Born Again

Simbolo

La filosofia della chiropratica

by on mag.03, 2015, under Ispirazione, Simbolo

BJ-Palmer

La chiropratica, oltre ad essere un sistema terapeutico, ma anche un’arte e una filosofia.
Fu già lo steso D.D. Palmer, il fondatore -o meglio, “lo scopritore”- della chiropratica che parlò di filosofia della chiropratica. Egli scrisse un manuale intitolato The Science, Art and Philosophy of Chiropratic (“La scienza, arte e filosofia della chiropratica”). Anche il figlio B.J. Palmer, si soffermò molto su quella che poteva essere intesa come la visione filosofica che stava alla base della chiropratica.

Per filosofia non si fa riferimento a blandi e astratti riferimenti teorici da tirare fuori di tanto in tanto, ma di un elemento cardinale di tutto il percorso chiropratico. Una stella polare che ha dato per generazioni ai chiropratici quell’orizzonte di senso e di valore che poteva permettere loro di rispondere su un piano più alto alla domanda “chi sono”.
La chiropratica quindi non “si concepisce” e non “si racconta” solo come un metodo di regolazione della colonna vertebrale e/o di correzione delle sublussazioni. Ma anche come un sistema di credenze, una filosofia e una weltanschaung, una visione del mondo, appunto, sul corpo umano, su ciò che opera in esso e sull’ordine naturale dell’universo.
Se le concrete tecniche terapeutiche sono il “come” della chiropratica, la sua filosofia è il suo “perché”.

La filosofia della chiropratica si inserisce nell’ambito di una contrapposizione dalle radici millenarie. La contrapposizione tra quella che viene definita la filosofia ‘vitalista”, e la filosofia ‘materialista’ che sta ancora alla base della visione scientifica classicamente intesa.
La filosofia vitalistica è antichissima, ed era presente presso gli Egizi, i Greci, e altri popoli.
Già in quelle epoche, uomini colti hanno parlato di “forze vitali” all’interno del corpo; forze che lo aiutano a resistere alla malattia e a ripristinare la guarigione.
Altri, come i seguaci di Democrito, gli atomisti, credevano che non ci fosse nessuna “energia”, spinta vitale, o alcun altro elemento “interno” a guidare la manifestazione fisica, ma che il controllo fosse “esterno”; riscontrabile solo e esclusivamente nella operatività “priva di un senso” della stessa materia biologica. Per gli atomisti gli esseri viventi erano in sostanza “macchine” formati da atomi che non avevano nulla di più “profondo” a “guidarli”. Erano gli atomi stessi, solo la chimica organica a guidare il funzionamento corporale.
Essendo il corpo umano solo una struttura meccanicistica formata di riscontrabili distinti mattoncini fisici privi di qualunque sostrato “finalistico”, essendo quindi il corpo solo una macchina, anche l’approccio verso la guarigione diventava puramente “meccanicistico”.

Secondo Bruce Lipton, molto noto per i suoi studi sulla fisica quantistica, una delle chiavi di lettura per comprendere la contrapposizione storica tra vitalisti e materialisti può essere fatta emergere con la domanda “chi controlla la vita?”; chi controlla l’espressione, la manifestazione biologica degli esseri viventi?
Alcuni pensatori hanno parlato di una energia, psiche o forza vitale che in un certo senso “attiva” e guida il corpo umano. In questo senso quindi l’operare della fisicità vivente è guidato da un “controllo interno”.
Quelli che, invece, come Democrito e gli atomisti, hanno escluso ogni energia, impulso o spinta oltre alla materia concretamente riscontrabile, ipotizzano solo un “controllo esterno”.
I vitalisti, nel senso ampio che stiamo dando a queste categorie, finiscono per l’incorporare nella loro visione un approccio olistico, quello per cui un essere vivente non è rappresentabile come costituito dalla mera sommatoria delle parti che lo compongono ma è qualcosa di più.
I materialisti approdano invece spesso ad un approccio riduzionistico; quello per cui un essere vivente è esattamente uguale alla somma delle sue parti. Non ci vuole molto, partendo da un approccio materialistico a considerare l’uomo sostanzialmente una macchina.
Uno dei maggiori pensatori in cui queste visioni materialiste si sono riscontrate in modo esemplare è René Descartes, Cartesio. Cartesio non escludeva cose come l’anima, lo spirito, la forza vitale, ecc. ma le poneva su un piano “totalmente altro” rispetto a quello del corpo, che era visto governato esclusivamente dalle leggi della pura materia. Cose come il “rapporto corpo mente”, ovvero la capacità che il piano mentale potesse influenzare il piano fisico e viceversa, erano lontane anni luce da un pensiero rigidamente meccanicista come era quello di Cartesio.
Il dibattito sul fatto se la vita sia controllata da forte spirituali o materiali ha raggiunto il suo picco nel diciannovesimo secolo. Fu a quel punto che gli scienziati che parlavano di controllo “spirituale”, o di “principio vitale” hanno cominciato a definire se stessi come “vitalisti”. Il Vitalismo nei dizionari viene descritto come quella dottrina per la quale i processi della vita non sono spiegabili solo dalle leggi della fisica e della chimica, e la vita (sempre secondo questa dottrina) è in qualche parte autodeterminazione.

Il vitalismo, inoltre, veniva descritto come una teoria per la quale le leggi che governano l’organismo vivente differiscono da quelle della materia inanimata. L’organismo vivente ha un “quid” che lo porta ad essere reattivo; a renderlo capace, in ogni momento, di far fronte le sollecitazioni che incidono su di esso dall’esterno.

Torniamo, però, a focalizzarci sull’elemento “forza vitale” come concetto rappresentante la decisiva distinzione tra le due differenti visioni della vita e del corpo.
I vitalisti, come abbiamo visto, sostenevamo che qualche fattore vitale, distinto dai fattori fisico-chimici era coinvolto nel “controllo” della struttura e della funzione del corpo.
E qui si può percepire l’elemento irriducibile che rendeva il vitalismo incompatibile con i paradigmi della scienza moderna. La scienza moderna, impregnata di materialismo e focalizzata sul riconoscimento dello status di “realtà” solo a ciò che può essere osservato e riprodotto, non poteva dare legittimazione a una visione del mondo che prevede un “fattore vitale” che pur agendo sulla materia non è materia.
Nel diciannovesimo secolo, la presenza “vitalista”, all’interno del mondo scientifico era, nonostante tutto, ancora molto presente.
Saranno le teorie di Charles Darwin, con l’enorme impatto che produrranno nel mondo scientifico, a generare un generale arretramento delle visioni vitalistiche. Nel 1859 Darwin pubblicò l’ “Origine della specie”. In questo suo celeberrimo trattato Darwin sottolineò che i “fattori ereditari” (allora non si parlava ancora di geni) erano responsabili del percorso biologico del singolo individuo e dell’evoluzione della specie. Nel giro di un decennio la grande maggioranza degli scienziati fece proprie le conclusioni di Darwin. La teoria dell’evoluzione di Darwin negava alla radice ogni ruolo, nella manifestazione del processo vitale, a “cose” come lo spirito o la forza vitale.
Nei decenni successivi, nel mondo scientifico, si rafforzò sempre di più l’adesione alla visione del mondo propria del materialismo. Ed acquisendo, nel corso di quei decenni, sempre più autorevolezza la medicina convenzionale che fondava i suoi paradigmi nello stesso brodo di cultura del pensiero scientifico ufficiale, tutte le pratiche mediche che rispondevano ad altre logiche divennero sospette, o furono trattate con esplicita ostilità.
La visione meccanicistica della medicina convenzionale si è rivelata, in tempi più recenti, anche nel determinismo con cui buona parte della scienza convenzionale per tanto tempo (e molti ancora adesso), una volta scoperto il DNA, ne ha interpretato il funzionamento. Si è arrivati a sostenere che i nostri tratti fisici e comportamentali siano inevitabile conseguenza dei nostri geni e che, tutte le manifestazioni biologiche che ci caratterizzano e ci caratterizzeranno non potevano non avere luogo, appunto perché i nostri geni hanno, in un certo senso, determinato il nostro destino.

Se vogliamo vedere, in campo medico, un ambito concreto in cui si riscontra la differenza di approccio tra una visione materialista-riduzionista e una visione vitalistica-olistica, possiamo pensare all’ambito dei sintomi. Per i materialisti i sintomi sono sempre negativi e vanno sempre combattuti. Per i vitalisti i sintomi non sono da vedere a se stanti e come situazioni puramente negative, ma piuttosto vanno intesi come “segnale”. Segnale di un momento di difficoltà del corpo che cerca di ritornare all’equilibrio. Da questo punto di vista, i sintomi, almeno nella maggior parte dei casi, non solo non debbono essere soppressi, ma devono potere avere il loro sfogo, per permettere al corpo quella “ripulitura” che permetterà il ristabilimento dell’equilibrio originario.
Nella visione meccanicistica, quindi, la diagnosti della malattia, fortemente ancorata alla sintomatologia, assume un valore decisivo e ad essa segue la lotta senza quartiere a quella malattia. Per i vitalisti la diagnosi ha una importanza relativa e la singola malattia non è demonizzata come un unicum malefico, ma è vista come parte di una “totalità” il cui funzionamento si è inceppato. Non ne consegue, quindi, la guerra a quella specifica malattia, ma piuttosto il rafforzamento del sistema energetico vitale di quella persona. Dando forza alle capacità di resistenza e di rigenerazione interna di quel determinato organismo, anche la malattia retrocederà.
Inoltre nell’ottica materialista è facile essere tentati di avere un approccio massificatorio e generalizzante. Per i meccanicisti c’è una sostanziale analogia tra chi soffre di una stessa malattia. Per i vitalisti l’unicità delle persone, di ogni singola persona prevale su ogni tentativo di “generalizzazione”; sia sul piano della diagnosi, che su quello della cura.
Alla luce di quanto detto finora, si può ben comprendere come la scienza moderna, e all’interno di essa la scienza medica convenzionale, non poteva riconoscere la filosofia della chiropratica appunto perché basata su una visione vitalistica che essa respinge; e quindi non poteva non considerare la chiropratica come “non scientifica”.

Una volta che si è inquadrato la filosofia della chiropratica come parte di un millenario percorso “vitalistico” contrapposto ad uno materialistico, possiamo andare ad esaminare la filosofia chiropratica nello specifico.
Sono stati codificati 33 principi della chiropratica.
In questa sede non ci si può avventurare nell’esame di tutti i principi chiropratici, ma è sufficiente focalizzarsi sui principali.
Il primo e più importante principio della chiropratica dice:

“Esiste un’intelligenza universale che permea tutta la materia, che le fornisce continuamente e totalmente le sue proprietà ed azioni, mantenendola perciò in esistenza e permettendole nel contempo di esprimersi”.

Questo principio ci fa capire che la chiropratica non ha semplicemente una visione sulla natura dell’essere umano. Ha anche una visione sulla natura dell’universo. O meglio, la visione della natura dell’essere umano viene ricompresa nella visione sulla natura dell’universo di cui l’essere umano è una parte.
L’essere umano rientra in una intelligenza più ampia, una intelligenza che regola tutto ciò che esiste nell’universo. Tutto nell’universo è come un mosaico, dove ogni elemento sta lì per un motivo e si armonizza perfettamente con tutti gli altri elementi. Ogni cosa è predisposta, grazie anche alla connessione con le altre cose, per funzionare nel miglior modo possibile.
E’ interessante notare come alcune argomentazioni atte a evidenziare la “plausibilità” dell’intelligenza universale ricordano gli argomenti che nel mondo classico (greci e latini), nel Medioevo e nel Rinascimento venivano utilizzati per dimostrare l’esistenza di un ordine e di una armonia universali.
Filosofi e studiosi dicevano “Vi sembra davvero che possa essere un caso tutta la bellezza che vedete? Che sia un caso che vi sia il sole e che agisca come agisce? Che sia un caso che siamo dotati di un corpo e che esso funziona come funziona? Che sia un caso il modo in cui avviene la generazione di un figlio?”.
Ed ecco adesso le parole di un chiropratico del ventesimo secolo: “Guardati intorno. Ti sembra logico pensare che tutto nell’universo sia il risultato della mera selezione casuale o della “fortuna”? È per “fortuna” che l’ala di un uccello è perfettamente progettata per il volo? E ‘ solo per “caso” che le radici di una pianta viaggiano verso il basso nel terreno (dove troverà acqua e sali minerali) e le sue foglie crescono verso l’alto (dove troverà il sole e l’aria)?”
Qualcuno ha sostenuto che parlare di intelligenza universale è come parlare di Dio. Altri lo hanno negato. In realtà, si tratta presumibilmente di quel tipo di questione sulla quale non si può dare una risposta definitiva. La Chiropratica non si avventura fino a chiedere “cosa è questa Intelligenza? Da dove viene?”. “Semplicemente” riconosce la sua esistenza.
Ma che si consideri l’intelligenza universale come Dio, come un attributo di Dio, o come qualcosa che non c’entra niente con un Dio, siamo comunque di fronte ad una visione che non è “neutra” di fronte alla materia; una visione riconosce un “senso” in tutto ciò che esiste.
Se tutto ciò che esiste è espressione di una Intelligenza, tutto ciò che esiste è sottratto al caso e al caos. Tutto è portatore di una “positività” intrinseca, di una “benignità intrinseca”. Tutto è una sinfonia dove il più piccolo frammento di atomo e la più colossale delle galassie giocano il loro ruolo, svolgono la loro funzione. Ogni vibrazione risuona di altre vibrazioni, in una sinfonia infinita di Ordine, Bellezza, Armonia.
Forse è stata proprio una visione del genere ad ispirare Immanuel Kant, quando disse:

“Il cielo stellato sopra di me. La legge morale dentro di me”.

Abbiamo detto, quindi, che ogni parte dell’universo è permeata di Intelligenza.
Questa Intelligenza universale, in coerenza con la visione vitalistica propria della chiropratica, trova la sua maggiore manifestazione negli esseri viventi. L’essere vivente, infatti, è caratterizzato da dinamicità e plasticità costanti. E’ capace, a differenza della materia inanimata, di un continuo adattamento all’ambiente esterno.
In ogni essere vivente vi è una “scintilla” dell’intelligenza universale, chiamata intelligenza innata. Infatti il principio sull’intelligenza innata dice:

“Un essere vivente è nato permeato dall’intelligenza dell’universo, chiamata Intelligenza Innata. “

Essere vivente e universo sono connessi. Microcosmo e macrocosmo sono contrassegnati dalla stessa metrica.
Nel sistema chiropratico la parola “innato” ha una grandissima importanza. Questa intelligenza non è stata “acquisita” nel corso dell’esistenza di quell’essere vivente. Questa “qualità” della materia non è frutto dell’esperienza. L’esperienza può essere il “campo” nel quale questa intelligenza può esplicarsi; ma non è l’esperienza a generarla. Non è una questione di apprendistato. Ogni essere vivente ci nasce con questa intelligenza. Nel seme della quercia c’è già la quercia, c’è già “l’intelligenza innata” che si esplicherà appunto nello sviluppo di quella “realtà” da ghianda a quercia.
Dovrebbe ormai essere chiaro che l’intelligenza di cui stiamo parlando non è la mera facoltà intellettuale e non è l’affastellamento di dati, nozioni e insegnamenti. Questa intelligenza è la “potenzialità ordinatrice dinamica” , la “proprietà organizzativa” con cui ogni entità vivente è nata e che le consente di adattarsi all’ambiente al fine di sopravvivere.
Nell’essere umano, è l’intelligenza innata che determina quante volte al minuto deve battere il cuore del neonato. E’ l’intelligenza innata che fa sì che i globuli bianchi debbano essere prodotti in quel dato numero e in quella data maniera. E’ l’intelligenza innata che fa funzionare il respiro in una certa maniera. Non è la volontà dell’uomo, dice la chiropratica, che regola cose come la pressione sanguigna, la produzione di ormoni, la digestione, il respiro. La volontà umana potrebbe certo influire su qualcuna di queste funzioni biologiche, ma ciò non toglie che anche se essa fosse, al riguardo, del tutto assenti, esse opererebbero –in mancanza di fattori di disturbo e ostacolo- nel miglior modo possibile, guidate da questa intelligenza innata, appunto. Questa intelligenza era in noi ancora prima che fossimo uomini, operava già nell’embrione, e ancora prima, nell’ovulo e nello spermatozoo.
Tutto ciò che è ricompreso in uno sviluppo vitale rappresenta una “evidenza” dell’intelligenza innata. In un certo senso, una prova del suo essere ed operare. In questo senso un altro dei principi della chiropratica dice:

“I segni della vita (assunzione, eliminazione, crescita, riproduzione, adattamento) sono evidenze dell’Intelligenza Innata della vita.”

Non ci sarà difficile comprendere, dopo quanto detto finora, il principio nel quale si esprime la “missione” dell’intelligenza innata:

“La missione dell’Intelligenza Innata del corpo è quella di mantenere in uno stato di organizzazione attiva il tessuto vivente di un corpo (salute)”.

L’intelligenza innata non “mira” a un “buon funzionamento” quale che sia. Mira, si potrebbe dire, al meglio. Un altro principio della chiropratica infatti dice:

“Tuttavia, entro i limiti imposti dalla nostra particolare struttura fisica, Intelligenza Innata ed Energia Innata lotteranno per mantenere il più alto livello possibile di salute. Talvolta questo sforzo è ostacolato da interferenze nella normale trasmissione dell’energia alla materia.”

Da tutto questo discorso sui principi della chiropratica, è importante tenere bene a mente i due principi davvero fondamentali:

-Il principio che riconosce una Intelligenza Universale in tutto ciò che esiste.
-Il principio che riconosce l’Intelligenza Innata in ogni singolo essere vivente.

Nel prossimo paragrafo vedremo che l’intelligenza innata opera nell’essere umano attraverso la funzione decisiva del sistema nervoso.
In conclusione di questo approfondimento sulla filosofia chiropratica, va detto che questa “visione del mondo” non gode più di grande popolarità tra sempre più chiropratici. Molti di loro sarebbero dell’idea di mollarla per focalizzarsi esclusivamente sul concreto empirismo, sulla concreta azione sul paziente, senza più riferimenti a “stranezze” quali, appunto, intelligenza universale e intelligenza innata.
C’è una consistente parte del mondo chiropratico che considera una zavorra l’ancoraggio al tradizionale retaggio vitalistico della chiropratica. Possiamo dire che essa è particolarmente sensibili agli inviti che il mondo medico ufficiale fa ai chiropratici perché abbandonino ogni richiamo metafisico, e tutto quello che i critici del pensiero chiropratico hanno sempre chiamato, e (almeno in parte) continuano tutt’ora a a chiamare mitologia, misticismo, “culto religioso”.
I chiropratici ostili all’ “ancoraggio filosofico” non vogliono che il campo chiropratico abbia commistioni con quelli che sono –o sembrano- ambiti religiosi o metafisici. C’è in essi una sorta di volontà di emancipazione da una sensazione di minorità, una sorta di volontà di riconoscimento e accettazione.
In relazione all’ansia di accettazione e riconoscimento di una “credibilità scientifica” che spinge molti chiropratici a volere rinunciare alla filosofia vitalistica, il dottor Cheryl Hawk ha detto:

“Il vitalismo non impedisce alla nostra professione di ottenere accettazione e credibilità, soprattutto nell’ età postmoderna in cui una pluralità di visioni del mondo sta diventando non solo accettabile, ma esplorata dagli attori dell’establishment biomedico. Forzare il nostro approccio tradizionale vitalistico, olistico, e centrato sul paziente per la cura in una cornice meccanicistica, riduzionista, e medico-centrica potrebbe farci comprare un po’ di temporanea credibilità, ma, a lungo andare, sarebbe una prospettiva perdente. Noi potremmo perdere la nostra chance di dare un contributo unico alla ricerca attraverso approcci innovativi, come la ricerca di sistemi integrali, che possono combinare il meglio dei due visioni del mondo. Potremmo perdere anche la nostra identità e integrità professionale. Tuttavia, se ci rifiutiamo di rimanere medici che spronano gli altri a guarire dal di dentro, saranno soprattutto i nostri pazienti a pagarne le conseguenze”.

La questione che spinge molti chiropratici a volere abbandonare la filosofia vitalista è quella dell’accettazione. Essere pienamente riconosciuti dalla comunità scientifica viene –da questa categoria di chiropratici- percepito come l’uscita da una “sensazione di minorità”, da un ghetto nel quale si sentono intrappolati e che li fa sentire meno “autorevoli” rispetto a chi pratica la medicina ufficiale.
Non si può fare a meno di riflettere come questa attrazione di una schiera di chiropratici sempre maggiore verso l’abbraccio col mondo medico convenzionale e con la visione scientifica materialista, proprio quando, in questi anni, in modo sempre più vorticoso, le più innovative frontiere della ricerca scientifica, come nel campo della fisica quantistica, aprono orizzonti molto più ricchi nella comprensione della realtà e della vita, orizzonti che sembrano essere coerenti con le storiche intuizioni filosofiche della chiropratica, che, lungi dall’essere un “rottame storico”, potrebbero essere considerate –al di là di determinate rigidità o di forme specifiche assunte nel corso del tempo, ma nel loro senso profondo- come espressione di un pensiero di avanguardia.

Ma qual’è, secondola chiropratica, il tramite attraverso il quale l’intelligenza innata opera nell’essere vivente?
Il sistema nervoso.

Come abbiamo detto, uno dei principi fondamentali della chiropratica è che in ogni essere vivente –a differenza delle altre forma di “materia”- c’è una intelligenza innata, una potenzialità biologica, una spinta propulsiva, una “proprietà organizzativa” che guida il nostro corpo, in tutti i suoi aspetti, verso il più alto stato vitale, la più alta forma di salute.
L’intelligenza innata coordina tutte le funzioni, determinando l’ordine e il coordinamento del nostro corpo. E’ il motivo per cui il nostro corpo è in grado di eseguire innumerevoli reazioni biochimiche a livello cellulare, senza la necessità di uno sforzo consapevole. Sa cosa deve e essere fatto, dove deve essere fatto e in che momento.

Nell’essere umano, l’intelligenza innata, per potere concretamente operare ha bisogno del sistema nervoso. Attraverso il sistema nervoso essa si manifesta in ogni cellula, tessuto, organo.
Il sistema nervoso si suddivide in sistema nervoso centrale e sistema nervoso periferico.
Il sistema nervoso centrale è composto dal cervello e dal midollo spinale. Il midollo spinale è un importante punto di comunicazione tra il cervello e il resto del corpo.
Il sistema nervoso periferico è composto dall’insieme dei gangli nervosi e dei nervi che si possono individuare all’esterno dell’encefalo e del midollo spinale. Il sistema nervoso periferico è formato dalle vie sensoriali e motorie che ricevono e trasmettono informazioni, sotto forma di impulsi elettrici, dal sistema nervoso centrale. Il compito del sistema nervoso periferico è quello di portare le informazioni ai tessuti e agli organi del corpo.
Si può dire, che ogni cellula del nostro corpo è collegata tramite tutto il complessivo sistema di comunicazione neurologico agli input che arrivano dal cervello. Ogni cellula del nostro corpo possiede collegamenti nervosi che ne regolano le funzioni e che le permettono di recepire le “informazioni”.

La comunicazione neurologica complessiva è biunivoca, perché la “periferia” oltre a ricevere gli input “centrali”, a sua volta fa giungere “risposte” e “informazioni” al “livello centrale”. Infatti il sistema nervoso periferico è costituito da neuroni motori che portano lo stimolo dall’encefalo verso l’esterno e da neuroni sensoriali che portano le informazioni dall’esterno verso l’interno. Le fibra dei neuroni sensoriali e motori sono raccolte in nervi, che a loro volta vengono classificati in nervi cranici –se si collegano direttamente al cervello- e nervi spinali, quelli che invece si collegano direttamente al midollo spinale. I nervi spinali sono connessi col midollo spinale, grazie allo spazio che si crea tra una vertebra e l’altra. Le fibre motorie di questi nervi entrano in contato con i muscoli in diverse aree del corpo per fornire loro informazioni. Mentre le fibre sensoriali ricevono le informazioni.

Il cervello e il midollo spinale sono racchiusi da tessuti chiamati meningi, i quali contengono anche un fluido utile a nutrire e proteggere il sistema nevoso. A maggiormente proteggere, nel rapporto col mondo esterno, il sistema nervoso centrale c’è –per quanto riguarda il cervello- il cranio e –per quanto riguarda il midollo spinale- la colonna vertebrale.
La colonna vertebrale è composta da una serie di ossa chiamate vertebre. La parte della colonna vertebrale che si distende in lunghezza è composta da 24 vertebre mobili. Ad esse si aggiungono due serie di vertebre fuse. L’osso sacro, che sta alla base della spina dorsale; e il coccige.
Le vertebre sono allineate l’una sopra l’altra, alterante da dischi. Nel mezzo delle vertebre c’è il canale dove passa il midollo che parte dalla base del cervello e arriva fino al coccige.
Da ogni articolazione spinale si diramano due radici di nervi che raggiungono ogni cellula, tessuto, organo e sistema del corpo; e che costituiscono, in sostanza il sistema nervoso periferico.

Se vediamo il sistema nervoso nel suo complesso (centrale e periferico), vediamo un sistema in cui gli impulsi nervosi viaggiano dal cervello attraverso il midollo spinale per poi uscire attraverso i nervi che si diramano verso ogni tessuto, organo, ghiandola, cellula del corpo.

Alcuni per far comprendere il funzionamento del sistema nervoso usano la metafora dalle fune. Si tratta di immaginare il sistema nervoso come una spessa fune, fatta di innumerevoli fili uniti. Questa fune parte dal cervello, estendendosi lungo la colonna vertebrale. E’ una fune estremamente delicata che è racchiusa da una “protezione”; la struttura ossea vertebrale. Mano a mano che questa fune scende verso il basso, varie sezioni di esse si distaccano da essa per passare attraverso piccole aperture tra vertebre. Dopo di ciò, le parti della fune che si sono separate, si separano ulteriormente e così via, fino a che ogni singolo filo arriva a collegarsi con un determinato obiettivo.
Un’altra metafora che viene utilizzata è quella dell’”impianto elettrico”. Il Sistema Nervoso Centrale sarebbe l’impianto elettrico della vita. Un impianto elettrico con una struttura centrale al vertice (cervello), un grande tubo che parte dalla basa di questa struttura centrale per scendere giù (il midollo spinale); e una serie di fili elettrici che escono, verso destra e sinistra, dal tubo (nervi). I fili di questo impianto si connettono, a loro volta, con centinaia di terminazioni disseminate in ogni parte del corpo.
Quali siano le metafore che si vogliano usare il meccanismo fondamentale di funzionamento del sistema nervoso dovrebbe essere chiaro. Questo insieme di cervello, midollo spinale, nervi permette all’intelligenza innata di operare nel nostro corpo. Il sistema nervoso è, quindi, il tramite dell’intelligenza innata nell’essere umano.
Quando il sistema nervoso opera senza alcun fattore di interferenza o disturbo, quella determinata persona funziona e si sviluppa al pieno della sua potenzialità biologica.

Quando, invece, si verificano interferenze nel sistema nervoso, il flusso di messaggi dal cervello alle altre cellule del corpo è danneggiato e distorto. L’intelligenza innata non può allora operare adeguatamente. Questo genererà ogni sorta di disturbi sul piano corporale, mentale, ed emozionale.
Il modo in cui queste interferenze si concretizzano biologicamente a livello di sistema nervoso, viene chiamato, dalla chiropratica, sublussazione.

Leave a Comment :, , , , , , , , , , more...

Il simbolismo profondo del Signore degli Anelli

by on gen.05, 2015, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo

Gandalf2

-

“Non tutto quel ch’è oro brilla,
Né gli erranti sono perduti;
Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza,
Le radici profonde non gelano.
Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
L’ombra sprigionerà una scintilla;
Nuova sarà la lama ora rotta,
E re quel ch’è senza corona. “
(dal “Signore degli Anelli”)

Il Signore degli Anelli, il grande capolavoro di Tolkien, è un’opera che da sempre ha suscitato un fascino straordinario in coloro che l’hanno letta e ha generato la spinta da parte di vari gruppi e correnti di pensiero ad appropriarsene.
Per molti anni l’estrema destra italiana fece di Tolkien il suo autore totem. Allo stesso modo molti autori cattolici da diversi anni a questa parte vedono nel Signore degli Anelli sostanzialmente un’opera cattolica.
I tentativi di appropriazione di Tolkien hanno lo stesso limite di tanti tentativi di appropriazione nel corso della storia. Quello di rispondere più ad una insopprimibile esigenza di chi vuole appropriarsi di qualcosa, che ad una reale volontà di conoscenza di quella “cosa”, della sua Meraviglia e del suo Mistero.
L’appropriazione è una dinamica di possesso che mira a “ricostruire” ciò che ardentemente ci piace, alla luce di quelle che sono le nostre categorie, la nostra tradizione, i nostri ideali, le nostre idiosincrasie; in poche parole, la nostra visione del mondo. L’appropriazione unilaterale non onora un’opera fino in fondo, perché le impedisce di svilupparsi in noi in perfetta libertà, le impedisce di ‘insegnarci’, perché può insegnarci sono se non siamo così ansiosi di ridurla in schemi prestabiliti, solo se non la soffochiamo entro l’orizzonte da noi considerato unico, giusto, inevitabile.
L’appropriazione di una cosa è spesso accompagnata da parole di umiltà, ma si pone quasi sempre agli antipodi dell’umiltà. L’umiltà si mantiene quando ci si pone in posizione aperta verso l’insegnamento che da qualcosa di Grande ci giunte. Posizione aperta e disponibile, non supine, in un Dialogo che sia uno stimolo perenne.
L’unico modo per amare un’opera (ma vale anche per l’amore verso altre cose..) è non volersene appropriare, è di non agire verso di essa come membri di qualcosa (un partito, una corrente culturale, una setta, una religione, ecc.) che cerchino di inglobare quell’opera nel “corpo” di cui essi fanno parte, ma come uomini liberi che, in libertà, accettano il dono e la sfida di ogni creazione, in un rispetto che è l’unica via per sperare di poter cogliere qualcosa di vero in ciò che si guarda.
Nello specifico del Signore degli Anelli, contestare il meccanismo dell’appropriazione non vuol dire negare ogni valore ad alcune delle interpretazioni ideologiche e unilaterali del Signore degli Anelli. Pensiamo all’interpretazione che ne viene data da parte cattolica. Sicuramente c’è, sublimato, un sostrato di cattolicesimo nell’opera del cattolico Tolkien. Questo sostrato non è evidente, ma è sublimato. Da questo non consegue però, come alcuni frettolosamente sostengono che “Il Signore degli Anelli sia un’opera cattolica”.
Pensare che Tolkien possa avere costruito la sua opera su semplici “travestimenti” di una preesistente visione ideologica, in modo da confezionare un’opera didattica, a tesi, vuol dire non cogliere la grandezza del lavoro di Tolkien, l’ampiezza del suo lavoro, l’accanimento del suo impegno, la nobiltà e il fascino senza tempo delle sue visioni.
Non c’è nulla di più lontano dall’opera di Tolkien che il vederla come una sorta di Summa Teologica sotto mentite spoglie. Le ispirazioni e i simboli che la animano non soffocano la storia e non la dettano in ogni minima sfaccettatura, ma sono come una matrice profonda su cui si innesta una Storia che è una Storia e non un manuale edificante.
Possiamo allora dire che nel Signore degli Anelli c’è una ispirazione cattolica, o cristiana con venature cattoliche, ma non c’è cattolicesimo. E deve anche essere ricordato che il Signore degli Anelli è incomprensibile senza il richiamo a tutta la grande mitologia nordica, a tutto quel colossale insieme di saghe (pensiamo alla “Saga dei Nibelunghi”), leggende, fiabe, ballate che si svilupparono nei secoli tra la Scandinavia, la Norvegia, la Finlandia, l’antica Germania. A tutto questo va aggiunta l’ispirazione di poemi epici come il celeberrimo Beowulf, il romanzo epico per eccellenza dell’antica Inghilterra.
Tolkien fu debitore di tutto questo mondo di miti, saghe e leggende; mondo che amalgamò con la sua visone religiosa dell’esistenza. Quello che ne uscì fu un’opera di cui si possono, appunto, dire le ispirazioni e i retaggi, ma che non è la passiva riproduzione di nient’altro che sia stato fatto prima di essa. Le sue radici e ispirazioni si amalgamano in qualcosa di unico.

Il Signore degli Anelli mette in scena l’eterno confronto tra Bene e Male.
Un confronto che si ripresenta davanti a noi ogni nuovo giorno. Un confronto che vive nei meandri stessi del cuore di ogni uomo.
Citando la prima impareggiabile prefazione al Signore degli Anelli, quella Elemire Zolà

“Infatti ci vuol poco a sentire che egli sta parlando di ci’o che tutti affrontiamo quotidianamente negli spazi immutevoli che dividono la decisione dal gesto, il dubbio dalla risoluzione, la tentazione dalla caduta o dalla salvezza. Spazi, paesaggi uguali nei millenni, ma da lui riscoperti in occasioni prossime a quelle che noi stessi abbiamo conosciuto. Sull’elsa delle spade immemoriali dura ancora il calore di un pugno, sull’erba immutevole è passata un’orma da poco, e quella presenza così prossima potrebbe essere la sua o la nostra. Non a caso The Lord of the Rings è diventato così popolare, i bambini vi si ambientano subito e i dotti godono tanto a decifrarlo quanto a restare giocati da certi suoi enigmi puramente esornativi. Si rimane stretti in una maglia ben tessuta, fatta dei nostri stessi tremiti, inconfessati sospetti, sospiri più intimi a noi di noi stessi. Perché opera di così impalpabili forze, The Lord of the Rings si divulgò smisuratamente, senza bisogno di persuasioni o di avalli, perché parlava per simboli e figure di un mondo perenne oltre che arcaico, dunque più presente a noi del presente.”

L’ANELLO DEL POTERE
Il Bene –nella conclusione della terza era della Terra di Mezzo, il mondo in cui si svolgono le vicende narrate da Tolkien, presumibilmente il nostro mondo in un’epoca collocata molti secoli fa rispetto alla nostra- è fragilissimo. Il Male sta dilagando in modo inarrestabile. Non sembrerebbe esserci speranza alcuna per la Terra e per tutti coloro che la abitano. E invece c’è ancora una speranza, c’è sempre una speranza. E una compagnia, la Compagnia dell’Anello, dovrà intraprendere il un Viaggio per tentare di distruggere le stesse fondamenta del male, incarnate dell’Anello del Potere forgiato dal Signore Oscuro, Sauron.

L’Anello non è l’unico anello del potere.
C’è un antico canto che ritorna più volte nel romazo.

Tre anelli per i re degli Elfi sotto il cielo,
Sette per i signori dei nani nelle aule di pietra,
Nove per gli uomini votati alla morte,
Uno per il Signore tenebroso sul cupo trono Nella terra di Mordor dove posano le ombre. Un unico anello per reggerli tutti e trovarli E adunarli e legarli nel buio, Nella terra di Mordor dove posano le ombre

Gran parte degli Grandi Anelli, degli Anelli del Potere vennero creati dagli elfi nella seconda era del mondo. In quel tempo Sauron si aggirava tra gli elfi travestendosi da entità benefica, e insegnò loro molte tecniche e conoscenze spingendo loro a creare gli Anelli. Una volta che furono creati i vari Anelli del Potere, Sauron forgiò in segreto, presso il Monte Fato, l’Unico Anello, che avrebbe contenuto gran parte della sua forza vitale e potenza. Lo scopo era dominare con esso tutti gli altri anelli e coloro che li portavano.
A quel punto gli elfi si accorsero dell’inganno e si sfilarono gli altri Anelli. Sauron mosse guerra contro di loro riuscendo ad impadronirsi di gran parte degli altri Anelli del Potere, tranne tre, i più potenti e quelli non toccati dal male, essendo stati forgiati dagli Elfi senza l’aiuto di Sauron.

Con gli Anelli sottratti Sauron cercò di soggiogare Uomini e Nari. Nove furono dati ai re degli uomini che divennero suoi schiavi e nel tempo si trasformarono in creature spettrali chiamate Cavalieri Neri o Nazgoul. Sette furono dati ai re dei nani, ma i nani, per la natura della loro stirpe, non potevano essere schiavizzati dalla magia. Gli anelli però accrebbero ulteriormente la loro collera e la loro brama d’oro dei loro portatori. Questi Anelli nel tempo ritornarono nelle mani di Sauron; mentre i tre degli elfi sarebbero rimasti sempre nelle loro mani.
Nella Seconda Era del mondo Sauron, grazie al suo Anello, aveva praticamente resa schiava gran parte della Terra di Mezzo. Venne allora stretta un’ultima alleanza di elfi e uomini per opporsi al trionfo dell’oscurità. Nel corso di questa battaglia il principe umano Isildur con una lama spezzata riuscì a tagliare dalla mano di Sauron il dito con l’Unico Anello, riuscendo così a sconfiggerlo. Quell’Anello poteva essere distrutto presso il Monte Fato, dove era stato creato, ma non fu distrutto, perché Isildur ne fu sedotto, finché in un agguato mortale perse l’Anello che per lungo tempo non fu più ritrovato.

La perdita da parte di Sauron dell’Unico Anello, permetteva agli elfi di potere utilizzare pienamente i loro tre Anelli. Questi anelli avevano un’azione benefica, perché Sauron non aveva giocato alcun ruolo nella loro creazione, e quindi erano immuni dalla sua influenza malvagia. Essi avevano il potere di prevenire e rallentare la corruzione delle cose e di consentire la conservazione di ciò che era desiderato ed amato. Essi mantenevano giovane il luogo in cui erano custoditi. Dopo ,che grazie a Isildur, Sauron nella seconda era perse l’anello, i tre anelli furono utilizzati per curare la terra e mantenere giovani i luoghi dove gli elfi abitavano. Ma anche questi anelli si sarebbero pervertiti se Sauron fosse ritornato in possesso dell’Unico Anello e tutto ciò che era stato compiuto tramite essi si sarebbe volto verso il male

L’Anello del Potere venne ritrovato, nella Terza Era del mondo da Smeagol, uno hobbit. Gli HObbit sono una sorta di uomini molto bassi, molto socievoli e pacifici, amanti della vita serena, e testardi fino alla cocciutaggine. Smeagol fu irrimediabilmente corrotto, nel corpo e nell’anima, dal potere dell’Anello fino a diventare una creatura avvilita che si faceva chiamare Gollum. Fu da Gollum che Bilbo Baggins –hobbit della Contea- ricevette l’anello nel corso degli eventi raccontati nello “Hobbit”.
La vicenda del Signore degli Anelli vedrà l’anello consegnato al nipote di Bilbo, Frodo, che avrà il compito di essere il portatore dell’anello nel Viaggio verso la sua distruzione.

Perché distruggere l’Unico Anello?
Perché esso non può essere usato per il bene. .
L’Anello è un puro concentrato di malvagità.
L’Anello rende invisibili coloro che se lo mettono al dito, e dà un potere enorme. Ma sempre, inevitabilmente, col passare del tempo, li corromperà, trasformandoli in creature totalmente dedite al male. Cesseranno nel tempo di essere esseri viventi come noi li conosciamo, e finiranno col diventare creature ombrose e vampiresche, demoni spettrali al servizio del Signore Oscuro.. ma prima conosceranno cupidigia sfrenata, crudeltà e follia.
L’anello è al servizio di Sauron e finirà sempre per dominare coloro che lo usano.
Molti hanno voluto credere che il potere che esso da’ possa essere piegato al bene.
E questo avviene anche durante lo svolgimento degli eventi narrati nel Signore degli Anelli.
Chi sostiene questo dice “Questo potere può essere usato per il bene.. può essere una grande forza contro il male… uno strumento straordinario… sarebbe da folli non impiegarlo in tal senso… sarebbe da folli rinunciare ad esso..”.
Si tratta del più grande inganno che suscita l’Anello. Il più grande inganno che suscita nei “Buoni”. Perché i malvagi, semplicemente, lo vogliono per volontà di potere, e per la bramosia malata che esso suscita in loro. Molti dei buoni, invece, lo vogliono perché credono che il suo potere possa essere utilizzato per fini positivi.
Ma questo è impossibile.
Chi lo utilizzerà ne verrà inevitabilmente corrotto, fino a diventare l’oscena parodia di ciò che era; fino a mutare in un essere degradato intriso di desolazione.
E’ straordinariamente emblematica la metafora costruita da Tolkien con l’Unico Anello.
Il male non potrà mai servire per attuare il bene.
Il potere assoluto porterà corruzione assoluta.
Non è possibile alcun compromesso con esso.
Viene spazzata via tutta la contro-etica machiavellica, l’etica perversa che il potere ha abbracciato da sempre nel nostro mondo, quella per cui “Il fine giustifica i mezzi”.
Usare le armi del male per il bene quando non è ipocrisia, è autoinganno, questo, anche questo dice Tolkien.

Gandalf nell’opera di Tolkien incarna la figura della saggezza, del grande mago che conosce i segreti del mondo, dell’ “uomo profetico” che cerca di richiamare gli altri all’azione giusta da intraprendere. Gandalf è presente nella Terra di Mezzo, insieme a pochi altri grandi maghi, da tempo immemorabile. Durante il Consiglio di Elrond, Gandalf narra come Saruman, il capo del suo ordine, si sia piegato a Sauron.

Alcuni dei passaggi del confronto di Gandalf con Saruman sono talmente carichi di forza, che vanno assolutamente riportati:

«“Così sei venuto, Gandalf”, mi disse grave, ma nei suoi occhi pareva ci fosse una luce strana, il
riflesso di un gelido riso del cuore.
«“Sì, sono venuto”, risposi. “Sono venuto in cerca del tuo aiuto, Saruman il Bianco”. Quell’appellativo parve incollerirlo.
«“Veramente, Gandalf il Grigio?”, disse beffardo.“In cerca d’aiuto? E’ cosa alquanto insolita che
Gandalf il Grigio cerchi aiuto, uno astuto e saggio come lui, che va girando in tutti i paesi, interessandosi di qualsiasi faccenda, anche di quelle che non lo riguardano”.
«Lo guardai meravigliato. “Ma se non m’inganno”, dissi, “cominciano a muoversi delle
cose che richiederanno l’unione di tutte le nostre forze”.
«“Può darsi”, disse, “ma molto tempo hai impiegato per arrivare a questa conclusione. Sin daquando, vorrei sapere, hai tenuto nascosto a me, capo del Consiglio, un fatto di importanza capitale?
Come mai hai lasciato ora il tuo covo nella Contea per venire qui?”.
«“I Nove sono di nuovo in movimento”, risposi. “Hanno attraversato il Fiume. Mi è stato detto da Radagast”.
«“Radagast il Bruno!”, rise Saruman, senza più celare il suo disprezzo. “Radagast il Domatore d’uccelli! Radagast il Semplice! Radagast loSciocco! Eppur gli è bastata quel po’ d’intelligenza per recitare la parte che gli ho affidata. Tu sei venuto, ed era quello lo scopo del mio messaggio. E qui rimarrai, Gandalf il Grigio, e ti riposerai dei lunghi viaggi. Perché io sono Saruman il Saggio, Saruman Creatore d’Anelli, Saruman Multicolore”.
«Lo guardai, e vidi che le sue vesti non erano bianche come mi era parso, bensì tessute di tutti i colori, che quando si muoveva, scintillavano e cambiavano tinta, abbagliando quasi la vista.
«“Preferivo il bianco”, dissi.
«“Bianco!”, sogghignò. “Serve come base. Il tessuto bianco può essere tinto. La pagina bianca ricoperta di scrittura, e la luce bianca decomposta”.
«“Nel qual caso non sarà più bianca”, dissi. “E colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha
abbandonato il sentiero della saggezza”.
«“Non è necessario che tu mi parli come ad uno degli sciocchi che prendi per amici”, disse.

Il mantello Bianco che diventa Multicolore è il segno dell’avere abbandonato la via del bene, per la via dell’ambiguità, della manipolazione e dell’inganno, la via del controllo. Gandalf dice a Saruman:

“E colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha abbandonato il sentiero della saggezza”.

Gandalf con poche parole ha già svelato la falsa sapienza di chi pensa di potere muoversi tra luce e ombra, di poter mescolare bene e male, di confondere ogni cosa. Saruman pur irritato continua, perché ha qualcosa da proporre a Gandalf.

“Non ti ho fatto venire affinché tu mi istruisca, bensì per proporti una scelta”.
«Si eresse, incominciando a declamare come se stesse recitando un discorso a lungo ripetuto. “I Tempi Remoti non sono più. I Giorni Intermedi stanno passando. I Giovani Giorni stanno per incominciare. Finito il tempo degli Elfi, la nostra ora è vicina: il mondo degli Uomini che dobbiamo dominare. Ma abbiamo bisogno di potere, potere per ordinare tutte le cose secondo la nostra volontà, in funzione di quel bene che soltanto i Saggi conoscono. Ascoltami, Gandalf, vecchio amico e collaboratore!», disse avvicinandosi, e raddolcendo la voce. ‘Ho detto noi, perché così sarà se ti unirai a me. Una nuova Potenza emerge. Inutili sarebbero contro di essa i vecchi alleati e l’antico modo d’agire. Non vi è più alcuna speranza per gli Elfi, o per i Numenoreani morenti. Questa è dunque la scelta che si offre a te, a noi: allearci alla Potenza. Sarebbe una cosa saggia, Gandalf, una via verso la speranza. La vittoria è ormai vicina, e grandi saranno le ricompense per coloro che hanno prestato aiuto. Con l’ingrandirsi della Potenza anche i suoi amici fidati s’ingigantiranno; ed i Saggi, come noi, potrebbero infine riuscire a dirigerne il corso, a controllarlo. Si tratterebbe soltanto di aspettare, di custodire in cuore i nostri pensieri, deplorando forse il male commesso cammin facendo, ma plaudendo all’alta mèta prefissa: Sapienza, Governo, Ordine; tutte cose che invano abbiamo finora tentato di raggiungere, ostacolati anziché aiutati dai nostri amici deboli o pigri. Non sarebbe necessario, anzi non vi sarebbe un vero cambiamento nelle nostre intenzioni; soltanto nei mezzi da adoperare”.
«“Saruman”, gli dissi, “ho udito prima d’oggi discorsi dello stesso genere, ma soltanto in bocca di emissari inviati da Mordor per ingannare gli ingenui. Non posso pensare che tu mi abbia fattovenire qui per stancare le mie orecchie”

Un nuovo Potere sta sorgendo, dice in sostanza Saruman. E’ l’alba di una nuova era.
La forza del Signore Oscuro è ormai inarrestabile ed opporsi è da folli.
La via migliore è allearsi con lui, in modo da essere ricompensati ed avere un ruolo importante nella nuova epoca alle porte.
In questo modo, da posizioni di potere si potrà evitare che il male si scateni in tutta la sua ferocia e, avendo pazienza, e tollerando gli orrori che, specie i primi tempi verranno commessi –pur deplorandoli nel proprio intimo- si cercherà, piano piano di fare evolvere il corso degli eventi verso una direzione più accettabile.
“Non ci sarà un’alterazione dei nostri fini”, dice Saruman rassicurante. “Tranquillo Gandalf”, è il senso rassicurante delle sue parole “noi saremo quelli di sempre nel nostro intimo..ma semplicemente, come strategia del momento, saremo “flessibili”, accetteremo quello che non possiamo contrastare, entreremo nel Nuovo Mondo che il Signore Oscuro forgerà, e agiremo dall’interno cercando di farlo evolvere verso forme più accettabili.
Non vi sembra una filastrocca già sentita?
“Pieghiamoci, sottomettiamoci, e poi agiamo dall’interno… è il modo più ragionevole per perseguire i nostri fini..”.
Quante volte si sono usate parole come queste per giustificare la propria sottomissione a quello che veniva visto come il Potere dominante?
E quante altre volte le sentiremo?
Ed è davvero difficile riuscire in parole come queste a distinguere l’autoinganno di chi davvero crede di potere insinuarsi all’interno di sistemi malvagi e indirizzarli verso altro e l’ipocrisia di chi ha capito che, con belle parole, bisogna schierarsi col cavallo vincente. A volte entrambi gli aspetti sono presenti.
In Saruman le belle parole sono tradite anche dalla senso gerarchico e manipolatorio che egli dà al suo ruolo

“il mondo degli Uomini che dobbiamo dominare. Ma abbiamo bisogno di potere, potere per ordinare tutte le cose secondo la nostra volontà, in funzione di quel bene che soltanto i Saggi conoscono. (…) Con l’ingrandirsi della Potenza anche i suoi amici fidati s’ingigantiranno; ed i Saggi, come noi, potrebbero infine riuscire a dirigerne il corso, a controllarlo.”

Controllare, guidare, dominare. Che le intenzioni di Saruman non siano pure si vede anche dalle parole che usa. Ma avesse anche le migliori intenzioni, è la via che ha scelto e che propone a Gandalf ad essere una via senza ritorno.
Gandalf ha ben chiaro che l’idea di incunearsi nel male per poi influenzarlo dall’interno è una finta scaltrezza che in realtà rivela infinita stupidità.
L’Oscuro Signore, se riuscirà nei suoi intenti, realizzerà un tempo del buio assoluto, un tempo pervaso da una tale malvagità che non potrà essere intaccata da nulla, e anzi corromperà tutto intorno a sé. In un’epoca del genere non ci sarà nessuna possibilità di “influenzare il corso degli eventi”.
E comunque, adesso un Saruman, e altri alleati potenti possono essere utili a Sauron. Ma Sauron, quasi certamente non esiterebbe un attimo a schiacciare Saruman, una volta non fosse più utile ai suoi fini.
Ma, a prescindere, non puoi appoggiare l’avvento di un’era del terrore, quali che siano i tuoi scopi, quali che siano i tuoi calcoli; e anche se il suo avvento sembra inevitabile.
Non si può combattere il Potere con il Potere.

C’è solo una cosa che può essere fatta, e che potrà cambiare il corso degli eventi.
Qualcosa che non ha nulla a che vedere con la conquista del Potere.
Distruggere l’Anello.
L’esistenza di Sauron è così profondamente intrecciata con l’Unico Anello, che la sua distruzione porterebbe al suo annichilimento. Mentre la sua conquista da parte di Sauron renderebbe il suo potere assoluto e la sua vittoria definitiva.
Si tratta, e Gandalf lo dirà chiaramente a Frodo, di qualcosa che Sauron considererebbe talmente folle da non poterla neanche immaginare. Sarà lo scommettere su una carta che lui neanche ha preso in considerazione. Questo potrà dare al piano qualche chance di potere essere realizzato. L’unica chance è perseguire qualcosa che per il mondo può essere “folle”, rinunciare alla fonte del Potere assoluto, distruggerla. Distruggere l’Anello.

C’è solo un luogo in cui esso può essere distrutto. Il Monte Fato dove venne forgiato.
E Frodo, il nipote di Bilbo, sarà il portatore dell’Anello. Colui a cui è stato dato il compito di tenere con sé questo fardello fino al momento in cui dovrà essere distrutto. Un “fardello” perché l’anello, anche solo a tenerlo con sé, senza metterselo al dito, indebolisce e ammala. Il cammino di Frodo diventerà sempre di più un calvario, anche perché l’Anello “non vuole essere distrutto”, e si farà sentire come un peso sfiancante, che quasi toglie il respiro al povero Frodo.
Comunque, il Viaggio di Frodo inizia come un viaggio collettivo. E’ una Compagnia quella che Gandalf, costituisce e di cui esso stesso fa parte come guida. La Compagnia dell’Anello. Una compagnia in cui oltre a Gandalf, a Frodo e a tre hobbit a lui cari che lo seguono –il suo servitore Sam e gli amici Merry e Pipino- ci sarà un guerriero umano, Boromir, l’elfo Legolas, il nano Gimli, e Aragorn, che fino a quel momento si era aggirato per lande e contrade come un “ramingo” chiamato Granpasso e che era destinato a diventare il nuovo Re degli uomini.

Sarebbe davvero lungo narrare e commentare tutti gli sviluppi del Signore degli Anelli; e non è lo scopo di questo testo. Mi soffermerò su altri aspetti emblematici.

GANDALF CONTRO IL BALROG
Una volta che la Compagnia dell’Anello giunge nelle Miniere di Moria, una delle più antiche e gloriose dimore dei nani, esce allo scoperto il Balrog. I Balrog erano una sorta di demoni del fuoco; molto alti e imponenti ed armati di fruste fiammeggianti, avevano da sempre servito l’Oscurità. Ormai nel mondo ne erano rimasti pochissimi, che vivevano nelle viscere della terra da migliaia di anni; uno di questi, chiamato “il flagello di Durin” fu proprio quello in cui si imbatté la compagnia dell’anello.
Gandalf per salvare la Compagnia, si pone di fronte al Balrog sul ponte di Khazad Dum.
Il Balrog non era una creatura che poteva essere affrontata con armi comuni. Solo Gandalf, portatore di una forza sacra, poteva affrontarlo.
Inizia uno scontro tra i due, nell’ambito del quale Gandal fa crollare il ponte per fare precipitare il Balrog. Nella sua caduta il Balrog avvolge Gandalf trascinandolo con sé.
Il combattimento fra Gandalf ed il Balrog si protrasse a lungo, negli abissi più oscuri della terra e sulle cime più inaccessibili del mondo tanto che chi vedeva il combattimento credeva che un incendio infuriasse sulle cime del monte dato che dal basso vedeva solo un piccolo bagliore lontano.
Nelle miniere di Moria la compagnia fu assalita da un gruppo di orchi e dal Blarog.
Gandalf lo affrontò sul Ponte di Khazad-dum.

“Il Balrog giunse al ponte. Gandalf era in piedi al centro della sala e con la mano sinistra si appoggiava al bastone, mentre nella destra Glamdring scintillava, fredda e bianca. Il nemico si arrestò nuovamente, fronteggiandolo, ed intorno ad esso l’ombra allungò due grandi ali. Il Balrog schioccò la frusta, e le code scricchiarono e fischiarono. Del fuoco si sprigionava dalle sue narici: ma Gandalf rimase fermo e immobile.
«Non puoi passare», disse. Gli Orchetti tacquero, e si fece un silenzio di morte. «Sono un servitore del Fuoco Segreto, e reggo la fiamma di Anor. Non puoi passare. A nulla ti servirà il fuoco oscuro, fiamma di Udûn. Torna nell’Ombra! Non puoi passare».”

Gandalf colpì con il bastone il ponte davanti a sé che cominciò a crollare sotto i piedi del Balrog, e questi cominciò a sprofondare nell’abisso, ma prima con la sua frusta afferrò una gamba di Gandalf trascinandolo con se. Inizia uno sprofondamento, una caduta nell’abisso.

“«Caddi per molto tempo», riprese infine lentamente, come se riandare indietro con la mente gli fosse difficile. «Caddi per molto tempo, e lui con me. Il suo fuoco mi avvolgeva. Avvampai. Poi precipitammo nelle acque profonde e tutto fu buio. Erano fredde come il mare della morte, e mi ghiacciarono quasi il cuore».
«Profondo è l’abisso varcato dal Ponte di Durin, e nessuno mai lo ha misurato», disse Gimli.
«Tuttavia ha un fondo, al di là della luce e di ogni conoscenza», disse Gandalf. «Ivi giunsi infine, nelle estreme fondamenta della pietra. E lui era ancora con me. Il suo fuoco era spento, ma ora si era tramutato in un essere di fango e melma, più forte di un serpente strangolatore.
Lottammo a lungo nelle profondità della viva terra, ove il tempo non esiste. Sempre mi afferrava e sempre io lo colpivo, e infine fuggì attraverso oscure gallerie. Non erano state scavate dal popolo di Durin, Gimli figlio di Gloin. Giù, molto più giù dei più profondi scavi dei Nani, esseri senza nome rodono la terra. Persino Sauron non li conosce. Essi sono più vecchi di lui. Adesso io ho camminato in quei luoghi, ma non narrerò nulla che possa oscurare la luce del sole. Disperato com’ero, il mio nemico era l’unica speranza che avessi, e lo inseguii afferrandogli le caviglie. Così mi condusse dopo molto tempo nei segreti passaggi di Khazad-dûm, che conosceva sin troppo bene. Poi continuammo a salire, sempre più in alto, e giungemmo all’Interminabile Scala» […] «S’inerpica dalla galleria più profonda sino alla vetta più alta, una spirale ininterrotta di molte migliaia di gradini che ascende sino alla Torre di Durin, scavata nella viva roccia di Zirakzil, la punta estrema di Dentargento.
Ivi, in cima a Celebdil, vi era una solitaria finestra nella neve, e al di là di essa uno stretto spazio, che pareva un vertiginoso nido d’uccello rapace sovrastante le nebbie del mondo. Il sole vi scintillava con violenza, ma in basso ogni cosa era avvolta dalle nubi. Lui con un balzo fu all’aperto, e nel momento in cui lo raggiunsi avvampò in nuove fiamme.
[…]
Un grande fumo s’innalzò intorno a noi, vapori e foschie si sprigionarono. Il ghiaccio cadde come pioggia. Scaraventai giù il mio nemico, e lui precipitando dall’alto infranse il fianco della montagna nel punto in cui cadde. Allora fui avvolto dall’oscurità, errai fuori dal pensiero e dal tempo, e vagabondai lontano per sentieri che non menzionerò.
Infine fui rimandato nudo là dove l’oscurità mi aveva colto. E giacqui nudo in cima alla montagna. La torre dietro di me non era altro che polvere, e la finestra scomparsa; la scala in rovina soffocata dai massi arsi ed infranti. Ero solo, dimenticato, senza speranza di salvezza, sul duro corno del mondo. Ivi, supino, guardavo sopra di me le stelle compiere il loro ciclo, e ogni giorno era lungo come una vita terrena. Vago alle mie orecchie giungeva il rumore confuso di tutte le terre: il sorgere e il morire, il canto e il pianto, e il lento eterno gemito della pietra sotto il troppo pesante fardello. Così infine mi trovò Gwaihir, il Re dei Venti; mi prese con sé e mi portò via».

Tutta la vicenda descritta rappresenta un’esperienza di morte e risurrezione per Gandalf.
Affrontando il Balrog affronta una “prova sacra”, uno scontro dove deve sprofondare in un abisso che è lo stesso abisso della sua anima e lì, in uno scontro totale, purificarsi.
Dopo giorni e giorni di battaglia, Gandalf sconfigge definitivamente il Balrog, e muore.. “Allora fui avvolto dall’oscurità, errai fuori dal pensiero e dal tempo, e vagabondai lontano per sentieri che non menzionerò”.. ma venne rimandato ancora una volta nel mondo.. “Infine fui rimandato nudo là dove l’oscurità mi aveva colto.”
Lì venne trovato da Gwair, il Re delle aquile e portato da Galadriel, la Signora degli Elfi del bosco di Lotlorien, dove gli vennero curate le ferite e fu rivestito col manto Bianco. Da questo momento Gandalf non fu più Gandalf il Grigio, ma Gandalf il Bianco.
Naturalmente era sempre Gandalf.. ma non era più lo stesso Gandalf di prima..

“Sono molto mutato da quei tempi e non sono più impastoiato dai gravami della Terra di Mezzo com’ero allora” .

Questa esperienza di lotta contro i propri demoni, di sprofondamento nelle viscere del mondo e anche nelle viscere della propria anima, porta Gandalf alle fondamenta di se stesso, dove tutto è perduto e dove tutto può avvenire. Da quelle fondamenta, Gandalf, avvolto al Balrog, sale la lunga Scala -una Scala che rappresenta una sorta di percorso di innalzamento- giungendo alla cima di una montagna e da là scaraventa il Balrog nell’abisso, annientandolo definitivamente. A quel punto Gandalf, sfinito, muore, avendo vinto la sua battaglia interiore. Ma viene rimandato nel mondo. Gandalf ritorna trasformato, la sua natura, la sua comprensione, il suo potere sono stati accresciuti. Ora non è più “Gandalf il Grigio”, ma “Gandalf il Bianco e può giocare un ruolo più ancora più prezioso nella lotta contro il Male.

DAVANTI A RE THEODEN
Gandal il Bianco insieme a Legolas, Aragorn e Gimli va da TheodeN re di Rhoan che era stato reso sostanzialmente impotente dal suo consigliere Vermilinguo; Un essere viscido, che lo aveva intrappolato negli incantesimi biforcuti della sua lingua, facendo sentire il re sempre più stanco e debole. Facendolo sentire “vecchio”, non solo nel corpo, ma anche nell’anima, avvizzito nel cuore. Gandalf scioglie gli incantesimi di Vermilinguo rivelando la sua sottomissione a Saruman e scuote Theoden dal sonno che lo aveva reso “un vecchio”.
Alcuni estratti rendono bene il progressivo ritorno di Theoden in se stesso

(Gandalf) «Non tutto è oscuro. Abbi fede, Signore del Mark, perché non troverai aiuto migliore. Non ho consigli da dare ai disperati; eppure a te potrei dare consigli e pronunziare parole di speranza. Vuoi udirle? Non sono per tutte le orecchie. Ti prego di venir con me davanti alle tue porte e di mirare lontano. Troppo a lungo sei rimasto seduto nelle ombre, fidando in racconti contorti e suggerimenti disonesti».
(…)
«Non è poi così buio qui», disse Théoden. «No», disse Gandalf. «E gli anni non pesano sulle
tue spalle come alcuni vorrebbero. Getta via il bastone!».
Dalla mano del Re il nero bordone cadde rumorosamente sulle pietre. Egli si rizzò, pian piano, come un uomo rigido dal lungo curvarsi su qualche triste e duro lavoro. Infine si eresse alto e dritto, ed i suoi occhi blu guardarono il cielo che si
apriva.
(…)
«Non vuoi prendere la spada?», disse Gandalf. Lentamente Théoden allungò la mano. Le dita e il magro braccio afferrando l’elsa parvero acquistare nuovo vigore e rinnovata forza. D’un tratto egli alzò la lama e la fece roteare scintillante e sibilante. Poi lanciò un grido potente. La sua voce squillò limpida nel cantare nella lingua di Rohan
un richiamo alle armi.
Desti ora, desti, Cavalieri di Théoden!
Terribili eventi nell’oscuro Oriente.
Sellate i cavalli, suonate le trombe!
Avanti Eorlingas!

Le guardie, credendo di essere state chiamate, salirono in un baleno la scala. Stupefatti guardarono il loro signore, poi come un solo uomo sguainarono le spade e le deposero ai suoi piedi.
«Ordina, signore!», dissero.
«Westu Théoden hàl!», esclamò Éomer. «E’ una
grande gioia per noi vedere che hai ritrovato te stesso.”

Il “risveglio” di Re Theoden è un grande momento.
Il suo “sonno” era il sonno della debolezza inoculata col miele, era la flaccida debolezza somministrata dal finto bene, il bene che infiacchisce, il bene che ti uccide dentro con polvere di zucchero, il bene incestuoso. Il bene di chi ti riempie di carezze e doni per intrappolarti e farti marcire. Il bene del “quanto sei prezioso per me.. quanto mi sei caro… fa che ti protegga.. fa che io mi prenda cura di te… e non uscire fuori.. no, c’è vento ed è troppo pericoloso.. non correre rischi… non hai più le forze vedi?.. stai qui al calduccio… ormai sei debole.. gli anni passano.. riposa le tue ossa… riposa.. ci penso io a te… non fare sforzi… prendi la tisana, stai avvolto nelle coperte… restatene là… che mi occuperò io di tutto.. perché sei vecchio..vecchio..vecchio… ma io ti voglio così bene..”.

Gandalf spezza l’incantesimo, la lingua manipolatira di Grima Vermilinguo.. il nome dice tutto.. “lingua di verme”… Gandalf richiama Theoden alla sua forza interiore.
“Ti hanno fatto credere di essere vecchio e debole… ma tu sei un uomo.. prendi la spada…alzati in piedi..”.
La vera vecchiaia non è data dagli anni. Ma da questo veleno che ti mettono dentro per incatenarti.
Ma tu puoi scioglierlo.
Questo è uno dei sensi profondi del risveglio di Re Theoden.
La spada che Gandalf gli porge, la sta porgendo anche a te che leggi, e la porge a tutti quelli che cominciano a ritirarsi nel loro cantuccio, a non credere più, a non osare più.. a vivere da “vecchi”.
“Prendi questa spada” è il richiamo a ritornare in noi stessi, ad uscire dalla fortezza protetta, a riprendere la lotta, a stare in piedi.

MANI DI RE, MANI DI GUARITORE
Un altro momento di grande forza simbolica è il riconoscimento della regalità di Aragorn. Riconoscimento che avviene nel momento in cui dimostra di sapere guarire i feriti, dopo la battaglia condotta presso le mura di Minas Tirith, capitale del regno di Gondor. Naturalmente, già da molto prima, fin dall’inizio della missione, Gandalf e gli altri compagni e alleati sapevano che Aragorn era colui che doveva diventare Re. L’episodio con i feriti è però uno di quei “segni” che manifestano la “vera regalità”. Uno di quei momenti che fa sorgere in tutti la consapevolezza che effettivamente il Re è tornato.
All’interno delle mura di Minas Tirith vi sono le Case di Guarigione, che sono il luogo dove vengono curati i feriti delle battaglie.
Nelle Case di Guarigione ci sono anziane donne di Gondor che fungono da guaritrici.
Nella battaglia condotta contro l’esercito oscuro le ferite non erano state fisiche, ma anche interiori, sprituali. Faramir figlio del cupo –e poi autoimmolatosi- Sovrintendente di Gondor, Denethor- aveva ricevuto una di queste ferite:
La vecchia Loreth, vedendo la sofferenza di Faramir rievoca l’antica leggenda sul potete taumaturgico dei veri Re.

Allora una vecchia, Ioreth, la più anziana delle donne che servivano in quella casa, guardando il bel viso di Faramir si mise a piangere, perché tutti lo amavano. Ed ella disse: «Ahimè, se dovesse morire! Se almeno Gondor avesse dei re come quelli che pare regnassero in passato! Perché le antiche saghe dicono: Le mani del re sono mani di guaritore. E in tal modo si poteva sempre riconoscere il vero re». Allora Gandalf, che si trovava lì vicino, disse: «Gli Uomini ricorderanno forse a lungo le tue parole, Ioreth! In esse vi è della speranza. Forse un re è davvero tornato a Gondor: non hai forse udito le strane notizie giunte in Città?».

Poco dopo, Gandalf dirà ad Aragorn di recarsi presso le case di Guarigione per aiutare le persone ferite nel corpo e nello spirito. Aragorn dopo essersi fatto portare alcune “foglie di Re” (una pianta chiamata Athelias in Numoreano) , le fa mettere in un bacino di acqua calda, si bagna le mani in questo liquido e lascia che i suoi benefici vapori impregnino l’aria; a quel punto tira fuori le mani dal bacino e a quel punto comincia, proprio con Faramir la sua opera di guarigione. Faramir si ridesta dalla sua ombra..

