Poesia
Il Potere è della gente
by Duncan on feb.01, 2012, under Poesia

Fa tardi stasera,
arriva col tram,
mentre un pacco di latte aspetta sul camion,
e cercherà di leggere almeno mezzora,
prima di sfangarsi il c ulo un altro giorno,
la classe ha 30 studenti,
quanti ne avrà idomani, 40,
tagliano insegnanti come tagliano nastri,
mentre spalano merda i camerieri della stazione,
in televisione dicono che la borsa scende
ma che domani il tempo è nuvolo,
-
Arriverà il momento di alzarsi,
i piccoli e gli umili spezzerano le colonne
e le piramidi crolleranno,
-
Prendono a avangate la terra,
ex di turno, fuoriquota, fuorifase, fuoriclasse,
costa due cazzi questa terra,
ma è una scommessa,
una sporca scommessa,
ci saranno pomodori, ortaggi, olive,
-
La palestra apre solo di sera,
paga la parrocchia metà,
l’altra metà la paga qualche vecchio avvocato
o giocatore d’azzardo,
ma resta aperta,
ragazzi colpiscono il punchball,
capelli argento gli mostra i colpi,
alla fine un bicchiere,
la strada poi farà il resto,
si canticchia un pò
prima di arrivare al fiume
-
E scriveva scriveva,
quaderni al soffitto,
le storie non lo lasciavno mai..
la mattina al bar
per comrparsi un’ora buona,
un libro buono,
un quaderno
zeppole e pane,
e poi scrivere..
La gente sputerà la rabbia,
come un incendio,
non ci saranno più cani randagi al buio,
nè donne col collare,
nesssun collare, mai più..
-
Ferro battuto,
ferro lamiera,
leggono in tram,
ferro battuto,
aria sul ventre,
calce viva,
per 30 euro al giorno,
ci mettono la faccia,
il culo,
una famiglia da far mangiare
c’è da scaricare a porto
e lo faranno,
perché
qualcuno li aspetta
-
Alla mensa dei poveri,
consegnano il loro natale,
per portare minestre e coperte,
e stringere un sorriso,
prima che chiuda baracca.
Esmeralda prova i suo passi,
la danza è roba per ricchi,
si nasche col marchio, dice lo zio,
ma lei si alza e prova,
nel vecchio giardino,
la vecchia strada romana,
ora pattumiera e scugnizzi,
balla come il suo Cielo Zingaro,
Biiclette corrono,
la posta non arriverà mai
puntuale,
uova imbacuccate,
regali di frontiera,
il circo dei nani arriva domani.
-
Prove di Nuovo ordine mondiale,
mentre la scimmia del Quarto Reich balla la Polca,
e il Faraone sogna cieli di Lager
ma c’è un sogno blasfemo ancora scritto sui muri,
sussurrato da sempre,
clandestino da sempre..
i piccoli solleveranno la testa,
i piccoli sollveranno la testa.
Di poche parole?… di Ciro Campajola
by Duncan on gen.16, 2012, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana, Simbolo
Questa non è una poesia.. è un inno… un Manifesto.
Se in tutta la sua vita, Ciro Campajola avesse scritto solo questa “cosa” e non avesse fatto nient’altro.. non dico scrivere.. proprio NIENTE altro… e avesse passato tuti i suoi giorni in una stanza di plastica.. basterebbe questa “cosa”.. per garantirti migliaia di anni nell’Utero della Gloria… semplicemente Grandiosa…
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Non è tanto quando tocca a te
allora
specie se la partita non ti interessa
ti giochi solo la carta necessaria a sfangarla
è quando “sta a te”
è quello il momento in cui ti metti in gioco
che scopri la tua carta
quella per te vincente
e che lo sia oppure no
non è importante
importa a te
è solo allora che saprai chi sei
quando quella carta segnerà le tue prossime partite
eliminandone qualcuna
aggiungendone qualcun’altra
quando quel che sarà
ti sarà stato dato
non solo dalle regole di un assurdo gioco
ma
per quel che hai potuto
anche da te stesso
Non è senno di poi
non bisogna aspettare per scoprirlo
lo senti da subito
è un istinto naturale come fosse un peccato originario
è qualcosa che hai dentro
è la tua natura a suggerirti le carte di volta in volta
non la tua ragione
è lei che ti porta sin dalla prima partita
a ripetere tante volte la giocata che sai non vincerà
una puntata incoscientemente cosciente di perdere
liberamente perdente
una giocata fatta pur di sedere ad altri tavoli
dove di vincere non te ne frega un cazzo
tavoli dove ti basta starci
esiliato tra gli esiliati da ogni ingranaggio
e con un buon bicchiere tra le mani
ascoltare rapito storie di chi ci sta seduto
facendone sbornia e tesoro insieme
sentirti ricco ed ebbro
e poi andare avanti così tutta la notte
a perdifiato
col cuore in gola
sudando
sentendoti
giocando
magari perfino a carte
ma giocando
non gareggiando
di gareggiare non te ne frega un cazzo
e poi magari accorgerti
che l’ultimo avventore rimasto in sala
è un’avventrice
avvicinarti istintivo al suo tavolo
mentre lo straccio già lucida il pavimento
stanco e frettoloso di riposo
e con calma
sederti e non chiederle niente
in attesa forse di qualcosa
e se qualcosa sarà
non dovrai aspettare molto per saperlo
ve lo ricorderà lo straccio ormai ridotto uno straccio
supplicante di una tregua nella quotidiana fatica del vivere
poi nel momento stesso in cui la notte diventa alba
e la serranda si abbassa sull’attimo precedente
da sapere non ci sarà più niente
è solo il momento successivo di mille momenti prima
e voi non siete lì per caso
non è orario né luogo per incontri casuali
se siete lì
è perché ci siete arrivati con le vostre occasioni
per come le avete guidate
sapete già tutto senza sapere niente
non c’è bisogno di presentazioni
dovete solo scoprire se diventerete voi stessi
un’occasione tra le vostre occasioni
Tutto sta
al valore che dai tu a quella carta
e a quanto ne dai alla posta in palio
se ne dai più a quella partita
o alla tua partita
se preferisci alzarti alla pari da quel tavolo
non affannarti troppo
non sudare
rinunciare al piatto che avresti voluto
alla “tua”vittoria
e assicurarti il meglio possibile
e i capelli bianchi
oppure andare avanti
sempre e comunque
e sempre e comunque fino al cuore di ogni cosa
non fare delle mezze misure una tua misura
mai
e fin tanto che sei vivo
di qualsiasi colore avrai i capelli
non lasciarci mai il tuo sangue a quel cazzo di tavolo
giocartelo prima nel caso
e fino all’ultima goccia
perderlo ma non disperderlo
non a quel tavolo
non è il quello tuo tavolo
e quello è tuo il sangue
se vuoi avvelenarlo sai benissimo come fare
basta rivolgerti ad altri giocatori della stessa partita
E’ così che ti conosci
non necessariamente conoscendo
la conoscenza è relativa se tu non ci “Credi”
è andando avanti a tentoni e tentativi
assaggiandoti
prendendoti anche a morsi se è necessario
non lasciandoti mai in pace
semmai intralceranno il tuo vivere
non lasciandoti mai in pace
se mai ti lasceranno in pace
è così che ti fai largo in questa vita
“quando sta a te”
facendo di volta in volta
quanto più vuoto è possibile intorno al tuo vivere
eliminando tutto quel casino
che di vuoto ne è già troppo pieno
e serve solo a incasinarti ancora di più
fino a ridurti a un ibrido addomesticato
Cazzo quando veniamo al mondo
è la prima cosa che dovrebbero insegnarci
e invece anche questo scoprirai
solo quando starà a te incassarlo
e molto dipenderà dal come saprai incassarlo
ma in seguito
comunque lo avrai fatto
ti tornerà utile
sarà un vantaggio nel setacciarti il vivere
e nel modo di incassare per vivertelo
sarai come un pazzo cercatore d’oro anche in piena merda
in pieno fango
nel pieno di qualunque altra cosa
ma sempre in pieno
non sei da mezze misure
o magari nel pieno di una pozza di sangue avvelenato di tuo
nuotando contro corrente e contro probabilità
e aggiungendo a quella fottuta pozza
anche il sale delle tue lacrime e del tuo sudore
ma senza mai smettere di cercare il tuo oro
senza mai smettere di crederci
sempre più convinto e cosciente del tuo cammino
a dispetto di quel che il tuo cammino può “sembrare”
Sembrare e vivere sono due cose diverse
ma sembra che a ricordarlo siano in pochi
e intendo
in pochi tra i pochi
quindi sta a te
consentirti o no
di vivere quel che ti fa sentire vivo
fregandotene se al mondo non piace
perché nel frattempo avrai scoperto
che il mondo
civilmente
se ne frega di quel che ti piace
che il mondo
civilmente
se ne frega del piacere in genere
preferisce ottenere piuttosto che godere
e perché anche tu
in fondo te ne freghi di trovarlo quell’oro
a te basta Crederci
è questa la differenza tra te e quelli civili
tu vuoi solo cercarlo quell’oro
battere i tuoi sentieri
evitando intralci
burocrazie
ipocrisie
posti di blocco
multe da pagare
e altre rotture di cazzo
Come vivere tra Sodoma e Gomorra
la repubblica di Salò
e quella schifosamente attuale
ed essere sempre stato multato
perché beccato a scopare dietro un’ aiuola
colpevole di calpestare i giardinetti e disturbare i vicini
urlando amore a squarciagola
eccola la civiltà:
bandire ogni naturale forma di umanità
in nome di qualunque immoralità
purché serva
ed è questa forse la carta che io
in questa civiltà
mi son sempre giocato
gridare disturbando i vicini
pagare multe pur di urlare i miei orgasmi
il mio amore
puro o profano che sia stato
ed è
convinto più che mai
che l’amore profano
è soltanto un vecchio scherzo da preti
Il “quando sta a te”
viene fuori in momenti estremi
dove anche tutto l’oro del mondo
non serve più
perché di più non c’è niente più
ma non è così
lo sembra
lo sembra perché sentiamo troppo
ma ascoltiamo poco
vediamo troppo
ma osserviamo poco
ci piace distrarci
a volte ci conviene
altre siamo incapaci
ma al momento estremo
spesso
ci accompagniamo noi stessi
e questo non ci piace ricordarlo
Il quando sta a te
te lo giochi ogni volta che ti schieri
o dalla parte del naturale
della grazia
del semplice
del rispetto a dispetto del sopruso
del sorriso a cospetto del ghigno
dell’umiltà in faccia all’arroganza
del significato sincero del “buongiorno”
del grazie se hai avuto cortesia
e del prego se ne hai data
insomma
del “niente di chissà che”
semplicemente del normale
del notare il bisogno in occhi troppo dignitosi per chiedere
e farne istintivo un tuo dovere ascoltare
nient’altro servirebbe alle civiltà di turno
Oppure adeguarti all’inciviltà
solo perché ti dicono che è la “civiltà”
calpestando in nome di questa l’umanità
la dignità invece che i giardinetti
l’andare naturale delle cose
la gentilezza
l’armonia
calpestando il sorriso e il pianto
senza una spalla disponibile
sempre da solo
non un orecchio che ascolti
non senza delegare altre orecchie
che poi a loro volta delegano
e l’amico ti manda da chi di dovere
e chi di dovere ti da l’indirizzo esatto
da chi di dovere andare
e tutti saranno giudici
e se avranno camici bianchi
ti delegheranno in camere con pareti e letti bianchi
e se avranno camici neri
ti delegheranno in camere con sbarre e camicie grigie
e in quelle stanze tu vorresti solo delegarti a Dio
ma non puoi
sei già all’inferno
Eccola la civiltà
vietare il sesso sotto le stelle
ma permettere quello malato e nascosto
sporcare l’amore
impedire i giorni a modo tuo
se non entri nei suoi
giorni affidati soltanto alla tua buona stella
e alla tua costanza nel coltivarli ogni mattino
senza bisogno d’altro
senza bisogno della civiltà
quei giorni che alla somma totale
basterebbero a avanzerebbero
per sentirti in pari almeno quella volta
perché è solo quella la volta
che vuoi sentirti in pari
non un minuto prima
un minuto prima vuoi ancora giocare
Ma la somma dei tuoi giorni
non dà il giusto peso ai giorni
bara
in questa civiltà di giusto
non c’è rimasto un cazzo di niente
tanto meno il peso
la bilancia è tarata
certi pesi non hanno peso nel vuoto
tutto è a vantaggio dell’inciviltà
neanche i “tecnici” sanno farli questi conti
pare che ciò che sia umanamente possibile fare
sia diventata la cosa più difficile da fare
E allora sta ancora a te
