Born Again

Ispirazione

La storia di Silvia e Nico – un percorso tra malattia, cura e amore

by on dic.28, 2015, under Guarigione, Ispirazione, Medicina

Silvia3

Conobbi Silvia Deiana poco più di tre anni fa, e rappresentò, per me, l’inizio di un percorso. Dato che l’intervista che le feci fu la prima di una lunga serie di interviste che avrei fatto nel corso del tempo nell’ambito del mondo delle cure alternative. Interviste fatte soprattutto a persone che avevano affrontato o stavano affrontando una patologia di un certo livello (spesso oncologica); e in merito alla quale erano approdate, ad un certo punto, in un percorso di cura “alternativo”. O interviste fatte a persone che avevano un famigliare caro che si era trovato in una situazione del genere. O interviste fatte a medici o ricercatori “di frontiera”.

Di Silvia all’epoca sapevo solo che il marito affetto da un grave tumore, aveva avuto grandissimi benefici con la terapia Di Bella. E visto che avevo e ho un interesse particolare (anche se non esclusivo) per la Terapia Di Bella, la contattai per chiederle se voleva che le facessi una intervista.
Il metodo Di Bella non fu l’unico percorso “non convenzionale” seguito da Nico, il marito di Silvia. Altre “conoscenze” erano già state messe in gioco quando io conobbi Silvia, e si aggiunsero, in modo sempre più incisivo nei tre anni precedenti.
Nico due anni fa ha lasciato questo mondo. Nonostante il dolore immenso che una persona, così infinitamente amata dai suoi cari, come era Nico, lascia quando viene meno il suo tempo su questa terra, il suo è stato anche un tempo di vita conquistata. Anni di vita da poter regalare a se stesso e ai suoi figli; anni di vita che la grave patologia di cui era affetto sembrava gli avrebbe negato. Per certi aspetti Nico è stato un miracolato. E se sicuramente ci ha messo la sua forza di volontà, il merito, e non ho problemi a usare questa espressione così forte, è quasi totalmente della moglie, che spinta dall’amore, da uno di quegli amori possenti da romanzo, si buttò a capofitto nello studio, su internet e sui libri, pur di trovare una via che desse a Nico una speranza. Silvia passò infinite nottate a studiare, studiare, studiare; a confrontarsi, confrontarsi, confrontarsi. Sia su internet. Sia (in modo più classico) su testi cartacei. Sia parlando con tante persone dal vivo.
Si può dire che lei adesso è una persona molto diversa da quello che era più di 3 anni fa, quando cominciò il calvario del marito. Ha una conoscenza impressionante del mondo dell’”altra medicina”. E non si è mai fossilizzata su uno aspetto di quel mondo. Col passare del tempo, anzi, i suoi orizzonti si sono sempre di più allargati. Senza negare nulla del buono di ciò che aveva conosciuto in precedenza (micoterapia, Metodo Di Bella, dieta curativa, ecc.) è arrivata, specie negli ultimissimi tempi, a dare una importanza sempre più centrale alle profonde cause energetiche e spirituali della malattia e, in connessione, alle trasformazioni che su quei piani devono operare per potere giungere ad una profonda guarigione. Sono riflessioni importanti perché toccano quei livelli che spesso devono essere messi in gioco per provare a capire fino in fondo perché un determinato problema è insorto nella nostra esistenza e per venirne definitivamente a capo. Lo scopo è quello di una Guarigione Autentica che è qualcosa che pur comprendendo la guarigione fisica non si conclude in essa. Dato che una persona può anche fisicamente guarire, ma restare ancora portatore di una “ferita” che potrà trovare, in un momento successivo, un’altra manifestazione somatica.
Nico nonostante il “miracolo” di anni di vita conquistati a dispetto di ogni previsione, dopo tre anni ha lasciato questa vita. Le cure ufficiali, che inizialmente, e per un certo periodo, intraprese, furono assolutamente inappropriate e devastanti. C’è davvero da credere che se non le avesse intraprese adesso, con molta probabilità, sarebbe ancora vivo.
Ma questa storia non è la storia di amarezza e dolore. Non solo almeno. Ma di uno sconfinato amore che, pur nella prova estrema, ha continuato nella sua fioritura e che è diventato “atto di dono al mondo”.
Perché è questo che la vita di Silvia è diventata. Atto di dono al mondo. Dinanzi a una prova così radicale e a tanti anni di battaglia totale, ci si può chiudere completamente o sciogliersi in un amore che abbraccia il mondo. Ed è questo che, come vedrete, Silvia ha fatto.
Di seguito, la testimonianza che ha scritto, e che mi ha inviato, in cui racconta tutto questo percorso.
Leggetela con attenzione. Lo merita veramente.
Ed è un dono che lei vi fa e che voi (leggendo) fate a voi stessi.
Grazie a tutti voi e grazie a te Silvia.
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L’INIZIO DELLA MALATTIA

Sono trascorsi degli anni da quando questo pc era fondamentale per noi…direi vitale. E oggi finalmente riesco ad aprirlo cercando di scrivere qualcosa sulla mia esperienza, qualcosa che possa essere d’aiuto agli altri. Purtroppo ho maturato una certa esperienza nel settore, grazie a tantissime notti insonni, letture su letture, ricerche e contatti. Sono per natura una ragazza curiosa, devo sempre andare infondo alle cose, non mi accontento e sono anche un tantino diffidente. La vita mi ha insegnato che nessuno ti regala nulla e che dobbiamo costruirci noi la strada. Ero una ragazza come tante, 31 anni appena compiuti, una bimba di 4 anni e il maschietto appena nato, solo 3 mesi. Sposata con il mio fidanzato storico, 33 anni, poliziotto, bellissimo e grintoso…quel tipo di ragazzo con cui ti senti sempre al sicuro e sai che con lui accanto non ti accadra’ mai nulla. Avevamo una vita normale e ordinaria, casa, lavoro e figli. Mio marito pero’ soffriva da tempo di forti dolori alla schiena, sapeva di avere una piccola ernia del disco, dovuta probabilmente al suo lavoro in volante, quindi non diede troppa importanza alla cosa. Ma il dolore continuava, cosi’ decidemmo di fare una risonanza che ci porto’ a comprendere che piu nulla sarebbe stato come prima.

L’ESITO DELLA BIOPSIA

Era una mattina di marzo, cucinavo per lui delle patatine fritte…a lui piacevano tagliate fresche con l’uovo sbattuto sopra, cosi’ come le cucinava la sua amata nonna. Entro’ a casa con uno sguardo preoccupato, poggio’ il cappello nel tavolo del soggiorno e arrivo’ da me con il referto della risonanza. Parlava di linfoadenopatie sospette. Inutile dire che all’epoca non sapevamo neanche cosa fossero, cosi’ lo convinsi a chiamare la sua dottoressa, che gentilissima gli spiego’ che i suoi linfonodi addominali erano cresciuti troppo e che doveva fare una consulenza oncologica. Ricordo ancora che al telefono gli disse di non fasciarsi la testa prima di rompersela, ma funziono’ poco. La sola parola “oncologico” ci chiuse lo stomaco e le patatine con l’uovo sbattuto rimasero nel tegame in cucina. Era il marzo del 2010, da li seguirono ecografie, tac, esami ematici e ogni genere di test. Si pensava, dato la giovane eta’ e la problematica estesa ai soli linfonodi, che fosse un possibile linfoma. Gli fecero una biopsia a un linfonodo nel collo e portarono i tasselli ad analizzare. Ci volle 1 mese e mezzo per avere la diagnosi. Ricordo bene quel giorno, era maggio ma c’era molto vento. Andammo in ospedale per apprendere direttamente dai medici la diagnosi e avere al contempo una spiegazione. Il professore ci fece accomodare in una stanzetta fredda, alle sue spalle aveva 4 o 5 tirocinanti che ascoltavano in silenzio. Esordi’ dicendo “mi dispiace, avrei voluto darle una notizia migliore ma non e’ cosi’. La strada per lei e’ molto in salita. Ha un carcinoma a piccole cellule, un tumore che colpisce le cellule epiteliali, nel suo caso sicuramente i polmoni”. Rimasi di sasso, i conti non mi tornavano, ma in quel momento pensai solo a mio marito. Era sconvolto. Quando andammo via dalla stanza asettica di quel reparto triste, entrammo in ascensore. Vidi mio marito tremare come una foglia. Era la prima volta che lo vedevo in preda al panico. Un ragazzo alto quasi 1.90 cm, muscoloso e forte era in balia della tempesta. Lo abbracciai e gli dissi che nessuno poteva fare prognostici sulla vita delle persone. Gli dissi che solo noi facciamo le casistiche, con la nostra forza, coraggio e determinazione. In quel momento qualcosa nel nostro rapporto cambio’. I ruoli si invertirono e fui io a prendermi la responsabilita’ di tutto, decisi io di prendermi cura di lui e di ogni cosa. Avrei fatto di tutto per salvarlo.

L’INIZIO DELLA LOTTA

Decisi di telefonare subito a un bravo dottore che nel frattempo tramite amicizie avevamo conosciuto, gentilissimo e disponibile. Ci accolse in una stanzetta di un altro ospedale, fece un gran bel sorriso e lo tranquillizzo’. Ricordo ancora che mio marito gli chiese se c’erano speranze per lui, se poteva ancora lottare….e lui lo guardo’ dritto negli occhi e gli disse “certo che hai speranza, ma come ti e’ venuto in mente?! Ora dobbiamo solo capire bene la sede primitiva del tumore, dopo di che inizierai la tua terapia!!! ho visto casi impossibili portati a guarigione completa. Oggi inizia la tua lotta!!” . In quel momento vidi il viso di mio marito cambiare…aveva capito che almeno c’era una speranza, una possibilita’…e lui l’avrebbe colta. Avrebbe fatto di tutto per poter guarire. Questo medico infatti e’ un bravo pneumologo e sapeva bene che quel referto non poteva essere esatto. Decise quindi di far ripetere l’esame istologico in un’ altra struttura. Abbiamo atteso un altro mese e mezzo.

LA POCA CHIAREZZA DELLA DIAGNOSI

Arrivo’ il secondo esame istologico: carcinoma indifferenziato a piccole cellule. Stessa cosa, non era possibile…..i suoi polmoni erano puliti, non poteva essere una neoplasia polmonare, fin qui ci arrivavo bene anche io. Ma in ospedale pressarono molto per iniziare la chemioterapia, dicendo che il tempo era poco e che gli istologici parlavano chiaro. Erano chiari per loro ma non per me. Piu’ volte intavolai discussioni con il primario e i vari oncologi, volevo un nuovo istologico, questa volta fatto in un’altra regione. Piu’ volte mi dissero che dovevo fidarmi di loro e smettere di studiare e leggere nel web. Peccato che di loro io non mi sono fidata neanche un minuto. Infatti avevo ragione.

INIZIA LA MIA RICERCA SULLE CURE NATURALI

Iniziai a leggere tanto sulla chemioterapia cosi come sulle cure naturali. La chemio non aveva senso per me. E’ un discorso puramente logico. Il tumore arriva in una situazione di indebolimento del sistema immunitario. Se si ha la fortuna di avere una neoplasia circoscritta, la chemio distrugge il tumore e in qualche modo forse ti salvi. Se, come nel caso di mio marito, i tumore ormai e’ diffuso, la chemio non e’ in grado di distruggere tutto ma devastando il sistema immunitario non da modo al corpo di difendersi. Il tumore stesso diventa chemioresistente e muta, diventando ancora piu’ aggressivo. A quel punto viene sempre offerta al paziente una nuova batteria di chemioterapici ancora piu’ forti, fino a quando il malato muore e non certo a causa del tumore. Cominciai a informarmi sui vari tipi di cure naturali mirate per i tumori e per aiutare il sistema immunitario a rinforzarsi. Studiai un vero e proprio protocollo fatto di sciroppo di aloe arborescens che preparavamo a casa, graviola, vitamina B17, ascorbato di potassio, caisse formula, micoterapia, beta carotene e una dieta alcalina, fatta di alimenti naturali e vegetali biologici.

L’ INIZIO DELLA CHEMIOTERAPIA

Purtroppo a causa del pressante terrorismo psicologico dell’ospedale, mio marito nel luglio del 2010 comincio’ la chemioterapia con protocollo PEB (platino, etoposide, bleomicina), un mix di farmaci vecchi e pericolosi. Capii che dovevo rispettare la sua scelta, anche se non fu facile per me. Mi giuro’ che avrebbe fatto con molta cura e attenzione il mio protocollo naturale e cosi’ fu. Gia dal primo giorno di chemio notai una vera e propria metamorfosi negativa in lui, aveva la pelle grigia, i capelli stopposi, era molto screpolato in viso….sembrava davvero un veleno nelle sue vene e oggi so che lo era davvero. Ancora mi pare assurdo che i malati scelgano di sottoporsi a una tale follia, ma rispetto la loro scelta e ancora oggi li aiuto a trovare un giusto protocollo naturale che possa sostenerli. Perche’ esiste!!! e trovo assurdo che in ospedale non venga dato un aiuto immunitario attraverso cure naturali mirate. E badate bene che io di medici, primari e professori ne ho conosciuto tanti in giro per l’italia…e quasi tutti sono al corrente che l’aloe ad esempio aiuta tantissimo il corpo, anche durante la chemio. Ma in pochi lo dicono, per paura di esporsi ad un sistema che in caso contrario li farebbe fuori in un istante. Ormai e’ difficile trovare un medico che va contro gli interessi economici e tutela solo la salute del suo paziente. Difficile ma non impossibile…io ne ho trovati.

COME LE CURE NATURALI INTERAGISCONO POSITIVAMENTE ALLA CHEMIO

Le chemio si susseguirono settimana dopo settimana, cosi’ come le cure naturali, prese quotidianamente. Persino i freddi dottori dell’ospedale notarono con interesse e stupore la risposta positiva di mio marito a quel terribile veleno. Con quella chemio non e’ difficile trovare pazienti che perdono unghie e denti oltre ai capelli, che hanno gravissime neutropenie e piastrinopenie, lui invece stava bene. Non era per niente debole, andava al mare, faceva calcetto e anche body building. Insomma davvero sorprendente!! mi capito’ in quel periodo di andare anche in un grande e noto ospedale oncologico milanese, dove un medico mi disse che non era per niente colpito dalla reazione positiva di mio marito alla chemio in presenza dell aloe, dato che lui stesso la stava studiando in laboratorio con grandi risultati. Peccato pero’ che non poteva divulgarlo poiche’ senza un brevetto era impossibile integrarla alle cure dei suoi malati. Siamo sempre li. Business, business e business.

LA CHEMIO AVEVA FALLITO

La chemio termino’ nell ottobre del 2010, la tac pero’ non fu proprio un grande successo. Era migliorato ma di poco, circa un 30% a fronte di una tossicita’ elevatissima. Lo misero in pausa e io insistetti ancora per avere un nuovo istologico. Durante quei mesi continuo’ le cure naturali e sembrava una roccia. Era forte e pieno di energia. Chi aveva modo di vederlo, Medici compresi, stentava a credere che fosse cosi’ gravemente malato. Passarono alcuni mesi e la sua oncologa insistette per cominciare nuova batteria di chemioterapici, ma io con molta fermezza le dissi che prima di un nuovo istologico non si sarebbe iniziato nulla, dato che ancora ero convinta che il tumore di mio marito non fosse quello. Sapevo bene di non avere le sue simpatie, per lei ero solo una gran rottura. Non ero la tipica mogliettina spaventata che sventolava il marito durante le sedute di chemio. Ero una noiosa e petulante ragazza che leggeva, studiava e si informava ….e soprattutto faceva domande, troppe.

NUOVA CHEMIO FALSE SPERANZE

Arrivo’ dopo altri 2 mesi dal Belgio, il nuovo esame istologico. Indovinate un po??? sarcoma. Tutti nel panico, dottori, infermieri, professori….una bolgia. Ne avevano sparate di grosse in quei mesi, carcinoma qui, carcinoma li, linfoma, persino carcinoide….ma sarcoma proprio no. Con un sarcoma dei tessuti molli doveva essere morto da tempo, invece era li, vivo e vegeto e pure in forma.
Nessuno aveva una spiegazione. La sua oncologa ebbe una geniale idea…facciamo un trapianto di midollo autoctono, e poi radiamo al suolo con la chemio. Si, le dissi io, radiamo al suolo chi? Il tumore o mio marito?…ricordo ancora la sua faccia, mi odiava proprio. E pensare che lui era quasi convinto di farlo!!!! dovetti impormi per fargli vedere le alternative. Decisi di consultare fuori regione uno dei massimi esponenti che si occupano di sarcomi. Prendemmo l’aereo e andammo in un altro grande ospedale nazionale, volevo sentire da questo grande esperto una possibile soluzione. Ci accolse in una stanza fredda e piccola in un ospedale che dire triste e’ dire poco. All ‘ingresso vidi mio marito assorto fissare i malati che entravano e uscivano come zombie, senza capelli e grigi di carnagione. Mi disse “ sono tutti morti, ma ancora non lo sanno”. Il dottore lo visito’ accuratamente, era incredulo. Mentre mio marito si rivestiva, mi disse “io non so come sia potuto durare cosi’ tanto…e poi con questa forma fisica!!! non ho parole”. Gli dissi del protocollo naturale che avevo fatto per lui e mi consiglio’ di continuarlo. Era passato un anno dalla scoperta del tumore. Secondo i loro calcoli doveva essere gia’ morto. Gli propose una nuova chemio, questa volta mirata per i sarcomi e ci confermo’ che era un miracolo quel 30% ottenuto con il PEB dato che quel tipo di chemio non scalfiva minimamente i sarcomi dei tessuti molli. Aveva fatto 6 cicli di chemio inutile.
Volle fare un nuovo istologico, era il 4°, questa volta da un suo amico nel nord italia, per capire che tipo di sarcoma fosse. Il risultato no si fece attendere: sarcoma desmoplastico a piccole cellule rotonde, con interessamento linfonodale. Una condanna a morte certa, oppure un miracolo vivente, dato che non ci sono sopravvissuti a questa neoplasia in fase avanzata.

SARCOMA DESMOPLASTICO E METODO DI BELLA

Questo tipo di sarcoma e’ stato scoperto nel 1989 e fino ad oggi a livello mondiale ci sono stati forse 300 casi in tutto il mondo. La forma ai linfonodi e’ la rarita’ nella rarita’, in italia e’ il primo caso in assoluto.
Tornammo a casa e si comincio’ questa nuova chemioterapia (Epirubicina e ifosfamide/ mesna). Fece 3 cicli che lo portarono ancora una volta a perdere i capelli, questa volta anche ciglia e sopraciglia. Quando si guardava allo specchio stentava a riconoscersi, ma credeva nella sua guarigione e si impegnava al massimo continuando il solito protocollo naturale. Era agosto quando arrivo’ l’esito della tac. La chemio fu inutile. Nessun risultato e tanta tossicita’ accumulata. Gli prenotarono la quarta seduta per settembre, proprio nel giorno del suo compleanno. Fu allora che decisi di impormi. Nei mesi precedenti avevo studiato il metodo di bella ideato da Prof.Luigi Di Bella ad oggi continuato da suo figlio Dott.Giuseppe e dai suoi allievi sparsi in tutta Italia. Questa cura aveva un senso per me. Dott. Di Bella scopri’ che i tumori, tutti, sono nutriti dall’ormone della crescita. Quindi la sua cura mira ad inibire questo ormone attraverso dei farmaci, mentre l’altra parte della cura e’ rappresentata da diversi elementi naturali, studiati e collaudati dal professore, che spingono il sistema immunitario e lo rinforzano. Tutto aveva un senso, finalmente. Feci vedere a mio marito i video di Dott. Giuseppe dove spiega in cosa consiste la cura e lui che era un ragazzo estremamente colto ed intelligente capi’ subito che non poteva non tentare questa strada. Partimmo per Bologna a fine settembre per conoscere Dott. Giuseppe Di Bella e iniziare la terapia. I costi erano elevatissimi, fuori dal nostro budget, cosi’ mio marito, persona sempre propositiva e forte, decise di costruire una piccola ditta edile che potesse permettergli di usare il ricavato interamente per le sue cure mediche.

GLI EFFETTI STRAORDINARI DEL METODO DI BELLA

Gli effetti della cura Di Bella furono evidenti da subito. Il suo colorito da grigio divenne roseo, i capelli da stopposi divennero ricci e pieni di volume. Dopo soli 3 mesi era pieno di forza. Mi disse “io non so cosa abbia questa cura, ma sento che potrei scalare una montagna. Non mi sentivo cosi’ in forma neanche quando ero ragazzino”. Era cosi’….in piena forma fisica, di conseguenza il morale era alle stelle. Continuo’ la cura di Bella per 1 anno e alla tac notammo che il tumore era stazionario, un risultato enorme. Decidemmo di intentare causa in tribunale per avere la cura direttamente mutuabile, ma nonostante le prove fornite, il CTU, grande oppositore della terapia di bella, riusci’ a farci bocciare la richiesta. Non ci scoraggiammo, si ando’ avanti con sacrificio e forza.

SARCOMA DESMOPLASTICO E IPERTERMIA

Continuai i miei studi sui sarcomi, tra inibitori della pompa protonica, antiacidi, e ipertermia. Trovai in rete degli studi su ipertermia nella cura contro i sarcomi dei tessuti molli. Il calore sprigionato da queste piastre era in grado di uccidere le cellule tumorali, che in realta’ sono molto deboli. Decisi di contattare Dott. Lucio Rocca che a Monza ha uno studio medico che si occupa di cura biologica dei tumori, attraverso ipertermia e metodo di bella. Dott. Rocca fu infatti uno dei primissimi allievi di Prof. Luigi Di Bella, quindi conosce perfettamente la cura e i suoi studi. Partimmo da lui nell ottobre del 2012. ci colpi’ tanto questo Dottore, in realta’ Professore di ipertermia a Tor Vergata, esperto di micoterapia e cure naturali, ha studiato persino medicina ayurveda in america. Finalmente trovammo un ambiente ospitale, uno studio medico accogliente, con tanti Dottori che seguono i pazienti in tutto il percorso dalla riabilitazione alla nutrizione. Ci accolse nel suo studio e gli disse subito una frase che mi colpi’ molto e che di li a poco mi apri’ la mia vera strada: “guarisci la tua anima, solo allora guarira’ il tuo corpo”. Quanto aveva ragione!!!!!

DA SOLA HO TROVATO L’UNICA CURA CHE FUNZIONA!! SI AGGIUNGE LA STEREOTASSICA

nel mese di novembre del 2012 mio marito, seguito da Prof. Rocca, comincio’ la cura biologica, ovvero metodo di bella e ipertermia, con aggiunta della Stereotassica, una sorta di radioterapia molto avanzata e precisa, che si ando’ a fare allo IEO di Milano. Dopo solo 1 mese di trattamento fece una TAC di controllo e il risultato ci lascio’ senza parole…..riduzione del 50% di un pacchetto linfonodale dell’addome, che si decise di trattare perche’ piu’ grande rispetto a gli altri e per verificare l’effetto della terapia in atto. AVEVAMO TROVATO LA STRADA GIUSTA!
Nel buio di una malattia rara e impossibile, sconosciuta ai tanti oncologi, io che non sono nessuno, grazie ai miei studi e alla mia voglia di trovare una strada, ero riuscita ad avere un risultato che neanche i medici avrebbero sperato. Avevo ideato un protocollo naturale e una serie di cure che agivano in sinergia, rinforzando il sistema immunitario e colpendo in maniera mirata il tumore.
Ricevetti mail e telefonate, soprattutto da un ospedale della capitale, dove un oncologo che tra i tanti aveva visitato mio marito, mi chiese dove avevo trovato quel protocollo, dato che per la prima volta in quel momento, in Germania, lo stavano sperimentando. Parlo di ipertermia con l’aggiunta di alcuni elementi fortemente antitumorali della di bella. Io ovviamente non ne sapevo nulla. Ci arrivai per caso, per logica e per intuito.

PSICOBIOGENEALOGIA PER COMPRENDERE L’ORIGINE E IL CONFLITTO DI OGNI MALATTIA

Le famose parole di Dott. Rocca, come ho spiegato precedentemente, non mi lasciarono indifferente. “guarisci la tua anima, solo allora guarira’ il tuo corpo”….dentro di me sapevo da sempre che era cosi’, che aveva ragione. Sentivo di dover approfondire, l’argomento mi interessava molto, cosi’ grazie alla mia cara amica Ines, cominciai a leggere e piano piano studiare la psicobiogenealogia, partendo dai libri di Gerard Athias, Brebion, Anne Schutzenberger e frequentando alcuni seminari sull’argomento. Compresi che la malattia e’ uno dei tanti aspetti della nostra anima, un sintomo di malessere, una richiesta di aiuto che spesso viene dal passato, nostro o ereditato dai nostri familiari, un risentito che va compreso e superato. Studiai il genoma di mio marito e compresi molto chiaramente che la sua malattia aveva origini familiari passate, ma anche personali. Lui era un ragazzo molto pragmatico, razionale. All’inizio non voleva vedere, sminui’ la cosa, faceva finta di nulla mentre io divoravo un libro a notte. Poi con il tempo si rese conto che la sua malattia non era un caso, aveva radici lontane e sofferenza che si portava dietro da quando era piccolo. Piano piano comincio’ a parlare e a piangere. La grande armatura che con gli anni si era costruito per illudersi di non soffrire, piano piano stava cadendo.

IL PRIMO INTERVENTO CHIRURGICO

Era l’inverno del 2013 una mattina ci rendiamo conto che i suoi occhi erano gialli, cosi’ dopo qualche giorno notando il peggioramento decise di andare all’ospedale e dopo alcune analisi fu ricoverato e operato perche’ un linfonodo premeva sulla colecisti causando un occlusione, quindi fu necessario il posizionamento di uno stent biliare in titanio, un intervento di routine che pero’ per lui ebbe esiti catastrofici. La bilirubina infatti calo’ di poco, cosi’ nelle settimane successive ebbe febbri altissime che solo dopo scoprimmo fossero causate da setticemia. Fu rioperato nella primavera del 2013 per inserire nuovo stant, perche’ quello precedente si ostrui’ dopo pochi giorni. Un effetto rarissimo ci dissero, poiche’ lo stent era in titanio doveva essere sicuro.

IL SUO TESTAMENTO SPIRITUALE

Un malato di cancro ha un equilibrio precario. Il sistema immunitario minato dalla malattia e rovinato dalle chemioterapie e’ labile. Basta pochissimo per rovinare il lavoro di anni e cosi’ fu.
Mio marito si consumo’ piano piano. La setticemia fu un colpo troppo grande per lui. Non si e’ mai arreso, ha lottato ogni giorno della sua vita per poter vedere crescere i suoi figli. Un giorno mi disse queste parole e io le conservo gelosamente nel mio cuore…”non sono uno stupido, so bene che la mia malattia e’ impossibile. E’ come se avessi una bomba ad orologeria in pancia. Ma sono ancora vivo, nonostante il poco tempo che mi hanno dato i medici. Sono passati 3 anni e sono qui. Ho potuto passare del tempo con te e i bambini e questo e’ solo merito tuo. Fosse stato per me avrei seguito i loro consigli e ora sarei morto. Sono vivo solo grazie a te. Non mi arrendero’ mai. La vita per me e’ come una corsa ad ostacoli….c’e’ l’ostacolo li di fronte a te, non puoi rimanere a guardarlo. Lo salti e vai avanti. Magari lo butti giu, ma non fa nulla. L’importante e’ non stare fermi, tentare! Anzi mi piace descrivertela cosi’…io adoro giocare a calcio, lo sai, la vita e’ proprio come una partita di calcetto. Quando entro in campo so che trovero’ avversari anche piu forti di me, ma che faccio, me ne vado? No, io quella partita me la gioco tutta, se vinco bene, se perdo pazienza, ma dal campo vado via sempre a testa alta”.

IL VOLO

Mio marito e’ morto in una mattina d’estate del 2013, tra le mie braccia a casa sua cosi’ come voleva lui. E’ stato al mio fianco per 20 anni e da lui ho imparato molto. Credo che un dolore cosi’ grande ci metta di fronte a due scelte: o ti indurisci o impari a dire grazie. Mio marito e la sua malattia mi hanno donato occhi nuovi per vedere il mondo. E’ come se guardassi le cose da un’altra prospettiva, da un altro punto di vista. Ogni giorno sono grata di cio’ che ho e sono felice, nonostante tutto, felice doppiamente anche per lui. La vita e’ un dono meraviglioso e bisogna gioire ed essere grati ogni giorno. Dopo la sua morte continuo ad aiutare i malati nel suo nome, porto avanti i gruppi web che ho fondato sul diritto alla liberta’ di scelta terapeutica e cure naturali (Diritti dei malati-liberi di scegliere e Micoterapia e cure naturali) organizzo con i nostri amici ogni anno un bellissimo memorial di calcetto dove tutto il ricavato viene dato alla fondazione di bella per la cura dei tumori, porto avanti iniziative in aiuto ai malati oncologici. Attraverso questi atti concreti riesco a dare un senso a tutto cio che ci e’ capitato. E’ come se il dolore fosse filtrato attraverso un meccanismo di bene. E’ il mio modo di onorare il suo cammino terreno, attraverso atti concreti di solidarieta’. Lui avrebbe voluto questo e io cosi’ onoro la sua memoria.

CONCLUSIONI

Vorrei concludere ringraziando il mio amico Alfredo Cosco che mi ha gentilmente offerto la possibilita’ di far conoscere la mia storia, per lasciare a tutti voi un messaggio importante. Dopo questi anni di studi e ricerche, e dopo la mia esperienza di moglie di un malato di cancro vorrei dirvi solo questo: ricordatevi che la malattia non e’ una maledizione. Ognuno di noi ha un compito in questo viaggio terreno. Non siamo qui per fare una passeggiata ma per imparare e lasciare un insegnamento al prossimo, possibilmente d’amore e solidarieta’. La malattia e’ un disagio dell’animo, cosi’ mentre vi prendete cura, giustamente, del vostro corpo, ricordatevi di non trascurare la psiche ovvero il vostro animo. Una strada non esclude l’altra. Va benissimo la dieta, gli integratori naturali, la cura che avete scelto, ma non trascurate voi stessi. Per ogni malattia c’e’ un risentito, una ferita che riemerge dal passato. Non voltatevi dall’altra parte, ascoltatevi.

Finisco queste ultime righe scrivendo cio’ che ho letto in chiesa il giorno del funerale di mio marito. che siano per tutti voi fonte di riflessione. Buona vita, Silvia.

16 luglio 2013

“Ci siamo incontrati in un giorno d’estate di 20 anni fa, eravamo cosi’ piccoli ma sentivamo che il nostro amore era grande e speciale. Ci siamo giurati di non lasciarci mai e cosi’ abbiamo fatto, mano nella mano affrontando le avversita’ della vita…e noi quella vita l’abbiamo avuta piena e insieme abbiamo costruito tantissimo. La malattia e’ stata l’ennesima prova da affrontare, ma noi non l’abbiamo vissuta come una punizione ma come una grande opportunita’ di crescita. vedendoti subire una preoccupazione cosi’ grande ho diviso il fardello con te, cercando una strada da seguire nel buio di una malattia rara e impossibile. Nonostante tutto ti sei fidato ciecamente dei miei studi, delle ricerche e dei consigli che ti davo, perche’ il tuo unico obiettivo era quello di guarire, per vedere crescere i tuoi bambini e per poter in futuro essere d’aiuto agli altri. In tutto questo lungo viaggio il Signore ci ha illuminato la strada, mostrandoci tanti segnali e facendoci incontrare tante persone speciali che ci hanno sostenuto e aiutato tanto. Oggi tu sei volato in cielo ma la tua battaglia L’HAI VINTA…perche’ hai saputo costruire un castello nel deserto delle difficolta’, perche’ avevi sempre una parola di conforto per tutti anche quando sentivi la paura, perche’ le avversita’ non ti hanno mai abbattuto ma spronato ad andare avanti e a non arrenderti. Un giorno mi hai detto “se dovessi morire scrivi nella mia tomba..qui giace Nico, il mago!!quello che riesce sempre a tirar fuori qualcosa dal cilindro..”. Eccomi qui oggi, accanto alla nostra amica Ines a esortarvi a fare delle sue parole la vostra forza. Amate la vita, non date mai nulla per scontato, siete fortunati ad avere accanto a voi le persone che amate e non dimenticate mai di mostrare i vostri sentimenti, di essere grati a Dio ogni istante della vostra esistenza. Non lamentatevi per le cose futili della vita, ma cercate di lasciare in questa terra qualcosa di buono, cosi’ come ha fatto lui. Quando vi sembra che tutto vi stia crollando addosso, pensate a Nico, a quanto ha sofferto e sperato, combattuto e amato, con dignita’ e forza, fino all’ultimo respiro. Ricordatelo e portatelo nel vostro cuore, lui sara’ li a consigliarvi come ha sempre fatto. Io invece guardero’ il carattere forte e rivoluzionario di Beatrice e lo sguardo profondo e intenso di Massimiliano e cosi’ rivedro’ te, dolce amore mio. Infondo penso che siamo stati fortunati ad incontrarci, sceglierci ed amarci cosi’ profondamente. La tua presenza e’ stata un dono stupendo per me.
Ti Amo, con tutto il mio cuore, tua Silvia.”

RINGRAZIAMENTI

Dedico questa intervista alle persone speciali che la vita mi ha donato, alcune incontrate lungo il cammino della malattia di mio marito e che non ci hanno mai lasciati. I miei figli grazie ai quali ho trovato la forza, l’amore e gli stimoli per risollevarmi, La mia Famiglia, Nicola, Barbara, Ines, Daniele e Silvia, Giorgia C., Giorgia D. e tutti gli amici del Metodo Di Bella.
Alle mie amiche Eliana e Lia che hanno perso la loro battaglia contro la malattia ma hanno vinto la prova piu’ grande. Il loro amore e la loro forza saranno sempre parte di me.

Con affetto, Silvia Deiana

Silvia2

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PANE DI LIBERTA’- grano Senatore Cappelli e macinatura a pietra. Intervista a Stefano Caccavari

by on lug.21, 2015, under Ispirazione, Resistenza umana

Stef

Il pane che noi oggi mangiamo è un’altra cosa rispetto al pane che si mangiava un secolo fa. E’ un’altra cosa il processo di macinazione. E’ un’altra cosa il processo di coltivazione del grano. E’ un’altra cosa lo stesso grano, lo stesso seme utilizzato.

“E con ciò?”.. direbbe qualcuno. “Non muta tutto nel corso del tempo? Nulla resta uguale. Nel corso dei secoli e dei millenni i semi e le piante sono mutati, o per intervento umano, o per incroci avvenuti in natura”.
E qui c’è da fare un chiarimento, che seppure espresso con riferimento ai cereali, visto che è di grano che si parla in questo testo, non vale solo per essi.
Anche i cereali, come tutte le specie viventi in realtà hanno subito modificazioni nel corso dei secoli o dei millenni. O per incroci avvenuti spontaneamente tra varietà che vivevano in un medesimo ambiente o attraverso la selezione e l’ibridazione perpetrata dall’uomo mediante pratiche agrarie. Questi mutamenti non vanno però confusi con le modificazioni genetica effettuate in laboratorio. Per mutazione genetica si intende una qualsiasi alterazione che avviene a carico di una sequenza di DNA che ne modifica il funzionamento. Queste modificazioni possono essere i veri e propri OGM, quando si agisce direttamente sul DNA. Ma possono essere ottenute anche attraverso l’uso di agenti mutageni; essenzialmente sostanze chimiche o radiazioni ad altra frequenza.
Gran parte del grano coltivato attualmente in Italia (e nel mondo) è frutto di mutazione genetica, pur non essendo un OGM, nel senso stretto del termine.

Fino ai primi decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale, il grano dominante nel nostro paese era la varietà Senatore Cappelli.
Questa varietà di grano nacque dagli esperimenti di uno dei più grandi genetisti italiani di tutti i tempi, Nazareno Strampelli, che dedicò gran parte della sua vita agli incroci delle specie di frumento, per dare vita a varietà più produttive e resistenti. Le tecniche adoperate da stampelli erano del tutto tradizionali e naturali. Consistevano nell’impollinazione incrociata o nell’ibridazione di innesto compiuta sui semi o sulle parti vegetative della pianta. Sviluppò più di cento varietà di grani, tra cui, nel 1915, il Senatore Cappelli; Strampelli gli diede questo nome in onore del Marchese Raffaele Cappelli, Senatore del Regno d’Italia, che fu promotore nei primi del novecento della riforma agraria che ha portato alla distinzione tra grani duri e teneri e che mise a disposizione di Strampelli alcuni dei suoi poderi in Capitanata, affinché portasse avanti le sue sperimentazioni. Il suo nome deriva in onore del senatore abruzzese Raffaele Cappelli.
Il Senatore Cappelli un frumento duro, ad alto fuso, e considerato di alta qualità, divenne la varietà di grano più coltivata in Italia. Anche perché garantiva, rispetto alle varietà precedentemente coltivate, una più alta resa produttiva. Più alta resa che, però, come abbiamo visto, non pregiudicava il valore qualitativo del prodotto.

Negli anni ’70 questa varietà di grano e le altre varietà che ancora sussistevano vennero abbandonate e al loro posto si impose il grano “nanizzato”, frutto di mutagenesi genetica. Presso il laboratorio per l’applicazione in agricoltura del Comitato Nazionale per L’Energia Nucleare già dagli anni ’50 si conducevano sperimentazioni sul grano, soprattutto sul Senatore Cappelli. Nel 1974 attraverso irraggiamento, con cobalto radioattivo, del Senatore Cappelli, irrorando i campi con acque provenienti di reattori nucleari, venne sviluppata la varietà Creso, l’attuale grano “nanizzato”, il grano a fusto basso. Questo grano evitava il fenomeno dell’allettamento, ovvero la piegatura del fusto del grano, dovuta al suo essere (nei grani antichi e nelle varietà “elette” come Il Senatore Cappelli) alto. Inoltre permetteva un notevole aumento della produttività. Questi fattori favorirono la sua recezione. Il Creso fu poi a sua volta incrociato con altre varietà fino ad ottenere molti dei tipi di frumento che si coltivano oggi (Simeto, Colosseo, Adamello, etc.).
Siamo cresciuti pensando che “questo è il grano”. Invece questa tipologia di grano ha un quarantennio di vita. La stragrande maggioranza del pane, della pasta, dei dolci, della pizza che mangiamo oggi è frutto dell’utilizzo di un grano “nanizzato” generato con mutazione genetica.
Il Grano Creso contiene una quantità di glutine molto più elevata rispetto al Senatore Cappelli e agli altri grani tradizionali. Questo grano “mutato” è stato considerato uno dei maggiori responsabili della diffusione della celiachia tra le persone.
L’affermarsi di questa varietà è collegata anche al drastico aumento dell’utilizzo di pesticidi. Proprio per via del suo essere “nano”. Il Senatore Cappelli e altre varietà antiche avevano un grano ad alto fusto che correva sì il rischio dell’allettamento, ma dominava le piante infestanti, ed era ottimo per la coltivazione biologica. Nel caso del grano nanizzato, invece, se non si utilizzano pesticidi, le erbe infestanti prendono il sopravvento sulle spighe.

Ma non è solo questo grano “geneticamente mutato” a rendere radicalmente diversa la farina attuale –e quindi ciò che con essa si produce- dalle farine utilizzate in passato.
Anche il soppiantamento degli antichi mulini a pietra da parte dei moderni mulini elettrici a cilindri ha determinato un mutamento notevole del tipo di prodotto realizzato. Sono i moderni mulini che permettano la realizzazione della farina ad alto grado di raffinazione, 0 e 00, considerata una farina “morta” e dannosa, da diversi punti di vista, per l’organismo umano.
Noi viviamo in un mondo dove grandi poteri ed interessi plasmano sempre più ampi aspetti della vita che le persone si trovano concretamente a vivere. E il grano, tutto quello che ruota intorno al grano, non è estraneo a tutto ciò.
Da diversi anni però è sempre più forte, da parte di singoli e gruppi, la volontà di recuperare le antiche varietà di grano, e le tradizionali modalità di macinazione. Stefano Caccavari, di San Floro, provincia di Catanzaro, Calabria, è uno di questi.
Stefano voleva fare il pane come si faceva cento anni fa. Per questo è andato alla ricerca del seme del Senatore Cappelli, per questo l’ha coltivato, per questo ha cercato un antico mulino a pietra per macinarlo.
Ho avuto modo di incontrare Stefano diverse volte negli ultimi mesi. Questa è una sintesi dei dialoghi avuti con lui.
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-Stefano racconta il tuo percorso?

Ho 28 anni e per scelta ho deciso di rimanre a San Floro, nel paese che fu dei miei avi (dal 1700 almeno viviamo in questo territorio) e nel paese che mi sento di tutelare.
Qui c’è una realtà contadina. Non esiste, quasi, famiglia, che non abbia un pezzo di terra, e che no coltivi, ancora, qualcosa. Mio nonno produceva sempre grano. Da noi è rimasta l’idea di farsi il pane in casa quando è possibile. Tanto che mio padre quattro anni fa ha costruito un forno a legna; prima l’infornavamo col forno elettrico. Se vuoi è la fissazione dei calabresi, tornare alle origini. Facevamo questo grano, ti dicevo, e mio padre andava a macinarlo a Girifalco, presso un mulino a cilindri, perché, anche lui, come me non conosceva la differenza tra un mulino a pietra e un mulino moderno. Io sono sempre cresciuto con la pasta fatta in casa, il pane fatto in caso, ma.. con la farina macinata in un mulino moderno. Un giorno parlando col professore Varano, un vero intellettuale “completo” delle nostre parti.. il professore mi disse.. mi disse..”ah..è dal 71 che non mangio la farina macinata a pietra”. “Professore cos’è la farina macinata a pietra…?” gli chiedo. E da lì cominciai a capire la differenza tra il mulino a cilindri e il mulino tradizionalmente utilizzato nel corso dei secoli, quello a pietra..

-Spiega la differenza.

Il mulino a cilindri nacque nel dopoguerra, nel ’46, ’47. Il mulino a cilindri, per prima cosa ha l’alimentazione elettrica, a differenza dell’altro che ha l’alimentazione idraulica; lungo i corsi d’acqua veniva deviata l’acqua per creare energia idraulica per le pietre. Secondo, riesce a macinare più grano, grazie al processo dei rulli. Quindi invece di produrre un quintale all’ora come uno studio ha dimostrato, produceva minimo dieci quintali all’ora.

-Il diverso processo di mulitura incide anche sul tipo di farina prodotta..

Esattamente… ed incide tantissimo. Nel mulino a pietra la temperatura rimane più bassa e questo fa si che la farina non si “scaldi” troppo, preservandosi così le principali qualità nutritive. Inoltre, la farina che esce da un mulino a pietra ha una granulometria irregolare, una maggiore presenza di crusche, la conservazione del germe, che è la parte più preziosa. Col mulino a pietra è praticamente impossibile produrre farine troppo raffinate come la 00. Nel mulino a cilindri, invece, il chicco di grano viene sfogliato dagli strati più esterni a quelli più interni, fino ad un prodotto estremamente depurato che fa si che si abbia una farina “poverissima”, oltre che già peggiorata dal surriscaldamento per via dell’alta velocità di macinazione.. La farina raffinatissima attuale, utilizzata praticamente ovunque, è a tutti gli effetti una farina “morta”, che non ha più niente di vitale. E’ una farina che permette una grande elasticità. Infatti rende molto più facile fare pizze, dolci. Ma è una sostanza deprivata di tutto ciò che può essere salutare, ed è un concentrato di glutine e proteine.

-Con l’affermarsi dei mulini a cilindri…

Vengono mandati in pensione i mulini a pietra. Fino agli anni ’50, ’60, praticamente ogni paese aveva il suo mulino. Gran parte della farina allora in uso, avrebbe potuto definirsi “a chilometro zero”. Un mulino a cilindri manda porta alla chiusura di una trentina di vecchi mulini a pietra. Questo lo dice l’Associazione Mugnai d’Italia, non io. Solo a San Floro c’erano nove mulini a pietra. Gran parte dei mulini a pietra della provincia furono dismessi perché a Girifalco e a Borgia arrivarono i mulini elettrici a cilindri. Solo due mulini a cilindri hanno stravolto fatto venire meno tutta una geografia di mulini a pietra. Questo per la grande produttività che permette il mulino a cilindri. Un mulino a cilindri macina dieci quintali di grano all’ora, rispetto a un mulino a pietra che ne macina uno.
Tutto questo porta anche ad una dinamica nuova. La farina prodotta dai mulini a cilindri è trasportabile anche alle lunghe distanze. Dalla Lombardia la potevi spedire questa farina in Calabria e Sicilia. Potevi mandare il grano in Lombardia, e loro ti rispedivano il prodotto finito. Prima, una cosa del genere era impossibile. Quando macini a pietra, il prodotto macinato può durare da tre a sei mesi senza rovinarsi; in estate un mese. Questo perché essendo un prodotto vivo, una farina viva, subisce dei processi di deformazione; si rovina, cambia, possono arrivare degli insetti. Mentre se compri adesso un pacco di farina c’è scritto “a scadenza tra due anni’. E’ tutto un mondo che è stato stravolto. Prima la farina veniva macinata in base alle esigenze, una volta al mese, una volta ogni due mesi, una volta a settimana. E il pane molti se lo auto producevano o andavano a prenderlo nelle immediate vicinanze. Ora in Calabria può arrivarti il pane di Milano, il pane della Germania, come avviene nelle catene LIDL dove arriva dalla Germania, da duemila chilometri di distanza il pane precotto, surgelato, che viene infornato in forno elettrico. E comunque si tratta di farine industriali che non vengono certificate.
Tra l’altro noi ci troviamo ad importare una grande quantità –forse anche il 40% del nostro fabbisogno di grano dall’estero. I maggiori produttori di grano sono gli USA, la Francia e il Canada.
Tornado alla immagine del nuovo mulino moderno che soppianta i vecchi, questa volta, l’innovazione tecnologica ha rappresentato non un avanzamento per l’umanità, ma un regresso.

-Credo che ce ne siano diverse di eccezioni al dogma delle “meravigliose sorti progressive” della modernità… ritorniamo a te e alla tua volontà di riprendere la macinazione a pietra..

Come ti dicevo, già il professore Varano mi aveva parlato dei mulini a pietra. Ne parlai con mia nonna, che mi fece il nome di coloro che un tempo facevano il pane a San Floro, e poi mi aggiunse “Quanto vorrei mangiare il pane come si faceva cento anni fa..”. E io le dissi “Nonna non è un problema, troveremo un mulino a pietra e andremo a macinarlo noi lì“. Nel frattempo, io avevo comprato da mio zio circa dieci quintali di grano. Grano biologico, perché mio zio è allergico ai pesticidi. Però adesso non volevo più macinarlo nel classico mulino a cilindri, volevo trovare un mulino a pietra. Andai su Google e scrissi “Mulino a pietra Calabria”. Nella prima pagina non trovai nulla.. andai alla seconda e alla terza.. e ancora nulla. Dopo la terza pagina, il 99% delle persone crede di avere sbagliato parola e riprova con altre combinazioni. Ma ho continuavo ad andare avanti e all’undicesima pagina, trovai un file in exel, dal titolo “mulini degni di nota”. Cliccai e cercai i mulini a pietra che si trovano ancora in Calabria. In quel file venni a sapere che esiste un mulino a Santa Severina, vicino a Belvedere Spinello, che macina da due anni. Telefonai ma il suono che sentivo era quello del telefono staccato. Poi seppi che erano in ferie per agosto. Li richiamai a settembre, e mi rimandarono ad ottobre. Ad ottobre mi feci novantatrè chilometri per raggiungerli, un’ora e trenta di cammino. Ma fui contento di fare quel viaggio. Dato che me ne tornai con il mio primo quintale di farina macinata a pietra. Quel giorno conobbi Giulio, che mi fece tutta la panoramica di come funziona il mulino a pietra, del perché è importante, ecc. Nel frattempo in quei mesi mi ero divorato su internet tutte le informazioni al riguardo. Anche io voglio ripristinare un vecchio mulino a pietra ma non è facile..

-Perché?

Molte delle pietre che formavano quei mulini sono state prese da chi magari voleva.. un cimelio antico in casa.. o per qualche altro utilizzo.. Considera cha la migliore pietra, quella più adatta veniva dalla Francia. C’è un comune in Francia, Le Ferté, che ha un granito particolare, tutto il paese lavorava per queste pietre. Ma ormai è una produzione cessata. Esistono i mulini in pietra moderna; ma si tratta di un miscuglio di calcinacci. Per differenziarti devi usare le pietre antiche.

-Andiamo adesso al Senatore Cappelli..

Dopo avermi spinto a riscoprire la macinazione in pietra, il professore Varano mi mise in testa un’altra cosa. Mi disse che era dagli anni ’70 che non mangiava pane fatto con il Senatore Cappelli. E io anche qui cado dalle nuvole “cosa è questo Senatore Cappelli?”.

-Parli del celebre grano sviluppato, nel 1915, dal grande genetista italiano Nazareno Strampelli, combinando in modo “naturale” varie varietà tradizionali, in modo tra produrre un grano con maggiore produttività rispetto ai grani dell’epoca, ma senza perdere in qualità.

Sì… fino a dopo la seconda guerra mondiale era il grano più diffuso in Italia. Tra l’altro, dalle nostre parti il Senatore Cappelli era chiamato “il grano a cappella”. Venni a conoscenza anche di altre varietà di grani antichi presenti dalle nostre parti, come il Gentil Rosso, da noi chiamato “Russìa”, e altre varietà. Anche mio nonno mi parlò di queste varietà.
Comunque, venuto a conoscenza del fatto che era il Senatore Cappelli il grano che si utilizzava dalle nostre parti, ho subito deciso che dovevo andare alla ricerca di questo grano, dovevo procurarmi il seme e seminarlo. Noi siamo iscritti a “Suolo e salute”. “Suolo e salute” è l’agenzia che controlla che la tua terra sia biologica. Loro sono a conoscenza di chi è in possesso di varietà antiche di semi. Loro ci hanno indicato un signore che da sessant’anni custodiva gelosamente i semi di Senatore Cappelli. Siamo andati da lui, dicendo che volevamo recuperare i grani antichi. Lui si è dimostrato molto contento e poi ci ha detto quanto avremmo dovuto pagare. Ne abbiamo comprato due quintali. Un quintale siamo andati a macinarlo direttamente, e l’altro lo abbiamo seminato.. poi ci siamo procurati anche un altro quintale per la semina, quindi possiamo dire che i quintali seminati sono due.

-Avevi trovato il mulino a pietra, ti eri procurato il Senatore Cappelli..

E quindi potevo preparare il pane come si preparava cento anni a fa. Naturalmente con il lievito madre, e con la cottura a forno a legna. Un giorno mi presento da mia nonna, le mostro un pane, e le dico..”guarda qua nonna… farina integrale Senatore Cappelli e macinatura a pietra..”. Lei lo ha mangiato commossa. Si sentiva come se tornasse giovane. La stessa cosa il professore Varano.

-Un sapore non paragonabile col “classico” pane a cui siamo abituati..

