Born Again

Poesia

Dove sono il Cavallo e il Cavaliere?

by on apr.14, 2014, under Poesia

“Dove sono cavallo e cavaliere? Dov’è il corno dal suono violento?
Dove sono l’elmo e lo scudiero, e la fulgida capigliatura al vento?
Dov’è la mano sull’arpa, e il rosso fuoco ardente?
Dov’è la primavera e la messe, ed il biondo grano crescente?
Son passati come pioggia sulla montagna, come raffiche di vento in campagna;
I giorni scompaiono ad ovest, dietro i colli che un mare d’ombra bagna.
Chi riunirà il fumo del legno morto incandescente?
Chi tornerà dal Mare e potrà mirare il tempo lungo e fuggente?” (da “Lord of the Rings”)

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Sursum Corda

by on apr.03, 2014, under Bellezza, Poesia

Voglio possederti fino al midollo dello Spirito.

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Anello

by on dic.14, 2013, under Bellezza, Poesia, Simbolo

“Ti accorgerai
che comunque
nei giorni chiari e in quelli bui
hai sempre trovato un anello
in ogni tempo
con ogni tempo
e sia nel sole che nella pioggia
tu lo hai sempre portato al dito
come una fede nuziale
come un matrimonio benedetto di suo”.

(Ciro Campajola)

(Ciro Campajola)


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Sentum

by on nov.19, 2013, under Bellezza, Poesia

Mi partoristi generando il mio utero,

di te ho tutte le memorie,

la stessa terra aggrappa i tuoi argini,

fino a dove il tuo mare è un sorriso.

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Si proprio a te… di Ciro Campajola

by on nov.19, 2013, under Poesia

Ciro Campajola non è nuovo nel territorio di Born Again.

E’ un onore avere pubblicato molti parti della sua anima indomita e ribelle.

Oggi inserisco un’altra sua creazione.

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SI PROPRIO A  TE

Quelli che mi vorrebbero morto solo per come vivo

che poi è quello che scrivo

e per come lo scrivo

(mai pensato neanche da ubriaco di fare poesia

o di “diffondermi”)

e tu che invece dici di apprezzare quello che scrivo

questa è per te

degli altri non me ne frega un cazzo

di loro mi preoccuperò il giorno

in cui quello che vorrebbero potrebbe avverarsi

ma fin quando continueranno a dirlo

significa che sono innocui

non hanno ancora trovato il modo “franco” per farlo

ed è gente che non ama pagare

ma tu

tu che dici di vedere qualcosa in quello che io vedo

tu non devi applaudirmi

mi costringi a ringraziarti

ed entrambe le cose mi imbarazzano

ed entrambe le cose non ci servono

io ho bisogno di te

mica di applausi

ne ha bisogno “il mio mondo”

quello dei miei scritti che tu dici di “capire”

e ne avrebbe bisogno anche il resto del mondo

che è diventato ormai troppo brutto

volgare

violento

arrogante

triste

c’è ancora vita davanti

e non ti serve questo mondo per vivere

così come non serve a me

dobbiamo rianimare la vita

almeno la nostra

se hai il “tuo” mondo

il resto sarà più sopportabile

l’importante non è riuscirci

ma provarci

quando ci provi dai un senso alla vita

ed è comunque una vittoria

fidati

tanta gente accetta e aspetta

spreca la vita aspettando la morte

una sconfitta accettata senza difendersi

abbiamo bisogno di occhi trasparenti

belli

vivi

esplosivi

dove la bellezza si nota dopo l’energia

e l’energia dopo la voglia

la trasparenza non nasconde la bellezza

non nasconde l’energia

e non nasconde la voglia

abbiamo bisogno di voglia

senza volontà “il mio mondo”

(quello che io scrivo e che tu apprezzi)

resterà imprigionato

chiuso dentro una “poesia”

magari anche bella per noi

ma non per questo meno agghiacciante nel testo

c’è bisogno di occhi sinceri

entusiasti

guerrieri

per liberare le mie parole da altre parole

quelle che vorrebbero zittirle

il mio mondo vuole uscire dalle mie “poesie”

