Ispirazione
The Last Ride
by Duncan on gen.16, 2012, under Bellezza, Ispirazione, Poesia

A dirlo prima è maledette buffo,
le scale non sono mai state così lucide,
i cassonetti bruciavano,
ma le sale mai così lucide,
a pensarci prima è così buffo,
anche le scarpe sono lucide,
fingi una sicurezza che non hai,
non ora,
ma a fingere già stai un pò meglio,
non è un rumore di chitarre?
erano bianche le navi,
tutte le foto si persero,
a ricordarlo ora non sembra vero,
trascinasti tutta la tua polvere da sparo
mentre gli anni ti sputavano nell’occhio,
e le lettere diventavano chilometriche,
il ilo non è spezzato,
ora le scale lucide sorridono a metà,
e il rumore delle gomme arriva alle finestre,
su tre carte, due sono barate,
ma tu scommettesti sul pallino della fiera,
quello che mettono in bocca,
dietro la lingua,
mentre nascondolo il fazzoletto,
era facile dirti allora che portavi un cappello a sonagli,
e i libri erano finiti,
e un picco antro ti attendeva
tra carte e noia,
la musica Madre ti caccia il latte da piccolo,
e ti fa vederei fantastmi,
e i fantasmi, i fantasmi non ti abbandonano mai,
poi i coltellini, sfregiano gli zaini,
salsa di merende sui corridoi,
un bafometto al posto del cappio,
in sala mensa scimmie ridono,
prestami i tuoi giochi,
ci incontreremo dove inizia la quercia,
alla fine del rumore,
vanno e vengono le onde,
è buffo pensi,
mentre scali le scale lucide,
ma come sono lavate bene?
cosa usano?
sembra che ti specchiano anche l’anima
oltre al fegato,
è buffo pensare che filo è rimasto solo
a tenere in bilico il mondo,
quel fino lasciato nei nascondigli segreti,
e tutti i necrologi scritti in anticipo
adesso dove sono?
Se almeno quel cappello non mi sorridesse,
certi corridoi non li vorresti
per amici,
ma ci sono,
come tutti questi coriandoli,
è buffo che la donna delle carte
ti sputò nel piatto
e ti dichiarò spezzato,
Non era vero che le stanza
hanno il fiato corto,
come tutti i tuoi piccoli pugni,
acido muriatico nella fame,
ma la fame è ancora qui,
stele di legno,
cartelli a impulsi elettrici,
angoli di pietra,
mi portasti nel cerchio delle Streghe,
per il mercato delle vacche
avreste diviso le mie palle,
eppure, lo vedi?
stessa terra, stessi fiumi,
sapevo sempre controlalre le ore,
allungavo la lingua,
per accartocciare il tempo,
le bocce si incontrano a metà,
la mano è solo una parte,
il resto lo vedi prima
prima di tutte le ore,
Le scale lucide,
su su, l’adrenalina sale,
ora ricordo
chi tirò i dadi dimenticò il trucco
e il tuo sorrisò dilagò tra i carnefici,
come il miele il sogno entrò in me,
e in quel delirio eoni di purezza,
c’è un sole pallido nel buco della serratura,
Un giorno fu una Quercia,
è buffo pensare cone le storie ritornano,
e le avventura non finiscono mai,
a 12 anni leggevo fino a tardi,
accendendo il lumino sotto le coperte,
Frodo arriverà al monte Fato, mi chiedevo,
o l’Ombra lo inghiottirà,
ti consegnai una pietra quando le ore erano giovani,
ci rivedremo ancora disse lo specchio,
E adesso,
giacca e pantaloni nuovi
barba e capelli fatti,
scarpe lucide,
e queste scale lucide,
e non so se questo coraggio durerà fino all’ultima scala,
chi avrà la meglio alla fine della fiera?
ti travestirai ancora?
c’è un gufo dietro ogni morte?
o il tuo sorriso devasterà il mondo?
e se la sabbia passa tra le dita..
cosa è?
i kapò sono lontani allora..
solo queste scale lucide….
così lucide…
Salutamos Socrates
by Duncan on dic.12, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia

Inserisco oggi un pezzo dedicato a Socrates pubblicato sul sito Come Don Chisciotte (http://www.comedonchisciotte.org/site/index.php).
Non so se Socrates fosse davvero come lo descrive l’autore di questo pezzo, se anche se non ci fosse mai stata un’età leggendaria del calcio, come è stata descritta in tanta letteratura sudamericana… ormai quel mito è entrato nelle pieghe di quel territorio che dalla fantasia si innerva nella realtà, come certi libri che non esistettero mai, ma ora esistono, perchè la fantasia ha generato un sogno che si è radicato nel passato, come epopea di un reale creduto e visionario.
Socrates.. solo un brasiliano poteva giocare così…
classe ed eleganza.. il lusso di rendere un rozzo banale gioco, da alcuni chiamato calcio… avventura di ragazzi mai cresciuti.. poesia…
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La morte di Socrates, a cui assisto senza sprofondare nella tristezza, simbolizza in qualche modo la morte del calcio. Sembra, anche, un simbolo per ritrarre questa epoca di merda: senza sogni né esagerazioni, senza disubbidienza né disperazione, senza sete di giustizia né di alcool. Questo sozzo mondo borghese ci ha privato di tutto quello che c’è di uono, calcio compreso. È questo un mondo di automi rassegnati, aggrappati alla spazzatura delle proprie auto, ai cellulari, alle fantasie dei giochi a premi. Questa borghesia di merda, mediocre, superba nella propria ignoranza, autistica, incapace di amare e di odiare, di provare rabbia.
Questi umani androidi odierni, dai sentimenti ridotti e meschini, dalle avarizie valutate dalle azioni, portatori di culi e tette posticce, sale da pranzo dai cibi “light”, cultori della salute fisica, piccoli girini che vanno per le strade a senso unico…
Sappiano, i rozzi, che vedere giocare Socrates era come leggere, ad esempio, Italo Calvino: c’erano nel suo gioco bellezza, tenerezza, intelligenza. Era come vedere un quadro di Renoir, pieno di luce e di colori. Come ascoltare la musica di un valzer.
Non correva, non stringeva i denti, non ci metteva le “palle”: era dalla parte dell’eleganza, della maestosità, i suoi passaggi erano un “tocco” di distinzione. Vederlo giocare riempiva gli occhi, e placava l’anima.
Questo calcio spazzatura di oggi, giocato da pupazzi che sono milionari prima ancora di essere persone, è un insulto per il calcio giocato da Socrates.

Non è solo il calcio ad essere in lutto, ma anche la poesia, la bellezza, la natura stessa.
Andiamo Jobim, Vinicius, Maisa Y Chico, Caetano ed Elis, Joao ed Elsa Soarez, María Betanhia e Milton Nascimento e Ari Fangoso e tutte le ragazze di Ipanema e tutti i fannulloni che suonano la musica che accompagna il corteo: è da poco morto un altro frammento del sogno.
Postilla:
(Frammento di un appunto di Waldemar Iglesias pubblicato sul Clarín di Buenos Aires).
Addio, amato dottore
Socrates fu uno dei grandi centrocampisti degli anni ’80. È stato un grande anche fuori dal campo, che osò lamentarsi contro la dittatura brasiliana nei giorni più difficili. È morto di domenica, vinto da un rivale che lottò per sconfiggerlo senza riuscirci: l’alcool.
Antonio Falcao ci ha offerto l’armonia delle sue parole per raccontarcelo:
“Era l’antitesi del buon atleta: rifiutava gli allenamenti individuali o collettivi, e anche l’astinenza: soprattutto dal sesso, dall’alcool, dal tabacco, dalla vita notturna e dalla chitarra (che suonava). Persino il suo nome rifuggiva le convenzioni: Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Studiava medicina mentre giocava, si addentrò nella politica e analizzò il binomio dirigente-giocatore dall’ottica delle relazioni lavorative.
“Si diede alla cittadinanza con impegno, essendo assolutamente solidale coi compagni di lavoro. Per usare il termine tipico dell’incapace e ignorante dittatura militare brasiliana, Socrates era un sovversivo. Anche se, dal punto di vista strettamente democratico, un sovversivo cordiale e salutare, di grande utilità per l’umanità tutta.”
È stato sempre orgoglioso del suo sguardo sul mondo, dei suoi messaggi, quelli che, quando ancora era nel calcio, osava offrire in disparte, una cosa che poi si è trasformata nel suo marchio di fabbrica. Negli anni ’80, ad esempio, questo ammiratore del Che Guevara fu partecipe e ideologo di un’iniziativa che meravigliò il suo paese e l’ambito sportivo: il Movimento Democratico Corinthians che fece sì che il club paulista si affidasse a elezioni democratiche interne. Un simbolo inequivocabile del rifiuto della dittatura, che cominciava a ritirarsi dopo due decenni di potere.
Si professava di sinistra. E dalla sua ammirazione per Fidel Castro è arrivato il nome per uno dei suoi figli. A riguardo, Socrates raccontò una volta, in un’intervista rilasciata alla BBC, il seguente aneddoto: “Quando diedi il nome di Fidel a uno dei miei figli, mia madre mi disse: ‘È un po’ un nome forte per un bambino.’ Le risposi: ‘Mamma, pensa a cosa hai combinato con me’.”
Si racconta che si sarebbe potuto chiamare anche John, da Lennon, un altro dei suoi personaggi più apprezzati.
Per chi non accetta la situazione
by Duncan on dic.09, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana

“Non hai accettato la situazione”.. dicono…
Dietro questa frase c’è un mondo. Certe frasi valgono più di mille volumi. Dicono tutte. Non ha accettato la situazione. Accettare.. accettare.. accettare. Ci sono bambini dislessici che si sono laureati, nonostante tutti avessero detto che sarebbero rimasti ritardati, e che la laurea non era alla loro portata. Ci sono bambini autistici, che adesso vivono alla grande, nonostante tutti dicessero che avrebbero vissuto tutta la vita semiaddormentati. Ci sono persone i cui difetti visivi non erano “recuperabili”, ma che adesso hanno buttato gli occhiali. Ci sono malati di Alzheimer che cominciano a riafferrare lembi di memoria. Ci sono persone in coma profondo, che si sono risvegliate dopo quindici anni, quando già per gli altri erano morti. Ci sono malati di tumore, di sclerosi multipla, di cancro, che sono guariti nonostante tutte le diagnosi contrarie, o nonostante avessero dato loro al massimo un flebile lumicino di speranza. Ci sono schizofrenici che non potevano guarire, ma sono guariti lo stesso, nonostante si dica che dalla schizofrenia non si può guarire. Ci sono oracoli ribaltati, profezie smentite, pronostici sovvertiti. Non accade sempre, ma può accadere. Fosse anche solo un caso su un milione, avrebbe comunque senso lottare. E poi, dov’è il confine? Alcuni sono esaltati e illusi? Ma chi può stabilire di sapere sempre dove corre la sottile linea che distingue la follia dal coraggio della speranza? Quella linea che separa le teste nella sabbia dagli occhi capaci di vedere più lontano, chi è capace di indicarne esattamente il tracciato? E quante volte gli illusi di oggi sono stata i vincitori di domani? E quante volte la speranza derisa ha cambiato tutti i binari, i treni, i vagoni. E’ chilometrica la lista di coloro che “non accettarono la situazione”. Ad alcuni di essi oggi accendiamo candele in quel territorio della mente e del cuore dove vivono le stagioni di gloria e onore, e su di loro scriviamo canzoni, e leggiamo libri. Ma un tempo furono presi a pietrate. E si racconta che Demostene era un gracile ragazzino, e la voce usciva flebile, ma divenne uno dei più grandi oratori di tutti i tempi. Forse la sua fortuna è stato non incontrare mai qualcuno che gli dicesse che doveva “accettare la situazione”. O qualcuno lo avrà trovato anche lui, ma decise lo stesso di non accettarla. “Sì, ma se poi non serve a niente? Se ci si prova e non si ottiene niente?” Ma la vittoria non è tutto, anche solo il fatto di averci provato accende qualcosa in noi. Quel bambino resterà autistico, magari, ma la madre e il padre avranno provato vertici di tenerezza, cura e dedizione, e una traccia di bene e bellezza l’avranno lasciata comunque, in loro e in lui.
“Ma non è possibile!”, continuano a dire “non è possibile, sono vaneggiamenti, la situazione ha dei limiti oggettivi. Ma.. la realtà è così grande per potere dire che tutto è stabilito. Ci sono poteri che voi non conosceste. I persiani persero a Maratona, chi ci avrebbe scommesso? Ci sono forze che smuovono montagne. E se hai questa spinta fortissima nel cuore, allora tenta, provaci. Avrai in cambio solo occhi perplessi, parole di compatimento e derisione, ma tu continua. Alcuni giorni sarai solo, alcuni giorni vedrai solo nebbia, alcuni giorni avrai le ginocchia sbucciate, alcuni giorni ti sembrerà di essere davanti al muro bianco, alcuni giorni saranno violenti come una tagliola. Ma tu.. continua..
Thomas Sankara- un Uomo
by Duncan on nov.06, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, politica

Qualcuno ne ha mai sentito parlare. Come pietre sdrucciolevoli il mondo si sparpaglia in milioni di storie, incuneate appena come scheggia o frase su un muro, a volte dimenticate del tutto.
Milioni di pagine non possono essere lette, e non conosceremo mai tutti i volti, tutti i volti che hanno rivolto al sole la faccia bella delle nuvole, il cuore segreto della luna.
Thoma Sankara uno sperduto presidente di uno sperduto paese africano, Burkina Faso, “Paese degli uomini integri”.
Una noticina su qualche giornale, a suo tempo,
Uno dei nomi aggrovigliati nella tormentata storia dell’Africa.
Qualcuno che ha camminato in piedi, in un mondo dove tutti strisciano.