Assolutamente non paragonabile. In bocca è un gusto totalmente nuovo. Sembra ci sia miele. E..guardalo.. (mi mostra una forma di questo pane).. è un pane scuro, non molto grande.. perché la farina di grano duro, specie quando si tratta di una varietà come questa, non lievita tanto.. guardalo.. provane un pezzo.. (lo provo, sicuramente il sapore è insolito, notevole)..

-Gli avete dato un nome..

Vorremmo chiamarlo “Brunetto”.. si tratta ancora di una produzione molto limitata… ma in futuro potrebbe crescere. Anche se difficilmente potrà crescere più di tanto nel breve periodo; anche perché non è ancora grande lo spazio coltivato, e poi è un grano che ha un livello di produttività più ridotto rispetto al grano “attuale”. Oltre a fare il pane, abbiamo a disposizione la farina di Senatore Cappelli. Così chi vuole può farsi il pane, la pasta, la pizza e quello che vuole lui.

-Il Senatore Cappelli e le altre varietà antiche furono sostituite col grano “geneticamente mutato” Creso, creato nei laboratori Enea nel 1974..

Il grano Creso è fondamentalmente il grano che usiamo oggi. Questo grano evitava sia il fenomeno dell’allettamento e consentiva di produrre dai 20 ai 50, 60 quintali per ettaro; mentre col Senatore Cappelli si arrivava a massimo circa 20 quintali per ettaro. Negli anni ’50 e ’60 l’economia italiana era in grandissima espansione, e contemporaneamente diminuivano le persone che si dedicavano all’agricoltura. Col grano “modificato geneticamente” Creso potevi produrre fino a tre volte quanto producevi col Senatore Cappelli. Essendo però un grano più basso, e quindi superato in altezza dalle piante infestanti, comincia l’uso massiccio dei “diserbanti selettivi”; diserbanti che lasciano viva la pianta di grano, ma uccidono tutto il resto. Già l’inquinamento delle terre era iniziato negli anni ’60, negli anni ’70 e ’80 avrà un incremento, anche per via della nuova varietà di grano. Solo negli anni ’90 la legislazione e il mondo scientifico iniziano ad occuparsi di pesticidi. Molti terreni sono profondamente avvelenati dalla chimica. Anche questo sta alla base della riscoperta degli antichi semi.. e di varietà come il Senatore Cappelli. Per fortuna c’è stato qualcuno che ha custodito questi semi per tutto questo tempo; consentendo così, oggi, anche a noi, di coltivarli.

-C’è poi tutto l’enorme problema delle aziende che controllano i semi tutt’ora in commercio.. che ne hanno il brevetto.. e che costringono i contadini a comprare varietà quasi sterili..

Nel caso del grano, lo hanno modificato, programmando il seme, in modo tale che il primo anno puoi ottenere cento. Il secondo produci dieci. Il terzo anno nulla. Quindi l’agricoltore nonha alcuna convenienza a coltivarsi il grano prodotto l’annata precedente e preferisce comprarsi un seme nuovo. In pratica una grande parte dell’agricoltura attuale è nelle mani delle aziende che vendono i semi.

-Quella della libertà dei semi è forse una delle più grandi battaglie che andranno fatte nei prossimi decenni.. è la stessa libertà dell’essere umano che è in gioco..

Assolutamente… c’è un disegno sporco dietro come queste o la diffusione degli OGM.. un disegno che dobbiamo contrastare.

-Tu, oltre all’impegno per la riscoperta del grano e del pane di una vota, hai partecipato lo scorso anno alla battaglia contro la discarica Battaglina, e stai portando avanti altre iniziative in tema di agricoltura biogica.

Circa la battaglia contro il progetto della discarica, San Floro, ha rischiato di diventare la più grande discarica d’Italia. Infatti la discarica in loc. “Battaglina”, se realizzata, avrebbe potuto estendersi per 140 ettari di superficie. Da subito ci siamo attivati giovani e meno giovani per scongiurare questo pericolo imminente che ci voleva morti e senza futuro. Un progetto che, tra l’altro, si è scoperto non era giuridicamente realizzabile. Alla fine l’abbiamo spuntata.
Per quanto riguarda le iniziative che sto portando avanti, devo dirti che in me è scattato qualcosa di molto forte quando un amico, al tavolo del mio bar di famiglia, mi ha illustrato la teoria secondo la quale un territorio è destinato a scomparire se non le persone che vivono quello stesso territorio non fanno qualcosa per manternerlo vivo. E quindi la successiva domanda: “tu che stai facendo per il territorio di San Floro?”, questa domanda è stata la scintilla che ha acceso in me un fuoco di passione. Ogni cosa che faccio oggi la faccio per far vivere il mio territorio e per farlo conoscere alle persone della vicina città di Catanzaro.
Un anno fa il progetto “Orto di Famiglia”(www.ortodifamiglia.com”) con lo scopo e la missione di offrire la possibilità a ogni famiglia del catanzarese di avere un piccolo orto di famiglia dove poter mangiare prodotti sani e coltivati da noi ma raccolti da loro in prima persona. Così facendo le persone stanno riscoprendo l’antico contatto con la Terra a cui tutti noi siamo collegati. Siamo partiti l’anno scorso con 10 famiglie e oggi a un anno di distanza siamo arrivati a oltre 70 famiglie. Il mio intento posizionare San Floro come uno di quei luoghi dove si mangia come cento anni fa, e dove potere “tornare alla terra”. Un altro progetto che ho avviato, aiutato da altri 3 giovani di San Floro, è volto a recuperare le antiche cultivar di fichi e l’antica tradizione dei fichi essiccati al sole.

-Tu all’inizio dicevi che la fissazione del calabrese è tornare alle origini. E’ una “fissazione” che sicuramente anche tu hai.. ed è un bene che tu ce l’abbia.. e che ti abbia portato a fare queste cose..

Sì… noi vogliamo tornare alle origini.. riscoprire i nostri sapore e la nostra tradizione.. mangiare come cento anni fa… fare vedere che esiste un modello diverso, una via diversa… da quello che ci propina la grande industria.

-Grazie Stefano.

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La filosofia della chiropratica

by on mag.03, 2015, under Ispirazione, Simbolo

BJ-Palmer

La chiropratica, oltre ad essere un sistema terapeutico, ma anche un’arte e una filosofia.
Fu già lo steso D.D. Palmer, il fondatore -o meglio, “lo scopritore”- della chiropratica che parlò di filosofia della chiropratica. Egli scrisse un manuale intitolato The Science, Art and Philosophy of Chiropratic (“La scienza, arte e filosofia della chiropratica”). Anche il figlio B.J. Palmer, si soffermò molto su quella che poteva essere intesa come la visione filosofica che stava alla base della chiropratica.

Per filosofia non si fa riferimento a blandi e astratti riferimenti teorici da tirare fuori di tanto in tanto, ma di un elemento cardinale di tutto il percorso chiropratico. Una stella polare che ha dato per generazioni ai chiropratici quell’orizzonte di senso e di valore che poteva permettere loro di rispondere su un piano più alto alla domanda “chi sono”.
La chiropratica quindi non “si concepisce” e non “si racconta” solo come un metodo di regolazione della colonna vertebrale e/o di correzione delle sublussazioni. Ma anche come un sistema di credenze, una filosofia e una weltanschaung, una visione del mondo, appunto, sul corpo umano, su ciò che opera in esso e sull’ordine naturale dell’universo.
Se le concrete tecniche terapeutiche sono il “come” della chiropratica, la sua filosofia è il suo “perché”.

La filosofia della chiropratica si inserisce nell’ambito di una contrapposizione dalle radici millenarie. La contrapposizione tra quella che viene definita la filosofia ‘vitalista”, e la filosofia ‘materialista’ che sta ancora alla base della visione scientifica classicamente intesa.
La filosofia vitalistica è antichissima, ed era presente presso gli Egizi, i Greci, e altri popoli.
Già in quelle epoche, uomini colti hanno parlato di “forze vitali” all’interno del corpo; forze che lo aiutano a resistere alla malattia e a ripristinare la guarigione.
Altri, come i seguaci di Democrito, gli atomisti, credevano che non ci fosse nessuna “energia”, spinta vitale, o alcun altro elemento “interno” a guidare la manifestazione fisica, ma che il controllo fosse “esterno”; riscontrabile solo e esclusivamente nella operatività “priva di un senso” della stessa materia biologica. Per gli atomisti gli esseri viventi erano in sostanza “macchine” formati da atomi che non avevano nulla di più “profondo” a “guidarli”. Erano gli atomi stessi, solo la chimica organica a guidare il funzionamento corporale.
Essendo il corpo umano solo una struttura meccanicistica formata di riscontrabili distinti mattoncini fisici privi di qualunque sostrato “finalistico”, essendo quindi il corpo solo una macchina, anche l’approccio verso la guarigione diventava puramente “meccanicistico”.

Secondo Bruce Lipton, molto noto per i suoi studi sulla fisica quantistica, una delle chiavi di lettura per comprendere la contrapposizione storica tra vitalisti e materialisti può essere fatta emergere con la domanda “chi controlla la vita?”; chi controlla l’espressione, la manifestazione biologica degli esseri viventi?
Alcuni pensatori hanno parlato di una energia, psiche o forza vitale che in un certo senso “attiva” e guida il corpo umano. In questo senso quindi l’operare della fisicità vivente è guidato da un “controllo interno”.
Quelli che, invece, come Democrito e gli atomisti, hanno escluso ogni energia, impulso o spinta oltre alla materia concretamente riscontrabile, ipotizzano solo un “controllo esterno”.
I vitalisti, nel senso ampio che stiamo dando a queste categorie, finiscono per l’incorporare nella loro visione un approccio olistico, quello per cui un essere vivente non è rappresentabile come costituito dalla mera sommatoria delle parti che lo compongono ma è qualcosa di più.
I materialisti approdano invece spesso ad un approccio riduzionistico; quello per cui un essere vivente è esattamente uguale alla somma delle sue parti. Non ci vuole molto, partendo da un approccio materialistico a considerare l’uomo sostanzialmente una macchina.
Uno dei maggiori pensatori in cui queste visioni materialiste si sono riscontrate in modo esemplare è René Descartes, Cartesio. Cartesio non escludeva cose come l’anima, lo spirito, la forza vitale, ecc. ma le poneva su un piano “totalmente altro” rispetto a quello del corpo, che era visto governato esclusivamente dalle leggi della pura materia. Cose come il “rapporto corpo mente”, ovvero la capacità che il piano mentale potesse influenzare il piano fisico e viceversa, erano lontane anni luce da un pensiero rigidamente meccanicista come era quello di Cartesio.
Il dibattito sul fatto se la vita sia controllata da forte spirituali o materiali ha raggiunto il suo picco nel diciannovesimo secolo. Fu a quel punto che gli scienziati che parlavano di controllo “spirituale”, o di “principio vitale” hanno cominciato a definire se stessi come “vitalisti”. Il Vitalismo nei dizionari viene descritto come quella dottrina per la quale i processi della vita non sono spiegabili solo dalle leggi della fisica e della chimica, e la vita (sempre secondo questa dottrina) è in qualche parte autodeterminazione.

Il vitalismo, inoltre, veniva descritto come una teoria per la quale le leggi che governano l’organismo vivente differiscono da quelle della materia inanimata. L’organismo vivente ha un “quid” che lo porta ad essere reattivo; a renderlo capace, in ogni momento, di far fronte le sollecitazioni che incidono su di esso dall’esterno.

Torniamo, però, a focalizzarci sull’elemento “forza vitale” come concetto rappresentante la decisiva distinzione tra le due differenti visioni della vita e del corpo.
I vitalisti, come abbiamo visto, sostenevamo che qualche fattore vitale, distinto dai fattori fisico-chimici era coinvolto nel “controllo” della struttura e della funzione del corpo.
E qui si può percepire l’elemento irriducibile che rendeva il vitalismo incompatibile con i paradigmi della scienza moderna. La scienza moderna, impregnata di materialismo e focalizzata sul riconoscimento dello status di “realtà” solo a ciò che può essere osservato e riprodotto, non poteva dare legittimazione a una visione del mondo che prevede un “fattore vitale” che pur agendo sulla materia non è materia.
Nel diciannovesimo secolo, la presenza “vitalista”, all’interno del mondo scientifico era, nonostante tutto, ancora molto presente.
Saranno le teorie di Charles Darwin, con l’enorme impatto che produrranno nel mondo scientifico, a generare un generale arretramento delle visioni vitalistiche. Nel 1859 Darwin pubblicò l’ “Origine della specie”. In questo suo celeberrimo trattato Darwin sottolineò che i “fattori ereditari” (allora non si parlava ancora di geni) erano responsabili del percorso biologico del singolo individuo e dell’evoluzione della specie. Nel giro di un decennio la grande maggioranza degli scienziati fece proprie le conclusioni di Darwin. La teoria dell’evoluzione di Darwin negava alla radice ogni ruolo, nella manifestazione del processo vitale, a “cose” come lo spirito o la forza vitale.
Nei decenni successivi, nel mondo scientifico, si rafforzò sempre di più l’adesione alla visione del mondo propria del materialismo. Ed acquisendo, nel corso di quei decenni, sempre più autorevolezza la medicina convenzionale che fondava i suoi paradigmi nello stesso brodo di cultura del pensiero scientifico ufficiale, tutte le pratiche mediche che rispondevano ad altre logiche divennero sospette, o furono trattate con esplicita ostilità.
La visione meccanicistica della medicina convenzionale si è rivelata, in tempi più recenti, anche nel determinismo con cui buona parte della scienza convenzionale per tanto tempo (e molti ancora adesso), una volta scoperto il DNA, ne ha interpretato il funzionamento. Si è arrivati a sostenere che i nostri tratti fisici e comportamentali siano inevitabile conseguenza dei nostri geni e che, tutte le manifestazioni biologiche che ci caratterizzano e ci caratterizzeranno non potevano non avere luogo, appunto perché i nostri geni hanno, in un certo senso, determinato il nostro destino.

Se vogliamo vedere, in campo medico, un ambito concreto in cui si riscontra la differenza di approccio tra una visione materialista-riduzionista e una visione vitalistica-olistica, possiamo pensare all’ambito dei sintomi. Per i materialisti i sintomi sono sempre negativi e vanno sempre combattuti. Per i vitalisti i sintomi non sono da vedere a se stanti e come situazioni puramente negative, ma piuttosto vanno intesi come “segnale”. Segnale di un momento di difficoltà del corpo che cerca di ritornare all’equilibrio. Da questo punto di vista, i sintomi, almeno nella maggior parte dei casi, non solo non debbono essere soppressi, ma devono potere avere il loro sfogo, per permettere al corpo quella “ripulitura” che permetterà il ristabilimento dell’equilibrio originario.
Nella visione meccanicistica, quindi, la diagnosti della malattia, fortemente ancorata alla sintomatologia, assume un valore decisivo e ad essa segue la lotta senza quartiere a quella malattia. Per i vitalisti la diagnosi ha una importanza relativa e la singola malattia non è demonizzata come un unicum malefico, ma è vista come parte di una “totalità” il cui funzionamento si è inceppato. Non ne consegue, quindi, la guerra a quella specifica malattia, ma piuttosto il rafforzamento del sistema energetico vitale di quella persona. Dando forza alle capacità di resistenza e di rigenerazione interna di quel determinato organismo, anche la malattia retrocederà.
Inoltre nell’ottica materialista è facile essere tentati di avere un approccio massificatorio e generalizzante. Per i meccanicisti c’è una sostanziale analogia tra chi soffre di una stessa malattia. Per i vitalisti l’unicità delle persone, di ogni singola persona prevale su ogni tentativo di “generalizzazione”; sia sul piano della diagnosi, che su quello della cura.
Alla luce di quanto detto finora, si può ben comprendere come la scienza moderna, e all’interno di essa la scienza medica convenzionale, non poteva riconoscere la filosofia della chiropratica appunto perché basata su una visione vitalistica che essa respinge; e quindi non poteva non considerare la chiropratica come “non scientifica”.

Una volta che si è inquadrato la filosofia della chiropratica come parte di un millenario percorso “vitalistico” contrapposto ad uno materialistico, possiamo andare ad esaminare la filosofia chiropratica nello specifico.
Sono stati codificati 33 principi della chiropratica.
In questa sede non ci si può avventurare nell’esame di tutti i principi chiropratici, ma è sufficiente focalizzarsi sui principali.
Il primo e più importante principio della chiropratica dice:

“Esiste un’intelligenza universale che permea tutta la materia, che le fornisce continuamente e totalmente le sue proprietà ed azioni, mantenendola perciò in esistenza e permettendole nel contempo di esprimersi”.

Questo principio ci fa capire che la chiropratica non ha semplicemente una visione sulla natura dell’essere umano. Ha anche una visione sulla natura dell’universo. O meglio, la visione della natura dell’essere umano viene ricompresa nella visione sulla natura dell’universo di cui l’essere umano è una parte.
L’essere umano rientra in una intelligenza più ampia, una intelligenza che regola tutto ciò che esiste nell’universo. Tutto nell’universo è come un mosaico, dove ogni elemento sta lì per un motivo e si armonizza perfettamente con tutti gli altri elementi. Ogni cosa è predisposta, grazie anche alla connessione con le altre cose, per funzionare nel miglior modo possibile.
E’ interessante notare come alcune argomentazioni atte a evidenziare la “plausibilità” dell’intelligenza universale ricordano gli argomenti che nel mondo classico (greci e latini), nel Medioevo e nel Rinascimento venivano utilizzati per dimostrare l’esistenza di un ordine e di una armonia universali.
Filosofi e studiosi dicevano “Vi sembra davvero che possa essere un caso tutta la bellezza che vedete? Che sia un caso che vi sia il sole e che agisca come agisce? Che sia un caso che siamo dotati di un corpo e che esso funziona come funziona? Che sia un caso il modo in cui avviene la generazione di un figlio?”.
Ed ecco adesso le parole di un chiropratico del ventesimo secolo: “Guardati intorno. Ti sembra logico pensare che tutto nell’universo sia il risultato della mera selezione casuale o della “fortuna”? È per “fortuna” che l’ala di un uccello è perfettamente progettata per il volo? E ‘ solo per “caso” che le radici di una pianta viaggiano verso il basso nel terreno (dove troverà acqua e sali minerali) e le sue foglie crescono verso l’alto (dove troverà il sole e l’aria)?”
Qualcuno ha sostenuto che parlare di intelligenza universale è come parlare di Dio. Altri lo hanno negato. In realtà, si tratta presumibilmente di quel tipo di questione sulla quale non si può dare una risposta definitiva. La Chiropratica non si avventura fino a chiedere “cosa è questa Intelligenza? Da dove viene?”. “Semplicemente” riconosce la sua esistenza.
Ma che si consideri l’intelligenza universale come Dio, come un attributo di Dio, o come qualcosa che non c’entra niente con un Dio, siamo comunque di fronte ad una visione che non è “neutra” di fronte alla materia; una visione riconosce un “senso” in tutto ciò che esiste.
Se tutto ciò che esiste è espressione di una Intelligenza, tutto ciò che esiste è sottratto al caso e al caos. Tutto è portatore di una “positività” intrinseca, di una “benignità intrinseca”. Tutto è una sinfonia dove il più piccolo frammento di atomo e la più colossale delle galassie giocano il loro ruolo, svolgono la loro funzione. Ogni vibrazione risuona di altre vibrazioni, in una sinfonia infinita di Ordine, Bellezza, Armonia.
Forse è stata proprio una visione del genere ad ispirare Immanuel Kant, quando disse:

“Il cielo stellato sopra di me. La legge morale dentro di me”.

Abbiamo detto, quindi, che ogni parte dell’universo è permeata di Intelligenza.
Questa Intelligenza universale, in coerenza con la visione vitalistica propria della chiropratica, trova la sua maggiore manifestazione negli esseri viventi. L’essere vivente, infatti, è caratterizzato da dinamicità e plasticità costanti. E’ capace, a differenza della materia inanimata, di un continuo adattamento all’ambiente esterno.
In ogni essere vivente vi è una “scintilla” dell’intelligenza universale, chiamata intelligenza innata. Infatti il principio sull’intelligenza innata dice:

“Un essere vivente è nato permeato dall’intelligenza dell’universo, chiamata Intelligenza Innata. “

Essere vivente e universo sono connessi. Microcosmo e macrocosmo sono contrassegnati dalla stessa metrica.
Nel sistema chiropratico la parola “innato” ha una grandissima importanza. Questa intelligenza non è stata “acquisita” nel corso dell’esistenza di quell’essere vivente. Questa “qualità” della materia non è frutto dell’esperienza. L’esperienza può essere il “campo” nel quale questa intelligenza può esplicarsi; ma non è l’esperienza a generarla. Non è una questione di apprendistato. Ogni essere vivente ci nasce con questa intelligenza. Nel seme della quercia c’è già la quercia, c’è già “l’intelligenza innata” che si esplicherà appunto nello sviluppo di quella “realtà” da ghianda a quercia.
Dovrebbe ormai essere chiaro che l’intelligenza di cui stiamo parlando non è la mera facoltà intellettuale e non è l’affastellamento di dati, nozioni e insegnamenti. Questa intelligenza è la “potenzialità ordinatrice dinamica” , la “proprietà organizzativa” con cui ogni entità vivente è nata e che le consente di adattarsi all’ambiente al fine di sopravvivere.
Nell’essere umano, è l’intelligenza innata che determina quante volte al minuto deve battere il cuore del neonato. E’ l’intelligenza innata che fa sì che i globuli bianchi debbano essere prodotti in quel dato numero e in quella data maniera. E’ l’intelligenza innata che fa funzionare il respiro in una certa maniera. Non è la volontà dell’uomo, dice la chiropratica, che regola cose come la pressione sanguigna, la produzione di ormoni, la digestione, il respiro. La volontà umana potrebbe certo influire su qualcuna di queste funzioni biologiche, ma ciò non toglie che anche se essa fosse, al riguardo, del tutto assenti, esse opererebbero –in mancanza di fattori di disturbo e ostacolo- nel miglior modo possibile, guidate da questa intelligenza innata, appunto. Questa intelligenza era in noi ancora prima che fossimo uomini, operava già nell’embrione, e ancora prima, nell’ovulo e nello spermatozoo.
Tutto ciò che è ricompreso in uno sviluppo vitale rappresenta una “evidenza” dell’intelligenza innata. In un certo senso, una prova del suo essere ed operare. In questo senso un altro dei principi della chiropratica dice:

“I segni della vita (assunzione, eliminazione, crescita, riproduzione, adattamento) sono evidenze dell’Intelligenza Innata della vita.”

Non ci sarà difficile comprendere, dopo quanto detto finora, il principio nel quale si esprime la “missione” dell’intelligenza innata:

“La missione dell’Intelligenza Innata del corpo è quella di mantenere in uno stato di organizzazione attiva il tessuto vivente di un corpo (salute)”.

L’intelligenza innata non “mira” a un “buon funzionamento” quale che sia. Mira, si potrebbe dire, al meglio. Un altro principio della chiropratica infatti dice:

“Tuttavia, entro i limiti imposti dalla nostra particolare struttura fisica, Intelligenza Innata ed Energia Innata lotteranno per mantenere il più alto livello possibile di salute. Talvolta questo sforzo è ostacolato da interferenze nella normale trasmissione dell’energia alla materia.”

Da tutto questo discorso sui principi della chiropratica, è importante tenere bene a mente i due principi davvero fondamentali:

-Il principio che riconosce una Intelligenza Universale in tutto ciò che esiste.
-Il principio che riconosce l’Intelligenza Innata in ogni singolo essere vivente.

Nel prossimo paragrafo vedremo che l’intelligenza innata opera nell’essere umano attraverso la funzione decisiva del sistema nervoso.
In conclusione di questo approfondimento sulla filosofia chiropratica, va detto che questa “visione del mondo” non gode più di grande popolarità tra sempre più chiropratici. Molti di loro sarebbero dell’idea di mollarla per focalizzarsi esclusivamente sul concreto empirismo, sulla concreta azione sul paziente, senza più riferimenti a “stranezze” quali, appunto, intelligenza universale e intelligenza innata.
C’è una consistente parte del mondo chiropratico che considera una zavorra l’ancoraggio al tradizionale retaggio vitalistico della chiropratica. Possiamo dire che essa è particolarmente sensibili agli inviti che il mondo medico ufficiale fa ai chiropratici perché abbandonino ogni richiamo metafisico, e tutto quello che i critici del pensiero chiropratico hanno sempre chiamato, e (almeno in parte) continuano tutt’ora a a chiamare mitologia, misticismo, “culto religioso”.
I chiropratici ostili all’ “ancoraggio filosofico” non vogliono che il campo chiropratico abbia commistioni con quelli che sono –o sembrano- ambiti religiosi o metafisici. C’è in essi una sorta di volontà di emancipazione da una sensazione di minorità, una sorta di volontà di riconoscimento e accettazione.
In relazione all’ansia di accettazione e riconoscimento di una “credibilità scientifica” che spinge molti chiropratici a volere rinunciare alla filosofia vitalistica, il dottor Cheryl Hawk ha detto:

“Il vitalismo non impedisce alla nostra professione di ottenere accettazione e credibilità, soprattutto nell’ età postmoderna in cui una pluralità di visioni del mondo sta diventando non solo accettabile, ma esplorata dagli attori dell’establishment biomedico. Forzare il nostro approccio tradizionale vitalistico, olistico, e centrato sul paziente per la cura in una cornice meccanicistica, riduzionista, e medico-centrica potrebbe farci comprare un po’ di temporanea credibilità, ma, a lungo andare, sarebbe una prospettiva perdente. Noi potremmo perdere la nostra chance di dare un contributo unico alla ricerca attraverso approcci innovativi, come la ricerca di sistemi integrali, che possono combinare il meglio dei due visioni del mondo. Potremmo perdere anche la nostra identità e integrità professionale. Tuttavia, se ci rifiutiamo di rimanere medici che spronano gli altri a guarire dal di dentro, saranno soprattutto i nostri pazienti a pagarne le conseguenze”.

La questione che spinge molti chiropratici a volere abbandonare la filosofia vitalista è quella dell’accettazione. Essere pienamente riconosciuti dalla comunità scientifica viene –da questa categoria di chiropratici- percepito come l’uscita da una “sensazione di minorità”, da un ghetto nel quale si sentono intrappolati e che li fa sentire meno “autorevoli” rispetto a chi pratica la medicina ufficiale.
Non si può fare a meno di riflettere come questa attrazione di una schiera di chiropratici sempre maggiore verso l’abbraccio col mondo medico convenzionale e con la visione scientifica materialista, proprio quando, in questi anni, in modo sempre più vorticoso, le più innovative frontiere della ricerca scientifica, come nel campo della fisica quantistica, aprono orizzonti molto più ricchi nella comprensione della realtà e della vita, orizzonti che sembrano essere coerenti con le storiche intuizioni filosofiche della chiropratica, che, lungi dall’essere un “rottame storico”, potrebbero essere considerate –al di là di determinate rigidità o di forme specifiche assunte nel corso del tempo, ma nel loro senso profondo- come espressione di un pensiero di avanguardia.

Ma qual’è, secondola chiropratica, il tramite attraverso il quale l’intelligenza innata opera nell’essere vivente?
Il sistema nervoso.

Come abbiamo detto, uno dei principi fondamentali della chiropratica è che in ogni essere vivente –a differenza delle altre forma di “materia”- c’è una intelligenza innata, una potenzialità biologica, una spinta propulsiva, una “proprietà organizzativa” che guida il nostro corpo, in tutti i suoi aspetti, verso il più alto stato vitale, la più alta forma di salute.
L’intelligenza innata coordina tutte le funzioni, determinando l’ordine e il coordinamento del nostro corpo. E’ il motivo per cui il nostro corpo è in grado di eseguire innumerevoli reazioni biochimiche a livello cellulare, senza la necessità di uno sforzo consapevole. Sa cosa deve e essere fatto, dove deve essere fatto e in che momento.

Nell’essere umano, l’intelligenza innata, per potere concretamente operare ha bisogno del sistema nervoso. Attraverso il sistema nervoso essa si manifesta in ogni cellula, tessuto, organo.
Il sistema nervoso si suddivide in sistema nervoso centrale e sistema nervoso periferico.
Il sistema nervoso centrale è composto dal cervello e dal midollo spinale. Il midollo spinale è un importante punto di comunicazione tra il cervello e il resto del corpo.
Il sistema nervoso periferico è composto dall’insieme dei gangli nervosi e dei nervi che si possono individuare all’esterno dell’encefalo e del midollo spinale. Il sistema nervoso periferico è formato dalle vie sensoriali e motorie che ricevono e trasmettono informazioni, sotto forma di impulsi elettrici, dal sistema nervoso centrale. Il compito del sistema nervoso periferico è quello di portare le informazioni ai tessuti e agli organi del corpo.
Si può dire, che ogni cellula del nostro corpo è collegata tramite tutto il complessivo sistema di comunicazione neurologico agli input che arrivano dal cervello. Ogni cellula del nostro corpo possiede collegamenti nervosi che ne regolano le funzioni e che le permettono di recepire le “informazioni”.

La comunicazione neurologica complessiva è biunivoca, perché la “periferia” oltre a ricevere gli input “centrali”, a sua volta fa giungere “risposte” e “informazioni” al “livello centrale”. Infatti il sistema nervoso periferico è costituito da neuroni motori che portano lo stimolo dall’encefalo verso l’esterno e da neuroni sensoriali che portano le informazioni dall’esterno verso l’interno. Le fibra dei neuroni sensoriali e motori sono raccolte in nervi, che a loro volta vengono classificati in nervi cranici –se si collegano direttamente al cervello- e nervi spinali, quelli che invece si collegano direttamente al midollo spinale. I nervi spinali sono connessi col midollo spinale, grazie allo spazio che si crea tra una vertebra e l’altra. Le fibre motorie di questi nervi entrano in contato con i muscoli in diverse aree del corpo per fornire loro informazioni. Mentre le fibre sensoriali ricevono le informazioni.

Il cervello e il midollo spinale sono racchiusi da tessuti chiamati meningi, i quali contengono anche un fluido utile a nutrire e proteggere il sistema nevoso. A maggiormente proteggere, nel rapporto col mondo esterno, il sistema nervoso centrale c’è –per quanto riguarda il cervello- il cranio e –per quanto riguarda il midollo spinale- la colonna vertebrale.
La colonna vertebrale è composta da una serie di ossa chiamate vertebre. La parte della colonna vertebrale che si distende in lunghezza è composta da 24 vertebre mobili. Ad esse si aggiungono due serie di vertebre fuse. L’osso sacro, che sta alla base della spina dorsale; e il coccige.
Le vertebre sono allineate l’una sopra l’altra, alterante da dischi. Nel mezzo delle vertebre c’è il canale dove passa il midollo che parte dalla base del cervello e arriva fino al coccige.
Da ogni articolazione spinale si diramano due radici di nervi che raggiungono ogni cellula, tessuto, organo e sistema del corpo; e che costituiscono, in sostanza il sistema nervoso periferico.

Se vediamo il sistema nervoso nel suo complesso (centrale e periferico), vediamo un sistema in cui gli impulsi nervosi viaggiano dal cervello attraverso il midollo spinale per poi uscire attraverso i nervi che si diramano verso ogni tessuto, organo, ghiandola, cellula del corpo.

Alcuni per far comprendere il funzionamento del sistema nervoso usano la metafora dalle fune. Si tratta di immaginare il sistema nervoso come una spessa fune, fatta di innumerevoli fili uniti. Questa fune parte dal cervello, estendendosi lungo la colonna vertebrale. E’ una fune estremamente delicata che è racchiusa da una “protezione”; la struttura ossea vertebrale. Mano a mano che questa fune scende verso il basso, varie sezioni di esse si distaccano da essa per passare attraverso piccole aperture tra vertebre. Dopo di ciò, le parti della fune che si sono separate, si separano ulteriormente e così via, fino a che ogni singolo filo arriva a collegarsi con un determinato obiettivo.
Un’altra metafora che viene utilizzata è quella dell’”impianto elettrico”. Il Sistema Nervoso Centrale sarebbe l’impianto elettrico della vita. Un impianto elettrico con una struttura centrale al vertice (cervello), un grande tubo che parte dalla basa di questa struttura centrale per scendere giù (il midollo spinale); e una serie di fili elettrici che escono, verso destra e sinistra, dal tubo (nervi). I fili di questo impianto si connettono, a loro volta, con centinaia di terminazioni disseminate in ogni parte del corpo.
Quali siano le metafore che si vogliano usare il meccanismo fondamentale di funzionamento del sistema nervoso dovrebbe essere chiaro. Questo insieme di cervello, midollo spinale, nervi permette all’intelligenza innata di operare nel nostro corpo. Il sistema nervoso è, quindi, il tramite dell’intelligenza innata nell’essere umano.
Quando il sistema nervoso opera senza alcun fattore di interferenza o disturbo, quella determinata persona funziona e si sviluppa al pieno della sua potenzialità biologica.

Quando, invece, si verificano interferenze nel sistema nervoso, il flusso di messaggi dal cervello alle altre cellule del corpo è danneggiato e distorto. L’intelligenza innata non può allora operare adeguatamente. Questo genererà ogni sorta di disturbi sul piano corporale, mentale, ed emozionale.
Il modo in cui queste interferenze si concretizzano biologicamente a livello di sistema nervoso, viene chiamato, dalla chiropratica, sublussazione.

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Fiabe, miti e simboli- un saggio di Giuseppe Cosco

by on apr.17, 2015, under Bellezza, Ispirazione

Fiabes

Mio padre, giovanissimo, nel 1978, ovvero 37 anni fa, pubblicò un libro, dove raccoglieva antiche fiabe del paese di Pizzo Calabro. Quelle fiabe le raccolse da una vecchietta, che veniva chiamata “zia Carmelina” e nel libro sono presenti sia “in lingua originale”, nel dialetto di Pizzo, sia nell’originale italiano. Quella vecchietta era probabilmente l’ultima persona a ricordare quelle fiabe. Con la sua morte esse si sarebbero perse per sempre, se non fossero state “raccolte” prima. Infatti, nelle righe di premessa del libro è scritto, tra le altre cose:

“Ringrazio la vecchietta che mi ha raccontato queste fiabe, “zia Carmelina”, consentendomi così di raccogliere le foglie prima che le smarrise il vento”.

Prima delle fiabe, nel libro è presente un saggio introduttivo, dove Giuseppe Cosco parla del rapporto tra le fiabe, i miti e i simboli millenari, con incursioni nella psicologia del profonda, nell’esoterismo e nel misticismo orientale.
Si tratta di un saggio che potrà avere anche dei limiti, visto 37 anni dopo. Ma che resta, a mio parare, nella sua essenza, ancora vivo e vitale. Uno scritto che viene da una persona che allora aveva 28 anni, e da un’epoca in cui non c’era facebook, non c’era internet, pochissimi avevano il computer e lui scriveva parole come questa su una macchina da scrivere.

Rileggendo questo saggio, ho pensato di condividerlo (non riportando le note a margine per semplificare la lettura) con chi volesse leggere qualcosa di così lontano dall’attualità, non nel senso di “passato”, ma di “oltre ogni specifico tempo”.
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“Prodigiosa fu la visione intera:
innumereoli le bocche, innumerevoli
gli occhi, in questa forma universale…
e senza fine che tutto pervade”.
BHAGAVAD-GITA (XI.10-11)

Disse una volta Shiller: . Oggi l’uomo ha perso questo significato, lo ha perso da quando non è più ciò che fu tanti secoli addietro e neppure riesce a sapere cosa è diventato. Egli ha paura di se stesso, di quanto non comprende, di ciò che ha sede sotto quella soglia delle cose tangibili. Intuisce strane presenze in certi sogni e torbide sensazioni nel suo essere, e allora è un correre precipitoso all’aperto, alla luce del giorno, per dimenticare subito quel vago malessere che l’ha preso, quella sottile inquietudine; precludendo, irrimediabilmente, se stesso, privandosi degli “istinti” e delle “radici”. Sradicato dalla sua più vera natura, ora, gli è incomprensibile la realtà dell’anima, il cui spazio “… è incommensurabilmente grande e colmo di realtà vivente”.
Quando volge il capo alla tradizione, non coglie niente altro, che un significato oscuro e si muove a tentoni, senza più neppure la guida delle stelle. Il calcolo dell’ora natale non ha più niente da dirgli. Quando scoprì che l’equinozio di primavera, per la precessione degli equinozi rispetto alla corrispondenza dei segni, non coincideva più al grado O dell’ariete, capì che ogni oroscopo era arbitrario. Dopo la caduta degli “dei” l’uomo è inquieto nella solidità della sua “civilizzazione”, ben diversa dalla “civiltà” che nasce dallo spirito.
Ochwia Biano, capo degli indiani Pueblos, disse degli uomini bianchi: “Le loro labbra sono sottili… le loro facce solcate e alterate da rughe. I loro occhi hanno uno sguardo fisso come stessero cercando sempre qualcosa… sono sempre scontenti e irrequieti… Non li capiamo. Pensiamo che siano pazzi” perché “dicono di pensare con la testa… Noi pensiamo qui” e si toccò il cuore. Die Lu-tzu: “Ogni trasformazione dello spirito dipende dal cuore”, ma è divenuto sordo il cuore di chi ha perduto le proprie origini e allora tutti i valori gli vacillano minacciosamente e i fatti quotidiani ci portano a considerare, drammaticamente, quanto l’inconscio può diventare devastatore snaturando l’uomo.
L’uomo si rivela impotente di fronte a questi accadimenti, per risolvere i quali è necessario un modo diverso di vedere la vita, i propri miti, intesi non come allegoria, ma simboli pregnanti di signfiicato, la perdita dei quali “… è sempre e dovunque una catastrofe morale”. Egli deve porsi in un rapporto diverso di fronte alla vita, accettare e non sfuggire il confronto con la realtà dell’anima.
Gli alchimisti dicevano “V.I.T.R.I.O.L.” (Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occulum Lapidem) che tradotto suona “Visita l’interno della terra e purificando troverai la pietra occulta”. Ora l’interno della terra è l’inconscio, la purificazione è il processo di trasformazione, per trovare l’ “oro dei filosofi”, per conciliare gli opposti e giungere all “individuazione”. L’ “Interiora Terrae” è dunque quel subconscio popolato di strane presenze. In esso vivono gli archetipi, a proposito dei quali Jung in “Psicologia e alchimia” scrive che con archetipo egli intende il “tipo” nell’anima e “typos” significa “impressione”, ora viene spontaneo chiedersi come si è determinata questa impressione. Rupp non ne fa mistero, allievo della von Franz, annota “… noi semplicemente non sappiamo donde si debba far derivare in ultima analisi l’archetipo”.
Sant’Agostino nel “De Diversis questionibus”, parla di “Idee originarie… contenute nella intelligenza divina”, e gli archetipi si esprimono oltre che nel mito, anche nella “fiaba”; addirittura “… la mitologia sarebbe una specie di protezione..” di questo materiale universale, e le fiabe provengono da quei luoghi remoti, vibranti dentro di noi, luci sacre e pericolose.
Dietro i significati superficiali, della fiaba, se ne celano altri profondi che nascondono veri tesori e indicano la via della trasformazione psichica, che viene svelata con tutte le sue difficoltà, nelle sue tappe obbligatorie. La natura dell’uomo affonda le sue radici nel mito e nella fiaba, e la sua deve essere una natura che è “forza, quella stessa forza che, secondo Lu-Tzu, deve essere armonizzata col cuore. Nel Nuovo Testamento apocrifo si legge “Perciò conoscerete vuoi stessi, perchè voi siete la città e la città è il regno”; anche Zosimo scrive dell’enorme potere che è nell’uomo.
Nell0′alchimia più tarda questa “forza” è simboleggiata dall’ “albero”, simbolo che ritroviamo nelle Upanishad e nei Veda, nell’Apocalisse Giovannea e in molte leggende. Ne “Le avventure di Gilgamesh” leggiamo di alberi che al posto dei frutti hanno pietre preziose. L’albero sovente è raffigurato capovoloto e ciò significa che la “forza” risiede nel cielo. Dante scrive di quest’albero nella “Divina Commedia”, come:
“dell’albero che vive della cima
e frutta sempre e mai non perde foglia”.
Metafisicamente, l’albero manifesta la potenza della natura e nella tradizione si associa ad esso la natura femminile, la morte, draghi o serpi. In psicanalisi, questo simbolo è sia maschile (il tronco) che femminile (perchè da frutti). In ogni tradizione, l’eroe deve ora conquistare i frutti dell’albero, con grande rischio, perché la forza della natura quand’è incontrollata si scatena e distrugge. A tal proposito avverte Jung “Chi crede che l’inconscio sia qualcosa di innocuo…. s’ìnganna”, alcune volte “E’ un po’ come scavare un pozzo artesiano, per finire poi d’imbatersi in un vulcano”.
L’eroe, per impossessarsi dei frutti dell’albero, deve superare delle prove, rese difficoltose dagli ostacoli incontrati “… per penetrare in un -domnio vietato- che simoleggia sempre un territorio trascendente: il Cielo e l’Inferno. Tutte queste prove, queste sofferenze… si possono facilmente ricondurre alle sofferenze ed agli ostacoli rituali della -via verso il centro-”.
Tutto ciò fa pensare alla via verso il centro dei simboli “mandala”, parola sanscrita che significa “circolo”. Platone credeva che l’anima avesse forma di circolo e i Papua sacralizzano la crescita di un individuo, nell’interno del gruppo, facendolo passare attraverso un cerchio. Il cerchio esprime l’universo, il recinto sacro. Varrone scriveva che le colonie romane in origine erano dette “urbes” da “orbis” che significa circolo, il “Themenos” alchemico.
Jung, a proposito di questo simbolo della meditazione tantrica, appuntò “Solo un po’ per volta scoprì che cos’è veramenta il mandala -Formazione, trasformazione della mente eterna, eterna ricreazione” (Faust parte seconda) è l’Uroboros della “Crisopea” di Cleopatra, il serpente che si morde la corda, con nello spacio centrale sancito “Unoil tutto”, la formula dell’unità, la “funzione trascendente” totalità tra conscio e inconscio, “… il Sé, la personalità nella sua interezza”.
Le prove che l’eroe deve superare stanno a significare le difficoltà dell’autorealizzazione. L’esperienza di trasformazione della psiche ha dei paralleli nella storia dell’uomo. Esermpi sono le pratiche yoga e i riti di iniziazione, ad un certo studio dei quali il neofita si deve sottoporre a lavaggi rituali. Scrive Piantanida che, prima dell’esperimento magico, fece “una doccia abbondante”. Anche nell’esoterismo dell’antico Egitto, l’adepto che aveva raggiunto il secondo grado, quello di “Neòcoris”, veniva “condotto in un’assemblea”, in cui lo Stolista o portatore d’acqua, gli buttava “addosso dell’acqua”, e nella Scuola pitagorica il novizio “apriva il nuovo giorno con un inno ad Apollo, eseguendo una danza dorica: faceva poi le rituali ablazioni”. Nella stessa religione cattolica il sacramento del battesimo lava dal peccato originale e, nel Vangelo secondo Giovanni (III, 5), leggiamo “se uno non rinasce per mezzo di acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio”.
Simbolicamente attraverso l’acqua che rappresenta il ventre della madre, “Senza l’acqua divina nulla esiste”, si ottiene una seconda nascita, una rinascita spirituale, che consente all’iniziato di procedere purificato. E’ la via femminile, lunare, umida, subconscia, della mano sinistra, di cui dicono i filosofi ermetici, perché essi parlano di “sette rettificazioni” o “sette distillazioni” volendo riferirsi esclusivamente ai “gradi dell’iniziazione”.
Nella fiaba troviamo, nel suo pieno significato, questo rituale. Dove ancora non si è compiuta la rinascita, ancora il corpo funge da ostacolo e in “Pollicino” l’orco grida: “Uccio! Uccio! Sento odor di cristianuccio!”. Analogamente, nella nostra fiaba “A beja d’u mundu” la draga ripete: “Jauru d’omu ccà, jauru d’omu ccà!”. Nell’ “Aceju rapinu” il rituale è stato compiuto debitamente,
La figura del vecchio che si presenta con una certa costanza nelle fiabe, simboleggia la saggezza dello Spirito, infatti il detto popolare “Vecchio, più vecchio, vecchissimo” cela il motivo che l’eroe delle fiaba giunge fino al vecchio nestoreo che detiene la sapienza, insomma incontra un “guru”, oppure il vecchio “Elia” di Jung, “personificazione del vecchio saggio profeta” che “rappresenta l’elemento conoscitivo”. Zelenin, nelle sue “Fiabe russe del governatorato di Pem”, racconta di un vecchio di 500 anni che esce da una casa nella foresta. Nella nostra casa “A beja d’u mundu” leggiamo che il nostro eroe incontra tre vecchi di cui uno ha “a varba e i capiji longhi finu è pedi e i pinnulari tandu longhi che’bbi mu si l’iza cu a manu pemmu ‘u poti vidìri” e, ulteriore testimonianza della insolita vecchiaia dell’eremita è che “ngi vozzi n’ura pemmu s’apri a manigghia ‘i chija porta ch’era chius ‘i tricendu anni”.
Il vecchio appare all’eroe che si è smarrito in una foresta. Questo motivo è oltremodo ricorrente; è presente nelle “Metamorfosi” di Ovidio, nell’ “Eneide” di Virgilio, nell’ “Inferno” di Dante Alighieri, e nella fiaba di pollicino e in tantissime altre ancora. Probabilmente significa che si è venuti in contatto con l’inconscio e si rischia di esserne travolti.
Quando l’archetipo del vecchio si mostra, quindi, vuol dire che l’eroe ha bisogno di aiuto, addirittura la sua è una situazione disperata. Da questa attesa penosa di soccorso può liberarlo solo una profonda riflessione, ma per diversi motivi l’eroe non è capace d ciò. La necessaria conoscenza appare nella figura del vecchio, che assume così un significato di “pensiero personificato”. Il vecchio spinge l’eroe alla riflessione e adotta, per raggiungere lo scopo, l’invito a mangiare qualcosa: “mò scindi l’angiulu e ndi porta nguna cosa” e a dormirci su: “curcati jani”.
Il nostro eroe della “A beja d’u mundu” mangia il cibo offerto dai tre vecchi e riposa; ciò gli dona quella forza spirituale che dovrà ora impegnare per raccogliere tutt’intera la personalità, per fronteggiare adeguatamente ciò che sta per accadere.
Il vecchio in fondo “è proprio questa adeguata riflessione e concentrazione delle forze morali e fisiche, che si compie spontanea in una regione psichica extracosciente”. Il veccho ora gli accorda l’aiuto magico “mò ti dicu ch’ai pemmu fai” e l’eroe diviene così degno di partecipare ai poteri soprannaturali relativi a quel mondo. Ciò vuole significare una speciale e peculiare qualità della unificazione della personalità. Il vecchio indica all’eroe le vie che portano alla riuscita, gli dona anche i mezzi necessari per superare i vari pericoli: “Tu ngi jetti sta panetta e vidi ca ti fannu passàri”. E’ evidente ora la relazione tra la figura del vecchio o vecchia e l’inconscio. Secondo Erodoto “Vecchia d’oro” era il “nome attribuito … dai popoli che abitavano nei pressi del fiume Obi, nella Siberia, ad una dea che si identificava poi con la Terra” e la terra è il simbolo dell’inconscio.
Il vecchio, esotericamente, corrisponde alla IX carta degli Arcani Maggiori dei Tarocchi, raffigurante l’Eremita che, con un lungo manto, protegge la debole di una lucerna dalle insidie della notte. Egli è un Maestro invisibile. Salmon dice: “Ci si dice che essi spriritualizzano i loro corpi, che si trasportino in breve tempo in luoghi assai lontani, che possano rendersi invisibili quando a loro piace e che facciano molte altre cose che sembrano impossibili”.
Un detto popolare dice che ogni uomo ha in é la sua sua donna e vicevera; a tal proposito Jung parla di “Anima” di “Animus” che sono archetipi rappresentanti quel lato della psiche che è attinente al sesso opposto, “funzioni che meglio di tutto” potrebbero essere caratterizzate “come personalità” e popolano i meandri di ogni individuo. L’Anima è pure l’immagine che per prima ha portato nostra madre e, in seguito, le donne di cui ci innamoreremo. Sono infinite le forme che essa adotta nel manifestarsi nel mito e nell’arte. Nell’arte, per esempio, è rappresentata dalla Beatrice di Dante.
Questo archetipo riveste un’immagine soccorrevole nell’esempio citato. Altre volte l’Anima può comparie in altri modi. Infatti raramente ha un significato solo. Spesso è complicata con ogni sorta di qualità contrastanti, può anche comparire come demone o strega. Questi due archetipi “rpresentano qualità affettive… difficili a descriversi, che sono di solito percepite come ricche di fascino o numinose”.
L’Anima è anch eil messaggero dell’inconscio e, quando compare, è indice che è terminata la prima parte della vita con la sua necessità di ancoramento all’esterno (il lavoro, la famiglia, la società) e che ora è giunto il momento di confrontarsi con l’aspetto eterosessuale proprio: cioè ora è essenziale un adattamento all’interno di sé.

“In alto il mio spirito si protese, ma, subito, amore
Lo tirò giù: dolor con più forza lo incurva;
Così ho percorso della vita
L’arco e ritorno donde mi mossi”.