Ad un tratto Faramir si mosse, aprì gli occhi, e guardò Aragorn chino su di lui; i suoi occhi brillarono d’una luce di coscienza e di affetto ed egli parlò dolcemente. «Mio sire, mi hai chiamato. Sono venuto. Cosa comanda il re?».
«Non camminare più nelle ombre, svegliati!», disse Aragorn. «Sei molto stanco. Riposa adesso, e prendi del cibo, e sii pronto quando tornerò». «Lo sarò, mio signore», disse Faramir. «Chi potrebbe rimanere ozioso, ora che il re è tornato?».

Dopodchè Aragorn continua la sua opera di guarigione. Ma tutti adesso sanno che lui è il Re. 

Presto si sparse la voce che il re era davvero tornato tra loro e che, dopo la guerra portava la guarigione.

La “regalità” incarnata da Aragorn non ha nulla a che vedere con la tirannia e la dominazione. Tolkien si richiama al simbolismo del Re come Supremo Servitore del Popolo, colui che è chiamato a restaurare la legge e la giustizia, a dare vita a un nuovo tempo di armonia. Anche per questo riprende una delle “qualità” che la leggenda medioevale attribuiva agli antichi re taumaturghi. La capacità di guarire.

LA PIETAS TOLKENIANA E LA DISTRUZIONE DELL’ANELLO
La fine dell’anello sarà fino all’ultimo nelle mani di Frodo e di Sam, il suo fido servitore, che da soli si erano inoltrati per le più buie contrade di Mordor, il cuore della terra direttamente controllata da Sauron, per giungere al monte Fato e distruggere l’anello.
Allo scopo di dare loro qualche chance in più, Gandalf, Aragorn e i loro più fidi alleati assemblano un esercito per andare a combattere davanti al nero cancello dove Sauron risiede. Lo scopo di questa battaglia non è quello di vincere Sauron con le armi. Ormai il potere dell’Oscuro Signore è troppo grande perché possa essere contrastato con le armi. La battaglia, l’ultima battaglia, ha solo uno scopo, prendere tempo.. per dare a Frodo e Sam.. se ancora vivi.. la possibilità di portare a termine la loro ultima missione.
Dopo traversie e pericoli di ogni genere Frodo e Sam giungono finalmente davanti alla voragine del Monte Fato, dove c’è l’unico fuoco che può distruggere l’anello.
Ma lì Frodo cambia idea e decide che non avrebbe distrutto l’anello, ma lo avrebbe tenuto per sé. L’Anello era riuscito alla fine a soggiogarlo. Tutto sarebbe stato vano, e l’intera Terra di Mezzo sarebbe ricaduta nell’oscuità se non fosse stato per Gollum. Gollum da cui Bilbo ricevette l’anello. Gollum che da tempo si era incontrato con Sam e Frodo nel loro cammino verso il monte Fato e che loro, con molti dubbi, avevano accettato come guida. Gollum che in più di una occasione aveva fatto capire le sue vere intenzioni –riavere l’anello- e aveva rappresentato un pericolo. Eppure, pur trovandosi nella condizione di farlo, né Frodo né Sam, gli tolgono la vita, come non gliel’aveva tolta Bilbo tanto tempo prima.
Bilbo nello Hobbit aveva avuto la possibilità di togliere la vita a Gollum, ma ebbe pietà:

“Doveva pugnalare quel pazzo, cavargli gli occhi, ucciderlo. Voleva ucciderlo. No, non era un combattimento leale. Egli era invisibile adesso. Gollum non aveva ancora realmente minacciato di ucciderlo, o cercato di farlo. Ed era infelice, solo e perduto. Un’improvvisa comprensione, una pietà mista a orrore, sgorgò nel cuore di Bilbo: rapida come un baleno gli si levò davanti la visione di infiniti, identici giorni, senza una luce o speranza di miglioramento: pietra dura, pesce freddo, strisciare e sussurrare. Tutti questi pensieri gli passarono davanti in una frazione di secondo. Egli tremò.”

Nel Signore degli Anelli, Frodo, una volta venuto a sapere tutta la storia dell’Anello e del compito che adesso gravava su di lui, chiese a Gandalf perché Bilbo non aveva uccise quell’essere viscido e pieno di squallore pur avendone la possibilità, dato che meritava la morte. Le risposte di Gandalf furono impareggiabili:

“Se la merita! E come! Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze. Ho poca speranza che Gollum riesca…a guarire prima di morire. Ma c’è una possibilità. … Il cuore mi dice che prima della fine di questa storia l’aspetta un’ultima parte da recitare … , e quando l’ora giungerà, la pietà di Bilbo potrebbe cambiar eil corso di molti destini e soprattutto del tuo.”

Gandalf, in un altro passaggio, sempre parlando di Bilbo, dice a Frodo:

“Fu la pietà a fermargli la mano. Pietà e misericordia: egli non volle colpire senza necessità. E fu ben ricompensato di questo suo gesto. … Stai pur certo che se è stato grandemente risparmiato dal Male, riuscendo infine a scappare e a trarsi in salvo è proprio perché all’inizio del suo possesso dell’Anello vi è stato un atto di pietà.”.

Quando Frodo e Sam incontrano Gollum, mentre stanno cercando da soli la strada per giungere al Monte Fato, Sam propone di legarlo per impedirgli di nuocere; Gollum prega di non farlo piagnucolando e Frodo prende le sue difese discostandosi dall’amico:

“No. … Una tale azione non ci è permessa così come stanno le cose. Povero disgraziato! Non ci ha fatto alcun male.”.

E aggiunge:

“Non toccherò questo essere. Infatti, ora che lo vedo, mi fa pietà.”

Lo stesso Sam, che più volte aveva pensato di farla finita con Gollum, in un passaggio successivo, pur potendo eliminarlo definitivamente, viene preso da un sentimento di pietà, nonostante avesse subito da poco una aggressione:

“Non poteva colpire quella cosa distesa nella sabbia, disperata, distrutta, miserevole. Lui stesso aveva portato l’Anello, solo per poco tempo, ma poteva vagamente immaginare l’agonia della mente e del corpo di Gollum, incatenato all’Anello, dominato, incapace di ritrovare nella vita mai più pace o sollievo.”.

Quando, davanti alle voragini del Monte Fato, Frodo rinuncia al proposito di gettare al suo interno l’anello e se lo mette al dito, sarà Gollum che aveva continuato a seguire Frodo e Sam a lanciarsi verso frodo, che intanto era diventato invisibile, a sottrargli l’anello e poi, gongolando per la gioia di avere ritrovato l’anello, inciamperà per cadere nelle voragini del Monte Fato insieme all’anello che sarà irrimediabilmente distrutto, portando con sé la distruzione di Sauron e con essa il definitivo venire meno dei suoi piani.
L’uomo ha il dovere di avere sempre pietà e misericordia. Ecco uno degli insegnamenti di tutta la vicenda Gollum.
Non sembrava quella di Gollum il prototipo di una vita squallida, indegna, disprezzabile?
Non sarebbe stata la cosa più comprensibile il volergli dare la morte?
Eppure se Bilbo o Frodo o Sam gli avessero dato la morte, il mondo sarebbe sprofondato nell’oscurità più assoluta. Perché sarà Gollum, alla fine, involontariamente, a far pendere le cose dalla parte del bene.
“Non essere troppo generoso nel distribuire la morte..” disse Gandalf a Frodo.
Ogni volta che è possibile, si deve cercare di non distribuire morte. Ogni volta che è possibile si deve avere pietà, compassione, misericordia.
Da essa, come nel caso della distruzione dell’Anello, potranno venire frutti che nessuno prima avrebbe immaginato.

LA FINE DI UN MONDO
Con la distruzione dell’Unico Anello, il regno di Sauron finisce per sempre.
Finisce anche il tempo degli Elfi, perché, con la distruzione dell’Unico, anche i loro anelli perdono potere, e il mondo della Terra di Mezzo è destinato a diventare grigio ai loro occhi.
Gli Elfi salperanno con le ultime navi verso le dimore immortali dei Valar, precluse agli uomini.
Con loro partirà anche Gandalf e anche Frodo e Bilbo che, in quanto portatori dell’anello, avranno concesso questo privilegio.
Ma non saranno solo gli Elfi a sparire dalla Terra di Mezzo. Gradualmente saranno destinate a venire meno i nani e tutte le altre creature non umane.
Il Signore degli Anelli è anche il libro della perdita irrimediabile.
Il Bene alla fine vince e Sauron viene ridotto alla definitiva impotenza, ma il mondo perderà gran parte della sua poesia.
Con gli eventi dell’Anello, si conclude la Terza Era del Mondo, e inizia la Quarta, l’Era degli Uomini, l’Era in cui tutte le antiche cose, gli antichi miti, l’antica magia, gli antichi esseri non umani scompariranno dal mondo. E con essi una sublime dolcezza, e una ineffabile Grazia si perderanno, per essere forse ritrovate da quelle anime così aperte e sensibili che ancora saranno capaci di rintracciare la via per altri mondi, che ancora sapranno cogliere i bagliori della Magia, la voce della Poesia.

L’ETERNA BATTAGLIA
Ma dopo la sconfitta definitiva di Sauron, il male si manifesterà nuovamente nel mondo?
Ci sono delle bellissime parole che Gandalf pronuncia in un passaggio del libro, poco prima che venga deciso di attaccare il Nero Cancello.

“Altri mali potranno sopraggiungere, perché Sauron stesso non è che un servo o un emissario. Ma non tocca a noi dominare tutte le maree di questo mondo; il nostro compito é fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare. Ma il tempo che avranno non dipende da noi”.

Anche se Sauron è stato schiacciato e non potrà più ritornare, il male non è stato estirpato per sempre. Nelle epoche future il Male tornerà sotto altre sembianze. La sfida contro di esso sarà lunga quanto la storia dell’uomo. Non è dato a noi di impedire che questo accada; non possiamo “dominare tutte le maree di questo mondo”. Questo è il senso delle parole di Gandalf. Ciò che davvero importa è fare oggi quanto ci è richiesto, è spenderci oggi “per la salvezza degli anni nei quali viviamo”, al fine da lasciare a chi ci seguirà “una terra sana e pulita da coltivare”. Noi possiamo fare fino in fondo la nostra parte. Questo vuol dire vivere con onore.

Ricordo che questo meraviglioso libro mi fu prestato da zio quando avevo 12 anni e mi conquistò con così tanta forza, che la notte, quando venivano a spegnarmi la luce perché era troppo tardi, accendevo l’abat-jour sotto le coperte e continuavo, bramoso, la lettura. Per me tutto quel mondo era una mondo straordinario, ma vivo. “Vedevo” Gandalf, Aragon, Frodo, Legolas e tutti gli altri. E quando il libro finì, sentii un violento senso di perdita e nostalgia. E favoleggiavo potesse esistere una Biblioteca Segreta con le continuazioni di tutti i Grandi Libri. Finché, anni dopo, compresi, che le Grandi Storie continuano dentro di noi. Perché di noi esse parlano. E perché a noi consegnano Simboli da fare vivere nel nostro cuore e seminare nel mondo.

Leave a Comment :, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , more...

L’olio di Lorenzo

by on gen.05, 2015, under Medicina, Resistenza umana, Scienza, Simbolo

Lorenzo1

Poco più di un anno fa, il 25 ottobre 2013, moriva in Italia Augusto Odone, il papà di Lorenzo Odone. Questo nome, di primo acchitto, potrebbe dire poco o nulla alla maggior parte delle persone.
Ma questo Lorenzo fu il ragazzo al centro di una storia che fece molto parlare di sé e a cui fu dedicato un celebre film nel 1992. Fu il ragazzo che diede il nome a una cura che venne, appunto, chiamata, “L’Olio di Lorenzo”.
Augusto Odone, nato a Roma nel 1933 e cresciuto nel villaggio di Gamalero, nei pressi di Acqui Terme in Piemonte, si spostò, nel 1969, dall’Italia a Washington per andare a lavorare alla Banca Mondiale. Lorenzo era il suo terzo figlio, avuto dalla sua seconda moglie, Michaela Teresa, una glottologa irlandese-americana.
Nel 1983, al ritorno da un viaggio nelle Isola Comore, Lorenzo cominciò a manifestare preoccupanti problemi di salute: difficoltà di concentrazione, difficoltà nel camminare, calo della vista e dell’udito, parole pronunciate a stento. Inizialmente non si riusciva quale potesse essere il problema. Dopo tutta una serie di esami clinici, all’età di 5 anni, giunse la diagnosi: adrenoleucodistrofia, ADL, una malattia rarissima ed ereditaria, che si manifesta in particolare nei bambini tra i 4 e i 10 anni. L’ADL viene trasmessa dalla madre e colpisce solo i maschi. Un disordine neurologico che da una prospettiva di vita di due anni.

Per i medici Lorenzo non aveva alcuna speranza, come tutti coloro che contraevano questa malattia. Prospettano ai genitori un decorso di vita di due anni; un decorso drammatico, perché contrassegnato dalla perdita progressiva di tutte le funzioni corporali e psichiche.
Ma gli Odone non accettano questo verdetto.
E iniziano una di quelle avventure dello spirito umano che ci fanno capire di cosa è capace il coraggio, la dedizione e un amore sconfinato.
I genitori di Lorenzo decidono allora di abbandonare tutto il resto e di avere come unica stella polare quella di trovare una via che desse una speranza a Lorenzo.
Augusto e Michaela che non sapevano nulla di medicina si immersero nello studio più accanito della medicina, della biologia, della chimica; guidati da quello che qualcuno avrebbe potuto diagnosticare “come incapacità patologica di accettare la realtà”.
In pochi anni riescono a scoprire che il danno cerebrale era provocato da un accumulo nelle cellule nervose di quelli che vengono chiamati acidi grassi a lunga catena. La causa era genetica, alcuni enzimi dedicati alla degradazione di queste sostanze non funzionavano.

Più specificatamente, l’ALD è causata dal difetto che si manifesta in un gene chiamato ABCD1. Questo gene produce normalmente una proteina che controlla l’ingresso degli acidi grassi a catena lunga (VLCFA) nell’unica zona della cellula che può smontarli. Questo fa sì che la loro concentrazione nel corpo sia controllata. Ma se questa proteina non svolge questa funzione, o perché non c’è o perché non funziona, questi acidi grassi a catena lunga non riescono ad entrare nella cellula, vanno in giro nell’organismo e si accumulano dove non devono accumularsi. Questi grassi, a dosi elevate, diventano tossici, soprattutto per il cervello. L’accumulo incontrollato di acidi grassi danneggia la guaina protettiva dei nervi, la mielina, con un progressivo danneggiamento dei nervi che sono sempre più ostacolati nel condurre l’impulso nervoso. Da questo conseguono problemi motori, visivi, uditivi e altre compromissioni neurologiche che conducono prima ad uno stadio vegetativo e poi alla morte. colpendo prima le funzioni motorie e poi quelle psichiche.

In una delle sue giornate passate in biblioteca, Augusto Odone trova uno studio clinico nel quale sono illustrati diciassette casi, tutti dal decorso infausto: progressiva perturbazione psichica, mutismo, deambulazione instabile, cecità, sordità, demenza, convulsioni, morte.
Marito e moglie provano con l’immunosoppressore e con una dieta priva di grassi. Ma non c’è nulla da fare.
I coniugi Odone continuano i loro studi, immergendosi nei testi scientifici e passando le notti setacciando siti medici su internet.
Durante le loro ricerche nella biblioteca dell’Istituto di Sanità, Michaela si imbatte in una lettura che sarà una chiave di volta per arrivare alla soluzione; si trattava di una rivista scientifica polacca in cui si descriveva un esperimento di manipolazione dei lipidi nei topi.

L’idea di fondo era che per fermare la malattia si doveva ridurre la quantità di grassi XL in circolazione nel corpo. Ma sebbene Lorenzo seguisse una dieta rigorosamente priva di grassi, questa presenza di grassi XL continuava ad aumentare, perché in questa patologia è lo stesso corpo a produrli. Quindi bisognava trovare un modo che impedisse la stessa produzione interna di grassi.
Bisogna immaginare i grassi come delle catene, costituite da una serie di anelli. I grassi XL hanno 24 o 26 anelli e vengono fabbricati da una proteina particolare. Questa proteina può produrre due modelli diversi di grassi XL; i grassi XL saturi che sono tossici, e i grassi XL insaturi che sono sostanzialmente innocui. Questo avveniva a seconda che questa proteina utilizzasse come materia prima per produrre i grassi XL, grassi saturi o insaturi. Da qui l’intuizione dei coniugi Odone, dopo mesi e mesi di studio sul metabolismo dei grassi. Immaginarono che si potesse spingere questa proteina a produrre solo grassi XL insaturi (quelli non tossici). E questo si sarebbe potuto ottenere sovraccaricando l’organismo con molti grassi insaturi, in modo che, la proteina in questione si concentrasse solo a produrre grassi XL insaturi.

Dello studio dei ricercatori polacchi e delle intuizioni dei coniugi Odone si parlò nel primo convengo sull’ALD che venne da loro organizzato e finanziato, e al quale parteciparono molti medici di vari paesi. Dal confronto degli Odone con questi medici emerse il riferimento all’olio di oliva, cioè al suo composto principale, l’acido oleico, che venne sperimentato sul bambino, sotto la supervisione dell’anziano dottore che aveva preso a cuore il suo caso. I grassi del sangue del piccolo malato cominciano subito a calare, e giungono al 50%.
Ma lo stadio della malattia del bambino era avanzato troppo. Quasi paralizzato, aveva difficoltà ad ingoiare la saliva e ciò gli provocava delle dolorosissime convulsioni. La madre gli stava sempre, nonostante qualcuno dicesse a lei e al marito che non potevano vivere solo per Lorenzo. Le crisi del bambino diventarono più drammatiche e a poco servono i sedativi che gli somministra il medico che lo seguiva. Ormai ci si preparava al peggio.
Augusto si ributtò a capofitto nello studio, per scoprire perché l’olio di oliva aveva ridotto i grassi solo al 50%. Dopo tante altre ricerche scoprì che l’acido fatto coi semi di colza, difficile da reperire, poteva completare la cura.
Con il nuovo acido, i grassi nel bambino raggiunsero livelli normali ed egli può cominciare a respirare senza l’aiuto dei farmaci.
In pratica l’olio di Lorenzo è il prodotto derivante dall’utilizzo di questi oli, olio di oliva e olio di colza. Si trattava di una miscela composta da acido oleico e acido erucico. Questa miscela somministrata settimana dopo settimana, aveva normalizzato il livello dei grassi saturi nel sangue, facendo venire meno quelle manifestazioni devastanti che avrebbero in pochissimo tempo portato il ragazzo a morte sicura.
I danni cerebrali di Lorenzo erano comunque troppo avanzati perché la terapia potesse permettergli di continuare la sua vita senza gravi contraccolpi psicofisici. Resta il fatto che l’ “Olio di Lorenzo”, che fu poi brevettato dagli Odone, gli allungò la vita di oltre venti anni.
Nel loro percorso, Augusto e Michaela più che ricevere appoggio, incontrarono tanti nemici; soprattutto dottori, scienziati e anche associazioni di malati. Il loro impegno era visto con scetticismo, quasi con fastidio, anche perché si trattava di due non “addetti ai lavori”. Per tutti questi “addetti ai lavori” Lorenzo doveva morire e le ricerche e le intuizioni dei suoi genitori erano assurdità prive di senso.

Uno dei più ferventi detrattori di Augusto Odone fu il neurologo Hugo Moser della Johns Hopkins University. Proprio Moser, nel 2005, condurrà uno studio che confermerà l’efficacia benefica dell’Olio di Lorenzo. Lo studio venne fatto su 89 bambini che avevano cominciato a prendere l’olio quando ancora erano asintomatici. Solo l’undici per cento dopo sette anni ha cominciato a mostrarne i sintomi, contro l’usuale 35 per cento. In pratica, l’Olio di Lorenzo, se preso in un primissimo stadio, quando ancora i sintomi non si sono manifestati, sembrerebbe proprio prevenire il loro insorgere in molti dei bambini nei quali insorgerebbero. Moser, cosa non frequente tra i luminari scientifici, ebbe l’onestà intellettuale di ammettere i suoi errori. Infatti nel presentare i risultati dello studio, scriss. ”Anche se molte persone, me compreso, hanno parlato male dell’olio, questo studio scientifico dimostra che ha un effetto su certi tipi di Adl e mi lascia pensare che e’ qualcosa di piu’ di un placebo o di una cialtroneria da stregoni”.

Michaela Teresa Murphy Odone morì nel 2000 di cancro. Michaela aveva inviato a Phil Collins una poesia sulla vicenda di Lorenzo, che egli musicò in un bellissimo pezzo, chiamato appunto Lorenzo, e presente nell’album Dance into the Light.

Lorenzo morì del 2008, proprio nel giorno del suo 30° compleanno, per le complicazioni di una polmonite. Morì il giorno del suo trentesimo compleanno per le complicanze di una polmonite. Ventitre anni dopo rispetto alla sentenza che gli avevano dato i medici. Gli ultimi anni della sua vita era ormai cieco e quasi totalmente paralizzato, ma ancora vitale e appassionato di musica e di libri che altri gli leggevano. Secondo il padre fu fino all’ultimo consapevole di ciò che gli accadeva intorno.
Dopo la morte di Lorenzo, tre anni fa, Augusto vendette la sua casa di Fairfax e tornò a vivere in Italia, nel paese dove era nato Gamalero, in Piemonte, dove trascorse i suoi ultimi anni. Il suo ultimo dono a Lorenzo fu scrivere il libro dedicato a questa vicenda; “L’Olio di Lorenzo – una storia d’amore”. Augusto si spense il 25 ottobre 2013, concludendo la storia di una famiglia straordinaria, la storia di persone che ancora ci rammentano di cosa è capace il potere dell’amore.

 Lorenzo2
o

Lorenzo3

 

Leave a Comment :, , , , more...

Viaggio a Roghudi

by on nov.24, 2014, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo

R00

.
“Faccio fatica a sovrapporre le immagini di rovina e di abbandono a quelle di bellezza struggente del paesaggio e della natura. C’è tutta una tradizione di sguardi, del resto, che lega indissolubilmente, in diversi contesti, la bellezza e la rovina,e la Calabria è stata definita come ” (Vito Teti – “Il senso dei luoghi”)

Un mio amico, di recente, mi ha raccontato che per anni con i suoi compagni di avventure e viaggi si sono detti “dobbiamo andare a Roghudi”, come se fosse l’isola che non c’è, una città mitologica, un luogo fuori dal tempo e dallo spazio.
Anche lui fu contagiato da un libro, “Il senso dei luoghi”, di Vito Teti. Un libro straordinario sui paesi abbandonati o praticamente moribondi della Calabria. Un libro doloroso e vigoroso, struggente e profetico, teso tra perdita e speranza. Un libro sull’assenza, sulla narrazione dell’anima, sul filo stretto che diventa nodo scorsoio, o corda spezzata, oppure corda di nuovo tesa verso un mondo che ancora non ha nome, ma ‘nel suo nome’, ancora ignoto eppure antichissimo, le radici prenderanno forma, in un tradimento che può seppellire i tradimenti, può rinnegare se stesso e così cominciare una nuova storia.

Il libro di Teti contagiò anche me e Roghudi si impresse nella mia mente, come quei non-luoghi da ritrovare, come da ritrovare sono tutti i nostri luoghi, tutta la nostra storia. Il libro è pieno di paesi, borghi, strade, ruderi di violenta bellezza. Ma Roghudi è il primo che avrei voluto venire.
Roghudi da sempre definito “il paese più infelice del mondo”, per la sua storia costellata di catastrofi.

Quando mi incamminai verso Roghudi, stavo facendo qualcosa che, pochi giorni prima assolutamente non avevo preventivato. Ero da un due giorni a Gallicianò, antichissimo paese del reggino, incastonato nel cuore dell’area grecanica. Quel territorio dove un tempo il grecanico -l’antica lingua greca contaminata dalla secolare presenza in Calabria- veniva parlato da quasi tutta la popolazione. Mentre adesso, solo pochi, soprattutto anziani, mantengono ancora viva quella lingua. A Gallicianò venni a sapere che Roghudi era proprio lì vicino. Era anch’esso un altro paese dell’area grecanica, come Bova e Pentedattilo. E c’era la possibilità di giungervi, con 4 ore circa di cammino a piedi, scendendo nella immensa fiumara dell’Amendolara, in quel momento a secca essendo i primi di settembre, e poi camminare e camminare fino a quando Roghudi sarebbe spuntato.
C’era anche un’altra possibilità, andare con un ‘altra strada, in macchina, fino a un punto dove, scendendo qualche centinaio di metri, si sarebbe giunti a Roghudi. Ma io scartai subito questa ipotesi. La fiumara in secca consentiva ancora di andare a piedi, e non c’è paragone tra giungere in un luogo a piedi e arrivarci con la macchina. A piedi fatichi molto di più, ma il luogo lo meriti davvero, ti si avvicina passo passo, anche quando tu ancora non lo vedi. Lo senti gemere nel suo silenzio, anche quando non ascolti nulla oltre i tuoi passi e le parole di chi ti sta accanto e qualche rumore di animale tra la vegetazione che si inerpica sugli strapiombi che circondano, come mausolei scolpiti, la fiumara. Camminando un luogo lo “conquisti”. L’arrivo si intaglia in te con un sapore particolare, perché raggiungendolo con solo te stesso lo hai onorato.
In realtà non ho conquistato Roghudi e non l’ho meritato, perché troppo lontano ero e sono da tutto quello che è stato il suo retaggio, il retaggio sofferto e nobile dell’area grecanica. Troppo poco ancora so di questi luoghi per “conquistare” alcunché. Ma sicuramente camminare verso Roghudi ml ha permesso di accogliere, ecco, la sua dimensione con una umiltà differente.

Roghudi, cammino verso di te, sapendo che sei l’appuntamento mancato, che ritorna. Che sei tu ma non sei soltanto tu. Sei tutta la Calabria strappata, il volto dei fuggitivi, le aspre alture che venivano dal silenzio e al silenzio sono ritornate. Una fatica millenaria. Una nostalgia perenne. Una memoria tradita, eppure splendida, perché tradita. Il tradimento fa nascere i germi del riscatto. Eppure Roghudi sono solo ruderi, case abbandonate, pietre e muri e rovine di strade abbarbicate le une sulle altre. Che c’è di bello? E perché questa assenza ci attira sempre? Roghudi se dicessi che sei solo un simbolo ti annegherei, annegherei il tuo concreto essere stato, il tuo essere qui e ora, nell’orgia della metafora, nelle scorciatoie perenni dell’analogia. Ma se non ti sapessi anche simbolo di altro, ti castrerei, perché non si è mai solamente se stessi, non si è mai solo il confine definito e misurabile, la storia messa in un recinto; si è sempre, anche, portatori di un segno che ci travalica e si invera in noi, nostro malgrado. Roghudi so bene che non ci saranno tesori nascosti, nulla da prendere, perché tutto è già stato preso da quando, negli anni ’70 il paese venne definitivamente abbandonato. E forse è meglio così. Andare in un luogo senza più gente a prendere, è fare ancora il predone che vuole rubare qualcosa per se. E invece non prendere nulla è forse l’occasione di dare.

Con Nino, abitante di Gallicianò e conoscitore perfetto di quei luoghi, scendiamo dall’altezzadi Gallicianò verso l’ampia fiumara. La fiumara, una volta che ci arrivi, è surreale, tanto è ampia, e ti pare di essere in qualche vecchio western o in un day after dove del mondo sono rimaste solo pietre. E di pietre, infinite pietre essa è disseminata. E ogni tuo passo calpesta pietre e all’inizio fa male ai piedi, finché a un certo punto ci fai il callo. Ti abitui a mettere la pianta in un certo modo, per ridurre il fastidio.

Mentre cammino mi accompagnano nella mente le parole di Vito Teti. Roghudi, vittima di una guerra..

“Qui una guerra vera e propria non c’è mai stata, anche se i paesi dell’area grecanica, come altri centri della Calabria, conservano memorie e testi di tradizione orale delle invasioni turchesche, ma la fine del mondo è avvenuta ugualmente. Qui la guerra è stata lenta,s subdola, sotterranea e ha avuto come protagonisti miseria e abbandono, terremoti e dimenticanze, alluvioni e silenzi… E’ stata lunga la guerra e quando si è verificata l’ultima battaglia, l’ultimo scontro, l’ultima invasione (le alluvioni del 1972 e del 1973, ma ancora prima quella del 1951), gli abitanti quasi non se ne sono accorti, non hanno più combattuto, e come ubbidendo a un richiamo misterioso, sono fuggiti insieme e all’improvviso.”

Una lunga storia di devastazioni, un interminabile martirio..

“Quella di Roghoudi , situato su uno tra le montagne inospitali, è negli ultimi secoli, a leggere le fonti, i documenti e le interpretazioni che ci offre, una storia che, se non fossi sempre attento ai mutamenti e ai piccoli cambiamenti, alla necessità di cogliere stabilità e trasformazioni, sarei tentato di leggere come una sorta di non storia, una storia bloccata, condizionata, segnata dalla natura e dall’angustia degli spazi, sempre uguale a se stessa dall’inizio alla fine. Ristrettezza degli spazi, frane, fiumi, roditori, alluvioni, terremoti, epidemie, malattie hanno segnato la vita del paese e la mentalità dei suoi abitanti e alla fine ne hanno preparato la fuga. “

Una tale sequenza di catastrofi… alluvioni, frane, malattie,… che sembra inventata, troppo inesorabile, troppo implacabile per non essere essa stessa metafora, e invece è reale. Nulla, il tempo risparmiò a questo paese.
E intanto cammino, su uno scenario ipnotico, dove tutto è esteso e identico. La fiumara non ha confini. La fiumara è il confine. Il caldo è asfissiante.. e penso alla fune e ai figli attaccati.. Teti, riporta quando di Roghudi, scrisse nel 1885 Mario Mandalari:

“Roghudi è gittato sopra un monte, è circondato da mille abissi e da mille caverne; le madri di famiglia sono obbligate di attaccare i loro figliuoli a una fune per non vederli precipitare in quelle eterne voragini, nido d’uccelli notturni e di animali ladroni….”

Quando lessi quelle parole mi chiesi innanzitutto, come “concretamente” le madri attaccassero i loro figlia alla fune per non farli cadere. E poi mi chiesi che assurdo paese doveva essere un paese così dannatamente a strapiombo che i bambini correvano costantemente il rischio di precipitare e sfracellarsi, tanto da costringere le madri a legarli ad una fune. E più avanti nel suo libro, il richiamo di queste corde ritornava, nella citazione, di quanto, nel marzo del 1948, Tommaso Besozzi, scriveva per l’Espresso.

“A Roghudi (…) si vedevano fino a poco tempo fa tanti grossi chiodi conficcati nei muri, e le donne vi assicuravano le cordicelle che avevano legato attorno alle caviglie dei bambini più piccoli, perché non precipitassero nel burrone”.

Il destino di Roghudi fu quello di altri paesi dell’area grecanica come Africo e Casalnuovo. Le alluvioni degli anni ’50 portano all’abbandono di quei paesi. Nel corso dei decenni altri paesi, come Gallicianò e Bova perdono gran parte dei loro abitanti, ma qualcuno resistette e qualcuno resiste ancora, e adesso progetta una rinascita di quei luoghi.
Il sole ti sfinisce in questo cammino per Roghudi, io e il mio amico facciamo diverse pause, apparentemente per commentare questa o quella cosa, o per mangiare un panino, ma in realtà perché tutte quelle rocce, ti sfiancano le gambe, e il caldo sembra toglierti energia.
A seguito delle alluvioni dell’ottobre del 1971 e del dicembre 1972- gennaio 1973, i tecnici dichiararono Roghudi pericolante e venne disposta l’evacuazione. Tuttavia un gruppo di persone non volevano andarsene da Roghudi. Nel “Senso dei luoghi” si richiama la ricerca etnografica di Isabella Florio; ricerca che riporta la testimonianza di Ugo Sergi. Sergi rammenta cosa gli disse, un giorno, un abitante di Roghudi vecchio in merito all’abbandono del paese.

“I paesani non lo volevano abbandonare dopo l’alluvione, ma è stato lui ed altri due o tre che hanno pensato di andare via, perché erano sicuri di non avere un futuro in quel paese. Lui era anche un commerciante… tutti i generi di prima necessità a Roghudi vecchio li portava lui settimanalmente. Quindi ha nel sangue il commercio ed oggi è proprietario di un grande supermercato. Mi raccontava che lui aveva capito Roghudi sarebbe morto, che non aveva strade, non aveva collegamenti, era troppo interno, che la vita all’esterno era completamente differente, e lui ed altri due o tre avevano capito questa cosa. All’indomani dell’alluvione tutti gli abitanti volevano invece rimanere arroccati nel paese. Allora lui e gli altri amici iniziarono a scappare, ad andare via, portando via tutti i mobili e le altre cose, quindi a sfollare. Piano piano tutti lo guardavano passare dal paese e pensavano questo è pazzo che se ne vuole andare così dall’oggi al domani, scappa dalla propria casa e sfolla. Poi qualcun altro si è convinto e piano piano tutto il paese nel giro di dieci, quindici giorni, ora non vorrei dire una fesseria sul periodo, però dice che in un brevissimo tempo dietro di lui e di questi altri amici, un paese intero è sfollato in un brevissimo tempo”.

Le alluvioni non furono la morte inevitabile per Roghudi. Ci fu la scelta. E ci fu, questo dice con chiarezza Tetti, una volontà di abbandono, che aveva radici antiche. Una volontà che, e sembra paradossale dirlo, si accompagnava ad un’atavica volontà di resistere in questo paese abbarbicato su una rube, circondato da fiumare, sottoposto ad ogni possibile evento idrogeologico.
L’abbandono in realtà era già in corso da tempo. Molti erano emigrati per cercare un destino migliore. Molti si spostavano verso le marine, in quel dissanguamento dell’entroterra verso le coste che caratterizzerà tutta la Calabria.
Ma una parte della popolazione non mollava Roghudi, non lo abbandonava. Ci si teneva stretta a questo paese abbarbicato e inospitale. Ma la loro resistenza quanto più era accanita, tanto più era permeabile al “contagio” che qualcuno avesse aperto. Dentro ognuna di quelle persone si combatteva una guerra, tra restare e partire, abbandonando quel luogo di sacrifici continui, spesso spazzati via da un’alluvione o da una frana. E, se la storia è vera (ma anche se non fosse esattamente vera, sarebbe, in qualche modo, verisimile) bastò vedere quel negoziante di generi alimentari e qualche suo amico andarsene per spingere questo ultimo nucleo di “resistenti” ad ammainare bandiera bianca e ad andarsene.
Ancora camminiamo, ma non vedo nessun segno di Roghudi. Vedo sempre questa fiumara sconfinata, i suoi sassi, qualche debole fiumiciattolo, i promontori intorno a noi. E capisco che se non fossi andato a piedi non avrei visto questa arcana bellezza, questa insopportabile, quasi, ripetizione, questo essere perduti in un orizzonte che sciacciandoti ti solleva.
Poteva Roghudi non morire? Teti è combattuto.. a volte crede che si poteva salvare, altre volte vede in esso il compiersi di un destino inevitabile.

“Anche col senno di poi, comunque, sembra davvero difficile pensare che le cose sarebbero potute andare diversamente: forse davvero nessuno e niente, nessun analista e nessun Santo, avrebbero potuto scongiurare l’abbandono di Roghudi. Tutto sembrerebbe iscritto nei suoi geni, nella configurazione del territorio, nella su storia di isolamento e di catastrofi. E forse era scritto nella sua identità più profonda e più peculiare…. Nel 1981 i grecanici dei diversi paesi sono soltanto 5000, quelli sparsi in vari posti quasi 25000. E oggi, come ho ricordato, il grecanico è comprensibile soltanto a poche persone, adoperato da pochi anziani, in maniera discontinua e occasionale. In una dimensione esclusivamente famigliare.”

La morte di Roghudi come simbolo dell’estinzione del grecanico, l’antica lingua greca di Calabria, che adesso resiste solo in poche persone, soprattutto anziani e qualche cultore della cultura e dello spirito del luogo. Nei giorni in cui sono stato a Gallicianò, uno degli ultimi baluardi dei greci di Calabria, scoprii che tra i suoi trenta e poco più abitanti, solo una parte ancora parlava in grecanico. Un mondo si estingue quando perde la sua “antica lingua”, la lingua dei padri, la lingua che si è impressa nelle sue rocce, nelle sue ossa, nel suo sangue. Questo, anche questo dice Teti.

“Roghudi sembra dover compiere il destino di custodirla (la lingua grecanica) fino all’ultimo, fino alla sua scomparsa. Quella roccia, quella rupe è anche simbolo di resistenza e di tenacia, proprio di chi deve custodire qualcosa. Assediato dall’esterno e dall’interno, Roghoudi perde lentamente l’antica lingua, si apre alla nuova, più adeguata ai tempi, ma è come se aprendosi creasse le ragioni della propria fine.”

Improvvisamente, un’isola ci appare in lontananza. Un’isola su un mare desertificato. Una montagna, una rocca, che si innalza come protuberanza di quella immensa fiumara, e su di essa Roghudi.
Difficile dire la sensazione che si prova a vedere prorompere questo luogo. Capisci, ammirato, che Rughudi è insieme tutto e insieme niente. Questo luogo era nato per morire, tanto è ‘impossibile’ il suo esserci. Eppure ha resistito per secoli.
Le case appaiono in lontananza e noi ci avviciniamo. Perché adesso, naturalmente, dobbiamo entrare in Roghudi. Non c’è molto vento quel giorno, ma penso al vento del giorno in cui vi giunse per la prima volta Teti..

“Il vento si alza sempre più forte e fa battere con insistenza le porte e le finestre ancora integre. Dalla strada, guardando nelle stanze dilaniate, si scorge la luce che arriva dalle finestre. Si avverte una sorta di presenza estranea, quasi ci si aspetta una apparizione improvvisa, l’arrivo di un abitante del passato.”

Dinanzi a tutto quell’abbandono, che è anche spaesamento e fascinazione, arsura di un sentimento, Teti prova l’umiltà che richiede quel rispetto che solo può permettersi di accostare ai luoghi che non lo sono più, che lo saranno per sempre..
“Questi luoghi sacri, non desacralizzati, hanno bisogno di visitatori con un sentimento, di persone che non vanno alla ricerca di fantasmi.”

Ecco che prendiamo la piccola malandata strada che dalla fiumara ci attorciglia intorno a Roghudi. Ecco che ci inoltriamo passo passo in questo abitato per secoli bombardato dall’acqua, dalla terra e dal tempo. Adesso che le case mi si pongono di fronte capisco fino in fondo il senso della parola “accartocciato”. Ma accartocciato non è la parola giusta. Immaginate questo paese completamente pressato su se stesso. Immaginate una densità nello spazio come praticamente mai si vede in un paese. Immaginate una rupe sfruttata in ogni suo angolo, pur di recuperare ogni centimetro. Immaginate una vita dove tutte le case sono ravvicinate, e le strade strettissime. Dove il contatto umano era inevitabilmente massiccio, dove, probabilmente, camminando non potevi non toccarti con le persone. Immaginate un mondo dove bastava poco per sbattere negli altri, dove, in pratica, finivi col vederli sempre, col sentirli sempre. Un mondo tutto circondato da strapiombi, dove, bastava anche qui poco, per finire nel precipizio, una carcassa sfracellata sul fondo che la fiumara dell’Amendolara avrebbe trascinato via. Immaginate questo costante salire, immaginate, questo poco spazio e queste case a spiovente aggrovigliate le une alle altre, immaginate questa densità umana, potenzialmente generatrice di continue tensioni, immaginate questo costante essere lambiti dal precipizio, tanto che le madri legavano i figli a una fune per non farli cadere. E a tutto questo aggiungete frane, alluvioni, epidemie. Come poteva Roghudi resistere? Eppure.. come ha potuto esserci per secoli?
Il resoconto di Teti è del 2003, 11 anni fa, e la mia Roghudi, quella che io vedo è ancora più distrutta di quella che lui vide, qualche altro tetto è crollato, qualche altra porta è venuta meno, qualche altro pavimento ha ceduto. Ma le sue parole possono ancora in gran parte andare bene anche per questa. Roghudi:

“.. Nessuna immagine e nessuna storia possono restituire il senso di spaesamento, d’incanto, di inquietudine che provocano la vista e il rumore del paese che si adagia sopra un enorme dente di roccia al centro dell’Amendolea. Il paese ora da’ l’impressione di volersi buttare nelle fiumare, ora mostra la voglia di tenersi aggrappato alla roccia per non essere trascinato nel vuoto. Nessuna foto o storia può lontanamente restituire questa luce bianca e accecante che arriva negli occhi e impedisce di guardare, il rumore assordante del fiume e del vento, lo sbattere degli alberi e dei fili della luce, l’odore inconfondibile, penetrante di escrementi ovini. Guardi dall’alto le prime case sventrate, distrutte dall’alluvione del 1951, i tetti aperti e le poche antenne, appena fissate prima dell’abbandono, i fianchi della roccia e il letto del fiume. Roghoudi e le sue ombre, i riflessi delle case e delle montagne mi sembrano un dinosauro con le ali, impedito nel suo desiderio di spicccare il volo. (…). Guardo anch’io con un sentimento di paura le rupi ferite in più punti, le case sventrate che si tengono a stento alla montagna quasi per non cadere nel fiume. Avverto un lieve capogiro. Il sole, il vento, il rumore del fiume, l’emozione mi stanno giocando un brutto scherzo. Mi addentro lungo la strada principale del paese… Molte abitazioni sono ancora integre, ben tenute, chiuse, le porte e le finestre sigillate con travi di legno, come se le persone dovessero tornare da un momento all’altro e volessero ritrovare tutto a posto. Ma sono più numerose le case aperte e sventrate, dalle porte e dalle finestre divelte e con oggetti lasciati qui e là: qualche bullone e oggetto metallico, resti di materassi e di reti, brandelli di indumenti, qualche scarpa spaiata, come se anche le scarpe fossero andate ognuna per conto proprio, quasi a raccontare una più generale separazione. Le case sono quasi tutte in pietra. Le più grandi hanno un basso a pian terreno non comunicante con i piani superiori. Sono ancora accostate una all’altra, una sopra all’altra, e hanno differenti dimensioni. Sono disposte su tracciati viari irregolari con fronti continui che, dicono gli esperti, possono superare i trenta metri. Gli spazi sono tutti occupati. Il paese era stretto e pieno. Non c’era vuoto e non c’era incompiutezza. … L’impressione, tuttavia, è quella di una fuga improvvisa, di un abbandono scomposto e disordinato come di fronte a un nemico crudele e minaccioso. Fuori, nei vicoli tortuosi, lungo le piccole discese, sulle gradinate, prevalgono, e sembra una descrizione del passato in cui il paese viveva in mezzo alla sporcizia, gli escrementi di animali, capre e cani. L’odore è inconfondibile. Un silenzio inquietante è accentuato se possibile dall’abbaiare dei cani, dal rumore del vento.”

Man mano che ci inerpichiamo, anche io vengo preso da questa curiosità insaziabile, che forse non è neanche curiosità, ma “costrizione”.. di guardare in ogni casa, come a riacciuffare schegge di un mondo ormai antico, come a volere guardare ogni segno, da una scarpa spaiata a un antico forno di mattoni e legna a un muro rotto sul cielo. E ci sono scenari che ricordano le parole con le quali Immanuel Kant parlava del sublime.

“Sublime è il senso di sgomento che l’uomo prova di fronte alla grandezza della natura sia nell’aspetto pacifico, sia ancor più, nel momento della sua terribile rappresentazione, quando ognuno di noi sente la sua piccolezza, la sua estrema fragilità, la sua finitezza, ma, al tempo stesso, proprio perché cosciente di questo, intuisce l’infinito e si rende conto che l’anima possiede una facoltà superiore alla misura dei sensi”. (Immanuel Kant – Critica del giudizio)

Uno in particolare. Entro in una casa aperta, è una delle case che stanno su uno strapiombo. E’ il rettangolo che una volta ospitava una finestra che ti incanta. Cammino passo passo –anche perché hai sempre timore che i pavimenti possano crollare- verso quella finestra. La finestra da’ proprio sullo strapiombo. Davanti a te si staglia a centinaia di metri di distanza un’altra scogliera selvaggia, sotto scorgi lo sprofondare dello strapiombo fino alla grande fiumara. Per capire quel senso di stare appesi sull’abisso, immagina che se dove c’è questa finestra ci fosse una porta, tu la aprissi e facessi un passo, precipiteresti in fondo senza incontrare ostacoli. E io pensavo a cosa significasse vivere in quella casa. Cosa significasse vivere in una casa in cui, la notte ti alzavi, e da quella finestra vedevi altezze, lontananze, abisso e una sterminata fiumara, con (a partire dall’autunno) il suo costante rumore. Cosa significasse, ogni mattina, alzarsi, e guardare dalla propria finestra tutto questo.
C’è un passaggio del “Senso dei luoghi” dove anche Teti entra in una casa con la finestra che da’ sullo strapiombo. Non è esattamente la stessa casa. Non è esattamente lo stesso strapiombo e non è esattamente lo stesso panorama. Ma rende la stessa “materia” delle emozioni che provo io guardando dalla finestra della casa in cui entrai.

“… scorgo una casa aperta, il pavimento sembra solido, vado verso una finestra che sbatte sotto i colpi del vento, mi affaccio e ho davanti agli occhi uno spettacolo indimenticabile: le case a strapiombo sulla fiumara, legate alla roccia, l’Amendolea che scorre veloce e fa sentire la sua voce, di fronte una strada che va verso i paesi dell’altro versante. Qui e là in lontananza case diroccate, mi sporgo a sinistra e vedo un lampione con i fili cadenti che si abbassa verso un muro dove sono ancora visibili spazi di qualche competizione elettorale. Chissà cosa avranno promesso agli ultimi abitanti del luogo gli ultimi comizianti…….”

La stessa “materia” dicevo.. ma lo spettacolo che ho descritto prima è molto più intenso. Perché non vedi neanche case, ma solo altezze, strapiombo, fiumara. Sono decisamente case “impossibili” ora, case che nessun piano regolatore sensato ammetterebbe. Case che neanche nessun abusivista sano di mente costruirebbe. Ma del resto nessun penserebbe che si possa costruire su un promontorio come quello su cui è nato Roghudi. E provi una sorta di ammirazione per coloro che vollero comunque edificare dove tutto quanto complottava contro ogni concetto abitativo. E pensi a case come questa che sembrano partorite da un sogno malato, una sorta di sfida, un corteggiare la caduta, un tendere estremo, un dire “voglio costruire proprio fino al limite estremo in cui è possibile farlo”.
Continuo la mia camminata, salendo sempre più su, e continuo ad entrare in tutte le case dove è possibile farlo, che non abbiano porte sbarrate o dove l’entrare non è una trappola per la vita o una garanzia di sprofondamento. E ti stupisce il ritrovare ancora qualcosa in molte di esse. Sono passati più di 40 anni da quando il paese venne abbandonato, eppure trovi ancora qualcosa. Sono passati 11 anni da quando Teti scrisse il suo libro, eppure trovi ancora qualcosa. Ci sono ancora le scarpe spaiate di cui parla Teti. C’è ancora qualche pantalone e camicia sbiaditissimi appesi a un impolveratissimo e logoro filo. C’è ancora qualche vecchia giacca. E, vorrei prenderla quella gioca e mettermela qualche istante, pensando che 40 anni fa è appartenuta a qualcuno, pensando che giacche di quel tipo probabilmente non si fanno più; ma la lascio dove sta e dove probabilmente starà per i prossimi 40 anni. In altre case trovo macchine da caffè, cucine, residui di cibo o di bevande. Ci sono birre con ancora il contenuto e chiedo scusa se non me la sono sentita di berlo. Così come c’erano conserve di cui solo con un certo sforzo della mente riesci a immaginarti il contenuto. Sicuramente non si trovano facilmente conserve “stagionate” come queste.
E continuiamo fino ad arrivare alla parte superiore del Paese, l’unico punto in cui senti un poco di spazio attorno a te. C’è una sorta di piazzetta, di luogo dove la gente poteva sedersi, con di fronte a se lo spettacolo vertiginoso di uno strapiombo. C’è una fontana lì vicino e, sopra di noi, qualche filare di uva posto in stecche orizzontali. Il mio amico si arrampica come una salamandra fino a sopra e stacca dei grappoli d’uva. Ce ne sono di due tipi, uno dagli acini piccoli, uno dagli acini grossi. Li laviamo alla fontana che ancora funziona e lì sopra, al vertice di Roghudi, mangiamo questa uva ormai selvatica, provando un’intima soddisfazione, solitari spettatori della caduta di un mondo, della caduta del mondo. Uniche presenze, quel giorno, di un luogo che un tempo aveva brulicato di vita, di corpi, di storie.
Voglio riportare, adesso, una poesia popolare, in grecanico, dedicata a Roghudi. La riporto prima nell’originale in grecanico, poi tradotta in italiano.

Oscìa
Immo condà tin dhalassi
tin cunno stin cardìa
pos o vorea stin oscia
tin cunno sta fiddha ton cladia
pos dhorò pessi sta pedia
tin cunno san vreghi
pos o igghio san treghi
tin cunno st’astia
imera ce vradia
tin dhorò sta di casu
po cladia sta melicucchi
ti cunno lo sento
san vreghi stin campia
ti cunno lo sento
ce mu dighi olo oscìa.

Montagna
Sono vicino al mare:
lo sento nel cuore
come il vento della montagna
lo sento nelle foglie dei rami
come vedo giocare i bambini
lo sento quando piove
come il sole quando corre
lo sento negli orecchi
giorno e notte
lucchi lo vedo nei tuoi occhi
come rami di bagolaro
quando piove nei campi

Avevo detto che non avrei preso niente da Roghudi. Che non avrei sottratto nulla, anche se qualcosa da prendere ci fosse stata. Ma dentro di me sapevo che non avrei resistito di fronte a un libro. Non ho trovato nessun libro. Però ho trovato un quaderno. Un quaderno di un bambino delle elementari. Un quaderno dell’anno 1961. Un quaderno che stava lì 53 anni. Forse l’unica cosa scritta a mano che ancora si trova a Roghudi. Apro una pagina a caso per vedere cosa c’è scritto..

Una rosa rossa spunta sul rosaio. Un insetto si posa sui suoi petali. Un asino sta in attesa. Si riposa. Porta una soma assai pesante. Le stelle stanno lassù!..

Non ho potuto fare ameno di prenderlo. Porterò con me queste pagine scritte da un bambino; da chi, forse, adesso è un over sessantenne che vive in chissà quale parte della Calabria, dell’Italia o del mondo. Lo porterò con me come a volerlo salvare.
E’ un po’ difficile lasciare un posto come Roghudi. E’ un po’ difficile anche augurargli qualcosa. Perché non puoi augurargli di ripopolarsi tout court. Qui la differenza la fa il “tipo” e lo “stile” di un eventuale ripopolamento. Io in genere sostengo i progetti che “recuperano” paesi abbandonati o morenti, per farne altro. Ma Roghudi non può diventare “qualsiasi altro”. Non può diventare un paese albergo, non può diventare un colossale residence per turisti in cerca di emozioni esotiche, o una comune di tedeschi, francesi o svizzeri amanti dell’Italia meridionale. Non può diventare un luogo per giochi di ruolo a cielo aperto.
Qualunque ripopolamento, qualunque progetto deve comprendere la “vocazione” di Roghudi, la sua “lunghezza d’onda”, l’anima che vive in queste strade e in queste vecchie mura. Certo, andrebbe comunque ristrutturato tutto, per fare in modo che tra un po’ di anni gran parte dei muri, dei tetti e dei soffitti non crollino, lasciando solo un mucchio di macerie. Andrebbe ristrutturato tutto, in modo da “mantenere” il paese… per lasciarlo “aperto” a nuova gente che ne riscoprisse l’anima e creasse qualcosa coerente con questa anima. E magari, si proponesse di recuperare il grecanico, l’antica lingua dei greci di Calabria, la lingua che resiste ancora solo tra pochi anziani. Finché non verrà “nuova” gente capace di innestarsi nell’anima di Roghudi, è meglio che Roghudi resti vuoto, luogo del non luogo, simulacro di una cantilena di rovine, memoria delle rocce, città impossibile, tensione irriducibile tra la fine di un mondo e il desiderio di un ‘altro.

Eccetto la foto che apre il post, tutte le altre foto -che adesso appariranno in sequenza- le ho scattate il giorno in cui sono stato a Roghudi.

R2

d

R5

s R6R7R13R14R17 R18R15R19R20 o

Leave a Comment :, , , , , , , , , , more...

Lettera al signor Holderlin- un canto sul potere della Speranza

by on set.13, 2014, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Palarsss

Ci sono testi così meravigliosamente belli che vorrei quasi simbolicamente “adottarli”:

Octavian Paler è uno dei maggiori scrittori rumeni dell’ultimo secolo.
Paler ha scritto tantissimo, ogni genere di opera, dai saggi, ai racconti di viaggio, al giornalismo, alle poesie.
Perseguitato a lungo dalla Securitade, la polizia segreta rumena, rimase sempre un “uomo libero”, anche quando il vecchio mondo concentrazionario finì, per essere sostituito da nuove prigioni.
Ma qui non mi interessa farvi la biografia di Paler, personaggio di cui fino a ieri ignoravo anche l’esistenza,
ma condividere con voi “Lettera al signor Holderlin”.
Mi sono trovato casualmente a leggerla, un po’ come le cose migliori che ho incontrato finora, si sono sempre fatto strada “per caso”;
come quei film dove una ragazza compare per caso mentre passa un tipo un bicicletta, quello inevitabilmente le cade addosso,e poi (quasi) inevitabilmente si sposano.
Mi piace di queste parole il loro essere all’esatto opposto di un canto della sconfitta e della disillusione.
Non so quante volte ho visto andare in scena il canto del declino.
La moda, quasi, della disillusione.
Ci sono caterve di tomi sulla disillusione, sull’accettazione della sconfitta come inevitabile “traguardo” dell’uomo contemporaneo.
E ci sono poeti che cantano l’inevitabilità della tristezza, il rimpianto come finale orizzonte del vivere.
E ci sono film il cui realismo totale è l’essere puro specchio di una realta degradata. Non uno specchio con un bagliore in lontananza. Non un senso di riscatto tra le righe. Ma solo una cronaca amorfa di quanto c’è di sporco e di avvilito nelle vie nere di città senza uscita.

“A cosa serve il poeta in tempo di povertà?”.. parte da questa domanda Paler, per dire..
“Il vero coraggio della poesia forse non è cantare le piogge quando tutto il mndo le vede,
il vero suo coraggio è di vedere il cielo incendiato e sperare”

Di fronte all’ìnevitabilità della carestia….

“annuncia alla fortezza, alla terra, che la pioggia esiste,
annuncia agli uomini che hanno il dovere di sperare.”

Che la pioggia esiste. C’è tutto in questa frase.
La pioggia esiste.
Dire, proprio nelle epoche di siccità che “la pioggia esiste”.
Non crederdlo come forma di auconsolazione.
Non “benefica illusione”.
No.. ma CREDERE che la pioggia esiste, e farla intravedere, trasmetterla da mente a mente, come un contagio, farla “vedere”
dando ad essa parola, pronunciandola, richiamandola alla via, preannunciandola.

E poi..

“A cosa serve il poeta, in tempo di siccità?
Per cantare le piogge proprio allora,”

Proprio allora. Non a raccontare di future morti. Non accordarsi al coro di chi prepara le bare.
Non essere delle razza dei corvi neri.
E’ adesso che devi credere nella pioggia, proprio perché c’è la siccità.
Ed è adesso che devi parlare di lei, proprio perché si è persa ogni speranza.
Ed è adesso che devi mettere la mano sul fuoco, perché il coraggio è una sfida al buio.

Ma dire “il poeta” è restrittivo.
Non me ne frega nulla se sei “poeta”.
Ma ti chiedo di non essere tra le vecchie stitiche,
di non giocare al pallottoliere coi cadaveri,
di non farmi “l’elogio dell’impotenza”.
Di ricordare che “la pioggia esiste”.

Vi lascio a “Lettera al Signor Holderlin” di Octavian Paler
——————————

LETTERA AL SIGNOR HOLDERLIN

E’ scritto da qualche parte in un verso: “A cosa serve il poeta,
in tempo di povertà?” E proprio questo mi dà l’audacia
di rivolgermi ad un grande poeta e dire che il vero
coraggio,
il vero coraggio della poesia forse non è cantare le piogge
quando tutto il mondo le vede, il vero suo coraggio è di vedere
il cielo incendiato e sperare. E prima che sia la pioggia vera
che bagna i campi, la pioggia sia speranza e canto.
Il poeta

annuncia alla fortezza, alla terra, che la pioggia esiste,
annuncia agli uomini che hanno il dovere di sperare. Un poeta
davanti ad un cielo bruciato, davanti ad un campo incendiato
e che non è capace di cantare e credere nelle piogge,
di ricordarci che la pioggia esiste, e che farà fiorire
la terra malata,
un poeta che non è un profeta della speranza,
un poeta con le labbra arse che non sente il bisogno
di cantare le piogge del mondo

non ha capito che la poesia è prima di tutto una forma di
speranza.
A cosa serve il poeta, in tempo di siccità?
Per cantare le piogge proprio allora,
quando abbiamo più bisogno di loro, quando ci
mancano e le desideriamo,
quando il sole brucia e le mani profumano di incertezza,
quando gli alberi di sabbia si disfano al più piccolo
soffio,
quando i ricordi hanno il gusto dell’errore e la speranza è una
parola difficile

e colui che canta le piogge rischia di essere disprezzato e colpito
anche con le pietre, perseguito dagli dei e dagli uomini
per la pazzia e il coraggio col quale canta
le piogge e canta i torrenti quando gli uomini alzano le braccia
rimanendo crocifissi in aria come sul monte Golgota.
Chi deve annunciare le piogge

se non la poesia? Chi può avere il coraggio di vedere
sul cielo vuoto nuvole di pioggia,
chi si prende il rischio di profetizzare le piogge se non la poesia,
quella che è stata con i Greci sotto le mura di Troia
e quella che è scesa con Dante nell’Inferno?

(Octavian Paler)

Leave a Comment :, , , , , , , , , more...

I fratelli Biviano- da un anno in tenda per non morire

by on lug.10, 2014, under Controinformazione, Guarigione, Medicina, Resistenza umana, Scienza, Simbolo

“Noi siamo qui da quasi un anno a lottare, ci stiamo rimettendo la nostra salute in questa piazza, perché è la nostra unica speranza. È da una vita che aspettiamo qualcosa, per noi non c’è mai stata nessuna cura, nessuna terapia. L’unica speranza è questa, eppure ce la vogliono negare. Chi sono queste persone per decidere sulla nostra vita? Loro, durante le mie giornate di sofferenza, ci sono per me? Sanno come vivo io? È anche la rabbia che mi fa parlare, perché so che a casa ho altre due sorelle che stanno peggio di me. Mia sorella, circa 20 giorni fa, ha rischiato anche la vita. Oggi esiste questa speranza e non ce la fanno neanche provare. Abbiamo detto di tutto al governo: ci auto-tassiamo, ci prendiamo le nostre responsabilità, troviamo gli ospedali, cerchiamo di trovare i fondi, qualunque cosa, ma la risposta è stata no.”  (Marco Biviano)

Fino al mese di giugno, non ero troppo informato circa il caso Stamina. Certamente sapevo delle polemiche, delle proteste, delle contrastanti opinioni, delle inchieste, delle testimonianze. Ma non avevo mai iniziato un percorso di serio approfondimento.
Per me, l’approfondimento autentico è iniziato da giugno, da quando ho incontrato Marco Biviano, uno dei due fratelli Biviano che –insieme alle loro compagne- sono accampati davanti al Parlamento fin da luglio 2013. In pratica da un anno.

Già prima di conoscerli, comunque, avevo, da alcune settimane, cercato di capire qualcosa di più e di osservare anche il “linguaggio” con cui si parlava di questa tematica. Pur in mancanza di tanti dati concreti, avevo già sviluppato la percezione che la rappresentazione che veniva data di questa vicenda, in stile “romanzo criminale”, era probabilmente frutto di grandi forzature. Non mi riusciva di credere che tutte quelle persone che parlavano di avere avuto miglioramenti con le infusioni di stamina stessero mentendo. Che tutti quei malati incatenati davanti al Parlamento, che tutte quelle madri che lanciavano da mesi appelli disperati, fossero vittime di allucinazione collettiva.

Autorevoli commentatori in questi casi parlando dell’ “irrazionalità” di chi, disperato, si aggrappa a qualche miraggio. Ma, mi è sempre (anche in altre vicende) sembrata una spiegazione troppo semplice e troppo conforme ai grandi interessi che vigono in campo medico. Così come non mi riusciva di credere che tutti i giudici che emanavano sentenze perché si riprendessero le infusioni verso persone che già le avevano ricevute, fossero capre del diritto, che tutti questi giudici decidessero in base al “nulla”.
Prima di cercare i fratelli Biviano, quindi, avevo già sviluppato grandi perplessità verso la rappresentazione del caso –in stile “grande truffa sulla pelle dei gonzi”- che era quella veicolata dalla maggioranza dei media, dei politici, e degli esperti più gettonati. L’approfondimento vero e proprio, comunque, è nato (e tutt’ora continua) dopo l’incontro che ha dato vita a questa intervista.
Un amico medico mi aveva parlato di due fratelli siciliani che da quasi un anno erano accampati in tenda davanti al Parlamento. Decisi subito che avrei voluto conoscerli. E li avrei voluti conoscere a prescindere, anche se non fosse stato in ballo il caso Stamina. Perché persone che sono disposte a mettere in gioco la loro vita, destabilizzandola al punto di sacrificarsi da più di un anno, accampati in una tenda, per protestare contro qualcosa e chiedere qualcosa.. persone così.. meritano sempre di essere conosciute. Persone così devono essere conosciute.
Il sei giugno arrivo, nel pomeriggio, presso la tenda dei fratelli Biviano, in piazza Montecitorio, di fronte alla Camera dei Deputati, a Roma. Dei due fratelli c’era solo Marco. L’altro fratello, Sandro, era assente per una questione di visite mediche. Insieme a lui c’era la compagna, Hania, e c’era Valeria Campana, una ragazza romana, che uno degli esempi della parte luminosa che si è sviluppata intorno a questa storia; quella parte luminosa che non la rende un pozzo senza fondo.
Appena vedo Marco e ci scambiamo le prime battute di saluto, resto colpito. Sulla sua sedia a rotelle, magro, e con gli occhi buoni, le sue parole arrivano calme, con un equilibrio dove l’indignazione si accompagna alla malinconia, ma non si perde mai la lucidità, la capacità di comprensione, la “presenza” con te in quel momento.

-Comincia a parlarmi di te Marco..

