Born Again

Resistenza umana

Dialogo con Ippolita Luzo

by on ott.22, 2015, under Resistenza umana

viaggios

Quante persone sono nate con una passione dentro? Quante persone hanno visto questa passione “svegliarsi” dopo anni di prove e forti esperienze?
Quanti hanno una vulcano dentro, e lo tirano fuori e vorrebbero farsi sentire e la loro è una lotta contro il silenzio intorno, contro l’incomprensione, contro mille piccoli invidie, mille piccole ostilità.. ?
Ho pensato a volte a queste persone che hanno tanto da dire e invece di incoraggiare la loro voce, l’ambiente intorno sembra volerli disincentivare. Sono persone che non hanno scaltrezza, che non sanno “vendersi” bene, che non amano compiacere, e non si affiliano a gruppi, cordate, piccoli clan letterari o di altro genere. Sono persone un po’ troppo fuori margine per chi è abituato a inquadrare tutto. O poco “istituzionali” come poco “istituzionale” è considerata l’amica Ippolita. Non fa parte di una associazione, non è in alcun gruppo che conta, non è collegata alla politica, non è “giornalista professionista”, non è in alcuna “cordata letteraria”, anche locale, di un certo rilievo. E per questo la si considera quasi ‘importuna’ da parte degli addetti ai lavori del mondo letterario e artistico. E’ di quelle persone che se partecipa ad una iniziativa pubblica, a qualunque titolo, alla fine difficilmente la si citerà.. perché.. è poco.. “istituzionale”, perché semplicemente non si pensa che lei possa portare “vantaggi” a chi la coinvolge, e l’opportunismo, come molti di voi sapranno, non ha confini, e dovunque ci saranno quelli che classificheranno gli altri in “utili” per i propri scopi e “non utili”.
Io invece credo (e sono in tanti a crederlo) che a volte sono proprio le persone “fuori dai giochi”, e senza “titoli”, “ruoli”, “appartenenze” particolari ad avere una bella voce, una voce di semplicità, umanità, sincera volontà di condivisione. La loro passione è ancora più meritevole, perché poco gratificata dal mondo circostante e nonostante tutto perseverante nella fedeltà a se stessa.
E così è Ippolita, che raccontava l’Eneide e altre storie ai malati che con lei facevano la chemioterapia, e faceva loro doni, e li faceva volare con la mente, alleggerendogli l’anima in quei giorni molto duri per tutti loro. Non è questa “arte di vivere”? E non è questa “letteratura al servizio dell’essere umano”.
Ippolita che dopo una vita a tenere spesso dentro una buona parte del suo mondo e dopo gli anni della chemio e di altre sofferenze fisiche, trova la sua “magica ossessione”.. e scrive, scrive ovunque, su ogni pezzo di carta, in ogni luogo. E legge a tutti, perché sente che la scrittura tenuta solo per se stessi non ha valore, e vive negli altri, nell’ascolto degli altri, nelle emozioni che gli altri provano con essa. Ed Ippolita scrive anche degli altri.. fa continue recensioni su eventi, spettacoli, libri, poesie.. perché le piace valorizzare gli sforzi creativi di chi incontra.
Ippolita la conobbi un giorno alla Ubik di Catanzaro Lido quando, nell’ambito di un libo che quel giorno lì veniva presentato, parlò con voce commossa di quelle donne che, come sua madre, avrebbero voluto scrivere, insegnare, comunicare, ma, per i limiti del tempo, dovettero passare gran parte della loro vita tenendo dentro di se il proprio mondo.
Di seguito, un dialogo che ho avuto con lei.
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-Di dove sei Ippolita?

Sono di Lamezia, al tempo Nicastro, dove abito e non abito.

-Come è stata la tua infanzia?

Sono nata in una famiglia patriarcale. Stavamo tutti in una grande casa nobiliare: nonna, nonno, i fratelli di mio padre, mia mamma, mio fratello, mia sorella. A tavola, a pranzo e cena, ogni giorno, eravamo in molti; circa 10-12. Fino al 1962-1963 è stato sempre così.
Negli anni sessanta Nicastro non aveva ancora costituito, insieme a Sambiase e Sant’Eufemia, Lamezia. Molti anni fa era solo Nicastro. Ed era bellissima. E’ bella anche adesso, ma è molto peggiorata. Molti palazzi e strade sono irriconoscibili e anonimi. Io abitavo in una strada del centro storico. Ricordo come un incubo la sparizione del giardino di fronte casa mia che era parte di un palazzo nobiliare un po’ malandato, figurati che quando pioveva entrava l’acqua. Un palazzo scomodo, freddo. Mancavano i confort. Avevamo la televisione, ma, quando si ruppe, il nonno non la ricomprò più. Il telefono arrivò tardissimo. Io vivevo immersa in uno stile di vita che era più antico rispetto ai tempi. In confronto alle mie compagne del liceo, era come se vivessi in un’altra epoca. Noi, come famiglia, stavamo sostanzialmente per conto nostro; avevamo pochi scambi sociali. Incontravamo qualcuno quando venivano i parenti. Avevamo una grande cucina con il forno a legna e qui facevamo il pane, il maiale, i taralli per Pasqua. Avevamo la campagna, quindi c’era abbondanza di frutta, olio, vino. Di solito quello che ci avanzava lo regalavamo, piuttosto che venderlo. Ricordo ancora l’immagine di mio padre che arrivava con i fichi. Questo era il mondo da cui vengo io. Un mondo agricolo, di contadini, proprietari, senza essere imprenditori. Un mondo antico anche per quei tempi. Di carattere sono sempre stata timida, introversa. I pochi altri contesti in cui mi ritrovavo non mi aiutavano a socializzare. Quando frequentai il catechismo non mi fecero partecipare al coro, perché dicevano che ero stonata. La mia solitudine, comunque, nasceva a casa dove, nonostante la famiglia numerosa, avvertivo una grande estraneità. Questa sensazione di estraneità l’ho portata con me negli anni. Ma non ho mai amato l’idea di stare sola per conto mio. Ho sempre avuto un grande desiderio di partecipare alla vita sociale, mi piace molto stare insieme con gli altri. Non sono, quindi, una solitaria per scelta; sono una solitaria per destino. Quando sono entrata in un contesto collettivo, e sentivo che finalmente trovavo il mio posto in mezzo agli altri, trovavo qualcuno che mi cancellava. Questo succede anche oggi. Ho cercato di reagire a questa cancellazione, dicendomi frasi come “mi cancellano perché vorrebbero che io reagisca in modo più aggressivo”, mi cancellano “Perché li oscuro”. Ora invece faccio della cancellazione la mia forza.
Anche fisicamente ero una ragazzina molto fragile, molto debole. Ricordo che non riuscivo a fare le scale di casa tanto ero debole ed ogni estate facevo le punture di record B12; che erano delle vitamine. Amavo la scuola, uno dei pochi contesti in cui mi trovavo bene. Sono andata a scuola un po’ prima, un anno prima. Ho sempre amato leggere.

-C’è qualche episodio in particolare della tua infanzia che ti è rimasto impresso?

Allora… Io ho impiegato tantissimo ad imparare a stare in bicicletta. Ora… immagina che una volta, per fare la salsa, si mettevano le bottiglie di salsa a bollire fuori. Dietro casa mia c’era uno slargo, e le donne che abitavano nel vicolo mettevano lì fuori a bollire le bottiglie. Accendevano il fuoco e in questi fusti grandi mettevano le bottiglie. Un giorno, con la bici, andai a sbattere proprio contro questi pentoloni!
Ricordo che in quei vicoli passavano gli asini con le ceste. Io abitavo nel rione più antico di Nicastro; sotto casa mia c’erano tutte casette basse, e c’eranoi vicini che stavano seduti uno accanto all’altro perché si conoscevano tutti. La scuola media stava nel quartiere nuovo. Per arrivarci attraversavo la città. Mi accompagnava una compagna che, a differenza di me, era alta e più “in forze”. Mi portava i libri che io, debole, non reggevo. Durante “il tragitto”, di tanto in tanto dovevo fermarmi a riposare.
Di carattere ero talmente timida che, quando, arrivata al quarto ginnasio trovai una classe mista, fu uno shock. Ero la più piccola della classe. La professoressa mi rimandò in latino in greco e, a settembre, agli esami di riparazione, mi bocciò. Quando le chiesi perché mi avesse bocciato, lei rispose che lo aveva fatto perché ero troppo piccola. Successivamente mi resi conto che in questo modo mi aveva agevolato. Ripetendo il quarto ginnasio, ero sempre la più piccola, ma almeno un po’ più coetanea con gli altri. Prendevo voti alti. Frequentai regolarmente il liceo, sempre un po’ fragile di salute. Per dirti come tutto per me fosse più complicato che per i miei coetanei, ti faccio l’esempio del telefono . In quegli anni era entrato in tutte le case ma mio padre diceva “il telefono no, perché poi parlate con gli uomini”. Dopo il liceo, mi iscrissi in filosofia a Messina. A Messina stavo in una sorta di convento, un pensionato gestito dalle suore. Anche se, la maggior parte dei tempo la trascorrevo a Nicastro. Mi sono laureata in filosofia, con un tesi su Stirner e il suo concetto dell’”Unico.” Io avrei voluto fare la tesi sulle donne, sul femminismo.
Dopo la laurea, per sette anni restai disoccupata. Trascorrevo in questa grande casa autarchica, una casa dove non c’era nessun divertimento, nessuno svago, nessuna relazione. In quei sette anni l’unica cosa che, praticamene, facevo era leggere, leggere, leggere. Finalmente nel il 1984 indissero il concorso a cattedra, lo vinsi iniziai a girare la Calabria. Il primo posto in cui mi inviarono era Umbriatico. Si tratta di un paesino, a circa 160 km da qui, che adesso si trova in provincia di Crotone. Lì sono piombata nel medioevo più assoluto. A Lamezia c’era pur sempre un cinema, un teatro, una vita sociale. Ad Umbriatico non c’era niente. Nessuna pompa di benzina, nessuna edicola, niente di niente. Solo un negozio per tutto. La gente era come quella di Anime Nere, il famoso film di Munzi e Criaco. I giovani non c’erano, erano emigrati, lasciando i figli piccoli ai nonni. La scuola era una stanza con la stalla, e in un altro palazzotto c’era la media. Questo è stato il mio ingresso nella vita lavorativa. Ingresso difficilissimo anche perché non sapevo insegnare. La scuola non ti insegna ad insegnare. Ti manda sostanzialmente allo sbaraglio. E io non sapevo da dove iniziare. Visto che conoscevo Dostoevskij, Tolstoj, tutta la letteratura francese, Bel Ami, Balzac… erano queste le cose che raccontavo agli alunni. Costantemente una voce interiore non mi dava pace. “Che gli devo dire?” . L’anno dopo fui inviata a Melissa. Ancora peggio. A Melissa ebbi la sensazione di vivere ancora più indietro nel tempo; gente cattiva, che ti spiava, che sentivi che ti stava con il fiato sul collo. il Preside era sporco, proprio fisicamente sporco, e gli alunni erano di una aggressività allucinante. Poi fu la volta di Mesoraca; e anche lì fu un inferno, sia come colleghi sia come alunni. Ho cominciato ad insegnare bene solo quando mi trasferirono a Monterosso, dieci anni dopo che erano iniziate le mie peregrinazioni con l’insegnamento. I ragazzi erano bravissimi; e forse anche io avevo imparato ad insegnare. Fu una esperienza bellissima. Quando, i n quanto soprannumeraria , fui mandata a Serra san Bruno, i genitori andarono al Provveditore per chiedere di farmi rimanere. E’ la cosa più bella per un insegnante; essere richiesta dai genitori. Finii poi Polia. Altro luogo bellissimo. E’ proprio vero.Esistono luoghi e luoghi. Gli alunni erano deliziosi e studiosi. Li penso tutti con grande affetto. Sono rimasti con me tre anni. Infine giunsi a Lamezia, nel 1998-1999. Inizialmente mi inviarono per due anni ad insegnare ad una scuola particolare del centro storico; una scuola di alunni con grande disagio. Ed in seguito alla Manzoni. E’ stato un bel periodo. Fino a quando ho dovuto smettere per motivi di salute. Intanto mi ero sposata nel 1988, e avevo avuto mio figlio nel 199o.

-Come era sorto il tuo problema di salute?

Come hai potuto capire, non sono mai stata granché bene in tutta la mia vita. Il mio cancro, perché di un cancro si trattava, emerse già con uno stato di salute molto debilitato. Erano gli anni 1999-2000. Avevo avuto un segno rivelatore. Un polipetto all’ano. Anche se l’ho capito dopo, perché i medici non diedero ad esso l’importanza che meritava. Queste cose te le dico perché potrebbero servire ad altri. Quando ci si imbatte in un polipetto all’ano, si deve assolutamente fare la colonscopia. Scoprii dopo, il polipetto all’ano è la spia del cancro al colon. Invece io andai dal proctologo che era un imbecille e che, non mi fece fare nessuna colonscopia e che mi disse “ah sì, lei ha un polipetto all’ano, glielo bruciamo a Catania”. Dopo questo intervento di bruciatura, non sono stata bene, perché avevo dei dolori lancinanti. Andai da un dottore di Roma, primario all’Umberto I. Anche lui non mi fece fare la colonscopia, ma mi diede una sua crema. “Signora –mi disse- le passerà qualsiasi dolore, qualsiasi ragade” . Per lui si trattava di –ragadi rimaste durante l’intervento. Sia la crema che le visite costavano tantissimo. Ma non servirono a nulla. Io stavo sempre male, perdevo sangue. Nel 2002 e nel 2003 ero arrivata a stare così male che mi facevano le flebo di ferro. Più il tempo avanzava, più il mio malessere peggiorava. Un giorno di febbraio 2005 , proprio il giorno San Valentino, mentre mi trovavo a scuola a fare gli scrutini, sentii un fortissimo dolore, come se stessi per partorire. Tornai a casa e poco dopo dovetti essere operata. Con l’intervento emerse ciò che avevo: mi tolsero circa 20 cm di intestino; era un tumore abbastanza alto. Dopo l’intervento dovetti intraprendere la chemioterapia. Furono sei mesi di chemio, due volte al mese. Le feci a Catanzaro, presso l’Ospedale Pugliese, con il professore Mollica. Io non la volevo fare, e cercai di affrontarla a modo mio. Ad esempio, avevo comprato i braccialetti anti nausea e il professore mi diceva “e sì signora, e voi ora con i braccialetti avete risolto”. Oppure facevo l’agopuntura e lui diceva “questa è la signora dell’agopuntura”. Anche se Il dottor Mollica aveva un approccio molto quadrato, molto tradizionale, nel tempo nacque un bellissimo rapporto. Pensa che ci scambiavamo i libri. Ricordo uno di questi libri, “La fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani. A lui piacevano i nostri “scambi”, e mi diceva “è così che dobbiamo fare”. Intendeva che così doveva essere l’empatia tra medico-paziente. E’ rimasto un bel rapporto tra noi. Recentemente, l’ho incontrato al cinema e mi ha detto..“lei signora scrive ancora?”

-Ritorna sul periodo della chemio…

La chemio la feci dal 2005 al 2006, a Catanzaro, come ti avevo detto. Dovevo stare là tutto il giorno, perché avevo il port. Il port consiste nell’aver sotto la pelle un impianto. Loro ti fanno una sorta di infusione, con delle flebo. Ricordo che stavo in una sala piccola, in cui c’erano altre cinque persone. Tutti e sei eravamo attaccati alla flebo. Il primo giorno in cui entrai per fare la chemio vidi queste persone tristi. Allora mi sono messa a parlare “Adesso vi racconto una storia”. E gli ho raccontato l’Eneide, gli ho parlato di Didone. Si sono tutti rianimati. Erano tutti felici. E così ho sempre fatto quando andavo là.

-E’ bellissimo quello che hai fatto..

Questo per dirti che io non sono una “vera” solitaria. Non sono quel tipo di “solitaria” che detesta stare con gli altri, che vuole sempre stare nella sua solitudine. Io quando andavo tra questi malati, parlavo, parlavo; parlavo tanto. E poi portavo i fiori. Devo dirti che nonostante la chemio sia qualcosa di durissimo e doloroso, quella fu per me una bella esperienza; perché fu una esperienza di umanità, di condivisione, di socialità. Fu una opportunità di stare con gli altri. Circa l’impatto della chemio, tutto sommato per diverso tempo ressi abbastanza bene. Ma alla fine mi sono sentita malissimo. Mi venne la candidosi. Proprio con la fine della chamio, cominciò l’inferno.

-Racconta..

Nel 2006 cominciai a produrre schiuma. Schiumavo come una lumaca. Avevo proprio la lingua bianca. E come schiumavo in bocca, il dottore mi spiegava che schiumavo anche dall’interno… nella pancia, nello stomaco… una cosa pazzesca. A lungo trovai medici superficiali che non capivano quello che avevo. Che mi dicevano le solite banalità del tipo “sei depressa”. Finalmente trovai un medico di Roma che mi disse che avevo la candidosi. Questa problematica mi aveva ridotta ad essere uno zombie. In quei due anni non tornai a scuola. Molti colleghi dopo l’intervento e la chemio tornano a scuola. E anche io, mentre stavo facendo la chemio, dicevo ai colleghi “ora torno, ora torno”. E invece mi venne questa candidosi terribile. Per due anni non ho saputo come uscirne. Furono due anni di inferno. Credevo di morire. Ormai anche andare a fare le visite mediche era uno strazio. Non riuscivo più a camminare; barcollavo. Tutto questo fino a quando incontrai una persona che mi salvò. Era un ortopedico di Roma che mi diede una cura senza carne e che mi disse “Si prenda un limone spremuto ogni giorno”. Con la dieta e il limone mi passò la candidosi. Prima, come ti dicevo, avevo schiuma all’interno del corpo, mi sentivo sempre gonfia, ero sempre dolorante, sempre piegata in due. Tutto questo passò grazie alla dieta e al limone. Nanni Moretti in Caro Diario racconta le sue vicissitudini di salute, e dice “Ho imparato che ogni mattina si deve prendere un bicchiere d’acqua tiepida con un limone spremuto”. E’ molto importante, in questi casi, incontrare la persona giusta. Ci sono certe persone che ti danneggiano più che aiutarti, o comunque ti tolgono energia piuttosto che motivarti. Pensa che una psicologa un giorno mi disse “va beh, mio padre è morto, tutti dobbiamo morire”. Comunque la guarigione richiese mesi. Oltre a questa tremenda candidosi, successivamente ebbi un altro bestiale problema fisico. Tutto iniziò con un grande dolore alla gamba. Dopo l’intervento e la chemio, zoppicavo sempre. Non riuscivo comunque a capire come venirne a capo. Decisi di andare da quel medico di Roma che mi aveva fatto conoscere l’acqua col limone e mi disse “signora, lei non ha niente alla gamba, ha avuto uno spostamento del bacino e quindi ha sbilanciato e deve mettere un tacchetto più alto di una scarpa.”. Il trucchetto del tacchetto funziona… sulla gamba… a quel punto però.. non riuscivo più a masticare. Il tacco aveva innescato una sorta di mutamento a livello di mandibola. Prima andai da un dentista che per due volte mi da un byte, m io non riuscivo a stare con questo byte. Poi andai in un famoso centro dentistico che si trova a Crotone. Lì ho avuto a che fare con lo gnatologo, che è quello che si occupa dei byte. Mi applicò un byte e, dopo qualche mese, non vedevo più, non camminavo più. A un certo punto mi sono tolta di bocca questo byte; e mi successe di tutto. I denti cominciarono a sbattere l’uno contro l’altro. Ancora adesso ho tutti i denti rovinati. Per fortuna incontrai un osteopata, che si chiama Oreste Montepaone e lavora a Catanzaro. Lui riuscì a risistemarmi. Da allora, ogni settimana devo andare da Oreste che mi sistema la mascella, mi sistema la gamba e me la mette dritta e gran parte delle problematiche fisiche vengono meno.

-La scrittura è la tua passione, racconta come nacque tutto questo, cosa ti ha accesola scintilla.

Nel 2009 avvenne un evento che fu uno spartiacque per me. C’era una signora che aveva organizzato un evento con un pulmino, ma gli era venuta meno uno dei partecipanti, lei mi chiese di prendere io il posto di quella persona e lo feci. Si trattava di andare ad Ischia dove lei doveva ritirare un premio di poesie. Le sue poesie mi piacquero e scrissi un pezzo. Tempo dopo, nell’ambito di un evento organizzato a Lamezia, mi venne chiesto di leggere quel brano. Provai una emozione particolare nel farlo. E questo fu uno stimolo a continuare a scrivere. Una delle motivazioni interioro era che mio figlio mi leggesse. All’inizio mi dicevo “scrivo perché mio figlio mi legga”… “scrivo, glielo faccio leggere, lui lo leggerà, e io parlo con lui”. Poi mi sono resa conto che molte volte non mi leggeva. E allora ho cominciato a dirmi “adesso dice che non mi legge… però poi… mi leggerà.” Posso però dirti che un momento decisivo dal punto di vista “tecnico” fu l’avere imparato il PC. Prima ho sempre scritto su fogli di carta, e mi trovavo piena di fogli che smarrivo continuamente. Anche perché scrivevo dappertutto. Sull’agenda, sugli assegni, sulle note della spesa. Nel 2007 tutti quei foglietti li bruciai. Per imparare il PC ho fatto venire un ragazzo a casa per insegnarmelo. Era il 2010. Poco dopo, dovendo scrivere una presentazione per il libro di un amico , scoprii l’esistenza dei siti letterari. Per me fu una rivelazione. Ora quell’ubriacatura mi sembra una cosa lontana. Ma in quel momento per me era come trovarmi nel “paese dei balocchi”. Tutti questi siti letterari, dove si poteva scrivere in continuazione e confrontarsi con gli altri, commentare, vedere i loro commenti. Appena entrai in questi siti, mi sembrava di essere in uno dei collettivi degli anni ’70. Io ero un po’ troppo impetuosa nel pormi, e anche molto schietta. Questo comportava che venissi bannata da quei siti o che me ne andassi io. Nel 2012, un professore che avevo conosciuto proprio su uno di quei siti, e che aveva apprezzato il mio stile, mi aprì un blog. E si può dire che dal 2012 ad oggi io scrivo in continuazione.

-Se dovessi chiederti perché scrivi, come risponderesti?

A me piace comunicare. Per comunicare io non ho trovato altro sistema che non sia quello del foglio. Per comunicare posso usare solo la scrittura. Lo posso fare dicendo ad un’altra persona quello che io penso di lui, di quello che scrive. E’ un modo per conoscersi. Ed è un modo per fare un dono. “Ti do questa parte di me”.

-Quindi non sei molto d’accordo con chi dice di scrivere solo per se stesso e che non gli interessa se altri leggono o meno?

Assolutamente no. Per me sono dei pazzi. Per me la scrittura è imprescindibile da chi ti legge. Voglio anche dirti che dalla scrittura si capisce se ciò che uno dice è vero o falso, e se chi scrive è una persona “vera” o “falsa”.

-Di cosa scrivi maggiormente?

Sai che non potrei dirti un argomento particolare sul quale scrivo.. si può dire che scrivo di qualsiasi cosa.

-Questi anni ultimi anni come sono stati?

Per certi aspetti è stato un periodo in cui è stato possibile che le mie idee cominciassero a trasformarsi in realtà. Per altri versi è stato un periodo di cancellazione. Da sempre in un certo senso io sono cancellata. Ma negli ultimi tempi è avvenuto con particolare intensità.. Un mio amico giornalista dice che vengo oscurata perché non sono “istituzionale”. Anche in un’altra iniziativa a cui avrei dovuto partecipare, seppi che alla fine non ero stata invitata perché non ero… “istituzionale”. Io non sono presidente di una Associazione, non faccio parte di un partito, non sono una giornalista, non ho potere economico. Non sono nessuno, quindi… hahaha.

-Detta così è quasi un complimento, perché istituzionale vuol dire che sei nel sistema. Le parole che noi usiamo ci qualificano. Qualificare una persona come “non istituzionale”, vuol dire porsi nei confronti di quella persona in una posizione di spocchia, di giudizio.

Ma il mondo letterario e culturale è un mondo di spocchia e di giudizio… e di cordate…

-Cosa intendi per cordata?

Le persone che operano nel mondo della cultura si aggregano in gruppi di mutuo sostegno reciproco. Anche quelli che sono bravi si devono appoggiare a qualcuno, altrimenti non trovano spazio.

-Insomma sinergie di pura convenienza?

Si… come si forma una cordata? Immagina uno scrittore locale che ha raggiunto un successo di portata nazionale, meglio morto. La cordata si manifesta nel parlare di lui, nello stare vicino a questo scrittore, nel fare iniziative su di lui, morto.. Anche perché, tramite la sua luce, di riflesso, si cerca di avere visibilità. E poi ci sono tanti modi per cercare visibilità. Adesso vanno di moda gli incontri con dieci persone, perché dieci persone sono una garanzia per la riuscita della serata. Una cosa che mi indigna profondamente è poi tutto quel mondo di coloro che si vogliono creare una posizione attraverso l’esibire il loro essere antimafia. Io ho messo un disegno sul mio profilo dove alcune vittime di mafia dicevano “per favore dimenticateci, perché voi non potete fare le vostre carriere sulle nostre morti”. Opportunisti dell’antimafia per fare la loro carriera. Altra cosa che ho notato nel corso degli anni è che pochi, davvero pochissimi, hanno una vera opinione indipendente. Moltissimi non si accorgono, in modo indipendente, se una persona è brava o meno. Se io mi accorgo che una persona è brava, senza che me l’ha detto nessuno, mi dicono “a te chi te l’ha detto?”. Il plauso della gente comune viene solo dopo che qualcuno di importante e di autorevole ha dato la sua approvazione. Prima non ti considera nessuno. E comunque sono arrivata anche alla conclusione che gli altri, con le dovute eccezioni, se ti incontrano la prima volta.. le prime cose che notano sono come ti vesti, quanti soldi hai e se puoi essere loro utile, se puoi servire in qualcosa.

-La tua vita può essere intesa alla luce dell’amore per la scrittura e la condivisione…

Guarda.. nel 2009 ho cominciato a girare con questi fogli in borsa. E lì leggevo dove mi trovavo. Una volta leggevo ad una persona su una panchina, stavo leggendo quella che era “la mia pasquetta” e una donna che si trovò a sentire mi disse “signora, questa è la pasquetta mia”. Avevo il desiderio di leggere in continuazione quello che scrivevo. Ad esempio alle otto di mattina chiamavo e dicevo “Buon giorno, ho scritto questo”. E leggevo quello che avevo scritto. E ho cominciato a scrivere. E poi ho cominciato a leggere in pubblico.

-Ricordo un tuo appassionato discorso alla Ubik di Catanzaro Lido…

Io esprimevo alla Ubik la bellezza e la difficoltà delle donne che potevano scrivere. Mia madre ha sempre voluto fare la maestra, ma le era sempre stato negato, e ha fatto una vita difficile, portandosi dentro questa mancanza. Ancora. adesso che ha 90 anni , vive con questo senso di mancanza. Quella sera dissi che sono contenta di essere andata a scuola… posso scrivere, posso insegnare, posso parlare. Grazie sempre a Nunzio Belcaro, alla sua sensibilità, a Gianluca Pitari. La libreria Ubik ama la scrittura. Per me scrivere è relazione..

-Voglio concludere con qualche tuo brano. Leggine due..
Questo brano si chiama “Dove ritorniamo”..

“Nella circolarità nostra vita ritorniamo sempre all’infanzia, all’adolescenza. Tutto quello che succede dopo è una schermata, e poi l’infanzia ci insegue e ci riporta indietro. A lei ritorniamo più o meno consapevoli, più o meno felici, più o meno soddisfatti. Le rondini di maggio, i loro voli circolari rasenti il mio balcone e di fronte la chiesa barocca, il suo bellissimo giardino che nessuno ricorda più. La nonna che fumava qualche sigaretta di nascosto come una ladra, dietro una finestra. Lo zio lento, maldestro, che sicuramente avrebbe rotto qualche tazza, avrebbe versato il latte per le scale. La mia mamma che lavorava con i capelli corti, un foulard in testa. Scendeva in una botola, prendeva la carbonella, preparava un braciere, per una serie di maschi per i quali era d’uopo riscaldarsi. Le donne di casa preparavano grandi ceste con cenere fumante e le lenzuola bianche sotto la cenere profumavano di buono e di famiglia. Ugo mi accompagnava a scuola. Palma veniva nella nostra campagna, dormiva da noi il sabato. Poi ritornava alle sue galline, ai suoi cani, ai suoi gatti. La cucina in muratura, il forno a legna per fare il pane, i taralli per pasqua con l’anice nero, e il baccalà con le patate del venerdì. Ero convinta mi volessero avvelenare, bambina, chissà perché. Leggevo troppe favole nere. Ero convinta di essere di troppo in quella famiglia numerosa, articolata, complessa. Ero sicuramente non capita. Non c’era il tempo. Mangiavo quindi poco. Ero magra, magrissima. Debole, debolissima. Quanti record b-12 ho bevuto nelle primavere della mia infanzia e della mia adolescenza. Pensavo, leggevo e pensavo. Studiavo, amavo la scuola, non conoscevo altro. Amavo i diari scolastici, i quaderni, le penne, il banco, dove io trovavo il mio posto. Non c’era posto per me in parrocchia. Ero timida, poco intonata, nemmeno un coro. Riuscii ad andare in bicicletta dopo e ricordo un grande pentolone di salsa contro cui andai a sbattere nel vico chiuso dietro casa. Non imparai nemmeno l’alligalli malgrado gli sforzi di mia cugina non avevo ritmo, non parlavo.
Con chi avrei potuto parlare di personaggi letterari, leggere poesie che scrivevo e sceneggiature mai recitate. Avevo sempre il muso. Il mio papà sempre molto carino, mi chiamava Cassandra, capra maltese cioè testarda. La zia Giuditta mi chiamava Sandrina, le ricordavo Sandra Mondaini. Per tutti ero studiosa, capace, ma poi finiva lì, come se fossi ancora in quella casa dove per altro non vivo più da tanti anni. Ma non sono vissuta da nessun’altra parte. Non ho ricordo delle altre case dove ho abitato. Non ho ricordi di questa dove abito da più di 15 anni. Tutti noi non andiamo da nessuna parte, ma è bello andare. Quello che non ho fatto allora lo faccio ora. So ballare l’alli galli, so parlare in pubblico, sono elegante e sono carina. Saprei fare molte altre cose se sarà il mio destino farle. Il tempo è circolare. Nulla si perde e tutto è per sempre, ma la selezione annulla il superfluo. Il banale, il quotidiano, annulla lo squallore di una vita falsa e ci ridona le immagini essenziali a dirci chi siamo.”

Quest’alro brano è dedicato ad Amy Winehouse ed ora anche a Whitney Huston..

“Nel dissolvimento del mio mondo ho pensato che vivere la mia sofferenza, mi avrebbe permesso di essere capita dai miei cari. Così, nelle televisioni private, in qualche associazione, elegiacamente ho intonato il canto dell’amore perduto, commentando poesie di altri poeti, parlando di Emily Dickinson, parlando convinta che i miei cari avrebbero capito le mie ragioni. Sono venuti anche a sentirmi. Hanno visto i giornalisti locali che mi intervistavano, le persone che mi porgevano i fiori, che si congratulavano, si erano commossi gli spettatori, e loro, i miei cari “adesso ti sei specializzata, adesso puoi fare solo questo”. E io che parlavo per loro! Adesso ho iniziato a parlare per me. Ed è successo di tutto. L’invidia profonda di chi si sentiva scavalcata. Le persone semplici che mi dicevano di avermi visto in televisione e che mi domandavano quando avrei fatto un libro. Ma io non voglio scrivere nessun libro. La mia casa è invasa da libri, da fogli, da agende. Scrivo dappertutto. Esco e penso a quello che scriverò a casa. Ti credo perché penso che ti sia successa la stessa cosa. E’ la frase creativa. Mia sorella quando mi vede con un foglio in mano, scappa. Ho smesso di leggere alle amiche. Non possono capire il turbinio che abbiamo in testa. Le voci, i personaggi, le storie che vogliono essere scritte. A volte scrivo come se fossi in trance. Non so neanche io cosa racconterò. Poi ovviamente ci diamo una regolata. Qui pubblicano tutti. A che pro. Una volta lessi un libricino piccolo piccolo. Della Sperling forse. La storia di una donna di una piccola città che faceva conferenze, veniva premiata con qualche premio letterario. Pensai “che squallore una vita così”.
Ho cercato a lungo quel libricino, scritto da un ragazzo molto bravo ma non l’ho trovato, giù dove deposito riviste, libri, quaderni. Ho cercato – Frammenti di un discorso amoroso- lo sapevo a memoria- dove lo avrò messo? Amy, già a sedici anni scriveva le sue canzoni, Amy le ha cantate al mondo intero, Amy era infelice, nonostante tutto non aveva niente. Hai ragione, abbiamo creato dei mostri, ma non sono gli oggetti i responsabili, siamo noi con il nostro uso distorto a creare infelicità e malessere. Povera Amy, poveri pazzi, in un momento storico che ha tutto tranne il rispetto dei sentimenti. Amy è nata il 14, io il 13 settembre Cosa vuoi che mi interessi quando la corrispondenza finirà e tu potresti diventare famoso? Certo ti auguro di veder realizzato il tuo sogno, ma per me il momento più importante è questo, quello del creare. Dopo, vedrai, dirai-Tutto Qui?- Dopo la soddisfazione di avercela fatta sentirai come me, come Amy, la profonda sensazione di essere estraneo a quel che ti circonda. Perché siamo fatti così, siamo in tanti così, ma va bene così.

 

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Danni dal vaccino contro il Papilloma virus- intervista ad Anna Pezzotti

by on ott.12, 2015, under Controinformazione, Medicina, Resistenza umana

contropap

Il vaccino contro il Papillova virus (HPV) non è un vaccino c.d. “obbligatorio”; ma è un vaccino che i genitori sono “invitati” a far fare alle proprie figlie di 11-12 anni.
Lo scopo di questo vaccino sarebbe di impedire lo svilupparsi di tumori del collo dell’utero.
Premesso che ci sarebbe da parlare per giorni interi sul concetto di tumore, sulla sua complessa eziologia, sul modo in cui si può prevenire ed affrontare.. va indicato come circa l’efficacia di questo vaccino ci sono molte perplessità.
Il dottor Gava e il dottor Serravalle in un libretto informativo sul vaccino HPV (“Gava R., Serravalle E. Vaccinare contro il Papillomavirus? Quello che dobbiamo sapere prima di decidere”) hanno indicato tutta una serie di punti relativi alla insensatezza ed inutilità di questo vaccino.

Ne cito solo alcuni:
-Nella maggior parte dei casi l’infezione da HPV è asintomatica o al massimo produce alcune verruche cutanee o condilomi genitali; lo sviluppo di uno stadio tumorale benigno è raro e l’evoluzione verso un tumore maligno è eccezionale.
-Esistono circa 120 tipi di questo virus e solo 12 di essi sono potenzialmente cancerogeni, ma la loro cancerogenicità si manifesta solo in certe condizioni e in particolare se il sistema immunitario della persona è particolarmente depresso e incapace di svolgere le sue normale funzioni difensive.
- In ogni caso, anche una infezione HPV con un tipo virale potenzialmente cancerogeno regredisce spontaneamente nel 90% dei casi entro 3 anni dalla diagnosi. In un 9% dei casi, invece, il virus convive per tutta la vita del soggetto che lo ospita senza causare disturbi o problemi (in questi casi il test per l’HPV sarà positivo, mentre il Pap-test risulterà sempre negativo).
-Solo nell’1% dei casi può esserci la progressione dell’infezione verso una lesione precancerosa e solo l’1% di queste ultime può evolvere verso lesioni cancerose vere e proprie e in ogni caso lo fa solo dopo un periodo di latenza di circa 20-50 anni (cioè, il carcinoma si manifesta con una frequenza complessiva di 1 caso ogni 10.000 persone con HPV e con una mortalità di 3 casi ogni 100.000 persone; il tutto avviene solo in presenza di una grave alterazione del sistema immunitario). Da questo emerge che la stragrande maggioranza delle donne che presenta un’infezione da HPV, anche con ceppi ad alto rischio, non svilupperà mai il tumore della cervice uterina.

Il vaccino contro il Papilloma virus ha suscitato feroci attacchi e critiche in tutto il mondo anche per gli effetti dannosi che esso genererebbe in tante ragazze che ad esso sono state sottoposte. Ci sono Paesi dove il dibattito intorno a questo vaccino ha raggiunto toni molto drastici e alcuni medici hanno organizzato delle petizioni per il suo ritiro. Di tutto questo si parla poco in Italia, come della lunga lista di ragazze danneggiate, anche gravemente.
Una di essa è Giulia. Ho intervistato la madre, Anna Pezzotta, per farmi raccontare la sua vicenda.
Da quando ha avuto somministrato questo vaccino, la vita di Giulia è diventata un calvario. Svenimenti, problemi col sonno, dolori atroci continui, ecc. La madre non solo non è stata sostenuta nella sua ricerca di una via per aiutare sua figlia, ma è stata ostacolata. Fin dall’inizio le era stato detto che il vaccino anti Papilloma virus non c’entrava nulla. E quando il collegamento con tale vaccino è diventato molto di più che un volo pindarico, ha trovato il muro di gomma che si trova quando si tocca una tematica come questa.
Anna, continuala sua lotta per trovare una concreta speranza di cura o di miglioramento per Giulia.
Anna ha un “interesse” anche più generale; vuole che le persone, prima di sottoporre le loro figlie a questo vaccino, si informino davvero bene prima, perché quello che in gioco è un bene altissimo. La salute e la qualità della vita di una figlia.
Giulia è arrivata a svenire sette volte in classe, e, ogni volta che riprendeva conoscenza, sveniva di nuovo tanto era il dolore che provava. Una tale sofferenza inflitta ad una bambina, fosse anche solo UNA bambina e non tantissime altre ad ogni latitudine.. una tale sofferenza genera il dovere, da parte di tutti, della verità, di dare una chance, almeno, alla verità.

Un pensiero per Giulia, che voglio immaginare avere una vita ricca dove insegnerà a tante persone a credere nei propri sogni.

Di seguito l’intervista che ho fatto ad Anna Pezzotti.
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-Quanti anni hai e dove abiti Anna?

Ho 44 anni e abito a Lonato Del Garda dove sono nata.

-Bene o male cosa hai fatto nella tua esistenza, di cosa ti sei occupata?

Mi sono diplomata in lingue estere, ho lavorato, mi sono sposata e ho due figli.

-Che età hanno i tuoi figli?

Giulia attualmente ha 16 anni e il maschietto 8. Nel 2010 avevo trovato un lavoro part time, così riuscivo a gestire anche i bambini. Poi sono iniziati i problemi con Giulia, innumerevoli permessi dal lavoro perché Giulia stava male. Poi la crisi economica ha colpito e sono rimasta senza lavoro.

-Giulia è nata..

Nel 1999, mentre l’altro bambino nel 2007.

-Quindi lei adesso ha 16 anni.. l’altro bambino sta bene?

Anche con lui abbiamo iniziato un percorso, alla nascita pesava quattro kg, sanissimo; mangiava quattro volte al giorno, e dormiva sempre. Dopo avere fatto i vari vaccini non ha più dormito. Io però non associavo i problemi di Andrea ai vaccini. Solo quando con Giulia cominciò ad entrare in gioco il discorso vaccini, cominciarono a venirmi i dubbi anche per il maschietto. Tutte le varie allergie che si sono manifestate in lui, sia a livello alimentare che a livello respiratorio, potrebbero essere collegate alle vaccinazioni. Abbiamo iniziato una cura disintossicante, con un medico che ci sta aiutando molto.

-Riguardo a Giulia, quando è che hai cominciato a notare che qualcosa non andava?

Le reazioni eclatanti cominciarono dopo la somministrazione della seconda dose del vaccino Gardasil, il vaccino anti papilloma virus, anti HPV, quando lei aveva 11 anni. Dopo la somministrazione della prima dose, 28/06/2010, non vi fu alcun particolare problema; se non dolore dove era stato inoculato il vaccino e un po’ di stanchezza e mal di testa. Riguardo al mal di testa, ne avevo parlato col pediatra, ma si era pensato ad un discorso legato allo sviluppo. Comunque questi pochi e leggeri sintomi passarono presto. Dopo qualche mese, sempre nel 2010, a settembre facemmo la seconda dose del vaccino. Questa volta i sintomi furono molto più pesanti. Il giorno in cui era stata somministrata la seconda dose, ritornati a casa, vidi che Giulia non stava molto bene. “Mamma vado a letto.. mi sento strana” mi disse. Da quel momento cominciò con tutta una serie di problemi. Continui mal di testa, spossatezza, voleva sempre dormire. Difficoltà nello studio: riusciva a leggere, ma poi non riusciva a concentrarsi, a ricordare quello che leggeva. Aveva sempre caldo e dolori agli arti; “Mi fanno male le gambe, mi fanno male le braccia”.
Parlai col pediatra di tutto ciò, chiedendogli se ci poteva essere un nesso coi vaccini visto che i sintomi erano apparsi subito dopo, ma lui mi rispose che “assolutamente no”.. “il vaccino è sicuro, non ha effetti collaterali” e che la bambina “soffre per la separazione tra te e tuo marito, per cui il suo malessere è psicologico”.
Io diedi retta al pediatra, ma il problema persisteva. Spesso dovevo andare a scuola perché Giulia non stava bene. Le insegnanti mi chiamavano per dirmi di andarla a prendere perché non stava bene.. “Mamma mi fa male la pancia” mi diceva. Non si riusciva di capire che cosa avesse. Inoltre, come arrivava il mestruo, i dolori erano molto più intensi del normale. Nel fare la terza dose del vaccino, a febbraio 2011, i sintomi si moltiplicarono. Tutti; dolori, pianti, ecc. E si aggiungevano tutta una serie di nuovi episodi che non riuscivamo a spiegare. I sintomi più forti si manifestarono ad agosto del 2012. L’arto sinistro di Giulia si gonfiò. La parte interna della gamba sinistra diventò rosso sangue come se vi fosse stata una ustione. Lei gridava e piangeva dal dolore. La portai al pronto soccorso e fu ricoverata. Diagnosi alla dimissione: erisipela alla gamba sinistra, ovvero una infezione. La dimisero sotto antibiotico, dicendomi che andava tutto bene. Io avevo fatto loro presente che Giulia aveva spesso mal di testa, male alla gamba, che faceva fatica a camminare e si trascinava, che aveva dolori strani, ma loro mi dissero “Signora attualmente quello che noi abbiamo riscontrato è questo”. Ad ottobre del 2012 Giulia ebbe una bruttissima crisi a scuola. Era svenuta in classe, l’avevano portata fuori dalla classe, al mio arrivo era sdraiata nel corridoio, ed era stata chiamata l’ambulanza. Non aveva febbre ma il suo corpo scottava. I volontari cercavano di tamponare Giulia con dei panni bagnati; ma gli si scaldavano subito. Inoltre aveva un rush, chiazze rosse, al viso e al collo; chiazze che poi sono sparite.
In ospedale fecero una serie di accertamenti. Le piastrine e i globuli bianchi erano bassissimi. Avevano riscontrato intolleranze alimentari . La TAC e gli altri esami, però, erano totalmente negativi. Considera anche che Giulia aveva diplopia, visione doppia; non riusciva più a deambulare da sola, aveva sempre bisogno di qualcuno che la aiutasse a spostarsi; e aveva continui mal di testa.
Anche nel corso di questo ricovero le diedero farmaci, fecero di tutto, ma senza alcun risultato. All’uscita dell’ospedale stava leggermente meglio rispetto all’entrata, però il problema non era stato neanche scalfito. I medici avevano tirato fuori anche una possibile infezione o da Lime o di Parvovirus B 19. Ma erano ipotesi fatte da chi si trova a brancolare nel buio e mi consigliarono di portare Giulia da un reumatologo. Tornati a casa, Giulia ebbe una crisi bruttissima. Il mio medico di base mi consigliò di portarla immediatamente a Genova. E quindi, chiamai i volontari dell’ambulanza che organizzarono il trasporto. Premetto che anche nell’ospedale sopraccitato mi avevano detto che i problemi di Giulia erano legati alle mie problematiche col padre. A Genova mi dissero che si trattava di una recente infezione da Parvovirus B19, che non vi c’era cura, ma che il corpo stesso nell’arco di sei mesi riportava i valori alla normalità. Anche loro sostenevano che Giulia aveva problemi psicologici e mi dissero di portarla da un neuropsichiatra. Giulia cominciava a credere di avere davvero questi problemi psicologici; e che si stesse, sostanzialmente, massacrando da sola. Tornati a casa, i problemi di Giulia erano ancora tutti lì. Visione doppia, mal di testa, mancanza di concentrazione. Problemi del sonno: o dormiva tutto il giorno o non dormiva affatto. Cominciò ad avere gonfiori anomali al ginocchio, al collo, alla gamba e al viso. Te li definisco anomali perché lei si gonfiava e sgonfiava come si gonfia e si sgonfia un pallone. A volte il ginocchio era sette centimetri più grande rispetto all’altro, nell’arco di un’ora o poco più ritornava normale. Oppure apparivano chiazze rosse tipo ematoma su gambe e braccia, ma poi andavano via. Intraprendemmo il percorso col neuropsichiatra. Nel frattempo Giulia continuava a non stare bene, e quando le crisi erano ingestibili ci recavamo al ps , dove ormai ci guardavano in maniera strana. “Giulia non ha niente”, “Giulia è matta”.

-Facevano intendere che Giulia fosse in qualche stato di deviazione mentale?

Glielo hanno proprio detto, “tu sei matta, devi smetterla di fare correre tua madre”. Una volta è stata anche ricoverata in Day Hospital, e anche in quel caso dimessa con diagnosi di dolori psicologici. Il neuropsichiatra che aveva iniziato a seguirla giunse, però, alla conclusione che la spiegazione biologica non era risolutiva. “Guardi, i problemi dati dalla separazione non possono essere la causa di tutto questo malessere. Cercate una causa organica, perché Giulia non può avere questo dolore tutto il giorno”. Tramite una mia amica programmammo il ricovero presso l’ospedale di Verona. La sera prima del ricovero Giulia ebbe l’ennesima fortissima crisi. Lei raccontava di fitte che sentiva in tutto il corpo come se la stessero accoltellando, aghi che pungevano ovunque, una massa pesante che le schiacciava entrambe le gambe fino a farla scoppiare dal dolore. La gamba sinistra di Giulia quella sera era totalmente anomala. Come se fosse divisa in tre punti. Dall’anca al ginocchio, calda. Dal ginocchio al polpaccio, tiepida. Da metà polpaccio all’alluce, gelida. Unghie nere. Dolore atroce. La caricammo in macchina e la portammo a Verona. A Verona furono colpiti da sintomi come le unghie nere, pur non riuscendo a trovare cause che le giustificassero. Venne ricoverata e vennero fatti tutta una serie di accertamenti. Abbiamo anche fatto innumerevoli day hospital, tante ipotesi, nessuna certezza. Poi la diagnosi di miosite al ginocchio che sarebbe stata la causa del dolore alla gamba sinistra. La riempirono di cortisone, antidolorifici, antinfiammatori, senza che nulla facesse un effetto sostanziale. Circa la miosite, avremmo dovuto fare una biopsia per capire la situazione e come procedere. Ma dall’oggi al domani quella miosite non c’era più.
Ed eccoci di nuovo al punto di partenza, senza sapere cosa fare e con alcune domande che mi squassavano dentro, una delle più pressanti era “ma possibile che mia figlia sia l’unica ad avere una situazione simile?”. Cominciai a cercare su internet, ma non trovai nulla. Non ponevo più alcuna relazione col vaccino; anche perché ai miei dubbi iniziali, il pediatra mi aveva risposto dicendomi di stare tranquilla, che quel vaccino era sicuro. Inserii la vicenda di Giulia su internet, in modo che qualcuno, leggendo il tipo di problematiche che lei aveva avuto potesse in qualche modo aiutarmi, sapesse darmi qualche dritta circa quello da cui potevano derivare. Nel corso di quelle giornate di continue ricerche infruttuose, mi chiamò una mia amica a cui parlai di Giulia, e lei mi parlò di un libro che stava leggendo, “Metamedicina”, dove in base ai sintomi viene data una spiegazione…e torna l’ipotesi del vaccino.
Nel frattempo mi contatta una madre dal Canada che mi dice “ “Io ti mando la storia di mia figlia, leggila, e vedrai che è molto simile alla tua, identica”. Anche questa ragazza dopo avere fatto il vaccino cominciò ad avere mal di testa, spossatezza, dolori generali in tutto il corpo. I suo dolori divennero poi così frequenti che non riusciva più ad alzare le braccia. Una cosa che mi ero dimenticata di dirti è che nel 2013 Giulia era rimasta semiparalizzata in tutta la parte sinistra del suo corpo, per 6 mesi. Dico semiparalizzata perché lei sentiva tutto il dolore alla sua parte sinistra, e quindi non poteva essere una paralisi effettiva. La parte sinistra, comunque, non rispondeva più. Era come morta, a penzoloni, se la mettevi in posizione verticale. La gamba non reggeva, come se non stesse sul piede; il braccio non si alzava, la mano non chiudeva. Anche la figlia di questa donna che mi aveva contattato aveva avuto un problema simile. Questa ragazza ci era rimasta un anno in questa condizione, mentre Giulia dopo sei mesi ricominciò a camminare. Anche le altre problematiche corrispondevano, mal di testa, rush cutaneo, dolore durante l’ovulazione, diplopia, iperalgesia diffusa, fibromialgia. Anche nel suo caso tutti a dire che si trattava di un problema psicologico.

-In un certo senso tirare fuori il problema psicologico è sempre la soluzione per chi non ha soluzione..

Nel corso del nostro confronto, quella madre mi chiese Infatti “sua figlia ha fatto il vaccino Gardasil?”. In quel momento non capivo che cosa fosse questo vaccino, di che cosa si trattasse. Quando mi disse che si trattava del nome del vaccino utilizzato nella vaccinazione HPV, antipapilloma virus, andai a scartabellare tra i documenti di Giulia per vedere se avevo scritto il nome del vaccino. Ed effettivamente si trattava del Gardasil. Lei, allora, mi inviò un link dicendomi “comincia a leggere queste cose e vedrai Anna che ti si aprirà un mondo nuovo”. Ed effettivamente è stato proprio così, mi si è aperto un mondo muovo. Ho letto tante testimonianze riguardo ragazze che avevano vissuto queste problematiche. Per chi è interessato ad avere un’idea, un buon sito è SaneVax “http://sanevax.org/”. Su questo sito ho trovato i contatti di alcune ragazze francesi e ho preso contatto con un papà francese, la cui figlia è stata danneggiata dal vaccino Gardasil. Insomma, finalmente avevo trovato una direzione. In quello stesso periodo, sentii la dottoressa che seguiva Giulia a Verona, la quale mi disse che voleva far fare alcuni esami del sangue a Giulia per valutare alcune possibilità. Prima di ricoverare Giulia prendemmo un appuntamento e, in quella sede, le parlai di queste prospettive che mi si stavano aprendo in tema di vaccino Gardasil, ma lei..

-Fammi indovinare… “Non se ne parla, che assurdità è questa?”..

Bravo… “assolutamente no”.. “escludo assolutamente che possa esserci una reazione al vaccino di questo tipo”.. “non legga tutte queste assurdità che circolano su internet”. Continuò dicendo che i vaccini hanno salvato la vita a milioni di bambini, che i genitori che non vaccinano i bambini sono snaturati, ecc. Dissi alla dottoressa che anche un’omeopata di Genova aveva parlato di questa possibile correlazione tra i danni e il vaccino e che mi aveva consigliato delle cure omeopatiche.

-Naturalmente ti avrà anche detto che lei è contraria alle cure omeopatiche..

Sì che è contraria alle cure omeopatiche e contraria a chi non vaccina. Alla fine del nostro dialogo, comunque, mi disse che mi avrebbe fatto contattare da una responsabile dell’ASL di Verona, che si occupa di reazioni avverse ai vaccini e mi disse che mi avrebbe comunicato la data per il ricovero di Giulia.

-Sorge una domanda… se questa responsabile dell’ASL di Verona si occupa di reazioni avverse ai vaccini, vuol dire che, quantomeno, si ammette che ci sono queste reazioni avverse ai vaccini?

No, l’approccio è diverso. La dottoressa mi disse.. “Siccome c’è questa campagna mediatica circa il fatto che i vaccini porterebbero danni, soprattutto autismo, allora ci sono dei medici che praticamente prendono nota delle possibili reazioni al vaccino”. Concretamente, questa dottoressa avrebbe dovuto “chiarirmi” che non c’era correlazione tra il vaccino HPV e i sintomi di mia figlia.

-Insomma.. doveva farti capire che erano tutte fesserie..

In pratica sì.. ma.. io non venni più contattata da nessuno. Né da questa dottoressa che avrebbe dovuto illuminarmi circa la questione danni da vaccino, né dalla dottoressa che seguiva Giulia. La dottoressa non rispose alle mie email nemmeno quando le scrivevo che Giulia stava male. Finché un giorno mi arriva una “bellissima” email da parte sua. Email dove mi scrive che non capisce perché la contatto ancora, che comunque è contraria alle cure omeopatiche perché potrebbero alterare i suoi studi. Concluse dicendomi che, in quel momento, aveva casi ben più gravi di quello di mia figlia da seguire. Con la chiusura del rapporto con lei, si interrompe il rapporto con l’ospedale di Verona.

-Tu però ormai avevi trovato una pista..

Sì, io continuavo ad andare avanti con i miei studi. Continuavo a leggere, a ricercare. Trovai tante testimonianze di famiglie estere. Ma non trovavo nulla in Italia.. “Possibile che mia figlia in Italia possa essere l’unica ad avere avuto queste reazioni a questo vaccino?” mi chiedevo. Mi confrontai col mondo delle criticità ai vaccini in senso ampio, entrai nelle varie pagine su facebook che parlano di danni da vaccino, di correlazione tra vaccino e autismo ecc., e conobbi le persone che erano all’interno di queste pagine. Mi mossi in lungo e in largo, insomma, finché trovai una madre di Roma. Anche la figlia, che ha due anni in più della mia ha gli stessi problemi di Giulia e ha fatto lo stesso vaccino. Questo incontro mi ha dato ulteriore motivazione a proseguire con la mia ricerca. Nel frattempo stavo andando da questo omeopata di Genova di cui avevo parlato prima. Iniziammo con la terapia e le cose sembravano andare bene, ma poi Giulia ricominciò a peggiorare e lui a un certo punto dovette alzare le braccia, “arrivati a questo punto non so cosa fare” ci disse.
E continua l’iter.. altri medici.. altri esami..
Ti dico anche che, una volta che era emersa la correlazione tra i problemi di Giulia e il Gardasil sono andata a rivedermi tutta la cronostoria sanitaria di Giulia dalla nascita in poi per capire. Da questa “analisi retrospettiva”, emerse che prima della prima vaccinazione Gardasil, tutti i valori di Giulia – postura, respirazione, ecc.- erano nella norma. Dopo la prima dose Giulia divenne subito asmatica. Queste correlazioni io le ho potute fare solo dopo. Ma il pediatra avrebbe dovuto notarle. Se prima te l’ho portata e stava bene, non può diventare asmatica tutta un tratto. Se fossi stata in grado di farle prima queste connessioni, mi sarei fermata alla prima dose. Se il pediatra mi avesse detto “guarda, una delle possibili reazioni avverse di questo vaccino potrebbero essere questi dolori diffusi”.. non sarei andata avanti.

