Born Again

Misticismo

Francesco d’Assisi- storia di un tradimento

by on dic.14, 2013, under Controinformazione, Misticismo

Quando nel 1989 vidi Francesco di Liliana Cavani al cinema ne fui profondamente colpito, anche se non al punto di razionalizzare cosa potesse effettivamente avermi colpito.
Lo compresi dopo, rivedendo, negli anni, quel film.
Oltre alla straordinaria potenza del film, e alla perfetta interpretazione di Mikey Rourke, c’era qualcosa di ancora più profondo ad avermi colpito. La consapevolezza che una parte della storia che non mi era mai stata raccontata. Una parte dove si vedono i contrasti insanabili che nacquero tra i seguaci, ormai diventati tanti, l’amarezza di Francesco, l’avvilimento, il senso di un tradimento.
Con questo piccolo pezzo che ho scritto in questi giorni, voglio ritornare su certi aspetti, spesso sottaciuti della storia, della personalità e dell’azione di Francesco.
Dico subito che qui non si sta “costruendo un Francesco alla propria maniera”; né si vuole raccontare un Francesco sciamano, un Francesco alchimista, un Francesco ambientalista, un Francesco rivoluzionario. Ovvero non si vuole raccontare il “proprio Francesco”, visto anche alla luce di essere un precursore dei tempi. E questo non per la fobia dei tradizionalisti di ogni tempo di non vedere mai un personaggio sacro come –non sia mai!- capace di essere fonte di ispirazione, anche per chi proviene da una cultura non ancorata a un integrale cattolicesimo. In realtà la figura di Francesco è così ricca di potenziale umano, di radicalità, e di forza morale, che non è un “peccato mortale” confrontarsi con essa, per vedere qualcosa che, in nuce, sia rivelatorio anche di altro.
Ma, lecite o no che siano le riflessioni di questo genere, non si tratta dell’obiettivo che mi sono proposto.
Qui non si vuole delineare alcun Francesco declinato secondo la propria sensibilità.
Qui si vogliono semplicemente fare emergere alcuni frammenti del suo percorso concreto, specie quelli che sono sempre stati messi un po’ in sordina, se non totalmente sottaciuti e cassati nel corso del tempo.
E anche qui non per fare la “controstoria” di Francesco.
Affermare come molte delle biografie del santo hanno elementi leggendari, e come la principale di essa, la Legenda Maior di San Bonaventura, filtrano parti della storia, ne edulcorano altre, ne astrattizzano altre ancora, e magari inventano passaggi di sana pianta, non vuol dire allora che queste biografie siano un campionario di falsità. E che la loro lettura sia priva di valore. Ma che da sole non rendono pienamente giustizia a tutto il percorso di Francesco.
E’ importante raccontare  “l’altra parte” della storia. Come Francesco visse, a un certo punto, una distanza sempre maggiore dal suo ordine. Come provò profonde amarezze e delusioni. E come, anche dopo la sua morte, l’ordine continuò il processo di allentamento dal fondatore. Premettendo a tutto questo una riflessione sulla natura, radicalmente evangelica, dell’esperienza di Francesco.
E’ interessante soffermarsi un attimo su come nacque quella che per secoli venne considerata la biografia ufficiale e definitiva di Francesco, la Legenda maior, scritta a Bonaventura, ministro generale dell’ordine, dietro mandato datogli dal capitolo generale nel 1260. Nel 1263 la Legenda maior divenne il testo definitivo su Francesco; e nel 1266 il capitolo generale di Parigi ordinava la distruzione di tutte le biografie precedenti. Un grande autodafé di libri. Eppure alcune delle più antiche biografie riuscirono a salvarsi grazie a qualche copia “scampata agli incendi”, per il suo essere stipata in qualche monastero sperduto. Furono ritrovate la Vita prima e la Vita seconda e il Trattato dei miracoli; tutte opere di Tommaso da Celano, La leggenda dei tre compagni di Rufino, Angelo e Leone, tre dei fedelissimi di Francesco, e altri testi.     Questi testi non sono sempre univoci tra loro; anzi spesso non lo sono. Non sono privi affatto di agiografie e parzialità. Ma tra essi, gli stessi scritti di Francesco (soprattutto il Testamento) e altre fonti storiche, è possibile comunque fare emergere qualcosa di importante.
L’intera ricostruzione della figura, della predicazione, del percorso di Francesco è ritenuta praticamente impossibile. Una parte di questa vicenda umana e religiosa, è inevitabilmente avvolta nel mistero. Ma ricorrendo a tutte le fonti precedentemente dette; si apre la possibilità di un po’ più di verità e di onestà.
Francesco nacque intorno al 1182. Il padre era mercante e lui da giovanissimo divenne appassionato di romanzi cavallereschi. Partecipò alla guerra tra assisiani e perugini, nell’ambito della quale venne fatto prigioniero per circa un anno, cosa che lasciò un segno su quella che sarebbe stata la sua salute nel corso degli anni.
Nel 1206 sarebbe avvenuta la prima conversione, seguita dalla rinuncia all’eredità paterna, col noto episodio dello spogliarsi davanti al Vesvovo, e il suo ritirarsi inizialmente come eremita presso la chiesetta di San Damiano.
Nel 1209 avvenne quella che viene detta “la seconda conversione”. Un giorno, sentendo la messa nella chiesetta della Porzuncola, Francesco sentì  il celebre passo evangelico di San Matteo:
“Andate e predicate  dicendo che il regno dei cieli è vicino. Curate i malati, suscitate i morti, mondate i  lebbrosi, cacciate i demoni. Ciò che avete ricevuto gratuitamente, date gratuitamente.  Non portate né oro, né danaro nelle cinture, né bisacce per il cammino, né due tuniche, né calzari, né bastone; l’operaio merita infatti che si provveda al suo mantenimento. In ogni città o castello dove entrerete, informatevi su chi è degno di ricevervi e lì restate finché ve ne andrete. Entrando nella casa salutatela col dire: ‘pace a questa casa’ ” .
Dopo la messa chiese al sacerdote laspiegazione del passo e dopo averla ricevuta, avrebbe detto:
A quel punto abbandonò la vita da eremita e cominciò a predicare, attirando intorno a lui giovani che si sentivano “chiamati” verso un’altra vita. Nacque così la primissima comunità francescana composta da dodici persone.
Per potere comprendere quale fosse il genere di vita seguito dall’originaria confraternita francescana, bisogna conoscere i punti fermi della visione di Francesco.
Il concetto centrale, nell’esperienza religiosa di Francesco, è quello che viene definito sequela Christi.
La sequela Christi è per lui una vita vissuta in povertà e obbedienza, affidamento totale a Dio.
In Francesco è decisiva l’idea di “piccolezza”. Per lui Dio venendo tra gli uomini si è fatto “piccolo”, uomo tra gli uomini. E per seguire Cristo bisogna necessariamente farsi “piccoli”.
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“Io, frate Francesco piccolo, voglio seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signor
nostro Gesù Cristo e della sua santissima madre, e perseverare in essa fino alla fine.”
C’è quindi un totale abbandono nella mani della Provvidenza, che sfiora –così gli è stato nel corso dei secoli contestati- la passività di fronte ai poteri del mondo.
Lui stesso aveva scelto la povertà, restituendo tutto ciò che aveva a suo padre, mantello compreso. Aveva accettato insulti e denigrazioni di ogni tipo, provenienti anche dai suoi conoscenti. E si era completamente affidato alla Provvidenza di Dio.
Essere poveri è considerato necessario per porsi dal punto di vista degli ultimi e così avvicinarsi alla condizione del Gesù. Nella regola non bollata scrive:
“i frati cerchino di seguire la povertà del Signore nostro Gesù Cristo e si ricordino che niente ci è concesso di avere se non il cibo e le vesti e di questi ci dobbiamo accontentare. […] l’elemosina è l’eredità e il giusto diritto dovuto ai poveri; lo ha acquistato per noi il signore nostro Gesù Cristo”.
E’ particolarmente indicativo, a questo scopo, l’utilizzo da parte di Francesco dell’aggettivo
“piccolo” col quale era solito indicare sé stesso. Nelle parti conclusive del Testamento, scriverà:
: «Io frate Francesco piccolino, vostro servo, per quel poco che io posso…». E più cerca di sminuire la sua figura, più la sua figura paradossalmente diventa grande. Che poi è uno dei paradossi dell’umiltà, ovvero fare emergere in grandezza morale chi non vuole essere tra “i dominatori del mondo”.
Questo richiamo alla piccolezza in Francesco è costantemente connesso a tutto quello che può fare sentire “superiori”. Così si spiega la sua “ostilità” verso gli stessi libri e il fatto che volesse che i frati analfabeti non imparassero a leggere. Temeva nella scienza e nella lettura, la spinta che esse potevano dare ad alcuni, a sentirsi più “elevati” e a insuperbirsi.
Tornando all’ideale della povertà, per Francesco chi entrava nella fraternità non doveva avere niente, e non doveva ricevere mai denaro. Francesco ammetteva in casi particolari l’elemosina, ma non da intendere come ricezione di qualcosa perché la si chiede con atto di mendicità, ma come una sorta di “retribuzione”, comunque in forma di vitto necessario per vivere in cambio del proprio lavoro. Per Francesco infatti la comunità doveva reggersi su un lavoro di autosufficienza e non su offerte che, secondo lui, erano di diritto dei poveri.
Chi prima di unirsi alla fraternità fosse stato artigiano, poteva, anzi doveva conservare gli strumenti del mestiere e continuare la sua attività, purché lecita ed onesta -erano esclusi certi mestieri come il macellaio e il mercante-. Chi invece non sapeva un mestiere doveva impararne uno.
Riguardo al denaro e al totale rifiuto di riceverlo, vi era su una sola eccezione. (cui ricorrere il più raramente possibile) qualora fosse servito per sfamare e aiutare i lebbrosi. Secondo la Furugoni, Francesco diceva:  “Ricevere offerte di soldi è un furto ai poveri”.
Francesco propugnava l’abbandono totale alla Provvidenza, con una di quelle forme di radicalità che effettivamente sono difficilmente raggiungibili dalla maggior parte delle persone. Secondo lui il cristiano doveva avere una fiducia totale, e non accumulare nulla, non conservare nulla. Se sei veramente cristiano –questo era il senso- che cosa accumulerai a fare? Ti affiderai, giorno per giorno a quello che quel giorno ti darà. Francesco, ad esempio, prescriveva che, se si riceveva del cibo da altre persone, non si doveva conservarlo per il giorno seguente. Perfino mettere in acqua il legumi per il giorno successivo era vietato. Bisognava sempre restare “senza garanzie”, illimitatamente fiduciosi nella Provvidenza.
Con papa Innocenzo IV, nel 1245 le cose raggiunsero il loro capovolgimento. Con la bolla ordine vestrum il pontefice arrivò a proibire l’ingresso nell’Ordine a chi non sapesse il latino, e promosse il reclutamento dei Minori nei centri universitari. In pratica si arrivò a escludere non solo chi non sapesse scrivere e leggere, ma anche chi non avesse la conoscenza del latino.
Non sembra essere un’invenzione delle biografie edificanti quella che è un’altra caratteristica centrale di Francesco. L’infinta empatia verso ogni essere vivente, il cuore rapito da ogni sofferenza, la vicinanza ad ogni creatura. Le biografie edificanti crearono per certi versi un personaggio astorico edulcorato e depurato da ogni cosa che non fosse pienamente conforme a una visione di totale convergenza con la Chiesa; ma ciò non vuol dire che alcuni elementi non avessero fondamenti reali.
L’immenso amore per tutte le creature viventi è considerato, da gran parte degli studiosi, un effettivo tratto dello spirito e della pratica di Francesco.
C’è un passaggio molto bello, tratto dalla Vita prima, di Tommaso Celano, una delle prime biografie sul Santo,
“Diceva al frate ortolano di non riempire tutto lo spazio di verdure commestibili, ma di lasciarne libera una parte perché producesse erbe spontanee che al loro tempo producessero i fratelli fiori. Usava dire che il frate ortolano doveva anche riservare da qualche parte un bell’orticello dove piantare tutte le erbe profumate e tutte le piante che producono fiori belli. Le corolle, una volta sbocciate, infatti, avrebbero invitato chiunque le guardasse a lodare Dio, dato che ogni creatura dice e grida: ‘Dio mi ha fatto per te, o uomo”.
In un altro passaggio, sempre dalla Vita prima, si racconta che, Francesco, mentre attraversava la Manca Anconetana, vide un tale che portava al mercato due agnelli, destinati al macello. Non avendo denaro, il santo dà a quel tale il mantello che aveva ricevuto poco prima da un benefattore, e che aveva accettato solo per poi ricoprire il primo povero che avrebbe incontrato. Tommaso scrive che Francesco:
“Abbondava di spirito di carità, provando sentimenti di pietà non solo per gli umani provati dal bisogno, ma anche per gli animali bruti senza parola, per i rettili, gli uccelli, e tutte le creature sensibili e insensibili.”
E mentre gli agnelli erano ancora prigionieri Francesco li aveva accarezzati “come una madre il figlio che piange mostrando tanta compassione”.
Ma adesso è importante, prima di procedere,con il percorso che avrà la comunità francescana, e i progressivi distacchi tra Francesco e il suo ordine, soffermasi un attimo sulla turbolenta epoca in cui Francesco si trovò ad operare.
Quelli erano anni dove agli abusi del clero, le guerre tra i nobili, le durezze  e a volte (per alcuni) insensatezze del vivere, si contrapponevano fortissime spinte sociali di carattere radicale, che miravano a un rinnovamento totale. Tutte queste spinte si manifestavano sempre in ambito religioso, con linguaggi religiosi, con obiettivi religiosi. Anche se poi, veicolavano anche altro, come la tensione per una vita più giusta. Ma nel medioevo, ogni “battaglia” era sempre inestricabilmente connessa alla “lotta spirituale”, perché l’orizzonte esistenziale non era concepibile, tranne rarissime eccezioni, distinto da Dio.
Anni di degrado della Chiesa romana, tensioni morali a lungo rimaste in un limbo esplosero, in una poderosa e multiforme richiesta di rinnovamento, nacquero le comunità pauperistiche, i gruppi che volevano un contatto diretto col vangelo, i movimenti mendicanti e spiritualisti. Una congerie di realtà sociali, a volte con non poche differenze tra di loro, ma con alcuni elementi ricorrenti. Il tentativo di un rapporto più diretto con Dio, la repellenza verso la corruzione della Chiesa, il suo burocratismo, la simonia, la cupidigia che la rendevano per alcuni “la grande puttana” di cui parlava l’Apocalisse… e in contraltare, l’impellente volontà di una vita più vicina ai valori cristiani. Il fermento fu ovunque, e naturalmente a volte cadde nell’eccesso, prendendo anche direzioni estremistiche. Ma alla base vi era una profonda esigenza di rinnovamento. La Chiesa naturalmente non capì, e non aveva interesse a capire. Queste recriminazioni contro la corruzione, queste esigenze di cambiamento, queste spinte verso la povertà, l’equità e il rigore morale, le vedeva con grande sospetto, e quasi la spaventavano. E fece di tutto per stroncarle.
Francesco d’Assisi vive in un tempo in cui questo fermento, questa arsura è vivissima.
La sua figura è anomala. Perché da un lato, non sembra essere mai stato tra gli “riformatori intransigenti”. Nemico di ogni discordia, non vorrà mai porsi fuori dalla Chiesa, o lanciarsi in polemiche e attacchi espliciti. Ma allo stesso tempo la sua esigenza di vita era altra cosa rispetto a quella che permettevano le strutture ecclesiastiche.
Quindi, citando un testo di cui non sono riuscito a trovare l’autore, “Francesco non criticherà mai nessuno, né la chiesa (che ben sapeva essere corrotta) né gli eretici o chicchessia perché semplicemente non spettava a lui farlo, lui non poteva né voleva giudicare perché giudicare significa porsi dalla parte dei potenti e lui, per sua scelta, voleva rimanere fra i derelitti e in comunione con loro con come unico scopo il perfezionamento della sua vita, in base ai concetti impliciti nella tesi della sequela “
Questa compresenza di approccio esistenziale ispirato a un radicalismo evangelico, e la volontà di non creare discordia e divisioni con attacchi violenti alla Chiesa, espressione, forse, di una più generale volontà di non essere qualcuno che giudica o condanna nessuno (eretici, Chiesa), dava a Francesco e ai suoi primi seguaci quella ambiguità per la quale la Chiesa non poteva inquadrarli facilmente come eretici, ma li vedeva con sospetto.
Francesco cercò presto un’autorizzazione papale per il suo ordine, sia per potere avere una riconosciuta libertà di predicazione fuori la zona di Assisi. E sia per evitare che chi lo seguiva fosse perseguitato, tanta forte era la similitudine tra i primi gruppi di francescani e altri gruppi, in cerca di semplicità, frugalità, libertà fuori da strutture rigide, contatto diretto col vangelo che sorgevano in Italia.
In genere si crede che Francesco abbia voluto fondare un ordine monastico pienamente strutturato.
In realtà sembra che questa non sia mai stata l’autentica volontà di Francesco.
Ciò su cui molti concordano, invece, è che Francesco mirava a creare una fraternità, non troppo numerosa, il meno formalizzata possibile riguardo al suo funzionamento.
Il primo gruppo raggiunse le 12 persone. A quel punto nacque l’esigenza di un riconoscimento papale. Questo riconoscimento non era una richiesta di privilegi –che sarebbe stata agli antipodi con la natura di Francesco- ma soprattutto una richiesta di poter predicare, come il vangelo prescriveva, anche fuori dalla giurisdizione di Assisi, e di evitare per evitare che chi lo seguiva fosse perseguitato, tanta forte era la similitudine tra i primi gruppi di francescani e altri gruppi, in cerca di semplicità, frugalità, libertà fuori da strutture rigide, contatto diretto col vangelo che sorgevano in Italia.
-La regola orale
Nel 1209 Francesco e i suoi compagni si recano a Roma dal Pontefice Innocenzo III a cui sottopose una “Regola” scritta di suo pugno. Regola poi andata perduta, ma che si crede fosse stata una cosa molto semplificata, che sostanzialmente consisteva in un richiamo ai principi del Vangelo, quanto a povertà, vicinanza ai poveri, ecc.
Innocenzo approvò la regola, anche se solo oralmente. Ma non sembra che il suo appoggio fu immediato come alcune delle biografie più tarde raccontano. Nella chronica di Ruggero da Wendover (legittimata dalla postilla aggiunta da frate Gerolamo d’Ascoli – futuro papa Niccolò IV – alla Legenda maior di San Bonaventura), Innocenzo III trattò prima Francesco in malo modo, dicendogli: “Va’, fratello, cercati dei porci, a cui saresti da paragonare più che agli uomini. Allora, ravvoltolati con loro nel fango…”.
Ma a difesa di Francesco sarebbe intervenuto il cardinale Giovanni Colonna esprimendosi con durezza: “Se respingiamo la richiesta di questo povero, dicendo che è troppo difficile e stravagante, mentre in realtà chiede soltanto che gli venga approvata la forma di vita prescritta dal vangelo, stiamo attenti che non ci capiti di fare ingiuria proprio al Vangelo. Se infatti qualcuno dicesse che nell’osservanza della perfezione evangelica e nell’intenzione di costui di  praticarla vi è qualcosa di strano o di irrazionale, oppure di impossibile da portare avanti, costui diventerebbe immediatamente reo di bestemmia contro Cristo, autore del costui diventerebbe immediatamente reo di bestemmia contro Cristo, autore del Vangelo”.
Qualunque cosa sia effettivamente avvenuta, alla fine Papa Innocenzo III accolse la regola, ma solo “oralmente”, senza impegnarsi con una bolla  ufficiale. Innocenzo III probabilmente più che spinto da considerazioni morali, pare che avesse compreso che un ordine come quello sarebbe stato molto utile, in un’epoca dove ovunque rimproveravano Roma per la sua opulenza, e chiedevano il ritorno ai valori originali dal vangelo. Un ordine che predicasse la povertà e la semplicità, ma all’interno della Chiesa e senza contestarla dall’esterno sarebbe potuto servire molto. Allo stesso tempo, Innocenzo III, appunto per la “diversità” di Francesco e i suoi, e per la non poca somiglianza con gruppi quali quegli degli “umiliati”, non volle dare un riconoscimento solenne e formale alla regola, tramite una bolla scritta, dando solo un consenso orale, e comunque impose a Francsco e ai suoi il giuramento di fedeltà alla Chiesa e la tonsura.
La  regola verbalmente approvata non pare essere stata una regola molto ampia e pedissequa nelle sue prescrizioni, e quindi in grado di irrigimentare la prima comunità.
Le prime decisioni collettive, venivano, di volta in volta, prese dai capitoli generali, l’insieme dei monaci mano a mano che la comunità cresceva.
Francesco non sembra avere avuto mai la volontà di creare un vero e proprio ordine formalizzato. Voleva che i monaci fossero allo stesso tempo più liberi possibili, e meno “garantiti” possibili. Le due cose in un certo senso andavano insieme; norme, tutele, prescrizioni eccessive, limitavano in modo quasi burocratico l’azione, dando, quasi in contraccambio, una modalità organizzata entro la quale agire, la protezione di un ordine, mezzi a disposizione; “tutela” in pratica. Mentre per Francesco i “folli di Dio” dovevano andare per il mondo in piena libertà e senza “garanzie per il domani” che al domani avrebbe pensato la Provvidenza.
Dall’altra parte Francesco non era per modalità formalizzate e strutturate perché era avverso a qualunque gerarchia tra i monaci. Lui stesso, nella regola non bollata e nel Testamento, vietava che i monaci potessero mai chiamare qualcuno “priore”. Nella comunità, lui diceva,‘nessuno doveva farsi chiamare priore, ma tutti devono essere frati minori’.
Per lui non vi erano distinzioni, come quella tra letterati e analfabeti, o tra sacerdoti e laici. Anzi, la sua, inizialmente, fu una comunità di laici.
Avendo visto la sequela Christi a cui si richiamava Francesco, e come egli intendesse, come parte imprescindibile di essa, la povertà radicale e il farsi “piccolo tra i piccoli”; ne consegue che la comunità che immaginava Francesco, e che poi fu effettivamente la comunità dei primi tempi, rifiutava qualsiasi ricchezza in denaro e permetteva di ricevere cibo da altri solo in cambio di lavoro. Rifiutava qualunque forma di “metti da parte per i tempi grami”, dato che la fiducia totale nella Provvidenza imponeva che ci si esponesse alla precarietà totale. Imponeva una imitazione il più stretta possibile dell’ideale del Cristo.
La comunità doveva essere fondata sul lavoro dei membri e non su donazioni ed elemosine.
Era vietava qualsiasi forma di gerarchia interna, col divieto di chiamare Priore alcun frate. Sia nella regola non bollata, sia nel testamento dirà “E nessuno sia chiamato priore, ma tutti siano chiamati semplicemente frati minori. E l’uno lavi i piedi all’altro”. Tutti frati erano da considerare uguali, nel loro essere “Minori”; “piccoli” servitori di Dio. Non era presente alcuna differenza tra laici e sacerdoti, a differenza del monachesimo tradizionale.
Sebbene, poi, la comunità, si dichiarava fedele alla Chiesa, la tendenza sembrava essere soprattutto quella di un contatto diretto col Vangelo. E anche questo li faceva assomigliare, come abbiamo visto,  a gruppi come gli umiliati o addirittura come i Valdesi che erano già stati bollati come eretici.
Questa visione “integrale” di Francesco avrebbe retto finché il gruppo sarebbe rimasto un gruppo piccolo, composto da grandi uomini, che avevano la passione, il rigore, la forza e forse anche la follia di condividere una vita “estrema”, una vita di adesione letterale al Vangelo, e di fare questo con gioia. La fama di santità di Francesco e della sua predicazione però intanto cresceva e in poco tempo divenne smisurata e questo portò a un colossale aumento del suo seguito. E anche a problemi e divisioni non previsti e che sarebbero diventati insanabili.
Nel primitivo e ancora poco strutturato ordine, cominciarono allora ad emergere tue tendenze, quella moderata e quella rigorista,
-L’ala moderata o dei “conventuali
Nella Vita prima scritta da Celano, viene riportato un discorso di Francesco, che sia Giuseppe, che la Frugoni, che Miccoli nei loro scritti su Francesco considerano molto simbolico di quello che avvenne nell’ordine francescano. In quel discorso Francesco dice:
“All’inizio troveremo frutti dolci e deliziosi; poi ne avremo altri meno  gustosi; infine ne raccoglieremo di quelli tanto amari da non poterli consumare, perché saranno aspri e immangiabili per tutti, quantunque estremamente belli e profumati. Il  Signore ci farà crescere fino a diventare un popolo assai numeroso; poi avverrà come del pescatore che gettando le reti nel mare o in qualche lago prende grande quantità di pesci, ma dopo averli messi tutti nella sua barchetta, essendo troppi, sceglie i migliori e i più grossi da riporre nei vasi e portar via, e abbandona gli altri”.
Celano con quelle parole, parole che forse mise in bocca a Francesco, voleva probabilmente denunciare come la nuova “fila” di francescani non era più disposta a seguire il rigore e la radicalità che imponeva Francesco.
I moderati chiedevano che si allentasse molto delle imposizioni di Francesco, e che l’ordine che stava sorgendo si allineasse allo stile delle regole presenti negli altri ordini monastici. Inoltre, erano più propensi, rispetto ai primi compagni, a richiami più diretti e costanti alla Chiesa e al suo ruolo di mediatrice, piuttosto che ad un richiamo diretto al Vangelo.
I moderati volevano che si redigesse una nuova regola, che questa volta sarebbe dovuta essere “bollata”; ovvero ricevere la consacrazione scritta da parte della Chiesa. E questa regola doveva essere una regola più indirizzata verso un monachesimo meno ardente ed “eroico”;ma più affidabile e “strutturato”.
-L’ala rigorista o dei “compagni”
I rigoristi erano i primi compagni di Francesco  e tutti coloro che erano entrati nell’ordine spinti da una fortissima convinzione e dalla volontà di aderire il più possibile allo stile di vita di Francesco.
Essi esigevano che l’ordine rimanesse legato a una pratica di povertà assoluta. Erano ostili alle troppe formalizzazioni e alla “burocratizzazione” della vita comunitaria. Erano poco “attratti” da ogni rapporto con la curia romana, e tendevano alla predilezione di un contatto diretto col Vangelo.
Naturalmente costoro, che presto divennero una minoranza, erano i più vicini e saranno i più fedeli, per tanti aspetti, all’esperienza e alla predicazione di Francesco. Ma è anche vero che molti di loro, nella tensione con la parte moderata, che finirà, dopo la morte di Francesco, a mettere tanti di loro fuorilegge, arriverà ad eccessi rigore e radicalità che porteranno anche a dei travisamenti dell’autentico spirito di Francesco, che, per esempio non amava le discordie e che nell’eccesso di polemismo vedeva il rischio dell’orgoglio, di quella “durezza” che spinge, proprio chi fa scelte estreme, a considerarsi migliori degli altri.
Tornando alla vita di Francesco, i contrasti tra queste due tendenze si intensificarono tra il 1219 e il 1220 quando Francesco si trovava in Terra Santa, dove era andato al seguito della quinta crociata per evangelizzare gli arabi. Ma pare che avere visto ciò di cui furono capaci i crociati, lo avesse nauseato e spinto a ritirarsi in solitudine presso i luoghi santi di Gerusalemme, anche se su quel periodo della vita francescana sussistono interpretazioni non uniformi. Comunque, intorno al 1220 giunse un frate dall’Italia a comunicargli notizie che inquietarono molto Francesco. Erano sorte tutta una serie di discordie all’interno del suo ordine e la componente moderata, che stava prevalendo, aveva cominciato, in sua assenza, a darsi delle costituzioni,
probabilmente ispirate agli ordini monastici tradizionali.
Cominciò allora  quello che sarebbe stato il periodo più duro per Francesco e che alcuni definiscono come “la drammatica lotta tra Francesco e il suo Ordine”(Giuseppe Giudice).
Francesco tornando in Italia si rese conto che la prima “regola” approvata oralmente da Innocenzo III nel 1210 non era più sufficiente per mantenere l’unità e che adesso era ormai inevitabile una “regola” vera e propria. Ma seppure per lui redigere una regola rappresentava una “forzatura”, si mise al lavoro per preparare una regola normativa. Per prima cosa, dopo l’incontro col Papa nell’autunno del 1Arrivato a Roma nell’autunno del 1220, Francesco rinuncia al governo dell’ordine nel capitolo  generale del 1220, effettuando un primo atto di distacco. Secondo l’anonimo perugino, in quella sede avrebbe detto:
“Da ora io sono morto per voi. Ma ecco frate Pietro Cattani, al quale io e voi tutti obbediremo”, rinunciando così al governo concreto dell’ordine, continuando a rimanere la guida spirituale.
A quel punto si mise all’opera per scrivere la regola, con la decisa volontà di mantenere i contenuti evangelici originari della comunità originaria e della forma di vita del 1210, rendendoli più precisi e normativi. Il suo obiettivo  è comunque tenere duro e non stravolgere il senso degli ideali originari.
-REGOLA NON BOLLATA
Questa prima regola, redatta nel 1221, venne definita “non bollata”, perché non ricevette l’approvazione papale.
Rimase fermo il richiamo alla “povertà assoluta” e la rinuncia a qualsiasi possesso .
E’ previsto ancora l’obbligo al lavoro per i frati e il divieto di ricevere denaro a cui è dedicato l’intero VIII paragrafo: “Nessun frate in nessun modo prenda con sé o riceva da altri o permetta che sia ricevuta pecunia o denaro […] per nessuna ragione, se non per una manifesta necessità dei frati malati”. L’eccezione al divieto di ricevere denaro era prevista solo in caso fosse necessario per l’assistenza dei frati ammalati e dei lebbrosi.
I frati potevano avere in uso gli strumenti di lavoro ma non in proprietà: l’unico possesso personale riguardava il cibo e il vestiario.
Sul piano dei rapporti interni era mantenuta, anche in questa prima regola, l’uguaglianza di tutti i frati, privati di ogni potere o dominio. Nessuno doveva essere chiamato “priore”. Ed era prevista una norma davvero rivelatrice, che, a parer mio, ha qualcosa di rivoluzionario per l’epoca. L’obbedienza ai ministri dell’ordine non andava considerata assoluta ma relativa al bene.  Nel V paragrafo è scritto infatti che i frati hanno il dovere di non ubbidire al ministro nel caso in cui esso viva «secondo la carne», o comunque nel momento in cui ordini qualcosa «contro la nostra vita o contro la sua anima»,. Nessun mandato, per Francesco, poteva essere considerato irrevocabile: in nessun momento e per nessuna persona.
Tra le altre disposizioni c’è una particolare attenzione verso la cura da prestare ai confratelli malati, e tutta  una serie di altre prescrizioni.
Nella regola non ci sono alcuni momenti splendidi, di grande valore morale, come quando si dice:
“[i frati] non dicano male di nessuno; non mormorino, non calunnino gli altri, poiché è scritto: i calunniatori e i maldicenti sono in odio a Dio. E siano modesti, mostrando mansuetudine verso tutti gli uomini. Non giudichino, non condannino; e come dice il Signore, non guardino ai piccoli difetti degli altri, anzi pensino più ai loro nell’amarezza della loro anima.”
Questa regola venne presentata da Francesco ai frati nel capitolo generale di pentecoste del 1221, e successivamente alla curia romana, ma suscitò più ostilità che consenso. E specie la resistenza che emergeva dalla maggioranza dei monaci fece cadere Francesco in uno stato di amarezza e delusione che si sarebbe accresciuto con gli eventi successivi.
E’ l’inizio di quello che alcuni chiameranno “tradimento”, e che porterà l’ordine francescano, soprattutto dopo la morte del santo, su una strada progressivamente lontana da quella che lui aveva immaginato. Ma, come si è visto, il distacco del santo dai compagni era iniziato già in vita.
Francesco però non aveva rinunciato a una riformulazione della regola, che comunque continuasse a mantenerne saldi gli elementi salienti.
E tra la maggioranza dei frati circolava il timore che la regola finale sarebbe stata comunque troppo dura. Nel testo dell’anonimo perugino è scritto che alcuni frati dissero a Frate Elia che era diventato, dopo Pietro Cattani, il ministro generale dell’ordine:
“Temiamo la renda [la regola] così dura da riuscire inosservabile. Noi […] ci rifiutiamo di assoggettarci a tale regola. Se la scriva per sé, non per noi”.
Queste fortissime tensioni interne si manifestarono nuovamente nel capitolo generale del 1222 dove la maggioranza dei frati sollecitò il cardinale Ugolino –che era stato fin dall’inizio il cardinale che aveva “seguito” la “questione” francescana- di convincere Francesco a alleggerire la regola, allineandosi alle tradizionali regole del monachesimo.
La risposta di Francesco –in base alla Leggenda Perugina- sarebbe stata molto dura:
“Fratelli, fratelli miei! Dio mi ha chiamato a camminare sulla via della semplicità, e me l’ha mostrata. Non voglio quindi che mi nominiate altre regole, né quella di Sant’Aogstino né quella di San Bernardo o San Benedetto. Il Signore mi ha rivelato che la sua volontà era che io fossi un tipo del tutto nuovo di pazzo nel mondo: questa è la scienza alla quale Dio vuole che ci dedichiamo! Egli vi confonderà per mezzo della vostra scienza. Io ho fiducia nei gastaldi del Signore, dei quali Egli si servirà per punirvi. Allora, volenti o nolenti, farete ritorno con gran vergogna alla vostra vocazione”.
La durezza della risposta è comprensibile anche alla luce delle amarezze che Francesco continuava ad accumulare nel suo cuore, per la distanza sempre maggiore con la maggioranza dei frati. E inoltre qualche mese prima, papa Onorio III aveva approvato la regola del terzordine –quelli che sarebbero stati definiti “i terziari francescani”. Questa regola, autografata da Francesco, che probabilmente si trovò di fronte al fatto compiuto, determinava all’interno dell’ordine la differenza tra chierici e laici che lui aveva sempre contrastato.
Comunque ritornando alle vicende all’interno dell’ordine francescano principale, è facile comprendere come la curia romana sodalizzasse con i “moderati”, volendo che il nascente ordine francescano fosse il più “normalizzato” possibile, e allineato alle forme strutturali base degli altri ordini; in modo anche di depotenziare il più possibile le spinte “radicali” e intransigenti che ancora resistevano nell’ordine.
Stanco e deluso, Francesco fu sostanzialmente forzato, dagli insanabili contrasti all’interno dell’ordine di cui voleva evitare la disgregazione e dalla pressione della Curia romana a redigere la nuova regola secondo modalità molto più moderata. La nuova regola fu presentata nel capitolo generale dell’11 giugno 1223 e venne successivamente approvata, dopo essere stata ulteriormente ritoccata dal cardinale Ugolino da Papa Onorio III il 29 novembre di quello stesso anno attraverso la bolla Solet annuere.
L’ordine francescano aveva adesso la sua regola bollata, e poteva considerarsi un ordine “ufficiale” con tutti i crismi. Ma a molto si era dovuto rinunciare.
-La Regola bollata
Il testo della regola bollata è molto più ridotto rispetto a quello della regola non bollata: solo 12 brevi articoli.
Viene drasticamente affievolito il principio della povertà assoluta.
Innanzi tutto veniva detto che l’ordine poteva possedere beni “per le necessità degli infermi e per vestire altri frati”; cessando così, l’ordine, di essere una comunità pauperistica. E poi, mentre nella regola del 1221 era stabilito che chiunque voleva entrare nell’ordine doveva abbandonare ogni possesso, adesso era scritto solamente:
“vendano [i frati] tutto quello che hanno e procurino di darlo ai poveri. Se non potranno farlo, basta ad essi la buona volontà”.
Viene attenuta anche la proibizione di ricevere denaro.
L’obbligo al lavoro per tutti non è più richiesto ma è solo permesso. Scompare la proibizione di non possedere altri libri oltre il breviario e il libro dei salmi.
Scompare il divieto di usare l’appellativo “priore” dovendo tutti chiamarsi “frati minori”.
Scompare l’obbligo per tutti frati e ministri di lavarsi i piedi l’un l’altro.
E scompare uno dei principi rivoluzionari della visione di Francesco, che ancora era contenuto nella regola del 1221; il dovere di disobbedienza verso i ministri che ordinino qualcosa di contrario alla regola o alla coscienza.
Queste ultime “cancellazioni”, soprattutto l’ultima, tolgono elementi decisivi che differenziavano la regola di Francesco da quella di tutti gli altri ordini monastici.
Nella valutazione complessiva della regola emerge l’impressione per la quale ogni aspetto della quotidianità dell’ordine sembra dovere essere sottoposto al controllo e ai permessi della Chiesa, e l’affievolimento di ogni autonomia.
La chiusura della regola, poi. è emblematica. Invece della preghiera al Signore con cui si chiudeva la regola non bollata, vi è un’ammissione di sottomissione incondizionata alla Chiesa:
«affinché sempre sudditi e soggetti ai piedi della santa chiesa romana, stabili nella fede cattolica, osserviamo la povertà, l’umiltà e il santo Vangelo del Signor nostro Gesù Cristo, che abbiamo fermamente promesso.»
Francesco che era nemico di ogni discordia, accettò quella che visse come una sconfitta. Sono in diversi a ritenere che pur avendo messo il suo autografo, non considerasse quella la “sua” regola, ma un tradimento della sua vita e della sua volontà.
E in quel momento dopo quegli ultimi anni così travagliati, iniziò per Francesco un periodo crisi totale, dove l’avvilimento morale si unì a un progressivo calvario fisico.
Il santo si distacca completamente dal suo ordine e inizia il periodo dei grandi eremitaggi.
Per un anno visse quello che viene definito il periodo della “grande tentazione”. Il periodo più disperato della sua vita. Un anno sulle montagne dell’Averna dilaniato dall’amarezza e dal timore di avere sbagliato tutto, perso in un senso di totale impotenza e avvilimento.
Quel periodo si concluse intorno al 14 settembre 1224 quando l’apparizione sul suo corpo delle stimmate, venne da lui interpretata come la voce di Dio che gli si manifestava, che gli “parlava” sollevandolo dalla disperazione, dal sentimento che nulla avesse senso che tutta la sua vita fosse stata un fallimento
Dopo il 1224, continuò altri due anni  con i suoi eremitaggi. Tormentato da malanni allo stomaco, alla milza, e al fegato, e con la vista che lo stava abbandonando, compose, nei due anni successivi alcune delle sue opere più ardenti e sublimi, come il Cantico di frate sole (o delle creature).
Nel 1226, sceso dal suo eremo alla Verna, Francesco, ormai quasi totalmente cieco, dettò il Testamento. Nel Testamento ripercorre la sua esperienza umana e tenta, in un ultimo estremo assalto, di far riemergere nel suo ordine, alcuni dei principi originari. C’è un passaggio emblematico, un passaggio davvero rivelatorio; quando Francesco scrive:
“Ordino fermamente per obbedienza a tutti i frati che, dovunque siano, non osino mai chiedere qualche privilegio alla curia romana, né direttamente né per interposta persona, né in favore di una chiesa o di qualche altro luogo, né con la scusa di dover predicare, né per difendersi da una persecuzione; ma dovunque non vengano ricevuti, fuggano ad un’altra terra”.
Non si chiedano mai privilegi alla curia romana. Francesco si rivela fino all’ultimo nemico di ogni privilegio, sostenitore di una radicalità evangelica.
Francesco morì poco dopo, nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226, alla Porziuncola
Dopo essersi fatto distendere nudo sulla nuda terra disse ai frati: “Io ho fatto la mia parte; la vostra Cristo ve la insegni”.
Nella conclusione del Testamento aveva scritto: “Sempre tengano (i frati) con sé questo scritto assieme alla regola. E in tutti i capitoli che fanno, quando leggono la regola, leggano anche queste parole.”
Francesco aveva cercato, con il suo Testamento, chiedendo che fosse sempre accompagnato alla regola, di reintegrare alcuni dei principi della regola originaria.
Ma anche questa disposizione non venne rispettata. Infatti nel 1230, Papa Gregorio IX (quel cardinale Ugolini che era stato tanto vicino a Francesco), stabilirà –con la bolla quo elongati- che il testamento non ha valore di regola né di completamento. Con la stessa bolla, inoltre, Gregorio IX, concesse ai frati la possibilità di ricevere beni e amministrarli per le loro esigenze.
Gregorio IX fu comunque colui che il 16 luglio 1228, a meno di due anni dalla morte, proclamò santo Francesco, davanti, si racconta, ad una grande folla di popolo.
Nel tempo l’allontanamento dalla visione di Francesco si sarebbe rafforzato con interventi quali quello del capitolo generale di Roma del 1239 escluse i laici dall’ordine e con bolle papali, quali la ordinem vestrum del 1245, quando fu vietato l’ingresso nell’ordine agli illetterati.
Nel 1260, come abbiamo detto all’inizio, il capitolo generale affidò al nuovo ministro generale dell’ordine, Bonaventura, il compito di redigere una nuova biografia, che fosse ufficiale. E nel 1269 venne stabilito che tutte le altre precedenti biografie venissero bruciate.
La tensione tra la tendenza maggioritaria dei “conventuali” e coloro che volevano restare fedeli al rigore delle regole di Francesco sarebbe continuata ancora a lungo.
I conventuali comunque, con l’appoggio della Chiesa, ebbero una prevalenza sempre maggiore sui francescani più rigorosi. Essi allentarono progressivamente il voto di povertà, interpretando la regola bollata in modo non letterale.
Essi s’impiantarono nelle città e, basando la propria predicazione su una cultura universitaria, lavoravano per fornire uno statuto spirituale alle nuove attività intellettuali, giuridiche, artigianali e commerciali: nessun mestiere, secondo loro, poteva impedire al credente di raggiungere la salvezza. Per cui arriveranno a legittimare il profitto del mercante e alcune forme di prestito, come i monti di pietà (che comunque potevano essere visti anche come un’alternativa più umana all’usura a cui altrimenti tanti rischiavano di cadere). Fu in questo ambito, moderato e “conventuale”, che nacquero i famosi Fioretti di s. Francesco. In quest’opera, ormai parte della letteratura universale, Francesco è visto come in un territorio senza tempo, figura quasi mitica, con momenti anche splendidi e fiabeschi, e non necessariamente del tutto destituiti di qualche fondamento reale. Non vi è però, in quest’opera, alcun riferimento però alla concretezza storica, alle lotte, alle tensioni, all’amarezza,
La corrente più rigorista che nel tempo sarebbe stata detta dei “francescani spirituali”, continuò la sua battaglia per la povertà radicale e contro l’involuzione curiale e gerarchica che loro vedevano nell’ordine. Un’opera proveniente dal loro ambiente è lo scritto di  Giovanni Parenti, Le mistiche nozze di s. Francesco con Madonna Povertà, dove netta è la condanna degli ecclesiastici compromessi col potere economico e politico.
Questi francescani spirituali –il cui lato più ribelle era quello dei “fraticelli”- seppure minoritario, era molto tenace e resistente. Gli spirituali saranno osteggiati da tutti i Papi dell’epoca, con l’eccezione di Celestino V (il papa che dopo pochi mesi abdicò), finché non saranno praticamente oggetto di persecuzione come eretici.
Va detto, come anche indicato in precedenza, che seppure più vicini alla visione autentica di Francesco, neanche gli spirituali potevano dirsi totalmente aderenti alla pratica di vita del santo. Perché in Francesco la radicalità evangelica non si accompagnava a esplicite visioni riformatrici, polemiche e contestazioni al sistema ecclesiastico. Nel loro “combattere” contro la deriva burocratica, e a volte lassista, dei conventuali, gli stessi spirituali finirono spesso col radicalizzarsi come fossero, per certi aspetti, un gruppo di “militanti” ante litteram.
Nonostante le persecuzioni degli spirituali, comunque, l’ordine francescano non sarà mai “totalmente” immune da riemergenti correnti che propugneranno un ritorno allo spirito originario di Francesco, o almeno una maggiore aderenza ad esso. Queste correnti nel XVI secolo saranno indicate come quelle degli “Osservanti”, e porteranno alla nascita, intorno al 1520 dell’ordine dei Cappuccini.
Ma non è in questa sede importante approfondire questa dinamica storica successiva alla morte di Francesco. Averla tracciata, per sommi capi, è servito, per fare comprendere, come
La parola “tradimento” che ho usato nel titolo di questo pezzo, è, come ogni parola riassuntiva, metafora generale, e non sentenza liquidatoria.
Essa non sottintende l’idea di un “fallimento” dell’esperienza di vita e del messaggio di Francesco.
Nonostante, tanti tasselli di questa storia non ci siano giunti o non siano univoci, Francesco è diventato una di quelle figure spirituali vive, capaci di generare ispirazione e rinnovamento in uomini di ogni tempo e di ogni parte del mondo.
Una figura che appartiene a tutti gli esseri umani, e che è capace di parlare a tutti gli esseri umani, al di là di rigorosi confini religiosi.
Una figura che era anche scomoda, non solo “il poverello d’Assisi”, ma anche un uomo che sapeva essere intransigente.
La parola “tradimento” però resta valida e sta a rappresentare da una parte il progressivo allontanamento, già in vita del Santo, dell’ordine da Francesco; allontanamento che continuerà dopo la sua morte.
E dall’altra -la parola “tradimento”- sta a indicare la volontà di costruire un personaggio e una vicenda esistenziale e storica non totalmente corrispondente alla realtà del Santo. Una ricostruzione dove interi passaggi sono stati sfumati, “dimenticati”, cancellati.

