Ispirazione
Creare una nuova storia
by Duncan on feb.19, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana

Ecco con un’altra storia. Ci sono quelli che storceranno il naso. Storie banali diranno. O illusorie, utopiche, idealiste per un mondo piranha…
Ci si divide tra pescenani e avviliti.. è questo il dramma, se volete. Tra chi se ne fotte e chi raglia disperato alla luna. Tra mercanti con sorrisi tagliola e carne da macello.. che “si sente” carne da macello. Tra anime morte in corpi da finanza d’assalto e politicanti da smerdaglia e supebonzi da minchiatelevisione.. e consumatori onnivori, delusi e depressi a tempo pieno.. spenti, stanchi passeggeri della vita. E anche chi difende i deboli.. urla a squarciagola… “Quanto siete deboli!.. quanto siete deboli!.. quanto siete piccoli!.. siete canne al vento.. precari.. sradicati..ecc…” Anche loro ti lasciano nel pantano.. sguazza sguazza guagliò. Se no.. anche il mio ruolo da difensore dei deboli va a farsi benedire, no?… se i deboli si rialzano in piedi.
Ci sono storie di Resistenza al putridume che si incastano su muri taglienti come il sole di mezzogiorno. E ho visto bambini dislessici diventare dottori, anche se i dottori gli dicevano che sarebbero stati semrpe ritardati. Malati di cancro ora insegnano a guarire. Bambini abusati insegnano l’amore… Mattanze di sangue lasciano spazio a milioni di fiori.. e la Bellezza dilaga nel mondo… Vi lascio alla storia..
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Di Gloria Steinem
Situato in una zona rurale e molto isolata dell’Oklahoma, il paese di Bell era abitato da trecento famiglie, quasi tutte cherokee. Non c’era altra scuola oltre alle medie inferiori e le tubazioni dell’acqua erano assai carenti, ma in compenso regnava una violenza sociale diffusa, mista a un’altrettanto diffusa disperazione. I suoi abitanti, a causa del forzoso legame di dipendenza dagli aiuti del governo e dell’invisibilità rispetto al mondo esterno, avevano sviluppato a poco a poco una totale sfiducia nella loro capacità di determinare il proprio destino, come tanti adulti con tutte le fragilità e nessuno dei vantaggi di chi adulto non è ancora. Non pochi, tra quelli che erano riusciti ad andarsene, si vergognavano di ammettere di avere trascorso l’infanzia a Belle. Wilma Mankiller, figura di spicco nella rifondazione della città, ricevette due avvertimenti dalla gente che conosceva bene il paese quando annunciò che voleva avviare un progetto di rinnovamento: per prima cosa, <quella gente lì> non avrebbe mai mosso un dito, né pagata né tanto meno volontaria, per tirarsi fuori dalla situazione; secondo, al calar della notte in ogni caso avrebbe fatto bene a lasciare il paese. Ciò nonostante, Wilma affisse per tutte le strade del paese manifesti scritti in cherokee e in inglese, che invitavano la popolazione a partecipare ad un’assemblea cittadina per discutere di <Bell, il nostro paese, così come lo vorreste vedere tra dieci anni>. Non si presentò nessuno. Lei organizzò un’altra assemblea, e questa volta si presentò un gruppetto sparuto di abitanti, che erano andati lì solo per esporre certe lagnanze.
Allora ne organizzò una terza, a cui parteciparono una dozzina di abitanti, ormai convinti che l’unico scopo di Wilma era ascoltare la loro opinione. <Ho sempre avuto fiducia nella capacità, in chi è stato espropriato
di tutto, di dare forma e forza alle proprie idee> ha commentato Wilma in seguito. Proprio per questo, non si sognò neppure di calare dall’alto qualche soluzione, e nemmeno di presentare proposte. L’unica cosa che fece fu una domanda: <> Al contrario di quel che si aspettava Wilma, la risposta non consistette in un progetto per il recupero scolastico né in qualsiasi altra iniziativa finalizzata ad aiutare i giovani, a cui perlomeno restava ancora la speranza di poter fuggire da lì. Gli abitanti intervenuti all’assemblea proposero infatti un cambiamento più democratico, nella misura in cui la sua importanza era vitale per tutti, indipendentemente dall’età o dall’intenzione di andarsene: una sorgente d’acqua capace di rifornire tutte e case, e un sistema di tubazioni adeguato alle necessità di distribuzione. L’iniziativa avrebbe costituito automaticamente un freno al fenomeno dell’abbandono scolastico, spiegarono a Wilma: i ragazzi per fare il bagno dovevano servirsi o dell’acqua inquinata del fiume vicino o del rubinetto situato nel cortile della scuola, e il fatto di lavarsi con minor frequenza dei loro compagni delle scuole superiori di Stillwell, meno poveri di loro, costituiva regolarmente motivo di scherno. Nata grazie a una semplice domanda che dava ai cittadini il potere di scegliere, l’iniziativa prese concretamente avvio grazie a una transazione, sempre a opera di Wilma. Lei si sarebbe incaricata di procurare le forniture, il contributo finanziario del governo federale, i tecnici e tutti gli altri esperti necessari al progetto, a patto però che gli abitanti della cittadina si facessero interamente carico della costruzione dell’acquedotto, e parzialmente anche della raccolta dei fonti. Dopo anni di promesse non mantenute, la popolazione era scettica, e dopo anni di passività dubitava delle proprie capacità; ciò nondimeno, costituì il Comitato Case e Acquedotto di Bell e si mise al lavoro. A ciascuna famiglia venne assegnato un chilometro e mezzo di tubature da interrare. Chi sapeva l’inglese doveva occuparsi anche delle iniziative per la raccolta dei fondi, e chi parlava solo cherokee svolgeva tutti gli altri lavori possibili, dallo scavo dei canali per l’interramento delle tubature al trasporto della terra per la copertura dei tubi, ma ognuno sapeva che il suo contributo era vitale per la riuscita del progetto. Le donne, che all’inizio si erano auto confinate <ai lavoretti di
carpenteria>, come diceva Wilma, persuase come erano di essere troppo deboli per trasportare i tubi o per partecipare alla costruzione vera e propria, ben presto scoprirono che le mansioni più impegnative non erano certo più faticose di quelle che erano abituate a fare in casa o nelle strade della città quando andavano e tornavano con i secchi dell’acqua.
Wilma ebbe la certezza che l’atteggiamento della popolazione si era profondamente trasformato il giorni in cui le famiglie decisero di fare una gara di velocità tra di loro, per vedere chi avrebbe deposto più velocemente il suo tratto di tubatura. Gli abitanti dei paesi vicini a Bell, pur essendosi dichiarati certi fin dal principio del fallimento dell’iniziativa, facevano frequenti visite alla cittadina per osservare l’andamento dei lavori. E lo stesso fecero i rappresentanti di diverse fondazioni importanti, che in questo progetto di costruzione vedevano un esempio delle possibilità di sviluppo del Terzo Mondo: di posti più poveri di Bell, in effetti, ce n’erano davvero pochi. Arrivò persino la troupe di una rete locale della CBS, attratta dallo scenario indubbiamente realistico della povertà del paese; venuti per filmare la miseria, in realtà gli operatori televisivi giocarono, senza volerlo, un ruolo molto positivo, dando alla popolazione l’occasione di vedersi al centro dei notiziari serali. Ben presto anche la popolazione non indiana di Bell incominciò a tessere le lodi del progetto dell’acquedotto sui giornali locali, e per la prima volta la comunità indiana poté percepirsi come visibile. Una visibilità interamente dovuta, ed era questa la cosa più importante, a un progetto di cui essa era il soggetto attivo. I quattordici mesi che seguirono avrebbero bisogno di un libro intero per essere raccontati, tanti furono i cambiamenti sul piano personale che si verificarono; alla fine, comunque, l’acquedotto venne completato in tutti i suoi trenta chilometri di tubature. La troupe televisiva della CBS ritornò a Bell per documentare il successo dell’iniziativa, e i sette minuti di cronaca che ne risultarono vennero mandati in onda in <il film della città>, la trasmissione di Charles Kuralt. Noto ora come <CBS Sunday Morning>, questo pezzo di cronaca, viene trasmesso sovente e con grande orgoglio. Allargatosi dalla prima dozzina di abitanti che avevano partecipato all’assemblea a quasi tutta la popolazione, il Comitato di Bell decise di dare il via al secondo progetto: la costruzione delle case. Anche questa volta Wilma si occupò di ottenere dal governo federale il suo contributo finanziario, ma non le sue imprese edili: il lavoro di costruzione era interamente affidato agli abitanti. <Anche le
famiglie che non erano mai andate d’accordo tra loro> spiegò poi Wilma <avevano ormai imparato a lavorare insieme. Tra di loro stava
nascendo il senso di appartenenza ad una comunità> Poiché il governo federale aveva stanziato fondi a favore unicamente degli indiani, le cinque o sei famiglie non-indiane restavano automaticamente escluse. Dopo lunghe e minuziose discussioni, la Comunità Cherokee decise di iniziare una raccolta fondi in modo che anche quelle famiglie potessero beneficiare del progetto di costruzione, per quanto alcune di esse nel passato si fossero comportate molto male nei confronti degli indiani. Come sempre l’autostima era riuscita a produrre generosità, e, in questo caso particolare, a restaurare il principio indiano del mutuo scambio, erroneamente definito <> dai bianchi che non avevano mai compreso la reciprocità di dare e avere che in esso è sottesa. In quel primo momento di incontro, l’assemblea tenuta nel 1979, la frase che più di frequente circolava era: <E’ sempre stato così, e
non cambierà mai>. Ora, invece, era: << Guarda un po’ cosa abbiamo fatto! Cos’altro si potrebbe fare?>>. Dopo il completamento del progetto edilizio, i membri del comitato permanente di Bell hanno dato vita a un programma di educazione permanente, a una <festa indiana> annuale con raccolta di fondi per la comunità, a un ufficio propaganda che diffonde l’esperienza di Bell negli altri centri rurali e a un progetto sperimentale di educazione bilingue che ha lo scopo di rivitalizzare la lingua e la cultura cherokee. Il tasso di abbandono scolastico ha subito un calo drastico, e ora anche nei centri vicini di Cabin e Cherry Tree sono stati avviati progetti per la costruzione di case e dell’acquedotto. Quelli che una volta si vergognavano di abitare a Bell ora ne vanno fieri. Per Wilma la ricompensa migliore è stata quella di vedere i concittadini rifiorire. Sue e Thomas Muscrat, rispettivamente operaia in una fabbrica e bracciante agricolo, erano talmente scettici e sfiduciati che alle prime riunioni non avevano nemmeno aperto bocca: adesso sono diventati membri del comitato scolastico e dell’ufficio propaganda, e hanno aperto un negozio di prodotti dell’artigianato dove vendono quelle stesse collane, disegni e sculture di legno che avevano sempre fatto, ma del cui valore artistico fino ad allora non erano mai stati sicuri. E poiché il loro unico figlio era già grande nel momento del grande cambiamento, ora hanno adottato un bambino di Dallas, mezzo cherokee e vittima di abusi nella precedente famiglia, per condividere con lui la buona sorte. (…) Wilma Mankiller è una leader della migliore specie: capace di creare indipendenza, anziché dipendenza, capace di aiutare la collettività a ritornare sui suoi punti spezzati, per mettere in moto un processo collettivo di guarigione.
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Canta la tua Canzone
by Duncan on feb.07, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana

quello che è stato assediato, schiacciato, spezzato, sepolto sotto comuli di conformismo e ipocrisia.. o .. semplicemente.. offuscato..
La guarigione non è renderti INTEGRATO.. ma renderti INTEGRO.
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La donna che mi si avvicinò a un convegno organizzato per una raccolta di fondi, presentandosi come Katharine, era tonda e larga come la Venere di Willendorf. Vestita con un completo giacca e pantaloni molto elegante, portava al polso un braccialetto di plastica uguale a quello che mettono ai pazienti negli ospedali per la loro identificazione.
(..)
Mentre andavamo al bar a prendere un caffé, mi raccontò che era dovuta arrivare a cinquant’anni per capire quanta importanza avessero avuto per lei le figure di Meg, Jo, Beth e Amy (le protagoniste di “Piccole donne”). <<La mia preferita era Jo>> mi spiegò. <<A quel tempo avevo tutta una vita segreta d poesie scritte da me, di nascondigli sugli alberi e di fumetti per ragazzi che mi divoravo uno dopo l’altro, ed ero sicura che Jo mi avrebbe capito. Il fatto è che qualsiasi membro della famiglia March mi sembrava più vicino di qualsiasi membro della mia. Voglio dire, mia madre si ammazzava di lavoro all’azienda del gas esattamente come mio padre nella sua tipografia,e allora perché doveva essere per forza lei ad occuparsi di tutte le faccende domestiche?
E poi avevo una sorella maggiore che sembrava ancora più piccola e infantile di me; non faceva altro che chiedermi quali orecchini le stavano meglio o se il suo ultimo ragazzo mi pareva carino. Io avevo giurato a me stessa che non sarei mai stata simile né all’una, né all’altra.