vuole vivere di vita sua

vuole che la poesia ritorni più poetica

meno brutale

vuole  speranza

tu sei la speranza

la tua voglia

il tuo entusiasmo

l’entusiasmo

un’ altra dote in estinzione

c’è bisogno di propria Fede

di un proprio Credo

per cacciare via chi sporca la poesia

qualunque poesia

chi appesta la vita

chi specula sul MONDO

dove ogni vita meriterebbe di essere una poesia

non abbiamo bisogno di questa gente

abbiamo bisogno di respirare senza puzza

dobbiamo VIVERE

e non si può vivere sapendo di bambini uccisi dalla fame

o da “umanitarie” bombe

non si può vivere con intere popolazioni

in fuga dalla loro terra

e respinte da tutte le altre terre

non si può vivere  sapendo di ragazzi che si uccidono con siringhe

o con donne che si ammalano sui marciapiedi nel freddo della notte

e certe notti

te lo assicuro

il freddo è più freddo

e sopratutto

non si può vivere sapendo

che tutto questo

lo consente chi giudica e chi vieta tutto questo

ci servono vivi quei giovani

non pugnalati da siringhe

sono i più delicati

per questo  si uccidono

non sopportano il prezzo di questa vita

abbiamo bisogno di quei bambini affamati

e dei loro genitori in fuga

per non sentirci tristi dobbiamo saperli felici

sorridenti e sazi

la loro fame sta affamando le nostre coscienze

ci servono quelle donne sui marciapiedi

sono madri

e le madri sono necessarie alla vita

dobbiamo pensare a loro per pensare veramente a noi

non ai nostri interessi

ma alla nostra anima

non sprecare i tuoi occhi davanti a un notiziario

a un giornale

raccontano solo stronzate

e quando gli serve

non raccontano

su certi mondi preferiscono tacere

oppure condannare senza spiegare

se la cavano così

umiliando la verità

e riescono lo stesso a dormire

una coscienza non ce l’hanno più

guarda sempre con i tuoi occhi

cammina

esplora

non fermarti ai loro stop

decidi tu per te

indignati

incazzati

fottitene

sorridi a chi lo merita

ignora chi non lo merita

e manda a cagare chi vorrebbe deciderti la vita

e se ti aiuta scrivi

che se scrivi per aiutarti

scriverai comunque poesie

la tua poesia sarà scritta dalle tue scarpe consumate

se non lo saranno

non potrai mai scrivere di vita

le tue poesie nasceranno da quello che vedrai con i tuoi occhi

dalla vista che riuscirai a sopportare

mentre altri occhi ti suggerirebbero altre poesie

che però sarebbero bugie

non poesie

e di menzogna ne abbiamo strapieni i coglioni

io se potessi rinascere

ci tornerei nel “mio mondo”

ma non più come vittima sacrificale per banchetti altrui

stavolta non gli darei alibi per le loro falsità

tornerei per dire “contate su di me”

sognerei di dire “contate su di noi”

ecco perché non devi applaudirmi

devi starmi vicino

dobbiamo starci vicini

per stare vicino a chi è “lontano”

qualunque sia il motivo

la vita spetta a tutti

solo così può guarire il mondo

con la poesia del vivere

perchè le poesie si vivono

non si scrivono solamente

la tua poesia imparerà a volare guardando negli occhi un barbone

un tossico

guardando una guerra

una morte innocente

un’ingiustizia

e se vedrai anche solo un’ ingiustizia in meno

la tua poesia starà volando

trascinandosi dietro il barbone

il tossico

la mia poesia

e anche me

A Annamen

Ciro Campajola

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Piccola Aquila

by on ott.18, 2013, under Bellezza, Poesia

Fu in un lenzuolo che imparammo a rotolare,
larghi fiumi davano in cambio pietre a camminare
sui sorrisi delle nostre madri.

Strette le erbe alle man,i giocavamo prima che la grande luna si fiondasse nell’oceano buio.
Passo passo, le tracce si facevano sentieri,
per poi sognare ancora sotto stagioni troppo lunghe per non straziarci l’anima,
per non stenderci ripidi a sorridere ancora sulle rughe di storie conficcate
negli alberi.

Non finivano mai le stagioni, troppo lenti i giorni,
finché anche i minuti la pioggia e il fango,
finché anche i minuti l’abete e il falco,
finchè anche i minuti, l’orecchio a terra, sentire arrivare i bisonti.

Chi moriva cavalcava ancora,
con le piume in mano,
un altro colore sul nostro viso.
Perché Guerrieri ci piaceva pensarci,
incendiarci col sole potessimo ancora prenderlo.

Giorni e giorni al silenzio, come se potessi ridere,
ma non ridevi, perché presto la neve arrivava,
e ancora cullava il tamburo le trecce sui tuo seno dipinto,
e gli incubi, che sbalzavano notti, mentre fuori il coyote cantava sperduto,

Quando arriverà, chiedevi, vecchio quando arriverà, la pioggia di ferro,
la scure che spacca le ossa,
la frusta che sferza il ventre,
la bestia che divora l’utero.

il vecchio era un lago, il sorriso era triste.

La voce era muta, il dito era un ramo.

Grande Spirito, tua la terra, tuo il mare,
e tutti i sogni che ancora si alzano,
sui fantasmi di un falò bambino,
tua la terra mescolata con sangue,
sulle trecce che portano i tronchi,
tua la gloria ricoperta di muschio
come nomi intagliati per sempre,
come cerchi formati da pietre.

