Poesia
Passi coraggiosi e sudati.. di Ciro Campajola
by Duncan on set.13, 2011, under Poesia, Resistenza umana

A Ciro Campajola ho dedicato anche altri momenti in questo Territorio chiamato Born Again…
Ma lui sarà sempre parte dell’anima di questo posto..
così come è parte dell’Anima del Mondo.
Tra dannazione e bellezza, non appenda mai cappelli al chiodo, perchè può solo sputare in faccia al vento, ridere sotto la corsa della musica, e disegnare sogni ancora vivi.. come e vivo lui..
Questa è una delle sue ultime poesie.
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PASSI CORAGGIOSI E SUDATI
Nel passato di ognuno di noi
è conservato il proprio momento di gloria
qualche sera lo vai a ripescare
proprio come una vecchia cara foto ingiallita
a volte è molto meglio che guardare certe persone negli occhi
o peggio ancora
averci a che fare con certe persone e i loro occhi
ma è raro che qualcuno coltivi ancora un po’ di quel momento
di solito lo si lascia ingiallire
come un gioco per cui non si ha più l’età
ed è in quel momento che stai uccidendo la tua gloria
per quanto continui a conservarlo quel momento
l’hai condannato a essere un ricordo
hai chiuso il guscio all’avventura
lo hai condannato a morte
Ovviamente sono di parte
ma come tutti
sono come tutti
e come tutti il mio momento è il più bello di tutti
Il mio momento è quando si parlava
senza dover azionare il cervello
oggi ne fanno volantini ironici e contrari
“non aprire la bocca senza azionare il cervello”
e poi li appendono in tristi sale di uffici
io non ci trovo niente di comico né di illogico
a me pare una cosa saggia
la voce partiva dall’anima
non dalla ragione
la ragione può essere furba
la ragione può anche uccidere
e quanto cazzo mi ha ucciso il mio momento
ma “quanto” cazzo mi ha fatto vivere
Ed eccomi qui stasera
tante sere dopo quel momento
io e il mio mondo
lontano dagli occhi dal mondo
quel mondo che non sa un cazzo di te
ma si impiccia sempre dei cazzi tuoi
La musica è quella di allora
il grigio nei capelli no
ma chissenefrega
l’emozione è ancora la stessa
e continua a crescere quando meno te l’aspetti
è la stessa che seminai
la stessa che mi spinge ancora a coltivare
la stessa che mi ha fatto morire e vivere
la stessa che mi terrà vivo
volente o nolente
fino alla morte
la stessa che appena oggi
nonostante la siccità in cui agonizza il mondo
mi ha fatto dono di nuovi fiori freschi
Altri fiori che profumeranno soltanto il mio giardino
quello del mio mondo fuori dal mondo
quello sospeso tra sogno e realtà
Non sono in gara con nessuno
non penso all’immortalità
non me ne frega un cazzo
è il battito del cuore fin tanto che batte
è la porta che si apre al sole
le orme che brillano di sudore in mezzo alla luce
le emozioni che corrono libere
e libere si rincorrono
gli uomini che si buttano
ci danno dentro
che cadono e si rialzano
fino a quando non ricadono finiti
e qualche volta si rialzano anche allora
La gloria è nel passo
nel provarci
nella temerarietà
che la morte vada a farsi fottere
Oggi
solo oggi
nient’altro che oggi
Ciro Campajola
Alzata con pugno
by Duncan on set.13, 2011, under Poesia

Si gira, e lascia un pò di gesso e ci cenere,
se accelleri il passo, metti anche la mano…
mettila, e poi lascia il biglietto,
L’importante è ricordare che ci sono colossi di plastica e di fango
e voci serpentine che giungono nella notte,
e pomeriggi oziosi che devi smembrare,
e raccattare i quaderni smarriti per scrivere ancora e ancora…
altrimenti sarà il quaderno ad inchiodare te
L’importante è che non cominci a fare anticamera,
a ingoiare parole,
lo stanco sorriso di chi si arrende alla suocera,
agli impiccioni, e a chiunque entra senza bussare,
ad appendere ganci sul ventre di ballerine impazzite,
e a non arrenderti ai bar..
non arredersi ai bar…
Vai a urlare la tua voce in spiagge deserte,
è un vecchio gioco sai,
ma funziona,
urlala in spiagge dserte,
potenzia le sillabe e il tono,
Arti che spaccano il suono,
la pietra che cade nel mare,
neppure un ombra che sangunini,
mentre la mano a cartoccio si innalza,
specialmente i più pigri detestano chi ancora alza il pugno,
ma se lo alzi, e la sera hai muscoli stanchi,
nel coricarti non sarai solo la tua giacca,
ma quel silenzio che hai scavato nelle ore
e non sarai solo un giocatore part time
neinte stupri conditi di miele,
Si accendono lumini in vicoli stretti, e là
posa il tuo piatto,
un pezzo di cibo per gatti, antenati e fantasmi
Sì, le ore si radunano, per stringerti al collo,
e avvinazzarti le vene,
altre duecento bottiglie, altre 300 ore al divano,,.
altri 500 rospi sputati..
Ma tu vai..
e allena il tuo pugno,
Entra in ritardo poi e prendi il tuo fegato,
tagliuzzato a fettine, a ingoiare,
entrano dentro se non sbarri le porte,
le giacche grige di stagioni morte,
le vacche gravidi di solitudini appannate,
le eterne file con i crampi sull’anima,
premono sempre, finchè trovano molle,
ti spolpano il midollo se possono farlo,
pulisci il cesso, ma fallo sorridendo,
oppure, fai a strisce i bidoni,
ritorna nel fango,
acceendi rottamate lampadine
sotto valzer ribelli
e alza quel pugno,
scrivi poesie e appendile sui muri,
come Martin Luthero a Wittenberg..
come Martin Lutero..
caccia anche il tuo nome se ti vergogni..
ma appedile come un proclama pazzo…
ho visto un giorno buttare un fazzoletto sul tavolo,
come un gesto da bestia,
un gesto di sfida,
E iscriviti a un corso del menga, iscritivi, e studia di notte,,,
puoi ancora suonare il violino in fiere di paese,
o sotto il Ventre di Dio…
Scappa dai ritrovi di reduci,
gli ex diplomandi del ’77.
le vedeve allegre
da monache sadiche
e i predicatori del casto e puro,
gli insegnanti di galateo
o i Ras delle salegiochi…
Da chi ride, girato l’angolo,
ride al tuo sogno di fuoco,
E mordi ancora.. mordi di nuovo..
verrai ancora sotto il branco
con il seme dell’uomo
hai nello scroto il seme dell’uomo,
e mani su argilla,
corone di spine,
gli occhiali volano dal finestrino,
un vecchio cappello fa da stoffa per cani,
la morte può ancora giocare a tressette,
se torni più tardi, passa dai vicoli,
con un vecchia macchina,
larga, larga,
ma prima..
Alzata con pugno.
I mondi di Barbara (Julio Cortazar)
by Duncan on ago.03, 2011, under Bellezza, Poesia

Eccoci con un altro appuntamento con I mondi di Barbara… la rubrica di Barbara Lazzarini. Semi di cultura viva, di cultura che cammina.. sono quelli che lei lancia.. unendo sempre cultura, vita e bellezza.. in indissolubili nodi.
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Julio Cortázar (Bruxelles, 26 agosto 1914 – Parigi, 12 febbraio 1984)
Complesso scrittore argentino-parigino. Disorientando il lettore, con le parole fa magia e costruzioni metafisiche.
Amato moltissimo da Borges, di lui Neruda ha scritto: “Chiunque non legga Cortázar è condannato”.
