Resistenza umana
Non lasciate morire Gerri Giuffrida
by Duncan on feb.01, 2012, under Resistenza umana

Il ragazzo si chiama Gennaro Giuffrida, detto “Gerri”. Ha 32 anni ed è nativo di Brindisi. Di lui la madre dice “Gerry, un ragazzo come
tanti, sognatore, appassionato di moto da strada,determinato ,socievole ,con un forte temperamento, facilmente influenzabile ,come tutti ha anche degli aspetti meno piacevoli ,come l’ essere superbo ,prepotente nei confronti della vita , ma anche insicuro su quello che riguardava l’ aspetto della sua famiglia, solo dopo aver subito il fatto e con grande rammarico (compiango i famigliari della vittima), ha capito il vero valore affettivo della vita dato che di figli ne ha due e una compagna che gli è accanto”.
Lo stesso Gerri nella lettera che ha inviato al Presidente della Repubblica scrive “Sono sempre stato un tipo debole, incapace di dire no alla gente che mi chiedeva piccoli favori, ma questa mia bontà mi ha portato ad una vera e propria tragedia. Da quando avevo 17 anni ho iniziato a prendere psicofarmaci per ansia e attacchi di panico, ma la cosa che mi faceva stare ancora meglio era l’amore della mia famiglia. Nel tempo, però, gli psicofarmaci che prendevo aumentavano. Purtroppo il troppo amore della mia famiglia ha peggiorato la mia situazione, perché anche se facevo dei piccoli sbagli, loro mi proteggevano fino alla morte”.
Il riferimento all’ansia, agli attacchi di panico e agli psicofarmaci, aiuta a comprendere la particolare fragilità di questo ragazzo, e la situazione delicatissima che già viveva, che poi il carcere, e il modo in cui è stato fatto valere nei suoi confronti, ha enormemente esasperato. In carcere infatti, così denunciano Gerri e la madre, sono avvenuti episodi brutali e intollerabili che sono andati a colpire una psiche già fragile ed insicura.
Inizierò citando alcuni stralci finali della lettera di Gerri, per poi pubblicare in buona parte la lettera che la madre Angela Fuma, mi ha inviato.
Ciò che veramente conta, ai nostri fini, è l’ingiustizia che Gerri subisce, a prescindere. La subirebbe anche se non fosse innocente.
Ma quello su cui non facciamo sconti e su cui chiediamo chiarezza e giustizia totale.. E’ IL RISPETTO DELLA DIGNITA’ UMANA DI GERRI GIUFFRIDA. Il dovere morale che si faccia chiarezza sulla sua vicenda processuale, che si sappia se abbia subito brutalità intollerabili, e che, soprattutto si intervenga ORA, perché ora si comprenda la situazione che sta vivendo Gerri, e si faccia in modo che questa non porti a un punto di non ritorno.
Gerri è in isolamento da mesi. Le sue sensazioni di panico ed ansia, e di debilitamento fisico, frutto di un percorso carcerario che è stato un calvario, rischiano di esplodere nella soffocante situazione dell’ isolamento che gli impostogli nel carcere di Opera. Le sue lettere ormai rivelano disperazione e pensieri suicidi.
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–Uno dei frammenti finali della lettera di Gerri Giuffrida al
Presidente della Repubblica..
“Cinque mesi fa la Cassazione mi confermò la pena, e riuscirono ad
ammazzarmi per la terza volta. Aspettavo solo i carabinieri che
venissero a prendermi, e addirittura li chiamai io perché tardavano, e
quella attesa, nel vedere la mia compagna e mio figlio forse per
l’ultima volta, era tormentosa. Decisi che in carcere l’avrei fatta
finita.
L’8 giugno mi portarono nel carcere di Villa Fastiggi, dove, come in
ogni altro carcere, trovi appuntati che ti trattano come ad un
animale. E a me non andava giù, perché ritenendomi ancora innocente,
non potevo accettare le cose che loro mi chiedevano di fare, e quindi
venivo punito.
Dopo una decina di giorni mi trasferirono al carcere di Fermo. Carcere
infernale dove non c’è neanche lo spazio per fare due passi all’aria.
I dottori mi visitarono. In dieci giorni avevo perso circa 8 kg, avevo
attacchi di ansia e panico, e chiamavo sempre gli appuntati perché
chiamassero il dottore, che si trovava solo dalle 11 del mattino alle
19 della sera. Poi se chiami una guardia e dici che stai male, c’è
qualcuno che addirittura ti risponde, che quando muori poi ci si
pensa.
Ora sono arrivato a perdere 25 kg in 4 mesi e 15 giorni, e il mio
avvocato ha chiesto un periodo, che va dai sei mesi ai tre anni, agli
arresti domiciliari, in modo da potere essere curato, dato che sono
adesso 14 anni che, oltre all’aiuto della terapia, ho bisogno della
gente a me vicina. Sto malissimo e piango e basta. Non ho più voglia
di vivere. Non riesco nemmeno a vedere la televisione perché ci sono
solo cattiverie.
E’ venuto un mio medico di parte, che mi ha visitato e ha descritto le
mie precarie condizioni fisiche. Il magistrato ha chiesto il parere al
dirigente sanitario del carcere che non mi ha mai visitato.”
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–Lettera della madre di Gerri Giuffrida
(…..) Dopo la condanna definitiva della Cassazione è stato portato al
carcere di Pesaro provvisoriamente, perché lì non tengono detenuti con
condanne definitive superiori ai dieci anni. La stessa settimana è
stato trasferito al carcere di Fermo. Lì fu un periodo infernale,
cominciò a dimagrire vertiginosamente. Mandai subito la psichiatra
accompagnata da una psicologa. Lo trovarono gravissimo, sia
fisicamente che psicologicamente. Non aveva più muscolatura e non
reagiva più agli stimoli (un marocchino nella cella si prese cura di
lui, cercava di farlo mangiare cucinandogli un po’ di riso e lo
copriva perché lui si stava lasciando morire).
Quindi accertarono che avrebbe potuto fare un gesto inconsulto.
Subito dopo, il nostro perito ha fatto una relazione che certificava
le condizioni di mio figlio. L’avvocato ha mandato l’istanza con
questa relazione al Tribunale di sorveglianza, chiedendo per un breve
periodo i domiciliari, per dargli le giuste cure, ma l’istanza è stata
rigettata per ben due volte. Alla terza volta lo hanno trasferito a
Roma, in un carcere dove c’è un reparto in cui curano i detenuti
ammalati. Il trasferimento avvenne a sua insaputa. Lo svegliarono di
notte, dicendogli di vestirsi che doveva essere trasferito. Mio figlio
fu preso dal panico, cominciò a piangere e a supplicare le guardie di
lasciarlo lì perché stava vicino alla compagna e a suo figlio, e aveva
paura di restare solo. Ma per tutta risposta lo picchiarono senza
pietà, a calci e pugni in testa, e a calci nello stomaco e nei
fianchi. E senza soccorrerlo lo portarono in quello stadio pietoso a
Regina Coeli. Era messo così male che, quando arrivò, gli fecero
firmare che si trovava già in quello stato e che loro non c’entravano
niente. Poi lo chiusero per due giorni nudo per terra, in un buco al
buio. Lì dentro non si respirava, mancava l’aria. Ci ha raccontato che
cercava di respirare da una fessura. E a me che sono la madre, ogni
volta che lo ricordo mi sanguina il cuore. Quando siamo stati avvisati
per vie traverse del suo trasferimento, siamo partiti subito io e una
mia amica per andarlo a trovare. Ci avevano preavvisato che non
l’avemmo trovato in buone condizioni e che le guardie c’erano andate
giù pesanti. Arrivammo a Roma col cuore in gola, disperate. Ma io non
entrai, perché avevamo anche il bambino che aveva solo tre anni. Non
potevamo fargli vedere il padre in quelle condizioni, perché mia nuora
aveva capito la situazione critica. Puoi immaginare con che angoscia
rimasi fuori. Infatti, quando mia nuora entrò vide che era pieno di
ematomi giganti in tutte le parti del corpo. La testa non si
riconosceva, la faccia rovinata, sanguinava ancora dalla bocca, e
tremava e piangeva. Non poteva muoversi né mangiare.
Avevamo deciso di denunciare tutto, ma siccome hanno minacciato mio
figlio che avrebbe passato, in quel caso, guai ancora maggiori, visto
che sarebbe dovuto tornare al carcere di Fermo, timorosi decidemmo di
non denunciare più. Un mese dopo l’hanno riportato a Fermo. Quel mese
non è stato neanche un istante bene, non facevano altro che fargli
raggi dalla testa ai piedi, e imbottirlo di medicinali, anche per la
bronchite, che gli avevano fatto venire tenendolo in quello stato.
Quel mese si è cibato solo di medicinali. Potete immaginare le
conseguenze. Una volta arrivato al carcere di Fermo, le condizioni non
miglioravano. Ormai era arrivato a pensare 49 kg tutto vestito,
perdendo 25 kg del suo peso iniziale. Per cui decisero di trasferirlo
ad Ascoli Piceno (sbattuto da un carcere all’altro come fosse un sacco
di patate), dove sarebbe dovuto essere curato dato che lì c’erano i
medici tutto il giorno (medici mai visti o quasi). Qui le condizioni
peggiorarono ulteriormente, cominciarono ad aumentare le fobie, gli
attacchi di panico, ed il bisogno d’aria, perché si sentiva soffocare.
Per la disperazione ha scavato nel muro, ma subito dopo si è reso
conto di quello che aveva fatto, ed i suoi compagni di cella hanno
tentato di coprire il danno con una tenda, ma durante la perquisizione
quel buco è stato scoperto e lui è stato accusato di evasione. Lui
non voleva scappare dal carcere, anche perché sapeva che era
impossibile. E soprattutto c’era la speranza, se tutto andava bene,
che da lì a poco lo avrebbero preso al carcere di Gorgona, dove
avevano capito i suoi problemi ed erano disponibili ad aiutarlo.
Quindi, non considerando i problemi di mio figlio, lo sbattono ad
Ancona, nel carcere di Montacuto. Ogni spostamento per lui era un
trauma. Questo carcere era invivibile, si stava in condizioni pietose
e lui chiedeva continuamente di essere spostato, altrimenti l’avrebbe
fatta finita. Grazie ai nostri frequenti colloqui e alle lettere,
siamo riusciti a togliergli parzialmente questa idea dalla testa,
anche se nella sua mente il pensiero ricorre continuamente. Il suo
sfogo è stato quello di danneggiare la cella, forse sperando di farsi
spostare da quel carcere infernale. Viene nuovamente accusato di
danneggiamento di beni impropri, e spedito al carcere di Opera-Milano.
Qui viene messo in punizione, con sei mesi di isolamento con il 14
bis. E la sua condizione ora è davvero drammatica. Nelle lettere
continua scrivere che sta malissimo, e alla sua compagna continua a
dire che si vuole ammazzare, che non ha senso vivere così. Noi siamo
angosciati e viviamo con il terrore che da un momento all’altro
possiamo ricevere una brutta notizia.
Voglio salvare mio figlio. Vorrei poterlo tenere a casa, per dargli
le cure di cui ha bisogno, perché con il nostro amore potrà venire
fuori da questa depressione, pur scontando la sua pena. Se non è
possibile tenerlo ai domiciliari, aiutatemi per una comunità
riabilitativa idonea.
Non si può lasciare morire così un ragazzo tanto fragile, e per giunta
innocente. Cosa possiamo fare di più di tutto quello che abbiamo
fatto? Perché nessuno ci capisce?
Vi supplico. E’ il cuore di una mamma che vi scrive. Mio figlio se
continua a stare in carcere muore. Aiutatemi a salvarlo.
Angela Fuma
Di poche parole?… di Ciro Campajola
by Duncan on gen.16, 2012, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana, Simbolo
Questa non è una poesia.. è un inno… un Manifesto.
Se in tutta la sua vita, Ciro Campajola avesse scritto solo questa “cosa” e non avesse fatto nient’altro.. non dico scrivere.. proprio NIENTE altro… e avesse passato tuti i suoi giorni in una stanza di plastica.. basterebbe questa “cosa”.. per garantirti migliaia di anni nell’Utero della Gloria… semplicemente Grandiosa…
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Non è tanto quando tocca a te
allora
specie se la partita non ti interessa
ti giochi solo la carta necessaria a sfangarla
è quando “sta a te”
è quello il momento in cui ti metti in gioco
che scopri la tua carta
quella per te vincente
e che lo sia oppure no
non è importante
importa a te
è solo allora che saprai chi sei
quando quella carta segnerà le tue prossime partite
eliminandone qualcuna
aggiungendone qualcun’altra
quando quel che sarà
ti sarà stato dato
non solo dalle regole di un assurdo gioco
ma
per quel che hai potuto
anche da te stesso
Non è senno di poi
non bisogna aspettare per scoprirlo
lo senti da subito
è un istinto naturale come fosse un peccato originario
è qualcosa che hai dentro
è la tua natura a suggerirti le carte di volta in volta
non la tua ragione
è lei che ti porta sin dalla prima partita
a ripetere tante volte la giocata che sai non vincerà
una puntata incoscientemente cosciente di perdere
liberamente perdente
una giocata fatta pur di sedere ad altri tavoli
dove di vincere non te ne frega un cazzo
tavoli dove ti basta starci
esiliato tra gli esiliati da ogni ingranaggio
e con un buon bicchiere tra le mani
ascoltare rapito storie di chi ci sta seduto
facendone sbornia e tesoro insieme
sentirti ricco ed ebbro
e poi andare avanti così tutta la notte
a perdifiato
col cuore in gola
sudando
sentendoti
giocando
magari perfino a carte
ma giocando
non gareggiando
di gareggiare non te ne frega un cazzo
e poi magari accorgerti
che l’ultimo avventore rimasto in sala
è un’avventrice
avvicinarti istintivo al suo tavolo
mentre lo straccio già lucida il pavimento
stanco e frettoloso di riposo
e con calma
sederti e non chiederle niente
in attesa forse di qualcosa
e se qualcosa sarà
non dovrai aspettare molto per saperlo
ve lo ricorderà lo straccio ormai ridotto uno straccio
supplicante di una tregua nella quotidiana fatica del vivere
poi nel momento stesso in cui la notte diventa alba
e la serranda si abbassa sull’attimo precedente
da sapere non ci sarà più niente
è solo il momento successivo di mille momenti prima
e voi non siete lì per caso
non è orario né luogo per incontri casuali
se siete lì
è perché ci siete arrivati con le vostre occasioni
per come le avete guidate
sapete già tutto senza sapere niente
non c’è bisogno di presentazioni
dovete solo scoprire se diventerete voi stessi
un’occasione tra le vostre occasioni
Tutto sta
al valore che dai tu a quella carta
e a quanto ne dai alla posta in palio
se ne dai più a quella partita
o alla tua partita
se preferisci alzarti alla pari da quel tavolo
non affannarti troppo
non sudare
rinunciare al piatto che avresti voluto
alla “tua”vittoria
e assicurarti il meglio possibile
e i capelli bianchi
oppure andare avanti
sempre e comunque
e sempre e comunque fino al cuore di ogni cosa
non fare delle mezze misure una tua misura
mai
e fin tanto che sei vivo
di qualsiasi colore avrai i capelli
non lasciarci mai il tuo sangue a quel cazzo di tavolo
giocartelo prima nel caso
e fino all’ultima goccia
perderlo ma non disperderlo
non a quel tavolo
non è il quello tuo tavolo
e quello è tuo il sangue
se vuoi avvelenarlo sai benissimo come fare
basta rivolgerti ad altri giocatori della stessa partita
E’ così che ti conosci
non necessariamente conoscendo
la conoscenza è relativa se tu non ci “Credi”
è andando avanti a tentoni e tentativi
assaggiandoti
prendendoti anche a morsi se è necessario
non lasciandoti mai in pace
semmai intralceranno il tuo vivere
non lasciandoti mai in pace
se mai ti lasceranno in pace
è così che ti fai largo in questa vita
“quando sta a te”
facendo di volta in volta
quanto più vuoto è possibile intorno al tuo vivere
eliminando tutto quel casino
che di vuoto ne è già troppo pieno
e serve solo a incasinarti ancora di più
fino a ridurti a un ibrido addomesticato
Cazzo quando veniamo al mondo
è la prima cosa che dovrebbero insegnarci
e invece anche questo scoprirai
solo quando starà a te incassarlo
e molto dipenderà dal come saprai incassarlo
ma in seguito
comunque lo avrai fatto
ti tornerà utile
sarà un vantaggio nel setacciarti il vivere
e nel modo di incassare per vivertelo
sarai come un pazzo cercatore d’oro anche in piena merda
in pieno fango
nel pieno di qualunque altra cosa
ma sempre in pieno
non sei da mezze misure
o magari nel pieno di una pozza di sangue avvelenato di tuo
nuotando contro corrente e contro probabilità
e aggiungendo a quella fottuta pozza
anche il sale delle tue lacrime e del tuo sudore
ma senza mai smettere di cercare il tuo oro
senza mai smettere di crederci
sempre più convinto e cosciente del tuo cammino
a dispetto di quel che il tuo cammino può “sembrare”
Sembrare e vivere sono due cose diverse
ma sembra che a ricordarlo siano in pochi
e intendo
in pochi tra i pochi
quindi sta a te
consentirti o no
di vivere quel che ti fa sentire vivo
fregandotene se al mondo non piace
perché nel frattempo avrai scoperto
che il mondo
civilmente
se ne frega di quel che ti piace
che il mondo
civilmente
se ne frega del piacere in genere
preferisce ottenere piuttosto che godere
e perché anche tu
in fondo te ne freghi di trovarlo quell’oro
a te basta Crederci
è questa la differenza tra te e quelli civili
tu vuoi solo cercarlo quell’oro
battere i tuoi sentieri
evitando intralci
burocrazie
ipocrisie
posti di blocco
multe da pagare
e altre rotture di cazzo
Come vivere tra Sodoma e Gomorra
la repubblica di Salò
e quella schifosamente attuale
ed essere sempre stato multato
perché beccato a scopare dietro un’ aiuola
colpevole di calpestare i giardinetti e disturbare i vicini
urlando amore a squarciagola
eccola la civiltà:
bandire ogni naturale forma di umanità
in nome di qualunque immoralità
purché serva
ed è questa forse la carta che io
in questa civiltà
mi son sempre giocato
gridare disturbando i vicini
pagare multe pur di urlare i miei orgasmi
il mio amore
puro o profano che sia stato
ed è
convinto più che mai
che l’amore profano
è soltanto un vecchio scherzo da preti
Il “quando sta a te”
viene fuori in momenti estremi
dove anche tutto l’oro del mondo
non serve più
perché di più non c’è niente più
ma non è così
lo sembra
lo sembra perché sentiamo troppo
ma ascoltiamo poco
vediamo troppo
ma osserviamo poco
ci piace distrarci
a volte ci conviene
altre siamo incapaci
ma al momento estremo
spesso
ci accompagniamo noi stessi
e questo non ci piace ricordarlo