Poi, quando avevo circa dodici anni, è cambiato tutto quanto. A un tratto le mie amiche hanno incominciato a comportarsi come se
qualsiasi ragazzo fosse più importante delle cose che noi facevamo insieme. Io ho incominciato a vergognarmi di mia madre perché non era magra, anche se fino a un momento prima adoravo starle seduta in bracciio, era così comoda… Ho smesso di andare a scuola volentieri, o smesso di parlare in classe davanti alle mie compagne,e a poco a poco sono diventata quella che Seventeen definiva “una ragazza che sa ascoltare”. Della mia vita segreta di un tempo si è salvata una cosa sola: l’abitudine di soccorrere glli uccellini caduti dal nido e i cani randagi. Mia sorella e un ragazzo che mi piaceva (prendevo anch’io le mie prime cotte) dicevano che era una cosa un pò sciocca, ma non grave, purché rinunciassi almeno all’idea di fare la veterinaria da grande. Qualche volta, come se stessi facendo uno scivolone, tornavo improvvisamente a essere la persona di un tempo, che ragionava con la sua testa e aveva le sue idee, però ogni volta che mi capitava mi sentivo antipatica. Mi sentivo egoista. Ho persino bruciato tutte le poesie che avevo scritto, così nessuno avrebbe mai scoperto chi ero veramente.
<<Invece di essere “Kate”, all’improvviso sono diventata “Kathi” con la i, come tutte le altre ragazze della scuola che si chiamavano Sandi o Patti o cose del genere. Invece di fare il puntino sulla i disegnavamo un circoletto oppure, mi vergongo quasi a dirlo, un cuoricino.>>
A quel punto mi rammentai che anch’io da ragazzina mi ero messa a scrivere il mio nome facendo dei cuoricini al posto del puntino delle i, cosicché ci infilammo in una lunga disquisizione sulla sindrome della caramella al miele, la mascheera tutta sorrisi e moine che avevamo adottato da adolescenti. Non c’era da meravigliarsi se le ragazze a poco a poco trasformavano la rabbia che sentivano dentro in depressione e in pessime abitudini alimentari: dove avrebbero potuto incanalarla, altrimenti?
<<E le ragazze che cadono in depressione sono sempre quelle veramente sane dentro>> seguitò Katharine. <<Per lo meno è un modo per ribellarsi, quello. Io invece ho tirato avanti come al solito: dal momento in cui ho distrutto le mie poesie, non ho fatto altro che sforzarmi di essere una ragazza diversa, socialmente accettabile. E per mia sfortuna ci sono riuscita. <<Ho sposato un uomo anche lui socialmente accettabile e abbiamo avuto quattro figli. Io vivevo solo per loro, il che voleva dire che dovevo controllare tutto quello che facevano. Sono anche stata a dieta per trent’anni pur dinon assomigliare a mia madre. In quell’epoca sono diventata “Kit”, come se nome e corpo dovessero occupare il minor spazio possibile. Più lasciavo perdere me stessa, più pensavo: ora sì che sono veramente una brava donna.
<<Ovviamente ho anche incominciato a fare impazzire mio marito e i ragazzi: a chi non succederebbe, con vicino una persona che vive solo di te e per te? Ma il peggio è che stavo impazzendo anch’io. Ho passato dieci anni a imbottirmi di tranquillanti che mi aveva
prescritto uno stronzo di merito. Lui diceva che avrei dovuto essere contenta perché avevo “tutto quello che volevo”. Quando i ragazzi sono cresciuti e i miei servigi sono diventati inutili, la mia famiglia non sapeva più che farsene di me e così mi hanno ficcat dentro a un bel manicomio. Immagino che, dopo tutti quegli anni che avevo passato a controllare la loro vita, abbiano pensato bene di essere loro a controllare la mia.>>
A salvarla, alla fine, era stata una cosa che con l’ospedale psichiatrico non aveva niente a che vedere. In attesa della solita dose serale di farmaci, seduta nella stanza comune, Katharine aveva assistito per caso a Nobody’child, un film per la televisione sulla vIta di Marie Balter, una donna che era stata rinchiusa in maniomio da bambina, essenzialmente perché i genitori non la volevano. In quel manicomio era vissuta per vent’anni in una condizione di dipendenza totale dai farmaci, finché una psichiatra non aveva creduto di <<vedere una persona dietro a quegli occhi>>. Ho visto anch’io quel film, interpretato da una Marlo Thomas molto realistica, e una volta ho anche parlato con la vea Marie Balter. Era riuscita davvero a sconfiggere non solo la dipendenza dai farmaci che per anni le avevano somministrato in ospedale, ma anche una grave forma di agorafobia, l’angoscia di stare in mezzo alla gente che spesso affligge chi dalla gente è stato troppo a lungo lontano. Stando alle previsioni dei medici, Marie non sarebbe mai stata in grado di vivere fuori dalle mura di un istituto; grazie invece a un lungo processo, iniziato con l’iscrizione a un corso universitario e la coabitazione con una famiglia disposta a sostenerla fino in fondo nelle sue scelte, e approdato infine alla scelta di vita autonoma, grazie anche al conseguimento del titolo di studio per lavorare con le persone come lei, bisognose cioè di solidi punti di appoggio una volta dimesse dagli ospedali psichiatrici, Marie era diventata un’entusiasta propugnatrice della riforma delle istituzioni psichiatriche e dei programmi per il reinserimento sociale degli ex pazienti.
Ricordavo perfettamente la scena finale del film, dove la protagonista torna per tenere una conferenza nello stesso ospedale dove un tempo si era trascinata da una stanza all’altra, intontita dalla Torazine e completamente spersonalizzata. <<So che l’ultima volta che ci siamo visti>> dice la protagonista dal palco della conferenza <<alcuni di voi, se non addirittura la maggior parte, erano sicuri che sarei ritornata. Bene, eccomi qui.>>
Quella scena finale di trionfo aveva fatto capire a Katherine che anche nel suo caso il recupero era possibile, ma a commuoverla ancora di più era stata la scena finale, quela dove Marie abbraccia il <<fantasma>> della bambina abbandonata e terrorizzata che era stata lei in passato. <<Marie l’abbraccia>>, mi spiegò Katharine <<e a quel punto lei la bambina si fondono in un’unica persona. Bè, quando ho visto quella scena non ho potuto fare a meno di piangere. A un tratto ho pensato: “Kate è sempre dentro di me”. E poi: “Se una come Marie Balter ce l’ha fatta, non vedo perché non dovrei farcela anch’io.”
<<Certo, quella era la versione cinematografica della storia. Ho passato settimane intere a scavare dentro di me, in cerca dei luoghi dove aveva vissuto quella bambina, prima che lei mi permettesse di entrare in contatto con lei. Ma un giorno finalmente Kate mi h fatto vedere le sue poesie – quelle che avevo bruciato – e io all’improvviso, me le sono ricordate tutte, parola per parola.
<<Da quel momento ho passato ogni giorno a immaginare di stare seduta accanto a lei, in attesa di quel che aveva da dirmi. E la prima cosa è stata che si era sentita molto sola. Poi mi ha detto che era troppo magra, e allora come faceva a stare seduta sulle mie ginocchia? Poi mi ha detto che non capiva perché stavo in ospedale, visto che non ero malata; e infatti poco dopo me ne sono andata via.
<<Adesso non ho più bisogno di andarla a trovare tutti i giorni perché è diventata parte i me. Grazie a lie ho deciso di restituire la giusta misura a due cose: il mio nome e il mio corpo. Ora cerco di fare lecose che so che piacerebbero anche a lei. Per esempio, dopo aver fatto per mesi dei lavori che lei odiava, alla fine ho rinunciato e ho messo su un rifugio per animali abbandonati. Però l’ultima volta che ho parlato con lei mi ha detto una cosa buffa: “Non c’era bisogno che tu ti preoccupassi, tanto c’er Jo a prendersi cura di me”>>.
Mentre uscivamo dal bar il mio sguardo cadde di nuovo sul braccialetto dell’ospedale. Ora che ne era uscita, disse Katjarine, continuava a portarlo in segno di solidarietà verso le donne ancora rinchiuse e imbottite di farmaci, ancora in attesa di qualcosa, così come un tempo aveva atteso lei. <<Ho perso me stessa molto tempo fa>>, mi ha spiegato <<ma ora mi sento meglio di quanto sia mai stata, dai tempi in cui leggevo Piccole donne.>>
(…)
Qualcuno verrà…
by Duncan on gen.28, 2010, under Ispirazione, Simbolo
seppellita dentro dentro, in cunicoli oscuri e densi..
Qualcuno viene a tirarti fuori. Orfeo non è mai morto….
Qualcuno ha teso la mano, sciamana in incognito, muovi le mani e le
braccia, e pronunci le parole… hai teso la mano e un bambino si è
salvato da una lenta discesa in un autismo assordante, da un calvario
infinito di psichatri, parcelle, istituti, e pillole.
Hai dato il tuo tempo, la pazienza che non molla,.. chi è quel
bambino?.. pronuncia il suo nome?…
Qualcuno viene a salvarti dal buio.. l’amore ti cinge…
mostrami la Strada, liberami dal male.. la tua musica scacci le
ombre…
allontana i demoni…
Un bambino è vivo in questo grande e strano mondo..
Qualcuno viene e l’amore ti cinge…
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LA STORIA DI ROBERT
Gloria Steinem
Verso la fine degli anni Sessanta mi occupavo di un bambinetto che veniva ogni giorno alla scuola materna di un popolare quartiere del West Side di New York, che a quel tempo stava mutando rapidamente la propria fisionomia. Era un bambino serio, con due grandi occhi neri molto espressivi, che non prendeva mai parte ai giochi dei compagni.
Il più delle volte si limitava a osservarli a distanza, da un angolino. Quando aveva in mano dei giocattoli, li maneggiava con una
sorta di timoroso rispetto, quasi ci fosse più vita in quelli che in lui. A quanto se ne sapeva quel bambino di quattro anni non aveva mai detto una parola.
Ogni mattino Dorothy Pitman Hughes, la donna del quartiere che aveva messo in piedi quell’avanzatissima scuola materna, rubava qualche minuto agli impegni della sua giornata e lo conduceva per mano in un angolo della stanza, davanti a uno specchio che occupava tutta la parete. Inginocchiandosi accanto a lui in modo che i suoi occhi fossero alla stessa altezza di quelli della piccola immagine riflessa nello specchio, intonava ogni volta una dolce litania, <<Guarda che bel faccino. Non è bellissimo? Lo sai che non c’è un’altra faccia uguale, in tutto il mondo?… E adesso alza la mano, e guarda che meraviglia è. Quelle dita possono allacciare le scarpe, possono disegnare, possono fare cose che nessun altro al mondo sarebbe capace di fare… E lo vedi come sono forti, queste gambe? Sanno correre, ballare e saltare per questo piccolo bambino… I suoi genitori gli vogliono tanto bene, io gli voglio tanto bene, e i bambini qui sono tutti felici di giocare con lui… poi guarda quegli occhi. C’è una persona molto speciale che guarda da dentro quegli occhi, una persona che sa cose che nessun altro può sapere…>>
In un primo momento parve che quel rituale, pazientemente ripetuto ogni mattina, non avesse nessun effetto. Docile e obbediente come suo solito, a ogni richiesta il bambino alzava ora la mano, ora la gamba, ma i suoi occhi non perdevano lo sguardo vago e distante di sempre. Passavano le settimane, e non si manifestava il minimo accenno di cambiamento.
Poi, un pomeriggio che Dorothy era stata così presa dal lavoro nella scuola che il momento del rituale sembrava non giungere mai, il bambino le tirò un lembo della gonna e la condusse davanti allo specchio. Era la prima volta che Robert esprimeva un’esigenza diversa da quella d’ avere del cibo o di soddisfare i bisogni più elementari. Nei giorni successivi il bambino incominciò a prendere l’iniziativa del rituale, alzando la mano, poi il piede e infine il ginocchio, quasi volesse accertarsi che tutte le parti del suo corpo erano ancora lì, in perfetto stato. Quando ne ebbe conferma per l’ennesima votla, sorrise senza che gli venisse chiesto di farlo.
Poi una mattina, nel bel mezzo della litania di Dorothy, puntò il dito sul petto, vicino al cuore, e disse: <<Io?>>.
<<Io>> confermò Dorothy. Poi gli chiese di dire il suo nome.
<<Io… Robert>> rispose lui. Le prime parole che gli avessero mai sentito pronunciare.
Ai compagni, uno per uno, ripetè il suo nome, come per accertarsi di esistere anche ai loro occhi. Via via che gli altri bambini gli
rispondevano dicendo il proprio nome, oppure chiedendogli di giocare, o magari dicendo anche un semplice ciao, Robert si rincuorava sempre più. Come un tempo dalla quieta osservazione degli altri bambini era giunto a convincersi della propria inesistenza, così ora compiva a ritroso lo stesso percorso, partendo dal proprio nome per arrivare ad aprirsi sempre più, tanto con i compagni di scuola quanto con gli adulti, fino a raggiungere un livello effettivo di comunicazione. A ogni conquista di un pezzetto di realtà il suo viso si illuminava di gioia.
A poco a poco Robert divenne attivo e vivace come tutti gli altri bambini della scuola materna e forse anche di più, visto che aveva molti arretrati da recuperare.
