicli di radioterapia, ha visto da parte di Bullo una dedizione totale, una vicinanza totale, che nessun’altro, nel corso di quegli anni dolorosi, gli diede. E quando è stato il cane a trovarsi in una situazione estrema, Luca non ha avuto un dubbio. Adesso sarebbe stato lui a mettere da parte la sua vita, il suo lavoro, i suoi impegni per Bullo.
E così è accaduto, con un percorso di amore, che è già di per se una forma di cura. Fino ad arrivare ad Imants il cui trattamento ha portato profondi miglioramenti nella situazione di questo cane.

Mentre Luca mi raccontava tutto questo, io provavo apprezzamento per questa persona. Provavo apprezzamento per chi è capace di scelte radicali. Per chi, in una fase della propria vita, è capace di mettere da parte tutto per qualcun altro.. per un altro essere vivente.. fosse anche un cane. E’ questa straordinaria generosità, una generosità che qualcuno potrebbe definire folle, che desta in me ammirazione.

Di seguito l’intervista che ho fatto a Luca.
——————————————

-Di dove sei Luca?

Monteveglio, provincia di Bologna.

-Quanti anni hai?

Trenta.

-Cosa ti ha portato da Imants?

E’ successo che al mio cane gli è venuta un’ernia dal giorno alla notte. Lui si chiama Bullo ed è un incrocio tra un beagle e un bassotto di media taglia. Il giorno dopo che gli era venuta l’ernia sono andato dal veterinario che mi ha detto “ah ci ha una bella ernia, gli facciamo due punture di antidolorifico, se non passa, bisognerà operarlo”. Erano le sei del pomeriggio. Alle nove di sera si era già paralizzato tutto per la vescica. L’ho portato d’urgenza ai Portoni rossi; una struttura ospedaliera per cani. Lo hanno visitato e gli hanno fatto la risonanza magnetica e la TAC. Dai risultati degli esami ciò che emergeva è che nel 90% dei casi rimaneva paralizzato. C’erano da spendere dei soldi e comunque si trattava di un iter abbastanza lungo e costoso. Allora mi sono dovuto licenziare per forza per prendere i soldi. Mi sono licenziato da un lavoro a tempo indeterminato in una struttura parastatale. Era un lavoro che ti dava anche la tredicesima, la quattordicesima, le ferie, ecc. Ho rinunciato per lui. Non avrei mai rinunciato per nessun altro.

-Tu ti sei licenziato per avere questi soldi e anche per essere più libero di gestire il cane..

Esattamente. Per stare dietro a lui. Perché nessuno ci sarebbe stato dietro. Si sarebbe dovuto sopprimere, perché non gli partiva la vescica.

-Quanto è costato tutto l’intervento?

In totale ho speso seimila euro. Una parte la spesi in contanti, con i soldi che mi diedero in seguito al mio licenziarmi, e l’altra l’ho pagata con un finanziamento che avevo preso e che poi rimborsai tramite rate, in se sette mesi. Intanto mi si era fusa la macchina. Me ne diede una un mio amico e anche lui rimborsai, con rate che gli davo volta per volta. I primi tempi, comunque, era messo malissimo. Non riusciva a fare la pipì neanche se gli spremevi la vescica.

-L’operazione non fu risolutiva quindi?

No. Non lo fu… Dopo una settimana il neurologa mi disse ‘sopprimilo’. “Io non sopprimo ben niente”, dissi. Non era tanto la paralisi, quanto la vescica, “guarda, è un cane da sopprimere, perché non andrà mai da nessuna parte, non troverà mai pace”. Io gli dissi “non se ne parla. Non lo sopprimerò mai”. Avrei fatto di tutto perché il cane si salvasse. In quei giorni qualcuno cercò anche di approfittarne. Volevano che io andassi a Reggio Emilia, dove c’è un luogo per la riabilitazione. Secondo me lo consigliavano per farmi spendere ancora soldi. Ma lo avrei anche fatto, mi sarei ulteriormente indebitato, però non accettavo il fatto che non avrei potuto vederlo. Il cane ha bisogno in primis del tuo amore. Nella clinica in cui lo avevano operato, io ci andavo tutti i giorni, negli orari in cui era permessa la visita; un’ora la mattina e un’ora il tardi pomeriggio. E passavo quelle due ore dentro la cella, abbracciando il cane, cantandogli canzoncine per farlo addormentare. E quando me ne andavo si disperava che sembrava che stessero sgozzando un maiale. Quando invece arrivavo alla clinica, se sentiva la mia voce in lontananza, cominciava ad agitarsi. Così dovevo stare zitto, camminare piano piano, finché non arrivavo lì. Non ho mai visto una roba del genere. Un attaccamento così.
All’inizio, come ti dicevo non riuscivo a fare la pipì neanche spremendolo. Per fargli fare la pipì avevo anche provato a farlo cateterizzare, ma non si può cateterizzare, nessuno, una persona, come un cane, per tutta la vita. Si può cateterizzare per un periodo, per un mese massimo. Il neurologo mi indicò delle medicine che in qualche modo gli permettevano di liberare la vescica. Sono medicine che si trovano solo alla farmacia Gustav di Piacenza, vengono dall’America e praticamente mi costavano 80-90 euro a confezione. Solo, che come sai, intervieni per una cosa, e danneggi per un’altra. Avviene come quando l’essere umano prende medicine. Da una parte ti guariscono, dall’altra ti intossicano. E così lui si stava intossicando. E quindi col veterinario dovevamo fargli delle iniezioni particolari per fargli smaltire tutta questa merda, questa porcheria dallo stomaco. Un gran casino.
Comunque, un po’ per i massaggi che gli facevo, un po’ per i farmaci e un po’ per le lunghe passeggiate che gli facevo fare, in qualche modo cominciava a riuscire ad evacuare e a defecare. Camminavamo a lungo. Facevo con lui circa sette km al giorno –portandolo col tutore- sperando che riprendesse a camminare. Un’ora di camminata la mattina, un’ora il pomeriggio, un’ora la sera . Ogni giorno, sperando che la situazione migliorasse.

-Il tutore è un sopporto con il quale tu sei costretto a spingere il cane da sotto se ho capito bene.

Sì. Con una mano gli tengo su il dietro, appena appena ad un centimetro da terra, giusto per tenerlo eretto con la schiena.

-E’ come se tu camminassi da una parte normale e però con l’altra mano sollevi un po’ il cane.

Esatto.. finché a un certo punto gli ho potuto comprare il carriolino che uso adesso, grazie ai miei amici che, quando mi videro insieme con lui, ad una festa, quando mi videro che lo sorreggevo tramite un tutore si dispiacquero.

-Racconta.

Mi avevano invitato ad una festa. Io ero andato con il cane che tenevo in piedi tramite il tutore. In quel momento per le spese che dovevo affrontare non potevo permettermi di comprare un carriolino. I miei amici videro questa cosa e decisero che dovevo avere un carriolino. Si sono sbattuti loro, hanno fatto tutto loro, hanno raccolto i soldi con una colletta, hanno acquistato il carriolino, ecc. Feci loro un ringraziamento ufficiale su facebook. “Grazie di cuore a tutti, per il regalo che avete fatto, soprattutto per Bullo”. Devo dirti che io all’inizio ero imbarazzato e mi sentivo un po’ a disagio; non mi andava di chiedere soldi alla gente, e poi ci sono tante persone che vivono problematiche e che meriterebbero un aiuto. Ma loro mi risposero un po’ bruscamente dicendomi “cosa vuoi te? Non lo stiamo mica facendo per te. Lo stiamo facendo per Bullo”.

-Questo carriolino è in pratica una sedia a rotelle per i cani.

Esattamente. Dopo che ha preso il carriolino ha cominciato ad urinare molto meglio. Era sempre in una condizione pessima, però qualche spruzzo lo faceva.

-Quando venisti dal dott. Imants De La Cuesta?

Dopo un anno e tre mesi dall’operazione, circa due mesi fa. Tieni conto che non avrò fatto neanche dieci aggiustamenti; eppure i risultati sono stati notevoli. Ad esempio, prima dovevo spremere la vescica ora, poi, quando la mettevo sul carri olino, prima marcava e poi, entro un’ora, liberava la vescica in un’ora. Adesso, appena la metto sul carri olino ed usciamo di casa, lui fa la pipì. Tutto in una volta. Ti ricordo che dopo dieci giorni che era in clinica, il neurologo mi aveva detto di sopprimerlo.
Ciò che ha fatto Imants non si vede ad occhio nudo. Se uno non conosce bene la situazione e vede il cane, lo vede ancora sul carriolino, potrebbe dire “il cane è uguale ad un anno fa”. E invece non è vero. Tra stargli dietro un quarto d’ora per provare a fargli fare la pipì e non starci neanche un minuto, ne passa di differenza. Adesso riesce, anche se con un po’ di sforzo, a defecare e ad urinare. Prima ero sempre io che dovevo stare lì a spingere, a premere, a mettergli un dito nel retto per farlo defecare. Dovevi stare lì a premere, premere, col rischio, tra l’altro, di ledergli la vescica. Era una cosa che distruggeva me e lui. Adesso basta una piccola pressione che lui si svuota. Fa la pipì e la cacca da solo. Ha cominciato a muovere molto di più la coda, quando, per i primi sei mesi la coda non la muoveva davvero; e quando l’avevo portato da Imants la muoveva appena appena.
Vedi, per farti capire anche il mio non accettare le limitazioni che aveva e il mio fare di tutto per aiutarlo considera anche che un conto è quando tu vedi che un cane non beve, non mangia, non si vuole muovere, in un certo senso quasi non vuole vivere. Mentre lui mangiava per tre voleva sempre stare fuori, voleva uscire. Lo sentivi che aveva dentro una vitalità mostruosa. E non potevi accettare che questa vitalità si scontrasse contro un muro. E questa vitalità è raddoppiata da quando lo porto qui. Adesso è peggio di un cane normale. L’ho sempre portato fuori però non è mai stato autonomo per un anno e mezzo. Adesso metto su il carriolino e boom, parte che non lo fermi più. Sarebbe capace di stare fuori tutto il giorno, tutti i giorni. Ci sono anche andato a ballare una sera, in un luogo all’aperto logicamente; siamo stati fuori dalle 23.. 23:30 alle 6 della mattina, in un posto all’aperto logicamente.
Ha cominciato ad avere più riflessi. Infatti quando è in casa –dove lo lascio senza carriolino- riesce a muovere le gambe un po’ di più. A volte sembra quasi che si alzi in piedi. Si mette con la schiena, che le zampe vanno su e poi si butta giù dall’altra parte. Una cosa che prima non avrebbe mai fatto.
Dopo i primi aggiustamenti si era rimesso in piedi. Ha più consapevolezza delle parti posteriori. Quando siamo sul letto e gli faccio i massaggi che mi aveva insegnato la fisioterapista, vedo che lui si gira appena lo tocco. Riconosce le zone che prima non riconosceva. Ha molta più sensibilità. A volte è riuscito anche a tirarsi su da solo, a muovere un po’ i piedini. E’ come se i centri nervosi si fossero riattivati. Qualche settimana fa l’ho portato dal veterinario perché ansimava di brutto; e mi dissero che ansimava così tanto perché stava riacquistando sensibilità e giustamente aveva male. Perché stava riacquistando delle zone che prima potevi dargli una scossa e non sentiva niente.
Ho potuto riprendere il lavoro, riprendere la mia vita in mano. Questo ha portato un miglioramento anche per me; anche se la cosa più importante è che lui adesso è autonomo. Comunque sia, dopo questi miglioramenti ho potuto riprendere la mia vita in mano. Adesso ho due lavori. Lavoro dalle cinque della mattina alle dieci di sera. Lo faccio anche per lui; gli compro tutto il pollo, tutto il meglio; e pensa alle spese per fare il check-up, le lastre, ecc. E poi c’è da mettere il posto il carriolino. Ho anche chiamato delle persone che gli stanno dietro quando io lavoro Tutte queste cose hanno un costo e poi anche io devo campare. Ma va bene così. Per me è come un figlio. Gli ho salvato la vita; e se salvi la vita a qualcuno gliela devi salvare bene; non è che puoi dire “gli ho salvato la vita e poi amen”. Sì, lo so che è un cane problematico e che resterà problematico e che, se non lo avessi soppresso, sarebbe stata una cosa molto impegnativa occuparsi di lui.

-Davvero i miei complimenti. Chi si sarebbe mai licenziato e fatto tanti sacrifici per seguire un cane. Guarda che sono poche le persone che avrebbero fatto una cosa del genere. Un caso su mille.

Ma non ho mai avuto un dubbio al riguardo. Lui è stato l’unico essere che non mi ha mai girato le spalle. Nella mia vita tutti mi hanno girato le spalle, l’unico a non farlo mai è stato lui. L’unica creatura che morirebbe per me, cosa faccio? Se c’ho una coscienza, il minimo che posso fargli è ridargli indietro quello che lui prova per me. Anche se lui a parole, non mi dice niente, me lo fa capire.

-Eppure continuano a stupirmi storie come la tua, scelte come la tua. Il tipo di rapporto, la capacità di rinunciare a tutto. C’è gente che venderebbe la mamma per un vantaggio di carriera..

Quando io ho avuto un tumore maligno, lui è stato quello che mi è stato sempre vicino. Non è che gli altri se ne fossero del tutto fregati. Ma, come sai, ognuno ha un lavoro, la propria routine, i propri problemi quotidiani. Nessuno accantona la propria vita per un altro. Invece lui l’ha fatto con me. Quando piangevo, quando mi era venuto il tumore, lui è sempre stato con me.

-Raccontami di questa vicenda.

A me è venuto un tumore maligno nel 2010. Sono stato dodici anni e mezzo dentro gli ospedali. Mi hanno ricostruito i piedi. Sono stato 4 anni e mezzo al Rizzoli, con i chiodi dentro.

-Ma tu questo tumore dove lo hai avuto?

Al testicolo. Mi hanno levato il testicolo e fatto fare la chemioterapia. Ma non posso dire di esserne ancora uscito, nel senso che fino al 2015 sono sempre a rischio. L’ultima Tac la farò quest’anno.

-Quindi ti hanno tolto il testicolo.

Sì, qui a Bologna. Ma ho capito successivamente che non era inevitabile procedere in quel modo. Ho conosciuto un luminare della medicina, uno che ha 90 anni e lavora ancora al policlinico Gemelli. Negli anni 40 lui era all’università di Bologna e mi raccontava che toglieva i testicoli ai conigli per far le prove, per fecondare le coniglie. Una volta mi disse “sono riuscito a togliere tutti i testicoli, a lasciare un quarto di testicolo tagliato con la mezza luna e rimetterlo dentro la sacca e riusciva comunque a fecondare una coniglia su dieci. “ Mi disse che lui, nel mio caso, avrebbe solo raschiato la zona tumorale, che non avrebbe fatto né radioterapia né niente; era solo un tumorino. Adesso la prassi è che ti tolgono tutto il testicolo più il cunicolo spermatico e ti fanno anche le cure.

-Sì.. è così…

Basta che tu hai qualcosa e ti levano interi organi. Lui mi fece capire che è così che adesso funziona. Che è un business. Basta che hai la più piccola traccia di problema, e praticamente ti segano vivo. Se avevi una qualche possibilità di stare bene, te la tolgono. Io ero andato in ospedale con un piccolo tumore, un seminoma, una delle famiglie più tranquille di tumori; non un linfoma o un carcinoma. Era una cosa molto blanda. Era maligno sì, ma era ancora racchiuso là. Eppure ho vissuto l’inferno per anni. Oltre a una operazione invasiva, mi hanno fatto 13-14 sedute di radioterapia e altro, mi hanno praticamente ammazzato. A livello di stimolo sessuale, per i primi due anni, era, la gran parte delle volte praticamente nullo; un calo della libido totale. Anche perché, oltre ai testicoli, mi hanno distrutto lo stomaco; lo stomaco è come un cervello. La radioterapia mi ha prodotto infezioni su tutto il corpo, tre ulcere.. ecc.. è stata devastante.
In quel periodo anche ad un mio amico era venuto un tumore al testicolo; un tumore che era tra volte il mio. Gli volevano fare a tutti i costi la chemio, lui si è rifiutato. Gli hanno tolto un testicolo, ma si è rifiutato di fare le cure. Ha semplicemente cambiato stile di vita. Adesso sta dieci volte meglio di me.
Comunque quel luminare mi disse di cambiare drasticamente stile di vita.
Sempre nel periodo che ebbi il tumore conobbi una donna, Maria Pia Alloggio, una buddista di Bologna. Una donna straordinaria. E’ una persona che sta aiutando anche delle ragazze che erano entrate in un ambiente pessimo, un giro di prostituzione per la Bologna bene. Da loro andava la crema della crema della società, avvocati, giudici, per farsi frustare, per farsi pisciare in testa. Questa signora li sta aiutando. Come aiutò anche me. Meditavamo per ore. Tutto questo mi ha dato una grande forza.

-Fammi un cenno su quella che è stata la tua vita.

Io ho sempre lavorato. Ho cominciato a 14 anni, lavorando come muratore in officina. Poi ho fatto il facchino fino ai 17-18 anni. Successivamente ho lavorato sei sette anni in campagna. A potare la vigna, a lavorare con i trattori, a lavorare a mano, a fare i trattamenti. Ho pensato che il tumore fosse venuto fuori anche per questi trattamenti. Una volta fare il vino era una cosa naturale. Adesso ci sono additivi tossici che mettono sulle piante tutto il giorno. Stavi otto, nove ore attaccato a trattamenti, a polveri. La cantina è diventata un laboratorio chimico, con sostanze ovunque.

-Impressionante, un lavoro che dovrebbe essere il massimo del contatto con la natura, diventa, in tanti casi, una forma di avvelenamento chimico…

Tieni anche conto che avranno sicuramente inciso i pasti dei campagnoli. Pasta col ragù, carne rossa, formaggi, vino rosso. Comunque, quando ho avuto il tumore un mio amico pugliese mi ha indirizzato a lavorare in acquedotto. Devo a lui quel lavoro; aveva provato simpatia per me, un ragazzo della sua età, che si trovava ad affrontare un tumore. Il lavoro consiste nel controllare la rete idrica, la rete da dove passa l’acqua, da dove ti arriva l’acqua in casa. Considera che quasi nessuno di quelli che lavorano all’acquedotto, ha veramente il quadro completo del funzionamento del sistema idrico. Ognuno conosce la sua mansione, ognuno conosce un pezzo di paese. Io che sono un curioso, e che voglio capire tutto dell’ambito di cui mi occupo, ero arrivato a conoscere tutto il paese. Devo dirti che è stato un lavoro dove apprendi molto. Ma devi volere apprendere, devi volere impegnarti. Io vedo sempre meno gente che va al lavoro con la passione per il lavoro, ma che ci va solo per prendere lo stipendio. Ma se tu ti alzi la mattina per andare a prendere lo stipendio purtroppo non fai una cosa fatta bene. Comunque, dopo che ho potuto ricominciare a lavorare, i dirigenti mi hanno ripreso. Ed è un lavoro che mi piace fare.. faccio un servizio alla gente.. e a me stesso..

-Grazie Luca.

Luca2

Luca3

Leave a Comment :, , , , , , , more...

Intervista ad Antonietta Salvemini- una testimonianza sul Metodo Di Bella

by on ott.05, 2014, under Guarigione, Medicina, Scienza

Paesos

   

Come molti di voi ormai sanno, ho particolarmente a cuore il settore delle cure non convenzionali.

E tra queste cure, una delle più conosciute e discusse, per quanto riguarda il mondo dei tumori, è il metodo Di Bella.

Nel tempo ho fatto diverse interviste a persone che hanno sperimentato la terapia Di Bella.

Oggi pubblico l’intervista che ho fatto ad Antonietta Salvemini, una donna pugliese.

Credo che tutta l’intervista meriti di essere letta; non solo per i profili più specificamente “curativi, ma anche per quelli più direttamente “umani”.

Voglio però citare due passaggi.

Premessa. Antonietta oltre a fare il metodo Di Bella, per un mese (luglio 2012), fece anche un particolare tipo di radioterapia mirata che si fa a Milano.

Quello che è interessante è come il supporto del metodo Di Bella fece sì che su Antonietta non si presentassero quegli effetti collaterali che sempre la radioterapia -anche quando molto mirata come nel caso del tipo particolare di radioterapia che ha fatto lei- lascia sul paziente. Alla mia domanda sugli effetti collaterali di quei cicli di radio, Antonietta rispose:

“Nessuno. Quando sono andata a Milano Rosaria mi disse che, in vista della radioterapia, avrei dovuto rinforzare i muscoli. Quindi io prendevo 3 volte al giorno lo sciroppo di retinoidi. Dopo le prime 2 settimane di radioterapia, non avevo i segni che normalmente le persone che la fanno hanno. A Milano erano stupiti e mi chiesero come mai non avevo questi segni, cosa usavo, dato che a loro non era mai capitata una cosa del genere.  Loro rimasero stupiti. Erano sbalorditi per il fatto che io non avevo nessun tipo di problema sulla pelle. La stessa cosa mi è successa a Bari.

(…)

Quando mi hanno tolto il tumore, mi hanno messo un espansore, praticamente un palloncino che viene di volta in volta riempito di acqua fisiologica, in modo da preparare quella parte alla ricostruzione. Adesso non ho il seno completamente piatto, ce l’ho un po’ gonfio per la presenza di questo espansore. Sono dovuta andare all’ospedale 4 o 5 volte per riempire, l’ultima volta che ci sono andata è stato ad agosto 2012, quando già avevo finito la radioterapia. Quella volta l’espansore non me lo riempì il solito medico, ma un altro. Mentre quello che me l’aveva fatto le volte precedenti sapeva che io stavo facendo la terapia Di Bella, perché conosceva Rosaria, questo medico non lo sapeva e quando seppe che ero stata a Milano a fare la radioterapia rimase sbalordito, disse di non aver mai visto una cosa del genere, che la mia pelle era rosea e che stavo benissimo.”

Ciò che dovrebbe fare riflettere è lo stupore dei medici. Anche non considerando adesso la malafede, i medici che non conoscono certi percorsi… neanche sanno che certe cose non sono inevitabili. E si stupiscono quando, in un caso come questo, una persona non ha avuto gli stessi effetti collaterali che ha chiunque fa radio.

A prescindere, va tenuto presente che Antonietta non ha più alcun problema al senso, e non ha fatto neanche un ciclo di chemio.

Vi lascio all’intervista.

—————————————————————————————————————

-Antonietta dove sei nata e dove vivi?

 

Sono nata a Bisceglie e vivo a Molfetta.

-Quanti anni hai?

 

47

-Tu sei in cura col metodo Di Bella, vero?

 

Sì, sono in cura col metodo Di Bella fin dall’inizio. Non ho fatto altri tipi di terapia, solo la radioterapia e la terapia Di Bella. L’ho iniziata nel maggio del 2012.

-Qual è stato il problema che hai avuto?

 

Carcinoma duttale infiltrante G2 al seno destro.

-Prima avevi avuto altri problemi?

 

No, non ho mai avuto problemi. Fino a quel momento avevo avuto solo l’influenza e neanche con febbri molto alte, sono stata sempre bene. Le mie amiche mi prendevano in giro, mi dicevano che ero di ferro perché non mi ammalavo mai.

-C’era stato un qualche evento che aveva particolarmente inciso su di te a livello interiore?

 

In vita mia non credo di avere ricevuto grossi colpi emotivi. Ho condotto una esistenza abbastanza tranquilla e regolare. Credo che forse ho ricevuto un trauma da come si concluse la vicenda sentimentale con la persona con cui avevo una relazione prima di mio marito. Dopo 10 anni di fidanzamento con il mio ex ci siamo lasciati e per tanto tempo sono rimasta sola.

Comunque, dopo un po’ incontrai quello che è il mio attuale marito. Nel giro di poco tempo abbiamo deciso di sposarci e, dopo 4 mesi di matrimonio, è nato il bambino ed io non me l’aspettavo, perché avevo già 42 anni. Grossi traumi non ne ho avuti. Ho condotto una vita abbastanza tranquilla e regolare. Mi divertivo, andavo a ballare anche se avevo già più di 30 anni.

-Mi hai detto che insegni.

Sì, in una scuola professionale, quindi una scuola superiore. Insegnante di sostegno. Avevo avuto l’opportunità di insegnare la mia materia, disegno, ma il mondo dell’handicap mi piace moltissimo, nonostante sia duro. Lavorare con un ragazzo che ha problemi non è semplice, entrano in gioco tante problematiche, anche familiari, però per me è bellissimo, io amo moltissimo il mio lavoro.

-Quello che fai è molto importante. Mettere nelle condizioni di andare avanti qualcuno che ha degli ostacoli è complicato.

 

Dall’esterno spesso mi viene detto: “Ma chi te lo fa fare? Tanto impegno per raggiungere l’obbiettivo di scrivere una frase completa”. Ma per me quella frase  è una cosa eccezionale.

-Io penso che chi ti dice che non vale la pena fare tanto lavoro per una frase, magari non sa che per te una frase vale più di 200 pagine scritte da qualcun altro.

 

Sono traguardi molto importanti che costano molta fatica da parte mia, ma soprattutto da parte del ragazzo. Con il tempo ho avuto le mie gratificazione, perché i miei ex alunni, nonostante non li vedessi da molti anni, quando hanno saputo che non stavo bene, mi hanno chiamata, sono venuti a trovarmi a casa con i genitori, mi contattano su Facebook. Insomma si tratta di rapporti che non sono mai finiti, sono iniziati con la scuola e continuano ancora oggi.

-Ottimo. Tra l’altro chi fa il sostegno deve in qualche modo padroneggiare tutte le materie e non è facile.

 

Sì, assolutamente non è facile. Ci sono stati casi in cui ho dovuto approfondire materie per me sconosciute, come per esempio economia aziendale, che non avevo mai fatto prima, oppure francese o anche matematica. Io ho studiato in un liceo scientifico, ma, ovviamente, se la matematica non la si studia di continuo, la si dimentica; quindi ho dovuto rimettermi a studiare sistemi, limiti, parabole…una sfida continua. Ci sono anche dei colleghi molto bravi, ai quali si chiede aiuto. Una materia come economia aziendale per me era sconosciuta, non sapevo da dove iniziare e grazie all’aiuto dei colleghi poi sono riuscita ad entrare nella materia e a portarla al ragazzo, che si è diplomato con mia grande soddisfazione.

-Queste cose mi colpiscono sempre positivamente, perché mi ricordano quanto è ampio il nostro potenziale. La gente non lo saprà mai, perché non avendo la necessità di andare a ristudiare per esempio la matematica, l’educazione artistica…pensa sono cose che non potrebbe mai capire e studiare, ma se si sforzasse davvero, questo potrebbe espandere tantissimo la mente. E serve anche tanta volontà, tanta perseveranza.

 

Sì. La mente è come un muscolo, bisogna allenarla. Piano piano si riesce, non c’è niente di impossibile. Io per i ragazzi preparo tante cose a casa.

-Ritorniamo alla tua storia: nel 2012 ti riscontrano questo carcinoma al seno sinistro…

 

Stavo seguendo una dieta che mi aveva fatto perdere otto chili; alla fine della dieta pesavo 60 chili. Comunque, mentre facevo questa dieta, a un certo punto notai che il capezzolo rientrava un poco. Poi avrei saputo che era il carcinoma che mi stava facendo rientrare il capezzolo. Questo successe nel periodo di Pasqua, e feci vedere questa rientranza, a mia cugina, la dottoressa Rosaria Bandini, proprio nel giorno di Pasqua. Lei mi portò in ospedale il martedì immediatamente successivo. Andammo al reparto di senologia, e mi fece subito fare  l’ecografia e la mammografia. La dottoressa con cui venni lasciata, esaminando gli esiti degli esami mi disse che c’era da fare un’operazione, che doveva farmi subito un ago aspirato, ma che la situazione la vedeva già molto chiara, cioè dovevano subito togliermi il seno. Io presi tutte le carte ed andai da Rosaria.

-Tu, naturalmente, in quel momento eri un po’ scombussolata.

 

Mi sentivo la testa come in un pallone, non riuscivo neanche a piangere. Portai tutto da Rosaria e lì mi accorsi che la cosa era abbastanza seria, perché lei era in un’altra stanza con una collega, ma la porta era semichiusa, cosicché io riuscivo a vederla e quando arrivò questa collega che aveva già controllato gli esami, e le parlò, lei iniziò a piangere. Lei non si accorse che io la vedevo, fu un suo sfogo. Già il giorno successivo mi portò nel reparto dove mi avrebbero operata e dopo un’altra settimana sono stata operata

Fin dall’inizio, comunque, non ebbi alcun dubbio nel rivolgermi a mia cugina, con la quale siamo sempre state come sorelle. Quando è venuta fuori la mia diagnosi, io ho chiesto a lei cosa avrebbe fatto al posto mio. Non avevo nessuna remora nell’affidarmi a lei. Lei mi ha presa per mano e mi ha fatto iniziare la terapia.

-Quale è stato il giorno dell’operazione?

 

Il 17 aprile 2012. Ho scoperto tutto il 10 aprile ed l 17 aprile sono stata operata. L’operazione è stata fatta intramoenia, perché altrimenti avrei dovuto aspettare circa un paio di mesi. Mia cugina mi disse che era necessario intervenire immediatamente e così è stato, senza avere neanche il tempo di realizzare cosa stava accadendo.

-Asportazione totale?

 

Sì. Il chirurgo mi diede due possibilità, fare una quadrantectomia, oppure un’asportazione totale, dicendomi che potevo pensarci per una settimana, ma io, invece, dissi subito che volevo toglierlo tutto. Mi chiese ancora se ero sicura della mia scelta ed io ribadii che volevo toglierlo tutto..

-È una cosa insolita, in genere avviene il contrario. In genere il medico vuole tagliare l’impossibile e le persone cercano di resistere, muovono dei dubbi. Tu perché hai voluto togliere l’intero seno invece di fare la quadrantectomia?

 

Non lo so. Con la quadrantectomia mi avrebbero tolto la parte centrale e non aveva senso farlo. Io, ormai, vedevo il mio seno come qualcosa che mi poteva portare alla morte, quindi volevo toglierlo, non volevo neanche vederlo e ancora oggi è così. Adesso mi sono un po’ abituata, ma all’inizio per quella parte avevo una specie di repulsione.

 

-Repulsione verso quel punto del corpo dove è stato tolto il seno?

 

Sì. Insomma verso quella parte dove sapevo che c’era il cancro.

-E questa repulsione l’hai avuta anche dopo l’operazione?

 

Sì, per un certo periodo sì. Poi piano, piano mi son abituata anche a vedere la ferita che non è una cosa piacevole, ma all’inizio avevo proprio paura anche a toccarla, a lavarmi.

-Non hai fatto la ricostruzione?

 

No, non l’ho ancora fatta.

-Vuoi farla?

 

Sì. Avrei dovuto farla a settembre, poi ci sono stati una serie di problemi a livello di graduatorie e quindi la farò successivamente.

-Dopo l’operazione hai subito iniziato la cura?

 

Sì, subito. Sono stata operata il 17 aprile ed ho iniziato la cura intorno al 20 maggio.

-A livello psicologico come ti sentivi?

 

Io non ho mai accusato il colpo in maniera decisa, nel senso che  l’ho presa abbastanza bene, non ho mai pensato “Ma perché proprio a me…non me lo meritavo…”. Confrontandomi con persone che hanno vissuto la mia stessa esperienza, ho sentito molto spesso dire queste cose, a me invece non è successo di fare questo tipo di pensieri. Penso di aver reagito abbastanza bene e questo me l’hanno detto anche altre persone. Se ho pensato alla morte, l’ho fatto in maniera molto tranquilla. Pensavo che stavo facendo il mio percorso, che stavo facendo del mio meglio per combattere questa cosa e non mi sono mai sentita vinta, mai, neanche un giorno.

-Hai avuto una grande solidità interiore.

 

Sì. Forse anche grazie al bambino, perché era ancora molto piccolo ed aveva bisogno di me. Io assolutamente non ho mai pensato che potevo lasciarlo. Mio marito, che è una persona davvero speciale, mi ha sostenuta e curata come si fa con una bambina, mi ha dedicato attenzioni e cure particolari.

-Quello che dicevi è molto bello, nel senso che teoricamente sarebbe una cosa che dovrebbe avvenire sempre, ma invece quando qualcuno sta male a livello materiale la famiglia gli è sempre vicino, però ci sono casi in cui da parte di marito, moglie o parenti, la persona non avverte a livello profondo una vera dedizione, magari questo avviene per stanchezza, per disillusione. Quando invece si sente forte la vicinanza umana, diventa un sentire molto importante che aiuta a guarire.

 

Non l’ho mai visto abbattuto, almeno con me. Probabilmente fuori si sarà fatto i suoi pianti, ma con me ha sempre dimostrato forza e soprattutto dolcezza. Questa è una cosa che mi ha sciolto il cuore, quindi io non ho potuto mai avere atteggiamenti di rabbia verso la vita, verso il Signore per quello che mi era capitato. È stata dura quando sono andata a Milano, dove ho dovuto fare la radioterapia…

-Comunque tu inizi subito la cura. Era quella completa, te la ricordi?

 

Sì. Io prendo la mattina lo sciroppo, i retinoidi con le gocce di vitamina A. Adesso lo sto prendendo solo la mattina, ma all’inizio lo prendevo due volte al giorno. Dopo pranzo prendevo la mezza compressa del Parlodel e 5 compresse di Melatonina; la stessa cosa facevo la sera e poi facevo l’iniezione  prima di andare a letto.

-L’iniezione di somatostatina?

 

Io faccio l’ocrteotide, invece della somatostatina. È un sostitutivo della somatostatina. Siccome l’octreotide è in siringhe già predisposte, facendo questa non ho bisogno di fare la temporizzata. Mia cugina mi fece provare prima l’ocreotide per vedere come reagiva il corpo, e se non ce l’avesse fatta a sopportarla saremmo passati alla temporizzata, invece io dall’inizio non ho mai avuto problemi

 

-A differenza della temporizzata cosa cambia sostanzialmente nella procedura?

 

La temporizzata si mette in una scatoletta che si deve attaccare alla pancia e durante la notte  distribuisce il farmaco poco per volta, l’infusione dura 10 ore. Con queste siringhe di octreotide si inietta il farmaco tutto in una volta ed il rilascio avviene durante la notte nel corpo.

- Quindi inizi la cura. C’è qualche evento particolare che ricordi di quel periodo?

 

Ricordo che ero molto spaventata perché non sapevo niente di questa cura. Conoscevo sicuramente la storia di Di Bella, però non sapevo che tipo di reazione avrebbe avuto il mio corpo. Una cosa che mi è rimasta impressa è stata la prima volta che mia cugina Rosaria mi ha fatto l’iniezione nella pancia. Fino a quel momento, in vita mia, non avevo mai avuto bisogno di farmaci particolari. Le uniche iniezioni che avevo fatto fino a quel momento erano quelle delle vaccinazioni. Quindi per me vedere l’ago era veramente un problema, nel senso che se dovevo fare una puntura per me era una tragedia Poi quando seppi  che quell’iniezione avrei dovuto farla tutte le sere, non sapevo come avrei fatto, dato che non sopportavo la vista dell’ago che entra nella carne. Mia cugina quella volta mi disse delle parole che poi io mi ripetei tutte le volte che facevo l’iniezione nei primi tempi. “Ricordati che con questa siringa tu vedrai crescere tuo figlio”. Quelle parole furono molto importanti per me, in quei giorni.  Me le ripetevo tutte le sere quando andavo a fare l’iniezione. La prima settimana è stata davvero faticosa. Non era un problema legato ai sintomi della puntura, ma proprio al fatto che dovevo farla da sola e nella pancia, e quindi mi ripetevo sempre quella frase. Posso dire che mia cugina è riuscita a trovare le parole giuste, perché quelle parole mi hanno dato la forza di superare l’ostacolo e adesso per me è diventata una cosa normale, come prendere uno sciroppo, una pillola.

Non so cosa farei per lei, cosa le darei. Per me lei era già una sorella, però adesso è diventata… potrei dire la mia salvatrice. Ma il termine non rende fino in fondo. Perché ciò che sento è un qualcosa che va aldilà del fatto che io sto bene grazie alle sue cure, è qualcosa che ti entra dentro.

-Tu hai detto che, oltre alla cura Di Bella, hai fatto dei cicli di radioterapia.

 

La radioterapia l’ho fatta per i linfonodi, che potevano generare altri tumori, infatti la radioterapia l’ho fatta sulla clavicola e sullo sterno. C’erano dei linfonodi che erano puliti, ma che col tempo avrebbero potuto dare dei problemi, così con la radioterapia abbiamo eliminato questo problema. Ma si tratta di una particolare radioterapia che fanno solo a Milano e che colpisce solo il punto interessato.

-Quando hai iniziato la radioterapia?

 

L’ho iniziata l’8 luglio del 2012.

 

-Per quanto tempo l’hai fatta?

 

L’8 luglio ho fatto la prima seduta e l’ultima l’ho fatta il 31.

-Quante ne hai fatte?

 

Ne ho fatte 15. Una ogni giorno, tranne il sabato e la domenica

-Effetti collaterali ce ne furono?

 

Nessuno. Quando sono andata a Milano Rosaria mi disse che, in vista della radioterapia, avrei dovuto rinforzare i muscoli. Quindi io prendevo 3 volte al giorno lo sciroppo di retinoidi. Dopo le prime 2 settimane di radioterapia, non avevo i segni che normalmente le persone che la fanno hanno. A Milano erano stupiti e mi chiesero come mai non avevo questi segni, cosa usavo, dato che a loro non era mai capitata una cosa del genere.  Loro rimasero stupiti. Erano sbalorditi per il fatto che io non avevo nessun tipo di problema sulla pelle. La stessa cosa mi è successa a Bari.

-Racconta

Quando mi hanno tolto il tumore, mi hanno messo un espansore, praticamente un palloncino che viene di volta in volta riempito di acqua fisiologica, in modo da preparare quella parte alla ricostruzione. Adesso non ho il seno completamente piatto, ce l’ho un po’ gonfio per la presenza di questo espansore. Sono dovuta andare all’ospedale 4 o 5 volte per riempire, l’ultima volta che ci sono andata è stato ad agosto 2012, quando già avevo finito la radioterapia. Quella volta l’espansore non me lo riempì il solito medico, ma un altro. Mentre quello che me l’aveva fatto le volte precedenti sapeva che io stavo facendo la terapia Di Bella, perché conosceva Rosaria, questo medico non lo sapeva e quando seppe che ero stata a Milano a fare la radioterapia rimase sbalordito, disse di non aver mai visto una cosa del genere, che la mia pelle era rosea e che stavo benissimo. Mi stupì che neanche mi chiese il perché di quanto aveva visto. Io, a differenza di quanto feci a Milano, a lui non dissi nulla.

-Quindi fino a fine luglio fai la radioterapia, poi ritorni a Bari e cosa accade?

 

Ritorno a Bari e pieno piano mi riprendo, perché stare lì un mese da sola per me è stato bruttissimo, non per la radioterapia in sé, ma proprio per il fatto di stare da sola in quella stanza d’albergo ad aspettare che arrivassero le 17:30, che era l’ora in cui dovevo andare a fare la radioterapia. Insomma, mi sono ripresa e me ne sono andata in campagna, sempre da mia cugina Rosaria, dove sono rimasta per un paio di settimane. Lì Rosaria, come una mamma, si è presa cura di me. Poi a settembre 2012 ho ricominciato ad andare a scuola, è ricominciata la mia vita normale.

 

-Come è stato il ritorno, ti sentivi diversa?

 

Mi sentivo diversa, mi sentivo più forte, mi sentivo più felice, molto più felice, più serena. Io da quando mi è successa questa cosa sono diventata più solare, più allegra. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, io sono diventata più felice della vita e delle cose che la vita mi da.

-In genere si dice che quando si ha un problema così forte o si peggiora, incarognendosi, avvilendosi, oppure si evolve, si accresce, si espande la propria anima. Nel tuo caso è successo proprio questo, credo che in un certo senso sia accresciuta l’emotività, la sensibilità.

 

Sì, molto. Sono diventati secondari tanti discorsi. Quando succede qualsiasi cosa io penso sempre che sono vita e questa è la cosa più importante, il resto non mi interessa. Se c’è l’infiltrazione al tetto e bisogna pagare un botto di soldi, non mi preoccupo, penso invece che si troverà il modo per risolvere tutto. Non penso più che sia importante, per esempio, comprare un certo tipo di giacca, anche se già prima non ero molto legata a queste cose, ma adesso quando le vedo fare ad altri, mi viene da ridere.

Sei andata veramente oltre. È accaduto altro nel corso del tempo, da settembre 2012 ad oggi?

 

Niente. Ogni 2 mesi faccio i marker tumorali, a luglio scorso sono andata di nuovo a Milano per fare una mammografia di controllo e lì mi hanno detto che tutto è pulito, non c’è nulla e che posso star tranquilla. Conduco una vita tranquilla e serena, nel senso che, nonostante io faccia ancora l’iniezione tutte le sere, la considero parte della mia vita e sto bene. Sono anche ringiovanita, ho notato dei miglioramenti sulla pelle del viso, me lo dicono anche colleghe ed amiche, prima avevo qualche ruga ed adesso non ce l’ho più.

Addirittura quest’anno non ho avuto la faringite, cosa che avevo tutti gli anni; io non ho più un raffreddore serio. Da quando faccio la cura Di Bella io non ho più un raffreddore di quelli che ti costringono a stare a casa per curarti, posso avere giusto qualche starnuto ed il naso un po’ chiuso, ma non ho più avuto febbre per un raffreddore.

-Antonietta, ti ringrazio molto per la tua disponibilità. Devo dirti che intervistando persone come te mi sento anche io emozionato e arricchito.

 

Figurati. Io ringrazio te per avermi fatto rivivere questa storia, mi hai procurato delle belle emozioni. 

Leave a Comment :, , , , more...

I fratelli Biviano- da un anno in tenda per non morire

by on lug.10, 2014, under Controinformazione, Guarigione, Medicina, Resistenza umana, Scienza, Simbolo

“Noi siamo qui da quasi un anno a lottare, ci stiamo rimettendo la nostra salute in questa piazza, perché è la nostra unica speranza. È da una vita che aspettiamo qualcosa, per noi non c’è mai stata nessuna cura, nessuna terapia. L’unica speranza è questa, eppure ce la vogliono negare. Chi sono queste persone per decidere sulla nostra vita? Loro, durante le mie giornate di sofferenza, ci sono per me? Sanno come vivo io? È anche la rabbia che mi fa parlare, perché so che a casa ho altre due sorelle che stanno peggio di me. Mia sorella, circa 20 giorni fa, ha rischiato anche la vita. Oggi esiste questa speranza e non ce la fanno neanche provare. Abbiamo detto di tutto al governo: ci auto-tassiamo, ci prendiamo le nostre responsabilità, troviamo gli ospedali, cerchiamo di trovare i fondi, qualunque cosa, ma la risposta è stata no.”  (Marco Biviano)

Fino al mese di giugno, non ero troppo informato circa il caso Stamina. Certamente sapevo delle polemiche, delle proteste, delle contrastanti opinioni, delle inchieste, delle testimonianze. Ma non avevo mai iniziato un percorso di serio approfondimento.
Per me, l’approfondimento autentico è iniziato da giugno, da quando ho incontrato Marco Biviano, uno dei due fratelli Biviano che –insieme alle loro compagne- sono accampati davanti al Parlamento fin da luglio 2013. In pratica da un anno.

Già prima di conoscerli, comunque, avevo, da alcune settimane, cercato di capire qualcosa di più e di osservare anche il “linguaggio” con cui si parlava di questa tematica. Pur in mancanza di tanti dati concreti, avevo già sviluppato la percezione che la rappresentazione che veniva data di questa vicenda, in stile “romanzo criminale”, era probabilmente frutto di grandi forzature. Non mi riusciva di credere che tutte quelle persone che parlavano di avere avuto miglioramenti con le infusioni di stamina stessero mentendo. Che tutti quei malati incatenati davanti al Parlamento, che tutte quelle madri che lanciavano da mesi appelli disperati, fossero vittime di allucinazione collettiva.

Autorevoli commentatori in questi casi parlando dell’ “irrazionalità” di chi, disperato, si aggrappa a qualche miraggio. Ma, mi è sempre (anche in altre vicende) sembrata una spiegazione troppo semplice e troppo conforme ai grandi interessi che vigono in campo medico. Così come non mi riusciva di credere che tutti i giudici che emanavano sentenze perché si riprendessero le infusioni verso persone che già le avevano ricevute, fossero capre del diritto, che tutti questi giudici decidessero in base al “nulla”.
Prima di cercare i fratelli Biviano, quindi, avevo già sviluppato grandi perplessità verso la rappresentazione del caso –in stile “grande truffa sulla pelle dei gonzi”- che era quella veicolata dalla maggioranza dei media, dei politici, e degli esperti più gettonati. L’approfondimento vero e proprio, comunque, è nato (e tutt’ora continua) dopo l’incontro che ha dato vita a questa intervista.
Un amico medico mi aveva parlato di due fratelli siciliani che da quasi un anno erano accampati in tenda davanti al Parlamento. Decisi subito che avrei voluto conoscerli. E li avrei voluti conoscere a prescindere, anche se non fosse stato in ballo il caso Stamina. Perché persone che sono disposte a mettere in gioco la loro vita, destabilizzandola al punto di sacrificarsi da più di un anno, accampati in una tenda, per protestare contro qualcosa e chiedere qualcosa.. persone così.. meritano sempre di essere conosciute. Persone così devono essere conosciute.
Il sei giugno arrivo, nel pomeriggio, presso la tenda dei fratelli Biviano, in piazza Montecitorio, di fronte alla Camera dei Deputati, a Roma. Dei due fratelli c’era solo Marco. L’altro fratello, Sandro, era assente per una questione di visite mediche. Insieme a lui c’era la compagna, Hania, e c’era Valeria Campana, una ragazza romana, che uno degli esempi della parte luminosa che si è sviluppata intorno a questa storia; quella parte luminosa che non la rende un pozzo senza fondo.
Appena vedo Marco e ci scambiamo le prime battute di saluto, resto colpito. Sulla sua sedia a rotelle, magro, e con gli occhi buoni, le sue parole arrivano calme, con un equilibrio dove l’indignazione si accompagna alla malinconia, ma non si perde mai la lucidità, la capacità di comprensione, la “presenza” con te in quel momento.