La sua è un’ampia produzione narrativa e poetica, ma il suo capolavoro resta il famoso romanzo del “realismo magico” Il gioco del mondo (Rayuela) . In esso i personaggi attraversano in modo non convenzionale la quotidianità e nelle loro scelte, nei loro pensieri, nelle azioni, persino nelle stasi, l’autore innesta una profonda analisi filosofica che tratteggia una psicologia originale, dissacrante, sorprendente delle figure umane che dal testo prendono vita. Sfioro la tua bocca, con un dito sfioro l’orlo della tua bocca, la disegno come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare faccio nascere ogni volta la bocca che desidero, la bocca che la mia mano ha scelto e ti disegna sulla faccia, una bocca scelta tra tutte, con la sovrana libertà…. Sperimentatore instancabile, romantico e carnale, dicono fosse malato di “gigantismo”, era dunque condannato a crescere sempre, contro le consuete leggi di Cronos, e la sua stessa opera, allo stesso modo, rifiuta di assestarsi in via definitiva e non sa seguire la scontata linearità del tempo. I suoi tenaci lettori, perduti nei percorsi di altre dimensioni, con Cortázar sanno di essere riusciti a percorrere un viaggio ultraterreno.
Julio Cortázar è stato anche un magnifico poeta, i suoi versi non cercano altro che d’arrivare all’anima, è suadente e vivo, doloroso e vero. Vi posto due delle sue più note e belle poesie, talmente chiare nell’esposizione delle tematiche, che non necessitano d’alcuna spiegazione.
Il Futuro
E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.
Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.
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Se devo vivere
Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.
Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.
_Julio Cortàzar_
Ciro Campajola.. il libro..
by Duncan on ago.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana
Le poesie sono pensieri sbloccati
Firmati da realtà opprimenti
Tu non fai altro che scriverle
Io non so cosa è esattamente ciò che scrive Ciro Campajola. So che spacca le dighe, spacca i muri, spacca gli spartiti, così come spacca i coglioni… specie di chi è sazio nella propria mediocrità e complicità, e spacca la vita e la morte.
Le chiamiamo poesie, ma di poesie del genere io non ne ho lette mai. Chilometriche, inarrestabili, fluviali.
Urlano fino a trapanarti la mente, ma ridono anche, tra il malinconico e la speranza affamata dietro un bicchiere di vino e un bicchiere di blues e un bicchiere di anima.
Ferite e grotte di solitudini, abbandoni e volti cancellati dalla lavagna, i gironi infernali dei senza nome, e dei nomi di coloro a cui hanno rubato il nome. E di loro che canta Ciro. Delle principesse bambine vestite da prostitute e dagli occhi grandi come il mare. Delle periferie capovolte dei tossici, e dei marchiati a fuoco, i puntini neri per le freccette facili, i collaudati oggetti del disprezzo, le mani fragili che chiedono vita e carezze, e prendono pugni e morte.
Ma Ciro non è un delicato poeta da confortevole nicchia malinconica. In lui suona a stordire le orecchie, la forza iconoclasta dell’eterna invettiva contro l’abiezione, la sacra indignazione che è l’onore di tutto la grande poesia satirica dell’antichità, e di tutto il grande teatro ironico, appassionato e civile dei nostri giorni.
Sì… la ribellione delle parole. La ribellione nelle parole. Non cercate conferenze per acculturati e teste d’uovo. Ciro è nato nelle periferie, vive nelle ciminiere, sale su quegli strani sentieri che si affacciano sul volto bello della vita che regge il pugno, e mostra il dito alle cornacchie gracchianti della dissoluzione.
Lui mostra il riso delle scimmie. Ma a quel riso non si arrende come gli eterni sconfitti. E a quel riso non si accompagna, come gli eterni complici vigliacchi.
Perché è tutta una scansione di tempi.. tutta una scansione di ritmi.
E lui ti mostra il male, ti mostra la scimmia deforme, il concerto malato dei vampiri. E a volte è acciottolato in mezzo al grembo che piange.
Ma non vedrete mai solo il buio..
Alla fine c’è sempre un canto del cuore,
siamo sempre qua – sembra dire Ciro – a dare sperma e polmoni alla vita..
e poi tu*
tu sempre con quelli che non ci stanno
che preferiscono pagare e fanculo il conto
tu confuso
tra quelli che sanno tutto e quelli che non sanno niente
tu
che non ne vuoi più sapere e fanculo pure le chiacchiere
tu
tra la legge uguale per tutti o meno
tu
che per quel che ne sai
fanculo comunque sia la legge
con te è sempre stata uguale
mai giusta
tu
che batti sudato e testardo il tuo sentiero
che per gli altri sia legale o no
lo è per te
E’ la tua strada ragazzo, la strada stretta è sbagliata.
La strada di chi lo batte il suo tempo, anche quando le ore pesano fino spezzarti le dita. Ma tu non la molli. “Sono quello che sono”.. dillo, dillo forte e fai il tuo passo, cammina sul tuo Sentiero.. prendi ciò che ti appartiene e vai, costi quel che costi, quanto sangue può costare, è onorare ogni attimo. Questo ti fa scalpitare Ciro dentro. Questo ti scaraventa addosso.. con buona pace di tutti i cantori della stanchezza, che dilagano nel nostro tempo.
E’ intollerante nel suo scrivere? Può essere. Non è un santo. Non vuole essere un santo. La sua poesia è bambina e negra allo stesso tempo. Crudele e sensibile allo spasimo. Conosce la lotta di strada questa poesia, a mali estremi sa tirare le unghie… Nasce dalla musica, la musica la partorisce, musica genererà.
Non è per i levigati, le personcine inamidate, i professionisti del volontariato, per tutti coloro che si rifanno una verginità con le “pecorelle smarrite”. Se siete tra costoro.. non è il libro per voi. C’è tanto altro in libreria, cercate altro.
Le vite scartate gli stanno appese al collo, e lui si fa male a portarle, ma DEVE portarle. E sono tutti qua a prendersi la sua mano. E c’è ancora lui, nelle notti a dare lucido alle trombe.
La sua poesia trasuda Onestà. L’eccesso si accoppia al rigore morale. Solo uno dei tanti apparenti paradossi che vivono in lui e in ciò che scrive.
E alla fine c’è la notte più notte, notte al quadrato.
Alla fine c’è l’alba afferrata “appena in tempo”.. “in fondo alla notte”..
Alla fine c’è musica che passa nelle vene.
Alla fine c’è un anello..
ti accorgerai*
che comunque
nei giorni chiari e in quelli bui
hai sempre trovato un anello
in ogni tempo
con ogni tempo
e sia nel sole che nella pioggia
tu lo hai sempre portato al dito
come una fede nuziale
come un matrimonio benedetto di suo.
Non vi dico di leggere il suo libro..
Non si dice mai a qualcuno di leggere un libro,
a un certo punto un libro, un disco, un volto ti chiamano..
chiamano e basta.
Vi dico invece di dare lucido alle trombe.
Alfredo Cosco
*Brani di poesie di Ciro Campajola non presenti nel libro.
Per l’acquisto contattare Ciro attraverso posta Facebook.
Il Sale della Terra
by Duncan on lug.24, 2011, under Ispirazione, Poesia, Simbolo

Cadaveri si aggirano sulle sponde del mare d’oriente,
anime dissolutamente pure,
senza neanche frangenti a portare il cappello,
seminaristi della merda,
mentre tubature arruginite lasciano contattare le ore al cipiglio,
ecco che qualcuno bussa nascosto,
avanti, dice la vecchia strega,
avanti, fai tre passi e poi uno,
cinque intorno e sul buco di quella madonna di culo,
di quella sforbiciata alla camicia che ti rifà il look dalle ginocchie
al bidè
mentre ti accalappi alle insegne luminose,
se fai lo smazzo ti spezzi all’imbuto,
come una tracannate metafora,
solo che cammini,
e impari il passo al contrario,
come gioco balsamco,
nutrita voglia di ridere,
nutrimi
e svelerò ll’impasse…
nutrimi e scendero dall’asse,
e cantero nel mezzo,
come la corda sfibrata,
la stecca nel coro,
l’anello mancanto,
il lumino che afferra il buio
e balbetta piano,
nutrimi non aspetto che sabbia,
e sfangarmi di nuovo,
niente arie bizantine, e
cene intellettuali,
rendo ogni dono fatto per cerimonia,
ogni promessa da fiera,
ogni eleganza da sacrestia,
immagini riflesse sputano allo specchio,
come piogga vistata dal cielo,
e tue son le grandini,
tuo lo scirocco e la delizia,
tua la bastardaggine e la fede
tue le vette coperte, i frutti strappati al padrone,
tua la gloria dello scugnizzo,
la cuspide che segna il passaggio
tuo l’aroma di invaginata saliva,
la superba beatitudine,
il cesso immolato ad arte,
come vena dell’oro,
ogni parola non scambiata,
non taciuta alla dogana,
vengono e non hanno denti
e spuatano balbettando immondizia,
lasciano che l’erba si maceri
come carta fumanta,
futamo sdomiato, rottame da canne,
ma tu sei il ginocchio del mare,
la candela a mezzogiorno,
il settembre promesso,
quello che ti stringe a capanna,
e ti fagocita il culo,
mentre dirotto trabocchi a pezzettini nel vento
un pò come coriandoli,
gioelli, conservati per te
tra fogliacci di carta, e bollette rosse,
e terzi cassetti di terzi piani di scale a pioli e a cipolla,
vengono,
rimasugli di fiato,,
fame lii droga a cercarti,
eppure non molli la presa sui giorni,
perchè tu sei nell’aria,
la mia mano che si alza,
questo vecchio bambino col cappello da western,
tu sei l’orario che sbalza,
il famoso treno di chi in arte si perde,
e in arte si smania e
in arte ritrova ogni linea sbroccata,
non c’è pace ai quaderni,
no.. non c’è pace,
ti consumi le penne,
eccoli cappucci in deriva,
marchio sulla pelle,
uno per uno contati,
alluci strappati,
ma tu sei la mia stella d’oriente,
picchia per strapparmi dal sonno,
picchia forte
perchè questo sangue mi eccita,
Il faraone tace,
strane queste cavallette estive,
non rammentano gli ordini inespressi?