Il quando sta a te
te lo giochi ogni volta che ti schieri
o dalla parte del naturale
della grazia
del semplice
del rispetto a dispetto del sopruso
del sorriso a cospetto del ghigno
dell’umiltà in faccia all’arroganza
del significato sincero del “buongiorno”
del grazie se hai avuto cortesia
e del prego se ne hai data
insomma
del “niente di chissà che”
semplicemente del normale
del notare il bisogno in occhi troppo dignitosi per chiedere
e farne istintivo un tuo dovere ascoltare
nient’altro servirebbe alle civiltà di turno
Oppure adeguarti all’inciviltà
solo perché ti dicono che è la “civiltà”
calpestando in nome di questa l’umanità
la dignità invece che i giardinetti
l’andare naturale delle cose
la gentilezza
l’armonia
calpestando il sorriso e il pianto
senza una spalla disponibile
sempre da solo
non un orecchio che ascolti
non senza delegare altre orecchie
che poi a loro volta delegano
e l’amico ti manda da chi di dovere
e chi di dovere ti da l’indirizzo esatto
da chi di dovere andare
e tutti saranno giudici
e se avranno camici bianchi
ti delegheranno in camere con pareti e letti bianchi
e se avranno camici neri
ti delegheranno in camere con sbarre e camicie grigie
e in quelle stanze tu vorresti solo delegarti a Dio
ma non puoi
sei già all’inferno
Eccola la civiltà
vietare il sesso sotto le stelle
ma permettere quello malato e nascosto
sporcare l’amore
impedire i giorni a modo tuo
se non entri nei suoi
giorni affidati soltanto alla tua buona stella
e alla tua costanza nel coltivarli ogni mattino
senza bisogno d’altro
senza bisogno della civiltà
quei giorni che alla somma totale
basterebbero a avanzerebbero
per sentirti in pari almeno quella volta
perché è solo quella la volta
che vuoi sentirti in pari
non un minuto prima
un minuto prima vuoi ancora giocare
Ma la somma dei tuoi giorni
non dà il giusto peso ai giorni
bara
in questa civiltà di giusto
non c’è rimasto un cazzo di niente
tanto meno il peso
la bilancia è tarata
certi pesi non hanno peso nel vuoto
tutto è a vantaggio dell’inciviltà
neanche i “tecnici” sanno farli questi conti
pare che ciò che sia umanamente possibile fare
sia diventata la cosa più difficile da fare
E allora sta ancora a te
o arrivi a morire per vivere
o tanto vale morire
e chiederai con vergogna a Signora Vita
di spalancarti le cosce per far scempio della sua natura
di amarla così
contro natura
non è così che avresti voluto
ma è l’unico modo che hai trovato per entrare in lei
per vivere vivendola
l’unico modo in cui riesci a vivere
orgasmo comunque e vaffanculo
e allora punti il peggio a quel fottuto tavolo
perché se il piatto non offre nulla
tu preferisci il peggio al nulla
non puoi farci un cazzo
è un dato di fatto
nel mio caso un dato di fatto
in uno che si è fatto e ha già dato
Come Roberto
anche lui si era fatto e aveva già dato
o almeno così credeva
e noi più di lui
lo incontrai in quelle strade nuove
che ci portarono sulla strada di Kerouac
e di mille altre nuove letture
di musica nuova
di volti nuovi e diversi da tutti gli altri
di voci nuove
discorsi nuovi
lo incontrai quando ancora ci facevamo di tutto
tranne che di droga
a lui piaceva Hemingway
amava la sfida nei suoi versi
e gli piacevano il rock
soprattutto quello duro
e le donne
soprattutto quasi tutte
e poi dopo un po’ gli piacquero anche le droghe
soprattutto l’eroina
ma proprio a lei un giorno disse basta
Tra di noi fu il primo a farlo
noi non capimmo
dell’eroina conoscevamo solo il lato migliore
e pensavamo ancora che ne valesse il prezzo
non potevamo immaginare il conto finale
andammo avanti a farci
lui andò per la sua strada
Quindici anni dopo quel giorno
lui aveva un lavoro una donna e dei figli
aveva una nuova vita
ma sempre quel dannato pezzo mancante del mosaico
quel vuoto che non a caso cerchi di riempire in tutti i modi
un vuoto pesante come una spada di Damocle
Erano passati quindici anni
quindici anni sono un vita in certi casi
non nel suo
quel mattino l’eroina era arrapata
sedurre lui
suo vecchio amante
fu un gioco da ragazzi per lei
vecchia troia
Si infilò nelle vesti di un amico vicino di casa
tossico e disperato come lo era stato Roberto
e gli chiese aiuto per bucarsi
non riusciva a trovare una vena
erano quasi tutte bruciate
fu così che lo sedusse
le bastò mostrarsi
farsi annusare
Un unico amplesso
come ai vecchi tempi
morì con la siringa ancora nel braccio
nel cesso del suo posto di lavoro
erano passati quindici anni
quindici
stramaledetti anni
E allora conoscerai anche il prezzo dell’amore contro natura
e a sostenerti avrai soltanto le tue letture
la tua musica
l’umanità avrà altro da fare
e la civiltà sarà schierata con il prezzo
così Bukowski ti dirà che i belli non ce la fanno
ma che non invecchieranno mai giocando a dama nel parco
resteranno belli lasciando i brutti alla loro brutta vita
ed Hemingway ti ricorderà
che se hai paura della morte non potrai mai vivere
perché nei momenti di vera passione
la dimentichi la paura
come quando fai l’amore con una vera meraviglia di donna
e non c’è spazio per nient’altro in quel momento
perché l’amore totale crea una tregua con la paura
perché la paura deriva dal non amare
perché è la paura di amare che rende vigliacchi
e un uomo vero e coraggioso
è capace di guardare diritto negli occhi la morte
perché ama con sufficiente passione
da spazzare via anche la paura della morte
che poi ritornerà
e tu dovrai rifare l’amore
e dovrai rifarlo bene
con la stessa passione di sempre
e ti sembrerà assurdo che tra miliardi di persone
le uniche che ti parlano e che ti ascoltano
sono persone morte da un pezzo
morte di troppa vita
o per troppa vita
disposte a morire in qualunque momento
Allora il tuo rock incendiario
comincerà a sfumare in note blu
e il blues diventerà tua musica e vita
tua personale colonna sonora
e a ogni dolore seguirà un risveglio in te
e a ogni risveglio
avrai una cicatrice in più
ma sarai un po’ più vivo
meno accomodante
più combattivo
e continuerai per i tuo sentieri senza battere ciglio
ti fidi sempre più dei Grandi e meno dei civili
ti senti solo tra questi civili
e da solo è difficile trovarti
Scoprirai che i Grandi non sempre nascono Grandi
e non sempre arrivano a diventarlo
ma non per questo saranno meno Grandi
e scoprirai che a volte diventarlo
può toglierti la grandezza
scoprirai che non c’è poi molta differenza
tra l’Hemingway che hai letto
e certe persone che hai incontrato
troverai i Grandi nei posti più assurdi
nella puttana che ti raccatta per strada e ti rimbocca le coperte
col suo volto sfacciato e provocante
dove tu vedrai riflesso il volto immacolato di tua madre
o nel barbone nel tuo stesso posto
nella tua stessa notte
mentre tu aspetti infreddolito la tua dose
e lui ti invita a riscaldarti al suo fuoco e al suo vino
senza chiederti niente
e senza dirti niente
e a te sembrerà di ascoltare lo stesso coraggio
muto e forte
che tante volte hai ascoltato nei tuoi vecchi libri
e allora quell’uomo
lo metterai accanto a Hemingway sullo scaffale della tua memoria
e imparerai a vivere due vite in una sola
come un equilibrista su due fili
uno sotto e l’altro sopra di te
quello dove ti tocca vivere
una lama sotto i piedi
che ti permette il passo nel ghiaccio
ma ti squarcia ogni passo
e quello che ti fa vivere
il mondo che popola la tua mente
il tuo pensare
il tuo vivere
la tua pelle dalla quale non puoi fuggire
e così anche tu ti servirai del “sembrare”
ma lo userai per essere
una buona sfangata
imparerai a sembrare di esserci quando non ci sei
e ad esserci quando non sembra
da una parte avrai la civiltà da evadere
e da un’altra il tuo mondo per poterlo fare
E dovranno passare ancora miliardi di aghi nella tua carne
e miliardi di prezzi dovranno bruciare
e poi andare in cenere
prima di gettare quella siringa
dovrai arrivare come sempre al cuore
anche della morte
all’ultima goccia di sangue
e starà di nuovo sempre e solo a te
riacciuffare la vita con quell’ultima goccia rimasta
dovrai morire per tornare a vivere
le mezze misure non sono la tua misura
ma se vincerai quella partita
dopo conoscerai una strada in più per cercare il tuo oro
saprai che non è quella percorsa fino ad allora
però anche quella ti servirà nella tua strada
e sarai ancora lì
in piedi
stanco e confuso più che mai
ma ancora in cerca del prossimo rigo
E armato d’alcol e sigarette
fronteggerai l’ ennesima notte
con spalle appesantite guardate a vista
da musica stanca di ripetersi per niente
ed è allora che nel tuo blues
entrerà discreta la tromba di Chet Baker
e ti alleggerirà da tanto peso
e nel tuo sangue
arriverà calda la voce di Billie Holiday
e ti scalderà da tanto freddo
ed è proprio quello che ci voleva
e la musica lo sapeva
perché come tutto il resto
anche la musica che scorre nel tuo sangue
l’hai setacciata tu
l’hai coltivata tu
e la musica arriva sempre al momento giusto
nel posto giusto
E come un gatto domestico
in cerca di rischi per le tue abitudini
ti sentirai niente
ma non ti sembrerà attorno ci sia di più
un ampio zero con tanti posti a sedere
e con tanti altri già occupati
e cercando il prossimo rigo
abbasserai gli occhi e alzerai il bicchiere
una disperata ricerca di un qualsiasi ancora
e il prossimo rigo è già scritto
ma è il più difficile da scrivere
e tu sei ancora lì
ancora in piedi
e sei quello che sei
e potresti essere il risultato di ieri
se solo
non lo fossi stato già l’altro ieri
se non lo fossi sempre stato
Allora cambi arredamento
tieni l’essenziale
riempi il bicchiere
accendi una sigaretta
e chiedi alla musica un ulteriore sforzo
e lei per te lo farà
ti darà altro carburante
e tu ripartirai
senza nemmeno più sapere se quello che cerchi è oro
ripartirai in cerca di un segreto
e incontrerai altri Grandi
e spierai i loro segreti
e conoscerai un bambino coi capelli bianchi
e tante storie alle spalle
un bambino entrato in carcere con i capelli ancora neri
e tante storie ad aspettarlo
un bambino con tanta fame e nessuna scelta
Un bambino diventato uomo in quell’assurdo posto
e sfidando anche l’assurdo
trovando anche una coscienza nell’assurdo
una coscienza che non sapeva di avere
che ha scoperto nelle tue stesse letture
anche lui
come te
si è aggrappato a quei libri per evadere
una coscienza che cambierà la sua vita da detenuto
che non lo farà più sottostare a nessun sopruso
e che per questo
lo porterà dal carcere a un letto di contenzione
ma lo aiuterà a sopportare anche quel letto
quella coscienza
che quando poi tornerà in libertà
lo farà restare bambino
lo renderà un uomo libero
per sempre
E tu lo incontrerai in una notte assurda
dentro un bar di un paese assurdo
mentre scrive i suoi pensieri su un foglio di carta
e a te sembreranno immortali
e ancora più vivi
perché impreziositi da decine di errori grammaticali
e allora scoprirai un altro segreto
E scoprirai che il segreto dei grandi
è non sapere di esserlo
è fare i conti con le proprie insicurezze
le proprie sconfitte
insoddisfazioni
con un quotidiano da sempre ostile
cercando ancora di capire
Il segreto dei grandi è specchiarsi al mattino
e trovarsi un segno in più sul viso
la stanchezza di una ruga
e poterla attribuire alla fierezza dello sguardo
giovane
indomito
proteso oltre le ferite
Il segreto dei grandi è nel dare senza accorgersene
è sostituire con una poesia una vecchia bandiera
bisognosi comunque di un’arma
perché quella bandiera non diventi bianca
Il segreto dei grandi è nascosto nella semplicità
tenuta in vita da un’innata ingenuità
i grandi non sono mai furbi
e difficilmente vincono
e di vincere non gliene frega un cazzo
i grandi provano
credono
osano
dal primo all’ultimo giorno
e l’ultimo giorno saranno impegnati
e il giorno dopo sicuramente ricordati
Il segreto dei grandi
è di non conoscere paroloni
quelli rompono solo i coglioni
i grandi siedono al tavolo con te
e magari ascoltano
ancora ascoltano
e dopo a fine serata
quando ti alzi e paghi le tue birre
ti rendi conto che per quello che hai preso
non hai pagato un cazzo
E finalmente capirai
che per quanto a volte il posto più comodo
può sembrarti un cappio da cui penzolare
e il bandolo della matassa è sempre più lontano
tu
se vuoi
puoi ritrovarti sempre
sta a te
Ora sai che certe facce
possono ucciderti solo guardandoti in faccia
e che puoi trovarle dietro una scrivania
dietro una famiglia
o magari dietro una pistola
che gli basta un ruolo per sentirsi uomini
ma sai anche che sono maschere
maschere addomesticate da secoli mandati giù a memoria
sai che per quanto possano scopare
mangiare e guardare il mare
saranno sempre frigidi nell’amare
il loro amare è compreso nella parte
Sai che è difficile accettarlo
ma sai anche che è proprio allora
quando ti guarderanno troppo da vicino
e ti daranno la nausea
che il tuo desiderio di vita
diventa più forte di tutti loro messi insieme
ed quello è il tuo momento
la tua vita
quella che loro non potranno mai capire
né sapranno mai vivere
la vita che tu non vorresti mai perdere
E’ il momento che non potranno mai toglierti
è la tua vittoria
sai che per quanto tutto possa sembrarti senza senso
non rinunceresti mai a passare le mani sul viso di una donna
fosse anche di una sola
anche per una volta sola
a respirarle la pelle
e sentirla scivolare come verità sotto le dita
senza intoppi
e sai che ogni volta che la bacerai quel mondo resterà fuori
Sai
anzi hai imparato
che vale sempre la pena aspettare il domani
che qualche momento incontaminato si trova sempre
basta cercarlo
sta sempre e ancora a te
ogni volta
e allora non avrai regalato i tuoi momenti
a maschere che non potranno capire
E magari ricorderai di essere sempre passato
per uno di poche parole
e rileggendoti ora forse capirai perché
parli poco
ma scrivi troppo cazzo
no
le mezze misure
decisamente non sono la tua misura.
c.campajola
Contingenza annunciata.. di Giovanni Arcuri (carcere di Rebibbia)
by Duncan on gen.16, 2012, under Resistenza umana, Simbolo

Giovanni Arcuri è detenuto a Rebibbia da dieci anni. Ha 54 anni, è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati.
Contingenza Annunciata è un testo bellissimo, che ripercorre il suo percorso, dalla gioventù incontenibile e ribelle, che lo porteranno ad un eccesso che pagherà a caro prezzo in dolorosi anni di carcere, dove anche scoprirà la passione per la scrittura.
Non è una biografia, non racconta passaggi dettagliati, ma esprime il senso di una insofferenza diventata brama, desiderio di oltrepassamnto, e poi vertigine, e poi cadute, e poi risalita, e volontà di riscatto. In poche pagine si imprimono pennellate essenziali. Giovanni fin da piccolo sentiva il cappio di una vita “da buon borghese” programmata in ogni dettaglio. Volle ribellarsi a quel destino, lasciandosi trasportare dalla brama di vita, viaggi, ed esperienze. Volere andare oltre un binario già tracciato è nobile, ma Giovanni incespicò nel commercio di droga, e in una vita “di successo”, ma che lo sradicava da sè. Una vita anche avventurosa, ma troppo compromessa con mondi tossici. Cadendo conobbe dure sofferenze, ma esse non sono nulla rispetto al dolore che più lo ha tormentato e lo tormenta. Quello di avere fatto soffrire le persone care.. genitori, compagna, figlia.
La botta del carcere lo porterà a scavarsi dentro, a lavorare drasticamente su di sé, a studiare e scrivere per sopravvivere.. in un cammino arduo ma liberatorio di dignità e ricostruzione, sulla corda tesa di una rinnovata tensione morale.
Questo testo è anche un canto della scrittura, un omaggio allo scrivere, non parole retoriche, ma incarnato delle stesse spinte che animano chi scrive, Giovanni appunto. Il carcere è diventato il luogo della sua scrittura. Due libri pubblicati.. un terzo che aspetta di esserlo. La notte, quando il sipario si apre, ed entra una gloriosa, tormentata, dolce, straziata e appassionante magia. Che può conoscere solo chi, almeno una volta nella vita si è cimentato nel foglio bianco, mentre muri, freddo e rabbia lo cingevano d’assedio. E in quel foglio cercava di fare vivere la speranza e la memoria, mentre tutto intorno i passi sembrano celebrare la disperazione.
Ed alcuni momenti vengono scolpiti.. violenti come il miglior cinema. Quando l’araldo, ad esempio -colui che apre la busta della lettera davanti ai detenuti- si trasforma in un demone. E sente il godimento sadico di assaporare tutto il caleidoscopio vorticoso di emozioni che percuotono Giovanni, mentre la mente si accalca coi pensieri intorno a quel pezzo di carta. Chi è che lo invia? Cosa c’è scritto? Forse potrebbe esssere..ecc… E l’araldo gode, dinanzi al volto posseduto dell’emozione del detenuto, di un briciolo di potere sull’anima, prima di riprendere il suo cammino.
Realtà, sogni, incubi e speranze si michiano – con un andamento soffuso e tagliente insieme- in questo grandioso pezzo, degno della migliore letteratura.
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CONTINGENZA ANNUNCIATA
Rumore di chiavi, un tintinnio incessante che è la caratteristica principale del lavoro svolto dagli agenti di custodia.
Il cancello che sbatte, passi che danno il segnale inconfondibile dell’arrivo dell’assistente, anticamente chiamato secondino.
Rumori che rimbombano nella mia cella satura di pensieri.
Tra pochi giorni si compiranno dieci anni di permanenza in questo luogo. L’11 settembre furono abbattute le torri gemelle dalla furia omicida fondamentalista e dopo nove giorni i miei sbagli risalenti ai primi anni ’90, fecero sì che la mia vita, e di conseguenza quella dei miei cari, piombasse nel baratro. Purtroppo si arriva a metabolizzare gli errori solamente dopo averci sbattuto la testa, dopo che l’inevitabile è ormai accaduto. Ho lasciato senza la mia presenza una figlia di soli sette anni e una compagna fedele e di sani principi. Senza contare il dolore dei miei anziani genitori e dei miei due fratelli completamente estranei a questo tipo di cose.
