Born Again

politica

Il Meccanismo Europeo di Stabilità- Un altro passo verso la dittatura

by on mag.11, 2013, under Controinformazione, politica, Resistenza umana

Immaginate qualcosa di strampalato, di visibilmente assurdo..

Immaginate che un gruppo di Stati crei una cassa economica per il sostegno reciproco. Un gruppo di Stati già messi abbastanza nei guai dal punto di vista economico. E che per ovviare a ulteriori rischi futuri, si impegnino a trovare ingenti quantità di denaro da destinare a questo fondo.
Immaginate che su questo fondo gli Stati costituenti non abbiano alcun potere.
E non solo, immaginate che i gestori del fondo, possano, in maniera insindacabile, richiedere, ai singoli stati tutto il denaro che ritengono necessario per questo fondo.
Immaginate che questi gestori possono fare qualsiasi cosa, e nessuno può contestarli, o citarli in giudizio.
Immaginate che.. una volta che tu Stato ti trovassi in effettiva grande difficoltà economica… tu dica “ok, nonostante tutte le linee d’ombra, e le regole folli, però perlomeno c’è questo fondo a cui ricorrere..”. Probabilmente pensereste che un fondo creato per salvare gli Stati, e per il quale ti sei dovuto ulteriormente svenare, e magari anche a indebitarti.. e quindi un fondo creato per ovviare a difficoltà economiche, ma che per crearlo ha comportato ulteriori difficoltà economiche.. nel momento del bisogno ti dia semplicemente i soldi, pur se con alcuni criteri.
Invece no; te li dà ma in prestito.. un “aiuto” che accrescerà ulteriormente il tuo debito.
E non solo. In cambio di questo prestito che ti inchioderà ulteriormente,nel medio-lungo periodo nella spirale del debito, vorrà che tu Stato faccia una bella cura dimagrante, tagli, tassi e svendite.
Naturalmente starete pensando che è una tale follia che neanche la più spregiudicata delle menti malate oserebbe architettare. Qualcosa che solo a ipotizzare reagiremmo con sdegno.

Bene, tutto questo esiste evincola diciassette Paesi europei.

Tutto questo è entrato in vigore nel 2013.Tutto questo è statopresentato ai cittadini dell’Eurozona come Fondo Salva Stati o Meccanismo diStabilità Economica.. in acronimo MES.

Tutto questo non nasce dal nulla, ma si inserisce nella piùcomplessiva architettura della Costituzione europea.
A tutto questo abbiamo aderito senza un dibattito pubblico, senza prese diposizioni parlamentari. Queste norme sono state ratificate con la stessadiscussione pubblica, politica e mediatica che ci sarebbe per l’approvazione diuna riforma di puro dettaglio di un regolamento di condominio.

Ma andiamo a vedere più concretamente che cosa è il MES.

Una avvertenza. Le parti iniziali potranno dare a qualcuno l’impressione che questa sia una materia tecnica e poco comprensibile. Ma andate avanti, ci saranno dei passaggi che troverete estremamente chiari e rivelatori. Passaggi che è importante che leggiate.

Più di due anni fa circa, quando ancora la crisi non era arrivata ai livelli distruttivi attuali, in Europa si decise che era necessario un ennesimo strumento finanziario contro la c.d. “crisi del debito sovrano”.

Il 17 dicembre 2010 il Consiglio europeo concordò sulla necessità per gliStati membri della zona euro di istituire un meccanismo permanente distabilità. Attenti alla parola “permanente”. Questo “permanente” meccanismo europeodi stabilità (MES) a partire dal 1 luglio 2012 avrebbe sostituito i precedentifondi salva stati –il Fondo europeo di stabilità finanziaria (EFSF) e ilmeccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (EFSM)- che erano fondi“temporanei”.

Il MES venne approvato il 23 marzo 2011 dal Parlamento europeo eratificato dal consiglio europeo il 25 marzo 2011. In quella stessa data – perconsentire l’integrazione del MES all’interno degli altri trattati europei, il25 marzo 2011 –per consentire l’integrazione del MES all’interno degli altritrattati europei . il Consiglio presieduto da Herman Van Rompuy dispose lamodifica dell’articolo 136 del “Trattatosul Funzionamento dell’Unione Europea” –meglio conosciuto come Trattato diLisbona- inserendo questo paragrafo: “Gli Stati membri la cui moneta èl’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare oveindispensabile per salvaguardare la stabilità dell’intera zona euro. Laconcessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.”

Anche questa volta ponete un’attenzione particolare sulle parole usate,soprattutto su queste due parole: “rigorosa condizionalità”. Ci ritorneremo.

Per l’Italia il trattato fu firmato da Mario Monti a Bruxelles il 2 febbraio 2012.

Il 19 luglio dello stesso anno la votazione della Camera dei Deputati –connumeri plebiscitari (325 si’, 53 no e 36 astenuti ) avrebbe completato l’iter di ratifica per l’Italia, con la conseguente adesione del nostro Paese alMES.
Gli altri Paesi ad avere ratificato il MES sono stati Belgio, Germania,Estonia, Irlanda, Grecia, Spagna, Francia, Cipro, Lussemburgo, Malta, Olanda,Austria, Portogallo, Slovenia, Slovacchia, Finlandia. Ovvero tutti i 17 Paesi dell’eurozona che erano tenuti all’adesione. Dal momento in cui tutti hanno sottoscritto, il MES è entrato formalmente in vigore.

La sua sede è stata stabilita nel Lussemburgo.

Il MES, come abbiamo visto, nasce con una motivazione “benefica”.Essere un meccanismo di permanente “salvaguardia” della stabilità finanziaria della zona euro. Lo scopo sarebbe quello di evitare il “tracollo” di Paesi della zona euro, qualora si trovassero in bancarotta, o vivessero una situazione di forte “problematicità”

Innanzitutto va subito detto che non si tratta di un semplice fondo –adifferenza dei precedenti fondi salva stati- ma di una vera e propriaorganizzazione intergovernativa. Una specie di FMI, ma anche una specie dibanca, strutturata con un consiglio di Governatori (formato dai rappresentantidegli Stati membri) e un consiglio di amministrazione.
il MES è un trattato col quale si dichiara di mirare a raggiungere stabilitàfinanziaria nella zona euro (come è stato anche per il fiscal compact). cheistituisce un’organizzazione finanziaria che influisce pesantemente sullenostre sorti economiche, ma andiamo con ordine. . Il MES sostituisce ilprecedente fondo salva stati, che era solo un organo di coordinamento. Quelloche è stato fatto passare per un semplice fondo è di fatto una anomaliagiuridica.
Il MES è un istituto finanziario, di prestito e investimenti,intergovernativo, di personalità giuridica di diritto privato con scopo dilucro, ma con funzione pubblica di governo economico vincolante e sanzionante;sostituisce il precedente “fondo salva-stati” che era solo un organo dicoordinamento.

I Paesi per partecipare al fondo dovevano rispettare norme molto severe, tra le quali il Fiscal Compact che prevede l’introduzione del pareggio di bilancio come norma costituzionale e una riduzione significativa del debito pubblico.

Anche premettendo queste “stranezze”, cosa potrebbe esserci di contestabile in un “Fondo salva stati”? Sarebbe stato da sciocchi non aderire a questo fondo di sicurezza. E’ stato detto in tutti i modi che grazie a sistemi del genere l’economia europea poteva essere “salvata”.

Ma saranno soprattutto due le cose fondamentali che dovremo afferrare, percapire fino a che punto questo è uno strumento di salvezza. Ovvero:
1)Cosa significa, a tutti gli effetti aderire al MES, quali conseguenzecomporta.
2)quale è la reale portata e la reale “natura” degli aiuti che –in caso dibisogno- verrebbero dati.

Per semplificare la comprensione ho distinto il testo che seguiràin paragrafi tematici. Ma non si tratta di passaggi distinti e a se stanti.Tutto il discorso segue un unico filo.

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I

ORGANI DEL MES

L’organo di comando principale è il Consiglio dei Governatori,formato dai 17 ministri delle Finanze dei Paesi membri. Essi sono formalmente nominati dagli Stati membri. Ad esso si aggiungo un Consiglio di amministrazione e un Direttore generale. Facendo quindi uno schema di massima degli organi del MES, abbiamo:

Il Consiglio dei governatori, composto da un componente per ciascuno degli Stati membri del MES, nonché, in qualità di osservatori, dal Commissario europeo per gli affari economici, dal Presidente dell’Eurogruppo e dal Presidente della BCE, assume le principali decisioni relative al funzionamento del MES.

Il Consiglio di amministrazione svolge invece i compiti specifici delegati dal Consiglio dei governatori. Ogni governatore nomina un amministratore e un supplente, tra persone dotate di elevata competenza in campo economico e finanziario.

Il Direttore generale ènominato – per cinque anni (rinnovabili una volta) – dal Consiglio deigovernatori fra i candidati dotati di esperienza internazionale pertinente e dielevato livello di competenza in campo economico e finanziario. Presiede leriunioni del Consiglio di amministrazione e partecipa alle riunioni delconsiglio dei governatori.

Il Consiglio dei governatori ed il Consiglio di amministrazione decidono “di comune accordo” , a maggioranza qualificata o a maggioranza semplice. In particolare, il Consiglio dei governatori delibera all’unanimità su questioni di particolare rilevanza relative alla concessione dell’assistenza finanziaria, alle capacità di prestito del MES ed alle variazioni della gamma degli strumenti utilizzabili.

Il meccanismo di voto del MES non è –come molti immaginerebbero- sul tipo “un rappresentante, un voto”. Ma è commisurato alle quote di partecipazione del capitale sociale. Per tutte le decisioni di maggiore importanza dei Governatorio degli amministratori è necessaria la presenza di un quorum di due terzi dei membri aventi diritto di voto che rappresentino al meno due terzi dei “diritti di voto”. Il numero di diritti di voto di ciascun Paese membro del MES, rappresentato fisicamente dal Governatore o dall’amministratore di riferimento,è corrispondente. al numero di quote versate e assegnate a tale membro sul totale del capitale. Sostanzialmente, più sono le quote messe, più si conta nelle votazioni.

E’ previsto anche un meccanismo di votazione d’urgenza nei casi in cui la Commissione europea o la BCE, in base ai loro elementi di informazione,concludano che è necessaria la concessione di un prestito o l’attuazione di assistenza finanziaria per un dato paese. Malgrado la creazione del MES sia stata resa indispensabile dalla latitanza della BCE in campo di politica monetaria e sostegno agli stati ex-sovrani, la banca centrale di Francoforte –lo vedremo anche dopo- ha un ruolo non trascurabile. nella gestione del MES e previa richiesta, i governatori della BCE potranno partecipare a tutte le riunioni o i consigli di amministrazione del MES (tranne quelle private e segrete, di cui parleremo dopo).

Fino a questo momento, abbiamo capito che il MES è una organizzazione permanente, che è una organizzazione intergovernativa, che il suo organo di comando supremo è costituito da un Consiglio di Governatori rappresentato dai diciassette ministri delle finanze dei diciassette Paesi membri dell’eurozona che hanno aderito al MES.

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II

CAPITALE ORIGINARIO DEL MES ERICAPITALIZZAZIONE INFINITA

Il MES disporrà di un capitale di 700 miliardi di Euro, di cui 500 concretamente utilizzabili nell’azione di“sostegno” ai Paesi in difficoltà.

Ogni stato aderente deve contribuire in proporzione alla grandezza della suaeconomia, l’Italia è deve fornire il terzo maggiore contributo dipartecipazione; un totale di 125,4 miliardi di euro. Ovvero un altro salasso.

In teoria il sistema a contifatti sarebbe meno feroce di come appare.
Perché dei 700 miliardi di euro del fondo, gli Stati partecipanti hanno l’obbligodi versare concretamente “solo” 80 miliardi di euro, e “spalmati” nel corso dicinque anni. In proporzione l’Italia dovrebbe solo versare 15 miliardi euro incinque anni. Gli altri 620 miliardi sono “capitale garantito”, che non deveessere versato se non in caso di necessità.
Il piccolo problema in tutta questa descrizione è che i “casi di necessità”(o fantomatici tali) si manifesteranno in tempi rapidissimi ed è consideratopraticamente scontato che ai Paesi verrà richiesto di scucire le altre quote.Quindi, solo teoricamente un Paese come l’Italia deve sborsare 15 miliardi incinque anni. Nei fatti, sarà con quasi totale certezza costretto a sborsare dipiù e nell’arco di un tempo minore.
L’articolo 9 prevede infatti che il Consiglio dei governatori possa esigerein qualsiasi momento il versamento del capitale sociale non ancoraversato.
E gli Stati non avranno altra opzione che eseguire gli ORDINI entro settegiorni. Notate anche il tempo rapidissimo entro il quale si ha il dovere diagire. Questo tipo di decisione dovrà essere preso all’unanimità

L’articolo 10 stabilisce che il Consiglio dei governatori puòdecidere di mutare l’importo del fondo.
Quello che sommessamente questa norma (art. 10) dice ha conseguenzeincalcolabili. Tradotta significa che I GOVERNATORI DEL MES HANNO LA FACOLTA’ESCLUSIVA DI POTER INDEFINITIVAMENTE AUMENTARE IL CAPITALE DEL MES. OVVERO ISOLDI CHE GLI STATI DOVRANNO VERSARE PER COSTITUIRLO
E anche in queste eventualità vale il combinato disposto con l’art. 8.Ovvero, una volta richieste altre quote da pagare, esse andranno pagate entrosette giorni.

In caso di mancato pagamento, da parte di un paese membro del MESdi una quota del capitale o di una rata del prestito (nel caso di Paese“beneficiato”), i governatori o gli amministratori di questo paese membro nonpotranno più esercitare i propri diritti di voto per l’intera durata di taleinadempienza

Domanda elementare.

I 125 miliardi che l’Italia dovrà corrispondere (una volta che venisserichiesta anche la quota “garantita”) dove li potrà tirare fuori?
I Paesi dell’eurozona sono Paesi ridotti alla fame; in primo luogo perresponsabilità degli stessi meccanismi dell’eurozona. Un Paese come l’Italia èstato condotto a un tale livello di impotenza da non avere neanche i fondi persostenere la ricostruzione de L’Aquila. Dove li trova altri miliardi peraderire al MES? Con gli unici due modi a cui può ricorrere. O li chiede aimercati d’affari piazzando altri titoli di stato –ovvero facendo altri debiti-presso le grandi banche “specialiste in titoli di stato”. O cerca di strapparlida un popolo impoverito, direttamente con le tasse o indirettamente devastandoil già comatoso Stato sociale.
Probabilmente dovrà fare entrambe le cose; e sicuramente non potrà fare solo la seconda.
Non è difficile comprendere come per aderire a un fantomatico fondo che dovrebbe salvarti dal tracollo economico, ti sottoponi ad un salasso economico,che ti costringerà a ricorrere ad un ulteriore ingente indebitamento. Per avere un c.d. schermo di protezione contro la crisi dei debiti, ti indebiti maggiormente e accelleri il peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini.
E non dimentichiamo come teoricamente il MES può all’occorrenza, aumentare in definitivamente il suo capitale, e richiedere esborsi potenzialmente infiniti.

Già da questo sembrerebbe un modo ben strano di “garantirsi”.
Un Paese diventa a fondo perduto un territorio perennemente espropriabile.

E’ ben chiaro –da quanto visto finora- che sebbene i soci del MES siano gli Stati; essi, nel momento in cui hanno aderito cessano di sussistere,al suo interno, come Istituzioni Sovrane. Il loro potere non sarà misurato in base al potere sovrano, bensì in qualità di socio e quindi in modo proporzionale alla quota versata. Ma, potremmo aggiungere, un tipo molto particolare di socio, un socio “perennemente sottomesso”, e i cui interventi finanziari sono “perennemente esigibili” dall’organo di comando del MES. Un socio che –come vedremo tra poco- nel momento del “bisogno”, più che avere diritto all’intervento in condizioni favorevoli, deve negoziare, in qualità di“debitore”, scelte di politica nazionale al fine di ottenere in prestito, a tassi d’interesse determinati dallo stesso organismo, la necessaria liquidità per evitare il paventato default, ovvero il fallimento dello Stato.

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III

I PRESTITI DEL MES AI PAESI IN DIFFICOLTA’

Lo scopo fondamentale col quale è stato “venduto” il MES da una classe politica complice e ignorante a media pigri e succubi e a popoli disinformati è proprio quello della sua capacità di intervenire nelle situazioni di crisi economica che possono coinvolgere i Paesi dell’eurozona.

Nonostante tutto quello visto finora sul funzionamento del MES – emettendo da parte la possibile riflessione su come si è giunti alle c.d. “crisi del debito sovrano”- un Paese potrebbe ancora dire “ok, sono alla fame, ma caccio quest’altro mazzo di miliardi, indebitandomi ulteriormente.. ok entro in un meccanismo dove potranno chiedermi soldi all’infinito e io non potrò mai oppormi.. ma almeno si mi trovassi in una situazione di concreto tracollo finanziario in atto verrei soccorso e salvato.. riceverei i fondi per poter er espirare..”.

Ripeto, non stiamo adesso considerando se proprio il contesto di riferimento di questi “problemi” sia reale.. se il debito sovrano sia davvero un problema, cosa è il debito pubblico, e se, anche se fosse un problema, se non si dovrebbe intervenire in altro modo, se è lo stesso impianto monetario e bancario attuale ad essere marcio fin nel midollo. Sono tutte cose che in buona parte abbiamo già trattato e su cui ritorneremo.

Adesso prendiamo anche per buono “il film”… Riprendendo il filo.. Io Paese..già in difficoltà di mio, mi sveno ulteriormente per aderire ad un c.d. Fondo salva stati che dovrebbe salvarmi dal pericolo dell’abisso, a costo anche di sottomettermi permanentemente ad una casta di Governatori che mi potrà chiedere quanto denaro vuole, ogni volta che lo riterrà opportuno.. Ma, perlomeno, se l’abisso si scatenerà verrò aiutato.

Molti credono che gli aiuti elargiti in sede di Unione Europea siano un “dono”; un sostegno a fondo perduto. Aiuti veri, insomma.. che vi sia una sorta di fondo di mutuo aiuto, di fondo di solidarietà, dove il denaro dato non è soggetto ad obbligo di restituzione, oppure è ad obbligo parziale.

La realtà è totalmente differente.
Gli “aiuti” europei sono, in generale, prestiti, ad interessi.
E lo stesso vale, nello specifico, per gli “interventi” del MES, checonsistono fondamentalmente in prestiti dai ai Paesi in difficoltà.
Quindi il modo in cui il Paese già indebitato e sottoposto all’attacco dellaspeculazione finanziaria è aiutato, è di appioppargli ulteriori debiti.
Ma non solo. Ricordate cosa abbiamo detto nella prima parte quando si èvisto come, il Consiglio europeo, in sede di ratifica del Mes, e del suoinserimento nell’architettura dei Trattati, dispose la modifica dell’articolo136 del “Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea”; inserendo questoparagrafo: “Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità dell’intera zona euro. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.”
Questa espressione –rigorosa condizionalità- la ritroviamo sostanzialmente identica nell’art. 12 del Trattato istitutivo del Mes:

Art, 12 c.1 – “Ove indispensabile per salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e dei suoi Stati membri, il MES può fornire a un proprio membro un sostegno alla stabilità, sulla base di condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto. Tali condizioni possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite.”

Queste rigorose condizioni vanno viste alla luce dell’art.13,par.1, commi a e b, dove va segnalato il riferimento alla “sostenibilità del debito pubblico”. Per “sostenibilità del debito pubblico” si intendono:riduzioni salariali, precarizzazione, licenziamenti facili, falciamento di pensioni, sanità e servizi. In senso più complessivo, le “condizioni rigorose”andranno ad operare su un vastissimo campo d’azione: politiche monetarie,bilancio, gestione del debito pubblico, titoli di stato, gestione dei servizi e delle proprietà pubbliche, sostegno sociale, rapporti produttivi, politiche del lavoro, l’immissione di denaro nel circuito orizzontale dell’economia reale di imprese e famiglie.
Quindi, questo riferimento a “condizioni rigorose” significa che non solo il denaro verrà dato in prestito, ma I PRESTITI SARANNO DATI IN CAMBIO DI“CONDIZIONI RIGOROSE” DA ATTUARE NELLA POLITICA ECONOMICA E FISCALE DEL PROPRIO PAESE, OVVERO IN CAMBIO DI FEROCI POLITICHE DI MASSACRO SOCIALE: TAGLI, LICENZIAMENTI,TASSE,PRIVATIZZAZIONI.

Come scrive Claudio Messora: “Se tu (Stato italiano) rischi di andare a gambe all’aria, vai dai governatori del MES e dici chiaramente che rischi il fallimento e che hai bisogno di soldi. Loro cosa fanno? Visto che hai pagato inizialmente il ‘premio’, ti danno i soldi, no? No, te li prestano ad altri tassi di interesse! Così dovrai restituirgli anche questi altri soldi e dovrai anche sottostare alle loro direttive in materia di politica economica, che loro ti chiederanno di attuare per essere sicuri che tu riuscirai a ridargli i soldi che loro ti hanno prestato. Ti metti, in poche parole, della gente in casa come la Troika ha fatto in Grecia e in Spagna.”

Il riferimento di Messora ci sta tutto. Infatti, in Grecia abbiamo visto la Troika (FMI, UE e BCE) imporre delle condizioni che si traducono quasi esclusivamente in politiche di massacro sociale e in una cessione della sovranità. Ti do dei soldi e non solo dovrai ritornarmeli, ma in cambio in materia economica, fiscale, sociale dovrai obbedire ai miei diktat (piano di austerity, riduzione dello stato sociale, liberalizzazioni e privatizzazioni).

L’integrazione di Fiscal Compact e del Mes elimina dal panorama dell’euro-zona ogni opzione di spesa a deficit in funzione anticiclica, e strutturauna camicia di forza di recessione infinita.
Facciamo un riepilogo:

1-I Paesi che danno vita al MES, per avere teoricamente uno strumento che lituteli dalle burrasche finanziarie connesse alla cosiddetta crisi debito,iniziano la loro avventura nel MES con ulteriore indebitamento.
2-Il Consiglio dei governatori –rappresentato dai ministri delle finanze deisingoli stati membri- avrà il potere insindacabile di aumentare il capitaletotale e quindi anche le quote che gravano sui singoli Paesi membri.
3-In caso di “situazione di pericolo” il Paese che richiede l’intervento delMES, riceverà, se la sua richiesta viene accolta, versamenti in denaro, non afondo perduto, ma in prestito ad interesse, con ulteriore aumentodell’indebitamento.
4-In cambio di questi prestiti, lo Stato membro deve sottoporsi a rigorosiobblighi di massacro sociale.

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IV

ALTRI SOGGETTI PARTECIPANTI


In questo meccanismo già abbastanza preoccupante del suo, entrano altri soggetti “preoccupanti”.

Pochi sanno, ad esempio, che l’accesso al “credito” del Paese membro in difficoltà deve essere approvato dalla BCE. Essa farà un’attenta valutazione del Paese “richiedente”, un po’ come fanno le banche quando gli chiedi un mutuo. Se essa valuterà che lo Stato non da’ attualmente garanzie di essere in grado di ripagare il prestito, il prestito potrà essere erogato solo con il coinvolgimento del settore privato. Ovvero, i creditori privati dovranno accettare una riduzione del valore dei loro crediti. Ma nel caso che questo avvenga e il prestito venga concesso, le condizioni imposte allo stato saranno ancora più rigide e feroci.

-Ma non è solo la BCE a entrare nel meccanismo del MES, ma,seppure in modo più attenuato, viene aperta la porta anche al Fondo Monetario Internazionale.

Il MES coopererà strettamente con il Fondo monetario internazionale (FMI) nel fornire un sostegno alla stabilità finanziaria dell’eurozona e la partecipazione attiva del FMI è prevista sia a livello tecnico che finanziario. Emblematico del riconoscimento di un ruolo all’FMI è la disposizione per la quale lo Stato membro della zona euro che richiederà l’assistenza finanziaria dal MES dovrà rivolgere, ove possibile, richiesta analoga al FMI. Inoltre lo Stato membro “..accetta che lo status di creditore privilegiato del FMI prevalga su quello delMES.” (Premesse, comma 8 e 13).

Era giusto naturalmente coinvolgere l’FMI, dopo l’onorata carriera di avvoltoio economico conquistata in decenni di onorata usura imposta tramite meccanismi di indebitamento fraudolento a molti Paesi di Africa, Asia e Sudamerica.

La presenza di soggetti tecnocratici è implementata anche dalla presenza di “membri osservatori”. Nelle riunioni per la valutazione di decisioni importanti del MES lasciate alla votazione dei 17 Governatori, sono presenti come “membri osservatori” anche:

-il membro della Commissione Europea responsabile per gli Affari economici e monetari,
-il Presidente dell’Eurogruppo (un club informale di questi 17 ministri delle Finanze)
-il Presidente della Banca Centrale Europea!
La previsione di questo tipo di osservatori avrebbe una motivazione di“influenza” su personaggi ancora in qualche modo legati a un “filo politico”come sono i ministri delle finanze che costituiscono il Consiglio dei governatori.Giorgio Fiore scrive:

“I neoministri delle Finanze sono generalmente felici di essere arrivati così in alto nella loro carriera ma entrano in un mondo che conoscono poco o affatto. È il microclima delle istituzioni finanziarie internazionali e dei numeri con infiniti zero. Può bastare un momento di distrazione per sbagliarsi di decine di miliardi di euro (…). Questi ministri appena nominati costituiscono una preda facile per i consulenti della BCE e dal FMI, che vengono a spiegare loro come funziona e cosa ci si aspetta da un buon ministro delle Finanze.”

Guardando anche qui le disposizioni sul Mes, in connessione col Trattato “fratello” del Fiscal Compact –di cui ci siamo occupati in altra sede-emerge la costante presenza della Troika (Commissione Europea, BCE, FMI ).

Ma oltre a questi soggetti“tecnocratici”, è prevista anche la presenza di “soggetti privati”, nelle stanze decisionali del Mes. E questo è un altro dei (tanti) punti oscuri del trattato. Il Mes avrà facoltà di attingere liquidità dal mercato esterno, di finanziasi con capitali di privati e organizzazioni finanziarie (banche diaffari come Goldman Sachs, fondi di investimento, assicurazioni, ecc.) che potranno a quel punto dire la loro nella discussione sulle politiche economiche da imporre agli Stati.

V

LE ALTRE MODALITA’ DI INTERVENTO DEL MES

Abbiamo visto finora, come forma di intervento verso gli stati in difficoltà, il prestito effettuato nei loro confronti, in presenza di certe condizioni, e legandolo a certe ci condizioni. Ma l’intervento del MES nei confronti degli Stati può avvenire anche se lo Stato non è in bancarotta,tramite l’acquisizione dei titoli di stato emessi sul mercato primario da quel Paese, qualora la totalità o parte dei titoli collocati nelle aste dovessero andare invenduti. Anche in questo caso, gli Stati “sostenuti” si indebitano nei confronti del MES che acquisisce quote del loro debito pubblico e quindi anche capacità di influenza.