Io sono Marco Biviano e vengo da Lipari, Isole Eolie; ho un fratello e altre due sorelle con le mia stessa malattia.
-Quindi avete tutti e quattro la stessa malattia?
Si, distrofia muscolare timo-facio-scapolo-omerale. È una malattia ereditaria. Ce l’avevano mio padre e anche mio zio, che oggi non ci sono più. I miei genitori hanno scoperto la mia malattia quando mia madre era incinta di me, al sesto mese. Io sono l’ultimo nato.
-Come si chiamano gli altri tuoi fratelli?
Mio fratello che sta qua con me si chiama Sandro. Le mie sorelle invece Elena e Palmina.
-Le vostre età?
Io ho 31 anni, mio fratello 35, mia sorella Elena 38 e mia sorella Palmina 42.
-Quando i vostri genitori hanno saputo che voi avreste avuto questa malattia?
Quando mia mamma era incinta di me, al sesto mese.
-Dunque degli altri figli non si sapeva ancora niente. E’ una malattia che non si manifesta subito…
No, non si manifesta subito. In ognuno di noi la malattia è progredita in modo diverso. Ad esempio, io sono l’ultimo nato e sono stato il primo a finire sulla carrozzina, su di me la malattia cammina più veloce a livello degli arti, invece nel caso di mia sorella la malattia è stata più aggressiva a livello respiratorio
-Quindi aggredisce ognuno in modo diverso?
Si. Ed è ereditaria. Erano malati anche mio padre e mio zio, che adesso non ci sono più. Quando si è saputo della nostra malattia, mio padre e mia madre hanno fatto di tutto per darci una speranza. Hanno ovunque  in Italia, hanno anche venduto una casa, ma non hanno trovato niente di niente. Quando vai negli ospedali ti senti dire: “Forse fra tre anni… forse fra quattro anni…”, ma non c’è mai niente. Quando noi andiamo nei vari centri ospedalieri, dicono: “Non c’è niente per voi.”.
Prima di venire qui a Roma, abbiamo chiamato un po’ di cliniche ed un professore ci ha detto: “Della vostra malattia si sa tanto, ma anche nulla.”-
-Prima di arrivare ad oggi, come hai passato la tua vita? Come è stata la tua esistenza?
Fino all’età di circa 11-12 anni sono stato un ragazzino normale; giocavo andavo in bici. Dopo i dodici anni ho iniziato a stare male, a peggiorare e all’età di 18 anni sono finito in carrozzina. Dai 12 anni in poi la vita è stata difficile per me. Tante cose tu non vuoi accettarle, ma ti ci devi lo stesso abituare. Non ti ci vedi in carrozzina, ma devi fartene una ragione, e vai vanti. Poi, un bel giorno, apprendiamo del metodo Stamina tramite le Iene, tramite internet.
-Quando?
Nel 2012.. fine 2012. Cominciamo ad aggiornarci, documentarci, informarci e cominciamo ad interessarci, a chiamare le televisioni. Siamo stati anche da Barbara D’Urso e da lì è partita tutta la nostra storia. Poi quando abbiamo anche appreso che un giudice doveva decidere per noi, se curarci o meno, con mio fratello abbiamo deciso: “No, noi non possiamo stare così a casa. Ci andiamo ad incatenare a Roma”. Così siamo partiti da Lipari e siamo venuti ad incatenarci qui a Roma. Nei mesi precedenti, comunque ci eravamo informati, leggevamo su internet, approfondivamo sulle staminali. Capimmo che era una cosa sicura; che si trattava di un metodo che non faceva male.
-Curiosità.. come è stata Barbara D’Urso con voi?
È stata gentilissima, però aveva promesso che non ci avrebbe abbandonati e mio fratello promise in diretta che se le cose non fossero cambiate, saremmo venuto ad incatenarci qua a Roma. Noi la nostra promessa l’abbiamo mantenuta, lei non ha mantenuto la sua.
-Avete provato a ricontattarla?
Sì, ma non è servito a niente. Tra l’altro alcune persone hanno provato a pubblicare le loro foto sulla sua pagina, ma sparivano subito.
-Quando siete venuti qui a Roma?
La prima manifestazione l’abbiamo fatta il 9 luglio 2013 davanti il Ministero della Salute.
-Prima salire a Roma avevate preso accordi con qualche altro ammalato?
Eravamo in contatto con altri due malati a cui avevamo comunicato la nostra intenzione di fare il presidio davanti al Parlamento. Ma ancora non immaginavamo che saremmo rimasti qui stabilmente. Pensavamo che ci saremmo fermati per un paio di giorni. Il 23 luglio c’è stata una manifestazione a cui hanno partecipato ammalati e soprattutto genitori di ammalati. Durante questa manifestazione ci siamo incatenati. All’inizio eravamo circa una ventina. E restammo per alcuni giorni davanti al Parlamento, dormendo in terra, sui sanpietrini. A un certo punto una chiesa ci ha dato dei materassi. Ma è l’unica cosa che abbiamo ricevuto dalle chiese. Ci hanno sempre chiuso la porta. Nessuna chiesa ci ha dato una mano. E non pensare che chiedevamo molto. Giusto la possibilità di poter fare una doccia, avere qualche rete e qualche materasso. Ma oltre il materasso di cui ti dicevo, non abbiamo ricevuto nulla. Addirittura c’è stato un prete che si è rifiutato di stringerci la mano. Comunque, in quei primi giorni non avevamo niente; stavamo a terra con lenzuola. Ricordo che durante la prima giornata, io, mio fratello e anche altri, trascorremmo tutto il giorno e tutta la notte sulla carrozzina. Quando avevamo bisogno di andare in bagno andavamo in un hotel qui vicino. Poi, un bel giorno, le guardie di turno a Montecitorio ci hanno detto di andare tra le macchine, perché non potevamo più oltrepassare le transenne.
Valeria: Furono in tanti che in quei giorni non fecero il proprio dovere. Dal nove agosto si era cercato di contattare la Sala Operativa Sociale, che è un ufficio del comune di Roma che mette in collegamento tutte le  strutture comunali in relazione quelle situazioni che comportano ripercussioni in ambito sociale.  Solo il 9 agosto sono stati chiamati 3 volte e tante altre volte nei giorni successivi. Dopo alcune telefonate ci hanno detto di aver aperto un file col nome “Sconosciuti di Montecitorio”, ma alla fine dal Comune di Roma non è arrivato alcun aiuto. Il comune di Roma, pur avendo a disposizione molte strutture, che nel mese di agosto sono inattive, non ha fatto nulla e ad oggi non ha dato ancora nessun tipo di sostegno, fatta eccezione per l’invio di una tenda. Una tenda della protezione civile che è arrivata grazie ad un deputato che ha chiesto che si rispondesse a questa emergenza. Riguardo alla totale inadempienza delle strutture pubbliche del comune di Roma preposte ad occuparsi di questo genere di situazioni, voglio che tu sappia cosa mi disse un responsabile di una di queste strutture, dopo la nostra ennesima richiesta di intervento. Mi disse che così facendo si toglievano risorse a coloro che sono già assistiti. E va sottolineato che quello che si chiedeva erano cose semplici, come fare una doccia. In quei primi giorni dalla Protezione Civile (esclusa la tenda che venne portata successivamente) ricevemmo solo l’acqua; ed anzi i primi di due giorni neanche quella.
-Il presidio di circa 20 persone quanto tempo è durato?
Circa una settimana. Ma non siamo sempre stati in 20, 24 ore su 24. Alcuni erano di Roma, e quindi potevano rientrare per fare una doccia o per altre esigenze. Comunque, la maggior parte di loro è andata via alla fine di agosto e, da quel momento in poi siamo rimasti fondamentalmente in quattro, e pochi altri che andavano e venivano. Fino a quando siamo rimasti solo noi.
-A partire da quel momento, avete mai avuto intenzione di spostarvi?
Assolutamente. Noi decidemmo che saremmo rimasti qui ad oltranza. A un certo punto, come ti dicevo, la Protezione Civile ci ha dato una piccola tenda. Era davvero piccolissima, ci entravano solo due lettini e dentro non c’era spazio per muoversi. Dopo le prime piogge si ruppe e pensammo  di scrivere al sindaco Marino, per fargli presente la nostra situazione e richiamarlo alle sue responsabilità; se fosse successo qualcosa, non avrebbe potuto dire di non essere informato. Dopo due giorni, in sua rappresentanza, sono arrivate delle persone, che ci hanno portato la sua solidarietà e disponibilità qualora avessimo avuto bisogno di qualcosa. Naturalmente abbiamo detto loro che avevamo bisogno di un’altra tenda più grande di quella che avevamo e il giorno dopo sono ritornati con la tenda, ma  da varie parti ci si opponeva al montaggio della tenda. Prima la Camera, poi la Questura, poi i dirigenti di piazza; ognuno aveva le sue contrarietà. Questo tira e molla è durato quattro giorni; finché la tenda è stata montata nel punto in cui la trovi adesso. E da quel giorno,  sarà stato fine agosto o inizio settembre, questa è la nostra casa. Non ci siamo mai risparmiati nel corso dei mesi successivi. Abbiamo cercato di sensibilizzare le persone, di ottenere il sostegno di persone autorevoli, di incontrare i politici. Per i politici siamo del tutto invisibili. Passano da qua tutti i giorni, ma nessuno si ferma. Mettendo un attimo da parte le questione Stamina, mi chiedo se queste persone abbiano un’umanità. Tutti i giorni passano da qua e mai che ci dicano “Ciao”, Come stai?”
-Non si è avvicinato proprio nessuno dei parlamentari?
All’inizio si sono avvicinati in tanti, forse perché non conoscevano bene la situazione. Davano pacche sulle spalle, garantendo che avrebbero detto qualcosa e fatto qualcosa. Per farti qualche nome; Sergio Puglia, senatore 5 Stelle, è venuto a mangiare con noi in questa tenda, dopodiché non si è visto più. Ci aspettavamo tornasse anche solo per dirci: “Non posso fare niente”, ma non l’abbiamo più visto. Anche la Meloni, di Fratelli D’Italia, ci ha detto che sarebbe venuta. E’ un’altra di quelli che stiamo ancora aspettando.
L’unica persona, tra i parlamentari, che si è veramente interessata e che ci ha sostenuto fin dall’inizio, senza mai venire meno, è la senatrice Bonfrisco di Forza Italia. Lei ha sposato in pieno la causa Stamina. È venuto anche un europarlamentare Claudio Morganti, che adesso aderisce ad un nuovo partito “Io Cambio”, prima era con la Lega. Lui si presentò al Parlamento Europeo con la nostra maglietta.
Questa è forse la piazza più importante d’Italia, non s’era mia vista prima una tenda piazzata qua, proprio davanti al Parlamento. Il fatto che solo 2 o 3 di loro si sono avvicinati ed interessati alla nostra vicenda è scandaloso, è un qualcosa che non so spiegarmi. E considera che noi avevamo preparato una sintesi, con il contenuto principale di tutte le cartelle cliniche e le avevamo inviate ai parlamentari.
-Chi ha organizzato queste manifestazioni?
Hania: Le manifestazioni le organizziamo noi. Quella del 10 settembre 2013 l’abbiamo organizzata noi ed hanno partecipato circa 900 persone. È stata la manifestazione più numerosa organizzata pro metodo Stamina. Il 25 novembre ne abbiamo fatta un’altra, c’erano meno persone, probabilmente a causa del freddo. Ad ogni modo il 25 novembre abbiamo paralizzato Roma, la notizia è stata riportata da tutti i telegiornali. Quel giorno abbiamo voluto lanciare un segnale con il nostro sangue. Abbiamo prelevato il sangue dalle nostre vene e con questo abbiamo coperto le fotografie del Presidente Napolitano, del ministro Lorenzin e di Letta.  E ancora prima di questo, una notte, Sandro si è messo su una croce d’avanti al Parlamento. Era fine ottobre.
-Avete contattato trasmissioni televisive?
Qua è sempre pieno di camionette Rai. Si interessano di finanziarie, di bilanci, dell’instabilità del governo. Mandano sempre in onda servizi politici e nelle loro riprese non s’è mai vista la tenda.
-Io credo che debba essere davvero lunga la lista di coloro che vi hanno deluso.
Sì..
-Qualche persona in particolare?
Uno è stato Bersani. Una sera siamo andati alla sede del PD che si trova qui vicino. C’era tutto un freddo e noi fuori ad aspettare che uscisse Bersani. Praticamente lui non era nella sede del PD, era nel bar di fronte. Lo aspettavamo lì, tutti sapevano che noi eravamo lì fuori e anche lui ha saputo che c’erano questi ragazzi che aspettavano che lui uscisse. Cosa è successo? Vediamo la macchina blu sua che si sposta verso il bar… noi vediamo lui che prende e scappa verso la macchina. Noi aspettavamo che lui uscisse che ci parlasse.
Con Beppe Grillo, poi, la delusione è stata cocente. Il 23 maggio Beppe Grillo era qui in piazza davanti al portone, circondato dai giornalisti e noi da questa parte ad urlargli con il megafono di venire qui, di parlarci, per favore.  Gli dicevamo che sono quasi 11 mesi che eravamo in questa piazza, che volevamo solo parlare. Assolutamente. Non è venuto. È entrato dentro il palazzo di Montecitorio. Avevamo allora deciso con mio fratello di andare uno a destra, uno a sinistra e abbiamo detto, ad altre due ragazze che erano con noi, di andare dall’altro lato. Quando sarebbe uscito, avremmo cercato di bloccarlo. Lui uscì dalla parte in cui c’erano queste ragazze che volevano consegnargli una maglietta. Una maglietta su cui è scritto da una parte “Non ho più voglia di morire” e dall’altra “Curarmi non è un reato”. Noi ne abbiamo fatte fare tante di queste magliette. Quando Grillo sbucò dal portone, il taxi su cui lui si fiondò, quasi stava investendo quelle ragazze. Ad un tratto, però, il taxi aveva rallentato. Le ragazze, allora, lo rincorsero e  misero la maglietta dentro la macchina, tramite un finestrino che era mezzo aperto. Il taxi riprese a camminare… poi Grillo ha fatto fermare il taxi, ha preso la maglia e l’ha lanciata a terra e poi il taxi è ripartito.
-Un gesto davvero miserabile.. che non ti aspetteresti da parte sua..
La sera prima era stato da Vespa e i suoi bei discorsi mi erano piaciuti. Non dico che è un personaggio tutto negativo. Su altre tematiche probabilmente starà anche agendo bene, ma per quanto riguarda noi, per quanto riguarda il metodo Stamina, si è comportato malissimo.
Un’altra persona che ci ha deluso è Roberto Benigni.   Lui si è fermato. E’ stato uno scambio breve, di massimo due minuti. Noi gli abbiamo detto “Guardi, siamo i ragazzi che stiamo seguendo stamina. Se ci puoi aiutare, dicendo una parola, facendoci fare qualche intervista, qualsiasi cosa, visto che lei dice belle cose”. E lui “ragazzi non mettetemi in questa situazione ragazzi”. E poi ha aggiunto “cosa avete fatto per farvi trattare così, non lo so”.
Cosa abbiamo fatto?
Gli abbiamo risposto che non abbiamo fatto niente e che vorremmo solo curarci; se n’è andato senza aggiungere altro, aveva fretta.
-Sono cose che mi lasciano davvero senza parole. Tu, Benigni, che sei uno che fa cinema, sei uno che legge Dante, sei uno che fa gli spettacoli della Costituzione, sei uno che parla sempre di amore, sei uno che conosce il potere delle parole, che ha il culto delle parole.. come puoi dire.. a persone che sono nella situazione in cui siete voi.. “domandatevi cosa avete fatto per farvi trattare così”.
Ma potrei ancora farne di nomi. Renato Zero ad esempio. L’abbiamo visto una prima volta e ci disse “parlerò con Travaglio”. Non accadde nulla. Lo abbiamo visto una seconda volta e ci disse “Mi sto già attivando”, e non accadde nulla. Dopo, abbiamo anche smesso di provare a parlarci. Oppure Mentana; una volta l’ho fermato e gli ho detto “Guarda noi siamo qua da tanto tempo, per il metodo Stamina. Si tratta anche di una questione di libertà, di scelta di cura. Se ci puoi dare spazio per 15 secondi nel tuo telegiornale. Ci rispose “domani ti mando qualcuno”. Stiamo ancora aspettando.
-Una persona come Renato Zero, però, ha sempre aiutato le persone in difficoltà.
Sai cosa penso io? Che quando le cose non sono così difficili, così scomode, sono bravi tutti a esporsi. Tutti ti sostengono, tutti ti appoggiano. Quando le situazioni sono un po’ scomode, ognuno si fa i cavoli suoi, se ne fregano tutti, scappano.
A noi basterebbe che qualcuna di queste persone si fermasse da noi, ci dicesse “ragazzi come state?”, ci esprimesse un momento di vicinanza umana.
-Avete totalmente ragione…
Sono un po’ deluso anche dalla gente comune. Molti passano da qua, guardano, ma niente di più. Su 500 persone se ne fermano al massimo 2 che chiedono e si informano. Magari tanti non si fermano per timidezza. Alcuni mi fanno gli auguri per la mia battaglia, sperando che si possa presto trovare una soluzione. Io non sto lottando solo per me e le mie sorelle. Qua si sta lottando per tutti. Le terapie con le staminali non servono solo a me che sto in carrozzina e ancora non so neanche se potranno giovarmi e se funzioneranno nel mio caso. Io sto lottando per tutti e le persone sembrano non capirlo. Per 11 mesi questa piazza avrebbe dovuto essere stracolma di persone, di ammalati, di persone in carrozzina ed invece siamo sempre soli. Abbiamo fatto diverse manifestazioni ed in queste si è contata, al massimo, la presenza di 14-16 persone disabili. Io non credo che a Roma non ci siano persone in carrozzina, persone ammalate. Dove sono? In Italia ci sono circa 25000 richieste di accesso al metodo Stamina. Non pretendo che chi sta molto male venga qui in piazza, ma chi sta come me o anche meglio dovrebbe essere qui, almeno alle manifestazioni.
Hania: Qualche soddisfazione l’abbiamo avuta dal mondo dello sport. E’ forse l’unico ambito dal quale ci è arrivato qualcosa di bello.  Nel mondo dello sport ci sono le cose belle. Michel Fabrizio, pilota di superbike, fin dall’inizio appoggia il caso Stamina. E’ venuto varie volte qui in piazza ed è sempre disponibile. Iniziò ad interessarsi alla causa grazie alla piccola Sofia. Poi, dopo che ha saputo che noi siamo qua, grazie ai nostri amici  motociclisti, è venuto a conoscerci. Lui è venuto anche alle nostre manifestazioni. Da un po’ di tempo c’è un’altra persona che si è affezionata a Marco, Lucio Cecchinello, ex pilota del motomondiale.
Cecchinello l’ho conosciuto per la prima volta a Vallelunga, dove si svolgeva un evento organizzato da una associazione. Nell’ambito di questo evento, persone cieche venivano portate sulle moto. Ci sono andato anche io e lì, guarda caso, c’era anche Lucio Cecchinello, che ha messo a disposizione le moto per fare fare qualche giro a queste persone. Proposero anche a me di andare in moto. Non ci ho pensato neanche una volta e ho detto subito sì. Io sono un appassionato di moto e lì ho avuto la fortuna di andare con Lucio Cecchinello. Abbiamo fatto tre giri di moto. E’ stata una cosa bellissima. E, qualche domenica dopo siamo stati ospiti d’onore del suo team. Abbiamo ricevuto un’accoglienza bellissima. Quel giorno c’era anche Ringo, quello della radio e  Quagliarella, il giocatore della Juventus –la mia squadra preferita- e poi è venuto il presidente del fan club ufficiale di Valentino Rossi che mi ha portato il cappellino firmato da Valentino Rossi.
-Per fortuna c’è qualcuno che riesce a ricordarsi di essere un essere umano..
Ah.. uno dei pochi personaggi importanti che non ci ha deluso è stato il Papa.
-E’ venuto da voi?
No sono andato io da lui. Dopo tanti tentativi, un giorno sono stato fortunato. Eravamo andati ad una delle udienze generali del mercoledì, senza biglietti, senza niente. Ci hanno fatto entrare tranquillamente. Io mi sedetti proprio davanti a lui. Finita l’udienza,  il Papa scese sotto e passò anche da me. Io gli presi la mano e non gliela lasciai più. Gli raccontai tutto; del fatto che siamo qui, da dieci mesi, in piazza; che stiamo lottando per la vita, non solo la nostra, ma anche quella di tanti malati d’Italia, ecc. Lui sapeva di noi. Anche per via del fatto che gli avevamo spedito tantissime lettere; e poi mesi fa aveva inviato qui il suo “elemosiniere”, il quale ci portò la sua benedizione, i rosari, ecc. . La cosa che  più mi colpì furono i suoi occhi, perché aveva gli occhi buoni e poi ti ascoltava profondamente. Ma non nel senso di “sì, ti ascolto, finisce e me ne vado”. Mi ascoltava intensamente invece, quasi con gli occhi lucidi. Alla fine ha voluto il mio numero di telefono.
anche spedito tantissime lettere. E comunque lo sapeva perché mesi fa aveva inviato qua il suo “elemosiniere”. La  prima volta che è venuto qua ci inviato la benedizione del papa, i rosari.
-Vedo che sulla vostra tenda avete messo una sorta di numero civico, n.117 A. Come mai questo numero?
Perché quando siamo arrivati qua, la tenda piccolina che ci avevano dato, ce l’avevano montata dall’altro lato. E di là c’è il numero 117. Quando ci siamo spostati è rimasto il 117, ma gli abbiamo aggiunto l’A.
-Tutta la vicenda staminali, che non possiamo esaminare nella sua completezza in questa intervista, si collega anche al tema della manipolazione mediatica.
Certo. Hanno scritto di tutto in merito a questo trattamento, anche che nelle provette c’era il morbo della mucca pazza, l’HIV. Queste cose.  Salvo poi esserci un verbale dei Nas, citato in un comunicato stampa del ministero della salute (Cmunicato n. 173 del 2012), dove si dice che le cellule sono adeguate all’uso terapeutico. Quante falsificazioni sono state spacciate per verità. Quante menzogne.
Comunque puoi trovare tanto materiale su questa tematica. Ad esempio le importantissime inchieste di Cinzia Marchegiani, che segue questa vicenda fin dall’inizio. Ti consiglio inoltre di vedere tutte le puntate delle Iene in cui si sono occupati del metodo Stamina. Soprattutto l’ultima puntata che hanno fatto su Stamina, dove hanno tirato fuori tutti i documenti che sbugiardavano il ministero della salute, perché sono loro ad avere autorizzato tutto. Stamina entra a Brescia perché avevano curato Luca Merlino, direttore Vicario Sanità Regione Lombarda. Lui aveva la sma5, non quella aggressiva che porta alla morte dei bambini. Ci sono anche i video di questo Luca Merlino. Lui era debolissimo, era prossimo alla sedia a rotelle. Con le staminali ha preso 20 kg di massa muscolare. Gioca a tennis adesso. Ha testimoniato alle Iene, anche se prima si era rifiutato.
-Quale stato l’esito per le persone che hanno finora ricevuto le infusioni?
Positivo. Alcuni hanno avuto miglioramenti; in altri casi la malattia si è bloccata. Comunque,, nella maggior parte dei casi si è trattato di miglioramenti. E parliamo di gravi malattie, come la sma e il morbo di Krabbe. L’ultimo paziente a ricevere le infusioni –un bambino- aveva la distrofia muscolare. L’infusione gli venne fatta tre mesi fa e dopo due mesi sono arrivano i primi miglioramenti. Adesso il bambino stende le gambe, non ha spasmi ai polsi. E gli hanno fatto solo l’indovena, perché se gli facevano anche l’intramuscolare, ci sarebbero stati risultati ancora più positivi.
Sono tante le storie. C’era il piccolo Gioele, un bambino che era condannato a morire. Un bambino che aveva un anno di vita e pesava 3 kg e sette. Lo vedi adesso pesa dieci kg, quasi undici kg, dopo le infusioni. Ha preso massa muscolare e un po’ di ciccia. Questo bambino è cambiato totalmente. Respira da solo. C’erano dei bambini che prima erano alimentati con i sondini e adesso mangiano le pappine. Come il piccolo Federico, che noi abbiamo conosciuto in piazza a luglio qua, prima delle infusioni, e dopo. Se tu vedi Federico adesso mangia da solo. Respira da solo. Regge il capo da solo. Ciò che prima non faceva.
-Questi ragazzi ora stanno bene, ma in seguito dovranno rifare le infusioni?
Se la malattia non si blocca sì. Adesso, dopo il blocco delle infusioni, nella maggior parte dei bambini che hanno avuto dei benefici, la malattia sta prendendo nuovamente il sopravvento. In alcuni casi la malattia è ferma. In altri no. Ci sono bambini di sma 1, bambini che al massimo all’età di due anni muoiono, che adesso sono vivi, e lo sono dopo 3 o 4 anni. C’è un esperto di sma 1, il dottor Villanova, che ha detto “vediamo.. vediamo che succede.. non ho mai visto qualcosa del genere.. non ho mai visto bambini di sma 1 avere dei miglioramenti”. Non c’è una scala che ondeggia. Va solo in discesa, fino alla morte. Quando tu vedi un bambino di sma 1 che supera i due anni, e invece di peggiorare, migliora.. “vediamo.. di cosa stiamo parlando..qua c’è qualcosa…”.. Anche John Back negli Stati Uniti, massimo esperto di sma quando ha visto Gioele è rimasto molto colpito.
-Come sorse la prima commissione scientifica che doveva occuparsi della questione?
C’era la pressione dei malati e dei loro parenti, perché ci fosse una sperimentazione che chiarisse le cose. Oggi dico che era meglio che Vannoni non lo avesse dato il protocollo, perché era una commissione farlocca. All’interno c’erano personaggi che erano contro Stamina. E infatti il Tar la fece decadere e il governo ha dovuto nominare una nuova commissione.
A proposito, noi ancora aspettiamo che ci dicano perché hanno tagliato fuori Mauro Ferrari che doveva essere il presidente della nuova commissione. Ormai era stato praticamente designato. Era venuto anche in Italia. Mancava sol la nomina. Venne anche a trovarci in tenda. Una mattina si è presentato; una persona normalissima. Scarpe da ginnastica, jeans, maglietta “Io sono Mauro Ferrari, il nuovo presidente della commissione scientifica”. Pensavo che era uno scherzo, perché non eravamo abituati a vedere nessuno qua. Si è seduto, ha parlato con noi. Ci diceva “ragazzi, voglio capire, voglio vedere. Io non lo so se stamina funziona, o non funziona, voglio parlare con i famigliari dei bambini, li voglio vedere, e poi voglio vedere cosa c’è dentro queste provette”. E aveva ragione..”non sono né per stamina, né contro, voglio capire, andiamo a vedere”. E poi la sera è ritornato, ha portato le castagne, la birra. E stiamo parlando di uno scienziato che dirige sedicimila dipendenti, sette ospedali, che ha 800 sperimentazioni in corso, di cui 30 sulle cellule staminali. Hanno cacciato uno scienziato così.
-E con che argomentazioni?
Non lo sappiamo.
-Tornando alle infusioni.. da quando sono state sospese..
I pazienti hanno ricominciato a peggiorare. E l’esito sarà tragico per molti, se le infusioni non riprendono. Come è stato nel caso della piccola Rita, morta pochi giorni fa, il 3 giugno.  Lei aveva fatto Stamina ed aveva avuto miglioramenti, stava bene. Poi hanno bloccato tutto ed è andata peggiorando sempre più. I genitori, disperati, hanno lanciato appelli; i giudici avevano dato parere favorevole, imponendo la ripresa delle infusioni. Bisognava però trovare un qualsiasi medico disposto a farle queste infusioni; ma nessun medico ha voluto farle. Tutti i medici dell’ospedale di Brescia hanno fatto obiezione di coscienza.
-Vergognoso. L’obiezione di coscienza la fai quando, per esempio, c’è qualcuno che potrebbe non nascere, ma non quando si deve fare qualcosa che non procura nessun danno. Anche se pensi che la cura è inutile, questa resta inutile non dannosa.
La morte della piccola Rita è stato un colpo al cuore per tutti, perché a vedere le foto di quella bambina, con quegli occhioni neri, si capiva che aveva voglia di vivere, voglia di vita. Le hanno negato l’ultima speranza, che non era più una speranza, era una concretezza, in quanto lei aveva tratto benefici dalla terapia Stamina, era notevolmente migliorata e gliel’hanno bloccata. Gliel’hanno bloccata per i loro sporchi interessi, solo per questo. Sono dei criminali e, per quanto mi riguarda, sono anche  assassini. Ci stanno ammazzando, perché non ci lasciano liberi. Vogliono fare venire meno le 34 testimonianze rappresentate dalle persone che hanno ricevuto le infusioni. Queste persone sono delle prove viventi.  Vogliono che queste persone muoiano, tutte quante. Ed è questo che sta succedendo. E la cosa brutta è che nessuno sta facendo nulla. C’è questa terapia che ha giovato a queste persone. L’hanno bloccata e ora queste persone stanno peggiorando. E ci sono tanti bambini che ora sono a rischio di vita. Può essere questione di giorni. Ma nessuno fa niente.
Valeria: E pensa come l’ospedale di Brescia arriva a pagare 500.000 euro di spese legali per ricorrere contro i propri pazienti. Un ospedale che spende tutti questi soldi, e non 10000 euro per fare un esame di laboratorio, e ce li ha là questi laboratori, nega il motivo stesso della sua esistenza, non ha ragione di esistere come struttura.
-Riguardo a voi, da settembre ad oggi  cosa è accaduto?
A livello fisico la malattia è peggiorata; perché questa è una malattia che peggiora progressivamente. In questi mesi abbiamo affrontato l’autunno, l’inverno, un inverno molto freddo. E meno male che avevamo il climatizzatore e le stufette. Anche se ci sono stati quei giorni in cui la temperatura era 0 gradi, il climatizzatore non ce l’ha fatta, però ci siamo coperti bene. Certo alzarti all’una o alle due di notte andare nei bagni chimici in fondo alla strada è brutta. Becchi la sera che fa freddo, piove. E’ sempre scomodo… già lo è per tutti.. figurati per noi..
Valeria: Le cose più banali diventano un problema. Ti devi organizzare. Ci deve essere sempre qualcuno con te, che ti metta sulla carrozzina, che ti porti in bagno, perché se no in bagno non ci vai.
Hania: Tieni anche conto che noi a casa abbiamo lasciato la nostra famiglia. Che siamo da quasi un anno lontani dalle nostre famiglie..
-I vostri parenti vi vengono a trovare?
Hania: Due settimane fa è venuta sua mamma (di Marco), per la prima volta. Dopo dieci mesi ci siamo rivisti. Abbiamo pianto tutta la mattina (piange).
Valeria: E’ tosta stare qua. Oltre al disagio, alla scomodità, al fatto che non  .. c’è il caldo, il freddo.. è un continuo passaggio di perfetti sconosciuti che non è che sono tutti rispettosi. E’ tosta. Sarebbe stato etico, corretto, giusto che a un certo qualcuno gli dicesse “vattene a casa un mese, qua ci stiamo noi”. Qua sempre loro ci stanno.
-Ma voi adesso, anche se venisse qualcuno a chiedervi di sostituire, voi tornereste a casa? Non credo..
Marco:..no.. ormai stiamo qui.. fino alla fine.
Hania: Se dopo dieci mesi viene qualcuno e ci dice “adesso restiamo noi”, io dico “ma dove stavate per Natale, per Pasqua. Noi eravamo qua, ma non c’era nessuno”. Tutti si rendono conto che è molto difficile stare qua. Ormai proseguiamo.
Marco: In questi due giorni che noi non c’eravamo perché eravamo andati a fare i controlli, i Bikers mi dicevano “ma come fate?”. Però ce la dobbiamo fare.. è dura, è pesante.. a mezzogiorno, anche se c’è il climatizzatore, la tenda si scalda, i san pietrini cuociono, non puoi stare. Anzi adesso, grazie a Dio, abbiamo questa tenda. L’anno scorso non avevamo niente. Le ambulanze facevano avanti e indietro. Un sacco di volte ci siamo sentiti male, svenivano.. erano luglio e agosto..
Meno male che ci sono gli angeli come Valeria che ci danno una grande mano…
Compagna: E vogliamo parlare dei tassisti di Roma, dei bikers (motociclisti)?
Valeria: Queste persone, i tassisti e i bikers stanno dando da tempo un grande contributo ma non vogliono assolutamente apparire. E non certo nel senso che non vogliono ripercussioni. Anzi si sono sempre fatti vedere quando c’era da farsi vedere. Ma non vogliono che ne nasca una questione di apprezzamento verso di loro. Anzi, se li ringrazi due volte di seguito, ti ci mandano.
-Questo fa capire tanto. In genere chi non vuole capire è più onesto. Come si chiamano queste associazioni?
Compagna: “Taxi Roma Capitale” e “Solidarieta’ Bikers” e “Amici Piegoni”.
Qui dall’inizio abbiamo detto che non ci sono associazioni, non ci sono le bandiere della politica, non ci sono colori. Chi vuole stare qua si deve adeguare. Dopo dieci mesi che siamo qua possiamo dire che c’è l’associazione dei tassisti che ci aiuta, e l’associazione dei bikers che ci aiuta. Ci sono questi due gruppi che ci sono fin dall’inizio. E sappiamo che se io li chiamo di notte, loro vengono qua se abbiamo bisogno. Dopo dieci mesi noi sappiamo che sono nostri amici.
Ci hanno aiutato anche economicamente. Se c’è  bisogno di fare il presidio un’ora vengono a fare un presidio. Se c’è da fare la fisioterapia, c’è da fare la doccia, ci spostano loro. La scorsa settimana si era rotto il motore della carrozzina di Marco, ho chiamato un bikers, è venuto e l’ha riparato.
Alcune volte ci chiamano e ci dicono “ragazzi stasera mangiamo con voi”. E portano direttamente loro da mangiare. Portano la pizza e qualcosa da bere.
Nel corso della conversazione sopraggiunge uno di questi tassisti che stanno supportando i fratelli Biviano e mi fermo a parlare un momento con lui.
-Tu fai parte di una associazione di tassisti, quindi?
Sì. Associazione taxi Roma capitale.
-Quanti tassisti siete?
Siamo circa duecento e qualcosa.
-Il fare iniziative di solidarietà è qualcosa che vi appartiene?
Siamo partiti effettivamente adesso, da circa un anno. Però già facevamo cose in forma anonima, perché non pensavamo di aprire una associazione, e fare cose di questo genere. Diciamo che ci aiutava nelle piccole cose; esempio se c’era da aiutare qualcuno, tipo un collega, facevamo una colletta. Un’azione più diretta nell’ambito della solidarietà la abbiamo iniziata con L’Aquila, nel 2009. Il sei è successo, il nove siamo partiti. Eravamo 60 taxi. Ogni due tre giorni partivamo, portavamo roba che serviva, alloggiavamo in aggancio con la protezione civile e poi con le varie protezioni civili dei paesini che erano stati colpiti.

Riprendo il dialogo con Marco, Hania e Valeria.

Valeria: loro (i fratelli Biviano) non chiedono, non chiedono mai. E comunque per loro le cose più importanti non sono quelle materiali. Ciò che soprattutto vogliono è un supporto morale, senza nessun pietismo. I tassisti, i bikers si avvicinarono a Marco e Sandro per solidarietà, ma adesso li considerano amici a tutti gli effetti. E’ importante per loro anche semplicemente dire “ragazzi guardate che c’avete ragione voi e noi lo sappiamo”. Guarda che può essere davvero importante qualcuno che, ogni giorno, con la sua presenza, è come se ti dicesse “ti ricordo anche oggi che avete ragione voi”.
-Mi chiedo dove sono tutti i difensori del diritto e della legalità che abbondanto in questo Paese. Tutti quelli che conoscono anche i minimi dettagli di tante vicende, perché qui non rilegano dettagli grandi come una trave, e di cui nei giornali non c’è traccia? Tutti quelli che fanno sempre la predica sulle sentenze da rispettare, non le difendono queste sentenze, non si indignano quando una bambina non riceve le infusioni nonostante il giudice abbia ordinato che esse riprendessero?
Sì…  qui non si stanno rispettando neanche le leggi. Ci sono delle leggi ben chiare sulle cure compassionevoli, che non vengono rispettate. Chi ci va di mezzo siamo noi malati. Noi siamo qui da quasi un anno a lottare, ci stiamo rimettendo la nostra salute in questa piazza, perché è la nostra unica speranza. È da una vita che aspettiamo qualcosa, per noi non c’è mai stata nessuna cura, nessuna terapia. L’unica speranza è questa, eppure ce la vogliono negare. Chi sono queste persone per decidere sulla nostra vita? Loro, durante le mie giornate di sofferenza, ci sono per me? Sanno come vivo io? È anche la rabbia che mi fa parlare, perché so che a casa ho altre due sorelle che stanno peggio di me. Mia sorella, circa 20 giorni fa, ha rischiato anche la vita. Oggi esiste questa speranza e non ce la fanno neanche provare. Abbiamo detto di tutto al governo: ci auto-tassiamo, ci prendiamo le nostre responsabilità, troviamo gli ospedali, cerchiamo di trovare i fondi, qualunque cosa, ma la risposta è stata no.
-Se tu dovessi dire una cosa, un messaggio, un appello, una cosa che ti esce da dentro, che diresti?
Che non abbiamo voglia di morire. Che ci lasciassero liberi di curarci come meglio crediamo. E che soprattutto non tolgano questa speranza a chi è condannato a morire. Più male della morte cosa ti può fare.
Parlare con una persona come Marco -ve lo dico senza affettazioni e sviolinate, tutte cose che ho sempre odiato- è un privilegio. Se passate da Roma, andata da questi due fratelli. Andate nella loro tenda. Stringete loro la mano. Fate sentire che la loro vita per voi è importante.
Quel 6 giugno restai con loro fino alle ventitré, perché si avvicinava l’orario dell’ultima partenza della metro. Altrimenti sarei rimasto più lungo. Prima di uscire dalla tenda, mi venne spontaneo dire alla compagna di Marco che era una persona notevole, e lui -che prima aveva detto con una fanciullesca ironia che era anche “troppo tempo” che la conosceva (più di dieci anni)- in quel momento mi disse “senza di lei, ora sarei morto”.
Mentre, una volta uscito fuori, camminavo in direzione metro, penso a una ragazza come Valeria che ha passato in quella tenda, durante quest’anno, gran parte del suo tempo libero. E penso ai bikers e ai tassisti. A questa solidarietà dal basso, che non mette maschere, che non cerca niente, che si muove nell’ombra, per la pura spinta di dare, per quel senso antico e supremo dell’Amicizia, che lega gli uomini agli uomini, oltre ogni convenienza, oltre ogni vanità.
La foto che apre il post, e le prime due foto che ora seguono, le ho scattate io il giorno che sono andato a parlare con Marco Biviano.
L’ultima foto è stata scattata qualche tempo fa e mostra Marco Biviano e alcuni amici all’interno della Tenda.
1 Comment :, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , more...

DISCIPLINA- un dialogo con Fabrizio Basciano

by on lug.10, 2014, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Tengo molto a questo pezzo, che voglio condividere con voi.
Nasce da un dialogo (che toccava anche altri temi) che da mesi sto avendo con Fabrizio Basciano, compositore e operatore culturale. Fabrizio risiede a Lamezia, mai suoi interessi e la sua ricerca non sono mai stati confinati in un ambito puramente locali. La sua dedizione verso la musica è profonda, verso la musica nel suo senso più ampio e profondo, verso quella che qualcuno definirebbe “la musica che viene dai secoli”.

Senza Disciplina non potrai veramente andare oltre “il muro del suono”.
Senza Disciplina non potrai restare in piedi quando cominceranno a piovere sassi.
Senza Disciplina, mollerai la presa, quando le cose si faranno difficili.
Senza Disciplina avrai sempre mille scuse per rimandare. Ci sarà sempre qualcos’altro da fare.
Con la Disciplina ci sarai anche sotto la pioggia. Ci sarai anche quando non avrai voglia di esserci.
Ci sarai come Wolfang Amadeus Mozart che ogni santa mattina si metteva sul suo tavolo a comporre.
Ogni giornio batterai un martello di ferro sulla tua campana.
E’ la Disciplina che ti sorregge anche quando la voglia è scarsa, anche quando lo stadio è vuoto, anche quanto c’è solo una fredda e grigia palestra ad ospitare il tuo canto.

E tu sei lì, in quella fredda e umida palestra, con la voce che senti stonata, e il silenzio intorno a te. Eppure canti lo stesso la tua canzone. Eppure fai uscire lo stesso la tua voce. Eppure dai sfogo lo stesso alla tua passione.
Finché cuore e mente saranno la stessa cosa, insieme al ventre e ai muscoli.

Ciò che Fabrizio racconta, in questa carrellata di grandi uomini, è il potere della perserveranza. E’ la forza di quella voce che dice:
“Continua, continua, continua”.
Continua,, oltre la voglia di resa, oltre l’attrazione del divano, oltre il senso di minorità.
Gli eroi una volta erano pulcini bagnati, e poi, solamente poi.. eroi.
Il legno viene scolpito ogni giorno. Le mode passano, mentre il sudore, quando è tanto, arriva a confinare con l’amore.
Vi lascio al dialogo con Fabrizio Basciano.
————————————————————————————————————————————————-
-Fabrizio, iniziamo questo viaggio nel mondo della Disciplina:
Il percorso che voglio proporre per quello che è il tema della disciplina parte da una giornata tipo di quello che è stato uno tra i più grandi compositori della musica di ogni tempo, Wolfgang Amadeus Mozart. Sono voluto partire proprio da qui per un semplice motivo. Perchè il talento è una cosa, lo studio è un’altra. Ora tutti noi sappiamo che Wolfgang Amadeus Mozart è probabilmente il musicista in assoluto più rappresentativo per quel che concerne la tematica del talento. E’ stato il più stupefacente bambino prodigio, l’enfant prodige, il wunderkind. E’ quello che a 4 anni, ancor prima di imparare a scrivere il proprio nome, inizia a comporre stendendo su partitura i primi brani. E’ quello che prende in mano il violino e, senza mai avere ricevuto alcun insegnamento – e tutti quanti noi sappiamo quanto difficile sia suonare il violino, anche dopo anni -, comincia a suonarlo. Stiamo parlando di un talento, quindi, non esagerato, ma più che esagerato. Portatore di una “grazia”, di un dono che forse nessun altro musicista ha avuto mai la fortuna di ricevere. Nonostante ciò è molto interessante il fatto che Wolfgang Amadeus Mozart conducesse una vita completamente devota a quella che era la disciplina musicale, lo studio fermo e determinato della musica quale strumento di una disciplina interiore. Lo strumento musicale, la composizione e l’esercizio quali strumenti di una disciplina dello spirito. Perciò ora riporterò il passo di un libro grazie al quale prendere conoscenza di quella che era la giornata tipo di Wolfang Amadeus Mozaart.
“Nei primi anni viennesi, Mozart si alzava quasi sempre alle 6 in punto, si sedeva al suo tavolo alle 7 e componeva fino alle 9 o alle 10, quando cominciava il giro degli allievi a cui dava lezione fino all’una. “Poi mangio”, scrive alla sorella, “a meno che non sia invitato da qualche parte, si mangia alle due o anche alle tre. Prima delle cinque o delle sei di sera, non posso lavorare. Tornato nella sua stanza dopo diverse ore di visite in società” (doveva andare a procacciarsi i committenti, coloro che gli pagavano le opere che lui andava a scrivere) “componeva ancora per un’ora o due. “Spesso resto a scrivere fino all’una e alle 6 sono di nuovo in piedi”.
Dormiva cinque o sei ore, anche se avrebbe prefeito dormirne sette. Pur con qualche variante questa era la routine della “vita quotidiana di Mozart”, così come la descrisse nelle “lettere alla famiglia”. A partire dal 1784 diede lezioni soltanto nel pomeriggio, così da tenersi libero il mattino per comporre. A volte, era così preso dallo scrivere, che non si vestiva nemmeno, né si faceva sistemare i capelli. Altre volte poteva comporre solo la será: “ogni minuto è prezioso”, scrisse una volta. “Sono sempre così occupato, che spesso non so più dove ho la testa”.. disse in un’altra occasione, riprendendo un’espressione tipica di sua madre. La moglie riteneva che si sarebbe ammazzato a furia di comporre tanto e ricordò come, spesso, restasse in piedi a comporre fino alle due e si svegliasse alle quattro”.
Tutto questo ci fa capire come il musicista più talentuoso di ogni tempo avesse come primo obiettivo quello dello studio senza sosta. Senza lo studio Mozart non sarebbe stato Mozart. Senza lo studio le sue musiche non sarebbero giunte alle nostre orecchie come allora suonavano nelle corti dei principi, dei vescovi, degli arciduchi, ecc. Lo studio rese grande questo musicista. Lo studio gli consentì di incontrare un suo grandi predecessore come J.S.Bach e coglierne inmediatamente tutta la grandezza, nonostante al tempo di Mozart Bach fosse stato pressoché dimenticato (verrà recuperato e restituito alla storia solo successivamente da F.Mendelssohn, ma ben dopo la norte dello stesso Mozart). Lo studio e solo quello gli permise di avere a che fare con un grande maestro vivente, a suo tempo, come Joseph Haydn, che fu il grande maestro di Mozart e al quale lui dedicò sei dei suoi più riusciti quartetti per archi. Senza lo studio Mozart avrebbe, come si suol dire, dissipato quel grandissimo talento naturale, e noi non avremmo assolutamente potuto godere della magnifica musica che poi ci ha lasciato in eredità. Ed è fondamentale sapere che musicisti come lui e come Johann Sebastian Bach avessero come prima regola, regola aurea, la totale dedizione verso lo studio della disciplina musicale, scienza delle armonie numérico sonore.
Qualcuno un giorno ha scritto che non tutti i musicisti credono in Dio, ma tutti credono altresì in J.S.Bach. Altro personaggio immortale della musica di ogni tempo e luogo, Johann Sebastian Bach nutrì è uno degli esempi massimi di disciplina in ambito musicale. La disciplina di Bach si può spiegare con un fatto molto semplice. Nella sua non troppo lunga vita – morì intorno ai 65 anni, tempo nel quale riuscì comunque a mettere al mondo 20 figli – scrisse un numero enorme di composizioni. Parliamo di più di mille composizioni (oggi se ne contano 1.128), alcune delle quali, come “La passione secondo Matteo” e le varie altre passioni, sono composizioni della durata di svariate ore ciascuna. Bach era il compositore del duomo di Lipsia e ogni settimana doveva preparare una serie di composizioni sacre per le funzioni religiose. Questo vuol dire che Bach doveva, ogni giorno, mettersi alla scrivania e comporre, comporre, comporre. Era un modo di fare spesso molto diverso da quello del compositore odierno, perché c’era quella sfera dell’artigianato che ricollega la figura del compositore a quella del fabbro. Altro dato molto interessante è che J.S. Bach studiava come un pazzo servendosi dello strumento della trascrizione, attività questa né collaterale né occasionale nella vita del compositore tedesco. Lui trascriveva i grandi della musica, soprattutto gli italiani (principalmente Vivaldi), e questo perché al tempo la grande musica era tutta italiana. Dunque prendeva le composizioni di Vivaldi, come di Corelli e di tutti gli altri grandi italiani del tempo, per trascriverle continuamente, fino all’ossessione. Trascrivendo tutti i grandi italiani, imparava sempre più l’arte della composizione finché, in età avanzata, dopo aver trascritto tutti i più grandi, si ritrovò a trascrivere se stesso e le proprie opere.
- Che risponderesti a chi dice che un musicista (ma la contestazione è estendibile ad ogni campo) dovrebbe comporre solo quando ha l’ispirazione?
Dipende dai tuoi obiettivi. Se il tuo obiettivo è quello di lasciare la musica e la tua produzione ad una dimensione hobbystica – indipendentemente dal voler fare i soldi o meno, cosa che non c’entra nulla -, allora affidarsi alla sola ispirazione può anche andaré bene. Se tu, invece, vuoi essere un professionista e dunque avere completa padronanza sulla tua arte, allora devi essere anche un grandissimo artigiano che si applica costantemente e che non dipende dalla casualità dell’ispirazione (che va e viene come vuole ed è dunque incontrollabile).  Ricordiamo che – come ci dimostrano Mozart, Bach, Beethoven, fino ai grandissimi contemporanei – dietro un grandissimo artista c’è sempre un grande artigiano. Il grande artigiano non ha solo l’ispirazione come strumento. Perché, ripeto, l’ispirazione va e viene come vuole, tu non la puoi comandare. L’ispirazione è una questione di canali e i canali si aprono quando vogliono. Se tu non vuoi essere completamente dipendente dall’ispirazione devi, ancor prima che pensare di diventare un grande artista, puntare a divenire un buon artigiano, qualsiasi sia l’arte che stai coltivando.
Adesso porterò l’esempio di Franco Battiato, un musicista contemporaneo che, nei primi anni novanta, in un’intervista con Franco Pulcini, parlava di quella che era la giornata tipo che avrebbe desiderato potesse ripetersi nel suo futuro.
“Nell’ultimo periodo, una giornata che vorrei si ripetesse nel futuro è questa, e rappresenta un ideale che ho in qualche modo raggiunto. Al mattino passo ore di studio al pianoforte, una specie di rivisitazione dei classici che per me è una disciplina e un metodo molto vicino alla meditazione. Posso suonare solo poche cose. Per esempio certe sonate di Beethoven. Lo studio è fatto di omogeneità nel tocco. Non sono certo all’altezza delle perfezione, ma mi sforzo di suonare con musicalità. Poi c’è il lavoro manuale. Dorare le tele o le tavole dei miei quadri. Seguono le letture della vecchia scuola sufi, come piacere personale e come possibilità di tradurre questi testi per “L’ottava”, la mia piccola casa editrice. Quasi tutta la giornata è dedicata alla musica e allo spirito. Passato l’ìmbrunire, mi metto davanti alla televisione e mi abbrutisco la sera con qualche film o telefilm.”

Questa era la giornata tipo di Franco Battiano nei primi anni ’90. Oggi la giornata tipo di Franco Battiato, molto simile a quella che descrisse ormai quasi 25 anni fa, è fatta più o meno così: la sua sveglia è tra le 5 e le 6 del mattino. Subito dopo essersi lavato ma prima di andare a fare colazione, Battiato lava il corpo interiore con la meditazione del mattino. Una meditazione di circa mezz’ora al termine della quale passa alla colazione. Il passaggio appena letto è importante, in quanto la meditazione viene sempre prima della colazione. Dopodiché inizia lo studio. Può essere lo studio del pianoforte come quello di una partitura, il lavoro su una tela o anche su un nuovo progetto. Che sia l’una o l’altra cosa, il nostro si dedica allo studio per tutta la giornata. Alla sera, all’imbrunire, parte un’altra meditazione. Quindi due meditazioni al giorno: una all’alba, la seconda all’imbrunire.
Sempre restando su Battiato, è molto interessante il suo approccio con la pittura. In campo pittorico lui partì dalla totale mancanza di estro, di talento, Per fare un esempio, se voleva disegnare un uccellino quello che realizzava, a sua detta, aveva le sembianze di tutt’altro. Di fronte a quello che il compositore catanese considerava per se stesso un vero e proprio hándicap, non ebbe soluzione migliore che imporsi una disciplina finalizzata ad un obiettivo: arrivare a dipingere qualsiasi cosa. Per due anni non fece altro che provarci ogni giorno, pasando attraverso continui fallimenti e dunque atroci sofferenze e scoraggiamenti. Dopo due anni vi fu quello che lui definì un vero e proprio “orgasmo cosmisco”, quando con un solo gesto riuscì a dipingere un sufí danzante. Quello fu il momento in cui, dopo due anni di tenacia, determinazione e pazienza finalmente si vide giunto alla realizzazione di un sogno. Questo stesso concetto può essere traslato e applicato, in ámbito musicale, a tutti coloro i quali sanno di essere stonati. La stonatura, come ogni deficit, può essere sempre corretta. Chiunque può intonarsi, bastano un pò di dedizione, tanta passione e certamente molta pazienza.
Dopo Battiato vorrei passare a Tulku Urgyen. Morto nel febbraio del 1996, Tulku Urgyen Rinpoche fu un lama tibetano tra i più grandi. Nel suo libro “Dipinti di arcobleno” – che è un libro essenziale per capire la filosofia e la pratica tibetana – emerge lampante il ruolo decisivo della disciplina interiore. Disciplina interiore intesa come ripetizione quotidiana di gesti che  assurgono a elementi ritualizzanti. Molto interessante il passaggio di questo libro nel quale l’autore parla della distrazione. Ora riporterò, saltellando qua e là, alcuni passi:
“La capacità di riconoscere che l’essenza della mente è vuota, si chiama chiarezza. Vacuità e chiarezza sono indivisibili. Non si tratta più di una idea intellettuale di vacuità. Diventa parte della nostra esperienza. Chiamiamo questo allenamento meditazione. Non si tratta di un modo di meditare nel senso comune del termine. Non si tratta di sviluppare l’essenza della mente, cercando di mantenere uno stato vuoto creato artificialmente. Perché? Perché l’essenza della mente è già vuota. Allo stesso modo non è necessario far sì che questa essenza vuota diventi chiarezza. E’ già chiarezza. Il punto cruciale è non distrarsi, nemmeno per un istante. Quando arriva il riconoscimento, il punto chiave della pratica è la non meditazione senza distrazione. Distrazione significa che quando l’attenzione oscilla e si perde, pensieri ed emozioni cominciano a formarsi. “Voglio fare questo e quello”, “mi chiedo cosa potrò dire a questa persona”. La distrazione è il risultato di tutti questi pensieri, quando il risultato della consapevolezza non dualistica si perde. L’allenamento consiste semplicemente nel ristabilire il riconoscimento. Se c’è il riconoscimento non c’è altro da fare. Lasciare che l’essenza della mente semplicemente sia. In questo modo gli strati di nubi si dissolvono gradualmente. (…) La realizzazione totale si raggiunge ripetendo molte volte brevi momenti del riconoscimento. Quando il riconoscimento si estende senza interruzione per tutta la giornata, quando questo dura ininterrottamente giorno e notte, abbiamo realizzato lo stato di Buddha.”
- Mi piace il tuo descrivere mondi diversissimi, uniti dall’architrave della Disciplina.
La cosa importante è parlare di disciplina in vari ambiti. Da quello musicale a quello pittorico, da quello meditativo a quello imprenditoriale.
Adesso però desidero ritornare in ambito musicale e parlare di Arvo Part. Compositore estone trasferitosi in Germania, a Berlino, negli anni ’60, lui, come tutti i compositori della musica cosiddetta d’arte, accademica (altrimenti detta classica contemporánea), si diploma in composizione in conservatorio e inizia poi a scrivere attraversando quelli che sono gli ambienti delle cosiddette neoavanguardie. Le neoavanguardie sono movimenti musicali che prendono corpo nella seconda metà del novecento e che utilizzano tecniche che si rifanno a quella che è la dodecafonia shoenberghiana dei primi del Novecento, con l’intento di svilupparla nella realizzazioni di nuovi esiti compositivi. Inizialmente Arvo Part milita in queste correnti e le sue opere si inseriscono perfettamente nei canoni stilistici di quell’epoca e di quell’ambiente musicale. Poi però succede qualcosa, a propósito della qual cosa leggerò adesso un passo tratto dal libro intervista Arvo Part allo specchio, dialogo tra il compositore estone e il musicologo italiano Enzo Restagno. Qui parla Enzo Restagno:
“Fino al 1968 lei ha scritto seguendo il metodo dodecafonico, magari applicandolo in maniera non troppo rigorososa, dimostrando in ogni componimento il disagio tipico di quelli che ancora non hanno trovato una soluzione veramente personale ai propri problemi… A questo periodo travagliato seguì un lungo periodo di silenzio, dal quale sarebbe scaturita finalmente una prospettiva veramente personale. Mi rendo conto di quanto sia difficile e delicato ricostruire il cammino percorso durante quelle stagioni silenzione. Ma per la mia indagine, soprattutto per tutti coloro che leggeranno queste pagine, si tratterà di una occasione preziosa”.
A.P.: “Mi ero convinto che con quei mezzi non avrei potuto proseguire. Per me non c’era materiale a sufficienza. Così smisi praticamente di scrivere musica”.
Nel 1968 Part smette di comporre per un periodo complessivo di 8 lunghissimi anni. Per qualsiasi compositore il silenzo totale, non scrivere più nulla per otto anni, non assistere più all’esecuzione di nessuna nuova composizione propria, è un’azione che richiede un coraggio e una determinazione pazzesche. E’ qualcossa che, se da una parte manifesta un grandissimo disagio interiore, dall’altro vede la persona che lo vive nell’intento di volerlo necessariamente affrontare. Riprendendo con le parole di Arvo Part:
“volevo prendere contatto con qualcosa di vivo, di semplice e non distruttivo. Quando lavoravo alla radio maneggiavo strumenti sofisticati ed efficienti come altoparlanti e magnetofoni. Ma improvvisamente sentii la sensazione di dovermi allontanare da quel lusso, perchè percepii che mi avrebbe ingabbiato e costretto a procedere in un’altra direzione. In seguito, quando ho dovuto lavorare con degli apparecchi, ho scelto i più semplici. (…) Non mi importava niente delle frequenze alte o basse, della riduzione del rumore, volevo soltanto una linea musicale che fosse portatrice di un’anima, come quella che esisteva nei canti di epoche lontane, come ancora oggi nel folklore. Una monodia assoluta, una nuda voce dove tutto ha origine. Volevo imparare come si fa a condurre quella linea, ma non avevo nessuna idea in proposito. Avevo a disposizione soltanto un libro di canti gregoriani, un liber usualis, provenienti da una piccola chiesa di Tallin. E mi sono messo a cantare e a suonare quelle melodie con lo stesso spirito con cui ci si sottopone ad una trasfusione di sangue. Era un lavoro terribilmente faticoso, perché non si trattava di un semplice passaggio di informazioni. Dovevo capire a fondo come era nata quella musica, come erano le persone che l’avevano cantata, cosa avevano provato nella vita, come l’avevano scritta e come quella musica si era tramandata nei secoli.”
- Fabrizio questo è veramente uno dei punti più alti di tutta la tua descrizione. E’ straordinario, è bellissimo.
Non dimentichiamo come il silenzio di questo autore è durato otto anni. Per otto anni non ha fatto altro che questo. Non ha fatto altro che suonare meleodie gregoriane al pianoforte, con l’obiettivo di azzerare tutto e ripartire con un nuovo udito, un nuovo orecchio.
Continuo con la sua descrizione :
“.. quella musica si era tramandata nei secoli, diventando la sorgente dalla quale deriva la nostra. In qualche modo sono riuscito a stabilire un contatto con quella realtà musicale, che però non ho mai usato come citazione, fatta eccezione per un’opera di qualche anno fa, che ho scritto per il duomo di Bologna. In quella musica le note che si susseguono formano veramente un discorso, … in formazioni concrete, qualcosa di simile al canto degli uccelli. Noi non lo comprendiamo, ma loro si capiscono. (…) Dovevo continuare a scrivere solo musica melodica? E che cosa sarebbe successo con una seconda e una terza voce? Che ne sarebbe stato dell’armonia e della polifonia? Dove avrebbe potuto nascere una seconda voce? Assediato da questi dubbi mi misi a riflettere sugli albori della polifonia e compresi che essa è qualcosa di molto più complesso e profondo di quanto le rigide regole facciano supporre.”
Qui interviene la moglie di Arvo Part, Nora Part e dice:
“quello che lui voleva fare era sviluppare un nuovo orecchio, così ha rinunciato ad ascoltare qualsiasi altro tipo di musica. Voleva scoprire dentro di sé quella misteriosa sorgente, e lasciarne sgorgare liberamente i suoni. Per questo cercò di rintracciare quel tipo di informazioni che avrebbero potuto aiutarlo in questo compito. Si impegnò nella lettura dei salmi e, immediatamente dopo averne letto uno, provava a scrivere una liena melodica senza cesure, senza controllo, quasi come se fosse un cieco. In modo da trasformare direttamente in musica le impressioni suscitate dal testo. Arvo voleva sviluppare la sua spontaneità, e non solo con quegli esperimenti con i salmi. Riccordo che fissava gli stormi di uccelli in volo, li disegnava sui suoi quaderni, e poi ci scriveva accanto una melodia. Altrevolte si serviva delle fotografie delle montagne come ispirazione per trovare delle frasi musicali. Sentiva che negli anni precedenti l’osservanza di regole fredde e morte aveva spento in lui quegli impulsi più liberamente creativi che cercava di recuperare. E’ interessante notare che più tardi tornò a darsi delle regole, ma di tutt’altra qualità”.
Negli anni in cui questo straordinario compositore osservò “la regola del silenzio”, in quegli anni in cui non compose nulla, in cui non fece alcuna uscita musicale, lui e la moglie soffrirono di condizioni economiche terribili. E questo sottolinea ancora di più il coraggio e la forza di Arvo Part nell’affrontare se stesso, i suoi dubbi, nel riuscire a contenerli, a comprenderli.
Andando oltre, passerei ora a Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry . In questo piccolo e meraviglioso libricino, si celano – dentro tutti i vari racconti – delle verità di ordine esoterico. Probabilmente l’autore era un esoterista, ed è molto interessante il fatto che in questo volumetto egli riesca a veicolare grandi verità d’ordine esoterico dietro a metafore costruite con maestria micidiale. Nello specifico  voglio parlare del capitoletto dei Baobab. Faccio prima qualche accenno al suo senso, in modo tale che durante la lettura si possano associare le immagini descritte da Exupery alla verità esoterica che si cela dietro di esse. L’autore con i baobab intende riferirsi ai pensieri, e questo capitoletto è un chiaro invito cheIl Piccolo Principe fa alla disciplina della meditazione. Si può decodificare questo messaggio in quella parte del capitolo in questione nella quale il protagonista  dice che ogni mattina, súbito dopo essersi lavati, occorre fare pulizia, quindi estirpare questi baobab negativi, ovvero estirpare questi pensieri negativi:
“I baobab prima di diventare grandi cominciano con l’essere piccoli”.
“Esatto”.
“Ma perché vuoi che le tue pecore mangino i piccoli baobab?”.
“Beh, si capisce”, gli rispose come se si trattasse di una cosa evidente. “Infatti sul pianeta del piccolo principe ci sono, come su tutti i pianeti, l’erbe buone e quelle cattive. Di conseguenza, dei buoni semi di erbe buone e dei cattivi semi di erbe cattive. Ma i semi sono invisibili. Dormono nel segreto della terra. Fino a che all’uno o all’altro piglia la fantasia di risvegliarsi. Se si tratta di un ramoscello di ravanello o di rosaio, si può lasciarlo spuntare come vuole, ma se si tratta di una pianta cattiva, bisogna strapparla subito appena si è riconosciuta. C’erano dei terribili semi su quel pianeta del piccolo principe. Erano i semi dei baobab. Il suolo ne era infestato. Ora, un baobab, se si arriva troppo tardi, non si riesce più a sbarazzarsene. Ingombra tutto il pianeta, lo oltrepassa con le sue radici, e se il pianeta è troppo piccolo e i baobab troppo numerosi, lo fanno scoppiare (…) “E’ una questione di disciplina”, mi diceva il piccolo principe. “Quando si è finito di lavarsi al mattino, bisogna fare con cura la pulizia del pianeta. Bisogna costringersi a strappare i baobab appena li si distingue dai rosai, ai quali assomigliano molto quando sono piccoli. E’ un lavoro molto noioso, ma facile”
E’ molto interesante, oltre ai contenuti che l’autore del romanzo tradotto in 250 lingue riesce a metaforizzare grazie a immagini accessibili a chiunque, notare come il piccolo principe, analogamente a tutti coloro i quali facciano della meditazione una pratica e un rituale quotidiani, indichi chiaramente di praticarla appena dopo il lavaggio del proprio corpo esterno.
Giunti alla conclusione del nostro percorso nel tema della disciplina quale strumento di miglioramento di sé, voglio ora andare a scomodare addirittura Walt Disney, facendo emergeré come quello della disciplina è argomento riscontrabile in qualsiasi ámbito dell’esistenza Personaggio discusso per tante ragioni, è per noi partcolarmente interesante  per quel particolare momento della sua vita nel quale decise di elaborare il progetto del primo parco giochi Disneyland al mondo. Per realizzare il suo progetto non bastavano certamente le idee, ma occorrevano ingenti finanziamenti, per ottenere i quali ques’uomo iniziò a proporre il suo progetto a diversi potenziali finanziatori. Ebbene, i risultati iniziali furono scarsi per non dire totalmente deludenti, e Disney andò collezionando un numero enorme di rifiuti. Prima di giungere al tanto sperato si, il creatore di Topolino si sentí ripetere la parola no per ben 1.008 volte, dunque da 1.008 soggetti diversi. Sappiamo benissimo che la maggioranza degli altri esseri uomani si sarebbe scoraggiata molto prima del millesimo tentativo ed avrebbe iniziato a pensare che doveva esserci qualcosa di sbagliato nel progetto. Ebbene, questa è la stessa cosa che pensó Walt Diseny, con la sola differenza però che decise innanzitutto di insistere e, in secondo luogo, di utilizzare ogni rifiuto quale risorsa utile a  migliorare il progetto stesso, facendosi indicare dal finanziatore di turno per quali motivi, per quali ragioni non era a suo dire sostenibile. Migliorando gradualmente il progetto riuscì infine a realizzare il suo sogno. Prendere esempio da Disney, Mozart, Bach, Battiato, Part, e da tutti quei personaggi che hanno dato e danno prova di tenacia, perseveranza e disciplina, è quanto di meglio si possa fare qui, oggi.
40 Comments :, , , , , , , , , , , , , , , , , , , more...

Intervista a Simona De Robertis

by on apr.14, 2014, under Guarigione, Ispirazione, Medicina, Resistenza umana, Scienza, Simbolo

Ci sono quelle storie per bambini dove la piccola protagonista finisce in un mondo spietato pieno di streghe e licantropi, fili spinati ovunque. E sono tanti i pericoli che incontra, che ogni volta sembra scamparla appena. Sono infiniti i colpi che riceve, e ogni volta si potrebbe credere che stia per crollare. Invece continua, portando con sé una guarigione che diventa una testimonianza di libertà, una spinta ad evadere dalla cella.

E continui a chiederti se è proprio vero che l’infinito dolore, se non ti ammazza, ti porta talmente dentro te stesso, da essere capace di entrare nel mondo degli altri, e di fare entrare gli altri nel tuo, in una connessione profonda che nutre di empatia mondi inariditi e persi nel silenzio.

Simona De Robertis, è una di queste bambine, con una lunga scia di dolore e sofferenza, e un’altrettanta capacità di crescere, conoscere, aiutare.

Quando l’ho sentita al telefono, per fare questa intervista, mi rendevo conto che  per certi aspetti lei è, ancora adesso, un cuore bambino, capace di scrutare fino in fondo gli animi degli altri, e vedere quello che pochi riescono a vedere.

Da piccola non sentì calore e affetto intorno a sé. Ragazza più grande stava per conto suo, quasi isolata ed emarginata dagli ambienti in cui si trovava. All’università il suo volto fu devastato da una dermatite terribile, con mille piaghe su viso e corpo, piaghe che a un certo punto scoppiavano in sangue e siero, e la pelle che la notte si attaccava ai cuscini. Un volto così deturpato che la gente si ritraeva da lei spaventata e la temeva, quasi fosse portatrice di un oscuro contagio. E poi il dolore di due aborti. E poi.. un cancro al seno, e il trovarsi imprigionata nel mondo dell’industria medica, con dottori che l’hanno vista come un numero, una routine o una mucca da mungere.

Simona ha conosciuto il panico che ti viene messo addosso quando hai un tumore, per spingerti a fare operazioni radicali il più presto possibili. Ha conosciuto le diagnosi standard ma inappellabili, che non ammettono discussioni. Ha conosciuto l’avvelenamento della chemio. L’ha conosciuto fino al momento in cui ha deciso di non volere fare avvelenare il suo corpo.

E non è mancata la disumanità di quei professionisti della medicina che hanno raggiunto un tale grado di castrazione emotiva da ridacchiare, con lei a pochi centimetri da loro, circa l’inutilità, per lei di conservare gli ovuli con la crioconservazione, dato che, per le sue condizioni, non avrà la possibilità di utilizzarli.

Il paziente ricoverato con una grave diagnosi è terrorizzato dall’ansia. E spesso si trova dentro una macchina spietata dove non c’è riguardo, sensibilità, comprensione, rispetto umano.

La storia di Simona è anche la storia di chi non si ferma al “pacchetto pronto” dell’unica via legittima, e sceglie altri percorsi. Dalla terapia Puccio all’ascorbato di potassio, ad altro, lei ha cercato approcci più vicini a una visione umana e non disumana della vita.

Tutto quello che sta imparando, lo condivide quotidianamente, per dare ad altri un’occasione in più di non perdersi nel labirinto.

Vi lascio all’intervista che le ho fatto.

————————————————-

-Quanti anni hai e dove sei nata Simona?

Sono nata il 14 febbraio 1973. A Torino.

-E dove vivi attualmente?

A Milano.

-Non hai l’accento “lombardo”…

Mio padre è pugliese e mia madre piemontese. E, poi, nel corso della mia vita mi sono trasferita in tante città diverse. Ho preso un po’ da tutti.

-Quale è stata la tua esperienza di vita?

Ho avuto un’infanzia problematica. Mi sono trasferita tante volte e non ho mai avuto la possibilità di mettere radici in nessun luogo. E non è stata un’infanzia facile anche per molte altre ragioni.
A volte mi sono sentita profondamente sola. Sono cresciuta con l’idea di essere immeritevole di amore e accettazione, anche perché mai nessuno aveva il tempo di ascoltarmi davvero o di affezionarsi realmente a me. Partivo sempre prima che ciò potesse accadere.
Quando ti si radica dentro un’idea del genere e quando vivi tutto in completa solitudine, nel corso della vita andrai poi ad intercettare tutte quelle esperienze e situazioni che confermeranno questa tua idea. Questa visione che vive in te, nell’ombra, senza che tu ne abbia coscienza. Arriva alla coscienza solo quando lavori profondamente su te stessa.
Io credo che il seme del Cancro sia nato lì, in questa infanzia senza basi solide e un po’ folle, senza radici e senza sicurezze. E, poi, gli ho dato ulteriore nutrimento per farlo sbocciare.

-Si sente come hai fatto un grande lavoro su te stessa…

È stato il mio modo per emergere dalle sofferenze. Ad un certo punto, per non sentirle, ho addirittura imparato ad uscire dal corpo. Ed è qualcosa che riesco a fare anche adesso. Spontaneamente. Infatti l’espansore mi fa molto male, ho il muscolo pettorale in necrosi, ma sono capace di non sentire i dolori del corpo. È come se riuscissi a guardarmi dall’esterno e non provassi più niente. Un allenamento spontaneo che nasce nell’infanzia.

-Nessun dolore…

Sì. Proprio così. Riesco a staccare la testa e a non sentire, se voglio. Però richiede un enorme investimento di energie e non sempre ce la faccio.

-Quando parli di “uscire dal corpo”, intendi anche esperienze di premorte?