Condannato per traffico di stupefacenti, nel caso di specie cocaina, alla pena di anni venti, meno tre da scontare per l’indulto, per un totale da espiare di anni diciassette. Così enunciava la sentenza della Corte di Appello di Roma che la Cassazione confermò. Per mio padre, avvocato in pensione, e mia madre medico legale, il colpo fu durissimo. Avevano sperato una vita diversa per il loro primogenito.
Fin da giovanissimo ero molto attratto dai viaggi e dal conoscere altre culture e modi di vita. Ricordo che fin da piccolo quando c’erano dei documentari riguardo paesi lontani li preferivo ai cartoni animati. Volevo sapere cosa succedeva altrove, vedevo la televisione e guardavo le riviste di viaggi in paesi lontani ed esotici.
Questo interesse cominciò a modellare la mia personalità fin da giovanissimo.
Sentivo dentro di me che il bisogno di conoscere altre situazione ed altri paesi stava maturando sempre di più. Il mio non era un atteggiamento derivante dalla voglia di dimostrare a tutti i costi d’essere diverso dagli altri o di rigetto verso una vita normale; era la ricerca di qualcosa che non esisteva nel mondo che mi circondava.
Le situazioni che interessavano i ragazzi della mia età non lo erano per me nella stessa misura. La cosiddetta pappa pronta che molti invidiavano, era per me sinonimo di costrizione, d’universo chiuso. Lo studio avviato da mio padre che mi aspettava dopo la laurea, le amicizie del jet set con le loro manie e le loro ipocrisie e tutto quello che faceva da contorno non facevano per me. Forse proprio da lì è cominciato il tutto, la voglia di costruire qualcosa solo ed esclusivamente per conto mio e conoscere il mondo e la vita lontano da tutto.
Compresi poco a poco che avevo bisogno di altri spazi e altri modi per realizzare il mio io affamato di vita. Viaggiai molto e mi trasferii a soli ventidue anni negli Stati Uniti dove vissi per alcuni anni lavorando nel campo dei preziosi. Alla fine degli anni ottanta accolsi la proposta di un mio cliente venezuelano che mi propose di entrare in società di un casinò nell’isola di Maragarita. Mi trasferii quindi nei Caraibi, dove rimasi fino a pochi mesi prima del mio arresto.
Purtroppo quando si è in giro per il mondo ci sono situazione che si prestano a farci conoscere molte persone, più o meno oneste.
Capita ad un certo punto che si ha necessità di sopravvivere non volendo chiedere aiuto ai propri famigliari che si è lasciati sbattendo la porta. Un po’ per orgoglio, un po’ per dimostrare di essere in condizione di sopravvivere senza aiuti, alla fine si fanno delle scelte sbagliate, si utilizzano determinate relazioni per trarne profitti.
Questo atteggiamento “indisciplinato” -dico così perché solo ora mi rendo conto quanto i miei comportamenti fossero sciagurati- mi ha portato a commettere reati senza che mi rendessi conto inizialmente della loro esatta gravità. Vivevo in un mondo dove non esistevano valori veri ma solo il denaro e il successo. Era una vita sulla cresta dell’onda ed il mondo sottostante dei comuni mortali lo vedevano lontano anni luce dalla nostra dimensione.
Il dolore che provo oggi non è assolutamente di circostanza, ma è il derivato di un profondo esame di coscienza. Iniziai quasi per gioco, ma ora sto pagando a caro prezzo queste scelte sconsiderate.
Il danno causato alla società per avere favorito la vendita dello stupefacente denominato cocaina è oggi per me ragione di profonda amarezza. I giovani d’oggi purtroppo non si rendono conto del male che fanno assumendo questo tipo di sostanza che distrugge i neuroni e crea drammi inimmaginabili. Quando mi dedicavo a fare da intermediario per questo genere di transazioni non me ne rendevo conto e me ne rammarico, ma orma è inutile piangere sul latte versato.
Se la felicità esiste è forse nel raggiungimento di un equilibrio.
Una volta compresi e metabolizzati gli errori commessi bisognerebbe fare tesoro di questa consapevolezza e trovare piacere dalle cose della vita, avere coraggio, anche nei momenti difficili, sapendosi adattare alle circostanze. Ricostruire la propria vita su questi presupposti.
Questo è l’atteggiamento da tenere. Per questo oggi devo andare avanti per la mia strada facendo tesoro delle esperienze vissute, essendo sempre aperto a migliorarmi, con umiltà. Ogni sera bisognerebbe fare un esame di coscienza. Potere capire se si è fatto bene o si è fatto male. In fondo siamo i migliori giudici di noi stessi.
E’ questo quello che conta veramente, non il denaro che si ha o non si ha in banca.
Oggi tutto questo mi è chiaro, ma il prezzo da pagare è stato altissimo.
Il tempo è un lusso, come l’amore. E’ difficile comprenderlo. Si ha sempre così meno tempo per stare con le persone che c’interessano, con le persone che amiamo. Sono dovuto scendere nell’abisso carcerario per comprendere tutto questo. Chi l’avrebbe detto? Coltivare amicizie, dedicarsi a ciò che ci piace, sentire una buona musica, un viaggio… Questi dovrebbero essere i parametri del buon vivere. Come moltissimi miei simili ero preso invece da questo stressante e snervante sistema consumistico che tende ad allontanarci gli uni dagli altri, a farci indossare maschere che non ci appartengono, polverizzando i rapporti veri nella corsa al benessere a tutti i costi. Ho incontrato persone d’ambienti tra i più disparati: tra i miliardari e gli abitanti di rancho o favelas, tra il brillante ma effimero mondo del jet set internazionale e quello dei contrabbandieri che atterravano di nascosto nella giungla su piste occasionali. Ho camminato fianco a fianco con individui degni dei migliori romanzi di Ken Follet o di Ludlum, sopportando le loro menzogne e i loro giochi di potere.
Ho letto negli occhi di molti bambini latino-americani e mediorientali, l’impossibilità di avere un’esistenza normale come tanti loro coetanei in altre parti del mondo.
Senza futuro, fra tragedie, ignoranza, guerre e morte…
Sono stato coinvolto, non lo nego, da ambizioni di denaro e di potere, quando ero così giovane da non comprendere cosa realmente era giusto o cosa non lo era, abbagliato dalle luci del successo. Ho conosciuto la virtù e la depravazione, ho camminato con santi e dannati, ma o potuto analizzare l’essere umano in tutte le sue forme e nelle situazioni più incredibili. Nel cammino della ricerca ho fatto delle scelte. Un essere umano nella vita dovrebbe fare quello che più corrisponde ai suoi bisogni, al suo stare bene con se stesso; parlo di ambiente di lavoro, luogo o paese di dimora, rapporti umani, ecc. Io ho scelto un cammino sbagliato.
Per non accettare a capo chino situazioni di vita piatta, da giovanissimo intrapresi una strada fatta di avventura, di rischio che purtroppo ha portato, dopo molti anni, delle conseguenze gravissime. C’è il dolore causato alle persone care per questa detenzione in cui indirettamente sono state risucchiate da un meccanismo a loro estraneo e lontano anni luce dal loro modo di vivere. Le mie scelte non dovevano coinvolgere indirettamente nessun altro. Provo un dolore immenso per tutto ciò che il mio arresto ha comportato. Non se lo meritavano, e non avevano nulla a che vedere con tutto ciò. Parlo dei miei genitori, di mia figlia, della mia compagna. Provo dolore anche per le persone a cui ho fatto del male indirettamente con le mie azioni scellerate.
Alla fine del 2001, venendo in Italia, venni arrestato per più ordinanze di custodia cautelare, per violazione della legge sugli stupefacenti. Tutti i fatti risalivano ai primi anni ’90.
Entrai così in un mondo parallelo che solo chi lo ha vissuto può comprendere appieno. Sono passato violentemente da una dimensione di grandi spazi, di quello che è stato il mio mondo per un quarto di secolo, a quelli ridotti alla minima potenza della cella di un penitenziario.
Pubblico oggi la seconda parte (per la prima vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/01/04/8364/) di questo testo assolutamente straordinario.. Contingenza annunciata.. scritto dall’ultimo, in ordine temporale, degli amici venuto ad aggiungersi alla squadra del Blog.. Giovanni Arcuri detenuto a Rebibbia.
Giovanni ha 54 anni, è detenuto da 10 anni, è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati. La sua vita è stata turbolenta, appassionata, spinta all’eccesso e alla caduta da un’insopprimibile esigenza interiore che lo faceva ribollire dentro, fin da giovanissimo. Il carcere poi piombò nella sua esistenza, come dimensione di sofferenza estrema, ma anche di risveglio e di ripensamento.
Il testo di cui oggi pubblico la seconda parte, è particolarme emblematico riguardo a tutto ciò. Ancora più della prima parte, che già era intensa e splendida. Schizza, con impressioni rapide unite a riflessioni intimissime, il succedersi di spazi di anima e di viscere, che ti entrano dentro e risuonano di tutti i sogni, i pianti, i dolori, le visioni che un uomo vive dietro le sbarre.
Ed è anche un canto della scrittura, un omaggio allo scrivere, non parole retoriche, ma incaranto delle stesse spinte che animano chi scrive, Giovanni appunto. Il carcere è diventato il luogo della sua scrittura. Due libri pubblicati.. un terzo che aspetta di esserlo. La notte, quando il sipario si apre, ed entra una gloriosa, tormentata, dolce, straziata e appassionante magia. Che può conoscere solo chi, almeno una volta nella vita si è cimentato nel foglio bianco, mentre muri, freddo e rabbia lo cingevano d’assedio. E in quel foglio cercava di fare vivere la speranza e la memoria, mentre tutto intorno i passi sembrano celebrare la disperazione.
Ed alcuni momenti vengono scolpiti.. violenti come il miglior cinema. Quando l’araldo, ad esempio -colui che apre la busta della lettera davanti ai detenuti- si trasforma in un demone. E sente il godimento sadico di assaporare tutto il caleidoscopio vorticoso di emozioni che percuotono Giovanni, mentre la mente si accalca coi pensieri intorno a quel pezzo di carta. Chi è che lo invia? Cosa c’è scritto? Forse potrebbe esssere..ecc… E l’araldo gode, dinanzi al volto posseduto dell’emozione del detenuto, di un briciolo di potere sull’anima, prima di riprendere il suo cammino.
Realtà, sogni, incubi e speranze si michiano – con un andamento soffuso e tagliente insieme- in questo grandioso pezzo, degno della migliore letteratura.
Vi lascio a Contingenza annunciata.. seconda parte.. Giovanni Arcuri.. Rebibbia.
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L’esperienza della detenzione è distruttiva, a qualunque ceto sociale si appartenga. Si abbatte come un ciclone su chi vi finisce dentro e su tutti quelli che sono a lui legati affettivamente.
Colpevole o innocente non ha importanza, si è tutti sottoposti agli stessi meccanismi ed alle stesse pressioni. Lo sono anche i nostri familiari, e quindi gli affetti in generale che pagano un prezzo molto alto.
A volte, se la pena da scontare è lunga, si riesce a salvare ben poco.
Il rapporto che il carcere impone con i familiari, e più in generale con i propri affetti, è difficile da descrivere. Nel senso che ci si espone emotivamente su argomenti che provocano sofferenze ed eccessivi coinvolgimenti personali.
L’affettività, quel bisogno irrinunciabile dell’uomo in tutte le sue espressioni, viene soppressa dal carcere con risvolti a volte drammatici.
Si incrinano convincente di anni, proprio perché la totale mancanza di manifestazione affettiva scava nel profondo, pone interrogativi esistenziali, e fa emergere con violenza quel diritto di vivere e quei bisogni che il carcere inesorabilmente impedisce.
La mia vita all’interno del carcere di Rebibbia, dove sono detenuto, è passata per numerose fasi. Dopo lo shock iniziale, ho cominciato a capire che, dovendo trascorrere molti anni in queste condizioni, dovevo trovare degli interessi per non morire interiormente, e mantenere un equilibrio mentale.
Mi sono dedicato alla scrittura fin dagli inizi della mia detenzione e sono riuscito a pubblicare due libri. L’ultimo, Libero dentro, è uscito pochi mesi fa. Per la mia autobiografia ho impiegato quasi tre anni ed ora è finalmente terminata. Ho deciso però di pubblicarla solamente quando sarò un uomo libero. Scrivere è un lavoro solitario, un lavoro che richiede disciplina, immobilità (fino a provarne il dolore nei muscoli e sul collo…) e concentrazione. Tuttavia il lavoro dello scrittore comporta nello stesso tempo una maledizione e una benedizione. La prima è rappresentata dalla pagina bianca, la seconda dal fatto che quel biancore accecante può essere riempito in qualsiasi parte del mondo. Basta un tavolo, una sedia, una presa di corrente e una connessione a internet e molta fantasia. Solo chi si trova ad affrontare la pagina bianca può capire quanto grande o quanto piccola possa essere, a seconda dei casi. Quanto pesi o quanto possa essere leggera. E c’è un momento, quando infine le parole sono fissate sulla carta, quando il foglio ha tutte le sue formichine sopra, che sollevo gli occhi e vorrei poter guardare il mare per cercare il suo riflesso. Nell’attesa di vederlo, mi limito a guardare fuori dalla finestra della mia cella e spesso immagino quel mare che vorrei avere come scenario del posto dove mi piacerebbe lavorare. Per uno scrittore o un musicista, sviluppare un lavoro di qualità non è sufficiente. L’importante è che la sua opera non finisca ad ammuffirsi in qualche scatolone o cassetto di qualche casa editrice. E in quel caso conta molto anche la fortuna.
Paradossalmente ho iniziato l’avventura di scrittore tra queste quattro mura. Non sapevo all’inizio quanto tempo mi avrebbe preso farlo, anche perché tempo a disposizione ne avevo molto.
E’ quasi sempre nella notte che comincio a scrivere, poco a poco i rumori vanno scemando, il gracchio dei televisori svanisce quando si passa la mezzanotte e un’atmosfera quasi magica pervade le mura della mia cella. Metto su l macchinetta del caffè e comincio a scrivere. Tutto questo riesce a darmi una sensazione inimmaginabile di libertà. E’ nella notte che si entra nella dimensione interiore dell’ispirazione, della riflessione e purtroppo anche dei rimpianti e della sofferenza. Quando scrivo però non sono più qui, vivo con i miei personaggi, le loro storie e le loro emozioni e sofferenze. Spesso i luoghi sono paesi dove sono stato e conosco quindi nei dettagli gli usi, i costumi, e l’ambiente in cui la vicenda si svolge. Probabilmente in stato di libertà, preso da così tante cose non sarei mai riuscito a scrivere due libri e un’autobiografia. Da questo punto di vista il carcere è stato per me un luogo dove riuscire a mettermi in discussione ed ottenere delle soddisfazioni personali che all’inizio del mio percorso non avrei mai immaginato.
Come dicevo, di solito scrivo nella notte ma oggi ho fatto un’eccezione e sto elaborando il pezzo per il Premio Goliarda Sapienza in orario pomeridiano, un orario dove comunque di solito ci si riposta. In questo momento sono solo le quattro del pomeriggio, la conta è passata alle 15:30, e non ho sentito nessuno chiamare, ma il rumore dei passi udito precedentemente ora è sempre più forte e vicino. Dedico più attenzione a quello scalpiccio invisibile per vedere che cosa succede. Regolo il volume della radio al minimo per percepire meglio il ritmo. Ascolto, cerco di comprendere, di anticipare gli eventuali sviluppi, in modo da non trovarmi impreparato ad affrontare la contingenza annunciata da quei passi.
Spesso, da fuori delle mura del mio carcere si sente il canto degli uccellini che, con le loro melodie, contribuiscono a formare l’insieme invisibile ma palpabile della vita, la vera vita che scorre lontano, ma che purtroppo non mi trascina con sé, che mi dà soltanto la gioia di affacciarmi alla finestra e guardarla scivolare.
Alcune mattine mi sveglio presto al canto di quei volatili, e mi immagino di trovarmi in campagna, nella grande casa dei nonni materni vicino Roma, dove trascorrevo le mie vacanze estive quando avevo otto anni. Passavo tutto il giorno in mezzo agli animali, mi arrampicavo sugli alberi e mangiavo i frutti appena maturi.
A volte rimango fino all’ora della conta in questo stato quasi ipnotico e dimentico di trovarmi dove sono. In carcere basta poco per essere felici, ci si accontenta dei sogni e si viaggia con la mente.
Tra i tanti sogni c’è quello che una mattina l’agente, mentre mi apre la porta alle otto e trenta, mi dica: <<Prepara la roba, sei liberante…>>. Non succede mai, ed io continuo a straziarmi nell’illusione del sogno.
Sono avvolto dallo stesso strazio, adesso che ho abbassato la musica per sentire nel corridoio vuoto i passi interminabili.
I passi non si sono ancora fermati, dove staranno dirigendosi?
Forse continueranno per l’eternità come il tic tac dell’orologio. Non è l’ora della conta, rifletto guardando l’orologio, è quasi l’ora della posta, a volte l’anticipano.
Quei passi potrebbero essere il messaggero che porta notizie, che, belle o brutte che siano, arrivano sempre attraverso lo stesso corridoio che fende silenzioso l’umanità della gente rinchiusa.
L’agente si ferma davanti il mio blindato. C’è posta per me, notizie da fuori, dalla vita vera.
Dovrei essere contento di essere ricordato da vivi, attraverso la lettera che l’impersonale agente si appresta ad aprire.
L’araldo conosce bene il suo mestiere, sa leggere le facce, l’attesa, il dolore.
Strappa al rallentatore l’angolo della busta, mentre io, con la mente cerco di premere il pulsante dell’accelleratore e con gli occhi sbircio il nome del mittente.
Mi vede aggrondare la fronte dall’impazienza perché non sono riuscito ad identificarlo, e così si sente ripagato. Il disturbo della sua camminata cerca la ricompensa nella mia faccia tesa, ed ora l’ha trovata. Guardo la sua faccia e tremo: ha assunto lineamenti spaventosi, ha gli occhi rossi e le orecchie appuntite, o è solo una mia impressione dovuta al gran caldo.
Riconosco la calligrafia ordinata e pulita di mia sorella e leggo velocemente la solita introduzione che, terminata, lascia spazio al resto della lettera, fatta di parole consolanti, e di suoni terribili. Leggo, ma mi sembra di udire le parole scritte, il suo singhiozzo invade la mia cella.
Il mio migliore amico, leggo, è morto, e lei, che lo ha visto crescere insieme a me, piange. Mi appaiono immagini sbiadite, sequenze disconnesse, tempi e spazi alterni, di anni scivolati in discordanti silenzi, lui, il mio migliore amico ormai morto, ed io che passo il tempo nell’attesa infinita di riprendere a vivere.
Chiudo gli occhi e rivedo la sua vita in pochi secondi, un’intera storia passata in rassegna con la velocità della luce. Noi alle elementari a scuola insieme, al liceo maturandi. Poi il nulla. Io lasciai l’Italia dopo il primo anno di università e vi tornai dopo molti anni, ma solamente per brevi periodi.