-Torniamo al susseguirsi degli eventi..

Giulia non riusciva più a frequentare la scuola. Gli esami di terza media li ha fatti da privatista, studiando a casa. In quel periodo è stata per sei mesi a letto, era il periodo dove era semiparalizzata. Posso dirti che la scuola mi è stata vicina; tanto che ha potuto fare gli esami a casa. Giulia ha fatto una tesina sulle malattie rare. Ha preso la sua situazione e l’ha fatta diventare una tesina. Come poeta si è scelta Leopardi..

-Sicuramente non è il poeta più sereno e felice che esiste..

“Il suo dolore.. la sua sofferenza.. mamma.. il suo sentirsi solo e abbandonato.. come me mamma. Non c’è nessun amico che viene da me mamma.. mi hanno abbandonato tutti”.

-In che senso sarebbe stata abbandonata da tutti, anche dagli amici?

Giulia ha avuto un percorso particolare. Considera che ha iniziato a stare male in prima media. Una ragazzina fragile, chiusa in se stessa e a volte anche derisa. Spesso e volentieri, infatti, secondo i compagni, Giulia stava male perché non voleva essere interrogata, perché voleva impietosire gli insegnanti. Nel 2012 quando Giulia ha cominciato ad accusare tutti questi episodi così forti, io ho avuto un tia transitorio, una specie di ischemia nella parte sinistra del corpo. E la mia piccola si è spaventata tantissimo, pensa che quando stava male non voleva che gli insegnanti mi telefonassero per andarla a prendere, perché non voleva causarmi dolore e sofferenza. “Se faccio preoccupare mamma, a mamma succede qualcosa. Mamma per me è tutto, perché mi fa da mamma e da papà. Io non posso fare preoccupare mamma”. . Questo per farti capire la mia bambina.

-Il padre, il tuo ex marito, che fine ha fatto..?

Il padre le sta vicino, è presente.

-Ritorniamo alle tue ricerche, al percorso per arrivare a una cura…

Un nuovo omeopata da cui avevamo iniziato ad andare mi consiglia di approfondire in merito alla sindrome di Asia. Si tratta di una infiammazione autoimmune causata dagli adiuvanti contenuti nei vaccini.. Il luminare in questo campo è il professor Shoenfeld di Tel Aviv. Scrissi direttamente al professor Shoenfeld senza pensare che mi rispondesse e invece lo fece. Posso dirti che ha risposto a tutte le email che da quel momento gli ho inviato e ha cercato di darmi sempre risposte esaurienti. Ultimamente siamo stati prima in clinica universitaria a Pisa dove c’è una Professoressa che collabora con Shoenfeld. Abbiamo portato Giulia in questa clinica universitaria ma la sindrome di Asia non è stata confermata. …scrivono i medici…”La paziente giunge alla nostra attenzione nel sospetto di connettivite vista la presenza di artralgie, positività agli ANA, leucopenia e riduzione del C3. Gli accertamenti fatti hanno confermato le alterazioni laboratoristiche già documentate e l’esame ecografico articolare ha mostrato la presenza di un lieve versamento a livello della II IFP bilaterale e III.IV IFP dx.” I medici la hanno dimessa con la seguente diagnosi: connettivite indifferenziata, iperomocisteinemia, ipovitaminosi D, anemia sideropenica, tiroide di Hashimoto. Siamo usciti dall’ospedale con una terapia e con una esenzione. Speravo che perlomeno stavolta i farmaci non li avrei pagati. La brutta sorpresa è che l’esenzione vale per un solo farmaco! Tutti gli altri li paghiamo.

-Ma la dottoressa della clinica universitaria di Pisa ti è stata consigliatata da Shoenfeld?

No.. me ne aveva parlato una mamma..poi durante la prima visita la dottoressa stessa ci aveva detto che conosceva Shoenfeld, che si era incontrata con lui la settimana precedente al nostro incontro. Anche questa terapia, al momento, non sta funzionando, non sta portando alcun giovamento a Giulia.
Dopo l’ennesima crisi, il professor Shoenfeld mi consigliò di andare da una Professoressa del reparto di immunologia e reumatologia di Brescia che collabora con lui. Sono andata da questa Professoressa che ha confermato quanto mi era stato detto a Pisa suggerendo la coesistenza di una sindrome da iperalgesia centrale tipo fibromialgico. Ha aggiunto un altro farmaco alla terapia che già le veniva somministrata. Dopodiché mi ha detto di fare una visita cardiologica, endocrinologica e neurologica; ed ha aggiunto tutta una serie di esami del sangue.

-Il che comporta un altro esborso di soldi, senza neanche avere la certezza che siano esami e visite risolutive..

Infatti.. dovrei pagare un cardiologo, un neurologo, un endocrinologo. Altre spese che si aggiungono a quelle fatte fino ad oggi. Ma dove li trovo tutti questi soldi? Un’altra strada sarebbe quella di avvalersi di una impegnativa medica, ma questo vorrebbe dire che mi troverei di fronte a un medico qualunque, che può essere d’accordo o meno con la teoria sviluppata dalla dottoressa di Brescia, piuttosto che dal dottor Shoenfeld e ritornare da capo a sentirmi dire “gli esami sono nella norma, Giulia ha problemi psicologici”. E che oltre a questo, neanche la valutano con l’attenzione che meriterebbe senza pensare alle lunghissime liste di attesa..

-La questione dei soldi può diventare un discrimine dall’impatto drammatico..

Sottolineo che ho sempre dovuto pagare tutto, tutte le visite, tutti gli esami. Ti posso dire che tra analisi del sangue, medicine, cure omeopatiche, cure di altro tipo, visite omeopatiche, visite pneumologogiche, visite di ogni tipo, spostamenti, ho speso cifre notevoli. Considera inoltre gli spostamenti e l’eventuale soggiorno se vai in un luogo un po’ più distante. Considera che ogni volta che cambi medico ti cambia anche la terapia e devi comprarti tutte quelle medicine. Considera che tu non fai solo “esami normali”. Ti trovi anche a fare esami molto particolari, come alcuni tipi di esami del sangue, che sono decisamente costosi. Ed è difficile spiegare quello che si prova quando, pur di trovare una possibilità, vai nei vari ospedali alla ricerca del primario che credi possa aiutarti, e quello, dopo avere fatto una visita a pagamento, ti dice “non sono in grado di aiutare sua figlia”. Alcuni dottori mi davano la loro mail, dicendo di scrivere, ma poi non rispondeva nessuno.

-E’ molto importante che si capisca il calvario che una persona come te deve vivere perché vuole aiutare davvero il proprio figlio. Un enorme tempo da dedicare a un percorso del genere per stare dietro a innumerevoli esami e visite. E questo senza avere quasi mai una risposta o un indizio utile, ma, anzi, con persone, che, come il tuo pediatra o la dottoressa che ti segue a Verona, invece di aiutare a capire, sviano; e di fronte ad una intuizione che potrebbe essere risolutiva, la stroncano.. “non è così, non è così”. Non solo tutto questo, ma anche il dovere spendere una montagna di soldi. Se uno non ha le possibilità economiche che succede? Il bambino non si cura?

E’ vergognoso che lo Stato non faccia niente.. che nessuno si preoccupi della situazione che vivono genitori come questi..
Voglio raccontarti di un altro bruttissimo episodio avvenuto a scuola nel dicembre 2014, prima che andassimo a Pisa. Un giorno svenne otto volte consecutive. Una esperienza tremenda. Si manifestò un principio di semiparalisi alla parte sinistra. Ogni volta che si riprendeva sentiva un dolore atroce, un dolore talmente forte da farla svenire nuovamente. Chiamai l’ambulanza ed arrivò anche la medicalizzata. Arrivati al pronto soccorso io ero molto agitata e dissi a un medico:
“mia figlia è così a causa di un vaccino. Il primo che mi dice che il vaccino non c’entra o che mia figlia è matta, lo appendo alla parete!!”.
Questo medico mi guardò e mi disse “Chi glielo ha detto che i vaccini non possono avere reazioni avverse?”. Mi si è aperto un mondo nuovo. Era la prima volta che in un ospedale mi dicevano una cosa del genere. Chiamarono il primario del pronto soccorso che, dopo avere ascoltato tutta la nostra storia, avviò l’indagine con la responsabile della farmaco vigilanza. Questa responsabile arrivò da noi in stanza e ci disse:
“Ho fatto qualche ricerca. Possiamo fare la segnalazione di sospetta reazione avversa al vaccino; nell’anno 2014 vi sono state, in Italia, 900 segnalazioni di reazione avversa e 180 di queste ragazze hanno gli stessi sintomi di sua figlia Giulia e attualmente sono senza cura “.

-Quindi qualche dato di “sospetta” pericolosità ce l’hanno..

Esatto. Mi sono seduta e ho detto: “Mi scusi, 180 ragazze come mia figlia, nessuno ha una cura? 900 segnalazioni di reazioni avverse, e nessuno fa niente?”. E lei mi rispose “Anna le segnalazioni sono ancora poche.. ha fatto il vaccino a Giulia nel 2010.. 2011.. siamo a fine 2014 e solo ora riesce a fare la segnalazione per “reazione sospetta al vaccino”. Sa quante mamme non hanno avuto la sua caparbietà? Quante non hanno approfondito gli studi?”.

-Sì… ha detto lucidamente una cosa che si collega alle nostre riflessioni di prima. Tu hai avuto una perseveranza rara, nonostante quasi nessun aiuto in campo medico e, anzi, essendo “ostacolata” e disincentivata quando hai cominciato a porre la questione vaccino Gardasil. Tu hai studiato e ricercato tantissimo, ed hai trovato una madre che ti ha aperto questo mondo. Tu hai continuato ad andare avanti con una volontà indomabile fino al punto che anche la vicenda di Giulia è finita tra i casi di sospetta reazione avversa al vaccino. Tu sei stata capace di fare mille sacrifici, di andare ovunque, di parlare con chiunque.

E sentendomi spesso dire che la dovevo smettere… sentendomi dire “basta con queste pagliacciate”.

-Ma quanti hanno avuto questa perseveranza, quanti sono stati in grado di fare tanti sacrifici, quanti non hanno mai mollato e hanno studiato continuamente la questione? Sicuramente pochi.. sicuramente una piccola minoranza.. quelle 900 segnalazioni sono solo una goccia.. chissà quanti altri casi di possibile danno da vaccino ci sono, ma le persone non sono state messe in grado di capire questa connessione e di combattere per avere giustizia… continua con il tuo racconto..

Quando Giulia venne dimessa nel dicembre 2014 ci dissero di cercare un centro neurologico all’avanguardia. Lo trovammo a Milano e ci andammo per sentirci dire “non siamo in grado di curare Giulia”. Chiamai altri ospedali; ma la storia era sempre la stessa. Nel frattempo Giulia non migliorava. Dolori diffusi, impossibilità a camminare. La luce dava fastidio. Idem ogni rumore. L’unica arma di Giulia, l’unica cosa che la sostiene, è la musica. Quando arrivano questi dolori lancinanti lei ascolta la sua musica ed è come se la musica la porti in un altro mondo. Finché non rientra nei dolori standard. Solo la musica riesce a darle un po’ di pace, riesce a farla andare oltre il dolore.

-Qualcuno ha detto che la musica appartiene agli angeli, e li solleva.. li solleva oltre gli ostacoli della materia.. è bellissima questa cosa che hai scritto.. ed è sicuramente bellissimo il mondo di sensibilità che c’è dentro Giulia..

Voglio dirti che abbiamo incontrato anche medici che, anche dal punto di vista umano, ci sono venuti e ci vengono incontro: il primario del Pronto Soccorso, il dottore conosciuto a maggio ad una conferenza e che ha studiato il caso di Giulia e delle altre ragazze ed ha scritto un libro in merito, la professoressa che attualmente sta seguendo Giulia.

-Racconta.

Il primario del pronto soccorso mi ha detto “io non sono in grado di curarla però, ogni volta che Giulia ha una crisi, lei me la porta qua e da qua Giulia non esce finché la crisi non è passata o finché lei non ritorna ai suoi dolori standard”. Perciò ogni volta facciamo così. Lei ha la crisi, la prendo, la porto là, stiamo là una giornata, una giornata e mezzo e poi la porto a casa. E sento di doverlo ringraziare. Ringraziarlo perché sono pochi i medici disposti a fare una cosa del genere.

-Tu mi hai detto che eri andata alla ricerca di altre mamme..

Sì, ho contattato altre mamme che hanno fatto il vaccino antipapilloma virus.

-So che tu vuoi agire anche sul piano legale?

Sì, prima però è importante trovare una cura per Giulia, valutare le varie possibilità di cura sul piano della medicina ufficiale. Ed è ciò che sto facendo. Perché una qualche chance te la giochi se dimostri che tu le strade “canoniche” le hai percorse tutte.

-Si dice spesso che non arrendendosi mai, prima o poi si arriva dove si vuole arrivare.. e tu certo non mollerai mai..

Mai.. ma c’è una domanda che mi perseguita la mente.. esiste un sistema per curare mia figlia?
Voglio precisare che la mia battaglia è anche per tutte le altre bambine. Non mi preoccupo solo della mia bambina che sta male. Ma anche per tutte le altre bambine. Io chiedo alle istituzioni la verità, che venga fatta chiarezza. Che venga sospesa la raccomandazione di questo vaccino come vaccino miracoloso che evita il tumore e che previene le infezioni; che venga fatto un ulteriore studio visto che abbiamo molti scienziati e medici che ne evidenziano gli effetti collaterali.
Perché infierire sulla vita di queste bambine con un farmaco che forse non serve a nulla, impedendo loro di avere una vita normale, una vita decente? Ci fosse anche un solo caso, ed è ampiamente dimostrato che non è un caso solo, non merita forse giustizia? Non merita una valutazione? Non merita un’attenta riflessione del nostro ministro della sanità? I nostri figli non sono numeri, sono la nostra vita, il nostro cuore, sono il sole che illumina le nostre giornate e nessuno deve impedire a quella luce di brillare.

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La madre di Totò Cuffaro e la capacità di “sentire”

by on ott.12, 2015, under Bellezza, Resistenza umana

noreds

Mi trovo a rileggere una notizia di dicembre 2014, che mi colpì molto.

Totò Cuffaro, detenuto nel carcere dell’Ucciardone, aveva chiesto un permesso per andare a vedere la madre 91 enne gravemente malata di alzheimer. Il Magistrato di Sorveglianza rigettò il permesso con questa motivazione:

“Il deterioramento congnitivo evidenziato svuota senz’altro di significato il richiesto colloquio poiché sarebbe comunque pregiudicato un soddisfacente momento di condivisione”.

Voglio condividere le riflessioni che feci allora, perché questo non è solo un caso individuale, ma è una metafora del modo barbaro in cui qualcuno intende il diritto.

Un Magistrato di Sorveglianza può prendersi la facoltà di fare una valutazione neuro-psico-cognitiva? Un Magistrato di Sorveglianza può avere la presunzione di interpretare uno stato patologico -un alzheimer avanzato- per dire che, visto che la madre è particolarmente pregiuidicata mentalmente, il colloquio con il figlio non avrebbe avuto senso?

Ma se su concetti quali la “coscienza” filosofi, religiosi, scienziati si confrontano incessantemente da sempre, e, i migliori tra loro, ammettono che tanto ancora resta non decifrato, come nei casi di coma. Ma se si sa che uno stato patologico, anche gravemente compromesso, non è tabula rasa, che una persona non è mai una saracinesca abbassatta. Che, nella grandissima maggioranza dei casi uno non diventa “Un muro incapace di ‘sentire’ alcunché”, ma piuttosto un complesso caleidoscopio con sfumature di coscienza e di incoscienza.

Se anche le piante “sentono” il modo in cui le tratti e il loro sviluppo ne risente, se ci sono studi che collegano l’uso di certe parole alla reazione dell’acqua.. come si può stabilire per decreto quello che una madre, anche gravemente malata di alzheimer, può “sentire” e può “trasmettere”? Chi può mettere meccanici confini alle vibrazioni del cuore, al sentimento di una pelle, ai bagliori di lucidità che improvvisamente emergono anche in persone che sembrano sommerse dal buio mentale?

Nessuno può giudicare il sacro e intimo contatto di un figlio e di una madre, anche se gravemente malata di alzheimer. Nessuno può presumere di sapere cosa davvero avverrà e verrà “sentito” in quell’incontro. Nessuno, tanto meno un Magistrato di Sorveglianza, può ostacolare un momento così sacro. La madre di Totò Cuffaro, così compromessa cognitivamente, forse, avrebbe sentito il figlio ancora di più che se non avesse tali problemi patologici. Cè un Mistero nei rapporti umani, specie se intimi e profondi, dinanzi al quale i farisei giudicano, mentre, in realtà, ci si deve solo umilmente inchinare.

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Dialogo con Ippolita Luzzo

by on set.28, 2015, under Bellezza, Resistenza umana

uccellosu

Quante persone sono nate con una passione dentro? Quante persone hanno visto questa passione “svegliarsi” dopo anni di prove e forti esperienze?

Quanti hanno una vulcano dentro, e lo tirano fuori e vorrebbero farsi sentire e la loro è una lotta contro il silenzio intorno, contro l’incomprensione, contro mille piccoli invidie, mille piccole ostilità.. ?

Ho pensato a volte a queste persone che hanno tanto da dire e invece di incoraggiare la loro voce, l’ambiente intorno sembra volerli disincentivare. Sono persone che non hanno scaltrezza, che non sanno “vendersi” bene, che non amano compiacere, e non si affiliano a gruppi, cordate, piccoli clan letterari o di altro genere. Sono persone un po’ troppo fuori margine per chi è abituato a inquadrare tutto. O poco “istituzionali” come poco “istituzionale” è considerata l’amica Ippolita. Non fa parte di una associazione, non è in alcun gruppo che conta, non è collegata alla politica, non è “giornalista professionista”, non è in alcuna “cordata letteraria”, anche locale, di un certo rilievo. E per questo la si considera quasi ‘importuna’ da parte degli addetti ai lavori del mondo letterario e artistico. E’ di quelle persone che se partecipa ad una iniziativa pubblica, a qualunque titolo, alla fine difficilmente la si citerà.. perché.. è poco.. “istituzionale”, perché semplicemente non si pensa che lei possa portare “vantaggi” a chi la coinvolge, e l’opportunismo, come molti di voi sapranno, non ha confini, e dovunque ci saranno quelli che classificheranno gli altri in “utili” per i propri scopi e “non utili”.

Io invece credo (e sono in tanti a crederlo) che a volte sono proprio le persone “fuori dai giochi”, e senza “titoli”, “ruoli”, “appartenenze” particolari ad avere una bella voce, una voce di semplicità, umanità, sincera volontà di condivisione. La loro passione è ancora più meritevole, perché poco gratificata dal mondo circostante e nonostante tutto perseverante nella fedeltà a se stessa.

E così è Ippolita, che raccontava l’Eneide e altre storie ai malati che con lei facevano la chemioterapia, e faceva loro doni, e li faceva volare con la mente, alleggerendogli l’anima in quei giorni molto duri per tutti loro. Non è questa “arte di vivere”? E non è questa “letteratura al servizio dell’essere umano”. Ippolita che dopo una vita a tenere spesso dentro una buona parte del suo mondo e dopo gli anni della chemio e di altre sofferenze fisiche, trova la sua “magica ossessione”.. e scrive, scrive ovunque, su ogni pezzo di carta, in ogni luogo. E legge a tutti, perché sente che la scrittura tenuta solo per se stessi non ha valore, e vive negli altri, nell’ascolto degli altri, nelle emozioni che gli altri provano con essa. Ed Ippolita scrive anche degli altri.. fa continue recensioni su eventi, spettacoli, libri, poesie.. perché le piace valorizzare gli sforzi creativi di chi incontra.

Ippolita la conobbi un giorno alla Ubik di Catanzaro Lido quando, nell’ambito di un libo che quel giorno lì veniva presentato, parlò con voce commossa di quelle donne che, come sua madre, avrebbero voluto scrivere, insegnare, comunicare, ma, per i limiti del tempo, dovettero passare gran parte della loro vita tenendo dentro di se il proprio mondo.

Di seguito, un dialogo che ho avuto con lei.

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-Di dove sei Ippolita?

Sono di Lamezia, al tempo Nicastro, dove abito e non abito.

-Come è stata la tua infanzia?

Sono nata in una famiglia patriarcale. Stavamo tutti in una grande casa nobiliare: nonna, nonno, i fratelli di mio padre, mia mamma, mio fratello, mia sorella. A tavola, a pranzo e cena, ogni giorno, eravamo in molti; circa 10-12. Fino al 1962-1963 è stato sempre così. Negli anni sessanta Nicastro non aveva ancora costituito, insieme a Sambiase e Sant’Eufemia, Lamezia. Molti anni fa era solo Nicastro. Ed era bellissima. E’ bella anche adesso, ma è molto peggiorata. Molti palazzi e strade sono irriconoscibili e anonimi. Io abitavo in una strada del centro storico. Ricordo come un incubo la sparizione del giardino di fronte casa mia che era parte di un palazzo nobiliare un po’ malandato, figurati che quando pioveva entrava l’acqua. Un palazzo scomodo, freddo. Mancavano i confort. Avevamo la televisione, ma, quando si ruppe, il nonno non la ricomprò più. Il telefono arrivò tardissimo. Io vivevo immersa in uno stile di vita che era più antico rispetto ai tempi. In confronto alle mie compagne del liceo, era come se vivessi in un’altra epoca. Noi, come famiglia, stavamo sostanzialmente per conto nostro; avevamo pochi scambi sociali. Incontravamo qualcuno quando venivano i parenti. Avevamo una grande cucina con il forno a legna e qui facevamo il pane, il maiale, i taralli per Pasqua. Avevamo la campagna, quindi c’era abbondanza di frutta, olio, vino. Di solito quello che ci avanzava lo regalavamo, piuttosto che venderlo. Ricordo ancora l’immagine di mio padre che arrivava con i fichi. Questo era il mondo da cui vengo io. Un mondo agricolo, di contadini, proprietari, senza essere imprenditori. Un mondo antico anche per quei tempi. Di carattere sono sempre stata timida, introversa. I pochi altri contesti in cui mi ritrovavo non mi aiutavano a socializzare. Quando frequentai il catechismo non mi fecero partecipare al coro, perché dicevano che ero stonata. La mia solitudine, comunque, nasceva a casa dove, nonostante la famiglia numerosa, avvertivo una grande estraneità. Questa sensazione di estraneità l’ho portata con me negli anni. Ma non ho mai amato l’idea di stare sola per conto mio. Ho sempre avuto un grande desiderio di partecipare alla vita sociale, mi piace molto stare insieme con gli altri. Non sono, quindi, una solitaria per scelta; sono una solitaria per destino. Quando sono entrata in un contesto collettivo, e sentivo che finalmente trovavo il mio posto in mezzo agli altri, trovavo qualcuno che mi cancellava. Questo succede anche oggi. Ho cercato di reagire a questa cancellazione, dicendomi frasi come “mi cancellano perché vorrebbero che io reagisca in modo più aggressivo”, mi cancellano “Perché li oscuro”. Ora invece faccio della cancellazione la mia forza. Anche fisicamente ero una ragazzina molto fragile, molto debole. Ricordo che non riuscivo a fare le scale di casa tanto ero debole ed ogni estate facevo le punture di record B12; che erano delle vitamine. Amavo la scuola, uno dei pochi contesti in cui mi trovavo bene. Sono andata a scuola un po’ prima, un anno prima. Ho sempre amato leggere.

-C’è qualche episodio in particolare della tua infanzia che ti è rimasto impresso?

Allora… Io ho impiegato tantissimo ad imparare a stare in bicicletta. Ora… immagina che una volta, per fare la salsa, si mettevano le bottiglie di salsa a bollire fuori. Dietro casa mia c’era uno slargo, e le donne che abitavano nel vicolo mettevano lì fuori a bollire le bottiglie. Accendevano il fuoco e in questi fusti grandi mettevano le bottiglie. Un giorno, con la bici, andai a sbattere proprio contro questi pentoloni! Ricordo che in quei vicoli passavano gli asini con le ceste. Io abitavo nel rione più antico di Nicastro; sotto casa mia c’erano tutte casette basse, e c’eranoi vicini che stavano seduti uno accanto all’altro perché si conoscevano tutti. La scuola media stava nel quartiere nuovo. Per arrivarci attraversavo la città. Mi accompagnava una compagna che, a differenza di me, era alta e più “in forze”. Mi portava i libri che io, debole, non reggevo. Durante “il tragitto”, di tanto in tanto dovevo fermarmi a riposare. Di carattere ero talmente timida che, quando, arrivata al quarto ginnasio trovai una classe mista, fu uno shock. Ero la più piccola della classe. La professoressa mi rimandò in latino in greco e, a settembre, agli esami di riparazione, mi bocciò. Quando le chiesi perché mi avesse bocciato, lei rispose che lo aveva fatto perché ero troppo piccola. Successivamente mi resi conto che in questo modo mi aveva agevolato. Ripetendo il quarto ginnasio, ero sempre la più piccola, ma almeno un po’ più coetanea con gli altri. Prendevo voti alti. Frequentai regolarmente il liceo, sempre un po’ fragile di salute. Per dirti come tutto per me fosse più complicato che per i miei coetanei, ti faccio l’esempio del telefono . In quegli anni era entrato in tutte le case ma mio padre diceva “il telefono no, perché poi parlate con gli uomini”. Dopo il liceo, mi iscrissi in filosofia a Messina. A Messina stavo in una sorta di convento, un pensionato gestito dalle suore. Anche se, la maggior parte dei tempo la trascorrevo a Nicastro. Mi sono laureata in filosofia, con un tesi su Stirner e il suo concetto dell’”Unico.” Io avrei voluto fare la tesi sulle donne, sul femminismo.

Dopo la laurea, per sette anni restai disoccupata. Trascorrevo in questa grande casa autarchica, una casa dove non c’era nessun divertimento, nessuno svago, nessuna relazione. In quei sette anni l’unica cosa che, praticamene, facevo era leggere, leggere, leggere. Finalmente nel il 1984 indissero il concorso a cattedra, lo vinsi iniziai a girare la Calabria. Il primo posto in cui mi inviarono era Umbriatico. Si tratta di un paesino, a circa 160 km da qui, che adesso si trova in provincia di Crotone. Lì sono piombata nel medioevo più assoluto. A Lamezia c’era pur sempre un cinema, un teatro, una vita sociale. Ad Umbriatico non c’era niente. Nessuna pompa di benzina, nessuna edicola, niente di niente. Solo un negozio per tutto. La gente era come quella di Anime Nere, il famoso film di Munzi e Criaco. I giovani non c’erano, erano emigrati, lasciando i figli piccoli ai nonni. La scuola era una stanza con la stalla, e in un altro palazzotto c’era la media. Questo è stato il mio ingresso nella vita lavorativa. Ingresso difficilissimo anche perché non sapevo insegnare. La scuola non ti insegna ad insegnare. Ti manda sostanzialmente allo sbaraglio. E io non sapevo da dove iniziare. Visto che conoscevo Dostoevskij, Tolstoj, tutta la letteratura francese, Bel Ami, Balzac… erano queste le cose che raccontavo agli alunni. Costantemente una voce interiore non mi dava pace. “Che gli devo dire?” . L’anno dopo fui inviata a Melissa. Ancora peggio. A Melissa ebbi la sensazione di vivere ancora più indietro nel tempo; gente cattiva, che ti spiava, che sentivi che ti stava con il fiato sul collo. il Preside era sporco, proprio fisicamente sporco, e gli alunni erano di una aggressività allucinante. Poi fu la volta di Mesoraca; e anche lì fu un inferno, sia come colleghi sia come alunni. Ho cominciato ad insegnare bene solo quando mi trasferirono a Monterosso, dieci anni dopo che erano iniziate le mie peregrinazioni con l’insegnamento. I ragazzi erano bravissimi; e forse anche io avevo imparato ad insegnare. Fu una esperienza bellissima. Quando, i n quanto soprannumeraria , fui mandata a Serra san Bruno, i genitori andarono al Provveditore per chiedere di farmi rimanere. E’ la cosa più bella per un insegnante; essere richiesta dai genitori. Finii poi Polia. Altro luogo bellissimo. E’ proprio vero.Esistono luoghi e luoghi. Gli alunni erano deliziosi e studiosi. Li penso tutti con grande affetto. Sono rimasti con me tre anni. Infine giunsi a Lamezia, nel 1998-1999. Inizialmente mi inviarono per due anni ad insegnare ad una scuola particolare del centro storico; una scuola di alunni con grande disagio. Ed in seguito alla Manzoni. E’ stato un bel periodo. Fino a quando ho dovuto smettere per motivi di salute. Intanto mi ero sposata nel 1988, e avevo avuto mio figlio nel 1999.

-Come era sorto il tuo problema di salute?

Come hai potuto capire, non sono mai stata granché bene in tutta la mia vita. Il mio cancro, perché di un cancro si trattava, emerse già con uno stato di salute molto debilitato. Erano gli anni 1999-2000. Avevo avuto un segno rivelatore. Un polipetto all’ano. Anche se l’ho capito dopo, perché i medici non diedero ad esso l’importanza che meritava. Queste cose te le dico perché potrebbero servire ad altri. Quando ci si imbatte in un polipetto all’ano, si deve assolutamente fare la colonscopia. Scoprii dopo, il polipetto all’ano è la spia del cancro al colon. Invece io andai dal proctologo che era un imbecille e che, non mi fece fare nessuna colonscopia e che mi disse “ah sì, lei ha un polipetto all’ano, glielo bruciamo a Catania”. Dopo questo intervento di bruciatura, non sono stata bene, perché avevo dei dolori lancinanti. Andai da un dottore di Roma, primario all’Umberto I. Anche lui non mi fece fare la colonscopia, ma mi diede una sua crema. “Signora –mi disse- le passerà qualsiasi dolore, qualsiasi ragade” . Per lui si trattava di –ragadi rimaste durante l’intervento. Sia la crema che le visite costavano tantissimo. Ma non servirono a nulla. Io stavo sempre male, perdevo sangue. Nel 2002 e nel 2003 ero arrivata a stare così male che mi facevano le flebo di ferro. Più il tempo avanzava, più il mio malessere peggiorava. Un giorno di febbraio 2005 , proprio il giorno San Valentino, mentre mi trovavo a scuola a fare gli scrutini, sentii un fortissimo dolore, come se stessi per partorire. Tornai a casa e poco dopo dovetti essere operata. Con l’intervento emerse ciò che avevo: mi tolsero circa 20 cm di intestino; era un tumore abbastanza alto. Dopo l’intervento dovetti intraprendere la chemioterapia. Furono sei mesi di chemio, due volte al mese. Le feci a Catanzaro, presso l’Ospedale Pugliese, con il professore Mollica. Io non la volevo fare, e cercai di affrontarla a modo mio. Ad esempio, avevo comprato i braccialetti anti nausea e il professore mi diceva “e sì signora, e voi ora con i braccialetti avete risolto”. Oppure facevo l’agopuntura e lui diceva “questa è la signora dell’agopuntura”. Anche se Il dottor Mollica aveva un approccio molto quadrato, molto tradizionale, nel tempo nacque un bellissimo rapporto. Pensa che ci scambiavamo i libri. Ricordo uno di questi libri, “La fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani. A lui piacevano i nostri “scambi”, e mi diceva “è così che dobbiamo fare”. Intendeva che così doveva essere l’empatia tra medico-paziente. E’ rimasto un bel rapporto tra noi. Recentemente, l’ho incontrato al cinema e mi ha detto..“lei signora scrive ancora?”

-Ritorna sul periodo della chemio…

La chemio la feci dal 2005 al 2006, a Catanzaro, come ti avevo detto. Dovevo stare là tutto il giorno, perché avevo il port. Il port consiste nell’aver sotto la pelle un impianto. Loro ti fanno una sorta di infusione, con delle flebo. Ricordo che stavo in una sala piccola, in cui c’erano altre cinque persone. Tutti e sei eravamo attaccati alla flebo. Il primo giorno in cui entrai per fare la chemio vidi queste persone tristi. Allora mi sono messa a parlare “Adesso vi racconto una storia”. E gli ho raccontato l’Eneide, gli ho parlato di Didone. Si sono tutti rianimati. Erano tutti felici. E così ho sempre fatto quando andavo là.

-E’ bellissimo quello che hai fatto..

Questo per dirti che io non sono una “vera” solitaria. Non sono quel tipo di “solitaria” che detesta stare con gli altri, che vuole sempre stare nella sua solitudine. Io quando andavo tra questi malati, parlavo, parlavo; parlavo tanto. E poi portavo i fiori. Devo dirti che nonostante la chemio sia qualcosa di durissimo e doloroso, quella fu per me una bella esperienza; perché fu una esperienza di umanità, di condivisione, di socialità. Fu una opportunità di stare con gli altri. Circa l’impatto della chemio, tutto sommato per diverso tempo ressi abbastanza bene. Ma alla fine mi sono sentita malissimo. Mi venne la candidosi. Proprio con la fine della chamio, cominciò l’inferno.

-Racconta..

Nel 2006 cominciai a produrre schiuma. Schiumavo come una lumaca. Avevo proprio la lingua bianca. E come schiumavo in bocca, il dottore mi spiegava che schiumavo anche dall’interno… nella pancia, nello stomaco… una cosa pazzesca. A lungo trovai medici superficiali che non capivano quello che avevo. Che mi dicevano le solite banalità del tipo “sei depressa”. Finalmente trovai un medico di Roma che mi disse che avevo la candidosi. Questa problematica mi aveva ridotta ad essere uno zombie. In quei due anni non tornai a scuola. Molti colleghi dopo l’intervento e la chemio tornano a scuola. E anche io, mentre stavo facendo la chemio, dicevo ai colleghi “ora torno, ora torno”. E invece mi venne questa candidosi terribile. Per due anni non ho saputo come uscirne. Furono due anni di inferno. Credevo di morire. Ormai anche andare a fare le visite mediche era uno strazio. Non riuscivo più a camminare; barcollavo. Tutto questo fino a quando incontrai una persona che mi salvò. Era un ortopedico di Roma che mi diede una cura senza carne e che mi disse “Si prenda un limone spremuto ogni giorno”. Con la dieta e il limone mi passò la candidosi. Prima, come ti dicevo, avevo schiuma all’interno del corpo, mi sentivo sempre gonfia, ero sempre dolorante, sempre piegata in due. Tutto questo passò grazie alla dieta e al limone. Nanni Moretti in Caro Diario racconta le sue vicissitudini di salute, e dice “Ho imparato che ogni mattina si deve prendere un bicchiere d’acqua tiepida con un limone spremuto”. E’ molto importante, in questi casi, incontrare la persona giusta. Ci sono certe persone che ti danneggiano più che aiutarti, o comunque ti tolgono energia piuttosto che motivarti. Pensa che una psicologa un giorno mi disse “va beh, mio padre è morto, tutti dobbiamo morire”. Comunque la guarigione richiese mesi. Oltre a questa tremenda candidosi, successivamente ebbi un altro bestiale problema fisico. Tutto iniziò con un grande dolore alla gamba. Dopo l’intervento e la chemio, zoppicavo sempre. Non riuscivo comunque a capire come venirne a capo. Decisi di andare da quel medico di Roma che mi aveva fatto conoscere l’acqua col limone e mi disse “signora, lei non ha niente alla gamba, ha avuto uno spostamento del bacino e quindi ha sbilanciato e deve mettere un tacchetto più alto di una scarpa.”. Il trucchetto del tacchetto funziona… sulla gamba… a quel punto però.. non riuscivo più a masticare. Il tacco aveva innescato una sorta di mutamento a livello di mandibola. Prima andai da un dentista che per due volte mi da un byte, m io non riuscivo a stare con questo byte. Poi andai in un famoso centro dentistico che si trova a Crotone. Lì ho avuto a che fare con lo gnatologo, che è quello che si occupa dei byte. Mi applicò un byte e, dopo qualche mese, non vedevo più, non camminavo più. A un certo punto mi sono tolta di bocca questo byte; e mi successe di tutto. I denti cominciarono a sbattere l’uno contro l’altro. Ancora adesso ho tutti i denti rovinati. Per fortuna incontrai un osteopata, che si chiama Oreste Montepaone e lavora a Catanzaro. Lui riuscì a risistemarmi. Da allora, ogni settimana devo andare da Oreste che mi sistema la mascella, mi sistema la gamba e me la mette dritta e gran parte delle problematiche fisiche vengono meno.

-La scrittura è la tua passione, racconta come nacque tutto questo, cosa ti ha accesola scintilla.

Nel 2009 avvenne un evento che fu uno spartiacque per me. C’era una signora che aveva organizzato un evento con un pulmino, ma gli era venuta meno uno dei partecipanti, lei mi chiese di prendere io il posto di quella persona e lo feci. Si trattava di andare ad Ischia dove lei doveva ritirare un premio di poesie. Le sue poesie mi piacquero e scrissi un pezzo. Tempo dopo, nell’ambito di un evento organizzato a Lamezia, mi venne chiesto di leggere quel brano. Provai una emozione particolare nel farlo. E questo fu uno stimolo a continuare a scrivere. Una delle motivazioni interioro era che mio figlio mi leggesse. All’inizio mi dicevo “scrivo perché mio figlio mi legga”… “scrivo, glielo faccio leggere, lui lo leggerà, e io parlo con lui”. Poi mi sono resa conto che molte volte non mi leggeva. E allora ho cominciato a dirmi “adesso dice che non mi legge… però poi… mi leggerà.” Posso però dirti che un momento decisivo dal punto di vista “tecnico” fu l’avere imparato il PC. Prima ho sempre scritto su fogli di carta, e mi trovavo piena di fogli che smarrivo continuamente. Anche perché scrivevo dappertutto. Sull’agenda, sugli assegni, sulle note della spesa. Nel 2007 tutti quei foglietti li bruciai. Per imparare il PC ho fatto venire un ragazzo a casa per insegnarmelo. Era il 2010. Poco dopo, dovendo scrivere una presentazione per il libro di un amico , scoprii l’esistenza dei siti letterari. Per me fu una rivelazione. Ora quell’ubriacatura mi sembra una cosa lontana. Ma in quel momento per me era come trovarmi nel “paese dei balocchi”. Tutti questi siti letterari, dove si poteva scrivere in continuazione e confrontarsi con gli altri, commentare, vedere i loro commenti. Appena entrai in questi siti, mi sembrava di essere in uno dei collettivi degli anni ’70. Io ero un po’ troppo impetuosa nel pormi, e anche molto schietta. Questo comportava che venissi bannata da quei siti o che me ne andassi io. Nel 2012, un professore che avevo conosciuto proprio su uno di quei siti, e che aveva apprezzato il mio stile, mi aprì un blog. E si può dire che dal 2012 ad oggi io scrivo in continuazione.

-Se dovessi chiederti perché scrivi, come risponderesti?

A me piace comunicare. Per comunicare io non ho trovato altro sistema che non sia quello del foglio. Per comunicare posso usare solo la scrittura. Lo posso fare dicendo ad un’altra persona quello che io penso di lui, di quello che scrive. E’ un modo per conoscersi. Ed è un modo per fare un dono. “Ti do questa parte di me”.

-Quindi non sei molto d’accordo con chi dice di scrivere solo per se stesso e che non gli interessa se altri leggono o meno?

Assolutamente no. Per me sono dei pazzi. Per me la scrittura è imprescindibile da chi ti legge. Voglio anche dirti che dalla scrittura si capisce se ciò che uno dice è vero o falso, e se chi scrive è una persona “vera” o “falsa”.

-Di cosa scrivi maggiormente?

Sai che non potrei dirti un argomento particolare sul quale scrivo.. si può dire che scrivo di qualsiasi cosa.

-Questi anni ultimi anni come sono stati?

Per certi aspetti è stato un periodo in cui è stato possibile che le mie idee cominciassero a trasformarsi in realtà. Per altri versi è stato un periodo di cancellazione. Da sempre in un certo senso io sono cancellata. Ma negli ultimi tempi è avvenuto con particolare intensità.. Un mio amico giornalista dice che vengo oscurata perché non sono “istituzionale”. Anche in un’altra iniziativa a cui avrei dovuto partecipare, seppi che alla fine non ero stata invitata perché non ero… “istituzionale”. Io non sono presidente di una Associazione, non faccio parte di un partito, non sono una giornalista, non ho potere economico. Non sono nessuno, quindi… hahaha.

-Detta così è quasi un complimento, perché istituzionale vuol dire che sei nel sistema. Le parole che noi usiamo ci qualificano. Qualificare una persona come “non istituzionale”, vuol dire porsi nei confronti di quella persona in una posizione di spocchia, di giudizio.

Ma il mondo letterario e culturale è un mondo di spocchia e di giudizio… e di cordate…

-Cosa intendi per cordata?

Le persone che operano nel mondo della cultura si aggregano in gruppi di mutuo sostegno reciproco. Anche quelli che sono bravi si devono appoggiare a qualcuno, altrimenti non trovano spazio.

-Insomma sinergie di pura convenienza?

Si… come si forma una cordata? Immagina uno scrittore locale che ha raggiunto un successo di portata nazionale, meglio morto. La cordata si manifesta nel parlare di lui, nello stare vicino a questo scrittore, nel fare iniziative su di lui, morto.. Anche perché, tramite la sua luce, di riflesso, si cerca di avere visibilità. E poi ci sono tanti modi per cercare visibilità. Adesso vanno di moda gli incontri con dieci persone, perché dieci persone sono una garanzia per la riuscita della serata. Una cosa che mi indigna profondamente è poi tutto quel mondo di coloro che si vogliono creare una posizione attraverso l’esibire il loro essere antimafia. Io ho messo un disegno sul mio profilo dove alcune vittime di mafia dicevano “per favore dimenticateci, perché voi non potete fare le vostre carriere sulle nostre morti”. Opportunisti dell’antimafia per fare la loro carriera. Altra cosa che ho notato nel corso degli anni è che pochi, davvero pochissimi, hanno una vera opinione indipendente. Moltissimi non si accorgono, in modo indipendente, se una persona è brava o meno. Se io mi accorgo che una persona è brava, senza che me l’ha detto nessuno, mi dicono “a te chi te l’ha detto?”. Il plauso della gente comune viene solo dopo che qualcuno di importante e di autorevole ha dato la sua approvazione. Prima non ti considera nessuno. E comunque sono arrivata anche alla conclusione che gli altri, con le dovute eccezioni, se ti incontrano la prima volta.. le prime cose che notano sono come ti vesti, quanti soldi hai e se puoi essere loro utile, se puoi servire in qualcosa.

-La tua via può essere intesa alla luce dell’amore per la scrittura e la condivisione…

Guarda.. nel 2009 ho cominciato a girare con questi fogli in borsa. E lì leggevo dove mi trovavo. Una volta leggevo ad una persona su una panchina, stavo leggendo quella che era “la mia pasquetta” e una donna che si trovò a sentire mi disse “signora, questa è la pasquetta mia”. Avevo il desiderio di leggere in continuazione quello che scrivevo. Ad esempio alle otto di mattina chiamavo e dicevo “Buon giorno, ho scritto questo”. E leggevo quello che avevo scritto. E ho cominciato a scrivere. E poi ho cominciato a leggere in pubblico.

-Ricordo un tuo appassionato discorso alla Ubik di Catanzaro Lido…

Io esprimevo alla Ubik la bellezza e la difficoltà delle donne che potevano scrivere. Mia madre ha sempre voluto fare la maestra, ma le era sempre stato negato, e ha fatto una vita difficile, portandosi dentro questa mancanza. Ancora. adesso che ha 90 anni , vive con questo senso di mancanza. Quella sera dissi che sono contenta di essere andata a scuola… posso scrivere, posso insegnare, posso parlare. Grazie sempre a Nunzio Belcaro, alla sua sensibilità, a Gianluca Pitari. La libreria Ubik ama la scrittura. Per me scrivere è relazione..

-Voglio concludere con qualche tuo brano. Leggine due..

Questo brano si chiama “Dove ritorniamo”..

“Nella nostra vita ritorniamo sempre all’infanzia, all’adolescenza. Tutto quello che succede dopo è una schermata, e poi l’infanzia ci insegue e ci riporta indietro. A lei ritorniamo più o meno consapevoli, più o meno felici, più o meno soddisfatti. Le rondini di maggio, i loro voli circolari rasenti il mio balcone e di fronte la chiesa barocca, il suo bellissimo giardino che nessuno ricorda più. La nonna che fumava qualche sigaretta di nascosto come una ladra, dietro una finestra. Lo zio lento, maldestro, che sicuramente avrebbe rotto qualche tazza, avrebbe versato il latte per le scale. La mia mamma che lavorava con i capelli corti, un foulard in testa. Scendeva in una botola, prendeva la carbonella, preparava un braciere, per una serie di maschi per i quali era d’uopo riscaldarsi. Le donne di casa preparavano grandi ceste con cenere fumante e le lenzuola bianche sotto la cenere profumavano di buono e di famiglia. Ugo mi accompagnava a scuola. Palma veniva nella nostra campagna, dormiva da noi il sabato. Poi ritornava alle sue galline, ai suoi cani, ai suoi gatti. La cucina in muratura, il forno a legna per fare il pane, i taralli per pasqua con l’anice nero, e il baccalà con le patate del venerdì. Ero convinta mi volessero avvelenare, bambina, chissà perché. Leggevo troppe favole nere. Ero convinta di essere di troppo in quella famiglia numerosa, articolata, complessa. Ero sicuramente non capita. Non c’era il tempo. Mangiavo quindi poco. Ero magra, magrissima. Debole, debolissima. Quanti record b-12 ho bevuto nelle primavere della mia infanzia e della mia adolescenza. Pensavo, leggevo e pensavo. Studiavo, amavo la scuola, non conoscevo altro. Amavo i diari scolastici, i quaderni, le penne, il banco, dove io trovavo il mio posto. Non c’era posto per me in parrocchia. Ero timida, poco intonata, nemmeno un coro. Riuscii ad andare in bicicletta dopo e ricordo un grande pentolone di salsa contro cui andai a sbattere nel vico chiuso dietro casa. Non imparai nemmeno l’alligalli malgrado gli sforzi di mia cugina non avevo ritmo, non parlavo.

Con chi avrei potuto parlare di personaggi letterari, leggere poesie che scrivevo e sceneggiature mai recitate. Avevo sempre il muso. Il mio papà sempre molto carino, mi chiamava Cassandra, capra maltese cioè testarda. La zia Giuditta mi chiamava Sandrina, le ricordavo Sandra Mondaini. Per tutti ero studiosa, capace, ma poi finiva lì, come se fossi ancora in quella casa dove per altro non vivo più da tanti anni. Ma non sono vissuta da nessun’altra parte. Non ho ricordo delle altre case dove ho abitato. Non ho ricordi di questa dove abito da più di 15 anni. Tutti noi non andiamo da nessuna parte, ma è bello andare. Quello che non ho fatto allora lo faccio ora. So ballare l’alli galli, so parlare in pubblico, sono elegante e sono carina. Saprei fare molte altre cose se sarà il mio destino farle. Il tempo è circolare. Nulla si perde e tutto è per sempre, ma la selezione annulla il superfluo. Il banale, il quotidiano, annulla lo squallore di una vita falsa e ci ridona le immagini essenziali a dirci chi siamo.”

Quest’alro brano è dedicato ad Amy Winehouse ed ora anche a Whitney Huston..

“Nel dissolvimento del mio mondo ho pensato che vivere la mia sofferenza, mi avrebbe permesso di essere capita dai miei cari. Così, nelle televisioni private, in qualche associazione, elegiacamente ho intonato il canto dell’amore perduto, commentando poesie di altri poeti, parlando di Emily Dickinson, parlando convinta che i miei cari avrebbero capito le mie ragioni. Sono venuti anche a sentirmi. Hanno visto i giornalisti locali che mi intervistavano, le persone che mi porgevano i fiori, che si congratulavano, si erano commossi gli spettatori, e loro, i miei cari “adesso ti sei specializzata, adesso puoi fare solo questo”. E io che parlavo per loro! Adesso ho iniziato a parlare per me. Ed è successo di tutto. L’invidia profonda di chi si sentiva scavalcata. Le persone semplici che mi dicevano di avermi visto in televisione e che mi domandavano quando avrei fatto un libro. Ma io non voglio scrivere nessun libro. La mia casa è invasa da libri, da fogli, da agende. Scrivo dappertutto. Esco e penso a quello che scriverò a casa. Ti credo perché penso che ti sia successa la stessa cosa. E’ la frase creativa. Mia sorella quando mi vede con un foglio in mano, scappa. Ho smesso di leggere alle amiche. Non possono capire il turbinio che abbiamo in testa. Le voci, i personaggi, le storie che vogliono essere scritte. A volte scrivo come se fossi in trance. Non so neanche io cosa racconterò. Poi ovviamente ci diamo una regolata. Qui pubblicano tutti. A che pro. Una volta lessi un libricino piccolo piccolo. Della Sperling forse. La storia di una donna di una piccola città che faceva conferenze, veniva premiata con qualche premio letterario. Pensai “che squallore una vita così”.

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PANE DI LIBERTA’- grano Senatore Cappelli e macinatura a pietra. Intervista a Stefano Caccavari

by on lug.21, 2015, under Ispirazione, Resistenza umana

Stef

Il pane che noi oggi mangiamo è un’altra cosa rispetto al pane che si mangiava un secolo fa. E’ un’altra cosa il processo di macinazione. E’ un’altra cosa il processo di coltivazione del grano. E’ un’altra cosa lo stesso grano, lo stesso seme utilizzato.

“E con ciò?”.. direbbe qualcuno. “Non muta tutto nel corso del tempo? Nulla resta uguale. Nel corso dei secoli e dei millenni i semi e le piante sono mutati, o per intervento umano, o per incroci avvenuti in natura”.
E qui c’è da fare un chiarimento, che seppure espresso con riferimento ai cereali, visto che è di grano che si parla in questo testo, non vale solo per essi.
Anche i cereali, come tutte le specie viventi in realtà hanno subito modificazioni nel corso dei secoli o dei millenni. O per incroci avvenuti spontaneamente tra varietà che vivevano in un medesimo ambiente o attraverso la selezione e l’ibridazione perpetrata dall’uomo mediante pratiche agrarie. Questi mutamenti non vanno però confusi con le modificazioni genetica effettuate in laboratorio. Per mutazione genetica si intende una qualsiasi alterazione che avviene a carico di una sequenza di DNA che ne modifica il funzionamento. Queste modificazioni possono essere i veri e propri OGM, quando si agisce direttamente sul DNA. Ma possono essere ottenute anche attraverso l’uso di agenti mutageni; essenzialmente sostanze chimiche o radiazioni ad altra frequenza.
Gran parte del grano coltivato attualmente in Italia (e nel mondo) è frutto di mutazione genetica, pur non essendo un OGM, nel senso stretto del termine.

Fino ai primi decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale, il grano dominante nel nostro paese era la varietà Senatore Cappelli.
Questa varietà di grano nacque dagli esperimenti di uno dei più grandi genetisti italiani di tutti i tempi, Nazareno Strampelli, che dedicò gran parte della sua vita agli incroci delle specie di frumento, per dare vita a varietà più produttive e resistenti. Le tecniche adoperate da stampelli erano del tutto tradizionali e naturali. Consistevano nell’impollinazione incrociata o nell’ibridazione di innesto compiuta sui semi o sulle parti vegetative della pianta. Sviluppò più di cento varietà di grani, tra cui, nel 1915, il Senatore Cappelli; Strampelli gli diede questo nome in onore del Marchese Raffaele Cappelli, Senatore del Regno d’Italia, che fu promotore nei primi del novecento della riforma agraria che ha portato alla distinzione tra grani duri e teneri e che mise a disposizione di Strampelli alcuni dei suoi poderi in Capitanata, affinché portasse avanti le sue sperimentazioni. Il suo nome deriva in onore del senatore abruzzese Raffaele Cappelli.
Il Senatore Cappelli un frumento duro, ad alto fuso, e considerato di alta qualità, divenne la varietà di grano più coltivata in Italia. Anche perché garantiva, rispetto alle varietà precedentemente coltivate, una più alta resa produttiva. Più alta resa che, però, come abbiamo visto, non pregiudicava il valore qualitativo del prodotto.

Negli anni ’70 questa varietà di grano e le altre varietà che ancora sussistevano vennero abbandonate e al loro posto si impose il grano “nanizzato”, frutto di mutagenesi genetica. Presso il laboratorio per l’applicazione in agricoltura del Comitato Nazionale per L’Energia Nucleare già dagli anni ’50 si conducevano sperimentazioni sul grano, soprattutto sul Senatore Cappelli. Nel 1974 attraverso irraggiamento, con cobalto radioattivo, del Senatore Cappelli, irrorando i campi con acque provenienti di reattori nucleari, venne sviluppata la varietà Creso, l’attuale grano “nanizzato”, il grano a fusto basso. Questo grano evitava il fenomeno dell’allettamento, ovvero la piegatura del fusto del grano, dovuta al suo essere (nei grani antichi e nelle varietà “elette” come Il Senatore Cappelli) alto. Inoltre permetteva un notevole aumento della produttività. Questi fattori favorirono la sua recezione. Il Creso fu poi a sua volta incrociato con altre varietà fino ad ottenere molti dei tipi di frumento che si coltivano oggi (Simeto, Colosseo, Adamello, etc.).
Siamo cresciuti pensando che “questo è il grano”. Invece questa tipologia di grano ha un quarantennio di vita. La stragrande maggioranza del pane, della pasta, dei dolci, della pizza che mangiamo oggi è frutto dell’utilizzo di un grano “nanizzato” generato con mutazione genetica.
Il Grano Creso contiene una quantità di glutine molto più elevata rispetto al Senatore Cappelli e agli altri grani tradizionali. Questo grano “mutato” è stato considerato uno dei maggiori responsabili della diffusione della celiachia tra le persone.
L’affermarsi di questa varietà è collegata anche al drastico aumento dell’utilizzo di pesticidi. Proprio per via del suo essere “nano”. Il Senatore Cappelli e altre varietà antiche avevano un grano ad alto fusto che correva sì il rischio dell’allettamento, ma dominava le piante infestanti, ed era ottimo per la coltivazione biologica. Nel caso del grano nanizzato, invece, se non si utilizzano pesticidi, le erbe infestanti prendono il sopravvento sulle spighe.

Ma non è solo questo grano “geneticamente mutato” a rendere radicalmente diversa la farina attuale –e quindi ciò che con essa si produce- dalle farine utilizzate in passato.
Anche il soppiantamento degli antichi mulini a pietra da parte dei moderni mulini elettrici a cilindri ha determinato un mutamento notevole del tipo di prodotto realizzato. Sono i moderni mulini che permettano la realizzazione della farina ad alto grado di raffinazione, 0 e 00, considerata una farina “morta” e dannosa, da diversi punti di vista, per l’organismo umano.
Noi viviamo in un mondo dove grandi poteri ed interessi plasmano sempre più ampi aspetti della vita che le persone si trovano concretamente a vivere. E il grano, tutto quello che ruota intorno al grano, non è estraneo a tutto ciò.
Da diversi anni però è sempre più forte, da parte di singoli e gruppi, la volontà di recuperare le antiche varietà di grano, e le tradizionali modalità di macinazione. Stefano Caccavari, di San Floro, provincia di Catanzaro, Calabria, è uno di questi.
Stefano voleva fare il pane come si faceva cento anni fa. Per questo è andato alla ricerca del seme del Senatore Cappelli, per questo l’ha coltivato, per questo ha cercato un antico mulino a pietra per macinarlo.
Ho avuto modo di incontrare Stefano diverse volte negli ultimi mesi. Questa è una sintesi dei dialoghi avuti con lui.
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-Stefano racconta il tuo percorso?

