Simbolo
Un gatto, Kafka e Murakami
by Duncan on feb.01, 2012, under Bellezza, Simbolo

Si avvicina cercando di non fare cadere i libri sulla scrivania, non manca di leccarsi i baffi, e poi il suo piccolo rituale, strusciarsi le zampine anteriori l’una con l’altra.
“Non l’hanno ancora scoperto Alfredo?”, chiede il mio gatto Ciccia.
“Ancora no.. sono riuscito a non dare nell’occhio…”.
“Ma un giorno scopriranno che parli coi gatti Alfredo, e allora per te si apriranno tempi molto foschi. Magari ti usceranno come cavia da laboratorio. E prima di allora tutti gli altri ti eviteranno come unasorta di animale da bestiario”.
“Parli bene per essere un gatto Ciccia… non ho mai capito perchè…”.
“Non so, non ho mai fatto una seria riflessione su di me. Anche se il mio psichiatra dice che manco dei fondamentali..”
“Cosa sono questi fondamentali?”
“Non l’ho capito, sembra che siano una cosa che si aggiunge al cretino per farlo intelligente”.
“Sì..sarà qualcosa del genere.. Non dire al tuo psichiatra che parlo coi gatti, però. Quelli hanno intrallazzi ovunque”.
“Hai la mia parola Alfredo.. in nomine croccantinus io manterrò il silenzio”.
“Sai, credo ci siano altri che parlino coi gatti. Stavo leggendo un brano tratto da un libro di Murakami, conosci?”
“No, non sono ancora arrivato al Novecento…”
“E’ forte come tipo.. ma… beh.. mi sono permesso di trascriverti il brano.. così lo leggi con comodo… tieni è in questo foglio…”
“Grazie Alfredo, ah al posto tuo io elimineri quel papillon rosso quando sei a casa.. sa troppo cicisbeo…”
“Credo tu abbia ragione.. ma qualcuno mi ha rubato la cravattina marrone pannocchia..”
“Non guardare me.. non guardare me….”
“Va bene non ti guardo.. ma.. aspetta.. prendi il foglio con il brano di Murakami….”
“Thank’s Sir…”
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Tratto da Kafka sulla spiaggia
di Murakami Haruki
- Buongiorno, – disse il vecchio.
Il gatto sollevò appena la testa, e a voce bassa, di malavoglia
ricambiò il saluto. Era un grosso gatto maschio nero, anziano.
- E’ una bella giornata, non è vero?
- Hmm, – fece il gatto.
- Non si vede nemmeno una nuvola.
- Per ora.
- Pensa che questo tempo non durerà?
- Verso sera si dovrebbe guastare. Si sente nell’aria, – disse il
gatto nero, allungando lentamente una zampa. Poi socchiuse gli occhi e
osservò di nuovo l’uomo in viso.
L’uomo guardava il gatto sorridendo amabile.
Il gatto esitò qualche istante, indeciso su come comportarsi. Poi,
rassegnato disse:
- Hmm… si direbbe che sai parlare.
- Sì, – rispose il vecchio timidamente, e in segno di rispetto si
tolse il suo logoro berretto di cotone di montagna. – Non è che possa
parlare sempre e con tutti i gatti, ma quando le cose vanno bene ci
riesco, come adesso.
- Hmm, – commentò laconico il gatto.
- Mi potrei sedere un pò li sopra, se non sono di disturbo? Nakata ha
camminato molto e adesso è stanco.
Il gatto nero si sollevò pigramente, fece vibrare alcune volte i
lunghi baffi, e si produsse in uno sbadiglio così grande da slogarsi
quasi la mascella. – Nessun disturbo. O meglio, se mi disturbi o no,
poco importa. Siediti pure dove ti pare, nessuno te lo può impedire.
- Grazie, grazie, – disse l’uomo, e si sedette accanto al gatto. -
Sa, è dalle sei di stamattina che cammino.
- Dì un pò… hai detto che ti chiami Nakata?
- Sissignore. Mi chiamo Nakata. E lei?
- Non mi ricordo, – rispose il gatto. – Avevo un nome, una volta, ma a
un certo punto non mi è servito più, e così alla fine l’ho
dimenticato.
- Sì. Le cose che non servono si dimenticano. Anche per Nakata è così,
- disse l’uomo, grattandosi la testa. – Quindi lei on vive con qualche
famiglia.
- Sono stato allevato in una famiglia, ma si tratta di molto tempo fa.
Adesso non più. Ci sono diverse famiglie che ogni tanto mi danno da
mangiare… ma non vivo con nessuno.