fino a dove il cappello si spinge?
Lo sai che se ridi ti regalerò camice,
che certo non valgono niente,
ma te le annoderò in cerchio, come
corda per evasi e disertori,
Tu sei l’ultimo bagliore a spegnersi,
la madre insaziabile degli insorgenti,
tu li generi,
diecimila figli,
diecimila cazzi in gloria dei,
appena appena un filo d’erba,
non sai leggere la ruggine?
lo vedi il morso sul collo?
il pane ha sempre il suo lievito,
chiamali se vuoi..
il sale della terra.
I mondi di Barbara (Osip Emil’evič Mandel’štam)
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana, Simbolo, politica

Eccoci a un altro appuntamento con la “I mondi di Barbara”, una rubrica che è una delle colonne principali di questo Territorio per Anime Pazze e Libere chiamato Born Again.
Barbara Lazzarini in questo spazio ci porta in altri mari rispetto alla cultura digerita e premasticata, e poi ingurgitata come fosse puro materialato.
Questa cultura si incarna nell’uomo e diventa incandescente percorso narrato, che della Libertà fa un pezzo di pane, che passa di mano in mano, rendendo chiunque mangia, più libero.
Il pezzo di Barbara che oggi pubblichiamo è uno a quelli a cui io tengo di più in assoluto. Il protagonista è un Gigante..Osip Emil’evič Mandel’štam.
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Osip Emil’evič Mandel’štam è un grandissimo poeta, una delle figure più importanti del Novecento letterario. Vittima, come moltissimi altri grandi artisti, delle “Grandi purghe staliniane”. Nasce nel 1891 a Varsavia da una famiglia ebrea, si trasferisce in Russia e trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Pietroburgo. Affronta studi intensi di filologia romanza e germanica che gli serviranno per studiare i grandi italiani come Cavalcanti, Petrarca, Dante, ecc.. successivamente insieme all’Achmatova e al di lei marito, fonda il movimento acmeista ( i migliori) in contrapposizione ai versi oscuri dei simbolisti russi propongono la chiarezza e la praticano perfettamente. Scrive in prosa e in poesia, molto importante, per il taglio originale che esce del Nostro più grande poeta, il suo saggio “Conversazione,(o discorso) su Dante”. Quello per la nostra lingua è un amore intenso, Mandel’stam la definisce “la più dadaistica delle lingue romanze”, pensate che Cristina Campo, raffinatissima traduttrice, l’italiano lo definiva “lingua di marmo”, lingua che se ne sta lì come un blocco pronto per essere scolpito, è irriducibile marmo che cela la forma affinchè ne sia estratta. C’è una sorta di incontro elettivo con Dante, prima di lui con Cavalcanti, in effetti il vero avanguardista dell’era volgare, quello che sdogana il pathos, con lui finalmente si può parlare di sofferenza carnale nell’amore, lo fa lui per la prima volta con durissime parole e sintassi complessa, lo farà Dante nelle famose e bellissime “Rime petrose”
…e torna la pietra a forgiare la nostra neolingua di parole che sanno tagliare e sono tagliate.
E’ mi duol che ti convien morire
per questa fiera donna, che nïente
par che piatate di te voglia udire.
I’ vo come colui ch’è fuor di vita,
che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia
fatto di rame o di pietra o di legno…(Cavalcanti)
Canzon, or che sarà di me ne l’altro
dolce tempo novello, quando piove
amore in terra da tutti li cieli,
quando per questi geli
amore è solo in me, e non altrove?
Saranne quello ch’è d’un uom di marmo,
se in pargoletta fia per core un marmo.(Dante)
Quando M. entra nei regni danteschi e prende a parlare della Divina Commedia, il suo approccio critico davvero è inconsueto. Di lui dicono che fosse un tipo strano, sempre in movimento, incapace di starsene seduto, frenetico, con il pensiero altrove, esiliato ai comuni mortali. Questa sua stessa condizione esistenziale d’esule lui rinviene in Dante, quella stessa foga del moto vorticoso di versi pietra che generano la più grande delle lingue; per Mandel’stam Dante “DANZA”, muovendosi nella musica dei versi, versi come orchestre sinfoniche. Ancora nel “discorso su Dante” scrive: “Dante è un maestro dei mezzi poetici, non un fabbricante d’immagini. E’ lo stratega delle metamorfosi e degli incroci” e quando si sofferma sull’analisi del canto del conte Ugolino scrive : “I canti danteschi sono le partiture di una speciale orchestra chimica”.
Osip M. è un grandissimo esperto di musica, fa paragoni con Bach, la musica è per lui segnale di vita e afferma che la poesia deve seguire regole più severe come quelle delle partiture:”Questa è la legge della materia poetica, materia che è convertibile e sempre in via di convertirsi, che esiste solo nello slancio dell’esecuzione“.
Mandel‘stam ha affermato: “prima compongo, poi scrivo“.
Si legga la seguente poesia dal confino forzato in cui viene relegato per motivi politici:
Lei non è dal suo mare ancora nata,
lei è musica ed insieme parola;
è il legame che mai si potrà sciogliere
fra tutto ciò che vive nel creato.
Delle onde respiran calmi i seni,
ma un chiarore impazzito il giorno illumina,
e stanno i lillà scialbi della schiuma
dentro un vaso color celeste-nero.
Acquistino le mie labbra, recuperino
la mutezza lontana, primordiale,
simile a una nota di cristallo
che vibra, fin dal suo nascere, pura!
Rimani quel che sei – schiuma, o Afrodite,
tu, parola, rifluisci in musica,
vergognati del cuore, o cuore, fuso
con l’elemento primo della vita!
La storia della dittatura sovietica s’incrocia con quella dell’artista già inviso al regime quando una sera recita questa poesia tra amici:
Noi viviamo senza avvertire sotto di noi il paese,
i nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza,
ma dove c’è soltanto una mezza conversazione
ci si ricorda del montanaro del Cremlino.
Le sue grosse dita sono grasse come vermi
e le sue parole sicure come fili a piombo.
Ridono i suoi baffi da scarafaggio,
e brillano i suoi gambali.
Intorno a lui c’è una masnada di ducetti dal collo sottile
e lui si diletta dei servigi dei semiuomini.
Chi fischietta, chi miagola, chi piagnucola
se soltanto lui ciarla o punta il dito.
Come ferri da cavallo egli forgia un ukaz dietro l’altro,
a uno l’appioppa nell’inguine, a uno sulla fronte,
a chi sul sopracciglio, a chi nell’occhio.