Quando nel 1989 vidi Francesco di Liliana Cavani al cinema ne fui profondamente colpito, anche se non al punto di razionalizzare cosa potesse effettivamente avermi colpito.Lo compresi dopo, rivedendo, negli anni, quel film.Oltre alla straordinaria potenza del film, e alla perfetta interpretazione di Mikey Rourke, c’era qualcosa di ancora più profondo ad avermi colpito. La consapevolezza che una parte della storia che non mi era mai stata raccontata. Una parte dove si vedono i contrasti insanabili che nacquero tra i seguaci, ormai diventati tanti, l’amarezza di Francesco, l’avvilimento, il senso di un tradimento.Con questo piccolo pezzo che ho scritto in questi giorni, voglio ritornare su certi aspetti, spesso sottaciuti della storia, della personalità e dell’azione di Francesco. Dico subito che qui non si sta “costruendo un Francesco alla propria maniera”; né si vuole raccontare un Francesco sciamano, un Francesco alchimista, un Francesco ambientalista, un Francesco rivoluzionario. Ovvero non si vuole raccontare il “proprio Francesco”, visto anche alla luce di essere un precursore dei tempi. E questo non per la fobia dei tradizionalisti di ogni tempo di non vedere mai un personaggio sacro come –non sia mai!- capace di essere fonte di ispirazione, anche per chi proviene da una cultura non ancorata a un integrale cattolicesimo. In realtà la figura di Francesco è così ricca di potenziale umano, di radicalità, e di forza morale, che non è un “peccato mortale” confrontarsi con essa, per vedere qualcosa che, in nuce, sia rivelatorio anche di altro.Ma, lecite o no che siano le riflessioni di questo genere, non si tratta dell’obiettivo che mi sono proposto.Qui non si vuole delineare alcun Francesco declinato secondo la propria sensibilità.Qui si vogliono semplicemente fare emergere alcuni frammenti del suo percorso concreto, specie quelli che sono sempre stati messi un po’ in sordina, se non totalmente sottaciuti e cassati nel corso del tempo.E anche qui non per fare la “controstoria” di Francesco.Affermare come molte delle biografie del santo hanno elementi leggendari, e come la principale di essa, la Legenda Maior di San Bonaventura, filtrano parti della storia, ne edulcorano altre, ne astrattizzano altre ancora, e magari inventano passaggi di sana pianta, non vuol dire allora che queste biografie siano un campionario di falsità. E che la loro lettura sia priva di valore. Ma che da sole non rendono pienamente giustizia a tutto il percorso di Francesco.E’ importante raccontare  “l’altra parte” della storia. Come Francesco visse, a un certo punto, una distanza sempre maggiore dal suo ordine. Come provò profonde amarezze e delusioni. E come, anche dopo la sua morte, l’ordine continuò il processo di allentamento dal fondatore. Premettendo a tutto questo una riflessione sulla natura, radicalmente evangelica, dell’esperienza di Francesco. E’ interessante soffermarsi un attimo su come nacque quella che per secoli venne considerata la biografia ufficiale e definitiva di Francesco, la Legenda maior, scritta a Bonaventura, ministro generale dell’ordine, dietro mandato datogli dal capitolo generale nel 1260. Nel 1263 la Legenda maior divenne il testo definitivo su Francesco; e nel 1266 il capitolo generale di Parigi ordinava la distruzione di tutte le biografie precedenti. Un grande autodafé di libri. Eppure alcune delle più antiche biografie riuscirono a salvarsi grazie a qualche copia “scampata agli incendi”, per il suo essere stipata in qualche monastero sperduto. Furono ritrovate la Vita prima e la Vita seconda e il Trattato dei miracoli; tutte opere di Tommaso da Celano, La leggenda dei tre compagni di Rufino, Angelo e Leone, tre dei fedelissimi di Francesco, e altri testi.     Questi testi non sono sempre univoci tra loro; anzi spesso non lo sono. Non sono privi affatto di agiografie e parzialità. Ma tra essi, gli stessi scritti di Francesco (soprattutto il Testamento) e altre fonti storiche, è possibile comunque fare emergere qualcosa di importante.L’intera ricostruzione della figura, della predicazione, del percorso di Francesco è ritenuta praticamente impossibile. Una parte di questa vicenda umana e religiosa, è inevitabilmente avvolta nel mistero. Ma ricorrendo a tutte le fonti precedentemente dette; si apre la possibilità di un po’ più di verità e di onestà. Francesco nacque intorno al 1182. Il padre era mercante e lui da giovanissimo divenne appassionato di romanzi cavallereschi. Partecipò alla guerra tra assisiani e perugini, nell’ambito della quale venne fatto prigioniero per circa un anno, cosa che lasciò un segno su quella che sarebbe stata la sua salute nel corso degli anni.Nel 1206 sarebbe avvenuta la prima conversione, seguita dalla rinuncia all’eredità paterna, col noto episodio dello spogliarsi davanti al Vesvovo, e il suo ritirarsi inizialmente come eremita presso la chiesetta di San Damiano.Nel 1209 avvenne quella che viene detta “la seconda conversione”. Un giorno, sentendo la messa nella chiesetta della Porzuncola, Francesco sentì  il celebre passo evangelico di San Matteo: “Andate e predicate  dicendo che il regno dei cieli è vicino. Curate i malati, suscitate i morti, mondate i  lebbrosi, cacciate i demoni. Ciò che avete ricevuto gratuitamente, date gratuitamente.  Non portate né oro, né danaro nelle cinture, né bisacce per il cammino, né due tuniche, né calzari, né bastone; l’operaio merita infatti che si provveda al suo mantenimento. In ogni città o castello dove entrerete, informatevi su chi è degno di ricevervi e lì restate finché ve ne andrete. Entrando nella casa salutatela col dire: ‘pace a questa casa’ ” . Dopo la messa chiese al sacerdote laspiegazione del passo e dopo averla ricevuta, avrebbe detto:   A quel punto abbandonò la vita da eremita e cominciò a predicare, attirando intorno a lui giovani che si sentivano “chiamati” verso un’altra vita. Nacque così la primissima comunità francescana composta da dodici persone.   Per potere comprendere quale fosse il genere di vita seguito dall’originaria confraternita francescana, bisogna conoscere i punti fermi della visione di Francesco.Il concetto centrale, nell’esperienza religiosa di Francesco, è quello che viene definito sequela Christi.La sequela Christi è per lui una vita vissuta in povertà e obbedienza, affidamento totale a Dio.In Francesco è decisiva l’idea di “piccolezza”. Per lui Dio venendo tra gli uomini si è fatto “piccolo”, uomo tra gli uomini. E per seguire Cristo bisogna necessariamente farsi “piccoli”..”Io, frate Francesco piccolo, voglio seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signornostro Gesù Cristo e della sua santissima madre, e perseverare in essa fino alla fine.” C’è quindi un totale abbandono nella mani della Provvidenza, che sfiora –così gli è stato nel corso dei secoli contestati- la passività di fronte ai poteri del mondo.Lui stesso aveva scelto la povertà, restituendo tutto ciò che aveva a suo padre, mantello compreso. Aveva accettato insulti e denigrazioni di ogni tipo, provenienti anche dai suoi conoscenti. E si era completamente affidato alla Provvidenza di Dio.Essere poveri è considerato necessario per porsi dal punto di vista degli ultimi e così avvicinarsi alla condizione del Gesù. Nella regola non bollata scrive: “i frati cerchino di seguire la povertà del Signore nostro Gesù Cristo e si ricordino che niente ci è concesso di avere se non il cibo e le vesti e di questi ci dobbiamo accontentare. […] l’elemosina è l’eredità e il giusto diritto dovuto ai poveri; lo ha acquistato per noi il signore nostro Gesù Cristo”.   E’ particolarmente indicativo, a questo scopo, l’utilizzo da parte di Francesco dell’aggettivo“piccolo” col quale era solito indicare sé stesso. Nelle parti conclusive del Testamento, scriverà:: «Io frate Francesco piccolino, vostro servo, per quel poco che io posso…». E più cerca di sminuire la sua figura, più la sua figura paradossalmente diventa grande. Che poi è uno dei paradossi dell’umiltà, ovvero fare emergere in grandezza morale chi non vuole essere tra “i dominatori del mondo”.  Questo richiamo alla piccolezza in Francesco è costantemente connesso a tutto quello che può fare sentire “superiori”. Così si spiega la sua “ostilità” verso gli stessi libri e il fatto che volesse che i frati analfabeti non imparassero a leggere. Temeva nella scienza e nella lettura, la spinta che esse potevano dare ad alcuni, a sentirsi più “elevati” e a insuperbirsi. Tornando all’ideale della povertà, per Francesco chi entrava nella fraternità non doveva avere niente, e non doveva ricevere mai denaro. Francesco ammetteva in casi particolari l’elemosina, ma non da intendere come ricezione di qualcosa perché la si chiede con atto di mendicità, ma come una sorta di “retribuzione”, comunque in forma di vitto necessario per vivere in cambio del proprio lavoro. Per Francesco infatti la comunità doveva reggersi su un lavoro di autosufficienza e non su offerte che, secondo lui, erano di diritto dei poveri.Chi prima di unirsi alla fraternità fosse stato artigiano, poteva, anzi doveva conservare gli strumenti del mestiere e continuare la sua attività, purché lecita ed onesta -erano esclusi certi mestieri come il macellaio e il mercante-. Chi invece non sapeva un mestiere doveva impararne uno. Riguardo al denaro e al totale rifiuto di riceverlo, vi era su una sola eccezione. (cui ricorrere il più raramente possibile) qualora fosse servito per sfamare e aiutare i lebbrosi. Secondo la Furugoni, Francesco diceva:  “Ricevere offerte di soldi è un furto ai poveri”. Francesco propugnava l’abbandono totale alla Provvidenza, con una di quelle forme di radicalità che effettivamente sono difficilmente raggiungibili dalla maggior parte delle persone. Secondo lui il cristiano doveva avere una fiducia totale, e non accumulare nulla, non conservare nulla. Se sei veramente cristiano –questo era il senso- che cosa accumulerai a fare? Ti affiderai, giorno per giorno a quello che quel giorno ti darà. Francesco, ad esempio, prescriveva che, se si riceveva del cibo da altre persone, non si doveva conservarlo per il giorno seguente. Perfino mettere in acqua il legumi per il giorno successivo era vietato. Bisognava sempre restare “senza garanzie”, illimitatamente fiduciosi nella Provvidenza. Con papa Innocenzo IV, nel 1245 le cose raggiunsero il loro capovolgimento. Con la bolla ordine vestrum il pontefice arrivò a proibire l’ingresso nell’Ordine a chi non sapesse il latino, e promosse il reclutamento dei Minori nei centri universitari. In pratica si arrivò a escludere non solo chi non sapesse scrivere e leggere, ma anche chi non avesse la conoscenza del latino. Non sembra essere un’invenzione delle biografie edificanti quella che è un’altra caratteristica centrale di Francesco. L’infinta empatia verso ogni essere vivente, il cuore rapito da ogni sofferenza, la vicinanza ad ogni creatura. Le biografie edificanti crearono per certi versi un personaggio astorico edulcorato e depurato da ogni cosa che non fosse pienamente conforme a una visione di totale convergenza con la Chiesa; ma ciò non vuol dire che alcuni elementi non avessero fondamenti reali.L’immenso amore per tutte le creature viventi è considerato, da gran parte degli studiosi, un effettivo tratto dello spirito e della pratica di Francesco.C’è un passaggio molto bello, tratto dalla Vita prima, di Tommaso Celano, una delle prime biografie sul Santo, “Diceva al frate ortolano di non riempire tutto lo spazio di verdure commestibili, ma di lasciarne libera una parte perché producesse erbe spontanee che al loro tempo producessero i fratelli fiori. Usava dire che il frate ortolano doveva anche riservare da qualche parte un bell’orticello dove piantare tutte le erbe profumate e tutte le piante che producono fiori belli. Le corolle, una volta sbocciate, infatti, avrebbero invitato chiunque le guardasse a lodare Dio, dato che ogni creatura dice e grida: ‘Dio mi ha fatto per te, o uomo”. In un altro passaggio, sempre dalla Vita prima, si racconta che, Francesco, mentre attraversava la Manca Anconetana, vide un tale che portava al mercato due agnelli, destinati al macello. Non avendo denaro, il santo dà a quel tale il mantello che aveva ricevuto poco prima da un benefattore, e che aveva accettato solo per poi ricoprire il primo povero che avrebbe incontrato. Tommaso scrive che Francesco: “Abbondava di spirito di carità, provando sentimenti di pietà non solo per gli umani provati dal bisogno, ma anche per gli animali bruti senza parola, per i rettili, gli uccelli, e tutte le creature sensibili e insensibili.” E mentre gli agnelli erano ancora prigionieri Francesco li aveva accarezzati “come una madre il figlio che piange mostrando tanta compassione”. Ma adesso è importante, prima di procedere,con il percorso che avrà la comunità francescana, e i progressivi distacchi tra Francesco e il suo ordine, soffermasi un attimo sulla turbolenta epoca in cui Francesco si trovò ad operare. Quelli erano anni dove agli abusi del clero, le guerre tra i nobili, le durezze  e a volte (per alcuni) insensatezze del vivere, si contrapponevano fortissime spinte sociali di carattere radicale, che miravano a un rinnovamento totale. Tutte queste spinte si manifestavano sempre in ambito religioso, con linguaggi religiosi, con obiettivi religiosi. Anche se poi, veicolavano anche altro, come la tensione per una vita più giusta. Ma nel medioevo, ogni “battaglia” era sempre inestricabilmente connessa alla “lotta spirituale”, perché l’orizzonte esistenziale non era concepibile, tranne rarissime eccezioni, distinto da Dio.Anni di degrado della Chiesa romana, tensioni morali a lungo rimaste in un limbo esplosero, in una poderosa e multiforme richiesta di rinnovamento, nacquero le comunità pauperistiche, i gruppi che volevano un contatto diretto col vangelo, i movimenti mendicanti e spiritualisti. Una congerie di realtà sociali, a volte con non poche differenze tra di loro, ma con alcuni elementi ricorrenti. Il tentativo di un rapporto più diretto con Dio, la repellenza verso la corruzione della Chiesa, il suo burocratismo, la simonia, la cupidigia che la rendevano per alcuni “la grande puttana” di cui parlava l’Apocalisse… e in contraltare, l’impellente volontà di una vita più vicina ai valori cristiani. Il fermento fu ovunque, e naturalmente a volte cadde nell’eccesso, prendendo anche direzioni estremistiche. Ma alla base vi era una profonda esigenza di rinnovamento. La Chiesa naturalmente non capì, e non aveva interesse a capire. Queste recriminazioni contro la corruzione, queste esigenze di cambiamento, queste spinte verso la povertà, l’equità e il rigore morale, le vedeva con grande sospetto, e quasi la spaventavano. E fece di tutto per stroncarle.Francesco d’Assisi vive in un tempo in cui questo fermento, questa arsura è vivissima.La sua figura è anomala. Perché da un lato, non sembra essere mai stato tra gli “riformatori intransigenti”. Nemico di ogni discordia, non vorrà mai porsi fuori dalla Chiesa, o lanciarsi in polemiche e attacchi espliciti. Ma allo stesso tempo la sua esigenza di vita era altra cosa rispetto a quella che permettevano le strutture ecclesiastiche. Quindi, citando un testo di cui non sono riuscito a trovare l’autore, “Francesco non criticherà mai nessuno, né la chiesa (che ben sapeva essere corrotta) né gli eretici o chicchessia perché semplicemente non spettava a lui farlo, lui non poteva né voleva giudicare perché giudicare significa porsi dalla parte dei potenti e lui, per sua scelta, voleva rimanere fra i derelitti e in comunione con loro con come unico scopo il perfezionamento della sua vita, in base ai concetti impliciti nella tesi della sequela “ Questa compresenza di approccio esistenziale ispirato a un radicalismo evangelico, e la volontà di non creare discordia e divisioni con attacchi violenti alla Chiesa, espressione, forse, di una più generale volontà di non essere qualcuno che giudica o condanna nessuno (eretici, Chiesa), dava a Francesco e ai suoi primi seguaci quella ambiguità per la quale la Chiesa non poteva inquadrarli facilmente come eretici, ma li vedeva con sospetto. Francesco cercò presto un’autorizzazione papale per il suo ordine, sia per potere avere una riconosciuta libertà di predicazione fuori la zona di Assisi. E sia per evitare che chi lo seguiva fosse perseguitato, tanta forte era la similitudine tra i primi gruppi di francescani e altri gruppi, in cerca di semplicità, frugalità, libertà fuori da strutture rigide, contatto diretto col vangelo che sorgevano in Italia. In genere si crede che Francesco abbia voluto fondare un ordine monastico pienamente strutturato.In realtà sembra che questa non sia mai stata l’autentica volontà di Francesco.Ciò su cui molti concordano, invece, è che Francesco mirava a creare una fraternità, non troppo numerosa, il meno formalizzata possibile riguardo al suo funzionamento.Il primo gruppo raggiunse le 12 persone. A quel punto nacque l’esigenza di un riconoscimento papale. Questo riconoscimento non era una richiesta di privilegi –che sarebbe stata agli antipodi con la natura di Francesco- ma soprattutto una richiesta di poter predicare, come il vangelo prescriveva, anche fuori dalla giurisdizione di Assisi, e di evitare per evitare che chi lo seguiva fosse perseguitato, tanta forte era la similitudine tra i primi gruppi di francescani e altri gruppi, in cerca di semplicità, frugalità, libertà fuori da strutture rigide, contatto diretto col vangelo che sorgevano in Italia. -La regola oraleNel 1209 Francesco e i suoi compagni si recano a Roma dal Pontefice Innocenzo III a cui sottopose una “Regola” scritta di suo pugno. Regola poi andata perduta, ma che si crede fosse stata una cosa molto semplificata, che sostanzialmente consisteva in un richiamo ai principi del Vangelo, quanto a povertà, vicinanza ai poveri, ecc.Innocenzo approvò la regola, anche se solo oralmente. Ma non sembra che il suo appoggio fu immediato come alcune delle biografie più tarde raccontano. Nella chronica di Ruggero da Wendover (legittimata dalla postilla aggiunta da frate Gerolamo d’Ascoli – futuro papa Niccolò IV – alla Legenda maior di San Bonaventura), Innocenzo III trattò prima Francesco in malo modo, dicendogli: “Va’, fratello, cercati dei porci, a cui saresti da paragonare più che agli uomini. Allora, ravvoltolati con loro nel fango…”.Ma a difesa di Francesco sarebbe intervenuto il cardinale Giovanni Colonna esprimendosi con durezza: “Se respingiamo la richiesta di questo povero, dicendo che è troppo difficile e stravagante, mentre in realtà chiede soltanto che gli venga approvata la forma di vita prescritta dal vangelo, stiamo attenti che non ci capiti di fare ingiuria proprio al Vangelo. Se infatti qualcuno dicesse che nell’osservanza della perfezione evangelica e nell’intenzione di costui di  praticarla vi è qualcosa di strano o di irrazionale, oppure di impossibile da portare avanti, costui diventerebbe immediatamente reo di bestemmia contro Cristo, autore del costui diventerebbe immediatamente reo di bestemmia contro Cristo, autore del Vangelo”.  Qualunque cosa sia effettivamente avvenuta, alla fine Papa Innocenzo III accolse la regola, ma solo “oralmente”, senza impegnarsi con una bolla  ufficiale. Innocenzo III probabilmente più che spinto da considerazioni morali, pare che avesse compreso che un ordine come quello sarebbe stato molto utile, in un’epoca dove ovunque rimproveravano Roma per la sua opulenza, e chiedevano il ritorno ai valori originali dal vangelo. Un ordine che predicasse la povertà e la semplicità, ma all’interno della Chiesa e senza contestarla dall’esterno sarebbe potuto servire molto. Allo stesso tempo, Innocenzo III, appunto per la “diversità” di Francesco e i suoi, e per la non poca somiglianza con gruppi quali quegli degli “umiliati”, non volle dare un riconoscimento solenne e formale alla regola, tramite una bolla scritta, dando solo un consenso orale, e comunque impose a Francsco e ai suoi il giuramento di fedeltà alla Chiesa e la tonsura. La  regola verbalmente approvata non pare essere stata una regola molto ampia e pedissequa nelle sue prescrizioni, e quindi in grado di irrigimentare la prima comunità.  Le prime decisioni collettive, venivano, di volta in volta, prese dai capitoli generali, l’insieme dei monaci mano a mano che la comunità cresceva.Francesco non sembra avere avuto mai la volontà di creare un vero e proprio ordine formalizzato. Voleva che i monaci fossero allo stesso tempo più liberi possibili, e meno “garantiti” possibili. Le due cose in un certo senso andavano insieme; norme, tutele, prescrizioni eccessive, limitavano in modo quasi burocratico l’azione, dando, quasi in contraccambio, una modalità organizzata entro la quale agire, la protezione di un ordine, mezzi a disposizione; “tutela” in pratica. Mentre per Francesco i “folli di Dio” dovevano andare per il mondo in piena libertà e senza “garanzie per il domani” che al domani avrebbe pensato la Provvidenza.Dall’altra parte Francesco non era per modalità formalizzate e strutturate perché era avverso a qualunque gerarchia tra i monaci. Lui stesso, nella regola non bollata e nel Testamento, vietava che i monaci potessero mai chiamare qualcuno “priore”. Nella comunità, lui diceva,‘nessuno doveva farsi chiamare priore, ma tutti devono essere frati minori’.Per lui non vi erano distinzioni, come quella tra letterati e analfabeti, o tra sacerdoti e laici. Anzi, la sua, inizialmente, fu una comunità di laici. Avendo visto la sequela Christi a cui si richiamava Francesco, e come egli intendesse, come parte imprescindibile di essa, la povertà radicale e il farsi “piccolo tra i piccoli”; ne consegue che la comunità che immaginava Francesco, e che poi fu effettivamente la comunità dei primi tempi, rifiutava qualsiasi ricchezza in denaro e permetteva di ricevere cibo da altri solo in cambio di lavoro. Rifiutava qualunque forma di “metti da parte per i tempi grami”, dato che la fiducia totale nella Provvidenza imponeva che ci si esponesse alla precarietà totale. Imponeva una imitazione il più stretta possibile dell’ideale del Cristo.La comunità doveva essere fondata sul lavoro dei membri e non su donazioni ed elemosine.Era vietava qualsiasi forma di gerarchia interna, col divieto di chiamare Priore alcun frate. Sia nella regola non bollata, sia nel testamento dirà “E nessuno sia chiamato priore, ma tutti siano chiamati semplicemente frati minori. E l’uno lavi i piedi all’altro”. Tutti frati erano da considerare uguali, nel loro essere “Minori”; “piccoli” servitori di Dio. Non era presente alcuna differenza tra laici e sacerdoti, a differenza del monachesimo tradizionale.Sebbene, poi, la comunità, si dichiarava fedele alla Chiesa, la tendenza sembrava essere soprattutto quella di un contatto diretto col Vangelo. E anche questo li faceva assomigliare, come abbiamo visto,  a gruppi come gli umiliati o addirittura come i Valdesi che erano già stati bollati come eretici. Questa visione “integrale” di Francesco avrebbe retto finché il gruppo sarebbe rimasto un gruppo piccolo, composto da grandi uomini, che avevano la passione, il rigore, la forza e forse anche la follia di condividere una vita “estrema”, una vita di adesione letterale al Vangelo, e di fare questo con gioia. La fama di santità di Francesco e della sua predicazione però intanto cresceva e in poco tempo divenne smisurata e questo portò a un colossale aumento del suo seguito. E anche a problemi e divisioni non previsti e che sarebbero diventati insanabili. Nel primitivo e ancora poco strutturato ordine, cominciarono allora ad emergere tue tendenze, quella moderata e quella rigorista, -L’ala moderata o dei “conventualiNella Vita prima scritta da Celano, viene riportato un discorso di Francesco, che sia Giuseppe, che la Frugoni, che Miccoli nei loro scritti su Francesco considerano molto simbolico di quello che avvenne nell’ordine francescano. In quel discorso Francesco dice: “All’inizio troveremo frutti dolci e deliziosi; poi ne avremo altri meno  gustosi; infine ne raccoglieremo di quelli tanto amari da non poterli consumare, perché saranno aspri e immangiabili per tutti, quantunque estremamente belli e profumati. Il  Signore ci farà crescere fino a diventare un popolo assai numeroso; poi avverrà come del pescatore che gettando le reti nel mare o in qualche lago prende grande quantità di pesci, ma dopo averli messi tutti nella sua barchetta, essendo troppi, sceglie i migliori e i più grossi da riporre nei vasi e portar via, e abbandona gli altri”. Celano con quelle parole, parole che forse mise in bocca a Francesco, voleva probabilmente denunciare come la nuova “fila” di francescani non era più disposta a seguire il rigore e la radicalità che imponeva Francesco.I moderati chiedevano che si allentasse molto delle imposizioni di Francesco, e che l’ordine che stava sorgendo si allineasse allo stile delle regole presenti negli altri ordini monastici. Inoltre, erano più propensi, rispetto ai primi compagni, a richiami più diretti e costanti alla Chiesa e al suo ruolo di mediatrice, piuttosto che ad un richiamo diretto al Vangelo.  I moderati volevano che si redigesse una nuova regola, che questa volta sarebbe dovuta essere “bollata”; ovvero ricevere la consacrazione scritta da parte della Chiesa. E questa regola doveva essere una regola più indirizzata verso un monachesimo meno ardente ed “eroico”;ma più affidabile e “strutturato”. -L’ala rigorista o dei “compagni”I rigoristi erano i primi compagni di Francesco  e tutti coloro che erano entrati nell’ordine spinti da una fortissima convinzione e dalla volontà di aderire il più possibile allo stile di vita di Francesco.Essi esigevano che l’ordine rimanesse legato a una pratica di povertà assoluta. Erano ostili alle troppe formalizzazioni e alla “burocratizzazione” della vita comunitaria. Erano poco “attratti” da ogni rapporto con la curia romana, e tendevano alla predilezione di un contatto diretto col Vangelo. Naturalmente costoro, che presto divennero una minoranza, erano i più vicini e saranno i più fedeli, per tanti aspetti, all’esperienza e alla predicazione di Francesco. Ma è anche vero che molti di loro, nella tensione con la parte moderata, che finirà, dopo la morte di Francesco, a mettere tanti di loro fuorilegge, arriverà ad eccessi rigore e radicalità che porteranno anche a dei travisamenti dell’autentico spirito di Francesco, che, per esempio non amava le discordie e che nell’eccesso di polemismo vedeva il rischio dell’orgoglio, di quella “durezza” che spinge, proprio chi fa scelte estreme, a considerarsi migliori degli altri. Tornando alla vita di Francesco, i contrasti tra queste due tendenze si intensificarono tra il 1219 e il 1220 quando Francesco si trovava in Terra Santa, dove era andato al seguito della quinta crociata per evangelizzare gli arabi. Ma pare che avere visto ciò di cui furono capaci i crociati, lo avesse nauseato e spinto a ritirarsi in solitudine presso i luoghi santi di Gerusalemme, anche se su quel periodo della vita francescana sussistono interpretazioni non uniformi. Comunque, intorno al 1220 giunse un frate dall’Italia a comunicargli notizie che inquietarono molto Francesco. Erano sorte tutta una serie di discordie all’interno del suo ordine e la componente moderata, che stava prevalendo, aveva cominciato, in sua assenza, a darsi delle costituzioni,probabilmente ispirate agli ordini monastici tradizionali.Cominciò allora  quello che sarebbe stato il periodo più duro per Francesco e che alcuni definiscono come “la drammatica lotta tra Francesco e il suo Ordine”(Giuseppe Giudice). Francesco tornando in Italia si rese conto che la prima “regola” approvata oralmente da Innocenzo III nel 1210 non era più sufficiente per mantenere l’unità e che adesso era ormai inevitabile una “regola” vera e propria. Ma seppure per lui redigere una regola rappresentava una “forzatura”, si mise al lavoro per preparare una regola normativa. Per prima cosa, dopo l’incontro col Papa nell’autunno del 1Arrivato a Roma nell’autunno del 1220, Francesco rinuncia al governo dell’ordine nel capitolo  generale del 1220, effettuando un primo atto di distacco. Secondo l’anonimo perugino, in quella sede avrebbe detto:“Da ora io sono morto per voi. Ma ecco frate Pietro Cattani, al quale io e voi tutti obbediremo”, rinunciando così al governo concreto dell’ordine, continuando a rimanere la guida spirituale.  A quel punto si mise all’opera per scrivere la regola, con la decisa volontà di mantenere i contenuti evangelici originari della comunità originaria e della forma di vita del 1210, rendendoli più precisi e normativi. Il suo obiettivo  è comunque tenere duro e non stravolgere il senso degli ideali originari. -REGOLA NON BOLLATAQuesta prima regola, redatta nel 1221, venne definita “non bollata”, perché non ricevette l’approvazione papale.Rimase fermo il richiamo alla “povertà assoluta” e la rinuncia a qualsiasi possesso .E’ previsto ancora l’obbligo al lavoro per i frati e il divieto di ricevere denaro a cui è dedicato l’intero VIII paragrafo: “Nessun frate in nessun modo prenda con sé o riceva da altri o permetta che sia ricevuta pecunia o denaro […] per nessuna ragione, se non per una manifesta necessità dei frati malati”. L’eccezione al divieto di ricevere denaro era prevista solo in caso fosse necessario per l’assistenza dei frati ammalati e dei lebbrosi.I frati potevano avere in uso gli strumenti di lavoro ma non in proprietà: l’unico possesso personale riguardava il cibo e il vestiario.Sul piano dei rapporti interni era mantenuta, anche in questa prima regola, l’uguaglianza di tutti i frati, privati di ogni potere o dominio. Nessuno doveva essere chiamato “priore”. Ed era prevista una norma davvero rivelatrice, che, a parer mio, ha qualcosa di rivoluzionario per l’epoca. L’obbedienza ai ministri dell’ordine non andava considerata assoluta ma relativa al bene.  Nel V paragrafo è scritto infatti che i frati hanno il dovere di non ubbidire al ministro nel caso in cui esso viva «secondo la carne», o comunque nel momento in cui ordini qualcosa «contro la nostra vita o contro la sua anima»,. Nessun mandato, per Francesco, poteva essere considerato irrevocabile: in nessun momento e per nessuna persona.Tra le altre disposizioni c’è una particolare attenzione verso la cura da prestare ai confratelli malati, e tutta  una serie di altre prescrizioni.Nella regola non ci sono alcuni momenti splendidi, di grande valore morale, come quando si dice:“[i frati] non dicano male di nessuno; non mormorino, non calunnino gli altri, poiché è scritto: i calunniatori e i maldicenti sono in odio a Dio. E siano modesti, mostrando mansuetudine verso tutti gli uomini. Non giudichino, non condannino; e come dice il Signore, non guardino ai piccoli difetti degli altri, anzi pensino più ai loro nell’amarezza della loro anima.” Questa regola venne presentata da Francesco ai frati nel capitolo generale di pentecoste del 1221, e successivamente alla curia romana, ma suscitò più ostilità che consenso. E specie la resistenza che emergeva dalla maggioranza dei monaci fece cadere Francesco in uno stato di amarezza e delusione che si sarebbe accresciuto con gli eventi successivi.E’ l’inizio di quello che alcuni chiameranno “tradimento”, e che porterà l’ordine francescano, soprattutto dopo la morte del santo, su una strada progressivamente lontana da quella che lui aveva immaginato. Ma, come si è visto, il distacco del santo dai compagni era iniziato già in vita.Francesco però non aveva rinunciato a una riformulazione della regola, che comunque continuasse a mantenerne saldi gli elementi salienti.E tra la maggioranza dei frati circolava il timore che la regola finale sarebbe stata comunque troppo dura. Nel testo dell’anonimo perugino è scritto che alcuni frati dissero a Frate Elia che era diventato, dopo Pietro Cattani, il ministro generale dell’ordine: “Temiamo la renda [la regola] così dura da riuscire inosservabile. Noi […] ci rifiutiamo di assoggettarci a tale regola. Se la scriva per sé, non per noi”. Queste fortissime tensioni interne si manifestarono nuovamente nel capitolo generale del 1222 dove la maggioranza dei frati sollecitò il cardinale Ugolino –che era stato fin dall’inizio il cardinale che aveva “seguito” la “questione” francescana- di convincere Francesco a alleggerire la regola, allineandosi alle tradizionali regole del monachesimo.La risposta di Francesco –in base alla Leggenda Perugina- sarebbe stata molto dura:   “Fratelli, fratelli miei! Dio mi ha chiamato a camminare sulla via della semplicità, e me l’ha mostrata. Non voglio quindi che mi nominiate altre regole, né quella di Sant’Aogstino né quella di San Bernardo o San Benedetto. Il Signore mi ha rivelato che la sua volontà era che io fossi un tipo del tutto nuovo di pazzo nel mondo: questa è la scienza alla quale Dio vuole che ci dedichiamo! Egli vi confonderà per mezzo della vostra scienza. Io ho fiducia nei gastaldi del Signore, dei quali Egli si servirà per punirvi. Allora, volenti o nolenti, farete ritorno con gran vergogna alla vostra vocazione”. La durezza della risposta è comprensibile anche alla luce delle amarezze che Francesco continuava ad accumulare nel suo cuore, per la distanza sempre maggiore con la maggioranza dei frati. E inoltre qualche mese prima, papa Onorio III aveva approvato la regola del terzordine –quelli che sarebbero stati definiti “i terziari francescani”. Questa regola, autografata da Francesco, che probabilmente si trovò di fronte al fatto compiuto, determinava all’interno dell’ordine la differenza tra chierici e laici che lui aveva sempre contrastato. Comunque ritornando alle vicende all’interno dell’ordine francescano principale, è facile comprendere come la curia romana sodalizzasse con i “moderati”, volendo che il nascente ordine francescano fosse il più “normalizzato” possibile, e allineato alle forme strutturali base degli altri ordini; in modo anche di depotenziare il più possibile le spinte “radicali” e intransigenti che ancora resistevano nell’ordine. Stanco e deluso, Francesco fu sostanzialmente forzato, dagli insanabili contrasti all’interno dell’ordine di cui voleva evitare la disgregazione e dalla pressione della Curia romana a redigere la nuova regola secondo modalità molto più moderata. La nuova regola fu presentata nel capitolo generale dell’11 giugno 1223 e venne successivamente approvata, dopo essere stata ulteriormente ritoccata dal cardinale Ugolino da Papa Onorio III il 29 novembre di quello stesso anno attraverso la bolla Solet annuere. L’ordine francescano aveva adesso la sua regola bollata, e poteva considerarsi un ordine “ufficiale” con tutti i crismi. Ma a molto si era dovuto rinunciare. -La Regola bollataIl testo della regola bollata è molto più ridotto rispetto a quello della regola non bollata: solo 12 brevi articoli.Viene drasticamente affievolito il principio della povertà assoluta.Innanzi tutto veniva detto che l’ordine poteva possedere beni “per le necessità degli infermi e per vestire altri frati”; cessando così, l’ordine, di essere una comunità pauperistica. E poi, mentre nella regola del 1221 era stabilito che chiunque voleva entrare nell’ordine doveva abbandonare ogni possesso, adesso era scritto solamente: “vendano [i frati] tutto quello che hanno e procurino di darlo ai poveri. Se non potranno farlo, basta ad essi la buona volontà”.Viene attenuta anche la proibizione di ricevere denaro.L’obbligo al lavoro per tutti non è più richiesto ma è solo permesso. Scompare la proibizione di non possedere altri libri oltre il breviario e il libro dei salmi.Scompare il divieto di usare l’appellativo “priore” dovendo tutti chiamarsi “frati minori”.Scompare l’obbligo per tutti frati e ministri di lavarsi i piedi l’un l’altro.E scompare uno dei principi rivoluzionari della visione di Francesco, che ancora era contenuto nella regola del 1221; il dovere di disobbedienza verso i ministri che ordinino qualcosa di contrario alla regola o alla coscienza.Queste ultime “cancellazioni”, soprattutto l’ultima, tolgono elementi decisivi che differenziavano la regola di Francesco da quella di tutti gli altri ordini monastici.Nella valutazione complessiva della regola emerge l’impressione per la quale ogni aspetto della quotidianità dell’ordine sembra dovere essere sottoposto al controllo e ai permessi della Chiesa, e l’affievolimento di ogni autonomia.La chiusura della regola, poi. è emblematica. Invece della preghiera al Signore con cui si chiudeva la regola non bollata, vi è un’ammissione di sottomissione incondizionata alla Chiesa: «affinché sempre sudditi e soggetti ai piedi della santa chiesa romana, stabili nella fede cattolica, osserviamo la povertà, l’umiltà e il santo Vangelo del Signor nostro Gesù Cristo, che abbiamo fermamente promesso.» Francesco che era nemico di ogni discordia, accettò quella che visse come una sconfitta. Sono in diversi a ritenere che pur avendo messo il suo autografo, non considerasse quella la “sua” regola, ma un tradimento della sua vita e della sua volontà. E in quel momento dopo quegli ultimi anni così travagliati, iniziò per Francesco un periodo crisi totale, dove l’avvilimento morale si unì a un progressivo calvario fisico.Il santo si distacca completamente dal suo ordine e inizia il periodo dei grandi eremitaggi.Per un anno visse quello che viene definito il periodo della “grande tentazione”. Il periodo più disperato della sua vita. Un anno sulle montagne dell’Averna dilaniato dall’amarezza e dal timore di avere sbagliato tutto, perso in un senso di totale impotenza e avvilimento.Quel periodo si concluse intorno al 14 settembre 1224 quando l’apparizione sul suo corpo delle stimmate, venne da lui interpretata come la voce di Dio che gli si manifestava, che gli “parlava” sollevandolo dalla disperazione, dal sentimento che nulla avesse senso che tutta la sua vita fosse stata un fallimentoDopo il 1224, continuò altri due anni  con i suoi eremitaggi. Tormentato da malanni allo stomaco, alla milza, e al fegato, e con la vista che lo stava abbandonando, compose, nei due anni successivi alcune delle sue opere più ardenti e sublimi, come il Cantico di frate sole (o delle creature).Nel 1226, sceso dal suo eremo alla Verna, Francesco, ormai quasi totalmente cieco, dettò il Testamento. Nel Testamento ripercorre la sua esperienza umana e tenta, in un ultimo estremo assalto, di far riemergere nel suo ordine, alcuni dei principi originari. C’è un passaggio emblematico, un passaggio davvero rivelatorio; quando Francesco scrive: “Ordino fermamente per obbedienza a tutti i frati che, dovunque siano, non osino mai chiedere qualche privilegio alla curia romana, né direttamente né per interposta persona, né in favore di una chiesa o di qualche altro luogo, né con la scusa di dover predicare, né per difendersi da una persecuzione; ma dovunque non vengano ricevuti, fuggano ad un’altra terra”. Non si chiedano mai privilegi alla curia romana. Francesco si rivela fino all’ultimo nemico di ogni privilegio, sostenitore di una radicalità evangelica.Francesco morì poco dopo, nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226, alla PorziuncolaDopo essersi fatto distendere nudo sulla nuda terra disse ai frati: “Io ho fatto la mia parte; la vostra Cristo ve la insegni”.Nella conclusione del Testamento aveva scritto: “Sempre tengano (i frati) con sé questo scritto assieme alla regola. E in tutti i capitoli che fanno, quando leggono la regola, leggano anche queste parole.”Francesco aveva cercato, con il suo Testamento, chiedendo che fosse sempre accompagnato alla regola, di reintegrare alcuni dei principi della regola originaria.Ma anche questa disposizione non venne rispettata. Infatti nel 1230, Papa Gregorio IX (quel cardinale Ugolini che era stato tanto vicino a Francesco), stabilirà –con la bolla quo elongati- che il testamento non ha valore di regola né di completamento. Con la stessa bolla, inoltre, Gregorio IX, concesse ai frati la possibilità di ricevere beni e amministrarli per le loro esigenze. Gregorio IX fu comunque colui che il 16 luglio 1228, a meno di due anni dalla morte, proclamò santo Francesco, davanti, si racconta, ad una grande folla di popolo. Nel tempo l’allontanamento dalla visione di Francesco si sarebbe rafforzato con interventi quali quello del capitolo generale di Roma del 1239 escluse i laici dall’ordine e con bolle papali, quali la ordinem vestrum del 1245, quando fu vietato l’ingresso nell’ordine agli illetterati.Nel 1260, come abbiamo detto all’inizio, il capitolo generale affidò al nuovo ministro generale dell’ordine, Bonaventura, il compito di redigere una nuova biografia, che fosse ufficiale. E nel 1269 venne stabilito che tutte le altre precedenti biografie venissero bruciate.  La tensione tra la tendenza maggioritaria dei “conventuali” e coloro che volevano restare fedeli al rigore delle regole di Francesco sarebbe continuata ancora a lungo.I conventuali comunque, con l’appoggio della Chiesa, ebbero una prevalenza sempre maggiore sui francescani più rigorosi. Essi allentarono progressivamente il voto di povertà, interpretando la regola bollata in modo non letterale.Essi s’impiantarono nelle città e, basando la propria predicazione su una cultura universitaria, lavoravano per fornire uno statuto spirituale alle nuove attività intellettuali, giuridiche, artigianali e commerciali: nessun mestiere, secondo loro, poteva impedire al credente di raggiungere la salvezza. Per cui arriveranno a legittimare il profitto del mercante e alcune forme di prestito, come i monti di pietà (che comunque potevano essere visti anche come un’alternativa più umana all’usura a cui altrimenti tanti rischiavano di cadere). Fu in questo ambito, moderato e “conventuale”, che nacquero i famosi Fioretti di s. Francesco. In quest’opera, ormai parte della letteratura universale, Francesco è visto come in un territorio senza tempo, figura quasi mitica, con momenti anche splendidi e fiabeschi, e non necessariamente del tutto destituiti di qualche fondamento reale. Non vi è però, in quest’opera, alcun riferimento però alla concretezza storica, alle lotte, alle tensioni, all’amarezza, La corrente più rigorista che nel tempo sarebbe stata detta dei “francescani spirituali”, continuò la sua battaglia per la povertà radicale e contro l’involuzione curiale e gerarchica che loro vedevano nell’ordine. Un’opera proveniente dal loro ambiente è lo scritto di  Giovanni Parenti, Le mistiche nozze di s. Francesco con Madonna Povertà, dove netta è la condanna degli ecclesiastici compromessi col potere economico e politico. Questi francescani spirituali –il cui lato più ribelle era quello dei “fraticelli”- seppure minoritario, era molto tenace e resistente. Gli spirituali saranno osteggiati da tutti i Papi dell’epoca, con l’eccezione di Celestino V (il papa che dopo pochi mesi abdicò), finché non saranno praticamente oggetto di persecuzione come eretici. Va detto, come anche indicato in precedenza, che seppure più vicini alla visione autentica di Francesco, neanche gli spirituali potevano dirsi totalmente aderenti alla pratica di vita del santo. Perché in Francesco la radicalità evangelica non si accompagnava a esplicite visioni riformatrici, polemiche e contestazioni al sistema ecclesiastico. Nel loro “combattere” contro la deriva burocratica, e a volte lassista, dei conventuali, gli stessi spirituali finirono spesso col radicalizzarsi come fossero, per certi aspetti, un gruppo di “militanti” ante litteram. Nonostante le persecuzioni degli spirituali, comunque, l’ordine francescano non sarà mai “totalmente” immune da riemergenti correnti che propugneranno un ritorno allo spirito originario di Francesco, o almeno una maggiore aderenza ad esso. Queste correnti nel XVI secolo saranno indicate come quelle degli “Osservanti”, e porteranno alla nascita, intorno al 1520 dell’ordine dei Cappuccini.Ma non è in questa sede importante approfondire questa dinamica storica successiva alla morte di Francesco. Averla tracciata, per sommi capi, è servito, per fare comprendere, come   La parola “tradimento” che ho usato nel titolo di questo pezzo, è, come ogni parola riassuntiva, metafora generale, e non sentenza liquidatoria.Essa non sottintende l’idea di un “fallimento” dell’esperienza di vita e del messaggio di Francesco.Nonostante, tanti tasselli di questa storia non ci siano giunti o non siano univoci, Francesco è diventato una di quelle figure spirituali vive, capaci di generare ispirazione e rinnovamento in uomini di ogni tempo e di ogni parte del mondo.Una figura che appartiene a tutti gli esseri umani, e che è capace di parlare a tutti gli esseri umani, al di là di rigorosi confini religiosi. Una figura che era anche scomoda, non solo “il poverello d’Assisi”, ma anche un uomo che sapeva essere intransigente. La parola “tradimento” però resta valida e sta a rappresentare da una parte il progressivo allontanamento, già in vita del Santo, dell’ordine da Francesco; allontanamento che continuerà dopo la sua morte.E dall’altra -la parola “tradimento”- sta a indicare la volontà di costruire un personaggio e una vicenda esistenziale e storica non totalmente corrispondente alla realtà del Santo. Una ricostruzione dove interi passaggi sono stati sfumati, “dimenticati”, cancellati.