Lo rivedevo ogni qual volta tornavo a Roma e parlavamo sporadicamente per telefono.
Gli mandavo cartoline dai luoghi più sperduti del mondo, di cui mi disse ne aveva fatto addirittura una collezione.
Nonostante lo abbia rivisto in alcune occasioni dopo la nostra separazione avvenuta quando avevamo entrambi poco più di venti anni, ora mi accorgo che l’ultimo ricordo che ho di lui è un viso da ragazzo dove la barba era appena spuntata senza uniformità.
Tanti anni sono passati da allora, siamo abituati a misurare il tempo frazionandolo in anni, mesi, giorni, ma quando si pensa ad un amico, un’amante o un parente, si misura ricordando gli avvenimenti più importanti della sua vita, a quel punto divenuti sbiaditi, oppure i lineamenti del suo viso sempre più stanco.
Penso al tempo che è scivolato furtivamente dalla mia vita, e lo spezzo in due periodi; una prima parte in cui il mio amico mi era vicino, presente e vivo; ed un’altra in cui è lontano ma ugualmente vivo, sempre fermo nei suoi vent’anni, eternamente presenti nella memoria.
Questo secondo periodo si compone di molte altre vicende, che hanno come scena il carcere dove sono. Non so se è stato felice o triste, se era amato, oppure odiato. Non so nemmeno come era il suo volto nel momento del decesso. Ignoro se era magro o grasso, ricciuto o stempiato, sorridente o triste.
Noi in carcere conserviamo sempre un ricordo immutabile di chi muore o di chi è lontano. Ho trascorso questi anni di detenzione ricordando in modo anacronistico i miei amici, i miei parenti, le mie donne. Ricordandoli nella loro gioventù, ormai conservata soltanto da me, e cambierò le loro immagini nella mia mente, soltanto se un giorno potrò sostituirle con quelle reali, soltanto se potrò rivederli.
Nel caos di occhi sinceri, bocche indulgenti e dolci, distinguo persone appartenenti al passato, che una volta riempivano il quadro della mia esistenza.
Tutto si muove incolore, senza un ordine di spazio o di tempo.
Ne riconosco tanti, ma non tutti. Mi salutano, mi sorridono, mi fissano intensamente come l’ultima volta che li ho visti.
Quelli che non ci sono più, come il mio amico, hanno lo stesso privilegio di essere rimasti nella mia mente più giovani e più belli di quello che erano nel momento della loro morte.
Forse è per questo che ora mi sorridono: in fondo desideriamo sempre che gli altri ci ricordino belli e giovani, dopo la nostra scomparsa.
La contingenza annunciata è avvenuta come anche quella della mia vita verso la quale, a differenza del segnale dell’araldo , non avevo colto gli avvertimenti che forse avrebbero impedito questo stato di cose. In ogni caso ora chiudo la lettera e finisco di scrivere per inviarvi il pezzo.
Giovanni Arcuri
Roma, dicembre 2011
Per chi non accetta la situazione
by Duncan on dic.09, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana

“Non hai accettato la situazione”.. dicono…
Dietro questa frase c’è un mondo. Certe frasi valgono più di mille volumi. Dicono tutte. Non ha accettato la situazione. Accettare.. accettare.. accettare. Ci sono bambini dislessici che si sono laureati, nonostante tutti avessero detto che sarebbero rimasti ritardati, e che la laurea non era alla loro portata. Ci sono bambini autistici, che adesso vivono alla grande, nonostante tutti dicessero che avrebbero vissuto tutta la vita semiaddormentati. Ci sono persone i cui difetti visivi non erano “recuperabili”, ma che adesso hanno buttato gli occhiali. Ci sono malati di Alzheimer che cominciano a riafferrare lembi di memoria. Ci sono persone in coma profondo, che si sono risvegliate dopo quindici anni, quando già per gli altri erano morti. Ci sono malati di tumore, di sclerosi multipla, di cancro, che sono guariti nonostante tutte le diagnosi contrarie, o nonostante avessero dato loro al massimo un flebile lumicino di speranza. Ci sono schizofrenici che non potevano guarire, ma sono guariti lo stesso, nonostante si dica che dalla schizofrenia non si può guarire. Ci sono oracoli ribaltati, profezie smentite, pronostici sovvertiti. Non accade sempre, ma può accadere. Fosse anche solo un caso su un milione, avrebbe comunque senso lottare. E poi, dov’è il confine? Alcuni sono esaltati e illusi? Ma chi può stabilire di sapere sempre dove corre la sottile linea che distingue la follia dal coraggio della speranza? Quella linea che separa le teste nella sabbia dagli occhi capaci di vedere più lontano, chi è capace di indicarne esattamente il tracciato? E quante volte gli illusi di oggi sono stata i vincitori di domani? E quante volte la speranza derisa ha cambiato tutti i binari, i treni, i vagoni. E’ chilometrica la lista di coloro che “non accettarono la situazione”. Ad alcuni di essi oggi accendiamo candele in quel territorio della mente e del cuore dove vivono le stagioni di gloria e onore, e su di loro scriviamo canzoni, e leggiamo libri. Ma un tempo furono presi a pietrate. E si racconta che Demostene era un gracile ragazzino, e la voce usciva flebile, ma divenne uno dei più grandi oratori di tutti i tempi. Forse la sua fortuna è stato non incontrare mai qualcuno che gli dicesse che doveva “accettare la situazione”. O qualcuno lo avrà trovato anche lui, ma decise lo stesso di non accettarla. “Sì, ma se poi non serve a niente? Se ci si prova e non si ottiene niente?” Ma la vittoria non è tutto, anche solo il fatto di averci provato accende qualcosa in noi. Quel bambino resterà autistico, magari, ma la madre e il padre avranno provato vertici di tenerezza, cura e dedizione, e una traccia di bene e bellezza l’avranno lasciata comunque, in loro e in lui.
“Ma non è possibile!”, continuano a dire “non è possibile, sono vaneggiamenti, la situazione ha dei limiti oggettivi. Ma.. la realtà è così grande per potere dire che tutto è stabilito. Ci sono poteri che voi non conosceste. I persiani persero a Maratona, chi ci avrebbe scommesso? Ci sono forze che smuovono montagne. E se hai questa spinta fortissima nel cuore, allora tenta, provaci. Avrai in cambio solo occhi perplessi, parole di compatimento e derisione, ma tu continua. Alcuni giorni sarai solo, alcuni giorni vedrai solo nebbia, alcuni giorni avrai le ginocchia sbucciate, alcuni giorni ti sembrerà di essere davanti al muro bianco, alcuni giorni saranno violenti come una tagliola. Ma tu.. continua..
Thomas Sankara- un Uomo
by Duncan on nov.06, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, politica

Qualcuno ne ha mai sentito parlare. Come pietre sdrucciolevoli il mondo si sparpaglia in milioni di storie, incuneate appena come scheggia o frase su un muro, a volte dimenticate del tutto.
Milioni di pagine non possono essere lette, e non conosceremo mai tutti i volti, tutti i volti che hanno rivolto al sole la faccia bella delle nuvole, il cuore segreto della luna.
Thoma Sankara uno sperduto presidente di uno sperduto paese africano, Burkina Faso, “Paese degli uomini integri”.
Una noticina su qualche giornale, a suo tempo,
Uno dei nomi aggrovigliati nella tormentata storia dell’Africa.
Qualcuno che ha camminato in piedi, in un mondo dove tutti strisciano.
La storia dell’Africa è stata per decenni una storia di complicità. Non solo di colonialismo rapace e dominazione occidentale. Ma di comlplicità tra questo colonialimo/questa dominazione.. e corrotte, irresponsabili e demagogiche elité politico-militari africane che fecereo dei loro innumerevoli stati una spelonca di porci. I leader africani furono complici a pari diritto dei manovratori occidentali e delle multinazionali. Ingrassarono i loro conti in svizzera, alimentarono le loro 10000 amanti, fomentarono guerre folli e tribali, che ridussero alla disperazione intere collettività e si prostituirono ai grandi interessi occidentali.
Lo fecero quasi tutti.
Thomas Sankara fu uno dei pochi che camminò in piedi..
Integrità. Paola d’ordine, ieri, ora, e sempre.
Una sua frase..
“Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”
Parole non solo razionali, e logiche, ma DEGNE, per l’onestà che portano dentro.
Visse umilmente Sankara, mentre i suoi contraltari degli altri stati africani soffocavano in un lusso osceno.
E poi.. vedeva chiaro..
Capiva che i modelli e le “soluzioni” raramente vengono “gratuitamente”. E se ti porgono una mano, con l’altra preparono le catene… disse..
“Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le
spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di
venderci per anni”.
Non mi sembra così inattuale una affermazione del genere no?
E ce ne è un’altra che mi sembra ancora meno inattuale..
“Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo
pagarlo.
Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata
con perizia.
Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo
sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne
altrettanto certi”.
Non vi fa venire in mente qualcosa? Non vi richiama qualcosa?.. parole come.. deb.. i.. to…?…:-)
Vi lascio a un bellissimo testo su di lui….
Salutamos
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“L’Africa agli africani!”,
urlava a un mondo sordo *Thomas Sankara *alla metà degli anni Ottanta.
La guerra fredda era agli sgoccioli, le speranze sorte dopo l’affrancamento dal dominio coloniale – il 1960 era stato dipinto come l’anno dell’Africa tra proclami e belle parole – erano state ormai strozzate da decenni di sfruttamento economico, disarticolazione sociale e inerzia politica. Le multinazionali invadevano le ricche terre d’Africa, mentre gli Stati del Nord del mondo imponevano condizioni commerciali che impedivano lo sviluppo dei Paesi africani, schiacciati tra debito estero e calamità naturali.
Il 4 agosto 1983, in Alto Volta, iniziava l’esperienza rivoluzionaria di Thomas Sankara, capitano dell’esercito voltaico giunto al potere con un colpo di stato incruento e senza spargimento di sangue. Il Paese, ex colonia francese, abbandonò subito il nome coloniale e divenne *Burkina Faso*, che in due lingue locali, il *moré* e il *dioula*, significa “*Paese degli uomini integri*”.
Ed è dall’integrità morale che Sankara partì per tagliare i ponti con un triste passato e con deprimente presente. Pochi dati illustrano quanto grave fosse la situazione: tasso di mortalità infantile del 187 per mille (ogni cinque bambini nati, uno non arrivava a compiere un anno), tasso di alfabetizzazione al 2%, speranza di vita di soli 44 anni, un medico ogni 50.000 abitanti.
“Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”*, era solito ripetere Sankara, che visse un’infanzia di miseria (“Quante volte i miei fratelli e io abbiamo cercato qualcosa da mangiare nelle pattumiere dell’Hotel Indépendance”) e povero, come gli altri burkinabè, è sempre rimasto.
Le auto blu destinate agli alti funzionari statali, dotate di ogni * comfort, vennero sostituite con utilitarie, ai lavori pubblici erano tenuti a partecipare anche i ministri.
Sankara stesso viveva in una casa di Ouagadougou, la capitale del Paese, che per nulla si differenziava dalle altre; nella sua* dichiarazione dei redditi* del 1987 i beni da lui posseduti risultavano essere una vecchia Renault 5, libri, una moto, quattro biciclette, due chitarre, mobili e un bilocale con il mutuo ancora da pagare.
“È inammissibile”, sosteneva, “che ci siano uomini proprietari di quindici ville, quando a cinque chilometri da Ouagadougou la gente non ha i soldi nemmeno per una confezione di nivachina contro la malaria”*.
Negli stessi anni i suoi omologhi si trinceravano in lussuose ville o agli ultimi piani dei migliori hotel, lontani anni luce dai bisogni quotidiani della popolazione. Per esempio il presidente della Costa d’Avorio, Felix HouphouëtBoigny, aveva fatto costruire in pieno deserto una pista di pattinaggio su ghiaccio per i propri figli. Quando alcuni capi di Stato si offrirono per donare a Sankara un aereo presidenziale, la risposta fu che era meglio fare arrivare in Burkina Faso macchinari agricoli.
E la terra burkinabè non è mai stata particolarmente fertile, inaridita dall’Harmattan, il vento secco proveniente dal deserto del Sahara che lambisce i confini settentrionali del Paese.
Per ridare impulso all’economia si decise di contare sulle proprie forze, di vivere all’africana, senza farsi abbagliare dalle imposizioni culturali provenienti dall’Europa:
“Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per anni”.
“Consumiamo burkinabè”, si leggeva sui muri di Ouagadougou, mentre per favorire l’industria tessile nazionale i ministri erano tenuti a vestire il *faso dan fani*, l’abito di cotone tradizionale, proprio come Gandhi aveva fatto in India con il *khadi*
Le magre risorse vennero impiegate per mandare a scuola i bambini e le bambine – nel 1983 la frequenza scolastica era attorno al 15%– e per fornire *cure mediche ai malati*, organizzando campagne di alfabetizzazione e di vaccinazione capillare contro le infermità più diffuse come la febbre gialla, il colera e il morbillo.
L’obiettivo era di fornire 10 litri di acqua e due pasti al giorno a ogni burkinabè, impedendo che *l’acqua* finisse nelle avide mani delle multinazionali francesi o statunitensi e cercando finanziamenti che fossero funzionali allo sviluppo idrogeologico del Paese, non al profitto di pochi uomini d’affari.
Il Burkina Faso divenne un esempio per le altre nazioni, governate da élite corrotte e supine ai dettami provenienti dagli istituti economici internazionali.
Se un piccolo Paese, condannato anche dalla geografia (il deserto avanzava verso sud di sette chilometri all’anno mangiandosi campi coltivati; esiste un solo corso fluviale e non c’è alcuno sbocco sul mare) riusciva a levare il proprio grido di dolore e di insofferenza e a dimostrare che i problemi che affliggevano l’Africa si potevano risolvere, cosa avrebbero potuto fare Paesi con immense risorse naturali?
Il 15 ottobre 1987 Sankara, che a dicembre avrebbe compiuto *38 anni*, veniva ucciso: troppo scomodo, troppo generoso, troppo attento alle esigenze della povera gente.
Quando i giovani africani cominciarono a chiedere ai propri governanti di seguire l’esempio di Sankara, il complotto prese forma e coinvolse chi, in Burkina Faso, in Africa e in Europa, non poteva tollerare la sua indisciplina e la sua semplicità.
In quattro anni Sankara aveva invitato i Paesi africani a non pagare il debito estero per concentrare gli sforzi su una politica economica che colmasse il ritardo imposto da decenni di dominazione coloniale. Dominazione che era anche culturale:
“Per l’imperialismo”, affermava, “è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.
Ecco così spiegato l’impulso dato al *Festival Panafricaine du Cinéma de Ouagadougou* (Fespaco), la più importante rassegna continentale, con il fine di sviluppare la cinematografia locale a scapito di quella europea, uno dei tanti strumenti per legittimare la superiorità dei “bianchi” e l’inferiorità degli Africani.
Nel 1986, durante i lavori della 25esima sessione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) tenutasi a Addis Abeba, Sankara espresse in modo molto semplice perché il pagamento del debito doveva essere rifiutato:
“Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo. […] Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata con perizia. […] Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi”.
Sempre a Addis Abeba, Sankara invocò il *disarmo*, proponendo ai Paesi africani di smettere di acquistare armi e di dissanguarsi in dispute fomentate dall’estero per protrarre l’arretratezza e la dipendenza del continente.
L’invito era di adottare misure a favore dell’occupazione, della tutela ambientale, della pace tra i popoli, della salute.
A New York, qualche mese prima, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Sankara aveva tuonato contro l’ipocrisia di chi fornisce aiuti ai Paesi in via di sviluppo (mentre per altre vie si inviano armi) e contro l’egoismo di chi, per esempio, si rifiuta di investire nella ricerca contro la malaria – che in Africa provoca ogni anno milioni di morti – solo perché è unamalattia che non riguarda i Paesi del nord del mondo.
“Ci sentiamo una persona sola con il malato che ansiosamente scruta l’orizzonte di una scienza monopolizzata dai mercanti di armi. […] Quanto l’umanità spreca in spese per gli armamenti a scapito della pace!”.
Sankara espresse la convinzione che per eliminare i lasciti coloniali fosse indispensabile avviare un processo di *unione di tutti gli Stati* (dal Maghreb al Capo di Buona Speranza) del continente, che doveva diventare un’entità politica coesa e rispettata sul piano internazionale:
“Mentre moriamo di fame e nel nostro Paese ci sono migliaia di disoccupati, altrove non si riescono a sfruttare le risorse della terra permancanza di manodopera. Se ci fosse maggiore cooperazione, potremmo arrivare all’autosufficienza alimentare e non dovremmo più dipendere dagli aiuti internazionali”.
Primo passo era la fine dell’*apartheid* in Sudafrica, dove la minoranza “bianca” godeva in realtà del sostegno economico dei Paesi occidentali. Sankara ebbe parole di rimprovero per tutti, a partire da François Mitterrand:
“Che senso ha organizzare marce contro l’apartheid, mentre si producono e si vendono armi al Sudafrica?”.
Forse non è un caso che Sankara venne ucciso quattro giorni dopo che a Ouagadougou si era tenuta una Conferenza panafricana contro l’*apartheid*.
Il “Président du Faso”, come viene ancora oggi ricordato dai burkinabè, si è sacrificato dimostrando che è possibile rispondere, all’africana, ai problemi dell’Africa, con chiarezza e talvolta ingenuità, come quando chiese che “almeno l’1% delle somme colossali destinate alla ricerca spaziale sia destinato a progetti per salvare la vita umana”.
Dinanzi alle Nazioni Unite Sankara liberò davanti al mondo intero, ponderando con attenzione ogni singola parola, il grido di dolore di miliardi di esseri umani che soffrono sotto un sistema crudele e ingiusto:
“Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel”.
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Tratto da
Carlo Batà
*L’ Africa di Thomas Sankara*

Parole sfuggite di mano.. di Ciro Campajola
by Duncan on nov.06, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana

Abbiamo già pubblicato altre grandiose poesie di Ciro Campajola, oltre che parlare del suo libro (vai al link.. http://www.bornagain.it/wp/2011/08/03/ciro-campajola-il-libro/). Questa che pubblico oggi è un altro dei suoi vertici. Ne approfitto per informarvi che il 13 novembre Ciro terrà una presentazione del suo libro presso la libreria Ubik di Catanzaro Lido (per ulteriori informazioni vai al link facebook.. http://www.facebook.com/profile.php?id=1459098408&ref=tn_tinyman#!/event.php?eid=253378158048298).
Vi lascio a quest’altra grande creazione di Ciro Campajola.