o arrivi a morire per vivere
o tanto vale morire
e chiederai con vergogna a Signora Vita
di spalancarti le cosce per far scempio della sua natura
di amarla così
contro natura
non è così che avresti voluto
ma è l’unico modo che hai trovato per entrare in lei
per vivere vivendola
l’unico modo in cui riesci a vivere
orgasmo comunque e vaffanculo
e allora punti il peggio a quel fottuto tavolo
perché se il piatto non offre nulla
tu preferisci il peggio al nulla
non puoi farci un cazzo
è un dato di fatto
nel mio caso un dato di fatto
in uno che si è fatto e ha già dato
Come Roberto
anche lui si era fatto e aveva già dato
o almeno così credeva
e noi più di lui
lo incontrai in quelle strade nuove
che ci portarono sulla strada di Kerouac
e di mille altre nuove letture
di musica nuova
di volti nuovi e diversi da tutti gli altri
di voci nuove
discorsi nuovi
lo incontrai quando ancora ci facevamo di tutto
tranne che di droga
a lui piaceva Hemingway
amava la sfida nei suoi versi
e gli piacevano il rock
soprattutto quello duro
e le donne
soprattutto quasi tutte
e poi dopo un po’ gli piacquero anche le droghe
soprattutto l’eroina
ma proprio a lei un giorno disse basta
Tra di noi fu il primo a farlo
noi non capimmo
dell’eroina conoscevamo solo il lato migliore
e pensavamo ancora che ne valesse il prezzo
non potevamo immaginare il conto finale
andammo avanti a farci
lui andò per la sua strada
Quindici anni dopo quel giorno
lui aveva un lavoro una donna e dei figli
aveva una nuova vita
ma sempre quel dannato pezzo mancante del mosaico
quel vuoto che non a caso cerchi di riempire in tutti i modi
un vuoto pesante come una spada di Damocle
Erano passati quindici anni
quindici anni sono un vita in certi casi
non nel suo
quel mattino l’eroina era arrapata
sedurre lui
suo vecchio amante
fu un gioco da ragazzi per lei
vecchia troia
Si infilò nelle vesti di un amico vicino di casa
tossico e disperato come lo era stato Roberto
e gli chiese aiuto per bucarsi
non riusciva a trovare una vena
erano quasi tutte bruciate
fu così che lo sedusse
le bastò mostrarsi
farsi annusare
Un unico amplesso
come ai vecchi tempi
morì con la siringa ancora nel braccio
nel cesso del suo posto di lavoro
erano passati quindici anni
quindici
stramaledetti anni
E allora conoscerai anche il prezzo dell’amore contro natura
e a sostenerti avrai soltanto le tue letture
la tua musica
l’umanità avrà altro da fare
e la civiltà sarà schierata con il prezzo
così Bukowski ti dirà che i belli non ce la fanno
ma che non invecchieranno mai giocando a dama nel parco
resteranno belli lasciando i brutti alla loro brutta vita
ed Hemingway ti ricorderà
che se hai paura della morte non potrai mai vivere
perché nei momenti di vera passione
la dimentichi la paura
come quando fai l’amore con una vera meraviglia di donna
e non c’è spazio per nient’altro in quel momento
perché l’amore totale crea una tregua con la paura
perché la paura deriva dal non amare
perché è la paura di amare che rende vigliacchi
e un uomo vero e coraggioso
è capace di guardare diritto negli occhi la morte
perché ama con sufficiente passione
da spazzare via anche la paura della morte
che poi ritornerà
e tu dovrai rifare l’amore
e dovrai rifarlo bene
con la stessa passione di sempre
e ti sembrerà assurdo che tra miliardi di persone
le uniche che ti parlano e che ti ascoltano
sono persone morte da un pezzo
morte di troppa vita
o per troppa vita
disposte a morire in qualunque momento
Allora il tuo rock incendiario
comincerà a sfumare in note blu
e il blues diventerà tua musica e vita
tua personale colonna sonora
e a ogni dolore seguirà un risveglio in te
e a ogni risveglio
avrai una cicatrice in più
ma sarai un po’ più vivo
meno accomodante
più combattivo
e continuerai per i tuo sentieri senza battere ciglio
ti fidi sempre più dei Grandi e meno dei civili
ti senti solo tra questi civili
e da solo è difficile trovarti
Scoprirai che i Grandi non sempre nascono Grandi
e non sempre arrivano a diventarlo
ma non per questo saranno meno Grandi
e scoprirai che a volte diventarlo
può toglierti la grandezza
scoprirai che non c’è poi molta differenza
tra l’Hemingway che hai letto
e certe persone che hai incontrato
troverai i Grandi nei posti più assurdi
nella puttana che ti raccatta per strada e ti rimbocca le coperte
col suo volto sfacciato e provocante
dove tu vedrai riflesso il volto immacolato di tua madre
o nel barbone nel tuo stesso posto
nella tua stessa notte
mentre tu aspetti infreddolito la tua dose
e lui ti invita a riscaldarti al suo fuoco e al suo vino
senza chiederti niente
e senza dirti niente
e a te sembrerà di ascoltare lo stesso coraggio
muto e forte
che tante volte hai ascoltato nei tuoi vecchi libri
e allora quell’uomo
lo metterai accanto a Hemingway sullo scaffale della tua memoria
e imparerai a vivere due vite in una sola
come un equilibrista su due fili
uno sotto e l’altro sopra di te
quello dove ti tocca vivere
una lama sotto i piedi
che ti permette il passo nel ghiaccio
ma ti squarcia ogni passo
e quello che ti fa vivere
il mondo che popola la tua mente
il tuo pensare
il tuo vivere
la tua pelle dalla quale non puoi fuggire
e così anche tu ti servirai del “sembrare”
ma lo userai per essere
una buona sfangata
imparerai a sembrare di esserci quando non ci sei
e ad esserci quando non sembra
da una parte avrai la civiltà da evadere
e da un’altra il tuo mondo per poterlo fare
E dovranno passare ancora miliardi di aghi nella tua carne
e miliardi di prezzi dovranno bruciare
e poi andare in cenere
prima di gettare quella siringa
dovrai arrivare come sempre al cuore
anche della morte
all’ultima goccia di sangue
e starà di nuovo sempre e solo a te
riacciuffare la vita con quell’ultima goccia rimasta
dovrai morire per tornare a vivere
le mezze misure non sono la tua misura
ma se vincerai quella partita
dopo conoscerai una strada in più per cercare il tuo oro
saprai che non è quella percorsa fino ad allora
però anche quella ti servirà nella tua strada
e sarai ancora lì
in piedi
stanco e confuso più che mai
ma ancora in cerca del prossimo rigo
E armato d’alcol e sigarette
fronteggerai l’ ennesima notte
con spalle appesantite guardate a vista
da musica stanca di ripetersi per niente
ed è allora che nel tuo blues
entrerà discreta la tromba di Chet Baker
e ti alleggerirà da tanto peso
e nel tuo sangue
arriverà calda la voce di Billie Holiday
e ti scalderà da tanto freddo
ed è proprio quello che ci voleva
e la musica lo sapeva
perché come tutto il resto
anche la musica che scorre nel tuo sangue
l’hai setacciata tu
l’hai coltivata tu
e la musica arriva sempre al momento giusto
nel posto giusto
E come un gatto domestico
in cerca di rischi per le tue abitudini
ti sentirai niente
ma non ti sembrerà attorno ci sia di più
un ampio zero con tanti posti a sedere
e con tanti altri già occupati
e cercando il prossimo rigo
abbasserai gli occhi e alzerai il bicchiere
una disperata ricerca di un qualsiasi ancora
e il prossimo rigo è già scritto
ma è il più difficile da scrivere
e tu sei ancora lì
ancora in piedi
e sei quello che sei
e potresti essere il risultato di ieri
se solo
non lo fossi stato già l’altro ieri
se non lo fossi sempre stato
Allora cambi arredamento
tieni l’essenziale
riempi il bicchiere
accendi una sigaretta
e chiedi alla musica un ulteriore sforzo
e lei per te lo farà
ti darà altro carburante
e tu ripartirai
senza nemmeno più sapere se quello che cerchi è oro
ripartirai in cerca di un segreto
e incontrerai altri Grandi
e spierai i loro segreti
e conoscerai un bambino coi capelli bianchi
e tante storie alle spalle
un bambino entrato in carcere con i capelli ancora neri
e tante storie ad aspettarlo
un bambino con tanta fame e nessuna scelta
Un bambino diventato uomo in quell’assurdo posto
e sfidando anche l’assurdo
trovando anche una coscienza nell’assurdo
una coscienza che non sapeva di avere
che ha scoperto nelle tue stesse letture
anche lui
come te
si è aggrappato a quei libri per evadere
una coscienza che cambierà la sua vita da detenuto
che non lo farà più sottostare a nessun sopruso
e che per questo
lo porterà dal carcere a un letto di contenzione
ma lo aiuterà a sopportare anche quel letto
quella coscienza
che quando poi tornerà in libertà
lo farà restare bambino
lo renderà un uomo libero
per sempre
E tu lo incontrerai in una notte assurda
dentro un bar di un paese assurdo
mentre scrive i suoi pensieri su un foglio di carta
e a te sembreranno immortali
e ancora più vivi
perché impreziositi da decine di errori grammaticali
e allora scoprirai un altro segreto
E scoprirai che il segreto dei grandi
è non sapere di esserlo
è fare i conti con le proprie insicurezze
le proprie sconfitte
insoddisfazioni
con un quotidiano da sempre ostile
cercando ancora di capire
Il segreto dei grandi è specchiarsi al mattino
e trovarsi un segno in più sul viso
la stanchezza di una ruga
e poterla attribuire alla fierezza dello sguardo
giovane
indomito
proteso oltre le ferite
Il segreto dei grandi è nel dare senza accorgersene
è sostituire con una poesia una vecchia bandiera
bisognosi comunque di un’arma
perché quella bandiera non diventi bianca
Il segreto dei grandi è nascosto nella semplicità
tenuta in vita da un’innata ingenuità
i grandi non sono mai furbi
e difficilmente vincono
e di vincere non gliene frega un cazzo
i grandi provano
credono
osano
dal primo all’ultimo giorno
e l’ultimo giorno saranno impegnati
e il giorno dopo sicuramente ricordati
Il segreto dei grandi
è di non conoscere paroloni
quelli rompono solo i coglioni
i grandi siedono al tavolo con te
e magari ascoltano
ancora ascoltano
e dopo a fine serata
quando ti alzi e paghi le tue birre
ti rendi conto che per quello che hai preso
non hai pagato un cazzo
E finalmente capirai
che per quanto a volte il posto più comodo
può sembrarti un cappio da cui penzolare
e il bandolo della matassa è sempre più lontano
tu
se vuoi
puoi ritrovarti sempre
sta a te
Ora sai che certe facce
possono ucciderti solo guardandoti in faccia
e che puoi trovarle dietro una scrivania
dietro una famiglia
o magari dietro una pistola
che gli basta un ruolo per sentirsi uomini
ma sai anche che sono maschere
maschere addomesticate da secoli mandati giù a memoria
sai che per quanto possano scopare
mangiare e guardare il mare
saranno sempre frigidi nell’amare
il loro amare è compreso nella parte
Sai che è difficile accettarlo
ma sai anche che è proprio allora
quando ti guarderanno troppo da vicino
e ti daranno la nausea
che il tuo desiderio di vita
diventa più forte di tutti loro messi insieme
ed quello è il tuo momento
la tua vita
quella che loro non potranno mai capire
né sapranno mai vivere
la vita che tu non vorresti mai perdere
E’ il momento che non potranno mai toglierti
è la tua vittoria
sai che per quanto tutto possa sembrarti senza senso
non rinunceresti mai a passare le mani sul viso di una donna
fosse anche di una sola
anche per una volta sola
a respirarle la pelle
e sentirla scivolare come verità sotto le dita
senza intoppi
e sai che ogni volta che la bacerai quel mondo resterà fuori
Sai
anzi hai imparato
che vale sempre la pena aspettare il domani
che qualche momento incontaminato si trova sempre
basta cercarlo
sta sempre e ancora a te
ogni volta
e allora non avrai regalato i tuoi momenti
a maschere che non potranno capire
E magari ricorderai di essere sempre passato
per uno di poche parole
e rileggendoti ora forse capirai perché
parli poco
ma scrivi troppo cazzo
no
le mezze misure
decisamente non sono la tua misura.