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FEDOR DOSTOEVSKIJ

by on mag.11, 2013, under Bellezza, Ispirazione, Poesia

E’ una vita che combatto
contro questo foglio bianco,
è una vita che scrivo
e riscrivo, riscrivo,
ad orari impossibili,
e la febbre negli occhi
e riscrivo sopra i miei personaggi,
e cambio senza sosta i dialoghi,
finché quei fogli sono un manicomio,
e quei dialoghi diventano mille vite pararllele,
che devo poi tagliare, e fondere, e riscrivere,
e ogni versione scalpita,
fino allo strazio che è un parto , della sintesi suprema,
quando mi arrendo all’ultiva versione,
quando incorono finalmente le parole.
E’ una vita che lotto contro i Demoni,
che mi si arrampicano sulla schiena
e mi mostrano i segni sul freddo.
La morte mi arrivò a un passo,
il fucile già era pronto a sparare,
quando lo Zar commutò la condanna,
Lo Zar voleva farci cagare l’anima prima,
farci godere lo strazio del conto alla rovescia,
per poi infliggergi la sua benigna compassione,
che piacere per lui salvarci appena qualche attimo prima,
La morte non mi abbandonò più,
come l’epilessia,
e amai la vita in ogni suo straziante ciottolo.
Come si può fare morire anche solo una formica?
Come si può rinunciare anche ad un secondo di vita?
Qualunque cosa pur di vivere?
Come si può ferire anche solo un uccello?
e un bambino,
tutta la perfezione del mondo vada all’infenro,
se costerà anche solo una lacrima di una bambina.
Amai la vita in tutto il suo ghigno,
nelle strade di paese,
negli esaltati che divvenero i miei eroi,
e maledivano Dio perché lo amavano troppo,
amavano troppo il mondo da volerlo incendiare,
amavano troppo l’uomo da poterlo ucccidere.
A un soffio dalla morte,
lo zar ci spedì in Siberia,
e lì vissi coi morti,
gli umiliati e offesi,
gli stracci raggomitalati e strizzati.
Di troppo dolore ho fatto compassione,
di tutti quei volti altra febbre da vomitare sui libri,
E predicavo come fossi un ubriacone,
e forse bevevo proprio mentre predicavo,
Quando mia figlia è morta aveva solo tre mesi,
quando mio fratello è morto mi lasciò i suoi debiti,
e la roulette per uscire dai debiti,
e infognarmi di altri debiti e altre ossessioni.
E poi scrivere,
E’ una vita che combatto contro il foglio bianco.
contro questa febbre
mi sveglia la notte e  mi lancia nel buio,
che mi attorciglia l’anima
e mi erutta da dentro,
come grazia e condanna,
e riscrivo, riscrivo,
e ogni versione scalpita,
fino allo strazio che è un parto , della sintesi suprema,
quando mi arrendo all’ultiva versione,
quando incorono finalmente le parole.
Strano era vedermi con infagottato e con barba,
allucinato e perduto,
divorato dai sogni,
col plotone alle spalle,
e bramoso di vita,
di ogni piccolo ciottolo,
commosso da ogni colpo di vento,
innamorato dello sputo di un vecchio.
Di questa vita che mi squassava dentro,
di quegli esaltati dei miei personaggi,
che maledivano Dio perché lo amavano troppo.

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Come Socrate per Alcibiade

by on apr.17, 2013, under Ispirazione, Poesia, Simbolo

E’ questa tua insipida storia,

che mi trascina dove neanche pensavo di essere,

per fermare un polso come battito d’ora,

per sentirmi di nuovo padre e madre di me,

non ho la faccia di farti tacere,

e forse per questo mi merito il premio,

gli altri si alzano mandandoti allegramente a fanculo,

ma non c’ho la faccia per tale schiettezza,

e ruminando mozziconi rimango

il tuo unico uditorio,

unico uditorio senziente,

unico organismo pluricellulare,

a parte un gatto che va e viene,

perché poi ci sono le sedie,

e per questo residuto d’uro a morire,

d’educazione e imbarazzo,

frullata a un impervia compassione

non riesco a lasciarti solo le sedie,

ci fosse almeno un altro, proverei a svicolarmi,

o  fissassi solo le sedie, considerandole umane,

magari ci farei un pensierino,

ma fissi me, il tuo unico uditore,

con quel fare affrettato, timoroso ed eccitato,

di chi non vuole perdere la sua ultima fiammella,

e non raccontare, ancora una volta, la sua storia solo ai muri.

C’avessi la faccia come il culo,

mi alzerei adesso,

ma non c’ho la faccia come il culo.

Vedi io stimo chi c’ha la faccia come il culo,

e se si vuole alzare si alza.

Ma con te non riesco farlo,

e tu parli, tu parli, tu parli,

materialato di supposte che mi inculchi nel cranio,

vomitevole immondezzaio di scempiaggini,

overdose di aria fritta, pregiudizi e battute già putrefatte nel 15-18,

Mi viene da mollarti un pugno a quella tua tempia bacata,

mi viene da farti cadere o da lanciarti il bottigliazzo di vino addosso,

Eppure.. non faccio assolutamente nulla..

Non manifesto neanche finto interesse,

finite le parole di circostanza,

lo stesso barista è scomparso,

potrebbe essersi estinto per quello che ne so,

Il bar rosticceria è solo una luce di lampadina,

un frigo bar, il banco dele pizzelle, questo tavolozzo di legno,

io, e le infestazioni del logorroico,

questo cimelio in tutina minlitare, con sopra cravatta,

i denti neri,

una assurda frangetta,

orologio coreano,

e un fazzoletto rosso che esce dal taschino di una giallognola-ocra giacca in stile inglese.