Quell’esperienza l’ho vissuta una sola volta. In quel periodo convivevo con un ragazzo (F) e lui era via. Era tornato a trovare i suoi genitori, perché abitavano lontani. Nel dormiveglia, una parte di me si è come “sganciata”. È uscita spontaneamente dal corpo e mi ha guardata dall’alto. Ad un certo punto mi sono ritrovata a galleggiare sopra gli edifici e poi dentro casa sua e l’ho visto entrare nella villa dei suoi genitori con una ragazza.
Quando alcuni mesi dopo gli ho chiesto di quella sera e di ciò che avevo visto in quello stranissimo “stato”, ho scoperto che le mie descrizioni dettagliatissime corrispondevano al vero. Però non era stata una cosa volontaria. È avvenuta per conto suo. È stato un po’ come se il mio spirito mi volesse mettere in guardia, credo. È come se mi avesse mostrato sul piano cosciente come andavano realmente le cose.
Tutta la mia giovinezza e l’adolescenza sono state davvero difficili. Sono diventata una persona che non sapeva chiedere. Neppure le cose più banali, intendo. Gridavo rabbiosa, ma non chiedevo nulla. Ero senza voce. Soffocavo tutto.

-Perché?

Perché ciò che mi veniva dato aveva vita breve.  E c’era sempre sullo sfondo questa sensazione di non valere, di non contare nulla.
La scuola è stata invece molto importante per me, perché era l’unico ambito in cui sentivo di ottenere dei riconoscimenti e di avere valore. Anche lì, mi sono sentita inconsistente sino al liceo, perché cambiare città dopo pochi anni o addirittura una manciata di mesi, significa non essere visibile a nessuno. Educatori compresi. Basti pensare che, all’esame di terza media (ed ero in quella città da pochissimi mesi), gli insegnanti mi dissero che potevo al massimo ambire ad una scuola professionale, perché dotata di scarsa intelligenza. La verità è che arrivavo da Bolzano e lì eravamo molto indietro con il programma. Vivevamo nella stanza minuscola di un residence, in attesa di trasferirci nella nostra prima casa di Milano e, per portarmi avanti, studiavo persino la notte, con una torcia sotto al letto, per non dare fastidio a chi dormiva nella mia stanza.
Al liceo, come dicevo, le cose sono invece cambiate, perché mio padre aveva deciso che noi non ci saremmo più trasferite con lui. Inoltre, i professori avevano occhi e orecchie grandi. Quindi mi sentivo apprezzata, studiavo tantissimo e andavo benissimo. Ed è stato sempre così. Anche all’università.
Per me sono stati basilari la scuola e lo studio. Riuscivo e mi sentivo qualcuno. Dovevo dimostrare a tutti e a me stessa che quanto sostenuto dai professori delle medie non corrispondeva al vero.
E, poi, è stato fondamentale avvicinarmi alla lettura. I libri li ho scoperti al liceo, perché i miei genitori non leggevano mai. Al liceo ho cominciato a leggere molto perché obbligata e lì ho capito che quello era il mio mondo.

-Tu ti senti adesso nei loro confronti sciolta?

Io mi sento io. Ho smesso di avere rapporti di dipendenza nei confronti loro e di chiunque. Non cerco più un riconoscimento, perché sono io a riconoscermi. Non ho più bisogno che l’Altro mi faccia da specchio per dirmi se funziono, se vado bene, ecc. Il termometro è mio ed è interiore adesso. Non è più delegato agli altri. E questo disinnesca un sacco di meccanismi. Quindi anche il fatto di sentirmi rabbiosa per tutto quanto è avvenuto in passato. Ho perdonato tutti. E ho perdonato me. Anche per questa ragione non ha senso che io racconti molte cose. Farebbero del male alle altre persone e basta. E io non voglio che ciò accada.
Il perdono autentico è un atto fondamentale e liberatorio. Richiede un enorme lavoro su di sé.
E non mi sento più delusa se non arriva una risposta, un sorriso o un abbraccio. Ho imparato a parlarmi, a sorridermi e ad abbracciarmi.

-Quali sono le cose che più ti hanno aiutato, che più ti hanno dato forza nei tuoi anni giovanili?

Film e libri, soprattutto libri.

-Parlami di un film che per te ha contato tantissimo.

Più che un film era una serie televisiva: “La casa nella prateria”. Quella serie è stata per me consolatoria. Ciò che vi rintracciavo erano i miei valori. Valori autentici, che mi corrispondevano alla perfezione. Corrispondevano al mio sentire interiore, intendo.
In quella storia io trovavo la traduzione perfetta di un esistere che nel mondo reale non scorgevo. Come i rapporti umani. Come gli amici veri. Come il comportamento delle persone che ti circondano e ti amano anche quando sbagli. Che ti perdonano, ti abbracciano e sanno dirti che, qualsiasi cosa capiti, loro ci saranno sempre.
Io, grazie a “La casa nella prateria”, ho messo a fuoco il mio mondo interiore. Il modo in cui, nel mio mondo interiore, pensavo dovessero essere i codici che all’esterno non rintracciavo.
Ricordo che mi anestetizzavo completamente guardando quella serie. Mi sentivo in pace, ero totalmente immersa in ciò che vedevo e sentivo. Era la mia oasi felice e a volte, prima di addormentarmi, immaginavo di essere Laura e di vivere la sua stessa situazione emotiva. Era consolatorio per me. Nutriente.

-Vuoi dirmi alcuni film che ti sono rimasti impressi?

“L’attimo fuggente”, per il senso di amicizia e la capacità di osservare le cose da punti di vista differenti. Ultimamente “Quasi Amici”, perché parla dell’affidamento e dell’intimità. Ho visto “Storia Di Pi”, che adoro sia per la fotografia sia perché parla di un mondo immaginario finalizzato a sopperire a tutto il dolore che quello reale innesca. Ma il mio film preferito in assoluto è stato “Il favoloso mondo di Amélie”. Bellissimo. La traduzione perfetta e fedele del mio mondo interiore, di come immagino le cose.
Mi ricordo che, quando ho visto quel film la prima volta, ho pensato: “Ma allora non sono anormale! Si può osservare anche così la vita!”. L’esistenza come continua magia.
Ricordo che da piccola, quando vedevo ad esempio un paio di jeans stesi al sole, immaginavo le loro ginocchia che bruciavano per il troppo calore. E lo sentivo. Ma non potevo parlarne con nessuno. Mi accorgevo che tutto attorno era diverso da me e che difficilmente avrebbero capito. Mi costringevo al silenzio. Amélie mi ha restituito il mio particolarissimo senso di magica normalità. E forse è per questo che di mestiere faccio la creativa.

-I libri quando li hai incontrati?

Al liceo. Lì ho cominciato ad aprirli e a scoprire che, dentro ad essi, potevo vivere in modo diverso. E anche conoscere e capire. Trovare un dialogo profondo con l’Altro e con quella parte di me che oggi potrei a tutti gli effetti definire “affamata”. Classici come “Il diario di Anna Frank” o “Tre uomini in barca”. Ricordo che iniziavo a leggere e non mi staccavo più.
Il mio libro preferito in assoluto, però, è “Il Piccolo Principe”. So che è banale dirlo, ma è così.  Per me più adulta, “Il  Piccolo Principe” è stato il corrispettivo di “La casa nella prateria” da bambina. Me l’ha fatto scoprire un professore dell’università, durante un corso di fotografia. Lui mi vedeva.
Per certi versi, mi rendo conto che la mia vita è stata costellata anche da persone che hanno saputo osservarmi e toccare le mie ferite senza dover chiedere nulla. Scatta spontaneamente qualcosa che non cerchi. Comprensioni che chi ti sta accanto tutto il giorno magari non sfiora mai.
I film e i libri erano le mie tane. Era come trovare aree di ristoro e sosta all’interno delle quali riuscivo a coccolarmi.
Quando ero piccola, mi hanno regalato una copertina con i bordi di raso. Ricordo che mi massaggiavo le dita su quel bordo e tutte le brutture sparivano. Mi faceva sentire protetta, al sicuro. Ancora oggi ho quella copertina e, quando viaggio e sto via per periodi lunghi, mi segue. Per me rappresenta il dormire al sicuro.
Anche nei periodi più difficili della mia vita non ho mai avuto bisogno di sonniferi, perché mi basta infilare le dita dei piedi in fondo al letto in quella copertina e io viaggio. Spengo la testa e approdo altrove. Tutto il dolore e le ansie svaniscono.
Nel corso della mia vita mi sono trovata, senza saperlo, tutta una serie di elementi simbolici che erano per me consolatori e nutrienti. Potevano essere la copertina, un pupazzo, il tappeto imbottito cucito da mia nonna, un certo tipo di colore, un libro, un film. Il mio mondo magico. I miei totem. Il mio universo affettivo. E credo che questo modo di trovare consolazione abbia radici molto antiche, perché anche mia nonna Maria era piena zeppa di elementi simbolici e giochi emotivi con cui amava coccolarsi. Cose semplici, ma autentiche.
Da lei ho preso anche il mio particolare “sentire”. Mia nonna era molto devota, ma aveva una religiosità tutta sua. Ricordo che alle 18 in punto partiva col rosario, ma mai una volta le ho sentito fare discorsi bigotti. E il suo “sentire” – che è poi anche il mio – spesso sconfinava in qualcosa che non era affatto concreto. Visioni, premonizioni, aperture ad una spiritualità viva e accesa.

-Com’erano le relazioni umane ai tempi del liceo?

Difficilissime, perché non sapevo come fare amicizia con le persone. E, in più, vivevo con questa incessante sensazione di doverle lasciare dall’oggi al domani, dovuta ai continui trasferimenti d’infanzia. Da un lato desideravo investire per costruirmi legami autentici, dall’altro non sapevo come fare e, in più, dentro di me c’era quella voce piccola piccola che mi bisbigliava: “Tanto dovrai lasciarle e le perderai di nuovo. Non investire, non soffrire ancora. Non mostrarti, non sei degna dell’amore di nessuno”.
Io ho cambiato sei città diverse, dai 5 ai 13 anni. È stato un continuo perdere relazioni e possibilità d’amore. Quindi non sapevo come fare. E tante persone mi vedevano fredda, distaccata, sulle mie. Mi sentivo così fragile e immeritevole della loro approvazione, che tenere una certa distanza di sicurezza era la sola cosa che potessi fare.
Al liceo si tende a fare gruppo e a crearsi il proprio cerchio di amicizie. Ed io, se da un lato avevo fame di famiglia allargata, dall’altro non sapevo proprio da dove partire per crearla. Rimanevo sempre un po’ tagliata fuori e tante cose incidevano in questi meccanismi.
Quando ripenso alla mia infanzia, mi accorgo d’essere diventata adulta molto presto. Quindi, molte cose che potevano essere di interesse per le mie compagne, per me non lo erano già più.
E, poi, c’era il disagio del corpo. Mi sono sviluppata alla fine della quarta elementare e per me è stato tutto molto traumatico. Mi sentivo bambina prigioniera in un corpo femminile. Eccessivamente ingombrante, eccessivamente visibile. Attiravo interessi che detestavo, che non volevo.
Inoltre, il fatto di cambiare continuamente città implicava il doversi confrontare sempre con usi e consumi diversi. Ed io, ogni volta che mi trasferivo, non ero allineata con l’abbigliamento delle mie compagne. Quando sono approdata a Milano e andavano di moda i Paninari, non essere vestita come loro significava essere “out”. Io sono stata “out” in ogni trasloco, sia perché non avevo amicizie solide su cui contare, sia perché a livello di abbigliamento non ero mai adeguata. Mi sentivo sempre la nota stonata.

-Quindi il senso di solitudine è continuato anche negli anni del liceo?

Questo senso di solitudine e non appartenenza c’è sempre stato. Mi sono sempre sentita una marziana. Nonostante questo, al liceo ho evitato agganci facili con persone che facevano uso di sostanze stupefacenti. Le compagnie sbagliate ho sempre avuto l’istinto di evitarle. Essere accettati da loro era semplice, perché sarebbe stato sufficiente acconsentire di stordirsi. Però sentivo che quella non era la mia strada e, quindi, ne stavo spontaneamente alla larga.

-E poi andasti all’università.

Sì… Il primo anno l’ho perso perché non esisteva ancora la facoltà che mi interessava. Ho provato ad iscrivermi a Scienze delle Comunicazioni a Torino, ma non mi piaceva. Imperava un’atmosfera caotica. 4000 persone a seguire lezione in un cinema. I docenti troppo distanti. Pochi rapporti umani.
In più, quell’anno è morto mio nonno – il padre di mia madre – e mia nonna Angela stava malissimo, perché con lui aveva creato un rapporto di pura simbiosi. I miei genitori, per far sì che avesse compagnia, mi avevano spinta ad andare a vivere da lei. A Torino, dove vive tutta la mia famiglia.
Ho accettato per la serenità di mia madre, ma ho vissuto mesi difficilissimi in quella casa. Mia nonna (che poi si è ammalata di Cancro all’intestino probabilmente proprio a causa della morte di mio nonno), soffriva terribilmente. Quando è mancato, lei non è più riuscita a trovare una giustificazione per andare avanti.
Ricordo che teneva sempre le tapparelle abbassate ed io non potevo toccare nulla, perché tutto le ricordava mio nonno. Se uscivo per andare all’università le dava fastidio perché non voleva rimanere a casa da sola, ma se tornavo e stavo con lei, le dava fastidio che ci fossi. Dovevo fare continuamente attenzione a cosa toccavo, a dove mi sedevo. A tutto.
Quindi, forse perché mi sentivo soffocare e mi trovavo imprigionata in una situazione impossibile da sostenere psicologicamente a soli 18 anni, mi è venuta una polmonite. A quel punto i miei genitori mi hanno riportata a Milano per farmi curare, scoprendo un’anemia fortissima.
So che è stata una malattia psicosomatica, perché non volevo più rimanere lì e non sapevo come dirlo. Mi sentivo terribilmente in colpa nel lasciare mia nonna da sola e, quando è morta, ho fatto una fatica enorme ad elaborare tutti i miei sensi di colpa nei suoi confronti.
Quando sono rientrata a Milano, pian piano, mi sono ripresa. Ho perso un anno, ma senza restare a casa a far nulla. Anzi, per essere autonoma ho cominciato a lavorare a più non posso. Ho fatto volantinaggio, ad esempio. Ricordo che ci portavano nei paesini, stipati nei furgoni come bestie. Ho fatto la promotrice nei supermercati, a volte stando più di dodici ore di fila in piedi. Però qualsiasi lavoro andava bene, perché mi aiutava a sentire che la vita andava avanti e che potevo permettermi un cinema, un libro o un gelato senza chiedere niente a nessuno.
L’anno successivo hanno aperto a Milano una facoltà che mi interessava: Industrial Design. Mi piaceva moltissimo, perché ho sempre desiderato lavorare nella comunicazione. Mi sono iscritta al test di ingresso, convinta di non passare. Erano disponibili 500 posti su oltre 4.000 candidati. Figuriamoci… Invece, quando sono andata a vedere gli esiti sui tabelloni, ho scoperto che ero arrivata ventunesima. Con mia immensa meraviglia.
Per certi aspetti l’università l’ho vissuta come il liceo. Grandi difficoltà nei rapporti umani e studio intensissimo. Finché, ad un certo punto, mi sono trovata ad affrontare Fisica Tecnica, che per me era come studiare arabo. Si è così sviluppata in me la convinzione che non sarei mai riuscita a laurearmi per via di quella materia, con mia madre che continuava a ripetermi che invece dovevo sbrigarmi perché mio padre desiderava andare in pensione.
Avevo frequentato i primi tre anni di università e, sino a quel momento, tutto era andato alla grande. Sempre trenta o trenta e lode. Sempre borse di studio per merito. Adesso, invece, mi trovavo ad affrontare una materia di cui non riuscivo a capire assolutamente nulla. Mi sembrava che, tra me e la laurea, tra me e la mia volontà di diventare finalmente autonoma al cento per cento, si fosse frapposto un ostacolo insormontabile.
Sono così entrata in crisi, anche a causa delle continue pressioni. E, una mattina, mi sono svegliata con una piaghetta strana e violacea sul sopracciglio.

-Quanti anni avevi?

23 anni. Mi sono svegliata con questa piaghetta sul sopracciglio destro che sembrava quasi un’ustione. Pensavo fosse una semplice allergia, invece ha cominciato ad estendersi e a ricoprirmi l’intero volto. Ricordo che tutti i dermatologi mi ripetevano che non avevano minimamente idea di cosa avessi.
Ho cominciato ad ascoltarmi, accorgendomi che mi si creava nella pancia un fuoco che saliva. Un fuoco violentissimo, che poi esplodeva in volto. E io mi riempivo letteralmente di piaghe. Piaghe che si aprivano e gettavano sangue e siero.
Alcuni medici l’hanno definita “dermatite atopica”, ma so che era soltanto il loro modo di attribuire un’etichetta ad una manifestazione senza nome e senza apparenti ragioni. Queste piaghe, comunque, si formavano soltanto sul collo e sul viso. Avevo più o meno una gettata ogni due o tre giorni, quindi non facevo in tempo a prendere fiato che subito se ne formavano altre. Erano stratificate ed io ero diventata un mostro.
All’università molte persone con cui pensavo di aver stretto amicizia hanno smesso di salutarmi. Intorno a me si era ricreato il vuoto. Lo stesso vuoto che mi ha accompagnata per una vita. Ricordo che addirittura alcuni docenti pretendevano documentazioni mediche per potermi consentire di sostenere gli esami orali. Avevano paura del contagio.
A volte, durante la lezione, sentivo arrivare l’ondata. Allora mi precipitavo in un bagno, mi chiudevo dentro e mi sedevo a terra. Poi sgattaiolavo fuori come una ladra, correvo alla macchina e tornavo a casa, con i finestrini completamente abbassati per riuscire a spegnere quel fuoco che mi macerava la carne.
I miei genitori continuavano a portarmi da dottori, dermatologi, omeopati, naturopati, dietologi e tutti ripetevano che non c’era speranza, che non sapevano come aiutarmi, che dovevo tenermela per tutta la vita, che non c’erano soluzioni. Ho assunto cortisonici, immunosoppressori e ogni sorta di rimedio omeopatico. Ho provavo diete in cui mi toglievano di tutto, ma questo problema non passava. Ricordo che, dopo anni di dieta, ad un certo punto sono crollata. Una febbre violentissima mi ha colpita, costringendomi a letto per giorni. Non riuscivo neppure ad alzarmi per andare a fare la pipì. Avevo gli esami del sangue completamente sballati e, così, mi è stato concesso di reintegrare pian piano qualcosa.
Sono andata avanti così sino a quando ho avuto 27 o 28 anni. C’erano notti in cui mi svegliavo con la pelle del viso attaccata al cuscino. Mi ricordo di una volta in cui mia madre mi ha portata al pronto soccorso, perché ero talmente stratificata nelle mie piaghe da non riuscire neppure ad aprire gli occhi. Avevo anche le narici incollate e la bocca quasi chiusa per il troppo dolore ai margini delle labbra.
In quell’occasione, dopo ore di attesa, i medici mi hanno fatta entrare in una stanza accanto ad una signora anziana sdraiata su un lettino che dopo poco è morta, proprio mentre ero lì. E ricordo che ho pianto per lei e che le mie lacrime bruciavano troppo sulle piaghe aperte.
Quella scena non la dimenticherò mai. Sono stata la prima a salutarla, mentre i dottori se ne disinteressavano. E ho detto a me stessa che, nonostante la situazione che stavo affrontando, dovevo vivere al meglio tutto ciò che potevo.
-Sono impressionato da quello che hai vissuto in quegli anni. Avere qualcosa del genere al volto, per tanto tempo, è devastante.
L’ostacolo del tuo esame fu un detonatore.. per tutto quello che ti si è accumulato dentro..
Ti giuro, io mi chiedevo sempre: “Perché proprio a me? Quale è il senso? Cosa devo imparare da questa esperienza?”. E il senso già allora sono riuscita a trovarlo dentro di me, perché ho imparato cosa significhi essere diversi. Prima non lo sapevo. Non profondamente, intendo.
Entravo nei negozi e i commessi mi chiedevano di uscire. Non potevo neppure prendere un caffè al bar, perché tutti avevano paura del contagio. Andavo in giro con un foglio sul quale un dermatologo dichiarava che non ero infettiva, ma comunque risultavo “scomoda” allo sguardo altrui. E tutto questo era tremendamente imbarazzante per me.
E, allora, ho ridotto la mia vita sociale all’osso e mi sono ancor più accanita sullo studio. Sostenevo sei esami in una sola sessione, con esiti altissimi. In molti pensavano che fosse semplicemente dovuto alla pena che i docenti provavano per me. Ma io mi ripetevo continuamente: “Puoi scegliere. O ti arrendi, ti chiudi in casa e butti nel cesso questi anni, oppure ti dedichi anima e corpo allo studio per laurearti il prima possibile”. E ho scelto la seconda strada. Subito.
E poi mi ripetevo: “Questa cosa ti sta succedendo per una ragione ben precisa. Devi solo metterla a fuoco e farla tua”. E più me lo chiedevo, più capivo che stavo entrando in contatto col concetto autentico di “diversità”. E questo è stato un insegnamento preziosissimo per me. Per me, da allora, chiunque è uguale a me. So cosa si provi a vivere con un handicap. So “sentire” e comprendere pienamente chi viene emarginato o rifiutato pubblicamente.
Poi ho iniziato un percorso di psicoterapia transazionale, perché niente funzionava e i miei genitori pensavano che forse quella poteva essere una strada…

-Qualcuno ti direbbe che il senso forse è anche altro, oltre naturalmente a quello che hai detto. Che tutto questo (anche quello che ti accadrà dopo) è servito per renderti davvero capace di comprendere gli altri ed aiutarli. Che chi ha affrontato l’inferno in terra.

Guarda, posso dirti che tutto ciò che ho vissuto in vita mia mi ha reso molto sensibile. Sensibile al punto tale che, a volte, quando mi passa accanto un estraneo ho immediatamente la percezione dell’universo che gli abita dentro.
E lo stesso discorso vale anche per le persone che aiuto, che sento per telefono o che semplicemente mi scrivono sulla chat di Facebook. Io “sento” oltre ciò che mi dicono. Sempre. Rilevo sfumature che poi evidenzio, che accenno, che le aiuta spontaneamente.
Sin da bambina ho questo “dono”, ma sino a poco tempo fa non mi sono data credito. La mente può ingannarti, offrendoti le migliori risposte razionali. Invece no. Mi sono successe cose, anche con persone a me del tutto estranee, che sono prove tangibili della mia capacità di entrare in contatto con il dentro e con l’oltre. Oltre la materia che ci circonda, intendo.
Oggi, soprattutto dopo il cancro, ho accolto anche questa parte di me e l’ho integrata nella mia personalità. Finalmente mi sento intera, completa, in profondo equilibrio. Non più strana o anormale. Non ho più paura. Questo è il punto.

-Cosa accadde poi con quell’esame?

Ricordo che ero andata da quella professoressa di fisica e avevo la dermatite. Era la terza volta che tentavo di superare il suo esame. Mi sono spogliata del mio orgoglio e le ho detto: “Io della sua materia non capisco nulla. È arabo per me. Però guardi il mio libretto. Ho praticamente tutti 30 e 30 e lode. Io per la sua materia studio giorno e notte da mesi, ma non sono tagliata per formule e tecnicismi. Mi metta un 18, per favore. Per me sarà come aver preso un 30 e lode”.
Lei mi ha guardata e mi ha detto: “Sì, te lo meriti”. Ero felicissima d’essere riuscita ad ottenerlo, anche se sapevo di non meritarlo.
Poi ho iniziato un percorso di psicoterapia con Dianora Casalegno, che poi ho ritrovato al mio Master di Counseling. Mi faceva parlare molto, ma mi stimolava anche con percorsi di immaginazione attiva. Andavo da lei due volte alla settimana e la amavo tantissimo. Era una persona accogliente, disponibile, sorridente. A volte la osservavo e, attraverso i suoi sguardi, capivo me stessa. Le sue espressioni del viso erano inequivocabili. Mi vedeva oltre ciò che sapevo raccontare. E lo sentivo. E mi ristorava.
Ad un certo punto mi ha posto una domanda decisiva: “Tu dove sei? Simona dov’è in tutto ciò che fa e nella sua quotidianità?”… come a dirmi … “Tutto ciò che fai, lo fai per non gravare su nessuno o per ottenere un riconoscimento d’amore”. Ed effettivamente era così. E ho messo a fuoco – per la prima volta – che effettivamente certe cose non erano normali e, così, a queste cose ho cominciato a oppormi pesantemente, anche se il carattere ribelle non mi è mai mancato, perché dentro di me viveva una rabbia feroce. Davvero feroce.
Questa psicoterapeuta mi ha insegnato una tecnica per cui, quando sentivo salire il fuoco dallo stomaco, mi sdraiavo e lo visualizzavo come un ammasso verde e gelatinoso. Immaginavo di prenderlo dallo stomaco e di metterlo su una mensola per lasciarlo fuori da me. E, pian piano, con questo esercizio la dermatite si manifestava sempre meno.

-L’utilizzo di alcune tecniche di “visualizzazione” può essere davvero molto utile..

Sì… e comunque con lei stavo cominciando a cambiare profondamente. Ma, ad un certo punto, i miei genitori hanno deciso che non potevano più pagarmi le sedute e, allora, mi sono cercata un lavoro per guadagnare e poterci andare di nuovo. Anche se avevo il volto ancora sufficientemente devastato dalle piaghe.
Al McDonald’s ho lavorato per due mesi. Mi trovavo bene e loro erano contentissimi di me. Il problema, però, era il fritto delle patatine, che nuoceva gravemente alla mia pelle. Quindi mi sono dovuta licenziare.
Considera che la mia epidermide era così delicata che anche solo guardando una cosa mi si attivavano reazioni cutanee. Ad esempio, con l’olio d’oliva. Osservavo le cose oleose e immediatamente mi sentivo scottare la pelle. Avevo acquisito una percezione immensa degli alimenti che potevo o non potevo ingerire. Secondo me era un po’ come avveniva con i nostri antenati; sapevano intuire le piante che facevano bene o male al loro organismo. Una sensibilità acuta. Ricordo che annusavo le creme e, dal loro odore, capivo se la pelle avrebbe reagito con un’infiammazione. Era una cosa pazzesca. Difficilissima da spiegare.
Comunque ho fatto poi tutta una serie di lavori. La lavapiatti, la cameriera nei bar, nei ristoranti, nei pub e in una gelateria vicina a casa. Frequentavo l’università, studiavo e lavoravo ovunque mi chiamassero e, con quei soldi, mi mantenevo gli sfizi e mi compravo i libri di psicoterapia. Perché la psicoterapeuta non me la potevo permettere, ma i libri usati sì. E, così, sono andata avanti a studiare per i fatti miei. Freud, Jung, Herman Hesse… Ho spaziato tanto.
Al liceo sono uscita con una tesina di arte e psicoterapia. Anche la mia tesi di laurea aveva quel tipo di impronta. Quindi tutte quelle letture mi risuonavano dentro. Poi, dopo essermi laureata, mi sono iscritta ad un Master di Psicoterapia Junghiana e oggi ne sto frequentando uno di Counseling Transazionale. Ecco, forse questo genere di approccio alla vita è nel mio dna. Forse.
Comunque, la dermatite era ormai quasi scomparsa. Nel frattempo mi sono laureata a pieni voti, ho cominciato a lavorare per molte agenzie in qualità di freelance, ho avviato una terapia junghiana, ho fondato la mia piccola agenzia di comunicazione e mi sono trasferita in una casa tutta mia, dove sono andata a convivere per circa tre anni con F – il ragazzo di cui parlavo prima. Una relazione davvero assurda, a ben pensarci.
Dopo la fine di quella relazione ho conosciuto mio il mio attuale marito (A), in modo davvero incredibile. Eravamo sulla circonvallazione – io in ritardo per un verso, lui per un altro. Non dovevamo trovarci lì, insomma. Lui mi ha tagliato la strada in moto ed io l’ho messo sotto, rovinando il parafanghi della mia auto nuova di zecca. Abbiamo fatto la constatazione amichevole, cominciato a sentirci per risolvere la questione e, dopo un po’ di mesi, a frequentarci.
È stata una storia difficile e molto problematica. Io, però, desideravo crearmi un nido soffice e confortevole, quindi ho concentrato davvero tutte le mie energie su quello: lavoro e famiglia.
Non reputo opportuno raccontare ciò che è accaduto fra noi, perché coinvolgerei ingiustamente anche lui. Desidero solo dire che, in quanto a problemi di coppia, purtroppo non ci siamo fatti mancare davvero nulla. Io, però, non mi sono mai arresa, perché ho sempre pensato che le cose potessero cambiare… soprattutto dopo la nascita di Alice, che è stata la gioia più grande della mia vita. Attesa in completa solitudine, con una tristezza nel cuore infinita, ma esserino magico che ha reso infinitamente più complesse e preziose tutte le mie giornate.
I suoi primi mesi di vita sono stati davvero tosti, perché nessuno era sintonizzato sulle nostre frequenze. Col senno di poi, posso dire che neonato e mamma devono essere lasciati in pace i primi tempi perché, se chi interviene crea disagi e disturbi continui, può compromettere gravemente la loro serenità. Così è stato. All’intromissione di queste persone che sostenevano di volermi aiutare e, invece, trascorrevano le loro giornate a criticarmi continuamente, Alice ha cominciato a volersi attaccare al seno ogni 15 minuti e ha completamente smesso di dormire. Si svegliava anche 15 volte per notte, in pianti che non avevano spiegazione alcuna. E, così, la situazione è andata avanti sino a quando ha compiuto i due anni d’età.
Quando lei aveva circa due anni, anche se utilizzavo il cerotto anticoncezionale, ho scoperto di essere rimasta nuovamente incinta. Ma non eravamo coppia. Inoltre lavoravo come un mulo per tutti. Giorno e notte. A è sempre stato un padre fantastico ma, per il resto, completamente assente. E di certo non per colpa sua o per sua volontà.
Pensavo a quella nuova gravidanza come a qualcosa di giusto che capitava nel momento più sbagliato possibile, perché di fatto la nostra relazione era davvero agli sgoccioli. E, se già mi sentivo in colpa nei confronti di Alice e avevo per lei pochissimo tempo perché dovevo lavorare… come avrei potuto crescerne da sola un altro?
Ero convinta di non farcela e potevo decidere soltanto da sola. Non capivo tante cose. E, nel momento stesso in cui sono tornata a casa dall’ospedale dopo aver abortito, ho messo a fuoco di aver compiuto il più grosso errore della mia vita. Lì mi sono accorta che avrei potuto portare avanti qualsiasi cosa, ma che era ormai troppo tardi. E ho vissuto un dolore talmente devastante che tutto il resto mi sembrava insignificante. Mi facevo schifo e desideravo che tutti lo sapessero e mi punissero per quanto compiuto. Parlavo alle persone e dicevo: “Faccio schifo. Come ho potuto uccidere il mio bambino? Merito il peggio, da tutti voi”. Non riuscivo a raccontarmi niente di consolatorio, né a mascherarmi. Sono sempre andata in giro con tutti i nervi scoperti, io.
Ho trascorso mesi e mesi raggomitolata nel letto a piangere. Di giorno l’efficienza del lavoro e con Alice, che non riuscivo neppure a guardare in viso per i sensi di colpa. Avevo ucciso il suo fratellino e lui, a causa mia, non avrebbe mai saputo cosa significasse nuotare nel mare, osservare il sole o semplicemente assaggiare un gelato. Ancora oggi, se ci penso, mi salgono le lacrime agli occhi.
Il rapporto con il mio compagno è continuato, anche se non so dire come. Davvero. Se torno con la mente ai mille avvenimenti accaduti e ai mille traumi e dolori, mi chiedo come io abbia fatto ad accettare di restare in quella situazione. Una situazione sbagliata per entrambi, che sia chiaro.
Come dicevo all’inizio, l’infanzia ti segna a tal punto da obbligarti a restare dentro a situazioni terribilmente sbagliate, da cui non riesci ad uscire. Ti paralizzano, come sabbie mobili.
Poi mi ha chiesto di sposarlo e io ho accettato. Forse mi sono illusa che, diventando sua moglie, la situazione potesse improvvisamente cambiare per entrambi, oppure ho semplicemente imparato a tenere il cuore in un freezer. Mi aspettavo il peggio e il peggio puntualmente arrivava. Sempre.
Nel 2009 sono rimasta di nuovo incinta. Questa volta ero pronta. La gravidanza di Alice era stata meravigliosa perché, a parte il fatto che lavoravo giorno e notte e vivevo con continue contrazioni, non avevo altri disturbi. In questa, invece, la nausea era feroce e continua.
Tutto sembrava filare liscio quando, verso il quarto mese di gravidanza, sono andata a fare la morfologica in un centro privato che mi avrebbe consentito di far vedere ad Alice il suo fratellino in 3D. Era un momento di festa. Bellissimo. Lei era euforica e non vedeva l’ora che lui uscisse dalla mia pancia per poterlo conoscere.
Mentre ero lì, però, ad un certo punto il medico ha guardato mio marito e gli ha detto: “Per favore, esca dalla stanza con la bambina. Dobbiamo dire una cosa a sua moglie”. Ed io, mentre loro si allontanavano, mi sono sentita con tutto il peso del cielo che mi schiacciava contro il lettino. Mi sono sentita precipitare nel vuoto e infrangermi in mille pezzi.
Mi hanno detto che il bambino aveva una labiapalatoschisi enorme. Labiapalatoschisi significa non solo avere il labbro leporino, ma anche assenza della struttura ossea che forma il palato. Quindi mi hanno consigliato di rivolgermi a vari ospedali per capire la situazione specifica di Tommaso… perché così si sarebbe dovuto chiamare.
Ricordo che quella sera siamo tornati a casa e ho pianto tutte le mie lacrime. Ricordo che ho chiamato mia madre, dicendole che era tutta colpa mia, che era la giusta punizione per aver abortito anni prima, ma che Dio avrebbe dovuto punire me e non Tommaso. Che ero io a meritare di morire, soffrire, essere additata da tutti come l’essere più spregevole del mondo.
Ho poi chiamato la mia ginecologa privava, mandandole tutte le ecografie. Lei, dopo averle viste in urgenza via email, mi ha detto: “Simona, hai ancora qualche settimana di tempo. Fammi sapere cosa deciderai di fare. Posso aiutarti io”. Parlava di aborto chiaramente, ma io non riuscivo ad accettarlo e, quindi, non lo prendevo minimamente in considerazione. Era un vocabolo che proprio mi mancava dentro, allora.
Da quella sera sono cominciate tre settimane di vero calvario. Non dormivo mai. Mai. Ero sempre incollata ad Internet per fare ricerca. Speravo di poter trovare qualcosa di miracoloso per poterlo curare mentre era ancora dentro di me. Una ricerca solo mia, perché chiunque mi circondasse viveva l’argomento come inopportuno, scottante, inaffrontabile.
Ho trovato un’associazione di genitori con bimbi con problematiche simili a quella di Tommaso e ho conosciuto Lucio. Un uomo fantastico. Un angelo che si attiva per aiutare genitori con bimbi con queste patologie e che, ancora oggi, sento di tanto in tanto e mi abita nel cuore. Una persona preziosa, che non mi ha mai giudicata. Mai. Il suo abbraccio arrivava a me come nessun altro ha saputo abbracciarmi.
Ho cominciato a viaggiare per capire chi potesse operarlo e sono entrata nel merito delle varie procedure. Ho scoperto che non avrei potuto allattarlo, che si sarebbe dovuto nutrire con una sondina e che avrebbe dovuto sostenere molte operazioni nell’arco del primo anno di vita. E anche questa era una situazione problematica, perché le anestesie per un neonato possono portare a seri ritardi mentali.
Siamo stati seguiti da un ospedale di Milano specializzato. All’inizio hanno mitigato la gravità del problema, per allontanare da me l’idea dell’aborto terapeutico. Ho poi scoperto che lì i primari che autorizzano troppi aborti terapeutici perdono il posto e che, chi aveva preso in carico me, quasi sicuramente aveva già esaurito tutti i suoi “bonus”, dato che eravamo a novembre.
Io, però, vivevo simultaneamente due sensazioni distinte: nella prima speravo di potermi svegliare da un incubo devastante, nell’altra ero certa che la situazione fosse di una gravità assoluta. E mi ricordo queste infinite visite mediche, dove lo giravano e rigiravano dall’esterno con le mani per poterlo misurare in modo sempre più preciso. E del mio dolore, fatto di sangue e anima.
E ricordo tutti quei ritorni a casa in cui, in auto, io e A ci confrontavamo. Io avevo intuito qualcosa e lui tutt’altro, in un caos infinito e in un incubo che a me pareva solo peggiorare di giorno in giorno.
Nel corso di un incontro con la genetista dell’ospedale, parlando dell’ipotesi dell’aborto terapeutico, mi sono sentita dire: “Signora, quando noi riceviamo adulti con la labiopalatoschisi sono felici di essere vivi!”. Io tentavo di spiegarle che l’anno successivo Alice sarebbe dovuta andare a scuola, che questo bambino l’avrei dovuto nutrire con una sondina e portare in Toscana ad operarsi parecchie volte, che saremmo dovuti stare via mesi, che i miei genitori e i miei suoceri vivono lontani, che io col mio lavoro mantenevo tutti e che Alice già c’era e meritava di essere salvaguardata dalle nostre infinite assenze.
I medici continuavano a negare la gravità del problema ma, a tempi scaduti per l’aborto terapeutico in Italia, ci hanno finalmente rivelato che era facile che il bambino avesse anche ulteriori problemi ad altri organi. Ho anche scoperto che gli mancava la struttura ossea del naso, probabilmente un occhio e certamente i denti.
Quindi, alla fine, in una situazione in cui l’argomento era ormai tabù con chiunque mi circondasse, ho raccolto le poche forze che mi erano rimaste e ho deciso per tutti. Ho deciso di abortire. Ho detto a mio marito: “Cerchiamo all’estero e andiamoci”. Nell’arco di una notte lui ha trovato una clinica privata a Londra, abbiamo atteso l’arrivo di mia madre e siamo partiti.
In questa clinica, però, gli aborti erano prevalentemente svolti ai primi mesi di gravidanza e la macchina ecografica molto datata. Dunque la misurazione del femore risultava errata. Ci hanno quindi spediti d’urgenza in un ospedale, dove un’equipe mi ha fatto un’ecografia con una macchina ultra-moderna, dotata di uno schermo enorme. Ci hanno confermato la datazione italiana e anche la gravità della situazione, ma io guardavo solo il mio cucciolo nel mega-screen e mi dicevo: “Tutto questo non ha senso. Io sono qui per ucciderti, mentre invece dovrei trovarmi in questa struttura modernissima per riuscire salvarti. Dio, perché tutto questo?”. Quando mi sono alzata dal lettino, faticavo a reggermi in piedi. Stavo morendo dentro. Stavo appassendo.
Ci hanno prospettato l’idea di procurarmi un parto anticipato in ospedale e di tornare in Italia con Tommaso, ma io non potevo neppure pensarci. Non potevo. Non potevo proprio. Quindi siamo tornati nella clinica privata con tutte le carte in regola e, il giorno successivo, mi hanno addormentata. Con un’iniezione nel cuore, l’hanno fatto addormentare per sempre. Per sempre.
Sono rimasta con lui dentro – morto – per un’intera giornata. Ricordo la notte, quando mi toccavo la pancia e speravo di sentirlo muovere. E non avevo neppure più la forza di piangere. Ero precipitata nel vuoto, nel nero. Annaspavo. Non sapevo più a cosa aggrapparmi.
Il giorno successivo mi hanno fatto un’ulteriore anestesia totale e lo hanno tolto da me. Aspirandolo. Ricordo che mi addormentavo e mi svegliavo con queste infermiere di colore dagli occhi buoni e lucidi, che mi tenevano per mano e mi dicevano che era andato tutto bene e dovevo stare tranquilla. Senza quelle donne io sarei impazzita. Sono state le mie mamme. Capivano il mio strazio e, con poco, riuscivano a tenermi ancorata alla terra.
A poche ore dall’aborto, abbiamo preso l’aereo e siamo tornati in Italia. Io sembravo ancora incinta e mi ricordo di una signora che, seduta accanto a me, mi ha toccato la pancia dicendomi: “Ah che bello! Un bambino nuovo!”. Io ho cacciato indietro le lacrime e le ho risposto “sì” con un sorriso. Poi mi sono voltata verso il finestrino e ho chiuso gli occhi.
Lungo tutto il viaggio ho pensato: “Dio, ti prego, non far precipitare l’aereo. Devo tornare a casa da Alice. So che merito di morire, ma fammi tornare da lei sana e salva. Lei ha bisogno di me!”. E, quando l’aereo è atterrato e sono tornata a casa, sono corsa da mia figlia che stava dormendo e lei, sentendo la mia presenza nella stanza, si è svegliata, mi ha abbracciata e mi ha sussurrato: “Bentornata mammina, mi sei mancata tanto”.
Alice aveva 5 anni. Sapeva che il fratellino aveva “un buco nella faccia”, ma lo aspettava con ansia. Mia madre è stata bravissima, perché in nostra assenza le ha raccontato che a volte i bambini decidono di non nascere e di tornare “semini”. Ne abbiamo parlato a lungo, io e Alice… e spesso, ancora oggi, mi chiede dove sia Tommaso e preghiamo per lui. Le manca moltissimo e il primo periodo è stata davvero dura, perché qualsiasi bimbo piccolo la rendeva triste di una tristezza muta. Io me ne accorgevo e tentavo di farla parlare, ma lei aveva bisogno di proteggere me da quel dolore. Io, invece, incontravo altre donne con la pancia e cercavo di stare ad una certa distanza. Avevo paura di contagiarle e di rovinare la loro felicità.
Il giorno successivo al mio ritorno a casa, la ginecologa mi ha fatto prendere alcune pastiglie per togliermi il latte, che sicuramente stava arrivando. Poi ho avviato una serie di controlli medici accurati: ecografie, visite, esami del sangue, ecc. Tutto perfetto. Avevo 38 anni e mi sono sentita persino rimproverare dalla radiologa per il mio controllo al seno. Ricordo che quest’ultima mi ha detto: “Signora, lei ha semplicemente un seno fibroso. Stia serena e vada a farsi una mammografia quando avrà compiuto i 40 anni. Se tutte facessero come lei, avremmo gli ospedali pieni!”. Mi sono innervosita parecchio. Parlano di prevenzione e poi, quando la fai, ti becchi rimproveri. Ma non avevo più forse per lottare su nulla. Mi sentivo appassita dentro.
Dopo l’aborto terapeutico mi sono buttata completamente sul lavoro e su mia figlia, convinta di essere forte e di riuscire a lasciarmi tutto alle spalle. In ogni caso, sentivo che il problema doveva essere affrontato, così ho cominciato un percorso con una psicoterapeuta bravissima: Daniela Labate, che mi ha aiutata ad aprire gli occhi e a comprendere tantissimi nodi irrisolti della mia vita. Lei c’è ancora ed è davvero preziosissima per me. Non solo dal punto di vista professionale, intendo.
Abbiamo cominciato ad andarci in coppia. Il trauma dell’aborto era stato fortissimo per entrambi. Mio marito non riusciva ad accettare quanto accaduto. Continuava ad immaginare Tommaso, a vederlo mentre camminava in salotto e a colpevolizzare me per quanto accaduto. Anche se inconsciamente.
Mi sono ritrovata completamente sola. Nuovamente sola. Con un dolore grande da gestire, con Alice da consolare, la quotidianità da portare avanti e nessuno con cui poterne parlare. Nessuno. Qualsiasi accenno io facessi sull’argomento, con qualsiasi persona della mia famiglia, ciò che mi sentivo rispondere era: “Lascia perdere, ormai è andata. Non parliamone più”.
Io e A abbiamo cominciato ad allontanarci sempre più. Anche in terapia, ognuno ha fatto il suo percorso e, ad un certo punto, ci siamo staccati definitivamente e lui è andato via di casa per ragioni che non intendo spiegare.
L’abbandono è stato improvviso, dopo mesi e mesi di solitudine. Dopodiché ho cominciato a cercare di trovare un mio equilibrio, interrotto continuamente da cartoline, mail e telefonate anonime femminili piene di insulti e minacce a me e Alice. Ho tentato di ignorarle, anche se il senso di umiliazione era profondo. Sono semplicemente andata avanti. A testa bassa. E ho imparato a sentirmi famiglia anche da sola. Io e la mia cucciola che, devo dirlo, grazie al nostro modo di gestire la situazione è riuscita a vivere la separazione in modo sereno, godendo del tempo in cui poteva averci tutti per lei. Senza guerre, senza astio e col solo desiderio di vederla sorridere.
Ad un certo punto, dopo mesi di terapia, abbiamo cominciato pian piano a riavvicinarci. Finché ho capito che, comunque le cose fossero andate, ero pronta per ridiventare mamma. E, proprio in quel momento, in un periodo di massima beatitudine e leggerezza personale, ho scoperto il cancro al seno sinistro.

-Che anno era?

Aprile 2013. Sono andata a fare una visita ginecologica di routine, la ginecologa mi ha controllata e mi ha spedita di corsa da un collega con una macchina ecografica migliore. Lui, a sua volta, mi ha mandata di corsa da un suo amico senologo, in un importantissimo ospedale di Milano. Un nome che rassicura.
La mattina in cui ho fatto la mammografia, mentre ero distesa sul lettino con mio marito in piedi accanto a me, le radiologhe guardando il monitor si dicevano: “Questa è messa male. Forse è anche inutile fare la mastectomia, perché certamente avrà già intaccato tutti gli altri organi”. Tutto questo, lo ripeto, davanti a me. Come se non fossi presente. Poi hanno chiamato il senologo al telefono e gli hanno ribadito più o meno le stesse cose. Infine mi hanno finalmente guardata, liquidandomi con un “ci rivediamo alle due e mezza per l’ago aspirato, veda di non fare tardi”.
Io sono uscita all’aperto e ricordo che era una giornata meravigliosa. Da un lato osservavo il cielo cristallino di quella intensa giornata di sole e, dall’altro, mi sentivo nuovamente risucchiata all’inferno. Pensavo ad Alice. Solo a lei. La promessa che le avevo fatto quando l’avevo tenuta in braccio la prima volta era stata: “Non ti sentirai mai sola. Ti proteggerò per sempre”. E, invece, stavo venendo meno alla mia promessa. Un dolore infinito, che dentro spacca tutto in pochissimi secondi.
Ricordo che ho chiamato una mia carissima amica e poi la mia psicologa. Poi ci siamo diretti verso un centro commerciale vicino e lì ho chiamato i miei genitori. Avevo bisogno di raccontarlo a più persone possibili affinché diventasse vero. Una cosa nuova da affrontare. Reale. Disastrosa. Senza possibilità di salvezza. Mi sentivo così stanca…
Una volta in macchina, protetta dagli sguardi altrui, ho avuto la forza di scoppiare a piangere disperata. Pochi mesi di vita sono pochi mesi di vita!
Qualche ora dopo ci hanno chiamati d’urgenza dall’ospedale. Il senologo era arrivato e voleva procedere subito. Mi hanno fatto l’ago aspirato e l’ecografia, dalla quale hanno appurato che gli altri organi non parevano intaccati. Mi hanno fatto l’ecografia all’altro seno e anche lui sembrava fosse a posto.
Ricordo la frase del senologo: “I linfonodi sembrano a posto, ma bisogna fare una mastectomia urgente”. Gli avevo chiesto se potessi tentare in qualche modo di ridurre la massa e di salvare il seno con chemioterapie o radioterapie, ma pareva non esserci alcuna possibilità in tal senso. Lui era stato lapidario:  “No, questa è l’unica strada possibile. E comunque bisogna sbrigarsi, perché il cancro cammina velocemente e lei rischia che in breve tempo si intacchino tutti gli organi”.
Solo successivamente, a fatto compiuto, ho scoperto che il modo per ridurre la massa c’era eccome (e da protocollo!) e che non bastano di certo una mammografia e un’ecografia per stabilire l’entità del tumore o il coinvolgimento linfonodale. Non mi hanno mai fatto una biopsia, una risonanza magnetica, una TAC o una PET. Non ho mai parlato con un oncologo. Mi hanno data per spacciata e io ho avuto fiducia in loro, perché il senologo aveva modi di fare gentili, affabili e assolutamente compiacenti, finché gli ha fatto comodo.
Ero così anestetizzata dalla paura, da vivere i miei giorni in una sorta di paralisi. Impossibile informarsi per capire se mi stessero dicendo la verità. Non ne avevo la forza.
Ricordo di una domenica pomeriggio in cui ho portato Alice, insieme ad altre mamme e sue compagne, ad assistere al cinema all’anteprima di Violetta. Lei era seduta poco distante da me, insieme alle sue amiche. Cantava, sorrideva e ballava al ritmo della musica. Felice. Osservavo lo schermo e poi lei e mi ripetevo senza sosta: “Dio, ti prego, non portarmi via. Come farà quando sarà adolescente e vivrà le sue prime delusioni d’amore, senza di me? A chi ne parlerà? Come farò a consolarla se non sarò più qui, accanto a lei?”. Ero disperata. Lei era felice ed io piangevo, in silenzio. Piangevo e basta.
Eravamo a fine aprile. Il due maggio ero all’ospedale per eseguire tutti gli esami pre-operatori, dopo che il senologo mi aveva promesso che col sistema sanitario nazionale sarei passata nell’arco di una settimana. Mentre facevo gli esami l’ho chiamato su cellulare per conoscere i tempi e lui mi ha detto: “No no, guarda che ho sbagliato. In realtà ci vorrà almeno un mese di attesa”. Io ero con i miei genitori che, disperati più di me, hanno abboccato dicendomi di chiedergli di poter pagare per procedere subito. Risposta rapida: “Diciassettemila euro e domani ti operiamo”.
Col senno di poi, mi chiedo… Se si pensava che i linfonodi non fossero coinvolti (quando invece lo erano), come facevano a stabilire l’entità del mio tumore, se oltretutto non hanno mai fatto alcun accertamento clinico? Come mai, pagando, il posto per me è saltato fuori subito?

-Ricordo che il professore Di Bella diceva che il cancro è la malattia più ricca che c’è, perché le persone sono disposte a pagare tantissimo, a dare tutto quello che possono dare, per avere una speranza. E a quanto pare, molti dottori questo lo hanno capito bene, e si comportano di conseguenza.. un po’ come si fa con le estorsioni…

Infatti mi hanno operata il giorno dopo. Sono arrivata a digiuno verso le otto. Mi hanno iniettato un liquido di contrasto per vedere se erano attivi i linfonodi in sede operatoria. Mi hanno poi operata la sera tardi. Praticamente ho dovuto attendere, nell’ansia e a digiuno, un’intera giornata. Poi, verso sera, sono venuti a prendermi. Dopodiché, a operazione ultimata, un infermiere mi ha riportato in camera. Saranno state le ventuno.
Prima che io fossi portata in camera, il senologo ha raggiunto i miei genitori dicendo loro che era andato tutto bene, che il primo linfonodo era intaccato, il secondo solo un pochino e il terzo era solo un po’ sporco di grasso.
Quando dopo la mastectomia sono stata riportata in camera, l’espansore sotto il muscolo mi faceva così male che respiravo e svenivo. Ovviamente anche di questo nessuno mi aveva avvisata e, fra l’altro, non mi avevano neanche detto che esistono tecniche operatorie che ti fanno uscire dalla sala operatoria col seno già ricostruito.

-Insomma, molte delle cose che dovrebbero essere dette al paziente, non vengono dette.

Non c’è informazione, perché devono agire in fretta, giocando sulla paura dell’altro. Solo così il cliente resta dentro, disinformato e passivo. Come puoi davvero valutare le cose? Come puoi cercare di capire di più? Io facevo molte domande, ma era difficile ottenere risposte chiare. Mi sorridevano e mi mostravano tutte strade sbarrate e io mi sono stupidamente fidata. Anche perché, insieme a me, dovevo anche supportare chiunque mi circondasse. I miei genitori e mio marito, anziché sostenermi o informarsi, rischiavano di crollare addirittura prima di me.
In quella frenesia, poi, non hai tempo per pensare né testa per informarti e scegliere diversamente, perché ti dicono che devi toglierti il cancro il prima possibile, altrimenti intaccherà tutto e per te sarà la fine.
Tieni anche conto che, salvo mia nonna che si è ammalata quando Internet era praticamente agli esordi e pareva che le cure tradizionali fossero l’unica opzione possibile, io sono la prima che si è ammalata di cancro di tutta la mia numerosissima famiglia. Quindi la notizia è stata davvero devastante e disorientante.
Per tre giorni sono rimasta in ospedale, sempre assistita da qualcuno della mia famiglia, perché non riuscivo neppure a girarmi per prendere un bicchiere d’acqua. Anche muovere il collo o respirare mi procurava dolori così lancinanti che rischiavo ogni volta di svenire. Ricordo che, quando dovevo alzarmi dal letto per andare in bagno o mangiare, provavo un dolore talmente devastante da dover fare uno scatto rapido in avanti e gridare per riuscire a tirarmi su. Io che, come dicevo, il dolore lo controllo benissimo.
Quando i medici venivano a visitarmi e parlavo di questo dolore assurdo, a volte non mi ascoltavano né rispondevano, altre minimizzavano dicendomi che stavo esagerando. Sarà… ma da allora non sono più riuscita a dormire sdraiata. Dormo seduta. E la schiena sta cominciando a dare seri problemi.
Sono uscita dall’ospedale con due drenaggi e sono andata a prendere Alice fuori da scuola. Desideravo mi vedesse stare bene. Dopo qualche giorno, dopo mie continue insistenze con il senologo, sono andata a fare la PET total body. Per fortuna era tutto a posto. Ho fatto quell’esame tremando per le fitte. Ricordo che mi battevano i denti e mi uscivano le lacrime dal male, mentre ero sdraiata. Fitte allucinanti. Mi hanno dovuta aiutare sia per sdraiarmi, sia per alzarmi. Ho poi cercato i chirurghi per spiegare il mio dolore, ma l’unica cosa che mi sono sentita dire è che era del tutto impossibile che io stessi così male. Non ho insistito. Ero arresa. Ero già morta.
Nei giorni successivi hanno cominciato a togliermi un drenaggio. Il secondo a distanza di un mese.
Dopo ciò che era stato detto ai miei genitori sui linfonodi e col fatto che neppure volevano sottopormi ad una PET, credevo ingenuamente che a livello tumorale non ci fossero più problemi. Dopo alcuni giorni, invece, mi ha telefonato il senologo dicendomi che il tumore era esteso e c’erano già nove linfonodi coinvolti sui dodici prelevati, di primo e secondo livello. Io ho risposto: “Scusa, ma non me ne avevate tolti solo due?”. Lui ha risposto dicendomi che i miei genitori non avevano capito niente. Poi ha aggiunto: “Guarda, devi fare 8 chemioterapie, una quarantina di sedute di radioterapia e 3-5 anni di cura ormonale. Forse 10. Vieni tra due giorni, così ne parliamo”.
Ci siamo dati appuntamento e, quel giorno, mi sono presentata con mio padre e mio marito. Il senologo ha ribadito tutto e ci ha consegnato il foglio con tutte le caratteristiche del mio tumore, aggiungendo: “E non ascoltare ciò che ti diranno gli oncologi, perché si sa che sono tutti stronzi”. Lì ho capito la gravità del mio cancro, perché nessuno mi spiegava mai niente. Mio padre, in quel frangente, gli ha ricordato che a lui e mia madre era stata comunicata tutt’altra cosa subito dopo l’operazione, ma il senologo ha continuato a negare.
A tutta questa assenza di informazioni e confusione, aggiungo il fatto che spesso mi consegnavano moduli sbagliati, dove sostituivano il mio nome o cognome a quelli di un’altra donna. È accaduto quando ho chiesto il foglio per ottenere il codice 048, quando ho dovuto firmare alcune liberatorie e anche durante una delle mie due chemioterapie.
Con tutti i dati sul mio tumore, dato che nessuno mi spiegava mai nulla, qualcosa ha cominciato a muoversi dentro di me. Il bisogno di capire. Così ho avviato la mia ricerca su Internet, scoprendo che la mia situazione era davvero seria. Leggendo in alcuni forum di donne disperate per le conseguenze operatorie, la chemioterapia, la cura ormonale, le recidive e le metastasi, mi sono ritrovata davanti a tanti, troppi necrologi. Era come precipitare all’inferno.
Ricordo che chiedevo al senologo – mio unico punto di riferimento da sempre – informazioni sulla gravità del mio cancro, ma non ottenevo mai alcuna risposta sensata. Ho così trovato un radiologo esterno all’ospedale e sono andata a parlarci una domenica pomeriggio, scoprendo che nei casi come il mio solo il 25% delle donne sopravvive ai 5 anni. Pare strano ciò che sto per dire, ma per me che mi sentivo ormai morta, quella percentuale era infinitamente grande! 25% di possibilità di farcela = 25% di possibilità di poter crescere Alice!
Poi mi hanno fissato il primo incontro con l’oncologa, che mi ha parlato della chemioterapia e dei suoi effetti collaterali, come il vomito e la caduta dei capelli. Mi ha raccontato di come la terapia ormonale mi avrebbe indotto una menopausa anticipata, nella quale sarei certamente rimasta anche dopo il trattamento. Quando le ho detto che avrei voluto avere un altro figlio, mi ha risposto che esisteva la crioconservazione assistita, ma che non me ne avevano parlato perché per protocollo la spiegavano solo alle donne entro i 39 anni di età. Peccato io ne avessi compiuti 40 da una manciata di mesi. Nuova disinformazione.
A quel punto mancavano pochi giorni alla prima chemio. Forse una decina. Mi ha quindi spedita dalla ginecologa dell’ospedale, affinché potessi capire se fosse ancora possibile praticarla a me. Anche in questo caso, tutto è avvenuto in modo molto confuso e in estrema fretta. La ginecologa in 5 minuti mi ha visitata, mi ha parlato di pastiglie e iniezioni da fare e mi ha consegnato un foglio da firmare. Una volta tornata a casa l’ho letto, scoprendo che firmando quel foglio assolvevo l’ospedale da qualsiasi responsabilità, poiché per praticare la crioconservazione avrebbero dovuto somministrarmi un farmaco ormonale pericoloso in caso di cancro al seno come il mio.
Sono seguiti giorni terribili. Attendevo il ciclo e non arrivava. Ponevo domande via email, negavano quanto riportato sul foglio che avrei dovuto firmare e mi sentivo sempre più confusa. Ho scoperto soltanto dopo che avrei dovuto acquistare e fare quelle iniezioni per velocizzare i tempi per la crioconservazione ma, anche questa volta, nessuno era stato in grado di parlarmi lentamente, in modo chiaro e in assoluta trasparenza. Ho quindi inghiottito l’ennesimo boccone amaro e ho rinunciato a tutto.

-Quindi iniziasti la chemioterapia..

Si. Il giorno della prima chemioterapia, l’11 giugno 2013, c’era un’altra oncologa ad attenderci. Ci ha accolti insieme ad una sua assistente.
Ad un certo punto, mentre compilava alcuni moduli al terminale, ha esclamato: “Ah, vedo che alla fine non l’avete fatta la crioconservazione!”. Io ho annuito, mentre mio marito ha manifestato il suo disappunto circa l’assenza di informazioni e l’impossibilità di fare tutto con calma, nei tempi che normalmente vengono riservati alle altre pazienti.
L’oncologa si è girata verso la collega e, parlando con lei anziché con noi, le ha sostanzialmente detto con feroce tono ironico che tanto non avrei avuto il tempo di usarli e che, quindi, sostanzialmente sarebbe cambiato ben poco. Lì per lì non ci ho fatto caso. Tutte le mie energie erano concentrate su quanto stavo per affrontare. Non avevo minimamente idea di cosa sarebbe accaduto, di cosa avrei dovuto fare, di quanto sarebbe durata, di dove mi avrebbero messa per iniettarmi la chemio. In quel momento l’unica cosa che per me contava era ciò che mi stavo preparando ad affrontare perché, ancora una volta, nessuno si era preso la briga di prepararmi rassicurandomi quantomeno sul fronte delle azioni pratiche da svolgere.
Dopo la chemio, usciti dall’ospedale, mio marito è però scoppiato a piangere. E, successivamente a qualche domanda, ho compreso la ragione. Mi davano per spacciata e, a differenza mia, la sua messa a fuoco sulla ferocia dell’oncologa era stata immediata.

-Come fu l’impatto con la chemio?

Al ritorno a casa mia figlia non c’era. Alice, per fortuna, non è mai stata presente nei miei giorni post-chemio. Credo che sia stata la scelta giusta, stante come mi riducevano quelle iniezioni di veleno. Non le ho mai nascosto nulla. Mi ha chiesto di vedermi nuda ed io l’ho accontentata serenamente. Sapeva che avrei perso i capelli ed è venuta con me dal parrucchiere quando li ho rasati. Ma farle assistere a tutto quel dolore era per me inammissibile. Quella volta, per fortuna, eravamo riusciti a mandarla dai nonni.
Ho passato 7 giorni raggomitolata nel divano, persa nel suo blu e con una sensazione di veleno nero che mi spaccava dentro. Tentavo di uscire di casa per inalare aria pulita, ma barcollavo e provavo un estremo fastidio per tutti gli odori. Era come se ogni luogo e ogni cosa avesse assunto un olezzo eccessivamente forte, che mi entrava nelle narici e mi faceva venire voglia di vomitare l’anima. Non ho mangiato né bevuto per giorni. Sentivo gli organi che si spaccavano e piangevano. “L’urlo” di Munch. La chemioterapia, per me, è esattamente in quel quadro.
Qualcosa cominciava a stridere, dentro di me. Ma non riuscivo ancora a metterlo a fuoco.
Ricordo che passavo dal divano al letto con il fazzoletto della Madonna di Medjugorie sempre addosso. Ricordo che pregavo lei e chiamavo mio zio e i miei nonni, chiedendo loro di darmi la forza di resistere e di sperare. Ricordo che, con il cellulare e i conati di vomito, cercavo tutte le informazioni possibili via Internet sulla terapia ormonale, la menopausa, l’affido e l’adozione.

-Una forma di avvelenamento

Un vero e proprio avvelenamento. Il week-end successivo alla prima chemio era il compleanno di Alice e sono andata alla sua festa pallida come un cencio. Dopo quindici giorni ho cominciato a perdere i capelli. Alice sapeva che sarebbe accaduto. Le ho spiegato cos’era il cancro, le ho spiegato perché dovevano togliermi il seno, le ho spiegato perché mi sarebbero caduti i capelli e che sarebbero ricresciuti. E ho cominciato a perderli mentre lei era in montagna dai nonni. Ricordo che li perdevo a ciocche e dappertutto. Ero andata a trovarla un week-end, avevo dormito con lei nel lettone e ci siamo svegliate con tutti i miei capelli sparsi sulle federe e fra le lenzuola. Erano ovunque. L’ho rassicurata, dicendole che sapevamo che sarebbe accaduto e che io ero molto serena.
Rientrata a Milano, li ho rasati completamente e ho cominciato ad indossare una cuffia nella quotidianità e una parrucca durante le riunioni con i clienti. Una parrucca identica ai miei, su misura e fatta benissimo, ma che ho sempre detestato.
La seconda chemio l’ho fatta il 2 luglio. Anche in questo caso, Alice per fortuna era via.
Siamo stati accolti dall’assistente che era insieme all’oncologa l’11 giugno. Ricordo che la visita era stata molto frettolosa e che neppure mi aveva pesata così, mentre già ci stava mandando via, le avevo detto: “Scusi, io so che le dosi che mi somministrate ammazzerebbero un cane di taglia media in tre minuti. Dato che definite le dosi a seconda del peso del paziente e ho perso più di 5 kg in 15 giorni, non vuole pesarmi per capire il giusto dosaggio?”.
Lei mi ha guardata e mi ha risposto: “Guardi, per noi le variazioni che influiscono sono del 30%. Inoltre non si preoccupi, tra la chemio, le schifezze che noi donne mangiamo per tirarci su di morale in questi momenti e le cure ormonali che dovrà fare, al termine degli 8 cicli sarà ingrassata di almeno 20 chili”. Tutto questo, ridendomi in faccia. Io e mio marito eravamo allibiti.
Così ho ribattuto: “Io sono diventata vegana, non sto mangiando schifezze, assumo l’aloe e altri prodotti omeopatici. Dovete assolutamente informare le persone sotto chemio, perché è fondamentale che non mangino zuccheri e che tengano il ph basico. Sono stata ad un convegno di Berrino. Perché voi non dite nulla ai pazienti? Perché non chiedete nulla su quanto facciano insieme alla chemio? Come fate a sapere se un paziente guarisce grazie alle vostre cure o a ciò che collateralmente fa, se non gli chiedete niente?”.
Lei mi ha guardato e, con tono lapidario e sprezzante, ha risposto: “Perché per noi sono tutte cazzate”. Io ho riabbassato la testa e mi sono preparata psicologicamente per la seconda dose… ma tutto cominciava a scricchiolare rumorosamente dentro di me.

-A volte è difficile dire se in certe persone è maggiore la volgare arroganza o l’incredibile ignoranza.

Loro hanno bisogno che i pazienti restino assolutamente ignoranti e passivi. Appena alzi un pochino la testa, ti umiliano e ti ridono in faccia nonostante il dramma che stai vivendo. E ti inviano quei messaggi proprio per farti capire che, se non resti remissiva, loro sapranno come farti stare ancora peggio. Questa è la strategia.
Comunque, anche dopo questa seconda chemio sono stata malissimo. Più di prima. Non riuscivo neppure a parlare al telefono con Alice.

-E dovevi vedertela anche col dolore lancinante al seno.

Infatti. Mentre facevo le chemio andavo a farmi gonfiare l’espansore. E, puntualmente, raccontavo del dolore lancinante che provavo. Le loro risposte, però, erano sempre le stesse. Era impossibile e stavo esagerando. Raccontavo che sentivo i liquidi caldi e freddi che scendevano nella parte sinistra del mio corpo, ma, naturalmente, mi si diceva che inventavo le cose.
Ad ogni espansione, poi, ribadivano che la ricostruzione sarebbe venuta da schifo a causa di come il mio corpo stava reagendo e che non avrei più potuto indossare un reggiseno o un costume normali.

-In perfetta coerenza con lo stile brutale della precedente dichiarazione che hai citato prima.

Sì… quella per me fu però l’ultima chemio. Oltre alla chemio mi era stata fatta anche un’iniezione di Decapeptyl, per togliermi il ciclo. Comunque sia, appena terminati gli effetti collaterali della seconda iniezione di veleno, ho deciso che non ne avrei più fatte e che avrei piuttosto preferito morire dignitosamente. Mi chiedevo: “Come può una cosa del genere salvarti la vita? Loro mi stanno ammazzando!”.
Ricordo che Alice era in vacanza, in un maneggio in Trentino. Ho sfruttato quella settimana per studiare. Era come se mi fossi nuovamente impossessata della mia vita. Studiavo come una pazza, giravo in Internet, acquistavo e divoravo libri, guardavo video. Trovavo un’informazione, la intrecciavo con un’altra e poi mi collegavo ad infinite altre cose. E ho cominciato a comprendere che tutto quello che volevano farmi era cancerogeno. Ti “curano” il cancro con cose che lo innescano. Quale assurdità? Ad un certo punto mi sono imbattuta in un video di Pantellini e lì è stata davvero la svolta.