L’Animus e l’Anima possono apparire anche sotto forma di cose o altro, se non sono pervenuti al livello della figura umana. Nella fiaba “Acciolina” l’archetipo dell’Animus è presente nel fresco e appetitoso “pèdi d’accia tandu beju, jangu e ténneru” che attrae; infatti la donna coglie il sedano, ma “chija… era a cambagna d’u dragu” che s’infuria e lei, piangente, deve promettegli: “sta criatura chi portu nda panza, quandu nesci v’a dugnu”.
In questo caso l’archetipo seduce e strappa la vita. L’apparire del “mandala” significa che si è sulla via della “trasformazione”; esso è pure l’antidoto al caos, al pericolo. Il mandala, si riscontra nel paleolitico, esso infatti è uno dei più antichi simboli religiosi dell’umanità. Ve ne sono pure cristiani e, a tal proposito, Jung porta l’esempio di frate Niklaus, dipinto nella chiesa di Sachsein; esso si compone di sei parti, con al centro la testa incoronata di Dio.
Il cerchio, il centro, il numero, sono le costanti del Mandala. Il numero, secondo i filosofi greci, è l’essenza di tutta la realtà. Pitagora sacralizzò i numeri. Egli è, senza dubbio alcuno, il padre dell’aritmosofia. Scrive la Martinengo che il misticismo dei numeri “è segno evidente che questa forza di entificazione deve avere radici profonde nella natura prelogica dell’uomo” e il pensiero prelogico secondo Bacone è un pensiero spontaneo, spinto da un’urgenza improrogable quanto inconscia, senza che l’intelligenza vi partecipi.
Levy-Bruhl dice che la mentalità popolare scorge nei numeri una “individualità”, e giunge, scrive, Albergamo, alla loro “identificazione… con l’anima”. Nella fiaba si riscontra sovente l’elemento numerico. Nella nostra “A beja d’u mundu” leggiamo “e vidi ca vidi a beja nda li setti veli” e, più avanti, come una protezione, la raccomandazione “e dormi nda setti veli”, la stessa cosa nel racconto “‘U guandu d’u Leuni”, “cumbogghiata nda setti veli”. Identica analogia nell’antichissima storia babilonese “Le avventure di Gilgamesh” che narra “ogni qualvolta Humbaba esce e va in giro, si avvolge in be sette strati di vesti differenti”.
Nella leggenda “La danza dei Narti”, il numero ha le sembianze diuna entità orrida, e l’eroe “prese la spada e la abbatté sul collo del gigante, facendo cadere sei delle sette teste”.
In particolare, il numero sette nel ricordo di tutte le tradizioni, racchiude i valori più importanti dell’uomo e dello Spirito. Il Buddismo attribuisce sette principi all’uomo:”Atma”che signfica “scintilla divina”, “Bodhi” che è lo “Spirito”, “Manas” l’ “Anima”, “Karma Rupa” gli “istinti”, “Shtula Sarira” la “materia”, “Linga Sorira” il “corpo astrale” e infine il “Prana” che è l’ “essenza della vita”, lo Pneuma dei greci, lo Spiritus dei romani o il Ki taoista.
Nell’Apocalisse di San Giovanni il 7 vi ricorre cinquantaquattro volte. Questo numero ha un grande valore esoterico. Infatti “l’età simbolica del maestro è di sette anni”. A questo punto è interessante sapere che nel museo Viennese esistono due medaglie. Su una è raffigurato l’Alighieri, sull’altra Pietro da Pisa, dietro ad entrambe vi sono incise sette lettere “F.S.K.I.P.F.T.” Secondo il Guenon la scritta significa “Fidei Sanctae Kadosh Imperialis Principatus Frater Templarius”. Dante dunque era un Iniziato.
Il numero articolo il simbolo mandala nella sua espressione di totalità comprendente la conciliazione degli opposti, come nel “Caduceo” ermetico e nello “Yin-Yang”. Il circolo sanscrito rappresenta “l’ordine primordiale della psiche totale” e in oriente “la contemplazione meditativa delle immagini yantra a forma di mandala… ha per scopo appunto di creare un ordine interiore nella persona in meditazione”.
Budda ha insegnato “Se fissi il tuo cuore su un solo punto, nulla ti sarà impossibile”. Al centro del mandala c’è il Sé che nel suo senso di totalità include coscienza e inconscio. L’Iniziato “è ora aperto alla libera azione delle sue forze guida interiori… l’anima o la volontà vera agisce nel corpo spirituale come un fermento o un lievito, cambiando e colorando la personalità e trasformanedolo in oro”. Ora il nostro rapporto con l’anima primordiale è svelato. Ciò significa “la conquista del tesoro… del talismano magico o di che altro il mito escogiti di desiderabile”, è l’aurum non vulgi, il padi dei filosofi, il Kintan o pillola d’oro dell’alchimia cinese.
E’ evidente che il soggetto della trasformazione è l’uomo medesimo, “ars totum requirit hominem”, dicevano gli alchimisti. Nello studio dell’inconscio, Jung trova i precedenti storici della sua psicologia dell’alchimia e di ciò egli parla come di un momento decisivo. Scrive che l’alchimia era un legame col passato, lo gnosticismo e un ponte verso la moderna psicologia dell’ìnconscio.
L’approfondimento della coscienza è un fatto illuminante, probabilmente è qusto il motivo della peculiarità solare caratteristica di molti eroi mitici. Peg li gnostici l’uomo luminoso è un scheggia di luce eterna precipitata nella materia buia. L’ero solare è, infine, un uomo totale che si è posto sopra le passione, fuori dal turbinio dei venti. “La forza non crollavali de’ venti, né l’igneo sole co’ suoi raggi addentro li saettava, né le dense piogge penetrava tra lor..” (Odissea, canto V, verso 619) e la sua completezza è rinnovamento dell’uomo che ha acquisito una superiore coscienza individuale. E’ adesione al mondo, e non una ipertrofica esclusione.
L’ “individuazione” nonè “individualismo” che significa prevaricazione e abusi e rappresenta qualcosa di generalmente disapprovato, infatti “individuandosi l’uomo non diventa egoista nel senso usuale della parola, ma si conforma unicamente ad una sua peculiarità… Ora l’individuo umano, come unità vitale, essendo tutto quanto composto di fattori universali, è del tutto collettivo e quindi non pè unto in contrasto con la collettività”.
La fiaba rivela l’essenza dell’anima, dietro i significati espliciti, “ha occultata” la via che porta alla trasformazione. Non per niente quasi tutte le fiabe finiscono con le nozze del protagonista e nell’opera rosacruciana “Le nozze chimiche di Christian Rosenkreuz” vi è narrato tutto il viaggio iniziatico di Rosenkreutz che alla sua conclusione porta alla Pietra d’Oro, alla illuminazione della coscienza, “dal presente all’eternità” dice Jung. L’iniziato che ha percorso tutti gli “stadi” dell’iniziazione è ora una “Unità Vitale” consapevole della sua natura collettiva. Quello Spirito che tutto pervade, quella forza primordiale che i cinesi chiamano Tao, che è nell’uomo, ma anche “al di fuori di lui”.
Dice Lu-tzu: “Se l’uomo riesce a raggiungere quest’Uno, egli vive; se lo perde muore”.

“Tu, tribù,
guardami,
in un modo sacro,
io ritorno”.

All’accadere di ciò, la trasformazione è avvenuta. Il rapporto secondo cui il rigenerato sta col proprio corpo non è più quello dell’uomo di prima, e ciò significa una nuova cogninzione esistenziale”. L’uomo che “vive” in tantitesi all’uomo che “dorme” non ha operato altro che una simile riconciliazione con le forze della natura.

Catanzaro 6 dicembre 1978

Giuseppe Cosco

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Il simbolismo profondo del Signore degli Anelli

by on gen.05, 2015, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo

Gandalf2

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“Non tutto quel ch’è oro brilla,
Né gli erranti sono perduti;
Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza,
Le radici profonde non gelano.
Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
L’ombra sprigionerà una scintilla;
Nuova sarà la lama ora rotta,
E re quel ch’è senza corona. “
(dal “Signore degli Anelli”)

Il Signore degli Anelli, il grande capolavoro di Tolkien, è un’opera che da sempre ha suscitato un fascino straordinario in coloro che l’hanno letta e ha generato la spinta da parte di vari gruppi e correnti di pensiero ad appropriarsene.
Per molti anni l’estrema destra italiana fece di Tolkien il suo autore totem. Allo stesso modo molti autori cattolici da diversi anni a questa parte vedono nel Signore degli Anelli sostanzialmente un’opera cattolica.
I tentativi di appropriazione di Tolkien hanno lo stesso limite di tanti tentativi di appropriazione nel corso della storia. Quello di rispondere più ad una insopprimibile esigenza di chi vuole appropriarsi di qualcosa, che ad una reale volontà di conoscenza di quella “cosa”, della sua Meraviglia e del suo Mistero.
L’appropriazione è una dinamica di possesso che mira a “ricostruire” ciò che ardentemente ci piace, alla luce di quelle che sono le nostre categorie, la nostra tradizione, i nostri ideali, le nostre idiosincrasie; in poche parole, la nostra visione del mondo. L’appropriazione unilaterale non onora un’opera fino in fondo, perché le impedisce di svilupparsi in noi in perfetta libertà, le impedisce di ‘insegnarci’, perché può insegnarci sono se non siamo così ansiosi di ridurla in schemi prestabiliti, solo se non la soffochiamo entro l’orizzonte da noi considerato unico, giusto, inevitabile.
L’appropriazione di una cosa è spesso accompagnata da parole di umiltà, ma si pone quasi sempre agli antipodi dell’umiltà. L’umiltà si mantiene quando ci si pone in posizione aperta verso l’insegnamento che da qualcosa di Grande ci giunte. Posizione aperta e disponibile, non supine, in un Dialogo che sia uno stimolo perenne.
L’unico modo per amare un’opera (ma vale anche per l’amore verso altre cose..) è non volersene appropriare, è di non agire verso di essa come membri di qualcosa (un partito, una corrente culturale, una setta, una religione, ecc.) che cerchino di inglobare quell’opera nel “corpo” di cui essi fanno parte, ma come uomini liberi che, in libertà, accettano il dono e la sfida di ogni creazione, in un rispetto che è l’unica via per sperare di poter cogliere qualcosa di vero in ciò che si guarda.
Nello specifico del Signore degli Anelli, contestare il meccanismo dell’appropriazione non vuol dire negare ogni valore ad alcune delle interpretazioni ideologiche e unilaterali del Signore degli Anelli. Pensiamo all’interpretazione che ne viene data da parte cattolica. Sicuramente c’è, sublimato, un sostrato di cattolicesimo nell’opera del cattolico Tolkien. Questo sostrato non è evidente, ma è sublimato. Da questo non consegue però, come alcuni frettolosamente sostengono che “Il Signore degli Anelli sia un’opera cattolica”.
Pensare che Tolkien possa avere costruito la sua opera su semplici “travestimenti” di una preesistente visione ideologica, in modo da confezionare un’opera didattica, a tesi, vuol dire non cogliere la grandezza del lavoro di Tolkien, l’ampiezza del suo lavoro, l’accanimento del suo impegno, la nobiltà e il fascino senza tempo delle sue visioni.
Non c’è nulla di più lontano dall’opera di Tolkien che il vederla come una sorta di Summa Teologica sotto mentite spoglie. Le ispirazioni e i simboli che la animano non soffocano la storia e non la dettano in ogni minima sfaccettatura, ma sono come una matrice profonda su cui si innesta una Storia che è una Storia e non un manuale edificante.
Possiamo allora dire che nel Signore degli Anelli c’è una ispirazione cattolica, o cristiana con venature cattoliche, ma non c’è cattolicesimo. E deve anche essere ricordato che il Signore degli Anelli è incomprensibile senza il richiamo a tutta la grande mitologia nordica, a tutto quel colossale insieme di saghe (pensiamo alla “Saga dei Nibelunghi”), leggende, fiabe, ballate che si svilupparono nei secoli tra la Scandinavia, la Norvegia, la Finlandia, l’antica Germania. A tutto questo va aggiunta l’ispirazione di poemi epici come il celeberrimo Beowulf, il romanzo epico per eccellenza dell’antica Inghilterra.
Tolkien fu debitore di tutto questo mondo di miti, saghe e leggende; mondo che amalgamò con la sua visone religiosa dell’esistenza. Quello che ne uscì fu un’opera di cui si possono, appunto, dire le ispirazioni e i retaggi, ma che non è la passiva riproduzione di nient’altro che sia stato fatto prima di essa. Le sue radici e ispirazioni si amalgamano in qualcosa di unico.

Il Signore degli Anelli mette in scena l’eterno confronto tra Bene e Male.
Un confronto che si ripresenta davanti a noi ogni nuovo giorno. Un confronto che vive nei meandri stessi del cuore di ogni uomo.
Citando la prima impareggiabile prefazione al Signore degli Anelli, quella Elemire Zolà

“Infatti ci vuol poco a sentire che egli sta parlando di ci’o che tutti affrontiamo quotidianamente negli spazi immutevoli che dividono la decisione dal gesto, il dubbio dalla risoluzione, la tentazione dalla caduta o dalla salvezza. Spazi, paesaggi uguali nei millenni, ma da lui riscoperti in occasioni prossime a quelle che noi stessi abbiamo conosciuto. Sull’elsa delle spade immemoriali dura ancora il calore di un pugno, sull’erba immutevole è passata un’orma da poco, e quella presenza così prossima potrebbe essere la sua o la nostra. Non a caso The Lord of the Rings è diventato così popolare, i bambini vi si ambientano subito e i dotti godono tanto a decifrarlo quanto a restare giocati da certi suoi enigmi puramente esornativi. Si rimane stretti in una maglia ben tessuta, fatta dei nostri stessi tremiti, inconfessati sospetti, sospiri più intimi a noi di noi stessi. Perché opera di così impalpabili forze, The Lord of the Rings si divulgò smisuratamente, senza bisogno di persuasioni o di avalli, perché parlava per simboli e figure di un mondo perenne oltre che arcaico, dunque più presente a noi del presente.”

L’ANELLO DEL POTERE
Il Bene –nella conclusione della terza era della Terra di Mezzo, il mondo in cui si svolgono le vicende narrate da Tolkien, presumibilmente il nostro mondo in un’epoca collocata molti secoli fa rispetto alla nostra- è fragilissimo. Il Male sta dilagando in modo inarrestabile. Non sembrerebbe esserci speranza alcuna per la Terra e per tutti coloro che la abitano. E invece c’è ancora una speranza, c’è sempre una speranza. E una compagnia, la Compagnia dell’Anello, dovrà intraprendere il un Viaggio per tentare di distruggere le stesse fondamenta del male, incarnate dell’Anello del Potere forgiato dal Signore Oscuro, Sauron.

L’Anello non è l’unico anello del potere.
C’è un antico canto che ritorna più volte nel romazo.

Tre anelli per i re degli Elfi sotto il cielo,
Sette per i signori dei nani nelle aule di pietra,
Nove per gli uomini votati alla morte,
Uno per il Signore tenebroso sul cupo trono Nella terra di Mordor dove posano le ombre. Un unico anello per reggerli tutti e trovarli E adunarli e legarli nel buio, Nella terra di Mordor dove posano le ombre

Gran parte degli Grandi Anelli, degli Anelli del Potere vennero creati dagli elfi nella seconda era del mondo. In quel tempo Sauron si aggirava tra gli elfi travestendosi da entità benefica, e insegnò loro molte tecniche e conoscenze spingendo loro a creare gli Anelli. Una volta che furono creati i vari Anelli del Potere, Sauron forgiò in segreto, presso il Monte Fato, l’Unico Anello, che avrebbe contenuto gran parte della sua forza vitale e potenza. Lo scopo era dominare con esso tutti gli altri anelli e coloro che li portavano.
A quel punto gli elfi si accorsero dell’inganno e si sfilarono gli altri Anelli. Sauron mosse guerra contro di loro riuscendo ad impadronirsi di gran parte degli altri Anelli del Potere, tranne tre, i più potenti e quelli non toccati dal male, essendo stati forgiati dagli Elfi senza l’aiuto di Sauron.

Con gli Anelli sottratti Sauron cercò di soggiogare Uomini e Nari. Nove furono dati ai re degli uomini che divennero suoi schiavi e nel tempo si trasformarono in creature spettrali chiamate Cavalieri Neri o Nazgoul. Sette furono dati ai re dei nani, ma i nani, per la natura della loro stirpe, non potevano essere schiavizzati dalla magia. Gli anelli però accrebbero ulteriormente la loro collera e la loro brama d’oro dei loro portatori. Questi Anelli nel tempo ritornarono nelle mani di Sauron; mentre i tre degli elfi sarebbero rimasti sempre nelle loro mani.
Nella Seconda Era del mondo Sauron, grazie al suo Anello, aveva praticamente resa schiava gran parte della Terra di Mezzo. Venne allora stretta un’ultima alleanza di elfi e uomini per opporsi al trionfo dell’oscurità. Nel corso di questa battaglia il principe umano Isildur con una lama spezzata riuscì a tagliare dalla mano di Sauron il dito con l’Unico Anello, riuscendo così a sconfiggerlo. Quell’Anello poteva essere distrutto presso il Monte Fato, dove era stato creato, ma non fu distrutto, perché Isildur ne fu sedotto, finché in un agguato mortale perse l’Anello che per lungo tempo non fu più ritrovato.

La perdita da parte di Sauron dell’Unico Anello, permetteva agli elfi di potere utilizzare pienamente i loro tre Anelli. Questi anelli avevano un’azione benefica, perché Sauron non aveva giocato alcun ruolo nella loro creazione, e quindi erano immuni dalla sua influenza malvagia. Essi avevano il potere di prevenire e rallentare la corruzione delle cose e di consentire la conservazione di ciò che era desiderato ed amato. Essi mantenevano giovane il luogo in cui erano custoditi. Dopo ,che grazie a Isildur, Sauron nella seconda era perse l’anello, i tre anelli furono utilizzati per curare la terra e mantenere giovani i luoghi dove gli elfi abitavano. Ma anche questi anelli si sarebbero pervertiti se Sauron fosse ritornato in possesso dell’Unico Anello e tutto ciò che era stato compiuto tramite essi si sarebbe volto verso il male

L’Anello del Potere venne ritrovato, nella Terza Era del mondo da Smeagol, uno hobbit. Gli HObbit sono una sorta di uomini molto bassi, molto socievoli e pacifici, amanti della vita serena, e testardi fino alla cocciutaggine. Smeagol fu irrimediabilmente corrotto, nel corpo e nell’anima, dal potere dell’Anello fino a diventare una creatura avvilita che si faceva chiamare Gollum. Fu da Gollum che Bilbo Baggins –hobbit della Contea- ricevette l’anello nel corso degli eventi raccontati nello “Hobbit”.
La vicenda del Signore degli Anelli vedrà l’anello consegnato al nipote di Bilbo, Frodo, che avrà il compito di essere il portatore dell’anello nel Viaggio verso la sua distruzione.

Perché distruggere l’Unico Anello?
Perché esso non può essere usato per il bene. .
L’Anello è un puro concentrato di malvagità.
L’Anello rende invisibili coloro che se lo mettono al dito, e dà un potere enorme. Ma sempre, inevitabilmente, col passare del tempo, li corromperà, trasformandoli in creature totalmente dedite al male. Cesseranno nel tempo di essere esseri viventi come noi li conosciamo, e finiranno col diventare creature ombrose e vampiresche, demoni spettrali al servizio del Signore Oscuro.. ma prima conosceranno cupidigia sfrenata, crudeltà e follia.
L’anello è al servizio di Sauron e finirà sempre per dominare coloro che lo usano.
Molti hanno voluto credere che il potere che esso da’ possa essere piegato al bene.
E questo avviene anche durante lo svolgimento degli eventi narrati nel Signore degli Anelli.
Chi sostiene questo dice “Questo potere può essere usato per il bene.. può essere una grande forza contro il male… uno strumento straordinario… sarebbe da folli non impiegarlo in tal senso… sarebbe da folli rinunciare ad esso..”.
Si tratta del più grande inganno che suscita l’Anello. Il più grande inganno che suscita nei “Buoni”. Perché i malvagi, semplicemente, lo vogliono per volontà di potere, e per la bramosia malata che esso suscita in loro. Molti dei buoni, invece, lo vogliono perché credono che il suo potere possa essere utilizzato per fini positivi.
Ma questo è impossibile.
Chi lo utilizzerà ne verrà inevitabilmente corrotto, fino a diventare l’oscena parodia di ciò che era; fino a mutare in un essere degradato intriso di desolazione.
E’ straordinariamente emblematica la metafora costruita da Tolkien con l’Unico Anello.
Il male non potrà mai servire per attuare il bene.
Il potere assoluto porterà corruzione assoluta.
Non è possibile alcun compromesso con esso.
Viene spazzata via tutta la contro-etica machiavellica, l’etica perversa che il potere ha abbracciato da sempre nel nostro mondo, quella per cui “Il fine giustifica i mezzi”.
Usare le armi del male per il bene quando non è ipocrisia, è autoinganno, questo, anche questo dice Tolkien.

Gandalf nell’opera di Tolkien incarna la figura della saggezza, del grande mago che conosce i segreti del mondo, dell’ “uomo profetico” che cerca di richiamare gli altri all’azione giusta da intraprendere. Gandalf è presente nella Terra di Mezzo, insieme a pochi altri grandi maghi, da tempo immemorabile. Durante il Consiglio di Elrond, Gandalf narra come Saruman, il capo del suo ordine, si sia piegato a Sauron.

Alcuni dei passaggi del confronto di Gandalf con Saruman sono talmente carichi di forza, che vanno assolutamente riportati:

«“Così sei venuto, Gandalf”, mi disse grave, ma nei suoi occhi pareva ci fosse una luce strana, il
riflesso di un gelido riso del cuore.
«“Sì, sono venuto”, risposi. “Sono venuto in cerca del tuo aiuto, Saruman il Bianco”. Quell’appellativo parve incollerirlo.
«“Veramente, Gandalf il Grigio?”, disse beffardo.“In cerca d’aiuto? E’ cosa alquanto insolita che
Gandalf il Grigio cerchi aiuto, uno astuto e saggio come lui, che va girando in tutti i paesi, interessandosi di qualsiasi faccenda, anche di quelle che non lo riguardano”.
«Lo guardai meravigliato. “Ma se non m’inganno”, dissi, “cominciano a muoversi delle
cose che richiederanno l’unione di tutte le nostre forze”.
«“Può darsi”, disse, “ma molto tempo hai impiegato per arrivare a questa conclusione. Sin daquando, vorrei sapere, hai tenuto nascosto a me, capo del Consiglio, un fatto di importanza capitale?
Come mai hai lasciato ora il tuo covo nella Contea per venire qui?”.
«“I Nove sono di nuovo in movimento”, risposi. “Hanno attraversato il Fiume. Mi è stato detto da Radagast”.
«“Radagast il Bruno!”, rise Saruman, senza più celare il suo disprezzo. “Radagast il Domatore d’uccelli! Radagast il Semplice! Radagast loSciocco! Eppur gli è bastata quel po’ d’intelligenza per recitare la parte che gli ho affidata. Tu sei venuto, ed era quello lo scopo del mio messaggio. E qui rimarrai, Gandalf il Grigio, e ti riposerai dei lunghi viaggi. Perché io sono Saruman il Saggio, Saruman Creatore d’Anelli, Saruman Multicolore”.
«Lo guardai, e vidi che le sue vesti non erano bianche come mi era parso, bensì tessute di tutti i colori, che quando si muoveva, scintillavano e cambiavano tinta, abbagliando quasi la vista.
«“Preferivo il bianco”, dissi.
«“Bianco!”, sogghignò. “Serve come base. Il tessuto bianco può essere tinto. La pagina bianca ricoperta di scrittura, e la luce bianca decomposta”.
«“Nel qual caso non sarà più bianca”, dissi. “E colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha
abbandonato il sentiero della saggezza”.
«“Non è necessario che tu mi parli come ad uno degli sciocchi che prendi per amici”, disse.

Il mantello Bianco che diventa Multicolore è il segno dell’avere abbandonato la via del bene, per la via dell’ambiguità, della manipolazione e dell’inganno, la via del controllo. Gandalf dice a Saruman:

“E colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha abbandonato il sentiero della saggezza”.

Gandalf con poche parole ha già svelato la falsa sapienza di chi pensa di potere muoversi tra luce e ombra, di poter mescolare bene e male, di confondere ogni cosa. Saruman pur irritato continua, perché ha qualcosa da proporre a Gandalf.

“Non ti ho fatto venire affinché tu mi istruisca, bensì per proporti una scelta”.
«Si eresse, incominciando a declamare come se stesse recitando un discorso a lungo ripetuto. “I Tempi Remoti non sono più. I Giorni Intermedi stanno passando. I Giovani Giorni stanno per incominciare. Finito il tempo degli Elfi, la nostra ora è vicina: il mondo degli Uomini che dobbiamo dominare. Ma abbiamo bisogno di potere, potere per ordinare tutte le cose secondo la nostra volontà, in funzione di quel bene che soltanto i Saggi conoscono. Ascoltami, Gandalf, vecchio amico e collaboratore!», disse avvicinandosi, e raddolcendo la voce. ‘Ho detto noi, perché così sarà se ti unirai a me. Una nuova Potenza emerge. Inutili sarebbero contro di essa i vecchi alleati e l’antico modo d’agire. Non vi è più alcuna speranza per gli Elfi, o per i Numenoreani morenti. Questa è dunque la scelta che si offre a te, a noi: allearci alla Potenza. Sarebbe una cosa saggia, Gandalf, una via verso la speranza. La vittoria è ormai vicina, e grandi saranno le ricompense per coloro che hanno prestato aiuto. Con l’ingrandirsi della Potenza anche i suoi amici fidati s’ingigantiranno; ed i Saggi, come noi, potrebbero infine riuscire a dirigerne il corso, a controllarlo. Si tratterebbe soltanto di aspettare, di custodire in cuore i nostri pensieri, deplorando forse il male commesso cammin facendo, ma plaudendo all’alta mèta prefissa: Sapienza, Governo, Ordine; tutte cose che invano abbiamo finora tentato di raggiungere, ostacolati anziché aiutati dai nostri amici deboli o pigri. Non sarebbe necessario, anzi non vi sarebbe un vero cambiamento nelle nostre intenzioni; soltanto nei mezzi da adoperare”.
«“Saruman”, gli dissi, “ho udito prima d’oggi discorsi dello stesso genere, ma soltanto in bocca di emissari inviati da Mordor per ingannare gli ingenui. Non posso pensare che tu mi abbia fattovenire qui per stancare le mie orecchie”

Un nuovo Potere sta sorgendo, dice in sostanza Saruman. E’ l’alba di una nuova era.
La forza del Signore Oscuro è ormai inarrestabile ed opporsi è da folli.
La via migliore è allearsi con lui, in modo da essere ricompensati ed avere un ruolo importante nella nuova epoca alle porte.
In questo modo, da posizioni di potere si potrà evitare che il male si scateni in tutta la sua ferocia e, avendo pazienza, e tollerando gli orrori che, specie i primi tempi verranno commessi –pur deplorandoli nel proprio intimo- si cercherà, piano piano di fare evolvere il corso degli eventi verso una direzione più accettabile.
“Non ci sarà un’alterazione dei nostri fini”, dice Saruman rassicurante. “Tranquillo Gandalf”, è il senso rassicurante delle sue parole “noi saremo quelli di sempre nel nostro intimo..ma semplicemente, come strategia del momento, saremo “flessibili”, accetteremo quello che non possiamo contrastare, entreremo nel Nuovo Mondo che il Signore Oscuro forgerà, e agiremo dall’interno cercando di farlo evolvere verso forme più accettabili.
Non vi sembra una filastrocca già sentita?
“Pieghiamoci, sottomettiamoci, e poi agiamo dall’interno… è il modo più ragionevole per perseguire i nostri fini..”.
Quante volte si sono usate parole come queste per giustificare la propria sottomissione a quello che veniva visto come il Potere dominante?
E quante altre volte le sentiremo?
Ed è davvero difficile riuscire in parole come queste a distinguere l’autoinganno di chi davvero crede di potere insinuarsi all’interno di sistemi malvagi e indirizzarli verso altro e l’ipocrisia di chi ha capito che, con belle parole, bisogna schierarsi col cavallo vincente. A volte entrambi gli aspetti sono presenti.
In Saruman le belle parole sono tradite anche dalla senso gerarchico e manipolatorio che egli dà al suo ruolo

“il mondo degli Uomini che dobbiamo dominare. Ma abbiamo bisogno di potere, potere per ordinare tutte le cose secondo la nostra volontà, in funzione di quel bene che soltanto i Saggi conoscono. (…) Con l’ingrandirsi della Potenza anche i suoi amici fidati s’ingigantiranno; ed i Saggi, come noi, potrebbero infine riuscire a dirigerne il corso, a controllarlo.”

Controllare, guidare, dominare. Che le intenzioni di Saruman non siano pure si vede anche dalle parole che usa. Ma avesse anche le migliori intenzioni, è la via che ha scelto e che propone a Gandalf ad essere una via senza ritorno.
Gandalf ha ben chiaro che l’idea di incunearsi nel male per poi influenzarlo dall’interno è una finta scaltrezza che in realtà rivela infinita stupidità.
L’Oscuro Signore, se riuscirà nei suoi intenti, realizzerà un tempo del buio assoluto, un tempo pervaso da una tale malvagità che non potrà essere intaccata da nulla, e anzi corromperà tutto intorno a sé. In un’epoca del genere non ci sarà nessuna possibilità di “influenzare il corso degli eventi”.
E comunque, adesso un Saruman, e altri alleati potenti possono essere utili a Sauron. Ma Sauron, quasi certamente non esiterebbe un attimo a schiacciare Saruman, una volta non fosse più utile ai suoi fini.
Ma, a prescindere, non puoi appoggiare l’avvento di un’era del terrore, quali che siano i tuoi scopi, quali che siano i tuoi calcoli; e anche se il suo avvento sembra inevitabile.
Non si può combattere il Potere con il Potere.

C’è solo una cosa che può essere fatta, e che potrà cambiare il corso degli eventi.
Qualcosa che non ha nulla a che vedere con la conquista del Potere.
Distruggere l’Anello.
L’esistenza di Sauron è così profondamente intrecciata con l’Unico Anello, che la sua distruzione porterebbe al suo annichilimento. Mentre la sua conquista da parte di Sauron renderebbe il suo potere assoluto e la sua vittoria definitiva.
Si tratta, e Gandalf lo dirà chiaramente a Frodo, di qualcosa che Sauron considererebbe talmente folle da non poterla neanche immaginare. Sarà lo scommettere su una carta che lui neanche ha preso in considerazione. Questo potrà dare al piano qualche chance di potere essere realizzato. L’unica chance è perseguire qualcosa che per il mondo può essere “folle”, rinunciare alla fonte del Potere assoluto, distruggerla. Distruggere l’Anello.

C’è solo un luogo in cui esso può essere distrutto. Il Monte Fato dove venne forgiato.
E Frodo, il nipote di Bilbo, sarà il portatore dell’Anello. Colui a cui è stato dato il compito di tenere con sé questo fardello fino al momento in cui dovrà essere distrutto. Un “fardello” perché l’anello, anche solo a tenerlo con sé, senza metterselo al dito, indebolisce e ammala. Il cammino di Frodo diventerà sempre di più un calvario, anche perché l’Anello “non vuole essere distrutto”, e si farà sentire come un peso sfiancante, che quasi toglie il respiro al povero Frodo.
Comunque, il Viaggio di Frodo inizia come un viaggio collettivo. E’ una Compagnia quella che Gandalf, costituisce e di cui esso stesso fa parte come guida. La Compagnia dell’Anello. Una compagnia in cui oltre a Gandalf, a Frodo e a tre hobbit a lui cari che lo seguono –il suo servitore Sam e gli amici Merry e Pipino- ci sarà un guerriero umano, Boromir, l’elfo Legolas, il nano Gimli, e Aragorn, che fino a quel momento si era aggirato per lande e contrade come un “ramingo” chiamato Granpasso e che era destinato a diventare il nuovo Re degli uomini.

Sarebbe davvero lungo narrare e commentare tutti gli sviluppi del Signore degli Anelli; e non è lo scopo di questo testo. Mi soffermerò su altri aspetti emblematici.

GANDALF CONTRO IL BALROG
Una volta che la Compagnia dell’Anello giunge nelle Miniere di Moria, una delle più antiche e gloriose dimore dei nani, esce allo scoperto il Balrog. I Balrog erano una sorta di demoni del fuoco; molto alti e imponenti ed armati di fruste fiammeggianti, avevano da sempre servito l’Oscurità. Ormai nel mondo ne erano rimasti pochissimi, che vivevano nelle viscere della terra da migliaia di anni; uno di questi, chiamato “il flagello di Durin” fu proprio quello in cui si imbatté la compagnia dell’anello.
Gandalf per salvare la Compagnia, si pone di fronte al Balrog sul ponte di Khazad Dum.
Il Balrog non era una creatura che poteva essere affrontata con armi comuni. Solo Gandalf, portatore di una forza sacra, poteva affrontarlo.
Inizia uno scontro tra i due, nell’ambito del quale Gandal fa crollare il ponte per fare precipitare il Balrog. Nella sua caduta il Balrog avvolge Gandalf trascinandolo con sé.
Il combattimento fra Gandalf ed il Balrog si protrasse a lungo, negli abissi più oscuri della terra e sulle cime più inaccessibili del mondo tanto che chi vedeva il combattimento credeva che un incendio infuriasse sulle cime del monte dato che dal basso vedeva solo un piccolo bagliore lontano.
Nelle miniere di Moria la compagnia fu assalita da un gruppo di orchi e dal Blarog.
Gandalf lo affrontò sul Ponte di Khazad-dum.

“Il Balrog giunse al ponte. Gandalf era in piedi al centro della sala e con la mano sinistra si appoggiava al bastone, mentre nella destra Glamdring scintillava, fredda e bianca. Il nemico si arrestò nuovamente, fronteggiandolo, ed intorno ad esso l’ombra allungò due grandi ali. Il Balrog schioccò la frusta, e le code scricchiarono e fischiarono. Del fuoco si sprigionava dalle sue narici: ma Gandalf rimase fermo e immobile.
«Non puoi passare», disse. Gli Orchetti tacquero, e si fece un silenzio di morte. «Sono un servitore del Fuoco Segreto, e reggo la fiamma di Anor. Non puoi passare. A nulla ti servirà il fuoco oscuro, fiamma di Udûn. Torna nell’Ombra! Non puoi passare».”

Gandalf colpì con il bastone il ponte davanti a sé che cominciò a crollare sotto i piedi del Balrog, e questi cominciò a sprofondare nell’abisso, ma prima con la sua frusta afferrò una gamba di Gandalf trascinandolo con se. Inizia uno sprofondamento, una caduta nell’abisso.

“«Caddi per molto tempo», riprese infine lentamente, come se riandare indietro con la mente gli fosse difficile. «Caddi per molto tempo, e lui con me. Il suo fuoco mi avvolgeva. Avvampai. Poi precipitammo nelle acque profonde e tutto fu buio. Erano fredde come il mare della morte, e mi ghiacciarono quasi il cuore».
«Profondo è l’abisso varcato dal Ponte di Durin, e nessuno mai lo ha misurato», disse Gimli.
«Tuttavia ha un fondo, al di là della luce e di ogni conoscenza», disse Gandalf. «Ivi giunsi infine, nelle estreme fondamenta della pietra. E lui era ancora con me. Il suo fuoco era spento, ma ora si era tramutato in un essere di fango e melma, più forte di un serpente strangolatore.
Lottammo a lungo nelle profondità della viva terra, ove il tempo non esiste. Sempre mi afferrava e sempre io lo colpivo, e infine fuggì attraverso oscure gallerie. Non erano state scavate dal popolo di Durin, Gimli figlio di Gloin. Giù, molto più giù dei più profondi scavi dei Nani, esseri senza nome rodono la terra. Persino Sauron non li conosce. Essi sono più vecchi di lui. Adesso io ho camminato in quei luoghi, ma non narrerò nulla che possa oscurare la luce del sole. Disperato com’ero, il mio nemico era l’unica speranza che avessi, e lo inseguii afferrandogli le caviglie. Così mi condusse dopo molto tempo nei segreti passaggi di Khazad-dûm, che conosceva sin troppo bene. Poi continuammo a salire, sempre più in alto, e giungemmo all’Interminabile Scala» […] «S’inerpica dalla galleria più profonda sino alla vetta più alta, una spirale ininterrotta di molte migliaia di gradini che ascende sino alla Torre di Durin, scavata nella viva roccia di Zirakzil, la punta estrema di Dentargento.
Ivi, in cima a Celebdil, vi era una solitaria finestra nella neve, e al di là di essa uno stretto spazio, che pareva un vertiginoso nido d’uccello rapace sovrastante le nebbie del mondo. Il sole vi scintillava con violenza, ma in basso ogni cosa era avvolta dalle nubi. Lui con un balzo fu all’aperto, e nel momento in cui lo raggiunsi avvampò in nuove fiamme.
[…]
Un grande fumo s’innalzò intorno a noi, vapori e foschie si sprigionarono. Il ghiaccio cadde come pioggia. Scaraventai giù il mio nemico, e lui precipitando dall’alto infranse il fianco della montagna nel punto in cui cadde. Allora fui avvolto dall’oscurità, errai fuori dal pensiero e dal tempo, e vagabondai lontano per sentieri che non menzionerò.
Infine fui rimandato nudo là dove l’oscurità mi aveva colto. E giacqui nudo in cima alla montagna. La torre dietro di me non era altro che polvere, e la finestra scomparsa; la scala in rovina soffocata dai massi arsi ed infranti. Ero solo, dimenticato, senza speranza di salvezza, sul duro corno del mondo. Ivi, supino, guardavo sopra di me le stelle compiere il loro ciclo, e ogni giorno era lungo come una vita terrena. Vago alle mie orecchie giungeva il rumore confuso di tutte le terre: il sorgere e il morire, il canto e il pianto, e il lento eterno gemito della pietra sotto il troppo pesante fardello. Così infine mi trovò Gwaihir, il Re dei Venti; mi prese con sé e mi portò via».

Tutta la vicenda descritta rappresenta un’esperienza di morte e risurrezione per Gandalf.
Affrontando il Balrog affronta una “prova sacra”, uno scontro dove deve sprofondare in un abisso che è lo stesso abisso della sua anima e lì, in uno scontro totale, purificarsi.
Dopo giorni e giorni di battaglia, Gandalf sconfigge definitivamente il Balrog, e muore.. “Allora fui avvolto dall’oscurità, errai fuori dal pensiero e dal tempo, e vagabondai lontano per sentieri che non menzionerò”.. ma venne rimandato ancora una volta nel mondo.. “Infine fui rimandato nudo là dove l’oscurità mi aveva colto.”
Lì venne trovato da Gwair, il Re delle aquile e portato da Galadriel, la Signora degli Elfi del bosco di Lotlorien, dove gli vennero curate le ferite e fu rivestito col manto Bianco. Da questo momento Gandalf non fu più Gandalf il Grigio, ma Gandalf il Bianco.
Naturalmente era sempre Gandalf.. ma non era più lo stesso Gandalf di prima..

“Sono molto mutato da quei tempi e non sono più impastoiato dai gravami della Terra di Mezzo com’ero allora” .

Questa esperienza di lotta contro i propri demoni, di sprofondamento nelle viscere del mondo e anche nelle viscere della propria anima, porta Gandalf alle fondamenta di se stesso, dove tutto è perduto e dove tutto può avvenire. Da quelle fondamenta, Gandalf, avvolto al Balrog, sale la lunga Scala -una Scala che rappresenta una sorta di percorso di innalzamento- giungendo alla cima di una montagna e da là scaraventa il Balrog nell’abisso, annientandolo definitivamente. A quel punto Gandalf, sfinito, muore, avendo vinto la sua battaglia interiore. Ma viene rimandato nel mondo. Gandalf ritorna trasformato, la sua natura, la sua comprensione, il suo potere sono stati accresciuti. Ora non è più “Gandalf il Grigio”, ma “Gandalf il Bianco e può giocare un ruolo più ancora più prezioso nella lotta contro il Male.

DAVANTI A RE THEODEN
Gandal il Bianco insieme a Legolas, Aragorn e Gimli va da TheodeN re di Rhoan che era stato reso sostanzialmente impotente dal suo consigliere Vermilinguo; Un essere viscido, che lo aveva intrappolato negli incantesimi biforcuti della sua lingua, facendo sentire il re sempre più stanco e debole. Facendolo sentire “vecchio”, non solo nel corpo, ma anche nell’anima, avvizzito nel cuore. Gandalf scioglie gli incantesimi di Vermilinguo rivelando la sua sottomissione a Saruman e scuote Theoden dal sonno che lo aveva reso “un vecchio”.
Alcuni estratti rendono bene il progressivo ritorno di Theoden in se stesso

(Gandalf) «Non tutto è oscuro. Abbi fede, Signore del Mark, perché non troverai aiuto migliore. Non ho consigli da dare ai disperati; eppure a te potrei dare consigli e pronunziare parole di speranza. Vuoi udirle? Non sono per tutte le orecchie. Ti prego di venir con me davanti alle tue porte e di mirare lontano. Troppo a lungo sei rimasto seduto nelle ombre, fidando in racconti contorti e suggerimenti disonesti».
(…)
«Non è poi così buio qui», disse Théoden. «No», disse Gandalf. «E gli anni non pesano sulle
tue spalle come alcuni vorrebbero. Getta via il bastone!».
Dalla mano del Re il nero bordone cadde rumorosamente sulle pietre. Egli si rizzò, pian piano, come un uomo rigido dal lungo curvarsi su qualche triste e duro lavoro. Infine si eresse alto e dritto, ed i suoi occhi blu guardarono il cielo che si
apriva.
(…)
«Non vuoi prendere la spada?», disse Gandalf. Lentamente Théoden allungò la mano. Le dita e il magro braccio afferrando l’elsa parvero acquistare nuovo vigore e rinnovata forza. D’un tratto egli alzò la lama e la fece roteare scintillante e sibilante. Poi lanciò un grido potente. La sua voce squillò limpida nel cantare nella lingua di Rohan
un richiamo alle armi.
Desti ora, desti, Cavalieri di Théoden!
Terribili eventi nell’oscuro Oriente.
Sellate i cavalli, suonate le trombe!
Avanti Eorlingas!

Le guardie, credendo di essere state chiamate, salirono in un baleno la scala. Stupefatti guardarono il loro signore, poi come un solo uomo sguainarono le spade e le deposero ai suoi piedi.
«Ordina, signore!», dissero.
«Westu Théoden hàl!», esclamò Éomer. «E’ una
grande gioia per noi vedere che hai ritrovato te stesso.”

Il “risveglio” di Re Theoden è un grande momento.
Il suo “sonno” era il sonno della debolezza inoculata col miele, era la flaccida debolezza somministrata dal finto bene, il bene che infiacchisce, il bene che ti uccide dentro con polvere di zucchero, il bene incestuoso. Il bene di chi ti riempie di carezze e doni per intrappolarti e farti marcire. Il bene del “quanto sei prezioso per me.. quanto mi sei caro… fa che ti protegga.. fa che io mi prenda cura di te… e non uscire fuori.. no, c’è vento ed è troppo pericoloso.. non correre rischi… non hai più le forze vedi?.. stai qui al calduccio… ormai sei debole.. gli anni passano.. riposa le tue ossa… riposa.. ci penso io a te… non fare sforzi… prendi la tisana, stai avvolto nelle coperte… restatene là… che mi occuperò io di tutto.. perché sei vecchio..vecchio..vecchio… ma io ti voglio così bene..”.

Gandalf spezza l’incantesimo, la lingua manipolatira di Grima Vermilinguo.. il nome dice tutto.. “lingua di verme”… Gandalf richiama Theoden alla sua forza interiore.
“Ti hanno fatto credere di essere vecchio e debole… ma tu sei un uomo.. prendi la spada…alzati in piedi..”.
La vera vecchiaia non è data dagli anni. Ma da questo veleno che ti mettono dentro per incatenarti.
Ma tu puoi scioglierlo.
Questo è uno dei sensi profondi del risveglio di Re Theoden.
La spada che Gandalf gli porge, la sta porgendo anche a te che leggi, e la porge a tutti quelli che cominciano a ritirarsi nel loro cantuccio, a non credere più, a non osare più.. a vivere da “vecchi”.
“Prendi questa spada” è il richiamo a ritornare in noi stessi, ad uscire dalla fortezza protetta, a riprendere la lotta, a stare in piedi.

MANI DI RE, MANI DI GUARITORE
Un altro momento di grande forza simbolica è il riconoscimento della regalità di Aragorn. Riconoscimento che avviene nel momento in cui dimostra di sapere guarire i feriti, dopo la battaglia condotta presso le mura di Minas Tirith, capitale del regno di Gondor. Naturalmente, già da molto prima, fin dall’inizio della missione, Gandalf e gli altri compagni e alleati sapevano che Aragorn era colui che doveva diventare Re. L’episodio con i feriti è però uno di quei “segni” che manifestano la “vera regalità”. Uno di quei momenti che fa sorgere in tutti la consapevolezza che effettivamente il Re è tornato.
All’interno delle mura di Minas Tirith vi sono le Case di Guarigione, che sono il luogo dove vengono curati i feriti delle battaglie.
Nelle Case di Guarigione ci sono anziane donne di Gondor che fungono da guaritrici.
Nella battaglia condotta contro l’esercito oscuro le ferite non erano state fisiche, ma anche interiori, sprituali. Faramir figlio del cupo –e poi autoimmolatosi- Sovrintendente di Gondor, Denethor- aveva ricevuto una di queste ferite:
La vecchia Loreth, vedendo la sofferenza di Faramir rievoca l’antica leggenda sul potete taumaturgico dei veri Re.

Allora una vecchia, Ioreth, la più anziana delle donne che servivano in quella casa, guardando il bel viso di Faramir si mise a piangere, perché tutti lo amavano. Ed ella disse: «Ahimè, se dovesse morire! Se almeno Gondor avesse dei re come quelli che pare regnassero in passato! Perché le antiche saghe dicono: Le mani del re sono mani di guaritore. E in tal modo si poteva sempre riconoscere il vero re». Allora Gandalf, che si trovava lì vicino, disse: «Gli Uomini ricorderanno forse a lungo le tue parole, Ioreth! In esse vi è della speranza. Forse un re è davvero tornato a Gondor: non hai forse udito le strane notizie giunte in Città?».

Poco dopo, Gandalf dirà ad Aragorn di recarsi presso le case di Guarigione per aiutare le persone ferite nel corpo e nello spirito. Aragorn dopo essersi fatto portare alcune “foglie di Re” (una pianta chiamata Athelias in Numoreano) , le fa mettere in un bacino di acqua calda, si bagna le mani in questo liquido e lascia che i suoi benefici vapori impregnino l’aria; a quel punto tira fuori le mani dal bacino e a quel punto comincia, proprio con Faramir la sua opera di guarigione. Faramir si ridesta dalla sua ombra..

Ad un tratto Faramir si mosse, aprì gli occhi, e guardò Aragorn chino su di lui; i suoi occhi brillarono d’una luce di coscienza e di affetto ed egli parlò dolcemente. «Mio sire, mi hai chiamato. Sono venuto. Cosa comanda il re?».
«Non camminare più nelle ombre, svegliati!», disse Aragorn. «Sei molto stanco. Riposa adesso, e prendi del cibo, e sii pronto quando tornerò». «Lo sarò, mio signore», disse Faramir. «Chi potrebbe rimanere ozioso, ora che il re è tornato?».

Dopodchè Aragorn continua la sua opera di guarigione. Ma tutti adesso sanno che lui è il Re. 

Presto si sparse la voce che il re era davvero tornato tra loro e che, dopo la guerra portava la guarigione.

La “regalità” incarnata da Aragorn non ha nulla a che vedere con la tirannia e la dominazione. Tolkien si richiama al simbolismo del Re come Supremo Servitore del Popolo, colui che è chiamato a restaurare la legge e la giustizia, a dare vita a un nuovo tempo di armonia. Anche per questo riprende una delle “qualità” che la leggenda medioevale attribuiva agli antichi re taumaturghi. La capacità di guarire.

LA PIETAS TOLKENIANA E LA DISTRUZIONE DELL’ANELLO
La fine dell’anello sarà fino all’ultimo nelle mani di Frodo e di Sam, il suo fido servitore, che da soli si erano inoltrati per le più buie contrade di Mordor, il cuore della terra direttamente controllata da Sauron, per giungere al monte Fato e distruggere l’anello.
Allo scopo di dare loro qualche chance in più, Gandalf, Aragorn e i loro più fidi alleati assemblano un esercito per andare a combattere davanti al nero cancello dove Sauron risiede. Lo scopo di questa battaglia non è quello di vincere Sauron con le armi. Ormai il potere dell’Oscuro Signore è troppo grande perché possa essere contrastato con le armi. La battaglia, l’ultima battaglia, ha solo uno scopo, prendere tempo.. per dare a Frodo e Sam.. se ancora vivi.. la possibilità di portare a termine la loro ultima missione.
Dopo traversie e pericoli di ogni genere Frodo e Sam giungono finalmente davanti alla voragine del Monte Fato, dove c’è l’unico fuoco che può distruggere l’anello.
Ma lì Frodo cambia idea e decide che non avrebbe distrutto l’anello, ma lo avrebbe tenuto per sé. L’Anello era riuscito alla fine a soggiogarlo. Tutto sarebbe stato vano, e l’intera Terra di Mezzo sarebbe ricaduta nell’oscuità se non fosse stato per Gollum. Gollum da cui Bilbo ricevette l’anello. Gollum che da tempo si era incontrato con Sam e Frodo nel loro cammino verso il monte Fato e che loro, con molti dubbi, avevano accettato come guida. Gollum che in più di una occasione aveva fatto capire le sue vere intenzioni –riavere l’anello- e aveva rappresentato un pericolo. Eppure, pur trovandosi nella condizione di farlo, né Frodo né Sam, gli tolgono la vita, come non gliel’aveva tolta Bilbo tanto tempo prima.
Bilbo nello Hobbit aveva avuto la possibilità di togliere la vita a Gollum, ma ebbe pietà:

“Doveva pugnalare quel pazzo, cavargli gli occhi, ucciderlo. Voleva ucciderlo. No, non era un combattimento leale. Egli era invisibile adesso. Gollum non aveva ancora realmente minacciato di ucciderlo, o cercato di farlo. Ed era infelice, solo e perduto. Un’improvvisa comprensione, una pietà mista a orrore, sgorgò nel cuore di Bilbo: rapida come un baleno gli si levò davanti la visione di infiniti, identici giorni, senza una luce o speranza di miglioramento: pietra dura, pesce freddo, strisciare e sussurrare. Tutti questi pensieri gli passarono davanti in una frazione di secondo. Egli tremò.”

Nel Signore degli Anelli, Frodo, una volta venuto a sapere tutta la storia dell’Anello e del compito che adesso gravava su di lui, chiese a Gandalf perché Bilbo non aveva uccise quell’essere viscido e pieno di squallore pur avendone la possibilità, dato che meritava la morte. Le risposte di Gandalf furono impareggiabili:

“Se la merita! E come! Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze. Ho poca speranza che Gollum riesca…a guarire prima di morire. Ma c’è una possibilità. … Il cuore mi dice che prima della fine di questa storia l’aspetta un’ultima parte da recitare … , e quando l’ora giungerà, la pietà di Bilbo potrebbe cambiar eil corso di molti destini e soprattutto del tuo.”

Gandalf, in un altro passaggio, sempre parlando di Bilbo, dice a Frodo:

“Fu la pietà a fermargli la mano. Pietà e misericordia: egli non volle colpire senza necessità. E fu ben ricompensato di questo suo gesto. … Stai pur certo che se è stato grandemente risparmiato dal Male, riuscendo infine a scappare e a trarsi in salvo è proprio perché all’inizio del suo possesso dell’Anello vi è stato un atto di pietà.”.

Quando Frodo e Sam incontrano Gollum, mentre stanno cercando da soli la strada per giungere al Monte Fato, Sam propone di legarlo per impedirgli di nuocere; Gollum prega di non farlo piagnucolando e Frodo prende le sue difese discostandosi dall’amico:

“No. … Una tale azione non ci è permessa così come stanno le cose. Povero disgraziato! Non ci ha fatto alcun male.”.

E aggiunge:

“Non toccherò questo essere. Infatti, ora che lo vedo, mi fa pietà.”

Lo stesso Sam, che più volte aveva pensato di farla finita con Gollum, in un passaggio successivo, pur potendo eliminarlo definitivamente, viene preso da un sentimento di pietà, nonostante avesse subito da poco una aggressione:

“Non poteva colpire quella cosa distesa nella sabbia, disperata, distrutta, miserevole. Lui stesso aveva portato l’Anello, solo per poco tempo, ma poteva vagamente immaginare l’agonia della mente e del corpo di Gollum, incatenato all’Anello, dominato, incapace di ritrovare nella vita mai più pace o sollievo.”.