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Stai qui
adesso
sul tuo divano
il tuo disco suona
la tua sigaretta è accesa
un bel po’ di passi sul groppone
ed è proprio questo
l’unico abito che ti calza a pennello
quello che ti sta intorno
quello che vedi
ascolti
fumi
odori
quello di cui sei impregnato
quello che emani
che ti piaccia o no
che piaccia o no
quello che sei riuscito a conservare
è così che va
un bagaglio continuamente disfatto
milioni di indirizzi lontano da come sei nato
ognuno di noi nel momento in corso
con milioni di momenti alle spalle
milioni di bagagli
diversi per ognuno di noi
con spalle diverse per ognuno di noi
diverse le circostanze
i motivi
le strade
gli incontri
le combinazioni
le scommesse
quelle vinte
quelle perse
quelle tentate e poi bestemmiate
quelle non puntate e poi rimpiante
quello
che di volta in volta
ti ha portato al momento in corso
dove a decidere per te
sono i momenti trascorsi
vissuti
decisi dalla tua guida
quello che sei riuscito a conservare
quando non serve più starci a pensare
ormai sei quello che sei
e non puoi farne a meno
il caso non è più solo casuale
ora dipende anche da quello che sei
il momento in cui
qualunque momento diventa il tuo momento
la tua seconda pelle
e tu stesso diventi
nel bene o nel male
quello che sei riuscito a conservare
non tutti raggiungono questo momento
io ho conservato la mia musica
e tutte le volte che ci ho fatto sesso
tutte le alcove
ho conservato le mie letture
le pagine corse a cento all’ora
cercate
divorate
digerite
setacciate come un cercatore d’oro
rimasticate lentamente
assaporate con la pelle
assorbite
e poi custodite nel giro del sangue
per correrle ancora
le parole scritte a modo mio
le tele dipinte di colori miei
è in questi momenti che mi sento a casa
su fogli imbrattati
di sfumature o di parole
ma con la mia grafia
non con la loro pagella
è questo che sono riuscito a conservare
quello che testardamente
furiosamente
ho voluto
e saputo conservare
è qui che con la sigaretta accesa
causa del MIO male
con la MIA musica in sottofondo
che stasera ancora scrivo
con parole sempre più MIE
parole ben mal-educate
addestrate
sdegnate
distaccate
qui
nel mio momento in corso
in mezzo alla “realtà”
alle due realtà
quella che sta oltre la mia finestra
e quella che dovrebbe essere in realtà
quella che pensavi che fosse
un po’ per come te la raccontano
una sorta di realtà “didattica”
non reale
e molto perché
quando vieni al mondo
avverti a pelle come dovrebbe essere
avverti naturale il bisogno di giocare
di ridere
di piangere
gridare
amare
fare sesso
e poi farlo ancora
e poi ancora
ancora
e gioire
sentire piacere
e
sentirti piacere
trovi naturale il bisogno
qualunque bisogno
di ripararti dal caldo come dal freddo
di poter contare su tutti gli altri
non vedi un solo motivo per non farlo
non immagini
che per fare questo
dovrai fare i conti con il reale che la realtà ti offre
sarà il primo paradosso che incontri
ma non potrai riconoscerlo
poi man mano
cambi sempre più indirizzi
fai il primo bagaglio
e nel prossimo
tu ancora non lo sai
qualcosa non c’entrerà
e dovrai scartare
pensare
decidere
e già allora sceglierai
quello che sei riuscito a conservare
per la prima volta vedrai in faccia quel ragazzino
quel negretto africano
quello con il torace divorato dalla fame
la pancia gonfia di solo aria
e ti chiedi perché lui sia così diverso dagli altri bambini
così diverso da te
e non ti spieghi
come cazzo faccia a tenersi quelle mosche in faccia
non ti spieghi la sua passività
e se chiedi in giro ti diranno
che “questa è la realtà”
e tu sei ancora piccolo per capire
anche tu sei un bambino
non vedi una folla che lo aiuti
come in realtà dovrebbe accadere
o credevi dovesse accadere
vedi gente che succhia anche le ossa di quel bambino
nella realtà vedi chiaramente L’IRREALE
per la prima volta vedrai un’altra realtà
per la prima volta diffiderai della realtà
dovrai farlo tante altre volte
se vorrai salvarti il culo
per poi arrivare
forse
al tuo momento
quello che sei riuscito a conservare
poi
a quel bambino
e alla tua vista
si aggiungerà la bimba nuda
terrorizzata
coperta con solo un cappello di paglia
che tiene stretto con la mano
come un disperato scudo
quella bimba vietnamita che corre sotto le bombe
quella bimba
che ancora oggi fugge e piange nella sua foto
esausta
sotto le bombe di altre terre
e dovrà apparirti il pinguino in tv
e pugnalarti lo sguardo
dovrai vederlo sporco
soffocato di petrolio
senza più luce nelle piume
opaco
offeso
indignato
moribondo
mentre un manichino senza espressione
dice qualcosa che nemmeno ascolta
e non potrai cambiare canale
poi una notte incontrerai una ragazza
anche lei nuda
e anche lei
lontana milioni di indirizzi da come è nata
la vedrai gelare al freddo
sotto una luna al neon
in un’indifferenza di ghiaccio
e non vedrai nessuno che la copre
solo vermi che le girano intorno
e una canna di pistola dietro la schiena
e quello che vedi è REALE
ma in realtà dovrebbero aprirsi cento porte
cento coperte dovrebbero avvolgere
accogliere
riscaldare quella ragazza
proteggerla da quella pistola
e non dovrebbero esserci vermi oltre la pistola
in realtà quella ragazza viene stuprata due volte
in una sola volta che si ripete ogni volta
l’ ho incontrata quella ragazza
e ho incontrato le sue sorelle
mi hanno raccolto per strada
e rimesso in piedi
mentre la realtà mi passava addosso indifferente
loro mi hanno accolto nel loro momento
in quel che avevano potuto conservare
erano tutte puttane
e nessuna di loro aveva scelto di esserlo
e nessuna di loro era “facile”
non c’erano donnine allegre tra le puttane
erano semplici donne
ed erano tutte tristi
splendide vergini sacrificali
lacrime silenziose sul volto dell’indecenza
pianto senza peccato
immacolate
e immolate
sul rogo del peccato di qualcun altro
e capisci sempre di più
che la realtà devi costruirtela tu
sceglierti i pezzi buoni
e dovrai farti un culo così per riuscire a farlo
e non è detto che ci riuscirai
dovrai decifrare lo sporco e il pulito
vestirti di entrambi
vivere quello che sembra e quello che è
dovrai avvicinare il tuo naso
rischiare la puzza
sfidare l’infezione
ora sai che non è come te la raccontano
né come la pensavi
non ti fiderai più dell’evidenza del bianco e del nero
dovrai toccarli con mano
dovrai attraversarli
che sia bianco o che sia nero
dovrai arrivare al cuore del colore
vivere del suo battito
assaggiarlo sulla punta della lingua
sporcarti la pelle
e dopo guardarti allo specchio
solo così potrai vedere la verità
la tua verità
riflessa sulla tua pelle
lei non mente
mai
dovrai saper scegliere la dose e il colore
il giusto bianco e quello nero
dovrai saperli miscelare
adeguarli al momento
la gradazione buona oggi
potrebbe non coprire domani
dovrai ribaltare il concetto di coerenza
coniugarlo con l’incoerenza
è lei il cammino
è lei che offre un domani
magari migliore
la coerenza è solo muschio che si forma
un alibi per invecchiare senza rischio di vivere
capirai questo
e in una volta sola
non ascolterai più milioni di persone
né miliardi di parole a memoria
e Il solito “tossico” che dorme drogato e beato
ti sembrerà meno beato e più malato
meno tossico e più ragazzo
sarà molto meno sfacciato ai tuoi occhi
molto più doloroso da vedere
e magari ti verrà di capire
prima non ci avevi mai pensato
avevi già domande e risposte sull’argomento
quelle che ti avevano raccontato
quelle che mai avresti pensato di farti
o potrebbe capitare di avvicinarti troppo
di farti risucchiare dall’infezione
e allora
se avrai i tuoi colori
le tue pagine
quelle corse e quelle scritte
quello che sei riuscito a conservare
avrai più possibilità di venirne fuori
magari più forte
o perlomeno meno debole
rafforzato di fragilità
se di tuo non avrai conservato niente
se dovrai affidarti alla “realtà”
la realtà ti seppellirà
senza il fondo irreale di quella realtà
non avresti mai visto quest’aspetto della realtà
la realtà cannibale
e allora tante cose ti sfuggono di mano
come queste parole adesso
che non accennano a fermarsi
che non riesco a trattenere
come gocce diventate torrente
come un torrente straripato
e tante mani si allontaneranno
senza giudizio non sapranno come tenerti a bada
senza motivo non potranno più etichettarti
catalogarti
ingabbiarti
e tu hai tolto motivo al loro giudizio
e se chiederai una mano
ti daranno leggi
parole
cavilli
giustificazioni
alibi
tutto tranne che una mano
e se il giorno ti impedisce di dormire
ti daranno sonniferi per la notte
per addormentarti di giorno
e se urlerai il giusto
cambieranno la giustizia
e dovrai rimboccarti le maniche
aggrapparti ad altre mani
al palmo nero del mendicante
che ti raccontavano sporco
e ti accorgerai che era solo nero di strada
non era sporco
sporche sono i milioni di mani lavate
che sarai costretto a stringere ogni fottuto giorno
e qualche notte
ti ritroverai a cercarlo quel barbone
come una boccata d’ossigeno
come la cosa più reale che tu abbia mai visto
resterai a guardarlo il tempo di una birra
e ti racconterà secoli di vita senza accorgersi di te
e tu senza accorgertene
ti ritroverai nei tuoi vecchi vicoli
quasi a cercare un ritorno a casa
e non ti farai più tante domande
e se per mangiare dovrai rubare
rubare non sarà da condannare
sarà il reale
ti ricorderai che “questa è la realtà”
e allora te ne fotterai della realtà
e se per avere una mano bianca
dovrai tornare al mercato nero
lo farai
senza timori e senza rimorsi
vuoi rimanere sveglio di giorno
e non ti farai fregare
cerchi solo il giusto per te
quello che sei riuscito a conservare
quello che ti serve per continuare a farlo
ora sai distinguere il bianco dal nero.
Ciro Campajola
I malvagi sono solo un milione
by Duncan on ott.16, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana

La letteratura sa essere meravigliosa nel rendere come in quadro, in immagini vivide e potenti, sensi molto profondi. Il testo che leggerete naturalmente non va preso alla lettera, e pur tuttavia, non è totalmente privo di fondamento. Il senso di base secondo me è reale..
Riporto da subito la frase finale, prima di lasciarvi al testo.
“Ecco tutto”, concluse. “Il mondo è governato da un milione di malvagi, dieci milioni di stupidi e cento milioni di vigliacchi. Gli altri - sei miliardi di persone, inclusi i due qui presenti – fanno più o meno ciò che viene detto loro“, concluse,
Lapidaria come un mattone in testa..
Ringrazio Grazia Paletta, che mi ha fatto conoscere il libro meraviglioso, da cui è tratto questo brano. Un libro che non ho ancora finito, ma che già so essere uno dei libri più belli che io abbia mai letto.
—-
Tratto da
Shantaram
di Gregory David Robert
“Il mondo è governato da un milione di malvagi, dieci milioni di stupidi e cento milioni di vigliacchi!”, disse Abdul Ghani con il suo più forbito accento oxfordiano, leccando il dolce al miele che stringeva fra le dita grassocce.
“Il vero potere è dei malvagi -ricchi, politicanti, fanatici religiosi- e le loro decisioni determinano il destino del mondo, che è segnato da avidità e distruzione”.
Si fermò per guardare la fontana che mormorava nel giardino battuto dalla pioggia, come se fosse la pietra umida e scintillante a dargli l’ispirazione. Allungò una mano, prese un altro dolce al miele e se lo ficcò in bocca tutto intero. Mi rivolse un sorrisetto di scusa come per dire: “So che non dovrei, ma è più forte di me”.
“I veri malvagi non sono più di un milione in tutto il mondo. Quelli veramente ricchi e potenti, quelli che prendono le decisioni che contano… un milione al massimo. I dieci milioni di stupidi sono i soldati e i poliziotti che fanno rispettare le decisioni dei malvagi. Eserciti e polizia di una dozzina di nazioni importanti, più quelli di una ventina di altri paesi: in totale dieci milioni di uomini in grado di esercitare un potere effettivo. Spesso sono coraggiosi, non lo nego, ma anche stupidi, perchè sacrificano la vita per governi che li considerano soltanto pedine su una scacchiera. Prima o poi vengono traditi o abbandonati. Le nazioni dimenticano in fretta i loro eroi di guerra”.
(..)
“Poi ci sono i cento milioni di vigliacchi”, proseguì Abdul Ghani stringendo il manico della tazza di tè fra le dita grassocce, “vale a dire i burocrati, pennaioli e imbrattacarte che fanno finta di niente e permettono ai malvagi di governare. Il capo del dipartimento, il segretario del comitato, il presidente dell’associazione. Dirigenti, funzionari, sindaci, magistrati. Quella gente si difende sempre dicendo che si limita ad eseguire gli ordini: “Faccio solo il mio mestiere, niente di personale, se non lo facessi io di sicuro toccherebbe ad un altro”.. Cento milioni di vigliacchi che sanno la verità ma tengono la bocca chiusa , mentre firmano documenti che portano un uomo davanti al plotone d’esecuzione, o condannato un milione di persone a una lenta morte per fame”
(..)
“Ecco tutto”, concluse. “Il mondo è governato da un milione di malvagi, dieci milioni di stupidi e cento milioni di vigliacchi. Gli altri - sei miliardi di persone, inclusi i due qui presenti – fanno più o meno ciò che viene detto loro”
(…)
Il mondo è morto. Viva il mondo
by Duncan on ott.16, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Picchia forte la pioggia sul vetro,
quando arrivano gli sputi è il momento migliore,
provateci sempre,
—-
Fumo all’arrivo..
Il Faraone si alza dall’accampamento. Segni inafferrabili sulle pareti. E mentre parla buio dagli occhi, Officiano vergini sventrate. Le canzoni sembravano Barocche…”Si trata di costruire scale di pietra e di fango, e bollini sul cranio, biglietti da visita”. E ride.
—-
Ma non arrendetevi,
quando il quaderno si riempie della lista dei buoni e delle pecore nere,
e spifferi sono il minuto prima del corridoio e della sua corsa di lepri,
Fino al gradino che precede il Salone,
e il cassetto delle stelle appese al cartone
—-
Il Faraone ora tace, vengono avanti le Comari Nere, stile Bene Gesserit, in vecchie mani muovono i dati: “Sbirulin sbirulà, ecco come si combinano i segmenti di fiato e tempo, ecco come si spiega l destino. Segui i dadi, prendi la lingua, e poi fai i tuoi calcoli, coglione… falli bene”.
—-
Ma voi non arrendetevi mai,
c’è chi dipinge con un mano sola, senza pennello, solo con la mano, e lo fa percuotendo il sonno, percorrendo l’estuario, anche 40 ore senza dormire,
Provateci sempre,
un passo è per la foto. L’altro per le labbra, il terzo per la rabbia, il quarto per la gloria.
—-
Ma adesso le vecchie, lasciano entrare i Ministri, colleto sottile bianco, occhi a tagliola, camminano a rombo, la terza onda dal cappio, la terza onda a partire dal cappio, fanno un rapido cenno, come un saluto salasso, e riempiono il palco, forse un pianoforte suona, amano gli accompagnamenti, e parlano insieme, come un’eco asfissiante “Hai mai visto cosa più grande? E allora adora il nostro peto in secula seculorum…. il granito è sontuoso, non basta?” Il resto sono gesti. Alla fne entrano i ballerini e le scimmine.
—-
Ma voi non arrendetevi mai…
conoscevo un posto da bambino, una sorta di casa rotonda, altissima,
abbandonata forse, sembrava impossibile arrivarci, dovevi arrampicarti, non c’erano vie disossate,
un giorno ci arrivai, dento era vuota, ma era sempre rotonda, come una casa Hobbit,
era troppo tardi per tornare a casa, mi avvicinai al precipizio, che dava sul mare,
avrei passato la notte là,
il mondo è morto
viva il mondo,
il mondo è morto
viva il mondo.
Vampiri Energetici
by Duncan on ott.16, 2011, under Controinformazione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Vi è mai capitato di entrare in un lougo e sentirvi inspiegabilmente carichi e sereni? Oppure depressi e malinconici. E soprattutto, vi è mai capitato di stare con alcune persone e sentirvi forti, sicuri, pieni di entusiamo, di fiducia, di passione? Oppure di ritornare a casa dopo alcune ore passate con altre persone e sentirvi cupi, stanchi, pesanti, sfiduciati, deboli?
E’ una esperienza che davvero poche persone possono dire di non aver vissuto.
Bene, quelle persone che sembrano indebolirci, che si aggrappano come cozze allo scoglio inondandoti di negatività, che se c’è un barlume di positività in te fanno di tutto per spegnerlo, ch ese hai qualche speranza la fanno appassire.. quelle persone che con la loro sola presenza ti trasmettono stanchezza e tensione.. sono ladri di energia.
Vampiri.
Questo testo lo raccolsi diversi anni fa. Si può considerarlo esclusivamente il parto di una mente disturbata. Si può anche prenderlo totalmente alla lettera e diventare preda della paranoia, fissandosi sulle parole e vedendo vampiri ovunque. Entrambe queste strade sono un vicolo cieco.
Si può vedere invece il messaggio, il nucleo vivente, la sperimentata sensazione viscerale che queste visioni e teorie portano con sé, per trarne insegnamento per la nostra esperienza di vita. Radicalizzare in potenti immagini evocative è una delle mosse geniali dell’arte fantastica per colpire l’immaginario destandolo dal torpore con l’effetto tellurico delle sue geniali metafore. La storia che stiamo narrando adesso è stata già rappresentata da grandi opere di fantasia.
Dal film “Essi vivono” di John Carpenter, alle varie versioni de “L’invasione degli ultracorpi”, da “Matrix” al “Vampiri” di Dilan Dog. La grande arte fantasy è da sempre specialista nel narrare i lati oscuri reali estremizzandoli in operazioni simboliche che provocano uno scuotimento della coscienza. In questo senso è “etica”, a differenza della fantascienza di puro intrattenimento. E il ritorno costante di questa metafora è un buon indizio del fatto che essa risponde a una sensazione diffusa a livello esistenziale.
Nel testo che leggerete c’è una intervista a Mario Corte che nei primi anni 2000 scrisse un testo sui vampiri energetici.
A un certo punto dell’articolo Mario Corte dice “gli uomini si riconoscono, senza alcuna possibilità di errore, dall’attitudine a usare il loro potere, grande o piccolo che sia, per fare doni agli altri, mentre i Vampiri usano il potere sempre ed esclusivamente per ottenere energia”.
Vampiro è allora un termine-evocativo che ci aiuta a centrare la mira. Vampiri sono quelli che prendono ma non danno, quelli che ti sfruttano fino al midollo per poi buttarti via quando non sei più utile.. quelli che hanno un atteggiamento puramente strumentale e che operano come predatori.