-Gianfranco Valsé Pantellini, l’ideatore dell’ascorbato di potassio.

Sì… Quando ho guardato quel video… è stato… non so spiegarti. Era come se lo stesse dicendo proprio a me. Era come se Pantellini fosse vivo, nella mia stanza e mi stesse dicendo: “Questa è la strada che devi seguire”. Ho già detto in precedenza che io “sento”. Di cose strane me ne sono capitate parecchie. Ebbene, quel giorno – potrò sembrarti pazza – Pantellini era insieme a me. Ho visualizzato la sua sagoma nella stanza. Ho sentito la sua energia inondare l’ambiente. Era come averlo di fronte, a parlarmi.
Ho quindi scritto una mail e poi chiamato la Fondazione Pantellini, dove ho interagito con persone meravigliosamente sensibili. Prima di sapere quale schema dovessi avviare, sono andata in farmacia ad ordinare l’ascorbato di potassio con ribosio e ho cominciato a prendere subito le bustine, comunicando all’oncologa che avevo conosciuto la prima volta e al senologo che non avrei continuato la chemioterapia.
L’oncologa, dopo che attendevo da settimane di poterle parlare decentemente, guarda caso mi ha chiesto subito di raggiungerla in ospedale. Precedentemente, quando ancora non riuscivo a prendere una decisione ma mi ero già interiormente distaccata dalla possibilità di continuare la chemio e tutte le terapie da protocollo, le avevo mandato una serie di email in cui le chiedevo di farmi capire i reali vantaggi di chemio, radio e cura ormonale. Lei mi aveva risposto frettolosamente, dicendomi che certamente erano terapie pesanti, ma che nessuno poteva darmi alcuna certezza sulla loro validità. Improvvisamente, qualche minuto dopo la mia email di abbandono, esistevo e lei era diventata “disponibile a interagire con me”.
Il senologo mi ha invece chiamata immediatamente, dicendomi che altre donne fanno la mia stessa scelta e, poi, incrociandomi in ospedale per le varie espansioni, ha cominciato addirittura a far finta di non vedermi. Non ero più una cliente da fidelizzare!
Prima di partire per le ferie e cominciare lo schema Pantellini, sono andata ancora una volta in ospedale per farmi fare l’ultima espansione e, anche in quella occasione, mi sono sentita dire che il mio seno sarebbe venuto da schifo. Così, anche su questo fronte, ho cominciato a studiare. Ho cercato informazioni e possibili chirurghi da incontrare al rientro dalle vacanze e ho avviato un accurato approfondimento sulle varie tecniche chirurgiche. Praticamente ho continuato ad informarmi senza tregua tutta l’estate.
Mi sono ad esempio messa in contatto con la meravigliosa dottoressa Anna Maria Buzzi, per ricevere informazioni sul vaccino CRM197, che ho poi cominciato a settembre. E lei è stata di un’umanità preziosissima e incredibile, in un universo per me ormai popolato solo da persone ciniche e umanamente incomprensibili.

-Di che si tratta?

È un vaccino che usavano in Italia, vietato dal ’97, credo. Ovviamente lo stanno sperimentando in Giappone con successo. In pratica, si tratta di una molecola derivata dalla tossina difterica, con proprietà antitumorali e capace di provocare una reazione immunitaria. Si fanno sei iniezioni sottopancia, a giorni alterni. Poi quattro richiami ogni due mesi. Praticamente, la sostanza che ti iniettano si deposita sulle cellule cancerogene e le rende visibili a quelle del sistema immunitario, che le attaccano e le fagocitano.

-Interessante. Hai approfondito altre strade?

Certamente! Ricordo di un sms che ho inviato a Giovanni Puccio che, senza sapere chi fossi, a distanza di poche ore mi ha chiamata mentre era in ferie. Il 13 agosto. Ricordo perfettamente la sua voce. Ricordo che mi ha dato una forza incredibile la sua determinazione nel farsi carico della mia guarigione attraverso la sua terapia Crap. E, anche verso di lui, ho sentito un richiamo interiore fortissimo. Da subito. Giovanni è una persona meravigliosa. Ha messo a punto un protocollo con le sue sole forze, senza mai guadagnare un solo centesimo dai pazienti. Per me è stato un faro nel buio e devo dire che, nei suoi confronti, provo un affetto immenso.
Ho trascorso l’estate studiando, nutrendomi bene, facendo ginnastica, prendendo sole e andando in giro pelata, perché non mi vergognavo affatto della mia condizione. Le persone mi guardavano, ma non m’importava nulla. In un paio di occasioni, mentre ero sola, mi è capitato di essere avvicinata ed essere abbracciata sentendomi dire da altre donne: “So cosa stai provando”.
Lì ho capito che dovevo attivarmi personalmente per diffondere la mia storia e il mio messaggio, mettendomi a nudo… perché soltanto così avrei potuto aiutare altre persone disperate come lo ero io all’inizio.

-Il profondo legame di cuore che unisce chi ha attraversato sofferenze simili..

Proprio così. E Facebook è stato fondamentale. Dapprima ho interagito nella pagina della Fondazione Pantellini. Poi, dato che le conversazioni si aprivano su tematiche molto diverse da quelle previste, insieme alla mia amica Ina Door abbiamo fondato il gruppo “Quelli che… il cancro lo curo a modo mio”. Poi ho deciso che dovevo espormi anche in prima persona e, quindi, oltre a gestire il gruppo ho cominciato a raccontare sempre cosa mi capita, cosa scopro e come sto tentando di curarmi nel Mio Diario.
Le persone che mi scrivono e mi telefonano sono tantissime. Io ci definisco “diversamente sani”, perché è così che mi sento. Il cancro è una malattia terribile, ma impari anche a conviverci. Il punto è riuscire ad avere a che fare con terapie “buone” e persone che dimostrano di volerti salvare. Viceversa, è la mente stessa a decidere che sei spacciata.
Comunque, al ritorno dalle vacanze ho sostituito le iniezioni Pantellini alle flebo e ho integrato man mano il vaccino CRM197 e la Crap. Poi mi sono messa in contatto con un medico che somministra la terapia del Vischio e ho cominciato anche quella. Inoltre assumo melatonina, curcuma, vitamina C, CellFood e Bicarbonato.
Appena mi sarò operata vorrei anche raggiungere Salvatore Paladino, per curarmi attraverso il Digiuno Terapeutico. Consiglio a chiunque mi legga di cercarlo su Facebook e su YouTube. Io sono andata a conoscerlo e posso assicurarti che è un uomo indescrivibilmente “oltre”. Con il suo assistente, aiutano (e guariscono) tantissime persone, spesso a distanza e in modo completamente gratuito.
Comunque… ad oggi prendo tantissime cose che aiutano l’organismo e non lo annientano. Sto facendo tutti gli esami e i controlli e per ora va tutto bene. Certo, è passato ancora pochissimo tempo… ma io non ho nessuna intenzione di mollare. Desidero crescere Alice e, se possibile, tornare ad essere mamma. Lo allatterò con un seno solo. Pazienza. Oppure lo nutrirò col cuore, che di certo è ricco di tutti i migliori nutrienti possibili.

-Come hai proceduto relativamente al seno?

Sono andata da vari chirurghi, al rientro dalle ferie. Molti li ho anche contattati via email, inviando le mie foto. Tutti mi hanno detto apertamente che in ospedale hanno fatto uno scempio e che sarà difficilissimo riuscire a ricostruirmi. Non sanno a quale tecnica appellarsi.
Insomma, ho pagato 17.000 euro per finire nelle mani di persone incapaci, che però compaiono su articoli altisonanti online, spacciandosi per guru della chirurgia plastica. Tutte balle.
Hanno sbagliato forma dell’espansore, formato e posizionamento. Hanno scavato così tanto da togliermi tutto lo strato di grasso. Così, attraverso la pelle del seno ora si vedono tutti i dettagli e le cuciture della plastica sottostante. Hanno sbagliato davvero tutto ma, chiaramente, durante le espansioni imputavano la colpa a me.
L’espansore sale verso l’alto e ruota dentro l’ascella. Ha creato un’infiammazione tale che persino respirare mi procura un dolore incredibile e sta determinando la formazione di nuovi noduli. La mia fortuna è quella di riuscire a volte a staccare la testa e a trovare un po’ di tregua, anche se le fitte ogni tanto mi obbligano a tornare a sentire.
L’ospedale non solo ha avuto un atteggiamento vergognoso, ma mi ha anche gravemente danneggiata fisicamente. Tra parentesi, quando ho deciso di abbandonare questo ospedale e sono andata in un altro, ho parlato con un’oncologa che mi ha riferito che non c’è evidenza scientifica sul fatto che le chemioterapie servano in un cancro come il mio e che, se fossi stata in cura da loro, certamente mi avrebbero consigliato di farne solo 4, lasciandomi poi la libertà di decidere. E sai cosa è successo quando ho comunicato questa cosa al senologo dell’ospedale in cui sono stata operata? Che mi ha convocata per dirmi, sempre davanti a mio marito, che anche lui me l’aveva suggerito sotto banco, ma che io non me lo ricordavo! Fanno pena. Davvero.
Comunque… sapevo che non avrei più potuto tornare come prima, ma speravo di poter ottenere quantomeno una di quelle ricostruzioni che vedo online e che tutto sommato trovo dignitose. Ora sarò invece obbligata a ricorrere ad una tecnica che si chiama Diep (che dura 8 ore, nella quale usano un pezzo della pancia per ricreare il seno e che obbliga a cucire alcune vene affinché il lembo di grasso e pelle venga irrorato, altrimenti va in necrosi e si perde tutto) o ad andare all’estero, per ricorrere alle staminali o ad altre tecniche che qui non mi propongono. E devo sbrigarmi, perché il mio corpo sta tentando di espellere questo schifosissimo oggetto di plastica in ogni modo possibile.
Fra i medici preziosi che ho incontrato lungo il mio cammino, non ringrazierò mai abbastanza il dottor Andrea Spano… che dopo avermi visitata la prima volta mi ha praticamente presa per mano e seguita nel corso di tutte le mie espansioni. Senza di lui mi sarei trovata letteralmente sola e disperata.
Ancora oggi sta tentando di aiutarmi a risolvere lo scempio compiuto con un’umanità, una gentilezza e una professionalità rarissime. Davvero. Senza mai giudicare le mie scelte terapeutiche o spingere – come altri hanno fatto – su soluzioni a pagamento. Facendomi sempre riflettere affinché emergesse ciò che io desidero e non ciò che è di sua competenza. Una persona rarissima, puoi credermi.
Ho poi mandato un sms al capo chirurgo dell’ospedale in cui ho fatto la mastectomia, qualche mese fa. Il testo diceva semplicemente: “Guardi, mi avete operata malissimo e poi lasciata sola. Avete fatto un lavoro terribile, che mi sta procurando dolori infernali. Per me ormai non c’è più nulla da fare, ma sono preoccupata per le altre donne che finiranno sotto le mani della chirurga che mi ha conciata così e che poi dovranno sopportare tutto ciò che sto patendo io, magari senza avere neppure la possibilità di informarsi e di capire come risolvere”.
Lui mi ha risposto: “Beh, non so neppure chi sia lei”.
E io gli ho risposto: “Mi chiamo Simona De Robertis. Le sue chirurghe si ricorderanno sicuramente di me, perché sanno benissimo di avermi rovinata. Tra l’altro, ho anche scritto loro una email alla quale non si sono neppure degnate di rispondere. Se mi fornisce la sua email, le mando le foto. Così capirà”.

-Brava per la forza morale di scrivere queste cose, di non “lasciare perdere”..

Beh, verso sera il capo chirurgo mi ha chiamata. Di lui e della sua equipe trovi online articoli meravigliosi, eh? Mi sono sentita dire: “Buonasera, ho parlato con le mie chirurghe e dal nostro punto di vista la sua situazione fisica è assolutamente normale”. E io: “No, guardi, normale non direi proprio. Se lavorate sempre così, forse è bene che cambiate mestiere. Ho girato chirurghi a Verona, Milano, Roma e inviato le mie foto a chiunque. Tutti rimangono allibiti per lo scempio e il dolore visibile ad occhio nudo”. A quel punto lui mi ha risposto: “Non è colpa nostra se si è fatta venire un tumore devastante. Signora, guardi, se sta pensando di cercare alleati sappia che io vado a cena con tutti e che non troverà nessuno disposto a testimoniare per lei o a difenderla. Se anche volesse metterci nei guai, farà soltanto la figura della cretina”.

-Una risposta in stile mafioso..

Io, però, me ne frego. Così gli ho risposto: “Bene, se dice così, vuol dire che ho proprio ragione”.  E lui: “Guardi, lei dovrebbe soltanto essere grata per il fatto che sto perdendo tempo a chiamarla”. E io: “Guardi che invece sono io che sto perdendo tempo ad ascoltare lei, ed è pertanto lei che deve ringraziare me”.
Quindi farò causa, perché ritengo sia il solo modo per poterne parlare e proteggere altre donne. Inoltre non so proprio dove troverò i soldi che mi serviranno per la ricostruzione plastica e ritengo spetti a loro questo onere.
Aveva ragione lui, però. Tutti i chirurghi che ho incontrato rifiutano di scrivere un semplicissimo esito di visita, dopo che capiscono da dove proviene lo scempio. E anche i medici legali non scherzano, perché amicizie e conflitti di interessi in questo campo sono davvero infiniti. Forse, però, finalmente sono sulla strada giusta. Vedremo.
Certamente, tutta la situazione è stata davvero vergognosa. Tutta.

-E su questo, Simona, non c’è nessun dubbio…

E comunque, Simona, in te si percepisce una energia, una forza interiore rare.
La mia psicoterapeuta dice che ho una resilienza e un entusiasmo che sono al di fuori del comune. Io penso che queste due caratteristiche derivino dalle mia esperienze di vita. Cado, mi faccio terribilmente male, ma mi rialzo sempre.

-Grazie Simona. In bocca al lupo per tutto.

Grazie a te per avermi dato voce! Spero che la mia storia possa servire ad altre persone. Lo spero tanto. E spero, un domani, di poterle aiutare non solo attraverso il Gruppo di Facebook, ma anche con il mio Counseling.
2.695 Comments :, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , more...

Opere di Pierdonato Zito, detenuto a Voghera

by on apr.14, 2014, under Bellezza, Simbolo

Pierdonato Zito è detenuto, ormai da molti anni, nel carcere di Voghera.

Nel tempo ha fatto un percorso esistenziale radicale, che lo ha portato sempre di più nelle profondità di se stesso.

Una disciplina continua, un lavoro di intaglio sull’anima, una rinuncia a ogni fronzolo, per radicarsi nell’essenzialità.

Ha acquisito uno stile “classico” nello scrivere, nel senso dei “classici” latini e greci, e una cura di ogni parola, dove l’incedere ha un equilibrio e nessuna frase sembra superflua. Ed emana, nel suo modo di scrivere, una umanità che non cerca palcoscenici, ma la voglia di dare ed amare.

Certo, a suo tempo commise reati. Ma l’uomo che cade, e si rialza, lavorando su se stesso per lunghi dolorosi anni, può arrivare a diventare un uomo capace di tramettere molto di più, alle volte, di tanti “immacolati”, che non sono mai caduti, ma non hanno neanche, mai, esplorato le profondità di loro stessi.

Pierdonato è anche un bravissimo pittore, e negli anni della sua carcerazione ha dipinto tantissimo. Queste sono alcune delle sue ultime opere.

4.529 Comments :, , , , , , , , more...

Gli uomini sono fatti così

by on apr.03, 2014, under Resistenza umana, Simbolo

Questo testo lo devo a una ragazza speciale, Monica, che lo trascrisse da un libro di Oriana Fallaci e me lo inviò sapendo di inviarmi qualcosa di prezioso
Queste pagine ti entrano nell’anima per non uscirne più. Se siete uomini non spaventatevi al nome della Fallaci. Se anche non l’avete mai amata, smentite la pigrizia che ci mantiene sempre nel nostro recinto, sempre con la certezza di sapere che qualcosa non merita di essere letta, che qualcuno non merita di essere letto. Leggete lo stesso questo brano, soprattutto se non l’avete mai amata. Leggete come solo le viscere e l’anima sanno leggere.
In mezzo al sangue, alla bestialità, alle macerie, proprio quando tutto ciò che umano dovrebbe uscirne seppellito per sempre, prorompe uno dei canti più belli che io abbia mai letto sulla dignità e la bellezza umana.
Perché.. GLI UOMINI SONO FATTI COSI’.

——————————————————————-
[..]
Guarda,se durante quell’estate tu mi avessi chiesto a cosa mi stava approdando l’anima, ti avrei risposto:al nulla del nulla. Il ritorno  nella “pace” mi aveva talmente deluso che non credevo più a nulla:non  mi salvavo nemmeno col dubbio. Credere negli esseri umani, battersi per loro,perché?  Vantarsi d’esser nato fra loro anziché fra gli alberi o i pesci o le  iene, perché? E non dirmi che il giudizio di un giornalista è distorto  dagli avvenimenti eccezionali,non si basa mai sulla normalità  quotidiana. Il destino del mondo dipende infatti dalla normalità o dagli avvenimenti eccezionale di cui si occupa il  giornalista? La storia la fanno i buoni che passano inosservati o i  cattivi che si distinguono pei loro crimini legalizzate dalle  bandiere? La fanno i bulldozer che costruiscon strade o i carri armati  che le distruggono? Io sostengo che la fanno i carri armati perché non  ho mai saputo di un buono che cambiò la faccia della terra. La cambiò forse Cristo? La cambiò forse Budda? Sostieni di si? Allora spiegami  il Vietnam, il Biafra, il  Medio Oriente, la Cecoslovacchia, Shiran Shiran , i contestatori borghesi. Spiegami, convincimi e mi vanterò  d’esser nata tra gli uomini anziché tra gli alberi o i pesci o le  iene.
Ma poi accadde qualcosa. Poi venne l’autunno coi Giochi Olimpici a Città del Messico, e capitai in quel massacro,un massacro peggiore  di qualsiasi massacro che avessi visto alla guerra. Perché la guerra è  una cosa dove la gente armata spara a gente armata, la guerra se ci  pensi bene ha un fondo di correttezza, tu mi ammazzi io ti ammazzo, in  un massacro invece ti ammazzano e basta, ed oltre trecento, c’è chi  dice cinquecento, ne massacrarono quella sera. Ragazze, donne incinte, bambini: la strage di Erode, Erode che rinasce sempre per eliminare  Gesù prima che diventi uomo. E dentro di me successe un tal terremoto  che la mia anima si assestò e trovai la buona risposta per Elisabetta.
La trovai e la pagai: con le tre cicatrici che ora mi porto addosso. Replicherai: cosa sono tre cicatrici? Poco, d’accordo, pochissimo, ed  annuisco se aggiungi che fanno parte del mestiere: quando vai dove sparano, il minimo che ti possa capitarti è d’essere prima o poi sparato. Però vedi, se io non ce le avessi, queste tre cicatrici, mi sentirei infinitamente più povera. Perché mi domanderei ancora a cosa serve nascere a cosa serve morire, e la morte di tutti gli uomini che ho visto morire per mano degli uomini mi sarebbe inutile,e me ne starei come una lucertola al sole, indifferente immobile intenta solo a sbadigliare sulla mia letargia. Me ne stavo così prima di assistere  alla strage di Erode,prima del mio terremoto. Sicchè fammi raccontare  che accadde quel mercoledì 2 ottobre 1968 e la risposta che ricavai.[…]
C’era questa piazza che chiamano Piazza delle tre culture perché riunisce simbolicamente le tre culture del Messico, la azteca con le rovine di una piramide azteca,la spagnola con una chiesa del 500, la moderna con i grattacieli moderni. Un immensa piazza, lo sai, con molte vie d’accesso e molte vie di fuga: non a caso gli studenti la sceglievano pei comizi contro Erode. Gli studenti, gli operai, i maestri di scuola, insomma chiunque avesse il coraggio di protestare contro erode che al Messico si chiama Partito Rivoluzionario Istituzionale e dice d’esser socialista ma non si capisce che genere di socialismo dal momento che i poveri al Messico sono fra i poveri più poveri al mondo, nelle campagne guadagnano 800 lire la settimana,e se rumoreggiano la polizia li zittisce a colpi di mitra. Gli studenti protestavano anche per quello. E poi perché non volevano che i soldati occupassero le loro università bivaccando nelle loro aule, rompendo i loro strumenti. E poi perché non volevano le Olimpiadi al Messico.
Dicevano: costano miliardi le dannate Olimpiadi,ed è vergognoso spendere i miliardi nelle Olimpiadi quando il popolo muore di fame. Gli studenti al Messico,sai, non sono come gli studenti italiani francesi inglesi americani. Non hanno la fuoriserie, non hanno le camicie di trina, specialmente al Politecnico sono figli di contadini, di operai e magari sono operai a loro volta. Ma torniamo alla piazza. Che era fatta a rettangolo. E da una parte questo rettangolo era limitato da un cavalcavia,dall’altra si concludeva una scalinata in cui i gradini scendevano verso un grande edificio che si chiamava Chihuahua. Il Chihuahua  quindi dominava tutto e da esso vedevi la chiesa spagnola con le rovine azteche a sinistra, i grattacieli a destra, il cavalcavia in fondo, e la scalinata sotto ogni piano del Chihuahua aveva un balcone lungo 10 metri e largo 5, con una balaustra alta circa un metro e un’ apertura circa tre: le misure sono indispensabili   per capire come ci spararono dall’elicottero. Ai balconi si accedeva per le scale a destra e a sinistra, oppure dagli ascensori le cui porte si aprivano sulla parete lunga; le porte degli appartamenti a privano invece sulle due pareti brevi, mi spiego? erano balconi molto comodi, ampi, contenevaano anche 50 persone e per arringare la folla eran perfetti.
I capi degli studenti sceglievano sempre quello del terzo piano. Col permesso degli inquilini piazzavano sulla balaustra i microfoni, le bandiere, e tenevano i discorsi lì. Io l’avevo già visto al comizio di quattro giorno avanti, quello per commemorare i morti di luglio e di fine settembre, un comizio che m’aveva preso alla gola sai: pioveva, era buio, e i ragazzi stavano immobili nella pioggia, nel buio, poi la pioggia era finita e qualcuno aveva acceso un fiammifero, e un altro, e un altro ancora, e un accendino, e un altro, e un altro ancora, finchè la piazza era diventata un palpitar di fiammelle, fiammelle e fiammelle dalla scalinata fino al cavalcavia, e poi chissà chi aveva avuto l’idea di arrotolare un giornale e farne una fiaccola, e allora tutti s’eran messi ad arrotolare giornali e farne fiaccole, e il comizio s’era sciolto in una gran fiaccolata,in una fila lunga di luce che si allontanava in coro: “goya, goya cachu cachu rara! Cachu rara, goya, goya universidad!”. E in un altro coro “gueu, gueu, gloria ala cachi cachi porra! Gueu pin porra! Politecnico, politecnico, gloria!”.
E io avevo chiesto ma cosa vuol dire, e loro mi avevan risposto: non vuol dire niente, sono le nostre canzoni, sono canzoni da bambini. Perché in fondo quegli studenti, quei terribili studenti che mettevano in pericolo le Olimpiadi e il prestigio del governo messicano, eran bambini. A me infatti erano piaciuti perché eran bambini con l’entusiasmo dei bambini, e ci avevo fatto amicizia. Il mio primo amico era stato Mosè che era un ferroviere iscritto al Politecnico, piccino, timido, brutto, con una camicia sfilacciata e una giacca tutta rammendi. Lo incantava il fatto che fossi stata in Vietnam e mi diceva : “miss Oriana, vietcong very brave, eh? Molto coraggiosi, eh?”. Il mio secondo amico era stato Angelo che ra uno studente di matematica e fisica, invaghito dei Beatles e di Mao, con un visuccio triste da Savonarola. E poi Maribilla che era una ragazza di 18 anni,abbastanza graziosa se non fosse stato per il labbro leporino che le sciupava la faccia, due occhietti dolci ed allegri, una gran voglia di vivere. E poi Socrate che era un giovanottone coi baffi, i lineamenti di Emiliano Zapata, l’ardore del rivoluzionario disposto al sacrificio. E infine Guevara che era un laureando in filosofia,silenzioso e duro. E avevo pensato a ciascuno di loro quando quel mercoledì mattina ero stata ad intervistare il generale Queto, capo della polizia, e costui m’aveva detto che noi giornalisti si esagera sempre “non pasa nada, querida, nada, tutte menzogne, nessuno spara sugli studenti, che tengano pure il loro comizio, gli ho dato il permesso”. Capisci, gli aveva dato il permesso e ripeteva no pasa nada, non succede nulla, e i suoi ordini erano già stati impartiti: sparare.
Il comizio era fissato per le 5 di pomeriggio. Giunsi alle 5 meno un quarto e la piazza era già piena a metà,diciamo 4000 persone, ma neanche l’ombra di un poliziotto, di un granadero. Salii sul balcone e qui trovai Socrate insieme a Guevara, Maribilla e Mosè e poi altri 5 sei ragazzi che non conoscevo. Uno studente del conservatorio, che parlava in italiano, uno con un pullover candido che mi fermai a guardare, ricordo, perché era così candido. Chiesi loro come si mettevan le cose e risposero bene:data l’assenza della polizia,potevan marciare su Casco Santo Thomas dove c’era una scuola occupata dai granaderos. E nello stesso momento ecco arrivare Angelo: ansimante, pallido. “non riuscivo a passare. L’esercito è intorno per 2- 3 km . Su carri armati, camion. Ho visto metraglie pesanti, bazooka. Marciare su casco santo thomas sarebbe un suicidio” disse.
- si dirigono verso la piazza?-chiese Guevara.
- mi pare di si
- allora bisogna impedire che si riempia la piazza- disse Guevara. E puntò l’indice verso la folla che ingrossava.
Guarda, ormai ci saranno state 8000,9000 persone. In massima parte studenti, però anche molti bambini, i bambini si divertono a
mischiarsi nei comizi, e molte donne dell’ Associazione Madri Studenti Caduti, e un gruppo di ferrovieri e un gruppo di elettricisti giunti in segno di solidarietà: coi cartelli “nos ferrocarrilleros apoyamos al movimento estudiantil” “las aulas non son cuertelas” “gobierno dos crimine y dictatura”. S’eran messi quasi ai bordi della scalinata, dignitosi,composti e Mosè li fissava con angoscia perché era stato lui a chiedere di venire.
- mi amigos, Miss Oriana,mi amigos!
-qui bisogna far qualcosa, ragazzi, avvertire
- chi parla alla folla?
- Socrate. Parla Socrate.
- va bene – disse Socrate. E si affacciò al balcone, prese il microfono. Cominciava a far buio.
- digli di restare calmi, Socrate
- va bene.
- ma annuncia lo sciopero della fame.
- va bene.
Gli tremava la bocca a Socrate, me ne ricordo benissimo e con la bocca gli tremavano i baffi.
- compagni…l’esercito ci ha circondato. Migliaia di soldati armati.
Restate calmi. Dimostrategli che la nostra vuol essere una manifestazione pacifica. Restate calmi. Compagni…non andremo al casco
santo thomas. Quando questo comizio sarà concluso, disperdetevi con calma e tornate alle vostre case..
- lo sciopero della fame, Socrate!!
- oggi vogliamo solo annunciarvi che abbiamo deciso di fare uno sciopero della fame, in segno di protesta contro le olimpiadi. Questo sciopero avrà inizio lunedì, dinanzi alla piscina olimpica, e…
E nello stesso momento l’elicottero apparve, era un elicottero verde dell’esercito,identico a quelli che prendevo sempre in Vietnam. Aveva gli sportelli aperti e le mitraglie puntate, le mitraglie identiche a quelle del Vietnam. Scendeva in cerchi concentrici, sempre più bassi, sempre più familiari, come in Vietnam, e scoppiettava un rumore sempre più forte, sempre più familiare, come in Vietnam. Non mi piace, pensai, non mi piace. E mentre pensavo così, lanciò i due bengala. Ed eran gli stessi bengala che avevo visto per mesi in Vietnam, le macabre stelle filanti che scendono lente lasciandosi dietro una striscia nera di fumo. E una stella scese verso di noi, l’altra scese verso la chiesa.
-attenti!!-esclamai- è un segnale!
Ma i ragazzi scrollaron le spalle.
- no!macchè segnale!
- i bengala si buttano per localizzare un punto su cui dirigere il fuoco!-insistei.
- tu ves las cosas como en Vietnam . Tu vedi le cose come in Vietnam!
- parla, Socrate,parla.
-Compagni!noi ci riuniremo dinanzi alla piscina olimpica e…
Ma neanche questa volta finì la frase. Perché la sua voce venne sopraffatta dal rumore dei carri armati e dei camion che avanzavano sul cavalcavia, sulle strade a destra, sulle strade a sinistra, ovunque ci fosse una strada, e dai camion i soldati saltavano gridando, coi fucili puntati, dalle autoblindo le mitraglie si piegavano in posizione di sparo,e bisognava esser ciechi per non capire che attendevano un ordine, un ordine e basta, infatti lo capirono tutti, si misero a scappare sebbene non ci fosse un posto dove scappare, la piazza era ormai una trappola, una gabbia chiusa. E impallidendo Socrate strinse forte il microfono.
- compagni, non scappate, compagni!è una provocazione, compagni calma!
Calma! Calma!
E il primo colpo partì. Ed era l’ordine atteso perché i colpi dopo partirono contemporaneamente, laggiù dal cavalcavia, e dalla chiesa, dai grattacieli, di sotto la scalinata, un cerchio di fuoco fitto,incessante, organizzato, un’imboscata. E i corpi presero a cadere, paf,paf,paf, e il primo che vidi a cadere fu il corpo di un operaio,correva tenendo alto il cartello su cui era scritto “gobieno dos crimine y dictatura” e non lasciava andare il cartello, ma poi lo lasciò andare e fece un lungo balzo in avanti, quasi una capriola, sai la capriola che fanno le lepri quando sono colpite , e restò fermo. E il secondo corpo che vidi cadere fu il corpo di una donna vestita di giallo, ma anche lei non cadde subito, prima spalancò le braccia a croce e poi cadde, piombò a faccia in avanti,con quelle braccia a croce,rigida, come un albero che si abbatte. Ma cadevano dappertutto sai, e questo l’ho detto nel racconto che feci per il giornale,  sembrava di vedere una scena di quel film russo, sai, la Corazzata  Potiomkin , quando la folla scappa lungo la scalinata e via via che  scappa è colpita, sicchè i corpi rotolano giù per la scalinata,a testain giù,e restano con la testa ciondoloni e le gambe in alto, c’era una vecchia con le calze nere che rimase esattamente così, e le calze nere si vedevano fino alle mutande, grottesca: e nel mio racconto dissi questo ma non dissi altre cose, lo sai che ero in ospedale, le ferite mi dolevano in modo acuto, mi avevano appena operato e la mia testa era confusa,e non dissi ad esempio di quel bambino. Avrà avuto 12 anni e correva coprendosi il viso quando una raffica lo raggiunse alla testa, e la testa si scoperchiò schizzando una fontana di sangue. Non dissi dell’altro bambino che stava acquatttato per terra ma quando vide questo si alzò,e si buttò addosso al primo bambino e gridò
“Uberto! Che ti hanno fatto, Ubertooo!”. E gli sparavano alla schiena e lo tagliarono in due.
Pietrificata al balcone, io guardavo senza nascondermi. In Vietnam avrei cercato rifugio da chissà quanto tempo, qui invece non pensavo neanche di abbassare la testa. Me lo impediva qualcosa che in Vietnam non avevo mai provato: lo sbalordimento, l’incredulità. Esolo aquelle grida mi scossi. Venivano giù dalle scale:”hijo de chingada! Figlio di puttana! Donde vas, hijo de chingada! Arriba, arriba!”. E mi girai, e così facendo mi accorsi che intorno a me non c’erano più nessuno dei miei amici, non c’era più Socrate, non cera più Angelo, né Mosè,né Mariblla, proprio nessuno. E pensavo che strano, se ne sono andati di nascosto e non mi hanno detto nulla, si sono messi in salvo e  mi hanno lasciato qui, forse dovrei andarmene anch’io ma dove, con l’ascensore non fo in tempo, per le scale è peggio, se mi vedono correre mi sparano prima, forse è meglio che non mi muova, pensavo così allorchè una ventina di uomini irruppero, con le rivoltelle puntate, spingendo Mosè e il tipo del conservatorio e il ragazzo col maglione candido e quello coi riccioli neri e due giornalisti tedeschi e un fotografo messicano dell’Associated Press, e un fatto mi colpì:questi uomini con le rivoltelle avevano,tutti,la camicia bianca e la mano sinistra dentro un guanto bianoco o fasciata con un fazzoletto bianco. In seguito avrei saputo che era il riconoscimento del Battaglione Olimpia, il più duro della polizia, e quel giorno il Battaglione Olimpia s’era travestito in borghese per ammazzare meglio e che la prima ad essere ammazzata da loro, era stata Mirabilla:
mentre scappava. Le scaricarono addosso tre colpi. E lei cadde esclamando “porque?” ed essi le spararono ancora una volta, nel cuore, e lei non parlò più.
-Comunista! Agitadora!
L’uro mi aggredì in piena faccia ma non compresi subito che era rivolto a me. Lo compresi quando vidi la rivoltella puntata contro di me, e la mano dal guanto bianco mi afferrò pei capelli, e mi gettò con forza nel muro dove battei la testa e rimasi per qualche secondo stordita. Contro il muro c’era anche Mosè, il tipo del conservatorio,e il ragazzo col maglione candido e quello coi riccioli neri, e gli altri. Dalla piazza saliva il rumore di raffiche sorde ma fitte,sempre più fitte, dal cielo scendeva lo scoppiettar dell’elicottero che tornava ad abbassarsi, da ovunque giungevano urli ed imprecazioni lamenti. Un colpo entrò dal balcone e andò a conficcarsi nella porta dell’ascensore, pochi centimetri sopra la testa di Mosè.
-Miss Oriana!- tremò la voce di Mosè.
Un  secondo colpo arrivò, e un terz. Veniva dai soldati laggiù o dai poliziotti che stavano dietro di noi? Gli voltavamo le spalle, non potevamo vedere.
- chi ci spara Mosè?
- i poliziotti miss Oriana.
- detenidos silencio!
-se almeno ci facessero stender per terra, Mosè.
Uno scoppio fragoroso fece tremare il Chihuahua. Una granata, un bazooka?
- detenidos a terra!
Ci lasciammo scivolare per terra,col viso sul pavimento.
- mani alzate, mani alzate!
Alzammo le braccia, dai gomiti in su. Distesi sotto il muricciolo della balaustra, nell’unico punto al riparo, gli uomini dal guanto bianco ci puntavano le rivoltelle:col dito sul grilletto. Ne avevamo uno per ciascuno e la canna della rivoltella diretta verso di me distava meno d’un metro dalla mia tempia,e fra tutte le cose che avevo visto questa era la più paradossale, la più assurda, la più bestiale. E la guerra in paragone diventava un nobile gioco, ripeto, perché alla guerra ti butti in un bunker, ti nascondi dietro qualcosa, mentre fai questo non c’è poliziotto che te lo impedisce puntandoti la rivoltella alla tempia. Alla guerra in fondo c’è scampo, qui non c’è scampo. Il muro contro cui ci avevano messo era proprio un muro di esecuzione, se ti muovevi ti ammazzavano i poliziotti,se non ti muovevi ti ammazzavano i soldati,e per molte notti io avrei sognato quell’incubo, l’incubo di uno scorpione circondato dal fuoco: e lo scorpione non può neanche tentare di buttarsi dentro iol fuoco sennò lo trafiggono
- miss Oriana, ci scusi, miss Oriana..
La voce di Mosè veniva in un sussurro impercettibile, di sotto ungiaccone di pelle che gli copriva la testa
- cosa devo scusare, Mosè?
- lei non dovrebbe esser qui tra noi, miss Oriana. Dovrebbe esser dall’altra parte, come quei due giornalisti.
I due tedeschi infatti giacevano coi poliziotti , sotto il muricciolo. E anche il fotografo dell’associated press giaceva coi poliziotti. Gli uomini dal guanto bianco li avevano trovati per le scale e condotti su, ma non li avevano arrestati perché non potevano esser scambiati loro tre , per studenti. Io a quanto pare sì, invece, ed è questo che era successo: mi avevano scambiato per Maribilla. Lo seppi dopo.
- pazienza Mosè.
- dovrebbe dirglielo, che è una giornalista, Miss Oriana. Forse la farebbero spostare sotto il muricciolo.
- è troppo tardi Mosè. Non mi crederebbero più.
- detenidos, silencio!
E allore esplose l’inferno. Esplose di nuovo Dak To e Huè e Danang e Saigon e tutti i posti dove l’uomo dimostrò di esser soltanto una bestia non un uomo,a qualsiasi razza e civiltà o cosiddetta civiltà egli appartenesse,a qualsiasi classe sociale, perché ascoltami bene, è la stessa storia degli operai che fabbricano la M 16, la pallottolina,laboriosi, compunti, attenti a scartare le pallottoline che non vengono perfette: vogliamo smetterla una buona volta di assolvere i figli del popolo e basta? Coloro che la sera del due ottobre 1968 trucidarono i figli del popolo non erano forse figli del popolo? Eseguivano gli ordini, dice.
Come gli operai della pallottolina. Anche Eichman eseguiva gli ordini.
Col loro stesso scrupolo, la loro stessa ferocia. E né lui e né quei figli del popolo dimenticarono mai di mirare dritto, di sparare in aria per esempio. Un primo obice colpì in pieno l’appartamento sopradi noi. Un secondo obice colpì il piano di sotto, una raffica di mitraglia pesante tagliò molte finestre,e ora anche l’elicottero s’era messo a sparare con la mitraglia. Le pallottole si conficcavano tutte nel muro dell’ascensore,però sempre più verso il pavimento, e mi ci volle qualche secondo per capire che l’obiettivo eravamo proprio noi del terzo piano, che dirigendo i colpi dentro l’apertura del balcone miravano proprio a noi che credevano i capi degli studenti. Lo compresero anche i poliziotti. E malgrado essi fossero in una posizione di gran privilegio perché i colpi venivano diagonalmente al muricciolo sotto cui eran nascosti, li assalì un terrore isterico e si misero a gridare, a gridare..”no tiren! No tiren!”
“battaglione olimpia!aqui battaglione olimpia!”
“la capeza, la capeza!”
“abajo, abajo!”
“ajudo! Battaglione olimpiaaaaa!”
Gridavano, gridavano, puntando le rivoltelle verso il cielo e non più verso di noi, ma i colpi cadevan lo stesso, incessanti, fitti, una raffica passò dritta fra me e il poliziotto lasciandomi sotto gli occhi una striscia di fiorellini d’acciaio e d’un tratto udii:
“ooooh!”. Come un rantolo. E girai lo sguardo e vidi il ragazzo col pullover candido che non era più candido,era tutto rosso davanti, e il ragazzo faceva il gesto di sollevarsi ma dalla bocca gli usciva una ventata di sangue, e si abbattè con la faccia nel sangue. E poi tocco a quello coi riccioli neri. La pallottola lo prese direttamente nel cuore perché s’era mosso appoggiandosi sul gomito destro, e disse:
“ma..” poi andò subito giù. Poi toccò ad una donna distesa là in fondo. Credo che fosse una donna dell’appartamento 306, era uscita di casa per veder cosa accadesse e i poliziotti non le avevan permesso di rientrare. Fu colpita ai polmoni. Poi toccò a Mosè che fu preso al collo e alle mani ma restò solo ferito. E poi toccò a me che attendevo in fondo al pozzo della mia verità, quel pozzo sempre sfiorato e mai toccato con tutte e due le mani, sempre intravisto e sempre perduto. Durò quasi mezz’ora l’attesa. Quella lunga attesa nella certezza che non ce la farai,che stai vivendo gli ultimi attimi della tua vita. Dopo mi chiesero: cosa provavi, puoi dirlo? Si , posso dirlo. Provavo una gran rassegnazione.
Ma non una rassegnazione immobile: una rassegnazione fatta di pensieri da cui nascevano altri pensieri come in un gioco di specchi, all’infinito, sicchè a forza di guardar negli specchi ritrovai ciò che avevo perduto. L’amore per gli uomini. È assurdo lo so, ritrovarlo proprio nel momento in cui gli uomini non sono più uomini ed accetti l’idea di finire. Ma questo è ciò che accadde, e puoi riderci quanto ti pare, scuoter la testa quanto ti pare, accadde veramente così,  me ne ricordo benissimo, e lo ritrovai questo amore dimenticato respinto, lo ritrovai proprio giù in fondo al pozzo, mentre pensavo dunque di morire ammazzati è così, non è giusto ed illogico, morire di vecchiaia è giusto, morire di malattia è logico, morire così è illogico, ma cosa posso farci, nulla, vorrei solo che mia madre non ne soffrisse troppo, con quel male al cuore morirebbe a sua volta, speriamo che lo sappia bene, in modo non brutale, speriamo che dica era destino, se la cavò alla guerra per trovarsi sopra quel balcone. La guerra. Mi hai dato la definizione della guerra, Francois, un gioco per divertire i generali, e anche la sua formula, piantare pezzetti di ferro nella carne dell’uomo, ma questa non è guerra e ti piantano addosso i pezzetto di ferro, riecco l’elicottero, come scoppietta abbassandosi, i vietcong dovevan sentirsi così quel giorno a DaK To, quando ci abbassavamo su loro e perdevamo i limoni, e quel giorno con l’A37, gli uomini sono pazzi. Se bevi il brodo con la forchetta dicono subito che sei pazzo e ti portano al manicomio, se massacri migliaia di persone così non dicono nulla e non ti portano in nessun manicomio, qui bisognerebbe fare qualcosa, impedirlo,chissà quante creature sono morte là sotto, ma allora hanno ragione i vietcong, è necessario battersi, anche al costo di commettere errori, di sacrificare innocenti come Ignacio Eczurra e Biech e Piggott e Laramy e Cantwell e gli altri, è il prezzo del sogno,ecco, ha sparato, però stavolta ci ha mancato, chi ha ammazzato al posto nostro, povere creature, ma come facevo a non amare gli uomini, questi uomini sempre maltrattati, sempre insultati, sempre crocefissi, ma come facevo ad ire che è tutto inutile e a cosa serve nascere a cosa serve morire? Serve ad essere uomini anziché alberi o pesci, serve a cercare il giusto perché il giusto esiste, se non esiste bisogna farlo esistere, e allora l’importante non è morire, è morire dalla parte giusta, e io muoio dalla parte giusta perdio, accanto a Mosè che è sempre stato povero e maltrattato e insultato e crocefisso, non accanto a un poliziotto col guanto bianco, un vietcong deve pensare così quando l’elicottero torna e si abbassa, guardalo torna, si abbassa, e se pregassi dio? Macchè Dio, Dio l’abbiamo inventato, Dio no che non esiste, se esiste e si occupasse di noi non permetterebbe tali macelli, non lascerebbe ammazzare il ragazzo col pullover bianco, il ragazzo coi riccioli neri, la donna dell’ appartamento 306, il bambino che invocava Uberto e Uberto, sicchè non a Dio bisogna rivolgersi ma agli uomini, e bisogna difenderli, e bisogna combattere per loro perché loro non sono inventati ed avevi ragione tu, Francois, è come dicesti tu, Francois: per essere uomo a volte bisogna morire.
Poi, d’un tratto, ebbi la netta impressione che il punto in cui mi trovavo fosse un punto sbagliato, per via della testa. E strisciando come un verme, facendo forza sui muscoli e dei fianchi, mi mossi in avanti. E il poliziotto mi vide e berciò “detenidos, no se moben!”, e di nuovo mi rivoltò la rivoltella in direzione della tempia ma non me ne importò, ormai sapevo che non la sua rivoltella dovevo temere ma l’ elicottero che passava basso con la sua mitraglia, mirando l’ apertura del balcone, e chiusi gli occhi per non vedere, mi tappai gli orecchi per non sentire, ma vidi e udii, quella raffica lunga, lunga, lunga e subito sentii un gran male, sentii tre coltelli di fuoco che mi entravano addosso, tagliando, bruciando, un coltello dietro la schiena, e due nella gamba. Cercai il coltello dietro la schiena e non lo trovai: c’era solo un gran gonfio. Lo cercai nella gamba e non lo trovai: c’era solo un gran sangue. E allora rammentai che alla guerra si dice: una buona ferita è una grossa fortuna perché è difficile esser colpiti due volte. E mi avvolse un sollievo pazzo: ora pensai, non mi ammazzano più. Ma poi rammentai che alla guerra si dice anche: puoi morire di una ferita e basta perché resti dissanguato. E cominciai a dire “sono ferita, aiutatemi per cortesia, perdo sangue”.
Ma il poliziotto con la rivoltella ripetè: “detenidos, silencio!” e puntò meglio la rivoltella e mi chetai. E restai lì con i miei tre coltelli, il dolore che andava e veniva ad  ondate, insieme a un gran sonno, a momenti mi sembrava di dormire in un letto dove mi svegliavo per uno scoppio improvviso ma subito mi riaddormentavo di nuovo, e nel sonno c’era la voce di Mosè che piangeva “Miss Oriana, oh! Miss Oriana!”. E un’altra voce che diceva:”por favor!esta mujer es grave, se muere!”. Chi era la donna che moriva? Perché moriva? E perche Mosè piangeva, per chi? Per se stesso o per me? Se mi portavano via, agguantavo Mosè e lo portavo via con me. Dovevo salvare Mosè..
Più tardi mi dissero che ero rimasta più di un’ora e mezzo lì a perdere sangue. Non so. Io ricordo solo il fotografo dell’Associated Press che scattava fotografie di nascosto, disteso per terra fra i poliziotti, e poi ricordo una mano che mi agguantava i capelli e mi trascinava via mentre cercavo di prender Mosè, ma Mosè non capiva e allora afferravo il tipo del conservatorio, e portavo via lui al posto di Mosè. E poi ricordo le scale dove c’erano tanti soldati e un soldato mi sfila l’orologio da polso, lo ruba, ridendo. E poi una camera piena di poliziotti col guanto bianco, e poi una barella distesa per terra, e poi un getto di acqua sporca che cadeva giù dal soffitto e mi rimbalzava sopra lo stomaco insieme a tracce di escrementi, puzzo di urina, perché era acqua che veniva dalle tubature rotte dei gabinetti,e qualcuno gridava ai soldati “spostatela da lì, por Dios” ma i soldati ridevano e mi lasciavano lì perché mi avevano messo lì apposta, per divertirsi. E accanto a me c’era un vecchi morto, sotto l’ascella sinistra questo vecchio stringeva un pacchettino che sembrava un pacchettino di dolci. E i morti erano ovunque, nelle posizioni più assurde, e lungo il muro c’erano gli studenti arrestati,e uno si tolse il golf e me lo gettò sul viso bagnato e gridò:”por tu cara!prteggiti la faccia!”. E un altro studente gridò”fuerza,Oriana!”. E tutto questo con le raffiche che continuavano, le esplosioni che si facevano più violente, perché fino a mezzanotte andò avanti la strage di Erode. Durò più di 5 ore, capisci?
Quando mi caricarono sull’ambulanza eran circa le nove di sera:incominciavano allora a bombardare coi bazooka il Chihuahua. E tre granate caddero anche sul balcone del terzo piano, morì anche un poliziotto. In piazza invece ne massacrarono tanti ma tanti con le baionette: un bambino lo sgozzarono, e a una donna incinta aprirono il ventre. E detto così sembra incredibile ma se guardi le fotografie non è più incredibile, e se tu fossi stato con me all’ospedale ti saresti convinto. Quanti erano. E com’eran straziati. A una ragazza era rimasta metà faccia, e da questa metà le ciondolavan le labbra, un medico ci appoggiava i pacchi di garza che subito diventavan sangue e diceva:”che fo? La lascio morire? Io la lascio morire”. Alcuni medici avevano le lacrime agli occhi. Uno mi passò accanto e mi sussurrò “scriva tutto ciò che ha visto, lo scriva!”. Poi arrivò un funzionario del governo e voleva sapere se ero cattolica. Siccome gli risposi “Merda!” puntò il dito accusatore ed urlò “no es catolica! No escatolica” ma queste cose le ho raccontate più o meno.
Ciò che non ho raccontato è il tipo del conservatorio lo misi in salvo fino all’ospedale e lui, per ringraziarmi, mi denunciò come “comunista y agitatora”,sicchè i giornali scrissero che ero stata smascherata:sul balcone del terzo piano c’ero per sobillar gli studenti eccetera. Perché gli uomini sono fatti così. E gli italiani di Città del Messico, quasi tutti fascisti scappati col loro fascismo, dissero la stessa cosa ed aggiunsero che non ero stata ferita, nel mio vestito non c’erano buchi. Perché gli uomini sono fatti così. E insieme ai fiori, ai telegrammi di auguri, alle lettere buone,giunsero lettere che mi auguravano di restare paralizzata sulla sedia a rotelle. Perché gli uomini sono fatti così. E le olimpiadi naturalmente si fecero e neanche una delegazione si ritirò e la delegazione sovietica fu la prima a rendere omaggio al governo. Perché gli uomini sono fatti così.
E Socrate che era stato arrestato assieme a Guevara e a duemila altriparlò. E denunciò i suoi compagni, i suoi amici. Perché gli uomini sono fatti così.
E se a questo punto mi chiedi come è possibile che voglia amarli,allora, io ti rispondo perché gli altri non parlarono. E si lasciarono torturare per giorni, scariche elettriche negli orecchi e nei genitali come in Vietnam, finte fucilazioni, si lasciarono magari ammazzare ma non tradirono. Perché gli uomini sono fatti anche così. E quelli scampati si riorganizzarono e ripresero a parlare di liberta malgrado la polizia l i braccasse e ogni tanto ne acchiappasse qualcuno e lo uccidesse, come accadde a quel certo Raphael, terz’anno di filosofia, che fu trovato su un marciapiede, assassinato a colpi di baionetta, coperto di cicche che gli avevano spento addosso quando si rifiutava di denunciare i compagni. Perché gli uomini sono fatti anche così. E per quanto io sia arrabbiata con gli uomini, per quanto io li disprezzi a volte, per quanto non dimentichi mai che anche quella sera le bestie in uniforme erano uomini, io penso ciò che mi disse Nguyen Van Sam: “sono innocenti perché sono uomini”. E gli uomini allora per me sono Mosè. Scampato per miracolo all’eccidio finale sulla terrazza, Mosè era stato preso e condotto in una prigione militare dove gli avevano rubato i soldi, i documenti, le scarpe, e lo avevan picchiato per nove giorni. Al nono giorno, senza soldi, senza documenti, senza scarpe, lo avevan mandato via e per tre ore aveva camminato verso la città. Gli sanguinavano i piedi, aveva la febbre, la ferita al collo era andata in suppurazione  e non poteva muover la testa. Piangeva, piangendo fermava le automobili perché gli dessero un passaggio, e le automobili non si fermavano o chi le guidava rispondeva di no. E in quelle condizioni venne a cercarmi e mi trovò. Io giacevo nel letto stordita dal male, dalle medicine, e sognavo che qualcuno mi accarezzava una mano, dolcemente, così, aprii gli occhi e qualcuno mi accarezzava davvero una mano: era Mosè. Tutto strappato, tumefatto, sporco. Col suo visuccio di povero nato per soffrire, per esser sempre messo da parte o picchiato o sfruttato, Mosè mi accarezzava la mano e si rallegrava per me. “Miss Oriana! you alive! Tu viva!”. Come lo abbracciai. Puzzava tanto, ricordo, che ad abbracciarlo si soffocava. Ma lo abbracciai come avrei abbracciato l’umanità ritrovata e mivergognai della preghiera in cui avevo per qualche tempo creduto.