Dio.. ecco il festival delle cazzate,

sono qui,

nell scempo delle fregnacce,

eletto spettatore dei tripudio dello sfrollamento vitale,

rantola il cipresso parlante,

sbrocca con miserabili analogie,

smerda la sua insaziabile ignoranza,

rovesciandomi addosso l’idiozia diventata pestilenza.

Eppure,

non mi muovo,

mi compiaccio quasi del mio stare imperterrito,

come un cadavere appeso a un gancio,

una mummia,

o un oracolo,

un cervo colpito da un fulmine,

Sto là

il barista si è estinto,

la strada ormai dorme,

il bar è chiuso secoli,

c’era davvero qualcuno qui

oltre a  me e lui,

a questo satrapo del rincoglionimento,

a questa fogna ambulante con accellerazione tossica?

C’è mai stato un momento in cui mi muovevo,

e perché sto così..

immobile,

fino a fare del tormento un’arte compiaciuta,

o forse solo un gioco da tre soldi

dove l’asso non è mai di bastoni.

Parla, parla, parla..

ormai io sono deserto,

la mia mente è vuota,

aspetto immobile la fine del mondo,

come una vedetta,

fu allora,

che il macellaio della parola butto il fazzoletto rosso per terra,

strappo pezzi della giacca inglese,

mandò all’indietro la frangetta,

aveva una barba ora,

da satiro,

e l’occhio attento, era lui il compassionevole adesso,

le mani rapide,

come un direttore d’orchestra drogato,

le parole zampillavano,

come pesce di torrente..

Sghignazzava come una scossa,

tirò fuori i fogli ora,

le copertine staccate,

i quadretti,

e piccoli registratori a bobina,

disegnò sul tavolozzo due cerchi,

e ci sputò dentro,

e mi spinse il tavolo addosso

per farmi cadere come un maiale.

caduto, era solo la polvere e le sigarette,

i mozziconi di pizza a darmi il saluto,

e lì, il vecchio bastardo parlava di Dio e Mefistofele,

di Brahms e della Sibilla cumana,

di patate e di erezioni,

le favole del neolitico,

il germe del grano,

quanta acqua ci vuole per allevare un Tuono mi chiedeva?

E adesso ridevo, come si ride a scuola,

quando suona la campanella,

e sfrecci via come una canaglia,

e cadi in una pozzangherà,

e mentre provi a rialzarti scoglionato,

ricadi ancora,

e allora ridi..

del cielo e della terra,

ridi,

mentre quel  satiro di Socrate  traccia cerchi nel cielo.


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FINALMENTE

by on mar.06, 2013, under Poesia

Finalmente la verità sarà ristabilita

E il bambino non sarà un fantoccio di carne.

Finalmente la vacca verrà scuoiata

e non cagherà escrementi sui denti,

finalmente la mano potrà aprirsi

e il tallone non squarterà il volto,

il pus non si coagulerà con l’acqua piovana

la maestra non avrà nelle mani capelli strappati.

Bratte non riempiranno le strade

i lupi saranno ricacciati ,

come le carogne dall’intestino gonfio,

nessuno salterà il pasto

per le carogne dall’intestino gonfio

non ti sfratteranno di casa

per le carogne dall’intestino gonfio,

Non avranno posto in cui nascondersi

le carogne dall’intestino gonfio,

i traditori della speranza.

Finalmente la Casa sarà il tuo dorso

e non passerai per corridoi al neon,

ma i vecchi sentieri saranno ancora.

Finalmente il fumo non sarà del camino,

la e di olivi di potrai riempire gli occhi.

Finalmente non ingurgiteranno minestra

i vecchi ragazzi dalla zia zitella,

i vecchi bravi ragazzi, dalle bretelle allargate

i capelli grigiti e la pancetta,

vecchi bravi ragazzi la zia vi dà latte e miele,

per masticarvi con dolcezza le palle.

Finalmente

Non più divise da cameriere,

e pizze surgelate

niente lacrime su coltelli di zucchero,

non più fantocci di carne i bambini,

finalmente

non verrà tolto l’utero alla donna gravida,

nessuno le metterà un collare di rame,

finalmente

sarà tolta la parola al verminaio

finalmente

nessuno si ingozzerà di denaro,

non più genitali appesi,

finalmente

gli avvoltoi saranno debellati,

come lo sputo sul muro,

come il riso malato,

come il fegato guasto

come le maschere di latta,

nessun bambino sarà fantoccio di carne,

finalmente,

mai più fantocci di carne i bambini.

Finalmente.

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Passi coraggiosi e sudati.. di Ciro Campajola

by on gen.16, 2013, under Poesia

Il Buon Vecchio Ciro Campajola.. anima libera..

Uno degli amici di Born Again.

Oggi pubblico questa sua stupenda poesia.