Non c’è esecuzione che non sia per lui una cuccagna…
Qualcuno si fa delatore, Mandel’ stam non saprà mai chi sia stato, né perché lo abbia fatto, tuttavia il “controrivoluzionario” viene arrestato, ha con sè solo una copia della Commedia. Ha così inizio un percorso di inaudita sofferenza fisica e psicologica che lo condurrà alla morte nel lager di Vladivostok nel ‘38
Su di lui Viktor Erofeev afferma: “Osip Mandelshtam scrisse i versi politici più coraggiosi e più riusciti di tutta la storia della letteratura russa. È un record. Quel proiettile di poesia diretto contro Stalin (…) è di una precisione micidiale”.
E’ nella durezza della prigionia che l’ansia genera poesia, la tensione del dolore si fa morso dilaniante che lo consuma eppure Osip non vuole smentire la sua vocazione d’uomo, compone, le parole risuonano tra soprusi fango e gelo, la sera ai suoi compagni di sventura recita Petrarca, prima in italiano e poi in russo, chissà quale fantasma porta l’arte a superare ogni bruttura, l’otium sereno delle Rime italiane a consolarlo, il sogno di un raccoglimento letterario negato…
Qui di seguito riporto alcune liriche dal campo di detenzione, furono preservate e poi date alle stampe dalla moglie Nadezda, che aveva imparato a memoria questi e numerosi altri testi poetici del marito.
Lo dico in brutta copia, a voce bassa,
ché non è ancora venuto il momento:
il gioco del cielo irresponsabile
si attinge col sudore e l’esperienza.
E sotto il cielo dimentichiamo spesso
- sotto un purgatoriale cielo effimero -
che il felice deposito celeste
è una mobile casa della vita” (9 marzo 1937)
“Io mi porto questo verde alle labbra
questo vischioso giurare di foglie -
questa terra che è spergiura: madre
di bucaneve, aceri, quercioli.
Mi piego alle umili radici, e guarda
come divento insieme cieco e forte;
non fa dono, il risonante parco
di una sontuosità eccessiva agli occhi?
E – palline di mercurio- le rane
con le voci s’agglomerano a palla;
i nudi stecchi si mutano in rami
e in lattea finzione il vapore dell’aria (aprile 1937)
I mondi di Barbara (Gregory Corso)
by Duncan on giu.18, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia
Eccoci di nuovo con Barbara Lazzarini e i suoi “mondi”; la sua rubrica dove ci regala una cultura viva e non da museo. Voci, e pagine e carne della bellezza e della dignità. In questa occasione ci parlerà di Gregory Corso.
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E’ disastroso essere un cervo ferito.
Io sono il più ferito, lupi qui nell’ombra,
e ho i miei cedimenti, anche.
La mia carne è presa nell’Amo Inevitabile!
Da bambino vidi molte cose che non volevo essere.
Sono la persona che non volevo essere?
La persona tipo parlar da soli?
La persona tipo favola del vicinato?
Sono io colui che, sugli scalini del museo, dorme su un fianco?
Indosso la stoffa di un uomo che ha fallito?
Sono il matto del villaggio?
Nella grande serenata delle cose,
ddsono io il brano più soppresso?
_Gregory Corso_
« Mi capitò in gioventù, a 12 anni in riformatorio … ci rimasi cinque mesi niente aria, niente latte, e la maggioranza erano negri e odiavano i bianchi approfittando terribilmente di me… ed io ero veramente come un angelo allora perché quando mi picchiavano e mi buttavano piscia nella cella, il giorno dopo venivo fuori e gli raccontavo il mio bel sogno di una ragazza che volava e scendeva davanti a un pozzo profondo e si metteva a guardare.Vi dico questo perché penso che sia la prima volta che abbia mai sentito l’ orrore di quel gregory 12enne.Ora voglio combatterlo, allora non potevo, perché ero sincero e poi, in qualche modo, per strada, ho perso quel Gregory… » (tratto da The New American poetry 1945-1960)
“…era leggendo Shelley in un carcere minorile che aveva cominciato a scrivere poesie, a sognare la Bellezza con la B maiuscola, a immaginare mondi stellati non legati ai fili della logica inesplicabili”.
Di Gregory Corso, la scrittrice Fernanda Pivano disse: “insolente al di là del sopportabile e strafottente nella più assoluta imprevedibilità qualunque cosa abbia detto o scritto ha sempre rivelato il dono di non dire mai una sciocchezza”.
Gregory Nunzio Corso il 26 marzo 1930 nasce a New York da genitori italiani, una famiglia instabile che lo mette di fronte a situazioni come l’ orfanotrofio, fughe e riformatorio. A diciassette anni progetta una rapina per cui poi viene arrestato; in carcere conosce la letteratura del grande Ottocento e scrive poesie già verso la fine degli anni Quaranta. Nel ’50 conosce Ginsberg per caso al Greenwich Village. Va ad Harvard e diviene un topo di biblioteca, mentre continua la sua produzione poetica. La prima raccolta di poesie è
The Vestal Lady on Brattle a cui segue un periodo di connessione culturale europea. Sempre negli stessi anni stabilisce anche rapporti con i maggiori esponenti della Beat Generation. Nei primi anni Sessanta invece, dopo un infelice matrimonio e una sfortunata esperienza come professore, si trasferisce in Europa per circa due anni. Nel ’62 pubblica Long Live Man e nel ‘70 Elegiac Feelings American, collaborando sporadicamente nel cinema e nel teatro. Dopodiché si è orientato sempre più verso le filosofie orientali e nel ’74 ha pubblicato The Japanese Book, in cui trova sbocco artistico la propria esperienza religiosa. The Vestal Lady on Brattle (1955) rappresenta l’esordio letterario del poeta e anche il primo insuccesso editoriale; il tutto si svolge attorno ad intricate vicende interiori espresse il più della volte con grande indecisione ed instabilità data dalle varie intenzioni e dai vari modi di esprimersi che si sovrappongono e che confondono. I temi, personali, e gli stili, “allucinati”, sono accompagnati della realtà urbana vista nella sua routine quotidiana; in un certo senso ci si trova di fronte ad una sorta di “bestiario”, una serie cioè di caricature distorte delle personalità, più o meno spersonalizzate, che si incontrano nel mondo occidentale. L’influsso di Whitman è parecchio vistoso e spesso, piuttosto che liberare il verso, lo appesantisce; anche Shelley, molto amato da Corso, è imitato in modo maldestro. In parte questi aspetti negativi possono essere riconsiderati anche per parlare della raccolta successiva del poeta, Gasoline (Benzina), ma decisamente c’è da fare un’eccezione. Nel ’58 infatti viene separatamente pubblicata Bomb, una poesia altrettanto famosa che Howl e importante manifesto della Beat Generation. Il tono generale di questa raccolta è più cupo della precedente e difatti si viene proiettati in un incubo metropolitano, la metafora del decadimento e della disgregazione: l’ombra della bomba atomica. Per scrivere Bomb, Corso fu ispirato da una manifestazione contro la “bomba” a cui assistette e da cui rimase impressionato dalla forte carica d’odio. Così gli sembrò che la mostruosità distruttrice della bomba non fosse tanto diversa da quella di quei manifestanti e di tutti gli uomini che rispondevano con l’odio all’odio verso qualcosa che esiste. Diceva che era impossibile odiare qualcosa che è e che niente può fare male se viene amata; il vero assassino dell’umanità è l’odio. Il risultato fu una lettera d’amore alla bomba ed egli si meravigliava perché tutti inorridissero. Egli affermava quindi che la condizione umana è già abbastanza difficile senza che la si debba peggiorare: il “flagello”, l’”ascia”, la “catapulta di Leonardo”, i “tomahawk” indiani, la “spada di S. Michele”, la “lancia di S. Giorgio” e così via tutto per indicare la morte. Nella raccolta successiva The Happy Birthday of Death (1960) l’attacco al conformismo è simile a quello di Kerouac, ma tutto è portato al piccolo quotidiano e si fa più ironico e tagliente. Infine in Long Live Man il suo messaggio diventa più pacato e meno provocatorio, simbolo di una riduzione della speranza di creare un’America migliore; l’esuberanza macabra, l’ironia tagliente e il tono apocalittico lasciano il posto all’introspezione: “I’m good example there’s such a thing called soul“. La sua poesia è decisamente beat per i suoi aspetti bizzarri, provocatori e caricaturali, ma il poeta è più diretto verso un idealismo che gli fa dire che cerca “an America to sing hopefully for“. Mentre per Ginsberg il senso di non-appartenenza è rassicurante, per Corso nascono angosce e sofferenza; mentre Kerouac e Snyder già alla fine degli anni Cinquanta trovano nello Zen un superamento della ragione per raggiungere una propria saggezza, egli invidia Ginsberg per la sua consapevolezza. Il suo cammino è estremamente contorto, segnato da ripensamenti e marce indietro e proprio a questa sua incertezza va ricondotto il suo sperimentalismo, fatto di versi che si rincorrono l’uno con l’altro senza alcuna sorta di interpunzione.