c.campajola
The Last Ride
by Duncan on gen.16, 2012, under Bellezza, Ispirazione, Poesia

A dirlo prima è maledette buffo,
le scale non sono mai state così lucide,
i cassonetti bruciavano,
ma le sale mai così lucide,
a pensarci prima è così buffo,
anche le scarpe sono lucide,
fingi una sicurezza che non hai,
non ora,
ma a fingere già stai un pò meglio,
non è un rumore di chitarre?
erano bianche le navi,
tutte le foto si persero,
a ricordarlo ora non sembra vero,
trascinasti tutta la tua polvere da sparo
mentre gli anni ti sputavano nell’occhio,
e le lettere diventavano chilometriche,
il ilo non è spezzato,
ora le scale lucide sorridono a metà,
e il rumore delle gomme arriva alle finestre,
su tre carte, due sono barate,
ma tu scommettesti sul pallino della fiera,
quello che mettono in bocca,
dietro la lingua,
mentre nascondolo il fazzoletto,
era facile dirti allora che portavi un cappello a sonagli,
e i libri erano finiti,
e un picco antro ti attendeva
tra carte e noia,
la musica Madre ti caccia il latte da piccolo,
e ti fa vederei fantastmi,
e i fantasmi, i fantasmi non ti abbandonano mai,
poi i coltellini, sfregiano gli zaini,
salsa di merende sui corridoi,
un bafometto al posto del cappio,
in sala mensa scimmie ridono,
prestami i tuoi giochi,
ci incontreremo dove inizia la quercia,
alla fine del rumore,
vanno e vengono le onde,
è buffo pensi,
mentre scali le scale lucide,
ma come sono lavate bene?
cosa usano?
sembra che ti specchiano anche l’anima
oltre al fegato,
è buffo pensare che filo è rimasto solo
a tenere in bilico il mondo,
quel fino lasciato nei nascondigli segreti,
e tutti i necrologi scritti in anticipo
adesso dove sono?
Se almeno quel cappello non mi sorridesse,
certi corridoi non li vorresti
per amici,
ma ci sono,
come tutti questi coriandoli,
è buffo che la donna delle carte
ti sputò nel piatto
e ti dichiarò spezzato,
Non era vero che le stanza
hanno il fiato corto,
come tutti i tuoi piccoli pugni,
acido muriatico nella fame,
ma la fame è ancora qui,
stele di legno,
cartelli a impulsi elettrici,
angoli di pietra,
mi portasti nel cerchio delle Streghe,
per il mercato delle vacche
avreste diviso le mie palle,
eppure, lo vedi?
stessa terra, stessi fiumi,
sapevo sempre controlalre le ore,
allungavo la lingua,
per accartocciare il tempo,
le bocce si incontrano a metà,
la mano è solo una parte,
il resto lo vedi prima
prima di tutte le ore,
Le scale lucide,
su su, l’adrenalina sale,
ora ricordo
chi tirò i dadi dimenticò il trucco
e il tuo sorrisò dilagò tra i carnefici,
come il miele il sogno entrò in me,
e in quel delirio eoni di purezza,
c’è un sole pallido nel buco della serratura,
Un giorno fu una Quercia,
è buffo pensare cone le storie ritornano,
e le avventura non finiscono mai,
a 12 anni leggevo fino a tardi,
accendendo il lumino sotto le coperte,
Frodo arriverà al monte Fato, mi chiedevo,
o l’Ombra lo inghiottirà,
ti consegnai una pietra quando le ore erano giovani,
ci rivedremo ancora disse lo specchio,
E adesso,
giacca e pantaloni nuovi
barba e capelli fatti,
scarpe lucide,
e queste scale lucide,
e non so se questo coraggio durerà fino all’ultima scala,
chi avrà la meglio alla fine della fiera?
ti travestirai ancora?
c’è un gufo dietro ogni morte?
o il tuo sorriso devasterà il mondo?
e se la sabbia passa tra le dita..
cosa è?
i kapò sono lontani allora..
solo queste scale lucide….
così lucide…
Salutamos Socrates
by Duncan on dic.12, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia

Inserisco oggi un pezzo dedicato a Socrates pubblicato sul sito Come Don Chisciotte (http://www.comedonchisciotte.org/site/index.php).
Non so se Socrates fosse davvero come lo descrive l’autore di questo pezzo, se anche se non ci fosse mai stata un’età leggendaria del calcio, come è stata descritta in tanta letteratura sudamericana… ormai quel mito è entrato nelle pieghe di quel territorio che dalla fantasia si innerva nella realtà, come certi libri che non esistettero mai, ma ora esistono, perchè la fantasia ha generato un sogno che si è radicato nel passato, come epopea di un reale creduto e visionario.
Socrates.. solo un brasiliano poteva giocare così…
classe ed eleganza.. il lusso di rendere un rozzo banale gioco, da alcuni chiamato calcio… avventura di ragazzi mai cresciuti.. poesia…
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La morte di Socrates, a cui assisto senza sprofondare nella tristezza, simbolizza in qualche modo la morte del calcio. Sembra, anche, un simbolo per ritrarre questa epoca di merda: senza sogni né esagerazioni, senza disubbidienza né disperazione, senza sete di giustizia né di alcool. Questo sozzo mondo borghese ci ha privato di tutto quello che c’è di uono, calcio compreso. È questo un mondo di automi rassegnati, aggrappati alla spazzatura delle proprie auto, ai cellulari, alle fantasie dei giochi a premi. Questa borghesia di merda, mediocre, superba nella propria ignoranza, autistica, incapace di amare e di odiare, di provare rabbia.
Questi umani androidi odierni, dai sentimenti ridotti e meschini, dalle avarizie valutate dalle azioni, portatori di culi e tette posticce, sale da pranzo dai cibi “light”, cultori della salute fisica, piccoli girini che vanno per le strade a senso unico…
Sappiano, i rozzi, che vedere giocare Socrates era come leggere, ad esempio, Italo Calvino: c’erano nel suo gioco bellezza, tenerezza, intelligenza. Era come vedere un quadro di Renoir, pieno di luce e di colori. Come ascoltare la musica di un valzer.
Non correva, non stringeva i denti, non ci metteva le “palle”: era dalla parte dell’eleganza, della maestosità, i suoi passaggi erano un “tocco” di distinzione. Vederlo giocare riempiva gli occhi, e placava l’anima.
Questo calcio spazzatura di oggi, giocato da pupazzi che sono milionari prima ancora di essere persone, è un insulto per il calcio giocato da Socrates.

Non è solo il calcio ad essere in lutto, ma anche la poesia, la bellezza, la natura stessa.
Andiamo Jobim, Vinicius, Maisa Y Chico, Caetano ed Elis, Joao ed Elsa Soarez, María Betanhia e Milton Nascimento e Ari Fangoso e tutte le ragazze di Ipanema e tutti i fannulloni che suonano la musica che accompagna il corteo: è da poco morto un altro frammento del sogno.
Postilla:
(Frammento di un appunto di Waldemar Iglesias pubblicato sul Clarín di Buenos Aires).
Addio, amato dottore
Socrates fu uno dei grandi centrocampisti degli anni ’80. È stato un grande anche fuori dal campo, che osò lamentarsi contro la dittatura brasiliana nei giorni più difficili. È morto di domenica, vinto da un rivale che lottò per sconfiggerlo senza riuscirci: l’alcool.
Antonio Falcao ci ha offerto l’armonia delle sue parole per raccontarcelo:
“Era l’antitesi del buon atleta: rifiutava gli allenamenti individuali o collettivi, e anche l’astinenza: soprattutto dal sesso, dall’alcool, dal tabacco, dalla vita notturna e dalla chitarra (che suonava). Persino il suo nome rifuggiva le convenzioni: Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Studiava medicina mentre giocava, si addentrò nella politica e analizzò il binomio dirigente-giocatore dall’ottica delle relazioni lavorative.
“Si diede alla cittadinanza con impegno, essendo assolutamente solidale coi compagni di lavoro. Per usare il termine tipico dell’incapace e ignorante dittatura militare brasiliana, Socrates era un sovversivo. Anche se, dal punto di vista strettamente democratico, un sovversivo cordiale e salutare, di grande utilità per l’umanità tutta.”
È stato sempre orgoglioso del suo sguardo sul mondo, dei suoi messaggi, quelli che, quando ancora era nel calcio, osava offrire in disparte, una cosa che poi si è trasformata nel suo marchio di fabbrica. Negli anni ’80, ad esempio, questo ammiratore del Che Guevara fu partecipe e ideologo di un’iniziativa che meravigliò il suo paese e l’ambito sportivo: il Movimento Democratico Corinthians che fece sì che il club paulista si affidasse a elezioni democratiche interne. Un simbolo inequivocabile del rifiuto della dittatura, che cominciava a ritirarsi dopo due decenni di potere.
Si professava di sinistra. E dalla sua ammirazione per Fidel Castro è arrivato il nome per uno dei suoi figli. A riguardo, Socrates raccontò una volta, in un’intervista rilasciata alla BBC, il seguente aneddoto: “Quando diedi il nome di Fidel a uno dei miei figli, mia madre mi disse: ‘È un po’ un nome forte per un bambino.’ Le risposi: ‘Mamma, pensa a cosa hai combinato con me’.”
Si racconta che si sarebbe potuto chiamare anche John, da Lennon, un altro dei suoi personaggi più apprezzati.
La luce più bella.. di Alina Dumitriu
by Duncan on nov.06, 2011, under Poesia

Ecco un’altra poesia della nostra Alina Dumitriu.
Questa poesia, per motivi che ora non dirò, ha un senso enorme per me. Questa poesia è un mondo, una galassia.
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Tu riuscirai ad arrivare
là dove sognavi da piccolo
continuando a sperare
continuando a tingerti di blu
camminando a passo col pesce
e a braccetto con la tua storia
E finché sarai nel utero della tua creazione
potrai anche rallentare i tuoi affanni
lasciando pulsare il tuo impavido cuore
finché diventerai vecchio
in un mondo di vecchi.