Ora che questo bambino ha più di vent’anni, mi dicono che dopo essersi sposato è andato ad abitare in un posto lontano da New York e ha una figlia e un figlio. Grazie a Dorothy, che aveva compreso tutta la ricchezza delle emozioni e dei pensieri di un bambino di quattro anni, altri due bambini potranno essere coscienti dell’unicità irripetibile e preziosa del loro essere.
(…)
Claudio Crastus- Il Figlio del Vento
by Duncan on gen.05, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana

Claudio Crastus fu una di quelle persone che in mezzo al dolore e alla sofferenza ci trasmettono qualcosa di vivo e profondo.. che ci fa sentire un senso anche nell’abisso.. e una Speranza..che ci trascende. La prima volta che mi imbattei in questa breve biografia che leggerete, seguita poi da una poesia, sentii la forte emozione che si prova in tutto ciò che manifesta una più alta epifania dell’Essere. E pensai al senso delle spirali del tempo, e come nei vortici tutto muore e rinasce. E Crastus imprigionato e sofferente sentì quella spinta, quella forma di fame e di sete, quella Chiamata. A volte mi pare di bestemmiare se lascio seguire il flusso dei pensieri. Arriverei a dire qualcosa che può sfiorare pericolosamente la bestialità.. per molti. Che forse ha avuto molto più senso vivere “da Claudio Crastus” che non la vita di molti “a piede libero”. Che c’è chi vegeta costantemente nella superficie, senza mai provare una gioia o un dolore autentico. C’è chi circondato da aria, tempo, persone e cose.. non va mai alla radice. E pur potendo cogliere tutto resta autistico al Sacro che ci circonda, che si impregna a volte proprio negli anfratti meno luminosi, come tra costola e costola. Per molti non arriva mia il giorno del vento freddo sulla pelle.. dell’amore doloroso come una violenza sì.. ma pur sempre Amore. Molti non sono mai Uomini. Mi piacerebbe dire che la vita di Crastus ha avuto un senso. Dopo secoii di sonno interiore alcuni si svegliono. Alcuni aprono gli occhi veAnche se è stata una vita durissima. Anche se ha sofferto davvero tanto. Mi ha colpito il suo lanciarsi sui grandi autori, la filosofia, la conoscenza. Mi ha colpito l’eruzione che trova mille mezzi per uscire fuori.. poesie, favole, racconti, articoli. Mi ha colpito quel “credeva in Dio e nel Disegno divino che spinge ogni uomo verso la verità”.. e mi ha colpito questa frase al di là di tutte le infinite discussioni che potremmo avere sull’idea di Dio.. ma per quel senso cosmico e inafferrabile di Mistero e Trascendenza..
Trovasti un Senso Crastus propio nel giardino delle ali spezzate…
Di seguito la piccola biografia cui alludevo e la poesia “Figlio del vento”.. molto simbolica e una delle migliori per iniziare a conoscere Crastus.
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Claudio Crastus nasce a Roma il 19 aprile 1965. Un’infanzia segnata dalla separazione dei suoi genitori: dai sei anni in poi, una lunga permanenza in collegi della Lombardia, da dove appena riusciva fuggiva. Una brevissima esperienza di affidamento in una famiglia di Seregno e in seguito in una comunità di Grosseto, ultima spiaggia prima di approdare al carcere: Arese, dai preti salesiani, un’infinità di fughe verso un nucleo familiare che lo respingeva al mittente. La vita in strada, da fuggiasco perenne, lo porta a sperimentare ogni sorta di strategia di sopravvivenza: è un bambino, ma è capacissimo di rubare e rapinare. A tredici anni il primo approccio con l’eroina, sostanza che insieme ad altre droghe segnerà catastroficamente la sua vita. Al compimento del suo quattordicesimo anno di età viene arrestato per furto d’auto: quello è l’approdo a un mondo che diviene il suo mondo e in cui arresto dopo arresto colleziona una serie interminabile di reati fino all’omicidio, colpa per cui viene definitivamente condannato alla pena dell’ergastolo all’età di ventisei anni. Sembrerebbe il veloce declino di una stella caduta, un germoglio prematuro colto dal gelo, una pellicola in bianco e nero che si desidera dimenticare velocemente, un incubo che lascia tracce al risveglio … invece è il difficile travaglio, la gestazione per cui Claudio Crastus, dopo “secoli” di sonno interiore, si sveglia, e nasce a nuova vita. Paradossalmente in un mondo in cui non nascono fiori, in cui il cemento ti entra nell’anima, dove l’odore acre della morte ti segue per anni aggrappandosi ai ricordi, osservando lo specchio d’acqua della prima memoria, intravede, nitida, una figura rimossa: un bimbo in braccio a sua nonna, il bimbo che lui è stato. Nei lunghi anni di prigionia, si è appassionato alla lettura dei filosofi e dei poeti, scoprendo un’umanità che non conosceva e che lo ha sempre più allontanato dalla filosofia dei ghetti in cui la sua vita da emarginato era rimasta intrappolata. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie e la favola “La coccinella nera” ed ha scritto un diario inedito, favole e racconti, riflessioni e articoli. Amava dipingere e teneva mostre in cui esponeva i suoi quadri. Viveva a Firenze ed espiava la sua pena in regime di semilibertà. Credeva in Dio e nel disegno divino che spinge ogni uomo verso la verità.
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Claudio Crastus Poesia tratta dalla raccolta “Attendere il sole”
Figlio del vento
Io sono figlio del vento.
Fui generato
Nell’insenatura
Della roccia secolare
Da un seme sconosciuto
Bagnato dalle onde del mare
In tempesta.
Io sono figlio del vento.
Fui scaraventato
Nel mondo,
Percosso dal sole,
Morso dalla luna e
Scacciato dall’umanità.
Io sono figlio del vento.
Travolsi esili steli,
Strappai delicate corolle
Sparpagliai innumerevoli petali
Sulla devastazione
Del mio passaggio.
Io sono figlio del vento.
Urlo il mio delirio
Nei labirinti ove mi hanno imprigionato,
Ove mi dibatto e rido solo,
Quando mi insinuo nei giardini in fiore
Devastandoli senza pietà.
Io sono figlio del vento.
Giaccio stanco e senza cuore
Nel silenzio eterno delle grotte,
Privo del coraggio di amare
Mi contorco su me stesso all’infinito
Fin quando esausto stramazzo al suolo.
Io sono figlio del vento.
Esco piano e sfioro il mondo
Osservando le sconfinate pianure
Con occhi spauriti e melanconici,
Poi con paura mi ritraggo
In solitudine struggente.
Io sono figlio del vento
Il mio destino è quello
di infrangermi sugli scogli,
Tra le onde furiose dei mari.
Il mio destino sarà sempre
Suicidarmi nei ricordi,
Infrangermi negli angoli del mondo
Ove mi dibatto privo d’amore.
APAPAIA
by Duncan on dic.30, 2009, under Ispirazione, Resistenza umana, video

Irlanda… belfast… cattolici e protestanti, odio avviluppato in rancori incatramati a strati. E odio alimenta odio, come spirali soffocanti. Nel tuo sangue mi ciberò. Diio bastardo dei Moloch di sangue, Il Levitico canta la tua infamia. Dio degli eserciti e delle pile di fuoco. Mentre le sacre mura corrono, sangue su sangue, l’orgoglio dei cimiteri.
Belfast, quartieri protestanti, quartieri cattolici. Di padre in figlio, di figlio in padre; l’odio nelle cellule, mutazione biologica, volti in cagnesco. Quartieri e filo spinato. E’ lunga la lista dei tuoi torti. Conosco a memoria le tue infamie. Fin da bambino ho imparato a sognarti ferito, a godere della tua dissoluizione.
Belfast, fermo immagine, anni fa.. il seme dell’odio.
Ricordo quella scena. La vidi in televisione. C’era una scuola cattolica, nel pieno di un quartiere protestante. Erano i primi giorni di apertura, l’anno scolastico incipiente. Un imbocco portava alla scuola, seguendo un viale lungo poco più di un chilometro, in mezzo alla città. Viale aperto, dove ai due lati la gente poteva accalcarsi. All’inizio dell’imbocco una madre con due figlie piccole non riesce a muoversi.
Centinaia e centinaia.. centinaia, forse migliaia.. di protestanti lungo il viale guardano all’imbocco schiumando rabbia alle due bambine. Statene nelle vostre fogne, urlavano. Sporchi papisti. Questa è la nostra terra. Il volto contraffatto, parodia dell’umano, scimmie belanti.. Tanto l’odio da non vedere che due bambine sono solo due bambine. Non sono una idea, una religione, una etnia.
Le ragazzie traumatizzate erano pallide un cencio e piangevano. Un bambino non può concepire tanto odio.. non può neanche immaginare la Grassa Puttana che si ciba di vita umana…piange per un grilo azzoppato e lo spaventa un gemito nella notte.. e crede che i mostri esistano solo nelle favole. Ma vede pazzi, urlanti, deformati, gracchianti. Odio.. sente l’odio.
A volte le scene restano bloccate. Capita quasi sempre. Sarebbe rimasta bloccata anche quella. Nelle geremiadi degli impalati si celebrano le assurde epiche dei bastardi.. muri su muri mondi autistici nutrono il lungo viale delle solitudini e della prevaricazione. Recinti e fili spinati. Mille anni fa, e ancora adesso.
A volte accade qualcosa. Qualcuno si alza e sfida il muro della demenza..
Che dici.. è anche questo Amore?
Un uomo, chi era?.. parente, amico delle bambine? della madre? della loro famiglia?…Non lo sapremo mai.. Un uomo si muove e arriva all’imbocco, e prende le due bambine con le mani, una a destra e una a sinistra. Prende delicatamente le loro mani e inizia a percorrere il viale. E lo percorre piano piano, senza girarsi a destra, senza girarsi a sinistra. Senza ridere né piangere. Senza guardare la folla. Senza rispondere alle provocazioni, ma senza neanche irriderle. Semplicemente cammina con le due bambine ai lati. E insulti piovono come sassaiole, lapidazioni. Urla da stadio intossicato. E’ quasi una beffa, una sfida. Quello cammina e i ragli di impotente bastardaggine implodono. Non so quanto ti costava non voltarti a destra e a sinistra. Non so se le tue gambe tremavano, anche se non lo davi a intendere.
Non so se la paura ti prendeva al basso ventre, mentre i tuoi passi avanzavano.
Ma so che facevi quello che dovevi fare. Che non riuscivi a fare diversamente.
Che prendesti per mano quelle bambine ed entrasti nella Bocca del Drago, semplicemente perché..
non avevi scelta… perché a volte puoi solo andare..
Datemi le vostre mani…
E camminavi e le urla crescevano. Chissà cosa ti dicevi. Avanti, avanti, già cinquecento metri li hai fatti.
Avanti, non aver paura. Le vedi le urla che crescono. Ma ormai non manca tanto. Continua. Ti assediano cani di Basaan. Ma questa è molto più di una normale giornata di scuola. Non è solo una normale giornata di scuola. E’ molto di più. Queste bambine devono entrare. O almeno, finche puoi portale avanti.
Cosa è quello strano impeto che ci porta ad agire? Quella via di mezzo tra eroismo e follia.. o solo il non riuscire a ingoiare quando giorno dopo giorno, vita dopo vita i sogni si spezzano e talloni di ferro lasciano le lacrime e le ferite insegnano pietre aspre per la vita.
Camminavi, quando da sinistrà arrivò una pietra. Bersaglio mancato. Per poco. Orecchio sinistro colpito di striscio, cade sangue. E lì la paura cresce, come onde concentriche si estende e ti mozza la gola. Sono pronti ad ucciderti. La prossima volta potrebbe essere quella buona. Se non la testa un occhio.. o i denti.. o la spina dorsale, paralitico a vita.
Per la prima volta ti fermi. Quanto erano pesanti le tue gambe allora? Per la prima volta l’ansia ti soffoca. Vorresti accasciarti o correre indietro. Il volto è livido, bianco.. respiri a fatica. Passano minuti.
I ragli calano, la folla ti fissa. Passano i minuti. Interminabili.
E continui. Guardando avanti. Mano destra una bambina. Mano sinistra un’altra.
Altri quattrocento metri da fare.
Ma nessuno urla più. Le urla sono poche, ma quasi forzate, senza impeto, meno convinte.
Finche tacciano. E resti solo tu e il silenzio, e gli sguardi conglati come nel cinema muto.
E tu continui ad avanzare, un pò incespicando, brividi per il corpo. Ma vai.
E qualcosa si rompe. Un granello di senape nell’ingranaggio assetato di sangue.
E un applauso parte. Che assurdità. Chi è il pazzo che ha potuto fare una cosa del genere?
Un cattolico pasdaran di Belfast che applaude? Ma santo dio qui sono tutti folli.
Un cattolico che applaude un protestante.
Ma quando mai si era vista una cosa del genere.
Tu, folle su due gambe, ma cosa ti spinge a camminare, è come una fede? Daniele, Daniele nella fossa dei leoni. E i leoni perdono il tempo e il gioco perde le regole, gli sparititi saltano.
Un applauso. Poi sono due, tre, quattro, dieci, venti.