Nakata annuì, restò per un pò in silenzio, quindi riprese:
- Senta, le dispiacerebbe se la chiamassi signor Otsuka?
- Otsuka? – disse il gatto un pò stupito, guardando il faccia il suo
interlocutore. – Eh, come sarebbe? Perchè dovrei farmi chiamare
Otsuka?
- No, per nessuna ragione in particolare. A Nakata è venuto in mente
così, all’improvviso. Poichè senza un nome ho difficoltà a ricordare,
ho provato a dargliene uno a caso. Può essere di grande aiuto. Sapendo
il nome, anche uno stupido come Nakata può riordinare meglio le idee.
Ad esempio posso dire: il pomeriggio del tale giorno, in un terreno
incolto del quartiere di ***, secondo cho, ho incontrato il gatto nero
signor Otsuka. E’ molto più facile da ricordare.
- Hmm, – fece il gatt. – Non capisco bene. A noi gatti tutto questo
non serve. Ci bastano alcuni elementi come l’odore, la forma, e ce la
caviamo benissimo.
- Sì, anche Nakata lo capisce. Ma vede, signor Otsuka, gli esseri
umani sono fatti diversamente. Per ricordae le cose, abbiamo
assolutamente bisogno di dare, nomi e cose del genere.
Il gatto soffiò col naso.
- Mi sembra molto scomodo.
- Ha ragione. Il fatto di dovere ricordare tante cose è terribilmente
scomodo. Ad esempio dobbimo imparare il nome del governatore, i numeri
degli autobus. Ma a parte questo, non le dispiace se la chiamo Otsuka?
Non vorrei che le desse fastidio.
- Darmi fastidio… non è che faccio i salti di gioia, ma non direi
che mi dia particolarmente fastidio. Perciò, se ci tieni, pui anche
chiamarmi Ostuka. E’ solo che non mi sembra il mio nome.
- Non sa quando mi rendono felice queste sue parole. La ringrazio
infinitamente, signor Otsuka.
- Certo che tu, anche considerando ceh fai parte degli uomini, hai un
modo di parlare ben strano, – disse Otsuka.
- Sì, me lo dicono tutti. Ma Nakata sa parlare solo così. E’ il suo
modo di parlare normale. E’ perchè non sono intelligente. Non sono
stato sempre così, è che da bambino ho avuto un incidente, e da allora
sono diventato stupido. Non so nemmeno scrivere, e non so leggere i
libri e i giornali.
- Se è per questo anch’io, non è che me ne faccio un vanto, ma non so
scrivere – disse il gatto, e si leccò il cuscinetto sotto la zampa
destra. – Eppure ho un’intelligenza normale, e non ho mai avuto
problemi per questo.
- Certo, nel mondo dei gatti è senz’altro così, – disse Nakata. – Ma
nel mondo degli uomini on sapere scrivere, o non saper leggere i libri
e i giornali, equivale a essere stupidi. E’ così e basta. Il padre di
Nakata, che è morto tanto tempo fa, era un importante professore
universitario, specializzato in una cosa che si chiama “Teoria della
finanza”. Poi Nakata ha due fratelli più piccoli che sono tutti e due
molto intelligenti. Uno è capufficcio in una grande società. L’altro
lavora in un posto che si chiama “Ministero”. Vivono in case molto
grandi dove si mangia spesso l’anguilla. Nakata è l’unico stupido
della famiglia.
- Però sai parlare con i gatti.
- Sissignore, – disse Nakata.
- Ma nessuno sa parlare con i gatti, no?
- Nossignore.
- Quindi non si può dire che sei stupido.
- Sì, no, cioè, su questo punto Nakata non sa che dire. Però Nakata
sin da quando era bambino si è sempre sentito ripetere che era
stupido, quindi ha pensato che doveva davvero essere stupido. Non
riesco nemmeno a leggere i nomi delle stazioni, quindi non posso
comprare i biglietti e prendere la metropolitana. Però sugli autobus
municipali, se faccio vedere la mia tessera di invalido posso salire.
- Hmm, – fece Otsuka, senza troppo calore.
- Per chi non sa né leggere né scrivere, trovare lavoro è impossibile.
- E allora come fai per vivere?
- Ho il sussidio.
- Sussidio?
- E’ il governatore che mi dà i soldi. Io abito in un piccolo
appartamento a Nogata. E mangio tre volte al giorno.
- E’ una vita niente male… o almeno, così mi sembra.