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PASSI CORAGGIOSI E SUDATI

Dentro un orologio rotto

imbrattato di cicatrici e vino

più o meno vivo

cammino a piedi insieme ad altri cani randagi

fiutando la notte

inseguendo ancora gli ululati dei blues in calore

Cane sciolto mi etichettarono un giorno quelli che la sapevano lunga

alla lunga è poi venuto fuori che non sapevano un cazzo

il tempo non è un galantuomo

ma un cane randagio resistente al tempo

che col tempo poi sputtana il “galantuomo”

le teste di cazzo ci mettono troppo a capire

e se poi son costrette a farlo

cominciano la lagna ventiquattro ore su ventiquattro

piagnucolano il contrario di quel che hanno capito

aumentando ancora di più la rottura di cazzo

in pratica comunque vada

le teste di cazzo rompono sempre il cazzo

e comunque la vedano

hanno la vista sempre corta

e più lunga è la lingua più corta è la vista

e più la vista è corta più è lunga la rottura di cazzo

Ma quella volta

senza rendersene conto

“quasi” indovinarono quel che dicevano

una botta di culo per teste di cazzo

non eravamo proprio sciolti come loro amavano raccontare

ma randagi sicuramente lo eravamo

per essere sciolto devi essere stato prima legato

le teste di cazzo quando “ci sciolsero” a questo non ci pensarono

e io ho difficoltà a legarmi

sopratutto a quelli che la sanno lunga

ne sono allergico

mi ammorbano il cervello e le palle

così alla lunga finisce sempre che li mando affanculo

non so perché è così ma è così

alla lunga posso restare legato a delle idee

ma non certo alle teste che le contengono

specie se queste si dimostrano di cazzo o se lo diventano

né alle loro bocche

che raccontano quelle idee

con accento bello ripulito e pieno di “un” senso

il loro personale senso

togliendo così tutto il senso all’idea

come se una donna subito dopo l’amore per prima cosa facesse una doccia

cancellando d’un colpo con un solo profumo tutta la femmina di un attimo prima

l’amore perderebbe il suo odore

basta fiutare per sentire

Danzavamo e inghiottivamo la notte

erano tempi maturi per gli immaturi

viaggiavamo a bordo di qualunque cosa

di treni come di relitti

in direzioni improvvisate più che decise

immaginate più che conosciute

la nostra incoscienza era l’unico indirizzo che seguivamo

senza di quella

non avremo potuto seguire nessun immaginario

e a noi randagi

il solo indirizzo che ci faceva sentire reali

era il nostro immaginario

sin dal primo passo

non perdevamo mai tempo a pensare all’arrivo

o se il biglietto valesse il viaggio

oppure se ce ne fosse un altro in offerta

prendevamo la prima occasione che passava

treno o relitto che fosse

da dovunque venisse e dovunque andasse

purché trafiggesse la notte con sciabolate di luce

illuminando il sapore del metallo e riscaldando l’impossibile

per guardarci intorno più veloci della lama

e riconoscere dagli occhi i nostri compagni di viaggio

il prezzo del biglietto lo addebitavamo al domani

e del domani non ne parlavamo quasi mai

e comunque mai prima della fine della notte

le nostre orme erano l’unico domicilio che non lasciavamo mai

sempre uguali

mai un trasloco di scarpe

non temevamo di essere rintracciati

noi non fuggivamo come volevano far credere

noi andavamo

da soli o in branco

noi andavamo randagi

I diamanti brillavano come vetro in frantumi

su strade che segnavano quasi sempre la mezzanotte

le mura erano zuppe fino in cima di calda umidità

orgasmi le inondavano dal basso

e da ogni crepa

splendevano immacolate le loro pupille neonate e puttane

Motori in delirio correvamo i limiti

superavamo gli arcobaleni

pirati dell’aria cercavamo città di nuvole

eravamo tragitti

scalatori muti di noi stessi

azzannavamo vita e morte con identica voracità

randagi e solitari

senza guinzagli

mai soli

neanche da soli

Danzavamo con le nostre donne risucchiati da un vortice

per poi uscirne fuori come miracolati

e inchinarci a loro con un coniglio dal cilindro

loro ci avvolgevano nei loro capelli

e poi ci sussurravano “non tornerai mai più indietro”

Erano tempi maturi per gli immaturi

prima che le viste lunghe lasciassero marcire il tempo

lasciandoci randagi in tempi bastardi

io non sono un angelo e non sono un santo

ma se esorcizzo i miei demoni vanno via anche i miei angeli

e quando se ne vanno

è difficile ritrovarli

Sono un randagio sempre affamato

che cerca un giro in Paradiso o anche un Paradiso in giro

per volarci sulle ali di qualunque amore

consentito o non

non cerco viaggi spirituali né spaziali

mi basta guardare i miei stessi volti riflessi nella stessa pozzanghera

e ancora prima di accorgermene sono già in orbita

insieme a tutti i cani randagi che battono la vita

con la vita che batte solo per noi

Stono canzoni da due soldi

con le tasche ancora piene di voglia

e ricordi tuttora da esaudire

ninnananne per non piangere

gocce di rugiada sul davanzale

giorni masticati nella testa

mentre la testa mi va giù scivolando nel mondo dei sogni

La musica si abbassa le mutande

mi mostra arrapante la nota segreta

allora danzo nudo con la mia donna

come risucchiato da un vortice

per poi uscirne fuori come miracolato

e inchinarmi a lei dopo il ballo

con un coniglio dal cilindro e molte note di Blues in più

lei mi avvolge nei suoi capelli

e poi mi sussurra “non tornerai mai più indietro”