E ognuno che applaude lo fa quasi a scatti, vergognoso quasi, senza guardare gli altri, incredulo. Ma non riesce a non farlo. Un corpo a corpo. Con l’imbarazzo, con l’odio inoculato nel dna. Da bambino hai appreso il gusto dei roghi. Da bambino hai conosciuto il volto del tuo nemico. Con l’imbarazzo lottano.. ma poi gli applausi aumentano.
E il contagio questa volta non è del male. Gli applausi dilagano. Sono centinaia. Migliaia.
L’uomo con le due bambine per le mani non riesce a controllarsi e le lacrime scendono, mentre ormai mancano poco più di cento metri..
Primo giorno di scuola. Belfast. Molti anni fa.
Vorrei spezzare un ramo con te.
Potrei portare dentro tutto quello che mi è stato strappato.
Ricordo una canzone dei Lifiba,,, LITFIBA,,, degli estratti…
” Si può vincere una guerra in due
E forse anche da solo
E si può estrarre il cuore anche al più nero assassino
Ma è più difficile cambiare un’idea ..
…
Il mio sogno è un mare acido
E dimmi se non è reale
Il giorno traveste di luce ogni cosa vivente,
Ma non toglie la paura dei fantasmi!
…
Voglio idee per sopravvivere
E mille, mille, mille non bastano!
E quel sogno, sai,
Continua a chiamarmi nella profondità del mare
Una caduta dentro i vortici d’acqua
Le mie mani, che non si fermano più.. “
Proteggere e Servire
by Duncan on dic.14, 2009, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

ma non solo) per guadagnare sulle percentuali di vendita.
Proteggere e servire.
Rifiuti tossici sin dalle fondamenta. Trecentocinquantamila
tonnellate di orrore a Crotone. Scuole, ospedali e uffici costruito
con materiale contaminante.
Merda radiottiva nel Tirreno. Casi leucemia e
tumori a palla tra i bambini calaresi e i non bambini.
Producono degenerazione biologia e ammorbano le falde acquifere,
pervertendo il ciclo vitale. Basi militare che scaricano uranio
impoverito nella atmosfera circostante. Business di rifiuti, tra
narcotraffico, contrabbando e mafie.
PROTEGGERE E SERVIRE.
Psicofarmaci a pisciare e psicologi castrati, bambini sballottati da
uno studio all’altro. Genitori indebitati per le parcelle. Baracconi
di raccolte fondi e mafia medica. Piantine e arance da strozzarti.
PROTEGGERE E SERVIRE.
Comitati di affari, circoli elitari, pappa e ciccia, mangia e fotti, incula e arraffa,
scambia e vendi. Prostitute di lusso, appalti pilotati, domande e
gambizzate. Teste nel cemento.
PROTEGGERE E SERVIRE.
Ghetti per soli ricchi, feste di invertiti parassiti in Sardegna,
madri che ficcano le figlie sotto le gambe, sorridi e fatti a
pecorina, tanto chi si non si fa fottere qui è fottuo.
PROTEGGERE E SERVIRE-
Chirurghi plastci, seni rifatti, labbra pneumatiche, fascismo del
corpo. Bambole di gomma, nasi liofilizzati, occhi bovini.
Barconi respinti, donne comprate e vendute, night club e cocaina.
PROTEGGERE E SERVIRE
E’ così dolce il soffio del vento, che scorre anche quando il buio
attraversa le colline.
Più tutto sembra inutile, più senti che sia vero.
Nell’imbrunire il mio maestro mi insegnò a trovare il Sole, a
guardare, il Sole, a scovare il Sole.
Merda radioattiva attende nei fondli calabresi…
Poteri oscuri manipolano, pervertono e prostituiscono.
Tenaglie alla mente e calce a seppellire il cuore.
ma ancora più forte questo antico codice ci percuote la mente, e fa
vibrare la nostra anima.
Perché “è per i senza speranza che ci è data la speranza.”
Perché “se non speri l’insperabile non lo troverai”.
Perché “qualcuno dovrà pure alzarsi e fermare il muro della demenza”.
Perché “saprai sorridere anche quando dentro stai morendo?”.
Perché “è meglio la solitudine che amori mediocri”?…
ma… “Se è il Grande Amore allora parti e buttati”?
Che tra la paura e l’Amore c’è, c’è sempre una scelta?
Che i migliori sorrisi nacquero al buio, e non furono visti?
Che “non ci sono giorni liberi per noi, non più..”?
Che una volta Uomini camminvano per la Terra,
e nella Spirale del Tempo tramandarono la loro follia e i loro sogni.
Virus inventati, baraccone, mignottone e bancarotte, mutazioni cellulari e materiale degenerativo, fondali al plutonio.
Bambini devastati da leucemia e forme tumorai.
Un bastone risuona lanciato contro l’albero..
come un antico codice.. ci spinge ad alzarci.. ancora.. e ancora.. e ancora..
PROTEGGERE E SERVIRE.
Il Cavaliere Bianco
by Duncan on dic.09, 2009, under Ispirazione, Poesia
nostra paura..
sui muri scrivevi a lettere di fuoco le tue assurde epopee
le bastarde imprese di un cuore troppo grande per essere di questo
mondo..
Eri il respiro che ci tratteneva sull’orlo dell’abisso,
la promessa invincibile di non tradire, costi quel che costi,
il sapore annunciato di ogni primavera..
Eri il sigillo sui nostri desideri stentati,
la parola che ci prendeva nel petto,
il nostro sabato sera,
Sapevo sollevarmi al tuo stesso pensiero,
mura indomite raccontano la tua Leggenda..
ci cercavi nelle strade violente degli incubi,
e ci mostravi il volto bello del sudore,
l’altra metà della mela,
quello strano sorriso da zingaro, quelle mani sparse di ideali e di
storie
Ti trovo ancora sulle epopee dei muri,
mentre cammio trovo scritto.. TU CI TENEVI IN PIEDI..
E so che è scritta per te..
Che mano nella mano, fiaccole passano e il Tempo trattiene le Ore,
per farci ancora respirare…
Tra vigliacchi e ruffiani, contabili e disertori tu possedevi la
Grazia,
di un tempo antico e dimenticato, in cui Bellezza e Onore abitavano la
Terra…
E potevi dire parole che restavano nell’anima, come i sileni di
Alcibiade,
come quel vecchio pazzo brutto e cornuto di nome Socrate..
sapevi ingannare i nostri inganni..
Tra dame di corte e inculati, ci mostravi il coraggio..
e bastava uno sguardo per raccogliere le braci sparpagliate dal
vento..
I muri ancora raccontano di te,
Ho visto scritto.. ERI IL SOLE CHE SI ACCENDE ALL’IMBRUNIRE..
e so che era scritta per te…
Ognuno è il sole, sapevi dire…
Amare per amare.. con la stessa leggerezza dei sogni..
con la stessa durezza delle pietre..
Portiamo sul petto quella stramba fedeltà,
quell’assurdo richiamo all’Onore…
quell’alzarci più presto dell’alba..
la ribellione ai tiranni,
ai collari e ai guinzagli…
quando le gambe tirano..
avanti cammina..
fino all’ultimo atto, fino al campo di scena, fino al grande sipario
Sui muri ancora cantano le tue epopee…
Eri lo Zio delle Fiabe, il Cavaliere Bianco, la mano sul cuore, senza
macchia e senza paura…
Avanti coraggio.. avanti miei prodi.. mie lucciole pazze.. pazze di
amore..
VERRO’ A TE…
by Duncan on nov.19, 2009, under Bellezza, Ispirazione, Poesia

Ci sono storie che non si fermano all’imbrunire..
Nelle tue mezzanotti, rosari di sangue e Cuore..
Ci sono tracce che bruceranno sui muri, anche quando quei muri saranno un ricordo..
Ci sono Angeli che non ti lasciano alla deriva..
La vedi la mano nel buio?
Lo vedi quel fiore, oltre le graticole?
Sapevano trattenere l’Amore tra le mani strette, e i sorrisi strappati, come ali sul tempo..
non ci sono serrature stanotte..
nessun luogo che non abiti la Luce…
MIRACOLI
by Duncan on nov.18, 2009, under Ispirazione, Simbolo
Con mani e piedi in catene scoprono la verità.
Perdendo tutto arrivano dove pochi osano e possono arrivare.
Vi invio la storia di una “guarigione”. Da intendersi come un rivolgimento esistenziale.
E’ l’estratto di un libro. Lo troverete più giù. Vi toccherà dentro.
E’ il buio dell’anima, la lunga notte azzoppato e impotente, dove ti si stringe il collo e ti prendi a frustate “handicappato”, ti dici “striscerai accompagnato e compatito per il resto dei tuoi giorni”.
Sono i pugni sul muro unici tuoi compagni di notti spietate. Il Guerriero che sognavi di essere un handicappato.. sì, ti flagelli con le parole, qualcuno da andare a trovare a turno, come opera buona,
…come diceva De André in “Amico Fragile…<<Avresti un’ora al mese per me?>>.
Ma qual’è il Segno che rende pazzi e disperati o liberi e vittoriosi?
Puoi passare una intera vita con mani e piedi libere. Scivolando come un placido fiumiciattolo di montagna Collezionando esperienze.
Riempendo gli scaffali. Uno dopo l’altro scandire gli anni. E nonostante ciò non vivere mai. Restare sempre in un quotidiano io che arranca e consuma. Non aver mai pianto ululando alla luna, non essere mai morto in un orgasmo accecante, mai passato intere notti in piedi a seguire un Sogno. Mai amato così tanto da avere corone di spine o da fare pazzie che mozzano la lingua e il respiro.
Cosa porti dentro? C’è qualcosa di più dietro a quegli occhi? Hai qualcosa di solamente tuo? Sei disposto a morire per qualcosa?
Puoi restare sempre nella superficie o tornare alla radice. Diventare radicale. Essere scaraventato nelle profondità abissali. Ci sono livelli dell’Essere che la maggior parte delle persone neanche sfiora. Ci sono Luoghi che molti non vedranno mai. E’ forse questa la Maestà del Miracolo. La trasfigurazione, l’annichilimento che procede la rigenerazione. Il cane impaurito che diventa un leone.
E puoi non avere gambe e piedi ma imparare a Vivere, copulare con la vita fino a strapparle ogni gemito di piacere. Puoi essere rotolato su fili spinati, eppure essere sveglio e svegliare.
Avere uno scopo. Avere un senso. Mai più giorni sperperati a dare fiato ai denti. Mai più giorni sperperati in chiacchere da bar. Mai più giorni sperperati a sentirsi impotenti. Mai più giorni sperperati con gli occhi spenti sul muro biano. Mai più giorni sperperati nei quotidiani-divani-inferni davanti ai quotidiani-televisori-inferni.
Mai più notti sperperate in locali per rincoglioniti, avvinazzati e oziosi cercatori di esperienze.
Ora hai uno scopo. Ora hai un senso. Ora credi in qualcosa. Ora hai passione. Ora conosci qualcosa di molto più grande del Potere e della Gloria…
Ora hai delle radici. Sei tornato alle radici. Come il legno grezzo…..
Vivere spendendo tutto, con una generosità che ti fa danzare anche se non hai gambe.
Morire scalando la Grande Montagna…
Sapere che tu sei qui per qualcosa. E non avere il tempo di scagliare le pietre..
perchè la Vita ti attende..
Non è questo un Miracolo?
P.S.: questo post nasce anche come omaggio a “Cronaca di una Guarigione Impossibile” di Alessio Tavecchio. O meglio, è ancora prima un omaggio a lui e al coraggio, alla forza, alla sete e al valore con il quale ha affrontato le dure sfide che la vita gli ha messo dinanzi, e che ha narrato nel suo libro, “Cronaca di una Guarigione Impossibile”, appunto, scritto per le - Edizioni Mediterranee (Roma). Libro che vi invito a leggere. Presumo di non fare cosa gradita nei confronti di Alessio Tavecchio nel consigliare il suo testo e nel riportare estratti, comuque già presenti su internet. Estratti che non pubblico con caratteri “giustificati”, preferendo lasciarli nella veste grafica in cui li ho trovati. Mi dichiaro comunque a disposizione dell’autore, qualora non condivida questa valutazione e preferisca che il suo estratto venga tolto dal sito.
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Il libro che ho scritto e’ una storia vera, e’ un grido nel buio verso
la Luce, una testimonianza che il mondo deve conoscere per tentare di
dare una valutazione diversa alla parola sofferenza, per capire che
non è mai il momento di arrendersi: NON ORA.
“Cronaca di una Guarigione Impossibile” -
Edizioni Mediterranee Roma (06-32.35.194)
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Poesie di Alessio
La storia infinita
Il sette dicembre dell’anno settanta
un piccolo fanciullo voglia ne aveva tanta,
di cominciare una bella esperienza
dopo otto mesi di lunga pazienza.
Tanto tempo è stato coccolato
da mamma e papa’ come un RE beato
e quando comincio’ tutto solo ad annoiarsi
i genitori sembravan rinnamorarsi
portando alla luce due bei fratellini
uno via l’altro proprio tanto piccolini.
Le prove per lui cominciarono presto
e una brutta malattia va curata senza pretesto
nel corso di lunghissimi anni con cure dolorose,
lui e i suoi fratelli passaron esperienze davvero penose.
