Born Again

Ispirazione

Il mondo è morto. Viva il mondo

by Duncan on ott.16, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Picchia forte la pioggia sul vetro,

quando arrivano gli sputi è il momento migliore,

provateci sempre,

—-

Fumo all’arrivo..

Il Faraone si alza dall’accampamento. Segni inafferrabili sulle pareti. E mentre parla buio dagli occhi, Officiano vergini sventrate. Le canzoni sembravano Barocche…”Si trata di costruire scale di pietra e di fango, e bollini sul cranio, biglietti da visita”. E ride.

—-

Ma non arrendetevi,

quando il quaderno si riempie della lista dei buoni e delle pecore nere,

e spifferi sono il minuto prima del corridoio e della sua corsa di lepri,

Fino al gradino che precede il Salone,

e il  cassetto delle stelle appese al cartone

—-

Il Faraone ora tace, vengono avanti le Comari Nere, stile Bene Gesserit, in vecchie mani muovono i dati: “Sbirulin sbirulà, ecco come si combinano i segmenti di fiato e tempo, ecco come si spiega l destino. Segui i dadi, prendi la lingua, e poi fai i tuoi calcoli, coglione… falli bene”.

—-

Ma voi non arrendetevi mai,

c’è chi dipinge con un mano sola, senza pennello, solo con la mano,  e lo fa percuotendo il sonno, percorrendo l’estuario, anche 40 ore senza dormire,

Provateci sempre,

un passo è per la foto. L’altro per le labbra, il terzo per la rabbia, il quarto per la gloria.

—-

Ma adesso le vecchie, lasciano entrare i Ministri, colleto sottile bianco, occhi a tagliola, camminano a rombo, la terza onda dal cappio, la terza onda a partire dal cappio, fanno un rapido cenno, come un saluto salasso, e riempiono il palco, forse un pianoforte suona, amano gli accompagnamenti, e  parlano insieme, come un’eco asfissiante “Hai mai visto cosa più grande? E allora adora il nostro peto in secula seculorum…. il granito è sontuoso, non basta?” Il resto sono gesti. Alla fne entrano i ballerini e le scimmine.

—-

Ma voi non arrendetevi mai…

conoscevo un posto da bambino, una sorta di casa rotonda, altissima,

abbandonata forse, sembrava impossibile arrivarci, dovevi arrampicarti, non c’erano vie disossate,

un giorno ci arrivai, dento era vuota, ma era sempre rotonda, come una casa Hobbit,

era troppo tardi per tornare a casa, mi avvicinai al precipizio, che dava sul mare,

avrei passato la notte là,

il mondo è morto

viva il mondo,

il mondo è morto

viva il mondo.

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Con la magia sempre in tasca.. di Ciro Campajola

by Duncan on ott.16, 2011, under Ispirazione, Poesia

Abbiamo pubblicato anche altre poesie del grande Ciro Campajola. Che poi se dite che è grande si arrabbia.. e anche questo è tipico dei grandi..:-)

La poesia che pubblichiamo oggi è un Vertice.. tocca i cieli del Capolavoro.

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CON LA MAGIA SEMPRE IN TASCA

Di giorno gioco ancora con la rabbia

sono ancora troppo rabbiosi i giorni per poter riposare

non riuscirei a farlo bene

ma di sera stacco

me ne sto in pace da solo con me stesso

anche a costo di prezzi non consentiti

stracciato a forza dal resto di tutto il resto

liberamente rinchiuso

stretto al sicuro tra pareti di silenzio rigenerante

e non ha importanza dove mi trovi

arriva un’ora in cui ho bisogno di qualche ora mia

e me la prendo

a qualunque ora

la mia sera non viene necessariamente di sera

e le mie pareti non sono necessariamente pareti

 

E’ che certe sere avrei bisogno di non so che

ma ormai so

che il non so che non si trova in giro

se ci fosse

a quest’ora

dopo tutte le ore battute a cercarlo

l’avrei avuto

ho viaggiato poco

ma ho camminato tre vite

 

Più che un “non so che”

ormai è diventato un “chissà perché”

una ragione a un pezzo assente inesistente e accettato

l’acquisizione di una mancanza

e allora rimango fermo

con me e il mio pezzo mancante

come sempre privo di qualcosa

ma rispetto a una volta

con tante scuse in più per perdermi in altre cose

senza dovere un solo passo

mi basta scegliere

 

La sera non mi va d’incazzarmi

rimando la battaglia al giorno dopo

non sempre ci riesco

ma ci provo sempre

non mi affanno più a inseguire qualunque ora

seguire mi costringe a guardare

e guardare mi fa incazzare

sarà che invecchio

ma mi sono rotto il cazzo di essere incazzato a tempo indeterminato

la sera cerco solo quello che so

e lo scelgo solo tra le mie scuse

sono diventato precario dell’incazzatura

in un indeterminato tempo precario e sottomesso

 

Tollero sempre meno l’intollerante

se lo facessi mi odierei

e magari sarei più tollerante se mi odiassi

ma non voglio esserlo

preferisco che siano gli altri ad odiarmi

io me ne sto qui a occhi chiusi sul mondo

a grattarmi beato i coglioni

stravaccato e distaccato

no la sera non voglio più incazzarmi

la rabbia mi serve per il giorno

 

Qualche serata voglio ancora dedicarmela

starmene con me

parlarmi un po’

magari passeggiando per antiche strade

ripercorrendo vecchie conoscenze

o seduto finalmente ad abitare casa

percorrendo nuove conoscenze

anche se

in serate come questa non so proprio che cazzo dirmi

ma quando me lo dico

va subito meglio

 

Stasera poi ho la scusa perfetta

scivolo lentamente sulle note di un assolo di tromba

suona Chet Baker

rapisce sul momento le mie emozioni

ne fa vigoroso sentimento

pulsante impulso

accesa passione

 

Mi perdo tra le mie strette pareti di silenzio

mentre la sua essenza s’inarca in volte di immortale grandiosità

come templi d’ eternità

come cattedrali di verità

a svelare misteri di una sublime beatitudine

sospesa su gradinate di dolore

e raggiunta scalino su scalino

dopo milioni di abitudini disparate

esaltate

osannate

pregate

prosciugate

espiate

e poi consacrate da qualche miracolo blasfemo e ubriaco

 

Chet va avanti

disperato e immacolato

aggrappato a salvarsi dietro il suo non so che

io per raggiungere la sua dimensione

spalanco le cosce della “mia” percezione

spesso quella “comune”

rinchiude anima e persona in rigidi e frigidi confini

troppo comodo

in una persona c’è sempre  molto di più di quanto riesci a vedere

tutto ciò che bisogna fare è guardare

 

Chet ne è la conferma

non un semplice musicista

o un tossicodipendente

o l’uomo dai troppi amori

dai millei sorpassi

per arrivare in tempo a un solo attimo perfetto

oppure una leggenda

o un’icona maledetta o un angelo del Paradiso

lui è tutto questo e ancora di più

energia vibrante e immediatezza

incompiuto e sfuggevole con la magia sempre in tasca

un caos leggero ma incessante intriso di puro genio

il soffio della tromba  è la somma dei suoi giorni non semplice musica

lui non racconta una storia

lui racconta storie

i suoi accordi non suonano un genere

mettono assieme ricordi

quelli per lui speciali

Una luce di gloria disegna i suoi zigomi pronunciati

accende labbra tormentate

mai sazie di essere sazie

scava ancora più a fondo le sue guancie

già consumate dal continuo divorare

illumina l’ottone davanti i suoi occhi

e i suoi occhi si fanno intensi

poi più distanti ad ogni nota soffiata

persi

fino a disolversi in una nota precisa

puoi seguirlo o meno

ma se sei riuscito a vederlo fin qui

non ha senso fermarti adesso

 

Sopraffatto dal chiarore accennato della sua perduta vanità

della sua raggiunta essenzialità

raccolgo

tra il fraseggio della sua mano

e l’immagine del suo volto compiuto

l’attimo sublime

l’apice culminante del suo dolore diventato musica

vibrazione dell’anima

 

E’ una sottile

soffusa

poetica cascata di note

argentine

di colore e calore

che schiumano in vortici di improvvise emozioni

a sorprendere sospiri persi nel delirio di un tempo

che mai potrà scalfire tanta bellezza

un orgasmo dell’anima

 

Sanguino

mentre soddisfatto consegno il biglietto alla mia maschera

un angelo su una pallottola d’argento mi ha colpito

morirò senza un gemito

il sogno di ogni eroe

 

Colpisci ancora Chet

aggrappami con le tue ali sfracellate

e raccoglimi nel tuo segreto e miracoloso non so che

nascosto al caldo

come una preghiera sul fondo di mille bestemmie

portami nel tuo impossibile volo

ora e sempre

Ciro Campajola

 

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Vampiri Energetici

by Duncan on ott.16, 2011, under Controinformazione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Vi è mai capitato di entrare in un lougo e sentirvi inspiegabilmente carichi e sereni? Oppure depressi e malinconici. E soprattutto, vi è mai capitato di stare con alcune persone e sentirvi forti, sicuri, pieni di entusiamo, di fiducia, di passione? Oppure di ritornare a casa dopo alcune ore passate con altre persone e sentirvi cupi, stanchi, pesanti, sfiduciati, deboli?

E’ una esperienza che davvero poche persone possono dire di non aver vissuto.

Bene, quelle persone che sembrano indebolirci, che si aggrappano come cozze allo scoglio inondandoti di negatività, che se c’è un barlume di positività in te fanno di tutto per spegnerlo, ch ese hai qualche speranza la fanno appassire.. quelle persone che con la loro sola presenza ti trasmettono stanchezza e tensione.. sono ladri di energia.

Vampiri.

Questo testo lo raccolsi diversi anni fa. Si può considerarlo esclusivamente il parto di una mente disturbata. Si può anche prenderlo totalmente alla lettera e diventare preda della paranoia, fissandosi sulle parole e vedendo  vampiri ovunque. Entrambe queste strade sono un vicolo cieco.

Si può vedere invece il messaggio, il nucleo vivente, la sperimentata sensazione viscerale che queste visioni e teorie portano con sé, per trarne insegnamento per la nostra esperienza di vita. Radicalizzare in potenti immagini evocative è una delle mosse geniali dell’arte fantastica per colpire l’immaginario destandolo dal torpore con l’effetto tellurico delle sue geniali  metafore. La storia che stiamo narrando adesso è stata già rappresentata da grandi opere di fantasia.

Dal film “Essi vivono” di John Carpenter, alle varie versioni de “L’invasione degli ultracorpi”, da “Matrix” al “Vampiri” di Dilan Dog. La grande arte fantasy è da sempre specialista  nel narrare i lati oscuri reali estremizzandoli in operazioni simboliche che provocano uno scuotimento della coscienza. In questo senso è “etica”, a differenza della fantascienza di puro intrattenimento. E il ritorno costante di questa metafora è un buon indizio del fatto che essa risponde a una sensazione diffusa a livello esistenziale.

Nel testo che leggerete c’è una intervista a Mario Corte che nei primi anni 2000 scrisse un testo sui vampiri energetici.

 A un certo punto dell’articolo Mario Corte dice “gli uomini si riconoscono, senza alcuna possibilità di errore, dall’attitudine a usare il loro potere, grande o piccolo che sia, per fare doni agli altri, mentre i Vampiri usano il potere sempre ed esclusivamente per ottenere energia”.

Vampiro è allora un termine-evocativo che ci aiuta a centrare la mira. Vampiri sono quelli che prendono ma non danno, quelli che ti sfruttano fino al midollo per poi buttarti via quando non sei più utile.. quelli che hanno un atteggiamento puramente strumentale e che operano come predatori.

Ma vampiri non sarebbero solo individuoi che incointriamo per la via. Vampiri sono quelle strutture mediatiche, economiche, politiche che prosperano sulla diffusione di immagini e sensazioni di sfiducia, impotenza, apatia.. e soprattutto paura.. E mi viene in mente Dune “la paura uccide la mente.. la paura è la piccola morte che uccide la mente..” Paura-paura-paura, ecco il mantra di  un sistema-vampiro. Sistemi che prosciugano energia e fiducia, perchè più le persone sono deboli e impotenti più sono docili e manipolabili.

Un altro passaggio interessante è quando Corte dice “Dove c’è confusione c’è vampirismo. Dove l’atmosfera è dominata dalla prepotenza, dal salto logico, dalle affermazioni categoriche, dalle astuzie dialettiche, dall’idea che la ragione stia tutta da una parte e il torto tutto da un’altra, dove con l’altro si dialoga non per apire, ma solo per affermare, lì c’è vampirismo.”

E’ la metafora che conta. Il succo è che ci sono persone capaci di fare stare male gli altri. E ci sono persone insieme alle quali stai bene. Ci sono persone che ti fanno sentire su di giri.. e persone che ti sfiancano in un mare di negatività… Persone che sembra ti prosciughino. Questo è il succo del “vampirismo energetico”, fenomeno che in un certo senso è sempre stato conosciuto, anche se ha assuno metafore e simboli differenti nel corso del tempo.