Questo testo lo devo a una ragazza speciale, Monica, che lo trascrisse da un libro di Oriana Fallaci e me lo inviò sapendo di inviarmi qualcosa di prezioso
Queste pagine ti entrano nell’anima per non uscirne più. Se siete uomini non spaventatevi al nome della Fallaci. Se anche non l’avete mai amata, smentite la pigrizia che ci mantiene sempre nel nostro recinto, sempre con la certezza di sapere che qualcosa non merita di essere letta, che qualcuno non merita di essere letto. Leggete lo stesso questo brano, soprattutto se non l’avete mai amata. Leggete come solo le viscere e l’anima sanno leggere.
In mezzo al sangue, alla bestialità, alle macerie, proprio quando tutto ciò che umano dovrebbe uscirne seppellito per sempre, prorompe uno dei canti più belli che io abbia mai letto sulla dignità e la bellezza umana.
Perché..GLI UOMINI SONO FATTI COSI’.
——————————————————————-
[..]
Guarda,se durante quell’estate tu mi avessi chiesto a cosa mi stava approdando l’anima, ti avrei risposto:al nulla del nulla. Il ritorno  nella “pace” mi aveva talmente deluso che non credevo più a nulla:non  mi salvavo nemmeno col dubbio. Credere negli esseri umani, battersi per loro,perché?  Vantarsi d’esser nato fra loro anziché fra gli alberi o i pesci o le  iene, perché? E non dirmi che il giudizio di un giornalista è distorto  dagli avvenimenti eccezionali,non si basa mai sulla normalità  quotidiana. Il destino del mondo dipende infatti dalla normalità o dagli avvenimenti eccezionale di cui si occupa il  giornalista? La storia la fanno i buoni che passano inosservati o i  cattivi che si distinguono pei loro crimini legalizzate dalle  bandiere? La fanno i bulldozer che costruiscon strade o i carri armati  che le distruggono? Io sostengo che la fanno i carri armati perché non  ho mai saputo di un buono che cambiò la faccia della terra. La cambiò forse Cristo? La cambiò forse Budda? Sostieni di si? Allora spiegami  il Vietnam, il Biafra, il  Medio Oriente, la Cecoslovacchia, Shiran Shiran , i contestatori borghesi. Spiegami, convincimi e mi vanterò  d’esser nata tra gli uomini anziché tra gli alberi o i pesci o le  iene.
Ma poi accadde qualcosa. Poi venne l’autunno coi Giochi Olimpici a Città del Messico, e capitai in quel massacro,un massacro peggiore  di qualsiasi massacro che avessi visto alla guerra. Perché la guerra è  una cosa dove la gente armata spara a gente armata, la guerra se ci  pensi bene ha un fondo di correttezza, tu mi ammazzi io ti ammazzo, in  un massacro invece ti ammazzano e basta, ed oltre trecento, c’è chi  dice cinquecento, ne massacrarono quella sera. Ragazze, donne incinte, bambini: la strage di Erode, Erode che rinasce sempre per eliminare  Gesù prima che diventi uomo. E dentro di me successe un tal terremoto  che la mia anima si assestò e trovai la buona risposta per Elisabetta.
La trovai e la pagai: con le tre cicatrici che ora mi porto addosso. Replicherai: cosa sono tre cicatrici? Poco, d’accordo, pochissimo, ed  annuisco se aggiungi che fanno parte del mestiere: quando vai dove sparano, il minimo che ti possa capitarti è d’essere prima o poi sparato. Però vedi, se io non ce le avessi, queste tre cicatrici, mi sentirei infinitamente più povera. Perché mi domanderei ancora a cosa serve nascere a cosa serve morire, e la morte di tutti gli uomini che ho visto morire per mano degli uomini mi sarebbe inutile,e me ne starei come una lucertola al sole, indifferente immobile intenta solo a sbadigliare sulla mia letargia. Me ne stavo così prima di assistere  alla strage di Erode,prima del mio terremoto. Sicchè fammi raccontare  che accadde quel mercoledì 2 ottobre 1968 e la risposta che ricavai.[…]
C’era questa piazza che chiamano Piazza delle tre culture perché riunisce simbolicamente le tre culture del Messico, la azteca con le rovine di una piramide azteca,la spagnola con una chiesa del 500, la moderna con i grattacieli moderni. Un immensa piazza, lo sai, con molte vie d’accesso e molte vie di fuga: non a caso gli studenti la sceglievano pei comizi contro Erode. Gli studenti, gli operai, i maestri di scuola, insomma chiunque avesse il coraggio di protestare contro erode che al Messico si chiama Partito Rivoluzionario Istituzionale e dice d’esser socialista ma non si capisce che genere di socialismo dal momento che i poveri al Messico sono fra i poveri più poveri al mondo, nelle campagne guadagnano 800 lire la settimana,e se rumoreggiano la polizia li zittisce a colpi di mitra. Gli studenti protestavano anche per quello. E poi perché non volevano che i soldati occupassero le loro università bivaccando nelle loro aule, rompendo i loro strumenti. E poi perché non volevano le Olimpiadi al Messico.
Dicevano: costano miliardi le dannate Olimpiadi,ed è vergognoso spendere i miliardi nelle Olimpiadi quando il popolo muore di fame. Gli studenti al Messico,sai, non sono come gli studenti italiani francesi inglesi americani. Non hanno la fuoriserie, non hanno le camicie di trina, specialmente al Politecnico sono figli di contadini, di operai e magari sono operai a loro volta. Ma torniamo alla piazza. Che era fatta a rettangolo. E da una parte questo rettangolo era limitato da un cavalcavia,dall’altra si concludeva una scalinata in cui i gradini scendevano verso un grande edificio che si chiamava Chihuahua. Il Chihuahua  quindi dominava tutto e da esso vedevi la chiesa spagnola con le rovine azteche a sinistra, i grattacieli a destra, il cavalcavia in fondo, e la scalinata sotto ogni piano del Chihuahua aveva un balcone lungo 10 metri e largo 5, con una balaustra alta circa un metro e un’ apertura circa tre: le misure sono indispensabili   per capire come ci spararono dall’elicottero. Ai balconi si accedeva per le scale a destra e a sinistra, oppure dagli ascensori le cui porte si aprivano sulla parete lunga; le porte degli appartamenti a privano invece sulle due pareti brevi, mi spiego? erano balconi molto comodi, ampi, contenevaano anche 50 persone e per arringare la folla eran perfetti.
I capi degli studenti sceglievano sempre quello del terzo piano. Col permesso degli inquilini piazzavano sulla balaustra i microfoni, le bandiere, e tenevano i discorsi lì. Io l’avevo già visto al comizio di quattro giorno avanti, quello per commemorare i morti di luglio e di fine settembre, un comizio che m’aveva preso alla gola sai: pioveva, era buio, e i ragazzi stavano immobili nella pioggia, nel buio, poi la pioggia era finita e qualcuno aveva acceso un fiammifero, e un altro, e un altro ancora, e un accendino, e un altro, e un altro ancora, finchè la piazza era diventata un palpitar di fiammelle, fiammelle e fiammelle dalla scalinata fino al cavalcavia, e poi chissà chi aveva avuto l’idea di arrotolare un giornale e farne una fiaccola, e allora tutti s’eran messi ad arrotolare giornali e farne fiaccole, e il comizio s’era sciolto in una gran fiaccolata,in una fila lunga di luce che si allontanava in coro: “goya, goya cachu cachu rara! Cachu rara, goya, goya universidad!”. E in un altro coro “gueu, gueu, gloria ala cachi cachi porra! Gueu pin porra! Politecnico, politecnico, gloria!”.
E io avevo chiesto ma cosa vuol dire, e loro mi avevan risposto: non vuol dire niente, sono le nostre canzoni, sono canzoni da bambini. Perché in fondo quegli studenti, quei terribili studenti che mettevano in pericolo le Olimpiadi e il prestigio del governo messicano, eran bambini. A me infatti erano piaciuti perché eran bambini con l’entusiasmo dei bambini, e ci avevo fatto amicizia. Il mio primo amico era stato Mosè che era un ferroviere iscritto al Politecnico, piccino, timido, brutto, con una camicia sfilacciata e una giacca tutta rammendi. Lo incantava il fatto che fossi stata in Vietnam e mi diceva : “miss Oriana, vietcong very brave, eh? Molto coraggiosi, eh?”. Il mio secondo amico era stato Angelo che ra uno studente di matematica e fisica, invaghito dei Beatles e di Mao, con un visuccio triste da Savonarola. E poi Maribilla che era una ragazza di 18 anni,abbastanza graziosa se non fosse stato per il labbro leporino che le sciupava la faccia, due occhietti dolci ed allegri, una gran voglia di vivere. E poi Socrate che era un giovanottone coi baffi, i lineamenti di Emiliano Zapata, l’ardore del rivoluzionario disposto al sacrificio. E infine Guevara che era un laureando in filosofia,silenzioso e duro. E avevo pensato a ciascuno di loro quando quel mercoledì mattina ero stata ad intervistare il generale Queto, capo della polizia, e costui m’aveva detto che noi giornalisti si esagera sempre “non pasa nada, querida, nada, tutte menzogne, nessuno spara sugli studenti, che tengano pure il loro comizio, gli ho dato il permesso”. Capisci, gli aveva dato il permesso e ripeteva no pasa nada, non succede nulla, e i suoi ordini erano già stati impartiti: sparare.
Il comizio era fissato per le 5 di pomeriggio. Giunsi alle 5 meno un quarto e la piazza era già piena a metà,diciamo 4000 persone, ma neanche l’ombra di un poliziotto, di un granadero. Salii sul balcone e qui trovai Socrate insieme a Guevara, Maribilla e Mosè e poi altri 5 sei ragazzi che non conoscevo. Uno studente del conservatorio, che parlava in italiano, uno con un pullover candido che mi fermai a guardare, ricordo, perché era così candido. Chiesi loro come si mettevan le cose e risposero bene:data l’assenza della polizia,potevan marciare su Casco Santo Thomas dove c’era una scuola occupata dai granaderos. E nello stesso momento ecco arrivare Angelo: ansimante, pallido. “non riuscivo a passare. L’esercito è intorno per 2- 3 km . Su carri armati, camion. Ho visto metraglie pesanti, bazooka. Marciare su casco santo thomas sarebbe un suicidio” disse.
- si dirigono verso la piazza?-chiese Guevara.
- mi pare di si
- allora bisogna impedire che si riempia la piazza- disse Guevara. E puntò l’indice verso la folla che ingrossava.
Guarda, ormai ci saranno state 8000,9000 persone. In massima parte studenti, però anche molti bambini, i bambini si divertono a
mischiarsi nei comizi, e molte donne dell’ Associazione Madri Studenti Caduti, e un gruppo di ferrovieri e un gruppo di elettricisti giunti in segno di solidarietà: coi cartelli “nos ferrocarrilleros apoyamos al movimento estudiantil” “las aulas non son cuertelas” “gobierno dos crimine y dictatura”. S’eran messi quasi ai bordi della scalinata, dignitosi,composti e Mosè li fissava con angoscia perché era stato lui a chiedere di venire.
- mi amigos, Miss Oriana,mi amigos!
-qui bisogna far qualcosa, ragazzi, avvertire
- chi parla alla folla?
- Socrate. Parla Socrate.
- va bene – disse Socrate. E si affacciò al balcone, prese il microfono. Cominciava a far buio.
- digli di restare calmi, Socrate
- va bene.
- ma annuncia lo sciopero della fame.
- va bene.
Gli tremava la bocca a Socrate, me ne ricordo benissimo e con la bocca gli tremavano i baffi.
- compagni…l’esercito ci ha circondato. Migliaia di soldati armati.
Restate calmi. Dimostrategli che la nostra vuol essere una manifestazione pacifica. Restate calmi. Compagni…non andremo al casco
santo thomas. Quando questo comizio sarà concluso, disperdetevi con calma e tornate alle vostre case..
- lo sciopero della fame, Socrate!!
- oggi vogliamo solo annunciarvi che abbiamo deciso di fare uno sciopero della fame, in segno di protesta contro le olimpiadi. Questo sciopero avrà inizio lunedì, dinanzi alla piscina olimpica, e…
E nello stesso momento l’elicottero apparve, era un elicottero verde dell’esercito,identico a quelli che prendevo sempre in Vietnam. Aveva gli sportelli aperti e le mitraglie puntate, le mitraglie identiche a quelle del Vietnam. Scendeva in cerchi concentrici, sempre più bassi, sempre più familiari, come in Vietnam, e scoppiettava un rumore sempre più forte, sempre più familiare, come in Vietnam. Non mi piace, pensai, non mi piace. E mentre pensavo così, lanciò i due bengala. Ed eran gli stessi bengala che avevo visto per mesi in Vietnam, le macabre stelle filanti che scendono lente lasciandosi dietro una striscia nera di fumo. E una stella scese verso di noi, l’altra scese verso la chiesa.
-attenti!!-esclamai- è un segnale!
Ma i ragazzi scrollaron le spalle.
- no!macchè segnale!
- i bengala si buttano per localizzare un punto su cui dirigere il fuoco!-insistei.
- tu ves las cosas como en Vietnam . Tu vedi le cose come in Vietnam!
- parla, Socrate,parla.
-Compagni!noi ci riuniremo dinanzi alla piscina olimpica e…
Ma neanche questa volta finì la frase. Perché la sua voce venne sopraffatta dal rumore dei carri armati e dei camion che avanzavano sul cavalcavia, sulle strade a destra, sulle strade a sinistra, ovunque ci fosse una strada, e dai camion i soldati saltavano gridando, coi fucili puntati, dalle autoblindo le mitraglie si piegavano in posizione di sparo,e bisognava esser ciechi per non capire che attendevano un ordine, un ordine e basta, infatti lo capirono tutti, si misero a scappare sebbene non ci fosse un posto dove scappare, la piazza era ormai una trappola, una gabbia chiusa. E impallidendo Socrate strinse forte il microfono.
- compagni, non scappate, compagni!è una provocazione, compagni calma!
Calma! Calma!
E il primo colpo partì. Ed era l’ordine atteso perché i colpi dopo partirono contemporaneamente, laggiù dal cavalcavia, e dalla chiesa, dai grattacieli, di sotto la scalinata, un cerchio di fuoco fitto,incessante, organizzato, un’imboscata. E i corpi presero a cadere, paf,paf,paf, e il primo che vidi a cadere fu il corpo di un operaio,correva tenendo alto il cartello su cui era scritto “gobieno dos crimine y dictatura” e non lasciava andare il cartello, ma poi lo lasciò andare e fece un lungo balzo in avanti, quasi una capriola, sai la capriola che fanno le lepri quando sono colpite , e restò fermo. E il secondo corpo che vidi cadere fu il corpo di una donna vestita di giallo, ma anche lei non cadde subito, prima spalancò le braccia a croce e poi cadde, piombò a faccia in avanti,con quelle braccia a croce,rigida, come un albero che si abbatte. Ma cadevano dappertutto sai, e questo l’ho detto nel racconto che feci per il giornale,  sembrava di vedere una scena di quel film russo, sai, la Corazzata  Potiomkin , quando la folla scappa lungo la scalinata e via via che  scappa è colpita, sicchè i corpi rotolano giù per la scalinata,a testain giù,e restano con la testa ciondoloni e le gambe in alto, c’era una vecchia con le calze nere che rimase esattamente così, e le calze nere si vedevano fino alle mutande, grottesca: e nel mio racconto dissi questo ma non dissi altre cose, lo sai che ero in ospedale, le ferite mi dolevano in modo acuto, mi avevano appena operato e la mia testa era confusa,e non dissi ad esempio di quel bambino. Avrà avuto 12 anni e correva coprendosi il viso quando una raffica lo raggiunse alla testa, e la testa si scoperchiò schizzando una fontana di sangue. Non dissi dell’altro bambino che stava acquatttato per terra ma quando vide questo si alzò,e si buttò addosso al primo bambino e gridò
“Uberto! Che ti hanno fatto, Ubertooo!”. E gli sparavano alla schiena e lo tagliarono in due.
Pietrificata al balcone, io guardavo senza nascondermi. In Vietnam avrei cercato rifugio da chissà quanto tempo, qui invece non pensavo neanche di abbassare la testa. Me lo impediva qualcosa che in Vietnam non avevo mai provato: lo sbalordimento, l’incredulità. Esolo aquelle grida mi scossi. Venivano giù dalle scale:”hijo de chingada! Figlio di puttana! Donde vas, hijo de chingada! Arriba, arriba!”. E mi girai, e così facendo mi accorsi che intorno a me non c’erano più nessuno dei miei amici, non c’era più Socrate, non cera più Angelo, né Mosè,né Mariblla, proprio nessuno. E pensavo che strano, se ne sono andati di nascosto e non mi hanno detto nulla, si sono messi in salvo e  mi hanno lasciato qui, forse dovrei andarmene anch’io ma dove, con l’ascensore non fo in tempo, per le scale è peggio, se mi vedono correre mi sparano prima, forse è meglio che non mi muova, pensavo così allorchè una ventina di uomini irruppero, con le rivoltelle puntate, spingendo Mosè e il tipo del conservatorio e il ragazzo col maglione candido e quello coi riccioli neri e due giornalisti tedeschi e un fotografo messicano dell’Associated Press, e un fatto mi colpì:questi uomini con le rivoltelle avevano,tutti,la camicia bianca e la mano sinistra dentro un guanto bianoco o fasciata con un fazzoletto bianco. In seguito avrei saputo che era il riconoscimento del Battaglione Olimpia, il più duro della polizia, e quel giorno il Battaglione Olimpia s’era travestito in borghese per ammazzare meglio e che la prima ad essere ammazzata da loro, era stata Mirabilla:
mentre scappava. Le scaricarono addosso tre colpi. E lei cadde esclamando “porque?” ed essi le spararono ancora una volta, nel cuore, e lei non parlò più.
-Comunista! Agitadora!
L’uro mi aggredì in piena faccia ma non compresi subito che era rivolto a me. Lo compresi quando vidi la rivoltella puntata contro di me, e la mano dal guanto bianco mi afferrò pei capelli, e mi gettò con forza nel muro dove battei la testa e rimasi per qualche secondo stordita. Contro il muro c’era anche Mosè, il tipo del conservatorio,e il ragazzo col maglione candido e quello coi riccioli neri, e gli altri. Dalla piazza saliva il rumore di raffiche sorde ma fitte,sempre più fitte, dal cielo scendeva lo scoppiettar dell’elicottero che tornava ad abbassarsi, da ovunque giungevano urli ed imprecazioni lamenti. Un colpo entrò dal balcone e andò a conficcarsi nella porta dell’ascensore, pochi centimetri sopra la testa di Mosè.
-Miss Oriana!- tremò la voce di Mosè.
Un  secondo colpo arrivò, e un terz. Veniva dai soldati laggiù o dai poliziotti che stavano dietro di noi? Gli voltavamo le spalle, non potevamo vedere.
- chi ci spara Mosè?
- i poliziotti miss Oriana.
- detenidos silencio!
-se almeno ci facessero stender per terra, Mosè.
Uno scoppio fragoroso fece tremare il Chihuahua. Una granata, un bazooka?
- detenidos a terra!
Ci lasciammo scivolare per terra,col viso sul pavimento.
- mani alzate, mani alzate!
Alzammo le braccia, dai gomiti in su. Distesi sotto il muricciolo della balaustra, nell’unico punto al riparo, gli uomini dal guanto bianco ci puntavano le rivoltelle:col dito sul grilletto. Ne avevamo uno per ciascuno e la canna della rivoltella diretta verso di me distava meno d’un metro dalla mia tempia,e fra tutte le cose che avevo visto questa era la più paradossale, la più assurda, la più bestiale. E la guerra in paragone diventava un nobile gioco, ripeto, perché alla guerra ti butti in un bunker, ti nascondi dietro qualcosa, mentre fai questo non c’è poliziotto che te lo impedisce puntandoti la rivoltella alla tempia. Alla guerra in fondo c’è scampo, qui non c’è scampo. Il muro contro cui ci avevano messo era proprio un muro di esecuzione, se ti muovevi ti ammazzavano i poliziotti,se non ti muovevi ti ammazzavano i soldati,e per molte notti io avrei sognato quell’incubo, l’incubo di uno scorpione circondato dal fuoco: e lo scorpione non può neanche tentare di buttarsi dentro iol fuoco sennò lo trafiggono
- miss Oriana, ci scusi, miss Oriana..
La voce di Mosè veniva in un sussurro impercettibile, di sotto ungiaccone di pelle che gli copriva la testa
- cosa devo scusare, Mosè?
- lei non dovrebbe esser qui tra noi, miss Oriana. Dovrebbe esser dall’altra parte, come quei due giornalisti.
I due tedeschi infatti giacevano coi poliziotti , sotto il muricciolo. E anche il fotografo dell’associated press giaceva coi poliziotti. Gli uomini dal guanto bianco li avevano trovati per le scale e condotti su, ma non li avevano arrestati perché non potevano esser scambiati loro tre , per studenti. Io a quanto pare sì, invece, ed è questo che era successo: mi avevano scambiato per Maribilla. Lo seppi dopo.
- pazienza Mosè.
- dovrebbe dirglielo, che è una giornalista, Miss Oriana. Forse la farebbero spostare sotto il muricciolo.
- è troppo tardi Mosè. Non mi crederebbero più.
- detenidos, silencio!
E allore esplose l’inferno. Esplose di nuovo Dak To e Huè e Danang e Saigon e tutti i posti dove l’uomo dimostrò di esser soltanto una bestia non un uomo,a qualsiasi razza e civiltà o cosiddetta civiltà egli appartenesse,a qualsiasi classe sociale, perché ascoltami bene, è la stessa storia degli operai che fabbricano la M 16, la pallottolina,laboriosi, compunti, attenti a scartare le pallottoline che non vengono perfette: vogliamo smetterla una buona volta di assolvere i figli del popolo e basta? Coloro che la sera del due ottobre 1968 trucidarono i figli del popolo non erano forse figli del popolo? Eseguivano gli ordini, dice.
Come gli operai della pallottolina. Anche Eichman eseguiva gli ordini.
Col loro stesso scrupolo, la loro stessa ferocia. E né lui e né quei figli del popolo dimenticarono mai di mirare dritto, di sparare in aria per esempio. Un primo obice colpì in pieno l’appartamento sopradi noi. Un secondo obice colpì il piano di sotto, una raffica di mitraglia pesante tagliò molte finestre,e ora anche l’elicottero s’era messo a sparare con la mitraglia. Le pallottole si conficcavano tutte nel muro dell’ascensore,però sempre più verso il pavimento, e mi ci volle qualche secondo per capire che l’obiettivo eravamo proprio noi del terzo piano, che dirigendo i colpi dentro l’apertura del balcone miravano proprio a noi che credevano i capi degli studenti. Lo compresero anche i poliziotti. E malgrado essi fossero in una posizione di gran privilegio perché i colpi venivano diagonalmente al muricciolo sotto cui eran nascosti, li assalì un terrore isterico e si misero a gridare, a gridare..”no tiren! No tiren!”
“battaglione olimpia!aqui battaglione olimpia!”
“la capeza, la capeza!”
“abajo, abajo!”
“ajudo! Battaglione olimpiaaaaa!”
Gridavano, gridavano, puntando le rivoltelle verso il cielo e non più verso di noi, ma i colpi cadevan lo stesso, incessanti, fitti, una raffica passò dritta fra me e il poliziotto lasciandomi sotto gli occhi una striscia di fiorellini d’acciaio e d’un tratto udii:
“ooooh!”. Come un rantolo. E girai lo sguardo e vidi il ragazzo col pullover candido che non era più candido,era tutto rosso davanti, e il ragazzo faceva il gesto di sollevarsi ma dalla bocca gli usciva una ventata di sangue, e si abbattè con la faccia nel sangue. E poi tocco a quello coi riccioli neri. La pallottola lo prese direttamente nel cuore perché s’era mosso appoggiandosi sul gomito destro, e disse:
“ma..” poi andò subito giù. Poi toccò ad una donna distesa là in fondo. Credo che fosse una donna dell’appartamento 306, era uscita di casa per veder cosa accadesse e i poliziotti non le avevan permesso di rientrare. Fu colpita ai polmoni. Poi toccò a Mosè che fu preso al collo e alle mani ma restò solo ferito. E poi toccò a me che attendevo in fondo al pozzo della mia verità, quel pozzo sempre sfiorato e mai toccato con tutte e due le mani, sempre intravisto e sempre perduto. Durò quasi mezz’ora l’attesa. Quella lunga attesa nella certezza che non ce la farai,che stai vivendo gli ultimi attimi della tua vita. Dopo mi chiesero: cosa provavi, puoi dirlo? Si , posso dirlo. Provavo una gran rassegnazione.
Ma non una rassegnazione immobile: una rassegnazione fatta di pensieri da cui nascevano altri pensieri come in un gioco di specchi, all’infinito, sicchè a forza di guardar negli specchi ritrovai ciò che avevo perduto. L’amore per gli uomini. È assurdo lo so, ritrovarlo proprio nel momento in cui gli uomini non sono più uomini ed accetti l’idea di finire. Ma questo è ciò che accadde, e puoi riderci quanto ti pare, scuoter la testa quanto ti pare, accadde veramente così,  me ne ricordo benissimo, e lo ritrovai questo amore dimenticato respinto, lo ritrovai proprio giù in fondo al pozzo, mentre pensavo dunque di morire ammazzati è così, non è giusto ed illogico, morire di vecchiaia è giusto, morire di malattia è logico, morire così è illogico, ma cosa posso farci, nulla, vorrei solo che mia madre non ne soffrisse troppo, con quel male al cuore morirebbe a sua volta, speriamo che lo sappia bene, in modo non brutale, speriamo che dica era destino, se la cavò alla guerra per trovarsi sopra quel balcone. La guerra. Mi hai dato la definizione della guerra, Francois, un gioco per divertire i generali, e anche la sua formula, piantare pezzetti di ferro nella carne dell’uomo, ma questa non è guerra e ti piantano addosso i pezzetto di ferro, riecco l’elicottero, come scoppietta abbassandosi, i vietcong dovevan sentirsi così quel giorno a DaK To, quando ci abbassavamo su loro e perdevamo i limoni, e quel giorno con l’A37, gli uomini sono pazzi. Se bevi il brodo con la forchetta dicono subito che sei pazzo e ti portano al manicomio, se massacri migliaia di persone così non dicono nulla e non ti portano in nessun manicomio, qui bisognerebbe fare qualcosa, impedirlo,chissà quante creature sono morte là sotto, ma allora hanno ragione i vietcong, è necessario battersi, anche al costo di commettere errori, di sacrificare innocenti come Ignacio Eczurra e Biech e Piggott e Laramy e Cantwell e gli altri, è il prezzo del sogno,ecco, ha sparato, però stavolta ci ha mancato, chi ha ammazzato al posto nostro, povere creature, ma come facevo a non amare gli uomini, questi uomini sempre maltrattati, sempre insultati, sempre crocefissi, ma come facevo ad ire che è tutto inutile e a cosa serve nascere a cosa serve morire? Serve ad essere uomini anziché alberi o pesci, serve a cercare il giusto perché il giusto esiste, se non esiste bisogna farlo esistere, e allora l’importante non è morire, è morire dalla parte giusta, e io muoio dalla parte giusta perdio, accanto a Mosè che è sempre stato povero e maltrattato e insultato e crocefisso, non accanto a un poliziotto col guanto bianco, un vietcong deve pensare così quando l’elicottero torna e si abbassa, guardalo torna, si abbassa, e se pregassi dio? Macchè Dio, Dio l’abbiamo inventato, Dio no che non esiste, se esiste e si occupasse di noi non permetterebbe tali macelli, non lascerebbe ammazzare il ragazzo col pullover bianco, il ragazzo coi riccioli neri, la donna dell’ appartamento 306, il bambino che invocava Uberto e Uberto, sicchè non a Dio bisogna rivolgersi ma agli uomini, e bisogna difenderli, e bisogna combattere per loro perché loro non sono inventati ed avevi ragione tu, Francois, è come dicesti tu, Francois: per essere uomo a volte bisogna morire.
Poi, d’un tratto, ebbi la netta impressione che il punto in cui mi trovavo fosse un punto sbagliato, per via della testa. E strisciando come un verme, facendo forza sui muscoli e dei fianchi, mi mossi in avanti. E il poliziotto mi vide e berciò “detenidos, no se moben!”, e di nuovo mi rivoltò la rivoltella in direzione della tempia ma non me ne importò, ormai sapevo che non la sua rivoltella dovevo temere ma l’ elicottero che passava basso con la sua mitraglia, mirando l’ apertura del balcone, e chiusi gli occhi per non vedere, mi tappai gli orecchi per non sentire, ma vidi e udii, quella raffica lunga, lunga, lunga e subito sentii un gran male, sentii tre coltelli di fuoco che mi entravano addosso, tagliando, bruciando, un coltello dietro la schiena, e due nella gamba. Cercai il coltello dietro la schiena e non lo trovai: c’era solo un gran gonfio. Lo cercai nella gamba e non lo trovai: c’era solo un gran sangue. E allora rammentai che alla guerra si dice: una buona ferita è una grossa fortuna perché è difficile esser colpiti due volte. E mi avvolse un sollievo pazzo: ora pensai, non mi ammazzano più. Ma poi rammentai che alla guerra si dice anche: puoi morire di una ferita e basta perché resti dissanguato. E cominciai a dire “sono ferita, aiutatemi per cortesia, perdo sangue”.
Ma il poliziotto con la rivoltella ripetè: “detenidos, silencio!” e puntò meglio la rivoltella e mi chetai. E restai lì con i miei tre coltelli, il dolore che andava e veniva ad  ondate, insieme a un gran sonno, a momenti mi sembrava di dormire in un letto dove mi svegliavo per uno scoppio improvviso ma subito mi riaddormentavo di nuovo, e nel sonno c’era la voce di Mosè che piangeva “Miss Oriana, oh! Miss Oriana!”. E un’altra voce che diceva:”por favor!esta mujer es grave, se muere!”. Chi era la donna che moriva? Perché moriva? E perche Mosè piangeva, per chi? Per se stesso o per me? Se mi portavano via, agguantavo Mosè e lo portavo via con me. Dovevo salvare Mosè..
Più tardi mi dissero che ero rimasta più di un’ora e mezzo lì a perdere sangue. Non so. Io ricordo solo il fotografo dell’Associated Press che scattava fotografie di nascosto, disteso per terra fra i poliziotti, e poi ricordo una mano che mi agguantava i capelli e mi trascinava via mentre cercavo di prender Mosè, ma Mosè non capiva e allora afferravo il tipo del conservatorio, e portavo via lui al posto di Mosè. E poi ricordo le scale dove c’erano tanti soldati e un soldato mi sfila l’orologio da polso, lo ruba, ridendo. E poi una camera piena di poliziotti col guanto bianco, e poi una barella distesa per terra, e poi un getto di acqua sporca che cadeva giù dal soffitto e mi rimbalzava sopra lo stomaco insieme a tracce di escrementi, puzzo di urina, perché era acqua che veniva dalle tubature rotte dei gabinetti,e qualcuno gridava ai soldati “spostatela da lì, por Dios” ma i soldati ridevano e mi lasciavano lì perché mi avevano messo lì apposta, per divertirsi. E accanto a me c’era un vecchi morto, sotto l’ascella sinistra questo vecchio stringeva un pacchettino che sembrava un pacchettino di dolci. E i morti erano ovunque, nelle posizioni più assurde, e lungo il muro c’erano gli studenti arrestati,e uno si tolse il golf e me lo gettò sul viso bagnato e gridò:”por tu cara!prteggiti la faccia!”. E un altro studente gridò”fuerza,Oriana!”. E tutto questo con le raffiche che continuavano, le esplosioni che si facevano più violente, perché fino a mezzanotte andò avanti la strage di Erode. Durò più di 5 ore, capisci?
Quando mi caricarono sull’ambulanza eran circa le nove di sera:incominciavano allora a bombardare coi bazooka il Chihuahua. E tre granate caddero anche sul balcone del terzo piano, morì anche un poliziotto. In piazza invece ne massacrarono tanti ma tanti con le baionette: un bambino lo sgozzarono, e a una donna incinta aprirono il ventre. E detto così sembra incredibile ma se guardi le fotografie non è più incredibile, e se tu fossi stato con me all’ospedale ti saresti convinto. Quanti erano. E com’eran straziati. A una ragazza era rimasta metà faccia, e da questa metà le ciondolavan le labbra, un medico ci appoggiava i pacchi di garza che subito diventavan sangue e diceva:”che fo? La lascio morire? Io la lascio morire”. Alcuni medici avevano le lacrime agli occhi. Uno mi passò accanto e mi sussurrò “scriva tutto ciò che ha visto, lo scriva!”. Poi arrivò un funzionario del governo e voleva sapere se ero cattolica. Siccome gli risposi “Merda!” puntò il dito accusatore ed urlò “no es catolica! No escatolica” ma queste cose le ho raccontate più o meno.
Ciò che non ho raccontato è il tipo del conservatorio lo misi in salvo fino all’ospedale e lui, per ringraziarmi, mi denunciò come “comunista y agitatora”,sicchè i giornali scrissero che ero stata smascherata:sul balcone del terzo piano c’ero per sobillar gli studenti eccetera. Perché gli uomini sono fatti così. E gli italiani di Città del Messico, quasi tutti fascisti scappati col loro fascismo, dissero la stessa cosa ed aggiunsero che non ero stata ferita, nel mio vestito non c’erano buchi. Perché gli uomini sono fatti così. E insieme ai fiori, ai telegrammi di auguri, alle lettere buone,giunsero lettere che mi auguravano di restare paralizzata sulla sedia a rotelle. Perché gli uomini sono fatti così. E le olimpiadi naturalmente si fecero e neanche una delegazione si ritirò e la delegazione sovietica fu la prima a rendere omaggio al governo. Perché gli uomini sono fatti così.
E Socrate che era stato arrestato assieme a Guevara e a duemila altriparlò. E denunciò i suoi compagni, i suoi amici. Perché gli uomini sono fatti così.
E se a questo punto mi chiedi come è possibile che voglia amarli,allora, io ti rispondo perché gli altri non parlarono. E si lasciarono torturare per giorni, scariche elettriche negli orecchi e nei genitali come in Vietnam, finte fucilazioni, si lasciarono magari ammazzare ma non tradirono. Perché gli uomini sono fatti anche così. E quelli scampati si riorganizzarono e ripresero a parlare di liberta malgrado la polizia l i braccasse e ogni tanto ne acchiappasse qualcuno e lo uccidesse, come accadde a quel certo Raphael, terz’anno di filosofia, che fu trovato su un marciapiede, assassinato a colpi di baionetta, coperto di cicche che gli avevano spento addosso quando si rifiutava di denunciare i compagni. Perché gli uomini sono fatti anche così. E per quanto io sia arrabbiata con gli uomini, per quanto io li disprezzi a volte, per quanto non dimentichi mai che anche quella sera le bestie in uniforme erano uomini, io penso ciò che mi disse Nguyen Van Sam: “sono innocenti perché sono uomini”. E gli uomini allora per me sono Mosè. Scampato per miracolo all’eccidio finale sulla terrazza, Mosè era stato preso e condotto in una prigione militare dove gli avevano rubato i soldi, i documenti, le scarpe, e lo avevan picchiato per nove giorni. Al nono giorno, senza soldi, senza documenti, senza scarpe, lo avevan mandato via e per tre ore aveva camminato verso la città. Gli sanguinavano i piedi, aveva la febbre, la ferita al collo era andata in suppurazione  e non poteva muover la testa. Piangeva, piangendo fermava le automobili perché gli dessero un passaggio, e le automobili non si fermavano o chi le guidava rispondeva di no. E in quelle condizioni venne a cercarmi e mi trovò. Io giacevo nel letto stordita dal male, dalle medicine, e sognavo che qualcuno mi accarezzava una mano, dolcemente, così, aprii gli occhi e qualcuno mi accarezzava davvero una mano: era Mosè. Tutto strappato, tumefatto, sporco. Col suo visuccio di povero nato per soffrire, per esser sempre messo da parte o picchiato o sfruttato, Mosè mi accarezzava la mano e si rallegrava per me. “Miss Oriana! you alive! Tu viva!”. Come lo abbracciai. Puzzava tanto, ricordo, che ad abbracciarlo si soffocava. Ma lo abbracciai come avrei abbracciato l’umanità ritrovata e mivergognai della preghiera in cui avevo per qualche tempo creduto.

1.286 Comments :, more...

TU CHE SEI MEMORIA

by on apr.03, 2014, under Bellezza, Simbolo

Mi lascerai i ricordi dei diamanti,

mi lascerai il ricordo delle stelle,

Tu che sei Memoria,

mi lascerai il rumore delle scimmie,

mi lascerai la rabbia appesa alla lancia,

Tu che sei Memoria,

Mi lascerai i venti che vengono dal mare,

le bambole fatte a mano,

i pasti consumati da soli,

Tu che sei memoria.

Mi lascerai le stesse lacrime di ghiaccio

su statue scolpite nella roccia

e presero lo sfregio di un sorriso,

col vento sulla bocca,

Tu che sei memoria.

Mi lascerai il trucco delle carte,

la tana sugli alberi,

i libri messi in fila

e quel movimento strano che sapeva muoverli appena,

per nascondere tra la polvere e cartone lettere

per i viaggi futuri.

Mi lascerai

La valigia di cartone,

ma con una mela dentro,

la foto che trasuda il tuo sogno,

tu che, illudi tutte le mie dita

tu che porti tutte le mappe

tu che c’eri ancora prima del silenzio,

Tu che sei Memoria

Mi lascerai i simboli sugli alberi

le parole che davano il coraggio,

le radici che portavano al sole,

le rughe che finiscono in un bacio.

Tu che sei memoria.

Mi lascerai,

tutte le mie maschere

le corde dell’impiccato,

la lima che sega le sbarre,

l’attesa che precede il mattino.

Mi lascerai,

onde radio su vecchi apparecchi.

Parte ogni notte la caccia ai fantasmi,

pieno il bicchiere, salva la vita,

piena la vita, libero il sangue,

pieno il sangue, viva il tuo Nome.

I conti non tornavano mai,

le strade non finiranno mai,

Tu che sei Memoria.

2.132 Comments : more...

Contro la discarica Battaglina- una giornata al presidio

by on feb.17, 2014, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Fare in modo che il bianco venga chiamato nero e il nero venga chiamato bianco.

La manipolazione delle parole è un gioco antico e non c’è nessuno che ami chiamare delitto delitto.

Quello che si è tentato di fare a Battaglina è, a tutti gli effetti, un delitto. Verso quella terra, verso le persone del luogo, verso tutta la Calabria.

Fino a poche settimane fa non sapevo nulla di questo progetto di discarica. A dire il vero non sapevo neanche che ci fosse un luogo chiamato Battaglina. Finché qualcuno a Catanzaro cominciò a parlarmi di un progetto di discarica che interessava un territorio che stava nella piana tra Girifalco, Borgia, San Floro, Amaroni e altri paesi. Il territorio di Battaglina appunto. All’inizio non fu facile farsi un’idea. Anche perché da più parti mi si diceva che c’era un progetto per quell’area, ma che fondamentalmente non si trattava di “discarica”; ma di “isola ecologica”, infatti il nome dell’impianto da realizzare era “Isola ecologica Battaglina”.

Eppure le voci critiche che incontravo non mollavano la presa, e diventavano furibonde al solo sentire parlare di isola ecologica. A quel punto volevo davvero capirne di più. E ho cercato di fare l’unica cosa che si può fare in questi casi. Ovvero arrivare ad un convincimento personale confrontandomi con più fonti e più persone possibili. E non c’è voluto molto per arrivare a questo convincimento. Un convincimento per il quale qui l’ isola ecologica era solo la foglia di fico, ma il cuore, il cuore nero, di tutta la storia era la discarica, e non una discarica qualunque, ma una delle più grandi d’Europa. Le notizie con le prese di posizione dei sindaci del luogo, le azioni del Comitato “No discarica Battaglina” e l’imponente manifestazione del nove gennaio, con diecimila persone riversatisi per Borgia – ma provenienti da tutti i paesi limitrofi- a urlare il loro “No alla discarica”, contribuirono a farmi avvicinare sempre di più ad una visione di contrarietà totale. Tutte quelle persone si ingannavano? Erano gente inconsapevole che agiva per spirito demagogico, come da qualche parte ho anche sentito? Mi sembravano piuttosto persone pronte a scendere in piazza per opporsi, senza se e senza ma, allo stupro di un territorio. Persone che non vogliono più che siano altri a decidere sulla loro testa. Donne, anziani, bambini, associazioni, movimenti, tutti insieme, fuori dagli eterni teatrini della politica, e dalla logica degli affari e degli scambi incestuosi.

Il progetto “ecologico” che stava avanzando nel silenzio prevede  otto grandi vasche, di cui una già realizzata, in grado di contenere fino a tre milioni cubi di rifiuti, con un limite di conferimento di 300 tonnellate al giorno. Otto grandi vasche che coprirebbero 45 ettari circa di territorio, portando, a parere di molti, a fare a Battaglina quella che sarebbe la seconda più grande discarica d’Europa.  Otto vasche, di cui una già pronta; tre milioni di metri cubi di capacità di stoccaggio, al ritmo di trecento tonnellate al giorno.

E quando alcuni giorni fa mi sono recato al presidio che da tre settimane “presidia”, appunto, una zona adiacente ai cancelli dei lavori, ho avuto la conferma definitiva del mio convincimento. Quello che era stato preparato per Battaglina era un de profundis per l’intero territorio.

Questo presidio è stato costituito dal comitato che dai primi di dicembre ha fatto partire tutta la battaglia, facendo cadere la maschera del silenzio da sempre necessaria per accoltellare nel’ombra e riuscendo a bloccare un timer che era già stato innescato.

Una domenica piovigginosa mi metto in viaggio in direzione Battaglina, prendendo la strada che dalla galleria del Sansinato passa per Caraffa e, una volta uscito da Caraffa, dopo pochi chilometri, ecco il presidio permanente. Non ci vuole molto a riconoscerlo. Striscioni appesi, una tenda da accampamento con un lungo tavolo dentro, e alcune persone all’interno che parlano. Fuori un lungo fusto che emana vapore per riscaldare un poco. Davanti sulla destra i cancelli della discarica. E dietro un sentiero tra gli alberi. Ma alberi puoi ancora vederli in varie direzioni. Quando arrivo sono circa 5 le persone presenti. Col passare delle ore diventeranno sempre di più. Una processione, quasi, che arriva da tutti i paesi dell’area coinvolta.

Il primo con cui parlo è Alcaro Giuseppe. Suo suocero, Pietro Danieli, corrispondente della Gazzetta e consigliere comunale di Borgia all’epoca era stato uno dei pochissimi che, nel 2007, si oppose a quanto l’allora giunta del sindaco Lillo stava facendo. La convenzione con l’azienda Sirim, l’inizio di tutto l’iter che avrebbe dovuto portare alla discarica

“Mio suocero si oppose subito, disse chiaramente che si trattava di una discarica pericolosa. Solo lui e un altro consigliere, Tommaso Esposito, non votarono la convenzione. Per l’indignazione mio suocero abbandonò il consiglio. Ma continuò ad occuparsi della vicenda, scrivendo vari articoli contrari al progetto sulla Gazzetta.. e pensa.. mio suocero è morto proprio un mese fa… avrebbe voluto vivere questo momento”.

Ed ecco che mi indicano l’ingegnere Luigi Stranieri, uno dei fondatori del Comitato.

“Questo è un comitato di cittadini –mi dice- un comitato apolitico, costituito dai rappresentanti di ognuno dei paesi del comprensorio. Il presidente è Espedito Marinaro, ex maresciallo in pensione.  Siamo undici persone dei paesi sette: Girifalco, San Floro, Amaroni, Borgia, Caraffa, Settingiano”.

-Com’è che è sorto il tutto?

“Questa storia inizia nel 2007, quando la Sirim  Srl andò presso il comune di Borgia presentando il progetto di questa discarica. Il terreno interessato, la zona Battaglina, è un terreno di proprietà del comune di Borgia, ma ricadente amministrativamente nel comune di San Floro. Il comune di Borgia si dimostra consenziente e redige la convenzione. Quello di Borgia è stato il primo atto.“

-Quindi essendo la proprietà del comune di Borgia, ma ricadente amministrativamente nel comune di San Floro, entrambi i comuni dovevano pronunciarsi.

“Esattamente, dovevano dare entrambi l’ok”.

-Andiamo ala convenzione stilata dal comune di Borgia con la Sirim. In questa convenzione si parla di discarica o di isola ecologica?

“Nella convenzione, che il comune approvò con deliberà del 7 novembre 2007, la società Sirim venne autorizzata ad adibire un terreno di proprietà denominato “Battaglina”,W in agro del comune di San Floro, esteso 120 ettari, a discarica di rifiuti non pericolosi e impianti per recupero o riciclaggio.”

-Lei parla di 120 ettari… ma la discarica non doveva essere di 45?

“Sì, ma l’intero territorio dato in gestione era di 120 ettari. Il comune di Borgia avrebbe ricevuto 200.000 euro l’anno.  Inoltre all’inizio si parlava solo di materiali inerti non pericolosi.. cosa che sarebbe successivamente mutata..”.

-E il riferimento all’ “isola ecologica”?

“Ecco.. Accanto alla discarica si sarebbe dovuta costruire un’isola ecologica. Solo che a livello terminologico, l’intero progetto venne denominato “isola ecologica”.

-Quindi discarica fin dall’inizio?

“Esattamente… successivamente, sempre nel novembre 2007, la Sirim presenta presso il Comune di San Floro la richiesta di permesso a costruire, sempre parlando di discarica di rifiuti non pericolosi ed inerti e di un impianto di recupero.. denominando l’intero progetto “Isola ecologica Battaglina”. Il dodici luglio 2008  il Comune di San Floro, concede con un’altra convenzione parere favorevole al progetto. Al comune di S. Floro sarebbero arrivati 20.000 l’anno più 50.000 euro una tantum”.

-Cosa accade poi?

“A quel punto l’azienda ha avviato l’iter per ottenere le autorizzazioni regionali a costruire.  . La Sirim richiese le varie autorizzazioni necessarie in questi casi, dalla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) alla Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). E’ stato tutto un iter complesso e aggrovigliato. Sarebbe lungo descriverlo ora nel dettaglio. Diciamo che non sono mancate leggerezze e “forzature”. Ad esempio la “valutazione di impatto ambientale” è stata acquisita col silenzio assenso. Tieni conto che sono state fatte sette conferenze dei servizi, è una pratica aggrovigliatissima… Comunque, nel corso dell’iter, le autorizzazioni regionali arrivano. Arrivano l’AIA  e il VIA. Così come ci sono i pronunciamenti di chi deve valutare la parte idrogeologica, i beni paesaggistici. E al di là di tutto né la regione avrebbe potuto procedere e, ancora prima, non il comune di Borgia non avrebbe potuto fare la convenzione, trattandosi di terreno gravato da usi civici”.

-Cosa sono gli usi civici?

“Gli usi civici sono i diritti spettanti a una collettività (e ai suoi componenti), organizzata e insediata su un territorio, il cui contenuto consiste nel trarre utilità dalla terra, dai boschi e dalle acque”.

-Ritorniamo alle autorizzazioni regionali..

“Sì.. in seguito ad esse la regione Calabria con decreto dell’otto settembre 2009 scrive che “un impianto di smaltimento e recupero rifiuti” appartenente al tipo finalizzato alla “eliminazione o il recupero di rifiuti pericolosi” e rientrante nella categoria delle “discariche che ricevono più di 10 tonnellate al giorno”. Nel frattempo la discarica per rifiuti “non pericolosi” sono diventati anche “rifiuti pericolosi”..

-Che accade dopo?

“Allora.. in seguito alla prima convenzione col comune di Borgia, alla convenzione con il comune di San Floro, e al rilascio di tutte le autorizzazioni regionali, la Sirim si reca presso il comune di San Floro per ottenere l’atto conclusivo. Il comune di San Floro, alla luce di tutti gli altri nel frattempo intervenuti, diede il permesso a costruire in data 5 luglio 2010”.

-A quel punto i lavori potevano cominiciare..

“Sì.. e i lavori cominciarono, ma intervenne il sequestro della forestale, grazie all’azione del comandante Spanò. Tante le violazioni e le scorrettezze riscontrate dalla forestale che portarono a tale provvedimento di sequestro. Innanzitutto si trattava di un terreno interamente coperto da un bosco per via di un’attività di rimboschimento iniziata nel 1965  e come tale soggetto a vincolo idrogeologico. Inoltre il 7 agosto del 2007 l’area era stata colpita da un incendio. E per almeno quindici anni –per via di una legge approvata nel 2000 per contrastare la pratica degli “dolosi” aventi lo scopo di favorire progetti di costruzione (legge 353 del 21/11/2000)- non si può costruire su aree colpite da incendio. E anche questo fu la tra le motivazioni del sequestro della forestale. Inoltre emergono altre irregolarità e vengono fatte altre contestazioni”.

-Col sequestro tutti i lavori erano stati bloccati..

“Ma la Sirim fece ricorso contro il sequestro presso il Tribunale del Riesame che lo rigetta. La Sirim continua a ricorrere e si arriva alla Cassazione, la quale con sentenza 16592 del 30 marzo 2011 rigettava in via definitiva il ricorso della Sirim, con una sentenza bellissima, che sollevava molte problematicità su tutto l’iter e nella sostanza diceva “state facendo una cosa gravissima.. qualcosa di abominevole..”. Una sentenza splendida. Eppure.. il 26 ottobre 2012 il Gip di Catanzaro ordina il dissequestro e la restituzione dei beni?”.

-Come mai viene dissequestrata l’area se sussistevano tutti questi limiti evidenziati dalla stessa Corte di Cassazione?

“L’amministrazione comunale, nella persona dell’allora sindaco Domenico Rillo, fece emergere una delibera del 1992 con la quale si attestava che quell’area era già stata autorizzata come discarica provvisoria dal comune di Borgia. E quindi il Gip  ha fatto un ragionamento del tipo “se già era stata stabilita una discarica..”. Ma questo è un discorso che va compreso per evitare fraintendimenti. Nel 1992 a Borgia era stata provvisoriamente aperta una piccola discarica, ma di una grandezza di circa un ettaro. Dopo un breve periodi utilizzo, questa discarica restò chiusa fino al 1996 quando il Prefetto chiese al sindaco di Borgia che questa piccola discarica venisse temporaneamente riaperta per l’emergenza rifiuti, per un tempo limitato, affinché venisse approntata la nuova discarica di Alli dove tutti i contenuti delle varie piccole discariche vicino ai paesi sarebbero state portate. Questa riapertura durò pochi mesi, dopodiché i rifiuti furono portati ad Alli e quella piccola discarica chiuse definitivamente. Comunque si trattò di qualcosa di non più di un ettaro, ma che fu usata come grimaldello per spingere il Gip ad optare per il dissequestro”.

-Insomma il comune di Borgia, nel fare riemergere anche questa vicenda, contribuiva ancora una volta in maniera decisiva a far riprendere i lavori.. ma perché? Qual’era l’utilità per atti del genere che avrebbero potuto portare l’avvelenamento nel suo stesso territorio?

“Difficile da capire. Forse c’entra anche che la convenzione, come abbiamo detto prima, permetteva al comune di Borgia di ricevere duecentomila euro per questa discarica”.

-Il giudice quindi dissequestra..

“E quindi diventano effettive tutte le concessioni avute e la Sirim comincia i lavori. Non ce ne accorgiamo subito. Anche perché siamo abituati a vedere “opere in corso”. In una zona straviolentata dalle pale eoliche, e con un mega impianto di pannelli solari qui vicino… noi qui per anni abbiamo visto ruspe, tralicci, ecc. Non ce ne eravamo resi conto fino a  quando non abbiamo visto proprio la realizzazione..”.

-Quando sono ricominciati i lavori?

“Nell’estate del 2013. Qui non ci sono stati più di sei mesi di lavoro. Lavoro massiccio, con doppi turni. Noi però, come ti dicevo, all’inizio non ci siamo accorti di nulla, credendo che quei movimenti di persone e quei lavori erano relativi a qualche cantiere connesso appunto all’eolico o al fotovoltaico”.

-Finché qualcuno si accorse della cosa..

“Un gruppo di persone di Girifalco intorno ai primi di dicembre del 2013 capì che qualcosa non andava. Notarono le grandi buche.. e dalla loro iniziativa nacque il comitato”.

-Il comitato in pratica chi lo ha creato?

“Il comitato è partito da Girifalco, il primissimo gruppo si formò a Girifalco. Il presidente è Espedito Marinaro, un ex maresciallo dei carabinieri. In pochissimi giorni il comitato crebbe espandendosi a Borgia, e poi anche a persone dei comuni limitrofi. Il Comitato è composto da 11 persone, di tutti i paesi limitrofi, Borgia, San Floro, Girifalco, Amaroni, Settingiano. Il Comitato ha promosso un’azione di mobilitazione popolare  e ha anche intrapreso un dialogo che manteniamo, con tutti i sindaci interessati, per sensibilizzarli sulla vicenda, tenendo conto che questi sindaci stanno portando avanti un PSA, un Piano Urbanistico Integrato”.

-Il Comitato cominciò quindi a dare battaglia..

“Assolutamente. Da una parte allertò la popolazione e dall’altra cominciò a indagare a fondo su tutta la questione, arrivando a rilevare le profonde irregolarità e problematicità che la contraddistinguono. Ad esempio il fatto che questo territorio era gravato da usi civici; e questo vuol dire che, a prescindere da tutto, lo stesso punto di partenza è tarato, perché non si può dare in concessione qualcosa che è gravato da usi civici. Comunque sulla base di tutte queste rilevazioni abbiamo chiesto ai comuni di annullare le convenzioni”.

-Quindi siete stati voi a tirare fuori la storia degli usi civici. Ce la si era dimenticata..

“Sì… si vede che se l’erano dimenticata.. Basta questa cosa a fare annullare praticamente tutto. A quel punto ci sono stati i primi atti concreti. Il primo a porli in essere è stato il comune di San Floro che, il 3 gennaio 2014, in via auto cautelativa, ha sospeso il permesso per un periodo di 120 giorni”.

-Perché non vi è stato il ritiro definitivo del permesso a costruire?

“Perché c’è tutta una procedura burocratica da ottemperare. Hanno chiesto vari pareri legali. Il comune si pronuncerà in via definitiva i primi di maggio e se riscontra come reali le rimostranze del comitato, vi sarà la revoca del permesso a costruire”.

-E il comune di Borgia?

“Al momento non ha fatto nessun passo concreto. Avevamo chiesto la stessa cosa che avevamo chiesto al comune di San Floro. Finora tante parole, tante promesse, prese di posizione, ecc.. ma al momento di sospensione c’è solo quella del comune di San Floro. Abbiamo apprezzato molto il fatto che gli altri comuni interessati –Girifalco, Amaroni, Marcellinara, Settingiano, abbiano depositato presso la Procura della Repubblica denuncia formale per presunti illeciti e burocratici”.

-E la regione?

“La regione ha fatto un intervento molto importante. Nel momento in cui le abbiamo fatto vedere che c’erano gli usi civici, in data 16 gennaio 2014 ha avviato la sospensione dell’AIA. La regione ha scritto una nota stupenda dove in sostanza dice… “dal momento che io ho ricevuto il piano di estensione urbanistica del comune di San Floro dove non si parlava di usi civici, su questo suolo il comune di Borgia ha fatto la prima convenzione come proprietario.. il comune di San Floro idem.. ma nel momento in cui mi dite che ci sono gli usi civici avvio la procedura di revoca della convenzione”. Una volta avviata questa procedura, la regione ha intimato all’azienda –come previsto per legge- di produrre, entro un lasso di tempo di dieci giorni, il documento mancante, quello relativo agli usi civici. Cosa che l’azienda, naturalmente, non avendolo, non ho prodotto. E quindi la regione si è presa 45 giorni di tempo per revocare l’autorizzazione, in quanto mancante il documento sugli usi civici”.

-Gli usi civici sono stati il grimaldello per bloccare tutto..

“Sì. E a tal proposito ti dico una cosa singolare.  A luglio il comune di Borgia, il 29 luglio 2013, aveva tentato di togliere gli usi civici. Ma, nell’ultimo consiglio comunale, quello del 16 gennaio, il comune di Borgia ha avviato la procedura di annullamento della sua delibera originaria”.

-Insomma per la terza volta il comune di Borgia dava il suo attivo contributo al progetto della discarica..

“Sì, ma visto la procedura di annullamento avviata il 16 gennaio.. diciamo che sulla via di Damasco c’è spazio per tutti”.

-Tornando alla Regione, una volta che vi fosse la revoca della concessione..

“Decadono tutti gli atti comunali per legge..”.

-E quindi basterebbe la revoca della regione per far fallire il progetto..

“Sì.. viene meno tutto.. ma se resta il titolo di proprietà in piedi è sempre un problema. Magari un domani qualcuno può fare una variante al progetto, non si sa mai quale diavoleria possono inventarsi. E’ sempre meglio che anche il comune di Borgia revochi la concessine”.

-In pratica la revoca della Regione basterebbe, ma, per essere ancora più sicuri, è meglio che anche il comune di Borgia revochi la concessione. Insomma fare cadere tutte le teste dell’Idra.

“Esattamente”.

-Ritorniamo ancora una volta sull’uso ambiguo che in questo caso è stato fatto dell’espressione “isola ecologica”… il progetto originario prevedeva una discarica, accompagnata da una sorta di isola ecologica e da un percorso del riciclo.. ma tutto quanto venne chiamato “isola ecologica”.. per dare l’idea, sembrerebbe, che fondamentalmente tutto il progetto fosse all’insegna della “compatibilità ecologica”.

“Esatto.. e qui torniamo alle leggerezze di chi doveva stare più attento nel fare convenzioni e nel concedere autorizzazioni. Innanzitutto bisognerebbe chiedersi cosa sia un’isola ecologica. Un’isola ecologica è un piazzale dove vengono messi i rifiuti ingombranti, ci va l’azienda o il consorzio che li raccoglie, li preleva e se li porta via. Quindi innanzitutto si tratta grosso modo di un piazzale; mentre qui, come puoi vedere, ci sono le enormi buche tipiche delle discariche. Inoltre le isole ecologiche non arrivano a queste grandezze. L’isola ecologica di Lamezia Terme sarà sei, settemila metri. Girifalco ha un’isola ecologica di soli duemila metri. Vogliamo immaginare un’isola ecologica abbastanza grande? Bene.. diecimila.. ventimila metri… queste sono le grandezze delle isole ecologiche delle città più grandi”.

-Un ettaro è..

“Diecimila metri..”.

-Quindi l’”isola ecologica Battaglina” sarebbe dovuta essere 40 volte un’isola mediamente grande..

“Sì.. e questo ti fa capire ulteriormente l’assurdità di tutta la vicenda. Sarebbe.. continuando a seguire ancora per un momento questa logica folle.. un’isola ecologica mastodontica, a meno che non stiamo parlando dell’isola ecologica di New York. Un’isola ecologica è, come abbiamo visto, un posto di deposito temporaneo di rifiuti, non un luogo di permanenza definitiva, della grandezza di 45 ettari. Qui sarebbero dovute fare otto grandi vasche, di di cui una per l’amianto”.

-Davvero molto “ecologico”..

“Il massimo dell’ecologico.. Tra l’altro anche per quanto riguarda l’idea di isola ecologica, qui non può essere realizzata. In quanto per un’isola ecologica ci vuole una destinazione d’uso in zona industriale; mentre questa è una zona agricola. Quindi anche l’isola ecologica è una cosa che ha le gambe tagliate fin dal primo momento. Comunque la popolazione non vuole che si faccia niente qua. Non vogliamo né la discarica né l’isola ecologica”.

-Ho letto che la discarica, se realizzata, sarebbe la  seconda più grande d’Europa..

“Vero… sarebbe la seconda discarica più grande di Europa con i 41 ettari di spazio discarica che gli hanno dato. Ma.. ricordiamo che il comune di Borgia ha dato alla Sirim la disponibilità di 120 ettari”.

-E si presume che, a un certo punto, i 40 ettari destinati alla discarica.. potrebbero estendersi ulteriormente andando a “assorbire” ulteriori ettari tra gli altri 80 dati in concessione..

“Proprio così. Tieni presenti che sotto la spinta dell’emergenza si giustifica tutto. Con l’emergenza rifiuti si bypassa tutto, può avvenire di tutto”.

-Con 120 ettari diventerebbe la più grande discarica del mondo?

“Probabilmente..”.

-E poi c’è tutto il discorso falde acquifere.

“Qui sotto c’è un bacino ricchissimo di acqua, un vero e proprio polmone di acqua. Uno dei più grandi bacini acquiferi della Calabria. Ci sono varie sorgenti che captano l’acqua proprio dalle falde acquifere della discarica. La più importante si chiama Marmoro-Giardinelli, ma poi ci sono:Catano-Barone, Limbè, Migliarese-Maricello, Vrisa, Vattindieri. In pratica le falde acquifere servono fondamentalmente due territori molto ampi. Da una parte ci sono le acque che vanno nella zona di Catanzaro Lido, Germaneto, San Floro e i paesi vicino. Dall’altra le acque che vanno a Girifalco, San Pietro Lametino e così via fino ad arrivare a Lamezia. La penetrazione di percolato nel terreno, vista anche la sua altra friabilità, inquinerebbero le falde acquifere delle sorgenti che alimentano i serbatoi di acqua potabile che viene quotidianamente utilizzata per bere, cucinare e lavare”.

-Il percolato sarebbe?

“Quando i rifiuti si compattano e si deteriorano si produce, specie se piove su di essi, una sorta di liquido altamente inquinante. Questo è il percolato. Questo liquido infiltrandosi nel terreno può avere effetti contaminanti”.

-Un veleno tossico in sostanza.

“Certo.. Ma si potrebbe continuare a lungo sulla totale follia di un progetto del genere. Siamo in una zona vicina a fiumi, centri abitati. In una zona a rischio idrogeologico. Tanto è vero che nel ’65 lo Stato fece fare il rimboschimento per tutelare queste montagne. Siccome questa è una terra sabbiosa, molto friabile, molto tenera, un’azione delicata, lo Stato ha piantato tutti questi boschi. Tutti i boschi che tu ora vedi intorno a te sono stati piantati nel ’65 dallo Stato. E.. visto che ci sono stati, finora, 15 ettari di alberi tagliati da parte della Sorical… ci auguriamo che magari ci diranno che fine ha fatto tutto il legname, tra l’altro eucalipti e querce in abbondanza”.

-Un patrimonio boschivo, frutto di un’azione di rimboschimento durata quarant’anni, che andrebbe in fumo.

“Ah, un’altra cosa.. qui vicino c’è una frazione di Girifalco che in pratica è a seicento metri in linea d’aria dalla discarica. E noi sappiamo che entro un chilometro dalla discarica non vi devono essere centri abitati. E, per non farci mancare nulla, la discarica risulterebbe essere distante circa 150 metri dall’alveo di un torrente a valle”.

-Quindi, riassumendo.. la zona in cui avrebbero voluto realizzare la seconda discarica più grande d’Europa era una zona..

1) oggetto, per via dell’altra friabilità del terreno, di un piano di rimboschimento che parte dal 1965.

2) danneggiata nel 2007 da un incendio, a cui è conseguito un divieto a costruire per 15 anni.

3) Una gravata da usi civici.

4) con un altissima presenza di falde acquifere che alimentano un grandissimo territorio.

5) che per via del suo terreno altamente friabile è ad alto rischio di penetrazione del percolato. Tenendo anche conto che tra le categorie di rifiuti previsti c’era pure l’amianto.

6) distante circa seicento metri da una contrada di Girifalco (Muruttu), quando la distanza non può essere inferiore a un chilometro; e distante 150 metri dall’alveo di un torrente a valle.

-“Esattamente”.

-Una vicenda tosta, una vicenda dove avete combattuto contro un nemico che sembrava molto più forte di voi. A livello umano come ha vissuto tutto quanto?

“E’ una sensazione stupenda. Penso che per la prima volta in Calabria gente non politicizzata, senza i partiti alle spalle, venendo da esperienze e background diversissimi, si è trovata insieme, con una compattezza rara. Ognuno ha messo a disposizione le proprie professionalità; da chi ha fatto la casetta di legno a chi va a controllare i documenti. Ci troviamo ogni giorno qui. Si discute e si parla, ma abbiamo un unico obiettivo, non fare la discarica. Qui è tutti giorni così. Si esce dal lavoro e si viene qua. Più gente c’è e meglio è”.

-Quindi questo presidio c’è ogni giorno..

“Ogni giorno..”-

-Che orari?

“Dalle sette e mezzo di mattina fino a quando c’è buio”.

-E la notte?

“La notte facciamo pure le “ronde”. Inoltre ci è stato anche dato gentilmente un pullman per la notte, nel momento in cui magari dovesse essere necessario stare anche la notte per vedere se c’è qualcosa..”,

-Quanta gente di media viene qui ogni giorno?

“C’è un via vai continuo. Alcuni stanno tutta la giornata. Altri stanno ore. Ma, fosse anche solo per stare dieci minuti, c’è un via vai continuo. Ci danno il cambio.. si sta con noi.. ci si dà forza a vicenda. Noi non vogliamo farci imprigionare dalle vecchie logiche. Noi vogliamo fare uscire questa protesta da quelli che sono i canoni dei professionisti della protesta”.

-Avete creato uno spirito comune.. questa è la vostra forza..

“Sì.. è proprio così… Noi vogliamo vedere rimossi i cancelli e ogni traccia della Sirim. Vogliamo il ripristino dei luoghi, vogliamo che siano ripiantati gli alberi. Vogliamo venire a raccogliere i funghi come facevamo due anni fa”.

Ringrazio Luigi Stranieri per la grande chiarezza e pazienza nel raccontarmi l’intera vicenda e mi avvicino a Espedito Marinaro, ex maresciallo dei carabinieri in pensione, e presidente del comitato.

“Tutto è iniziato per caso” –mi dice- “abbiamo visto questo mostro e abbiamo cercato di vederci chiaro.. e abbiamo informato la popolazione. E’ nato tutto così. Si è cominciato con Girifalco, dopo ci si è estesi a Borgia, e così via. Tutto è partito il primo dicembre. La prima riunione l’abbiamo fatta il cinque dicembre al comune di Girifalco. Alla prima manifestazione sono venute cento persone.. poi si è arrivati a migliaia. “

-Mi ha colpito tutta la gente che ho visto oggi..

“E non hai visto niente.. alcuni ci sono sempre, altri vengono di volta in volta. All’inizio molti di quelli che venivano non si conoscevano. Adesso qui si conoscono tutti. Sono tutti una famiglia, qualcuno porta qualcosa da mangiare, qualcuno da pare. Ognuno porta di tutto.”

Quando, poco dopo, mi trovo a parlare con Tommaso Saraceno, un altro dei fondatori del comitato, gli dico che quello che quella che è si è creata è una realtà troppo bella perché venga meno una volta che l’obiettivo di scongiurare la discarica fosse raggiunto.. Saraceno guarda già al futuro..

“La nostra battaglia, anche in quel caso, non finirà. Il comitato non è semplicemente un no per quanto riguarda la discarica. Noi vogliamo anche essere propositivi per quanto riguarda la raccolta differenziata e ci siamo già attivati con i sindaci del PSA, del comprensorio, in modo che ci sia un protocollo unico per quanto riguarda il sistema della raccolta e il sistema del riciclo. Il nostro non è solo un no alla discarica, ma anche la volontà di fare emergere una coscienza civica sui problemi dell’ambiente. Considera anche che questo territorio è un territorio particolare per quanto riguarda la crescita di alcuni tipi di specie che sono in via di estinzione. Qui abbiamo la tartaruga Ernanni Ernanni. Qui c’è una biodiversità enorme. C’è la presenza di tutta una serie di piante particolari. Questa era considerata un’isola davvero.. “ecologica”. Questa collina è una terra particolare, è come una spugna, quando piove assorbe acqua e gronda acqua da tutte le parti. ”

Carlo Nanci è un’avvocato che partecipa attivamente alle attività del presidio. Tutto in lui rivela un forte spirito battagliero.

“Io sono entrato nel comitato in punta di piedi” – sottolinea Nanci – “per dare il mio piccolo contributo. Una cosa è certa, noi continueremo la battaglia fino all’ultimo, fino a quando non se ne andranno. La notte ci alterniamo, facciamo le ronde con le auto, perché non ci fidiamo di loro. Quello che loro vogliono realizzare è un vero ecomostro. Lo hanno fatto passare per isola ecologica. Noi abbiamo dimostrato che era una menzogna, che quello che ci si proponeva di fare era a tutti gli effetti una discarica.”

-Qualcuno è stato tentato di vendere i propri terreni per la vicinanza con il luogo dove si sarebbe dovuta fare la discarica.

“No. Ci sono piuttosto persone che hanno presentato ai sindaci di competenza richiesta di tutela della propria proprietà privata. Persone che non vogliono vendere. Persone che non hanno intenzione di piegare la testa e che hanno il nostro sostegno. “

Sono tantissime anche le persone   molto giovani presenti al presidio. Parlo con un ragazzo, Il ragazzo è anche padre di un bambino piccolo, e questo lo rende ancora più partecipe di questa battaglia.

“Noi non lo vogliamo questo ecomostro, perché abbiamo scelto di restare in Calabria, perché amiamo la nostra terra. Io non riesco proprio a vedere come sia possibile la coesistenza di queste discariche in una regione come la nostra, dove la ricchezza è la natura… il mare, le montagne.. tutte quelle persone che hanno tanta voglia di fare… sono la vera ricchezza. Ecco, non vedo la coesistenza di tutto questo con questi ecomostri. Noi lottiamo non solo per questo posto. Noi lottiamo per l’intera regione. Vogliamo bene a questa nostra Calabria e non vogliamo che diventi una pattumiera. Io voglio, un giorno,  portare qui mio figlio a passeggiare e a dirgli “guarda.. qui stava per nascere l’ecomostro..”.

Interviene l’avvocato Nanci, che nel frattempo si è avvicinato a noi: “qui con l’ecomostro questo ragazzo avrebbe garantito alla figlia un futuro stupendo.. il 70% di probabilità che da qui a quindici-venti anni si beccava un tumore”.

“Avvocato” –gli dico- “raramente in Calabria si è vista una tale capacità di rendere concreta l’indignazione, una tale combattività, una tale compattezza, una tale efficace organizzazione”.

“Quello che tu vedi” –mi risponde- “è solo l’inizio. L’inizio di una battaglia molto più ampia che riguarda quelli che oggi sono i bambini, gli uomini e le donne di domani. Noi non permetteremo che la Calabria diventi la pattumiera d’Italia o d’Europa, in particolare la provincia di Catanzaro. Chi ha questa idea in testa.. a livello parlamentare, a livello regionale, a livello di ogni istituzione.. se lo dimentichi. E noi da Catanzaro siamo disposti anche a perderci la pelle, per salvaguardare la nostra regione, la nostra terra. Non lo permetteremo a nessuno di loro di fare quello che pensano di poter fare. Se lo scordassero. Noi non ci piegheremo e non ce ne andremo fino a quando la Sirim da qua non andrà via”.

Si fa l’ora di lasciare il presidio. Me ne vado con un senso di leggerezza nell’anima. La dignità di queste persone mi fa sembrare inconsistente “l’insostenibile pesantezza” dei funanboli della parola e degli opportunisti a tempo pieno. Sono persone come queste che danno onore a un territorio, che fanno comprendere anche ai sordi che si può resistere e costruire una nuova storia.

PS: Di seguito alcune foto che ho scattato al presidio. Le prime due rappresentano tre delle persone di cui ho raccolto la testimonianza: ‘ingegnere Luigi stranieri (nella prima foto a sinistra), il presidente del comitato Espedito Marinaro (nella prima foto a destra), l’avvocato Carlo Nanci (seconda foto).

268 Comments :, , , , , , , , , , , , , , more...

La “Quarta Via” di Patrizio Paoletti- intervista ad un ex membro

by on feb.16, 2014, under Resistenza umana, Simbolo

Da sempre esistono delle scuole esoteriche, dei percorsi in cui vengono trasmessi insegnamenti e pratiche che avrebbero lo scopo di portare l’uomo verso la via della conoscenza della sua reale natura.

La scuola esoterica per sua natura prevede una modalità di funzionamento “riservata”. Solitamente i membri che ne fanno parte si riuniscono in contesti privati e non fanno parola di quello che studiano o sperimentano, o ne fanno parola solo in minima parte.

Prescinde però dal contesto di questa nota una riflessione ampia sul concetto di “esoterismo” che apre la porta ad una tematica enorme e contraddittoria.

Dire scuole esoteriche è infatti usare comunque una espressione molto ampia, in cui da sempre  è presente di tutto. Da cose che possono essere “positive”, a cosa che possono rivelarsi anche molto “distruttive”. Da Pitagora e i suoi insegnamenti a chi tramite l’esoterismo attua processi di condizionamento e manipolazione.

Un percorso esoterico celebre è quello rappresentato da quella che viene definita la “Quarta via” e che si riallaccia agli insegnamenti di Georges Ivanovic Gurdjieff, personaggio eclettico, geniale, estremo, allo stesso tempo  amato e odiato, morto nel 1949.

Dopo la morte di Gurdjeff sono emerse scuole che si richiamano al percorso della Quarta via, rielaborandola in parte a seconda di chi è il “maestro” di riferimento di quella singola scuola.

Una scuola di Quarta via nata in Italia, a Catanzaro precisamente, e che ha raggiunto una diffusione dell’arco di decine di migliaia di persone in Italia e all’estero è quella fondata da Patrizio Paoletti.

Devo dire che da anni sento parlare di questa scuola, in modalità di volta in volta anche molto diverse. Da chi ne parla con apprezzamento a chi è fortemente critico.

Alcuni mesi fa ho avuto l’occasione di conoscere Costantino, un siciliano di 45 anni. Abbiamo avuto modo di chiacchierare parecchio e lui mi ha raccontato di essere stato membro per tre anni della scuola che fa capo a Patrizio Paoletti. Da una parte io ho sempre pensato che i mondi “esoterici” dovessero essere il più possibile disvelati all’esterno; dall’altra Costantino considerava utile condividere la sua esperienza. E quindi ci siamo trovati d’accordo nel realizzare questa intervista.

Costantino ha un approccio in chiaroscuro del mondo paolettiano. Non è né tra gli esaltatori, né tra i demolitori. Considera alcune delle cose che ha imparato come estremamente utili per la sua evoluzione. E allo stesso tempo ritiene che alcuni meccanismi, situazioni e persone possono essere d’ostacolo per la crescita del partecipante.

Con Costantino, nel corso di questa intervista, è nato uno scambio autentico, dove ci si è confrontati anche da angolazioni diverse, ma sempre con la volontà di ascoltare fino in fondo l’altro.

Non va dimenticato che Costantino è stato tre anni nel mondo della quarta via di Patrizio Paoletti. Quindi il suo racconto è il racconto di quello che ha acquisito in questi tre anni. Ma possono certo esserci altri aspetti, insegnamenti, dinamiche, di cui non ha fatto in tempo a venire a conoscenza.

A prescindere, credo che una intervista come questa sia una buona occasione per riflettere di argomenti e realtà su cui è difficile avere informazioni.

L’intervista, che supera il limite di lunghezza previsto da facebook per le note, l’ho dovuta dividere in due note, rispettivamente questa per la prima parte. E quella che pubblicherò subito dopo con la secona parte.

Vi lascio all’intervista fatta a Costantino.

PS: Costantino ha voluto inviarci due immagini che allego alla nota.

La prima immagine rappresenta la posizione meditativa del “diamante”, la posizione meditativa base dei percorsi di Quarta Via, che come vedete, è differente dalla posizione meditativa classica, che tutti conosciamo, a gambe incrociate.

La seconda rappresenta lo “yantra yoga”. Un quadrato -usato nell’ambito della meditazione. di cartoncino leggero, di colore viola, all’interno del quale vi è un’altra figura geometrica, un cerchio, di colore arancione.

——————————————————————————————————

-In quale regione abiti Costantino?

Sicilia.

-E quanti anni hai?

45.

-Che tipo di esperienza di vita hai fatto prima di entrare nella quarta via?

Normalissimi studi universitari in archeologia, e ho sempre avuto una tensione verso la ricerca spirituale. Per anni ho intrapreso un viaggio spirituale e prima di conoscere la quarta via ho fatto esperienza di quelle che ora definirei pseudo-discipline; ambiti che oggi definirei come eso-turistici.

-Racconta…

Queste discipline sono ambiti che  frequentano l’esoterismo di tanto in tanto, che non si immergono veramente e propriamente nella materia esoterica, anzi fanno spesso dell’esoterismo una bandiera di grande apparenza e di poca sostanza. Per questo motivo le definisco eso-turistiche.

-Indicami qualcuna di queste realtà.

I gruppi che seguono Osho, contesti di Yoga, contesti new age.  Sono rimasto sempre un po’ deluso perché l’ideale che seguivo e da cui mi facevo ispirare, ogni volta si scontrava con realtà che tradivano, non tanto le mie aspettative, quanto una visione che avevo, che era una visione interiore. Faccio un esempio pratico: nei gruppi di Osho si pratica la “meditazione dinamica”, che per chi non ha un ancoraggio forte ad una dimensione interiore può anche rappresentare qualcosa di innovativo e di liberatorio. Quando io ho incontrato invece la meditazione dinamica di Osho Rajnesh sono rimasto inorridito per le sue caratteristiche, e per le sue qualità, a tal punto da distaccarmi completamente da questi gruppi Osho e cercare altre vie.

-C’è secondo te un limite intrinseco del percorso di Osho?

Osho non crea sistema. La via di Osho non crea una psicologia come avviene nella via gurdjieffiana. Osho è un maestro dalle bellissime parole, parole di grandissima ispirazione, dall’afflato mistico, però dalla pratica abbastanza dubbia. Basta frequentare i gruppi di Osho o le persone che hanno frequentato questi gruppi per rendersi conto della totale anarchia che è l’opposto, se non il tradimento, della via interiore che con la quarta via si può percorrere. Con Osho non c’è una tecnica. Una tecnica è fatta di un linguaggio preciso, segue una serie di step interni che sono decisamente precisi. Sono binari molto stretti, all’interno dei quali lo studente, l’allievo, il discepolo si trova a doversi muovere. Quella di Gurdjieff è una tecnica precisa o meglio è un sistema preciso che include una serie di tecniche. Può ricordare quasi uno studio universitario, però portato verso l’interno dell’essere umano. Quando ci si rapporta con Osho oppure con altri tipi di maestri che vengono associati alla quarta via, ma che di quarta via non hanno assolutamente nulla, ci si trova di fronte a vere e proprie mistificazioni e millanterie rispetto alla tecnica madre che è quella della quarta via, e dalla quale poi tutti questi maestri o pseudo tali derivano le proprie scuole. Esistono tutta una serie di pseudo-discipline, tutta una serie di esercizi, o di pseudo tali che non servono ad altro che a confondere ancora di più le idee.

-Esempi di questi esercizi?

La meditazione dinamica di Osho. Chiunque può andare a vedere i video… è disponibile ovunque… e non ci vuole un arco di scienza per capire che tutto è tranne che una pratica mistica ed esoterica. La mistica e l’esoterismo non sono una valvola di sfogo. Il viaggio dentro di sé non deve essere associato alla liberazione dal proprio stress, dalle proprie frustrazioni, dalle tossine che inquinano il nostro organismo e dai ristagni energetici del nostro apparato emotivo. Non dev’essere questo. La disciplina interiore, e proprio per questo si chiama disciplina interiore, è un guardare dentro di sé ascoltando in silenzio la propria persona. E’ un conoscersi. Il processo di conoscenza ha a che fare in maniera molto forte col silenzio, con la pazienza, con la mansuetudine. Quello che si applica negli ambienti legati a Osho è praticamente l’opposto. Non si contempla l’idea, nel suo senso più alto, di sacrificio, che letteralmente significa “rendere sacro qualcosa”. Per loro se hai voglia di un biscotto e non lo prendi perché pensi che possa andare anche agli altri che sono lì con te, devi prenderlo per distruggere la tua inibizione. Io sono dell’avviso opposto, perché se sei consapevole comprendi che del biscotto non hai alcun bisogno.

-Ma quelle persone che praticano la meditazione dinamica di Osho a livello psicologico, umano, caratteriale, migliorano?

Io ho conosciuto quelle persone e posso assicurarti che dal momento in cui le ho conosciute al momento in cui mi sono definitivamente allontanato da quegli ambiti, non ho potuto osservare in loro alcun miglioramento. Non sono pratiche che migliorano. C’è un’esaltazione del proprio ego, che tra l’altro si può ritrovare anche in molte delle persone che hanno frequentato i corsi di Alejandro Jodorowsky, molte delle quali le ho conosciute e le stimo tantissimo. Purtroppo Però molte delle persone che hanno frequentato i suoi corsi di psicomagia, o psicogenealogia o albero genealogico, ecc. ecc. escono di lì che sono praticamente gonfiati nella parte egoica della loro persona.

-Spiega pure questa cosa. Di Jodorowsky ho presente gli scritti. E anche il personaggio. Per certi aspetti un personaggio pazzesco, regista, scrittore, psicologo, avventuriero. Cos’è secondo te che non va nella sua dottrina o nel modo in cui le persone la recepiscono?

Quella di Jodorowsky non è una dottrina, ma un insieme di insegnamenti derivanti da una moltitudine di discipline tra loro molto diverse e molto distanti. Lui affonda le proprie radici in quella parte dell’America Latina che si riallaccia alla stregoneria pura. Poi si affaccia ai mistici tibetani, o meglio al misticismo Zen. Poi va a conoscere tutta quella che è la quarta via di Gurdjieff. Jodorowsky raccoglie e sintetizza quelle che sono pratiche molto diverse tra loro, anche se poi sappiamo benissimo che sono tutti rami che escono da un unico tronco. Comunque quella di Jodorowsky non vuole essere una dottrina, lui semmai è un divulgatore. Dal mio modesto punto di vista c’è molto bisogno di figure come quella di Jodorowsky, o quella di un Franco Battiato come molti gurdjieffiani di terza generazione che divulgano determinate conoscenze, lasciando poi alle persone la libertà di trovare la propria via. Con Jodorowsky noi abbiamo la possibilità di confrontarci con delle materie molto sottili e preziose, però con la possibilità di costruirci un nostro proprio mondo interiore. Però devo dire che ho visto alcuni dei partecipanti ai suoi corsi praticamente ..”impazzire”. Ho visto persone che appena si avvicinavano al mondo di Jodorowsky cominciavano a sentirsi esperti nella lettura dei tarocchi o addirittura nella somministrazione di atti psicomagici.