“Io sono molto buono, e sai perché? Perché non ho mai ubbidito a quel capo della mafia, in prigione, che mi ha detto: ‘Stai sempre attento, quando parli con due persone, di vedere anche la terza’ e io gli ho chiesto chi è la terza persona, e lui mi ha risposto: ‘La terza persona sei tu’…”
L’arte di essere Ciro Campajola
by Duncan on giu.15, 2011, under Poesia
Ehi tu,
bandito di puttanesca memoria,
misto barocco e santo tra il saltimbanco e l’eroe.
Parole urlate, sacrari d’amore, e scrivere a fiumi, a traboccare, mai viste poesie così lunghe.
Santo Cristo.. così lunghe.. Chilometriche, ovedose di passione, ma dove cazzo lo trovi il sangue a pompare e le viscere da annodare e il furore da masticare ridendo e sputando l’anima per tracannare tutto il carburante che ti serve per dilagare su queste pagine da appendere ai muri di chiese sconsacrate riconsacrate, in acqua, vino e sperma.. di matrone periferie e tavoli da biliardo per vecchi fanciulli e giocatori di lenza, bambini sugli alberi.
“Il sangue freddo è per i morti
il sangue freddo è per i serpenti” …
scrivevi, come le tue tante pietre buttate sul mare..
E la prostituta alla stazione, e il giro dei tossici, e le comnità calvario.
Ti spappolarono la carne per ingravidarti l’anima che adesso fiorirsce,
perchè
–
“c’è aria che balla
che comunque balla
c’è grazia
c’è amore
in ogni nota suonata
in gioia e in dolore
nel caldo regalo del sole
e in quello comprato sui marciapiedi
e c’è Signora Passione in ogni strada incantata
e mille Maestri
e mille strade per poterli incontrare
anche quelle cicatrizzate sopra le braccia”
–
Bandidos, terra che schiatta e nel sangue e nel piscio benedice gli eroi,
che nascondo il fiasco mentre allungano l amano a toccare tette culo..
Bandidos, cerchi nel fango, pistoleri d’approdo, chiese sbilenche,
e cavalieri del Graal in tuta e sigaro, o solo risata,
nel pianto che uccide, chi era..
“già stato ucciso prima”
ma schiattate zanzare,
perchè passa parola il sogno,
ma il buon sangue non mente,
nè pulcinella nè arlecchino…
musica scatenata a palla, mentre brindi coi fantasmi..
e frusti il passato a pedalere,
E poi..
–
“E poi ci sono stragi e saccheggi
eroi ammazzati e reduci delusi
ma va bene lo stesso
è un’occasione di blues
abbassi le luci
riposi gli ottoni
poggi la guancia sul negro cotone
primitivo padre di ogni ventre di madre
e lasci andare il tuo pianto nel suo ruvido incanto
ancora una volta ti perdi nel canto
e ancora una volta ti senti rinato
e anche stavolta sei nato”
–
Nato.. nato improbabile..
tagliati i figli.. nè burattini nè troie coi peli,
stanze carbone per “L’uomo di pEzza che è pazzo”
E se inietti nel buco del cuore spremute di blues,
attorcigli anncora un sorriso bambino..
il palco chiama… la strada non muore..
il fiato attente..
fino all’ultima giostra,
dell’ultimo sogno,
dell’ultima stella,
e ancora oltre…
perchè è come un’arte…
sì una bastarda arte…
una maledettissima arte..
una cazzutissima arte,
una sfanculatissima e gloriosa arte..
l’arte di essere.. Ciro Campajola…
Il tempo dell’intransigenza
by Duncan on giu.14, 2011, under Poesia, Simbolo
Piovono sassi,
e io ti aspetterò,
sui segnali dimenticati,
vecchi vestiti appesi
saranno il carbone che resta
dopo benzina e accendino.
Non sarà tempo di scivolosi violini
e di sorrisi lavati e pettinati,
Non cercherò biglietti di ingresso,
ed è troppa colma la pentola
per studiare le mosse,
Grandi corridoi vuoti ospitano i
i panchinari in tripla fila,
il ballo delle indulgeze rende putridi
e oggi la misura è coima,
doppioni di figurine sull finire dl quartiere,
non offrirmi caffe intazzinato,
niente zucchero stasera
pago io e pago tutto,
nessuno sconto, nessun credito.
E avranno viste buone gli allenati al guinzaglio,
troppe bollette, castello fantozziano,
e i maggiordomi preparano il culo,
la vasellina, va messa bene,
per agevolare l’inculata,
archivi pieni, lista disco,
posti occupati,
si ammorza la fame nel pomeriggio domenicale,
Ti lascio i fiocchi sulla testa,
i manuali del bel vivere,
e le parate da circo,
tutta la carriera da razza schiava,
e non sarò educato, stanotte,
sfonderò la porta,
nessun permesso,
Verremo ammantati nella notte
portatori del fuoco,
C’è un tempo della frasetta e del cuoricino,
della tenerezza al cubo e delle mille e un bignè,
c’è un tempo di compromessi fino alla luna,
e di manuali del buon comunicatore,
c’è il tempo del sorriso stirato e del tengo famiglia,
c’è il tempo dei primi passi e delle infinite scuse,
dell’indulgenza a spremerla,
delle personcine ammodo che aggiustano sempre il colletto.
Sei mesi per una visita, stai in fila da ometto,
tre giri per il tuo turno al monopoli,
scusate potrese evitare di picchiare peter park?
C’è il tempo del.. posso entrare?
potreste abbassare il volume?
non c’è problema.. mi sposto io..
il tempo dell’oggi ingoia,
il tempo di accettare, accettare, accettare…
ingoiare, ingoiare, ingoiare..
Il tempo del… passo dopo..
sì.. fa un pò schifo.. lo tengono un pò legato..
ma un pò… ma ci sto lavorando..
passo dopo..
e chiudo uno occhio.. e un naso.. e un orecchio,
un tempo delle carte da parati gialloverde,
dei saggi consili,
del.. infliggimi pure l’isola dei famosi..
sono un democratico no?
del.. prendimi pure per il culo se ti va,
della pasta insipida….
E accarezzami la capa, come unn gattino..
e io ti raccontero di Topo Gigio..
Ma piovono pietre stanotte,
e il mare non lascia scontrini,
nessuno prenota alla cassa,
e le scarpe sono quelle che porto,
arriva il tempo dei lupi,
la notte del Drago
i bicchieri frantumati,
il fuoco e la spada.
Ecco la Legge del Silenzio,
Un No più grande di ogni piccola morte,
e Sì forti come un orgasmo,
niente tiepite tisane e frottole della nonna, stavolta,
ci sfideremo fino a marchiarci l’anima.
Traccerò una linea nella sabbia,
ma sarai tu a saltare,
nel Tempo dell’Intransigenza
Assioma.. di Maria Luce
by Duncan on giu.03, 2011, under Misticismo, Poesia, Simbolo
Maria Luce, porta aperta, visioni notturne, angeli e demoni.. lei scruta nelle tenebre, e cammina a piedi scalzi nei bivacchi, e accende il fuoco… suo è il filo sottilissimo.. che porta Oltre.