La storia dell’Africa è stata per decenni una storia di complicità. Non solo di colonialismo rapace e dominazione occidentale. Ma di comlplicità tra questo colonialimo/questa dominazione.. e corrotte, irresponsabili e demagogiche elité politico-militari africane che fecereo dei loro innumerevoli stati una spelonca di porci. I leader africani furono complici a pari diritto dei manovratori occidentali e delle multinazionali. Ingrassarono i loro conti in svizzera, alimentarono le loro 10000 amanti, fomentarono guerre folli e tribali, che ridussero alla disperazione intere collettività e si prostituirono ai grandi interessi occidentali.
Lo fecero quasi tutti.
Thomas Sankara fu uno dei pochi che camminò in piedi..
Integrità. Paola d’ordine, ieri, ora, e sempre.
Una sua frase..
“Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”
Parole non solo razionali, e logiche, ma DEGNE, per l’onestà che portano dentro.
Visse umilmente Sankara, mentre i suoi contraltari degli altri stati africani soffocavano in un lusso osceno.
E poi.. vedeva chiaro..
Capiva che i modelli e le “soluzioni” raramente vengono “gratuitamente”. E se ti porgono una mano, con l’altra preparono le catene… disse..
“Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le
spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di
venderci per anni”.
Non mi sembra così inattuale una affermazione del genere no?
E ce ne è un’altra che mi sembra ancora meno inattuale..
“Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo
pagarlo.
Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata
con perizia.
Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo
sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne
altrettanto certi”.
Non vi fa venire in mente qualcosa? Non vi richiama qualcosa?.. parole come.. deb.. i.. to…?…:-)
Vi lascio a un bellissimo testo su di lui….
Salutamos
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“L’Africa agli africani!”,
urlava a un mondo sordo *Thomas Sankara *alla metà degli anni Ottanta.
La guerra fredda era agli sgoccioli, le speranze sorte dopo l’affrancamento dal dominio coloniale – il 1960 era stato dipinto come l’anno dell’Africa tra proclami e belle parole – erano state ormai strozzate da decenni di sfruttamento economico, disarticolazione sociale e inerzia politica. Le multinazionali invadevano le ricche terre d’Africa, mentre gli Stati del Nord del mondo imponevano condizioni commerciali che impedivano lo sviluppo dei Paesi africani, schiacciati tra debito estero e calamità naturali.
Il 4 agosto 1983, in Alto Volta, iniziava l’esperienza rivoluzionaria di Thomas Sankara, capitano dell’esercito voltaico giunto al potere con un colpo di stato incruento e senza spargimento di sangue. Il Paese, ex colonia francese, abbandonò subito il nome coloniale e divenne *Burkina Faso*, che in due lingue locali, il *moré* e il *dioula*, significa “*Paese degli uomini integri*”.
Ed è dall’integrità morale che Sankara partì per tagliare i ponti con un triste passato e con deprimente presente. Pochi dati illustrano quanto grave fosse la situazione: tasso di mortalità infantile del 187 per mille (ogni cinque bambini nati, uno non arrivava a compiere un anno), tasso di alfabetizzazione al 2%, speranza di vita di soli 44 anni, un medico ogni 50.000 abitanti.
“Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”*, era solito ripetere Sankara, che visse un’infanzia di miseria (“Quante volte i miei fratelli e io abbiamo cercato qualcosa da mangiare nelle pattumiere dell’Hotel Indépendance”) e povero, come gli altri burkinabè, è sempre rimasto.
Le auto blu destinate agli alti funzionari statali, dotate di ogni * comfort, vennero sostituite con utilitarie, ai lavori pubblici erano tenuti a partecipare anche i ministri.
Sankara stesso viveva in una casa di Ouagadougou, la capitale del Paese, che per nulla si differenziava dalle altre; nella sua* dichiarazione dei redditi* del 1987 i beni da lui posseduti risultavano essere una vecchia Renault 5, libri, una moto, quattro biciclette, due chitarre, mobili e un bilocale con il mutuo ancora da pagare.
“È inammissibile”, sosteneva, “che ci siano uomini proprietari di quindici ville, quando a cinque chilometri da Ouagadougou la gente non ha i soldi nemmeno per una confezione di nivachina contro la malaria”*.
Negli stessi anni i suoi omologhi si trinceravano in lussuose ville o agli ultimi piani dei migliori hotel, lontani anni luce dai bisogni quotidiani della popolazione. Per esempio il presidente della Costa d’Avorio, Felix HouphouëtBoigny, aveva fatto costruire in pieno deserto una pista di pattinaggio su ghiaccio per i propri figli. Quando alcuni capi di Stato si offrirono per donare a Sankara un aereo presidenziale, la risposta fu che era meglio fare arrivare in Burkina Faso macchinari agricoli.
E la terra burkinabè non è mai stata particolarmente fertile, inaridita dall’Harmattan, il vento secco proveniente dal deserto del Sahara che lambisce i confini settentrionali del Paese.
Per ridare impulso all’economia si decise di contare sulle proprie forze, di vivere all’africana, senza farsi abbagliare dalle imposizioni culturali provenienti dall’Europa:
“Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per anni”.
“Consumiamo burkinabè”, si leggeva sui muri di Ouagadougou, mentre per favorire l’industria tessile nazionale i ministri erano tenuti a vestire il *faso dan fani*, l’abito di cotone tradizionale, proprio come Gandhi aveva fatto in India con il *khadi*
Le magre risorse vennero impiegate per mandare a scuola i bambini e le bambine – nel 1983 la frequenza scolastica era attorno al 15%– e per fornire *cure mediche ai malati*, organizzando campagne di alfabetizzazione e di vaccinazione capillare contro le infermità più diffuse come la febbre gialla, il colera e il morbillo.
L’obiettivo era di fornire 10 litri di acqua e due pasti al giorno a ogni burkinabè, impedendo che *l’acqua* finisse nelle avide mani delle multinazionali francesi o statunitensi e cercando finanziamenti che fossero funzionali allo sviluppo idrogeologico del Paese, non al profitto di pochi uomini d’affari.
Il Burkina Faso divenne un esempio per le altre nazioni, governate da élite corrotte e supine ai dettami provenienti dagli istituti economici internazionali.
Se un piccolo Paese, condannato anche dalla geografia (il deserto avanzava verso sud di sette chilometri all’anno mangiandosi campi coltivati; esiste un solo corso fluviale e non c’è alcuno sbocco sul mare) riusciva a levare il proprio grido di dolore e di insofferenza e a dimostrare che i problemi che affliggevano l’Africa si potevano risolvere, cosa avrebbero potuto fare Paesi con immense risorse naturali?
Il 15 ottobre 1987 Sankara, che a dicembre avrebbe compiuto *38 anni*, veniva ucciso: troppo scomodo, troppo generoso, troppo attento alle esigenze della povera gente.
Quando i giovani africani cominciarono a chiedere ai propri governanti di seguire l’esempio di Sankara, il complotto prese forma e coinvolse chi, in Burkina Faso, in Africa e in Europa, non poteva tollerare la sua indisciplina e la sua semplicità.
In quattro anni Sankara aveva invitato i Paesi africani a non pagare il debito estero per concentrare gli sforzi su una politica economica che colmasse il ritardo imposto da decenni di dominazione coloniale. Dominazione che era anche culturale:
“Per l’imperialismo”, affermava, “è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.
Ecco così spiegato l’impulso dato al *Festival Panafricaine du Cinéma de Ouagadougou* (Fespaco), la più importante rassegna continentale, con il fine di sviluppare la cinematografia locale a scapito di quella europea, uno dei tanti strumenti per legittimare la superiorità dei “bianchi” e l’inferiorità degli Africani.
Nel 1986, durante i lavori della 25esima sessione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) tenutasi a Addis Abeba, Sankara espresse in modo molto semplice perché il pagamento del debito doveva essere rifiutato:
“Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo. […] Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata con perizia. […] Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi”.
Sempre a Addis Abeba, Sankara invocò il *disarmo*, proponendo ai Paesi africani di smettere di acquistare armi e di dissanguarsi in dispute fomentate dall’estero per protrarre l’arretratezza e la dipendenza del continente.
L’invito era di adottare misure a favore dell’occupazione, della tutela ambientale, della pace tra i popoli, della salute.
A New York, qualche mese prima, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Sankara aveva tuonato contro l’ipocrisia di chi fornisce aiuti ai Paesi in via di sviluppo (mentre per altre vie si inviano armi) e contro l’egoismo di chi, per esempio, si rifiuta di investire nella ricerca contro la malaria – che in Africa provoca ogni anno milioni di morti – solo perché è unamalattia che non riguarda i Paesi del nord del mondo.
“Ci sentiamo una persona sola con il malato che ansiosamente scruta l’orizzonte di una scienza monopolizzata dai mercanti di armi. […] Quanto l’umanità spreca in spese per gli armamenti a scapito della pace!”.
Sankara espresse la convinzione che per eliminare i lasciti coloniali fosse indispensabile avviare un processo di *unione di tutti gli Stati* (dal Maghreb al Capo di Buona Speranza) del continente, che doveva diventare un’entità politica coesa e rispettata sul piano internazionale:
“Mentre moriamo di fame e nel nostro Paese ci sono migliaia di disoccupati, altrove non si riescono a sfruttare le risorse della terra permancanza di manodopera. Se ci fosse maggiore cooperazione, potremmo arrivare all’autosufficienza alimentare e non dovremmo più dipendere dagli aiuti internazionali”.
Primo passo era la fine dell’*apartheid* in Sudafrica, dove la minoranza “bianca” godeva in realtà del sostegno economico dei Paesi occidentali. Sankara ebbe parole di rimprovero per tutti, a partire da François Mitterrand:
“Che senso ha organizzare marce contro l’apartheid, mentre si producono e si vendono armi al Sudafrica?”.
Forse non è un caso che Sankara venne ucciso quattro giorni dopo che a Ouagadougou si era tenuta una Conferenza panafricana contro l’*apartheid*.
Il “Président du Faso”, come viene ancora oggi ricordato dai burkinabè, si è sacrificato dimostrando che è possibile rispondere, all’africana, ai problemi dell’Africa, con chiarezza e talvolta ingenuità, come quando chiese che “almeno l’1% delle somme colossali destinate alla ricerca spaziale sia destinato a progetti per salvare la vita umana”.
Dinanzi alle Nazioni Unite Sankara liberò davanti al mondo intero, ponderando con attenzione ogni singola parola, il grido di dolore di miliardi di esseri umani che soffrono sotto un sistema crudele e ingiusto:
“Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel”.
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Tratto da
Carlo Batà
*L’ Africa di Thomas Sankara*

Parole sfuggite di mano.. di Ciro Campajola
by Duncan on nov.06, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana

Abbiamo già pubblicato altre grandiose poesie di Ciro Campajola, oltre che parlare del suo libro (vai al link.. http://www.bornagain.it/wp/2011/08/03/ciro-campajola-il-libro/). Questa che pubblico oggi è un altro dei suoi vertici. Ne approfitto per informarvi che il 13 novembre Ciro terrà una presentazione del suo libro presso la libreria Ubik di Catanzaro Lido (per ulteriori informazioni vai al link facebook.. http://www.facebook.com/profile.php?id=1459098408&ref=tn_tinyman#!/event.php?eid=253378158048298).
Vi lascio a quest’altra grande creazione di Ciro Campajola.