-Tu parlavi anche dello yoga tra le vie che hai sperimentato prima della quarta via e che ti hanno deluso..

Il problema più che nello yoga in sé è nei maestri di yoga, o in tanti di loro. E non perché lo yoga non lo sappiano, perché non conoscano le posizioni, le concezioni filosofiche, la respirazione. Quello che manca a chi pratica lo yoga, come a chi pratica la preghiera, come quello che manca a chi pratica l’esercizio intellettuale è una parte di sé; o meglio, più parti. Ci si dimentica spesso che l’essere umano è formato da almeno queste tre parti fondamentali:

I – L’istinto / parte motoria

II – La parte emotiva

III – La parte intellettiva

Queste tre parti comunque sono te. Tu sei queste tre parti. Il concentrarsi su una sola di queste tre parti, fare come il fabbro che batte il ferro ogni giorno, repetita iuvant certo, ma agire solo su uno di questi tre aspetti, porta inevitabilmente quell’aspetto a prevalere sugli altri. Quindi nella gran parte dei casi il maestro di yoga non è squilibrato a causa di un lavoro esagerato sui livelli emozionale e intellettivo, anzi.  Se tu ignori completamente quello che è il tuo mondo emotivo e non fai nessun lavoro sulla neocorteccia, e quindi sulla parte sinaptica, e quindi sulla parte intellettiva, importanti parti di te non vengono conosciute e quindi sviluppate. Concentrarsi su una sola di queste tre parti, vuol dire non conoscere le altre due. Ecco perché il lavoro della quarta via è completo. Il lavoro della quarta via non l’ha inventato Gurdjieff. Gurdjieff l’ha chiamato quarta via; ma si tratta di qualcosa che esiste da migliaia di anni prima di Gurdjieff. C’è da quando esiste l’essere umano. Noi oggi per convenzione lo chiamiamo quarta via, ma in altre epoche si sarebbe chiamato cristianesimo esoterico, buddismo esoterico, ecc. Ritornando al discorso iniziale è fondamentale che tu lavori su tutti e tre i livelli. Quindi tu lavori per un’equilibratura, un’armonizzazione; da qui il nome “sviluppo armonico dell’uomo”, come si chiamava la scuola di Gurdjieff prima e poi si sarebbe chiamata la scuola di Paoletti insieme a tutte le scuole che sono o millantano di essere una quarta via. Queste tre parti sono i tuoi tre cervelli. Il cervello rettile, quello limbico e poi la neocorteccia, la quale ci consente di avere questo libero arbitrio che abbiamo soltanto noi. Solo l’essere umano ha il libero arbitrio, solo l’essere umano può scegliere. C’è questa differenza tra il lavoro di chi fa il maestro di yoga, il lavoro di chi si chiude in monastero, e il lavoro di chi lavora su tutti e tre i livelli dell’essere umano.

-Anche se devo dirti che sia a livello di chi sta in monastero sia a livello dello yoga, ho conosciuto persone assolutamente notevoli.

Sì… naturalmente esistono persone che non rientrano nello schema che ho fatto precedentemente e che riguarda solo un piano, diciamo così, fuori dall’essere umano ordinario. Chiamiamolo straordinario!

-Avevi accennato anche ai maestri nell’ambito della New Age, come ambito dell’eso-turismo. E sebbene ci sia tanta impostura, devo dirti che messe alla rinfusa nel calderone New Age ho visto anche persone che cercavano di aiutare gli altri, che fornivano positivi metodi psicologici, che davano approcci per auto curarsi. Insomma, non sono tutti tipo la classica figura del “guru di Hollywood”..

Io ho visto tra di loro di tutto, tranne che la presenza di veri maestri.  Ho visto persone irritabili, poco concentrate, persone che hanno fatto esperienze eso-turistiche in base alle quali credono di poter insegnare.

-Come sei giunto alla quarta via secondo la “versione” di Paoletti?

E’ successo nel maggio del 2005, quando ruppi una relazione con una ragazza con la quale avevo convissuto. La storia era finita in maniera per me deprimente, nel senso che tutti e due avevamo sofferto tanto. Uscivo da quella cosa come un popolo usciva dalla guerra, con la voglia di ritornare alla vita e alla gioia. Proprio in quel momento fui raggiunto da qualcosa. Stavo preparando un esame, stavo studiando un libro sul teatro moderno.. il tema era la nascita della regia teatrale.. a un certo punto, studiando un balletto di J.J.Dalcroze che si tenne a Zurigo nel 1920, questa Mariella Schino, professoressa dell’Università dell’Aquila autrice del libro, scriveva che un certo Georges Ivanovic Gurdjieff era stato anche lui presente a quella serata insieme ad un folto numero di discepoli al seguito. Lei parlava di quella serata come di un evento incredibile, perché c’erano tutte le più grandi personalità d’Europa del mondo artistico, non solo teatrale, ma anche musicale. Di questo signore di nome Gurdjieff ne parlava solo in tre righe. Non so perché, ma questo personaggio stuzzicò la mia curiosità come non me l’avevano stuzzicata personaggi di cui si parlava in maniera molto più estesa. Dopo avere dato questo esame, che tra le altre cose andò benissimo con un fantastico trenta e lode, tornai nella mia città natale (decidi che città inserire), andai in una libreria e chiesi di questo Gurdjieff. Per la precisione chiesi “I Racconti di Belzebù a suo nipote”. Questa è la prima opera di una trilogia; Gurdjieff chiede espressamente che i libri costituenti questa trilogia siano letti in ordine cronologico: prima il primo, poi il secondo, poi il terzo. Ma il primo, “I Racconti di Belzebù a suo nipote”, non c’era. Il libraio mi disse che però aveva “Incontri con uomini straordinari”, ovvero la seconda opera di questa trilogia. Decisi allora di prendere quest’altro libro. Lo divorai in appena tre giorni. Lessi questo libro con una voracità, una voglia, una curiosità, una bellezza, una freschezza, con una vitalità che è difficile poter descrivere. Quel libro mi aprì un mondo. Una volta finita la lettura decisi di partire con due amici per Barcellona, dove vissi per un mese e mezzo iniziando a fare tutta una serie di esperienze. Coi miei amici cominciammo a vendere anche sangria per strada. Andavamo nei supermercati e compravamo tutto il materiale che ci serviva. Dopo averla preparata a casa andavamo nelle piazze del quartiere Gracia (dove in quei giorni si teneva la Fiesta de Gracia) e, essendoci precedentemente informati presso i bar circa i prezzi di un bicchiere di sangria (che non costava mai meno di 1.50 euro), noi decidemmo di vendere ogni bicchiere ad un euro, mettendo nei nostri bicchieri più sangria di quanta ne mettevano nei bar. In breve tempo cominciammo a diventare famosi e a sbancare, facemmo tanti di quei soldi che da Barcellona potemmo andare a Granada e così proseguire il nostro viaggio che, senza quella trovata, sarebbe finito anzitempo. Furono giorni bellissimi. Tornato da questa esperienza e ripresa la vita universitaria, avevo voglia di frequentare maestri, avevo voglia di capire che cosa significa lavorare su di sé, volevo proprio fare un percorso. Un giorno incontrai una persona in una casa di alcune mie amiche, e sapevo, tramite una di queste mie amiche, che questa persona poteva fare da tramite per alcuni seminari di “sviluppo armonico dell’uomo”,  seminari introduttivi dell’argomento.

-Ma tu avevi già capito che si trattava di Gurdjieff?

Sì, il riferimento culturale era Georges Ivanovic Gurdjieff e la quarta via. Io sapevo che esistevano i gruppi gurdjieffiani, e questa era l’unica cosa che inizialmente sapevo. Solo in un secondo momento capii che sebbene la sostanza fosse quella, non era un gruppo esattamente gurdjieffiano, era un gruppo che si rifaceva a un maestro vivente, Patrizio Paoletti e non (per quanto Gurdjieff possa essere pur sempre centrale nell’insegnamento paolettiano), a un maestro deceduto. Io andai da questo ragazzo e gli dissi che avevo desiderio di partecipare a uno di questi seminari. Mi ricordo anche la scena. Fu molto gurdjieffiano il modo in cui lui rispose alla mia richiesta. Non so se ricordi questo particolare di Gurdjieff: quando lui teneva dei seminari, dopo aver dato il suo insegnamento, ogni domanda aveva un costo…

-Quindi la pratica di fare pagare tutto quanto attiene al percorso spirituale ha un ispiratore molto autorevole…

Un ispiratore molto autorevole. Quando qualcuno gli poneva una qualsiasi domanda sull’esistenza, sul funzionamento della macchina umana, sulla molteplicità degli io, Gurdjieff gli diceva “lei deve essere a conoscenza che questa domanda le costerà 300 (cifra meramente esemplificativa) dollari”. Il tipo allora si faceva due conti in tasca e diceva “… forse non ne vale la pena…”  hahaha!! Anche se apparentemente può sembrare odiosa come cosa, c’è un senso preciso in questo. Il senso è: “Quanto è importante questa domanda per te? Saresti capace di quantificarlo? Sei si, saresti disposto a pagare un prezzo?”. Noi in un certo senso apprezziamo solo se qualcosa ha un costo (da qui il senso della parola “apprezzare”: dare un prezzo). Costringere qualcuno a dare un prezzo alla propria domanda è molto interessante. Poi Gurdjieff magari quei soldi neanche li prendeva, tanto per capirci. Però quella persona era stata messa nell’angolino. La cosa che mi ricorda molto il modo di fare di Gurdjieff fu che questa persona, appena io espressi questo desiderio, mi rispose “perfetto, costa settanta euro”.

-Settanta euro il seminario o la risposta?

Hahaha… no, il seminario… Devo anche dire che in un certo senso mi piacque questo pragmatismo.. nel senso “si va beh.. ok.. dio.. l’esistenza.. l’io.. la filosofia.. cosa siamo.. cosa non siamo.. ma tu, cosa sei disposto a fare?”. Con quei soldi andai a questo seminario…

-Uno però ti direbbe che se la prima cosa che uno ti dice è “costa tanto”, non è esattamente il miglior approccio possibile.

Ed  è vero.. ma.. il problema è questo.. se uno ti chiedesse di costruire una torre di pietra e calcestruzzo per poter partecipare a quel seminario lo faresti?

-Dipende tutto da che seminario è.. che cerco io.. ecc.

Il fatto è che il nostro approccio non è un approccio di tipo fideistico. Il nostro approccio è di tipo critico intellettuale, occidentale. Noi non saremmo capaci di fare come Milarepa, che per incontrare quel maestro si massacra per mesi, se non anni. Noi non saremmo capaci di fare questo. Nessuno di noi.

-Il tema è tosto. Io penso che c’è qualcuno di noi che nella vita per certi obiettivi o scopi fondamentali è disposto a mettere in gioco tutto se stesso, e a fare anche qualcosa di più che costruire una torre. Io persone così ne ho conosciute, persone davvero disposte a tutto. Sai… io vedo una differenza tra un maestro Zen che pretende un enorme rigore, ma magari non ti chiede nulla di “materiale”, vuole vedere fino a che punto ti spingi… rispetto a quando ti viene chiesta una cosa “concreta”, soprattutto qualcosa che rappresenta un valore economico.  Quando tu entri sul piano del denaro – e puoi anche spacciarlo come prova, e magari in Gurdjieff era una prova – però entri in un binario energetico che crea un’infinità di ambiguità, di contraddizioni e anche di furbizie. Perché a questo punto, qualunque volontà di accaparrare denaro puoi spacciarla come momento per farti apprezzare il valore delle cose e per spingerti verso un’elevazione. Se tu ci pensi molti guru e maestri sono così. Invece ci sono maestri spirituali che magari ti chiedono tanto, ma come se fosse un tanto che tu devi emanare da te, piuttosto che metterti una tariffa..

Io dico che i mezzi che abbiamo a disposizione cambiano di cultura in cultura, di epoca in epoca. Quando noi pensiamo ai grandi illuminati tibetani, per esempio, pensiamo alle punte di un iceberg, spesso non riusciamo a immaginare quello che stava dietro o, se vogliamo, sotto questi personaggi. Erano circondati da decine e decine di discepoli, di allievi, di maestranza e manovalanza, da tutto un insieme di persone disposte a fare qualsiasi genere di operazioni e lavori pur di ascoltare le parole del maestro. Noi tra l’altro siamo nati in una regione che è la Calabria, dove la massima punta mistico-filosofico-esoterica fu quella di Pitagora nel V secolo avanti cristo. I pitagorici pretendevano dai nuovi adepti, dai nuovi discepoli, che tutti i loro averi fossero donati alla scuola di Pitagora. E così la scuola poteva andare avanti, poteva auto sostenersi, non essendo fatta, come ogni scuola possibile, di aria. E non solo. Questi pitagorici, prima di poter diventare dei veri e propri matematici, passavano cinque anni in silenzio. Potevano solo ascoltare le parole del maestro, non “dentro la tenda”, che è una figura allegorica, ma “fuori la tenda”; non potevano profferire parola. Le prove sono durissime. In tutte le epoche troviamo, di mezzo, anche il danaro (che, tanto per intenderci, non è lo sterco di Satana come la cultura cattolica, lucrandoci poi sopra, ci ha voluto fra credere) e il bene materiale. Noi viviamo di attaccamenti, attaccamenti alle nostre radici, attaccamenti anche alle persone, attaccamenti ai beni materiali. Più siamo disposti a disfarci di tutto ciò, e più è chiaro il nostro metterci sul cammino… naturalmente tutto questo non ha a che fare con le 70 euro del seminario.. ma è una piccola prova. “Come? per un’ora di seminario mi stai chiedendo 70 euro? E che ci sarà mai in questo seminario? Che faccio, raggiungo l’illuminazione?”. Ci troviamo di fronte a un bivio. Da una parte ci sono le obiezioni, dall’altra c’è il “diamoci la possibilità”. Ed è già una prima prova. Io ho scelto di darmi questa possibilità.

-Ti dico che secondo me facesti bene. Spinto da quella forte curiosità, avevi l’occasione di capire di più. E’ il meccanismo del denaro in genere che è, diciamo, inquietante, specialmente quando è applicato al campo spirituale e quando diventa eccessivo. E circa l’attaccamento, qualcuno potrebbe dire “ti chiedo il denaro per provare il tuo attaccamento”, ma siamo sicuri che chi te lo chiede non sia a sua volta molto più “attaccato” lui al denaro?

E’ qualcosa che può in effetti accadere.. Comunque bisogna andare a verificare. Bisogna avere quella specie di coraggio che ti porta ad andare e vedere con i propri occhi e toccare con le proprie mani. Perché spesso quello che ti viene detto e quello che si sente dire in giro prevale sulla nostra curiosità, il che è terribile.

-Tu quindi andasti a questo seminario. Quali furono le tue impressioni?

Andai a questo seminario e conobbi il relatore. Era, potremmo dire, il braccio destro di Patrizio Paoletti, il suo vice, Maurizio Montesano. Una persona adulta, presidente della fondazione Albero della Vita, che è sempre collegata a Paoletti.

-Senti Costantino, prima di continuare, fammi una sintesi di tutto l’insieme di fondazioni e associazioni che ruotano intorno a Patrizio Paoletti…

Tutto parte dalla SACSAU (Scuola di Auto Coscienza pe lo Sviluppo Armonico dell’Uomo). Questa è la struttura originaria, quella dei primissimi gruppi preparatori, il cui primo in assoluto nacque a Catanzaro. Poi, dalla SACSAU, prende corpo e vita il centro studi Agorà, ossia la struttura nei pressi di Assisi che ospita i ritiri estivi, molti dei seminari, ecc. . Dopodiché, dal cerchio esoterico, prendono piede le attività essoteriche, quelle cioè volte all’azione nel mondo esterno, e dunque: Fondazione Patrizio Paoletti e Albero della Vita. Col passare del tempo diviene necessaria anche una struttura che possa dare corpo al notevole numero di nuovi scritti, quasi tutti tratti dagli insegnamenti orali, di Paoletti. Dunque, a tal scopo, nascono le Edizioni 3P, che si occupano della stampa e della diffusione di tutto il materiale tratto dai suoi insegnamenti, tanto per i gruppi preparatori quanto per il pubblico esterno. A un certo punto i gruppi preparatori o di lavoro che dir si voglia si sono dati una connotazione giuridica in strutture riconosciute che si chiamano ISA (Istituto Superiore d’Apprendimento). Dunque esistono tante ISA, tante quante i luoghi in cui vi sono i gruppi paolettiani. Troverai un’ISA Milano, un’ISA Bologna, un’ISA Roma, ecc. ecc.

-Grazie ritorniamo al seminario

Ti accennavo a quel relatore, braccio destro di Patrizio Paoletti. Lo trovai una persona molto centrata, pacata nel parlare, ma anche molto piena di energia. Spiegò un po’ quelli che erano i capisaldi del sistema. Parlò quindi del sistema, ma non ci fu nessun riferimento ad alcun maestro. Quindi io ancora non sapevo chi poteva esserci dietro quell’insegnamento, o se il maestro era proprio il signore che stavo ascoltando in quel seminario.

-Ma tu non sapevi che si trattava dell’insegnamento di Gurdjieff?

Quello sì, ma non sapevo chi era il maestro vivente. Sapevo che c’era un maestro vivente.

-E questa persona che cosa raccontò?

Espresse le teorie principali dell’insegnamento, il fatto che una cosa è la personalità e una cosa è l’essenza. Questa distinzione è molto importante nelle scuole di quarta via. Da una parte c’è l’essenza, e quindi c’è una scintilla divina che passa di carne in carne, nei secoli, nei millenni. Questa essenza però resta sopita negli esseri umani ordinari. Per il suo risveglio, per fare emergere la tua parte più autentica, occorre porre in essere una serie di pratiche, una serie di discipline. Dall’altra parte c’è la personalità, ovvero tutto quello che fa parte della “materia”. Tutte quelle che sono le informazioni genetiche della famiglia di appartenenza nella quale quell’essenza si è reincarnata. Tutti i condizionamenti. C’è questo binomio… bene e male derivano direttamente da questo binomio. Il male deriva dalla personalità; Il bene deriva dall’essenza. Capire chi sei significa portare avanti insieme questi due aspetti. Non abbandonare completamente l’uno per l’altro. Purtroppo, a partire da una certa età in poi, l’essenza si “calcifica. Il Cristo parlava proprio della luce interiore, della lucerna: “La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Matteo, 6)

- Costantino, Questo discorso ha una sua forza logico-concettuale, anche intima, e ha anche una sua nobiltà storica, a livello di scuole. Anche se a volte penso che si rischi di essere un po’ troppo radicali o comunque, in un certo senso – prendi questa parola come un’estremizzazione -, “gnostici”. Questa idea per cui c’è un vero io nel profondo, così come c’è un vero uomo dentro l’uomo e lì è la verità, e poi c’è l’apparenza e la falsa personalità che intrinsecamente non sono reali, è un’idea che ha avuto figure autorevoli a sostenerla; ma credo che, per come a volte viene posta,  possa portare ad una sorta di bipolarismo, sia del reale sia dell’essenza umana. Un bipolarismo alla luce del quale noi vivremmo in una sorta di grande maschera, un grande Maya, in cui le nostre false personalità – i nostri aggregati mentali per un certo buddismo radicale- giocano una sorta di danza dove tutto è condizionamento e moriremo come macchine condizionate a meno di non svegliare la nostra essenza primaria. Però questa visione svilisce a livello intrinseco il nostro quotidiano. Il fatto è che c’è gente.. madri di famiglia, contadini, pescatori.. gente che non ha fatto e non farà mai alcun percorso mistico, e che magari ha tanti condizionamenti; però ti accorgi, e qua entra in gioco il concetto dell’apertura del cuore, che quella persona ha un valore intrinseco già di per se stessa, cioè nel suo io infiorettato di condizionamenti. Pure quello che noi definiremmo personalità, non è una semplice maschera, ma c’è qualcosa in essa in cui balugina la sua anima. Che ne so.. in una certa dedizione verso i figli, in un certo amore della natura, in una certa capacità di essere generosi. Nonostante la completa ignoranza di concetti mistici, quella persona magari non è semplicemente un essere che funziona bene in base alle sue maschere.

Sono d’accordo con te. Il male non è vivere questo mondo. Io voglio essere nel mondo. Il male è ignorare completamente i propri automatismi. E non è qualcosa che riguarda più l’ignorante che un colto. Anzi, molte volte un ignorante è molto più vicino alla propria essenza di quanto può esserlo un colto. E sono d’accordo con te anche in un senso più ampio… è l’amore la via. Chi sia capace di sentire un sentimento di amore è sicuramente sulla via, anche se non ha nessuna nozione di tipo mistico o filosofico. Occorre però stare attenti che questo amore non sia qualcosa che, a seconda degli eventi, possa mutare facilmente. Aggiungo anche che una vera scuola non deve legarti a sé.

-Qualcuno disse “La maggior parte delle vie spirituali porta alla sottomissione dello spirito”.

Mi trovo d’accordo con quel qualcuno…

-Ritorniamo al seminario… oltre alla differenza tra essenza e personalità… di cos’altro parlò il relatore?

Dei tre cervelli… usò il simbolismo del triangolo… che a sua volta contiene al suo interno altri tre triangoli; una è la parte istintivo-motoria, una la parte emotiva, e una la parte intellettiva. E cominciò a portare tutta una serie di esempi pratici, quotidiani, esempi nei quali le persone che erano lì si ritrovavano perfettamente. Io mi ritrovavo perfettamente, sia con quel linguaggio, che con i modi, che con le cose che venivano dette. Anche con gli esempi. Rivedevo il mio quotidiano negli esempi che mi faceva. Esempi sulla molteplicità degli “io”… il fatto che ogni essere umano non è un essere unico, ma un insieme di “io”. Verità tra l’altro millenaria. Noi siamo tanti io. “Conosci te stesso” diceva qualcuno. Verità che adesso anche la psicologia ufficiale ha fatto propria. Adesso la psicologia ufficiale dice che l’essere umano ha tanti “io” dentro di sé che si succedono al comando di questa macchina, senza che però ognuno di questi “io” riesca a ricordare il comando di quello precedente. Per questo siamo esseri non allineati e poco centrati. Ci diamo uno scopo e poi non lo perseguiamo.

-Questo aspetto della molteplicità degli “io” mi ha sempre dato molte perplessità.  Certo, nei fatti l’uomo si comporta come un carro strattonato da vari cavalli imbizzarriti, un po’ come diceva anche Platone. E quindi vi è mancanza di centratura, scoordinamento, tendenze oppositive. Si può dire che, nei fatti, in pratica è come se ci fossero più io. Il problema sorge quando noi crediamo che esistano effettivamente, sul piano strutturale, più io. A seconda dei presupposti da cui partiamo, arriviamo a differenti conseguenze. Se noi esaminiamo fino in fondo la teoria dei molteplici io, l’essere diventa fondamentalmente una coalizione di personalità, che è qualcosa di diverso dal credere che l’essere umano abbia fondamentalmente una sua essenza e un suo carattere, che a sua volta al suo interno è combattuto da spinte diverse, momenti diverse, ispirazioni diverse. Ma quell’essere umano, in quest’altra visione, sarebbe però fondamentalmente un essenza vivente che si manifesta. Magari pure con maschere, ma quelle maschere non sarebbero un “io”. Ci sono effettivamente culture che puntano molto su questa cosa dei tanti io. E questa cosa ha un che di seducente a livello di ragionamento mentale, perche spiega i differenti caratteri, le differenti personalità. Ma portata fino in fondo ha le stesse problematicità di quella parte del buddismo che pensa che l’io è un aggregato di stati emotivi legati da causa-effetto. Una persona si accorge che nei suoi vari momenti, di rabbia, di ira, di emozione, c’è però spesso sente che c’è in lei qualcosa che permane, e però magari anche nella rabbia ha la memoria e la presenza del momento precedente.

Il problema è che durante il momento di rabbia puoi fare qualcosa di irreparabile…

-Certo…

Io posso parlarti della mia esperienza personale. Io posso dirti che cambiando le persone che incontro nel mio quotidiano, io cambio sempre. Cambio proprio modalità. Io sono diverso. Io non sono io. Io sono tutti. Il vero dramma è che non si lavora affatto al fine di stabilire dei collegamenti, delle connessioni tra questi vari io che compongono il mio insieme. Diverse situazioni, diverse persone, diversi istanti risvegliano in me parti diverse, che spesso sono però affette da Alzheimer, non hanno una grossissima memoria del resto che mi compone.

-Anche io mi rendo conto che esistono modalità, anche molto diverse, con le quali viviamo di volta in volta la nostra realtà, me ne accorgo in me stesso; il senso del tuo discorso mi risuona. Però tendo piuttosto a vedere che in noi di volta in volta prevalgono parti della nostra personalità, o parti dei nostri istinti, dei nostri automatismi… che sono sempre però all’interno della stessa entità, non che noi siamo più entità staccate. C’è quel passo del Vangelo “Io sono legione”, quando parla dei demoni che vanno in possesso di una persona. Io non penso che noi siamo una legione di esseri. Mi viene più facile pensare che noi siamo una essenza unitaria che però si manifesta nel mondo con tutti i limiti che il mondo comporta; fissazioni, dubbi, contraddizioni, manipolazioni e tradimenti di noi stessi, momenti in cui l’altro fa emerge il peggio di noi- ma che non sta in quel momento esattamente scattando un altro essere, un altro io. Io la vedrei così.. più che collegare io differenti..stabilizzare, guarire, rendere centrato l’io che già c’è che però è .. dilaniato. Ecco.. un io dilaniato.. non tanti io..

Siamo perfettamente d’accordo. Io questo centrato lo sostituisco col termine unità, che mi dimentico spesso di perseguire. Come dice anche una bella canzone di Battiato, “E ti vengo a cercare…”.

-Magnifica… torniamo al seminario, cosa succede dopo questo seminario?

Io faccio richiesta, perché si poteva fare richiesta, di prendere parte a un incontro più privato, che era previsto per coloro che avrebbero voluto saperne di più dei temi trattati in quel seminario. Dopo circa una settimana, vado a questo incontro con chi aveva fatto questa richiesta insieme a me. Questo incontro era gratuito, e si teneva in una sala di un bar. Eravamo io e un’altra persona. Trovammo due persone; un uomo e una donna, con i quali avemmo una piacevole chiacchierata. Questi signori ci illustrarono un po’, a larghe linee, cosa c’era dietro, ci dissero che c’era un maestro e che c’era la possibilità di partecipare a dei gruppi di lavoro. Dopo questo incontro ce ne fu un terzo, con solo uno di questi due signori, l’uomo. Fu anche questo un incontro molto piacevole; questa persona era molto centrata, molto serena e distesa; una persona con una capacità di ascolto veramente elevata. Dopo quest’incontro feci richiesta per entrare in un gruppo di lavoro. La richiesta doveva essere fatta corredando anche due fotografie; due fotografie figura intera con dietro una sfondo, una parete bianca, completamente bianca e con le braccia distese lungo il corpo e i palmi delle mani rivolti verso la macchina fotografica. Sarei stato selezionato se avessi presentato i requisiti per entrare in questo gruppo di lavoro.

-Cosa valutavano dalla foto? Cosa cercavano di trarre?

Le foto erano viste direttamente da Paoletti che in base ad esse sceglieva chi credeva avrebbe potuto portare un apporto energetico particolare. Tu dici “da una foto come si fa”? Ci sono persone che da una foto riescono a prendere tanto, parecchio, riescono a capire diverse cose. Tutto dipende comunque dal tipo di sguardo che hai.

-Oltre alla foto, tu presentasti altre indicazioni?

Ora non ricordo bene quante e quali cosa, però mi ricordo che c’era parecchio materiale da presentare, anche una propria biografia. Però ora non vorrei dire cose inesatte. Mi fermo qui, perché i ricordi sono un po’ sbiaditi in questo senso in quanto parlo di parecchi anni fa. Fui contattato poi sempre da questo stesso signore una ventina di giorni dopo, se non un mese, e fui chiamato ad un primo incontro col gruppo di lavoro che era nella città in cui vivevo. Gli studenti anziani erano persone che già da parecchi anni studiavano nei gruppi di Paoletti.

-Gli studenti anziani erano quelli che dirigevano i gruppi?

A volte, ma non necessariamente. Quelli che dirigono i gruppi si chiamano “conduttori”.

-Quindi iniziasti a frequentare questo gruppo.

Quando entrai, il mio primo incontro prevedeva già, per esempio, i movimenti gurdjieffiani, che però sono presi da Paoletti e rimodulati da Paoletti stesso. I movimenti sono tantissimi. In quell’incontro facemmo il primo e se non sbaglio anche il secondo. E infatti mi fu chiesto di portare con me un pantalone bianco,  una maglia bianca  e anche i calzini dovevano essere bianchi. Dovevi essere tutto vestito di bianco. La prima parte dell’incontro fu come sempre di condivisione, condivisione delle proprie osservazioni. Subito dopo le condivisioni, ci furono i movimenti, e così si concluse il primo incontro.

-In queste condivisioni di cosa si parlava?

Le condivisioni vertono esclusivamente sulle osservazioni che ogni singolo studente ha raccolto nel corso della settimana su quelle che sono le “ottave”, ovvero i compiti affidati… Comunque prima che andassi al primo incontro mi era stata affidata la lettura di un libro, che era “L’evoluzione interiore dell’uomo” di Ouspensky. Questo è un libro che consta di 5 conferenze che Ouspensky stesso tenne in America nel 1930 e rotti, e dal quale tu capisci quali sono i capisaldi del sistema, i fondamenti della psicologia gurdjieffiana.

-I fondamenti che questo libro trasmetteva quali erano?

Innanzitutto la molteplicità degli “io”, poi il fatto che la quarta via è un insieme di lavori sui tre piani che compongono l’essere umano. Poi il fatto che l’uomo è un automa, un essere automatico che per conoscere se stesso ha bisogno di un lavoro su di sé (interessante come persino Nikola Tesla, senza, per quanto io possa saperne, aver mai frequentato alcun gruppo esoterico, fosse a conoscenza di questa fondamentale verità, come riporta in diversi suoi scritti), il fatto che questo lavoro si possa compiere solo in scuole strutturate per questo scopo. La scuola paolettiana è una di queste scuole, ovviamente in una forma che si addice  ai tempi che viviamo. I testi sui quali si continua a studiare, oltre a quelli dello stesso Paoletti, sono principalmente i testi di Gurdjieff e di Ouspensky, e anche quelli di altri allievi di Gurdjieff e di Ouspensky, come Bennet, e altri.

-Prima hai accennato alle ottave…

Le ottave sono i compiti che, di settimana in settimana, vengono affidati a ogni studente. Di settimana in settimana (perché gli incontri avvengono uno alla settimana) viene affidato uno stesso compito a tutti i membri di un determinato gruppo.

-Perché si dice ottava? C’entra qualcosa col numero otto?

C’entra qualcosa con la legge del sette. L’ottava è l’ottava musicale. Noi in musica ritroviamo la legge del sette, che però, prima che esprimersi nell’ottava musicale, è una legge universale, presente cioè in tutti gli ambiti della vita non solo umana, ma anche planetaria. L’ottava è il tempo all’interno del quale si compie un determinato processo. Le ottave comprendevano un’attenta osservazione su quello che si doveva fare in quella settimana. Tutte le osservazioni raccolte dovevano essere condivise nel gruppo nel corso della settimana successiva. In modo tale che ogni partecipante del gruppo avrebbe arricchito, con le proprie osservazioni, l’intero gruppo; e il gruppo avrebbe arricchito lui.  – Non si parla tanto di analisi, quanto di osservazione. Lo studio dell’allievo, dello studente, è uno studio che poggia totalmente su quella che è l’osservazione. L’osservazione è lo strumento principale che lo studente ha a disposizione per conoscere se stesso e il mondo circostante. Come si mette in pratica l’osservazione? la si mette in pratica semplicemente osservando senza nulla cambiare quelli che sono i propri stati. L’osservatore è come qualcuno che getta un faro di luce su qualcosa. Non cambi nulla, semplicemente osservi. Se qualcosa c’è da conoscere, nel momento stesso in cui io faccio la conoscenza di questo qualcosa, questo qualcosa si disvela alla mia consapevolezza. A quel punto ho compiuto sicuramente un passaggio.

-Facciamo qualche esempio di ottava…

Un esercizio può essere quello della semplice osservazione del piano istintivo per una settimana, affinandosi in determinati compiti. Ogni mattina, ad esempio, osserverai la discesa dal letto e l’effettuerai con il piede destro invece che con l’altro piede. Questo per una settimana. Oppure, una volta uscito di casa, sul pianerottolo, compirai 21 passi prima di addentrarti nella tua quotidianità. Oppure, per una settimana proverai a non dire la parola “sì”.. Un altro esercizio era quello di entrare dal lato destro della macchina, piuttosto che dal lato sinistro. Oppure quando uno ti chiede “come stai?”; non rispondere “bene”, ma fare attenzione a non utilizzare quella parola. L’obiettivo è, grazie a tutti questi piccoli appuntamenti che costellano tutta la tua giornata, accorgerti di tutte le volte che ti dimentichi di ottemperare a quel compito che ti è stato affidato e che tu hai preso con impegno. Quando ti accorgi di esserti dimenticato, consapevolizzi che in quel momento eri altrove, un altrove dettato dal sonno. E’ una sfida agli automatismi. Ognuno di questi esercizi ti costringe a fare i conti con te stesso.

-Questi compiti erano omogenei? Per una settimana ti do compiti relativamente al tuo modo di camminare, per una settimana ti do’ compiti relativamente al tuo modo di camminare, per una settimana ti do’ compiti relativamente al tuo modo di scrivere. Questi compiti come erano raggruppati?

I compiti erano raggruppati intorno ai tre piani che costituiscono l’essere umano. Ogni settimana ci si concentrava su un piano diverso. Dopo tre settimane si stendeva una relazione finale su tutte quelle che erano state le osservazioni raccolte in quei 21 giorni. La relazione finale doveva avere tot numero di battute, tot righi, tot caratteri, e inviate tutte all’email della scuola.

-Quanti esercizi a settimana venivano dati in media.

Non c’è una media fissa nel numero di esercizi che vengono dati a settimana.

Un’altra cosa che mi venne assegnata è lo yantra yoga. Un quadrato di cartoncino leggero, di colore viola, all’interno del quale vi è un’altra figura geometrica, un cerchio, di colore arancione. Quindi il cerchio arancione è iscritto nel quadrato viola, questa figura è appesa alla parete ad altezza d’uomo, però all’altezza dell’uomo quando è inginocchiato in posizione di meditazione.

-Meditazione nella classica posizione del loto?

No, assolutamente, la meditazione che si pratica nelle scuole di quarta via è quella delle statue egiziane. Si tratta di assumere una posizione che è simile al modo in cui i giapponesi si siedono a tavola. Il sedere appoggiato sui talloni. Poi per meditare si usa una panchetta, i piedi si mettono sotto la panchetta, sopra la quale tu sei appoggiato col sedere.

-Tu quindi sei appoggiato col sedere sulla panchetta e i talloni sotto la panchetta, con le ginocchia che vanno verso il basso.

Precisamente. L’alluce destro sovrapposto all’alluce sinistro. Le dita della mano sinistra poggiano sulle dita della mano destra descrivendo un ellissi che chiude coi due pollici che si toccano l’uno con l’altro, che si contattano.

-Questa meditazione era fatta in gruppo o a casa da soli?

E’ successo più di una volta che è stata fatta in gruppo durante uno dei nostri incontri settimanali, però quando veniva affidata a casa come compito settimanale la si faceva in casa da soli. Ed è capitato diverse volte che, siccome la si doveva fare ad una certa ora precisa, magari avevo ospiti a casa, mi congedavo da questi ospiti, andavo in una stanza e facevo questo esercizio, , lo yantra yoga, che consisteva in quello che ti ho descritto: osservare questa figura geometrica per sette minuti.

-Occhi aperti quindi?

In questi caso sì. Il busto deve essere eretto, schiena dritta, ma non tesa… prima di iniziare la pratica meditativa è importante che il corpo sia profondamente rilassato, quindi sono molto importanti dei profondi respiri, intensi, in modo tale da sciogliere tutte le tensioni che il corpo possa avere accumulato durante la notte.

-Comunque il fatto di alzarsi e andare è una bella prova di disciplina…. Non è affatto facile.. uno quand’è con persone, ad esempio una pizza, penserebbe “va beh, torno a casa e lo faccio” e invece alzarsi lo stesso, con la gente che ti può vedere come strano…

Assolutamente sì, e questa è la parte per me più interessante. L’obiettivo è comunque sviluppare una costanza, sviluppare una disciplina. Come il pianista. Tu sai che il pianista non può non esercitarsi un giorno. Lui si sveglia, sta sullo strumento per tot ore. Lui deve fare quei precisi esercizi, ogni giorno. E questa ciclicità, che l’uomo ordinario perde completamente, ti consente di sviluppare dentro di te una materia molto sottile che nel linguaggio di sistema viene definita “Si 12”.

-Che significa questa formula?

E’ sempre collegata alla legge del sette, per cui il Si è la nota che precede il compimento dell’ottava, il Do. Il Si-12 è una forma di idrogeno molto purificato. Faccio un ultimo collegamento con una canzone di Battiato, “Clamori”, presente nell’album “L’Arca di Noé”. In quella canzone Battiato a un certo punto dice “e avrei bisogno di tonnellate d’idrogeno..”. Uno che non sa nulla di queste cose e ascolta questo brano può dire “va beh Battiato ne ha detta un’altra delle sue”; invece lui si riferisce sempre al sistema gurdjieffiano, nel quale lui stesso è stato allievo per 7 o più anni. Come anche la questione degli shock addizionali. Nel brano “Shock in my town” lui, nel ritornello, canta “shock addizionali, shock addizionali, shock addizionali”. E si riferisce proprio a quegli interventi che per puro caso possono venire dall’esterno ma che l’uomo consapevole può addirittura dare a se stesso nel momento in cui, nel corso della legge dell’ottava, ci sono i cali, tra il Mi e il Fa, ossia tra il 3° e il 4° step, e tra il Si e il Do, ossia tra il 7° e l’8°. La legge dell’ottava riguarda qualsiasi ambito della vita di un essere umano. Quando un essere umano si dà un obiettivo, perseguendo un determinato scopo, da quel momento parte la legge dell’ottava. La legge dell’ottava è strutturata nei vari step, che sono sette, e poi il compimento, che è il ritorno allo step di partenza però ad un’ottava superiore, ossia avente una frequenza vibratoria esattamente raddoppiata rispetto a quella dello step originario. Per raggiungere quell’obiettivo l’essere umano consapevole sa che vi sono delle insidie durante il cammino, e quelle insidie sono precisamente due, tra il terzo e il quarto momento di quel percorso, e tra il settimo e l’ottavo. Bisogna stare molto attenti, e bisogna osservare dove è situato il passaggio tra il terzo e il quarto e il momento e dove è situato il passaggio tra il settimo e l’ottavo. Capire dove l’insidia si manifesterà, dove attendere quello che viene definito il “calo d’ottava”. Tutti i passaggi distinguono i macromomenti che ti separano dall’obiettivo finale, dal perseguimento di quella meta. L’uomo diciamo “straordinario” suddivide il percorso verso il proprio obiettivo in otto step, e sa benissimo che tra il terzo e il quarto e il settimo e l’ottavo interverrà qualcosa che lui in qualche modo tramite uno shock addizionale dovrà contrastare. Qualcosa che può avere qualsiasi forma. Può essere una bella donna che t’invita a cena e ti distoglie dall’obiettivo. Può essere un calo emotivo. Può essere un qualsiasi incidente domestico. Può essere il maltempo. Non occorre prestare fede incondizionata a questo sistema di conoscenza, né tantomeno rifiutarlo come se fosse una fesseria. Occorre osservarlo nel proprio tessuto esperienziale.

-Quello che tu stai esprimendo presso alcune culture viene chiamato “i guardiani della soglia..”.

Ti faccio un esempio… uno comincia a meditare… dopo la terza, quarta, quinta volta si accorge che c’è qualcosa che non va… che c’è un calo… è lì che deve intervenire un plusvalore di volontà per darsi la possibilità di varcare quella soglia.

-La forza della perseveranza…

Assolutamente. Tutti quelli che sono stati grandi esseri umani sono persone che hanno sposato in maniera propriamente monacale, con un’austerità pazzesca e con uno spirito di abnegazione totale il proprio obiettivo.. Wolfgang Amadeus Mozart si alzava ogni mattina alle 6 e ogni mattina, cascasse il mondo, stava sullo strumento e sull’esercizio della composizione per sei, sette ore, senza mai fermarsi.. Ogni mattina della sua vita.. e tanti altri. Il dramma della nostra era moderna è che questi modelli non ti vengono dati da nessuno. Te li devi andare a cercare tu.  Non bisogna dimenticare che i più grandi uomini hanno sempre sposato una disciplina interiore. Allo stesso modo l’iniziato, ogni giorno si mette in meditazione. Ogni giorno nutre il proprio intelletto con determinati tipi di letture. Gli esempi sono ovunque. Come Battiato che quando si è accorto di essere un cane nella pittura, ha iniziato a esercitarsi ogni giorno per vent’anni. Repetita Iuvant. Quando tu hai preso un impegno con te stesso nessuno ti ha costretto. Devo essere consapevole che ho preso un impegno con una parte di me. Ma la lotta deve essere ogni giorno con quelle altre parti di me che mi portano in tutt’altra direzione. E’ una lotta quotidiana.

-Queste pratiche hanno un livello di gradualità? All’inizio si fanno alcune pratiche… poi se ne fanno altre… come è stata la tua esperienza?

Sicuramente ci sono delle pratiche che vengono utilizzate fin da subito e che restano le stesse ed invariate per tutto il percorso. Altre pratiche invece vengono più avanti, in un secondo momento e in contesti particolari, come può essere quello del ritiro estivo.

-Parla di questi ritiri estivi…

Quando si fa parte di questi gruppi di lavoro, in estate si viene invitati a partecipare a dei ritiri estivi che in genere durano una settimana. In questi ritiri estivi succede che ci s’interfaccia con pratiche nuove. Per esempio, quella che è la meditazione che viene insegnata nella scuola e che resta come caposaldo della pratica meditativa per ogni studente, viene affiancata, in questi ritiri, da altre pratiche di meditazione come la meditazione trascendentale e la meditazione dinamica. Mentre la meditazione di base lo studente la pratica ogni giorno della sua vita, le altre meditazioni possono essere sperimentate solo nei ritiri.

-Questi ritiri estivi scattano il primo anno che si comincia a frequentare questi gruppi?

Io posso parlare della mia esperienza… una persona che ha fatto ingresso in scuola nel mese di gennaio e, dopo sei mesi, in agosto, ha fatto il suo primo ritiro. E devo dire che ero decisamente pronto per quel tipo di esperienza, perché quei sei mesi di lavoro mi avevano addestrato abbastanza, e in più io ero un tipo decisamente recettivo, quindi avevo abbastanza modellato la mia materia per essere pronto a quel tipo di esperienza, che sicuramente è molto intensa.

-Ritorniamo alle ottave… quali sono gli esercizi che restano anche nel tempo?

Quello che si porta sempre nel proprio quotidiano è quello della meditazione che ti ho descritto prima e che viene chiamata “posizione del diamante”. E’ un’ottava a vita, ma ovviamente senza che nessuno ti costringa a farla. Questa meditazione è preferibile farla o al mattino o alla sera, o in entrambi i momenti. Essa dura ventuno minuti. Si tratta di tre cicli da sette minuti. Ogni ciclo ha una diversa utilità. Nel primo ciclo ci si concentra sull’ascolto dei rumori esterni; man mano che si scende in profondità, l’obiettivo è quello di allontanare progressivamente, sempre di più, tutti i rumori che provengono dal mondo circostante. Che siano pochi o che siano tanti è come se, in una visione spaziale della cosa, tutti questi rumori si allontanassero dal soggetto che sta meditando. Dopo questa prima fase di allontanamento dai rumori, nella seconda fase ci s’immerge dentro il proprio essere, e quello che si pratica è l’ascolto del silenzio; in questa fase si allontanano i rumori interni, il chiacchiericcio interiore e tutto quello che sono i pensieri, le immagini e i suoni che affollano la nostra mente. Allontanamento dei rumori esterni nella prima fase, allontanamento dei rumori interni nella seconda e progressivo ascolto del silenzio… sempre di più. La seconda fase è quella centrale. Nella terza fase, nel terzo ciclo, si riemerge da questo ascolto del silenzio ed è come se ci si riconciliasse con il mondo esterno, facendo sì che all’ascolto del proprio silenzio interiore corrisponda un ascolto incondizionato e assolutamente neutrale di tutti quelli che sono i suoni e i rumori che provengono dal mondo esterno. Dunque facendo sì che il proprio essere sia un tutt’uno con il mondo esterno. Il che sposa completamente quella che è la filosofia paolettiana e che si può collegare direttamente con la massima di Rumi “nel mondo, ma non del mondo”.

-Che poi è una cosa che hanno detto molti altri.. San Paolo..i mistici zen.. i sufi..

Sì.. si tratta di concetti millenari.. Questa meditazione non l’ha creata Paoletti. Paoletti non ha creato nulla. Paoletti, come anche Gurdjieff, sintetizza nel proprio sistema tecniche che provengono da molti ambienti diversi. Questo tipo di meditazione è quella che si praticava nell’antico Egitto. Non la s’insegna da subito. Io ci sono arrivato circa 3 o 4 mesi dopo l’ingresso nel gruppo di lavoro. L’abbiamo ricevuta una sera, durante uno di questi incontri settimanali, al termine del quale, insieme all’ottava settimanale, c’è stata data un’ottava vita natural durante, che era appunto questa meditazione. Ci fu dettata con la descrizione di tutte le modalità con le quali doveva essere svolta. Ti devo dire però che c’è una grossa libertà, nulla ti viene imposto. Per esempio, molti dei miei compagni di viaggio, molti degli studenti non incominciarono a farla da subito. Molti di loro iniziarono dopo mesi. Molti erano molto restii, anche perché mettersi a meditare per certi tipi psicologici è molto difficile.

-Le ottave che vengono date ritornano in momenti successivi?

Sì… tante ottave ritornano costantemente… ma non sono mai, a livello di “effetti”, la “stessa” ottava di prima. Per fare un paragone di tipo letterario, se io leggo per la prima volta la Divina Commedia di Dante, la leggo ad un primo livello di lettura. Se, dopo avere fatto delle esperienze particolari, torno sulla Divina Commedia, scopro altre cose, e così via.Determinate ottave assegnate dal primo giorno che lo studente entra in scuola, verranno assegnate sempre. Lo studente, avendo cambiato nel tempo le sue dinamiche interiori, ritornando sulle cose che erano state date in precedenza, scopre mondi prima insospettabili. Ci sono poi ottave che si fanno solo una volta l’anno e che danno la possibilità di fare un vero e proprio salto quantico.

-Prima dicevi che ogni tre settimane viene redatta una relazione d’ottava…

Sì… e devi seguire sempre una certa impostazione… le relazioni constano di 21 righi su di un foglio A4, con una media di 39-41 caratteri a rigo, e poi vengono spedite alla segreteria della scuola tramite email.

-Alla sede centrale?

Credo di sì..

-Ti fanno sapere qualcosa di questa relazione o la spedisci e basta?

Alcune volte sono giunti dei feedback in merito a relazioni che o positivamente o negativamente avevano colpito in modo particolare il maestro. Arrivava un testo che poi ci veniva letto dal conduttore. Per tutto il tempo nel quale tu non sei direttamente al centro, ma sei nel tuo gruppo di lavoro, il contatto tra il maestro e te è proprio il tuo conduttore. Anche perché ormai gli studenti sono tantissimi. Il conduttore insomma legge al gruppo l’email. Se c’era qualcosa da sottolineare negativamente non si faceva né nome né cognome della persona che aveva scritto la relazione d’ottava. Comunque anche se in alcuni casi è capitato che il maestro, in merito ad una relazione d’ottava, scrivesse questa email al conduttore di un determinato gruppo, non si tratta di una cosa abituale.

-Dopo gli incontri, c’era una sorta di “rendiconto dell’incontro”?

In genere c’è un rendiconto che viene dato da fare a due studenti, che cambiano di volta in volta, che avranno il compito di stilare la relazione d’incontro e che invieranno, la mattina seguente all’incontro entro le ore 12:00, al conduttore stesso.

-Quindi complessivamente vi è un’alternanza d’incontri e di ottave da svolgere nel proprio quotidiano..

Tutto il sistema è strutturato in ottave-osservazione-incontro-condivisione. E’come se fosse un cerchio che settimanalmente si chiude e che man mano che si va avanti crea una sorta di vortice ascensionale. Il processo è circolare, però seguendo una linea non orizzontale, ma verticale. Tutto questo serve per uscire dalla “prigione”. Noi viviamo in una prigione. Una volta che io ho capito che vivo in una prigione ho bisogno di compagni di viaggio e di una mappa del territorio, che mi indica che percorso fare per uscire dalla prigione. I compagni di viaggio li trovo in una “scuola”. E la mappa chi me la dà? Qualcuno che è già evaso, che ha già fatto il percorso prima di me. Quindi l’evaso, il Maestro, ti dà la mappa, le pratiche, gli esercizi, le ottave, gli insegnamenti. Spesso, durante questi incontri, il maestro compare in video. Si tratta di video registrati che vengono dati a tutti i gruppi di lavoro. In questi video il maestro dà uno dei suoi insegnamenti che molte volte affondano le radici nei testi biblici. Poi lo studente che vuole ricevere gli insegnamenti dal vivo, può andare ad Assisi dove il maestro vive e dove è il centro della scuola paolettiana.

-Hai detto che gli incontri si tengono settimanalmente…

Sì la sera dopo cena. Una delle regole è, comunque, che tra i membri di un gruppo non ci si vede al di fuori degli incontri.

-Quindi non c’è nessun rapporto amicale.

Assolutamente nulla, nessuno.

-Qual è lo scopo di questa regola?

Il fatto di lasciare il campo di lavoro neutro, e di non contaminarlo con cose, robe, appartenenti al mondo ordinario.

-Quindi possibili storie amorose, amicizie, ecc…

E’ possibile che nascano amori, dato che le occasioni per stare insieme e vedersi sono molteplici… in linea del tutto generale non devono nascere però “complicazioni” o interferenze di nessun tipo.. inoltre tra gli studenti ci si dà del lei. Di volta in volta, poi, ti vengono offerti dei corsi speciali… che costano un pacco di denaro.

-C’è una particolare pressione a frequentare questi corsi?

Sicuramente il senso di pressione lo si può avvertire. Il fatto è che questo spesso deriva dall’entusiasmo con cui questa cosa ti viene comunicata da quegli studenti che sono molto più anziani di te e che di questi corsi non se ne perdono neanche uno. E con tutta questa emotività alcuni pretendono quasi che tu, in un certo senso, ti associ a questo entusiasmo e vai a questi incontri. Questo è uno dei punti un po’ dolenti per i quali, come ti dirò dopo, io ebbi delle reticenze a continuare il mio percorso. Non tanto per il maestro in sé, anzi le poche esperienze che ho avuto con il maestro sono state magnifiche; lui in sé e per sé è una persona molto interessante. Ma quanto per alcuni studenti anziani in genere, che alle volte rasentano il fanatismo. E’ questo che mi ha urtato.

-Qualcuno diceva che nessun vero guru, nessun abile maestro, farà mai lui pressione diretta, ma creerà una

struttura nella quale le stesse condizioni oggettive, le stesse persone faranno loro pressione..

Effettivamente in molte realtà spirituali è così… ed è anche tipico di certe strutture da partito politico dove gli addicted sono anche peggio del capo. Però queste dinamiche non sono presenti in tutti. Io ricordo sempre il mio conduttore che non ha mai esercitato alcun tipo di pressione su nessuno, e che, semplicemente, quando voleva comunicarci la possibilità di partecipare a un qualsiasi corso, la faceva portando quella che era stata la sua esperienza, lasciandola lì e facendo che ognuno potesse farne tesoro tranquillamente, senza fare pressione su nessuno.

-Tornando all’aspetto costi… la partecipazione normale ai gruppi ha un costo?

Sì… ma quello è un costo tollerabile… graduato a seconda delle singole posizioni, dei singoli redditi ecc. Comunque nel mio caso non era ingente. Era un po’ come una quota per iscriversi in palestra. Solo che invece che andare ad allenare i muscoli del corpo, allenavo quelli dello spirito.

-Tu mi hai già accennato che la “scuola” ha l’obiettivo di “armonizzare” l’essere umano… ma se ti chiedessi qual’è lo “scopo” di essa… cosa aggiungeresti?

In una conversazione che ebbi con uno studente anziano, questo studente mi fece presente quello che è lo scopo di tutta la scuola, ovvero compiere l’ “Opera”. La scuola si prefigge di realizzare un’ “Opera”. E ogni volta che esce fuori questa cosa dell’opera, sorgono delle domande, non si capisce bene di che cosa si stia parlando. Quello studente anziano mi disse che lo studente – magari non proprio in modo consapevole fin dall’inizio – lavora per quella che è l’immortalità. Discorso che si ricollega certo alla reincarnazione, ma per un superamento della stessa. Lo scopo è non doversi più reincarnare in un essere umano, ma trascendere questo livello per innalzarsi su livelli superiori con quella che è la creazione in vita di un corpo astrale, un corpo altro rispetto al nostro corpo fisico, che trascenda il piano fisico e sopravviva alla morte dello stesso in coscienza, cioè coscientemente, portando memoria, portando ricordo.

-Quindi lo scopo è la creazione di un essere astrale che non s’incarna in un corpo materiale, che porta con sé la sua coscienza attuale e continua il suo percorso in altre dimensioni, in altre forme di realtà, ma non materiali.

Non “materiali” per quello che noi intendiamo come “materia”, perché, in un senso più ampio tutto è materia. Si continua il percorso nel mondo degli astri, nel mondo delle stelle, da qui il famoso adagio di quel cantautore, Alan Sorrenti, “noi siamo figli delle stelle”, ahahahahah!

-Ma mano che si va avanti nella scuola, succede qualcosa di particolare?

Lo studente che diventa mano a mano sempre più anziano, e diventa sempre più interessato a vivere la quarta via, si sposta praticamente a vivere nel centro studi Agorà, dove vive Paoletti e che si trova nelle colline sopra Assisi. In questo modo ha la possibilità di poter godere più spesso delle parole e della presenza del maestro.

-Possiamo dire che alcuni dei più “meritevoli” vengono cooptati al livello superiore.

Il punto è questo: avvicinarsi al maestro e potere vivere da vicino quello che è l’insegnamento del maestro. Perché, mano mano che si va avanti, una cosa che si sente come sempre più fondamentale ed essenziale è quella di cogliere il maggior numero di insegnamenti possibili dalla bocca del maestro. E questo può avvenire, anche, inserendosi in una delle varie strutture collegate alla scuola, che possa essere la Fondazione Patrizio Paoletti, che possa essere l’Albero della Vita, che possa essere la casa editrice edizioni Tre P. In queste strutture di lavoro ci si può quindi inserire anche per poter stare e vivere vicino al maestro, compiendo i passaggi in modo più veloce. Si può dire che quelli che diventano più attivi, sia nella struttura scolastica che nelle varie fondazioni e ambiti di lavoro connessi alla scuola, mano a mano si avvicinano comunque al centro. Un po’ come quando Gurdjieff era in vita, ed erano nati, nel corso del tempo, diversi “distaccamenti”, gruppi di lavoro sparsi per il mondo intero. E molti degli studenti di questi gruppi di lavoro mano a mano cercavano di avvicinarsi a Parigi, dove c’era appunto Gurdjieff.

-Insomma… tu ti applichi sempre di più nell’ambito della scuola, o vai a lavorare nelle strutture lavorative appartenenti a Paoletti… e lui a un certo punto ti considera “degno” di andare a stare presso di lui.

Sì… ma esistono anche delle formule di residenza, dell’ordine anche di sei mesi. Ci fu una mia compagna di gruppo che per sei mesi si assentò per andare a fare questa esperienza.

-Se ho capito bene, tu hai la facoltà di poter fare de periodi di residenza, ma per potere invece stare lì stabilmente deve esserci una scelta del “centro”.. è così?

Sicuramente.

-Circa gli eventi “extra quotidiani”.. qual’era il costo del ritiro estivo?

Il ritiro, considerando il fatto che stavi lì per una settimana, dormivi lì, mangiavi lì, e lì avevi l’accesso a tutte le pratiche di cui abbiamo parlato più diverse altre, costava sulle cinquecento euro.

-Mi pare un po’ tanto…

Dici? Io in un residence in Puglia ho speso la stessa cifra… a me le cinquecento euro del ritiro non sembrarono tanto, mangiavi lì e dormivi lì. Il posto era magnifico perché eri immerso in una natura incontaminata. Se uno fa un paragone con una qualsiasi villeggiatura, una villeggiatura nell’ambito della quale ti vengono date tutta una serie di tecniche che si presume a te interessino e tu stia cercando, allora non è tanto.

-Insomma, ti è sembrato che il gioco valesse la candela.

Senza dubbio.

-Come si svolgeva il ritiro?

Ti svegli ogni mattina alle 5. Ora non ricordo se erano le 5 o le 5:30, però circa all’alba. Ti dai una sciacquata e poi vai e fai la prima meditazione di gruppo, quella del diamante, ventuno minuti. La fai in un salone grandissimo con tutti gli altri e con la guida di uno studente molto anziano che ti conduce adeguatamente nella cosa. Poi, finita la meditazione, si va a fare colazione. Poi si fa una lettura di gruppo. Quella settimana si leggeva, ogni mattina, un capitolo diverso del libro “Vedute sul mondo reale” di Gurdjieff. Il brano si leggeva all’aperto, tutti in piedi. Dopo la lettura, intorno alle sette e mezza, ognuno andava in gruppi di lavoro diversi… lavori, di primo acchitto, di tipo intellettivo, emotivo o fisico, che però, grazie anche agli insegnamenti che venivano forniti in quei giorni stessi, andavano a coinvolgere tutti e tre i piani

-E che tipi di lavori si facevano?

Lavori di qualsiasi genere. Ti veniva indicato un lavoro che era considerato abbastanza adatto a te. Non so se tu conosci il libro “La rasatura del prato e la conoscenza di sé”. Il concetto che sta dietro titoli di questo genere è che qualsiasi tipo di lavoro tu stia facendo è un lavoro sacro se opportunamente illuminato… può essere sacralizzato. Perfino lavare i piatti può essere fatto in modo sacro e sacralizzante. Io conoscevo quel libro; è un libro di uno degli allievi di Gurdjieff. Gurdjieff stesso dava questo tipo di lavori ai suoi allievi, lavori come la rasatura del prato appunto, attraverso la quale conoscere se stessi. Io in quella settimana ricevetti, ad esempio, proprio il compito della rasatura del prato, che fu per me una roba potentissima perché capii uno dei malfunzionamenti della mia macchina in maniera così forte che ancora oggi qualsiasi lavoro mi accingo a fare, prima di farlo, adopero una serie di tecniche grazie alle quali poi il lavoro in sé e per sé viene svolto in modo molto più adeguato, semplice e dunque efficace.

-Tecniche di che tipo?

Tecniche relative alla conoscenza della macchina. Io ho una forte componente istintivo-motoria, e allora cosa succede? Che qualsiasi lavoro mi mettevo a compiere, mi mettevo a farlo e basta. Poi quando capisci che tu sei costituito da tre piani e che ognuno di questi tre piani, qualsiasi cosa tu faccia, deve necessariamente essere coinvolto nella cosa stessa (salvo poi ritrovarli l’uno contro l’altro), allora non puoi più permetterti di fare una cosa e basta, ma prima di svolgere un qualsiasi compito, una qualsiasi mansione, o anche semplicemente predisporsi all’incontro con una persona, devi “preparare” la cosa in un certo modo. In pratica si tratta di immaginare una cosa, vedere la cosa stessa, visualizzarla, costruirla nella propria mente, perché nel momento in cui la stai costruendo nella tua mente, la stai realizzando. Ma non solo. Dopo averla visualizzata, costruita passaggio dopo passaggio, devi anche motivarti verso essa (piano emotivo), far sì cioè che il carburante che ti consente di agire (l’emozione), non si esaurisca troppo presto e, soprattutto, sia molto raffinato.

-Questa è una cosa importante, è un patrimonio millenario che in un modo o nell’altro ritorna. Anche i giocatori di golf prima di tirare la palla si immaginano mille volte la scena..

Per esempio, quando ti alzi la mattina e sai che dovrai fare degli incontri importanti quel giorno, tu, seduto sul letto, dopo avere fatto dei bei respiri, e quindi aver ripulito il cervello da tutti i pensieri derivanti dai sogni e dalle operazioni notturne, inizi, in questa fase di rilassatezza, a visualizzare questi incontri, a visualizzare queste operazioni che dovrai andare a svolgere, costruendo, progettando nella tua mente il modo in cui vuoi che questi incontri vadano. Non lasciare nulla al caso insomma. E’ molto bello poter vedere te con la persona che devi incontrare, per fare un esempio, come circondati da una sorta di luce. Un incontro di luce, un incontro di armonia. Oltre a questo, si tratta di visualizzare le azioni fondamentali che andrai a fare nello svolgere quella determinata mansione o quel determinato incontro. Poi, dal piano intellettivo ci si sposta su quello emotivo, sul perché io vado a fare quella cosa, qual è la motivazione profonda che mi spinge verso essa. E così mi ricollego a quello che è l’impulso, a quella che è la benzina che mi dà la carica per poter fare quella cosa, perché le sole indicazioni intellettive non bastano per agire, ci vuole anche la benzina giusta e la più raffinata possibile per svolgere quella cosa. E solo a quel punto il carrozzone, il piano fisico, ha tutti i requisiti per mettersi in moto.

-Quindi visualizzare la scena, farlo nei diversi dettagli, scatenare l’emozione. Detto meglio, uno sceglie quello che vuole fare, si chiede perché vuole farlo, si dà delle risposte, visualizza quello che vuole fare,  visualizza il modo in cui vuole agire, suscita l’emozione corrispondente al sentimento che vuol provare e poi si mette all’opera.

Sì… La cosa interessante del piano emotivo è sentire nel proprio petto quell’emozione precisa alla quale ci si ricollega per andare poi a svolgere quella determinata mansione. Ti posso assicurare che poi quello che andrai a fare, qualsiasi cosa esso sia, lo fai su un livello qualitativo incommensurabilmente più alto. Senti un’ebbrezza dentro di te e una gioia che non avevi mai provato prima. La forte immaginazione, inesa in questo caso come potere della fantasia, non basta se tu non ti sei ancorato a una forte emozione. Se non sei mosso da una forte emozione per fare quello che vuoi fare, dopo un po’ non la farai. Emozione, da “emotus”, che tecnicamente significa “trasportare fuori”, dunque “sollevamento di spirito”, “entusiasmo”.

-Una pratica del genere esiste da sempre, la si trova in antiche pratiche esoteriche come in certe pratiche di guarigione, o nella PNL.

A proposito di PNL, dimenticavo di dirti che, prima di giungere alla quarta via, mi ero interfacciato anche con alcune persone che si occupavano di PNL. E’ un percorso molto interessante, però c’è il rischio di cadere nella paranoia. T’insegnano anche tecniche per scoprire quello che gli altri stanno veramente pensando. Personalmente, non m’interessa quello che gli altri stanno “veramente pensando”. A me interessa conoscere me stesso.

-La PNL è un raro esempio di qualità e pessimi difetti. E’ uno strumento potente anche se troppe volte molto gonfiato. E’ talmente ricco di evocatività che ha dei rischi; uno di essi è “l’americanismo”, la PNL di tipo marketing-motivazionale in stile Herbalife. Hai presente quelle cose del tipo “dai.. noi siamo una famiglia.. insieme possiamo.. tu sei come me.. io sono come te.. abbiamo un sogno”. Queste cose sputtanano il senso profondo di una tecnica. Un altro rischio, connesso a quello ora detto, è quello di far credere che tu ti impadronisci di uno strumento potentissimo nel corso di una settimana. Hai presente quei corsi del tipo “diventa leader in quattro giorni”. Tu non diventerai mai leader in quattro giorni. Se pensi di diventare leader in quattro giorni vuol dire che non sei pronto a diventare leader perché non sei umile.

Quello che hai detto Alfredo è molto importante. Posso dirti che alcuni dei seminar più costosi di Paoletti sembrano richiamare quelli che tu hai indicato come esempi di PNL deteriore. Uno dei più importanti tra questi seminar di Paoletti si chiama “RVS”, ovvero “Rendi la tua Vita Straordinaria”, oppure “Crea il tuo Destino” o, a proposito di quanto dicevi “Essere leader”. Qui ho da lanciare due frecce; una contro e una a favore di questo tipo di seminari. Freccia contro: queste robe qui costano l’ira di Dio. Se io per un seminar di tre giorni devo spendere 1000 e passa euro, automaticamente non ci posso venire. Mi piacerebbe tanto, ma tu in questo modo mi stai già tagliando fuori. E quindi si tratta di cose riservate solo a una certa classe di persone. Freccia a favore: dal titolo di uno di questi seminar “Essere leader”, occorre tener presente che ci si ricollega a una dimensione interiore dell’essere leader. Se all’interno di altri ambiti l’essere leader è ricollegato al solo mondo lavorativo o comunque materiale, tralasciando completamente quella che è la tua dimensione interiore e che a parer mio è imprescindibile, nei seminar di Paoletti si parte sempre ed esclusivamente da quella che è la dimensione interiore, per poi magari approdare a quella esteriore e dunque, infine, a quella lavorativa. Con Paoletti l’essere leader è collegato soprattutto all’ “essere leader di te stesso”. Sempre in relazione a quel discorso relativo alla molteplicità degli io, la volontà di raggiungere un obiettivo e quindi la volontà e l’indispensabilità dell’essere uno nel perseguimento del tuo scopo.

-Va detto che ormai, in quasi tutti i corsi di questo tipo, qualunque sia il contesto in cui vengono fatti, si dice il primo scopo no è quello materiale, ma quello di “diventare leader di se stessi”. Poi bisogna vedere cosa accade nel concreto. Uno dei rischi è la possibile “strumentalità”. Il farti acquisire una visione strumentale del tuo rapporto con gli altri. Un altro rischio è l’autocompiacimento. Sai quelli cominciano a dire “io sono una persona straordinaria.. io sono un grande leader.. io sono semplicemente meraviglioso.. io sono capace di attirare le persone…”.. il rischio di perdere l’umiltà e di convincersi di avere nelle mani il segreto della vita.

Sono rischi reali quelli di cui parli. Io credo che, comunque, al di là di tutte queste tecniche, la cosa importante è quella di allenare il proprio essere ad uno stadio di soggettività e di interrelazione con l’altro da te, oltre che con te stesso, tali da potere instaurare dei meccanismi di contatto.

-Ritorniamo al ritiro estivo… continua con la descrizione dei suoi momenti..