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Assioma.. di Maria Luce

by on giu.03, 2011, under Misticismo, Poesia, Simbolo

Maria Luce, porta aperta, visioni notturne, angeli e demoni.. lei scruta nelle tenebre, e cammina a piedi scalzi nei bivacchi, e accende il fuoco… suo è il filo sottilissimo.. che porta Oltre.

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ASSIOMA

Esiste una legge nascosta

poco nota

la deduci osservando

le vite altrui

e la tua

quella del nodo dell’anima

qualcosa di non risolto

che torna

ti tormenta

ti aleggia intorno

finchè non ti decidi

e lo affronti

paura,ansia,malattie sono i sintomi

la cura non è medicina

la cura è altro

è cercarti

in ogni dove

dentro te

e dentro gli altri

non c’è rimedio

se non fai così

gli eventi simili

si ripeteranno

finchè non scoprirai

il tranello in cui cadi

ogni volta è così

nessuan dimostrazione

è un assioma

iniziando a crederci

qualcosa si smuove

un fiume dentro te

ti inonda

poi si ritrae

ti raccoglie

per poi spargerti

aprendoti l’anima

inondandola di scintille

bruciando la tua pelle spenta

quel senso di vertigine

che ci fa barcollare

con la paura nel vuoto

è la somma

di questi nodi

che scioglieremo

perché per questo

siamo materia

solo per imparare

imparare a vivere

davvero

 

è così

così è

 Maria Luce

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Il simbolo dell’Albero

by on feb.03, 2011, under Ispirazione, Misticismo, Simbolo

L’albero rappresenta non solo una forma di concreta esistenza vegetale.. ma è allo stesso tempo uno dei simboli più antichi e ricorrenti nella storia della Conoscenza umana. Condivido con voi questo testo.

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(tratto da.. http://www.guruji.it/alberovita.htm)

“Oh, come desidero ardentemente crescere
Guardo fuori
E l’albero dentro di me cresce”
(Rainer Maria Rilke)

E’ esistita un’epoca in cui le piante erano considerate la manifestazione più concreta e immediata della divinità: alle piante gli uomini chiedevano protezione e conforto, illuminazione e consiglio, e intorno ad esse fiorirono miti e leggende in cui si fondevano mirabilmente il Mistero della Vita e il Mistero del Divino.
Albero della Vita, Albero della Conoscenza, Albero del Bene e del Male, Male, Albero della Cabala … Albero che con la sua verticalità unisce il cielo alla terra, il sacro al profano, il visibile all’invisibile… Albero che è espressione stessa della vita che si rigenera incessantemente. Albero che come l’uomo ha il destino di dover realizzare pienamente la sua forma, di diventare un’entità perfetta e compiuta.
Mistici e sciamani, saggi, filosofi, artisti e alchimisti hanno da sempre legato alla simbologia dell’albero le eterne e inquietanti domande dell’uomo: il Bene e il Male, la Vita e la Morte, la Conoscenza, la Trasmutazione, I’Umano e il Divino. Oggi, a fronte di un equilibrio ecologico quasi distrutto, l’uomo rinnova il suo interesse per l’albero per ragioni puramente utilitaristiche di sopravvivenza, ma nel profondo del suo essere è incisa una simbologia millenaria che
tornerà a vibrare e a guardare gli alberi e la natura con amore.
Albero Cosmico
“Si sviluppa in maniera rotonda, dando pian piano al proprio essere, la forma che elimina la volubilità del vento” Rainer Maria Rilke
Mircea Eliade, storico delle religioni, ha evidenziato come tutti gli aspetti del comportamento umano legati al mito, riflettono il desiderio di cogliere la realtà essenziale del mondo e le origini delle cose, il “centro”, il punto di inizio assoluto quando furono creati gli uomini e il mondo. Nel linguaggio simbolico, questo punto è l’ombelico del mondo, l’uovo divino ecc. ma viene spesso immaginato come un asse verticale o asse cosmico che, situato al centro dell’universo, attraversa il cielo, la terra e il mondo sotterraneo. L’immagine di un asse cosmico è antichissima – pare che risalga al IV o III millennio avanti Cristo – e diffusa in tutto il mondo sotto forma di pilastro, o palo, di albero e di montagna.
L’albero cosmico – simbolo del mondo – mediatore tra le profondità della terra e le altezze dei cieli, non appartiene solo alla nostra cultura Giudaico-ellenica: nell’India antica, l’universo è rigorosamente ordinato attraverso gli alberi. Per la tradizione indiana infatti l’universo si divide in 7 continenti concentrici, ognuno è circondato da un oceano e ognuno porta il nome dell’albero da cui gli abitanti traggono benefici.
C’è però un altro rapporto tra il mondo e l’albero: il legno. Legno per fare il fuoco, per riscaldare e quindi associato al fumo che sale verso il cielo, ma anche legno come materia prima per l’artigiano, legato alla conoscenza teorica e pratica e quindi alla Saggezza.
Esiste infatti una omonimia completa tra il sostantivo “scienza” e il sostantivo “legno” in tutte le lingue celtiche, mentre nella tradizione ebraica si trova un rapporto tra l’albero e la parola. Si legge nello Zohar o “Libro dello splendore: “Nell’epoca messianica, la Colonna centrale assicurerà il nutrimento per ciascuno… L’albero della vita sarà allora piantato nel centro del giardino e si realizzerà La Parola; egli prenderà anche dell’albero della Vita, ne mangerà e vivrà in eterno.”
E’ attraverso l’albero quindi che si deve realizzare il mondo che verrà; e nutrirsi dell’albero significa assorbire la sostanza del mondo e la conoscenza assoluta.
La totalità della simbologia cristiana ruota attorno a quel simbolo fondamentale che è la croce; il palo esprime la verticalità, l’albero che si innalza dalla terra verso il cielo (e in certe rappresentazioni della crocifissione Cristo non è inchiodato su una croce, ma su un albero). C’è però da notare che sia l’albero cosmico che la croce sono simboli universali: nelle leggende orientali infatti, la croce è la scala sulla quale le anime degli uomini salgono verso Dio. Ci sono rappresentazioni in cui il legno della croce ha 7 gradini, così come gli alberi cosmici rappresentano 7 cieli. Questo stesso senso cosmico della croce è presente nell’arte africana e nei suoi motivi cruciformi. Prima di tutto comunque, la croce ha un senso cosmico totale; perché indica i 4 punti cardinali.
Gli storici moderni ritengono che Cristo sia stato crocefisso su un palo, trasformato in croce più per effetto del mito che della storia: Cristo sacrificato, al centro del mondo, sull’albero cosmico che congiunge il cielo alla terra e situato all’incrocio orizzontale dei raggi delle 4 direzioni, omologo all’Albero della Vita che si erge al centro del giardino dell’Eden all’inizio dei tempi. Lo stesso Stupa Buddista è l’immagine del cosmo attraversato dall’axis mundi. Nelle più antiche rappresentazioni delle tentazioni di Buddha, Buddha stesso non appare: essendosi unito al sacro che irradia in tutto il cosmo, egli è meglio raffigurato dall’albero cosmico.
Cristo, Buddha e Maometto compirono la loro ascesa partendo dal centro e salendo lungo l’axis mundi.
L’energia vitale dell’albero è associata anche ai poteri femminili della creazione, nella maggior parte delle tradizioni; per estesione, è associato alla terra (principio femminile) e al cosmo, poiché, come l’albero, il cosmo si rigenera incessantemente ed è sorgente inesauribile di vita, che include tutte le cose in una dinamica creatrice.
Nelle civiltà pre-indiane, l’albero cosmico è rappresentato dal Ficus Religiosa, nei cui pressi stanno delle dee nude… motivo questo che si ritrova nelle leggende cristiane dove l’albero, simbolo femminile ha origine dalla terra madre. In numerosi miti infatti, l’uomo nasce dall’albero e, alla sua morte, viene sepolto in un albero cavo, restituito quindi alla dea – madre – albero che lo partorì.
Nelle religioni arcaiche, l’albero è l’universo; nella tradizione indiana è la manifestazione del Brahma nel cosmo; secondo le Upanishad, i suoi rami “sono l’etere, l’aria, il fuoco, l’acqua, la terra.”