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Stai qui
adesso
sul tuo divano
il tuo disco suona
la tua sigaretta è accesa
un bel po’ di passi sul groppone
ed è proprio questo
l’unico abito che ti calza a pennello
quello che ti sta intorno
quello che vedi
ascolti
fumi
odori
quello di cui sei impregnato
quello che emani
che ti piaccia o no
che piaccia o no
quello che sei riuscito a conservare
è così che va
un bagaglio continuamente disfatto
milioni di indirizzi lontano da come sei nato
ognuno di noi nel momento in corso
con milioni di momenti alle spalle
milioni di bagagli
diversi per ognuno di noi
con spalle diverse per ognuno di noi
diverse le circostanze
i motivi
le strade
gli incontri
le combinazioni
le scommesse
quelle vinte
quelle perse
quelle tentate e poi bestemmiate
quelle non puntate e poi rimpiante
quello
che di volta in volta
ti ha portato al momento in corso
dove a decidere per te
sono i momenti trascorsi
vissuti
decisi dalla tua guida
quello che sei riuscito a conservare
quando non serve più starci a pensare
ormai sei quello che sei
e non puoi farne a meno
il caso non è più solo casuale
ora dipende anche da quello che sei
il momento in cui
qualunque momento diventa il tuo momento
la tua seconda pelle
e tu stesso diventi
nel bene o nel male
quello che sei riuscito a conservare
non tutti raggiungono questo momento
io ho conservato la mia musica
e tutte le volte che ci ho fatto sesso
tutte le alcove
ho conservato le mie letture
le pagine corse a cento all’ora
cercate
divorate
digerite
setacciate come un cercatore d’oro
rimasticate lentamente
assaporate con la pelle
assorbite
e poi custodite nel giro del sangue
per correrle ancora
le parole scritte a modo mio
le tele dipinte di colori miei
è in questi momenti che mi sento a casa
su fogli imbrattati
di sfumature o di parole
ma con la mia grafia
non con la loro pagella
è questo che sono riuscito a conservare
quello che testardamente
furiosamente
ho voluto
e saputo conservare
è qui che con la sigaretta accesa
causa del MIO male
con la MIA musica in sottofondo
che stasera ancora scrivo
con parole sempre più MIE
parole ben mal-educate
addestrate
sdegnate
distaccate
qui
nel mio momento in corso
in mezzo alla “realtà”
alle due realtà
quella che sta oltre la mia finestra
e quella che dovrebbe essere in realtà
quella che pensavi che fosse
un po’ per come te la raccontano
una sorta di realtà “didattica”
non reale
e molto perché
quando vieni al mondo
avverti a pelle come dovrebbe essere
avverti naturale il bisogno di giocare
di ridere
di piangere
gridare
amare
fare sesso
e poi farlo ancora
e poi ancora
ancora
e gioire
sentire piacere
e
sentirti piacere
trovi naturale il bisogno
qualunque bisogno
di ripararti dal caldo come dal freddo
di poter contare su tutti gli altri
non vedi un solo motivo per non farlo
non immagini
che per fare questo
dovrai fare i conti con il reale che la realtà ti offre
sarà il primo paradosso che incontri
ma non potrai riconoscerlo
poi man mano
cambi sempre più indirizzi
fai il primo bagaglio
e nel prossimo
tu ancora non lo sai
qualcosa non c’entrerà
e dovrai scartare
pensare
decidere
e già allora sceglierai
quello che sei riuscito a conservare
per la prima volta vedrai in faccia quel ragazzino
quel negretto africano
quello con il torace divorato dalla fame
la pancia gonfia di solo aria
e ti chiedi perché lui sia così diverso dagli altri bambini
così diverso da te
e non ti spieghi
come cazzo faccia a tenersi quelle mosche in faccia
non ti spieghi la sua passività
e se chiedi in giro ti diranno
che “questa è la realtà”
e tu sei ancora piccolo per capire
anche tu sei un bambino
non vedi una folla che lo aiuti
come in realtà dovrebbe accadere
o credevi dovesse accadere
vedi gente che succhia anche le ossa di quel bambino
nella realtà vedi chiaramente L’IRREALE
per la prima volta vedrai un’altra realtà
per la prima volta diffiderai della realtà
dovrai farlo tante altre volte
se vorrai salvarti il culo
per poi arrivare
forse
al tuo momento
quello che sei riuscito a conservare
poi
a quel bambino
e alla tua vista
si aggiungerà la bimba nuda
terrorizzata
coperta con solo un cappello di paglia
che tiene stretto con la mano
come un disperato scudo
quella bimba vietnamita che corre sotto le bombe
quella bimba
che ancora oggi fugge e piange nella sua foto
esausta
sotto le bombe di altre terre
e dovrà apparirti il pinguino in tv
e pugnalarti lo sguardo
dovrai vederlo sporco
soffocato di petrolio
senza più luce nelle piume
opaco
offeso
indignato
moribondo
mentre un manichino senza espressione
dice qualcosa che nemmeno ascolta
e non potrai cambiare canale
poi una notte incontrerai una ragazza
anche lei nuda
e anche lei
lontana milioni di indirizzi da come è nata
la vedrai gelare al freddo
sotto una luna al neon
in un’indifferenza di ghiaccio
e non vedrai nessuno che la copre
solo vermi che le girano intorno
e una canna di pistola dietro la schiena
e quello che vedi è REALE
ma in realtà dovrebbero aprirsi cento porte
cento coperte dovrebbero avvolgere
accogliere
riscaldare quella ragazza
proteggerla da quella pistola
e non dovrebbero esserci vermi oltre la pistola
in realtà quella ragazza viene stuprata due volte
in una sola volta che si ripete ogni volta
l’ ho incontrata quella ragazza
e ho incontrato le sue sorelle
mi hanno raccolto per strada
e rimesso in piedi
mentre la realtà mi passava addosso indifferente
loro mi hanno accolto nel loro momento
in quel che avevano potuto conservare
erano tutte puttane
e nessuna di loro aveva scelto di esserlo
e nessuna di loro era “facile”
non c’erano donnine allegre tra le puttane
erano semplici donne
ed erano tutte tristi
splendide vergini sacrificali
lacrime silenziose sul volto dell’indecenza
pianto senza peccato
immacolate
e immolate
sul rogo del peccato di qualcun altro
e capisci sempre di più
che la realtà devi costruirtela tu
sceglierti i pezzi buoni
e dovrai farti un culo così per riuscire a farlo
e non è detto che ci riuscirai
dovrai decifrare lo sporco e il pulito
vestirti di entrambi
vivere quello che sembra e quello che è
dovrai avvicinare il tuo naso
rischiare la puzza
sfidare l’infezione
ora sai che non è come te la raccontano
né come la pensavi
non ti fiderai più dell’evidenza del bianco e del nero
dovrai toccarli con mano
dovrai attraversarli
che sia bianco o che sia nero
dovrai arrivare al cuore del colore
vivere del suo battito
assaggiarlo sulla punta della lingua
sporcarti la pelle
e dopo guardarti allo specchio
solo così potrai vedere la verità
la tua verità
riflessa sulla tua pelle
lei non mente
mai
dovrai saper scegliere la dose e il colore
il giusto bianco e quello nero
dovrai saperli miscelare
adeguarli al momento
la gradazione buona oggi
potrebbe non coprire domani
dovrai ribaltare il concetto di coerenza
coniugarlo con l’incoerenza
è lei il cammino
è lei che offre un domani
magari migliore
la coerenza è solo muschio che si forma
un alibi per invecchiare senza rischio di vivere
capirai questo
e in una volta sola
non ascolterai più milioni di persone
né miliardi di parole a memoria
e Il solito “tossico” che dorme drogato e beato
ti sembrerà meno beato e più malato
meno tossico e più ragazzo
sarà molto meno sfacciato ai tuoi occhi
molto più doloroso da vedere
e magari ti verrà di capire
prima non ci avevi mai pensato
avevi già domande e risposte sull’argomento
quelle che ti avevano raccontato
quelle che mai avresti pensato di farti
o potrebbe capitare di avvicinarti troppo
di farti risucchiare dall’infezione
e allora
se avrai i tuoi colori
le tue pagine
quelle corse e quelle scritte
quello che sei riuscito a conservare
avrai più possibilità di venirne fuori
magari più forte
o perlomeno meno debole
rafforzato di fragilità
se di tuo non avrai conservato niente
se dovrai affidarti alla “realtà”
la realtà ti seppellirà
senza il fondo irreale di quella realtà
non avresti mai visto quest’aspetto della realtà
la realtà cannibale
e allora tante cose ti sfuggono di mano
come queste parole adesso
che non accennano a fermarsi
che non riesco a trattenere
come gocce diventate torrente
come un torrente straripato
e tante mani si allontaneranno
senza giudizio non sapranno come tenerti a bada
senza motivo non potranno più etichettarti
catalogarti
ingabbiarti
e tu hai tolto motivo al loro giudizio
e se chiederai una mano
ti daranno leggi
parole
cavilli
giustificazioni
alibi
tutto tranne che una mano
e se il giorno ti impedisce di dormire
ti daranno sonniferi per la notte
per addormentarti di giorno
e se urlerai il giusto
cambieranno la giustizia
e dovrai rimboccarti le maniche
aggrapparti ad altre mani
al palmo nero del mendicante
che ti raccontavano sporco
e ti accorgerai che era solo nero di strada
non era sporco
sporche sono i milioni di mani lavate
che sarai costretto a stringere ogni fottuto giorno
e qualche notte
ti ritroverai a cercarlo quel barbone
come una boccata d’ossigeno
come la cosa più reale che tu abbia mai visto
resterai a guardarlo il tempo di una birra
e ti racconterà secoli di vita senza accorgersi di te
e tu senza accorgertene
ti ritroverai nei tuoi vecchi vicoli
quasi a cercare un ritorno a casa
e non ti farai più tante domande
e se per mangiare dovrai rubare
rubare non sarà da condannare
sarà il reale
ti ricorderai che “questa è la realtà”
e allora te ne fotterai della realtà
e se per avere una mano bianca
dovrai tornare al mercato nero
lo farai
senza timori e senza rimorsi
vuoi rimanere sveglio di giorno
e non ti farai fregare
cerchi solo il giusto per te
quello che sei riuscito a conservare
quello che ti serve per continuare a farlo
ora sai distinguere il bianco dal nero.
Ciro Campajola
Paolo Scarfone, creazione della carta e “lento processo e materia”
by Duncan on nov.06, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo

Lui e le sue visioni.
Lui è le sue visioni.
Si tratta di Paolo Scarfone, che per la cronaca familiare è mio cugino. Ma questo non c’entra niente.
Io dò peso alle cose solo per la loro profonda realtà dinamica ed esistenziale, non per i legami di sangue o di parentela, o per la pura amicizia. Posso sentirmi legato a un parente, e volere bene a un amico.
Ma il Valore si apprezza solo se.. riscontri il Valore.
Se lo proclami pure in colui che non ce l’ha solo in virtà del vostro legame parentale o amichevole, stai tradendo la sua fiducia in te e prostituendo la parola.
Quindi io dedico questa nota a Paolo Scarfone.. e vi parlo della innovativa mostra che sta ponen do in essere perchè credo nel Valore Artistico che lui porta con sé e nell’innovatività e potenza material-comunicativa di questa mostra.
Potrei stare ore a parlare di Paolo. Non lo farò. Trasmetterebbe una idea di sovrabbondanza, che neanche lui gradirebbe in questo momento di esplorazione dell’esistenza,e di ricerca dell’essenzialità. E poi metterebbe in secondo piano la mostra collettiva che, insieme ad altri tre suoi amici, sta tenendo a Firenze. e che si terrà fino al sette.
Intanto vi mostro il suo Blog. Lo vedrete anche. Lui è il ragazzo rasato, con vaga barbetta, occhiali, e camicia rossa.
Ha poco più di venti anni, ma credo che sia uno dei più vivaci , appassionati e orignali talanti emersi in questo decennio.
Voi vedrete “solo” la carta.. e il suo modo di trattarla.. e comporla..
E quel “solo” già contiene mondi. Ma Paolo viene da un percorso, che lo ha portato a sprimentare ampiamente disegno, pittura e scultura… la lavorazione della carta e ilc reare tramite essa è un approdo di un percorso che ha avuto dei precedenti e che avrà delle continuazioni..
Perchè cosa mi piace da morire in questa mostra che l’epifenomeno di un progetto e di una pratica sottostante.
La CREAZIONE della carta.
Paolo e i suoi “alleati”.. creano la carta.
Si sono impadroniti delle tecniche per generare direttaemnte loro la carta, partendo dal materiale originario, dalla fonte naturale.
E la creano in tante gradazioni e forme differenti. Infinite variabili, dove la fantasia e la passione… arrivano a interagire col supporto stesso. Solitamente si immagina l’artista che agisce su materiali già dati. Loro creano lo stesso materiale.. e la carta che crei tu ti dà un’emozione che credo sia difficile da descrivere.
Senti ancora di più tua l’opera… magari disegni su quella carta.. o la rinnovi di senso componendola in collage e mosaici imprevidibili o in rinnovate narrazioni… e la storia e la materia si fondono.
Io ricordo la prima volta ch Paolo mi parlò della carta..della sua creazione. Lo vedevo con gli occhi appassionati a descrivermi tutto il processo di lavorazione… il mondo in cui il materiale ogirinario si decomponeva e si ricomponeva.. le mille combinazioni. E poi prendeva quella carta in mano e la sfiorrava con una tale delicatezza, che è propria solo dell’amante. La presi anche io quella carta è captai almeno un frammento di ciò che lui provava…
Era la “sua” carta, era l’arte che si fonde nell’artigianato, il mettere mano alla materia.. il godere con le mani.. il diventare, attraverso un atto non solo materiale, ma simbolico, artefice di se stesso.
Toccando qu ei fogli, ruvidi, aspri, colorati, soffici.. notavo con quanta cura li tenevo in mano.. e con quanta frettolosità invece uso solitamente i fogli bianchi sui quali ho scritto e scrivo. Sì.. li ho sempre trattati come pura materia..
Con Paolo ho sentito come la materia prende vita, come puoi arrivare a sentirla tua.
E ora parliamo della mostra.
Innanzitutto vi mostro il Blog… dove si parla anche di questo evento.
“Lento processo e materia” è il nome della mostra. Attualmente in corso, si concluderà il 7 novembre. Il contesto è quello della facoltà di architettura. a Valle Giulia, Roma.. nella sala Petruccioli.
Oltre a Paolo… a darle vita ci saranno Ruggero Baragliu e Maria Luna Storti.
La mostra è a cura di Emanuele Meschini.
http://scarfone-paolo.blogspot.com/
–
Per tutti i 15 giorni di durata della mostra (compresi quelli già trascorsi) ci saranno tre ore al giorno di “performance”.. ovvero la carta verrà prodtto in diretta.
E ogni giorno ci sarà una diretta in streaming… dalle 14 alle 17 sul link http://www.ustream.tv/channel/processoemateria
—
Inoltre vi saranno discussioni e incontri.
Alla fine di questo mio pezzo, inserisco una breve presentazione della mostra fatta dallo stesso Paolo.
Credo davvero sia una mostra che meriti di essere vista.
Ma questa nota è molto più di un invito..
E’ un piccolo omaggio alla passione che ancora l’arte sa creare,
alla spinta che da vita alla materia.. non più vista come aggregato inanimato..
e… un omaggio… a chi sa farsi ancora possedere dal Daimon,
Salutamos Paolo
——————————————
allora: 15 giorni di mostra, 3 ore al giorno di “performance”: per performance si intende “produzione della carta” dalla cellulosa grezza al foglio finito. produciamo gli strumenti per farla e carta che ha la dignità di esistere in quanto opera d’arte e non solo come supporto. trattiamo la carta come si può trattare la pittura e la scultura ( perchè in realtà è ambedue le cose). le nostre performance sono dalle 14:00 alle 17:30 ma la mostra è visitabile dalle 9:00 alle 20:00.(il sabato dalle 9:00 alle 13:00.