Ma tu continua -continua a camminare
mettici l’impronta dei tuoi piedi
in ogni stagione calda o fredda che sià
I tuoi capelli gli vedrai sbiancare
e il tempo ti sembrerà un mare in tempesta
l’ultima materia grigia
pronta ad inghiottire
quella piccola scia di speranza
Ma non è così .. Non succederà
continuerai i tuoi affanni
tra i fanghi del tempo
accompagnato dal ultima fantasma
incuneata nella tua mente
E sentirai come ti possono portare a gala
le bestie addomesticare ….
ed esisterai oltre ai tuoi crampi
oltre al ventre
oltre al silenzio sbattuto in faccia dalla vita
Eccoti una grande vita
la tua- è una grande vita
che ti fa riconoscere
le radici del divino
mentre ti siedi davanti alla pellicola
ripassandoti lentamente
le dita tra la nebbia dei capelli
e domandandoti del perché
vecchi come te
arrivati alle porte della cenere
hanno affondato i loro piedi
inzuppandoli nel fango del tempo
macchiando di sangue
impronte di talloni bambini
E ancora loro ti confermeranno
gli affanni stanchissimi
dei loro compagni devoti
in nessun filo di intermittenza
che ti porga una Fine
perché Non esiste una fine
non per te vecchio e bambino
- dipinto di blu
boreale è l’incenso della tua luce
colona sonora della forza
l’arresto della stirpe dei sogni…
l’essenza di un sorso del cielo a bermuda
lo scettro a splendore di chi ti ha arruolato
in questo avanzo di vita senza sosta.
Adesso è ora
adesso incoroni la tua gloria
vecchio bambino di un degno impasto
sogno prematuro
lievitato nel utero del mondo
Ecco la spada -afferra l’aggancio
la luce più bella è tua
Arcangelo ….
A.D
I mondi di Barbara (Vladimir Holan)
by Duncan on ott.16, 2011, under Bellezza, Poesia

Barbara Lazzarini è la cultura che si fa mano incrociata nella mano. E’ la letteratura che non resta tra i libri, ma spezza le pagine, ed esce fuori, come lievito costante di un pensiero mai reso, di una vita mai doma.
Oggi, nell’ambito della sua rubrica, pubblichiamo il suo pezzo dedicato a Vladimir Holan.
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«…Per quale varco potrò mai fuggire
l’ira infinita e l’infinita disperazione?
Perché dovunque fugga è sempre l’inferno; sono io l’inferno (…) »
(John Milton, “Paradiso Perduto”, libro IV, vv. 76-78)
Ci aggiustiamo a dormire, chi più, chi meno, quando la luce lascia il posto alle tenebre. Il sonno sarà forse quel tentativo di staccare con le pressioni della coscienza. Per taluni, più o meno spesso, la vigilanza resta continua e allora l’insonnia dà concretezza a quei sogni che in genere, non senza dolore, espandono la sensazione di libertà. Quando il senso di costrizione scandisce vigile ogni attimo del giorno e la sensibilità acuisce come un faro la percezione dell’oscurità, si fa strada l’eco di voci rare, come quella di V. Holan. La sua produzione è un’alchimia di parole che sa soggiogare l’uomo, il suo tempo e il suo spazio.
COSI’ SOLO NOI
Per tutta la notte hai ascoltato il vento di marzo,
il vento che mentiva, poiché qualcosa qui non c’era
e gli mancava,
il vento che si innamorò, non amò ed era quasi…
Così solo noi amiamo il temporaneo, il fugace,
ma in perpetuo e a un segno tale che consideriamo
anche l’immortalità esilio…
Nato in Boemia nel 1905, è dapprima la storia che lo costringe. Perseguirà la solitudine come un obiettivo, ampiamente realizzato, tanto che a partire dalla fine della seconda guerra mondiale non uscirà più dalla sua casa di Kampa. Il poeta murato, questa è la più consueta definizione che si dà di lui. Aver dovuto attraversare il nazismo e poi una volta fuori da quell’orrore, perdere ogni sogno e ritrovarsi nella costrizione infinita dello stalinismo, è insostenibile per lo spirito di Holan. Dunque la condizione storica che impatta sulla sua ipersensibilità, lo rende un automurato. Il suo è un rifiuto d’ essere dove l’orrore imponeva d’espandere se stesso, per continuare ad esistere. Rifiutare ogni legame, smettere di partecipare alle regole sociali, umane, divenire qualcosa d’intaccabile che non intacchi, chiamarsi fuori, astenersi dal partecipare anche solo muovendosi in quel feroce teatro della storia.
…Sono stufo ormai della vostra sfrontatezza,
che intride ogni cosa là dove voleva racchiudere
e non riuscì ad abbracciare.
Ma sì che verrà, una catastrofe,
che non avete potuto nemmeno sognare,
perchè privi di sogni,
Dio vuole che sia ben sentito ciò che ha inventato,
verrà la catastrofe, ai bambini ed agli ubriachi è chiaro,
soltanto dall’amore potrebbe qui ancora sgorgare la gioia,
se l’amore non fosse passione,
soltanto dall’amore potrebbe qui ancora sgorgare la felicità,
se la felicità non fosse passione,
ai bambini ed agli ubriachi è chiaro…
Occorrerebbe vivere per essere,
ma non sarete, perchè non vivete,
e non vivete, perchè non amate,
perchè non amate voi stessi, e tanto meno il prossimo.
Ma io sono stufo della vostra villania,
e se ancora non mi sono ucciso, è solo perchè
non sono stato io a darmi la vita
e perchè ancora amo qualcuno, dato che amo me stesso…
Potete ridere, ma solo l’aquila aggredisce l’aquila
e solo Briseide il ferito Achille.
Essere non è lieve… Lievi sono solo gli stronzi…
Restano murati con lui i suoi libri, il suo onnipresente fiasco di vino, il ricordo tenero della madre, simbolo potente di una purezza immarcescibile. Holan può far male e dunque non piacere, è il cantore del silenzio, la sua lirica non smette di sanguinare, è una insonne notte eterna. Scrittore potentemente onirico, metafisico, a tratti barocco, dopo aver vestito di tenebre le sue visioni, ce le rende forgiate coi frammenti taglienti di dense parole di pietra.
Ti direi
di quelle nuvole smaltate di rosso
come unghia finte tolte al tramonto.
Ti direi
di quella coperta blu
che è mare arricciato nei miei pensieri.
Ti direi
Di quella Luna pazza
che ride alla morte dei sogni d’innocenza.
Non posso parlarti di poeti assolti
né redimerne i versi.
Anche se il paradiso fosse verità
non vuol dire che sia vero.
Non posso dirti di alberi sfrondati dal dolore
né di erba che cresce la speranza.
Anche se l’inferno fosse inganno
non vuol dire che sia falso.
Ti dico solo
cibati di vita fin quando è vera
anche se non vuol dire che sia reale
Poeta e autore di racconti, il praghese è stato tradotto da slavisti del calibro di A. M. Ripellino.
Per Holan “Il precario e l’irripetibile sono le certezze assiali, le leggi maggiori del nostro vivere. L’implacabile determinismo che ci governa fa dell’esistenza una kàtorga, un castigo inflitto già prima della colpa, una condanna senza riscatto. [...]La storia è per Holan un costante deturpamento della verginità e della purezza. (A. M. Ripellino.)
La poesia è lì, nel chiuso e infinito sentimento di noi che mai si placa. E dice in silenzio, sospirando senza fretta a passi d’eterno.
Una ragazza ti ha chiesto
Una ragazza ti ha chiesto: che cosa è poesia?
Volevi dirle: già il fatto che tu esisti, ah sì, che tu esisti, e che nel tremore e stupore,
che sono testimonianza del miracolo,
soffrendo mi ingelosisco della tua piena bellezza,
e che non posso baciarti e con te non mi posso
giacere, e che non ho nulla, e colui che è sprovvisto di doni è costretto a cantare…
Ma non glielo hai detto, hai taciuto
e lei non ha udito quel canto…
(da Una notte con Amleto, Einaudi, 1966. Traduzione di Angelo Maria Ripellino.)
Holan come un nuovo Orfeo si percepisce non vivente, come il simboli dei cantori, muore nel momento stesso in cui cessa di vivere Euridice simbolo di speranza, sa che è così, sa che cantare non serve, l’istinto lo spinge a continuare a farlo, a immaginare la poesia unica forza salvifica. Gli dei dagli inferi godono della sua musica e lo chiamano al dolore. Nulla trattiene la sua tenace resistenza, prova a battere il fato, dio degli dei, va a calarsi nell’oscurità, per stabilire patti ingiusti, per svendere versi e canto in cambio di nulla. Il poeta poi sale e s’inerpica, sa che nell’ordito del patto, trame oscure celano inganni, la luce si scorge, il fato s’insinua oltre il regno sull’ombra, e lui verso Euridice si volterà sempre.
Non è la sfiducia in lei, è l’ombra che s’allunga imprevista quando pare di vedere la luce.
GIÙ PROFONDO
Fra stelle e parole non mancano contatti…
Ma giù profondo di fronte alla colpa ereditaria della morte,
lì dove donne nell’averno spalancano l’amore
che un semplice sussurro profana,
all’amante sono serve le ali, ai
genii il serpente...
Con la magia sempre in tasca.. di Ciro Campajola
by Duncan on ott.16, 2011, under Ispirazione, Poesia

Abbiamo pubblicato anche altre poesie del grande Ciro Campajola. Che poi se dite che è grande si arrabbia.. e anche questo è tipico dei grandi..:-)
La poesia che pubblichiamo oggi è un Vertice.. tocca i cieli del Capolavoro.