-Comincia a parlarmi di te Marco..

Io sono Marco Biviano e vengo da Lipari, Isole Eolie; ho un fratello e altre due sorelle con le mia stessa malattia.
-Quindi avete tutti e quattro la stessa malattia?
Si, distrofia muscolare timo-facio-scapolo-omerale. È una malattia ereditaria. Ce l’avevano mio padre e anche mio zio, che oggi non ci sono più. I miei genitori hanno scoperto la mia malattia quando mia madre era incinta di me, al sesto mese. Io sono l’ultimo nato.
-Come si chiamano gli altri tuoi fratelli?
Mio fratello che sta qua con me si chiama Sandro. Le mie sorelle invece Elena e Palmina.
-Le vostre età?
Io ho 31 anni, mio fratello 35, mia sorella Elena 38 e mia sorella Palmina 42.
-Quando i vostri genitori hanno saputo che voi avreste avuto questa malattia?
Quando mia mamma era incinta di me, al sesto mese.
-Dunque degli altri figli non si sapeva ancora niente. E’ una malattia che non si manifesta subito…
No, non si manifesta subito. In ognuno di noi la malattia è progredita in modo diverso. Ad esempio, io sono l’ultimo nato e sono stato il primo a finire sulla carrozzina, su di me la malattia cammina più veloce a livello degli arti, invece nel caso di mia sorella la malattia è stata più aggressiva a livello respiratorio
-Quindi aggredisce ognuno in modo diverso?
Si. Ed è ereditaria. Erano malati anche mio padre e mio zio, che adesso non ci sono più. Quando si è saputo della nostra malattia, mio padre e mia madre hanno fatto di tutto per darci una speranza. Hanno ovunque  in Italia, hanno anche venduto una casa, ma non hanno trovato niente di niente. Quando vai negli ospedali ti senti dire: “Forse fra tre anni… forse fra quattro anni…”, ma non c’è mai niente. Quando noi andiamo nei vari centri ospedalieri, dicono: “Non c’è niente per voi.”.
Prima di venire qui a Roma, abbiamo chiamato un po’ di cliniche ed un professore ci ha detto: “Della vostra malattia si sa tanto, ma anche nulla.”-
-Prima di arrivare ad oggi, come hai passato la tua vita? Come è stata la tua esistenza?
Fino all’età di circa 11-12 anni sono stato un ragazzino normale; giocavo andavo in bici. Dopo i dodici anni ho iniziato a stare male, a peggiorare e all’età di 18 anni sono finito in carrozzina. Dai 12 anni in poi la vita è stata difficile per me. Tante cose tu non vuoi accettarle, ma ti ci devi lo stesso abituare. Non ti ci vedi in carrozzina, ma devi fartene una ragione, e vai vanti. Poi, un bel giorno, apprendiamo del metodo Stamina tramite le Iene, tramite internet.
-Quando?
Nel 2012.. fine 2012. Cominciamo ad aggiornarci, documentarci, informarci e cominciamo ad interessarci, a chiamare le televisioni. Siamo stati anche da Barbara D’Urso e da lì è partita tutta la nostra storia. Poi quando abbiamo anche appreso che un giudice doveva decidere per noi, se curarci o meno, con mio fratello abbiamo deciso: “No, noi non possiamo stare così a casa. Ci andiamo ad incatenare a Roma”. Così siamo partiti da Lipari e siamo venuti ad incatenarci qui a Roma. Nei mesi precedenti, comunque ci eravamo informati, leggevamo su internet, approfondivamo sulle staminali. Capimmo che era una cosa sicura; che si trattava di un metodo che non faceva male.
-Curiosità.. come è stata Barbara D’Urso con voi?
È stata gentilissima, però aveva promesso che non ci avrebbe abbandonati e mio fratello promise in diretta che se le cose non fossero cambiate, saremmo venuto ad incatenarci qua a Roma. Noi la nostra promessa l’abbiamo mantenuta, lei non ha mantenuto la sua.
-Avete provato a ricontattarla?
Sì, ma non è servito a niente. Tra l’altro alcune persone hanno provato a pubblicare le loro foto sulla sua pagina, ma sparivano subito.
-Quando siete venuti qui a Roma?
La prima manifestazione l’abbiamo fatta il 9 luglio 2013 davanti il Ministero della Salute.
-Prima salire a Roma avevate preso accordi con qualche altro ammalato?
Eravamo in contatto con altri due malati a cui avevamo comunicato la nostra intenzione di fare il presidio davanti al Parlamento. Ma ancora non immaginavamo che saremmo rimasti qui stabilmente. Pensavamo che ci saremmo fermati per un paio di giorni. Il 23 luglio c’è stata una manifestazione a cui hanno partecipato ammalati e soprattutto genitori di ammalati. Durante questa manifestazione ci siamo incatenati. All’inizio eravamo circa una ventina. E restammo per alcuni giorni davanti al Parlamento, dormendo in terra, sui sanpietrini. A un certo punto una chiesa ci ha dato dei materassi. Ma è l’unica cosa che abbiamo ricevuto dalle chiese. Ci hanno sempre chiuso la porta. Nessuna chiesa ci ha dato una mano. E non pensare che chiedevamo molto. Giusto la possibilità di poter fare una doccia, avere qualche rete e qualche materasso. Ma oltre il materasso di cui ti dicevo, non abbiamo ricevuto nulla. Addirittura c’è stato un prete che si è rifiutato di stringerci la mano. Comunque, in quei primi giorni non avevamo niente; stavamo a terra con lenzuola. Ricordo che durante la prima giornata, io, mio fratello e anche altri, trascorremmo tutto il giorno e tutta la notte sulla carrozzina. Quando avevamo bisogno di andare in bagno andavamo in un hotel qui vicino. Poi, un bel giorno, le guardie di turno a Montecitorio ci hanno detto di andare tra le macchine, perché non potevamo più oltrepassare le transenne.
Valeria: Furono in tanti che in quei giorni non fecero il proprio dovere. Dal nove agosto si era cercato di contattare la Sala Operativa Sociale, che è un ufficio del comune di Roma che mette in collegamento tutte le  strutture comunali in relazione quelle situazioni che comportano ripercussioni in ambito sociale.  Solo il 9 agosto sono stati chiamati 3 volte e tante altre volte nei giorni successivi. Dopo alcune telefonate ci hanno detto di aver aperto un file col nome “Sconosciuti di Montecitorio”, ma alla fine dal Comune di Roma non è arrivato alcun aiuto. Il comune di Roma, pur avendo a disposizione molte strutture, che nel mese di agosto sono inattive, non ha fatto nulla e ad oggi non ha dato ancora nessun tipo di sostegno, fatta eccezione per l’invio di una tenda. Una tenda della protezione civile che è arrivata grazie ad un deputato che ha chiesto che si rispondesse a questa emergenza. Riguardo alla totale inadempienza delle strutture pubbliche del comune di Roma preposte ad occuparsi di questo genere di situazioni, voglio che tu sappia cosa mi disse un responsabile di una di queste strutture, dopo la nostra ennesima richiesta di intervento. Mi disse che così facendo si toglievano risorse a coloro che sono già assistiti. E va sottolineato che quello che si chiedeva erano cose semplici, come fare una doccia. In quei primi giorni dalla Protezione Civile (esclusa la tenda che venne portata successivamente) ricevemmo solo l’acqua; ed anzi i primi di due giorni neanche quella.
-Il presidio di circa 20 persone quanto tempo è durato?
Circa una settimana. Ma non siamo sempre stati in 20, 24 ore su 24. Alcuni erano di Roma, e quindi potevano rientrare per fare una doccia o per altre esigenze. Comunque, la maggior parte di loro è andata via alla fine di agosto e, da quel momento in poi siamo rimasti fondamentalmente in quattro, e pochi altri che andavano e venivano. Fino a quando siamo rimasti solo noi.
-A partire da quel momento, avete mai avuto intenzione di spostarvi?
Assolutamente. Noi decidemmo che saremmo rimasti qui ad oltranza. A un certo punto, come ti dicevo, la Protezione Civile ci ha dato una piccola tenda. Era davvero piccolissima, ci entravano solo due lettini e dentro non c’era spazio per muoversi. Dopo le prime piogge si ruppe e pensammo  di scrivere al sindaco Marino, per fargli presente la nostra situazione e richiamarlo alle sue responsabilità; se fosse successo qualcosa, non avrebbe potuto dire di non essere informato. Dopo due giorni, in sua rappresentanza, sono arrivate delle persone, che ci hanno portato la sua solidarietà e disponibilità qualora avessimo avuto bisogno di qualcosa. Naturalmente abbiamo detto loro che avevamo bisogno di un’altra tenda più grande di quella che avevamo e il giorno dopo sono ritornati con la tenda, ma  da varie parti ci si opponeva al montaggio della tenda. Prima la Camera, poi la Questura, poi i dirigenti di piazza; ognuno aveva le sue contrarietà. Questo tira e molla è durato quattro giorni; finché la tenda è stata montata nel punto in cui la trovi adesso. E da quel giorno,  sarà stato fine agosto o inizio settembre, questa è la nostra casa. Non ci siamo mai risparmiati nel corso dei mesi successivi. Abbiamo cercato di sensibilizzare le persone, di ottenere il sostegno di persone autorevoli, di incontrare i politici. Per i politici siamo del tutto invisibili. Passano da qua tutti i giorni, ma nessuno si ferma. Mettendo un attimo da parte le questione Stamina, mi chiedo se queste persone abbiano un’umanità. Tutti i giorni passano da qua e mai che ci dicano “Ciao”, Come stai?”
-Non si è avvicinato proprio nessuno dei parlamentari?
All’inizio si sono avvicinati in tanti, forse perché non conoscevano bene la situazione. Davano pacche sulle spalle, garantendo che avrebbero detto qualcosa e fatto qualcosa. Per farti qualche nome; Sergio Puglia, senatore 5 Stelle, è venuto a mangiare con noi in questa tenda, dopodiché non si è visto più. Ci aspettavamo tornasse anche solo per dirci: “Non posso fare niente”, ma non l’abbiamo più visto. Anche la Meloni, di Fratelli D’Italia, ci ha detto che sarebbe venuta. E’ un’altra di quelli che stiamo ancora aspettando.
L’unica persona, tra i parlamentari, che si è veramente interessata e che ci ha sostenuto fin dall’inizio, senza mai venire meno, è la senatrice Bonfrisco di Forza Italia. Lei ha sposato in pieno la causa Stamina. È venuto anche un europarlamentare Claudio Morganti, che adesso aderisce ad un nuovo partito “Io Cambio”, prima era con la Lega. Lui si presentò al Parlamento Europeo con la nostra maglietta.
Questa è forse la piazza più importante d’Italia, non s’era mia vista prima una tenda piazzata qua, proprio davanti al Parlamento. Il fatto che solo 2 o 3 di loro si sono avvicinati ed interessati alla nostra vicenda è scandaloso, è un qualcosa che non so spiegarmi. E considera che noi avevamo preparato una sintesi, con il contenuto principale di tutte le cartelle cliniche e le avevamo inviate ai parlamentari.
-Chi ha organizzato queste manifestazioni?
Hania: Le manifestazioni le organizziamo noi. Quella del 10 settembre 2013 l’abbiamo organizzata noi ed hanno partecipato circa 900 persone. È stata la manifestazione più numerosa organizzata pro metodo Stamina. Il 25 novembre ne abbiamo fatta un’altra, c’erano meno persone, probabilmente a causa del freddo. Ad ogni modo il 25 novembre abbiamo paralizzato Roma, la notizia è stata riportata da tutti i telegiornali. Quel giorno abbiamo voluto lanciare un segnale con il nostro sangue. Abbiamo prelevato il sangue dalle nostre vene e con questo abbiamo coperto le fotografie del Presidente Napolitano, del ministro Lorenzin e di Letta.  E ancora prima di questo, una notte, Sandro si è messo su una croce d’avanti al Parlamento. Era fine ottobre.
-Avete contattato trasmissioni televisive?
Qua è sempre pieno di camionette Rai. Si interessano di finanziarie, di bilanci, dell’instabilità del governo. Mandano sempre in onda servizi politici e nelle loro riprese non s’è mai vista la tenda.
-Io credo che debba essere davvero lunga la lista di coloro che vi hanno deluso.
Sì..
-Qualche persona in particolare?
Uno è stato Bersani. Una sera siamo andati alla sede del PD che si trova qui vicino. C’era tutto un freddo e noi fuori ad aspettare che uscisse Bersani. Praticamente lui non era nella sede del PD, era nel bar di fronte. Lo aspettavamo lì, tutti sapevano che noi eravamo lì fuori e anche lui ha saputo che c’erano questi ragazzi che aspettavano che lui uscisse. Cosa è successo? Vediamo la macchina blu sua che si sposta verso il bar… noi vediamo lui che prende e scappa verso la macchina. Noi aspettavamo che lui uscisse che ci parlasse.
Con Beppe Grillo, poi, la delusione è stata cocente. Il 23 maggio Beppe Grillo era qui in piazza davanti al portone, circondato dai giornalisti e noi da questa parte ad urlargli con il megafono di venire qui, di parlarci, per favore.  Gli dicevamo che sono quasi 11 mesi che eravamo in questa piazza, che volevamo solo parlare. Assolutamente. Non è venuto. È entrato dentro il palazzo di Montecitorio. Avevamo allora deciso con mio fratello di andare uno a destra, uno a sinistra e abbiamo detto, ad altre due ragazze che erano con noi, di andare dall’altro lato. Quando sarebbe uscito, avremmo cercato di bloccarlo. Lui uscì dalla parte in cui c’erano queste ragazze che volevano consegnargli una maglietta. Una maglietta su cui è scritto da una parte “Non ho più voglia di morire” e dall’altra “Curarmi non è un reato”. Noi ne abbiamo fatte fare tante di queste magliette. Quando Grillo sbucò dal portone, il taxi su cui lui si fiondò, quasi stava investendo quelle ragazze. Ad un tratto, però, il taxi aveva rallentato. Le ragazze, allora, lo rincorsero e  misero la maglietta dentro la macchina, tramite un finestrino che era mezzo aperto. Il taxi riprese a camminare… poi Grillo ha fatto fermare il taxi, ha preso la maglia e l’ha lanciata a terra e poi il taxi è ripartito.
-Un gesto davvero miserabile.. che non ti aspetteresti da parte sua..
La sera prima era stato da Vespa e i suoi bei discorsi mi erano piaciuti. Non dico che è un personaggio tutto negativo. Su altre tematiche probabilmente starà anche agendo bene, ma per quanto riguarda noi, per quanto riguarda il metodo Stamina, si è comportato malissimo.
Un’altra persona che ci ha deluso è Roberto Benigni.   Lui si è fermato. E’ stato uno scambio breve, di massimo due minuti. Noi gli abbiamo detto “Guardi, siamo i ragazzi che stiamo seguendo stamina. Se ci puoi aiutare, dicendo una parola, facendoci fare qualche intervista, qualsiasi cosa, visto che lei dice belle cose”. E lui “ragazzi non mettetemi in questa situazione ragazzi”. E poi ha aggiunto “cosa avete fatto per farvi trattare così, non lo so”.
Cosa abbiamo fatto?
Gli abbiamo risposto che non abbiamo fatto niente e che vorremmo solo curarci; se n’è andato senza aggiungere altro, aveva fretta.
-Sono cose che mi lasciano davvero senza parole. Tu, Benigni, che sei uno che fa cinema, sei uno che legge Dante, sei uno che fa gli spettacoli della Costituzione, sei uno che parla sempre di amore, sei uno che conosce il potere delle parole, che ha il culto delle parole.. come puoi dire.. a persone che sono nella situazione in cui siete voi.. “domandatevi cosa avete fatto per farvi trattare così”.
Ma potrei ancora farne di nomi. Renato Zero ad esempio. L’abbiamo visto una prima volta e ci disse “parlerò con Travaglio”. Non accadde nulla. Lo abbiamo visto una seconda volta e ci disse “Mi sto già attivando”, e non accadde nulla. Dopo, abbiamo anche smesso di provare a parlarci. Oppure Mentana; una volta l’ho fermato e gli ho detto “Guarda noi siamo qua da tanto tempo, per il metodo Stamina. Si tratta anche di una questione di libertà, di scelta di cura. Se ci puoi dare spazio per 15 secondi nel tuo telegiornale. Ci rispose “domani ti mando qualcuno”. Stiamo ancora aspettando.
-Una persona come Renato Zero, però, ha sempre aiutato le persone in difficoltà.
Sai cosa penso io? Che quando le cose non sono così difficili, così scomode, sono bravi tutti a esporsi. Tutti ti sostengono, tutti ti appoggiano. Quando le situazioni sono un po’ scomode, ognuno si fa i cavoli suoi, se ne fregano tutti, scappano.
A noi basterebbe che qualcuna di queste persone si fermasse da noi, ci dicesse “ragazzi come state?”, ci esprimesse un momento di vicinanza umana.
-Avete totalmente ragione…
Sono un po’ deluso anche dalla gente comune. Molti passano da qua, guardano, ma niente di più. Su 500 persone se ne fermano al massimo 2 che chiedono e si informano. Magari tanti non si fermano per timidezza. Alcuni mi fanno gli auguri per la mia battaglia, sperando che si possa presto trovare una soluzione. Io non sto lottando solo per me e le mie sorelle. Qua si sta lottando per tutti. Le terapie con le staminali non servono solo a me che sto in carrozzina e ancora non so neanche se potranno giovarmi e se funzioneranno nel mio caso. Io sto lottando per tutti e le persone sembrano non capirlo. Per 11 mesi questa piazza avrebbe dovuto essere stracolma di persone, di ammalati, di persone in carrozzina ed invece siamo sempre soli. Abbiamo fatto diverse manifestazioni ed in queste si è contata, al massimo, la presenza di 14-16 persone disabili. Io non credo che a Roma non ci siano persone in carrozzina, persone ammalate. Dove sono? In Italia ci sono circa 25000 richieste di accesso al metodo Stamina. Non pretendo che chi sta molto male venga qui in piazza, ma chi sta come me o anche meglio dovrebbe essere qui, almeno alle manifestazioni.
Hania: Qualche soddisfazione l’abbiamo avuta dal mondo dello sport. E’ forse l’unico ambito dal quale ci è arrivato qualcosa di bello.  Nel mondo dello sport ci sono le cose belle. Michel Fabrizio, pilota di superbike, fin dall’inizio appoggia il caso Stamina. E’ venuto varie volte qui in piazza ed è sempre disponibile. Iniziò ad interessarsi alla causa grazie alla piccola Sofia. Poi, dopo che ha saputo che noi siamo qua, grazie ai nostri amici  motociclisti, è venuto a conoscerci. Lui è venuto anche alle nostre manifestazioni. Da un po’ di tempo c’è un’altra persona che si è affezionata a Marco, Lucio Cecchinello, ex pilota del motomondiale.
Cecchinello l’ho conosciuto per la prima volta a Vallelunga, dove si svolgeva un evento organizzato da una associazione. Nell’ambito di questo evento, persone cieche venivano portate sulle moto. Ci sono andato anche io e lì, guarda caso, c’era anche Lucio Cecchinello, che ha messo a disposizione le moto per fare fare qualche giro a queste persone. Proposero anche a me di andare in moto. Non ci ho pensato neanche una volta e ho detto subito sì. Io sono un appassionato di moto e lì ho avuto la fortuna di andare con Lucio Cecchinello. Abbiamo fatto tre giri di moto. E’ stata una cosa bellissima. E, qualche domenica dopo siamo stati ospiti d’onore del suo team. Abbiamo ricevuto un’accoglienza bellissima. Quel giorno c’era anche Ringo, quello della radio e  Quagliarella, il giocatore della Juventus –la mia squadra preferita- e poi è venuto il presidente del fan club ufficiale di Valentino Rossi che mi ha portato il cappellino firmato da Valentino Rossi.
-Per fortuna c’è qualcuno che riesce a ricordarsi di essere un essere umano..
Ah.. uno dei pochi personaggi importanti che non ci ha deluso è stato il Papa.
-E’ venuto da voi?
No sono andato io da lui. Dopo tanti tentativi, un giorno sono stato fortunato. Eravamo andati ad una delle udienze generali del mercoledì, senza biglietti, senza niente. Ci hanno fatto entrare tranquillamente. Io mi sedetti proprio davanti a lui. Finita l’udienza,  il Papa scese sotto e passò anche da me. Io gli presi la mano e non gliela lasciai più. Gli raccontai tutto; del fatto che siamo qui, da dieci mesi, in piazza; che stiamo lottando per la vita, non solo la nostra, ma anche quella di tanti malati d’Italia, ecc. Lui sapeva di noi. Anche per via del fatto che gli avevamo spedito tantissime lettere; e poi mesi fa aveva inviato qui il suo “elemosiniere”, il quale ci portò la sua benedizione, i rosari, ecc. . La cosa che  più mi colpì furono i suoi occhi, perché aveva gli occhi buoni e poi ti ascoltava profondamente. Ma non nel senso di “sì, ti ascolto, finisce e me ne vado”. Mi ascoltava intensamente invece, quasi con gli occhi lucidi. Alla fine ha voluto il mio numero di telefono.
anche spedito tantissime lettere. E comunque lo sapeva perché mesi fa aveva inviato qua il suo “elemosiniere”. La  prima volta che è venuto qua ci inviato la benedizione del papa, i rosari.
-Vedo che sulla vostra tenda avete messo una sorta di numero civico, n.117 A. Come mai questo numero?
Perché quando siamo arrivati qua, la tenda piccolina che ci avevano dato, ce l’avevano montata dall’altro lato. E di là c’è il numero 117. Quando ci siamo spostati è rimasto il 117, ma gli abbiamo aggiunto l’A.
-Tutta la vicenda staminali, che non possiamo esaminare nella sua completezza in questa intervista, si collega anche al tema della manipolazione mediatica.
Certo. Hanno scritto di tutto in merito a questo trattamento, anche che nelle provette c’era il morbo della mucca pazza, l’HIV. Queste cose.  Salvo poi esserci un verbale dei Nas, citato in un comunicato stampa del ministero della salute (Cmunicato n. 173 del 2012), dove si dice che le cellule sono adeguate all’uso terapeutico. Quante falsificazioni sono state spacciate per verità. Quante menzogne.
Comunque puoi trovare tanto materiale su questa tematica. Ad esempio le importantissime inchieste di Cinzia Marchegiani, che segue questa vicenda fin dall’inizio. Ti consiglio inoltre di vedere tutte le puntate delle Iene in cui si sono occupati del metodo Stamina. Soprattutto l’ultima puntata che hanno fatto su Stamina, dove hanno tirato fuori tutti i documenti che sbugiardavano il ministero della salute, perché sono loro ad avere autorizzato tutto. Stamina entra a Brescia perché avevano curato Luca Merlino, direttore Vicario Sanità Regione Lombarda. Lui aveva la sma5, non quella aggressiva che porta alla morte dei bambini. Ci sono anche i video di questo Luca Merlino. Lui era debolissimo, era prossimo alla sedia a rotelle. Con le staminali ha preso 20 kg di massa muscolare. Gioca a tennis adesso. Ha testimoniato alle Iene, anche se prima si era rifiutato.
-Quale stato l’esito per le persone che hanno finora ricevuto le infusioni?
Positivo. Alcuni hanno avuto miglioramenti; in altri casi la malattia si è bloccata. Comunque,, nella maggior parte dei casi si è trattato di miglioramenti. E parliamo di gravi malattie, come la sma e il morbo di Krabbe. L’ultimo paziente a ricevere le infusioni –un bambino- aveva la distrofia muscolare. L’infusione gli venne fatta tre mesi fa e dopo due mesi sono arrivano i primi miglioramenti. Adesso il bambino stende le gambe, non ha spasmi ai polsi. E gli hanno fatto solo l’indovena, perché se gli facevano anche l’intramuscolare, ci sarebbero stati risultati ancora più positivi.
Sono tante le storie. C’era il piccolo Gioele, un bambino che era condannato a morire. Un bambino che aveva un anno di vita e pesava 3 kg e sette. Lo vedi adesso pesa dieci kg, quasi undici kg, dopo le infusioni. Ha preso massa muscolare e un po’ di ciccia. Questo bambino è cambiato totalmente. Respira da solo. C’erano dei bambini che prima erano alimentati con i sondini e adesso mangiano le pappine. Come il piccolo Federico, che noi abbiamo conosciuto in piazza a luglio qua, prima delle infusioni, e dopo. Se tu vedi Federico adesso mangia da solo. Respira da solo. Regge il capo da solo. Ciò che prima non faceva.
-Questi ragazzi ora stanno bene, ma in seguito dovranno rifare le infusioni?
Se la malattia non si blocca sì. Adesso, dopo il blocco delle infusioni, nella maggior parte dei bambini che hanno avuto dei benefici, la malattia sta prendendo nuovamente il sopravvento. In alcuni casi la malattia è ferma. In altri no. Ci sono bambini di sma 1, bambini che al massimo all’età di due anni muoiono, che adesso sono vivi, e lo sono dopo 3 o 4 anni. C’è un esperto di sma 1, il dottor Villanova, che ha detto “vediamo.. vediamo che succede.. non ho mai visto qualcosa del genere.. non ho mai visto bambini di sma 1 avere dei miglioramenti”. Non c’è una scala che ondeggia. Va solo in discesa, fino alla morte. Quando tu vedi un bambino di sma 1 che supera i due anni, e invece di peggiorare, migliora.. “vediamo.. di cosa stiamo parlando..qua c’è qualcosa…”.. Anche John Back negli Stati Uniti, massimo esperto di sma quando ha visto Gioele è rimasto molto colpito.
-Come sorse la prima commissione scientifica che doveva occuparsi della questione?
C’era la pressione dei malati e dei loro parenti, perché ci fosse una sperimentazione che chiarisse le cose. Oggi dico che era meglio che Vannoni non lo avesse dato il protocollo, perché era una commissione farlocca. All’interno c’erano personaggi che erano contro Stamina. E infatti il Tar la fece decadere e il governo ha dovuto nominare una nuova commissione.
A proposito, noi ancora aspettiamo che ci dicano perché hanno tagliato fuori Mauro Ferrari che doveva essere il presidente della nuova commissione. Ormai era stato praticamente designato. Era venuto anche in Italia. Mancava sol la nomina. Venne anche a trovarci in tenda. Una mattina si è presentato; una persona normalissima. Scarpe da ginnastica, jeans, maglietta “Io sono Mauro Ferrari, il nuovo presidente della commissione scientifica”. Pensavo che era uno scherzo, perché non eravamo abituati a vedere nessuno qua. Si è seduto, ha parlato con noi. Ci diceva “ragazzi, voglio capire, voglio vedere. Io non lo so se stamina funziona, o non funziona, voglio parlare con i famigliari dei bambini, li voglio vedere, e poi voglio vedere cosa c’è dentro queste provette”. E aveva ragione..”non sono né per stamina, né contro, voglio capire, andiamo a vedere”. E poi la sera è ritornato, ha portato le castagne, la birra. E stiamo parlando di uno scienziato che dirige sedicimila dipendenti, sette ospedali, che ha 800 sperimentazioni in corso, di cui 30 sulle cellule staminali. Hanno cacciato uno scienziato così.
-E con che argomentazioni?
Non lo sappiamo.
-Tornando alle infusioni.. da quando sono state sospese..
I pazienti hanno ricominciato a peggiorare. E l’esito sarà tragico per molti, se le infusioni non riprendono. Come è stato nel caso della piccola Rita, morta pochi giorni fa, il 3 giugno.  Lei aveva fatto Stamina ed aveva avuto miglioramenti, stava bene. Poi hanno bloccato tutto ed è andata peggiorando sempre più. I genitori, disperati, hanno lanciato appelli; i giudici avevano dato parere favorevole, imponendo la ripresa delle infusioni. Bisognava però trovare un qualsiasi medico disposto a farle queste infusioni; ma nessun medico ha voluto farle. Tutti i medici dell’ospedale di Brescia hanno fatto obiezione di coscienza.
-Vergognoso. L’obiezione di coscienza la fai quando, per esempio, c’è qualcuno che potrebbe non nascere, ma non quando si deve fare qualcosa che non procura nessun danno. Anche se pensi che la cura è inutile, questa resta inutile non dannosa.
La morte della piccola Rita è stato un colpo al cuore per tutti, perché a vedere le foto di quella bambina, con quegli occhioni neri, si capiva che aveva voglia di vivere, voglia di vita. Le hanno negato l’ultima speranza, che non era più una speranza, era una concretezza, in quanto lei aveva tratto benefici dalla terapia Stamina, era notevolmente migliorata e gliel’hanno bloccata. Gliel’hanno bloccata per i loro sporchi interessi, solo per questo. Sono dei criminali e, per quanto mi riguarda, sono anche  assassini. Ci stanno ammazzando, perché non ci lasciano liberi. Vogliono fare venire meno le 34 testimonianze rappresentate dalle persone che hanno ricevuto le infusioni. Queste persone sono delle prove viventi.  Vogliono che queste persone muoiano, tutte quante. Ed è questo che sta succedendo. E la cosa brutta è che nessuno sta facendo nulla. C’è questa terapia che ha giovato a queste persone. L’hanno bloccata e ora queste persone stanno peggiorando. E ci sono tanti bambini che ora sono a rischio di vita. Può essere questione di giorni. Ma nessuno fa niente.
Valeria: E pensa come l’ospedale di Brescia arriva a pagare 500.000 euro di spese legali per ricorrere contro i propri pazienti. Un ospedale che spende tutti questi soldi, e non 10000 euro per fare un esame di laboratorio, e ce li ha là questi laboratori, nega il motivo stesso della sua esistenza, non ha ragione di esistere come struttura.
-Riguardo a voi, da settembre ad oggi  cosa è accaduto?
A livello fisico la malattia è peggiorata; perché questa è una malattia che peggiora progressivamente. In questi mesi abbiamo affrontato l’autunno, l’inverno, un inverno molto freddo. E meno male che avevamo il climatizzatore e le stufette. Anche se ci sono stati quei giorni in cui la temperatura era 0 gradi, il climatizzatore non ce l’ha fatta, però ci siamo coperti bene. Certo alzarti all’una o alle due di notte andare nei bagni chimici in fondo alla strada è brutta. Becchi la sera che fa freddo, piove. E’ sempre scomodo… già lo è per tutti.. figurati per noi..
Valeria: Le cose più banali diventano un problema. Ti devi organizzare. Ci deve essere sempre qualcuno con te, che ti metta sulla carrozzina, che ti porti in bagno, perché se no in bagno non ci vai.
Hania: Tieni anche conto che noi a casa abbiamo lasciato la nostra famiglia. Che siamo da quasi un anno lontani dalle nostre famiglie..
-I vostri parenti vi vengono a trovare?
Hania: Due settimane fa è venuta sua mamma (di Marco), per la prima volta. Dopo dieci mesi ci siamo rivisti. Abbiamo pianto tutta la mattina (piange).
Valeria: E’ tosta stare qua. Oltre al disagio, alla scomodità, al fatto che non  .. c’è il caldo, il freddo.. è un continuo passaggio di perfetti sconosciuti che non è che sono tutti rispettosi. E’ tosta. Sarebbe stato etico, corretto, giusto che a un certo qualcuno gli dicesse “vattene a casa un mese, qua ci stiamo noi”. Qua sempre loro ci stanno.
-Ma voi adesso, anche se venisse qualcuno a chiedervi di sostituire, voi tornereste a casa? Non credo..
Marco:..no.. ormai stiamo qui.. fino alla fine.
Hania: Se dopo dieci mesi viene qualcuno e ci dice “adesso restiamo noi”, io dico “ma dove stavate per Natale, per Pasqua. Noi eravamo qua, ma non c’era nessuno”. Tutti si rendono conto che è molto difficile stare qua. Ormai proseguiamo.
Marco: In questi due giorni che noi non c’eravamo perché eravamo andati a fare i controlli, i Bikers mi dicevano “ma come fate?”. Però ce la dobbiamo fare.. è dura, è pesante.. a mezzogiorno, anche se c’è il climatizzatore, la tenda si scalda, i san pietrini cuociono, non puoi stare. Anzi adesso, grazie a Dio, abbiamo questa tenda. L’anno scorso non avevamo niente. Le ambulanze facevano avanti e indietro. Un sacco di volte ci siamo sentiti male, svenivano.. erano luglio e agosto..
Meno male che ci sono gli angeli come Valeria che ci danno una grande mano…
Compagna: E vogliamo parlare dei tassisti di Roma, dei bikers (motociclisti)?
Valeria: Queste persone, i tassisti e i bikers stanno dando da tempo un grande contributo ma non vogliono assolutamente apparire. E non certo nel senso che non vogliono ripercussioni. Anzi si sono sempre fatti vedere quando c’era da farsi vedere. Ma non vogliono che ne nasca una questione di apprezzamento verso di loro. Anzi, se li ringrazi due volte di seguito, ti ci mandano.
-Questo fa capire tanto. In genere chi non vuole capire è più onesto. Come si chiamano queste associazioni?
Compagna: “Taxi Roma Capitale” e “Solidarieta’ Bikers” e “Amici Piegoni”.
Qui dall’inizio abbiamo detto che non ci sono associazioni, non ci sono le bandiere della politica, non ci sono colori. Chi vuole stare qua si deve adeguare. Dopo dieci mesi che siamo qua possiamo dire che c’è l’associazione dei tassisti che ci aiuta, e l’associazione dei bikers che ci aiuta. Ci sono questi due gruppi che ci sono fin dall’inizio. E sappiamo che se io li chiamo di notte, loro vengono qua se abbiamo bisogno. Dopo dieci mesi noi sappiamo che sono nostri amici.
Ci hanno aiutato anche economicamente. Se c’è  bisogno di fare il presidio un’ora vengono a fare un presidio. Se c’è da fare la fisioterapia, c’è da fare la doccia, ci spostano loro. La scorsa settimana si era rotto il motore della carrozzina di Marco, ho chiamato un bikers, è venuto e l’ha riparato.
Alcune volte ci chiamano e ci dicono “ragazzi stasera mangiamo con voi”. E portano direttamente loro da mangiare. Portano la pizza e qualcosa da bere.
Nel corso della conversazione sopraggiunge uno di questi tassisti che stanno supportando i fratelli Biviano e mi fermo a parlare un momento con lui.
-Tu fai parte di una associazione di tassisti, quindi?
Sì. Associazione taxi Roma capitale.
-Quanti tassisti siete?
Siamo circa duecento e qualcosa.
-Il fare iniziative di solidarietà è qualcosa che vi appartiene?
Siamo partiti effettivamente adesso, da circa un anno. Però già facevamo cose in forma anonima, perché non pensavamo di aprire una associazione, e fare cose di questo genere. Diciamo che ci aiutava nelle piccole cose; esempio se c’era da aiutare qualcuno, tipo un collega, facevamo una colletta. Un’azione più diretta nell’ambito della solidarietà la abbiamo iniziata con L’Aquila, nel 2009. Il sei è successo, il nove siamo partiti. Eravamo 60 taxi. Ogni due tre giorni partivamo, portavamo roba che serviva, alloggiavamo in aggancio con la protezione civile e poi con le varie protezioni civili dei paesini che erano stati colpiti.

Riprendo il dialogo con Marco, Hania e Valeria.

Valeria: loro (i fratelli Biviano) non chiedono, non chiedono mai. E comunque per loro le cose più importanti non sono quelle materiali. Ciò che soprattutto vogliono è un supporto morale, senza nessun pietismo. I tassisti, i bikers si avvicinarono a Marco e Sandro per solidarietà, ma adesso li considerano amici a tutti gli effetti. E’ importante per loro anche semplicemente dire “ragazzi guardate che c’avete ragione voi e noi lo sappiamo”. Guarda che può essere davvero importante qualcuno che, ogni giorno, con la sua presenza, è come se ti dicesse “ti ricordo anche oggi che avete ragione voi”.
-Mi chiedo dove sono tutti i difensori del diritto e della legalità che abbondanto in questo Paese. Tutti quelli che conoscono anche i minimi dettagli di tante vicende, perché qui non rilegano dettagli grandi come una trave, e di cui nei giornali non c’è traccia? Tutti quelli che fanno sempre la predica sulle sentenze da rispettare, non le difendono queste sentenze, non si indignano quando una bambina non riceve le infusioni nonostante il giudice abbia ordinato che esse riprendessero?
Sì…  qui non si stanno rispettando neanche le leggi. Ci sono delle leggi ben chiare sulle cure compassionevoli, che non vengono rispettate. Chi ci va di mezzo siamo noi malati. Noi siamo qui da quasi un anno a lottare, ci stiamo rimettendo la nostra salute in questa piazza, perché è la nostra unica speranza. È da una vita che aspettiamo qualcosa, per noi non c’è mai stata nessuna cura, nessuna terapia. L’unica speranza è questa, eppure ce la vogliono negare. Chi sono queste persone per decidere sulla nostra vita? Loro, durante le mie giornate di sofferenza, ci sono per me? Sanno come vivo io? È anche la rabbia che mi fa parlare, perché so che a casa ho altre due sorelle che stanno peggio di me. Mia sorella, circa 20 giorni fa, ha rischiato anche la vita. Oggi esiste questa speranza e non ce la fanno neanche provare. Abbiamo detto di tutto al governo: ci auto-tassiamo, ci prendiamo le nostre responsabilità, troviamo gli ospedali, cerchiamo di trovare i fondi, qualunque cosa, ma la risposta è stata no.
-Se tu dovessi dire una cosa, un messaggio, un appello, una cosa che ti esce da dentro, che diresti?
Che non abbiamo voglia di morire. Che ci lasciassero liberi di curarci come meglio crediamo. E che soprattutto non tolgano questa speranza a chi è condannato a morire. Più male della morte cosa ti può fare.
Parlare con una persona come Marco -ve lo dico senza affettazioni e sviolinate, tutte cose che ho sempre odiato- è un privilegio. Se passate da Roma, andata da questi due fratelli. Andate nella loro tenda. Stringete loro la mano. Fate sentire che la loro vita per voi è importante.
Quel 6 giugno restai con loro fino alle ventitré, perché si avvicinava l’orario dell’ultima partenza della metro. Altrimenti sarei rimasto più lungo. Prima di uscire dalla tenda, mi venne spontaneo dire alla compagna di Marco che era una persona notevole, e lui -che prima aveva detto con una fanciullesca ironia che era anche “troppo tempo” che la conosceva (più di dieci anni)- in quel momento mi disse “senza di lei, ora sarei morto”.
Mentre, una volta uscito fuori, camminavo in direzione metro, penso a una ragazza come Valeria che ha passato in quella tenda, durante quest’anno, gran parte del suo tempo libero. E penso ai bikers e ai tassisti. A questa solidarietà dal basso, che non mette maschere, che non cerca niente, che si muove nell’ombra, per la pura spinta di dare, per quel senso antico e supremo dell’Amicizia, che lega gli uomini agli uomini, oltre ogni convenienza, oltre ogni vanità.
La foto che apre il post, e le prime due foto che ora seguono, le ho scattate io il giorno che sono andato a parlare con Marco Biviano.
L’ultima foto è stata scattata qualche tempo fa e mostra Marco Biviano e alcuni amici all’interno della Tenda.
1 Comment :, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , more...

Intervista a Simona De Robertis

by on apr.14, 2014, under Guarigione, Ispirazione, Medicina, Resistenza umana, Scienza, Simbolo

Ci sono quelle storie per bambini dove la piccola protagonista finisce in un mondo spietato pieno di streghe e licantropi, fili spinati ovunque. E sono tanti i pericoli che incontra, che ogni volta sembra scamparla appena. Sono infiniti i colpi che riceve, e ogni volta si potrebbe credere che stia per crollare. Invece continua, portando con sé una guarigione che diventa una testimonianza di libertà, una spinta ad evadere dalla cella.

E continui a chiederti se è proprio vero che l’infinito dolore, se non ti ammazza, ti porta talmente dentro te stesso, da essere capace di entrare nel mondo degli altri, e di fare entrare gli altri nel tuo, in una connessione profonda che nutre di empatia mondi inariditi e persi nel silenzio.

Simona De Robertis, è una di queste bambine, con una lunga scia di dolore e sofferenza, e un’altrettanta capacità di crescere, conoscere, aiutare.

Quando l’ho sentita al telefono, per fare questa intervista, mi rendevo conto che  per certi aspetti lei è, ancora adesso, un cuore bambino, capace di scrutare fino in fondo gli animi degli altri, e vedere quello che pochi riescono a vedere.

Da piccola non sentì calore e affetto intorno a sé. Ragazza più grande stava per conto suo, quasi isolata ed emarginata dagli ambienti in cui si trovava. All’università il suo volto fu devastato da una dermatite terribile, con mille piaghe su viso e corpo, piaghe che a un certo punto scoppiavano in sangue e siero, e la pelle che la notte si attaccava ai cuscini. Un volto così deturpato che la gente si ritraeva da lei spaventata e la temeva, quasi fosse portatrice di un oscuro contagio. E poi il dolore di due aborti. E poi.. un cancro al seno, e il trovarsi imprigionata nel mondo dell’industria medica, con dottori che l’hanno vista come un numero, una routine o una mucca da mungere.

Simona ha conosciuto il panico che ti viene messo addosso quando hai un tumore, per spingerti a fare operazioni radicali il più presto possibili. Ha conosciuto le diagnosi standard ma inappellabili, che non ammettono discussioni. Ha conosciuto l’avvelenamento della chemio. L’ha conosciuto fino al momento in cui ha deciso di non volere fare avvelenare il suo corpo.

E non è mancata la disumanità di quei professionisti della medicina che hanno raggiunto un tale grado di castrazione emotiva da ridacchiare, con lei a pochi centimetri da loro, circa l’inutilità, per lei di conservare gli ovuli con la crioconservazione, dato che, per le sue condizioni, non avrà la possibilità di utilizzarli.

Il paziente ricoverato con una grave diagnosi è terrorizzato dall’ansia. E spesso si trova dentro una macchina spietata dove non c’è riguardo, sensibilità, comprensione, rispetto umano.

La storia di Simona è anche la storia di chi non si ferma al “pacchetto pronto” dell’unica via legittima, e sceglie altri percorsi. Dalla terapia Puccio all’ascorbato di potassio, ad altro, lei ha cercato approcci più vicini a una visione umana e non disumana della vita.

Tutto quello che sta imparando, lo condivide quotidianamente, per dare ad altri un’occasione in più di non perdersi nel labirinto.

Vi lascio all’intervista che le ho fatto.

————————————————-

-Quanti anni hai e dove sei nata Simona?

Sono nata il 14 febbraio 1973. A Torino.

-E dove vivi attualmente?

A Milano.

-Non hai l’accento “lombardo”…

Mio padre è pugliese e mia madre piemontese. E, poi, nel corso della mia vita mi sono trasferita in tante città diverse. Ho preso un po’ da tutti.

-Quale è stata la tua esperienza di vita?

Ho avuto un’infanzia problematica. Mi sono trasferita tante volte e non ho mai avuto la possibilità di mettere radici in nessun luogo. E non è stata un’infanzia facile anche per molte altre ragioni.
A volte mi sono sentita profondamente sola. Sono cresciuta con l’idea di essere immeritevole di amore e accettazione, anche perché mai nessuno aveva il tempo di ascoltarmi davvero o di affezionarsi realmente a me. Partivo sempre prima che ciò potesse accadere.
Quando ti si radica dentro un’idea del genere e quando vivi tutto in completa solitudine, nel corso della vita andrai poi ad intercettare tutte quelle esperienze e situazioni che confermeranno questa tua idea. Questa visione che vive in te, nell’ombra, senza che tu ne abbia coscienza. Arriva alla coscienza solo quando lavori profondamente su te stessa.
Io credo che il seme del Cancro sia nato lì, in questa infanzia senza basi solide e un po’ folle, senza radici e senza sicurezze. E, poi, gli ho dato ulteriore nutrimento per farlo sbocciare.

-Si sente come hai fatto un grande lavoro su te stessa…

È stato il mio modo per emergere dalle sofferenze. Ad un certo punto, per non sentirle, ho addirittura imparato ad uscire dal corpo. Ed è qualcosa che riesco a fare anche adesso. Spontaneamente. Infatti l’espansore mi fa molto male, ho il muscolo pettorale in necrosi, ma sono capace di non sentire i dolori del corpo. È come se riuscissi a guardarmi dall’esterno e non provassi più niente. Un allenamento spontaneo che nasce nell’infanzia.

