Resistenza umana
I malvagi sono solo un milione
by Duncan on ott.16, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana

La letteratura sa essere meravigliosa nel rendere come in quadro, in immagini vivide e potenti, sensi molto profondi. Il testo che leggerete naturalmente non va preso alla lettera, e pur tuttavia, non è totalmente privo di fondamento. Il senso di base secondo me è reale..
Riporto da subito la frase finale, prima di lasciarvi al testo.
“Ecco tutto”, concluse. “Il mondo è governato da un milione di malvagi, dieci milioni di stupidi e cento milioni di vigliacchi. Gli altri - sei miliardi di persone, inclusi i due qui presenti – fanno più o meno ciò che viene detto loro“, concluse,
Lapidaria come un mattone in testa..
Ringrazio Grazia Paletta, che mi ha fatto conoscere il libro meraviglioso, da cui è tratto questo brano. Un libro che non ho ancora finito, ma che già so essere uno dei libri più belli che io abbia mai letto.
—-
Tratto da
Shantaram
di Gregory David Robert
“Il mondo è governato da un milione di malvagi, dieci milioni di stupidi e cento milioni di vigliacchi!”, disse Abdul Ghani con il suo più forbito accento oxfordiano, leccando il dolce al miele che stringeva fra le dita grassocce.
“Il vero potere è dei malvagi -ricchi, politicanti, fanatici religiosi- e le loro decisioni determinano il destino del mondo, che è segnato da avidità e distruzione”.
Si fermò per guardare la fontana che mormorava nel giardino battuto dalla pioggia, come se fosse la pietra umida e scintillante a dargli l’ispirazione. Allungò una mano, prese un altro dolce al miele e se lo ficcò in bocca tutto intero. Mi rivolse un sorrisetto di scusa come per dire: “So che non dovrei, ma è più forte di me”.
“I veri malvagi non sono più di un milione in tutto il mondo. Quelli veramente ricchi e potenti, quelli che prendono le decisioni che contano… un milione al massimo. I dieci milioni di stupidi sono i soldati e i poliziotti che fanno rispettare le decisioni dei malvagi. Eserciti e polizia di una dozzina di nazioni importanti, più quelli di una ventina di altri paesi: in totale dieci milioni di uomini in grado di esercitare un potere effettivo. Spesso sono coraggiosi, non lo nego, ma anche stupidi, perchè sacrificano la vita per governi che li considerano soltanto pedine su una scacchiera. Prima o poi vengono traditi o abbandonati. Le nazioni dimenticano in fretta i loro eroi di guerra”.
(..)
“Poi ci sono i cento milioni di vigliacchi”, proseguì Abdul Ghani stringendo il manico della tazza di tè fra le dita grassocce, “vale a dire i burocrati, pennaioli e imbrattacarte che fanno finta di niente e permettono ai malvagi di governare. Il capo del dipartimento, il segretario del comitato, il presidente dell’associazione. Dirigenti, funzionari, sindaci, magistrati. Quella gente si difende sempre dicendo che si limita ad eseguire gli ordini: “Faccio solo il mio mestiere, niente di personale, se non lo facessi io di sicuro toccherebbe ad un altro”.. Cento milioni di vigliacchi che sanno la verità ma tengono la bocca chiusa , mentre firmano documenti che portano un uomo davanti al plotone d’esecuzione, o condannato un milione di persone a una lenta morte per fame”
(..)
“Ecco tutto”, concluse. “Il mondo è governato da un milione di malvagi, dieci milioni di stupidi e cento milioni di vigliacchi. Gli altri - sei miliardi di persone, inclusi i due qui presenti – fanno più o meno ciò che viene detto loro”
(…)
Il mondo è morto. Viva il mondo
by Duncan on ott.16, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Picchia forte la pioggia sul vetro,
quando arrivano gli sputi è il momento migliore,
provateci sempre,
—-
Fumo all’arrivo..
Il Faraone si alza dall’accampamento. Segni inafferrabili sulle pareti. E mentre parla buio dagli occhi, Officiano vergini sventrate. Le canzoni sembravano Barocche…”Si trata di costruire scale di pietra e di fango, e bollini sul cranio, biglietti da visita”. E ride.
—-
Ma non arrendetevi,
quando il quaderno si riempie della lista dei buoni e delle pecore nere,
e spifferi sono il minuto prima del corridoio e della sua corsa di lepri,
Fino al gradino che precede il Salone,
e il cassetto delle stelle appese al cartone
—-
Il Faraone ora tace, vengono avanti le Comari Nere, stile Bene Gesserit, in vecchie mani muovono i dati: “Sbirulin sbirulà, ecco come si combinano i segmenti di fiato e tempo, ecco come si spiega l destino. Segui i dadi, prendi la lingua, e poi fai i tuoi calcoli, coglione… falli bene”.
—-
Ma voi non arrendetevi mai,
c’è chi dipinge con un mano sola, senza pennello, solo con la mano, e lo fa percuotendo il sonno, percorrendo l’estuario, anche 40 ore senza dormire,
Provateci sempre,
un passo è per la foto. L’altro per le labbra, il terzo per la rabbia, il quarto per la gloria.
—-
Ma adesso le vecchie, lasciano entrare i Ministri, colleto sottile bianco, occhi a tagliola, camminano a rombo, la terza onda dal cappio, la terza onda a partire dal cappio, fanno un rapido cenno, come un saluto salasso, e riempiono il palco, forse un pianoforte suona, amano gli accompagnamenti, e parlano insieme, come un’eco asfissiante “Hai mai visto cosa più grande? E allora adora il nostro peto in secula seculorum…. il granito è sontuoso, non basta?” Il resto sono gesti. Alla fne entrano i ballerini e le scimmine.
—-
Ma voi non arrendetevi mai…
conoscevo un posto da bambino, una sorta di casa rotonda, altissima,
abbandonata forse, sembrava impossibile arrivarci, dovevi arrampicarti, non c’erano vie disossate,
un giorno ci arrivai, dento era vuota, ma era sempre rotonda, come una casa Hobbit,
era troppo tardi per tornare a casa, mi avvicinai al precipizio, che dava sul mare,
avrei passato la notte là,
il mondo è morto
viva il mondo,
il mondo è morto
viva il mondo.
Vampiri Energetici
by Duncan on ott.16, 2011, under Controinformazione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Vi è mai capitato di entrare in un lougo e sentirvi inspiegabilmente carichi e sereni? Oppure depressi e malinconici. E soprattutto, vi è mai capitato di stare con alcune persone e sentirvi forti, sicuri, pieni di entusiamo, di fiducia, di passione? Oppure di ritornare a casa dopo alcune ore passate con altre persone e sentirvi cupi, stanchi, pesanti, sfiduciati, deboli?
E’ una esperienza che davvero poche persone possono dire di non aver vissuto.
Bene, quelle persone che sembrano indebolirci, che si aggrappano come cozze allo scoglio inondandoti di negatività, che se c’è un barlume di positività in te fanno di tutto per spegnerlo, ch ese hai qualche speranza la fanno appassire.. quelle persone che con la loro sola presenza ti trasmettono stanchezza e tensione.. sono ladri di energia.
Vampiri.
Questo testo lo raccolsi diversi anni fa. Si può considerarlo esclusivamente il parto di una mente disturbata. Si può anche prenderlo totalmente alla lettera e diventare preda della paranoia, fissandosi sulle parole e vedendo vampiri ovunque. Entrambe queste strade sono un vicolo cieco.
Si può vedere invece il messaggio, il nucleo vivente, la sperimentata sensazione viscerale che queste visioni e teorie portano con sé, per trarne insegnamento per la nostra esperienza di vita. Radicalizzare in potenti immagini evocative è una delle mosse geniali dell’arte fantastica per colpire l’immaginario destandolo dal torpore con l’effetto tellurico delle sue geniali metafore. La storia che stiamo narrando adesso è stata già rappresentata da grandi opere di fantasia.
Dal film “Essi vivono” di John Carpenter, alle varie versioni de “L’invasione degli ultracorpi”, da “Matrix” al “Vampiri” di Dilan Dog. La grande arte fantasy è da sempre specialista nel narrare i lati oscuri reali estremizzandoli in operazioni simboliche che provocano uno scuotimento della coscienza. In questo senso è “etica”, a differenza della fantascienza di puro intrattenimento. E il ritorno costante di questa metafora è un buon indizio del fatto che essa risponde a una sensazione diffusa a livello esistenziale.
Nel testo che leggerete c’è una intervista a Mario Corte che nei primi anni 2000 scrisse un testo sui vampiri energetici.
A un certo punto dell’articolo Mario Corte dice “gli uomini si riconoscono, senza alcuna possibilità di errore, dall’attitudine a usare il loro potere, grande o piccolo che sia, per fare doni agli altri, mentre i Vampiri usano il potere sempre ed esclusivamente per ottenere energia”.
Vampiro è allora un termine-evocativo che ci aiuta a centrare la mira. Vampiri sono quelli che prendono ma non danno, quelli che ti sfruttano fino al midollo per poi buttarti via quando non sei più utile.. quelli che hanno un atteggiamento puramente strumentale e che operano come predatori.
Ma vampiri non sarebbero solo individuoi che incointriamo per la via. Vampiri sono quelle strutture mediatiche, economiche, politiche che prosperano sulla diffusione di immagini e sensazioni di sfiducia, impotenza, apatia.. e soprattutto paura.. E mi viene in mente Dune “la paura uccide la mente.. la paura è la piccola morte che uccide la mente..” Paura-paura-paura, ecco il mantra di un sistema-vampiro. Sistemi che prosciugano energia e fiducia, perchè più le persone sono deboli e impotenti più sono docili e manipolabili.
Un altro passaggio interessante è quando Corte dice “Dove c’è confusione c’è vampirismo. Dove l’atmosfera è dominata dalla prepotenza, dal salto logico, dalle affermazioni categoriche, dalle astuzie dialettiche, dall’idea che la ragione stia tutta da una parte e il torto tutto da un’altra, dove con l’altro si dialoga non per apire, ma solo per affermare, lì c’è vampirismo.”
E’ la metafora che conta. Il succo è che ci sono persone capaci di fare stare male gli altri. E ci sono persone insieme alle quali stai bene. Ci sono persone che ti fanno sentire su di giri.. e persone che ti sfiancano in un mare di negatività… Persone che sembra ti prosciughino. Questo è il succo del “vampirismo energetico”, fenomeno che in un certo senso è sempre stato conosciuto, anche se ha assuno metafore e simboli differenti nel corso del tempo.
La metafora dei vampiri è utile perchè è l’ennesimo invito alla esistenza. In una realtà in cui lo scambio energetico è costante è un overe essere forti. Lasciarci guidare dal nostro potere interiore non a forze esterne. E’ questo ciò che si intende con Sovranità Personale.
E’ una metafora che ci ricorda anche che.. c’è chi costruisce catene.. hi è soggiogato da catene.. e chi spezza le catene..
Salutamos Compagneros
——————————————
I vampiri? Ladri di energia
di Giampiero Cara
Abbiamo incontrato lo scrittore romano Mario Corte, autore di un libro
straordinario, intitolato “Vampiri Energetici – Come riconoscerli,
come
difendersi” (Ed. Il Punto d’Incontro). Secondo lui, i vampiri non sono
solo
creature mitiche, che succhiano il sangue in Transilvania, ma anche e
soprattutto persone reali, che succhiano energia agli altri per
riempire il
proprio vuoto interiore. Una visione rivoluzionaria ed affascinante,
anche
se a tratti inquietante, che lasciamo che sia lo stesso Mario Corte a
spiegarci in dettaglio nel corso della lunga intervista che segue.
VAMPIRI, TRA MITO E REALTA’
- Come, quando è perché é nato tuo interesse per i “vampiri
energetici”?
“L’interesse per il mondo dei Vampiri energetici ha cominciato a
piantare un
campo-base dentro di me in due diversi momenti: il primo, assai lungo
per la
verità, è stato il momento dell’esperienza; il secondo, brevissimo ma
traumatico, il momento della coscienza.
“Il primo è durato praticamente tutta la vita, contrassegnato da
esperienze
molto dure; dure non perché a me siano capitati eventi in assoluto più
gravi
di quelli che capitano ad altri, ma perché, per natura, io ero portato
a
vivere qualunque cosa restando sempre in un contatto molto stretto con
i
sentimenti, senza tutte quelle anestesie psicologiche alle quali si
ricorre
normalmente per non soffrire.
“Il secondo, il momento della coscienza, è cominciato solo pochi anni
fa,
quando mi sono reso conto, senza possibilità di ritorno, che esisteva
un
confine molto preciso tra persone ‘comuni’ e altre ‘vaccinate contro
l’
elemento S’ (dove S sta per Sentimento), cioè persone che sono state
private
di energia al punto tale da subire una sorta di mutilazione, di
asportazione
dei sentimenti più semplici e umani. E il Vampiro è esattamente
questo:
qualcuno che non è più in grado di vivere i sentimenti come una
risorsa
naturale, un alimento, una luce, ma li tratta come cose strane,
complicate,
inutili, dannose. Il ricordo di qualcosa che lui non ha più lo
incattivisce,
lo spinge a combattere l’Elemento S come se ne avesse il mandato
divino, a
tentare di debellare anche negli altri sottigliezze, sfumature,
scrupoli e
noiose necessità di fondare la vita sul senso di giustizia. Come è
avvenuto
per lui, pretende che anche gli altri sostituiscano il sentimento
debellato
con una serie di vuote contraffazioni: sentimentalismo, auto-
mitizzazione e
retorica di sé, verniciatura generale di valori politici, ideologici,
culturali o puramente pratici.
“Il momento della coscienza è stato come il risveglio in un incubo
tanto
cercato quanto temuto, comunque duro, perché tra i ‘vaccinati’ ho
riconosciuto gente che aveva attraversato il mio cammino in
precedenza,
gente che lo attraversava in quel momento e gente che era stata sempre
nella
mia vita e che ora, come il Re della fiaba, girava disinvoltamente
senza più
indosso gli abiti di quell’illusione che fino a quel punto mi aveva
annebbiato la vista; e mi sorrideva, oppure mi minacciava, ma in ogni
caso
continuava imperterrita a giocare i suoi giochi energetici. Allora ho
accettato una verità che da sempre mi ero rifiutato di accettare: che
gli
uomini si riconoscono, senza alcuna possibilità di errore,
dall’attitudine a
usare il loro potere, grande o piccolo che sia, per fare doni agli
altri,
mentre i Vampiri usano il potere sempre ed esclusivamente per ottenere
energia”.
- Quali sono le principali somiglianze e differenze tra il mito
letterario
del vampiro e il “vampiro energetico” di cui parli nel tuo libro?
“Le analogie sono moltissime, e inquietanti, tanto che, come spiego
nel
libro, sembra quasi che tra i due tipi di Vampiro vi sia più una sorta
di
simbiosi che una semplice somiglianza metaforica. Anzi, se qualcuno
credesse
all’esistenza dei Vampiri, gli verrebbe spontaneo pensare che sia
proprio il
Vampiro umano il preparatore di una condizione infernale in cui chi è
abituato a fare il predatore in vita lo fa anche dopo la morte. Ma io
mi
occupo di Vampiri di questo mondo, e posso solo dire che, come il
Vampiro
letterario si nutre del sangue per alimentare la sua illusione di
esistere,
così quello ‘umano’ si nutre di energia per costruire mondi illusori
dove
trovare riparo e intrappolare le sue vittime. Per ogni genere di
Vampiro l’
illusione è fondamentale: illusione di esistere, illusione della
superiorità
di certi esseri su altri esseri (come se esistessero una ‘razza
predatrice’
e una ‘razza preda’), illusione di poter evitare in eterno l’incontro
con la
vera faccia che li guarda dallo specchio ogni mattina. Anzi, a
proposito di
specchi, c’è una chiara analogia anche riguardo a uno dei modi per
sconfiggerli: riuscire a metterli davanti allo specchio, dove vedranno
riflesso qualcosa che non gli piacerà affatto, cioè il proprio nulla.
“Un’altra analogia sconcertante con i Vampiri dell’oltretomba è che ai
Vampiri umani non interessa assolutamente nulla di noi come persone:
loro
hanno un fine da perseguire e noi, anche se rientriamo in qualche modo
nei
loro programmi, vi rientriamo in qualità di risorse, non di persone.
Entrambi si avvicinano alle prede con il semplice intento di
soddisfare una
squallida necessità ‘alimentare’: mai per scambiare, ma solo per
prendere.
“Ma l’analogia più inquietante, forse, è quella che ha a che fare con
il
momento in cui si svelano, in cui per la prima volta riusciamo a
scorgere in
loro i segni inequivocabili della loro condizione, in cui ci
incontriamo con
l’orrenda sorpresa di scoprire in loro il predatore e in noi la preda:
quella è davvero una cosa insostenibile; è un po’ come scoprire una
brutta
malattia. È in quel momento che quasi sempre scegliamo non solo di
rinunciare a lottare, ma di rinunciare a sapere, e torniamo a
illuderci, a
sperare di esserci sbagliati.
“Le differenze, invece, purtroppo per noi, vanno tutte a vantaggio dei
Vampiri. Mi spiego meglio: il Non-morto letterario può farci pena solo
prima
di scoprirne la vera natura, dopo no; se ci fa pena mentre gli
tendiamo una
trappola per mettergli davanti uno specchio o per mostrargli la croce
o per
colpirlo al cuore con un punteruolo, per noi non ci sarà salvezza, e
quell’
esitazione non solo ci costerà la vita, ma vorrà dire anche entrare a
nostra
volta nella schiera dei Non-morti.
“Il Vampiro umano, invece, può farci pena sempre, anche dopo che lo
abbiamo
scoperto con i denti conficcati nelle nostre vene, perché, in fondo,
non ci
sta mica uccidendo: ci sta solo privando della nostra dignità e della
nostra
forza vitale. Ecco la trappola: noi crediamo veramente che, per il
solo
fatto di non avere i denti aguzzi e il colorito tombale lui non sia
pericoloso. Ma esattamente come il suo omologo d’oltretomba, il
Vampiro
umano è preda di una forza negativa che lo possiede, e quella forza è
implacabile. La persona può ‘farci pena’, la Forza-Vampiro no. Ma se
cederemo alle sue brame vampiriche non avremo affatto pietà per la
persona,
ma per la Forza che la domina. Nutriremo questa e spingeremo sempre
più noi
e lui verso l’abisso”.
I VAMPIRI E LE LORO VITTIME
- Nel libro entri molto in dettaglio a proposito delle varie tipologie
vampiriche e delle loro caratteristiche, ma se dovessi sinteticamente
rivelare, in poche righe, la caratteristica essenziale comune a tutti
i
vampiri energetici, quale sceglieresti? O, se preferisci, visto che il
vampiro, come sottolinei più volte, è una forza e non un individuo,
che
cos’è soprattutto che permette alla forza vampiro di impossessarsi di
qualcuno?
“Terrò le due risposte distinte, anche se le due domande tendono a
convergere. Una delle caratteristiche più comuni all’azione vampirica
è la
tendenza a compiere piccoli atti di malignità, di maleducazione, o di
semplice mancanza di gentilezza, come non rispondere a una domanda o
lasciar
cadere nel vuoto un’osservazione o non ricambiare un saluto, o un
sorriso.
Atti che sono pieni di sostanza negativa, ma che, se denunciati,
diventano
semplici mancanze di forma. Così noi, se ci offendiamo, vuol dire che
siamo
formali, mentre lui, che è pratico e va al sodo, è una persona di
sostanza.
Lui infrange certe regole in vigore tra gli esseri umani; noi, pur
notando
il suo comportamento, neanche ci offendiamo; ma, se parleremo di
quella
circostanza, faremo la figura di chi si offende.