Il MES a conti fatti è agisce come una sorta di banca sovranazionale, che effettua prestiti nei confronti dei Paesi “clienti” in difficoltà in cambio di pesanti “penalità”. Come le grandi banche d’affari può anche comprare i titoli di stato dei Paesi membri. Ma non è un vero “prestatore di ultima istanza”, come sarebbe se, allo stesso modo delle banche centrali storiche, fosse esso stesso fonte del denaro. In questa peculiare banca, sono i Paesi di riferimento i “prestatori di ultima istanza”, la “banca centrale “ del MES. Il MES potrà effettuare le sue operazioni, “costringendo” i Paesi partecipanti a svenarsi per garantirle, e quindi a fare ricadere il loro impatto sui popoli europei, a tutela dei quasi un meccanismo del genere –si è detto- doveva essere costituito. I cittadini e i popoli europei saranno legati in modo indissolubile alle dinamiche finanziare del MES e ogni qualvolta quest’ultimo ne avrà necessità, o dichiarerà di averne, saranno chiamati a versare soldi.

“Il MES costruisce un rapporto di usura di secondo livello: i prestiti erogati dal MES sono effettuati tramite denaro pubblico già ‘ipotecato’. Inoltre, vincola i‘prestiti’ alla condizione che i governi di euro-zona trasformino l’economia reale nazionale in un aereo in rotta di collisione.” (Paola Ghini e Valentina Serru)

In modo del tutto analogo ai prestiti del FMI, i capi di Stato odi governo sono costretti a concedere lo status di creditore privilegiato (seniority) ai prestiti del MES. Ma in caso di debiti anche col Fondo Monetario Internazionale, lo status di creditore privilegiato del FMI prevale su quello del MES.

Adesso facciamo un breve schema delle modalità di intervento –considerate fino ad ora- che il MES può mettere in atto nei confronti di un Paese bisognoso di “assistenza”. Come abbiamo visto può intervenire:

1-Sotto forma di prestito (art. 15), secondo condizioni contenute in un programma di aggiustamento macroeconomico precisato in dettaglio nel protocollo d’intesa.
2- Mediante l’acquisto dei titoli emessi sul mercato primario, ovvero di titoli di Stato emessi direttamente da un membro del MES,.(art. 17). E’prevista anche la possibilità di comprare titoli emessi sul mercato secondario.
3- Ricorrendo a prestiti con l’obiettivo specifico di ricapitalizzare le istituzioni finanziarie di un membro del MES (art. 16). Ovvero, detto in parole povere, usando i soldi del MES per salvare le banche private.

-Il MES ha poi la facoltà –per realizzare il suo obiettivo- di indebitarsi con banche, istituzioni finanziarie o altri soggetti o istituzioni,tramite il collocamento di propri titoli obbligazionari o altri strumenti finanziari (Art.5. Nella realizzazione del suo obiettivo il MES è autorizzato ad indebitarsi sui mercati dei capitali con banche, istituzioni finanziarie oaltri soggetti o istituzioni.”)
. Quindi il MES può emanare dei propri “titoli di debito” per acquisire crediti dai mercati dei capitali. Quindi –come scrive Piero Valerio via libera all’acquisto di obbligazioni e titoli MES da parte di banche private, società di investimento, fondi comuni, hedge funds e si ripartirà come sempre con un altro giro di speculazioni finanziarie su questi nuovi titoli, con società di rating e tutto il resto.

Anche questa modalità di azione configura sinistramente il MES come una combinazione incestuosa, nello stesso ente, di un direttorio finanziario, di una banca sovranazionale, e di una facoltà come quella di emettere propri “titoli didebito”, generalmente connessa allo Stato. Come abbiamo visto precedentemente negli interventi di “prestiti diretti” di acquisto di titoli di stato; dove i garanti finali, i prestatori di ultima istanza, sono gli Stati e i cittadini-anche qui, i veri garanti del debito che assumerebbe il MES emettendo i propri titoli di debito sarebbero sempre gli Stati e i cittadini. Se si arrivasse al punto che titoli di debito sottoscritti dal MES vadano pagati in tempi rapidi,è sugli Stati e sui cittadini che ci si rivarrà.

Per ora quel che è certo è che il MES potrà indebitarsi con una vasta gamma di soggetti, che sappiamo comprendere il FMI, ma noi pensiamo anche alla Banca Mondiale.Immaginate quali combinazioni di delirio economico potrebbero essere realizzate. Tanto per sbizzarrirci, immaginate che un Paese del MES, dopo essersi già svenato per aderire al MES, chiede a un certo punto aiuto, il MES per aiutarlo gli fa un prestito con interessi in cambio di condizioni feroci.Immaginiamo anche che il MES, per avere più fondi per agire, decida di raccogliere finanziamenti anche attraverso l’emissione di propri titoli di debito, titoli di debito che ricadranno sugli Stati e quindi anche su quello Stato “beneficiato” che si troverà indebitato tre volte: con la partecipazione al MES, con l’aiuto diretto nel momento di difficoltà, con la vendita di titoli di debito da parte del MES. E oltre a ciò dovrà attuare feroci politiche di massacro sociale. E poi non dite che questi non sono dei geni.

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VI

IRRENSPONSABILITA’, IMPUNITA’, PRIVILEGIO

Abbiamo visto finora quale è l’organo di comando del MES, quali sono i vincoli finanziari peri Paesi che vi aderiscono, quali sono le sue modalità di intervento nel caso di richiesta di soccorso da parte di Paesi in difficoltà, e abbiamo anche considerato la sua capacità di emettere titoli di debito.

Una cosa decisiva per avere –in tutte le sue sfaccettature- un quadro completo del meccanismo che è stato approntato è LA POSIZIONE DI TOTALE IRRESPONSABILITA’ E IMPUNITA’ IN CUI OPERA IL MES.

Un’insieme di norme (artt. 32, 34 e 35) lo pone al di sopra di ogni altra autorità politica e giudiziaria.
L’organizzazione del MES è in pratica immune da ogni controllo e da ogni azione legale.
-E questo vale anche per chi la dirige. I diciassette governatori, e tutti coloro che compongono l’istituzione MES, compresi i membri dello staff, saranno assolutamente impunibili per tutti gli altri commessi nell’esercizio delle loro funzioni.. Nessuno potrà citarli in giudizio contro nessun atto. L’immunità si estende anche ai membri dello staff.
-Tutti i documenti che verranno prodotti saranno inviolabili, e non potranno quindi essere visionati. Non ci potranno essere sequestri da parte delle forze dell’ordine né potranno essere esaminati da nessuno esterno al MES.
-le disponibilità e le proprietà dell’ESM, ovunque si trovino e da chiunque siano detenute, godono dell’immunità da ogni forma di giurisdizione, salvo chelo stesso organismo non vi rinunci spontaneamente; non possono essere oggetto di perquisizione, sequestro, confisca ed esproprio, e, godono di esenzione fiscale (art. 32). I locali del Mes vengono letteralmente definiti”inviolabili”.

C’è un’affinità tra queste disposizioni e l’obbligo del segreto professionale disposto dall’art. 34:”I membri o gli ex membri del Consiglio dei Governatori e del Consiglio di Amministrazione e il personale che lavora, o ha lavorato per, o in rapporto conil Mes, sono tenuti a non rivelare informazioni protette dal segreto professionale. Essi sono tenuti, anche dopo la cessazione delle loro funzioni,a non divulgare informazioni che per loro natura sono protette dal segreto professionale”.

Fermiamoci un attimo e consideriamo gli elementi acquisiti fino ad adesso.

Qui abbiamo una nuova organizzazione intergovernativa, verso la quale dovremo svenarci e che dopo i primi tre anni, potrà richiedere in qualsiasi momento il versamento della quota rimanente, che dovrà essere pagata entro sette giorni. E non solo, se lo valuterà opportuno potrà richiedere altri versamenti di denaro, senza che sussista un limite non superabile o che il Parlamento dei singoli stati venga coinvolto.
Questa organizzazione potrà imporre, in cambio di prestiti, condizioni brutali sul piano economico ai paesi “beneficiati”, arrivando nei fatti a commissariarli. Questa organizzazione potrà citare in giudizio i singoli stati e (in sinergia con la BCE e il FMI) avrà il controllo sostanziale dei loro bilanci.
Questa organizzazione avrà facoltà di stipulare contratti di ogni tipo con banche, istituti finanziari e organismi di livello globale; utilizzando gli Stati come garanti e responsabili finali di ogni esborso o rischio finanziario.
Eppure, questa organizzazione gode di un livello di incontestabilità, di privilegio e di immunità totalmente sconosciuto nella storia dei moderni stati costituzionali. Si arriva a gradi di tutela da teatro dell’assurdo. Nessun membro di essa può subire alcun giudizio o controllo da parte di istituzioni esterne. Nessun giudice può metterci il naso. Non un documento può essere visionato. Non una sede può essere ispezionata. Nessun controllo, nessuna moratoria, nessun intervento di nessun genere potrà mai avvenire. Si arriva a disposizione di totale illogicità e non collegabili, neanche vagamente, a ipotetiche ragioni di “sicurezza”, come la totale esenzione fiscale dei locali e delle proprietà acquisite dal Mes. Senza dimenticare l’obbligo cogente di mantenere il “segreto professionale”.
Un “limbo intoccabile” e una “spasmodica ricerca di garanzie e immunità”(Dario Lo Scalzo), che oltre ad essere contraria ad ogni principio di diritto,fa presupporre il peggio. Come a dire “ potremo combinare tante di quelle bestialità che vogliamo avere mano libera”.

-Naturalmente, nel momento in cui le stesse norme del Trattato sul Mes, potessero essere interpretate in modi differenti, chi deciderà quale è l’interpretazione corretta? Un entità terza? No, lo stesso ente. Ogni questione relativa all’interpretazione o alle disposizioni di applicazione delle norme del trattato e’ sottoposta alla decisione degli stessi organi dell’ente.
—–

VII
SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE TEDESCA

Eppure tuttoquello che abbiamo detto finora ha rischiato di frantumarsi proprio all’ultimostep. Sarebbe bastata una “semplice” sentenza.
Dopo l’adesione di tutti gli altri Paesi dell’eurozona, il Mes rischiava diessere messo a repentaglio proprio dal Paese che più di tutti ha sostenuto lavia del “rigore”, la Germania.
A differenza dell’Italia e di altri Paesi dove un Trattato di così enormi conseguenze è stato approvato come se si approvasse una blanda riforma delle normative di condominio; nella più totale assenza di dibattito politico e nella quasi totale distrazione dei media- in Germania c’è stato un dibattito intenso e appassionato, che ha suscitato tali perplessità da fare rimettere la decisione definitiva alla Corte Costituzionale tedesca. Tanto per farci capire,i cittadini tedeschi hanno presentato alla Corte Costituzionale –sulla questione del MES- più di 37000 ricorsi (il sistema tedesco prevede che i cittadini possano presentare ricorsi alla Corte Costituzionale) che giunsero uniti sotto il nome “Europa braucht mehr Demokratie” (l’Europa necessita più democrazia) e che hanno costituito il più grande ricorso alla Corte Costituzionale nella storia della Repubblica Federale Tedesca. L’ispiratore di questa opposizione popolare è stato il professor Markus Kerber.
Chi si aspettava che la Corte Costituzionale tedesca bocciasse l’adesione al Mes, facendo così, almeno per il momento, crollare questo abominio giuridico-economico (se il Trattato del Mes non avesse avuto l’adesione di tutti i Paesi dell’eurozona non sarebbe entrato in vigore) è rimasto deluso. In effetti la Corte Costituzionale tedesca aveva un’occasione storica per difendere la democrazia. Occasione che è stata in parte persa.
Dico “in parte” perché comunque ha posto alcuni significativi paletti almeccanismo del Mes per come lo abbiamo descritto in precedenza.
la Corte –l’11 settembre del 2012- ha approvato il Mes ma con due forticondizioni limitanti.
1)Oltre il tetto massimo dei 190 miliardi di euro già previsti dal Trattato,ogni ulteriore ricapitalizzazione dovrà essere approvata dal Parlamentotedesco.
190 miliardi è la quota che la Germania deve versare al Mes, così comel’Italia deve versare 125 miliardi, e ogni Paese la quota corrispondente allasua dimensione economica. In precedenza abbiamo evidenziato tra i punti piùoscuri del Mes, la facoltà che il Consiglio dei governatori ha diricapitalizzare all’infinito il fondo. Ergo, ogni aumento totale di capitale, equindi ogni aumento della quota dovuta dai singoli Paesi (quindi ogni aumentooltre ai già 190 miliardi di euro dovuti dalla Germania e ai 125 dovutidall’Italia, ecc.) può essere deciso insindacabilmente dal Mes, e i Paesi nonhanno altra alternativa che adeguarsi. Bene, la Corte costituzionale tedesca hastabilito che ogni aumento ulteriore di capitale sarà valido solo se liberamenteapprovato dal Parlamento.
2) Inoltre ha stabilito che il Parlamento sia informato delle decisioni delfondo. In pratica cade l’inviolabilità assoluta dei documenti e dei verbali delMes. E quindi viene in qualche modo ristabilito quel principio di trasparenzache è totalmente annientato nel testo originario del trattato.

Naturalmente questa sentenza della Corte Costituzionale tedesca è solo un calmieramento degli effetti distruttivi del Mes, ma non risolve il problema, per tutta una serie di motivi:

I-Non sono state invalidate o “attenuate” le altre normative di privilegio e impunità assoluta; come quella che prevede l’assoluta immunità giudiziaria di tutti i membri del MES nell’esercizio delle loro funzioni.
II-Rimane integralmente aperto l’ambito dell’intervento del Mes nei confronti dei Paesi “sofferenti”, con l’imposizione delle “pesanti condizionalità” in cambio dei “prestiti” che a loro vengono dati.
III-E soprattutto.. questa sentenza è la sentenza della Corte Costituzionale tedesca ed è cogente per l’ordinamento tedesco e il suo rapporto con quello comunitario. Formalmente essa non ha di per se stessa portato ad una modifica del funzionamento del MES per gli altri Paesi dell’eurozona.
La logica più elementare del diritto vorrebbe che gli stessi “paletti”previsti per la Germania con la pronuncia della sua Corte venissero estesi anche a tutti gli altri Paesi dell’aerea euro. Lo stesso art. 11 della Costituzione stabilisce nella seconda parte che l’Italia ammette limitazioni alla propria sovranità “in condizioni di parità con gli altri Stati”.
Eppure che questo avvenga –ovvero una corrispondente estensione dei paletti stabiliti per la Germania- anche per gli altri Stati, non è necessariamente così scontato. Ormai abbiamo capito che la ragionevolezza e anche la basilare logica umana vengono annichilite continuamente nel sistema europeo.

Al di là delle possibili ricadute, resta l’amarezza per la differenza tra ciò che è accaduto in Germania e ciò che è accaduto in Italia.In Germania c’è stato comunque un’ampia e intensa discussione politica e sociale, i cittadini hanno preso a cuore la questione, la Corte ha ricevuto tantissimi ricorsi, ecc. In Italia un Trattato di tale incalcolabile impatto è stato approvato nell’acquiescenza e nell’indifferenza più totali.
Se si vuole veramente difendere la Costituzione, la si difende sempre, non solo quando Berlusconi fa le sue leggi ad personam. Tutte le violazioni costituzionali berlusconiane sono un buffetto rispetto allo stupro totale rappresentato da meccanismi come il Fiscal Compact e i Mes.

—–

IX

RIEPILOGO FINALE

E’ importante, nonostante le molte cose dette, mantenere bene a mente le acquisizioni fondamentali a cui siamo giunti.

Le riassumerò, prescindendo dal possibile impatto che la sentenza della Corte Costituzionale tedesca potrà avere anche nella disciplina del MES per gli altri Paesi. Considererò quindi il modello originario previsto dal Trattato sulMes.

Le cose fondamentali che dobbiamo tenere presenti sul MES sono:

I-Il MES –presentato volgarmente come “Fondo salva Stati”- è non un semplice fondo ma un organismo intergovernativo permanente la cui sede è Lussemburgo.
II-Gli Stati partecipanti al MES (tutti quelli dell’eurozona) devono versare una quota di partecipazione al suo fondo (per l’Italia 125 miliardi). Questa quotasi divide in versamenti da fare necessariamente, e un’altra parte come debito“garantito” da versare in caso di necessità. Ma si tratta di “necessità” che quasi certamente si presenteranno molto presto. Il Consiglio dei governatori possa esigere in qualsiasi momento il versamento del capitale sociale non ancora versato. E i Paesi membri dovranno eseguire entro sette giorni dalla richiesta-ordine.
III-Il Consiglio dei governatori ha facoltà di aumentare in qualsiasi momento il capitale del MES. Può farlo indefinitamente, senza limiti di tempo odi capitale massimo raggiungibile. Quindi i Paesi membri potranno essere costretti all’infinito ad ulteriori esborsi oltre al capitale iniziale. E anche per questi, lo Stato deve eseguire la richiesta senza alcuna obiezione o approvazione degli organi parlamentari e governativi interni, e sempre entro sette giorni dalla richiesta.
IV-Il tipico stato indebolito dell’eurozona per pagare la sua quota di adesione (e le quote corrispondenti ad eventuali aumenti di capitale futuri)sarà inevitabilmente costretto a tagliare i servizi sociali e a indebitarsi ulteriormente. Quindi un meccanismo che viene spacciato come una garanzia perla crisi dei debiti sovrani, inizia con un obbligo di indebitamento, e con l’eventualità di un indebitamento costante, “a richiesta”.
V-Il MES aiuta gli stati in grave difficoltà economica non con fondi a titolo perduto o a rimborso parziale, ma con veri e propri prestiti ad interesse. Quindi, si tratta di un aiuto che aumenterà ulteriormente il debito degli Stati “beneficiati”.
VI-E questi prestiti vengono forniti in cambio di “rigorose condizione” da attuare; ovvero brutali condizioni di massacro sociale e ulteriori riduzioni della propria sovranità statale. Quindi, io Stato mi indebito per partecipare al MES; questo indebitamento contribuirà alla mia prossima “crisi”; per aiutarmi mi faranno degli ingenti prestiti, e quindi il mio debito aumenterà ulteriormente; e questi prestiti saranno legati a diktat feroci che mi impoveriranno ulteriormente, spappoleranno ancora di più i miei servizi sociali, indeboliranno la mia capacità economica, renderanno ancora più disperati i miei cittadini.
VII-Il Mes può anche “aiutare” gli Stati con l’acquisizione dei loro titoli di Stato rimasti invenduti. Anche in questo caso, mentre per fare parte del MES, io Stato mi sveno a fondo perduto, con l’acquisizione dei titoli dei miei titoli di stato, ricevo denaro a titolo di debito con interessi.
VIII-E’ prevista la possibilità che il MES possa impiegare i suoi fondi per salvare banche private.
IX-Il MES gode di un regime di assoluto privilegio. I suoi membri non sono sottoponibili a giudizio. Le sue decisioni non sono appellabili o sindacabili.I suoi atti sono segreti. I suoi locali e proprietà sono inviolabili.

Ho iniziato questa analisi del MES con una storiella semplificativa.
Ora che siamo arrivati alle battute finali, ci può stare una citazione,ancora più semplificativa, di Marco Pizzuti, dove parlando del funzionamento del MES dice:

Voi mi affidate i vostri soldi e poi li gestisco alle seguenti condizioni:
1- non avete diritto di chiedermi delucidazioni su come li spendo e non potete effettuare nessun tipo di controllo sulla mia gestione. Decido io quali informazioni darvi e con quali modalita’;
2- oltre all’importo iniziale, siete obbligati a versarmi anche tutte le successive somme aggiuntive che vi richiedero’
3- se avrete bisogno di un prestito, decidero’ io se concedervelo e a quali condizioni;
4- nel caso emergano degli illeciti finanziari, delle irregolarita’ o anche dei crimini
gravissimi non potrete denunciarmi a meno che non sia io stesso ad autorizzarvi Accettate?

E tutti i Paesi dell’eurozona hanno risposto “SI” a questa domanda.

Come ha ben detto Paolo Barnard, il MES non va visto da solo, come si trattasse di un mostro uscito fuori dal nulla. Dal precedente testo che ho scritto sulle tematiche europee (dove analizzavo fondamentalmente il sistema dell’euro e dei trattati, con alcuni riferimenti anche al Fiscal Compact). Il MES è solo una delle ultime creazioni del sistema europeo.

Considerando complessivamente le sue modalità di funzionamento, e vedendolo in connessione anche col Fiscal Compact e il sistema dell’euro, siamo in grado di potercela fare noi una domanda. Se questo ulteriore meccanismo serva davvero a garantire la “stabilità” dei Paesi dell’euro, a evitare tracolli finanziari, a salvaguardare i cittadini e tutte le altre cose che vengono ripetute incessantemente.
O se lo scopo non sia esattamente l’opposto?
Ovvero DESTABILIZZARE IN MANIERA CRESCENTE LA CAPACITA’ ECONOMICA E IL TESSUTO SOCIALE DEGLI STATI EUROPEI. IMMETTERLI IN UNA SPIRALE CRESCENTE DI DEBITI, PER AFFRONTARE I QUALI SARANNO COSTRETTI A STIPULARE ALTRI DEBITI E ACCEDERE FINO ALL’ULTIMO GRAMMO DI SOVRANITA’.

Dobbiamo chiederci allora se tutto quello che stiamo vedendo, se questo labirinto di normative, regolamenti, trattati, diktat, istituti e organismi via via più complessi non abbiamo come fine la cancellazione di ogni dimensione nazionale e di ogni potere democratico, al fine di arrivare ad una oligarchia europea fondata sul potere del denaro.

Questa domanda abbiamo il dovere di porcela.

Un dovere che è anche una responsabilità verso tutti i cittadini del nostro Paese e tutti i popoli d’Europa.

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Confessioni di un killer economico

by on mar.03, 2012, under Controinformazione, politica, Resistenza umana

Quando conobbi questo documento, mi colpì la forte assonanza che esso ha con vicende di una attualità straordinaria.

Non posso darvi la certezza che tutto sia vero, ma certamente è “verisimile”, e merita di essere conosciuto.

Io lo scoprii dalla visione dell’ Addendum di Zeitgeist.. l’opera documentarista che si aggiunse al primo, epocale, Zeitgeist. In un certo senso certe opere contribuiscono, al di là dei loro meriti effettivi, a fare epoca. Avvenne, nel campo del cinema, con Blade Runner, gran bel film, ma non capolavoro assoluto, eppure entrò nello “Spirito del Tempo”. Il colossale tentativo di Zeitgeist è nello “Spirito del tempo”, già dal titolo stesso.. che non è altro che la traduzione di “Spirito del tempo” in tedesco.

La testimonianza che leggerete – che è solo una parte dell’ Addendum in cui si parla di molto altro- è di John Perkins, ex autore di “confessioni di un killer economico. Perkins è stato  per oltre 20 anni economista in una delle principali società di consulenza ingegneristica, la Chas.T.Main, di Boston. Successivamente è diventato imprenditore nel settore della produzione di energia elettrica e scrittore. Il suo libro più conosciuto è Confessions of an Economic Hit Man (2004). La traduzione italiana della Minimum Fax (2005) hha preferito tradurlo con “Confessioni di un sicario dell’economia”. Ma secondo me la parola Killer è più efficace, perchè rende in maniera ancora più veritiera e brutale il senso violento della sua testimonianza.

Quella che Perkins racconta sono alcune delle modalità in cui avviene  la silenziosa e raffinata lotta di chi gestisce il potere, contro le popolazioni, e della fine che fanno quei leader che non si fanno comprare.

Due premesse. Non tutto deve necessariamente essere vero. Prendete sempre ogni cosa come un’approssimazione della verità, ma mai come certezza incontrovertibile.

E due.. Perkins pone l’attenzione in maniera principale sulla vessatoria e criminale politica internazionale americana.

Ma, hic sunte leones, questo è il punto.. non aspettatevi di trovare adesso una “semplice”, anche se sempre necessario, atto di condanna contro la storia predatoria americana.

Perchè, Ladies and Gentlemen, qui si parla del presente…

E non solo di USA.

Qui si parla di “tecniche del Potere” che vanno al di là degli stessi U.S.A, e operano anche in altri contesti.

Cosa dire Mr Perkins..

che per sottomettere altri Paesi, specie se produttori di petrolio o ricchi di riserve naturali, si sono sempre usati strumenti come..

USO DEL DEBITO,

CORRUZIONE,

COLPI DI STATO.

E per ottenere gli scopi prefissati sorse la figura del killer economico. Perkins sostiene di essere stato per decenni un killer economico.

A volte in un Paese ha preso il potere alcuni veri grandi Leader, uomini incorruttibili, carismatici, che lottavano per il loro popolo, come Salvador Allende in Cile, tanto per cominciare a fare un nome.

Questi Uomini non erano i cani al guinzaglio corrotti che fino a un tempo precedente si mettevano a pecorina lasciando saccheggiare il loro territorio e impoverire il proprio popolo, per favorire colossi multinazionali, bancari, Stati predatori.

Questi Uomini erano talmente pazzi che avevano l’idea blasfema di volere essere al servizio del loro popolo, di pretendere che le risorse del proprio Paese andassero in primo luogo al Popolo che abitava quel Paese.

E questo non piaceva affatto. Non piaceva neanche un pò.. davvero disdicevole..

E allora venivano mandati i killer economici.

Come agisce un killer economico.

In primo luogo prova a corrompere…

Va dal leader e gli fa capire che il suo potere sarà ancora più saldo e lui  e la sua famiglia saranno coperti d’oro, ma dovrà accettare essenzialmente due cose, strettaemnte interconnesse tra loro. Che le risorse del proprio Paese vengano saccheggiate da agglomerati internazionali. E che quel Paese.. ACCETTI SOLDI IN PRESTITO. A volte si partiva direttamente dal denaro in prestito.. e il resto veniva da sè. Ora ci torneremo comunque.

Se il laeder non si faceva corrompere si cercava di ucciderlo o renderlo ininfluente in ogni  modo possibile.

Se ogni intervento sotterraneo falliva, il grado ultimo è l’intervento militare come è avvenuto in Irak (sempre tenendo conto di ciò che racconta Perkins).

E tutte queste cose le leggerete nella testimonianza di Perkins.

Ma adesso.. focalizziamoci sulla PRESSIONE PER OTTENERE PRESTITO, sulla coercizione a FARE DEBITO.

Perchè quei Paesi dovevano indebitarsi con il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale o altre agenzie?

Perchè si cercava (e si cerca) in tutti i modi di ottenere questo?

Perchè uno Stato, specie se in difficoltà o non troppo finanziariamente ricco, se si indebita per cifre enormi, gravate da ingenti interessi, sarà quasi sempre, non solo impossibilitato a restituirle, ma ridotto praticamente sul lastrico.

E là vengono gli scagnozzi. Nessuna “operazione coperta” questa volta. Vengono in carne ed ossa. Gli inviati del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.. e con aria contrita.. diranno a quel Paese.. “Ci dispiace il vostro debito è alle stelle.. voi siete in bancarotta e nessuno vi concederà fiducia.. siamo disposti a darvi qualche altro soldo.. ma.. dovete fare come diremo noi. Seguire il nostro programma”.

Ragazzi… non comincia a ricordarvi qualcosa, tutto questo?

Torniamo ai gentili signori dell’FMI e della  BM…

Cosa chiedono in cambio di altri soldi, che accresceranno ulteriormente il debito.

Propongono sempre lo stesso programma, sempre.. anche se lo presentano con terminologie quali “necessarie riforme strutturali”. E alcuni caposaldi immancabili di quel programma sono..