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CON LA MAGIA SEMPRE IN TASCA
Di giorno gioco ancora con la rabbia
sono ancora troppo rabbiosi i giorni per poter riposare
non riuscirei a farlo bene
ma di sera stacco
me ne sto in pace da solo con me stesso
anche a costo di prezzi non consentiti
stracciato a forza dal resto di tutto il resto
liberamente rinchiuso
stretto al sicuro tra pareti di silenzio rigenerante
e non ha importanza dove mi trovi
arriva un’ora in cui ho bisogno di qualche ora mia
e me la prendo
a qualunque ora
la mia sera non viene necessariamente di sera
e le mie pareti non sono necessariamente pareti
E’ che certe sere avrei bisogno di non so che
ma ormai so
che il non so che non si trova in giro
se ci fosse
a quest’ora
dopo tutte le ore battute a cercarlo
l’avrei avuto
ho viaggiato poco
ma ho camminato tre vite
Più che un “non so che”
ormai è diventato un “chissà perché”
una ragione a un pezzo assente inesistente e accettato
l’acquisizione di una mancanza
e allora rimango fermo
con me e il mio pezzo mancante
come sempre privo di qualcosa
ma rispetto a una volta
con tante scuse in più per perdermi in altre cose
senza dovere un solo passo
mi basta scegliere
La sera non mi va d’incazzarmi
rimando la battaglia al giorno dopo
non sempre ci riesco
ma ci provo sempre
non mi affanno più a inseguire qualunque ora
seguire mi costringe a guardare
e guardare mi fa incazzare
sarà che invecchio
ma mi sono rotto il cazzo di essere incazzato a tempo indeterminato
la sera cerco solo quello che so
e lo scelgo solo tra le mie scuse
sono diventato precario dell’incazzatura
in un indeterminato tempo precario e sottomesso
Tollero sempre meno l’intollerante
se lo facessi mi odierei
e magari sarei più tollerante se mi odiassi
ma non voglio esserlo
preferisco che siano gli altri ad odiarmi
io me ne sto qui a occhi chiusi sul mondo
a grattarmi beato i coglioni
stravaccato e distaccato
no la sera non voglio più incazzarmi
la rabbia mi serve per il giorno
Qualche serata voglio ancora dedicarmela
starmene con me
parlarmi un po’
magari passeggiando per antiche strade
ripercorrendo vecchie conoscenze
o seduto finalmente ad abitare casa
percorrendo nuove conoscenze
anche se
in serate come questa non so proprio che cazzo dirmi
ma quando me lo dico
va subito meglio
Stasera poi ho la scusa perfetta
scivolo lentamente sulle note di un assolo di tromba
suona Chet Baker
rapisce sul momento le mie emozioni
ne fa vigoroso sentimento
pulsante impulso
accesa passione
Mi perdo tra le mie strette pareti di silenzio
mentre la sua essenza s’inarca in volte di immortale grandiosità
come templi d’ eternità
come cattedrali di verità
a svelare misteri di una sublime beatitudine
sospesa su gradinate di dolore
e raggiunta scalino su scalino
dopo milioni di abitudini disparate
esaltate
osannate
pregate
prosciugate
espiate
e poi consacrate da qualche miracolo blasfemo e ubriaco
Chet va avanti
disperato e immacolato
aggrappato a salvarsi dietro il suo non so che
io per raggiungere la sua dimensione
spalanco le cosce della “mia” percezione
spesso quella “comune”
rinchiude anima e persona in rigidi e frigidi confini
troppo comodo
in una persona c’è sempre molto di più di quanto riesci a vedere
tutto ciò che bisogna fare è guardare
Chet ne è la conferma
non un semplice musicista
o un tossicodipendente
o l’uomo dai troppi amori
dai millei sorpassi
per arrivare in tempo a un solo attimo perfetto
oppure una leggenda
o un’icona maledetta o un angelo del Paradiso
lui è tutto questo e ancora di più
energia vibrante e immediatezza
incompiuto e sfuggevole con la magia sempre in tasca
un caos leggero ma incessante intriso di puro genio
il soffio della tromba è la somma dei suoi giorni non semplice musica
lui non racconta una storia
lui racconta storie
i suoi accordi non suonano un genere
mettono assieme ricordi
quelli per lui speciali
Una luce di gloria disegna i suoi zigomi pronunciati
accende labbra tormentate
mai sazie di essere sazie
scava ancora più a fondo le sue guancie
già consumate dal continuo divorare
illumina l’ottone davanti i suoi occhi
e i suoi occhi si fanno intensi
poi più distanti ad ogni nota soffiata
persi
fino a disolversi in una nota precisa
puoi seguirlo o meno
ma se sei riuscito a vederlo fin qui
non ha senso fermarti adesso
Sopraffatto dal chiarore accennato della sua perduta vanità
della sua raggiunta essenzialità
raccolgo
tra il fraseggio della sua mano
e l’immagine del suo volto compiuto
l’attimo sublime
l’apice culminante del suo dolore diventato musica
vibrazione dell’anima
E’ una sottile
soffusa
poetica cascata di note
argentine
di colore e calore
che schiumano in vortici di improvvise emozioni
a sorprendere sospiri persi nel delirio di un tempo
che mai potrà scalfire tanta bellezza
un orgasmo dell’anima
Sanguino
mentre soddisfatto consegno il biglietto alla mia maschera
un angelo su una pallottola d’argento mi ha colpito
morirò senza un gemito
il sogno di ogni eroe
Colpisci ancora Chet
aggrappami con le tue ali sfracellate
e raccoglimi nel tuo segreto e miracoloso non so che
nascosto al caldo
come una preghiera sul fondo di mille bestemmie
portami nel tuo impossibile volo
ora e sempre
Ciro Campajola
I mondi di Barbara (Octavio Paz)
by Duncan on set.13, 2011, under Poesia

L’appuntamento con Barbara Lazzarini e i suoi Mondi è una delle occasioni speciali di questo Luogo nei mari del WEB, chiamato Born Again.
L’appuntamento di oggi è dedicato al poeta messicano Octavio Paz.
Barbara fa parte di coloro che l’insegnare lo rendono missione esistenziale. Per fare crescere con l’anima e rendere l’arte vita.. due delle cose che fa Barbara.. scusate se è poco..:-)
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Poeta assolutamente luminoso, carnale, vitale, nasce a Città del Messico nel 1914 ed è considerato tra i massimi esponenti della poesia in lingua spagnola, per me è certamente tra i più veri, i suoi versi sono magma che dalle pieghe dei sensi, risale in superficie, mantenedosi incandescente.
Diciamo che elementi comuni a Neruda sono rintracciabili proprio in questa loro aderenza alla terra, alla passionalità, ma per Paz il regno del sensibile nutre una linfa vitale niente affatto eterea, è uno che può scandalizzare ed è indispensabile sgombrare il campo da pregiudizi retorici per poterne godere la bellezza incredibile. Non a tutti è dato essere liberi, ecco perchè, in Italia, di lui poco si sa, la patria dei bacchettoni cattolici lo reputa poco consono alle declinazioni scolastiche e quest’ ipocrisia, che è la nostra vera sovrana, fa l’eterna ministra dell’istruzione.
Scrittore, saggista, poeta, diplomatico, vissuto molto in Spagna, prende parte alla guerra civile.
Uomo abituato a decidere per proprio conto sarà sempre vigile e attento a non farsi condizionare da regole, ideali e preconcetti.
Sono molto rilevanti nella poetica di Paz le influenze pessoiane, ma la sua visione del mondo resta opposta e diversa, arricchita e resa singolare, caso raro nella nella poesia occidentale, da influssi culturali e filosofici orientali e più specificatamente indiani, poichè lui, nel suo ruolo di ambasciatore, visse per un lungo periodo di tempo proprio in India.
E ora ascoltate di che è capace:
Toccare
Le mie mani
aprono la cortina del tuo essere
ti vestono con altra nudità
scoprono i corpi del tuo corpo
le mie mani
inventano un altro corpo al tuo corpo.
Questa è in assoluto una delle sue poesie più note, famosissima. Io la trovo molto più che bella, ma guai a banalizzarla, apre un universo sconosciuto, ha in sè una capacità di personificare nelle mani l’idea stessa del potenziale riservato alla letteratura e alla poesia, sentire con le parole ciò che toccano le sue mani è possibile, aprire varchi dell’essere che si fa tale solo sotto quella cortina rivestita di nudità, è l’obiettivo della parola che il poeta divide con noi, ci rende partecipi per estensione di sensibilità, per ciascuno di noi è vero in modo inconfutabile che il corpo desiderato e amato è un corpo sacro e come tale la preghiera massima consiste nel reinventarselo completamente diverso da ciò che tutti gli altri vedono. Non credo che qui parli davvero con l’amata, l’amata sente quello che le mani sanno fare, parla a se stesso e a noi racconta come l’anima sua intende il sesso, anima che deve cantare la gioia della condivisione.
Vado per il tuo corpo come per il mondo,
il tuo ventre è una spiaggia soleggiata,
i tuoi seni due chiese dove il sangue
celebra i suoi misteri paralleli,
i miei sguardi ti coprono come edera,
sei una città che il mare assedia,
una muraglia che la luce divide
in due metà color di pesca,
un luogo di sale, roccia e uccelli
sotto la legge del meriggio assorto,
vestita del colore dei miei desideri
vai nuda come il mio pensiero,
vado pei tuoi occhi come per l’acqua,
le tigri bevono sogni in quegli occhi,
il colibrì si brucia in quelle fiamme,
vado per la tua fronte come per la luna,
come la nube per il tuo pensiero,
vado per il tuo ventre come per i tuoi sogni,
la tua gonna di mais ondeggia e canta,
la tua gonna di cristallo, la tua gonna d’acqua,
le tue labbra, i capelli, i tuoi sguardi,
tutta la notte goccioli, tutto il giorno
apri il mio petto con le tue dita d’acqua,
chiudi i miei occhi con la tua bocca d’acqua,
sulle mie ossa goccioli, nel mio petto
affonda radici d’acqua un albero liquido,
vado per la tua strada come per un fiume,
vado per il tuo corpo come per un bosco,
come per un sentiero nel monte
che in un brusco abisso finisce,
vado per i tuoi pensieri assottigliati
e all’uscita dalla tua bianca fronte
la mia ombra abbattuta si strazia,
raccolgo i miei frammenti uno a uno
e proseguo senza corpo, cerco tentoni, [...]
E ancora
Parole? Sì, di aria
e nell’aria perdute.
Tu lascia che mi perda tra parole,
lasciami essere aria su labbra,
un soffio vagabondo senza sagoma,
breve aroma che l’aria fa svenire.
Anche la luce in se stessa si perde.
Paz è però poeta messicano che nel Messico lascia il legame di sangue e le radici profonde, la sua opera più significativa è forse “Il labirinto della solitudine” . Qui il pathos è rivolto alla terra che manca, quasi fosse donna, un amore fisico che unisce al morso della nostalgia, la magia di contorni paesaggistici incantevoli e dolorosi. Il Messico polveroso, luminoso, fatto di cielo e colori di miseria e gratitudine, di gesti umani e scorni esistenziali, lì dove mare e cielo sono un’unica casa, il tempo non contraccambia l’innamoramento per lo spazio e lo tiene lontano.
Il labirinto è una ricostruzione sociale dei problemi del paese, una riflessione accorata delle tradizioni tipiche, del carattere dei luoghi e delle genti.
Nordamericani e Messicani: incontro impossibile tratto da Il labirinto della solitudine
-Gli Americani sono creduli,
noi credenti;
-amano le fiabe e le storie poliziesche,
noi i miti e le leggende.
I Messicani mentono per fantasia, per disperazione o per vincere lo squallore della loro vita;
-loro non mentono, ma sostituiscono la verità vera, che è sempre sgradevole, con una verità sociale.
Noi ci ubriachiamo per confessarci;
-loro per dimenticare. Sono ottimisti;
noi nichilisti, solo che il nostro nichilismo non è intellettuale, ma una reazione istintiva; e dunque è irrefutabile.
I Messicani sono diffidenti;
-loro invece aperti.
Noi siamo tristi e sarcastici;
-loro allegri e spiritosi.
I Nordamericani vogliono comprendere,
noi contemplare.
-Sono attivi;
noi tranquilli.
Ci compiaciamo delle nostre piaghe,
come essi delle loro invenzioni.
-Credono nell’igiene, nella salute, nel lavoro, nella felicità, ma forse ignorano la vera allegria, che è un’ebbrezza e un vortice.
Nell’urlo della notte di festa la nostra voce scoppia in bagliori, e vita e morte si confondono;
la loro vitalità si pietrifica in un sorriso: nega la vecchiaia e la morte, ma immobilizza la vita.
E qual è la radice di atteggiamenti così contrari?
Credo che per i Nordamericani il mondo sia qualcosa che si può perfezionare;
per noi è qualcosa che si può redimere.
Loro sono moderni.
Noi, come i loro antenati puritani, crediamo che il peccato e la morte costituiscano il fondo ultimo della natura umana.
Solo che il puritano identifica la purezza con la salute. Di qui l’ascetismo che purifica e le sue conseguenze: il culto del lavoro per il lavoro, la vita sobria – a pane e acqua -, l’inesistenza del corpo come possibilità di perdersi o ritrovarsi in un altro corpo. Ogni contatto contamina. Razze, idee, costumi, corpi estranei portano in sé germi di perdizione e impurità. L’igiene sociale completa quella dell’anima e del corpo.
Invece i Messicani, antichi o moderni, credono nella comunione e nella festa; non c’è salute senza contatto. Tlazoltéotl, la dea azteca dell’impurità e della fecondità, degli umori terrestri e umani, era anche la dea dei bagni di vapore, dell’amore sessuale e della confessione.
L’uomo, mi sembra, non è nella storia: è storia. Il sistema nordamericano vuole solamente vedere la parte positiva della realtà. Fin da bambini uomini e donne sono sottoposti a un inesorabile processo di adattamento: alcuni princìpi, racchiusi in brevi formule, sono ripetuti senza sosta dalla stampa, la radio, le chiese, le scuole e da quegli esseri affettuosi e sinistri che sono le madri e le mogli nordamericane.
Imprigionati in quegli schemi, come la pianta in un vaso che la soffoca, l’uomo e la donna non crescono o maturano mai. Un tale complotto non può che provocare violente ribellioni individuali. La spontaneità si vendica in mille forme, sottili o terribili. La maschera benigna, cortese e spoglia, che sostituisce la mobilità drammatica del volto umano, e il sorriso che la immobilizza quasi dolorosamente, mostrano fino a che punto l’intimità può essere devastata dall’arida vittoria dei principi sugli istinti.