Albero di illuminazione e luce

Gaston Bachelard: “L’immaginazione è un albero. Ha le virtù integratrici di un albero. E’ radici e rami. Vive tra terra e cielo. Vive nella terra e nel vento”. L’albero immaginato diviene impercettibilmente cosmologico, epitome e creatore di un universo. Spesso l’albero del Mondo – o Albero Cosmico – è descritto come “colonna di fuoco”, simbolo dell’illuminazione intellettuale e spirituale e Platone stesso, lo descrive come “Asse luminoso di diamante”.
Nelle varie tradizioni gli alberi appaiono come “pegno” di resurrezione e di immortalità: il “ramo d’oro” dei Misteri antichi, l’acacia delle iniziazioni massoniche, le palme della tradizione cristiana e più in generale tutti gli alberi sempreverdi e quelli che producono gomme o resine.
In tempi più arcaici, i luoghi sacri rappresentavano il cosmo in miniatura; erano fatti di alberi, pietre e acqua, oppure di un recinto sacro che conteneva un altare, una pietra e un albero, come se ne trovano ancor oggi in India. Fu su un simile altare, ai piedi di un albero sacro che Buddha sedette quando, sacrificando il proprio sé individuale, ottenne l’illuminazione. Tale albero divenne un albero sacro, albero Bodhi, o albero dell’illuminazione, la cui talea è stata trapiantata e cresce tuttora.
L’albero dell’Illuminazione di Buddha è l’immagine dell’infinita rigenerazione del cosmo da un’unica fonte trascendente, mentre l’albero cosmico cinese è rappresentato curvo su se stesso come per raccogliere le forze e la concentrazione per l’ascesa.
Intorno a un albero, o a un grande palo, gli Indiani Nordamericani compivano molti riti con cui rafforzavano il loro legame con il mondo sacro, il più famoso è forse la “Danza del Sole”.
Gioachino da Fiore era un mistico e un contemplativo, il cui pensiero fu plasmato da una serie di illuminazioni; tra queste la più importante fu quella che egli ebbe mentre stava studiando il libro dell’Apocalisse, in cui Giovanni descrive la sua visione dell’Albero della Vita. L’albero che gli apparve divenne l’immagine generatrice della sua concezione dinamica della storia, e cioè di un processo di sviluppo ascendente in tre stadi, ciascuno associato a una persona della Trinità e ognuno dei quali si sviluppava sul completamento dello stadio precedente. I seguaci di Gioachino fissarono al 1260 l’inizio dell’ultima era – quella dello Spirito Santo… ed è un fatto curioso che alcuni storici ravvisino oggi, in quegli stessi anni, l’inizio dell’ “Era Moderna”.
Il grande pioniere della pittura moderna, Vassily Kandinsky, si serve dell’albero trinitario di Gioachino da Fiore per illustrare la propria visione sull’evoluzione spirituale dell’arte. L’arte non consiste di nuove scoperte che cancellano le precedenti, ma di uno sviluppo organico fondato su una precedente saggezza… cosi come il tronco dell’albero non diventa superfluo per lo spuntare di un nuovo ramo. In occasione di un’esposizione, il grande amico di Kandinsky, Paul Klee, si serve della parabola dell’albero per esprimere il concetto del processo che opera nell’artista: “l’artista si limita, al suo posto nel tronco dell’albero, a raccogliere ciò che emerge dal profondo e a trasmetterlo oltre”; in altre parole, Klee vide nella creatività umana, semplicemente la prosecuzione del processo cosmico. E Carl Gustav Carus nel 1800 descrisse la vita mentale di un essere umano come una pianta che, radicata al suolo dell’inconscio, cresce verso l’alto, protendendosi verso la luce divina di una maggiore coscienza.” Lo stesso Mondrian produsse numerosi disegni e dipinti nei quali emerge l’aspetto cosmico dell’albero.
Gli alberi e i cespugli in fiamme sono ben noti nella storia delle religioni, poiché il sacro si manifesta spesso sotto forma di fuoco e di luce; Mosé, su istruzione diretta di Dio, foggiò il candelabro a 7 braccia, chiamato menorah, che -come l’albero cabalistico delle Sephiroth – simboleggia la luce divina. La menorah proviene, come altre forme dell’albero cosmico, dalla Mesopotamia; i 7 bracci sono legati al significato astrologico del numero 7 e cioè del numero dei corpi celesti conosciuti nell’antichità; secondo Filone di Alessandria, i rami curvi esterni del candelabro rappresentano le orbite dei pianeti, mentre l’asse centrale è il sole, la luce di Dio, da cui gli altri 6 traggono luce e gloria; le 7 luci del menhorah sono anche i 7 occhi del Signore, contemplati da Zaccaria nella sua visione del candelabro d’oro, ritto tra due alberi d’ulivo che fornivano l’olio per far ardere le lampade. Questa associazione con l’albero di ulivo si trova anche nel Corano dove sta scritto che “un ulivo non appartiene né all’Oriente, né all’Occidente (si trova cioè nel centro del mondo) e può bruciare anche se nessun fuoco lo tocca.”
“Ti prego, contempla con gli occhi dello spirito la piccola pianta contenuta nel chicco di grano e osservane tutte le circostanze, onde tu possa far crescere l’albero dei filosofi”. Così scriveva un alchimista del XVII secolo.

L’albero delle Sephiroth

L’Albero delle Sephiroth è un ideogramma che collega tra loro 10 essenze di grande importanza metafisica, cui fanno ripetutamente riferimento sia la Bibbia, che il Nuovo Testamento, facendo supporre che, essendo il cuore stesso della conoscenza, siamo per questo incisi nella coscienza universale. L’albero delle Sephirot è formato da 3 triangoli sovrapposti – i nove angoli rappresentano 9 Sephirot – sormontate da un punto isolato, occupato dalla decima Sephirot. Queste rappresentano, dall’alto verso il basso, il Mondo di Emanazione, di Creazione e di Formazione. La disposizione verticale simboleggia ancora una volta la totalità dell’albero e del corpo umano: la testa (Emanazione), il tronco (la Creazione) il ventre (la Formazione), le gambe e i piedi (il Regno). Ma l’albero delle Sephirot rappresenta contemporaneamente anche il cosmo: il tronco, il ventre e la testa nella persona; l’atmosfera, la terra e i cieli, nel mondo; il tronco è del soffio, la terra è dell’acqua, i cieli del fuoco. Si completa così il simbolismo dell’albero nella persona e dell’albero nel mondo.
Si ritrova infatti, pressoché ovunque nel mondo, la tradizione dell’albero rovesciato come simbolo del cosmo: il più antico testo cabalistico conosciuto, il ‘Livre de Bahir’, scritto intorno al 1180, afferma: “Tutte le potenze divine formano, come l’albero, una successione di anelli concentrici” …e lo Zohar, scritto nel XIII secolo, dice: “L’albero della vita si estende dall’alto in basso e il sole lo illumina pienamente”; secondo Platone, l’uomo è una pianta rovesciata, le cui radici si estendono verso il cielo e i rami verso la terra; le radici dell’albero nella tradizione islamica affondano nell’ultimo cielo e i suoi rami si estendono al disotto della terra; i Lapponi nel corso di una cerimonia dedicata ai dio della vegetazione pongono presso l’altare un albero con le radici verso il cielo e le fronde a terra; in certe tribù australiane, gli stregoni piantavano un albero rovesciato; nelle Upanishad, l’universo è un albero rovesciato e il Rig-Veda precisa:
“Verso il basso si dirigono i rami, in alto si trova la radice; che i suoi raggi scendano su di noi!”
Dell’albero rovesciato parla persino Dante Alighieri nel “Purgatorio”, descrivendo due alberi rovesciati, vicino al vertice della “montagna”, immediatamente sotto il piano dove è situato il Paradiso terrestre… qui giunti, però, gli alberi appaiono raddrizzati, nella loro posizione normale. Quindi, questi alberi sono in realtà soltanto aspetti diversi dell’Albero Unico e appaiono rovesciati unicamente al disotto del punto in cui ha luogo la rettificazione e la rigenerazione dell’uomo.
In altre parole, ciò che “è in alto” (sfera principale o sopra – cosmica) si riflette in senso inverso in “ciò che è in basso”, come sulla superficie dell’acqua. Questo è confermato dal fatto che in certi testi tradizionali indù si parla di due alberi, uno cosmico e uno sopra – cosmico: uno considerato il riflesso dell’altro; e nello stesso “Zohar” si parla di un albero superiore e di uno inferiore.
L’albero rovesciato non è quindi solo un simbolo “macrocosmico”, ma anche un simbolo microcosmico… ecco perché Platone dice che l’uomo è una “pianta celeste”. Questo Albero Mistico, che racchiude nelle sue 10 Sephirot anche il simbolismo sessuale maschile e femminile, congiunge quindi i tre mondi di Dio, dell’uomo e dell’Universo: l’uomo e l’universo si riflettono a vicenda e entrambi si riflettono nell’Infinito. Secondo René Guenon, infine, le due disposizioni dell’albero “devono mettersi in rapporto a due punti di vista complementari e diversi a seconda che lo si guardi dal basso in alto, o dall’alto in basso; in altre parole, a seconda che si collochi dal punto di vista della manifestazione, o da quello del principio. Così, l’albero in posizione normale rappresenterebbe l’ascensione della materia nello spirito, l’albero rovesciato al contrario la discesa dello spirito nella materia: la sua incarnazione.
Roger Cook sintetizza molto bene la simbologia di questo concetto: “I cabalistici vedevano nella creazione la manifestazione esteriore del mondo divino interiore e l’albero rovesciato serviva loro a illustrare questa idea. Proprio come il seme contiene l’albero e l’albero il seme, il mondo divino contiene tutta la creazione e la creazione a sua volta il mondo nascosto di Dio.”
In molte tradizioni, l’immagine del sole è collegata a quella dell’albero: il sole lascia l’albero all’inizio di un ciclo, e viene a posarvisi alla fine: l’albero è quindi la “stazione del sole”, il “Roveto ardente” di Mosé, luogo di manifestazione della divinità; nello Zohar, l’albero è rappresentato come “Albero di Luce”, e persino nella tradizione islamica nella Suraten Nur si parla di un albero “carico di influenze spirituali”, che non è né orientale, né occidentale. Questo albero è un ulivo, il cui olio alimenta la luce di una lampada che simboleggia Allah “Luce dei cieli e della terra”… nel testo coranico è Allah sotto forma di luce ad illuminare i mondi, “Luce su luce”, si legge nel testo.
Una luce sovrapposta, quindi, che evoca la sovrapposizione dei due alberi, il manifestato e il non manifestato, la luce nascosta nella natura dell’albero e la luce visibile della fiamma e della lampada: la prima “supporto essenziale della seconda”.
Si comprende quindi nello studio simbolico del mondo antico, come sia oggi assurdo discutere di “vie” o religioni o filosofie più o meno giuste, illuminate o sante. L’uomo, nella sua lunga e faticosa strada, ai quattro lati del mondo – e forse dell’universo – ha trovato modo di rappresentare l’essenza profonda del rapporto con Dio e con la trascendenza con questo simbolo universale, semplice e complesso, ma sempre lineare. E in questa simbologia profonda sta forse il segreto di tutte le cose.

 

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Il più grande guaritore vivente

by on gen.02, 2011, under Guarigione, Medicina, Misticismo, Simbolo

Anni fa mi imbattei nelle storie su questo tipo..Joao Texeira.. detto Joao de Deus.. e considerato il più grande guaritore vivente. Mi colpirono molto. Anche perchè tanti che parlavano bene di lui erano stati in precedenza iperazionalisti, alieni anche dall’ombra del

misticismo.. e poi perché lui non si fa pagare, e considera la sua come una missione totale. E poi perché esiste un archivio immenso di persone che sarebbero guarite…. Vedete io credo che su 1000 persone che si definiscono guaritori.. veramente pochi sono quelli che lo sono veramente, e imbonitori, ciarlatani e manipolatori abbondano.. Ma quei pochi veri guaritori esistono. E su questo non ho nessun dubbio.

E lo dico.. perché qualcosa l’ho vista negli anni…

Io non ho mai incontrato questo Joao.. che abita.. in Brasile.. ma credo che sia una persona che abbia qualcosa da dare  e dadire..Quello che leggerete è uno dei testi più belli e interessanti su di lui.. tratto da un numero della meravigliosa rivista internazionale Nexus New Time di diversi anni fa..

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Accade molto spesso che, poco prima di scivolare nel sonno, ci

sovvengano dei pensieri relativi alle nostre origini e allo scopo

della nostra esistenza. Quando la giornata lavorativa è terminata,

guardiamo il notiziario delle 18:00 e ci stanchiamo per la troppa

televisione. In quell’oscuro stato di attesa, fra lo spegnimento

delle luci e il benvenuto calare del sonno, le nostre menti si chiedono

spesso la ragione del nostro esistere. Io so che lo faccio!

Ero proprio come voi – gran lavoratore, impegnato, ambiziosa – e dopo

venticinque anni di giornate di dodici ore sentii che ce l’avevo

fatta. Ero un uomo d’affari di successo, l’orgoglioso proprietario di

parecchi negozi di gioielleria, che si godeva i frutti del proprio

lavoro: una grande casa di fronte all’acqua, un lussuoso appartamento

sulla spiaggia, investimenti in proprietà, una Mercedes-Benz e scuole

private per i miei figli. Ma nel più profondo del mio essere sentivo

che la vita doveva avere uno scopo più elevato. Sicuramente questo

non poteva essere tutto. Allora un giorno, piuttosto inaspettatamente, il

“Signore mi portò via”; in effetti, non fu il Signore, ma una “vita

inferiore” – un comune ladro che rapinò uno dei miei negozi e ridusse

in cocci la mia meravigliosa vita materiale.

Mentre me ne stavo seduto a fissare il negozio svuotato, contemplando

le conseguenze di una polizza d’assicurazione che non copriva questa

eventualità, ebbi il primo barlume di quanto fragile, quanto futile

sia una via puramente materiale.

Fu nei tristi mesi successivi di curatela fallimentare che fui

costretto a cercare un significato più profondo della vita. Quando il

mondo smise finalmente di girare e persi tutto ciò che mi era più

caro–matrimonio, benessere, proprietà, profitto e, soprattutto, la mia

autostima – giunse l’ora di cercare un altro significato; non,

aggiungo subito, il ritualismo delle religioni moderne o il fanatismo

zelante delle loro neonate discendenze. Gli anni del commercio

calcolatore mi lasciarono un’attitudine permanente verso i fatti

concreti  della vita, quindi avevo bisogno di prove tangibili per

supportare qualunque nuova credenza.

Ebbi l’opportunità di osservare, in prima persona, l’irrefutabile

prova della ragione della nostra esistenza. I contenuti di questo

libro si basano su mie osservazioni personali.

Da dove veniamo e dove stiamo andando sono questioni difficili su cui

meditare nella moderna corsa giornaliera per la sopravvivenza

finanziaria. Quella confusione tra i corn-flakes e il notiziario

delle 18:00 non lascia molto tempo per riflettere. Ce ne vuole invece, di

tranquillo, e ce ne vuole parecchio. Occorre istruzione, spiegazione

ed educazione su una materia che è l’antitesi del materialismo; un

qualcosa che è totalmente intangibile, incomprensibile, un altro

mondo – letteralmente, un altro mondo.

Come esseri umani fisici, abbiamo bisogno di prove prima di credere.

Io, per la maggior parte della mia vita, ho accettato come reale solo

ciò che ho potuto vedere, sentire, mangiare o mettere in un

registratore di cassa. Ero estremamente scettico. In quel memorabile

giorno del gennaio 1996, quando per la prima volta mi accovacciai per

terra nel grande atrio ad Abadiania, così vicino che potevo toccare

l’azione, armato di macchina fotografica SLE e di flash, osservai

scrupolosamente in cerca della “carta nascosta”, del gioco di

prestigio o dell’ovvia “combinata”. Ciò che vidi mi sbalordì, come

sbalordisce le innumerevoli migliaia di altre persone che assistono

per la prima volta. Vidi Raul alzarsi dalla sedie a rotelle, dopo

cinquantanni di paraplegia, e camminare. Ancora riluttante, la mia

incredulità ricevette il colpo di grazia quando assistetti alla

rimozione di un tumore dall’occhio di una donna da parte di un Joao

con gli occhi bendati, usando solo un coltello da cucina.

Ora, avendo osservato innumerevoli operazioni, guarigioni e cure,

inclusa la mia asma cronica, sto convertendo quelle energie dissipate

nello scetticismo e nella falsa sofisticazione in questa semplice

cronaca della dedizione di un uomo verso l’umanità, di una

proporzione e di una sincerità che sfidano la nostra logica occidentale. Noi

tutti attendiamo una prova come mezzo di verifica, ma talvolta, anche

quando vediamo l’evidenza, troviamo ancora difficile accettarla perché la

sua comprensione è contraria alla nostra educazione occidentale. Tale è

la situazione che circonda le cure di Joao Teixeira da Faria.

Joao è un uomo umile che si è prefisso un duplice scopo nella vita:

curare il male; e rendere le persone consapevoli che noi siamo qui

sulla terra per migliorare il livello “sull’altro lato”, per elevare

e migliorare la posizione delle nostre anime nell’aldilà tramite ciò

che facciamo nella vita fisica. Sebbene Joao sia probabilmente il medium

guaritore più osservato, registrato e testato mai entrato in questo

mondo fisico, è difficile anche per gli autori più informati

tracciare una sequenza logica della sua vita. Le informazioni circa i suoi

primi anni di vita sono scarse. In gioventù fu più impegnato a cercare di

sopravvivere che a registrare date e avvenimenti. Persino una

semplice, cronologica collocazione degli eventi negli anni giusti

risulta un’impresa frustrante. Non ci sono dati salvo quelli nei

ricordi dei suoi colleghi, e differiscono alquanto.

Joao stesso è una fonte povera di dettagli poiché egli non ricorda

nulla delle sue azioni mentre è incorporato dallo spirito, e, anche

quando ne è libero, egli rimane ancora parzialmente sotto il loro

controllo. I medium di alta elevazione sono, per la maggior parte,

accordati a livelli spirituali per tutto il tempo. Un po’ come una

televisione lasciata senza volume, essi possono ancora funzionare ma

la loro attenzione è distolta.

Persino oggi, i suoi lavori costituiscono una successione si

miracoli, attuati così velocemente e con una frequenza tale che è quasi

impossibile rilevarne i dettagli di uno prima che un altro stia già

avvenendo. I meri numeri delle persone che cercano il suo aiuto

lasciano poco tempo alla riflessione o alla registrazione di dati

precisi. Egli opera e guarisce più persone in un giorno di quanto un

ospedale occidentale riesce a fare in un mese. I membri del suo

gruppo sono tutti volontari, ma solo uno di essi si dedica per due giorni

alla settimane e gestisce le registrazioni.

E ora, la questione della prova.

Noi umani siamo creature strane. Talvolta vediamo l’evidenza ma

rifiuti8amo la spiegazione, combattendo piuttosto per dare una nostra

personale spiegazione, che si adatti alla nostra limitata conoscenza;

preferibilmente una spiegazione che non vada a scuotere troppo la

nostra “barca della coscienza”, che non richieda un cambiamento

troppo radicale della vita, e che non scalfisca il guscio di sicurezza

rappresentato dalla nostra comprensione e percezione. Alla luce

dell’evidenza in questo libro, non c’è una spiegazione alternativa.

Joao Texeira da Faria è la prova vivente. E’stato testato ed

esaminato dalle migliori menti scientifiche che questo pianeta possa riunire.

Accetta di buon grado queste indagini nella speranza che possano

provare ad ognuno l’esistenza del mondo spirituale e l’importanza di

vivere correttamente in questa vita sì da elevare noi stessi in

futuro, anziché sopportare una limitazione del karma.

Joao dedica la sua vita a sanare i malati e gli incurabili, senza

essere pagato e senza pregiudizi. Egli incoraggia la

videoregistrazione del suo lavoro giornaliero e accetta che chiunque

lo osservi, specialmente i medici la cui partecipazione è

particolarmente benvenuta.

Vedere Joao passare la mano sopra il seno malato di cancro di una

donna cui è stato diagnosticato un carcinoma maligno e poi sollevarne

la maglia per rivelare un’incisione fresca, abilmente suturata, e il

tumore scomparso, induce anche l’osservatore più riluttante a

chiedersi, “Chi ha fatto ciò?”. Forse la storia della vita di

quest’uomo straordinario vi aiuterà a trovare le risposte a queste

domande.

Si sostiene che Joao Teixeira da Faria sia attualmente il più potente

medium vivente e sicuramente può essere annoverato fra i più grandi

degli ultimi duemila anni. Un “medium”, come definito dall’Oxford

Dictionary, è una persona che funge da “intermediario spirituale tra

i vivi e i morti”. Joao non solo comunica con lo spirito, ma incorpora

l’entità dello spirito; egli viene letteralmente sostituito dallo

spirito e, nel fare ciò, perde coscienza, “svegliandosi” qualche ora

più tardi senza avere idea delle azioni intraprese durante

l’incorporazione. Mentre è “entità”, il suo corpo viene usato come

mezzo per eseguire interventi chirurgici fisici e apparentemente

miracolose guarigioni di malattie da parte delle entità spirituali

che lavorano attraverso di lui .

Il “dono” di Joao non è ereditario. Non si tratta di una tecnica

acquisita, né può essere trasmessa ad un’altra persona. A sedici anni

egli accettò la responsabilità di dedicare la sua vita all’incorporazione dello spirito allo scopo di guarire il male.

Accettò un impegno per tutta la vita che gli sarebbe costato molto e

che spesso lo’avrebbe ripagato con l’abuso, la privazione personale,

la persecuzione e l’ingiusta carcerazione. Ottenere fiducia con una

così pesante responsabilità richiede una persone forte, morale, retta

ma umile, dall’integrità indiscutibile. Come se queste restrizioni e

criteri puritani non fossero abbastanza, egli deve anche concedere

gratuitamente i propri servizi, per timore di perdere il dono.

Per comprendere l’enormità del suo dono, e capire gli incredibili ma

veri avvenimenti a malapena riportati in questo libro, si devono

accettare, benché temporaneamente, le seguenti credenze:

1)      Abbiamo tutti vissuto molte vite prima di questa. Siamo

incarnati,

e dopo questa vita ci reincarneremo in un’altra vita.

2)      Se si rimuove il guscio fisico che chiamiamo corpo, ciò che

rimane

è il vero io: la propria anima, il proprio spirito. Questa eterna

essenza è in un perpetuo stato di miglioramento o deterioramento a

seconda di come si vive in ognuna delle vite fisiche.

3)      Il libero arbitrio rappresenta il solo mezzo per il quale

l’io

fisico, e di conseguenza la propria anima, può migliorare la propria

posizione dopo la morte.

4)      Il karma è il mezzo con cui si pagano i propri debiti per

avere

agito male o con cui si è ricompensati per aver liberamente scelto il

bene in ogni vita.

5)      C’è un mondo spirituale! Esso è molto più complesso del

nostro

mondo fisico. Molto più potente e decisamente più bello per coloro

che

si sono guadagnati un posto lì. E’ a molti livelli e

multidimensionale, per provvedere all’infinito numero di stadi di

sviluppo attraverso cui passano le anime.

6)      Gli spiriti, sia buoni sia cattivi, sono costantemente con

noi.

Quindi, molte di quelle strane coincidenza che sperimentiamo

(usualmente quando le desideriamo più ardentemente) sono il risultato

di una generazione di pensiero preso e fatto agire dalle nostre

guide,

le proprie guide spirituali. Ciò aggiunge un nuovo significato alla

citazione biblica, “Chiedi e ti sarà dato”.

7)      I nostri corpi umani sono generati e protetti da campi di

energia.

Vi sono sette strati corrispondenti, ognuno con la propria densità o

frequenza, e sette chakra principali (vortici rotanti). Alcune

persone

possono realmente vedere questi strati come aure. Se viviamo in modo

salutare, delle vite pulite, i nostri campi di energia ci proteggono

molto bene. Al contrario, se abusiamo di noi stessi eccedendo con

alcool, droghe o vite malsane, i nostri campi si indeboliscono,

verranno attaccati e attrarranno effetti indesiderati. La malattia

inizia in questi strati esterni e i campi perdono la loro vibrazione

(spesso ci sentiamo depressi qualche giorno prima di ammalarci

effettivamente).

Il marchio del successo di Joao è visibile nelle migliaia che

affollano il suo centro di cura ospedaliero ogni mercoledì, giovedì e

venerdì. Quando viaggia egli ne guarisce qualcosa come 25000 in tre

giorni. I malati stanno in fila per ore, e talvolta anche di notte,

per vederlo. Non rifiuta mai qualcuno che sia puro di cuore e di

intenzioni. Sebbene sia un uomo devoto che ama Dio, egli accetta

tutti senza pregiudizi o influenze religiose. Guarisce i poveri allo stesso

modo con cui cura i ricchi o le celebrità.

L’élite mondiale cerca il suo aiuto quando la medicina occidentale

fallisce. Le attrici Shirley Mac Laine e Janet Laight, deputati,

statisti, preti, suore, rabbini, poveri e benestanti, tutti trovano

la strada per il minuscolo villaggio di Abadiania, nel Brasile centrale,

per cercare l’aiuto di Joao Texeira d Faria, noto in tutto il brasile

come Joao de Deus (Giovanni di Dio). 

Chiamarlo “l’Uomo dei Miracoli” sarebbe una definizione sbagliata,

poiché un miracolo implica , l’assenza di una legge naturale, quando

invece i suoi risultati sono semplicemente l’esplicazione della legge

di reincarnazione e il conseguente uso di medici spirituali dal piano

dello spirito. Egli è etichettato come miracoloso solo perché noi nel

mondo occidentale siamo riluttanti ad accettare l’esistenza di un

mondo spirituale e quindi che il suo lavoro sia il risultato di

questa legge naturale.

Dei più dei 250 volontari che dedicano il loro tempo alla gestione

del centro, molti sono persone riconoscenti per una nuova vita dopo il

trattamento di Joao e delle sue entità spirituali. Dichiarati

incurabili dai medici, giunsero ad Abadiania come ultima risorsa. Fra

loro ci sono ingegneri, dottori, dentisti, insegnanti, manovali,

uomini d’affari e gente semplice che mostrano l’assenza di qualsiasi

divisione di classe, ma che piuttosto lavorano in armonia per creare

un amorevole e affettuoso ambiente per quelli che, come loro fecero,

cercano l’aiuto di Joao Texeira da Faria.

Queste persone fortunate misero da parte le limitazioni del nostro

moderno modo di pensare e osarono cercare l’impossibile: essere

ricompensati non solo con una seconda possibilità di vita, ma anche

con una nuova comprensione del loro scopo in questo mondo fisico.

 

L’UOMO IN CARROZZELLA

Era una giornata speciale per Raul Natal. Seduto sulla carrozzella,

servita sia da prigione sia per la mobilità nei passati

cinquant’anni, aspettava con apprensione e speranza. Non orava formulare aspettative

troppo elevate: era stato da così tanti dottori e specialisti in

tutti quei lunghi anni. Si era sottoposto ai raggi X, ad analisi, a sonde,

a manipolazioni e medicazioni senza successo finché i dottori e lui

stesso si erano alla fine rassegnati al fatto che non avrrebbe mai

più camminato. Perché oggi avrebbe dovuto essere diverso?

Raul aveva sentito parlare del guaritore, Joao Texeira da Daria, da

amici. “ha curato centinaia di  migliaia di malati e di storpi”

dissero. “Forse potrebbe aiutare anche te”. Lo incoraggiarono Cosa

aveva da perdere? E così, in un ultimo pellegrinaggio disperato, egli

sopportò il viaggio di trentasei ore in corriera da San Paolo al

piccolo villaggio di Albadiania, in alto sulle verdi pianure dello

stato di Goiàs nel Brasile centrale.

Erano le 8:15 di un luminoso giorno benedetto dall’aria gresca e

frizzante d’alta montagna. La gente bisognosa di cure – già 500 o 600

- era ammassata nell’atrio principale del centro, in pacata attesa,

ciascuno con i propri pensieri e speranze, attendendo che il

guaritore Joao comparisse.

DI fronte alla folla, dalla posizione in cui attendeva, Raul vide

entratre il medium da una porta laterale, le mani giunte davanti al

suo corpo, lo sguardo intenso. Joao prese per le mani una donna di

mezza età e la fece stare in piedi contro il muro. Rovistando in un

vassoio di strumenti portato da un volontario, scelse un comune

coltello da cucina e cominciò abilmente a rsachiare un tumore dal suo

occhio. Senza anestesia né sterilizzazione, ed usando solo il puro e

semplice coltello, egli estrasse il bulbo oculare – procedimento che

normalmente provoca un dolore atroce e un danno irreparabile . ma la

donna non mostrò alcun segno di disagio  esteriore. Rimase calma, in

piedi contro il muro senza alcune reazione osservabile. Joao non

sembrava, in realtà, essere concentrato. Con una mano mosse

rapidamente e con abilità la lama avanti e indietro attraverso la

cornea, ma il suo sguardo era focalizzato verso la folla, cercano  e

analizzando. Era come se qualcuno o qualcosa oltre a lui stesse

rimuovendo l’escrescenza. In meno di un minuto, egli pulì la lama

contro la sua veste e chiamò un’assistente, “Puoi portarla via; ho

finito con lei.” La mente di Raul non riusciva a crederci. Il suo cuore battè più

forte e le sue mani cominciarono a sudare. Sarebbe stato possibile dopo

tutti questi anni poter camminare di nuovo?

Un uomo fu fatto avanzare dalla folla e gli fu detto di porsi di

fronte al muro. Disee al guaritore che da anni non era più in grado

di sedersi o curvarsi senza forti dolori. Gentilmente, Joao levò la

maglia all’uomo e, prendendo un bisturi, eseguì una piccola incisione

di un paio di centimetri tra le scapole. Incredibilmente, non vi fu

sanguinamento e l’uomo non mostrò segni di dolore. “Alza la gamba”,

disse Joao. “Ora chinati”. Raul fissò incredulo mentre l’uomo si

piegava fino a toccarsi le punte dei piedi. “Ora accovacciati”, disse

il guaritore, e l’uomo eseguì senza sforzo. Le lacrime di sollievo e

gratitudine che rigarono il suo volto non sfuggirono a Raul, quando

l’uomo fu condotto fuori verso la stanza di accoglienza alla fine

dell’atrio. Le aspettative di Raul crescevano: forse il suo sogno

avrebbe potuto ancora realizzarsi.

Joao stava già rivolgendo la sua attenzione ad una donan con il

cancro allo stomaco. Slacciò la sua blusa, lentamente, come fosse in trance,

e abbassò la cintura per scoprire il basso ventre. Dal vassoio di un

assistente scelse un bisturi e lentamente fece una piccola incisione

lunga tre centimentri, Non sanguinò e la donna rimase imperurbabile.

Tagliò più in profondità e introdusse due dita nell’apertura. Raul,

dalla sua posizione frontale, vide il guaritore ritrarre le dita e,

con esse, una soffice escrescenza bianca dalle dimensioni di una

palla da golf. La donna rimase immobile, apparentemente tranquilla. Notò

che tutto si svolse senza anestetico o la stringente sterilizzazione

delle moderne pratiche mediche che gli erano così familiari. La ferita

venne richiusa con una singola sutura e la donna fu portata via nella

stanza di accoglienza.

Ora veniva fatto avanzare un altro paraplegico in una sedia a

rotelle.

Questo sarebbe stato indicativo: se fosse stato guarito, ci sarebbe

stata senz’altro speranza per Raul. Quando Joao disse agli aiutanti

di portare l’uomo nella Sala di Cure Intensive, la fragile fiducia di

Raul tut’a un tratto venne meno. Forse, dopo tutto, era chiedere

troppo.

Non ci fu il tempo di pensare. La voce di Joao lo riportò alla

realtà.

“Da quanto tempo sei paralizzato?” chiese Joao con una voce profonda

e piena di compassione.

“Non cammino da cinquant’anni”, rispose Raul con un filo di voce.

“Cosa faresti se Dio ti restituisse le gambe?” chiese il medium.

Raul era troppo sbalordito per rispondere. Un lampo di fiducia

combatteva contro anni di disperazione. La sua mente galoppò. Sarebbe

stato possibile? Perché l’avrebbe chiesto se non fosse stato?

Sicuramente sarebbe stato un gioco crudele se non avesse parlato

seriamente. Guardò il guaritore; il suo sguardo era fermo e il suo

viso era rischiarato da un sorriso fiducioso, quasi infantile. Raul

voleva parlare ma non gli venivano le parole. Sapeva che le sue

giunture erano bloccate da anni di inattività; erano calcificate e

immobili e i muscoli erano atrofizzati.

“Cosa faresti se Dio ti restituisse le gambe?” chiese nuovamente

Joao, interrompendo il corso dei suoi pensieri.

Raul non sapeva che cosa rispondere. Stava ancora lottando con la

ragione e la logica. Da dietro una mano lo toccò gentilmente sulla

spalla. “Rispondigli! Come ti sentiresti se camminassi di nuovo?”

intervenne l’assistente.

Tutto ciò che fece fu balbettare, “Io…sarei…talmente felice”. Il

guaritore si chinò e in un attimo prese saldamente l’anca sinistra di

Raul. Non appena lo fece, una calda ondata di vita attraversò la

gamba. “Ora falla ruotare!” disse. Raul ubbidì. Era rimasta bloccata

per così tanto tempo e ora la stava girando e torcendo! Osservò

incredulo Joao mentre toccava l’altra anca e lo stesso tepore la

inondò. Era come guardare il piede di qualcun altro nuotare. Era

incredibile!  “Ora”, comandò il guaritore, “alzati e cammina!”