-tagli alla spesa sociale (questi includono l’istruzione, la sanità e le pensioni),

-svendita delle risorse naturali,

-privatizzazioni delle imprese statali,

-liberalizzazione del commercio,

-deregulation generalizzata.

Non continua a ricordarvi qualcosa?

Ci sono tante forme di terrorismo.

Una delle più sottili, ma anche delle più efficaci è il terrorismo economico.

Il debito come arma di dominio.

E adesso, facciamo un salto temporale e geografico. Tutt’altro contesto.

Questi giorni. Europa.. Grecia.

Quale è stata la politica del FMI e della Banca Centrale Europea nei confronti della Grecia? Come si è agito per “salvare” la Grecia?

CONCESSIONE DI SOSTANZIOSI PRESTITI, CON NOTEVOLI INTERESSI.

Ma come può un Paese già (casualmente?) in difficoltà economica risarcire quei prestiti?

Non può..

E quindi passa un anno è la Grecia ha ancora più debiti di prima.

E questa volta cosa le si propone per “salvarla”?… Ulteriori prestiti.

Ma questi prestiti in cambio di cosa vengono dati?

In cambio delle “necessarie riforme strutturali”.

In cosa consistono queste riforme strutturali?

Tagliale i servizi pubblici.. impoverire il welfare.. privatizzare.. liberalizzare.. svendere le risorse naturali.

Lo stesso sistema. Lo stesso metodo. Le stesse tecniche descritte da Perkins.

E qui non si dice che necessiamente deve esservi il dolo.. ma, non è stupefacente questa ripetitivià e coerenza di metodi? Guarda tu, alla fine si attua sempre lo stesso sistema a tenaglia.

Pochi giorni fa il popolo greco è sceso in piazza contro l’ennesimo saccheggio sociale. FMI, BCE e Commissione Europea.. hanno concesso l’enessimo.. prestito.. in cambio di un’ulteriore piano draconiano soclale.. che comporta 15000 licenziamenti dal settore pubblico, e la riduzione del 20% dei salari minimi e altre misure in stile Vlad l’Impalatore.

E anche un demente, anche un decerabrato sa che un paese bastonato, indebitato, impoverito… sarà reso ancora più debole da questi salassi sociali.. e con l’aggiunta del nuvo prestito, il suo debito tra un anno sarà ancora più incontrollabile.

E allora proporranno altre “riforme strutturali”.. tagli, privatizzazioni, svendite del patrimonio collettivo.

Più ci soffermiamo, più l’analogia con i metodi di killeraggio economico descritti da Perkins è stupefacente.

Ma il senso di tutto questo non è l’angoscia o la rabbia impotente.

Ma di provare a capire.

E di agire per il cambiamento.

Ci hanno fatto credere che solo una è la versione reale delle cose, e solo una l’alternativa disponibile.

Bene, non è così.

Loro sono fantasmi. Se le persone si risvegliassero, le strutture del dominio crollerebbero domani stesso.

Il testo di Perkins va assolutamente letto.

Prima di leggerlo voglio però fare una dedica.

A tutti queli uomini che furono fatti fuori, perchè non accettarono di farsi comprare, non accettarono di farsi corrompere, non accettarono di farsi piegare, non accettarono il collare, non accettarono di ingrassarsi e vendere, insieme alla propria dignità, il proprio Paese, le sue risorse e il proprio popolo.

Uomini come Salvador Allende, Mossadech, Ardenz, Jaime Roldós Aguilera, Omar Torrijos, e tutti gli altri.

E mi vengono in mente le parole di Pride che gli U2 dedicarono a Martin Luther King

“Presero la tua vita. Non potevano prendere il tuo orgoglio”

——————————————————————————————–IL KILLER ECONOMICO

“Ci sono due modi per conquistare e rendere schiava una nazione. Uno è con le spade, l’altro è con il debito”.

John Adams  1735-1826

Di John Perkins

Noi killer economici siamo stati i veri responsabili della creazione di questo primo impero globale, lavorando in diversi modi, ma probabilmente il più comune era identificare un Paese che aveva risorse che la nostra società desiderava, come il petrolio. Dopodichè facevamo concedere enormi prestiti a quel Paese, dalla Banca Mondiale o da una delle sue organizzazioni collaterali. Ma il denaro in verità non arrivava mai a quel Paese, andava invece a quel gruppo di società per la costruzione di progetti di infrastrutture, impianti energetici, siti industriali, porti, cose di cui beneficiava una cerchia di persone ricche di quel paese oltre alle nostre multinazionali. Di sicuro non ne beneficiava affatto il popolo. Comunque tutto quel paese, e quella gente, venivano lasciati con un enorme debito. Ed era proprio questo l’obiettivo. Fare in modo che non potessero pagarlo. E noi killer economici tornavamo e gli dicevamo: “Sentite, avete preso molto denaro, non potete pagare il vostro debito, quindi vendete il petrolio a prezzi molto bassi alle nostre compagnie petrolifere, lasciateci costruire basi militari nella vostra nazione, o mandate delle truppe in supporto alle nostre in qualche posto del mondo come l’Irak, o votate come noi nella prossima votazione ONU, fate privatizzare nei vostri Paesi le imprese pubbliche, i servizi idrici ed elettrici, e fateli vendere alle società degli Stati Uniti o ad altre multinazionali. Quindi una cosa che si espande a macchia d’olio, ed è il modo tipico di agire del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.

Fanno indebitare quei Paesi in modo che non possano pagare il debito. Dopodiché offrono il rifinanziamento di quel debito, facendo pagare interessi ancora maggiori, e si chiede in cambio un corrispettivo chiamato “conditionality” o “good governante”, che significa che devono svendere le loro risorse, compresi molti dei loro servizi sociali, le imprese dei servizi pubblici, e alcune volte il loro sistema scolastico, o il loro sistema giuridico o assicurativo, affinché si costruiscano le società straniere. Quindi il doppio, il triplo, il quadruplo di quello che cercano di ottenere. Iran 1953. La creazione dei killer economici risale ai primi anni ’50, quando il Presidente Mossadegh venne eletto democraticamente in Iran. Era considerato la speranza per la democrazia nel medi oriente e in tutto il mondo. Fu l’uomo dell’anno per il Time magazine. Ma, una cosa che dichiarava di continuo, e che mise anche in pratica, era l’idea che le compagnie petrolifere straniere dovevano pagare il popolo iraniano molto di più per il petrolio che prelevavano dall’Iran, e il popolo iraniano doveva trarre benefici da questo. Una politica strana. Non ci piaceva naturalmente. Ma avevamo paura di fare quello che facevamo di solito, cioè inviare l’esercito. Mandammo invece un agente della Cia, Kermet (dubbi) Roosvelt, un parente di Teddy Roosvelt, e con l’impiego di pochi milioni di dollari, risultò molto pratico ed efficiente, e in poco tempo riuscì a rovesciare il governo di Mossadech, riportò lo Shah in Iran per rimpiazzarlo, il quale era stato sempre favorevole alle politiche del petrolio, e fu davvero efficace. Così negli U.S.A., a Washington, la gente si guardò negli occhi e disse “Wow, questo è facile ed economico. Quindi, tutto questo diede inizio ad un nuovo modo di manipolare i paesi, in modo da creare degli imperi. L’unico problema con Roosvelt è che era un agente affiliato della Cia, se fosse stato catturato le conseguenze sarebbero potute essere piuttosto pesanti. Quindi molto velocemente si decise che bisognava affidarsi a consulenti privati, per distribuire del denaro attraverso la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, o una delle altre agenzie. Bisognava assoldare gente come me che lavorava per società private. Quindi se fossimo stati smascherati, non ci sarebbero state conseguenze per il governo.

(Guatemala 1954) Quando Arbenz divenne presidente in Guatemala, il Paese era sotto l’influenza della United Fruit Company, una grande multi nazione. E Arbenz si candidò affermando: “Come sapete vogliamo ridare le terre al popolo. E una volta preso il potere, cominciò ad introdurre politiche che facevano esattamente questo. Restituire le terre alla gente. Alla United Fruit non piacque affatto. Quindi incaricarono una grande impresa di pubbliche relazioni di condurre una enorme campagna negli U.S.A. per convincere la gente, i cittadini, la stampa americana ed il Congresso degli U.S.A. che Arbenz era un burattino dei sovietici, e che se gli avessimo consentito di rimanere al potere i sovietici avrebbero avuto un  punto di appoggio in questo emisfero. E perciò, da quel momento in poi, si diffuse una grande paura nella vita di tutti del terrore rosso, del terrore comunista. E quindi riassumendo questa lunga storia, a seguito di tutta questa campagna di pubbliche relazioni – fatta col coinvolgimento di parti della CIA- militari fecero cacciare quest’uomo. In effetti fu quello che fu fatto. Abbiamo mandato loro aerei, soldati, infiltrati; abbiamo mandato tutto per farlo fuori. E ci siamo riusciti. Il nuovo Presidente dovette risistemare le cose dopo di lui, fondamentalmente riconcedendo tutto alle multinazionali, inclusa la United Fruit.

(Ecuador 1981) L’Ecuador è stato governato da dittatori filoamericani, spesso decisamente brutali. Dopodiché si decise che doveva tenersi una elezione democratica. Jaime Roldós Aguilera si candidò, dichiarando che il suo obiettivo principale come Presidente sarebbe stato che le risorse dell’Ecuador fossero usate per aiutare il popolo, e vinse, in modo schiacciante. Jaime Roldós non era nessuno, non aveva mai vinto niente in Ecuador, e iniziò a mettere in atto queste politiche. Voleva essere sicuro che i profitti del petrolio fossero usati per aiutare la gente. Bene, questo non piace agli U.S.A. Fui mandato laggiù, insieme ad altri numero killers, per cambiare Roldós, per corromperlo, per persuaderlo, per fargli sapere “ok, tu puoi diventare molto ricco, tu e la tua famiglia, se fai il nostro gioco. Ma se continui a perseguire queste politiche che hai promesso, te ne andrai”. Non mi voleva sentire. Fu assassinato. Non appena ci fu l’incidente aereo, l’intera zona venne circondata. Le uniche persone che potevano accedervi erano militari statunitensi di una base militare delle vicinanze e militari ecuadoregni. Quando le indagini andarono avanti, due dei testimoni chiave morirono in incidenti stradali, prima che potessero rilasciare le loro testimonianze. Molte cose strane accaddero intorno all’assassinio di Roldós. Io, come molti altri che hanno esaminato questi eventi, non ho alcun dubbio che si sia trattato di un omicidio. Ovviamente nella mia posizione di killer economico, mi aspettavo che sarebbe accaduto qualcosa  Jamie. Non ero sicuro che si arrivasse ad un assassinio a sangue freddo, ma lo ero del fatto che venisse cacciato, in quanto non poteva essere corrotto, non si sarebbe lasciato corrompere nel modo in cui avremmo voluto.

(Panama 1981) Omar Torrijos, il Presidente del Panama, era una delle persone che preferivo, mi piaceva molto incontrarlo. Era un uomo carismatico, era un uomo che voleva davvero aiutare il suo Paese. Quando provai a comprarlo, a corromperlo, mi disse.. “Gurda John”.. mi chiamava Guanito.. “Guarda Guanito, non ho bisogno di soldi. Quello che mi serve è che il mio Paese sia trattato in modo leale. Voglio che agli U.S.A. venga pagato il debito per le infrastrutture che avete fatto qui. Voglio essere nella condizione di potere aiutare altri paesi latinoamericani quando diventeranno indipendenti, e si libereranno di questa terribile presenza del Nord. Voi ci state sfruttando in modo così crudele. Dobbiamo ridare il Canale di Panama di nuovo nelle mani del popolo panamense. Questo è quello che voglio, quindi lasciami in pace, non provare a comprarmi. Era il 1981 e a maggio Jaime Roldós venne assassinato, e Omar ne era ben consapevole di questo. Torrijos fece riunire la sua famiglia e disse “Sono probabilmente il prossimo, ma va bene così, perché ho fatto quello che dovevo fare, rinegoziare il possesso del Canale. Il Canale non ritornerà nelle nostre mani se si finisce solo per discutere delle trattative con Jimmy Carter. Nel giugno di quello stesso anno, solo un paio di mesi dopo, anche lui morì in un incidente aereo, e senza dubbio venne ucciso da killer assoldai dalla CIA. Passando inosservato, una delle guardie del corpo di Torrijos, gli consegnò, prima di salire sull’aereo, un registratore, un piccolo registratore che conteneva una bomba.

(Venezuela 2002) Per me è interessante come questo sistema stia continuando allo stesso modo ormai da molti anni, e come i killer economici diventino sempre più abili. Veniamo a quello che è successo di recente in Venezuela. Nel 1998 Ugo Chavez venne eletto Presidente, seguendo una lunga schiera di Presidenti che furono molto corrotti e che fondamentalmente avevano distrutto l’economia della nazione. E Chavez venne eletto per lasciarsi alle spalle tutto questo. Chavez si presentò agli U.S.A. e fece una prima richiesta affinchè il petrolio venezuelano fosse utilizzato per aiutare il popolo venezuelano. Bene, questo non piace agli U.S.A. E così nel 2002 il colpo di stato. E non c’è dubbio per me e per la maggior parte delle persone che la CIA sia dietro quel colpo di stato. Il modo in cui il golpe venne fomentato ricorda molto quello che Roosvelt aveva fatto in Iran. Pagare persone per riversarsi in strada, per insorgere, protestare, per dire come Chavez era molto impopolare. Sapete, se potete raggruppare poche migliaia di persone che lo fanno, e li fate riprendere dalla TV, potete farli sembrare come un’intera nazione. Eccetto per Chavez, in questo caso, perché lui era abbastanza intelligente, e la gente era dalla sua parte così fortemente che riuscirono a sconfiggerli. E’ stato un momento fenomenale per la storia dell’America Latina.

(Iraq 2003) L’Iraq ha rappresentato un perfetto esempio di come il sistema funziona. Noi killer economici, come prima linea di azione, cerchiamo di corrompere i governi, inducendoli ad accettare questi enormi prestiti, i quali li rendono così bisognosi di fondi da finire praticamente sul lastrico. Se falliamo, come a Panama con Omar Torrijos, e in Ecuador con Jaime Roldós – uomini che rifiutavano la corruzione, allora si attiva la seconda linea di azione, cioè quella di inviare degli infiltrati, degli sciacalli, che rovesciava il governo o uccidono. Ed una volta che questo accade, si insedia un nuovo governo, e si dirà qual è la nuova linea da seguire affinché il nuovo Presidente la conosca, nel caso non la conoscesse già. E nel caso dell’Iraq entrambe queste cose fallirono. I killer economici non riuscirono ad arrivare a Saddam Hussein. Provammo ad indurlo ad accettare l’accordo che invece la Casa Reale dei Sauditi aveva accettato, ma lui non volle. E quindi arrivarono gli infiltrati per farlo fuori, ma non ci riuscirono, la sua sicurezza era molto buona. Dopotutto lui una volta aveva lavorato per la CIA, era stato ingaggiato per assassinare un ex Presidente dell’Iraq, e fallì, ma conobbe il sistema. Così nel ’91 abbiamo mandato le nostre truppe ed abbiamo neutralizzato l’Iraq militarmente. Pensavamo a quel punto che Saddam Hussein sarebbe sceso a patti, non avremmo potuto rimuoverlo all’epoca. Ovviamente noi vogliamo questi uomini forti, ci piacciono, perché controllano la gente. Pensammo che poteva controllare i kurdi, mantenere gli iraniani oltre il confine, e continuare a produrre petrolio per noi. Pensammo che sarebbe sceso a patti, per questo i killer ritornarono successivamente, ma senza alcun successo. Se avvero avuto successo, sarebbe ancora al potere nel suo Paese. Gli venderemmo tutti gli aerei caccia che vuole, tutto ciò che vuole. Ma non ci riuscirono, non ebbero successo; gli infiltrati non riuscirono ancora a farlo fuori, così mandarono nuovamente l’esercito e questa volta abbiamo completato l’opera, e l’abbiamo fatto fuori, con un’operazione creata per i nostri obiettivi, con accordi per la ricostruzione davvero molto redditizi. E ricostruire nazioni che abbiamo praticamente distrutto, è un affare davvero grande, se siete proprietari di una grande impresa di costruzioni, un affare molto grande. Quindi nell’Iraq si sono viste tutte le tre fasi: i killer che hanno fallito, gli infiltrati anche, e quindi il rimedio finale, viene inviato l’esercito.

(…)

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Thomas Sankara- un Uomo

by on nov.06, 2011, under Ispirazione, politica, Resistenza umana

Qualcuno ne ha mai sentito parlare. Come pietre sdrucciolevoli il mondo si sparpaglia in milioni di storie, incuneate appena come scheggia o frase su un muro, a volte dimenticate del tutto.

Milioni di pagine non possono essere lette, e non conosceremo mai tutti i volti, tutti i volti che hanno rivolto al sole la faccia bella delle nuvole, il cuore segreto della luna.

Thoma Sankara uno sperduto presidente di uno sperduto paese africano, Burkina Faso, “Paese degli uomini integri”.

Una noticina su qualche giornale, a suo tempo,

Uno dei nomi aggrovigliati nella tormentata storia dell’Africa.

Qualcuno che ha camminato in piedi, in un mondo dove tutti strisciano.

La storia dell’Africa è stata per decenni una storia di complicità. Non solo di colonialismo rapace  e dominazione occidentale. Ma di comlplicità tra questo colonialimo/questa dominazione.. e corrotte, irresponsabili e demagogiche elité politico-militari africane che fecereo dei loro innumerevoli stati una spelonca di porci. I leader africani furono complici a pari diritto dei manovratori occidentali e delle multinazionali. Ingrassarono i loro conti in svizzera, alimentarono le loro 10000 amanti, fomentarono guerre folli e tribali, che ridussero alla disperazione intere collettività e si prostituirono ai grandi interessi occidentali.

Lo fecero quasi tutti.

Thomas Sankara fu uno dei pochi che camminò in piedi..

Integrità. Paola d’ordine, ieri, ora, e sempre.

Una sua frase..

 

“Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”

 

Parole non solo razionali, e logiche, ma DEGNE, per l’onestà che portano dentro.

Visse umilmente Sankara, mentre i suoi contraltari degli altri stati africani soffocavano in un lusso osceno.

 

E poi.. vedeva chiaro..

Capiva che i modelli e le “soluzioni” raramente vengono “gratuitamente”. E se ti porgono una mano, con l’altra preparono le catene… disse..

 

Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le

spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di

venderci per anni”.

 

Non mi sembra così inattuale una affermazione del genere no?

 

 E ce ne è un’altra che mi sembra ancora meno inattuale..

 

“Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo

 pagarlo.

Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata

con perizia.

Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo

sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne

altrettanto certi”.

 

Non vi fa venire in mente qualcosa? Non vi richiama qualcosa?.. parole come.. deb.. i.. to…?…:-)

Vi lascio a un bellissimo testo su di lui….

Salutamos

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“L’Africa agli africani!”,

urlava a un mondo sordo *Thomas Sankara *alla metà degli anni Ottanta.

La guerra fredda era agli sgoccioli, le speranze sorte dopo l’affrancamento dal dominio coloniale – il 1960 era stato dipinto come l’anno dell’Africa tra proclami e belle parole – erano state ormai strozzate da decenni di sfruttamento economico, disarticolazione sociale e inerzia politica. Le multinazionali invadevano le ricche terre d’Africa, mentre gli Stati del Nord del mondo imponevano condizioni commerciali che impedivano lo sviluppo dei Paesi africani, schiacciati tra debito estero e calamità naturali.

Il 4 agosto 1983, in Alto Volta, iniziava l’esperienza rivoluzionaria di Thomas Sankara, capitano dell’esercito voltaico giunto al potere con un colpo di stato incruento e senza spargimento di sangue. Il Paese, ex colonia francese, abbandonò subito il nome coloniale e divenne *Burkina Faso*, che in due lingue locali, il *moré* e il *dioula*, significa “*Paese degli uomini integri*”.

 Ed è dall’integrità morale che Sankara partì per tagliare i ponti con un triste passato e con deprimente presente. Pochi dati illustrano quanto grave fosse la situazione: tasso di mortalità infantile del 187 per mille (ogni cinque bambini nati, uno non arrivava a compiere un anno), tasso di alfabetizzazione al 2%, speranza di vita di soli 44 anni, un medico ogni 50.000 abitanti.

“Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”*, era solito ripetere Sankara, che visse un’infanzia di miseria (“Quante volte i miei fratelli e io abbiamo cercato qualcosa da mangiare nelle pattumiere dell’Hotel Indépendance”) e povero, come gli altri burkinabè, è sempre rimasto.

Le auto blu destinate agli alti funzionari statali, dotate di ogni * comfort, vennero sostituite con utilitarie, ai lavori pubblici erano tenuti a partecipare anche i ministri.

Sankara stesso viveva in una casa di Ouagadougou, la capitale del Paese, che per nulla si differenziava dalle altre; nella sua* dichiarazione dei redditi* del 1987 i beni da lui posseduti risultavano essere una vecchia Renault 5, libri, una moto, quattro biciclette, due chitarre, mobili e un bilocale con il mutuo ancora da pagare.

“È inammissibile”, sosteneva, “che ci siano uomini proprietari di quindici ville, quando a cinque chilometri da Ouagadougou la gente non ha i soldi nemmeno per una confezione di nivachina contro la malaria”*.

Negli stessi anni i suoi omologhi si trinceravano in lussuose ville o agli ultimi piani dei migliori hotel, lontani anni luce dai bisogni quotidiani della popolazione. Per esempio il presidente della Costa d’Avorio, Felix HouphouëtBoigny, aveva fatto costruire in pieno deserto una pista di pattinaggio su ghiaccio per i propri figli. Quando alcuni capi di Stato si offrirono per donare a Sankara un aereo presidenziale, la risposta fu che era meglio fare arrivare in Burkina Faso macchinari agricoli.

E la terra burkinabè non è mai stata particolarmente fertile, inaridita dall’Harmattan, il vento secco proveniente dal deserto del Sahara che lambisce i confini settentrionali del Paese.

Per ridare impulso all’economia si decise di contare sulle proprie forze, di vivere all’africana, senza farsi abbagliare dalle imposizioni culturali provenienti dall’Europa:

“Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per anni”.

“Consumiamo burkinabè”, si leggeva sui muri di Ouagadougou, mentre per favorire l’industria tessile nazionale i ministri erano tenuti a vestire il *faso dan fani*, l’abito di cotone tradizionale, proprio come Gandhi aveva fatto in India con il *khadi*

Le magre risorse vennero impiegate per mandare a scuola i bambini e le bambine – nel 1983 la frequenza scolastica era attorno al 15%– e per fornire *cure mediche ai malati*, organizzando campagne di alfabetizzazione e di vaccinazione capillare contro le infermità più diffuse come la febbre gialla, il colera e il morbillo.

L’obiettivo era di fornire 10 litri di acqua e due pasti al giorno a ogni burkinabè, impedendo che *l’acqua* finisse nelle avide mani delle multinazionali francesi o statunitensi e cercando finanziamenti che fossero funzionali allo sviluppo idrogeologico del Paese, non al profitto di pochi uomini d’affari.

Il Burkina Faso divenne un esempio per le altre nazioni, governate da élite corrotte e supine ai dettami provenienti dagli istituti economici internazionali.

Se un piccolo Paese, condannato anche dalla geografia (il deserto avanzava verso sud di sette chilometri all’anno mangiandosi campi coltivati; esiste un solo corso fluviale e non c’è alcuno sbocco sul mare) riusciva a levare il proprio grido di dolore e di insofferenza e a dimostrare che i problemi che affliggevano l’Africa si potevano risolvere, cosa avrebbero potuto fare Paesi con immense risorse naturali?

Il 15 ottobre 1987 Sankara, che a dicembre avrebbe compiuto *38 anni*, veniva ucciso: troppo scomodo, troppo generoso, troppo attento alle esigenze della povera gente.

Quando i giovani africani cominciarono a chiedere ai propri governanti di seguire l’esempio di Sankara, il complotto prese forma e coinvolse chi, in Burkina Faso, in Africa e in Europa, non poteva tollerare la sua indisciplina e la sua semplicità.

In quattro anni Sankara aveva invitato i Paesi africani a non pagare il debito estero per concentrare gli sforzi su una politica economica che colmasse il ritardo imposto da decenni di dominazione coloniale. Dominazione che era anche culturale:

“Per l’imperialismo”, affermava, “è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.

Ecco così spiegato l’impulso dato al *Festival Panafricaine du Cinéma de Ouagadougou* (Fespaco), la più importante rassegna continentale, con il fine di sviluppare la cinematografia locale a scapito di quella europea, uno dei tanti strumenti per legittimare la superiorità dei “bianchi” e l’inferiorità degli Africani.

Nel 1986, durante i lavori della 25esima sessione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) tenutasi a Addis Abeba, Sankara espresse in modo molto semplice perché il pagamento del debito doveva essere rifiutato:

“Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo. […] Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata con perizia. […]  Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi”.

Sempre a Addis Abeba, Sankara invocò il *disarmo*, proponendo ai Paesi africani di smettere di acquistare armi e di dissanguarsi in dispute fomentate dall’estero per protrarre l’arretratezza e la dipendenza del continente.

 L’invito era di adottare misure a favore dell’occupazione, della tutela ambientale, della pace tra i popoli, della salute.

A New York, qualche mese prima, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Sankara aveva tuonato contro l’ipocrisia di chi fornisce aiuti ai Paesi in via di sviluppo (mentre per altre vie si inviano armi) e contro l’egoismo di chi, per esempio, si rifiuta di investire nella ricerca contro la malaria – che in Africa provoca ogni anno milioni di morti – solo perché è unamalattia che non riguarda i Paesi del nord del mondo.

“Ci sentiamo una persona sola con il malato che ansiosamente scruta l’orizzonte di una scienza monopolizzata dai mercanti di armi. […] Quanto l’umanità spreca in spese per gli armamenti a scapito della pace!”.

Sankara espresse la convinzione che per eliminare i lasciti coloniali fosse indispensabile avviare un processo di *unione di tutti gli Stati* (dal Maghreb al Capo di Buona Speranza) del continente, che doveva diventare un’entità politica coesa e rispettata sul piano internazionale:

“Mentre moriamo di fame e nel nostro Paese ci sono migliaia di disoccupati, altrove non si riescono a sfruttare le risorse della terra permancanza di manodopera.  Se ci fosse maggiore cooperazione, potremmo arrivare all’autosufficienza alimentare e non dovremmo più dipendere dagli aiuti internazionali”.

Primo passo era la fine dell’*apartheid* in Sudafrica, dove la minoranza “bianca” godeva in realtà del sostegno economico dei Paesi occidentali. Sankara ebbe parole di rimprovero per tutti, a partire da François Mitterrand:

“Che senso ha organizzare marce contro l’apartheid, mentre si producono e si vendono armi al Sudafrica?”.

Forse non è un caso che Sankara venne ucciso quattro giorni dopo che a Ouagadougou si era tenuta una Conferenza panafricana contro l’*apartheid*.

Il “Président du Faso”, come viene ancora oggi ricordato dai burkinabè, si è sacrificato dimostrando che è possibile rispondere, all’africana, ai problemi dell’Africa, con chiarezza e talvolta ingenuità, come quando chiese che “almeno l’1% delle somme colossali destinate alla ricerca spaziale sia destinato a progetti per salvare la vita umana”.