“Un’altra caratteristica comune a tutti i Vampiri è che operano
rigorosamente alle spalle delle loro vittime. Intendiamoci: non solo
alle
spalle, ma comunque sempre anche alle spalle. E non importa se
l’azione
proditoria preceda, segua o accompagni le aggressioni dirette contro
di noi,
perché comunque non può mancare. Il Vampiro non può fare letteralmente
a
meno di lavorare anche alle spalle. Così come non può fare a meno di
farci
arrivare in qualche modo l’eco di ciò che di nascosto sta facendo: è
tenuto
a questa osservanza come certi demoni sono tenuti a mescolare sempre
qualche
verità alle loro menzogne. Ed è così che si svela, quando tenta di
farci
‘firmare’ quello che ha già detto ad altri di noi. Ho conosciuto un
Vampiro
che aveva raccontato in giro che la sua preda era in gravi difficoltà
economiche. Ebbene, questo Vampiro, quando incontrava la preda,
infarciva i
suoi discorsi di caute, ‘ingenue’ allusioni a debiti, gioielli
venduti,
ipoteche su case e altri argomenti correlati con una rovina economica,
sperando che la vittima ‘firmasse’ almeno uno degli argomenti sui
quali lui
aveva costruito la sua squalifica sociale. Bastava che la vittima, pur
non
‘firmando’ nulla, si lasciasse andare a qualche generica espressione
di
preoccupazione di tipo economico perché il Vampiro si sentisse
abilitato a
rincarare la dose di menzogne ai suoi danni presso terze persone.
“Per quanto riguarda l’altra domanda, la Forza-Vampiro si impossessa
di una
persona in seguito a sofferenze, delusioni, lacerazioni, traumi,
privazioni
affettive. Ma attenzione: questo non toglie nulla né alle
responsabilità
della persona, che sopporta la maligna presenza della Forza-Vampiro e
che ne
sfrutta tutta la malizia, né alle strategie di difesa e di
contrattacco che
è giusto adottare verso i Vampiri da parte dei non-Vampiri. Purtroppo,
invece, il fatto che i Vampiri abbiano sofferto diventa una chiave
culturale
di straordinaria importanza a loro vantaggio, come tutti gli argomenti
basati su concetti del tipo ‘con quello che mi è capitato’ o ‘parli
bene tu,
ma che ne vuoi sapere’ o ‘vorrei vedere te al posto mio’. Argomenti
micidiali, di fronte ai quali o ci si arrende, o si rischia di fare
della
morale bacchettona (del tipo “sì, ma questo non ti giustifica
affatto”), o
addirittura di ritrovarsi a fare loro da terapeuti, per guarirli dai
traumi
che hanno cambiato la loro vita. Ma lì bisogna fare attenzione, e
farsi tre
domande: qual è il confine tra la comprensione e l’erogazione delle
energie
vitali di cui quella persona ha bisogno per compensare le proprie
perdite? E
perché noi, proprio noi, che nella sua vita siamo innocenti, siamo
stati
scelti da lui per fornirgli quelle energie che altri gli hanno
sottratto? E
infine, è proprio vero che la nostra vita è stata così
straordinariamente
migliore della sua? Ma farsi domande è quasi impossibile, quando si è
in una
trappola vampirica, e allora, senza accorgercene, preferiamo donare
energia”.
- Quali sono, per contro, le caratteristiche che maggiormente ci
predispongono ad essere “vittime” dei vampiri?
“La vittima perfetta è quella che ha subito gravi privazioni
d’affetto, ma,
nonostante ciò, ha resistito all’infezione vampirica e non è divenuta
a sua
volta preda della Forza-Vampiro. Queste persone, infatti, proprio
perché
bisognose d’affetto e di attenzione, sono portate a scambiare certi
atteggiamenti vampirici per attenzione personale, o per affetto,
finendo per
cedere facilmente a rapporti nei quali danno tutto senza ricevere
nulla e, a
volte, per accettare relazioni ‘effettive’ segnate da violenze
psicologiche
o persino fisiche.
“Quando parlo di ‘conservazione della specie degli innocenti’ mi
riferisco,
oltre che ai bambini, anche a queste persone, verso le quali dobbiamo
conservare un rispetto pieno, riservando ai Vampiri tutto la
riprovazione
che, per una deviazione culturale, tendiamo a gettare addosso a chi
cade in
certe trappole. I vampiri si avvalgono enormemente del fatto che la
società
tende a condannare gli ‘ingenui’ molto più dei ‘furbi’. Conservare il
rispetto verso chi è vittima di un Vampiro è un’operazione ardua per
chi,
come avviene in questa società, è abituato a scrollarsi di dosso il
problema
dei predatori addebitandolo alle prede; ma è un’operazione in grado di
cambiare sostanzialmente qualcosa nel modo di percepire le cose della
vita,
preparando scenari in cui il parassitismo dei Vampiri venga infine
escluso
dal novero dei valori sociali e restituito al suo livello di scoria
dannosa”.
LA “FORZA ANTIVAMPIRO”
- E quali sono, infine, le caratteristiche fondamentali della
“forza-antivampiro” che anima chi vuole difendere l’innocenza dagli
attacchi
di vili predatori? E che consigli daresti alle stesse vittime per non
farsi
sopraffare?
“La caratteristica primaria della Forza-AntiVampiro è quella di
rendere
invulnerabili alla tentazione di sacrificare gli innocenti alle brame
dei
Vampiri. Un AntiVampiro può anche decidere di sacrificare se stesso,
ma mai
un innocente al suo posto, esattamente come può perdonare qualunque
cosa a
proprio nome, ma mai perdonare per conto terzi, assumendosi la
responsabilità di sollevare un Vampiro dal peso di un atto di
aggressione a
un innocente. Quella tentazione è l’anticamera della morte, e la
Forza-Vampiro è una forza troppo viva e sveglia per addormentarsi in
cambio
di favori dai Vampiri.
“La Forza-AntiVampiro è una Forza che accompagna ogni situazione al
suo
miglior destino, una Forza contro la quale la vigliaccheria dei
Vampiri si
infrange, costringendoli a smettere il loro gioco. È la Forza che,
quando
proprio deve intervenire, lo fa per risolvere la questione, non per
intrattenersi con essa. La Forza-AntiVampiro ci impedisce di
vergognarci dei
nostri sentimenti, ci spinge ad andare per la nostra strada, ci fa
impiegare
le energie nella cura del nostro progetto di vita, dei nostri affetti,
dei
nostri valori, senza tangenti ai Vampiri. I ‘figli’ della Forza-
AntiVampiro
sono persone che non lanciano sfide a nessuno ma che, se vengono
sfidate da
un predatore, raccolgono ogni sfida, senza eccezioni e senza
esitazioni.
“Per non farsi sopraffare dai Vampiri, infine, c’è una sola strada:
rendersi
conto che è in atto un gioco energetico proprio nel momento in cui
quel
gioco ha luogo. A partire da lì, tutto può diventare più facile,
perché le
varie tecniche collaterali (non raccogliere le provocazioni, non
reagire mai
con senso di scandalo, non lasciare mai sul tavolo una sola fiche
energetica
puntata dal Vampiro) presuppongono comunque il supremo sforzo di
riuscire a
cogliere l’attimo esatto in cui avviene l’aggressione. Se quello
sforzo
riesce, in quel momento si sprigiona un’enorme quantità di energia.
“Essere svegli in quel momento significa sapere senza ombra di dubbio
che
durante un gioco energetico anche il Vampiro sta spendendo un’energia,
sta
puntando una posta. Da quella percezione si passa a una sorta di
tremore
interno, di emozione paragonabile a quella che si prova nello
spogliatoio
prima di una partita molto importante, o prima di un esame da quale
dipende
il nostro futuro. Quel tremore interno (che è la prova che il nostro
motore
energetico è in moto) può prendere due strade: 1) trasformarsi in
pietà per
la Forza-Vampiro che ci troviamo di fronte e spingerci a compiacere il
Vampiro in tutti i modi possibili (come se servirlo fosse il più
grande
onore), con il risultato di sprecare sia la nostra energia sia quella
che il
Vampiro aveva puntato come ‘posta’ energetica; 2) provocarci una sorta
di
spontanea interruzione del dialogo interno, in grado di farci vedere
quei
fotogrammi della realtà che prima ci sfuggivano, di dare alla
pellicola la
velocità che vogliamo noi, ed eventualmente di usare il tasto ‘pause’
per
osservare i gesti del Vampiro e studiare il suo comportamento. In
quest’
ultimo caso, l’energia sarà stata usata bene, e difficilmente il
Vampiro si
sfamerà.
- Visti soprattutto, ma non solo, gli avvenimenti di questi ultimi
tempi,
con politicanti senza scrupoli che non esitano a versare sangue
d’innocenti
per fare i loro più che discutibili interessi, ti sembra si possa
legittimamente dire che il mondo è dominato da vampiri?
“Io credo che il mondo sia dominato dai Vampiri perché noi non-
politici ci
accostiamo alle cose della politica imitando i politici, cioè
rimescolando
in un unico guazzabuglio mentale aspetti razionali, etici e politici
dei
grandi temi che ci sollecitano e ci sovrastano.
“Noi non-politici dobbiamo imparare a testimoniare la giustizia: solo
quella. La politica è una degna e utile professione, ma è una
professione
che richiede di fare solo i propri interessi e di ‘stare da una parte’
e non
dall’altra. Per questo bisogna avere ben chiaro il confine tra la
valutazione morale e la valutazione politica di un fatto. Un politico
è
portato a mescolare assieme i due elementi e a dare giudizi morali
mentre
sta facendo politica. Un politico ha sempre da sostenere punti di
vista
utili alle sue strategie, ma pretende di presentare le argomentazioni
a
sostegno di quei punti di vista come il frutto di una oggettiva e
serena
valutazione morale dei fatti. E questo è assai meno naturale, perché
questo
spetta a noi, non a loro. Ma noi, purtroppo, mentre stiamo esprimendo
i
sentimenti che stanno nel nostro cuore, ci ritroviamo, quasi senza
accorgercene, al loro fianco, perché siamo convinti che senza di loro,
che
sono potenti, non si otterrà nulla.
“Faremo un grande passo in avanti verso la giustizia sulla Terra
quando
capiremo che dobbiamo agire in proprio, rinunciare alle loro
prestigiose
sponsorizzazioni, ai loro marchi, ai loro gadget. Ci muoveremo in modo
efficace e organizzato solo quando capiremo che agire accanto a loro è
un po
‘ come visitare un terreno da trasformare in parco per bambini in
compagnia
di uno degli speculatori che vogliono costruirci case o fabbriche.
- In base alla tua esperienza, in quale campo della vita sociale e/o
personale vedi particolarmente all’opera forze vampiriche?
“Dove c’è confusione c’è vampirismo. Dove l’atmosfera è dominata dalla
prepotenza, dal salto logico, dalle affermazioni categoriche, dalle
astuzie
dialettiche, dall’idea che la ragione stia tutta da una parte e il
torto
tutto da un’altra, dove con l’altro si dialoga non per capire, ma solo
per
affermare, lì c’è vampirismo. La malattia vampirica non si può mai
identificare con uno specifico ambiente, campo o potere. Magari fosse
così:
i buoni starebbero tutti da una parte e i cattivi dall’altra. Noi
saremmo
oppressi, è vero, ma saremmo anche coscienti della nostra uguaglianza
civile
di fronte a un nemico potente.
“Purtroppo queste sono fiabe: il vampirismo è trasversale. È una delle
sue
caratteristiche fondamentali, ed è una delle chiavi della sua potenza.
Certi
personaggi politici, per esempio, fanno più impressione dei Vampiri
che
abbiamo accanto, e attirano tutta la nostra preoccupata attenzione, ma
solo
perché gli diamo un’importanza spropositata, perché ne facciamo dei
miti,
seppur negativi, perché permettiamo loro di occupare l’intero nostro
orizzonte psicologico. Mentre noi dibattiamo, litighiamo, ci
accapigliamo su
grandi temi politici nelle case, negli uffici, nelle piazze, nelle
trasmissioni televisive, in Parlamento, nel frattempo padri e madri
terrorizzano bambini innocenti, e fa poca differenza che ciò avvenga
con la
brutalità fisica o con il potere delle parole taglienti, degli sguardi
sprezzanti, dell’indifferenza che annichilisce la dignità; nel
frattempo,
vengono abbandonate a se stesse persone che una parola, un sorriso, un
gesto
di amicizia potrebbero salvare dalla rovina o dal suicidio; nel
frattempo,
quasi ottomila italiani l’anno, tra cui donne, bambini, anziani,
muoiono
ammazzati, schiacciati, bruciati sulle nostre strade, assassinati
dalla
guida pericolosa, dall’ansia di arrivare primi di gente che non
rispetta
nessuna regola, di gente che è tra noi, con cui prendiamo l’ascensore,
che
ci saluta frettolosamente sul pianerottolo, che ci sfreccia accanto
ogni
giorno superandoci da destra, e che prima o poi può uccidere. Il
vampirismo
è forse il più trasversale dei mali”.
- A parte “Vampiri Energetici”, hai scritto o scriverai altri libri
dedicati
ai vampiri? O magari ci sono anche altri progetti, tipo film (e qui se
vuoi,
puoi accennare anche al vampiro del cinema) o altro in cantiere?
“Ho appena ultimato una raccolta di racconti e sto preparando un nuovo
saggio sul vampirismo. Il saggio, che è un po’ il ‘seguito’ di
“Vampiri
energetici”, verterà sulla Paura, sulla capacità del Vampiro di
trasmetterci
dosi di panico per stabilire il suo dominio su di noi e aprire fessure
psichiche dalle quali far uscire l’energia. In questo nuovo lavoro,
sto
approfondendo un concetto che nel primo libro avevo appena abbozzato:
che il
compito dell’AntiVampiro non è redimere i Vampiri; se lo fosse, lo
spirito
di proselitismo del quale la nostra cultura è intrisa rischierebbe di
trasformare l’operazione in una sorta di missione, con il risultato di
nutrire i Vampiri proprio con la nostra attenzione ‘salvifica’. Il
vero
compito è liberare la persona dalla paura e restringere il campo
d’azione di
chi la produce e la usa a proprio vantaggio. Compiuta questa
operazione, l’
obiettivo è raggiunto, perché non è importante avere la certezza che,
da
quel momento, nel mondo c’è un Vampiro in meno, ma che quel Vampiro,
anche
se resta tale, da quel momento ha una vittima in meno. Il resto verrà
da sé.
“Nella raccolta di racconti c’è anche una storia molto lunga, quasi un
romanzo breve, che ho impiantato sulla struttura portante di un
racconto che
avevo pubblicato qualche anno fa, ampliandone alcune parti. Si chiama
“Expositio ad bestias” ed è la storia di un bambino che, pur non
avendo
genitori Vampiri, è vampirizzato da una nonna e da una zia che
esercitano un
potere sulla sua famiglia in quanto detentrici di un segreto sui suoi
genitori. Nel racconto, all’azione vampirica umana si affianca anche
un’
azione di magia nera che si richiama a tradizioni popolari che erano
ancora
ben salde quando io ero piccolo e delle quali ho ricordi sommari ma
inquietanti. Penso che questo racconto potrebbe diventare un buon film
‘antivampirico’, anche perché un film è in grado di raccontare certe
teorie
molto meglio di un saggio. Ma certamente, prima di pensare a un film,
ho
altro da pensare: scrivere, diffondere l’idea che dal vampirismo ci si
può
liberare, aiutare le persone che si rivolgono a me per capire che cosa
possono fare, e aiutarle senza utilizzare alcun metodo che
interferisca né
con la loro vita personale né con l’eventuale lavoro psicologico o
terapeutico che alcuni di loro svolgono”.-
(……)
A proposito di esempi concreti, puoi citare qualche personaggio
famoso che
ti sembra esprima in modo particolare la forza vampiro, oppure, come
si usa
dire, è meglio non fare nomi?
“Nomi se ne potrebbero anche fare, ma contemporaneamente bisognerebbe
fare i
nomi dei loro complici-avversari, di tutti quelli che potenziano i
grandi
Vampiri con la loro attenzione frustrata, spasmodica, avvelenata, con
quel
modo di dire le cose sempre a denti stretti, con in faccia una smorfia
di
disgusto, con il veleno sotto la lingua, con lo stiletto tra i denti.
Non è
così che si vincono i Vampiri. I sentimenti vanno vissuti per intero
nel
nostro laboratorio interiore, fino a quando non si siano trasmutati in
oro
puro, in luce pura, in una lama tagliente che riflette solo bagliori
di
verità e di giustizia. La vera forza sta nel lasciar cuocere quei
sentimenti, non nello sbatterli in faccia all’avversario come schizzi
di un
veleno che, somigliando al suo, non farà altro che nutrirlo. Avvenuta
la
trasmutazione, si capirà che per vincere ci vuole strategia, non urla,
rispetto per l’individuo e intento implacabile contro la forza che lo
domina, non cieca frustrazione.
“Non faccio nomi perché non finirei mai di elencare tutti i veri
complici
dei grandi Vampiri, soprattutto di quelli che militano non nelle loro
stesse
schiere, ma in quelle dei loro oppositori”.
- Qual è, in genere, la reazione delle persone alle quali parli di
questo
argomento, o che leggono il tuo libro? In particolare, quando
capiscono che
parli non di un mito ma di persone reali, prendono sul serio o
sottogamba
l’argomento?
“Io credo che chi legge le cose che scrivo e o sente parlare delle mie
idee
percepisca il fatto che i miei sentimenti sono onesti, anche se da
molti
vengono ritenuti non condivisibili e provocatori. Io credo di
testimoniare
sempre che in quello che dico, anche se lo dico con forza, magari con
autorità, c’è soprattutto umiltà. L’umiltà, come scrivo in un mio
racconto,
è un sentimento, ed è il più potente di tutti. L’umiltà genera la
dignità.
La dignità genera la volontà. La volontà genera la forza d’animo. La
forza d
‘animo genera l’autorità. L’autorità presso se stessi è un fatto, non
un’
opinione. Quella presso gli altri è tutta da provare, non la si può
imporre.
“Io ho l’impressione che tutti, amici e oppositori, sentano che io non
ho
intenzione di imporre l’autorità delle mie idee a nessuno. C’è chi mi
scrive
che il mio libro gli ha cambiato la vita e c’è chi vuole consigli e
aiuto da
me. C’è anche chi mi maledice e mi minaccia perché ho messo in testa
strane
idee a persone che prima facevano la loro volontà e che adesso lottano
per
liberarsi dalla schiavitù psicologica che le opprimeva. Ci sono altri
che
cominciano una e-mail con l’intento di insultarmi e poi si perdono un
po’
per strada e chiudono in modo educato e un po’ imbarazzato. Ma devo
dire che
nessuno prende sottogamba l’argomento, nessuno mi ha ancora detto o
scritto
che la storia del vampirismo è una stupidaggine o una trovata per
farmi
pubblicità. E questo è già tanto”.