Ho 28 anni e per scelta ho deciso di rimanre a San Floro, nel paese che fu dei miei avi (dal 1700 almeno viviamo in questo territorio) e nel paese che mi sento di tutelare.
Qui c’è una realtà contadina. Non esiste, quasi, famiglia, che non abbia un pezzo di terra, e che no coltivi, ancora, qualcosa. Mio nonno produceva sempre grano. Da noi è rimasta l’idea di farsi il pane in casa quando è possibile. Tanto che mio padre quattro anni fa ha costruito un forno a legna; prima l’infornavamo col forno elettrico. Se vuoi è la fissazione dei calabresi, tornare alle origini. Facevamo questo grano, ti dicevo, e mio padre andava a macinarlo a Girifalco, presso un mulino a cilindri, perché, anche lui, come me non conosceva la differenza tra un mulino a pietra e un mulino moderno. Io sono sempre cresciuto con la pasta fatta in casa, il pane fatto in caso, ma.. con la farina macinata in un mulino moderno. Un giorno parlando col professore Varano, un vero intellettuale “completo” delle nostre parti.. il professore mi disse.. mi disse..”ah..è dal 71 che non mangio la farina macinata a pietra”. “Professore cos’è la farina macinata a pietra…?” gli chiedo. E da lì cominciai a capire la differenza tra il mulino a cilindri e il mulino tradizionalmente utilizzato nel corso dei secoli, quello a pietra..

-Spiega la differenza.

Il mulino a cilindri nacque nel dopoguerra, nel ’46, ’47. Il mulino a cilindri, per prima cosa ha l’alimentazione elettrica, a differenza dell’altro che ha l’alimentazione idraulica; lungo i corsi d’acqua veniva deviata l’acqua per creare energia idraulica per le pietre. Secondo, riesce a macinare più grano, grazie al processo dei rulli. Quindi invece di produrre un quintale all’ora come uno studio ha dimostrato, produceva minimo dieci quintali all’ora.

-Il diverso processo di mulitura incide anche sul tipo di farina prodotta..

Esattamente… ed incide tantissimo. Nel mulino a pietra la temperatura rimane più bassa e questo fa si che la farina non si “scaldi” troppo, preservandosi così le principali qualità nutritive. Inoltre, la farina che esce da un mulino a pietra ha una granulometria irregolare, una maggiore presenza di crusche, la conservazione del germe, che è la parte più preziosa. Col mulino a pietra è praticamente impossibile produrre farine troppo raffinate come la 00. Nel mulino a cilindri, invece, il chicco di grano viene sfogliato dagli strati più esterni a quelli più interni, fino ad un prodotto estremamente depurato che fa si che si abbia una farina “poverissima”, oltre che già peggiorata dal surriscaldamento per via dell’alta velocità di macinazione.. La farina raffinatissima attuale, utilizzata praticamente ovunque, è a tutti gli effetti una farina “morta”, che non ha più niente di vitale. E’ una farina che permette una grande elasticità. Infatti rende molto più facile fare pizze, dolci. Ma è una sostanza deprivata di tutto ciò che può essere salutare, ed è un concentrato di glutine e proteine.

-Con l’affermarsi dei mulini a cilindri…

Vengono mandati in pensione i mulini a pietra. Fino agli anni ’50, ’60, praticamente ogni paese aveva il suo mulino. Gran parte della farina allora in uso, avrebbe potuto definirsi “a chilometro zero”. Un mulino a cilindri manda porta alla chiusura di una trentina di vecchi mulini a pietra. Questo lo dice l’Associazione Mugnai d’Italia, non io. Solo a San Floro c’erano nove mulini a pietra. Gran parte dei mulini a pietra della provincia furono dismessi perché a Girifalco e a Borgia arrivarono i mulini elettrici a cilindri. Solo due mulini a cilindri hanno stravolto fatto venire meno tutta una geografia di mulini a pietra. Questo per la grande produttività che permette il mulino a cilindri. Un mulino a cilindri macina dieci quintali di grano all’ora, rispetto a un mulino a pietra che ne macina uno.
Tutto questo porta anche ad una dinamica nuova. La farina prodotta dai mulini a cilindri è trasportabile anche alle lunghe distanze. Dalla Lombardia la potevi spedire questa farina in Calabria e Sicilia. Potevi mandare il grano in Lombardia, e loro ti rispedivano il prodotto finito. Prima, una cosa del genere era impossibile. Quando macini a pietra, il prodotto macinato può durare da tre a sei mesi senza rovinarsi; in estate un mese. Questo perché essendo un prodotto vivo, una farina viva, subisce dei processi di deformazione; si rovina, cambia, possono arrivare degli insetti. Mentre se compri adesso un pacco di farina c’è scritto “a scadenza tra due anni’. E’ tutto un mondo che è stato stravolto. Prima la farina veniva macinata in base alle esigenze, una volta al mese, una volta ogni due mesi, una volta a settimana. E il pane molti se lo auto producevano o andavano a prenderlo nelle immediate vicinanze. Ora in Calabria può arrivarti il pane di Milano, il pane della Germania, come avviene nelle catene LIDL dove arriva dalla Germania, da duemila chilometri di distanza il pane precotto, surgelato, che viene infornato in forno elettrico. E comunque si tratta di farine industriali che non vengono certificate.
Tra l’altro noi ci troviamo ad importare una grande quantità –forse anche il 40% del nostro fabbisogno di grano dall’estero. I maggiori produttori di grano sono gli USA, la Francia e il Canada.
Tornado alla immagine del nuovo mulino moderno che soppianta i vecchi, questa volta, l’innovazione tecnologica ha rappresentato non un avanzamento per l’umanità, ma un regresso.

-Credo che ce ne siano diverse di eccezioni al dogma delle “meravigliose sorti progressive” della modernità… ritorniamo a te e alla tua volontà di riprendere la macinazione a pietra..

Come ti dicevo, già il professore Varano mi aveva parlato dei mulini a pietra. Ne parlai con mia nonna, che mi fece il nome di coloro che un tempo facevano il pane a San Floro, e poi mi aggiunse “Quanto vorrei mangiare il pane come si faceva cento anni fa..”. E io le dissi “Nonna non è un problema, troveremo un mulino a pietra e andremo a macinarlo noi lì“. Nel frattempo, io avevo comprato da mio zio circa dieci quintali di grano. Grano biologico, perché mio zio è allergico ai pesticidi. Però adesso non volevo più macinarlo nel classico mulino a cilindri, volevo trovare un mulino a pietra. Andai su Google e scrissi “Mulino a pietra Calabria”. Nella prima pagina non trovai nulla.. andai alla seconda e alla terza.. e ancora nulla. Dopo la terza pagina, il 99% delle persone crede di avere sbagliato parola e riprova con altre combinazioni. Ma ho continuavo ad andare avanti e all’undicesima pagina, trovai un file in exel, dal titolo “mulini degni di nota”. Cliccai e cercai i mulini a pietra che si trovano ancora in Calabria. In quel file venni a sapere che esiste un mulino a Santa Severina, vicino a Belvedere Spinello, che macina da due anni. Telefonai ma il suono che sentivo era quello del telefono staccato. Poi seppi che erano in ferie per agosto. Li richiamai a settembre, e mi rimandarono ad ottobre. Ad ottobre mi feci novantatrè chilometri per raggiungerli, un’ora e trenta di cammino. Ma fui contento di fare quel viaggio. Dato che me ne tornai con il mio primo quintale di farina macinata a pietra. Quel giorno conobbi Giulio, che mi fece tutta la panoramica di come funziona il mulino a pietra, del perché è importante, ecc. Nel frattempo in quei mesi mi ero divorato su internet tutte le informazioni al riguardo. Anche io voglio ripristinare un vecchio mulino a pietra ma non è facile..

-Perché?

Molte delle pietre che formavano quei mulini sono state prese da chi magari voleva.. un cimelio antico in casa.. o per qualche altro utilizzo.. Considera cha la migliore pietra, quella più adatta veniva dalla Francia. C’è un comune in Francia, Le Ferté, che ha un granito particolare, tutto il paese lavorava per queste pietre. Ma ormai è una produzione cessata. Esistono i mulini in pietra moderna; ma si tratta di un miscuglio di calcinacci. Per differenziarti devi usare le pietre antiche.

-Andiamo adesso al Senatore Cappelli..

Dopo avermi spinto a riscoprire la macinazione in pietra, il professore Varano mi mise in testa un’altra cosa. Mi disse che era dagli anni ’70 che non mangiava pane fatto con il Senatore Cappelli. E io anche qui cado dalle nuvole “cosa è questo Senatore Cappelli?”.

-Parli del celebre grano sviluppato, nel 1915, dal grande genetista italiano Nazareno Strampelli, combinando in modo “naturale” varie varietà tradizionali, in modo tra produrre un grano con maggiore produttività rispetto ai grani dell’epoca, ma senza perdere in qualità.

Sì… fino a dopo la seconda guerra mondiale era il grano più diffuso in Italia. Tra l’altro, dalle nostre parti il Senatore Cappelli era chiamato “il grano a cappella”. Venni a conoscenza anche di altre varietà di grani antichi presenti dalle nostre parti, come il Gentil Rosso, da noi chiamato “Russìa”, e altre varietà. Anche mio nonno mi parlò di queste varietà.
Comunque, venuto a conoscenza del fatto che era il Senatore Cappelli il grano che si utilizzava dalle nostre parti, ho subito deciso che dovevo andare alla ricerca di questo grano, dovevo procurarmi il seme e seminarlo. Noi siamo iscritti a “Suolo e salute”. “Suolo e salute” è l’agenzia che controlla che la tua terra sia biologica. Loro sono a conoscenza di chi è in possesso di varietà antiche di semi. Loro ci hanno indicato un signore che da sessant’anni custodiva gelosamente i semi di Senatore Cappelli. Siamo andati da lui, dicendo che volevamo recuperare i grani antichi. Lui si è dimostrato molto contento e poi ci ha detto quanto avremmo dovuto pagare. Ne abbiamo comprato due quintali. Un quintale siamo andati a macinarlo direttamente, e l’altro lo abbiamo seminato.. poi ci siamo procurati anche un altro quintale per la semina, quindi possiamo dire che i quintali seminati sono due.

-Avevi trovato il mulino a pietra, ti eri procurato il Senatore Cappelli..

E quindi potevo preparare il pane come si preparava cento anni a fa. Naturalmente con il lievito madre, e con la cottura a forno a legna. Un giorno mi presento da mia nonna, le mostro un pane, e le dico..”guarda qua nonna… farina integrale Senatore Cappelli e macinatura a pietra..”. Lei lo ha mangiato commossa. Si sentiva come se tornasse giovane. La stessa cosa il professore Varano.

-Un sapore non paragonabile col “classico” pane a cui siamo abituati..

Assolutamente non paragonabile. In bocca è un gusto totalmente nuovo. Sembra ci sia miele. E..guardalo.. (mi mostra una forma di questo pane).. è un pane scuro, non molto grande.. perché la farina di grano duro, specie quando si tratta di una varietà come questa, non lievita tanto.. guardalo.. provane un pezzo.. (lo provo, sicuramente il sapore è insolito, notevole)..

-Gli avete dato un nome..

Vorremmo chiamarlo “Brunetto”.. si tratta ancora di una produzione molto limitata… ma in futuro potrebbe crescere. Anche se difficilmente potrà crescere più di tanto nel breve periodo; anche perché non è ancora grande lo spazio coltivato, e poi è un grano che ha un livello di produttività più ridotto rispetto al grano “attuale”. Oltre a fare il pane, abbiamo a disposizione la farina di Senatore Cappelli. Così chi vuole può farsi il pane, la pasta, la pizza e quello che vuole lui.

-Il Senatore Cappelli e le altre varietà antiche furono sostituite col grano “geneticamente mutato” Creso, creato nei laboratori Enea nel 1974..

Il grano Creso è fondamentalmente il grano che usiamo oggi. Questo grano evitava sia il fenomeno dell’allettamento e consentiva di produrre dai 20 ai 50, 60 quintali per ettaro; mentre col Senatore Cappelli si arrivava a massimo circa 20 quintali per ettaro. Negli anni ’50 e ’60 l’economia italiana era in grandissima espansione, e contemporaneamente diminuivano le persone che si dedicavano all’agricoltura. Col grano “modificato geneticamente” Creso potevi produrre fino a tre volte quanto producevi col Senatore Cappelli. Essendo però un grano più basso, e quindi superato in altezza dalle piante infestanti, comincia l’uso massiccio dei “diserbanti selettivi”; diserbanti che lasciano viva la pianta di grano, ma uccidono tutto il resto. Già l’inquinamento delle terre era iniziato negli anni ’60, negli anni ’70 e ’80 avrà un incremento, anche per via della nuova varietà di grano. Solo negli anni ’90 la legislazione e il mondo scientifico iniziano ad occuparsi di pesticidi. Molti terreni sono profondamente avvelenati dalla chimica. Anche questo sta alla base della riscoperta degli antichi semi.. e di varietà come il Senatore Cappelli. Per fortuna c’è stato qualcuno che ha custodito questi semi per tutto questo tempo; consentendo così, oggi, anche a noi, di coltivarli.

-C’è poi tutto l’enorme problema delle aziende che controllano i semi tutt’ora in commercio.. che ne hanno il brevetto.. e che costringono i contadini a comprare varietà quasi sterili..

Nel caso del grano, lo hanno modificato, programmando il seme, in modo tale che il primo anno puoi ottenere cento. Il secondo produci dieci. Il terzo anno nulla. Quindi l’agricoltore nonha alcuna convenienza a coltivarsi il grano prodotto l’annata precedente e preferisce comprarsi un seme nuovo. In pratica una grande parte dell’agricoltura attuale è nelle mani delle aziende che vendono i semi.

-Quella della libertà dei semi è forse una delle più grandi battaglie che andranno fatte nei prossimi decenni.. è la stessa libertà dell’essere umano che è in gioco..

Assolutamente… c’è un disegno sporco dietro come queste o la diffusione degli OGM.. un disegno che dobbiamo contrastare.

-Tu, oltre all’impegno per la riscoperta del grano e del pane di una vota, hai partecipato lo scorso anno alla battaglia contro la discarica Battaglina, e stai portando avanti altre iniziative in tema di agricoltura biogica.

Circa la battaglia contro il progetto della discarica, San Floro, ha rischiato di diventare la più grande discarica d’Italia. Infatti la discarica in loc. “Battaglina”, se realizzata, avrebbe potuto estendersi per 140 ettari di superficie. Da subito ci siamo attivati giovani e meno giovani per scongiurare questo pericolo imminente che ci voleva morti e senza futuro. Un progetto che, tra l’altro, si è scoperto non era giuridicamente realizzabile. Alla fine l’abbiamo spuntata.
Per quanto riguarda le iniziative che sto portando avanti, devo dirti che in me è scattato qualcosa di molto forte quando un amico, al tavolo del mio bar di famiglia, mi ha illustrato la teoria secondo la quale un territorio è destinato a scomparire se non le persone che vivono quello stesso territorio non fanno qualcosa per manternerlo vivo. E quindi la successiva domanda: “tu che stai facendo per il territorio di San Floro?”, questa domanda è stata la scintilla che ha acceso in me un fuoco di passione. Ogni cosa che faccio oggi la faccio per far vivere il mio territorio e per farlo conoscere alle persone della vicina città di Catanzaro.
Un anno fa il progetto “Orto di Famiglia”(www.ortodifamiglia.com”) con lo scopo e la missione di offrire la possibilità a ogni famiglia del catanzarese di avere un piccolo orto di famiglia dove poter mangiare prodotti sani e coltivati da noi ma raccolti da loro in prima persona. Così facendo le persone stanno riscoprendo l’antico contatto con la Terra a cui tutti noi siamo collegati. Siamo partiti l’anno scorso con 10 famiglie e oggi a un anno di distanza siamo arrivati a oltre 70 famiglie. Il mio intento posizionare San Floro come uno di quei luoghi dove si mangia come cento anni fa, e dove potere “tornare alla terra”. Un altro progetto che ho avviato, aiutato da altri 3 giovani di San Floro, è volto a recuperare le antiche cultivar di fichi e l’antica tradizione dei fichi essiccati al sole.

-Tu all’inizio dicevi che la fissazione del calabrese è tornare alle origini. E’ una “fissazione” che sicuramente anche tu hai.. ed è un bene che tu ce l’abbia.. e che ti abbia portato a fare queste cose..

Sì… noi vogliamo tornare alle origini.. riscoprire i nostri sapore e la nostra tradizione.. mangiare come cento anni fa… fare vedere che esiste un modello diverso, una via diversa… da quello che ci propina la grande industria.

-Grazie Stefano.

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Domenico De Simone, controeconomista- un dialogo

by on giu.30, 2015, under Economia, Resistenza umana

Domenico2

Cominciai a interessarmi, a un livello approfondito, della reale natura delle dinamiche economiche, dopo anni in cui vedevo le devastazioni economico-finanziarie e, pur capendo, che “c’è qualcosa di profondamente sbagliato in quello che accade” (non credo ci voglia molto a capirlo), mi sfuggivano tutta una serie di meccanismi contreti, senza la comprensione dei quali, molto di quello che è avvenuto, e molto di quello che avviene diventa inintellegibile.
Tutto quanto ruota intorno all’economia è stato avvolto da una atmosfera di impenetrabilità. Lo stesso linguaggio usato è, a volte, quanto di più distanziante ci possa essere. E così si dà per scontato che esista un campo quasi incomprensibile a gran parte della gente. Un campo dove c’è sostanzialmente da fidarsi di quello che viene detto. Un campo dove gli esperti sanno fondamentalmente come si deve procedere.
Accanto a tutta la sfera della pura incomprensibilità, sono stati veicolati concetti e linee di pensiero, comprensibili stavolta, ma, in notevole parte frutto, nel modo in cui sono stati fatti comprendere… frutto di raffinata falsficiazione ideologica.. come tutto quanto ruota intorno al concetto di “debito pubblico”.
Una cosa è certa. Ogni percorso di conoscenza deve coinvolgere una analisi indipendente del sistema monetario e di quello bancario, dalle loro origini ai giorni nostri.
Nel muoversi verso una comprensione indipendente del mondo economico-monetario-finanziario…ti imbatti in molti di coloro che, da decenni, in tutto il mondo, si battono per fare conoscere quello che gli economisti ufficiali non raccontano; e cercano di proporre visioni e progetti per un cambiamento “umano” fuori dalla dittatura soffocante che pervade oggi ogni discorso di questo genere.
Questi personaggi a volte hanno cose in comune, a volte sono anche molto differenti. Alcune delle cose che dicono possono essere condivise. Altre si possono contestare. Ma c’è sicuramente in loro una sforzo di Libertà che aiuta ad aprire la mente e che stimola all’azione.
Uno di questi personaggi è Domenico De Simone.
Domenio ha pubblicato otto libri, di cui quattro sono scaricabili in formato digitale. Alcuni titoli , Un Milione al mese a tutti: subito! (1999), Dove andra a finire l’economia dei ricchi (2001) Per un’economia dal volto umano (2001), Un’altra moneta (2003) Parmacrack (2005). Con la Settimo Sigillo Dove va l’economia – intervista a Domenico de Simone a cura di Carlo Gambescia (2005)Crac! Il tracollo economico dell’Italia (2011), Il debito non si paga! (2011).
Da anni ha elaborato un progetto economico, chiamato FAZ (Financial Autonomous Zone, ovvero Zona Finanziaria Autonoma), che prevede anche la creazione di una moneta “a tasso negativo”.
Di questo e di altro ho parlato con Domenico nell’intervista che gli ho fatto e che leggerete di seguito.

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-Domenico quanti anni hai?

Ne ho da poco compiuti 66.

-Dove sei nato e dove abiti.

Sono nato a Roma dove attualmente vivo. Mio padre era pugliese e mia madre è napoletana… sono di famiglia meridionale e me ne vanto… mia madre viaggia sui 97 anni ed è ancora lucidissima, ricorda tutto, continua a leggere a studiare, pensare, continua a tenere la mente viva..

-Che esperienze di vita hai fatto?

Dopo avere fatto il liceo, mi sono iscritto a Giurisprudenza, perché mio padre era magistrato e allora dovevo fare giurisprudenza. Pensa che mi sono iscritto nell’autunno del 67 all’università. In pratica sono arrivato giusto in tempo per il ’68. E lì è cambiata completamente la mia vita. Ero stato educato in una famiglia piccolo borghese, mio padre magistrato, mia madre insegnante. E mi sono ritrovato in un contesto in cui si voleva cambiare il mondo. La cosa mi piaceva molto. All’Università dopo i primi due tre mesi sono entrato nel movimento. All’inizio ero stato attratto dalle parole d’ordine di “servire il popolo”. Facevo parte della “Linea rossa”. Lì ho resistito poco, era una sorta di piccola chiesa. Per uno che viene da una educazione cattolica come me -ho fatto le scuole dalla suore- non era il massimo finire in una piccola chiesa. In quel gruppo non c’era possibilità di critica. Tu aderivi a questa cosa perché odiavi il sistema, anche se non sapevi perché lo odiavi. Però poi ti ritrovavi in un piccolo sistema. Uscii da Servire il Popolo e per un po’ aderii al movimento studentesco, andavo al collettivo dell’istituto orientale di Lettere, alla Sapienza. Dopo qualche mese incontrai delle persone che volevano fare un collettivo a giurisprudenza. Mi trovai d’accordo; era una bella sfida. Il collettivo aveva un orientamento di critica culturale. Noi cercavamo di farci spiegare il perché di certi fatti, soprattutto seguendo un orientamento veteromarxista. Ad es., nel caso di diritto privato, dicevamo “vogliamo una critica del diritto privato e del concetto di proprietà”; nell’esercitazione di economia si cercava di capire il ruolo del capitalismo, il suo modo d’essere, le logiche dello sfruttamento. Per fare questo dovevamo studiare, studiare di più di quanto non si facesse normalmente. Abbiamo scritto diversi opuscoli che distribuivamo agli studenti, facendo bene attenzione a non farci beccare dai fascisti che se no ci rompevano la testa. Dopodiché trovammo la maniera per buttare fuori i fascisti da Giurisprudenza. Intorto al 1970, avevamo organizzato, insieme a Magistratura Democratica, un convegno a Giurisprudenza. Un convegno in merito allo Statuto dei Lavoratori che era nato da poco. Questo convegno lo organizzammo all’aula 2 che era una grande aula che conteneva mille persone. Vennero proprio i fondatori di Magistratura Democratica, l’aula era piena, e c’era anche la polizia perché si pensava che la destra reagisse. Cosa che accadde. Vennero questi che ci volevano picchiare. Solo che lì c’erano dei magistrati, e la polizia non poteva certo permettere che accadesse qualcosa a quei magistrati; quindi furono i fascisti ad essere picchiati dalla polizia. Per tre mesi non potevo tornare a casa, perché avevano individuato me e altri due come capi del collettivo. Ricevevo lettere anonime molto minacciose. Però effettivamente, da allora in poi i fascisti in giurisprudenza non ci misero più piede.
Nel frattempo era nato il movimento del Manifesto, dopo essere nata la rivista del Manifesto. All’origine c’era stata l’espulsione del gruppo fondatore del Manifesto dal Comitato Centrale del Partito Comunista. Il Manifesto contestava al PCI il principio del “centralismo democratico”. L’impossibilità di un dibattito permanente all’interno della struttura. E quindi per potersi battere per un orientamento diverso rispetto a quello della Terza Internazionale. Questo allora era considerato “frazionismo” e coloro che costituirono il Manifesto vennero espulsi, appunto, per frazionismo. Dopo la loro espulsione crearono la rivista e poi il movimento per lanciare, all’interno del movimento studentesco, una visione diversa del comunismo. Noi, come collettivo di giurisprudenza, eravamo già una 50ina di persone, decidemmo di entrare in questo movimento del Manifesto. E così mi ritrovai nel Manifesto a fare un sacco di cose. Ad esempio collaborare con Magistratura Democratica; oppure fare corsi di formazione per delegati di fabbrica sullo statuto dei lavoratori. Dopo un po’ venne approvato l’art. 18 e poi la nuova legge sul lavoro. Collaboravamo anche col collettivo di medicina. Loro si occupavano in fabbrica del rispetto della salute, ecc. E noi del rispetto dei diritti. Il nostro compito era coordinare l’innovazione della cultura con l’affermazione dei diritti e della salute nelle fabbriche.
Il problema fu che all’interno del Manifesto si riprodussero le stesse logiche che c’erano all’interno del Partito Comunista. Lo stesso principio del Centralismo Democratico -per il quale tu puoi discutere finché l’organismo dirigente non prende una decisione, e una volta che l’ha presa non si discute più di nulla- si riprodusse esattamente all’interno del Manifesto.
Ci trovammo a fare i conti con la politica concreta del Manifesto. Nell’inverno primavera del 1975 il Manifesto decise di fare un accordo col PSIUP per costruire una nuova forza. Che si sarebbe chiamata PDUP. La cosa non era sbagliata. Solo che noi pensavamo alla costruzione di un soggetto politico che non fosse limitato solo al Manifesto e al PSIUP, ma che coinvolgesse tutte le forze che erano nel movimento studentesco. Questa prospettiva trovava una forte opposizione da parte del Manifesto che non voleva che il suo ruolo dirigente fosse messo in discussione da alcuno. Successivamente si scoprì che l’intera operazione serviva a costruire un soggetto politico a sinistra del Partito Comunista che poi sarebbe dovuto confluire nel Partito Comunista. Cosa che poi effettivamente accadde. Comunque, per questa nostra opposizione interna al modo di agire del movimento del Manifesto, noi fummo espulsi dal Manifesto per frazionismo.
Quell’evento fu per me portatore di un profondo ripensamento, non solo sulle modalità dell’azione concreta ma anche sui presupposti entro cui mi muovevo. Io consideravo l’approccio politico come prioritario; consideravo la politica la regina di tutte le scienze, anche al di sopra della filosofia. Ma capii che era l’approccio politico ad essere sbagliato. Decisi di riflettere su come venivano a generarsi i movimenti politici e sulle ragioni per cui andavano sempre a ripetere, al loro interno, gli stessi meccanismi. Io mi resi conto che stavo vivendo una farsa, in cui il nostro desiderio di cambiare il mondo, cambiare gli approcci era vanificato dal fatto che poi, anche nei movimenti che propugnavano un cambiamento totale, c’erano delle granitiche convinzioni fondate su logiche di potere.
Uscii quindi da tutto quel modo. Feci l’esame di avvocato; anche perché si deve pur lavorare nella vita. Tra l’altro mi trovai in una posizione molto particolare. Stando al Manifesto ero entrato in collaborazione con l’FLM, la Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici, che era la componente CGIL del sindacato dei metalmeccanici ed era considerata la parte dura, combattiva, rivoluzionaria del movimento operaio. E con loro collaboravo nelle cinque zone operaie di Roma. Avevo le chiavi d’accesso, stampavo i volantini, portavo i volantini davanti alle fabbriche, ed entravo anche nelle fabbriche. Avrei potuto fare attività sindacale come lavoro, ma questo comportava che non dovevo chiudere con il Manifesto. Ma visto che io non faccio scelte primariamente guidato dalla convenienza personale, chiusi col Manifesto, chiusi con la possibilità dell’attività sindacale, e come lavoro mi dedicai all’avvocatura. E intrapresi anche gli studi di cui ti dicevo che mi portarono ad un punto centrale di tutto il mio percorso.

-Lo studio sulla questione monetaria..

Esatto.

-Quale fu una delle “rivelazioni” principali che avesti da questo studio?

Fu una constatazione. La constatazione che il debito è una illusione. E non solo è una illusione, ma è una vera e propria fregatura. Trovavo assolutamente paradossale che la moneta venisse emessa sul debito. E mi trovavo paradossale che questo crescesse con il crescere delle attività economiche.

-Quindi ti trovasti a condividere il concetto fondamentale del signoraggio, quello della moneta-debito.

Non so se è il concetto base del signoraggio. Io analizzai come gran parte della moneta esistente era essenzialmente moneta bancaria, moneta creata dalle banche. Questo molti lo sapevano e lo dicevano. Quello su cui si facevano meno considerazioni era il fatto che la moneta bancaria è essenzialmente basata sul debito; e questo comportava che venissero a prodursi più interessi rispetto alla moneta effettivamente presente.

-Un concetto che da sempre è un po’ “clandestino”, se non del tutto assente nel discorso economico maggioritario..

A me sembrava assurdo che lo stato dovesse pagare per emettere moneta. Che lo stato si indebitasse per creare denaro. Che ci fossero queste banche centrali che creavano loro il denaro per “prestarlo” agli stati.

-E questo innesca un debito perenne..

Esattamente. Il debito è inarrestabile. Noi siamo in piena economia del debito. E l’economia del debito è, prima o poi, insostenibile; visto che il debito cresce sempre.

-Tu sai che ci sono stati tanti che hanno tirato fuori vari argomenti per difendere questo sistema…

Effettivamente il sistema ha una sua “razionalità”, ha una sua “logica”. Se la moneta è fondata sul debito, uno è costretto a lavorare per restituirla. Però se ci pensi questa è l’ideologia della schiavitù. Tu “devi” lavorare. Il lavoro non è una tua scelta, non è espressione della tua creatività.. ma “devi” lavorare per potere campare e devi accettare, in ultima analisi, qualunque tipo di lavoro.

-Alcuni sostengono che ribaltare alla radice l’attuale sistema di creazione del denaro, darebbe un potere totale ai politici…

La questione è seria. Effettivamente è un problema la possibilità che la moneta venga creata totalmente in base a criteri politici. In quel caso se ne creerebbe troppa e non adeguata a quelle che sono le esigenze del sistema economico e questo generalmente genera inflazione. Ed è quello che è successo in Italia, sia con la creazione diretta di moneta, sia con la creazione indiretta, con il sistema dei titoli di stato che la banca d’Italia doveva comprare emettendo moneta. La moneta veniva emessa secondo criteri non economici e questo non generava ricchezza. Non venivano fatti investimenti che generavano ricchezza; per cui l’inflazione in Italia era arrivata al 20..21%. Veniva emessa troppa moneta ma senza che questo generasse economia. Anche se con tutta questa emissione di denaro, una parte girava effettivamente nella società; quindi serviva alla gente, e gli effetti positivi dell’emissione di moneta si potevano vedere. Quando ci fu il divorzio tra la Banca D’Italia e il Ministero del Tesoro..

-Il divorzio a partire dal quale la Banca D’Italia non ebbe più l’obbligo di comprare i titoli di stato rimasti invenduti..

Già.. questo divorzio fu giustificato dal fatto che continuando ad emettere moneta nel modo tradizionale, la situazione sarebbe diventata ingestibile. In un certo senso era vero. Il problema era che tutto ciò, questo divorzio e con quello che comportava, finiva col spostare il potere dal mondo della politica al mondo della tecnica. Ma i tecnici non erano “neutri”; svolgevano una funzione “politica”. L’emissione monetaria ha sempre rappresentato l’esercizio di un potere. Nell’antichità la moneta era legata ad un bene fisico; nel senso che la moneta era l’oro, l’argento, il rame. A un certo punto l’emissione monetaria non è stata più legata ad alcun bene fisico, ma si è trattato di emissioni cartacee fondate sul nulla, e generanti costantemente debito. Nei fatti la moneta veniva a fondarsi sul debito. Questo comportava che, essendo qualsiasi moneta, collegata alla crescita delle attività correnti e degli investimenti; se la società cresce deve crescere anche il debito.

-Anche se siamo arrivati a un punto in cui il debito cresce, anche se “economicamente” la società decresce..

Il sistema del debito ormai è esploso, e quindi funziona come un fiume che dilaga in modo inarrestabile..

-Il debito si collega a un punto cardinale del tuo approccio teorico, quello degli interessi..

Esattamente. Il debito comporta la generazione di interessi. La generazione di interessi comporta, tra le altre cose, il trasferimento di ricchezza da parte di chi detiene e chi lavora a chi fa speculazione finanziarie. Se a questo aggiungi il meccanismo fiscale, per cui il reddito da lavoro è tassato molto di più della rendita finanziaria; il combinato disposto che emerge è quello di un sistema che impoverisce gli ambiti del lavoro “vero” favore degli ambiti “elitari” che hanno il controllo sulle rendite, soprattutto, finanziarie.

-Quanto hai appena detto in merito ad una tassazione sul reddito da lavoro superiore rispetto alla tassazione sulle rendite finanziarie è sconvolgente, e molti neanche la sospetterebbero. Sembra completamente folle anche solo il pensiero che attività finanziarie, spesso puramente speculatorie, siano tassate meno delle attività lavorative.
E invece è proprio così.. la rendita finanziaria è tassata a circa il 12,50%.. la tassazione del reddito da lavoro supera il 50%.

-Ma come è che concretamente la rendita finanziaria viene tassata?

Viene tassata alla fonte. Se tu, ad esempio, compri delle azioni e quelle generano plusvalenze, si tassano quelle plusvalenze. A questo punto il sistema finanziario diventa un sistema di trasferimento del potere e di concentrazione del potere..

-Tu comprendesti, quindi, che attraverso il sistema dei titoli di interessi e quello della tassazione iniqua, si andava a favorire una élite..

Esattamente.. Compresi come quel modo di creare moneta era un modo per creare potere. Mi apparve che il sistema politico che dipendeva dal sistema finanziario per i finanziamenti e per altro era diventato succube del potere finanziario e che il vero potere stava al di là dei partiti, oltre i partiti e le organizzazioni politiche. Era un potere che ormai si stava spersonalizzando. Negli anni 60. 70.. ma fin dagli inizi del movimento operaio abbiamo combattuto una battaglia contro la classe capitalistica. C’erano delle identificazioni precise. Adesso, a volte, non lo sai neanche chi è il proprietario della fabbrica. Del resto, spesso conta poco chi sia il proprietario della fabbrica, perché la fabbrica, in tanti casi, appartiene ad un potere finanziario che è assolutamente anonimo. Nel senso che, esempio FIAT, Marchionne è un manager, non è il proprietario della FIAT. Gli stessi Agnelli sono degli azionisti, una minoranza rispetto a quelli che determinano le grandi scelte della Fiat. In un certo senso, col passare dei decenni, più aumentavano le attività immateriali, più diventava evanescente questa classe di potere che era legata al potere della finanza. Una classe di potere che è nascosto. Queste persone vengono chiamate “gli gnomi della finanza”; sono esseri che nessuno ha mai visto, mai eletto, e che muovono, ogni giorno, centinaia di miliardi da una parte e dall’altra come un branco di bufali impazziti.

-Secondo te c’è una consapevole strategia unitaria da parte delle Élite?

Secondo me no. Non penso ci sia una sorta di governo occulto. Ci sono delle lobby che seguono i propri interessi. Così come ogni investitore segue il proprio personale interesse e dato che questo personale interesse, per quanto riguarda gli uomini della finanza, è legato agli interessi del fondo, più il fondo guadagna più lui guadagna, cerca di fare guadagnare il fondo il più possibile. Con una visione, con un’ottica che non va al di là delle 12, delle 24 ore. Io non credo che ci sia una cupola che determina il potere. E’ la mentalità generata dal capitalismo, dal potere della finanza a generare questi comportamenti, questa situazione.

-Tu intuisci questo meccanismo del debito come meccanismo anche di arricchimento e di impoverimento da parte delle popolazioni a favore di poche élite.

Cercavo di capire il più possibile il sistema di emissione della moneta e quale potesse essere l’alternativa. L’idea del tasso negativo ripresa da Gesell, e poi da Steiner e poi da Ezra Pound, mi sembrava interessante. C’era bisogno però di un chiaro criterio di emissione. I creditos argentini, per esempio, quando l’Argentina andò in crisi, ebbero una grande diffusione. Il problema è che questa diffusione non era accompagnata da un criterio di emissione. Mi misi a lavorare per costruire una teoria per la quale fosse possibile emettere moneta a tasso negativo. Eliminare la logica degli interessi e del debito dal sistema. Il tasso negativo è l’unico modo per farlo.. prendere l’uovo senza ammazzare la gallina..

-Spiega a un ipotetico lettore medio il concetto di tasso negativo..

Il tasso negativo è semplice. Da un punto di vista etico le cose non generano frutto, né tanto meno può generarlo il denaro, per cui il fatto che il denaro genera frutti, ovvero gli interessi, è un assurdo in sé per sé. Il problema principale, dal punto di vista finanziario, dei paesi occidentali è quello della trappola della liquidità. Il fatto che c’è molta moneta nel sistema e questa non viene spesa. E allora si cercano varie strade per indurre chi ha moneta a spenderla. La strada di portare a zero o quasi i tassi bancari non funziona.. perché in un mondo globalizzato come il nostro i capitali vanno da un’altra parte. Ed anzi, con i tassi prossimi allo zero, la gente si indebita con la moneta con i tassi prossimi allo zero per comprare i titoli in quei paesi dove la moneta ha tassi attivi. E’ proprio la logica di far rendere il capitale che non funziona. E quindi devi eliminare gli interessi. Come fai ad eliminare gli interessi ed indurre la gente a spendere? Che cosa vuol dire indurre la gente a spendere… Fisher dice nell’equazione monetaria che il sistema è in equilibrio, dal punto di vista della moneta, quando la quantità di moneta moltiplicata per la velocità di circolazione deve essere uguale alle attività correnti moltiplicate per il livello dei prezzi. Questo significa che se hai una quantità di moneta x e si raddoppia la velocità di circolazione, la quantità di moneta diventa 2x. Quando ci sono politiche tipo quantitative easing in cui viene stampata e immessa nel sistema molta moneta, l’effetto inizialmente non sarà di un aumento della “massa monetaria” pari alla quantità di moneta immessa, perché questa non sarà spesa se non in minima parte. La maggior parte di essa sarà tesaurizzata. Ma ad un certo punto questa moneta comincia ad essere spesa.. non dico tutta insieme.. ma quasi.. e questo genera inflazione.. perché se non aumentano le attività correnti in maniera adeguata alla massa monetaria, parte l’aumento dei prezzi. Se questo non accade, ci si trova in piena trappola della liquidità. I soldi ci sono, anzi ce ne sono anche troppi, continuano ad essere stampati, ma non vengono spesi perché è troppo rischioso ed è preferibile tenerli nel cassetto o in titoli di stato, magari all’estero. E più le banche stampano moneta più quelli la investono in attività finanziarie ma non in attività reali. Poi, appena comincia qualche accenno di inflazione la Banca Centrale corre subito ad alzare i tassi e così la raffredda, ma allo stesso tempo blocca le attività economiche. Le oscillazioni tra recessione e stagnazione accompagnate da deflazione che hanno caratterizzato gli ultimi otto anni si descrivono in questo modo.
Nella moneta a tasso negativo, il denaro che hai in mano praticamente ti si squaglia, perché ogni giorno perde una certa quantità anche se minima del suo potere d’acquisto. La persona che lo possiede tenterà allora di spenderla. Si dice che se tu hai fiducia nel sistema economico spendi; se non hai fiducia non spendi. E quindi per spendere devi avere fiducia nelle istituzioni finanziarie, nelle istituzioni bancarie, in quello che fanno. La gente però specie in periodi di crisi economica, non spende, perché ha paura. Ha paura di ritrovarsi senza liquidità, in un sistema in cui la liquidità scarseggia. Il paradosso è che il nostro sistema è pieno di liquidità in maniera spaventosa. Ma è una liquidità che resta immobilizzata. Il tasso negativo la smuove. Se però noi pensassimo di applicare domani il tasso negativo al mondo intero, si verificherebbe un caos spaventoso. Questo perché nel mondo esistono troppi strumenti finanziari rispetto alle attività correnti. Considera che il totale degli strumenti finanziari è di 13-14 volte il PIL del mondo; cioè di tutte le attività che vengono fatte nel mondo nel corso di un anno. E’ chiaro che si tratta di una liquidità che non è adeguata perché è fondata su una logica completamente diversa da quella dell’utilizzo della liquidità per favorire lo scambio delle merci, che siano materiali o immateriali. Per cui il tasso negativo lo devi introdurre in maniera diversa. Devi creare degli ambienti in cui funzioni il tasso negativo. Devi creare una moneta a tasso negativo che abbia la sua compatibilità con la moneta nazionale. La moneta negativa verrà utilizzata, mentre si tenderà a tesaurizzare la moneta ufficiale.

-In un certo senso si innescherebbe una sorta di processo rivoluzionario..

Esattamente. C’è di mezzo un concetto che è anche filosofico. Ezra Pound diceva che la moneta a tasso negativo era la moneta che poteva portare il mondo a vecchi equilibri. Con essa si toglie al denaro il suo ruolo divino. Si tratta di un aspetto molto interessante. Il fine delle attività economica per come la conosciamo è quello di far crescere il capitale. Questo rende il capitale il soggetto principale dell’attività economica, non gli uomini che la fanno. Il capitale viene quindi spostato su quelle attività economiche che rendono capitale. Non verso quelle che sono più utili per gli uomini. Dietro la parola efficienza si nasconde questa verità. Che bisogna servire il capitale. Un capitale che cresce sempre è divino. Assume i caratteri della divinità. E’ eterno. E’ quello da cui provengono tutte quante le cose, è quello a cui si riconducono tutte quante le cose. Il ciclo vitale è all’inizio il capitale e alla fine il capitale. E’ quindi il capitale che è il dio al quale tutto viene e tutto viene ricondotto. Steiner diceva giustamente “il denaro è l’unica cosa che non deperisce, tutti gli altri beni deperiscono, tutti gli investimenti deperiscono, il capitale no”.

-La sottomissione al capitale come concetto “ideologico” quindi. Un concetto che ha permeato di sé tutta un approccio, tutta una mentalità. Quella mentalità da cui sono derivati luoghi comuni, frasi come “ce lo chiedono i mercati”.. “bisogna attirare gli investimenti internazionali”…

Invece la logica del tasso negativo è totalmente diversa. On il tasso negativo la quantità di moneta si riduce ogni giorno di un pezzettino; la quantità di moneta scende sempre. Devi quindi continuamente rimetterla in circolazione, perché altrimenti nel sistema si crea un disequilibrio. Il disequilibrio porta all’abbassamento dei prezzi e quindi alla deflazione. Allo stesso tempo se tu crei moneta per creare ulteriori investimenti, hai bisogno di ulteriore ricchezza.. perché la moneta per creare gli investimenti è maggiore del valore degli investimenti.. tutto questo porta al reddito di cittadinanza..

-Quindi, sia il tasso negativo sia la maggiore creazione di ricchezza rispetto agli investimenti giustificano il reddito di cittadinanza.

Esattamente..

-Ma concretamente come è che immagini questo reddito di cittadinanza? Come funzionerebbe?

Sul tuo conto ti viene accreditato il reddito di cittadinanza. Immaginiamo che ci sia una sorta di banca centrale. Questa banca deve finanziare gli investimenti produttivi. Non è che ha la possibilità di non finanziarli. Deve finanziarli. Qual è la misura del finanziamento? Anche qui non c’è una discrezionalità della banca. Ci sono dei criteri. Se viene una impresa che chiede un miliardo, la banca deve valutare il valore dell’impresa, il suo fatturato, ecc. Ma se vengo io che non ho niente, e chiedo un finanziamento? Cosa ricevo? Qui ho elaborato il concetto di “partecipazione al capitale sociale”.

-Spiega questo aspetto..

Il capitale sociale è l’insieme delle conoscenze di una società, a cui partecipano tutti i membri. E partecipano al capitale sociale in misura uguale. Dopodiché ciascun membro ha la sua attività economica propria e questo genererà flussi maggiori o minori rispetto ad un altro. Ma a prescindere tu sei partecipe di questo capitale sociale.

-Tu per capitale sociale parli dell’insieme delle conoscenze di una società..

Immagina l’Italia.. l’Italia ha un certo livello di conoscenze collettive. Conoscenze collettive che non sono la mera sommatoria delle conoscenze individuali, ma qualcosa di più; un fattore esponenziale delle conoscenze individuali. Le singole conoscenze possono essere qualsiasi cosa; dal fare la mortadella ai siti internet. L’insieme di questi saperi genera delle potenzialità. L’organizzazione di questi saperi genera opportunità. Tutto ciò ti dà il livello culturale di un paese. Cioè le sue potenzialità produttive, a livello di potenzialità. Dopodiché perché queste potenzialità diventino attuali c’è bisogno dell’imprenditore, che è una sorta di demiurgo e prende le mie conoscenze, le tue, quelle di Francesco, di Giovanni, di Maria, e la forza fisica di tanta altra gente, certe macchine, certe cose, e organizza tutto. Questa è la società del suo complesso. Questa idea della ricchezza come insieme di saperi è una vecchia idea, è già una idea di Marx nei Grundrisse. Ma è un’idea che, recentemente, una ventina di anni fa ha teorizzato Tipler, ragionando sulle risorse dell’universo; dimostrando che le risorse crescono in misura esponenziale nel tempo di vita. Perché le risorse non sono altro che scambio di conoscenze. Il che è ragionevole. Se siamo in cinque e abbiamo un certo livello di conoscenza. Se siamo in dieci questo livello di conoscenza non si è moltiplicato per due, ma è maggiore, va oltre. Questa è la crescita esponenziale. Perché ciascuno di noi può dare un valore aggiunto. Questa è la ricchezza potenziale di una società. E questa ricchezza di una società si può esprimere con un numero. Questo numero diviso per tutti quanti i suoi membri dà la capacità potenziale di ciascuno di noi.

-In sintesi tu stai dicendo… Nella società esiste un sistema diffuso di conoscenze, di qualsiasi tipo, dal coltivare i funghi a fare corsi di meditazione via internet. Tutte queste conoscenze nella loro interconnessione collettiva diventano qualcosa di più della loro sommatoria, ma rappresentano un sistema di accrescimento esponenziale. Questa “totalità delle conoscenze” rappresenta la ricchezza potenziale di una società. Questa ricchezza può essere rappresentata con un numero che viene poi diviso tra tutti i membri della società. Il risultato di questa divisione esprime la tua quota di partecipazione al capitale sociale, e l’ammontare di finanziamento a cui diritto.

Esattamente. Ti faccio un esempio. Un ingegnere da solo avrà difficoltà a costruire una casa ancorché abbia la capacità di progettarla e sappia come fare. Diciamo che ci può riuscire in un certo tempo, che sarà molto lungo e superando molte difficoltà. Lo stesso discorso vale per un carpentiere, o un idraulico, o un muratore e così via di seguito. Ciascuno avrà difficoltà diverse, maggiori o minori da superare ma possono costruirsi una casa. Queste case avranno dei difetti e dei problemi e forse qualcuno non riuscirà a finirla per non essere in grado di superare da solo un problema complesso. Tuttavia se si mettono insieme, riusciranno a fare lo stesso numero di case in un tempo molto minore, con una maggiore efficienza e senza dover affrontare problemi di difficile soluzione che possono portare ad errori di costruzione. Ecco, le conoscenze di ciascuno di loro, prese individualmente hanno un valore, ma messe insieme hanno un valore decisamente maggiore della somma dei valori individuali.

-Ma, in sostanza, come si fa a capire veramente il valore in gioco? Come si fa a effettuare questo calcolo? Come si fa a valutare questa ricchezza collettiva?

In realtà si tratta di qualcosa di abbastanza semplice. Devi pensare al PIL di una società, con diverse correzioni. Il PIL calcola la capacità di produrre di una nazione ma ovviamente nella logica del capitale. Quindi ci sono attività, come quelle finanziarie, che non aggiungono alcuna ricchezza all’umanità ma anzi creano danni, e quelle le escludi, mentre ci sono altre attività che il PIL oggi non considera affatto, come le attività domestiche, per esempio, senza le quali il mondo soffocherebbe nell’immondizia dopo pochi mesi e quelle le calcoli. Gli strumenti per farlo ci sono, com’è noto. Il PIL è un numero che comunque ti dà la misura della capacità produttiva di una nazione anche se distorta. Ma con gli opportuni aggiustamenti si riesce ad avere un’idea attendibile della potenzialità di un paese e della sua capacità di realizzare flussi di opportunità dalla propria ricchezza potenziale.

-ritorniamo al concetto di partecipazione individuale al capitale sociale..

Immaginiamo che il livello di ricchezza di una società diviso per tutti i suoi membri, porti a una capacità di spesa per ciascuno di noi di 50.000 euro a persona. Se questa quota è di 50.000 euro a persona, e io voglio più di 1.000.000 per il mio investimento, ma non ho altro da fare valere oltre, appunto, alla mia capacità di spesa, la banca mi dirà “io più di 50.000 euro non ti posso dare, perché io posso trasformare in denaro solo la tua capacità potenziale di ricchezza. Nemmeno posso valutare il tuo progetto, perché altrimenti avrei un enorme potere. Rivolgiti ai cittadini e fatti dare fiducia da loro per le somme che eccedono la tua capacità di ricchezza”. Quindi io se voglio fare il mio investimento, devo prendere altre 20 persone e convincerle a darmi la loro capacità di ricchezza. Se non sono venti persone che mi danno la loro intera capacità di ricchezza, magari saranno un duecento che mi daranno un decimo, o duemila che mi daranno un centesimo della loro capacità di ricchezza. E’ quello che succede in borsa, ed è il crowdfunding dell’ipercapitalismo. In questo modo si realizza l’eguaglianza in senso sostanziale e non formale. Tutti i membri di una comunità hanno il diritto di vivere secondo la capacità della società di realizzare “flussi di opportunità”, ovvero ricchezza concreta, dalle capacità potenziali. E ciascuno ha diritto di fare quello che preferisce: se io voglio fare musica vivrò con il Reddito di Cittadinanza, se voglio fare impresa ed arricchirmi lo potrò fare. Ciascuno deve seguire il proprio talento. L’importante è che poi l’arricchimento individuale non si traduca in potere, ma a questo pensa il tasso negativo oltre che una società in cui la liberazione del lavoro dalla necessità rende tutti molto più liberi e consapevoli.

-Riepiloghiamo la totalità delle “conoscenze” presenti in un Paese viene misurata utilizzando sostanzialmente i dati del PIL, a cui vanno apportati alcune modifiche.

Perché, come abbiamo visto negli esempi precedentemente fatti, nel PIL sono presenti alcune attività che non creano nulla, anzi fanno solo danni. Mentre non sono comprese tutta una serie di attività che creano ricchezza sociale. Fare della musica crea ricchezza; ma, per quanto riguarda il mondo della musica, viene compresa solo la ricchezza che deriva dalle vendite di dischi, dei concerti, ecc. La musica è subordinata al capitale, mentre voglio che accada il contrario.

-Domenico il senso della tua rappresentazione è chiarissimo. Sai dove ho qualche difficoltà? Nel trovare il tramite tra il concetto ideale che condivido e la sua realizzabilità concreta. Ad esempio, ci sono tante persone che fanno musica… nei centri sociali, per strada.. come fai a misurare il valore di migliaia di persone che suonano?

Devi partire da una cosa concreta, ovvero i flussi che tali attività producono e misurarli. E in questo può aiutare il reddito di cittadinanza. Se io ricevo il reddito di cittadinanza e voglio andare a sentire te che suoni, magari io potrò usare una parte di questo reddito di cittadinanza per “contraccambiare” la musica che mi hai fatto sentire. Devi misurare i flussi che producono.. la situazione dei flussi è tutto sommato semplice. Comunque considera che la valutazione dei flussi non è che devi farla al millimetro. La fai sostanzialmente ad occhio. Più o meno come si fa adesso col PIL.

-Comunque è interessante la connessione che hai fatto tra reddito di cittadinanza e la corresponsione per quei soggetti normalmente non riceverebbero nulla per il loro suonare. Come chi suona nei centri sociali. Il reddito di cittadinanza diventa un modo per dare valore anche alle attività immateriali.
Sì.. ma considera che le attività immateriali già ce l’hanno un valore; l’80% del PIL è fatto da attività immateriali. Bisogna però fare in modo, come dicevo prima, di fare uscire dal PIL quelle attività che non generano nessuna ricchezza, ed anzi sono socialmente dannose; ed aggiungere invece quelle attività che generano arricchimento. È un arricchimento che è personale e allo stesso tempo collettivo. Ogni artista degno di questo nome produce per sé stesso, ma così facendo arricchisce l’intera società.

-Facciamo un riepilogo. Tu crei un reddito di cittadinanza che dai a prescindere a tutti; nessuno escluso. Accanto a questo darai ad ogni persona del denaro per gli investimenti. In mancanza di una azienda o di altri generi di beni, la quota che riceverai per gli investimenti sarà il capitale sociale collettivo (l’insieme delle conoscenze di un Paese) diviso per tutti i membri di quel Paese.

Quel cittadino riceve una quota, ad esempio, di 50000, chiamiamoli dobloni, per gli investimenti. Questa somma quel cittadino dovrà ritornarmela entro un certo tempo. Ad esempio tu dovrai tornarmi quei 50000 dobloni in dieci anni; cinquemila euro l’anno.

-Quindi la somma per gli investimenti va restituita.

Sì.. la somma va restituita. Senza interessi, però; solo il capitale. E in funzione del tasso di interesse negativo. Se il tasso di interesse è del dieci per cento, mi restituisci quella somma in dieci anni. Se il tasso di interesse è del 5%, me la dai in venti. Se il tasso di interesse è del 20 me la dai in cinque. Più alto è il tasso negativo e più velocemente la moneta scompare dal sistema; e quindi più veloce deve essere la restituzione.

-Una volta restituito il credito..

La tua capacità non è più solo quella capacità che si è ricostituita. Coloro che hanno realizzato l’investimento e coloro che sono stati capaci di restituire in tempi rapidi l’investimento vengono premiati. Se invece tu non sarai in grado di restituire la somma che ti è stata data per l’investimento; ti rimarrà comunque il reddito di cittadinanza, che è qualcosa che non viene mai meno.

-Quindi chi non restituisce la cifra ricevuta per l’investimento, continuerà comunque a ricevere il reddito di cittadinanza, ma non riceverà ulteriori finanziamenti per gli investimenti.

Non li riceverà finché non sarà ricreata la tua capacità di credito. Questa capacità di credito non si ricrea solo se avrai restituito quanto ricevuto, ma anche se aumenta la ricchezza complessiva del sistema. Immaginiamo che quando tu ricevesti il primo finanziamento, la capacità complessiva del sistema era di 1.000 miliardi di euro, e la tua quota era di 50.000 euro. Se dopo dieci anni la capacità complessiva del sistema è diventata di 2.000 miliardi; la quota per individuo diventa di 100.000 euro. Quindi tu, anche se le 50.000 che ricevesti originariamente le hai già spese, hai diritto a questi altri 50.000 euro che sono dati dall’incremento della capacità di ricchezza della società.

-A questa quota va poi aggiunto quanto viene dato in virtù di un’impresa e di altri beni economicamente valutabili che ha il soggetto.

Sì, ma questo non vuol dire che tu che ricevi solo la tua quota “monetizzata” di capitale sociale, non possa fare i tuoi investimenti. Come accennavo prima, tu che, putacaso, hai l’idea grandiosa di creare le automobili che volano, e ciò che immagini richiede investimenti per 10.000.000 di euro; tu prepari, in merito a questo progetto, un prospetto finanziario e chiedi alla gente di finanziarlo, acquisendo, comprando delle quote, come in borsa.