Dinanzi alle Nazioni Unite Sankara liberò davanti al mondo intero, ponderando con attenzione ogni singola parola, il grido di dolore di miliardi di esseri umani che soffrono sotto un sistema crudele e ingiusto:

“Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro,  preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti,  così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel”.

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Tratto da

Carlo Batà

*L’ Africa di Thomas Sankara*

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Dall’Islanda una lezione

by on ago.03, 2011, under Controinformazione, politica, Resistenza umana

Leggete questa storia e riflettete…

Riflettiamo tutti insieme e pensate ai nostri giorni.

Cosa sta accadendo?

Cosa stiamo tollerando?

Un Moloch chiamato debito sta divorando la vita di interi paesi…

Istituzioni sovranazionali non elette da nessuno impongono diete di lacrime e sangue…

Questa crisi creata da banchieri, finanzieri e politici viene scaricata sulle persone, viene derubata la loro vita.

Questi poteri sovranazionali impongono un’unica strategia…

PAGARE SEMPRE DI PIU’ UN DEBITO INARRESTABILE CON SEMPRE PIù TAGLI TAGLI E TAGLI….

Lacrime e sangue dicono. Ma da quanto lo dicono? E cosa hanno portato lacrime e sangue? Ancora più debito, ancora più macelleria sociale.

E’ una follia… più paghi.. più ti impoverisci.. più ti impoverisci meno hai la forza di realzarti. Invece di sostenere la crescita, si spezzano le gambe a un organismo già convalescente.

Ma sono tutte vere le cose che ci dicono?

Sono tutte vere?

Siamo davvero costretti a subire queste ricette draconiane?

Chi è che davvero sta decidendo?

Chi è che davvero ha il potere?

E’ davvero giusto che le banche centrali, non elette da nessuno, abbiano il controllo assoluto sulla moneta?

E’ davvero accettabile che pagare gli interessi sul debito venga prima delle concrete esistenze che vengono colpite?

Chi guadagna dalle immense speculazione che avvengono ogni giorno?

E chi sono coloro che, dalle grandi istituzioni economiche multinazionali, costringono a sempre maggiori tagli, a sembpre maggiore macelleria sociale?

E se ci fosse un’altra strada? Un’altra strada oltre  a quella che ci vendono.. oltre al panico da debito, alla scure sanguinaria, alla perenne sottomissione alle logiche economiche-finanziarie dominanti?

E se ci fosse un’altra strada?

L’Islanda ha deciso di dire NO!… di dire BASTA!…

ha nazionalizzato le banche.. creato una nuova costituzione nazionale.. e sfidato le oligarchie finanziarie internazionali..

Cosa succederebbe se anche noi avessimo lo stesso coraggio?

La stessa folle capacità di osare e di pensare in grande e di sfidare ciò che è considerato ormai come inevitabile.

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Islanda, quando il popolo sconfigge l’economia globale
di Andrea Degl’Innocenti – tratto da http://www.ilcambiamento.it/lontano_riflettori/islanda_rivoluzione_silenziosa.html

 L’hanno definita una ‘rivoluzione silenziosa’ quella che ha portato l’Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell’intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.

Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.
L’Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un’eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un’esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.

Ma procediamo con ordine. L’Islanda è un’isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell’intera Italia, situato un poco a sud dell’immensa Groenlandia.

15 anni di crescita economica avevano fatto dell’Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di ‘neoliberismo puro’ applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.

Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall’altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull’euro – che perse in breve l’85 per cento – non fece altro che decuplicare l’entità del loro debito insoluto. Alla fine dell’anno il paese venne dichiarato in bancarotta.

Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all’Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.
A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l’unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.

Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento. 
Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d’Islanda era decisamente troppo.

Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos’altro invece si riaggiustò. Si ruppe l’idea che il debito fosse un’entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un’intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d’un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.
Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.

La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l’isolamento dell’Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l’Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell’intervista – ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.

A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L’Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l’Islanda.

In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l’indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola ‘presidente’ al posto di ‘re’). 
Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un’assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l’appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.

Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. “Io credo – ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente – che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet”.
Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.

Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l’Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.
Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l’unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?

 

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I mondi di Barbara (Osip Emil’evič Mandel’štam)

by on lug.03, 2011, under Bellezza, Poesia, politica, Resistenza umana, Simbolo

Eccoci a un altro appuntamento con la “I mondi di Barbara”, una rubrica che è una delle colonne principali di questo Territorio per Anime Pazze e Libere chiamato Born Again.

Barbara Lazzarini in questo spazio ci porta in altri mari rispetto alla cultura digerita e premasticata, e poi ingurgitata come fosse puro materialato.

Questa cultura si incarna nell’uomo e diventa incandescente percorso narrato, che della Libertà fa un pezzo di pane, che passa di mano in mano, rendendo chiunque mangia, più libero.

Il pezzo di Barbara che oggi pubblichiamo è uno a quelli a cui io tengo di più in assoluto. Il protagonista è un Gigante..Osip Emil’evič Mandel’štam.

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Osip Emil’evič Mandel’štam è un grandissimo poeta, una delle figure più importanti del Novecento letterario. Vittima, come moltissimi altri grandi artisti, delle “Grandi purghe staliniane”. Nasce nel 1891 a Varsavia da una famiglia ebrea, si trasferisce in Russia e trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Pietroburgo. Affronta studi intensi di filologia romanza e germanica che gli serviranno per studiare i grandi italiani come Cavalcanti, Petrarca, Dante, ecc.. successivamente insieme all’Achmatova e al di lei marito, fonda il movimento acmeista ( i migliori) in contrapposizione ai versi oscuri dei simbolisti russi propongono la chiarezza e la praticano perfettamente. Scrive in prosa e in poesia, molto importante, per il taglio originale che esce del Nostro più grande poeta, il suo saggio “Conversazione,(o discorso) su Dante”. Quello per la nostra lingua è un amore intenso, Mandel’stam la definisce “la più dadaistica delle lingue romanze”, pensate che Cristina Campo, raffinatissima traduttrice, l’italiano lo definiva “lingua di marmo”, lingua che se ne sta lì come un blocco pronto per essere scolpito, è irriducibile marmo che cela la forma affinchè ne sia estratta. C’è una sorta di incontro elettivo con Dante, prima di lui con Cavalcanti, in effetti il vero avanguardista dell’era volgare, quello che sdogana il pathos, con lui finalmente si può parlare di sofferenza carnale nell’amore, lo fa lui per la prima volta con durissime parole e sintassi complessa, lo farà Dante nelle famose e bellissime “Rime petrose”

…e torna la pietra a forgiare la nostra neolingua di parole che sanno tagliare e sono tagliate.

E’ mi duol che ti convien morire

per questa fiera donna, che nïente

par che piatate di te voglia udire.

I’ vo come colui ch’è fuor di vita,

che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia

fatto di rame o di pietra o di legno…(Cavalcanti)

Canzon, or che sarà di me ne l’altro

dolce tempo novello, quando piove

amore in terra da tutti li cieli,

quando per questi geli

amore è solo in me, e non altrove?

Saranne quello ch’è d’un uom di marmo,

se in pargoletta fia per core un marmo.(Dante)

 

Quando M. entra nei regni danteschi e prende a parlare della Divina Commedia, il suo approccio critico davvero è inconsueto. Di lui dicono che fosse un tipo strano, sempre in movimento, incapace di starsene seduto, frenetico, con il pensiero altrove, esiliato ai comuni mortali. Questa sua stessa condizione esistenziale d’esule lui rinviene in Dante, quella stessa foga del moto vorticoso di versi pietra che generano la più grande delle lingue; per Mandel’stam Dante “DANZA”, muovendosi nella musica dei versi, versi come orchestre sinfoniche. Ancora nel “discorso su Dante” scrive: “Dante è un maestro dei mezzi poetici, non un fabbricante d’immagini. E’ lo stratega delle metamorfosi e degli incroci” e quando si sofferma sull’analisi del canto del conte Ugolino scrive : “I canti danteschi sono le partiture di una speciale orchestra chimica”.

Osip M. è un grandissimo esperto di musica, fa paragoni con Bach, la musica è per lui segnale di vita e afferma che la poesia deve seguire regole più severe come quelle delle partiture:”Questa è la legge della materia poetica, materia che è convertibile e sempre in via di convertirsi, che esiste solo nello slancio dell’esecuzione“.

Mandel‘stam ha affermato: “prima compongo, poi scrivo“.

Si legga la seguente poesia dal confino forzato in cui viene relegato per motivi politici:

Lei non è dal suo mare ancora nata,

lei è musica ed insieme parola;

è il legame che mai si potrà sciogliere

fra tutto ciò che vive nel creato.

Delle onde respiran calmi i seni,

ma un chiarore impazzito il giorno illumina,

e stanno i lillà scialbi della schiuma

dentro un vaso color celeste-nero.

Acquistino le mie labbra, recuperino

la mutezza lontana, primordiale,

simile a una nota di cristallo

che vibra, fin dal suo nascere, pura!

Rimani quel che sei – schiuma, o Afrodite,

tu, parola, rifluisci in musica,

vergognati del cuore, o cuore, fuso

con l’elemento primo della vita!

La storia della dittatura sovietica s’incrocia con quella dell’artista già inviso al regime quando una sera recita questa poesia tra amici:

Noi viviamo senza avvertire sotto di noi il paese,

i nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza,

ma dove c’è soltanto una mezza conversazione

ci si ricorda del montanaro del Cremlino.

Le sue grosse dita sono grasse come vermi

e le sue parole sicure come fili a piombo.

Ridono i suoi baffi da scarafaggio,

e brillano i suoi gambali.

Intorno a lui c’è una masnada di ducetti dal collo sottile

e lui si diletta dei servigi dei semiuomini.

Chi fischietta, chi miagola, chi piagnucola

se soltanto lui ciarla o punta il dito.

Come ferri da cavallo egli forgia un ukaz dietro l’altro,

a uno l’appioppa nell’inguine, a uno sulla fronte,

a chi sul sopracciglio, a chi nell’occhio.

Non c’è esecuzione che non sia per lui una cuccagna…

Qualcuno si fa delatore, Mandel’ stam non saprà mai chi sia stato, né perché lo abbia fatto, tuttavia il “controrivoluzionario” viene arrestato, ha con sè solo una copia della Commedia. Ha così inizio un percorso di inaudita sofferenza fisica e psicologica che lo condurrà alla morte nel lager di Vladivostok nel ‘38

Su di lui Viktor Erofeev afferma: “Osip Mandelshtam scrisse i versi politici più coraggiosi e più riusciti di tutta la storia della letteratura russa. È un record. Quel proiettile di poesia diretto contro Stalin (…) è di una precisione micidiale”.

E’ nella durezza della prigionia che l’ansia genera poesia, la tensione del dolore si fa morso dilaniante che lo consuma eppure Osip non vuole smentire la sua vocazione d’uomo, compone, le parole risuonano tra soprusi fango e gelo, la sera ai suoi compagni di sventura recita Petrarca, prima in italiano e poi in russo, chissà quale fantasma porta l’arte a superare ogni bruttura, l’otium sereno delle Rime italiane a consolarlo, il sogno di un raccoglimento letterario negato…

Qui di seguito riporto alcune liriche dal campo di detenzione, furono preservate e poi date alle stampe dalla moglie Nadezda, che aveva imparato a memoria questi e numerosi altri testi poetici del marito.

Lo dico in brutta copia, a voce bassa,

ché non è ancora venuto il momento:

il gioco del cielo irresponsabile

si attinge col sudore e l’esperienza.

E sotto il cielo dimentichiamo spesso

- sotto un purgatoriale cielo effimero -

che il felice deposito celeste

è una mobile casa della vita” (9 marzo 1937)

“Io mi porto questo verde alle labbra

questo vischioso giurare di foglie -

questa terra che è spergiura: madre

di bucaneve, aceri, quercioli.

Mi piego alle umili radici, e guarda

come divento insieme cieco e forte;

non fa dono, il risonante parco

di una sontuosità eccessiva agli occhi?

E – palline di mercurio- le rane

con le voci s’agglomerano a palla;

i nudi stecchi si mutano in rami

e in lattea finzione il vapore dell’aria (aprile 1937)

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Per un pugno di semi

by on lug.03, 2011, under Controinformazione, politica, Resistenza umana, Simbolo

Per un pugno di semi

“Nulla di ciò che è vivente è brevettabile, neppure in parte”

Questa affermazione, che rincontrerete nei punti finali del testo che leggerete, dovrebbe essere scontata. Dovrebbe essere evidente. Moltissimi di noi non verrebbero neanche sfiorati da un pensiero diverso.

E invece non è così evidente per molte realtà economiche, mediatiche, politiche ed istiuzionali.

E la manipolazione della vita e la brevettazione del “materiale” vivente” è diventato uno dei grandi territori che segneranno il tempo prossimo venturo.

Il testo che leggerete non è sempre scorrevole e limpido, ma porta in sè domande potenti.

Non è un “discorso” solo sui semi…

I semi non sono quegli affarini picolissimi con cui potete riempirvi le mani.

I semi rappresentano una delle architravi della stessa sussistenza alimentare su questo pianeta.

Chi controlla i semi, controlla il cibo. Chi controlla il cibo acquisisce su intere collettività un potere che farebbe impallidire quello delle antiche satrapie orientali.

La manipolazione del vivente è strumentale ANCHE (e soprattutto) allo scopo delle brevettabilità del materiale manipolato.

Una volta, ad esempio, che si saranno create varietà genticamente manipolate (OGM) di Mais, le corporation internazionali che hanno il brevetto su quelle varietà manipolate (ad es.. la Monsanto) cercheranno di fare propagare quella tipologia di mais. Perchè quel mais è nelle loro mani. Se tutte le sementi attualmente essitenti fossero sementi geneticamente manipolate, in pratica la catena alimentare, per tutto quello che deriva dalla semina, maturazione,ecc.. e successivi procedimenti di elaborazione.. sarebbe nelle mani delle corporatione alimentare.

La lotta per i semi non è una battaglia di poche comunità integraliste di contadini, quindi. E’ una lotta per la democrazia prossima ventura. E si intreccia con altri piani e con altre lotte, in una sovrapposizione di livelli, sul piano orizzonta, e sul piano verticale.

L’articolo che leggerete tenta di mostrare “qualcosa” di tutto ciò, andando anche oltre lo stesso discorso dei semi.

E’ la riscoperta e la valorizzazione di un sapere comunitario che è in gioco, di un patrimonio collettivo che va oltre il diiritto e deve porre limiti al diritto. Arrivo a dire che il diritto è legittimo se non mette a repentaglio questo sapere comunitario e le relazioni di vita che esso stesso istituisce.

Il succo è che la proprietà comunitaria delle sementi, ma anche dell’acqua, e altri patrimoni originari non devono essere “concessi” dal diritto, il diritto deve “riconoscerli”, inchinandosi a ciò che rende legittimo il diritto e nè da valore morale, il rispetto della sovranità della vita nel suo manifestarsi.

E’ una lotta per una democrazia non limitata al piano istituzionale governativo.

Una lotta per i saperi comuni, per i beni comuni, per gli spazi condivisi, per i “territori franchi”, emancipati dal mercantilismo più esasperato, e dal codice del profitto, dalla dinanica dello scambio azionario perenne. Non è né liberismo, nè comunismo. I vecchi molochi ideologici sono alberi secchi, germe sterilizzante. E’ un pensiero più antico della ruota e più innovatore delle autostrade telematiche.

La terra appartiene ai popoli. La cultura sociale non deve essere sottoposta ad autorizzazioni e controlli.

La conoscenza va condivisa e deve scorrere senza limiti.

L’economia è solo uno strumento e deve inchinarsi a valori superiori.

I leader devono servire non comandare.

E la vita non è brevettabile.

Vedete a cosa si arriva da un pugno di sementi..

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Tratto da

“NUNATAK

Rivista di storie, culture, lotte della montagna”

SCAMBIO DI SEMI E DIRITTO ORIGINARIO

Parto da un’affermazione poco nota sulle varietà di fruta, ortaggi e cereali: le varietà in natura non esistono. In natura esiste la specie,  i loro selvatici, le declinazioni locali delle specie (“ecotipipi”) che nei diversi luoghi, in risposta al terreno e al clima di quei luoghi, hanno evoluto forme e comportamenti particolari; ma le varietà, come le conosciamo oggi (la mela Renetta, il frumento tenero Gentil Rosso, la carota di Nantes…) sono quasi sempre il risultato di un lento  processo di selezione, addomesticazione e trasmissione atto da contadini e agronomi nel tempo lungo delle generazioni, e questo risultato richiede decenni, qualche volta secoli, di lavoro anonimo, svolto nella condivisione dei saperi e delle pratiche comuni a un territorio esteso quanto quello di una parrocchia o di una famiglia. In altre parole, le varietà sono un prodotto  del tempo e della cultura di un luogo e di una comunità, sono quasi un manufatto. Se si escludono  quelle prodotte  dai genetisti, quelle ottenute per ibridazione o per mutazione indotta, se si escludono, insomma, quelle più recenti, prodotte a partire dalla prima metà dello scorso secolo, tutte le altre varietà, quelle tramandate (dunque “tradizionali”), non hanno un autore, un “costitutore”, non hanno cioè qualcuno che ne possa vantare  un diritto esclusivo di proprietà e di uso. La titolarità sulle varietà tradizionali può essere riconosciuta solo nei confronti della compresenza di chi, in quel luogo e in quella comunità, è vissuto e vive, perchè, poco o tanto, solo costui è cotitolare dei saperi condivisi e delle pratiche che sono servite nel tempo per selezionare e addomesticare la loro forma, il loro comportamento e il loro gusto, cioè per fare loro assumere le caratteristiche che le rendono riconoscibili e particolari.

La mela Cavilla, l’uva Lumassina, il mais Ottofile e il cavolo Gaggetta, essendo il risultato di un lungo processo  di adattamento e conformazione, non hanno un autore certo. Queste varietà possono solo avere una moltitudine di coautori, comunque non un proprietario; e se qualcuno  ne rivendicasse diritti esclusivi commetterebbe un atto abusivo e giuridicamente on riconoscibile se non per effetto di una norma bizzarra, inconsapevole o prepotente; sono invece patrimonio collettivo, non di tutti in mondi indifferenziato, della nazione o dell’umanità, ma di una comunità legata a un territorio, quanto grande o piccolo non è rilevante. La conservazione ripetuta nel tempo e la consuetudine ne hanno fatto oggetto di diritto comunitario, un diritto che di fatto non esisste più, e non è né privato né pubblico, perchè non possono appartenere neppure allo Stato o alle sue emanazioni territoriali che amministrano il patrimonio pubblico, e sempre più spesso  lo fano come se fosse una particolare forma di proprietà privata. Così, tutto quello che è stato oggetto di diritto comunitario, cioè delle comunità (normalmente territoriali) – si pensi agli usi civici – è soggetto ad  una progressiva erosione e, come scoria del passato, pare destinato, prima all’esclusione dalla percezione e dalla consapevolezza comune e, successivamente alla totale scomparsa.

Questo punto merita una particolare attenziona: a dispetto di ogni strabismo giuridico, gli ambiti comunitari tuttora esistono – hanno a che fare con le risorse necessarie per a sussistenza degli appartenenti a una comunità e con il patrimonio simbolico  costruito nel tempo da quella comunità, fatto di spazi, feste, riti, forme ed espressioni della cultura condivisa e vernacolare – ma non si percepiscono più come tali: solo solo usciti dall’orizzonte della percezione  e del linguaggio comuni, e questa uscita è la premessa per la loro definitiva scomparsa nella disattenzione e nel silenzio.

Piccoli esempi presi qua e llà nel deposito della memoria. La strada è, ed è sempre stata, spazio dell’incontro e, nell’immediatezza delle cose, quasi estensione  dello spazio abitato. Pare normale – e anche nelle città lo è stato fino a non molti decenni fa - che le persone possano mettere la sedia fuori casa per conversare o fare nulla. Ma non posso dimenticare il vigile che a Genova, una trentina di anni a,  in una strada pedonale del centro storico, si era avvicinato a una donna seduta fuori casa vicina al suo uscio per domandare se,  per la sedia, avesse pagato la tassa  di occupazione del suolo pubblico. In quel momento  ho iniziato a capire che lo spazio pubblico e quello comunitario non sono la stessa cosa.

Ancora: organizziamo una festa e suoniamo e balliamo con musica che abbiamo inventato o con la musica popolare, quella ereditata per tradizione, quella di autori tutti ignoti o, proprio come le varietà agricole, di autore collettivo. Anche in questo caso dobbiamo pagare  una gabella allo Stato attraverso la sua agenzia, SIAE, che impone una tassa sulle feste accompagnate dalla musica con la ragione dei diritti d’autore: e non conta nulla che la musica sia inventata sul momento o che gli autori non ci siano e, intesi singolarmente, non ci siano mai stati, e neppure che nessun diritto d’autore sarà pagato a nessuno. Andando così a spaglio, cosa potremmo dire della legge per incentivare gli “agricoltori custodi”, pubblicato dalla Regione Toscana pochi anni fa, che prevede un contributo  in denaro per chi mantiene e moltiplica  varietà tradizionali a condizione che i semi siano consegnati  alla banca dei semi indicata dallla stessa Regione senza possibilità di redistribuirli tra gli stessi coltivatori se non sotto vincolo di riconsegna. In questi pochi esempi così eterogenei, si reisce a riconoscere la distanza tra cosa è “pubblico” e cosa è “comune”?

Torniamo alle varietà tradizionali che, abbiamo osservato, sono oggetto di una titolarità comunitaria e come tali non dovrebbero esssere brevettabili, appropriabili da nessuno, neppure dallo Stato e dalle sue emanazioni. E i semi e i materiali da propagazione di quelle varetà si possono fare circolare liberamente? Pare banale rispondere “sì”, eppure, grazie a una direttiva europea (98/95) e alle sue interpretazioni più restrittive, dal 2000 è stato necesssario iniziare a fare una azione di pressione – che dura ancora oggi  – nei confronti del Ministero delle Politiche Agricole per sostenere che, malgrado qualunque direttiva o legge conseguente, debba essere riconosciuta (non concessa!) ai  coltivatori la libertà di scambio delle sementi delle varietà  da loro riprodotte, tanto più se si tratta di varietà tradizionali, tanto più se la produzione di quelle sementi avviene entro l’aerea di tradizionale difusione e coltivazione di quelle varietà.

La ragione portata avanti vive all’interno di una duplice argomentazione.

1- Le varietà tradizionali sono prodotto delle comunità locali e oggetto della loro titolarità collettiva che, al pari di un uso civico, non può esssere alienata, abrogata, appropriata né limitata.

2- Lo scambio delle sementi è una pratica consuetudinaria che nella cultura e nell’economia rurale si svolge in modo corrente secondo un costume consolidato e risale a un tempo che precede la memoria collettiva (in parole più chiare si direbbe: è così “da sempre”.

A questi due punti potremmo aggiungerne un terzo. Tutto ciò che ha a che fare con le pratiche di sussistenza è parte di un ambito pregiuiridico che logicamente precede e fonda ogni legge – perchè una legge che neghi i diiritti legati alla sussistenza è, o dovrebbe essere, impensabile e in sé contraddittoria -, e lo scambio delle sementi è senza dubbio un elemento che rinvia all’autoproduzione del cibo e, dunque, alla sussistenza; alle sementi e alla confezione del proprio cibo potremmo aggiungere ciò che riguarda la generazione dei figli, la possibilità di curarsi se e come si desidera, il riparo da reddo e maltempo, e altro ancora.

Lo stesso valore pregiuridico è quello che dovrebbe essere riconosciuto – perchè la sussistenza comunitaria e di qualunque formazione sociale è presupposto logico di ogni norma che ne regoli il funzionamento – a ciò che riguarda le risorse delle comunità e il loro patrimonio simbolico, che normalmente sono autoregolati e fissati per tradizione orale, prima che scritta, attraverso la consuetudine e il costume. E in questo ambito troviamo le comunanze (commons) e l’accesso alle risorse rinnovabili, il loro uso collettivo, ripetibile e non erosivo.

Tutti questi non sono diritti, né vecchi né nuovi, perchè non sono corrispettivi per ciò che è dovuto, vengono prima dei diritti: sono uno spazio originario, sono premesse del diritto e come tali devono essere riconosciute inviolabili e non assoggettabili ad altre limitazioni o riserve oltre alla necessità che la loro espressione non possa danneggiare, prevaricare, o limitare le altrettanto sacrosante facoltà elementari di altri di agire per assicurare la sussistenza per sé, la propria famiglia, la propria comunità. La sussistenza, nulla di più. Se esiste un ambito pregiuridico, r iguardante la sussistenza e le comunanze, che logicamente precede  la formazione del diritto, esiste anche un ambito ultragiuriico che ontologicamente supera lo spazio del diritto, e questo è l’ambito del sacro e di ciò che si riconosce come tale, come la vita.

Torniamo alla perdita di percezione delle comunanze che nel tempo porta al loro disconoscimento e alla loro scomparsa tra l’inconsapevolezza e l’indifferenza. Oggi, dei semi si occupano i  frigoriferi delle banche del germoplasma, delle feste gli assessorati alla culura o le istituzioni preposte all’animazione del “tempo libero”, della salute le istituzioni sanitarie, del sapere condiviso e comune la scuola e la televisione, della bontà del cibo le ASL. Della vita in generale, si occupano gli esperti di ogni genere: l’istituzionalizzazione delle comunanze corrisponde al passaggio dalle forme comunitarie di partecipazione diretta ai meccanismi elettorali delle democrazia delegata. Si confonde il comune con  il pubblico, la partecipazione con la delega: il trucco è lo stesso, ed il risultato è che nel tempo lle comunanze diventano invisibili, fino  a quando  si può dubitare che siano mai esistite, e “partecipazione” diventa parola vuota, ornamento e alibi per addolcire forme di controllo del consenso.

Prima che le comunanze scompaioano del tutto è necessario  riafferrarle e riaprire la morsa tra lo spazio normativo pubblico e privato perchè  i beni comuni siano riconosciuti tali e siano resi indipendenti dalle ingerenze e intromissioni statali. E d’altra parte è necessario segnare, sul confine del sacro e dell’ambito di sussistenza, l’orizzonte invalicabile del diritto perchè anche oltre questo confine valga un principio di astensione, di non competenza a legiferare.

Nella pratica delle scelte, per riaprire  la morsa tra pubblico e privato, si potrebbe cominciare da pochi primi interventi e affermare in generale, che..

L’acqua, l’aria, la terra e le sementi, i luoghi considerati sacri da chi li abita e li vive per il culto e la preghiera, gli spazi comunitari, i saperi condivisi, la linngua madre gli usi tramandati, le scelte partecipate, le soluzioni in armonia con il senso comune, le consuetudini e le pratiche locali sono patrimonio comune, ne è titolare chi è vissuto, vive e vivrà nell’ambito comunitario che li riguarda; l’accesso ch e se ne ha  non può ledere le facoltà di accesso di nessun altro che ne sia titolare; tutto quanto è patrimonio comune, non si può cancellare, vietare, limitare, dividere, manipolare contronatura, vendere, modificare, usucapire, appropriare, violare, brevettare, rinunciare, delocalizzare, privatizzare, istituzionlizzare. E tutto questo  non può riguardare neppure cosa vive alle radici della vita, nell’ambito del sacro: così anche le persone e, più in generale, gli esserei viventi e i loro geni.