La metafora dei vampiri è utile perchè è l’ennesimo invito alla esistenza. In una realtà in cui lo scambio energetico è costante è un overe essere forti. Lasciarci guidare dal nostro potere interiore non a forze esterne. E’ questo ciò che si intende con Sovranità Personale.

E’ una metafora che ci ricorda anche che.. c’è chi costruisce catene.. hi è soggiogato da catene.. e chi spezza le catene..

Salutamos Compagneros

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I vampiri? Ladri di energia

di Giampiero Cara

Abbiamo incontrato lo scrittore romano Mario Corte, autore di un libro

straordinario, intitolato “Vampiri Energetici – Come riconoscerli,

come

difendersi” (Ed. Il Punto d’Incontro). Secondo lui, i vampiri non sono

solo

creature mitiche, che succhiano il sangue in Transilvania, ma anche e

soprattutto persone reali, che succhiano energia agli altri per

riempire il

proprio vuoto interiore. Una visione rivoluzionaria ed affascinante,

anche

se a tratti inquietante, che lasciamo che sia lo stesso Mario Corte a

spiegarci in dettaglio nel corso della lunga intervista che segue.

VAMPIRI, TRA MITO E REALTA’

- Come, quando è perché é nato tuo interesse per i “vampiri

energetici”?

“L’interesse per il mondo dei Vampiri energetici ha cominciato a

piantare un

campo-base dentro di me in due diversi momenti: il primo, assai lungo

per la

verità, è stato il momento dell’esperienza; il secondo, brevissimo ma

traumatico, il momento della coscienza.

“Il primo è durato praticamente tutta la vita, contrassegnato da

esperienze

molto dure; dure non perché a me siano capitati eventi in assoluto più

gravi

di quelli che capitano ad altri, ma perché, per natura, io ero portato

a

vivere qualunque cosa restando sempre in un contatto molto stretto con

i

sentimenti, senza tutte quelle anestesie psicologiche alle quali si

ricorre

normalmente per non soffrire.

“Il secondo, il momento della coscienza, è cominciato solo pochi anni

fa,

quando mi sono reso conto, senza possibilità di ritorno, che esisteva

un

confine molto preciso tra persone ‘comuni’ e altre ‘vaccinate contro

l’

elemento S’ (dove S sta per Sentimento), cioè persone che sono state

private

di energia al punto tale da subire una sorta di mutilazione, di

asportazione

dei sentimenti più semplici e umani. E il Vampiro è esattamente

questo:

qualcuno che non è più in grado di vivere i sentimenti come una

risorsa

naturale, un alimento, una luce, ma li tratta come cose strane,

complicate,

inutili, dannose. Il ricordo di qualcosa che lui non ha più lo

incattivisce,

lo spinge a combattere l’Elemento S come se ne avesse il mandato

divino, a

tentare di debellare anche negli altri sottigliezze, sfumature,

scrupoli e

noiose necessità di fondare la vita sul senso di giustizia. Come è

avvenuto

per lui, pretende che anche gli altri sostituiscano il sentimento

debellato

con una serie di vuote contraffazioni: sentimentalismo, auto-

mitizzazione e

retorica di sé, verniciatura generale di valori politici, ideologici,

culturali o puramente pratici.

“Il momento della coscienza è stato come il risveglio in un incubo

tanto

cercato quanto temuto, comunque duro, perché tra i ‘vaccinati’ ho

riconosciuto gente che aveva attraversato il mio cammino in

precedenza,

gente che lo attraversava in quel momento e gente che era stata sempre

nella

mia vita e che ora, come il Re della fiaba, girava disinvoltamente

senza più

indosso gli abiti di quell’illusione che fino a quel punto mi aveva

annebbiato la vista; e mi sorrideva, oppure mi minacciava, ma in ogni

caso

continuava imperterrita a giocare i suoi giochi energetici. Allora ho

accettato una verità che da sempre mi ero rifiutato di accettare: che

gli

uomini si riconoscono, senza alcuna possibilità di errore,

dall’attitudine a

usare il loro potere, grande o piccolo che sia, per fare doni agli

altri,

mentre i Vampiri usano il potere sempre ed esclusivamente per ottenere

energia”.

- Quali sono le principali somiglianze e differenze tra il mito

letterario

del vampiro e il “vampiro energetico” di cui parli nel tuo libro?

“Le analogie sono moltissime, e inquietanti, tanto che, come spiego

nel

libro, sembra quasi che tra i due tipi di Vampiro vi sia più una sorta

di

simbiosi che una semplice somiglianza metaforica. Anzi, se qualcuno

credesse

all’esistenza dei Vampiri, gli verrebbe spontaneo pensare che sia

proprio il

Vampiro umano il preparatore di una condizione infernale in cui chi è

abituato a fare il predatore in vita lo fa anche dopo la morte. Ma io

mi

occupo di Vampiri di questo mondo, e posso solo dire che, come il

Vampiro

letterario si nutre del sangue per alimentare la sua illusione di

esistere,

così quello ‘umano’ si nutre di energia per costruire mondi illusori

dove

trovare riparo e intrappolare le sue vittime. Per ogni genere di

Vampiro l’

illusione è fondamentale: illusione di esistere, illusione della

superiorità

di certi esseri su altri esseri (come se esistessero una ‘razza

predatrice’

e una ‘razza preda’), illusione di poter evitare in eterno l’incontro

con la

vera faccia che li guarda dallo specchio ogni mattina. Anzi, a

proposito di

specchi, c’è una chiara analogia anche riguardo a uno dei modi per

sconfiggerli: riuscire a metterli davanti allo specchio, dove vedranno

riflesso qualcosa che non gli piacerà affatto, cioè il proprio nulla.

“Un’altra analogia sconcertante con i Vampiri dell’oltretomba è che ai

Vampiri umani non interessa assolutamente nulla di noi come persone:

loro

hanno un fine da perseguire e noi, anche se rientriamo in qualche modo

nei

loro programmi, vi rientriamo in qualità di risorse, non di persone.

Entrambi si avvicinano alle prede con il semplice intento di

soddisfare una

squallida necessità ‘alimentare’: mai per scambiare, ma solo per

prendere.

“Ma l’analogia più inquietante, forse, è quella che ha a che fare con

il

momento in cui si svelano, in cui per la prima volta riusciamo a

scorgere in

loro i segni inequivocabili della loro condizione, in cui ci

incontriamo con

l’orrenda sorpresa di scoprire in loro il predatore e in noi la preda:

quella è davvero una cosa insostenibile; è un po’ come scoprire una

brutta

malattia. È in quel momento che quasi sempre scegliamo non solo di

rinunciare a lottare, ma di rinunciare a sapere, e torniamo a

illuderci, a

sperare di esserci sbagliati.

“Le differenze, invece, purtroppo per noi, vanno tutte a vantaggio dei

Vampiri. Mi spiego meglio: il Non-morto letterario può farci pena solo

prima

di scoprirne la vera natura, dopo no; se ci fa pena mentre gli

tendiamo una

trappola per mettergli davanti uno specchio o per mostrargli la croce

o per

colpirlo al cuore con un punteruolo, per noi non ci sarà salvezza, e

quell’

esitazione non solo ci costerà la vita, ma vorrà dire anche entrare a

nostra

volta nella schiera dei Non-morti.

“Il Vampiro umano, invece, può farci pena sempre, anche dopo che lo

abbiamo

scoperto con i denti conficcati nelle nostre vene, perché, in fondo,

non ci

sta mica uccidendo: ci sta solo privando della nostra dignità e della

nostra

forza vitale. Ecco la trappola: noi crediamo veramente che, per il

solo

fatto di non avere i denti aguzzi e il colorito tombale lui non sia

pericoloso. Ma esattamente come il suo omologo d’oltretomba, il

Vampiro

umano è preda di una forza negativa che lo possiede, e quella forza è

implacabile. La persona può ‘farci pena’, la Forza-Vampiro no. Ma se

cederemo alle sue brame vampiriche non avremo affatto pietà per la

persona,

ma per la Forza che la domina. Nutriremo questa e spingeremo sempre

più noi

e lui verso l’abisso”.

I VAMPIRI E LE LORO VITTIME

- Nel libro entri molto in dettaglio a proposito delle varie tipologie

vampiriche e delle loro caratteristiche, ma se dovessi sinteticamente

rivelare, in poche righe, la caratteristica essenziale comune a tutti

i

vampiri energetici, quale sceglieresti? O, se preferisci, visto che il

vampiro, come sottolinei più volte, è una forza e non un individuo,

che

cos’è soprattutto che permette alla forza vampiro di impossessarsi di

qualcuno?

“Terrò le due risposte distinte, anche se le due domande tendono a

convergere. Una delle caratteristiche più comuni all’azione vampirica

è la

tendenza a compiere piccoli atti di malignità, di maleducazione, o di

semplice mancanza di gentilezza, come non rispondere a una domanda o

lasciar

cadere nel vuoto un’osservazione o non ricambiare un saluto, o un

sorriso.

Atti che sono pieni di sostanza negativa, ma che, se denunciati,

diventano

semplici mancanze di forma. Così noi, se ci offendiamo, vuol dire che

siamo

formali, mentre lui, che è pratico e va al sodo, è una persona di

sostanza.

Lui infrange certe regole in vigore tra gli esseri umani; noi, pur

notando

il suo comportamento, neanche ci offendiamo; ma, se parleremo di

quella

circostanza, faremo la figura di chi si offende.

“Un’altra caratteristica comune a tutti i Vampiri è che operano

rigorosamente alle spalle delle loro vittime. Intendiamoci: non solo

alle

spalle, ma comunque sempre anche alle spalle. E non importa se

l’azione

proditoria preceda, segua o accompagni le aggressioni dirette contro

di noi,

perché comunque non può mancare. Il Vampiro non può fare letteralmente

a

meno di lavorare anche alle spalle. Così come non può fare a meno di

farci

arrivare in qualche modo l’eco di ciò che di nascosto sta facendo: è

tenuto

a questa osservanza come certi demoni sono tenuti a mescolare sempre

qualche

verità alle loro menzogne. Ed è così che si svela, quando tenta di

farci

‘firmare’ quello che ha già detto ad altri di noi. Ho conosciuto un

Vampiro

che aveva raccontato in giro che la sua preda era in gravi difficoltà

economiche. Ebbene, questo Vampiro, quando incontrava la preda,

infarciva i

suoi discorsi di caute, ‘ingenue’ allusioni a debiti, gioielli

venduti,

ipoteche su case e altri argomenti correlati con una rovina economica,

sperando che la vittima ‘firmasse’ almeno uno degli argomenti sui

quali lui

aveva costruito la sua squalifica sociale. Bastava che la vittima, pur

non

‘firmando’ nulla, si lasciasse andare a qualche generica espressione

di

preoccupazione di tipo economico perché il Vampiro si sentisse

abilitato a

rincarare la dose di menzogne ai suoi danni presso terze persone.

“Per quanto riguarda l’altra domanda, la Forza-Vampiro si impossessa

di una

persona in seguito a sofferenze, delusioni, lacerazioni, traumi,

privazioni

affettive. Ma attenzione: questo non toglie nulla né alle

responsabilità

della persona, che sopporta la maligna presenza della Forza-Vampiro e

che ne

sfrutta tutta la malizia, né alle strategie di difesa e di

contrattacco che

è giusto adottare verso i Vampiri da parte dei non-Vampiri. Purtroppo,

invece, il fatto che i Vampiri abbiano sofferto diventa una chiave

culturale

di straordinaria importanza a loro vantaggio, come tutti gli argomenti

basati su concetti del tipo ‘con quello che mi è capitato’ o ‘parli

bene tu,

ma che ne vuoi sapere’ o ‘vorrei vedere te al posto mio’. Argomenti

micidiali, di fronte ai quali o ci si arrende, o si rischia di fare

della

morale bacchettona (del tipo “sì, ma questo non ti giustifica

affatto”), o

addirittura di ritrovarsi a fare loro da terapeuti, per guarirli dai

traumi

che hanno cambiato la loro vita. Ma lì bisogna fare attenzione, e

farsi tre

domande: qual è il confine tra la comprensione e l’erogazione delle

energie

vitali di cui quella persona ha bisogno per compensare le proprie

perdite? E

perché noi, proprio noi, che nella sua vita siamo innocenti, siamo

stati

scelti da lui per fornirgli quelle energie che altri gli hanno

sottratto? E

infine, è proprio vero che la nostra vita è stata così

straordinariamente

migliore della sua? Ma farsi domande è quasi impossibile, quando si è

in una

trappola vampirica, e allora, senza accorgercene, preferiamo donare

energia”.

- Quali sono, per contro, le caratteristiche che maggiormente ci

predispongono ad essere “vittime” dei vampiri?

“La vittima perfetta è quella che ha subito gravi privazioni

d’affetto, ma,

nonostante ciò, ha resistito all’infezione vampirica e non è divenuta

a sua

volta preda della Forza-Vampiro. Queste persone, infatti, proprio

perché

bisognose d’affetto e di attenzione, sono portate a scambiare certi

atteggiamenti vampirici per attenzione personale, o per affetto,

finendo per

cedere facilmente a rapporti nei quali danno tutto senza ricevere

nulla e, a

volte, per accettare relazioni ‘effettive’ segnate da violenze

psicologiche

o persino fisiche.