-Se ti chiedessero di attuare questo progetto su piccola scala, tu come lo adatteresti?

Facciamo l’ipotesi di essere in un realtà da 1.000.000 di abitanti. Tu crei una associazione, alla quale chi aderisce versa una piccola quota; tipo dieci euro, cinquanta euro, ecc. Questo ti da diritto ad avere una tesserina col tuo reddito di cittadinanza. Accanto a ciò, c’è una struttura che ti dà i soldi per fare gli investimenti. Considera comunque che, visto il minor numero di persone coinvolte rispetto ad un Paese intero, sia il reddito di cittadinanza che il credito dato per gli investimenti saranno, in una ipotesi del genere, sensibilmente inferiori.

-In merito alla moneta a tasso negativo immaginata da te, ti faccio una domanda che è un classico nel dibattito sulle monete locali. Questa moneta è tassabile o meno?

Io partirei dicendo che è tassabile.. Anche se in realtà tu, in realtà, più che ricevere del denaro, ricevi un titolo obbligazionario che scadrà, ad esempio, dopo dieci anni. Questo porta alla considerazione che, con la moneta a tasso negativo, sto ricevendo una moneta che, in un tot periodo, varrà zero. Su questa moneta io non devo pagare tasse. Le obbligazioni non sono tassate.. o meglio sono tassate nella misura in cui vengono realizzate. Ma, per via del tasso negativo, queste obbligazioni arrivano entro un certo periodo a un valore pari a zero.

-E’ come se tu dicessi “tra di noi distribuiamo questi tasselli, queste carte, ecc. ed valgono tra di noi, e comunque, per via del tasso negativo, tra dieci (per esempio) anni, esse non varranno più. Quindi non rompeteci le scatole”.

Sì. Anche se in effetti la cosa migliore sarebbe quella di mantenere una quota in euro per lungo tempo. Se io ti vendo il mio servizio di piatti per un valore cento e tu mi dai 50 euro più 50 conchiglie; quando ti faccio la fattura, saranno tassabili solo i 50 euro.

-Per fare una cosa del genere devi fare un accordo associativo..

Esatto..

-Nel quale deve entrare anche il cittadino e non solo produttori, negozianti, ecc.

E’ così.. un cittadino semplice magari pagherà una quota di dieci euro. Un negoziante di cento. Dopo che un soggetto paga la quota, riceve una carta.

-Domenico, facendo una riflessione generale, qualcuno direbbe che progetti di questo genere sono belli ma utopistici.. e che comunque non si permetterà che vengano realizzati..

Io sono dell’idea che devi comunque tentare, come hanno fatto tutti coloro che hanno cercato di cambiare le cose. Ci sto provando, perché credo che sia arrivato il momento di realizzare una Faz, ovvero un luogo dove far funzionare questo sistema. Lo trovate nel sito del Cespea, il mio Centro Studi Per l’Economia dell’Abbondanza e sul mio sito personale all’indirizzo domenicods.wordpress.com. Ho anche aperto un sito per le iscrizioni al progetto Faz. Basterà raggiungere due o tremila iscritti per partire. Anche se non sono sufficienti per un sistema economico integrato, però è un inizio e poi crescerà perché il sistema che ne verrà fuori è molto attraente. E soprattutto potrà dare un aiuto concreto a chi partecipa.

-Grazie Domenico.

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Intervista a Sante Berardi- testimonianza sul Metodo Di Bella

by on mag.03, 2015, under Medicina, Resistenza umana, Scienza

Lucia


Vorrei che ci fosse un’attenzione infinita da parte di chiunque si approcciasse a quello che Sante racconta in questa testimonianza.
Sante per temperamento non ama condividere pubblicamente la sua vita, tanto più quanto appartiene a un percorso così intimo e doloroso quale quello che concerne la malattia. La malattia, nello specifico, della madre e della moglie.
Fu l’emergere di una patologia tumorale nella madre che produsse, anni fa, lo sconvolgimento della vita di Sante.
Non è la prima volta, nel corso di questi anni, in cui mi trovo di fronte a narrazioni sul prezzo sconvolgente richiesto dalla chemio.
Quanto vissuto dalla madre di Sante è emblematico di tale prezzo. Una donna anziana, già destabilizzata da una diagnosi inaspettata, è stata crocifissa sugli altari del protocollo.
Sante ha assistito a un accanimento insensato, e che procede inesorabile, come se, alle volte, la macchina della morte si muovesse di forza propria. Come se fosse lei a possedere i suoi esecutori.
E’ il dolore che si manifesta nella necessità che fa scattare in alcuni la sete della conoscenza che li porta in mondi dove forse, altrimenti, non sarebbero mai giunti. E sarà per Sante l’immenso doloro nel vedere il tormento della madre, un tormento inaccettabile, un tormento di fronte al quale si è trovato sostanzialmente solo.. a spingerlo a cercare di capire qualcosa di più su ciò che stava accadendo e a cercare altre strade.
E Sante si trasformò in quei personaggi che “passano le nottate” a studiare, studiare, studiare.
“Piccoli soldati della speranza”, hanno una volontà che si nutre di rovi e veleno, e di un’amore straziato, di cui portano tutte le stimmate, e che li rende incapaci di vedere nella stanchezza un limite.
“Portatori sani di onestà”, perchè cercano da sé quelle voci oneste che avrebbero voluto sentire, che avrebbero avuto il diritto di sentire. Cercano i dati, le fondamenta, le connessioni. Sbattono sul muro delle bufale, degli eccessi, degli errori, dei minestroni dove è facile perdersi. Filtrano, confrontano, sperimentano. Si ritrovano in un “piccolo popolo” di persone che non accettano il pasto avvelenato. E più aumentano i loro orizzonti, più aumenta la loro indignazione. E quella irrefrenabile voglia di condividere.
Nelle sue ricerche Sante si imbattè nel Metodo Di Bella e riuscì, a un certo punto, a farlo intraprendere alla madre, con alcuni benefici. Ma la madre non se la sentì di mollare la chemio, invalidando così, in buona parte, il processo di “riemersione” che avrebbe potutto innescare il Metodo Di Bella. A tutto un periodo di chemio si aggiunse, qualche mese dopo la conclusione di essa, un’ulteriore operazione devastante che andava investire un corpo e una pasiche ormai ridotti ai minimi termini. I risultati non si fecero attendere. Alla “non risoluzione” delle patologie tumorali precedenti, si aggiunge l’esplosione delle metastasi al cervello. E tutto questo su un corpo già immunodepresso dalla chemio, che tra l’altro aveva anghe generato delle mutazioni genetiche, un danno cardiaco e altri effetti collaterali.
In poco tempo la madre di Sante si avviò alla morte.
Al corpo di questa donna era stata tolta ogni difesa, bombardando tutte le sue capacità organiche e attuando, sostanzialmente, un sistematico avvelenamento. Emotivamente le si è fatta vivere una lunga stagione di sofferenza e angoscia. Su un corpo-mente così “terremotato”, la malattia, resa ancora più aggressiva dalle modalità di “cura” ha potuto scatenarsi. Gli ultimi tempi sono stati i peggiori, costellati, per via anche delle metastasi al cervello, da continui attacchi epilettici.

Sante, ancora prima, ancora prima di questo finale da incubo totale, io vedo le immagini che hai fatto vivere con le tue parole. Una in particola. L’immagine di tua madre, che non ho mai visto, eppure la vedo, con il volto pallido che irradia angoscia e sfinimento. E tu davanti a quel volto, sentendo sempre di più l’inaccettabilità del tutto, tentando di trovare vie d’uscita, improvvisandoti tu “cercatore della verità”, in un mondo dove a volte il buio sembra dilagare, finché qualcuno si accende e comincia ad ardere come una candela.
Noi ameremo tua madre, per come hai saputo raccontarci il suo calvario, e il tuo affrontarlo insieme ad essa.

Dopo la vicenda della madre, Sante non fu più la stessa persona. Ormai un varco in lui si era aperto.
E quando il problema tumorale emerse nella moglie, fu chiaro che non ci sarebbe stato un altro brutale calvario.
La moglie non avrebbe fatto la chemio. Sia lui che lei furono pienamente concordi in questo. Il percorso che lei seguì fu quello del Metodo Di Bella, accompagnato, mano a mano che gli studi e gli approfondimenti di Sante proseguivano, da un approccio alimentare adatto a chi ha sviluppato problematiche tumorali.

Sante in questi anni è stato vicino a molti malati tumori e ai loro famigliari. Ha dato a queste persone vicinanza, consiglio, ascolto. Non si dirà mai abbastanza quanto sia importante, in situazioni del genere, trovarsi di fronte qualcuno che, come Sante, è passato attraverso certe vicende, e sa consigliare, sostenere ed ascoltare.

Vi lascio all’ìntervista che gli ho fatto. Una intervista che i consiglio di leggere fino all’ultimo rigo.

PS: l’immagine che accompagna l’intervista è la riproduzione di un’0pera di Lucia Rossolini.
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-Sante quanti anni hai, di dove sei originario e dove vivi?

Sono nato nel 1966, a Lugo di Romagna dove vivo con la mia famiglia, da sempre.

-Racconta la tua esperienza di vita fino all’emergere della problematica di tua moglie.

Premetto che sono una persona piuttosto riservata, tendenzialmente solitaria; anche se poi la mia vita è esattamente impostata al contrario. Però amo poco mettermi in mostra, tanto che ho avuto qualche dubbio circa il partecipare a questa intervista; ma il tema è troppo importante per cui metto da parte la mia indole.Di me, comunque, non è importante dire molto. Tutto sommato ho avuto una vita piuttosto positiva, interessante ed equilibrata. Ho avuto la possibilità di concentrarmi sui miei interessi professionali e privati fino a un certo punto.. quando sono cambiati gli equilibri. Ho sempre lavorato in proprio nel mondo della grafica e comunicazione, anche se ora ho un po’ virato anche verso altri ambiti che mi interessano particolarmente ed che riguardano sempre e comunque la tutela rispetto ai poteri e alle vessazioni in campo finanziario e fiscale; e anche sulle tematiche relative alla salute, perché sono convinto che fare informazione e condividere esperienze e conoscenze è basilare affinché si possa vivere consapevolmente e si possa essere capaci di salvaguardare i diritti e le possibilità di scelta nostri e di chi ci è accanto.Ad ogni modo fino ai 40 anni la mia è stata una vita stabile, vicino alla mia famiglia, ai miei affetti, alle amicizie. Ma ho sempre avuto la sensazione che quel periodo positivo sarebbe terminato. E così è stato. Ad un certo punto emerse un periodo di buio profondo su tutti i fronti.

-Quando emerse la problematica di tua moglie?

La vicenda di mia moglie inizia nel 2010, a maggio. Ma questo capitolo viene dopo un periodo molto pesante e inguaribile per me.

-Un periodo iniziato con la malattia di tua madre..

Sì.. fu un momento di profonda sofferenza. Qualcosa che ha segnato la mia vita e ha cambiato radicalmente equilibri e pesi. Questo percorso così tragico ha però avuto dei risvolti positivi. Anche nel male assoluto, c’è un avanzamento del bene. Ma questo emerse solo in seguito. Fu così emblematica la vicenda con mia madre, che preferisco parlare prima di essa e subito dopo della malattia di mia moglie; anche perché l’esperienza con mia madre fu un importante insegnamento su come approcciarmi con mia moglie. Andiamo a mia madre. Era il 2005, quando lei, lo ricordo come ieri, salì le scale venendomi incontro con aria molto mesta -cosa rara per una persona molto allegra, positiva e sdrammatizzante come lei- dicendomi che aveva notato sangue nelle feci.Da lì partirono controlli ed esami fino ad un giorno in cui la moglie di mio cugino, infermiera, mi disse, dopo una biopsia, al telefono “c’è un problema”. Io allora ero ignorante in materia di cancro, ma compresi il peso di quelle parole. Ne conseguì una lunga sfilza di esami e il dovere di comunicare a mia madre, volta per volta, ciò che stava succedendo. Il “problema” che era stato riscontrato era.. un adenocarcinoma al colon, scarsamente differenziato. Era necessario fare rapidamente un intervento. E così fu. L’intervento non fu affatto facile; anche perché, seppur marginalmente, interessava anche altri organi. Tutto, comunque, parve risolversi bene. Dopo varie biopsie e relative analisi su tessuti e linfonodi, l’oncologo disse testualmente che mia madre era guarita e non aveva necessità di terapie oncologiche; niente chemio! Pareva un sogno, anche se, allora, non avevo ancora la più pallida idea di cosa significasse avere a che fare con la chemio.Per un anno e mezzo tutto pareva andare bene. Anche perché nel frattempo era nata mia figlia.
Ma, verso la fine del 2007, durante un controllo radiografico ai polmoni, a mia madre fu notata una sospetta lesione, che, dopo un ago aspirato, venne diagnosticata come carcinoma primario al polmone sinistro. Mia madre crollò in uno sconforto profondo, anche perché non comprendeva come potesse avere, dopo due anni, un tumore primario in un altro organo. Si sentiva come se fosse vittima di una condanna dal cielo; una condanna che non capiva per che cosa, vista la vita retta, onesta, e coerente che aveva vissuto. C’era da fare un delicato intervento chirurgico, complicato dalla vicinanza di questa massa di 6 centimetri ad una vena. A Bologna trovammo una èquipe capace di eseguire un intervento del genere; mia madre venne operata, e le venne asportato un lobo del polmone.
Tutto sembrò ancora una volta essere andato per il meglio; ma a guastare tutto fu l’avere riscontrato la presenza due linfonodi positivi che obbligarono mia madre a mettersi nelle mani dell’oncologia. Da qui iniziò il lungo percorso verso il baratro. Per quanto la malattia possa essere feroce, violenta, indomabile; dico con nettezza che se mia madre è morta nel peggiore dei modi, questo è stato grazie ai fallimenti totali dell’oncologia e dei suoi protocolli radio-chemioterapici che hanno reso gli ultimi due anni della sua vita un inferno. Ripeto, probabilmente sarebbe volata in cielo ugualmente; ma vi è stata accompagnata in maniera inqualificabilmente fallimentare da chi doveva salvarla o perlomeno curarla al meglio.La chemio, iniziata dopo l’intervento, fu un inarrestabile calvario. Prima che iniziassimo con essa, il chirurgo mi disse in modo molto crudo essenzialmente due cose: “sua madre ha il 35% di possibilità di salvarsi”…. “la chemio per il polmone aggiunge un 3/4% di vantaggio in più di cavarsela”. Insomma, con la chemio saremmo passati dal 35% a circa il 40% di possibilità di uscirne. Le sue parole, però, celavano presagi più cupi, che in seguito avrebbe ammesso. Comunque, in quel momento io e mia sorella eravamo rimasti basiti per il fatto che una terapia come la chemio, con tutto ciò che comporta di avverso, potesse apportare solo un 3/4% di vantaggio. L’oncologo, anche in considerazione del fatto che una tac successiva aveva già evidenziato una piccola recidiva in zona pelvica, decise, per non farci mancare nulla, per una doppia linea di farmaci chemioterapici, tra cui il famigerato cisplatino.

-Insomma, un vero “bombardamento chemioterapico”..

Sì.. La prima seduta non sembrò comportare particolari contraccolpi. Dopo di essa, mia madre era venuta e casa e aveva tranquillamente mangiato, con stupore di tutti e anche suo. Però nel pomeriggio si scatenò l’inferno, e cominciai quel percorso che, nel tempo, per necessità, mi trasformò in infermiere. Quei cicli di chemio furono devastanti per mia madre. Tante volte cercammo di comunicare ai medici lo stato di prostrazione e sofferenza che colpiva mia madre dopo le sedute; ma troppo spesso veniva trattata come una sciocca senza capacità di sopportazione, quando lei era, al contrario, una persona con una altissima soglia del dolore. Dopo l’ultima seduta pensai che stesse per morirci, visto il colore del viso, lo sguardo di morte che aveva, quell’angoscia che emanava e che l’aveva logorata per settimane. Adesso sintetizzerò alcuni passaggi. Non voglio condividere tutto l’inferno che seguì, dettaglio per dettaglio, ma riportare solo il succo degli eventi:

a- la chemio fallì in toto, dopo circa 3 mesi di sofferenza e conseguenze di vario tipo, in primis una neuropatia periferica a mani e piedi, difese immunitarie devastate, danni cardiaci. In ogni caso la recidiva al colon non era mutata, dopo la chemio, indifferente totalmente al cocktail di farmaci che il “premuroso” oncologo aveva prescritto; una tortura medioevale con risultati inesistenti sulla malattia; o meglio, danni certi e concreti contro risultati nulli;
b- che la chemio fosse stato un fallimento totale ce lo disse l’oncologo bellamente, senza guardare mai in faccia mia madre, semplicemente con un “signora la chemio pare che l’abbiamo fatta per niente”…..lo stesso oncologo che le disse davanti a me, prima di iniziare il percorso chemioterapico “signora, ora si merita una bella chemio”, parole che incredibilmente ricorsero anni dopo quando, lo stesso soggetto, telefonò a mia moglie pregandola di sottoporsi ad una “meritata chemio”;
c- ci dissero, a giugno, che avrebbe dovuto prevedere un ulteriore intervento al colon per rimuovere la recidiva. A settembre avrebbe dovuto operarsi nuovamente. Io mi ribellai a questa idea in quanto mia madre non era minimamente in grado di sopportare un intervento di tale portata, aveva bisogno di un periodo di recupero generale, sia fisico che mentale; loro fecero un incredibile pressing perché c’erano possibilità di complicazioni al colon e secondo loro potevano crearsi fistole, contaminazioni di altri organi, insomma una prospettiva inquietante dal loro punto di vista; io rimasi cautamente in disparte con la mia idea che fosse una follia sottoporsi ad un ulteriore intervento;
d- nel frattempo visti i risultati pessimi, i trattamenti subiti, la situazione complicata.. mi ero messo a studiare e a fare ricerca in maniera intensa; avevo davanti agli occhi il fallimento totale delle terapie oncologiche, serviva ben altro a questo punto. Lessi molto e in particolare lessi che la patologia di mia madre, o meglio, le patologie di mia madre non davano prospettive molto confortanti secondo le statistiche ufficiali. Non trovavo però appigli. Quando ti soffermi a leggere attentamente e statistiche ti si prospetta un futuro cupo e senza speranza perché i numeri, per quanto forzati e manipolati, sono pessimi. Riguardo, in particolare, al cancro al polmone corrispondevano statistiche tragiche e agghiaccianti per terapie pressoché inesistenti, come del resto il chirurgo, con molta onestà ebbe a dirci. Ma allora perché pompare cisplatino in vena a un povero cristo con tutto quanto ne consegue per risultati che nel migliore dei casi sono inferiori comunque ai danni prodotti sul corpo e sulla mente del paziente? Mia madre, tra l’altro, è un esempio del paradosso statistico. Lei viene in primis considerata tra i guariti statisticamente, dopo il primo intervento; mentre poi è inserita tra i deceduti. Quindi lo stesso paziente è un guarito e un deceduto, vale a dire non incide negativamente, quando dovrebbe invece;

-Tu nei tuoi studi, a un certo punto, ti trovasti di fronte il Metodo Di Bella.

Sì. Durante le mie ore notturne, dedicate anche esse alla ricerca, mi imbattei nel Metodo Di Bella, che, in mezzo a tutto quanto stavo leggendo, mi pareva qualcosa di sostanzioso e credibile, nonostante quello che in passato si era detto su di esso. Ricordo bene il periodo. Eravamo a metà del percorso con la chemio; fine inverno 2008. Scrissi al sito dibellainsieme, ed ebbi una risposta molto rapida che fu propedeutica ad un contatto telefonico, che si svolse un sabato mattina, con Adolfo Di Bella, figlio del Professore e fratello del dott. Giuseppe. Stetti due ore al telefono e trovai una umanità, una disponibilità e una delicatezza che ancora oggi mi stupiscono; visto che ero un perfetto sconosciuto. Un approccio, da parte di Adolfo, che nulla pretendeva, nulla chiedeva, nulla recriminava per il tempo dedicatomi così concretamente. Finalmente avevo una speranza in mano e ne parlai con mia madre che era una mente aperta; nonostante la malattia l’avesse messa in una condizione di paura. Prendemmo un appuntamento con Giuseppe Di Bella. Il giorno dell’appuntamento mi precipitai a prendere mia madre in collina, perché l’appuntamento mi era stato dato in modo rocambolesco; e per arrivare in tempo guidai come un folle. Giuseppe fu molto onesto e diretto con noi. Ci disse di tentare, perché, di certo, si sarebbe ottenuto più di quanto si poteva ottenere dai protocolli ufficiali in termini di qualità della vita e di durata della vita stessa, sottolineando come solo col tempo avremmo visto la reazione alla terapia; e fu categorico nel dire che le chemio fatte avevano già prodotto mutazioni genetiche, immunodepressione, e danni collaterali da combattere; e comunque ci trovavamo di fronte ad una doppia neoplasia difficile da trattare. Mia madre iniziò il MDB, ma non se la sentì di abbandonare la chemio. In casa mia regnava il caos circa la linea terapeutica da seguire; e io non ero ancora abbastanza certo e consapevole da avere la forza di spingere pienamente verso un percorso che fosse al di fuori della medicina convenzionale. Un oncologo in pensione, favorevole all’MDB, che ci seguì per qualche tempo, disse –in virtù di questo non abbandonare la chemio da parte di mia madre- che lei si curava contemporaneamente con “sale e zucchero”.

-Nel senso che da una parte faceva una cosa che si muoveva in un senso, dall’altra la invalidava facendo una cosa che andava nel senso opposto?

Sostanzialmente sì.. Del resto, spingere pienamente verso il percorso dibelliano, voleva dire non fidarsi dei medici. Ma come si può, da parte di una persona cresciuta con una certa idea della medicina, della scienza, entrare in un ospedale e non porre fiducia nei camici bianchi? Come si può pensare che dall’altra parte non stiano facendo tutto ciò che può essere fatto per salvare la tua vita? Io non discuto la buona fede. Ma questo non giustifica il tradimento del giuramento di Ippocrate. Se anche si fosse in buona fede, allora si è affetti da ignoranza e schiavitù protocollare. La vicenda di mia madre è stata davvero l’esempio di un susseguirsi continuo di devastanti errori e orrori. L’estate del 2008, comunque, fu buona, quasi ottima. Il MDB stava iniziando a dare risultati sulla qualità della vita. Ma, proprio mentre mia madre stava superando i postumi della chemio, malauguratamente decise, cedendo alle pressioni dei chirurghi e oncologi, di farsi operare, in settembre, al colon. Fu un intervento non risolutivo e pesantissimo con tanto di deviazione intestinale. Da esso si riprese a fatica e la radioterapia addominale a cui fu sottoposta peggiorò ulteriormente le cose. Lei mangiava poco e soffriva molto, anche se, in qualche modo, sembrava, pur immersa nella prostrazione, reggere. Ma io capii che era stato un errore fatale subire quell’intervento in quello stato di ancora troppa fragilità. Una notte, andando in bagno, mia madre cadde a terra immobile. Mio padre mi chiamò (io abito al piano superiore); quando giunsi vidi che lei non riusciva a muoversi. La portammo a letto in braccio. Da quel momento perse l’uso di tutta la parte destra del corpo, tranne il viso che era rimasto integro. Noi pensavamo fossero danni da radioterapia; ma il peggio doveva ancora arrivare. Era qualcosa che l’oncologo “sale e pepe” ci aveva preannunciato, quando ci aveva detto che quasi sempre il tumore al polmone provoca metastasi al cervello. E così fu, come emerse da una Tac che lessi con uno sconforto difficile da descrivere. Quello fu uno dei momenti di maggiore “sprofondamento” dell’intera vicenda. Nulla di quello che era stato intentato, esami, interventi, terapie, aveva portato un esito positivo, tranne nel caso dell’MDB che, nell’estate 2008, aveva fatto biologicamente rifiorire mia madre. Ma la devastazione della chemio e dell’intervento chiururgico al colon e la radioterapia successiva avrebbero distrutto il sistema immunitario di mia madre, la capacità del suo corpo di reagire e combattere la malattia. Senza contare che già prima dell’operazione la chemio aveva regalato a mia madre, cioè una neuropatia periferica, un danno cardiaco rilevato prima dell’intervento, immunosoppressione, e, naturalmente una sorta di shock psicologico per le sofferenze di quelle settimane.L’operazione era stata l’errore finale. La malattia si scatenò in un corpo senza capacità di reazione e di difesa. Ero frustrato in quel periodo per non essermi imposto chiedendole di attendere qualche mese.

-Voglio soffermarmi ancora un attimo, perché quello che emerge è estremamente emblematico. Dopo tutto un insieme di –bombardamenti chemioterapici massicci –operazioni –radioterapia; il risultato complessivo è stato di devastante sofferenza per tua madre, con effetti collaterali quali una neuropatia periferica, un danno cardiaco, immunosoppressione, traumi pscicologici ed effetti sostanzialmente nulli sulle patologie tumorali, anzi, piuttosto un “avanzamento”, con l’emersione di metastasi al cervello.

Esatto… davvero un bel risultato al prezzo di un dolore indescrivibile. E per loro non era ancora finita. Sai cosa prevede il protocollo a questo punto?Radioterapia panencefalica, un tipo di radio che farei solamente ai miei peggiori nemici in quanto provoca, oltre a caduta dei capelli fulminante, danni al tessuto nobile non rigenerabile, in particolare sulla memoria a breve termine. Effetti collaterali confermatici dall’oncologo e dal radioterapista. Ma alla domanda “a medio termine invece?”, ci risposero, uno con una risatina e senza una parola, mentre l’altro ci disse che si trattava di cure palliative e che non si prevedeva il medio termine per questo tipo di pazienti.. un discorso del tipo.. “cosa ti interessa del medio termine che tanto non ci sarà più nel medio termine?”.

-Come “cura palliativa” una radioterapia che abbassa ulteriormente la qualità della vita, produce ulteriore dose di sofferenza, porta a una immediata perdita dei capelli, devasta la memoria.. ? Davvero sui generis questa interpretazione di “cura palliativa”..

Beh, la terapia serviva, secondo loro, per ridurre l’edema cerebrale in corso che premeva. Davanti a quello che mi veniva prospettato, io non volevo rassegnarmi e, dopo alcune ricerche, mi precipitai a Monza, per parlare con un importante medico, radio chirurgo, che purtroppo escluse la radiochirurgia al cervello per mia madre; ma mi consigliò un protocollo diverso per limitare o evitare i danni cerebrali citati, attraverso sedute più leggere e frazionate. Ma, nella sostanza, nessun cambiamento rispetto alla “via generale”. Alfredo, trovi un muro di fronte a te. Mettono un muro. Il protocollo è uno e lo portano avanti fino alla morte pur di non cambiare una virgola degli ordini ricevuti dall’alto. Le mie richieste non portarono a nulla nonostante provenissero da un collega quotato. Mia madre così fu sottoposta al protocollo standard e radioterapia panencefalica, ostaggi dei loro dictat. Mia madre non camminò più. Ebbe un breve periodo di stabilità, in cui riprese a muovere un po’ il lato destro, prima di un altro peggioramento, in cui precipitò in attacchi epilettici, nella perdita della memoria a breve termine, nella perdita progressiva della vista a tratti, e nell’ultimo mese, della parola. I suoi ultimi tre/quattro mesi di vita furono uno strazio incredibile. Mio padre ebbe quella che chiamai “una benedizione dal Cielo”, quando cadde da una scala, si ruppe il bacino, e fu costretto a rimanere tutto quel periodo in ospedale. Mia madre morì il 15 agosto 2009. Mio padre per fortuna non vide quell’andarsene così brutale da questa vita e con una assistenza che, per inadeguatezza, incompetenza e superficialità, non può neanche definirsi tale. Per me e mia sorella furono mesi difficilissimi; con una madre allettata a casa, un padre in ospedale e, io, una bimba piccola e un lavoro in proprio che se ne andava inevitabilmente a rotoli.Così finì la vita di mia madre e tutto questo mi lasciò una rabbia, una amarezza e una inconsolabilità che nel tempo, a volte paiono mutare, paiono calmarsi, ma, se mi soffermo qualche momento a pensarci, come ora, si riapre una ferita che mai si chiuderà. I ricordi di mia madre sofferente e stravolta dalla malattia spesso prevalgono sui ricordi belli di una vita, solo per questo motivo non posso perdonare chi so di non poter perdonare.

-Crimini, questi sono crimini, crimini contro gli innocenti… tu hai vissuto quello che nessun figlio dovrebbe vivere.. qualcosa che non era inevitabile, qualcosa che è stato creato con un accanimento sconfinato.Racconta adesso come è emersa la situazione di tua moglie.

I mesi successivi alla morte di mia madre e al rientro a casa di mio padre non furono semplici. Mia sorella aveva molto patito quel periodo. Mio padre era in un ovvio stato di depressione per aver perso la compagna di una vita e dovere anche riabilitarsi fisicamente. Io dovevo tornare a riprendere in mano la mia vita, ricominciare col lavoro, ecc.; avendo anche perso il ritmo del sonno perché gli attacchi epilettici notturni di mia madre, mi avevano fatto vivere in uno stato di preallarme costante; non riuscivo più a dormire perché ascoltavo ogni piccolo rumore nella notte, pensando fosse un allarme dal piano di sotto. Una sera, era maggio 2010, al mio ritorno a casa trovai mia moglie (la chiamo così anche se non siamo sposati, ma è mia moglie di fatto) Patrizia che, senza tanti preamboli, mi raccontò che era stata ad una visita ginecologica e che c’era un problema; dopodiché mi invitò a leggere il risultato dell’ecografia. Ancora oggi ricordo limpidamente quelle poche righe in cui si ipotizzava la presenza di una neoplasia ovarica. Rimasi pietrificato. Non potevo credere che, neanche con le ceneri di mia madre, dopo pochi mesi parole come quelle non fossero uscite dal mio mondo. Non ero pronto per quello che tutto ciò poteva significare. Non avevo la forza neanche di provare a immaginare che mia moglie, la madre della mia bimba piccola fosse solo minimamente accostata a parole così pesanti; che la sua vita fosse minacciata. Venne fatto subito un controllo del marker Ca125. I risultati non furono buoni; marker alto, fuori range. Altro gelo lungo la schiena. Lei sembrava avere emotivamente tranquilla. Non dava particolari segni di angoscia. Andammo a Milano da un chirurgo che ci fu consigliato per una visita urgente, ma non prima di essere passati dal Dott. DiBella che ci prescrisse subito un protocollo pre chirurgia al fine di arginare gli eventuali rischi di diffusione della malattia connessi all’intervento; un modo per minimizzare i rischi. L’intervento fu preventivato per il 9 giugno al Policlinico di Monza; che è specializzato in patologie di questo genere. Avevamo ormai la certezza che il problema fosse grave; in quanto i secondi esami del sangue rilevavano che i marker erano altissimi, non sono il Ca125, ma anche tutti gli altri. Temevamo una diffusione metastatica, che la Pet, fatta due giorni prima dell’intervento, escluse; quindi carcinoma circoscritto all’ovaio, seppure di dimensioni elevate. Mia moglie continuava a non dare segni di panico. Questo, in minima parte, mi rasserenava. C’era il problema di cosa raccontare alla nostra bambina di 5 anni; visto che Patrizia sarebbe stata via almeno 10/15 giorni. Fatto l’intervento, il chirurgo ci disse che tutto era andato bene e di aspettare l’istologico per capire se doveva essere sottoposta a chemio oppure no. L’istologico ci diede una doccia fredda; per due motivi. Innanzitutto trovarono una doppia neoplasia, sia all’ovaio ovviamente, che all’endometrio. Seppure, quest’ultima, in uno stadio iniziale. Inoltre liquido peritoneale era positivo per via di cellule tumorali diffuse. Questo per i medici significava: chemioterapia al carboplatino.

-Certo, dopo tua madre, tua moglie, dopo una tempesta, un’altra, come hai retto tutto quanto?

Ho tenuto la schiena dritta. Non potevo fare altro. Non mi potevo permettere di manifestare alcuno sconforto; ma dentro ero un vulcano di rabbia, paura, angoscia. Rivivere l’ansia degli esiti degli esami mi ammazzava ogni volta; ma, diversamente da quanto accaduto con mia madre, le cose andavano bene. Durante la malattia di mia madre avevo passato tantissime ore notturne a cercare, a farmi una cultura sul web. In queste ricerche devi scremare ciò che utile da ciò che non lo è; e poi devi affidarti all’istinto e alla fortuna di imbatterti in vie utili, in persone di riferimento valide, in cose davvero concrete; per evitare di perderti nel caos. Quando emerse la problematica di mia moglie, continuai, con ancora maggior lena, questa ricerca; perché sentivo di aver bisogno di ottimizzare ogni aspetto e trovare la chiave definitiva per scongiurare ogni pericolo di vita per mia moglie.

-Questa volta non ci fu un percorso chemioterapico..

Esatto. Grazie al cielo mia moglie, nonostante le pressioni dell’oncologia e del chirurgo, ebbe, fin da subito la consapevolezza che la chemio fosse più un pericolo che una soluzione. Aveva visto anche lei il calvario di mia madre; e aveva visto le ricerche fatte sul carboplatino Decidemmo in prima linea, e senza dubbi, per l’MDB. Giuseppe Di Bella era il nostro punto di riferimento medico; e poi c’era Adolfo che, come ha sempre fatto, mi ha aiutato psicologicamente e mi ha consigliato nella pratica quotidiana. Tutta la mia conoscenza approfondita del Metodo Di Bella la devo a lui; oltre che alle sapienti parole di Giuseppe che è sempre molto chiaro nell’esposizione. Giuseppe non garantì la guarigione a mia moglie; disse di fare un passo per volta perché la neoplasia ovarica è molto aggressiva, non a caso fa parte dei cosiddetti big killer, le disse che doveva “stare a galla”. Giuseppe ha un atteggiamento prudente nelle parole ed molto incisivo nella terapia; che fu molto ampia e completa. Una terapia che impegna molto il quotidiano; che richiede meticolosità e attenzione a tutta una serie di ritmi e orari. E’ necessaria la massima precisione possibile.

-Che tipo di protocollo ha seguito tua moglie?

Il protocollo completo del MDB con gli elementi cardine come somatostatina, melatonina, retinoidi, affiancati da tutti gli elementi del MDB utili a inibire GH, prolattina e sostenere il riequilibrio biologico, accelerando l’apoptosi cellulare. Entrammo anche in contatto con il Prof. Zora che propose un trattamento immunostimolante e immunomodulante basato sui Lipopolisaccaridi il cui protocollo seguimmo per un periodo al fine di sostenere il sistema immunitario. Una persona davvero interessante e trasparente.

-Quali sono stati gli impatti delle cure su di lei?

L’impatto fu buono. Non ebbe grossi effetti avversi; giusto qualche disturbo iniziale, dovuto più che altro all’adattamento alla cura e che, tutto sommato, nel tempo andò svanendo. Dal punto di vista mentale si tratta, come ho accennato anche prima, di un impegno quotidiano notevole. E’ un allinearsi a un regime di somministrazione plurima, compresa la somatostatina notturna a cui bisogna abituarsi per mantenere stabile il sonno e riposo.Mia moglie ha avuto un approccio davvero sorprendente. Non ha mai dato segni di scoramento, di paura, di angoscia, di depressione. Anche se è indubbio che dentro abbia passato un inferno; ma è stata molto brava a non farlo trasparire a me e alla bimba. Questo è stato di grande aiuto. Un particolare da far notare. Nell’anno precedente alla malattia, mia moglie ebbe un segnale che qualcosa sotto il profilo immunitario non andava; perché le venne una fastidiosa malattia della pelle, pitiriasi versicolor, che comportava macchie bianche sulle spalle; molto antiestetica. Ma, dopo qualche mese di MDB scomparve del tutto senza fare più ritorno; quando i dermatologi la davano come irreversibile. Ma questo fu “solo” uno degli effetti collaterali positivi del MDB.Tutto pareva andare bene; gli esami del sangue erano buoni, i valori importanti erano nei range. C’era qualche difficoltà a livello di sistema immunitario; certi valori sono stati recuperati nel tempo. L’importante, però, era tornare a vivere una vita normale lontano dagli ospedali, dall’ambiente della malattia. Mia moglie non è mai entrata in una oncologia curativa.

-Quello che tu descrivi è…”La qualità della vita”… potere vivere sentendosi “normali”, nonostante la patologia… non essere costantemente ospedalizzati e sottoposti a cure invasive, potere condurre la propria quotidianità in modo decente. Già questo è tanto.

Una delle cose che un po’ la deprimevano era che, per lungo tempo, il protocollo MDB non fu cambiato; ovvero che non veniva “alleggerito”: Io, però, ero concorde con questo approccio; perché avevo ben compreso che bisogna mantenere il più possibile alta la guardia; che serve tempo e pazienza per scongiurare recidive. Ma per un paio di anni, quando usciva dallo studio del dott. Di Bella, visto che la cura rimaneva invariata, si sentiva come in un tunnel terapeutico da cui pensava non sarebbe mai uscita.Ci siamo relazionati con un oncologo a conoscenza delle nostre scelte che inizialmente pacatamente criticò, ma senza troppa enfasi. E’ stato molto collaborativo per quanto riguardava il monitoraggio dello stato di salute, la prescrizione degli esami di controllo, ecc.

-Come sta attualmente tua moglie e che approccio terapeutico segue?

Ormai sono passati 5 anni da quando mia moglie ha cominciato con l’MDB. E, nel tempo, con molta cautela, Giuseppe le ha alleggerito la terapia. Adesso segue un protocollo che è poco più ampio di quello che è il protocollo preventivo MDB, che in parte seguo anche io. E che consiste di: sciroppo di retinoidi+vit. D, melatonina, acido ascorbico e una infusione notturna di somatostatina ogni 10 giorni.Non ha mai fatto un giorno di ospedale e praticamente si è ammalata di malattie di stagione praticamente quasi mai, nonostante il sistema immunitario si stia sistemando piano piano. Tutto molto bene, insomma.

-Tu mi hai accennato dell’approccio curativo alimentare che hai implementato nel percorso terapeutico.. parlane adesso.

Premesso che per me il MDB rimane una terapia di prima linea fondamentale in gran parte dei casi; posso dire che negli anni la mia consapevolezza sulla qualità della vita è molto cambiata dal punto di vista alimentare. Ho letto molti testi a proposito, partendo da Gerson, Ehret, Shelton, Nacci, The China Study, nonché Riefoli, Vaccaro, Stagnaro, ecc. Ho raggiunto una consapevolezza tale per cui per me è stato naturale e necessario cambiare radicalmente stile alimentare che va verso l’abbandono di carne, latticini e cibi raffinati. Non sono un integralista del mondo vegan o vegetariano, ma sono indubbiamente orientato ad eliminare tutto ciò che è certamente portatore di acidità e tossicità e creare quindi un terreno oncologico perfetto. Per questo il mio, anzi nostro, stile di vita è indubbiamente orientato verso una alimentazione fatta di verdure, frutta, cereali e legumi; integrata da succhi/estratti verdi, acqua alcalina. Ma non solo; in quanto ritengo di fondamentale importanza anche la fitoterapia, partendo dalla micoterapia. Il mondo della fitoterapia non è facile, perché non ci sono molti riferimenti assoluti; ma qui sono di aiuto anche i confronti con le altre persone. Confronti che mi sono sempre stati preziosi e utilissimi. Io non smetto mai di leggere, di confrontarmi, di fare ricerca e di cercare di capire cosa c’è di buona e cosa no. Ad ogni buon conto ad oggi mi sento molto consapevole e in grado, teoricamente, di affrontare una malattia di questo genere con maggiore sicurezza, anche se il mio stile di vita è improntato a scongiurarla; ma questo non esclude che possa capitare, in quanto il quotidiano per ognuno di noi è costantemente improntato dalla presenza di fattori inquinanti che vanno minimizzati e contrastati; per chi ci tiene ovviamente. Siccome non sono un padre giovanissimo. mi sono imposto di vivere al meglio per vivere a lungo a fianco dei miei cari e in particolare mia figlia, almeno ci provo.

-Tu mi hai parlato della forte esperienza che hai fatto nel mondo del dolore.. non solo per quanto riguarda tua moglie.. ma per quanto riguarda le persone che hai conosciuto, con cui ti sei confrontato, che hai supportato.

E’ così… io non ho timore ad affrontare il dolore, personale e altrui. In questa esperienza, ho scoperto in me stesso questa capacità di assorbire il dolore. Non arretro di fronte alla malattia, anche se di uno sconosciuto, anche se spesso mi sono trovato davanti all’impossibilità di poter dare un aiuto concreto. Ma già il fatto di dare un consiglio, ma anche già solo il fatto stesso di ascoltare in silenzio, per molti è importante. In questi anni ho conosciuto tantissime persone. Alcune di queste non ci sono più; e tra esse anche persone giovani, troppo giovani. In molti casi provenivano dalle esperienze fallimentari dei protocolli ufficiali; ma sai, visto che il tumore è definito una “malattia incurabile” alla fine, se una vita viene spezzata, non è mai colpa della medicina che non sa guarire ma della malattia incurabile. Ma non è proprio sempre così, perché ho conosciuto persone che sono uscite, da questo tunnel, grazie a terapie non convenzionali in maniera sorprendente, in primis MDB, ma anche da altri percorsi.Avrei voluto fare molto di più per i miei interlocutori occasionali che non ci sono più, Spesso mi è capitato di parlare anche con i familiari di malati, a confrontarmici su ogni aspetto perché, come loro, ero e sono in prima linea a combattere. Famigliari un po’ abbandonati dal sistema sanitario, quando scegli percorsi alternativi; anzi osteggiati. Lo si sente questo senso di abbandono, e ci si aiuta per quanto si può con la consapevolezza che ogni consiglio è una responsabilità enorme, ma non si può non testimoniare la propria esperienza. Sarebbe un sacrilegio non farlo. E’ un dovere! Ad ogni modo quel che posso dire è che sono stati anni davvero emotivamente intensi. Quando vedi la scomparsa di persone che non ce l’hanno fatta, senti che è inaccettabile. Perché avevi sentito in loro la voglia di vivere, l’angoscia di lasciare i propri cari, il preoccuparsi più dei figli o del marito o moglie, dei genitori piuttosto che di sé stessi. Ci sono stati dei momenti in cui mi sono sentito quasi in colpa perché in casa mia le cose vanno meglio di quanto capitato ad altri. E la rabbia non smette mai di bruciarmi dentro. Non smette di indignarmi il semplice fatto che non vi sia la volontà dall’alto di approfondire ciò che è palesemente importante, come le terapie non convenzionali, MDB prima di tutto, e soprattutto l’aspetto alimentare che porta con se così tanti elementi di verità evidente, davvero trovo inaccettabile che sia tutto minimizzato alle solite risposte sulle sperimentazioni ufficiali.

-Sante, siamo arrivati alla conclusione dell’intervista.. ma… aggiungi ancora qualcosa. Quello che ti senti di dire.

Quello che aggiungo è semplicemente.. che ho un solo consiglio da dare, non di tipo prettamente terapeutico, ma di approccio alla malattia. Non essere passivi, non accettare in maniera assolutistica ciò che ci viene proposto, mettere sempre in discussione tutto, approfondire e trovare il tempo di informarsi su ciò che ci sta accadendo e ciò che si può fare per affrontare la malattia. Dico che bisogna avere fiducia nella medicina, non accetto che quest’ultima non sia il massimo che l’uomo possa offrire a sé stesso per affrontare gli inevitabili guai di salute che nel tempo ci affliggono, ma con un occhio critico e con la mente aperta e dedicare parte del proprio tempo per capire, per quanto ci è possibile, di più, e potremmo sorprenderci di quanto c’è oltre. Io l’ho fatto, con tanta fatica e sono dovuto passare per la morte di mia madre per innescare un meccanismo di consapevolezza che sta salvando la vita a mia moglie e molti altri stanno facendo lo stesso, perché c’è indubbiamente un risveglio di coscienze rispetto alla qualità della vita, alla voglia in taluni, troppo pochi comunque, quello che il Dott. Nacci sostiene con il titolo “Diventa medico di te stesso”….. certo è ambiziosa come frase ma in parte si può con la giusta curiosità e necessaria voglia di non delegare a terzi sempre la propria vita, si tratta di responsabilizzarsi e di avere rispetto della propria vita. Invito, tutti, infine a leggere la vicenda del mio caro amico Arturo Villa, che è un esempio lampante e geniale di come una vita buttata nel cesso, concedimi, dalla medicina ufficiale, un dead man walking, un malato terminale per una patologia severissima inguaribile per l’oncologia, abbia fatto e stia facendo un capolavoro su sé stesso e per gli altri grazie all’intuito, intelligenza e senso di responsabilità verso la propria vita, partendo da un approccio tutto naturale e come dice sempre lui con l’aiuto di Dio. Io lo considero un patrimonio dell’umanità. Il sito di riferimento, che molti conoscono, è carcinomaepatico.it.
L’importante, in ultima analisi, è che ognuno faccia le proprie scelte con la massima consapevolezza possibile, ricordandoci che nessuno ce la regalerà gratuitamente, perché, come sapete, solo una via viene spesso proposta, ma non per questo significa che sia l’unica via esistente. Quello che contesto al sistema non è neppure il protocollo che utilizzano, ma il fatto che non concedano spazio ad alternative esistenti e costantemente e ampiamente utilizzate oramai da molti che consapevolmente rifuggono dalle scelte ufficiali. Non sto dicendo che sia semplice fare scelte radicali. Spesso le si fanno quando non ci sono più alternative e quando spesso è troppo tardi, questa è una costante che ho visto dal mio piccolo osservatorio; ma perlomeno attivare il proprio pensiero critico è basilare per avere uno sguardo più ampio.Più che avere paura della malattia dobbiamo avere paura della non conoscenza e di chi questa conoscenza ce la nega.

-Grazie Sante.

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“Ci vogliono strappare l’anima”- La verità sugli ulivi del Salento

by on mag.03, 2015, under Controinformazione, Resistenza umana

Ulivi-puglia

Questo articolo l’ho scritto grazie all’input che mi ha dato Elisabetta Faggiano. Elisabetta mi ha spinto ad approfondire una vicenda in merito alla quale avevo, come tanti temo, una conoscenza molto superficiale.
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Da alcuni anni gli ulivi pugliesi stanno subendo un fenomeno di essiccamento rapido, specie nella zona del Salento. Gli ulivi ingrigiscono e si raggomitolano su loro stessi. Questa patologia vegetale definita “complesso dell’essiccamento rapido dell’olivo” (codiro) è stata riscontrata fin dal 2013 dall’Osservatorio Fitosanitario della Regione Puglia. Le zone colpite sono state soprattutto quelle attinenti alla provincia di Brindisi e alla provincia di Lecce, soprattutto il territorio del Salento.
La Regione Puglia ha portato avanti fin da subito la focalizzazione sulla Xylella come principale responsabile del fenomeno in atto. Quando nel 2013 l’Osservatorio Fitosanitario regionale aveva lanciato l’allarme per il disseccamento in atto, il suo fu anche un “allarme Xylella”, con la previsione di un piano d’azione consistente nello sradicamento di decine di migliaia di ulivi e il massiccio uso di pesticidi. Il tutto senza alcuna prova che il disseccamento dell’ulivo sia imputabile esclusiva mente o principalmente al batterio chiamato Xylella fastidiosa.
Nello stesso anno l’Italia ha informato di quanto stava avvenendo gli altri Stati membri e la Commissione Europea, indicando come responsabile di quanto stava avvenendo la Xylella fastidiosa, il microrganismo inserito dal 1981 nella lista A1 EPPO (European Plant Protection Organization; organismo intergovernamentale responsabile della cooperazione internazionale per la protezione delle piante nella regione europea e mediterranea): una sorta di lista nera di quegli agenti patogeni per i quali la Comunità Europea ha previsto misure drastiche.
La Regione Puglia ha aderito totalmente all’impostazione dell’Osservatorio Fitosanitario, ed il sei febbraio 2014 ha varato un piano di lotta che prevedeva, insieme ad altri interventi, la massiccia eradicazione di migliaia di ulivi, e interventi con fitofarmaci su ogni albero.
Poco dopo queste decisioni, venne nominato un commissario straordinario per l’emergenza, Giuseppe Silletti, Comandante del Corpo Forestale della Regione Puglia. Il piano , ha ridotto l’utilizzo dei prodotti chimici agli insetticidi per contrastare il vettore del batterio. Insetticidi che dovrebbero essere utilizzati su tutti gli uliveti e su tutti i frutteti del genere prunus (ciliegio, pesco, mandorlo, ecc.). A questo si aggiunge l’eradicazione degli ulivi infetti per una fascia di 15 km al confine con la provincia di Brindisi.
La Commissione Europea ha completamente sposato l’ “impianto” della Regione Puglia, chiedendo che si procedesse con l’utilizzo massiccio di fitofarmaci e con l’eradicazione di migliaia di ulivi. La Commissione ha dato per buone le indicazioni provenienti dalla Regione Puglia, anche in mancanza di alcuna certezza circa la reale presenza della xelylla e il suo reale ruolo sulla problematica in atto.

La linea della Regione Puglia e della Commissione Europea non è però passata nell’acquiescenza generale. Negli anni è sorto e si è consolidato un forte movimento di opposizione. Movimento nato intorno agli agricoltori locali, e con la partecipazione di associazioni ambientali, comitati di cittadini, scienziati dell’università del Salento e altri. Tutta questa realtà collettiva sostanzialmente rappresentata dal Comitato Spazi Popolari. Negli anni queste persone hanno fatto un lavoro straordinario di informazione, sensibilizzazione, attivismo sociale.
L’agricoltore biologico Ivano Gioffrida e Stefania Tundo furono tra i primi che, nel Salento, denunciarono il piano previsto e gli effetti devastanti a cui porterebbe se venisse posto in essere.

L’impostazione della Regione Puglia e della Commissione Europea si regge su alcuni presupposti:

-Il collegamento univoco tra la patologia degli ulivi e il batterio della Xylella.
-L’irroramento su larga scala di pesticidi e la eradicazione di migliaia di ulivi come unica modlaità di intervento.

Questi presupposti sono, come vedremo, messi radicalmente in discussione da chi si oppone ai piani approntati per “risolvere” il problema.

MANCANZA DI CORRELAZIONE UNIVOCA TRA LA XYLELLA E IL CODIRO
Come la rete sociale di opposizione sostiene, non è ancora stata individuata con certezza la correlazione tra la xylella fastidiosa e il codiro, la patologia del rinsecchimento.
Il percorso portato avanti dalle istituzioni pugliesi è, però, sembrato, fin dall’inizio, segnato da ambiguità, contraddizioni e spinto, quasi, da una pervicace volontà di arrivare, costi quel che costi, alle misure drastiche previste.
Lo stesso Osservatorio Fitosanitario regionale che lanciò l’allarme nel 2013 aveva indicato la Xylella come una delle diverse concause che erano state individuate alla base del fenomeno dell’essiccamento rapido. E invece poi è stata sostanzialmente “venduta” come unica e inevitabile causa.
Come ha affermato Luigi De Bellis, direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali dell’Università del Salento

“Oggi non possiamo affermare che la xylella sia la principale causa del disseccamento dell’ulivo, per il semplice fatto che non sono ancora stati svolti i test di patogenicità (i cosiddetti Postulati di Koch) sul batterio. Se non si fanno prima i test, dato che è la prima volta che questo organismo si rapporta con l’olivo, non possiamo sapere quanto possa essere dannoso da solo, in mancanza di altre agenti. Come ad esempio funghi patogeni che sono stati trovati sugli stessi ulivi”.

Va, quindi, compreso come il batterio non è presente su tutti gli olivi colpiti da essiccamento.
Inoltre alcuni studi dell’Università di Foggia hanno dimostrato che la Xylella non è il solo agente patogeno riscontrato sugli ulivi. Ma sono presenti almeno sei tipi di funghi, tra i quali i funghi tracheomicotici, cioè funghi che bloccano il passaggio dei nutrienti ai rami degli alberi.
Quindi, riepilogando,da una parte la xylella non è presente su tutti gli ulivi colpiti dal disseccamento e non si sa ancora, in concreto, fino a che punto questo batterio incida su questo fenomeno. Dall’altra parte l’unico denominatore, presente praticamente sempre, sono proprio i funghi, che sembrerebbero giocare il ruolo principale in questa problematica.

Questo primo punto, ci porta ad andare su un corollario, quello concernente la “mancata valutazione del contesto territoriale”. Il medico chirurgo, omeopata e ricercatore bioenergetico Salvatore Rainò contesta “ le scorciatoie che, sia per immediatezza che per soddisfacimento della brama di diagnosi a tutti i costi, nulla hanno a che fare con un ragionamento diagnostico.” Scorciatoie che hanno portato ad una rapida individuazione della xylella come “nemico pubblico numero uno” e ad una concentrazione su di essa, intesa, come “evento patologico distruttivo astratto”.
Rainò sottolinea come non ci si soffermi a sufficienza sulla questione della salute dei terreni in gioco; salute spesso compromessa da pratiche di diserbo tese a ridurre i costi, con sostanze velenose che anno dopo anno si accumulano. Il fenomeno dell’essiccamento avrebbe differenti modalità di manifestazione a seconda del tipo di terreno, e, quindi, anche del tipo di trattamento che il proprietario ha fatto a quel terreno. Ad esempio, nei terreni abbandonati da molti anni le piante sarebbero tendenzialmente sane. Mentre, i terreni trattati con sostanze velenose, che si sono accumulate nel corso degli anni, farebbero sì che la parte viva dei terreni risulti praticamente inesistente. Sarebbero soprattutto i terreni –e di conseguenza le piante presenti in essi- fortemente contrassegnate dall’utilizzo di prodotti chimici, quelle che sarebbero più soggetti all’emergere di patologie come questa. Il dottor Reinò dice che chiunque potrebbe fare un esperimento di questo genere: trasportare dei mucchi di rami di olivi infetti all’interno di oliveti sani e tenuti in modo congruo da sempre. Ciò che si vedrebbe è che, anche in presenza di rami di olivi infetti, olivi cresciuti in modo sano su un terreno sano non si infetterebbero.
Il dottor Rainò, cerca di fare emergere, un concetto fondamentale di quella medicina che non vive nella pura ossessione sui sintomi e sui batteri. Il concetto di “terreno biologico”; che può essere anche un corpo umano, un qualsiasi essere vivente, e, appunto, un terreno vero, e proprio e le piante. Parlare di batteri patogeni, dice in sostanza Reinò, senza considerare il “terreno biologico” è di una miopia assoluta. Queste riflessioni portano, come si è visto, a vedere proprio nell’utilizzo massiccio della “chimica” la causa principale che avrebbe favorito l’emergere di problemi come il complesso di essiccamento. La consapevolezza del ruolo negativo della chimica nel problema disseccamento è ben presente anche tra gli animatori della protesta. “Dopo 50 anni di uso massiccio della chimica –ha affermato Ivano Gioffrida- non si possono fare miracoli, ma sappiamo che possiamo ridare vita ai nostri alberi senza uso della chimica che ha causato la morte delle nostre terre.”
Partendo da queste premesse, diventerebbe delirante (oltre che omicida) affrontare questa patologia con una inondazione di pesticidi (oltre che con la eradicazione degli olivi). Come dire.. per risolvere un problema che avrebbe come causa fondamentale l’abuso di pesticidi… si provvede con un abuso ancora maggiore.
Inoltre, anche se la causa principale del problema fosse la xylella, sarebbe praticamente impossibile –come sostiene il dott. Franco Trinca, presidente dell’associazione NOGM- eliminare definitivamente la “sputacchina” ovvero il cicaleide ritenuto il vettore principale della xylella. Innanzitutto perché questo richiederebbe una quantità di pesticidi impensabile, da film dell’orrore; e poi è da ritenere che l’uso intensivo dei pesticidi genererebbe ben presto una popolazione di insetti resistenti che, sostituendosi rapidamente alla precedente, neutralizzerebbero inesorabilmente l’errata strategia proposta. Inoltre, cosa di cui si parla davvero poco, come questo batterio è già venuto una volta, non si potrebbe ripresentare, ad esempio, tra due anni? E a quel punto si ricomincia con lo sradicamento di piante e con ulteriori irrorazioni di chimica? Ma qui qualcuno potrebbe rispondere che la soluzione verrebbe da “ulivi ogm” su cui si starebbe già lavorando. Questa risposta potrebbe sembrare provocatoria; ma va detto che, nell’ambito di questa vicenda, non sono mancati i riferimenti agli interessi che, in tutto ciò, potrebbero avere, “multinazionali del crimine” come la Monsanto, “specialista”, appunto, in OGM.