Oppure, per offrire alcuni esempi particolari tra i molti possibili, che:

1- Chi coltiva un appezzamento di terra, qualunque sia la sua dimensione, per l’autoconsumo familiare e per la vendita diretta e senza intermeiari, pià liberamente: trasformare e conezionare i prorpi prodotti nell’abitazione o nei suoi annessi, attraverso le attrezzature e gli utensili usati nella consueta gestione domestica; e vendere i propri prodotti agricoli (comprese le sementi autoprodotte), alimentari e artigianato manuale ai consumatori inali, senza che ciò sia considerato atto di commercio.

2- Le feste di paese e quelle comunitarie, la musica tradizionale e i balli popolari senza autore nato, sono liberi da permessi e atuorizzazioni amministrative, non sono assoggettabili alla normativa sul diritto d’autore né ai controlli o alle competenze della siae.

3- I diritti di uso civico sulle terre demaniali, comunitarie e frazionali non possono essere modificati, liquidati, sospesi o trasferiti; e restano nella disponibilità delle comunità che hanno diritto ad accedervi. Le terre soggette ad uso civico e i beni frazionali on possono essere vendute, alienate, edificate, né essere soggette a cambio di destinazione.

4- Le varietà tramandate di ortaggi, frutta e ceereali sono bene comune, la loro titolarità appartiene alle comunità locali dove nel tempo sono state selezionate, addomesticate e conservate e in nessun modo appropriabili o brevettabili.

5- Nulla di ciò che è vivente è brevettabile, neppure in parte,

E così di seguito per dieci, cento o altri mille punti.. Semplice no?

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La fortezza di Fenestrelle

by on lug.03, 2011, under Controinformazione, politica

Tacito scriveva: “fanno il deserto e lo chiamano pace”.

Tacito incarnava in sè il lato più grande degli antichi romani. La capacità di guardarsi dentro e di osservarsi con totale spietatezza e franchezza. Infatti è degli stessi romani che Tacito scriveva… “fanno il deserto e lo chiamano pace”.

Non so esattamente dirvi come è stata chiamata l’unificazione d’Italia. Forse il guaio è che non è stata “chiamata” fino in fondo. C’è un peccato di omissione. Omissione di nomi, storie, volti, eventi. Semplicemente pagine scomparse, strappate via dal vento selettivo della narazione.

Adesso si sa che l’Unificazione a un certo punto avvenne “con il ferro e con il sangue” e che il Sud venne trattato come paese nemico occupato. Interi villaggi furono distrutti, migliaia di persone uccise, altre condannate al carcere a vita.. altre spedite in luoghi infami, lager antelitteram come Fenestrelle, dove a migliaia furono rinchiusi.

Ed è soprattutto di Fenestelle che parla il testo che leggerete.

Ci tengo a dire una cosa…..

La storia non è un ascia con motorino retroagente o con replay incorporato.

E volere “matematicamente” risarcire una ingiustizia storica, spesso porta a una nuova ingiustizia, cosicchè le ingiustizie si sommano.

Ad esempio, Israele è nata dal selvaggio atto di occupazione dei territori palestinesi e da crimini senza fine. Ma riscattare quella ingiustizia storica non vuol dire ritornare allo status quo.. e quindi distruggere Israele. Sarebbe come aggiungere un altro abominio al precedente abomio. Israele ormai esiste da generazioni, sono nati figli e poi figli di figli e poi figli di figli di figli. Orma è nata una comunità di senso. Il futuro sarà integrare Israele e futuro stato palestinese.

Se andiamo adesso alle barbarie verso le genti del Sud Italia.. il “risarcimento” non è “annullare” l’unificazione e tornare al Regno delle Due Sicilie e ai borboni.

L’Italia ormai è un valore.. si sono stabilite connessioni.. sono nate generazioni. Orma l’Italia ci appartiene.

Il riscatto allora è ristabilire la verità storica, spazzare via l’oblio, imparare dal passato.. costruire una Nuova Storia.

Vi lascio a questo pezzo per certi aspetti impressionante…

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Tratto da

“NUNATAK

Rivista di storie, culture, lotte della montagna” (n.627)

 

… Quando fa notte, a la muntagna…

Jacou

Finestrelle sta lì, in mezzo alla Val Chisone. La mastodontica mole della fortezza è forse ciò che ha fatto venire in mente a qualche megalomane dirigente pubblico di volerla scegliere come monumento “Simbolo della Provincia di Torino”. E invece Fenestrelle è solo il simbolo della vergogna, e dovrebbe esserlo delle infinite scuse che lo Stato italiano deve alle Genti dl Sud per massacri perpetrati in nome di un’Unità fasulla, costata però sangue vero, vere lacrime, sofferenze infinite.

Del perché venne costruita la fortezza di Fenestrelle non è il caso di occuparsi qui, quel che ci importa, e che ce la rende odiosa, è che fu da subito concepita come prigione, e poiché le prigioni agli Stati sono indispensabili, venne usata anche da francesi al tempo di Bonaparte, oltre che come carcere militare fino  a che, dal 1860,  iniziò a diventare un vero e proprio lager, forse il primo di cui si abbia notizia. Il primo ed uno dei peggiori, in quanto neppure il lavoro da schiavi veniva imposto ai detenuti, li si voleva costretti e ridotti allo sfinimento, arresi e morti.

Numeri ufficiali, terribili e rivelatori: dal 1860 il “governo italiano” chiamò alla leva obbligatoria triennale 72.000 coscritti dell’ex Regno delle Due Sicilie, si presentarono in 20.000. Il che fa più di cinquantamila renitenti, meglio: disertori. Una diserzione di massa, che disorientò e fece infuriare il governo.

C’era già stata la guerra e la guerriglia, ovvia e “normale” contro l’invasione del Sud, ma adesso c’era il Regno d’Italia, e questi cafoni disertavano la naja? Repressione, solo dura repressione poteva essere la risposta, e così fu. Le bande di La Marmora, i bersaglieri, furono scatenati per la repressione: e la resistenza fu coraggiosa, indomita.

Bande partigiane, alcune al comando di ufficiali del disciolto esercito borbonico, molte invece costituite da contadini che fuggivano la leva obbligatoria, da chi non voleva, non poteva lasciare la masseria, la famiglia, gli animali. Guerrieri contadini, che difendevano la loro terra dall’invasore.

Quante volte, nella storia, questo copione si ripete: la Vandea che insorge contro la Repubblica francese nel 1793, i contadini ed i montanari che formano le bande partigiane per sfuggire al bando Graziani nel 1943, ma la storia ha radici nelle insurrezioni contadine del Medio Evo, quando le falci diventavano armi contro la prepotenza dei signori feudali, quando Andreas Hafer guida gli insorti del Tirolo agli inizi  dell’800. Storia antica e terribile.

Di fronte alla rivolta indomabile, e di proporzioni ben maggiori di quanto il governo sabaudo avere previsto, arrivano le leggi speciali: il dicastero Minghetti promulga, il 15 agosto 1863, la legge Pica “Per la repressione del brigantaggio meridionale”.

Et voilà: ex soldati borbonici, contadini, le loro famiglie, catalogati come briganti, come ladri, come combattenti illegittimi contro i quali tutti i mezzi erano buoni. Banditi. “Achtung Banditen!” avrebbero scritto i nazisti all’imbocco delle zone dove si registrava una presenza partigiana. “Bandito” stava scritto sui cartelli appesi al collo dei partigiani assassinati.

E banditi lo furono  per davvero, i “briganti meridionali”, alla macchia per necessità, rinnovando l’antico “ricorso alla foresta” già previsto nel diritto franco del IX secolo… ma si lasciavano a casa una famiglia, dei figli, ed anche su questi si scatenò la repressione. Anticipando la prassi israeliana di radere al suolo le case palestinesi sospettate di essere riparo per “terroristi”, venivano scoperchiate, a volte date alle fiamme, le masserie e le baracche più misere, ma a volte neppure questo bastava, e si radevano al suolo interi paesi, come capitò a Pontelandolfo, più di 1500 morti in un giorno, il paese distrutto dall’artiglieria italiana per rappresaglia.

Nel 1878, quando si tirarono le somme, i paesi rasi al suolo saranno 54, 5212 le condanne a morte eseguite, 6564 le condanne alla galera a vita. Fame, miseria, azzeramento dell’agricoltura, epidemie, esecuzioni sommarie daranno un totale vicino al milione di morti. Dalla resistenza anti-piemontese si sviluppò un’incontenibile rivolta sociale, che richiese l’invio di sempre maggiori forze di occupazione al Sud: 22.000 uomini nel 1860, destinati a diventare 50.000 nel dicembre 1861, poi 105.000 l’anno successivo,, fino a raggiungere il numero di 120.000. Una guerra civile, altro che “Fratelli d’Italia!”.

“A Napoli noi abbiamo cacciato il sovrano per stabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono, e sembra che non basti, sessanta battaglioni. Abbiamo il suffragio universale? Io nulla so di suffragio: ma so che di qua del Tronto non sono necessari battaglioni, e che di là sono necessari. Ci dev’essere per forza qualche errore… Bisogna cambiare atti, o principi”. Era Massimo d’Azeglio, a dirlo.

Dichiarazione di un nobile siciliano, che aveva creduto alle promesse del “re Galantuomo”… è Francesco Noto, deputato al Parlamento di Torino, che così parla nella seduta del 20 novembre 1861: “Questa è invasione, non unione, non annessione! Questo è volere sfruttare la nostra terra come conquista. Il governo del Piemonte vuole trattare le provincie meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perù e nel Messico!”.

Ed il peggio doveva ancora venire. I prigionieri, rastrellati tra Puglia, Calabria, Campania, furono condotti (a volte a piedi..) nei campi di concentramento del Nord.

Non solo galera, no… sentite cosa disse nel 1872, con ormai Roma capitale, il Ministro degli Esteri del Regno d’Italia: “bisogna dunque pensare ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più  che presso le impressionabili popolazioni  del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce di più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo, sono atterriti all’idea di andare a finire i loro giorni in paesi lontani ed ignoti”. Questo “galantuomo” era il milanese Emilio Visconti Venosta, ricordatevene, on si sa mai, magari c’è qualche monumento lui dedicato che attende un martello, una targa da mandare in frantumi per celebrare il cento cinquantenario. Il governo voleva seminare il terrore, e diceva che i briganti erano gli altri, ricorda niente? Nasce davvero come un paese moderno, l’Italia, anche se in realtà stava replicando le contemporanee politiche di sterminio e deportazione attuate dal governo degli U.S.A. nei confronti dei nativi.

Si scatenarono le più strambe fantasie, che elenco: deportazione in Tunisia, ma non vi fu l’assenso del governo tunisino; la Patagonia argentina, ma il Regno d’Italia aveva poche navi e non sapeva bene come portarli; fu fatta richiesta al Portogallo per aprire colonie penali in Mozambico o in Angola, ma nessuna di queste ipotesi si rivelò praticabile. Ci provarono anche col Borneo, con l’Indonesia…

Non è uno scherzo, ho elencato i progetti del Ministro degli Esteri del 1867, Luigi Federico Menabrea. Tutto documentato con minuziosa precisione. Abbiamo persino l’ora di trasmissione dei telegrammi diplomatici intercorsi tra Menandrea ed i ministri Emanuele d’Azeglio (che stava a Londra) e Della Croce (a Buenos Aires), tutto negli Archivi di Stato tra Torino e Roma. Un’unica folle vergogna, il progetto di un genocidio, e di nuovo altro che “Fratelli d’Italia”. Ma i terroni bisognava tenerseli, e allora meglio  sterminare almeno i più rompicoglioni.

E allora su, in Toscana, in Lombardia, in Piemonte. Per i più sfortunati, Fenestrelle. Vestiti con un camicione di tela, ed una sciarpa. Zoccoli di legno. Perché non prendessero troppi vizi vennero tolti gli infissi alle finestre. A 2000 metri, d’inverno, la sopravvivenza media era di tre mesi, per quelli robusti. E dato che i forni crematori non li avevano ancora inventati, i cadaveri venivano gettati in una fossa di calce viva, dietro la cappella della fortezza.

All’inizio  del suo utilizzo come galera per i briganti, Fenestrelle ospita circa seimila internati, davvero troppi per le guardie, e difatti il 22 agosto 1861 quasi un migliaio di loro tenta di impadronirsi della fortezza, raggiungono uno dei depositi delle armi, ma la rivolta fallisce. La notizia, però, arriva ai giornali, creano non poco scompiglio: mentre l’80% delle truppe piemontesi era impegnato a combattere i briganti al Sud, si corse il rischio  che alcune migliaia di evasi dalla galera, in armi, iniziassero la guerriglia nelle valli.

Non andò così.

Il brigante, sconfitto, divenne emigrante “volontario”. Ancora pochi anni e ci sarebbero andati da soli in Argentina, in America, dovunque, via da un’Italia che questi “fratelli” proprio non li voleva.

Resta, cupa, vuota, la fortezza di cui De Amicis (quello di “Cuore”) disse che sembrava  “apposta per contenere milioni di ribelli”. Restano le parole di Antonio Gramsci, “lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia Meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini, che scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.

Restano i romanzi di Carlo Alianello, che raccontano un’altra storia che non trovate sui libri di scuola. Restano i loro nomi, le loro leggende che ancora si cantano al ritmo della taranta: Carmine Crocco, Michelina de Cesare, Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco Nanco, e Domenico Fuoco, l’ultimo a cadere dopo dieci anni di macchia sui monti del Matese.

Quando scende la notte sulla montagna, da Fenestrelle all’Aspromonte, da Chiromonte alla Barbagia, sono ancora pronti per essere accesi i fuochi dei briganti.

Buon compleanno, Italia.

 

 

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I mondi di Barbara (Gulag)

by on giu.03, 2011, under Ispirazione, politica, Resistenza umana

Eccoci con la nostra Ostetrica del Sapere.. una persona capace di Insegnare, e che crea un valore costante nella sua esistenza, allo scopo di svegliare specie i più giovani al potenziale, dando loro un approccio alla cultura e alla comprensione, che è vivido, appassionante.. e raro. E per questo incontra innumerevoli ostacoli. Ma va avanti perchè ciò che si sceglie a un certo punto ci possiede.

Eccoci allora ancora una volta con Barbara Lazzarini e la sua rubrica. Questo “appuntamento” è dedicato a Jacques De Rossi, che passo venti anni nei Gulag, e scrisse un’opera fondamentale.. Manuel du Goulag.

L’immagine che accompagna il post è il  grandioso monumento dedicato alle vittime dei Gulag. Edificato presso a Magadan.

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Jacques Rossi in questo libro narra da testimone che cosa fu l’esperienza dei Gulag vissuta in prima persona, per lui la detenzione durò oltre vent’anni.

Emigrato in Polonia con la madre vedova, cresce lì, marxista convinto, è giovanissimo quando viene arrestato per attività sovversiva poichè membro del partito comunista clandestino polacco.

Tecnico del Comintern, in piena guerra di Spagna, viene spedito dietro le linee di Franco per trasmettere messaggi in codice ai repubblicani. Improvvisamente viene richiamato a Mosca (dove sono in corso le grandi purghe). Gli agenti del Comintern vengono tutti eliminati, Rossi che è ancora molto giovane ed ha avuto ruoli marginali subisce una condanna per “spionaggio a favore della Francia e della Polonia”.

“Jacques Rossi che fino al momento del suo arresto non sa niente dell’Urss e del suo popolo, pur essendosi impegnato per diffondere l’idea di comunismo del regime sovietico, l’universo concentrazionario in cui verrà imprigionato diventa uno straordinario campo di ricerca e di scoperta, e una grande scuola di vita. «Rifiutando di lasciarsi schiacciare dall’orrore della vita nell’universo del Gulag, trova la forza di sopravvivere e la ragione di cocontinuare nella sua scelta di denuncia inflessibile e di testimonianza.»

I suoi compagni di sventura si fidano di lui e parlano volentieri delle loro sventure con un prigioniero così insolito, poliglotta, di nazionalità francese e comunista; Jacques Rossi ascolta i racconti dei compagni di cella, contadini dekulakizzati, kolkoziani condannati a dieci anni per vanisospetti, criminali comuni, comunisti disperati caduti sotto le purghe di Stalin, carnefici di regime diventati vittime che non avendo più nulla da perdere gli raccontano le azioni e le esecuzioni cui hanno preso parte ecc. Raccoglie in questo modo, pazientemente e con rigore, centinaia di testimonianze, e così, con il passare del tempo, comincia a capire che la società reale che gli passadavanti, che lui stesso sperimenta sulla sua pelle è assai più vera di quella utopica cui aveva consegnato sogni e speranze. Il Gulag, in questo modo, diventa per lui una sorta di «laboratorio» sociologico che gli mostra la faccia del regime e insieme gli fa comprendere le deviazioni dellateoria che si fa storia. Ma l’opera della sua vita è in realtà il Manuel du Goulag, un libro che non ha eguali, che sotto forma di dizionario racconta con voci alfabetiche dedicate ai luoghi, alla storia, alle leggi e ai protagonisti la vicenda drammatica del sistema concentrazionario comunista sovietico, denunciandone gli scopi punitivi, repressivi, criminali e la sua corrispondenza con l’intera società comunista. Un dizionario storico delle istituzioni penitenziarie sovietiche e dei termini relativi al lavoro coatto, che è insieme un agile strumento per capire il dramma di coloro che, credendo in una società giusta, si sono esposti in prima persona per realizzarla, scoprendone la vera essenza, violenta, aggressiva e terroristica. Rossi che riesce a pubblicare il suo enorme lavoro in lingua russa e in francese, propone un analisi del Gulag in una prospettiva storica, ricercandone le sue radici «nei primi fenomeni concentrazionari degli anni del regime leninista bolscevico e mostrando la continuità della politica repressiva tra Lenin e Stalin, studiando altresì il sistema penitenziario zarista e prolungando le sue ricerche fino agli anni Ottanta. Un lavoro che per molti storici dell’Urss è unico nel suo genere, e che apporta, in molti lemmi, informazioni inedite e descrizioni documentate di prima mano. Il suo approccio enciclopedico al fenomeno del Gulag sovietico, non perde mai di analiticità e fornisce al mondo accademico e ai lettori un atto di denuncia definitivo del comunismo reale, a livello di organizzazione dello stato e a livello di progettazione teorica della società.

Comunista convinto, non si lascia prendere dalla disperazione della delusione e cerca giustizia, per riscattare sé e tanti suoi compagni che hanno dichiarato la loro adesione a un regime disumano, in perfetta buona fede. Si rende conto che il comunismo reale al potere si trasforma, come accade in Urss, in una dittatura sanguinaria che nulla ha a che vedere con gli ideali per i quali si è sentito impegnato a combattere: difesa dei più deboli, dei contadini, della classe operaia ecc.” (Frediano Sessi)

Una delle ragioni per le quali ho scelto di evidenziare questo autore, questo libro, questo passaggio in particolare, risiede nel fatto che ritengo consentano di far luce su un aspetto che può risultare altrimenti trascurato e cioè che l’ingranaggio delle Grandi Purghe agì soprattutto sui comunisti, su quelli che avevano fatto e creduto nella rivoluzione del proletariato e rappresenta una testimonianza del grande tradimento operato ai danni di un ideale, di un popolo, di una speranza.

 Leggete qua:

 

Penkos Karlik

 

Tre zampilli di urina schizzano rumorosamente nel bugliolo. Due sono di un giallo pallido. Il terzo, quello di Penkos Karlik, è rosso. Ha appena subito un interrogatorio pesante, che si è protratto per diversi giorni. I lividi, sul suo viso, vanno dal nero al giallo, passando per tutte le sfumature del blu. La sua schiena è coperta d’ecchimosi…soprattutto all’altezza delle reni. In questa cella…quest’anno siamo in novantasei imputati. Fissandomi con un solo occhio ( l’altro è d’un gonfiore impressionante), mi fa notare: -Per Jacques è più facile, questo non è il suo paese!

penso di capire cosa intenda…nel caso di Jacques, il Francese, questo inferno non riguarda che lui, e non tutto il uo popolo, il suo paese, la sua storia, la sua cultura…

Penkos Karlik, capitano dell’Armata Rossa e comandante di uno squadrone di blindati, è stato preso, come tanti altri nell’ingranaggio della Grande Purga…Patriota sincero e leale, non gli è mai riuscito di capire come si potesse chiedergli di riconoscere dei fatti così totalmente falsi. [...]

Il commissario insiste, perchè Karlik denunci il suo generale. Un uomo che Karlik rispetta, per cui ha ammirazione…Si lascerà torturare a morte piuttosto che fargli il benchè minimo torto!

Non ho mai  più rivisto Karlik. Ma quindici anni più tardi, nel 1953, all’incirca 6000 chilometri più lontano, a est, mi sono trovato in cella con un ex generale.

- Se me la sono cavata con 25 anni è sicuramente grazie ai miei ufficiali! – mi ha detto. – Non uno che abbia ceduto sotto le torture. Quasi tutti gli altri generali sono stati fucilati. -

Non riusciva a capacitarsi di essersela cavata anche se camminava a mala pena, le ossa delle sue gambe fracassate dalle torture, erano state malamente curate all’ospedale della prigione.

Era il generale di Karlik.

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I mondi di Barbara (Albert Camus)

by on mag.24, 2011, under politica, Resistenza umana, Simbolo

Eccoci con la splendida rubrica di Barbara Lazzarini.

Barbara, una donna che incarna la nobiltà, la creativià, e la radicalità del vero Insegnare.

In questo suo pezzo parla di un gigante.. Albert Camus.

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L’UOMO IN RIVOLTA. ANTINOMIE DELLA RIVOLUZIONE

Quando in piena guerra fredda, nel ’51,  scrive “l’uomo in rivolta”,  Camus sancisce una spaccatura con l’establishement culturale francese “engagée”, e lui lo sa, è una crisi netta, irreversibile con l’amico Sartre il cui esistenzialismo politico e fattosi sovietizzante non poteva essere accolto dal nostro uomo in rivolta.

All’uscita questo testo ebbe un grande successo, ma non fu compreso, non si volle comprenderlo in realtà, tutti alla ricerca di risposte ad un certo punto non seppero che farsene di un testo che poneva domande, straordinarie domande. Non c’è un messaggio politico unico da veicolare verso qualche movimento che poi possa strumentalizzarlo, lo stesso Sartre parlò di “provocazione”. Infatti di questo si trattava, provocare l’uomo, provocare nell’uomo una presa di coscienza. Grande l’evoluzione rispetto al “mito di Sisifo”, scritto quando aveva trent’anni, lì il tema dell’assurdo esistenziale era analizzato come condizione individuale e qui invece si amplia, s’allarga, si fa manifesto e assurge a dimensione collettiva, non basta più “immaginare Sisisfo felice”, il primo capitolo del libro si chiude con “Mi rivolto dunque siamo”. Ora si tratta di fare chiarezza, di stabilire quale sia il valore vero della rivolta. Ed ecco la prima delle grandi domande: “Che cos’è un uomo in rivolta?” .

“Un uomo che dice no…ma qual è il contenuto di questo no?”

In Camus la rivolta non coincide con rivoluzione, anzi ne è antitesi. Inficiato d’Umanesimo e di amore per la grecità, l’autore lega alla rivolta i valori per i quali il fine non giustifica i mezzi, il rivoltoso difende l’uomo, la natura umana sopra tutto.

“E apertamente dedicai il cuore alla terra greve e sofferente, e spesso, nella notte sacra, promisi d’amarla fedelmente fino alla morte, senza paura, col suo greve carico di fatalità, e di non spregiare alcuno dei suoi enigmi. Così, m’avvinsi ad essa di un vincolo mortale.”_Friedrich Hölderlin_

Camus apre “l’uomo in rivolta” con queste parole di Holderlin tratte dall’EMPEDOCLE, si noti Empedocle è lo stesso nome della rivista fondata con Char, Holderlin lo scrittore romantico che rievoca la perfezione greca, la sublimazione della bellezza nella natura, Char l’amico e stimatissimo poeta dell’insorgenza, tra i pochi capaci di continuare in rivolta a celebrare quella stessa bellezza, il partigiano della speranza che scrive su foglietti lirici aforismi per dire no alla disumanità della storia e continuare a sentirsi uomo, a essere uomo.

Altro fanno i rivoluzionari che INVECE servono la storia, Camus odia la storia e il suo divenire che fa piazza pulita delle forme, dell’essere, dell’uomo. Ci fa un esempio per farci capire e ricorre alla contrapposizione tra l’odioso storicismo germanico, che si nutre del suo stesso spirito, e la grazia e bellezza mediterranea che è invece connaturata in sè. L’uomo in rivolta frena la storia, la limita e “a questo limite nasce la promessa di un valore” .

La rivolta è ontologica crea l’essere e dunque l’uomo. “Mi rivolto dunque siamo” è ben più del “cogito ergo sum” è oltre l’uno, oltre l’uomo verso l’essere insieme…è certo una provocazione, che hanno poi scopiazzato in tanti nuovi mercificatori capaci solo di essere banalizzatori dell’esistenzialismo vero.

Per Camus si tratta di lottare contro abitudini, consuetudini, di essere antistorici, destrutturanti, mediterranei, morali, non moralisti come spesso finiscono per essere i rivoluzionari. Il pensiero in rivolta è la bellezza dell’ essere che si eleva, s’alza, mantiene il coraggio vigile a guardare l’uomo e non si costruisce corrompendosi in rivoluzione limitante. La rivoluzione frena come processo storico l’innocenza, la giustizia, l’armonia. E’ un saggio per me decisamente affascinante che scava a fondo, cerca e trova le ragioni del dolore e del male, dell’ingiustizia e della violenza, stimola al dubbio su noi stessi, conduce al ragionamento dialettico come pochi altri percorsi filosofici. La filosofia da assaporare non al tramonto come diceva Hegel, bensì la filosofia da vivere all’alba, per creare un uomo nuovo. Chi non si ribella non è vivo, o meglio NON E’, vivere è ribellarsi, ogni nostro respiro perde VALORE senza RIVOLTA. Le élite, se sono tali, a questo ruolo sono chiamate, all’elevazione dell’arte verso la risoluzione dell’assurdo. “Io traggo dall’assurdo tre conseguenze: la mia rivolta, la mia libertà e la mia passione”.

“Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Qual è il contenuto di questo “no”?

Significa, per esempio, “le cose hanno durato troppo”, “fin qui sì, al di là no”, “vai troppo in là” e anche “c’è un limite oltre il quale non andrai”. Insomma questo no afferma l’esistenza di una frontiera. Si ritrova la stessa idea del limite nell’impressione dell’uomo in rivolta che l’altro “esageri”, che estenda il suo diritto al di là di un confine oltre io quale un altro diritto gli fa fronte e lo limita. Così, il movimento di rivolta poggia, ad un tempo, sul rifiuto categorico di un’intrusione giudicata intollerabile e sulla certezza confusa di un buon diritto, o più esattamente sull’impressione, nell’insorto, di avere il “diritto di…”. Non esiste rivolta senza la sensazione d’avere in qualche modo, e da qualche parte, ragione. Appunto in questo lo schiavo in rivolta dice ad un tempo di sì e di no. Egli afferma, insieme alla frontiera, tutto ciò che avverte e vuol preservare al di qua della frontiera. Dimostra, con caparbietà, che c’è in lui qualche cosa per cui “vale la pena di…”, qualche cosa che richiede attenzione. In certo modo, oppone all’ordine che l’opprime una specie di diritto a non essere oppresso al di là di quanto egli possa ammettere.