Allora, ogni giorno c’era la meditazione standard, quella del diamante, al mattino e alla sera. E poi, come ti avevo detto, si facevano altri due tipi di meditazione; la meditazione trascendentale e la meditazione dinamica. Le si faceva in modo alternato; un giorno l’una e un giorno l’altra. La giornata si chiudeva con una pratica di rilassamento totale, all’incirca verso le 23:30, per poi andarsi a coricare. Durante la giornata si facevano più volte degli incontri di condivisione su quelle che erano le osservazioni sulla macchina che si erano potute raccogliere nel corso della giornata e durante tutti i lavori. Gli incontri di condivisione erano da uno a due volte al giorno. E durante il giorno venivano intraprese, come ti avevo detto, iniziative di qualsiasi tipo… giardinaggio.. anche lavori pesanti… scavare una buca… riparare un condotto idrico…

-Ti viene in mente qualche episodio particolare?

Sì… C’era uno studente che doveva fare uno dei lavori che si fanno all’aria aperta sotto il sole. Devi considerare che lì siamo ad una certa altura e, siccome era agosto, il sole la mattina picchiava forte. Quindi a questi studenti che facevano il lavoro all’aperto era stato caldamente consigliato di indossare un cappellino; cappellino che era stato dato loro in modo da non rischiare di prendere un’insolazione. Questo ragazzo si rifiutò di mettere il cappellino e prese un’insolazione, per cui stette male. Mi ricordo benissimo la scena nella quale Paoletti arrivò che era… dire incazzato è dire poco. Una prima volta, parlando con tutti noi, fece un parallelo con la biblica storia di Caifa… disse che in quella situazione vigeva il detto per cui “ubi maior minor cessat”… nel senso che non possiamo rischiare che per la… chiamiamola testardaggine di uno studente qui si vada gambe all’aria tutti…

-Ed effettivamente è un discorso che ha un senso…

Quindi fece questa prima riflessione a noi studenti senza che lui fosse presente. Poi forse Paoletti credeva che questa persona era a letto… mentre nel frattempo si era rialzata ed era venuta a fare la meditazione del mattino. A un certo punto vediamo Paoletti irrompere nella sala dove si faceva la meditazione e, incazzato come una iena, si rivolse a questo studente. Ti dico che dopo un’ora circa li vedemmo parlare molto amorevolmente a un tavolo dove noi facevamo sia la colazione che i pranzi e le cene. Dopodiché Paoletti si alzò e se ne andò, lasciandolo lì da solo. Questo studente continuò a fare i gruppi di lavoro, ma dopo circa cinque mesi uscì dalla scuola e non lo rividi più.

-Ma cosa gli ha detto Paoletti?

Credo che lo abbia riposizionato, responsabilizzato… e credo che abbia anche voluto riparare al suo scatto d’ira.. era uno scatto d’ira che io credo fosse stato davvero spropositato..  è chiaro però che lui sentiva la responsabilità… lui deve gestire una struttura.. deve pensare a mille cose.. Io ricordo che parlai con questo studente una di quelle sere del ritiro e si sentiva sinceramente in colpa per quello che aveva fatto. Una volta il numero due di tutta l’organizzazione disse..”gli studenti che se ne vanno dalla scuola credono che sono loro ad andarsene, in realtà non sanno e non percepiscono il fatto che vengono allontanati”.

-Se fosse come dice lui sarebbe inquietante, significherebbe che le persone non hanno volontà cosciente, che vengono spinte ad andarsene senza saperlo. E’ un modo secondo me per “razionalizzare” il fatto che alcuni se ne vanno.

Infatti… nel mio caso specifico sono stato io a deciderlo… anche perché i conduttori ci tenevano che io restassi…

Ah, poi nel corso del ritiro c’erano le danze sacre, i cosiddetti “movimenti”, che possono ricordare quelli gurdjieffiani, però sono diversi. Ci si veste sempre di bianco, anche i calzini bianchi, tutto bianco, però i movimenti paolettiani – che tra l’altro esistono in numero abbastanza elevato, qualcosa come 150 serie di movimenti – presentano delle diversificazioni rispetto ai movimenti gurdjieffiani. A proposito di “movimenti”, mi è tornato in mente un altro incontro che facemmo con Paoletti in una casa. C’era una studentessa anziana che eseguiva una serie di movimenti in uno stato di trance. Fu veramente incredibile osservare la precisione con la quale venivano effettuati questi movimenti nonostante il soggetto fosse in totale stato di trance. Nell’altra stanza uno studente violoncellista suonava il suo strumento con melodie tipiche della musica gurdjieffiana. Quella fu per me un’esperienza estrema, perché intorno a questa ragazza stavano seduti una serie di altri studenti che eseguivano l’OM mentre questa ragazza compiva questi movimenti. La conditio sine qua non di questi movimenti è quella per la quale tutti i muscoli del corpo, nonostante la difficoltà d’esecuzione, devono, tramite un esercizio di osservazione del piano fisico, cercare di restare il più rilassati passibili. La cosa molto interessante è che molte volte questi movimenti vengono eseguiti da gruppi interi all’unisono, un’euritmia spettacolare. I movimenti sono un allenamento contro le emozioni negative perché, data la loro difficoltà, è molto facile cadere subito, tramite lo sforzo fisico che si ripercuote immediatamente sul piano emotivo, nelle suddette sub-emozioni. Ed è molto importante continuare a fare questi movimenti osservando queste emozioni negative e allo stesso tempo contenendole. Viene consigliato di eseguire i movimenti con il sorriso beota… che non è il sorriso di un beota nel senso di uno scemo… ma il sorriso che gli abitanti della Beozia portano sul loro volto. Un sorriso leggermente accennato, nulla di più di questo sorriso accennato, perché se tu vedi pure i tibetani e il Buddha hanno tutti questo sorriso leggermente accennato. Il sorriso leggermente accennato cambia l’alchimia del corpo e soprattutto della testa, e stimola l’essere umano verso le emozioni positive e non verso quelle negative. Tornando al ritiro… fu un’esperienza che mi lasciò molto “caricato”..

-Un forte stato vitale..

Ti racconto un episodio che mi accadde poco dopo la fine del ritiro. Quando me ne andai da lì presi il treno. Detto in parole povere, non avevo soldi… non avevo un euro in tasca; ma ero in uno stato di così grande equilibrio interiore, di così grande armonia, che quando arrivarono i controllori vissi una esperienza meravigliosa, potentissima. Loro mi chiesero il biglietto, io li guardai, gli espressi un sorriso e semplicemente dissi “Non ce l’ho”. Questi signori, coi quali avevo stabilito un forte contatto empatico, mi guardarono e semplicemente mi dissero “va beh non ti preoccupare”. E’ stata la conferma, il feedback, di quando dentro di te tu non hai paura, ma sei pronto ad accogliere l’altro, chiunque esso sia, e nell’altro immediatamente si sviluppa la comprensione. E’ stato un momento miracoloso. Alcune altre volte mi era già capitato di dire a un conduttore del treno o dell’autobus che non avevo il biglietto, ma non andò a finire allo stesso modo.. Vorrei leggerti ora qualche brano tratto dal quadernino dove appuntavo le mie riflessioni circa le esperienze che avvenivano durante gli incontri.

-Certo, leggi…

In questo primo brano parlo dell’apparato formatore, che è una sorta di “archivio dati mentale”:

“L’apparato formatore è un archivio di dati. La segretaria gestisce questo archivio di dati. Ogni dato viene tradotto dalla segretaria nei diversi idiomi dei diversi padroni che si succedono al comando. Dunque tra domanda e risposta non c’è alcun contatto. Anche i nostri centri parlano tra loro tramite la segretaria. Ognuno ha una sua lingua. Alcune volte i centri possono comunicare tra loro saltando la segretaria, quando sono allineati. Rilassati, osserva, sii felice. L’emozione negativa, come tutto, ha un tempo. Prendere i dati attendibili mi serve a costruire una buona mappa della mia prigione. Non esprimere l’emozione negativa significa tentare di resistere e quindi osservare. Siamo più attratti dai bisogni tramite il nostro cervello istintivo, che funziona automaticamente (“cibo per la luna”). L’obiettivo di un gruppo preparatorio è diminuire l’oscillazione del pendolo, creare un linguaggio comune”.

-Penso alla frase che hai messo tra parentesi..”cibo per la luna”… e mi viene in mente una frase che un paolettiano una volta mi disse… una frase del tipo “la luna divora le persone”… mi vuoi parlare della luna nel sistema gurdjieffiano?

La luna esercita un forte magnetismo sulla terra, per quello che riguarda tutto il sistema dei liquidi. La luna si nutre dell’energia della terra, come la terra si nutre dell’energia del sole. Luna esercita un magnetismo sulla terra molto più forte di quello che possono esercitare pianeti molto più lontani. Gli equilibri che ci sono sulla terra sono regolati da questo magnete che è la luna. La luna esercita il suo magnetismo soprattutto su tutti i liquidi che si trovano sulla terra. Se noi ragioniamo sul fatto che l’essere umano è composto al 70% o forse più di liquidi, di acqua, possiamo benissimo comprendere quanto la luna ci comanda, quanto ci controlla, quanto controlla i nostri umori. Perché i nostri umori sono chimica, noi siamo chimica, è tutto un sistema chimico. La luna controllando il 70% di noi, controlla noi. Tutti sanno, lo sanno perfino i distretti di polizia che il tasso di omicidi sale proprio nelle notti di luna piena.

-In queste tematiche – anche andando nell’ordine di idee che possa esserci qualcosa di vero – è molto importante l’approccio. I fattori che, di volta in volta, vengono considerati totalmente condizionanti l’essere umano sono tantissimi… ”. C’è chi si occupa di costellazioni famigliari e magari ti dirà che il 90% della tua vita dipende dalla tua genealogia famigliare; c’è chi si concentra molto sulle maree, o sullo zodiaco. La mente umana ha una tendenza al determinismo, ama dire “faccio questo perché Orione è entrato in Nettuno. Io credo si dovrebbe  dire che se anche ci fossero delle influenze non è che mi “comandano”, ma interagiscono in un sistema complesso.

Ti comandano fintanto che non ne sei cosciente. Quando cominci a divenire consapevole di quelli che sono i meccanismi che ti governano tutto cambia… ogni essere è soggetto a delle leggi… quanto più ne sei cosciente tanto più ne sei libero.. perché si deve conoscere quello che siamo…

-Tu hai ragione… però è anche vero che a seconda della scuola di riferimento quello che mi “governa” è raccontato in un modo o nell’altro. Se la mia scuola di riferimento è quella delle costellazioni famigliari, la luna neanche viene sfiorata.

Diciamo che la cosa importante sarebbe fare una sintesi. Occorre realizzare una sintesi di tutte le culture, di tutte le dottrine, culture, filosofie, religioni… una sintesi che sia risonante con quello che tu sei.

-Leggi altri brani se ti va…

In questo brano accenno alla pratica di un’ottava..

“Per le prossime due settimane. Primo, osservare i cambi di io: al mattino, a mezzogiorno, e alla sera. Dividere la giornata in sette parti uguali. Osservare gli io dominanti.”

In quest’altro parlo della meditazione:

“La meditazione è un forte luogo di risonanza. Per ciò non va fatta se ci si trova in condizioni non adeguate ad essa. Tipo emozioni negative. Non rifiutare il rumore, ma ascoltarlo crea da esso distanza. Lo stesso vale per le parole e l’ascolto degli altri. La stanchezza è mentale. Non è fisica”.

Quest’altro è molto interessante…  pardo di una convinzione personale limitante:

“Sono spesso convinto di non essere all’altezza di ciò che faccio o dell’ambiente con cui ho da relazionarmi. Tale convinzione limitante ha poi il suo opposto nel sentirmi nettamente superiore, senza alcuna ragione fondata, a persone o situazioni”.

Ora ti leggo un brano dove si parla delle emozioni negative

“Al riguardo dell’emozione, inizialmente si lavora sulla non espressione delle emozioni negative. Non manifestando le quali ho la possibilità di vederle, osservarle e spostarmi. Le emozioni negative sono esplosioni di energia verso l’esterno. Esplosioni che la macchina produce di continuo e delle quali invece necessita per il lavoro su di sé. Da qui stai attento a fare economia della energia che produci, non sputarla fuori, ricaricati, non scaricarti”.

Alfredo, nel linguaggio di sistema, colui che è in grado di ricaricarsi continuamente, senza mai scaricarsi, è detto TROGO-AUTO-EGOCRAT.

-Che vuole dire questa formula?

“essere che ricarica se stesso”.

Questo che ti leggo adesso è un brano sull’ “ascolto”:

“Sinora ho potuto esercitare quello che si dice sincero egoismo, che scaturisce con tutta la sua prorompente energia dall’ascolto dell’altro. Se il mio ascolto è attento mi arricchisco di nuovi e sempre nuovi punti di vista, che mi appartengono tramite manifestazioni di parti di me. E’ infatti più semplice e veloce, tramite l’ascolto attento e direzionato, vedere ciò di cui sono fatto negli altri, piuttosto che in me stesso. L’altro mi restituisce le mie realtà, i miei io, maggioritari o minoritari, e nell’ascolto tutto ciò che ricevo viene sistemato e riordinato per poterlo poi restituire in ottima forma all’altro. Avvicinandomi e non identificandomi, scopro che l’altro sono io, l’altro è la mia possibilità per vedermi ed identificarmi meglio”.

Ora ti leggo un appunto relativo a una ragazza che frequentavo in quel periodo..

“L’altro, in questo caso, mi ha mostrato il guardiano che è in me e mi suggerisce sempre di non poter fare nulla, di non poter fare di più. Quindi, di fronte all’altro, ho analizzato con lei l’iter che negli ultimi tempi mi ha portato a fare, senza strafare, il 50% in più di quanto non facessi prima. In tale condizione scopro e, condividendo, faccio vedere anche all’altro, che il tempo che ho a disposizione per fare è enorme. L’illusione che non sia così è data solo dal guardiano, dal guardiano che è in noi e tenta sempre di fermarci. Ma il guardiano è una parte di me, non è me. Dunque più produco, più rilancio, più faccio e ancora di più posso fare. Quando ho una direzione sono bene orientato, senza dispersione”.

Adesso ti leggo una riflessione sul superamento delle convinzioni limitanti:

“Ho cambiato l’abitudine di dire “non posso”, “non ce la faccio”, nel dire con convinzione “io posso”. E poi segue un elenco di cose nelle quali ho cambiato questa abitudine..

Ecco, questo è interessante, è una piccola riflessione sull’amore di coppia:

“L’amore di coppia sta nella disidentificazione dalla relazione per un obiettivo più grande, sempre più grande, che contenga entrambi e la relazione. Quindi ci sono io e lei, e sopra io e lei c’è un “Noi” che si identifica con l’”Obiettivo”. Se io e lei guardiamo insieme verso un obiettivo comune allora la relazione diventa automaticamente “sostenibile”, perché sorretta da uno stimolo allo sviluppo”.

-Questa riflessione sull’amore di coppia mi fa pensare. A volte credo che si rischi un’assolutizzazione della razionalità. Una razionalità che arriva a essere così ampia, così pervasiva, che tutto quanto sembra entrare in uno schema. Vedere anche una cosa come l’innamoramento come perfettamente inquadrata in un sistema… fa sorgere una domanda…”fino a che punto questo è reale e possibile, e fino a che punto qualcosa ci sfugge?”. Questa serie d’inquadramenti razionali… “ho a che fare con te e valuto quanto mi puoi fare crescere… quanto mi puoi fare regredire… che tipo di persona sei… che tipo di risate fai…” in alcuni casi può far perdere qualcosa di inesprimibile. Riguardo l’innamoramento, si tratta di qualcosa di così indefinibile e di così coinvolgente che, quando lo senti definito, ti sembra sempre un po’ più ristretto di quello che potrebbe essere.. come se un po’ della sua magia, del mistero, dell’irrazionale, dell’oltre, venisse a perdersi.

- Secondo me tutto quello che si studia nel sistema si può sintetizzare con questa frase: “la libertà vera è qualcosa che viaggia all’interno di binari molto stretti, per cui sono veramente libero quando mi rendo conto di essermi dato un obiettivo e di essere riuscito a viaggiare, fare, produrre all’interno di questi binari molto stretti”. E posso assicurarti che è veramente l’humus di quelle che sono le scuole di quarta via. Binari molto stretti che vengono dati dal maestro ma che poi lo studente, l’allievo, mano a mano, assegna sempre di più, da solo, a se stesso. Perché impara un po’ quella che è la filosofia, l’indicazione di massima, e impara così ad applicarla a tutti quelli che sono i vari campi della vita.

-Hai presente quella canzone di De Andrè dove lui a un certo punto dice “avrò un’ora al mese per te”?… se un sentimento lo inquadro in un perfetto sistema di vita, quel sentimento potrebbe finire col diventare  un’altra cosa.. nel momento in cui lo sto inquadrando.. “ogni giorno dedicherò tot tempo a questa persona”, nel momento in cui ho già stabilito cosa mi può dare, come me la può dare, come gestirlo.. c’è la possibilità che io arrivi a smarrire..”il mistero dell’altro”..

Sì… il rischio c’è… occorre correrlo se si è in ricerca.

-Ritorniamo adesso agli insegnamenti della scuola… spesso nel mondo paolettiano si fa il riferimento all’uomo come una “macchina”… e sul fatto che un uomo non nascerebbe con un’anima ma la creerebbe..

Noi potremmo dire che nelle scuole di quarta via ogni essere umano ha, se la vogliamo chiamare anima, un’anima. O comunque nel linguaggio di sistema quella che nel nostro linguaggio ordinario chiamiamo anima, si può inquadrare come “centri superiori”. Abbiamo detto che l’essere umano è costituito da tre centri: centro istintivo-motorio, centro emotivo e centro intellettivo. Esistono però anche due centri superiori di cui ogni essere umano è già dotato; centro emotivo e centro intellettivo superiore. Infatti ci sono momenti particolari della vita, per esempio momenti di forte impatto, di forte shock, di quasi morte, in cui avviene un allineamento dei nostri centri inferiori che ci permette di contattare i centri superiori. E questi sono momenti di consapevolezza di sé, che infatti restano impressi nella memoria dell’essere umano che si trova a viverli per tutta la vita. I normali momenti quotidiani invece spariscono dalla memoria. Se a me chiedessero che cosa ho fatto il 5 settembre del 2007 all’1:15 di notte saprei cosa rispondere, perché ebbi un incidente fortissimo, al momento del quale tutti i centri si allinearono, contattai i centri superiori e nei fatti mandai un ologramma di me stesso a mio padre dormiente che nello stesso minuto si svegliò e vide me stesso in camera che lo chiamavo, si voltò verso mia madre e disse “Costantino ha avuto un incidente”. Succedono queste cose. Ma la differenza sta in una cosa. L’essere umano straordinario differisce da quello ordinario perché riesce a contattare a suo piacimento, possiamo dire “a volontà”, i centri superiori.

-Ritornando ai due centri superiori…

Noi abbiamo quindi il centro emotivo superiore e il centro intellettivo superiore. Sono centri di ordine astrale, infatti nel linguaggio di sistema l’allievo lavora per la costruzione di un corpo astrale, come ti accennavo prima, oltre al corpo fisico che ha già di natura. Si può dire che inizialmente dentro di te hai un embrione di quelli che sono i centri superiori, ossia i centri superiori già ci sono, ma è come se un velo ci separasse da loro. Possiamo collegare la connessione con questi centri superiori con quello che è il risveglio di una piccolissima ghiandola che abbiamo al centro del nostro cervello e che è la ghiandola pineale. Alcuni chiamano questa ghiandola “occhio interiore”. Battiato, nel brano Inneres Auge, parla anche di questo… Si lavora al risveglio di questa ghiandola. Quindi l’anima non è inesistente, l’uomo non è semplicemente un autonoma. Nel feto l’entrata dell’anima avviene al 49° giorno. I mistici tibetani e i mistici di altri contesti ci dicono da millenni che la reincarnazione, la metempsicosi avviene al quarantanovesimo giorno. Adesso la scienza ha dimostrato che è al quarantanovesimo giorno che si determina il sesso del feto. E’ solo una coincidenza? Non credo. Nei primi quarantanove giorni il feto non ha alcuna anima; e al quarantanovesimo giorno viene animato da questa energia vitale che apparteneva ad un altro corpo ormai defunto, determinandone automaticamente anche il sesso.

Quindi per tornare alla questione che hai posto, siamo già dotati di un’anima, semplicemente dobbiamo fare un lavoro su noi stessi per metterci in contatto, secondo un linguaggio di quarta via, con i centri superiori. Per usare un linguaggio più essoterico, invece che esoterico, si tratta di fare funzionare questa ghiandola, che, senza un lavoro cosciente su se stessi, verso l’undicesimo/dodicesimo anno di vita dell’essere umano, tende a calcificarsi. Il lavoro su di sé è un passaggio dalla vita casuale alla vita causale. Dalla vita casuale dove le cose succedono perché succedono, in virtù del caso, senza che si abbia alcun controllo sugli eventi; alla vita causale, la vita di successo, ma non il successo come noi lo intendiamo oggi, ovvero la fama e il denaro, bensì successo nel senso di “capacità di far succedere le cose”. Costruire la possibilità di accedere a quei piani superiori a volontà.

-Quando la persona muore senza fare questo lavoro di formazione di una sorta di corpo astrale…che accade?

Continua la trasmigrazione senza che rimanga coscienza, memoria di quanto è stato vissuto. Come nelle teorie classiche della trasmigrazione, inoltre, si ritiene che tu vivrai le conseguenze delle azioni che hai posto in essere in questa vita. Tu in base alle azioni che compi nella tua esistenza determini quello che sarà il tuo passaggio futuro, per questo bisogna fare il bene, per questo bisogna compiere azioni costruttive e non distruttive. Se la tua esistenza è costellata da una serie di azioni distruttive e hai dunque appesantito la tua essenza interiore, allora quando muori si potrebbe dire che “non esci dalla testa”, ma “esci dai piedi”, vai verso il basso. Questo nostro essere qui oggi su questa terra ha il senso di darci l’occasione per un’elevazione. Se uno comprende che l’essere nato uomo su questo pianeta è la più grande possibilità per purgarsi e quindi di ascendere, quando il corpo fisico muore, capisce che sforzandosi al massimo per la propria evoluzione, dopo la morte probabilmente si reincarnarerà in un essere umano che nascerà in ottime condizioni esistenziali (ai fini di un’eventuale evoluzione successiva), oppure lascerà totalmente questo piano per non reincarnarsi più. Quando uno non si reincarna più vuol dire che nel corso della sua vita ha fatto un lavoro cosciente su di sé, e quindi ha raggiunto l’immortalità. Per immortalità noi non intendiamo tutta l’eternità, ma intendiamo un periodo di tempo lunghissimo (se rapportato al tempo di un’esistenza terrena) nel quale l’essere umano che ha aspirato ad essa, formando dentro di sé quel famoso corpo astrale, lo stesso sopravvive alla morte del corpo fisico in modo cosciente. Quando tu non hai fatto questo lavoro su di te, quando non hai creato questo corpo astrale, ti reincarni, se va bene, in un altro essere umano, ma non porti memoria della tua vita precedente.

-Quindi, la persona che in vita fa un percorso spirituale acquisisce un corpo astrale che poi porterà nella successiva vita e questo corpo astrale gli permetterà di avere memoria del passato..

Esattamente…

-Se invece questa persona se ne fotte di qualunque lavoro su di sé, non ricorderà nulla di sé, farà una vita dipendente delle cause che ha posto in questa vita… comunque la sua essenza si reincarnerà in un’altra vita?

Assolutamente… una vita che sarà determinata da quello che stai facendo oggi…

-Se io sono stato un criminale della peggiore specie…

Sicuramente scendi e puoi anche reincarnarti in una bella tartaruga… non so se hai presente che esistono delle persone che hanno delle sembianze animali..  poi le vai a conoscere e ti accorgi che quelle persone hanno delle caratteristiche animali molto forti. Io non so se quelle persone “stanno venendo da” o “stanno andando verso”… uno stadio animale.

-Quindi quella persona può scendere la scala evolutiva fino a diventare un lombrico…

-Sì.

-Ma questo viaggio… oggi sono lombrico, domani divento tartaruga, poi leprotto.. non finisce mai o ha un limite?

C’è un limite. Può diventare un viaggio verso l’oblio. Esistono i buchi neri no?

-Esiste quindi un punto oltre il quale questa entità conclude il suo viaggio…?

Assolutamente sì…

-Allora c’è una fine del viaggio..

Sì…

-Queste per me non sono cose di dettaglio.. è differente sapere che in dieci milioni di anni posso fare cose anche tremende.. ma in altri dieci milioni di anni posso risalire… rispetto al pensare che a un certo punto il viaggio finisce.

Ti dico una cosa: il viaggio verso l’oblio è un percorso nel quale aumentano a dismisura il numero di leggi a cui sei sottoposto. Il numero di leggi a cui è sottoposto un essere umano non è lo stesso numero di leggi a cui è sottoposto un animale. Il concetto fondamentale è questo… il numero di leggi aumenta a dismisura… per fare un esempio molto pratico nonché banale… un gatto non può fare voto di castità. Per lui decide la natura.

-Tu stai dicendo che più io mi abbasso di vita in vita… e arrivo diciamo ad essere una capra… più le potenzialità di agire si riducono..e si riduce anche la possibilità che dallo stato di capra possa elevarmi allo stato di uomo…

Può succedere ma è molto difficile…

-Quindi in un certo senso più scendo più scendo…

Quello dell’ascensione è un lavoro contro la forza di gravità; un lavoro in cui si procede a fatica e lentamente. Mentre a salire ci vuole una grossa forza di volontà, a scendere si va a picco.

-Allora, se ho capito bene, tu sei un essere umano… fai delle scelte, delle azioni, un percorso. Se la tua vita non è adeguata a un percorso ideale,,. continui a lungo a reincarnarti in altre vite. Se i tuoi comportamenti peggiorano vita dopo vita, a un certo punto scendi proprio sotto il livello dell’umano; ad esempio ti reincarni in una mucca. A quel punto è quasi impossibile fare la strada inversa, ovvero che da mucca tu possa riprendere il viaggio verso l’essere umano.

Assolutamente sì, essere nati uomini è il più grande dei doni possibili.

-Tu più vai avanti… più, se fai scelte peggiori… la vita peggiora… e più si vivono vite peggiori più aumenta la difficoltà di poter mutare quella “corrente discendente”… esistono eccezioni, i criminali che diventano santi, ecc.. ma la tendenza è verso la caduta. Però finché resti umano hai comunque l’astratta possibilità di farcela a risalire la china. Quando però arrivi allo stato animale lì la discesa rischia di essere inesorabile, perché non hai gli strumenti intellettivi ed emozionali anche solo capaci di “immaginare” una risalita verso l’uomo… quindi o sei una mucca illuminata… o avviene qualcosa che scuote il tuo livello animale… o vai sempre più giù. Finché a un certo punto tu non sei assolutamente nulla. Finché arrivato all’oblio il ciclo si conclude. Ho descritto bene il quadro?

Assolutamente sì.

-Devo dirti che questa visione che mi hai ricostruito, a un livello profondo non riesco a condividerla. Quale visione io posso alla fine avere dell’essenza umana o dell’universo? Perché a partire dei principi che ho ne consegue una visione. C’’è differenza tra chi dice che quell’essenza vitale continua all’infinito il suo viaggio, sempre con la possibilità di riscattarsi, di ascendere e il credere che a un certo punto, fossero anche venti miliardi di anni, il viaggio finisce. Una o l’altra sono opzioni diverse sia dell’essenza umana che dell’universo. In una si può dire che la tua essenza è talmente parte del divino che è indistruttibile. Se io invece dico che entro un certo tempo -che siano anche eoni, eoni di eoni, miliardi di miliardi di miliardi di anni, una cifra incommensurabile- vi sarà l’oblio totale; a quel punto non sto più considerando quella essenza come pura parte del divino, e quindi indistruttibile, qualunque cosa può accadere nel corso dei millenni. Una visone come questa a livello esistenziale-cosmico ha forti limiti; o comunque non concorda con quelle visioni per le quali tu in quanto scintilla divina avrai sempre una occasione, non sarai mai perso, sarai sempre parte di un viaggio non finirà mai… in cui non ti troverai mai nella condizione di non poter invertire il gioco.. ma sarai sempre recuperabile.

Tu comunque hai tutto un ciclo di vite, anche moltissime vite come essere umano in cui comunque avrai la possibilità di agire e spingere verso l’ascensione…

-Sì… io ho voluto portare il discorso fino alle sue estreme conseguenze, fino alle estreme conseguenze in cui giunge il sistema. Se tu continui in una spirale negativa… fossero anche 10 miliardi di anni.. le estreme conseguenze sono… l’estinzione. Questo però non è il sentore spirituale di altri percorsi spirituali e di altri Maestri che sostengono che l’essenza spirituale è indistruttibile ed eterna, che non ci sarà mai un game over.

Però ti dico una cosa. Ti voglio fare ragionare su scale più grandi. La nostra essenza, l’energia che ci anima, e che poi trasmigra di corpo in corpo, non è niente – veramente è una briciola infinitesimale – nei confronti di quella che è la vita del nostro amato sole. Eppure devi considerare che il nostro sole, come tutte le cose che esistono nell’universo, ha un tempo, perché tutto in questo universo ha un tempo. Tutto inizia e finisce. Qualsiasi cosa.

Quando si dice che l’essere umano può diventare “Immortale” non si intende qualcosa di “eterno”.. infatti si dice “essere immortale nei limiti del sistema solare”.

-Praticamente stai dicendo che anche il più grande santo e saggio prima o poi si estinguerà, ..

Sì, anche Gesù.

-Tutto ciò che è effettivamente realtà fisica effettivamente si estingue prima o poi, sole compreso. Però c’è chi ha sempre detto, che ciò che è divino, e nel divino alcuni intendono anche la nostra scintilla profonda, nei momenti in cui si è creato come essenza unitaria, luce di coscienza, la sua intrinseca natura non è più totalmente riconducibile alla dinamica “materiale” universale.  Quando si parla di continuazione della vita alcuni intendono continua l’Atman profondo, la tua essenza primaria, la scintilla sacra che non potrà mai estinguersi. Si estingueranno gli universi, collasseranno milioni di sistemi solari, ma tu. con mille forme, mille volti, mille nomi, continuerai per sempre il tuo ciclo.. appunto perché sei parte del divino..essenza inestinguibile.

Tu vuoi dirmi che il sole non è un’essenza intelligente, enormemente più grande di un minuscolo ed insignificante essere umano… ?

-Io onestamente non sono certo in grado di penetrare in tutti q… Non so esattamente penetrare in tutti questi livelli di conoscenza.. non so esattamente cos’è il sole.. non so se è cosciente.. non so se il sole ha un’anima.

Se non ci fosse questa stella in questo sistema noi non avremmo modo di dialogare in questo momento.

-Certo..

Tante volte l’essere umano non capisce quanto è piccolo rispetto a ordini di grandezze ben superiori della sua. E però queste grandezze sono esseri… che come tutte le cose hanno un tempo.

-Magari il sole come forma materiale sole ha un suo tempo… però magari il sole, come te, ha un’essenza profonda che continuerà in qualche modo…

Te lo saprò dire quando diventerò un sole…

-Hahaha.. Andiamo a quelle criticità per via delle quali sei uscito dalla scuola…

Ti premetto che Sono rimasto in ottimi rapporti con molti di quelli che direttamente o indirettamente ho incontrato nell’ambito della scuola paolettiana. Quello che soprattutto mi interessava era la scoperta, ma non sono mai diventato un fanatico della cosa. Ho sempre mantenuto le sfere separate. C’è un’importante differenza tra chi fa questo percorso e comprende la necessità della relazione con l’altro a prescindere e chi in questo percorso vive il cammino in una dimensione di forte egocentrismo. Ci sono molte persone, in questa scuola, come in tutte le scuole di quarta via, che, invece di conoscere e tenere a bada tutti gli io che ci compongono, non fanno invece altro che alimentare questa parte di sé assolutamente inadeguata alla relazione con gli altri, l’ego.

-Spiega meglio…

Io a un certo punto ho incontrato una persona che ha esercitato verso di me delle pressioni inopportune, per quanto riguarda il discorso della diffusione. E non fu l’unica che ebbe questo atteggiamento verso di me. Siccome so benissimo che quello della diffusione è uno dei capisaldi delle scuole di quarta via, come lo è per tutti quei movimenti che tendono a fare proselitismo, io a un certo punto mi sono tirato fuori da questa cosa… che mirava a farti sentire in un certo senso un “dovere”, perché è regola assodata il fatto di portare le persone dentro la scuola.

-Queste pressioni venivano da varie direzioni?

Queste pressioni io non le sentivo da parte di tutti, ma da parte di pochi che ti fanno, in un certo senso, passare la voglia. Una voglia che non dovrebbe passare. Una voglia che non dovrebbe passarti. A un certo punto però è anche importante il contesto nel quale ti muovi e le persone che incontri. Se incontro più di una persona che mi restituisce un’idea fondamentalista dello stare all’interno di un gruppo, quello non mi sta bene. Non mi va di vivere questi confronti.

-Fondamentalmente ciò che tu non hai gradito è stata la spinta a fare proselitismo.

Precisamente sì… dietro comunque non c’è l’orco nero che vuole prenderti e spolparti vivo. Molte persone hanno grande entusiasmo e vogliono condividere il loro percorso con parenti, amici, con coloro che li circondano. Il punto è capire quanto questo è un tuo sincero entusiasmo… e quanto invece può diventare o  “dovere” da una parte o “automatismo” dall’altra.

-Un altro automatismo…

In queste scuole vanno anche personaggi provenienti da alcolismo, droga e depressioni varie. Si sa comunque che la scuola di quarta via è uno dei tanti appigli che la vita – soprattutto nei grossi centri – ti offre per andare a colmare le tue mancanze, dei vuoi che hai. Questi sono i personaggi che rischiano di diventare un po’ fondamentalisti. Si deve capire che non esiste solo la scuola. Inoltre, va ricordato che chiunque sta nella scuola, paga una quota che varia da persona a persona. Quindi, visto che sto pagando una quota,  il mio aiuto a che questa scuola possa andare avanti lo sto dando. Il discorso della diffusione è un discorso personale, intimo, individuale. Se ne può parlare. Ma non si può andare oltre la semplice chiacchierata. Se uno si ritrova delle pressioni su una roba del genere, deve prendere e sbattere la porta in faccia. Il mio è un discorso molto pratico. Poi il paolettiano convinto potrà dirti “anche i pianeti cominciano poi a formare i loro satelliti… quindi tu devi avere quelli che porti dentro la scuola perché saranno i tuoi satelliti..”.

-Spiega questa metafora dei pianeti…

Il maestro in ogni scuola o gruppo è il sole, al quale tutti i discepoli guardano, è il proprio dio, è dio in terra. Gli studenti diventano una sorta di pianeti che girano intorno al sole, oltre che su se stessi. I pianeti nel tempo cominciano a generare intorno a se stessi un sistema satellitare… a nostra volta noi stessi creiamo dunque i nostri satelliti facendo iscrivere altre persone alla scuola. Ma non credo onestamente che noi siamo pianeti e che giriamo su noi stessi.

-Se qualcuno che fa parte della scuola leggesse questa intervista, che messaggio finale vorresti dargli?

Gli direi che la vita è troppo ampia e bisogna, da un certo punto di vista (voglio essere paradossale) essere anche un po’ meno centrati. Un altro discorso è che se io vado in una palestra e pago una quota, non mi ritrovo poi il direttore della palestra che mi chiede ripetutamente di portare altre persone in palestra, perché sa bene che facendo così mi allontana. Occorre veramente stare rilassati e non accettare le pressioni di nessuno. La ricerca deve essere autentica, libera. Se cominci a sentirti pressato da qualcuno ad andare in una determinata direzione, allora non sei più pienamente te stesso. E’ importante restare sempre se stessi, non accettare pressioni, mantenere la propria libertà interiore.

-Grazie Costantino.

43 Comments :, , , more...

Il Leone di Munster

by on feb.06, 2014, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Ci sono stati uomini che in ogni tempo hanno alzato la testa contro il Drago. Il loro coraggio, il loro onore è per noi insegnamento perenne. Perché la battaglia è infinita, e il coraggio deve costantemente essere rinnovato, generazione dopo generazione.

Oggi parlerò di uno di questi uomini. Clemens August conte di Galen, vescovo di Munster, che verrà conosciuto, per il suo straordinario coraggio come “Il Leone di Munster”.

Clemens August conte di Galen nacque nel 1878. Undicesimo di tredici figli, cresce in una famiglia aristocratica della Westfalia, profondamente cattolica, i cui avi sono stati per secoli tesorieri del vescovo principe di Munster.  . Divenne sacerdote nel 1904. Dopo la prima guerra mondiale e la successiva crisi finanziaria che aveva rovinato milioni di famiglie, Von Galen si adoperò al servizio dei suoi parrocchiani in difficoltà e fondò per loro un’associazione di mutua assistenza. Spesso per aiutare le persone in difficoltà, prelevò dalle sue entrate personali. Un giorno ebbe a dire “Sarebbe veramente inutile se mi restassero ancora dei beni dopo la mia morte”.

Pio XI lo nominò vescovo il 5 settembre 1933. Fu il primo vescovo eletto dopo il concordato tra il Reich e la Santa Sede siglato il 20 luglio 1933. Nella cerimonia del suo insegnamento, il 5 settembre, vi erano molte figure di spicco del regime, che certo non immaginavano che Galen si sarebbe dimostrato il loro più fiero oppositore. Il suo motto episcopale fu  motto episcopale – “Nec laudibus nec timore”; il cui senso sostanzialmente era “non ci faremo guidare né dalla lode né dal timore degli uomini.

Dopo la “notte dei cristalli” (9-10 novembre 1938), durante la quale la sinagoga di Münster viene incendiata dai nazisti, Mons. von Galen offre il suo aiuto agli Ebrei, alla moglie del rabbino della città, che è stato imprigionato.

La sua più importante battaglia, la sua battaglia della vita,, quella per cui soprattutto è ricordato, fu quella  contro i progetti di eliminazione delle cosiddette “vite indegne di essere vissute”.

Bisogna comprendere il contesto in cui von Galen operava. Un contesto dove con ogni mezzo si voleva affermare una ideologia di sterminio, sangue, supremazia sui deboli, gli imperfetti, gli inferiori.

Nel dicembre 1935 nasce il progetto  Lebensborn, “sorgente di vita”. In esso viene stabilito che i membri delle SS abbiano assistenza gratuita affinché generino “bambini dai caratteri razziali eccellenti”. Il 28 ottobre 1938, Himmler emana quelle che chiama “nuove direttive sulla riproduzione”; nelle quali è previsto che ogni SS generi almeno un figlio, per compensare il rischio della perdita in guerra del suo sangue prezioso. Ed è anche previsto che ogni ragazza tedesca di puro sangue ariano deve farsi mettere in cinta da un soldato prima che questi sia inviato al fronte.

Nel settembre 1939 , con la guerra che infiamma l’Europa. Himmler dichiara “Intendo prendere il sangue tedesco ovunque si trovi nel mondo, rubarlo, carpirlo, ovunque sia possibile”. Le cliniche lebensborn diventano batterie di allevamento per bambini giudicati biologicamente adatti, rapiti nei territori occupati.

Nel 1930 Alfred Rosemberg pubblica “Il mito del ventesimo secolo. Una valutazione delle battaglie spirituali del nostro tempo”. Un testo cardine dell’ìdelogia nazionalsocialista, che dalla prima edizione al 1945 avrà una tiratura globale di più di un milione di copie. Rosemberg sostiene che Gesù Cristo ha proclamato l’esistenza della pura razza ariana e che “il sangue nordico rappresenta il mistero che ha sostituito e superato gli antichi sacramenti”. L’uomo ariano diventa la vera incarnazione del sacro nel mondo. E il Fuhrer come emblema della purezza del sangue germanico, è una figura sostanzialmente divina che opera nel mondo.

Il clima di fanatismo biologico dell’epoca poteva essere “respirato” ovunque.

Hitler disse: “Ai nostri occhi il giovane tedesco del futuro deve essere snello e slanciato, agile come un levriero, tenace come il cuoio,  duro come l’acciaio Krupp”.

Himmler dichiarò “voglio creare attraverso l’accoppiamento di individui superiori una elité biologica, un nucleo razziale da cui la Germania possa attingere per rinvigorire una eredità ariana ora pericolosamente diluita.”

Nel 1934 in un raduno di massa a cui sono presenti anche medici, Rudolf Hess dirà “Il nazionalsocialismo è biologia applicata”. L’entusiasmo dei medici va alle stelle; in massa chiedono di aderire al partito nazionalsocialista.

Si andava  edificando una ideologia di sangue, morte, supremazia biologica sulle vite “inferiori”.

Molti erano ebbri del nuovo verbo.

Molti prendevano atto e accettavano.

Qualcuno esprimeva le sue riserve sommessamente, in privato.

Alcuni, combatterono a viso aperto “il nuovo ordine”.

Tra di loro vi furono molti religiosi, cattolici e protestanti. Una figura svetta tra essi, il vesco di Munster.

Il 24 febbraio 1934 Hitler nominerà proprio Rosemberg suo sostituto per la direzione del partito nazionalsocialista.

L’ostilità di Von Galen si manifesta fin dai primi tempi del suo episcopato. In una lettera pastorale in occasione della Pasqua scritta il 26 marzo 1934, Vo Galen scriverà:

“Una nuova nefasta dottrina totalitaria che pone la razza al di sopra della moralità, pone il sangue al di sopra della legge [...] ripudia la rivelazione, mira a distruggere le fondamenta del cristianesimo (…)”.

Nell’estate del 1935 è previsto che al congresso distrettuale del partito nazionalista a Munster, partecipi anche Alfred Rosemberg. Von Galen non ci sta, e scrive al prefetto della provincia della Westfalia per chiedere che si impedisca la presenza in città di Rosemberg, portatore di un catechismo di sangue e fanatico nemico del cristianesimo. La lettera nei suoi momenti conclusivi assume il tono della “messa in guardia”: “la popolazione cattolica di Munster potrebbe a ragione ribellarsi. Non solo, anche duri scontri e gravi disagi potrebbero verificarsi in città”. L’appello di Von Galen viene respinto e viene trasmesso a Berlino per darne conoscenza alle autorità centrali.  Il 6 luglio Alfredo Rosemberg arriva a Munster e parlando al congresso, si scaglia contro Von Galen.

“La richiesta del vescovo, grida, è una inaccettabile provocazione nei confronti del partito e dello stato. (…) “questa lettera dimostra che cosa venga inteso per la cosiddetta libertà di religione”.

Rosemberg cercò di aizzare il popolo di Munster contro il vescovo. Ma non ottenne alcun effetto. Anzi, l’8 luglio 1935 ventimila fedeli sfilano a Munster in solidarietà al loro vescovo. E’quasi una sfida al regime. La Gaulaiter, la direzione generale del partito nazista invia un rapporto a Berlino. La gente applaudì vigorosamente il vescovo. Ci furono scontri con la polizia, molte persone furono arrestate e la folla fu dispersa con gli idranti.

Pochi giorni dopo, il 16 luglio 1935, Hermann Goering, numero due del regime, emana un decreto contro il cattolicesimo politico. Ordina che si proceda nel modo più drastico possibile verso tutti quei cattolici che osano interferire nelle vicende dello stato. Seppure non nominato, il primo soggetto a cui ci si riferisce è proprio il vescovo di Munster. La Gestapo apre un fascicolo su di lui accusando di “fare politica dal pulpito”. Da quel momento in posi sarà sempre sotto controllo e spiato.

Il segretario  di stato vaticano Pacelli, che diventerà Pio XII, venuto a sapere dell’azione coraggiosa di quest’uomo gli esprime tutta la sua approvazione ed invia una nota di protesta al ministro degli esteri del Reich dove si accusa Goering di violazione del concordato. Indicativa la nota in cui la Gestapo scrive: “bisogna constatare che la propaganda politica della Chiesa diventa sempre più un serio pericolo per lo stato nazionalsocialista. Soprattutto perché il vescovo Clemence August di Munster, con il suo esempio e il suo comportamento, incita il clero a lui sottoposto a non ridurre la lotta della Chiesa”.

Nel 1937 Pio XI pubblicherà una enciclica che rappresenterà una ferma condanna del regime nazista, la “Mit Brennender Sorge”, “ Con viva ansia”. L’enciclica esprime condanna verso quello che viene visto con un feroce neopaganesimo antiumano. La condanna è esplicita: ”Chiunque voglia attribuire alla razza, o al popolo, o allo stato, o a coloro che detengono il potere un valore diverso da quello attribuito dalla tavola dei valori stessi e li divinizzi in un culto idolatrico, si pone fuori dalla vera fede”. La Mit Brennender Sorge viene tradotta in tedesco e pubblicata in Germania, dove letteralmente invade tutte le diocesi. Solo a Munster, il vescovo von Galen ne fa stampare 120000 copie. La diffusione di questa enciclica  venne dichiarata dalle autorità naziste «un atto di alto tradimento contro lo Stato». Arresti e sequestri si susseguirono ovunque. Contro Von Galen ci fu una recrudescenza di intimidazioni. Ma tutto questo non lo rendeva più debole. Cresceva invece il suo prestigio, diventando un punto di riferimento per tutti, anche per gli ebrei. Alla vigilia della guerra, von Galen per aver «attaccato fortemente le basi e gli effetti del nazionalsocialismo», veniva registrato dalla Cancelleria del Reich come uno dei più pericolosi avversari del regime.

L’enciclica vaticana, la sua diffusione in Germania, le parole di vescovi come Von Galen scatenarono la reazione di Hitler, rabbioso verso queste resistenze al potere e alla ideologia del Reich. Il Fuhrer dispose la ripresa dei processi contro gli ordini religiosi, ordinò di abolire la stampa popolare cattolica e ordinò la chiusura di tutte le scuole religiose di ogni ordine e grado. Ma il Fuhrer voleva colpire l’immaginario anche con un forte atto simbolico e ordina l’eliminazione del crocifisso dalle aule scolastiche e la sua sostituzione col ritratto del Fuhrer. Gli alunni avrebbero dovuto, in apertura della giornata scolastica, recitare questa sorta di parodia di preghiera verso Hitler, nuovo uomo-dio della Germania:

“Adolf Hitler, tu sei il nostro grande Fuhrer, il tuo nome fa tremare i nemici, venga il tuo regno, soltanto la tua volontà sia legge sulla terra, facci udire ogni giorno la tua voce e comandaci per mezzo dei tuoi capi ai quali vogliamo obbedire con l’impegno della vita. Lo promettiamo. Heil Hitler”.

Le croci vengono tolte dalle aule di tutte la Germania, senza particolari reazioni di resistenza. Ma una reazione ci fu, proprio in Westfalia, a Klofenborg, dove la folla si ribella contro la disposizione di togliere il crocifisso. Questa opposizione costringe, il 25 novembre 1936, il Gauleiter del Munsterland a revocere il decreto sulla rimozione del crocifisso. Un evento come questo ha rilievo soprattutto non per l’oggetto concreto in gioco, la rimozione del crocifisso dalle scuole, ma per quello che rappresentava su un piano più ampiamente simbolico. Ovvero, che alcuni reagivano. Che una volontà di resistenza era possibile.

Torniamo al clima di idolatria biologica di quegli anni.

Nel 1933 era stata emanata la “legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie”. Il 18 ottobre 1935 fu il turno della “legge sulla salute coniugale” che impediva i matrimoni e la procreazione tra persone disabili. Con essa si autorizzava l’aborto nel caso in cui uno dei genitori fosse stato affetto da malattie ereditarie. La del 1933 servì a portare avanti una massiccia opera di sterilizzazione dei soggetti affetti da “tare”, affinché questi ricettacoli di deformità e degenerazione razziale, non infettassero la pura razza ariana. Secondo alcuni calcoli, in pochi anni circa 350000 tedeschi vennero sterilizzati.

Nel corso di quegli anni non si procedette ancora con ‘eliminazione di esseri umani, ma si lavorò sul piano del condizionamento mentale di massa, al fine da rendere più “tollerabile” nel popolo tedesco che il venir meno di esseri umani “tarati” fosse una idea accettabile. Non si diceva esplicitamente “vogliamo eliminare questi esseri inferiori, appogiateci”, ma si creava una atmosfera di disfavore verso l’esistenza di tutti questi esseri deformi e mentalmente malati, li si faceva sentire come un peso insostenibile verso la società e un ostacolo verso il futuro, e si cercava di trasmettere l’idea che un venire meno di queste persone sarebbe stato un bene per tutti, anche per le stesse persone che sarebbero venute meno, liberate da una vita colma di infelicità. Il cinema ebbe un ruolo importante nella veicolazione di questi messaggi. Ad esempio, nel film, “Vittime del passato” del 1937, in un passaggio si dice:

“Tutto ciò che è troppo debole per sopravvivere va inevitabilmente distrutto dalla natura. Negli ultimi decenni l’umanità ha peccato orribilmente contro la legge della selezione naturale. Non solo abbiamo risparmiato vite indegne della vita, ma abbiamo anche permesso loro di moltiplicarsi. Ecco i discendenti di questa generazione tarata. Grazie ai farmaci nei manicomi sopravvivono intere famiglie. I costi necessari per curare i figli malati di questo solo gruppo sono stati finora 154000 marchi. Quante case per gente sana si sarebbero potute costruire con questa somma?”.

Hitler ordinò la proiezione di questo film in tutte le 5300 sale cinematografiche del Reich.

Ma la propaganda agiva suo ogni livello. Ecco un problema contenuto in un programma di matematica del 1940:

“Un pazzo costa allo Stato 4 marchi al giorno, uno storpio 5,50, un criminale 3,50. In molti casi un impiegato statale guadagna solo 3,50 marchi per ogni componente della sua famiglia, e un operaio specializzato meno di 2. Secondo un calcolo approssimativo risulta che in Germania gli epilettici, i pazzi, etc. ricoverati sono circa 300.000. Calcolare: quanto costano complessivamente questi individui ad un costo medio di 4 marchi? Quanti prestiti di 1.000 marchi alle coppie di giovani sposi si ricaverebbero all’anno con quella somma?”

Procedere con la sterilizzazione non era sufficiente per gli ideologhi del Reich; doveva essere solo il primo passo. Il passo successivo sarebbe stata l’eliminazione di queste vite “indegne di essere vissute”. La legge sull’eutanasia venne promulgata il 1° settembre 1939. La coincidenza temporale tra questa legge e l’inizio della guerra era dovuta quasi certamente alla consapevolezza del fatto che l’atmosfera di guerra avrebbe attirato meno l’attenzione su questo progetto e facilitato la sua attuazione.  di non attirare troppo l’attenzione della popolazione tedesca. Nell’ottobre 1939 il Fuhrer emana un decreto, dove viene dato mandato, affinché, si scrive con un allucinante eufemismo  “ venga affidata la responsabilità di ampliare l’autorità dei medici perché concedano una morte pietosa ai pazienti considerati incurabili.”

Per attuare la procedura di eliminazione in modo tale da suscitare meno sospetti possibili, si era escogitato tutto un complesso procedimento. La “sala di regia”, potremmo dire era situata a Berlino al numero 4 di Tiergartenstrasse, l’indirizzo del quartiere Tiergarten di Berlino dove era situato il quartier generale dalla Gemeinnützige Stiftung für Heil- und Anstaltspflege, l’ente pubblico per la salute e l’assistenza sociale. Da qui il nome del progetto, Aktion T-fear. T era l’iniziale della via, fear è il numero quattro, il numero civico della via in lingua tedesca.

A partire dall’autunno 1934 dalla T-Fear furono inviati questionari indirizzati agli istituti psichiatrici del Reich. Ufficialmente si trattava di realizzare un censimento delle attività lavorative dei malati. La procedura mirava a mantenere il segreto più assoluto. Psichiatri, neurologi, medici generici, infermieri, dovevano riempire questionari e stilare elenchi di pazienti, freddamente definiti “idonei al progetto”. Questi pazienti erano suddivisi in quattro categorie: pazienti sofferenti di malattie specifiche quali schizofrenia, epilessia, malattie senili, e altre condizioni neurologiche di natura terminale. Pazienti ricoverati in forma continua per almeno cinque anni. Pazienti in custodia come pazzi criminali. Pazienti che non sono cittadini tedeschi, o non sono di sangue tedesco o affini. Una volta inviati i questionari compilati, la sede centrale di Berlino decideva le persone da eliminare e preparava delle “liste di trasferimento” da inviare ai singoli istituti disponendo che si preparassero i malati per la partenza. Il giorno stabilito si presentavano degli uomini della c.d. “Società di Pubblica Utilità per il trasporto degli ammalati”. I pazienti erano fatti salire su grossi pullman dai finestrini coperti con vernice scura o tendine avvolgibili, in modo da nascondere queste persone agli occhi della popolazione. tramite grossi pullman dai finestrino oscurati erano trasportati in uno dei vari centri di eliminazione. Questi pullman li trasportavano  Grafeneck, Bernburg, Sonnenstein, Harthei, Branderburg, Hadamar; in appositi istituti. Giunti in questi istituti, entro massimo pochi giorni, i malati venivano portati nei sotterranei, fatti spogliare e poi fatti entrare in dei locali che sembravano docce, ma da dove invece di acqua usciva il famigerato monossido di carbonio. Una volta che veniva riaperte le porte delle docce, i corpi, a volte coperti di vomito ed escrementi, venivano scaraventati nei forni crematori. In puro spirito di efficienza tedesca, dai cadaveri, prima di gettarli nei forni crematori, venivano tolti i denti d’oro che sarebbero stati mandati in appositi uffici. E visto che il terzo Reich aveva molto a cuore le ricerche “scientifiche”; una parte dei cervelli venivano sezionati o inviati al “Kaiser Wilhelm Institut” dove un’équipe medica se ne serviva per i suoi studi sulla neuropatologia.

I parenti avrebbero ricevuto una lettera standard dove veniva comunicato loro l’ “improvviso decesso”, per motivi di volta in volta fittiziamente indicati; come collassi cardiaci, polmoniti, ecc.; il tutto accompagnato da una commossa lettera di condoglianze.

E, con impeccabile “accortezza”, si chiedeva loro in che cimitero avessero preferito fosse inviata l’urna con le ceneri; che non conteneva mai veramente le ceneri della persona in questione. Si prendevano delle ceneri a caso tra quelle accumulate e le se metteva in quell’urna e poi la si spediva.

Non ci sono cifre certe. Ma dati ufficiali parlano di quasi 40000 morti tra il 1940 e il 1941.

Molti erano ignari di ciò che accadeva. Molti finsero di non vedere. Alcuni capirono ciò che era in atto ed ebbero il coraggio di agire.

Un’azione che richiese del fegato fu quella di un prete  che somministrò la comunione ai pazienti mentre stavano salendo sull’autobus dinanzi a una grande folla di cittadinanza che guardava tra lo sbigottito e lo sconvolto. Il gesto di quel prete –di cui parla una relazione delle SS del 1941- era un “accompagnamento” alla morte; e quindi, nei fatti, era anche un fare comprendere, a chi era presente, che era in atto, una “pratica di morte”.

Il primo a denunciare quanto stava accadendo fu il cardinale di Berlino, Adolf Bertram, con un duro scritto inviato alla cancelleria del Reich nell’agosto 1940, nel quale chiedeva che vi fosse il “riconoscimento del valore insostituibile della persona umana”. Con Von Galen, però, l’opposizione a questo progetto si trasformò in una lotta totale. Le sue denunce divennero molto incisive anche perché era in grado citare esempi pratici, che facevano “vedere” quanto avveniva ancora più reale.

Nell’estate del 1941 ci furono le tre più celebri prediche di Von Galen. Il 13 luglio, il 20 luglio, e il 3 agosto.

Il 13 luglio, in un momento in cui la Gestapo stava portando avanti arresti arbitrari di massa contro religiosi, condannò le azioni della Gestapo come un pericolo per tutti i cittadini.

“Nessuno di noi è al sicuro, nemmeno se in coscienza fosse il cittadino più onesto, sicuro di non venire un giorno prelevato dalla propria abitazione, spogliato della propria libertà, rinchiuso nei campi di concentramento della polizia segreta di Stato. Sono cosciente che questo oggi può accadere anche a me… Il comportamento della Gestapo danneggia gravemente larghissimi strati della popolazione tedesca… “. Un testimone raccontò che, alla fine di questa predica “Gli uomini e le donne si alzarono in piedi, si sentirono voci di consenso e anche di terrore e di indignazione, cosa che generalmente è impensabile qui da noi, in chiesa. Ho visto persone scoppiare in lacrime”.

Il 20 luglio la chiesa era stracolma, per via dell’eco che aveva avuto la prima predica. Von Galen attaccò il folle progetto di potere che avrebbe portato il Paese alla rovina, e che generava odio senza fine:

“Ora noi vediamo e sperimentiamo chiaramente che cosa c’è dietro la nuova dottrina che da anni ci viene imposta: Odio! Odio profondo, come un abisso, nei confronti del cristianesimo, nei confronti del genere umano…”. In quella stessa occasione Von Galen disse “noi siamo incudine e non martello. Se l’incudine  è sufficientemente salda, tenace e solida, allora durerà più del martello e potrà servire ancora a lungo per ciò che ancora verrà forgiato. Adesso ciò che viene forgiato sono coloro che vengono imprigionati ingiustamente, gli espulsi senza colpa, gli esiliati. Nel momento in cui il martello della persecuzione che di certo li colpirà duramente e ingiustamente li ferirà nel profondo dio li assisterà, affinché in quel momento non perdano la forma e la fermezza di condotta cristiana.”

Ma fu nella terza predica, il 3 agosto 1941,  dalla chiesa di San Lamberto a Munster, che, contro la pratica di sterminio delle vite “imperfette”, Von Galen portò la denuncia al suo limite estremo.

Von Galen usa riferimenti concreti che rendono le sue parole ancora più reali:

“Il 28 luglio ho sporto denuncia al pubblico ministero della pretura di Munster e al signor questore di Munster con una lettera raccomandata del seguente tenore “secondo informazioni a me giunte, in questa settimana, un gran numero di malati della casa di cura provinciale di Marienthal presso Munster dovrà essere trasferito come cosiddetti connazionali improduttivi nel manicomio di Echberg per essere poi premeditatamente uccisi. E dalla casa di cura di Warstein ho saputo che sono già stati portati via ottocento malati”.

A un certo punto, le parole oltrepassano i riferimenti concreti e i singoli esempi, per diventare un atto di accusa definitivo, una delle più vigorose condanne mai lanciate, in quel tempo, contro il nazismo.

Due passaggi sono decisivi. Questo:

“Vengono adesso uccisi, barbaramente uccisi degli innocenti indifesi; anche persone di altra razza, di diversa provenienza vengono soppresse(..). Siamo di fronte a una follia omicida senza eguali(..)con gente come questa, con questi assassini che calpestano orgogliosi le nostre vite, non possiamo più avere comunanza di popolo!”

E poi quest’altro passaggio, dove, con parole memorabili, Von Galen, fa capire a chi lo ascolta che ciò che sta accadendo riguarda anche lui. Che tutti possono, prima o poi, essere considerati “improduttivi”, e quindi potenzialmente essere considerati eliminabili:

“Hai tu o io il diritto alla vita finché noi siamo produttivi, finché siamo ritenuti produttivi da altri? Se si ammette il principio, ora applicato, che l’uomo improduttivo possa essere ucciso, allora guai a tutti noi quando saremo vecchi e decrepiti. Se si possono uccidere esseri improduttivi, allora guai agli invalidi che nel processo produttivo hanno impegnato le loro forze; le loro ossa sane le hanno sacrificate e perdute. Guai ai nostri soldati che tornano in patria gravemente mutilati, invalidi.. Abbiamo forse il diritto di vivere solo finché siamo produttivi, solo finché altri ci riconoscono come produttivi? Nessuno è più sicuro della propria vita”.

Bisogna davvero fare un grande sforzo per immaginare il clima di quell’epoca, e riuscire, almeno in parte, a comprendere il coraggio straordinario che Von Galen tirò fuori in quelle occasioni. Il coraggio straordinario che c’era voluto per fare un attacco pubblico che denunciava davanti alla cittadinanza come il loro governo stesse sistematicamente attuando un progetto di annientamento umano. Goebbels lo definì “l’attacco frontale più forte lanciato contro il nazismo in tutti gli anni della sue esistenza.”

Queste parole  ebbero un’eco enorme e fecero il giro nel mondo. Vennero stampate e lette ovunque. A diffonderle non erano solo cristiani. Nell’invero del 41-42 parecchi ebrei vennero arrestati dalla Gestapo perché diffondevano le prediche di Von Galen. Il capo delle organizzazioni giovanili delle SS ragliò: “Io lo chiamo il porco C. A., cioè Clemens August. Questo alto traditore e traditore del Paese, questo porco è libero e si prende la libertà di parlare contro il Führer. Deve essere impiccato”.

Al vertice del potere, riunito presso il quartier generale la discussione fu infuocata. Gli animi erano tesi. I gerarchi schiumavano dalla rabbia verso questo vescovo westfalico che osava pronunciare esprimersi con parole così violente. Martin Borman propose di procedere subito all’impiccagione di Von Galen. Ma Goebbels ribatté che, se in quel momento si fosse proceduto contro Von Galen, tutta la Westfalia si sarebbe sollevata e sarebbe stata perduta per l’impegno bellico. Hitler concordava con Goebbels; sapeva che procedere in quel momento contro Von Galen sarebbe stato un boomerang e testualmente disse: “i conti con lui saranno fatti fino all’ultimo centesimo. Quel Galen avrà la sua condanna a tempo debito, dopo la vittoria finale. Ora ciò che conta è fare il vuoto intorno a questo vescovo, rappresentante di una meschina e spregevole religione di sottomissione, umiltà, misericordia, ascetismo e schiavitù”.

Ma Von Galen non si fermò, e continuò, dal pulpito di Munster, con la sua costante denuncia. Le sue parole raggiungono ogni angolo della Germania. Il regime che non poteva toccare lui, iniziò una persecuzione verso tutti coloro che lo appoggiavano e lo sostenevano. Ma queste persecuzioni non crearono il vuoto intorno a Von Galen, e non resero meno forte la capacità di penetrazione delle sue parole. Alcune copie delle sue prediche raggiunsero gli alleati, che decisero di usarle come un’arma. Aerei alleati lanciarono copie di queste prediche sulle popolazioni e sullo stesso esercito tedesco. La loro lettura destabilizzò molti anche tra i soldati. Un ex soldato dell’epoca anni dopo disse: “le prediche mi hanno colpito, perché noi tutti avevamo dei compagni feriti alla testa da un’arma da fuoco. Era inaccettabile che potessero essere definite vite senza valore e che potessero essere uccisi una volta tornati a casa. Non poteva essere vero. Eravamo indignati. Abbiamo presentato delle richieste ufficiali perché si ponesse fine a quella che chiamavano eutanasia.”

Siamo nel settembre 1941, la situazione per la Germania è sempre più complicata. Gli Stati Uniti sono prossimi a entrare in guerra. I giornali esteri fanno eco alle prediche di Von Galen.  Anche Pio XII esprime solidarietà a Von Galen. I cittadini cattolici della Westafalia si stringono sempre di più attorno a lui. In una informativa della Gestapo è scritto “la determinazione del vescovo di Munster può provocare nella popolazione gravi rischi di insubordinazione e di rivolta.” Hitler ha aperto un secondo fronte ad Est, attaccando l’Unione Sovietica. La situazione bellica richiede una totale compattezza da parte del popolo tedesco, e il Fuhrer non può permettersi che una parte della nazione diventi recalcitrante e gli sfugga di mano. Ed è costretto ad ordinare la sospensione dell’operazione T-fear, l’operazione che prevedeva l’eliminazione della vite “indegne di essere vissute”.

Alcuni anni dopo. Primo luglio 1945, la guerra è finita, Hitler si è ucciso. Von Galen davanti al suo popolo usa parole dure contro il nuovo governo militare alleato e la teoria della colpa collettiva del popolo tedesco:

“Sotto il nazismo dissi pubblicamente, e lo dissi anche riguardo a Hitler nel 1939, quando nessuna potenza intervenne allora per ostacolare le sue mire espansionistiche, ‘la giustizia è il fondamento dello Stato’. Se la giustizia non viene ristabilita allora il nostro popolo morirà per putrefazione interna. Oggi devo dire ‘se tra i popoli non viene rispettato il diritto, allora non verrà mai la pace e la concordia’. “

Alcuni mesi dopo, nell’autunno del 1945, Von Galen si trovava nella città di Fuld, che era stata rasa al suolo dai bombardamenti, per la conferenza episcopale che si teneva nel convento del Sacro Cuore, che era il collegio che dove studiava la nipote di Von Galen, Pia Hovel, che anni dopo ricordando quel periodo dirà:

“Poiché ero sua nipote ebbi la fortuna di restare da sola con lo zio durante la pausa di mezzogiorno. Abbiamo fatto una passeggiata fino al piccolo cimitero delle suore e lì ci siamo fermati a pregare. Lo zio ha detto “preghiamo Dio per tutti quei poveri uomini che sono stati perseguitati e rinchiusi nei campi di concentramento per avere diffuso le mie prediche e anche per i loro parenti che hanno perso così i loro cari. Preghiamo insieme perché molti di questi uomini sono morti al posto mio. “

Il 23 dicembre dello stesso anno la radio vaticana annunciò la nomina di 31 nuovi cardinali. Tra gli altri il vescovo Clemence August Von Galen. Il 21 febbraio 1946 si tenne il primo concistoro ordinario pubblico di Pio XII. Quando entrarono i nuovi porporati, l’applauso che accolse il loro ingresso nella basilica di San Pietro era tranquillo, un applauso “consueto”. Ma quando entrò in scena l’alta figura del cardinale di Munster, l’applauso diventò un’ovazione. Il leone di Munster, titoleranno i giornali il giorno dopo, è l’eroe del concistoro.

Clemence August Von Galen muore il 22 marzo 1946.

Sei giorni prima il 16 marzo 1946, tra le macerie della sua cattedrale distrutta, il cardinale Von Galen si era rivolto un’ultima volta al suo popolo:

“Il buon Dio mi ha dato un incarico per il quale era mio dovere chiamare nero il nero e bianco il bianco. Voi stavate con me e i potenti di allora sapevano che il popolo e il vescovo della diocesi di Munster erano un’unità indissolubile e che se avessero usato violenza contro il vescovo, sarebbe stata l’intera diocesi a sentirsi colpita. E’ questo ciò che mi ha protetto. Che mi ha dato forza interiore e ha rafforzato la mia speranza”.

2.122 Comments :, , , , , , , , , , , , more...

Anello

by on dic.14, 2013, under Bellezza, Poesia, Simbolo

“Ti accorgerai
che comunque
nei giorni chiari e in quelli bui
hai sempre trovato un anello
in ogni tempo
con ogni tempo
e sia nel sole che nella pioggia
tu lo hai sempre portato al dito
come una fede nuziale
come un matrimonio benedetto di suo”.

(Ciro Campajola)

(Ciro Campajola)


1.693 Comments more...