Il sadismo soggiacente a quasi tutte le forme di relazione della società nordamericana contemporanea, forse non è altro che un modo di sottrarsi alla pietrificazione imposta dalla morale della purezza asettica. E le nuove religioni, le sette, l’ubriacatura liberatoria che apre le porte della « vita ». È sorprendente il significato quasi fisiologico e distruttivo di questa parola: vivere vuol dire passare i limiti, infrangere norme, andare fino in fondo (a che cosa?), « sperimentare sensazioni ». Coabitare è una « esperienza » ( per ciò stesso unilaterale e vana).
Ma non è oggetto di queste righe descrivere quelle reazioni. Basti dire che tutte, come le opposte reazioni messicane, mi sembrano rivelatrici della nostra comune incapacità di conciliarci con il flusso della vita. Un’analisi dei grandi miti umani sull’origine della specie e sul senso della nostra presenza terrena rivela che ogni cultura — intesa come creazione e partecipazione comune di valori — parte dalla convinzione che l’ordine dell’Universo è stato infranto o violato dall’uomo, l’intruso.
Dal buco o dall’apertura della ferita che l’uomo ha inflitto nella carne compatta del mondo, può nuovamente irrompere il caos, che è lo stato originario e, per così dire, naturale della vita. Il ritorno « dell’antico Disordine Originale » è una minaccia che assilla tutte le coscienze in tutti i tempi”
L’uomo è solo dovunque. Ma la solitudine del messicano, sotto la grande notte di pietra di un altipiano ancora abitato da divinità mai sazie, è molto diversa da quella dell’americano del nord, che vaga in un mondo astratto di macchinari, di concittadini e di precetti morali. Nella valle del Messico l’uomo si sente come sospeso tra cielo e terra e oscilla fra forze opposte e potenze contrastanti, e occhi pietrificati e bocche pronte a divorarlo […]
_Il labirinto della solitudine_
Passi coraggiosi e sudati.. di Ciro Campajola
by Duncan on set.13, 2011, under Poesia, Resistenza umana

A Ciro Campajola ho dedicato anche altri momenti in questo Territorio chiamato Born Again…
Ma lui sarà sempre parte dell’anima di questo posto..
così come è parte dell’Anima del Mondo.
Tra dannazione e bellezza, non appenda mai cappelli al chiodo, perchè può solo sputare in faccia al vento, ridere sotto la corsa della musica, e disegnare sogni ancora vivi.. come e vivo lui..
Questa è una delle sue ultime poesie.
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PASSI CORAGGIOSI E SUDATI
Nel passato di ognuno di noi
è conservato il proprio momento di gloria
qualche sera lo vai a ripescare
proprio come una vecchia cara foto ingiallita
a volte è molto meglio che guardare certe persone negli occhi
o peggio ancora
averci a che fare con certe persone e i loro occhi
ma è raro che qualcuno coltivi ancora un po’ di quel momento
di solito lo si lascia ingiallire
come un gioco per cui non si ha più l’età
ed è in quel momento che stai uccidendo la tua gloria
per quanto continui a conservarlo quel momento
l’hai condannato a essere un ricordo
hai chiuso il guscio all’avventura
lo hai condannato a morte
Ovviamente sono di parte
ma come tutti
sono come tutti
e come tutti il mio momento è il più bello di tutti
Il mio momento è quando si parlava
senza dover azionare il cervello
oggi ne fanno volantini ironici e contrari
“non aprire la bocca senza azionare il cervello”
e poi li appendono in tristi sale di uffici
io non ci trovo niente di comico né di illogico
a me pare una cosa saggia
la voce partiva dall’anima
non dalla ragione
la ragione può essere furba
la ragione può anche uccidere
e quanto cazzo mi ha ucciso il mio momento
ma “quanto” cazzo mi ha fatto vivere
Ed eccomi qui stasera
tante sere dopo quel momento
io e il mio mondo
lontano dagli occhi dal mondo
quel mondo che non sa un cazzo di te
ma si impiccia sempre dei cazzi tuoi
La musica è quella di allora
il grigio nei capelli no
ma chissenefrega
l’emozione è ancora la stessa
e continua a crescere quando meno te l’aspetti
è la stessa che seminai
la stessa che mi spinge ancora a coltivare
la stessa che mi ha fatto morire e vivere
la stessa che mi terrà vivo
volente o nolente
fino alla morte
la stessa che appena oggi
nonostante la siccità in cui agonizza il mondo
mi ha fatto dono di nuovi fiori freschi
Altri fiori che profumeranno soltanto il mio giardino
quello del mio mondo fuori dal mondo
quello sospeso tra sogno e realtà
Non sono in gara con nessuno
non penso all’immortalità
non me ne frega un cazzo
è il battito del cuore fin tanto che batte
è la porta che si apre al sole
le orme che brillano di sudore in mezzo alla luce
le emozioni che corrono libere
e libere si rincorrono
gli uomini che si buttano
ci danno dentro
che cadono e si rialzano
fino a quando non ricadono finiti
e qualche volta si rialzano anche allora
La gloria è nel passo
nel provarci
nella temerarietà
che la morte vada a farsi fottere
Oggi
solo oggi
nient’altro che oggi
Ciro Campajola
Alzata con pugno
by Duncan on set.13, 2011, under Poesia

Si gira, e lascia un pò di gesso e ci cenere,
se accelleri il passo, metti anche la mano…
mettila, e poi lascia il biglietto,
L’importante è ricordare che ci sono colossi di plastica e di fango
e voci serpentine che giungono nella notte,
e pomeriggi oziosi che devi smembrare,
e raccattare i quaderni smarriti per scrivere ancora e ancora…
altrimenti sarà il quaderno ad inchiodare te
L’importante è che non cominci a fare anticamera,
a ingoiare parole,
lo stanco sorriso di chi si arrende alla suocera,
agli impiccioni, e a chiunque entra senza bussare,
ad appendere ganci sul ventre di ballerine impazzite,
e a non arrenderti ai bar..
non arredersi ai bar…
Vai a urlare la tua voce in spiagge deserte,
è un vecchio gioco sai,
ma funziona,
urlala in spiagge dserte,
potenzia le sillabe e il tono,
Arti che spaccano il suono,
la pietra che cade nel mare,
neppure un ombra che sangunini,
mentre la mano a cartoccio si innalza,
specialmente i più pigri detestano chi ancora alza il pugno,
ma se lo alzi, e la sera hai muscoli stanchi,
nel coricarti non sarai solo la tua giacca,
ma quel silenzio che hai scavato nelle ore
e non sarai solo un giocatore part time
neinte stupri conditi di miele,
Si accendono lumini in vicoli stretti, e là
posa il tuo piatto,
un pezzo di cibo per gatti, antenati e fantasmi
Sì, le ore si radunano, per stringerti al collo,
e avvinazzarti le vene,
altre duecento bottiglie, altre 300 ore al divano,,.
altri 500 rospi sputati..
Ma tu vai..
e allena il tuo pugno,
Entra in ritardo poi e prendi il tuo fegato,
tagliuzzato a fettine, a ingoiare,
entrano dentro se non sbarri le porte,
le giacche grige di stagioni morte,
le vacche gravidi di solitudini appannate,
le eterne file con i crampi sull’anima,
premono sempre, finchè trovano molle,
ti spolpano il midollo se possono farlo,
pulisci il cesso, ma fallo sorridendo,
oppure, fai a strisce i bidoni,
ritorna nel fango,
acceendi rottamate lampadine
sotto valzer ribelli
e alza quel pugno,
scrivi poesie e appendile sui muri,
come Martin Luthero a Wittenberg..
come Martin Lutero..
caccia anche il tuo nome se ti vergogni..
ma appedile come un proclama pazzo…
ho visto un giorno buttare un fazzoletto sul tavolo,
come un gesto da bestia,
un gesto di sfida,
E iscriviti a un corso del menga, iscritivi, e studia di notte,,,
puoi ancora suonare il violino in fiere di paese,
o sotto il Ventre di Dio…
Scappa dai ritrovi di reduci,
gli ex diplomandi del ’77.
le vedeve allegre
da monache sadiche
e i predicatori del casto e puro,
gli insegnanti di galateo
o i Ras delle salegiochi…
Da chi ride, girato l’angolo,
ride al tuo sogno di fuoco,
E mordi ancora.. mordi di nuovo..
verrai ancora sotto il branco
con il seme dell’uomo
hai nello scroto il seme dell’uomo,
e mani su argilla,
corone di spine,
gli occhiali volano dal finestrino,
un vecchio cappello fa da stoffa per cani,
la morte può ancora giocare a tressette,
se torni più tardi, passa dai vicoli,
con un vecchia macchina,
larga, larga,
ma prima..
Alzata con pugno.
I mondi di Barbara (Julio Cortazar)
by Duncan on ago.03, 2011, under Bellezza, Poesia

Eccoci con un altro appuntamento con I mondi di Barbara… la rubrica di Barbara Lazzarini. Semi di cultura viva, di cultura che cammina.. sono quelli che lei lancia.. unendo sempre cultura, vita e bellezza.. in indissolubili nodi.
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Julio Cortázar (Bruxelles, 26 agosto 1914 – Parigi, 12 febbraio 1984)
Complesso scrittore argentino-parigino. Disorientando il lettore, con le parole fa magia e costruzioni metafisiche.
Amato moltissimo da Borges, di lui Neruda ha scritto: “Chiunque non legga Cortázar è condannato”.
La sua è un’ampia produzione narrativa e poetica, ma il suo capolavoro resta il famoso romanzo del “realismo magico” Il gioco del mondo (Rayuela) . In esso i personaggi attraversano in modo non convenzionale la quotidianità e nelle loro scelte, nei loro pensieri, nelle azioni, persino nelle stasi, l’autore innesta una profonda analisi filosofica che tratteggia una psicologia originale, dissacrante, sorprendente delle figure umane che dal testo prendono vita. Sfioro la tua bocca, con un dito sfioro l’orlo della tua bocca, la disegno come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare faccio nascere ogni volta la bocca che desidero, la bocca che la mia mano ha scelto e ti disegna sulla faccia, una bocca scelta tra tutte, con la sovrana libertà…. Sperimentatore instancabile, romantico e carnale, dicono fosse malato di “gigantismo”, era dunque condannato a crescere sempre, contro le consuete leggi di Cronos, e la sua stessa opera, allo stesso modo, rifiuta di assestarsi in via definitiva e non sa seguire la scontata linearità del tempo. I suoi tenaci lettori, perduti nei percorsi di altre dimensioni, con Cortázar sanno di essere riusciti a percorrere un viaggio ultraterreno.
Julio Cortázar è stato anche un magnifico poeta, i suoi versi non cercano altro che d’arrivare all’anima, è suadente e vivo, doloroso e vero. Vi posto due delle sue più note e belle poesie, talmente chiare nell’esposizione delle tematiche, che non necessitano d’alcuna spiegazione.
Il Futuro
E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.
Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.
—–
Se devo vivere
Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.
Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.
_Julio Cortàzar_
Ciro Campajola.. il libro..
by Duncan on ago.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana
Le poesie sono pensieri sbloccati
Firmati da realtà opprimenti
Tu non fai altro che scriverle
Io non so cosa è esattamente ciò che scrive Ciro Campajola. So che spacca le dighe, spacca i muri, spacca gli spartiti, così come spacca i coglioni… specie di chi è sazio nella propria mediocrità e complicità, e spacca la vita e la morte.
Le chiamiamo poesie, ma di poesie del genere io non ne ho lette mai. Chilometriche, inarrestabili, fluviali.
Urlano fino a trapanarti la mente, ma ridono anche, tra il malinconico e la speranza affamata dietro un bicchiere di vino e un bicchiere di blues e un bicchiere di anima.