- Sì, come lei dice, non è niente male, – disse Nakata. – Ho un riparo
dalla pioggia, e posso vivere comodamente. Poi a volte, come adesso,
qualcuno mi chiede di cercare dei gatti. Allora ricevo un piccolo
compenso. Ma questo lo tengo nascosto al governatore. Quindi per
favore non lo dica a nessuo. Se lui sapesse che ricevo del denaro in
più, forse mi toglierebbe il sussidio. Come ho già detto, è solo un
piccolo compenso, non è molto, ma mi permette di mangiare qualche
volta l’anguilla. A Nakata l’anguilla piace tanto.
- Anche a me piace parecchio. Ma l’ho mangiata solo una volta, molti
anni fa, e non ricordo più che sapore aveva.
- Ah, l’anguilla è veramente un cibo buonissimo, unico. Non assomiglia
a nient’altro. Nel mondo ci sono tante cose da mangiare, e in genee al
posto di una se ne può prendere una simile, ma l’anguilla, almeno per
quanto ne sa Nakata, non può essere sostituita con niente.
- Hai detto che cerchi i gatti? – chiese Otsuka.
- Sì. Cerco i gatti scomparsi. Visto che posso parlare un pò la vostra
lingua, andando in giro e raccogliendo informazioni, di solito riesco
a scoprire dove sono andati a finire. E siccome si è sparsa la voce
che sono bravo, mi viene chiesto spesso di trovare i gatti smarriti.
Tanto che ormai quasi ogni giorno sono occupato a cercarne qualcuno.
Però, poiché non mi piace allontanarmi troppo, ho deciso di cercare
gatti solo nel quartiere di Nakano. Altrimenti va a finire che mi
perdo io.
- Anche adesso stai cercando un gatto scomparso?- Sissignore, sto
cercando un gatto color tartaruga di un anno che si chiama Goma. Ecco
la foto-. Nakata tirò fuori dalla borsa di tela che portava a tracolla
una fotocopia a colori e la mostrò a Otsuka.
- E’ lui. Porta un collarino antipulci marrone.
Otsuka allungò il collo e guardò la foto. Quindi scosse la testa.
- No, questo tizio non l’ho mai visto. I gatti che bazzicano da queste
parti li conosco più o meno tutti, ma questo no. NOn l’ho mai visto nè
sentito.
- Ho capito.
- Ma è molto tempo che lo cerchi?
- Allora, vediamo.. uno, due… con oggi fanno tre giorni.
Otsuka restò per qualche istante a riflettere intensamente. Poi disse:
- Penso che lo saprai anche tu, ma i gatti sono animalli abitudinari.
Di solito hanno vite piuttosto regolari, e ameno che non si trovino in
particolari circostanze, non amano i grossi cambiamenti. Per
particolari circostanze intendo il sesso o gli incidenti.
- Sì, anche Nakata pensa che sia così.
- Se si tratta del sesso, dopo un pò si calmano e tornano a casa. Tu
sai che significa desiderio sessuale?
- Sì. Non ne ho un’esperienza personale, ma più o meno so a che cosa
si riferisce. Si tratta del pisellino, vero?
- Esatto, si tratta del pisellino, – rispose calmo Otsuka. – Ma se
capita un incidente, è difficile che tornino a casa.
- Sì, è proprio vero.
- E può anche succedere che spinti dal desiderio si ritrovino a
vagare in qualche posto lontano, e a un certo punto smarriscano la
strada.
- Sicuramente, se uscissi da Nakano avrei difficoltà a ritrovare la
casa.
- Anche a me è successo diverse volte. Naturalmente parlo di quando
ero molto più giovane, – disse Otsuka, socchiudendo gli occhi come se
ricordasse qualcosa. – Quando ci si accorge di avere perso la strada
di casa, si entra nel panico. Il desiderio sessuale è un bel guaio. Ma
in quel momento non si riesce proprio a pensare a nient’altro. Non ci
si preoccupa del dopo. Il desiderio sessuale è questo. Perciò,
tornando a quel gatto… come hai detto che si chiama?
- Parla di Goma?
- Sì. Anche io vorrei fare quello che posso per aiutarti a ritrovarlo.
Un gatto tartaruga di un anno, cresciuto in una casa tra mille
attenzioni, non sa niente del mondo. E’ incapace di sostenere un
litigio, e non sa procurarsi il cibo da solo. Mi fa pena. Ma purtroppo
questo gatto non l’ho mai visto. Penso che farai meglio a cercare da
qualche altra parte.