Immensità (nel cuore di Viktor Frankl)
by Duncan on set.13, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Viktor Frankl universalmente noto per aver creato la “logoterapia”, che è una forma di psicologia che si incentra sull’importanza di vivere con un senso e dare un senso profondo e unico alla vita.. a tutta la vita e alla propria vita.. trovò il fermento del suo pensiero e del suo insegnamento nella esperienza del campo di concentramento, dove egli fu internato in quanto di origini ebraiche. Egli vide che anche della più totale abiezione l’uomo può trovare la forza di resistere, e vide anche che solo coloro che riuscivano a trovare un senso più alto alla propria esistenza, e qualcosa di profondissimo e radicale per cui vivere… riuscivano psichicamente e fisicamente a resistere, senza cadere in quello stato di avvilimento, depressione, impotenza disperata e catatonia che per moltissimi significò la morte anche senza passare per le camere a gas.. morte perché si rinunciava a vivere, perché il mondo ormai era una meretrice carica di morte e abominazione e la vita un incubo di bastardi. Per resistere al campo di concentramento , bisognava mobilitare tutte le proprie risorse fisiche, psichiche e spirituali. E fu così che Viktor Frankl e altri resistettero. Di quella esperienze egli scrisse un libro meraviglioso e immortale, “Uno psicologo nel lager”, che è una di quelle letture che nessuno dovrebbe mancare nella propria vita. E adesso voglio citare un passo di questo testo… un passo di infinito amore. Quando Frankl improvvisamente pensò all’amatissima moglie -che tra l’altro era quasi certo fosse stata uccisa dai nazisti come lo erano stati i suoi genitori- e fu investito da una tale overdose di amore che pochi, davvero pochi sperimentano mai nella propria esistenza. Lì, rinchiuso in un luogo di inferno, costretto a una vita da schiavo, privato di tutto.. per uno di quei assurdi paradossi della vita.. provò il più alto vertice di amore che avesse mai provato, sentì volare il proprio spirito come mai aveva volato.
Vi lascio al testo:
——————————————————————————————————
“Improvvisamente, ho di fronte l’immagine di mia moglie. Mentre
inciampiamo per chilometri, guardiamo la neve o scivoliamo su lastre
ghiacciate, sempre sorreggendoci a vicenda, aiutandoci gli uni gli
altri e trascinandoci avanti, nessuno parla più, ma sappiamo bene che
in questi momenti ognuno di noi pensa a sua moglie. Di tanto in tanto
guardo il cielo, dove impallidiscono le stelle, o là, dove comincia
l’alba, dietro una scura cortina di nubi: ma il mio spirito è ora
tutto preso dalla figura che si racchiude nella mia fantasia
straordinariamente accesa, e della quale non ho mai avuto sentore
prima, nella vita normale. Parlo con mia moglie. La sento rispondere,
la vedo sorridere dolcemente, vedo il suo sguardo, e – corporeo o meno
- il suo sguardo brilla più del sole che si leva in questo momento.
D’un tratto, un pensiero mi fa sussultare: per la prima volta nella
mia vita, provo la verità di ciò che per molti pensatori è stato il
culmine della saggezza, di ciò che molti poeti hanno cantato;
sperimento in me la verità che l’amore è, in un certo senso, il punto
finale, il più alto, al quale l’essere umano possa innalzarsi.
Comprendo ora il senso del segreto più sublime che la poesia, il
pensiero umano ed anche la fede possono offrire: la salvezza delle
creature attraverso l’amore e nell’amore! Capisco che l’uomo, anche
quando non gli resta niente in questo mondo, può sperimentare la
beatitudine suprema – sia pure solo per qualche attimo – nella
contemplazione interiore dell’essere amato. Nella situazione esterna
più misera che si possa immaginare – nella condizione di non potersi
esprimere attraverso l’azione, quando la sola cosa che si possa fare è
sopportare il dolore con dirittura, sopportano a testa alta, ebbene,
anche allora, l’uomo può realizzarsi in una contemplazione amorosa,
nella contemplazione dell’immagine spirituale della persona amata, che
porta in sé. Per la prima volta nella mia vita, sono in grado di
capire ciò che si intende, quando si dice: gli angeli sono beati
nell’infinita, amorevole contemplazione di uno splendore infinito…
Davanti a .me cade un compagno; quelli che gli marciano dietro, cadono
anche loro. La sentinella accorre e li bastona senza pietà. La mia
vita contemplativa è interrotta per qualche secondo, ma subito dopo la
mia anima si innalza, si eleva nuovamente dalla mia esistenza di
internato ad un mondo sovrumano e riprende il dialogo con l’essere
amato: io chiedo – lei risponde, lei domanda – rispondo io..”
Passi coraggiosi e sudati.. di Ciro Campajola
by Duncan on set.13, 2011, under Poesia, Resistenza umana

A Ciro Campajola ho dedicato anche altri momenti in questo Territorio chiamato Born Again…
Ma lui sarà sempre parte dell’anima di questo posto..
così come è parte dell’Anima del Mondo.
Tra dannazione e bellezza, non appenda mai cappelli al chiodo, perchè può solo sputare in faccia al vento, ridere sotto la corsa della musica, e disegnare sogni ancora vivi.. come e vivo lui..
Questa è una delle sue ultime poesie.
———————————————————
PASSI CORAGGIOSI E SUDATI
Nel passato di ognuno di noi
è conservato il proprio momento di gloria
qualche sera lo vai a ripescare
proprio come una vecchia cara foto ingiallita
a volte è molto meglio che guardare certe persone negli occhi
o peggio ancora
averci a che fare con certe persone e i loro occhi
ma è raro che qualcuno coltivi ancora un po’ di quel momento
di solito lo si lascia ingiallire
come un gioco per cui non si ha più l’età
ed è in quel momento che stai uccidendo la tua gloria
per quanto continui a conservarlo quel momento
l’hai condannato a essere un ricordo
hai chiuso il guscio all’avventura
lo hai condannato a morte
Ovviamente sono di parte
ma come tutti
sono come tutti
e come tutti il mio momento è il più bello di tutti
Il mio momento è quando si parlava
senza dover azionare il cervello
oggi ne fanno volantini ironici e contrari
“non aprire la bocca senza azionare il cervello”
e poi li appendono in tristi sale di uffici
io non ci trovo niente di comico né di illogico
a me pare una cosa saggia
la voce partiva dall’anima
non dalla ragione
la ragione può essere furba
la ragione può anche uccidere
e quanto cazzo mi ha ucciso il mio momento
ma “quanto” cazzo mi ha fatto vivere
Ed eccomi qui stasera
tante sere dopo quel momento
io e il mio mondo
lontano dagli occhi dal mondo
quel mondo che non sa un cazzo di te
ma si impiccia sempre dei cazzi tuoi
La musica è quella di allora
il grigio nei capelli no
ma chissenefrega
l’emozione è ancora la stessa
e continua a crescere quando meno te l’aspetti
è la stessa che seminai
la stessa che mi spinge ancora a coltivare
la stessa che mi ha fatto morire e vivere
la stessa che mi terrà vivo
volente o nolente
fino alla morte
la stessa che appena oggi
nonostante la siccità in cui agonizza il mondo
mi ha fatto dono di nuovi fiori freschi
Altri fiori che profumeranno soltanto il mio giardino
quello del mio mondo fuori dal mondo
quello sospeso tra sogno e realtà
Non sono in gara con nessuno
non penso all’immortalità
non me ne frega un cazzo
è il battito del cuore fin tanto che batte
è la porta che si apre al sole
le orme che brillano di sudore in mezzo alla luce
le emozioni che corrono libere
e libere si rincorrono
gli uomini che si buttano
ci danno dentro
che cadono e si rialzano
fino a quando non ricadono finiti
e qualche volta si rialzano anche allora
La gloria è nel passo
nel provarci
nella temerarietà
che la morte vada a farsi fottere
Oggi
solo oggi
nient’altro che oggi
Ciro Campajola
Non sono un uomo per tutte le stagioni
by Duncan on set.13, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Premessa… il pezzo che leggerete l’ho scritto ispirandomi MOOLTO liberamente alla vicenda di Tommaso Moro. Tommaso Moro (Thomas More), è uno dei più grandi umanisti della storia, ed è famoso per avere, coniato il termine «utopia», immaginando un’ isola dotata di una società ideale, di cui descrisse il sistema politico nella sua opera più famosa, «L’Utopia», del 1516. È ricordato soprattutto per il suo rifiuto alla rivendicazione di Enrico VIII di farsi capo supremo della Chiesa d’Inghilterra, una decisione che mise fine alla sua carriera politica conducendolo alla pena capitale con l’accusa di tradimento.Ispirandomi in chi vide nell’epilogo di Tommaso Moro.. una delle prime grandi rivendicazioni del pensiero libero e della dignità rispetto al Potere.. ho scrito il testo che leggerete, nella forma dello scambio teatrale. E’ evidente che radicalizzo fino all’estremo la vicenda, rendendola metafora di altro. Ma a me non importa con questo dialogo esssere realista…. mi importa il simbolo che viene trasmesso..
——————————–
Thomas More
“Non sono un uomo per tutte le stagioni”
–
Enrico VIII
“Non c’è alcuna verità assoluta, le fedeltà vanno col vento, e il vento sono Io adesso.. devi solo piegarti, e avrai salva la vita”
–
Thomas More
“Le fedeltà sono assolute… le verità resta verità e.. non sono un uomo per tutte le stagioni…”
–
Enrico VIII
“Basta solo che tu non ti opponga al mio nuovo matrimonio con quella bagascia della mia nuova donna… invece di fare il cane prezzolato del Vaticano…non cambia un cazzo per la tua preziosa coscienza..”
–
Thomas More
“E qui che non capisci. Non me ne importa nulla con chi ti accoppi la notte e delle tue storie di matrimoni da annullare e altri da fare, e delle tue stramberie sul fondare una nuova Chiesa Inglese.
Ma feci un patto una volta che ascesi in alto.. che non avrei piegato la volontà e la coscienza al Potere.
Non importa su che cosa si deve chinare la testa. Giurai di non farlo. “
–
Enrico VIII
“Testa di legno. Basterebbe solo un atto di assenso. Un formale omaggio alla Maestà del tuo Re.. che sancisca il suo diritto divino ad avere una nuova moglie in barba a quei castrati di Roma… un semplice atto”
–
Thomas More
“Non è l’mportanza concreta, non quella soprattutto.. è il simbolo..”
–
Enrico VIII
“Cedi … e sarai alla mia destra… il più alto in grado dopo me.. sia nel potere militare e politico.. sia nel potere religioso, ora che, con questo argomento della mia nuova bagascia, con questo matrimonio che il Vaticano anatamizzeà con le sue urla isteriche.. potrò nominarmi Capo Supremo della nuova Chiesa d’Inghilterra… e sarai il primo dopo di me anche nel potere religioso. Che poi nei fatti, io mi sono sempre fracassato la minchia di tutte ste fregnacce metafisiche per inculati. A me piace mangiare, bere, comandare le truppe, e trombare. Quindi il capo effettivo della nuova Chiesa saresti tu. Bestia! Ma non li hai sempre odiati sti pretini avvizziti, si eunuchi… sti predicatori della castità con cento amanti al seguito… sti pedersti.. sti simoniaci che venderebbero mandre, padre e Gesù Cristo in croce per mezza carica episcopale, anzi per una parrocchia di pecoroni fottutissimi. Queste serpi, dal sorriso melenso e servire. Con tutte le loro bestialità per estorcere quattrini per Mamma Roma e i grandi Capi Magnaccia che diigono il baraccone. Come con sta roba delle indulgenze… che a un certo punto ho minacciato di impalarli e abbrustolirli a fuoco lento, non perchè me ne importi più di tanto delle loro scempiaggini, ma i quattrini non me li tocchi. Per pagare sti enunuchi per farsi abbonare i peccati di mezza famiglia, stavo per subire un disssanguamento erariale.. tutti soldi in meno per le tasse. E quindi, porca di quella maialona fritta e rifiritta, tu che li hai sempre detestati.. sì con garbo, senza escandescenze.. ma li hai sempre combattutti.. che parlavi di riforme, Utopia… tutte quelle tue favole sull’Utopia.. ora gl dai manforte.. ora che potresti essere tu a fare girare la Chiesa per il verso giusto in Inghilterra, col mio pieno appoggio nello strizzare le palle a chi si mette di traverso….”
–
Thomas More
“Ascolta.. prova ad ascoltare.. anche se so che non lo farai. Se accettassi.. cosà resterà dopo? Vai oltre. Vai oltre questo grande baccanale, quest’orgia di potere, che vuoi goderti fino all’ultimo. Vai oltre! Cosa resterà dopo? Solo un giro di Walzer.. lotte tra bande. Tu sei un capobanda migliore di loro? Certo.. io potrei fare cose buone e somme alla tua destra, certo? Ma un giorno saremo pagine ingiallite di libri di storia, ricordi da imparare a memoria. Saremo solo i meno peggio.. la conosci questa parola?.. i meno peggio.
E io avrei mancato al dovere che ho messo sulla mia spalla e giurato di servire. Solo un servo di partito… Conosci questa parola?.. servo di partito…. solo un buon cortigiano…
Io adesso difendo molto altro oltre me e le vacche in calore di cui ti circondi…..
Io lascio una scia nel deserto, a costo della mia stessa testa….
Perchè qualcuno deve pure giocarsela la testa, metterla sul piatto e scommetterla, e anche perderla se è necessario… perchè altri un giorno possano con la mente trovare un compagno e una scheggia di fuoco per i tempi bui.
Perchè qualcuno riuscirà a restare in piedi perchè altri non si sono piegati, quando tutto lo avrebbero fatto, quando sarebbe stato così facile farlo.
E avranno parole e polmoni contro le anime grige, che verranno a dire che non esiste fedeltà, che non esiste verità. che non esiste amore.. che ogni cosa è relativa, e tutto è una menzonga e un gioco delle parti.
E sapranno che non è necessario impersonare tutti i ruoli, che non è indispensabile calare sempre le brache.
Sapranno che si può dire anche no….
che si può vivere senza vendersi..
Che ci sono uomini che non sono per tutte le stagioni…
–
Enrico VIII
“Ti sei irrimediabilmente fottuto il cervello, ora finalmente l’ho capito. Sei un pazzo, un giuda, un traditore, un fanatico. Morirai anche tu come una volgare canaglia. Domani ti sarà tagliata la testa”
La goccia
by Duncan on ago.03, 2011, under Resistenza umana

Pubblico questo pezzo della cara amica Paola..
C’è poco da aggiungere. Il carcere e tutto ciò che gli gira intorno si rivela costantemente essere quell’ “Assassino dei Sogni” di cui parla Carmelo Musumeci.. un territorio dove il sadismo è parte integrante, dove ci si impegna… nel fare di tutto.. per distruggere o rendere tormentosi anche i pochi momenti di condivisione, affetto e intimità che si potrebbero vivere.
Grazie Paola
—————-
Quello che fa impazzire davvero gli esseri umani è la goccia..quella goccia impercettibile, continua, decisa , delicata..e imperterrita…che un poco alla volta ti trapana il cervello e diventa talmente assordante da tramutarsi in boato
Ti entra dentro in punta di piedi, in maniera talmente discreta che non la avverti finchè non ti scava dentro come un acido…ti penetra in modo talmente lento da non percepire quasi che quando te ne accorgi c’è già una voragine dentro.
Quando te accorgi ammazzeresti..ma non puoi ..perchè non hanno fatto nulla tranne che infonderti una flebo di cattiveria talmente sottile che avrebbe potuto anche essere assorbita attraverso i pori della tua stanchissima pelle..invisible, un piccolo passo alla volta da non suscitare proteste nè qualsivoglia reazione…che poi le reazioni le puniscono di più.
Lugubre, scaltra, impercettibikle come una rugiada al mattino presto…secca come uno sparo a bruciapelo…geniale da far arrossire una volpe, cattiva da far scappare il demonio..la goccia di veleno lentissima che stilla dai muri dalle regole dalla demenza chissà..forse solamente dall’assenza di una qualunque percezione di vita che non sia quela universalmente accettata.
….incomprensibile follia ? ..no..solamente uno stato d’animo… Così crudo e lucido da fare spavento a se stesso…perché se vivi una passione sei sempre alla ricerca affannosa di un attimo che ti permetta di viverla..anche e persino in una sala colloqui diroccata ed illegale..una sorta di squallidisimo cantiere devastato con l’obsoleto bancone di marmo abolito da chissà quanto tempo..ma non lo vedi non lo curi non lo badi..ci sono i suoi occhi al di là..la sua pelle..e il resto è un inutile orpello che non spaccherà nessuna emozione…
ci provi lo senti anche vero ti sporgi diventi un acrobata per sussultare un brandello di pelle e alimentare di scarti quegli animali feriti..sublimi qualunque situazione tramuti l’acqua in champagne il cemento in velluto la rabbia in un brivido….sempre.
ora dopo ora e non è mai un’ora è l’infinito è il prossimo palpito da accarezzare…ma poi se ne accorgono..ti scoprono…percepiscono che in qualche strana stravagante maniera stai continuando a vivere..e decidono che non va bene..come ti permetti di vivere …TU???
…e così cambia tutto, un passo alla volta , con l’istrionica perfidia di un demone dalla sublime intelligenza…con la scaltra e perversa lentezza di chi SA come si distrugge un essere umano una cellula alla volta…prima gli orari, controllati alla frazione di secondo…un poco alla volta il telefono…staccando la comunicazione senza una voce che dica è finito il tempo, stracciandoti una frase a metà…..e con passo di piume il posto assegnato al colloquio con la guardia ad un metro e non puoi sederti altrove nonostante le regole…qualche tiepida e gelida battuta bollente…e il farti ”accomodare” sempre e solo direttamente sotto alla telecamera perché così devi stare a distanza… non dicono nulla..non hanno fatto nulla…è la goccia.
Che ti logora e ti scava e rimani da sola , la tua pelle rimane da sola prosciugata derubata senza nemmeno avvertirlo se non da quel freddo che senti al ritorno e a quella vuota tristezza di lacrime e non sai perchè..e così puoi avere la sperata tentazione di rivolgerti altrove e lasciarlo da solo a lottare con fantasmi d’acciaio temperato da un’unica maligna intenzione.
Distruggerci
Distruggerti
Come ti sei permesso di rimanere un uomo?
..almeno i capponi li castrano per mangiarli…a noi ..ci castrano solo per malcelata cattiveria…con una semplice, tenace, velenosa goccia di un veleno sottile…e letale
Ciro Campajola.. il libro..
by Duncan on ago.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana
Le poesie sono pensieri sbloccati
Firmati da realtà opprimenti
Tu non fai altro che scriverle
Io non so cosa è esattamente ciò che scrive Ciro Campajola. So che spacca le dighe, spacca i muri, spacca gli spartiti, così come spacca i coglioni… specie di chi è sazio nella propria mediocrità e complicità, e spacca la vita e la morte.
Le chiamiamo poesie, ma di poesie del genere io non ne ho lette mai. Chilometriche, inarrestabili, fluviali.
Urlano fino a trapanarti la mente, ma ridono anche, tra il malinconico e la speranza affamata dietro un bicchiere di vino e un bicchiere di blues e un bicchiere di anima.
Ferite e grotte di solitudini, abbandoni e volti cancellati dalla lavagna, i gironi infernali dei senza nome, e dei nomi di coloro a cui hanno rubato il nome. E di loro che canta Ciro. Delle principesse bambine vestite da prostitute e dagli occhi grandi come il mare. Delle periferie capovolte dei tossici, e dei marchiati a fuoco, i puntini neri per le freccette facili, i collaudati oggetti del disprezzo, le mani fragili che chiedono vita e carezze, e prendono pugni e morte.
Ma Ciro non è un delicato poeta da confortevole nicchia malinconica. In lui suona a stordire le orecchie, la forza iconoclasta dell’eterna invettiva contro l’abiezione, la sacra indignazione che è l’onore di tutto la grande poesia satirica dell’antichità, e di tutto il grande teatro ironico, appassionato e civile dei nostri giorni.
Sì… la ribellione delle parole. La ribellione nelle parole. Non cercate conferenze per acculturati e teste d’uovo. Ciro è nato nelle periferie, vive nelle ciminiere, sale su quegli strani sentieri che si affacciano sul volto bello della vita che regge il pugno, e mostra il dito alle cornacchie gracchianti della dissoluzione.
Lui mostra il riso delle scimmie. Ma a quel riso non si arrende come gli eterni sconfitti. E a quel riso non si accompagna, come gli eterni complici vigliacchi.
Perché è tutta una scansione di tempi.. tutta una scansione di ritmi.
E lui ti mostra il male, ti mostra la scimmia deforme, il concerto malato dei vampiri. E a volte è acciottolato in mezzo al grembo che piange.