-Nessun dolore…

Sì. Proprio così. Riesco a staccare la testa e a non sentire, se voglio. Però richiede un enorme investimento di energie e non sempre ce la faccio.

-Quando parli di “uscire dal corpo”, intendi anche esperienze di premorte?

Quell’esperienza l’ho vissuta una sola volta. In quel periodo convivevo con un ragazzo (F) e lui era via. Era tornato a trovare i suoi genitori, perché abitavano lontani. Nel dormiveglia, una parte di me si è come “sganciata”. È uscita spontaneamente dal corpo e mi ha guardata dall’alto. Ad un certo punto mi sono ritrovata a galleggiare sopra gli edifici e poi dentro casa sua e l’ho visto entrare nella villa dei suoi genitori con una ragazza.
Quando alcuni mesi dopo gli ho chiesto di quella sera e di ciò che avevo visto in quello stranissimo “stato”, ho scoperto che le mie descrizioni dettagliatissime corrispondevano al vero. Però non era stata una cosa volontaria. È avvenuta per conto suo. È stato un po’ come se il mio spirito mi volesse mettere in guardia, credo. È come se mi avesse mostrato sul piano cosciente come andavano realmente le cose.
Tutta la mia giovinezza e l’adolescenza sono state davvero difficili. Sono diventata una persona che non sapeva chiedere. Neppure le cose più banali, intendo. Gridavo rabbiosa, ma non chiedevo nulla. Ero senza voce. Soffocavo tutto.

-Perché?

Perché ciò che mi veniva dato aveva vita breve.  E c’era sempre sullo sfondo questa sensazione di non valere, di non contare nulla.
La scuola è stata invece molto importante per me, perché era l’unico ambito in cui sentivo di ottenere dei riconoscimenti e di avere valore. Anche lì, mi sono sentita inconsistente sino al liceo, perché cambiare città dopo pochi anni o addirittura una manciata di mesi, significa non essere visibile a nessuno. Educatori compresi. Basti pensare che, all’esame di terza media (ed ero in quella città da pochissimi mesi), gli insegnanti mi dissero che potevo al massimo ambire ad una scuola professionale, perché dotata di scarsa intelligenza. La verità è che arrivavo da Bolzano e lì eravamo molto indietro con il programma. Vivevamo nella stanza minuscola di un residence, in attesa di trasferirci nella nostra prima casa di Milano e, per portarmi avanti, studiavo persino la notte, con una torcia sotto al letto, per non dare fastidio a chi dormiva nella mia stanza.
Al liceo, come dicevo, le cose sono invece cambiate, perché mio padre aveva deciso che noi non ci saremmo più trasferite con lui. Inoltre, i professori avevano occhi e orecchie grandi. Quindi mi sentivo apprezzata, studiavo tantissimo e andavo benissimo. Ed è stato sempre così. Anche all’università.
Per me sono stati basilari la scuola e lo studio. Riuscivo e mi sentivo qualcuno. Dovevo dimostrare a tutti e a me stessa che quanto sostenuto dai professori delle medie non corrispondeva al vero.
E, poi, è stato fondamentale avvicinarmi alla lettura. I libri li ho scoperti al liceo, perché i miei genitori non leggevano mai. Al liceo ho cominciato a leggere molto perché obbligata e lì ho capito che quello era il mio mondo.

-Tu ti senti adesso nei loro confronti sciolta?

Io mi sento io. Ho smesso di avere rapporti di dipendenza nei confronti loro e di chiunque. Non cerco più un riconoscimento, perché sono io a riconoscermi. Non ho più bisogno che l’Altro mi faccia da specchio per dirmi se funziono, se vado bene, ecc. Il termometro è mio ed è interiore adesso. Non è più delegato agli altri. E questo disinnesca un sacco di meccanismi. Quindi anche il fatto di sentirmi rabbiosa per tutto quanto è avvenuto in passato. Ho perdonato tutti. E ho perdonato me. Anche per questa ragione non ha senso che io racconti molte cose. Farebbero del male alle altre persone e basta. E io non voglio che ciò accada.
Il perdono autentico è un atto fondamentale e liberatorio. Richiede un enorme lavoro su di sé.
E non mi sento più delusa se non arriva una risposta, un sorriso o un abbraccio. Ho imparato a parlarmi, a sorridermi e ad abbracciarmi.

-Quali sono le cose che più ti hanno aiutato, che più ti hanno dato forza nei tuoi anni giovanili?

Film e libri, soprattutto libri.

-Parlami di un film che per te ha contato tantissimo.

Più che un film era una serie televisiva: “La casa nella prateria”. Quella serie è stata per me consolatoria. Ciò che vi rintracciavo erano i miei valori. Valori autentici, che mi corrispondevano alla perfezione. Corrispondevano al mio sentire interiore, intendo.
In quella storia io trovavo la traduzione perfetta di un esistere che nel mondo reale non scorgevo. Come i rapporti umani. Come gli amici veri. Come il comportamento delle persone che ti circondano e ti amano anche quando sbagli. Che ti perdonano, ti abbracciano e sanno dirti che, qualsiasi cosa capiti, loro ci saranno sempre.
Io, grazie a “La casa nella prateria”, ho messo a fuoco il mio mondo interiore. Il modo in cui, nel mio mondo interiore, pensavo dovessero essere i codici che all’esterno non rintracciavo.
Ricordo che mi anestetizzavo completamente guardando quella serie. Mi sentivo in pace, ero totalmente immersa in ciò che vedevo e sentivo. Era la mia oasi felice e a volte, prima di addormentarmi, immaginavo di essere Laura e di vivere la sua stessa situazione emotiva. Era consolatorio per me. Nutriente.

-Vuoi dirmi alcuni film che ti sono rimasti impressi?

“L’attimo fuggente”, per il senso di amicizia e la capacità di osservare le cose da punti di vista differenti. Ultimamente “Quasi Amici”, perché parla dell’affidamento e dell’intimità. Ho visto “Storia Di Pi”, che adoro sia per la fotografia sia perché parla di un mondo immaginario finalizzato a sopperire a tutto il dolore che quello reale innesca. Ma il mio film preferito in assoluto è stato “Il favoloso mondo di Amélie”. Bellissimo. La traduzione perfetta e fedele del mio mondo interiore, di come immagino le cose.
Mi ricordo che, quando ho visto quel film la prima volta, ho pensato: “Ma allora non sono anormale! Si può osservare anche così la vita!”. L’esistenza come continua magia.
Ricordo che da piccola, quando vedevo ad esempio un paio di jeans stesi al sole, immaginavo le loro ginocchia che bruciavano per il troppo calore. E lo sentivo. Ma non potevo parlarne con nessuno. Mi accorgevo che tutto attorno era diverso da me e che difficilmente avrebbero capito. Mi costringevo al silenzio. Amélie mi ha restituito il mio particolarissimo senso di magica normalità. E forse è per questo che di mestiere faccio la creativa.

-I libri quando li hai incontrati?

Al liceo. Lì ho cominciato ad aprirli e a scoprire che, dentro ad essi, potevo vivere in modo diverso. E anche conoscere e capire. Trovare un dialogo profondo con l’Altro e con quella parte di me che oggi potrei a tutti gli effetti definire “affamata”. Classici come “Il diario di Anna Frank” o “Tre uomini in barca”. Ricordo che iniziavo a leggere e non mi staccavo più.
Il mio libro preferito in assoluto, però, è “Il Piccolo Principe”. So che è banale dirlo, ma è così.  Per me più adulta, “Il  Piccolo Principe” è stato il corrispettivo di “La casa nella prateria” da bambina. Me l’ha fatto scoprire un professore dell’università, durante un corso di fotografia. Lui mi vedeva.
Per certi versi, mi rendo conto che la mia vita è stata costellata anche da persone che hanno saputo osservarmi e toccare le mie ferite senza dover chiedere nulla. Scatta spontaneamente qualcosa che non cerchi. Comprensioni che chi ti sta accanto tutto il giorno magari non sfiora mai.
I film e i libri erano le mie tane. Era come trovare aree di ristoro e sosta all’interno delle quali riuscivo a coccolarmi.
Quando ero piccola, mi hanno regalato una copertina con i bordi di raso. Ricordo che mi massaggiavo le dita su quel bordo e tutte le brutture sparivano. Mi faceva sentire protetta, al sicuro. Ancora oggi ho quella copertina e, quando viaggio e sto via per periodi lunghi, mi segue. Per me rappresenta il dormire al sicuro.
Anche nei periodi più difficili della mia vita non ho mai avuto bisogno di sonniferi, perché mi basta infilare le dita dei piedi in fondo al letto in quella copertina e io viaggio. Spengo la testa e approdo altrove. Tutto il dolore e le ansie svaniscono.
Nel corso della mia vita mi sono trovata, senza saperlo, tutta una serie di elementi simbolici che erano per me consolatori e nutrienti. Potevano essere la copertina, un pupazzo, il tappeto imbottito cucito da mia nonna, un certo tipo di colore, un libro, un film. Il mio mondo magico. I miei totem. Il mio universo affettivo. E credo che questo modo di trovare consolazione abbia radici molto antiche, perché anche mia nonna Maria era piena zeppa di elementi simbolici e giochi emotivi con cui amava coccolarsi. Cose semplici, ma autentiche.
Da lei ho preso anche il mio particolare “sentire”. Mia nonna era molto devota, ma aveva una religiosità tutta sua. Ricordo che alle 18 in punto partiva col rosario, ma mai una volta le ho sentito fare discorsi bigotti. E il suo “sentire” – che è poi anche il mio – spesso sconfinava in qualcosa che non era affatto concreto. Visioni, premonizioni, aperture ad una spiritualità viva e accesa.

-Com’erano le relazioni umane ai tempi del liceo?

Difficilissime, perché non sapevo come fare amicizia con le persone. E, in più, vivevo con questa incessante sensazione di doverle lasciare dall’oggi al domani, dovuta ai continui trasferimenti d’infanzia. Da un lato desideravo investire per costruirmi legami autentici, dall’altro non sapevo come fare e, in più, dentro di me c’era quella voce piccola piccola che mi bisbigliava: “Tanto dovrai lasciarle e le perderai di nuovo. Non investire, non soffrire ancora. Non mostrarti, non sei degna dell’amore di nessuno”.
Io ho cambiato sei città diverse, dai 5 ai 13 anni. È stato un continuo perdere relazioni e possibilità d’amore. Quindi non sapevo come fare. E tante persone mi vedevano fredda, distaccata, sulle mie. Mi sentivo così fragile e immeritevole della loro approvazione, che tenere una certa distanza di sicurezza era la sola cosa che potessi fare.
Al liceo si tende a fare gruppo e a crearsi il proprio cerchio di amicizie. Ed io, se da un lato avevo fame di famiglia allargata, dall’altro non sapevo proprio da dove partire per crearla. Rimanevo sempre un po’ tagliata fuori e tante cose incidevano in questi meccanismi.
Quando ripenso alla mia infanzia, mi accorgo d’essere diventata adulta molto presto. Quindi, molte cose che potevano essere di interesse per le mie compagne, per me non lo erano già più.
E, poi, c’era il disagio del corpo. Mi sono sviluppata alla fine della quarta elementare e per me è stato tutto molto traumatico. Mi sentivo bambina prigioniera in un corpo femminile. Eccessivamente ingombrante, eccessivamente visibile. Attiravo interessi che detestavo, che non volevo.
Inoltre, il fatto di cambiare continuamente città implicava il doversi confrontare sempre con usi e consumi diversi. Ed io, ogni volta che mi trasferivo, non ero allineata con l’abbigliamento delle mie compagne. Quando sono approdata a Milano e andavano di moda i Paninari, non essere vestita come loro significava essere “out”. Io sono stata “out” in ogni trasloco, sia perché non avevo amicizie solide su cui contare, sia perché a livello di abbigliamento non ero mai adeguata. Mi sentivo sempre la nota stonata.

-Quindi il senso di solitudine è continuato anche negli anni del liceo?

Questo senso di solitudine e non appartenenza c’è sempre stato. Mi sono sempre sentita una marziana. Nonostante questo, al liceo ho evitato agganci facili con persone che facevano uso di sostanze stupefacenti. Le compagnie sbagliate ho sempre avuto l’istinto di evitarle. Essere accettati da loro era semplice, perché sarebbe stato sufficiente acconsentire di stordirsi. Però sentivo che quella non era la mia strada e, quindi, ne stavo spontaneamente alla larga.

-E poi andasti all’università.

Sì… Il primo anno l’ho perso perché non esisteva ancora la facoltà che mi interessava. Ho provato ad iscrivermi a Scienze delle Comunicazioni a Torino, ma non mi piaceva. Imperava un’atmosfera caotica. 4000 persone a seguire lezione in un cinema. I docenti troppo distanti. Pochi rapporti umani.
In più, quell’anno è morto mio nonno – il padre di mia madre – e mia nonna Angela stava malissimo, perché con lui aveva creato un rapporto di pura simbiosi. I miei genitori, per far sì che avesse compagnia, mi avevano spinta ad andare a vivere da lei. A Torino, dove vive tutta la mia famiglia.
Ho accettato per la serenità di mia madre, ma ho vissuto mesi difficilissimi in quella casa. Mia nonna (che poi si è ammalata di Cancro all’intestino probabilmente proprio a causa della morte di mio nonno), soffriva terribilmente. Quando è mancato, lei non è più riuscita a trovare una giustificazione per andare avanti.
Ricordo che teneva sempre le tapparelle abbassate ed io non potevo toccare nulla, perché tutto le ricordava mio nonno. Se uscivo per andare all’università le dava fastidio perché non voleva rimanere a casa da sola, ma se tornavo e stavo con lei, le dava fastidio che ci fossi. Dovevo fare continuamente attenzione a cosa toccavo, a dove mi sedevo. A tutto.
Quindi, forse perché mi sentivo soffocare e mi trovavo imprigionata in una situazione impossibile da sostenere psicologicamente a soli 18 anni, mi è venuta una polmonite. A quel punto i miei genitori mi hanno riportata a Milano per farmi curare, scoprendo un’anemia fortissima.
So che è stata una malattia psicosomatica, perché non volevo più rimanere lì e non sapevo come dirlo. Mi sentivo terribilmente in colpa nel lasciare mia nonna da sola e, quando è morta, ho fatto una fatica enorme ad elaborare tutti i miei sensi di colpa nei suoi confronti.
Quando sono rientrata a Milano, pian piano, mi sono ripresa. Ho perso un anno, ma senza restare a casa a far nulla. Anzi, per essere autonoma ho cominciato a lavorare a più non posso. Ho fatto volantinaggio, ad esempio. Ricordo che ci portavano nei paesini, stipati nei furgoni come bestie. Ho fatto la promotrice nei supermercati, a volte stando più di dodici ore di fila in piedi. Però qualsiasi lavoro andava bene, perché mi aiutava a sentire che la vita andava avanti e che potevo permettermi un cinema, un libro o un gelato senza chiedere niente a nessuno.
L’anno successivo hanno aperto a Milano una facoltà che mi interessava: Industrial Design. Mi piaceva moltissimo, perché ho sempre desiderato lavorare nella comunicazione. Mi sono iscritta al test di ingresso, convinta di non passare. Erano disponibili 500 posti su oltre 4.000 candidati. Figuriamoci… Invece, quando sono andata a vedere gli esiti sui tabelloni, ho scoperto che ero arrivata ventunesima. Con mia immensa meraviglia.
Per certi aspetti l’università l’ho vissuta come il liceo. Grandi difficoltà nei rapporti umani e studio intensissimo. Finché, ad un certo punto, mi sono trovata ad affrontare Fisica Tecnica, che per me era come studiare arabo. Si è così sviluppata in me la convinzione che non sarei mai riuscita a laurearmi per via di quella materia, con mia madre che continuava a ripetermi che invece dovevo sbrigarmi perché mio padre desiderava andare in pensione.
Avevo frequentato i primi tre anni di università e, sino a quel momento, tutto era andato alla grande. Sempre trenta o trenta e lode. Sempre borse di studio per merito. Adesso, invece, mi trovavo ad affrontare una materia di cui non riuscivo a capire assolutamente nulla. Mi sembrava che, tra me e la laurea, tra me e la mia volontà di diventare finalmente autonoma al cento per cento, si fosse frapposto un ostacolo insormontabile.
Sono così entrata in crisi, anche a causa delle continue pressioni. E, una mattina, mi sono svegliata con una piaghetta strana e violacea sul sopracciglio.

-Quanti anni avevi?

23 anni. Mi sono svegliata con questa piaghetta sul sopracciglio destro che sembrava quasi un’ustione. Pensavo fosse una semplice allergia, invece ha cominciato ad estendersi e a ricoprirmi l’intero volto. Ricordo che tutti i dermatologi mi ripetevano che non avevano minimamente idea di cosa avessi.
Ho cominciato ad ascoltarmi, accorgendomi che mi si creava nella pancia un fuoco che saliva. Un fuoco violentissimo, che poi esplodeva in volto. E io mi riempivo letteralmente di piaghe. Piaghe che si aprivano e gettavano sangue e siero.
Alcuni medici l’hanno definita “dermatite atopica”, ma so che era soltanto il loro modo di attribuire un’etichetta ad una manifestazione senza nome e senza apparenti ragioni. Queste piaghe, comunque, si formavano soltanto sul collo e sul viso. Avevo più o meno una gettata ogni due o tre giorni, quindi non facevo in tempo a prendere fiato che subito se ne formavano altre. Erano stratificate ed io ero diventata un mostro.
All’università molte persone con cui pensavo di aver stretto amicizia hanno smesso di salutarmi. Intorno a me si era ricreato il vuoto. Lo stesso vuoto che mi ha accompagnata per una vita. Ricordo che addirittura alcuni docenti pretendevano documentazioni mediche per potermi consentire di sostenere gli esami orali. Avevano paura del contagio.
A volte, durante la lezione, sentivo arrivare l’ondata. Allora mi precipitavo in un bagno, mi chiudevo dentro e mi sedevo a terra. Poi sgattaiolavo fuori come una ladra, correvo alla macchina e tornavo a casa, con i finestrini completamente abbassati per riuscire a spegnere quel fuoco che mi macerava la carne.
I miei genitori continuavano a portarmi da dottori, dermatologi, omeopati, naturopati, dietologi e tutti ripetevano che non c’era speranza, che non sapevano come aiutarmi, che dovevo tenermela per tutta la vita, che non c’erano soluzioni. Ho assunto cortisonici, immunosoppressori e ogni sorta di rimedio omeopatico. Ho provavo diete in cui mi toglievano di tutto, ma questo problema non passava. Ricordo che, dopo anni di dieta, ad un certo punto sono crollata. Una febbre violentissima mi ha colpita, costringendomi a letto per giorni. Non riuscivo neppure ad alzarmi per andare a fare la pipì. Avevo gli esami del sangue completamente sballati e, così, mi è stato concesso di reintegrare pian piano qualcosa.
Sono andata avanti così sino a quando ho avuto 27 o 28 anni. C’erano notti in cui mi svegliavo con la pelle del viso attaccata al cuscino. Mi ricordo di una volta in cui mia madre mi ha portata al pronto soccorso, perché ero talmente stratificata nelle mie piaghe da non riuscire neppure ad aprire gli occhi. Avevo anche le narici incollate e la bocca quasi chiusa per il troppo dolore ai margini delle labbra.
In quell’occasione, dopo ore di attesa, i medici mi hanno fatta entrare in una stanza accanto ad una signora anziana sdraiata su un lettino che dopo poco è morta, proprio mentre ero lì. E ricordo che ho pianto per lei e che le mie lacrime bruciavano troppo sulle piaghe aperte.
Quella scena non la dimenticherò mai. Sono stata la prima a salutarla, mentre i dottori se ne disinteressavano. E ho detto a me stessa che, nonostante la situazione che stavo affrontando, dovevo vivere al meglio tutto ciò che potevo.
-Sono impressionato da quello che hai vissuto in quegli anni. Avere qualcosa del genere al volto, per tanto tempo, è devastante.
L’ostacolo del tuo esame fu un detonatore.. per tutto quello che ti si è accumulato dentro..
Ti giuro, io mi chiedevo sempre: “Perché proprio a me? Quale è il senso? Cosa devo imparare da questa esperienza?”. E il senso già allora sono riuscita a trovarlo dentro di me, perché ho imparato cosa significhi essere diversi. Prima non lo sapevo. Non profondamente, intendo.
Entravo nei negozi e i commessi mi chiedevano di uscire. Non potevo neppure prendere un caffè al bar, perché tutti avevano paura del contagio. Andavo in giro con un foglio sul quale un dermatologo dichiarava che non ero infettiva, ma comunque risultavo “scomoda” allo sguardo altrui. E tutto questo era tremendamente imbarazzante per me.
E, allora, ho ridotto la mia vita sociale all’osso e mi sono ancor più accanita sullo studio. Sostenevo sei esami in una sola sessione, con esiti altissimi. In molti pensavano che fosse semplicemente dovuto alla pena che i docenti provavano per me. Ma io mi ripetevo continuamente: “Puoi scegliere. O ti arrendi, ti chiudi in casa e butti nel cesso questi anni, oppure ti dedichi anima e corpo allo studio per laurearti il prima possibile”. E ho scelto la seconda strada. Subito.
E poi mi ripetevo: “Questa cosa ti sta succedendo per una ragione ben precisa. Devi solo metterla a fuoco e farla tua”. E più me lo chiedevo, più capivo che stavo entrando in contatto col concetto autentico di “diversità”. E questo è stato un insegnamento preziosissimo per me. Per me, da allora, chiunque è uguale a me. So cosa si provi a vivere con un handicap. So “sentire” e comprendere pienamente chi viene emarginato o rifiutato pubblicamente.
Poi ho iniziato un percorso di psicoterapia transazionale, perché niente funzionava e i miei genitori pensavano che forse quella poteva essere una strada…

-Qualcuno ti direbbe che il senso forse è anche altro, oltre naturalmente a quello che hai detto. Che tutto questo (anche quello che ti accadrà dopo) è servito per renderti davvero capace di comprendere gli altri ed aiutarli. Che chi ha affrontato l’inferno in terra.

Guarda, posso dirti che tutto ciò che ho vissuto in vita mia mi ha reso molto sensibile. Sensibile al punto tale che, a volte, quando mi passa accanto un estraneo ho immediatamente la percezione dell’universo che gli abita dentro.
E lo stesso discorso vale anche per le persone che aiuto, che sento per telefono o che semplicemente mi scrivono sulla chat di Facebook. Io “sento” oltre ciò che mi dicono. Sempre. Rilevo sfumature che poi evidenzio, che accenno, che le aiuta spontaneamente.
Sin da bambina ho questo “dono”, ma sino a poco tempo fa non mi sono data credito. La mente può ingannarti, offrendoti le migliori risposte razionali. Invece no. Mi sono successe cose, anche con persone a me del tutto estranee, che sono prove tangibili della mia capacità di entrare in contatto con il dentro e con l’oltre. Oltre la materia che ci circonda, intendo.
Oggi, soprattutto dopo il cancro, ho accolto anche questa parte di me e l’ho integrata nella mia personalità. Finalmente mi sento intera, completa, in profondo equilibrio. Non più strana o anormale. Non ho più paura. Questo è il punto.

-Cosa accadde poi con quell’esame?

Ricordo che ero andata da quella professoressa di fisica e avevo la dermatite. Era la terza volta che tentavo di superare il suo esame. Mi sono spogliata del mio orgoglio e le ho detto: “Io della sua materia non capisco nulla. È arabo per me. Però guardi il mio libretto. Ho praticamente tutti 30 e 30 e lode. Io per la sua materia studio giorno e notte da mesi, ma non sono tagliata per formule e tecnicismi. Mi metta un 18, per favore. Per me sarà come aver preso un 30 e lode”.
Lei mi ha guardata e mi ha detto: “Sì, te lo meriti”. Ero felicissima d’essere riuscita ad ottenerlo, anche se sapevo di non meritarlo.
Poi ho iniziato un percorso di psicoterapia con Dianora Casalegno, che poi ho ritrovato al mio Master di Counseling. Mi faceva parlare molto, ma mi stimolava anche con percorsi di immaginazione attiva. Andavo da lei due volte alla settimana e la amavo tantissimo. Era una persona accogliente, disponibile, sorridente. A volte la osservavo e, attraverso i suoi sguardi, capivo me stessa. Le sue espressioni del viso erano inequivocabili. Mi vedeva oltre ciò che sapevo raccontare. E lo sentivo. E mi ristorava.
Ad un certo punto mi ha posto una domanda decisiva: “Tu dove sei? Simona dov’è in tutto ciò che fa e nella sua quotidianità?”… come a dirmi … “Tutto ciò che fai, lo fai per non gravare su nessuno o per ottenere un riconoscimento d’amore”. Ed effettivamente era così. E ho messo a fuoco – per la prima volta – che effettivamente certe cose non erano normali e, così, a queste cose ho cominciato a oppormi pesantemente, anche se il carattere ribelle non mi è mai mancato, perché dentro di me viveva una rabbia feroce. Davvero feroce.
Questa psicoterapeuta mi ha insegnato una tecnica per cui, quando sentivo salire il fuoco dallo stomaco, mi sdraiavo e lo visualizzavo come un ammasso verde e gelatinoso. Immaginavo di prenderlo dallo stomaco e di metterlo su una mensola per lasciarlo fuori da me. E, pian piano, con questo esercizio la dermatite si manifestava sempre meno.

-L’utilizzo di alcune tecniche di “visualizzazione” può essere davvero molto utile..

Sì… e comunque con lei stavo cominciando a cambiare profondamente. Ma, ad un certo punto, i miei genitori hanno deciso che non potevano più pagarmi le sedute e, allora, mi sono cercata un lavoro per guadagnare e poterci andare di nuovo. Anche se avevo il volto ancora sufficientemente devastato dalle piaghe.
Al McDonald’s ho lavorato per due mesi. Mi trovavo bene e loro erano contentissimi di me. Il problema, però, era il fritto delle patatine, che nuoceva gravemente alla mia pelle. Quindi mi sono dovuta licenziare.
Considera che la mia epidermide era così delicata che anche solo guardando una cosa mi si attivavano reazioni cutanee. Ad esempio, con l’olio d’oliva. Osservavo le cose oleose e immediatamente mi sentivo scottare la pelle. Avevo acquisito una percezione immensa degli alimenti che potevo o non potevo ingerire. Secondo me era un po’ come avveniva con i nostri antenati; sapevano intuire le piante che facevano bene o male al loro organismo. Una sensibilità acuta. Ricordo che annusavo le creme e, dal loro odore, capivo se la pelle avrebbe reagito con un’infiammazione. Era una cosa pazzesca. Difficilissima da spiegare.
Comunque ho fatto poi tutta una serie di lavori. La lavapiatti, la cameriera nei bar, nei ristoranti, nei pub e in una gelateria vicina a casa. Frequentavo l’università, studiavo e lavoravo ovunque mi chiamassero e, con quei soldi, mi mantenevo gli sfizi e mi compravo i libri di psicoterapia. Perché la psicoterapeuta non me la potevo permettere, ma i libri usati sì. E, così, sono andata avanti a studiare per i fatti miei. Freud, Jung, Herman Hesse… Ho spaziato tanto.
Al liceo sono uscita con una tesina di arte e psicoterapia. Anche la mia tesi di laurea aveva quel tipo di impronta. Quindi tutte quelle letture mi risuonavano dentro. Poi, dopo essermi laureata, mi sono iscritta ad un Master di Psicoterapia Junghiana e oggi ne sto frequentando uno di Counseling Transazionale. Ecco, forse questo genere di approccio alla vita è nel mio dna. Forse.
Comunque, la dermatite era ormai quasi scomparsa. Nel frattempo mi sono laureata a pieni voti, ho cominciato a lavorare per molte agenzie in qualità di freelance, ho avviato una terapia junghiana, ho fondato la mia piccola agenzia di comunicazione e mi sono trasferita in una casa tutta mia, dove sono andata a convivere per circa tre anni con F – il ragazzo di cui parlavo prima. Una relazione davvero assurda, a ben pensarci.
Dopo la fine di quella relazione ho conosciuto mio il mio attuale marito (A), in modo davvero incredibile. Eravamo sulla circonvallazione – io in ritardo per un verso, lui per un altro. Non dovevamo trovarci lì, insomma. Lui mi ha tagliato la strada in moto ed io l’ho messo sotto, rovinando il parafanghi della mia auto nuova di zecca. Abbiamo fatto la constatazione amichevole, cominciato a sentirci per risolvere la questione e, dopo un po’ di mesi, a frequentarci.
È stata una storia difficile e molto problematica. Io, però, desideravo crearmi un nido soffice e confortevole, quindi ho concentrato davvero tutte le mie energie su quello: lavoro e famiglia.
Non reputo opportuno raccontare ciò che è accaduto fra noi, perché coinvolgerei ingiustamente anche lui. Desidero solo dire che, in quanto a problemi di coppia, purtroppo non ci siamo fatti mancare davvero nulla. Io, però, non mi sono mai arresa, perché ho sempre pensato che le cose potessero cambiare… soprattutto dopo la nascita di Alice, che è stata la gioia più grande della mia vita. Attesa in completa solitudine, con una tristezza nel cuore infinita, ma esserino magico che ha reso infinitamente più complesse e preziose tutte le mie giornate.
I suoi primi mesi di vita sono stati davvero tosti, perché nessuno era sintonizzato sulle nostre frequenze. Col senno di poi, posso dire che neonato e mamma devono essere lasciati in pace i primi tempi perché, se chi interviene crea disagi e disturbi continui, può compromettere gravemente la loro serenità. Così è stato. All’intromissione di queste persone che sostenevano di volermi aiutare e, invece, trascorrevano le loro giornate a criticarmi continuamente, Alice ha cominciato a volersi attaccare al seno ogni 15 minuti e ha completamente smesso di dormire. Si svegliava anche 15 volte per notte, in pianti che non avevano spiegazione alcuna. E, così, la situazione è andata avanti sino a quando ha compiuto i due anni d’età.
Quando lei aveva circa due anni, anche se utilizzavo il cerotto anticoncezionale, ho scoperto di essere rimasta nuovamente incinta. Ma non eravamo coppia. Inoltre lavoravo come un mulo per tutti. Giorno e notte. A è sempre stato un padre fantastico ma, per il resto, completamente assente. E di certo non per colpa sua o per sua volontà.
Pensavo a quella nuova gravidanza come a qualcosa di giusto che capitava nel momento più sbagliato possibile, perché di fatto la nostra relazione era davvero agli sgoccioli. E, se già mi sentivo in colpa nei confronti di Alice e avevo per lei pochissimo tempo perché dovevo lavorare… come avrei potuto crescerne da sola un altro?
Ero convinta di non farcela e potevo decidere soltanto da sola. Non capivo tante cose. E, nel momento stesso in cui sono tornata a casa dall’ospedale dopo aver abortito, ho messo a fuoco di aver compiuto il più grosso errore della mia vita. Lì mi sono accorta che avrei potuto portare avanti qualsiasi cosa, ma che era ormai troppo tardi. E ho vissuto un dolore talmente devastante che tutto il resto mi sembrava insignificante. Mi facevo schifo e desideravo che tutti lo sapessero e mi punissero per quanto compiuto. Parlavo alle persone e dicevo: “Faccio schifo. Come ho potuto uccidere il mio bambino? Merito il peggio, da tutti voi”. Non riuscivo a raccontarmi niente di consolatorio, né a mascherarmi. Sono sempre andata in giro con tutti i nervi scoperti, io.
Ho trascorso mesi e mesi raggomitolata nel letto a piangere. Di giorno l’efficienza del lavoro e con Alice, che non riuscivo neppure a guardare in viso per i sensi di colpa. Avevo ucciso il suo fratellino e lui, a causa mia, non avrebbe mai saputo cosa significasse nuotare nel mare, osservare il sole o semplicemente assaggiare un gelato. Ancora oggi, se ci penso, mi salgono le lacrime agli occhi.
Il rapporto con il mio compagno è continuato, anche se non so dire come. Davvero. Se torno con la mente ai mille avvenimenti accaduti e ai mille traumi e dolori, mi chiedo come io abbia fatto ad accettare di restare in quella situazione. Una situazione sbagliata per entrambi, che sia chiaro.
Come dicevo all’inizio, l’infanzia ti segna a tal punto da obbligarti a restare dentro a situazioni terribilmente sbagliate, da cui non riesci ad uscire. Ti paralizzano, come sabbie mobili.
Poi mi ha chiesto di sposarlo e io ho accettato. Forse mi sono illusa che, diventando sua moglie, la situazione potesse improvvisamente cambiare per entrambi, oppure ho semplicemente imparato a tenere il cuore in un freezer. Mi aspettavo il peggio e il peggio puntualmente arrivava. Sempre.
Nel 2009 sono rimasta di nuovo incinta. Questa volta ero pronta. La gravidanza di Alice era stata meravigliosa perché, a parte il fatto che lavoravo giorno e notte e vivevo con continue contrazioni, non avevo altri disturbi. In questa, invece, la nausea era feroce e continua.
Tutto sembrava filare liscio quando, verso il quarto mese di gravidanza, sono andata a fare la morfologica in un centro privato che mi avrebbe consentito di far vedere ad Alice il suo fratellino in 3D. Era un momento di festa. Bellissimo. Lei era euforica e non vedeva l’ora che lui uscisse dalla mia pancia per poterlo conoscere.
Mentre ero lì, però, ad un certo punto il medico ha guardato mio marito e gli ha detto: “Per favore, esca dalla stanza con la bambina. Dobbiamo dire una cosa a sua moglie”. Ed io, mentre loro si allontanavano, mi sono sentita con tutto il peso del cielo che mi schiacciava contro il lettino. Mi sono sentita precipitare nel vuoto e infrangermi in mille pezzi.
Mi hanno detto che il bambino aveva una labiapalatoschisi enorme. Labiapalatoschisi significa non solo avere il labbro leporino, ma anche assenza della struttura ossea che forma il palato. Quindi mi hanno consigliato di rivolgermi a vari ospedali per capire la situazione specifica di Tommaso… perché così si sarebbe dovuto chiamare.
Ricordo che quella sera siamo tornati a casa e ho pianto tutte le mie lacrime. Ricordo che ho chiamato mia madre, dicendole che era tutta colpa mia, che era la giusta punizione per aver abortito anni prima, ma che Dio avrebbe dovuto punire me e non Tommaso. Che ero io a meritare di morire, soffrire, essere additata da tutti come l’essere più spregevole del mondo.
Ho poi chiamato la mia ginecologa privava, mandandole tutte le ecografie. Lei, dopo averle viste in urgenza via email, mi ha detto: “Simona, hai ancora qualche settimana di tempo. Fammi sapere cosa deciderai di fare. Posso aiutarti io”. Parlava di aborto chiaramente, ma io non riuscivo ad accettarlo e, quindi, non lo prendevo minimamente in considerazione. Era un vocabolo che proprio mi mancava dentro, allora.
Da quella sera sono cominciate tre settimane di vero calvario. Non dormivo mai. Mai. Ero sempre incollata ad Internet per fare ricerca. Speravo di poter trovare qualcosa di miracoloso per poterlo curare mentre era ancora dentro di me. Una ricerca solo mia, perché chiunque mi circondasse viveva l’argomento come inopportuno, scottante, inaffrontabile.
Ho trovato un’associazione di genitori con bimbi con problematiche simili a quella di Tommaso e ho conosciuto Lucio. Un uomo fantastico. Un angelo che si attiva per aiutare genitori con bimbi con queste patologie e che, ancora oggi, sento di tanto in tanto e mi abita nel cuore. Una persona preziosa, che non mi ha mai giudicata. Mai. Il suo abbraccio arrivava a me come nessun altro ha saputo abbracciarmi.
Ho cominciato a viaggiare per capire chi potesse operarlo e sono entrata nel merito delle varie procedure. Ho scoperto che non avrei potuto allattarlo, che si sarebbe dovuto nutrire con una sondina e che avrebbe dovuto sostenere molte operazioni nell’arco del primo anno di vita. E anche questa era una situazione problematica, perché le anestesie per un neonato possono portare a seri ritardi mentali.
Siamo stati seguiti da un ospedale di Milano specializzato. All’inizio hanno mitigato la gravità del problema, per allontanare da me l’idea dell’aborto terapeutico. Ho poi scoperto che lì i primari che autorizzano troppi aborti terapeutici perdono il posto e che, chi aveva preso in carico me, quasi sicuramente aveva già esaurito tutti i suoi “bonus”, dato che eravamo a novembre.
Io, però, vivevo simultaneamente due sensazioni distinte: nella prima speravo di potermi svegliare da un incubo devastante, nell’altra ero certa che la situazione fosse di una gravità assoluta. E mi ricordo queste infinite visite mediche, dove lo giravano e rigiravano dall’esterno con le mani per poterlo misurare in modo sempre più preciso. E del mio dolore, fatto di sangue e anima.
E ricordo tutti quei ritorni a casa in cui, in auto, io e A ci confrontavamo. Io avevo intuito qualcosa e lui tutt’altro, in un caos infinito e in un incubo che a me pareva solo peggiorare di giorno in giorno.
Nel corso di un incontro con la genetista dell’ospedale, parlando dell’ipotesi dell’aborto terapeutico, mi sono sentita dire: “Signora, quando noi riceviamo adulti con la labiopalatoschisi sono felici di essere vivi!”. Io tentavo di spiegarle che l’anno successivo Alice sarebbe dovuta andare a scuola, che questo bambino l’avrei dovuto nutrire con una sondina e portare in Toscana ad operarsi parecchie volte, che saremmo dovuti stare via mesi, che i miei genitori e i miei suoceri vivono lontani, che io col mio lavoro mantenevo tutti e che Alice già c’era e meritava di essere salvaguardata dalle nostre infinite assenze.
I medici continuavano a negare la gravità del problema ma, a tempi scaduti per l’aborto terapeutico in Italia, ci hanno finalmente rivelato che era facile che il bambino avesse anche ulteriori problemi ad altri organi. Ho anche scoperto che gli mancava la struttura ossea del naso, probabilmente un occhio e certamente i denti.
Quindi, alla fine, in una situazione in cui l’argomento era ormai tabù con chiunque mi circondasse, ho raccolto le poche forze che mi erano rimaste e ho deciso per tutti. Ho deciso di abortire. Ho detto a mio marito: “Cerchiamo all’estero e andiamoci”. Nell’arco di una notte lui ha trovato una clinica privata a Londra, abbiamo atteso l’arrivo di mia madre e siamo partiti.
In questa clinica, però, gli aborti erano prevalentemente svolti ai primi mesi di gravidanza e la macchina ecografica molto datata. Dunque la misurazione del femore risultava errata. Ci hanno quindi spediti d’urgenza in un ospedale, dove un’equipe mi ha fatto un’ecografia con una macchina ultra-moderna, dotata di uno schermo enorme. Ci hanno confermato la datazione italiana e anche la gravità della situazione, ma io guardavo solo il mio cucciolo nel mega-screen e mi dicevo: “Tutto questo non ha senso. Io sono qui per ucciderti, mentre invece dovrei trovarmi in questa struttura modernissima per riuscire salvarti. Dio, perché tutto questo?”. Quando mi sono alzata dal lettino, faticavo a reggermi in piedi. Stavo morendo dentro. Stavo appassendo.
Ci hanno prospettato l’idea di procurarmi un parto anticipato in ospedale e di tornare in Italia con Tommaso, ma io non potevo neppure pensarci. Non potevo. Non potevo proprio. Quindi siamo tornati nella clinica privata con tutte le carte in regola e, il giorno successivo, mi hanno addormentata. Con un’iniezione nel cuore, l’hanno fatto addormentare per sempre. Per sempre.
Sono rimasta con lui dentro – morto – per un’intera giornata. Ricordo la notte, quando mi toccavo la pancia e speravo di sentirlo muovere. E non avevo neppure più la forza di piangere. Ero precipitata nel vuoto, nel nero. Annaspavo. Non sapevo più a cosa aggrapparmi.
Il giorno successivo mi hanno fatto un’ulteriore anestesia totale e lo hanno tolto da me. Aspirandolo. Ricordo che mi addormentavo e mi svegliavo con queste infermiere di colore dagli occhi buoni e lucidi, che mi tenevano per mano e mi dicevano che era andato tutto bene e dovevo stare tranquilla. Senza quelle donne io sarei impazzita. Sono state le mie mamme. Capivano il mio strazio e, con poco, riuscivano a tenermi ancorata alla terra.
A poche ore dall’aborto, abbiamo preso l’aereo e siamo tornati in Italia. Io sembravo ancora incinta e mi ricordo di una signora che, seduta accanto a me, mi ha toccato la pancia dicendomi: “Ah che bello! Un bambino nuovo!”. Io ho cacciato indietro le lacrime e le ho risposto “sì” con un sorriso. Poi mi sono voltata verso il finestrino e ho chiuso gli occhi.
Lungo tutto il viaggio ho pensato: “Dio, ti prego, non far precipitare l’aereo. Devo tornare a casa da Alice. So che merito di morire, ma fammi tornare da lei sana e salva. Lei ha bisogno di me!”. E, quando l’aereo è atterrato e sono tornata a casa, sono corsa da mia figlia che stava dormendo e lei, sentendo la mia presenza nella stanza, si è svegliata, mi ha abbracciata e mi ha sussurrato: “Bentornata mammina, mi sei mancata tanto”.
Alice aveva 5 anni. Sapeva che il fratellino aveva “un buco nella faccia”, ma lo aspettava con ansia. Mia madre è stata bravissima, perché in nostra assenza le ha raccontato che a volte i bambini decidono di non nascere e di tornare “semini”. Ne abbiamo parlato a lungo, io e Alice… e spesso, ancora oggi, mi chiede dove sia Tommaso e preghiamo per lui. Le manca moltissimo e il primo periodo è stata davvero dura, perché qualsiasi bimbo piccolo la rendeva triste di una tristezza muta. Io me ne accorgevo e tentavo di farla parlare, ma lei aveva bisogno di proteggere me da quel dolore. Io, invece, incontravo altre donne con la pancia e cercavo di stare ad una certa distanza. Avevo paura di contagiarle e di rovinare la loro felicità.
Il giorno successivo al mio ritorno a casa, la ginecologa mi ha fatto prendere alcune pastiglie per togliermi il latte, che sicuramente stava arrivando. Poi ho avviato una serie di controlli medici accurati: ecografie, visite, esami del sangue, ecc. Tutto perfetto. Avevo 38 anni e mi sono sentita persino rimproverare dalla radiologa per il mio controllo al seno. Ricordo che quest’ultima mi ha detto: “Signora, lei ha semplicemente un seno fibroso. Stia serena e vada a farsi una mammografia quando avrà compiuto i 40 anni. Se tutte facessero come lei, avremmo gli ospedali pieni!”. Mi sono innervosita parecchio. Parlano di prevenzione e poi, quando la fai, ti becchi rimproveri. Ma non avevo più forse per lottare su nulla. Mi sentivo appassita dentro.
Dopo l’aborto terapeutico mi sono buttata completamente sul lavoro e su mia figlia, convinta di essere forte e di riuscire a lasciarmi tutto alle spalle. In ogni caso, sentivo che il problema doveva essere affrontato, così ho cominciato un percorso con una psicoterapeuta bravissima: Daniela Labate, che mi ha aiutata ad aprire gli occhi e a comprendere tantissimi nodi irrisolti della mia vita. Lei c’è ancora ed è davvero preziosissima per me. Non solo dal punto di vista professionale, intendo.
Abbiamo cominciato ad andarci in coppia. Il trauma dell’aborto era stato fortissimo per entrambi. Mio marito non riusciva ad accettare quanto accaduto. Continuava ad immaginare Tommaso, a vederlo mentre camminava in salotto e a colpevolizzare me per quanto accaduto. Anche se inconsciamente.
Mi sono ritrovata completamente sola. Nuovamente sola. Con un dolore grande da gestire, con Alice da consolare, la quotidianità da portare avanti e nessuno con cui poterne parlare. Nessuno. Qualsiasi accenno io facessi sull’argomento, con qualsiasi persona della mia famiglia, ciò che mi sentivo rispondere era: “Lascia perdere, ormai è andata. Non parliamone più”.
Io e A abbiamo cominciato ad allontanarci sempre più. Anche in terapia, ognuno ha fatto il suo percorso e, ad un certo punto, ci siamo staccati definitivamente e lui è andato via di casa per ragioni che non intendo spiegare.
L’abbandono è stato improvviso, dopo mesi e mesi di solitudine. Dopodiché ho cominciato a cercare di trovare un mio equilibrio, interrotto continuamente da cartoline, mail e telefonate anonime femminili piene di insulti e minacce a me e Alice. Ho tentato di ignorarle, anche se il senso di umiliazione era profondo. Sono semplicemente andata avanti. A testa bassa. E ho imparato a sentirmi famiglia anche da sola. Io e la mia cucciola che, devo dirlo, grazie al nostro modo di gestire la situazione è riuscita a vivere la separazione in modo sereno, godendo del tempo in cui poteva averci tutti per lei. Senza guerre, senza astio e col solo desiderio di vederla sorridere.
Ad un certo punto, dopo mesi di terapia, abbiamo cominciato pian piano a riavvicinarci. Finché ho capito che, comunque le cose fossero andate, ero pronta per ridiventare mamma. E, proprio in quel momento, in un periodo di massima beatitudine e leggerezza personale, ho scoperto il cancro al seno sinistro.