Quando, davanti alle voragini del Monte Fato, Frodo rinuncia al proposito di gettare al suo interno l’anello e se lo mette al dito, sarà Gollum che aveva continuato a seguire Frodo e Sam a lanciarsi verso frodo, che intanto era diventato invisibile, a sottrargli l’anello e poi, gongolando per la gioia di avere ritrovato l’anello, inciamperà per cadere nelle voragini del Monte Fato insieme all’anello che sarà irrimediabilmente distrutto, portando con sé la distruzione di Sauron e con essa il definitivo venire meno dei suoi piani.
L’uomo ha il dovere di avere sempre pietà e misericordia. Ecco uno degli insegnamenti di tutta la vicenda Gollum.
Non sembrava quella di Gollum il prototipo di una vita squallida, indegna, disprezzabile?
Non sarebbe stata la cosa più comprensibile il volergli dare la morte?
Eppure se Bilbo o Frodo o Sam gli avessero dato la morte, il mondo sarebbe sprofondato nell’oscurità più assoluta. Perché sarà Gollum, alla fine, involontariamente, a far pendere le cose dalla parte del bene.
“Non essere troppo generoso nel distribuire la morte..” disse Gandalf a Frodo.
Ogni volta che è possibile, si deve cercare di non distribuire morte. Ogni volta che è possibile si deve avere pietà, compassione, misericordia.
Da essa, come nel caso della distruzione dell’Anello, potranno venire frutti che nessuno prima avrebbe immaginato.

LA FINE DI UN MONDO
Con la distruzione dell’Unico Anello, il regno di Sauron finisce per sempre.
Finisce anche il tempo degli Elfi, perché, con la distruzione dell’Unico, anche i loro anelli perdono potere, e il mondo della Terra di Mezzo è destinato a diventare grigio ai loro occhi.
Gli Elfi salperanno con le ultime navi verso le dimore immortali dei Valar, precluse agli uomini.
Con loro partirà anche Gandalf e anche Frodo e Bilbo che, in quanto portatori dell’anello, avranno concesso questo privilegio.
Ma non saranno solo gli Elfi a sparire dalla Terra di Mezzo. Gradualmente saranno destinate a venire meno i nani e tutte le altre creature non umane.
Il Signore degli Anelli è anche il libro della perdita irrimediabile.
Il Bene alla fine vince e Sauron viene ridotto alla definitiva impotenza, ma il mondo perderà gran parte della sua poesia.
Con gli eventi dell’Anello, si conclude la Terza Era del Mondo, e inizia la Quarta, l’Era degli Uomini, l’Era in cui tutte le antiche cose, gli antichi miti, l’antica magia, gli antichi esseri non umani scompariranno dal mondo. E con essi una sublime dolcezza, e una ineffabile Grazia si perderanno, per essere forse ritrovate da quelle anime così aperte e sensibili che ancora saranno capaci di rintracciare la via per altri mondi, che ancora sapranno cogliere i bagliori della Magia, la voce della Poesia.

L’ETERNA BATTAGLIA
Ma dopo la sconfitta definitiva di Sauron, il male si manifesterà nuovamente nel mondo?
Ci sono delle bellissime parole che Gandalf pronuncia in un passaggio del libro, poco prima che venga deciso di attaccare il Nero Cancello.

“Altri mali potranno sopraggiungere, perché Sauron stesso non è che un servo o un emissario. Ma non tocca a noi dominare tutte le maree di questo mondo; il nostro compito é fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare. Ma il tempo che avranno non dipende da noi”.

Anche se Sauron è stato schiacciato e non potrà più ritornare, il male non è stato estirpato per sempre. Nelle epoche future il Male tornerà sotto altre sembianze. La sfida contro di esso sarà lunga quanto la storia dell’uomo. Non è dato a noi di impedire che questo accada; non possiamo “dominare tutte le maree di questo mondo”. Questo è il senso delle parole di Gandalf. Ciò che davvero importa è fare oggi quanto ci è richiesto, è spenderci oggi “per la salvezza degli anni nei quali viviamo”, al fine da lasciare a chi ci seguirà “una terra sana e pulita da coltivare”. Noi possiamo fare fino in fondo la nostra parte. Questo vuol dire vivere con onore.

Ricordo che questo meraviglioso libro mi fu prestato da zio quando avevo 12 anni e mi conquistò con così tanta forza, che la notte, quando venivano a spegnarmi la luce perché era troppo tardi, accendevo l’abat-jour sotto le coperte e continuavo, bramoso, la lettura. Per me tutto quel mondo era una mondo straordinario, ma vivo. “Vedevo” Gandalf, Aragon, Frodo, Legolas e tutti gli altri. E quando il libro finì, sentii un violento senso di perdita e nostalgia. E favoleggiavo potesse esistere una Biblioteca Segreta con le continuazioni di tutti i Grandi Libri. Finché, anni dopo, compresi, che le Grandi Storie continuano dentro di noi. Perché di noi esse parlano. E perché a noi consegnano Simboli da fare vivere nel nostro cuore e seminare nel mondo.

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Viaggio a Roghudi

by on nov.24, 2014, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo

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“Faccio fatica a sovrapporre le immagini di rovina e di abbandono a quelle di bellezza struggente del paesaggio e della natura. C’è tutta una tradizione di sguardi, del resto, che lega indissolubilmente, in diversi contesti, la bellezza e la rovina,e la Calabria è stata definita come ” (Vito Teti – “Il senso dei luoghi”)

Un mio amico, di recente, mi ha raccontato che per anni con i suoi compagni di avventure e viaggi si sono detti “dobbiamo andare a Roghudi”, come se fosse l’isola che non c’è, una città mitologica, un luogo fuori dal tempo e dallo spazio.
Anche lui fu contagiato da un libro, “Il senso dei luoghi”, di Vito Teti. Un libro straordinario sui paesi abbandonati o praticamente moribondi della Calabria. Un libro doloroso e vigoroso, struggente e profetico, teso tra perdita e speranza. Un libro sull’assenza, sulla narrazione dell’anima, sul filo stretto che diventa nodo scorsoio, o corda spezzata, oppure corda di nuovo tesa verso un mondo che ancora non ha nome, ma ‘nel suo nome’, ancora ignoto eppure antichissimo, le radici prenderanno forma, in un tradimento che può seppellire i tradimenti, può rinnegare se stesso e così cominciare una nuova storia.

Il libro di Teti contagiò anche me e Roghudi si impresse nella mia mente, come quei non-luoghi da ritrovare, come da ritrovare sono tutti i nostri luoghi, tutta la nostra storia. Il libro è pieno di paesi, borghi, strade, ruderi di violenta bellezza. Ma Roghudi è il primo che avrei voluto venire.
Roghudi da sempre definito “il paese più infelice del mondo”, per la sua storia costellata di catastrofi.

Quando mi incamminai verso Roghudi, stavo facendo qualcosa che, pochi giorni prima assolutamente non avevo preventivato. Ero da un due giorni a Gallicianò, antichissimo paese del reggino, incastonato nel cuore dell’area grecanica. Quel territorio dove un tempo il grecanico -l’antica lingua greca contaminata dalla secolare presenza in Calabria- veniva parlato da quasi tutta la popolazione. Mentre adesso, solo pochi, soprattutto anziani, mantengono ancora viva quella lingua. A Gallicianò venni a sapere che Roghudi era proprio lì vicino. Era anch’esso un altro paese dell’area grecanica, come Bova e Pentedattilo. E c’era la possibilità di giungervi, con 4 ore circa di cammino a piedi, scendendo nella immensa fiumara dell’Amendolara, in quel momento a secca essendo i primi di settembre, e poi camminare e camminare fino a quando Roghudi sarebbe spuntato.
C’era anche un’altra possibilità, andare con un ‘altra strada, in macchina, fino a un punto dove, scendendo qualche centinaio di metri, si sarebbe giunti a Roghudi. Ma io scartai subito questa ipotesi. La fiumara in secca consentiva ancora di andare a piedi, e non c’è paragone tra giungere in un luogo a piedi e arrivarci con la macchina. A piedi fatichi molto di più, ma il luogo lo meriti davvero, ti si avvicina passo passo, anche quando tu ancora non lo vedi. Lo senti gemere nel suo silenzio, anche quando non ascolti nulla oltre i tuoi passi e le parole di chi ti sta accanto e qualche rumore di animale tra la vegetazione che si inerpica sugli strapiombi che circondano, come mausolei scolpiti, la fiumara. Camminando un luogo lo “conquisti”. L’arrivo si intaglia in te con un sapore particolare, perché raggiungendolo con solo te stesso lo hai onorato.
In realtà non ho conquistato Roghudi e non l’ho meritato, perché troppo lontano ero e sono da tutto quello che è stato il suo retaggio, il retaggio sofferto e nobile dell’area grecanica. Troppo poco ancora so di questi luoghi per “conquistare” alcunché. Ma sicuramente camminare verso Roghudi ml ha permesso di accogliere, ecco, la sua dimensione con una umiltà differente.

Roghudi, cammino verso di te, sapendo che sei l’appuntamento mancato, che ritorna. Che sei tu ma non sei soltanto tu. Sei tutta la Calabria strappata, il volto dei fuggitivi, le aspre alture che venivano dal silenzio e al silenzio sono ritornate. Una fatica millenaria. Una nostalgia perenne. Una memoria tradita, eppure splendida, perché tradita. Il tradimento fa nascere i germi del riscatto. Eppure Roghudi sono solo ruderi, case abbandonate, pietre e muri e rovine di strade abbarbicate le une sulle altre. Che c’è di bello? E perché questa assenza ci attira sempre? Roghudi se dicessi che sei solo un simbolo ti annegherei, annegherei il tuo concreto essere stato, il tuo essere qui e ora, nell’orgia della metafora, nelle scorciatoie perenni dell’analogia. Ma se non ti sapessi anche simbolo di altro, ti castrerei, perché non si è mai solamente se stessi, non si è mai solo il confine definito e misurabile, la storia messa in un recinto; si è sempre, anche, portatori di un segno che ci travalica e si invera in noi, nostro malgrado. Roghudi so bene che non ci saranno tesori nascosti, nulla da prendere, perché tutto è già stato preso da quando, negli anni ’70 il paese venne definitivamente abbandonato. E forse è meglio così. Andare in un luogo senza più gente a prendere, è fare ancora il predone che vuole rubare qualcosa per se. E invece non prendere nulla è forse l’occasione di dare.

Con Nino, abitante di Gallicianò e conoscitore perfetto di quei luoghi, scendiamo dall’altezzadi Gallicianò verso l’ampia fiumara. La fiumara, una volta che ci arrivi, è surreale, tanto è ampia, e ti pare di essere in qualche vecchio western o in un day after dove del mondo sono rimaste solo pietre. E di pietre, infinite pietre essa è disseminata. E ogni tuo passo calpesta pietre e all’inizio fa male ai piedi, finché a un certo punto ci fai il callo. Ti abitui a mettere la pianta in un certo modo, per ridurre il fastidio.

Mentre cammino mi accompagnano nella mente le parole di Vito Teti. Roghudi, vittima di una guerra..

“Qui una guerra vera e propria non c’è mai stata, anche se i paesi dell’area grecanica, come altri centri della Calabria, conservano memorie e testi di tradizione orale delle invasioni turchesche, ma la fine del mondo è avvenuta ugualmente. Qui la guerra è stata lenta,s subdola, sotterranea e ha avuto come protagonisti miseria e abbandono, terremoti e dimenticanze, alluvioni e silenzi… E’ stata lunga la guerra e quando si è verificata l’ultima battaglia, l’ultimo scontro, l’ultima invasione (le alluvioni del 1972 e del 1973, ma ancora prima quella del 1951), gli abitanti quasi non se ne sono accorti, non hanno più combattuto, e come ubbidendo a un richiamo misterioso, sono fuggiti insieme e all’improvviso.”

Una lunga storia di devastazioni, un interminabile martirio..

“Quella di Roghoudi , situato su uno tra le montagne inospitali, è negli ultimi secoli, a leggere le fonti, i documenti e le interpretazioni che ci offre, una storia che, se non fossi sempre attento ai mutamenti e ai piccoli cambiamenti, alla necessità di cogliere stabilità e trasformazioni, sarei tentato di leggere come una sorta di non storia, una storia bloccata, condizionata, segnata dalla natura e dall’angustia degli spazi, sempre uguale a se stessa dall’inizio alla fine. Ristrettezza degli spazi, frane, fiumi, roditori, alluvioni, terremoti, epidemie, malattie hanno segnato la vita del paese e la mentalità dei suoi abitanti e alla fine ne hanno preparato la fuga. “

Una tale sequenza di catastrofi… alluvioni, frane, malattie,… che sembra inventata, troppo inesorabile, troppo implacabile per non essere essa stessa metafora, e invece è reale. Nulla, il tempo risparmiò a questo paese.
E intanto cammino, su uno scenario ipnotico, dove tutto è esteso e identico. La fiumara non ha confini. La fiumara è il confine. Il caldo è asfissiante.. e penso alla fune e ai figli attaccati.. Teti, riporta quando di Roghudi, scrisse nel 1885 Mario Mandalari:

“Roghudi è gittato sopra un monte, è circondato da mille abissi e da mille caverne; le madri di famiglia sono obbligate di attaccare i loro figliuoli a una fune per non vederli precipitare in quelle eterne voragini, nido d’uccelli notturni e di animali ladroni….”

Quando lessi quelle parole mi chiesi innanzitutto, come “concretamente” le madri attaccassero i loro figlia alla fune per non farli cadere. E poi mi chiesi che assurdo paese doveva essere un paese così dannatamente a strapiombo che i bambini correvano costantemente il rischio di precipitare e sfracellarsi, tanto da costringere le madri a legarli ad una fune. E più avanti nel suo libro, il richiamo di queste corde ritornava, nella citazione, di quanto, nel marzo del 1948, Tommaso Besozzi, scriveva per l’Espresso.

“A Roghudi (…) si vedevano fino a poco tempo fa tanti grossi chiodi conficcati nei muri, e le donne vi assicuravano le cordicelle che avevano legato attorno alle caviglie dei bambini più piccoli, perché non precipitassero nel burrone”.

Il destino di Roghudi fu quello di altri paesi dell’area grecanica come Africo e Casalnuovo. Le alluvioni degli anni ’50 portano all’abbandono di quei paesi. Nel corso dei decenni altri paesi, come Gallicianò e Bova perdono gran parte dei loro abitanti, ma qualcuno resistette e qualcuno resiste ancora, e adesso progetta una rinascita di quei luoghi.
Il sole ti sfinisce in questo cammino per Roghudi, io e il mio amico facciamo diverse pause, apparentemente per commentare questa o quella cosa, o per mangiare un panino, ma in realtà perché tutte quelle rocce, ti sfiancano le gambe, e il caldo sembra toglierti energia.
A seguito delle alluvioni dell’ottobre del 1971 e del dicembre 1972- gennaio 1973, i tecnici dichiararono Roghudi pericolante e venne disposta l’evacuazione. Tuttavia un gruppo di persone non volevano andarsene da Roghudi. Nel “Senso dei luoghi” si richiama la ricerca etnografica di Isabella Florio; ricerca che riporta la testimonianza di Ugo Sergi. Sergi rammenta cosa gli disse, un giorno, un abitante di Roghudi vecchio in merito all’abbandono del paese.

“I paesani non lo volevano abbandonare dopo l’alluvione, ma è stato lui ed altri due o tre che hanno pensato di andare via, perché erano sicuri di non avere un futuro in quel paese. Lui era anche un commerciante… tutti i generi di prima necessità a Roghudi vecchio li portava lui settimanalmente. Quindi ha nel sangue il commercio ed oggi è proprietario di un grande supermercato. Mi raccontava che lui aveva capito Roghudi sarebbe morto, che non aveva strade, non aveva collegamenti, era troppo interno, che la vita all’esterno era completamente differente, e lui ed altri due o tre avevano capito questa cosa. All’indomani dell’alluvione tutti gli abitanti volevano invece rimanere arroccati nel paese. Allora lui e gli altri amici iniziarono a scappare, ad andare via, portando via tutti i mobili e le altre cose, quindi a sfollare. Piano piano tutti lo guardavano passare dal paese e pensavano questo è pazzo che se ne vuole andare così dall’oggi al domani, scappa dalla propria casa e sfolla. Poi qualcun altro si è convinto e piano piano tutto il paese nel giro di dieci, quindici giorni, ora non vorrei dire una fesseria sul periodo, però dice che in un brevissimo tempo dietro di lui e di questi altri amici, un paese intero è sfollato in un brevissimo tempo”.

Le alluvioni non furono la morte inevitabile per Roghudi. Ci fu la scelta. E ci fu, questo dice con chiarezza Tetti, una volontà di abbandono, che aveva radici antiche. Una volontà che, e sembra paradossale dirlo, si accompagnava ad un’atavica volontà di resistere in questo paese abbarbicato su una rube, circondato da fiumare, sottoposto ad ogni possibile evento idrogeologico.
L’abbandono in realtà era già in corso da tempo. Molti erano emigrati per cercare un destino migliore. Molti si spostavano verso le marine, in quel dissanguamento dell’entroterra verso le coste che caratterizzerà tutta la Calabria.
Ma una parte della popolazione non mollava Roghudi, non lo abbandonava. Ci si teneva stretta a questo paese abbarbicato e inospitale. Ma la loro resistenza quanto più era accanita, tanto più era permeabile al “contagio” che qualcuno avesse aperto. Dentro ognuna di quelle persone si combatteva una guerra, tra restare e partire, abbandonando quel luogo di sacrifici continui, spesso spazzati via da un’alluvione o da una frana. E, se la storia è vera (ma anche se non fosse esattamente vera, sarebbe, in qualche modo, verisimile) bastò vedere quel negoziante di generi alimentari e qualche suo amico andarsene per spingere questo ultimo nucleo di “resistenti” ad ammainare bandiera bianca e ad andarsene.
Ancora camminiamo, ma non vedo nessun segno di Roghudi. Vedo sempre questa fiumara sconfinata, i suoi sassi, qualche debole fiumiciattolo, i promontori intorno a noi. E capisco che se non fossi andato a piedi non avrei visto questa arcana bellezza, questa insopportabile, quasi, ripetizione, questo essere perduti in un orizzonte che sciacciandoti ti solleva.
Poteva Roghudi non morire? Teti è combattuto.. a volte crede che si poteva salvare, altre volte vede in esso il compiersi di un destino inevitabile.

“Anche col senno di poi, comunque, sembra davvero difficile pensare che le cose sarebbero potute andare diversamente: forse davvero nessuno e niente, nessun analista e nessun Santo, avrebbero potuto scongiurare l’abbandono di Roghudi. Tutto sembrerebbe iscritto nei suoi geni, nella configurazione del territorio, nella su storia di isolamento e di catastrofi. E forse era scritto nella sua identità più profonda e più peculiare…. Nel 1981 i grecanici dei diversi paesi sono soltanto 5000, quelli sparsi in vari posti quasi 25000. E oggi, come ho ricordato, il grecanico è comprensibile soltanto a poche persone, adoperato da pochi anziani, in maniera discontinua e occasionale. In una dimensione esclusivamente famigliare.”

La morte di Roghudi come simbolo dell’estinzione del grecanico, l’antica lingua greca di Calabria, che adesso resiste solo in poche persone, soprattutto anziani e qualche cultore della cultura e dello spirito del luogo. Nei giorni in cui sono stato a Gallicianò, uno degli ultimi baluardi dei greci di Calabria, scoprii che tra i suoi trenta e poco più abitanti, solo una parte ancora parlava in grecanico. Un mondo si estingue quando perde la sua “antica lingua”, la lingua dei padri, la lingua che si è impressa nelle sue rocce, nelle sue ossa, nel suo sangue. Questo, anche questo dice Teti.

“Roghudi sembra dover compiere il destino di custodirla (la lingua grecanica) fino all’ultimo, fino alla sua scomparsa. Quella roccia, quella rupe è anche simbolo di resistenza e di tenacia, proprio di chi deve custodire qualcosa. Assediato dall’esterno e dall’interno, Roghoudi perde lentamente l’antica lingua, si apre alla nuova, più adeguata ai tempi, ma è come se aprendosi creasse le ragioni della propria fine.”

Improvvisamente, un’isola ci appare in lontananza. Un’isola su un mare desertificato. Una montagna, una rocca, che si innalza come protuberanza di quella immensa fiumara, e su di essa Roghudi.
Difficile dire la sensazione che si prova a vedere prorompere questo luogo. Capisci, ammirato, che Rughudi è insieme tutto e insieme niente. Questo luogo era nato per morire, tanto è ‘impossibile’ il suo esserci. Eppure ha resistito per secoli.
Le case appaiono in lontananza e noi ci avviciniamo. Perché adesso, naturalmente, dobbiamo entrare in Roghudi. Non c’è molto vento quel giorno, ma penso al vento del giorno in cui vi giunse per la prima volta Teti..

“Il vento si alza sempre più forte e fa battere con insistenza le porte e le finestre ancora integre. Dalla strada, guardando nelle stanze dilaniate, si scorge la luce che arriva dalle finestre. Si avverte una sorta di presenza estranea, quasi ci si aspetta una apparizione improvvisa, l’arrivo di un abitante del passato.”

Dinanzi a tutto quell’abbandono, che è anche spaesamento e fascinazione, arsura di un sentimento, Teti prova l’umiltà che richiede quel rispetto che solo può permettersi di accostare ai luoghi che non lo sono più, che lo saranno per sempre..
“Questi luoghi sacri, non desacralizzati, hanno bisogno di visitatori con un sentimento, di persone che non vanno alla ricerca di fantasmi.”

Ecco che prendiamo la piccola malandata strada che dalla fiumara ci attorciglia intorno a Roghudi. Ecco che ci inoltriamo passo passo in questo abitato per secoli bombardato dall’acqua, dalla terra e dal tempo. Adesso che le case mi si pongono di fronte capisco fino in fondo il senso della parola “accartocciato”. Ma accartocciato non è la parola giusta. Immaginate questo paese completamente pressato su se stesso. Immaginate una densità nello spazio come praticamente mai si vede in un paese. Immaginate una rupe sfruttata in ogni suo angolo, pur di recuperare ogni centimetro. Immaginate una vita dove tutte le case sono ravvicinate, e le strade strettissime. Dove il contatto umano era inevitabilmente massiccio, dove, probabilmente, camminando non potevi non toccarti con le persone. Immaginate un mondo dove bastava poco per sbattere negli altri, dove, in pratica, finivi col vederli sempre, col sentirli sempre. Un mondo tutto circondato da strapiombi, dove, bastava anche qui poco, per finire nel precipizio, una carcassa sfracellata sul fondo che la fiumara dell’Amendolara avrebbe trascinato via. Immaginate questo costante salire, immaginate, questo poco spazio e queste case a spiovente aggrovigliate le une alle altre, immaginate questa densità umana, potenzialmente generatrice di continue tensioni, immaginate questo costante essere lambiti dal precipizio, tanto che le madri legavano i figli a una fune per non farli cadere. E a tutto questo aggiungete frane, alluvioni, epidemie. Come poteva Roghudi resistere? Eppure.. come ha potuto esserci per secoli?
Il resoconto di Teti è del 2003, 11 anni fa, e la mia Roghudi, quella che io vedo è ancora più distrutta di quella che lui vide, qualche altro tetto è crollato, qualche altra porta è venuta meno, qualche altro pavimento ha ceduto. Ma le sue parole possono ancora in gran parte andare bene anche per questa. Roghudi:

“.. Nessuna immagine e nessuna storia possono restituire il senso di spaesamento, d’incanto, di inquietudine che provocano la vista e il rumore del paese che si adagia sopra un enorme dente di roccia al centro dell’Amendolea. Il paese ora da’ l’impressione di volersi buttare nelle fiumare, ora mostra la voglia di tenersi aggrappato alla roccia per non essere trascinato nel vuoto. Nessuna foto o storia può lontanamente restituire questa luce bianca e accecante che arriva negli occhi e impedisce di guardare, il rumore assordante del fiume e del vento, lo sbattere degli alberi e dei fili della luce, l’odore inconfondibile, penetrante di escrementi ovini. Guardi dall’alto le prime case sventrate, distrutte dall’alluvione del 1951, i tetti aperti e le poche antenne, appena fissate prima dell’abbandono, i fianchi della roccia e il letto del fiume. Roghoudi e le sue ombre, i riflessi delle case e delle montagne mi sembrano un dinosauro con le ali, impedito nel suo desiderio di spicccare il volo. (…). Guardo anch’io con un sentimento di paura le rupi ferite in più punti, le case sventrate che si tengono a stento alla montagna quasi per non cadere nel fiume. Avverto un lieve capogiro. Il sole, il vento, il rumore del fiume, l’emozione mi stanno giocando un brutto scherzo. Mi addentro lungo la strada principale del paese… Molte abitazioni sono ancora integre, ben tenute, chiuse, le porte e le finestre sigillate con travi di legno, come se le persone dovessero tornare da un momento all’altro e volessero ritrovare tutto a posto. Ma sono più numerose le case aperte e sventrate, dalle porte e dalle finestre divelte e con oggetti lasciati qui e là: qualche bullone e oggetto metallico, resti di materassi e di reti, brandelli di indumenti, qualche scarpa spaiata, come se anche le scarpe fossero andate ognuna per conto proprio, quasi a raccontare una più generale separazione. Le case sono quasi tutte in pietra. Le più grandi hanno un basso a pian terreno non comunicante con i piani superiori. Sono ancora accostate una all’altra, una sopra all’altra, e hanno differenti dimensioni. Sono disposte su tracciati viari irregolari con fronti continui che, dicono gli esperti, possono superare i trenta metri. Gli spazi sono tutti occupati. Il paese era stretto e pieno. Non c’era vuoto e non c’era incompiutezza. … L’impressione, tuttavia, è quella di una fuga improvvisa, di un abbandono scomposto e disordinato come di fronte a un nemico crudele e minaccioso. Fuori, nei vicoli tortuosi, lungo le piccole discese, sulle gradinate, prevalgono, e sembra una descrizione del passato in cui il paese viveva in mezzo alla sporcizia, gli escrementi di animali, capre e cani. L’odore è inconfondibile. Un silenzio inquietante è accentuato se possibile dall’abbaiare dei cani, dal rumore del vento.”

Man mano che ci inerpichiamo, anche io vengo preso da questa curiosità insaziabile, che forse non è neanche curiosità, ma “costrizione”.. di guardare in ogni casa, come a riacciuffare schegge di un mondo ormai antico, come a volere guardare ogni segno, da una scarpa spaiata a un antico forno di mattoni e legna a un muro rotto sul cielo. E ci sono scenari che ricordano le parole con le quali Immanuel Kant parlava del sublime.

“Sublime è il senso di sgomento che l’uomo prova di fronte alla grandezza della natura sia nell’aspetto pacifico, sia ancor più, nel momento della sua terribile rappresentazione, quando ognuno di noi sente la sua piccolezza, la sua estrema fragilità, la sua finitezza, ma, al tempo stesso, proprio perché cosciente di questo, intuisce l’infinito e si rende conto che l’anima possiede una facoltà superiore alla misura dei sensi”. (Immanuel Kant – Critica del giudizio)

Uno in particolare. Entro in una casa aperta, è una delle case che stanno su uno strapiombo. E’ il rettangolo che una volta ospitava una finestra che ti incanta. Cammino passo passo –anche perché hai sempre timore che i pavimenti possano crollare- verso quella finestra. La finestra da’ proprio sullo strapiombo. Davanti a te si staglia a centinaia di metri di distanza un’altra scogliera selvaggia, sotto scorgi lo sprofondare dello strapiombo fino alla grande fiumara. Per capire quel senso di stare appesi sull’abisso, immagina che se dove c’è questa finestra ci fosse una porta, tu la aprissi e facessi un passo, precipiteresti in fondo senza incontrare ostacoli. E io pensavo a cosa significasse vivere in quella casa. Cosa significasse vivere in una casa in cui, la notte ti alzavi, e da quella finestra vedevi altezze, lontananze, abisso e una sterminata fiumara, con (a partire dall’autunno) il suo costante rumore. Cosa significasse, ogni mattina, alzarsi, e guardare dalla propria finestra tutto questo.
C’è un passaggio del “Senso dei luoghi” dove anche Teti entra in una casa con la finestra che da’ sullo strapiombo. Non è esattamente la stessa casa. Non è esattamente lo stesso strapiombo e non è esattamente lo stesso panorama. Ma rende la stessa “materia” delle emozioni che provo io guardando dalla finestra della casa in cui entrai.

“… scorgo una casa aperta, il pavimento sembra solido, vado verso una finestra che sbatte sotto i colpi del vento, mi affaccio e ho davanti agli occhi uno spettacolo indimenticabile: le case a strapiombo sulla fiumara, legate alla roccia, l’Amendolea che scorre veloce e fa sentire la sua voce, di fronte una strada che va verso i paesi dell’altro versante. Qui e là in lontananza case diroccate, mi sporgo a sinistra e vedo un lampione con i fili cadenti che si abbassa verso un muro dove sono ancora visibili spazi di qualche competizione elettorale. Chissà cosa avranno promesso agli ultimi abitanti del luogo gli ultimi comizianti…….”

La stessa “materia” dicevo.. ma lo spettacolo che ho descritto prima è molto più intenso. Perché non vedi neanche case, ma solo altezze, strapiombo, fiumara. Sono decisamente case “impossibili” ora, case che nessun piano regolatore sensato ammetterebbe. Case che neanche nessun abusivista sano di mente costruirebbe. Ma del resto nessun penserebbe che si possa costruire su un promontorio come quello su cui è nato Roghudi. E provi una sorta di ammirazione per coloro che vollero comunque edificare dove tutto quanto complottava contro ogni concetto abitativo. E pensi a case come questa che sembrano partorite da un sogno malato, una sorta di sfida, un corteggiare la caduta, un tendere estremo, un dire “voglio costruire proprio fino al limite estremo in cui è possibile farlo”.
Continuo la mia camminata, salendo sempre più su, e continuo ad entrare in tutte le case dove è possibile farlo, che non abbiano porte sbarrate o dove l’entrare non è una trappola per la vita o una garanzia di sprofondamento. E ti stupisce il ritrovare ancora qualcosa in molte di esse. Sono passati più di 40 anni da quando il paese venne abbandonato, eppure trovi ancora qualcosa. Sono passati 11 anni da quando Teti scrisse il suo libro, eppure trovi ancora qualcosa. Ci sono ancora le scarpe spaiate di cui parla Teti. C’è ancora qualche pantalone e camicia sbiaditissimi appesi a un impolveratissimo e logoro filo. C’è ancora qualche vecchia giacca. E, vorrei prenderla quella gioca e mettermela qualche istante, pensando che 40 anni fa è appartenuta a qualcuno, pensando che giacche di quel tipo probabilmente non si fanno più; ma la lascio dove sta e dove probabilmente starà per i prossimi 40 anni. In altre case trovo macchine da caffè, cucine, residui di cibo o di bevande. Ci sono birre con ancora il contenuto e chiedo scusa se non me la sono sentita di berlo. Così come c’erano conserve di cui solo con un certo sforzo della mente riesci a immaginarti il contenuto. Sicuramente non si trovano facilmente conserve “stagionate” come queste.
E continuiamo fino ad arrivare alla parte superiore del Paese, l’unico punto in cui senti un poco di spazio attorno a te. C’è una sorta di piazzetta, di luogo dove la gente poteva sedersi, con di fronte a se lo spettacolo vertiginoso di uno strapiombo. C’è una fontana lì vicino e, sopra di noi, qualche filare di uva posto in stecche orizzontali. Il mio amico si arrampica come una salamandra fino a sopra e stacca dei grappoli d’uva. Ce ne sono di due tipi, uno dagli acini piccoli, uno dagli acini grossi. Li laviamo alla fontana che ancora funziona e lì sopra, al vertice di Roghudi, mangiamo questa uva ormai selvatica, provando un’intima soddisfazione, solitari spettatori della caduta di un mondo, della caduta del mondo. Uniche presenze, quel giorno, di un luogo che un tempo aveva brulicato di vita, di corpi, di storie.
Voglio riportare, adesso, una poesia popolare, in grecanico, dedicata a Roghudi. La riporto prima nell’originale in grecanico, poi tradotta in italiano.

Oscìa
Immo condà tin dhalassi
tin cunno stin cardìa
pos o vorea stin oscia
tin cunno sta fiddha ton cladia
pos dhorò pessi sta pedia
tin cunno san vreghi
pos o igghio san treghi
tin cunno st’astia
imera ce vradia
tin dhorò sta di casu
po cladia sta melicucchi
ti cunno lo sento
san vreghi stin campia
ti cunno lo sento
ce mu dighi olo oscìa.

Montagna
Sono vicino al mare:
lo sento nel cuore
come il vento della montagna
lo sento nelle foglie dei rami
come vedo giocare i bambini
lo sento quando piove
come il sole quando corre
lo sento negli orecchi
giorno e notte
lucchi lo vedo nei tuoi occhi
come rami di bagolaro
quando piove nei campi

Avevo detto che non avrei preso niente da Roghudi. Che non avrei sottratto nulla, anche se qualcosa da prendere ci fosse stata. Ma dentro di me sapevo che non avrei resistito di fronte a un libro. Non ho trovato nessun libro. Però ho trovato un quaderno. Un quaderno di un bambino delle elementari. Un quaderno dell’anno 1961. Un quaderno che stava lì 53 anni. Forse l’unica cosa scritta a mano che ancora si trova a Roghudi. Apro una pagina a caso per vedere cosa c’è scritto..

Una rosa rossa spunta sul rosaio. Un insetto si posa sui suoi petali. Un asino sta in attesa. Si riposa. Porta una soma assai pesante. Le stelle stanno lassù!..

Non ho potuto fare ameno di prenderlo. Porterò con me queste pagine scritte da un bambino; da chi, forse, adesso è un over sessantenne che vive in chissà quale parte della Calabria, dell’Italia o del mondo. Lo porterò con me come a volerlo salvare.
E’ un po’ difficile lasciare un posto come Roghudi. E’ un po’ difficile anche augurargli qualcosa. Perché non puoi augurargli di ripopolarsi tout court. Qui la differenza la fa il “tipo” e lo “stile” di un eventuale ripopolamento. Io in genere sostengo i progetti che “recuperano” paesi abbandonati o morenti, per farne altro. Ma Roghudi non può diventare “qualsiasi altro”. Non può diventare un paese albergo, non può diventare un colossale residence per turisti in cerca di emozioni esotiche, o una comune di tedeschi, francesi o svizzeri amanti dell’Italia meridionale. Non può diventare un luogo per giochi di ruolo a cielo aperto.
Qualunque ripopolamento, qualunque progetto deve comprendere la “vocazione” di Roghudi, la sua “lunghezza d’onda”, l’anima che vive in queste strade e in queste vecchie mura. Certo, andrebbe comunque ristrutturato tutto, per fare in modo che tra un po’ di anni gran parte dei muri, dei tetti e dei soffitti non crollino, lasciando solo un mucchio di macerie. Andrebbe ristrutturato tutto, in modo da “mantenere” il paese… per lasciarlo “aperto” a nuova gente che ne riscoprisse l’anima e creasse qualcosa coerente con questa anima. E magari, si proponesse di recuperare il grecanico, l’antica lingua dei greci di Calabria, la lingua che resiste ancora solo tra pochi anziani. Finché non verrà “nuova” gente capace di innestarsi nell’anima di Roghudi, è meglio che Roghudi resti vuoto, luogo del non luogo, simulacro di una cantilena di rovine, memoria delle rocce, città impossibile, tensione irriducibile tra la fine di un mondo e il desiderio di un ‘altro.

Eccetto la foto che apre il post, tutte le altre foto -che adesso appariranno in sequenza- le ho scattate il giorno in cui sono stato a Roghudi.

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La storia di Luca e Bullo

by on nov.24, 2014, under Guarigione, Ispirazione, Medicina

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Luca Leonardi l’ho conosciuto nello Studio Chiropratico “Aggiustati la Vita” del Dott. Imants de la Cuesta a Bologna.

Ma cos’è la chiropratica? Per quanto la Chiropratica sia un mondo che richiederebbe un buon approfondimento per potere essere compreso fino in fondo, esistono delle definizioni di sintesi che danno una inquadratura generale di essa. Definizioni come questa: La Chiropratica è una disciplina scientifica olistica e un’arte curativa, nell’ambito del diritto alla salute basandosi e sviluppando il lavoro sulla colonna vertebrale. La chiropratica è una vera istituzione, costituendo la terza professione sanitaria. E’pochissimo conosciuta in Italia, dove finisce in un grande calderone.La chiropratica, a sua volta, al di là di alcuni principi, visioni e approcci di fondo, è un territorio vastissimo .Il chiropratico utilizza metodi manuali delicati atti a stimolare e correggere il funzionamento del sistema nervoso senza l’utilizzo di farmaci aumentando la salute della persona. Questa naturale capacità curativa è definita, nel linguaggio della chiropratica, intelligenza innata. Imants de la Cuesta si avvicina alla chiropratica, all’età di diciotto anni, in seguito ad un grave incidente. Dopo avere sperimentato su di sé gli effetti di tale disciplina, comprende che la Chiropratica è la sua strada ed intraprende gli studi presso l’Università ”Life Chiropractic College West” della California laureandosi nel 1990. Dopo la laurea nel 1990, lavora a Parigi e collabora col Dott. D. Epstein , fondatore del Network Spinal Analysis, una Innovativa tecnica mirata alla riconquista di un progressivo benessere nelle funzionalità fisiologica dell’individuo. Questa tecnica venne creata, alla fine degli anni ’80 da D. Epstein che mise in connessione tra loro varie tecniche chiropratiche e altri approcci. La crescente diffusione di questo metodo in Europa, ha fatto sì che il Dott. Imants de la Cuesta venisse chiamato per farlo conoscere anche nel nostro Paese. Arrivato in Italia nel 1994° lavora a Como, Milano, e poi Bologna, dove si trova il suo studio “Aggiustati la Vita”. Dal 2012 il Dott. Imants de la Cuesta ha iniziato ad applicare al suo metodo anche gli studi di Neurologia Funzionale, seguendo i seminari del Dott. Frederick Carrick, considerato un vero genio nel campo della neurologia funzionale. Una delle cose che il Dott. de la Cuesta ripete più frequentemente è che non si dovrebbe aspettare di avere un grave disturbo per andare dal Chiropratico a farsi controllare. Il Dott. De La Cuesta applica il suo metodo prevalentemente sulle persone; a questo aggiunge, da sempre, per passione e per piacere, l’applicazione anche sugli animali.

Voglio condividere l’intervista che ho fatto a Luca; perché ritengo che la storia di Luca e Bullo sia una storia bellissima.
Bullo, un incrocio tra un beagle e un bassotto dopo, una iniziale ernia si era trovato ad avere una vescica paralizzata. La situazione emersa dagli esami era tale che a Luca venne consigliato di sopprimere il cane. L’alternativa sarebbe stata fare un percorso impegnativo e costoso che, con molta probabilità, non sarebbe stato neanche risolutivo. La quasi totalità delle persone che si fossero trovate in una situazione del genere, avrebbe proceduto per la soppressione. E non per cattiveria e insensibilità; ma perché non tutti sono disposti a ribaltare la propria vita, tanto più per un cane. Ma Luca non ne ha voluto sapere di sopprimerlo. Si è licenziato dal lavoro per potersi dedicare totalmente a questo cane, per dargli una chance di vita.
Luca gli ha fatto fare una costosa operazione, che non servì a molto. Lo ha portato dalla fisioterapista. Gli ha procurato farmaci speciali. Gli ha premuto regolarmente la vescica per stimolare le sue funzioni urinarie. Lo ha portato a passeggio, tramite un tutore, con un supporto con il quale doveva, con un mano, sollevarlo di un centimetro da dietro, mentre camminavano. Giorno dopo giorno Luca ha portato Bullo in giro, con questo tutore, per tre ore; un’ora al mattino, un’ora al pomeriggio, un’ora alla sera, sperando che in qualche modo riprendesse a camminare.
Perché tutto questo?
La risposta sta nelle stesse parole di luca..

“Lui (Bullo) è stato l’unico essere che non mi ha mai girato le spalle. Nella mia vita tutti mi hanno girato le spalle, l’unico a non farlo mai è stato lui. Lui unica creatura che morirebbe per me, cosa faccio? Se c’ho una coscienza, il minimo che posso fargli è ridargli indietro quello che lui prova per me”.

E, in un passaggio successivo,

“Quando io ho avuto un tumore maligno, lui è stato quello che mi è stato sempre vicino. Non è che gli altri se ne fossero del tutto fregati. Ma, come sai, ognuno ha un lavoro, la propria routine, i propri problemi quotidiani. Nessuno accantona la propria vita per un altro. Invece lui l’ha fatto con me. Quando piangevo, quando mi era venuto il tumore, lui è sempre stato con me.”

Luca quando ha avuto un tumore maligno al testicolo e ha dovuto subire l’operazione e i devastanti cicli di radioterapia, ha visto da parte di Bullo una dedizione totale, una vicinanza totale, che nessun’altro, nel corso di quegli anni dolorosi, gli diede. E quando è stato il cane a trovarsi in una situazione estrema, Luca non ha avuto un dubbio. Adesso sarebbe stato lui a mettere da parte la sua vita, il suo lavoro, i suoi impegni per Bullo.
E così è accaduto, con un percorso di amore, che è già di per se una forma di cura. Fino ad arrivare ad Imants il cui trattamento ha portato profondi miglioramenti nella situazione di questo cane.

Mentre Luca mi raccontava tutto questo, io provavo apprezzamento per questa persona. Provavo apprezzamento per chi è capace di scelte radicali. Per chi, in una fase della propria vita, è capace di mettere da parte tutto per qualcun altro.. per un altro essere vivente.. fosse anche un cane. E’ questa straordinaria generosità, una generosità che qualcuno potrebbe definire folle, che desta in me ammirazione.

Di seguito l’intervista che ho fatto a Luca.
——————————————

-Di dove sei Luca?

Monteveglio, provincia di Bologna.

-Quanti anni hai?

Trenta.

-Cosa ti ha portato da Imants?

E’ successo che al mio cane gli è venuta un’ernia dal giorno alla notte. Lui si chiama Bullo ed è un incrocio tra un beagle e un bassotto di media taglia. Il giorno dopo che gli era venuta l’ernia sono andato dal veterinario che mi ha detto “ah ci ha una bella ernia, gli facciamo due punture di antidolorifico, se non passa, bisognerà operarlo”. Erano le sei del pomeriggio. Alle nove di sera si era già paralizzato tutto per la vescica. L’ho portato d’urgenza ai Portoni rossi; una struttura ospedaliera per cani. Lo hanno visitato e gli hanno fatto la risonanza magnetica e la TAC. Dai risultati degli esami ciò che emergeva è che nel 90% dei casi rimaneva paralizzato. C’erano da spendere dei soldi e comunque si trattava di un iter abbastanza lungo e costoso. Allora mi sono dovuto licenziare per forza per prendere i soldi. Mi sono licenziato da un lavoro a tempo indeterminato in una struttura parastatale. Era un lavoro che ti dava anche la tredicesima, la quattordicesima, le ferie, ecc. Ho rinunciato per lui. Non avrei mai rinunciato per nessun altro.

-Tu ti sei licenziato per avere questi soldi e anche per essere più libero di gestire il cane..

Esattamente. Per stare dietro a lui. Perché nessuno ci sarebbe stato dietro. Si sarebbe dovuto sopprimere, perché non gli partiva la vescica.

-Quanto è costato tutto l’intervento?

In totale ho speso seimila euro. Una parte la spesi in contanti, con i soldi che mi diedero in seguito al mio licenziarmi, e l’altra l’ho pagata con un finanziamento che avevo preso e che poi rimborsai tramite rate, in se sette mesi. Intanto mi si era fusa la macchina. Me ne diede una un mio amico e anche lui rimborsai, con rate che gli davo volta per volta. I primi tempi, comunque, era messo malissimo. Non riusciva a fare la pipì neanche se gli spremevi la vescica.

-L’operazione non fu risolutiva quindi?

No. Non lo fu… Dopo una settimana il neurologa mi disse ‘sopprimilo’. “Io non sopprimo ben niente”, dissi. Non era tanto la paralisi, quanto la vescica, “guarda, è un cane da sopprimere, perché non andrà mai da nessuna parte, non troverà mai pace”. Io gli dissi “non se ne parla. Non lo sopprimerò mai”. Avrei fatto di tutto perché il cane si salvasse. In quei giorni qualcuno cercò anche di approfittarne. Volevano che io andassi a Reggio Emilia, dove c’è un luogo per la riabilitazione. Secondo me lo consigliavano per farmi spendere ancora soldi. Ma lo avrei anche fatto, mi sarei ulteriormente indebitato, però non accettavo il fatto che non avrei potuto vederlo. Il cane ha bisogno in primis del tuo amore. Nella clinica in cui lo avevano operato, io ci andavo tutti i giorni, negli orari in cui era permessa la visita; un’ora la mattina e un’ora il tardi pomeriggio. E passavo quelle due ore dentro la cella, abbracciando il cane, cantandogli canzoncine per farlo addormentare. E quando me ne andavo si disperava che sembrava che stessero sgozzando un maiale. Quando invece arrivavo alla clinica, se sentiva la mia voce in lontananza, cominciava ad agitarsi. Così dovevo stare zitto, camminare piano piano, finché non arrivavo lì. Non ho mai visto una roba del genere. Un attaccamento così.
All’inizio, come ti dicevo non riuscivo a fare la pipì neanche spremendolo. Per fargli fare la pipì avevo anche provato a farlo cateterizzare, ma non si può cateterizzare, nessuno, una persona, come un cane, per tutta la vita. Si può cateterizzare per un periodo, per un mese massimo. Il neurologo mi indicò delle medicine che in qualche modo gli permettevano di liberare la vescica. Sono medicine che si trovano solo alla farmacia Gustav di Piacenza, vengono dall’America e praticamente mi costavano 80-90 euro a confezione. Solo, che come sai, intervieni per una cosa, e danneggi per un’altra. Avviene come quando l’essere umano prende medicine. Da una parte ti guariscono, dall’altra ti intossicano. E così lui si stava intossicando. E quindi col veterinario dovevamo fargli delle iniezioni particolari per fargli smaltire tutta questa merda, questa porcheria dallo stomaco. Un gran casino.
Comunque, un po’ per i massaggi che gli facevo, un po’ per i farmaci e un po’ per le lunghe passeggiate che gli facevo fare, in qualche modo cominciava a riuscire ad evacuare e a defecare. Camminavamo a lungo. Facevo con lui circa sette km al giorno –portandolo col tutore- sperando che riprendesse a camminare. Un’ora di camminata la mattina, un’ora il pomeriggio, un’ora la sera . Ogni giorno, sperando che la situazione migliorasse.

-Il tutore è un sopporto con il quale tu sei costretto a spingere il cane da sotto se ho capito bene.

Sì. Con una mano gli tengo su il dietro, appena appena ad un centimetro da terra, giusto per tenerlo eretto con la schiena.

-E’ come se tu camminassi da una parte normale e però con l’altra mano sollevi un po’ il cane.

Esatto.. finché a un certo punto gli ho potuto comprare il carriolino che uso adesso, grazie ai miei amici che, quando mi videro insieme con lui, ad una festa, quando mi videro che lo sorreggevo tramite un tutore si dispiacquero.

-Racconta.

Mi avevano invitato ad una festa. Io ero andato con il cane che tenevo in piedi tramite il tutore. In quel momento per le spese che dovevo affrontare non potevo permettermi di comprare un carriolino. I miei amici videro questa cosa e decisero che dovevo avere un carriolino. Si sono sbattuti loro, hanno fatto tutto loro, hanno raccolto i soldi con una colletta, hanno acquistato il carriolino, ecc. Feci loro un ringraziamento ufficiale su facebook. “Grazie di cuore a tutti, per il regalo che avete fatto, soprattutto per Bullo”. Devo dirti che io all’inizio ero imbarazzato e mi sentivo un po’ a disagio; non mi andava di chiedere soldi alla gente, e poi ci sono tante persone che vivono problematiche e che meriterebbero un aiuto. Ma loro mi risposero un po’ bruscamente dicendomi “cosa vuoi te? Non lo stiamo mica facendo per te. Lo stiamo facendo per Bullo”.

-Questo carriolino è in pratica una sedia a rotelle per i cani.

Esattamente. Dopo che ha preso il carriolino ha cominciato ad urinare molto meglio. Era sempre in una condizione pessima, però qualche spruzzo lo faceva.

-Quando venisti dal dott. Imants De La Cuesta?

Dopo un anno e tre mesi dall’operazione, circa due mesi fa. Tieni conto che non avrò fatto neanche dieci aggiustamenti; eppure i risultati sono stati notevoli. Ad esempio, prima dovevo spremere la vescica ora, poi, quando la mettevo sul carri olino, prima marcava e poi, entro un’ora, liberava la vescica in un’ora. Adesso, appena la metto sul carri olino ed usciamo di casa, lui fa la pipì. Tutto in una volta. Ti ricordo che dopo dieci giorni che era in clinica, il neurologo mi aveva detto di sopprimerlo.
Ciò che ha fatto Imants non si vede ad occhio nudo. Se uno non conosce bene la situazione e vede il cane, lo vede ancora sul carriolino, potrebbe dire “il cane è uguale ad un anno fa”. E invece non è vero. Tra stargli dietro un quarto d’ora per provare a fargli fare la pipì e non starci neanche un minuto, ne passa di differenza. Adesso riesce, anche se con un po’ di sforzo, a defecare e ad urinare. Prima ero sempre io che dovevo stare lì a spingere, a premere, a mettergli un dito nel retto per farlo defecare. Dovevi stare lì a premere, premere, col rischio, tra l’altro, di ledergli la vescica. Era una cosa che distruggeva me e lui. Adesso basta una piccola pressione che lui si svuota. Fa la pipì e la cacca da solo. Ha cominciato a muovere molto di più la coda, quando, per i primi sei mesi la coda non la muoveva davvero; e quando l’avevo portato da Imants la muoveva appena appena.
Vedi, per farti capire anche il mio non accettare le limitazioni che aveva e il mio fare di tutto per aiutarlo considera anche che un conto è quando tu vedi che un cane non beve, non mangia, non si vuole muovere, in un certo senso quasi non vuole vivere. Mentre lui mangiava per tre voleva sempre stare fuori, voleva uscire. Lo sentivi che aveva dentro una vitalità mostruosa. E non potevi accettare che questa vitalità si scontrasse contro un muro. E questa vitalità è raddoppiata da quando lo porto qui. Adesso è peggio di un cane normale. L’ho sempre portato fuori però non è mai stato autonomo per un anno e mezzo. Adesso metto su il carriolino e boom, parte che non lo fermi più. Sarebbe capace di stare fuori tutto il giorno, tutti i giorni. Ci sono anche andato a ballare una sera, in un luogo all’aperto logicamente; siamo stati fuori dalle 23.. 23:30 alle 6 della mattina, in un posto all’aperto logicamente.
Ha cominciato ad avere più riflessi. Infatti quando è in casa –dove lo lascio senza carriolino- riesce a muovere le gambe un po’ di più. A volte sembra quasi che si alzi in piedi. Si mette con la schiena, che le zampe vanno su e poi si butta giù dall’altra parte. Una cosa che prima non avrebbe mai fatto.
Dopo i primi aggiustamenti si era rimesso in piedi. Ha più consapevolezza delle parti posteriori. Quando siamo sul letto e gli faccio i massaggi che mi aveva insegnato la fisioterapista, vedo che lui si gira appena lo tocco. Riconosce le zone che prima non riconosceva. Ha molta più sensibilità. A volte è riuscito anche a tirarsi su da solo, a muovere un po’ i piedini. E’ come se i centri nervosi si fossero riattivati. Qualche settimana fa l’ho portato dal veterinario perché ansimava di brutto; e mi dissero che ansimava così tanto perché stava riacquistando sensibilità e giustamente aveva male. Perché stava riacquistando delle zone che prima potevi dargli una scossa e non sentiva niente.
Ho potuto riprendere il lavoro, riprendere la mia vita in mano. Questo ha portato un miglioramento anche per me; anche se la cosa più importante è che lui adesso è autonomo. Comunque sia, dopo questi miglioramenti ho potuto riprendere la mia vita in mano. Adesso ho due lavori. Lavoro dalle cinque della mattina alle dieci di sera. Lo faccio anche per lui; gli compro tutto il pollo, tutto il meglio; e pensa alle spese per fare il check-up, le lastre, ecc. E poi c’è da mettere il posto il carriolino. Ho anche chiamato delle persone che gli stanno dietro quando io lavoro Tutte queste cose hanno un costo e poi anche io devo campare. Ma va bene così. Per me è come un figlio. Gli ho salvato la vita; e se salvi la vita a qualcuno gliela devi salvare bene; non è che puoi dire “gli ho salvato la vita e poi amen”. Sì, lo so che è un cane problematico e che resterà problematico e che, se non lo avessi soppresso, sarebbe stata una cosa molto impegnativa occuparsi di lui.