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ASSIOMA
Esiste una legge nascosta
poco nota
la deduci osservando
le vite altrui
e la tua
quella del nodo dell’anima
qualcosa di non risolto
che torna
ti tormenta
ti aleggia intorno
finchè non ti decidi
e lo affronti
paura,ansia,malattie sono i sintomi
la cura non è medicina
la cura è altro
è cercarti
in ogni dove
dentro te
e dentro gli altri
non c’è rimedio
se non fai così
gli eventi simili
si ripeteranno
finchè non scoprirai
il tranello in cui cadi
ogni volta è così
nessuan dimostrazione
è un assioma
iniziando a crederci
qualcosa si smuove
un fiume dentro te
ti inonda
poi si ritrae
ti raccoglie
per poi spargerti
aprendoti l’anima
inondandola di scintille
bruciando la tua pelle spenta
quel senso di vertigine
che ci fa barcollare
con la paura nel vuoto
è la somma
di questi nodi
che scioglieremo
perché per questo
siamo materia
solo per imparare
imparare a vivere
davvero
è così
così è
Maria Luce
Portatrice di luce.. di Maria Luce
by Duncan on mag.23, 2011, under Poesia, Simbolo
A Manar… la bambina egiziana, la cui storia è raccontata in questo sito.. http://wellthiness.wordpress.com/2011/05/17/manar-la-forza-della-vita-di-una-bimba-con-due-teste/… è dedicata questa immensa poesia di Maria Luce che ora leggerete.
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PORTATRICE DI LUCE
Portatrice di luce
piccola Manar
dalle due teste
due esseri pensanti
un cuore solo
unite ma divise
occhi splendenti
sorriso di bimba raddoppiato
stessa anima in due corpi
scherzo dei geni che crea amore
sofferenza duratura e innaturale
separazione cruenta e necessaria
rifletto Manar su di te
su cosa sia il soffio della vita
del perchè pur soffrendo
così tremendamente
la tua voglia di sopravvivere
ha prevalso su ogni previsione
Manar
portatrice di luce
ti immagino così
su un’altalena
con l’altra te stessa
mano nella mano
felici
davanti a voi
Maria Luce
solo l’infinito cielo dell’Amore
è la storia della piccola Manar..
I mondi di Barbara (Lawrence Ferlinghetti)
by Duncan on mag.10, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia, Resistenza umana
Nasce a New York nel 1919 da padre italiano e madre ebreo-francese, artista poliedrico ed eclettico, fulcro della controcultura americana della beat generation insieme ad Allen Ginsberg, Jack Hirschman, J. Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso, Neal Cassady, Gary Snyder, Norman Mailer.
Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche
trascinarsi per strade di negri in cerca di pere rabbiose,
hipsters dalla testa d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste
con la dinamo stellata nel macchinario della notte…: questi versi della raccolta “Howl” (Urlo) di Allen Ginsberg, furono editi da Lawrence Ferlinghetti che per questo libro venne arrestato, nella San Francisco della fine degli anni Sessanta.
Era una generazione in rivolta tutta protesa ad inventare visioni nuove del mondo.
“I poeti, se sono veramente tali, non sono compromessi, sono puri e rappresentano una speranza”.
Aforistica e vocativa la sua è poesia che sa restare colta nonostante la semplicità, si fa leggere agevolmente, porge la mano soprattutto ai giovani, esorta, invita, desidera. Versi che professano ancora la rivolta e trasferiscono a tratti parole in immagini, i suoi quadri cercano, anelano la luce nell’intenzione di liberarla, in un processo contrario a quello solito che ne vuole la cattura. L’arte figurativa di Ferlinghetti si è sviluppata in un contesto di grande spessore e presenta una grande varietà di temi: denuncia politica e sociale, critica alle ingiustizie della società mercificata e massificante, amore e celebrazioni raffinate della femminilità: “Tutto ciò che volevo fare era dipingere luce sui muri della vita”.
CHE COS’E’ LA POESIA
“Poesia è
notizie dalla frontiera
della coscienza
Poesia è
il grido che grideremmo
al risveglio in una selva oscura
nel mezzo del cammin
di nostra vita
Una poesia è uno specchio
che percorre una via alta
colma di delizie visive
Poesia è lamina luccicante
dell’immaginazione
deve risplendere
e quasi accecarti
Il sole che irraggia
nelle reti del mattino
È notti bianche e
bocche di desiderio
È fatta
di aloni in dissolvenza
in oceani di suoni
È battute di strada
di angeli e diavoli
È un divano ricolmo di cantanti ciechi
dimentichi dei loro bastoni
Una poesia deve levarsi all’estasi
in qualche punto tra parola e canto
Che canti una poesia
ti voli via
o è anatra morta
dall’anima di prosa
Poesia è anarchia dei sensi
che si fa senso
Poesia è tutto
quanto nato alato canta
Come un vaso di rose una poesia
non la si deve
spiegare
Poesia è una voce di dissenso
contro lo spreco di parole
e la pletora folle della stampa
È ciò che sta
fra le righe
È fatta
da sillabe di sogni
È grida lontane lontano
su una spiaggia al calar della notte
È un faro
che muove il suo megafono
al di sopra del mare
È una foto di Ma’
in reggiseno Woolworth
che guarda dal vetro
un giardino segreto
È un Arabo che trasporta
tappeti variopinti ed uccelliere
per le strade
in una grande metropoli
Una poesia la si può fare in casa
con ingredienti di tutti i giorni
Sta in una pagina sola
ma può riempire un mondo e
sta bene nella tasca di un cuore
Il poeta è un cantante di strada
che salva strade-gatte d’amore
Poesia è pensiero-cuscino
dopo un rapporto
È distillato di animali articolati
che si chiamano l’un l’altro
traverso un golfo immenso
È frammento pulsante
di vita interiore
musica senza collare
È dialogo
di statue nude
È suono d’estate nella pioggia
e di gente che ride
dietro persiane chiuse
al fondo di un vicolo di notte
È lampadina spoglia
di un hotel di vagabondi
che illumina nudità
della mente e del cuore
Lasciate che il poeta sia animale da canto
fattosi lenone
per un re d’anarchia
Poesia è
lirica intelligenza incomparabile
volta a significare
varietà cinquantasette di esperienza
Poesia è una casa alta di echi
di ogni voce che abbia detto mai
qualcosa di folle
o meraviglia
Poesia è un’incursione sovversiva
sull’obliata lingua
dell’inconscio collettivo
Poesia è vero canarino in una miniera di carbone
e noi sappiamo perchè l’uccello in gabbia canti
Poesia è l’ombra gettata dalle nostre
immaginazioni-lampione
È voce
della Quarta Persona Singolare
È voce
entro la voce della tartaruga
È faccia
dietro la la faccia della razza
Poesia è fatta di pensieri-notte
Se può strapparsi via dall’illusione
non sarà rinnegata
prima d’alba
Poesia si fa evaporando
la risata liquida della gioventù
Poesia è libro di luce nella notte
che disperde nuvole di inconsapevolezza
Ode il bisbiglio
di elefanti e vede
quanti angeli danzano
su una punta di spillo
È un ronzare un lamentarsi estatico
ridendo un sospirare all’alba
una risata soffice selvaggia
È Gestalt finale
dell’immaginazione
Sia poesia emozione
ritrovata in emozione
Le parole sono fossili viventi
Ricomponga il poeta la
fera feroce
e la faccia cantare
Grande è un poeta solo quanto il suo orecchio
peccato se di latta
Poesia è lotta continua
contro silenzio, esilio inganno
Il poeta è un baluardo sovversivo
alle soglie della città
che sfida costantemente
il nostro status quo
È maestro d’ontologia
che interroga costantemente la realtà
e la reinventa
Prepara drink
dai liquori insani
dell’immaginazione
e perpetuamente si stupisce
che nessuno barcolli
Dovrebbe essere oscuro imbonitore
alle tende dell’esistenza
Poesia è quanto si ode dai tombini
echi di fuga del fuoco di Dante
Poesia è religione
religione poesia
È il ronzio di falene
cerchio intorno alla fiamma
È una barca di legno ormeggiata nell’ombra
sotto un salice in lacrime
entro l’ansa di un fiume
Il poeta deve avere un grandangolo
sguarda un mondo ogni sguardo
e il concreto è più poetico
Poesia
non è tutta eroina cavalli e Rimbaud
È anche preghiere impotenti
di passeggeri d’aereo
cinture allacciate
per la discesa finale
Poesia è vero oggettodi grande prosa
Dice l’indicibile
Pronuncia l’impronunciabile
sospiro del cuore
Ogni poesia una temporanea follia
e l’irreale è il più realistico
Sia poesia ancora
tocco ribelle
alle porte dell’ignoto
Una poesia è sua stessa Coney Island
della mente
proprio circo dell’anima
Far Rockaway del cuore
Lasciate che un nuovo lirismo
salvi il mondo da sé!”