Insieme alla ripulsa rispetto all’intruso, esiste in ogni rivolta un’adesione intera e istantanea dell’uomo a una certa parte di sé. Egli fa dunque implicitamente intervenire un giudizio di valore, e così poco gratuito, che lo mantiene in mezzo ai pericoli. Fino a quel punto taceva almeno, abbandonato a quella disperazione nella quale una condizione, anche ove la si giudichi ingiusta, viene accettata. Tacere è lasciare credere che non si giudichi né desideri niente e, in certi casi, è effettivamente non desiderare niente. La disperazione come l’assurdo, giudica e desidera tutto in generale e nulla in particolare. Ben la traduce il silenzio. Ma dal momento in cui parla, anche dicendo no, desidera e giudica. La rivolta, in senso etimologico, è un voltafaccia. In essa, l’uomo che camminava sotto la sferza del padrone, ora fa fronte. Oppone ciò che è preferibile a ciò che non lo è. Non tutti i valori trascinano con sé la rivolta, ma ogni moto di rivolta fa tacitamente appello a un valore. Si tratta almeno di un valore?

Per quanto confusamente, dal moto di rivolta nasce una presa di coscienza: la percezione, ad un tratto sfolgorante, che c’è nell’uomo qualche cosa con cui l’uomo può identificarsi, sia pure temporaneamente. Questa identificazione fin qui non era realmente sentita. Tutte le concussioni anteriori al moto d’insurrezione, lo schiavo le sopportava. Sovente, anzi, aveva ricevuto senza reagire ordini più rivoltanti di quello che fa prorompere il suo rifiuto. Portava pazienza, respingendoli forse in se stesso, ma poiché taceva, si mostrava più sollecito, per il momento, del proprio interesse immediato che cosciente del proprio diritto. Con la perdita della pazienza, con l’impazienza, con l’impazienza, comincia al contrario un movimento che può estendersi a tutto ciò che veniva precedentemente accettato. Questo slancio è quasi sempre retroattivo. Lo schiavo, nell’attimo in cui respinge l’ordine umiliante del suo superiore, respinge insieme la sua stessa condizione di schiavo. Il moto di rivolta lo porta più in là del semplice rifiuto. Egli oltrepassa anche il limite che fissava al suo avversario, chiedendo ora di essere trattato da pari a pari. Quanto era dapprima resistenza irriducibile dell’uomo, diviene l’uomo intero, che con essa vi si identifica e vi si riassume. Quella parte di sé che voleva far rispettare, la mette allora al di sopra del resto, e la proclama preferibile a tutto, anche alla vita. Essa diviene per lui il sommo bene. Prima adagiato in un compromesso, lo schiavo si getta di colpo (“se è così…”) nel Tutto o Niente. La coscienza viene alla luce con la rivolta”

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I mondi di Barbara (Vittorio Arrigoni)

by on apr.25, 2011, under Poesia, politica, Resistenza umana

Eccoci al secondo appuntamento con la rubrica di Barbara Lazzarini.. questa volta pubblichiamo un suo magnifico pezzo dedicato a Vittorio Arrigoni.. recentemente scomparso per la follia che ancora devasta le vene della Palestina.

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Così come i palestinesi traggono nuova linfa di rivincita da ogni sconfitta, nuovo rigore e sostanza dal sangue dei loro morti, del mio sangue sono disposto a sporcare le coscienze dei miei possibili aguzzini, sinché il sangue non sarà il rosso della loro vergogna sinché il sangue non sarà il semaforo rosso alla loro violenza sinché il sangue non sarà il colore del tramonto della malattia dell’odio.

Queste parole sono di Vittorio Arrigoni, le ho scelte con cognizione, con quella consapevolezza che solo il dolore ti trasmette, poche parole come pietre che aprono la seguente nota frutto della collaborazione tra questa pagina e il gruppo “Restiamo umani”. L’intento è di far circolare il più possibile la verità sulla figura di Arrigoni, spazzando via gli echi verbali dei meschini servi del nulla, buoni solo a produrre materiali da discarica. Il testamento di un uomo così va salvato e gelosamente custodito perché questo sacrificio è patrimonio etico da trasmettere agli altri uomini e alle generazioni di domani. L’argomento può diventare certo enorme, ma so che chi ci leggerà sta, come ostentatamente stava Vittorio, dalla parte sbagliata, vuole far parte della famiglia umana come diceva lui, e dunque a nulla vale fornire ulteriori charimenti in merito alle bieche strumentalizzazioni che, su questo caso, sono state fatte e più si faranno nei giorni a venire. Quel suo dolente monito alle coscienze di chi non ha saputo restare umano parla e continuerà a parlare.

Quando inizia la famigerata operazione “Piombo fuso” Arrigoni fedele a sé stesso, alla sua coscienza, resta a Gaza, la situazione è estremamente pericolosa e lui è per forza di cose spaventato. Ha intorno a sè l’indicibile, lo testimonia, ma in Italia scarseggiano sostegno o protezione e, fatti salvi il Manifesto e Giulietto Chiesa, in molti lo reputano scomodo, la trasmissione ANNO ZERO non fa eccezione e non lo manda in onda. Dare voce a chi aveva come unica intenzione quella di documentare l’orrore di quella operazione di pulizia etnica sarebbe stata tappa obbligata per ogni vero giornalista, ma le ragioni dei forti, si sa, hanno sempre il dominio della scena e Vittorio scrive:

Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola” mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti… di chiazze di sangue. “Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l’ultimo miagolio soffocato.” Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua “Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste…” il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. “Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l’ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quale sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati.”

A questo punto il dottore si china verso una scatola, e me la scoperchia dinnanzi. Dentro ci sono contenuti gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni Unite Al Fakhura di Jabalia, più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito. (Vittorio Arrigoni, Gaza, 8 gennaio 2009) .

In quello stesso gennaio 2009 la dignità di Vittorio non cede nemmeno di fronte all’ incredibile corso degli eventi che lo vede persino finire in prigione in Israele. Nell’isolamento a cui sembra condannato, è Giulietto Chiesa che pubblica in Italia il carteggio drammatico con Arrigoni e che scrive a Frattini per chiedere aiuto.

Caro Giulietto,

ti sono grato per l’inquietudine, equivalenza di un empatia rara in questi tempi, per essere rimasto umano.

Dici bene, la guerra non è terminata. Solo i morti ne hanno visto la fine, per i vivi non c’è tregua che tenga alla battaglia quotidiana per la sopravvivenza.

Le reiterate e costanti minacce di morte rivolte a me e ai miei compagni dell’International Solidarity Movement se non destassero reale preoccupazione, le avremmo considerate trofei. Evidentemente a chi olia gli ingranaggi della macchina della morte israeliana dà estremamente fastidio chi da questa parte si impegna così estenuamente per la pace e i diritti umani.

Il nostro non sarà un sacrificio invano se consentirà uno stato di allerta verso questo di lembo di terra martoriata e il suo milione e mezzo di abitanti. Una popolazione palestinese che non chiede altro se non di poter godere degli stessi diritti degli israeliani, dei diritti di qualsiasi altro popolo del pianeta.

Mi auguro che Frattini, da te sollecitato, distolga un attimo lo sguardo da Sderot e rivolgendolo verso di me si accorga dell’ammasso informe di macerie a cui è ridotta Gaza, e delle lunghe file di minuscole bare bianche contenenti le spoglia di centinaia di bimbi uccisi. Al ministro chiedo che venga concentrata maggiore attenzione e stima verso le migliaia di operatori umanitari distribuiti nei luoghi più caldi del pianeta, magari la stessa cura e ammirazione espressa dal governo ai soldati italiani ipotetici esportatori di democrazia in Afghanistan oggi come in Iraq ieri. Non esigiamo una medaglia, chiediamo solo più protezione.

Sulla mia schiena bruciano ancora i dieci punti di sutura necessari a ricucire una ferita riportata a settembre, in seguito ad un assalto dei marines israeliani. Ero semplicemente al largo del porto di Gaza con degli amici pescatori. A Novembre, sempre in acque palestinesi, soldati israeliani mi hanno sparato, rapito, quindi rinchiuso in una pidocchiosa prigione a venti chilometri da Tel Aviv. Dietro le sbarre, il consolato mi fece avere un paio di vestiti di ricambio. Ho ancora la ricevuta, un mese di tempo per ripagarli.

Sul mio ferimento e successivo rapimento, nulla, non un fiato dal suo governo, Ministro Frattini.

Alla Farnesina non si è mossa un foglia. Ora vogliono uccidermi, le assicuro che prestando i soccorsi sulle ambulanze in questo ultimo mese mi sono reso conto quanto siano essi puntigliosi e puntuali nel sopprimere vite umane. Con il consenso del suo presidente Berlusconi che non ha mancato più volte di tifare per le bombe. Lei lo sa che spesso fra macerie trovavamo i corpi ridotti in poltiglia? i frammenti di ossa più grandi potevano stare in un cucchiaino, lo riferisca al suo presidente.

Pensateci, magari la prossima volta che rigirate lo zucchero sorseggiando un caffè assieme.

Vogliono ucciderci, ministro Frattini, veda un po’ lei se è il caso di trovare cinque minuti di tempo per me sulla sua agenda fitta di incontri diplomatici.

Giulietto, un abbraccio.

Restiamo umani.

Ogni uomo deve scegliersi la maniera di essere efficace al miglioramento del mondo, siamo certi di questo, ognuno di noi deve impegnarsi a non strisciare, a non servire, dobbiamo riuscire ad essere scomodi, a diffondere parole che esortino, c’è da fare quel che da molto tempo questo paese, come molti altri cittadini del mondo non fanno più, lottare per cancellare l’indifferenza.

E’ bellissima questa figura di Vittorio, ci commuove perché risplende intensa come “un girasole impazzito di luce”, ci trae dall’ombra in cui le nostre menti di norma vegetano spaventate dalla stupidità dilagante, ci fa vergognare di essere complici di una amoralità che non paga mai, che chiederà pegno di sè, l’ha già fatto ciclicamente e assai crudelmente.

 

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria

col suo marchio speciale di speciale disperazione,

e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi

per consegnare alla morte una goccia di splendore,

di umanità, di verità.

 (De Andrè_Smisurata preghiera)

Chiudiamo questo lungo saluto a Vittorio allegando qui di seguito una sua splendida lettera che mi ha colpito moltissimo, è indirizzata a Bats (Batsceba Hardy, amica e blogger di Berlino) in essa trovano casa una straordinaria capacità d’analisi e un infinito senso d’umanità. La sincerità, il coraggio, la capacità di parlare di quest’uomo sono DISARMANTI.

 

 

Querida Bats,

Non è solo coraggio, bisogna avere radici come sabbia del deserto

mossa dal vento dell’imperscrutabile, e un’anima colma tal punto di una disperazione tale da rendere automatica la simbiosi coi disperati del mondo, l’unica patria a cui mi sono sentito veramente di appartenere.

 

Ma non è necessario accendersi la pipa con calma, e andare a sedersi dinnanzi ai carri armati israeliani, per esprimere il coraggio dei propri valori.

 

Non è necessario essere pronti a sacrificare se stessi, subito, adesso,

l’intera propria vita per considerarsi coerenti coi propri proponimenti.

 

C’è tutto un microcosmo di sofferenza nelle nostre città così ben imbellettate, un micro che in realtà è macroscopica ingiustizia.

 

Quegli stessi uomini-tonno, quando riescono a sbarcare e a disperdersi sulla terraferma, rimangono pur sempre pesci fuor d’acqua.

E poco dopo magari li si ritrova agli angoli delle strade, a vendere la loro paccotaglia e i cd pirata per sopravvivere, per non venire a patti con criminalità e spaccio, come i miei amici senegalesi, venditori ambulanti con due lauree alle spalle conseguite nella migliore università di Dakar.

 

Richiedono dignità,

non carità.

E magari amicizia.

 

C’è tutta una subcultura dominante e omologante, (una vera peste bubbonica, ci vorrebbe per svuotare tutta questa umanità disumanizzante) di razzismi, edonismo, individualismo esasperato al punto da considerare zerbini le lecite richieste di diritti civili, a tal punto consolidato da abituarci alla prevaricazione sociale.

A questi carriarmati di bigottismo e perbenismo fascista, bisognerebbe saper rispondere giorno x giorno.

Non bisogna lasciar passare niente.

Che sia un risolino di scherno bisbigliato su di un mezzo pubblico,

che cela dietro denti ben curati la carie delle svastiche, una usurpazione fatta sul posto di lavoro di cui siamo testimoni, una violenza verbale ai danni di un miserabile per strada.

 

Ribellarsi, non retrocedere di un passo, ora sì con coraggio, osare,

anche a costo di apparire pazzi, maniacali e utopici, vecchi tromboni già a trentanni, a costo di pagarne le conseguenze da soli.

 

Semplici comportamenti, coerenti con se stessi, possono essere rivoluzionari, “cambiare se stessi e per osmosi cambierà anche il mondo!”

Mi ripete ancora adesso da compianto, Tiziano Terzani.

 

Consumare meno, è la prima forma di ribellione a quel meccanismo di moderno fascismo che ci vuole ingranaggi dediti al consumo di beni per lo più futili. (caxxo, a me è due settimane che mi hanno tagliato il gas, vabbe io sono patologico, ora cucino col vapore)

 

Cercare la propria presunzione di guerrilla personale, di rivoluzione,

che sia il volontariato un mese all’anno in Africa,

o un giorno alla settimana all’ospedale dietro casa,

o visitando l’anziana in attesa della morte,

l’extracomunitario gettato sul marciapiede.

Che ripeto innanzitutto ha bisogno di un sorriso,

prima dell’acquisto della sua paccotaglia..

 

Invece sono stanco Bats, tremendamente esausto.

Di scorgere dalla visuale del mio angolo di mondo,

fantomatici personaggi che si dicono di sinistra,

e spendono tante belle parole sui loro blog,

e poi li ritrovi negli stessi posti fighetti frequentati dai primi fans berlusconiani, e non possono fare a meno di bere cocacola perché è buona,

anche se sanno benissimo che in Colombia la Coca Cola Company fa sterminio di sindacalisti, e in India prosciuga di acqua potabile interi villaggi.

Che ad agosto vanno una settimana a stendersi su di spiagge esotiche,

dove sono serviti e riveriti come sovrani (forse per compensare la loro vita occidentale di servi) da schiavi locali, ben consci che oltre il recinto sorvegliato del villaggio turistico o dell’albergo di lusso

la gente vive con meno di due euri al giorno, uno tsunami magari ha fatto strage d’innocenti, una guerra impazza (sharm el sheik ragazzi l’Egitto confina con Gaza) e poi si sorprende magari se qualcuno gli lascia sotto l’ombrellone oltre l’asciugami stirato e un rinfresco, una bella bomba travestita da vendetta.

Che Terzani l’hanno letto ma in pratica sono più emuli dell’ Oriana.

Che alle manifestazioni per la pace ci vanno perché è di tendenza,

e insomma, a qualche gruppo bisogna pure appartenere.

Che la loro indignazione dura giusto il tempo di 5 righe in un post,

poi via si cambia argomento.

 

Che insomma la coerenza fra il dire e il fare è totalmente priva di sostanza.

Perché è faticoso, e poco conveniente.

 

Che è così vigliacco da non prendere posizione coi fatti

su quegli ideali che si va ventaglio,

anche a rischio di perdere il 90% degli amici,

e ritrovarsi poi solo,

a sbuffare fumo da questa mia pipa

affacciato sul davanzale di un minilocale al quarto piano

di una città che è in realtà è un deserto

e sotto non si scorge quasi più nulla di umano.

ton Vik.

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Finché Essa Esiste noi siamo la Musica (ASCESA.. da ARCIPELAGO GULAG)

by on ott.25, 2010, under Ispirazione, politica, Resistenza umana, Simbolo

Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn,

già due note fa parlai di questa opera colossare e memorabile che negli anni ’70 colpì come un asteroide lasciando fratture definitive e mai più superate, tutta la coltre di menzogna, ottusità, manipolazione che si era incatramata dinanzi al vero volto del Comunismo Sovietico.. o Comunismo Concentrazionario (come concentrazionario, a suo modo e con sue varianti, è stato quello cinese,  e poi quello cambogiano,ecc.)

La superiorità morale che intellettuali prezzolati o forme di autoconvincimento ideologico avevano avvolto attorno a quel Moloch fu un vestisto stracciato su sepolcri e cadaveri. Propio nelle scale delle cantine sporche, la stanza 101 di Orwell, la porta buia… Uno dei più grandi sistemi di campi di concentramento mai edificati nel mondo. Ossia.. tutto quel territorio chiamato ARCIPELAGO GULAG…… che divenne la dimora di decine e decine di milioni di persone colpevoli quasi sempre solo di avere una testa, solo di pensare non come bestie lobotomizzate, solo di avere detto una opione che non era un raglio fotocopiato, solo di avere detto una opinione che sembrava alludere a.. solo per avere avuto dei parenti compromeessi, solo perché qualcuno li aveva denunziati.. solo perchè… venivano stabiliti tot milioni di gente da incarcerare a prescindere.

L’ARCIPELAGO GULAG non era solo una macchina di terrore strisciante  e brutale che da una parte mirava a distruggere chi veniva imprigionato, dall’altra a terrorizzare i “liberi”…. stai attento ragazzo, appena sgarri verrai fagocitato nell’Arcipelago..

Con questi sistemi l’oligarchi sovietica distrusse ogni forma di indipendenza mentale e spirituale nella  popolazione per decenni.. e assecondò un piatto e avvilito conformismo, servito anche dall’opera di milioni di  delatori.

Ma all’epoca ancora molti facevano grandi simposi in occidente su Lenin, Stalin e Mao e dell’Unione Sovietica dicevano che c’erano stati errori.. ma.. in fin dei conti…

In fin dei conti … alla fine della scala… i Gulag… l’ultimo anello di una servitù strisciante e che mirava a stroncarre ogni spazio aperto, ogni pensiero in quallche modo libero.

Aleksandr Solženicyn conobbe anni di denzione   e poi scrisse l’opera clandestinaemnte. E’ un mezzo miracolo che questa opera esista e si sia salvata. Chi controla il passato controlla il futuro.. scrive Orwell in 1984… e molto materiale di quel mondo era stato distrutto.. su altro scendeva l ‘oblio.

E quando l’ARCIPELAGO uscì chiesero  a Solženicyn… “ma che senso ha?.. si ci furono errrori.. ma ora.. perché ricordare?.. perchè prestare il campo ai nostri nemici?.. perché agitare le acque?… dimentichiamo… andiamo avanti…”

Ma c’è una pace che libera e costruisce il futuro, e una pace mortifera che è la pace dell’acqua stagnante, dell’acqua di fogna.. ed è mortifera.

Anche perché verrà sempre qualcuno un giorno che come porterà i suoi Doni… a che prezzo? Quale è il prezzo?

Il testo che leggerete oggi … tratto da Arcipelago Gulag…. è sorprendente per molti aspetti…

Va comunque inteso nel contesto più ampio di un’opera enorme di migliaia di pagine..

Questo brano che ho riportato in parte si chiama ASCESA…

Nonostante siano stati l’apice dell’orrore, i lager, i Gulag, non spezzarono tutti gli uomini.. questo è uno dei succhi di ciò che dice Solženicyn nel brano. In quegli uomini, in molti di loro, non smise di brillare la luce originaria che portavano dentro. Anzi… sepolti da carichi di lavoro disumani.. circondati dalla neve e da temperature di decine e decine di gradi sotto zerro.. sottoposti a ogni forma di umiliazione e abuso.. nutriti con un rancio immondo che non avreste il coraggio di dare neanche a un topo di fogna.. eppure molte di queste persone RESISTETTERO. E anzi.. ne uscirono migliori.. per molti di loro.. fu una ASCESA.

Attenzione, il brano è in un contesto,d icevo prima. Non dovete immaginarlo da solo. Da solo è bellissimo sì, ma dà una impressione troppo riconciliata con l’evento. Invece è un momento di liberazione che scorre sofferto dopo altre centinaia di pagine di orrore. Perché ci sono alti momenti dell’ARCIPELAGO dove questa Ascesa proprio non la vedi, ma vedi solo Discesa e Abominio. Ci sono pagine  pagine dove troverai anche strumenti di tortura, pressioni sfiancanti, notti interrotte costantemente per spezzare la volontà, donne che finite nell’Arcipelago diventavano in sostanza schiave sessuali, uomini rinnegati dalle mogli e dai figli come “nemici del popolo”.. greggi di persone  a costruire canali e ferrovie chilometriche solo con vanghe e picconi.. capannelli di persone.. che morivano ogni gionro come mosche e venivano lasciati là in sinistri monumenti alla bestialità umana… e uomini incancreniti dentro, distrutti interiormente da anni passati nell’Arrcipelago.

E in questo contesto che a volte Solženicyn si innalza… e scaturiscono fuori nonostante tutto, questi canti dello spirito umano… queste forme di luce nelle tenebre.. queste persone che i Gulag addirittura, non solo non riuscirono a spezzare, ma resero migliori…

E quel paradosso che di cui parlò anche il celebre Vikotor Frankl, internato nei campi di concentramento nazisti.

A volte avviene che l’uomo, privato di tutto, ridotto ai minimi termini, sfiancato senza pietà.. non solo non impazzisca e non muoia.. ma addirittura possa innalzarsi, e scoprire una libertà interiore, che prima non aveva mai avuto. Accade che sotto un corpo ridotto a brandelli e piagato la Coscienza possa fare cavalcate di una libertà che  non avresti mai ritenuto possibile. Accade che, non solo non vieni disgregato, ma cominci a sentirti migliore, a ssentire la tua anima espandersi, a vivere amicizie radicali, a provarecompassione anche per un filo d’erba, a sentire forza nel dolore, amore nel dolore.

Ripeto… è il paradosso.. e non è una soluzione conciliata.. questa sublime ironia della sparanza si accompagna a passaggi cupi e violenti del libro di  Solženicyn. Ma tuttavia essa esiste e persiste. E mi viene alla mente quella bellissima frase di T. Eliot

 

“Finché Essa Esiste noi siamo la Musica”

 

Troverete una tensione religiosa nel brano.. ma potrete leggerlo comunque e comunque trarre… perché esso parla su piani che tutti possono comprendere e sentire, al di là delle proprie personali credenze.

 

E ci sono momenti memorabili….

Come la differenza… lo spartiacque…

tra COLORO DISPOSTI  A SOPRAVVIVERE A QUALUNQUE COSTO e

COLORO CHE VOLEVANO SOPRAVVIVERE, MA NON A QUALUNQUE COSTO..

I secondi furono meno dei primi, ma furono quelli che veramente si salvarono, anche quando morirono. I primi furono quelli che si p erdettero, anche quando rimasero in vita. Perché A QUALUNQUE COSTO.. voleva dire accettare tutta la filosofia bastarda della Bestia che è alle radici stesse del Gulag… voleva dire strisciare e leccare… piegarsi a ogni compromesso… tradire e denunciare i propri compagni.. vendere tutto ciò che rende un Uomo un Uomo.. percorrere tutti i 1300 gradini della Degradazione…

Se anche fossi uscito vivo, dopo decenni di detenzione, a che prezzo?…. Quale sarebbe stato il prezzo?

Una morte dello spritio definitiva.. una perdita drammatica della propria luce interiore.. del meglio di ciò che sarà sempre un essere umano…

Ma altri scelsero la seconda alternativa del bivio….

Anche questi sono quelle Gocce di Splendore, di Umanità, di Verità di cui parla Fabrizio De Andrè in Smisurata Preghiiera, una delle sue ultime canzoni..

Vi lascio  ad ASCESA.. tratto da ARCIPELAGO GULAG… di Aleksandr Solženicyn

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E gli anni passano…

Non, come si dice scherzando nel lager, <<inverno-estate, inverno-estate>> – è un lungo autunno, un interminabile inverno, una primavera svogliata, solo l’estate è breve. Nell’Arcipelago l’estate è breve.

Oh, quant’è ungo anche un solo anno! Anche in un solo anno, quanto tempo hai per meditare! Lo farai trecentotrenta volte mentre scalpicci all’adunata nella fanghiglia sotto una fitta pioggerella, nell’infuriare di una bufera di neve, nell’aria immobile di un gelo intenso. Per trecentotrenta giorni sbrigherai un odioso lavoro che non è il tuo con la testa sgombra. E per trecentotrenta sere te ne starai lì, intirizzito e fradicio alla fine del turno, aspettando che la scorta si raduni dalle torrette lontane. Andando al lavoro. Tornando dal lavoro. Abbassando la tesa su settecentotrenta scodelle di brodaglia, su settecentotrenta piatti di kasa. E sulla tua cuccetta, addormentandoti, svegliandoti. Né la radio né i libri ti distrarranno, non ce ne sono, grazie a Dio.

E questo è solo un anno. Ma sono dieci. Venticinque…

E quando finirai nell’infermeria come distrofico, sarà anche quella una buona occasione per pensare.

Pensa. Ricava qualcosa anche dalla tua disgrazia.

Infatti per tutto questo tempo infinito il cervello e l’anima dei detenuti non restano affatto inattivi. Da lontano, in massa, sembrano pidocchi brulicanti, ma non sono forse il coronamento del creato? Un tempo non è forse stata infusa in loro una fioca scintilla divina? Che ne è adesso di quella scintilla?

Per secoli si è ritenuto che la pena venga inflitta al delinquente perché durante tutta la durata della pena egli mediti sul suo crimine, ne sia tormentato, si penta e a poco a poco si emendi.

Ma, l’Arcipelago Gulag non conosce rimorsi di coscienza! Su cento indigeni, cinque sono malavitosi, e non si rimproverano i crimini commessi, ne sono orgogliosi, sognano di compierne ancora, in futuro, e con ancora maggiore destrezza, maggiore spudoratezza. Non hanno  nulla di cui pentirsi. Altri cinque hanno sgraffignato alla grande, ma non ai privati: ai nostri tempi si può sgraffignare alla grande solo allo stato, il quale a sua volta sperpera il denaro pubblico senza pietà e senza discernimento; di cosa dunque dovrebbero pentirsi costoro? Semmai del fatto che se avessero rubato di più e spartito con altri sarebbero rimasti in libertà. Altri ottantacinque indigeni non hanno mai commesso alcun crimine. Di cosa devono pentirsi? Di avere pensato quello che pensavano? O di essersi lasciato prendere prigioniero in una situazione disperata? Di avere lavorato sotto i tedeschi invece di crepare di fame? Di avere preso qualcosa dal campo per nutrire i tuoi figli mentre lavoravi gratis nel kolchoz? O di avere portato via qualcosa dalla fabbrica per la stessa ragione?

No, non solo non t penti, ma la coscienza pulita risplende dai tuoi occhi come un lago montano. (..)

Nella nostra pressoché generale consapevolezza di essere innocenti sta la principale differenza tra noi e i galeotti di Dostoervskij, i galeotti di Jubakovic. Loro avevano la consapevolezza di essere dei reietti irrecuperabili, noi la certezza che qualsiasi uomo libero può essere acciuffato come lo siamo stati noi, la certezza che il filo spinato ci divide solo per convenzione. La maggioranza di quei galeotti ha una incondizionata consapevolezza della colpa individuale, noi abbiamo la certezza di condividere la sventura di milioni di persone.

Di sventura non si muore. Bisogna superarla.