Alle porte dell’adolescenza guarirono finalmente
anche se in modo del tutto sorprendente
perche’ davvero grave era la malattia
e il futuro sembrava dovesse portarli via.
Veloce il fanciullo cresceva
e mai potra’ dimenticare come cavolo faceva
a resistere al dolore delle tante punture
che i dottori normalmente chiamavano cure.
Le tappe della vita Alessio affrontava
e il tempo a scuola normale passava
fino a che arrivo’ il gran momento
di far la scelta sul proprio compimento.
Le idee chiare non tanto lui aveva,
ma fin dall’infanzia sempre forte ripeteva
che qualcosa di grande e importante doveva fare
anche se al momento non sapeva dove andare.
Dove camminare in giro, le idee aveva chiare
perché da buon Sagittario gli piaceva viaggiare
così visitò la Francia, l’Austria, l’Olanda,
l’Egitto, l’America e anche l’Irlanda.
Pero’ in Italia era bello tornare
soprattutto per come si poteva mangiare
e per ritrovare i suoi tanti amici
facendo con loro esperienze felici.
Un poco insicuro estroso e confuso
fece la scelta di studiare all’universita’
per vedere se riusciva a fare buon uso
delle proprie sue doti in quella facolta’.
Le cose non bene sembravano andare
e poi tanta voglia non aveva di studiare
pensando di piu’ al puro divertimento
che lo faceva sentire fasullamente contento.
Rendersi conto delle sue tendenze sapeva,
ma nel fare il netto cambiamento si perdeva
nei meandri di tanti schemi e voglie senza fine
che lo portavan di sicuro ad esser sul confine.
Tanto e poi tanto lui si e’ impegnato,
ma i risultati ottenuti l’han proprio smontato,
cosi’ i lunghi studi cominciarono a vacillare
e nuove strade all’orizzonte si venivan a profilare.
Nel giro di alcuni mesi
la vita per lui cominciava a cambiare
perche’ la liberazione dei grossi pesi
in un futuro migliore lo facevan sperare.
Lavorava si allenava
e certi interessi maturava,
anche se la grave cosa mancante
era la presenza di una bellissima amante.
Amante nel senso di una ragazza da amare,
sentimento che mai aveva saputo provare,
pero’ aspettava fiducioso e attentamente
il nascere della sua storia ancora latente.
Il compimento di 23 anni si avvicinava
e quel giorno intensamente proprio aspettava
perché sentiva ormai imminente
una svolta positiva assai sorprendente
che magari si rivelasse pure divertente.
Dove mi trovo? Che cosa è accaduto?
Sono confuso, forse son caduto!
Ma certo, l’ambiente mi sembra un ospedale,
allora davvero mi son fatto male.
Ho tanta paura e non sento piu’ niente,
ma forse e’ solo una questione di mente.
Di mente un corno, la cosa e’ reale
le gambe non sento, cos’e’ questo male?
La schiena si e’ rotta, il midollo e’ andato,
hai la faccia distrutta e in coma sei stato.
Midollo andato? Che cosa vuol dire?
Io voglio ripigliarmi e presto guarire!
Sei vivo per miracolo e ti devi scordare
che cosa vuol dire alzarsi e camminare.
AIUTO mio Dio, che cosa mi e’ successo?
Ti prego, camminare fa che mi sia ancora concesso!
Che forte dolore che provo nel cuore!
In queste condizioni mi sa che si muore,
perche’ nella mente continuo a pensare
che qualcosa di grande avevo da fare,
ma una cosa del genere proprio non mi pare.
I tanti miei progetti che forte ho immaginato
son già tutti svaniti in un attimo passato.
Per una stupida moto che tanto gli piaceva
Alessio disperato a lungo ormai piangeva
e pensava alla sua vita prossima a finire,
perché ormai il desiderio era solo di morire.
Ma no, cosa dico. Qualcosa io ricordo!
Mi sembra che da qualche parte abbia
preso un accordo.Ma certo! Ora chiaro nella mente so dove son stato e
una ragazza di nome Mara indietro m’ha portato,
anche se a far questo nessuno m’ha obbligato
e solo per mia scelta alla fine son tornato.
Ormai son sicuro di quello che ho vissuto:
l’altra dimensione davvero ho veduto…
e se proprio ho scelto sicuro di tornare
vuol dire che qualcosa c’e’ ancora d’affrontare.
Alla fine del viaggio, abbondante mi avvolgeva
una Luce stupenda che tanto mi piaceva
e in questa Luce di Vita, ovunque raggiante
il mio corpo lo vedevo in forma smagliante.
Felice mi muovevo e tranquillo ho camminato
verso un grande muro nel quale sono entrato.
E’ l’ultimo ricordo di quello che ho vissuto
e malgrado l’accaduto, immensamente mi è piaciuto.
La visione del Mondo meraviglioso
mi ha fatto diventare assai fiducioso
sulle grandi possibilita’ e audaci capacita’
che l’essere umano ha di sua proprieta’
di poter realizzare anche cose impensabili
come quella di guarire da mali incurabili.
Ma certo, la cosa si puo’ fare
e fiducioso nel futuro bisogna guardare.
Il tempo trascorre e un anno è gia’ passato,
ma Alessio continua e non si e’ rassegnato.
Lavora per lo scopo assai duramente
sia nel corpo, ma soprattutto nella mente
per cercare in ogni modo di realizzare
il suo duplice sogno di poter camminare
e abbracciare fortemente una donna d’amare.
Dei giorni poteva riposare
mentre altri doveva lottare,
certe giornate invece eran belle,
ma sempre trascorse in sedia a rotelle.
Basta! Sono stanco, voglio camminare!
Quanto cavolo di tempo, devo ancora aspettare?
Caro Alessio, felice e beato,
non vedi da quanta gente sei circondato?
Noi siamo di qua e voi tutti siete di la’,
ma questa cosa, nessuna differenza fa.
L’amore che ti giunge, a te vicino, a te lontano
immenso aiuto ti da’, altro che una mano.
Se sempre fiducioso aspetterai,
arriverà un giorno in cui vedrai,
che tutti i lavori e le energie impegnate
nel tuo corpo finalmente saranno calate.
Quel momento, sarà un grande inizio,
quello che tu chiami il giorno del giudizio,
in cui cominciare assiduamente a lavorare
con quelle persone che sono d’aiutare.
Quando bisogno avrai, a te sempre volerò
perche’ io sono Mara e mai ti lascero’.
Sono un ragazzo davvero fortunato!
Indietro sulla Terra un angelo m’ha portato,
perché una missione devo ancora affrontare
prima che questo posto io possa lasciare.
Quando davvero riuscirò a guarire
questa strada a tutti farò seguire:
Le tre P di Preghiera, Pazienza e Perseveranza
SEMPRE col Miracolo saran premiate in una danza,
che armoniosamente compirete con tanto brio
perché scoprirete di far parte del regno di Dio.
“Cronaca di una Guarigione Impossibile” -
Edizioni Mediterranee Roma
Note e pensieri tratti dal libro
Mi sono sempre chiesto se la vita fosse gestita e basata sul puro
caso, oppure se dietro ogni cosa ed avvenimento ci fosse una legge ben
precisa, un’esigenza profonda o una causa misteriosa.
Ho sempre sentito di dover fare qualcosa di importante in questa vita
e mi chiedevo spesso che cosa.
Che cosa devo fare? Cosa voglio fare? Dove voglio andare? Come
funziona?
Le mie domande hanno finalmente trovato un filo conduttore ben
preciso, indicante che tutte le risposte stanno dentro di me, proprio
li’, ad aspettare di essere scoperte.
Le conoscenze che ho acquisito grazie al corso Metodo Silva, alle
frequenti e spesso accese conversazioni e discussioni con i miei
genitori e perche’ no, grazie alla mia grande curiosita’, inquietudine
interiore e ricettivita’, ho potuto giungere “pronto” all’appuntamento
piu’ importante della mia vita: l’incidente.
Questa esperienza, drammatica dal punto di vista umano, mi ha rivelato
il mistero della vita spingendomi mio malgrado a varcare quella soglia
che chiamiamo morte e che invece mi si e’ rivelata come un passaggio
della coscienza ad un livello diverso da quello conosciuto nella
dimensione fisica.
Mentre il mio corpo giaceva in stato di coma la mia coscienza ha
effettuato un “viaggio” in compagnia di una ragazza di nome Mara, che
mi ha guidato oltre i confini del razionale e in luoghi di altri
tempi. Prima di riprendere possesso del mio corpo fisico, ho visto e
mi sono “immerso” in una Luce così intensa, radiosa e splendente che
compenetrava il mio Essere e nutriva ogni cellula del “corpo”. Era una
Luce palpabile, così vera e soprattutto VIVA. Viva di un qualcosa che
mi ha permesso di gridare: DIO c’e’. Grazie!
E’ cio’ che ho sperimentato oltre quella soglia che mi ha conferito
una grande fiducia in me stesso, la consapevolezza di cio’ che in
realta’ sono e di conseguenza la convinzione e la forza per cercare di
realizzare l’obiettivo apparentemente impossibile della guarigione
fisica.
Ma cosa ho sperimentato oltre quella soglia di cosi’ bello?
E’ stato l’incontro profondo con me stesso, l’avere scoperto la mia
vera Essenza, cio’ che in realta’ sono. Il ricordo di quello che ho
vissuto in quella “dimensione” mi ha permesso di capire che SONO
un’Anima al comando di un corpo fisico e non di possedere anche una
parte Spirituale. E’questo radicale cambiamento di identificazione che
ha prodotto una nuova visione di vita piu’ reale, che mi ha spinto a
reagire positivamente di fronte ad un evento considerato drammatico.
Cio’ mi ha permesso di maturare, di lasciar affiorare la parte
migliore di Alessio e conoscere la forza che non avevo mai pensato di
possedere.
Questo non vuol dire che non dovro’ faticare. So che questa scelta e’
un cammino lungo e difficile in compagnia della sofferenza mia e di
coloro che incontro e incontrero’.
Prima dell’incidente, come tanta altra gente, non conoscevo il mondo
del dolore e della sofferenza. Eppure esisteva! Forse lo sfuggivo per
paura, per ignoranza, per vigliaccheria, per comodita’. La gente che
soffre aumenta sempre piu’ e se si cerca di conoscere il dolore e
guardarlo in faccia e’ il dolore stesso che ci suggerisce come lenirlo
e superarlo.
Il mondo visto da una sedia a rotelle e’ diverso da quello che siamo
soliti vedere. Le emozioni che si provano, i ragionamenti che si fanno
e il rapporto che si ha con la vita diventano piu’ profondi, piu’
essenziali, piu’ autentici.
Non si tratta di una malattia o di qualcosa di degenerativo che porta
alla morte, ma si tratta solamente di vivere l’intera vita da seduto.
E’ inimmaginabile per un giovane di 23 anni in piene forze e desideri,
dover cominciare, da un momento all’altro, a “subire” anziché
“conquistare”.
Ho scritto questa mia storia vissuta e sofferta, non ancora conclusa,
con l’intento di stimolare, far conoscere, risvegliare, allargare gli
orizzonti e tentare di far capire che ogni cosa è collegata, ogni
avvenimento e’ un segnale e, che la sofferenza e le disgrazie possono
essere un prezioso strumento di crescita ed evoluzione se capite ed
interpretate. Ho cercato di spiegare come un grande dolore o
un’apparente ingiustizia possa essere considerata positiva ai fini di
capire il “perche’ ” e impostare un lavoro concreto di riparazione
dell’errore che ha generato la disgrazia, vivendola in modo creativo e
cercando anche di inventarsi qualcosa di originale, piuttosto che
lasciarsi andare subendo come ineluttabile cio’ che ci succede.
Desidero caldamente che questa cronistoria possa essere d’aiuto per
chiunque voglia tentare di risolvere i propri problemi e per stimolare
coloro che desiderano cambiare, crescere, sviluppare la fede, pregare,
credere, capire, risvegliare la loro creativita’ e i potenziali sopiti
dentro il cuore.
La guarigione impossibile va ricercata con fiducia e perseveranza
dentro di noi, perché in noi risiedono i veri poteri di autoguarigione
e solo noi stessi possiamo innescarli e coltivarli fino al germoglio
del miracolo, avvalendoci anche dell’aiuto di chi ci ama, della
scienza, ecc. Con amore verso noi stessi, bisogna assumersi la
responsabilità completa del nostro essere e del nostro agire,
sviluppare la Forza e una Fede incrollabile, spalancando le porte del
cuore alla Forza Divina del Cristo senza opporre barriere razionali,
schemi scontati e sentenze limitanti.
Bisogna aver FEDE fino in fondo!
il Coniglio e il cerchio della paura (totem animali- by Kerridwen)
by Duncan on ott.31, 2009, under Ispirazione, Simbolo

Certe persone, amici e compagni, sconosciuti viandanti del Web, che incrociate questo pezzo di terra nel mare delle inarrestabili vibrazioni elettriche.. certe persone, miei sconosciuti compagni di viaggio, sono nate per guarire, per curare, per trasmettere energia benefica. Come Kerridwen, un pò strega, un po’ sciamana, un po’ sacerdotessa, un po’ tante altre cose..:-).. che collabora col nostro sito e ha iniziato un percorso di condivisione della conoscenza con noi, e con tutti voi, che si inoltra nel territorio dei Totem animali (potranno seguirne altri una volta concluso questo).