Sono un cane randagio dell’antica stirpe del Rock

quelli duri a mollare

quelli che se vogliono un sussurro caldo all’orecchio

sanno ancora trovarselo

forse perché sanno ancora ricambiarlo

Sono un cane randagio

abbaio per cazzeggiare

se mordo non emetto un suono

ma indietro  non ci tornerò mai più

ero randagio

e ancora lo sono

Ciro Campajola

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INNUENDO

by on gen.16, 2013, under Poesia, Simbolo

“Io sono devoto alla Logica sono devoto a San Giorgio e al suo cavallo.

Ecco “l’ingegnoso cavaliere” e il suo scudiero,

a noi tre sarebbe bastato, per esempio. essere immortali”.


Di necessità virtù

il vecchio al bar arrotolava i sigari,

trasognato al freddo vento di mare,

che riscrive sempre la primitiva sentenza,

di un travaso di legno,

quello che sarà dei pesci sostanza,

con la giacca arrotolata a pena,

il cappello sghembo,

il sale negli orecchi prima di avercelo sul viso,

prima di avercelo tatuato,

come graffi di Sant’Antonio,

sulla pelle esposta sotto il cielo del calore,

in notti da fiera,

di stiva e pantere,

di paglia e fieno e specchietti sui fari,

A riannodare rotte,

per ogni notte di nave,

senza radar oltre l’albero

quello fatto di legno

per placare tempeste

che non arretrano mai,

e ti spingono sempre

per orizzonti balzani,

e giravolte erranti,

la fessa via del peschereccio,

Nel nome del padre,

e della stipata deriva,

in nome delle lentiggini che spaccano di notte il cielo,

in nome della rabbia,

e del midollo,

Giacche di azzuro il mare,

Diario di Navigazione, giorno terzo:

“Stanno in agguato i pesci,

di libri ne ho ancora un quantità

sembra che i muscoli scricchiolano,

mentre mi affido al Nome

mentre mi inculo il Cielo”

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Una nuca bianca dentro una chiesa sconsacrata.. di Ciro Campajola

by on dic.05, 2012, under Poesia

Ciro Campajola è un dannatissimo mondo..

Le sue poesie hanno cittadinanza qui in Born Again.

Lui dovreste conoscerlo prima o poi.

Quando passate da Portici, provincia di Napoli, lanciate un fischio nell’aria, poi chiudete gli occhi, e fate tre salti indietro. Potreste incontrarlo, e a quel punto vi tocca offrire una birra.

Non ci perdete col cambio.. perché lui, se gli state simpatici, vi offrirà spigoli di mondo, storie ancora impresse sui muri.

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UNA NUCA BIANCA DIETRO UNA CHIESA SCONSACRATA

Partire chissà da dove
e arrivare chissà dove
una giustific
azione per la vita
l’aggrapparsi di una vita che perde colpi
uno scialle nero c
he senza crederci
spera di fronte a un altare
una nuca bianca dentro una chiesa sconsacrata

ho visto la mia vita in una stanza stretta
e ho rubato ossigeno fino a strapparmi le unghie
sudando dagli occhi
e piangendo di sudore
ho pregato con tutto il mio corpo
mi sono consegnato nudo a un perché

ho abbracciato Cristo sulla croce
e ho avvicinato il mio orecchio alla sua bocca
quando sei inchiodato sei sincero
lui mi ha guardato tra la corona di spine
e poi è morto

sono scivolato nel sangue della sua fronte
ho baciato la sua bocca morta
ho baciato la parola che non mi ha detto
ho baciato il suo sangue
e poi l’ho bevuto

ho mandato a fare in culo i corvi sulla croce
e ho bestemmiato il suo nome per cacciarli via
l’ho bestemmiato per non venderlo
ho bestemmiato il suo nome contro i templi

e di te non ne so molto Cristo
ne so molto di più sui templi
ma mi piace come pregavi
è come pregano loro che non mi piace
sono i templi che non mi piacciono

tanti
troppo stronzi dicono di me senza sapere
ma tu sai che io ho giocato per te
seduto al tuo tavolo
ho giocato con le tue carte senza neanche vederle
sulla fiducia
senza mai chiedermi se c’era da vincere
le vittorie non si vincono
si Credono

io ci ho Creduto
chiunque tu sia io ho pregato per te
non fregarmi Cristo
o comunque si chiami quella cosa
per cui ho dato la vita