Raul rabbrividì: “Non posso!” disse.

“Si che puoi!” replicò Joao con ferma compassione. “Alzati e metti

questo piede avanti”, disse, indicando quello destro.

Con tutta la sua volontà e forza, Raul fece un rapido movimento in

avanti dalla sedia. Le sue gambe lo resssere; tremando, ma lo

ressero.

Joao prese la sua mano, offrendogli un minimo supporto mentre compiva

il primo passo in cinquant’anni. Il suo cuore batteva così forte che

temevba sarebbe scoppiato. La felicità e il sollievo erano troppo per

lui. Copiose e incontenibili lacrime rigarono il suo volto. Stava

camminando!

Gli assistenti lo condussero lentamente nella sala principale delle

operazioni, dove sedette su una panca assieme ad un’altra ventina di

pazienti. Un uomo gentile dai capelli d’argento, vestito di bianco,

parlò loro di fede e di amore e di come le guarigioni non fossero il

dono più importante lì. Ancora più grande è il dono del risveglio, la

comprensione che c’è una vita dopo la morte e che questa vita fisica

è solo un’opportunità per migliarare ed elevare le nostre anime. Le

guarigioni sono solo una dimostrazione fisica che possiamo vedere e

vivere, ma è più importante ricordare che i miracoli vengono

realizzati da entità spirituali che usano il medium Joao Teixeira da

Faria come un contenitore per compiere il loro lavoro.

Raul ascoltò e capì che la sua vita da quel giorno non sarebbe stata

solo più attiva ma anche più significativa. Era stato guarito dalle

entità e dall’uomo che chiamavano Giovanni di Dio.

LA CASA DI DOM INACIO

Giungono a migliaia – il malato, lo zoppo, l’incurabile e lo

scaricato dalla medicina – sopportando lunghi voli internazionali e estenuanti

viaggi di trentasei ore in autobus fino ad un piccolo villaggio

sull’alta pianura di Goiàs in Brasile. Gli autobus arrivano per tutta

la notte.

Alle 5:00 c’è silenzio. Una leggera foschia vela l’unica strada della

piccola città di Abadiania, che è sorta per accogliere le moltitudini

che vengono qui in pellegrinaggio. La gente si siede fuori della

modesta pensione, parlando piano. Non vi sono stanze sufficienti per

accomodare tutti, quindi dormono nella auto o nei bus o semplicemente

vanno in giro aspettando l’alba. La pensione fornisce caffè gratis ai

viaggiatori stanche che si riversano dai nuovi arrivi dei bus durante

tutta la notte. Cento metri più in giù lungo la strada, il gruppo di

basse case bianche è scuro e silenzioso. Un caleidoscopio di stelle

forma una volta celestiale sopra questa Mecca dell’ultima speranza,

il posto chiamato “ la Casa di Dom Inacio”. L’alba porterà nuova luce e

speranza di una vita scevra da dolore e malattie per coloro che la

cercano.

Il centro di guarigione apre alle 8:00. I malati si riuniscono per

ricevere i loro numeri di turno. Gli operatori preparano il loro

equipaggiamento per filmare l’attività giornaliera.

Da qualche parte in un’anonima stanza, Joao riposa e medita in

solitudine per prepararsi ad una giornata di guarigioni. Lavorerà

finché c’è l’ultimo paziente in lista, talvolta fino a notte

inoltrata. E’ steso su un semplice giaciglio nella penombra di una

stanza. Sopra la sua testa sono appesi i ritratti di alcune entità,

incluso Dom Inacio, così come Cristo e la Madonna. Sulla parente

adiacente è appesa più di una dozzina di certificati di

apprezzamento, di ordini di governo e gradi onorari attribuitigli da VIP

riconoscenti, governi e istituzioni. Fra questi vi è una Medaglia

d’Onore da parte del presidente del Perù (ex presidente, visto quando

è stato scritto questo articolo, all’epoca Alberto Fujimori.. qui è

Duncan che parla..:-) in ringraziamento per la guarigione di suo

figlio. Lo scarno mobilio riflette la semplicità dell’uomo che la

gente chiama Giovanni di Dio.

Il centro ricorda un piccolo ospedale, dipinto interamente di bianco

dentro e fuori, e con una banda blu cielo dal pavimento fino alla

cintola, all’interno. Lo stile fu suggerito a Joao dall’entità

principale, Dom Inacio, in una visione che egli ebbe mentre camminava

in una piccola valle vicina. Il centro, affettuosamente chiamato “ la

Casa ”, prende il nome dell’entità ed è noto in Brasile come “Casa de

Dom Inacio”.

La scelta del luogo è stata determinata da molti fattori: la naturale

energia di questa zona del Brasile, la pace e la quiete, e un

massiccio affioramento di quarzo naturale che da solo fornisce una

potente fonte di energia. Giù in profondità c’è una fonte naturale

che sfocia in una piccola cascata distante un chilometro. Attorno a

questa naturale bellezza crescono molte delle erbe necessarie alle cure

prescritte dalle entità. Situato su di un altro pianoro, il centro

guarda verso le lussureggianti colline di Giàs, già di per sé un

panorama terapeutico.

 La posizione è carica dei energie, la cui comprensione esula dalle

nostre capacità fisiche. La migliore spiegazione proviene dallo

spirito stesso, da uno spirito chiamato Seth, con informazioni

canalizzate da Jane Roberts negli anni ’70. Dal suo libro, Seth

Speaks: The Eternal Validity of the Soul, provengono le seguenti

informazioni: “Ci sono delle coordinate principali, sorgenti di

fantastica energia, che rappresentano accumuli di energia pura, dove

la salute e la vitalità si rafforzano. Tali punti sono come delle

invisibili centrali energetiche. Funzionano come generatori psichici,

sospingendo ad una forma fisica ciò che non lo è ancora”. Credo che

il centro di Abadiania sia uno di questi punti.

La Casa stessa è progettata attorno ad un atrio centrale, aperto da

un lato, che conduce ad un corridoio coperto, ad una toilette e ad un

giardino di rose. In quest’atrio si riuniscono le persone, aspettando

di assistere alla chirurgia di Joao-in-entità, fatto che accade due

volte al giorno. Tutte queste operazioni vengono riprese dai

cameramen della Casa.

Alcuni anni fa Joao richiese la registrazione delle operazioni

effettuate “in entità”, poiché non aveva alcun ricordo delle sue

azioni una volta posseduto dall’entità spirituale. Adesso ci sono

migliaia di ore di videoregistrazioni a disposizione di chiunque ad

un prezzo modesto per coprire la produzione.

Nel semicerchio attorno all’atrio vi sono le quattro stanze

principali. La prima è la sala di ricovero, dove i pazienti vengono

accolti dopo il trattamento per la cura e l’osservazione finché non

si sentono forti a sufficienza da partire. L’effetto dell’anestetico,

fornito dallo spirito, svanisce in un’ora o due e i pazienti sono

solitamente in grado di andarsene con il loro consenso senza effetti

collaterali visibili. La sala di ricovero contiene dodici letti

singoli coperti da bianche lenzuola pulite. Le infermiere sono tutte

volontarie che prestano affettuose cure finché i pazienti non siano

in grado di andarsene.

La porta accanto è una delle due “stanze della corrente” riempite di

file di panche con un passaggio centrale. In questa stanza, vestiti

di bianco, siedono dai venti ai trenta medium in meditazione. Questa

meditazione fornisce la corrente per aiutare le entità nel loro

lavoro. Similmente, negli scritti di Edgar Cayce su Atlantide, si

legge un riferimento a questo tipo di energia combinata utilizzata

dagli atlanti dei per giungere alla loro civilizzazione

straordinariamente avanzata; una produzione analoga di corrente

spirituale. Le persone in coda per un consulto con l’entità passano

in fila attraverso questa stanza e ricevono una purificazione

spirituale.

Ai due angoli giacciono pile di grucce, sedie a rotelle e busti

abbandonati dagli invalidi guariti – un silenzioso monumento al

successo dell’uomo e delle sue entità nella loro opera di guarigione.

La seconda stanza della corrente contiene cinquanta o più medium

analogamente disposti in file. L’infinita coda di gente passa nel

mezzo e viene preparata spiritualmente ad incontrare Joao-in-enità

che siede in fondo alla sala su una grande sedia foderata di lino bianco.

Al momento dell’incontro si verifica uno spontaneo riconoscimento da

parte dell’entità dello “schema energetico” di ciascuna persona: vite

passate, situazione attuale, malattia e consapevolezza spirituale.

A seconda di ciò che si vede, la persona verrà trattata secondo

necessità. Ad alcuni vengono rilasciata prescrizioni a base di erbe.

Altri vengono invitati alla sala di terapia intensiva per la

chirurgia o il trattamento in un secondo momento. A coloro che necessitano di

un rafforzamento spirituale viene detto di sedere in corrente, mentre ad

altri vengono date concise istruzioni sui cambi di vita necessari.

Ogni caso viene risolto in meno di venti secondi, Le prescrizioni

vengono stilate alla velocità della luce con una “stenografia

spirituale” che somiglia ad una riga svolazzante con qualche punto. I

farmacisti della Casa hanno imparato a decifrare questi “geroglifici”

dalle entità che li prescrivono.

La terza stanza è quella delle operazioni intensive che ha un duplice

scopo: casi molto seri che richiedono un lungo periodo di coma e

quelli che richiedono interventi invisibili. Attorno al muro vi è una

riga di letti singoli su cui giacciono i pazienti in terapia

intensiva mentre le entità eseguono interventi invisibili su paraplegici e su

leucemia, AIDS e serie forme di cancro. Possono rimanere in coma per

qualche ora o per qualche giorno a seconda dell’estensione richiesta

dal trattamento.

Nel mezzo della stanza vi sono file di panche su cui siedono coloro

che necessitano di operazioni invisibili, con gli occhi chiusi, le

mani sul grembo in meditazione. Un medium parla loro sommessamente,

spiegando la procedura ed elevando la loro sintonia spirituale. Due

volte al giorno, Joao-in-entità entra nella stanza e dichiara, “In

nome di Gesù Cristo voi siete tutti guariti. Lasciate che venga fatto

ciò che è necessario fare in nome di Dio”. In quel momento, tutte le

operazioni necessarie vengono completate internamente, senza

cicatrici superficiali visibili. Gruppi scientifici, che hanno eseguito queste

operazioni invisibili, hanno riscontrato ai raggi X che internamente

vi sono incisioni e suture. In questa stanza stanno dodici speciali

medium guaritori.

Ci sono alcune costruzioni periferiche ed una mensa  dove ogni giorno

si servono migliaia di piatti di zuppa e pane, gratis, a chi arriva

al centro. Molti hanno viaggiato per migliaia di chilometri ed alcuni

sono così poveri che non possono permettere di comprare del cibo. La

Casa di prende cura di tutti alla stessa maniera. C’è una piccola

casa del caffè, uffici amministrativi, un grande isolato con bagni ed una

farmacia per la preparazione delle medicine a base di erbe. L’intero

gruppo di edifici è delimitato da un recinto, che fornisce il

parcheggio a dozzine di bus su un lato ed un’area verde e ombrosa

sull’altro, per godere della quiete e dell’aria fresca di montagna.

PROCEDURE DELLA CASA

Il centro è operativo ogni mercoledì, giovedì e venerdì. Alle 8:00 la

gente assiste ad una breve esposizione circa le procedure e viene

richiesto di mettersi in fila per il trattamento che preferiscono:

operazione visibile, operazione invisibile, primo trattamento o

ripetizione. Coloro che hanno scelto gli interventi invisibili

vengono portati nella sala di operazioni intensive per la preparazione. Chi

ha optato per quelle visibili viene condotto nella stanza principale

della corrente a meditare mezz’ora prima di entrare nella sala

principale per la chirurgia fisica. Questo dipende in parte da quale

entità si è incorporata, poiché ognuna ha una propria

specializzazione chirurgica.

Joao medita in una piccola stanza nel retro del complesso prima di

entrare nella stanza principale della corrente. Per incorporare

l’entità spirituale, egli sta semplicemente di fronte ad un tavolo su

cui è posata una croce di legno. Comincia chiedendo che le sue mani

vengano guidate nel lavoro giornaliero. Poi, mentre recita il Padre

Nostro, l’entità entra in lui e prende controllo del suo corpo.

Prende le mani di qualcuno di quelli che attendono le operazio9ni fisiche e

li conduce nell’atrio principale, dove comincia. La chirurgia

visibile viene praticata di fronte alle persone in attesa di consultare

l’entità.

A parte l’obiettivo primario di alleviare le sofferenze del male o

delle malattie, queste dimostrazioni servono a provare l’esistenza dl

mondo spirituale e dell’effusione dello spirito che risana attraverso

l’energia di Cristo. Inoltre, esse innalzano il livello di credenza e

la sintonia all’interno di ogni persona.

La guarigione e la chirurgia vengono dispensate qua e là fra le

persone nella folla, quando l’entità vede o legge lo schema

energetico di ogni individuo, talvolta con un consiglio spirituale, un

suggerimento a cambiare la abitudini alimentari, o persino un severo

ammonimento a cambiare comportamenti immorali.

Spesso indica qualcuno e lo invita ad andare a sedersi nella

corrente.

Ciò potrebbe essere per i benefici terapeutici della corrente o

perché la persona ha bisogno di meditare ed innalzare la sua consapevolezza

spirituale prima di guarire, o potrebbe essere perché ha riconosciuto

nella persona un medium capace di generare una potente corrente.

Tutti questi eventi sono videoregistrati dagli operatori della Casa e

possono essere acquistati per una modica cifra che copre le spese di

produzione. Forniscono una notevole registrazione dei risultati della

Casa ed un ricordo per chi ha ricevuto le cure.

Joao-in-entità inizia ogni sessione nella sala delle operazioni

intensive dove separa e prepara quelli che desiderano essere operati

in modo visibile. Volge quindi la sua attenzione alle file delle

persone che attendono in meditazione gli interventi invisibili. Con

una frase secca annuncia che le operazioni sono completate. Alcuni

riceventi sentono le operazioni e altri no, ma vengono tutti

sistemati immediatamente.

Joao-in-entità porta poi la fila di persone che attendono gli

interventi visibili nella sala principale per la chirurgia fisica di

fronte alla folla in attesa. Quando ha terminato con loro, egli

ritorna nella sala principale della corrente dove siede per ricevere

le persone che sfilano davanti a lui.

Sbriga ogni caso in un modo straordinariamente veloce. Mentre si

avvicinano, l’entità analizza istantaneamente ed è già preparata a

dispensare il consiglio appropriato. Alcuni ricevono una medicina a

base di erbe, alcuni vengono mandati a sedersi per dare corrente,

mentre altri vengono indirizzati alla sala di cure intensive per la

chirurgia invisibile o, se il loro tipo di intervento richiede

un’entità differente, viene loro detto quando ritornare per il

trattamento. Rimane lì fino a sistemare l’ultima persona in lista.

Alla fine del programma giornaliero, Joao-in-entità riceverà

individualmente ogni medium – ciascuno dei quali è rimasto seduto

molte ore per produrre corrente – per una benedizione e per

soddisfare ogni richiesta speciale abbiano da sottoporre. Quindi si alza,

comincia una breve preghiera e l’entità lascia il suo corpo con

un’evidente tremito della sua pesante costituzione fisica.

LE REGOLE

Come in ogni aspetto della vita, ci sono delle regole da seguire. Se

non vengono rispettate, il trattamento viene danneggiato. Questo

avvertimento viene pronunciato frequentemente da Joao-in-entità,

talvolta in modo molto severo se qualcuno è ritornato per ulteriori

trattamenti dopo aver disatteso le istruzioni.

Non sorprende, tuttavia, che alcune persone prendano le regole alla

leggera, poiché non sembrano logiche per il nostro ragionamento

fisico (un altro esempio dell’incapacità dell’uomo di capire e della

superiorità della conoscenza spirituale). In verità, alcune regole

sono strane. Primo, bisogna seguire una dieta: sono vietati il

maiale, il chili, le uova, le banane e l’alcool. Perché? Il maiale è una

carne spiritualmente immonda. Il chili infiamma il sistema. Le uova

oggigiorno contengono i veleni dei cibi agli ormoni che, una volta

ingeriti, interferiscono con gli effetti lenitivi delle erbe e del

trattamento. Le banane sono trattate chimicamente, il che

interferisce allo stesso modo. E l’alcool distrugge i processi di guarigione del

corpo.

Forse la regola più difficile da comprendere è quella del “niente

sesso”. Dopo un’operazione non si deve praticare sesso per quaranta

giorni! La spiegazione, secondo cui le energie del corpo sono in fase

di ripristino e non devono essere disturbate da quelle fisiche del

sesso, riesce ben poco ad incoraggiare la gente mostrare contenimento

proprio quando sta godendo di nuova salute.

Di tutte le frustrazioni che Joao e le entità devono sopportare, le

più frequentemente incontrate sono quelle che hanno a che fare con la

mancanza di rispetto verso le entità e il loro lavoro, e di adesione

alle semplici regola per il recupero. Ogni giorno, prima di ogni

sessione, un membro della casa dà ragguagli su questo e altri temi in

cui si sottolinea che si deve strettamente aderire a tali regole.

Disubbidire alle istruzioni può causare la cessazione del processo di

guarigione, un ritorno alle condizioni prima del trattamento o un

peggioramento del disturbo, a seconda del tipo di malattia o

sofferenza.

GUARDA, IMPARA E CAMBIA

Persino l’osservatore più casuale o scettico non può fare a meno di

commuoversi di fronte alle scelte di sollievo e compassione che

permeano ogni luogo di questo piccolo insieme di edifici.

Fra le migliaia che attendono in fila per ore, si può vedere un

esempio di quasi ogni tipo di umana sofferenza. Dolore e malattia

sono la realtà basilare di chi ne soffre. Qui si vedono persone che sanno

e vivono con questa realtà profondamente orribile. Molti di loro

vengono

perché sono letteralmente, praticamente, oggettivamente senza

speranza. La medicina moderna ha rinunciato a loro; in alcuni casi

sono stati abbandonati dai migliori specialisti al mondo. Quindi, a

chi si rivolgono quando tutto fallisce?

Nonostante le loro disperate condizioni, condividono tutti uno stesso

sguardo: i loro occhi riflettono la pallida luce della speranza.

Quando emergono dalle interviste, quella speranza si è tramutata in

felicità: una madre piange per la cura al suo piccolo figlio, uno

storpio che non poteva camminare costringe gentilmente i suoi arti ad

una vita ritrovata con il premuroso aiuto dello staff o di amici.

Ovunque si può vedere una nuova speranza, vita rinnovata e un legame

di amore e attenzione per ogni fratello umano.

La vera essenza della carità si può vedere ovunque: un vecchio si

trascina sino allo sportello del dispensario, frugando in tasca per

gli spiccioli con cui comprare le sue erbe. Gentilmente una signora,

rendendosi conto della difficile situazione, fa scivolare una vera

carta da dieci nella sua mano. Con gli spiccioli comprerà il

biglietto del bus per tornare a casa,

Non c’è da meravigliarsi che la gente venga solo per osservare: è una

esperienza commovente e corroborante. A differenza di molti luoghi

“miracolosi” in altre parti del mondo, non ci sono gli aspetti di una

guarigione da fede o misticismo. Ad Abadania ogni persona parla

personalmente all’entità, e la stragrande maggioranza delle persone

viene miracolosamente guarita.

Non tutti vengono curati con una sola visita. Molte cose influenzano

la velocità di recupero – il karma, il tempo perché i tessuti

guariscano e le cellule si rigenerino – e quasi tutti necessitano di

cambiare spiritualmente. Alcuni hanno bisogno di cambiare ambiente;

altri il loro atteggiamento verso i loro simili.

RIVELAZIONI E PERSECUZIONI

La persecuzione per Joao Texeira è diventat un modo di vita. Sin

dall’età di sedici anni, quando scoprì il suo dono di guaritore,

trascorse molta della sua giovinezza viaggiando di città in città,

offrendo guarigioni e profezie in cambio di cibo, abiti, alloggio e

denaro.

Inevitabilmente, le voci giunsero ad un medico praticante o ad un

dentista le cui lamentele indussero la polizia a prenderlo di mira.

Quand’era fortunato, veniva semplicemente mandato via dalla città, ma

più spesso veniva accusato di una varietà di malefatte, gettato in

prigione e, non di rado, duramente picchiato.

Tale fu la giovinezza di uno dei più straordinari medium degli ultimi

duemila anni: persecuzioni, scherno e abusi; sempre ad un passo dalla

fame, dalla deprivazione o dalla carcerazione; e costantemente in

movimento ma ancora determinato a proseguire la sua missione divina

di guarire gli altri e di portare consapevolezza sul loro autentico

scopo in questa vita.

Nonostante il suo straordinario contributo al genere umano

nell’alleviare le sofferenze, Joao è ancora perseguitato dalle

autorità, spronato da fazioni contrastanti: quei medici che non

capiscono la sorgente delle sue guarigioni e la sua abilità

chirurgica e che sollecitano le associazioni mediche a prendere provvedimenti, e

la Chiesa , il cui clero teme un indebolimento della propria

posizione all’interno della comunità e non riesce a riconoscere la medesima

sorgente spirituale che rappresenta il cuore della sua dottrina.

Nel 1981 fu emesso un mandato nei suoi confronti per pratica di

medicina illegale. L’udienza si tenne ad Anàpolis, a soli venti

chilometri dal suo centro di cura. Fortunatamente, il suo lavoro è

così noto in quell’area che la presenza massiccia del pubblico,

inclusi alcuni riconoscenti avvocati, portò ad una assoluzione.

L’assoluzione sollevò un notevole risentimento presso un notevole

risentimento presso un gruppo minoritario capeggiato da un ben noto

dottore e capo politico di Anapolis. Il 17 agosto 1982 egli ordì un

serio attentato alla vita di Joao con la complicità di quatto uomini

su tre auto. La sua sopravvivenza fu accolta come un miracolo.

Su Joao pende costantemente la spada di nuove iniziative volte a

delegittimarlo e incriminarlo. Vi sono sempre quelle fazioni il cui

tronfio senso di professionalità sofisticata le fa sentire

(ingiustamente) minacciate.

 
 

 

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Sul sentiero della Gloria

by on dic.24, 2010, under Ispirazione, Misticismo, Poesia, Resistenza umana, Simbolo

 
Una volta respiravi a fatica,
ti aggrappavi al muro e soffiavi fuori l’aria,
e ti ingozzavi di cibo, e ti masturbavi col turbo..
ricordi quei giorni?
Una volta la malattia era a strati,
strato dopo strato invadeva l’anima…
e colpo dopo colpo ingoiavi la rabbia,
ricordi quei giorni?
E né mani, né piedi, né occhi…
l’ombra dello scorpione, fruste sottili, fruste a rigare a sangue,
l’orgoglio degli sfigati, parti mediocri,
assalti mediocri spacciati, e appena atomi di respiro
ricordi quei giorni?
e quando irrompeva la vita.. provavi a correre, per non perdere quel
calore
che sembrava svegliarti…
prima che scendesse ancora la notte,
ricordi quei giorni?
I demoni avevano campo libero,
e tu eri solo un Pagliaccio, un fantoccio, un coniglio bagnato..
ma tu eri già lì…. no?
nessuno è mai solo…
nessuno è perduto…
non credete agli idoli bastardi,
ai simulacri di morte,
non date nome al Mistero,
alla Bellezza che pulsa tra le braci,
al Canto intonato tra gli incendi,
non credete alle Musiche Sinistre,
alle cappe nere come il petrolio,
alla morte delle sirene troie,
nessuno è smarrito sui vetri spezzati..
sulle palle di neve ad Est della Gloria…
dietro i nomi delle Bestie,
negli ingorghi del veleno,
nel tuo Moloch tascabile…
nella merda che ti affoga…
tu eri già lì…
non aveva nome il Mistero…
ti segue per  passi e passi..
Nessun serpente potrà toccarti,
mentre il cielo cade in frantumi
e il silenzio si dissipa,
e gli atomi non sono che polvere..
sul Sentiero della Gloria
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TEMPO DI GUARIGIONE – la rubrica di Monica Benatti

by on nov.19, 2010, under Guarigione, Misticismo

In questo nuovo appuntamento con la sua rubrica Monica Benatti ci regala un frammento carico di ispirazione vibrazionale tratto da “Le 100 Preghiere più potenti” di Aur Kavalah

Dopo questi prime puntate di “riscaldamento dei motori”, la prossima volta Monica entrerà direttamente in campo, con parole, conoscenze ed esperienze direttamente sue.

Buona lettura Viandanti del Blog

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LUCE, PAROLA, MUSICA

L’origine del suono è luce. Tu sei luce, quella luce che rimane in ombra, ma che quando si rivela alla coscienza e al cuore, diventa totalizzante, piena, completa, appagante. Luce e parola camminano a braccetto l’una con l’altra. Luce e parola vanno insieme, hanno la stessa essenza. La prima luce che esplode nell’universo per farlo nascere contiene e richiama la luce che risplende come lampo abbagliante nella mente che raggiunge l’illuminazione o un barlume di conoscenza. Essa è come un indescrivibile vibrazione, un suono magico in grado di dare forma al caotico, a ciò che non è ancora formato. Questa luce/parola che in-forma (dà significato, forma ed essenza alla realtà), essendo vibrazione, è anche suono e colore. In questo senso, è in grado di colorare il mondo col suo arcobaleno e farlo vivere. Allo stesso modo, poichè la preghiera stessa è formata dalle parole e dai suoni delle parole, può essere considerata musica e canto. In quanto tale, oltre ad essere ringraziamento diventa potenzailmente creatrice essa stessa, poichè tende a ripercorrere i livelli vibrazionali dell’essere. E’ questo il caso, per esempio, dei mantram, come l’om, che contribuisce a scuotere e liberare l’essere, a farlo vibrare in un rinnovato stato di salute.

IN CIELO, IN TERRA IN OGNI LUOGO

Fermati e ascolta. Osserva. Ogni cosa vive. Ogni cosa pulsa. Ogni cosa è animata, ha un cuore. Questa vita di ogni aspetto del creato esiste in una frequenza che è immanete alla natura , eppure invisibile, apparentemente separata. Ascolta il ritmo, i ritmi, della natura. Scorgi l’anima delle cose e degli esseri. Ci sono vite e pulsazioni lunghissime, diresti quasi eterne. Come la pietra, il sasso che calpesti. Lo pensi forse morto? Ritieni davvero che solo perchè tutta la tua esistenza si svolge forse solo nel tempo della sua lentissima espirazione o inspirazione, ritieni dunque che esso non viva pari di te? Non senti il suo lungo respiro?E non avverti il tuo respiro dentro al suo? Ma soprattutto, non senti la memoria millenaria che lo pervade? E se ti dico che quella memoria ti appartiene? Se ti dico che anche tu, forse sei già sasso? Che le pietre sono anche dentro di te? Che il cielo ti appartiene e la terra e gli elementi tutti?

Senti il potere purificante e dissetante dell’acqua. Scopri il tuo fuoco, comincia a percepire la sostanza degli elementi che vivono in te e intorno a te, in ogni direzione, sacralizzando così il tuo stesso corpo, delimitandolo e cerchiandolo come luogo sacro e altare. Fermati e ascolta. Osserva con gli occhi della tua anima. Ascolta il battito e il respiro del tuo petto. Lì sta avvenendo qualcosa. C’è un evidente corrispondenza fra ciò che vive al di fuori dell’uomo e ciò che si verifica interiormente a lui. Non solo gli elementi della natura sono gli stessi che compogono l’uomo nella sua dimensione terrena, ma essi concorrono a disegnare all’esterno di lui un grande corpo da vivere come percorsi dell’anima, disegni imperscrutabili dello spirito e della volontà divina. In questo modo, non solo tutto diviene sacro poichè intriso della presenza divina, ma anche familiare, amico, in quanto specchio e riflesso dell’uomo e viceversa.

Quando gli indios cantano” noi siamo le stelle” non solo fanno nascere le stele riportandole alla coscienza, ma congiungono magicamente il loro splendore alla luce di cui anche l’uomo è intriso. Diventare stelle è un azione di elevazione dell’essere, significa ricondurlo all’interno di quel tutto che contiene la fusione armonica delle molteplici manifestazioni, ognuna con una funzione ed un compito specifico da assolvere. Lo stesso vale per l’acqua attinta direttamente dalla fonte viva del Signore o quella che ricrea l’anima e la ristora dolcemente come il miele, della preghiera dei primi cristiani. E lo stesso di nuovo vale per l’acqua solcata dalla zampa palmata del cigno della tradizione celtica o per quella immortale del Bhagavad-Gita, o per sorella acqua francescana, o ancora, per l’acqua benedetta insieme a tutto il creato della tradizione biblica, o anche per quella del Vangelo Esseno. Definire gli elementi e gli esseri del creato è sostanzialmente definire gli spazi sacri della vita, i luoghi in cui tutto avviene e tutto può succedere. Sentirsi partecipi di questo luogo sacro, che si trovi in terra o in cielo significa non rimanere esclusi, non sperimentare la separazione e la disgregazione, non vivere l’alienazione e, per esteso, neppure la malattia da esse derivata. Significa perciò tornare o divenire partecipi del tutto e mettere in moto tutti gli elementi funzionali della vita stessa, in una celebrazione sacra delle forze umane, universali e divine. 