Quello di oggi è il terzo post che lei ha scritto. Il primo era un inquadramento in generale dei totem animali. Il secondo trattava del potentissimo simbolo-messaggio dell’Aquila. Il terzo, quello di oggi, parla del Coniglio. La conoscenza di Kerridwen non è erudizione, non nasce da tomi polverosi, o da lezioni imparate a memoria. Ma è fresca, viva come sorgente e ruscello di montagna. E’ conoscenza non teorica, ma “esperienziale”. E ogni volta che parla ha mille aneddoti, che ti fanno entrare realmente in quello che dice. Anche questa volta. Osservate come inizia subito parlando del suo concreto incontro con un coniglio, e che cosa esso le ha trasmesso.
Spezza il cerchio intorno alla gola, questo sembra dirci per riflesso il totem del Coniglio. Esso incarna e rivela le paure. E ci lancia una messaggio, da cogliere e da vivere. Non cedere alla paura, non scappare sempre inseguito da mille furie e demoni. Non rendere la tua mente un infinito campo da caccia per ossessioni, scrupoli, angosce, timori irrazionali e serpeggianti. Rivela la tua paura. Ce lo dice anche Kerridwen. Scrivene, parlane. Dalle un nome e un cognome. Esorcizzala. Ricorda che è normale avere vissuto nella paura. Che tutti ci siamo imbattuti in anni, in stagioni, di paura. Che gli eroi erano prima conigli bagnati. La differenza è che non si sono accontentati, non sono voluti morire come conigli bagnati. E’ un cambiamento che inizia da dentro. Ho visto passeri con ali ferite improvvisarsi aquile, e volando vicino al sole.. non bruciarsi e non precipitare. Ho visto anche aquile perdere il volo e inabissarsi nel mare. Se hai paura è venuto il tempo di affrontarla. Questo insegna il totem del Coniglio. Il resto, le concrete scelte, le concrete strada.. tutto il resto , dipende da te. I totem sono segni che illuminano il cielo, archetipi simbolici dell’inconscio collettivo, fari in notti di mareggiate e vento salino, semi che solo tu puoi coltivare per alberi che solo tu puoi vedere. Parabola significat.. dovunque i sensi ti troveranno, se ti lascerai trovare.
Ringrazio ancora Kerridwen per questi preziosi doni che ci fa (ricordo che li sta scrivendo apposta per noi di Born Again). Di seguito il suo testo.
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Il giorno dopo il primo post sui totem animali, la simbologia del loro mondo, si è manifestata nuovamente nella mia vita. Una persona a me molto cara mi chiama piangendo, chiedendomi se potevo raggiungerla perché il suo coniglietto nano era morto e non aveva il coraggio di prenderlo in mano per esserne certa. L’ho raggiunta quanto prima e, prendendolo in mano, era ancora tiepido, con i suoi occhietti aperti come se mi fissassero.
Gli ho fatto reiki; ma ormai era troppo tardi. Nella mia vita ho assistito a vari funerali di persone care, e nel mondo animale ho seppellito criceti, pesciolini… ma un coniglietto è stata la prima volta in vita mia. L’ho battezzato perché non aveva ancora un nome (è sempre una creatura del Cielo benedetta come ogni essere sulla terra), l’ho benedetto con acqua santa gli ho messo dei fiori, erbe per adagiarlo, e l’ho ricoperto pregando per la sua anima.
Poi mi sono presa cura della persona che l’aveva amato, raccontandole la storia del totem del coniglio così come si narra in un libro meraviglioso che mi guida e sostiene da molti anni (LE CARTE MEDICINA di Jamie Sams ed. Amrita ).
Tanto tempo fa, nessuno sa realmente quando, il Coniglio era un guerriero coraggioso senza paura, amico della Strega Occhio che Cammina. I due trascorrevano molto tempo insieme, erano uniti e inseparabili. Condividevano molte cose delle loro vite. Un giorno Occhio che Cammina e il Coniglio si sedettero lungo un sentiero per riposare, ed egli disse: “ho sete”.
La strega prese una foglia ci soffiò sopra e comparve una zucca piena d’acqua per dissetare il suo amico, che bevve l’acqua ma non disse nulla, poi aggiunse: “ho fame”.
La strega prese una pietra, la trasformò in una rapa, e la porse al Coniglio, che la assaggiò e poi la mangiò con gusto,ma non disse nulla. I due ripresero la passeggiata lungo il sentiero di montagna. A un certo punto il Coniglio (**Samuela meglio dire così che ‘dove esso’) inciampò e rotolò giù. Quando la strega lo raggiunse era ridotto male. Lei lo curò con l’unguento magico per lenire il dolore e risanare le ossa rotte. Ma il Coniglio non le disse nulla. Diversi giorni dopo la strega andò a cercare il suo amico, ma non lo trovò da nessuna parte; e alla fine si arrese. Lo incontrò un giorno per caso, e gli disse: “Coniglio,perchè ti nascondi e mi eviti?”
L’animaletto rispose: “ho paura di te.. ho paura della magi”, le rispose ranicchiandosi, “lasciami solo!”
“Ecco”, rispose la strega, “ho usato i miei poteri magici per curarti a fin di bene,e tu ora ti ribelli e rifiuti la mia amicizia?”
Il Coniglio rispose: “ non voglio avere più niente a che fare con i tuoi poteri”, e non vide neppure le lacrime della sua amica….
Occhio che Cammina gli disse: “è nei miei poteri distruggerti, ma in nome dell’amicizia che ci univa un tempo non lo farò. Ma da oggi in poi getterò una maledizione su di te e su tutta la tua tribù. Da oggi in poi tu chiamerai le tue paure ed esse verranno a te. Vai, ma ricorda che le medicine che ci legavano come amici ormai sono spezzate. Adesso il Coniglio è colui che chiama la paura, egli esce fuori e grida: “Aquila ho paura di te”.
Se il rapace non sente egli urla più forte :”Aquila stammi lontano!” Il rapace che ora l’ha sentito arriva e se lo mangia. Questo narra la leggenda.
Il totem del Coniglio è quello delle paure che si trasformano in realtà. Secondo la legge della proiezione, unita all’intento che si mette nel formulare un pensiero, attirerai a te ciò che temi di più. Questa è la legge. Un modo per affrontarle è scrivere cosa ci turba, cosa ci crea disagio o ansia su un foglio, e poi bruciarlo esorcizzandola; visualizzando che scivolino via, e che Madre Terra le accolga trasmutandole in luce da ridonare sotto forma di coraggio.
Ogni carta degli animali totem può essere pescata capovolta, e ovviamente ha sempre il sigificato opposto. In questo caso il simbolo suggerisce di mettersi in ascolto prima di affrontare le proprie paure, perché è opportuno individuarle riconoscerle e smascherarle. Se si vuole paragonare questo totem a un segno zodiacale,il suo modo di essere è molto simile al segno del cancro….
Kerridwen
Angelo D’Arrigo, Eagle Man
by Duncan on ott.17, 2009, under Ispirazione, Simbolo, video
Alcuni uomini sono l’essenza stessa della libertà..
e possono volare, e insegnano a volare..
guardate come insegna a quell’aquila, come vola con lei…
Guerrieri della Luce, alcuni uomini vengono.. a ricordarci chi siamo….
(ringrazio Kerridwen che loha conosciuto quando ancora era su questa terra, e mi ha donato queso video)
Come fiori rossi sull’asfalto di Tienanmen
by Duncan on ott.16, 2009, under Ispirazione, Resistenza umana

Ma Jian è il genere di scrittore che per la Cina non dovrebbe esistere. Che nella nuova Grandeur revanchista è come polvere negli occhi. Un pò come quei piccoli insetti che mandano in paranoia un elefante.
Ha una caratterisca non troppo apprezzata dall’apparato che da sempre è come una cappa di piombo calata senza feritoie e senza bombole d’ossigeno sulla Cina. E’ interiormente libero. E scrive la sua libertà.
Nato nel 1953 ha svolto ogni sorta di mestieri, da riparatore di orologi e pittore di poster. Ma nel 1983 abbandona il lavoro e viaggia per tre anni attraverso la Cina. Una esperienza che lo portò a scrivere il libro “Polvere Rossa” e nel 1987 darà vita alla raccolta di racconti sul Tibet “Tira fuori la lingua”. Libro che comporterà la condanna pubblica de governo cinese, la messa al bando delle sue opere, e la necessità di espatriare.
Lui c’era a Tienman in quel momento in cui per la prima volta dei cinesi alzarono la testa contro il potere.
Erano pochi, ma coi loro gesti riscattarono la vigliaccheria e la paura di molti, tempi immemorabili di schiene piegate e di vite ranicchiate. Finirono nel sangue, ma diventarono mito. Un mito sempre temuto. E quindi cancellato, annichillito, consegnato al vuoto ancestrale dell’oblio.
“Dimentica” dice sempre il Potere.. “perché nella dimenticanza io prospero”.
Istantanee.
La nostra vita sono istantanee scolpite a tinte forti nel tempo, quadri e foto appesi sul muro.
Lo siamo stati anche noi. E poi siamo stati altro. E altro saremo.
Completamente perduti o ritrovati. C’è un filo, c’è un filo che lega i nostri infiniti presenti Mia Signora?
Istantanee.
I volti di quello che siamo ci condannano all’Onore. Ad essere fedeli o a tradire.
La scritta sul muro, il pugno alzato, la voce che attraversa il deserto.
Alcuni dimenticano. Altri continuano.
I nostri occhi e il nostro tempo, i volti nelle foto staranno lì a incendiarsi e a farci l’unica domanda che, in fin dei conti, veramente conta. più che una domanda.. una richiesta imperiosa..
DIMMI CHI SEI!
C’è stato anche lui a Tienanmen,, Ma Jian. La differenza… la differenza è che lui c’è ancora.
E che gli altri.. quasi tutti gli altri hanno tradito. Le ali hanno un modo tutto loro di piegarsi, pezzo a pezzo, accumulando la polvere, consumando divani, conti in banca ed appoggi. C’è una nicchia per tutti nel paese di Mangiafuoco.
Ma Jian scattò delle foto (e alte se le procurò). Le troverete su internet se volete.
Istantanee. In una di queste ci sono tutti i maggiori scrittori cinesi giovani (giovani in quell’epoca).
Adesso esistono ancora, come corpo, carne, vene, cartilagine e strutture neuronali.
Il loro complessivo sistema organico biopsicofisico esiste ancora. Ma, in un certo senso, sono morti.
Quest’anno alla fiera del libro a Francoforte l’ospite d’onore è la Cina. Ed arriva sovraccarica di quella pseudo prosopopea “imperiale” con la quale ama piazzarsi all’esterno, come il nuovo astro emergente del tempo che verrà. Con quell’autoincensarti che è tipico dei periodi letargici e bovini della storia. E slogan come “tra tradizione e modernità” che cercano di intruppare tutto nel comune servizio al Grande Sogno Cinese. Ci sarà una delegazione in pompa magna con oltre duecento persone tra scrittori e studiosi dell’Accademia delle Scienze sociali. Tutti con la loro bella tessera del Partito Comunista Moloch.
Tutti revisionati, ripuliti, approvati e corretti.
Molti che sudano 107 camice da anni per cancellare il loro passato, così ingombrante. E ne hanno consumato di gomme a fura di stricare sui fogli di carta e non lasciare neanche, dell’inchiostro, l’ombra.
Ma troveranno qualcuno che volentieri eviterebbero. Qualcuno che era con loro. Qualcuno che non ha dimenticato.
Qualcuno che non si è venduto. Qualcuno che non ha tradito.
<<In quei giorni molti di loro sfilavano insieme a noi studenti. Nelle
foto si vedono i loro volti, e quando sarò a Francoforte per la Fiera
del libro li chiamerò per nome e domanderò dove sono finiti i loro
slogan per la libertà.>>
Qualcuno c’è sempre a rompere i quadri troppo perfetti, a steccare nel coro. A ricordarci che la maturità non è solo un cimitero dei sogni. Che possiamo non tradire il meglio di quello che siamo e il meglio di quello che siamo stati. Che crescere non è inevitabilmente un declino.
Che a volte i sogni non muoiono.. come i fiori rossi sull’asfalto di Tienanmen.

La sfida dell’Aquila (totem animali- by Kerridwen)
by Duncan on ott.10, 2009, under Ispirazione, Simbolo, video

Ecco un altro post scritto per noi da Kerridwen. Questa donna che ha esplorato intellettualmente, e concretamente, molti livelli di frontiera, ha deciso di condividere con noi di Born Again un pò della sua conoscenza. Questo testo si inserisce nel filone dei Totem animali, iniziato appunto col precedente (risalente a qualche giorno fa) post “Totem animali” e continuerà, prima di passare a un altro filone. L’animale totem considerato questa volta è l’aquila. Che io considero uno dei più simbolici ed ispiratori.
Buona lettura…
PS: ho accompagnato il testo di Kerridwen con un video (che troverete a fondo post) che considero uno dei più belli in assoluto dedicati all’aquila. Uno dei più belli mai fatti.