Non sarà questa la ragione della sorprendente rarità dei suicidi nei lager? Infatti sono rari, sebbene tutti quelli che vi sono stati ricordino casi di suicidio. Ma ricorderanno un numero ancora maggiore di evasioni. Ci sono state sicuramente più evasioni che suicidi (..). Anche gli atti di autolesionismo erano molto più numerosi dei suicidi, ma anche in questi casi si tratta di un atto di amore per la vita,un semplice calcolo: sacrificare una parte per salvare il tutto. Mi sembra addirittura che, statisticamente, su mille abitanti, il numero di suicidi nel lager fu inferiore a quello trai i liberi.  Naturalmente non ho la possibilità di verificarlo.

(…)

In generale, come si può interpretare correttamente il suicidio? Hans Bernstein insiste sul fatto che i suicidi non sono affatto codardi, che il suicidio richiede una grande forza di volontà. Egli stesso si era fatto una corda con delle bende e aveva cercato di impiccarsi, tenendo le gambe piegate. Ma vedeva dei cerchi verdi davanti agli occhi, sentiva un ronzio alle orecchie, e ogni volta abbassava istintivamente i piedi per terra. All’ultimo  tentativo la corda si spezzò, e Bernstein fu contento di essere rimasto vivo.

Può darsi che anche nella disperazione estrema occorra uno sforzo di volontà per suicidarsi, non lo discuto. Per molti anni non mi sarei azzardato a dare giudizi. Per tutta la vita sono stato convinto che in nessuna circostanza avrei anche solo pensato al suicidio. Ma non molto tempo fa ho passato mesi cupi, nel corso dei quali mi pareva che tutto lo scopo della mia vita fosse perduto, soprattutto se fossi rimasto in vita. Ricordo chiaramente quel mio allontanarmi dalla vita, quegli accessi in cui sentivo  che morire è più facile che vivere. Ritengo che in un tale stato ci voglia più volontà per continuare a vivere che non per morire. Ma è probabile che tali stati varino a seconda delle persone e delle situazioni limite. Perciò sin dai tempi antichi il suicidio viene giudicato nei due diversi modi.

Fa un grande effetto immaginare che tutti quei milioni di innocenti perseguitati si suicidassero in massa, facendo così un doppio dispetto al governo: dimostrando la propria innocenza e defraudandolo della manodopera gratuita. E se se il governo si fosse ammorbidito? E se il governo avesse cominciato ad avere pietà dei propri sudditi? Ne dubito. Questo non avrebbe certo fermato Stalin, avrebbe preso in prestito dal mondo libero un’altra ventina di milioni di persone.

Ma non andò così! La gente moriva a centinaia di migliaia, a milioni, ridotta a quello che parrebbe il limite più estremo, ma chissà perché non ci furono suicidi. Condannati a un’esistenza mostruosa, allo sfinimento per fame, a un lavoro massacrante, non si suicidavano?

Riflettendoci ho trovato quella che mi pare la conclusione più certa. Un suicida è sempre un fallito, è sempre un uomo in un vicolo cieco, uno che ha perduto la partita della vita, e non ha la forza di volontà per continuare. Se questi milioni di misere creature impotenti non si suicidavano, significa che in loro era vivo qualche sentimento invincibile. Una qualche idea forte.

Era il sentimento universale di essere tutti quanti nel giusto. Era la sensazione di essere sottoposti come popolo a una prova simile al giogo tartaro.

 

Ma se non ha nulla da rimproverarsi, a che cosa pensa continuamente il detenuto? <<La bisaccia e la prigione  danno l’uso della ragione.>> Lo daranno pure. Ma a cosa applicarla?

Per moli anni, non solo per me, le  cose andarono così. Il nostro primo cielo della prigione furono vortici di nubi nere  e nere colonne di cenere, fu il cielo di Pompei, il cielo del Giudizio Universale, perché  avevano arrestato non un uomo qualunque, ma Me, il centro del mondo.

Il nostro ultimo cielo della prigione fu infinitamente alto, infinitamente limpido e addirittura più bianco che celeste.

Per tutti noi (eccettuati i credenti) l’inizio è lo stesso: ci strappiamo i capelli, anche se abbiamo la testa rapata. Come abbiamo potuto! Come abbiamo fatto a non vedere i nostri delatori! (e l’odio che proviamo per loro! Come vendicarci?) Che imprudenza! Che cecità! Quanti errori! Come rimediare? Bisogna rimediare al più presto! Bisogna scrivere… bisogna dire… bisogna informare…

Ma non bisogna fare nulla.  E nulla ci salverà. A  suo tempo firmeremo l’articolo 206, a suo tempo ascolteremo il verdetto del tribunale, o quello dell’invisibile OSO.

Cominciano le prigioni di transito. Insieme ai pensieri sul lager che ci aspetta, ora amiamo ricordare il passato: come era bella la nostra vita! (anche se era brutta) Ma quante possibilità non sfruttate! Quanti fiori non colti! Quando li recupererò, adesso?… Se solo riuscirò a scamparla, oh come vivrò diversamente, quanto sarò intelligente! E il giorno della futura liberazione? Splende come il sole che sorge.

Conclusione: bisogna arrivarci! A qualunque costo!

Ma le parole si riempiono del loro pieno significato e l’impegno che si prende è terribile, restare vivi  a qualunque costo!

Chi si prenderà questo impegno, chi non batterà ciglio dinanzi al suo purpureo bagliore, verrà offuscato dalla propria disgrazia che non gli farà vedere né la sventura comune né il mondo intero.

E’ il grande bivio della vita nel lager. Da qui partono due strade, una verso destra e una verso sinistra, una sarà sempre in salita, l’altra sempre più in discesa. Se vai a destra perderai la vita. Se vai a sinistra perderai la coscienza.

L’ordine che hai dato a te stesso, <<sopravvivere!>>, è un guizzo naturale per ogni essere vivente. Chi non ha voglia di sopravvivere? Chi ha il diritto di sopravvivere? Tutte le forze de nostro corpo tendono a questo! E’ l’ordine dato a ogni cellula di sopravvivere! Una potente carica viene immessa nella gabbia toracica, e una nube elettrica circonda il cuore perché non si arresti. Nella distesa oltre il circolo polare, sotto una bufera di notte, conducono ai bagni, a cinque chilometri di distanza, trenta zek sfiniti ma coriacei. Dei bagni non vale neppure la pena parlare, ci si lavano sei persone alla volta in cinque turni, la porta dà direttamente sul’esterno, fuori si gela e quattro turni fanno la fila lì, prima e dopo il bagno, perché non possono muoversi senza la scorta. Eppure nessuno si busca non solo la polmonite, ma neppure un raffreddore (un vecchio si lava così per un decennio, scontando la pena tra i cinquanta e i sessanta anni. Ed eccolo libero, a casa. Sta al caldo, nella bambagia – si consuma in un mese. E’ venuto meno l’ordine: sopravvivere…).

Ma sopravvivere e basta non significa ancora sopravvivere a qualunque costo. <<A qualunque  costo>> significa a spese d un altro.

Diciamoci la verità: a questo grande bivio del lager, a questo spartiacque delle anime, a svoltare a destra non è la maggioranza. Ahimè, non è la maggioranza Ma per fortuna non sono neppure pochi singoli. Sono molte le persone che fanno questa scelta. Ma non lo gridano, bisogna saperle riconoscere. Decine di volte sono state poste anche loro di fronte a questa scelta, ma loro sapevano sempre ciò che facevano.

Arnold Susi finì nel lager quando era prossimo alla cinquantina. Non era mai stato un credente, ma era sempre stato onesto, non si era mai comportato altrimenti, e non cambiò vita nel lager. E’ un “occidentale”, quindi doppiamente incapace di adattarsi, prende continuamente cantonate, si mette in situazioni insostenibili, sta ai lavori comuni, sta nella zona di punizione, e sopravvive, e lascia il lager così come era quando ci arrivò. L’ho frequentato all’inizio, l’ho frequentato dopo e posso testimoniarlo. A onor del vero, furono tre circostanze decisive a facilitargli la vita nel lager: venne riconosciuto invalido, ricevette pacchi per diversi anni e, grazie alle sue dote musicali, riusciva  a procurarsi qualcosa da mangiare con le sue esibizioni artistiche. Ma queste tre circostanze possono soltanto spiegare perché è rimasto vivo. Se non ci fossero state, sarebbe morto, ma non sarebbe cambiato (e quelli che morirono, non morirono appunto perché non erano cambiati?).

Taraskevc, uomo assai semplice e privo di malizia, ricorda: <<C’erano molti detenuti pronti a strisciare per un razione di pane e una boccata di machorka. Io stavo per morire, ma avevo l’anima pulita, dicevo sempre pane al pane>>.

E’ risaputo da molti secoli che la prigione trasforma profondamente l’uomo. Gli esempi sono innumerevoli – come Silvio Pellico che, dopo otto anni di detenzione, da carbonaro ardente diventa un umile cattolico. Nel nostro paese si ricorda sempre Dostoevskij. E Pisarev? Ce cosa rimase del suo spirito rivoluzionario dopo la fortezza di Pietro e Paolo? Si può discutere se sia stato un bene o un male per la rivoluzione, ma tutte queste trasformazioni vanno a vantaggio di un approfondimento dell’anima. Scriveva Ibsen: <<Anche l’anima intisichisce per mancanza di ossigeno>>.

Eh, no! Non è tanto semplice! Anzi, è esattamente il contrario! Ecco il generale Gorbatov – impegnato sin dalla giovinezza a combattere, a fare carriera nell’esercito, non aveva mi avuto il tempo per pensare. Ma finì in prigione ed ecco che cominciarono a tornargli alla memoria vari episodi: aveva sospettato di spionaggio un innocente; aveva fatto fucilare per sbaglio un polacco assolutamente innocente (in quale altro momento avrebbe ricordato tutto questo? Forse, dopo la riabilitazione, non ricordò più molte cose). E’ stato scritto abbastanza di queste trasformazioni spirituali nei prigionieri, si è ormai raggiunto il livello teorico della scienza carceraria. Scrive ad esempio Luceneckij nel prerivoluzionario <<Tjuremnyl vestnik>> (Messaggero delle carceri): <<l’oscurità rende l’uomo più sensibile alla luce; la forzata inattività suscita in lui sete di vita, di movimento, di lavoro; il silenzio lo costringe a riflettere profondamente sul suo “io”, sull’ambiente che lo circonda, sul suo passato, sul presente e a pensare al futuro>>.

(….)

 

Certo, nessuno pensava alle nostre anime mentre gonfiavano l’Arcipelago. Ma è davvero impossibile mantenere la propria integrità in u n lager?

Di più: è davvero impossibile, nel lager, elevarsi spiritualmente?

Nel distaccamento di Samarka, nel 1946, un gruppo di intellettuali sono ormai allo stremo, stanno per morire: sono estenuati dalla fame, dal freddo, dal lavoro superiore alle loro forze, e vengono persino privati del sonno, non hanno dove dormire perché le baracche interrate non sono ancora state costruite. Vanno a rubare? Fanno soffiate? Piagnucolano sulla propria vita rovinata? No. Prevedendo la morte imminente, di lì a qualche giorno, non a qualche settimana, passano così le loro ultime ore libere, senza dormire, seduti lungo un muretto: Timofeev Ressovskskij organizza con loro un “seminario” e si affrettano a comunicare gli uni agli altri ciò che sanno, tengono gli uni agli altri le loro ultime conferenze. Padre Savelij parla della <<morte decorosa>>; un sacerdote che insegnava alla facoltà di teologia parla di patristica; un uniate  di dogmi e canoni; un ingegnere, dei principi dell’energetica del futuro; un economista, di come, per mancanza di nuove idee, non si sia riusciti a porre le basi dell’economia sovietica. Quanto a Timofeev-Ressovskij, espone i principi della microfisica. A ogni nuovo incontro qualcuno manca all’appello: è già all’obitorio… Questi sono veri intellettuali, capaci di interessarsi a tutto, questo quando sono già irrigiditi, a un passo dalla morte!

Permettete, amate la vita voi? Voi, voi che esclamate e canticchiate, accennando passi di danza: <<Ti amo, vita! Ah, ti amo vita!>>. L’amate? E allora amatela! Amatela anche nel lager. E’ vita anche quella.

 

Quando non lotti contro il destino

La tua anima rinasce…

 

Non avete capito un accidente. E’ proprio allora che l’anima si svigorisce.

 

La nostra strada, quella che abbiamo scelto, è tutta curve. E’ in salita? O porta al cielo? Andiamo avanti, inciampando.

Il giorno della liberazione? Cosa ci potrà essere, dopo tanti anni? Saremo cambiati fino a diventare irriconoscibili, e saranno cambiati i nostri cari, e i luoghi un tempo cari ci appariranno più estranei di terre straniere.

Da un certo momento in poi, pensare alla libertà diventa addirittura una violenza. Qualcosa di artificioso. Di alieno.

Il giorno della “liberazione”! Come se in questo paese ci fosse la libertà. O come se si potesse liberare chi non si è prima liberato da sé nell’anima.

Le pietre franano sotto i nostri piedi. Cadono giù, nel passato. Sono la cenere del passato.

Noi stiamo salendo.

 

E’ bello pensare in prigione, ma anche nel lager non è male. Innanzitutto perché non ci sono assemblee. Per dieci anni sei esentato da tutte le assemblee! Non è aria di montagna, questa? Mentre pretendono il tuo lavoro e il tuo corpo fino all’estenuazione, addirittura fino alla morte, i lagersciki non attentano minimamente all’ordine dei tuoi pensieri. Non cercano di avvitarti il cervello per bloccarlo. Questo dà una sensazione di libertà molto maggiore di quella che si prova correndo dove ti portano le gambe.

Nessuno cerca di convincerti a chiedere di entrare nel partito. Nessuno cerca di estorcerti quote sociali da versare ad associazioni volontarie. Non esiste sindacato che ti “difende” quanto l’avvocato d’ufficio del tribunale. Non si fanno riunioni per parlare della produzione. Non possono eleggerti a nessuna carica, nominarti delegato né, soprattutto, costringerti a fare propaganda. Né ad ascoltarla. Non devi strillare appena tirano i fili: <<Esigiamo!… Non permetteremo!…>>. Non dovrai arrivare alla sezione elettorale per dare il tuo voto, libero e segreto, all’unico candidato della lista. Non ti vengono richiesti obblighi scolastici. Non devi criticare i tuoi errori. Né scrivere articoli per il giornale murale. Né concedere interviste al corrispondente regionale.

Avere la testa libera non è forse un privilegio della vita nell’Arcipelago?

E c’è un’altra libertà: non ti possono privare della famiglia e dei tuoi bene, ne sei già stato privato. Neppure Dio può toglierti quanto non hai. E’ una libertà fondamentale.

E’ bello pensare in reclusione. Il più insignificante dei pretesti ti stimola a lunghe e serie riflessioni. Per una volta, l’unica in tre anni, proiettarono un film al campo. Era una dozzinale commedia “spotiva”: Il primo guantone. Una noia. Ma dallo schermo martellavano insistentemente la morale:

 

<<L’importante è il risultato, e non se è a vostro favore.>>

 

Sullo schermo ridevano. Anche in sala ridevano. Esci strizzando gli occhi nel cortile del campo inondato di sole, e ripensi a quella frase. E ci ripensi la sera sulla tua cuccetta. E il lunedì mattina all’adunata. E puoi pensarci tutto il tempo che vuoi – quando mai avresti potuto farlo così a lungo? E lentamente la tua mente si rischiara.

Quella frase non è uno scherzo. E’ un pensiero contagioso. Già da molto tempo ha attecchito nella nostra patria, ma continuano a inocularcelo. L’idea che conti solo il risultato materiale è talmente radicata in noi che quando, per esempio, un Tuchacevskij, uno Jagoda o uno Zinov’ev vengono dichiarati traditori in combutta con il nemico, la gente si limita a esclamare e a meravigliarsi in coro:

<<ma cosa gli mancava, a quello?>>

Dal momento che poteva mangiare a crepapelle, aveva venti vestiti, e due dacie, e l’automobile, e l’aereo, e la notorietà, che gli mancava?!! Per milioni di nostri compatrioti è inconcepibile che un uomo (non parlo dei tre che ho nominato) possa essere guidato da qualcosa che non sia la cupidigia.

Ecco fino a che punto è stato accettato e assimilato quel <<l’importante è il risultato>.

(…)

Ma è una menzogna. Da anni pieghiamo la schiena in questa galera che è l’Unione Sovietica. Lentamente, con il volgere degli anni, ci eleviamo nella comprensione della vita e da questa altezza lo si vede chiaramente che l’importante non è il risultato, ma lo spirito! Non è importante ciò che è stato fatto, ma come è stato fatto. Non ciò che è stato raggiunto, ma a quale prezzo.

Se per noi detenuti è importante il risultato, è vero anche il principio che bisogna sopravvivere a qualunque costo. E cioè fare la spia, tradire i compagni per sistemarsi al calduccio, e magari ottenere anche uno sconto di pena. Alla luce della Dottrina Infallibile, non c’è nulla di male in questo. Così facendo, infatti, il risultato sarà a nostro favore, e l’importante è il risultato.

Nessuno nega che sia piacevole conseguire un risultato. Ma non a costo di perdere la propria dignità umana.

Se l’importante è il risultato, occorre spendere tutte le forze e tutti i pensieri per sfuggire ai lavori comuni. Occorre chinare la schiena, leccare i piedi, comportarsi da vili pur di restare un balordo. E così facendo salvarsi.

Se invece importa la sostanza, occorre rassegnarsi ai lavori comuni. Coi cenci addosso. Con le mani scorticate. Con il tozzo di pane più piccolo e peggiore. Forse anche morire. Ma finché sei vivo, potrai raddrizzare la schiena dolorante. Ed è allora, quando hai smesso di temere le minacce e di cercare ricompense, che diventi il tipo più pericoloso agli occhi rapaci dei padroni. Infatti, come potrebbero avere ragione di te?

Comincia addirittura a piacerti alzare una barella carica di immondizie (di sassi, magari, no?) mentre discorri con il compagno dell’influsso del cinema sulla letteratura. Comincia a piacerti sederti a fumare sul trogolo vuoto della malta accanto al muro che hai costruito tu. E sei orgoglioso se il capomastro ti passa davanti, socchiudendo gli occhi guardando il tuo lavoro, lo misura con lo sguardo e dice: <<L’hai fatto tu? E’ bello dritto>>.

Quel muro non ti occorre affatto, non credi che possa rendere più vicina la futura felicità del popolo, eppure, misero schiavo cencioso, sorridi a te stesso nel vedere l’opera delle tue mani.

Figlia di un anarchico, Galja Venediktova lavorava come infermiera nella sezione sanitaria, ma quando si accorse che si stava lì non per curare i malati ma perché era un buon posto, lei, cocciuta, preferì andare ai lavori comuni e prese in mano il maglio e la vanga. E dice che quella per lei fu la salvezza spirituale.

A chi è buono anche il pane secco fa bene, a chi è cattivo non fa bene neppure la carne. (Sarà. Ma se uno non ha neanche il pane secco?)

 

Se hai rinunciato anche solo una volta a <<sopravvivere a qualunque costo>> e ti sei diretto là dove vanno i placidi, i semplici, la reclusione inizia a trasformare in modo sorprendente il tuo vecchio carattere. Lo trasforma nella direzione per te inattesa.

Uno potrebbe credere che qui debbano svilupparsi nell’uomo sentimenti malvagi, lo sgomento di chi è oppresso, l’odio generalizzato, l’irritazione, il nervosismo. Invece non ti accorgi neppure di come, con l’impercettibile trascorrere del tempo, la prigionia alimenti in te i germogli di sentimenti opposti.

Una volta eri brusco e impaziente, avevi sempre fretta, non avevi mai tempo. Ora ne hai in abbondanza, anche troppo, hai mesi e anni alle spalle e davanti a te e, liquido benefico calmante, la pazienza si espande nelle tue vene.

 

Stai salendo…

Prima non perdonavi nulla  a nessuno, condannavi implacabilmente e osannavi con pari irruenza; ora i tuoi giudizi, non più categorici, si fondano su una serena indulgenza pronta a comprendere tutto. Ora che hai capito la tua debolezza, puoi comprendere quella altrui. E sorprenderti della forza altrui. E sperare di imitarla.

I sassi ci frusciano sotto i piedi. Stiamo salendo.

Con gli anni il tuo cuore, la tua stessa pelle si rivestono della corazza difensiva dell’autocontrollo. Non ti affretti più a fare domande, non ti affretti a dare risposte, la tua lingua perde la facoltà elastica della vibrazione facile. I tuoi occhi non sprizzano più gioia per una buona notizia né si offuscano per il dolore.

Infatti resta sempre da vederne il seguito. Resta da capire se saranno gioie o dolori.

Ormai la tua regola di vita è: non gioire se trovi qualcosa, non piangere se la perdi.

 

 

Con le sofferenze la tua anima, un tempo arida, si riempie di linfa. Anche se non impari ad amare cristianamente il prossimo, ora impari ad amare chi ti è vicino.

Quegli esseri a te vicini in spirito che ti circondano in prigionia. Quanti di noi hanno dovuto ammettere di avere conosciuto per la prima volta l’autentica amicizia proprio da detenuti!

E anche quelli che ti sono vicini per sangue, che ti circondavano nella vita che facevi prima, che ti amavano, mentre tu li tiranneggiavi….

Ecco una direzione fruttuosa e inesauribile per i tuoi pensieri: riesamina la vita che facevi prima. Ricorda tutto ciò che di brutto e vergognoso hai commesso, e chiediti se non sia possibile porvi rimedio, ora.

Sì, sei stato imprigionato immeritatamente, non hai nulla da rimproverarti di fronte allo stato e alle sue leggi. Ma di fronte alla tua coscienza? Ma di fronte ad altre singole persone?

 

(…)

 

Rimasi a lungo nel reparto post-operatorio da cui Kornfel’d se sene era andato verso la morte, e restai sempre solo (avevano smesso di operare perché il chirurgo era stato arrestato), e, in quelle notti insonni ripensavo alla mia vita e mi meravigliavo delle svolte che aveva preso. Con l’accortezza affinata nel lager davo ai miei pensieri la forma di versi in rima, per ricordarli. E’ giusto riportarli qui come vennero composti, sul guanciale di malato, mentre fuori dalla finestre il campo di lavoro forzato viveva ore agitate dopo la sommossa.

 

Quando ho disperso fino all’ultimo

grano tutta quanta  la buona semente?

eppure anche io passai l’adolescenza

fra i canti sereni sei Tuoi templi!

 

 

La sapienza delle pagine scritte

abbagliò la mia mente superba:

i misteri del mondo mi apparvero raggiungibili,

e malleabile come cera il destino.

 

Il sangue ribolliva a ogni schizzo

si colorava di colori diversi il futuro,

e senza fragore, silenziosamente,

si sgretolò l’edificio della fede nel mio petto.

 

Ma passato fra l’essere e il non essere,

caduto e rimasto sull’orlo,

contemplo, grato e trepidante,

la mia vita di un tempo.

 

Non dalla mia mente, non dal mio desiderio,

è illuminata ogni frattura:

ma dal fermo splendore del Significato Supremo

rivelatomi solo più tardi.

 

E adesso che sono stato ridonato

Ho attinto l’acqua viva –

Dio del Creato! Io credo di nuovo!

Anche quando ti rinnegavo Tu eri con me…

 

Guardandomi indietro, vidi come in un tutto, l’arco della mia vita cosciente. Non avevo capito me stesso né le mie aspirazioni. Per molto tempo mi era sembrato un bene ciò che invece era la mia rovina, e avevo sempre cercato di andare nella direzione opposta a quella realmente utile. Ma come il mare travolge nei suoi flutti il bagnante inesperto e lo getta sulla riva, così anche io tornavo dolorosamente sulla terraferma sotto i colpi delle disgrazie. E soltanto così riuscii a percorrere la strada che avevo sempre desiderato.

Con la schiena curva, che per poco non fu spezzata, ricavai dagli anni di prigione l’esperienza di come l’uomo diventi malvagio e di come diventi buono. Inebriato dai successi giovanili mi sentivo infallibile e quindi ero crudele. Nei momenti  di maggiore malvagità ero convinto di agire bene, con il mio armamentario di ragionamenti che filavano alla perfezione. Ma sulla paglia marcia del  lager avvertii in me il primo agitarsi del bene. A poco a poco mi si rivelò che la linea di demarcazione fra bene e male passa non fra gli stati, non fra le classi, non fra i partiti, ma attraversa il cuore di ciascun essere umano, e attraversa tutti i cuori. E’ una linea mobile, fluttua in noi con gli anni. Anche in un cuore invaso dal male mantiene una piccola testa di ponte del bene. Anche nel cuore più buono c’è un angolo di male ben radicato.

Da allora ho capito la verità di tutte le religioni del mondo: esse lottano contro il male nell’uomo (in ogni uomo). Non si può eliminare completamente il male dal mondo, ma è possibile circoscriverlo in ciascun uomo.

Da allora ho capito la menzogna di tutte le rivoluzioni della storia: distruggono soltanto i portatori del male a esse contemporanei (e, nella fretta, senza rendersene conto, anche i portatori del bene), ed ereditano il male stesso ulteriormente accresciuto.

A onore del ventesimo secolo va scritto il processo di Norimberga: cercò di uccidere l’idea stessa del male, e in minima parte gli uomini contaminati dal male. (In questo Stalin non ebbe certo alcun merito, lui avrebbe senza dubbio preferito chiarire di meno e fucilare di più.) Se entro il ventunesimo l’umanità non sarà saltata in aria o non si sarà asfissiata, potrà trionfare questo orientamento?

Ma se non dovesse trionfare, tutta quanta la storia dell’umanità sarà stata un vano scalpiccio senza senso! Verso cosa tendiamo, e perché? Anche l’uomo delle caverne sapeva colpire il nemico con una clava.

<<Conosci te stesso.>> Nulla favorisce di più il destarsi in noi della capacità di comprendere quanto il riflettere senza tregua sui crimini commessi, gli sbagli e gli errori compiuti. Dopo essere tornato per lunghi anni su queste difficili riflessioni, se mi parlano della spietatezza dei nostri massimi funzionari, della crudeltà dei nostri boia, ricordo me stesso con le spalline da capitano mentre la mia batteria attraversa la Prussia Orientale stretta dal fuoco, e dico:

 

<<Noi eravamo forse migliori?>>

 

Se in mia presenza qualcuno inveisce contro la fiacchezza dell’Occidente, contro la sua scarsa lungimiranza politica, la sua mancanza di coesione e la sua indecisione, non manco di ricordare:

 

<<Eravamo forse più saldi , noi , prima di passare per l’Arcipelago? Erano forse più forti i nostri pensieri?>>

Ecco perché ritorno agli  anni della mia detenzione e dico, producendo talvolta stupore negli astanti:

 

<<SII BENEDETTA, PRIGIONE!>>

 

Aveva ragione Lev Tolstoj quando sognava di venire incarcerato. A partire da un certo momento, quel gigante cominciò a inaridire. Aveva bisogno della prigione come di un acquazzone in tempo di siccità.

Tutti gli scrittori che scrissero di prigioni senza esservi stati personalmente ritennero doloroso esprimere la loro compassione per i reclusi e maledire la prigione. Io che ci sono stato a sufficienza, io che vi ho coltivato la mia anima, dico senza alcuna indecisione:

 

<<Sii benedetta prigione, perché ti ho conosciuta nella mia vita!>>

 (Ma, dalle tombe mi rispondono: Parli bene tu, che sei rimasto vivo!)