Ma non vedrete mai solo il buio..
Alla fine c’è sempre un canto del cuore,
siamo sempre qua – sembra dire Ciro – a dare sperma e polmoni alla vita..
e poi tu*
tu sempre con quelli che non ci stanno
che preferiscono pagare e fanculo il conto
tu confuso
tra quelli che sanno tutto e quelli che non sanno niente
tu
che non ne vuoi più sapere e fanculo pure le chiacchiere
tu
tra la legge uguale per tutti o meno
tu
che per quel che ne sai
fanculo comunque sia la legge
con te è sempre stata uguale
mai giusta
tu
che batti sudato e testardo il tuo sentiero
che per gli altri sia legale o no
lo è per te
E’ la tua strada ragazzo, la strada stretta è sbagliata.
La strada di chi lo batte il suo tempo, anche quando le ore pesano fino spezzarti le dita. Ma tu non la molli. “Sono quello che sono”.. dillo, dillo forte e fai il tuo passo, cammina sul tuo Sentiero.. prendi ciò che ti appartiene e vai, costi quel che costi, quanto sangue può costare, è onorare ogni attimo. Questo ti fa scalpitare Ciro dentro. Questo ti scaraventa addosso.. con buona pace di tutti i cantori della stanchezza, che dilagano nel nostro tempo.
E’ intollerante nel suo scrivere? Può essere. Non è un santo. Non vuole essere un santo. La sua poesia è bambina e negra allo stesso tempo. Crudele e sensibile allo spasimo. Conosce la lotta di strada questa poesia, a mali estremi sa tirare le unghie… Nasce dalla musica, la musica la partorisce, musica genererà.
Non è per i levigati, le personcine inamidate, i professionisti del volontariato, per tutti coloro che si rifanno una verginità con le “pecorelle smarrite”. Se siete tra costoro.. non è il libro per voi. C’è tanto altro in libreria, cercate altro.
Le vite scartate gli stanno appese al collo, e lui si fa male a portarle, ma DEVE portarle. E sono tutti qua a prendersi la sua mano. E c’è ancora lui, nelle notti a dare lucido alle trombe.
La sua poesia trasuda Onestà. L’eccesso si accoppia al rigore morale. Solo uno dei tanti apparenti paradossi che vivono in lui e in ciò che scrive.
E alla fine c’è la notte più notte, notte al quadrato.
Alla fine c’è l’alba afferrata “appena in tempo”.. “in fondo alla notte”..
Alla fine c’è musica che passa nelle vene.
Alla fine c’è un anello..
ti accorgerai*
che comunque
nei giorni chiari e in quelli bui
hai sempre trovato un anello
in ogni tempo
con ogni tempo
e sia nel sole che nella pioggia
tu lo hai sempre portato al dito
come una fede nuziale
come un matrimonio benedetto di suo.
Non vi dico di leggere il suo libro..
Non si dice mai a qualcuno di leggere un libro,
a un certo punto un libro, un disco, un volto ti chiamano..
chiamano e basta.
Vi dico invece di dare lucido alle trombe.
Alfredo Cosco
*Brani di poesie di Ciro Campajola non presenti nel libro.
Per l’acquisto contattare Ciro attraverso posta Facebook.
Dall’Islanda una lezione
by Duncan on ago.03, 2011, under Controinformazione, Resistenza umana, politica
Leggete questa storia e riflettete…
Riflettiamo tutti insieme e pensate ai nostri giorni.
Cosa sta accadendo?
Cosa stiamo tollerando?
Un Moloch chiamato debito sta divorando la vita di interi paesi…
Istituzioni sovranazionali non elette da nessuno impongono diete di lacrime e sangue…
Questa crisi creata da banchieri, finanzieri e politici viene scaricata sulle persone, viene derubata la loro vita.
Questi poteri sovranazionali impongono un’unica strategia…
PAGARE SEMPRE DI PIU’ UN DEBITO INARRESTABILE CON SEMPRE PIù TAGLI TAGLI E TAGLI….
Lacrime e sangue dicono. Ma da quanto lo dicono? E cosa hanno portato lacrime e sangue? Ancora più debito, ancora più macelleria sociale.
E’ una follia… più paghi.. più ti impoverisci.. più ti impoverisci meno hai la forza di realzarti. Invece di sostenere la crescita, si spezzano le gambe a un organismo già convalescente.
Ma sono tutte vere le cose che ci dicono?
Sono tutte vere?
Siamo davvero costretti a subire queste ricette draconiane?
Chi è che davvero sta decidendo?
Chi è che davvero ha il potere?
E’ davvero giusto che le banche centrali, non elette da nessuno, abbiano il controllo assoluto sulla moneta?
E’ davvero accettabile che pagare gli interessi sul debito venga prima delle concrete esistenze che vengono colpite?
Chi guadagna dalle immense speculazione che avvengono ogni giorno?
E chi sono coloro che, dalle grandi istituzioni economiche multinazionali, costringono a sempre maggiori tagli, a sembpre maggiore macelleria sociale?
E se ci fosse un’altra strada? Un’altra strada oltre a quella che ci vendono.. oltre al panico da debito, alla scure sanguinaria, alla perenne sottomissione alle logiche economiche-finanziarie dominanti?
E se ci fosse un’altra strada?
L’Islanda ha deciso di dire NO!… di dire BASTA!…
ha nazionalizzato le banche.. creato una nuova costituzione nazionale.. e sfidato le oligarchie finanziarie internazionali..
Cosa succederebbe se anche noi avessimo lo stesso coraggio?
La stessa folle capacità di osare e di pensare in grande e di sfidare ciò che è considerato ormai come inevitabile.
———————————-
Islanda, quando il popolo sconfigge l’economia globale
di Andrea Degl’Innocenti – tratto da http://www.ilcambiamento.it/lontano_riflettori/islanda_rivoluzione_silenziosa.html
L’hanno definita una ‘rivoluzione silenziosa’ quella che ha portato l’Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell’intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.
Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.
L’Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un’eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un’esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.
Ma procediamo con ordine. L’Islanda è un’isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell’intera Italia, situato un poco a sud dell’immensa Groenlandia.
15 anni di crescita economica avevano fatto dell’Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di ‘neoliberismo puro’ applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.
Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall’altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull’euro – che perse in breve l’85 per cento – non fece altro che decuplicare l’entità del loro debito insoluto. Alla fine dell’anno il paese venne dichiarato in bancarotta.
Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all’Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.
A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l’unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.
Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.
Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d’Islanda era decisamente troppo.
Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos’altro invece si riaggiustò. Si ruppe l’idea che il debito fosse un’entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un’intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d’un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.
Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.
La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l’isolamento dell’Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l’Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell’intervista – ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.
A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L’Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l’Islanda.
In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l’indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola ‘presidente’ al posto di ‘re’).
Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un’assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l’appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.
Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. “Io credo – ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente – che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet”.
Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.
Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l’Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.
Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l’unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?
I mondi di Barbara (Osip Emil’evič Mandel’štam)
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana, Simbolo, politica

Eccoci a un altro appuntamento con la “I mondi di Barbara”, una rubrica che è una delle colonne principali di questo Territorio per Anime Pazze e Libere chiamato Born Again.
Barbara Lazzarini in questo spazio ci porta in altri mari rispetto alla cultura digerita e premasticata, e poi ingurgitata come fosse puro materialato.
Questa cultura si incarna nell’uomo e diventa incandescente percorso narrato, che della Libertà fa un pezzo di pane, che passa di mano in mano, rendendo chiunque mangia, più libero.
Il pezzo di Barbara che oggi pubblichiamo è uno a quelli a cui io tengo di più in assoluto. Il protagonista è un Gigante..Osip Emil’evič Mandel’štam.
————————————————————————-
Osip Emil’evič Mandel’štam è un grandissimo poeta, una delle figure più importanti del Novecento letterario. Vittima, come moltissimi altri grandi artisti, delle “Grandi purghe staliniane”. Nasce nel 1891 a Varsavia da una famiglia ebrea, si trasferisce in Russia e trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Pietroburgo. Affronta studi intensi di filologia romanza e germanica che gli serviranno per studiare i grandi italiani come Cavalcanti, Petrarca, Dante, ecc.. successivamente insieme all’Achmatova e al di lei marito, fonda il movimento acmeista ( i migliori) in contrapposizione ai versi oscuri dei simbolisti russi propongono la chiarezza e la praticano perfettamente. Scrive in prosa e in poesia, molto importante, per il taglio originale che esce del Nostro più grande poeta, il suo saggio “Conversazione,(o discorso) su Dante”. Quello per la nostra lingua è un amore intenso, Mandel’stam la definisce “la più dadaistica delle lingue romanze”, pensate che Cristina Campo, raffinatissima traduttrice, l’italiano lo definiva “lingua di marmo”, lingua che se ne sta lì come un blocco pronto per essere scolpito, è irriducibile marmo che cela la forma affinchè ne sia estratta. C’è una sorta di incontro elettivo con Dante, prima di lui con Cavalcanti, in effetti il vero avanguardista dell’era volgare, quello che sdogana il pathos, con lui finalmente si può parlare di sofferenza carnale nell’amore, lo fa lui per la prima volta con durissime parole e sintassi complessa, lo farà Dante nelle famose e bellissime “Rime petrose”
…e torna la pietra a forgiare la nostra neolingua di parole che sanno tagliare e sono tagliate.
E’ mi duol che ti convien morire
per questa fiera donna, che nïente
par che piatate di te voglia udire.
I’ vo come colui ch’è fuor di vita,
che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia
fatto di rame o di pietra o di legno…(Cavalcanti)
Canzon, or che sarà di me ne l’altro
dolce tempo novello, quando piove
amore in terra da tutti li cieli,
quando per questi geli
amore è solo in me, e non altrove?
Saranne quello ch’è d’un uom di marmo,
se in pargoletta fia per core un marmo.(Dante)
Quando M. entra nei regni danteschi e prende a parlare della Divina Commedia, il suo approccio critico davvero è inconsueto. Di lui dicono che fosse un tipo strano, sempre in movimento, incapace di starsene seduto, frenetico, con il pensiero altrove, esiliato ai comuni mortali. Questa sua stessa condizione esistenziale d’esule lui rinviene in Dante, quella stessa foga del moto vorticoso di versi pietra che generano la più grande delle lingue; per Mandel’stam Dante “DANZA”, muovendosi nella musica dei versi, versi come orchestre sinfoniche. Ancora nel “discorso su Dante” scrive: “Dante è un maestro dei mezzi poetici, non un fabbricante d’immagini. E’ lo stratega delle metamorfosi e degli incroci” e quando si sofferma sull’analisi del canto del conte Ugolino scrive : “I canti danteschi sono le partiture di una speciale orchestra chimica”.
Osip M. è un grandissimo esperto di musica, fa paragoni con Bach, la musica è per lui segnale di vita e afferma che la poesia deve seguire regole più severe come quelle delle partiture:”Questa è la legge della materia poetica, materia che è convertibile e sempre in via di convertirsi, che esiste solo nello slancio dell’esecuzione“.
Mandel‘stam ha affermato: “prima compongo, poi scrivo“.
Si legga la seguente poesia dal confino forzato in cui viene relegato per motivi politici:
Lei non è dal suo mare ancora nata,
lei è musica ed insieme parola;
è il legame che mai si potrà sciogliere
fra tutto ciò che vive nel creato.
Delle onde respiran calmi i seni,
ma un chiarore impazzito il giorno illumina,
e stanno i lillà scialbi della schiuma
dentro un vaso color celeste-nero.
Acquistino le mie labbra, recuperino
la mutezza lontana, primordiale,
simile a una nota di cristallo
che vibra, fin dal suo nascere, pura!
Rimani quel che sei – schiuma, o Afrodite,
tu, parola, rifluisci in musica,
vergognati del cuore, o cuore, fuso
con l’elemento primo della vita!
La storia della dittatura sovietica s’incrocia con quella dell’artista già inviso al regime quando una sera recita questa poesia tra amici:
Noi viviamo senza avvertire sotto di noi il paese,
i nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza,
ma dove c’è soltanto una mezza conversazione
ci si ricorda del montanaro del Cremlino.
Le sue grosse dita sono grasse come vermi
e le sue parole sicure come fili a piombo.
Ridono i suoi baffi da scarafaggio,
e brillano i suoi gambali.
Intorno a lui c’è una masnada di ducetti dal collo sottile
e lui si diletta dei servigi dei semiuomini.
Chi fischietta, chi miagola, chi piagnucola
se soltanto lui ciarla o punta il dito.
Come ferri da cavallo egli forgia un ukaz dietro l’altro,
a uno l’appioppa nell’inguine, a uno sulla fronte,
a chi sul sopracciglio, a chi nell’occhio.
Non c’è esecuzione che non sia per lui una cuccagna…
Qualcuno si fa delatore, Mandel’ stam non saprà mai chi sia stato, né perché lo abbia fatto, tuttavia il “controrivoluzionario” viene arrestato, ha con sè solo una copia della Commedia. Ha così inizio un percorso di inaudita sofferenza fisica e psicologica che lo condurrà alla morte nel lager di Vladivostok nel ‘38
Su di lui Viktor Erofeev afferma: “Osip Mandelshtam scrisse i versi politici più coraggiosi e più riusciti di tutta la storia della letteratura russa. È un record. Quel proiettile di poesia diretto contro Stalin (…) è di una precisione micidiale”.
E’ nella durezza della prigionia che l’ansia genera poesia, la tensione del dolore si fa morso dilaniante che lo consuma eppure Osip non vuole smentire la sua vocazione d’uomo, compone, le parole risuonano tra soprusi fango e gelo, la sera ai suoi compagni di sventura recita Petrarca, prima in italiano e poi in russo, chissà quale fantasma porta l’arte a superare ogni bruttura, l’otium sereno delle Rime italiane a consolarlo, il sogno di un raccoglimento letterario negato…
Qui di seguito riporto alcune liriche dal campo di detenzione, furono preservate e poi date alle stampe dalla moglie Nadezda, che aveva imparato a memoria questi e numerosi altri testi poetici del marito.
Lo dico in brutta copia, a voce bassa,
ché non è ancora venuto il momento:
il gioco del cielo irresponsabile
si attinge col sudore e l’esperienza.
E sotto il cielo dimentichiamo spesso
- sotto un purgatoriale cielo effimero -
che il felice deposito celeste
è una mobile casa della vita” (9 marzo 1937)
“Io mi porto questo verde alle labbra
questo vischioso giurare di foglie -
questa terra che è spergiura: madre
di bucaneve, aceri, quercioli.
Mi piego alle umili radici, e guarda
come divento insieme cieco e forte;
non fa dono, il risonante parco
di una sontuosità eccessiva agli occhi?
E – palline di mercurio- le rane
con le voci s’agglomerano a palla;
i nudi stecchi si mutano in rami
e in lattea finzione il vapore dell’aria (aprile 1937)
Per un pugno di semi
by Duncan on lug.03, 2011, under Controinformazione, Resistenza umana, Simbolo, politica
Per un pugno di semi
Questa affermazione, che rincontrerete nei punti finali del testo che leggerete, dovrebbe essere scontata. Dovrebbe essere evidente. Moltissimi di noi non verrebbero neanche sfiorati da un pensiero diverso.
E invece non è così evidente per molte realtà economiche, mediatiche, politiche ed istiuzionali.
E la manipolazione della vita e la brevettazione del “materiale” vivente” è diventato uno dei grandi territori che segneranno il tempo prossimo venturo.
Il testo che leggerete non è sempre scorrevole e limpido, ma porta in sè domande potenti.
Non è un “discorso” solo sui semi…
I semi non sono quegli affarini picolissimi con cui potete riempirvi le mani.
I semi rappresentano una delle architravi della stessa sussistenza alimentare su questo pianeta.
Chi controlla i semi, controlla il cibo. Chi controlla il cibo acquisisce su intere collettività un potere che farebbe impallidire quello delle antiche satrapie orientali.
La manipolazione del vivente è strumentale ANCHE (e soprattutto) allo scopo delle brevettabilità del materiale manipolato.
Una volta, ad esempio, che si saranno create varietà genticamente manipolate (OGM) di Mais, le corporation internazionali che hanno il brevetto su quelle varietà manipolate (ad es.. la Monsanto) cercheranno di fare propagare quella tipologia di mais. Perchè quel mais è nelle loro mani. Se tutte le sementi attualmente essitenti fossero sementi geneticamente manipolate, in pratica la catena alimentare, per tutto quello che deriva dalla semina, maturazione,ecc.. e successivi procedimenti di elaborazione.. sarebbe nelle mani delle corporatione alimentare.
La lotta per i semi non è una battaglia di poche comunità integraliste di contadini, quindi. E’ una lotta per la democrazia prossima ventura. E si intreccia con altri piani e con altre lotte, in una sovrapposizione di livelli, sul piano orizzonta, e sul piano verticale.
L’articolo che leggerete tenta di mostrare “qualcosa” di tutto ciò, andando anche oltre lo stesso discorso dei semi.
E’ la riscoperta e la valorizzazione di un sapere comunitario che è in gioco, di un patrimonio collettivo che va oltre il diiritto e deve porre limiti al diritto. Arrivo a dire che il diritto è legittimo se non mette a repentaglio questo sapere comunitario e le relazioni di vita che esso stesso istituisce.
Il succo è che la proprietà comunitaria delle sementi, ma anche dell’acqua, e altri patrimoni originari non devono essere “concessi” dal diritto, il diritto deve “riconoscerli”, inchinandosi a ciò che rende legittimo il diritto e nè da valore morale, il rispetto della sovranità della vita nel suo manifestarsi.
E’ una lotta per una democrazia non limitata al piano istituzionale governativo.
Una lotta per i saperi comuni, per i beni comuni, per gli spazi condivisi, per i “territori franchi”, emancipati dal mercantilismo più esasperato, e dal codice del profitto, dalla dinanica dello scambio azionario perenne. Non è né liberismo, nè comunismo. I vecchi molochi ideologici sono alberi secchi, germe sterilizzante. E’ un pensiero più antico della ruota e più innovatore delle autostrade telematiche.
La terra appartiene ai popoli. La cultura sociale non deve essere sottoposta ad autorizzazioni e controlli.
La conoscenza va condivisa e deve scorrere senza limiti.
L’economia è solo uno strumento e deve inchinarsi a valori superiori.
I leader devono servire non comandare.
E la vita non è brevettabile.
Vedete a cosa si arriva da un pugno di sementi..
———————————————–
Tratto da
“NUNATAK
Rivista di storie, culture, lotte della montagna”
SCAMBIO DI SEMI E DIRITTO ORIGINARIO
Parto da un’affermazione poco nota sulle varietà di fruta, ortaggi e cereali: le varietà in natura non esistono. In natura esiste la specie, i loro selvatici, le declinazioni locali delle specie (“ecotipipi”) che nei diversi luoghi, in risposta al terreno e al clima di quei luoghi, hanno evoluto forme e comportamenti particolari; ma le varietà, come le conosciamo oggi (la mela Renetta, il frumento tenero Gentil Rosso, la carota di Nantes…) sono quasi sempre il risultato di un lento processo di selezione, addomesticazione e trasmissione atto da contadini e agronomi nel tempo lungo delle generazioni, e questo risultato richiede decenni, qualche volta secoli, di lavoro anonimo, svolto nella condivisione dei saperi e delle pratiche comuni a un territorio esteso quanto quello di una parrocchia o di una famiglia. In altre parole, le varietà sono un prodotto del tempo e della cultura di un luogo e di una comunità, sono quasi un manufatto. Se si escludono quelle prodotte dai genetisti, quelle ottenute per ibridazione o per mutazione indotta, se si escludono, insomma, quelle più recenti, prodotte a partire dalla prima metà dello scorso secolo, tutte le altre varietà, quelle tramandate (dunque “tradizionali”), non hanno un autore, un “costitutore”, non hanno cioè qualcuno che ne possa vantare un diritto esclusivo di proprietà e di uso. La titolarità sulle varietà tradizionali può essere riconosciuta solo nei confronti della compresenza di chi, in quel luogo e in quella comunità, è vissuto e vive, perchè, poco o tanto, solo costui è cotitolare dei saperi condivisi e delle pratiche che sono servite nel tempo per selezionare e addomesticare la loro forma, il loro comportamento e il loro gusto, cioè per fare loro assumere le caratteristiche che le rendono riconoscibili e particolari.