(da Le 100 Preghiere più potenti di Aur Kavalah)

Monica Benatti

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Tra scientismo e libertà.. un saggio di Michael Cricton

by on lug.06, 2010, under Ispirazione, Medicina, Misticismo, Scienza, Simbolo

 
Questo testo è particolarmente prezioso. Appena, tempo addietro, lo lessi, capii subito che volevo trascriverlo e condividerlo. E’ tratto da un libro di Michael Cricton, noto per i suoi romanzi, come Jurassik Park, ma con alle spalle una carriera medica (durata poco), una notevole conoscenza scientifica, e una enorme curiosità verso ogni forma dell’esperienza umana. Il che lo ha portato anche a non accettare mai limiti e inquadrature rigide e inesorabili alle possibilità della conoscenza e dell’esperienza umana. E ad ammettere anche la possibilità di tutto ciò che una visione puramente materialistica del mondo tenderebbe ad escludere.. come… il paranormale…
Appena dici una parola di questo genere, vedi i cecchini pronti a spararti, i cani e la baionette, la folla inferocita con le pietre o il consessi dei sapienti che anatemizzano e ostracizzano. E immagini schiere di ciarlatani e polveri strani, fattucchiere e bufalate. In realtà questo è quello che ci ès tato fatto credere. Si colpiscono giustamente i pagliacci e i ciarlati, e su questo tanto di cappello, ma si veicola il messaggio per il quale tutto ciò che parla ed esprime “altre visioni della realtà” è fantascienza o inganno, al massimo favolette per bambini beoti.
E allora non si viene a sapere come da decenni queste cose vengono studiate e applicate.. spesso in modo occulto.. tipo agenzie di servizi segreti che si servono dei “poteri” di qualche soggetto particolare. Non si parla di tante vicende difficilmente spiegabili se guardi il mondo con i paraocchi.
Soprattutto è bene intendersi. Non è tanto l’ossessione per il “fenomeno” che secondo me è importante. Ma la libertà mentale di dare chance anche ad altre strade. Per tantissimo tempo, ad esempio, la meditazione è stata vista solo come una moda orientale (cosa che per alcuni in effetti è), eppure si è sempre più consapevoli che stati profondi di meditazioni producono effetti potenti sul corpo e sulla mente, addirittura contribuiscono a remissioni di malattie. Però detto fino a qualhce anno fa ti valeva, nel migliore dei casi, l’appellativo di idiota o di disinformatore.
Così come le guarigioni c.d. “impossibili”. Ogni anno guariscono migliaia di persone definite “inguaribili”, persone che i medici danno per specciate, persone su cui neanche un drogato del gioco scommetterebbe un centesimo trapanato. Eppure guariscono. Alcuni di questi in maniera totlamente inaspettata, anche per loro stessi. Altri invece hanno intrapreso dei percorsi, che siano di meditazione, preghiera, p ratiche taoiste. Qualunque essi siano, alcuni, tramite o anche tramite questi percorsi sembrano essere arrivati addirittura alla guarigione.
E potremmo davvero andare avanti per molto..
Cosa è normale? Cosa è paranormale? Cosa è strambo e illusorio? Cosa è folle? Quali sono i limiti del possibile? Uno sciamano che guarisce (ci sono casi conclamati) uno schizofrenico che sarebbe stato condannato ad anni di psicofarmaci e di ricoveri, attraverso un viaggio sciamanico.. cosa è? Un buffone, un manipolatore.. un novello stregone da mettere al rogo? CIò che fa è normale, è follia, è una truffa? Ma poi.. non dovrebbe contare cosa è accaduto? Magari non per tutto potremmo trovare delle spiegazioni.. eppure alcune cose funzionano..
Se la nostra mente è troppo rigida noi le escluderemo a priori, non ci porremmo neanche il dubbio. Non credermmo ad esempio che forse potremmo guarire, nonostante per tutti siamo spacciati.
Ci sono persone che pure sotto le bombe, o lontani migllia e miglia.. assicurano di avere sentito e visto la persona amata… e lei conferma.. concordando, anche lei, sul momento dell’incontro. Entrambi sono vittime di allucinazioni psicosensoriali, guarda tu.. anche in contemporanea?
E se anche fosse una singoalre e straordinaria coincidenza.. ha davvero molto senso accanirsi per cercare di distruggere una “realtà” che a loro ha regalato momenti preziosi.. e di “curarli” magari con qualche psicofarmaco che li trasformi in passivi masticatori di cruda realtà?
E le esperienze di premorte? Ormai la letteratura sul tem è infinita.. a cominciare dal precursore.. Richard Moody…
Vogliamo credere che esista solo il recinto solido e tangibile della fisica newtoniana e di un mo ndo con poche regolette inesorabili? O diamo la chance a che possa esistere anche altro?
Il testo di Cricton che leggerete è davvero insolito… Infatti non è il classico testo che ci aspetterebbe. Non è pieno di petizioni di principio e di richiami all’istinto, alle emozioni.. o colmo di retorica. Lui affronta sistematicamente il problema, affrontando gli “scientisti” nel loro stesso campo di gioco..e in un certo senso, destabilizzandoli.
E’ davvero un caso che alla fine, come vedrete leggendo tutto il testo, non sia più stato chiamato a leggere questo intervento?
Buona lettura…
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Nella primavera del 1987 conobbi Paul MacCready, qull’ingegnere aeronautico simpatico e divertente che nel 1977 ha costruito il <<Gossamer Condor>>, realizzando così uno dei più antichi sogni dell’uomo: il volo muscolare umano. MacCready ha progettato anche il <<Gossamer Albatross>>, il primo aereo azionato dall’uomo che ha attraversato la Manica, e anche un aereo a energia solare.
Nel corso della nostra conversazione Paul parlò con disprezzo dei sensitivi, persone che sostenevano di vedere le aure. L’opinione di MacCready era che questa gente nel migliore dei casi era ingenua e nel peggiore imbrogliava.
Io non ero d’accordo: nella discussione che seguì Paul mi disse di essere membro della sezione di Pasadena del csicop. Il Comitto per l’Indagine Scientifica delle Rivendicazioni dei Fenomeni Paranormali era stato fondato nel 1976 da un gruppo di eminenti filosofi, psicologi, scienziati e maghi. Nella loro rivista trimestrale, <<The Skeptical Inquirer>>, i membri del csicop avevano screditato le rivendicazioni dei fenomeni <<paranormali>>. C’erano sezioni del csicop in tuttoi l paese e quella di Pasadena, di cui facevano parte molti membri del Cal Tech, era particolarmente attiva. MacCready mi propose di fare un discorso a questo gruppo.
Accettai immediatamente pensando che sarebbe stata una esperienza interessante sia per me che per il gruppo. Paul disse che avrebbe fatto in modo di farmi invitare. Iniziai a preparare il mio discorso..
Dato che non sapevo molto sul lavoro del csicop, cominciai col leggere una scelta di articoli tratti da <<The Skeptial Inquirer>> e pubblicati nel volume Scence Confront the Paranormal. La maggior parte degli articoli non mi interessava affatto, in essi si screditavano i bioritmi, la chiromanzia, l’astrologia, gli UFO e il Triangolo delle Bermude, fenomeni in cui comunque non credevo. Altri articoli, quali un esame critico delle ricerche del mostro di Lochness mi sembrarono di scarso interesse poiché erano privi di implicazioni filosofiche o intellettuali.
In alcuni articoli mi disturbava il tono violento di molti autori che stimavo, la tendenza ad attribuire agli avversari le motivazioni più base. In realtà sembrava ci fosse molta animosità personale e insulti da entrambe le parti. Per esempio, a proposito analogie tra la chiaroveggenza e il misticismo orientale, rilevate da scrittori quali Fritjoff Capra, Isaac osservava:
… Se nel mondo intuizione e ragione hanno la stessa importanza e se i saggi orientali conoscoo l’Universo quanto lo conoscono i fisici, perché non considerare le cose al contrario? Perché non adoperare la saggezza dell’Oriente come una chiave alle domande senza risposta della fisica? Per esempio: qual è la componente fondamentale costituente le particelle subatomiche che i fisici chiamano quark?…
Asimov concludeva:
Questa presunta verità dell’intuizione è una vera e propria sciocchezza ed è ridicolo vedere delle menti razionali che si sono perse d’animo inginocchiarsi davanti ad essa. No, non è esatto definirlo ridicolo: è tragico. C’è stata almeno un’altra occasione simile nel corso della storia, quando il pensiero greco laico e razionale si inchinò davanti agli aspetti mistici del Cristianesimo: quelli che seguirono furono i Secoli Bui. Non ce ne possiamo permettere altri.
Queste erano parole appassionate e nel leggerle cominciai ad avvertire che c’era da parte di csicop qualcosa che andava al di là di un giudizio spassionato su dati discutibili. Lo stesso Asimov aveva implicitamente tracciato il paragone tra scienza e religione come modi divergenti di considerare il mondo. Ciò ovviamente lasciava aperta la possibilità che la scienza fosse una religione, e questa era una posizione eretica che pochi scienziati avrebbero accettato. Ma nel rileggere gli articoli del csicop cominciai a capire che la scienza era in lotta per la supremazia contro contro altri modi di percepire vissuti come minacciosi.
Se volevo essere efficace nella mia conferenza alla sezione di Pasadena del Csicop dovevo impegnarmi a fondo.
Iniziai col dire che non mi aspettavo di modificare le opinioni di nessuno. Non volevo convincere nessuno di niente. Ritenevo che alcuni fenomeni paranormali avessero fondatezza e sapevo che quasi tutto il pubblico era di diverso parere. Anziché discutere dettagliatamente questo punto, suggerii che saremmo stati tutti d’accordo nel sostenere che la storia, alla fine avrebbe dimostrato chi aveva ragione o torno. No restava che aspettare.
Per il momento, volevo presentare al pubblico alcune delle esperienze che mi avevano portato a modificare le mie opinioni e cercare di spiegare il mio punto di vista attuale. Perché – dissi – secondo me il problema andava molto al di là dei fenomeni <<paranormali>>, investendo direttamente la posizione intellettuale che è alla base della scienza dalla seconda metà del ventesmo secolo.
Dissi: C’è qualcuno in questa stanza cui sono state tolte le tonsille e le adenoidi? C’è qualcuno che ha subito una mastectomia totale per un cancro al seno? C’è qualcuno che è stato ricoverato in un’unità di rianimazione? C’è qualcuno che ha dovuto mettere un bypass auto-coronarico? Ovviamente erano in molti. Continuai: Quindi voi tutti avete a che fare con la superstizione, visto che queste operazioni sono tutti esempi di comportamento superstizioso. Esse vengono eseguite senza che vi sia la dimostrazione scientifica dei loro benefici. La nostra società spende miliardi di dollari ogni anno per una medicina della superstizione, e questo è un problema e ha un costo molto più considerevole delle rubriche di astrologia sui quotidiani tanto attaccati dall’intelligenza di csicop.
E aggiunsi: Non dobbiamo essere troppo pronti a negare il potere della superstizione nella nostra vita. Chi di noi, colpito da un attacco di cuore, rifiuterebbe di essere curato in un’unità di rianimazione, solo perché non ha prove dell’efficacia di tali unità? Tutti ricorreremmo all’unità di rianimazione. Proprio tutti.
Proseguii accennando ai vari casi di frode nella ricerca scientifica. Isaac Newton potrebbe avere falsato i suoi dati: sicuramente lo ha fatto Gregor Mendel, il padre della teoria dell’ereditarietà. Il matematico italiano Lazzerini falsificò un esperimento per determinare il valore del pi greco e i suoi risultati non furono messi in discussione per più di mezzo secolo. Lo psicologo inglese Cyrill Burt non si limitò ad inventare i propri dati, inventò anche i nomi dei ricercatori che avrebbero dovuto raccoglierli. In anni più recenti ci sono stati casi di frode che hanno coinvolto William T. Summerlin della Fondazione Sloan-Kettering e i dottori John Longo e John Darsee della Harvad Medical School, il dottor Jeffrey Borer della Cornell University e Stephen Breuning dell’Università di Pittsburh. Anche se la maggioranza dei casi riguarda la medicina e la biologia, ce ne sono anche in altri campi. Recentemente sono stati ritirati tre articoli comparsi nel <<Journal of the American Chemical Society>> e uno dei tre casi è tuttora irrisolto. L’entità delle frodi era sconosciuta, ma ricordai che è innegabile che nella scienza esistano frodi. Quindi il fatto che vi siano dei professionisti fraudolenti in un campo non è motivo sufficiente per sostenere che quell’intero campo d’indagini deve venire eliminato.
Poi ricordai che la scienza nel suo complesso non si evolve secondo un piano esclusivamente razionale, come gli affari e il commercio. Max Planck, premio Nobel per la fisica, h a detto: <<Una nuova verità scientifica non si afferma convincendo i suoi avversari e illuminandoli, ma piuttosto perché dopo molti anni i suoi avversari muoiono e le nuove generazioni crescono abituate ad essa>>.
Ricordai che in ogni epoca gli scienziati hanno sempre avuto la tendenza a credere d’aver scoperto tutto quanto vi era da scoprire; ad esempio, l’anatomista francese barone Georges Cuvier, uno degli scienziati più brillanti e famosi del suo tempo, annunciò nel 1812 che <<vi erano pochissime speranze di scoprire nuove specie di grandi quadrupedi>>. Purtroppo per Cuvier questa affermazione era antecedente alla scoperta dell’orso Kodiak, del gorilla di montagna, dell’okapi, del tapiro dal dorso bianco, del verano di Komodo, della gazzella di Grant, della zebra di Grevy, dell’ippopotamo pigmeo e del panda gigante, per citare solo alcuni esempi di grandi quadrupedi. Affermazioni analoghe sono state avanzate da ogni generazione di fisici e si sono sempre dimostrate sbagliate.
Ricordai tutte le volte in cui la scienza non aveva accettato scoperte legittime nel momento in cui erano state fatte. Quando nel 1889 J.J, Thompson misurò la massa e la carica dell’elettrone, molti suoi colleghi lo sospettarono di frode o di incapacità, vista che era nota la sua goffagine come sperimentatore. E ancora, che era nota la sua goffaggine come sperimentatore. E ancora, quando nel 1932 Carl Anderson del Cal Tech scoprì il positrone. Sia Bohr sia Rutherford rifiutarono la scoperta perché <<era impossibile controllarla>>. La teoria della deriva deriva dei continenti, proposta da Alfred Wegener nel 1922, dovrebbe sembrare ovvia a chiunque guardi una cara del mondo e noti come i condimenti combacino, eppure ai geologi sono occorsi quarant’anni per vincere l’opposizione di uomini illustri, quali Harold Jeffrey e Mauice Ewing.
Ricordai l velocità con cui la scienza progredisce è molto variabile. La teoria della gravitazione di Newton non è stata messa in dubbio per più di duecento anni e solo la scoperta della precessione del pianeta Mercurio l’ha invalidata. Al contrario, l’ipnotismo era una pratica screditata da più di duecento anni, cioè dal giorno in cui a Parigi un gruppo di scienziati famosi, tra cui Benjamin Franklin e Lavosier, aveva dichiarato che l’ipnosi non aveva valore; eppure oggi l’ipnosi è indiscutibilmente riconosciuta e ampiamente diffusa. Quindi la velocità con cui una disciplina si sviluppa non implica affatto la sua validità.
Poi rivelai gli orientamenti e le manie della scienza che influenzavano gli scienziati a tutti i livelli. Decine di scienziati famosi non hanno avuto problemi nel proporre alla nostra società di impegnarsi in una costosa ricerca della vita extraterrestre, benché lo studio della vita extraterrestre sia, per citare il paleontologo George Gaylord Simson, <<uno studio senza soggetto>>. Credere nell’esistenza della vita extraterrestre è una congettura non dissimile da un puro atto di fede. Pochi, se non addirittura nessuno di quei grandi scienziati, sottoscriverebbero una qualsiasi proposta di studio dei fenomeni paranormali, perché il paranormale non è altrettanto di moda degli extraterrestri. Eppure ci sono più prove dell’esistenza dei fenomeni paranormali che non di quella degli extraterrestri.
Dissi quindi che dal mio punto di vista il progetto della scienza non mi sembrava tanto diverso da altre imprese umane. C’era superstizione istituzionalizzata, c’era frode, c’erano passi falsi ed errori, c’era conservatorismo e testardaggine evidente, e c’erano mode. Marcello Truzzi, già redattore della rivista del csicop, osservava: <<Gli scienziati non sono quegli esempi di razionalità, obbiettività, apertura mentale e umiltà che vogliono far credere di essere>>.
Ricordavo queste cose al pubblico non tanto per screditare la scienza, quanto per collocare l’operato della scienza in una prospettiva più realistica rispetto a quei fenomeni che non venivano accettati.
Poi dissi che volevo parlare di uno degli ostacoli più ardui nell’approccio scientifico ai fenomeni in discussione. In molti casi, quali le cosiddette attività paranormali, i ricercatori urtavano contro la tesi dei cosiddetti cultori secondo cui essi non potevano produrre risultati su richiesta; non potevano lavorare in laboratorio, per lo scetticismo da cui erano circondati che inibiva il loro operato e così via. Era come se questi cultori parlassero di fenomeni che dipendevano dal loro stato d’animo. Essi dovevano essere <<dell’umore giusto>>, una condizione difficile da mantenere. Tradizionalmente gli scienziati trovano difficile da accettare questa posizione. Gli stati mistici, gli stati di meditazione, gli stati di trance erano tutti difficili da accettare.
Eppure tutti noi abbiamo esperienza diretta di attività per le quali occorre essere dell’umore giusto: per esempio il rapporto sessuale, che richiede la lubrificazione nella donna e l’erezione nell’uomo. Il lavoro creativo è un’altra di quelle attività che dipendono dallo stato d’animo e che quindi non possono essere realizzate su richiesta, come testimonia la vasta letteratura dedicata al <<chiedere ispirazione alla musa>>. Sappiamo da resoconti soggettivi e dalla nostra esperienza che tutti questi fenomeni dipendenti dallo stato d’animo sono accompagnati da cambiamenti di consapevolezza. Può trattarsi di un cambiamento di energia e di concentrazione reale o percepito, di una diversa percezione del tempo, e così via. Tali cambiamenti variano da giorno a giorno, da persona a persona e, per una stessa persona, da esperienza a esperienza. La natura altamente variabile delle esperienze e la loro soggettività rendono difficili da studiare i fenomeni dipendenti dallo stato d’animo, una vera e propria sfida per l’indagine scientifica. Direi che nel secolo scorso lo studio scientifico della creatività non ha avuto un successo maggiore dello studio scientifico dell’attività paranormale, e per le stesse ragioni. Eppure chi negherebbe che la creatività esiste? Essa è semplicemente molto difficile da analizzare.
Gli scienziati scettici spesso fanno notare, come ha fatto Carl Sogan, che i miracoli della scienza ortodossa superano di molto i miracoli della scienza eterodossa. Penso che sia possibile capovolgere questa idea e affermare che i miracoli della consapevolezza del reale superano di molto ciò che la scienza convenzionale ammetta possa esistere. Per esempio, supponiamo che mentre una squadra di uomini enormi vi rincorre con l’intenzione di fermarvi, vi sia ordinato di lanciare una palla a settanta metri di distanza, cercando di colpire un bersaglio della grandezza di un metro che non riuscite a vedere, subito prima di essere gettati a terra e fatti a pezzetti. Dubito che uno solo dei presenti riuscirebbe a fare una cosa del genere e neppure ci proverebbe. Eppure questo evento improbabile lo possiamo osservare tutte le domeniche pomeriggio alla televisione, nella stagione del football.
Il cambiamento di consapevolezza è necessario all’esecuzione di un passaggio in una partita di football professionale è una cosa normale per noi e quindi non ci facciamo caso, ma può almeno suggerirci che altri mutamenti indotti nella consapevolezza, nell’ambito di culture e tradizioni diverse, potrebbero produrre risultati sorprendenti.
Prima ho cercato di considerare in modo informale alcune delle obiezioni scientifiche ai cosiddetti fenomeni paranormali. E’ vero che molte di queste credenze sono superstizioni, m ce ne sono molte anche nel mondo “scientifico”, ad esempio in quello della medicina ad alta tecnologia. E’v ero che molti praticanti sono fraudolenti, ma lo sono anche moli scienziati attivi.
E’ vero che il progresso nell’indagine del paranormale è lento, ma tale è anche il progresso in molti campi scientifici, in particolare quando i finanziamenti sono incerti.
E’ vero che alcuni fenomeni paranormali sembrano dipendere dallo stato d’animo ed essere connessi con la coscienza, ma ciò vale anche per molti altri fenomeni della vita: pensiamo ad esempio alla meraviglia di un nuovo quadro o di un goal domenicale, a cui non facciamo più caso.
Quindi, a mio parere, nessuna di queste obiezioni sollevate dalla scienza tradizionale contro il paranormale sembra sufficiente a impedirne uno studio legittimo. Guardando la questione più da vicino trovo tre motivi diversi e più validi su cui basare questo rifiuto.
Il primo è il senso di disagio semireligioso che questi fenomeni suscitano in uno scienziato dalla mentalità troppo rigida. Nei primi anni del secolo l’amicizia di Freud e Jung finì proprio per il problema dei fenomeni occulti. Jung era apertamente interessato al paranormale. Freud no. Prima della rottura Freud scrisse a Jung: <<Mio caro figliolo, mantieni la calma, perché talvolta è meglio non capire qualcosa che fare grandi sacrifici per capirla>>. L’interesse entusiasta di Jung per l’astrologia, che egli studiò come un sistema di proiezione psicologica e non come una realtà fisica, suscitò questa risposta di Freud: <<Prometto di credere a qualsiasi cosa possa sembrare ragionevole. Non lo farò con piacere…>>.
Mi chiedo: perché non credere? Perché Freud era riluttante? Freud stesso studiava senza esitazione la mitologia e l’arte. Ma l’occulto lo faceva sentire a disagio in un modo che è riconoscibile benché si difficile da individuare con precisione. Si può affermare che questo disagio fondamentalmente ha origini religiose, origini così profonde che risalirvi ci porterebbe troppo lontano.
Inoltre i fenomeni paranormali suscitano un disagio simile che deriva dai fenomeni intellettuali. Presumo che quasi tutti i presenti abbiano un livello di istruzione superiore.. Siamo riusciti a sopravvivere ad anni di studi e siamo tutti abituati a pensare in modo razionale e lineare. Siamo stati abituati a dare valore a questo modo di pensare e ai suoi prodotti. Quindi in libreria ci troviamo in imbarazzo davanti alla sezione dedicata all’occulto, in cui sono ospitati scritti di persone incolte e illetterate. Questa gente non condivide il nostro sistema di pensiero o la nostra sintassi ed è probabile che ci sembri di svilirci quando vediamo il loro lavoro. Che lo vogliamo ammettere o no, chiunque abbia un’istruzione universitaria possiede determinati criteri con cui sceglie le fonti da citare nei suoi scritti e in primo luogo il genere di argomenti che tratterà. Secondo me questi criteri costituiscono un forte pregiudizio che ha influenzato ogni valutazione accademica del paranormale, così come la cattiva reputazione di Mesmer ha influenzato la valutazione delle sue affermazioni sull’ipnosi.
Una terza ragione per cui gli scienziati sono riluttanti a studiare i fenomeni paranormali è che questi sembrano contraddire leggi fisiche conosciute. Che senso ha studiare l’impossibile? Solo uno sciocco sprecherebbe il suo tempo. Non si può stimare abbastanza il problema dei dati in conflitto con le teorie esistenti. Arthur Eddington ha detto una volta che non devi credere a nessun esperimento, finché non viene confermato dalla teoria: questa affermazione, benché sia una battuta, contiene una realtà di cui non si può non tenere conto.
Certamente il primato della teoria è suggerito dalla storia della scienza. Bronowski osserva: <<Charles Darwin non ha inventato la teoria dell’evoluzione, essa era già conosciuta da suo nonno. Specificatamente sua è la concezione di una macchina dell’evoluzione: il meccanismo della selezione naturale… Una volta che Darwin ebbe proposto questo “meccanismo”, la teoria dell’evoluzione fu accettata da tutti e così sembrò la cosa più naturale del mondo chiamarla “la teoria di Darwin”>>.
In altre parole, i dati a sostegno della teoria dell’evoluzione – come le testimonianze fossili – erano conosciuti da tempo: ciò che mancava era una teoria convincente che spiegasse i dati. Una volta che questa fu fornita da Darwin i dati furono accettati. Ora, considerate i fenomeni cosiddetti paranormali, come la chiaroveggenza, la visione a distanza e la psicocinesi. A prima vista tutti questi fenomeni sembrano contraddetti dalle teorie della fisica. O, almeno , non c’è una teoria immediatamente disponibile che ne renda conto. E questo è a mio parere uno dei motivi più importanti su cui si basa la negazione dei dati a sostegno di questi fenomeni.
Quali dati?,potreste chiedere. Molti scienziati negano che vi siano addirittura dei dati – affermano, cioè, che non vi sono incidenti o eventi documentati, ben controllati e quindi non soggetti a frode.
Eppure ci sono, in realtà, fatti ben studiati che sembrano sfidare la spiegazione scientifica, ricordiamo in particolare il caso di una famosa medium del secolo scorso, la signora Piper che fu difesa da Willliam Jame, professore di psicologia ad Harward. La signora Piper fu sottoposta a intensi esami per quasi un quarto di secolo, ma nessuno scettico fu in grado di dimostrare frode o inganno.
Eppure le accuse di frode persistevano. James scrisse seccato: <<Lo “scienziato” che in questo caso è certo si tratti di “frode” deve ricordarsi che nella scienza così come nella vita comune una ipotesi deve contenere qualcosa di specifico e positivo prima di essere discussa in modo proficuo e una frode che non sia di un qualche tipo ma sia semplicemente frode in generale, frode “in abstracto” è difficile posa essere considerata come una spiegazione davvero scientifica di specifici fatti concreti>>.
Riguardo ad altri scienziati che continuavano a sostenere l’ipotesi della frode ancora non smascherata, James ribadì: <<Credo che non ci sia alcuna fonte di errore nell’indagine della natura che si possa paragonare a una rigida credenza che certi tipi di fenomeni sono impossibili>>.
Al di là del problema più limitato di sapere se un fenomeno isolato, quale la chiaroveggenza o la telepatia o vedere le aure, avvenga effettivamente, c’è una questione più ampia che riguarda la scienza, al presente. Mi riferisco a una certa fissità di punti di vista degli scienziati, una certa tendenza a confondere le teorie scientifiche contemporanee con la realtà da cui hanno origine.
Jacob Bronowski, uno degli studiosi più attenti al rapporto della scienza con le altre attività umane, ci ricorda sempre che le teorie scientifiche sono artificiali: <<La scienza, così come l’arte, non è una copia della natura, ma una sua ri-creazione>>. La scienza offre un quadro del mondo, ma il quadro non va confuso con la realtà da cui proviene. Eppure tutti noi tendiamo a confondere le visioni della nostra immaginazione con la realtà. Penso che quasi tutti abbiamo guardato fuori del finestrino i un aereo in volo sugli Stati Uniti e ci siamo stupiti di non vedere le linee che separano gli stati, come compaiono sulle carte. Ricordo il mio stupore la prima volta che vidi del tessuto umano vivente al microscopio e lo trovai incolore. Mi aspettavo di vedere delle cellule rosa con il nucleo viola. Ma quei colori sono artificiali, aggiunti durante la preparazione del vetrino. In realtà le cellule non hanno colore. Certamente sapevo che era così, proprio come tutti sappiamo che non ci sono linee sul terreno che separano gli stati. Ma ce ne dimentichiamo facilmente.
Sono cresciuto nel ventesimo secolo, in una tradizione occidentale, scientifico-razionale. Sono stato educato a pensare che la visione scientifica del mondo sia quella corretta e che qualsiasi altra visione sia pura superstizione. Mi trovavo d’accordo con Bertrand Russell quando affermava: <<Ciò che la scienza non ci può dire, l’umanità non lo può sapere>>.
Avevo avuto solo qualche esperienza incidentale che contraddiceva questo punto di vista; ma le mie esperienze successive erano andate oltre quel punto di vista scientifico-razionale. Trovo ancora utile la visione scientifica, ci ho vissuto insieme felicemente la maggior parte del tempo. Ma ora ritengo che la scienza offra un modello di realtà arbitrario e limitato. Perché la realtà è sempre più vasta – molto più vasta – di ciò che sappiamo, di ciò che possiamo dire. Vediamo perché, con un semplice esperimento mentale.
Pensate a una persona che conoscete bene. Ora fate delle affermazioni corrette che descrivano quella persona.
George è un uomo di umore costante.
Ora riflettete su questa affermazione. E’ davvero corretta? E’ probabile che più ci pensiate più vi verranno in mente le occasioni in cui George ha perso la calma, o era turbato o di cattivo umore per qualche ragione. Penserete alle eccezioni. Quindi dovrete ammettere che l’affermazione non è precisa.
Potreste modificarla dicendo:
George è spesso un uomo di umore costante.
Ma così sareste soltanto evasivi. La parola <<spesso>> ci dice semplicemente che l’affermazione a volte è corretta e a volte no. Dato che non dice quando l’affermazione non è corretta, non ci serve molto. Dovreste allora essere più espliciti, fare un’affermazione più stringente:
George di solito è un uomo di umore costante, tranne il lunedì se la sua squadra ha perso il giorno prima, o quando ha litigato con la moglie, o quando è stanco e suscettibile – in genere verso la fine della settimana -, ma non sempre – oppure quando il suo capo gli rende la vita difficile, o quando deve riscrivere una relazione, o quando deve partire… o quando… o quando…
Presto vi accorgerete che la vostra affermazione descrittiva si sta trasformando in un saggio. E ancora non avrete detto tutte le cose che sapete. Ancora non è completa. Potreste riempire pagine e pagine e non avreste ancora finito. In realtà è un’impresa disperata quella di cercare di fare una affermazione esaustiva sull’umore mutevole di George. L’argomento è troppo complicato. Era destinato al fallimento fin dall’inizio.
Per cui ricominciamo da capo. Facciamo una affermazione diversa.
George è preciso e ordinato.
Questo è indiscutibilmente vero, penserete. George si veste sempre con cura e la sua scrivania è sempre in ordine. Ma avete visto il suo tavolo da lavoro in garage? Che caos! Arnesi sparsi dappertutto. Sua moglie non fa che ripetergli di mettere a posto. E il bagagliaio della sua auto? C’è di tutto lì dentro e non si prende la briga di ripulirlo.
George è di solito preciso e ordinato.
A questo punto già saprete dove vi porterà questa modifica: a un altro saggio.
Facciamo quindi un’altra affermazione, che sia concisa e completa.
George hai capelli grigi.
Ecco fatto, penserete. Ha i capelli grigi e non c’è niente da discutere. Naturalmente, però , non tutti i suoi capelli sono grigi. La maggior parte lo sono, soprattutto sulle tempie e sulla nuca. Per cui abbiamo semplificato, in modo tuttavia accettabile.
Però, se George ora ha i capelli grigi, on li aveva grigi qualche anno fa. E in futuro non saranno più grigi, saranno bianchi. Quindi questa è una descrizione precisa dei capelli di George adesso, in questo momento. Non è una descrizione universale, invariabile.
Riproviamo.
George è un uomo.
Beh, sì. Ma <<uomo>> è poco specifico; è un termine determinato culturalmente. Alla nascita non veniva considerato un uomo. Occorre raggiungere una certa età e una certa posizione nella società per essere considerato un uomo.
George è un maschio.
Questo è indiscutibile. George è, ed è sempre stato, un maschio. Non c’è modo di contestarlo. E’ un’affermazione vera sia ora sia nel passato. E’ una verità eterna. E’ una descrizione precisa della realtà di George. Certo, per <<maschio >> intendiamo che ha un cromosoma X e un cromosoma Y. Ma non lo sappiamo con certezza, vero? George potrebbe avere un cromosoma in più. Potrebbe essere solo apparentemente maschio…
E così via.
Emergono due punti dall’esercizio precedente. Il primo è che ogni affermazione che facciamo su George può essere contraddetta. Perché? Perché le nostre affermazioni su George sono solo approssimazioni, semplificazioni. La persona reale che chiamiamo George è sempre più complessa di qualsiasi affermazione che abbiamo fatto su di lui. Per cui possiamo sempre fare riferimento alla persona reale e trovarvi una contraddizione a ciò che abbiamo detto.
Il secondo punto è che le affermazioni di George più sicuramente accettate sono anche quelle meno interessanti. Non possiamo dire niente di globale sul suo umore o il suo essere ordinato o sul suo comportamento complessivo. Ci troviamo in terreno molto più sicuro descrivendo le caratteristiche più semplici del suo aspetto fisico: il colore dei capelli, la statura, il sesso, e così via. In questo modo, con qualche precisazione sugli errori di misurazione e sui cambiamenti nel corso del tempo, possiamo esprimerci con sicurezza.
Ma soltanto un sarto di sentirebbe orgoglioso di questo. E ne avrebbe ben ragione. Dopo aver fatto molte prove e dopo avere sistemato i modelli durante ogni prova, il sarto sarebbe in grado di tagliare un vestito per George in sua assenza: George lo proverebbe e gli starebbe perfettamente!
Questo è un trionfo dell’arte della misurazione, ma gli abiti sono indossati da una persona che il sarto non può conoscere affatto. Né gli interessa. Non gli importa niente di altri aspetti di George. Non è il suo lavoro.
D’altra parte, ciò che interessa a noi di George non sono le sue misure. Ci interessano precisamente quegli altri aspetti al sarto, per definizione, non importano. Per noi è molto più difficile definire quegli altri aspetti di George di quando non sia difficile per il sarto definire le misure di George. Il sarto può fare il suo lavoro di descrizione perfettamente. Noi, dal canto nostro, non riusciamo affatto a descrivere George. Ora, dato che il sarto è così bravo potremmo avere la tentazione di chiedergli: <<Chi è George?>.
Il sarto risponderà: <<George è una quarantaquattro lunga>>.
E se protestassimo dicendo che la sua risposta non è soddisfacente, il sarto risponderebbe di avere indubbiamente ragione lui perché potrebbe tagliare tutto un vestito che gli starebbe a pennello.
Questo in sostanza è il problema della visione scientifica della realtà. La scienza è una sorta di illustre grande sartoria, un metodo per prendere misure che descrivano qualcosa – la realtà – che potrebbe non essere capito affatto. La scienza ci aiuta ma fino a un certo punto. Certamente ha prodotto enormi benefici. Sarebbe folle abbandonare la scienza o negarne la validità. Ma sarebbe ugualmente folle pensare che la realtà è una quarantaquattro lunga. Eppure sembra che la società occidentale abbia fatto questo. Per centinaia di anni la scienza ha avuto tanto successo che il sarto ha preso il controllo della nostra società. La sua conoscenza sembra quindi più precisa e potente della conoscenza offerta da altre discipline, quali la storia, la psicologia o l’arte. Ma alla fine restiamo con un fastidioso senso di vuoto riguardo alle creazioni della scienza. Possiamo arrivare a sospettare che la realtà nasconda più cose di quanto le misurazioni potranno mai rivelare.
Torniamo al problema precedente: descrivere una persona chiamata George. Quando abbiamo considerato qualcosa d’altro dalle sue misure, abbiamo trovato molto difficile fare qualsiasi affermazione su George che non potesse essere immediatamente contraddetta da altre affermazioni, ugualmente vere.
Ora, potremmo insistere con questo problema ancora un po’ e continuare a cercare affermazioni incontrovertibili su George. Ma alla fine, dopo ripetuti fallimenti, arriveremmo a sospettare che non c’è modo di riuscire in questa impresa. La realtà di George continua a sfuggirci. Qualsiasi cosa noi diciamo è sbagliata.
A quel punto se qualcuno dirà: <<E’ al di là della possibilità delle parole definire l’esistenza>; non suonerà tanto esoterico. Sembra essere esattamente ciò che abbiamo scoperto da soli. Tuttavia questa affermazione è stata fatta da Lao-Tse, un mistico cinese, duemilacinquecento anni fa. Lao-Tse insistette su questo punto, lo ripeteva sempre: <<L’esistenza è infinita, non va definita>>:
Ma se è così, se la realtà eluderà sempre le nostre definizioni, proprio come George, che possiamo fare?

Non c’è alcun bisogno di correre fuori
Per vedere meglio,
né di scrutare fuori della finestra. Piuttosto resta
al centro del tuo essere;
perché più te ne allontani, meno apprendi.
Lao-Tse sostiene che è necessario rivolgersi all’interno, verso un senso interiore di realtà, anziché all’esterno. Questa sembrerebbe una critica delle imprese accademiche e infatti altre volte è esplicito:
Abbandonate l’apprendimento raffinato. Ponete fine al fastidio
Di dire sì a questo e forse a quello,
distinzioni di così scarso significato!
Categorico questo, categorico quello,
che scarsa utilità hanno!
Lao Tse fa molte affermazioni simili che sembrano in opposizione con l’insegnamento erudito, persino con il sapere. Perché pensa così?