Tu vivi.. di Alina Dumitriu
by Duncan on mag.10, 2011, under Ispirazione, Poesia
Abbiamo pubblicato già altre poesie di Alina Dumitriu.. questa giovane donna rumena che vive in Italia da anni.. dalla vita incredibile.. in assoluto una delle più grandi poetesse di questa generazione.
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TU VIVI
Tu vivi
negli appositi spazi
di un mondo luminoso
soldato
di rango guerriero
La tua chioma bruciata
porta nel mondo
amore caldo
per deboli
in oscurità
Tu vivi
nel perenne
cielo del dare
abbracci e fortezza
insicuri
cammini
sulle rive di un mare
prono
con la spada rovente
e il petto scoperto
nel vento cavaliere
e di fiamma angelica
il tuo volo
lenisce
un altro giorno di gloria
Tu vivi
e combatti
ingiustizie e affanni
solenne
il giuramento nell’anima
verità e rispetto
produci
e illumini là
dove i tuoi piedi
incidono l’orma
alla scoperta
di un mondo raggiante
Alina Dumitriu
I mondi di Barbara (Vittorio Arrigoni)
by Duncan on apr.25, 2011, under Poesia, Resistenza umana, politica
Eccoci al secondo appuntamento con la rubrica di Barbara Lazzarini.. questa volta pubblichiamo un suo magnifico pezzo dedicato a Vittorio Arrigoni.. recentemente scomparso per la follia che ancora devasta le vene della Palestina.
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Così come i palestinesi traggono nuova linfa di rivincita da ogni sconfitta, nuovo rigore e sostanza dal sangue dei loro morti, del mio sangue sono disposto a sporcare le coscienze dei miei possibili aguzzini, sinché il sangue non sarà il rosso della loro vergogna sinché il sangue non sarà il semaforo rosso alla loro violenza sinché il sangue non sarà il colore del tramonto della malattia dell’odio.
Queste parole sono di Vittorio Arrigoni, le ho scelte con cognizione, con quella consapevolezza che solo il dolore ti trasmette, poche parole come pietre che aprono la seguente nota frutto della collaborazione tra questa pagina e il gruppo “Restiamo umani”. L’intento è di far circolare il più possibile la verità sulla figura di Arrigoni, spazzando via gli echi verbali dei meschini servi del nulla, buoni solo a produrre materiali da discarica. Il testamento di un uomo così va salvato e gelosamente custodito perché questo sacrificio è patrimonio etico da trasmettere agli altri uomini e alle generazioni di domani. L’argomento può diventare certo enorme, ma so che chi ci leggerà sta, come ostentatamente stava Vittorio, dalla parte sbagliata, vuole far parte della famiglia umana come diceva lui, e dunque a nulla vale fornire ulteriori charimenti in merito alle bieche strumentalizzazioni che, su questo caso, sono state fatte e più si faranno nei giorni a venire. Quel suo dolente monito alle coscienze di chi non ha saputo restare umano parla e continuerà a parlare.
Quando inizia la famigerata operazione “Piombo fuso” Arrigoni fedele a sé stesso, alla sua coscienza, resta a Gaza, la situazione è estremamente pericolosa e lui è per forza di cose spaventato. Ha intorno a sè l’indicibile, lo testimonia, ma in Italia scarseggiano sostegno o protezione e, fatti salvi il Manifesto e Giulietto Chiesa, in molti lo reputano scomodo, la trasmissione ANNO ZERO non fa eccezione e non lo manda in onda. Dare voce a chi aveva come unica intenzione quella di documentare l’orrore di quella operazione di pulizia etnica sarebbe stata tappa obbligata per ogni vero giornalista, ma le ragioni dei forti, si sa, hanno sempre il dominio della scena e Vittorio scrive:
“Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola” mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti… di chiazze di sangue. “Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l’ultimo miagolio soffocato.” Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua “Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste…” il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. “Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l’ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quale sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati.”
A questo punto il dottore si china verso una scatola, e me la scoperchia dinnanzi. Dentro ci sono contenuti gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni Unite Al Fakhura di Jabalia, più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito. (Vittorio Arrigoni, Gaza, 8 gennaio 2009) .
In quello stesso gennaio 2009 la dignità di Vittorio non cede nemmeno di fronte all’ incredibile corso degli eventi che lo vede persino finire in prigione in Israele. Nell’isolamento a cui sembra condannato, è Giulietto Chiesa che pubblica in Italia il carteggio drammatico con Arrigoni e che scrive a Frattini per chiedere aiuto.
Caro Giulietto,
ti sono grato per l’inquietudine, equivalenza di un empatia rara in questi tempi, per essere rimasto umano.
Dici bene, la guerra non è terminata. Solo i morti ne hanno visto la fine, per i vivi non c’è tregua che tenga alla battaglia quotidiana per la sopravvivenza.
Le reiterate e costanti minacce di morte rivolte a me e ai miei compagni dell’International Solidarity Movement se non destassero reale preoccupazione, le avremmo considerate trofei. Evidentemente a chi olia gli ingranaggi della macchina della morte israeliana dà estremamente fastidio chi da questa parte si impegna così estenuamente per la pace e i diritti umani.
Il nostro non sarà un sacrificio invano se consentirà uno stato di allerta verso questo di lembo di terra martoriata e il suo milione e mezzo di abitanti. Una popolazione palestinese che non chiede altro se non di poter godere degli stessi diritti degli israeliani, dei diritti di qualsiasi altro popolo del pianeta.
Mi auguro che Frattini, da te sollecitato, distolga un attimo lo sguardo da Sderot e rivolgendolo verso di me si accorga dell’ammasso informe di macerie a cui è ridotta Gaza, e delle lunghe file di minuscole bare bianche contenenti le spoglia di centinaia di bimbi uccisi. Al ministro chiedo che venga concentrata maggiore attenzione e stima verso le migliaia di operatori umanitari distribuiti nei luoghi più caldi del pianeta, magari la stessa cura e ammirazione espressa dal governo ai soldati italiani ipotetici esportatori di democrazia in Afghanistan oggi come in Iraq ieri. Non esigiamo una medaglia, chiediamo solo più protezione.
Sulla mia schiena bruciano ancora i dieci punti di sutura necessari a ricucire una ferita riportata a settembre, in seguito ad un assalto dei marines israeliani. Ero semplicemente al largo del porto di Gaza con degli amici pescatori. A Novembre, sempre in acque palestinesi, soldati israeliani mi hanno sparato, rapito, quindi rinchiuso in una pidocchiosa prigione a venti chilometri da Tel Aviv. Dietro le sbarre, il consolato mi fece avere un paio di vestiti di ricambio. Ho ancora la ricevuta, un mese di tempo per ripagarli.
Sul mio ferimento e successivo rapimento, nulla, non un fiato dal suo governo, Ministro Frattini.
Alla Farnesina non si è mossa un foglia. Ora vogliono uccidermi, le assicuro che prestando i soccorsi sulle ambulanze in questo ultimo mese mi sono reso conto quanto siano essi puntigliosi e puntuali nel sopprimere vite umane. Con il consenso del suo presidente Berlusconi che non ha mancato più volte di tifare per le bombe. Lei lo sa che spesso fra macerie trovavamo i corpi ridotti in poltiglia? i frammenti di ossa più grandi potevano stare in un cucchiaino, lo riferisca al suo presidente.
Pensateci, magari la prossima volta che rigirate lo zucchero sorseggiando un caffè assieme.
Vogliono ucciderci, ministro Frattini, veda un po’ lei se è il caso di trovare cinque minuti di tempo per me sulla sua agenda fitta di incontri diplomatici.
Giulietto, un abbraccio.
Restiamo umani.