Ma vampiri non sarebbero solo individuoi che incointriamo per la via. Vampiri sono quelle strutture mediatiche, economiche, politiche che prosperano sulla diffusione di immagini e sensazioni di sfiducia, impotenza, apatia.. e soprattutto paura.. E mi viene in mente Dune “la paura uccide la mente.. la paura è la piccola morte che uccide la mente..” Paura-paura-paura, ecco il mantra di un sistema-vampiro. Sistemi che prosciugano energia e fiducia, perchè più le persone sono deboli e impotenti più sono docili e manipolabili.
Un altro passaggio interessante è quando Corte dice “Dove c’è confusione c’è vampirismo. Dove l’atmosfera è dominata dalla prepotenza, dal salto logico, dalle affermazioni categoriche, dalle astuzie dialettiche, dall’idea che la ragione stia tutta da una parte e il torto tutto da un’altra, dove con l’altro si dialoga non per apire, ma solo per affermare, lì c’è vampirismo.”
E’ la metafora che conta. Il succo è che ci sono persone capaci di fare stare male gli altri. E ci sono persone insieme alle quali stai bene. Ci sono persone che ti fanno sentire su di giri.. e persone che ti sfiancano in un mare di negatività… Persone che sembra ti prosciughino. Questo è il succo del “vampirismo energetico”, fenomeno che in un certo senso è sempre stato conosciuto, anche se ha assuno metafore e simboli differenti nel corso del tempo.
La metafora dei vampiri è utile perchè è l’ennesimo invito alla esistenza. In una realtà in cui lo scambio energetico è costante è un overe essere forti. Lasciarci guidare dal nostro potere interiore non a forze esterne. E’ questo ciò che si intende con Sovranità Personale.
E’ una metafora che ci ricorda anche che.. c’è chi costruisce catene.. hi è soggiogato da catene.. e chi spezza le catene..
Salutamos Compagneros
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I vampiri? Ladri di energia
di Giampiero Cara
Abbiamo incontrato lo scrittore romano Mario Corte, autore di un libro
straordinario, intitolato “Vampiri Energetici – Come riconoscerli,
come
difendersi” (Ed. Il Punto d’Incontro). Secondo lui, i vampiri non sono
solo
creature mitiche, che succhiano il sangue in Transilvania, ma anche e
soprattutto persone reali, che succhiano energia agli altri per
riempire il
proprio vuoto interiore. Una visione rivoluzionaria ed affascinante,
anche
se a tratti inquietante, che lasciamo che sia lo stesso Mario Corte a
spiegarci in dettaglio nel corso della lunga intervista che segue.
VAMPIRI, TRA MITO E REALTA’
- Come, quando è perché é nato tuo interesse per i “vampiri
energetici”?
“L’interesse per il mondo dei Vampiri energetici ha cominciato a
piantare un
campo-base dentro di me in due diversi momenti: il primo, assai lungo
per la
verità, è stato il momento dell’esperienza; il secondo, brevissimo ma
traumatico, il momento della coscienza.
“Il primo è durato praticamente tutta la vita, contrassegnato da
esperienze
molto dure; dure non perché a me siano capitati eventi in assoluto più
gravi
di quelli che capitano ad altri, ma perché, per natura, io ero portato
a
vivere qualunque cosa restando sempre in un contatto molto stretto con
i
sentimenti, senza tutte quelle anestesie psicologiche alle quali si
ricorre
normalmente per non soffrire.
“Il secondo, il momento della coscienza, è cominciato solo pochi anni
fa,
quando mi sono reso conto, senza possibilità di ritorno, che esisteva
un
confine molto preciso tra persone ‘comuni’ e altre ‘vaccinate contro
l’
elemento S’ (dove S sta per Sentimento), cioè persone che sono state
private
di energia al punto tale da subire una sorta di mutilazione, di
asportazione
dei sentimenti più semplici e umani. E il Vampiro è esattamente
questo:
qualcuno che non è più in grado di vivere i sentimenti come una
risorsa
naturale, un alimento, una luce, ma li tratta come cose strane,
complicate,
inutili, dannose. Il ricordo di qualcosa che lui non ha più lo
incattivisce,
lo spinge a combattere l’Elemento S come se ne avesse il mandato
divino, a
tentare di debellare anche negli altri sottigliezze, sfumature,
scrupoli e
noiose necessità di fondare la vita sul senso di giustizia. Come è
avvenuto
per lui, pretende che anche gli altri sostituiscano il sentimento
debellato
con una serie di vuote contraffazioni: sentimentalismo, auto-
mitizzazione e
retorica di sé, verniciatura generale di valori politici, ideologici,
culturali o puramente pratici.
“Il momento della coscienza è stato come il risveglio in un incubo
tanto
cercato quanto temuto, comunque duro, perché tra i ‘vaccinati’ ho
riconosciuto gente che aveva attraversato il mio cammino in
precedenza,
gente che lo attraversava in quel momento e gente che era stata sempre
nella
mia vita e che ora, come il Re della fiaba, girava disinvoltamente
senza più
indosso gli abiti di quell’illusione che fino a quel punto mi aveva
annebbiato la vista; e mi sorrideva, oppure mi minacciava, ma in ogni
caso
continuava imperterrita a giocare i suoi giochi energetici. Allora ho
accettato una verità che da sempre mi ero rifiutato di accettare: che
gli
uomini si riconoscono, senza alcuna possibilità di errore,
dall’attitudine a
usare il loro potere, grande o piccolo che sia, per fare doni agli
altri,
mentre i Vampiri usano il potere sempre ed esclusivamente per ottenere
energia”.
- Quali sono le principali somiglianze e differenze tra il mito
letterario
del vampiro e il “vampiro energetico” di cui parli nel tuo libro?
“Le analogie sono moltissime, e inquietanti, tanto che, come spiego
nel
libro, sembra quasi che tra i due tipi di Vampiro vi sia più una sorta
di
simbiosi che una semplice somiglianza metaforica. Anzi, se qualcuno
credesse
all’esistenza dei Vampiri, gli verrebbe spontaneo pensare che sia
proprio il
Vampiro umano il preparatore di una condizione infernale in cui chi è
abituato a fare il predatore in vita lo fa anche dopo la morte. Ma io
mi
occupo di Vampiri di questo mondo, e posso solo dire che, come il
Vampiro
letterario si nutre del sangue per alimentare la sua illusione di
esistere,
così quello ‘umano’ si nutre di energia per costruire mondi illusori
dove
trovare riparo e intrappolare le sue vittime. Per ogni genere di
Vampiro l’
illusione è fondamentale: illusione di esistere, illusione della
superiorità
di certi esseri su altri esseri (come se esistessero una ‘razza
predatrice’
e una ‘razza preda’), illusione di poter evitare in eterno l’incontro
con la
vera faccia che li guarda dallo specchio ogni mattina. Anzi, a
proposito di
specchi, c’è una chiara analogia anche riguardo a uno dei modi per
sconfiggerli: riuscire a metterli davanti allo specchio, dove vedranno
riflesso qualcosa che non gli piacerà affatto, cioè il proprio nulla.
“Un’altra analogia sconcertante con i Vampiri dell’oltretomba è che ai
Vampiri umani non interessa assolutamente nulla di noi come persone:
loro
hanno un fine da perseguire e noi, anche se rientriamo in qualche modo
nei
loro programmi, vi rientriamo in qualità di risorse, non di persone.
Entrambi si avvicinano alle prede con il semplice intento di
soddisfare una
squallida necessità ‘alimentare’: mai per scambiare, ma solo per
prendere.
“Ma l’analogia più inquietante, forse, è quella che ha a che fare con
il
momento in cui si svelano, in cui per la prima volta riusciamo a
scorgere in
loro i segni inequivocabili della loro condizione, in cui ci
incontriamo con
l’orrenda sorpresa di scoprire in loro il predatore e in noi la preda:
quella è davvero una cosa insostenibile; è un po’ come scoprire una
brutta
malattia. È in quel momento che quasi sempre scegliamo non solo di
rinunciare a lottare, ma di rinunciare a sapere, e torniamo a
illuderci, a
sperare di esserci sbagliati.
“Le differenze, invece, purtroppo per noi, vanno tutte a vantaggio dei
Vampiri. Mi spiego meglio: il Non-morto letterario può farci pena solo
prima
di scoprirne la vera natura, dopo no; se ci fa pena mentre gli
tendiamo una
trappola per mettergli davanti uno specchio o per mostrargli la croce
o per
colpirlo al cuore con un punteruolo, per noi non ci sarà salvezza, e
quell’
esitazione non solo ci costerà la vita, ma vorrà dire anche entrare a
nostra
volta nella schiera dei Non-morti.
“Il Vampiro umano, invece, può farci pena sempre, anche dopo che lo
abbiamo
scoperto con i denti conficcati nelle nostre vene, perché, in fondo,
non ci
sta mica uccidendo: ci sta solo privando della nostra dignità e della
nostra
forza vitale. Ecco la trappola: noi crediamo veramente che, per il
solo
fatto di non avere i denti aguzzi e il colorito tombale lui non sia
pericoloso. Ma esattamente come il suo omologo d’oltretomba, il
Vampiro
umano è preda di una forza negativa che lo possiede, e quella forza è
implacabile. La persona può ‘farci pena’, la Forza-Vampiro no. Ma se
cederemo alle sue brame vampiriche non avremo affatto pietà per la
persona,
ma per la Forza che la domina. Nutriremo questa e spingeremo sempre
più noi
e lui verso l’abisso”.
I VAMPIRI E LE LORO VITTIME
- Nel libro entri molto in dettaglio a proposito delle varie tipologie
vampiriche e delle loro caratteristiche, ma se dovessi sinteticamente
rivelare, in poche righe, la caratteristica essenziale comune a tutti
i
vampiri energetici, quale sceglieresti? O, se preferisci, visto che il
vampiro, come sottolinei più volte, è una forza e non un individuo,
che
cos’è soprattutto che permette alla forza vampiro di impossessarsi di
qualcuno?
“Terrò le due risposte distinte, anche se le due domande tendono a
convergere. Una delle caratteristiche più comuni all’azione vampirica
è la
tendenza a compiere piccoli atti di malignità, di maleducazione, o di
semplice mancanza di gentilezza, come non rispondere a una domanda o
lasciar
cadere nel vuoto un’osservazione o non ricambiare un saluto, o un
sorriso.
Atti che sono pieni di sostanza negativa, ma che, se denunciati,
diventano
semplici mancanze di forma. Così noi, se ci offendiamo, vuol dire che
siamo
formali, mentre lui, che è pratico e va al sodo, è una persona di
sostanza.
Lui infrange certe regole in vigore tra gli esseri umani; noi, pur
notando
il suo comportamento, neanche ci offendiamo; ma, se parleremo di
quella
circostanza, faremo la figura di chi si offende.
“Un’altra caratteristica comune a tutti i Vampiri è che operano
rigorosamente alle spalle delle loro vittime. Intendiamoci: non solo
alle
spalle, ma comunque sempre anche alle spalle. E non importa se
l’azione
proditoria preceda, segua o accompagni le aggressioni dirette contro
di noi,
perché comunque non può mancare. Il Vampiro non può fare letteralmente
a
meno di lavorare anche alle spalle. Così come non può fare a meno di
farci
arrivare in qualche modo l’eco di ciò che di nascosto sta facendo: è
tenuto
a questa osservanza come certi demoni sono tenuti a mescolare sempre
qualche
verità alle loro menzogne. Ed è così che si svela, quando tenta di
farci
‘firmare’ quello che ha già detto ad altri di noi. Ho conosciuto un
Vampiro
che aveva raccontato in giro che la sua preda era in gravi difficoltà
economiche. Ebbene, questo Vampiro, quando incontrava la preda,
infarciva i
suoi discorsi di caute, ‘ingenue’ allusioni a debiti, gioielli
venduti,
ipoteche su case e altri argomenti correlati con una rovina economica,
sperando che la vittima ‘firmasse’ almeno uno degli argomenti sui
quali lui
aveva costruito la sua squalifica sociale. Bastava che la vittima, pur
non
‘firmando’ nulla, si lasciasse andare a qualche generica espressione
di
preoccupazione di tipo economico perché il Vampiro si sentisse
abilitato a
rincarare la dose di menzogne ai suoi danni presso terze persone.
“Per quanto riguarda l’altra domanda, la Forza-Vampiro si impossessa
di una
persona in seguito a sofferenze, delusioni, lacerazioni, traumi,
privazioni
affettive. Ma attenzione: questo non toglie nulla né alle
responsabilità
della persona, che sopporta la maligna presenza della Forza-Vampiro e
che ne
sfrutta tutta la malizia, né alle strategie di difesa e di
contrattacco che
è giusto adottare verso i Vampiri da parte dei non-Vampiri. Purtroppo,
invece, il fatto che i Vampiri abbiano sofferto diventa una chiave
culturale
di straordinaria importanza a loro vantaggio, come tutti gli argomenti
basati su concetti del tipo ‘con quello che mi è capitato’ o ‘parli
bene tu,
ma che ne vuoi sapere’ o ‘vorrei vedere te al posto mio’. Argomenti
micidiali, di fronte ai quali o ci si arrende, o si rischia di fare
della
morale bacchettona (del tipo “sì, ma questo non ti giustifica
affatto”), o
addirittura di ritrovarsi a fare loro da terapeuti, per guarirli dai
traumi
che hanno cambiato la loro vita. Ma lì bisogna fare attenzione, e
farsi tre
domande: qual è il confine tra la comprensione e l’erogazione delle
energie
vitali di cui quella persona ha bisogno per compensare le proprie
perdite? E
perché noi, proprio noi, che nella sua vita siamo innocenti, siamo
stati
scelti da lui per fornirgli quelle energie che altri gli hanno
sottratto? E
infine, è proprio vero che la nostra vita è stata così
straordinariamente
migliore della sua? Ma farsi domande è quasi impossibile, quando si è
in una
trappola vampirica, e allora, senza accorgercene, preferiamo donare
energia”.
- Quali sono, per contro, le caratteristiche che maggiormente ci
predispongono ad essere “vittime” dei vampiri?
“La vittima perfetta è quella che ha subito gravi privazioni
d’affetto, ma,
nonostante ciò, ha resistito all’infezione vampirica e non è divenuta
a sua
volta preda della Forza-Vampiro. Queste persone, infatti, proprio
perché
bisognose d’affetto e di attenzione, sono portate a scambiare certi
atteggiamenti vampirici per attenzione personale, o per affetto,
finendo per
cedere facilmente a rapporti nei quali danno tutto senza ricevere
nulla e, a
volte, per accettare relazioni ‘effettive’ segnate da violenze
psicologiche
o persino fisiche.
“Quando parlo di ‘conservazione della specie degli innocenti’ mi
riferisco,
oltre che ai bambini, anche a queste persone, verso le quali dobbiamo
conservare un rispetto pieno, riservando ai Vampiri tutto la
riprovazione
che, per una deviazione culturale, tendiamo a gettare addosso a chi
cade in
certe trappole. I vampiri si avvalgono enormemente del fatto che la
società
tende a condannare gli ‘ingenui’ molto più dei ‘furbi’. Conservare il
rispetto verso chi è vittima di un Vampiro è un’operazione ardua per
chi,
come avviene in questa società, è abituato a scrollarsi di dosso il
problema
dei predatori addebitandolo alle prede; ma è un’operazione in grado di
cambiare sostanzialmente qualcosa nel modo di percepire le cose della
vita,
preparando scenari in cui il parassitismo dei Vampiri venga infine
escluso
dal novero dei valori sociali e restituito al suo livello di scoria
dannosa”.
LA “FORZA ANTIVAMPIRO”
- E quali sono, infine, le caratteristiche fondamentali della
“forza-antivampiro” che anima chi vuole difendere l’innocenza dagli
attacchi
di vili predatori? E che consigli daresti alle stesse vittime per non
farsi
sopraffare?
“La caratteristica primaria della Forza-AntiVampiro è quella di
rendere
invulnerabili alla tentazione di sacrificare gli innocenti alle brame
dei
Vampiri. Un AntiVampiro può anche decidere di sacrificare se stesso,
ma mai
un innocente al suo posto, esattamente come può perdonare qualunque
cosa a
proprio nome, ma mai perdonare per conto terzi, assumendosi la
responsabilità di sollevare un Vampiro dal peso di un atto di
aggressione a
un innocente. Quella tentazione è l’anticamera della morte, e la
Forza-Vampiro è una forza troppo viva e sveglia per addormentarsi in
cambio
di favori dai Vampiri.
“La Forza-AntiVampiro è una Forza che accompagna ogni situazione al
suo
miglior destino, una Forza contro la quale la vigliaccheria dei
Vampiri si
infrange, costringendoli a smettere il loro gioco. È la Forza che,
quando
proprio deve intervenire, lo fa per risolvere la questione, non per
intrattenersi con essa. La Forza-AntiVampiro ci impedisce di
vergognarci dei
nostri sentimenti, ci spinge ad andare per la nostra strada, ci fa
impiegare
le energie nella cura del nostro progetto di vita, dei nostri affetti,
dei
nostri valori, senza tangenti ai Vampiri. I ‘figli’ della Forza-
AntiVampiro
sono persone che non lanciano sfide a nessuno ma che, se vengono
sfidate da
un predatore, raccolgono ogni sfida, senza eccezioni e senza
esitazioni.
“Per non farsi sopraffare dai Vampiri, infine, c’è una sola strada:
rendersi
conto che è in atto un gioco energetico proprio nel momento in cui
quel
gioco ha luogo. A partire da lì, tutto può diventare più facile,
perché le
varie tecniche collaterali (non raccogliere le provocazioni, non
reagire mai
con senso di scandalo, non lasciare mai sul tavolo una sola fiche
energetica
puntata dal Vampiro) presuppongono comunque il supremo sforzo di
riuscire a
cogliere l’attimo esatto in cui avviene l’aggressione. Se quello
sforzo
riesce, in quel momento si sprigiona un’enorme quantità di energia.
“Essere svegli in quel momento significa sapere senza ombra di dubbio
che
durante un gioco energetico anche il Vampiro sta spendendo un’energia,
sta
puntando una posta. Da quella percezione si passa a una sorta di
tremore
interno, di emozione paragonabile a quella che si prova nello
spogliatoio
prima di una partita molto importante, o prima di un esame da quale
dipende
il nostro futuro. Quel tremore interno (che è la prova che il nostro
motore
energetico è in moto) può prendere due strade: 1) trasformarsi in
pietà per
la Forza-Vampiro che ci troviamo di fronte e spingerci a compiacere il
Vampiro in tutti i modi possibili (come se servirlo fosse il più
grande
onore), con il risultato di sprecare sia la nostra energia sia quella
che il
Vampiro aveva puntato come ‘posta’ energetica; 2) provocarci una sorta
di
spontanea interruzione del dialogo interno, in grado di farci vedere
quei
fotogrammi della realtà che prima ci sfuggivano, di dare alla
pellicola la
velocità che vogliamo noi, ed eventualmente di usare il tasto ‘pause’
per
osservare i gesti del Vampiro e studiare il suo comportamento. In
quest’
ultimo caso, l’energia sarà stata usata bene, e difficilmente il
Vampiro si
sfamerà.