-Che anno era?

Aprile 2013. Sono andata a fare una visita ginecologica di routine, la ginecologa mi ha controllata e mi ha spedita di corsa da un collega con una macchina ecografica migliore. Lui, a sua volta, mi ha mandata di corsa da un suo amico senologo, in un importantissimo ospedale di Milano. Un nome che rassicura.
La mattina in cui ho fatto la mammografia, mentre ero distesa sul lettino con mio marito in piedi accanto a me, le radiologhe guardando il monitor si dicevano: “Questa è messa male. Forse è anche inutile fare la mastectomia, perché certamente avrà già intaccato tutti gli altri organi”. Tutto questo, lo ripeto, davanti a me. Come se non fossi presente. Poi hanno chiamato il senologo al telefono e gli hanno ribadito più o meno le stesse cose. Infine mi hanno finalmente guardata, liquidandomi con un “ci rivediamo alle due e mezza per l’ago aspirato, veda di non fare tardi”.
Io sono uscita all’aperto e ricordo che era una giornata meravigliosa. Da un lato osservavo il cielo cristallino di quella intensa giornata di sole e, dall’altro, mi sentivo nuovamente risucchiata all’inferno. Pensavo ad Alice. Solo a lei. La promessa che le avevo fatto quando l’avevo tenuta in braccio la prima volta era stata: “Non ti sentirai mai sola. Ti proteggerò per sempre”. E, invece, stavo venendo meno alla mia promessa. Un dolore infinito, che dentro spacca tutto in pochissimi secondi.
Ricordo che ho chiamato una mia carissima amica e poi la mia psicologa. Poi ci siamo diretti verso un centro commerciale vicino e lì ho chiamato i miei genitori. Avevo bisogno di raccontarlo a più persone possibili affinché diventasse vero. Una cosa nuova da affrontare. Reale. Disastrosa. Senza possibilità di salvezza. Mi sentivo così stanca…
Una volta in macchina, protetta dagli sguardi altrui, ho avuto la forza di scoppiare a piangere disperata. Pochi mesi di vita sono pochi mesi di vita!
Qualche ora dopo ci hanno chiamati d’urgenza dall’ospedale. Il senologo era arrivato e voleva procedere subito. Mi hanno fatto l’ago aspirato e l’ecografia, dalla quale hanno appurato che gli altri organi non parevano intaccati. Mi hanno fatto l’ecografia all’altro seno e anche lui sembrava fosse a posto.
Ricordo la frase del senologo: “I linfonodi sembrano a posto, ma bisogna fare una mastectomia urgente”. Gli avevo chiesto se potessi tentare in qualche modo di ridurre la massa e di salvare il seno con chemioterapie o radioterapie, ma pareva non esserci alcuna possibilità in tal senso. Lui era stato lapidario:  “No, questa è l’unica strada possibile. E comunque bisogna sbrigarsi, perché il cancro cammina velocemente e lei rischia che in breve tempo si intacchino tutti gli organi”.
Solo successivamente, a fatto compiuto, ho scoperto che il modo per ridurre la massa c’era eccome (e da protocollo!) e che non bastano di certo una mammografia e un’ecografia per stabilire l’entità del tumore o il coinvolgimento linfonodale. Non mi hanno mai fatto una biopsia, una risonanza magnetica, una TAC o una PET. Non ho mai parlato con un oncologo. Mi hanno data per spacciata e io ho avuto fiducia in loro, perché il senologo aveva modi di fare gentili, affabili e assolutamente compiacenti, finché gli ha fatto comodo.
Ero così anestetizzata dalla paura, da vivere i miei giorni in una sorta di paralisi. Impossibile informarsi per capire se mi stessero dicendo la verità. Non ne avevo la forza.
Ricordo di una domenica pomeriggio in cui ho portato Alice, insieme ad altre mamme e sue compagne, ad assistere al cinema all’anteprima di Violetta. Lei era seduta poco distante da me, insieme alle sue amiche. Cantava, sorrideva e ballava al ritmo della musica. Felice. Osservavo lo schermo e poi lei e mi ripetevo senza sosta: “Dio, ti prego, non portarmi via. Come farà quando sarà adolescente e vivrà le sue prime delusioni d’amore, senza di me? A chi ne parlerà? Come farò a consolarla se non sarò più qui, accanto a lei?”. Ero disperata. Lei era felice ed io piangevo, in silenzio. Piangevo e basta.
Eravamo a fine aprile. Il due maggio ero all’ospedale per eseguire tutti gli esami pre-operatori, dopo che il senologo mi aveva promesso che col sistema sanitario nazionale sarei passata nell’arco di una settimana. Mentre facevo gli esami l’ho chiamato su cellulare per conoscere i tempi e lui mi ha detto: “No no, guarda che ho sbagliato. In realtà ci vorrà almeno un mese di attesa”. Io ero con i miei genitori che, disperati più di me, hanno abboccato dicendomi di chiedergli di poter pagare per procedere subito. Risposta rapida: “Diciassettemila euro e domani ti operiamo”.
Col senno di poi, mi chiedo… Se si pensava che i linfonodi non fossero coinvolti (quando invece lo erano), come facevano a stabilire l’entità del mio tumore, se oltretutto non hanno mai fatto alcun accertamento clinico? Come mai, pagando, il posto per me è saltato fuori subito?

-Ricordo che il professore Di Bella diceva che il cancro è la malattia più ricca che c’è, perché le persone sono disposte a pagare tantissimo, a dare tutto quello che possono dare, per avere una speranza. E a quanto pare, molti dottori questo lo hanno capito bene, e si comportano di conseguenza.. un po’ come si fa con le estorsioni…

Infatti mi hanno operata il giorno dopo. Sono arrivata a digiuno verso le otto. Mi hanno iniettato un liquido di contrasto per vedere se erano attivi i linfonodi in sede operatoria. Mi hanno poi operata la sera tardi. Praticamente ho dovuto attendere, nell’ansia e a digiuno, un’intera giornata. Poi, verso sera, sono venuti a prendermi. Dopodiché, a operazione ultimata, un infermiere mi ha riportato in camera. Saranno state le ventuno.
Prima che io fossi portata in camera, il senologo ha raggiunto i miei genitori dicendo loro che era andato tutto bene, che il primo linfonodo era intaccato, il secondo solo un pochino e il terzo era solo un po’ sporco di grasso.
Quando dopo la mastectomia sono stata riportata in camera, l’espansore sotto il muscolo mi faceva così male che respiravo e svenivo. Ovviamente anche di questo nessuno mi aveva avvisata e, fra l’altro, non mi avevano neanche detto che esistono tecniche operatorie che ti fanno uscire dalla sala operatoria col seno già ricostruito.

-Insomma, molte delle cose che dovrebbero essere dette al paziente, non vengono dette.

Non c’è informazione, perché devono agire in fretta, giocando sulla paura dell’altro. Solo così il cliente resta dentro, disinformato e passivo. Come puoi davvero valutare le cose? Come puoi cercare di capire di più? Io facevo molte domande, ma era difficile ottenere risposte chiare. Mi sorridevano e mi mostravano tutte strade sbarrate e io mi sono stupidamente fidata. Anche perché, insieme a me, dovevo anche supportare chiunque mi circondasse. I miei genitori e mio marito, anziché sostenermi o informarsi, rischiavano di crollare addirittura prima di me.
In quella frenesia, poi, non hai tempo per pensare né testa per informarti e scegliere diversamente, perché ti dicono che devi toglierti il cancro il prima possibile, altrimenti intaccherà tutto e per te sarà la fine.
Tieni anche conto che, salvo mia nonna che si è ammalata quando Internet era praticamente agli esordi e pareva che le cure tradizionali fossero l’unica opzione possibile, io sono la prima che si è ammalata di cancro di tutta la mia numerosissima famiglia. Quindi la notizia è stata davvero devastante e disorientante.
Per tre giorni sono rimasta in ospedale, sempre assistita da qualcuno della mia famiglia, perché non riuscivo neppure a girarmi per prendere un bicchiere d’acqua. Anche muovere il collo o respirare mi procurava dolori così lancinanti che rischiavo ogni volta di svenire. Ricordo che, quando dovevo alzarmi dal letto per andare in bagno o mangiare, provavo un dolore talmente devastante da dover fare uno scatto rapido in avanti e gridare per riuscire a tirarmi su. Io che, come dicevo, il dolore lo controllo benissimo.
Quando i medici venivano a visitarmi e parlavo di questo dolore assurdo, a volte non mi ascoltavano né rispondevano, altre minimizzavano dicendomi che stavo esagerando. Sarà… ma da allora non sono più riuscita a dormire sdraiata. Dormo seduta. E la schiena sta cominciando a dare seri problemi.
Sono uscita dall’ospedale con due drenaggi e sono andata a prendere Alice fuori da scuola. Desideravo mi vedesse stare bene. Dopo qualche giorno, dopo mie continue insistenze con il senologo, sono andata a fare la PET total body. Per fortuna era tutto a posto. Ho fatto quell’esame tremando per le fitte. Ricordo che mi battevano i denti e mi uscivano le lacrime dal male, mentre ero sdraiata. Fitte allucinanti. Mi hanno dovuta aiutare sia per sdraiarmi, sia per alzarmi. Ho poi cercato i chirurghi per spiegare il mio dolore, ma l’unica cosa che mi sono sentita dire è che era del tutto impossibile che io stessi così male. Non ho insistito. Ero arresa. Ero già morta.
Nei giorni successivi hanno cominciato a togliermi un drenaggio. Il secondo a distanza di un mese.
Dopo ciò che era stato detto ai miei genitori sui linfonodi e col fatto che neppure volevano sottopormi ad una PET, credevo ingenuamente che a livello tumorale non ci fossero più problemi. Dopo alcuni giorni, invece, mi ha telefonato il senologo dicendomi che il tumore era esteso e c’erano già nove linfonodi coinvolti sui dodici prelevati, di primo e secondo livello. Io ho risposto: “Scusa, ma non me ne avevate tolti solo due?”. Lui ha risposto dicendomi che i miei genitori non avevano capito niente. Poi ha aggiunto: “Guarda, devi fare 8 chemioterapie, una quarantina di sedute di radioterapia e 3-5 anni di cura ormonale. Forse 10. Vieni tra due giorni, così ne parliamo”.
Ci siamo dati appuntamento e, quel giorno, mi sono presentata con mio padre e mio marito. Il senologo ha ribadito tutto e ci ha consegnato il foglio con tutte le caratteristiche del mio tumore, aggiungendo: “E non ascoltare ciò che ti diranno gli oncologi, perché si sa che sono tutti stronzi”. Lì ho capito la gravità del mio cancro, perché nessuno mi spiegava mai niente. Mio padre, in quel frangente, gli ha ricordato che a lui e mia madre era stata comunicata tutt’altra cosa subito dopo l’operazione, ma il senologo ha continuato a negare.
A tutta questa assenza di informazioni e confusione, aggiungo il fatto che spesso mi consegnavano moduli sbagliati, dove sostituivano il mio nome o cognome a quelli di un’altra donna. È accaduto quando ho chiesto il foglio per ottenere il codice 048, quando ho dovuto firmare alcune liberatorie e anche durante una delle mie due chemioterapie.
Con tutti i dati sul mio tumore, dato che nessuno mi spiegava mai nulla, qualcosa ha cominciato a muoversi dentro di me. Il bisogno di capire. Così ho avviato la mia ricerca su Internet, scoprendo che la mia situazione era davvero seria. Leggendo in alcuni forum di donne disperate per le conseguenze operatorie, la chemioterapia, la cura ormonale, le recidive e le metastasi, mi sono ritrovata davanti a tanti, troppi necrologi. Era come precipitare all’inferno.
Ricordo che chiedevo al senologo – mio unico punto di riferimento da sempre – informazioni sulla gravità del mio cancro, ma non ottenevo mai alcuna risposta sensata. Ho così trovato un radiologo esterno all’ospedale e sono andata a parlarci una domenica pomeriggio, scoprendo che nei casi come il mio solo il 25% delle donne sopravvive ai 5 anni. Pare strano ciò che sto per dire, ma per me che mi sentivo ormai morta, quella percentuale era infinitamente grande! 25% di possibilità di farcela = 25% di possibilità di poter crescere Alice!
Poi mi hanno fissato il primo incontro con l’oncologa, che mi ha parlato della chemioterapia e dei suoi effetti collaterali, come il vomito e la caduta dei capelli. Mi ha raccontato di come la terapia ormonale mi avrebbe indotto una menopausa anticipata, nella quale sarei certamente rimasta anche dopo il trattamento. Quando le ho detto che avrei voluto avere un altro figlio, mi ha risposto che esisteva la crioconservazione assistita, ma che non me ne avevano parlato perché per protocollo la spiegavano solo alle donne entro i 39 anni di età. Peccato io ne avessi compiuti 40 da una manciata di mesi. Nuova disinformazione.
A quel punto mancavano pochi giorni alla prima chemio. Forse una decina. Mi ha quindi spedita dalla ginecologa dell’ospedale, affinché potessi capire se fosse ancora possibile praticarla a me. Anche in questo caso, tutto è avvenuto in modo molto confuso e in estrema fretta. La ginecologa in 5 minuti mi ha visitata, mi ha parlato di pastiglie e iniezioni da fare e mi ha consegnato un foglio da firmare. Una volta tornata a casa l’ho letto, scoprendo che firmando quel foglio assolvevo l’ospedale da qualsiasi responsabilità, poiché per praticare la crioconservazione avrebbero dovuto somministrarmi un farmaco ormonale pericoloso in caso di cancro al seno come il mio.
Sono seguiti giorni terribili. Attendevo il ciclo e non arrivava. Ponevo domande via email, negavano quanto riportato sul foglio che avrei dovuto firmare e mi sentivo sempre più confusa. Ho scoperto soltanto dopo che avrei dovuto acquistare e fare quelle iniezioni per velocizzare i tempi per la crioconservazione ma, anche questa volta, nessuno era stato in grado di parlarmi lentamente, in modo chiaro e in assoluta trasparenza. Ho quindi inghiottito l’ennesimo boccone amaro e ho rinunciato a tutto.

-Quindi iniziasti la chemioterapia..

Si. Il giorno della prima chemioterapia, l’11 giugno 2013, c’era un’altra oncologa ad attenderci. Ci ha accolti insieme ad una sua assistente.
Ad un certo punto, mentre compilava alcuni moduli al terminale, ha esclamato: “Ah, vedo che alla fine non l’avete fatta la crioconservazione!”. Io ho annuito, mentre mio marito ha manifestato il suo disappunto circa l’assenza di informazioni e l’impossibilità di fare tutto con calma, nei tempi che normalmente vengono riservati alle altre pazienti.
L’oncologa si è girata verso la collega e, parlando con lei anziché con noi, le ha sostanzialmente detto con feroce tono ironico che tanto non avrei avuto il tempo di usarli e che, quindi, sostanzialmente sarebbe cambiato ben poco. Lì per lì non ci ho fatto caso. Tutte le mie energie erano concentrate su quanto stavo per affrontare. Non avevo minimamente idea di cosa sarebbe accaduto, di cosa avrei dovuto fare, di quanto sarebbe durata, di dove mi avrebbero messa per iniettarmi la chemio. In quel momento l’unica cosa che per me contava era ciò che mi stavo preparando ad affrontare perché, ancora una volta, nessuno si era preso la briga di prepararmi rassicurandomi quantomeno sul fronte delle azioni pratiche da svolgere.
Dopo la chemio, usciti dall’ospedale, mio marito è però scoppiato a piangere. E, successivamente a qualche domanda, ho compreso la ragione. Mi davano per spacciata e, a differenza mia, la sua messa a fuoco sulla ferocia dell’oncologa era stata immediata.

-Come fu l’impatto con la chemio?

Al ritorno a casa mia figlia non c’era. Alice, per fortuna, non è mai stata presente nei miei giorni post-chemio. Credo che sia stata la scelta giusta, stante come mi riducevano quelle iniezioni di veleno. Non le ho mai nascosto nulla. Mi ha chiesto di vedermi nuda ed io l’ho accontentata serenamente. Sapeva che avrei perso i capelli ed è venuta con me dal parrucchiere quando li ho rasati. Ma farle assistere a tutto quel dolore era per me inammissibile. Quella volta, per fortuna, eravamo riusciti a mandarla dai nonni.
Ho passato 7 giorni raggomitolata nel divano, persa nel suo blu e con una sensazione di veleno nero che mi spaccava dentro. Tentavo di uscire di casa per inalare aria pulita, ma barcollavo e provavo un estremo fastidio per tutti gli odori. Era come se ogni luogo e ogni cosa avesse assunto un olezzo eccessivamente forte, che mi entrava nelle narici e mi faceva venire voglia di vomitare l’anima. Non ho mangiato né bevuto per giorni. Sentivo gli organi che si spaccavano e piangevano. “L’urlo” di Munch. La chemioterapia, per me, è esattamente in quel quadro.
Qualcosa cominciava a stridere, dentro di me. Ma non riuscivo ancora a metterlo a fuoco.
Ricordo che passavo dal divano al letto con il fazzoletto della Madonna di Medjugorie sempre addosso. Ricordo che pregavo lei e chiamavo mio zio e i miei nonni, chiedendo loro di darmi la forza di resistere e di sperare. Ricordo che, con il cellulare e i conati di vomito, cercavo tutte le informazioni possibili via Internet sulla terapia ormonale, la menopausa, l’affido e l’adozione.

-Una forma di avvelenamento

Un vero e proprio avvelenamento. Il week-end successivo alla prima chemio era il compleanno di Alice e sono andata alla sua festa pallida come un cencio. Dopo quindici giorni ho cominciato a perdere i capelli. Alice sapeva che sarebbe accaduto. Le ho spiegato cos’era il cancro, le ho spiegato perché dovevano togliermi il seno, le ho spiegato perché mi sarebbero caduti i capelli e che sarebbero ricresciuti. E ho cominciato a perderli mentre lei era in montagna dai nonni. Ricordo che li perdevo a ciocche e dappertutto. Ero andata a trovarla un week-end, avevo dormito con lei nel lettone e ci siamo svegliate con tutti i miei capelli sparsi sulle federe e fra le lenzuola. Erano ovunque. L’ho rassicurata, dicendole che sapevamo che sarebbe accaduto e che io ero molto serena.
Rientrata a Milano, li ho rasati completamente e ho cominciato ad indossare una cuffia nella quotidianità e una parrucca durante le riunioni con i clienti. Una parrucca identica ai miei, su misura e fatta benissimo, ma che ho sempre detestato.
La seconda chemio l’ho fatta il 2 luglio. Anche in questo caso, Alice per fortuna era via.
Siamo stati accolti dall’assistente che era insieme all’oncologa l’11 giugno. Ricordo che la visita era stata molto frettolosa e che neppure mi aveva pesata così, mentre già ci stava mandando via, le avevo detto: “Scusi, io so che le dosi che mi somministrate ammazzerebbero un cane di taglia media in tre minuti. Dato che definite le dosi a seconda del peso del paziente e ho perso più di 5 kg in 15 giorni, non vuole pesarmi per capire il giusto dosaggio?”.
Lei mi ha guardata e mi ha risposto: “Guardi, per noi le variazioni che influiscono sono del 30%. Inoltre non si preoccupi, tra la chemio, le schifezze che noi donne mangiamo per tirarci su di morale in questi momenti e le cure ormonali che dovrà fare, al termine degli 8 cicli sarà ingrassata di almeno 20 chili”. Tutto questo, ridendomi in faccia. Io e mio marito eravamo allibiti.
Così ho ribattuto: “Io sono diventata vegana, non sto mangiando schifezze, assumo l’aloe e altri prodotti omeopatici. Dovete assolutamente informare le persone sotto chemio, perché è fondamentale che non mangino zuccheri e che tengano il ph basico. Sono stata ad un convegno di Berrino. Perché voi non dite nulla ai pazienti? Perché non chiedete nulla su quanto facciano insieme alla chemio? Come fate a sapere se un paziente guarisce grazie alle vostre cure o a ciò che collateralmente fa, se non gli chiedete niente?”.
Lei mi ha guardato e, con tono lapidario e sprezzante, ha risposto: “Perché per noi sono tutte cazzate”. Io ho riabbassato la testa e mi sono preparata psicologicamente per la seconda dose… ma tutto cominciava a scricchiolare rumorosamente dentro di me.

-A volte è difficile dire se in certe persone è maggiore la volgare arroganza o l’incredibile ignoranza.

Loro hanno bisogno che i pazienti restino assolutamente ignoranti e passivi. Appena alzi un pochino la testa, ti umiliano e ti ridono in faccia nonostante il dramma che stai vivendo. E ti inviano quei messaggi proprio per farti capire che, se non resti remissiva, loro sapranno come farti stare ancora peggio. Questa è la strategia.
Comunque, anche dopo questa seconda chemio sono stata malissimo. Più di prima. Non riuscivo neppure a parlare al telefono con Alice.

-E dovevi vedertela anche col dolore lancinante al seno.

Infatti. Mentre facevo le chemio andavo a farmi gonfiare l’espansore. E, puntualmente, raccontavo del dolore lancinante che provavo. Le loro risposte, però, erano sempre le stesse. Era impossibile e stavo esagerando. Raccontavo che sentivo i liquidi caldi e freddi che scendevano nella parte sinistra del mio corpo, ma, naturalmente, mi si diceva che inventavo le cose.
Ad ogni espansione, poi, ribadivano che la ricostruzione sarebbe venuta da schifo a causa di come il mio corpo stava reagendo e che non avrei più potuto indossare un reggiseno o un costume normali.

-In perfetta coerenza con lo stile brutale della precedente dichiarazione che hai citato prima.

Sì… quella per me fu però l’ultima chemio. Oltre alla chemio mi era stata fatta anche un’iniezione di Decapeptyl, per togliermi il ciclo. Comunque sia, appena terminati gli effetti collaterali della seconda iniezione di veleno, ho deciso che non ne avrei più fatte e che avrei piuttosto preferito morire dignitosamente. Mi chiedevo: “Come può una cosa del genere salvarti la vita? Loro mi stanno ammazzando!”.
Ricordo che Alice era in vacanza, in un maneggio in Trentino. Ho sfruttato quella settimana per studiare. Era come se mi fossi nuovamente impossessata della mia vita. Studiavo come una pazza, giravo in Internet, acquistavo e divoravo libri, guardavo video. Trovavo un’informazione, la intrecciavo con un’altra e poi mi collegavo ad infinite altre cose. E ho cominciato a comprendere che tutto quello che volevano farmi era cancerogeno. Ti “curano” il cancro con cose che lo innescano. Quale assurdità? Ad un certo punto mi sono imbattuta in un video di Pantellini e lì è stata davvero la svolta.

-Gianfranco Valsé Pantellini, l’ideatore dell’ascorbato di potassio.

Sì… Quando ho guardato quel video… è stato… non so spiegarti. Era come se lo stesse dicendo proprio a me. Era come se Pantellini fosse vivo, nella mia stanza e mi stesse dicendo: “Questa è la strada che devi seguire”. Ho già detto in precedenza che io “sento”. Di cose strane me ne sono capitate parecchie. Ebbene, quel giorno – potrò sembrarti pazza – Pantellini era insieme a me. Ho visualizzato la sua sagoma nella stanza. Ho sentito la sua energia inondare l’ambiente. Era come averlo di fronte, a parlarmi.
Ho quindi scritto una mail e poi chiamato la Fondazione Pantellini, dove ho interagito con persone meravigliosamente sensibili. Prima di sapere quale schema dovessi avviare, sono andata in farmacia ad ordinare l’ascorbato di potassio con ribosio e ho cominciato a prendere subito le bustine, comunicando all’oncologa che avevo conosciuto la prima volta e al senologo che non avrei continuato la chemioterapia.
L’oncologa, dopo che attendevo da settimane di poterle parlare decentemente, guarda caso mi ha chiesto subito di raggiungerla in ospedale. Precedentemente, quando ancora non riuscivo a prendere una decisione ma mi ero già interiormente distaccata dalla possibilità di continuare la chemio e tutte le terapie da protocollo, le avevo mandato una serie di email in cui le chiedevo di farmi capire i reali vantaggi di chemio, radio e cura ormonale. Lei mi aveva risposto frettolosamente, dicendomi che certamente erano terapie pesanti, ma che nessuno poteva darmi alcuna certezza sulla loro validità. Improvvisamente, qualche minuto dopo la mia email di abbandono, esistevo e lei era diventata “disponibile a interagire con me”.
Il senologo mi ha invece chiamata immediatamente, dicendomi che altre donne fanno la mia stessa scelta e, poi, incrociandomi in ospedale per le varie espansioni, ha cominciato addirittura a far finta di non vedermi. Non ero più una cliente da fidelizzare!
Prima di partire per le ferie e cominciare lo schema Pantellini, sono andata ancora una volta in ospedale per farmi fare l’ultima espansione e, anche in quella occasione, mi sono sentita dire che il mio seno sarebbe venuto da schifo. Così, anche su questo fronte, ho cominciato a studiare. Ho cercato informazioni e possibili chirurghi da incontrare al rientro dalle vacanze e ho avviato un accurato approfondimento sulle varie tecniche chirurgiche. Praticamente ho continuato ad informarmi senza tregua tutta l’estate.
Mi sono ad esempio messa in contatto con la meravigliosa dottoressa Anna Maria Buzzi, per ricevere informazioni sul vaccino CRM197, che ho poi cominciato a settembre. E lei è stata di un’umanità preziosissima e incredibile, in un universo per me ormai popolato solo da persone ciniche e umanamente incomprensibili.

-Di che si tratta?

È un vaccino che usavano in Italia, vietato dal ’97, credo. Ovviamente lo stanno sperimentando in Giappone con successo. In pratica, si tratta di una molecola derivata dalla tossina difterica, con proprietà antitumorali e capace di provocare una reazione immunitaria. Si fanno sei iniezioni sottopancia, a giorni alterni. Poi quattro richiami ogni due mesi. Praticamente, la sostanza che ti iniettano si deposita sulle cellule cancerogene e le rende visibili a quelle del sistema immunitario, che le attaccano e le fagocitano.

-Interessante. Hai approfondito altre strade?

Certamente! Ricordo di un sms che ho inviato a Giovanni Puccio che, senza sapere chi fossi, a distanza di poche ore mi ha chiamata mentre era in ferie. Il 13 agosto. Ricordo perfettamente la sua voce. Ricordo che mi ha dato una forza incredibile la sua determinazione nel farsi carico della mia guarigione attraverso la sua terapia Crap. E, anche verso di lui, ho sentito un richiamo interiore fortissimo. Da subito. Giovanni è una persona meravigliosa. Ha messo a punto un protocollo con le sue sole forze, senza mai guadagnare un solo centesimo dai pazienti. Per me è stato un faro nel buio e devo dire che, nei suoi confronti, provo un affetto immenso.
Ho trascorso l’estate studiando, nutrendomi bene, facendo ginnastica, prendendo sole e andando in giro pelata, perché non mi vergognavo affatto della mia condizione. Le persone mi guardavano, ma non m’importava nulla. In un paio di occasioni, mentre ero sola, mi è capitato di essere avvicinata ed essere abbracciata sentendomi dire da altre donne: “So cosa stai provando”.
Lì ho capito che dovevo attivarmi personalmente per diffondere la mia storia e il mio messaggio, mettendomi a nudo… perché soltanto così avrei potuto aiutare altre persone disperate come lo ero io all’inizio.

-Il profondo legame di cuore che unisce chi ha attraversato sofferenze simili..

Proprio così. E Facebook è stato fondamentale. Dapprima ho interagito nella pagina della Fondazione Pantellini. Poi, dato che le conversazioni si aprivano su tematiche molto diverse da quelle previste, insieme alla mia amica Ina Door abbiamo fondato il gruppo “Quelli che… il cancro lo curo a modo mio”. Poi ho deciso che dovevo espormi anche in prima persona e, quindi, oltre a gestire il gruppo ho cominciato a raccontare sempre cosa mi capita, cosa scopro e come sto tentando di curarmi nel Mio Diario.
Le persone che mi scrivono e mi telefonano sono tantissime. Io ci definisco “diversamente sani”, perché è così che mi sento. Il cancro è una malattia terribile, ma impari anche a conviverci. Il punto è riuscire ad avere a che fare con terapie “buone” e persone che dimostrano di volerti salvare. Viceversa, è la mente stessa a decidere che sei spacciata.
Comunque, al ritorno dalle vacanze ho sostituito le iniezioni Pantellini alle flebo e ho integrato man mano il vaccino CRM197 e la Crap. Poi mi sono messa in contatto con un medico che somministra la terapia del Vischio e ho cominciato anche quella. Inoltre assumo melatonina, curcuma, vitamina C, CellFood e Bicarbonato.
Appena mi sarò operata vorrei anche raggiungere Salvatore Paladino, per curarmi attraverso il Digiuno Terapeutico. Consiglio a chiunque mi legga di cercarlo su Facebook e su YouTube. Io sono andata a conoscerlo e posso assicurarti che è un uomo indescrivibilmente “oltre”. Con il suo assistente, aiutano (e guariscono) tantissime persone, spesso a distanza e in modo completamente gratuito.
Comunque… ad oggi prendo tantissime cose che aiutano l’organismo e non lo annientano. Sto facendo tutti gli esami e i controlli e per ora va tutto bene. Certo, è passato ancora pochissimo tempo… ma io non ho nessuna intenzione di mollare. Desidero crescere Alice e, se possibile, tornare ad essere mamma. Lo allatterò con un seno solo. Pazienza. Oppure lo nutrirò col cuore, che di certo è ricco di tutti i migliori nutrienti possibili.

-Come hai proceduto relativamente al seno?

Sono andata da vari chirurghi, al rientro dalle ferie. Molti li ho anche contattati via email, inviando le mie foto. Tutti mi hanno detto apertamente che in ospedale hanno fatto uno scempio e che sarà difficilissimo riuscire a ricostruirmi. Non sanno a quale tecnica appellarsi.
Insomma, ho pagato 17.000 euro per finire nelle mani di persone incapaci, che però compaiono su articoli altisonanti online, spacciandosi per guru della chirurgia plastica. Tutte balle.
Hanno sbagliato forma dell’espansore, formato e posizionamento. Hanno scavato così tanto da togliermi tutto lo strato di grasso. Così, attraverso la pelle del seno ora si vedono tutti i dettagli e le cuciture della plastica sottostante. Hanno sbagliato davvero tutto ma, chiaramente, durante le espansioni imputavano la colpa a me.
L’espansore sale verso l’alto e ruota dentro l’ascella. Ha creato un’infiammazione tale che persino respirare mi procura un dolore incredibile e sta determinando la formazione di nuovi noduli. La mia fortuna è quella di riuscire a volte a staccare la testa e a trovare un po’ di tregua, anche se le fitte ogni tanto mi obbligano a tornare a sentire.
L’ospedale non solo ha avuto un atteggiamento vergognoso, ma mi ha anche gravemente danneggiata fisicamente. Tra parentesi, quando ho deciso di abbandonare questo ospedale e sono andata in un altro, ho parlato con un’oncologa che mi ha riferito che non c’è evidenza scientifica sul fatto che le chemioterapie servano in un cancro come il mio e che, se fossi stata in cura da loro, certamente mi avrebbero consigliato di farne solo 4, lasciandomi poi la libertà di decidere. E sai cosa è successo quando ho comunicato questa cosa al senologo dell’ospedale in cui sono stata operata? Che mi ha convocata per dirmi, sempre davanti a mio marito, che anche lui me l’aveva suggerito sotto banco, ma che io non me lo ricordavo! Fanno pena. Davvero.
Comunque… sapevo che non avrei più potuto tornare come prima, ma speravo di poter ottenere quantomeno una di quelle ricostruzioni che vedo online e che tutto sommato trovo dignitose. Ora sarò invece obbligata a ricorrere ad una tecnica che si chiama Diep (che dura 8 ore, nella quale usano un pezzo della pancia per ricreare il seno e che obbliga a cucire alcune vene affinché il lembo di grasso e pelle venga irrorato, altrimenti va in necrosi e si perde tutto) o ad andare all’estero, per ricorrere alle staminali o ad altre tecniche che qui non mi propongono. E devo sbrigarmi, perché il mio corpo sta tentando di espellere questo schifosissimo oggetto di plastica in ogni modo possibile.
Fra i medici preziosi che ho incontrato lungo il mio cammino, non ringrazierò mai abbastanza il dottor Andrea Spano… che dopo avermi visitata la prima volta mi ha praticamente presa per mano e seguita nel corso di tutte le mie espansioni. Senza di lui mi sarei trovata letteralmente sola e disperata.
Ancora oggi sta tentando di aiutarmi a risolvere lo scempio compiuto con un’umanità, una gentilezza e una professionalità rarissime. Davvero. Senza mai giudicare le mie scelte terapeutiche o spingere – come altri hanno fatto – su soluzioni a pagamento. Facendomi sempre riflettere affinché emergesse ciò che io desidero e non ciò che è di sua competenza. Una persona rarissima, puoi credermi.
Ho poi mandato un sms al capo chirurgo dell’ospedale in cui ho fatto la mastectomia, qualche mese fa. Il testo diceva semplicemente: “Guardi, mi avete operata malissimo e poi lasciata sola. Avete fatto un lavoro terribile, che mi sta procurando dolori infernali. Per me ormai non c’è più nulla da fare, ma sono preoccupata per le altre donne che finiranno sotto le mani della chirurga che mi ha conciata così e che poi dovranno sopportare tutto ciò che sto patendo io, magari senza avere neppure la possibilità di informarsi e di capire come risolvere”.
Lui mi ha risposto: “Beh, non so neppure chi sia lei”.
E io gli ho risposto: “Mi chiamo Simona De Robertis. Le sue chirurghe si ricorderanno sicuramente di me, perché sanno benissimo di avermi rovinata. Tra l’altro, ho anche scritto loro una email alla quale non si sono neppure degnate di rispondere. Se mi fornisce la sua email, le mando le foto. Così capirà”.

-Brava per la forza morale di scrivere queste cose, di non “lasciare perdere”..

Beh, verso sera il capo chirurgo mi ha chiamata. Di lui e della sua equipe trovi online articoli meravigliosi, eh? Mi sono sentita dire: “Buonasera, ho parlato con le mie chirurghe e dal nostro punto di vista la sua situazione fisica è assolutamente normale”. E io: “No, guardi, normale non direi proprio. Se lavorate sempre così, forse è bene che cambiate mestiere. Ho girato chirurghi a Verona, Milano, Roma e inviato le mie foto a chiunque. Tutti rimangono allibiti per lo scempio e il dolore visibile ad occhio nudo”. A quel punto lui mi ha risposto: “Non è colpa nostra se si è fatta venire un tumore devastante. Signora, guardi, se sta pensando di cercare alleati sappia che io vado a cena con tutti e che non troverà nessuno disposto a testimoniare per lei o a difenderla. Se anche volesse metterci nei guai, farà soltanto la figura della cretina”.

-Una risposta in stile mafioso..

Io, però, me ne frego. Così gli ho risposto: “Bene, se dice così, vuol dire che ho proprio ragione”.  E lui: “Guardi, lei dovrebbe soltanto essere grata per il fatto che sto perdendo tempo a chiamarla”. E io: “Guardi che invece sono io che sto perdendo tempo ad ascoltare lei, ed è pertanto lei che deve ringraziare me”.
Quindi farò causa, perché ritengo sia il solo modo per poterne parlare e proteggere altre donne. Inoltre non so proprio dove troverò i soldi che mi serviranno per la ricostruzione plastica e ritengo spetti a loro questo onere.
Aveva ragione lui, però. Tutti i chirurghi che ho incontrato rifiutano di scrivere un semplicissimo esito di visita, dopo che capiscono da dove proviene lo scempio. E anche i medici legali non scherzano, perché amicizie e conflitti di interessi in questo campo sono davvero infiniti. Forse, però, finalmente sono sulla strada giusta. Vedremo.
Certamente, tutta la situazione è stata davvero vergognosa. Tutta.

-E su questo, Simona, non c’è nessun dubbio…

E comunque, Simona, in te si percepisce una energia, una forza interiore rare.
La mia psicoterapeuta dice che ho una resilienza e un entusiasmo che sono al di fuori del comune. Io penso che queste due caratteristiche derivino dalle mia esperienze di vita. Cado, mi faccio terribilmente male, ma mi rialzo sempre.

-Grazie Simona. In bocca al lupo per tutto.

Grazie a te per avermi dato voce! Spero che la mia storia possa servire ad altre persone. Lo spero tanto. E spero, un domani, di poterle aiutare non solo attraverso il Gruppo di Facebook, ma anche con il mio Counseling.
2.695 Comments :, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , more...

Armando Corino- il vescovo ortodosso che coltiva l’aloe

by on apr.03, 2014, under Guarigione, Ispirazione

Noi siamo abituati a vedere i percorsi di vita come traiettorie che non possono mutare drasticamente.


Immaginiamo mutamenti, ma non rivoluzioni.


Ci immagineremmo che un professore che ha insegnato filosofia per venticinque anni diventi, dopo la pensione, magari un critico letterario, un curatore editoriale, forse anche un giornalista.. L’ultima cosa che immagineremmo è che possa diventare un vescovo ortodosso.


La vita di Armando Corino è stata anche questo, un andare oltre i ruoli che ti vengono ritagliati addosso, un non accontentarsi di raccogliere i frutti di una scelta fatta una volta per sempre. Ma continuare a scegliere, per essere coerenti alla Scelta profonda, quella che ci sprona a fare qualcosa, anche se questo qualcosa è un cambiamento radicale di quello che siamo stati.


Anche se, leggendo le parole di Armando, capirete che si è sempre sentito in qualche modo “diverso”, che ha sempre cercato una dimensione “differente”. Il suo approdo definitivo è stato la Chiesa Ortodossa, di cui in pochi anni è diventato addirittura vescovo. Ma anche qui, anche allora, non per “acquietarsi”, o per “accontentarsi” di una vita puramente “spirituale”. Una buona parte del suo tempo la passa nel suo terreno di campagna a Borgo Santo Spirico, con i suoi  più di cinquanta animali. Sono così tanti perché non se l’è mai sentita di ammazzarne nessuno. Nasce un capretto o un agnellino, e dopo un po’ ci si affeziona, diventa parte della sua “famiglia spirituale”.


Armando è come un contadino che coltiva soprattutto aloe arborescens, pianta dalle grandi proprietà antitumorali. I frullati di aloe che produce li spedisce in mezza Italia con prezzi popolarissimi, perché il suo fine, il fine di un lavoro come questo è solamente.. potere essere utile a chi vive l’angoscia di un tumore. E all’invio dell’aloe accompagna le sue telefonate al malato e anche ai famigliari; la sua “psicoterapia” telefonica, per sostenere emotivamente queste persone. Fino alla dura prova di sostenere i casi più gravi, quelli prossimi alla morte, che lui, con delicatezza, cerca di accompagnare nei loro estremi ultimi atti di vita.


Armando è di quelli per i quali “Il bianco è bianco e il nero è nero”. Il suo carattere battagliero gli ha fatto spesso prendere posizioni scomode, anche per la Chiesa ortodossa. Come è stato per la sua difesa, avvenuta in molte occasioni, dei gay vittime di discriminazioni e violenza. A tal proposito c’è un video molto bello, che Armando inserì anni fa su you tube, dal titolo “Agli omosessuali voglio ricordare che Dio cammina accanto a loro” (link https://www.youtube.com/watch?v=E1Tv_MA0Be4).


Se c’è una parola che può riassumere più di tutte le altre il percorso di vita, il pensiero e l’azione di Armando, quella parola è.. COMPASSIONE.


Vi lascio all’intervista che gli ho fatto.


————————————————


Armando quando sei nato e dove?


Sono nato ad Asti il primo gennaio del 46.


-Quale è stato il tuo percorso?


Sono figlio di un operaio. Ho vissuto in una famiglia molto umile, che però mi ha sempre dato tutto quello che ho voluto. Mi ha dato i valori per andare avanti.


Per tanti anni ho insegnato filosofia in alcuni licei.


-Quando ti sei laureato?


Mi sono laureato in filosofia con una tesi su “Heidegger e la cultura italiana dal 45 al 55” , col professore Carlo Mazzantini. Comunque allora si poteva insegnare filosofia. Adesso, anche se ritornasse Kant sulla terra non potrebbe più farlo, viste le attuali leggi. Io ho comunque ho insegnato per venticinque anni in un liceo di Asti. Sono andato in pensione a 47 anni, con 25 anni di insegnamento.


-Come è stata questa esperienza di insegnare?


Molto bella come esperienza.. piuttosto non ho mai approvato il fatto che con la riforma Gentile la filosofia si è legata alla storia della filosofia e ho dovuto insegnare anche questa. Comunque, io sono sempre andato d’accordo con i miei alunni e ci sentiamo adesso, dopo tanti anni.


-Tu ti laurei e cominci ad insegnare ad un liceo di Asti..


Liceo scientifico, poi sono andato in un liceo classico. Sono


-Come è stata l’esperienza del liceo?


Una esperienza molo bella.. soprattutto per il rapporto con gli alunni. Però c’è anche da dire che questi licei di provincia in queste realtà provinciali sono delle cose tremende. Ti ritrovavi ad avere un ruolo che sembrava quello del maestro spirituale. E anche per questo eri costantemente “osservato”. Tutti ti controllavano, tutti volevano sapere ciò che facevi. Ti sto parlando di come ormai desuete, anche perché la figura dell’intellettuale oggi è quella che è. C’era comunque, da questo punto di vista, l’aspetto deteriore dell’insegnamento. Se tu insegnavi  al liceo classico, eri il maestro di questa borghesia, di queste persone che si facevano un conto incredibile di te, ma più che una cosa legata a una vera considerazione, diciamo, del sapere..  si trattava di un agire mondano. Per cui in effetti era un po’ una schiavitù questo ruolo. Allora insegnare al liceo era una questione di status symbol. L’insegnante doveva avere tutto un modo di fare, portare la camicia, la cravatta.. cose come queste, da piccola borghesia. Nessuno ha avuto mai dire su di me, però ero sempre sotto stretta osservazione, come ti dicevo. Bastava che parlavi con un alunno o una alunna con un minimo di confidenza, e subito scattava l’occhio pettegolo che cercava di scorgere in tutti i modi la malizia. Cose come queste sono l’emblema di queste situazioni asfittiche, perché quasi quasi ti accusavano di cose innominabili, pur senza avere alcun elemento. Ma si tratta di un discorso molto comune nella provincia. Sartre nei suoi libri l’ha messo bene in evidenza.


-Rischiavi di sentire imbalsamato in un certo senso..


Poi io ho soprattutto ho rifiutato il ruolo di insegnante-insegnante. Il quale diventa poi una figura anche un po’ patetica, il quale saluta i suoi alunni anche quando ha ottant’anni, che tutti tengono nei propri ricordi, ma di cui nessuno gliene frega niente.. un ruolo patetico, anche un po’ ridicolo.. un intellettuale da salotto.


-Sei stato straordinario a fare questa descrizione. Devo dirti che hai rappresentato quella che trovavo  una immagine ricorrente in tanti film e libri, e che mi ha sempre dato un senso di “soffocamento”. Io vedevo sempre questa scena tristissima, dell’ultimo giorno dell’insegnante. L’insegnante va alla scuola per questo ultimo giorno, gli regalano un orologio, il direttore fa un ringraziamento per le belle cose fatte, gli studenti applaudono. E poi torna a casa ed è solo un ex insegnante. Quando passa per strada, qualcuno gli dice “Buongiorno professore”. Qualche ex studente a volta va a trovarlo dicendogli “ah che bei ricordi”… e io pensavo.. “ma perché finisce così? Perché bisogna essere imprigionati in questo ruolo?”


Peggio ancora vedevo solo la figura del parroco di campagna, schiavo delle sue donne, delle sue beghine, del suo giro.. Io ho rifiutato tutto questo imbalsama mento, questa mummificazione, tutto questo restare ancorato a vita in ruoli asfittici.


-Quando sei imprigionato in un ruolo come quello che hai descritto, sei limitato anche nelle tue potenzialità.. e vivi con un disperato attaccamento.. come l’insegnante che si aggrappa fino all’ultima ora possibile di insegnamento. Che non riesce a immaginare di potere fare altro, che neanche tenta di fare altro..


Per quanto mi riguarda, sono tutte angosce che io ho vinto, perché adesso io sono anche un imprenditore agricolo, sono in mezzo a delle capre, c’è il discorso dell’aloe. E ho imparato una certa manualità, che mi ha avvicinato proprio a mio padre. Forse io mi sono riconciliato con mio padre proprio grazie a questa manualità acquisita. In fondo non c’è niente di meglio che la vita del contadino. Riprendersi il dialetto, riprendersi la capacità di costruirsi una casa di legno, come ho fatto io, anche a costo di prendersi a martellate le dita. A me quando mi chiamano professore –ancora qualcuno lo fa- mi sembra una cosa strana.  Il mio, comunque, non è un discorso di anti-cultura. Il mio è un discorso di liberazione. Quello che conta è la vita. Tutti i sofismi non aiutano ad andare avanti. Adesso mi avvio all’ultima fase della vita, però mi sento molto più giovane di come ero prima, ma anche di tanti della mia età.


-Ma anche di tanti molto più giovani di te..