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RIPUDIAMO IL DEBITO!

by on giu.18, 2010, under Controinformazione, politica, Resistenza umana

Ho letto questo articolo nel sito di Come Don Chisciotte (http://www.comedonchisciotte.org/site/index.php/), che comunque la si pensi, si condividano o meno i singoli articoli (personalmente alcuni li condivido, altri no) resta un sito importante, specie tenendo conto della pervasiva (dis)informazione che ci circonda.

Questo articolo che ne riecheggia diversi altri, che da anni ormai vengono scritti, ma che appartengono ad una nicchia. Leggendolo comunque una parte di me ha sussualtato.
Perchè è la stessa che molte volte nel corso di questi anni si è fatta delle domande a cui non trovava risposta, e ha visto crescere le sue perplessità dinanzi a un meccanismo che nel migliore dei casi sembrava ebete, nel peggiore malefico.
Sono cose che piano a piano sorgono in noi, quasi in punta di piedi all’inizio, come di chi crede di star sfiorando con la mente chissà quale bestialità. Di chi immagina di essere pazzo per poter solo toccare tali bestemmie. Di chi si avventura, anche per pochi attimi, al di là della Scacchiera, ossia del pensiero condiviso, delle alternative sociamente accettabili, delle differenze ammesse.
Per un attimo tremi, devi tremare.. perché se alcune intuizioni fossero vere, vorrebbe dire semplicemente che sono decenni che si percorre la strada sbagliata. Che decenni di retorica, politica, discussioni, studi, proclami di espertoni.. sono stati solo una lenta corsa verso il fondo. Vorrebbe dire che tutto il dibattito classico destra sinistra sarebbe stato in buona parte un rimpallarsi a vicenda, tra entità fra le quali le differenze sono molto minori delle effettive analogie, e dove nessuno, nessuno mette in crisi o in discussione i canoni del sistema.
Per anni ci hanno raccontato le virtù del liberismo, si sono prostrati a pecorina davanti al mito della finanza, al culto delle banche private e del sistema finanziario così come lo conosciamo.
E anche chi è sempre stato su posizioni “radicali”, cosa contesta oggi dei fondamentali.
C’è qualcuno tra i tanti partiti comunisti che osa dire quello che si dice in queso articolo? Non lo troverete. Cercatelo con il lanternino, come Diogene cercava.. ma non lo troverete.
E lo stesso Beppe Grillo che viene sovente accusato di essee un fanatico anti-sistem.. troverete in lui queste battaglie? O sarebbe meglio dire.. le troverete ANCORA? Perché Beppe Grillo in anni passati fu molto più estremo, ribelle, e idealemnte sovvertitore di adesso. Ci fu un tempo, anni fa, in cui parlava anche di signoraggio e potere bancario. Piaccia o non piaccia Beppe Grillo, all’epoca era davvero portatore di concetti e visioni totalmente altre rispetto a quelle del mercato politico.
Ma poi, negli ultimi anni Beppe Grillo ha scelto di diventare “realissta” e di sostenere posizioni giuste quanto volete, ma non più IMPENSABILI. Ha scelto di diventare un concreto attore politico, e mentre ti può essere concessa qualunque opinione radicale e intransigente sulla libertà di stampa o la mafia.. se solo sussurri che vuoi nazionalizzare le banche, uscire dall’euro, ripudiare il debito diventi un tale alieno che la possibilità di diventare un movimento collettivo diffuso e accettato e aspirare ad alte posizioni, diventa, almeno per un bel periodo, una chimera. Insomma Beppe Grillo ha scelto di diventare il lato più radicale dell’”opposizione ammessa”, allontanandosi dall’ opposizione “impensabili”, dalla messa in discussione dei fondamentali economici.
E andiamo a noi. Io non sono un esperto di finanza. Come non lo saranno la maggior parte di coloro che leggeranno. Ma non vi sembra sempre più strano ed enigmatico questo sistema nel quale ci stiamo avviluppando? Non c’è qualcosa che non vi convince? Non avete il dubbio che ci sia qualcosa di sbagliato?
Che ci sia qualcosa di DANNATAMENTE sbagliato?
Gran parte dei paesi del mondo sono affannati, stremati e svuotati dalla disperata rincorsa per stare dietro a un debito che nonostante tutti i loro sforzi, aumenta sempre di più. Ormai si vive per il Debito.
Si taglia ogni sorta di finanziamento, ogni sorta di servizio sociale, ogni funzione pubblica, per il Debito. Si aumentano le tasse per il Debito. Si crea un malcontento generale per il debito. Ci se le inventa tutte, si progettano già future misure draconiane per mettere le briglia a un debito, che probabilmente continuerà a correre lo stesso.
E’ normale tutto ciò?
E’ normale che praticamente ogni paese sta collassando sotto i debiti…Gregia, Germania, Inghilterra, Giappone, Usa, Italia?
Cioè sono tutti indebitati.. tutti si stanno svenando per agguantare questa montagna di debiti che va oltre ogni margine.
Tutti sembrano destinati al collosso. E per il guadagno di chi poi?
Banche, strutture finanziarie, monopolisti e speculatori, centri occulti di potere…
Cioè si sta sacceggiando la popolazione per dare qualche antipasto momentaneo alla fame del Debito.
Con vicende surreali, come quelle che racconta questo articolo. Ad esempio la BCE, la Banca Centrale Europea… presta il denaro all’1% alle altre banche.. al 6% alla Grecia e quindi alla sua popolazione allo sbaraglio.
E se.. e se la soluzione fosse il ripensare tutto….
Rompere questo cerchio infernale e rovesciare il tavolo, mandando alla malora il Debito e tutti i suoi aspri, arcigni e solerti custodi?
In realtà il Debito è potente nella divisione delle scelte. Ma se tutti i debitori, ossia quasi tutti i paesi del mondo si rifiutassero con un atto pubblico di pagare il debito.. i creditori sarebbero col culo per terrra, i loro crediti sarebbero carta straccia e dovrebbero chinare il capo e accettare un altro sistema.
Dire queste cose è FOLLIA per il linguaggio e il pensiero politico economico ufficiale.
Ma forse dobbiamo ritornare tutti ad essere dei novellli Giordano Bruno, con una nuova smania di avere pensieri impensabili. Dobbiamo ritornare a OSARE IMMAGINARE E SOGNARE CIO’ CHE PER I POTERI DEL MONDO E’ BESTEMMIA E FOLLIA. Ma forse proprio in ciò che è stato bandito, ripudiato e ritenuto inaccettabile si nasconde la speranza di una nuova stagione.
Forse la strada è stata sempre sbagliata..
Ed è arrivato il momento di cominciare ad OSARE immaginare la via d’uscita..
Forse si innescherebbe un altra Storia, ribaltando i Toteme i Moloch che vampirizzano persone e risorse.
Se si avesse il coraggio di porre in discussione Divinità come..
I- La Banca Centrale Europea.
II- L’Euro.
III- Il monopolio del denaro da parte delle banche, banche sovranazionali inoltre.
E se si pensassero mattane “visionarie” come..
I- Uscire fuori dall’Euro.
II- Dare allo stato il monopolio della produzione del denaro,, e sottrarlo alle banche.
III- RIpudiare il debito.
Come a dire.. “Ma davvero, manica di fottutissimi testoni di legno vi pensate che dovremo fare altri 50 anni di politica lacrime e sangue per tentare di ripagare un bastardissimo Debito e magari ritrovarci comunque con un Debito fuori controllo?….
o magari gli diamo una bella pedata al tavolo del Banco, tutti insieme. Nessuno paghi più i debiti. Nessuno più sacrifichi vite umane al Moloch…?
Ora tutto ciò è impensabile e se lo dite in giro chiamano la neuro…
e non è detto però che solo perché impensabile debba essere vero..
Neanche io ho certezze sull’opportunità e la “beneficità” di alcune delle cose consigliate (tipo tornare alle monete nazionali).
Il succo non è presentarvi una contro-informazione come verità rivelata,
ma come esercizio per praticare il pensiero, e per sfidarsi a immaginare
e.. se l’impensabile di oggi fosse la Nuova Frontiera di domani?
Vi lascio all’articolo…
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RIPUDIAMO IL DEBITO

DI VALERIO LO MONACO
ilribelle.com

Al momento nel quale andiamo in stampa, se non già da tempo, dovrebbe essere chiaro a tutti – e certamente lo è ai lettori del Ribelle – che le misure prese – meglio, non prese – dai vari governi e soprattutto a livello europeo per tentare in qualche modo di superare lo stato di crisi nel quale abbiamo iniziato a entrare decisamente da qualche anno, non sono adatte alla situazione. Di più, sono nella migliore delle ipotesi insufficienti ma, molto più probabilmente, del tutto controproducenti.

Finanza e politica a essa collegata – e di converso tutti noi che subiamo e l’una e l’altra senza poter fare nulla – si sono buttate a capofitto nel creare l’ultima bolla possibile per cercare, per un po’ di tempo, di mantenere in piedi una impalcatura sistemica destinata matematicamente al collasso. Il che significa esattamente l’opposto di ciò che chi guida i popoli dovrebbe fare. A misure di lungo corso, sebbene drastiche, si è preferito utilizzare manovre di piccolo cabotaggio. La maggior parte di queste, peraltro, sulle spalle di tutti i cittadini.

Parliamo naturalmente della bolla del debito pubblico della quale abbiamo già accennato lo scorso mese.

Tutti i Paesi sono indebitati con Banche e altri Paesi che hanno acquistato i titoli. La ratio alla base dei titoli pubblici venduti promettendo interesse è la fede nel fatto che in un futuro non meglio precisato, vi sia così tanta crescita economica da poter non solo ripagare i debiti contratti, ma anche gli interessi.

Si dà il fatto, però, che oltre a varare politiche di portata mondiale, in pratica, su un atto di fede, la cosa non possa funzionare per due motivi, il primo logico il secondo matematico. La parte logica impone convincersi che non si può crescere all’infinito in uno spazio finito. La parte matematica che non è possibile, in una direttrice in evidente discesa, sperare in una non meglio precisata – e infatti non è precisata affatto – ripresa dell’economia al fine non solo di far cambiare direzione verso un segno positivo della crescita, ma talmente tanto da poter ripagare anche i debiti e gli interessi sui debiti.

A questo si aggiunge che, nello stesso momento in cui si parla ormai tranquillamente – ah, gli ultimi arrivati… – di crisi sistemica, ciò che si fa non è, come logica vorrebbe, il varo di norme in grado di cambiare il sistema, quanto continuare imperterriti a fare né più né meno di ciò che si è sempre fatto e che ha portato al collasso attuale.

Si sa – scrive Serge Latouche – che i drogati siano i primi sostenitori della droga. Ma il fatto è che ciò comporta conseguenze anche per chi dalla “droga” vorrebbe stare alla larga.

Naturalmente, questa l’aggravante, al sistema si sacrifica tutto. La vita e il futuro delle persone che attualmente vivono sulla faccia della terra e quelle che verranno dopo di noi. A vantaggio, naturalmente, dei soliti noti.

La stessa Bce presta alle Banche tutto il denaro di cui fanno richiesta al solo 1% di interesse, ciò non gli impedisce, però, di prestarlo alla Grecia al 6%. Come dire, naturalmente, il favore lo faccio alle Banche, alle quali presto denaro a costo irrisorio, mentre ai cittadini greci (ed europei in genere) cerco di succhiare tutto il succhiabile, per via diretta o per via indiretta.

A chiudere il cerchio, per chi fosse ancora poco convinto di quanto scritto, il fatto che sperare in una ripresa economica quando le economie private sono in profonda crisi (tagli degli stipendi, dei servizi, disoccupazione, crisi sociale) grazie a dove ci ha portato il sistema, e grazie ai tagli che “l’Europa” impone ai vari Stati per uscire dalla crisi del debito che il sistema stesso crea, è un po’ come sperare che partendo da Roma si arrivi a Milano, in automobile, quando la velocità di crociera cala, il serbatoio è agli sgoccioli, e i distributori sono chiusi oppure non ci venderanno un solo litro di benzina perché materialmente non abbiamo il denaro per acquistarlo.

Un atto di fede, appunto, più adatto a un pellegrinaggio che a una direttrice politica.

Le misure da prendere sarebbero invece molto diverse e drastiche, e imporrebbero un rovesciamento del sistema finanziario, industriale e capitalistico che dirige il mondo (di queste misure parleremo il prossimo mese). Inutile sperare, in ogni caso, che la cosa possa essere sostenuta proprio da quei dracula finanziari, industriali e capitalistici che in questo momento stanno facendo, pur in periodo di crisi, un lauto pasto banchettando sulla vita dei popoli europei.

Le scelte, per farla breve, dovrebbero insomma essere politiche. O meglio, ancora prima, metapolitiche. Ovvero decidere in che direzione sarebbe bello e giusto che andasse il mondo, e di conseguenza prendendo decisioni politiche, anche se impopolari, al fine di indirizzare il tutto in tal modo. Per esempio, una cosa su tutte, relegare l’economia al ruolo che dovrebbe avere, e certamente non quello centrale e supremo che ha ora e che ha portato allo stato attuale delle cose.

I singoli Paesi, in teoria (ci torneremo a breve) possono molto poco. Ammesso e concesso che vogliano e siano in grado di farlo. Dovrebbe pensarci l’Europa, per quanto riguarda il nostro continente. Ma l’Europa non c’è, o meglio, non c’è mai stata. Anche sostenendo (e noi, al contrario di Ciampi, Draghi, Prodi & Co., oltre che tutti gli esponenti politici attuali, non lo sosteniamo) che ci debba essere una moneta unica, il punto è che la moneta senza una politica economica e ancora di più senza una politica generale per un grande spazio come l’Europa, ovvero la condizione attuale, non c’è mai stata né, su queste basi, ci sarà, è inutile.

Il massimo che si è riusciti a fare in Europa, al momento, è stato pendere dalle labbra della Bce, che impone, oltre allo scandaloso signoraggio bancario (e dunque l’attentato alla sovranità monetaria degli stati) delle politiche economiche restrittive ai vari Stati che essa stessa (e le Banche e la finanza) ha concorso a indebitare.

Breve inciso: è ridicolo e avvilente anche solo fare qualche accenno allo stato pietoso della politica nel nostro misero paese – per farlo basta leggere, o meglio saltare a piè pari, la prima metà dei quotidiani italiani – per capire che nessuno Stato europeo, men che meno il nostro dove operano “politici” del calibro di Berlusconi, Alfano, D’Alema & Co. (che si stanno preparando per le meritate ferie d’Agosto mentre il mondo crolla) sono in grado di prendere alcun tipo di decisione che possa davvero essere definita politica.

Il punto è insomma chiaro: gli Stati – tutti – sono oberati di debiti (chi più chi meno) e le Banche sono piene di titoli che non verrano – per logica e matematica, come avevamo detto prima – onorati. Tutti sono indebitati con tutti senza nessuna speranza di poter avere indietro nulla. O quasi.

Inoltre, e questa la cosa più importante, i cittadini di tutti gli Stati (ora la Grecia, la Spagna e il Portogallo, domani l’Italia e dopodomani tutti gli altri a seguire) stanno subendo e subiranno sempre in misura maggiore il salasso economico della crisi e delle misure imposte.

Dal punto di vista economico (e sociale) insomma, ci stiamo dirigendo verso la catastrofe.

Il tutto per salvare questo sistema e per salvare l’Euro. Totem funesto che ci è stato imposto e che ci viene posto come ultimo baluardo da tenere in piedi. Non fosse che per tenerlo in piedi stiamo buttando in schiavitù le nostre vite e quella dei nostri figli e dei nostri nipoti.

Una via d’uscita c’è: il ripudio del debito. L’uscita dall’Euro.

Tecnicamente molto semplice. Eticamente sacrosanto, visto quanto ci ha fatto di male sino a ora e ce ne farà. E di fatto anche auspicabile, malgrado ciò che la cosa comporta, se si raffronta l’operazione allo schianto al quale stiamo comunque andando incontro. Le bancarotte sovrane sono in ogni caso dietro l’angolo. E sono inevitabili.

Il Paese che per primo ripudierà il debito darà scacco matto ai “signori del mondo” che, di fatto, dipendono non altro che dalla buona volontà di chi ha debiti nel continuare a pagarli. Siamo noi debitori, al momento, ad avere il coltello dalla parte del manico, se solo avessimo la voglia e la capacità di utilizzarlo nei confronti di chi attenta la nostra vita da decenni.

Il trucco del debito, che di questo si tratta, sta in piedi infatti solo fino a che c’è qualcuno che comunque continua a pagare interessi (e a subire tagli alle proprie vite). Nel momento in cui si dice basta, i creditori rimangono con il cerino in mano. Tutti gli “attivi” che segnano ora sui propri libri, ovvero di crediti che devono esigere da noi, diverrebbero di colpo dei “passivi” irrecuperabili. Tratteremmo da “delinquenti” con quei “delinquenti” che fino a ora ci hanno succhiato le vite.

Certo, la cosa comporta in ogni caso momenti durissimi per i popoli. Immaginiamo una Grecia che decidesse di ripudiare il debito e di uscire dall’Euro. Farebbe fallire le Banche, nazionalizzerebbe il sistema finanziario ed economico (e la Bce lo prenderebbe in quel posto), la moneta tornerebbe di Stato, ovvero propria, e ricomincerebbe tutto da capo. La nuova Dracma sarebbe fortemente svalutata. Fatto dolorosissimo per la popolazione greca, ma solo temporaneamente. Perché quella nuova moneta – propria moneta, e non della Bce e di chi la possiede, ovvero dei privati – diverrebbe presto competitiva. Sacrifici e perdita di ricchezza monetaria imponente, sulle prime. Ma con un futuro davanti. Futuro che ora invece non c’è.

E se la cosa si estendesse? Sarebbe in pratica una guerra mondiale dei creditori contro i debitori. Ma delle due l’una, i governi dei vari Paesi dovranno scegliere presto, in ogni caso, tra ripudiare i debiti e uscire dall’Euro oppure dissanguare le proprie popolazioni per ripagare i debiti. Brutalmente: scegliere se fare gli interessi delle Banche o quelli dei popoli. Probabilmente faranno quelli delle Banche finché sarà possibile. Dopo di allora, però, sarà inevitabile il ripudio.

Vorrei ricordare, a chi storce il naso di fronte a una soluzione così drastica, che ci sono dei precedenti piuttosto autorevoli. E per inciso, provengono proprio da chi può sembrare più insospettabile. Il ripudio del debito ha una tradizione molto antica proprio negli Stati Uniti. Nel decennio del 1840, Maryland, Pennsylvania, Illinois, Indiana, Michigan, Arkansas, Louisiana e Florida ripudiarono totalmente e in modo permanente il proprio debito pubblico, dopo il panico del 1837 e 1839 creato con un boom infazionistico dalla Second Bank of United States.

Specie per quei Paesi che hanno un debito detenuto da stranieri, dunque, sarebbe un bel colpo: da un giorno all’altro, a pagare il conto sarebbe proprio chi la crisi ha creato, ovvero chi detiene quei debiti pubblici. E certamente non sarebbero i cittadini a pagare il prezzo più alto. Di fronte a uno schianto inevitabile, dunque, dopo un prosciugamento inutile delle proprie esistenze, non è forse più logico, e comunque meno utopistico, ripudiare il debito con tutto ciò che esso comporta, ma con qualche prospettiva di salvezza?

Beninteso: nessuno lo farà finché non sarà costretto. E in questo è il male. Perché prendere quella decisione lì quando si sarà con le spalle al muro e dopo aver subito anni e anni di tagli e prosciugamenti – cosa comunque inevitabile – sarà molto, ma molto peggio che farlo ora, dove qualche margine di riuscita c’è.

Però, anche facendo sacrifici (comunque destinati a una rinascita) non sarebbe male, ripudiare il tutto, e lasciare lor signori con tante cambiali con le quali potrebbero solo asciugarsi le lacrime, o no?

Valerio Lo Monaco
www.ilribelle.com
10.06.2010

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

 

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La falsa pace

by on ago.08, 2009, under politica, Resistenza umana

C’è una pace che riconcilia e apre una nuova stagione.
E’ una pace che è palude, acqua rancida e stagnante.
Non basta blaterare parole di pace, concordia, dialogo.
Specie a livello politico. Ma per me il livello politico è l’occasione di un profilo più ampio del discorso. Non lo citerei solo per esso stesso, tale è la miseria del “livello” in cui esso opera.
Invece è emblematico di un travisamento, spesso “consapevole”.
E poi, è anche il punto da cui parti che incide. Un conto è parlare di pace e dialogo durante una guerra civile. Altro è spolverare questo armantario sul piano politico sociale. Differente è poi il piano individuale.
La pura e semplice concordia in sé e per sè non è necessariamente un valore. Ma può essere anche una tomba di tensioni necessarie.
Non v’è pace senza giustizia. Non c’è dialogo senza integrità.
Spegnere le fiamme può salvare la città dall’incendio. Ma spegnere le fiamme può essere la grande marmellata che attutisce ogni spinta in un indistinto e dolciastro connubbio.
Ecco perché il “volemose bene” non è operare il Bene. Il volemose bene, il buonismo untuoso e incestuoso, può essere contestato da due lati. Importa il lato, il lato dice tutto. Uno è quello cinico, nietschiano, nichilista di chi nega in radice la possibilità del bene e di un agire umano che non sia manipolatorio (e automanipolatorio) e interessato, derubricando ogni spinta idealistica a falsa coscienza, illusione. L’altro lato non tollera il volemose bene, prorpio perché ha come bussola il Bene, di cui considera (il volemose bene) una contraffazione. E il Bene a volte non è una colazione a tarallucci e vino, non è un “opportuno” calare i toni. Non è il compromesso a tutti i costi. A volte è duro, a volte esigente, a volte non fugge il conflitto. Sa accogliere, ma sa anche non cedere. Sa confrontarsi, ma
non fino a spegnere l’anima.
Ed è già nei rapporti che vedete la falsa pace e la vera pace. Due persone stanno insieme, una ha cose importanti da dire, cose profonde, cose che darebbero luce a molte ombre, che potrebbero permettere di uscire da asfissianti rituali comportamentali, ma anche cose che potrebbero risultare destabilizzanti per quella persona e per quel rapporto. Il falso bene cercherà “aprioristicamente” una concordia a tutti i costi, anche se di facciata, anche a costo di morire dentro ogni giorno di più. E’ un bene ostaggio della paura e del compromesso, della stanchezza e della convenienza.
Arriva infatti il momento in cui proprio se vuoi bene, se ami.. devi parlare chiaro e agire chiaro. E ciò che farai potrà anche non essere capito e fare male. O far crollare il castello. O crearti grane, renderti la vita un vero casino e casotto. Ma il Bene, l’Amore, l’Empatia, il Rispetto di sé e degli altri non chiede prima “mi conviene?”. Non è questa la sua domanda.
Ci sono momenti di conciliazione assoluta, e di totale venirsi incontro. Altri in cui non ci possono essere candele dietro cui nascondersi, infingimenti, furbizie, tirate a campare. Momenti in cui per qualcosa di importante si deve parlare anche chiaro.
O pensate anche  a chi prende posizione o fa parte di un gruppo e di un progetto. Dinanzi all’intollerabile non ci si può sempre alambiccarsi in diplomazie, giocare di retroguardia, sminuire, edulcorare, svirilire. C’è un dovere della verità che a volte sorge.
Un dovere di radicalità, quando qualcosa di sacro è in gioco. Ci sono persone che credono noi, ci sono parole dette dinanzi al fuoco, ci sono giuramenti presi sull’altare del nostro cuore.
Queste cose vanno difese a costo di portare la Spada e il Fuoco nel mondo.
Una vera pace non spegne le tensioni di indignazione  di liberazione.
Una vera pace è un più alto equilibrio. Ristabilità la giustizia, è possibile la riconciliazione.
Bianchi e neri possono intraprendere una nuova strada, ad esempio, ma dopo che non si sia fatta alcuna concessione all’Apartheid. Una pace che offre stabilità e tranquillità lasciando operare l’Apartheid è bere la cicuta, con i bordi però passati con lo zuccherò.
E sebbene la Pace sia un obiettivo supremo, è sempre meglio il Buon Combattimento che una pace da cimiteri.
Queste riflessioni ri-nascono dall’ascolto, in questi giorni, dell’eterno ritorno in politica. La strategia della minestra riscaldata la chiamerei. Parabola del “rimosso”, che, come tutto ciò che è rimosso, si ripresenta, pur sotto mutate vesti.
Nel nostro miasma politico confondono l’apparenza con la realtà. E vogliono confonderla. Danno un ruolo soverchiante al contegno. Vedono come l’orticaria negli occhi lo scontro duro e netto.
E una tentazione che definirei “diabolica”, tanto si è perseverata in essa nel corso del tempo, fin dalle stagioni consociative e poi, in seguito, ai deliri (e deliqui) bicamerali et successive paraculate.
L’ammordirsi dei confini, fino alle frequentazioni personali e alle cene-ruffiane. Il cutlo dello “scambio” come parodia del dialogo. Il silenziatore su battaglie di civiltà e di dignità perché fastidiose e disturbanti per i “manovratori” e i loro sogni (incubi per gli altri) di “grandi accordi”.
Dinanzi al degrado, dinanzi alla catastrofe morale, all’asservimento di milioni di persone, non vai a fare il “compagnuccio della merendella”; non hai la priorità di sfoderare sorrisi, simposi, braccetti e cene di gala. Non cerchi strategie al ribasso per depotenziare cerchi concentrici polemici. Non ti adegui alle stesse frequentazioni, non biascichi un linguaggio che non ti appartiene, non concordi pratiche spartitorie. Non metti negli armadi le questioni bollenti perché “scomode”. Non abdichi alla responsabilità della scelta forte e chiara.
Tutto il codazzo di Zie Chiocce e di pompieri di ritorno, con le loro premure per “abbassare i toni” e spegnere ogni focherello.. amano una pace che sconfina con il ristagno e la palude.
Ma la gente non ha bisogno di “toni abbassati”. Di marmellate ne ha già fatte saturazione, e ora ha il diabete mentale, l’ottundimento passionale. Non ha bisogno di rituali soporiferi e di clisteri alla camomilla.
Non siamo a Buckingam Palace.
C’è bisogno di rivitalizzare le energie. Di accendere, svegliare, scuotere…


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Censura internet.. ecco un nuovo decreto.

by on feb.13, 2009, under Controinformazione, politica

Ecco come i nostri politici pensano di regolamentare la rete (che ovviamente neanche conoscono..)

Perchè penso che D’Alia non sa nemmeno di cosa sta parlando? Perchè dice di voler praticamente chiudere blog e/altri tipi di siti anche solo per un commento (non controllabile dai proprietari dei siti nella maggior parte dei casi) dicendo che il proprietario del blog è complice di chi ha commentato.. praticamente una persona qualsiasi può benissimo spargere mxrda sul mio blog e farlo chiudere anche solo per puntiglio grazie a questo emendamento senza poterci far nulla.. e questo sarebbe regolamentare la rete? E se parlassi male dei politici nel mio blog? Lo chiuderebbero comunque grazie a questo emendamento (e con una banalissima scusa..) E poi sostiene di frequentare la rete..
Cosa ne pensate? Quanto conoscono la rete secondo voi questi nostri politici?
(Please giacchè ci siamo non lasciate commenti inopportuni..)

PS.. estratto dell’emendamento

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