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La grande aquila bianca vive più a lungo di qualsiasi altro uccello, anche fino a settant’anni. Ma per raggiungere quella veneranda età deve prendere la decisione più difficile di tutta la sua vita. La leggenda racconta che a quarant’anni i sui artigli si fanno duri e più che mai affilati, le sue ali si accorciano e diventano molto pesanti e le sue piume s’assottigliano. Volare diventa un’impresa difficile. A quel punto l’aquila bianca ha due sole strade: o morire o confrontarsi con un doloroso rinnovamento che dura almeno sessanta giorni. Il processo di trasformazione consiste nel volare fino alle creste più alte della montagna e starsene lassù, in un nido, da dove per un po’ non deve uscire. A questo punto l’aquila deve iniziare a sbattere il becco contro la nuda roccia, finché riesce a strapparselo. Dopo dovrà aspettare un po’ fino a che le spunterà un rostro nuovo e lo userà per strapparsi le piume cresciute intorno agli artigli. Con gli artigli nuovi di zecca, si libererà di tutto il suo piumaggio vecchio e dopo qualche settimana di dolore sarà di nuovo in grado di affrontare un volo di rinascita, con ritrovata energia per almeno altri trent’anni.
La medicina dell’Aquila è il potere con il Grande Spirito, la connessione con il Divino. Lei vola fra le alte vette, ove scruta ogni dettaglio ogni particolare senza che nulla sfugga all’acutezza del suo sguardo, e riesce allo stesso tempo a restare unita a Madre Terra,raggiungendo così l’equilibrio fra i due Regni. Le sue piume sono usate dagli Sciamani di varie culture per purificare le aure degli uomini, intonando canti di guarigione,suonando tamburi bruciando erbe sacre.. soffiando sui frammenti d’anima da recuperare, o su blocchi sciolti in punti differenti del corpo. Entrare in quilibrio con questo Sacro Totem significa aver portato avanti un lavoro costante che durerà tutta la vita. Il premio in palio sarà poter vedere ogni cosa a 360 gradi, con acutezza precisione velocità, come se si diventasse tutt’uno con lei. Un pò come accade a Eragon che vede con gli occhi di Safira il suo Drago. Questo è il suo significato personale come simbolo se è tra i 9 del vostro totem di nascita. Se invece avete un quesito momentaneo, o volete sapere che energia è bene sostenere in quel momento, basta essere chiari nella domanda e si potrà avere la carta del mese del giorno, o della settimana, restando liberi di sentire il loro potere e farvi guidare nelle soluzion pìù consone alla vostra persona,ciò vale per tutti i totem. Se fra le vostre carte uscirà l’aquila, il messaggio che trasmette è, che se vuoi volare alto e vedere da una prospettiva elevata distaccata, questa possibilità ti viene data, ma devi avere coraggio e tenacia. Devi imparare a osservare te stesso, sia interiormente, sia nel modo incui ti poni con gli altri; e avere lo sguardo lucido sui lati di te stesso che hanno bisogno di essere revisionati e migliorati.
L’aquila è legata all’elemento aria. Questo è una spinta ad uscire all’aria aperta, collegandosi con questo elemento. La lezione più importante di questo totem è ricordarci che il Grande Spirito dà a tutti il dono della libertà fin dalla nascita.Stà solo a noi decidere di non farci ingabbiare da regole, da schemi di paura. Regole, schemi e paure che spesso, chi non ha il coraggio di volare nè di osar andare oltre, cerca di buttarci addosso.Vorrei dedicare questo post alla memoria di Angelo D’arrigo l’uomo che volava con le aquile….
www.angelodarrigo.com/profilo_it.php
http://www.angelodarrigo.com/biografia_it.php
http://www.angelodarrigo.com/leparole_it.php
Gli Uomini sono fatti così
by Duncan on ott.06, 2009, under Ispirazione, Resistenza umana

Questo testo lo devo a una ragazza speciale, Monica, che lo ha trascritto da un libro di Oriana Fallaci e me lo ha inviato dopo averlo battuto su pc, nei momenti di buca che ha avuto negli ultimi giorni. Monica è una di quelle persone capaci davvero di dare, di condividere. Capace di spezzare il pane e di versare il vino.
Queste pagine ti entrano nell’anima per non uscirne più. Se siete uomini non spaventatevi al nome della Fallaci. Se anche non l’avete mai amata, smentite la pigrizia che ci mantiene sempre nel nostro recinto e leggete lo stesso. Leggete, soprattutto se non l’avete mai amata. Leggete come solo le viscere e l’anima sanno leggere.
[..]
La trovai e la pagai: con le tre cicatrici che ora mi porto addosso. Replicherai: cosa sono tre cicatrici? Poco, d’accordo, pochissimo, ed annuisco se aggiungi che fanno parte del mestiere: quando vai dove sparano, il minimo che ti possa capitarti è d’essere prima o poi sparato. Però vedi, se io non ce le avessi, queste tre cicatrici, mi sentirei infinitamente più povera. Perché mi domanderei ancora a cosa serve nascere a cosa serve morire, e la morte di tutti gli uomini che ho visto morire per mano degli uomini mi sarebbe inutile,e me ne starei come una lucertola al sole, indifferente immobile intenta solo a sbadigliare sulla mia letargia. Me ne stavo così prima di assistere alla strage di Erode,prima del mio terremoto. Sicchè fammi raccontare che accadde quel mercoledì 2 ottobre 1968 e la risposta che ricavai.[…]
Dicevano: costano miliardi le dannate Olimpiadi,ed è vergognoso spendere i miliardi nelle Olimpiadi quando il popolo muore di fame. Gli studenti al Messico,sai, non sono come gli studenti italiani francesi inglesi americani. Non hanno la fuoriserie, non hanno le camicie di trina, specialmente al Politecnico sono figli di contadini, di operai e magari sono operai a loro volta. Ma torniamo alla piazza. Che era fatta a rettangolo. E da una parte questo rettangolo era limitato da un cavalcavia,dall’altra si concludeva una scalinata in cui i gradini scendevano verso un grande edificio che si chiamava Chihuahua. Il Chihuahua quindi dominava tutto e da esso vedevi la chiesa spagnola con le rovine azteche a sinistra, i grattacieli a destra, il cavalcavia in fondo, e la scalinata sotto ogni piano del Chihuahua aveva un balcone lungo 10 metri e largo 5, con una balaustra alta circa un metro e un’ apertura circa tre: le misure sono indispensabili per capire come ci spararono dall’elicottero. Ai balconi si accedeva per le scale a destra e a sinistra, oppure dagli ascensori le cui porte si aprivano sulla parete lunga; le porte degli appartamenti a privano invece sulle due pareti brevi, mi spiego? erano balconi molto comodi, ampi, contenevaano anche 50 persone e per arringare la folla eran perfetti.
E io avevo chiesto ma cosa vuol dire, e loro mi avevan risposto: non vuol dire niente, sono le nostre canzoni, sono canzoni da bambini. Perché in fondo quegli studenti, quei terribili studenti che mettevano in pericolo le Olimpiadi e il prestigio del governo messicano, eran bambini. A me infatti erano piaciuti perché eran bambini con l’entusiasmo dei bambini, e ci avevo fatto amicizia. Il mio primo amico era stato Mosè che era un ferroviere iscritto al Politecnico, piccino, timido, brutto, con una camicia sfilacciata e una giacca tutta rammendi. Lo incantava il fatto che fossi stata in Vietnam e mi diceva : “miss Oriana, vietcong very brave, eh? Molto coraggiosi, eh?”. Il mio secondo amico era stato Angelo che ra uno studente di matematica e fisica, invaghito dei Beatles e di Mao, con un visuccio triste da Savonarola. E poi Maribilla che era una ragazza di 18 anni,abbastanza graziosa se non fosse stato per il labbro leporino che le sciupava la faccia, due occhietti dolci ed allegri, una gran voglia di vivere. E poi Socrate che era un giovanottone coi baffi, i lineamenti di Emiliano Zapata, l’ardore del rivoluzionario disposto al sacrificio. E infine Guevara che era un laureando in filosofia,silenzioso e duro. E avevo pensato a ciascuno di loro quando quel mercoledì mattina ero stata ad intervistare il generale Queto, capo della polizia, e costui m’aveva detto che noi giornalisti si esagera sempre “non pasa nada, querida, nada, tutte menzogne, nessuno spara sugli studenti, che tengano pure il loro comizio, gli ho dato il permesso”. Capisci, gli aveva dato il permesso e ripeteva no pasa nada, non succede nulla, e i suoi ordini erano già stati impartiti: sparare.
mischiarsi nei comizi, e molte donne dell’ Associazione Madri Studenti Caduti, e un gruppo di ferrovieri e un gruppo di elettricisti giunti in segno di solidarietà: coi cartelli “nos ferrocarrilleros apoyamos al movimento estudiantil” “las aulas non son cuertelas” “gobierno dos crimine y dictatura”. S’eran messi quasi ai bordi della scalinata, dignitosi,composti e Mosè li fissava con angoscia perché era stato lui a chiedere di venire.
Restate calmi. Dimostrategli che la nostra vuol essere una manifestazione pacifica. Restate calmi. Compagni…non andremo al casco
santo thomas. Quando questo comizio sarà concluso, disperdetevi con calma e tornate alle vostre case..
Calma! Calma!
“Uberto! Che ti hanno fatto, Ubertooo!”. E gli sparavano alla schiena e lo tagliarono in due.
mentre scappava. Le scaricarono addosso tre colpi. E lei cadde esclamando “porque?” ed essi le spararono ancora una volta, nel cuore, e lei non parlò più.
Col loro stesso scrupolo, la loro stessa ferocia. E né lui e né quei figli del popolo dimenticarono mai di mirare dritto, di sparare in aria per esempio. Un primo obice colpì in pieno l’appartamento sopradi noi. Un secondo obice colpì il piano di sotto, una raffica di mitraglia pesante tagliò molte finestre,e ora anche l’elicottero s’era messo a sparare con la mitraglia. Le pallottole si conficcavano tutte nel muro dell’ascensore,però sempre più verso il pavimento, e mi ci volle qualche secondo per capire che l’obiettivo eravamo proprio noi del terzo piano, che dirigendo i colpi dentro l’apertura del balcone miravano proprio a noi che credevano i capi degli studenti. Lo compresero anche i poliziotti. E malgrado essi fossero in una posizione di gran privilegio perché i colpi venivano diagonalmente al muricciolo sotto cui eran nascosti, li assalì un terrore isterico e si misero a gridare, a gridare..”no tiren! No tiren!”
“ooooh!”. Come un rantolo. E girai lo sguardo e vidi il ragazzo col pullover candido che non era più candido,era tutto rosso davanti, e il ragazzo faceva il gesto di sollevarsi ma dalla bocca gli usciva una ventata di sangue, e si abbattè con la faccia nel sangue. E poi tocco a quello coi riccioli neri. La pallottola lo prese direttamente nel cuore perché s’era mosso appoggiandosi sul gomito destro, e disse:
“ma..” poi andò subito giù. Poi toccò ad una donna distesa là in fondo. Credo che fosse una donna dell’appartamento 306, era uscita di casa per veder cosa accadesse e i poliziotti non le avevan permesso di rientrare. Fu colpita ai polmoni. Poi toccò a Mosè che fu preso al collo e alle mani ma restò solo ferito. E poi toccò a me che attendevo in fondo al pozzo della mia verità, quel pozzo sempre sfiorato e mai toccato con tutte e due le mani, sempre intravisto e sempre perduto. Durò quasi mezz’ora l’attesa. Quella lunga attesa nella certezza che non ce la farai,che stai vivendo gli ultimi attimi della tua vita. Dopo mi chiesero: cosa provavi, puoi dirlo? Si , posso dirlo. Provavo una gran rassegnazione.