APPROCCIO DISTRUTTIVO
Il piano di azione predisposto dalla Regione Puglia e confermato (anzi “accentuato”), come abbiamo visto, dalla Commissione Europea, prevede l’uso massiccio e continuativo di pesticidi su una vastissima area del Salento, che corrisponderebbe a quasi 1000 km e la eradicazione di migliaia di piante d’olivo. Parliamo anche di olivi secolari e millenari. Lo scenario che tutto questo prefigurerebbe è assolutamente sconvolgente. Circa un milione di cittadini si troverebbero a vivere in un ambiente profondamente avvelenato. Tra i pesticidi proposti dalla determinazione regionale, ce ne sarebbero alcuni, come il dimetoato, considerati particolarmente dannosi anche per le piante di ulivo che si vorrebbero “curare”.
Ma sono i pesticidi in quanto tali ad essere altamente problematici. Essi sono da tempo accusati di contaminare la catena alimentare e le falde acquifere. Ed esistono innumerevoli pubblicazioni scientifiche circa l’incidenza dei pesticidi anche riguardo a patologie gravi: cancro, parkinson, alzheimer, disturbi endocrini, sterlità di coppia, malformazoni congenite, neoplasie infantili in drammatico aumento, sindrome da ipersensibilità chimimica multipla, allergie gravi, ed ogni altro genere di problematica di salute.
Inoltre, la Puglia è una delle regioni che presentano il più alto utilizzo di pesticidi.In una suo rapporto, La Lega italiana nella lotta contro i tumori ha dichiarato:
“La provincia di Lecce detiene primati negativi in fatto di incidenza di malattia oncologica e di consumo di pesticidi: inondare le campagne e le colture di fitofarmaci è la condanna certa dei luoghi e degli organismi viventi”.
Il mega trattamento chimico previsto rischia di essere molto più devastante per il territorio e per le persone che lo abitano di questa patologia che colpisce gli ulivi.

Le misure distruttive previste sarebbero, inoltre, un colpo mortale per l’economia agricola e turistica pugliese, e sconvolgerebbero il paesaggio di un territorio, che ha nei suoi ulivi l’elemento più caratteristico. Questo ultimo aspetto si collega a ciò che dice il dott. Franco Trinca, quando parla anche di “ripercussione psicologica” che “produrrà, con tutta verosimiglianza nella popolazione salentina, il trauma collettivo della perdita di quella componente della sicurezza personale derivante da una percezione di lesione irrecuperabile dell’integrità dal proprio territoro (analogabile ad un vero e proprio lutto familiare collettivo); metaforicamente e a livello subliminale e affettivo, descrivibile come la perdita delle proprie radici di cultura, tradizioni, identità di popolo, ecc., quindi paragonabile al concetto di “sradicamento” esistenziale associato all’eradicazione dei propri amati e simbolicamente sacri olivi mediterranei”.

ALTRI APPROCCI CURATIVI
E’ possibile seguire altre strade per affrontare il problema dell’essiccamento, strade “umane”.
Ivano Gioffrida ha adottato una terapia ispirata a principi di agricoltura organica rigenerativa. Olivi che da un anno erano rinsecchiti –e quindi dati per “morti e sepolti” sono “rinati”, ritornando vivi e vitali; e la malattia non si è più ripresentata. Parliamo di circa 500 ulivi. 500 ulivi che invece di essere eradicati, sono stati “ripristinati” con modalità biologiche. E, sulla scia di questi fruttuosi esperimenti, più di 200 agricoltori, di diverse regioni d’Italia hanno cominciato a seguire queste pratiche; anch’essi con esiti molto positivi.
Questo approccio terapeutico considera la xylella un problema non in sé e per sé, ma alla stato vitale della pianta. La Xylella sarebbe innocua per gli ulivi. Ma questo fino a quando la pianta non subisce forti stress chimici, idrici, o fisici. Nel momento in cui funghi attaccano gli ulivi, la loro condizione di salute peggiora, e questo permette alla xylella di manifestarsi.
L’idea alla base dell’approccio curativo di Gioffrida è “semplicemente”.. quella di curare i funghi. Abbiamo indicato prima come quello che non sembra mai mancare negli ulivi essiccati non è la xylella, ma i funghi. Curati i funghi, la xylella si riaddormenta. Questa impostazione fa emergere ancora di più la follia di volere affrontare questo problema con un approccio distruttivo incentrato sulla xylella, quando il problema-base sono i funghi.
Queste pratiche curative non sono state accolte con interesse e attenzione da parte di tutti. C’è stata anche molta derisione, e attacchi violenti da parte di chi non riesce nemmeno a “credere” che ci possano essere altre strade e descrive gli approcci come quelli di Gioffrida come “ciarlatanerie” da “santoni”.
“Quando mi chiamano santone, offendono i nostri nonni, i vostri nonni, perché non faccio niente di meno di quello che facevano loro”, ha ribattuto Gioffrida a questi attacchi.
Come spesso avviene anche in casi analoghi, chi fa critiche liquidatorie non va, praticamente mai, a controllare di persona, a confrontarsi di persona, ad approfondire a mente libera fino in fondo una questione. Difende a priori uno schema. Il che è l’esatto contrario dell’onestà intellettuale.

I risultati benefici dell’approccio curativo portato avanti da Gioffrida sono stati documentat con foto, video e altro materiale. Documentazione che l’associazione Peacelink –che agisce anche per conto del Comitato Spazi Popolari- ha portato presso la Commissione europea per cercare di fare venire meno le intenzioni criminali che la Commissione Europea ha avuto finora; che sono in perfetta sintonia con le decisioni della Regione Puglia. Peacelink dice con chiarezza come la strage degli alberi e l’uso massiccio di pesticidi non solo sono estremamente dannosi per l’ambiente, l’agricoltura e il paesaggio del Salento, ma sono anche inefficaci nei confronti della Xylella e a fermare il disseccamento rapido degli ulivi.
Peacelink sottolinea come nonostante la Xylella sia apparsa nel 2013, non sono ancora stati effettuati test di patogenicità affidabili, o se lo sono stati non sono mai stati resi pubblici.
“La Commissione europea – scrive l’Ong al commissario Andriukaitis – rischia di condannare a morte l’intero ecosistema della Puglia sulla base di risultati di test che non hanno neanche accertato la patogenicità della Xylella in quegli alberi. I test effettuati dalle autorità italiane sono stati affrettati, parziali e inconcludenti”.
Peacelink , sulla base dell’approccio curativo di Gioffrida e degli altri agricoltori che lohano seguito e richiamandosi a quattro diversi studi del Dipartimento di Agronomia dell’Università di Foggia, sostiene come molto attendibile che il disseccamento rapido sia provocato soprattutto dall’aggressione di alcune specie di funghi, insieme ai danni provocati dalle larve di una falena (il Rodilegno giallo), che debilitano le piante e ne indeboliscono le difese. A quel punto la xylella sarebbe in grado di farsi strada; anche se questo non avviene sempre. Quindi, Peacelink ha fatto propria quella impostazione per la quale il batterio della xylella non sarebbe in grado di attaccare piante in salute, ma solo piante già malate.

Un altro approccio sperimentale terapeutico di cui si è meno parlato è quello del dottor Reinò. Esso si basa sulla cosiddetta “acqua informatizzata”. Si tratta di una sua invenzione e si baserebbe su studi che conduce da anni; studi relativi ai sustrati energetici della biologia e alla possibilità di interagire con informazioni adeguate all’interno dei meccanismi biologici. “Possiamo dire che l’acqua media un linguaggio –dice il dottor Reinò- In questo caso alle piante è stato trasferito un codice di resistenza alle malattie che le piante hanno poi ovviamente riconosciuto e replicato alle altre piante. Quando viene iniettata l’acqua informatizzata, si immettono dei segnali, delle frequenze, è come se la pianta si risvegliasse.”
Il dottor Reinò ha applicato la sua metodica tramite iniezioni intra-xilematiche all’interno di alcuni alberi, che sono stati chiamati “alberi-pilota”. Più specificatamente si è trattato di venti alberi nella zona di Torre Chianca di Lecce. Dopo cinque mesi dal trattamento, in un sopralluogo, nel quale era presente anche l’assessore regionale Nardoni e il proprietario dell’uliveto, è stata notata una ripresa totale degli ulivi trattati. Successivamente a questo sopralluogo, nessuno ha pi ricontattato il dottor Reinò.

INTERESSI SPORCHI?
Chi potrebbe avere interesse a che il piano distruttivo portato avanti da Regione Puglia e Comunità Europea venga portato avanti?
Molti pongono l’attenzione sui grandi guadagni che avrebbero coloro che segretamente puntano ad ottenere una valanga di fondi comunitari per finanziare l’eradicazione degli ulivi, ed, in tal modo, “predisporre”, ettari ed ettari di terreno per cementificazioni di ogni genere, a partire dalla realizzazione di giganteschi villaggi turistici. Come ha detto Raffaele Vescera “Nel Salento, terra ad altissima vocazione turistica, gli uliveti valgono più da morti che da vivi. Far posto agli ulivi con un villaggio turistico o un campo da golf, e bruciare i loro tronchi nelle centrali a biomasse è più redditizio. Sarà per questo che l’allarme Xylella è partito dal Salento?”

I maggiori interessi potrebbero essere quelli della multinazionali che da una parte fornirebbero gli enormi quantitativi di pesticidi richiesti per “trattare” il territorio, dall’altro fornirebbero nuove piante di ulivo, magari ogm.
Esistono anche dubbi sul fatto che la malattia in questione possa essere stata indotta. La Procura di Lecce ha aperto una inchiesta; e nell’ultimo rapporto sulle Agromafie, realizzato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, il primo capitolo ha come titolo “Lo strano caso della Xylella fastidiosa”. In questo capitolo ci si chiede come sia arrivata xylella nel Salento e a chi possa convenire.

Il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara ha parlato di “ una vicenda unica. Per i suoi contorni e implicazioni, non ha eguali. Che Xylella sia stata importata è un fatto, come pure che in questa storia paiono esserci tutti i presupposti di una guerra chimica o batteriologica”
Tra l’altro il dna del batterio è stato per la prima volta sequenziato nel 2002 nell’ambito di un progetto di ricerca che ha dato vita alla società Alellyx; anagramma della parola xylella. Questa società è stata acquistata nel 2008 dalla Monsanto, specializzata in semi transgenici. La Monsanto ha per caso fiutato l’affare per futuri colossali profitti?
Fermo restando che, come si è visto, il problema non è la xylella in sé, ma la presenza di funghi che vanno a manifestarsi su piante di ulivo che risentono di un ambiente fortemente intossicato, nel corso dei decenni, da un eccessivo utilizzo della chimica.

Alla luce di quanto finora abbiamo visto, possiamo porre alcuni punti di sintesi:

-Gli olivi colpiti dalla malattia dell’essiccamento presentano tutta una serie di problematiche, tra cui la presenza del batterio xylella è solo uno. La xylella, inoltre non è sempre presente negli olivi colpiti da essiccamento; mentre sono praticamente sempre presenti i funghi. La comparsa di questi funghi è, a sua volta, collegata, al grave strado di debilitazione ambientale di una buona parte del territorio agricolo pugliese dopo l’abbondante utilizzo della chimica in questi decenti.

-Nonostante quanto indicato nel punto precedente, la xylella è stata, fin dall’inizio, indicata dalla Regione Puglia e dall’Unione Europea come unico vero elemento distruttivo in gioco.

-Il tutto viene accompagnato da una strategia comunicativa incentrata sul “panico da batterio”; presumibilmente volto a favorire la percezione di un senso di urgenza di intervento, al fine di evitare il “contagio”.

-Il piano regionale e comunitario prevedere, per la zona del Salento, eradicazione di migliaia e migliaia di alberi e l’irrorazione massiccia di pesticidi. Ma sono proprio i pesticidi ad essere, da molti, messi sotto accusa come causa principale del verificarsi del fenomeno dell’essiccamento

-L’agricoltore biologico Ivano Gioffrida è riuscito a ripristinare la vita in circa 500 olivi, utilizzando metodi naturali. Il dottore Salvatore Reinò ha avuto positivi risultati su 20 olivi utilizzando la tecnica dell’ “acqua informatizzata. Questi approcci curativi non sono stati ritenuti particolarmente interessanti dalle istituzioni pugliesi.

-Nel 2008 la Monsanto ha acquisito la socità Alexys, la cui attività è incentrata sullo studio di questo fenomeno.

Un primo stop alla eradicazione degli ulivi è arrivato dal Tar di Lecce il 28 marzo . Il Tar di Lecce ha stabilito la sospensione delle procedure di abbattimento, accogliendo il ricorso cautelare depositato dagli avvocati del proprietario di un fondo in cui erano stati individuati alberi considerati malati. Il 9 aprile è prevista la discussione del ricorso.

Domenica 29 marzo, in piazza Sant’Oronzo, a Lecce c’è stata una grande manifestazione a cui hanno partecipato migliaia di cittadini provenienti da tutta la Puglia.

“Non siamo disponibili ad accettare che in nome di una presunta emergenza vengano distrutti il nostro territorio, il nostro paesaggio, la nostra salute e la nostra stessa identità –hanno detto gli organizzatori della manifestazione. Vogliamo chiarezza e vogliamo proporre alternative possibili per contenere il disseccamento e per non aggiungere ulteriori danni alla nostra salute già gravemente compromessa dal costante aumento, negli ultimi 20 anni, di tumori legati all’inquinamento ambientale. Vogliamo l’applicazione del principio di precauzione previsto dal Trattato europeo, e per questo facciamo appello alle intelligenze di decisori politici, scienziati, associazioni di categoria, perché si arresti per tempo quella che riteniamo una sciagura ambientale e sanitaria senza precedenti per il nostro territorio”.

Voglio concludere con una liricamene intensa dichiarazione di Tina Minerva:

“Gli olivi sono la nostra foresta. L’unico polmone verde di questa terra a tutti nota come Salento; l’unico filtro di un’aria già satura di veleni che vengono dai cementifici, dalle centrali a carbone, dalle acciaierie . Senza di loro, questa terra priva di corsi d’acqua superficiali, sarebbe già un deserto. Sono la nostra storia, i nostri avi, nella loro linfa scorre il sudore dei nostri nonni, le fatiche per coltivarli, l’amore che ce li ha tramandati. Dai loro frutti scorre la nostra economia, il condimento principale della dieta mediterranea. Vogliono eradicarne 30 mila e al contempo, farci perire sotto fuoco chimico con le promesse di miseri risarcimenti. Quanto vale la vita dei vostri figli e delle persone che amate? La svenderete o sarete pronti a lottare contro i giganti per permettergli un’esistenza dignitosa? Non lasciamoci calpestare. Senza gli ulivi non siamo niente. Ogni ulivo estirpato non potrà più essere ripiantumato, così come le querce, i lecci,le acacie, gli oleandri,i mandorli , gli albicocchi, i peschi, i ciliegi….. Se ci avveleniamo, nessuno vorrà avere rapporti con questo territorio e noi, in men che non si dica, avremo la sanità completamente al collasso, saremo noi stessi mutazioni genetiche vaganti. La storia del Salento non è divisibile, asportabile,eradicabile nelle sue peculiari caratteristiche. Il disseccamento ci ha aperto gli occhi su un disamore che ha portato al malanno. Il Salento non è un territorio che può essere preso e manipolato a proprio piacimento. Per decenni lo abbiamo permesso svendendo ed abbandonando; le terre, per molti, erano solo un peso da non voler gestire, ma da monetizzare al peggior prezzo, immediato e facile. L’ultimatum sta per scadere, tra 7 giorni potrebbero iniziare gli espianti massicci ed irreversibili annunciati solo qualche giorno fa. Ognuno di noi ritorni a curare ed a difendere ogni pezzettino di terra, così come si lotterebbe per la vita dei propri figli e delle persone che amiamo. Tutta la provincia di Lecce è considerata zona infetta, dunque nessuno si senta escluso nel suo orticello felice, perchè se verrà applicata la determina dirigenziale, non esisterà quell’orticello. Sentiamoci per una volta figli di questo territorio e fratelli.”

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Intervista a Raffaella Monteforte- testimonianza sul Metodo Di Bella

by on apr.17, 2015, under Medicina, Resistenza umana

Raffaella

Raffaella Monteforte doveva essere morta entro il 2011.

Perchè questo è il limite di vita che le avevano dato. Massimo cinque anni dalla diagnosi della malattia.

Così dicono le statistiche nel suo e in molti altri casi.

Ma questo dopo… all’inizio il tempo che le era stato dato da vivere era di sei mesi.

Ci sarebbe tanto da dire su queste sentenze temporali e sull’impatto traumatizzante che possono avere sul corpo-mente di una persone. E ci sarebbe da chiedersi -dando al momento per buona l’analisi statistica che le supporta- perché entro pochi anni tante persone con patologie tumorali vengono  meno. E partendo da queste doande affrontare quesiti scomodi, tipo quello se certe tipologie di cure, come la chemioterapia, contribuiscano ad accellerare un decorso infausto, oltre che a rendere drammatica la qualità della vita. E se non vi siano altre strade per guarire, o per bloccare la malattia, o, perlomeno, per vivere gli anni che si vivranno in modo decente, senza tormenti e sofferenze senza fine.

E poi, ci sarebbe da parlare su quello che si può fare prima per ridurre drasticamente la possibilità di sviluppare patologie tumorali

Sono tutte riflessioni, quesiti e domande che da tanto sono presenti, e che hanno coinvolto anche quegli scienziati, ricercatori, medici che non volevano, e non vogliono, dare per scontate tante domande e tante risposte.

Ma sono tutte cose che, a volerle anche solo sfiorare, vanno ben al di là della portata che può avere la premessa a questa intervista.

Questa intervista si colloca sulla scia di un percorso di conoscenza che da anni ho intrapreso sul Metodo Di Bella; in merito al quale ho fatto anche svariate interviste.

Raffaella Monteforte è una ragazza romana, che da otto anni vive la malattia tumorale. Per sei anniidi,  lei ha vissuto un interminabile calvario. Un calvario in cui ci sono state sette operazioni; tra cui l’asportazione di utero e ovaie. Un calvario in cui ci sono stati due anni di chemioterapia; chemioterapia così devastante, che Raffaella arrivò a vivere in un (quasi) costante stato di dolore, nella incapacità di fare quasi tutto.. nel non potere neanche ingerire liquidi, se non tratite cucchiaini.. nel non poter toccare pareti per non prendere la scossa… nel perdere le unghie dei piedi.. nel dovere stare quasi al buio, non potendo reggere la luce.. e tanto altro.

Le operazioni, inoltre, visto che hanno comportato l’asportazione di utero e ovaie,  per lei sono state un colpo mortale dato ad un suo sogno, quello di potere avere figli.

Per  sei anni lo scatenamento di operazioni e di chemio ha avuto come unico esito una devastazione crescente. Dopo ogni operazione, il tumore si è ripresentato dopo pochi giorni, per poi crescere nei mesi. Ed ogni chemio non ha dato esiti su masse tumorali e linfonodi, ma ha complessivamente portato ai minimi termini lo stato vitale, la capacità immunitaria, anhe la stessa tenuta psicologica di Raffaella.

Arrivata ad un punto oltre cui continuare le era totalmente inaccettabile.. Raffaella intraprese il Metodo Di Bella, che ormai segue da due anni.

La qualità della vita si è sostanzialmente ristabilita (anche per la mancanza di chemio). Le masse tumorali non sono scomparse, ma hanno smesso di avanzare.. se non per una lesione all’inguine sinistro che è cresciuta di un centimetro.. ma allo stesso tempo la lesicone di cinque centimentri he aveva al gluteo sinistro è completamente scomparsa.

Sono risultati che hanno stupito anche molti medici ed oncologi con cui Raffaella si è confrontata. Così come restano stupiti del fatto che dopo otto anni sia ancora viva. E si tratta di una vita dove hai autosufficienza, dove non sei senza capelli, dove non hai nausea costante, dove puoi mangiare, dove puoi dormire, dove puoi guardare il cielo, dove riesci a strare con le persone.. dove ti senti sostanzialmente in te, e non costantemente annichilito e umiliato.

E andrebbe ricordato che pratiche come quella del Metodo Di Bella hanno maggiore efficacia quando il corpo non è stato chemiotrattato. Più il corpo viene chemiotrattato e radiotrattato, più, si ritiene (lo affermava lo stesso professor Luigi Di Bella) più, potremmo dire, la potenzialità immunitaria del corpo è stata terremotata, più la vitalità cellulare è stata debilitata e con essa la capacità delle cellule di rispondere a un trattamento biologico.

Comunque la pensiate, una interista del genere merita di essere letta.

Anche per solcare la vita di una persone come Raffaella. Mi colpiva, mentre eravamo al telefono, sentirla improvvisamente ridere, nonostante poco prima, magari, avesse pianto. C’è in lei questa delicatezza d’animo che la porta davvero a giorire per un giorno di sole, per il sorriso di un bambino, per una visita improvvisa, per ogni giorno in più da vivere…

“Dimentica, c’è chi dimentica, distrattamente un fiore, una domenica..”.. cantava Renato Zero in una sua canzone..

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-Raffaella, quanti anni hai?

 

35.

 

-Di dove sei e dove abiti?

 

Sono nata a Roma e vivo a Roma. 

 

-Come è stata la tua vita prima della malattia?

 

Prima della malattia ho avuto molti dolori,ma quello più devastante che ancora porto dentro di me e’ la morte del mio papà,quando avevo 15 anni. Per me lui era tutto.. il mio punto di riferimento, il mio principe, la mia vita. Senza di lui tutto e’ stato più  difficile. Ancora oggi dopo quasi 20 anni il dolore e’ ancora forte, ma ho imparato a conviverci e ad andare avanti. 

 

-Quando è emersa la malattia?

 

Ho scoperto di essere malata a 26 anni, perché facevo tutti gli anni le visite di controllo che consiglio di fare sempre a tutti perché a me hanno salvato la vita. Andavo una volta l’anno dalla ginecologa, dall’oculista e dal dentista. All’età 26 anni  feci la visita ginecologica   da una ginecologa che mi aveva consigliato una mia amica, la quale mi disse che avevo una massa e di fare l’ecografia trans vaginale. Da questa ecografia risultava che non si vedeva l’ovaio sinistro. L’ospedale in cui andai, all’isola Tiberina, mi disse che era una cosa normale e, se lo avessi ritenuto opportuno, la mia ginecologa mi avrebbe fatto fare un’ecografia pelvica. Quando sono andata dalla mia ginecologa, e le ho portato questa ecografia in cui non si vedeva l’ovaio sinistro, lei mi disse che poteva essere una cosa normale. Se due persone, due medici, di cui anche la mia ginecologa, mi avevano detto così, non avevo dato importanza al fatto che non si vedeva l’ovaio sinistro. Sempre in quello stesso anno, io e una mia amica siamo coinvolte in un incidente automobilistico. Praticamente sono stata in cura per un mese, ho dovuto fare delle punture e dove sono andata a fare queste punture, c’era una stanza in cui c’era una ginecologa. Mi faccio visitare anche da lei. Era ottobre del 2006. Questa ginecologa si accorge che quella massa non è all’interno dell’utero, ma all’esterno, e mi ordina di fare l’ecografia pelvica. Io faccio questa ecografia pelvica –la faccio a pagamento, perché la cosa era urgente e non potevo aspettare i normali tempi di attesa delle visite- e l’ecografo si accorge che c’è una massa di 10 cm per 15 cm, all’esterno dell’utero, nel mio basso addome nella parte sinistra, mi controlla tutto quello che mi può controllare e mi dice di fare subito una Tac. Faccio la Tac il 12 dicembre, presso l’ospedale San Giovanni di Roma, perché anche se era urgente i tempi di attesa in Italia sono allucinanti. Il dottore che fece la Tac mi disse subito che c’era qualcosa che non andava, che vedeva una massa e, di andare, dopo due giorni, a ritirare la Tac e di portare una ricetta con ricovero, perché mi dovevano ricoverare per analizzare questa massa, tramite una paloscopia. Mi hanno ricoverato il giorno dopo che avevo ritirato la Tac e feci la palo scopia e poi la colonscopia; e prima di Capodanno mi dimisero.  

Fino quel momento non si era ancora parlato di tumore, ma io avevo cominciato a dedurre qualcosa, visto che ero ricoverata in un reparto dove tutti erano ricoverati per tumore. Inoltre ci fu un episodio abbastanza rivelatore. Un giorno vennero un gruppo di studenti di medicina, col camice bianco, che stavano facendo tirocinio in ospedale. Passarono anche davanti al mio letto e uno di loro, prendendo la mia cartella, disse  “la ragazza ha un CA, un carcinoma”, o qualcosa del genere.  Non ricordo la parola precisa che ha adoperato. A quel punto i miei dubbi diventarono una quasi certezza, ma non ero ancora del tutto sicura. Potevo essermi sbagliata, potevo avere sentito male; ho voluto continuare a restare con il mio dubbio. Come ti dicevo, mi dimisero prima di capodanno, per chiamarmi in ospedale, i primi di gennaio 2007, comunicandomi che avevo un tumore.

 

-Quale fu la diagnosi specifica?

 

Carcinoma sieroso papillare forse di origine ovarico  al quarto stadio con marcatore a 1700. Mi dissero che avrebbero provato vari tipi di chemio al fine di trovare quella giusta per bloccare la malattia. Avrebbero provato di tutto, visto la mia giovane età.  

 

-Non deve essere facile vivere un momento come del genere..

 

No.. in quel momento ero con mia madre e con il ragazzo con cui stavo in quel periodo. Lì per lì non ho pensato al tumore in sé, come malattia che potesse distruggermi, anzi avevo anche pensieri del tipo “meglio a me che a un bambino”. Il dottore ha poi aggiunto “si presume che parta dalle ovaie, noi pensiamo di iniziare un ciclo di chemioterapico, vediamo come va, poi proviamo a curare togliendo le ovaie e forse anche l’utero”. E’ stato in quel momento che  ho sofferto tantissimo, perché io ho sempre sognato di avere dei figli.  E  la concreta prospettiva di non averli è stato devastante. La chemioterapia la inizia dopo pochissimo tempo.

 

-Tu non hai avuto nessun dubbio sul fatto che potevi pure non farla? Ti è stato fatto qualche cenno al fatto che potessero esistere delle alternative?

 

Assolutamente. Non mi venne prospettata alcuna possibilità alternativa alla chemio. Circa il modo di procedere, ho saputo con gli anni che ad alcune donne, prima di iniziare la chemio, venivano tolti gli ovuli, oppure il seme agli uomini. So che li levano prima di iniziare la chemio o la radio perché queste pratiche potrebbero rendere sterili.  Però a me tutto questo non venne fatto. Loro pensavano che io sarei dovuta morire entro giugno. Questo me lo avrebbero detto in un altro momento, in cui mi sarei trovata sola, e non davanti a mia madre e il mio ragazzo. Praticamente iniziai la chemio da ricoverata. Erano i primi di gennaio.

 

-Non tornasti proprio a casa?

 

No.. dopo la diagnosi di tumore, fino a qualche giorno prima della chemio, sono tornata a casa, ma “a casa”, ho cercato di starci il meno possibile.. una era sera sono anche andata a cena fuori col mio ragazzo. Qualche giorno prima della chemio mi ricoverai. Loro volevano che facessi tre sedute per vedere come reagiva il tumore a quel tipo di chemio. La cadenza delle sedute era ogni ventuno giorni. Funzionava così: facevo la chemio, stavo una decina di giorni in ospedale, tornavo a casa, e poi tornavo in ospedale per l’infusione successiva.

 

-Che tipo di effetti avesti?

 

Fin dalla prima infusione ho iniziato subito a stare male. E’ indescrivibile spiegare i dolori fisici che si hanno con la chemio. Hai presente quando hai la febbre a 40 e ti fanno male tutte le ossa? Bene, immagina quel dolore moltiplicato per mille. Questo era quello che sentivo io. E infatti c’erano volte che svenivo dal dolore per quanto era forte. Non potevo alzarmi per andare al bagno, non potevo mangiare, mi nutrivano con le flebo. Quando il dottore ti parla della chemio, la prima cosa che ti dice è “rasati tutti i capelli a zero perché dopo 20 giorni dal primo trattamento li perdi”. E invece la prima cosa che dovrebbe dire sono tutti gli effetti collaterali, quelli devastanti che la persona ci può avere. Non sono soltanto nausea e vomito, ma ci sono anche tantissime sfumature che loro neanche ti dicono. Ad esempio, più passava il tempo, più facevo chemio e più avevo problemi a deglutire. Potevo soltanto deglutire le dosi di un cucchiaino raso. A parte che non riuscivo a bere l’acqua normale; o bevevo la coca cola, però sempre a dosi di cucchiaino, o acqua col limone. Se toccavo la parete con le mani prendevo la scossa; ma prendevo la scossa anche se toccavo qualsiasi cosa che era un po’ fredda, come un panno bagnato. Non riuscivo a dormire, mi dava fastidio la luce. Ma mi è davvero successo di tutto; ho avuto coliche renali, mi sono cascate le unghie dei piedi; gli stessi piedi sono diventati neri e gonfissimi. Sono arrivata al punto di essere allergica anche alla chemio e quindi dovevo fare l’antistaminico.  Tra antistaminico, antidolorifici, cortisone, da che perdevo peso, sono arrivata a prendere 30 kg. Ho subito cose umilianti per l’essere umano; cose che non riesco a raccontare perché mi sento umiliata. Tutto questo non te lo dicono, per non metterti paura. Però dopo la paura c’è lo stesso, perché senti tanto di quel dolore.Comunque, ti sto parlando di quello che mi è successo anni. All’inizio le reazioni erano soprattutto nausea, vomito, difficoltà ad andare in bagno, svenimenti ,coliche renali e dolori fortissimi a ogni parte del corpo. Gli effetti collaterali, comunque variano anche a seconda della persona e del tipo di chemio. Tra l’altro, in quei mesi mi aveva lasciato il ragazzo con cui stavo. Quando gli ho detto che forse non sarei arrivata  a giugno, lui ha pensato bene di sparire proprio. Forse ha avuto paura visto che aveva avuto altri casi in famiglia. Per me è stato molto duro anche il semplice fatto di stare in quel reparto dove c’è molto dolore, dove le persone si spengono ogni giorno, dove sai che anche tu potresti essere la prossima.. non era molto facile.

 

-Un trauma nel trauma..

 

La cosa che più mi tormentava era, però, he se mi avessero tolto ovaie ed utero, non avrei potuto avere figli. Di fronte a questa mi angoscia loro mi fecero capire che non era un problema da pormi..  “non ti preoccupare di non poter avere figli, noi non sappiamo neanche se ci arrivi a giugno..”.

 

-Ci sarebbe tanto da dire su questa “delicatezza”…

 

Mi dissero anche che, quello che stavano cercando di fare, erano dei tentativi, per ottenere comunque qualche risultato. Io chiesi loro di non accennare nulla a mia madre, che già aveva avuto un infarto e non volevo che gliene venisse un altro. 

 

-Ti sei trovata di fronte alla prospettiva di poter morire..

 

Io ero in una fase di tale dolore sia fisico che nell’anima che per me la morte era l’unica via di salvezza. Però, quando stavo bene, ero talmente felice di essere viva, che questo era qualcosa di più forte del dolore. Cercavo di prendere tutto ciò di cui era possibile.. sensazioni, emozioni, attimi di vita per darmi forza per i giorni in cui vivevo l’inferno. Per far si che quando stavo male e facevo la chemio ,la morte non doveva essere l’unica alternativa a trovare pace. 

 

-Cosa avvenne dopo le prime tre sedute di chemioterapia?

 

Dissero che quel tipo di chemioterapia non funzionava e che dovevo passare ad un altro tipo di chemio. Mentre le prime tre sedute le feci da ricoverata, gli altri cicli di chemioterapia le fece in day hospital; entravo e uscivo dall’ospedale lo stesso giorno.

 

-E man mano che procedevi con queste altre tipologie di chemio?

 

Sempre la stessa storia. Il farmaco non funzionava. Il tumore non reagiva. I marcatori continuavano a salire. Fino a novembre.-Come passasti quella estate? Cercavo di fare tutto quello che non avevo fatto. Come mangiarmi un kebab. Non avevo mai mangiato un kebab fino ad allora. 

 

-E sei arrivata a novembre del 2007..

 

Alla visita che feci presso l’ospedale San Giovanni, il primario disse “la ragazza è troppo giovane , non possiamo mandarla a casa senza fare un tentativo chirurgico. Io apro per vedere la situazione. Se non si può fare nulla, io richiudo e la mandiamo a casa. “.  Negli ultimi mesi le dimensioni del tumore erano sempre le stesse, intanto i marcatori continuavano a salire. Erano arrivati a 2800 dai 1700 iniziali. E così a novembre 2007 feci il primo intervento. Il giorno prima dell’intervento il primario venne da me e mi spiegò la situazione. Mi disse  “facciamo questo tentativo. Se ti svegli in camera intensiva o in rianimazione, vuol dire che c’è ancora una possibilità. Se invece ti svegli nella tua stanza vuol dire che non c’è più niente da fare”. Era come dire che sarei stata spacciata; per me non ci sarebbe stata più alcuna strada, né chemio, né intervento.  Quella sera era rimasto un mio amico, fino alle tre di notte, a farmi compagnia. Grazie di cuore Patrizio non l’ho scorderò mai. E quando l’ho abbracciato per salutarlo ho pensato “questo è l’ultimo abbraccio della vita mia che do”. Poco prima dell’operazione piansi, perché pensavo che quelli erano gli ultimi momenti lucidi della mia vita e per un insieme di emozioni che sono impossibile da descrivere a parole solo se lo vivi le puoi capire veramente. Il mio intervento sarebbe dovuto durare all’incirca  fino alle sei del pomeriggio. Fui la prima ad entrare in sala operatoria, alle 8 e l’intervento finì alle 11:30. Durò, quindi, pochissimo rispetto a quanto avrebbe dovuto durare. Prima dell’intervento  mi avevano anche detto “se ti risvegli e ti abbiamo operato, ti avremo tolto utero, ovaie, un pezzo di intestino; avrai una sacchetta (la sacchetta e quel supporto dove, per un certo periodo, vanno le feci se ti levano una parte d’intestino) con un pezzo di vescica in meno… la vescica ce l’avrai più ridotta, poi proveremo a ricostruirla”. Tutti i punti che mi indicava erano quelli che secondo la Tac erano stati toccati dal tumore. Nel momento in cui venni aperta, la massa era 10 cm per 15 cm e, pur essendo vicina alle ovaie, non era attaccata alle ovaie. Era circoscritta, solo che stava appoggiata al nervo dell’inguine. Loro tolgano soltanto la massa tumorale e un pezzo di nervo dell’inguine sinistro che poi mi riattaccarono con clip metallici. Io mi risvegliai mentre mi stavano portando dalla sala operatoria alla camera intensiva. Aprii gli occhi e.. non dimenticherò mai quell’istante… vedevo intorno a me tutti gli infermieri che mi dicevano “Raffaella, abbiamo tolto solo il tumore, ci senti?”. Capivo quello che mi stavano dicendo. Ma non ne ero sicura di capire bene. Ancora vedo davanti a me tutte queste facce felici, quei grandi sorrisi.Il primario  poi mi confermò che mi avevano lasciato tutto, togliendomi solo quel pezzetto di  nervo. Ed io ero felice, non tanto perché mi aveva tolto il tumore, ma perché potevo avere figli. L’intervento era stato comunque un intervento tosto. Mi avevano aperto dalla bocca dello stomaco fino a sotto; inizialmente avevo vari drenaggi e sono stata diverso tempo in camera intensiva, sotto morfina. Comunque, prima di uscire dall’ospedale, mi fanno una TAC di controllo e il tumore era di nuovo presente; grandezza di qualche millimetro.

 

-Dopo così poco tempo? Mentre eri ancora in ospedale?

 

Sì.. pochi giorni dopo… il marcatore era sceso, ma il tumore era ancora presente, allo stesso posto. A quel primo intervento seguì una serie di altri interventi dove la prassi era la stessa toglievano solo la massa tumorale e vari linfonodi maligni che si erano formati all’inguine e nell’ addome. Non riuscirono mai a togliermi la lesione di 5 cm al gluteo sinistro perché era troppo in profondità. Ho  subito anche due interventi al seno destro durante questi interventi, per fortuna la massa risultaa negativa. 

 

-Non facevi in tempo ad operarti che il tumore si ripresentava..

 

Sì.  

 

-Ma tra il primo e il secondo intervento, e tra il secondo intervento e il terzo tu facesti altro dal punto di vista curativo?

 

No. Facevo semplicemente Tac, Pet e analisi fino all’ultimo intervento 25 agosto 2010.

 

-Nella tua vita è successo qualcosa di particolare in quei mesi?

 

Avevo ripreso a lavorare e, quando non potevo andare a lavorare per via degli interventi, mi mettevo in aspettativa non retribuita. Cercavo di tenermi il mio posto di lavoro perché se lo avessi perso sarebbe stato difficile trovarne un altro.

 

-Torniamo all’intervento..

 

Il primario mi opera e toglie solo la massa tumorale, perché ovaie, utero erano negativi a malattia durante la biopsia. Le insistenze dell’oncologa perché lui togliesse almeno l’ovaio sinistro erano sempre maggiori, ma il primario rimaneva fermo sulla sua posizione. Diceva: “io non posso togliere organi buoni se non presenta malattia”. Pensa che il primario e l’oncologa avevano litigato anche durante  uno dei miei intervento, nel corso di una discussione telefonica; me lo raccontò il mio primario.-Un medico onesto.. Mi diceva “io non ti voglio rovinare la vita, perché so quanto per te è importante avere figli e finché io ti apro e ti troverò puliti l’utero e le ovaie non te li levo”. E io ero felice, perché per me avere l’utero era la speranza  di avere un figlio. E anche se la gente intorno mi diceva “cambia ospedale.. cambia ospedale..”, io non lo cambiavo, perché sapevo che questo primario, quando mi operava, non mi toglieva quegli organi. Forse può sembrare stupido di fronte a occhi che non sanno cosa si prova non aver figli.. ma forse non lo e’ per chi ha perso un figlio e può capire cosa provo. Ho sentito anche mamme dire  frasi tipo “non e’ tutto questo gran ché avere figli nella vita..”.  non voglio neanche commentarla questa frase.  Alcuni, in quel periodo, sicuramente pensavano “ah guarda quella stupida a un tumore potrebbe morire e sta pensando di avere un figlio”. Ma quando tu hai un sogno lotti con tutte le tue forze per poterlo raggiungere.. anche perché.. quando non hai più un sogno.. sei morto.. In quel periodo andai anche da oncologi a pagamento; per capire fino in fondo se era vero che potevo morire oppure no. Tutti mi dicevano che potevo vivere al massimo cinque anni. Ho pagato oncologi 500 euro a visita per sentirmi dire “devi togliere utero e ovaie perché tanto figli così non ne puoi fare” e  anche “comunque che col tipo di tumore che hai,  puoi vivere al massimo cinque anni.” Infatti le statistiche dicono che con il carcinoma sieroso papillare al quarto stadio, quello è il tempo masse potevo avere.  Queste cose me le dicevano senza giri di parole. Anche perché io ero a conoscenza del mio stato attuale di salute e comunque se pensi che all’inizio mi avevano dato sei mesi di vita, non mi sconvolgeva adesso che me ne davano non più di cinque.  

 

-Nessuno oncologo ti accenno mai a terapie alternative o ad altri supporti che potevano esserti utili dal punto di vista terapeutico? 

 

No. Non mi dissero mai niente. Non mi dissero mai neanche cose come “non mangiare questo, non mangiare quello”.

 

 -Torniamo al succedersi degli eventi… 

 

Si. A maggio 2009 feci il mio quarto  intervento. Questa volta l’intervento non era stato programmato. Io ero stata ricoverata perché mi ero sentita male, e i medici scoprirono che c’erano delle aderenze che mi ostruivano l’intestino. In questo intervento ci furono delle complicazioni. Prima che mi fossi addormentata per l’anestesia, con il sondino già messo, avevo preso a vomitare… una cosa devastante. Il problema era che io sono allergica alla ciclosfolina, un antibiotico che si fa durante o alla fine dell’operazione. Loro avrebbero dovuto saperlo che ero allergica, perché, in precedenza, in un altro intervento, in quello stesso ospedale, avevo avuto delle reazioni all’unasyn; l’unasyn e cefalosfolina mi hanno spiegato che fanno parte della stessa famiglia di antibiotici. Questo evento, però, non era stata messa in cartella clinica. Le reazioni che avevo avuto nell’intervento precedente erano state lingua gonfia, macchie rosse sulla pelle, respiro affannato, ma non altro. In quest’altro intervento, invece, vado in shock anafilattico. Ho rischiato seriamente di morire. Sono riusciti a riprendermi alle 3 di notte. La mattina del giorno dopo il dottore mi disse che ero arrivata vicinissimo alla morte; al che gli risposi “mi poteva lasciare morire, perché così avevo smesso di soffrire”. Neppure questo seconda reazione allergica è stata riportata nella cartella clinica.Anche questa volta tolsero solo la massa, i linfonodi e le aderenze, ma non altri organi. Avrebbero voluto intervenire anche per togliere la lesione che  era  nel gluteo sinistro, ma non avevano potuto perché era troppo in profondità. Dopo l’intervento, la Tac che feci prima di essere dimessa come sempre il tumore era di nuovo lì.  I successivi controlli tac, Pet, scintigrafia ossea li feci la maggior parte a Napoli in un centro specializzato;  perché a Roma non c’era mai posto. Nel frattempo ero ritornata dalla mia vecchia oncologa del San Giovanni; che da qualche tempo avevo lasciato su suggerimento del mio primario di chirurgia. Il motivo era che l’oncologo del Policlino mi aveva deluso, in quanto alla mia domanda sul perché il tumore si ripresentava sempre, mi rispose “Si vede che deve essere così, non c’è un perché preciso”. Ma, da quando ero ritornata dall’oncologa del San Giovanni, lei mi riceveva solo intra moenia, ossia a pagamento. A maggio del 2010 volevano rifarmi l’intervento, perché dalla Tac risultava che  avevo anche le metastasi oltre i linfonodi, oltre alla ricorrente massa all’addome. Un giorno, trovandomi vicino all’ospedale, telefonai all’oncologa e le dissi “io sono qui fuori dall’ospedale, dato che non riesco a prendere un appuntamento con lei, che devo fare?”. E lei mi rispose “Io per te non ci sono più. Tu sai cosa devi fare, vai da un’altra parte”. 

 

-E gravissimo che lei prima si sia fatta negare e poi ti abbia risposto in questo modo indegno?

 

Fu doloroso, ma non solo.. andai proprio stato confusionale perché. Tu affidi la tua vita in mano a una persona.. pensi che ti deve salvare la vita.. che comunque è lì per lottare insieme a te.. invece lei che fa? Ti nega il suo aiuto in un momento così delicato della tua vita. A quel punto andai da medico del suo team, il quale mi disse che ero guarita e di tornare a luglio con un ecografia pelvica. Ero sempre più destabilizzata… “la mia tac parla di metastasi e questo mi dice che sono guarita?”. Considera che gli stessi infermieri del reparto mi dicevano “vai via da questo ospedale questi ti fanno morire”. Anche della cosa che mi disse il medio del suo team non c’è più alcuna traccia nella cartella clinica. 

 

-L’oncologa sapeva che il tuo caso era estremo e non voleva prendersi la responsabilità.

 

E’ quello che hanno detto anche all’ultimo ospedale in cui andai. Il fatto che lei mi facesse andare intra moenia era un modo per farmi capire che lei non sapeva più che fare.  Il mio medico di base, a quel punto, mi consigliò di andare al Regina Elena. Presi un appuntamento, dopo il quale mi chiamarono per fare una Tac e mi ricoverarono per tre giorni. Era luglio 2010. I primi di agosto mi telefonarono e mi comunicarono gli esiti della Tac, e mi dissero che mi sarei dovuta operare e che mi avrebbero tolto utero, ovai, tutto quanto. Mi ricoverano subito dopo ferragosto e mi fanno una palo scopia. La mia mente e il mio cuore voleva credere che dopo la palo scopia mi avrebbero detto.  “guarda ci siamo sbagliati, non ti dobbiamo togliere utero e ovaie”. Ma non fu così. L’intervento venne programmato per il 25 agosto, pochi giorni dopo. Fino al 24 agosto 2010, ogni volta che veniva da me il chirurgo che doveva operarmi, io scoppiavo a piangere, perché sapevo cosa dovesse dirmi; e lui non riusciva  mai a parlarmi. Solo il 24 agosto mi parlò chiaramente. Mi disse:  “adesso basta piangere.. io e te dobbiamo parlare.. dalla paloscopia noi non riusciamo a capire se tu sei ancora operabile..credo che qui realmente ho avuto paura del tumore .. hai delle metastasi, la malattia è molto estesa, molto di più di quello che appare dalla tac.. ci sono anche molte aderenze e quindi non riusciamo a vedere tutto il tuo addome. E quindi noi ti operiamo però non sappiamo come finisce l’intervento.” Mi disse anche che sarei stata l’unica operata del giorno successivo e che il mio intervento sarebbe iniziato alle 8 del mattino e sarebbe finito intorno alle 19:00 , ma io mi sarei svegliata la mattina successiva e  che durante l’operazione avrei fatto un tipo speciale di chemio all’addome; un tipo di chemio che si fa una sola volta nella vita. Io gli dissi che quel tipo di chemio l’avevo già fatta al San Giovanni.. ma.. anche questa cosa quelli del San Giovanni non l’avevano scritta da nessuna parte. Il chirurgo, in mancanza di alcun atto scritto che accertasse quello che stavo dicendo, me la fece comunque fare.  Chiesi al chirurgo se, quando mi sarei svegliata avrei avuto ancora il tubo, perché avevo paura che, avendo il tubo, non sarei riuscita a respirare. E lui mi disse “se quando ti svegli avrai ancora il tubo, perché poteva succedere tu fai..ahhh.. come se prendessi una boccata ad aria a bocca aperta, ti accorgi che respiri e ti calmi.. e sta tranquilla che nel momento in cui noi ci accorgiamo che ti sei svegliata, ti stubiamo. Non ce l’avrai questo trauma”. Prima di quell’operazione, per la prima volta volli salutare mia madre (piange)..  e poi mio fratello, e il mio compagno. Prima di entrare in sala operatoria, ero in fila insieme ad altre persone; ci stavano varie sale operatorie, vari reparti. E  ricordo che io, che avevo una paura allucinante, mi sono trovata a dare conforto ad una signora che anche lei doveva essere operata (piange). Mi sono fatta forza, facendo forza. La mattina dopo quando aperto gli occhi e ho visto che non potevo chiudere la bocca, perché avevo il tubo in bocca, ho fatto come mi aveva detto il chirurgo; ho preso fiato, mi sono calmata. Dopo un po’ venne l’infermiera che mi disse “Sono Lucia, ti sto togliendo il tubo, stai tranquilla, adesso respirerai da sola”.Dopo un po’ che mi ero risvegliata  sentivo solo il mio cuore mi faceva male, tanto batteva forte. Immagina io che ero lì, in quel lettino piccolo, piena di tubi e con un dolore lancinante al cuore, pensando che mi stava per venire un infarto. Da lì mi venne il collasso al polmone. Loro mi fecero un tubo dentro un  drenaggio che mi avevano messo e, da questo tubo, spararono una specie di palloncino a parte il dolore che e’ l unica cosa che ricordo bene i fatti dovrebbero essere andati super giù così. Però continuavo sempre ad avere il cuore accelerato; e non riuscivano a capire cosa avessi. Solo dopo diverso tempo, capirono che stavo morendo disidratata e iniziarono a farmi tante flebo finché il mio cuore tornò ad un battito normale. Successivamente mi dissero di avermi tolto la colecististi in metastasi, la metastasi al diaframma destro, che mi avevano tolto l’utero, le ovaie, te tube, la sacca pelvica,omento e i vari linfonodi che c’erano; la lesione al gluteo sinistro, non riuscendo ad arrivarci, rimase là. Mi tolsero l’utero e le ovaie con tutto ciò erano pulite perché  la sacca pelvica era quella malata. Togliendo la sacca pelvica in automatico dovevano togliere l’utero e le ovaie, perché non potevano rimanere senza sacca pelvica. Sono stata giorni in rianimazione intensiva, in isolamento fino ad arrivare alla mia stanza di reparto. Prima di uscire dall’ospedale, rifeci la TAC e mi dissero, anche stavolta, che la malattia era presente; ma che fisicamente non ero abilitata per fare delle chemio ed avrei dovuto aspettare finché si sarebbe potuto intervenire con le chemio. Era settembre 2010. Da giungo 2010  avevo smesso di lavorare. Un’altra brutta storia.

 

-Racconta..

 

Dove lavoravo hanno sostanzialmente –tutto lascerebbe far dedurre questo- fatto un finto fallimento per sbarazzarsi di me e di altre due persone sgradite. Il supermercato dove lavoravo fece un finto fallimento, licenziò tutti e, dopo qualche mese, riaprì, riassumendo tutti, tranne me e queste altre due persone. Quando lavoravo là, mi dicevano sempre “ma perché non ti licenzi? Poi quando guarisci ti riassumiamo noi”. Il mio principale arrivava a dirmi “la vorrei fare io la vita che fai tu”, al che rispondevo “e io la tua manco mezzo secondo, per quanto sei una persona vuota” e lui mi controbatteva “ah se non ti sta bene come ti trattiamo, quella è la porta e te ne puoi andare”, ed io “ah ti piacerebbe.. no io non me ne vado… mi devi licenziare tu se vuoi”. Botta e risposta di questo tipo c’erano ogni giorno. Alla fine hanno fatto inscenato questo fallimento, per poi intestare tutto ad un uomo di paglia. Nel momento in cui volevo fare vertenza contro i proprietari del supermercato, loro mi dissero che non c’era più niente intestato a loro. E quindi ho perso la liquidazione, oltre al lavoro. 

 

-Dire che sono dei miserabili sarebbe essere troppo gentili verso persone come queste.. torniamo alla cronologia degli eventi..

 

Dal settembre 2010 fino a settembre 2011 io faccio solo Tac, Pet e analisi. Nel corso dei mesi ero passata dai 70 ai 59 kg.. Mi sentivo sempre stanca e debole. Non avevo neanche la forza di camminare per quanto ero stanca.  A quel punto decisero, di intervenire perché stavo proprio sparendo fisicamente. Arrivati a settembre  2011, il mio oncologo del Regina Elena mi fece una iniezione, dicendomi che quella iniezione serviva a produrre cortisone, in moto che io potessi prendere forza per reagire fisicamente, per mettermi n condizioni di ricevere il trattamento chemioterapico che mi volevano fare.  Quell’iniezione, in un certo senso, servì a qualcosa. A partire da essa, fino a quando non ho concluso la chemio, presi circa 30 kg ed ero più forte. Tieni conto che, prima di ogni seduta di chemio mi somministravano cortisone e antistaminico, e questo contribuiva a darmi peso e forza. Gli effetti collaterali della chemio erano gli stessi che avevo avuto il primo anno. La differenza era che stavolta, per via di queste “aggiunte” di cortisone, non svenivo dopo la chemioterapia. Ma l’esperienza restava sempre devastante. Pensa che prima di ogni seduta di chemio, mi davano un antistaminico sia per l allergia e sia per addormentarmi, perché era così violento l’impatto della chemio, che, una volta che giungeva il giorno della seduta, la mia mente reagiva e mi ingenerava attacchi di vomito. Cominciavo a vomitare già da casa. Questa secondo “periodo” di chemioterapia durò da settembre 2011 a novembre 2012 con sedute molto frequenti. Il 13 novembre del 2012 io faccio l’ultima chemio, me lo ricordo perché era il giorno dopo del mio compleanno.  Finita la chemio, mi portarono a casa. Era quello che avveniva dopo ogni chemio. Mi mettevano su una sedia a rotelle, mi portavano alla macchina. Poi davanti al portone di casa mia sorretta salivo con l’ascensore e una volta in casa mi buttavo sul letto e lì rimanevo fino alla prossima infusione. Anche quella volta ci fu questa dinamica.  Vivevo con il mio compagno. Dovevo sempre essere assistita, specialmente l’ultimo mese, perché non reagivo proprio più.  Dopo l’ultima chemio, oltre a non alzarmi più dal letto, ho avuto un ascesso ad una ferita al seno di quattro anni prima. Per via di questo ascesso, mi incisero con il bisturi, senza anestesia, senza niente, e mi facevano le medicazioni con la garza, entravano dentro. Una cosa tremenda che non auguro nemmeno al mio peggior nemico. Dopo l’ultima chemio, come ti dicevo, non mi alzavo più dal letto. Pregavo Dio che mi facesse morire il prima possibile. Io interiormente mi sentivo morta fin da quell’intervento in cui mi avevano tolto utero e ovaie, perché avevo perso quello che più desideravo al mondo; la possibilità di avere figli. In più ormai sentivo un dolore fisico indescrivibile. Dovevo bere col cucchiaino. Non potevo toccare nulla, che prendevo le scosse. Non potevo neanche stare a guardare la luce, perché mi dava fastidio agli occhi; dovevo sempre stare con la serranda abbassata, al buio. In più ebbi questo accesso di cui parlavo prima e che era un segno del fatto che il mio fisico non reagiva più; che non sarei stata in grado di sopportare un’altra chemio.

Quando a dicembre, tornai dall’oncologa del Regina Elena e lei mi disse “in questo stato tu la chemio non la puoi fare, quindi per noi adesso rimandiamo la chemio al prossimo anno”. Io le chiesi quante possibilità avrei avuto di guarire con la chemio e lei mi disse che non pensavano che avrei potuto guarire, che le probabilità di guarigione erano al 30% ma che su di me la chemio fino a quel momento non aveva mai funzionato, quindi serviva solo ad allungarmi la vita. Le chiesi quanto tempi mi rimaneva. E lei disse non sapeva dirmelo; ma se avessi interrotto la chemio, sarei morta prima. Al che le dissi: “ Preferisco morire che fare un altro giorno di chemio,per lo meno riesco a vivere anche un solo giorno ma viverlo decentemente..che vivere un mese ma viverlo in quello stato”.

Lei mi rispose “Tu hai ragione, è la tua vita, devi decidere tu. Tanto la chemio su di te non funziona. Però non ti posso mandare a casa senza dirti che c’è un’altra chemio che tu puoi provare, però i risultati sarebbero sempre gli stessi. Io se fossi in te avrei fatto la stessa scelta, però tu mi devi firmare il consenso che stai rifiutando, perché io te la sto dando una possibilità di fare un’altra chemio, non oggi ma più avanti”. 