“Quando parlo di ‘conservazione della specie degli innocenti’ mi

riferisco,

oltre che ai bambini, anche a queste persone, verso le quali dobbiamo

conservare un rispetto pieno, riservando ai Vampiri tutto la

riprovazione

che, per una deviazione culturale, tendiamo a gettare addosso a chi

cade in

certe trappole. I vampiri si avvalgono enormemente del fatto che la

società

tende a condannare gli ‘ingenui’ molto più dei ‘furbi’. Conservare il

rispetto verso chi è vittima di un Vampiro è un’operazione ardua per

chi,

come avviene in questa società, è abituato a scrollarsi di dosso il

problema

dei predatori addebitandolo alle prede; ma è un’operazione in grado di

cambiare sostanzialmente qualcosa nel modo di percepire le cose della

vita,

preparando scenari in cui il parassitismo dei Vampiri venga infine

escluso

dal novero dei valori sociali e restituito al suo livello di scoria

dannosa”.

LA “FORZA ANTIVAMPIRO”

- E quali sono, infine, le caratteristiche fondamentali della

“forza-antivampiro” che anima chi vuole difendere l’innocenza dagli

attacchi

di vili predatori? E che consigli daresti alle stesse vittime per non

farsi

sopraffare?

“La caratteristica primaria della Forza-AntiVampiro è quella di

rendere

invulnerabili alla tentazione di sacrificare gli innocenti alle brame

dei

Vampiri. Un AntiVampiro può anche decidere di sacrificare se stesso,

ma mai

un innocente al suo posto, esattamente come può perdonare qualunque

cosa a

proprio nome, ma mai perdonare per conto terzi, assumendosi la

responsabilità di sollevare un Vampiro dal peso di un atto di

aggressione a

un innocente. Quella tentazione è l’anticamera della morte, e la

Forza-Vampiro è una forza troppo viva e sveglia per addormentarsi in

cambio

di favori dai Vampiri.

“La Forza-AntiVampiro è una Forza che accompagna ogni situazione al

suo

miglior destino, una Forza contro la quale la vigliaccheria dei

Vampiri si

infrange, costringendoli a smettere il loro gioco. È la Forza che,

quando

proprio deve intervenire, lo fa per risolvere la questione, non per

intrattenersi con essa. La Forza-AntiVampiro ci impedisce di

vergognarci dei

nostri sentimenti, ci spinge ad andare per la nostra strada, ci fa

impiegare

le energie nella cura del nostro progetto di vita, dei nostri affetti,

dei

nostri valori, senza tangenti ai Vampiri. I ‘figli’ della Forza-

AntiVampiro

sono persone che non lanciano sfide a nessuno ma che, se vengono

sfidate da

un predatore, raccolgono ogni sfida, senza eccezioni e senza

esitazioni.

“Per non farsi sopraffare dai Vampiri, infine, c’è una sola strada:

rendersi

conto che è in atto un gioco energetico proprio nel momento in cui

quel

gioco ha luogo. A partire da lì, tutto può diventare più facile,

perché le

varie tecniche collaterali (non raccogliere le provocazioni, non

reagire mai

con senso di scandalo, non lasciare mai sul tavolo una sola fiche

energetica

puntata dal Vampiro) presuppongono comunque il supremo sforzo di

riuscire a

cogliere l’attimo esatto in cui avviene l’aggressione. Se quello

sforzo

riesce, in quel momento si sprigiona un’enorme quantità di energia.

“Essere svegli in quel momento significa sapere senza ombra di dubbio

che

durante un gioco energetico anche il Vampiro sta spendendo un’energia,

sta

puntando una posta. Da quella percezione si passa a una sorta di

tremore

interno, di emozione paragonabile a quella che si prova nello

spogliatoio

prima di una partita molto importante, o prima di un esame da quale

dipende

il nostro futuro. Quel tremore interno (che è la prova che il nostro

motore

energetico è in moto) può prendere due strade: 1) trasformarsi in

pietà per

la Forza-Vampiro che ci troviamo di fronte e spingerci a compiacere il

Vampiro in tutti i modi possibili (come se servirlo fosse il più

grande

onore), con il risultato di sprecare sia la nostra energia sia quella

che il

Vampiro aveva puntato come ‘posta’ energetica; 2) provocarci una sorta

di

spontanea interruzione del dialogo interno, in grado di farci vedere

quei

fotogrammi della realtà che prima ci sfuggivano, di dare alla

pellicola la

velocità che vogliamo noi, ed eventualmente di usare il tasto ‘pause’

per

osservare i gesti del Vampiro e studiare il suo comportamento. In

quest’

ultimo caso, l’energia sarà stata usata bene, e difficilmente il

Vampiro si

sfamerà.

- Visti soprattutto, ma non solo, gli avvenimenti di questi ultimi

tempi,

con politicanti senza scrupoli che non esitano a versare sangue

d’innocenti

per fare i loro più che discutibili interessi, ti sembra si possa

legittimamente dire che il mondo è dominato da vampiri?

“Io credo che il mondo sia dominato dai Vampiri perché noi non-

politici ci

accostiamo alle cose della politica imitando i politici, cioè

rimescolando

in un unico guazzabuglio mentale aspetti razionali, etici e politici

dei

grandi temi che ci sollecitano e ci sovrastano.

“Noi non-politici dobbiamo imparare a testimoniare la giustizia: solo

quella. La politica è una degna e utile professione, ma è una

professione

che richiede di fare solo i propri interessi e di ‘stare da una parte’

e non

dall’altra. Per questo bisogna avere ben chiaro il confine tra la

valutazione morale e la valutazione politica di un fatto. Un politico

è

portato a mescolare assieme i due elementi e a dare giudizi morali

mentre

sta facendo politica. Un politico ha sempre da sostenere punti di

vista

utili alle sue strategie, ma pretende di presentare le argomentazioni

a

sostegno di quei punti di vista come il frutto di una oggettiva e

serena

valutazione morale dei fatti. E questo è assai meno naturale, perché

questo

spetta a noi, non a loro. Ma noi, purtroppo, mentre stiamo esprimendo

i

sentimenti che stanno nel nostro cuore, ci ritroviamo, quasi senza

accorgercene, al loro fianco, perché siamo convinti che senza di loro,

che

sono potenti, non si otterrà nulla.

“Faremo un grande passo in avanti verso la giustizia sulla Terra

quando

capiremo che dobbiamo agire in proprio, rinunciare alle loro

prestigiose

sponsorizzazioni, ai loro marchi, ai loro gadget. Ci muoveremo in modo

efficace e organizzato solo quando capiremo che agire accanto a loro è

un po

‘ come visitare un terreno da trasformare in parco per bambini in

compagnia

di uno degli speculatori che vogliono costruirci case o fabbriche.

- In base alla tua esperienza, in quale campo della vita sociale e/o

personale vedi particolarmente all’opera forze vampiriche?

“Dove c’è confusione c’è vampirismo. Dove l’atmosfera è dominata dalla

prepotenza, dal salto logico, dalle affermazioni categoriche, dalle

astuzie

dialettiche, dall’idea che la ragione stia tutta da una parte e il

torto

tutto da un’altra, dove con l’altro si dialoga non per capire, ma solo

per

affermare, lì c’è vampirismo. La malattia vampirica non si può mai

identificare con uno specifico ambiente, campo o potere. Magari fosse

così:

i buoni starebbero tutti da una parte e i cattivi dall’altra. Noi

saremmo

oppressi, è vero, ma saremmo anche coscienti della nostra uguaglianza

civile

di fronte a un nemico potente.

“Purtroppo queste sono fiabe: il vampirismo è trasversale. È una delle

sue

caratteristiche fondamentali, ed è una delle chiavi della sua potenza.

Certi

personaggi politici, per esempio, fanno più impressione dei Vampiri

che

abbiamo accanto, e attirano tutta la nostra preoccupata attenzione, ma

solo

perché gli diamo un’importanza spropositata, perché ne facciamo dei

miti,

seppur negativi, perché permettiamo loro di occupare l’intero nostro

orizzonte psicologico. Mentre noi dibattiamo, litighiamo, ci

accapigliamo su

grandi temi politici nelle case, negli uffici, nelle piazze, nelle

trasmissioni televisive, in Parlamento, nel frattempo padri e madri

terrorizzano bambini innocenti, e fa poca differenza che ciò avvenga

con la

brutalità fisica o con il potere delle parole taglienti, degli sguardi

sprezzanti, dell’indifferenza che annichilisce la dignità; nel

frattempo,

vengono abbandonate a se stesse persone che una parola, un sorriso, un

gesto

di amicizia potrebbero salvare dalla rovina o dal suicidio; nel

frattempo,

quasi ottomila italiani l’anno, tra cui donne, bambini, anziani,

muoiono

ammazzati, schiacciati, bruciati sulle nostre strade, assassinati

dalla

guida pericolosa, dall’ansia di arrivare primi di gente che non

rispetta

nessuna regola, di gente che è tra noi, con cui prendiamo l’ascensore,

che

ci saluta frettolosamente sul pianerottolo, che ci sfreccia accanto

ogni

giorno superandoci da destra, e che prima o poi può uccidere. Il

vampirismo

è forse il più trasversale dei mali”.

- A parte “Vampiri Energetici”, hai scritto o scriverai altri libri

dedicati

ai vampiri? O magari ci sono anche altri progetti, tipo film (e qui se

vuoi,

puoi accennare anche al vampiro del cinema) o altro in cantiere?

“Ho appena ultimato una raccolta di racconti e sto preparando un nuovo

saggio sul vampirismo. Il saggio, che è un po’ il ‘seguito’ di

“Vampiri

energetici”, verterà sulla Paura, sulla capacità del Vampiro di

trasmetterci

dosi di panico per stabilire il suo dominio su di noi e aprire fessure

psichiche dalle quali far uscire l’energia. In questo nuovo lavoro,

sto

approfondendo un concetto che nel primo libro avevo appena abbozzato:

che il

compito dell’AntiVampiro non è redimere i Vampiri; se lo fosse, lo

spirito

di proselitismo del quale la nostra cultura è intrisa rischierebbe di

trasformare l’operazione in una sorta di missione, con il risultato di

nutrire i Vampiri proprio con la nostra attenzione ‘salvifica’. Il

vero

compito è liberare la persona dalla paura e restringere il campo

d’azione di

chi la produce e la usa a proprio vantaggio. Compiuta questa

operazione, l’

obiettivo è raggiunto, perché non è importante avere la certezza che,

da

quel momento, nel mondo c’è un Vampiro in meno, ma che quel Vampiro,

anche

se resta tale, da quel momento ha una vittima in meno. Il resto verrà

da sé.

“Nella raccolta di racconti c’è anche una storia molto lunga, quasi un

romanzo breve, che ho impiantato sulla struttura portante di un

racconto che

avevo pubblicato qualche anno fa, ampliandone alcune parti. Si chiama

“Expositio ad bestias” ed è la storia di un bambino che, pur non

avendo

genitori Vampiri, è vampirizzato da una nonna e da una zia che

esercitano un

potere sulla sua famiglia in quanto detentrici di un segreto sui suoi

genitori. Nel racconto, all’azione vampirica umana si affianca anche

un’

azione di magia nera che si richiama a tradizioni popolari che erano

ancora

ben salde quando io ero piccolo e delle quali ho ricordi sommari ma

inquietanti. Penso che questo racconto potrebbe diventare un buon film

‘antivampirico’, anche perché un film è in grado di raccontare certe

teorie

molto meglio di un saggio. Ma certamente, prima di pensare a un film,

ho

altro da pensare: scrivere, diffondere l’idea che dal vampirismo ci si

può

liberare, aiutare le persone che si rivolgono a me per capire che cosa

possono fare, e aiutarle senza utilizzare alcun metodo che

interferisca né

con la loro vita personale né con l’eventuale lavoro psicologico o

terapeutico che alcuni di loro svolgono”.-

(……)

A proposito di esempi concreti, puoi citare qualche personaggio

famoso che

ti sembra esprima in modo particolare la forza vampiro, oppure, come

si usa

dire, è meglio non fare nomi?

“Nomi se ne potrebbero anche fare, ma contemporaneamente bisognerebbe

fare i

nomi dei loro complici-avversari, di tutti quelli che potenziano i

grandi

Vampiri con la loro attenzione frustrata, spasmodica, avvelenata, con

quel

modo di dire le cose sempre a denti stretti, con in faccia una smorfia

di

disgusto, con il veleno sotto la lingua, con lo stiletto tra i denti.

Non è

così che si vincono i Vampiri. I sentimenti vanno vissuti per intero

nel

nostro laboratorio interiore, fino a quando non si siano trasmutati in

oro

puro, in luce pura, in una lama tagliente che riflette solo bagliori

di

verità e di giustizia. La vera forza sta nel lasciar cuocere quei

sentimenti, non nello sbatterli in faccia all’avversario come schizzi

di un

veleno che, somigliando al suo, non farà altro che nutrirlo. Avvenuta

la

trasmutazione, si capirà che per vincere ci vuole strategia, non urla,

rispetto per l’individuo e intento implacabile contro la forza che lo

domina, non cieca frustrazione.