Ogni uomo deve scegliersi la maniera di essere efficace al miglioramento del mondo, siamo certi di questo, ognuno di noi deve impegnarsi a non strisciare, a non servire, dobbiamo riuscire ad essere scomodi, a diffondere parole che esortino, c’è da fare quel che da molto tempo questo paese, come molti altri cittadini del mondo non fanno più, lottare per cancellare l’indifferenza.
E’ bellissima questa figura di Vittorio, ci commuove perché risplende intensa come “un girasole impazzito di luce”, ci trae dall’ombra in cui le nostre menti di norma vegetano spaventate dalla stupidità dilagante, ci fa vergognare di essere complici di una amoralità che non paga mai, che chiederà pegno di sè, l’ha già fatto ciclicamente e assai crudelmente.
Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione,
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore,
di umanità, di verità.
(De Andrè_Smisurata preghiera)
Chiudiamo questo lungo saluto a Vittorio allegando qui di seguito una sua splendida lettera che mi ha colpito moltissimo, è indirizzata a Bats (Batsceba Hardy, amica e blogger di Berlino) in essa trovano casa una straordinaria capacità d’analisi e un infinito senso d’umanità. La sincerità, il coraggio, la capacità di parlare di quest’uomo sono DISARMANTI.
Querida Bats,
Non è solo coraggio, bisogna avere radici come sabbia del deserto
mossa dal vento dell’imperscrutabile, e un’anima colma tal punto di una disperazione tale da rendere automatica la simbiosi coi disperati del mondo, l’unica patria a cui mi sono sentito veramente di appartenere.
Ma non è necessario accendersi la pipa con calma, e andare a sedersi dinnanzi ai carri armati israeliani, per esprimere il coraggio dei propri valori.
Non è necessario essere pronti a sacrificare se stessi, subito, adesso,
l’intera propria vita per considerarsi coerenti coi propri proponimenti.
C’è tutto un microcosmo di sofferenza nelle nostre città così ben imbellettate, un micro che in realtà è macroscopica ingiustizia.
Quegli stessi uomini-tonno, quando riescono a sbarcare e a disperdersi sulla terraferma, rimangono pur sempre pesci fuor d’acqua.
E poco dopo magari li si ritrova agli angoli delle strade, a vendere la loro paccotaglia e i cd pirata per sopravvivere, per non venire a patti con criminalità e spaccio, come i miei amici senegalesi, venditori ambulanti con due lauree alle spalle conseguite nella migliore università di Dakar.
Richiedono dignità,
non carità.
E magari amicizia.
C’è tutta una subcultura dominante e omologante, (una vera peste bubbonica, ci vorrebbe per svuotare tutta questa umanità disumanizzante) di razzismi, edonismo, individualismo esasperato al punto da considerare zerbini le lecite richieste di diritti civili, a tal punto consolidato da abituarci alla prevaricazione sociale.
A questi carriarmati di bigottismo e perbenismo fascista, bisognerebbe saper rispondere giorno x giorno.
Non bisogna lasciar passare niente.
Che sia un risolino di scherno bisbigliato su di un mezzo pubblico,
che cela dietro denti ben curati la carie delle svastiche, una usurpazione fatta sul posto di lavoro di cui siamo testimoni, una violenza verbale ai danni di un miserabile per strada.
Ribellarsi, non retrocedere di un passo, ora sì con coraggio, osare,
anche a costo di apparire pazzi, maniacali e utopici, vecchi tromboni già a trentanni, a costo di pagarne le conseguenze da soli.
Semplici comportamenti, coerenti con se stessi, possono essere rivoluzionari, “cambiare se stessi e per osmosi cambierà anche il mondo!”
Mi ripete ancora adesso da compianto, Tiziano Terzani.
Consumare meno, è la prima forma di ribellione a quel meccanismo di moderno fascismo che ci vuole ingranaggi dediti al consumo di beni per lo più futili. (caxxo, a me è due settimane che mi hanno tagliato il gas, vabbe io sono patologico, ora cucino col vapore)
Cercare la propria presunzione di guerrilla personale, di rivoluzione,
che sia il volontariato un mese all’anno in Africa,
o un giorno alla settimana all’ospedale dietro casa,
o visitando l’anziana in attesa della morte,
l’extracomunitario gettato sul marciapiede.
Che ripeto innanzitutto ha bisogno di un sorriso,
prima dell’acquisto della sua paccotaglia..
Invece sono stanco Bats, tremendamente esausto.
Di scorgere dalla visuale del mio angolo di mondo,
fantomatici personaggi che si dicono di sinistra,
e spendono tante belle parole sui loro blog,
e poi li ritrovi negli stessi posti fighetti frequentati dai primi fans berlusconiani, e non possono fare a meno di bere cocacola perché è buona,
anche se sanno benissimo che in Colombia la Coca Cola Company fa sterminio di sindacalisti, e in India prosciuga di acqua potabile interi villaggi.
Che ad agosto vanno una settimana a stendersi su di spiagge esotiche,
dove sono serviti e riveriti come sovrani (forse per compensare la loro vita occidentale di servi) da schiavi locali, ben consci che oltre il recinto sorvegliato del villaggio turistico o dell’albergo di lusso
la gente vive con meno di due euri al giorno, uno tsunami magari ha fatto strage d’innocenti, una guerra impazza (sharm el sheik ragazzi l’Egitto confina con Gaza) e poi si sorprende magari se qualcuno gli lascia sotto l’ombrellone oltre l’asciugami stirato e un rinfresco, una bella bomba travestita da vendetta.
Che Terzani l’hanno letto ma in pratica sono più emuli dell’ Oriana.
Che alle manifestazioni per la pace ci vanno perché è di tendenza,
e insomma, a qualche gruppo bisogna pure appartenere.
Che la loro indignazione dura giusto il tempo di 5 righe in un post,
poi via si cambia argomento.
Che insomma la coerenza fra il dire e il fare è totalmente priva di sostanza.
Perché è faticoso, e poco conveniente.
Che è così vigliacco da non prendere posizione coi fatti
su quegli ideali che si va ventaglio,
anche a rischio di perdere il 90% degli amici,
e ritrovarsi poi solo,
a sbuffare fumo da questa mia pipa
affacciato sul davanzale di un minilocale al quarto piano
di una città che è in realtà è un deserto
e sotto non si scorge quasi più nulla di umano.
ton Vik.
Hasta Siempre Esperanza
by Duncan on apr.22, 2011, under Ispirazione, Poesia, Simbolo
Finchè il nostro cuore rimarrà giovane noi non moriremo.
Finchè la stanchezza non prevarrà noi saremo vivi.
Finchè non accetteremo il pasto dei cadaveri, il nostro sorriso si
alzerà in cielo.
E sono infinite le prove amici miei..
infinite le cadute e le prove..
Infnite trappole sul cammino, lupi ad assediare la via e cecchini dai
balconi.
Finchè non rinunceremo saremo ancora in piedi..
Cosa è questa Nuova Repubblica Amici..
se non il simbolo di un pungo lanciato nel cielo,
di un sogno di cristallo dal cuore di fuoco
di una ribellione morale alla mediocrità.
Ci sono campi che toccano il sole
ci sono amori che attendono le anime salve,
e scale a chiocciola fino al desiderio sperduto,
braccia di irrefrenabile amore..
e bicchieri di vino e speranza…
Finchè non curveremo le spalle restermo giovani..
Alziamoci oggi e prendiamo l’anima in spalla..
La Ruota del mondo gira le maschere e porta a galla i veri Maestri del
Terrore..
Ma un Sentiero Luminoso accende lumini nelle catacombe,
e strade prendono il nome di chi le amarono.
Non lasciamo che la polvere uccida quella rabbia santa,
quella infinita fame,
quel bacio arrotolato,
quel sigillo sul cuore,
quel simbolo sulla fronte.
Cani neri sfidano i nostri passi e le nostre mani..
e quante volte.. quante volte vorremmo cedere…
Forse è solo un vecchio pazzo che vi parla..
ma vi dico..
Alto il cuore, alte le braccia..
Mani sul ventre,
ancora, e ancora, e ancora…
Per sempre fedeli…
HASTA SIEMPRE ESPERANZA COMPAGNEROS