Inoltre abbiamo aperto un canale streaming del progetto, nella quale sarà possibile vederci in diretta on-line dalle 14 alle 17 sul link http://www.ustream.tv/channel/processoemateria
(al link che ti ho scritto si può accedere anche andando alla pagina iniziale di “ustream” (anche entrandoci da google) e cercare nella barra “processoemateria”)
abbiamo 3 patrocini: Museo della carta di Pescia, Istituto di cultura Giapponese in Italia e Accademia della Romania in Italia.
abbiamo 3 incontri:
il 2 novembre Nobushige Akiama (uno dei più grandi maestri giapponesi della carta in Italia) porterà il suo studio all’interno del nostro spazio espositivo e darà una dimostrazione delle sue tecniche
il 4 novembre porteremo un docente della facoltà di filosofia di Roma per fare una conferenza sul critico Artur Danto
il 7 l’accademia della Romania ci manderà uno studioso dello scrittore e filosofo franco-rumeno Emile Cioran alla quale noi dedicheremo delle opere.
ognuno di noi interpreta la carta in modo diverso, io mi definisco in uno stile “narrativo”: ALL’INTERNO delle mie carte e non sopra, inserisco degli scritti che certificano la “memoria” della carta, un peso metaforico, concettuale. l’esposizione a Valle Giulia che stiamo facendo è una sorta di “esistere al mondo” criptato dalle stesse frasi che mi danno vita: sono frasi frammentate, offuscate da grumi di carta più spessi in alcune parti del foglio, velature nere su bianco, il mio scrivere NEL foglio mentre questo è “fresco” (prima che sia pronto), rende un atto presente trasformato in passato non appena possibile sia la fruizione dell’opera. da contrapporre a queste carte pesanti di concetto, vi sono le sculture voluminose e VUOTE dentro, formate col mio corpo, sorte di calchi. in questo caso non firma l’opera chi fuori dalla scultura applica il gesso bensì chi dentro la scultura ne determina la forma, una volta asciutto il gesso mi sottraggo dalla forma che ricorda la mia presenza nel passato e non può che lasciare solo il vuoto. la mia installazione per questa mostra si chiama “D’IO: UNO E TRINO”, la scena si dispiega al centro: io che faccio carta e ai lati due sculture che portano la forma del mio corpo nell’atto creativo passato, la traduzione del titolo potrebbe essere: “di me uno, nessuno e centomila” volendo richiamare Piarandello. in mezzo a questo triangolo di “me” si estende in mio dire, la parte meno vuota di me, la parte meno data da una posa o da un volume: le carte….la loro disposizione è ossessiva, come la mente, come il pensare, come l’affollarsi involontario di parole in mente. è una scansione tra il vuoto della massa e il peso delle idee.
all’inizio abbiamo scelto di rendere lo spazio semi-vuoto e di riepirlo con le opere che creavamo in loco, così si evade dall’idea standard di museo o galleria: lo spazio espositivo è il “cantiere” di un sentire nato dall’estro e finalizzato nel lavoro, perchè fare l’artista, è un lavoro…come il falegname o il muratore, con la differenza che l’artista svela ciò che prima non si vedeva in noi….
I malvagi sono solo un milione
by Duncan on ott.16, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana

La letteratura sa essere meravigliosa nel rendere come in quadro, in immagini vivide e potenti, sensi molto profondi. Il testo che leggerete naturalmente non va preso alla lettera, e pur tuttavia, non è totalmente privo di fondamento. Il senso di base secondo me è reale..
Riporto da subito la frase finale, prima di lasciarvi al testo.
“Ecco tutto”, concluse. “Il mondo è governato da un milione di malvagi, dieci milioni di stupidi e cento milioni di vigliacchi. Gli altri - sei miliardi di persone, inclusi i due qui presenti – fanno più o meno ciò che viene detto loro“, concluse,
Lapidaria come un mattone in testa..
Ringrazio Grazia Paletta, che mi ha fatto conoscere il libro meraviglioso, da cui è tratto questo brano. Un libro che non ho ancora finito, ma che già so essere uno dei libri più belli che io abbia mai letto.
—-
Tratto da
Shantaram
di Gregory David Robert
“Il mondo è governato da un milione di malvagi, dieci milioni di stupidi e cento milioni di vigliacchi!”, disse Abdul Ghani con il suo più forbito accento oxfordiano, leccando il dolce al miele che stringeva fra le dita grassocce.
“Il vero potere è dei malvagi -ricchi, politicanti, fanatici religiosi- e le loro decisioni determinano il destino del mondo, che è segnato da avidità e distruzione”.
Si fermò per guardare la fontana che mormorava nel giardino battuto dalla pioggia, come se fosse la pietra umida e scintillante a dargli l’ispirazione. Allungò una mano, prese un altro dolce al miele e se lo ficcò in bocca tutto intero. Mi rivolse un sorrisetto di scusa come per dire: “So che non dovrei, ma è più forte di me”.
“I veri malvagi non sono più di un milione in tutto il mondo. Quelli veramente ricchi e potenti, quelli che prendono le decisioni che contano… un milione al massimo. I dieci milioni di stupidi sono i soldati e i poliziotti che fanno rispettare le decisioni dei malvagi. Eserciti e polizia di una dozzina di nazioni importanti, più quelli di una ventina di altri paesi: in totale dieci milioni di uomini in grado di esercitare un potere effettivo. Spesso sono coraggiosi, non lo nego, ma anche stupidi, perchè sacrificano la vita per governi che li considerano soltanto pedine su una scacchiera. Prima o poi vengono traditi o abbandonati. Le nazioni dimenticano in fretta i loro eroi di guerra”.
(..)
“Poi ci sono i cento milioni di vigliacchi”, proseguì Abdul Ghani stringendo il manico della tazza di tè fra le dita grassocce, “vale a dire i burocrati, pennaioli e imbrattacarte che fanno finta di niente e permettono ai malvagi di governare. Il capo del dipartimento, il segretario del comitato, il presidente dell’associazione. Dirigenti, funzionari, sindaci, magistrati. Quella gente si difende sempre dicendo che si limita ad eseguire gli ordini: “Faccio solo il mio mestiere, niente di personale, se non lo facessi io di sicuro toccherebbe ad un altro”.. Cento milioni di vigliacchi che sanno la verità ma tengono la bocca chiusa , mentre firmano documenti che portano un uomo davanti al plotone d’esecuzione, o condannato un milione di persone a una lenta morte per fame”
(..)
“Ecco tutto”, concluse. “Il mondo è governato da un milione di malvagi, dieci milioni di stupidi e cento milioni di vigliacchi. Gli altri - sei miliardi di persone, inclusi i due qui presenti – fanno più o meno ciò che viene detto loro”
(…)
Il mondo è morto. Viva il mondo
by Duncan on ott.16, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Picchia forte la pioggia sul vetro,
quando arrivano gli sputi è il momento migliore,
provateci sempre,
—-
Fumo all’arrivo..
Il Faraone si alza dall’accampamento. Segni inafferrabili sulle pareti. E mentre parla buio dagli occhi, Officiano vergini sventrate. Le canzoni sembravano Barocche…”Si trata di costruire scale di pietra e di fango, e bollini sul cranio, biglietti da visita”. E ride.
—-
Ma non arrendetevi,
quando il quaderno si riempie della lista dei buoni e delle pecore nere,
e spifferi sono il minuto prima del corridoio e della sua corsa di lepri,
Fino al gradino che precede il Salone,
e il cassetto delle stelle appese al cartone
—-
Il Faraone ora tace, vengono avanti le Comari Nere, stile Bene Gesserit, in vecchie mani muovono i dati: “Sbirulin sbirulà, ecco come si combinano i segmenti di fiato e tempo, ecco come si spiega l destino. Segui i dadi, prendi la lingua, e poi fai i tuoi calcoli, coglione… falli bene”.
—-
Ma voi non arrendetevi mai,
c’è chi dipinge con un mano sola, senza pennello, solo con la mano, e lo fa percuotendo il sonno, percorrendo l’estuario, anche 40 ore senza dormire,
Provateci sempre,
un passo è per la foto. L’altro per le labbra, il terzo per la rabbia, il quarto per la gloria.
—-
Ma adesso le vecchie, lasciano entrare i Ministri, colleto sottile bianco, occhi a tagliola, camminano a rombo, la terza onda dal cappio, la terza onda a partire dal cappio, fanno un rapido cenno, come un saluto salasso, e riempiono il palco, forse un pianoforte suona, amano gli accompagnamenti, e parlano insieme, come un’eco asfissiante “Hai mai visto cosa più grande? E allora adora il nostro peto in secula seculorum…. il granito è sontuoso, non basta?” Il resto sono gesti. Alla fne entrano i ballerini e le scimmine.
—-
Ma voi non arrendetevi mai…
conoscevo un posto da bambino, una sorta di casa rotonda, altissima,
abbandonata forse, sembrava impossibile arrivarci, dovevi arrampicarti, non c’erano vie disossate,
un giorno ci arrivai, dento era vuota, ma era sempre rotonda, come una casa Hobbit,
era troppo tardi per tornare a casa, mi avvicinai al precipizio, che dava sul mare,
avrei passato la notte là,
il mondo è morto
viva il mondo,
il mondo è morto
viva il mondo.
Con la magia sempre in tasca.. di Ciro Campajola
by Duncan on ott.16, 2011, under Ispirazione, Poesia

Abbiamo pubblicato anche altre poesie del grande Ciro Campajola. Che poi se dite che è grande si arrabbia.. e anche questo è tipico dei grandi..:-)
La poesia che pubblichiamo oggi è un Vertice.. tocca i cieli del Capolavoro.
——————————
CON LA MAGIA SEMPRE IN TASCA
Di giorno gioco ancora con la rabbia
sono ancora troppo rabbiosi i giorni per poter riposare
non riuscirei a farlo bene
ma di sera stacco
me ne sto in pace da solo con me stesso
anche a costo di prezzi non consentiti
stracciato a forza dal resto di tutto il resto
liberamente rinchiuso
stretto al sicuro tra pareti di silenzio rigenerante
e non ha importanza dove mi trovi
arriva un’ora in cui ho bisogno di qualche ora mia
e me la prendo
a qualunque ora
la mia sera non viene necessariamente di sera
e le mie pareti non sono necessariamente pareti
E’ che certe sere avrei bisogno di non so che
ma ormai so
che il non so che non si trova in giro
se ci fosse
a quest’ora
dopo tutte le ore battute a cercarlo
l’avrei avuto
ho viaggiato poco
ma ho camminato tre vite
Più che un “non so che”
ormai è diventato un “chissà perché”
una ragione a un pezzo assente inesistente e accettato
l’acquisizione di una mancanza
e allora rimango fermo
con me e il mio pezzo mancante
come sempre privo di qualcosa
ma rispetto a una volta
con tante scuse in più per perdermi in altre cose
senza dovere un solo passo
mi basta scegliere
La sera non mi va d’incazzarmi
rimando la battaglia al giorno dopo
non sempre ci riesco
ma ci provo sempre
non mi affanno più a inseguire qualunque ora
seguire mi costringe a guardare
e guardare mi fa incazzare
sarà che invecchio
ma mi sono rotto il cazzo di essere incazzato a tempo indeterminato
la sera cerco solo quello che so
e lo scelgo solo tra le mie scuse
sono diventato precario dell’incazzatura
in un indeterminato tempo precario e sottomesso
Tollero sempre meno l’intollerante
se lo facessi mi odierei
e magari sarei più tollerante se mi odiassi
ma non voglio esserlo
preferisco che siano gli altri ad odiarmi
io me ne sto qui a occhi chiusi sul mondo
a grattarmi beato i coglioni
stravaccato e distaccato
no la sera non voglio più incazzarmi
la rabbia mi serve per il giorno
Qualche serata voglio ancora dedicarmela
starmene con me
parlarmi un po’
magari passeggiando per antiche strade
ripercorrendo vecchie conoscenze
o seduto finalmente ad abitare casa
percorrendo nuove conoscenze
anche se
in serate come questa non so proprio che cazzo dirmi
ma quando me lo dico
va subito meglio
Stasera poi ho la scusa perfetta
scivolo lentamente sulle note di un assolo di tromba
suona Chet Baker
rapisce sul momento le mie emozioni
ne fa vigoroso sentimento
pulsante impulso
accesa passione
Mi perdo tra le mie strette pareti di silenzio
mentre la sua essenza s’inarca in volte di immortale grandiosità
come templi d’ eternità
come cattedrali di verità
a svelare misteri di una sublime beatitudine
sospesa su gradinate di dolore
e raggiunta scalino su scalino
dopo milioni di abitudini disparate
esaltate
osannate
pregate
prosciugate
espiate
e poi consacrate da qualche miracolo blasfemo e ubriaco
Chet va avanti
disperato e immacolato
aggrappato a salvarsi dietro il suo non so che
io per raggiungere la sua dimensione
spalanco le cosce della “mia” percezione
spesso quella “comune”
rinchiude anima e persona in rigidi e frigidi confini
troppo comodo
in una persona c’è sempre molto di più di quanto riesci a vedere
tutto ciò che bisogna fare è guardare
Chet ne è la conferma
non un semplice musicista
o un tossicodipendente
o l’uomo dai troppi amori
dai millei sorpassi
per arrivare in tempo a un solo attimo perfetto
oppure una leggenda
o un’icona maledetta o un angelo del Paradiso
lui è tutto questo e ancora di più
energia vibrante e immediatezza
incompiuto e sfuggevole con la magia sempre in tasca
un caos leggero ma incessante intriso di puro genio
il soffio della tromba è la somma dei suoi giorni non semplice musica
lui non racconta una storia
lui racconta storie
i suoi accordi non suonano un genere
mettono assieme ricordi
quelli per lui speciali
Una luce di gloria disegna i suoi zigomi pronunciati
accende labbra tormentate
mai sazie di essere sazie
scava ancora più a fondo le sue guancie
già consumate dal continuo divorare
illumina l’ottone davanti i suoi occhi
e i suoi occhi si fanno intensi
poi più distanti ad ogni nota soffiata
persi
fino a disolversi in una nota precisa
puoi seguirlo o meno
ma se sei riuscito a vederlo fin qui
non ha senso fermarti adesso
Sopraffatto dal chiarore accennato della sua perduta vanità
della sua raggiunta essenzialità
raccolgo
tra il fraseggio della sua mano
e l’immagine del suo volto compiuto
l’attimo sublime
l’apice culminante del suo dolore diventato musica
vibrazione dell’anima
E’ una sottile
soffusa
poetica cascata di note
argentine
di colore e calore
che schiumano in vortici di improvvise emozioni
a sorprendere sospiri persi nel delirio di un tempo
che mai potrà scalfire tanta bellezza
un orgasmo dell’anima
Sanguino
mentre soddisfatto consegno il biglietto alla mia maschera
un angelo su una pallottola d’argento mi ha colpito
morirò senza un gemito
il sogno di ogni eroe
Colpisci ancora Chet
aggrappami con le tue ali sfracellate
e raccoglimi nel tuo segreto e miracoloso non so che
nascosto al caldo
come una preghiera sul fondo di mille bestemmie
portami nel tuo impossibile volo
ora e sempre
Ciro Campajola
Vampiri Energetici
by Duncan on ott.16, 2011, under Controinformazione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Vi è mai capitato di entrare in un lougo e sentirvi inspiegabilmente carichi e sereni? Oppure depressi e malinconici. E soprattutto, vi è mai capitato di stare con alcune persone e sentirvi forti, sicuri, pieni di entusiamo, di fiducia, di passione? Oppure di ritornare a casa dopo alcune ore passate con altre persone e sentirvi cupi, stanchi, pesanti, sfiduciati, deboli?