-Davvero i miei complimenti. Chi si sarebbe mai licenziato e fatto tanti sacrifici per seguire un cane. Guarda che sono poche le persone che avrebbero fatto una cosa del genere. Un caso su mille.

Ma non ho mai avuto un dubbio al riguardo. Lui è stato l’unico essere che non mi ha mai girato le spalle. Nella mia vita tutti mi hanno girato le spalle, l’unico a non farlo mai è stato lui. L’unica creatura che morirebbe per me, cosa faccio? Se c’ho una coscienza, il minimo che posso fargli è ridargli indietro quello che lui prova per me. Anche se lui a parole, non mi dice niente, me lo fa capire.

-Eppure continuano a stupirmi storie come la tua, scelte come la tua. Il tipo di rapporto, la capacità di rinunciare a tutto. C’è gente che venderebbe la mamma per un vantaggio di carriera..

Quando io ho avuto un tumore maligno, lui è stato quello che mi è stato sempre vicino. Non è che gli altri se ne fossero del tutto fregati. Ma, come sai, ognuno ha un lavoro, la propria routine, i propri problemi quotidiani. Nessuno accantona la propria vita per un altro. Invece lui l’ha fatto con me. Quando piangevo, quando mi era venuto il tumore, lui è sempre stato con me.

-Raccontami di questa vicenda.

A me è venuto un tumore maligno nel 2010. Sono stato dodici anni e mezzo dentro gli ospedali. Mi hanno ricostruito i piedi. Sono stato 4 anni e mezzo al Rizzoli, con i chiodi dentro.

-Ma tu questo tumore dove lo hai avuto?

Al testicolo. Mi hanno levato il testicolo e fatto fare la chemioterapia. Ma non posso dire di esserne ancora uscito, nel senso che fino al 2015 sono sempre a rischio. L’ultima Tac la farò quest’anno.

-Quindi ti hanno tolto il testicolo.

Sì, qui a Bologna. Ma ho capito successivamente che non era inevitabile procedere in quel modo. Ho conosciuto un luminare della medicina, uno che ha 90 anni e lavora ancora al policlinico Gemelli. Negli anni 40 lui era all’università di Bologna e mi raccontava che toglieva i testicoli ai conigli per far le prove, per fecondare le coniglie. Una volta mi disse “sono riuscito a togliere tutti i testicoli, a lasciare un quarto di testicolo tagliato con la mezza luna e rimetterlo dentro la sacca e riusciva comunque a fecondare una coniglia su dieci. “ Mi disse che lui, nel mio caso, avrebbe solo raschiato la zona tumorale, che non avrebbe fatto né radioterapia né niente; era solo un tumorino. Adesso la prassi è che ti tolgono tutto il testicolo più il cunicolo spermatico e ti fanno anche le cure.

-Sì.. è così…

Basta che tu hai qualcosa e ti levano interi organi. Lui mi fece capire che è così che adesso funziona. Che è un business. Basta che hai la più piccola traccia di problema, e praticamente ti segano vivo. Se avevi una qualche possibilità di stare bene, te la tolgono. Io ero andato in ospedale con un piccolo tumore, un seminoma, una delle famiglie più tranquille di tumori; non un linfoma o un carcinoma. Era una cosa molto blanda. Era maligno sì, ma era ancora racchiuso là. Eppure ho vissuto l’inferno per anni. Oltre a una operazione invasiva, mi hanno fatto 13-14 sedute di radioterapia e altro, mi hanno praticamente ammazzato. A livello di stimolo sessuale, per i primi due anni, era, la gran parte delle volte praticamente nullo; un calo della libido totale. Anche perché, oltre ai testicoli, mi hanno distrutto lo stomaco; lo stomaco è come un cervello. La radioterapia mi ha prodotto infezioni su tutto il corpo, tre ulcere.. ecc.. è stata devastante.
In quel periodo anche ad un mio amico era venuto un tumore al testicolo; un tumore che era tra volte il mio. Gli volevano fare a tutti i costi la chemio, lui si è rifiutato. Gli hanno tolto un testicolo, ma si è rifiutato di fare le cure. Ha semplicemente cambiato stile di vita. Adesso sta dieci volte meglio di me.
Comunque quel luminare mi disse di cambiare drasticamente stile di vita.
Sempre nel periodo che ebbi il tumore conobbi una donna, Maria Pia Alloggio, una buddista di Bologna. Una donna straordinaria. E’ una persona che sta aiutando anche delle ragazze che erano entrate in un ambiente pessimo, un giro di prostituzione per la Bologna bene. Da loro andava la crema della crema della società, avvocati, giudici, per farsi frustare, per farsi pisciare in testa. Questa signora li sta aiutando. Come aiutò anche me. Meditavamo per ore. Tutto questo mi ha dato una grande forza.

-Fammi un cenno su quella che è stata la tua vita.

Io ho sempre lavorato. Ho cominciato a 14 anni, lavorando come muratore in officina. Poi ho fatto il facchino fino ai 17-18 anni. Successivamente ho lavorato sei sette anni in campagna. A potare la vigna, a lavorare con i trattori, a lavorare a mano, a fare i trattamenti. Ho pensato che il tumore fosse venuto fuori anche per questi trattamenti. Una volta fare il vino era una cosa naturale. Adesso ci sono additivi tossici che mettono sulle piante tutto il giorno. Stavi otto, nove ore attaccato a trattamenti, a polveri. La cantina è diventata un laboratorio chimico, con sostanze ovunque.

-Impressionante, un lavoro che dovrebbe essere il massimo del contatto con la natura, diventa, in tanti casi, una forma di avvelenamento chimico…

Tieni anche conto che avranno sicuramente inciso i pasti dei campagnoli. Pasta col ragù, carne rossa, formaggi, vino rosso. Comunque, quando ho avuto il tumore un mio amico pugliese mi ha indirizzato a lavorare in acquedotto. Devo a lui quel lavoro; aveva provato simpatia per me, un ragazzo della sua età, che si trovava ad affrontare un tumore. Il lavoro consiste nel controllare la rete idrica, la rete da dove passa l’acqua, da dove ti arriva l’acqua in casa. Considera che quasi nessuno di quelli che lavorano all’acquedotto, ha veramente il quadro completo del funzionamento del sistema idrico. Ognuno conosce la sua mansione, ognuno conosce un pezzo di paese. Io che sono un curioso, e che voglio capire tutto dell’ambito di cui mi occupo, ero arrivato a conoscere tutto il paese. Devo dirti che è stato un lavoro dove apprendi molto. Ma devi volere apprendere, devi volere impegnarti. Io vedo sempre meno gente che va al lavoro con la passione per il lavoro, ma che ci va solo per prendere lo stipendio. Ma se tu ti alzi la mattina per andare a prendere lo stipendio purtroppo non fai una cosa fatta bene. Comunque, dopo che ho potuto ricominciare a lavorare, i dirigenti mi hanno ripreso. Ed è un lavoro che mi piace fare.. faccio un servizio alla gente.. e a me stesso..

-Grazie Luca.

Luca2

Luca3

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Il mistero dell’Amore

by on nov.24, 2014, under Bellezza, Ispirazione

Jung

 

 “Sia nella mia esperienza di medico che nella mia vita, mi sono ripetutamente trovato di fronte al mistero dell’amore. E non sono mai stato capace di spiegare che cosa esso sia. Qui si trovano il massimo e il minimo, il più remoto e il più vicino, il più alto e il più basso, e non si può mai parlare di uno senza considerare anche l’altro. L’amore soffre ogni cosa e sopporta ogni cosa. Queste parole dicono tutto ciò che c’è da dire. Non c’è nulla da aggiungere. Perché noi siamo, nel senso più profondo, le vittime o i mezzi e gli strumenti dell’amore cosmico. Essendo una parte, l’uomo non può intendere il tutto. E’ alla sua mercé. L’amore non viene mai meno, sia che parli la lingua degli angeli, sia che tracci la vita della cellula con esattezza scientifica, risalendo fino al suo ultimo fondamento. Se possiede un granello di saggezza, l’uomo deporrà le armi e chiamerà l’ignoto come il più ignoto, cioè con il nome di Dio.”

Carl Gustav Jung

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Renovatio

by on nov.24, 2014, under Bellezza, Ispirazione

E’ tempo di stare in piedi.

E’ tempo di combattere.

Anghelos

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In direzione ostinata e contraria- Per Ciro Campajola

by on ott.05, 2014, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana

Spartito

“La stessa onestà sempre e comunque

nel bene come nel male

nell’applauso e nella sconvenienza

mai nella convenienza

lo stesso Amore nella luce e nel buio

lo stesso che ha permesso alla tua vita

di incontrare altre vite

per fondersi in un contatto definitivo”.

 

Sono cinque anni che ti conosco, Ciro.

Da quando Maria Luce mi fece leggere la tua “quando ci ricorderemo che… “

Qualche tempo dopo cominciai ad incrociarti, fino a quando ti chiesi di leggere qualche altra tua opera.

E tu mi inviasti i file con molte delle tue poesie.

Poesie che incominciai a leggere su facebook, ogni volta che le pubblicavi. 

E rimanevo stupito di quanto fossero chilometriche, incontenibili, di quanto si scatenassero, non conoscendo mai una fine. Una fine naturalmente la conoscevano, ma prima c’erano tante righe da leggere. E si capiva che non aggiungevi parole a caso, e non divagavi tanto per divagare.

Ma scrivevi scatenato quasi da un furore omicidia, e, allo stesso tempo, da una sorta di doloroso e violento amore. Il conto delle cicatrici si intrecciava con la forza del riscatto, con le parole gettate come palle di fango su pupazzi di neve e come palle di neve su volti addormentarti e stanchi, come a volerli svegliare da un interminabile sonno, da un interminabile sonno senza sogni. E l’indignazione faceva un falò di tutti i balli in maschera dell’ipocrisia. Sono un colpo ai testicoli certe tue poesie, per quanto sono dure, per quanto non fanno sconti. Ma l’indignazione e la rabbia, non hanno mai avuto l’ultima parola. TI ho visto cavalcare, in altri brani, in un omaggio vigoroso al mondo, spezzando le bacchette di legno di tutti i maestrini, dei professori dell’opera, buttando dal palco gli scimmiottatori a pagamento, spingendo, con sante pedate a correre ancora, 

Pperchè c’è sempre un anello.

 

“Ti accorgerai

che comunque

nei giorni chiari e in quelli bui

hai sempre trovato un anello

in ogni tempo

con ogni tempo

e sia nel sole che nella pioggia

tu lo hai sepre portato al dito

come una fede nuziale

come un matrimonio benedetto di suo”.

 

In vittoria e sconfitta, in sfortuna e fortuna, in odio e in amore, per odio e per amore. C’è sempre un anello. In ricchezza e violenza, in ponti a bucarsi, o a raccattare la vita, sotto i vetri col vapore, o bruciati da un sole benedetto. C’è sempre un anello. Nella miseria di chi dimentica il suo nome, di chi si frantuma per strade frantumate, e in chi si trova, sotto l’avallo spurio delle canzoni, della pittura, di tutti i tuoi “colori”.

 

Si nasce sbagliati, quasi già con una cicatrirce sul braccio, un marchio di fabbrica, una promessa di tempeste future. Con un turacciolo alieno si stappa il proprio vino nel mondo, sapendo che qualcuno non lo berrà mai , qualcun altro lo sputerà per terra, altri ne faranno liquido seminale, altri ancora parte di un graal metropolitano.

 

Hai cercato da sempre la tua gente, la tua razza, il tuo piccolo popolo, la tua musica. E quando finalmente ti sembrava di averli trovati, il godimento fu breve, come un coito trattenuto da tempo, ma che esplode in pochi istanti. E cominciò la sarabanda delle bastonate. Vi vennero addosso come mastini. Strapparonoi i vostri fogli colorati.  Vi spinsero nel ghetto.

E fu l’eroina a prendere gran parte dei tuoi.

A tutti bastava puntarvi col dito. 

A nessuno importava chi eravate.

 

E conoscesti luoghi freddi, le stazioni ultime della periferia, le stazioni dove i treni non vanno mai, perché hanno paura, e dimeticano anche che esse esistano, vogliono dimenticarle, mentre il cartello sbiadisce sotto la neve. Facesti il valzer delle comunità, dove con sorrisi al neon, vi riempivano di veleno per sedarvi.

E chi non ti riempì di veleno, quasi ti uccise con la sua purga di purificazione.

E quando non eri in comunità, vagavi per le strade, dormivi in letti sconosciuti, ti trovavi sotto i ponti, piangevi forse, sotto il peso di una inaresstabile caduta, che trascinava con se anni, e ti violentava col senso di colpa, mentre tu non ti facevi portatore in-sano delle derive.

 

“Ti parlerò del prima che spinge come uno strupro al dopo

e del dopo struprato da quelli di prima

ti parlerò di morti che parlano di vita con alito cattivo

e di Angeli con alito neonato morti senza denti del giudizio

ti parlerò di vite nascoste alla vita

di viventi che fingono di non vederle

e di sapienti che dicono di non sapere”.

 

Eppure, quegli anni furono le tue stigmate.

Furono ombra e veleno, solo per chi ha gelatina negli occhi e carne rancida.

Ti riempisti di volti. Ti riempisti di storie. Ti riempisti di occhi che ti guardavano spalancati, occhi grandi come il tuo angelo della stazione, quella ragazzina circondata dagli angeli.

Dalla tua guerra portasti l’infinito odio verso l’ipocrisia, portasti l’assoluta perdizione del tempo, e quindi il saperlo beffare, mostrandogli il culo, portasti l’amore per tutte le piccole cose, come il sorriso sdendato di un barbone, e la chitarra di un vecchio folle, che vuole continuare ad avere la strada, e non un confortevole alloggio dei servizi sociali. Portasti il valore delle parole, che non sono cazzate, polvere da soffiare via, che non si buttano alla rinfusa, ma solo come pietre, le parole sono pietre.

Portasti l’ineffabile dedizione del masticare amaro, ma continuare, masticare amaro, ma, “porca puttana, io sono qua”. Portasti il ricordo del futuro, quello che, vagando per le tagliole delle periferie, intravedevi, come scandalo e scommessa. Portasti tutta la tua poesia, così violenta, così inarrestabile, così sfregiata di passione. Portasti l’amicizia che arriva dai semplici, da chi spezza anche il suo unico pezzo di pane con te, e ti dà la sua coperta, anche se è la sua unica coperta. Portasti la lealtà nella disperazione, la lealtà di fronte al plotone di escecuzione, quando tutti scappano. 

 

“Loro mi hanno insegnato la dignità di essere fedeli a ciò in cui si crede, a niente altro, a non rinunciarvi mai, e soprattutto a credere, senza ombra di dubbio”.

 

Portasti tutto questo con te, quando uscisti dalla notte, avendo deciso di morire per la vita, e così vivere, uno dei pochi a salvarsi tra tutti voi. Uno dei pochissimi a scamparla. Una mosca bianca sfuggita al cimitero che avevano preparato per voi.

Fu una scelta profonda, nata forse quando, sotto una doccia infame, e lo stomaco che si liberaa, quel giorno in cui credevi di dare in pasto a Dio, i tuoi ultimi attimi, amasti questo treno che passa, questa assurda vertigine, questo sputo che torna, colorato di cielo, questo sogno dannato e bellissimo che è la vita.

 

Finì l’eroina.

Ma non finì il corpo a corpo. 

Vennero altri demoni, preparati dal passato. E dovesti ancora una volta mostrare il pugno nudo.

 

Se penso a quante volte saresti dovuto essere morto, mi viene da dire che tu sei una delle prove dell’esistenza di Dio.

Perché in un mondo dominato dal caso e da atomi incrociatisi per sbaglio,  questo continuo sfuggire alla legge delle probabilità è davvero dificile da capire.

Sei il bambino che nel casinò vince contro il banco, nonostante il banco abbia tutta l’esperienza, nonostante il banco abbia tutto il capitale, nonostante il banco abbia le carte truccate. Eppure quel bambino vince.

Sei il ronzino azzoppato che arriva al traguardo. 

Sei il condannato da sempre, che è ancora, nonostante tutto, libero.

Sei la collezione di necrologi antipati, che non si sono realizzati.

Saresti dovuto morire mille volte, dannato Ciro.

Ma continui tenacemente ad ostinarti a vivere.

 

“Corro

raggiungo il bimbo bendato

lo rimetto dentro

al sicuro nel io stomaco

carico in spalla il ragazzo inchiodato e crocefisso

lo aggiungo alle ossa della schiena

sento la croce alleggerita da due ali

le Madonne del dolore non dimenticano i figli

il peso è meno sfibrante

meno che che sopravvivere in buona salute tra cannibali istituzionali

accolgo nell’anima l’uomo e la sua prostituta

e quello del sesso disperato

apro i pollmoni al ragazzo incarcerato

il mio corpo sarà la casa della donna struprata dagli strozzini

il mio cuore la casa per tutte le famiglie tradite.”

 

Non si nasce per sbaglio, ormai credo da un pezzo. E non si muore neanche per sbaglio. E ancora non è il tuo tempo di mollare la pellaccia.

Certo, non ti è stato proprio risparmiato nulla.

In questi giorni stai vivendo forse la prova più estrema di tutta la tua vita.

Hai maledetto il cielo, e ti sei augurato la morte, ancora una volta. 

E’ stata forte, quel giorno, la tentazione del balcone. Quel balcone ti invitava a darci un taglio.

“Non sei ancora stanco Ciro Campajola? Non ne hai abbastanza”.

 

“E’ il bambino il padre dell’uomo

il passato è presente nel futuro

noi siamo solo un cuore che batte di passaggio

un pulsare che cambia dal tramonto all’alba

giorno dopo giorno

io cerco la maniera affinché il battito di oggi

somigli a quello di ieri

cammino sul mio filo rammendato

per non cadere nella fredda apparenza del tuo mondo

per non perdere il cuore che partorì mia madre”

 

E ti vedo di nuoco continuare.

Di nuovo prendere bisaccia e sandali.

Hai ancora cose da dire, hai ancora cose da fare.

Avresti voluto una vita più semplice, una vita più tranquilla, una vita meno estrema.

Ma è il prezzo che si paga quando si nasce…

in direzione ostinata e contraria.

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Lettera al signor Holderlin- un canto sul potere della Speranza

by on set.13, 2014, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Palarsss

Ci sono testi così meravigliosamente belli che vorrei quasi simbolicamente “adottarli”:

Octavian Paler è uno dei maggiori scrittori rumeni dell’ultimo secolo.
Paler ha scritto tantissimo, ogni genere di opera, dai saggi, ai racconti di viaggio, al giornalismo, alle poesie.
Perseguitato a lungo dalla Securitade, la polizia segreta rumena, rimase sempre un “uomo libero”, anche quando il vecchio mondo concentrazionario finì, per essere sostituito da nuove prigioni.
Ma qui non mi interessa farvi la biografia di Paler, personaggio di cui fino a ieri ignoravo anche l’esistenza,
ma condividere con voi “Lettera al signor Holderlin”.
Mi sono trovato casualmente a leggerla, un po’ come le cose migliori che ho incontrato finora, si sono sempre fatto strada “per caso”;
come quei film dove una ragazza compare per caso mentre passa un tipo un bicicletta, quello inevitabilmente le cade addosso,e poi (quasi) inevitabilmente si sposano.
Mi piace di queste parole il loro essere all’esatto opposto di un canto della sconfitta e della disillusione.
Non so quante volte ho visto andare in scena il canto del declino.
La moda, quasi, della disillusione.
Ci sono caterve di tomi sulla disillusione, sull’accettazione della sconfitta come inevitabile “traguardo” dell’uomo contemporaneo.
E ci sono poeti che cantano l’inevitabilità della tristezza, il rimpianto come finale orizzonte del vivere.
E ci sono film il cui realismo totale è l’essere puro specchio di una realta degradata. Non uno specchio con un bagliore in lontananza. Non un senso di riscatto tra le righe. Ma solo una cronaca amorfa di quanto c’è di sporco e di avvilito nelle vie nere di città senza uscita.

“A cosa serve il poeta in tempo di povertà?”.. parte da questa domanda Paler, per dire..
“Il vero coraggio della poesia forse non è cantare le piogge quando tutto il mndo le vede,
il vero suo coraggio è di vedere il cielo incendiato e sperare”

Di fronte all’ìnevitabilità della carestia….

“annuncia alla fortezza, alla terra, che la pioggia esiste,
annuncia agli uomini che hanno il dovere di sperare.”

Che la pioggia esiste. C’è tutto in questa frase.
La pioggia esiste.
Dire, proprio nelle epoche di siccità che “la pioggia esiste”.
Non crederdlo come forma di auconsolazione.
Non “benefica illusione”.
No.. ma CREDERE che la pioggia esiste, e farla intravedere, trasmetterla da mente a mente, come un contagio, farla “vedere”
dando ad essa parola, pronunciandola, richiamandola alla via, preannunciandola.

E poi..

“A cosa serve il poeta, in tempo di siccità?
Per cantare le piogge proprio allora,”

Proprio allora. Non a raccontare di future morti. Non accordarsi al coro di chi prepara le bare.
Non essere delle razza dei corvi neri.
E’ adesso che devi credere nella pioggia, proprio perché c’è la siccità.
Ed è adesso che devi parlare di lei, proprio perché si è persa ogni speranza.
Ed è adesso che devi mettere la mano sul fuoco, perché il coraggio è una sfida al buio.

Ma dire “il poeta” è restrittivo.
Non me ne frega nulla se sei “poeta”.
Ma ti chiedo di non essere tra le vecchie stitiche,
di non giocare al pallottoliere coi cadaveri,
di non farmi “l’elogio dell’impotenza”.
Di ricordare che “la pioggia esiste”.

Vi lascio a “Lettera al Signor Holderlin” di Octavian Paler
——————————

LETTERA AL SIGNOR HOLDERLIN

E’ scritto da qualche parte in un verso: “A cosa serve il poeta,
in tempo di povertà?” E proprio questo mi dà l’audacia
di rivolgermi ad un grande poeta e dire che il vero
coraggio,
il vero coraggio della poesia forse non è cantare le piogge
quando tutto il mondo le vede, il vero suo coraggio è di vedere
il cielo incendiato e sperare. E prima che sia la pioggia vera
che bagna i campi, la pioggia sia speranza e canto.
Il poeta

annuncia alla fortezza, alla terra, che la pioggia esiste,
annuncia agli uomini che hanno il dovere di sperare. Un poeta
davanti ad un cielo bruciato, davanti ad un campo incendiato
e che non è capace di cantare e credere nelle piogge,
di ricordarci che la pioggia esiste, e che farà fiorire
la terra malata,
un poeta che non è un profeta della speranza,
un poeta con le labbra arse che non sente il bisogno
di cantare le piogge del mondo

non ha capito che la poesia è prima di tutto una forma di
speranza.
A cosa serve il poeta, in tempo di siccità?
Per cantare le piogge proprio allora,
quando abbiamo più bisogno di loro, quando ci
mancano e le desideriamo,
quando il sole brucia e le mani profumano di incertezza,
quando gli alberi di sabbia si disfano al più piccolo
soffio,
quando i ricordi hanno il gusto dell’errore e la speranza è una
parola difficile

e colui che canta le piogge rischia di essere disprezzato e colpito
anche con le pietre, perseguito dagli dei e dagli uomini
per la pazzia e il coraggio col quale canta
le piogge e canta i torrenti quando gli uomini alzano le braccia
rimanendo crocifissi in aria come sul monte Golgota.
Chi deve annunciare le piogge

se non la poesia? Chi può avere il coraggio di vedere
sul cielo vuoto nuvole di pioggia,
chi si prende il rischio di profetizzare le piogge se non la poesia,
quella che è stata con i Greci sotto le mura di Troia
e quella che è scesa con Dante nell’Inferno?

(Octavian Paler)

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DISCIPLINA- un dialogo con Fabrizio Basciano

by on lug.10, 2014, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Tengo molto a questo pezzo, che voglio condividere con voi.
Nasce da un dialogo (che toccava anche altri temi) che da mesi sto avendo con Fabrizio Basciano, compositore e operatore culturale. Fabrizio risiede a Lamezia, mai suoi interessi e la sua ricerca non sono mai stati confinati in un ambito puramente locali. La sua dedizione verso la musica è profonda, verso la musica nel suo senso più ampio e profondo, verso quella che qualcuno definirebbe “la musica che viene dai secoli”.

Senza Disciplina non potrai veramente andare oltre “il muro del suono”.
Senza Disciplina non potrai restare in piedi quando cominceranno a piovere sassi.
Senza Disciplina, mollerai la presa, quando le cose si faranno difficili.
Senza Disciplina avrai sempre mille scuse per rimandare. Ci sarà sempre qualcos’altro da fare.
Con la Disciplina ci sarai anche sotto la pioggia. Ci sarai anche quando non avrai voglia di esserci.
Ci sarai come Wolfang Amadeus Mozart che ogni santa mattina si metteva sul suo tavolo a comporre.
Ogni giornio batterai un martello di ferro sulla tua campana.
E’ la Disciplina che ti sorregge anche quando la voglia è scarsa, anche quando lo stadio è vuoto, anche quanto c’è solo una fredda e grigia palestra ad ospitare il tuo canto.

E tu sei lì, in quella fredda e umida palestra, con la voce che senti stonata, e il silenzio intorno a te. Eppure canti lo stesso la tua canzone. Eppure fai uscire lo stesso la tua voce. Eppure dai sfogo lo stesso alla tua passione.
Finché cuore e mente saranno la stessa cosa, insieme al ventre e ai muscoli.

Ciò che Fabrizio racconta, in questa carrellata di grandi uomini, è il potere della perserveranza. E’ la forza di quella voce che dice:
“Continua, continua, continua”.
Continua,, oltre la voglia di resa, oltre l’attrazione del divano, oltre il senso di minorità.
Gli eroi una volta erano pulcini bagnati, e poi, solamente poi.. eroi.
Il legno viene scolpito ogni giorno. Le mode passano, mentre il sudore, quando è tanto, arriva a confinare con l’amore.
Vi lascio al dialogo con Fabrizio Basciano.
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-Fabrizio, iniziamo questo viaggio nel mondo della Disciplina:
Il percorso che voglio proporre per quello che è il tema della disciplina parte da una giornata tipo di quello che è stato uno tra i più grandi compositori della musica di ogni tempo, Wolfgang Amadeus Mozart. Sono voluto partire proprio da qui per un semplice motivo. Perchè il talento è una cosa, lo studio è un’altra. Ora tutti noi sappiamo che Wolfgang Amadeus Mozart è probabilmente il musicista in assoluto più rappresentativo per quel che concerne la tematica del talento. E’ stato il più stupefacente bambino prodigio, l’enfant prodige, il wunderkind. E’ quello che a 4 anni, ancor prima di imparare a scrivere il proprio nome, inizia a comporre stendendo su partitura i primi brani. E’ quello che prende in mano il violino e, senza mai avere ricevuto alcun insegnamento – e tutti quanti noi sappiamo quanto difficile sia suonare il violino, anche dopo anni -, comincia a suonarlo. Stiamo parlando di un talento, quindi, non esagerato, ma più che esagerato. Portatore di una “grazia”, di un dono che forse nessun altro musicista ha avuto mai la fortuna di ricevere. Nonostante ciò è molto interessante il fatto che Wolfgang Amadeus Mozart conducesse una vita completamente devota a quella che era la disciplina musicale, lo studio fermo e determinato della musica quale strumento di una disciplina interiore. Lo strumento musicale, la composizione e l’esercizio quali strumenti di una disciplina dello spirito. Perciò ora riporterò il passo di un libro grazie al quale prendere conoscenza di quella che era la giornata tipo di Wolfang Amadeus Mozaart.
“Nei primi anni viennesi, Mozart si alzava quasi sempre alle 6 in punto, si sedeva al suo tavolo alle 7 e componeva fino alle 9 o alle 10, quando cominciava il giro degli allievi a cui dava lezione fino all’una. “Poi mangio”, scrive alla sorella, “a meno che non sia invitato da qualche parte, si mangia alle due o anche alle tre. Prima delle cinque o delle sei di sera, non posso lavorare. Tornato nella sua stanza dopo diverse ore di visite in società” (doveva andare a procacciarsi i committenti, coloro che gli pagavano le opere che lui andava a scrivere) “componeva ancora per un’ora o due. “Spesso resto a scrivere fino all’una e alle 6 sono di nuovo in piedi”.
Dormiva cinque o sei ore, anche se avrebbe prefeito dormirne sette. Pur con qualche variante questa era la routine della “vita quotidiana di Mozart”, così come la descrisse nelle “lettere alla famiglia”. A partire dal 1784 diede lezioni soltanto nel pomeriggio, così da tenersi libero il mattino per comporre. A volte, era così preso dallo scrivere, che non si vestiva nemmeno, né si faceva sistemare i capelli. Altre volte poteva comporre solo la será: “ogni minuto è prezioso”, scrisse una volta. “Sono sempre così occupato, che spesso non so più dove ho la testa”.. disse in un’altra occasione, riprendendo un’espressione tipica di sua madre. La moglie riteneva che si sarebbe ammazzato a furia di comporre tanto e ricordò come, spesso, restasse in piedi a comporre fino alle due e si svegliasse alle quattro”.
Tutto questo ci fa capire come il musicista più talentuoso di ogni tempo avesse come primo obiettivo quello dello studio senza sosta. Senza lo studio Mozart non sarebbe stato Mozart. Senza lo studio le sue musiche non sarebbero giunte alle nostre orecchie come allora suonavano nelle corti dei principi, dei vescovi, degli arciduchi, ecc. Lo studio rese grande questo musicista. Lo studio gli consentì di incontrare un suo grandi predecessore come J.S.Bach e coglierne inmediatamente tutta la grandezza, nonostante al tempo di Mozart Bach fosse stato pressoché dimenticato (verrà recuperato e restituito alla storia solo successivamente da F.Mendelssohn, ma ben dopo la norte dello stesso Mozart). Lo studio e solo quello gli permise di avere a che fare con un grande maestro vivente, a suo tempo, come Joseph Haydn, che fu il grande maestro di Mozart e al quale lui dedicò sei dei suoi più riusciti quartetti per archi. Senza lo studio Mozart avrebbe, come si suol dire, dissipato quel grandissimo talento naturale, e noi non avremmo assolutamente potuto godere della magnifica musica che poi ci ha lasciato in eredità. Ed è fondamentale sapere che musicisti come lui e come Johann Sebastian Bach avessero come prima regola, regola aurea, la totale dedizione verso lo studio della disciplina musicale, scienza delle armonie numérico sonore.
Qualcuno un giorno ha scritto che non tutti i musicisti credono in Dio, ma tutti credono altresì in J.S.Bach. Altro personaggio immortale della musica di ogni tempo e luogo, Johann Sebastian Bach nutrì è uno degli esempi massimi di disciplina in ambito musicale. La disciplina di Bach si può spiegare con un fatto molto semplice. Nella sua non troppo lunga vita – morì intorno ai 65 anni, tempo nel quale riuscì comunque a mettere al mondo 20 figli – scrisse un numero enorme di composizioni. Parliamo di più di mille composizioni (oggi se ne contano 1.128), alcune delle quali, come “La passione secondo Matteo” e le varie altre passioni, sono composizioni della durata di svariate ore ciascuna. Bach era il compositore del duomo di Lipsia e ogni settimana doveva preparare una serie di composizioni sacre per le funzioni religiose. Questo vuol dire che Bach doveva, ogni giorno, mettersi alla scrivania e comporre, comporre, comporre. Era un modo di fare spesso molto diverso da quello del compositore odierno, perché c’era quella sfera dell’artigianato che ricollega la figura del compositore a quella del fabbro. Altro dato molto interessante è che J.S. Bach studiava come un pazzo servendosi dello strumento della trascrizione, attività questa né collaterale né occasionale nella vita del compositore tedesco. Lui trascriveva i grandi della musica, soprattutto gli italiani (principalmente Vivaldi), e questo perché al tempo la grande musica era tutta italiana. Dunque prendeva le composizioni di Vivaldi, come di Corelli e di tutti gli altri grandi italiani del tempo, per trascriverle continuamente, fino all’ossessione. Trascrivendo tutti i grandi italiani, imparava sempre più l’arte della composizione finché, in età avanzata, dopo aver trascritto tutti i più grandi, si ritrovò a trascrivere se stesso e le proprie opere.
- Che risponderesti a chi dice che un musicista (ma la contestazione è estendibile ad ogni campo) dovrebbe comporre solo quando ha l’ispirazione?
Dipende dai tuoi obiettivi. Se il tuo obiettivo è quello di lasciare la musica e la tua produzione ad una dimensione hobbystica – indipendentemente dal voler fare i soldi o meno, cosa che non c’entra nulla -, allora affidarsi alla sola ispirazione può anche andaré bene. Se tu, invece, vuoi essere un professionista e dunque avere completa padronanza sulla tua arte, allora devi essere anche un grandissimo artigiano che si applica costantemente e che non dipende dalla casualità dell’ispirazione (che va e viene come vuole ed è dunque incontrollabile).  Ricordiamo che – come ci dimostrano Mozart, Bach, Beethoven, fino ai grandissimi contemporanei – dietro un grandissimo artista c’è sempre un grande artigiano. Il grande artigiano non ha solo l’ispirazione come strumento. Perché, ripeto, l’ispirazione va e viene come vuole, tu non la puoi comandare. L’ispirazione è una questione di canali e i canali si aprono quando vogliono. Se tu non vuoi essere completamente dipendente dall’ispirazione devi, ancor prima che pensare di diventare un grande artista, puntare a divenire un buon artigiano, qualsiasi sia l’arte che stai coltivando.
Adesso porterò l’esempio di Franco Battiato, un musicista contemporaneo che, nei primi anni novanta, in un’intervista con Franco Pulcini, parlava di quella che era la giornata tipo che avrebbe desiderato potesse ripetersi nel suo futuro.
“Nell’ultimo periodo, una giornata che vorrei si ripetesse nel futuro è questa, e rappresenta un ideale che ho in qualche modo raggiunto. Al mattino passo ore di studio al pianoforte, una specie di rivisitazione dei classici che per me è una disciplina e un metodo molto vicino alla meditazione. Posso suonare solo poche cose. Per esempio certe sonate di Beethoven. Lo studio è fatto di omogeneità nel tocco. Non sono certo all’altezza delle perfezione, ma mi sforzo di suonare con musicalità. Poi c’è il lavoro manuale. Dorare le tele o le tavole dei miei quadri. Seguono le letture della vecchia scuola sufi, come piacere personale e come possibilità di tradurre questi testi per “L’ottava”, la mia piccola casa editrice. Quasi tutta la giornata è dedicata alla musica e allo spirito. Passato l’ìmbrunire, mi metto davanti alla televisione e mi abbrutisco la sera con qualche film o telefilm.”

Questa era la giornata tipo di Franco Battiano nei primi anni ’90. Oggi la giornata tipo di Franco Battiato, molto simile a quella che descrisse ormai quasi 25 anni fa, è fatta più o meno così: la sua sveglia è tra le 5 e le 6 del mattino. Subito dopo essersi lavato ma prima di andare a fare colazione, Battiato lava il corpo interiore con la meditazione del mattino. Una meditazione di circa mezz’ora al termine della quale passa alla colazione. Il passaggio appena letto è importante, in quanto la meditazione viene sempre prima della colazione. Dopodiché inizia lo studio. Può essere lo studio del pianoforte come quello di una partitura, il lavoro su una tela o anche su un nuovo progetto. Che sia l’una o l’altra cosa, il nostro si dedica allo studio per tutta la giornata. Alla sera, all’imbrunire, parte un’altra meditazione. Quindi due meditazioni al giorno: una all’alba, la seconda all’imbrunire.
Sempre restando su Battiato, è molto interessante il suo approccio con la pittura. In campo pittorico lui partì dalla totale mancanza di estro, di talento, Per fare un esempio, se voleva disegnare un uccellino quello che realizzava, a sua detta, aveva le sembianze di tutt’altro. Di fronte a quello che il compositore catanese considerava per se stesso un vero e proprio hándicap, non ebbe soluzione migliore che imporsi una disciplina finalizzata ad un obiettivo: arrivare a dipingere qualsiasi cosa. Per due anni non fece altro che provarci ogni giorno, pasando attraverso continui fallimenti e dunque atroci sofferenze e scoraggiamenti. Dopo due anni vi fu quello che lui definì un vero e proprio “orgasmo cosmisco”, quando con un solo gesto riuscì a dipingere un sufí danzante. Quello fu il momento in cui, dopo due anni di tenacia, determinazione e pazienza finalmente si vide giunto alla realizzazione di un sogno. Questo stesso concetto può essere traslato e applicato, in ámbito musicale, a tutti coloro i quali sanno di essere stonati. La stonatura, come ogni deficit, può essere sempre corretta. Chiunque può intonarsi, bastano un pò di dedizione, tanta passione e certamente molta pazienza.
Dopo Battiato vorrei passare a Tulku Urgyen. Morto nel febbraio del 1996, Tulku Urgyen Rinpoche fu un lama tibetano tra i più grandi. Nel suo libro “Dipinti di arcobleno” – che è un libro essenziale per capire la filosofia e la pratica tibetana – emerge lampante il ruolo decisivo della disciplina interiore. Disciplina interiore intesa come ripetizione quotidiana di gesti che  assurgono a elementi ritualizzanti. Molto interessante il passaggio di questo libro nel quale l’autore parla della distrazione. Ora riporterò, saltellando qua e là, alcuni passi:
“La capacità di riconoscere che l’essenza della mente è vuota, si chiama chiarezza. Vacuità e chiarezza sono indivisibili. Non si tratta più di una idea intellettuale di vacuità. Diventa parte della nostra esperienza. Chiamiamo questo allenamento meditazione. Non si tratta di un modo di meditare nel senso comune del termine. Non si tratta di sviluppare l’essenza della mente, cercando di mantenere uno stato vuoto creato artificialmente. Perché? Perché l’essenza della mente è già vuota. Allo stesso modo non è necessario far sì che questa essenza vuota diventi chiarezza. E’ già chiarezza. Il punto cruciale è non distrarsi, nemmeno per un istante. Quando arriva il riconoscimento, il punto chiave della pratica è la non meditazione senza distrazione. Distrazione significa che quando l’attenzione oscilla e si perde, pensieri ed emozioni cominciano a formarsi. “Voglio fare questo e quello”, “mi chiedo cosa potrò dire a questa persona”. La distrazione è il risultato di tutti questi pensieri, quando il risultato della consapevolezza non dualistica si perde. L’allenamento consiste semplicemente nel ristabilire il riconoscimento. Se c’è il riconoscimento non c’è altro da fare. Lasciare che l’essenza della mente semplicemente sia. In questo modo gli strati di nubi si dissolvono gradualmente. (…) La realizzazione totale si raggiunge ripetendo molte volte brevi momenti del riconoscimento. Quando il riconoscimento si estende senza interruzione per tutta la giornata, quando questo dura ininterrottamente giorno e notte, abbiamo realizzato lo stato di Buddha.”
- Mi piace il tuo descrivere mondi diversissimi, uniti dall’architrave della Disciplina.
La cosa importante è parlare di disciplina in vari ambiti. Da quello musicale a quello pittorico, da quello meditativo a quello imprenditoriale.
Adesso però desidero ritornare in ambito musicale e parlare di Arvo Part. Compositore estone trasferitosi in Germania, a Berlino, negli anni ’60, lui, come tutti i compositori della musica cosiddetta d’arte, accademica (altrimenti detta classica contemporánea), si diploma in composizione in conservatorio e inizia poi a scrivere attraversando quelli che sono gli ambienti delle cosiddette neoavanguardie. Le neoavanguardie sono movimenti musicali che prendono corpo nella seconda metà del novecento e che utilizzano tecniche che si rifanno a quella che è la dodecafonia shoenberghiana dei primi del Novecento, con l’intento di svilupparla nella realizzazioni di nuovi esiti compositivi. Inizialmente Arvo Part milita in queste correnti e le sue opere si inseriscono perfettamente nei canoni stilistici di quell’epoca e di quell’ambiente musicale. Poi però succede qualcosa, a propósito della qual cosa leggerò adesso un passo tratto dal libro intervista Arvo Part allo specchio, dialogo tra il compositore estone e il musicologo italiano Enzo Restagno. Qui parla Enzo Restagno:
“Fino al 1968 lei ha scritto seguendo il metodo dodecafonico, magari applicandolo in maniera non troppo rigorososa, dimostrando in ogni componimento il disagio tipico di quelli che ancora non hanno trovato una soluzione veramente personale ai propri problemi… A questo periodo travagliato seguì un lungo periodo di silenzio, dal quale sarebbe scaturita finalmente una prospettiva veramente personale. Mi rendo conto di quanto sia difficile e delicato ricostruire il cammino percorso durante quelle stagioni silenzione. Ma per la mia indagine, soprattutto per tutti coloro che leggeranno queste pagine, si tratterà di una occasione preziosa”.
A.P.: “Mi ero convinto che con quei mezzi non avrei potuto proseguire. Per me non c’era materiale a sufficienza. Così smisi praticamente di scrivere musica”.
Nel 1968 Part smette di comporre per un periodo complessivo di 8 lunghissimi anni. Per qualsiasi compositore il silenzo totale, non scrivere più nulla per otto anni, non assistere più all’esecuzione di nessuna nuova composizione propria, è un’azione che richiede un coraggio e una determinazione pazzesche. E’ qualcossa che, se da una parte manifesta un grandissimo disagio interiore, dall’altro vede la persona che lo vive nell’intento di volerlo necessariamente affrontare. Riprendendo con le parole di Arvo Part:
“volevo prendere contatto con qualcosa di vivo, di semplice e non distruttivo. Quando lavoravo alla radio maneggiavo strumenti sofisticati ed efficienti come altoparlanti e magnetofoni. Ma improvvisamente sentii la sensazione di dovermi allontanare da quel lusso, perchè percepii che mi avrebbe ingabbiato e costretto a procedere in un’altra direzione. In seguito, quando ho dovuto lavorare con degli apparecchi, ho scelto i più semplici. (…) Non mi importava niente delle frequenze alte o basse, della riduzione del rumore, volevo soltanto una linea musicale che fosse portatrice di un’anima, come quella che esisteva nei canti di epoche lontane, come ancora oggi nel folklore. Una monodia assoluta, una nuda voce dove tutto ha origine. Volevo imparare come si fa a condurre quella linea, ma non avevo nessuna idea in proposito. Avevo a disposizione soltanto un libro di canti gregoriani, un liber usualis, provenienti da una piccola chiesa di Tallin. E mi sono messo a cantare e a suonare quelle melodie con lo stesso spirito con cui ci si sottopone ad una trasfusione di sangue. Era un lavoro terribilmente faticoso, perché non si trattava di un semplice passaggio di informazioni. Dovevo capire a fondo come era nata quella musica, come erano le persone che l’avevano cantata, cosa avevano provato nella vita, come l’avevano scritta e come quella musica si era tramandata nei secoli.”
- Fabrizio questo è veramente uno dei punti più alti di tutta la tua descrizione. E’ straordinario, è bellissimo.
Non dimentichiamo come il silenzio di questo autore è durato otto anni. Per otto anni non ha fatto altro che questo. Non ha fatto altro che suonare meleodie gregoriane al pianoforte, con l’obiettivo di azzerare tutto e ripartire con un nuovo udito, un nuovo orecchio.
Continuo con la sua descrizione :
“.. quella musica si era tramandata nei secoli, diventando la sorgente dalla quale deriva la nostra. In qualche modo sono riuscito a stabilire un contatto con quella realtà musicale, che però non ho mai usato come citazione, fatta eccezione per un’opera di qualche anno fa, che ho scritto per il duomo di Bologna. In quella musica le note che si susseguono formano veramente un discorso, … in formazioni concrete, qualcosa di simile al canto degli uccelli. Noi non lo comprendiamo, ma loro si capiscono. (…) Dovevo continuare a scrivere solo musica melodica? E che cosa sarebbe successo con una seconda e una terza voce? Che ne sarebbe stato dell’armonia e della polifonia? Dove avrebbe potuto nascere una seconda voce? Assediato da questi dubbi mi misi a riflettere sugli albori della polifonia e compresi che essa è qualcosa di molto più complesso e profondo di quanto le rigide regole facciano supporre.”
Qui interviene la moglie di Arvo Part, Nora Part e dice:
“quello che lui voleva fare era sviluppare un nuovo orecchio, così ha rinunciato ad ascoltare qualsiasi altro tipo di musica. Voleva scoprire dentro di sé quella misteriosa sorgente, e lasciarne sgorgare liberamente i suoni. Per questo cercò di rintracciare quel tipo di informazioni che avrebbero potuto aiutarlo in questo compito. Si impegnò nella lettura dei salmi e, immediatamente dopo averne letto uno, provava a scrivere una liena melodica senza cesure, senza controllo, quasi come se fosse un cieco. In modo da trasformare direttamente in musica le impressioni suscitate dal testo. Arvo voleva sviluppare la sua spontaneità, e non solo con quegli esperimenti con i salmi. Riccordo che fissava gli stormi di uccelli in volo, li disegnava sui suoi quaderni, e poi ci scriveva accanto una melodia. Altrevolte si serviva delle fotografie delle montagne come ispirazione per trovare delle frasi musicali. Sentiva che negli anni precedenti l’osservanza di regole fredde e morte aveva spento in lui quegli impulsi più liberamente creativi che cercava di recuperare. E’ interessante notare che più tardi tornò a darsi delle regole, ma di tutt’altra qualità”.
Negli anni in cui questo straordinario compositore osservò “la regola del silenzio”, in quegli anni in cui non compose nulla, in cui non fece alcuna uscita musicale, lui e la moglie soffrirono di condizioni economiche terribili. E questo sottolinea ancora di più il coraggio e la forza di Arvo Part nell’affrontare se stesso, i suoi dubbi, nel riuscire a contenerli, a comprenderli.
Andando oltre, passerei ora a Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry . In questo piccolo e meraviglioso libricino, si celano – dentro tutti i vari racconti – delle verità di ordine esoterico. Probabilmente l’autore era un esoterista, ed è molto interessante il fatto che in questo volumetto egli riesca a veicolare grandi verità d’ordine esoterico dietro a metafore costruite con maestria micidiale. Nello specifico  voglio parlare del capitoletto dei Baobab. Faccio prima qualche accenno al suo senso, in modo tale che durante la lettura si possano associare le immagini descritte da Exupery alla verità esoterica che si cela dietro di esse. L’autore con i baobab intende riferirsi ai pensieri, e questo capitoletto è un chiaro invito cheIl Piccolo Principe fa alla disciplina della meditazione. Si può decodificare questo messaggio in quella parte del capitolo in questione nella quale il protagonista  dice che ogni mattina, súbito dopo essersi lavati, occorre fare pulizia, quindi estirpare questi baobab negativi, ovvero estirpare questi pensieri negativi:
“I baobab prima di diventare grandi cominciano con l’essere piccoli”.
“Esatto”.
“Ma perché vuoi che le tue pecore mangino i piccoli baobab?”.
“Beh, si capisce”, gli rispose come se si trattasse di una cosa evidente. “Infatti sul pianeta del piccolo principe ci sono, come su tutti i pianeti, l’erbe buone e quelle cattive. Di conseguenza, dei buoni semi di erbe buone e dei cattivi semi di erbe cattive. Ma i semi sono invisibili. Dormono nel segreto della terra. Fino a che all’uno o all’altro piglia la fantasia di risvegliarsi. Se si tratta di un ramoscello di ravanello o di rosaio, si può lasciarlo spuntare come vuole, ma se si tratta di una pianta cattiva, bisogna strapparla subito appena si è riconosciuta. C’erano dei terribili semi su quel pianeta del piccolo principe. Erano i semi dei baobab. Il suolo ne era infestato. Ora, un baobab, se si arriva troppo tardi, non si riesce più a sbarazzarsene. Ingombra tutto il pianeta, lo oltrepassa con le sue radici, e se il pianeta è troppo piccolo e i baobab troppo numerosi, lo fanno scoppiare (…) “E’ una questione di disciplina”, mi diceva il piccolo principe. “Quando si è finito di lavarsi al mattino, bisogna fare con cura la pulizia del pianeta. Bisogna costringersi a strappare i baobab appena li si distingue dai rosai, ai quali assomigliano molto quando sono piccoli. E’ un lavoro molto noioso, ma facile”
E’ molto interesante, oltre ai contenuti che l’autore del romanzo tradotto in 250 lingue riesce a metaforizzare grazie a immagini accessibili a chiunque, notare come il piccolo principe, analogamente a tutti coloro i quali facciano della meditazione una pratica e un rituale quotidiani, indichi chiaramente di praticarla appena dopo il lavaggio del proprio corpo esterno.
Giunti alla conclusione del nostro percorso nel tema della disciplina quale strumento di miglioramento di sé, voglio ora andare a scomodare addirittura Walt Disney, facendo emergeré come quello della disciplina è argomento riscontrabile in qualsiasi ámbito dell’esistenza Personaggio discusso per tante ragioni, è per noi partcolarmente interesante  per quel particolare momento della sua vita nel quale decise di elaborare il progetto del primo parco giochi Disneyland al mondo. Per realizzare il suo progetto non bastavano certamente le idee, ma occorrevano ingenti finanziamenti, per ottenere i quali ques’uomo iniziò a proporre il suo progetto a diversi potenziali finanziatori. Ebbene, i risultati iniziali furono scarsi per non dire totalmente deludenti, e Disney andò collezionando un numero enorme di rifiuti. Prima di giungere al tanto sperato si, il creatore di Topolino si sentí ripetere la parola no per ben 1.008 volte, dunque da 1.008 soggetti diversi. Sappiamo benissimo che la maggioranza degli altri esseri uomani si sarebbe scoraggiata molto prima del millesimo tentativo ed avrebbe iniziato a pensare che doveva esserci qualcosa di sbagliato nel progetto. Ebbene, questa è la stessa cosa che pensó Walt Diseny, con la sola differenza però che decise innanzitutto di insistere e, in secondo luogo, di utilizzare ogni rifiuto quale risorsa utile a  migliorare il progetto stesso, facendosi indicare dal finanziatore di turno per quali motivi, per quali ragioni non era a suo dire sostenibile. Migliorando gradualmente il progetto riuscì infine a realizzare il suo sogno. Prendere esempio da Disney, Mozart, Bach, Battiato, Part, e da tutti quei personaggi che hanno dato e danno prova di tenacia, perseveranza e disciplina, è quanto di meglio si possa fare qui, oggi.
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Marinaleda, la città “socialista” della speranza

by on lug.10, 2014, under Ispirazione, Resistenza umana

“Ci chiamavano locos: eravamo un gruppo di persone che credevano fermamente in un progetto, non era solo per necessità che lottavamo ma per dei valori, degli ideali. Mai ho lottato per semplice necessità perché anche se sono stato sempre povero, il mio obiettivo non era riuscire a stare bene io, ma stare bene io e te, tutti.
Sono salito su una barca e mi sono messo in mare e nel mare esistono le onde, e nulla nel mezzo. C’è un inizio, una partenza, e per scendere devi arrivare dall’altro lato: mai scenderò da questa barca, se non quando arriverò al mio obiettivo. Questo comune non è come tutti gli altri, quando mi affaccio non vedo un vicino di casa, vedo qualcuno da cui ho imparato e a cui ho insegnato; se sei in una lotta ti educano, impari da chi ti sta a fianco, da chi sta male, da chi è più grande, da chi è più piccolo, però devi viverla, viverla e crederci. Allora il problema del tuo vicino, non sarà più il problema del tuo vicino, ma sarà il nostro problema.” (Antonio, 53 anni, Marinaleda)

Trasformare i vecchi sogni in realtà. Come dice il sindaco di Marinaleda in un passaggio che ora riporto per intero:

“Abbiamo imparato che non è abbastanza definirla utopia, nè è abbastanza combattere contro le forze reazionarie. Uno deve costruire qui e ora, mattone dopo mattone, pazientemente ma i:n modo tenace, finchè non potremo trasformare i vecchi sogni in realtà: qui ci sarà pane per tutti, amicizia tra i cittadini, e cultura; e essere capaci di le leggere con rispetto la parola ‘pace’. Noi crediamo sinceramente che non ci sia futuro che non possa essere costruito nel presente.”