La mela Cavilla, l’uva Lumassina, il mais Ottofile e il cavolo Gaggetta, essendo il risultato di un lungo processo di adattamento e conformazione, non hanno un autore certo. Queste varietà possono solo avere una moltitudine di coautori, comunque non un proprietario; e se qualcuno ne rivendicasse diritti esclusivi commetterebbe un atto abusivo e giuridicamente on riconoscibile se non per effetto di una norma bizzarra, inconsapevole o prepotente; sono invece patrimonio collettivo, non di tutti in mondi indifferenziato, della nazione o dell’umanità, ma di una comunità legata a un territorio, quanto grande o piccolo non è rilevante. La conservazione ripetuta nel tempo e la consuetudine ne hanno fatto oggetto di diritto comunitario, un diritto che di fatto non esisste più, e non è né privato né pubblico, perchè non possono appartenere neppure allo Stato o alle sue emanazioni territoriali che amministrano il patrimonio pubblico, e sempre più spesso lo fano come se fosse una particolare forma di proprietà privata. Così, tutto quello che è stato oggetto di diritto comunitario, cioè delle comunità (normalmente territoriali) – si pensi agli usi civici – è soggetto ad una progressiva erosione e, come scoria del passato, pare destinato, prima all’esclusione dalla percezione e dalla consapevolezza comune e, successivamente alla totale scomparsa.
Questo punto merita una particolare attenziona: a dispetto di ogni strabismo giuridico, gli ambiti comunitari tuttora esistono – hanno a che fare con le risorse necessarie per a sussistenza degli appartenenti a una comunità e con il patrimonio simbolico costruito nel tempo da quella comunità, fatto di spazi, feste, riti, forme ed espressioni della cultura condivisa e vernacolare – ma non si percepiscono più come tali: solo solo usciti dall’orizzonte della percezione e del linguaggio comuni, e questa uscita è la premessa per la loro definitiva scomparsa nella disattenzione e nel silenzio.
Piccoli esempi presi qua e llà nel deposito della memoria. La strada è, ed è sempre stata, spazio dell’incontro e, nell’immediatezza delle cose, quasi estensione dello spazio abitato. Pare normale – e anche nelle città lo è stato fino a non molti decenni fa - che le persone possano mettere la sedia fuori casa per conversare o fare nulla. Ma non posso dimenticare il vigile che a Genova, una trentina di anni a, in una strada pedonale del centro storico, si era avvicinato a una donna seduta fuori casa vicina al suo uscio per domandare se, per la sedia, avesse pagato la tassa di occupazione del suolo pubblico. In quel momento ho iniziato a capire che lo spazio pubblico e quello comunitario non sono la stessa cosa.
Ancora: organizziamo una festa e suoniamo e balliamo con musica che abbiamo inventato o con la musica popolare, quella ereditata per tradizione, quella di autori tutti ignoti o, proprio come le varietà agricole, di autore collettivo. Anche in questo caso dobbiamo pagare una gabella allo Stato attraverso la sua agenzia, SIAE, che impone una tassa sulle feste accompagnate dalla musica con la ragione dei diritti d’autore: e non conta nulla che la musica sia inventata sul momento o che gli autori non ci siano e, intesi singolarmente, non ci siano mai stati, e neppure che nessun diritto d’autore sarà pagato a nessuno. Andando così a spaglio, cosa potremmo dire della legge per incentivare gli “agricoltori custodi”, pubblicato dalla Regione Toscana pochi anni fa, che prevede un contributo in denaro per chi mantiene e moltiplica varietà tradizionali a condizione che i semi siano consegnati alla banca dei semi indicata dallla stessa Regione senza possibilità di redistribuirli tra gli stessi coltivatori se non sotto vincolo di riconsegna. In questi pochi esempi così eterogenei, si reisce a riconoscere la distanza tra cosa è “pubblico” e cosa è “comune”?
Torniamo alle varietà tradizionali che, abbiamo osservato, sono oggetto di una titolarità comunitaria e come tali non dovrebbero esssere brevettabili, appropriabili da nessuno, neppure dallo Stato e dalle sue emanazioni. E i semi e i materiali da propagazione di quelle varetà si possono fare circolare liberamente? Pare banale rispondere “sì”, eppure, grazie a una direttiva europea (98/95) e alle sue interpretazioni più restrittive, dal 2000 è stato necesssario iniziare a fare una azione di pressione – che dura ancora oggi – nei confronti del Ministero delle Politiche Agricole per sostenere che, malgrado qualunque direttiva o legge conseguente, debba essere riconosciuta (non concessa!) ai coltivatori la libertà di scambio delle sementi delle varietà da loro riprodotte, tanto più se si tratta di varietà tradizionali, tanto più se la produzione di quelle sementi avviene entro l’aerea di tradizionale difusione e coltivazione di quelle varietà.
La ragione portata avanti vive all’interno di una duplice argomentazione.
1- Le varietà tradizionali sono prodotto delle comunità locali e oggetto della loro titolarità collettiva che, al pari di un uso civico, non può esssere alienata, abrogata, appropriata né limitata.
2- Lo scambio delle sementi è una pratica consuetudinaria che nella cultura e nell’economia rurale si svolge in modo corrente secondo un costume consolidato e risale a un tempo che precede la memoria collettiva (in parole più chiare si direbbe: è così “da sempre”.
A questi due punti potremmo aggiungerne un terzo. Tutto ciò che ha a che fare con le pratiche di sussistenza è parte di un ambito pregiuiridico che logicamente precede e fonda ogni legge – perchè una legge che neghi i diiritti legati alla sussistenza è, o dovrebbe essere, impensabile e in sé contraddittoria -, e lo scambio delle sementi è senza dubbio un elemento che rinvia all’autoproduzione del cibo e, dunque, alla sussistenza; alle sementi e alla confezione del proprio cibo potremmo aggiungere ciò che riguarda la generazione dei figli, la possibilità di curarsi se e come si desidera, il riparo da reddo e maltempo, e altro ancora.
Lo stesso valore pregiuridico è quello che dovrebbe essere riconosciuto – perchè la sussistenza comunitaria e di qualunque formazione sociale è presupposto logico di ogni norma che ne regoli il funzionamento – a ciò che riguarda le risorse delle comunità e il loro patrimonio simbolico, che normalmente sono autoregolati e fissati per tradizione orale, prima che scritta, attraverso la consuetudine e il costume. E in questo ambito troviamo le comunanze (commons) e l’accesso alle risorse rinnovabili, il loro uso collettivo, ripetibile e non erosivo.
Tutti questi non sono diritti, né vecchi né nuovi, perchè non sono corrispettivi per ciò che è dovuto, vengono prima dei diritti: sono uno spazio originario, sono premesse del diritto e come tali devono essere riconosciute inviolabili e non assoggettabili ad altre limitazioni o riserve oltre alla necessità che la loro espressione non possa danneggiare, prevaricare, o limitare le altrettanto sacrosante facoltà elementari di altri di agire per assicurare la sussistenza per sé, la propria famiglia, la propria comunità. La sussistenza, nulla di più. Se esiste un ambito pregiuridico, r iguardante la sussistenza e le comunanze, che logicamente precede la formazione del diritto, esiste anche un ambito ultragiuriico che ontologicamente supera lo spazio del diritto, e questo è l’ambito del sacro e di ciò che si riconosce come tale, come la vita.
Torniamo alla perdita di percezione delle comunanze che nel tempo porta al loro disconoscimento e alla loro scomparsa tra l’inconsapevolezza e l’indifferenza. Oggi, dei semi si occupano i frigoriferi delle banche del germoplasma, delle feste gli assessorati alla culura o le istituzioni preposte all’animazione del “tempo libero”, della salute le istituzioni sanitarie, del sapere condiviso e comune la scuola e la televisione, della bontà del cibo le ASL. Della vita in generale, si occupano gli esperti di ogni genere: l’istituzionalizzazione delle comunanze corrisponde al passaggio dalle forme comunitarie di partecipazione diretta ai meccanismi elettorali delle democrazia delegata. Si confonde il comune con il pubblico, la partecipazione con la delega: il trucco è lo stesso, ed il risultato è che nel tempo lle comunanze diventano invisibili, fino a quando si può dubitare che siano mai esistite, e “partecipazione” diventa parola vuota, ornamento e alibi per addolcire forme di controllo del consenso.
Prima che le comunanze scompaioano del tutto è necessario riafferrarle e riaprire la morsa tra lo spazio normativo pubblico e privato perchè i beni comuni siano riconosciuti tali e siano resi indipendenti dalle ingerenze e intromissioni statali. E d’altra parte è necessario segnare, sul confine del sacro e dell’ambito di sussistenza, l’orizzonte invalicabile del diritto perchè anche oltre questo confine valga un principio di astensione, di non competenza a legiferare.
Nella pratica delle scelte, per riaprire la morsa tra pubblico e privato, si potrebbe cominciare da pochi primi interventi e affermare in generale, che..
L’acqua, l’aria, la terra e le sementi, i luoghi considerati sacri da chi li abita e li vive per il culto e la preghiera, gli spazi comunitari, i saperi condivisi, la linngua madre gli usi tramandati, le scelte partecipate, le soluzioni in armonia con il senso comune, le consuetudini e le pratiche locali sono patrimonio comune, ne è titolare chi è vissuto, vive e vivrà nell’ambito comunitario che li riguarda; l’accesso ch e se ne ha non può ledere le facoltà di accesso di nessun altro che ne sia titolare; tutto quanto è patrimonio comune, non si può cancellare, vietare, limitare, dividere, manipolare contronatura, vendere, modificare, usucapire, appropriare, violare, brevettare, rinunciare, delocalizzare, privatizzare, istituzionlizzare. E tutto questo non può riguardare neppure cosa vive alle radici della vita, nell’ambito del sacro: così anche le persone e, più in generale, gli esserei viventi e i loro geni.
Oppure, per offrire alcuni esempi particolari tra i molti possibili, che:
1- Chi coltiva un appezzamento di terra, qualunque sia la sua dimensione, per l’autoconsumo familiare e per la vendita diretta e senza intermeiari, pià liberamente: trasformare e conezionare i prorpi prodotti nell’abitazione o nei suoi annessi, attraverso le attrezzature e gli utensili usati nella consueta gestione domestica; e vendere i propri prodotti agricoli (comprese le sementi autoprodotte), alimentari e artigianato manuale ai consumatori inali, senza che ciò sia considerato atto di commercio.
2- Le feste di paese e quelle comunitarie, la musica tradizionale e i balli popolari senza autore nato, sono liberi da permessi e atuorizzazioni amministrative, non sono assoggettabili alla normativa sul diritto d’autore né ai controlli o alle competenze della siae.
3- I diritti di uso civico sulle terre demaniali, comunitarie e frazionali non possono essere modificati, liquidati, sospesi o trasferiti; e restano nella disponibilità delle comunità che hanno diritto ad accedervi. Le terre soggette ad uso civico e i beni frazionali on possono essere vendute, alienate, edificate, né essere soggette a cambio di destinazione.
4- Le varietà tramandate di ortaggi, frutta e ceereali sono bene comune, la loro titolarità appartiene alle comunità locali dove nel tempo sono state selezionate, addomesticate e conservate e in nessun modo appropriabili o brevettabili.
5- Nulla di ciò che è vivente è brevettabile, neppure in parte,
E così di seguito per dieci, cento o altri mille punti.. Semplice no?

La lotta per la montagna sacra
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Controinformazione, Resistenza umana, Simbolo
Ecco i piccoli soldati della Resistenza.
Hanno volti nascosti tra le pagine bianche e quelle nere, le righe cancellate, quelle bruciate ad arte, quelle ricoperte con la scolorina, quelle riscritte e quelle ritrovate.
In India, nello stato dell’Orissa, I Kandh, un insieme di comunità tribali hanno combattuto una durissima e disperata guerra contro la multinazionale Vedanta per Niyamgiri, la loro Montagna Sacra, il fondamento del loro mondo, la cornice del loro habit esistenziale, il nutrimento del loro autoriconoscersi, ovvero l’archistrave stessa del loro sentiri Uomini, del loro “avere un senso” dinanzi alla vita.
Nonostante la guerra sporca di Vedanta e autorità i Kandh alla fine hanno vinto. Almeno per il momento.
Il testo che leggerete è la loro storia.
Su un fronte che corre proprio ai confini dell’umano. Dove si combatte ancora. Dove si combatterà semrpe.
Lo Specchio è frantumato e le immagini sono infrante, sparpagliate, diffuse.
La Resistenza è all’opera ovunque. Cambiano le forme, i retroterra, le Visioni, le pratiche concrete. Ma i motori si scaldano. E reggono a stento i muri dello stadio. Divisi da mille codici, uniti in realtà da una stessa fame di liberazione, e di dignità contro chi prosperà tre i canili e il guinzaglio.
Tribù scendono sul sentiero di guerra Per difendere un Mondo. Il loro Mondo. La Casa Divina della manifestazione e attuazione del loro essere. Il Territorio che dà il fiumi, le sorgenti, la frutta. La Terra che è stato dato loro mandato di Custodire.
E’ una vecchia lotta. Degli estortori dai colletti bianchi e degli agglomerati di cemento e morte che come unr ullo complessore spazzano via i Mondi, in una scarica di DTT sterilizzante, per accamparea altri territori al loro Risiko e spolparli fino a strapparne l’ultimo centesimo.
Ma c’è chi dice.. QUESTO E’ IL NOSTRO MONDO…
QUESTA E’ LA NOSTRA TERRA,
QUESTO E’ IL NOSTRO UNIVERSO,
LOTTEREMO FINO ALLA MORTE PER CIO’ CHE E’ NOSTRO.
I loro tamburi parlano anche alle nostre viscere, per una Dignità che aspetta chi osi reclamarla.
La Grande Montagna ora sorride.
A volte il Banco perde,
al gioco delle tre carte capita che il Banco si incula.
—————————————————————-
Tratto da
“NUNATAK
Rivista di storie, culture, lotte della montagna” (n.627)
Di Pei
“Oggi nell’era dei cambiamenti climatici, è sicuramente il momento di rendersi conto che le foreste, i sistemi fluviali, le catene montuose e le persone che sanno come vivere in modo ecologicamente sostenibile valgono più di tutta la bauxite del mondo. La Vedanta dovrebbe essere fermata nei suoi piani. Adesso. Immediatamente. Prima che si compino ulteriori danni.” (Arundhati Roy)
In India, alle pendici del Monte Nyamgiri, le comunità tribali dei Dongria Kondh si stanno battendo contro la multinazionale mineraria Vedanta, il cui progetto estrattivo minaccia di distruggere, insieme a Nyamgiri, la loro stessa esistenza come popolo che si considera – ed efettivamente è – il “Custode” di questa montagna sacra. Al momento i Kondh hanno vinto: il progetto della Vedanta è stato bloccato. La loro storia, e la loro vittoria, è tanto più significativa in quanto momento di uno scontro di dimensioni ben più grandi: una battaglia epocale che vede il subcontinente indiano, la più grande democrazia al mondo, dilaniato da una vera e propria guerra ai danni delle popolazioni rurali, non ancora urbanizzate, e al loro tentativo di resistere al trionfo dello “sviluppo economico”.
Tra l’agosto e il settembre del 2010, dopo una controversia durata anni, il governo indiano si è pronunciato in merito al rilascio delle autorizzazioni alla multinazionale Vedanta per il progetto di estrazione di bauxite dal Monte Niyamgiri, nello Stato orientale dell’Orissa. In quella che Amnesty Internationale ha definito >, la Corte suprema ha bocciato il progetto della miniera, per violazione delle leggi a tutela dell’ambiente, della oresta e dei diritti degli adviasi (le popolazioni indigene), in particolare dei Dongria Kondh e delle altre comunità che abitano le pendici di Niyamgiri. La sentenza ha inoltre sospeso le operazioni di sestuplicamento della raffineria di alluminio di Lanjigarh, riconoscendo che già nelle sue attuali dimensioni ha provocato un inquinamento dell’aria e dell’acqua tali da rendere invivibile il territorio per le comunità locali. Questa sentenza ovviamente non casca dal cielo, ma è l’esito – insperato – di una feroce battaglia tra la britannica Vedanta Resources, una delle maggiori compagnie minerarie al mondo, e i Dongria Kondh, una piccola – ma irremovibile – comunità tribale.
I Dongria Kondh sono una delle tribù più isolate del continente indiano, circa ottomila persone sparse in piccoli villaggi sulle colline di Niyamgiri, un territorio diamgi dense foreste popolate da una grande varietà di animali, tra cui tigri, elefanti e leopardi. Qui i Kondh coltivano lem essi, raccolgono frutti spontanei e selezionano piante e fiori destinati alla vendita. In lingua kuvi, gli abitanti delle pendici di Niyamgiri chiamano se stessi jhamia, ovvero >. Essi si considerano i guardiani delle centinaia i sorgenti perenni, ruscelli e torrenti, che sgorgano dalla cima della collina. Tale abbondanza d’acqua dipende proprio dalla presenza della bauxite, materiale di natura racciosa e sedimentaria che tratiene acqua e umidità nella stagione delle piogge per poi rilasciarla gradualmente nel periodo secco. Questo sistema naturale di filtraggio realizza così un perfetto equilibrio di produzione idrica a ciclo continuo, che garantisce la crescita di una vegetazione rigogliosa in un territorio che, nel suo complesso, nela gran parte dell’anno è piuttosto arido. E’ perciò evidnte come – l di là del potenziale inquinante di uno stabilimento minerario – la semplice sottrazione da tale ecosistema dell’elemento principe per l’equilibrio idrico, la bauxite, avrebbe di per sé un impatto devastante.
Il progetto della Vedanta consiste proprio in una imponente miniera a cielo aperto per l’estrazione della bauxite dalla vetta della montagna sacra per i Kandh: Niyamgiri, la “montagna della legge”, dimora del loro Dio e garante dell’equilibrio naturale. Se ciò avvenisse, i Dongria Kondh non perderebbero soltatno i loro mezzi di sostentamento, le loro case, le loro terre. Perderebbero la salute, l’indipendenza e la loro insostituibile e profonda conoscenza dell’ecosistma di colline e foreste. Ma, ancor di più, la distruzione di Niyamgiri rappresenterebbe la perdita della loro identità, la fine del senso stesso della loro millenaria esistenza.
La bauxite, in campo industriale, ha un’importanza notevole: si tratta infatti dell’elemento base per la produzione di alluminio. Con il cosiddetto processo Bayer, i sali d’alluminio presenti nel minerale vengono separati da altri elementi “spuri” – silice, ossidi di ferro, titanio… – attraverso diverse fasi di “puriicazione” che, inevitabilmente, producono grandi quantità di materiali residui di una certa tossicità. Le comunità che vivono nei pressi della raffineria della Vedanta già in funzione nell’aria, infatti, oltre ad essere state sfrattate dalle loro case e dalle loro terre, denuncniano un diuso avvelenamento responsabile di soghi cutanei, infezioni e disturbi di vario genere. A ciò si aggiungono la compromissione dei raccolti, le morie degli animali che si bagnano e abbeverano nelle acque di Nyamgiri, e la colorazione rossastra assunta dal suolo e dalla vegetazione circostante.