E’ una esperienza che davvero poche persone possono dire di non aver vissuto.
Bene, quelle persone che sembrano indebolirci, che si aggrappano come cozze allo scoglio inondandoti di negatività, che se c’è un barlume di positività in te fanno di tutto per spegnerlo, ch ese hai qualche speranza la fanno appassire.. quelle persone che con la loro sola presenza ti trasmettono stanchezza e tensione.. sono ladri di energia.
Vampiri.
Questo testo lo raccolsi diversi anni fa. Si può considerarlo esclusivamente il parto di una mente disturbata. Si può anche prenderlo totalmente alla lettera e diventare preda della paranoia, fissandosi sulle parole e vedendo vampiri ovunque. Entrambe queste strade sono un vicolo cieco.
Si può vedere invece il messaggio, il nucleo vivente, la sperimentata sensazione viscerale che queste visioni e teorie portano con sé, per trarne insegnamento per la nostra esperienza di vita. Radicalizzare in potenti immagini evocative è una delle mosse geniali dell’arte fantastica per colpire l’immaginario destandolo dal torpore con l’effetto tellurico delle sue geniali metafore. La storia che stiamo narrando adesso è stata già rappresentata da grandi opere di fantasia.
Dal film “Essi vivono” di John Carpenter, alle varie versioni de “L’invasione degli ultracorpi”, da “Matrix” al “Vampiri” di Dilan Dog. La grande arte fantasy è da sempre specialista nel narrare i lati oscuri reali estremizzandoli in operazioni simboliche che provocano uno scuotimento della coscienza. In questo senso è “etica”, a differenza della fantascienza di puro intrattenimento. E il ritorno costante di questa metafora è un buon indizio del fatto che essa risponde a una sensazione diffusa a livello esistenziale.
Nel testo che leggerete c’è una intervista a Mario Corte che nei primi anni 2000 scrisse un testo sui vampiri energetici.
A un certo punto dell’articolo Mario Corte dice “gli uomini si riconoscono, senza alcuna possibilità di errore, dall’attitudine a usare il loro potere, grande o piccolo che sia, per fare doni agli altri, mentre i Vampiri usano il potere sempre ed esclusivamente per ottenere energia”.
Vampiro è allora un termine-evocativo che ci aiuta a centrare la mira. Vampiri sono quelli che prendono ma non danno, quelli che ti sfruttano fino al midollo per poi buttarti via quando non sei più utile.. quelli che hanno un atteggiamento puramente strumentale e che operano come predatori.
Ma vampiri non sarebbero solo individuoi che incointriamo per la via. Vampiri sono quelle strutture mediatiche, economiche, politiche che prosperano sulla diffusione di immagini e sensazioni di sfiducia, impotenza, apatia.. e soprattutto paura.. E mi viene in mente Dune “la paura uccide la mente.. la paura è la piccola morte che uccide la mente..” Paura-paura-paura, ecco il mantra di un sistema-vampiro. Sistemi che prosciugano energia e fiducia, perchè più le persone sono deboli e impotenti più sono docili e manipolabili.
Un altro passaggio interessante è quando Corte dice “Dove c’è confusione c’è vampirismo. Dove l’atmosfera è dominata dalla prepotenza, dal salto logico, dalle affermazioni categoriche, dalle astuzie dialettiche, dall’idea che la ragione stia tutta da una parte e il torto tutto da un’altra, dove con l’altro si dialoga non per apire, ma solo per affermare, lì c’è vampirismo.”
E’ la metafora che conta. Il succo è che ci sono persone capaci di fare stare male gli altri. E ci sono persone insieme alle quali stai bene. Ci sono persone che ti fanno sentire su di giri.. e persone che ti sfiancano in un mare di negatività… Persone che sembra ti prosciughino. Questo è il succo del “vampirismo energetico”, fenomeno che in un certo senso è sempre stato conosciuto, anche se ha assuno metafore e simboli differenti nel corso del tempo.
La metafora dei vampiri è utile perchè è l’ennesimo invito alla esistenza. In una realtà in cui lo scambio energetico è costante è un overe essere forti. Lasciarci guidare dal nostro potere interiore non a forze esterne. E’ questo ciò che si intende con Sovranità Personale.
E’ una metafora che ci ricorda anche che.. c’è chi costruisce catene.. hi è soggiogato da catene.. e chi spezza le catene..
Salutamos Compagneros
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I vampiri? Ladri di energia
di Giampiero Cara
Abbiamo incontrato lo scrittore romano Mario Corte, autore di un libro
straordinario, intitolato “Vampiri Energetici – Come riconoscerli,
come
difendersi” (Ed. Il Punto d’Incontro). Secondo lui, i vampiri non sono
solo
creature mitiche, che succhiano il sangue in Transilvania, ma anche e
soprattutto persone reali, che succhiano energia agli altri per
riempire il
proprio vuoto interiore. Una visione rivoluzionaria ed affascinante,
anche
se a tratti inquietante, che lasciamo che sia lo stesso Mario Corte a
spiegarci in dettaglio nel corso della lunga intervista che segue.
VAMPIRI, TRA MITO E REALTA’
- Come, quando è perché é nato tuo interesse per i “vampiri
energetici”?
“L’interesse per il mondo dei Vampiri energetici ha cominciato a
piantare un
campo-base dentro di me in due diversi momenti: il primo, assai lungo
per la
verità, è stato il momento dell’esperienza; il secondo, brevissimo ma
traumatico, il momento della coscienza.
“Il primo è durato praticamente tutta la vita, contrassegnato da
esperienze
molto dure; dure non perché a me siano capitati eventi in assoluto più
gravi
di quelli che capitano ad altri, ma perché, per natura, io ero portato
a
vivere qualunque cosa restando sempre in un contatto molto stretto con
i
sentimenti, senza tutte quelle anestesie psicologiche alle quali si
ricorre
normalmente per non soffrire.
“Il secondo, il momento della coscienza, è cominciato solo pochi anni
fa,
quando mi sono reso conto, senza possibilità di ritorno, che esisteva
un
confine molto preciso tra persone ‘comuni’ e altre ‘vaccinate contro
l’
elemento S’ (dove S sta per Sentimento), cioè persone che sono state
private
di energia al punto tale da subire una sorta di mutilazione, di
asportazione
dei sentimenti più semplici e umani. E il Vampiro è esattamente
questo:
qualcuno che non è più in grado di vivere i sentimenti come una
risorsa
naturale, un alimento, una luce, ma li tratta come cose strane,
complicate,
inutili, dannose. Il ricordo di qualcosa che lui non ha più lo
incattivisce,
lo spinge a combattere l’Elemento S come se ne avesse il mandato
divino, a
tentare di debellare anche negli altri sottigliezze, sfumature,
scrupoli e
noiose necessità di fondare la vita sul senso di giustizia. Come è
avvenuto
per lui, pretende che anche gli altri sostituiscano il sentimento
debellato
con una serie di vuote contraffazioni: sentimentalismo, auto-
mitizzazione e
retorica di sé, verniciatura generale di valori politici, ideologici,
culturali o puramente pratici.
“Il momento della coscienza è stato come il risveglio in un incubo
tanto
cercato quanto temuto, comunque duro, perché tra i ‘vaccinati’ ho
riconosciuto gente che aveva attraversato il mio cammino in
precedenza,
gente che lo attraversava in quel momento e gente che era stata sempre
nella
mia vita e che ora, come il Re della fiaba, girava disinvoltamente
senza più
indosso gli abiti di quell’illusione che fino a quel punto mi aveva
annebbiato la vista; e mi sorrideva, oppure mi minacciava, ma in ogni
caso
continuava imperterrita a giocare i suoi giochi energetici. Allora ho
accettato una verità che da sempre mi ero rifiutato di accettare: che
gli
uomini si riconoscono, senza alcuna possibilità di errore,
dall’attitudine a
usare il loro potere, grande o piccolo che sia, per fare doni agli
altri,
mentre i Vampiri usano il potere sempre ed esclusivamente per ottenere
energia”.
- Quali sono le principali somiglianze e differenze tra il mito
letterario
del vampiro e il “vampiro energetico” di cui parli nel tuo libro?
“Le analogie sono moltissime, e inquietanti, tanto che, come spiego
nel
libro, sembra quasi che tra i due tipi di Vampiro vi sia più una sorta
di
simbiosi che una semplice somiglianza metaforica. Anzi, se qualcuno
credesse
all’esistenza dei Vampiri, gli verrebbe spontaneo pensare che sia
proprio il
Vampiro umano il preparatore di una condizione infernale in cui chi è
abituato a fare il predatore in vita lo fa anche dopo la morte. Ma io
mi
occupo di Vampiri di questo mondo, e posso solo dire che, come il
Vampiro
letterario si nutre del sangue per alimentare la sua illusione di
esistere,
così quello ‘umano’ si nutre di energia per costruire mondi illusori
dove
trovare riparo e intrappolare le sue vittime. Per ogni genere di
Vampiro l’
illusione è fondamentale: illusione di esistere, illusione della
superiorità
di certi esseri su altri esseri (come se esistessero una ‘razza
predatrice’
e una ‘razza preda’), illusione di poter evitare in eterno l’incontro
con la
vera faccia che li guarda dallo specchio ogni mattina. Anzi, a
proposito di
specchi, c’è una chiara analogia anche riguardo a uno dei modi per
sconfiggerli: riuscire a metterli davanti allo specchio, dove vedranno
riflesso qualcosa che non gli piacerà affatto, cioè il proprio nulla.
“Un’altra analogia sconcertante con i Vampiri dell’oltretomba è che ai
Vampiri umani non interessa assolutamente nulla di noi come persone:
loro
hanno un fine da perseguire e noi, anche se rientriamo in qualche modo
nei
loro programmi, vi rientriamo in qualità di risorse, non di persone.
Entrambi si avvicinano alle prede con il semplice intento di
soddisfare una
squallida necessità ‘alimentare’: mai per scambiare, ma solo per
prendere.
“Ma l’analogia più inquietante, forse, è quella che ha a che fare con
il
momento in cui si svelano, in cui per la prima volta riusciamo a
scorgere in
loro i segni inequivocabili della loro condizione, in cui ci
incontriamo con
l’orrenda sorpresa di scoprire in loro il predatore e in noi la preda:
quella è davvero una cosa insostenibile; è un po’ come scoprire una
brutta
malattia. È in quel momento che quasi sempre scegliamo non solo di
rinunciare a lottare, ma di rinunciare a sapere, e torniamo a
illuderci, a
sperare di esserci sbagliati.
“Le differenze, invece, purtroppo per noi, vanno tutte a vantaggio dei
Vampiri. Mi spiego meglio: il Non-morto letterario può farci pena solo
prima
di scoprirne la vera natura, dopo no; se ci fa pena mentre gli
tendiamo una
trappola per mettergli davanti uno specchio o per mostrargli la croce
o per
colpirlo al cuore con un punteruolo, per noi non ci sarà salvezza, e
quell’
esitazione non solo ci costerà la vita, ma vorrà dire anche entrare a
nostra
volta nella schiera dei Non-morti.
“Il Vampiro umano, invece, può farci pena sempre, anche dopo che lo
abbiamo
scoperto con i denti conficcati nelle nostre vene, perché, in fondo,
non ci
sta mica uccidendo: ci sta solo privando della nostra dignità e della
nostra
forza vitale. Ecco la trappola: noi crediamo veramente che, per il
solo
fatto di non avere i denti aguzzi e il colorito tombale lui non sia
pericoloso. Ma esattamente come il suo omologo d’oltretomba, il
Vampiro
umano è preda di una forza negativa che lo possiede, e quella forza è
implacabile. La persona può ‘farci pena’, la Forza-Vampiro no. Ma se
cederemo alle sue brame vampiriche non avremo affatto pietà per la
persona,
ma per la Forza che la domina. Nutriremo questa e spingeremo sempre
più noi
e lui verso l’abisso”.
I VAMPIRI E LE LORO VITTIME
- Nel libro entri molto in dettaglio a proposito delle varie tipologie
vampiriche e delle loro caratteristiche, ma se dovessi sinteticamente
rivelare, in poche righe, la caratteristica essenziale comune a tutti
i
vampiri energetici, quale sceglieresti? O, se preferisci, visto che il
vampiro, come sottolinei più volte, è una forza e non un individuo,
che
cos’è soprattutto che permette alla forza vampiro di impossessarsi di
qualcuno?
“Terrò le due risposte distinte, anche se le due domande tendono a
convergere. Una delle caratteristiche più comuni all’azione vampirica
è la
tendenza a compiere piccoli atti di malignità, di maleducazione, o di
semplice mancanza di gentilezza, come non rispondere a una domanda o
lasciar
cadere nel vuoto un’osservazione o non ricambiare un saluto, o un
sorriso.
Atti che sono pieni di sostanza negativa, ma che, se denunciati,
diventano
semplici mancanze di forma. Così noi, se ci offendiamo, vuol dire che
siamo
formali, mentre lui, che è pratico e va al sodo, è una persona di
sostanza.
Lui infrange certe regole in vigore tra gli esseri umani; noi, pur
notando
il suo comportamento, neanche ci offendiamo; ma, se parleremo di
quella
circostanza, faremo la figura di chi si offende.