- Ho capito. Allora farò come lei mi suggerisce, e proverò a cercare
in un altro posto. Sono veramente spiacente di averla disturbata
durante il suo riposino. Comunque, siccome penso che ripasserò di qui,
se nel frattempo le capitasse di vederlo, la prego d dirlo a Nakata.
Spero di non essere inopportuno, ma mi permetta di offrirle un piccolo
pensiero in segno di gratitudine.
- No, lascia stare. Mi ha fatto piacere parlare con te. Quando
ripassi, fatti vedere. Se il tempo è buono, a quest’ora in genere sono
qui in questo spiazzo. Quando piove, mi trovi in quel santuario alla
fine della scalinata.
- Ho capito. Allora la ringrazio molto. Il piacere è stato mio, signor
Otsuka. Anche se Nakata sa parlare con i gatti, non succede mica con
tutti di poter chiacchierare così piacevolmente. Quando io attacco
discorso, a volte mi guardano con un’aria terribilmente sospettosa,
poi senza dire niente prendono e se ne vanno da un’altra parte. Eppure
io sono andato lì solo per salutarli.
- Sì, posso immaginarlo. Tra i gatti è come con gli esseri umani, se
ne trovano di tutti i tipi.
- Ha ragione. Anche Nakata la pensa così. Nel mondo ci sono tanti tipi
di persone, e tanti tipi di gatti.
- Otsuka stirò la schiena e alzò lo sguado verso il cielo. Il sole
diffondeva su quel terreno incolto la luce dorata del pomeriggio. Ma
nell’aria c’era un vago presagio di pioggia. Otsuka lo percepiva con
chiarezza.
- Quindi tu hai avuto questo incidente da bambino, e da allora sei
diventato un pò tonto. E’ così che hai detto, no?- Sissignore,
esattamente. E’ poprio quello che ho detto. Nakata ha avuto un
incidente quando aveva nove anni.
- Ma che razza di incidente hai avuto?
- E’ na cosa che non riesco in nessun modo a ricordare. A quanto mi
hanno detto, Nakata è stato colpito da una febbre di origine
sconosciuta e per tre settimane è rimasto senza conoscenza. Per quel
periodo sono stato in un letto d’ospedale,, con un ago attaccato al
braccio. Poi quando finalmente mi sono svegliato, avevo dimenticato
tutto quanto era successo fino ad allora. La faccia di mio padre, la
faccia di mia madre, come si scrive, come si fanno i calcoli, la casa
dove abitavamo, persino il mio nome: tutto dimenticato. La mia testa
si era completamente svuotata, come quando si toglie il tappo dalla
vasca da bagno. Mi hanno detto che prima dell’incidente Nakata era un
ragazzo intelligente, con ottimi voti a scuola. Ma un giorno è caduto
di colpo svenuto e quando si è svegliato era diventato stupido. Mia
madre ormai è morta da tanto tempo, ma per questa ragione ha pianto
molto. Non si rassegnava che fossi diventato stupido. Mio padre non
piangeva, era sempre arrabbiato.
- Però in compenso sei diventato capace di parlare coi gatti.
- Sissignore.
- Hmm.
- E un’altra cosa è che sono sempre stato sano, non mi sono mai
ammalato, nemmeno una volta. Non ho carie, e on ho bisogno di
occhiali.
- Per quanto posso giudicare io, a me non sembri mica stupido.
- Davvero? – Nakata inclinò un pò la testa perplesso. – Però vede,
signor Otsuka, Nakata ha già superato i sessant’anni. E quando uno ha
più di sessant’anni, ormai si è abituato al fatto di essere stupido, e
di essere evitato dagli altri. Si può vivere anche senza prendere il
treno. Da quando mio padre non c’è più, nessuno più mi picchia. E da
quando se n’è andata anchee mi amadre, nessuno piange. Perciò se a
questo punto tutt’a un tratto mi sento dire che non sono stupido,
provo un pò di imbarazzo. Se si scopre che non sono più stupido, il
governatore mi potrebbe togliere il sussidio, e forse non potrei più
salire sugli autobus col mio permesso speciale. Se il governatore mi
rimproverasse dicendo: Ehi, ma tu non sei mica stupido!, Nakata non
saprebbe cosa rispondere. Perciò a Nakata sembra che sarebbe meglio
rimanere stupido come è sempre stato.
- Quello che vogliio dire è che il tuo problema, secondo me, non sta
nel fatto che sei stupido, disse Otsuka, con un’espressione seria.
- Ah no?
- Il tuo problema, almeno secondo me, è che tu… sei un pò delicato.
Appena ti ho visto ho notato che la tua ombra sul terreno è densa
circa la metà delle persone normali.
- Sì.