Bisogna vivere come i bambini.. il bambino che è dentro di noi. Io lo vedo questo negli animali.. io sono in sintonia con gli animali.. mi sento quasi un fratello di tutti questi capretti.


-Torniamo al tuo percorso. Tu ha insegnato per venticinque anni dicevi..


Sì. Dapprima al liceo scientifico di Asti, poi al liceo classico di Asti, poi al liceo scientifico di Asti, e gli ultimi tre anni di insegnamento li ho passati al liceo classico di Savona. Mi ero trasferito a Savona perché volevo una mia vita indipendente dai genitori. In realtà, però, questa vita indipendente non l’ho mai avuta, perché i miei genitori si sono trasferiti da me, credevano che senza di loro non ce l’avrei mai fatta. C’era una sorta di incastro psicologico. Comunque ormai sono morti da tanti anni, e non ho più da recriminare verso di loro.


-Come mai ti eri iscritto a psicologia?


Quando mi sono trovato a fare il servizio militare a Trapani, avevo l’esigenza di ottenere  dei permessi per tornare a casa, e questo si poteva fare anche per motivi di studio. E allora mi sono iscritto a psicologia. All’inizio era una scelta “strumentale”… ma poi mi sono entusiasmato alla psicologia. Anche se più che dire di avere esercitato la professione di psicologo, preferisco dire che ho aiutato delle persone che avevano dei problemi esistenziali, senza mai farmi pagare.  Ho fatto lo psicologo anche presso i padri comboniani. I comboniani sono persone meravigliose, che fanno tanta missione in Africa. Però a volte nei loro conventi raccolgono anche persone adulte o un pochettino strane, e quindi può essere utile una valutazione psicologica.


-Uno studio e una applicazione della psicologia, quindi, per aiutare gli altri..


Sì.. ma come tutto. Io penso che sia importantissimo  aiutare.. anzi, più che aiutare, proiettarsi verso l’altro. Non si fanno mai le cose per se stessi. Io, qualsiasi cosa, anche l’aloe, la faccio per venire accanto ad altri che sono sofferenti. Il tema della compassione su cui ho scritto ultimamente un libro “Sottosuolo etico di compassione”, edizioni Croce. Riguardo il percorso psicologico, potrei farti una battuta, che però ha qualcosa di vero. Diciamo che io ho avuto una giovinezza un po’ tormentata da vari problemi, anche di accettazione. Diciamo che forse dovevo andare dallo psicologo, ma.. invece di andare dallo psicologo, sono diventato psicologo. Comunque, nel corso di tutto il mio percorso, compreso il mio cammino religioso, mi sono pacificato e adesso vivo abbastanza bene.


-Anche negli anni precedenti il cammino religioso in senso stretto, tu hai avuto una tua religiosità?


Io credo di averla sempre avuta una vocazione religiosa. Ho sempre frequentato monasteri. Però, la vocazione religiosa che sentivo dentro di me, non ho avuto, per lungo tempo, abbastanza coraggio di metterla in pratica.  C’erano stati, in precedenza, dei tentativi abbastanza fantasiosi di andare coi missionari comboniani e cose del genere. Tentativi che non attuavo mai fino in fondo, perché allora la forza di fare scelte radicali. Forza che ho trovato dopo la morte dei miei genitori e dopo che sono andato in pensione. Io sono andato in pensione prestissimo. Le leggi di allora me lo permettevano . Io sono convinto che nella vita una persona debba fare quello che vuole per realizzare se stesso. Io l’ho fatto e ho scoperto che la dimensione è quella dell’altro. Non è l’amore di sé che è importante, è l’amore per gli altri, un amore che cresce costantemente. Per me è decisiva la compassione. Provare compassione direi che è la mia caratteristica fondamentale. Penso davvero chela compassione sia la cosa più importante della mia vita.



-C’è stato qualche evento in particolare che ha scatenato in te questa compassione?


Non lo so…. San Paolo dice “Bisogna piangere con chi piange.. e ridere con chi gioisce”. Poi per me è una cosa fondamentale. Per le persone naturalmente, ma anche per tutte le cose viventi, come gli animali; verso la sofferenza animale ho una grandissima sensibilità, al limite della normalità. Io ho cinquanta animali, che non riesco a uccidere, che occupano molto  del mio tempo.


-Tu hai una percezione straordinario verso qualunque forma di sofferenza…


Penso che la sofferenza, il dolore, siano il problema teologico per eccellenza. Specie se chi soffre non è colpevole. E’ il dolore degli innocenti il problema fondamentale di tutte le religioni, soprattutto della religione cristiana che mette in primo piano la crocifissione. Il Cristo che soffre. Cristo non voleva morire. Ha accetto di morire perché quella era la sua missione. Si è sacrificato per gli altri. Cristo è risorto però continua ad essere sulla croce e soprattutto i morti continuano ad essere morti… Lazzaro è risorto, poi però è di nuovo morti di morte naturale. Il che se ci pensiamo è molto brutto. E’ come morire una seconda volta. Lazzaro ha vissuto per due volte il dramma umano di morire. La prima volta è stato resuscitato da Gesù Cristo. La seconda volta di morte naturale. Io ho molto rispetto per la cultura ebraica che ha orrore per la morte. Se uno si confessa cristiano dovrebbe esserci questo, l’orrore per la morte e l’ardente attesa della risurrezione dei corpi. Come vedi siamo molto lontani dalla dimensione  filosofica. Io mi sono laureato su Heidegger, in Heidegger c’è il ritorno all’origine, alla verità che si disvela. Mentre io ho cambiato continuamente la visione.. il più grande cambiamento della mia vita è stato l’incontro con Sergio Quinzio che mi ha insegnato una cosa semplicissima, che il fine non deve essere l’origine, ma la meta deve essere il fine, l’attesa escatologica della parusia, della seconda venuta di Cristo in questo mondo, in questo mondo che non si capisce perché continui ad andare avanti con tutti i suoi orrori. Questo è l’afflato escatologico che ho ereditato dal grande, enorme amico Sergio Quinzio. Naturalmente ispirandosi alla teologia russa, al grande Dostoevskij, anche lui ha questa speranza in qualcosa di nuovo, in qualcosa di definitivo, in una resurrezione totale.


-Tu parli del dramma della morte, della attesa, non ancora soddisfatta, della risurrezione dei corpi. Ma se ci poniamo in un’angolazione cristiana, come è certamente la tua, non credo sia poca cosa, tenere presente, sempre secondo questa angolazione, che la morte fisica non è semplicemente “morte”. Che per il cristianesimo, ma anche per molte altre vie spirituali e religiose, chi muore è ancora “vivo”, seppure in un altro “luogo” o dimensione. Se si accetta questo, non mi pare davvero poca cosa…


Sì.. sì.. Effettivamente è vero. Chi muore in realtà non è “morto”. Io non so esattamente cosa ci si sia “al di là”, ma c’è qualcosa. Però l’attesa cristiana non è solamente una cosa spirituale, non è solo un “regno dei cieli” di pure anime.. ma in essa c’è anche l’attesa della risurrezione della carne su questa terra.


-E’ molto bello questo riferimento alla compassione..


La compassione è il sentimento che ti fa uscire da te stesso, il “patire con”, ti fa entrare nella dimensione degli altri. Patisci, gioisci con gli altri. Però c’è una grande differenza col buddismo, che predica la compassione per tutti, per gli uomini, per le piante. Però poi dopo implica la fine delle rinascite e della metempsicosi. Implica semplicemente una specie di nirvana, di mancanza di sentimenti. Il Regno è questo poi, Dio che ha compassione, in ebraico lo si chiama il Consolatore.. il Consolatore delle sofferenze che abbiamo avuto, che non vanno perdute. Il dolore deve essere consolato da Dio, non può essere eliminato da Dio. Sono discorsi che ho trattato nel mio libro “sottosuolo etico di compassione”. Il mio è un discorso di cuore, di sentimento.


-La prima volta che ti ho sentito, tu mi dicesti che non vuoi che si perda l’incontro..


Questa è una cosa fondamentale. Non perdere l’incontro, non perdere la dimensione del tempo purificato e salvato. Ogni incontro riuscito è un incontro messianico, nel senso che anticipa la venuta del messia. Noi cristiani diciamo che ogni incontro riuscito è un incontro che anticipa la venuta di Cristo. Tutti gli incontri che abbiamo avuti su questa terra non possono essere perduti, non devono essere perduti. Spesso, nel racconto delle esperienze di pre-morte, si parla del tunnel. E dopo il tunnel ci sono le persone che hai amato, anche.. secondo me.. gli animali che hai amato. E’ qualcosa di molto bello. Mi ricorda la fine dei fratelli Karamazov di Dostoevskij.. dove il bambino dice al giovane Karamazov “è vero ciò che dice la religione che poi ci incontreremo tutti, anche Koja, il bambino che è morto?”. Il monaco gli risponde “certamente, ci incontreremo tutti, e ci racconteremo come è andata”. Queste cose sono cose un po’ sentimentali, sono cose di cuore, però ciò che conta nella religione non sono certo i ragionamenti razionali. Ciò che conta è il cuore, questa attesa, questa fede. La fede è una sostanza di speranza, è qualcosa che non c’’è ancora e che tu aspetti.. Per me i morti non sono “finiti”, non si sono dissolti. Io ho un rapporto con i miei morti. Io prego per i morti, soprattutto prego per i gay soli che sono morti discriminati nel mondo. Evidentemente sono già vivi questi morti. In qualche modo, perché comunicano con me. Però, come ti dicevo, credo che la speranza cristiana vada ben oltre, implica la fine del mondo, ed implica la resurrezione della carne.


-Quali incontri ti hanno particolarmente segnato?


Guarda l’incontro che mi viene alla mente è quello con una persona che è morta secoli fa. Silvano, un monaco ortodosso. Io sono stato sul monte Athos e sono andato dove viveva Silvano. Ho baciato anche il suo teschio, perché per gli ortodossi le reliquie sono importanti. Di Silvano ci sono rimasti i suoi scritti. Lui era un monaco qualunque, che non aveva una grande cultura, però parlava di una esperienza esistenziale di Dio. E questo per me è fondamentale. L’esperienza esistenziale di Dio. Tu Dio non puoi conoscerlo solo dai libri. Tu Dio devi “sentirlo”. Ci sono dei momenti della nostra vita in cui “sentiamo” Dio, e poi passiamo il resto della nostra vita a pensare a quel momento in cui Dio si è rivelato a noi.


-Si può dire che tu hai avuto due esperienze mistiche….


Sì, ma non come visioni di Madonne o qualcosa del genere. E’ stata una esperienza di cuore, di molto carnale, di molto concreto, di affettivo. Esperienza esistenziale in senso profondo.


-Come le descriveresti?


Semplicemente ti trovi come in una sorta di dormiveglia, e lì senti come una specie di chiamata, un qualcosa in cui vedi come una sorta di bambino innocente, molto dolce, che ti chiede un aiuto. Però poi scopri che in realtà è estremamente potente, sei tu che hai bisogno del suo aiuto e ti senti indegno. Di fronte alla bellezza, di fronte all’amore tu ti senti sempre indegno. A me è successo di sentirmi indegno anche di fronte a certi moribondi, di fronte a certe persone sofferenti. Dio è lì. Tu sei di fronte all’amore.


-Nel 93 vai in pensione..


Sì e decido di dare realizzazione al mio desiderio religioso. La mia prima intenzione era quella di farmi monaco. Ti sembrerà strano, ma a contribuire ad ispirarmi a diventare monaco fu un film di Akira Kurosawa, “L’arpa birmana”. Questo film parla dei morti giapponesi della seconda guerra mondiale e raccolta le vicende di un soldato che era diventato monaco per seppellire quei morti. Un film molto bello, molto epico. C’è anche un elemento buffo, perché questo monaco del film di Kurosawa ha un pappagallo sulle spalle, e io ho sempre avuto un pappagallo, che ce l’ho ancora e mi vuole molto bene.. Comunque, avendo deciso di farmi monaco, andai nel 1997 in un convento di benedettini. Pensavo di rimanerci per sempre. Ma non è stato così. Ci restai solo due anni. E questo per vari motivi.. Uno di questi è che mi sono trovato in una comunità di anziani, dove non c’era nessun giovane con cui potessi avere uno scambio di un certo tipo. In una comunità di quel tipo finisci per diventare un badante. Per cui ho preferito tornare a casa mia e fare per conto mio.


-Tu avevi in mente un modello di vita conventuale?


Guarda sono molto interessanti le tipologie di vita conventuale presenti sul monte Athos. Ci sono i monasteri cenobiti; che sono quelli dove tu vivi sempre in comunità, mangi in comunità, preghi in comunità, vedi le persone centomila volte. Io trovo questo tipo di vita comunitaria mortalmente noiosa. Poi vi sono le comunità bioritmiche. In queste comunità tu preghi insieme ai fratelli, ma stai in cella per conto tuo e ti procuri il cibo e la sussistenza da solo. Sul monte Athos, comunque, puoi trovare cose decisamente più estreme, come la vita da eremita che alcuni scelgono. Gli eremiti sono persone che vivono nei boschi del monte Athos e a volte hanno addirittura delle piaghe che nessuno cura. Nella tradizione ortodossa di parla di “folle in Cristo”, che ogni tanto si avvicina alle comunità cenobitiche o bioritmiche, ma che vivono gran parte del loro tempo in piena libertà. A volte stanno addirittura nudi. Alcuni tra loro hanno poteri straordinari, a livello di memoria, a livello di resistenza fisica, a livello di capacità di guarigione.  E’ un mondo straordinario quello del monte Athos.


-Dopo la tua esperienza monastica, tornasti a casa. Con quali intenzioni?


Quelle di diventare prete della chiesa romana. Entrai nel seminario di Albenga, come vocazione adulta. Diedi più di cinquanta esami di teologia. Ma il vescovo non mi supportava nel mio desiderio di diventare prete. Diceva che, vista anche la mia età, sarebbe stato un compito gravoso per me fare il prete. Al massimo mi si prospettava la possibilità di potere diventare diacono permanente, che nella Chiesa non conta praticamente nulla. Ad ostacolare il mio percorso per diventare prete erano però intervenuti anche altri fattori, come una sorta di camarilla di preti che non vedevano di buon occhio la possibilità che diventassi sacerdote. Si trattava di piccole beghe. Del tipo.. persone che temevano che io, entrando ed essendo laureato, potessi sostituirle; che potessi portare loro via il posto, che ne so, di cappellano all’ospedale. Purtroppo nella chiesa Cattolica c’è anche questo. A dirla tutta… il vescovo mi contestava anche un certo mio essere “aggressivo”.


-Tu eri un tipo battagliero?


Adesso molto di più di allora. Se uno a 54 anni diventa sacerdote lo fa  non per avere il pranzo e la cena, ma per portare un messaggio evangelico che è abbastanza forte e vigoroso.  Poi sai, io fino a 50 anni io non è che sono stato una persona molto aggressiva, sono stato prudente. Poi ho smesso di essere prudente. E adesso sono molto meno prudente di quando il vescovo mi faceva queste contestazioni.


-Fammi qualche esempio di tue posizioni che erano viste come “aggressive” o poco prudenti..


Io sempre difeso i diritti di persone in condizioni molto dolorose, come quelli che stanno nei cpt e gli omosessuali. Io difendo il diritto di essere come si è di fronte a Dio. Un po’ come quello che sta facendo adesso Papa Francesco. Ma vedevo tanta ipocrisia. Capii che per entrare nella chiesa romana bisognava essere ipocriti e sottomessi. Del resto  un po’ di questa visione era anche annidata dentro di me. Mia madre che era una salesiana convinta mi aveva trasmesso questa idea della chiesa romana come unica via, l’idea del senso di colpa eccessivo. Comunque io non generalizzo affatto in merito alla chiesa romana, in cui vi sono tante belle persone. Ciò che racconto è la mia esperienza. Devo dirti che la resistenza del vescovo e di quei preti a che io diventassi prete, col senno di poi devo anche ringraziarla. Se fossi diventato prete, mi avrebbero certamente mandato a fare il viceparroco in qualche paese sperduto e semispopolato dell’entroterra ligure. Ma sia chiaro.. che il mio non è un problema di potere e di riconoscimento, cose di cui non me ne è mai importato nulla. Ma di volontà di spendersi. Avevo tanta energia, tanta voglia di mettermi in gioco, tanta voglia di costruire qualcosa. Volevo potermi consumare tutto, non essere spedito a fare ruoli di pura rappresentanza o confinato in contesti ristrettissimi.


-Una delle cose che ti hanno “ostacolato” nel percorrere la via del sacerdozio cattolico –l’essere battaglieri- è qualcosa che, da un’altra angolazione, potrebbe decisamente essere vista come una qualità.


Io la penso come il papa Francesco, penso che la religione deve essere una cosa audace. Il papa Francesco era destinato alla pensione. Poi improvvisamente lo Spirito Santo lo ha fatto diventare papa. E quindi ci va fino in fondo. Non bisogna diventare insipidi. Il cristianesimo è audacia. Il cristianesimo non è ipocrisia, non è il senso di colpa, non sono gli onori e le  gloria. Quello che conta è il rapporto con Dio. Non pensare però che io, perché ortodosso, creda che la religione ortodossa sia la religione “ideale; che sia la religione “perfetta”. Potrei dire che io non ho una grande opinione delle chiese. Io ho una grande opinione di Cristo. Che è una cosa un po’ diversa.


-Quindi, una volta compreso che non c’era per te possibilità di percorrere la via del sacerdozio cattolico, come ti sei avvicinato alla chiesa ortodossa?


Il primo input me lo diede un vescovo della chiesa ortodossa di Milano, Giovanni Mapelli, di cui lessi qualcosa su internet. Io comunque non ero digiuno di ortodossia, del resto ero già un amico di Dostoevskij. E comunque ero già stato quattro volte sul monte Athos, per cui qualche cosa sapevo già. Poi c’è stata la grande scoperta, come ti dicevo prima, del grande mistico Silvano. Visitai il monastero in cui lui aveva vissuto e lessi i suoi scritti. Poi ho letto la Filocalia e i testi di tutti i padri ortodossi del deserto. Comunque, furono soprattutto le visite al monte Athos ad avermi aperto le porte dell’ortodossia.  E poi comunque ho studiato, però, avendo già fatto cinquantadue esami di teologia presso il seminario cattolico, partivo bene. Tra gli studi di teologia romana e quegli ortodossi non c’è poi un abisso. Ci sono molte differenze certo, ma sono più le somiglianze che le differenze. Comunque io non mi considero “arrivato”. Sto studiando ancora adesso. Ad aiutarmi ad entrare più profondamente nel mondo ortodosso, sono stati anche i colloqui con tanti preti ortodossi.


-Quando sei diventato prete?


Nel 2004.  Ero felicissimo. C’è un video su you tube intitolato “Fondazione Armando Corino” (link https://www.youtube.com/watch?v=7sZahcC_AEY) che esplicita proprio questo mio senso di gioia per essere diventato prete della chiesa ortodossa, ma comunque prete.


-In Italia quanti fedeli ci sono di fede ortodossa.?


Tanti, perché molti stranieri sono ortodossi.. anche se magari seguono la chiesa rumena,.


-E i preti ortodossi quanti sono in Italia?


Certamente qualche migliaio di preti c’è. I vescovi italiani sono molto pochi. Di solito gli ortodossi mettono dei vescovi del paese di provenienza. Però io seguo la chiesa ortodossa del patriarca Nicholas, e noi vogliamo fare la Chiesa Ortodossa occidentale. Lui ha settanta vescovi, io faccio parte di questo patriarcato, che sta crescendo molto.


-Come si suddivide il mondo ortodosso?


Il mondo ortodosso si divide in vari patriarcati. Al vertice di ogni patriarcato c’è il Patriarca. C’è il patriarcato di Costantinopoli che dovrebbe essere il patriarcato originario. C’è il patriarcato ucraino. C’è il patriarcato russo. Ci saranno almeno una decina di patriarcati nel mondo. Comunque non si può dire che ci sia un patriarcato più giusto dell’altro.


-Tu a quale patriarcato appartieni?


Io ero sotto il patriarcato di Kiev. Poi sono passato sotto il Patriarca Nicholas del patriarcato francese che è definito “chiesa ortodossa occidentale”.


-Quindi, se ho capito bene, un patriarcato che ha sede in una nazione non vuol dire che gli ortodossi che fanno riferimento a quel patriarcato sono solo gli ortodossi di quella nazione. Del tipo: patriarcato russo, solo ortodossi russi.


No, in ogni stato si può essere appartenenti a patriarcati diversi. In Italia, ad esempio, ci sono preti che rientrano nel patriarcato russi o persone come me che sono nel patriarcato francese.  Solitamente i sinodi sono i sinodi dei singoli patriarcati; ovvero la riunione dei vescovi appartenenti a quel singolo patriarcato. Comunque, nel 2016 ci sarà un sinodo speciale, un sinodo di tutte le chiese ortodosse.


-Il discorso sarebbe davvero lungo, credo, ma.. se dovessi esprimere in poche parole in cosa consiste la diversità  tra Chiesa Cattolica e chiesa ortodossa, cosa diresti.


La Chiesa Cattolica non è poi così dissimile dalla Chiesa Ortodossa. Diciamo che, a un certo punto della storia, la Chiesa romana è andata avanti per conto suo e non si è più confrontata con nessuno.


-Nel 2004 sei diventato prete.. e  vescovo?


Nel 2006.


-Una carriera fulminante.. per chi era destinato a diventare diacono permanente.


Diciamo che si è trattata di una carriera fulminante perché mi hanno voluto dare incarichi che molti non volevano avere. Comunque… sai.. il potere nella chiesa ortodossa è molto relativo. Non è che io abbia tutto questo potere.


-Tu mi hai detto che c’è una parte dell’ortodossia con cui non ti senti affine..


Diciamo che non mi sento molto vicino all’ortodossia legata al potere, come nel caso del patriarcato della chiesa russa. Il cristianesimo legato al potere è destinato al fallimento. Che potere aveva cristo che è stato messo in croce?  In un senso più generale sono un ortodosso molto poco incline alle gerarchie. Credo che in tutta la mia vita sono stato poco incline alle gerarchie. Potrei definirmi “un anarchico ortodosso”.


-So che hai assunto una posizione di grande vicinanza alle sofferenze degli omosessuali, posizione che certo non è molto popolare in certi ambiti dell’ortodossia russa.


Ho fatto un video al riguardo, che è stato molto visto, e ha suscitato anche delle polemiche. Si chiama “Agli omosessuali voglio ricordare che Dio cammina accanto a loro” (link https://www.youtube.com/watch?v=E1Tv_MA0Be4)


-Accenna ai libri che hai scritto..


Uno parla dell’aloe. Il titolo originario era “Un campo di aloe”; e poi venne ripubblicato dalle edizioni Croce col titolo “L’aloe è una speranza fondata”. L’altro libro è “Sottosuolo etico di compassione” che richiama in qualche modo, dio mi perdoni, il libro di Dostoevskij, “Memorie dal sottosuolo”. Questo libro è incentrato su tutto quello che è connesso a quanto per me è più importante di tutto, la compassione. Ciò che dovrebbe fondare i nostri pensieri e le nostre azioni dovrebbe essere il cuore, e non certo la nostra mente, la nostra razionalità, con tutto il contorno di sensi di colpa. La compassione è fare il bene, e farlo essendo con l’altro. Soffrire con chi soffre. Gioire con chi gioisce.


-Molti dicono che la compassione non va confusa con la pietà…


Assolutamente. La pietà è qualcosa che viene dall’alto, è la carità pelosa. Non sempre, a volte la pietà può essere anche qualcosa di positivo. Ma è certamente meglio la compassione che è un sentimento orizzontale. La mia compassione  non è la compassione buddista che porta al nirvana, porta al nulla, porta alle non incarnazioni, porta all’indifferenza, al non amare più. La mia compassione porta, se non controllata, al suicidio. Se uno prova troppa compassione per una persona che soffre, si apre un varco. Io aspetto l’intervento dell’amore di Dio. Naturalmente bisogna avere pietà di Dio, compassione verso Dio, se non può ancora salvarci. C’è tutto il tema del dolore di Dio che andrebbe esplorato. Anche lui ha conosciuto la sofferenza, ha sofferto sulla croce e non ha finito di soffrire.  Anche perché il Regno non è ancora venuto, e la sofferenza continua a imperversare.


-In questi anni di vita religiosa, ti ha mai sfiorato il pensiero di stare con una donna, di sposarti?


Le donne mi interessano. Però il problema è che io sono troppo esigente. Quando uno ha una vocazione religiosa, finisce che chiede troppo ad un essere umano. Non puoi chiedere ad una donna tutto questo. Il mio atteggiamento nei confronti di Dio è una cosa talmente esclusiva che non riesco a metterlo da parte, neanche in parte.


-Se ti ho capito bene.. Tu non saresti a prescindere contrario al rapporto femminile, però dovrebbe instaurarsi un rapporto talmente elevato e capace di una tale affinità e comprensione assoluta, da essere, in pratica, difficilissimo instaurarlo


E’ anche questo. E’ difficile una accettazione integrale dell’altro, specie quando la sua vita è totalmente sui generis. Spesso una donna, giustamente, vorrebbe sposarsi, mettere su famiglia, fare una vita in comune che abbia qualcosa della “normalità”. Con me tutto questo è molto difficile.. Certo a volte penso “se avessi un figlio”. Ma i figli si possono avere anche spiritualmente. E comunque adesso ho 68 anni, un po’ grandicello per mettere su famiglia. Alla fin fine, potrei dirti che io sono una persona sola, che però accetta la sua solitudine, l’accetta bene, e questo mi rende in grado di aiutare anche quelle persone che non l’accettano bene.


-Vorrei concludere parlando dell’aloe arborescens, che tu coltivi e poi trasformi in sciroppo. Ma l’aloe per me, nel tuo caso, è connessa, alla natura, al tuo amare vivere in natura, e amare la compagnia degli animali. Un rapporto con la natura e con gli animali che hai da sempre?


Io sono figlio di un operaio, che aveva però anche un animo contadino. In casa mia c’erano animali, conigli e altri, che poi però venivano mangiati, non come faccio io che non riesco a uccidere nessuno degli animali che ho, e sono arrivato ad averne una cinquantina.  La casa di campagna ce l’ho da 14 anni. Me la sono comprata con i proventi dell’aloe. Questa casetta di campagna si trova a Borghetto Santo Spirito –provincia di Savona- dove attualmente abito. Diciamo che a Borghetto Santo Spirito ho un appartamento in un palazzo normale, nel paese. E poi, a non troppi chilometri da questo appartamento, ho comprato questa casetta di campagna, con annessa della terra naturalmente. In questo spazio di campagna coltivo le mie piante di aloe e ho i miei cinquanta animali, i miei agnelli, le mie caprette. E’ un posto bellissimo, con vicino boschi molto belli. Starei sempre qui, in mezzo a questa natura, in mezzo a questo silenzio, in mezzo ai miei animali. 


-Quando emerse in te l’idea di coltivare l’aloe?


Quando mi trovavo nel monastero benedettino, subito dopo la pensione. Scoprii il libro di padre Zago..


-Il celebre libro di padre Zago, “Di cancro si può guarire”..


Sì.. quello. Devo dirti la verità, all’inizio pensavo fosse tutto un imbroglio. Comunque volevo provare lo stesso. E ho piantato delle piante di aloe al monastero. Poi preparai i primi sciroppi di Aloe e cominciai a vedere che avevano effetti benefici.


-Tu coltivavi l’aloe arborescens non l’aloe vera, no?


Sì. L’aloe arborescens si riconosce anche dai suoi fiori rossi, mentre l’aloe vera ha dei fiori gialli. L’aloe arborescens è molto più potente dell’altra.


-Cosa accadde poi?


Un giornale, “Il secolo XIX”, saputa la cosa, era venuto a intervistarmi. Eravamo nel 1999. Diciamo che il giornalista ha voluto creare un po’ l’atmosfera da “Il nome della rosa”, e ha calcato un po’ la mano, come se stessi facendo chissà che cosa. Il priore si infuriò verso di me. Mi disse che io avevo abusato della loro buona fede. Che loro dovevano vendere le cose serie che producevano, come il miele e i broccoli. E la mia coltivazione di aloe venne distrutta. Devo dirti che un po’ mi offesi e gli dissi che io no volevo infangare il buon nome del miele di quella abbazia, ma volevo fare qualcosa che potesse essere utile per i malati di tumore.


-Riguardo l’aloe, una volta che al monastero ti impedirono di coltivarla, tu iniziasti subito a ricoltivarla?


-Una volta che al monastero ti distrussero il campo di aloe e ti imposero di non coltivarla, e tu abbandonasti il monastero –probabilmente anche per questo motivo oltre che per quello che mi avevi descritto in precedenza- tu iniziasti subito a coltivarla?


Si.. sono tornato a casa mia, ho preso in affitto un terreno e ci ho piantato le piante. Ho ricominciato a produrre gli sciroppi. Negli anni ho venduto tantissimi barattoli, perché ho sempre voluto fare un prezzo estremamente popolare. Nel corso degli anni ho creato l’ARCA, Associazione Ricerca Cura Aloe. Proprio tra pochi giorni dovrò andare a Napoli per parlare di Aloe. E’ la seconda volta che ci vado.


-Tu hai creato un’azienda quindi..


Sì, ma un’azienda molto piccola. Ho, in pratica, un dipendente e mezzo: una persona che mi aiuta a fare i barattoli e mi cura anche la casa; e poi un giardiniere che mi aiuta. In totale ho duemila piante di aloe che non hanno bisogno di una grande cura. Faccio i frullati di aloe e ci aggiungo il miele, che rafforza ulteriormente le proprietà dello sciroppo.


-Tu che in tutti questi anni hai studiato l’aloe e hai visto tante persone sperimentarla, come descriveresti le sue capacità benefiche ad un profano?


L’aloe ha la capacità di rifiutare tutto ciò che non fa parte dell’organismo. Soprattutto distrugge le cellule replicanti, quelle dei tumori. In questo senso rafforza il sistema immunitario. Gli effetti benefici si riscontrano sempre, anche se non sempre con lo stesso impatto, anche perché entra naturalmente in gioco la situazione individuale della singola persona. Però, anche quando uno è moribondo, ci sono degli effetti benefici. Ho potuto riscontrare casi di pazienti gravissimi e completamente allettati, che –almeno per un certo tempo- sono riusciti ad alzarsi dal letto. Devo dirti che in questi anni mai nessuno ha espresso lamentele in relazione all’assunzione di aloe.


-Tu consigli qualcos’altro oltre all’assunzione di aloe?


Di fare una dieta adeguata, ad esempio non assumendo o assumendo il meno possibile carne.


-Che emozioni provi quando le persone ti ricontattano dicendo che effetti hanno avuto con l’aloe.


All’inizio ero spaventato perché è terribile parlare tutto il giorno con malati di tumore. Ci tengo a dire che io non mi propongo come un salvatore o come un guaritore, ma come uno che dà una mano di aiuto. Comunque, in tanti casi, ci aggiungo una “psicoterapia di appoggio”.


-Praticamente (specie in casi di lunghe distanze), ti senti al telefono col malato e gli fai una psicoterapia?


Diciamo che lo aiuto. Un aiuto anche ad affrontare il trapasso, quando si tratta dei casi più gravi. A volte aiuto anche i parenti.


-In questi anni di esperienza umana, a livello di malati, di parenti.. quale è stato per te il più grande insegnamento?


Che la sofferenza è più importante del godimento. Che la sofferenza ti trasmette tantissimo..


-Cosa di ciò che tu dici alle persone, sembra aiutarli maggiormente?


Qualcuno dice il tono della mia voce.. ma a dire il vero non lo so.. credo sia soprattutto sentirsi accolti.. sentirsi accettati.. E ti dico, per la mia esperienza che forse fare meno chemioterapia sarebbe meglio.


-Armando con me sfondi una porta aperta su questo punto. Esistono fortissime evidenze scientifiche sugli effetti dannosi della chemioterapia, che pare non solo non indebolire il processo tumorale ma, nel lungo periodo, potenziarlo. Una pratica, la chemioterapia, che rende dolorosissima la vita del paziente e, spesso gliela accorcia.


Alfredo.. non vorrei che dalle cose che ho detto possa esserci la percezione che io abbia fatto cose speciali. Che io sia un grande personaggio. Io sono una persona normalissima. Una persona che ha fatto delle scelte di vita, giorno per giorno.


-Il segreto dei personaggi notevoli forse sta proprio in questo. Nel non avere un ego ipertrofico, nel non essere concentrati sulla propria immagine, nel fare una lunghissima serie di scelte, che, giorno dopo giorno, realizzano una via verso il bene.


Io posso solo dirti.. che farei qualsiasi cosa.. che sono pronto a fare qualsiasi cosa che possa servire. Credo, in vita mia, di avere raggiunto un grado di sofferenza sufficiente per accettare qualsiasi cosa, anche l’umiliazione, se può servire a qualcosa.


-Grazie Armando.

27 Comments :, , , , , , , , more...

Gli effetti benefici del limone- due storie

by on ott.18, 2013, under Guarigione

Nel corso di questo pezzo voglio condividere informazioni che trovo molto utili sulle notevoli e molteplici proprietà benefiche dei limoni.

Prima di esse voglio riportare due storie di persone che hanno trovato un beneficio sorprendente, vista la loro situazione concreta, dall’utilizzo del limone.

La prima storia è quella più incisiva. A Gian Paolo C. (per leggere la vicenda per intero, comprensiva di intervista, vai al linkhttp://www.ilgiornaledellebuonenotizie.it/?p=18722). Gian Paolo nel 2006, a 42 anni, comincia ad avere un respiro affannoso accompagnato da dolori nella zona toracica dalla parte del cuore. Dopo che da una visita al pronto soccorso non era emerso nulla, gli viene consigliata una visita allergologia. Neanche l’allergologo rileva nulla di particolarmente rilevante e gli suggerisce di sottoporsi a un Ecocolor Doppler. Dopo una lunga sfilza di esame, risulta che almeno il 25% del cuore di Gian Paolo ha subito una compromissione, collegata probabilmente ad un virus. La terapia farmacologica non dà risultati e Gian Paolo è rimandato a casa. La diminuita capacità cardiaca determina una mancanza di fiato che gli procura continui svenimenti, sempre più frequenti.  Arriva a stare stabilmente a letto. Finché una zia gli dice di sperimentare il limone. Gian Paolo si fa tagliare a metà un limone, ne spreme il succo sulla pelle in prossimità del cuore e poi tiene pressato il frutto su quel punto. La prima volta farà questo per dieci minuti; e nei giorni successivi aumenterà il temo. E le sue condizioni migliorano progressivamente. Dopo un mese Gian Paolo si rialza e dopo tre mesi si è’ praticamente ristabilito.

Il protagonista della seconda vicenda, di cui però non viene detto il nome (vai al link http://www.ilgiornaledellebuonenotizie.it/index.php/archives/18565), sette anni fa, soffriva per una fortissima cestite che da sei mesi non lo mollava. Ogni genere di antibiotico si era rivelato inutile, così come le tante visite preso gli urologi. Finché decide di sperimentare un rimedio consigliatogli da un amico dietologo, nutrizionista e gastroenterologo.  In pratica prendeva una spremuta di tre limoni seguiti da tre bicchieri d’acqua, ogni sera prima di andare a dormire. E doveva tenere duro tutta la notte.. ovvero, non andare ad urinare. Bene, in pochi giorni, questa donna non aveva più bruciori, né sanguinava e i valori, agli esami specialistici, risultavano perfetti.

—————————————

Esaminiamo, adesso, in senso più ampio, il “mondo” benefico dei limoni.

Il limone fa parte della famiglia delle Rutacee, cui appartengono anche arance, mandarini, bergamotti, cedri, pompelmi.

Il limone era usato come “farmaco” quando ancora non si sapeva nulla delle vitamine. Si conoscevano le proprietà del succo come antiemorragico, disinfettante, diminuzione consistenza di feci (diarrea) e ipoglicemizzanti (tende a far diminuire il glucosio nel sangue). Era utilizzato nella cura dello scorbuto. In Sicilia, dove esiste da sempre il problema dell’acqua potabile, si mettevano nelle riserve d’acqua vari limoni tagliati a metà; perché si riteneva che i limoni disinfettassero l’acqua. Cosa che ha ricevuto anche conferme in tempi moderni.

Nell’aromaterapia è considerato rinfrescante, tonico per la circolazione, battericida, antisettico, valido per abbassare la pressione arteriosa, utile per eliminare verruche, calli, gengive infiammate, per curare artrite e reumatismi, vene varicose, raffreddore, influenza.

Il limone è ricco di oli essenziali, il principale dei quali è il limonene, concentrato prevalentemente nella scorza. Gli oli essenziali del limone hanno un elevato potere antibiotico e disinfettante.

Il limone (assieme al pomodoro) è il vegetale con il più alto contenuto di acido citrico, una sostanza essenziale per il ricambio energetico delle cellule. Contiene inoltre citrati di sodio e di potassio, che hanno un notevole potere depurativo. Dal limone lo scienziato ungherese Albert Szent-Gyorgy riuscì per primo a isolare la vitamina C, di cui il frutto è particolarmente ricco.

Complessivamente il limone:

- Riduce i livelli di colesterolo e contrasta l’arteriosclerosi: grazie all’azione fluidificante dei citrati di sodio e di potassio, il sangue circola più liberamente nelle arterie e passa facilmente attraverso le pareti dei capillari, apportando alle cellule una maggiore quantità di sostanze nutritive. Se bevuto abitualmente e in quantità significative, il succo di limone aumenta i livelli di colesterolo HDL, il cosiddetto ‘colesterolo buono’ e abbassa il livello di colesterolo LDL, ‘quello cattivo’. Riduce inoltre i livelli di omocisteina messa in relazione con alti rischi d’infarto.

- Combatte reumatismi, artrite e gotta: il limone contiene oligoelementi che sciolgono i cristalli di acido urico. L’acido citrico, inoltre, ha un effetto depurativo.

- Allevia i sintomi di mal di gola, raffreddore e influenza: per le loro proprietà antivirali e antibatteriche gli oli essenziali del limone sono efficaci nel contrastare le malattie infettive. Per stroncare un raffreddore sul nascere, ai primi sintomi, quando la gola inizia a pizzicare, si consiglia di mangiare un limone intero, buccia e semi compresi (di produzione biologica); in caso di mal di gola, si consiglia di fare gargarismi con il succo di limone. Se il naso è otturato, instillate alcune gocce di succo di limone direttamente nel naso.

- Aiuta a digerire i grassi: il limone si è dimostrato utile a chi ha tendenza a formare calcoli alla cistifellea. Uno dei sintomi più frequenti è la difficoltà a digerire i grassi, dovuta alla presenza di piccoli calcoli. A digiuno o lontano dai pasti, bevete il succo di almeno tre limoni nell’arco della giornata.

- Cura le affezioni della pelle: per le sue proprietà antivirali e antisettiche, il succo di limone favorisce la guarigione in caso di verruche, foruncoli, vescicole, afte, pustole, ferite e piaghe. Si consiglia di mettere sulla zona interessata qualche goccia di limone, due o tre volte il giorno.

- Disinfetta: in caso di punture d’insetti (zanzare, pulci o altro) strofinate sulla zona interessata una fettina di limone.

- Grazie alle sue mucillagini, il succo di limone ammorbidisce la pelle e la nutre con gli oligoelementi di cui è ricco. Inoltre, grazie al suo contenuto di vitamina C, di acidi citrico e malico, la tonifica, riduce la secrezione di sebo e mantiene la giusta acidità.

Quello che può risultare sorprendente è la forte capacità del limone di agire contro i tumori:

-Nei limoni ci sono molecole con notevoli proprietà antiossidanti, capaci di contrastare l’azione dei radicali liberi, che possono alterare la struttura delle membrane cellulari e del materiale genetico (DNA) e quindi aprire la strada ai processi tumorali. Queste molecole sono i flavonoidi, presenti ad alte concentrazioni, e i limonoidi (che si ritrovano soprattutto nella buccia e che contribuiscono a fornire il tipico sapore agro). Riguardo i flavonoidi; uno studio pubblicato su Journal of Agricultural and Food Chemistry rivela che queste sostanze sono in grado di limitare l’azione di particolari molecole con alto potenziale cancerogeno. Un’altra ricerca, pubblicata su Current Cancer Drug Targets, afferma che i flavonoidi hanno il potere di rallentare il processo di duplicazione delle cellule tumorali.

-I limonoidi mostrano una diretta capacità di frenare alcuni tipi di cellule cancerose, come quelle del neuroblastoma: l’hanno verificato, per ora solo in provetta, i ricercatori della Texas Agriculture Experiment Station di Chillicothe (Stati Uniti).  Inoltre  i più i limonoidi hanno il potere di limitare le infiammazioni croniche che a loro volta sono alla base, spesso, della trasformazione neoplastica dei tessuti. I limonoidi poi mostrano una diretta capacità di frenare alcuni tipi di cellule cancerose, come quelle del neuroblastoma: l’hanno verificato per ora solo in provetta, i ricercatori della Texas Agricolture Experiment Station di Chilicothe (Stati Uniti).

- Secondo uno studio statunitense, il limonene, sostanza contenuta nel limone, pare sia impiegata con successo nella distruzione dei calcoli nella cistifellea, e nella cura di tumori a pancreas, stomaco e intestino.

-Dal 1970, dopo più di venti test di laboratorio, si rileva che distrugge le cellule maligne in dodici tipi di cancro, incluso quello del colon, del seno, della prostata, polmone e pancreas.

-Addirittura, secondo l’Istituto di Scienze della Salute di Baltimora, i composti dell’albero di limone hanno dimostrato un’efficacia 10.000 volte superiore di uno dei più usati farmaci chemioterapici. Non bastasse, pare che questo tipo di terapia a base di estratto di limone abbia la capacità di distruggere solo le cellule tumorali maligne senza influire su quelle sane.

Ma le azioni benefiche del limone non si fermano qua:

-Il limone è un valido aiuto anche per chi ha poche difese immunitarie perché può “aumentare” la produzione dei globuli bianchi. Anche per quanto riguarda il trattamento del diabete, questo frutto si è dimostrato un ottimo deterrente.

– E’ uno spettro anti-microbico contro le infezioni batteriche e i funghi, funziona come antidepressivo, utile contro stress e disturbi nervosi, regolatore di pressione alta, combattente naturale di parassiti interni e vermi.

- Studi scientifici in fase ancora embrionale, hanno individuato nella tangeritina, elemento presente nella buccia del limone, la possibilità di controllare i livelli di colesterolo nel sangue. Allo stesso tempo, sono all’esame i suoi effetti positivi nella cura del morbo di Parkinson.

- Secondo la Reams Biological Ionization Theory, il limone sarebbe l’unico alimento anionico al mondo, caratteristica che lo renderebbe particolarmente benefico per la salute, grazie al contributo dato nell’interazione tra cationi e anioni, necessaria per la produzione di energia a livello cellulare.

E’ universalmente consigliato di bere ogni giorno il succo di un limone, specialmente al mattino, a digiuno.

Una sintesi finale di massima sugli effetti benefici del limone:

  • Ostacola l’insorgere dell’osteoporosi
  • Riequilibra il Ph del corpo
  • Migliora la digestione
  • Favorisce il riposo
  • Previene raffreddore e influenze
  • Depura il fegato
  • Elimina gli acidi urici
  • Favorisce l’attività intestinale
  • Dissolve i calcoli biliari, renali e i depositi di calcio che si accumulano nei reni
  • Previene la calcolosi urinaria
  • Contrasta i radicali liberi
  • Previene l’invecchiamento cellulare dell’organismo
  • Abbassa il colesterolo
  • Favorisce la digestione
  • Ha proprietà antibatteriche
  • Elimina i parassiti intestinali
  • Rafforza i vasi sanguigni
  • Regola la pressione del sangue
  • Ha proprietà anticancro
178 Comments :, , , , , , , , , , , , , , , , , more...

Intervista a Marisa Pontesilli- omeopata

by on lug.19, 2013, under Guarigione, Medicina

Marisa Pontesilli è una di quelle persone che vivono una vita coerente.

Mi piacciono queste persone.
Che si innamorano di qualcosa (Marisa dice che l’omeopatia è il suo più grande amore dopo sua figlia), e dopo le sono fedeli, imperterriti per tutti gli anni della propri vita, a costo di sacrifici e rappresaglie.
Chiunque si innamora di qualcosa, vive secondo passione.

Marisa fu curata da un tumore tramite l’omeopatia, e da qui iniziò buttarcisi dentro, una full immersion durata anni.

Lei contesta la pratica omeopatica maggioritaria, quella “pluralista”, dei più rimedi omeopatici, dati contemporaneamente, e considera solo quella “unicistica” – un solo e unico rimedio dato per volta- ovvero l’omeopatia originaria- come l’unica vera omeopatia capace di produrre risultati profondi.

In questa intervista cerchiamo anche di fare emergere alcuni concetti di fondo su ciò che è omeopatia.

Sebbene negli ultimi tempi io stia facendo uno studio specifico sul Metodo Di Bella.. sono sempre stato aperto alla ricchezza del mondo terapeutico non convenzionale, in virtù di tante cose viste e conosciute nel corso degli anni.