Alcuni, parlando di Marinaleda, la descrivono come un’isola di socialismo immersa nell’Andalusia. Altri di piccola Cuba spagnola. Altri ancora di un pugno di strambi guidati da un fanatico.
Io semplicemente la definirei “un territorio dove si percorre un’altra strada”.
Un territorio resistente, ma dove la resistenza non è pura opposizione, ma costruzione di qualcosa di diverso.
A Marinaleda, in sostanza, la dignità è garantita.
Casa e cibo li avrai se però metti in gioco anche il tuo impegno.
Così come avrai la possibilità di lavorare.

Stonano queste affermazioni con l’ecatombe sociale che questa cosiddetta crisi sta generando in Spagna, in sintonia con quanto avviene in molti paesi europei. In Andalusia, regione della Spagna, la disoccupazione ha raggiunto il 40% e tra i giovani si arriva al 60%. Il governo Raioy, docile ai diktat del fondo monetario internazionale e della tecnocrazia europea ha introdotto  normative che rendono più facile per gli uomini di affari licenziare gli impiegati; da questo ne è derivata, nei fatti, una impennata di licenziamenti. In Spagna, inoltre, non si contano più le famiglie sfrattate di casa dalle banche. E la legge spagnola prevede che dopo lo sfatto i cittadini devono ancora continuare a pagare. Dinamiche distruttive di questo tipo ha portato ad una  impennata di suicidi, mentre si ingrossano le file di movimenti di protesta come gli Indignados.
Dinanzi a tutto questo, esperienze come Marinaledasembrano un controsenso, sembrano irreali. Eppure ci sono, e fanno capire che il territorio della speranza concreta non è estinto.

Marinaleda è un piccolo paese della campagna andalusa. di circa 2700 persone.
Parlare di Marinaleda è parlare di un uomo che più di tutti ha simboleggiato una storia.
Il sindaco Juan Manuel Sanchez Gordillo,
Marinaleda è certamente una storia collettiva, ma una storia collettiva che ha avuto in Sanchez Gordillo il suo catalizzatore.
Gordillo –con la sua barba lunga alla Fidel e una Kefiah intorno al collpo- è come un personaggio di un libro di Pablo Ignacio Taibo II. Una sorta di ribelle sudamericano trapiantato in Europa. Nel suo ufficio manca la foto del Re, ma c’è quella di Che Guevara.
Lui si considera un comunista, ma non nel senso “dottrinario”, il suo è un “comunismo idealista” che poco ha a che fare con regimi dittatoriali o filosofi del plusvalore. Sostiene di ispirarsi alle idee di Gesù Cristo, Gandhi, Marx, Lenin e del Che.
Sanchéz Gordillo, oltre ad essere sindaco, è deputato regionale andaluso, leader del Cut-Bai (Collettivo unità dei lavoratori-Blocco andaluso di sinistra) e del sindacato agricolo Sat. Da sempre è stato un leader nell’occupazione di terre incolte. Figlio di un muratore poverissimo, divenne professore di storia grazie a una borsa di studio che gli consentì di andare all’università.
Le parole usate da Sanchez il giorno del suo giuramento come deputato davanti al parlamento andaluso, danno una idea del personaggio:

“Davanti alla legge prometto e mi riprometto di lottare con tutte le mie forze per sovvertire il sistema di produzione capitalistico. Quindi mi dichiaro ribelle alla dittatura del mercato, alle sue ricette e i suoi mandati. Mi impegno anche a combattere con tutte le mie forze per questa nazione senza sovranità che è l’Andalusia. Mi impegno inoltre a dare voce a chi non partecipa al voto in Parlamento come per la strada. Viva l’Andalusia libera!”.

Venne eletto sindaco di Marinale, a 30 anni,  alle prime lezioni libere di Spagna del 1979. Da allora è stato riconfermato ininterrottamente fino ai giorni nostri.
Il suo primo atto fu eminentemente simbolico. Quello di cambiare i nomi a gran parte delle strade, specie quelle intitolate a generali franchisti. Le strade vennero intitolate col nome di personaggi quali Gandhi e Che Guevara, e col nome di valori (“amore”, ecc.)
A quel punto passò ad un atto decisamente concreto. Anche la Spagna di allora, alla fine degli anni settanta, si trovava nel mezzo di una forte crisi economica. Il contesto dell’Andalusia era aggravato, come altri, dalla forte presenza del latifondo.
Gordillo decise che era arrivato il tempo per la sua gente di riprendere nelle sue mani le proprie terre, le terre che stavano nel territorio in cui vivevano.
Nel 1980 venne organizzato uno sciopero della fame collettivo di tredici giorni a cui parteciparono 700 persone. Uno sciopero della fame contro la fame e per un salario degno.
Con questa iniziativa partirono le “occupazioni della terra” al grido di “la terra a chi lavora”. Gli abitanti di Marinaleda occuparono ad oltranza le terre dei grandi proprietari terrieri finché non ottennero che esse venissero confiscate e distribuite ai lavoratori. Ci sarebbero voluti dieci anni di scontri violenti con la polizia e di battaglie legali per ottenere la proprietà di quelle terre.
Nel 1991 i 1200 ettari della tenuta “El Humoso” (Il Fumoso) venne ceduta dal proprietario, il duca di Infantado, al comune, perché fosse assegnata alla popolazione più povera.
Una volta acquisito questo fondo,  venne creata la cooperativa cooperativa Humar-Marinaleda Sca. Cooperativa i cui prodotti vengono in  parte destinati al consumo locale,  e in parte esportati. E in più sono sorti un piccolo commercio e una piccola distribuzione locale.
Questa cooperativa è il principale “datore di lavoro” del territorio. Vi lavorano circa 400 persone, con delle rotazioni, per permettere a tutti di potere lavorare. Ma se pensate che in un famiglia, c’è quasi sempre qualcuno che in quel momento sta lavorando nella cooperativa, praticamente, ogni contesto famigliare, anche ha più del reddito percepito da una singola persona, ma è come se vi fosse la sommatoria dei redditi percepiti dalle persone che compongono quella famiglia.
Senza contare che vi sono, seppure in numero minore rispetto all’agricoltura, anche altre attività. Una parte della popolazione, nettamente minore rispetto a chi è impegnato nell’agricoltura, lavora in piccoli negozietti e, naturalmente, nelle scuole e negli uffici.
Oltre alle olive da cui fanno derivare un olio molto apprezzato, la cooperativa produce peperoni, carciofi, fave, fagiolini, broccoli, ecc. La coltivazione è in linea con il coordinamento internazione di “Via Campesina”, che prevede la lavorazione della terra in modo “ecologico al 100%”; quindi nessun ricorso a pesticidi o concimanti chimici. Le coltivazioni sono controllate dai lavoratori in tutte le fasi della produzione. La cooperativa ha anche una fabbrica di conserve, un mulino, strutture di allevamento e un negozio. In aggiunta, ci sono anche persone che lavorano su piccoli appezzamenti di proprietà. Viene promossa il più possibile l’agricoltura manuale, non solo perché è quella più “naturale”, ma perché permette di creare più posti di lavoro. Sul loro sito web è scritto in chiaro che il suo “obiettivo non è il profitto privato, ma la creazione di posti di lavoro con la vendita di prodotti agricoli sani e di qualità”.
Il salario è lo stesso per tutti, qualunque sia la mansione: 47 euro al giorno per sei giorni alla settimana.
Nell’ottica della visione egualitaria-socialisteggiante di Marinaleda, non vengono distribuiti utili ai ai membri della cooperativa. Il ricavato superiore alle spese (comprensive degli stipendi naturalmente) viene rinvestito per creare ulteriore occupazione.

Se pensiamo quanto è problematico accedere ad una casa, quale investimento ciò comporti -a meno, naturalmente di non avere case di proprietà- è impressionante sapere che a Marina Leda la tua casa ti costerà solo 15 euro al mese. Purché tu ci aggiunga il tuo duro lavoro.
I 15 euro non vanno considerati come un affitto, ma come piccolissime rate di un acquisto. Un acquisto che sarà “completato” dopo almeno una ottantina di anni. Ma fino ad allora nessuno ti caccia, e tu continuerai a pagare solo questi 15 euro mensili.
In pratica, il meccanismo funziona così:
I-Il comune mette il terreno.
II-Grazie ad una convenzione con il governo regionale andaluso, vengono acquistati i materiali di costruzione, che poi vengono consegnati all’autocostruttore.
III-Vengono messi a disposizione in maniera gratuita alcuni operai edili che seguiranno i cantieri.
IV-Gratuito è anche il progetto della casa, redatto da architetti.
V-Gli stessi soggetti che, grazie ai supporti proprio ora indicati, si costruiranno la casa, si riuniranno in assemblea per decidere la quota mensile per diventare proprietario della casa che si sta edificando. Le ultime case sono state costruite e acquistate dagli auto costruttori per una cifra corrispondente a 15 euro.
Quindi, riepilogando: il terreno lo mette il comune; i materiali arrivano dalla amministrazione locale e regionale; il costruttore è lo stesso proprietario che lavora per almeno 420 giorni affiancato da architetti e muratori messia disposizione gratuitamente dal comune.
Tu con 15 euro che metterai ogni mese (e che non sono un affitto ma micro quote per l’acquisto) e col tuo impegno lavorativo (insieme a quello di tanti altri) sei messo nella condizione di avere una casa, senza ricorrere a mutui strozza vita, che tra l’altro spesso non ti verrebbero neanche dati. Con un modello del genere tutti operano intorno ai mutui dovrebbero fare altro. E sarebbero disoccupati anche tutti quelli che lavorano per agenzie immobiliari tipo Tecnocasa.

Nel 2007, “El Mundo” scrisse: “Mentre la maggior parte degli spagnoli si chiede se gli appartamenti non sono fatti di lingotti d’oro invece che di mattoni, visto che il prezzo medio di una casa – 220.000 € per una di seconda mano – equivale a nove volte uno stipendio annuale, e i politici affrontano il problema con l’adozione di misure controverse come l’espropriazione temporanea di appartamenti vuoti per metterli in affitto, a Marinaleda comprare una casa costa 15 euro al mese. Nessun errore di stampa: 15,52 euro per la precisione, considerando i 50 centesimi per la ricevuta bancaria. ”.
“Abbiamo trasformato la casa in un diritto” afferma Sanchez Gordillo. E nell’occasione di una intervista disse, “se il potere è etico, deve dare una risposta concreta ai problemi concreti della gente e la casa è un problema e deve essere un diritto che è riconosciuto nell’articolo 25 della Dichiarazione dei Diritti Umani. La casa come un diritto, non come una mercanzia. Ciò che è successo in questi ultimi 14 o 15 anni di costruire case non per farci vivere la gente, ma per speculare e che nello Stato spagnolo ci siano 4 milioni di case vuote e due milioni di persone che vivono in pseudo case, addirittura in catapecchie, a noi ci sembra un autentico sproposito”.

La garanzia del diritto alla casa si innesta in un contesto dove anche altre esigenze sociali vengono garantite.
L’asilo è aperto dalle 7 alle 16, ed è naturalmente gratuito.  La mensa scolastica costa 12 euro al mese. La piscina 3 euro per tutta l’estate.
A Marinaleda non esiste la polizia locale. E’ stata considerata inutile e i soldi che costerebbe mantenerla si preferisce indirizzarli verso finalità sociali.
Non mancano un comprensorio sanitario attrezzato, un centro culturale, uno per anziani e un parco giochi per i bambini, una palestra (gratuita per gli anziani).
In città è presente anche una radio e una televisione dove, oltre a programmi di musica e intrattenimento, si parla delle lotte che si sviluppano in tutto il mondo, dai movimenti europei alla Palestina, al Sahara occidentale, all’America Latina. Le vie della città portano nomi come Salvador Allende, Solidarietà e Libertà.  Girando per le strade di Marinaleda è facile imbattersi in splendidi murales che contengono slogan e ritratti di Malcolm X, Zapata e Che Guevara.

Chi è stato a Marinaleda è stato colpito anche dal fatto che quasi non vi sono cartelli pubblicitari lungo le strade. I negozietti non hanno insegne all’esterno o alle vetrine. Non si capisce se si tratta di una scelta intenzionale, di un accordo cittadino, o se si tratta, semplicemente di una spontanea conseguenza di un certo “stile di vita”. Le piccole attività presenti a Marinaleda sono private, e questo smentisce la visione che si dà di questa città come di una sorta di “fattoria sovietica”. Ma è completamente da escludere che un qualche centro commerciale o la grande distribuzione possa mai attecchire da quelle parti. Innanzitutto non la gente del luogo non lo permetterebbe mai. In secondo luogo, centri commerciali e grande distribuzione avrebbe poco interesse ad insediarsi in un luogo come quello.

Tutti i cittadini si occupano della cura degli spazi comuni. Vi sono momenti emblematici, come le
cosiddette “domeniche rosse”, nelle quali la popolazione si mette a pulire strade, aiuole, giardini.  La popolazione viene invitata a farlo, ma nessuno si tira indietro.
L’impronta radicalmente democratica della gestione della cosa pubblica a Marinaleda, è data dall’impianto assembleare che la caratterizza.
Le decisioni principali vengono dall’ Assemblea Generali, a cui partecipa tutti i residenti e che si riuniscono circa 30 volte l’anno. All’Assemblea partecipano dalle 400 alle 600 persone, e in quella sede viene approvato anche il bilancio comunale.
Poi le questioni vanno alle Assemblee Locali dei quartieri, che si occupano anche delle questioni più attinenti ai singoli quartieri.
Ci sono poi gruppi di azione che affrontano le questioni più pressanti della giornata.
Questo impianto permette una vera partecipazione democratica, nella quale parole come “democrazia diretta” o “bilancio partecipativo” non sembrano vuote parole
E una volta fatta la discussione nell’assemblea generale, la discussione si sposta quartiere per quartiere.
L’impianto fortemente assembleare è anche una delle argomentazioni che non rendono pienamente calzante il paragone con Chavez che alcuni fanno nei confronti del sindaco. Perché è vero che Gordillo è ininterrottamente in carica da 37 anni, è vero che ha una personalità fortemente carismatica ed è da sempre il punto di riferimento, ma è anche vero che l’impianto assembleare sembra effettivamente operare, e che quindi non si tratta di decisioni calate dall’alto.
Marinaleda, alla luce di tutto quanto detto, sembra davvero il tentativo di realizzare una dimensione di “democrazia reale”. Con la presenza del modello assembleare e di un sistema di bilancio partecipato su un piano politico. Con la presenza di una “gestione cooperativa”, sul piano economico. E con la garanzia della tutela di diritti come quello alla casa, sul piano sociale. E questi elementi, tutti insieme, creano lo “spirito” di una comunità, creano la “connessione sociale”.

Il sindaco Sanchez Gordillo colpisce spesso l’opinione pubblica  spagnola con iniziative molto forti -potremmo definirle provocazioni- per attirare l’attenzione su problemi vitali delle persone. Una delle ultime iniziative che ha scatenato su di lui una marea di critiche è stata un “furto” al supermercato. Insieme ad altri 200 rappresentanti sindacali, un giorno è entrato in supermercato  della catena Mercadona, situato nella limitrofa Ecija, portando via carrelli pieni di pane, pasta, fagioli, lenticchie, latte, e altri generi di prima necessità, con cui sono andati a rifornire le mense sociali di alcuni paesini dell’Andalusia. Governo, la destra, i socialisti, media, hanno criticato sdegnati quando è successo. Ma lui, da vecchia volpe ribelle,  sapendo che in azioni di questo genere, chi “ruba”, il “Robin Hood”, vince sempre; sapendo che in una Spagna messa alla fame alle politiche neoliberiste imposte dal governo, la gente comune applaudirà per gesti di questo tipo; se la ride e non fa atto di pentimento pubblico:

“Tutto quello che abbiamo fatto è stato requisire del cibo per portarlo nelle mense sociali”, “Se questo è un reato, che ci arrestino tutti allora, senza problemi, noi siamo qua. Crediamo piuttosto che illegale e disumano sia obbligare la gente a rovistare nei secchi per cercare da mangiare”. Piuttosto sembra rincarare la dose, quando aggiunge “È stata un’azione simbolica. Il prossimo obbiettivo? Le banche”.

Probabilmente, come avviene in ogni esperienza, non mancano le negatività.
Eppure, la sensazione è che nel mondo devastato dal culto del profitto e dei grandi poteri internazionali ci sia, a prescindere, qualcosa di molto buono, in una esperienza come quella di Marinaleda.
Come si potrà immaginare, non mancano certo i detrattori e gli aspri critici.
C’è  chi sostiene che teoricamente lavorano tutti, ma solo a turno, con un guadagno mensile reale molto basso e che, tutt’al più, si è riusciti a “dividere la miseria”.
Si sostiene che le iniziative del comune si reggono grazie a sovvenzioni pubbliche, come quelle del governo regionale dell’Andalusia. Si contesta il carattere “sovietico” della cittadina, che si rispecchierebbe nel fatto che ogni sera un furgone con altoparlante passerebbe per le strade del paesino per annunciare quale gruppo di lavoratori dovrà lavorare e in quale campo.
Si afferma che Marinaleda è un paese mediamente poco evoluto, senza formazione professionale adeguata, dove tutto è bloccato da 35 anni in un mondo pseudo-comnista. creato a propria immagine e somiglianza dal sindaco.
Non è da escludere che ci possa essere qualche verità in alcune delle critiche. Sicuramente non mancheranno i punti deboli. In effetti io non sono stato a Marinaleda per vedere e constatare di persona. Ma, con le percezioni limitate che posso avere non avendo appunto toccato con mano; le riflessioni, le analisi, le descrizioni che si possono trovare di questo luogo, trasmettono una idea che non rispecchia la visione totalmente demolitoria con la quale alcuni bollano frettolosamente questa esperienza.
Ci sarà un motivo se negli ultimi tempi sono aumentate le domande di residenza da parte degli abitanti dei paesi vicini. Come ci sarà un motivo se, ad esempio, nel paese vicino di Somonte è stata realizzata una cooperativa agricola simile a quella di Marinaleda e se da Marinaleda hanno preso anche le espressioni anarchico-battagliere, infatti sulla parete di un granaio di Somonte è stato scritto: “Andalusi, non emigrate, lottate perché la terra è vostra! Riprendetevela“.
Per fare capire la distanza rispetto all’ “impianto mentale” delle scelte economiche nazionale, basti solo sapere che  la terra di Somonte è stata per decenni utilizzata per  far crescere il mais e ottenere fondi europei, non creando occupazione e lasciando marcire il mais in esubero. E adesso invece, seguendo l’ispirazione di Marinaleda, si realizza un’agricoltura sana e coerente col territorio, oltre a dare lavoro a 250 persone.
E comunque, anche se in virtù del sistema di lavoro a turnazione, nell’ambito della cooperativa, la gente non lavorasse ogni giorno, va detto che se si sommano i membri di una famiglia, il reddito per famiglia aumenta. Va detto che anche se il reddito non è alto, tu hai la possibilità di avere una casa con 15 euro al mese; e questa è una cosa enorme, una cosa che i critici non dovrebbero “scordarsi” di menzionare. Va detto che i servizi sociali sono o gratuiti o a prezzi irrisori, come la piscina a 3 euro al mese. .Va detto che oltre ai terreni della cooperativa, è possibile avere dei piccoli appezzamenti di terreno propri. Va detto che c’è pure (anche se è una parte minoritaria) chi lavora in altri settori (negozietti, ecc.). Va detto che il modello assembleare coinvolge tutti e crea spirito comunitario. Va detto che, a parere praticamente di tutti coloro che hanno studiato Marinaleda, anche dei critici, che non troverai mai nessuno che fa la fame, e non troverai mai nessuno completamente disperato, strozzato dai debiti e inseguito dalle banche; e, quindi, non troverai qualcosa di diffusissimo ormai in tutta la Spagna e non solo, ovvero gente che si suicida.

Marinaleda, è una delle esperienze con le quali si cerca di contestare la “dialettica del dominio” che è l’anima dell’attuale sistema economico. Con tutti i limiti che può avere, c’è comunque la generosa volontà, unita da una azione costante che dura da tanti anni, di perseguire una democrazia autentica, una democrazia autentica che per essere tale deve investire anche l’ambito economico.
“La democrazia politica” –dice Sanche Gordillo- “è il diritto a votare ogni quattro anni e molte volte con il sistema elettorale non tutti hanno la possibilità reale di arrivare al potere, ma sono i grandi partiti a ricevere i soldi dalle banche coloro che possono arrivare alla Moncloa (sede del Parlamento spagnolo)… la democrazia politica senza la democrazia economica è una grossa menzogna. Se i ricchi continuano a essere così ricchi e i poveri così poveri la possibilità di scegliere e la democrazia sono stracciate.”
Non mancano le sue stoccate, quando parla della crisi finanziaria che sta devastando l’Europa: “è una enorme truffa, che coinvolge le banche i business dei capitallisti (…) Siamo in una dittatura economica. Qui ognuno di noi dà il suo contributo. E se c’è da lottare scendiamo in piazza. Perché allora non esportare Marinaleda in Europa?”
Ci sono anche irrisioni verso una realtà come Marinaleda. Gli esperti che dicono che, pur apprezzando le “belle intenzioni”, si tratta di tentativi “utopici” e senza futuro. Ma Sanchez Gordillo non respinge l’accusa di utopia, anzi rivendica il senso nobile dell’utopia, aggiungendo però che ciò che la loro è un’utopia che non vive nel mondo dei sogni, ma si tratta di uno sforzo costante, che dura da anni; di una utopia “calata nella concretezza”:
“Ciò che abbiamo tentato a Marinaleda è trasformare l’utopia, ciò che loro credono sia utopia in realtà concrete. Perché noi crediamo che l’utopia sia un sogno che si può e si deve trasformare in realtà. E a Marinaleda ciò che abbiamo tentato è superare il tempo. Ciò che vogliamo per lo Stato spagnolo e per il pianeta, è realizzarlo anche con contraddizioni e con limitazioni. Perché non sogniamo solamente, ma trasformiamo i sogni in realtà”.
Il simbolo di Marinaleda è una colomba che vola sul paese e intorno c’è la scritta “Marinaleda- Una utopia hacia la paz”; “Marinaleda – Un’utopia verso la pace”.
“Pazzi fuori dal tempo” veniva gridato a questa gente quando le classi dirigenti spagnole magnificavano i mercati globalizzati e la produzione industriale. Tra le macerie della Spagna e dell’Europa di oggi, forse hanno da dire più qualcosa questi “campesinos”, questi “contadini”, questi “bifolchi” che l’interminabile schiera di esperti economici e di politicanti che da sempre ha solo seguito, docilmente, il carro del Potere.
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Intervista a Simona De Robertis

by on apr.14, 2014, under Guarigione, Ispirazione, Medicina, Resistenza umana, Scienza, Simbolo

Ci sono quelle storie per bambini dove la piccola protagonista finisce in un mondo spietato pieno di streghe e licantropi, fili spinati ovunque. E sono tanti i pericoli che incontra, che ogni volta sembra scamparla appena. Sono infiniti i colpi che riceve, e ogni volta si potrebbe credere che stia per crollare. Invece continua, portando con sé una guarigione che diventa una testimonianza di libertà, una spinta ad evadere dalla cella.

E continui a chiederti se è proprio vero che l’infinito dolore, se non ti ammazza, ti porta talmente dentro te stesso, da essere capace di entrare nel mondo degli altri, e di fare entrare gli altri nel tuo, in una connessione profonda che nutre di empatia mondi inariditi e persi nel silenzio.

Simona De Robertis, è una di queste bambine, con una lunga scia di dolore e sofferenza, e un’altrettanta capacità di crescere, conoscere, aiutare.

Quando l’ho sentita al telefono, per fare questa intervista, mi rendevo conto che  per certi aspetti lei è, ancora adesso, un cuore bambino, capace di scrutare fino in fondo gli animi degli altri, e vedere quello che pochi riescono a vedere.

Da piccola non sentì calore e affetto intorno a sé. Ragazza più grande stava per conto suo, quasi isolata ed emarginata dagli ambienti in cui si trovava. All’università il suo volto fu devastato da una dermatite terribile, con mille piaghe su viso e corpo, piaghe che a un certo punto scoppiavano in sangue e siero, e la pelle che la notte si attaccava ai cuscini. Un volto così deturpato che la gente si ritraeva da lei spaventata e la temeva, quasi fosse portatrice di un oscuro contagio. E poi il dolore di due aborti. E poi.. un cancro al seno, e il trovarsi imprigionata nel mondo dell’industria medica, con dottori che l’hanno vista come un numero, una routine o una mucca da mungere.

Simona ha conosciuto il panico che ti viene messo addosso quando hai un tumore, per spingerti a fare operazioni radicali il più presto possibili. Ha conosciuto le diagnosi standard ma inappellabili, che non ammettono discussioni. Ha conosciuto l’avvelenamento della chemio. L’ha conosciuto fino al momento in cui ha deciso di non volere fare avvelenare il suo corpo.

E non è mancata la disumanità di quei professionisti della medicina che hanno raggiunto un tale grado di castrazione emotiva da ridacchiare, con lei a pochi centimetri da loro, circa l’inutilità, per lei di conservare gli ovuli con la crioconservazione, dato che, per le sue condizioni, non avrà la possibilità di utilizzarli.

Il paziente ricoverato con una grave diagnosi è terrorizzato dall’ansia. E spesso si trova dentro una macchina spietata dove non c’è riguardo, sensibilità, comprensione, rispetto umano.

La storia di Simona è anche la storia di chi non si ferma al “pacchetto pronto” dell’unica via legittima, e sceglie altri percorsi. Dalla terapia Puccio all’ascorbato di potassio, ad altro, lei ha cercato approcci più vicini a una visione umana e non disumana della vita.

Tutto quello che sta imparando, lo condivide quotidianamente, per dare ad altri un’occasione in più di non perdersi nel labirinto.

Vi lascio all’intervista che le ho fatto.

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-Quanti anni hai e dove sei nata Simona?

Sono nata il 14 febbraio 1973. A Torino.

-E dove vivi attualmente?

A Milano.

-Non hai l’accento “lombardo”…

Mio padre è pugliese e mia madre piemontese. E, poi, nel corso della mia vita mi sono trasferita in tante città diverse. Ho preso un po’ da tutti.

-Quale è stata la tua esperienza di vita?

Ho avuto un’infanzia problematica. Mi sono trasferita tante volte e non ho mai avuto la possibilità di mettere radici in nessun luogo. E non è stata un’infanzia facile anche per molte altre ragioni.
A volte mi sono sentita profondamente sola. Sono cresciuta con l’idea di essere immeritevole di amore e accettazione, anche perché mai nessuno aveva il tempo di ascoltarmi davvero o di affezionarsi realmente a me. Partivo sempre prima che ciò potesse accadere.
Quando ti si radica dentro un’idea del genere e quando vivi tutto in completa solitudine, nel corso della vita andrai poi ad intercettare tutte quelle esperienze e situazioni che confermeranno questa tua idea. Questa visione che vive in te, nell’ombra, senza che tu ne abbia coscienza. Arriva alla coscienza solo quando lavori profondamente su te stessa.
Io credo che il seme del Cancro sia nato lì, in questa infanzia senza basi solide e un po’ folle, senza radici e senza sicurezze. E, poi, gli ho dato ulteriore nutrimento per farlo sbocciare.

-Si sente come hai fatto un grande lavoro su te stessa…

È stato il mio modo per emergere dalle sofferenze. Ad un certo punto, per non sentirle, ho addirittura imparato ad uscire dal corpo. Ed è qualcosa che riesco a fare anche adesso. Spontaneamente. Infatti l’espansore mi fa molto male, ho il muscolo pettorale in necrosi, ma sono capace di non sentire i dolori del corpo. È come se riuscissi a guardarmi dall’esterno e non provassi più niente. Un allenamento spontaneo che nasce nell’infanzia.

-Nessun dolore…

Sì. Proprio così. Riesco a staccare la testa e a non sentire, se voglio. Però richiede un enorme investimento di energie e non sempre ce la faccio.

-Quando parli di “uscire dal corpo”, intendi anche esperienze di premorte?

Quell’esperienza l’ho vissuta una sola volta. In quel periodo convivevo con un ragazzo (F) e lui era via. Era tornato a trovare i suoi genitori, perché abitavano lontani. Nel dormiveglia, una parte di me si è come “sganciata”. È uscita spontaneamente dal corpo e mi ha guardata dall’alto. Ad un certo punto mi sono ritrovata a galleggiare sopra gli edifici e poi dentro casa sua e l’ho visto entrare nella villa dei suoi genitori con una ragazza.
Quando alcuni mesi dopo gli ho chiesto di quella sera e di ciò che avevo visto in quello stranissimo “stato”, ho scoperto che le mie descrizioni dettagliatissime corrispondevano al vero. Però non era stata una cosa volontaria. È avvenuta per conto suo. È stato un po’ come se il mio spirito mi volesse mettere in guardia, credo. È come se mi avesse mostrato sul piano cosciente come andavano realmente le cose.
Tutta la mia giovinezza e l’adolescenza sono state davvero difficili. Sono diventata una persona che non sapeva chiedere. Neppure le cose più banali, intendo. Gridavo rabbiosa, ma non chiedevo nulla. Ero senza voce. Soffocavo tutto.

-Perché?

Perché ciò che mi veniva dato aveva vita breve.  E c’era sempre sullo sfondo questa sensazione di non valere, di non contare nulla.
La scuola è stata invece molto importante per me, perché era l’unico ambito in cui sentivo di ottenere dei riconoscimenti e di avere valore. Anche lì, mi sono sentita inconsistente sino al liceo, perché cambiare città dopo pochi anni o addirittura una manciata di mesi, significa non essere visibile a nessuno. Educatori compresi. Basti pensare che, all’esame di terza media (ed ero in quella città da pochissimi mesi), gli insegnanti mi dissero che potevo al massimo ambire ad una scuola professionale, perché dotata di scarsa intelligenza. La verità è che arrivavo da Bolzano e lì eravamo molto indietro con il programma. Vivevamo nella stanza minuscola di un residence, in attesa di trasferirci nella nostra prima casa di Milano e, per portarmi avanti, studiavo persino la notte, con una torcia sotto al letto, per non dare fastidio a chi dormiva nella mia stanza.
Al liceo, come dicevo, le cose sono invece cambiate, perché mio padre aveva deciso che noi non ci saremmo più trasferite con lui. Inoltre, i professori avevano occhi e orecchie grandi. Quindi mi sentivo apprezzata, studiavo tantissimo e andavo benissimo. Ed è stato sempre così. Anche all’università.
Per me sono stati basilari la scuola e lo studio. Riuscivo e mi sentivo qualcuno. Dovevo dimostrare a tutti e a me stessa che quanto sostenuto dai professori delle medie non corrispondeva al vero.
E, poi, è stato fondamentale avvicinarmi alla lettura. I libri li ho scoperti al liceo, perché i miei genitori non leggevano mai. Al liceo ho cominciato a leggere molto perché obbligata e lì ho capito che quello era il mio mondo.

-Tu ti senti adesso nei loro confronti sciolta?

Io mi sento io. Ho smesso di avere rapporti di dipendenza nei confronti loro e di chiunque. Non cerco più un riconoscimento, perché sono io a riconoscermi. Non ho più bisogno che l’Altro mi faccia da specchio per dirmi se funziono, se vado bene, ecc. Il termometro è mio ed è interiore adesso. Non è più delegato agli altri. E questo disinnesca un sacco di meccanismi. Quindi anche il fatto di sentirmi rabbiosa per tutto quanto è avvenuto in passato. Ho perdonato tutti. E ho perdonato me. Anche per questa ragione non ha senso che io racconti molte cose. Farebbero del male alle altre persone e basta. E io non voglio che ciò accada.
Il perdono autentico è un atto fondamentale e liberatorio. Richiede un enorme lavoro su di sé.
E non mi sento più delusa se non arriva una risposta, un sorriso o un abbraccio. Ho imparato a parlarmi, a sorridermi e ad abbracciarmi.

-Quali sono le cose che più ti hanno aiutato, che più ti hanno dato forza nei tuoi anni giovanili?

Film e libri, soprattutto libri.

-Parlami di un film che per te ha contato tantissimo.

Più che un film era una serie televisiva: “La casa nella prateria”. Quella serie è stata per me consolatoria. Ciò che vi rintracciavo erano i miei valori. Valori autentici, che mi corrispondevano alla perfezione. Corrispondevano al mio sentire interiore, intendo.
In quella storia io trovavo la traduzione perfetta di un esistere che nel mondo reale non scorgevo. Come i rapporti umani. Come gli amici veri. Come il comportamento delle persone che ti circondano e ti amano anche quando sbagli. Che ti perdonano, ti abbracciano e sanno dirti che, qualsiasi cosa capiti, loro ci saranno sempre.
Io, grazie a “La casa nella prateria”, ho messo a fuoco il mio mondo interiore. Il modo in cui, nel mio mondo interiore, pensavo dovessero essere i codici che all’esterno non rintracciavo.
Ricordo che mi anestetizzavo completamente guardando quella serie. Mi sentivo in pace, ero totalmente immersa in ciò che vedevo e sentivo. Era la mia oasi felice e a volte, prima di addormentarmi, immaginavo di essere Laura e di vivere la sua stessa situazione emotiva. Era consolatorio per me. Nutriente.

-Vuoi dirmi alcuni film che ti sono rimasti impressi?

“L’attimo fuggente”, per il senso di amicizia e la capacità di osservare le cose da punti di vista differenti. Ultimamente “Quasi Amici”, perché parla dell’affidamento e dell’intimità. Ho visto “Storia Di Pi”, che adoro sia per la fotografia sia perché parla di un mondo immaginario finalizzato a sopperire a tutto il dolore che quello reale innesca. Ma il mio film preferito in assoluto è stato “Il favoloso mondo di Amélie”. Bellissimo. La traduzione perfetta e fedele del mio mondo interiore, di come immagino le cose.
Mi ricordo che, quando ho visto quel film la prima volta, ho pensato: “Ma allora non sono anormale! Si può osservare anche così la vita!”. L’esistenza come continua magia.
Ricordo che da piccola, quando vedevo ad esempio un paio di jeans stesi al sole, immaginavo le loro ginocchia che bruciavano per il troppo calore. E lo sentivo. Ma non potevo parlarne con nessuno. Mi accorgevo che tutto attorno era diverso da me e che difficilmente avrebbero capito. Mi costringevo al silenzio. Amélie mi ha restituito il mio particolarissimo senso di magica normalità. E forse è per questo che di mestiere faccio la creativa.

-I libri quando li hai incontrati?

Al liceo. Lì ho cominciato ad aprirli e a scoprire che, dentro ad essi, potevo vivere in modo diverso. E anche conoscere e capire. Trovare un dialogo profondo con l’Altro e con quella parte di me che oggi potrei a tutti gli effetti definire “affamata”. Classici come “Il diario di Anna Frank” o “Tre uomini in barca”. Ricordo che iniziavo a leggere e non mi staccavo più.
Il mio libro preferito in assoluto, però, è “Il Piccolo Principe”. So che è banale dirlo, ma è così.  Per me più adulta, “Il  Piccolo Principe” è stato il corrispettivo di “La casa nella prateria” da bambina. Me l’ha fatto scoprire un professore dell’università, durante un corso di fotografia. Lui mi vedeva.
Per certi versi, mi rendo conto che la mia vita è stata costellata anche da persone che hanno saputo osservarmi e toccare le mie ferite senza dover chiedere nulla. Scatta spontaneamente qualcosa che non cerchi. Comprensioni che chi ti sta accanto tutto il giorno magari non sfiora mai.
I film e i libri erano le mie tane. Era come trovare aree di ristoro e sosta all’interno delle quali riuscivo a coccolarmi.
Quando ero piccola, mi hanno regalato una copertina con i bordi di raso. Ricordo che mi massaggiavo le dita su quel bordo e tutte le brutture sparivano. Mi faceva sentire protetta, al sicuro. Ancora oggi ho quella copertina e, quando viaggio e sto via per periodi lunghi, mi segue. Per me rappresenta il dormire al sicuro.
Anche nei periodi più difficili della mia vita non ho mai avuto bisogno di sonniferi, perché mi basta infilare le dita dei piedi in fondo al letto in quella copertina e io viaggio. Spengo la testa e approdo altrove. Tutto il dolore e le ansie svaniscono.
Nel corso della mia vita mi sono trovata, senza saperlo, tutta una serie di elementi simbolici che erano per me consolatori e nutrienti. Potevano essere la copertina, un pupazzo, il tappeto imbottito cucito da mia nonna, un certo tipo di colore, un libro, un film. Il mio mondo magico. I miei totem. Il mio universo affettivo. E credo che questo modo di trovare consolazione abbia radici molto antiche, perché anche mia nonna Maria era piena zeppa di elementi simbolici e giochi emotivi con cui amava coccolarsi. Cose semplici, ma autentiche.
Da lei ho preso anche il mio particolare “sentire”. Mia nonna era molto devota, ma aveva una religiosità tutta sua. Ricordo che alle 18 in punto partiva col rosario, ma mai una volta le ho sentito fare discorsi bigotti. E il suo “sentire” – che è poi anche il mio – spesso sconfinava in qualcosa che non era affatto concreto. Visioni, premonizioni, aperture ad una spiritualità viva e accesa.

-Com’erano le relazioni umane ai tempi del liceo?

Difficilissime, perché non sapevo come fare amicizia con le persone. E, in più, vivevo con questa incessante sensazione di doverle lasciare dall’oggi al domani, dovuta ai continui trasferimenti d’infanzia. Da un lato desideravo investire per costruirmi legami autentici, dall’altro non sapevo come fare e, in più, dentro di me c’era quella voce piccola piccola che mi bisbigliava: “Tanto dovrai lasciarle e le perderai di nuovo. Non investire, non soffrire ancora. Non mostrarti, non sei degna dell’amore di nessuno”.
Io ho cambiato sei città diverse, dai 5 ai 13 anni. È stato un continuo perdere relazioni e possibilità d’amore. Quindi non sapevo come fare. E tante persone mi vedevano fredda, distaccata, sulle mie. Mi sentivo così fragile e immeritevole della loro approvazione, che tenere una certa distanza di sicurezza era la sola cosa che potessi fare.
Al liceo si tende a fare gruppo e a crearsi il proprio cerchio di amicizie. Ed io, se da un lato avevo fame di famiglia allargata, dall’altro non sapevo proprio da dove partire per crearla. Rimanevo sempre un po’ tagliata fuori e tante cose incidevano in questi meccanismi.
Quando ripenso alla mia infanzia, mi accorgo d’essere diventata adulta molto presto. Quindi, molte cose che potevano essere di interesse per le mie compagne, per me non lo erano già più.
E, poi, c’era il disagio del corpo. Mi sono sviluppata alla fine della quarta elementare e per me è stato tutto molto traumatico. Mi sentivo bambina prigioniera in un corpo femminile. Eccessivamente ingombrante, eccessivamente visibile. Attiravo interessi che detestavo, che non volevo.
Inoltre, il fatto di cambiare continuamente città implicava il doversi confrontare sempre con usi e consumi diversi. Ed io, ogni volta che mi trasferivo, non ero allineata con l’abbigliamento delle mie compagne. Quando sono approdata a Milano e andavano di moda i Paninari, non essere vestita come loro significava essere “out”. Io sono stata “out” in ogni trasloco, sia perché non avevo amicizie solide su cui contare, sia perché a livello di abbigliamento non ero mai adeguata. Mi sentivo sempre la nota stonata.

-Quindi il senso di solitudine è continuato anche negli anni del liceo?

Questo senso di solitudine e non appartenenza c’è sempre stato. Mi sono sempre sentita una marziana. Nonostante questo, al liceo ho evitato agganci facili con persone che facevano uso di sostanze stupefacenti. Le compagnie sbagliate ho sempre avuto l’istinto di evitarle. Essere accettati da loro era semplice, perché sarebbe stato sufficiente acconsentire di stordirsi. Però sentivo che quella non era la mia strada e, quindi, ne stavo spontaneamente alla larga.

-E poi andasti all’università.

Sì… Il primo anno l’ho perso perché non esisteva ancora la facoltà che mi interessava. Ho provato ad iscrivermi a Scienze delle Comunicazioni a Torino, ma non mi piaceva. Imperava un’atmosfera caotica. 4000 persone a seguire lezione in un cinema. I docenti troppo distanti. Pochi rapporti umani.
In più, quell’anno è morto mio nonno – il padre di mia madre – e mia nonna Angela stava malissimo, perché con lui aveva creato un rapporto di pura simbiosi. I miei genitori, per far sì che avesse compagnia, mi avevano spinta ad andare a vivere da lei. A Torino, dove vive tutta la mia famiglia.
Ho accettato per la serenità di mia madre, ma ho vissuto mesi difficilissimi in quella casa. Mia nonna (che poi si è ammalata di Cancro all’intestino probabilmente proprio a causa della morte di mio nonno), soffriva terribilmente. Quando è mancato, lei non è più riuscita a trovare una giustificazione per andare avanti.
Ricordo che teneva sempre le tapparelle abbassate ed io non potevo toccare nulla, perché tutto le ricordava mio nonno. Se uscivo per andare all’università le dava fastidio perché non voleva rimanere a casa da sola, ma se tornavo e stavo con lei, le dava fastidio che ci fossi. Dovevo fare continuamente attenzione a cosa toccavo, a dove mi sedevo. A tutto.
Quindi, forse perché mi sentivo soffocare e mi trovavo imprigionata in una situazione impossibile da sostenere psicologicamente a soli 18 anni, mi è venuta una polmonite. A quel punto i miei genitori mi hanno riportata a Milano per farmi curare, scoprendo un’anemia fortissima.
So che è stata una malattia psicosomatica, perché non volevo più rimanere lì e non sapevo come dirlo. Mi sentivo terribilmente in colpa nel lasciare mia nonna da sola e, quando è morta, ho fatto una fatica enorme ad elaborare tutti i miei sensi di colpa nei suoi confronti.
Quando sono rientrata a Milano, pian piano, mi sono ripresa. Ho perso un anno, ma senza restare a casa a far nulla. Anzi, per essere autonoma ho cominciato a lavorare a più non posso. Ho fatto volantinaggio, ad esempio. Ricordo che ci portavano nei paesini, stipati nei furgoni come bestie. Ho fatto la promotrice nei supermercati, a volte stando più di dodici ore di fila in piedi. Però qualsiasi lavoro andava bene, perché mi aiutava a sentire che la vita andava avanti e che potevo permettermi un cinema, un libro o un gelato senza chiedere niente a nessuno.
L’anno successivo hanno aperto a Milano una facoltà che mi interessava: Industrial Design. Mi piaceva moltissimo, perché ho sempre desiderato lavorare nella comunicazione. Mi sono iscritta al test di ingresso, convinta di non passare. Erano disponibili 500 posti su oltre 4.000 candidati. Figuriamoci… Invece, quando sono andata a vedere gli esiti sui tabelloni, ho scoperto che ero arrivata ventunesima. Con mia immensa meraviglia.
Per certi aspetti l’università l’ho vissuta come il liceo. Grandi difficoltà nei rapporti umani e studio intensissimo. Finché, ad un certo punto, mi sono trovata ad affrontare Fisica Tecnica, che per me era come studiare arabo. Si è così sviluppata in me la convinzione che non sarei mai riuscita a laurearmi per via di quella materia, con mia madre che continuava a ripetermi che invece dovevo sbrigarmi perché mio padre desiderava andare in pensione.
Avevo frequentato i primi tre anni di università e, sino a quel momento, tutto era andato alla grande. Sempre trenta o trenta e lode. Sempre borse di studio per merito. Adesso, invece, mi trovavo ad affrontare una materia di cui non riuscivo a capire assolutamente nulla. Mi sembrava che, tra me e la laurea, tra me e la mia volontà di diventare finalmente autonoma al cento per cento, si fosse frapposto un ostacolo insormontabile.
Sono così entrata in crisi, anche a causa delle continue pressioni. E, una mattina, mi sono svegliata con una piaghetta strana e violacea sul sopracciglio.

-Quanti anni avevi?

23 anni. Mi sono svegliata con questa piaghetta sul sopracciglio destro che sembrava quasi un’ustione. Pensavo fosse una semplice allergia, invece ha cominciato ad estendersi e a ricoprirmi l’intero volto. Ricordo che tutti i dermatologi mi ripetevano che non avevano minimamente idea di cosa avessi.
Ho cominciato ad ascoltarmi, accorgendomi che mi si creava nella pancia un fuoco che saliva. Un fuoco violentissimo, che poi esplodeva in volto. E io mi riempivo letteralmente di piaghe. Piaghe che si aprivano e gettavano sangue e siero.
Alcuni medici l’hanno definita “dermatite atopica”, ma so che era soltanto il loro modo di attribuire un’etichetta ad una manifestazione senza nome e senza apparenti ragioni. Queste piaghe, comunque, si formavano soltanto sul collo e sul viso. Avevo più o meno una gettata ogni due o tre giorni, quindi non facevo in tempo a prendere fiato che subito se ne formavano altre. Erano stratificate ed io ero diventata un mostro.
All’università molte persone con cui pensavo di aver stretto amicizia hanno smesso di salutarmi. Intorno a me si era ricreato il vuoto. Lo stesso vuoto che mi ha accompagnata per una vita. Ricordo che addirittura alcuni docenti pretendevano documentazioni mediche per potermi consentire di sostenere gli esami orali. Avevano paura del contagio.
A volte, durante la lezione, sentivo arrivare l’ondata. Allora mi precipitavo in un bagno, mi chiudevo dentro e mi sedevo a terra. Poi sgattaiolavo fuori come una ladra, correvo alla macchina e tornavo a casa, con i finestrini completamente abbassati per riuscire a spegnere quel fuoco che mi macerava la carne.
I miei genitori continuavano a portarmi da dottori, dermatologi, omeopati, naturopati, dietologi e tutti ripetevano che non c’era speranza, che non sapevano come aiutarmi, che dovevo tenermela per tutta la vita, che non c’erano soluzioni. Ho assunto cortisonici, immunosoppressori e ogni sorta di rimedio omeopatico. Ho provavo diete in cui mi toglievano di tutto, ma questo problema non passava. Ricordo che, dopo anni di dieta, ad un certo punto sono crollata. Una febbre violentissima mi ha colpita, costringendomi a letto per giorni. Non riuscivo neppure ad alzarmi per andare a fare la pipì. Avevo gli esami del sangue completamente sballati e, così, mi è stato concesso di reintegrare pian piano qualcosa.
Sono andata avanti così sino a quando ho avuto 27 o 28 anni. C’erano notti in cui mi svegliavo con la pelle del viso attaccata al cuscino. Mi ricordo di una volta in cui mia madre mi ha portata al pronto soccorso, perché ero talmente stratificata nelle mie piaghe da non riuscire neppure ad aprire gli occhi. Avevo anche le narici incollate e la bocca quasi chiusa per il troppo dolore ai margini delle labbra.
In quell’occasione, dopo ore di attesa, i medici mi hanno fatta entrare in una stanza accanto ad una signora anziana sdraiata su un lettino che dopo poco è morta, proprio mentre ero lì. E ricordo che ho pianto per lei e che le mie lacrime bruciavano troppo sulle piaghe aperte.
Quella scena non la dimenticherò mai. Sono stata la prima a salutarla, mentre i dottori se ne disinteressavano. E ho detto a me stessa che, nonostante la situazione che stavo affrontando, dovevo vivere al meglio tutto ciò che potevo.
-Sono impressionato da quello che hai vissuto in quegli anni. Avere qualcosa del genere al volto, per tanto tempo, è devastante.
L’ostacolo del tuo esame fu un detonatore.. per tutto quello che ti si è accumulato dentro..
Ti giuro, io mi chiedevo sempre: “Perché proprio a me? Quale è il senso? Cosa devo imparare da questa esperienza?”. E il senso già allora sono riuscita a trovarlo dentro di me, perché ho imparato cosa significhi essere diversi. Prima non lo sapevo. Non profondamente, intendo.
Entravo nei negozi e i commessi mi chiedevano di uscire. Non potevo neppure prendere un caffè al bar, perché tutti avevano paura del contagio. Andavo in giro con un foglio sul quale un dermatologo dichiarava che non ero infettiva, ma comunque risultavo “scomoda” allo sguardo altrui. E tutto questo era tremendamente imbarazzante per me.
E, allora, ho ridotto la mia vita sociale all’osso e mi sono ancor più accanita sullo studio. Sostenevo sei esami in una sola sessione, con esiti altissimi. In molti pensavano che fosse semplicemente dovuto alla pena che i docenti provavano per me. Ma io mi ripetevo continuamente: “Puoi scegliere. O ti arrendi, ti chiudi in casa e butti nel cesso questi anni, oppure ti dedichi anima e corpo allo studio per laurearti il prima possibile”. E ho scelto la seconda strada. Subito.
E poi mi ripetevo: “Questa cosa ti sta succedendo per una ragione ben precisa. Devi solo metterla a fuoco e farla tua”. E più me lo chiedevo, più capivo che stavo entrando in contatto col concetto autentico di “diversità”. E questo è stato un insegnamento preziosissimo per me. Per me, da allora, chiunque è uguale a me. So cosa si provi a vivere con un handicap. So “sentire” e comprendere pienamente chi viene emarginato o rifiutato pubblicamente.
Poi ho iniziato un percorso di psicoterapia transazionale, perché niente funzionava e i miei genitori pensavano che forse quella poteva essere una strada…

-Qualcuno ti direbbe che il senso forse è anche altro, oltre naturalmente a quello che hai detto. Che tutto questo (anche quello che ti accadrà dopo) è servito per renderti davvero capace di comprendere gli altri ed aiutarli. Che chi ha affrontato l’inferno in terra.