Ciro Campajola

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DREAMS

by on nov.13, 2012, under Bellezza, Poesia, Simbolo


Hai giocato a nascondino con me,

tormentando i miei gironi d’infanzia,

legandomi con giostrine e zucchero filato,

lasciandomi angoli vuoti, ai confini del soffitto,

dove mettevo le scale che mi portavano al tetto,

e là lasciare ciotole per gli uccelli che sarebbero tornati,

e da dove venivano gli uccelli non l’ho saputo mai,

e da dove venivano le strisce colorate, che non erano coriandoli,

neanche questo sapevo,

ma loro se ne fregavao

e si flettevano da sole, addomesticate dal vento,

e dalle mani,

e più mi divoravi l’anima,

più volevo addomesticarti,

rubarti il midollo, fino a marchiarti di segni

troppo violenti da cancellare

maglione sformato e goffi capelli

riuscivo a sognare la tua persecuzione

la dama ricavata dal legno,

occhi rossi, e muco sul viso,

riuscivi a darmi almeno l’odore del miele.

Ti ho rispettato nelle pozzanghere,

mi hai stupito nelle collonne a righe.N

Tutti i tuoi travestimenti li ho smascherati,

ma l’inganno continua ancora,

questo incantevole inganno,

questa ferrovia senza rotaie,

e le catene che mi regalavi

era fruste per insegnarmi a spezzarle,

solleticata la mente, sfibrava se stessa,

perché nella tensione c’è la più dura erezione,

l’unica con la quale poterti conquistare

l’unica degna di fecondarti,

mentre tu possiedi me,

l’unica con cui poterti semina,

mentre tu dilaghi in me,

l’unica con cui poteri consumare,

mentre tu avveleni in me.

Piccole porte sono quelle che vede il goffo,

non ha manco l’aria perché  è pigro e senza muscoli,

era forse una pallina di neve,

forse un chicco di grano,

i vecchi film finivano bene,

l’amaro veniva dopo,

tutto quell’amaro

che solo il tuo miele avrebbe levato,

Nei cassetti ci sono ancora tante camice,

e se ti vesti ora, stasera incontrerai il pagliaccio.

Adesso stai zitto,

che il piede zoppica come allora,

la neve è un film,

le tue parole ti inchiodano,

le parole sono pietre

stanno ancora sulla corteccia dell’albero,

e i sogni non hanno smesso di inseguirti,

quei sogni a cui devi la vita,

quei sogni non ti lasceranno stare  mai…

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Mantieni vivo il tuo io.. di Ciro Campajola

by on set.05, 2012, under Bellezza, Ispirazione, Poesia, Resistenza umana

In realtà il titolo di questa poesia sarebbe … “Quello che mi rispose ‘specchio riflesso’ “.. ma Ciro mi perdonerà se ho voluto intitolare il post con una delle frasi più potenti della sua poesia.

Ciro Campajola è uno degli amici di Born Again.

Spesso ho pubblicato alcuni suoi pezzi possenti, da autentico Poeta della carne, del sangue, dell’anima e dei sogni che si innalzano “sulla strada maestra della cicatrice”.

Per tutti coloro che adesso stanno affondando sotto i colpi che arrivano da qualunque lato… per voi che adesso avete un lago nero nell’ anima.. per voi a cui tutto adesso sembra inutile.. questa poesia è per voi.

Una citazione la faccio subito..

“‎”Ti metteranno continuamente alla prova
con sotterfugi
inganni
verità distorte e rigirate a proprio uso e consumo
si sforzeranno per farti arrendere
impazzire
morire dentro”

E poi un’altra..

“”Mantieni vivo il tuo io
combatti
continua a sputare sangue e a sbattere la testa
e scommetti sulla tua vita mentre lo fai
fottitene dei pronostici
fottitene del prezzo”.

La prova è ovunque. E cornacchie e vampiri attendono all’angolo della strada . In quei vicoli oscuri dove il respiro lo puoi sentire pesante.

La prova è ovunque, come le tue mani nude che affrontano la notte. Dita che hanno dipinto murales che sonno fili sottesi nel labirinto.

Questa poesia è un Inno.

“Mantieni vivo il tuo io,
combatti”.

—————–———–

Per quanto vorresti credere il contrario

non c’è un cazzo da fare

da questo mondo demente

nessuno può salvarti

se non tu stesso

Ti troverai ad avere a che fare con gente ancora più impossibile

di quanto lo sia tu

e ancora più imposibile

delle situazioni che già la vita ti riserva per cercare di essere te stesso

perché la vita

in questo mondo impossibile

è vissuta da gente impossibile

e la gente impossibile ama nascondere se stessa

Ti metteranno continuamente alla prova

con sotterfugi

inganni

verità distorte e rigirate a proprio uso e consumo

si sforzeranno per farti arrendere

impazzire

morire dentro

Solo tu puoi salvarti

e non riuscirci sarà più facile di ogni altra cosa

ma tu prova a riuscirci

prova a guardarli

Vuoi diventare così?

Come loro?

Un essere senza volto pur di non rischiare una ruga?

Un essere con la parola mai fuori posto per un quieto vivere camuffato da educazione?

Un essere che vive senza cervello e senza cuore?

Vuoi provare la morte prima della morte?