Quando la gente trova qualcosa di bello
Pensa a qualcosa d’altro di non bello,
quando trova un uomo giusto,
ne giudica un altro non giusto.
La vita e la morte, benché nascano una dall’altra,
sembrano in conflitto come stadi di mutamento
difficile e facile come fasi di riuscita
lung e breve come misure di contrasto,
alto e basso come gradi di relazione;
ma poiché il variare dei toni dà musica a una voce
e ciò che è è l’era di quel che sarà
l’uomo saggio
non compie nessun atto
non pone nessuna legge
prende tutto quel che accade come viene…

In realtà sta dicendo: Non fate distinzioni, perché ogni distinzione simultaneamente definisce il suo contrario, e in molti casi l’azione reciproca dei contrari è indivisibile, così come il variare dei toni crea la musica. Egli afferma che ci se ci si accosta al mondo attraverso le distinzioni, non si riuscirà mi a districare le proprie percezioni.

Il modo più sicuro per accertare se un uomo è saggio
È se accetta la vita intera, così come’è,
senza aver bisogno con le misure o il toccare di capire
l’origine incommensurabile e intoccabile
delle sue immagini…

L’atteggiamento di Lao-Tse rappresenta un modo di affrontare il fatto che qualsiasi cosa diciamo sulla realtà è inevitabilmente sbagliata o incompleta. Lao-Tse afferma che si deve <<accettare la vita intera, così com’è, senza avere bisogno.. di capire>>.
Questo in un certo senso è un atteggiamento antirazionale e certamente antintellettuale. Tuttavia è un altro punto di vista, chiaro e coerente. Potrebbe non soddisfare tutti i gusti, però siamo costretti a riconoscere che è una soluzione vera di un problema vero.
Ai suoi tempi Jacob Bronowski si impegnò notevolmente quando dovette rivolgersi a un pubblico prevalente umanistico per persuaderlo a fare attenzione alla scienza individuando collegamenti tra studi umanistici e scientifici. Trent’anni dopo l’ago della bilancia si è spostato dall’altra parte. A me pare che ora occorre ricordare agli scienziati le somiglianze tra le loro attività e quelle di altri uomini, e che soprattutto occorra ricordare loro che il metodo razionale, scientifico, riduttivo, non è la sola strada alla verità che ci serve.
Trovo che questo sia il pregiudizio più sorprendente tra gli scienziati che conosco. Il mio amico Marvin Minsky, in un libro recente, parla in modo critico degli stati mistici. Trova questi stati <<sinistri>> e parla di <<vittime di questi incidenti>>. Esprime così le sue opinioni: <<Si può acquisire la certezza solo con l’amputazione dell’indagine… Offrire ospitalità al paradosso è come sporgersi verso un precipizio. Puoi scoprire com’è cadendoci dentro, ma potresti non riuscire a caderne fuori. Una volta che la contraddizione si installa, poche menti riescono a respingere la forza – distruttrice dell’intelligenza – degli slogan quali “tutto è uno”>>.
Ancora più apertamente Stephen Hawkin sostiene che il misticismo <<è un ripiego. Se trovi troppo difficili la fisica teorica e la matematica, ti rivolgi al misticismo>>.
Tali affermazioni, in linea generale, concordano con il commento di Asimov per il quale l’intuizione è per coloro che <<si sono persi d’animo>>. Hawking si spinge più lontano, implicando che il misticismo è un procedimento per coloro che non sono abbastanza svegli per fare fisica.
Io non sono d’accordo con questo atteggiamento. Forse il modo più semplice per affermare la mia obiezione è questo: non trovo il contenuto della fisica sufficiente a spiegare il comportamento degli stessi fisici.
Da dove nasce la credenza dei fisici nella coerenza, nell’unificazione? Questa credenza è così forte che uomini e donne dedicano la loro vita a provare la sua esistenza. Eppure non è visibile al mondo. Davanti a noi vediamo un mondo di oggetti ed eventi apparentemente disuniti. L’unità sottostante è qualcosa che cerchiamo e troviamo. Dando per scontato che la percezione scientifica dell’unità non è la stessa della percezione mistica dell’universo, resta comunque una domanda: che cosa spinge uno scienziato a cercare l’unità? E’ forse solo una questione di riordino della matematica? Gli scienziati credono davvero che gli interessi puramente formali sono sufficienti a farli lavorare instancabilmente, anno dopo anno? La scienza è un sistema completamente auto referente per cui creare connessioni interne tra teorie è l’unica forza motivante?
Credo di no. Immagino che gli scienziati siano spinti dall’idea che il mondo là fuori – la realtà – contenga un ordine nascosto, e lo scienziato cerchi di spiegare l’ordine nascosto nella realtà. E quell’impulso è ciò che lo scienziato ha in comune con il mistico. L’impulso di arrivare al fondo delle cose. Di sapere come il mondo funziona veramente. Di conoscere la natura della realtà. N premi nobel per la fisica scrisse:
Desideravo ardentemente imparare per un motivo che non confidavo a nessuno: volevo esprimere l’emozione che provo davanti alla bellezza del mondo. E’ difficile metterla in parole, proprio perché è un’emozione. E’ simile al sentimento religioso di chi crede in un dio che controlli ogni cosa nell’universo. E’ un senso di globalità al pensiero che fenomeni e comportamenti apparentemente così diversi siano tutti mossi, dietro le quinte, da una stessa organizzazione, da stesse leggi fisiche. E’ tener conto della bellezza matematica della natura, di come operi all’interno. E’ capire che percepiamo fenomeni originati dalla complessità dell’interazione degli atomi. Uno spettacolo inebriante! Suscita un timore – una reverenza scientifica – che secondo me si può comunicare, ad altri che l’abbiano sperimentato, attraverso un quadro, un dipinto che evochi la stessa emozione, ricordi per un attimo la magnificenza dell’universo.
Alcuni di voi avranno riconosciuto l’autore: Richard Feynman, un membro eminente del Cal Tech. Cito il brano perché mi pare che a grandi linee esprima esattamente il tipo di visione unificata che altri scienziati denigrano. E anche perché, provenendo da un autore tra i più autorevoli e i meno pedanti, l’affermazione è decisamente credibile: Feynman afferma che la sua emozione è <<simile al sentimento religioso>>. E’ un apprezzamento solo della bellezza matematica della natura. E il timore è espressamente una reverenza scientifica, come se la reverenza scientifica fosse in qualche modo diversa dalla reverenza normale.
Questa mi colpisce come una espressione stranamente cauta di ciò che è secondo me un’emozione umana pressoché universale.
Parlando della carriera artistica di Feynman, vale la pena di menzionare una delle scoperte che fece in seguito. Poco tempo dopo aver cominciato a disegnare egli visitò la Cappella Sistina. Non aveva portato con sé la guida, quindi si limitò ad osservare i dipinti. Alcuni gli parvero bellissimi e altri veramente brutti. Tornato in albergo scoprì che il suo giudizio dei dipinti collimava con quello della guida.
Ero al settimo cielo: senza poter esprimere perché, ero capace di distinguere tra un capolavoro e un ritratto qualunque! Come scienziato, uno pensa sempre di sapere razionalmente quello che fa, e tende a non avere fiducia nell’artista che dice <<magnifico>> o <<non vale niente>>, senza dare spiegazioni convincenti… Ora però ero distrutto, era capitato anche a me.
Perché afferma di essere distrutto? Che cosa significa essere distrutto?
Nel corso del libro Feynman scarta tranquillamente molti campi di attività che non siano la fisica. E’ un uomo dal rigore matematico, quindi trova di scarso interesse la filosofia o l’arte o la psicologia. Questi campi non hanno senso per lui; gli addetti <<non sanno di cosa stanno parlando>>. Eppure nella Cappella Sistina ha provato qualcosa che distrugge la sua concezione degli altri campi. Egli a acquistato, semplicemente facendo arte egli stesso, l’abilità di avere delle percezioni sull’arte che concordano con le percezioni formali e codificate della storia dell’arte.
Feynman non analizza ulteriormente questo notevole episodio, benché vi sia chiaramente altro da dire. Da un lato la sua esperienza sembra implicare che, benché egli non cerchi di portare i suoi criteri critici alla coscienza, ciononostante i criteri esistono.. Devo esistere, altrimenti non potrebbe mai essere d’accordo con quanto dice la guida. Dall’altro, i criteri non sono arbitrari o accademici, dato che Feyman è in grado di formulare qui criteri semplicemente attraverso l’esperienza di dipingere. I criteri della storia dell’arte devono certamente avere qualcosa a che fare con l’attività del fare arte. C’è un rigore alla base della storia dell’arte che Feynman ha dimostrato riproducendone le conclusioni.
Mi dilungo su questo perché mi sembra un esempio di una situazione in cui uno scienziato particolarmente brillante, a confronto dei dati, ammettendo i dati, tuttavia non li porta alle ovvie conclusioni: c’è altrettanto rigore nell’arte di quanto ce n’è nella scienza. Potrà essere un tipo di rigore diverso, ma è comunque rigore.
Quando un artista come Jasper Johns afferma: << Sto solo cercando di trovare un modo di fare quadri>>, lo intende esattamente allo stesso modo in cui lo intende il fisico quando afferma, <<sto sol cercando di trovare un modo di fare fisica>>. Come lo scienziato, l’artista deve costruire sull’opera dei predecessori. Un artista può sentirsi intimidito dall’opera dei suoi predecessori, proprio come uno scienziato.
Quindi se uno scienziato scarta l’arte come tipo di attività senza forma in cui <<va bene tutto>>, significa soltanto che lo scienziato non capisce l’attività del fare arte. Non capisce ciò che scarta. Lo scienziato possiede solo il suo modello di che cosa è l’attività dell’arte, e il suo modello è sbagliato: non è informato e non collima con i dati.
La disinformazione degli scienziati riguardo al lavoro reale dei non scienziati mi sembra raggiunga il massimo quanto gli scienziati prendono in considerazione gli stati di meditazione, le alterazioni della coscienza e i discussi fenomeni paranormali. Se non hai mai sperimentato queste cose personalmente, troverai ovviamente le descrizioni assurde. Perché queste esperienze sono diverse dalle esperienze della coscienza normale. Non c’è nessun mistero qui, e sicuramente non c’è niente di sinistro. E’ solo diverso. E’ un altro tipo di coscienza.
Ho conosciuto un prodigio del calcolo e nell’osservarlo non riuscivo a capire come facesse; fui semplicemente costretto, dopo aver controllato un po’ di volte, ad accettare che potesse farlo. Conosco un regista che ha una memoria fotografica, ma è una persona piuttosto noiosa, pronta a tenere lezioni improvvisate e dettagliate su ogni genere di argomento. Tutto quel che ho imparato è di non discutere mai con lui di qualche fatto oscuro perché ha immancabilmente ragione. Ma non riuscivo a capire come facesse, anche lui.
Lo stesso mi succede con persone con delle capacità paranormali. Esse sono capaci di fare delle cose che io non so fare. Per loro questa capacità è normale e sul piatto della bilancia ha i suoi pro e contro. Gli scettici dicono spesso che se il comportamento paranormale fosse reale, allora i veggenti giocherebbero in borsa o alle corse dei cavalli. Per la mia esperienza molti lo fanno. Esiste, in realtà, una sorta di livello di attività segreto in cui i veggenti sono consultati dalle multinazionali. La gente si imbarazza ad ammettere l’esistenza di questa attività, tuttavia avviene, proprio come ci si aspetterebbe.
E vorrei ricordavi che non c’è ragione perché il comportamento paranormale non debba esistere. Di nuovo, il grande buon senso del dott. Bronowki:
Nella scienza… il processo della previsione è conscio e razionale. Persino negli esser umani questo non è il solo tipo di previsione. Gli uomini hanno solide intuizioni che certamente non sono state analizzate e suddivise in passaggi razionali, e alcune di esse non lo saranno mai. Può essere, ad esempio, come spesso si sostiene, che la maggior parte delle persone siano un po’ più brave a indovinare una carta e altre persone siano molto più brave di quanto non sarebbe una macchina che si limitasse a scegliere le sue risposte a caso. Ciò non sarebbe sorprendente… Sicuramente l’evoluzione ci ha selezionati rapidamente perché possediamo il dono della previsione più degli altri animali… L’intelligenza razionale è uno di questi doni ed è, in fondo, altrettanto notevole e altrettanto inspiegata. E quando l’intelligenza razionale si rivolge al futuro, e fa deduzioni da esperienze passate a un domani sconosciuto, il suo processo è… un gran mistero…
Per tornare al nostro punto originario, l’esperienza di queste altre forme di coscienza a me sembra normale, quasi banale. Queste forme diverse di coscienza – siano esse doti innate o procedimenti appresi con l’addestramento – ci portano ad altre forme di sapere, e ad altre percezioni dell’ordine sottostante nel mondo intorno a noi. Non sono percezioni matematiche, ma sono comunque percezioni. Prima i scartarle subito come frodi o fantasie, mi sembra utile averne esperienza di prima mano. Se non siete disposti ad averne esperienza di prima mano, vi esponete alla critica di scartare ciò che non capite. E ridurreste la vostra esperienza della realtà.
Perché, come ho detto, la percezione scientifica della realtà non è la realtà stessa. Anche la legge scientifica più potente non è una descrizione completa della realtà. C’è sempre qualcosa ancora d sapere. Ritengo sia importante essere molto chiari su questo. Feynman, che stimo molto, riguardo alle persone non scientifiche, afferma. <<essi non comprendono il mondo in cui vivono>>. Sembra che si una delle sue espressioni preferite; la ripeté spesso nel corso dell’inchiesta sul disastro dello shuttle.
Ma siamo chiari: nessuno capisce il mondo in cui vive. Né io, né te, né Richard Feynman. Potremmo capirne una parte, una aspetto del tutto, ma la realtà in senso completo e onnicomprensivo sfugge alle nostre descrizioni. Se altri modi di conoscere sono interiori, soggettivi e intrinsecamente non verificabili, ciò non li rende necessariamente meno interessanti e meno utili.
Le persone che trovano che i numeri siano estranei alla loro natura non sono emarginate; diseredati, ignoranti, disprezzati che non sanno come risolvere equazioni differenziali e quindi viene loro negato l’accesso alla verità matematica rivelata.
Perché la sola scienza non è sufficiente.
Lo scienziato ortodosso si sente spesso a disagio di fronte a un pubblico che crede nel creazionismo e nei fenomeni paranormali. Lo scienziato vede un mondo bello e complesso, una sfida del tutto soddisfacente al suo approccio razionale. Perché, egli si chiede, c’è chi non è soddisfatto di questa visione del mondo? Perché la scienza non è sufficiente?
La risposta più semplice è che, benché la scienza sia un processo di indagine estremamente potente, essa non ci dice quello che veramente vogliamo sapere. Max Plank disse: <<Da dove vengo e dove sto andando? Questa è la grande domanda senza risposta, la stessa per ognuno di noi. La scienza non ha una risposta>>.
Una delle ragioni di ciò è che la scienza non ci può dire perché le cose accadono. Feynman, in una lezione divulgativa sull’elettrodinamica quantistica, afferma: <<Mentre vi descrivo come funziona la Natura, voi non capite perché la Natura funziona così. Ma nessuno lo capisce. Io non so spiegare perché la Natura si comporta in questo modo specifico>>.
Questo è vero, ma trascura il fatto che, sebbene la conoscenza di come funzionino le cose sia sufficiente a consentire il nostro intervento sulla natura, ciò che gli esseri umani desiderano realmente sapere è perché le cose funzionino. I bambini non chiedono come faccia il cielo a essere blu: chiedono perché è blu.
Probabilmente Feynman avrebbe detto che questa domanda non ha significato. E infatti per il pensiero scientifico moderno non ne ha. Ma non è ovvio che questo stato di cose continui indefinitamente. Il fisico John Bell osservò:
I padri fondatori della fisica quantistica erano piuttosto orgogliosi di aver rinunciato all’idea di spiegazione. Erano molto fieri di occuparsi soltanto di fenomeni: rifiutavano di guardare al di là dei fenomeni, considerando questo il prezzo che si doveva pagare per venire a patti con la natura. E’ un fatto storico che chi assunse questo atteggiamento agnostico verso il mondo reale a livello di microfisica ebbe molti successi. Allora sembrava una buona cosa da fare, ma non credo che lo sia indefinitamente.
Intanto, però, un matematico nota che <<il problema del perché è quasi ignorato dai fisici che enfatizzano soprattutto il come… La metafisica del cosmo è data in termini di matematica pura. Si afferma che essa sia assolutamente priva di obiettivi o scopi: la realtà della cosmologia contemporanea è una realtà matematica>>.
Ma questa realtà matematica è sostanzialmente arbitraria, e questa percezione di un universo privo di scopi ha dei costi precisi. La scienza moderna presenta i suoi modelli matematici come un trionfo della ragione, ma come osserva Hanna Arendt: <<I tempi moderni, dominati dalla tecnologia, sono caratterizzati precisamente dal fatto che la ragione, nel senso di una comprensione contemplativa e autorivelantisi, è perduta, ed è sostituita da una distaccata (tecnologia), impegnata attivamente nella teoria della matematica pura e applicazioni alla fisica>>.
Per me non c’è niente di sbagliato in una percezione matematica della realtà, sempre che non si consenta a quella percezione di prevalere. Perché, come esseri umani, che viviamo la nostra vita, che prendiamo decisioni riguardo a noi stessi e alla società, dobbiamo trovare un significato. E quel significato deve essere ampiamente fondato.
Un matematico afferma:
Sono consapevole degli ingredienti con i quali si crea il significato… l’amore e il linguaggio, il mito, il pensiero razionale e l’impulso irrazionale, le intuizioni umane, la legge, la storia, il dovere, il rito, la fede religiosa, il senso mistico, trascendentale, allegorico ed estetico, il gioco, il mondo come un rompicapo, il mondo come un palcoscenico, la contemplazione della vita e della morte, le necessità imposte dalla fisica e dalla biologia, tutti questi e centinaia di altri ancora sono sentieri che portano al significato.
Forse è per questo che Einstein una volt disse: <<L’umanità ha tutte le ragioni di collocare i sostenitori di alti valori e standard morali al di sopra degli scopritori di verità obbiettive. Ciò che l’umanità dee a personalità come Budda, Mosé e Gesù, secondo me è molto di più che tutti i risultati della mente che indaga e costruisce>>.
Il fatto è che abbiamo bisogno delle intuizioni del mistico come delle intuizioni dello scienziato. L’umanità è sfavorita quando manca una delle due. Carl Jung disse:
La natura della psiche penetra in luoghi oscuri ben al di là della nostra comprensione. Contiene altrettanti enigmi di quanti ne contiene l’universo con i suoi sistemi galattici, davanti alle cui configurazioni grandiose solo una mente priva di fantasia non ammetterà la propria insufficienza… Se quindi per le esigenze del su o cuore, o in accordo con l’antico insegnamento della saggezza umana, o per rispetto del fatto psicologico che le percezioni <<telepatiche>> avvengono, chiunque dovesse giungere alla conclusione che la psiche, nei suoi domini più profondi, partecipa di un tipo di esistenza al di là del tempo e dello spazio… allora la ragione critica non potrebbe controbattere con l’argomento del <<non liquet>> della scienza. Inoltre, avrebbe il vantaggio inestimabile di conformarsi ad una tendenza della psiche umana che è esistita da tempo immemorabile ed universale. Chiunque non tragga questa conclusione, per scetticismo, mancanza di coraggio, esperienza psicologica inappropriata, o ignoranza avventata… ha invece la certezza indubitabile di entrare in conflitto con la verità del suo sangue… L’allontanarsi dalle verità del sangue genera inquietudine nevrotica… L’inquietudine genera l’insensatezza e la mancanza di significato nella vita è una malattia dell’anima, la cui piena estensione e piena portata la nostra era non ha ancora cominciato a comprendere.
Molte grazie.
Bene, questo era il mio discorso per gli scettici di Pasadena.
Siccome non sono mai stato invitato, non l’ho mai pronunciato.
Michael Cricton

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IO ADESSO… di Ridha Chtorou

by on mag.01, 2010, under Ispirazione, Misticismo, Poesia, Simbolo

Ridha Chtorou, ex detenuto a Sollicciano.. e ancora prima una lunga storia.. persona che negli anni ha fatto un percorso interiore profondissimo.. che lo ha reso qualcosa di molto vicino a un mistico…
Voglio condividere con tutti coloro che entreranno in questo Territorio.. una sua poesia scritta in un momento di altissimo coinvolgimento emotivo e spirituale, in un luogo bellissimo.. posso dire dove? Va beh.. lo dico. Era a Firenze, di fronte alla statua di Lorenzo il Magnifico.. a un certo punto  ha vissuto uno di quei momenti di Eroico Furore che sono il magma incandescente e la fucina della vera arte.

IO ADESSO

Nell’oscuro sentiero del cuore ho scavato

Trovo una terra illimitata

Di giorni senza notte

Eruppe un nuovo mondo

Estranea al mio come era

Cantai con voce di tuono

il segreto dell’essere io

nel silenzio che chiama

l’abbandono di se stesso

e scopre il reale

che è la visione del mondo

per vedere oltre il visibile e

scendere nell’interiore abisso

vado oltre il tempo e la vita

su ali sconfinate

eppure sono ancora uno

con le cose nate e non nate

ma con l’ardore e la gioia salirò

verso l’infinito, di gradino in gradino

tutto mi apparve nuovo

il cielo di oggi è la terra di ieri

e il cielo di oggi sarà la terra di domani

il passato e il futuro si fondano nel presente

e io vivrò l’attimo, poiché l’attimo è eterno

cosi lascio il mio pensiero

percorrere l’universo

carico di benevolenza

diffondendo pensieri d’amore

io non so che avverrà poi

in questo mondo oscuro

se avrà o non avrà fine

il dolore dell’universo

e se le stesse speranze

d’assetato di giustizia

saranno o meno appagate

ma io credo d’essere legato

ad un solo destino

assieme a miriade di vite

nel consegnarmi perdutamente all’amore

che spero conduce il mondo ./.

                                                                                                         22/04/2010

Chtorou Ridha

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OGNI COSA E’ ILLUMINATA

by on apr.24, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Misticismo, Resistenza umana, Simbolo

Tempo fa lessi questo testo. E fu una voragine di sensazioni. Era qualcosa che andava al di là stesso di quello che era scritto, ma penetrava nell’energia appassionata di chi l’ha scritto. Come un rullo di tamburo penetra la notte noi siamo il battito pulsante dei nostri giorni.
E questo battito pretende passione.
Una spessa coltre di cemento soffoca il nostro respiro fino a impedire di abbracciare il fiume della vita. E poi le parole, le mille definizioni, il gioco degli specchi che riflettono il nulla. Ma anche un deserto ha valore se gli si dà un nome, e anche se senza nome diventa Deserto.
Alcuni si mettono su una torre a sognare un mondo di eletti e a vedere il resto come massa animale da disprezzare. Teorie spirituali-politiche arroganti e volgari. Altri dicono che il Sacro è in ogni cosa, come una corrente serpeggiante. Che c’è una bellezza profonda anche dietro le voragini del dolore. Che la nostra stessa materia è permeata di musica.
Questo testo di Jacopo Fo è semplicemente meraviglioso, ma è per chi cala le saracinesche e prova buttarsi dal monte per vedere se “partono” le ali. Per chi invece cerca solo conferme o nemici può essere un pò indigesto.
Siamo imprigionati in clan orgogliosi e autoreferenziali, in un dibattito statico, stanco e morto. In contrapposizioni cadaveriche, in cartellini da timbrare, ruoli ed etichette. E ognuno sceglie il suo Nemico. Perchè ha bisogno di un parodia per dare senso ai prorpi dogmi. E pensieri clericali, ortodossi, dogmatici.. si contrappongono anime stanche, disilluse, che non credono in niente, e nel non credere ne fanno una bandiera e una difesa. Tra idolatrie chiesastiche e disincantamento del mondo Guelfi e Ghibellini si nutrono a vicenda, complici dello stesso inaridimento esperienziale, della stessa mancanza di Orizzonte che li accumuna. A imposizioni sulla vita si oppongono idolatrie della scienza, a visioni di Dio usate come randello il culto della materi inerte e morta e della vita come caso di atomi.
Contrapposizioni forzate, giochi di sette, parole d’ordine e slogan. C’è chi dice che l’amore non esiste perché vendono l’ipocrisia e la violenza edificate sulla parola amore. Si fa lo stesso con tutto ciò che è ricchezza spirituale e trascendenza. Rigettando dogmi, chiese e aristocrazie religiose non fanno poi il passo ulteriore, e restano avvinghiati alle macerie di un laicismo esasperato, di una vita ridotta alla sola e esclusiva dimensione materiale, alla rinuncia al Senso delle cose.
Mi piace il testo di Jacopo Fo non perché è un testi perfetto; ma perchè è una appassionata chiamata allo Stupore per la Bellezza del Mondo. Perché è la testa che esce del sacco e si riappropria delle parole e dell’Incanto, dell’Oltrepassamento. C’è un Valore più alto nelle cose. C’è se vuoi vederlo. Se scegli di crederci. Se scegli di aprirti ad esso.
E non mi importa se lo chiami Dio o se non lo chiami in nessun modo. E non mi importa da dove vieni, che radici hai, che vestiti porti e che strade prenderai ogni volta che sorge il sole. Non mi importa se non ti capirò mai.
Lo senti quando l’amore ti possiede, o quando sei divorato dal dolore. Piegato in due e buttato nel fango, col sangue che cade dal naso sarai ancora più innamorato che mai. In ogni parabola del vento,
nei segreti abbracci che vendicano la notte, nelle corse senza respiro lo senti. In ogni cancello a tripla chiave, nei sotterrani e nei lager, in ogni atomo del dolore lo senti.
Negli occhi che ti spalancano il cuore lo vedi.
E non c’è nulla che sia veramente indegno o perduto. Nessuna vita che sia da buttare e che non abbia valore. Anche il più piccolo, smarrito, ferito degli esseri umani brilla di infinito splendore.
E’ in tutto ciò che ci fa rialzare e resistere quando tutto sembra perduto.
Volete chiamarlo Dio?
Quali nomi volete usare?
Volete abolire ogni nome?
Lo senti nel tuo corpo nudo nel momento dell’orgasmo?
Sentinella, a che punto è la notte?
Da qualche parte.. qualcuno ha scritto.. OGNI COSA E’ ILLUMINATA.

PS: vi lascio al testo di Jacopo Fo, ma lo premetto con una citazione di una delle parti migliori di esso..

“Friedl Dikers-Brandeis era internata nel campo di
sterminio di Therensiestadt e lì riuscì a convincere
il direttore a lasciarle tenere dei corsi di pittura
per i bambini prigionieri. Lei morì in quel lager. Ma
era riuscita a infondere la passione per l’arte a quei
bambini prima che venissero uccisi. Alcuni suoi
allievi sopravvissero e due bimbe divennero poi grandi
pittrici.
Prima di morire lei scrisse:
“Oggi una sola cosa mi sembra importante: risvegliare
il desiderio verso il lavoro creativo, renderlo
un’abitudine e insegnare a superare le difficoltà, che
sono nulla a paragone di questo obiettivo per il quale
si lotta.”
Io non posso non vedere nell’esperienza di questa
donna l’esistenza di qualche cosa di misterioso e
sublime e tremendamente positivo che permea la realtà
in ogni suo possibile frammento. E dà la forza ai
granelli di sabbia di resistere integri alla crudeltà
del mondo.
Perché se non ci fosse questo Sacro in ogni atomo del
tuo corpo non potresti spingere la tua anima oltre i
limiti del dolore.”

————————–————————–————————–————

ti vorrei chiedere di realizzare un piccolo
esperimento. Prova a immaginare che non siano mai
esistiti preti barbosi, chiese, crociate, papi e
inquisizione.
Prova a guardare la questione senza la paranoia delle
Wanna Marchi e dei santoni col Rolex.
Guarda semplicemente la tua vita.
Non ci vedi la magia scorrere a fiumi?
Per magia non intendo superpoteri esp ciupa ciupa
paranormali e iniziazioni tantriche. Intendo solo e
unicamente quel sale della vita, quella magia del
semplice, dell’imprevisto, di un sorriso, di una
coincidenza.
Se tu hai amato non puoi non esserti stupita della
fragranza delle sensazioni d’amore. Della infinita
perfezione della sensazione delle dita che si toccano
seguendo un ritmo che risuona nelle ere.
Se tu ti sei commossa davanti a un’opera d’arte non
puoi non aver percepito che la qualità che pervade
l’emozione artistica ha dentro di sé una misura, un
profumo, che trascende la banalità di un mondo fatto
solo di meccanismi chimici.
E’ Magia.
Magia pura.
Tutto è magia pura. Non esiste nient’altro.
Io NON credo a un Dio incarnato, a una entità pensante
nel senso umano del termine.
Io semplicemente osservo che esiste una qualità negli
eventi e nella materia che è assolutamente divina e
magica.
E’ un discorso che nega in blocco tutte le religioni e
le ritualità.
Io non vedo in questo mondo solo il roteare degli
atomi.
Io vedo in ogni mio giorno di vita che questa
esperienza di essere qui mi apre alla possibilità di
sperimentare meraviglie.
Vedo un mondo governato dalle emozioni e dalla
bellezza. Un mondo che cresce e si diversifica
seguendo incredibili vie e dando forma a creature e
eventi fantastici.

Il mondo è nella merda perché la gente è passiva, non
vive. Se il popolo fosse disposto a emozionarsi,
ragionare, agire, potrebbe cambiare il mondo in una
settimana. La fonte della passività umana è proprio
l’assenza del senso del sacro.
Abbiamo bisogno di affermare un nuovo umanesimo
razionalista che si fondi sullo stupore per la vita
come fondamento di una visione che non può accettare
che 10 milioni di vite ogni anno vengano recise dalla
fame.
Questa società assassina e folle, inquinata e
puzzolente, che mangia cibo spazzatura e scopa poco e
male, questa società volgare, sessuofoba e
pornografica drogata di shopping e di ansiolitici,
alcolizzata e cocainomane non ha rimorsi, non
inorridisce davanti all’enormità dell’orrore perchè è
totalmente sprovvista del senso della sacralità del
mondo.
Non ha rispetto.
Proprio perchè non vede nlla oltre ai corpi e ai
sassi.
Ma non è stata capace di uccidere Dio lo ha solo
trasformato in un regista di reality show.
La vita è ridotta a un cumulo di cause e effetti,
acquisti e drammi senza né capo né coda. Non c’è un
disegno divino, una missione individuale, un dovere
sociale, un’aspirazione superiore. Non c’è niente
altro che denaro e vantaggi spiccioli.
E questo deserto filosofico e emotivo è il blocco che
impedisce agli umani di esaltarsi per il solo fatto di
esistere, emozionarsi per i tramonti, prendere la vita
appieno, farla propria, viverla.
E’ questa mancanza di SENSO DELLA VITA a far sì che la
gente non abbia dignità, non si ribelli, non sia
solidale, innamorata, artistica.
Una razza di suicidati spirituali che non hanno il
coraggio di pensare a quando la loro vita finirà (di
certe cose non si parla mai, è maleducazione come
grattarsi e sbadigliare).
Una società di pazzi che fingono di essere immortali
guardando ogni giorno l’agonia di 100 morti ammazzati
in tv.
Allora io lancio il mio sasso.
Il concetto dell’esistenza di Dio spogliato da
religione, peccato e gerarchia.
E mentre ne parlo mi rendo conto che è vero.
Che per anni mi sono negato la possibilità di usare
certe parole perché erano state rapite e violate dai
preti e dagli inquisitori.
E mi accorgo che per la mia mente QUESTO NUOVO
concetto di Dio è un balsamo perché mi permette di
dare un nome, un posto nel mio vocabolario a quanto le
religioni hanno negato da secoli: l’esistenza di una
qualità libera e gioiosa dentro le cose.
E dico Dio ridendo, perché è assurdo parlare di Dio.
E dico Dio ridendo perché solo nel ridere
incontrollato è possibile entrare in comunicazione con
il vuoto mentale che è Dio dentro di noi (solo la
mente che muore dal ridere comprende la grandezza del
concetto di Dio. Se dici Dio con la faccia seria stai
parlando di un’altra cosa).
Dico Dio Orgasmo, perché oltre che durante la risata
anche durante l’orgasmo (lo dicevano le religioni
matriarcali) entri in comunione con la Dea, quando
perdi il controllo della mente razionale mentre il
piacere, il languore e l’emozione dell’orgasmo ti
travolgono.
Dico Dio Blasfemo, un Dio che si diverte oscenamente
donando apparati sessuali pruriginosi ai censori. Un
Dio che sghignazza guardando le loro anime.
Io affermo che voglio giocare al gioco che si chiama
“Dio esiste e si diverte a mandare in culo i piani dei
malvagi”. E ogni giorno apro i giornali e mi diverto a
cercare di scoprire dove il Grande Frattale Burlone si
è divertito a creare danni primari ai bari di
professione.
Mi piace guardare il mondo e vederci dentro la
bellezza, scolpita in ogni atomo.
Certamente dovrò affrontare prove dure durante la mia
vita. Ma se Dio vorrà potrò continuare a condividere
la bellezza del mondo.
Questo è credere in Dio? Non lo so.
In realtà non mi interessa cosa sia.
E’ qualche cosa che è nella mia mente e che vedo
intorno a me.
E cito quel che ho scritto altrove:
Friedl Dikers-Brandeis era internata nel campo di
sterminio di Therensiestadt e lì riuscì a convincere
il direttore a lasciarle tenere dei corsi di pittura
per i bambini prigionieri. Lei morì in quel lager. Ma
era riuscita a infondere la passione per l’arte a quei
bambini prima che venissero uccisi. Alcuni suoi
allievi sopravvissero e due bimbe divennero poi grandi
pittrici.
Prima di morire lei scrisse:
“Oggi una sola cosa mi sembra importante: risvegliare
il desiderio verso il lavoro creativo, renderlo
un’abitudine e insegnare a superare le difficoltà, che
sono nulla a paragone di questo obiettivo per il quale
si lotta.”