- Visti soprattutto, ma non solo, gli avvenimenti di questi ultimi
tempi,
con politicanti senza scrupoli che non esitano a versare sangue
d’innocenti
per fare i loro più che discutibili interessi, ti sembra si possa
legittimamente dire che il mondo è dominato da vampiri?
“Io credo che il mondo sia dominato dai Vampiri perché noi non-
politici ci
accostiamo alle cose della politica imitando i politici, cioè
rimescolando
in un unico guazzabuglio mentale aspetti razionali, etici e politici
dei
grandi temi che ci sollecitano e ci sovrastano.
“Noi non-politici dobbiamo imparare a testimoniare la giustizia: solo
quella. La politica è una degna e utile professione, ma è una
professione
che richiede di fare solo i propri interessi e di ‘stare da una parte’
e non
dall’altra. Per questo bisogna avere ben chiaro il confine tra la
valutazione morale e la valutazione politica di un fatto. Un politico
è
portato a mescolare assieme i due elementi e a dare giudizi morali
mentre
sta facendo politica. Un politico ha sempre da sostenere punti di
vista
utili alle sue strategie, ma pretende di presentare le argomentazioni
a
sostegno di quei punti di vista come il frutto di una oggettiva e
serena
valutazione morale dei fatti. E questo è assai meno naturale, perché
questo
spetta a noi, non a loro. Ma noi, purtroppo, mentre stiamo esprimendo
i
sentimenti che stanno nel nostro cuore, ci ritroviamo, quasi senza
accorgercene, al loro fianco, perché siamo convinti che senza di loro,
che
sono potenti, non si otterrà nulla.
“Faremo un grande passo in avanti verso la giustizia sulla Terra
quando
capiremo che dobbiamo agire in proprio, rinunciare alle loro
prestigiose
sponsorizzazioni, ai loro marchi, ai loro gadget. Ci muoveremo in modo
efficace e organizzato solo quando capiremo che agire accanto a loro è
un po
‘ come visitare un terreno da trasformare in parco per bambini in
compagnia
di uno degli speculatori che vogliono costruirci case o fabbriche.
- In base alla tua esperienza, in quale campo della vita sociale e/o
personale vedi particolarmente all’opera forze vampiriche?
“Dove c’è confusione c’è vampirismo. Dove l’atmosfera è dominata dalla
prepotenza, dal salto logico, dalle affermazioni categoriche, dalle
astuzie
dialettiche, dall’idea che la ragione stia tutta da una parte e il
torto
tutto da un’altra, dove con l’altro si dialoga non per capire, ma solo
per
affermare, lì c’è vampirismo. La malattia vampirica non si può mai
identificare con uno specifico ambiente, campo o potere. Magari fosse
così:
i buoni starebbero tutti da una parte e i cattivi dall’altra. Noi
saremmo
oppressi, è vero, ma saremmo anche coscienti della nostra uguaglianza
civile
di fronte a un nemico potente.
“Purtroppo queste sono fiabe: il vampirismo è trasversale. È una delle
sue
caratteristiche fondamentali, ed è una delle chiavi della sua potenza.
Certi
personaggi politici, per esempio, fanno più impressione dei Vampiri
che
abbiamo accanto, e attirano tutta la nostra preoccupata attenzione, ma
solo
perché gli diamo un’importanza spropositata, perché ne facciamo dei
miti,
seppur negativi, perché permettiamo loro di occupare l’intero nostro
orizzonte psicologico. Mentre noi dibattiamo, litighiamo, ci
accapigliamo su
grandi temi politici nelle case, negli uffici, nelle piazze, nelle
trasmissioni televisive, in Parlamento, nel frattempo padri e madri
terrorizzano bambini innocenti, e fa poca differenza che ciò avvenga
con la
brutalità fisica o con il potere delle parole taglienti, degli sguardi
sprezzanti, dell’indifferenza che annichilisce la dignità; nel
frattempo,
vengono abbandonate a se stesse persone che una parola, un sorriso, un
gesto
di amicizia potrebbero salvare dalla rovina o dal suicidio; nel
frattempo,
quasi ottomila italiani l’anno, tra cui donne, bambini, anziani,
muoiono
ammazzati, schiacciati, bruciati sulle nostre strade, assassinati
dalla
guida pericolosa, dall’ansia di arrivare primi di gente che non
rispetta
nessuna regola, di gente che è tra noi, con cui prendiamo l’ascensore,
che
ci saluta frettolosamente sul pianerottolo, che ci sfreccia accanto
ogni
giorno superandoci da destra, e che prima o poi può uccidere. Il
vampirismo
è forse il più trasversale dei mali”.
- A parte “Vampiri Energetici”, hai scritto o scriverai altri libri
dedicati
ai vampiri? O magari ci sono anche altri progetti, tipo film (e qui se
vuoi,
puoi accennare anche al vampiro del cinema) o altro in cantiere?
“Ho appena ultimato una raccolta di racconti e sto preparando un nuovo
saggio sul vampirismo. Il saggio, che è un po’ il ‘seguito’ di
“Vampiri
energetici”, verterà sulla Paura, sulla capacità del Vampiro di
trasmetterci
dosi di panico per stabilire il suo dominio su di noi e aprire fessure
psichiche dalle quali far uscire l’energia. In questo nuovo lavoro,
sto
approfondendo un concetto che nel primo libro avevo appena abbozzato:
che il
compito dell’AntiVampiro non è redimere i Vampiri; se lo fosse, lo
spirito
di proselitismo del quale la nostra cultura è intrisa rischierebbe di
trasformare l’operazione in una sorta di missione, con il risultato di
nutrire i Vampiri proprio con la nostra attenzione ‘salvifica’. Il
vero
compito è liberare la persona dalla paura e restringere il campo
d’azione di
chi la produce e la usa a proprio vantaggio. Compiuta questa
operazione, l’
obiettivo è raggiunto, perché non è importante avere la certezza che,
da
quel momento, nel mondo c’è un Vampiro in meno, ma che quel Vampiro,
anche
se resta tale, da quel momento ha una vittima in meno. Il resto verrà
da sé.
“Nella raccolta di racconti c’è anche una storia molto lunga, quasi un
romanzo breve, che ho impiantato sulla struttura portante di un
racconto che
avevo pubblicato qualche anno fa, ampliandone alcune parti. Si chiama
“Expositio ad bestias” ed è la storia di un bambino che, pur non
avendo
genitori Vampiri, è vampirizzato da una nonna e da una zia che
esercitano un
potere sulla sua famiglia in quanto detentrici di un segreto sui suoi
genitori. Nel racconto, all’azione vampirica umana si affianca anche
un’
azione di magia nera che si richiama a tradizioni popolari che erano
ancora
ben salde quando io ero piccolo e delle quali ho ricordi sommari ma
inquietanti. Penso che questo racconto potrebbe diventare un buon film
‘antivampirico’, anche perché un film è in grado di raccontare certe
teorie
molto meglio di un saggio. Ma certamente, prima di pensare a un film,
ho
altro da pensare: scrivere, diffondere l’idea che dal vampirismo ci si
può
liberare, aiutare le persone che si rivolgono a me per capire che cosa
possono fare, e aiutarle senza utilizzare alcun metodo che
interferisca né
con la loro vita personale né con l’eventuale lavoro psicologico o
terapeutico che alcuni di loro svolgono”.-
(……)
A proposito di esempi concreti, puoi citare qualche personaggio
famoso che
ti sembra esprima in modo particolare la forza vampiro, oppure, come
si usa
dire, è meglio non fare nomi?
“Nomi se ne potrebbero anche fare, ma contemporaneamente bisognerebbe
fare i
nomi dei loro complici-avversari, di tutti quelli che potenziano i
grandi
Vampiri con la loro attenzione frustrata, spasmodica, avvelenata, con
quel
modo di dire le cose sempre a denti stretti, con in faccia una smorfia
di
disgusto, con il veleno sotto la lingua, con lo stiletto tra i denti.
Non è
così che si vincono i Vampiri. I sentimenti vanno vissuti per intero
nel
nostro laboratorio interiore, fino a quando non si siano trasmutati in
oro
puro, in luce pura, in una lama tagliente che riflette solo bagliori
di
verità e di giustizia. La vera forza sta nel lasciar cuocere quei
sentimenti, non nello sbatterli in faccia all’avversario come schizzi
di un
veleno che, somigliando al suo, non farà altro che nutrirlo. Avvenuta
la
trasmutazione, si capirà che per vincere ci vuole strategia, non urla,
rispetto per l’individuo e intento implacabile contro la forza che lo
domina, non cieca frustrazione.
“Non faccio nomi perché non finirei mai di elencare tutti i veri
complici
dei grandi Vampiri, soprattutto di quelli che militano non nelle loro
stesse
schiere, ma in quelle dei loro oppositori”.
- Qual è, in genere, la reazione delle persone alle quali parli di
questo
argomento, o che leggono il tuo libro? In particolare, quando
capiscono che
parli non di un mito ma di persone reali, prendono sul serio o
sottogamba
l’argomento?
“Io credo che chi legge le cose che scrivo e o sente parlare delle mie
idee
percepisca il fatto che i miei sentimenti sono onesti, anche se da
molti
vengono ritenuti non condivisibili e provocatori. Io credo di
testimoniare
sempre che in quello che dico, anche se lo dico con forza, magari con
autorità, c’è soprattutto umiltà. L’umiltà, come scrivo in un mio
racconto,
è un sentimento, ed è il più potente di tutti. L’umiltà genera la
dignità.
La dignità genera la volontà. La volontà genera la forza d’animo. La
forza d
‘animo genera l’autorità. L’autorità presso se stessi è un fatto, non
un’
opinione. Quella presso gli altri è tutta da provare, non la si può
imporre.
“Io ho l’impressione che tutti, amici e oppositori, sentano che io non
ho
intenzione di imporre l’autorità delle mie idee a nessuno. C’è chi mi
scrive
che il mio libro gli ha cambiato la vita e c’è chi vuole consigli e
aiuto da
me. C’è anche chi mi maledice e mi minaccia perché ho messo in testa
strane
idee a persone che prima facevano la loro volontà e che adesso lottano
per
liberarsi dalla schiavitù psicologica che le opprimeva. Ci sono altri
che
cominciano una e-mail con l’intento di insultarmi e poi si perdono un
po’
per strada e chiudono in modo educato e un po’ imbarazzato. Ma devo
dire che
nessuno prende sottogamba l’argomento, nessuno mi ha ancora detto o
scritto
che la storia del vampirismo è una stupidaggine o una trovata per
farmi
pubblicità. E questo è già tanto”.
Immensità (nel cuore di Viktor Frankl)
by Duncan on set.13, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Viktor Frankl universalmente noto per aver creato la “logoterapia”, che è una forma di psicologia che si incentra sull’importanza di vivere con un senso e dare un senso profondo e unico alla vita.. a tutta la vita e alla propria vita.. trovò il fermento del suo pensiero e del suo insegnamento nella esperienza del campo di concentramento, dove egli fu internato in quanto di origini ebraiche. Egli vide che anche della più totale abiezione l’uomo può trovare la forza di resistere, e vide anche che solo coloro che riuscivano a trovare un senso più alto alla propria esistenza, e qualcosa di profondissimo e radicale per cui vivere… riuscivano psichicamente e fisicamente a resistere, senza cadere in quello stato di avvilimento, depressione, impotenza disperata e catatonia che per moltissimi significò la morte anche senza passare per le camere a gas.. morte perché si rinunciava a vivere, perché il mondo ormai era una meretrice carica di morte e abominazione e la vita un incubo di bastardi. Per resistere al campo di concentramento , bisognava mobilitare tutte le proprie risorse fisiche, psichiche e spirituali. E fu così che Viktor Frankl e altri resistettero. Di quella esperienze egli scrisse un libro meraviglioso e immortale, “Uno psicologo nel lager”, che è una di quelle letture che nessuno dovrebbe mancare nella propria vita. E adesso voglio citare un passo di questo testo… un passo di infinito amore. Quando Frankl improvvisamente pensò all’amatissima moglie -che tra l’altro era quasi certo fosse stata uccisa dai nazisti come lo erano stati i suoi genitori- e fu investito da una tale overdose di amore che pochi, davvero pochi sperimentano mai nella propria esistenza. Lì, rinchiuso in un luogo di inferno, costretto a una vita da schiavo, privato di tutto.. per uno di quei assurdi paradossi della vita.. provò il più alto vertice di amore che avesse mai provato, sentì volare il proprio spirito come mai aveva volato.
Vi lascio al testo:
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“Improvvisamente, ho di fronte l’immagine di mia moglie. Mentre
inciampiamo per chilometri, guardiamo la neve o scivoliamo su lastre
ghiacciate, sempre sorreggendoci a vicenda, aiutandoci gli uni gli
altri e trascinandoci avanti, nessuno parla più, ma sappiamo bene che
in questi momenti ognuno di noi pensa a sua moglie. Di tanto in tanto
guardo il cielo, dove impallidiscono le stelle, o là, dove comincia
l’alba, dietro una scura cortina di nubi: ma il mio spirito è ora
tutto preso dalla figura che si racchiude nella mia fantasia
straordinariamente accesa, e della quale non ho mai avuto sentore
prima, nella vita normale. Parlo con mia moglie. La sento rispondere,
la vedo sorridere dolcemente, vedo il suo sguardo, e – corporeo o meno
- il suo sguardo brilla più del sole che si leva in questo momento.
D’un tratto, un pensiero mi fa sussultare: per la prima volta nella
mia vita, provo la verità di ciò che per molti pensatori è stato il
culmine della saggezza, di ciò che molti poeti hanno cantato;
sperimento in me la verità che l’amore è, in un certo senso, il punto
finale, il più alto, al quale l’essere umano possa innalzarsi.
Comprendo ora il senso del segreto più sublime che la poesia, il
pensiero umano ed anche la fede possono offrire: la salvezza delle
creature attraverso l’amore e nell’amore! Capisco che l’uomo, anche
quando non gli resta niente in questo mondo, può sperimentare la
beatitudine suprema – sia pure solo per qualche attimo – nella
contemplazione interiore dell’essere amato. Nella situazione esterna
più misera che si possa immaginare – nella condizione di non potersi
esprimere attraverso l’azione, quando la sola cosa che si possa fare è
sopportare il dolore con dirittura, sopportano a testa alta, ebbene,
anche allora, l’uomo può realizzarsi in una contemplazione amorosa,
nella contemplazione dell’immagine spirituale della persona amata, che
porta in sé. Per la prima volta nella mia vita, sono in grado di
capire ciò che si intende, quando si dice: gli angeli sono beati
nell’infinita, amorevole contemplazione di uno splendore infinito…
Davanti a .me cade un compagno; quelli che gli marciano dietro, cadono
anche loro. La sentinella accorre e li bastona senza pietà. La mia
vita contemplativa è interrotta per qualche secondo, ma subito dopo la
mia anima si innalza, si eleva nuovamente dalla mia esistenza di
internato ad un mondo sovrumano e riprende il dialogo con l’essere
amato: io chiedo – lei risponde, lei domanda – rispondo io..”
Passi coraggiosi e sudati.. di Ciro Campajola
by Duncan on set.13, 2011, under Poesia, Resistenza umana

A Ciro Campajola ho dedicato anche altri momenti in questo Territorio chiamato Born Again…
Ma lui sarà sempre parte dell’anima di questo posto..
così come è parte dell’Anima del Mondo.
Tra dannazione e bellezza, non appenda mai cappelli al chiodo, perchè può solo sputare in faccia al vento, ridere sotto la corsa della musica, e disegnare sogni ancora vivi.. come e vivo lui..
Questa è una delle sue ultime poesie.
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PASSI CORAGGIOSI E SUDATI
Nel passato di ognuno di noi
è conservato il proprio momento di gloria
qualche sera lo vai a ripescare
proprio come una vecchia cara foto ingiallita
a volte è molto meglio che guardare certe persone negli occhi
o peggio ancora
averci a che fare con certe persone e i loro occhi
ma è raro che qualcuno coltivi ancora un po’ di quel momento
di solito lo si lascia ingiallire
come un gioco per cui non si ha più l’età
ed è in quel momento che stai uccidendo la tua gloria
per quanto continui a conservarlo quel momento
l’hai condannato a essere un ricordo
hai chiuso il guscio all’avventura
lo hai condannato a morte
Ovviamente sono di parte
ma come tutti
sono come tutti
e come tutti il mio momento è il più bello di tutti
Il mio momento è quando si parlava
senza dover azionare il cervello
oggi ne fanno volantini ironici e contrari
“non aprire la bocca senza azionare il cervello”
e poi li appendono in tristi sale di uffici
io non ci trovo niente di comico né di illogico
a me pare una cosa saggia
la voce partiva dall’anima
non dalla ragione
la ragione può essere furba
la ragione può anche uccidere
e quanto cazzo mi ha ucciso il mio momento
ma “quanto” cazzo mi ha fatto vivere
Ed eccomi qui stasera
tante sere dopo quel momento
io e il mio mondo
lontano dagli occhi dal mondo
quel mondo che non sa un cazzo di te
ma si impiccia sempre dei cazzi tuoi
La musica è quella di allora
il grigio nei capelli no
ma chissenefrega
l’emozione è ancora la stessa
e continua a crescere quando meno te l’aspetti
è la stessa che seminai
la stessa che mi spinge ancora a coltivare
la stessa che mi ha fatto morire e vivere
la stessa che mi terrà vivo
volente o nolente
fino alla morte
la stessa che appena oggi
nonostante la siccità in cui agonizza il mondo
mi ha fatto dono di nuovi fiori freschi
Altri fiori che profumeranno soltanto il mio giardino
quello del mio mondo fuori dal mondo
quello sospeso tra sogno e realtà
Non sono in gara con nessuno
non penso all’immortalità
non me ne frega un cazzo
è il battito del cuore fin tanto che batte
è la porta che si apre al sole
le orme che brillano di sudore in mezzo alla luce
le emozioni che corrono libere
e libere si rincorrono
gli uomini che si buttano
ci danno dentro
che cadono e si rialzano
fino a quando non ricadono finiti
e qualche volta si rialzano anche allora
La gloria è nel passo
nel provarci
nella temerarietà
che la morte vada a farsi fottere
Oggi
solo oggi
nient’altro che oggi
Ciro Campajola
Non sono un uomo per tutte le stagioni
by Duncan on set.13, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Premessa… il pezzo che leggerete l’ho scritto ispirandomi MOOLTO liberamente alla vicenda di Tommaso Moro. Tommaso Moro (Thomas More), è uno dei più grandi umanisti della storia, ed è famoso per avere, coniato il termine «utopia», immaginando un’ isola dotata di una società ideale, di cui descrisse il sistema politico nella sua opera più famosa, «L’Utopia», del 1516. È ricordato soprattutto per il suo rifiuto alla rivendicazione di Enrico VIII di farsi capo supremo della Chiesa d’Inghilterra, una decisione che mise fine alla sua carriera politica conducendolo alla pena capitale con l’accusa di tradimento.Ispirandomi in chi vide nell’epilogo di Tommaso Moro.. una delle prime grandi rivendicazioni del pensiero libero e della dignità rispetto al Potere.. ho scrito il testo che leggerete, nella forma dello scambio teatrale. E’ evidente che radicalizzo fino all’estremo la vicenda, rendendola metafora di altro. Ma a me non importa con questo dialogo esssere realista…. mi importa il simbolo che viene trasmesso..