Nessuno può salvarti se non tu

e salvarsi vale la pena

è una guerra difficile da vincere

ma se c’è qualcosa che vale la pena vincere è questa

pensaci

salva il tuo io

quello spirituale

quello viscerale

il tuo io incontaminato che ancora canta

il tuo io che per non farlo contaminare da altri

hai preferito contaminarlo di tuo

hai preferito addormentarlo

pur di non omologarlo a coglioni vecchi sin dalla nascita

che se gli dici stronzo

rispondono ancora come dei cerebrolesi….. “specchio riflesso”!!!!!!!!!

e magari hanno pure dei figli

un lavoro

delle responsabilità in questa vita

in pratica sono un attentato alla vera vita

al loro ruolo

a loro stessi e agli altri

Non mischiarti ai morti di spirito

e non ascoltare chi ti consiglia di non scendere al loro livello

è quello che li fa credere vincenti

l’essere da soli

o al massimo con stronzi come loro a quel livello

scendici invece al loro livello

scendici a tavoletta e schiacciali

lo specchio riflesso spaccalo in mille pezzi sulle loro teste bacate

mantieni vivo il tuo io

anche a costo della morte

anche a costo di vomitare sangue per le ulcere che ti procurano

anche a costo di sbattere la testa contro un muro

per alleviare la pesantezza vuota delle loro parole “da maniera”

Mantieni le tue lacrime

e il tuo umorismo

se non avessi lacrime non avresti umorismo

e se lo perdi

ritrovalo

puoi farlo

tu ce l’hai

loro no

credono di avercelo ma la confondono con l’imbecillità

tutto ciò che sanno dire è “specchio riflesso”

sono cadaveri dispettosi che si nascondono alla loro pietosa condizione

per credersi vivi

per prendersi per culo

Mantieni vivo il tuo io

combatti

continua a sputare sangue e a sbattere la testa

e scommetti sulla tua vita mentre lo fai

fottitene dei pronostici

fottitene del prezzo

Solo tu puoi salvare il tuo io

solo tu puoi salvarti

fallo

non diventare come loro

non provare la morte prima della morte

e nel caso

non avere paura di provare quella vera

non quella mai vissuta.

Ciro Campajola

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Noi per noi… di Ciro Campajola

by on ago.20, 2012, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana

Ciro Campajola,

troverete le sue tracce in questo Territorio chiamato Born Again..

Lui viene dai vicoli, dalla strada, dai muri scrostati, dalle periferie benedette e maledette.

Lui viene dai quaderni bianchi, e dalle scritte sul muro dei cessi, dai canti alla stazione, dai bambini perduti e poi ritrovati.

Porta un onore antico, quello di chi.. proprio perdendosi.. non si è mai perduto.

———————————-

NOI PER NOI

Vivi ma solo perché sopravvissuti

a tutto

al nostro sfregio permanente

a noi

a sogno e delusione

passione e disincanto

a realtà

per cui

droga

nostra risposta all’imposta

reduci che non vogliono ricordare

non vogliono medaglie

non vogliono il mondo

ma che hanno paura quando il mondo va a dormire

selvatici costretti alla folla dalla solitudine

da una particolare solitudine

la paura di non avere paura di niente

neanche di noi

la paura da cui fuggiamo

terrorizzati dal buio dell’ultima insegna che si spegne

l’ultimo bar che chiude implacabile i nostri alibi

costretti al ritorno

chiusi in casa ricordiamo

a volte pensiamo

altre sogniamo

sopravvissuti ai sogni

sogniamo incubi

intrappolati da magia nera e Amore Puro

quello che non si lascia toccare nemmeno con un dito

stracciati

senza tracce

ma sempre al fianco

bastonati

senza bastone

ma ancora in piedi

saperci nell’aria che ingoiamo respirando

sentirci negli odori già sentiti

vederci gli occhi

quelli che non si vedono

quelli nascosti

gli occhi che l’amore fa svestire

gli occhi denudati dalla paura

burro in una scelta da duri

un gioco d’azzardo

fusi da vita e morte

questo siamo stati

questo siamo

questo noi sappiamo di noi

questo voi saprete di noi da noi

mescolati sul fondo di una padella sempre

amalgamati per sempre

sempre e solo cotti per cucinare altro

sognare morte dicono sia fortuna

ma noi non ci sogniamo più in fortuna

i sogni ci hanno già fregato

la realtà già allertato

a volte ci sembra di sognarla la realtà

la nostra

quella in preventivo

l’incubo probabile

la notte che al mattino non svanisce

e se ci sogniamo morti non verifichiamo

ci intristiamo ma non investighiamo

non è da noi

è roba da sbirri

noi sappiamo solo essere investigati

nel caso

aspettiamo che passi il mal-tempo ad annunciarsi

teniamo lontana l’amarezza fino alla certezza

e intanto continuiamo ad amalgamarci

e non ci sembra neanche più di bruciare

è un caldo abituato

un intervallato

puntuale

preciso continuo mescolio

malinconia e qualche certezza a volte riscaldano una serata

noi

per noi

sappiamo che ci stiamo.


A Vale

Ciro Campajola

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