Ma non una rassegnazione immobile: una rassegnazione fatta di pensieri da cui nascevano altri pensieri come in un gioco di specchi, all’infinito, sicchè a forza di guardar negli specchi ritrovai ciò che avevo perduto. L’amore per gli uomini. È assurdo lo so, ritrovarlo proprio nel momento in cui gli uomini non sono più uomini ed accetti l’idea di finire. Ma questo è ciò che accadde, e puoi riderci quanto ti pare, scuoter la testa quanto ti pare, accadde veramente così, me ne ricordo benissimo, e lo ritrovai questo amore dimenticato respinto, lo ritrovai proprio giù in fondo al pozzo, mentre pensavo dunque di morire ammazzati è così, non è giusto ed illogico, morire di vecchiaia è giusto, morire di malattia è logico, morire così è illogico, ma cosa posso farci, nulla, vorrei solo che mia madre non ne soffrisse troppo, con quel male al cuore morirebbe a sua volta, speriamo che lo sappia bene, in modo non brutale, speriamo che dica era destino, se la cavò alla guerra per trovarsi sopra quel balcone. La guerra. Mi hai dato la definizione della guerra, Francois, un gioco per divertire i generali, e anche la sua formula, piantare pezzetti di ferro nella carne dell’uomo, ma questa non è guerra e ti piantano addosso i pezzetto di ferro, riecco l’elicottero, come scoppietta abbassandosi, i vietcong dovevan sentirsi così quel giorno a DaK To, quando ci abbassavamo su loro e perdevamo i limoni, e quel giorno con l’A37, gli uomini sono pazzi. Se bevi il brodo con la forchetta dicono subito che sei pazzo e ti portano al manicomio, se massacri migliaia di persone così non dicono nulla e non ti portano in nessun manicomio, qui bisognerebbe fare qualcosa, impedirlo,chissà quante creature sono morte là sotto, ma allora hanno ragione i vietcong, è necessario battersi, anche al costo di commettere errori, di sacrificare innocenti come Ignacio Eczurra e Biech e Piggott e Laramy e Cantwell e gli altri, è il prezzo del sogno,ecco, ha sparato, però stavolta ci ha mancato, chi ha ammazzato al posto nostro, povere creature, ma come facevo a non amare gli uomini, questi uomini sempre maltrattati, sempre insultati, sempre crocefissi, ma come facevo ad ire che è tutto inutile e a cosa serve nascere a cosa serve morire? Serve ad essere uomini anziché alberi o pesci, serve a cercare il giusto perché il giusto esiste, se non esiste bisogna farlo esistere, e allora l’importante non è morire, è morire dalla parte giusta, e io muoio dalla parte giusta perdio, accanto a Mosè che è sempre stato povero e maltrattato e insultato e crocefisso, non accanto a un poliziotto col guanto bianco, un vietcong deve pensare così quando l’elicottero torna e si abbassa, guardalo torna, si abbassa, e se pregassi dio? Macchè Dio, Dio l’abbiamo inventato, Dio no che non esiste, se esiste e si occupasse di noi non permetterebbe tali macelli, non lascerebbe ammazzare il ragazzo col pullover bianco, il ragazzo coi riccioli neri, la donna dell’ appartamento 306, il bambino che invocava Uberto e Uberto, sicchè non a Dio bisogna rivolgersi ma agli uomini, e bisogna difenderli, e bisogna combattere per loro perché loro non sono inventati ed avevi ragione tu, Francois, è come dicesti tu, Francois: per essere uomo a volte bisogna morire.
Ma il poliziotto con la rivoltella ripetè: “detenidos, silencio!” e puntò meglio la rivoltella e mi chetai. E restai lì con i miei tre coltelli, il dolore che andava e veniva ad ondate, insieme a un gran sonno, a momenti mi sembrava di dormire in un letto dove mi svegliavo per uno scoppio improvviso ma subito mi riaddormentavo di nuovo, e nel sonno c’era la voce di Mosè che piangeva “Miss Oriana, oh! Miss Oriana!”. E un’altra voce che diceva:”por favor!esta mujer es grave, se muere!”. Chi era la donna che moriva? Perché moriva? E perche Mosè piangeva, per chi? Per se stesso o per me? Se mi portavano via, agguantavo Mosè e lo portavo via con me. Dovevo salvare Mosè..
E Socrate che era stato arrestato assieme a Guevara e a duemila altriparlò. E denunciò i suoi compagni, i suoi amici. Perché gli uomini sono fatti così.
Totem Animali
by Duncan on set.27, 2009, under Ispirazione, Simbolo, video

Con questo post non presento un mio testo, nè qualcosa presa nei meandri del Web.
E’ un testo scritto apposta per noi.
Cioè si tratta di una persona.. KERRIDWEN.. che ha sperimento e imparato varie cose. Una persona che ha sulla pelle e sulle spalle una conoscenza “viva” e ho le chiesto di condividerne qualche frammento con noi. Chi mi conosce sa che ho sempre creduto nello spirito della Condivisione, in quei mille fiumi che uniti diventano una corrente impetuosa. In quel dare reciproco che ci rende tutti più saggi, più veri, più forti.. migliori.
Kerridwen ha esplorato aree insolite dell’esistenza, conoscenze di frontiera, culture simboliche, magiche, mitologiche. E dietro molto di ciò che dice c’è spesso anche tracciati di un’esperienza personale.
argomenti interessanti, spesso concernenti aree e mondi conosciuti e
Se volete, è una sorta di “collaboratrice esterna”. Non sarà iscritta al sito ma ci invierà, fin quando vorrà, del materiale interessante.
Ricordo sempre, nello spirito della Nuova Repubblica, che inviare un testo non vuol dire consigliarne la recezione supina o chiederne l’adesione fideizzante e l’accettazione acritica. Questo è un posto di anime forti e libere per anime forti e libere. Ogni lettore è anzi stimolato ad assumere un rapporto creativo con tutto ciò che legge. A cogliere ciò che vuole cogliere, o a non condividere ciò che non condivide. A recepire in toto o a porre rilievi critici. Ogni testo non chiude un discorso. Lo apre. In innumerevoli. e sempre avvolgenti, ellissi,
Con questo post inizia una serie di interventi che hanno come epicentro i Totem Animali.
E’ una sorta di introduzione generale. Seguiranno post che andranno più nello specifico.
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Una sera, un vecchio indiano Cherokee parlò a suo nipote
e gli raccontò delle battaglie interiori.
“Figlio mio”, gli disse, “la vera grande battaglia è quella che
avviene tra i due lupi che vivono dentro di noi.
Uno è il Male. E arrabbiato, geloso, invidioso, vendicativo,
sordido, arrogante, autodistruttivo, colpevole d’ogni bassezza, forte
con i deboli e debole con i forti, bugiardo, orgoglioso, egoista.
L’altro è il bene. E gioia, pace, speranza, serenità, umiltà,
gentilezza, benevolenza, empatia, generosità,
dice il vero senza ferire, conosce ed esercita la compassione e dà
fiducia”.
Il bambino penso alle parole del nonno.”Qual’è il lupo chevince?”chiese poi.
Il vecchio Cherokee sorrise: “Quello che scegli di nutrire…”
Con questa riflessione dei nativi americani,cultura che amo profondamente fin da bambina, inizio col parlare degli animali totem secondo una piccola parte della loro immensa cultura, tenendo a precisare che lo stesso animale avrà un ulteriore significato per ogni tribù confinante che va ad arricchire l’essenza, o il dono, o il suddetto significato che esso vuole trasmetterci aldilà di un sempilce pensiero, ma arrivando all’essenza del suo potere antico.Citando poi un loro detto:”è attraverso la natura che giungono gli insegnamenti,ed è alla natura che tutti ritorneremo”.
Nel preciso istante in cui un’individuo viene al mondo porta con se il suo bagaglio genetico (DNA, ceppo famigliare), ma anche quello della sua anima a livello karmico; che va inteso negli schemi da spezzare che si ripetono più volte nella stessa vita; sciogiondolo pian piano che ci si migliora, arrivando infine a realizzare il compito per cui si è scesi nella materia, il proprio dharma ossia, la chiamata dell’anima. Tornando a noi, al momento della nascita abbiamo 9 animali totem che rispecchiano i nostri talenti, i nostri punti di forza, e i punti su cui lavorare per migliorarsi o rafforzarsi. Se siamo pronti ad accoglierli, andando al di là delle apparenze, noteremo che essi sono per noi modelli di comportamento che hanno il solo fine di trasmetterci messaggi per guarire e migliorarci. Ciò avviene solo se si resta in ascolto. Ogni animale ha un compito specifico, ha il suo totem principale da diffondere; ricordando soprattutto che ogni tribù aggiunge sempre qualcosa di nuovo nel suo significato.
Il silenzio della mente calma è la sacra fertilità dello spirito capace di ricevere, e di imparare ad evocare il totem di un particolare
animale quando se ne impara a conoscere il significato. Non bisogna mai dimenticare di restare aperti con umiltà, gratitudine rispetto, amore; e accetare il tipo di aiuto che esso ci rivelerà più adatto alle nostre esigenze del momento,lasciando al di fuori ogni tipo di aspettativa….attuando solo un atteggiamneto di accoglienza totale…. per il messaggio che ci verrà recapitato, la modalità nel quale esso avverrà. Voglio sottolineare che ciò è differente per ognuno di noi. Bisogna trovare il proprio personale codice di interpretazione semplicemente osservando cio che accade, in sogno, o con un volantino trovato per terra, o se una pagina su internet si apre da sola su un particolare animale e via discorrendo.
La leggenda narra che in tempi antichi quando un iniziato, un ricercatore o un guerriero avesse avuto bisogno di una guida per comprendere meglio quella precisa fase del suo percorso, egli si sarebbe recato dal consiglio degli anziani,composto da 6 menbri seduti a Nord,(simbolo della saggezza,dei venti dell’aria). Qui (immaginando che sia tu quell’uomo in cerca, anche perché, in un ceerto senso, sei o sarai tu) ti metti al centro e poni il tuo quesito. Poi ti viene porta la borsa di medicina, con dentro vari simboli di animali di potere,e in base a ciò che pescherai ti verrà dato il responso. Quando esci di là, ti sentirai carico di energia e più determinato a proseguire nel Sentiero.Gli animali totem con cui si nasce sono 7 legati alle 7 direzioni che circondano il corpo fisico (Est, Sud, Ovest Nord, Sopra, Sotto, dentro..). Ognuno di essi ha una specifica lezione da insegnarti nel corso del tempo… e tu in qualità di ricercatore devi porti con silenzio e umiltà verso ognuno di loro. Poi c’è l’animale legato al lato destro, ossia una sorta di Padre protettore interiore, che ti dona coraggio e spirito guerriero. A seguire c’è il totem sinistro, legato alla Madre interiore, colei pronta ad accogliere e a ricevere, donando a te stesso e a gli altri ciò che hai in tess. Essa è anche il totem custode delle relazioni. Entrambi, rispetto a gli altri sette, ti guideranno per tuta la vita. Mentre gli altri cambieranno in base a ciò che nutrirai nel cammino personale.
Se volete trovare i vostri animali totem, potete disegnarvi le carte da soli,o selezionare le immagini da internet e ritagliarle. E’ una scelta personale. Oppure ci sono vari tipi di carte che si possono acquistare. Quando le avrete per le mani, dovrete consacrarle alle 7 direzioni, purificando la stanza, accendendo una candela, mettendo della musica rilassante; o, per chi può, andare in un boschetto o in un prato. Lasciatevi guidare dall’istinto personale, pronti a ricevere il vostro dono. Fate silenzio. Trovate una posizione comoda, chiudete gli occhi, respirate e lasciatevi trasportare. Quando sarete pronti scegliete le carte di nascita, partendo dall’Est, appuntandole col rispettivo animale su un quaderno. E così via, fino alle ultime 2.
Per chi non sente di farlo con le carte, ma è più portato per la meditazione e la visualizzazione, procedete chiedendo con amore ai vostri animali totem di rivelarsi a voi per relazionarvi e lavorare in simbiosi. Sia da svegli, sia, per chi ha più confidenza con i sogni e il mondo onirico, nei sogni appunto. Scegliete il metodo che più sia semplice e armonico per voi.
Dopo che li avrete scritti inizieranno pian piano a subentrare ricordi, anche di quando eravate bambini; favole che vi venivano lette, sogni ad occhi aperti. Tutta una sorta di simbologia personale insomma, con il solo scopo di farvi notare che loro sono sempre stati accanto a voi.
Tornando a le 7 direzioni e il loro significato:
L’ Est ci conduce verso le sfide spirituali che conducono all’Illuminazione.
Sud è il totem del bambino interiore, del lato innocente e puro di noi stessi; ti insegna a distinguere quando aver fiducia e quando essere umile, cercando di equilibrare il tutto senza perdere l’innocenza.
Ovest è la sede degli antenati; ti indica anche la via per realizzare la metà stabilita, attraverso la verità.
Il Nord rappresenta la saggezza e il distinguere quando parlare e quando tacere, ricordandoti di essere grato per entrambi questi aspetti.
L”animale di Sopra, è il guardiano per il Tempo del sogno, fà da ponte per altre dimensioni, e ti ricorda che vieni dalle stelle e ad esse tornerai.
L”animale del Sotto ti trasmette la stabilità che viene da dentro te stesso.
L’animale di Dentro t’insegna a difendere il tuo spazio sacro, la tua aura, dove nessuno può entrare senza il tuo permesso; e ti portan gioia e verità.
Dopo aver scelto i 7 animali, vanno estratti gli ultimi due, quelli di base, che resteranno sempre con voi durante la vita. Detto ciò, poi ognuno inizierà a rivelarsi a voi in maniera differente (piume, spot in tv, sogni etc.). Solitamente vengono usati 44 animali totem, ma ogni tradizione è diversa anche fra i Nativi Americani; figuriamoci poi nel culto celtico dove alcuni animali non compaiono. Scegliete con il vostro intuito quanti animali mettere nelle vostre carte. Poi, ogni qualvolta avrete un dubbio, una scelta da fare, un chiarimento da ricevere; prendete il mazzo e chiedete consiglio. Stessa cosa per meditazione; o per i sogni prima di coricarvi. Alla base c’è l’intento e la chiarezza della domanda.
In seguito vi parlerò dei singoli animali totem e dei loro significati secondo la cultura Nativa, ma sempre da poter arricchire con le conoscenze e il retaggio di altri popoli. Chi vuole tra i lettori potrà dire la sua, anche in base all’esperienza personale. Il dialogo è sempre una occasione creativa.
KERRIDWEN