——————————–
Thomas More
“Non sono un uomo per tutte le stagioni”
–
Enrico VIII
“Non c’è alcuna verità assoluta, le fedeltà vanno col vento, e il vento sono Io adesso.. devi solo piegarti, e avrai salva la vita”
–
Thomas More
“Le fedeltà sono assolute… le verità resta verità e.. non sono un uomo per tutte le stagioni…”
–
Enrico VIII
“Basta solo che tu non ti opponga al mio nuovo matrimonio con quella bagascia della mia nuova donna… invece di fare il cane prezzolato del Vaticano…non cambia un cazzo per la tua preziosa coscienza..”
–
Thomas More
“E qui che non capisci. Non me ne importa nulla con chi ti accoppi la notte e delle tue storie di matrimoni da annullare e altri da fare, e delle tue stramberie sul fondare una nuova Chiesa Inglese.
Ma feci un patto una volta che ascesi in alto.. che non avrei piegato la volontà e la coscienza al Potere.
Non importa su che cosa si deve chinare la testa. Giurai di non farlo. “
–
Enrico VIII
“Testa di legno. Basterebbe solo un atto di assenso. Un formale omaggio alla Maestà del tuo Re.. che sancisca il suo diritto divino ad avere una nuova moglie in barba a quei castrati di Roma… un semplice atto”
–
Thomas More
“Non è l’mportanza concreta, non quella soprattutto.. è il simbolo..”
–
Enrico VIII
“Cedi … e sarai alla mia destra… il più alto in grado dopo me.. sia nel potere militare e politico.. sia nel potere religioso, ora che, con questo argomento della mia nuova bagascia, con questo matrimonio che il Vaticano anatamizzeà con le sue urla isteriche.. potrò nominarmi Capo Supremo della nuova Chiesa d’Inghilterra… e sarai il primo dopo di me anche nel potere religioso. Che poi nei fatti, io mi sono sempre fracassato la minchia di tutte ste fregnacce metafisiche per inculati. A me piace mangiare, bere, comandare le truppe, e trombare. Quindi il capo effettivo della nuova Chiesa saresti tu. Bestia! Ma non li hai sempre odiati sti pretini avvizziti, si eunuchi… sti predicatori della castità con cento amanti al seguito… sti pedersti.. sti simoniaci che venderebbero mandre, padre e Gesù Cristo in croce per mezza carica episcopale, anzi per una parrocchia di pecoroni fottutissimi. Queste serpi, dal sorriso melenso e servire. Con tutte le loro bestialità per estorcere quattrini per Mamma Roma e i grandi Capi Magnaccia che diigono il baraccone. Come con sta roba delle indulgenze… che a un certo punto ho minacciato di impalarli e abbrustolirli a fuoco lento, non perchè me ne importi più di tanto delle loro scempiaggini, ma i quattrini non me li tocchi. Per pagare sti enunuchi per farsi abbonare i peccati di mezza famiglia, stavo per subire un disssanguamento erariale.. tutti soldi in meno per le tasse. E quindi, porca di quella maialona fritta e rifiritta, tu che li hai sempre detestati.. sì con garbo, senza escandescenze.. ma li hai sempre combattutti.. che parlavi di riforme, Utopia… tutte quelle tue favole sull’Utopia.. ora gl dai manforte.. ora che potresti essere tu a fare girare la Chiesa per il verso giusto in Inghilterra, col mio pieno appoggio nello strizzare le palle a chi si mette di traverso….”
–
Thomas More
“Ascolta.. prova ad ascoltare.. anche se so che non lo farai. Se accettassi.. cosà resterà dopo? Vai oltre. Vai oltre questo grande baccanale, quest’orgia di potere, che vuoi goderti fino all’ultimo. Vai oltre! Cosa resterà dopo? Solo un giro di Walzer.. lotte tra bande. Tu sei un capobanda migliore di loro? Certo.. io potrei fare cose buone e somme alla tua destra, certo? Ma un giorno saremo pagine ingiallite di libri di storia, ricordi da imparare a memoria. Saremo solo i meno peggio.. la conosci questa parola?.. i meno peggio.
E io avrei mancato al dovere che ho messo sulla mia spalla e giurato di servire. Solo un servo di partito… Conosci questa parola?.. servo di partito…. solo un buon cortigiano…
Io adesso difendo molto altro oltre me e le vacche in calore di cui ti circondi…..
Io lascio una scia nel deserto, a costo della mia stessa testa….
Perchè qualcuno deve pure giocarsela la testa, metterla sul piatto e scommetterla, e anche perderla se è necessario… perchè altri un giorno possano con la mente trovare un compagno e una scheggia di fuoco per i tempi bui.
Perchè qualcuno riuscirà a restare in piedi perchè altri non si sono piegati, quando tutto lo avrebbero fatto, quando sarebbe stato così facile farlo.
E avranno parole e polmoni contro le anime grige, che verranno a dire che non esiste fedeltà, che non esiste verità. che non esiste amore.. che ogni cosa è relativa, e tutto è una menzonga e un gioco delle parti.
E sapranno che non è necessario impersonare tutti i ruoli, che non è indispensabile calare sempre le brache.
Sapranno che si può dire anche no….
che si può vivere senza vendersi..
Che ci sono uomini che non sono per tutte le stagioni…
–
Enrico VIII
“Ti sei irrimediabilmente fottuto il cervello, ora finalmente l’ho capito. Sei un pazzo, un giuda, un traditore, un fanatico. Morirai anche tu come una volgare canaglia. Domani ti sarà tagliata la testa”
La goccia
by Duncan on ago.03, 2011, under Resistenza umana

Pubblico questo pezzo della cara amica Paola..
C’è poco da aggiungere. Il carcere e tutto ciò che gli gira intorno si rivela costantemente essere quell’ “Assassino dei Sogni” di cui parla Carmelo Musumeci.. un territorio dove il sadismo è parte integrante, dove ci si impegna… nel fare di tutto.. per distruggere o rendere tormentosi anche i pochi momenti di condivisione, affetto e intimità che si potrebbero vivere.
Grazie Paola
—————-
Quello che fa impazzire davvero gli esseri umani è la goccia..quella goccia impercettibile, continua, decisa , delicata..e imperterrita…che un poco alla volta ti trapana il cervello e diventa talmente assordante da tramutarsi in boato
Ti entra dentro in punta di piedi, in maniera talmente discreta che non la avverti finchè non ti scava dentro come un acido…ti penetra in modo talmente lento da non percepire quasi che quando te ne accorgi c’è già una voragine dentro.
Quando te accorgi ammazzeresti..ma non puoi ..perchè non hanno fatto nulla tranne che infonderti una flebo di cattiveria talmente sottile che avrebbe potuto anche essere assorbita attraverso i pori della tua stanchissima pelle..invisible, un piccolo passo alla volta da non suscitare proteste nè qualsivoglia reazione…che poi le reazioni le puniscono di più.
Lugubre, scaltra, impercettibikle come una rugiada al mattino presto…secca come uno sparo a bruciapelo…geniale da far arrossire una volpe, cattiva da far scappare il demonio..la goccia di veleno lentissima che stilla dai muri dalle regole dalla demenza chissà..forse solamente dall’assenza di una qualunque percezione di vita che non sia quela universalmente accettata.
….incomprensibile follia ? ..no..solamente uno stato d’animo… Così crudo e lucido da fare spavento a se stesso…perché se vivi una passione sei sempre alla ricerca affannosa di un attimo che ti permetta di viverla..anche e persino in una sala colloqui diroccata ed illegale..una sorta di squallidisimo cantiere devastato con l’obsoleto bancone di marmo abolito da chissà quanto tempo..ma non lo vedi non lo curi non lo badi..ci sono i suoi occhi al di là..la sua pelle..e il resto è un inutile orpello che non spaccherà nessuna emozione…
ci provi lo senti anche vero ti sporgi diventi un acrobata per sussultare un brandello di pelle e alimentare di scarti quegli animali feriti..sublimi qualunque situazione tramuti l’acqua in champagne il cemento in velluto la rabbia in un brivido….sempre.
ora dopo ora e non è mai un’ora è l’infinito è il prossimo palpito da accarezzare…ma poi se ne accorgono..ti scoprono…percepiscono che in qualche strana stravagante maniera stai continuando a vivere..e decidono che non va bene..come ti permetti di vivere …TU???
…e così cambia tutto, un passo alla volta , con l’istrionica perfidia di un demone dalla sublime intelligenza…con la scaltra e perversa lentezza di chi SA come si distrugge un essere umano una cellula alla volta…prima gli orari, controllati alla frazione di secondo…un poco alla volta il telefono…staccando la comunicazione senza una voce che dica è finito il tempo, stracciandoti una frase a metà…..e con passo di piume il posto assegnato al colloquio con la guardia ad un metro e non puoi sederti altrove nonostante le regole…qualche tiepida e gelida battuta bollente…e il farti ”accomodare” sempre e solo direttamente sotto alla telecamera perché così devi stare a distanza… non dicono nulla..non hanno fatto nulla…è la goccia.
Che ti logora e ti scava e rimani da sola , la tua pelle rimane da sola prosciugata derubata senza nemmeno avvertirlo se non da quel freddo che senti al ritorno e a quella vuota tristezza di lacrime e non sai perchè..e così puoi avere la sperata tentazione di rivolgerti altrove e lasciarlo da solo a lottare con fantasmi d’acciaio temperato da un’unica maligna intenzione.
Distruggerci
Distruggerti
Come ti sei permesso di rimanere un uomo?
..almeno i capponi li castrano per mangiarli…a noi ..ci castrano solo per malcelata cattiveria…con una semplice, tenace, velenosa goccia di un veleno sottile…e letale
Ciro Campajola.. il libro..
by Duncan on ago.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana
Le poesie sono pensieri sbloccati
Firmati da realtà opprimenti
Tu non fai altro che scriverle
Io non so cosa è esattamente ciò che scrive Ciro Campajola. So che spacca le dighe, spacca i muri, spacca gli spartiti, così come spacca i coglioni… specie di chi è sazio nella propria mediocrità e complicità, e spacca la vita e la morte.
Le chiamiamo poesie, ma di poesie del genere io non ne ho lette mai. Chilometriche, inarrestabili, fluviali.
Urlano fino a trapanarti la mente, ma ridono anche, tra il malinconico e la speranza affamata dietro un bicchiere di vino e un bicchiere di blues e un bicchiere di anima.
Ferite e grotte di solitudini, abbandoni e volti cancellati dalla lavagna, i gironi infernali dei senza nome, e dei nomi di coloro a cui hanno rubato il nome. E di loro che canta Ciro. Delle principesse bambine vestite da prostitute e dagli occhi grandi come il mare. Delle periferie capovolte dei tossici, e dei marchiati a fuoco, i puntini neri per le freccette facili, i collaudati oggetti del disprezzo, le mani fragili che chiedono vita e carezze, e prendono pugni e morte.
Ma Ciro non è un delicato poeta da confortevole nicchia malinconica. In lui suona a stordire le orecchie, la forza iconoclasta dell’eterna invettiva contro l’abiezione, la sacra indignazione che è l’onore di tutto la grande poesia satirica dell’antichità, e di tutto il grande teatro ironico, appassionato e civile dei nostri giorni.
Sì… la ribellione delle parole. La ribellione nelle parole. Non cercate conferenze per acculturati e teste d’uovo. Ciro è nato nelle periferie, vive nelle ciminiere, sale su quegli strani sentieri che si affacciano sul volto bello della vita che regge il pugno, e mostra il dito alle cornacchie gracchianti della dissoluzione.
Lui mostra il riso delle scimmie. Ma a quel riso non si arrende come gli eterni sconfitti. E a quel riso non si accompagna, come gli eterni complici vigliacchi.
Perché è tutta una scansione di tempi.. tutta una scansione di ritmi.
E lui ti mostra il male, ti mostra la scimmia deforme, il concerto malato dei vampiri. E a volte è acciottolato in mezzo al grembo che piange.
Ma non vedrete mai solo il buio..
Alla fine c’è sempre un canto del cuore,
siamo sempre qua – sembra dire Ciro – a dare sperma e polmoni alla vita..
e poi tu*
tu sempre con quelli che non ci stanno
che preferiscono pagare e fanculo il conto
tu confuso
tra quelli che sanno tutto e quelli che non sanno niente
tu
che non ne vuoi più sapere e fanculo pure le chiacchiere
tu
tra la legge uguale per tutti o meno
tu
che per quel che ne sai
fanculo comunque sia la legge
con te è sempre stata uguale
mai giusta
tu
che batti sudato e testardo il tuo sentiero
che per gli altri sia legale o no
lo è per te
E’ la tua strada ragazzo, la strada stretta è sbagliata.
La strada di chi lo batte il suo tempo, anche quando le ore pesano fino spezzarti le dita. Ma tu non la molli. “Sono quello che sono”.. dillo, dillo forte e fai il tuo passo, cammina sul tuo Sentiero.. prendi ciò che ti appartiene e vai, costi quel che costi, quanto sangue può costare, è onorare ogni attimo. Questo ti fa scalpitare Ciro dentro. Questo ti scaraventa addosso.. con buona pace di tutti i cantori della stanchezza, che dilagano nel nostro tempo.
E’ intollerante nel suo scrivere? Può essere. Non è un santo. Non vuole essere un santo. La sua poesia è bambina e negra allo stesso tempo. Crudele e sensibile allo spasimo. Conosce la lotta di strada questa poesia, a mali estremi sa tirare le unghie… Nasce dalla musica, la musica la partorisce, musica genererà.
Non è per i levigati, le personcine inamidate, i professionisti del volontariato, per tutti coloro che si rifanno una verginità con le “pecorelle smarrite”. Se siete tra costoro.. non è il libro per voi. C’è tanto altro in libreria, cercate altro.
Le vite scartate gli stanno appese al collo, e lui si fa male a portarle, ma DEVE portarle. E sono tutti qua a prendersi la sua mano. E c’è ancora lui, nelle notti a dare lucido alle trombe.
La sua poesia trasuda Onestà. L’eccesso si accoppia al rigore morale. Solo uno dei tanti apparenti paradossi che vivono in lui e in ciò che scrive.
E alla fine c’è la notte più notte, notte al quadrato.
Alla fine c’è l’alba afferrata “appena in tempo”.. “in fondo alla notte”..
Alla fine c’è musica che passa nelle vene.
Alla fine c’è un anello..
ti accorgerai*
che comunque
nei giorni chiari e in quelli bui
hai sempre trovato un anello
in ogni tempo
con ogni tempo
e sia nel sole che nella pioggia
tu lo hai sempre portato al dito
come una fede nuziale
come un matrimonio benedetto di suo.
Non vi dico di leggere il suo libro..
Non si dice mai a qualcuno di leggere un libro,
a un certo punto un libro, un disco, un volto ti chiamano..
chiamano e basta.
Vi dico invece di dare lucido alle trombe.
Alfredo Cosco
*Brani di poesie di Ciro Campajola non presenti nel libro.
Per l’acquisto contattare Ciro attraverso posta Facebook.
Dall’Islanda una lezione
by Duncan on ago.03, 2011, under Controinformazione, Resistenza umana, politica
Leggete questa storia e riflettete…
Riflettiamo tutti insieme e pensate ai nostri giorni.
Cosa sta accadendo?
Cosa stiamo tollerando?
Un Moloch chiamato debito sta divorando la vita di interi paesi…
Istituzioni sovranazionali non elette da nessuno impongono diete di lacrime e sangue…
Questa crisi creata da banchieri, finanzieri e politici viene scaricata sulle persone, viene derubata la loro vita.
Questi poteri sovranazionali impongono un’unica strategia…
PAGARE SEMPRE DI PIU’ UN DEBITO INARRESTABILE CON SEMPRE PIù TAGLI TAGLI E TAGLI….
Lacrime e sangue dicono. Ma da quanto lo dicono? E cosa hanno portato lacrime e sangue? Ancora più debito, ancora più macelleria sociale.
E’ una follia… più paghi.. più ti impoverisci.. più ti impoverisci meno hai la forza di realzarti. Invece di sostenere la crescita, si spezzano le gambe a un organismo già convalescente.
Ma sono tutte vere le cose che ci dicono?
Sono tutte vere?
Siamo davvero costretti a subire queste ricette draconiane?
Chi è che davvero sta decidendo?
Chi è che davvero ha il potere?
E’ davvero giusto che le banche centrali, non elette da nessuno, abbiano il controllo assoluto sulla moneta?
E’ davvero accettabile che pagare gli interessi sul debito venga prima delle concrete esistenze che vengono colpite?
Chi guadagna dalle immense speculazione che avvengono ogni giorno?
E chi sono coloro che, dalle grandi istituzioni economiche multinazionali, costringono a sempre maggiori tagli, a sembpre maggiore macelleria sociale?
E se ci fosse un’altra strada? Un’altra strada oltre a quella che ci vendono.. oltre al panico da debito, alla scure sanguinaria, alla perenne sottomissione alle logiche economiche-finanziarie dominanti?
E se ci fosse un’altra strada?
L’Islanda ha deciso di dire NO!… di dire BASTA!…
ha nazionalizzato le banche.. creato una nuova costituzione nazionale.. e sfidato le oligarchie finanziarie internazionali..
Cosa succederebbe se anche noi avessimo lo stesso coraggio?
La stessa folle capacità di osare e di pensare in grande e di sfidare ciò che è considerato ormai come inevitabile.
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Islanda, quando il popolo sconfigge l’economia globale
di Andrea Degl’Innocenti – tratto da http://www.ilcambiamento.it/lontano_riflettori/islanda_rivoluzione_silenziosa.html
L’hanno definita una ‘rivoluzione silenziosa’ quella che ha portato l’Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell’intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.
Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.
L’Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un’eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un’esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.
Ma procediamo con ordine. L’Islanda è un’isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell’intera Italia, situato un poco a sud dell’immensa Groenlandia.
15 anni di crescita economica avevano fatto dell’Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di ‘neoliberismo puro’ applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.
Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall’altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull’euro – che perse in breve l’85 per cento – non fece altro che decuplicare l’entità del loro debito insoluto. Alla fine dell’anno il paese venne dichiarato in bancarotta.
Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all’Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.
A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l’unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.
Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.
Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d’Islanda era decisamente troppo.
Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos’altro invece si riaggiustò. Si ruppe l’idea che il debito fosse un’entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un’intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d’un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.
Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.
La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l’isolamento dell’Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l’Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell’intervista – ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.
A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L’Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l’Islanda.
In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l’indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola ‘presidente’ al posto di ‘re’).
Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un’assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l’appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.
Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. “Io credo – ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente – che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet”.
Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.
Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l’Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.
Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l’unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?