“Un’altra caratteristica comune a tutti i Vampiri è che operano
rigorosamente alle spalle delle loro vittime. Intendiamoci: non solo
alle
spalle, ma comunque sempre anche alle spalle. E non importa se
l’azione
proditoria preceda, segua o accompagni le aggressioni dirette contro
di noi,
perché comunque non può mancare. Il Vampiro non può fare letteralmente
a
meno di lavorare anche alle spalle. Così come non può fare a meno di
farci
arrivare in qualche modo l’eco di ciò che di nascosto sta facendo: è
tenuto
a questa osservanza come certi demoni sono tenuti a mescolare sempre
qualche
verità alle loro menzogne. Ed è così che si svela, quando tenta di
farci
‘firmare’ quello che ha già detto ad altri di noi. Ho conosciuto un
Vampiro
che aveva raccontato in giro che la sua preda era in gravi difficoltà
economiche. Ebbene, questo Vampiro, quando incontrava la preda,
infarciva i
suoi discorsi di caute, ‘ingenue’ allusioni a debiti, gioielli
venduti,
ipoteche su case e altri argomenti correlati con una rovina economica,
sperando che la vittima ‘firmasse’ almeno uno degli argomenti sui
quali lui
aveva costruito la sua squalifica sociale. Bastava che la vittima, pur
non
‘firmando’ nulla, si lasciasse andare a qualche generica espressione
di
preoccupazione di tipo economico perché il Vampiro si sentisse
abilitato a
rincarare la dose di menzogne ai suoi danni presso terze persone.
“Per quanto riguarda l’altra domanda, la Forza-Vampiro si impossessa
di una
persona in seguito a sofferenze, delusioni, lacerazioni, traumi,
privazioni
affettive. Ma attenzione: questo non toglie nulla né alle
responsabilità
della persona, che sopporta la maligna presenza della Forza-Vampiro e
che ne
sfrutta tutta la malizia, né alle strategie di difesa e di
contrattacco che
è giusto adottare verso i Vampiri da parte dei non-Vampiri. Purtroppo,
invece, il fatto che i Vampiri abbiano sofferto diventa una chiave
culturale
di straordinaria importanza a loro vantaggio, come tutti gli argomenti
basati su concetti del tipo ‘con quello che mi è capitato’ o ‘parli
bene tu,
ma che ne vuoi sapere’ o ‘vorrei vedere te al posto mio’. Argomenti
micidiali, di fronte ai quali o ci si arrende, o si rischia di fare
della
morale bacchettona (del tipo “sì, ma questo non ti giustifica
affatto”), o
addirittura di ritrovarsi a fare loro da terapeuti, per guarirli dai
traumi
che hanno cambiato la loro vita. Ma lì bisogna fare attenzione, e
farsi tre
domande: qual è il confine tra la comprensione e l’erogazione delle
energie
vitali di cui quella persona ha bisogno per compensare le proprie
perdite? E
perché noi, proprio noi, che nella sua vita siamo innocenti, siamo
stati
scelti da lui per fornirgli quelle energie che altri gli hanno
sottratto? E
infine, è proprio vero che la nostra vita è stata così
straordinariamente
migliore della sua? Ma farsi domande è quasi impossibile, quando si è
in una
trappola vampirica, e allora, senza accorgercene, preferiamo donare
energia”.
- Quali sono, per contro, le caratteristiche che maggiormente ci
predispongono ad essere “vittime” dei vampiri?
“La vittima perfetta è quella che ha subito gravi privazioni
d’affetto, ma,
nonostante ciò, ha resistito all’infezione vampirica e non è divenuta
a sua
volta preda della Forza-Vampiro. Queste persone, infatti, proprio
perché
bisognose d’affetto e di attenzione, sono portate a scambiare certi
atteggiamenti vampirici per attenzione personale, o per affetto,
finendo per
cedere facilmente a rapporti nei quali danno tutto senza ricevere
nulla e, a
volte, per accettare relazioni ‘effettive’ segnate da violenze
psicologiche
o persino fisiche.
“Quando parlo di ‘conservazione della specie degli innocenti’ mi
riferisco,
oltre che ai bambini, anche a queste persone, verso le quali dobbiamo
conservare un rispetto pieno, riservando ai Vampiri tutto la
riprovazione
che, per una deviazione culturale, tendiamo a gettare addosso a chi
cade in
certe trappole. I vampiri si avvalgono enormemente del fatto che la
società
tende a condannare gli ‘ingenui’ molto più dei ‘furbi’. Conservare il
rispetto verso chi è vittima di un Vampiro è un’operazione ardua per
chi,
come avviene in questa società, è abituato a scrollarsi di dosso il
problema
dei predatori addebitandolo alle prede; ma è un’operazione in grado di
cambiare sostanzialmente qualcosa nel modo di percepire le cose della
vita,
preparando scenari in cui il parassitismo dei Vampiri venga infine
escluso
dal novero dei valori sociali e restituito al suo livello di scoria
dannosa”.
LA “FORZA ANTIVAMPIRO”
- E quali sono, infine, le caratteristiche fondamentali della
“forza-antivampiro” che anima chi vuole difendere l’innocenza dagli
attacchi
di vili predatori? E che consigli daresti alle stesse vittime per non
farsi
sopraffare?
“La caratteristica primaria della Forza-AntiVampiro è quella di
rendere
invulnerabili alla tentazione di sacrificare gli innocenti alle brame
dei
Vampiri. Un AntiVampiro può anche decidere di sacrificare se stesso,
ma mai
un innocente al suo posto, esattamente come può perdonare qualunque
cosa a
proprio nome, ma mai perdonare per conto terzi, assumendosi la
responsabilità di sollevare un Vampiro dal peso di un atto di
aggressione a
un innocente. Quella tentazione è l’anticamera della morte, e la
Forza-Vampiro è una forza troppo viva e sveglia per addormentarsi in
cambio
di favori dai Vampiri.
“La Forza-AntiVampiro è una Forza che accompagna ogni situazione al
suo
miglior destino, una Forza contro la quale la vigliaccheria dei
Vampiri si
infrange, costringendoli a smettere il loro gioco. È la Forza che,
quando
proprio deve intervenire, lo fa per risolvere la questione, non per
intrattenersi con essa. La Forza-AntiVampiro ci impedisce di
vergognarci dei
nostri sentimenti, ci spinge ad andare per la nostra strada, ci fa
impiegare
le energie nella cura del nostro progetto di vita, dei nostri affetti,
dei
nostri valori, senza tangenti ai Vampiri. I ‘figli’ della Forza-
AntiVampiro
sono persone che non lanciano sfide a nessuno ma che, se vengono
sfidate da
un predatore, raccolgono ogni sfida, senza eccezioni e senza
esitazioni.
“Per non farsi sopraffare dai Vampiri, infine, c’è una sola strada:
rendersi
conto che è in atto un gioco energetico proprio nel momento in cui
quel
gioco ha luogo. A partire da lì, tutto può diventare più facile,
perché le
varie tecniche collaterali (non raccogliere le provocazioni, non
reagire mai
con senso di scandalo, non lasciare mai sul tavolo una sola fiche
energetica
puntata dal Vampiro) presuppongono comunque il supremo sforzo di
riuscire a
cogliere l’attimo esatto in cui avviene l’aggressione. Se quello
sforzo
riesce, in quel momento si sprigiona un’enorme quantità di energia.
“Essere svegli in quel momento significa sapere senza ombra di dubbio
che
durante un gioco energetico anche il Vampiro sta spendendo un’energia,
sta
puntando una posta. Da quella percezione si passa a una sorta di
tremore
interno, di emozione paragonabile a quella che si prova nello
spogliatoio
prima di una partita molto importante, o prima di un esame da quale
dipende
il nostro futuro. Quel tremore interno (che è la prova che il nostro
motore
energetico è in moto) può prendere due strade: 1) trasformarsi in
pietà per
la Forza-Vampiro che ci troviamo di fronte e spingerci a compiacere il
Vampiro in tutti i modi possibili (come se servirlo fosse il più
grande
onore), con il risultato di sprecare sia la nostra energia sia quella
che il
Vampiro aveva puntato come ‘posta’ energetica; 2) provocarci una sorta
di
spontanea interruzione del dialogo interno, in grado di farci vedere
quei
fotogrammi della realtà che prima ci sfuggivano, di dare alla
pellicola la
velocità che vogliamo noi, ed eventualmente di usare il tasto ‘pause’
per
osservare i gesti del Vampiro e studiare il suo comportamento. In
quest’
ultimo caso, l’energia sarà stata usata bene, e difficilmente il
Vampiro si
sfamerà.
- Visti soprattutto, ma non solo, gli avvenimenti di questi ultimi
tempi,
con politicanti senza scrupoli che non esitano a versare sangue
d’innocenti
per fare i loro più che discutibili interessi, ti sembra si possa
legittimamente dire che il mondo è dominato da vampiri?
“Io credo che il mondo sia dominato dai Vampiri perché noi non-
politici ci
accostiamo alle cose della politica imitando i politici, cioè
rimescolando
in un unico guazzabuglio mentale aspetti razionali, etici e politici
dei
grandi temi che ci sollecitano e ci sovrastano.
“Noi non-politici dobbiamo imparare a testimoniare la giustizia: solo
quella. La politica è una degna e utile professione, ma è una
professione
che richiede di fare solo i propri interessi e di ‘stare da una parte’
e non
dall’altra. Per questo bisogna avere ben chiaro il confine tra la
valutazione morale e la valutazione politica di un fatto. Un politico
è
portato a mescolare assieme i due elementi e a dare giudizi morali
mentre
sta facendo politica. Un politico ha sempre da sostenere punti di
vista
utili alle sue strategie, ma pretende di presentare le argomentazioni
a
sostegno di quei punti di vista come il frutto di una oggettiva e
serena
valutazione morale dei fatti. E questo è assai meno naturale, perché
questo
spetta a noi, non a loro. Ma noi, purtroppo, mentre stiamo esprimendo
i
sentimenti che stanno nel nostro cuore, ci ritroviamo, quasi senza
accorgercene, al loro fianco, perché siamo convinti che senza di loro,
che
sono potenti, non si otterrà nulla.
“Faremo un grande passo in avanti verso la giustizia sulla Terra
quando
capiremo che dobbiamo agire in proprio, rinunciare alle loro
prestigiose
sponsorizzazioni, ai loro marchi, ai loro gadget. Ci muoveremo in modo
efficace e organizzato solo quando capiremo che agire accanto a loro è
un po
‘ come visitare un terreno da trasformare in parco per bambini in
compagnia
di uno degli speculatori che vogliono costruirci case o fabbriche.
- In base alla tua esperienza, in quale campo della vita sociale e/o
personale vedi particolarmente all’opera forze vampiriche?
“Dove c’è confusione c’è vampirismo. Dove l’atmosfera è dominata dalla
prepotenza, dal salto logico, dalle affermazioni categoriche, dalle
astuzie
dialettiche, dall’idea che la ragione stia tutta da una parte e il
torto
tutto da un’altra, dove con l’altro si dialoga non per capire, ma solo
per
affermare, lì c’è vampirismo. La malattia vampirica non si può mai
identificare con uno specifico ambiente, campo o potere. Magari fosse
così:
i buoni starebbero tutti da una parte e i cattivi dall’altra. Noi
saremmo
oppressi, è vero, ma saremmo anche coscienti della nostra uguaglianza
civile
di fronte a un nemico potente.
“Purtroppo queste sono fiabe: il vampirismo è trasversale. È una delle
sue
caratteristiche fondamentali, ed è una delle chiavi della sua potenza.
Certi
personaggi politici, per esempio, fanno più impressione dei Vampiri
che
abbiamo accanto, e attirano tutta la nostra preoccupata attenzione, ma
solo
perché gli diamo un’importanza spropositata, perché ne facciamo dei
miti,
seppur negativi, perché permettiamo loro di occupare l’intero nostro
orizzonte psicologico. Mentre noi dibattiamo, litighiamo, ci
accapigliamo su
grandi temi politici nelle case, negli uffici, nelle piazze, nelle
trasmissioni televisive, in Parlamento, nel frattempo padri e madri
terrorizzano bambini innocenti, e fa poca differenza che ciò avvenga
con la
brutalità fisica o con il potere delle parole taglienti, degli sguardi
sprezzanti, dell’indifferenza che annichilisce la dignità; nel
frattempo,
vengono abbandonate a se stesse persone che una parola, un sorriso, un
gesto
di amicizia potrebbero salvare dalla rovina o dal suicidio; nel
frattempo,
quasi ottomila italiani l’anno, tra cui donne, bambini, anziani,
muoiono
ammazzati, schiacciati, bruciati sulle nostre strade, assassinati
dalla
guida pericolosa, dall’ansia di arrivare primi di gente che non
rispetta
nessuna regola, di gente che è tra noi, con cui prendiamo l’ascensore,
che
ci saluta frettolosamente sul pianerottolo, che ci sfreccia accanto
ogni
giorno superandoci da destra, e che prima o poi può uccidere. Il
vampirismo
è forse il più trasversale dei mali”.
- A parte “Vampiri Energetici”, hai scritto o scriverai altri libri
dedicati
ai vampiri? O magari ci sono anche altri progetti, tipo film (e qui se
vuoi,
puoi accennare anche al vampiro del cinema) o altro in cantiere?
“Ho appena ultimato una raccolta di racconti e sto preparando un nuovo
saggio sul vampirismo. Il saggio, che è un po’ il ‘seguito’ di
“Vampiri
energetici”, verterà sulla Paura, sulla capacità del Vampiro di
trasmetterci
dosi di panico per stabilire il suo dominio su di noi e aprire fessure
psichiche dalle quali far uscire l’energia. In questo nuovo lavoro,
sto
approfondendo un concetto che nel primo libro avevo appena abbozzato:
che il
compito dell’AntiVampiro non è redimere i Vampiri; se lo fosse, lo
spirito
di proselitismo del quale la nostra cultura è intrisa rischierebbe di
trasformare l’operazione in una sorta di missione, con il risultato di
nutrire i Vampiri proprio con la nostra attenzione ‘salvifica’. Il
vero
compito è liberare la persona dalla paura e restringere il campo
d’azione di
chi la produce e la usa a proprio vantaggio. Compiuta questa
operazione, l’
obiettivo è raggiunto, perché non è importante avere la certezza che,
da
quel momento, nel mondo c’è un Vampiro in meno, ma che quel Vampiro,
anche
se resta tale, da quel momento ha una vittima in meno. Il resto verrà
da sé.