“No, no.. firmo il consenso, preferisco vivere un giorno e morire anche dopodomani che vivere in quello stato ”. 

Firmai questo consenso, ci salutammo, e non ti dico come sono uscita da quella stanza perché mi dicevo “è finita, sto andando a casa a morire.. non c’è più nulla da fare”. Mentre uscivo dalla stanza della dottoressa, una signora, che avevo conosciuto in quell’ospedale, mi disse “dammi il tuo numero perché comunque ti voglio sentire… Che ti hanno detto?”, “Mi hanno detto che la chemio non fa più niente, vado a casa e finisce così”, e lei mi disse “io faccio la Di Bella”, gli lascio il numero mio,  ma in quel momento io non avevo dato alcun peso al fatto che lei facesse la Di Bella, così come non avrei dato peso ad altre parole. Per me era finita là. Il mio unico pensiero era come vivere i giorni che mi rimanevano. Tutto quello che ancora potevo fare, lo dovevo fare. Erano i primi di dicembre quando ero uscita dall’ospedale. Quella signora mi contattò i primi di gennaio 2013. Io nel frattempo avevo vissuto quello che pensavo fosse il mio ultimo Natale. Però stavo bene, perché un pochettino mi ero ripresa dagli effetti della chemio. Riuscivo a passeggiare, ad esempio, e per me era una gran cosa; era una vittoria. Ho avuto vicino a me veramente Amici con l a maiuscola. Una mia amica che per me è come una sorella. Aveva una bambina; io ero la madrina. Quando stavo male non riuscivo a prenderla in braccio perché non avevo le forze. Quindi, adesso che stavo un po’ meglio, cercavo di stare il più possibile con lei. Anche se era piccola, speravo che  mi avrebbe ricordato. 

 

-A volte credo che chi si sente vicino alla fine, riesce a darsi alla vita con una intensità che molti non sfiorano neanche lontanamente…. Andiamo alla telefonata di quella signora..

 

Allora.. i primi di gennaio mi chiamò quella signora, parlandomi del dottor Attanasio, il dottore presso il quale lei faceva la cura Di Bella. Mi disse che lui faceva anche la terapia del dolore. Io mi dissi:  “Se la Di Bella non funzionasse o non  me la potesse dare, vuol dire che prenderò le cure palliative”. Quando andai dal dottore Attanasio, lui mi disse  “Possiamo fare un tentativo,  proviamo e vediamo come reagisci”. Non parlò di guarigione; ma di un tentativo. Perlomeno mi avrebbe dato una vita dignitosa fino alla fine. Dopo neanche una settimana che avevo iniziato la cura Di Bella, mi tornavano le forze fisiche; riuscivo a camminare, a mangiare, a bere. Dopo un paio di settimane, ripresero a crescermi i capelli sulla testa.  Ricominciavo una vita, non dico normale, ma quasi. E pensavo “anche se non dovesse funzionare, comunque faccio una vita dignitosa”. Dopo tre mesi faccio di nuovo la TAC di controllo; era marzo 2014. Niente era successo. Ma nel frattempo la cura Di Bella mi aveva dato una speranza, una vita, una dignità. 

 

-Fai una sintesi di quello che avevi in quel momento..

 

Prima che iniziassi la cura Di Bella, il marcatore era diventato 571, e tutto quello che avevo era triplicato nelle misure. Complessivamente si trattava di: una lesione gluteo sinistro, una lesion all’inguine sinistro, la massa addome, linfonodi all’inguine destra, una lesione o linfonodo dietro la schiena, una lesione vicino alla carotide. Tutte queste cose dopo tre mesi erano rimaste uguali. L’unico cambiamento era stato una diminuzione dei marcatori, anche se di poco. Dopo altri mesi di trattamento, i marcatori sono ulteriormente diminuiti, arrivando ad essere, a tutt’oggi, a 168. Tutti gli altri linfonodi e masse sono rimasti bloccati, tranne che per quella all’inguine sinistro che è cresciuta di un centimetro.. però.. la lesione di  5cm al gluteo sinistro non c’è più.

 

-Quindi, potremmo dire che, due anni di terapia Di Bella ha  portato, oltre al miglioramento della condizione vitale, ad una diminuzione netta dei marcatori, ed alla sostanziale stabilizzazione di linfonodi e masse, mentre per tutti i precedenti anni di malattia, essi avanzavano costantemente… unica massa ad essere aumentata, è stata quella all’inguine sinistro che è cresciuta di un centimetro.. ma, allo stesso tempo è scomparsa quella al gluteo sinistro che era di cinque centimetri. 

 

Esatto.. E io continuo con la mia vita, che se non fosse una certa stanchezza quotidiana, sarebbe quasi normale. Nel frattempo sono sorti i problemi con l’INPS. 

 

-Riassumi anche questo..

 

Allora, dal 2014 io ricevo una pensione che mi dà lo Stato per via della malattia, non riconoscendomi più una persona idonea al lavoro. Inoltre in questi otto anni ho ricevuto dall’Inps l’invalidità per malattia e l’accompagno che si dà in caso di sottoposizione alla chemio. All’accompagno non ho più diritto perché non sto più facendo la chemio. Nel 2014 ho ricevuto una visita improvvisa da parte dell’Inps che non ha riconosciuto la sussistenza della mi malattia, in quanto non ho una relazione oncologica che continua ad attestarla.

 

-E perché non ce l’hai?

 

Tutti gli oncologi si rifiutano di farmela. Perché facendo io la cura Di Bella, tutti gli oncologi hanno paura, in un certo senso, di avere grane e quindi tutti si rifiutano di relazionare il mio attuale stato di salute; ossia di trascrivere quello che dice la TAC. In mancanza di questa relazione oncologica, l’Inps non mi riconosce più come persona malata, nonostante lo stato della mia malattia è chiaramente descritto nella  mia Tac.

 

-In pratica tu hai documentazioni, come la Tac, che attestano, fuor di ogni dubbio, che tu sia malata, e anche gravemente, ma visto che non hai trovato un solo oncologo disposto a trascrivere in una relazione oncologica quello che è il contenuto della Tac –ovvero qualcosa di oggettivo- tu per l’Inps risulti “non malata” e quindi rischi di perdere l’assegno di invalidità?

 

Esattamente..

 

-Parafrasando Lord Acton, mi verrebbe da dire.. l’assoluto burocratismo porta  alla assoluta demenza.. 

 

Pensa che io devo pagare l’affitto, le bollette, la cura Di Bella,più le spese per visite, esami, ecc… più mangiare e altre spese essenziali. E allora capisci perché oltre alla pensione statale, ho bisogno dell’invalidità, anche perché la malattia è tutt’ora presente. Comunque ho deciso di procedere legalmente. In sede processuale, il giudice eleggerà un oncologo dall’album medico il quale non si potrà rifiutare e leggerà la mia TAC. Però non so quali sono i tempi di attesa per tutto questo. Spero i più brevi possibili. 

 

-Raffaella, hai un pensiero ricorrente?

 

Se avessi conosciuto prima la cura Di Bella… se l’avessi conosciuta otto anni fa, non avrei fatto la chemio, non avrei buttato anni di vita dentro il letto e tra sofferenze atroci. Sono avvelenata per questa cosa. E chissà.. forse oggi sarei guarita ! 

 

-C’è qualcosa che ti ha dato forza in questi anni, durante questo tuo duro percorso?

 

I miei nipotini, Noemi e Mattia che sono nipotini acquisiti ,ma sono come figli per me. La musica, specialmente la voce di una mia cara amica quando canta Silvia Capasso mi da una forza immensa mi fa vibrare il cuore e mi fa sentire viva. E Gesù. Che mi ha preso in braccio nei momenti piu’ bui.. e anche se certe volte ho traballato nella sua fede so che lui e’ rimasto sempre al mio fianco e non mi ha mai lasciata sola. Io non ho mai chiesto di guarire a Dio..ma ho sempre e solo chiesto di darmi la forza di sopportare tanto dolore.

 

-Grazie Raffaella. 

 

Grazie a te Alfredo per avermi dato la possibilità di portare la speranza con la mia testimonianza.. per aver dedicato parte della tua vita a me..grazie al Dottor Di Bella e al Dottor Attanasio per aver dato alla mia vita ancora una speranza, una dignità e grazie a tutte quelle persone che in questi otto lunghi anni sono sempre rimaste al mio fianco. Le loro preghiere, la loro vicinanza, il loro affetto, hanno contribuito a tenermi in vita.Non so se mai guarirò, ma la cosa sicura che so’ e che dopo quei sei mesi, devo ringraziare ogni giorno Dio per avermi ancora regalato il dono di essere viva.

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La vicenda di Gregorio Durante, fatto morire in carcere

by on apr.17, 2015, under Resistenza umana

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Gregorio Durante venne trovato morto, nel carcere di Trani, la mattina del 31 dicembre 2011.
Entrai in contatto con la madre, Ornella Chiffi, e, dopo ore di confronto telefonico, pubblicai sulle Urla dal Silenzio, il 3 marzo 2012, un lungo resoconto sulla vicenda (vai al link..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/03/04/avete-ucciso-gregorio-durante/). Una storia che ha generato l’indignazione di chiunque ne sia venuto a conoscenza.
Il 14 novembre di quest’anno si è concluso il primo grado di giudizio sui fatti di questa vicenda. Si è concluso con una sola condanna, quella del Dirigente Sanitario del carcere di Trani. Condannato a soli 4 mesi di carcere. Condanna che ha fortemente amareggiato la madre e i famigliari.
Oggi, dopo tre anni dalla prima volta che mi occupai di questa vicenda, ci ritorno, con una intervista che ho fatto alla madre, in merito alla controversa sentenza del novembre 2014, e a come lei e i famigliari intendono adesso procedere.
Prima di questa intervista, però, “devo” nuovamente narrare la vicenda di Gregorio Durante.
Quello che avvenne a questo ragazzo è talmente indegno da richiedere che la dinamica dei fatti sia conosciuta. E quindi la narro nuovamente, sia per quelli che non lessero mai il lungo pezzo che pubblicammo tre anni fa. Sia per coloro che lo lessero, ma hanno, nel frattempo rimosso molti aspetti della vicenda.
Riprenderò quindi il resoconto che scrissi 3 marzo 2012, riformulando però vari passaggi, e togliendone altri. Per poi passare all’intervista che ho recentemente fatto ad Ornella.
————–
Questa è una storia di quelle di cui, se è possibile, non va rimandata la lettura. E’ una di quelle storie che vanno affrontate adesso, perché a un ragazzo che ha passato le pene dell’inferno, glielo dobbiamo. Andate fino in fondo nella lettura, non interrompetela. Perché un ragazzo è morto solo come un cane e merita almeno un po’ del nostro tempo, e lo merita sua madre, e tutti coloro che adesso sono in una posizione simile alla sua e ora rischiano di fare la stessa fine.
Adesso procedo con la storia, per poi, alla conclusione della narrazione, fare delle considerazioni finali.

Nel 1995 Gregorio, all’età di diciassette anni fu colpito da una meningalncefalovirarle. Questa lo portò a quaranta giorni in coma, e, in totale, a tre mesi e mezzo d’ospedale.Da questa malattia non se ne esce vivi, o se si resta in vita, se ne esce con gravi deficit. Gregorio ne uscì vivo e sano; ma con gravi crisi epilettiche. Le crisi le curava con un farmaco, il gardenale. In qualche modo, supportato dai farmaci, Gregorio non aveva attacchi epilettici e riusciva a fare una vita sostanzialmente normale.
Nel 2004 si ripresentò una crisi epilettica. Aveva 25 anni allora. Questa unica crisi lo portò ad uno scombussolamento completo di tutto il suo equilibrio. Ne derivarono gesti in consulti, tremori, balbettii, momenti di lucidità e no. In quei frangenti di crisi non riusciva a parlare, non riusciva a deglutire. Nel complesso ciò che gli accadeva di frequente, dopo avere avuto una crisi epilettica, viene chiamato “crisi psicomotoria”. Dopo quella crisi epilettica, si succedettero nei giorni, tutta una serie di crisi psicomotorie. Durante queste crisi si contorceva come un animale, sbatteva le mani e sbatteva le gambe. La madre gli stava vicino per evitare che lui si facesse male.Venne ricoverato nell’ospedale di Lecce per dieci giorni. Fu dimesso con queste crisi che erano arrivate ad un livello molto lieve. Stette a casa tre mesi. La madre lo seguiva come un bambino. Momenti di lucidità che si alternavano a momenti di lucidità.Ornella aveva appreso tutta una serie di modalità con cui approcciarsi con lui nei momenti di crisi. Non appena arrivava una crisi, lui la avvisava e lei lo faceva stendere sul divano, e lo aiutava nei movimenti che non riusciva a controlla, per evitare che si facesse male.Adesso non bastava più il Gardanale, ma dovettero aggiungere un altro farmaco, il Tolep 600. Dopo tre mesi e mezzo, riprese a vivere decentemente. Le crisi scomparvero. Stava anche lavorando, nelle pompe funebri. A conti fatti, stava bene. Era sposato ed aveva due bambini; e guidava regolarmente anche.

Gregorio fu arrestato nel 2010. Il fatto scatenante l’arresto furono degli schiaffi che diede al figlio di una guardia penitenziaria. L’arresto non si reggeva solo sul singolo fatto violento. Ma anche sul fatto che era stato già precedentemente condannato, per associazione mafiosa –condanna che aveva già scontato agli arresti domiciliari, e che aveva comportato la misura della sorveglianza speciale. L’atto violento, considerato in questo contesto, fu valutato come reato in violazione della sorveglianza speciale, e da questo ne derivava un livello sanzionatorio più elevato.
Il ragazzo finì per essere condannato a sei anni. In appello la pena venne ridotta a tre anni e mezzo; e poi definitivamente riconfermata in Cassazione. Gregorio Durante è morto dopo un mese dalla sentenza definitiva; due anni precisi di detenzione. Era stato arrestato il sette novembre 2009. E è morto il 31 dicembre 2011. Due anni pieni, due anni integrali. Senza avere mai un permesso. Ricordiamo che era giovane, e che aveva due figli minori. Ma non gli venne mai concesso alcun beneficio. Tutte le sue richieste -come i domiciliari- gli furono rigettai in quanto socialmente pericoloso.

Gregorio fu inizialmente detenuto a Lecce e poi, dopo solo 20 giorni, fu trasferito a Bari. Sia a Lecce che a Bari Gregorio riceveva regolarmente la terapia. A Bari, però, la sezione era pericolante, e suo figlio, nell’aprile del 2011 venne trasferito nel carcere di Trani. E questo segnò la sua condanna a morte.Di colpo gli venne soppressa la compressa di Tolep. Era stato mantenuto solo il gardenale. Nonostante le pressioni della madre perché quel farmaco fosse dato a Gregorio, il Dirigente Sanitario diceva che l’Asl non la passava.
Per otto mesi Gregorio non avrà quel farmaco. Le istanze che, a tal proposito, la madre fece al Magistrato di Sorveglianza, non sortirono alcun esito.
Gregorio è stato relativamente bene fino al 4 dicembre. Da lì iniziò quell’allucinante mese da incubo che lo condurrà alla tomba.
La sera del 4 dicembre Gregorio fu colpito da una crisi epilettica. La mattina del 5 scrisse alla moglie, e quella fu l’ultima lettera che scrisse. In quella lettera raccontava le dinamiche della crisi che aveva avuto. All’inizio aveva avuto fortissimi tremori in tutto il lato sinistro del corpo, la lingua storta di fuori, e altri segni di perdita della consapevolezza e del controllo psicofisico. Doveva essere sorretto dai compagni. Venne poi condotto in infermeria, dove gli fu somministrato il valium, per poi essere riportato in cella.Dopo altre tre ore, Gregorio venne colpito da un’altra crisi epilettica, ancora più forte della precedente. Lui non ricordava nulla di quest’altra crisi. Furono i compagni a raccontare le dinamiche della vicenda. Gli stessi compagni che, in quel momento, avvisarono chi di dovere. Gregorio venne condotto nuovamente in infermeria, gli fu nuovamente somministrato il valium, per poi ricondurlo in cella. Questa volta, però, venne chiamato il 118. Il 118 arrivò ma i medici non ritennero opportuno portarlo in ospedale. Si limitarono a somministargli un calmante , poi gli somministrarono un altro medicinale, e lo lasciarono in carcere. Gregorio avrebbe dormito fino alla mattina preso del giorno dopo. E, fu quella mattina che, svegliatosi, avrebbe preso carta e penna per scrivere alla moglie il resoconto di queste vicende. Fu l’ultima lettera che scrisse.
Dal giorno di quella crisi, la madre ebbe con lui circa quattro colloqui. E ogni volta stava peggio. Era talmente confuso in quei colloqui, che spesso doveva essere lei ad alzarsi dalla sedia e bloccarlo, perché lui, di prima battuta, non riconosceva lei e chi la accompagnava.Dal 4 al 31 dicembre si sono succedute fortissime crisi psicomotorie. Il 118 venne molteplici volte, anche nell’arco della stessa giornata (come risulta dal diario clinico carcerario). Ma, Gregorio non venne mai portato in carcere. Ci si limitava, al massimo, a somministragli calmanti.
Il 10 dicembre, durante un colloqui con la madre, Gregorio ebbe una fortissima crisi psicomotoria. Mentre chi era intorno cercava di farlo riprendere, la madre, furibonda, chiedeva di parlare con chiunque, nel carcere, fosse in grado di intervenire e, comunque, chiedeva che fosse trasferito. La madre quel giorno parlò con il medico di turno, con l’ispettore, con il comandante e con decine di agenti penitenziari.Il dialogo col medico fu decisamente emblematico. Mentre la madre disperata esponeva la situazione del figlio e quello che sarebbe successo se fosse continuato a rimanere in ospedale, il medico a un certo punto, tenendo le mani in tasca, disse: “Signora, è già un miracolo che lei stia parlando con me”.La madre insisteva, chiedendo se fossero stati fatti gli esami adeguati; tac, risonanza magnetica, ecc. Ma lui continuava a stare con le mani in tasca, facendo spallucce e non dando risposte.
Però la madre tanto disse e tanto fece, minacciando che non si sarebbe mossa di lì finché non fosse stata chiamata un’ambulanza per portare Gregorio in ospedale, che alla fine l’ambulanza venne chiamata e lui fu portato in ospedale, ma venne messo nel reparto psichiatrico. In quel reparto restò solo due giorni –durante le quali ebbe anche crisi psicomotorie- per poi essere rimandato in carcere, con la glicemia, tra l’altro, molto al di sotto della norma.
In tutto questo drammatico succedersi di eventi, la madre si era accorta che i medici del carcere, il Dirigente Sanitario, direttore sanitario e Direttore della struttura del carcere di Trani, si erano fatti la convinzione che Gregorio simulasse per avere benefici penitenziari. Quindi, appena tornato dall’ospedale, si decide di “punire” questo povero Cristo dandogli l’isolamento diurno. Quindi, Gregorio –sottolineiamolo, già devastato dagli attacchi epilettici, e poi da due giorni di crisi psicomotorie, e con la glicemia bassa- venne mandato, dalle autorità del carcere di Trani, in isolamento. E questa misura durò tre giorni. Solo in cella. Solo con le sue crisi e con tutto quello che ne comporta.Dopo questi tre giorni, venne messo in una cella dell’infermeria, dove non vi era alcun oggetto o suppellettile. Questo perché, il trattamento che gli era inflitto determinava, come era preventivabile, dei momenti di aggressività. E allora, per evitare che facesse atti pericolosi, fu piazzarono in una cella dove non c’era niente oltre al letto. Gli venne affidato un piantone. Ovvero un detenuto che non stava in cella con lui, ma che lo lavava, lo vestiva e gli dava da mangiare. Lui ormai era sempre più debilitato e incapace di agire. Non riusciva più a farsi la barba, e tante altre cose. E, a un certo punto, non fu più capace neanche di parlare. E non riuscendo neanche a camminare, veniva trasportato su una sedia a rotelle.
La famiglia, viste le sue devastanti condizioni, aveva scritto a Magistrato di Sorveglianza che Gregorio ricevesse la sospensione della pena per gravi motivi di salute. Ma il Magistrato di Sorveglianza, invece di dare la sospensione della pena, pensò bene di stabilire per Domenico trenta giorni di ospedale psichiatrico giudiziario, per capire se Gregorio stesse simulando o meno. Avete capito bene. Un ragazzo in fin di vita, con un pregresso stato patologico, con ricorrenti crisi, ricoverato da poco in ospedale.. e prima il carcere lo punisce con un regime di isolamento, e poi il Magistrato di Sorveglianza lo manda per 30 giorni in un ospedale psichiatrico giudiziario per capire se stava simulando o no.
Gregorio non ci arriverà mai all’ospedale psichiatrico, perché sarebbe morto prima.
L’atto del Magistrato di Sorveglianza giunse il 14 dicembre, ma l’Ospedale psichiatrico giudiziario in quel momento era pieno. E quando si sarebbe liberato un posto, Gregorio aveva già lasciato questo mondo.Nel mondo “esterno”, Gregorio era assistito da un luminare della neuropsichiatria, il professore Luigi Specchio. Fu lui che nel 2003 lo aveva letteralmente tirato fuori dalla morte. Gregorio, quando cominciò il suo tunnel nero, nel dicembre 2011, chiedeva costantemente di potere avere la visita del suo medico di fiducia, il professore Luigi Specchio appunto. Ma doveva fare la domandina, perché tutto in carcere funziona con la domandina. Il piccolo problema era che Gregorio non era proprio nelle condizioni materiali di riuscire a compilare una domandina.Il 14 dicembre la madre ebbe un colloquio con Gregorio. Viste le sue condizioni sempre più deterioriate, e la costante possibilità di una crisi distruttiva, la madre chiese alle guardie non lasciarli completamente soli, e di stare nelle vicinanze. In quell’ora di colloquio, Gregorio non riuscì a dire quasi una parola; ma sembrava che riuscisse comunque a capire qualcosa. Questa impressione era confermata dai cenni che dava con la testa. Aveva gli occhi semichiusi. Fu proprio da quel giorno che Gregorio incominciò a non parlare, per poi, a partire dal 17, non dire più neanche una parola.
Torniamo al colloquio del 14. Sul finire del colloquio di quel giorno, comparvero nella sala il Direttore e lo psichiatra del carcere. Lo psichiatra le disse.“Signora, non so più che cosa devo fare con suo figlio. Sto cercando di stimolarlo in tutti i modi”.Al che la madre rispose sdegnata..“Lui non aveva bisogno di stimoli, ma di essere ricoverato”.“Chiede del professor Specchio”, continua lo psichiatra del carcere.“Sì, è il suo medico curante”, dice la madre.E a questo punto è il Direttore ad intervenire..“Sì, sì, proprio stamattina ho autorizzato la domandina perché venga a visitarlo il medico di fiducia”.
Queste furono le parole del Direttore. Famiglia e avvocati aspettarono un paio di giorni, ma il professor Specchio continuava a non ricevere alcuna chiamata dal carcere.
Successivamente, sostiene la madre, sarebbe emerso come la richiesta del Direttore non è era mai partita dal carcere. Ovvero il Direttore del carcere di Trani avrebbe deliberatamente mentito.
Nel colloquio che la madre ebbe il 17, trovò Gregorio ormai totalmente debilitato, incapace di fare assolutamente niente. Tutta l’ora del colloquio passò con la madre che lo abbracciava, che abbracciava un corpo abbandonato e con gli occhi semichiusi. Tuttavia, vi fu un’ultima fiammata di questo ragazzo. Al momento del saluto, il figlio di colpo ritrovò un ultima scintilla di vitalità, e strinse forte la mamma con una forza inaudita, e la baciò sulla bocca. Quando, alla fine, lo stavano riportando via, poi, Gregorio le cadde sulle braccia. Gli agenti lo presero e lo portarono via sulla sedia a rotelle. Quel fortissimo abbraccio, e quel bacio in bocca, fu l’ultimo estremo saluto di Gregorio alla madre, l’ultimo suo grande atto d’amore.
Quando il 24 dicembre la madre arrivò in carcere per un altro colloquio, Il figlio le venne portato completamente inerte, sulla sedia a rotelle, e con gli occhi ormai completamente chiusi. Neanche il capo reggeva più, ed era la madre a tenerlo, mentre la nuora (la moglie di Gregorio), venuta anch’essa a colloquio, gli teneva le mani.Sul finire di quel colloquio, un detenuto, chiamando la madre in disparte, le disse “Fate qualcosa, o lui di qui esce morto”.
Il 27 dicembre, finalmente, vi fu la visita in carcere del prof. Specchio. Dopo la visita, il prof. Specchio disse espressamene che Gregorio doveva essere portato urgentemente in ospedale, perché ormai poteva succedere di tutto. Venne inviata al Magistrato di Sorveglianza una relazione scritta del Prof. Specchio, dove il professore spiegava in modo chiarissimo la drammatica situazione in cui si trovava Gregorio.
Il Magistrato di Sorveglianza, a questo punto, invece di chiedere un immediato ricovero, fa un atto col quale chiede al carcere di accertare le attuali condizioni di salute di Durante Gregorio. Lo stesso carcere che per un bel periodo aveva considerato Gregorio un simulatore. Lo stesso carcere che aveva lasciato inevase le drammatiche richieste della madre. Lo stesso carcere dove il medico si permetteva di fare spallucce davanti ad una madre col cuore a pezzi. Lo stesso carcere dove il Direttore poteva dire una cosa, rivelatasi poi non vera, come quella per cui, la domandina per la visita del prof. Specchio era stata autorizzata. Era a questo carcere che il Magistrato di Sorveglianza chiedeva fossero accertate le condizioni del ragazzo.
Il 31 mattina la Ornella e la nuora mentre stanno arrivando in carcere per un nuovo colloquio, ricevono una telefonata in cui vengono avvisate che Gregorio non ce l’ha fatta. Gregorio era stato trovato morto, proprio quella mattina, durante un’ispezione nella cella numero cinque.
Nonostante la tremenda notizia, Ornella ha la forza di continuare il tragitto verso il carcere per riprendersi il corpo del figlio. Appena arrivata, vedendo il Direttore che la guarda dalla sua finestra, le dice “Animale, animale”. Il Direttore per tutta risposta, alzò le braccia e fece il gesto di mandare a fare in culo.
Un paio d’ore dopo, comunque, il Direttore ricevette la madre e la moglie di Gregorio nel suo ufficio. Il Direttore dice ad Ornella che proprio quella mattina si era deciso ad attivarsi presso il Magistrato di Sorveglianza per fare ottenere a Gregorio la sospensione della pena. Proprio quella mattina.. che coincidenza.. Il Direttore, continuava a parlare dicendo che lui in carcere si faceva il mazzo, finché a un certo punto Ornella gli dice:
“E quando vedeva mio figlio, cosa vedeva? Nn vedeva un ragazzo che stava morendo? Io le ho consegnato una montagna. E adesso è stato ridotto ad un corpo denutrito fino alla morte”.Denutrito.Sì, perché Gregorio oltre a non essere curato, non è stato neanche messo in condizioni di mangiare. Quando nel 2003, si era trovato in condizioni simili, era stato nutrito con un sondino naso gastrico.
Quando nel dicembre 2011 in carcere non fu nuovamente in condizione di nutrirsi, non si pensò mica a trovare un modo per alimentarlo. Ma, la sua impossibilità a nutrirsi venne interpretata come “rifiuto del cibo”. Sul diario clinico del carcere è scritto..“Rifiuta il cibo”.Non sembra che nessuna delle menti sanitarie del carcere di Trani abbia pensato che molto probabilmente non poteva mangiare, che non poteva deglutire, e si doveva cercare di alimentarlo in qualche modo.

Altro dato inquietante. Quando, IL 24 dicembre, il prof. Specchio era stato a visitarlo, raccontò di avere visto sul labbro di Gregorio, uno strano impasticciamento rosato. Solo successivamente Ornella ricordò che le compresse di Tolep, che suo figlio prendeva a suo tempo, insieme al Gardenale, erano di colore rosato. Sì, le stesse compresse che per otto mesi, da quando giunse nel carcere di Trani, non gli vennero più date. Quell’impasticciamento rosa sul labbro di Gregorio –questa fu l’interpretazione a cui giunse la madre- derivava dalle pillole di Tolep che, non potendo il ragazzo ingoiarle, perché ormai incapace di deglutire, si scioglievano lentamente in bocca, per poi formare una pasta rosa, che fuoriusciva all’esterno sul labbro, cristallizzandosi sopra di esso. E ricordò che effettivamente Gregorio, nella lettera che il 5 dicembre scrisse alla moglie, dopo la devastante crisi epilettica del 4, a un certo punto diceva..“Miracolosamente, subito dopo la crisi epilettica, si è trovato il Tolep”.E la cosa spaventosa è che una volta che queste pillole uscirono “magicamente” uscite fuori, non ci fosse un cane che capisse che questo povero disperato non poteva più neanche deglutire. Se l’interpretazione della madre corrisponde al vero, ci si limitò a ficcargli queste compresse in bocca. Le ficcavano in bocca ad una persona ormai incapace di reggersi in piedi, di parlare, di fare alcunché. La ficcavano in bocca, e magari non davano neanche l’acqua. E magari non controllavano neanche se riusciva ad ingoiare. Gli ficcavano le pillole in bocca come a una cavia da laboratorio. E queste si scioglievano lentamente. Chissà se qualcuna di queste “menti sanitarie” abbia mai avuto il dubbio che quello strato rosa sulle labbra di Gregorio, fosse la stessa pillola rosa, sciolta però, che loro gli davano.
L’analisi del corpo del ragazzo, è stata causa di ulteriore sofferenza per la madre. Non solo perché, dopo la morte di Gregorio, si è trovata davanti un corpo denutrito, devastato e pieno di ecchimosi. Ma anche per le modalità in cui sembra essere giunta la morte.
Ornella mi disse:“Mio figlio è morto durante crisi violente. I pugni sono stretti incredibilmente e le dita sembrano artigli. E’ morto solo. Quando il blindato era chiuso veniva lasciato sulla sedia a rotelle, da solo. Senza suppellettili, senza che nessuno lo controllasse, gli mettevano un pannolone se ne andavano. Lo hanno lasciato morire da solo”,Morto come un cane, in una condizione di totale impotenza ed abbandono. Morto solo in una cella col blindo chiuso, nonostante fosse ormai totalmente non autosufficiente, e avrebbe dovuto avere qualcuno sempre con lui, ad aiutarlo per eventuali esigenze, o pronto ad intervenire in caso di pericolo. Invece era solo, solo, incapace di andare in bagno, incapace di mangiare, incapace di muoversi, inchiodato su una sedia, come un sacco di patate.Circa sette o otto giorno dopo la morte di Gregorio… casualmente… i detenuti a lui vicino sono stati trasferiti. Questi detenuti si dimostrarono disposti a testimoniare; ed anzi sono stati loro stessi a contattare la famiglia.
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Quella che avete appena letto è il resoconto della vicenda di Gregorio Durante fino alla sua morte e all’inizio dell’inchiesta in seguito alla denuncia della madre e degli altri famigliari.
In questi anni nel frattempo, come ho scritto all’inizio del post, l’istruttoria si è conclusa e vi è stata, il 14 novembre 2014, la sentenza di primo grado. Sentenza fortemente discutibile e fortemente contestata dalla famiglia.
Risentendo Ornella, le chiedo di raccontare quanto avvenuto dai fatti raccolti nel resoconto di marzo 2012 ad oggi.

Allora, da parte nostra, dopo la morte di mio figlio, c’era stata la denuncia. Ci sono state le indagini, è stata fatta l’istruttoria. Durante l’istruttoria il PM aveva fatto le indagini su 14 persone. Alla fine ha fatto richiesta di archiviazione per il Direttore, i medici dell’ospedale, e qualche medico della struttura sanitaria. Il rinvio a giudizio è stato chiesto –e accettato- solo per il Dirigente Sanitario più quattro medici che ruotavano nel carcere.

-Quindi si è arrivati al processo, in cui una parte sostanziosa di soggetti verso i quali sicuramente avete molto da ridire, a cominciare da Direttore, aveva avuto la propria posizione archiviata.. voi avevate pensato di opporvi a queste archiviazioni?

Noi non ci siamo opposti all’archiviazione del Direttore e company perché non volevamo infuocare gli animi, andando contro la volontà del PM, che comunque, in quel contesto, continuava, in un certo senso, ad essere il nostro tutore. Comunque sia, finalmente, un processo, per quanto solo con parte dei soggetti che ritenevamo responsabili, ci sarebbe stato.. Quando, dopo vari rinvii, il processo è, a tutti gli effetti, iniziato, gli imputati hanno chiesto il rito abbreviato. E’ stato ovvio per loro chiederlo. Nel rito abbreviato non sarebbero state sentite le persone che noi volevamo fossero sentiti. Non sarebbero emersi tutti i fatti che noi volevamo emergessero. Il giudice ha accolto la loro richiesta e loro si sono evitati la pessima figura che avrebbero fatto se fosse venuto fuori tutto quello che avevano combinato. Noi naturalmente ci siamo rimasti malissimo, ci sono cadute le braccia, avremmo voluto il processo vero e proprio..
- Io penso che ci sono tipologie di reati e tipologie di cause dove il rito abbreviato non dovrebbe essere accettato, o dovrebbe essere accettato in circostanze molto rare.

Il giudice poteva non accogliere il rito abbreviato e fare il processo normale, con le varie parti, ascoltando i testimoni. Ma ha preferito accoglierlo. Il processo normale sarebbe stato scandaloso per le istituzioni. Sarebbero venute fuori tante di le magagne che loro hanno combinato. Mentre con il rito abbreviato tutto si è deciso in base alle carte che loro avevano in mano, senza ascoltare nessuno. Non sono stati ascoltati i testimoni che noi volevamo fossero ascoltati. Non sono stati ascoltati i medici di parte mia, quei medici che all’epoca io avevo mandato per fare visitare mio figlio. Il rito abbreviato si è svolto in tre udienze, a porte chiuse, senza televisioni, senza giornalisti, solo noi e l’altra parte. Considera anche che al momento del processo il PM che aveva fatto le indagini e che aveva chiesto il rinvio a giudizio, è stato sostituito con un altro PM. In pratica i giudici fanno quello che vogliono. Hanno un potere illimitato. Io dico sempre“i magistrati sono Dio in terra”.
Dopo queste tre udienze, c’è stata la sentenza. Solo un condannato: il Dirigente Sanitario a cui sono stati dati 4 mesi di pena. Tutti gli altri sono stati assolti. C’è da considerare che non era presente il PM che aveva condotto le indagini, era stato sostituito da un altro. Comunque, inoltre, il pubblico ministero del processo non era più il pubblico ministero dell’istruttoria, col quale si era arrivati al rinvio a giudizio. Poco prima del processo il vecchio Pubblico Ministero era stato sostituito da un altro che, delle cinque persone rinviate a giudizio, aveva chiesto la condanna solo per due, ma per un reato più grave, “abbandono di incapace”, per il quale aveva chiesto una condanna, per entrambi, a tre anni. Va anche detto che, oltre questo, il nuovo pm aveva chiesto che gli atti fossero rimandati in procura, perché venissero fatte nuove indagini. Evidentemente egli vedeva delle responsabilità anche da parte di altri soggetti, altrimenti non avrebbe fatto quella richiesta.

-Quindi, i soggetti che voi considerate colpevoli erano varie, il primo pubblico ministero ha fatto le indagini sono su 14 persone. Il rinvio a giudizio è stato chiesto e accolto solo per il Direttore Sanitario e altre quattro persone; con l’archiviazione per il Direttore e tutti gli altri. Il secondo pubblico ministero ha chiesto che venissero condannate solo due persone, però anche che gli atti fossero rimandati alla procura; rinvio che no c’è stato. Alla fine è stata condannata una sola persona, il Direttore sanitario, a 4 mesi. E’ così?

Esattamente… una sentenza vergognosa. Per me non va assolutamente bene che gli altri quattro se la siano cavata, e sia stato condannato solo il Direttore Sanitario. In pratica uno sta pagando per tutti. E quanto poi? Quattro mesi? Se la situazione fosse stata capovolta, a mio figlio avrebbero dato quattro mesi? Se per uno schiaffo è stato condannato a sei anni.
Dopo la lettura della sentenza, il Direttore Sanitario si è messo le mani nei capelli ha cominciato a piangere. Mentre stava piangendo, io sono andata da lui e gli ho detto “stai piangendo? Assassino .. cosa piangi? .. Io sono tre anni che piango l’assassinio di mio figlio.. e tu stai piangendo perché? Perché ci hai rimesso la faccia.. per quattro mesi..?… No dovevi piangere mesi fa quando non riuscivi a venire a capo di questa situazione.. avresti semplicemente potuto fare come Pilato, lavartene le mani e mandare mio figlio in una struttura adeguata a lui, alla sua malattia. E invece con caparbietà fino alla fine hai dichiarato che mio figlio simulava”. Mio figlio poteva simulare di non poter mangiare, di non poter camminare, delle cadute continue che aveva? Mio figlio non sarebbe potuto scappare, non sarebbe potuto andare da nessuna parte. E poi noi chiedevamo soltanto la sospensione della pena che significa “sospendiamo la pena, va in ospedale, si cura, e poi quando torna finisce la pena”.
Io so benissimo che mio figlio è stato ucciso. E’ stato ucciso dall’incompetenza, è stato ucciso dall’ignoranza. E’ stato ucciso per loro volere. Non si uccide solo con la pistola.

-Tornando alla sentenza..

Gli altri quattro medici erano pienamente responsabili. Ruotavano in carcere come si fa in ospedale. Otto ore ognuno. Tutti hanno visto che mio figlio stava dando l’anima a Dio. Tutti lo hanno visto. Tutti sono responsabili, anche quelli che non erano stati rinviati a giudizio. A cominciare dal Direttore che sapeva quanto il medico. E poi il Direttore parlo proprio con me quando mi mandò a fare in culo.
Il Direttore Sanitario, comunque, è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali, e al risarcimento danni in separata sede. Risarcimento danni noi non abbiamo chiesto una tot di somma, in quanto non c’è somma che possa ripagare me della perdita di un figlio, mia nuora della perdita di un compagno, i miei nipoti della perdita di un padre.
Io, insieme a mia nuora abbiamo vissuto i 25 giorni di calvario di mio figlio. Abbiamo visto con gli occhi, abbiamo toccato con mano. Tutti sapevano quello che stava succedendo a mio figlio. Tutti, a cominciare dal Direttore, fino all’ultimo gatto del carcere. Ognuno ha le sue responsabilità, ovviamente in maniera diversa, perché un Direttore non può fare il medico e un medico non può fare il Direttore, ma tutti sapevano.
Altra cosa grave. Il processo ha “considerato” il periodo che partiva dal 24 dicembre, la vigilia di Natale, fino al giorno della morte di mio figlio. Ovvero solo gli otto giorni finali. Tutto il periodo antecedente, dal 5 al 24 dicembre, non è stato considerato. Loro hanno considerato il 24, quando mio figlio era arrivato ormai agli estremi. Tutto quello che è avvenuto prima non è stato preso in considerazione. Questo è stato giustificato dal fatto che fino al 24 non c’erano notizie nella cartella clinica di mio figlio. Non c’è scritta una parola di quello che è stato fatto a mio figlio. Se niente è stato scritto, niente è stato fatto. Ma come ci è arrivato mio figlio alle condizioni in cui era il 24? Io lo so che cosa è successo. Non è stato creduto nessuno che poteva aiutare a ricostruire la verità dei fatti. Non è stato creduto mio figlio. Non siamo stati creduti noi famigliari. Non è stato creduto il medico che avevamo mandato per visitarlo. Non sono stati creduti i legali che presentavano le istanze a raffica una dietro l’altra per poterlo portare in ospedale. Non è stato creduto nessuno. E questo perché? Sono domande a cui non ho avuto risposta. Questo è quello che avviene nelle carceri italiane.

-Farete bene se vi appellerete. Questa vicenda merita che vi sia una riapertura delle indagini e che si ricominci da zero, facendo un processo vero e proprio e non un rito abbreviato.

Assolutamente,… Ora aspettiamo le motivazioni, perché senza le motivazioni è come parlare di aria fritta. Dobbiamo vedere tutto. Comunque, una condanna, se solo per 4 mesi, anche se ridicola, c’è stata. Alfredo, lo ripeto, a me non interessano i soldi. Ma forse mi potresti dire “se saranno condannati tuo figlio ritorna?”.. no mio figlio non ritorna comunque, ma perlomeno sono stati condannati gli assassini di mio figlio. Perché questo sono. Assassini.

-Ricordo che quasi nessuno vi aveva dato voce..

E così è stato anche dopo. Noi abbiamo mandato email a tutte le trasmissioni possibili e immaginabili; proprio a tutte. Nessuno si è degnato nessuno anche solo di risponderci. A me non interessava niente dei cashet delle trasmissioni; lo avrei tranquillamente rifiutato. A me non interessava la visibilità televisiva. Io volevo che l’Italia potesse sapere quello che succede nelle carceri italiane. Quello che è successo a mio figlio. Solo dalla trasmissione Pomeriggio Cinque, quella con Barbara D’Urso, ero stata chiamata. Avevo dato la mia disponibilità, ma, poi, non sono più stata ricontattata.

-La vostra battaglia continua..

Assolutamente.. tutto ciò che la legge mi consente di fare, io lo farò, fino all’ultimo respiro. Perché, l’ho detto. Io ho visto quello che hanno combinato a mio figlio. In questa storia Tutto è allucinante fin dall’inizio. Quando penso a tutte le cose che sono accadute, mi chiedo “ma forse mio figlio è stato portato a Trani perché avevano deciso di farlo morire?”. E non le nascondo che sono tutti i santi momenti della giornata. Nessuno escluso.
L’Italia deve sapere quello che succede nelle carceri. Deve sapere quello che hanno fatto a mio figlio. Lo hanno fatto morire. Non è che è morto.. lo hanno fatto morire.. che è diverso.. Io ad oggi mi trovo a vedere due bambini senza un padre, io senza un figlio e il piccolino di cinque anni che ogni tanto piange e mi dice “Mi manca papà” e io cosa gli devo rispondere. Dai miei occhi non scendono più lacrime normali, vengono giù lacrime di sangue. La mia vita è distrutta. Io nell’animo sento di non avere più niente dentro. Mi è rimasta solo la rabbia. La rabbia di dovere andare avanti. Io vado avanti ormai con la rabbia.
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La foto che ha aperto questo articolo e le foto che lo concludono, sono tra le foto che avevo allegato all’articolo che pubblicai il 3 marzo 2012. La foto di apertura mostro come Gregorio era prima di finire in carcere. Le foto che seguono mostrano com’era dopo otto mesi di “trattamento” nel carcere di Trani.

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Storia della Chiropratica

by on apr.17, 2015, under Guarigione, Resistenza umana

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Considero la storia della chiropratica, pochissimo conosciuta in Italia, molto interessante per vari aspetti.

In questo testo, inevitabilmente incompleto, ho cercato di tracciare alcuni momenti particolarmente emblematici di questo percorso storico.

La chiropratica nasce in USA, a Davenport, nel 1895, per un intuizione del dottor Daniel David Palmer, nato a Toronto il 7 marzo del 1845, e trasferitosi negli USA all’età di 20 anni. Palmer era un uomo affascinato dai prodigi della natura che si chiedeva spesso “perché alcune persone si ammalano e soprattutto perché altri no”? e “cosa rende alcuni animali più forti di altri?”.
Si sposò, e decise di occuparsi di apicoltura in una fattoria che aveva comprato. Divenne uno dei maggiori produttori di miele in USA. Quando la moglie morì perse ogni interesse per gli affari e cominciò una vita errante. In questi suoi viaggi incontrò Paul Caster, un guaritore che gli insegnò la terapia magnetica di guarigione. Decise di diventare discepolo di Caster, superando ben presto il suo livello.
Palmer era convinto che il corpo disponesse di una energia di riserva che se risvegliata poteva guarire la parte malata. Questa energia nella gran parte delle persone viene in qualche modo bloccata. Palmer immaginava che da qualche parte, tra il cervello e il corpo, ci dovesse essere un blocco che impediva il passaggio di energia.

Dopo 10 anni Palmer trovò il modo di “focalizzare” questa comprensione, e di individuare la parte del corpo in cui si manifestava il blocco. Definì questo blocco “sublussazione vertebrale”.
Ci fu un episodio che per lui fu “rivelatore”.
Nel 1887 egli aprì uno studio nel palazzo Ryan a Davenport, Iowa, U.S.A., dove esercitava la professione di “guaritore magnetico”. Il portiere dell’edificio, un certo Harvey Lillard, era sordo da 17 anni. Il 18 settembre del 1895 D.D. Palmer esaminò la colonna vertebrale di Lillard, e scoprì che una vertebra era fuori posto rispetto alle altre. Lillard raccontò a Palmer che 17 anni prima si era curvato per sollevare un oggetto e aveva sentito qualcosa spostarsi nella sua schiena, come “uno scricchiolamento”. Da quel momento cominciò a sentire sempre meno, fino al punto di non riuscire più a sentire nemmeno il rumore delle carrozze che passavano sotto la sua finestra . Aveva provato molte terapie, ma senza esito. Palmer dedusse che lo scricchiolio che Lillard aveva sentito e la sua sordità erano connessi. Iniziò a lavorare su di lui e, accorgendosi che una delle vertebre non era nella posizione normale, pensò che se fosse stata rimessa al giusto posto, Lillard avrebbe riacquistato l’udito. E questo fu quello che fece, tramite la pressione delle mani. Lillard riacquistò l’udito. Queste le dichiarazioni di Lillard, pubblicate due anni dopo in una rivista:

“Io ero sordo da 17 anni e mi aspettavo di rimanere così, ero stato visitato dai dottori senza ottenere alcun beneficio. Da tanto tempo avevo deciso di non fare più cure per il mio udito dato che non succedeva niente di buono. Lo scorso Gennaio, il Dr. Palmer mi disse che la mia sordità veniva da un danno alla colonna. Ciò era nuovo per me, ma era un fatto che la mia schiena avesse subito un danno e che da allora io fossi diventato sordo. Il Dr. Palmer trattò la mia schiena; dopo due aggiustamenti potevo sentire abbastanza bene. Ciò avvenne otto mesi fa. Il mio udito rimane buono”.

D.D. Palmer aveva scoperto che una correzione specifica manuale, effettuata su una vertebra non allineata correttamente, poteva restituire la salute. Intanto la notizia di quanto era successo si era diffusa ovunque e tante persone sorde giunsero al suo studio. Palmer non ottenne gli stessi risultati nel curare la loro sordità, ma, si accorse che molte altre problematiche potevano ricevere benefici da quel trattamento.

Egli comprese l’importanza della manipolazione della colonna vertebrale e ipotizzò che la compressione di un nervo o di una radice nervosa a livello della colonna vertebrale potesse causare conseguenze fisiche sia sul punto in cui si era verificata la compressione, sia su altre parti corporali. Studiò anche la relazione del bacino con torsioni vertebrali e alcuni tipi di scoliosi.
Da questi “trattamenti”; che D.D. Palmer andò sempre di più affinando, nacque la prima forma di “aggiustamento chiropratico”.
È interessante notare che successivamente i pazienti non si recavano al suo studio solo per dolori alla colonna, ma per problemi di cuore e altri malesseri. Palmer non si adagiò sulla consapevolezza di essere giunto ad una tecnica efficace. Voleva capire tutte le sfaccettature di quello che era emerso. Da grande studioso qual’era, si gettò nello studio, cercando di assimilare più informazioni possibili su fisiologia, anatomia e neurologia. La sua conoscenza del funzionamento del corpo umano era più profonda e ampia di quella dei medici suoi contemporanei che praticavano la medicina tradizionale. Nei suoi studi, esercitò una particolare attenzione nello studio della colonna vertebrale e del sistema nervoso. Anche per via di questi studi, si rafforzò in lui la convinzione di avere scoperto un nuovo metodo in grado di promuovere il benessere generale dell’organismo.
Si ritiene che DD Palmer sia stato il primo, nella storia della medicina, a giungere alla conclusione che la compressione di un nervo o di una radice nervosa a livello della colonna vertebrale può causare sintomi locali e remoti dal sito della lesione. In pratica, visto che molti sintomi dolorosi scaturiscono da alterazioni dei rapporti dell’apparato articolare vertebrale con le formazioni nervose e vascolari continue, l’intervento del chiropratico, il suo aggiustamento, ha il compito di rimuovere le cause meccaniche che provocano i disturbi della funzionalità articolare, vascolare e nervosa.
D.D. Palmer aveva una visione molto ampia della saluta umana, parlava di “intelligenza innata”, la capacità di guarirsi attraverso l’azione della forza vitale che è in ognuno di noi. Intendeva che il compito della chiropratica, allora come oggi, sia quello di agire sugli ostacoli che non permettono alla forza vitale di diffondersi nel nostro corpo.
In breve tempo, DD. Palmer istituì una scienza, un’arte e una filosofia basata sull’esistenza di uno strettissimo legame tra la struttura della spina dorsale ed il funzionamento del sistema nervoso. Il nome con cui questa tecnica è diventata conosciuta è dovuto ad un suo amico e paziente, il reverendo Samuel Weed, ha coniato la parola chiropratica, dal greco cheir [mano] e pratikos [fare]; ovvero “eseguire con le mani”, per la scoperta di D.D. Palmer.
La chiropratica intanto diventava sempre più popolare e nel 1897 D.D. Palmer aprì una scuola dove potesse essere insegnata.

Sebbene la Chiropratica stava dimostrando di essere un modo efficace di guarigione del corpo, non fu prontamente accettata. La comunità medica a cavallo del 20 ° secolo iniziò una crociata contro di essa. Vennero scritte lettere agli editori di giornali locali, criticando apertamente i suoi metodi e accusandolo di praticare la medicina senza licenza.
D.D. Palmer si difendeva dagli attacchi dei medici presentando argomenti, come quello per cui egli forniva un servizio unico nel suo genere che loro non offrivano e sottolineando i rischi noti delle molte procedure mediche di quel periodo. Egli mise anche in guardia contro forme di introduzione medica nel corpo, come i vaccini, che considerava inutile, e spesso addirittura dannose.
Nel 1905, D.D. Palmer fu incriminato per pratica della medicina senza licenza. Venne condannato a 105 giorni di carcere e a 350 dollari di multa. Anche durante la carcerazione D.D. Palmer continuò a praticare. Cosa che fece anche dopo la scarcerazione, insieme alla lotta per difendere la chiropratica. Non si risparmiò fino ala morte avvenuta nel 1913 all’età di 68 anni.

Suo figlio, Bartlett Joshua Palmer, fu uno dei suoi primi allievi ed aveva insieme col padre. una grande passione e una forte determinazione a diffondere la chiropratica. B.J. intraprese un’intensa ricerca sulla chiropratica, sviluppando tecniche di aggiustamento delle vertebre sempre più precisi ed efficaci e inventando diversi macchinari. Con B.J. Palmer la chiropratica divenne un sistema di cura ben definito. Autore molto prolifico, scrisse 38 libri di chiropratica. A differenza di altre pratiche di manipolazione, attuate da sempre, nella chiropratica ci si sforzò di fare un vero e proprio sistema, con una sua coerenza interna, una sua struttura teorica, una sua filosofia.
B.J. Palmer diede una forte linfa a tutti quelli che furono i concetti della chiropratico, come il concetto di “innato”:

“Innato è Dio negli esseri umani. Innato è il bene negli esseri umani. Ciò che è Innato non può essere ingannato, violato o imbrogliato. L’Innato è sempre in attesa, pronto per comunicare con te, e quando l’Innato è in contatto, tu sei in sintonia con l’Infinito”.

B.J. Palmer fu la vera forza propulsiva della chiropratica per vari decenni. Lui costruì la Palmer School of Chiropratic di Davenport che divenne il primo collegio chiropratico nel mondo.

BJ si impegnò tantissimo per fare aumentare l’accettazione della chiropratica. Combatté -come i chiropratici delle successive generazioni- per l’istituzione di una licenza e tavoli normativi separati affinché la chiropratica fosse accettata non come una forma di pratica medica, ma come entità separata. Sotto la sua scia, i chiropratici di ogni tempo avrebbero avuto ben chiaro che la questione non era solo ottenere un riconoscimento, ma un riconoscimento come “entità separata”. Questa fu una delle più grandi intuizioni strategiche della decennale lotta della chiropratica contro il sistema medico ufficiale. I chiropratici, con una lungimiranza di grande livello, comprendevano che ci sono due modi per distruggere una pratica “scomoda”: distruggerla direttamente o, quando la distruzione diretta non è più una cosa fattibile, accoglierla nel proprio seno per snaturarla, depotenziarla, sottometterla a logiche che non le appartengono o alla supervisione di soggetti non in grado di capirne il profondo spirito, ma anzi guidati da tutta un’altra visione del mondo.
La lungimiranza che, a partire da B.J. Palmer, i chiropratici ebbero fu quella di lottare per una legittimazione certo, ma con uno status separato. La via non era essere “gestiti” da altri; ma l’autoregolamentazione.

In quegli anni si stava cominciando a scatenare la fortissima opposizione della medicina ufficiale contro la chiropratica. B.J. Palmer contribuì a fondare l’Associazione universale dei chiropratici, anche al fine di dare un sostegno legale ai chiropratici perseguitati.
La vita della chiropratica non fu facile. Perché l’ostilità medica –divenuta ‘persecuzione’- durò decenni. Tuttavia, dopo alcuni decenni i chiropratici ottennero le prime vittorie.
Il primo riconoscimento statale della chiropratica avvenne in Kansas nel 1913. L’ultimo avvenne in Luisiana nel 1974. Quei sessant’anni di intervallo tra questi due riconoscimenti conobbero momenti drammatici.
Lo scontro avvenuto in California è emblematico di tutta la lotta chiropratica. Il chiropratico Tullio Ratledge (1881-1967) guidò il nascente movimento per la licenza chiropratica in quello stato. Nel 1916 venne condannato a 90 giorni di carcere per avere praticato la medicina senza licenza. Si tenga presente che questo arresto –come nella maggior parte di arresti di chiropratici- l’accusa non nasceva da reclami di pazienti, ma dalla strategia persecutoria della classe medica.
Queste polemiche, queste denuncie, queste carcerazioni, portarono paradossalmente a dare più pubblicità alla chiropratica e contribuirono a nobilitarla. I chiropratici della California adottarono lo slogan “andare in galera per la chiropratica”. Ed effettivamente in galera ci andarono. Al culmine della lotta, si arrivò a 450 chiropratici incarcerati in un unico anno. Essi, però, non demordevano. Animati da una forza interiore indomabile, dentro la galera utilizzavano tavolini portatili per il trattamento dei compagni di prigionia e anche delle guardie.
In quegli anni di battaglie drammatiche, si creò una compattezza che mise in secondo piano i perenni scontri “teorici” interni al mondo chiropratico. Se si fosse chiropratici più o meno coerenti, cosa esattamente fosse la sublussazione, eccetera, era tutto considerato secondario quando in gioco c’era la sopravvivenza.
Uno degli episodi che più influirono nel fare passare l’opinione pubblica dalla parte dei chiropratici fu il caso di una chiropratica che svenne in carcere dopo uno sciopero della fame durato 10 giorni. La gente ormai sosteneva i chiropratici apprezzandone il coraggio Nel 1922, in un referendum statale, i californiani votarono a stragrande maggioranza perché fosse regolarmente prevista una licenza per la professione chiropratica. A quel punto tutti i chiropratici che ancora erano in carcere furono graziati.
Con varie differenze dovute alle particolarità del contesto locale, questa lotta tra chiropratica e sistema medico ufficiale si verificò in tutti gli stati americani. E la chiropratica uscì sempre vincitrice.