“Non faccio nomi perché non finirei mai di elencare tutti i veri

complici

dei grandi Vampiri, soprattutto di quelli che militano non nelle loro

stesse

schiere, ma in quelle dei loro oppositori”.

- Qual è, in genere, la reazione delle persone alle quali parli di

questo

argomento, o che leggono il tuo libro? In particolare, quando

capiscono che

parli non di un mito ma di persone reali, prendono sul serio o

sottogamba

l’argomento?

“Io credo che chi legge le cose che scrivo e o sente parlare delle mie

idee

percepisca il fatto che i miei sentimenti sono onesti, anche se da

molti

vengono ritenuti non condivisibili e provocatori. Io credo di

testimoniare

sempre che in quello che dico, anche se lo dico con forza, magari con

autorità, c’è soprattutto umiltà. L’umiltà, come scrivo in un mio

racconto,

è un sentimento, ed è il più potente di tutti. L’umiltà genera la

dignità.

La dignità genera la volontà. La volontà genera la forza d’animo. La

forza d

‘animo genera l’autorità. L’autorità presso se stessi è un fatto, non

un’

opinione. Quella presso gli altri è tutta da provare, non la si può

imporre.

“Io ho l’impressione che tutti, amici e oppositori, sentano che io non

ho

intenzione di imporre l’autorità delle mie idee a nessuno. C’è chi mi

scrive

che il mio libro gli ha cambiato la vita e c’è chi vuole consigli e

aiuto da

me. C’è anche chi mi maledice e mi minaccia perché ho messo in testa

strane

idee a persone che prima facevano la loro volontà e che adesso lottano

per

liberarsi dalla schiavitù psicologica che le opprimeva. Ci sono altri

che

cominciano una e-mail con l’intento di insultarmi e poi si perdono un

po’

per strada e chiudono in modo educato e un po’ imbarazzato. Ma devo

dire che

nessuno prende sottogamba l’argomento, nessuno mi ha ancora detto o

scritto

che la storia del vampirismo è una stupidaggine o una trovata per

farmi

pubblicità. E questo è già tanto”.

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Immensità (nel cuore di Viktor Frankl)

by Duncan on set.13, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

 

Viktor Frankl universalmente noto per aver creato la “logoterapia”, che è una forma di psicologia che si incentra sull’importanza di vivere con un senso e dare un senso profondo e unico alla vita.. a tutta la vita e alla propria vita.. trovò il fermento del suo pensiero e del suo insegnamento nella esperienza del campo di concentramento, dove egli fu internato in quanto di origini ebraiche. Egli vide che anche della più totale abiezione l’uomo può trovare la forza di resistere, e vide anche che solo coloro che riuscivano a trovare un senso più alto alla propria esistenza, e qualcosa di profondissimo e radicale per cui vivere… riuscivano psichicamente e fisicamente a resistere, senza cadere in quello stato di avvilimento, depressione, impotenza disperata e catatonia che per moltissimi significò la morte anche senza passare per le camere a gas.. morte perché si rinunciava a vivere, perché il mondo ormai era una meretrice carica di morte e abominazione e la vita un incubo di bastardi. Per resistere al campo di concentramento , bisognava mobilitare tutte le proprie risorse fisiche, psichiche e spirituali. E fu così che Viktor Frankl e altri resistettero. Di quella esperienze egli scrisse un libro meraviglioso e immortale, “Uno psicologo nel lager”, che è una di quelle letture che nessuno dovrebbe mancare nella propria vita. E adesso voglio citare un passo di questo testo… un passo di infinito amore. Quando Frankl improvvisamente pensò all’amatissima moglie -che tra l’altro era quasi certo fosse stata uccisa dai nazisti come lo erano stati i suoi genitori- e fu investito da una tale overdose di amore che pochi, davvero pochi sperimentano mai nella propria esistenza. Lì, rinchiuso in un luogo di inferno, costretto a una vita da schiavo, privato di tutto.. per uno di quei assurdi paradossi della vita.. provò il più alto vertice di amore che avesse mai provato, sentì volare il proprio spirito come mai aveva volato.

Vi lascio al testo:

 ——————————————————————————————————

“Improvvisamente, ho di fronte l’immagine di mia moglie. Mentre

inciampiamo per chilometri, guardiamo la neve o scivoliamo su lastre

ghiacciate, sempre sorreggendoci a vicenda, aiutandoci gli uni gli

altri e trascinandoci avanti, nessuno parla più, ma sappiamo bene che

in questi momenti ognuno di noi pensa a sua moglie. Di tanto in tanto

guardo il cielo, dove impallidiscono le stelle, o là, dove comincia

l’alba, dietro una scura cortina di nubi: ma il mio spirito è ora

tutto preso dalla figura che si racchiude nella mia fantasia

straordinariamente accesa, e della quale non ho mai avuto sentore

prima, nella vita normale. Parlo con mia moglie. La sento rispondere,

la vedo sorridere dolcemente, vedo il suo sguardo, e – corporeo o meno

- il suo sguardo brilla più del sole che si leva in questo momento.

D’un tratto, un pensiero mi fa sussultare: per la prima volta nella

mia vita, provo la verità di ciò che per molti pensatori è stato il

culmine della saggezza, di ciò che molti poeti hanno cantato;

sperimento in me la verità che l’amore è, in un certo senso, il punto

finale, il più alto, al quale l’essere umano possa innalzarsi.

Comprendo ora il senso del segreto più sublime che la poesia, il

pensiero umano ed anche la fede possono offrire: la salvezza delle

creature attraverso l’amore e nell’amore! Capisco che l’uomo, anche

quando non gli resta niente in questo mondo, può sperimentare la

beatitudine suprema – sia pure solo per qualche attimo – nella

contemplazione interiore dell’essere amato. Nella situazione esterna

più misera che si possa immaginare – nella condizione di non potersi

esprimere attraverso l’azione, quando la sola cosa che si possa fare è

sopportare il dolore con dirittura, sopportano a testa alta, ebbene,

anche allora, l’uomo può realizzarsi in una contemplazione amorosa,

nella contemplazione dell’immagine spirituale della persona amata, che

porta in sé. Per la prima volta nella mia vita, sono in grado di

capire ciò che si intende, quando si dice: gli angeli sono beati

nell’infinita, amorevole contemplazione di uno splendore infinito…

Davanti a .me cade un compagno; quelli che gli marciano dietro, cadono

anche loro. La sentinella accorre e li bastona senza pietà. La mia

vita contemplativa è interrotta per qualche secondo, ma subito dopo la

mia anima si innalza, si eleva nuovamente dalla mia esistenza di

internato ad un mondo sovrumano e riprende il dialogo con l’essere

amato: io chiedo – lei risponde, lei domanda – rispondo io..”

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Non sono un uomo per tutte le stagioni

by Duncan on set.13, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Premessa… il pezzo che leggerete l’ho scritto ispirandomi MOOLTO liberamente alla vicenda di Tommaso Moro. Tommaso Moro (Thomas More), è uno dei più grandi umanisti della storia, ed è famoso per avere, coniato il termine «utopia», immaginando un’ isola dotata di una società ideale, di cui descrisse il sistema politico nella sua opera più famosa, «L’Utopia», del 1516. È ricordato soprattutto per il suo rifiuto alla rivendicazione di Enrico VIII di farsi capo supremo della Chiesa d’Inghilterra, una decisione che mise fine alla sua carriera politica conducendolo alla pena capitale con l’accusa di tradimento.Ispirandomi in chi vide nell’epilogo di Tommaso Moro.. una delle prime grandi rivendicazioni del pensiero libero e della dignità rispetto al Potere.. ho scrito il testo che leggerete, nella forma dello scambio teatrale. E’ evidente che radicalizzo fino all’estremo la vicenda, rendendola metafora di altro. Ma a me non importa con questo dialogo esssere realista…. mi importa il simbolo che viene trasmesso..

——————————–

Thomas More

“Non sono un uomo per tutte le stagioni”

Enrico VIII

“Non c’è alcuna verità assoluta,  le fedeltà vanno col vento, e il vento sono Io adesso.. devi solo piegarti, e avrai salva la vita”

Thomas More

“Le fedeltà sono assolute… le verità resta verità e.. non sono un uomo per tutte le stagioni…”

Enrico VIII

“Basta solo che tu non ti opponga al mio  nuovo matrimonio con quella bagascia della mia nuova donna… invece di fare il cane prezzolato del Vaticano…non cambia un cazzo per la tua preziosa coscienza..”

Thomas More

“E qui che non capisci. Non me ne importa nulla con chi ti accoppi la notte e delle tue storie di matrimoni da annullare e altri da fare, e delle tue stramberie sul fondare una nuova Chiesa Inglese.

Ma feci un patto una volta che ascesi in alto.. che non avrei piegato la volontà e la coscienza al Potere.

Non importa su che cosa si deve chinare la testa. Giurai di non farlo. “

Enrico VIII

“Testa di legno. Basterebbe solo un atto di assenso. Un formale omaggio alla Maestà del tuo Re.. che sancisca il suo diritto divino ad avere una nuova moglie in barba a quei castrati di Roma… un semplice atto”

Thomas More

“Non è l’mportanza concreta, non quella soprattutto.. è il simbolo..”

Enrico VIII

“Cedi … e sarai alla mia destra… il più alto in grado dopo me.. sia nel potere militare e politico.. sia nel potere religioso, ora che, con questo argomento della mia nuova bagascia, con questo matrimonio che il Vaticano anatamizzeà con le sue urla isteriche.. potrò nominarmi Capo Supremo della nuova Chiesa d’Inghilterra… e sarai il primo dopo di me anche nel potere religioso. Che poi nei fatti, io mi sono sempre fracassato la minchia di tutte ste fregnacce metafisiche per inculati. A me piace mangiare, bere, comandare le truppe, e trombare. Quindi il capo effettivo della nuova Chiesa saresti tu. Bestia! Ma non li hai sempre odiati sti pretini avvizziti, si eunuchi… sti predicatori della castità con cento amanti al seguito… sti pedersti.. sti simoniaci che venderebbero mandre, padre e Gesù Cristo in croce per mezza carica episcopale, anzi per una parrocchia di pecoroni fottutissimi. Queste serpi, dal sorriso melenso e servire. Con tutte le loro bestialità per estorcere quattrini per Mamma Roma e i grandi Capi Magnaccia che diigono il baraccone. Come con sta roba delle indulgenze… che a un certo punto ho minacciato di impalarli e abbrustolirli a fuoco lento, non perchè me ne importi più di tanto delle loro scempiaggini, ma i quattrini non me li tocchi. Per pagare sti enunuchi per farsi abbonare i peccati di mezza famiglia, stavo per subire un disssanguamento erariale.. tutti soldi in meno per le tasse. E quindi, porca di quella maialona fritta e rifiritta, tu che li hai sempre detestati.. sì con garbo, senza escandescenze.. ma li hai sempre combattutti.. che parlavi di riforme, Utopia… tutte quelle tue favole sull’Utopia.. ora gl dai manforte.. ora che potresti essere tu a fare girare la Chiesa per il verso giusto in Inghilterra, col mio pieno appoggio nello strizzare le palle a chi si mette di traverso….”

Thomas More

“Ascolta.. prova ad ascoltare.. anche se so che non  lo farai. Se accettassi.. cosà resterà dopo? Vai oltre. Vai oltre questo grande baccanale, quest’orgia di potere, che vuoi goderti fino all’ultimo. Vai oltre! Cosa resterà dopo? Solo un giro di Walzer.. lotte tra bande. Tu sei un capobanda migliore di loro? Certo.. io potrei fare cose buone e somme alla tua destra, certo? Ma un giorno saremo pagine ingiallite di libri di storia, ricordi da imparare a memoria. Saremo solo i meno peggio.. la conosci questa parola?.. i meno peggio.

E io avrei mancato al dovere che ho messo sulla mia spalla e giurato di servire. Solo un servo di partito… Conosci questa parola?.. servo di partito…. solo un buon cortigiano…

Io adesso difendo molto altro oltre me e le vacche in calore di cui ti circondi…..

Io lascio una scia nel deserto, a costo della mia stessa testa….

Perchè qualcuno deve pure giocarsela la testa, metterla sul piatto e scommetterla, e anche perderla se è necessario… perchè altri un giorno possano con la mente trovare un compagno  e una scheggia di fuoco per i tempi bui.

Perchè qualcuno riuscirà a restare in piedi perchè altri non si sono piegati, quando tutto lo avrebbero fatto, quando sarebbe stato così facile farlo.

E avranno parole e polmoni contro le anime grige, che verranno a dire che non esiste fedeltà, che non esiste verità. che non esiste amore.. che ogni cosa è relativa, e tutto è una menzonga e un gioco delle parti.

E sapranno che non è necessario impersonare tutti i ruoli, che non è indispensabile calare sempre le brache.

Sapranno che si può dire anche no….

che si può vivere senza vendersi..