“Nella raccolta di racconti c’è anche una storia molto lunga, quasi un
romanzo breve, che ho impiantato sulla struttura portante di un
racconto che
avevo pubblicato qualche anno fa, ampliandone alcune parti. Si chiama
“Expositio ad bestias” ed è la storia di un bambino che, pur non
avendo
genitori Vampiri, è vampirizzato da una nonna e da una zia che
esercitano un
potere sulla sua famiglia in quanto detentrici di un segreto sui suoi
genitori. Nel racconto, all’azione vampirica umana si affianca anche
un’
azione di magia nera che si richiama a tradizioni popolari che erano
ancora
ben salde quando io ero piccolo e delle quali ho ricordi sommari ma
inquietanti. Penso che questo racconto potrebbe diventare un buon film
‘antivampirico’, anche perché un film è in grado di raccontare certe
teorie
molto meglio di un saggio. Ma certamente, prima di pensare a un film,
ho
altro da pensare: scrivere, diffondere l’idea che dal vampirismo ci si
può
liberare, aiutare le persone che si rivolgono a me per capire che cosa
possono fare, e aiutarle senza utilizzare alcun metodo che
interferisca né
con la loro vita personale né con l’eventuale lavoro psicologico o
terapeutico che alcuni di loro svolgono”.-
(……)
A proposito di esempi concreti, puoi citare qualche personaggio
famoso che
ti sembra esprima in modo particolare la forza vampiro, oppure, come
si usa
dire, è meglio non fare nomi?
“Nomi se ne potrebbero anche fare, ma contemporaneamente bisognerebbe
fare i
nomi dei loro complici-avversari, di tutti quelli che potenziano i
grandi
Vampiri con la loro attenzione frustrata, spasmodica, avvelenata, con
quel
modo di dire le cose sempre a denti stretti, con in faccia una smorfia
di
disgusto, con il veleno sotto la lingua, con lo stiletto tra i denti.
Non è
così che si vincono i Vampiri. I sentimenti vanno vissuti per intero
nel
nostro laboratorio interiore, fino a quando non si siano trasmutati in
oro
puro, in luce pura, in una lama tagliente che riflette solo bagliori
di
verità e di giustizia. La vera forza sta nel lasciar cuocere quei
sentimenti, non nello sbatterli in faccia all’avversario come schizzi
di un
veleno che, somigliando al suo, non farà altro che nutrirlo. Avvenuta
la
trasmutazione, si capirà che per vincere ci vuole strategia, non urla,
rispetto per l’individuo e intento implacabile contro la forza che lo
domina, non cieca frustrazione.
“Non faccio nomi perché non finirei mai di elencare tutti i veri
complici
dei grandi Vampiri, soprattutto di quelli che militano non nelle loro
stesse
schiere, ma in quelle dei loro oppositori”.
- Qual è, in genere, la reazione delle persone alle quali parli di
questo
argomento, o che leggono il tuo libro? In particolare, quando
capiscono che
parli non di un mito ma di persone reali, prendono sul serio o
sottogamba
l’argomento?
“Io credo che chi legge le cose che scrivo e o sente parlare delle mie
idee
percepisca il fatto che i miei sentimenti sono onesti, anche se da
molti
vengono ritenuti non condivisibili e provocatori. Io credo di
testimoniare
sempre che in quello che dico, anche se lo dico con forza, magari con
autorità, c’è soprattutto umiltà. L’umiltà, come scrivo in un mio
racconto,
è un sentimento, ed è il più potente di tutti. L’umiltà genera la
dignità.
La dignità genera la volontà. La volontà genera la forza d’animo. La
forza d
‘animo genera l’autorità. L’autorità presso se stessi è un fatto, non
un’
opinione. Quella presso gli altri è tutta da provare, non la si può
imporre.
“Io ho l’impressione che tutti, amici e oppositori, sentano che io non
ho
intenzione di imporre l’autorità delle mie idee a nessuno. C’è chi mi
scrive
che il mio libro gli ha cambiato la vita e c’è chi vuole consigli e
aiuto da
me. C’è anche chi mi maledice e mi minaccia perché ho messo in testa
strane
idee a persone che prima facevano la loro volontà e che adesso lottano
per
liberarsi dalla schiavitù psicologica che le opprimeva. Ci sono altri
che
cominciano una e-mail con l’intento di insultarmi e poi si perdono un
po’
per strada e chiudono in modo educato e un po’ imbarazzato. Ma devo
dire che
nessuno prende sottogamba l’argomento, nessuno mi ha ancora detto o
scritto
che la storia del vampirismo è una stupidaggine o una trovata per
farmi
pubblicità. E questo è già tanto”.
Immensità (nel cuore di Viktor Frankl)
by Duncan on set.13, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Viktor Frankl universalmente noto per aver creato la “logoterapia”, che è una forma di psicologia che si incentra sull’importanza di vivere con un senso e dare un senso profondo e unico alla vita.. a tutta la vita e alla propria vita.. trovò il fermento del suo pensiero e del suo insegnamento nella esperienza del campo di concentramento, dove egli fu internato in quanto di origini ebraiche. Egli vide che anche della più totale abiezione l’uomo può trovare la forza di resistere, e vide anche che solo coloro che riuscivano a trovare un senso più alto alla propria esistenza, e qualcosa di profondissimo e radicale per cui vivere… riuscivano psichicamente e fisicamente a resistere, senza cadere in quello stato di avvilimento, depressione, impotenza disperata e catatonia che per moltissimi significò la morte anche senza passare per le camere a gas.. morte perché si rinunciava a vivere, perché il mondo ormai era una meretrice carica di morte e abominazione e la vita un incubo di bastardi. Per resistere al campo di concentramento , bisognava mobilitare tutte le proprie risorse fisiche, psichiche e spirituali. E fu così che Viktor Frankl e altri resistettero. Di quella esperienze egli scrisse un libro meraviglioso e immortale, “Uno psicologo nel lager”, che è una di quelle letture che nessuno dovrebbe mancare nella propria vita. E adesso voglio citare un passo di questo testo… un passo di infinito amore. Quando Frankl improvvisamente pensò all’amatissima moglie -che tra l’altro era quasi certo fosse stata uccisa dai nazisti come lo erano stati i suoi genitori- e fu investito da una tale overdose di amore che pochi, davvero pochi sperimentano mai nella propria esistenza. Lì, rinchiuso in un luogo di inferno, costretto a una vita da schiavo, privato di tutto.. per uno di quei assurdi paradossi della vita.. provò il più alto vertice di amore che avesse mai provato, sentì volare il proprio spirito come mai aveva volato.
Vi lascio al testo:
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“Improvvisamente, ho di fronte l’immagine di mia moglie. Mentre
inciampiamo per chilometri, guardiamo la neve o scivoliamo su lastre
ghiacciate, sempre sorreggendoci a vicenda, aiutandoci gli uni gli
altri e trascinandoci avanti, nessuno parla più, ma sappiamo bene che
in questi momenti ognuno di noi pensa a sua moglie. Di tanto in tanto
guardo il cielo, dove impallidiscono le stelle, o là, dove comincia
l’alba, dietro una scura cortina di nubi: ma il mio spirito è ora
tutto preso dalla figura che si racchiude nella mia fantasia
straordinariamente accesa, e della quale non ho mai avuto sentore
prima, nella vita normale. Parlo con mia moglie. La sento rispondere,
la vedo sorridere dolcemente, vedo il suo sguardo, e – corporeo o meno
- il suo sguardo brilla più del sole che si leva in questo momento.
D’un tratto, un pensiero mi fa sussultare: per la prima volta nella
mia vita, provo la verità di ciò che per molti pensatori è stato il
culmine della saggezza, di ciò che molti poeti hanno cantato;
sperimento in me la verità che l’amore è, in un certo senso, il punto
finale, il più alto, al quale l’essere umano possa innalzarsi.
Comprendo ora il senso del segreto più sublime che la poesia, il
pensiero umano ed anche la fede possono offrire: la salvezza delle
creature attraverso l’amore e nell’amore! Capisco che l’uomo, anche
quando non gli resta niente in questo mondo, può sperimentare la
beatitudine suprema – sia pure solo per qualche attimo – nella
contemplazione interiore dell’essere amato. Nella situazione esterna
più misera che si possa immaginare – nella condizione di non potersi
esprimere attraverso l’azione, quando la sola cosa che si possa fare è
sopportare il dolore con dirittura, sopportano a testa alta, ebbene,
anche allora, l’uomo può realizzarsi in una contemplazione amorosa,
nella contemplazione dell’immagine spirituale della persona amata, che
porta in sé. Per la prima volta nella mia vita, sono in grado di
capire ciò che si intende, quando si dice: gli angeli sono beati
nell’infinita, amorevole contemplazione di uno splendore infinito…
Davanti a .me cade un compagno; quelli che gli marciano dietro, cadono
anche loro. La sentinella accorre e li bastona senza pietà. La mia
vita contemplativa è interrotta per qualche secondo, ma subito dopo la
mia anima si innalza, si eleva nuovamente dalla mia esistenza di
internato ad un mondo sovrumano e riprende il dialogo con l’essere
amato: io chiedo – lei risponde, lei domanda – rispondo io..”
Non sono un uomo per tutte le stagioni
by Duncan on set.13, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Premessa… il pezzo che leggerete l’ho scritto ispirandomi MOOLTO liberamente alla vicenda di Tommaso Moro. Tommaso Moro (Thomas More), è uno dei più grandi umanisti della storia, ed è famoso per avere, coniato il termine «utopia», immaginando un’ isola dotata di una società ideale, di cui descrisse il sistema politico nella sua opera più famosa, «L’Utopia», del 1516. È ricordato soprattutto per il suo rifiuto alla rivendicazione di Enrico VIII di farsi capo supremo della Chiesa d’Inghilterra, una decisione che mise fine alla sua carriera politica conducendolo alla pena capitale con l’accusa di tradimento.Ispirandomi in chi vide nell’epilogo di Tommaso Moro.. una delle prime grandi rivendicazioni del pensiero libero e della dignità rispetto al Potere.. ho scrito il testo che leggerete, nella forma dello scambio teatrale. E’ evidente che radicalizzo fino all’estremo la vicenda, rendendola metafora di altro. Ma a me non importa con questo dialogo esssere realista…. mi importa il simbolo che viene trasmesso..
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Thomas More
“Non sono un uomo per tutte le stagioni”
–
Enrico VIII
“Non c’è alcuna verità assoluta, le fedeltà vanno col vento, e il vento sono Io adesso.. devi solo piegarti, e avrai salva la vita”
–
Thomas More
“Le fedeltà sono assolute… le verità resta verità e.. non sono un uomo per tutte le stagioni…”
–
Enrico VIII
“Basta solo che tu non ti opponga al mio nuovo matrimonio con quella bagascia della mia nuova donna… invece di fare il cane prezzolato del Vaticano…non cambia un cazzo per la tua preziosa coscienza..”
–
Thomas More
“E qui che non capisci. Non me ne importa nulla con chi ti accoppi la notte e delle tue storie di matrimoni da annullare e altri da fare, e delle tue stramberie sul fondare una nuova Chiesa Inglese.
Ma feci un patto una volta che ascesi in alto.. che non avrei piegato la volontà e la coscienza al Potere.
Non importa su che cosa si deve chinare la testa. Giurai di non farlo. “
–
Enrico VIII
“Testa di legno. Basterebbe solo un atto di assenso. Un formale omaggio alla Maestà del tuo Re.. che sancisca il suo diritto divino ad avere una nuova moglie in barba a quei castrati di Roma… un semplice atto”
–
Thomas More
“Non è l’mportanza concreta, non quella soprattutto.. è il simbolo..”
–
Enrico VIII
“Cedi … e sarai alla mia destra… il più alto in grado dopo me.. sia nel potere militare e politico.. sia nel potere religioso, ora che, con questo argomento della mia nuova bagascia, con questo matrimonio che il Vaticano anatamizzeà con le sue urla isteriche.. potrò nominarmi Capo Supremo della nuova Chiesa d’Inghilterra… e sarai il primo dopo di me anche nel potere religioso. Che poi nei fatti, io mi sono sempre fracassato la minchia di tutte ste fregnacce metafisiche per inculati. A me piace mangiare, bere, comandare le truppe, e trombare. Quindi il capo effettivo della nuova Chiesa saresti tu. Bestia! Ma non li hai sempre odiati sti pretini avvizziti, si eunuchi… sti predicatori della castità con cento amanti al seguito… sti pedersti.. sti simoniaci che venderebbero mandre, padre e Gesù Cristo in croce per mezza carica episcopale, anzi per una parrocchia di pecoroni fottutissimi. Queste serpi, dal sorriso melenso e servire. Con tutte le loro bestialità per estorcere quattrini per Mamma Roma e i grandi Capi Magnaccia che diigono il baraccone. Come con sta roba delle indulgenze… che a un certo punto ho minacciato di impalarli e abbrustolirli a fuoco lento, non perchè me ne importi più di tanto delle loro scempiaggini, ma i quattrini non me li tocchi. Per pagare sti enunuchi per farsi abbonare i peccati di mezza famiglia, stavo per subire un disssanguamento erariale.. tutti soldi in meno per le tasse. E quindi, porca di quella maialona fritta e rifiritta, tu che li hai sempre detestati.. sì con garbo, senza escandescenze.. ma li hai sempre combattutti.. che parlavi di riforme, Utopia… tutte quelle tue favole sull’Utopia.. ora gl dai manforte.. ora che potresti essere tu a fare girare la Chiesa per il verso giusto in Inghilterra, col mio pieno appoggio nello strizzare le palle a chi si mette di traverso….”