>. Questa è la posizione – ferma ed inequivocabile – delle tribù scese in lotta, compatte nel proposito di fermare la Vedanta per impedire la “profanazione” delle loro montagne, la conversione dell’area in una desolata zona industriale e per non bararattare il proprio modo di vita con la prosepttiva di diventare, nel migliore dei casi, dei salariati della raffineria. Riiutano il Progresso, questi barbari! Un Progresso grazie al quale, forse, otterrebbero qualche automobile, qualche telefonino, e qualche Mac Donald’s dove chiedersi cosa è successo alla loro acqua, ai loro colori, alle loro forteste, alle loro vite.
Di fronte a tale inconcepibile rifiuto, la Vedanta e le forze governative non tardano a reagire. Ad alcune comunità la compagnia offre del denaro per convincerle a trasferirsi altrove, mentre le case di quelli che declinano l’offerta vengono abbattute nottetempo dalle ruspe. Le cronache parlano anche di azioni punitive, di interventi paramilitari con omicidi mirati, rastrellamenti, pestaggi e sparizioni, nei confronti dei membri più attivi delle comunità.
I Kondh, però, non si sono mai arresi. Negli ultimi anni, a più riprese, i loro tamburi di guerra hanno ripreso a rullare dal profondo della giungla. Hanno bloccato le strade di accesso ai cantieri, impedendo fisicamente il passaggio alle scavatrici. In centinaia, provenienti dalle varie comunità e villaggi della zona, si sono riuniti di fronte ai cancelli degli stabilimenti Vedanta, scontrandosi con le forze dell’ordine e subendo cariche, aggressioni, arresti e intimidazioni… Hanno celebrato colossali puja, raduni di massa per dare vita ad un movimento allargato, formato anche da rappresentanti di altri gruppi tribali e da attivisti, accademici, avvocati, per attirare l’attenzione del mondo intero. E proprio grazie al lavoro di informazione, la notizia della loro battaglia ha acquistato un’eco internazionale, stimolando diverse iniziative di solidarietà, coe ad esempio una manifestazione nel cuore di Londra durante l’annuale meeting generale della Vedanta. Un’ondata di critiche e pressioni ha così colpito la corporation, al punto che alcuni dei finanziatori hanno fatto dietrofront, ritirando le quote di investimento nell’azienda.
Si può letteralmente dire che i Kondh sono tornati sul sentiero di guerra, al suono dei gong e dei tamburi, indossando i costumi arcaici ormai sempre più rari, e impugnando le loro armi tradizionali: archi, frecce e asce. Il gesto stesso di brandire queste armi antiche, le stesse che un tempo avevano usato per difendersi dai colonialisti inglesi, e che oggi sono rivolte contro le mostruose propaggini meccaniche del sistema industriale, ha l’alto valore simbolico di rivendicazione dell’identità culturale di un popolo, nella resistenza al processso di trasformazione imposto da una modernizzazione genocida. Ma non solo: il brandire le armi sottolinea la volontà di combatere ancora una volta a oltranza fino all’ultimo uomo, una battaglia impari, dando forma a uno degli slogan più volte ripetuto: >:
Non è la prima volta infatti che queste popolazioni si trovano a combattere una guerra impari contro la Civiltà. Un tempo i Khand sparsi ai piedi del sacro Monte Nyamgiri erano adusi a celebrare sacrifici umani. Un orrore che l’impero britannico non poteva tollerare. Dall’altro di una legittimità morale fondata su secoli di roghi, guerre, stermini, schiavitù, il cristianissimo e civilissimo Occidente si mobilitò per estirpare una simile barbarie, massacrando quanti osavano difendersi, pianificando un vero e proprio genocidio (per evitare l’atrocità dei sacrifici umani, of course). Si era a metà dell’Ottocento, ei Kadh resistetero armi in pugno all’Impero, trasformando le colline e le foreste dell’Orissa nel teatro di una guerriglia testarda e senza tregua. Stremati, perseguitati, affamati, condotti sull’orlo dell’estinzione, i Kandh riuscirono a vincere la partita con la storia. Sono sopravvissuti, aggrappandosi alla propria identità culturale. Oggi la Civiltù torna alll’attacco, tentando di portar via, con il loro sacro monte, il senso della loro vita millenaria. Qualcuno ha deciso che devono stare meglio, che il Progresso deve arrivare fino a lì. L’antica storia si ripete, la multinazionale Vedanta dà vita al suo genocidio di vite fisiche, morali, culturali, comprando tutto quello che può comprare e distruggento tutto il resto.
I Kandh sono tornati sul sentiero di guerra. La loro tenacia ha trasformato una piccola tribù delle giungle dell’Orissa in un simbolo di una battaglia globale. Nel loro mondo popolato da spiriti, sciamani e uomini tigre, i Kandh hanno trovato la forza di resistere e le ragioni per combattere, dimostrando, non foss’altro che per questo, di avere molto da insegnarci.
Il genocidio dei bambini indiani in Canada
by Duncan on giu.15, 2011, under Controinformazione, Resistenza umana
La nostra è una storia selettiva. Su alcune cose sappiamo tutto. Su altre praticamente niente. La storia che leggerete rientra in quest’ultima categoria. Ed è una storia più oscura della notte più fonda.
La prima volta che la lessi, cercai incredulo una postilla finale che rivelasse che fosse tutta una farsa, un film dell’orrore. Ma non trovai niente del genere. E’ una storia che apre l’ennesimo buco nero, fra i tanti che seppelliscono nell’oblio i sacrifici umani dei piccoli e degli indifesi. E’ quasi un dovere morale leggerlo. I membri della commissione che produsse questo testo fecero enormi sacrifici, e molti ricevettero minacce di morte. L’autore venne espulso dalla chiesa di cui era ministro e vi furono altre rappresaglie.
Quello che si descrive è la complicità di tutte le chiese e i poteri politici e scientifici del Canada per avallare e coprire una cosciente ed inequivocabile politica di genocidio dei bambini indiani, servendosi delle strutture scolastiche come basi “coperte” per attuare questo sterminio.
Salutamos Gringos
—————————————-
DOSSIER
Quello che segue è un compendio tratto dal rapporto “Hidden From
History: The Canadian Holocaust – The Untold Story of the Genocide of
Aboriginal Peoples by Churc and State in Canada – A Summary of an
Ongoing, Indipendent Inquiry into Canadian Native “Residential
Schools’ and their Legacy”, del Rev. Kevin D. Annett, MA, Mdiv.
Il rapporto è pubblicato da The Truth Commission into Genocide in
Canada, un ente investigativo pubblico che prosegue l’opera dei
precedenti tribunali riguardo alle scuole residenziali per i nativi,
ovvero: The Justice in the Valley Coalition’s Inquiry into Crimes
Against Aboriginal People, riunitasi il 9 dicembre 1994 a Port
Alberni, british Columbia, e The International Human Rigths
Association of American Minorities Tribunal into Canadian Residential
Schools, tenutasi a Vancouver, BC, dal 12 al 14 giungo 1998.
PREFAZIONE
Jasper Jospeh è un nativo sessantaquattrenne di Port Hardy, British
Columbia. Gli occhi gli si riempirono ancora di lacrime quando ricorda
i suoi cugini, uccisi nel 1944 con iniezioni letali dal personale del
Nanaimo Indian Hospital.
Avevo soltanto otto anni, e ci avevano mandato dalla scuola
residenziale anglicana di Alert Bay al Nanaimo Indian Hospital, quello
gestito dalla Chiesa Unitaria. Li mi hanno tenuto in isolamento in una
piccola stanza poirer più di tre anni, come se fossi un topo da
laboratorio, somministrandomi pillole e facendomi iniezioni che mi
facevano star male. Due miei cugini fecero un gran chiasso, urlando e
ribellandosi ogni volta. Così le infermiere fecero loro delle
iniezioni, ed entrambi morirono subito. Lo fecero per farli stare
zitti. (10 novembre 2000)
A differenza del popolo tedesco dopo la seconda guerra mondiale, noi
canadesi dobbiamo ancora venire a conoscenza, per non parlare di fare
ammenda, del genocidio che abbiamo perpetrato nei confronti di milioni
di individui conquistati: uomini, donne e bambini indigeni
deliberatamente sterminati dal nostro stato e dalla nostra chiesa,
convinti della loro supremazia razziale.
Già dal novembre del 1907 la stampa canadese attestava che il tasso
dei decessi all’interno delle scuole residenziali indiane superava il
50%(vedere Appendice, articoli giornalistici chiave).Tuttavia negli
ultimi decenni la realtà di un tale massacro è stata rimossa dalla
storia e dalla coscienza pubblica del Canada. Non c’è da stupirsene,
perchè quella storia occultata rivela un sistema il cui scopo era
quello di distruggere la maggior parte della popolazione nativa
tramite malattie, trasferimenti e omicidi belli e buoni, “assimilando”
nel contempo una minoranza di collaborazionisti che venivano
addestrati a servire quel sistema genocidi.
Questa storia di genocidio deliberato coinvolge ogni livello
governativo del Canada, la Royal Canadian Mounted Police (RCMP), ogni
chiesa principale, grandi corporazioni e polizia, medici e giudici
locali. La rete di complicità di questa macchina assassina era, e
rimane così estesa che il suo occultamento ha richiesto un altrettanto
elaborata compagna di copertura, organizzata nelle più alte sfere di
potere del nostro paese; una copertura che continua tuttora, in
particolare adesso che i testimoni oculari degli omicidi e delle
atrocità, perpetrati presso le “scuole” residenziali per nativi
gestite dalla chiesa, si sono fatti avanti per la prima volta.
Perché erano le “scuole” residenziali a costituire i campi di
sterminio dell’olocausto canadese e all’interno delle cui mura,
secondo statistiche governative, circa la metà dei bambini lì spediti
per legge morirono o scomparvero.
Secondo un sopravvissuto queste 50.000 vittime svanirono, così come i
loro cadaveri – “come se non fossero mai esistiti”. Ma esistevano
eccome. Erano bambini innocenti, uccisi da percosse e torture e dopo
essere stati deliberatamente esposti a tubercolosi e ad altre malattie
da dipendenti salariati delle chiese e del governo, in base ad un
progetto generale di “Soluzione Finale” concepito dal Dipartimento
Affari Indiani e dalle chiese cattolica e protestante.
Con tale approvazione ufficiale del massacro, emanata da Ottawa, le
chiese responsabili dell’annientamento dei nativi in loco si sentirono
incoraggiate e protette a sufficienza da dichiarare per tutto il 20mo
secolo una guerra totale alle popolazioni indigene non cristiane.
Le vittime di tale guerra non furono soltanto i 50.000 bambini morti
delle scuole residenziali, ma anche i sopravvissuti, la cui attuale
condizione sociale è stata descritta dai gruppi per i diritti umani
delle Nazioni Unite come quella di “una popolazione colonizzata al
limite della sopravvivenza, con tutte le caratteristiche di una
società dal terzo mondo”. (12 novembre 1999)
L’olocausto continua. Il presente rapporto è frutto di un’indagine
indipendente, durata sei anni, sulla storia nascosta del genocidio
perpetrato ai danni delle popolazioni indigene del Canada; riassume le
testimonianze, i documenti ed altri riscontri a riprova che il
governo, le chiese e le corporazioni canadesi sono colpevoli di
genocidio intenzionale, che il Canada ratificò nel 1952 e alla quale è
vincolata dal diritto internazionale.
Tale rapporto deriva dall’impegno e dalla collaborazione di circa 30
individui e tuttavia alcuni dei suoi autori devono restare
nell’anonimato, in particolare i collaboratori indigeni i quali, a
causa del loro coinvolgimento in questa indagine, sono stati
minacciati di morte, attaccati, privati del lavoro e sradicati dalle
loro abitazioni nelle riserve indiane.
A causa dei miei tentativi di svelare la vicenda delle morti dei
bambini presso la scuola residenziale della chiesa di Alberni io, in
qualità di ministro di una delle istituzioni citate nell’indagine, la
Chiesa Unitaria del Canada – sono stato licenziato, inserito nella
lista nera, minacciato e diffamato pubblicamente dai suoi funzionari.
Molti hanno fatto dei sacrifici per stilare questo rapporto, in modo
che il mondo possa venire a conoscenza dell’olocausto canadese e per
assicurarsi che i responsabili vengano giudicati dal Tribunale per i
Crimini Internazionali. La presente indagine su crimini contro
l’umanità, iniziata nell’autunno del 1994 fra i nativi e gli attivisti
a basso reddito a Port Alberni, nella British Columbia, è continuata
nonostante le minacce di morte, gli attacchi e le risorse della chiesa
e dello stato canadesi.
Il lettore ha facoltà di onorare il nostro sacrificio raccontando al
altri questa storia e rifiutandosi di collaborare con istituzioni che
hanno deliberatamente ucciso migliaia di bambini.
Questa storia di appoggio ufficiale e di collusioni, relativa ad un
secolo o più di crimini contro i primi abitanti del Canada, non deve
dissuaderci dallo scoprire la verità e dal portare davanti alla
giustizia coloro che hanno commesso tali crimini. E’ per questo motivo
che vi invitiamo a ricordare non solo i 50.000 bambini deceduti nei
campi di sterminio delle scuole residenziali, ma anche tutte quelle
vittime silenziose che oggi patiscono in mezzo a noi in cerca di pane
e giustizia.
(Rev.) Kevin D. Annett, segretario The Truth Commission into Genocide
in Canada, Vancouver, British Columbia, 1 febbraio 2001
II
Riassunto delle prove di Genocidio intenzionale nelle scuole
residenziali canadesi
Articolo II: L’intenzione di distruggere, integralmente o
parzialmente, un gruppo nazionale etnico, razziale o religioso; vale a
dire le popolazioni indigene non-cristiane del Canada.
Lo scopo fondante a monte delle oltre cento scuole residenziali
indiane, edificate in Canada in base a leggi governative ed
amministrate dalle chiese cattolica e protestante, era il deliberato e
costante sradicamento delle popolazioni indigene e della loro cultura,
nonché la conversione forzata al cristianesimo di tutti i nativi
sopravvissuti. L’intento fu enunciato nel Gradual Civilization Act del
1857 nel Canada superiore e, precedentemente, la legislazione ispirata
dalla chiesa che definiva la cultura indigena inferiore, privò la
popolazione nativa della cittadinanza e la subordinò in una categoria
legale separata dai non-indiani. Questa legge servì come base per il
Federal Indian Act del 1874, che ribadì l’inferiorità legale e morale
degli indigeni ed istituì il sistema delle scuole residenziali. La
definizione legale di un indiano in quanto “individuo selvaggio, privo
della conoscenza di Dio e di qualsiasi stabile e chiaro credo
religioso” (Revised Statutes della British Columbia, 1960) fu coniata
da queste leggi e persiste fino ai giorni nostri.
Allora come adesso, gli indigeni erano considerati legalmente e
concretamente come non-entità nella loro terra e, di conseguenza,
intrinsecamente sacrificabili.
Queste intenzioni genocide furono riaffermate di frequente nella
legislazione governativa, nelle dichiarazioni della chiesa nonché
nella corrispondenza e nei documenti dei missionari, agenti indiani e
funzionari delle scuole residenziali (vedere la sezione documenti).
Naturalmente si trattava esattamente della ragione d’essere
dell’invasione cristiana nei territori tradizionali dei nativi,
sanzionata dallo stato e dal sistema delle scuole residenziali, che
venne istituito all’apice dell’espansionismo europeo negli anni ’80
dell’ottocento e proseguito fino al 1984.
Lo scopo era per definizione il genocidio, in quanto pianificò e portò
avanti la distruzione di un gruppo etnico e religioso: tutti quegli
indigeni che non si fossero convertiti al cristianesimo ed estinti
culturalmente. I nativi non cristiani erano il bersaglio dichiarato
delle scuole residenziali che, sotto la maschera dell’istruzione,
praticavano una pulizia etnica di massa.
Inoltre questi “pagani” erano oggetto dei programmi di sterilizzazione
finanziati dal governo, eseguiti in ospedali gestiti dalla chiesa e
sanatori per la tubercolosi della costa occidentale (vedere articolo
IId).
Secondo un testimone oculare, Ethel Wilson di Bella Bella, BC, un
certo George Darby, medico missionario della Chiesa Unitaria, fra il
1928 ed il 1962 sterilizzò intenzionalmente indiani non-cristiani
presso l’R.W. Large Memorial Hospital. Nel 1998 la signora Wilson, ora
deceduta, dichiarò:
“Nel 1952 il dottor Darby mi riferì che l’Ufficio Affari Indiani di
Ottawa lo pagava per ogni indiano/a che sterilizzava, in particolare
se costoro non frequentavano le chiese. Centinaia delle nostre donne
furono sterilizzate dal dottor Darby solatanto perché non andavano in
chiesa.” (Testimonianza di Ethel Wilson di fronte al Tribunale
dell’Associazione Internazionale per i Diritti Umani delle Minoranze
Americane [IHRAAM], Vancouver, BC, 13 giugno 1998).
Secondo Christy White, cittadina di Bella Bella, la documentazione
relativa a queste sterilizzazioni, finanziate dal governo ed eseguite
presso l’R.W. Large Memorial Hospital, venne intenzionalmente
distrutta nel 1995, subito dopo il pubblicizzato avvio di un indagine
della polizia relativa alle atrocità commesse nelle scuole
residenziali della British Columbia. Nel 1998 la signora White
affermò:
“Ho lavorato presso l’ospedale di Bella Bella e so che Barb Brown, uno
degli amministratori, in due occasioni gettò in mare i documenti
realtivi alle sterilizzazioni, alcuni dei quali furono ritrovati sulla
spiaggia a sud della città. Questo avvenne nella primavera del 1995,
subito dopo che i poliziotti avevano avviato la loro indagine sulle
scuole. Stavano coprendo le tracce. Tutti sapevamo che Ottawa
finanziava le sterilizzazioni, ma ci fu detto di tacere sulla
questione.” (Testimonianza di Christy White resa a Kevin Annett, 12
agosto 1998).
Nella British Columbia la legge che consentiva la sterilizzazione di
qualsiasi ospite delle scuole residenziali fu approvata nel 1933
mentre in Alberta nel 1928 (vedere “Sterilization Victims Urged to
Come Forward” di Sabrina Whyatt, Windspeaker, agosto 1998). Il Sexual
Sterilization Act della British Columbia autorizzava il preside di una
scuola a consentire la sterilizzazione di qualsiasi nativo si trovasse
sotto la sua responsabilità ed egli, in quanto tutore legale, poteva
far sterilizzare qualsiasi bambino nativo. Tali sterilizzazioni
venivano di frequente attuate nei confronti di interi gruppi di
bambini indigeni quando questi avevano raggiunto la pubertà, in
istituti quali la Provincial Training School di Red Deer, in Alberta,
ed il Ponoka Mental Hospital (dal colloquio della ex infermiera Pat
Taylor con Kevin Annett, 13 gennaio 2000).
Di analoga rilevanza storica è il fatto che il governo federale
canadese approvò la legislazione nel 1920, rendendo obbligatorio che
tutti i bambini indigeni della British Columbia – la cui costa
occidentale era l’area meno cristianizzata del Canada – frequentassero
le scuole residenziali, nonostante il fatto che lo stesso governo
avesse già riconosciuto che il tasso di mortalità dovuto a malattie
trasmissibili fosse più elevato proprio in queste scuole e che,
durante la permanenza in quei luoghi, i bambini indigeni presentavano
una “costituzione così indebolita da non avere alcuna vitalità atta a
contrastare le malattie” (Comunicazione di A. W. Neill, agente indiano
della costa occidentale, al ministro per gli affari indiani, 25 aprile
1910).