Che ci sono uomini che non sono per tutte le stagioni…

Enrico  VIII

“Ti sei irrimediabilmente fottuto il cervello, ora finalmente l’ho capito. Sei un pazzo, un giuda, un traditore, un fanatico. Morirai anche tu come una volgare canaglia. Domani ti sarà tagliata la testa”

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Il Sale della Terra

by Duncan on lug.24, 2011, under Ispirazione, Poesia, Simbolo

Cadaveri si aggirano sulle sponde del mare d’oriente,

anime dissolutamente pure,

senza neanche frangenti a portare il cappello,

seminaristi della merda,

mentre tubature arruginite lasciano contattare  le ore al cipiglio,

ecco che qualcuno bussa nascosto,

avanti, dice la vecchia strega,

avanti, fai tre passi e poi uno,

cinque intorno e sul buco di quella madonna di culo,

di quella sforbiciata alla camicia che ti rifà il look dalle ginocchie

al bidè

mentre ti accalappi alle insegne luminose,

se fai lo smazzo ti spezzi all’imbuto,

come una tracannate metafora,

solo che cammini,

e impari il passo al contrario,

come gioco balsamco,

nutrita voglia di ridere,

nutrimi

e svelerò ll’impasse…

nutrimi e scendero dall’asse,

e cantero nel mezzo,

come la corda sfibrata,

la stecca nel coro,

l’anello mancanto,

il lumino che afferra il buio

e balbetta piano,

nutrimi non aspetto che sabbia,

e sfangarmi di nuovo,

niente arie bizantine, e

cene intellettuali,

rendo ogni dono fatto per cerimonia,

ogni promessa da fiera,

ogni eleganza da sacrestia,

immagini riflesse sputano allo specchio,

come piogga vistata dal cielo,

e tue son le grandini,

tuo lo scirocco e la delizia,

tua la bastardaggine e la fede

tue le vette coperte, i frutti strappati al padrone,

tua la gloria dello scugnizzo,

la cuspide che segna il passaggio

tuo l’aroma di invaginata saliva,

la superba beatitudine,

il cesso immolato ad arte,

come vena dell’oro,

ogni parola non scambiata,

non taciuta alla dogana,

vengono e non hanno denti

e spuatano balbettando immondizia,

lasciano che l’erba si maceri

come carta fumanta,

futamo sdomiato, rottame da canne,

ma tu sei il ginocchio del mare,

la candela a mezzogiorno,

il settembre promesso,

quello che ti stringe a capanna,

e ti fagocita il culo,

mentre dirotto trabocchi a pezzettini nel vento

un pò come coriandoli,

gioelli, conservati per te

tra fogliacci di carta, e bollette rosse,

e terzi cassetti di terzi piani di scale a pioli e a cipolla,

vengono,

rimasugli di fiato,,

fame lii droga a cercarti,

eppure non molli la presa sui giorni,

perchè tu sei nell’aria,

la mia mano che si alza,

questo vecchio bambino col cappello da western,

tu sei l’orario che sbalza,

il famoso treno di chi in arte si perde,

e in arte si smania e

in arte ritrova ogni linea sbroccata,

non c’è pace ai quaderni,

no.. non c’è pace,

ti consumi le penne,

eccoli cappucci in deriva,

marchio sulla pelle,

uno per uno contati,

alluci strappati,

ma tu sei la mia stella d’oriente,

picchia per strapparmi dal sonno,

picchia forte

perchè questo sangue mi eccita,

Il faraone tace,

strane queste cavallette estive,

non rammentano gli ordini inespressi?

fino a dove il cappello si spinge?

Lo sai che se ridi ti regalerò camice,

che certo non valgono niente,

ma te le annoderò in cerchio, come

corda per evasi e disertori,

Tu sei l’ultimo bagliore a spegnersi,

la madre insaziabile degli insorgenti,

tu li generi,

diecimila figli,

diecimila cazzi in gloria dei,

appena appena un filo d’erba,

non sai leggere la ruggine?

lo vedi il morso sul collo?

il pane ha sempre il suo lievito,

chiamali se vuoi..

il sale della terra.

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Gli eroi non muoiono mai

by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo

Ehi tu,

piccolo sogno su due gambe,

dai poster ai murale

epiche dei ghetto,

strade di periferia.

covo di Patrizi e tossici,

un cucchiaio in bocca e sopra un uomo,

occhi bendati,

parrocchia di periferia,

campionati di strada,

a piedi scalzi,

pizze scommesse..

e pugili ammaccati,

vecchi su nuvole di sigaro,

donne dai diecimila figli,

o cento o tre,

E tu, maestro,

bambino nel tempo,

l’amore fa male…

ma ti rende immenso,

e ti giudicheranno

e sarai smerdato in sala mensa,

vorrei dirti che il mare non è solo oltre il cemento,

ma è già nel cemento,

e che sarai padre di diecimila figli,

o di cento o di tre,

ci sono trampolini in alto sopra il cuore,

ci sono notti che tu custodirai,

cartoni di piscio e birra coi barboni,

alcuni dimenticano… tu no,

Gli eroi non muoiono mai.

  

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I mondi di Barbara (Gregory Corso)

by Duncan on giu.18, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia

 

Eccoci di nuovo con Barbara Lazzarini e i suoi “mondi”; la sua rubrica dove ci regala una cultura viva e non da museo. Voci, e pagine e carne della bellezza e della dignità. In questa occasione ci parlerà di Gregory Corso.

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E’ disastroso essere un cervo ferito.

Io sono il più ferito, lupi qui nell’ombra,

e ho i miei cedimenti, anche.

La mia carne è presa nell’Amo Inevitabile!

Da bambino vidi molte cose che non volevo essere.

Sono la persona che non volevo essere?

La persona tipo parlar da soli?

La persona tipo favola del vicinato?

Sono io colui che, sugli scalini del museo, dorme su un fianco?

Indosso la stoffa di un uomo che ha fallito?

Sono il matto del villaggio?

Nella grande serenata delle cose,

ddsono io il brano più soppresso?

_Gregory Corso_

 

« Mi capitò in gioventù, a 12 anni in riformatorio … ci rimasi cinque mesi niente aria, niente latte, e la maggioranza erano negri e odiavano i bianchi approfittando terribilmente di me… ed io ero veramente come un angelo allora perché quando mi picchiavano e mi buttavano piscia nella cella, il giorno dopo venivo fuori e gli raccontavo il mio bel sogno di una ragazza che volava e scendeva davanti a un pozzo profondo e si metteva a guardare.Vi dico questo perché penso che sia la prima volta che abbia mai sentito l’ orrore di quel gregory 12enne.Ora voglio combatterlo, allora non potevo, perché ero sincero e poi, in qualche modo, per strada, ho perso quel Gregory… » (tratto da The New American poetry 1945-1960)

“…era leggendo Shelley in un carcere minorile che aveva cominciato a scrivere poesie, a sognare la Bellezza con la B maiuscola, a immaginare mondi stellati non legati ai fili della logica inesplicabili”.

Di Gregory Corso, la scrittrice Fernanda Pivano disse: “insolente al di là del sopportabile e strafottente nella più assoluta imprevedibilità qualunque cosa abbia detto o scritto ha sempre rivelato il dono di non dire mai una sciocchezza”.

Gregory Nunzio Corso il 26 marzo 1930 nasce a New York da genitori italiani, una famiglia instabile che lo mette di fronte a situazioni come l’ orfanotrofio, fughe e riformatorio. A diciassette anni progetta una rapina per cui poi viene arrestato; in carcere conosce la letteratura del grande Ottocento e scrive poesie già verso la fine degli anni Quaranta. Nel ’50 conosce Ginsberg per caso al Greenwich Village. Va ad Harvard e diviene un topo di biblioteca, mentre continua la sua produzione poetica. La prima raccolta di poesie è 

The Vestal Lady on Brattle a cui segue un periodo di connessione culturale europea. Sempre negli stessi anni stabilisce anche rapporti con i maggiori esponenti della Beat Generation. Nei primi anni Sessanta invece, dopo un infelice matrimonio e una sfortunata esperienza come professore, si trasferisce in Europa per circa due anni. Nel ’62 pubblica Long Live Man e nel ‘70 Elegiac Feelings American, collaborando sporadicamente nel cinema e nel teatro. Dopodiché si è orientato sempre più verso le filosofie orientali e nel ’74 ha pubblicato The Japanese Book, in cui trova sbocco artistico la propria esperienza religiosa. The Vestal Lady on Brattle (1955) rappresenta l’esordio letterario del poeta e anche il primo insuccesso editoriale; il tutto si svolge attorno ad intricate vicende interiori espresse il più della volte con grande indecisione ed instabilità data dalle varie intenzioni e dai vari modi di esprimersi che si sovrappongono e che confondono. I temi, personali, e gli stili, “allucinati”, sono accompagnati della realtà urbana vista nella sua routine quotidiana; in un certo senso ci si trova di fronte ad una sorta di “bestiario”, una serie cioè di caricature distorte delle personalità, più o meno spersonalizzate, che si incontrano nel mondo occidentale. L’influsso di Whitman è parecchio vistoso e spesso, piuttosto che liberare il verso, lo appesantisce; anche Shelley, molto amato da Corso, è imitato in modo maldestro. In parte questi aspetti negativi possono essere riconsiderati anche per parlare della raccolta successiva del poeta, Gasoline (Benzina), ma decisamente c’è da fare un’eccezione. Nel ’58 infatti viene separatamente pubblicata Bomb, una poesia altrettanto famosa che Howl e importante manifesto della Beat Generation. Il tono generale di questa raccolta è più cupo della precedente e difatti si viene proiettati in un incubo metropolitano, la metafora del decadimento e della disgregazione: l’ombra della bomba atomica. Per scrivere Bomb, Corso fu ispirato da una manifestazione contro la “bomba” a cui assistette e da cui rimase impressionato dalla forte carica d’odio. Così gli sembrò che la mostruosità distruttrice della bomba non fosse tanto diversa da quella di quei manifestanti e di tutti gli uomini che rispondevano con l’odio all’odio verso qualcosa che esiste. Diceva che era impossibile odiare qualcosa che è e che niente può fare male se viene amata; il vero assassino dell’umanità è l’odio. Il risultato fu una lettera d’amore alla bomba ed egli si meravigliava perché tutti inorridissero. Egli affermava quindi che la condizione umana è già abbastanza difficile senza che la si debba peggiorare: il “flagello”, l’”ascia”, la “catapulta di Leonardo”, i “tomahawk” indiani, la “spada di S. Michele”, la “lancia di S. Giorgio” e così via tutto per indicare la morte. Nella raccolta successiva The Happy Birthday of Death (1960) l’attacco al conformismo è simile a quello di Kerouac, ma tutto è portato al piccolo quotidiano e si fa più ironico e tagliente. Infine in Long Live Man il suo messaggio diventa più pacato e meno provocatorio, simbolo di una riduzione della speranza di creare un’America migliore; l’esuberanza macabra, l’ironia tagliente e il tono apocalittico lasciano il posto all’introspezione: “I’m good example there’s such a thing called soul“. La sua poesia è decisamente beat per i suoi aspetti bizzarri, provocatori e caricaturali, ma il poeta è più diretto verso un idealismo che gli fa dire che cerca “an America to sing hopefully for“. Mentre per Ginsberg il senso di non-appartenenza è rassicurante, per Corso nascono angosce e sofferenza; mentre Kerouac e Snyder già alla fine degli anni Cinquanta trovano nello Zen un superamento della ragione per raggiungere una propria saggezza, egli invidia Ginsberg per la sua consapevolezza. Il suo cammino è estremamente contorto, segnato da ripensamenti e marce indietro e proprio a questa sua incertezza va ricondotto il suo sperimentalismo, fatto di versi che si rincorrono l’uno con l’altro senza alcuna sorta di interpunzione.

  “Io sono molto buono, e sai perché? Perché non ho mai ubbidito a quel capo della mafia, in prigione, che mi ha detto: ‘Stai sempre attento, quando parli con due persone, di vedere anche la terza’ e io gli ho chiesto chi è la terza persona, e lui mi ha risposto: ‘La terza persona sei tu’…”

 

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I mondi di Barbara (Gulag)

by Duncan on giu.03, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, politica

Eccoci con la nostra Ostetrica del Sapere.. una persona capace di Insegnare, e che crea un valore costante nella sua esistenza, allo scopo di svegliare specie i più giovani al potenziale, dando loro un approccio alla cultura e alla comprensione, che è vivido, appassionante.. e raro. E per questo incontra innumerevoli ostacoli. Ma va avanti perchè ciò che si sceglie a un certo punto ci possiede.

Eccoci allora ancora una volta con Barbara Lazzarini e la sua rubrica. Questo “appuntamento” è dedicato a Jacques De Rossi, che passo venti anni nei Gulag, e scrisse un’opera fondamentale.. Manuel du Goulag.

L’immagine che accompagna il post è il  grandioso monumento dedicato alle vittime dei Gulag. Edificato presso a Magadan.

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Jacques Rossi in questo libro narra da testimone che cosa fu l’esperienza dei Gulag vissuta in prima persona, per lui la detenzione durò oltre vent’anni.

Emigrato in Polonia con la madre vedova, cresce lì, marxista convinto, è giovanissimo quando viene arrestato per attività sovversiva poichè membro del partito comunista clandestino polacco.