–
Thomas More
“Ascolta.. prova ad ascoltare.. anche se so che non lo farai. Se accettassi.. cosà resterà dopo? Vai oltre. Vai oltre questo grande baccanale, quest’orgia di potere, che vuoi goderti fino all’ultimo. Vai oltre! Cosa resterà dopo? Solo un giro di Walzer.. lotte tra bande. Tu sei un capobanda migliore di loro? Certo.. io potrei fare cose buone e somme alla tua destra, certo? Ma un giorno saremo pagine ingiallite di libri di storia, ricordi da imparare a memoria. Saremo solo i meno peggio.. la conosci questa parola?.. i meno peggio.
E io avrei mancato al dovere che ho messo sulla mia spalla e giurato di servire. Solo un servo di partito… Conosci questa parola?.. servo di partito…. solo un buon cortigiano…
Io adesso difendo molto altro oltre me e le vacche in calore di cui ti circondi…..
Io lascio una scia nel deserto, a costo della mia stessa testa….
Perchè qualcuno deve pure giocarsela la testa, metterla sul piatto e scommetterla, e anche perderla se è necessario… perchè altri un giorno possano con la mente trovare un compagno e una scheggia di fuoco per i tempi bui.
Perchè qualcuno riuscirà a restare in piedi perchè altri non si sono piegati, quando tutto lo avrebbero fatto, quando sarebbe stato così facile farlo.
E avranno parole e polmoni contro le anime grige, che verranno a dire che non esiste fedeltà, che non esiste verità. che non esiste amore.. che ogni cosa è relativa, e tutto è una menzonga e un gioco delle parti.
E sapranno che non è necessario impersonare tutti i ruoli, che non è indispensabile calare sempre le brache.
Sapranno che si può dire anche no….
che si può vivere senza vendersi..
Che ci sono uomini che non sono per tutte le stagioni…
–
Enrico VIII
“Ti sei irrimediabilmente fottuto il cervello, ora finalmente l’ho capito. Sei un pazzo, un giuda, un traditore, un fanatico. Morirai anche tu come una volgare canaglia. Domani ti sarà tagliata la testa”
Il Sale della Terra
by Duncan on lug.24, 2011, under Ispirazione, Poesia, Simbolo

Cadaveri si aggirano sulle sponde del mare d’oriente,
anime dissolutamente pure,
senza neanche frangenti a portare il cappello,
seminaristi della merda,
mentre tubature arruginite lasciano contattare le ore al cipiglio,
ecco che qualcuno bussa nascosto,
avanti, dice la vecchia strega,
avanti, fai tre passi e poi uno,
cinque intorno e sul buco di quella madonna di culo,
di quella sforbiciata alla camicia che ti rifà il look dalle ginocchie
al bidè
mentre ti accalappi alle insegne luminose,
se fai lo smazzo ti spezzi all’imbuto,
come una tracannate metafora,
solo che cammini,
e impari il passo al contrario,
come gioco balsamco,
nutrita voglia di ridere,
nutrimi
e svelerò ll’impasse…
nutrimi e scendero dall’asse,
e cantero nel mezzo,
come la corda sfibrata,
la stecca nel coro,
l’anello mancanto,
il lumino che afferra il buio
e balbetta piano,
nutrimi non aspetto che sabbia,
e sfangarmi di nuovo,
niente arie bizantine, e
cene intellettuali,
rendo ogni dono fatto per cerimonia,
ogni promessa da fiera,
ogni eleganza da sacrestia,
immagini riflesse sputano allo specchio,
come piogga vistata dal cielo,
e tue son le grandini,
tuo lo scirocco e la delizia,
tua la bastardaggine e la fede
tue le vette coperte, i frutti strappati al padrone,
tua la gloria dello scugnizzo,
la cuspide che segna il passaggio
tuo l’aroma di invaginata saliva,
la superba beatitudine,
il cesso immolato ad arte,
come vena dell’oro,
ogni parola non scambiata,
non taciuta alla dogana,
vengono e non hanno denti
e spuatano balbettando immondizia,
lasciano che l’erba si maceri
come carta fumanta,
futamo sdomiato, rottame da canne,
ma tu sei il ginocchio del mare,
la candela a mezzogiorno,
il settembre promesso,
quello che ti stringe a capanna,
e ti fagocita il culo,
mentre dirotto trabocchi a pezzettini nel vento
un pò come coriandoli,
gioelli, conservati per te
tra fogliacci di carta, e bollette rosse,
e terzi cassetti di terzi piani di scale a pioli e a cipolla,
vengono,
rimasugli di fiato,,
fame lii droga a cercarti,
eppure non molli la presa sui giorni,
perchè tu sei nell’aria,
la mia mano che si alza,
questo vecchio bambino col cappello da western,
tu sei l’orario che sbalza,
il famoso treno di chi in arte si perde,
e in arte si smania e
in arte ritrova ogni linea sbroccata,
non c’è pace ai quaderni,
no.. non c’è pace,
ti consumi le penne,
eccoli cappucci in deriva,
marchio sulla pelle,
uno per uno contati,
alluci strappati,
ma tu sei la mia stella d’oriente,
picchia per strapparmi dal sonno,
picchia forte
perchè questo sangue mi eccita,
Il faraone tace,
strane queste cavallette estive,
non rammentano gli ordini inespressi?
fino a dove il cappello si spinge?
Lo sai che se ridi ti regalerò camice,
che certo non valgono niente,
ma te le annoderò in cerchio, come
corda per evasi e disertori,
Tu sei l’ultimo bagliore a spegnersi,
la madre insaziabile degli insorgenti,
tu li generi,
diecimila figli,
diecimila cazzi in gloria dei,
appena appena un filo d’erba,
non sai leggere la ruggine?
lo vedi il morso sul collo?
il pane ha sempre il suo lievito,
chiamali se vuoi..
il sale della terra.
Gli eroi non muoiono mai
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo
Ehi tu,
piccolo sogno su due gambe,
dai poster ai murale
epiche dei ghetto,
strade di periferia.
covo di Patrizi e tossici,
un cucchiaio in bocca e sopra un uomo,
occhi bendati,
parrocchia di periferia,
campionati di strada,
a piedi scalzi,
pizze scommesse..
e pugili ammaccati,
vecchi su nuvole di sigaro,
donne dai diecimila figli,
o cento o tre,
E tu, maestro,
bambino nel tempo,
l’amore fa male…
ma ti rende immenso,
e ti giudicheranno
e sarai smerdato in sala mensa,
vorrei dirti che il mare non è solo oltre il cemento,
ma è già nel cemento,
e che sarai padre di diecimila figli,
o di cento o di tre,
ci sono trampolini in alto sopra il cuore,
ci sono notti che tu custodirai,
cartoni di piscio e birra coi barboni,
alcuni dimenticano… tu no,
Gli eroi non muoiono mai.
I mondi di Barbara (Gregory Corso)
by Duncan on giu.18, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia
Eccoci di nuovo con Barbara Lazzarini e i suoi “mondi”; la sua rubrica dove ci regala una cultura viva e non da museo. Voci, e pagine e carne della bellezza e della dignità. In questa occasione ci parlerà di Gregory Corso.
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E’ disastroso essere un cervo ferito.
Io sono il più ferito, lupi qui nell’ombra,
e ho i miei cedimenti, anche.
La mia carne è presa nell’Amo Inevitabile!
Da bambino vidi molte cose che non volevo essere.
Sono la persona che non volevo essere?
La persona tipo parlar da soli?
La persona tipo favola del vicinato?
Sono io colui che, sugli scalini del museo, dorme su un fianco?
Indosso la stoffa di un uomo che ha fallito?
Sono il matto del villaggio?
Nella grande serenata delle cose,
ddsono io il brano più soppresso?
_Gregory Corso_
« Mi capitò in gioventù, a 12 anni in riformatorio … ci rimasi cinque mesi niente aria, niente latte, e la maggioranza erano negri e odiavano i bianchi approfittando terribilmente di me… ed io ero veramente come un angelo allora perché quando mi picchiavano e mi buttavano piscia nella cella, il giorno dopo venivo fuori e gli raccontavo il mio bel sogno di una ragazza che volava e scendeva davanti a un pozzo profondo e si metteva a guardare.Vi dico questo perché penso che sia la prima volta che abbia mai sentito l’ orrore di quel gregory 12enne.Ora voglio combatterlo, allora non potevo, perché ero sincero e poi, in qualche modo, per strada, ho perso quel Gregory… » (tratto da The New American poetry 1945-1960)
“…era leggendo Shelley in un carcere minorile che aveva cominciato a scrivere poesie, a sognare la Bellezza con la B maiuscola, a immaginare mondi stellati non legati ai fili della logica inesplicabili”.
Di Gregory Corso, la scrittrice Fernanda Pivano disse: “insolente al di là del sopportabile e strafottente nella più assoluta imprevedibilità qualunque cosa abbia detto o scritto ha sempre rivelato il dono di non dire mai una sciocchezza”.
Gregory Nunzio Corso il 26 marzo 1930 nasce a New York da genitori italiani, una famiglia instabile che lo mette di fronte a situazioni come l’ orfanotrofio, fughe e riformatorio. A diciassette anni progetta una rapina per cui poi viene arrestato; in carcere conosce la letteratura del grande Ottocento e scrive poesie già verso la fine degli anni Quaranta. Nel ’50 conosce Ginsberg per caso al Greenwich Village. Va ad Harvard e diviene un topo di biblioteca, mentre continua la sua produzione poetica. La prima raccolta di poesie è
The Vestal Lady on Brattle a cui segue un periodo di connessione culturale europea. Sempre negli stessi anni stabilisce anche rapporti con i maggiori esponenti della Beat Generation. Nei primi anni Sessanta invece, dopo un infelice matrimonio e una sfortunata esperienza come professore, si trasferisce in Europa per circa due anni. Nel ’62 pubblica Long Live Man e nel ‘70 Elegiac Feelings American, collaborando sporadicamente nel cinema e nel teatro. Dopodiché si è orientato sempre più verso le filosofie orientali e nel ’74 ha pubblicato The Japanese Book, in cui trova sbocco artistico la propria esperienza religiosa. The Vestal Lady on Brattle (1955) rappresenta l’esordio letterario del poeta e anche il primo insuccesso editoriale; il tutto si svolge attorno ad intricate vicende interiori espresse il più della volte con grande indecisione ed instabilità data dalle varie intenzioni e dai vari modi di esprimersi che si sovrappongono e che confondono. I temi, personali, e gli stili, “allucinati”, sono accompagnati della realtà urbana vista nella sua routine quotidiana; in un certo senso ci si trova di fronte ad una sorta di “bestiario”, una serie cioè di caricature distorte delle personalità, più o meno spersonalizzate, che si incontrano nel mondo occidentale. L’influsso di Whitman è parecchio vistoso e spesso, piuttosto che liberare il verso, lo appesantisce; anche Shelley, molto amato da Corso, è imitato in modo maldestro. In parte questi aspetti negativi possono essere riconsiderati anche per parlare della raccolta successiva del poeta, Gasoline (Benzina), ma decisamente c’è da fare un’eccezione. Nel ’58 infatti viene separatamente pubblicata Bomb, una poesia altrettanto famosa che Howl e importante manifesto della Beat Generation. Il tono generale di questa raccolta è più cupo della precedente e difatti si viene proiettati in un incubo metropolitano, la metafora del decadimento e della disgregazione: l’ombra della bomba atomica. Per scrivere Bomb, Corso fu ispirato da una manifestazione contro la “bomba” a cui assistette e da cui rimase impressionato dalla forte carica d’odio. Così gli sembrò che la mostruosità distruttrice della bomba non fosse tanto diversa da quella di quei manifestanti e di tutti gli uomini che rispondevano con l’odio all’odio verso qualcosa che esiste. Diceva che era impossibile odiare qualcosa che è e che niente può fare male se viene amata; il vero assassino dell’umanità è l’odio. Il risultato fu una lettera d’amore alla bomba ed egli si meravigliava perché tutti inorridissero. Egli affermava quindi che la condizione umana è già abbastanza difficile senza che la si debba peggiorare: il “flagello”, l’”ascia”, la “catapulta di Leonardo”, i “tomahawk” indiani, la “spada di S. Michele”, la “lancia di S. Giorgio” e così via tutto per indicare la morte. Nella raccolta successiva The Happy Birthday of Death (1960) l’attacco al conformismo è simile a quello di Kerouac, ma tutto è portato al piccolo quotidiano e si fa più ironico e tagliente. Infine in Long Live Man il suo messaggio diventa più pacato e meno provocatorio, simbolo di una riduzione della speranza di creare un’America migliore; l’esuberanza macabra, l’ironia tagliente e il tono apocalittico lasciano il posto all’introspezione: “I’m good example there’s such a thing called soul“. La sua poesia è decisamente beat per i suoi aspetti bizzarri, provocatori e caricaturali, ma il poeta è più diretto verso un idealismo che gli fa dire che cerca “an America to sing hopefully for“. Mentre per Ginsberg il senso di non-appartenenza è rassicurante, per Corso nascono angosce e sofferenza; mentre Kerouac e Snyder già alla fine degli anni Cinquanta trovano nello Zen un superamento della ragione per raggiungere una propria saggezza, egli invidia Ginsberg per la sua consapevolezza. Il suo cammino è estremamente contorto, segnato da ripensamenti e marce indietro e proprio a questa sua incertezza va ricondotto il suo sperimentalismo, fatto di versi che si rincorrono l’uno con l’altro senza alcuna sorta di interpunzione.
“Io sono molto buono, e sai perché? Perché non ho mai ubbidito a quel capo della mafia, in prigione, che mi ha detto: ‘Stai sempre attento, quando parli con due persone, di vedere anche la terza’ e io gli ho chiesto chi è la terza persona, e lui mi ha risposto: ‘La terza persona sei tu’…”