Vale a dire che il governo canadese rese obbligatoria alle popolazioni
indigene maggiormente “pagane” e meno integrate la frequenza delle
scuole residenziali proprio nel periodo in cui, secondo funzionari
degli Affari Indiani come il Dr. Peter Bryce, il tasso di mortalità in
quelle stesse scuole aveva raggiunto il proprio apice – attorno al
40%. Questo aspetto di per sé stesso indica le intenzioni genocidi nei
confronti degli indigeni non-cristiani.
Articolo II (a): Uccisione di membri del gruppo da eliminare
Testimoni oculari, documenti governativi, dichiarazioni di agenti
indiani e di anziani delle tribù confermano il fatto che nelle scuole
residenziali gli indigeni venivano uccisi intenzionalmente, aspetto
d’altronde fortemente indicato dalla semplice questione che il tasso
di mortalità nelle scuole residenziali raggiunse il 40%, con il
decesso in Canada di oltre 50.000 bambini indigeni (vedere
bibliografia, compreso il rapporto del Dr. Peter Bryce dell’aprile del
1909, destinato a Duncan Campbell Scott, sovrintendente agli Affari
Indiani).
Inoltre il fatto che tale tasso di mortalità rimase costante nel corso
degli anni, nonché all’interno delle scuole e degli istituti quali che
fossero le chiese confessionali che li gestivano – cattolica romana,
unitaria, presbiteriana o anglicana – indica che a monte di questi
decessi vi erano politiche e condizioni comuni, questo perché ogni
secondo bambino morto nel sistema delle scuole residenziali elimina la
possibilità che tali decessi fossero puramente accidentali oppure
frutto di iniziative di pochi individui depravati che agivano da soli
e senza protezione.
Tuttavia tale sistema non solo era intrinsecamente omicida, ma operava
nell’ambito di condizioni legali e strutturali che incoraggiavano,
favorivano e istigavano l’omicidio che erano organizzare per occultare
questi crimini.
Le scuole residenziali erano strutturate come campi di concentramento,
secondo uno schema gerarchico di tipo militare sotto il controllo
totale di un preside nominato congiuntamente dallo stato e dalla
chiesa e che, generalmente, era un ecclesiastico. Nei primi anni ’30
del ’900 il governo federale conferì al preside persino diritti di
tutela legale su tutti gli studenti, almeno nelle scuole residenziali
della costa occidentale. Tenendo presente che le popolazioni indigene
erano per legge sotto la tutela legale dello stato e che così era
stato sin dall’entrata in vigore dell’Indian Act, tale iniziativa del
governo fu assai insolita; tuttavia tale potere assoluto del direttore
della scuola sulla vita degli studenti indigeni fu uno dei requisiti
di qualsiasi sistema i cui assassini di indigeni dovevano essere
mascherati ed in seguito negati.
Le scuole residenziali erano costruite con questo inganno, in modo
tale che i decessi e le atrocità tipiche del genocidio potessero
essere occultate ed infine spiegate. Nel contesto del Canada, questo
significava una politica di graduale ma deliberato sterminio sotto un
paravento protettivo legale, fornito da istituzioni “legittime e
fidate”: le chiese principali.
Andrebbe chiarito fin dall’inizio che le decisioni relative alle
scuole residenziali, comprese quelle che provocavano la morte dei
bambini ed i relativi occultamenti, erano ufficialmente autorizzate ad
ogni livello dalle chiese che le gestivano e dal governo che le
istituiva; solo un’autorizzazione di questo tipo avrebbe permesso che
i decessi continuassero così come è avvenuto – e che coloro che
commisero tali crimini si sentissero sufficientemente protetti da
agire impunemente per molti anni all’interno del sistema, così come
fecero dappertutto.
Esposizione alle malattie
Nel 1909 il Dr. Peter Bryce, del Ministero della Sanità dell’Ontario,
fu assunto dal Dipartimento Affari Indiani di Ottawa per visitare le
scuole residenziali indiane del Canada occidentale e della British
Columbia e fare rapporto sulle loro condizioni sanitarie. Il rapporto
di Bryce scandalizzò a tal punto governo e chiesa che venne
ufficialmente insabbiato, per tornare alla luce solo nel 1922 quando
Bryce – che a causa della sincerità del suo rapporto fu estromesso
dall’amministrazione statale – scrisse un libro al proposito, dal
titolo The Story of a National Crime (Ottawa, 1922).
Nel rapporto in questione il Dr. Bryce affermava che nelle scuole
residenziali i bambini indiani venivano sistematicamente e
deliberatamente uccisi, citava un tasso medio di mortalità fra il 35%
e il 60% e asseriva che il personale ed i funzionari della chiesa
nascondevano, rifiutavano di consegnare o falsificavano regolarmente
la documentazione ed altre prove relative alla morte dei bambini.
Il Dr. Bryce inoltre dichiarò che uno dei metodi principali utilizzati
per uccidere bambini indigeni era quello di esporli intenzionalmente
al contagio di malattie trasmissibili come la tubercolosi per poi
negare loro qualsiasi assistenza o cura medica – una prassi
effettivamente riportata da alcuni fra i massimi rappresentanti
anglicani sul Globe and Mail del 29 maggio 1953.
Nel Marzo del 1998 William e Mabel Sport di Nanaimo, BC, due testimoni
indigeni che frequentarono le scuole residenziali della costa
occidentale, confermarono le affermazioni del Dr. Bryce: entrambi
sostengono di essere stati intenzionalmente esposti, negli anni ’40,
alla tubercolosi dal personale di due scuole residenziali, una
cattolica e l’altra della Chiesa Unitaria.
Mi costringevano a dormire nello stesso letto con bambini che stavano
morendo a causa della tubercolosi; ciò accadeva intorno al 1942 nella
scuola residenziale cattolica cristiana. Cercavano di ucciderci e
quasi ci riuscirono. Fecero altrettanto presso le scuole indiane
protestanti, tre bambini per letto, quelli sani con quelli morenti.
(Testimonianza di Mabel Sport resa ai funzionari della IHRAAM, Port
Alberni, BC, 31 marzo 1998).
Il reverendo Pitts, preside della scuola di Alberni, costrinse me ed
altri otto bambini a mangiare del cibo speciale da un tipo di
scatoletta diverso dal solito. Aveva un gusto davvero strano. In
seguito ci ammalammo tutti di tubercolosi. Io fui l’unico a
sopravvivere, perché mio padre una notte irruppe nella scuola e mi
portò via di lì. Tutti gli altri morirono di tubercolosi e non vennero
mai curati, bensì lasciati lì a morire, e a tutte le loro famiglie
venne detto che erano morti di polmonite. Il piano era quello di
ucciderci tutti in segreto. Dopo aver mangiato quel cibo, iniziammo
tutti a morire. Nel gruppo di coloro che furono avvelenati, vi erano
due dei miei migliori amici. Non ci fu mai permesso di parlarne né di
recarci nel seminterrato, dove venivano commessi altri omicidi; essere
mandati alla scuola di Alberni corrispondeva ad una condanna a morte.
(Testimonianza di William Sport resa ai funzionari della IHRAAM, Port
Alberni, BC, 31 marzo 1998)
Omicidi
Secondo i testimoni oculari, nelle scuole residenziali erano prassi
comune omicidi anche più palesi. Tali testimoni hanno descritto
bambini che venivano picchiati e lasciati morire di fame, scaraventati
fuori dalle finestre, strangolati e buttati giù per le scale a
spintoni o a calci sino a morirne. Questi omicidi avvenivano in almeno
otto scuole residenziali, gestite dalle tre principali chiese
confessionali, nella sola British Columbia.
Il sottotenente Bill Steward di Nanaimo, BC, afferma: “Mia sorella
Maggie fu scaraventata da una suora dalla finestra al terzo piano
della scuola di Kuper Island, e morì. Tutto venne insabbiato, né venne
svolta alcuna indagine. All’epoca, essendo indiani, non potevamo
assumereuna avvocato e così non venne mai fatto
alcunché.” (Testimonianza di Bill Steward, Duncan, BC, 13 agosto
1998).
Diane Harris, assistente sanitaria del Consiglio della Tribù Chemainus
della Vancouver Island, conferma i resoconti degli omicidi. “Sentiamo
in continuazione racconti sui bambini che furono uccisi a Kuper
Island. Appena a sud della scuola vi era un cimitero, destinati ai
bambini nati dai rapporti fra i preti e le ragazze, sino a quando nel
1973, alla chiusura della scuola, non fu portato alla luce. Le suore
facevano abortire le ragazze madri ed a volte finivano con
l’ucciderle. Vi erano molte sparizioni. Mia madre che ora ha 83 anni,
vide un prete trascinare una ragazza giù per le scale tirandola per i
capelli e, di conseguenza, ella perì. Le ragazze venivano stuprate ed
uccise, e poi sepolte sotto i tavolati dei pavimenti. Chiedemmo ai
funzionari della RCMP locale di esumare quel luogo in cerca di resti
ma loro si sono sempre rifiutati di farlo, anche in anni recenti come
il 1996; il caporale Sampson ci ha persino minacciati. Questo genere
di insabbiamento è la regola. I bambini sani venivano messi in
infermeria assieme a quelli malati di tubercolosi, era la procedura
standard; nell’arco di sette anni abbiamo documentato 35 omicidi
palesi.” (Testimonianza di Diane Harris resa di fronte al tribunale
della IHRAAM, 13 giugno 1998).
Esistono riscontri a indicare che l’attiva collusione fra polizia,
funzionari dell’ospedale, medici legali, agenti indiani e perfino capi
indigeni ha contribuito ad occultare tali omicidi. Gli ospedali
locali, in particolare i sanatori per la tubercolosi collegati alla
chiesa unitaria e a quella cattolica romana, hanno svolto la funzione
di “discariche” per i cadaveri dei bambini ed hanno regolarmente
fornito certificati di morte falsi per gli studenti uccisi.
Nel caso della scuola residenziale della Chiesa Unitaria di Alberni,
gli studenti che scoprivano i cadaveri di altri bambini subivano gravi
punizioni. Uno di questi testimoni, Harry Wilson di Bella Bella, BC,
afferma di essere stato espulso dalla scuola, quindi ricoverato in
ospedale e drogato contro la sua volontà dopo aver scoperto il corpo
di una ragazza deceduta nel maggio del 1967.
Cosa triste, il sistema a doppio livello di collaborazionisti e
vittime creato nelle scuole fra gli studenti nativi continua a
tutt’oggi, poiché alcuni dei rappresentanti del consiglio della tribù
finanziati dallo stato – essi stessi ex collaborazionisti – sembrano
avere un particolare interesse nel contribuire a sopprimere le prove e
a mettere a tacere testimoni che incriminerebbero non solo gli
assassini ma anche loro stessi, in quanto agenti dell’amministrazione
bianca.
La maggior parte dei testimoni che hanno raccontato la loro storia
agli autori e di fronte ai tribunali pubblici della costa occidentale
hanno descritto o di aver visto casi di omicidio o di aver scoperto un
cadavere presso la scuola residenziale che frequentavano. Il numero
delle vittime, anche secondo le cifre fornite dal governo, fu
enormemente elevato; ma allora dove sono tutti i cadaveri? I decessi
di migliaia di studenti non sono riportati in nessuno dei registri
delle scuole, degli archivi degli Affari Indiani né su altra
documentazione finora presentata in tribunale o su pubblicazioni di
ricerca relative alle scuole residenziali. Circa 50.000 cadaveri sono
letteralmente ed ufficialmente andati perduti.
Il sistema delle scuole residenziali ha dovuto occultare non solo le
prove degli omicidi ma anche i cadaveri. La presenza di fosse comuni
segrete per i bambini uccisi presso le scuole cattoliche e protestanti
di Sardis, Port Alberni, Kuper Island ed Alert Bay è stata attestata
da numerosi testimoni, secondo i quali queste aree segrete di
sepoltura contenevano anche i feti abortiti e persino i bimbi molto
piccoli frutto dei rapporti fra preti e ragazze del personale delle
scuole. Una delle testimoni, Ethel Wilson di Bella Bella, afferma di
aver visto “file e file di piccoli scheletri” nelle fondamenta della
ex scuola residenziale anglicana di St Michael’s ad Alert Bay quando
al suo posto, negli anni ’60, venne edificata una nuova scuola.
Vi erano svariate file di scheletri, tutti allineati ordinatamente,
come se fosse un gran cimitero. Gli scheletri erano stati ritrovati
all’interno di una delle vecchie mura della scuola di St Mike. A
giudicare dalle dimensioni, nessuno di essi poteva essere molto
vecchio. Ora, per quale motivo così tanti bambini sono stati sepolti
in quel modo all’interno di un muro, a meno che qualcuno non stesse
cercando di nascondere qualcosa? (Testimonianza di Ethel Wilson resa a
Kevin Annett, Vancouver, BC, 8 agosto 1998).
Arnold Sylvester, il quale, come Tennis Charlie, fra il 1939 ed il
1945 frequentò la scuola di Kuper Island, conferma questo resoconto “I
preti scavarono in quel cimitero in tutta fretta nel 1972, quando la
scuola chiuse. Nessuno era autorizzato a guardarli riesumare quei
resti. Penso che ciò fosse dovuto al fatto che si trattava di un
cimitero particolarmente segreto, dove venivano sepolti i cadaveri
delle ragazze incinte. Alcune delle ragazze ingravidate dai preti
furono effettivamente uccise perché minacciavano di spifferare tutto;
a volte venivano spedite via e a volte scomparivano. Non ci era
consentito parlare di questo argomento.” (Testimonianza di Arnold
Sylvester resa a Kevin Annett, Duncan, BC, 13 agosto 1998).
Anche gli ospedali locali venivano utilizzati come discariche per i
cadaveri dei bambini, come nel caso del ragazzo di Edmonds e del suo
“trattamento” presso il St Paul’s Hospital, seguito al suo omicidio
avvenuto presso la scuola cattolica di North Vancouver. Alcuni
ospedali, comunque, sembrano essere stati luoghi particolarmente
prediletti per l’accumulo dei cadaveri.
Il Nanaimo Tubercolosis Hospital (chiamato The Indian Hospital) era
uno di questi. Secondo alcune donne che hanno subito questo genere di
torture presso tale ospedale (vedere Articolo IId), sotto la guisa di
cure per la tubercolosi generazioni di bambini e adulti indigeni
furono oggetto di esperimenti medici e di sterilizzazione; lo stabile
tuttavia era anche una sorta di magazzino-obitorio per i cadaveri dei
nativi.
Secondo testimoni come Amy Tallio, che frequentò la scuola di Alberni
nei primi anni ’50, il West Coast General Hospital di Port Alberni non
solo accoglieva i corpi dei bambini provenienti dalla locale scuola
residenziale della Chiesa Unitaria; era anche il luogo dove venivano
eseguiti gli aborti sulle ragazze indigene ingravidate dai preti e dal
personale e dove si sbarazzavano dei neonati che, forse, venivano
uccisi.
Irene Starr, della nazione Hesquait, la quale frequentò la scuola di
Alberni fra il 1952 e il 1961, conferma tutto questo.
Alla scuola di Alberni molte ragazze rimanevano incinte. I padri dei
bambini, quelli che le violentavano, erano i membri del personale, gli
insegnanti. Non abbiamo mai saputo cosa accadeva ai neonati, ma essi
scomparivano regolarmente. Le ragazze gravide venivano portate
all’ospedale di Alberni e quindi ritornavano, senza i loro bambini.
Sempre. Il personale uccideva quei bambini per eliminare le loro
tracce; venivano pagati dalla chiesa e dallo stato per fare gli
stupratori e gli assassini. (Testimonianza di Irene Starr resa a Kevin
Annett, Vancouver, BC, 23 agosto 1998)
III
Articolo II (b): Provocare gravi danni fisici o mentali
Agli esordi dell’era delle scuole residenziali, Duncan Campbell Scott,
sovrintendente agli Affari Indiani, delineò così le finalità delle
suddette scuole: “Uccidere l’indiano che è dentro gli indiani”.
Chiaramente l’attacco genocida contro gli indigeni non era soltanto
fisico. Ma anche spirituale. La cultura europea ambiva a possedere le
menti e le anime delle nazioni native, per trasformare gli indigeni
che non era riuscita a sterminare in copie di terza classe dei
bianchi. Alfred Caldwell, direttore della scuola della Chiesa Unitaria
di Ahousat, sulla costa occidentale di Vancouver Island, nel 1938
scriveva: Il problema rappresentato dagli indiani è di natura morale e
religiosa. Essi mancano dei fondamenti di base del pensiero e dello
spirito civile, il che spiega la loro natura ed il loro comportamento
infantile. Presso la nostra scuola ci sforziamo di trasformarli in
cristiani maturi che imparino a comportarsi bene nel mondo ed
abbandonino il loro selvaggio stile di vita ed i loro diritti,
acquisiti col trattato, che li tengono inchiodati alla loro terra e ad
una primitiva esistenza. Soltanto allora il problema indiano nel
nostro paese verrà risolto. (Lettera del Rev. A.E. Caldwell all’agente
indiano P.D. Ashbridge, Ahousat, BC, 12 novembre 1938)
Il fatto che questo stesso preside venga citato dai testimoni in
quanto assassino di almeno due bambini – uno dei quali ucciso lo
stesso mese in cui scrisse la sopraccitata lettera – non è casuale,
poiché il genocidio culturale trabocca senza sforzo nell’assassino,
come i nazisti hanno dimostrato in modo così lampante al mondo.
Nondimeno la lettera di Caldwell chiarisce due punti nodali della
discussione relativa alle atrocità fisiche e mentali inflitte agli
studenti indigeni: (a) le scuole residenziali costituivano un vasto
programma di controllo mentale, e (b) lo scopo sotteso di questa
“riprogrammazione” dei bambini indigeni era quello di scacciare i
nativi via dalle loro terre onde permettere ai bianchi l’accesso ad
esse.
Citando la sopravvissuta di Alberni, Harriett Nahanee: Ci mettevano
sempre gli uni contro gli altri, costringendoci a combatterci e a
molestarci a vicenda. Il tutto aveva lo scopo di dividerci e di farci
il lavaggio del cervello in modo che dimenticassimo che noi eravamo i
Custodi del Territorio. Il Creatore diede al nostro popolo il compito
di proteggere le terre, i pesci, le foreste, questo era lo scopo delle
nostre essenze. I bianchi però volevano tutto per sé stessi, e le
scuole residenziali erano il metodo aloro disposizione; metodo che
funzionò. Abbiamo dimenticato il nostro sacro compito ed ora i bianchi
possiedono la maggior parte delle terre e si sono impossessati di
tutto il pesce e di tutti gli alberi. Noi siamo per la maggior parte
poveri, dediti a vizi, violenti in famiglia; e tutto questo iniziò
nelle scuole, dove ci manipolarono la mente affinché odiassimo la
nostra cultura e noi stessi, cosicché avremmo perso tutto quanto.
Questo è il motivo per cui affermo che il genocidio è tuttora in
corso. (Testimonianza di Harriett Nahanee resa a Kevin Annett, North
Vancouver, BC, 11 dicembre 1995)
Fu solo con l’assunzione dei poteri di tutela da parte dei presidi
della costa occidentale, avvenuta fra il 1933 ed il 1941, che emergono
i primi riscontri di reti pedofile organizzate in quelle scuole
residenziali; perché quel sistema era legalmente e moralmente libero
di fare ai suoi allievi coatti tutto quello che voleva.
Le scuole residenziali divennero un rifugio sicuro – un sopravvissuto
le definisce una “zona franca” – per pedofili, assassini e medici
perversi che avevano bisogno di cavie umane vive per collaudi di
farmaci o ricerche genetiche e sul cancro.
Scuole specifiche, come quella cattolica di Kuper Island e quella
della Chiesa Unitaria di Alberni, divennero centri speciali in cui,
unitamente all’abituale sequela di pestaggi, stupri e noleggio di
bambini a influenti pedofili, venivano praticate impunemente tecniche
di sterminio su bambini indigeni provenienti da tutta la provincia.