Riguardo il testo che oggi leggerete, la questione non è spingere a credere o non credere nell’efficacia terapeutica dell’omeopatia (come di qualsiasi altra cura non convenzionale). Ma l’apertura alla conoscenza di altri mondi… lo stimolo alla curiosità, alla scoperta.. per poi decidere, se si vuole o no sperimentare..anche questi mondi.
Incontri-interviste di questo genere offrono una occasione in più di conoscenza. Poi ognuno valuterà se vuole approfondirla questa conoscenza (in questo caso l’omeopatia) o se vorrà approfondirne e sperimentarne altre.

Il mondo della guarigione è ricco e dovremmo volerlo esplorare senza pregiudizi.
E’ un mondo dove trovi personaggi ambigui certo… ma anche persone che come Marina hanno dedicato ad esso un’intera esistenza.

——————————————————————————————————————-

-Marisa, quando sei nata e dove?

A Moncalieri, ho 57 anni.

-E adesso dove vivi?

vivo e lavoro a Torino.

-La tua spinta verso certi argomenti, verso certe visioni,l’hai sempre avuta  o si è sviluppata in una fase della tua vita?

Diciamo che si è mano mano sviluppata, ma ha avuto inizio dalla scelta della facoltà universitaria. Giovanissima e con grande spirito di avventura   mi ero indirizzata verso l’’arte e l’archeologia e l’antropologia, soprattutto avevo scoperto tutta una serie di argomentazioni sulla medicina antica che mi sono state utili  per approcciarmi poi all’omeopatia.

-Com’èra  la tua vita negli anni precedenti?

Ero molto predisposta al sociale, al collettivo. Ero già indirizzata verso  gli altri. E poi coltivavo in me essendo stata una figlia adottiva pur conoscendo i genitori biologici, la continua ricerca delle radici, della storia. Ricerca che, poi, ho scoperto era emblematica dei percorsi del mio inconscio, della mia ricerca personale.

-Quindi per prima cosa ti sei iscritta a lettere con indirizzo archeologico antropologico all’università..

Sì.

-E da questo quando è emerso l’interesse verso l’omeopatia.

Quando sono ammalata di tumore. Non ho fatto intervento, non ho fatto che mio. Mi sono affidata ad un omeopata di Torino che al tempo era molto conosciuto. Guarigione in sei mesi, totale. E da quel momento ho dedicato tutto, tutto quello che avevo, a livello anche economico, non solo energetico,per potere comprendere il più possibile l’omeopatia Unicista . Al tempo Università di Omeopatia o Accademie in Italia non esistevano, non solo, nel 1971 è stato chiuso anche l’Ospedale Omeopatico e la farmacia Omeopatica,questo per mancanza di nuove leve e non per mancanza di pazienti,  per cui ho dovuto investire molto denaro ed energie per studiare all’estero. In Italia ormai i corsi di Omeopatia venivano gestiti da case farmaceutiche,  questo a me non interessava, anche perché non insegnavano Omeopatia Unicista mal’Omeopatia francese, più rimedi più costi per il paziente.

-Quanti anni avevi quando questo tumore è emerso?

Avevo 29 anni.

-Ti eri già laureata in precedenza?

Sì, avevo conseguito la prima laurea che avevo 23 anni. Poi,da poco tempo avevano aperto la facoltà di psicologia; e così ho proseguito congli studi di psicologia. Non mi sono mai abilitata perché proprio in quel periodo emerse il tumore. E da lì uno studio, una passione.. che è durata tuttala vita. .

-Naturalmente ti sei chiesta perché questo tumore era emerso..

Certo. Ho capito quale era stato il conflitto alla base del tumore e l’ho risolto insomma; anche se alcune sfumature di questo tumore io le ho portate a galla quando ho fatto i corsi di bioenergia, di psicogenealogia,ecc.  comunque, è anche una scoperta infinita. Lavori con le persone, lavori con il pubblico e non smetti mai di lavorare su te stesso.

-Il tuo conflitto lo comprendesti già durante il trattamento omeopatico quindi..

Sì, durante il trattamento omeopatico, considerando che  per sei mesi ho preso un unico rimedio e non 45, come fanno gran parte delle persone adesso, senza risultati. Ho scelto un omeopata unicista, perché so che l’unicismo lavora anche a livello psicologico,mentale, emozionale. Quindi è stato anche il rimedio a fare ritornare alla mente vecchi  traumi e conflitti lasciati in sospeso, ma vivendoli e guardandoli da spettatrice. Quando prendi un rimedio omeopatico, quando guardi il trauma che avevi rimosso è come se guardassi il film di un’altra persona dall’esterno.

-Che differenza c’è tra l’omeopatia unicista e l’omeopatia che viene spesso praticata?

L’omeopatia praticata in via maggioritaria nel nostro Paese è l’omeopatia cosiddetta “pluralista”, che non è l’omeopatia originaria, che era e rimane unicista. Mentre l’omeopatia unicista prevede l’uso di un solo rimedio per volta, l’omeopatia pluralista ne prescrive tanti, ma non ha la stessa potenza risolutiva dell’omeopatia uni cistica. Ribadisco da sempre chel’omeopatia pluralista cura, ma non guarisce veramente. Questa forma di omeopatia è una creazione del francese Boiron, ed è portata avanti dagli interessi delle aziende farmaceutiche omeopatiche. Ci sono tanti medici che prescrivono omeopatia avendo fatto corsi con  case farmaceutiche, non sapendo neppure dell’esistenza dell’Organon ,la bibbia degli omeopati, dove studi come funziona veramente l’omeopatia.  E poi un altro libro che tutti dovrebbero leggere scritto da  Vithoulkas George “la scienza dell’omeopatia” ; fondatore in  Grecia dell’ Accademia Internazionale di Omeopatia Classica, libro che tutti  i pazienti omeopatici devono leggere.

-Questo omeopata con cui ti curasti che tipo di persona era?

Al tempo era un grande personaggio. Molto umano, molto preparato anche sul piano culturale.  E’stato lui a spronarmi a intraprendere gli studi di omeopatia, avendo io  anche delle basi di psicologia molto serie.Poi, qualcosa è cambiato nel suo atteggiamento. Dal momento che ha visto che  potevo esercitare la professione, fare ricerca, andare avanti, mettermi in contatto con realtà di tutto il mondo,  mi ha fatto guerra.

-Come fu per te l’impatto della cura?

Quando inizialmente un amico mi propose di provare conl’omeopatia, ero un po’ scettica. Dopo la prima visita,  andai subito in una libreria e al tempo spesi un milione di lire per comprare tutti i libri possibili sull’omeopatia …  non potevo permettermi grandi spese in quei tempi. Ma sentivo che dovevo fare così. E’ stato un impatto molto forte. E ha rappresentato l’inizio di un viaggio che mi ha segnato per sempre. Per me l’omeopatia è stata il mio più grande amore dopo mia figlia. Considera che nello stesso periodo mia figlia di  tre anni aveva  sviluppato un pneumatorace per soppressione da varicella con cortisone,non riuscivano più a salvarla, le volevano togliere un polmone…  poi è arrivata sempre la stessa persona, ha alzato la tenda ad ossigeno, le ha messo un rimedio omeopatico in bocca, mia figlia è sfebbrata il giorno dopo, il polmone è ripartito.

-Queste letture  ti convinsero da subito, ti portarono immediatamente a “crederci”?

Sì, l’omeopatia mi convinse subito, proprio perché il primo libro che ho letto fu l’Organon di Hahnemann. Hahnemann è il fondatore dell’omeopatia  uni cistica. In quel libro c’era la spiegazione di come Hahnemann era arrivato a questo. E per me aveva tutto un senso scientifico.

-Immagina adesso di trovarti di fronte persone che nullasanno dell’omeopatia? Quali sono la sua logica e i suoi principi?

Innanzitutto dobbiamo dire due cose su Samuel Hahnemann.  Stiamo parlando della seconda metà dell’ottocento.  Lui era un medico, all’epoca i medici usavano salassi, digiuni; tutta una serie di cose allucinanti. Dopo che gli erano morti per malattia la moglie e quattro degli 11  figli, decise di chiudere lo studio medico dichiarando, “io non riesco a curare nessuno”.
Ma dovendo mantenere gli altri figli, inizia la professione di  traduttore.. dal latino, dal greco,da altre lingue. Un giorno , traducendo la materia medica del Cullen,  si accorge che gli operai che all’epoca lavoravano il chinino, avevano tutti i sintomi della malaria, senza avere la malaria, e da quel momento parte il colpo di genio. Nel senso che.. un rimedio.. una pianta, un minerale, un animale.. lavorato e posto  in tintura,diluito e dinamizzato produrrà i sintomi della malattia senza avere la malattia. A questo punto Hahnemann inizia a preparare chinino molto diluito e a somministrarselo, notando che la tintura produceva sintomi o come viene comunemente detto aggravamento dei sintomi, ma avendo conoscenze di spagiria e alchimia inizia non solo a diluire il prodotto ma a dare delle forti succussioni, a quel punto si è reso conto che il paziente non solo migliorava, ma in alcuni casi guariva.

-Tu intendi dire che lui capì sia che lo stesso prodotto che può generare una malattia, può essere alla base della risoluzione di quella malattia e sia che diminuendo la concentrazione della materia, questa diventa sempre più potente dal punto di vista curativo. Ora tu sai che per molti questa cosa ha una logica, per altri si tratta di un mito, di una favola mai provata.

La facoltà di fisica di Atene ha proprio creato un macchinario che dimostra quanto detto. Questi studi sono stati pubblicati chiaramente in inglese. In Italia non sono mai arrivati se non ne parliamo noi.  In Italia c’è una grande carenza di informazione da questo punto di vista.

-Ma perché, nell’ambito dell’omeopatia classica.. unicista..è quella di un rimedio alla volta?

Tu in quel momento sei un soggetto, un individuo unico,diverso da tutti gli altri, con le sue caratteristiche fisiche, mentali ed emozionali  e solo con un rimedio per volta si potrà fare una perfetta calibrazione sul suo stato energetico globale.Nel momento in cui si sono creati dei problemi sul livello fisico, o a livello emozionale o mentale, quel rimedio ti porterà in una sorta di equilibrio. Il rimedio omeopatico non fa altro che rimettere in equilibrio i tre piani,mentale, emozionale, fisico.

-Ma perché funziona?

Perché sono medicinali di frequenza, e noi tutti abbiamo unritmo e una frequenza, gli stessi nostri organi: il cuore il polmone ecc. .Abbiamo un ritmo cardiaco, respiratorio, polmonare. Abbiamo anche un ritmo nelfare le cose. Se somministro quattro rimedi diversi, con una diluizione moltobassa in cui trovo ancora materia, non solo posso avere un peggioramento, manon risolvo il problema.  Mi curo ma nonguarisco. Sono due cose completamente diverse.

-Come si individua il rimedio omeopatico?

Funziona in base alla sperimentazione. Tra l’altro l’omeopatia unicista è l’unica terapia al mondo che fa sperimentazione sull’uomo sano. Preparo una diluzione alla 30 CH, di un minerale, di un animale di un… estratto dalla malattia, quindi diluisco e dinamizzo la sostanza 30 volte ma ad ogni passaggio effettuerò 100 succussioni (centesimale Hannemanniana,vuol dire questo il CH riportato sulla confezione dei rimedi ). somministro tre volte al giorno per quindici giorni ad un gruppo di persone sane, senza essere sottoposti a farmaci e che non hanno avuto gravi patologie duecento, nell’arco di qualche giorno, i soggetti detti sperimentatori, daranno sintomi emozionali,fisici e mentali, ma senza la malattia.

-Se dovessi spiegare ad una persona semplice cos’è la dinamizzazione o succussione.

Uso una goccia della tintura madre del prodotto che ho preparato, Prendo –facendo numeri ipotetici- una goccia di quella tintura madre e le matterò in un flacone dove ci sono novantanove gocce d’acqua o alcol.  E darò cento succussioni, cento colpi.. chiaramente i laboratori hanno dei  bracci meccanici, con una piega di  novanta gradi. Il braccio deve colpire con quell’angolazione di novanta gradi. Se invece lo facon un’angolazione maggiore o minore il rimedio non ha la stessa frequenza. Hanemann addirittura diceva che più il braccio con cui dai la successione èl ungo, più il rimedio acquista potenza. Infatti lui addirittura volgeva il flacone nelle “vanghe” dei contadini.

-Quindi fammi capire, si mette una goccia di tintura madre insieme ad altre cento gocce di alcol…

Sì. E dopo aver effettuato 100 colpi al flacone ho la 1ch..che vuol dire centesimale “hahnemanniana”.

-Quindi una volta messa questa goccia in mezzo ad altre novantanove gocce di alcool..

A quel punto io estraggo da questo preparato un’altra goccia da mettere in un altro flacone, aggiungo altre novantanove gocce di acqua,faccio altre cento successioni, e ho la 2 ch. Hahnemann arrivava fino alla 30ch in questo modo.

-Ovvero questo processo viene portato avanti fino a 30 volte di seguito?

Esatto. La sperimentazione ancora oggi nel mondo si fa conla 30 ch.

-Tu capisci come questo è rivoluzionario rispetto ad ogni logica quantitativa astratta. Perché una cosa ridotta all’infinitesimo,diventerebbe più potente.

La fisica quantistica ne ha dato prova e conferma. Varie sperimentazioni. Ma anche la natura stessa ci dà prove e conferme. E’ la materia che dà la pesantezza, è la materia che costringe.. ma questo in tutte le filosofie, in tutte le religioni.. liberando la luce e l’energia al’interno della materia, ho dei risultati.

-Ci stiamo avvicinando ad un concetto che può in qualche modo essere capito anche da chi non ha approfondito la materia.. Tu stai dicendo che dinamizzando sempre di più, è come se la scintilla vitale di una materia, di un prodotto, di una sostanza, si libera con più potenza. Ho capito bene?

Perfetto. Hai trovato le parole giuste.

- Il fatto di sapere che qualora si presenti un problema tu userai quel tipo di prodotto, a monte, il collegamento tra quel problema e quel prodotto, è stato individuato con queste sperimentazioni che hai detto prima?

Qui c’è da fare una specifica. Se arrivano dieci persone con la psoriasi,  consiglierò dieci rimedi diversi, perché  non devo tenere conto solo del sintomo fisico, ma del  vissuto di una persona, dell’anamnesi personale e  famigliare. Infatti per  la psoriasi, troverò 400 rimedi su 5000 sperimentati. Quindi tra quei rimedi che ho descritto dovrò scegliere quel rimedio che, a livello di sperimentazione sull’uomo sano, ha dato gli stessi disturbi mentali, emozionali e fisici della persona che ho di fronte.

-Quindi esistono degli archivi, dei repertori di studi..

Esatto, materie mediche e repertori.

-Questi repertori come sono sorti, come vengono aggiornati..chi li raccoglie?

I repertori risalgono già all’inizio del novecento. Anzi,anche un po’ prima, visto che il primo repertorio l’ha fatto il Benninghause ,era un agronomo e genero di Hahnnemann.  Negli Stati Uniti il repertorio di Kent all’inizio del novecento.Dopodiché, grazie a Frederik Schroyens belga, siamo riusciti ad avere quelloche noi chiamiamo radar o sintesi.  Devotrovare il rimedio adeguato a tutte le descrizioni mentali emozionali e fisichedel soggetto  che ho di fronte.

-Quindi possiamo dire che adesso c’è un megaarchiviounitario con tutti questi rimedi?

Esatto..  siamocollegati con tutto il mondo.

-E di volta in volta viene aggiornato?

Viene sempre aggiornato. La sede fisica è in Belgio, dove ci sono tutti gli archivi. Da lì viene informaticamente inviato a tutti i posti del mondo.

-Quindi, per fare un esempio stupido, se uno gli fa male il mignolo, si vanno a vedere i rimedi sperimentati positivamente per  il dolore al mignolo. Nel corso delle sperimentazioni, poi, sono emersi anche altri riferimenti oltre al “solo”dolore al mignolo. Ad esempio male al mignolo e mal di testa, e male al mignolo e rabbiosità.  Diciamo che ci sono quindici rimedi per il male al mignolo. E tu a seconda di quale di questi quindici rimedi è più compatibile col caso che stai esaminando, ti affidi a quello.

Io valuto però conoscendo la materia medica di quel rimedio,..a livello mentale, emozionale e fisico.. posso prescrivere quel rimedio oppure un altro. Ma devo conoscere bene la materia medica. E invece tanti miei colleghi cosa fanno? Mettono i sintomi in questo programma, e poi il primo rimedio che gli appare, danno il rimedio.

-Riepilogando.. c’è un problema, quel problema è connesso però ad una possibile molteplicità di altri sintomi. Questo grande archivione,questo repertorio, fa una selezione di una serie di possibilità significative dal punto di vista sintomatologico.. si fa una ricerca, tu trovi l’emblema più analogo al tuo problema e quello diventa un forte argomento per quella persona.

Posso farti un esempio pratico?

-Certo..

Esempio arriva da me una persona che ha l’insonnia.  I rimedi per l’insonnia sono 542… che sono tra l’altro per gradi.. primo grado, secondo grado, terzo grado, quarto grado;a seconda della gravità. Quarto grado vuol dire che ho l’insonnia da mesi, da anni.. e che ce l’ho sempre, tutte le notti. Primo grado vuol dire che ne soffro ogni tanto, per cui  farò una serie di altre domande, che si sviluppano appunto nel colloquio omeopatico. Domande come“quali altre situazioni fisiche hai avuto nella vita?” “come l’organismo ha reagito?…”. Se, per esempio, nel tuo percorso di vita,  hai avuto un intervento di appendicite e dopo 48 ore sei stato benissimo, vuol dire che la tua energia vitale è molto forte,molto alta, molto buona. Se invece hai avuto tutta una serie di conseguenze da questo intervento.. sei stato un mese chiuso in casa.. perché debole,debilitato, o perché l’anestesia ti ha dato qualche danno, vuol dire che la tua energia vitale era molto molto bassa. Innanzitutto lo scopo è andare a ricercare perché l’energia vitale è alta e bassa;  anche attraverso l’anamnesi famigliare,prendendo in considerazione ciò che hanno avuto i miei genitori. Ma se i miei genitori ultra novantenni  stanno bene,vuol dire che la mia energia vitale si è abbassata per una serie di traumi che io ho avuto nella vita. Quindi vado ad indagare su tutto questo. In omeopatia si fanno delle domande. Come è il sonno, quali sogni fai, le tue paure, dal buio, ai fantasmi, agli animali, che tipo di ansie hai, come le vivi, cosa ti piace mangiare, queste sono tutte cose che fanno parte del colloquio omeopatico,quali sono i cibi per cui hai avversione, gli hobby che hai, di cosa ti interessi, se sei pigro, quale stagione ti piace, come cammini, come dormi.Questi sono tutti sintomi omeopatici. Quindi, in base alle risposte che tu mi darai, io da quei 542 rimedi troverò quello che mi darà tutti  i sintomi che hai descritto, perché li hanno avuti gli sperimentatori durante la sperimentazione, e per il principio di similitudine consiglio lo stesso rimedio. Uno dei principi storici dell’omeopatia è “simile cura il simile”.

-Quindi tu dai il rimedio che più corrisponde tra il dato e la persona concreta che hai di fronte.

Esatto.

-Ma ti è mai successo che quella persona potesse avere due problemi principali, decisivi, nel cui caso, ognuno di essi, visto singolarmente spingeva verso  una direzione, e l’altro verso un’altra?

Impossibile, se studi la materia medica è impossibile.. vuoldire che se tizio ha avuto la psoriasi e ora ha un cancro al fegato conl’ipertensione, si prescrive sempre e solo un rimedio, in questo caso scelto inbase all’ultima parte della sua vita.

-Quindi non può accadere che vi siano alcuni sintomi che portano in maniera inequivocabile verso un rimedio e altri sintomi che portano verso un altro rimedio e tu lì puoi scegliere uno dei due?

No, no.. è impossibile. E’ vero che tanti rimedi hanno sintomi comuni, ma con un buon colloquio e la conoscenza della materia medica..alla fine ci sarà solo un rimedio.. per quel momento. Magari tra sei mesi avrai bisogno di un altro rimedio, ma prescrivi sempre e solo un rimedio sulla situazione del momento. Ora ti spiego.. nei casi più gravi.. ai pazienti ho dato 4 – 5 rimedi. Ma dare 4-5 rimedi, vuol dire che questi sono stratificati come una cipolla. Quindi io devo prendere i sintomi del momento e dargli il primo rimedio, quando si presenteranno.. chiamiamoli sintomi.. del secondo,darò il secondo rimedio. I rimedi vengono dati uno singolarmente quando si presentano i sintomi di quel rimedio. Il paziente starà sempre meglio.. e comunque i primi sintomi a scomparire sono quelli che noi chiamiamo gravi.

-Ritorniamo alla tua vita. Tu intraprendi questa cura conl’omeopata, guarisci in sei mesi, intanto ti eri messa a studiare,.. quantianni sono durati tuoi studi?

Non ho ancora smesso.

-Ma quanto tempo hai studiato perché tu potessi diventare ingrado di curare veramente gli altri?

Quattro anni.

-Quattro anni che hai passato dove?

Tra gli Stati Uniti, Germania, Grecia, Belgio, Inghilterra, Cuba.

-Quindi andavi di volta in volta, stavi alcuni mesi.. alcuni anni.. poi ti spostavi in un altro paese. Giravi così, insomma?

Esatto. Considera sempre che io avevo la bambina piccola dacrescere. Dove ho potuto l’ho portata con me.

-Quindi hai avuto 4-5 anni di fuoco?

Di fuoco, con una bambina piccola e sola.

-Sola perché?

Mi ero separata. Tra l’altro anche il mio ex marito si èdedicato all’omeopatia.

-Dopo questi 4-5 anni di studio intensivo, ti trasferisci aTorino e poi vai di volta in volta a frequentare dei corsi… tipo una vita ametà, metà a Torino e metà in giro per il mondo?

Esatto.

-E questa cosa è continuata finora..

Sì..

-Comunque, una volta che tu intraprendi questi studi, succede qualcosa di particolare, o continui secondo una direzione costante,senza particolari mutamenti?

Nel momento in cui studiavo, ogni scoperta, ogni collegamento, si collegava a tutto quello che avevo letto e studiato in passato. E soprattutto ho dato a me stessa delle risposte a tanti perché certe cose succedevano a me o ad altri.  Eq uindi ogni volta che studiavo e leggevo mi affascinavo sempre di più, me ne innamoravo sempre di più. L’omeopatia è veramente il mio secondo amore dopo mia figlia.

-Non hai mai provato perplessità, sei sempre stata convinta?

Ho trovato sempre riscontro, immediato.

-A un certo punto ti sei sentita in grado di operare sui pazienti.

Preferisco chiamarli clienti.

-Su clienti.. come medico omeopatico..

Non come medico, come omeopata.. addirittura per mel’omeopatia dovrebbero farla solo gli psicologi. O fai il medico o fai l’omeopata,sono due cose diverse.

-Tu sei contraria a quei medici che fanno anche omeopatia?

Sì, a quel punto tu non puoi dare l’antibiotico al mattino con la mutua, e il pomeriggio far pagare 150 euro e dare i rimedi omeopatici.

-E se uno ti dicesse che anche essendo medico, prescrivendo pure i rimedi omeopatici agevola la situazione del paziente?

Tra i miei allievi ho avuto e ho dei medici straordinari, praticano della vera omeopatia, e sono addirittura i medici di base, che non potrebbero neppure farlo. Tra i miei allievi ci sono state persone straordinarie ch econtinuano veramente ad essere straordinari adesso.  Tra i miei allievi  ho avuto una farmacista di Bologna,  si è trasferita in Mozambico, era a Nord come volontariato per aiuti umanitari, si confronterà con un’epidemia di colera,aiutandoli con tre rimedi, non avevano altri farmaci… scusa l’enfasi…

-No.. non ho nulla contro l’enfasi. Semmai sono perplesso quando vedo troppa poca enfasi. .. Tu parli di tuoi allievi, spiega meglio.

Alla fine degli anni ’80, insieme con altre persone ho fondato una scuola di omeopatia, la Mirdad con sede a Torino. Una vera scuola di omeopatia unicista. Sono stata io in a portare in Italia l’omeopatia ai non medici.

-La tua esperienza come omeopata praticante come è stata? Come è stato avere a che fare con i pazienti nel corso degli anni?

Avere avuto a che fare, negli anni, con i clienti omeopatici, è stata una bellissima terapia, perché in un sistema di consulenza di questo tipo hai uno scambio con una persona e quindi la persona che hai difronte, con le sue storie, con le sue emozioni, ti arricchisce, ti fa vedere la vita con occhi diversi, ti entusiasma. Senti la fortissima emozione quando quella persona per anni non è riuscita a risolvere un problema e tu glielo hai risolto. Ma non è l’ego, è con lacrime e commozione dire “hai capito? Ce l’hai fatta. Sei uno in più.” Questo io vivo. Ma questo lo viviamo in pochi. Siamo veramente in pochi.

-Pochi quanto?

Credo un centinaio in tutta Italia. Saremo circa un centinaio i veri omeopati unicisti. Gran parte sono quasi nascosti, non si pubblicizzano. Si conoscono tutti tramite passaparola. Sono delle persone straordinarie. Alcuni vogliono proprio evitare che si sappia che praticano l’omeopatia; ad esempio chi fa il medico di base non vuole mettere il cartello che fa anche l’omeopata, perché l’ASL potrebbe intervenire, ecc.

-Ti faccio una domanda in schiettezza. Riguardo gli omeopati che prescrivono più farmaci, ti è mai venuto il dubbio se nel valutarli criticamente ci sia  da parte tua una diffidenza a prescindere, e se mai ti sei provata ad accostare al loro approccio e ai loro possibili risultati?

Ma certo. E diversi loro casi sono risolti, ho fatto delle ricerche e devo dirti che nei casi in cui hanno funzionato le loro cure, io avrei prescritto un solo rimedio, uno di quelli che era nel loro elenco…

-Tu vuoi dire che in quei casi la cura ha funzionato perché il rimedio davvero efficace è riuscito ad operare senza essere invalidato dagli altri rimedi?

Esatto. Però il problema in questi casi è che avendo dato diluizioni molto basse di materia, il paziente ritorna di nuovo in ricaduta,perché si cura e non si guarisce con quelle potenze. Il problema è che questi medici prescrivono le 15 ch, le 16 ch, quindi la potenza non si libera dalla materia.  personalmente uso le diluizioni K e non CH, e dalle duecento in su, e abbiamo visto che non ci sono aggravamenti omeopatici di nessun tipo . Il paziente sta bene.. subito.

-In pratica stai dicendo che la vostra diluizione è molto molto più approfondita della media di diluizione solitamente usata da chi prescrivepiù rimedi contemporaneamente.  Ma perché non applicano la stessa vostra logica della diluizione?

Non la conoscono, perché hanno fatto i corsi con Boiron inbuona fede. E in quei corsi  gli hanno insegnato che si prescrive sul mal di gola quattro rimedi alla 7 ch. Gli hanno insegnato che se hai preso la febbre gli dai aconitum belladonna, mercurio alla7 ch.

-Insomma, il classico protocollo..

I famosi protocolli. Hanno allopatizzato l’omeopatia. Tanti pediatri fanno questo tipo di omeopatia. Poi le mamme si stufano e arrivano da noi perché il figlio continua costantemente a prendere granulini.. ma guarirà ono questo bambino?

-In Italia gli omeopati unicisti hai detto che sono uncentinaio, e i pluralisti?

Migliaia.

-Quanto dura una visita omeopatica?

La mia dura almeno un’ora, ma nei casi più complicati anche   due ore.

-Quanto costa una tua visita omeopatica?

120 euro con la fattura, perché c’è l’IVA.

-Mentre i farmaci?

Prendi un rimedio unico diciamo per un mese.. per un prezzoche può essere intorno a 15 euro.

-Per quanto è impossibile fare una statistica, in genere,sui pazienti che giungono a voi, i risultati quali sono stati nel tempo? Haimai fatto un calcolo del tipo, su cento persone con l’allergia.. quanti hannorisolto l’allergia?

Tutti.

-Tutti? Tu mi stai dicendo che l’esito delle cure è il 100% di guarigioni?

Sì. Io vivo del mio lavoro, ci sarà un motivo. I proventidella scuola mantengono la scuola non me.

-Riguardo la scuola che hai fondato.. quanti anni dura il percorso di studi?

Se tu hai già una base di alcune materie, come fisiopatologia, o sei già un naturopata.. due anni e poi ti varie specializzazioni, come ho fatto io, girando un po’ il mondo.

-Se invece una persona non ha fatto assolutamente nulla, quant’è la durata del percorso?

Quattro anni.

-Cioè due anni di scuola base e due anni di specializzazioni.

Sì.

-Quali sono i costi?

Tremila euro l’anno.

-E riguardo le esperienze all’estero?

I quattro anni sono fatti qui. Poi una volta diplomato, ti viene offerta la possibilità di andare all’estero.. ma a tue spese, per fare altre esperienze. Valuterai se vorrai farle.

-Sono una sorta di specializzazioni?

Più che specializzazioni sono una integrazione a quello che sai già. Fai delle esperienze sul campo. Cuba per me è stata un’esperienza sul campo, Gli USA con i casi d’autismo è stata una esperienza sul campo, la Grecia dove vedi tutti i casi dal vivo è stata un esperienza sul campo. In India ci sono vere e proprie facoltà di omeopatia; lì in pratica decidi se fare il medico o fare l’omeopata.

-Che tipo di risultati hai avuto?

Ottimi. Tra l’altro noi abbiamo anche il dipartimento di naturopatia. Ma le più grandi soddisfazioni le ho avute dall’omeopatia.

-Cosa pensi delle altre pratiche curative non convenzionali:fiori di Bach, fitoterapia, ecc.?

Tu considera che quella che si avvicina di più all’omeopatia è la spagiria, la spagiria classica, che in Italia non è riconosciuta e devi scrivere, “integratore alimentare” sopra il rimedio spagirico, mentre inSvizzera ad esempio c’è scritto “prodotto spagirico”. Funziona abbastanza come l’omeopatia. I fiori di Bach agiscono su un altro livello.  La fitogemmoterapia è un’altra ottima cosa; a  differenza della fitoterapia classica, dove usando le tinture madri  puoi avere qualche problema se nel contempo prendi anche farmaci, la fitogemmoterapia , usando le gemme delle piante ,esclude il rischio di effetti collaterali. Comunque, tutte queste cose sono un grande supporto, insieme all’omeopatia, meglio ancora. Non sono un’integralista,  devono essere usati  i prodotti che possono essere utili.  Ho visto guarigioni spettacolari con prodotti spagirici. Ho visto nell’immediato la situazione risolversi con i fiori di Bach.

-Tu quindi sei contro l’utilizzo di più rimedi omeopatici..non contro l’utilizzo di un rimedio omeopatico e di altro.

Esatto. La presenza di rimedi diversi non interferisce col rimedio omeopatico.

-Quali sono i casi più gravi che hai visto trattare conl’omeopatia classica?

Di tutto. Cancri, tumori, autismo, sclerosi, schizofrenia.

-Ci sono medici omeopatici che dicono che le patologie più gravi non si possono curare con l’omeopatia.

E’ perché non hanno studiato.

-In questi casi una delle cose contro le quali si sbatte sempre la testa è la difficoltà ad avere una casistica. Si dovrebbe riuscire a fare una cosa del tipo.. 3000 pazienti, che iniziano nello stesso momento-monitorati dall’inizio alla fine- per poter poi dire “guardate, abbiamo fatto questa ricerca,e questi sono i risultati”. Oppure, come talvolta accade con le sperimentazioni scientifiche, si potrebbe agire trattando, ad esempio, tremilapersone con i rimedi classici e tremila con i rimedi omeopatici, per poi vedere, dopo un tot periodo di tempo (ad esempio un anno), lo stato di quelle persone; sia quelle trattate con i farmaci sia queste trattate con i rimedi omeopatici. Così avreste una sorta di ancoraggio medico anche dal punto di vista legale.

Sono state fatte delle sperimentazioni del genere in cliniche private, con grandi risultati…. Ma il mondo accademico…. E non dico altro…

-Ma riguardo a questi pazienti che negli anni sono giunti da voi.. avete comunque registrato i loro risultati? Avete fatto  una sorta di rendiconto?

Noi avevamo fatto addirittura i video con queste persone.Quando c’è stato l’incendio ci hanno distrutto tutto.  Da dieci anni abbiamo ricominciato da capo.

-Incendio?.. Raccontami di queste vicende. Queste reazioni ostili quando sono cominciate?

All’inizio erano screditamenti. La prima volta che ci hanno mandato i NAS –che sono entrati e usciti perché non hanno trovato niente- erail 97. Poi ripresero di nuovo screditamento. Poi l’incendio, nel 2003.. dove perdemmo tutto. E poi i nuovo lo screditamento. Nel 2008 ancora la finanza mandata da una collega omeopata. Quest’ultima vicenda ha comportato l’interrogatorio di più di 500 pazienti in tutta Italia. I pazienti erano incazzati neri, perché trovavano intollerabile essere interrogati per una cosache li aveva fatti stare bene. In Italia c’è un problema. Ci sono molti magistrati che quando sentono le parole cura.. paziente.. terapia.. guarigione…  dicono “tu hai compiuto un atto medico.. non sei laureato in medicina e chirurgia in Italia”. Ecco perché stiamo optando perla fondazione. Perché con la supervisione di tre medici non dovrebbero esserci problemi.

-E dopo il 2008 è accaduto altro?

L’ultimo atto.. l’anno scorso.. ci hanno rimandato i NAS. Però ricordo anche un momento che mi diede un senso di conforto. Quando arrivòl a finanza giudiziaria, il maresciallo che seguiva l’operazione era laureato in giurisprudenza, era un uomo di cultura, aveva capito benissimo quello che facevamo e ci disse “mi spiace, perché stiamo conducendo un’indagine,investendo degli uomini che devono fare altro per una cosa assolutamente pulita.. complimenti.. tanto di cappello”.

-Torniamo un’ultima volta all’approccio curativo. Secondo tequanto incide la personalità di una persona, le sue emozioni, con la patologia?

Cento per cento.

-Però qui tu non stai considerando onde elettromagnetiche,  cibo e altre cose.

“Tutto è veleno” diceva Paracelso. E’ chiaro che se iolavoro 30 anni a contatto con l’eternit sicuramente avrò dei problemi aipolmoni. E’ chiaro che in tanti casi il problema arriva da fuori. Ma  devo avere anche una predisposizione. E’comunque fondamentale l’energia vitale. Ti faccio un esempio pratico adesso.. se io  mangio tutti i giorni carne impanata,  sicuramente prima o poi avrò dei problemi al pancreas e al fegato. Se la mia energia vitale è alta magari li avrò dopovent’anni, se la mia energia vitale è bassa magari ce li avrò dopo un anno, unanno e mezzo, e devo trovare quel rimedio che ti faccia passare questa voglia.Ecco perché noi chiediamo desideri e avversioni alimentari nel colloquio omeopatico

-Cos’è quell’elemento che fa la differenza nella guarigione? Dove sta quel di più?

L’atteggiamento mentale, l’atteggiamento emotivo. Quando svolgo il colloquio omeopatico o quando guardo le cose, o come la gente si esprime, rifletto molto, mi soffermo e sento solo parole negative. C’è sempre una parola che si ripete, ed è sempre una parola negativa.

-Domanda, il tipo di atteggiamento incide sulla curaomeopatica?

No. Il rimedio agisce comunque. Tu puoi dire “non funziona..non me ne frega niente.. provo tanto non funziona… “ ma agisce comunque.

-Quindi il rimedio agisce..

A prescindere che tu ci creda o no. Anzi per me la sfida è proprio nelle persone che non ci credono.  Chiediamoci come mai funziona su neonati e animali?

-In questi territori chiunque si specializza in un campo è convinto che lì è la chiave di tutti i misteri.. ad esempio c’è chi appassiona ai temi del cibo.. e vede solo in quelle tematiche la chiave di tutto.. “l’uomo è ciò che mangia”.
E allora spiegami perché abbiamo avuto casi di cancro in vegetariani e veganiani. L’alimentazione è importante, ma non è l’alimentazione che mi fa venire il cancro. E’ un fatto pesante, esterno, uno stress lunghissimo che è durato più di nove mesi e che ho vissuto in solitudine.

-Concludendo.. su cosa ti stai soffermando in particolarenegli ultimi tempi?

La fondazione.. lafondazione.. la fondazione.. così potremo fare di più.. così potremo fare ricerca.. produrre dati.. essere ancora più efficaci.

-Grazie Marisa

Grazie a te.

5 Comments :, , , , , , , , , , , , , , , , more...

Intervista a Lisa Scuotto – testimonianza sul Metodo Di Bella

by on lug.06, 2013, under Guarigione, Medicina, Resistenza umana

Continuo questo viaggio nel Metodo Di Bella, nell’ambito del quale ho pubblicato diverse interviste.

Oggi pubblico l’intervista che ho fatto a Elisabetta Scuotto, una donna napoletana in cura con metodo Di Bella dall’ottobre 2012. La sua situazione patologica ha conosciuto un radicale miglioramento dall’inizio della cura ad oggi.

Da storie come questa si può comprendere anche come la malattia non è mai solo un evento totalmente casuale e slegato dalle nostre dinamiche esperienziali. Ma esistano delle forte connessioni tra emozioni, vissuto e..malattia. Si può discutere fino a che punto, di volta in volta queste connessioni operino, e quante altre ce ne siano, ma saremmo miopi se non vedessimo come, in tantissimi casi, ciò che abbiamo vissuto, sperimentato, provato a livello emotivo ed esperienziale gioca il suo ruolo anche su quello che viviamo sul piano fisico.
——————————————————————————————————————–

-Quando sei nata?

A Napoli il 17 aprile 1960 e vivo a Napoli. Ho 53 anni.
Fin dal 1991 sono affetta da una malattia autoimmunitaria che si chiama lupus eritematosus sistemico.

-Come è stata la tua infanzia?

Una infanzia tranquilla, in una famiglia tranquilla. Padre lavoratore, madre casalinga, un fratello.

-Che percorsi hai intrapreso poi?

Mi sono diplomata all’istituto magistrale. Ho sempre lavorato in ufficio come impiegata di concetto. A 23 anni mi sono sposata; era il 1984. Io lavoravo, lui lavorava. Volevamo essere una famiglia. Abbiamo cercato in tutti i modi di avere dei figli. Ci abbiamo provato per anni. Ma non arrivavano. Feci molte visite mediche per capire il perché, ma non risultavano impedimenti di alcun tipo. Credo che possa avere Scoprii poi che avevo il lupus, ma negli anni ’80 del lupus si parlava pochissimo.

-Come è emerso il lupus?

Parti dal presupposto che tentare di avere un figlio, di capire come fare, è un’esperienza drammatica e costosa. La mutua non passa nulla e ti devi affidare a questi ginecologhi papponi che ti svuotano le tasche. Furono anni stressanti di costanti tentativi. Nell’ambito di questi tentativi di avere un figlio, accadde una cosa gravissima. Uno dei ginecologi da cui ero in cura mi diede una cura ormonale. Uno stimolante per fare più ovuli. E io finii in ospedale abbastanza mal ridotta. Mi gonfiai tutta. Poi mi ripresi ma dopo sei mesi mi apparve una piccola macchiolina sul viso, ed avevo un forte dolore e una forte febbre. Persistendo questi e altri sintomi di malessere, mi feci visitare e mi fu diagnosticato il lupus. Si può dire che la cura che mi diede quel ginecologo aveva “slatentizzato” il lupus, lo aveva svegliato, o aveva fatto scoppiare. Era l’anno 1989 o 1990, ora non ricordo esattamente; e io avevo 29 o 30 anni quando questo accadde. Questa “scoperta” mi fece ipotizzare che fosse proprio questo lupus, sebbene ancora non “slatentizzato” che ci aveva impedito in passato di avere figli.
E’ iniziato questo percorso doloroso. Sono stata ricoverata in vari ospedali per molto tempo. Ho avuto un ictus e varie trombosi., ho perso la memoria per un periodo, varie trombosi. Per il lupus iniziai presto la terapia colo cortisone. Prendo cortisone tutti i giorni, da più di venti anni. E insieme al cortisone prendo il cumadin. Il cumadin serve per rendere più fluida la coagulazione.
E non credere che con questa terapia vada tutto bene e che tu abbia una costante stabilità di vita. Ci sono di tanto in tanto delle recidive. Di tanto in tanto il lupus riemerge. Intorno al 2003-2004 mi si aprirono delle ulcere profondissime (Lisa non ho ben compreso dove ti si sono aperte queste ulcere, spiega meglio). In seguito a questo evento, ho fatto un esame genetico, dal quale è emersa la presenza di un gene malformato, che determina la tendenza allo sviluppo di trombosi. Il nome esatto è “sindrome da anticorpi fosfolipidi secondaria al lupus”. Secondaria al lupus, in quanto c’entra col lupus. E’ una conseguenza del lupus.
Capirai che questo contribuiva a rendere la mia vita quotidiana molto travagliata. Intanto avevo anche perso il lavoro, e questo mi fece stare peggio. Il lavoro mi aiutava anche emotivamente. Amavo lavorare. Non lavorando mi sentivo inutile.

-E riguardo alla volontà di avere un figlio?

Noi intanto, non avendo avuto la possibilità di avere figli nostri, avevamo fatto richiesta di adozione, intorno al 1993-1994.. Quando, non ce lo aspettavamo, nel 1997, la nostra richiesta venne accettata e ci venne dato l’affidamento in prova. Per la normativa vigente, essendo noi più adulti di un certo limite di età, non ci potevano dare un bambino di pochi mesi. Il bambino che ci diedero aveva sei anni e mezzo. Non è facile crescere un bambino di un’età del genere in un contesto totalmente nuovo per lui, ed inoltre veniva da situazioni non facili. Ma adesso ha ventuno anni, ed un ragazzo normalissimo, che fa la sua vita ed è anche fidanzato. Nel 1997 ci diedero l’affidamento in prova, quindi. Ci è voluto più di un anno e mezzo perché tutto il percorso si completasse. L’adozione è diventata definitiva nel 1999.
Per alcuni anni la nostra vita è continuata senza altri eventi particolari. Io continuavo a dovere tenere testa al lupus, mio marito lavorava, ci occupavamo di questo figlio, e avevamo anche comprato una casa, accendendo un grosso mutuo, in modo da lasciarla al ragazzo.
Finché nel 2011 una nuova tremenda batosta. Mio marito se ne va via di casa. Era il 2011. E mi lascia con una malattia di questo genere e un figlio. Mio trovai a dovere portare la barca tutta da sola.
Abbiamo legalmente firmato la separazione nell’ottobre del 2011. E dopo sei mesi mi diagnosticarono un carcinoma al seno destro.
A gennaio del 2012 avevo fatto l’ecografia con mammografia e non era uscito niente di particolare. Passai dei mesi di totale avvilimento. Verso aprile cominciavo a uscire fuori da quella situazione, o almeno ci provavo, cercavo di uscire, di divertirmi, di distrarmi, di non pensare a quello che era avvenuto. Ma a fine aprile sentivo un nodulo al seno destro. A maggio ho fatto gli esami e mi riscontrarono un carcinoma duttale infiltrante GH molto aggressivo. Il chirurgo, che mi avrebbe operato in quello stesso mese, non ci credeva che si trattava di qualcosa che era insorto repentinamente. Mi diceva “signora chissà da quanti mesi non si controllava”. Gli feci vedere gli esami precedenti allora, e lui commentò “mi deve scusare, se non avessi visto non ci avrei creduto”.
Mi crollò letteralmente il mondo addosso. A maggio venni operata. Mastectomia totale al seno destro. Fu emotivamente terrificante. Fino all’ultimo avevo continuato a sperare che non me lo togliessero tutto.
Ricordo ancora il trauma del risveglio dopo l’operazione. Appena mi hanno svegliato, non riuscivo a respirare, non mi entrava l’aria nei polmoni, stavo letteralmente soffocando, vedevo tutti quei camici bianche e mi dicevo “è finita, sto morendo”. Poi mi hanno di nuovo intubato. Così mi hanno detto, perché io in quegli attimi non capivo niente.
Questa volta, quando mi sono risvegliata, riuscivo a respirare, ma sentivo molto dolore. Per un giorno intero mi lamentavo costantemente e sudavo. Mi hanno somministrato una flebo collegata con una pompetta che rilascia lentamente morfina nel corpo. Ma non mi faceva grande effetto.
La convalescenza è durata una settimana e poi sono tornata a casa. Tornavo in ospedale a fare le medicazioni, e per togliere i punti.
Nel corso dell’operazione mi avevano fatto anche lo svuotamento ascellare, in modo da togliere tutti i linfonodi coinvolti. Per via di questa parte dell’intervento, non posso fare sforzi con il braccio corrispondente alla zona dove hanno fatto lo svuotamento ascellare.

-Come è stato riprendere la vita dopo l’operazione?