Tecnico del Comintern, in piena guerra di Spagna, viene spedito dietro le linee di Franco per trasmettere messaggi in codice ai repubblicani. Improvvisamente viene richiamato a Mosca (dove sono in corso le grandi purghe). Gli agenti del Comintern vengono tutti eliminati, Rossi che è ancora molto giovane ed ha avuto ruoli marginali subisce una condanna per “spionaggio a favore della Francia e della Polonia”.

“Jacques Rossi che fino al momento del suo arresto non sa niente dell’Urss e del suo popolo, pur essendosi impegnato per diffondere l’idea di comunismo del regime sovietico, l’universo concentrazionario in cui verrà imprigionato diventa uno straordinario campo di ricerca e di scoperta, e una grande scuola di vita. «Rifiutando di lasciarsi schiacciare dall’orrore della vita nell’universo del Gulag, trova la forza di sopravvivere e la ragione di cocontinuare nella sua scelta di denuncia inflessibile e di testimonianza.»

I suoi compagni di sventura si fidano di lui e parlano volentieri delle loro sventure con un prigioniero così insolito, poliglotta, di nazionalità francese e comunista; Jacques Rossi ascolta i racconti dei compagni di cella, contadini dekulakizzati, kolkoziani condannati a dieci anni per vanisospetti, criminali comuni, comunisti disperati caduti sotto le purghe di Stalin, carnefici di regime diventati vittime che non avendo più nulla da perdere gli raccontano le azioni e le esecuzioni cui hanno preso parte ecc. Raccoglie in questo modo, pazientemente e con rigore, centinaia di testimonianze, e così, con il passare del tempo, comincia a capire che la società reale che gli passadavanti, che lui stesso sperimenta sulla sua pelle è assai più vera di quella utopica cui aveva consegnato sogni e speranze. Il Gulag, in questo modo, diventa per lui una sorta di «laboratorio» sociologico che gli mostra la faccia del regime e insieme gli fa comprendere le deviazioni dellateoria che si fa storia. Ma l’opera della sua vita è in realtà il Manuel du Goulag, un libro che non ha eguali, che sotto forma di dizionario racconta con voci alfabetiche dedicate ai luoghi, alla storia, alle leggi e ai protagonisti la vicenda drammatica del sistema concentrazionario comunista sovietico, denunciandone gli scopi punitivi, repressivi, criminali e la sua corrispondenza con l’intera società comunista. Un dizionario storico delle istituzioni penitenziarie sovietiche e dei termini relativi al lavoro coatto, che è insieme un agile strumento per capire il dramma di coloro che, credendo in una società giusta, si sono esposti in prima persona per realizzarla, scoprendone la vera essenza, violenta, aggressiva e terroristica. Rossi che riesce a pubblicare il suo enorme lavoro in lingua russa e in francese, propone un analisi del Gulag in una prospettiva storica, ricercandone le sue radici «nei primi fenomeni concentrazionari degli anni del regime leninista bolscevico e mostrando la continuità della politica repressiva tra Lenin e Stalin, studiando altresì il sistema penitenziario zarista e prolungando le sue ricerche fino agli anni Ottanta. Un lavoro che per molti storici dell’Urss è unico nel suo genere, e che apporta, in molti lemmi, informazioni inedite e descrizioni documentate di prima mano. Il suo approccio enciclopedico al fenomeno del Gulag sovietico, non perde mai di analiticità e fornisce al mondo accademico e ai lettori un atto di denuncia definitivo del comunismo reale, a livello di organizzazione dello stato e a livello di progettazione teorica della società.

Comunista convinto, non si lascia prendere dalla disperazione della delusione e cerca giustizia, per riscattare sé e tanti suoi compagni che hanno dichiarato la loro adesione a un regime disumano, in perfetta buona fede. Si rende conto che il comunismo reale al potere si trasforma, come accade in Urss, in una dittatura sanguinaria che nulla ha a che vedere con gli ideali per i quali si è sentito impegnato a combattere: difesa dei più deboli, dei contadini, della classe operaia ecc.” (Frediano Sessi)

Una delle ragioni per le quali ho scelto di evidenziare questo autore, questo libro, questo passaggio in particolare, risiede nel fatto che ritengo consentano di far luce su un aspetto che può risultare altrimenti trascurato e cioè che l’ingranaggio delle Grandi Purghe agì soprattutto sui comunisti, su quelli che avevano fatto e creduto nella rivoluzione del proletariato e rappresenta una testimonianza del grande tradimento operato ai danni di un ideale, di un popolo, di una speranza.

 Leggete qua:

 

Penkos Karlik

 

Tre zampilli di urina schizzano rumorosamente nel bugliolo. Due sono di un giallo pallido. Il terzo, quello di Penkos Karlik, è rosso. Ha appena subito un interrogatorio pesante, che si è protratto per diversi giorni. I lividi, sul suo viso, vanno dal nero al giallo, passando per tutte le sfumature del blu. La sua schiena è coperta d’ecchimosi…soprattutto all’altezza delle reni. In questa cella…quest’anno siamo in novantasei imputati. Fissandomi con un solo occhio ( l’altro è d’un gonfiore impressionante), mi fa notare: -Per Jacques è più facile, questo non è il suo paese!

penso di capire cosa intenda…nel caso di Jacques, il Francese, questo inferno non riguarda che lui, e non tutto il uo popolo, il suo paese, la sua storia, la sua cultura…

Penkos Karlik, capitano dell’Armata Rossa e comandante di uno squadrone di blindati, è stato preso, come tanti altri nell’ingranaggio della Grande Purga…Patriota sincero e leale, non gli è mai riuscito di capire come si potesse chiedergli di riconoscere dei fatti così totalmente falsi. [...]

Il commissario insiste, perchè Karlik denunci il suo generale. Un uomo che Karlik rispetta, per cui ha ammirazione…Si lascerà torturare a morte piuttosto che fargli il benchè minimo torto!

Non ho mai  più rivisto Karlik. Ma quindici anni più tardi, nel 1953, all’incirca 6000 chilometri più lontano, a est, mi sono trovato in cella con un ex generale.

- Se me la sono cavata con 25 anni è sicuramente grazie ai miei ufficiali! – mi ha detto. – Non uno che abbia ceduto sotto le torture. Quasi tutti gli altri generali sono stati fucilati. -

Non riusciva a capacitarsi di essersela cavata anche se camminava a mala pena, le ossa delle sue gambe fracassate dalle torture, erano state malamente curate all’ospedale della prigione.

Era il generale di Karlik.

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Dipinti dal carcere

by Duncan on giu.03, 2011, under Bellezza, Ispirazione

Questi dipinti sono stati pubblicati anche nel nostro Blog dedicato agli ergastolani (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/05/25/opere-floreali-di-giuseppe-reitano/). Giuseppe Reitano è un ergastolano, detenuto nel carcere di Spoleto. E’ un’anima piena di luce interiore, e con un grandissimo talento artistico. Ho visto decine di suoi quadri, e la sua potenza espressiva è fuori discussione. I quadri che oggi pubblico anche su Born Again sono un un pò diversi dalle rappresentazioni contenute in tanti altri che ho visto. Sono cinque opere a carattere floreale.

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Il Gatto

by Duncan on giu.03, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo

Il Gatto venne vestito bene,

aveva il suo modo per farsi riconoscere, gesti studiati, improvvisi

mutamenti degli occhi,

parola vibrante, discorsi allenati, e  sparizioni improvvvise, per

improvvisi ritorni.

Lui lo aspettava. Sapeva che il Gatto sarebbe venuto anche a

quell’appuntamento.

Era il loro patto segretgo. Durava da secoli. Da prima ancora che il

Mag-Morth prendesse quota.

Ne erano passate di epoche. Avevano visto insieme edificarsi l’intera

Maitreya.Samut e tutte le inerpicabili discese.

Ma quel tempo era finito.

Il Gatto sarebbe venuto per l’ultima volta.

I tempi erano cambiati.

Il Salto lo avrebbe portato definitivamente nel Trai-Universo.

I tempi erano un bel casino.

Tutto si aggrovigliava. La matassa era inestirpabile. Esseri noti solo

nel folklore e nella leggenda prendevano vita. Strane malattie

falcivano a mazzi. Semimorti rprendeva a guarire. E c’era chi si

smarriva nei sogni e non tornava più. E Chimere che a furia di

pensarle ti bruciavano il petto. Elettricità a palla.. esaurimenti a

manetta. A volte uscivi fuori senza sapere dove cazzo saresti andato.

Le Orde Nere erano state liberate. E tutti i miti prendevano di nuovo

quota.

Nessun libro conteneva più le Formule..

E non era che l’Inizio…

Il Gatto se ne sarebbe andato… doveva andare..

Ma ancora un incontro… ancora per l’ultima volta..

Lo vide materializzarsi con il suo strano sorriso da pagliaccio, così

sornione, così anticamente triste, così inestirpabilmente maestoso…

Voleva fagli tante domande, dirgli tante cose, ma non riusciva a

parlare. Voleva ridere, voleva piangere. Voleva dirgli “non lasciarmi

solo.. sei l’unico punto fermo che ho in questo Mondo.. e ora te ne

vai anche tu… il Caos avanza.. tutto è ribaltato… mi sfuggono i

pensieri.. non ho più formule.. sono frastornato.. e tu te ne vai…?”

Non riusciva a dirlo.. le parole restavano bloccate in gola..

Ma il Gatto capiva.. capiva e sorrideva…

Lo fisso fino a incendiargli l’anima. E a lui sembrò di sentire tutte

le ossa rompersi, una fornace nel basso ventre, mani che si posavano

sul cranio e una voce violenta e dolce come ogni sacra alba.. dirgli..

“… Vai.. ora tu sei il nuovo Gatto…”

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Gustavo Rol

by Duncan on mag.23, 2011, under Ispirazione, Scienza

Nel testo che leggerete più sotto ho fuso tre brani su Gustavo Rol, tratti da questo sito: http://www.gustavorol.org/home.html

Ma chi era Gustavo Rol?

Non mi dilungo, perchè la nota è già corposa di suo, perchè io vi infligga anche troppi dei miei pensieri.

E’ stato definito il  ”il più grande sensitivo del XX secolo”.

Il che già lo renderebbe sospetto.. e farebbe sentire la puzza di ciarlataneria e di superstizione per gonzi.. che siamo stati da tempo addestrati a sentire ogni volta si sente di qualcosa o di qualcuno che va oltre “la normale codificazione della realtà”; oltre ciò che per noi è il paradigma del reale.

La Scacchiera insomma. Nella Scacchiera ci sono i bianchi, i neri, le regole consentite. Il resto non appartiene al Gioco degli Scacchi. Ma non per questo non è necessariamente irreale o privo di una sua forma di esistenza.

Il termine sensitivo comunque era restrittivo per una personalità come Gustavo Rol.. che non era alla ricerca dell’effetto o dell’applauso, che non si baloccava in travestimenti da occultista, che non si autorappresentava come maestro elitario di chissà quale verità insondabile e misterica, che non predicava con arrroganza e saccenza.

Era fondamentalmente un Ricercatore, a raggio ampissimo. Lui chiamava quello che faceva Scienza. Anche se era una “Scienza” che integrava pienamente in sè quello che viene solitamente definito come “paranormale”.

Che non fosse un personaggio da operetta, facilmente collocabile in qualche calderone saturo di stereotipi.. lo dimostra la considerazione che di lui hanno avuto persone che nessuno definirrebbe sciocce e ottuse, e che spesso sono state acute e spregiudicate.. oltre che molto diverse tra di loro.. persone come Federico Fellini, Dino Buzzati, il generale De Gaulle.

Sebbene nei testi che leggerete si parla anche di “poteri” e di “fenomeni”, non è tanto su quelli che inviterei a soffermarsi. Nè so dirvi fino a che punto i poteri che gli vengono attribuiti fossero reali.

Non è    tanto per quelli che ho dedicato una nota a questo personaggio.

Ma per la grande forza spirituale che molti riscontrarono in lui. Per quella sorta di benevolenza che sembrava irradiare. Per l’interesse appassionato per la conoscenza, anche in territori considerati per i più offlimits, e per la fortissima credenza nelle illimitate possibilità dell’essere umano.

Vi lascio alla lettura di questo testo..

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(testi tratti da.. http://www.gustavorol.org/home.html)

«Vive a Torino il dott. Gustavo Adolfo Rol, un sensitivo capace di imprese che non hanno nulla di normale e che è impossibile interpretare. È in grado perfino di fare viaggi nel tempo, di conversare con entità che hanno raggiunto l’oltretomba da secoli o di far piombare in un salotto col belato della capra anche il suo campanaccio. Un busto di marmo pesantissimo, senza che nessuno si muovesse, passò da un caminetto al centro di un desco». Così il giornalista e scrittore Enzo Biagi nel suo libro E tu lo sai? (Rizzoli, 1978) descrive la straordinaria figura di Gustavo Rol.