Ferite e grotte di solitudini, abbandoni e volti cancellati dalla lavagna, i gironi infernali dei senza nome, e dei nomi di coloro a cui hanno rubato il nome. E di loro che canta Ciro. Delle principesse bambine vestite da prostitute e dagli occhi grandi come il mare. Delle periferie capovolte dei tossici, e dei marchiati a fuoco, i puntini neri per le freccette facili, i collaudati oggetti del disprezzo, le mani fragili che chiedono vita e carezze, e prendono pugni e morte.
Ma Ciro non è un delicato poeta da confortevole nicchia malinconica. In lui suona a stordire le orecchie, la forza iconoclasta dell’eterna invettiva contro l’abiezione, la sacra indignazione che è l’onore di tutto la grande poesia satirica dell’antichità, e di tutto il grande teatro ironico, appassionato e civile dei nostri giorni.
Sì… la ribellione delle parole. La ribellione nelle parole. Non cercate conferenze per acculturati e teste d’uovo. Ciro è nato nelle periferie, vive nelle ciminiere, sale su quegli strani sentieri che si affacciano sul volto bello della vita che regge il pugno, e mostra il dito alle cornacchie gracchianti della dissoluzione.
Lui mostra il riso delle scimmie. Ma a quel riso non si arrende come gli eterni sconfitti. E a quel riso non si accompagna, come gli eterni complici vigliacchi.
Perché è tutta una scansione di tempi.. tutta una scansione di ritmi.
E lui ti mostra il male, ti mostra la scimmia deforme, il concerto malato dei vampiri. E a volte è acciottolato in mezzo al grembo che piange.
Ma non vedrete mai solo il buio..
Alla fine c’è sempre un canto del cuore,
siamo sempre qua – sembra dire Ciro – a dare sperma e polmoni alla vita..
e poi tu*
tu sempre con quelli che non ci stanno
che preferiscono pagare e fanculo il conto
tu confuso
tra quelli che sanno tutto e quelli che non sanno niente
tu
che non ne vuoi più sapere e fanculo pure le chiacchiere
tu
tra la legge uguale per tutti o meno
tu
che per quel che ne sai
fanculo comunque sia la legge
con te è sempre stata uguale
mai giusta
tu
che batti sudato e testardo il tuo sentiero
che per gli altri sia legale o no
lo è per te
E’ la tua strada ragazzo, la strada stretta è sbagliata.
La strada di chi lo batte il suo tempo, anche quando le ore pesano fino spezzarti le dita. Ma tu non la molli. “Sono quello che sono”.. dillo, dillo forte e fai il tuo passo, cammina sul tuo Sentiero.. prendi ciò che ti appartiene e vai, costi quel che costi, quanto sangue può costare, è onorare ogni attimo. Questo ti fa scalpitare Ciro dentro. Questo ti scaraventa addosso.. con buona pace di tutti i cantori della stanchezza, che dilagano nel nostro tempo.
E’ intollerante nel suo scrivere? Può essere. Non è un santo. Non vuole essere un santo. La sua poesia è bambina e negra allo stesso tempo. Crudele e sensibile allo spasimo. Conosce la lotta di strada questa poesia, a mali estremi sa tirare le unghie… Nasce dalla musica, la musica la partorisce, musica genererà.
Non è per i levigati, le personcine inamidate, i professionisti del volontariato, per tutti coloro che si rifanno una verginità con le “pecorelle smarrite”. Se siete tra costoro.. non è il libro per voi. C’è tanto altro in libreria, cercate altro.
Le vite scartate gli stanno appese al collo, e lui si fa male a portarle, ma DEVE portarle. E sono tutti qua a prendersi la sua mano. E c’è ancora lui, nelle notti a dare lucido alle trombe.
La sua poesia trasuda Onestà. L’eccesso si accoppia al rigore morale. Solo uno dei tanti apparenti paradossi che vivono in lui e in ciò che scrive.
E alla fine c’è la notte più notte, notte al quadrato.
Alla fine c’è l’alba afferrata “appena in tempo”.. “in fondo alla notte”..
Alla fine c’è musica che passa nelle vene.
Alla fine c’è un anello..
ti accorgerai*
che comunque
nei giorni chiari e in quelli bui
hai sempre trovato un anello
in ogni tempo
con ogni tempo
e sia nel sole che nella pioggia
tu lo hai sempre portato al dito
come una fede nuziale
come un matrimonio benedetto di suo.
Non vi dico di leggere il suo libro..
Non si dice mai a qualcuno di leggere un libro,
a un certo punto un libro, un disco, un volto ti chiamano..
chiamano e basta.
Vi dico invece di dare lucido alle trombe.
Alfredo Cosco
*Brani di poesie di Ciro Campajola non presenti nel libro.
Per l’acquisto contattare Ciro attraverso posta Facebook.
Il Sale della Terra
by Duncan on lug.24, 2011, under Ispirazione, Poesia, Simbolo

Cadaveri si aggirano sulle sponde del mare d’oriente,
anime dissolutamente pure,
senza neanche frangenti a portare il cappello,
seminaristi della merda,
mentre tubature arruginite lasciano contattare le ore al cipiglio,
ecco che qualcuno bussa nascosto,
avanti, dice la vecchia strega,
avanti, fai tre passi e poi uno,
cinque intorno e sul buco di quella madonna di culo,
di quella sforbiciata alla camicia che ti rifà il look dalle ginocchie
al bidè
mentre ti accalappi alle insegne luminose,
se fai lo smazzo ti spezzi all’imbuto,
come una tracannate metafora,
solo che cammini,
e impari il passo al contrario,
come gioco balsamco,
nutrita voglia di ridere,
nutrimi
e svelerò ll’impasse…
nutrimi e scendero dall’asse,
e cantero nel mezzo,
come la corda sfibrata,
la stecca nel coro,
l’anello mancanto,
il lumino che afferra il buio
e balbetta piano,
nutrimi non aspetto che sabbia,
e sfangarmi di nuovo,
niente arie bizantine, e
cene intellettuali,
rendo ogni dono fatto per cerimonia,
ogni promessa da fiera,
ogni eleganza da sacrestia,
immagini riflesse sputano allo specchio,
come piogga vistata dal cielo,
e tue son le grandini,
tuo lo scirocco e la delizia,
tua la bastardaggine e la fede
tue le vette coperte, i frutti strappati al padrone,
tua la gloria dello scugnizzo,
la cuspide che segna il passaggio
tuo l’aroma di invaginata saliva,
la superba beatitudine,
il cesso immolato ad arte,
come vena dell’oro,
ogni parola non scambiata,
non taciuta alla dogana,
vengono e non hanno denti
e spuatano balbettando immondizia,
lasciano che l’erba si maceri
come carta fumanta,
futamo sdomiato, rottame da canne,
ma tu sei il ginocchio del mare,
la candela a mezzogiorno,
il settembre promesso,
quello che ti stringe a capanna,
e ti fagocita il culo,
mentre dirotto trabocchi a pezzettini nel vento
un pò come coriandoli,
gioelli, conservati per te
tra fogliacci di carta, e bollette rosse,
e terzi cassetti di terzi piani di scale a pioli e a cipolla,
vengono,
rimasugli di fiato,,
fame lii droga a cercarti,
eppure non molli la presa sui giorni,
perchè tu sei nell’aria,
la mia mano che si alza,
questo vecchio bambino col cappello da western,
tu sei l’orario che sbalza,
il famoso treno di chi in arte si perde,
e in arte si smania e
in arte ritrova ogni linea sbroccata,
non c’è pace ai quaderni,
no.. non c’è pace,
ti consumi le penne,
eccoli cappucci in deriva,
marchio sulla pelle,
uno per uno contati,
alluci strappati,
ma tu sei la mia stella d’oriente,
picchia per strapparmi dal sonno,
picchia forte
perchè questo sangue mi eccita,
Il faraone tace,
strane queste cavallette estive,
non rammentano gli ordini inespressi?
fino a dove il cappello si spinge?
Lo sai che se ridi ti regalerò camice,
che certo non valgono niente,
ma te le annoderò in cerchio, come
corda per evasi e disertori,
Tu sei l’ultimo bagliore a spegnersi,
la madre insaziabile degli insorgenti,
tu li generi,
diecimila figli,
diecimila cazzi in gloria dei,
appena appena un filo d’erba,
non sai leggere la ruggine?
lo vedi il morso sul collo?
il pane ha sempre il suo lievito,
chiamali se vuoi..
il sale della terra.
I mondi di Barbara (Osip Emil’evič Mandel’štam)
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana, Simbolo, politica

Eccoci a un altro appuntamento con la “I mondi di Barbara”, una rubrica che è una delle colonne principali di questo Territorio per Anime Pazze e Libere chiamato Born Again.
Barbara Lazzarini in questo spazio ci porta in altri mari rispetto alla cultura digerita e premasticata, e poi ingurgitata come fosse puro materialato.
Questa cultura si incarna nell’uomo e diventa incandescente percorso narrato, che della Libertà fa un pezzo di pane, che passa di mano in mano, rendendo chiunque mangia, più libero.
Il pezzo di Barbara che oggi pubblichiamo è uno a quelli a cui io tengo di più in assoluto. Il protagonista è un Gigante..Osip Emil’evič Mandel’štam.
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Osip Emil’evič Mandel’štam è un grandissimo poeta, una delle figure più importanti del Novecento letterario. Vittima, come moltissimi altri grandi artisti, delle “Grandi purghe staliniane”. Nasce nel 1891 a Varsavia da una famiglia ebrea, si trasferisce in Russia e trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Pietroburgo. Affronta studi intensi di filologia romanza e germanica che gli serviranno per studiare i grandi italiani come Cavalcanti, Petrarca, Dante, ecc.. successivamente insieme all’Achmatova e al di lei marito, fonda il movimento acmeista ( i migliori) in contrapposizione ai versi oscuri dei simbolisti russi propongono la chiarezza e la praticano perfettamente. Scrive in prosa e in poesia, molto importante, per il taglio originale che esce del Nostro più grande poeta, il suo saggio “Conversazione,(o discorso) su Dante”. Quello per la nostra lingua è un amore intenso, Mandel’stam la definisce “la più dadaistica delle lingue romanze”, pensate che Cristina Campo, raffinatissima traduttrice, l’italiano lo definiva “lingua di marmo”, lingua che se ne sta lì come un blocco pronto per essere scolpito, è irriducibile marmo che cela la forma affinchè ne sia estratta. C’è una sorta di incontro elettivo con Dante, prima di lui con Cavalcanti, in effetti il vero avanguardista dell’era volgare, quello che sdogana il pathos, con lui finalmente si può parlare di sofferenza carnale nell’amore, lo fa lui per la prima volta con durissime parole e sintassi complessa, lo farà Dante nelle famose e bellissime “Rime petrose”
…e torna la pietra a forgiare la nostra neolingua di parole che sanno tagliare e sono tagliate.
E’ mi duol che ti convien morire
per questa fiera donna, che nïente
par che piatate di te voglia udire.
I’ vo come colui ch’è fuor di vita,
che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia
fatto di rame o di pietra o di legno…(Cavalcanti)
Canzon, or che sarà di me ne l’altro
dolce tempo novello, quando piove
amore in terra da tutti li cieli,
quando per questi geli
amore è solo in me, e non altrove?