Emotivamente vissi molto male i mesi post operatori. Ci furono settimane che ero in uno stato quasi depressivo. Per tutta l’estate non sono praticamente uscita di casa. Non mi accettavo, non volevo cucinare, non volevo fare niente. Dovetti fare molte sedute da una psicologa. Riguardo al seno non ho potuto fare la ricostruzione, perché avrei dovuto affrontare nel giro di pochissimo tempo altre due operazioni. Ma questo sarebbe stato estremamente problematico con il lupus. Mi dicevano “Per si tratta di una bella gatta da pelare, con il lupus, e in considerazione del blocco respiratorio che ha già avuto, rischia di morire se fa un altro intervento”.
Per quanto riguarda il seno mancante, uso una protesi di stoffa. Quelle che eroga la ASL sono un po’ troppo pesanti. Comunque, per quanto concerne l’impatto psichico, posso dirne di essere uscita fuori da poco. Per diverso tempo mi sono sentita psichicamente morta.
Dopo l’operazione mi dissero che avrei dovuto trovare un oncologo per essere seguita. Mi spiegarono che mi avevano tolto tutte le parti interessate dal problema, e che non potevano esserci metastasi. Ma che il protocollo prevedeva a questo punto un ciclo di sei sedute di chemioterapia “preventiva”. Cominciai ad andare da molti oncologi, per capire cosa sarebbe stato meglio fare. Feci tante visite e spesi un bel po’ di soldi. Alla fine ero entrata in una buona sintonia con una dottoressa, che, vedendo che avevo il lupus mi disse: “se ti do’ la chemio, ti uccido, non la reggi”. Anche perché, per fare una chemio bisogna avere un emocromo quasi perfetto. Mi avrebbe prescritto una cura ormonale, ma prima voleva vedere la situazione completa del mio corpo e mi fece fare la TAC con mezzo di contrasto. Anche questa volta, una mazzata micidiale. Gli esiti della TAC riscontravano il fegato pieno di metastasi, e d inoltre metastasi al polmone, al mediastino e all’osso sacro. Era l’agosto del 2012. Dire che ero disperata è poco. Portai alla dottoressa l’esito di questa TAC, e anche lei ci rimase malissimo e mi disse: “Qui si può fare solo la chemio”.
Io continuo a fare il giro degli oncologi, nel tentativo di capire se era possibile fare altro. Ma tutti gli oncologi sostenevano che dovevo fare la chemioterapia, nonostante il lupus. A loro non gliene frega niente. L’importante è che tu segua il protocollo. Loro ti dicono “lo so che ti fa male questa cosa, però il protocollo prescrive questo”. La chemio per me sarebbe stata tremendamente invasiva, ma me la prospettavano, visto che il protocollo prescrive questo.

-Come sei entrata in contatto col metodo Di Bella?

Qualcuno mi aveva parlato molto bene della dottoressa Valese, dicendomi che prescriveva il metodo Di Bella. Al tempo conoscevo molto poco il metodo Di Bella.
Andai da lei a fine luglio. Oltre a indicarmi che tipo di cura avrei dovuto fare, mi fece anche il prospetto economico. Un prospetto gravoso. Le dissi:

“Io non me lo posso permettere. Le farò sapere”.

Ma non potevo fare la chemio. Avevo visitato ospedali dove facevano la chemio e avevo visto lo stato spaventoso in cui venivano ridotte le persone. Mi dicevo: “piuttosto muoio, ma non farò mai questa cosa”.
Presi tutto il mese di settembre per decidere cosa fare. Ne parlai con i famigliari e con molte amiche. Ebbi molti incoraggiamenti ad intraprendere questa cura. Le persone a me care complessivamente mi hanno sostenuto psicologicamente. Decisi di intraprendere questa cura.
Iniziai da ottobre. Per potere affrontare i costi, ho sospeso il pagamento del mutuo e mia madre mi sta aiutando con la sua pensione. A volte compro i farmaci che qualche parente di un paziente che non ce l’ha fatta, vende a metà prezzo.
La dottoressa mi ha aiutato tantissimo. Quando qualche paziente non c’è più, mi chiama e mi dice “ho dei farmaci per lei”. E’ sempre molto presente con me. Le devo molto. E’ il mio angelo custode.

-Hai avuto effetti collaterali?

I soliti. Nausea, diarrea, qualche volta giramenti di testa. Ma non mi lamento, perché so che una chemio mi avrebbe ucciso e allora me li tengo, senza tante lamentele. E’ importate capire che queste cure vanno fatte con rigore, se vuoi ottenere risultati positivi.

-Quali furono gli esiti della cura?

A dicembre già mi sentivo bene. A gennaio faccio la Tac Pet e le metastasi erano ridotte. Tra le metastasi ne risultavano anche tre ossee, una all’osso sacro e due vertebrali. A partire da gennaio faccio le solite ecografie. Tutto nella norma.
A gennaio faccio l’ecografia epatica. Nel fegato, il nodulo più grande era diventato di 12 millimetri e gli altri noduli erano spariti. Al polmone erano completamente spariti.
Faccio la Tac-pet il 30 maggio. nodulo di 12 millimetri è diventato di 9 millimetri. Gli altri noduli al fegato non risultavano, come non risultavano quelli ai polmoni. Le tre metastasi ossee, erano sostanzialmente diminuite.

Hai avuto ostacoli da parte dei medici nel portare avanti questa cura?

Con i medici tradizionali non posso parlare di questa cura. Ma lo pneumatologo con cui sono in cura per il lupus, avendo visto come la patologia tumorale ha risposto alla cura, mi ha detto “signora io l’appoggerò sempre”.

-Grazie Elisabetta.

407 Comments :, , , , , , , more...

Intervista a Wilfrida Rose- testimonianza sul Metodo Di Bella

by on apr.17, 2013, under Guarigione, Ispirazione, Medicina, Resistenza umana

Continua questo viaggio nel mondo del Metodo Di Bella, intrapreso dalla primavera del 2012.

Questa volta l’intervista è a Wilfrida Rose.

Ogni stora è l’avventura di una vita.

E’ un pugno pieno di gioia e sofferenza.

Ed è la metrica di una prova. Che, comunque vada, ti trasforma.

Troverete passaggi indimenticabili in questa storia,

Come quando.. la madre di Wilfrida.. ormai allettata e invasa da metastasi.. un giorno di primavera, dopo che Wilfrida aveva aperto la finesta della stanza, dice:  “Wilfrida, com’ è bello, lasciami qua in mezzo alle margherite, vorrei stare sempre così. Lasciami qui Frida, ti prego!”

E poi la malattia di Wilfrida.. e l’inevitabile sentiero di spine che propone la medicina ufficiale, con probabilissima asportazione del seno.

E la scelta di tentare il Metodo Di Bella.

Se Wilfrida è ancora qui.. tanta parte ha giocato questa scelta.. e la sua costante voglia di vivere e di lottare.

Vi lascio all’intervista a Wilfrida Rose.

—————————————————————

WILFRIDA ROSE

-Quanti anni hai?

60.c

-Dove sei nata e dove vivi?

Sono nata a Padova e vivo a Padova.

-Che infanzia hai vissuto?

Una bella infanzia. In campagna. Era una zona vicino a Padova. La chiamavano “terra negra”, per il colore della terra fertile in cui si coltivava. I miei nonni venivano dal Friuli. Erano contadini che, giungendo dal Friuli cercavano un luogo in cui abitare, dove ci fosse tutta la terra intorno, terra fertile, terra agricola. Quando comperarono la casa a Terra negra, avevo due anni. Ho memorie però dal 4° anno di vita. Intorno alla nostra casa c’era terra e avevamo animali: galline, conigli, anatre. Ricordo che tenevo i pulcini in mano, mentre le galline scorrazzavano e  c’erano tanti gatti.

Vivevo con i miei nonni, la mamma,  il papà e uno zio materno. Ero una bambina viziatissima.

Quella terra la chiamavamo “L’isola”, perché sta tra due fiumi: il Bacchiglione e il Roncajette. Ancora oggi quel luogo assomiglia a come era allora. Ho ancora quella casa.

Ricordo che volevo essere brava a scuola e che mi piaceva il teatro.

Per frequentare le medie andavo in città con l’autobus.

-Cosa hai fatto poi?

L’istituto tecnico turistico, che era stato istituito l’anno stesso in cui mi sono iscritta. Scelsi quella scuola sia perché mi piacevano le lingue, sia perché volevo fare la hostess. Dopo il diploma, però, ottenni un buon lavoro e non proseguii il percorso per diventare hostess, anche perché sarei dovuta andare a Roma per fare un corso di abilitazione della durata di sei mesi e i miei non erano d’accordo.

Ho fatto vari lavori. Nel ’71-72 lavoravo per una società calzaturiera.  La mattina prendevo due autobus.

In quegli anni incontrai il mio futuro marito. E presto cambiai lavoro, trovandone uno vicino casa, presso un’azienda che si occupava di rivestimenti di case e di alberghi.

Nel 1974 mi sposai.

Dopo un anno sono rimasta incinta e ho avuto la mia prima bambina.

Per me diventare madre è stata una cosa impegnativa. Mi ha consumato. Ho dato tutta me stessa. Ho messo tutte le mie energie in questo compito.  Mio marito non era molto presente. Lui voleva avere il diploma di ragioniere. Di giorno lavorava, la sera faceva le scuole serali.

Poi abbiamo voluto farci la casa. Dopo nove anni dalla prima figlia, nasce la seconda figlia, ma prima  ci fu un evento traumatico.

-Quale?

Il cancro di mia madre. Io avevo 26 anni allora. Avevo una figlia piccola. Quell’evento fu la cosa più devastante che mi fosse accaduta fino a quel momento. Mia madre aveva già avuto, all’età di 40 anni, un cancro al seno. Ma quando era accaduto, io ero adolescente (13 anni) e non mi rendevo conto di quello che stava succedendo.

Era il 1977. Tentarono con la chemio. Queste di fine anni 70, erano le prime chemio; ed erano particolarmente velenose. Ricordo che si usava una sostanza, si chiamava vincristina, un veleno potentissimo.

A mia madre dapprima venne fatta la radioterapia.

Dopo un anno ci furono metastasi, e si procedette con la chemio.

Fu devastante. Quando veniva a casa dopo la seduta era distrutta. Lei era sempre stata una donna energica che non si perdeva mai d’animo. Ricordo che alcune volte, quando tornava, accompagnata da mio padre, lei buttava la borsa sul divano e si stendeva a letto per due giorni.

E poi, quando cominciò  a perdere i capelli, fu un trauma nel trauma. Mia madre  aveva dei bellissimi capelli. Man mano che li perdeva li metteva tutti quanti in un sacchettino rosa. Questa chemio è durata circa tre mesi. Da febbraio a giugno, col proseguire della chemio, il livello delle piastrine andò molto giù.

Arrivò l’estate, sembrava guarita. Fu una bella estate. Luglio, agosto, settembre furono mesi sereni. E io pensavo che finalmente sarebbe stata bene.

E invece ad ottobre, con i primi freddi, iniziò ad avere tanto male al collo. All’inizio si era pensato ad una cervicale dovuta al freddo umido delle nostre terre. Ma questi dolori duravano troppo. Il medico gli aveva dato degli antidolorifici che le non davano sollievo. Mia madre andò allora in Oncologia (vocabolo per me sconosciuto allora). Le dissero di fare la scintigrafia ossea. Era fine 1978. Andammo in una clinica a pagamento, perché in ospedale c’era da aspettare troppo. Allora non c’erano PET e TAC.

L’esito fu nefasto. Metastasi alle ossa del bacino, nelle vertebre, nelle costole, anche nel tratto della colonna cervicale.

Io cominciai a consultare tutti i tipi di enciclopedia medica, ma non trovavo nulla che mi desse qualche risposta per curare mia madre.

I medici tentarono altri tipi di chemio. Ma furono ancora più devastanti delle prime.

Dopo due cicli, dovettero ammettere che gli effetti erano troppo distruttivi per continuare. Mia madre stentava ormai a camminare, a reggersi in piedi. Mio padre portò a casa un medico ortopedico insieme ad uno che si occupava di busti ortopedici e sanitari. Le preparano questo busto, che era una sorta di corazza in modo che potesse restare in piedi. Ricordo ancora la felicità di mia madre quando, con quella armatura, riuscì finalmente a fare qualche passo. Ma questi sprazzi di serenità durarono poco. Man mano che passavano i giorni, lei si sentiva sempre più male. Le feste natalizie di quell’anno le trascorrerà quasi sempre al piano superiore. Avrebbe voluto scendere giù, ma non ci riusciva. Il giorno di Natale lo passò a letto. Ricordo che quel giorno le portai del panettone e un bicchiere di vino. L’atmosfera di quei giorni era tristissima.

In seguito i dolori diventavano sempre più forti. I medici aumentarono le dosi di antidolorifici, le avevano dato anche il laudano, ma lei lo rigettava.

Penso che il tumore le fosse andato al cervello. Inghiottiva male, la lingua era spessa e non riusciva ad articolare bene le parole.

Mio padre era disperato. Scriveva a varie persone, addirittura scrisse una lettera toccante al Papa. Io andavo spesso da loro per aiutare mio padre. Lui pagava un’infermiera per assisterla. All’epoca non c’era l’assistenza domiciliare per chi era in questo stato, a differenza di adesso. E quindi i malati terminali venivano lasciati in balia dei loro parenti.

Arrivò la primavera, cominciavano a spuntare le margherite.  Un giorno le aprii la finestra e lei disse: “Wilfrida, com’ è bello, lasciami qua in mezzo alle margherite, vorrei stare sempre così. Lasciami qui Frida, ti prego!”. Probabilmente  le metastasi le erano andate al cervello e lei  soffriva di allucinazioni. Ma fu bello sentirle dire queste cose.

Era il 1980. Domenica. La domenica delle palme. Il giorno prima mia mamma aveva avuto una ritenzione idrica e non riusciva a fare la pipì.

Io avevo lasciato mia figlia a mio marito e a mio suocero ed ero andata a trovare la mia mamma. Stetti con lei tutto il pomeriggio, la lavammo, la pettinammo, aprimmo le finestre in modo che lei potesse sentire quell’aria tiepida aria di primavera. Mio padre era uscito un attimo per svagarsi, a leggere il giornale in un bar.

Alle 19,00 di quel giorno, ero in camera con mia suocera vicino a mia madre. Ad un certo momento mia suocera si allontana per vedere se mio padre era tornato a casa. Mia madre comincia a dire, ogni dieci minuti: “mame, pari”, “mamma, papà” in friuliano. E poi alza il braccio verso il cielo. Con una mano prende il lenzuolo e se lo strofina sul viso.

La sua mano ondeggia e poi ricade. Continua a capire le mie parole.  Alle 19:25 le prendo la mano e gli dico “Mamma, tu sai che domani vengo, ma ora devo andare, c’è Jessica (mia figlia) che mi aspetta”.

Lei mi dice di sì. Poi le lascio la mano.

La mano si appoggia  al letto … alza le braccia al cielo. Mi guarda intensamente, pare abbracciarmi con gli occhi, mi sorride, come se stesse per partire verso un luogo bellissimo … alza gli occhi, guarda il soffitto e muore.

Non è stata una morte ospedalizzata. Adesso muoiono in ospedale, con la flebo, li mandano in semicoma.

A quel punto chiamo tutti, arriva mio fratello. Le tasta il polso e dice “non sento più nulla”. Le chiude gli occhi e le stringe il naso tra le dita con un gesto familiare che faceva sempre da bambino.

-Una bella morte, nonostante tutto..

Mi ci volle un anno per metabolizzare questa cosa. Mio padre andò in depressione, e dieci anni dopo si sarebbe risposato. Dopo due anni dalla morte di mamma rimasi incinta della mia seconda figlia. Poco tempo dopo decidemmo di costruirci una casa tutta nostra. Mio suocero, tempo prima, aveva comprato un appezzamento di terra a cinque chilometri dalla periferia di Padova, a Peraga, una frazione di un comune che si chiama Vigonza. Ed è proprio lì che noi decidemmo  di costruirci la casa. Ci sarebbe stato molto da spendere per questo obiettivo. Mio marito trovò un secondo lavoro; andò a fare il cassiere in una discoteca a Padova e prendeva parecchio. Mettemmo da parte un po’ di soldi. Io invece iniziai a dare lezioni di inglese e francese. Dal momento in cui cominciano i lavori sulle fondamenta a quando la casa viene resa abitabile passano 4 anni.  Io avevo 35 anni  e mio marito 38. Dopo avere fatto la casa, piano piano la mettiamo a posto. Ci abitiamo ancora adesso.

-Quando fosti tu a conoscere la malattia?

Dopo i cinquant’anni. Io, avendo avuto mia madre ammalata di cancro, mi controllavo costantemente; facevo le mammografie ogni due, tre anni. Fino al 2006 è andato tutto tranquillo. Verso la fine del 2008 mi inviano l’invito per presentarmi in ospedale e a gennaio del 2009, vado a farmi lo screening. Avevo 56 anni. Ero tranquilla. Il 17 gennaio festeggiammo il compleanno di mia figlia. Intanto era passato quasi un mese dall’esame, e ancora il referto non era arrivato. Mio marito cominciava a preoccuparsi. Io invece continuavo ad essere tranquilla. Arriviamo al 3 febbraio 2009. E io da pochi giorni ero a letto con l’influenza. Era un po’ tutta la famiglia ad essere malata. Una di quelle mattine, io ero ancora a letto, stavo sonnecchiando. Mia figlia era quasi guarita. Squilla il telefono, risponde lei e poi viene a dirmi che volevano che li richiamassi al più presto, perché era una cosa urgente.

Io mi alzo e chiamo, mi passano la radiologa e le dico:

“Ho l’influenza, possiamo posticipare?”

“Ah… va bene.. ma passi la prossima settimana”.

“C’è qualche problema?”.

“Si copra bene che avremo urgenza di vederla”.

“Ma c’è qualcosa?”.

“Ne parleremo e poi dovremo rivedere le lastre mammografiche”.

L’otto febbraio vado con mio marito al centro diagnostico. Mi presento. Mi invitano ad entrare dove c’è il mammografo e mi fanno delle lastre e altre mammografie. Comincio a tremare. Mi fanno uscire e mi dicono di aspettare. Dopo 5-10 minuti la radiologa mi riceve e mi fa l’ecografia. Mentre me la fa, vedo sul monitor un sacco di roba, delle lesioni. C’erano tre lesioni sospette di cui una incerta a destra. E una piccola lesione, ma dalle caratteristiche neoplastiche a sinistra.

Un cancro primario plurifocale al seno.

Ho detto alla dottoressa “E’ un disastro, qui mi levano tutto”.

Lei mi spiegava come avrebbe potuto intervenire il chirurgo.

E io pensavo “una deforme, ecco cosa diventerò.. e avevo rabbia, nervoso, paura”.

La dottoressa mi consigliò –prima di fare un ago aspirato e una biopsia- di sottopormi ad una risonanza magnetica, in modo da capire intanto bene la dimensione esatta del tumore, la forma e  il numero delle lesioni.

Io, tramite la conoscenza di una dottoressa nostra amica di famiglia, dopo una settimana riesco ad ottenere un appuntamento con l’ospedale di Padova. E lì vado a fare la risonanza con mezzo di contrasto. Mi iniettano un liquido che va a depositarsi sui tessuti in modo da  leggere in modo preciso dove sono le lesioni. Poi mi metto a pancia in giù, con il seno in due contenitori, due buchi in sostanza, vai dentro a questa macchina che attraverso suoni scrive tutta la conformazione della malattia.

L’esame dura tre quarti d’ora.

Tieni conto che io non prendevo medicine e che non avevo fatto gli esami del sangue da anni. Conducevo una vita al di là della malattia. Non prendevo mai farmaci. Se avevo influenza stavo a letto. Andare sotto questo macchinario è stato per me un colpo al cuore.

Dopo una settimana mi giunge l’esito della risonanza magnetica, che conferma in pieno la mammografia. Dopo un’altra settimana mi sottopongo all’ago aspirato. Sotto ecografia puntano l’ago al centro della lesione e aspirano e poi mandano in laboratorio il liquido o il materiale organico aspirato.

Allora, al seno destro c’erano queste tre lesioni. La lesione più grande era di 2.5 centimetri. Poi ce n’era una di 80 millimetri. La terza non risultava, era solamente una ciste.

Al seno sinistro ce n’era una, da 0,60 cm. sospetta.

Mi sottopongo all’ago aspirato e l’ago aspirato dà la certezza che è tumore.

Diventa un incubo. Quando entri in quel modo, ti sembra di non uscirne più. Ti sottoponi ad un esame e aspetti. Ti sottoponi ad un altro esame ed aspetti. Ancora ad un altro esame e aspetti. Nella quasi certezza che sei sull’orlo di un baratro. Quando mi diedero il risultato dell’ago aspirato pensai “adesso cosa faccio?”.

Avevo avuto l’esperienza di mia madre e poi  tengo molto al mio fisico. Vedermi distrutto il seno mi terrorizzava. Il seno per una donna è importantissimo. Fa parte della sua femminilità.

-Però c’è la ricostruzione…

Dicono “tanto c’è la ricostruzione”. Ma la gente non sa cos’ è la ricostruzione.

Quando ti fanno la mastectomia, ti lasciano il muscolo, il piccolo pettorale perché se no non potrebbero ricostruire.

Io ho visto l’esperienza di amiche mie.

Sotto la pelle o sotto il muscolo mettono un espansore che si dilata, viene dilatato mese per mese. Ogni due mesi, a seconda di come decidono i medici, la pelle viene tirata per raggiungere una certa dimensione.

L’espansore viene messo nel lato dove hai fatto l’operazione, e c’è il pericolo che manovrando nel punto in cui ti hanno operato il seno,  lavorando cioè nella zona operata, alcune cellule vengano risvegliate. Una mia amica è morta, probabilmente anche in conseguenza di ciò.

Inoltre se tu decidi di farti la ricostruzione, non puoi fare la radioterapia perché i tessuti si bruciano e così non puoi fare la ricostruzione. E allora aumentano la chemioterapia.

Questo espansore viene gradualmente aumentato per raggiungere una certa misura, in modo che si adatti all’altro seno, e poi loro lo riempiono. Le protesi del seno possono essere al silicone. Oppure, per rendere più naturale il seno, prelevano del grasso dalla pancia e lo mettono per riempire la zona. Invece, col silicone ottieni un seno finto, un seno che è fatto praticamente di plastica. E’ un altro calvario, senza contare che nel corso di questi armeggiamenti protesti incorrere in un’ infezione o addirittura ad un rigetto.

E poi capita  che il seno ricostruito non è mai uguale all’altro.

Per comparare l’altezza del seno, ti dicono di intervenire per farti  la riduzione dell’altro seno o altro. Inoltre c’è la ricostruzione del capezzolo. Tatuano l’areola e poi prelevano un pezzo di carne rossa da qualsiasi parte del tuo corpo per farti un capezzolo finto, a meno che tu non decida che del capezzolo puoi farne a meno (scusa l’ironia…).

Io pensavo:

“Piuttosto che fare una cosa del genere, mi lascio andare.. così.. senza fare nulla”.

Anche se, detto con franchezza, non smisi mai di cercare delle soluzioni alternative per risolvere questo gravissimo problema.

-Come sei entrata in contatto con il metodo Di Bella?

Io mi ricordavo del prof. Luigi Di Bella. Avevo seguito tutto il caso Di Bella. A quell’epoca, ricordo, pensai: “se dovessi ammalarmi, andrei da quest’uomo che mi sembra onesto e preparato.  E’ un grande”. Il  pensiero di quella terapia mi ritornò alla mente in quei difficili giorni. E pensavo “se cura le metastasi, curerà anche i tumori primari”.

Ma io non sapevo che ci fosse qualcuno che continuava la cura, non pensavo che ancora si potesse fare.

Luigi era morto nel 2002. Mia figlia fece una ricerca su internet e scoprì che c’era il figlio che riceveva a Bologna. Così scrivemmo una e-mail al dott. Giuseppe Di Bella, chiedendogli se in zona ci fossero medici che applicassero la terapia. Mi diede direttamente i numeri del suo studio.

Telefoniamo e il 10 marzo del 2009  ho l’ appuntamento.

Dall’ago aspirato all’appuntamento è passato meno di un mese.

-Descrivimi l’incontro.

Partiamo io, mia figlia più piccola e mio marito.

Ci riceve, guarda i referti medici e mi dice:

“Signora, lei vuole operarsi?”.

Mia figlia risponde subito per me “No!”.

Io ero andata apposta perché non volevo operarmi.

E lui “va bene”. La sua risposta è estremamente tranquilla.

Cominciò a spiegarci cos’è il cancro, come si diffonde, i fattori di crescita, e la farmacoterapia del metodo Di Bella.

Quel giorno uscii dallo studio un po’ confusa. Sapevo che sarebbe accaduto di sentirmi in questo stato un po’ confusionale; proprio per questo aveva portato all’appuntamento mio marito e mia figlia, perché capissero loro cosa il dottore diceva. Io ero troppo emozionata.

Mi fa firmare il consenso informato. Poi va nel suo stanzino, esamina i referti, le lastre. Lui non si accontenta solo del referto vuole vedere le lastre.

Noi intanto aspettiamo.  Ritorna e mi dà un foglio con la prescrizione dei farmaci.

Quando ho visto quella lista di farmaci, quasi quasi svenivo. Io che ero abituata a non prendere neanche un’aspirina. Pensai “non so se farò questa cura”, era troppo impegnativa per me.

Il dott. Giuseppe mi disse che ci saremmo rivisti dopo 3-4 mesi. Io uscii dallo studio in stato quasi catatonico. Fu mio marito che si fece parte attiva. Oltre ad avere afferrato il più possibile di ciò che aveva detto il dottore, si era fatto spiegare altre cose dalla segretaria, e poi andammo in farmacia, e là la dottoressa Pina della farmacia del Pavaglione gli ha spiegato altre cose, soprattutto come applicare la siringa temporizzata. Ricordo che  lei gentilmente mi offrì anche un caffè per farmi riprendere. “Con un aghino”… e io intanto avevo i brividi, io che odiavo farmi anche una semplice puntura.

Quando parlava della siringa- “un aghino” la chiamava – io mi dicevo:

“Cosa? Io dovrei dormire con quello nello pancia? Non ce la farò mai”.

-Come fu l’impatto con la cura?

Sono tornata da Bologna frastornata. Aspettavamo che arrivasse il pacco dei medicinali. Ma i miei dubbi non cessavano mai, mi dicevo continuamente “non so se ce la farò”. Arrivò il pacco della farmacia del Pavaglione, compreso di tutto, anche della siringa temporizzata, per un totale di 1600 euro. A vedere tutti quei farmaci e a rivedere lo schema di azione datomi da Giuseppe, lo scombussolamento e le perplessità aumentavano; pensavo “tutte ste medicine, tutti sti orari”.

Questa cura mi ha imposto un certo rigore mentale e anche pratico, dovendo prendere le medicine la mattina, il pomeriggio, la sera. Fu soprattutto dal punto di vista psicologico che l’impatto mi mise in difficoltà. Appunto per via di questa rigidità, che era del tutto opposta al mio modo consueto di vivere. Dovetti fare una rivisitazione dei miei orari e della mia vita.

Circa gli effetti collaterali fisici, a darmene qualcuno fu la puntura di enantone, un antiestrogeno che dovevo prendere una volta al mese,  mi provocava  dolori alla muscolatura e  un senso di depressione che durava due, tre giorni.

Avevo anche tanto mal di testa. Ma quello ero stata io ad autoprocurarmelo. Ce l’avevo fin dall’esito dei primi esami. Quando avevo saputo del cancro mi ero impressa nella mente l’immagine  di questa cosa che mi divorava dentro. Il mal di testa è stata la somatizzazione di questo pensiero. Avevo letto delle proprietà benefiche dell’aloe arborescens anche in disturbi di questo tipo. Cominciai a prendere questa pianta, e i miei dolori passarono. Quando andammo dal Dottor Di Bella alla prima visita di controllo, gliene parlai e lui mi disse “male non fa”.

“Ho ancora una bottiglia”, risposi

“La finisca pure”, mi aggiunse.

Da allora, non ho più avuto mal di testa.

Iniziai rigorosamente la cura nel marzo del 2009. Una volta alla settimana dovevo fare gli esami del sangue. E ogni 2-3 mesi andavano fatti esami più completi. E c’erano poi l’ecografia e la risonanza magnetica.  Cominciai la prima settimana di terapia in maniera soft, a regime completo ci arrivai la terza settimana.

-Chi ti appoggiò in questo percorso?

Mio marito senz’altro, il quale, di fronte ai miei dubbi e a miei scoraggiamenti, mi diceva: “devi andare avanti, dobbiamo farcela”.   I miei famigliari più stretti mi sostennero.

-Qualcuno ti diede contro?

La maggior parte dei miei parenti. Dicevano che ero matta. Alcuni, tanto erano ostili alla mia scelta, che da quel momento non mi  chiamarono più,  mi feci sentire io per dir loro che ero guarita. E a quel punto mi  dissero (cosa che mi indignò notevolmente):

“Ma probabilmente non era cancro”.

E io rispondevo “vuoi venire a casa a vedere le carte”.

E circa il fatto del non volermi operare al seno, alcuni  si erano quasi irritati con me,  a parer loro mi comportavo come una ragazzina vanitosa ed irresponsabile, come se la mia fosse appunto una civetteria. Mia cugina mi disse: “all’età che hai non vuoi farti l’intervento, guarda che una mia amica l’ha fatto e sta bene”.

E’ morta l’ottobre scorso. Dopo l’operazione alcune cellule neoplastiche erano sfuggite e il tumore è apparso sull’anca e sul fegato. Spesso, dopo l’operazione passano 2 o 3 anni,  a volte ritorna con recidive o addirittura metastasi. E comunque, togliere il seno è una cosa tremenda perché mina la tua femminilità, il tuo essere donna, è inutile negarlo, il seno è il simbolo femminile per eccellenza.

Il problema sono spesso i parenti. Sono convinti  che gli oncologi e i chirurghi facciano la cosa giusta, ti dicono che quello che fai è deviante, che sei pazza e che morirai. Ma io avevo nella mente l’immagine del prof. Luigi Di Bella. Quella prima volta che lo vidi in televisione nel ’98, al tempo del clamore mediatico, provai un senso di fiducia, di sicurezza. Pensai..  “questo è un genio”.

-E i medici?

Dai medici ho avuto opposizione totale.

Io con gli oncologi ho finito.

Quando andavo a fare gli esami, ad esempio, la risonanza magnetica e mi dicevano

“Come mai non si è operata?”.

Io rispondevo “sono sotto cura da un oncologo che mi da’ una cura ormonale per vedere se le masse si riducono, in modo tale che l’intervento non sia così devastante”.

Ma quando la malattia non fu più rilevata, ho cominciato a dirlo anche ai medici. E loro mi guardavano intontiti e mi parlavano con monosillabi. Adesso quando vado dai radiologi e dico, con orgoglio e con una punta di sufficienza, come per snobbarli: “sto seguendo la terapia del metodo Di Bella”.

“Ma la sperimentazione….”

“Questi sono i miei risultati. E oltre tutto non sto gravando sulla sanità pubblica, perché, cari miei, questa cura me la sto pagando coi miei soldi”. Così li zittisco, loro mi fanno l’esame e mi dicono “attenda fuori” e mi scrivono un referto in assoluto silenzio (forse meditano…?).

Una volta una dottoressa mi scrisse due righe, ma io le dissi “scriva quello che ha oggettivamente visto dall’esame ecografico”, mica soltanto che questo referto è uguale al precedente. Lei mi guardò, io la guardai bruciandola con lo sguardo.

-Quali furono gli esiti degli esami, dopo i primi mesi di cura?

Dopo circa quattro mesi, a fine giugno, feci la risonanza magnetica che indicò come  la lesione a sinistra di 0,6 cm fosse già sparita. La lesione di 0,8 cm a destra era dubbia, sembrava una ciste e non più qualcosa di cancerogeno e la lesione di 2,5 cm si era ridotta di 2 millimetri.

Un risultato strepitoso dopo meno di quattro mesi di cura.

Il 15 luglio faccio una PET, che è l’esame per eccellenza per la diagnostica delle cellule tumorali. Ricordo che mio marito quando andò a prendere l’esito, uscendo dall’ospedale si sedette su una panchina che stava all’esterno, aprì la busta e trovò scritto:

“Non c’è attività metabolica nel seno destro e neppure nei linfonodi adiacenti nell’ area”.

In pratica non c’è più segno di malattia neoplastica. La lesione rimaneva. Ma le cellule cancerose stavano morendo tutte, in pratica non veniva captata più attività metabolica e le cellule malate non si riproducevano.

-Un momento liberatorio..

Noi eravamo contentissimi. Furono emozioni indescrivibili. Le mie figlie mi dicevano “mamma sei guarita”.

Io cercavo di smorzare il loro entusiasmo, quasi avessi paura che fosse troppo bello per continuare ad essere vero e dicevo loro: “state calme…”.

Ad agosto vado dal dott. Giuseppe. Giuseppe Di Bella è una bella persona. All’inizio è schivo. Ma poi, man mano che lo si conosce e che lui conosce te, comprendi la sua umanità e la sua generosità. Tra l’altro si fa pagare solo la prima visita -120 euro- per le successive ognuno può mettere un’offerta libera. In quell’incontro mi disse di fare un’altra mammografia e un’altra ecografia. Io gli chiesi se era al caso che facessi un altro ago aspirato.  In genere  lui è un po’ contrario, a meno che non ci sia stretta necessità, per il rischio di dispersione cellulare. Mi disse che avrei potuto farlo per la lesione rimanente.

All’inizio di agosto eseguo la mammografia e l’ecografia.

Era rimasta solo una lesione di 1,3 centimetri. Dopo quindici giorni faccio anche l’ago aspirato. Dopo una settimana mi danno l’esito. Referto citologico:

“Materiale ematico. Cellule ematiche”.

C’era sangue, solo del sangue: materiale ematico normale. Non c’erano più cellule neoplastiche.

A fine ottobre faccio l’ecografia e per la prima volta l’esito è:“non esiste più niente”. Nessuna traccia. Non esisteva più nemmeno la cicatrice, un segno,  un ricordo del mio tumore (non ne sento nostalgia …).

Il 2010, a febbraio, rifaccio tutti gli esami, sia ematologici che diagnostici, e tutto risulta perfetto.

Faccio anche l’ecografia del seno, ascelle, addominali. Risonanza magnetica completa. E va tutto bene.

A marzo vado di nuovo dal dottor Giuseppe e da qui inizia la diminuzione graduale dei farmaci.

La Somatostatina ora mi è stata ridotta a due volte la settimana. La melatonina 40mg al giorno al posto di  60mg.  Lui è però molto lento a diminuire la terapia.

Ogni sei mesi rifaccio tutti gli esami e i progressi sono confermati.

Del chemioterapico ora ne devo prenderne mezzo ogni due giorni.

Non faccio più l’enantone.

Praticamente  mi sento normale anche dal punto di vista dell’assunzione farmacologica.

-Come hai vissuto questo percorso?

Potrei dirti che, nonostante i momenti di angoscia e destabilizzazione, non mi sono mai sentita veramente una malata oncologica. Forse perché, a differenza di tanti malati oncologici, non ho subito interventi devastanti o bombardamenti chemioterapici. Non ho visto la trasformazione del mio corpo. Il mio corpo è rimasto integro. Non sono né ingrassata né dimagrita. I miei capelli sono rimasti. I miei denti ce li ho ancora tutti quanti. Questa cosa me l’hanno detta anche altri, qualcuno ancora incredulo che il cancro si possa sconfiggere senza essere distrutti fisicamente e moralmente.

Una ragazza giovane, la cui mamma si sta curando con il metodo Di Bella, una volta mi ha detto “Tu hai avuto coraggio perché non ti sei fatta operare”. Per come sono fatta io, avrei avvertito  questo “farmi operare” come l’inizio di un’opera di distruzione. La mia distruzione.

La prima soluzione della medicina ufficiale è operare, e poi vengono i bombardarti con i  veleni della chemio. La terapia Di Bella è rivoluzionaria. Cura in un senso profondo. Avverti in te l’autentica sensazione che ti stai finalmente curando. Avverti anche un cambiamento dentro di te. Cambia il tuo approccio anche nel guardare le cose, nel modo in cui le stai affrontando, acquisti più forza e determinazione. Non sei succube di ciò che altri fanno per te, come nell’oncologia ortodossa, con il MDB sei tu che prendi possesso della tua cura, sei tu che assumi le tue medicine, sei come responsabilizzata, presente nel tuo decorso di malattia.

-Vuoi aggiungere qualcos’altro?

Io ho sempre scritto poesie. Ma dopo la diagnosi ho smesso, purtroppo.  Ne scrissi solo una sul dolore. Forse adesso riprenderò. Credo che riprenderò per dar voce a ciò che sento ora che sono uscita finalmente da quel tunnel di dolore e di angoscia, ora che ho visto la luce. Da lassù c’è qualcuno che sorride, lo so. Grazie prof. Luigi, grazie del dono che hai fatto a questa umanità sofferente.

-Grazie Wilfrida.


3.725 Comments :, , , , , , more...

Intervista a Laura Bonato- testimonianza sul Metodo Di Bella

by on apr.17, 2013, under Guarigione, Medicina, Resistenza umana

Da alcuni mesi ho intrapreso questo viaggio nel Metodo Di Bella.

Diciamo che fu l’amica Sissy ad accendermi la scintilla e poi è stato come un incendio dentro di me.

Cominciai un lavoro di ricerca che si è svolto e si svolge essenzialmente su due binari.

1) La comprensione della dinamica storica del metodo e dei suoi meccanismi razionali.

2) Le testimonianze vive delle persone che lo hanno sperimentato. O personalmente, o in quanto lo hanno sperimentato i loro famigliari. E anche, talvolta, la voce di qualcuno dei medici che nel tempo ha contribuito a che questo metodo persistesse nonostante la stagione d’inquisizione che si abbatté su di esso.

Io adesso posso dirvi con certezza che su questo metodo vennero dette menzogne a non finire. E che la stessa sperimentazione fu una farsa, un trappolone, una procedura gestita in modo illegale. E ho gli argomenti e le prove per dirlo, per chiunque volesse confrontarsi.

Riguardo alle testimonianze, esse sono la parte più viva, la voce diretta delle persone. Persone che spesso, per cercare di seguire il metodo Di Bella, e puntare su una strada diversa dalla chemio (che, in alcuni casi, li stava letteralmente devastando), si sono trovati contro i medici e i loro stessi famigliari.

Alcune volte le storie sono di guarigione completa. Altre di stabilizzazione del tumore, che in un certo senso viene bloccato. Altre comportano comunque la morte, come la madre di Giovanna Rabaglia, specie quando la persona ha un tumore in organi peculiari, è stata già chemiotrattata, e l’avanzamento delle cellule tumorali si è ormai da tempo scatenato. Ma anche in quei casi.. il Metodo Di Bella consente di morire con dignità. Senza lo strazio a cui, spesso, condanna, fino agli ultimi istanti di vita, la chemioterapia.

Dopo le interviste che ho precedentemente pubblicato (qui e su alcuni siti), oggi è Laura Bonato che incontriamo. Un’altra splendida persona. Le vicende vissute non l’hanno rinchiusa dentro se stessa, ma anzi l’hanno portata a espandersi verso gli altri

Vi lascio alla sua intervista.

—————————————————————————————–

-Quanti anni hai Laura?

42

-Dove sei nata e dove vivi?

A Padova, e vivo a Vigodarzere un comune molto vicino a Padova, a qualche chilometro.

Che tipo di infanzia hai avuto?

Una infanzia tranquilla. Ero la terza di quattro figli; due sorelle più grandi  e un fratello più piccolo. Mia madre era casalinga, mio padre impiegato.

-Che tipo di percorso hai fatto?

Dopo le scuole medie mi iscrissi a ragioneria. Avevo la passione per lo scrivere. Quando facevo le scuole medie, avevo iniziato la scrittura di una sorta di romanzo. Un’altra mia passione era la lettura. Avevo anche la passione per il cinema. Avevo anche un’altra passione, le lingue. Durante le medie c’era un’insegnante d’inglese molto bravo, che mi aveva molto motivato. Dopo le medie, io volevo fare il liceo, ma mio padre mi diceva che se facevo il liceo sarei stata obbligata ad andare all’università. Io decisi per una sorta di compromesso: ragioneria con indirizzo linguistico. Dato che amavo le lingue, mi andava benissimo. Era un istituto sperimentale. Le lingue che venivano studiate erano inglese, francese e anche tedesco. Erano gli anni 84-85. Il tedesco mi piaceva a tal punto che mi ero iscritta ad una scuola per approfondire e che sono andata in Germania.

Dopo che mi ero diplomata, mi iscrissi a lingue, e ho fatto il concorso in banca. Lo passai, ma dovetti lasciare l’università. Questo ha avuto i suoi pro e i suoi contro. Tra i pro c’è stato il fatto che a vent’anni ero già indipendente. Ho potuto fare tanti viaggi nell’anno, potevo permettermi tante cose. Ogni anno ho fatto un paio di viaggi. Sono stata in tanti posti: Ungheria, Olanda, Grecia, Turchia.

Adesso che ho i bambini piccoli è più difficile viaggiare.

-Hai due figli quindi?

Sì. A 33 anni mi sono sposata. Volevamo subito avere dei figli. Entrambi avevamo l’idea della famiglia. Il primo a venire è stato il figlio maschio. Dopo tre anni ci e’ arrivata una femminuccia. Entrambi meravigliosi.

La vita è cambiata, è diventata diversa. Abbiamo mantenuto il gruppo di amici con cui siamo cresciuti insieme, un bel gruppo di famiglie, tanti bambini.

Nel 2008 accadde un evento che mi segno profondamente.

-Racconta.

Nel 2008 si è ammalata una mia carissima amica di origini calabresi. Di leucemia mieloide. Acuta. I suoi bambini avevano un’età poco più grande dei miei. Era una cara amica, abbiamo condiviso tanto insieme; gravidanze e altre esperienze. A un certo punto aveva sul corpo degli ematomi,si sentiva sempre molto stanca. Un giorno,spinta dal marito, andò dal suo medico di base. Era giovedì 31 ottobre. Lui gli dice di andare al pronto soccorso. Lei voleva andare la settimana successiva, ma lui premeva perché andasse subito. Lei andò all’ospedale e da lì, da un certo punto di vista, non  uscì più.

Il giorno successivo le diedero la diagnosi di leucemia. Entrò in un incubo.

-Com’è l’approccio di cura per quanto riguarda questo tipo di patologie?

La  terapia è chemioterapia ad alte dosi. Ti azzerano completamente i globuli bianchi. Non puoi stare in contatto con altre persone. Bisogna stare in una camera sterile. Ricordo la camera sterile in cui lei stava. Si trattava di una stanzetta chiusa, con due letti, televisione, tavolino, bagno. Prima della stanzetta c’è una piccola anticamera con uno spogliatoio e un bagno. In questo bagno, chi viene a trovare il paziente deve mettersi guanti, berrettino, mascherina, camice, come quando si va in rianimazione. Praticamente sei irriconoscibile, ti si vedono solo gli occhi. Andai da lei durante il primo ciclo di chemio, ci abbracciammo. Ho sentito in quel momento di volerle molto bene.

-Era stata un mese intero in ospedale?

Sì, questo è l’approccio. Molto intensivo. Per quel mese si sta sempre lì, non si esce mai. Quando la vidi, lei aveva crisi isteriche. Pensava ai bambini piccoli che aveva a casa. Per lei quella situazione era un inferno. Quando finalmente uscì, e tornò a casa, le dissero che adesso si sarebbe visto come sarebbe andata. A qualche fortunato va bene. Lei invece, dopo 4-5 giorni da quando era uscita, ebbe un ictus. Sembrava che il sangue, per via delle piastrine bassissime, non avesse la densità giusta. E’ stata tra la vita e la morte, e poi lentamente si è ripresa. Ma è rimasta paralizzata per metà del corpo. Non metà superiore o inferiore, ma metà da intendere come parte destra del corpo o parte sinistra. Parlava male, non muoveva il braccio, che stava penzoloni. Non muoveva la gamba, stava sulla sedia a rotelle. C’è da dire che non a tutti è andato in modo così catastrofico. Ognuno è diverso. Comunque non è mai guarita. Aveva continue recidive. Solo verso la primavera sembrava che la cosa potesse avviarsi verso un esito positivo per passare ad un altro piano. Se le cellule malate diventano inferiori al 5%, si può procedere con un trapianto di midollo. Ma questa possibilità per lei non si concretizzò mai.

-Torniamo alla fine del primo ciclo e alla comparsa di quei fortissimi effetti collaterali.

Piano piano si era ripresa, perché era giovane e prima di ammalarsi era una persona sana e attiva, questo contribuì nella sua capacità di reazione. Piano piano stava riprendendo la funzionalità linguistica, e ricominciava a parlare; anche la gamba cominciava a muoversi. Il braccio però non diede mai segni di risposta.

Ma intanto era arrivato il momento del secondo ciclo di chemio. Il protocollo ne prevedeva quattro; e ogni ciclo ti debilita sempre di più. Tra gli effetti collaterali di questo ciclo ci furono delle stomatiti in bocca e nell’ano. Era qualcosa di terribilmente fastidioso, tipo ragadi, mucose che si infiammavano e che le facevano un male atroce. Anche questa volta, però, dopo un po’ comincio a riprendersi.

E poi vi fu il terzo ciclo. Stavolta non vi furono effetti tragici.

Lei, dopo ogni ciclo tornava a casa. E là finalmente le ritornava un po’ di gioia.

Quel terzo ciclo fu fatto ad aprile.

Sembrava che le cose finalmente migliorassero e che la malattia fosse in remissione. Lei stava affrontando la malattia psicologicamente meglio.

Passò il mese di maggio casa e nel frattempo faceva semplici esami di controllo.

Ma a giugno le telefonano e le dicono che gli esami non andavano bene. C’era una recidiva, e bisognava fare ancora chemio. Quello stesso mese ci fu il quarto ciclo di chemio.