Io non posso non vedere nell’esperienza di questa
donna l’esistenza di qualche cosa di misterioso e
sublime e tremendamente positivo che permea la realtà
in ogni suo possibile frammento. E dà la forza ai
granelli di sabbia di resistere integri alla crudeltà
del mondo.
Perché se non ci fosse questo Sacro in ogni atomo del
tuo corpo non potresti spingere la tua anima oltre i
limiti del dolore.
Io sono contrario al dolore. Lo odio. Il dolore
distrugge. Ma osservo che persino il dolore ha almeno
un aspetto positivo: nulla come la capacità umana di
resistere al dolore e continuare a sperare e lottare
dimostra, in modo egualmente chiaro, l’esistenza
misteriosa di una divinità che permea tutto.
Chi ha sofferto sa che esiste un momento nel quale non
hai più nulla, non sei più nulla. Non esisti più, il
dolore ti ha ridotto a pura materia morta.
Eppure, anche allora, Dio solo sa come, ti trovi
ancora ad avere la forza di essere.
E magari di pensare a qualche cosa di perfetto come il
profumo dei fiori. O un dipinto.
Questo è Dio.
La Dea.
La Forza del mondo.
Non fa miracoli, non manda figli, né profeti, né
Maestri, né Messia.
Non è interessata in nessun modo alle tue preferenze
sessuali, politiche, religiose.
Esiste su un altro piano. E’ il mistero buono del
mondo.

La struttura stessa delle particelle sub atomiche è
basata su un semplice meccanismo che sottintende
un’attrazione verso nuove combinazioni e privilegia i
salti evolutivi.
Si tratta dell’idea antichissima dei saggi Taoisti che
lessero nella realtà l’ordine di un sistema binario e
scoprirono che la struttura stessa di questo sistema
era intimamente buona perché “conteneva” le premesse
di un’evoluzione verso livelli superiori di
complessità.
Dio non è un’entità staccata che crea un universo e lo
governa.
Dio è la legge che presuppone la possibilità
dell’universo di esistere.
Dio è la qualità geometrica nascosta nel frattale che
permette, unendo migliaia di segmenti uguali, di
ottenere un’immagine globale enormemente più complessa
(evoluta) rispetto al frattale (mattone) iniziale.
La differenza tra un frattale e un comune mattone e
che con il mattone puoi costruire un mattone composto
da centinaia di mattoni (un parallelepipedo) oppure le
forme più strane, indifferentemente.
Con un frattale invece, grazie unicamente alla sua
forma particolare, non potrai MAi costruire un
frattale più grande, composto da migliaia di pezzi che
riproducono la forma del frattale originale. Il
frattale combinandosi con altri frattali uguali da
vita soltanto a disegni più complessi.
Il cavolfiore è un esempio di frattale. Ogni
pezzettino è un cavolfiore in miniatura. E l’intero lo
ritrovi in ogni parte.
Ma il cavolfiore nel suo complesso appartiene ad
un’altra classe di complessità e diventa un’unica cosa
con le radici e con i centri unificati di controllo
delle funzioni vitali del vegetale. Il cavolfiore nel
suo complesso è molto di più della somma dei suoi
componenti.
Chi è completamente ateo vive in un mondo dove la
somma dei singoli elementi è uguale alla grandezza dei
numeri sommati.
Io vivo in un mondo dove l’intero è sempre superiore
alla somma degli elementi che lo compongono.
Un mondo che tende a creare sinergie, salti quantici,
evoluzioni, coincidenze, analogie, costanti nei
rapporti di grandezza.
Un mondo fantastico dove è possibile soffrire ma
annoiarsi è un crimine.
JACOPO FO

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la più alta Giustizia

by on apr.14, 2010, under Misticismo, Poesia, Simbolo

vortice

Ridha Chtorou è una persona con una vita segnata da esperienze profonde, radicali e durissime alle spalle. Una fortuna che adesso ho l’onore di conoscere di persona. Negli abissi del dolore riuscì ad andare al di là del buio ed aprirsi ad altre dimensioni della realtà.. a un senso sacro e divino di tutto ciò che esiste… Le sue poesie sono meravigliose. Eccone una delle ultime che ha scritto e che mi ha inviato.

————-

MOHAMED,CRISTO E MOSEI

Profeto,messia e messaggeri

Poeti, filosofi e plasmatori di

Fede antiche in altre terre

Io non oso andare oltre

Se prima non ho riconosciuto

Con tutto il rispetto

Quando avete lasciato

Sparso nel mondo

Dico che tutto

Terre e stelle del cielo

Hanno per fine la religione

Dico che nessuno nome è mai stato

Devoto la meta del dovuto e

Dico che nessuno ha pensato

Quando divino sia il credo

Te conosciuto o sconosciuto

Che cosa cerchi, cosi pensoso e muto?

Di che cosa hai bisogno?

Ascolta caro figlio, ascolta la premessa

È ardua amare all’eccesso

La giustizia nell’ingiustizia

Eppure è una cosa, che soddisfa ed è grande

Mio camerata

Perché tu condividi, con me due grandezze

E una terza che cresce e

Le include più risplendente

La grandezza della giustizia, dell’amore e

La grandezza della religione

Tutto possiede gioie spirituali

Che poi libera

Il cammino verso l’infinita vita

Come può le giustizia divina

Morire ed essere sepolte?

Ogni elemento della vera giustizia

Della giustizia vera

D’ogni uomo e donna

Si sottrai alle mani

Dei pulitori di cadaveri

E moverà verso più degne sfere

Portando ciò che ha accumulato

Del momento della nascita a quello della morte

Guardate attraverso gli vittime

impulsi religiosi raggiungono il mondo

impulsi del mondo puntualmente rispondono

e infine è arrivata

la giustizia del dio divino

perché si lotti insieme

mentre passa per i solidi

premi dell’universo

perché quelli che lei offre

chiunque può perseverando

vincerli

Ridha Chtorou 

 15.02.2010

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SATORI

by on mag.23, 2009, under Disciplina, Misticismo, Poesia, video

satori-due

“Lui è inafferrabile come il pesce della fonte
che spicca un salto. Lui non dipende da niente.
Lui è libero. Lui vive come un pesce nell’acqua
che non si può afferrare con le mani, tanto più
lo si insegue, tanto più fugge via. Non cercatelo.
Lui è accanto ai vostri occhi. Abbiate fiducia in voi
stessi. No lasciatevi distogliere da nessuno dalla
via. Se incontrate un Buddha uccidetelo. Se
incontrate i Patriarchi uccideteli. Questo è il mezzo
con il quale vi renderete liberi e vi riscatterete dalla
servitù dlele cose. Rendetevi indipendenti dalle cose.
E’ dieci anni che sono qui e non ho ancora visto
un vero Uomo. Sembrate una banda di incatenati.
Sorgete, perché questo è il tempo.”
LIN-CHI

Il Satori è l’esperienza definitiva. Il Satori è l’esperienza scardinante. Il Satori apre le porte. Il Satori è l’attimo della Rivoluzione.

Il Satori è l’esperienza suprema dello Zen. L’Alpha e l’Omega. L’alba del Cominciamento.
Potrete trovare migliaia di conoscitori dello Zen che non parlano in questo modo di ciò che io intendo come Satori.
Anche nello stesso ricettacolo Zen molti ormai non credono che qualcosa come il Satori sia possibile. Ma, noi non stiamo parlando semplicemente di Zen qui. Non è il mio scopo. Satori allora non comeesperienza unica e esclusiva di un determinato mondo. Ma come immaginee visione di un Evento che, sotto svariati nomi, e sotto radici econtesti diversi, è sempre esistito e sempre esisterà. Noi usiamo ilsuo nome, appoggiandoci a una tradizione che conosciamo. Ma il lettoreattento andrà al di là del nome che diamo alle cose, per cogliere ilcuore e riconoscere lo spettro che vive ovunque. Perché, alla fine deigiochi, qui non si parla veramente di Zen, ma di uomo, vita,rinascita. Oppura, meglio mettersi un blocco di cemento in bocca.

Innanzitutto Satori è la credenza nella possibilità di un atto di fuoco che scardini le montagne. Dell’illuminazione istantanea. La gran parte delle scuole meditative orientali crede nell’illuminazionegraduale. Un lento, cioè, progredire nella purificazione mentale, che,nei decenni, o ancor di più, nelle vite, porterà, scalino dopo scalino, alla illuminazione. Le scuole radicali dello Zen, ma è una concezione presente anche in tutt’altri orizzonti, credono nella illuminazione istantanea. In una esplosione atomica, cioè, che in un istante frantumi lo speccio e porti al Born Again, la Rinascita, la re-conquista della tua “natura originaria”, del “volto che si ha findall’inizio dei tempi”.

L’esperienza del satori ha analogie con esperienze che nel corso della storia si sono epresse in altri cammini spirituali. Satori è un temine cinese. Ma la parola giapponese Kensho ha lo stesso significato. La storia delle religioni comunque riferisce di una moltitudine di forme di esperienza mistica.

Alcuni parlano del folgorare di una verità nuova e inaspettata, altri di acquisizione di un nuovo sguardo. In quanto incommensurabile non si può trovare una definizione del Satori di cui essere soddisfatti. E’ una esperienza che porte a tutto un altro livello di esistenza, che non lascia quasi niente intatto della vecchia personalità. Niente sarà più lo stesso di prima. Si parla della fine di un lungo esilio, di un tenace oblio della nostra autentica essenza. iL Satori è la riappropriazione del proprio retaggio originario. Frequente è la
sensazione di coloro che si sono appena risvegliati, di comicità o sbigottimento, quasi di incredulità per non aver capito prima, <<era così facile, bastava solo allungare la mano>>. Già, ma ciò chesembra così facile al Risvegliato, sembra lontano anni luce dallaconsapevolezza dell’uomo ordinario soffocata in ogni suamanifestazione vitale.

Lo sguardo nella propria natura originaria non è possibile senza l’oltrepassamento del muro concettuale della consapevolezza ordinaria:

“Wumen ci dice quanto è meravioglioso l’oltrepassamento della muraglia e vivere la via del Satori. Se la porta è superate la pace definitiva è raggiunta. Tu puoi toccare come essenza vivente il vecchio maestro Chau-chou. Tu vivi in comunione con tutti i maestri Zen. Che meraviglia! Che magnificenza”

Alcuni testi clasici distinguono tre punti centrali nell’esperienza mistica:

1- IL GRANDE DUBBIO (daigi)): l’elevata tensione, colleegata con un’estrema e incessante concentrazione.
2- LA GRANDE MORTE (daishi): un’improvvisa espansione dellaconsapevolezza che racchiude l’intero universo nell’esperienza diabbandono di corpo e spirito”.
3- LA GRANDE GIOIA (daikangi): il ritorno nel mondo con una fondamentale comprensione dell’unità di tutte le cose, accompagnata da sensazioni di gioia e amore.
Un esempio concreto di questi momenti lo torviamo nella descrizione che Hakuin fa del raggiungimento del suo primo Satori:

“Improvvisamente emerse in me il GRANDE DUBBIO. Mi sembrò di gelare in un campo di ghiacio estendentesi per miglia e miglia, mentre dentro di me vi era un senso di estrema traspearenza. Nessuna possibilità di andare avanti o indietreggiare; rimasi com eun idiota, come un imbecille. Talvolta avevo la sensazione di volare nello spazio. Per diversi giorni restai in quello stato. Una sera, udii il suono di una campana del convento, e questò bastò a produrre in me uno sconvolgimento. Fu come s se si fracassasse un bacino di ghiaccio o e crollasse una casa fatta di giada. utti i dubbi e le incertezze di
prima si disciolsero come nubi al sole. Gridai: <<meraviglia! Non esisste una nascita o una morte da cui si debba scampare, non esiste un sapere supremo che ci si debba sforzare diconseguire. Tutte le complicazioni, presenti e passate, tutti imillessettecento Koan, sono tali, che non vale nemmeno la penaesporli>>.”

Attraverso il Satori anche il carattere è ribaltato. Non è un semplice fuoco che si accende e poi si spegne. Ma è la Grande Vertigine. Il definitivo rivolgimento della personalità.
Come ho detto all’inizio, ciò che mi propongo è di far emergere la potenzialità trasformatrice di questo genere di esperienze a prescindere dal rispetto di condizioni e presupposti specifici. A me più del nome interessa “il rivolgimeno in quanto tale”, “l’apertura degli occhi in quanto tale”; anche andando al di là di questioni terminologihe o di rigidi criteri di appartenenza. Non è importante il nome Satori, ma che sia preso seriamente in considerazione un altro livello esperienziale, che gira su coordinate e movimenti che sono anni-luce rispetto al normale tono vitale.

Esistono “porte”, oltrepassate le quali viviamo in un altro livello di consapevolezza? Esiste un altro mondo oltre a quello che noi viviamo(crediamo di vivere) ogni giorno? E se esiste siamo sicuri che questo
mondo è meno reale di quello “ordinario”? Lo Zen ci dice che questo mondo c’è. ma non è collocato in un’altra dimensione dello spazio e del tempo. E’ sempre il mondo in cui viviamo, se veramente lo viviamo.
La vita, come realmente viene vissuta, non sarebbe vivere il mondo così com’è, la realtà com’è. Ma sarebbe una forma di “tradimento” dell’essenza delle cose, dell’essenza della vita. Viene a proposito la lapidaria affermazione che spesso i saggi e i mistici delle tribù pellerosse rivolgono a quelli che inquadrano le loro esperienze di allucinazione e di estasi come stati allucinatori. Loro sostengono che in realtà il loro è un procedimento, un rito di de-allucinazione.
Paradosso delle cose è il loro essere il contrario di come appaiono. La realtà autentica, l’unica realtà sarebbe quella vissuta armonicamente con tutte le forme della creazione, nella massima maturazione delle nostre facoltà ed emozione; come avviene nel Satori.

Per ultimo voglio sottolineare una assonanza ricca di potenti sviluppi. le antiche esperienze della mistica trovano concordanza con le ricerche più recenti della psicologia transpersonale di Maslow e Assagioli. L’assunto Zen trova sempre più una maffiore conferma: OGNI PERSONA POSSIEDE LA NATURA DEL BUDDHA; e quindi può fare le esperienze di risveglio. Esperienza sulle quali hanno detto parole importanti, tra gli altri, Ouspensky e William James. Per questi autori la nostra normale coscienza di veglia, quella che noi chiamiamo razionale, non è che un tipo di coscienza; tutto intorno alla quale giacciono forme potenziali diverse, separate dalla coscienza normale da una pellicola sottilissima. Possiamo attraversare l’intera vita senza sospettarne l’esistenza. Se però si esercita lo stimolo appropriato, si entra in contatto con tali forme nella loro completezza. Le esperienze che noi chiamiamo Satori sono analoghe a quelle che nella psicologia trasnpersonale sono definite: “Peak experiences”, “esperienze di
vertice”.

Il lettore attento avrà campito che siamo lontani da una visione ascetica ed antivitale del Risveglio, come poteva essere il Nirvana per il Buddismo originario. Il Satori diventa un momento di culmine, una Epifania. Che porta a una celebrazione della vita, oltre ogni limite, nella massima intensità concepibile. E’ la catarsi, la potenza esplosia che reintegra lo Spirito nel Mondo e fa si che l’uomo viva al massimo ed esprima totalmente le sue facoltà, qualità, sensi

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Pensavo, credendo di essere vivo
vedevo l’Essere, il Signore del mondo;
non era realtà, solo apparenza credendo
in ciò che non è.
Solo cullato dall’illusione,
scambiando l’oscurità per la luce,
l’apparenza per realtà.
Seguivo la via, la strada era falsità;
avevo percorso molto cammino;
pur andando avanti la mia rincorsa era a ritroso.
Guardavo le persone, ascoltavo me stesso.
Avvicinandomi alla meta mi allontanavo da essa:
progredendo nella conoscenza
accrescevo la mia ignoranza.
Non persi la speranza e perseverai
fidandomi di colui che mai abbandona l’allievo.
Salivo cadendo in basso.
Non capivo e la mia sapienza si accresceva.
Soffrivo e la mia sapienza s accresceva.
Soffrivo e il mio animo si rallegrava.
Fui abbandonato, non ero compreso, ma non
ero più solo.
La mia caduta fu completa.Ero moribondo.
Ma sttavo vivendo per la prima volta.
Ero rinato. La mia notte divenne in giorno.
La mia mente iniziava a vedere con l’anima.
La mia mente sentiva col cuore.
Caddero le ombre dagli occhi, e allora capii
che tutte le promesse non sono mai state tradite.
(Anonimo)

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Sogno, visione, ricordo, o …

by on mar.21, 2009, under Misticismo, Poesia

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L’anima era stordita. Si ritrovava in un luogo che non conosceva, che non aveva scelto, o non sapeva di averlo fatto, ma che in un certo modo comprendeva.

Doveva recuperare, doveva andare avanti, doveva superarsi, doveva fare tante cose, ma adesso attendeva.

Era stordita, ma com’era possibile che da un momento a un altro si ritrovava li…era come se qualcuno l’avesse strappata anzitempo dalla sua esperienza precedente. Ma di essa l’anima non ricordava nulla, sapeva ma non ricordava.

Era un po brutale l’anima, una che sapeva il fatto suo, che s’era probabilmente gestito la propria esperienza senza tanti scrupoli, prendendo quello che poteva, strappandolo e senza grandi rimpianti, ma con un certo senso d’amaro in bocca e con una certa consapevolezza: quella non era la pace…ma poi cos’è questa pace…essa l’ignorava.

Qualcuno le diceva che un corpo le era stato affidato e l’anima cercava di evaderlo…voleva quella libertà che solo un corpo senza pesi e limiti può avere, e poi il cambiamento le faceva paura, l’ignoto.

La scelta però era già stata compiuta e anche se non voleva accettarla, sapeva di non avere scelta. Quella voglia di evasione, però, non cessava.

In un certo momento si vede entrare in un piccolo buco al di sotto del corpicino che gli stava davanti, era come un imbuto, come un vortice, ed ecco li dentro.

Quel corpo era così piccolo, così stretto e così angoscioso…dalla libertà in una prigione angusta.

E il disagio sale, e l’angoscia sale, e l’anima si contorce li dentro, e si dimena e cerca di scuotere quel corpo,ma niente, esso non si muove di un centimetro.

E cerca di liberarsi, di fuggire, ma sa, sa che sarà costretto a rimanere li per molto tempo, molto tempo. Alla fine si rassegna.

Ed è proprio allora che egli e il corpo diventano una cosa sola, una cosa unita, e non si dimena più, ed è una prima accettazione, un primo momento di pace tra l’anima e il corpo… e poi…e poi…e poi….???????

Una carrozzina e cinque persone attorno ad essa. Dentro l’anima e il bambino. Le facce non sono limpide, esse sono un misto di corpo e anima, un espressione dell’essere e delle sue ombre, e delle sue inclinazioni.

All’anima non piace quello che vede…”ah che brutta gente”, esclama.

Una donna anziana lo prende in braccio…il suo sorriso esprime cattiveria.

“Lasciatemi, lasciatemi”, continua a gridare l’anima, in modo brusco…se potesse li prenderebbe a grosse parole, li direbbe chi sono in realtà e se ne andrebbe lontano…sì, lontano, via, via…si guarda intorno, ah uno è un po diverso…”questo si può salvare”…

Ah, quel corpo così piccolo, così debole e scoordinato, non potente…ah se potessi…”aspettate che diventi grande, ch..che ve la faccio vedere io”…

E l’anima guarda fuori.

Tra il balcone al primo piano e la strada lontana sembra si possa camminare, come?…solo un anima può sapere…con gli occhi dell’anima si può vedere…e l’anima va, adesso si vede grande e va…libera va, prepotente va, verso cosa non sa, ma la novità l’attira, la fa sentire libera, le fa paura, ma sempre libera, va…verso un immagine offuscata…verso il futuro…

Dopo questa proiezione, sente che il suo destino sta la fuori…allora si sente in pace…allora inizia a dimenticare…allora si inizia ad accettare..una seconda accettazione, un secondo momento di pace tra l’anima e il corpo…

E inizia ad espandersi entro il corpo, sente con lui, vive con lui… e una sensazioone di intorpidimento…non vuole, vuole, dimentica…i ricordi svaniscono…lentamente la coscienza dell’anima svanisce.. inizia ad apprendere e a comprendere…ma questo non lo sa, questo lo sa…….

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DEDIZIONE SUPREMA

by on mar.06, 2009, under Disciplina, Misticismo, Resistenza umana

anelli-vero
Fratelli della notte, sapete ancora quando le mie mani si pigiano su
questa tastiera per scrivervi deliri notturni, castronerie, riflessioni, o rifilervi pietruzze, facce dimenticate, testi scritti da saltimbanchi e saggi.. mi diverto.. mi diverto ancora.. e accadrà sempre..
Qui non si chiude mai Compagneros.. c’è sempre un porticina cui c’è
scritto..
“ti stiamo aspettando”
L’altro giorno stavo leggendo Repubblica. Era un numero insulso, come molti di questi tempi. Essendo andato sul “vasetto” per legittimi
stimoli (ma chi lo stabilische che siano “legittimi”?), avendo sotto mano solo il giornale, ed essendo quella una “posizione” ideale per leggere, un momento davvero “catartico”, e.. avendo già letto quasi tutto prima..mi butto nelle poche pagine rimaste “intonse” (wow.. che parola ragazzi.. intonse.. già questa parola vale il prezzo del biglietto.. ditela ai vostri amici, finalmente vi inviteranno alle feste come fenomeni da baraccone), tipo sport, spettacoli. Finito lo sport, vado a spettacoli e leggo l’intervista ai membri di una giovane Rock band emersa da pochissimo negli USA, KINGS OF LEON…
L’intervista è uguale a milioni di altre… ma ecco.. prima della conclusione, un passaggio, un pezzetto che merita.. Messo là, nel buco delle chiappe del giornale, letto solo perché ero costretto dalla
posizione-zen-evacuante colgo l’unico passaggio di una edizione della
Repubblica che poteva benissimo essere totalmente riciclata come carta pulisciscarpe..
Le pepite le troveremo in mezzo a tanto fango molto spesso, e avranno veste disadorna, e sovente saranno così in incognito, che stenteremo a riconoscerle, e anche adesso molti diranno “tutto qua?.. ci hai rifilato questa frittata mista di neuroni per spiattellarci questa minchiata?”
Intanto vi riporto il passaggio..
Premessa. Questi tipi, i ragazzi componenti della band, non sapevano
suonare..Non erano i classici ragazzi che hanno sempre suonato, fin da piccoli..la maggior parte di loro non sapeva suonare..
In qualche modo, non sono riuscito a capire come, forse con qualche
geniale furbata.. riescono a firmare il primo contratto per il loro primo disco, senza che quasi nessuno di loro sapesse suonare, tranne il cugino di chi racconta la vicenda a quanto pare..
Cosa fanno allora?
Riporto il pezzo:

“Certo i nostri inizi sono stati curiosi. Jared non aveva mai preso
in mano un basso in vita sua, Caleb non aveva mai visto una chitarra e Matt aveva preso si e no due lezioni di musica. Ma pensavamo lo stesso di potercela fare. Quando abbiamo firmato il nostro primo contratto per un disco, per realizzarlo abbiamo fatto così: abbiamo preso nostro cugino, ci siamo chiusi in cantina e non siamo usciti per un mese, nostra madre ci portava da mangiare. Alla fine del mese avevamo le nostre prime canzoni pronte”.

Lo sentite quello che sento io, dannati bucanieri, pendagli da forca,
pirati del Vascello Fantasma?.. Lo sentite?…
Questi hanno imparato a suonare in un mese! Hanno scritto le loro
prime canzoni in un mese!
Impariamo da tutti..che siano ragazzotti americani non cambia la
questione. Tutti ci possono insegnare. Il Maestro non sempre si rivela
come concreto saggio illuminato, ma è negli angoli dei libri, nelle
canzoni stonate, nel programma bolso e ritrito, in quel tipo pazzoide
che ti fa gli stornelli sul tram.. e ti regala, quell’intuizione violenta, quella frase urticante, quella immagine che risveglia il tuo magma.
“Misteriose sono le vie dell’insegnamento.. ” sempre occhi aperti,
orecchie aperte…perché ogni giorno passano “flussi”, piccoli trenini
elettrici, con un vagone letto tutto speciale, e dentro un orologio a
cipolla, di quelli che ti regalava il nonno.. e una idea, o un senso
di fiducia, o solo un giro di boa prende piede.
Ma torniamo dalla nostra band di ragazzotti americani talmenti assurdi
e ingenui che non hanno pensato che ciò che volevano fare era
“impossibile”. O forse non c’era nessuno lì così saggio da dissuadergli e da dirgli, “per il loro bene” s’iintende, “Ragazzi, avete fatto la cazzata.. adesso non dite bestialità, che in un mese non imparate nemmeno a fare le canzonette da fiera, figurarsi incidere un disco, con “vostre” canzoni.. ora andate da quelli della Major e gli dite di scusarvi, che avete esagerato, che siete giovani e un pò irruenti, l’avete sparata grossa, di capirvi.. e se vi va bene magari non mi appioppano neanche la penale..”
Dio ci risparmi questi dispensatori di saggezza..:-) Mi ricordo quel film di Aldo, Giovanni e Giacomo, “Chiedimi se sono felice”, dove quando Giacomo combina un danno enorme a Giovanni, che gli aveva chiesto di stare un pò vicino alla fidanzata in sua assenza, e quella poi (davvero un classico di queste storie) si mette con lui.. il terzo amico, Aldo, lo implora..

“Giacomo, mi raccomando, se ti chiedo di farmi un favore.. NON
FARMELO! NON FARMELO!”..hahahaha..

Questi ragazzaccii marinascuola e con le loro stanze piene di cianfrusagli inutili, “senza l’ombra di un quattrino” (queste mitiche
frasi che i mille topolino letti da bambini ci hanno insegnato..) si sono segregati in una cantina per un mese, FULL IMMERSION TOTALE, a malapena mangiare e dormire (E andare al bagno). Per un mese non hanno visto la luce del sole. E quando sono usciti fuori, avevano nelle mani le loro canzoni..
Fortuna che non c’era nemmeno il filosofo buddista a predicare il non
“estremismo” e la saggia e equilibrata “Via di mezzo”. Buon per loro
che non c’era neanche lo psicologo che ti fa la lezione sui “traumi
derivanti da eccessivo sforzo”, sulla “necessità per i giovani di non
barricarsi fissativamente su qualcosa per evitare complicazioni
sociopsichiche e fenomeni di disagio”, e sulla indispensabilità di “un
sonno adeguato allo sviluppo di un ragazzo”. Mancava anche il prete
vecchio stampo (tipo lefebrviani, ma non solo) che ammoniva ai rischi
che il rinchiudersi per un mese solo tra maschi potesse ingenerare
peccaminose tendenze omosessuali..
Insomma mancava tutto il Circo Barnum e questi si sono barricati come topi di scappamento in questa cantina piena di pericoli nascosti e coccodrilli nani, hanno sbarrato le porte esterne e hanno detto:
“USCIREMO DI QUI SOLO QUANDO AVREMO IMPARATO A SUONARE!”
Suonano le trombe, ma quanti ascoltano…
Quante cose poniamo in empirei territori iperbolici perché ci vediamo
sempre con quello stesso ritmo.. e siamo abituati a misurarci e a
misurare con le “velocità” e le “capacità” che scorgiamo in giro. E il
nostro limite del possibile è talmente ben codificato, in uno spettro
di ampiezza già dato, che noi neanche.. anche solo per gioco..
IMMAGINIAMO…
Ma se ci dessimo dentro, con tutto quello che portiamo con noi,
giocandoci tutta la posta, cosa.. cosa non potremmo fare?
Cose di questo genere già altre volte hanno nutrito la mia anima…
Io ho sempre chiamato questo mondo…LA DEDIZIONE SUPREMA..
Baggio in giovanissima età ebbe un incidente tremendo alle gambe. I
migliori chirurghi del mondo gli dissero “sarai già fortunato se riuscirai ad imparare a camminare decentemente, quanto a giocare, scordatelo, non esiste UNA possibilità, neanche una su un milione..” E
questo glielo dissero TUTTI i chirurghi del mondo. Per tutti Baggio era uno sfortunato ragazzo con un grande futuro davanti, diventato per sempre Chimera. Ma complice il suo carattere testardo fin dalla nascita, un periodo di rivoluzione spirituale e l’incontro con una forma particolare di Buddhismo, LUI CONSACRO’ SE STESSO NELLA
BATTAGLIA SUPREMA..
Quella di cui l’I-KING dice “Solo le anima nobili possono attraversare
la Grande Acqua”.
Coinvolse tutti gli strati e le risorse del suo essere. Poteri fisici e mentali.
Si allenava ogni giorno. Con un’applicazione e una intensità bestiali.
Meditava ogni giorno. Visualizzava la guarigione ogni giorno.
Respirava in un certo modo ogni giorno. Ci furono giorni che arrivò a
meditare per dieci ore di seguito! E si allenò fisicamente andando oltre la soglia del dolore. Passarono mesi e mesi, e poi sappiamo cosa
è stato Roberto Baggio. Probabilmente il più grande calciatore italiano di tutti i tempi.
Lessi una volta la biografia di uno scrittore che riuscì a creare il libro della sua vita, il suo gioiello, pur essendo prima molto “bloccato”, con dieci fantastici mesi di disciplina e passione. In cui scriveva sempre, imparava a memoria brani di libri, riscriveva pezzi famosi a modo suo, si abbeverava delle migliori fonti.
Questa è la DEDIZIONE SUPREMA.
Quanto è forte il potere del tuo Cuore?
Fino a dove riuscirai a spingerti?
Quando dirai basta.. e quanto invece riuscirai a rialazare le tue gambe, mosaico di strazio, e rimetterti a camminare.. e riazarle
ancora, e ancora.. anche se qualcuno ha suonato la campana..?
Da questo nei Tempi Antichi venivano riconosciuti i Guerrieri dello
Spirito.
Il loro Cuore li rendeva più grandi della Vita.
Quanto riesci a dare per quello che ami? Sai amare fino a farti male,
fino a prendere il peso più grande perchè l’altro sia felice, per il semplice fatto che senti amore?
Un antico Maestro un tempo disse:
DONA TUTTO TE STESSO, SOLO COSI’ NON AVRAI MAI RIMPIANTI.
Quando noi ci consacriamo a qualcosa – questo è un punto importante – il nostro impegno non è una mera “sommatoria”. Non si tratta solo di un accrescimento “quantitativo”, ma l’intensità dell’applicarsi e del darsi se portata fino a un certo livello determina un “Salto”, il passaggio ad un altro livello, un mutamento “qualitativo”..
A tal proposito mi torna ora alla mente il grande saggio indiano
Patanjali. Patanjali è un gigante nella storia dello Yoga, che visse
intorno al 400 a.c.. Scrisse un’opera monumentale e capitale, gli Yoga Sutra. E un’opera che molti considerano un tesoro meraviglioso nella storia dello spirito umano.
Ecco, lessi una volta, del tutto casualmente, un brano meraviglioso
della sua opera, che non ho più dimenticato.
Questo brano adesso lo condivido con voi…dopo questo post notturno e delirante dedicato alla DEDIZIONE SUPREMA.
Alla fine, un video, dedicato ai PEACEFUL WARRIORS, ai Guerrieri di Pace come voi.
“Quando sei ispirato da un grande proposito,
da qualche progetto straordinario,
tutti i tuoi pensieri oltrepassano i loro confini.
La tua mente trascende le limitazioni,
la coscienza si espande in ogni direzione
e ti ritrovi in un nuovo, grande
mondo meraviglioso.
Le forze, le facoltà e i talenti addormentati
Si ridestano, ed ecco che diventi
Una persona molto, molto più grande
Di quel che avevi osato sognare.”
PATANJALI (III-I sec. A.C.)

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