Saranne quello ch’è d’un uom di marmo,
se in pargoletta fia per core un marmo.(Dante)
Quando M. entra nei regni danteschi e prende a parlare della Divina Commedia, il suo approccio critico davvero è inconsueto. Di lui dicono che fosse un tipo strano, sempre in movimento, incapace di starsene seduto, frenetico, con il pensiero altrove, esiliato ai comuni mortali. Questa sua stessa condizione esistenziale d’esule lui rinviene in Dante, quella stessa foga del moto vorticoso di versi pietra che generano la più grande delle lingue; per Mandel’stam Dante “DANZA”, muovendosi nella musica dei versi, versi come orchestre sinfoniche. Ancora nel “discorso su Dante” scrive: “Dante è un maestro dei mezzi poetici, non un fabbricante d’immagini. E’ lo stratega delle metamorfosi e degli incroci” e quando si sofferma sull’analisi del canto del conte Ugolino scrive : “I canti danteschi sono le partiture di una speciale orchestra chimica”.
Osip M. è un grandissimo esperto di musica, fa paragoni con Bach, la musica è per lui segnale di vita e afferma che la poesia deve seguire regole più severe come quelle delle partiture:”Questa è la legge della materia poetica, materia che è convertibile e sempre in via di convertirsi, che esiste solo nello slancio dell’esecuzione“.
Mandel‘stam ha affermato: “prima compongo, poi scrivo“.
Si legga la seguente poesia dal confino forzato in cui viene relegato per motivi politici:
Lei non è dal suo mare ancora nata,
lei è musica ed insieme parola;
è il legame che mai si potrà sciogliere
fra tutto ciò che vive nel creato.
Delle onde respiran calmi i seni,
ma un chiarore impazzito il giorno illumina,
e stanno i lillà scialbi della schiuma
dentro un vaso color celeste-nero.
Acquistino le mie labbra, recuperino
la mutezza lontana, primordiale,
simile a una nota di cristallo
che vibra, fin dal suo nascere, pura!
Rimani quel che sei – schiuma, o Afrodite,
tu, parola, rifluisci in musica,
vergognati del cuore, o cuore, fuso
con l’elemento primo della vita!
La storia della dittatura sovietica s’incrocia con quella dell’artista già inviso al regime quando una sera recita questa poesia tra amici:
Noi viviamo senza avvertire sotto di noi il paese,
i nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza,
ma dove c’è soltanto una mezza conversazione
ci si ricorda del montanaro del Cremlino.
Le sue grosse dita sono grasse come vermi
e le sue parole sicure come fili a piombo.
Ridono i suoi baffi da scarafaggio,
e brillano i suoi gambali.
Intorno a lui c’è una masnada di ducetti dal collo sottile
e lui si diletta dei servigi dei semiuomini.
Chi fischietta, chi miagola, chi piagnucola
se soltanto lui ciarla o punta il dito.
Come ferri da cavallo egli forgia un ukaz dietro l’altro,
a uno l’appioppa nell’inguine, a uno sulla fronte,
a chi sul sopracciglio, a chi nell’occhio.
Non c’è esecuzione che non sia per lui una cuccagna…
Qualcuno si fa delatore, Mandel’ stam non saprà mai chi sia stato, né perché lo abbia fatto, tuttavia il “controrivoluzionario” viene arrestato, ha con sè solo una copia della Commedia. Ha così inizio un percorso di inaudita sofferenza fisica e psicologica che lo condurrà alla morte nel lager di Vladivostok nel ‘38
Su di lui Viktor Erofeev afferma: “Osip Mandelshtam scrisse i versi politici più coraggiosi e più riusciti di tutta la storia della letteratura russa. È un record. Quel proiettile di poesia diretto contro Stalin (…) è di una precisione micidiale”.
E’ nella durezza della prigionia che l’ansia genera poesia, la tensione del dolore si fa morso dilaniante che lo consuma eppure Osip non vuole smentire la sua vocazione d’uomo, compone, le parole risuonano tra soprusi fango e gelo, la sera ai suoi compagni di sventura recita Petrarca, prima in italiano e poi in russo, chissà quale fantasma porta l’arte a superare ogni bruttura, l’otium sereno delle Rime italiane a consolarlo, il sogno di un raccoglimento letterario negato…
Qui di seguito riporto alcune liriche dal campo di detenzione, furono preservate e poi date alle stampe dalla moglie Nadezda, che aveva imparato a memoria questi e numerosi altri testi poetici del marito.
Lo dico in brutta copia, a voce bassa,
ché non è ancora venuto il momento:
il gioco del cielo irresponsabile
si attinge col sudore e l’esperienza.
E sotto il cielo dimentichiamo spesso
- sotto un purgatoriale cielo effimero -
che il felice deposito celeste
è una mobile casa della vita” (9 marzo 1937)
“Io mi porto questo verde alle labbra
questo vischioso giurare di foglie -
questa terra che è spergiura: madre
di bucaneve, aceri, quercioli.
Mi piego alle umili radici, e guarda
come divento insieme cieco e forte;
non fa dono, il risonante parco
di una sontuosità eccessiva agli occhi?
E – palline di mercurio- le rane
con le voci s’agglomerano a palla;
i nudi stecchi si mutano in rami
e in lattea finzione il vapore dell’aria (aprile 1937)
I mondi di Barbara (Gregory Corso)
by Duncan on giu.18, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia
Eccoci di nuovo con Barbara Lazzarini e i suoi “mondi”; la sua rubrica dove ci regala una cultura viva e non da museo. Voci, e pagine e carne della bellezza e della dignità. In questa occasione ci parlerà di Gregory Corso.
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E’ disastroso essere un cervo ferito.
Io sono il più ferito, lupi qui nell’ombra,
e ho i miei cedimenti, anche.
La mia carne è presa nell’Amo Inevitabile!
Da bambino vidi molte cose che non volevo essere.
Sono la persona che non volevo essere?
La persona tipo parlar da soli?
La persona tipo favola del vicinato?
Sono io colui che, sugli scalini del museo, dorme su un fianco?
Indosso la stoffa di un uomo che ha fallito?
Sono il matto del villaggio?
Nella grande serenata delle cose,
ddsono io il brano più soppresso?
_Gregory Corso_
« Mi capitò in gioventù, a 12 anni in riformatorio … ci rimasi cinque mesi niente aria, niente latte, e la maggioranza erano negri e odiavano i bianchi approfittando terribilmente di me… ed io ero veramente come un angelo allora perché quando mi picchiavano e mi buttavano piscia nella cella, il giorno dopo venivo fuori e gli raccontavo il mio bel sogno di una ragazza che volava e scendeva davanti a un pozzo profondo e si metteva a guardare.Vi dico questo perché penso che sia la prima volta che abbia mai sentito l’ orrore di quel gregory 12enne.Ora voglio combatterlo, allora non potevo, perché ero sincero e poi, in qualche modo, per strada, ho perso quel Gregory… » (tratto da The New American poetry 1945-1960)
“…era leggendo Shelley in un carcere minorile che aveva cominciato a scrivere poesie, a sognare la Bellezza con la B maiuscola, a immaginare mondi stellati non legati ai fili della logica inesplicabili”.
Di Gregory Corso, la scrittrice Fernanda Pivano disse: “insolente al di là del sopportabile e strafottente nella più assoluta imprevedibilità qualunque cosa abbia detto o scritto ha sempre rivelato il dono di non dire mai una sciocchezza”.
Gregory Nunzio Corso il 26 marzo 1930 nasce a New York da genitori italiani, una famiglia instabile che lo mette di fronte a situazioni come l’ orfanotrofio, fughe e riformatorio. A diciassette anni progetta una rapina per cui poi viene arrestato; in carcere conosce la letteratura del grande Ottocento e scrive poesie già verso la fine degli anni Quaranta. Nel ’50 conosce Ginsberg per caso al Greenwich Village. Va ad Harvard e diviene un topo di biblioteca, mentre continua la sua produzione poetica. La prima raccolta di poesie è
The Vestal Lady on Brattle a cui segue un periodo di connessione culturale europea. Sempre negli stessi anni stabilisce anche rapporti con i maggiori esponenti della Beat Generation. Nei primi anni Sessanta invece, dopo un infelice matrimonio e una sfortunata esperienza come professore, si trasferisce in Europa per circa due anni. Nel ’62 pubblica Long Live Man e nel ‘70 Elegiac Feelings American, collaborando sporadicamente nel cinema e nel teatro. Dopodiché si è orientato sempre più verso le filosofie orientali e nel ’74 ha pubblicato The Japanese Book, in cui trova sbocco artistico la propria esperienza religiosa. The Vestal Lady on Brattle (1955) rappresenta l’esordio letterario del poeta e anche il primo insuccesso editoriale; il tutto si svolge attorno ad intricate vicende interiori espresse il più della volte con grande indecisione ed instabilità data dalle varie intenzioni e dai vari modi di esprimersi che si sovrappongono e che confondono. I temi, personali, e gli stili, “allucinati”, sono accompagnati della realtà urbana vista nella sua routine quotidiana; in un certo senso ci si trova di fronte ad una sorta di “bestiario”, una serie cioè di caricature distorte delle personalità, più o meno spersonalizzate, che si incontrano nel mondo occidentale. L’influsso di Whitman è parecchio vistoso e spesso, piuttosto che liberare il verso, lo appesantisce; anche Shelley, molto amato da Corso, è imitato in modo maldestro. In parte questi aspetti negativi possono essere riconsiderati anche per parlare della raccolta successiva del poeta, Gasoline (Benzina), ma decisamente c’è da fare un’eccezione. Nel ’58 infatti viene separatamente pubblicata Bomb, una poesia altrettanto famosa che Howl e importante manifesto della Beat Generation. Il tono generale di questa raccolta è più cupo della precedente e difatti si viene proiettati in un incubo metropolitano, la metafora del decadimento e della disgregazione: l’ombra della bomba atomica. Per scrivere Bomb, Corso fu ispirato da una manifestazione contro la “bomba” a cui assistette e da cui rimase impressionato dalla forte carica d’odio. Così gli sembrò che la mostruosità distruttrice della bomba non fosse tanto diversa da quella di quei manifestanti e di tutti gli uomini che rispondevano con l’odio all’odio verso qualcosa che esiste. Diceva che era impossibile odiare qualcosa che è e che niente può fare male se viene amata; il vero assassino dell’umanità è l’odio. Il risultato fu una lettera d’amore alla bomba ed egli si meravigliava perché tutti inorridissero. Egli affermava quindi che la condizione umana è già abbastanza difficile senza che la si debba peggiorare: il “flagello”, l’”ascia”, la “catapulta di Leonardo”, i “tomahawk” indiani, la “spada di S. Michele”, la “lancia di S. Giorgio” e così via tutto per indicare la morte. Nella raccolta successiva The Happy Birthday of Death (1960) l’attacco al conformismo è simile a quello di Kerouac, ma tutto è portato al piccolo quotidiano e si fa più ironico e tagliente. Infine in Long Live Man il suo messaggio diventa più pacato e meno provocatorio, simbolo di una riduzione della speranza di creare un’America migliore; l’esuberanza macabra, l’ironia tagliente e il tono apocalittico lasciano il posto all’introspezione: “I’m good example there’s such a thing called soul“. La sua poesia è decisamente beat per i suoi aspetti bizzarri, provocatori e caricaturali, ma il poeta è più diretto verso un idealismo che gli fa dire che cerca “an America to sing hopefully for“. Mentre per Ginsberg il senso di non-appartenenza è rassicurante, per Corso nascono angosce e sofferenza; mentre Kerouac e Snyder già alla fine degli anni Cinquanta trovano nello Zen un superamento della ragione per raggiungere una propria saggezza, egli invidia Ginsberg per la sua consapevolezza. Il suo cammino è estremamente contorto, segnato da ripensamenti e marce indietro e proprio a questa sua incertezza va ricondotto il suo sperimentalismo, fatto di versi che si rincorrono l’uno con l’altro senza alcuna sorta di interpunzione.
“Io sono molto buono, e sai perché? Perché non ho mai ubbidito a quel capo della mafia, in prigione, che mi ha detto: ‘Stai sempre attento, quando parli con due persone, di vedere anche la terza’ e io gli ho chiesto chi è la terza persona, e lui mi ha risposto: ‘La terza persona sei tu’…”