Questa volta, quando l’andai a trovare, capii che la malattia aveva dilagato, che non c’era più niente da fare.

Devi capire che ogni volta che facevano questi cicli di chemio, c’era l’aplasia. Poi bisognava aspettare che i globuli bianchi risalissero, che il midollo producesse globuli sani e non più malati. Doveva arrivare ad un certo livello .. 500/1000. Ma dopo quel quarto ciclo  i globuli bianchi non sono più risaliti. Nonostante i fattori di crescita che le somministravano quotidianamente. Il midollo smise di funzionare. Non li produceva proprio. A quel punto lei si è trovata incastrata. Non aveva più sistema immunitario. Non poteva andare da nessuna parte. Appena è giunta a casa, le è venuta la polmonite.

-Quindi il bel risultato di quattro massacranti cicli di chemio, è stato, oltre una serie di durissime effetti collaterali, nessuna guarigione, e la distruzione del sistema immunitario.

Già.. A d agosto i medici dissero al marito che la chemio non funzionava. Ricordo ancora cosa uno dei medici disse al marito.. “sua moglie è un fallimento”. Fu la disperazione. Lei ebbe una bruttissima reazione psicologica e si chiuse molto in se stessa. Lei aveva sempre avuto un bellissimo carattere, anche se un po’ chiuso. Dopo questi eventi tragici la chiusura diventò estrema, e la paura ebbe il sopravvento. Non poteva neppure stare stabilmente in casa. Aveva costante bisogno di trasfusioni. C’era una costante  alternanza di casa e ospedale.

Da settembre lei andò su e giù dall’ospedale, in day hospital. Le fecero un altro ciclo di chemio, a fine ottobre.

-Mi sembra logico. Sistema immunitario distrutto, stato vitale ridotto ai minimi termini, nessuna capacità di reazione.. e viene fatto un altro ciclo di chemio.

Non sono mai riuscita a spiegarmi questo genere di cose.

Comunque, fu l’ultimo. Morì l’otto novembre per un blocco renale. Le si erano proprio fermati i reni.

L’ultima volta che l’ho vista era in condizioni pietose.. ricordo che non aveva quasi più i denti.

Questo evento si rivelò fondamentale per me. Iniziò un cambio di coscienza.

-In che senso?

Io vengo da una famiglia dove se si sta male, si prende una pastiglia. Anche per me era così. Poi intrapresi un mio percorso sull’alimentazione, che mi portò, tra l’altro, a smettere di prendere latticini.

Quando avvenne la vicenda della mia amica, ho cominciato a pormi domande. Mi ricordo di una conversazione che ebbi con lei a fine luglio. Le chiesi

“Il medico che ti ha detto di questo midollo che non risponde?”

“Di non preoccuparmi. Che se non risponderà prima, risponderà dopo”.

E qualche settimana dopo gli disse che la chemioterapia era fallita.  (escludiamo la storia di mia mamma).

Ricordo anche quello che dissero ad una mia amica (malata pure lei,la sua vicenda proprio in questi giorni sta procedendo davvero male)

“Non abbiamo l’obiettivo di guarire. Guarire è una parola che non usiamo. Noi ci impegniamo a cronicizzare la malattia e fare tirare avanti la persona il più possibile e con la migliore qualità della vita”

-Grandissima qualità della vita. Questa sì che è qualità della vita…

Però voglio raccontarti una cosa che mi trasmise una sensazione davvero bella. Un mese dopo la morte di quella mia amica, la vidi in sogno e mi parlò, dicendomi che stava bene.

Era novembre del 2008.

-E la tua vicenda quando iniziò?

Nell’ottobre del 2008. Con un nodulino al seno sinistro. Me ne sono accorta toccandomi. Quando me ne accorsi, non la vidi come una cosa particolarmente problematica. Mia madre aveva avuto un nodulo benigno e le era stato tolto.

Avevo partorito da poco. Sono andata dalla ginecologa, che mi disse di procedere con l’ago aspirato. Fissammo un appuntamento in ospedale, nel reparto di senologia.

A febbraio andai in senologia, per fare gli esami. Quando mi arrivò l’esito mi pareva incomprensibile. Parlava di “contenuto dubbio”. Veniva detto che il reperto tolto evidenziava “atipie cellulari”.

-Di che si tratta?

Di cellule che invece di essere perfettamente regolari, cominciano ad avere delle modificazioni. Si tratta di uno stadio intermedio tra cellule pienamente sane e cellule tumorali. Anche all’interno delle atipie c’è una gradazione. Vengono distinte in tre gradi: moderato, tollerato, severo.

-Che ti dissero i medici?

Mi consigliarono di fare la biopsia. Io chiamai un medico che conoscevo, che mi disse di andare avanti con l’iter, di non preoccuparmi, che poteva trattarsi di una situazione assolutamente normale.

Andai in ospedale a Padova. Mia sorella è amica di una dottoressa che lavorava in senologia.

Quella dottoressa mi fissò un appuntamento. Le faccio vedere gli esiti dell’esame. La dottoressa mi disse “ i noduli dubbi vanno tolti, potrebbe essere un primo passo per altro”. Intanto avrei dovuto togliere il nodulino.

Lei ti fece parlare con il chirurgo che ti disse “se fosse un pezzo più grande, ne toglieremmo un pezzettino. Ma è così piccolo, che lo possiamo togliere tutto e poi facciamo l’esame istologico.”

Me lo tolsero a maggio 2009. L’esame istologico non evidenziava la presenza di cellule tumorali. Ma diceva che erano presenti atipie di grado severo e micro calcificazione in zona.

C’era una iperplasia atipica. Ovvero tanti aggregati di cellule, tante cellule in riproduzione, ma atipiche.

Allo IOV (Istituto Oncologico Veneto) a quel punto mi scaricarono,nemmeno mi fissarono un controllo a 6 mesi, un anno.

La mammografia del 2010 me la sono fissata io per controllare se tutto andava bene.E tutto andava bene, nulla emergeva dagli esami strumentali.

Nel 2011 feci un’altra mammografia di controllo. La feci allo I.O.V.(Istituto Oncologico Veneto), me l’aveva prenotata mia sorella ben un anno e mezzo prima. Dall’esito emergono delle microcalcificazioni in quella stessa  area dove il nodulo era stato asportato.

-Di che si tratta.

Sono depositi di calcio. Il che significa che c’è una necrosi cellulare, cellule che muoiono e rilasciano quel calcio. Le microcalcificazioni possono essere benigne (le donne che si avvicinano alla menopausa possono rilasciare questo calcio), maligne (indicazione di un tessuto malato, non c’è ancora il nodulo, ma una zona malata di cellule comunque cancerogene, neoplastiche).

-A quel punto che ti dissero?

Io chiedo alla dottoressa di turno allo IOV quella mattina , cosa avrei dovuto fare ora.

E lei mi rispose che si sarebbe dovuto fare altro taglio per pulire la zona.

Mi disse queste cose, ma non mi spiegò molto chiaramente la situazione. Loro non spiegano mai niente. Ma io non volevo operarmi con tanta fretta. E allora le dissi:

“Non possiamo fare una mammografia tra qualche mese per vedere cosa accade?”

E lei “va beh.. si può”.

Fosse per loro ti taglierebbero subito..

-Che accadde poi?

Comunque arriviamo a maggio. Mi rifà la mammografia e mi dice che secondo lei quelle cellule sono aumentate e che bisognava parlarne al chirurgo anche per fare una specie di altro ago aspirato.

C’è una tecnica particolare, il Mammoton.

Si tratta di una via di mezzo tra un ago aspirato che è un ago sottile e una biopsia che è un taglio chirurgico.

Si tratta di un ago più grosso.

Ti mettono a pancia in giù, poi mettono il seno in questi due buchi e loro con una sorta di ecografia costante cercano il punto giusto per intervenire, e lì interviene l’ago. A me ha fatto male, parecchio male e poi è stato inutile.

Inutile perché poi si è resa necessaria la biopsia chirurgica.

E’ servito a poco comunque. A luglio ho preso gli esiti. A quel punto ho cominciato a capire che c’era qualcosa che non andava.

Persistevano sempre le atipie severe, ma c’erano anche locali cancerizzazioni, in sostanza cellule tumorali.

Già prima dell’esame avevo visto che la situazione si stava un po’ complicando.

La mia dottoressa di base mi disse:

“Prima di fare tagli ti mando da un senologo che è molto bravo è un medico conservativo”. Intendeva che era il meno interventista possibile. Mentre allo I.O.V. hanno il taglio facile.

Andai da questo senologo, e gli portai tutti gli esami che avevo fatto. Ci andai circa venti giorni prima di quando avrei dovuto fare il mammoton. Era il mese di giugno.

Quello che incontrai era un medico di 70 anni abbondanti. Uno di quei medici di grande esperienza, ma di freddezza glaciale. Quelli che parlano senza guardarti in faccia. Io gli diedi le carte, e cominciai a dire alcune cose, ma lui mi interruppe:

“Signora, mi dia le carte e stia pure zitta. Io le carte me le so guardare da solo, e non ho bisogno di qualcuno che me le spieghi”.

Per un quarto d’ora ha visto le carte. E poi incomincia a parlare, e parla di malattia, diceva cose come “una malattia lenta..”. Io non lo capivo. Perché era comunque lontana da me l’idea di avere un tumore. Pensavo a un tumore come ad una massa e io non ce l’avevo. Pensavo si trattasse di una seccatura da risolvere. Dopo il riferimento alla malattia, questo senologo mi disse “Signora vorrei che lei facesse prima la risonanza magnetica e poi  questo mammoton”.

E allora faccio la risonanza magnetica e faccio il mammoton.

Passa un mese e prendo gli esiti.

La risonanza fu fatta con mezzo di contrasto. Dalla risonanza risultava un’area sospetta, perché il liquido della risonanza si era concentrato in quella zona. Una zona abbastanza ampia, di circa 6 cm. In base a questo, la risonanza segnalava la necessità di fare la biopsia.

A luglio 2011 tornai da quel senologo. Io ero molto agitata, ed ero andata da sola, senza mio marito. Ricordo il dialogo.

“E’ venuta da sola?”, esordì.

“Sì”.

“A sentire certe cose non è il caso di essere da soli”.

-Quel che si dice “predisporre bene una persona”…

La mia inquietudine accelerava, comunque mi disse

“Questo mammoton non dà un esito definitivo bisogna fare la biopsia, poi vedremo. Non si preoccupi. Se anche fosse un tumore, è comunque una cosa circoscritta. Comunque togliendo il seno dovremmo sistemare tutto”.

“Come, dovremo togliere il seno?”. Mi sembrava di impazzire.

“Certo.. ma.. vedremo.. mezzo seno..”.

“Ma.. bisogna farla subito la biopsia?.. vorrei aspettare la fine dell’estate..”

“No.. non cambia niente se si aspetta ancora un po’..”.

Trascorsero delle belle vacanze, con la mia famiglia, ero sicura che tutto sarebbe andato a posto, che non era nulla, i medici – pensavo – mettono sempre le mani avanti.

Il 6 settembre andai in una casa di cura convenzionata. Io  ero psicologicamente tranquilla, sentivo di non avere niente. Alla sola vista di lui – del senologo con la mascherina e il camice e quelle mani e quei modi cosi’ gelidi – tutta la mia positivita’  e la mia tranquillita’ si sono dissolte. Mentre sono sul lettino in attesa dell’intervento  , lui mi dice che è un piccolo intervento, che è cosa da niente. Prima di iniziare l’intervento mi sottopone ad  un’altra mammografia. Mette la mammografia sullo schermo e mi dice:

“Lo sa che non mi piace per niente questa cosa?.. Vedo che la zona non è solo questa.. che ce ne sono altre più sotto. Non sarà un intervento risolutivo..ce ne vorra’ almeno un altro”

-All’insegna della delicatezza.

E non è finita. Dopo la conclusione dell’esame, ti lasciano stare un po’ tranquilla. Arriva lui e mi dice..

“Come si sente signora?”.

“Bene”.

“Signora le dico ancora che non mi piace affatto questa cosa”.

Io ero psicologicamente a pezzi. Perché continuare a ripetermi che quello che vedeva non gli piaceva, anche se in quel momento non poteva dirmi altro di più concreto? Non capiva che sentirmi dire quelle parole era come essere destabilizzati? Quel medico aveva un medico giovane come aiuto, e che aveva un aria amichevole. Dopo che il medico che aveva condotto l’esame era uscito dalla stanza, io ebbi un momento in cui mi sentivo poco bene, avevo giramenti di testa. Questo medico giovane mi disse di stendermi e mi misura la pressione. Gli racconto quello che mi è successo. Mi incazzo quasi. Lui mi dice

“Noi mettiamo sempre le mani avanti”.

I successivi 15-20 giorni sono stati i peggiori in assoluto.

Andai dal senologo per la consegna dell’esito, stavolta con mio marito. Eravamo tesi entrambi.

Lui mi disse che la diagnosi era.. un carcinoma.

“Come?”.

“Le dico subito che non è grave. E’ un primo stadio. Non si deve preoccupare. A questo stadio si guarisce. Signora, ci sono essenzialmente due alternative circa come procedere:

I-Togliere il quadrante, in anestesia totale, seguita poi da radioterapia, perché non sappiamo esattamente quante cellule sono interessate.

II-Oppure togliamo tutto il seno.”

Noi eravamo senza parole. Ma non  abbastanza per non chiedere altre spiegazioni.

Lui mi chiari’ questo: se toglievamo un pezzo (il quadrante per dire), facevamo le sedute di radioterapia , e poi emergevano altre microcalcificazioni, di non andare in panico (facile no?). Mi fece intuire che lui si riteneva più tranquillo a procedere con la mastectomia, così non ci si sarebbe dovuto pensare più, però devo dire che non mi forzò assolutamente, anzi mi raccomandò di rifletterci con calma.

Intanto mio marito che era con me gli chiese: “e se non facessimo niente’”.

Lui rispose che non essendo un caso grave, non poteva dire che bisognava necessariamente intervenire. Ma che comunque lui perlomeno quella parte l’avrebbe tolta, e poi una volta esaminata, ci si sarebbe potuti regolare meglio.

Ma io non ero molto convinta. Intanto mi diceva che le microcalcificazioni non erano in un punto solo, ma ce ne erano anche sotto. Quindi se si fosse tolto solo un pezzo, si rischiava che non fosse risolutivo. E poi non stavamo parlando di cose microscopiche. Si trattava pur sempre di un quarto di seno. Comunque gli dissi che se si fosse fatta al momento la quadrantectomia, eventualmente la mastectomia si sarebbe potuta fare n un secondo momento, se il problema si fosse ripresentato.

-Insomma tu, in sostanza, gli dicesti “piuttosto che procedere subito con una mastectomia, a sto punto è meglio andare con la qudrantectomia. E poi, se ci fosse stata la necessità, si sarebbe potuto procedere con la mastectomia.

Sì, ma lui mi disse che se si fosse tolto quel pezzo, poi si sarebbe dovuto procedere con la radioterapia, e se il problema si fosse ripresentato, si sarebbe dovuto fare la mastectomia, e poi la ricostruzione. Ma c’era il rischio che il seno ricostruito non reggesse, perché la radio avrebbe indebolito il muscolo.

-Quindi in pratica ti stava dicendo “se facciamo subito la mastectomia, viene meno subito un seno, ma si può fare la ricostruzione. Se facciamo invece solo la quadrantectomia (ovvero togliamo solo un quarto del seno), si dovrà procedere con la radioterapia (perché è necessario ‘bonificare ‘ la zona). Ma se poi il problema si fosse ripresentato, si sarebbe dovuto procedere con la mastectomia. Ma in questo caso –a differenza che se si fosse proceduti fin da subito con la mastectomia- ci sarebbe stato il rischio che il seno eventualmente ricostruito non reggesse, perché la radio avrebbe potuto indebolire il muscolo”?

Sì, esatto. Inoltre la risonanza parlava di una zona a rischio di sei centimetri, e il mio seno è piccolo, se se ne sarebbe dovuta togliere una metà, mentre la quadrantectomia toglieva solo un quarto. Quindi la quadrantectomia non avrebbe tolto tutto.

Ma io volevo una cosa risolutiva. Ecco perché prendevo in seria considerazione la mastectomia. Volevo stare tranquilla.

Sei andata a consulto da un secondo chirurgo (dello IOV di Padova), il primo era un senologo privato che ti consigliò di procedere prima con la quadrantectomia, e poi nel caso direttamente la mastectomia radicale. Era il settembre 2011.

-Ma quel punto entrò in gioco il Metodo Di Bella.

Sì. Io conoscevo Giuseppe Di Bella perché un paio di anni prima avevo visto dei convegni e poi, riguardando il sito, ho trovato casi di carcinomi mammari guariti. E pensavo

“Se questi qui che erano dei casi molo più gravi hanno salvato il seno, perché io, che sono a un livello molto meno grave devo togliere tutto?”

Decisi di telefonare allo studio del dottor  Di Bella e sono andata da lui il 7 ottobre. Eravamo io e mio marito.

-Impressioni di quella giornata?

C’era una bambina che aspettava fuori, in braccio ai genitori, completamente calva.

Lui mi ha dato l’impressione di una persona molto mite, molto gentile, un vecchio gentiluomo. Mi spiegò la cura. Io gli dissi che mi avevano ventilato l’intervento. E lui:

“L’intervento lo lasciamo fare a loro. Noi possiamo evitarlo”.

Lui mi da’ dei farmaci, senza dilungarsi troppo. La visita è durata un tre quarti d’ora abbondanti. Nella cura mi aveva inserito anche la lar; quattro punture. Mi disse che per qualsiasi cosa avrei potuto scrivergli. E dopo sei mesi avremmo fatto l’esame di controllo. Tornai a casa con l’elenco dei farmaci. Mi rendevo conto che l’impegno era notevole. Sia dal punto di vista del tempo da dedicarvi. Sia da quello economico.

-Le problematiche fisiche erano connesse all’utilizzo della somatostatina?

Sì, non è facile abituarsi da subito con la somatostatina. E’ necessario che venga diluita dieci ore, la notte, con l’infusore e la siringa temporizzata. Prima di farla si deve digiunare tre ore. Mangiavo alle sei di sera. Adesso ho potuto ridurre un poco. L’infusore dura otto ore, e digiuno due ore prima. Cenavo con cose leggere. Sono dimagrita parecchio. A livello fisico è stato pesante.

Il problema derivava anche dalla presenza del chemioterapico, l’endoxan. Ne dovevo prenderne due dosi al giorno. E’ stato pesante. A febbraio hanno cominciato a cadermi anche alcuni capelli.

Ad aprile, il 24, ho fatto la risonanza magnetica di controllo. Nel frattempo avevo fatto l’ecografia per vedere che non ci fossero metastasi. Quando ho fatto la risonanza ero sollevata. La risonanza era pulita, non c’erano più aree di ‘presa’ del liquido di contrasto come invece nella risonanza del luglio precedente. Era la strada giusta.

-Trovasti ostacoli nella tua scelta di fare il Metodo Di Bella?

Sì, soprattutto con mio padre. Che mi diceva “fatti operare, hai due figli”. Lui era molto contrario. La comunicazione tra noi divenne molto fredda. A un certo punto dovetti dargli l’out out. Comunque, dopo la risonanza i rapporti si sono rasserenati.

Comunque, fondamentalmente sono stata appoggiata. Mio marito e le mie sorelle, mio cognato mi hanno sempre sostenuto e gli amici sono stati favorevoli.

-Gli ultimi eventi quali sono stati?

Ad aprile ho proseguito la cura col dottor Rocca, avevo bisogno di qualcuno che potessi andare a trovare più frequentemente. Comunque  Rocca ha rivisto di poco la cura. Mi disse che per un anno, fino all’ottobre successivo bisognava continuare grosso modo così, ma ha ridotto il livello di chemioterapico.

Il dottor Rocca lo rividi ad ottobre, quando feci la prima PET. Anche questo esame fu totalmente positivo. Feci anche l’esame ottico del seno; si tratta della mammografia fatta con la luce. E anche in questo caso gli esiti furono positivi.

I prossimi esami dovrò farli a febbraio, ma per adesso va tutto bene.

Grazie Laura.

53 Comments :, , , , , , , , , , , more...

Intervista a Michela Rolfo- testimonianza sul Metodo Di Bella

by on dic.06, 2012, under Guarigione, Ispirazione, Medicina, Simbolo

Michela Rolfo è la sesta persona che intervisto, da quando è iniziato questo mio viaggio nel mondo del Metodo Di Bella.

Sissy, Barbara Bartorelli, Eliana Giammona, Fabio Serrentino, e la Dottoressa Carmen Valese sono stati i cinque incontri avuti finora.

Persone semplicemente.. splendide.

Ogni incontro non finisce mai con la fine dell’intervista, ma continua anche dopo, non solo perché nasce una amicizia, ma anche perché

qualcosa mi resta dentro di queste storie.

Michela Rolfo è la protagonisa di oggi.

Lei sta tuttora seguendo la cura Di Bella, cura che, nel tempo, ha accompagnato anche con altri approcci.

Nell’aprile del 2011, c’era stata una completa remissione della malattia. Ma, alcuni mesi dopo, vi è stata una lieve ripresa.

Michela continua il suo percorso di guarigione, che è anche un percorso nell’anima, un faccia a faccia con la propria storia, una consapevolezza delle proprie catene e, in parallelo, un progressivo spezzarle queste catene.

La consapevolezza del legame tra sofferenza interiore e malattia, tra traumi psichici e manifestazioni somatiche rende persone come Michela

capaci di essere generatori del Destino, e non suoi esecutori.

Vi lascio all’intevista a Michela.

————————————————————————————

-Michela dove sei nata?

A San Remo, nel 1966.

-Come è stata la tua infanzia?

Ho il ricordo di essere stata una bambina molto taciturna, estremamente sensibile e fondamentalmente repressa ma col senno di poi ho capito che ero io a non manifestare il mio mondo interiore e quindi forse era difficile comprendere le mie esigenze poi, in quegli anni, la psicopedagogia non andava molto di moda nel senso che noi ora siamo genitori (o almeno avremmo più possibilità di esserlo rispetto ai nostri) più attenti agli aspetti psicologici dei bimbi e ragazzi.…io non chiedevo nulla e i miei genitori erano abbastanza severi, molto presenti ma nel mio ricordo davvero intransigenti.

-Ci fu qualcosa che, nel corso dei tuoi anni giovanili, ti colpì profondamente? Qualcosa che lasciò un segno dentro di te?

In giovane età fui presto affascinata dal mondo scientifico. Una volta visitai un laboratorio dove lavorava un mio cugino che era chimico, ne rimasi letteralmente folgorata, affascinata, nella mia testa di bambina pensavo fosse la chimica il mio futuro poi capii che era il mondo della biologia che mi attirava. Mi riempiva dentro, perché era lo studio della vita. La considero una grande fortuna avere avuto un entusiasmo così.

-Nacque una passione..

Già alle scuole medie mi appassionai alle scienze. Seppi da subito che avrei fatto lo scientifico e poi biologia all’università. Mia madre avrebbe voluto che facessi medicina. Ma per una volta ho seguito la mia volontà.

-Come furono gli anni che precedettero l’università.

Sono stati anni belli, anni anche di divertimento ma continuavano i divieti, le proibizioni un po’ per eccesso di protezione genitoriale ma anche a causa delle difficoltà di spostamento perché siamo andati ad abitare in un posto in campagna molto isolato e ovviamente…….niente motorino!  soffrivo tantissimo questa forma di isolamento anche perché prima abitavamo nel centro di un paesino della riviera ligure, Arma di Taggia dove da bambini ogni pomeriggio si andava a giocare con i coetanei in un viale dove non passavano macchine e si era liberi di correre, andare in bici ma soprattutto di “socializzare” e io introversa come ero avevo molto bisogno di socializzare anche se mi risultava difficile per carattere.

-A un certo punto andasti all’università.

Mi iscrissi a Genova, e cominciai a studiare biologia.

I miei fecero sacrifici  per farmi studiare e sono molto riconoscente per questo. L’impatto con l’università fu meraviglioso. Era la libertà. E io sentivo che dovevo rifarmi di tanti anni di negazioni. Finalmente potevo scegliere. Era incredibile.. potere scegliere. A casa tornavo solo per i fine settimana. All’università dovetti imparare a sbrigarmela da sola, mi sono trovata catapultata in un’altra dimensione, ho imparato tanto. Capii in quel tempo quanto l’autonomia è importante per me. Il valore enorme dell’indipendenza.

-Avevi avuto problemi di salute in quegli anni?

Intorno ai 20 anni emerse la diagnosi di un rene malformato probabilmente già fin dalla nascita dato che da piccola avevo cistiti ricorrenti.. Sentivo una forte debolezza, ero sempre stanca. Alcuni medici mi dicevano che avrei dovuto asportare il rene malformato e altri dicevano di conservarlo. Alla fine affrontai l’intervento e mi sentii molto meglio. Dopo l’operazione mi sembrava di avere una forza incredibile, mai avuta prima.

-Come fu il rapporto con l’università?

La cosa più entusiasmante dell’università è quando ho potuto accedere al laboratorio per fare il praticantato necessario per preparare la tesi sperimentale, ero entusiasta, si avverava il mio sogno.

-Che laboratorio era?

Era il laboratorio di ematologia oncologica, presso l’IST, l’istituto dei tumori di Genova. Trovai un professore che mi ha accolto nel suo laboratorio e che per me è stato come un padre. I miei compagni erano sfruttati dai loro professori. Io invece non solo ero rispettata e apprezzata ma venivo addirittura pagata, cosa estremamente rara per questo genere di attività. Con quel professore iniziò un lungo sodalizio. Feci la tesi con lui, e poi continuai prendendo il dottorato di ricerca. Ero appassionata del mio lavoro.  Finché, a trent’anni, scoprii un tumore al seno subito dopo il mio legame con la persona che divenne mio marito.

-Fu un brutto colpo naturalmente..

Sì, ero spaventatissima ovviamente. E quell’operazione fu incubo.

-Che operazione facesti?

Per fortuna non la mastectomia. Quando mi svegliai, avevo ancora il mio seno. Anche se prima dell’operazione ero terrorizzata. Fu una quadrantectomia, tolgono uno o due quadranti dal seno e mantengono tutto il resto della mammella.

Il mio professore non volle che mi operassi all’Istituto Tumori di Genova, ma mi inviò presso un altro ospedale, dove c’era una dottoressa chirurgo molto brava.

-E dopo l’operazione?

Fui sottoposta alla radioterapia. Fu un po’ stancante, ma fondamentalmente tollerabile anche perché facevo poca strada……era tre piani sotto a dove lavoravo………

Mi fu dato da prendere il tamoxifene, per la terapia ormonale.

Per un periodo, però, la dottoressa e professore che mi seguivano, erano in dubbio, circa l’opportunità o meno di effettuare anche  la chemioterapia anche se i linfonodi esaminati erano tutti negativi.

Io però dicevo “mai chemio”.

-Perché?

Perché io  lavoravo in un ospedale che si occupava di tumori, e vedevo come la chemio intossicava.

-Quell’evento incise sul tuo percorso di vita?

Cominciai ad interessarmi anche a contesti complementari, terapie alternative, medicina integrata e cose del genere. Feci corsi di shiatsu e successivamente di terapia cranio sacrale. Dopo quell’operazione avevo capito che dovevo fare qualcosa a fini di prevenzione, frequentai anche corsi di macrobiotica e alimentazione naturale. Una cosa che non avrei immaginato fu che, da quel momento in poi, la passione per la scienza è andata calando. Non  la persi del tutto, anzi. Rimanevo sempre ancorata, in un certo senso, al discorso scientifico. Quello che io adoro dell’aspetto scientifico è l’indagine per la conoscenza quando diventa sperimentazione accanita o manipolazione eccessiva non va bene, non mi piace.  La scienza la vedevo sempre più utilizzata per fini manipolatori da parte dell’uomo e lavorando in quel mondo scoprivo cose che non mi piacevano affatto. A livello di rapporto con l’attività che facevo, comunque, l’incantesimo si era spezzato. La mia stessa ricerca mi sembrava sterile. Non era l’attività di ricerca che avevo immaginato io. Si poteva stare mesi, anche anni, ad impegnarsi per vedere se un enzima funzionava meglio di un altro  ripetendo ossessivamente gli stessi esperimenti di biochimica. Tutto questo a me non bastava più. E poi, una volta avuto il tumore, non vedi più le cose alla stessa maniera. Mi risultava intollerabile stare in un istituto che si occupava di tumori. C’erano cose che non riuscivo più a sopportare, si respirava il terrore e la paura delle persone che si recavano all’ IST per le terapie si leggeva loro negli occhi il presagio di morte inoculato da previsioni catastrofiche di medici molto indifferenti, terribile e con la consapevolezza di adesso posso dire……assurdo!

-Respiravi energia pesante?

Io assorbo tantissimo, sono sempre stata molto sensibile e ricettiva e sentivo che dovevo fuggire letteralmente di là

-Quando lasciasti il lavoro?

Subito dopo aver terminato il dottorato di ricerca. Al mio professore credo sia dispiaciuto molto. Anche se è stato sempre molto corretto, sai che abbiamo effettuato e pubblicato alcuni lavori scientifici dove c’è il mio nome? Anche questo non è da tutti, il mio prof è sempre stato un signore in questo.

-Cosa facesti una volta lasciata la ricerca?

Per un periodo non lavorai, stavo a casa. Patii molto. Per me era molto importante il fatto di andare a lavorare quotidianamente, vedermi coi colleghi, mi mancava anche in un certo senso la manualità del lavoro in laboratorio. Non mi è mai piaciuto stare troppo a casa. Sono una pessima casalinga

poi non volevo perdere del tutto il mondo scientifico. E così trovai una attività che potesse fare al caso mio. Diventai un’ informatrice medico-scientifica.

-Ti occupavi di consigliare farmaci?

Sì, ma non i classici farmaci, prodotti naturali, soprattutto prodotti fitoterapici all’inizio. Non è che quel lavoro mi facesse proprio impazzire. L’ideale per me sarebbe stato di occuparmi direttamente di fare conoscere terapie alternative. Ma era difficile quindi optai per una via di mezzo. Andavo dai medici, parlavo con linguaggi scientifici ma per far conoscere il modo di curarsi diversamente, con prodotti naturali. Finché incontrai l’azienda a cui sono ancora molto legata, e che si occupa di fermenti lattici. Insomma, le cose cominciavano a girare un’altra volta per me, stavo anche per aprirmi la partita IVA, finché, nel 2010, la batosta… mi fu riscontrata inizialmente una massa tumorale a livello cerebrale.

-Avevi avuto segnali?

Avevo da un po’ di tempo disturbi ad un occhio. Era in generale un periodo di dolori, alla schiena ad esempio. E mi sentivo stanca. Queste cose mi spaventavano. Da un controllo all’occhio risultò una massa tumorale a livello cerebrale.

-Un altro brutto colpo..

Fu una esperienza terribile. Fu una settimana mostruosa. Andai da un oculista molto bravo che mi disse che avevo un melanoma dell’occhio. Aggiunse anche era una cosa rara. Feci una TAC Total Body per capire meglio. Se la TAC fosse andata come si sperava, si sarebbe intervenuto col laser e sarebbe finito tutto.

-Cosa emerse invece?

Di tutto. Un campo di battaglia. C’erano metastasi ovunque. Ai polmoni, cerebrali, al mediastino, nelle vertebre. Fu un momento di paralisi emotiva e fisica. Sono entrata in letto e non mi sono alzata per un pezzo. Inoltre ero ossessionata dai pensieri. Mi tormentavano domande come: “io ho lavorato in un istituto tumori e dalle metastasi non ho visto guarire nessuno. Perché potrei guarire io?”

Su una cosa continuavo ad essere totalmente sicura. Mai chemio. Dissi anche che, se mi fossi trovata a perdere conoscenza, non volevo assolutamente che mi si applicasse la chemio.

-Quindi ti indirizzasti verso altri territori..

Chiamai il Direttore scientifico della mia azienda, perché mi aiutasse a trovare un medico adeguato, dicendogli chiaramente, però, che mai avrei fatto la chemio.

Lui  mi diede l’indirizzo di un medico, il dottor  Franco Cirone di Como, che collaborava con quello che sarebbe diventato il mio attuale medico, Lucio Giovanni Rocca di Monza. Ancora prima avevo voluto fare una visita presso un altro medico.

Ero talmente terrorizzata che quando ho fatto la visita presso questi medici, io non volevo che leggessero la tac in mia presenza, uscivo dallo studio, non volevo vedere l’espressione del loro volto nel leggere sto sfacelo, mi era bastato quello che mi aveva detto la dottoressa che mi aveva refertato e consegnato personalmente l’esito dell’esame, per mesi, forse un anno non ho letto personalmente il referto di quella tac, ora quando a volte lo rileggo mi viene nausea.

Comunque, dopo una visita, il dottor Cirone mi indirizzò dal dottor Rocca, mentre lui mi avrebbe seguito sul piano dell’alimentazione (insisterò sempre col dire che l’alimentazione è importantissima).

-Quali furono le prime impressioni?

All’inizio ero diffidente. Era un mondo nuovo. Dovevo approfondire le mie conoscenze, dovevo capire ma capivo che dovevo iniziare presto una cura corposa ma non distruttiva.

Lui mi parlò di Metodo Di Bella. Mi disse che aveva lavorato tanti anni col professor Luigi Di Bella e che quel metodo era scientificamente valido. Io avevo però forti  dubbi relativamente alla possibilità di risoluzione del mio caso concreto.  Ma lui mi rispose che aveva avuto tanti pazienti come me. E che ce la potevamo fare. Riuscì a rincuorarmi.

Accettai, di concerto con mio marito, di seguire il suo protocollo.

-E iniziasti la terapia…

Accanto al metodo Di Bella, veniva utilizzata anche l’ipertermia oltre al programma alimentare.

-In cosa consiste l’ipertermia?

Nell’induzione dell’innalzamento della temperatura corporea:

1-Il caldo manda in necrosi le cellule tumorali.

2-La febbre, il calore, mette in moto i meccanismi del sistema immunitario, rafforzando la capacità di contrastare i tumori.

3-Lenisce il dolore.

4-Produce l’incremento delle endorfine.

Tutto questo inoltre provocherebbe il potenziamento degli interventi farmacologici.

-Oltre al metodo Di Bella e all’ipertermia, c’era anche dell’altro?

Sì.. l’ascorbato di Potassio.

-Come sono stati i primi mesi?

Sono stati molto duri. Il Metodo Di Bella era faticoso all’inizio e debilitante. La somatostatina mi rendeva uno straccio al mattino. Io so che molte persone non hanno nausea. Io invece ce l’avevo e ce  l’ho sempre, tutte le mattine e tutte le notti. Ma mi dicevano che questo era un buon segno, il segno che la somatostatina stava agendo efficacemente. E poi i continui viaggi. Andavo dal dottor Rocca due volte alla settima, per fare l’ipertermia. Settecento chilometri  da percorrere in un giorno. Tre ore di viaggio all’andata e altrettante ovviamente al ritorno quando non c’erano intoppi per strada.

-Continuasti con le tue ricerche?

Sì, piano piano, continuavo ad approfondire.. Studiavo anche quello che era fuori della Di Bella.

Continuavo sempre a cercare, anche per trovare altre cartucce che potessero essermi utili se la terapia non avesse fatto effetto.

-Il problema con la terapia Di Bella è spesso anche un problema di costi. Voi come lo affrontaste?

Un po’ di soldi ce li avevamo da parte, un po’ ci aiutavano i miei genitori. Ma ricevemmo il sostegno anche di tanti carissimi amici. Fu uno stupendo momento umano di solidarietà e complicità.

-Interiormente come ti sentivi?

Dopo lo shock iniziale ero molto carica. Mi sentivo sempre più forte. Ma fu anche il dottor Rocca ad aiutarmi sul piano interiore, sul modo di approcciare la situazione.

-In che senso?

Le prime volte che andavo a Monza, ero uno straccio, molto impaurita.

Lui mi diceva:

“Signora deve vivere la sua vita normale. Esca, vada in palestra, a sciare si occupi dei figli,..”.

Mi  ha insegnato a vivere. Mentre gli oncologi con le loro funeste prognosi mandano al cervello dei programmi di morte, lui mi aveva dato programmi di vita.

Ogni volta mi raccontava di quello che gli aveva insegnato Luigi Di Bella, per il quale  ha una vera venerazione.

Una volta mi disse: “Io le do quella che ritengo la cura migliore del mondo, ma lei ci deve mettere del suo, altrimenti non si arriva a niente”.

Mi spiegava che la natura seleziona chi è forte e che, se noi diamo importanza alla nostra vita, se siamo forti, segreghiamo le cellule tumorali. Mi ha aiutato a diventare più forte incoraggiandomi sempre. Ad ogni buon risultato mi diceva “brava!”, io sorridevo e dicevo “bravo” a lui. Altre parole immancabili erano: “Andiamo avanti, andiamo avanti, siamo sulla strada giusta.”

Ho fatto mio questo meccanismo che lui mi ha insegnato. Questo contrastare la malattia con la propria forza personale.

-La guarigione è anche una battaglia mentale ed emotiva.

Assolutamente, il suo atteggiamento per me è stato metà della terapia.

-Qualcuno del tuo mondo, delle persone che conoscevi, ti criticò per la terapia che stavi seguendo o cercò di ostacolarti?

Assolutamente no, mio marito mi ha sostenuta in tutto e per tutto, ha avuto fiducia nelle mie scelte, lui è il mio punto fermo parte della mia forza la devo assolutamente a lui, ma anche gli altri componenti della famiglia si sono dimostrati comprensivi, vedi io credo che solo quando sei sicuro, emani sicurezza e determinazione. E quando sei determinato in una cosa riesci a farti sentire e rispettare.  Cominci a comunicare talmente tanta forza, che le persone non si sentono spinte a contrastarti. I miei amici medici ovviamente hanno abbozzato un tentativo di dissuasione ma non c’era possibilità di attecchimento…..

-Come andarono i primi controlli?

Li feci ad aprile. C’erano riduzioni notevoli di tutte le masse tumorali. Feci subito dopo una risonanza alla testa, che confermava le riduzioni a livello cerebrale e il medico che eseguì l’esame era talmente sorpreso che mi volle parlare per chiedermi che cosa stessi facendo come cura. Io glielo dissi. E lui mi disse “continui”.

-Una botta di vita…

Quel momento  mi diede una carica fortissima. Continuai ancora con l’ipertermia fino a dicembre 2010.  Da quel momento in poi non andai più a Monza,  se non ogni tot mesi per una visita globale, e continuai a fare la terapia Di Bella a casa. Inoltre proseguivo anche il percorso di alimentazione.

-Che cosa mangi?

Nessuna proteina animale. Solo un po’ di pesce la sera. Colazione abbondante. Pranzo con un carboidrato e verdure cotte e crude. Cena leggera. Frutta come spuntino. Molta verdura sia a pranzo che a cena e assolutamente zero zucchero. Una dieta basificante e mirata a limitare la produzione insulinica soprattutto di sera.

Più i miei probiotici per l’intestino e per il sistema immunitario, stupendi.

Avevo perso 15 kg. Ero arrivata a 44 kg. Ero  uno scheletro, però sentivo che mi stava tornando energia.  Il mio corpo era disintossicato, disinfiammato.

-Quando facesti il successivo controllo?

Ad aprile 2011 – un anno e mezzo dall’inizio della terapia- feci la PET di controllo.

L’esito fu completamente negativo! Per il cervello feci la risonanza, ed era tutto pulito, per scherzare dico che “ho messo la testa a posto”

Anche la PET su tutto il resto del corpo era totalmente nagativa. Mi sentivo al settimo cielo.

-La terapia la continuasti allo stesso modo?

Sì, il dottor Rocca aveva un atteggiamento prudente. Mi disse che ero quella che ci avevo messo di meno in assoluto. E che, anche per questo, avrei dovuto fare la terapia per un bel po’ era troppo presto per toglierla. Comunque furono una primavera e una estate bellissime, praticamente spensierate, le porte del futuro si erano riaperte, sono sensazioni incredibili, davvero incredibili. A Novembre feci una risonanza alla testa, e tutto continuava a risultare pulito. Poi durante l’inverno cominciai a non sentirmi bene.

-Cosa avevi?

Una febbre  sfiancante. La ebbi per gran parte dell’inverno della primavera. In quel periodo, riuscii ad ottenere dal Dottor Rocca la sospensione della terapia per un mese, nel febbraio 2012. La febbre cominciò ad andare via solo con gli antibiotici. A fine marzo 2012, feci un’altra PET.

-I cui esiti…

Non furono entusiasmanti. I problemi, seppure a livello non forte, si erano ripresentati.

-Cosa risultò esattamente?

Era stata riscontrata una sospetta ripresa della malattia nella vertebra D12 e nei polmoni. Va anche detto che i mesi febbre e di antibiotici possono avere inciso.

-Come continuò il percorso terapeutico?

Sulla vertebra D12 il Dott. Rocca  mi ha fatto fare la radioterapia stereotassica…. Una radiochirurgia molto mirata, millimetrica, per paura che se fosse andata avanti si sarebbe spezzata quella vertebra.

Continuavo con la terapia Di Bella. Rocca mi ha modificato il protocollo, aumentando le dosi endoxan. A luglio feci una total body che confermava la ripresa dalla malattia. Non c’era una massa tumorale vera e propria, ma nodulini sparsi nei polmoni. Poi, per mia decisione, ho aggiunto la terapia con i funghi medicinali, in quanto ritengo siano una vera potenza per il rinforzo del sitema immunitario, mi sono letta ovviamente tutto lo scibile in letteratura scientifica!

-I successivi esami?

A luglio ho fatto una total body che confermava la ripresa della malattia.

-Ma tu come ti senti?

Io  sto bene, mi sento in forma e non ho sintomi, mi sento sana. Il mio dottore mi ha insegnato a badare più al mio modo di stare che alla diagnostica per immagini. Ah, c’è un’altra cosa che avevo dimenticato di dirti… e che si era verificata prima

-Racconta..

Dopo che avevo avuto il tumore alla mammella, circa un  anno dopo che ero stata operata (ben undici anni prima che mi fosse riscontrata la massa tumorale al cervello) io avevo subito un altro intervento, l’asportazione delle ovaie, perché il test genetico aveva rivelato la predisposizione  per il tumore delle ovaie  e della mammella. Figli miei non ho più potuto averne.

-Che sensazioni ti dà, oggi, ritornare ad eventi come questo intervento alle ovaie?

Il ritorno della dimensione della autocastrazione nella mia vita. A volte sono cose che ho scelto di fare, io, come se avessi introiettato dentro di me così fortemente un messaggio negazione, da farmi diventare io stessa promotrice di un processo ai autocastrazione. Comunque, oggi non farei né quell’intervento alle ovaie né quello al seno. Farei subito la terapia Di Bella e…… un figlio!

-Circa i figli, avete provato ad adottare un bambino?

Inizialmente ci sposammo e facemmo richiesta di adozione. Ma è difficilissimo in Italia avere bambini piccoli. E, dopo sei anni di inutile attesa, abbiamo proceduto all’affidamento, attraverso una domanda che si fa al tribunale dei minori. Devo dirti che non è stato proprio un ripiego, io ero già impallata con l’affidamento….avrei voluto avere un figlio fisiologicamente e uno in affido fin da ragazza…..si è avverata solo la metà del sogno, adesso abbiamo due ragazzi in affido ma la prima esperienza  l’avemmo con una bimba di sette anni quando abitavamo ancora a Genova, stava da noi il fine settimana poi è tornata a vivere con la mamma, mi manca molto, lei e i suoi fratellini.

-Cosa pensi guardando le scelte che hai fatto nel corso della tua vita?

Penso che troppo poco nella vita ho ascoltato la “pancia”, l’istinto viscerale. Solo adesso sto imparando ad ascoltarlo. Riguardando il mio passato, è come se avessi fatto tutto con la testa, solo con la mente, con la ragione.. ma poco con l’istinto, con la passione (biologia a parte), in un certo senso non me lo concedevo.

-Tornando ai giorni nostri, quale sarà il tuo prossimo appuntamento?

Presto farò un’altra PET e spero che questa mostrerà un miglioramento e comunque sono ottimista e fiduciosa. Con un po’ di ironia mi ripeto spesso “che fretta c’è prenditi tutto il tempo che ti serve” suona strano vero per un malato di cancro? Invece no, la fisiologia è lenta in natura non esiste un meccanismo riparatore veloce, ci vuole molto tempo e pazienza.

-Cosa provi in questo momento?

Io sento una grande forza dentro. E’ ovvio che adesso avverto anche un po’ di paura. Ma sento anche una forza vitale che non ho mai avuto. La guarigione non è una cura a determinarla (meno che mai una “cura” che intossica), è un percorso di vita. Quel percorso di crescita che non abbiamo riconosciuto di dover fare prima o abbiamo per tante volte rimandato per indolenza.  Un percorso durissimo e coinvolgente. Sto finalmente uscendo dal mio guscio. E’ stata la malattia a costringermi ad acellerare i tempi. Con il crescere ho cambiato modo di interpretare tante cose, ho rinforzato la mia personalità e ho imparato ad ascoltare il mio corpo. Una volta intrapreso questo percorso, diventa la tua via per la libertà, ti sembra poco?

-Grazie Michela.


826 Comments :, more...