Gran parte del male fisico e mentale recato agli studenti indigeni
aveva lo scopo di spezzare lealtà tribale tradizionale per linee di
parentela, mettendo i bambini gli uni contro gli altri e privandoli
dei loro legami naturali; maschi e femmine erano rigidamente segregati
in dormitori separati e non potevano mai incontrarsi.
Una sopravvissuta racconta di non avere mai visto il fratellino per
anni, anche se lui si trovava nel medesimo edificio della scuola
anglicana di Alert Bay. Quando poi i bambini sconfinavano nei
corrispettivi dormitori e le ragazze ed i ragazzi più grandicelli
venivano colti a scambiarsi effusioni, venivano applicate a tutti
quanti punizioni più severe. Secondo le parole di una sopravvissuta
che frequentò la scuola di Alberni nel 1959: Un ragazzo ed una
ragazza, sorpresi a baciarsi, subirono la pena delle verghe. I due
vennero costretti a strisciare nudi lungo una fila di altri studenti,
e noi li colpimmo con bastoni e fruste forniteci dal direttore; la
ragazza fu picchiata così duramente che morì a causa di
un’insufficienza renale. Ci diedero davvero una bella lezione: se
cercavi di provare dei normali sentimenti per qualcuno, venivi ucciso
per questo. Così imparammo ben presto a non voler bene né a fidarci di
nessuno, e a fare soltanto quanto ci veniva ordinato. (Testimonianza
di una donna non identificata della Nazione Pacheedat, Port Renfrew,
BC, 12 ottobre 1996)
Secondo Harriett Nahanee: Le scuole residenziali creavano due tipi di
indiani: schiavi e traditori, e questi ultimi sono ancora in carica.
Il resto di noi fa ciò che gli viene ordinato. I capi dei consigli
delle tribù hanno detto a tutti quelli della nostra riserva di non
parlare in tribunale ed hanno minacciato di tagliare le nostre
indennità nel caso lo facciamo. (Harriet Nahanee a Kevin Annett, 12
giugno 1996).
La natura di quel sistema di tortura non era casuale. Ad esempio,
nelle scuole residenziali canadesi di qualsiasi confessione, l’uso
regolare di scosse elettriche su bambini che parlavano la loro lingua
o che erano “disobbedienti” era un fenomeno diffuso, e ciò non veniva
a casaccio ma era una prassi istituzionalizzata.
Secondo testimoni oculari, nelle scuole di Alberni e Kuper Island
della British Columbia, nella scuola cattolica spagnola dell’Ontario
ed in strutture ospedaliere isolate, gestite dalle chiese e dal
Dipartimento Affari Indiani nel Quebec settentrionale, a Vancouver
Island e nell’Alberta rurale, esistevano stanze di tortura, allestite
appositamente con sedie elettriche fisse e spesso fatte funzionare da
personale medico.
Mary Anne Nakogee-Davis di Thunder Bay, Ontario, nel 1963 all’età di
otto anni, fu torturata su una sedia elettrica dalle suore della
scuola residenziale cattolica spagnola. Ella racconta: Le suore la
usavano come un ‘arma, e vi fui sottoposta in più di un’occasione. Ti
legavano le braccia ai braccioli metallici e le scosse ti facevano
sobbalzare tutto il corpo. Non so che male avessi fatto per meritare
una tale punizione. (Tratto da The London Free Press, London, Ontario,
22 ottobre 1996)
Torture di questo genere, analoghe ai programmi di sterilizzazione
individuati presso il W.R. Large Memorial Hospital di Bella Bella ed
il Nanaimo Indian Hospital, venivano eseguite anche presso istituti
gestiti dalle chiese con i fondi del Ministero Affari Indiani.
Frank Martin, postino indigeno della British Columbia settentrionale,
descrive la sua reclusione coatta e l’impiego della sua persona per
esperimenti, avvenuta nel 1963 e nel 1964 presso la Bbrannen Lake
Reform School, vicino a Nanaimo: All’età di nove anni fui rapito dal
mio villaggio e mandato alla scuola Brannen Lake di Nanaimo. Un medico
locale mi fece un’iniezione e dio mi risveglia in una piccola cella,
forse di tre metri per quattro; mi tennero rinchiuso li come un
animale per 14 mesi. Mi tiravano fuori ogni mattina e mi
somministravano scosse elettriche alla testa sino a quando non svenivo
e poi, nel pomeriggio, mi sottoponevano a raggi x per diversi minuti
di seguito. Non mi dissero mai perché lo facessero, ma all’età di
diciotto anni mi ammalai di cancro ai polmoni pur senza aver mai
fumato. (Testimonianza videoregistrata di Frank Martin resa a Eva
Lyman e Kevin Annett, Vancouver, 16 luglio 1998)
Questi esperimenti empirici combinati ad un sadismo brutale
caratterizzarono questi istituti finanziati pubblicamente, in
particolare il famigerato Nanaimo Indian Hospital. David Martin di
Powell River,BC, nel 1958, all’età di cinque anni, fu condotto in
questo ospedale e sottoposto ad esperimenti comprovati da Joan Morris,
Harry Wilson ed altri testimoni citati nel presente rapporto. Secondo
David: Mi fu detto che avevo la tubercolosi, ma io ero del tutto sano;
non presentavo alcun sintomo di quella malattia. Quindi mi mandarono
al Nanaimo Indian Hospital e li mi tennero legato in un letto per più
di sei mesi. Ogni giorno i medici mi praticavano delle iniezioni che
mi facevano stare davvero male e provocavano sulla mia pelle
arrossamenti e prurito. Sentivo le urla di altri bambini indiani
rinchiusi in celle di isolamento; non ci fu mai consentito di vederli
e nessuno mi disse mai che cosa stessero facendo a tutti noi in quel
luogo. (David Martin a Kevin Annett, Vancouver, 12 novembre 2000).
Presso le stesse scuole residenziali una tortura ordinaria e
ricorrente erano gli interventi sui denti dei bambini senza l’utilizzo
di qualsiasi forma di anestesia o di analgesici. Due diverse vittime
di queste torture presso la scuola di Alberni descrivono di esservi
state sottoposte da differenti dentisti a distanza di decenni.
Harriett Nahanee fu brutalizzata in quel modo nel 1946, mentre Dennis
Tallio fu “sottoposto all’opera di un vecchio infermo che non mi
somministrò mai degli analgesici” in quella stessa scuola nel 1965.
I sopravvissuti algi esperimenti del Dr, Josef Mengele ritengono che
costui li abbia elaborati alla Cornell University di New York, i
Bristol Labs di Syracuse, New York, e Upjohn Corporation e laboratori
Bayer dell’Ontario. Mengele ed i suoi ricercatori canadesi, come il
famigerato psichiatra di Montreal Ewen Cameron, utilizzavano
prigionieri, malati mentali e bambini indigeni provenienti dalle
riserve e dalle scuole residenziali nella loro attività volte a
cancellare e rimodellare la memoria, e la personalità umana, usando
farmaci, scosse elettriche e metodi per indurre traumi identici a
quelli impiegati per anni nelle scuole residenziali.
Ex dipendenti del governo federale hanno confermato che l’uso dei
“reclusi” delle scuole residenziali per esperimenti medici governativi
era autorizzato tramite un accordo congiunto con le chiese che
gestivano le scuole stesse.
Secondo un ex funzionari degli Affari Indiani: Una sorta di accordo
sulla parola fu in vigore per molti anni: le chiese ci fornivano i
bambini dalle scuole residenziali e noi incaricavamo l’RCMP di
consegnarli a chiunque avesse bisogno di un’infornata di soggetti da
esperimento: in genere medici, a volte elementi del Dipartimento della
Difesa. I cattolici lo fecero ad alto livello nel Quebec, quando
trasferirono in larga scala ragazzi dagli orfanotrofi ai manicomi. Lo
scopo era il medesimo: sperimentazione. A quei tempi i settori
militari e dell’intelligence davano molte sovvenzioni: tutto quello
che si doveva fare era fornire i soggetti. I funzionari ecclesiastici
erano più che contenti di soddisfare quelle richieste. Non erano solo
i presidi delle scuole residenziali a prendere tangenti da questo
traffico: tutti ne approfittavano, e questo è il motivo per cui la
cosa è andata avanti così a lungo; essa coinvolge proprio una sacco di
papaveri alti. ( Dai fascicoli riservati del tribunale dell’IHRAAM,
contenenti le dichiarazioni di fonti confidenziali, 12-14 giugno 1998)
Gli esperimenti in questione e la cruda brutalità delle sevizie
inflitte ai bambini nelle scuole attesta la considerazione che le
istituzioni avevano degli indigeni in quanto esseri “sacrificabili” e
“malati”. Decine e decine di sopravvissuti provenienti da dieci
diverse scuole residenziali della British Columbia e dell’Ontario
hanno descritto sotto giuramento le seguenti torture, inflitte fra il
1922 ed il 1984, a loro stessi e ad altri bambini, alcuni di solo
cinque anni di età.:
· Stringere fili e lenze da pesca attorno al pene del bambini;
· Inserire aghi nelle loro mani, guance, lingue, orecchie e pene;
· Tenerli sospesi sopra tombe aperte minacciando di seppellirli vivi;
· Costringerli a mangiare cibo pieni di vermi o rigurgitato;
· Dire loro che i erano morti e che stavano per essere uccisi;
· Denudarli di fronte alla scolaresca riunita e umiliarli verbalmente
e sessualmente;
· Costringerli a stare eretti per oltre 12 ore di seguito sino a
quando non crollavano;
· Immergerli nell’acqua ghiacciata;
· Costringerli a dormire all’aperto durante l’inverno;
· Strappare loro i capelli dalla testa;
· Sbattere ripetutamente le loro teste contro superfici muratura o in
legno;
· Colpirli quotidianamente senza preavviso tramite fruste,
bastoni,finimenti da cavallo, cinghie metalliche decorate, stecche da
biliardo e tubi di ferro;
· Estrarre loro i denti d’oro senza analgesici;
· Rinchiuderli per giorni in stanzini non ventilati senza acqua né
cibo;
· Somministrare loro regolarmente scosse elettriche alla testa, ai
genitali e agli arti.
Forse il riassunto più chiaro della natura e degli scopi di tale
sadismo è costituito dalle parole di Bill Steward di Nanaimo,
sopravvissuto alla scuola Kuper Island: Era la gente della chiesa ad
adorare il diavolo, non noi. Volevano l’oro, il carbone, la terra che
abitavamo, così ci terrorizzavano affinché consegnassimo tutto a loro.
Come fa un uomo che all’età di sette anni veniva violentato
quotidianamente a combinare qualcosa nella vita? Le scuole
residenziali furono istituite per distruggere le nostre vite, e
riuscirono nell’intento. I bianchi erano dei terroristi, puri e
semplici. (Testimonianza di Bill Steward resa a Kevin Annett e ad
osservatori della IHRAAM, Duncan, BC, 13 agosto 1998)
I mondi di Barbara (Gulag)
by Duncan on giu.03, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, politica
Eccoci con la nostra Ostetrica del Sapere.. una persona capace di Insegnare, e che crea un valore costante nella sua esistenza, allo scopo di svegliare specie i più giovani al potenziale, dando loro un approccio alla cultura e alla comprensione, che è vivido, appassionante.. e raro. E per questo incontra innumerevoli ostacoli. Ma va avanti perchè ciò che si sceglie a un certo punto ci possiede.
Eccoci allora ancora una volta con Barbara Lazzarini e la sua rubrica. Questo “appuntamento” è dedicato a Jacques De Rossi, che passo venti anni nei Gulag, e scrisse un’opera fondamentale.. Manuel du Goulag.
L’immagine che accompagna il post è il grandioso monumento dedicato alle vittime dei Gulag. Edificato presso a Magadan.
———————————————————————
Jacques Rossi in questo libro narra da testimone che cosa fu l’esperienza dei Gulag vissuta in prima persona, per lui la detenzione durò oltre vent’anni.
Emigrato in Polonia con la madre vedova, cresce lì, marxista convinto, è giovanissimo quando viene arrestato per attività sovversiva poichè membro del partito comunista clandestino polacco.
Tecnico del Comintern, in piena guerra di Spagna, viene spedito dietro le linee di Franco per trasmettere messaggi in codice ai repubblicani. Improvvisamente viene richiamato a Mosca (dove sono in corso le grandi purghe). Gli agenti del Comintern vengono tutti eliminati, Rossi che è ancora molto giovane ed ha avuto ruoli marginali subisce una condanna per “spionaggio a favore della Francia e della Polonia”.
“Jacques Rossi che fino al momento del suo arresto non sa niente dell’Urss e del suo popolo, pur essendosi impegnato per diffondere l’idea di comunismo del regime sovietico, l’universo concentrazionario in cui verrà imprigionato diventa uno straordinario campo di ricerca e di scoperta, e una grande scuola di vita. «Rifiutando di lasciarsi schiacciare dall’orrore della vita nell’universo del Gulag, trova la forza di sopravvivere e la ragione di cocontinuare nella sua scelta di denuncia inflessibile e di testimonianza.»
I suoi compagni di sventura si fidano di lui e parlano volentieri delle loro sventure con un prigioniero così insolito, poliglotta, di nazionalità francese e comunista; Jacques Rossi ascolta i racconti dei compagni di cella, contadini dekulakizzati, kolkoziani condannati a dieci anni per vanisospetti, criminali comuni, comunisti disperati caduti sotto le purghe di Stalin, carnefici di regime diventati vittime che non avendo più nulla da perdere gli raccontano le azioni e le esecuzioni cui hanno preso parte ecc. Raccoglie in questo modo, pazientemente e con rigore, centinaia di testimonianze, e così, con il passare del tempo, comincia a capire che la società reale che gli passadavanti, che lui stesso sperimenta sulla sua pelle è assai più vera di quella utopica cui aveva consegnato sogni e speranze. Il Gulag, in questo modo, diventa per lui una sorta di «laboratorio» sociologico che gli mostra la faccia del regime e insieme gli fa comprendere le deviazioni dellateoria che si fa storia. Ma l’opera della sua vita è in realtà il Manuel du Goulag, un libro che non ha eguali, che sotto forma di dizionario racconta con voci alfabetiche dedicate ai luoghi, alla storia, alle leggi e ai protagonisti la vicenda drammatica del sistema concentrazionario comunista sovietico, denunciandone gli scopi punitivi, repressivi, criminali e la sua corrispondenza con l’intera società comunista. Un dizionario storico delle istituzioni penitenziarie sovietiche e dei termini relativi al lavoro coatto, che è insieme un agile strumento per capire il dramma di coloro che, credendo in una società giusta, si sono esposti in prima persona per realizzarla, scoprendone la vera essenza, violenta, aggressiva e terroristica. Rossi che riesce a pubblicare il suo enorme lavoro in lingua russa e in francese, propone un analisi del Gulag in una prospettiva storica, ricercandone le sue radici «nei primi fenomeni concentrazionari degli anni del regime leninista bolscevico e mostrando la continuità della politica repressiva tra Lenin e Stalin, studiando altresì il sistema penitenziario zarista e prolungando le sue ricerche fino agli anni Ottanta. Un lavoro che per molti storici dell’Urss è unico nel suo genere, e che apporta, in molti lemmi, informazioni inedite e descrizioni documentate di prima mano. Il suo approccio enciclopedico al fenomeno del Gulag sovietico, non perde mai di analiticità e fornisce al mondo accademico e ai lettori un atto di denuncia definitivo del comunismo reale, a livello di organizzazione dello stato e a livello di progettazione teorica della società.
Comunista convinto, non si lascia prendere dalla disperazione della delusione e cerca giustizia, per riscattare sé e tanti suoi compagni che hanno dichiarato la loro adesione a un regime disumano, in perfetta buona fede. Si rende conto che il comunismo reale al potere si trasforma, come accade in Urss, in una dittatura sanguinaria che nulla ha a che vedere con gli ideali per i quali si è sentito impegnato a combattere: difesa dei più deboli, dei contadini, della classe operaia ecc.” (Frediano Sessi)
Una delle ragioni per le quali ho scelto di evidenziare questo autore, questo libro, questo passaggio in particolare, risiede nel fatto che ritengo consentano di far luce su un aspetto che può risultare altrimenti trascurato e cioè che l’ingranaggio delle Grandi Purghe agì soprattutto sui comunisti, su quelli che avevano fatto e creduto nella rivoluzione del proletariato e rappresenta una testimonianza del grande tradimento operato ai danni di un ideale, di un popolo, di una speranza.
Leggete qua:
Penkos Karlik
Tre zampilli di urina schizzano rumorosamente nel bugliolo. Due sono di un giallo pallido. Il terzo, quello di Penkos Karlik, è rosso. Ha appena subito un interrogatorio pesante, che si è protratto per diversi giorni. I lividi, sul suo viso, vanno dal nero al giallo, passando per tutte le sfumature del blu. La sua schiena è coperta d’ecchimosi…soprattutto all’altezza delle reni. In questa cella…quest’anno siamo in novantasei imputati. Fissandomi con un solo occhio ( l’altro è d’un gonfiore impressionante), mi fa notare: -Per Jacques è più facile, questo non è il suo paese!
penso di capire cosa intenda…nel caso di Jacques, il Francese, questo inferno non riguarda che lui, e non tutto il uo popolo, il suo paese, la sua storia, la sua cultura…
Penkos Karlik, capitano dell’Armata Rossa e comandante di uno squadrone di blindati, è stato preso, come tanti altri nell’ingranaggio della Grande Purga…Patriota sincero e leale, non gli è mai riuscito di capire come si potesse chiedergli di riconoscere dei fatti così totalmente falsi. [...]
Il commissario insiste, perchè Karlik denunci il suo generale. Un uomo che Karlik rispetta, per cui ha ammirazione…Si lascerà torturare a morte piuttosto che fargli il benchè minimo torto!
Non ho mai più rivisto Karlik. Ma quindici anni più tardi, nel 1953, all’incirca 6000 chilometri più lontano, a est, mi sono trovato in cella con un ex generale.
- Se me la sono cavata con 25 anni è sicuramente grazie ai miei ufficiali! – mi ha detto. – Non uno che abbia ceduto sotto le torture. Quasi tutti gli altri generali sono stati fucilati. -
Non riusciva a capacitarsi di essersela cavata anche se camminava a mala pena, le ossa delle sue gambe fracassate dalle torture, erano state malamente curate all’ospedale della prigione.
Era il generale di Karlik.
Il Golpe
by Duncan on giu.03, 2011, under Resistenza umana, Simbolo
La stanza pullulava di demoni..
Ah va beh. Maschere al seguito.. intendo.. giacche e pantaloni blu. O
neri.. o Grigi. Si Grigi.
Le bocche chiuse, come dopo a un funerale, ma con aggiunta di
mangiata.
Sì, funerale con mangiata. Triplice effetto sterzante,
Gli occhi bovini, appena chiusi, come a sigillare le palpebre quasi..
due lamette tagliate.
Puzza di sudore e stravaccati al seguito. Ad origiliare il rumore.
Perchè solo il rumore si origlia no?
Vezzi di periferia inanellati ad arte.. silenzi assensi…sguardi
pensoci.. guance cadenti… magri tisici..
Cappucci appesi.. per l’occasione.. quando sarà l’occasione..
Ancora più dentro.. i Neri.. loro sì.. Neri… ossa sporgenti, mani
lente, cemento nel viso, parole meccaniche ma immerse nel fango.. nel
fango sì e nella merda.. ripulita e inamidata però.
Incenso e mirra..
Oro sui bordi..
Segni uncinati..
Puttane capovolte..
Ecco i dadi del monopoli..
Al cuore del Basso Impero..
Ultimi rantoli del Crepuscolo dei Tiranni,
dadi truccati e pietra, mani e forbice,
manuali di idolatria,
Il Golpe.