Guarda, posso dirti che tutto ciò che ho vissuto in vita mia mi ha reso molto sensibile. Sensibile al punto tale che, a volte, quando mi passa accanto un estraneo ho immediatamente la percezione dell’universo che gli abita dentro.
E lo stesso discorso vale anche per le persone che aiuto, che sento per telefono o che semplicemente mi scrivono sulla chat di Facebook. Io “sento” oltre ciò che mi dicono. Sempre. Rilevo sfumature che poi evidenzio, che accenno, che le aiuta spontaneamente.
Sin da bambina ho questo “dono”, ma sino a poco tempo fa non mi sono data credito. La mente può ingannarti, offrendoti le migliori risposte razionali. Invece no. Mi sono successe cose, anche con persone a me del tutto estranee, che sono prove tangibili della mia capacità di entrare in contatto con il dentro e con l’oltre. Oltre la materia che ci circonda, intendo.
Oggi, soprattutto dopo il cancro, ho accolto anche questa parte di me e l’ho integrata nella mia personalità. Finalmente mi sento intera, completa, in profondo equilibrio. Non più strana o anormale. Non ho più paura. Questo è il punto.

-Cosa accadde poi con quell’esame?

Ricordo che ero andata da quella professoressa di fisica e avevo la dermatite. Era la terza volta che tentavo di superare il suo esame. Mi sono spogliata del mio orgoglio e le ho detto: “Io della sua materia non capisco nulla. È arabo per me. Però guardi il mio libretto. Ho praticamente tutti 30 e 30 e lode. Io per la sua materia studio giorno e notte da mesi, ma non sono tagliata per formule e tecnicismi. Mi metta un 18, per favore. Per me sarà come aver preso un 30 e lode”.
Lei mi ha guardata e mi ha detto: “Sì, te lo meriti”. Ero felicissima d’essere riuscita ad ottenerlo, anche se sapevo di non meritarlo.
Poi ho iniziato un percorso di psicoterapia con Dianora Casalegno, che poi ho ritrovato al mio Master di Counseling. Mi faceva parlare molto, ma mi stimolava anche con percorsi di immaginazione attiva. Andavo da lei due volte alla settimana e la amavo tantissimo. Era una persona accogliente, disponibile, sorridente. A volte la osservavo e, attraverso i suoi sguardi, capivo me stessa. Le sue espressioni del viso erano inequivocabili. Mi vedeva oltre ciò che sapevo raccontare. E lo sentivo. E mi ristorava.
Ad un certo punto mi ha posto una domanda decisiva: “Tu dove sei? Simona dov’è in tutto ciò che fa e nella sua quotidianità?”… come a dirmi … “Tutto ciò che fai, lo fai per non gravare su nessuno o per ottenere un riconoscimento d’amore”. Ed effettivamente era così. E ho messo a fuoco – per la prima volta – che effettivamente certe cose non erano normali e, così, a queste cose ho cominciato a oppormi pesantemente, anche se il carattere ribelle non mi è mai mancato, perché dentro di me viveva una rabbia feroce. Davvero feroce.
Questa psicoterapeuta mi ha insegnato una tecnica per cui, quando sentivo salire il fuoco dallo stomaco, mi sdraiavo e lo visualizzavo come un ammasso verde e gelatinoso. Immaginavo di prenderlo dallo stomaco e di metterlo su una mensola per lasciarlo fuori da me. E, pian piano, con questo esercizio la dermatite si manifestava sempre meno.

-L’utilizzo di alcune tecniche di “visualizzazione” può essere davvero molto utile..

Sì… e comunque con lei stavo cominciando a cambiare profondamente. Ma, ad un certo punto, i miei genitori hanno deciso che non potevano più pagarmi le sedute e, allora, mi sono cercata un lavoro per guadagnare e poterci andare di nuovo. Anche se avevo il volto ancora sufficientemente devastato dalle piaghe.
Al McDonald’s ho lavorato per due mesi. Mi trovavo bene e loro erano contentissimi di me. Il problema, però, era il fritto delle patatine, che nuoceva gravemente alla mia pelle. Quindi mi sono dovuta licenziare.
Considera che la mia epidermide era così delicata che anche solo guardando una cosa mi si attivavano reazioni cutanee. Ad esempio, con l’olio d’oliva. Osservavo le cose oleose e immediatamente mi sentivo scottare la pelle. Avevo acquisito una percezione immensa degli alimenti che potevo o non potevo ingerire. Secondo me era un po’ come avveniva con i nostri antenati; sapevano intuire le piante che facevano bene o male al loro organismo. Una sensibilità acuta. Ricordo che annusavo le creme e, dal loro odore, capivo se la pelle avrebbe reagito con un’infiammazione. Era una cosa pazzesca. Difficilissima da spiegare.
Comunque ho fatto poi tutta una serie di lavori. La lavapiatti, la cameriera nei bar, nei ristoranti, nei pub e in una gelateria vicina a casa. Frequentavo l’università, studiavo e lavoravo ovunque mi chiamassero e, con quei soldi, mi mantenevo gli sfizi e mi compravo i libri di psicoterapia. Perché la psicoterapeuta non me la potevo permettere, ma i libri usati sì. E, così, sono andata avanti a studiare per i fatti miei. Freud, Jung, Herman Hesse… Ho spaziato tanto.
Al liceo sono uscita con una tesina di arte e psicoterapia. Anche la mia tesi di laurea aveva quel tipo di impronta. Quindi tutte quelle letture mi risuonavano dentro. Poi, dopo essermi laureata, mi sono iscritta ad un Master di Psicoterapia Junghiana e oggi ne sto frequentando uno di Counseling Transazionale. Ecco, forse questo genere di approccio alla vita è nel mio dna. Forse.
Comunque, la dermatite era ormai quasi scomparsa. Nel frattempo mi sono laureata a pieni voti, ho cominciato a lavorare per molte agenzie in qualità di freelance, ho avviato una terapia junghiana, ho fondato la mia piccola agenzia di comunicazione e mi sono trasferita in una casa tutta mia, dove sono andata a convivere per circa tre anni con F – il ragazzo di cui parlavo prima. Una relazione davvero assurda, a ben pensarci.
Dopo la fine di quella relazione ho conosciuto mio il mio attuale marito (A), in modo davvero incredibile. Eravamo sulla circonvallazione – io in ritardo per un verso, lui per un altro. Non dovevamo trovarci lì, insomma. Lui mi ha tagliato la strada in moto ed io l’ho messo sotto, rovinando il parafanghi della mia auto nuova di zecca. Abbiamo fatto la constatazione amichevole, cominciato a sentirci per risolvere la questione e, dopo un po’ di mesi, a frequentarci.
È stata una storia difficile e molto problematica. Io, però, desideravo crearmi un nido soffice e confortevole, quindi ho concentrato davvero tutte le mie energie su quello: lavoro e famiglia.
Non reputo opportuno raccontare ciò che è accaduto fra noi, perché coinvolgerei ingiustamente anche lui. Desidero solo dire che, in quanto a problemi di coppia, purtroppo non ci siamo fatti mancare davvero nulla. Io, però, non mi sono mai arresa, perché ho sempre pensato che le cose potessero cambiare… soprattutto dopo la nascita di Alice, che è stata la gioia più grande della mia vita. Attesa in completa solitudine, con una tristezza nel cuore infinita, ma esserino magico che ha reso infinitamente più complesse e preziose tutte le mie giornate.
I suoi primi mesi di vita sono stati davvero tosti, perché nessuno era sintonizzato sulle nostre frequenze. Col senno di poi, posso dire che neonato e mamma devono essere lasciati in pace i primi tempi perché, se chi interviene crea disagi e disturbi continui, può compromettere gravemente la loro serenità. Così è stato. All’intromissione di queste persone che sostenevano di volermi aiutare e, invece, trascorrevano le loro giornate a criticarmi continuamente, Alice ha cominciato a volersi attaccare al seno ogni 15 minuti e ha completamente smesso di dormire. Si svegliava anche 15 volte per notte, in pianti che non avevano spiegazione alcuna. E, così, la situazione è andata avanti sino a quando ha compiuto i due anni d’età.
Quando lei aveva circa due anni, anche se utilizzavo il cerotto anticoncezionale, ho scoperto di essere rimasta nuovamente incinta. Ma non eravamo coppia. Inoltre lavoravo come un mulo per tutti. Giorno e notte. A è sempre stato un padre fantastico ma, per il resto, completamente assente. E di certo non per colpa sua o per sua volontà.
Pensavo a quella nuova gravidanza come a qualcosa di giusto che capitava nel momento più sbagliato possibile, perché di fatto la nostra relazione era davvero agli sgoccioli. E, se già mi sentivo in colpa nei confronti di Alice e avevo per lei pochissimo tempo perché dovevo lavorare… come avrei potuto crescerne da sola un altro?
Ero convinta di non farcela e potevo decidere soltanto da sola. Non capivo tante cose. E, nel momento stesso in cui sono tornata a casa dall’ospedale dopo aver abortito, ho messo a fuoco di aver compiuto il più grosso errore della mia vita. Lì mi sono accorta che avrei potuto portare avanti qualsiasi cosa, ma che era ormai troppo tardi. E ho vissuto un dolore talmente devastante che tutto il resto mi sembrava insignificante. Mi facevo schifo e desideravo che tutti lo sapessero e mi punissero per quanto compiuto. Parlavo alle persone e dicevo: “Faccio schifo. Come ho potuto uccidere il mio bambino? Merito il peggio, da tutti voi”. Non riuscivo a raccontarmi niente di consolatorio, né a mascherarmi. Sono sempre andata in giro con tutti i nervi scoperti, io.
Ho trascorso mesi e mesi raggomitolata nel letto a piangere. Di giorno l’efficienza del lavoro e con Alice, che non riuscivo neppure a guardare in viso per i sensi di colpa. Avevo ucciso il suo fratellino e lui, a causa mia, non avrebbe mai saputo cosa significasse nuotare nel mare, osservare il sole o semplicemente assaggiare un gelato. Ancora oggi, se ci penso, mi salgono le lacrime agli occhi.
Il rapporto con il mio compagno è continuato, anche se non so dire come. Davvero. Se torno con la mente ai mille avvenimenti accaduti e ai mille traumi e dolori, mi chiedo come io abbia fatto ad accettare di restare in quella situazione. Una situazione sbagliata per entrambi, che sia chiaro.
Come dicevo all’inizio, l’infanzia ti segna a tal punto da obbligarti a restare dentro a situazioni terribilmente sbagliate, da cui non riesci ad uscire. Ti paralizzano, come sabbie mobili.
Poi mi ha chiesto di sposarlo e io ho accettato. Forse mi sono illusa che, diventando sua moglie, la situazione potesse improvvisamente cambiare per entrambi, oppure ho semplicemente imparato a tenere il cuore in un freezer. Mi aspettavo il peggio e il peggio puntualmente arrivava. Sempre.
Nel 2009 sono rimasta di nuovo incinta. Questa volta ero pronta. La gravidanza di Alice era stata meravigliosa perché, a parte il fatto che lavoravo giorno e notte e vivevo con continue contrazioni, non avevo altri disturbi. In questa, invece, la nausea era feroce e continua.
Tutto sembrava filare liscio quando, verso il quarto mese di gravidanza, sono andata a fare la morfologica in un centro privato che mi avrebbe consentito di far vedere ad Alice il suo fratellino in 3D. Era un momento di festa. Bellissimo. Lei era euforica e non vedeva l’ora che lui uscisse dalla mia pancia per poterlo conoscere.
Mentre ero lì, però, ad un certo punto il medico ha guardato mio marito e gli ha detto: “Per favore, esca dalla stanza con la bambina. Dobbiamo dire una cosa a sua moglie”. Ed io, mentre loro si allontanavano, mi sono sentita con tutto il peso del cielo che mi schiacciava contro il lettino. Mi sono sentita precipitare nel vuoto e infrangermi in mille pezzi.
Mi hanno detto che il bambino aveva una labiapalatoschisi enorme. Labiapalatoschisi significa non solo avere il labbro leporino, ma anche assenza della struttura ossea che forma il palato. Quindi mi hanno consigliato di rivolgermi a vari ospedali per capire la situazione specifica di Tommaso… perché così si sarebbe dovuto chiamare.
Ricordo che quella sera siamo tornati a casa e ho pianto tutte le mie lacrime. Ricordo che ho chiamato mia madre, dicendole che era tutta colpa mia, che era la giusta punizione per aver abortito anni prima, ma che Dio avrebbe dovuto punire me e non Tommaso. Che ero io a meritare di morire, soffrire, essere additata da tutti come l’essere più spregevole del mondo.
Ho poi chiamato la mia ginecologa privava, mandandole tutte le ecografie. Lei, dopo averle viste in urgenza via email, mi ha detto: “Simona, hai ancora qualche settimana di tempo. Fammi sapere cosa deciderai di fare. Posso aiutarti io”. Parlava di aborto chiaramente, ma io non riuscivo ad accettarlo e, quindi, non lo prendevo minimamente in considerazione. Era un vocabolo che proprio mi mancava dentro, allora.
Da quella sera sono cominciate tre settimane di vero calvario. Non dormivo mai. Mai. Ero sempre incollata ad Internet per fare ricerca. Speravo di poter trovare qualcosa di miracoloso per poterlo curare mentre era ancora dentro di me. Una ricerca solo mia, perché chiunque mi circondasse viveva l’argomento come inopportuno, scottante, inaffrontabile.
Ho trovato un’associazione di genitori con bimbi con problematiche simili a quella di Tommaso e ho conosciuto Lucio. Un uomo fantastico. Un angelo che si attiva per aiutare genitori con bimbi con queste patologie e che, ancora oggi, sento di tanto in tanto e mi abita nel cuore. Una persona preziosa, che non mi ha mai giudicata. Mai. Il suo abbraccio arrivava a me come nessun altro ha saputo abbracciarmi.
Ho cominciato a viaggiare per capire chi potesse operarlo e sono entrata nel merito delle varie procedure. Ho scoperto che non avrei potuto allattarlo, che si sarebbe dovuto nutrire con una sondina e che avrebbe dovuto sostenere molte operazioni nell’arco del primo anno di vita. E anche questa era una situazione problematica, perché le anestesie per un neonato possono portare a seri ritardi mentali.
Siamo stati seguiti da un ospedale di Milano specializzato. All’inizio hanno mitigato la gravità del problema, per allontanare da me l’idea dell’aborto terapeutico. Ho poi scoperto che lì i primari che autorizzano troppi aborti terapeutici perdono il posto e che, chi aveva preso in carico me, quasi sicuramente aveva già esaurito tutti i suoi “bonus”, dato che eravamo a novembre.
Io, però, vivevo simultaneamente due sensazioni distinte: nella prima speravo di potermi svegliare da un incubo devastante, nell’altra ero certa che la situazione fosse di una gravità assoluta. E mi ricordo queste infinite visite mediche, dove lo giravano e rigiravano dall’esterno con le mani per poterlo misurare in modo sempre più preciso. E del mio dolore, fatto di sangue e anima.
E ricordo tutti quei ritorni a casa in cui, in auto, io e A ci confrontavamo. Io avevo intuito qualcosa e lui tutt’altro, in un caos infinito e in un incubo che a me pareva solo peggiorare di giorno in giorno.
Nel corso di un incontro con la genetista dell’ospedale, parlando dell’ipotesi dell’aborto terapeutico, mi sono sentita dire: “Signora, quando noi riceviamo adulti con la labiopalatoschisi sono felici di essere vivi!”. Io tentavo di spiegarle che l’anno successivo Alice sarebbe dovuta andare a scuola, che questo bambino l’avrei dovuto nutrire con una sondina e portare in Toscana ad operarsi parecchie volte, che saremmo dovuti stare via mesi, che i miei genitori e i miei suoceri vivono lontani, che io col mio lavoro mantenevo tutti e che Alice già c’era e meritava di essere salvaguardata dalle nostre infinite assenze.
I medici continuavano a negare la gravità del problema ma, a tempi scaduti per l’aborto terapeutico in Italia, ci hanno finalmente rivelato che era facile che il bambino avesse anche ulteriori problemi ad altri organi. Ho anche scoperto che gli mancava la struttura ossea del naso, probabilmente un occhio e certamente i denti.
Quindi, alla fine, in una situazione in cui l’argomento era ormai tabù con chiunque mi circondasse, ho raccolto le poche forze che mi erano rimaste e ho deciso per tutti. Ho deciso di abortire. Ho detto a mio marito: “Cerchiamo all’estero e andiamoci”. Nell’arco di una notte lui ha trovato una clinica privata a Londra, abbiamo atteso l’arrivo di mia madre e siamo partiti.
In questa clinica, però, gli aborti erano prevalentemente svolti ai primi mesi di gravidanza e la macchina ecografica molto datata. Dunque la misurazione del femore risultava errata. Ci hanno quindi spediti d’urgenza in un ospedale, dove un’equipe mi ha fatto un’ecografia con una macchina ultra-moderna, dotata di uno schermo enorme. Ci hanno confermato la datazione italiana e anche la gravità della situazione, ma io guardavo solo il mio cucciolo nel mega-screen e mi dicevo: “Tutto questo non ha senso. Io sono qui per ucciderti, mentre invece dovrei trovarmi in questa struttura modernissima per riuscire salvarti. Dio, perché tutto questo?”. Quando mi sono alzata dal lettino, faticavo a reggermi in piedi. Stavo morendo dentro. Stavo appassendo.
Ci hanno prospettato l’idea di procurarmi un parto anticipato in ospedale e di tornare in Italia con Tommaso, ma io non potevo neppure pensarci. Non potevo. Non potevo proprio. Quindi siamo tornati nella clinica privata con tutte le carte in regola e, il giorno successivo, mi hanno addormentata. Con un’iniezione nel cuore, l’hanno fatto addormentare per sempre. Per sempre.
Sono rimasta con lui dentro – morto – per un’intera giornata. Ricordo la notte, quando mi toccavo la pancia e speravo di sentirlo muovere. E non avevo neppure più la forza di piangere. Ero precipitata nel vuoto, nel nero. Annaspavo. Non sapevo più a cosa aggrapparmi.
Il giorno successivo mi hanno fatto un’ulteriore anestesia totale e lo hanno tolto da me. Aspirandolo. Ricordo che mi addormentavo e mi svegliavo con queste infermiere di colore dagli occhi buoni e lucidi, che mi tenevano per mano e mi dicevano che era andato tutto bene e dovevo stare tranquilla. Senza quelle donne io sarei impazzita. Sono state le mie mamme. Capivano il mio strazio e, con poco, riuscivano a tenermi ancorata alla terra.
A poche ore dall’aborto, abbiamo preso l’aereo e siamo tornati in Italia. Io sembravo ancora incinta e mi ricordo di una signora che, seduta accanto a me, mi ha toccato la pancia dicendomi: “Ah che bello! Un bambino nuovo!”. Io ho cacciato indietro le lacrime e le ho risposto “sì” con un sorriso. Poi mi sono voltata verso il finestrino e ho chiuso gli occhi.
Lungo tutto il viaggio ho pensato: “Dio, ti prego, non far precipitare l’aereo. Devo tornare a casa da Alice. So che merito di morire, ma fammi tornare da lei sana e salva. Lei ha bisogno di me!”. E, quando l’aereo è atterrato e sono tornata a casa, sono corsa da mia figlia che stava dormendo e lei, sentendo la mia presenza nella stanza, si è svegliata, mi ha abbracciata e mi ha sussurrato: “Bentornata mammina, mi sei mancata tanto”.
Alice aveva 5 anni. Sapeva che il fratellino aveva “un buco nella faccia”, ma lo aspettava con ansia. Mia madre è stata bravissima, perché in nostra assenza le ha raccontato che a volte i bambini decidono di non nascere e di tornare “semini”. Ne abbiamo parlato a lungo, io e Alice… e spesso, ancora oggi, mi chiede dove sia Tommaso e preghiamo per lui. Le manca moltissimo e il primo periodo è stata davvero dura, perché qualsiasi bimbo piccolo la rendeva triste di una tristezza muta. Io me ne accorgevo e tentavo di farla parlare, ma lei aveva bisogno di proteggere me da quel dolore. Io, invece, incontravo altre donne con la pancia e cercavo di stare ad una certa distanza. Avevo paura di contagiarle e di rovinare la loro felicità.
Il giorno successivo al mio ritorno a casa, la ginecologa mi ha fatto prendere alcune pastiglie per togliermi il latte, che sicuramente stava arrivando. Poi ho avviato una serie di controlli medici accurati: ecografie, visite, esami del sangue, ecc. Tutto perfetto. Avevo 38 anni e mi sono sentita persino rimproverare dalla radiologa per il mio controllo al seno. Ricordo che quest’ultima mi ha detto: “Signora, lei ha semplicemente un seno fibroso. Stia serena e vada a farsi una mammografia quando avrà compiuto i 40 anni. Se tutte facessero come lei, avremmo gli ospedali pieni!”. Mi sono innervosita parecchio. Parlano di prevenzione e poi, quando la fai, ti becchi rimproveri. Ma non avevo più forse per lottare su nulla. Mi sentivo appassita dentro.
Dopo l’aborto terapeutico mi sono buttata completamente sul lavoro e su mia figlia, convinta di essere forte e di riuscire a lasciarmi tutto alle spalle. In ogni caso, sentivo che il problema doveva essere affrontato, così ho cominciato un percorso con una psicoterapeuta bravissima: Daniela Labate, che mi ha aiutata ad aprire gli occhi e a comprendere tantissimi nodi irrisolti della mia vita. Lei c’è ancora ed è davvero preziosissima per me. Non solo dal punto di vista professionale, intendo.
Abbiamo cominciato ad andarci in coppia. Il trauma dell’aborto era stato fortissimo per entrambi. Mio marito non riusciva ad accettare quanto accaduto. Continuava ad immaginare Tommaso, a vederlo mentre camminava in salotto e a colpevolizzare me per quanto accaduto. Anche se inconsciamente.
Mi sono ritrovata completamente sola. Nuovamente sola. Con un dolore grande da gestire, con Alice da consolare, la quotidianità da portare avanti e nessuno con cui poterne parlare. Nessuno. Qualsiasi accenno io facessi sull’argomento, con qualsiasi persona della mia famiglia, ciò che mi sentivo rispondere era: “Lascia perdere, ormai è andata. Non parliamone più”.
Io e A abbiamo cominciato ad allontanarci sempre più. Anche in terapia, ognuno ha fatto il suo percorso e, ad un certo punto, ci siamo staccati definitivamente e lui è andato via di casa per ragioni che non intendo spiegare.
L’abbandono è stato improvviso, dopo mesi e mesi di solitudine. Dopodiché ho cominciato a cercare di trovare un mio equilibrio, interrotto continuamente da cartoline, mail e telefonate anonime femminili piene di insulti e minacce a me e Alice. Ho tentato di ignorarle, anche se il senso di umiliazione era profondo. Sono semplicemente andata avanti. A testa bassa. E ho imparato a sentirmi famiglia anche da sola. Io e la mia cucciola che, devo dirlo, grazie al nostro modo di gestire la situazione è riuscita a vivere la separazione in modo sereno, godendo del tempo in cui poteva averci tutti per lei. Senza guerre, senza astio e col solo desiderio di vederla sorridere.
Ad un certo punto, dopo mesi di terapia, abbiamo cominciato pian piano a riavvicinarci. Finché ho capito che, comunque le cose fossero andate, ero pronta per ridiventare mamma. E, proprio in quel momento, in un periodo di massima beatitudine e leggerezza personale, ho scoperto il cancro al seno sinistro.

-Che anno era?

Aprile 2013. Sono andata a fare una visita ginecologica di routine, la ginecologa mi ha controllata e mi ha spedita di corsa da un collega con una macchina ecografica migliore. Lui, a sua volta, mi ha mandata di corsa da un suo amico senologo, in un importantissimo ospedale di Milano. Un nome che rassicura.
La mattina in cui ho fatto la mammografia, mentre ero distesa sul lettino con mio marito in piedi accanto a me, le radiologhe guardando il monitor si dicevano: “Questa è messa male. Forse è anche inutile fare la mastectomia, perché certamente avrà già intaccato tutti gli altri organi”. Tutto questo, lo ripeto, davanti a me. Come se non fossi presente. Poi hanno chiamato il senologo al telefono e gli hanno ribadito più o meno le stesse cose. Infine mi hanno finalmente guardata, liquidandomi con un “ci rivediamo alle due e mezza per l’ago aspirato, veda di non fare tardi”.
Io sono uscita all’aperto e ricordo che era una giornata meravigliosa. Da un lato osservavo il cielo cristallino di quella intensa giornata di sole e, dall’altro, mi sentivo nuovamente risucchiata all’inferno. Pensavo ad Alice. Solo a lei. La promessa che le avevo fatto quando l’avevo tenuta in braccio la prima volta era stata: “Non ti sentirai mai sola. Ti proteggerò per sempre”. E, invece, stavo venendo meno alla mia promessa. Un dolore infinito, che dentro spacca tutto in pochissimi secondi.
Ricordo che ho chiamato una mia carissima amica e poi la mia psicologa. Poi ci siamo diretti verso un centro commerciale vicino e lì ho chiamato i miei genitori. Avevo bisogno di raccontarlo a più persone possibili affinché diventasse vero. Una cosa nuova da affrontare. Reale. Disastrosa. Senza possibilità di salvezza. Mi sentivo così stanca…
Una volta in macchina, protetta dagli sguardi altrui, ho avuto la forza di scoppiare a piangere disperata. Pochi mesi di vita sono pochi mesi di vita!
Qualche ora dopo ci hanno chiamati d’urgenza dall’ospedale. Il senologo era arrivato e voleva procedere subito. Mi hanno fatto l’ago aspirato e l’ecografia, dalla quale hanno appurato che gli altri organi non parevano intaccati. Mi hanno fatto l’ecografia all’altro seno e anche lui sembrava fosse a posto.
Ricordo la frase del senologo: “I linfonodi sembrano a posto, ma bisogna fare una mastectomia urgente”. Gli avevo chiesto se potessi tentare in qualche modo di ridurre la massa e di salvare il seno con chemioterapie o radioterapie, ma pareva non esserci alcuna possibilità in tal senso. Lui era stato lapidario:  “No, questa è l’unica strada possibile. E comunque bisogna sbrigarsi, perché il cancro cammina velocemente e lei rischia che in breve tempo si intacchino tutti gli organi”.
Solo successivamente, a fatto compiuto, ho scoperto che il modo per ridurre la massa c’era eccome (e da protocollo!) e che non bastano di certo una mammografia e un’ecografia per stabilire l’entità del tumore o il coinvolgimento linfonodale. Non mi hanno mai fatto una biopsia, una risonanza magnetica, una TAC o una PET. Non ho mai parlato con un oncologo. Mi hanno data per spacciata e io ho avuto fiducia in loro, perché il senologo aveva modi di fare gentili, affabili e assolutamente compiacenti, finché gli ha fatto comodo.
Ero così anestetizzata dalla paura, da vivere i miei giorni in una sorta di paralisi. Impossibile informarsi per capire se mi stessero dicendo la verità. Non ne avevo la forza.
Ricordo di una domenica pomeriggio in cui ho portato Alice, insieme ad altre mamme e sue compagne, ad assistere al cinema all’anteprima di Violetta. Lei era seduta poco distante da me, insieme alle sue amiche. Cantava, sorrideva e ballava al ritmo della musica. Felice. Osservavo lo schermo e poi lei e mi ripetevo senza sosta: “Dio, ti prego, non portarmi via. Come farà quando sarà adolescente e vivrà le sue prime delusioni d’amore, senza di me? A chi ne parlerà? Come farò a consolarla se non sarò più qui, accanto a lei?”. Ero disperata. Lei era felice ed io piangevo, in silenzio. Piangevo e basta.
Eravamo a fine aprile. Il due maggio ero all’ospedale per eseguire tutti gli esami pre-operatori, dopo che il senologo mi aveva promesso che col sistema sanitario nazionale sarei passata nell’arco di una settimana. Mentre facevo gli esami l’ho chiamato su cellulare per conoscere i tempi e lui mi ha detto: “No no, guarda che ho sbagliato. In realtà ci vorrà almeno un mese di attesa”. Io ero con i miei genitori che, disperati più di me, hanno abboccato dicendomi di chiedergli di poter pagare per procedere subito. Risposta rapida: “Diciassettemila euro e domani ti operiamo”.
Col senno di poi, mi chiedo… Se si pensava che i linfonodi non fossero coinvolti (quando invece lo erano), come facevano a stabilire l’entità del mio tumore, se oltretutto non hanno mai fatto alcun accertamento clinico? Come mai, pagando, il posto per me è saltato fuori subito?

-Ricordo che il professore Di Bella diceva che il cancro è la malattia più ricca che c’è, perché le persone sono disposte a pagare tantissimo, a dare tutto quello che possono dare, per avere una speranza. E a quanto pare, molti dottori questo lo hanno capito bene, e si comportano di conseguenza.. un po’ come si fa con le estorsioni…

Infatti mi hanno operata il giorno dopo. Sono arrivata a digiuno verso le otto. Mi hanno iniettato un liquido di contrasto per vedere se erano attivi i linfonodi in sede operatoria. Mi hanno poi operata la sera tardi. Praticamente ho dovuto attendere, nell’ansia e a digiuno, un’intera giornata. Poi, verso sera, sono venuti a prendermi. Dopodiché, a operazione ultimata, un infermiere mi ha riportato in camera. Saranno state le ventuno.
Prima che io fossi portata in camera, il senologo ha raggiunto i miei genitori dicendo loro che era andato tutto bene, che il primo linfonodo era intaccato, il secondo solo un pochino e il terzo era solo un po’ sporco di grasso.
Quando dopo la mastectomia sono stata riportata in camera, l’espansore sotto il muscolo mi faceva così male che respiravo e svenivo. Ovviamente anche di questo nessuno mi aveva avvisata e, fra l’altro, non mi avevano neanche detto che esistono tecniche operatorie che ti fanno uscire dalla sala operatoria col seno già ricostruito.

-Insomma, molte delle cose che dovrebbero essere dette al paziente, non vengono dette.

Non c’è informazione, perché devono agire in fretta, giocando sulla paura dell’altro. Solo così il cliente resta dentro, disinformato e passivo. Come puoi davvero valutare le cose? Come puoi cercare di capire di più? Io facevo molte domande, ma era difficile ottenere risposte chiare. Mi sorridevano e mi mostravano tutte strade sbarrate e io mi sono stupidamente fidata. Anche perché, insieme a me, dovevo anche supportare chiunque mi circondasse. I miei genitori e mio marito, anziché sostenermi o informarsi, rischiavano di crollare addirittura prima di me.
In quella frenesia, poi, non hai tempo per pensare né testa per informarti e scegliere diversamente, perché ti dicono che devi toglierti il cancro il prima possibile, altrimenti intaccherà tutto e per te sarà la fine.
Tieni anche conto che, salvo mia nonna che si è ammalata quando Internet era praticamente agli esordi e pareva che le cure tradizionali fossero l’unica opzione possibile, io sono la prima che si è ammalata di cancro di tutta la mia numerosissima famiglia. Quindi la notizia è stata davvero devastante e disorientante.
Per tre giorni sono rimasta in ospedale, sempre assistita da qualcuno della mia famiglia, perché non riuscivo neppure a girarmi per prendere un bicchiere d’acqua. Anche muovere il collo o respirare mi procurava dolori così lancinanti che rischiavo ogni volta di svenire. Ricordo che, quando dovevo alzarmi dal letto per andare in bagno o mangiare, provavo un dolore talmente devastante da dover fare uno scatto rapido in avanti e gridare per riuscire a tirarmi su. Io che, come dicevo, il dolore lo controllo benissimo.
Quando i medici venivano a visitarmi e parlavo di questo dolore assurdo, a volte non mi ascoltavano né rispondevano, altre minimizzavano dicendomi che stavo esagerando. Sarà… ma da allora non sono più riuscita a dormire sdraiata. Dormo seduta. E la schiena sta cominciando a dare seri problemi.
Sono uscita dall’ospedale con due drenaggi e sono andata a prendere Alice fuori da scuola. Desideravo mi vedesse stare bene. Dopo qualche giorno, dopo mie continue insistenze con il senologo, sono andata a fare la PET total body. Per fortuna era tutto a posto. Ho fatto quell’esame tremando per le fitte. Ricordo che mi battevano i denti e mi uscivano le lacrime dal male, mentre ero sdraiata. Fitte allucinanti. Mi hanno dovuta aiutare sia per sdraiarmi, sia per alzarmi. Ho poi cercato i chirurghi per spiegare il mio dolore, ma l’unica cosa che mi sono sentita dire è che era del tutto impossibile che io stessi così male. Non ho insistito. Ero arresa. Ero già morta.
Nei giorni successivi hanno cominciato a togliermi un drenaggio. Il secondo a distanza di un mese.
Dopo ciò che era stato detto ai miei genitori sui linfonodi e col fatto che neppure volevano sottopormi ad una PET, credevo ingenuamente che a livello tumorale non ci fossero più problemi. Dopo alcuni giorni, invece, mi ha telefonato il senologo dicendomi che il tumore era esteso e c’erano già nove linfonodi coinvolti sui dodici prelevati, di primo e secondo livello. Io ho risposto: “Scusa, ma non me ne avevate tolti solo due?”. Lui ha risposto dicendomi che i miei genitori non avevano capito niente. Poi ha aggiunto: “Guarda, devi fare 8 chemioterapie, una quarantina di sedute di radioterapia e 3-5 anni di cura ormonale. Forse 10. Vieni tra due giorni, così ne parliamo”.
Ci siamo dati appuntamento e, quel giorno, mi sono presentata con mio padre e mio marito. Il senologo ha ribadito tutto e ci ha consegnato il foglio con tutte le caratteristiche del mio tumore, aggiungendo: “E non ascoltare ciò che ti diranno gli oncologi, perché si sa che sono tutti stronzi”. Lì ho capito la gravità del mio cancro, perché nessuno mi spiegava mai niente. Mio padre, in quel frangente, gli ha ricordato che a lui e mia madre era stata comunicata tutt’altra cosa subito dopo l’operazione, ma il senologo ha continuato a negare.
A tutta questa assenza di informazioni e confusione, aggiungo il fatto che spesso mi consegnavano moduli sbagliati, dove sostituivano il mio nome o cognome a quelli di un’altra donna. È accaduto quando ho chiesto il foglio per ottenere il codice 048, quando ho dovuto firmare alcune liberatorie e anche durante una delle mie due chemioterapie.
Con tutti i dati sul mio tumore, dato che nessuno mi spiegava mai nulla, qualcosa ha cominciato a muoversi dentro di me. Il bisogno di capire. Così ho avviato la mia ricerca su Internet, scoprendo che la mia situazione era davvero seria. Leggendo in alcuni forum di donne disperate per le conseguenze operatorie, la chemioterapia, la cura ormonale, le recidive e le metastasi, mi sono ritrovata davanti a tanti, troppi necrologi. Era come precipitare all’inferno.
Ricordo che chiedevo al senologo – mio unico punto di riferimento da sempre – informazioni sulla gravità del mio cancro, ma non ottenevo mai alcuna risposta sensata. Ho così trovato un radiologo esterno all’ospedale e sono andata a parlarci una domenica pomeriggio, scoprendo che nei casi come il mio solo il 25% delle donne sopravvive ai 5 anni. Pare strano ciò che sto per dire, ma per me che mi sentivo ormai morta, quella percentuale era infinitamente grande! 25% di possibilità di farcela = 25% di possibilità di poter crescere Alice!
Poi mi hanno fissato il primo incontro con l’oncologa, che mi ha parlato della chemioterapia e dei suoi effetti collaterali, come il vomito e la caduta dei capelli. Mi ha raccontato di come la terapia ormonale mi avrebbe indotto una menopausa anticipata, nella quale sarei certamente rimasta anche dopo il trattamento. Quando le ho detto che avrei voluto avere un altro figlio, mi ha risposto che esisteva la crioconservazione assistita, ma che non me ne avevano parlato perché per protocollo la spiegavano solo alle donne entro i 39 anni di età. Peccato io ne avessi compiuti 40 da una manciata di mesi. Nuova disinformazione.
A quel punto mancavano pochi giorni alla prima chemio. Forse una decina. Mi ha quindi spedita dalla ginecologa dell’ospedale, affinché potessi capire se fosse ancora possibile praticarla a me. Anche in questo caso, tutto è avvenuto in modo molto confuso e in estrema fretta. La ginecologa in 5 minuti mi ha visitata, mi ha parlato di pastiglie e iniezioni da fare e mi ha consegnato un foglio da firmare. Una volta tornata a casa l’ho letto, scoprendo che firmando quel foglio assolvevo l’ospedale da qualsiasi responsabilità, poiché per praticare la crioconservazione avrebbero dovuto somministrarmi un farmaco ormonale pericoloso in caso di cancro al seno come il mio.
Sono seguiti giorni terribili. Attendevo il ciclo e non arrivava. Ponevo domande via email, negavano quanto riportato sul foglio che avrei dovuto firmare e mi sentivo sempre più confusa. Ho scoperto soltanto dopo che avrei dovuto acquistare e fare quelle iniezioni per velocizzare i tempi per la crioconservazione ma, anche questa volta, nessuno era stato in grado di parlarmi lentamente, in modo chiaro e in assoluta trasparenza. Ho quindi inghiottito l’ennesimo boccone amaro e ho rinunciato a tutto.

-Quindi iniziasti la chemioterapia..

Si. Il giorno della prima chemioterapia, l’11 giugno 2013, c’era un’altra oncologa ad attenderci. Ci ha accolti insieme ad una sua assistente.
Ad un certo punto, mentre compilava alcuni moduli al terminale, ha esclamato: “Ah, vedo che alla fine non l’avete fatta la crioconservazione!”. Io ho annuito, mentre mio marito ha manifestato il suo disappunto circa l’assenza di informazioni e l’impossibilità di fare tutto con calma, nei tempi che normalmente vengono riservati alle altre pazienti.
L’oncologa si è girata verso la collega e, parlando con lei anziché con noi, le ha sostanzialmente detto con feroce tono ironico che tanto non avrei avuto il tempo di usarli e che, quindi, sostanzialmente sarebbe cambiato ben poco. Lì per lì non ci ho fatto caso. Tutte le mie energie erano concentrate su quanto stavo per affrontare. Non avevo minimamente idea di cosa sarebbe accaduto, di cosa avrei dovuto fare, di quanto sarebbe durata, di dove mi avrebbero messa per iniettarmi la chemio. In quel momento l’unica cosa che per me contava era ciò che mi stavo preparando ad affrontare perché, ancora una volta, nessuno si era preso la briga di prepararmi rassicurandomi quantomeno sul fronte delle azioni pratiche da svolgere.
Dopo la chemio, usciti dall’ospedale, mio marito è però scoppiato a piangere. E, successivamente a qualche domanda, ho compreso la ragione. Mi davano per spacciata e, a differenza mia, la sua messa a fuoco sulla ferocia dell’oncologa era stata immediata.

-Come fu l’impatto con la chemio?

Al ritorno a casa mia figlia non c’era. Alice, per fortuna, non è mai stata presente nei miei giorni post-chemio. Credo che sia stata la scelta giusta, stante come mi riducevano quelle iniezioni di veleno. Non le ho mai nascosto nulla. Mi ha chiesto di vedermi nuda ed io l’ho accontentata serenamente. Sapeva che avrei perso i capelli ed è venuta con me dal parrucchiere quando li ho rasati. Ma farle assistere a tutto quel dolore era per me inammissibile. Quella volta, per fortuna, eravamo riusciti a mandarla dai nonni.
Ho passato 7 giorni raggomitolata nel divano, persa nel suo blu e con una sensazione di veleno nero che mi spaccava dentro. Tentavo di uscire di casa per inalare aria pulita, ma barcollavo e provavo un estremo fastidio per tutti gli odori. Era come se ogni luogo e ogni cosa avesse assunto un olezzo eccessivamente forte, che mi entrava nelle narici e mi faceva venire voglia di vomitare l’anima. Non ho mangiato né bevuto per giorni. Sentivo gli organi che si spaccavano e piangevano. “L’urlo” di Munch. La chemioterapia, per me, è esattamente in quel quadro.
Qualcosa cominciava a stridere, dentro di me. Ma non riuscivo ancora a metterlo a fuoco.
Ricordo che passavo dal divano al letto con il fazzoletto della Madonna di Medjugorie sempre addosso. Ricordo che pregavo lei e chiamavo mio zio e i miei nonni, chiedendo loro di darmi la forza di resistere e di sperare. Ricordo che, con il cellulare e i conati di vomito, cercavo tutte le informazioni possibili via Internet sulla terapia ormonale, la menopausa, l’affido e l’adozione.

-Una forma di avvelenamento

Un vero e proprio avvelenamento. Il week-end successivo alla prima chemio era il compleanno di Alice e sono andata alla sua festa pallida come un cencio. Dopo quindici giorni ho cominciato a perdere i capelli. Alice sapeva che sarebbe accaduto. Le ho spiegato cos’era il cancro, le ho spiegato perché dovevano togliermi il seno, le ho spiegato perché mi sarebbero caduti i capelli e che sarebbero ricresciuti. E ho cominciato a perderli mentre lei era in montagna dai nonni. Ricordo che li perdevo a ciocche e dappertutto. Ero andata a trovarla un week-end, avevo dormito con lei nel lettone e ci siamo svegliate con tutti i miei capelli sparsi sulle federe e fra le lenzuola. Erano ovunque. L’ho rassicurata, dicendole che sapevamo che sarebbe accaduto e che io ero molto serena.
Rientrata a Milano, li ho rasati completamente e ho cominciato ad indossare una cuffia nella quotidianità e una parrucca durante le riunioni con i clienti. Una parrucca identica ai miei, su misura e fatta benissimo, ma che ho sempre detestato.
La seconda chemio l’ho fatta il 2 luglio. Anche in questo caso, Alice per fortuna era via.
Siamo stati accolti dall’assistente che era insieme all’oncologa l’11 giugno. Ricordo che la visita era stata molto frettolosa e che neppure mi aveva pesata così, mentre già ci stava mandando via, le avevo detto: “Scusi, io so che le dosi che mi somministrate ammazzerebbero un cane di taglia media in tre minuti. Dato che definite le dosi a seconda del peso del paziente e ho perso più di 5 kg in 15 giorni, non vuole pesarmi per capire il giusto dosaggio?”.
Lei mi ha guardata e mi ha risposto: “Guardi, per noi le variazioni che influiscono sono del 30%. Inoltre non si preoccupi, tra la chemio, le schifezze che noi donne mangiamo per tirarci su di morale in questi momenti e le cure ormonali che dovrà fare, al termine degli 8 cicli sarà ingrassata di almeno 20 chili”. Tutto questo, ridendomi in faccia. Io e mio marito eravamo allibiti.
Così ho ribattuto: “Io sono diventata vegana, non sto mangiando schifezze, assumo l’aloe e altri prodotti omeopatici. Dovete assolutamente informare le persone sotto chemio, perché è fondamentale che non mangino zuccheri e che tengano il ph basico. Sono stata ad un convegno di Berrino. Perché voi non dite nulla ai pazienti? Perché non chiedete nulla su quanto facciano insieme alla chemio? Come fate a sapere se un paziente guarisce grazie alle vostre cure o a ciò che collateralmente fa, se non gli chiedete niente?”.
Lei mi ha guardato e, con tono lapidario e sprezzante, ha risposto: “Perché per noi sono tutte cazzate”. Io ho riabbassato la testa e mi sono preparata psicologicamente per la seconda dose… ma tutto cominciava a scricchiolare rumorosamente dentro di me.

-A volte è difficile dire se in certe persone è maggiore la volgare arroganza o l’incredibile ignoranza.

Loro hanno bisogno che i pazienti restino assolutamente ignoranti e passivi. Appena alzi un pochino la testa, ti umiliano e ti ridono in faccia nonostante il dramma che stai vivendo. E ti inviano quei messaggi proprio per farti capire che, se non resti remissiva, loro sapranno come farti stare ancora peggio. Questa è la strategia.
Comunque, anche dopo questa seconda chemio sono stata malissimo. Più di prima. Non riuscivo neppure a parlare al telefono con Alice.

-E dovevi vedertela anche col dolore lancinante al seno.

Infatti. Mentre facevo le chemio andavo a farmi gonfiare l’espansore. E, puntualmente, raccontavo del dolore lancinante che provavo. Le loro risposte, però, erano sempre le stesse. Era impossibile e stavo esagerando. Raccontavo che sentivo i liquidi caldi e freddi che scendevano nella parte sinistra del mio corpo, ma, naturalmente, mi si diceva che inventavo le cose.
Ad ogni espansione, poi, ribadivano che la ricostruzione sarebbe venuta da schifo a causa di come il mio corpo stava reagendo e che non avrei più potuto indossare un reggiseno o un costume normali.

-In perfetta coerenza con lo stile brutale della precedente dichiarazione che hai citato prima.

Sì… quella per me fu però l’ultima chemio. Oltre alla chemio mi era stata fatta anche un’iniezione di Decapeptyl, per togliermi il ciclo. Comunque sia, appena terminati gli effetti collaterali della seconda iniezione di veleno, ho deciso che non ne avrei più fatte e che avrei piuttosto preferito morire dignitosamente. Mi chiedevo: “Come può una cosa del genere salvarti la vita? Loro mi stanno ammazzando!”.
Ricordo che Alice era in vacanza, in un maneggio in Trentino. Ho sfruttato quella settimana per studiare. Era come se mi fossi nuovamente impossessata della mia vita. Studiavo come una pazza, giravo in Internet, acquistavo e divoravo libri, guardavo video. Trovavo un’informazione, la intrecciavo con un’altra e poi mi collegavo ad infinite altre cose. E ho cominciato a comprendere che tutto quello che volevano farmi era cancerogeno. Ti “curano” il cancro con cose che lo innescano. Quale assurdità? Ad un certo punto mi sono imbattuta in un video di Pantellini e lì è stata davvero la svolta.

-Gianfranco Valsé Pantellini, l’ideatore dell’ascorbato di potassio.

Sì… Quando ho guardato quel video… è stato… non so spiegarti. Era come se lo stesse dicendo proprio a me. Era come se Pantellini fosse vivo, nella mia stanza e mi stesse dicendo: “Questa è la strada che devi seguire”. Ho già detto in precedenza che io “sento”. Di cose strane me ne sono capitate parecchie. Ebbene, quel giorno – potrò sembrarti pazza – Pantellini era insieme a me. Ho visualizzato la sua sagoma nella stanza. Ho sentito la sua energia inondare l’ambiente. Era come averlo di fronte, a parlarmi.
Ho quindi scritto una mail e poi chiamato la Fondazione Pantellini, dove ho interagito con persone meravigliosamente sensibili. Prima di sapere quale schema dovessi avviare, sono andata in farmacia ad ordinare l’ascorbato di potassio con ribosio e ho cominciato a prendere subito le bustine, comunicando all’oncologa che avevo conosciuto la prima volta e al senologo che non avrei continuato la chemioterapia.
L’oncologa, dopo che attendevo da settimane di poterle parlare decentemente, guarda caso mi ha chiesto subito di raggiungerla in ospedale. Precedentemente, quando ancora non riuscivo a prendere una decisione ma mi ero già interiormente distaccata dalla possibilità di continuare la chemio e tutte le terapie da protocollo, le avevo mandato una serie di email in cui le chiedevo di farmi capire i reali vantaggi di chemio, radio e cura ormonale. Lei mi aveva risposto frettolosamente, dicendomi che certamente erano terapie pesanti, ma che nessuno poteva darmi alcuna certezza sulla loro validità. Improvvisamente, qualche minuto dopo la mia email di abbandono, esistevo e lei era diventata “disponibile a interagire con me”.
Il senologo mi ha invece chiamata immediatamente, dicendomi che altre donne fanno la mia stessa scelta e, poi, incrociandomi in ospedale per le varie espansioni, ha cominciato addirittura a far finta di non vedermi. Non ero più una cliente da fidelizzare!
Prima di partire per le ferie e cominciare lo schema Pantellini, sono andata ancora una volta in ospedale per farmi fare l’ultima espansione e, anche in quella occasione, mi sono sentita dire che il mio seno sarebbe venuto da schifo. Così, anche su questo fronte, ho cominciato a studiare. Ho cercato informazioni e possibili chirurghi da incontrare al rientro dalle vacanze e ho avviato un accurato approfondimento sulle varie tecniche chirurgiche. Praticamente ho continuato ad informarmi senza tregua tutta l’estate.
Mi sono ad esempio messa in contatto con la meravigliosa dottoressa Anna Maria Buzzi, per ricevere informazioni sul vaccino CRM197, che ho poi cominciato a settembre. E lei è stata di un’umanità preziosissima e incredibile, in un universo per me ormai popolato solo da persone ciniche e umanamente incomprensibili.

-Di che si tratta?

È un vaccino che usavano in Italia, vietato dal ’97, credo. Ovviamente lo stanno sperimentando in Giappone con successo. In pratica, si tratta di una molecola derivata dalla tossina difterica, con proprietà antitumorali e capace di provocare una reazione immunitaria. Si fanno sei iniezioni sottopancia, a giorni alterni. Poi quattro richiami ogni due mesi. Praticamente, la sostanza che ti iniettano si deposita sulle cellule cancerogene e le rende visibili a quelle del sistema immunitario, che le attaccano e le fagocitano.

-Interessante. Hai approfondito altre strade?

Certamente! Ricordo di un sms che ho inviato a Giovanni Puccio che, senza sapere chi fossi, a distanza di poche ore mi ha chiamata mentre era in ferie. Il 13 agosto. Ricordo perfettamente la sua voce. Ricordo che mi ha dato una forza incredibile la sua determinazione nel farsi carico della mia guarigione attraverso la sua terapia Crap. E, anche verso di lui, ho sentito un richiamo interiore fortissimo. Da subito. Giovanni è una persona meravigliosa. Ha messo a punto un protocollo con le sue sole forze, senza mai guadagnare un solo centesimo dai pazienti. Per me è stato un faro nel buio e devo dire che, nei suoi confronti, provo un affetto immenso.
Ho trascorso l’estate studiando, nutrendomi bene, facendo ginnastica, prendendo sole e andando in giro pelata, perché non mi vergognavo affatto della mia condizione. Le persone mi guardavano, ma non m’importava nulla. In un paio di occasioni, mentre ero sola, mi è capitato di essere avvicinata ed essere abbracciata sentendomi dire da altre donne: “So cosa stai provando”.
Lì ho capito che dovevo attivarmi personalmente per diffondere la mia storia e il mio messaggio, mettendomi a nudo… perché soltanto così avrei potuto aiutare altre persone disperate come lo ero io all’inizio.