La vittoria finale sarebbe avvenuta nel 1987, in quello che i chiropratici chiamano “il processo del secolo”, che ancora una volta li contrapponeva all’establishment medico.
Per comprendere quest’ultimo scontro va fatta una premessa. Fin dal1847, l’AMA aveva una clausola che impediva ai suoi membri che ricorressero alla consulenza di professionisti “la cui pratica si basa su un dogma esclusivo”. Nel 1957 l’AMA decise di interpretare questa clausola come elemento che impediva ogni consultazione con i chiropratici e nel 1963 venne costituito il “Comitato AMA sulla ciarlataneria” che aveva principalmente lo scopo di “contenere ed eliminare la chiropratica”. Ancora nel 1983 l’Ama dichiarava immorale per i medici associarsi con un “praticante non scientifico”, riferendosi in primo luogo ai chiropratici ed etichettava la chiropratica come “un culto antiscientifico”.
Nel 1976 il chiropratico A. Wilk e altri quattro chiropratici che lo supportavano intrapresero una causa presso l’antitrust federale contro l’AMA e altre dieci organizzazioni mediche convenzionali affiliate. La causa “Wilks vs Ama”.
Il 25 settembre del 1987, dopo un lungo e costoso contenzioso, la Corte Distrettuale degli USA in Illinois riconobbe che l’AMA aveva posto in essere una serie di comportamenti illegali contro i chiropratici e la considerò colpevole, insieme alle organizzazioni affiliate, di cospirazione al fine di “contenere ed eliminare la professione chiropratica”. La Corte emise una ingiunzione permanente contro l’AMA per impedire che tali comportamenti si verificassero nuovamente in futuro e costrinse il Journal of American Medical Association a pubblicare questa sentenza. Questo pronunciamento fu poi confermato in Corte d’Appello e, nel 1990, presso la Corte Suprema, che pose un definitivo termine alla questione. A quel punto l’AMA fu costretta a cessare la sua lotta senza quartiere contro la chiropratica.
A partire dalla data della sentenza dell’antitrust federale -1987- lo sviluppo della chiropratica ebbe un’ulteriore spinta propulsiva, che la portò in pochi anni a diventare la terza professione sanitaria negli USA e uno dei metodi di cura più diffusi al mondo.
Come disse Fred Hart, fondatore della National Health Federation (Federazione Nazionale per la Salute): “Qualcuno deve insegnare nuove cose, qualcuno deve prendere gli insulti, qualcuno deve essere messo al bando, qualcuno deve essere definito truffatore e ciarlatano. Poi, da tutto ciò emerge la nuova verità per diventare parte di noi”.

Torniamo adesso indietro di un bel po’ di decenni per soffermarci su un momento di grande importanza per la storia della chiropratica negli USA, ma potremmo dire per la storia della chiropratica in genere. La grande epidemia di influenza che produsse, tra il 1917 e il 1918, circa 20000000 di morti in tutto il mondo, di cui 500000 sono negli USA. I dati raccolti hanno evidenziato come la percentuale di persone morte sia stata radicalmente più bassa, rispetto ai malati trattati medicalmente, tra i malati trattati dai chiropratici. Affermazioni di questo genere sono talmente forti che devono essere necessariamente accompagnate da alcune citazioni statistiche. Le informazioni che seguiranno sono contenute nel libro “La storia ufficiale della chiropratica in Texas” (per quanto tale informazioni non siano limitate al Texas) pubblicato nel 1978 dal dottore chiropratico Waler R. Rhodes.
A Davenport, nello Iowa, su 4953 casi di influenza trattati dai medici ci furono 274 morti. Mentre su 1635 casi trattati dai chiropratici ci fu una sola morte.
Nell’intero stato dello Iowa su 93590 malati trattati medicalmente ci furono 6116 morti; una perdita di un malato ogni 15. Mentre su 4735 pazienti trattati dai chiropratici ci furono solo 6 morti; una perdita di un malato ogni 789.
In Oklahoma su 3490 casi di influenza trattati, ci furono solo 7 morti.
I dati nazionali mostrano che, durante il 1918, 1142 chiropratici trattarono 46394 malati, e i morti furono solo 54; 1 ogni 886.
A New York City, sempre durante il 1918, su 10000 casi di malati di influenza trattati medicalmente, ci furono 950 morti. Invece, su 10000 casi trattati non con cure convenzionali ci furono solo 25 morti. Sempre a New York City, nel 1918, su 10000 casi di polmonite trattati medicalmente, ci furono 6400 morti. Su 10000 casi trattati non con cure convenzionali. i morti furono solo 100.
Il dottor Rhodes, commentando questi dati, fa una riflessione che collega questa analisi di quanto avvenuto nel 1917-1918 a quanto prima detto sulla lunga battaglia sostenuta dai chiropratici per affermare il loro diritto di esistere e di operare. Rhodes sostiene come quanto avvenne in quel bienno segnò profondamente i chiropratici di allora, gli studenti in chiropratica e persone che non avevano intrapreso studi di chiropratica, ma, dopo lo straordinario successo del trattamento chiropratico sulla loro influenza, o sulla influenza di un loro caro, decisero di intraprendere la professione chiropratica. Tutte queste persone dopo avere visto quello che –in una situazione di morte dilagante- era riuscito a fare la chiropratica, ne restarono forgiati e furono pronti ad affrontare, negli anni ’20 e ’30, con passione e coraggio, le grandi prove che avrebbero avuto di fronte, comprese la diffamazione e la carcerazione.

La storia chiropratica, comunque, non fu mai priva di persone di grande carattere; dalla vita, a volte, quasi leggendaria. Tra i tanti nomi, giusto per fare un esempio, possiamo parlare di Clarence S. Gonstead. Gonstead che aveva studiato da ingegnere meccanico, cominciò, a un certo punto, a soffrire di problemi di salute che gli vennero risolti da un chiropratico. Questa esperienza lo spinse a cambiare vita e a diventare lui stesso un chiropratico. Gonstead abitava in un cittadina di poche migliaia di persone del Wisconsin. Eppure lui visitava così tante persone che dovette fare costruire una clinica con annesso Hotel. La sua vita era la visita. Visitava tutti i giorni, ogni giorno, dal mattino alla notte tarda. Quando i pazienti non erano in condizioni di muoversi, la moglie lo portava in macchina a fare visite domiciliari.
Gonstead si applicava molto anche allo studio della chiropratica. Applicando le sue conoscenze di ingegneria meccanica allo studio della colonna vertebrale ha sviluppato, nel corso di 50 anni, una tecnica che porta il suo nome.

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Conformismo e sottomissione- una pagina di Anatolij Rybakov

by on apr.17, 2015, under Resistenza umana

Anatoli-Ribakov

Da sempre nella letteratura ci sono opere memorabili e momenti, passaggi, estratti emblematici, quasi “definitivi”, nell’immortalare qualcosa capace di “parlare” nel tempo, anche molti anni dopo che quel libro è sorto, e che all’epoca a cui apparteneva sono seguite altre epoche. Del resto è questa la vera forza dei “classici”, essere non cadaveri imbalsamati, ma opere vive, vive anche dopo secoli.
Uno di questi libri è “Gli anni del Grande Terrore” dello scrittore sovietico Anatolik Ribakov, pubblicato nel 1989,che riprende le vicende narrate ne “I figli dell’Arbat”, e che verrà seguita da “Il Terrore”; il tutto costituisce una trilogia che è stata considerata una delle più importanti opere sul terrore staliniano.
Ribakov aveva conosciuto nel 1931 il confino in Siberia per attività controrivoluzionarie. Vide coi suoi occhi la degenerazione politica e sociale dell’epoca dello stalinismo, e la “corruzione morale” dilagante che esso aveva generato. Le sue opere più importanti non poterono essere pubblicate nel momento in cui le aveva scritte; dovettero passare decenni, perché esse potessero venire alla luce per il grande pubblico.
Gli estratti che riporto in questo articolo e che tra poco leggerete non è, però, utile solamente ai fini della comprensione della degradazione dell’epoca staliniana. Essi sono anche emblematici nel rappresentare un certo tipo di atteggiamento, un atteggiamento dove conformismo e sottomissione si uniscono.
L’estratto citato si colloca nell’epoca dei grandi processi farsa staliniani; processi che servirono a Stalin per spazzare via tutta la vecchia guardia bolscevica (e anche altre persone che con con essa non avevano alcun rapporto). Quei processi furono l’annientamento di ogni idea di civiltà giuridica. Tutte le deposizioni si basavano su falsità clamorose e deliranti che gli imputati erano costretti pronunciare dopo essere stati “lavorati” con ogni genere di tortura, umiliazione, ricatto; comprese anche le minacce di imprigionare e sterminare i loro famigliari se non avessero reso le testimonianze che a loro si richiedevano. In particolare, il brano di Rybakov fa riferimento al processo del 1936 che si concluse con la condanna alla fucilazione anche di Zinov’ev e Kamenev, due membri celebri del primo gruppo che fece, con Lenin, la Rivoluzione d’Ottobre.
Sasa è un confinato, che legge sui giornali la ricostruzione dei quel processo e che capisce subito che troppe cose non tornano, che le deposizioni sono troppo concordanti, meccaniche e assolutamente “irreali”. Sasa capisce che si stava giocando sporco, che, in un modo o nell’altro, stava avvenendo una manipolazione della verità. E resta colpito da come gran parte dell’intellighenzia si schierava pubblicamente e ferocemente contro gli imputati di quel processo (ma anche degli altri processi). Rybakov, tramite Sasa, cita alcuni dei più grandi scrittori, scienziati, artisti dell’epoca. Lo scenario che ci trasmette è indimenticabile. Per opportunismo, paura, autoninganno, la quasi totalità dell’elité intellettuale dell’epoca si trasformava in un’orda demente e feroce.
Quella che vediamo è la grottesca prostituzione di ogni forma di onestà intellettuale da parte di coloro che proprio avrebbero dovuto mantenerla o almeno non tradirla platealmente.
Espressioni -indirizzate alle vittime di questi processi farsa- come ..
“Per generazioni verranno ricordati con immutata ira e disprezzo questi bastardi che si sono affollati alla porta dell’imperialismo in putrefazione”…
“Che vergogna! Che sangue nero scorre nelle vene di questi ex uomini! L’ira e l’indignazione mi impediscono di scrivere. Posso soltanto esclamare che il mondo non ha bisogno di questi traditori.”…
”In mezzo all’aria pulita, fresca che si respira nel nostro meraviglioso e fiorente paese socialista, d’un tratto si è levato il fetore rivoltante di questa carogna politica. Uomini già diventati da tempo cadaveri politici, putrefacendosi e marcendo, avvelenano l’aria intorno. Ma proprio all’ultimo stadio di putrefazione sono diventati non soltanto abominevoli, ma anche socialmente pericolosi… Le parole non bastano ad esprimere pienamente la propria indignazione. Sono persone che hanno perso gli ultimi tratti di parvenza umana. Bisogna annientarli, distruggerli come carogne che hanno inquinato l’aria pura e frizzante del paese sovietico, carogne pericolose”.
Un concerto di odio, di disprezzo violento verso persone innocenti vittime della macchina di morte staliniana. Una sottomissione totale fino alla venerazione al Potere in quel momento dominante. Un diventare parte integrante e fanatica della Menzogna politica. Un fare a gara a chi era più feroce e, allo stesso, più servile. Specie se teniamo presente che dichiarazioni come queste erano solo la punta di un iceberg.
Pagine come questa sono un insegnamento perenne. Ci ricordano di quante volte, in altre epoche, anche più recenti -seppur in contesti anche molto diversi, senza un partito unico al potere, senza la tortura, senza la rappresaglia sui famigliari, ecc- ci si
sia allineati totalmente al Potere e ci si sia uniti allo sciacallaggio contro i “colpevoli designati”. Tutte le volte che per opportunismo e paura ci è trasformati in prostitute intellettuali.

Dove sono ora le persone citate in questo articolo? Persone come Ivan Kataev,Vladimir Bachmet’ev, Artem Veselyj, Nikolaj Ognev e tantissimi altri? Dove sono adesso tutti quelli che di fronte ai plotoni d’esecuzione sputavano sui fucilati? Dove sono i finti scrittori che elogiavano i massacri di massa? Dove sono tutti coloro che hanno sempre tradito se stessi e la propria gente?
Nomi dimenticati nella polvere.

————————————————————————
(…)
Quell’inverno Sasa aspettava la posta con la stessa impazienza con cui più di due anni prima l’aveva aspettata la prima volta. L’ultimo numero del giornale che aveva letto era la Pravda con le conclusioni dell’accusa sul caso Zinov’ev-Kamenev. Era rimasto addirittura allibito, non riusciva a credere a quelle infamanti accuse. Finalmente Sasa ricevette i giornali degli ultimi giorni di agosto, di settembre e di ottobre con tutti i materiali e i protocolli del processo. Gli imputati avevano confessato di avere ucciso Kirov e di avere organizzato anche l’assassino di Stalin e di tutti i principali dirigenti del partito e dello Stato, agendo su ordine diretto di Trockij. Il processo si era svolto a porte aperte, ma era stato frettoloso, era andato avanti qualche giorno in tutto, e non c’erano avvocati difensori. Gli imputati avevano raccontato con animazione e, si sarebbe detto, con piacere, i loro terribili crimini, e le loro deposizioni erano simili come gocce d’acqua. Nonostante il pentimento, erano stati fucilati tutti.
Gli imputati avevano deposto che i loro complici non erano soltatno gli ex trockisti Radek, Pjatov, Sokol’nikov e Serebrjakov, ma anche Bucharin, Rykov, Tomskij, Uglanov. (..)C’era qualcosa che a Sasa non quadrava. Gli imputati erano vecchi comunisti, la guardia bolscevica, compagni di eroi di Lenin, eroi dell’Ottobre, leggendari comandanti di armata della guerra civile, persone che avevano dedicato tutta la vita al partito, e tutt’a un tratto erano diventati assassini, deviazionisti, spie. I membri del Politbjuro di Lenin, persone che avevano preparato e fatto la Rivoluzione d’Ottobre, di colpo si erano messi a gettare pezzi di vetro nel cibo dei lavoratori, a guastare le macchine, erano divenuti spie al soldo dei servizi di spionaggio stranieri.Avevano confessato tutto? Sasa non ci credeva. Confessioni così simili da dare l’impressione di essere state suggerite non potevano essere sincere. (..)Stalin diceva una cosa, ma ne faceva un’altra. A parole era col popolo, nei fatti lo terrorizzava; la violenza e il terrore erano i suoi unici strumenti di potere.
(…)

Ma più di tutto meravigliavano Sasa i commenti. I collettivi delle fabbriche e degli stabilimenti, degli istituti universitari e dei Commissari del popolo, come al solito, prendevano posizione. Già il 16 agosto, tre giorni prima del processo, i giornali erano pieni di risoluzioni delle assemblee operaie:
“Nessuna pietà per i nemici del popolo!”.
“Annientare le canaglie!”.
“Facciamola finita con i maledetti nemici!”.
E richieste analoghe.
Ma i commenti di scrittori, artisti, scienziati famosi! Quello era davvero terribile.Già il 1 agosto, quattro giorni prima del processo, il giorno della pubblicazione del comunicato della Procura dell’Urss sulla scoperta della congiura, lo scrittore Stavskij scriveva:
“Canaglie e fanatici, i vostri nomi saranno maledetti e calpestati nei secoli!”.

Il 20 agosto gli scrittori sovietici proclamavano:

Anna Karavaeva: “… il cuore di milioni di persone freme, i pugni si stringono di ira e di odio per i malfattori del blocco trockista-zinov’evista”.

Ivan Kataev: “Che l’ira del popolo distrugga quella tana di assassini e istigatori!”.

Vladimir Bachmet’ev: “Per generazioni verranno ricordati con immutata ira e disprezzo questi bastardi che si sono affollati alla porta dell’imperialismo in putrefazione”.

Artem Veselyj: “Anche nella nostra organizzazione partitica degli scrittori la vigilanza dei bolscevichi non è stata assolutamente sufficiente”.

Nikolaj Ognev: “La condanna della Corte suprema sarà una condanna di tutto il popolo sovietico. Sarà una condanna dura e giusta”.
Aleksandr Svirskij: “Che vergogna! Che sangue nero scorre nelle vene di questi ex uomini! L’ira e l’indignazione mi impediscono di scrivere. Posso soltanto esclamare che il mondo non ha bisogno di questi traditori.”

Il 21 agosto:Aleksej Tolstoj: “I crimini condannabili ora non soltanto dalla Corte Suprema ma anche da tutto il proletariato internazionale sono i più putridi e vili che ci siano noti dalla storia dell’umanità”.

Il 25 agosto:
Vs. Visnevskij: “Il Presidium dell’Unione degli scrittori sovietici accoglie caldamente la risoluzione del tribunale proletario sulla fucilazione degli agenti trockisti-zinove’evisti del nazismo, dei terroristi e dei deviazionisti… Gli avvenimenti pongono il problema della radicale verifica della composizione dell’Unione degli scrittori sovietici. Bisogna sapere con chi abbiamo a che fare. Bisogna conoscere tutti i tremila membri della nostra Unione degli scrittori sovietici. Occorre studiare accuratamente tutti gli elementi della nostra organizzazione e del suo apparato”.

A. Gidat: “Chi erano questi Kamenev e Zinov’ev? Non erano uomini! Erano cani umanoidi!

A. Barto: “… Ognuno di noi si sente profondamente sollevato perché sono stati fucilati, perché non esistono più sulla faccia della terra… Non avveleneranno l’aria del nostro paese meraviglioso!”.

Più Sasa leggeva queste dichiarazioni, più si sentiva perso. Erano scrittori! Erano la coscienza del popolo! In Russia gli scrittori eano sempre stati considerati la coscienza popolare: Puskin, Tolstoj, Dostoevskij, Cechov… (..)Anche i loro ex seguaci dell’opposizione li insultavano dalle pagine dei giornali.

Ch. Rakowskij: “Per gli assassini trockisti-zinov’evisti del compagno Kirov, per gli organizzatori dell’attentato alla vita dell’amato nostro duce compagno Stalin e degli altri dirigenti del partito e dello Stato, per i trockisti, agenti della Gestapo tedesca, non deve esserci nessuna pietà: bisogna fucilarli”.

G. Pjatakov: “In mezzo all’aria pulita, fresca che si respira nel nostro meraviglioso e fiorente paese socialista, d’un tratto si è levato il fetore rivoltante di questa carogna politica. Uomini già diventati da tempo cadaveri politici, putrefacendosi e marcendo, avvelenano l’aria intorno. Ma proprio all’ultimo stadio di putrefazione sono diventati non soltanto abominevoli, ma anche socialmente pericolosi… Le parole non bastano ad esprimere pienamente la propria indignazione. Sono persone che hanno perso gli ultimi tratti di parvenza umana. Bisogna annientarli, distruggerli come carogne che hanno inquinato l’aria pura e frizzante del paese sovietico, carogne pericolose che possono cagionare la morte dei nostri dirigenti e che hanno già cagionato quella di uno dei migliori uomini del nostro paese, un compagno e un dirigente meraviglioso come S. M. Kirov”.

Kar Radeck: “Dalla sala del tribunale in cui il collegio militare della Corte suprema dell’Urss sta esaminando il caso di Zinov’ev, Kamenev, Mrackowskij, Smirnov e di Trockij, latitante, si innalza in tutto il mondo un fetore di cadavere… Le persone che hanno levato le armi contro la vita degli amati duci del proletariato devono pagare con la testa per la loro colpa incommensurabile”.
(…)Persino l’ero dell’Ottobre Antonio Ovscenko, anch’egli ex trockista, il 24 agosto scriveva su Izvestija:“Non si tratta soltanto di doppogiochisti, di vili canaglie traditrici, ma è un vero e proprio reparto sabotatore del nazismo”.

E gli scienziati?

“Eliminare senza pietà i peggiori nemici dell’Unione Sovietica!” proclamavano gli accademici Bach e Keller.

“Il nostro amore per Stalin e per il partito è sconfinato” scrivevano i professori Lurjia, Visnevskij, Srevskij, Gotlib, Margulis, Gorinevskaja, Vovsi e altri. “Noi ci stringiamo come una parete vivente attorno al nostro grande duce, difendendolo, come l’incarnazione delle migliori aspirazioni dell’umanità, fino all’ultima goccia di sangue… Non deve esserci nessuna pietà per i banditi politici falliti”.

E gli operatori culturali?

Il regista Prusko:“Dobbiamo aumentare la vigilanza bolscevica, difendere meglio le conquiste della Rivoluzione dagli attentati dei traditori della patria trockisti-zinov’evisti.

L’Artista del popolo della repubblica Ak. Vasadze:“Chiedo la fucilazione della banda nazista. Nessuna pietà per i nemici e i traditori della nostra grande patria”.

L’Artista del popolo della repubblica M. Klimov:“Tre giorni fa su Izvestija è stata pubblicata la poesia di una studentessa della decima classe della Prima scuola di Kadievka, Eva Nerubina. Nel ritornello di quella poesia, all’indirizzo dei terroristi trockisti-zinov’evisti, si diceva: “La fine vi aspetta, morir come cani”. Io ormai vecchio, artista del popolo della repubblica, mi unisco senza riserve a quelle parole espresse dalla bocca di un adolescente”.
Ed ecco la poesia di Eva Nerubina, che fece il giro di tutti i giornali:

“Tre volte maledetti,
canaglie schifose,
di morte osaste portare minaccia
,no, non avremo nessuna pietà.
La fine vi aspetta: morir come cani!”

Questa poesia infantile mise Sasa in uno stato d’animo di terrore: un bambino voleva la fucilazione di persone come cane. E perché poi bisognava fucilare i cani? I bambini amavano gli animali, di solito. O no?
Che cosa stava succedendo? Dov’era finita la verità?

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“E’ stato lo Stato”- la scomparsa dei 43 studenti messicani

by on feb.22, 2015, under Controinformazione, Resistenza umana

Proteste7

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Quando il 26 settembre, 43 studenti messicani sono stati sequestrati e mai più ritrovati, fui molto colpito dalla vigorosa forza morale che trasmettevano le manifestazioni di protesta fatte in Messico; e anche di come questa vicenda ha avuto risonanza in molte parti del mondo, con una catena di indignazione e solidarietà che non ha trovato confini. Volevo scrivere qualcosa di un po’ più approfondito sulla vicenda, e per questo avevo bisogno della “voce” di qualcuno che lì, sul posto, avesse una conoscenza di prima mano dei fatti e del contesto. L’amica messicana Ana Lara mi ha messo in contatto con Araceli Olivos Portugal, avvocatessa messicana a difesa dei diritti umani e che da questo momento chiamerò semplicemente Chely. Per fare capire il livello del personaggio, cito di seguito la presentazione che di se stessa e del suo lavoro ha fatto Chely:

“Il mio nome è Araceli Olivos Portugal, avvocatessa nel area di difesa nel Centro dei Diritti Umani Miguel Agustín Pro Juárez (Centro Prodh) di Città del Messico. Nel 2011, in seguito alla mia collaborazione come volontaria in Amnesty International Messico così come in altre organizzazioni locali, ho deciso di fare parte della grande battaglia giuridica per la libertà e i diritti umani;  apportando le mie risorse umane, e la mia poca conoscenza che avevo in quel tempo, alle diverse lotte.   Il Centro Prodh è stato da allora il posto dove ho imparato ad amare il lavoro collettivo, le strategie di difesa giuridica e politica per chi storicamente è stato sempre stigmatizzato, rifiutato e violentato: persone e popoli indigeni, contadini, migranti, donne, vittime di repressione sociale, difensore e difensori dei diritti umani.In questi anni nel Centro Prodh ho conosciuto, accompagnato e difeso, assieme ai miei compagni e compagne, donne sopravvissute alla tortura sessuale perpetrata dalla polizia, dai militari e marines; persone indigene falsamente accusate di reati; persone torturate al fine di farle  confessare reati che non hanno commesso; comunità indigene e contadine che difendono la propria terra e il proprio territorio da diverse forme di saccheggio. Ci sono state anche molte altre esperienze: dato che ogni anno accogliamo più di 300 persone che richiedono consulenza giuridica.Ed è proprio questo posto ad essere stato, da quattro mesi, punto di incontro, discussione e riposo per le madri e i padri dei 43 normalisti Ayotzinapa,  scomparsi. Ho imparato a sentire il Messico e la sua sua resistenza.” 

Ho chiesto a Chely di scrivermi una relazione sulla vicenda degli studenti spariti e Chely mi ha inviato un testo che è stato per me la fonte principale di materiale per la scrittura di questo pezzo. A questa fonte ho aggiunto elementi presi da vari articoli e reportage. Sebbene il testo di Chely mi sia stato prezioso in merito ad ogni passaggio di questo articolo, ci saranno dei momenti in cui la citerò direttamente e, in conclusione dell’articolo, e prima delle foto, riporterò un grosso estratto della sua relazione.

Andiamo adesso ai fatti. Il 26 settembre 2014, alle ore 21.00, nella città di Iguala 80 studenti della scuola normale rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa, in maggioranza indigeni, si dirigevano alla città di Chilpancingo su tre autobus della Costa Line, temporalmente espropriati in maniera pacifica, alcuni minuti prima, dopo avere organizzato una colletta per raccogliere fondi. Quegli studenti protestavano contro le  (contro)riforme dell’istruzione attuate in Messico e, in particolare,  contro quelle misure che stanno sempre di più indebolendo il mondo delle scuole rurali.Guerrero è uno tra gli stati messicani più violenti. Da sempre teatro del narcotraffico, della spietata repressione militare e paramilitare e della guerriglia. 

Tornando alla dinamica degli eventi del 26 settembre; gli autobus si trovavano all’uscita del terminale degli autobus,  con destinazione a Chilpancingo, quando arrivarono quattro pattuglie della polizia locale, che circondarono gli autobus, impedendo loro di andare avanti. A quel punto i poliziotti iniziarono una sparatoria, senza avere fatto prima alcun avvertimento.  Secondo alcuni testimoni, oltre alle pattuglie della polizia locale, c’erano anche una o più pattuglie della polizia statale, che non hanno fatto nulla per difendee gli studenti.I ragazzi, terrorizzati da quello che stava succedendo, scesero dagli autobus, dicendo cose come “basta, basta, non abbiamo armi”. Ma i poliziotti continuarono a sparare forsennatamente.  

Uno studente cadde ferito. Gran parte degli altri studenti si disperse in vari direzioni. La sparatoria durò 40 minuti, un tempo davvero lungo. E, ricordiamolo, si trattava di studenti inermi, nessuno dei quali armato. Tra l’altro, tra gli autobus, ce ne era anche uno con ragazzi che erano di una squadra di calcio di terza divisione, Los Avispones di Chilpancingo.Il bilancio di questa prima sparatoria è stato quello di uno studente -quello a cui si è accenato prima- che si trova ancora in coma vegetativo. Dopo un po’ì i poliziotti se ne andarono portando con sé una ventina di studenti in stato di arresto.Gli altri studenti riorganizzarono e restarono sul mosto, mettendosi ad aspettare il pubblico ministero che avrebbe dovuto raccogliere i dati investigativi. Alle 23:30 cominciarono a giungere, per supportare gli studenti, professori, studenti, giornalisti e organizzazioni locali. Alle 24:00, mentre gli studenti stavano raccontando, ai media presenti, quanto era accaduto, arrivò una pick-up rossa da cui scesero individui armati che presero a sparare sulla folla. Durante la sparatoria, le persone presenti –studenti, giornalisti, professori- correvano in tutte le direzioni. Alcuni di loro trovarono rifugio in alcune case della città. Questa volta la sparatoria durò 15 minuti, e il risultato furono due studenti morti e cinque persone ferite.

Il giorno successivo, 27 settembre, gli studenti si raggrupparono nella Fiscalia Statale (un distaccamento di polizia dove vengono portate le persone arrestate), fecero dichiarazioni sui fatti accaduti e chiesero di constatare l’integrità fisica degli studenti portati via dalla polizia municipale. Ma in quella struttura non trovarono nessuno; il Direttore della Pubblica Sicurezza aveva permesso di agli studenti di verificare loro direttamente. Quello stesso giorno, alle ore 16:00, gli studenti vennero a sapere che, proprio a tre isolati da dove erano avvenuti i fatti, era stato trovato il corpo di uno studente, sul quale risultavano visibili tracce di tortura. A questo studente erano stati cavati gli occhi e scorticata la faccia. Il bilancio complessivo degli eventi del 26 settembre fu di:  6 morti, 25 persone ferite, e 58 persone scomparse, che alla fine si ridussero a 43. Queste 43 persone non verranno più ritrovate.  

Non era la prima volta che gli studenti di Ayotzinapa subivano simili violenze. Il 12 dicembre 2011, come conseguenza di un fallito sgombero nella “Autostrada del sole”, dove si svolgeva una protesta di normalisti, persero la vita tre persone e altri tre studenti furono feriti gravemente. Inoltre furono documentati almeno 24 casi di detenzioni arbitrarie, un caso di tortura, e altri 7 casi di gravi trattamenti inumani.  I responsabili di quegli eventi rimasero –come avviene quasi sempre in Messico- impuniti. Gli unici poliziotti che si trovavano sotto processo, sono stati esonerati l’anno scorso.Torniamo alle vicende del settembre 2014. Le autorità dello stato di Guerrero incominciarono le ricerche degli studenti scomparsi solo due giorni dopo. E lunedì 29 settembre il governo federale inviò l’esercito, e autorizzò l’uso di elicotteri. Soldati e polizia dello Stato si sono uniti nelle ricerche, ma senza alcun esito. 

Il Messico è un Paese dove, da sempre, vengono fatte sparire le persone. Spesso questo avviene nel silenzio. Questa volta però l’indignazione è stata enorme. Ovunque vi sono state manifestazioni e proteste. Probabilmente mai in Messico c’era stata una mobilitazione generale contro quella che è stata considerata come una “violenza di stato”. Le autorità messicane si sono trovate in grave imbarazzo all’interno e all’esterno del paese. Dopo alcune settimane il caso ha trovato una “risoluzione”; che rappresenta la “versione ufficiale dei fatti”. La dinamica, in sostanza, sarebbe stata questa: il sindaco di Iguala, Josè Luis Abarca non voleva che gli studenti disturbassero il comizio della moglie, Maria de los Angeles Pineda, tra l’altro molto legata a esponenti del cartello narcos dei Beltran Leyva. L’ostilità verso gli studenti comunque va collocata, come vedremo più avanti, in un contesto di ostilità generale del potere contro le rivendicazioni sociali in genere, e quelle degli studenti delle scuole rurali in particolari. Comunque, torniamo alla dinamica dei fatti. Il sindaco di Iguala avrebbe chiesto alla corrottissima polizia locale di arrestare questi studenti e di consegnarli al gruppo narcos Guerreros Unidos. I narcotrafficanti del gruppo Guerreros Unidos, una volta “ricevuti” questi studenti, li avrebbero interrogati in quanto li sospettavano di essere membri di una gang rivale, quella dei Los Rojos. Dopo l’interrogatorio, non fidandosi di quelle che potevano essere state le dichiarazioni dei ragazzi, i marco trafficanti gli avrebbero dato fuoco e avrebbero gettato i loro resti in un fiume. Lo stesso leader dei Guerreros Unidos, in galera dal 15 gennaio, avrebbe confermato questa visione. Il primo cittadino di Iguala non era certo un uomo da precedenti che promettessero bene. Infatti, già nel 2003, era stato sospettato di avere organizzato l’omicidio di un attivista politico, Arturo Cardona. Mentre la moglie, come abbiamo visto, era legata ad esponenti del cartello dei Beltran Leyva, sotto il quale agiscono anche i Guerreros Unidos. L’inchiesta giudiziaria, comunque, avallata dal governo federale, ha sposato questa ricostruzione dei fatti e sono stati arrestati il sindaco, la moglie, e altre 44 persone, tra cui gli agenti della polizia provinciale che avrebbe sparato sui ragazzi. Per avvalorare la tesi ufficiale, si è ipotizzato che vari cadaveri carbonizzati, trovati in punti diversi del municipio di Iguala potessero essere quelli di questi ragazzi. Ma, tranne per un solo caso, dove pare si tratterebbe davvero di uno degli studenti normalisti spariti il 26 settembre, in tutti gli altri casi, gli esperti internazionali coinvolti dai genitori hanno dichiarato che non si trattava di quei ragazzi. In un forno crematorio abbandonato di Acapulco, a 200 chilometri da dove avvenne il rapimento, sono stati trovati altri 61 cadaveri; ma anche in questo caso le analisi fatte non hanno portato alla identificazione di nessuno degli studenti scomparsi. non sono stati identificati nessuno degli studenti arrestati. 

A rendere ancora più traballante la ricostruzione ufficiale dei fatti vi sono, inoltre, altre risultanze, come il diario di bordo di un pilota militare, Andreàs Pascual Chombo Lopez, che ha sorvolato la zona nell’ambito della quale sarebbero stati bruciati gli studenti, proprio durante il lasso temporale in cui quell’evento si sarebbe verificato (tra il 26 e 27 settembre, subito dopo la cattura degli studenti); ma non riscontrò “nessuna novità” da segnalare. Lo stesso è avvenuto con un elicottero del governo di Guerrero impegnato nelle stesse ore nelle ricerche con voli a bassa quota. Per gli esperti dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM) è praticamente impossibile bruciare 43 corpi fino a renderli quasi irriconoscibili senza provocare una grande quantità di fuoco e fumo, visibili anche a chilometri di distanza.  I dati contraddittori in questa vicenda sono davvero tanti. Come quello concernente le segnalazioni al numero di emergenza della polizia federale. Una chiamata, registrata alle ore 21,32 del 26 settembre, segnalava la presenza dei ragazzi al terminale dell’autobus, dove era partita la sparatoria.  Un’altra chiamata, otto minuti più tardi, aveva segnalato una sparatoria nel centro di Iguala. Ma nonostante queste chiamate, la polizia federale non mosse un dito. 

Ma anche se questi e altri elementi di contraddittorietà con le ricostruzioni ufficiali non fossero emersi, gran parte dei genitori e, una notevole parte dell’opinione pubblica messicana, continuerebbero a non fidarsi di esse. Non si contesta tanto il coinvolgimento del sindaco –che come si è visto non era certo uno stinco di santo- e della polizia provinciale in questa storia. Ma non si crede che siano stati loro gli unici attori. Così come non convince affatto la rapida attribuzione della responsabilità, delle uccisioni degli studenti, ai narcos. Quello che molti ritengono è che il sindaco probabilmente ha effettivamente dato mandato alla polizia provinciale di aprire il fuoco sugli studenti e di fare arrestare parte di essi, ma che, questa decisione non sia partita esclusivamente da lui, ma da mandanti su un livello più alto. E, soprattutto, si ritiene, che ad eliminare questi ragazzi siano stati, non i narcos, ma i militari; che “l’esecutore finale” sia stato l’esercito. Nella storia del Messico –come vedremo più avanti- specialmente durante gli anni della Guerra Sporca, ma anche successivi, il coinvolgimento dell’esercito nelle sparizioni di centinaia di persone è stato ormai acclarato. L’indignazione massiccia che ha scosso il Messico dopo la sparizione di questi ragazzi non è comprensibile se non si tiene conto della sostanziale certezza, che molta parte della popolazione ha, che, in una vicenda del genere, siano implicati anche apparati governativi ed i militari. Le persone che hanno protestato ovunque in questi mesi, infatti, non hanno chiesto solo giustizia per il caso di questi ragazzi, ma giustizia per tutto il Paese; hanno espresso una indignazione totale verso un mondo di terrore e illegalità che non vogliono più accettare. 

Come scrive Cheli:  

“Ovunque si sente urlare a grande voce: #NonViCrediamo, #ÈstatoLoStato, #MiSonoStancato, #AyotzinapaSiamoTutti.Nella coscienza collettiva alcuni argomenti si sono fortificati: è stato lo Stato, non è un fatto isolato, l’impunità è l’incentivo e la radice dello Stato delinquenziale.Infatti, è stato lo Stato e i suoi corpi di polizia che hanno fermato e fatto sparire agli studenti. Lo stesso Stato che non indagò nella immediatezza dei fatti. Lo stesso Stato che durante decade ha criminalizzato i movimenti popolari avvalendosi del diritto penale come meccanismo di controllo.   È stato lo Stato a non garantire la sicurezza dei cittadini, lo Stato a implementare una strategia di stato di eccezione.   È lo Stato chi ha permesso la penetrazione del crimine organizzato fino alla fusione di esso con le istituzioni pubbliche.”

Sempre in riferimento al grumo di potere, responsabilità, connivenze, che operano nel sistema Messicano, scrive Cheli:  

“Iguala è stata possibile, tra altre cose, grazie alla garanzia di impunità e dimenticanza che ha protetto agli autori di questi crimini. Sono passate vari decenni, più di mille persone scomparse in Messico, non sono ancora state ritrovate.  Sono decenni che lo Stato funziona solo in apparenza.  La sua efficienza istituzionale venne notata nella quantità di arresti, grossi processi penali e carceri sature.Il Messico è un paese di simulazioni dove rimangono impuniti il 98% dei reati. Un sistema che investiga e invia a processo molto raramente e, quando questo accade, nella maggior parte dei casi, si usano detenzioni arbitrarie, false testimonianza, torture per ottenere confessioni auto-incriminatorie e fabbricare responsabili. Gli agenti del Pubblico Ministero e la Magistratura formano una catena efficiente per riempire le prigioni di innocenti, punire la povertà, la ignoranza, la vulnerabilità.  A questo punto è rilevante l’impunità dei crimini contro l’umanità commessi durante la Guerra Sporca da parte di agenti dello Stato. Tutto questo propizia la ripetizione di fatti simili nell’attualità, inclusi gli atti di sparizione forzata, le esecuzioni extra-giudiziarie  così come l’uso sistematico della tortura da parte di agenti delle forze del ordine.”

Il “sistema di azione” collaudato ai tempi della “guerra sporca” non sarebbe stato ancora smantellato. Le persone “fatte sparire” verrebbero portate in apposite strutture militari dove verrebbero illegalmente detenute e poi eliminate. Come scrive Chely: 

“Nel Centro Prodh abbiamo la totale convinzione che in Messico esista uno schema di detenzioni illegali, in molti casi di sparizione forzata perpetrate nelle istallazioni militari, schema accreditato dalla Guerra Sporca. Tuttavia l’esercito non ha mai riconosciuti formalmente la sua partecipazione, tutto questo perché non ha mai esistito un processo serio di giustizia e di indagine su questi reati.  (..) Ayotzinapa ha svelato, ancora una volta, la mafiocrazia messicana. Un sistema dove la detenzione illegale, le esecuzioni extragiudiziali, la tortura e la sparizione forzata sono strumenti di controllo sociale, di dominazione, intimidazione, utili per controllare il territorio, fabbricare colpevoli, criminalizzare a settori considerati vulnerabili per lo Stato, disarticolare e immobilizzare.Attivisti sociali, difensori dei diritti umani, uomini e donne in situazione di esclusione, migranti, indigeni e giovani sono  i soggetti a maggior rischio di stigmatizzazione, criminalizzazione e eliminazione. La responsabilità internazionale dello Stato Messicano nei crimini del passato e degli ultimi otto anni è innegabile. L’impunità continua a essere il suo incentivo.” 

Il governo messicano è comparso il 2 e il 3 febbraio di fronte al Comitato contro la Sparizione Forzata delle Nazioni Unite, che ha sede a Ginevra. Una delegazione dei genitori degli studenti scomparsi e rappresentanti del Centro Prodh e Tlachinollan sono stati presenti.La vicenda di Ayotzinapa è collegata anche al ruolo particolare che le scuole rurali “normali” svolgono nella società messicana. Le scuole normali rurali sono presenti solo nelle zone rurali del Messico e non nelle grandi città. Esse servono a formare insegnanti di scuola elementare, oltre, in via più generale, a dare ai figli dei contadini strumenti intellettuali e approcci concreti  circa  la gestione terra . Sono considerate l’unico vero orizzonte di riscatto che si apre per i figli dei contedini indigeni. Si tratta di uno dei frutti nati dalla scia della gloriosa rivoluzione di Pancho Villa ed Emiliano Zapata. Esse avevano lo scopo di alfabetizzare e dare ai figli dei contadini le conoscenze per partecipare alla vita pubblica e sapere il più possibile in merito alla conoscenza della terra e alla gestione dei campi. Queste scuole dovevano servire a “risvegliare” la coscienza collettiva del popolo rurale, e a permettere l’affermarsi di quella democrazia dal basso per la quale avevano lottato Villa e Zapata. E si può dire che questo è quello che sostanzialmente hanno fatto. Inoltre, chi si diploma in queste scuole, è abilitato a svolgere la funzione di insegnante (anche se non in tutte le scuole). I ragazzi che si diplomano, tornano nelle loro comunità diventano, in un certo senso, punti di riferimento, per il riscatto sociale. Queste scuole sono state sempre viste con ostilità dal potere federale e da quello locale. Si è capito come le persone che uscivano da esse erano più coscienti, agguerrite, consapevoli dei propri diritti. Queste persone erano scomode per il potere ed allora è iniziata, nei decenni, da parte del Governo federale e dei governi statali, la “guerra” contro le scuole rurali. All’inizio erano tante, adesso ne sono rimaste solo una quindicina, che vengono sottoposte ad ogni genere di provocazioni e attacchi.  Una delle motivazioni per cui si vuole procedere alla chiusura di queste scuole si basa sul fatto che alcuni gruppi guerriglieri sono usciti fuori proprio da quelle scuole. I governi , inoltre, argomentano la necessità della sparizione di queste scuola anche in ragione della  supposta diminuzione della popolazione rurale. Come scrive Chely: 

“In realtà l’opposizione del governo alle scuole rurali è dovuta al ruolo che queste hanno nel cercar di cambiare la realtà della povertà e la mancanza di mobilità sociale  nelle zone rurali. Tutto questo implica criticare le politiche dello Stato; ed è questa  la  ragione per cui da anni le scuole normali rurali hanno delle difficoltà per continuare a funzionare, dato che il governo ha tagliato i fondi a loro destinate, ha chiuso alcune di loro e ha usato la discriminazione contro i suoi laureati come strategie per fare sparire del tutto la figura della scuola normale rurale.” 

Eventi come quelli del 26 settembre, con tutto ciò che ne è conseguito (la sparizione e la quasi certa morte di più di 40 studenti) sarebbero, quindi, sostanzialmente frutto di una strategia di disarticolazione sociale tramite l’aggressione violente a “focolai” di coscienza e resistenza popolare quali sono queste scuole rurali. Strategia coerente, del resto, con la decennale opera di desertificazione sociale tentata in Messico contro ogni voce di resistenza e di libertà. L’aggressione violentà del 26 settembre e la sparizione e la fine (probabilmente) orribile di quei ragazzi, aveva probabilmente, quindi, anche lo scopo di dare un colpo durissimo alle proteste degli studenti e all’esistenza di queste scuole, ingenerando una atmosfera di disperazione e intimidazione.Il risultato è stato diametralmente opposto, e ha rappresentato un fallimento di questa “strategia della tensione” in salsa messicana. L’evento ha scatenato una reazione collettiva in tutto il Paese come raramente si è vista nella storia messicana. Queste reazioni sono state capaci di colpire anche l’immaginario collettivo di altre nazioni; e azioni di protesta contro i fatti e di solidarietà verso gli studenti sono state organizzate in tutto il mondo.Tutte quelle persone che in Messico lottano per la giustizia e la libertà non solo non si sono avvilite e demoralizzate, ma sono diventate ancora più accanite nell’accusare lo Stato per i suoi crimini e nel pretendere verità. L’indignazione si è propagata come un’eco, con manifestazioni e proteste ovunque. E per quanto riguarda gli studenti delle scuole rurali hanno ancora più motivazione di prima, ancora più volontà di salvare le loro scuole e di agire per la difesa dei loro territori e delle loro comunità.Questa strage (perchè quasi certamente di strage si tratta) molto probabilmente frutto di complicità a tutti i livelli, si è rivelata, a conti fatti, un boomerang per chi l’ha promossa ed attuata. In conclusione, prima di alcune foto delle proteste che vi sono state in Messico, voglio riportare un estratto della relazione che mi ha inviato Chely. In questo estratto si ricostruisce storicamente il fenomeno della “sparizione forzata in Messico”. Esso aiuta a comprendere come i fatti di Ayotzinapa, non sono che l’ultimo atto di un “fiume delle prepotenza” che ha radici lontane.

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• IL FENOMENO DELLA SPARIZIONE FORZATA IN MESSICO

A) LA “GUERRA SPORCA” CONTRO MOVIMENTI SOCIALI NEGLI ANNI  SESSANTA, SETTANTA E OTTANTA.

In Messico si conosce come Guerra Sporca al periodo di tempo che comprende dalla fine degli anni 60 fino alla metà degli anno 80 del secolo scorso.  Quel periodo ebbe come caratteristica la risposta repressiva dello Stato Messicano davanti alle richiese politiche e sociali di diversi gruppi cosi come le gravi violazioni ai diritti umani caratterizzate per esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate contro questi gruppi.Durante la Guerra Sporca, le istituzioni di giustizia erano al servizio della strategia repressiva, in maniera tale che i familiari delle persone scomparse non disponevano di effettive risorse legali né per la ricerca dei propri parenti ne per l’indagine sui fatti.  Tuttavia, i familiari insistettero, fecero azioni di ricerca – andando persino nei quartieri militari- e denuncie pubbliche. Fu in questo periodo che si formano diverse organizzazioni di familiari di persone scomparse. Saranno esse che, in condizioni profondamente avverse, inizieranno a portare avanti la difesa dei diritti umani delle vittime della repressione.  A livello interamericano, la Corte Interamericana ebbe l’opportunità di analizzare alcune delle circostanze generali di questo periodo con il caso Radilla Pacheco vs. México, stabilendo che il governo era stato incapace di prevenire, investigare e sanzionare i fatti; così come indagare la sorte delle vittime di detenzioni arbitrarie e sparizioni forzate  .  Nel frattempo, in Messico la Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH) stabilì, nella Raccomandazione 26/2001 che, durante questo periodo storico, lo Stato implementò una politica repressiva con la pretesa finalità di eliminare gruppi sovversivi, tutto questo con la partecipazioni di soggetti e strutture dipendenti dal potere statale, in particolare la denominata “Brigata speciale o Brigata Bianca”, che era prevalentemente formata da  della Direzione Federale di Sicurezza, della Procura Generale della Repubblica, della Procura Generale di Giustizia del Distretto Federale, della Direzione Generale di Polizia e transito del Distretto Federale, della procura Generale di Giustizia dello Stato di Messico e dell’ Esercito Messicano”. Non esiste un registro totalmente affidabile sul numero di vittime delle gravissime violazioni dei diritti umani durante il periodo della Guerra Sporca. In riferimento alla sparizione forzate di persone, la CNDH ha riconosciuto più di 500 casi; anche se le organizzazioni civili calcolano che sarebbero state circa 1,200 le persone fatte sparire.  La sparizione forzata mieté vittime negli stati di Guerrero, Chihuahua, Hidalgo, Chiapas, Veracruz, Sonora, Oaxaca, Sinaloa, Michoacán e Città del Messico, tra altri. La risposta dello Stato Messicano ai crimini perpetrati durante la Guerra Sporca si formalizzò nel 2001 con la creazione della Commissione Speciale d’Inchiesta sui Movimenti Sociali e Politici del Passato (FEMOSPP). Lo scopo di questa commissione era investigare sui 532 casi di sparizione documentati, così come sui due massacri commessi contro i membri del movimento studentesco nel 1968 e 1971,  . La commissione ottene una grande quantità di informazioni, documenti, foto e altri dati.Nel novembre 2006, un giorno prima del inizio della amministrazione di Felipe Calderón Hinojosa, la FEMOSPP venne sciolta per l’accordo  A/317/2006 dal Procuratore Generale della Repubblica, senza alcuna giustificazione.  Chiusa la FEMOSPP le pratiche furono inviate a una struttura totalmente carente di perizia sulla materia, così come delle risorse materiali ed umane per fare fronte ad una tale carica di lavoro. Negli anni successivi alla chiusura della FEMOSSPP, lo Stato Messicano ricevette pressioni da parte di organizzazioni messicane così come di organismi internazionali riguardo all’urgente bisogno di giustizia  per i crimini delle Guerra Sporca. Una di queste pressioni richiede che lo Stato riapra un organo speciale per indagare sul tema. Tuttavia tale richiesta non è stata accettata.

B)LA GUERRA FALITTA CONTRO IL CRIMINE ORGANIZZATOPer riuscire a contestualizzare questo tema a livello nazionale, consideriamo opportuno fare riferimento alle ancora dolenti conseguenze della guerra contro il narcotraffico.  Solo nel 2012 la Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH)  ricevette 1921 denunce a carico delle forze armate e 802 contro la Polizia Federale. Secondo i datti del Osservatorio Cittadino Nazionale del Femminicidio (OCNF), durante il governo di Felipe  Calderón furono commessi 4112 omicidi di donne in sole 13 entità del paese. Per cui Felipe  Calderón chiuse i suoi anni alla Presidenza sotto un’ombra fatta di più di 60 mila morti e di 150 mila persone sfollate come conseguenza della violenza legata alla lotta alla droga e alla sua strategia di sicurezza; così come di deficienze del sistema penale che lasciarono impunito il 98 per cento dei reati. In questo stesso fiume di violenza, oltre alle persone che hanno perso la vita nei supposti scontri con le forze armate, non ci sono dati certi sul numero di persone scomparse. Nel 2013 La Segreteria di Governo Messicana ufficializzò in circa 26121 le persone “non localizzabili”, in pratica scomparse, durante i sei anni di mandato presidenziale di Felipe  Calderón. Secondo dati del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità, la guerra contro la criminalità organizzata da Calderón causò più di 70000 morti, 20000 persone scomparse e più di 250000 sfollati. L’ultima cifra socialmente accettabile si avvicina ai 30000 scomparsi.  

Demonstrators hold posters during a protest in support of the 43 missing students outside the building of the office of Mexico's Attorney General in Mexico City

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Caso staminali- la storia della piccola Rita Lorefice

by on feb.22, 2015, under Medicina, Resistenza umana, Scienza

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Rita Lorefice è morta il 3 giugno 2014.Quando seppi della sua morte e degli appelli disperati della madre affinché le venissero fatte le infusioni di staminali mesenchimali, non avevo una conoscenza approfondita del c.d. “casto Stamina”. La vi-cenda delle cellule staminali mesenchimali, nella metodica portata in Italia da Davide Vannoni e poi fatta esplodere mediaticamente dalla trasmissione le Jene. Una vicenda estremamente complessa, con tanti elementi da considerare e tanti “fatti” da mettere nella loro giusta connessione, per potere provare a capire qualcosa. Mentre la rappresentazione che è stata fatta passare è stata oscenamente semplificata, completamente veicolata ad una rappresentazione stile “romanzo criminale”.

Nel giugno 2014, comunque, non sapevo ancora quasi nulla, di davvero concreto intendo, in merito alla vicenda staminali. Eppure già non mi convinceva il clima da caccia alle streghe che si era creato da di-versi mesi, e la liquidazione di tutto quanto ruotava intorno a questa metodica. Anche io avevo sentito quei genitori che giuravano sui miglioramenti che i loro figli avevano avuto tramite le infusioni di sta-minali e avevo visto qualcuno dei loro video, e avevo ascoltato o letto i loro appelli quando l’Aifa ha cominciato di mezzo e i medici di Brescia hanno incominciato ad incrociare le braccia. Non ho mai creduto che tutti quei genitori fossero solamente preda di un’allucinazioni collettive. Ci sono un po’ troppe di queste “allucinazioni collettive” nella storia medica; di queste “narrazioni” dove, se le persone si ostinano a dire che qualcosa un certo effetto lo ha avuto, allora sono le persone che non comprendono, che “si aggrappano a tutto”; mentre i miglioramenti che vedono sarebbero solo “psicologici”.E’ una vecchia storia. Come una vecchia storia è il “romanzo criminale”. Intendiamoci, probabilmente nella storia e nelle azioni di Vannoni qualcosa di losco e di ambiguo c’è davvero. Ma i suoi eventuali sbagli e truffe, nulla centravano con quello che era avvenuto a Brescia a partire dal 2011, con i 34 pazienti trattati con infusioni di staminali presso gli Spedali Civili di Brescia. E con gli effetti di questi infusioni su queste persone, specie sui bambini. Effetti che hanno sorpreso molti. Storie su cui non ci si è voluto soffermare.

Quando sentii della morte della piccola Rita, provai una rabbia sorda. Lessi della disperazione della madre, del fatto che settimane i genitori avevano implorato in tutti i modi affinché alla figlia continuas-sero ad essere somministrate le staminali, perché con esse la sua situazione aveva avuto un netto miglioramento; ed i giudici avevano dato loro ragione, ma nulla era servito. Altre infusioni non vennero fatte, e la bambina era morta. Sapevo che poco avrebbe cambiato se le infusioni fossero state ricono-sciute o meno come benefiche per un caso del genere. La situazione che si era creata in merito al metodo Stamina, oramai avrebbe portato a boicottare in ogni modo la continuazione delle infusioni. C’era un gioco troppo grande, e, si sa, chi gioca a un gioco grande, chi valuta le cose “su altri fronti”, poco si cura di una piccola bambina come Rita. Mi ripromisi di sentire la madre di Rita, prima o poi. Qualche tempo dopo conobbi a Roma Marco Bi-viano, nella tenda dove per quasi due anni, insieme al fratello Sandro, si è accampato davanti a Monte-citorio per chiedere per loro, ma anche per loro sorelle, affetti da una grave malattia, la somministrazione delle infusioni. In questa battaglia divennero un punto di riferimento per tutti. Feci a Marco Biviano una intervista. E dopo continuai a volere conoscere i protagonisti di questa vicenda. Intervistai Tiziana Massaro la madre del piccolo Federico. Giuseppe Camiolo, il padre di Smeralda. Michele Arnieri il padre di Ginevra.Avevo qualche remora a parlare con Ausilia, la madre di Rita, visto l’immenso dolore che ha vissuto. Ma un giorno gli ho chiesto se potevo intervistarla, e lei è stata d’accordo. Prima di lasciarvi all’intervista che ho fatto ad Ausilia Viola, la madre di Rita voglio concludere citando due passaggi da una lettera pubblica che i genitori di Rita fecero uscire il 13 settembre, ricordando gli eventi che aveva-no portato alla morte di Rita.

“…Rita è andata via tra sofferenze atroci, che nessun essere vivente, soprattutto una bimba così piccola, dovrebbe sopportare. Rita è stata abbandonata al suo destino, tra l’indifferenza di tanti. Rita è morta ad appena 2 anni e 9 mesi (……)  la scienza ufficiale ha preferito condannarla ad una morte certa, sicura, celere; la scienza ufficiale ha sprecato tempo prezioso, ha sprecato parole su parole, ha cercato di sviare l’opinione pubblica, ha farneticato adducendo argomentazioni inesistenti; la scienza ufficiale non si è mai aperta al dialogo, al confronto, non si è mai interrogata, non ha avuto la curiosità di capire….”.

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INTERVISTA AD AUSILIA VIOLA

MADRE DI RITA LOREFICE

-Quanti anni hai Ausilia?