Chi era veramente? Lo hanno definito sensitivo, medium, mago, indovino e molto altro ancora. Egli però rifiutava di essere incluso in una qualsiasi di queste categorie. Così rispondeva al giornalista Renzo Allegri, autore della prima monografia su di lui, all’epoca di un inchiesta sul paranormale (1977) svolta per il settimanale Gente:

«Ma è sicuro che io sia importante per la sua inchiesta? Io sono una persona qualsiasi. Non ho niente a che vedere con i medium, i guaritori, gli spiritisti che lei intervista. Quello è un mondo lontano dalla mia mentalità. I miei modesti esperimenti fanno parte della scienza. Sono cose che in un futuro tutti gli uomini potranno realizzare».

In una lettera inviata al quotidiano La Stampa di Torino e pubblicata il 3 settembre 1978, Rol scrive:

«Ho sempre protestato di non essere un sensitivo, un veggente, medium, taumaturgo o altro del genere. È tutto un mondo, quello della Parapsicologia, al quale non appartengo anche se vi ho incontrato persone veramente degne ed animate da intenzioni nobilissime. Troppo si scrive su di me e molti che l’hanno fatto possono dire che mi sono lamentato che si pubblichi una vasta gamma di fenomeni e mai ciò che esprimo nel tentativo di dare una spiegazione a queste cose indagando su come e perché si producono certi meravigliosi eventi».

Così risponde Rol al giornalista Remo Lugli:

«Non credo di essere un medium nel senso letterale della parola e neppure un sensitivo. Forse posseggo doti di una intuizione profonda ed istintiva, e di questo mi sono accorto fin da quando ero ragazzo».

Dino Buzzati, noto giornalista e scrittore italiano del ’900, ha conosciuto bene Rol, e nel suo libro I misteri d’Italia (1978) racconta diversi episodi e aneddoti. Dice Rol:

«Non sono un mago. Non credo nella magia… Tutto quello che io sono e faccio viene di là [e indicava il cielo], noi tutti siamo una parte di Dio… E a chi mi domanda perché faccio certi esperimenti, rispondo: li faccio proprio a confermare la presenza di Dio… ».

Così Buzzati descrive Rol:

«Colpisce in Rol, che a sessantadue anni ne dimostra almeno dieci di meno, una vitalità straordinaria, e gioiosa. Insisto sulla serenità e l’allegrezza che ne emanano. Qualcosa di benefico si irraggia sugli altri. È questa la caratteristica immancabile, almeno secondo la mia esperienza dei rari uomini arrivati, col superamento di se stessi, a un alto livello spirituale, e di conseguenza all’autentica bontà. In quanto alla faccia, descriverla è difficile. Qualcuno l’ha definita da ‘bon vivant’. Non è vero. Potrebbe essere quella di un guru indiano. Ma potrebbe anche appartenere a un chirurgo, a un vescovo, a un tenero bambino. Ci si aspetta una maschera impressionante e magnetica. Niente di questo. Ciò che sta dietro a quella fronte, almeno a prima vista, non traspare».

Anche il dott. Massimo Inardi, studioso di parapsicologia, sul quotidiano di Bologna Il Resto del Carlino del 10 giugno 1975, dà una interessante descrizione:

«Stando vicino a Rol… si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un essere che di umano ha solo l’aspetto fisico e il comportamento, nonché il cuore: tutto il resto pare andare al di là di ogni concezione terrena delle possibilità umane».

Federico Fellini, noto regista italiano vincitore di cinque premi oscar (autore de La Dolce Vita) è stato un grande amico di Rol. Nel suo libro Fare un film, (1983), ne dà questo ritratto:

«Ciò che fa Rol è talmente meraviglioso che diventa normale; insomma, c’è un limite allo stupore. Infatti le cose che fa, lui le chiama ‘giochi’, nel momento in cui le vedi per tua fortuna non ti stupiscono, nel ricordo assumono una dimensione sconvolgente. Com’è Rol? A chi assomiglia? Che aspetto ha? È un po’ arduo descriverlo. Ho visto un signore dai modi cortesi, l’eleganza sobria, potrebbe essere un preside di ginnasio di provincia, di quelli che qualche volta sanno anche scherzare con gli allievi e fingono piacevolmente ad interessarsi ad argomenti quasi frivoli. Ha un comportamento garbato, impostato a una civile contenutezza contraddetta talvolta da allegrezze più abbandonate, e allora parla con una forte venatura dialettale che esagera volutamente, come Macario, e racconta volentieri barzellette. Credo che la ragione di questo comportamento (…) sia nella sua costante e previdente preoccupazione di sdrammatizzare le attese, i timori, lo sgomento che si può provare davanti ai suoi traumatizzanti prodigi di mago. Ma, nonostante tutta questa atmosfera di familiarità, di scherzo tra amici, nonostante questo suo sminuire, ignorare, buttarla in ridere per far dimenticare e dimenticare lui per primo tutto ciò che sta accadendo, i suoi occhi, gli occhi di Rol non si possono guardare a lungo. Son occhi fermi e luminosi, gli occhi di una creatura che viene da un altro pianeta, gli occhi di un personaggio di un bel film di fantascienza. Quando si fanno ‘giochi’ come i suoi, la tentazione dell’orgoglio, di una certa misteriosa onnipotenza, deve essere fortissima. Eppure Rol sa respingerla, si ridimensiona quotidianamente in una misura umana accettabile. Forse perché ha fede e crede in Dio. I suoi tentativi spesso disperati di stabilire un rapporto individuale con le forze terribili che lo abitano, di cercare di definire una qualche costruzione concettuale, ideologica, religiosa, che gli consenta di addomesticare in un parziale, tollerabile armistizio la tempestosa notte magnetica che lo invade scontornando e cancellando le delimitazioni della sua personalità, hanno qualcosa di patetico ed eroico».

Gustavo Adolfo Rol è considerato il più grande “sensitivo” del XX secolo. Il termine però, come abbiamo visto, non è sufficiente a darne una definizione. E questo perchè nell’epoca attuale, perlomeno in occidente, manca completamente la figura del Maestro Spirituale, così come non è dato trovare, anche laddove Maestri Spirituali ve ne siano, qualcuno che tra essi abbia conseguito lo stato di Illuminazione o Risveglio. Gustavo Rol faceva parte di questa categoria di Uomini, estremamente rara a trovarsi in tutte le epoche e oggi probabilmente estinta. Forse Rol è stato uno degli ultimi “esemplari” che abbia messo piede sul pianeta terra…

Nel corso della sua lunga vita, durata 91 anni (1903-1994), è venuto in contatto con grandi personaggi della storia del Novecento: Einstein, Fermi, Fellini, De Gaulle, D’Annunzio, Mussolini, Reagan, Pio XII, Cocteau, Dalì, Agnelli, Einaudi, Kennedy e tanti altri. Il suo ruolo è stato quello di mostrare l’esistenza di “possibilità” (come lui chiamava questi “poteri” – che di fatto corrispondono alle siddhi della Tradizione indù- ) che possono essere conseguite da ogni essere umano e di confermare la presenza di Dio fuori e dentro l’uomo. Oltre ad una vasta antologia di prodigi spontanei, ha codificato una originale serie di esperimenti che si situano nel confine metafisico dove convergono scienza e religione. Ha fatto spesso uso di carte da gioco, il che ha fatto insinuare ad alcuni che facesse della prestidigitazione. Tuttavia queste carte, che nella maggior parte dei casi non erano da lui nemmeno toccate, costituivano solo il primo e più semplice gradino cui accedevano i neofiti durante le “serate” di esperimenti, oppure erano un mezzo divertente e dinamico per scaldare l’ambiente. Ciò non significa che ciascuno dei “semplici” esperimenti non fosse di per sè sconvolgente.

In generale, le possibilità di Rol spaziavano dalla visione a distanza (lettura di libri chiusi, visione di cose che si trovano in un altro luogo o di ciò che accade in un altro luogo) ai viaggi nel tempo (con escursioni nel passato e nel futuro) sperimentati da parte dei presenti all’esperimento, dalla veggenza selettiva (osservazione dell’aura energetica che circonda il corpo umano, utile all’identificazione di malattie) all’endoscopia (la visione dell’interno del corpo umano). Era in grado di agire dinamicamente sulla materia, cioé poteva spostare a distanza oggetti di qualsiasi genere ( telecinesi ), o materializzarli e smaterializzarli ( apporti / asporti ), sapeva prevedere gli eventi futuri ( precognizione) e conoscere il passato di una persona ( chiaroveggenza ), leggeva nel pensiero (telepatia), era in grado di guarire persone ammalate anche molto distanti (tra i sistemi usati anche quello della pranoterapia) o trovarsi in due luoghi differenti nello stesso momento ( bilocazione ), poteva attraversare superfici solide (ad es. pareti) o far attraversare superfici solide a qualsiasi oggetto, così come poteva estendere o ridurre il corpo fisico a piacimento. Durante i suoi esperimenti potevano verificarsi epifanie di spiriti, che contribuivano alla dinamica degli esperimenti. Questi spiriti non erano però quelli dei defunti, anzi Rol sosteneva fermamente che i defunti non fossero tra noi. Ciò che gli uomini chiamano spiriti, non sono altro che i residui psichici lasciati dai defunti al momento della morte. Infatti, così come viene lasciato un residuo organico alla morte del corpo, viene anche lasciato un residuo psichico. Questo residuo è stato chiamato da Rol “spirito intelligente”, ed ogni Tradizione Metafisica sa di cosa si tratta. Per Rol ogni cosa ha uno spirito, però quello dell’uomo è uno spirito intelligente, per le superiori possibilità che la sua natura gli ha conferito. Il rapporto tra Rol e gli spiriti non aveva nulla a che vedere con questioni medianiche, si trattava invece di qualcosa non molto diverso da alcune pratiche egizie e sumero-babilonesi.
Infine, Rol produceva altri due tipi di fenomeni particolari, e cioé la proiezione a distanza di figure o scritte (soprattutto a grafite) su ogni genere di superfice e la pittura a distanza (che potremmo chiamare telepittura) – dove pennelli e spatole si libravano per aria da soli e dipingevano in pochi minuti quadri di pregevole fattura con l’aiuto dello “spirito intelligente” di un pittore scomparso (Ravier, Picasso, Goya, etc.).
Questi non sono che i fenomeni principali, essendovene molti altri (ne abbiamo classificati 49), tra cui possiamo ancora citare la levitazione, l’agilità, la traslazione, la glossolalia e l’azione post-mortem.

Dunque, chi era Rol? Era un Maestro Spirituale il cui risveglio della Luce interiore gli ha permesso di espandere le normali possibilità umane. Che ruolo ha avuto? Quello di confermare la presenza di Dio in un’epoca di grande materialismo e quello di incoraggiare ogni uomo ad intraprendere il suo stesso cammino al fine di dimostrare che il divino non è irraggiungibile e non è lontano dall’uomo, ma è alla sua portata quando egli desideri cercarlo. Ha inoltre indicato nella Scienza (la Scienza Sacra, quella dell’Armonia, sintesi di tutte le scienze) la Via da seguire:

«È così che ho sperato che fosse proprio la Scienza ad aiutarmi a riconoscere e codificare queste mie sensazioni che sono certo ogni uomo possiede, e sarà la Scienza stessa a rivelare queste facoltà e promuoverle in tutti gli uomini…».

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«Gustavo Rol è un uomo che Dio ha mandato fra di noi per renderci migliori»Franco Zeffirelli

«Rol sfugge alla nostra possibilità di comprensione. È un mistero»

Cesare Romiti

«…un individuo dotato di poteri incredibili»

Guido Ceronetti

«… una personalità fra le più sorprendenti del secolo» Alberto Bevilacqua

«… è il più indecifrabile e fascinoso enigma in cui mai mi sia imbattuto» Roberto Gervaso

«Tra le persone a cui rivolgo una preghiera quando sono in difficoltà c’è anche lui…» Vittorio Messori

«All’incredibile Rol, che sarà credibile solamente dopodomani» Jean Cocteau (dedica)

«Sono rimasto sbalordito, ma niente affatto sgomento: anzi, consolato ed arricchito» Valentino Bompiani

«A Gustavo Adolfo Rol che cammina come un illuminato sulla geografia dell’inconoscibile e della relatività» Pitigrilli (dedica)

«Quell’uomo legge nel pensiero e non possiamo rischiare che i segreti dello Stato francese vengano a conoscenza di estranei» Charles De Gaulle

«Al dottor Rol, con ammirazione per il suo lavoro ultra-umanitario» Vittorio Valletta (dedica)

«Gustavo era un essere meraviglioso che manca a tutti noi e che ci ha lasciato esperienze incredibili, emozioni uniche e straordinarie…» Valentina Cortese

«…è l’uomo più sconcertante che io abbia conosciuto. Sono talmente enormi le sue possibilità, da superare anche l’altrui facoltà di stupirsene» Federico Fellini

«Un personaggio… dietro al quale si nascondeva un’entità inafferrabile» Tullio Kezich

«Religiosissimo, credo che appartenga al filone dei “santi laici” piemontesi, come Frassati e Savio…» Nico Orengo

«Qualcosa di benefico si irraggia sugli altri. È questa la caratteristica immancabile… dei rari uomini arrivati, col superamento di se stessi, a un alto livello spirituale, e di conseguenza all’autentica bontà» Dino Buzzati

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I mondi di Barbara (Lawrence Ferlinghetti)

by Duncan on mag.10, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia, Resistenza umana

 
Eccoci al nuovo appuntamento con Barbara Lazzarini e la sua rubrica.
Sono momenti questi a cui tengo molto. Una grande occasione per tutti i Naviganti e gli Zingari che vengono qui.. in questo territorio chiamato Born Again.
Barbara trasforma la letteratura in Magia…  rendendola carne e sangue della vita.
Non solo “autori”, ma Uomini.. resi vivi, tremendamente vivi.. compagni di viaggio che incarnano un Insegnamento capace di ispirare e di rendersi  vivo in noi.
Vi lascio a Barbara Lazzarini.. che in questo suo pezzo parlerà di Lawrence Ferlinghetti.
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LAWRENCE FERLINGHETTI
Nasce a New York nel 1919 da padre italiano e madre ebreo-francese, artista poliedrico ed eclettico, fulcro della controcultura americana della beat generation insieme ad Allen Ginsberg, Jack Hirschman, J. Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso, Neal Cassady, Gary Snyder, Norman Mailer.

Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche

trascinarsi per strade di negri in cerca di pere rabbiose,

hipsters dalla testa d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste

con la dinamo stellata nel macchinario della notte…: questi versi della raccolta “Howl” (Urlo) di Allen Ginsberg, furono editi da Lawrence Ferlinghetti che per questo libro venne arrestato, nella San Francisco della fine degli anni Sessanta.

Era una generazione in rivolta tutta protesa ad inventare visioni nuove del mondo.

“I poeti, se sono veramente tali, non sono compromessi, sono puri e rappresentano una speranza”.

Aforistica e vocativa la sua è poesia che sa restare colta nonostante la semplicità, si fa leggere agevolmente, porge la mano soprattutto ai giovani, esorta, invita, desidera. Versi che professano ancora la rivolta e trasferiscono a tratti parole in immagini, i suoi quadri cercano, anelano la luce nell’intenzione di liberarla, in un processo contrario a quello solito che ne vuole la cattura. L’arte figurativa di Ferlinghetti si è sviluppata in un contesto di grande spessore e presenta una grande varietà di temi: denuncia politica e sociale, critica alle ingiustizie della società mercificata e massificante, amore e celebrazioni raffinate della femminilità: “Tutto ciò che volevo fare era dipingere luce sui muri della vita”.

CHE COS’E’ LA POESIA

“Poesia è

notizie dalla frontiera

della coscienza

Poesia è

il grido che grideremmo

al risveglio in una selva oscura

nel mezzo del cammin

di nostra vita

Una poesia è uno specchio

che percorre una via alta

colma di delizie visive

Poesia è lamina luccicante

dell’immaginazione

deve risplendere

e quasi accecarti

Il sole che irraggia

nelle reti del mattino

È notti bianche e

bocche di desiderio

È fatta

di aloni in dissolvenza

in oceani di suoni

È battute di strada

di angeli e diavoli

È un divano ricolmo di cantanti ciechi

dimentichi dei loro bastoni

Una poesia deve levarsi all’estasi

in qualche punto tra parola e canto

Che canti una poesia

ti voli via

o è anatra morta

dall’anima di prosa

Poesia è anarchia dei sensi

che si fa senso

Poesia è tutto

quanto nato alato canta

Come un vaso di rose una poesia

non la si deve

spiegare

Poesia è una voce di dissenso

contro lo spreco di parole

e la pletora folle della stampa

È ciò che sta

fra le righe

È fatta

da sillabe di sogni

È grida lontane lontano

su una spiaggia al calar della notte

È un faro

che muove il suo megafono

al di sopra del mare

È una foto di Ma’

in reggiseno Woolworth

che guarda dal vetro

un giardino segreto

È un Arabo che trasporta

tappeti variopinti ed uccelliere

per le strade

in una grande metropoli

Una poesia la si può fare in casa

con ingredienti di tutti i giorni

Sta in una pagina sola

ma può riempire un mondo e

sta bene nella tasca di un cuore

Il poeta è un cantante di strada

che salva strade-gatte d’amore

Poesia è pensiero-cuscino

dopo un rapporto

È distillato di animali articolati

che si chiamano l’un l’altro

traverso un golfo immenso

È frammento pulsante

di vita interiore

musica senza collare

È dialogo

di statue nude

È suono d’estate nella pioggia

e di gente che ride

dietro persiane chiuse

al fondo di un vicolo di notte

È lampadina spoglia

di un hotel di vagabondi

che illumina nudità

della mente e del cuore

Lasciate che il poeta sia animale da canto

fattosi lenone

per un re d’anarchia

Poesia è

lirica intelligenza incomparabile

volta a significare

varietà cinquantasette di esperienza

Poesia è una casa alta di echi

di ogni voce che abbia detto mai

qualcosa di folle

o meraviglia

Poesia è un’incursione sovversiva

sull’obliata lingua

dell’inconscio collettivo

Poesia è vero canarino in una miniera di carbone

e noi sappiamo perchè l’uccello in gabbia canti

Poesia è l’ombra gettata dalle nostre

immaginazioni-lampione

È voce

della Quarta Persona Singolare

È voce

entro la voce della tartaruga

È faccia

dietro la la faccia della razza

Poesia è fatta di pensieri-notte

Se può strapparsi via dall’illusione

non sarà rinnegata

prima d’alba

Poesia si fa evaporando

la risata liquida della gioventù

Poesia è libro di luce nella notte

che disperde nuvole di inconsapevolezza

Ode il bisbiglio

di elefanti e vede

quanti angeli danzano

su una punta di spillo

È un ronzare un lamentarsi estatico

ridendo un sospirare all’alba

una risata soffice selvaggia

È Gestalt finale

dell’immaginazione

Sia poesia emozione

ritrovata in emozione

Le parole sono fossili viventi

Ricomponga il poeta la

fera feroce

e la faccia cantare

Grande è un poeta solo quanto il suo orecchio

peccato se di latta

Poesia è lotta continua

contro silenzio, esilio inganno

Il poeta è un baluardo sovversivo

alle soglie della città

che sfida costantemente

il nostro status quo

È maestro d’ontologia

che interroga costantemente la realtà

e la reinventa

Prepara drink

dai liquori insani

dell’immaginazione

e perpetuamente si stupisce

che nessuno barcolli

Dovrebbe essere oscuro imbonitore

alle tende dell’esistenza

Poesia è quanto si ode dai tombini

echi di fuga del fuoco di Dante

Poesia è religione

religione poesia

È il ronzio di falene

cerchio intorno alla fiamma

È una barca di legno ormeggiata nell’ombra

sotto un salice in lacrime

entro l’ansa di un fiume

Il poeta deve avere un grandangolo

sguarda un mondo ogni sguardo

e il concreto è più poetico

Poesia

non è tutta eroina cavalli e Rimbaud

È anche preghiere impotenti

di passeggeri d’aereo

cinture allacciate

per la discesa finale

Poesia è vero oggetto

di grande prosa

Dice l’indicibile

Pronuncia l’impronunciabile

sospiro del cuore

Ogni poesia una temporanea follia

e l’irreale è il più realistico

Sia poesia ancora

tocco ribelle

alle porte dell’ignoto

Una poesia è sua stessa Coney Island

della mente

proprio circo dell’anima

Far Rockaway del cuore

Lasciate che un nuovo lirismo

salvi il mondo da sé!”

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Da Arcipleago Gulag.. di Alexander Solzenicyn

by Duncan on mag.10, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana

 
Nei decenni di cemento, ghiaccio e castrazione dell’Unione Sovietica..
specie in queli più feroci dello stalinismo (ma non solo.. anche per decenni e deceni dopo lo stalinismo, seppure con punte meno feroci e bestiali) la migliore letteratura fini sepoltà nei campi di concentramento sovietici.. i GULAG… perchè i migliori autori, scrittori, prosatori, filosofi.. erano lì dentro. Chi aveva talento, dignità, libertà interiore era destinato al Gulag.

Quelli che non furono incarcerati decisero di scrivere tradendo se stessi e voltando le spalle alla verità. Diventando così intellettuali di regime, vuoti funzionari stitici, carta da parati grigia.

Quelli che non si piegarono finirono nei Gulag.. le loro opere distrutte..o.. impossibilitate ad emergere.

I Gulag furono la patria delle migliori aime che partorì l’Unione Sovietica.

Fuori restarono i burocrati, i boia, i bastardi.. e una immensa massa triste che (ed è comprensibile) aveva il terrore panico di alzae anche solo di un centimetro la testa.

Eppure.. non tutto è stato cancellato.. scrittori come Solzenicyn (di cui riporto un brano qui sotto.. un brano tratto dal suo immenso capolavoro Arcipelago Gulag) , Salomov e altri.. salvarono nei decenni che vissero nei Gulag volti,, nomi, storie, anime…e riuscirono a salvarle su carta quando furono liberati.

Non tutto è stato perso in quegli anni di morte.

E comunque.. anche i diari bruciati.. le opere strappate.. le posie dei poeti muti.. da qualche parte vivono.. da qualche parte ci entrano ancora nell’anima.

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tratto da Arcipelago Gulag

di Alexander Solzenicyn

Ormai non potremo più formulare un giudizio di insieme su ciò che è
stato, sul numero dei morti e sul livello che questi avrebbero potuto
raggiungere. Nessuno ci racconterà dei quaderni frettolosamente
bruciati prima della deportazione, di brani pronti e di grandi
progetti rimasti sulle teste e insieme a queste gettati in una fossa
comune gellata. I versi si leggono accostando le labbra a un orecchio,
si ricordano e si trasmettono, o se ne trasmette il ricordo, ma un
testo in prosa non si racconta prima del tempo, per la prosa è più
difficile sopravvivere, è troppo voluminosa, poco flessibile, troppo
legata alla carta per superare tutte le vicessitutidni
dell’Arcipelago. Chi in un lager potrebbe decidersi a scrivere? Lo
fece A. Belinkov, il manoscritto finì nelle mani del compare  e  a
Belinkov toccò di rimbalzo un’altra condanna. M.I. Kalima non era
assolutamente una scrittrice, ma annotava in un taccuino i fatti più
notevoli della vita del lager: <<forse un giorno servirà a qualcuno>>.
La cosa arrivò alle orecchie dell’operativo. E venne spedita in cella
di rigore (se la cavò pure  a buon mercato). Esentato dalla scorta
Vladimir Sergeevic G-v, scrisse da qualche parte, fuori dal campo,
quattro mesi di cronaca dal lager, ma in un momento di pericolo
sotterrò quanto aveva scritto, e venne trasferito  per sempre – così
la sua cronaca rimase sotto terra. Non si può scrivere nel campo, non
si può scrivere fuori, dove farlo? Solo nella testa! ma così si
compongono versi, non prosa.

Non è possibile calcolare per estrapolazione, sulla base del numero
dei superstiti, quanti di noi, pupilli di Clio e di Calliope, siano
periti, perchè anche per noi non esistevano molte probabilità di
sopravvivere (..).

Tutto ciò che viene definito la nostra prosa dagli anni Trenta in poi
non è che la schiuma di un lago sparito sotto terra. E’ schiuma, non
prosa, perché si è liberata di tutto ciò che era essenziale in quei
decenni. I migliori scrittori soffocarono quanto di meglio c’era in
loro e voltarono le spalle alla verità; e soltanto così poterono
salvare se stessi e i propri libri. Quelli che non seppero rinunciare
alla loro profondità, particolarità e rettitudine dovettero
inevitabilmente perdere la vita in quei decenni, per lo più nel lager,
o dando prova di sconsiderato ardimento al fronte.

Così se ne andarono sotto terra i prosatori fiosofi. I prosatori
storici. I pensatori lirici. I prosatori impressionisti. I prosatori
umoristi.

(..)

Milioni di intellettuali russi furono gettati nell’Arcipelago, non in
gita, ma per essere umitali, per morirci, senza alcuna speranza di
tornare indietro.

(..)

Così una filosofia e una letteratura straordinarie furono sepolte
ancora sul nascere dalle crosta di ghisa dell’Arcipelago.

.

 

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Tu vivi.. di Alina Dumitriu

by Duncan on mag.10, 2011, under Ispirazione, Poesia

Abbiamo pubblicato già altre poesie di Alina Dumitriu.. questa giovane donna rumena che vive in Italia da anni.. dalla vita incredibile.. in assoluto una delle più grandi poetesse di questa generazione.

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TU VIVI

Tu vivi 

negli appositi spazi 

di un mondo luminoso 

soldato 

di rango guerriero 

La tua chioma bruciata 

porta nel mondo   

amore caldo 

per deboli 

in oscurità 

Tu vivi 

nel perenne 

cielo del dare 

abbracci e fortezza 

insicuri 

cammini 

sulle rive di un mare 

prono 

con la spada rovente 

e il petto scoperto 

nel vento cavaliere 

e di fiamma angelica 

il tuo volo 

lenisce 

un altro giorno di gloria 

Tu vivi 

e combatti 

ingiustizie e affanni 

solenne

il giuramento nell’anima 

verità e rispetto 

produci 

e illumini là 

dove i tuoi piedi 

incidono l’orma 

alla scoperta 

di un mondo raggiante

Alina Dumitriu

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