-Il profondo legame di cuore che unisce chi ha attraversato sofferenze simili..

Proprio così. E Facebook è stato fondamentale. Dapprima ho interagito nella pagina della Fondazione Pantellini. Poi, dato che le conversazioni si aprivano su tematiche molto diverse da quelle previste, insieme alla mia amica Ina Door abbiamo fondato il gruppo “Quelli che… il cancro lo curo a modo mio”. Poi ho deciso che dovevo espormi anche in prima persona e, quindi, oltre a gestire il gruppo ho cominciato a raccontare sempre cosa mi capita, cosa scopro e come sto tentando di curarmi nel Mio Diario.
Le persone che mi scrivono e mi telefonano sono tantissime. Io ci definisco “diversamente sani”, perché è così che mi sento. Il cancro è una malattia terribile, ma impari anche a conviverci. Il punto è riuscire ad avere a che fare con terapie “buone” e persone che dimostrano di volerti salvare. Viceversa, è la mente stessa a decidere che sei spacciata.
Comunque, al ritorno dalle vacanze ho sostituito le iniezioni Pantellini alle flebo e ho integrato man mano il vaccino CRM197 e la Crap. Poi mi sono messa in contatto con un medico che somministra la terapia del Vischio e ho cominciato anche quella. Inoltre assumo melatonina, curcuma, vitamina C, CellFood e Bicarbonato.
Appena mi sarò operata vorrei anche raggiungere Salvatore Paladino, per curarmi attraverso il Digiuno Terapeutico. Consiglio a chiunque mi legga di cercarlo su Facebook e su YouTube. Io sono andata a conoscerlo e posso assicurarti che è un uomo indescrivibilmente “oltre”. Con il suo assistente, aiutano (e guariscono) tantissime persone, spesso a distanza e in modo completamente gratuito.
Comunque… ad oggi prendo tantissime cose che aiutano l’organismo e non lo annientano. Sto facendo tutti gli esami e i controlli e per ora va tutto bene. Certo, è passato ancora pochissimo tempo… ma io non ho nessuna intenzione di mollare. Desidero crescere Alice e, se possibile, tornare ad essere mamma. Lo allatterò con un seno solo. Pazienza. Oppure lo nutrirò col cuore, che di certo è ricco di tutti i migliori nutrienti possibili.

-Come hai proceduto relativamente al seno?

Sono andata da vari chirurghi, al rientro dalle ferie. Molti li ho anche contattati via email, inviando le mie foto. Tutti mi hanno detto apertamente che in ospedale hanno fatto uno scempio e che sarà difficilissimo riuscire a ricostruirmi. Non sanno a quale tecnica appellarsi.
Insomma, ho pagato 17.000 euro per finire nelle mani di persone incapaci, che però compaiono su articoli altisonanti online, spacciandosi per guru della chirurgia plastica. Tutte balle.
Hanno sbagliato forma dell’espansore, formato e posizionamento. Hanno scavato così tanto da togliermi tutto lo strato di grasso. Così, attraverso la pelle del seno ora si vedono tutti i dettagli e le cuciture della plastica sottostante. Hanno sbagliato davvero tutto ma, chiaramente, durante le espansioni imputavano la colpa a me.
L’espansore sale verso l’alto e ruota dentro l’ascella. Ha creato un’infiammazione tale che persino respirare mi procura un dolore incredibile e sta determinando la formazione di nuovi noduli. La mia fortuna è quella di riuscire a volte a staccare la testa e a trovare un po’ di tregua, anche se le fitte ogni tanto mi obbligano a tornare a sentire.
L’ospedale non solo ha avuto un atteggiamento vergognoso, ma mi ha anche gravemente danneggiata fisicamente. Tra parentesi, quando ho deciso di abbandonare questo ospedale e sono andata in un altro, ho parlato con un’oncologa che mi ha riferito che non c’è evidenza scientifica sul fatto che le chemioterapie servano in un cancro come il mio e che, se fossi stata in cura da loro, certamente mi avrebbero consigliato di farne solo 4, lasciandomi poi la libertà di decidere. E sai cosa è successo quando ho comunicato questa cosa al senologo dell’ospedale in cui sono stata operata? Che mi ha convocata per dirmi, sempre davanti a mio marito, che anche lui me l’aveva suggerito sotto banco, ma che io non me lo ricordavo! Fanno pena. Davvero.
Comunque… sapevo che non avrei più potuto tornare come prima, ma speravo di poter ottenere quantomeno una di quelle ricostruzioni che vedo online e che tutto sommato trovo dignitose. Ora sarò invece obbligata a ricorrere ad una tecnica che si chiama Diep (che dura 8 ore, nella quale usano un pezzo della pancia per ricreare il seno e che obbliga a cucire alcune vene affinché il lembo di grasso e pelle venga irrorato, altrimenti va in necrosi e si perde tutto) o ad andare all’estero, per ricorrere alle staminali o ad altre tecniche che qui non mi propongono. E devo sbrigarmi, perché il mio corpo sta tentando di espellere questo schifosissimo oggetto di plastica in ogni modo possibile.
Fra i medici preziosi che ho incontrato lungo il mio cammino, non ringrazierò mai abbastanza il dottor Andrea Spano… che dopo avermi visitata la prima volta mi ha praticamente presa per mano e seguita nel corso di tutte le mie espansioni. Senza di lui mi sarei trovata letteralmente sola e disperata.
Ancora oggi sta tentando di aiutarmi a risolvere lo scempio compiuto con un’umanità, una gentilezza e una professionalità rarissime. Davvero. Senza mai giudicare le mie scelte terapeutiche o spingere – come altri hanno fatto – su soluzioni a pagamento. Facendomi sempre riflettere affinché emergesse ciò che io desidero e non ciò che è di sua competenza. Una persona rarissima, puoi credermi.
Ho poi mandato un sms al capo chirurgo dell’ospedale in cui ho fatto la mastectomia, qualche mese fa. Il testo diceva semplicemente: “Guardi, mi avete operata malissimo e poi lasciata sola. Avete fatto un lavoro terribile, che mi sta procurando dolori infernali. Per me ormai non c’è più nulla da fare, ma sono preoccupata per le altre donne che finiranno sotto le mani della chirurga che mi ha conciata così e che poi dovranno sopportare tutto ciò che sto patendo io, magari senza avere neppure la possibilità di informarsi e di capire come risolvere”.
Lui mi ha risposto: “Beh, non so neppure chi sia lei”.
E io gli ho risposto: “Mi chiamo Simona De Robertis. Le sue chirurghe si ricorderanno sicuramente di me, perché sanno benissimo di avermi rovinata. Tra l’altro, ho anche scritto loro una email alla quale non si sono neppure degnate di rispondere. Se mi fornisce la sua email, le mando le foto. Così capirà”.

-Brava per la forza morale di scrivere queste cose, di non “lasciare perdere”..

Beh, verso sera il capo chirurgo mi ha chiamata. Di lui e della sua equipe trovi online articoli meravigliosi, eh? Mi sono sentita dire: “Buonasera, ho parlato con le mie chirurghe e dal nostro punto di vista la sua situazione fisica è assolutamente normale”. E io: “No, guardi, normale non direi proprio. Se lavorate sempre così, forse è bene che cambiate mestiere. Ho girato chirurghi a Verona, Milano, Roma e inviato le mie foto a chiunque. Tutti rimangono allibiti per lo scempio e il dolore visibile ad occhio nudo”. A quel punto lui mi ha risposto: “Non è colpa nostra se si è fatta venire un tumore devastante. Signora, guardi, se sta pensando di cercare alleati sappia che io vado a cena con tutti e che non troverà nessuno disposto a testimoniare per lei o a difenderla. Se anche volesse metterci nei guai, farà soltanto la figura della cretina”.

-Una risposta in stile mafioso..

Io, però, me ne frego. Così gli ho risposto: “Bene, se dice così, vuol dire che ho proprio ragione”.  E lui: “Guardi, lei dovrebbe soltanto essere grata per il fatto che sto perdendo tempo a chiamarla”. E io: “Guardi che invece sono io che sto perdendo tempo ad ascoltare lei, ed è pertanto lei che deve ringraziare me”.
Quindi farò causa, perché ritengo sia il solo modo per poterne parlare e proteggere altre donne. Inoltre non so proprio dove troverò i soldi che mi serviranno per la ricostruzione plastica e ritengo spetti a loro questo onere.
Aveva ragione lui, però. Tutti i chirurghi che ho incontrato rifiutano di scrivere un semplicissimo esito di visita, dopo che capiscono da dove proviene lo scempio. E anche i medici legali non scherzano, perché amicizie e conflitti di interessi in questo campo sono davvero infiniti. Forse, però, finalmente sono sulla strada giusta. Vedremo.
Certamente, tutta la situazione è stata davvero vergognosa. Tutta.

-E su questo, Simona, non c’è nessun dubbio…

E comunque, Simona, in te si percepisce una energia, una forza interiore rare.
La mia psicoterapeuta dice che ho una resilienza e un entusiasmo che sono al di fuori del comune. Io penso che queste due caratteristiche derivino dalle mia esperienze di vita. Cado, mi faccio terribilmente male, ma mi rialzo sempre.

-Grazie Simona. In bocca al lupo per tutto.

Grazie a te per avermi dato voce! Spero che la mia storia possa servire ad altre persone. Lo spero tanto. E spero, un domani, di poterle aiutare non solo attraverso il Gruppo di Facebook, ma anche con il mio Counseling.
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Armando Corino- il vescovo ortodosso che coltiva l’aloe

by on apr.03, 2014, under Guarigione, Ispirazione

Noi siamo abituati a vedere i percorsi di vita come traiettorie che non possono mutare drasticamente.


Immaginiamo mutamenti, ma non rivoluzioni.


Ci immagineremmo che un professore che ha insegnato filosofia per venticinque anni diventi, dopo la pensione, magari un critico letterario, un curatore editoriale, forse anche un giornalista.. L’ultima cosa che immagineremmo è che possa diventare un vescovo ortodosso.


La vita di Armando Corino è stata anche questo, un andare oltre i ruoli che ti vengono ritagliati addosso, un non accontentarsi di raccogliere i frutti di una scelta fatta una volta per sempre. Ma continuare a scegliere, per essere coerenti alla Scelta profonda, quella che ci sprona a fare qualcosa, anche se questo qualcosa è un cambiamento radicale di quello che siamo stati.


Anche se, leggendo le parole di Armando, capirete che si è sempre sentito in qualche modo “diverso”, che ha sempre cercato una dimensione “differente”. Il suo approdo definitivo è stato la Chiesa Ortodossa, di cui in pochi anni è diventato addirittura vescovo. Ma anche qui, anche allora, non per “acquietarsi”, o per “accontentarsi” di una vita puramente “spirituale”. Una buona parte del suo tempo la passa nel suo terreno di campagna a Borgo Santo Spirico, con i suoi  più di cinquanta animali. Sono così tanti perché non se l’è mai sentita di ammazzarne nessuno. Nasce un capretto o un agnellino, e dopo un po’ ci si affeziona, diventa parte della sua “famiglia spirituale”.


Armando è come un contadino che coltiva soprattutto aloe arborescens, pianta dalle grandi proprietà antitumorali. I frullati di aloe che produce li spedisce in mezza Italia con prezzi popolarissimi, perché il suo fine, il fine di un lavoro come questo è solamente.. potere essere utile a chi vive l’angoscia di un tumore. E all’invio dell’aloe accompagna le sue telefonate al malato e anche ai famigliari; la sua “psicoterapia” telefonica, per sostenere emotivamente queste persone. Fino alla dura prova di sostenere i casi più gravi, quelli prossimi alla morte, che lui, con delicatezza, cerca di accompagnare nei loro estremi ultimi atti di vita.


Armando è di quelli per i quali “Il bianco è bianco e il nero è nero”. Il suo carattere battagliero gli ha fatto spesso prendere posizioni scomode, anche per la Chiesa ortodossa. Come è stato per la sua difesa, avvenuta in molte occasioni, dei gay vittime di discriminazioni e violenza. A tal proposito c’è un video molto bello, che Armando inserì anni fa su you tube, dal titolo “Agli omosessuali voglio ricordare che Dio cammina accanto a loro” (link https://www.youtube.com/watch?v=E1Tv_MA0Be4).


Se c’è una parola che può riassumere più di tutte le altre il percorso di vita, il pensiero e l’azione di Armando, quella parola è.. COMPASSIONE.


Vi lascio all’intervista che gli ho fatto.


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Armando quando sei nato e dove?


Sono nato ad Asti il primo gennaio del 46.


-Quale è stato il tuo percorso?


Sono figlio di un operaio. Ho vissuto in una famiglia molto umile, che però mi ha sempre dato tutto quello che ho voluto. Mi ha dato i valori per andare avanti.


Per tanti anni ho insegnato filosofia in alcuni licei.


-Quando ti sei laureato?


Mi sono laureato in filosofia con una tesi su “Heidegger e la cultura italiana dal 45 al 55” , col professore Carlo Mazzantini. Comunque allora si poteva insegnare filosofia. Adesso, anche se ritornasse Kant sulla terra non potrebbe più farlo, viste le attuali leggi. Io ho comunque ho insegnato per venticinque anni in un liceo di Asti. Sono andato in pensione a 47 anni, con 25 anni di insegnamento.


-Come è stata questa esperienza di insegnare?


Molto bella come esperienza.. piuttosto non ho mai approvato il fatto che con la riforma Gentile la filosofia si è legata alla storia della filosofia e ho dovuto insegnare anche questa. Comunque, io sono sempre andato d’accordo con i miei alunni e ci sentiamo adesso, dopo tanti anni.


-Tu ti laurei e cominci ad insegnare ad un liceo di Asti..


Liceo scientifico, poi sono andato in un liceo classico. Sono


-Come è stata l’esperienza del liceo?


Una esperienza molo bella.. soprattutto per il rapporto con gli alunni. Però c’è anche da dire che questi licei di provincia in queste realtà provinciali sono delle cose tremende. Ti ritrovavi ad avere un ruolo che sembrava quello del maestro spirituale. E anche per questo eri costantemente “osservato”. Tutti ti controllavano, tutti volevano sapere ciò che facevi. Ti sto parlando di come ormai desuete, anche perché la figura dell’intellettuale oggi è quella che è. C’era comunque, da questo punto di vista, l’aspetto deteriore dell’insegnamento. Se tu insegnavi  al liceo classico, eri il maestro di questa borghesia, di queste persone che si facevano un conto incredibile di te, ma più che una cosa legata a una vera considerazione, diciamo, del sapere..  si trattava di un agire mondano. Per cui in effetti era un po’ una schiavitù questo ruolo. Allora insegnare al liceo era una questione di status symbol. L’insegnante doveva avere tutto un modo di fare, portare la camicia, la cravatta.. cose come queste, da piccola borghesia. Nessuno ha avuto mai dire su di me, però ero sempre sotto stretta osservazione, come ti dicevo. Bastava che parlavi con un alunno o una alunna con un minimo di confidenza, e subito scattava l’occhio pettegolo che cercava di scorgere in tutti i modi la malizia. Cose come queste sono l’emblema di queste situazioni asfittiche, perché quasi quasi ti accusavano di cose innominabili, pur senza avere alcun elemento. Ma si tratta di un discorso molto comune nella provincia. Sartre nei suoi libri l’ha messo bene in evidenza.


-Rischiavi di sentire imbalsamato in un certo senso..


Poi io ho soprattutto ho rifiutato il ruolo di insegnante-insegnante. Il quale diventa poi una figura anche un po’ patetica, il quale saluta i suoi alunni anche quando ha ottant’anni, che tutti tengono nei propri ricordi, ma di cui nessuno gliene frega niente.. un ruolo patetico, anche un po’ ridicolo.. un intellettuale da salotto.


-Sei stato straordinario a fare questa descrizione. Devo dirti che hai rappresentato quella che trovavo  una immagine ricorrente in tanti film e libri, e che mi ha sempre dato un senso di “soffocamento”. Io vedevo sempre questa scena tristissima, dell’ultimo giorno dell’insegnante. L’insegnante va alla scuola per questo ultimo giorno, gli regalano un orologio, il direttore fa un ringraziamento per le belle cose fatte, gli studenti applaudono. E poi torna a casa ed è solo un ex insegnante. Quando passa per strada, qualcuno gli dice “Buongiorno professore”. Qualche ex studente a volta va a trovarlo dicendogli “ah che bei ricordi”… e io pensavo.. “ma perché finisce così? Perché bisogna essere imprigionati in questo ruolo?”


Peggio ancora vedevo solo la figura del parroco di campagna, schiavo delle sue donne, delle sue beghine, del suo giro.. Io ho rifiutato tutto questo imbalsama mento, questa mummificazione, tutto questo restare ancorato a vita in ruoli asfittici.


-Quando sei imprigionato in un ruolo come quello che hai descritto, sei limitato anche nelle tue potenzialità.. e vivi con un disperato attaccamento.. come l’insegnante che si aggrappa fino all’ultima ora possibile di insegnamento. Che non riesce a immaginare di potere fare altro, che neanche tenta di fare altro..


Per quanto mi riguarda, sono tutte angosce che io ho vinto, perché adesso io sono anche un imprenditore agricolo, sono in mezzo a delle capre, c’è il discorso dell’aloe. E ho imparato una certa manualità, che mi ha avvicinato proprio a mio padre. Forse io mi sono riconciliato con mio padre proprio grazie a questa manualità acquisita. In fondo non c’è niente di meglio che la vita del contadino. Riprendersi il dialetto, riprendersi la capacità di costruirsi una casa di legno, come ho fatto io, anche a costo di prendersi a martellate le dita. A me quando mi chiamano professore –ancora qualcuno lo fa- mi sembra una cosa strana.  Il mio, comunque, non è un discorso di anti-cultura. Il mio è un discorso di liberazione. Quello che conta è la vita. Tutti i sofismi non aiutano ad andare avanti. Adesso mi avvio all’ultima fase della vita, però mi sento molto più giovane di come ero prima, ma anche di tanti della mia età.


-Ma anche di tanti molto più giovani di te..


Bisogna vivere come i bambini.. il bambino che è dentro di noi. Io lo vedo questo negli animali.. io sono in sintonia con gli animali.. mi sento quasi un fratello di tutti questi capretti.


-Torniamo al tuo percorso. Tu ha insegnato per venticinque anni dicevi..


Sì. Dapprima al liceo scientifico di Asti, poi al liceo classico di Asti, poi al liceo scientifico di Asti, e gli ultimi tre anni di insegnamento li ho passati al liceo classico di Savona. Mi ero trasferito a Savona perché volevo una mia vita indipendente dai genitori. In realtà, però, questa vita indipendente non l’ho mai avuta, perché i miei genitori si sono trasferiti da me, credevano che senza di loro non ce l’avrei mai fatta. C’era una sorta di incastro psicologico. Comunque ormai sono morti da tanti anni, e non ho più da recriminare verso di loro.


-Come mai ti eri iscritto a psicologia?


Quando mi sono trovato a fare il servizio militare a Trapani, avevo l’esigenza di ottenere  dei permessi per tornare a casa, e questo si poteva fare anche per motivi di studio. E allora mi sono iscritto a psicologia. All’inizio era una scelta “strumentale”… ma poi mi sono entusiasmato alla psicologia. Anche se più che dire di avere esercitato la professione di psicologo, preferisco dire che ho aiutato delle persone che avevano dei problemi esistenziali, senza mai farmi pagare.  Ho fatto lo psicologo anche presso i padri comboniani. I comboniani sono persone meravigliose, che fanno tanta missione in Africa. Però a volte nei loro conventi raccolgono anche persone adulte o un pochettino strane, e quindi può essere utile una valutazione psicologica.


-Uno studio e una applicazione della psicologia, quindi, per aiutare gli altri..


Sì.. ma come tutto. Io penso che sia importantissimo  aiutare.. anzi, più che aiutare, proiettarsi verso l’altro. Non si fanno mai le cose per se stessi. Io, qualsiasi cosa, anche l’aloe, la faccio per venire accanto ad altri che sono sofferenti. Il tema della compassione su cui ho scritto ultimamente un libro “Sottosuolo etico di compassione”, edizioni Croce. Riguardo il percorso psicologico, potrei farti una battuta, che però ha qualcosa di vero. Diciamo che io ho avuto una giovinezza un po’ tormentata da vari problemi, anche di accettazione. Diciamo che forse dovevo andare dallo psicologo, ma.. invece di andare dallo psicologo, sono diventato psicologo. Comunque, nel corso di tutto il mio percorso, compreso il mio cammino religioso, mi sono pacificato e adesso vivo abbastanza bene.


-Anche negli anni precedenti il cammino religioso in senso stretto, tu hai avuto una tua religiosità?


Io credo di averla sempre avuta una vocazione religiosa. Ho sempre frequentato monasteri. Però, la vocazione religiosa che sentivo dentro di me, non ho avuto, per lungo tempo, abbastanza coraggio di metterla in pratica.  C’erano stati, in precedenza, dei tentativi abbastanza fantasiosi di andare coi missionari comboniani e cose del genere. Tentativi che non attuavo mai fino in fondo, perché allora la forza di fare scelte radicali. Forza che ho trovato dopo la morte dei miei genitori e dopo che sono andato in pensione. Io sono andato in pensione prestissimo. Le leggi di allora me lo permettevano . Io sono convinto che nella vita una persona debba fare quello che vuole per realizzare se stesso. Io l’ho fatto e ho scoperto che la dimensione è quella dell’altro. Non è l’amore di sé che è importante, è l’amore per gli altri, un amore che cresce costantemente. Per me è decisiva la compassione. Provare compassione direi che è la mia caratteristica fondamentale. Penso davvero chela compassione sia la cosa più importante della mia vita.



-C’è stato qualche evento in particolare che ha scatenato in te questa compassione?


Non lo so…. San Paolo dice “Bisogna piangere con chi piange.. e ridere con chi gioisce”. Poi per me è una cosa fondamentale. Per le persone naturalmente, ma anche per tutte le cose viventi, come gli animali; verso la sofferenza animale ho una grandissima sensibilità, al limite della normalità. Io ho cinquanta animali, che non riesco a uccidere, che occupano molto  del mio tempo.


-Tu hai una percezione straordinario verso qualunque forma di sofferenza…


Penso che la sofferenza, il dolore, siano il problema teologico per eccellenza. Specie se chi soffre non è colpevole. E’ il dolore degli innocenti il problema fondamentale di tutte le religioni, soprattutto della religione cristiana che mette in primo piano la crocifissione. Il Cristo che soffre. Cristo non voleva morire. Ha accetto di morire perché quella era la sua missione. Si è sacrificato per gli altri. Cristo è risorto però continua ad essere sulla croce e soprattutto i morti continuano ad essere morti… Lazzaro è risorto, poi però è di nuovo morti di morte naturale. Il che se ci pensiamo è molto brutto. E’ come morire una seconda volta. Lazzaro ha vissuto per due volte il dramma umano di morire. La prima volta è stato resuscitato da Gesù Cristo. La seconda volta di morte naturale. Io ho molto rispetto per la cultura ebraica che ha orrore per la morte. Se uno si confessa cristiano dovrebbe esserci questo, l’orrore per la morte e l’ardente attesa della risurrezione dei corpi. Come vedi siamo molto lontani dalla dimensione  filosofica. Io mi sono laureato su Heidegger, in Heidegger c’è il ritorno all’origine, alla verità che si disvela. Mentre io ho cambiato continuamente la visione.. il più grande cambiamento della mia vita è stato l’incontro con Sergio Quinzio che mi ha insegnato una cosa semplicissima, che il fine non deve essere l’origine, ma la meta deve essere il fine, l’attesa escatologica della parusia, della seconda venuta di Cristo in questo mondo, in questo mondo che non si capisce perché continui ad andare avanti con tutti i suoi orrori. Questo è l’afflato escatologico che ho ereditato dal grande, enorme amico Sergio Quinzio. Naturalmente ispirandosi alla teologia russa, al grande Dostoevskij, anche lui ha questa speranza in qualcosa di nuovo, in qualcosa di definitivo, in una resurrezione totale.


-Tu parli del dramma della morte, della attesa, non ancora soddisfatta, della risurrezione dei corpi. Ma se ci poniamo in un’angolazione cristiana, come è certamente la tua, non credo sia poca cosa, tenere presente, sempre secondo questa angolazione, che la morte fisica non è semplicemente “morte”. Che per il cristianesimo, ma anche per molte altre vie spirituali e religiose, chi muore è ancora “vivo”, seppure in un altro “luogo” o dimensione. Se si accetta questo, non mi pare davvero poca cosa…


Sì.. sì.. Effettivamente è vero. Chi muore in realtà non è “morto”. Io non so esattamente cosa ci si sia “al di là”, ma c’è qualcosa. Però l’attesa cristiana non è solamente una cosa spirituale, non è solo un “regno dei cieli” di pure anime.. ma in essa c’è anche l’attesa della risurrezione della carne su questa terra.


-E’ molto bello questo riferimento alla compassione..


La compassione è il sentimento che ti fa uscire da te stesso, il “patire con”, ti fa entrare nella dimensione degli altri. Patisci, gioisci con gli altri. Però c’è una grande differenza col buddismo, che predica la compassione per tutti, per gli uomini, per le piante. Però poi dopo implica la fine delle rinascite e della metempsicosi. Implica semplicemente una specie di nirvana, di mancanza di sentimenti. Il Regno è questo poi, Dio che ha compassione, in ebraico lo si chiama il Consolatore.. il Consolatore delle sofferenze che abbiamo avuto, che non vanno perdute. Il dolore deve essere consolato da Dio, non può essere eliminato da Dio. Sono discorsi che ho trattato nel mio libro “sottosuolo etico di compassione”. Il mio è un discorso di cuore, di sentimento.


-La prima volta che ti ho sentito, tu mi dicesti che non vuoi che si perda l’incontro..


Questa è una cosa fondamentale. Non perdere l’incontro, non perdere la dimensione del tempo purificato e salvato. Ogni incontro riuscito è un incontro messianico, nel senso che anticipa la venuta del messia. Noi cristiani diciamo che ogni incontro riuscito è un incontro che anticipa la venuta di Cristo. Tutti gli incontri che abbiamo avuti su questa terra non possono essere perduti, non devono essere perduti. Spesso, nel racconto delle esperienze di pre-morte, si parla del tunnel. E dopo il tunnel ci sono le persone che hai amato, anche.. secondo me.. gli animali che hai amato. E’ qualcosa di molto bello. Mi ricorda la fine dei fratelli Karamazov di Dostoevskij.. dove il bambino dice al giovane Karamazov “è vero ciò che dice la religione che poi ci incontreremo tutti, anche Koja, il bambino che è morto?”. Il monaco gli risponde “certamente, ci incontreremo tutti, e ci racconteremo come è andata”. Queste cose sono cose un po’ sentimentali, sono cose di cuore, però ciò che conta nella religione non sono certo i ragionamenti razionali. Ciò che conta è il cuore, questa attesa, questa fede. La fede è una sostanza di speranza, è qualcosa che non c’’è ancora e che tu aspetti.. Per me i morti non sono “finiti”, non si sono dissolti. Io ho un rapporto con i miei morti. Io prego per i morti, soprattutto prego per i gay soli che sono morti discriminati nel mondo. Evidentemente sono già vivi questi morti. In qualche modo, perché comunicano con me. Però, come ti dicevo, credo che la speranza cristiana vada ben oltre, implica la fine del mondo, ed implica la resurrezione della carne.


-Quali incontri ti hanno particolarmente segnato?


Guarda l’incontro che mi viene alla mente è quello con una persona che è morta secoli fa. Silvano, un monaco ortodosso. Io sono stato sul monte Athos e sono andato dove viveva Silvano. Ho baciato anche il suo teschio, perché per gli ortodossi le reliquie sono importanti. Di Silvano ci sono rimasti i suoi scritti. Lui era un monaco qualunque, che non aveva una grande cultura, però parlava di una esperienza esistenziale di Dio. E questo per me è fondamentale. L’esperienza esistenziale di Dio. Tu Dio non puoi conoscerlo solo dai libri. Tu Dio devi “sentirlo”. Ci sono dei momenti della nostra vita in cui “sentiamo” Dio, e poi passiamo il resto della nostra vita a pensare a quel momento in cui Dio si è rivelato a noi.


-Si può dire che tu hai avuto due esperienze mistiche….


Sì, ma non come visioni di Madonne o qualcosa del genere. E’ stata una esperienza di cuore, di molto carnale, di molto concreto, di affettivo. Esperienza esistenziale in senso profondo.


-Come le descriveresti?


Semplicemente ti trovi come in una sorta di dormiveglia, e lì senti come una specie di chiamata, un qualcosa in cui vedi come una sorta di bambino innocente, molto dolce, che ti chiede un aiuto. Però poi scopri che in realtà è estremamente potente, sei tu che hai bisogno del suo aiuto e ti senti indegno. Di fronte alla bellezza, di fronte all’amore tu ti senti sempre indegno. A me è successo di sentirmi indegno anche di fronte a certi moribondi, di fronte a certe persone sofferenti. Dio è lì. Tu sei di fronte all’amore.


-Nel 93 vai in pensione..


Sì e decido di dare realizzazione al mio desiderio religioso. La mia prima intenzione era quella di farmi monaco. Ti sembrerà strano, ma a contribuire ad ispirarmi a diventare monaco fu un film di Akira Kurosawa, “L’arpa birmana”. Questo film parla dei morti giapponesi della seconda guerra mondiale e raccolta le vicende di un soldato che era diventato monaco per seppellire quei morti. Un film molto bello, molto epico. C’è anche un elemento buffo, perché questo monaco del film di Kurosawa ha un pappagallo sulle spalle, e io ho sempre avuto un pappagallo, che ce l’ho ancora e mi vuole molto bene.. Comunque, avendo deciso di farmi monaco, andai nel 1997 in un convento di benedettini. Pensavo di rimanerci per sempre. Ma non è stato così. Ci restai solo due anni. E questo per vari motivi.. Uno di questi è che mi sono trovato in una comunità di anziani, dove non c’era nessun giovane con cui potessi avere uno scambio di un certo tipo. In una comunità di quel tipo finisci per diventare un badante. Per cui ho preferito tornare a casa mia e fare per conto mio.


-Tu avevi in mente un modello di vita conventuale?


Guarda sono molto interessanti le tipologie di vita conventuale presenti sul monte Athos. Ci sono i monasteri cenobiti; che sono quelli dove tu vivi sempre in comunità, mangi in comunità, preghi in comunità, vedi le persone centomila volte. Io trovo questo tipo di vita comunitaria mortalmente noiosa. Poi vi sono le comunità bioritmiche. In queste comunità tu preghi insieme ai fratelli, ma stai in cella per conto tuo e ti procuri il cibo e la sussistenza da solo. Sul monte Athos, comunque, puoi trovare cose decisamente più estreme, come la vita da eremita che alcuni scelgono. Gli eremiti sono persone che vivono nei boschi del monte Athos e a volte hanno addirittura delle piaghe che nessuno cura. Nella tradizione ortodossa di parla di “folle in Cristo”, che ogni tanto si avvicina alle comunità cenobitiche o bioritmiche, ma che vivono gran parte del loro tempo in piena libertà. A volte stanno addirittura nudi. Alcuni tra loro hanno poteri straordinari, a livello di memoria, a livello di resistenza fisica, a livello di capacità di guarigione.  E’ un mondo straordinario quello del monte Athos.


-Dopo la tua esperienza monastica, tornasti a casa. Con quali intenzioni?


Quelle di diventare prete della chiesa romana. Entrai nel seminario di Albenga, come vocazione adulta. Diedi più di cinquanta esami di teologia. Ma il vescovo non mi supportava nel mio desiderio di diventare prete. Diceva che, vista anche la mia età, sarebbe stato un compito gravoso per me fare il prete. Al massimo mi si prospettava la possibilità di potere diventare diacono permanente, che nella Chiesa non conta praticamente nulla. Ad ostacolare il mio percorso per diventare prete erano però intervenuti anche altri fattori, come una sorta di camarilla di preti che non vedevano di buon occhio la possibilità che diventassi sacerdote. Si trattava di piccole beghe. Del tipo.. persone che temevano che io, entrando ed essendo laureato, potessi sostituirle; che potessi portare loro via il posto, che ne so, di cappellano all’ospedale. Purtroppo nella chiesa Cattolica c’è anche questo. A dirla tutta… il vescovo mi contestava anche un certo mio essere “aggressivo”.


-Tu eri un tipo battagliero?


Adesso molto di più di allora. Se uno a 54 anni diventa sacerdote lo fa  non per avere il pranzo e la cena, ma per portare un messaggio evangelico che è abbastanza forte e vigoroso.  Poi sai, io fino a 50 anni io non è che sono stato una persona molto aggressiva, sono stato prudente. Poi ho smesso di essere prudente. E adesso sono molto meno prudente di quando il vescovo mi faceva queste contestazioni.


-Fammi qualche esempio di tue posizioni che erano viste come “aggressive” o poco prudenti..


Io sempre difeso i diritti di persone in condizioni molto dolorose, come quelli che stanno nei cpt e gli omosessuali. Io difendo il diritto di essere come si è di fronte a Dio. Un po’ come quello che sta facendo adesso Papa Francesco. Ma vedevo tanta ipocrisia. Capii che per entrare nella chiesa romana bisognava essere ipocriti e sottomessi. Del resto  un po’ di questa visione era anche annidata dentro di me. Mia madre che era una salesiana convinta mi aveva trasmesso questa idea della chiesa romana come unica via, l’idea del senso di colpa eccessivo. Comunque io non generalizzo affatto in merito alla chiesa romana, in cui vi sono tante belle persone. Ciò che racconto è la mia esperienza. Devo dirti che la resistenza del vescovo e di quei preti a che io diventassi prete, col senno di poi devo anche ringraziarla. Se fossi diventato prete, mi avrebbero certamente mandato a fare il viceparroco in qualche paese sperduto e semispopolato dell’entroterra ligure. Ma sia chiaro.. che il mio non è un problema di potere e di riconoscimento, cose di cui non me ne è mai importato nulla. Ma di volontà di spendersi. Avevo tanta energia, tanta voglia di mettermi in gioco, tanta voglia di costruire qualcosa. Volevo potermi consumare tutto, non essere spedito a fare ruoli di pura rappresentanza o confinato in contesti ristrettissimi.


-Una delle cose che ti hanno “ostacolato” nel percorrere la via del sacerdozio cattolico –l’essere battaglieri- è qualcosa che, da un’altra angolazione, potrebbe decisamente essere vista come una qualità.


Io la penso come il papa Francesco, penso che la religione deve essere una cosa audace. Il papa Francesco era destinato alla pensione. Poi improvvisamente lo Spirito Santo lo ha fatto diventare papa. E quindi ci va fino in fondo. Non bisogna diventare insipidi. Il cristianesimo è audacia. Il cristianesimo non è ipocrisia, non è il senso di colpa, non sono gli onori e le  gloria. Quello che conta è il rapporto con Dio. Non pensare però che io, perché ortodosso, creda che la religione ortodossa sia la religione “ideale; che sia la religione “perfetta”. Potrei dire che io non ho una grande opinione delle chiese. Io ho una grande opinione di Cristo. Che è una cosa un po’ diversa.


-Quindi, una volta compreso che non c’era per te possibilità di percorrere la via del sacerdozio cattolico, come ti sei avvicinato alla chiesa ortodossa?


Il primo input me lo diede un vescovo della chiesa ortodossa di Milano, Giovanni Mapelli, di cui lessi qualcosa su internet. Io comunque non ero digiuno di ortodossia, del resto ero già un amico di Dostoevskij. E comunque ero già stato quattro volte sul monte Athos, per cui qualche cosa sapevo già. Poi c’è stata la grande scoperta, come ti dicevo prima, del grande mistico Silvano. Visitai il monastero in cui lui aveva vissuto e lessi i suoi scritti. Poi ho letto la Filocalia e i testi di tutti i padri ortodossi del deserto. Comunque, furono soprattutto le visite al monte Athos ad avermi aperto le porte dell’ortodossia.  E poi comunque ho studiato, però, avendo già fatto cinquantadue esami di teologia presso il seminario cattolico, partivo bene. Tra gli studi di teologia romana e quegli ortodossi non c’è poi un abisso. Ci sono molte differenze certo, ma sono più le somiglianze che le differenze. Comunque io non mi considero “arrivato”. Sto studiando ancora adesso. Ad aiutarmi ad entrare più profondamente nel mondo ortodosso, sono stati anche i colloqui con tanti preti ortodossi.


-Quando sei diventato prete?


Nel 2004.  Ero felicissimo. C’è un video su you tube intitolato “Fondazione Armando Corino” (link https://www.youtube.com/watch?v=7sZahcC_AEY) che esplicita proprio questo mio senso di gioia per essere diventato prete della chiesa ortodossa, ma comunque prete.


-In Italia quanti fedeli ci sono di fede ortodossa.?


Tanti, perché molti stranieri sono ortodossi.. anche se magari seguono la chiesa rumena,.


-E i preti ortodossi quanti sono in Italia?


Certamente qualche migliaio di preti c’è. I vescovi italiani sono molto pochi. Di solito gli ortodossi mettono dei vescovi del paese di provenienza. Però io seguo la chiesa ortodossa del patriarca Nicholas, e noi vogliamo fare la Chiesa Ortodossa occidentale. Lui ha settanta vescovi, io faccio parte di questo patriarcato, che sta crescendo molto.


-Come si suddivide il mondo ortodosso?


Il mondo ortodosso si divide in vari patriarcati. Al vertice di ogni patriarcato c’è il Patriarca. C’è il patriarcato di Costantinopoli che dovrebbe essere il patriarcato originario. C’è il patriarcato ucraino. C’è il patriarcato russo. Ci saranno almeno una decina di patriarcati nel mondo. Comunque non si può dire che ci sia un patriarcato più giusto dell’altro.


-Tu a quale patriarcato appartieni?


Io ero sotto il patriarcato di Kiev. Poi sono passato sotto il Patriarca Nicholas del patriarcato francese che è definito “chiesa ortodossa occidentale”.


-Quindi, se ho capito bene, un patriarcato che ha sede in una nazione non vuol dire che gli ortodossi che fanno riferimento a quel patriarcato sono solo gli ortodossi di quella nazione. Del tipo: patriarcato russo, solo ortodossi russi.


No, in ogni stato si può essere appartenenti a patriarcati diversi. In Italia, ad esempio, ci sono preti che rientrano nel patriarcato russi o persone come me che sono nel patriarcato francese.  Solitamente i sinodi sono i sinodi dei singoli patriarcati; ovvero la riunione dei vescovi appartenenti a quel singolo patriarcato. Comunque, nel 2016 ci sarà un sinodo speciale, un sinodo di tutte le chiese ortodosse.


-Il discorso sarebbe davvero lungo, credo, ma.. se dovessi esprimere in poche parole in cosa consiste la diversità  tra Chiesa Cattolica e chiesa ortodossa, cosa diresti.


La Chiesa Cattolica non è poi così dissimile dalla Chiesa Ortodossa. Diciamo che, a un certo punto della storia, la Chiesa romana è andata avanti per conto suo e non si è più confrontata con nessuno.


-Nel 2004 sei diventato prete.. e  vescovo?


Nel 2006.


-Una carriera fulminante.. per chi era destinato a diventare diacono permanente.


Diciamo che si è trattata di una carriera fulminante perché mi hanno voluto dare incarichi che molti non volevano avere. Comunque… sai.. il potere nella chiesa ortodossa è molto relativo. Non è che io abbia tutto questo potere.


-Tu mi hai detto che c’è una parte dell’ortodossia con cui non ti senti affine..


Diciamo che non mi sento molto vicino all’ortodossia legata al potere, come nel caso del patriarcato della chiesa russa. Il cristianesimo legato al potere è destinato al fallimento. Che potere aveva cristo che è stato messo in croce?  In un senso più generale sono un ortodosso molto poco incline alle gerarchie. Credo che in tutta la mia vita sono stato poco incline alle gerarchie. Potrei definirmi “un anarchico ortodosso”.


-So che hai assunto una posizione di grande vicinanza alle sofferenze degli omosessuali, posizione che certo non è molto popolare in certi ambiti dell’ortodossia russa.


Ho fatto un video al riguardo, che è stato molto visto, e ha suscitato anche delle polemiche. Si chiama “Agli omosessuali voglio ricordare che Dio cammina accanto a loro” (link https://www.youtube.com/watch?v=E1Tv_MA0Be4)


-Accenna ai libri che hai scritto..


Uno parla dell’aloe. Il titolo originario era “Un campo di aloe”; e poi venne ripubblicato dalle edizioni Croce col titolo “L’aloe è una speranza fondata”. L’altro libro è “Sottosuolo etico di compassione” che richiama in qualche modo, dio mi perdoni, il libro di Dostoevskij, “Memorie dal sottosuolo”. Questo libro è incentrato su tutto quello che è connesso a quanto per me è più importante di tutto, la compassione. Ciò che dovrebbe fondare i nostri pensieri e le nostre azioni dovrebbe essere il cuore, e non certo la nostra mente, la nostra razionalità, con tutto il contorno di sensi di colpa. La compassione è fare il bene, e farlo essendo con l’altro. Soffrire con chi soffre. Gioire con chi gioisce.


-Molti dicono che la compassione non va confusa con la pietà…


Assolutamente. La pietà è qualcosa che viene dall’alto, è la carità pelosa. Non sempre, a volte la pietà può essere anche qualcosa di positivo. Ma è certamente meglio la compassione che è un sentimento orizzontale. La mia compassione  non è la compassione buddista che porta al nirvana, porta al nulla, porta alle non incarnazioni, porta all’indifferenza, al non amare più. La mia compassione porta, se non controllata, al suicidio. Se uno prova troppa compassione per una persona che soffre, si apre un varco. Io aspetto l’intervento dell’amore di Dio. Naturalmente bisogna avere pietà di Dio, compassione verso Dio, se non può ancora salvarci. C’è tutto il tema del dolore di Dio che andrebbe esplorato. Anche lui ha conosciuto la sofferenza, ha sofferto sulla croce e non ha finito di soffrire.  Anche perché il Regno non è ancora venuto, e la sofferenza continua a imperversare.


-In questi anni di vita religiosa, ti ha mai sfiorato il pensiero di stare con una donna, di sposarti?


Le donne mi interessano. Però il problema è che io sono troppo esigente. Quando uno ha una vocazione religiosa, finisce che chiede troppo ad un essere umano. Non puoi chiedere ad una donna tutto questo. Il mio atteggiamento nei confronti di Dio è una cosa talmente esclusiva che non riesco a metterlo da parte, neanche in parte.


-Se ti ho capito bene.. Tu non saresti a prescindere contrario al rapporto femminile, però dovrebbe instaurarsi un rapporto talmente elevato e capace di una tale affinità e comprensione assoluta, da essere, in pratica, difficilissimo instaurarlo


E’ anche questo. E’ difficile una accettazione integrale dell’altro, specie quando la sua vita è totalmente sui generis. Spesso una donna, giustamente, vorrebbe sposarsi, mettere su famiglia, fare una vita in comune che abbia qualcosa della “normalità”. Con me tutto questo è molto difficile.. Certo a volte penso “se avessi un figlio”. Ma i figli si possono avere anche spiritualmente. E comunque adesso ho 68 anni, un po’ grandicello per mettere su famiglia. Alla fin fine, potrei dirti che io sono una persona sola, che però accetta la sua solitudine, l’accetta bene, e questo mi rende in grado di aiutare anche quelle persone che non l’accettano bene.


-Vorrei concludere parlando dell’aloe arborescens, che tu coltivi e poi trasformi in sciroppo. Ma l’aloe per me, nel tuo caso, è connessa, alla natura, al tuo amare vivere in natura, e amare la compagnia degli animali. Un rapporto con la natura e con gli animali che hai da sempre?


Io sono figlio di un operaio, che aveva però anche un animo contadino. In casa mia c’erano animali, conigli e altri, che poi però venivano mangiati, non come faccio io che non riesco a uccidere nessuno degli animali che ho, e sono arrivato ad averne una cinquantina.  La casa di campagna ce l’ho da 14 anni. Me la sono comprata con i proventi dell’aloe. Questa casetta di campagna si trova a Borghetto Santo Spirito –provincia di Savona- dove attualmente abito. Diciamo che a Borghetto Santo Spirito ho un appartamento in un palazzo normale, nel paese. E poi, a non troppi chilometri da questo appartamento, ho comprato questa casetta di campagna, con annessa della terra naturalmente. In questo spazio di campagna coltivo le mie piante di aloe e ho i miei cinquanta animali, i miei agnelli, le mie caprette. E’ un posto bellissimo, con vicino boschi molto belli. Starei sempre qui, in mezzo a questa natura, in mezzo a questo silenzio, in mezzo ai miei animali. 


-Quando emerse in te l’idea di coltivare l’aloe?


Quando mi trovavo nel monastero benedettino, subito dopo la pensione. Scoprii il libro di padre Zago..


-Il celebre libro di padre Zago, “Di cancro si può guarire”..


Sì.. quello. Devo dirti la verità, all’inizio pensavo fosse tutto un imbroglio. Comunque volevo provare lo stesso. E ho piantato delle piante di aloe al monastero. Poi preparai i primi sciroppi di Aloe e cominciai a vedere che avevano effetti benefici.


-Tu coltivavi l’aloe arborescens non l’aloe vera, no?


Sì. L’aloe arborescens si riconosce anche dai suoi fiori rossi, mentre l’aloe vera ha dei fiori gialli. L’aloe arborescens è molto più potente dell’altra.


-Cosa accadde poi?


Un giornale, “Il secolo XIX”, saputa la cosa, era venuto a intervistarmi. Eravamo nel 1999. Diciamo che il giornalista ha voluto creare un po’ l’atmosfera da “Il nome della rosa”, e ha calcato un po’ la mano, come se stessi facendo chissà che cosa. Il priore si infuriò verso di me. Mi disse che io avevo abusato della loro buona fede. Che loro dovevano vendere le cose serie che producevano, come il miele e i broccoli. E la mia coltivazione di aloe venne distrutta. Devo dirti che un po’ mi offesi e gli dissi che io no volevo infangare il buon nome del miele di quella abbazia, ma volevo fare qualcosa che potesse essere utile per i malati di tumore.


-Riguardo l’aloe, una volta che al monastero ti impedirono di coltivarla, tu iniziasti subito a ricoltivarla?


-Una volta che al monastero ti distrussero il campo di aloe e ti imposero di non coltivarla, e tu abbandonasti il monastero –probabilmente anche per questo motivo oltre che per quello che mi avevi descritto in precedenza- tu iniziasti subito a coltivarla?


Si.. sono tornato a casa mia, ho preso in affitto un terreno e ci ho piantato le piante. Ho ricominciato a produrre gli sciroppi. Negli anni ho venduto tantissimi barattoli, perché ho sempre voluto fare un prezzo estremamente popolare. Nel corso degli anni ho creato l’ARCA, Associazione Ricerca Cura Aloe. Proprio tra pochi giorni dovrò andare a Napoli per parlare di Aloe. E’ la seconda volta che ci vado.


-Tu hai creato un’azienda quindi..


Sì, ma un’azienda molto piccola. Ho, in pratica, un dipendente e mezzo: una persona che mi aiuta a fare i barattoli e mi cura anche la casa; e poi un giardiniere che mi aiuta. In totale ho duemila piante di aloe che non hanno bisogno di una grande cura. Faccio i frullati di aloe e ci aggiungo il miele, che rafforza ulteriormente le proprietà dello sciroppo.


-Tu che in tutti questi anni hai studiato l’aloe e hai visto tante persone sperimentarla, come descriveresti le sue capacità benefiche ad un profano?


L’aloe ha la capacità di rifiutare tutto ciò che non fa parte dell’organismo. Soprattutto distrugge le cellule replicanti, quelle dei tumori. In questo senso rafforza il sistema immunitario. Gli effetti benefici si riscontrano sempre, anche se non sempre con lo stesso impatto, anche perché entra naturalmente in gioco la situazione individuale della singola persona. Però, anche quando uno è moribondo, ci sono degli effetti benefici. Ho potuto riscontrare casi di pazienti gravissimi e completamente allettati, che –almeno per un certo tempo- sono riusciti ad alzarsi dal letto. Devo dirti che in questi anni mai nessuno ha espresso lamentele in relazione all’assunzione di aloe.


-Tu consigli qualcos’altro oltre all’assunzione di aloe?


Di fare una dieta adeguata, ad esempio non assumendo o assumendo il meno possibile carne.


-Che emozioni provi quando le persone ti ricontattano dicendo che effetti hanno avuto con l’aloe.


All’inizio ero spaventato perché è terribile parlare tutto il giorno con malati di tumore. Ci tengo a dire che io non mi propongo come un salvatore o come un guaritore, ma come uno che dà una mano di aiuto. Comunque, in tanti casi, ci aggiungo una “psicoterapia di appoggio”.


-Praticamente (specie in casi di lunghe distanze), ti senti al telefono col malato e gli fai una psicoterapia?


Diciamo che lo aiuto. Un aiuto anche ad affrontare il trapasso, quando si tratta dei casi più gravi. A volte aiuto anche i parenti.


-In questi anni di esperienza umana, a livello di malati, di parenti.. quale è stato per te il più grande insegnamento?


Che la sofferenza è più importante del godimento. Che la sofferenza ti trasmette tantissimo..


-Cosa di ciò che tu dici alle persone, sembra aiutarli maggiormente?


Qualcuno dice il tono della mia voce.. ma a dire il vero non lo so.. credo sia soprattutto sentirsi accolti.. sentirsi accettati.. E ti dico, per la mia esperienza che forse fare meno chemioterapia sarebbe meglio.


-Armando con me sfondi una porta aperta su questo punto. Esistono fortissime evidenze scientifiche sugli effetti dannosi della chemioterapia, che pare non solo non indebolire il processo tumorale ma, nel lungo periodo, potenziarlo. Una pratica, la chemioterapia, che rende dolorosissima la vita del paziente e, spesso gliela accorcia.


Alfredo.. non vorrei che dalle cose che ho detto possa esserci la percezione che io abbia fatto cose speciali. Che io sia un grande personaggio. Io sono una persona normalissima. Una persona che ha fatto delle scelte di vita, giorno per giorno.


-Il segreto dei personaggi notevoli forse sta proprio in questo. Nel non avere un ego ipertrofico, nel non essere concentrati sulla propria immagine, nel fare una lunghissima serie di scelte, che, giorno dopo giorno, realizzano una via verso il bene.


Io posso solo dirti.. che farei qualsiasi cosa.. che sono pronto a fare qualsiasi cosa che possa servire. Credo, in vita mia, di avere raggiunto un grado di sofferenza sufficiente per accettare qualsiasi cosa, anche l’umiliazione, se può servire a qualcosa.


-Grazie Armando.

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