 44 

-Di dove sei originaria e dove vivi?

Sono originaria di un paese della provincia di Ragusa, Modica, dove abito.

-Cosa fai nella vita?

Insegnante di scuola primaria.

-Parlami di Rita. 

Rita è nata a Ragusa il primo settembre del 2011. Alla nascita era una bambina sana e tranquilla. Nei primi mesi di vita io e mio marito notavamo che si raffreddava spesso e che aveva problemi respiratori. Però pensavamo semplicemente che fosse una bambina un po’ più gracilina del normale. All’inizio di aprile 2012, quando aveva circa sette mesi, cominciò ad avere dei problemi. Si trattava principalmente di una febbre che non passava, nonostante tutte le cure antibiotiche. Alla fine di aprile, persistendo la febbre e poiché respirava male, fummo costretti a portarla al pronto soccorso, dove stabilirono che venisse ricoverata per sospetta broncopolmonite. Dall’ecografia fatta in ospedale emerse che aveva il fegato e la milza ingrossati. Considera inoltre che in quel periodo, si notavano in Rita delle regressioni dal punto di vista cognitivo, mentre fino a poco tempo prima le tappe dello sviluppo cognitivo erano state normali, anzi certe volte era sembrata una bambina anche più precoce della sua età. Alla conclusione di tutti gli esami, all’ospedale di Ragusa ci dissero che la broncopolmonite e il fegato e la milza ingrossate erano tutte cose collegate e che bisognava indagare in campo metabolico per capire qual era il problema reale. Al che portammo Rita al Bambino Gesù a Roma per capire cosa stesse succedendo, e lì, dopo un ricovero di qualche giorno ed ulteriori accertamenti e visite, è arrivata la diagnosi. Si trattava di malattia di Niemann Pick di tipo A/B. 

-Che tipo di malattia è?

E’ una malattia genetica, rara.  Ci venne data, all’epoca, dalla dottoressa con cui parlammo, una spiegazione in termini semplici. Ci disse di immaginare il nostro corpo percorso da tanti treni, i quali, una volta arrivati, devono essere smontati in tanti piccoli pezzi che debbono, a loro volta, essere smaltiti. Con questa malattia è come se mancassero gli operai che scompongono il treno in tanti piccoli pezzi, e poi li smaltiscono. Quindi, nel corso del tempo, i treni, una volta giunti, non venendo ad essere smaltiti, si accumulano sempre di più.  Considera che all’epoca avrei saputo dirti tantissime cose su questa malattia, adesso le ho rimosse. Comunque, i “componenti del treno” non sono altro che lipidi, grassi che, si andavano ad accumulare nel corpo di una bambina che, come Rita, aveva un problema di questo genere. E si accumulavano in modo particolare nel fegato e nella milza. A un certo punto della sua spiegazione, chiesi alla dottoressa “Scusi che cosa vuol dire che si accumulano? Quanto diventano la milza e il fegato?”. Mi ha guardato e ha detto “Enorme!”. La tipologia di cui soffriva Rita, andava ad intaccarla anche a livello polmonare e cerebrale. Da qui le sue problematiche respiratorie, ed il fatto che fosse costretta a fare spesso aerosol e da qui le regressioni cognitive. Al Bambino Gesù ci dissero di non fare niente, di non cercare altre strade perché, dicevano “Purtroppo è una malattia che corre veloce, non esiste cura alcuna al mondo”. Fu proprio in quei giorni che eravamo al Bambino Gesù, però, che avemmo il primo contatto con il mondo delle staminali. Qualcuno, telefonicamente, ci parlò di Daniele Tortorelli, un bambino che aveva la stessa malattia di Rita, il quale, tramite infusioni di cellule staminali, si era stabilizzato. Provammo a chiedere, in merito, informazioni all’ospedale; ma dissero di non saperne niente. Quando successivamente andai in cerca di notizie, venni a scoprire che proprio in quel periodo, maggio 2012, si stava parlando mediaticamente della vicenda delle staminali agli Spedali Civili di Brescia.

-Quindi tu credi che al Bambino Gesù vi dissero di non tentare alcuna strada, nonostante sapessero delle staminali mesenchimali infuse a Brescia?

Chi può dirlo! … Comunque, poi tornammo a casa. E lì ti accorgi che ti è proprio impossibile restare fermo senza fare niente. I primi a cui scrissi sono stati quelli di Telethon. Sono andata sul loro sito; ho cercato notizie sulla malattia di cui soffriva Rita, ma relativamente alla tipologia A/B, non trovai nulla. Trovai poi la sezione “Raccontaci la tua storia”, e io ho raccontato la storia di Rita. Brancolavo nel buio e avevo bisogno di aiuto, avevo bisogno di informazioni, avevo bisogno di sapere che cosa significavano determinate cose di cui avevo sentito parlare; cose tipo “terapia genica”, “cellule staminali”, ecc. Non ebbi alcun aiuto o indicazione concreta. Dopo aver scritto più volte, mi fu risposto che non era in atto alcuno studio per la Niemann Pick A/B. L’unico effetto del mio avere scritto sul loro sito, è stato che, ogni volta che c’era una ricorrenza tipo “Festa della mamma”, “Festa del papà” … mi mandavano delle storie, storie di bambini e di ragazzi che erano più o meno nelle stesse condizioni di Rita. Bambini e ragazzi destinati a morire. Ma tutto quello serviva solo per raccogliere fondi. Successivamente ho scritto ad una associazione americana la quale, perlomeno, mi ha risposto approfonditamente con una email di non so quante pagine. Anche loro mettevano le mani avanti, dicendo che per quella malattia non si poteva fare nulla, ma almeno mi davano consigli, suggerimenti, chiarimenti, ecc. Parallelamente andavamo su internet a cercare informazioni anche sulle staminali. In quel periodo si parlava della piccola Celeste, che, dopo avere ricevuto le prime infusioni, non gliene erano state somministrate altre e che, per questo, la sua famiglia si era dovuta rivolgere al giudice. In quel momento fummo consapevoli che dovevamo ricorrere in via giudiziaria. 

-Era quella fase in cui per procedere con le infusioni di staminali era indispensabile le sentenza del giudice …

Sì. Noi presentammo il ricorso al tribunale di Modica. Siamo stati tra i primi a presentare ricorso. Considera che in quel momento Rita stava relativamente bene, però si cominciavano a notare dei peggioramenti. Proprio poco prima del ricorso, Rita, che fino a poco tempo prima riusciva a tenere su la testa, iniziò a perdere il controllo del capo. Stava cominciando a perdere le sue funzionalità. Trovammo un giudice molto preparato e molto umano, che ebbe la capacità di ascoltarci e di capire fino in fondo la vicenda. Il ricorso venne accolto. Era il gennaio 2013. Da qui a qualche mese ci chiamarono dagli Spedali Civili di Brescia per andare a fare il prelievo delle staminali, il carotaggio. Il prelievo fu fatto a mio marito Carmelo.  

-Perché non lo fecero a te? 

Effettivamente di solito loro procedevano così: per i maschietti prelevavano le cellule del padre; per le femminucce della madre. Il problema con Rita è che aveva bisogno di assistenza continua, 24 ore su 24. Ad occuparci di lei eravamo io e Carmelo. Se fossi partita io per Brescia, sarebbe dovuto rimanere lui da solo con la bambina nei giorni in cui sarei stata via, e se ne sarebbe dovuto occupare anche nei giorni immediatamente successivi all’intervento fin quando non mi fossi ripresa. Carmelo, allora mi disse di restare io a casa ad occuparmi di Rita e che sarebbe andato lui a Brescia per sottoporsi all’intervento di carotaggio. Circa due mesi dopo, alla fine di marzo 2013, fummo chiamati per la prima infusione. Quella prima volta che andammo a Brescia, restammo lì per circa tre settimane. In realtà già la prima settimana si sarebbe dovuto concludere il tutto. Ma, la mattina in cui si doveva procedere con l’infusione, non fu possibile farla, perché durante la notte a Rita era comparsa la febbre. Noi conoscevamo bene quello che avveniva a Rita, visto che stavamo con lei giorno e notte; e sapevamo che una delle caratteristiche della sua malattia erano queste febbri, che non erano febbri normali, ma febbri neurologiche. In genere era una febbre che veniva la notte e scompariva al mattino dopo averla opportunamente idratata e rinfrescata. A Brescia per quasi una settimana l’infusione venne rinviata ogni mattina perché puntualmente, nel cuore della notte arrivava la febbre. Alla fine, dopo vari tentativi, l’infusione venne rinviata di una settimana. Fummo dimessi e poiché era la settimana di Pasqua, rimanemmo a Brescia, in attesa di rientrare in ospedale subito dopo le feste. Preferimmo non ritornare in Sicilia, perché non sottoporre Rita allo stress di un ulteriore viaggio. Anche dopo Pasqua la febbre che sembrava essere passata, una volta rientrati in ospedale si ripresentò; finalmente, dopo qualche giorno, riuscimmo a fare la prima infusione. E a quel punto siamo ritornati a casa, in Sicilia.

-Quanti anni aveva allora la bambina.

Lei due anni li aveva compiuti il primo settembre 2013. Quindi in quel momento aveva un anno e mezzo.

-Quali furono gli impatti dell’infusione?

Avevamo l’impressione che Rita stesse recuperando molte delle cose che aveva perso. Era più partecipe, sorridente, si muoveva. Era come se avesse presso una “scossa” che l’aveva “risvegliata”. Prima dell’infusione riuscivo ad alimentarla solo col biberon; il cucchiaino si rifiutava di riceverlo in bocca, e comunque riusciva a deglutire solo alimenti liquidi. Dopo l’infusione ho cominciato a darle le prime pappe cremose col cucchiaino che, per la prima volta, riuscì a mandare giù. Ma quello che ci colpiva di più era il fatto che era molto più presente a livello cognitivo. Dopo alcuni giorni dall’infusione, notammo che l’addome era più sgonfio. Rita riusciva a stare seduta con le gambette incrociate, cosa che prima, per l’ingombro che aveva nell’addome, non riusciva a fare. Inoltre riusciva a dormire meglio durante la notte; e questo era collegato al fatto che riusciva a mangiare meglio durante il giorno.

-Spiega questo ultimo passaggio …

Rita mangiava ogni due max tre ore e questo valeva sia di giorno che di notte.  La milza e il fegato ingrossati, toglievano spazio allo stomaco. Quindi lei assumeva un quantitativo di cibo molto limitato, al massimo 60/80 ml di latte. Oltre questo quantitativo non riusciva ad andare a causa del fatto che lo stomaco era compresso dal fegato e dalla milza. Dopo la prima infusione iniziò a mangiare anche fino a 120/150 ml durante il giorno e quindi introducendo un quantitativo sufficiente di cibo durante il giorno, veniva meno la necessità di mangiare durante la notte: di conseguenza la notte poteva riposare meglio. Altri miglioramenti riguardarono l’evacuazione: prima andare di corpo le comportava un problema, adesso si era regolarizzata anche in quello. Quando siamo ritornati a Brescia per la seconda infusione eravamo molto entusiasti.

-Quindi si può dire, dando uno sguardo complessivo che, dopo la prima infusione, la bambina era molto più “cosciente”, l’addome si era un po’ sgonfiato, riusciva a deglutire, mangiava di più, dormiva meglio e andava di corpo con regolarità.

Si e aveva anche un maggior controllo del capo.

-Quando sento cose come queste non posso fare a meno di pensare a tutti coloro che dicevano che le staminali erano acqua fresca, e i genitori, nel riscontrare i miglioramenti dei loro figli, avrebbero preso una sorta di “abbaglio psicologico”.

Guarda, non te le inventi cose di questo genere. E non possono essere frutto di suggestione e di casualità. E comunque, se non avessi visto le cose che ho visto, non avrei continuato col farle fare le infusioni. Non l’avrei riportata altre volte a Brescia. Ogni volta c’era un viaggio da affrontare e per Rita era una fatica enorme. Non l’avremmo sottoposta a tutto questo se non avessimo riscontrato dei miglioramenti obiettivi.

-Ogni quanto dovevate andare per le infusioni?

Ogni 50 giorni. E posso dirti che quello era proprio l’intervallo di tempo giusto per la malattia di Rita. Una malattia non veloce, ma velocissima, ultrarapida. Però questa cadenza fu rispettata solo con la seconda infusione. Mentre le altre volte i tempi si allungarono ben oltre i 50 giorni. Questo faceva sì che la malattia aveva modo di ripresentarsi e riprendere la sua corsa distruttiva. Poi, quando interveniva una nuova infusione, la situazione si stabilizzava nuovamente … fino a quando hanno bloccato tutto.

-Accadde qualcosa di particolare dopo la seconda infusione?

Durante il viaggio di ritorno Rita si beccò un raffreddore e comparve un po’ di febbre. Arrivati in Sicilia, la curammo per qualche giorno a casa. Ma, visto che la febbre persisteva e che le comportava problemi respiratori, fummo costretti, a un certo punto, a fare ricorso al cortisone. E noi sapevamo che, l’uso del cortisone, soprattutto se successivo all’infusione, avrebbe annullato l’effetto delle cellule staminali iniettate. Quindi si può dire che gli effetti benefici potenziali della seconda infusione, o gran parte di essi, sono andati purtroppo persi proprio perché dovemmo ricorrere al cortisone per arginare la situazione che si era venuta a creare. Va anche detto che, secondo me, fu proprio grazie alle staminali che erano state infuse, che Rita superò molto bene quel brutto periodo. 

-Quindi, in sostanza, per via di questo utilizzo di cortisone gli effetti della seconda infusione furono molto più ridotti.

Esatto.  Tra la seconda e la terza infusione passò più tempo rispetto ai 50 giorni canonici. La seconda infusione l’avevamo fatta a maggio 2013; la terza la facemmo agli inizi di agosto. Quindi un intervallo di due mesi e mezzo. Se consideri che il tempo “canonico” in cui l’infusione manteneva i suoi effetti benefici era circa 50 giorni, e che con la terza infusione sforavamo di 40 giorni, e  considerato che avendo dovuto far ricorso al cortisone gran parte del potenziale impatto delle staminali della seconda infusione era stato perso, allora non può stupire che arrivammo a quella terza infusione con Rita che stava di nuovo male. Tutto giugno e luglio 2013 li aveva passati svegliandosi ogni notte con la febbre e altri malesseri continui da tenere a bada con medicinali, dai quali conseguivano altri problemi. Oramai, specie la notte, vivevamo col terrore. Infatti io non vedevo l’ora di partire e di fare l’infusione, perché la situazione migliorasse. Dopo la terza infusione, Rita cominciò a ristabilirsi. Sparirono completamente queste febbri; da una situazione di due mesi ininterrotti di febbre continua a una situazione in cui ci dimenticammo di cosa fosse il termometro e i farmaci antipiretici. Considera che abbiamo fatto l’infusione ad agosto, in tre giorni siamo andati e tornati, da lì in poi piano piano nei giorni successivi sparirono completamente queste febbri. Rita era di nuovo una bimba serena, riusciva di nuovo a mangiare meglio e, dopo un paio di settimane, si notò che l’addome si era sgonfiato. Anche la fisioterapista che la seguiva, quando la rivide dopo la terza infusione, ci disse “Sbaglio o l’addome è più sgonfio?”. Insomma, era come se si fosse rimesso in moto il meccanismo biologico.  

-E poi ci fu la quarta infusione.

La quarta dovevamo farla a fine ottobre 2013. Ma saltò perché  il giorno in cui dovevamo partire, non fu possibile, perché Rita stava male e non era in condizione di affrontare il viaggio. L’infusione venne fatta a metà novembre. E fu l’ultima infusione che fece Rita. 

-Anche quella volta si sono riscontrati miglioramenti? 

Sì, gli stessi effetti che avevamo riscontrato nelle altre infusioni. E puoi allora capire l’angoscia quando, cominciarono a passare i mesi, ma non ci chiamavano per la quinta infusione. I peggioramenti si sono cominciati a verificare tra febbraio e marzo, ma soprattutto marzo, 2014.  Difficoltà respiratorie, difficoltà a deglutire, ecc.  A marzo del 2014 Rita fu colpita da un raffreddore a causa del quale fu ricoverata in ospedale. Da quel momento dovette cominciare a fare uso del respiratore per l’ossigeno; non la potevamo più staccare nemmeno per pochi minuti. Nel frattempo il fegato e la milza si erano gonfiati in maniera smisurata. Ad aprile cominciò a soffrire di crisi epilettiche. Fino a quel momento non aveva mai avuto problemi di quel tipo. Dovemmo somministrarle farmaci antiepilettici che hanno contribuito ad aggravare la già complicata situazione. Rita in quei giorni aveva una sofferenza davvero indicibile. Oltre tutto, visto che non riusciva più a deglutire, fu necessario posizionare un sondino. Rita tuttavia, nonostante il sondino, non assimilava più e quindi cominciò a perdere peso.  Il declino fu molto rapido. 

-In quel periodo intervennero altre sentenze a darvi man forte?

Agli inizi del 2014, avevamo presentato un secondo ricorso per poter proseguire le cure; in questo ricorso si intimava all’ospedale di procedere prima possibile a fare la quinta infusione. Il giudice ribadì che si dovesse procedere, celermente, così come era stato stabilito nel pronunciamento del primo ricorso. Circa la prosecuzione delle cure, oltre la quinta, la sentenza era di difficile interpretazione. Ma, riguardo la quinta infusione, né la prima sentenza, né la seconda sentenza vennero rispettate. A maggio 2014 presentammo un altro ricorso, tramite l’art. 669. Il giudice ci diede nuovamente ragione e stabilì che, entro cinque giorni da quest’ultima sentenza, si procedesse con l’infusione, qualora si fossero trovati medici disposti a farla. 

-In sostanza, una via per uscire dall’impasse prodotto dallo “sciopero bianco” dei medici di Brescia; sulla scorta di quanto avvenne con l’ultima infusione fatta al piccolo Federico, il figlio di Tiziana Massaro. Quando l’infusione non venne fatta dai medici di Brescia, ma dal dottor Andolina che era stato nominato ausiliario del giudice e che, non trovando medici disposti ad effettuare l’infusione, la fece direttamente lui. Nel vostro caso il giudice vi disse che se aveste trovato i medici disposti a fare loro l’infusione, si sarebbe potuta procedere?

Sì, visto che i medici di Brescia iniziarono una “obiezione di coscienza” collettiva, uno si doveva portare i medici da casa. 

-E voi li avete trovati questi medici?

No, in quei giorni lanciammo appelli disperati affinché qualcuno si muovesse a pietà. Pur di smuovere qualcosa, facemmo uscire un articolo con una foto che ritraeva Rita in tutta la sua sofferenza, una foto che in tanti non sono riusciti a guardare, una foto che ci ha straziati e che abbiamo acconsentito a pubblicare solo perché eravamo disperati. Però tutto questo non servì a niente. In ogni caso aggiungo che, anche se qualcuno, in quella fase lì, si fosse reso disponibile a praticare l’infusione, ormai sarebbe stato un grandissimo problema portare Rita, nelle condizioni in cui era, a Brescia. Rita è morta il 3 giugno.  La penultima notte, la notte tra l’1 e il 2 giugno, ebbe un improvviso rialzo febbrile, cominciò a respirare affannosamente, le si sfilò il sondino … soffriva terribilmente nonostante tutti gli antidolorifici che le avevamo somministrato. Si rese necessario chiamare l’ambulanza; al pronto soccorso Rita arrivò in condizioni disperate. Furono momenti di confusione per noi e per i medici perché la situazione era gravissima. Rita trascorse la notte in rianimazione … ore terribili in cui Rita ha lottato come una leonessa … uno strazio che preferisco dimenticare.

 

-In quei giorni qualcuno vi ha supportato, sostenuto, contattato?

 

La malattia di Rita, essendo rara (pensa che stando alle notizie in nostro possesso, Rita era l’unica bambina in Italia con quella tipologia di malattia), e non avendo alcuna possibilità di cura … trovava spesso i medici in difficoltà sulle decisioni da prendere e sul da farsi … purtroppo debbo anche aggiungere, che l’ospedale adatto ad accogliere pazienti con patologie così particolari e gravi si trovava a parecchi km dal posto dove viviamo e questa è stata una cosa che mi è dispiaciuta parecchio.

 

-Qualcuno vi ha supportato o vi ha dato una mano in quei giorni?

 

Nessuno, pensai di scrivere a qualche personaggio autorevole, avevo cominciato a scrivere al Papa e a qualche politico, però poi non concretizzai nulla, perché non c’era il tempo. Rita soffriva indicibilmente, tutto correva in modo rapidissimo, e io non avevo tempo, non avevo la lucidità, non avevo nulla …Il giorno del funerale di Rita conobbi due genitori di due splendide bimbe che avevano ricevuto le staminali; Michele Arnieri e Giuseppe Camiolo. Furono gli unici che conobbi personalmente tra i genitori di altri bimbi in cura con Stamina. In precedenza, durante uno dei ricoveri a Brescia, in occasione di una delle infusioni avevo, invece,  conosciuto Antonio e Katya, i genitori del piccolo Gioele. Gli altri, nel corso dei mesi, li avevo conosciuti al telefono, o visti in tv o li contattavo via mail o tramite facebook. Io non ho potuto partecipare a nessuno degli eventi che vennero intrapresi sul caso Stamina. Non potevo mai staccarmi da Rita. Mi sono limitata a seguire le vicende degli altri bambini da casa. Quando poteva era Carmelo che vi partecipava.

 

-Ad indignare in una vicenda come questa è che tutti i grandi difensori del diritto, della legalità e della giustizia che abbiamo in Italia, non hanno speso una parola per tua figlia, né per i figli degli altri genitori coinvolti nella vicenda delle staminali. Vuoi raccontare qualcosa di ciò che avvenne nei mesi successivi al funerale?

 

A fine agosto, dopo un paio di mesi, abbiamo cercato di riordinare le idee, di capire quello che era successo, di cominciare, non dico a vivere, ma a respirare. Perché io non riuscivo neanche a prendere fiato. Io e Carmelo abbiamo deciso di impegnarci in un progetto, “Il Giardino di Rita”. Praticamente si era partiti dall’idea di piantare -in un piccolo giardino vicino alla scuola primaria dove insegno io, e vicino alla scuola materna dove Rita sarebbe dovuta andata- un albero in suo ricordo. Si trattava di un giardino che era abbandonato, sporco e frequentato da ragazzi che andavano lì a drogarsi. Decidemmo di non limitarci ad un albero; ma di recuperare tutto quello spazio, per dedicarlo alla memoria di Rita. Per più di un mese ci siamo messi al lavoro io, mio marito e i ragazzi del Comitato di Quartiere “Educhiamoli a Crescere”. Siamo andati lì ogni giorno per più di due mesi. Quel giardino lo abbiamo ripulito, trasformato, ridipinto e reso vivibile. Non ci sono più siringhe, e le persone che ci vanno dicono di trovare al Giardino pace, serenità … di stare bene.  Il Giardino di Rita è stato inaugurato il 2 ottobre, giorno dei Santi Angeli Custodi. Quel giorno c’erano i bambini della scuola materna e della scuola primaria, insegnanti, autorità civili e religiose. Sentivamo fortissima la presenza della nostra Rita. Era lì, con noi, con tutti i presenti. E’ stato un momento molto emozionante. Successivamente, da ottobre a novembre ci siamo dedicati a completare i lavori all’interno del giardino. Abbiamo ridipinto la pavimentazione e fatto anche altri lavori. In più abbiamo anche fatto un mercatino all’inizio di novembre per mettere da parte un po’ di soldini, perché, anche se tanti hanno collaborato a questo progetto, si sono dovute fare e si continuano a fare delle spese per portarlo avanti e migliorarlo sempre più. Ogni giorno, insieme ai ragazzi del Comitato di Quartiere, al presidente di tale comitato Antonio e a sua moglie Antonella, dedichiamo un po’ di cura a questo giardino. Con iniziative come queste, cerchiamo di dare un senso a tutto il dolore che abbiamo vissuto e ad impiegarlo costruttivamente.

-Grazie Ausilia.

 Rita1

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Intervista a Emanuela Troiani- testimonianza sul Metodo Di Bella

by on gen.05, 2015, under Medicina, Resistenza umana, Scienza

Gabbiani

Considero molto importante questa intervista.
Perché considero la storia che mi ha raccontato Emanuela Troiani una storia paradigmatica.
La grandezza e la miseria dell’essere umano.
La nobilità dell’arte medica e la sua contraffazione.
Il vivere per se stessi e il vivere aprendo il proprio cuore fino a comprendere gli altri.
Ecco le cose che.. a parere mio.. ci sono in questa storia.
E poi, sì, è una intervista che si colloca nel filone delle ricerche e delle interviste che sto dedicando al Metodo Di Bella.
Questa storia si colloca all’epoca in cui era vivo Luigi Di Bella, dal quale, Emanuela Troiani portò la madre devastata da un male, ma soprattutto da una serie di interventi e di cure che, complessivamente, l’avevano portata fin fin di vita.
Quando arrivò da Luigi Di Bella… era “un morto che cammina”.
Nei periodi che seguirono venne considerata “un miracolo vivente”.
Visse altri tre anni, rispetto a quanto era certo che dovesse morire.
Tre anni impensabili. Tre anni di vita. Tre anni regalati a una madre e a sua figlia.
Questa intervista fa intravedere, anche, la straordinaria caratura morale, oltre che scientifica, del professor Luigi Di Bella.
Medico anni luce avanti con i suoi tempi. Uomo che si sottoponeva a sacrifici disumani. E che non accettava denaro per curare.

L’immagine che apre questo articolo è la riproduzione di un dipinto di Jacopo Fo.

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-Quando sei nata?

Sono nata a Roma il 6 maggio del 1962.

-Tu sei entrata in contatto con la terapia Di Bella per via di tua madre.

Sì… mia madre… Gabriella Di Pietrantonio. Breve antefatto, mia madre si era ammalata di tumore, ma i medici impiegarono molto tempo prima di capire che il problema effettivo era quello.

-In che anno si ammala tua madre?

Dunque mia madre si è ammalata che io avevo trent’anni, dunque 21 anni fa, nel 1992. Adesso di anni ne ho 52. Quando mia madre si ammalò, venne definito che il suo problema era di natura tumorale. Un carcinoma diffuso. In quel momento non si era capita ancora quale fosse la cellula madre. Si manifestavano delle metastasi a livello della gola. Quando facemmo il primo intervento, sembrava si trattasse di una semplice ghiandola salivare. Da lì sarebbero seguiti un altro paio di interventi. Finché alla fine –nel 1992- lo ricordo bene perché era il giorno del mio trentesimo compleanno- viene invece stabilito si trattava di un carcinoma al quarto stadio. Lo ricordo benissimo quel giorno, perché era un giorno particolare. Lo è stato in tutti i sensi. Riguardo al tumore non si capiva da dove venisse. Quindi iniziò un iter di ricoveri, di visite.. siamo stati anche a Parigi. Analisi, controanalisi. Il posto si chiamava precisamente Gustave Villejif Roussy. Un centro spettacolare. Siamo andati lì in due o tre occasioni. Le hanno fatto uno screening assolutamente completo. Il problema era che mia madre aveva delle metastasi, ma non si riusciva a capire da dove arrivasse la malattia. E’ stato scoperto quando ormai era troppo tardi, molti anni dopo. Quando si capì che tutto quanto proveniva da una tonsilla.

-Quindi sostanzialmente stai dicendo che lei aveva un tumore alla tonsilla?

Sì, partiva da una tonsilla. Ma c’è voluto del tempo perché lo si capisse. E mia madre è stata sottoposta –prima che intraprendesse la terapia Di Bella- a sette interventi chirurgici. Setti interventi di cui uno, il penultimo come si usa dire in gergo medico, demolitivo. Il tentativo di togliere tutto il tessuto compromesso, anche a discapito di alcune funzionalità.

-Allora a tua madre scoprono queste metastasi alla gola. Iniziò subito con queste operazioni?

Intanto, in prima battuta, fece un ciclo di chemio e uno di radio. Poi il ripresentarsi delle metastasi ci portò a consultare tutti quelli che erano ritenuti i medici migliori.

-Quando dici ripresentarsi intendi che per un momento erano venute meno?

Ci sono sempre degli intervalli tra una manifestazione della malattia e un’altra. Il problema è che si ripresentavano continuamente. Sette interventi sono stati dovuti a questo ovviamente.

-Ma una di queste operazioni è stata fatta anche in Francia?

In Francia non è mai stata operata. E’ stata operata solo in Italia. In Francia andammo nel migliore centro riconosciuto per capire da dove arrivasse la malattia. Se trovi la cellula madre hai una possibilità in più di evitare i danni.

-E neanche lì lo capirono?

No, ci diedero tutta una serie di possibilità, ma nessuna era conclusiva. Comunque, questo costante ripresentarsi delle metastasi face sì che mia madre venisse operata ogni volta. Tu considera che noi siamo andati avanti sette anni. Mia madre è morta nel ’99. La terapia Di Bella l’aveva iniziata tre anni prima di morire, nel 1996. L’ultimo intervento è stato, come si dice, soltanto di “contenimento”, per evitare che soffocasse. Venne fatto pochi mesi prima che morisse.

-Questi interventi, mano a mano che venivano fatti, che conseguenze portavano?

Diciamo che fino a quando non c’è stato l’intervento più serio, quello demolitivo, si trattava di interventi che andavano a togliere le metastasi cercando di capire da dove provenisse la malattia, senza che si intaccasse in modo radicale. Comunque sia, erano interventi che la lasciavano ogni volta più in difficoltà dal punto di vista della funzionalità. Ma fu quello demolitivo che creò notevoli difficoltà sia dal punto di vista fisico che psicologico. Comunque, emotivamente tutto il percorso ti mette alla prova. Se tu ti vedi sottoposto ad un interevento dopo l’altro, anche la capacità reattiva viene meno.

-Lei ebbe un calo anche dal punto di vista psicologico, quindi.

Ebbe un calo drammatico son il penultimo intervento, quello demolitivo. Lo facemmo al Regina Elena. Fu il professor Marzetti (del reparto di oncologia maxillo facciale del reparto Regina Elena), che purtroppo non c’è più. Un chirurgo straordinario. Una persona straordinaria. Questo intervento venne fatto a poca distanza dal precedente, che era sempre stato fatto nello stesso ospedale, ma in un reparto diverso. Il professor Marzetti, dopo l’intervento, convocò me e mio fratello e ci disse “vostra madre è il risultato di una serie di errori assurdi”. E il fatto che questo intervento si era dovuto tenere a breve distanza da quello precedente, era proprio conseguenza del fatto che il chirurgo precedente aveva fatto un errore gravissimo. L’errore era stato quello di recidere a metà il tumore; una parte lasciarla e una parte toglierla. Fu un disastro; perché le cellule tumorali si sparsero ovunque. Marzetti, che operò mamma nel 1996, ci disse “io ho provato in tutti i modi a togliere il tessuto compromesso. Il problema è che continuavo a trovarne altro. Io non le potevo togliere mezza faccia. Che cosa le avrei potuto togliere ancora? La faccia? La bocca? Quindi, ho tolto tutto quello che potevo togliere… recidendo il nervo facciale.. ma non potevo togliergli tutto… Io più di questo non potevo fare”. In quell’intervento lui aveva continuato a togliere tessuto in tutta la parte del volto che era compromessa. Tieni conto che quando si toglie tessuto, durante un intervento, è vero che l’analisi viene poi fatta fuori dalla sala operatoria; ma già in sala operatoria si fa una prima analisi dei tessuti per capire se quelli compromessi dalla malattia sono stati tolti e se si è arrivati al tessuto sano. Nel caso di mia madre, il tessuto compromesso era sul lato del collo, ma ad un certo punto, pur non essendo terminato il tessuto compromesso, aveva dovuto fermarsi. Perché c’è un limite anche nella chirurgia, oltre il quale non si può andare se si vuole uscire vivi da un’operazione. Comunque, mamma, in pratica, dopo quell’operazione, aveva metà collo. Già fui sconvolta per le condizioni in cui la vidi uscire dalla terapia. Mi venne subito l’alopecia. Mamma da quel momento ha avuto difficoltà a mangiare, a bere, a parlare. Mamma aveva metà collo. Credimi, non sto esagerando dicendoti che mi venne immediatamente l’alopecia. Lui era ben consapevole dei limiti oltre i quali non poteva andare e della condizione di mia madre. Infatti ci disse anche “alzo le mani, non posso più fare nulla. Vostra madre non ha più speranze”. Mia madre ebbe un crollo psicologico gravissimo. Non voleva più mangiare, non voleva più vivere. Devo dire che i medici la seguirono con un amore incredibile. Cosa di cui non avevo visto neanche l’ombra in molti altri posti e in molti altri reparti. Cercarono di puntellarla, di sostenerla in tutti i modi; di tirarla su anche moralmente. Ma lei, chiaramente, dopo anni, dopo cure, dopo tutto quanto era possibile, ebbe un crollo. Comunque, arrivati al momento di dimetterla, in una conversazione con Marzetti gli chiesi “bene, io la porto a casa, che le faccio?”. E lui “ma io dove la mando? .. dove posso mandarla? Qualunque oncologo a cui mandassi una paziente come sua madre, mi chiamerebbe e mi direbbe “ma chi mi hai mandato”? Perché purtroppo non c’è più niente da fare”. E aggiunse: “mi porti una qualunque terapia..a la valutiamo insieme”.

-Un vero calvario.

Un calvario non solo dal punto di vista medico, fisico; ma una vergogna dal punto di vista umano.

-Che intendi?

Ti faccio un esempio. Andammo da un illustre professore, qualche mese prima di quello che ti sto raccontando. Era la fine del mese di luglio. Arrivammo lì. Cinque minuti di visita, ottocento mila lire di parcella. E lui ci disse candidamente “Bene, ci rivediamo a settembre”. E noi “Professore.. un mese.. senza niente.. andiamo avanti così?”. “Sì, sì.. non vi preoccupate.. in un mese non può succedere niente di grave. Ci rivediamo a settembre”. Ci ripresentammo all’appuntamento che era stato fissato per settembre. Ma alla reception di quello studio ci dissero che il professore era andato in pensione. Capito? Non solo.. sto ancora aspettando le fatture di altri professori che hanno visitato mamma. In un ospedale si rifiutarono di richiedere la macchina per l’alimentazione parenterale, perché non volevano mamma lì. Io continuavo a dirmi “datemi il tempo di organizzarmi a casa. Intanto chiedete questa benedetta macchina”. Ero anche andata all’università dal professor Cappello, che l’avrebbe data, con inclusi i flaconi contenenti le sostanze nutritive. Ma, giustamente, per darmela a casa aveva bisogno dell’iter burocratico dell’ASL, delle richieste ufficiali, ecc. ecc. Invece se la richiesta l’avesse fatta un ospedale, gliela avrebbero mandata in 24 ore. Mia madre l’hanno fatta morire di fame per una settimana. Perché non la volevano, la volevano via, fuori.

-Perché non la volevano?

Perché i pazienti che muoiono negli ospedali alzano le percentuali negative. I pazienti oncologici ormai spacciati non li vogliono. Questa è la mia esperienza. Mi auguro che altra gente ne abbia fatte di migliori. Io provo rabbia ancora oggi. In un altro grande ospedale di Roma sono stata rimproverata di essere una pessima figlia perché lasciavo mia madre lì dentro, quando invece stavo aspettando la risposta dell’Asl per l’assistenza a casa, per l’alimentazione. Tant’è che il professor Cappello, mi disse –un giorno che andai da lui disperata- “sa che c’è signora Troiani? La macchina gliela do’ anche fuori dalle regole. Questa è la macchina e questo è il cibo; se le porti a casa”. E quando dissi a questo grande ospedale di Roma “sono riuscita ad avere tutto, mi manca solo l’aspiramuchi”; loro me ne diedero uno vecchissimo dicendomi “eccolo, se la porti a casa”. In quello stesso ospedale un medico mi disse “lei è una figlia indegna perché lascia sua madre qui, quando lei vorrebbe stare a casa sua”. Io risposi “Io sono una figlia indegna? E voi che gente siete? Che volete mandare fuori una paziente quando i parenti non sono riusciti ancora ad organizzarsi. Certo che me la voglio portare a casa; oppure secondo lei preferisco venire ogni giorno a trovarla a Roma?”. E lui “Evidentemente non fa abbastanza”.

-Davvero belle persone..

Mamma è tornata a casa con nostro piacere, con nostra e con sua gioia, perché finalmente stava a casa sua. Abbiamo istituito turni. Eravamo in tre persone; io, mio fratello e la sorella. Non la lasciavamo sola mai, perché aveva bisogno di terapie continue. Ma questo è accaduto quando ormai eravamo alla fine. Prima però c’è stato il momento migliore. Quello con Di Bella. Un momento che è stato davvero un miracolo. Marzetti e Di Bella sono state due luci dopo tanti anni.

-Raccontami l’incontro con Luigi Di Bella?

Dopo l’intervento demolitivo di cui ti ho parlato, sono andata -il giorno prima della dimissione di mamma- da Marzetti per dirgli che mia mamma non era una sciocca. Aveva lavorato dieci anni in farmacia, e avevamo amici medici. Se la portavo a casa, senza più una terapia, avrebbe mangiato la foglia, se non l’aveva già mangiata fino a quel momento. Lui mi disse “mi porti qualunque terapia. Non posso mandarla da un collega, però posso seguirla io”. A quel punto mi ricordai di un’amica giornalista che mi aveva parlato di Luigi Di Bella. In quel momento non se ne parlava ancora molto. Non era ancora venuto fuori il boom mediatico e da questo fui molto avvantaggiata. Andai presso l’Aian e, tramite l’associazione, ebbi un appuntamento a Modena. Era il 1996. Autunno probabilmente.
Partimmo la mattina presto e, arrivate a Modena, trovammo il suo studio pieno di persone in attesa di essere visitata. Aspettammo finché non toccò a noi entrare. Non dimenticherò mai quel giorno e questo uomo dalla dignità straordinaria. Entrammo e, a differenza di quello che avevano fatto molti altri medici prima di lui -molti cosiddetti luminari- prese la cartella clinica di mamma, un vero tomo, e la lesse in profondo silenzio per almeno mezz’ora. Penso che non abbia tralasciato nemmeno le virgole. Dopodiché fece alcune domande. Mia madre non sentiva bene e il professore parlava con un filo di voce; per cui io facevo da ponte. Lui prendeva appunti. A un certo punto disse a mia madre che l’avrebbe visitata e accadde una cosa che mi colpì molto. Non so se ti è mai capitato di andare a fare una visita in ospedale. La prima cosa che ti dicono è “si spogli”. Poi c’è gente che entra, esce, bussa, si affaccia. Lui, invece, non chiese a mia madre neanche di togliersi la maglia. Infilò con delicatezza le mani, con lo stetoscopio, sotto la maglia, toccò la gola. Una visita molto attenta. Sembrava “un medico di altri tempi”; uno di quelli che ancora usavano le mani e il raziocinio per capire. Dopo questa visita, disse che aveva bisogno di una risonanza a dodici scansioni per entrare nel dettaglio. E aggiunse “anche se, secondo me, dovremmo trovare questo, questo, questo e questo”. Fu una vera anticipazione del risultato dell’esame. Ricordo bene, ad esempio, che mi disse che avremmo trovato tutti i linfonodi compromessi. E così fu. Comunque, quando fece questa diagnosi con la prescrizione dell’esame da fare, io gli dissi: “Professore che pensa potrebbe avvenire con la sua terapia?”. E lui mi disse -per fortuna a voce bassa con mamma che non poteva sentirlo- “Signora, io debbo essere onesto. La mia terapia viene veicolata nel corpo attraverso i vasi sanguigni. Tutti gli interventi chirurgici che ha fatto sua madre inevitabilmente creano una barriera. La terapia non può arrivare là dove è necessario che arrivi. Quello che posso dare a sua madre è un contenimento del problema. Ma, glielo dico subito, non faccio miracoli. La verità è questa. I vasi sanguigni di sua madre a livello della gola sono tutti legati. La terapia lì non arriva. Sicuramente ne potrà trarre un beneficio a tempo determinato, ma non una cosa risolutiva”.

-Era come se quei vasi sanguigni fossero tagliati?

Quando vieni operato alcuni vasi sanguigni vengono legati, vengono chiusi; non c’è più l’irrorazione. Nel momento in cui tagli non è che le vene le ricongiungi. Alcune si ripristinano, ma non tutte. E’ un po’ come se si fosse in una zona a traffico limitato. Lui fu molto sincero. Mamma non sentì quello che disse. Io le mentii dicendole “il Professore vuole vedere prima l’esito di questo esame, poi torniamo e imposta la terapia”. Facemmo questo esame molto velocemente –anche perché avevo Marzetti che mi aiutava- e nel giro di pochi giorni tornammo a Modena con l’esito dell’esame. Il professore impostò una terapia specifica per mamma. Il giorno dopo tornai da Marzetti perché avevo bisogno della prescrizione; quella che avevo era una ricetta bianca. Quando gli portai la trascrizione della terapia, Marzetti, dopo averla letta con molta attenzione, mi disse: “però.. sicuramente non è una cosa empirica.. anzi devo dire che ha una sua logica”. Siccome la somatostatina era specifica per le malattie che trattavano in un reparto diverso dal suo, quello di endocrinologia, mi mandò dal primario di quel reparto per farmi fare la prescrizione. Mamma fu una di quelle persone che non ebbe mai il problema di avere la sandostatina. Restammo d’accordo con Marzetti che il prosieguo, le visite di controllo generiche, le avrebbe fatte lui. Quando Di Bella ci diede la ricetta, ci indicò la dottoressa Angelini che stava a Roma, in modo che ci potessimo evitare ulteriori viaggi. Voglio dire che la prima volta che andammo da Di Bella, quando gli chiesi “professore, quanto le devo?”; lui rispose “signora, già sua madre sta male, già vi siete dovuti fare due ore di viaggio e dovete tornare, con una fatica che solo sua madre sa qual è, e io le chiedo anche soldi?”. Io rimasi senza fiato, perché neanche immagini quanti soldi avevamo dovuto tirare fuori fino a quel momento. Io gli risposi “capisco professore.. però…”. Come a dire “lei sta facendo la sua professione”. Lui mi guardò e –mi viene il nodo in gola ogni volta che ci penso- mi disse “signora non si preoccupi, faccia stare bene sua madre”. E così fu anche nelle altre occasioni che andammo da lui. Non volle mai nulla.. mai. Io provavo a dirgli “va bene Professore.. li prenda magari per la sua ricerca”. E lui.. “non si preoccupi, i soldi per la mia ricerca ce li ho”. Ho i brividi ogni volta che parlo di lui e anche di Marzetti, perché anche lui non volle mai soldi. Comunque, tornata da Roma entrai in contatto con l’Angelini. A quel punto ebbi l’Angelini –una donna verso la quale ho enorme stima- come referente specifica e oncologa per la terapia; e Marzetti che ci seguiva. Iniziammo la terapia. L’associazione ci diede l’apparecchio per l’infusione della sandostatina e la dottoressa mi spiegò come applicare tutto. Dopo tre o quattro giorni dall’inizio mia mamma, che era una persona capace, imparò a farlo da sola.

-Come fu l’impatto della terapia?

Nel giro di pochi mesi mia madre riacquistò energia. Dopo tre mesi dall’inizio, era rifiorita al punto che le regalai un viaggio a Cuba e lei partì da sola. Una persona che non doveva più essere viva. E’ andata con un viaggio organizzato, in un gruppo. Ma non è partita con l’accompagnatore. Questo vuol dire che aveva una sua autonomia. Ogni volta che la portavo in visita da Marzetti –che la voleva vedere periodicamente- lui riuniva tutto il suo staff. E mi diceva “signora, sua madre è un miracolo che cammina. Io voglio continuare a vederla perché voglio capire, voglio vedere come va”.

-Era molto onesto. Davvero un medico intellettualmente onesto.

Non so se lui di sua spontanea volontà mandò altri pazienti a fare la terapia Di Bella, perché non me lo disse mai né mai lo seppi. Ma certamente ne era incantato. Ogni volta riuniva tutto lo staff ed esaminava tutti gli elementi. E ogni volta diceva “non ci posso credere”. Purtroppo morì prima di mamma.

-Di cosa morì?

Se non ricordo male un ictus o qualcosa del genere. Marzetti fu anche quello che capì la provenienza –da una tonsilla- del tumore. A noi disse: “Se foste venuti subito da me avremmo tolto la tonsilla e sua madre sarebbe stata bene”.

-Come andò poi con tua madre?

Visse tre anni, dall’inizio della cura. Tre anni! Tre anni non sono pochi per un paziente che sarebbe dovuto morire di là a poco. E dall’inizio della cura non ha più avuto metastasi; tranne che alla fine. No ha avuto mai un dolore. Per quasi la totalità di quei tre anni non ebbe problemi particolari, tranne per gli ultimi sei mesi, che furono brutti. Fino a quel momento la terapia aveva limitato molto i problemi; però, nel punto preciso dove lei aveva subito gli interventi, nella parte di gola dove c’erano stati tagli su tagli, la gola si era via via chiusa e, l’ultimo intervento –fatto nel cosiddetto “grande ospedale di Roma”, l’ospedale San Giovanni- fu un intervento di trachetomia. Già, dopo l’intervento demolitivo, esisteva la difficoltà a mangiare. La chiusura della gola fece il resto, impedendole di mangiare normalmente. Nel corso del tempo eravamo passati da una alimentazione morbida ad una alimentazione semiliquida, poi ad una alimentazione liquida, finché non è bastata neanche quella. Nel frattempo, mentre mamma era ricoverata, avviai l’iter all’ASL e andai dal professor Cappello al Policlinico di Roma, per avere l’alimentazione parenterale e, quando l’abbiamo riportata a casa, neanche 2 mesi dopo è morta. Il crollo c’era stato 3 o 4 mesi prima. E’ stato un crollo repentino. Eravamo con lei ventiquattrore su ventiquattro, per non lasciarla mai sola. E dovevamo anche cercare di riuscire a lavorare. Sembra paradossale, ma la vita non si ferma e tu devi continuare a lavorare. Ci eravamo organizzati –come ti dicevo prima- io, mio fratello e mia zia, facendo i turni, ventiquattrore su ventiquattro.

-Tu che lavoro fai?

Mi occupo di comunicazione, faccio grafica, pubblicità e, avendo un lavoro autonomo, non potevo dire “abbasso la serranda”. Comunque mamma non stava mai da sola. C’erano dei momenti in cui stavamo anche tutti insieme. Comunque avevamo tutto un ruolino di marcia; lei quasi ogni ora doveva prendere un farmaco per la terapia che continuava a fare e che la metteva al riparo dai dolori. Con la dottoressa Angelini avevamo approntato tutto quello che andava fatto ed era abbastanza complesso, però ci eravamo organizzati bene. Molto probabilmente.. credo.. spero.. che non se ne sia accorta. Ad un certo punto si è addormentata e così è andata via. Però per fortuna non ha subito quel crollo fisico, di consunzione che molte volte hanno i pazienti oncologici. Lei era certo dimagrita, ma non era scheletrica. Aveva una buona capacità fisica e non ha mai avuto dolori. Mamma si è addormentata perché, ad un certo punto, molto probabilmente, non ha più respirato, le si è chiuso tutto.

-E già questo è importantissimo.. anche già solo questo risparmiarsi tanto dolore.. tanta sofferenza..

Tre anni di vita sono tanti. Quando tu puoi godere della presenza di tua madre per altri tre anni, è un dono enorme. Non vorrei rivivere gli ultimi due mesi.. ma gli anni precedenti lei è stata bene, usciva, vedeva le sue amiche, viaggiava. Faceva le cose che normalmente si fanno. Con qualche deficit funzionale lasciato da quell’intervento? Sicuramente sì. Ma non ha vissuto tre anni a casa seduta su una sedia. Mamma ha vissuto tre anni pienamente. Era autonoma. Tanto è vero che, quando mi spostai a vivere qui a Torvaianica e presi una cosa, non venni a vivere da lei, perché aveva le sue abitudini, amava le sue cose, i suoi ritmi, ecc.. io avrei fatto quasi una invasione. Invece, vivendo vicine, stavamo insieme e, ogni tanto, dormivo là. Era un contesto quasi normale. Poi, naturalmente, quando è stata male, questo è cambiato, ed eravamo sempre da lei.
Anche il nostro medico di famiglia, Massimo Molinaro, che seguiva mamma per tutte le prescrizioni, per tutte le cose necessarie diceva la stessa cosa di Marzetti. “Quando guardo tua madre non ci posso credere. Non credo a quello che vedo”. E non dimenticarlo mai, noi eravamo arrivati da Di Bella che eravamo disperati.
Avevamo cercato ovunque, come tutti quelli che hanno una persona cara che sta male. Cerchi di trovare luce dovunque, una sorta di pellegrinaggio dai “migliori”. Poi c’è chi se lo può permettere e chi non se lo può permettere. Noi abbiamo potuto fare qualcosa di più rispetto ad altri. Parigi devo dirti la verità è un centro straordinario, ci siamo andati all’inizio del calvario, ci hanno dato una serie di informazioni assolutamente attente. Ci hanno detto quali erano gli organi bersaglio che potevano essere colpiti. Qui siamo stati da tanti grandi luminari, ma il risultato di tutti questi incontri ce lo diede Marzetti “sua madre è il risultato di errori macroscopici”. Io devo tantissimo a Marzetti, a Di Bella, e verso la dottoressa Elisabetta Angelini, verso cui nutro una stima incredibile.
Negli anni mi sono trovata ad operare nel contesto della mia professione sempre più spesso in ambito medico. Mi sono occupata di una rivista che si chiama “sala operatoria” che mi ha portato sempre di più ad entrare in contatto con il mondo medico. Posso dirti che c’è tanta gente che si dedica alla professione con quella dedizione che il Giuramento di Ippocrate vorrebbe ci fosse. Quindi la gente che ci crede e si impegna c’è, ma c’è anche un sacco di fuffa. Ancora oggi mi domando come può un uomo che sa che tra un mese andrà in pensione prendersi 800mila lire per fare una visita di cinque minuti. Con quale etica.

-E comunque credo che anche tu il più grande medico d’Europa dovrebbe sempre chiedere una cifra onesta.

Ricordo benissimo che quella visita, la visita dal tipo che ci aveva chiesto 800mila lire la volle una coppia di amici di mia madre. “E’ bravissimo, ci dovete andare”. Mia madre disse “Io non ce la faccio più neanche economicamente.. cinquecento, quattrocento, trecento.. ora ottocento.. ma chi li l’ha?”. Loro dissero “te la paghiamo noi, ma ci devi andare”. Immagina quindi, anche la solidarietà che si stringe intorno alle persone malate. Quella protezione che anche gli amici mettono.
Poco dopo l’inizio della terapia di mamma nacque il “caso Di Bella”. Io ero nel primo sparuto gruppo.. eravamo 14 persone a disegnare le lenzuola di notte, a fare volontariato, quello vero.

-Tu quindi partecipasti ai primi gruppi che avrebbero dat0 vista alle proteste…. Sempre nel 96?

Sì.. .. 96.. 97.. cominciammo ad organizzarci. Eravamo un gruppetto di parenti e di pazienti. Eravamo entusiasti.. ci dicevamo.. “ma questa cosa è troppo bella..”. “Questa cosa la gente la deve sapere, la deve conoscere. C’è l’Associazione. Ci sono i medici. La gente ha il diritto di essere curata come meglio crede”. Mentre il Professore diceva “per favore state zitti, perché il giorno in cui questa terapia, che va contro tante lobby, verrà resa pubblica la gente non si potrà più curare. Ci faranno la guerra”.

-Questa frase la sentisti tu direttamente?

No tramite alcuni medici. Dicevano “il professore non è contento di questo. Perché è sicuro che, una volta che questa storia esploderà e diventerà un caso, sarà scomoda e ci faranno la guerra. E così fu”.

-Quindi voi eravate 14 persone all’inizio..

Ricordo che eravamo in associazione una sera e ci mettemmo d’accordo per andare a fare casino al Ministero della Sanità. All’epoca c’era la Bindi. E cominciammo con la prima manifestazione spontanea. La sera prima ci riunimmo tutti con le lenzuola prese da casa, a disegnare sopra le scritte “i pazienti hanno il diritto di cura”. Ricordi la canzone “La Cura” di Battiato? La facemmo diventare il nostro inno. Quando si parlava di Di Bella si parlava di quella canzone che era perfetta, straordinaria. Divenne l’inno perché rappresentava esattamente il nostro pensiero.

-Una canzone perfetta, insuperabile.

Posso dirti che è stata adottata congiuntamente da tutti. Fu un periodo anche di volontariato intenso.

-Racconta.

Facevamo volontariato negli studi dei medici che prescrivevano quella terapia. Studi in cui c’erano delle file che arrivavano fino in strada. Credo di non avere mai visto nulla di simile. Cercavamo di dare una mano. Aiutavamo nelle cose più pratiche. Aiutavamo i medici, cercando di rendere loro la vita più semplice, sostenendo le persone che stavano in fila un’ora, due ore, tre ore, per aspettare il loro turno. Insegnavamo loro come funzionavano gli infusori. Facevamo quella che si chiama solidarietà. E scendevamo in piazza quando era giusto farlo. Facevamo lo sciopero della fame e della sete. Con noi c’erano anche i pazienti. Quelli che stavano meglio ci volevano essere, perché erano esempi. C’è gente che è viva ancora oggi.

-Quindi il gruppo che all’inizio era di 14 persone..

Cominciò a crescere. Molta gente si aggiungeva spontaneamente. Alla fine era un cordone di solidarietà che faceva impressione. Ci aiutavamo per trovare le medicine. Chi le poteva avere se ne faceva prescrivere scatole in più e le faceva avere a chi non poteva. Si facevano staffette per andarle a comprare fuori dall’Italia. Difficile raccontare tutto quello che si è sviluppato. Si dice che nei momenti peggiori viene fuori la parte migliore dell’essere umano. Posso dire che è proprio così. Non ho mai visto tante cose belle, emozionanti, come quelle vissute in quel periodo. Gente che si aiutava.. a zero lire. I farmaci in più che avevi li mettevi a disposizione. Legale, non legale, quando serve si fa. Perché di fronte alla morte non è che puoi stare a dire “questo è corretto”, “questo non è corretto”. Basta che sia pulito, etico e onesto. Perché la vita di mia madre era sacra e importante. E anche quella delle altre madri, figli, fratelli.

-Sì, perché ci sono in gioco vite umane.

Poi ci fu la cosiddetta “sperimentazione ufficiale”. Avevamo tanta gente che veniva a raccontare delle cose assurde. Venivano con flaconi di miscela multivitaminica che puzzavano di acetone. Le portavano da noi le mettevamo via, e gliene davamo di buone. Oppure ci dicevano “stiamo facendo il protocollo sperimentale e voi dite che ci vogliono almeno tredici ore di infusione, qua ci fanno fare un intramuscolo. Allora spiegavamo loro, come, all’interno del corpo, l’emivita del farmaco è breve; quindi, affinché si fosse copertura per ventiquattro ore, devo rilasciare il farmaco almeno tredici ore. Se fai l’intramuscolo, qual è la mia copertura? Quella sperimentazione fu uno scempio.

-Sto pensando ancora alla frase che hai detto, come nei momenti peggiori emerge il meglio dell’essere umano.

Sì, è una cosa che penserò sempre, perché ho visto che è così. E voglio anche ripetere, per l’ennesima volta, i nomi di due uomini che non potrò mai dimenticare. Il professore Marzetti e Luigi Di Bella.

-Grazie Manuela.

 

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