- Io ho già visto una persona così una volta.
Nakata guardò Otsuka con la bocca leggermente aperta.
- Ha già visto un’altra persona così una volta, vuol dire un altro
essere umano come Nakata?
- Sì. Perciò quando hai cominciato a parlare non mi sono stupito più
di tanto.
- E quando è successo?
- Molto tempo fa, quando ero giovane. Ma non mi ricordo niente: né la
faccia, né il nome, né il posto, né l’ora. Come ho già detto, noi
gatti non abbiamo questo tipo di memoria.
- Sì.
- E anche nel caso di quell’uomo, sembrava che metà della sua ombra si
fosse persa da qualche aprte. Era chiara proprio come la tua.
- Sì.
- Perciò mi chiedo se tu, invece di andare in giro a ritrovare i gatti
smarriti, non faresti meglio a cercare seriamente l’altrà metà della
tua ombra.
Nakata tirò alcune volte la visiera del berretto che tenva in mano.
- A dire il vero anche Nakata l’aveva un pò sospettato. Che forse la
sua ombra era piuttosto debole. Gli altri non se ne accorgono, ma io
avevo questa impressione.
- Ah, se è così tanto meglio, – disse il gatto.
- Però, come ho già detto, Nakata ormai ha una certa età, e tra non
molto dovrà morire. Mia madre è morta, e mio padre anche. Che uno sia
stupido o intelligente, che sappia scrivere o meno, che abbia un’ombra
intera oppure no, tutti, quando arriva il momento, dobbiamo morire.
Morire ed essere cremati. E quando si diventa cenere, si va nella
tomba di Karasuyama. Karasuyama si trova nel quartiere di Setagaya.
Però forse quando sarò nella tomba di Karasuyama non penserò più a
niente. E se non penserò, non mi preoccuperò più. Perciò Nakata può
accontentarsi di restare così com’è, no? E poi, se gli è possibile,
Nakata finchè sarà in vita non vorrebbe uscire dal quartiere di
Nakano. Dopo morto, lo so, mi toccherà andare a Karasuyama, ma per
quello non posso farci nulla.
- Naturalmente, sei libero di pensarla come credi, – disse Otsuka. Poi
di nuovo si leccò svelto il cuscinetto su una zampa. – Ma forse al
fatto dell’ombra faresti meglio a rifletterci su. Anche l’ombra, può
darsi che si vergogni un pò. Se io fossi un’ombra, non mi piacerebbe
restare a metà.
- Sì, – disse Nakata. – è vero. Forse ha ragione. A questo non avevo
mai pensato. Tornato a casa, ci rifletterò sopra.
- Sì, vale la pena pensarci.
I due restarono per un pò in silenzio. Poi Nakata si alzò dolcemente e
si spazzò con cura dai pantaloni ii fili d’erba che vi erano rimasti
attaccati. Si rimise il berretto sgualcit. Lo aggiustò fino a che non
ebbe trovato la giusta angolazione per la visiera. Rimise a tracolla
la sua borsa di tela.
- La ringrazio moltissimo. La sua opinione è stata per me veramente
preziosa. Stia bene: le auguro tutto il meglio.
- Anche a te, amico.
Dopo un pò che Nakata andò via, Otsuka tornò a stendersi sull’erba e
chiuse gli occhi. Ci voleva ancora un pò di tempo prima che il cielo
si oscurasse e cominciasse a piovere. Senza pensare a nulla, scivolò
in un breve sonno.
Di poche parole?… di Ciro Campajola
by Duncan on gen.16, 2012, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana, Simbolo
Questa non è una poesia.. è un inno… un Manifesto.
Se in tutta la sua vita, Ciro Campajola avesse scritto solo questa “cosa” e non avesse fatto nient’altro.. non dico scrivere.. proprio NIENTE altro… e avesse passato tuti i suoi giorni in una stanza di plastica.. basterebbe questa “cosa”.. per garantirti migliaia di anni nell’Utero della Gloria… semplicemente Grandiosa…
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Non è tanto quando tocca a te
allora
specie se la partita non ti interessa
ti giochi solo la carta necessaria a sfangarla
è quando “sta a te”
è quello il momento in cui ti metti in gioco
che scopri la tua carta
quella per te vincente
e che lo sia oppure no
non è importante
importa a te
è solo allora che saprai chi sei
quando quella carta segnerà le tue prossime partite
eliminandone qualcuna
aggiungendone qualcun’altra
quando quel che sarà
ti sarà stato dato
non solo dalle regole di un assurdo gioco
ma
per quel che hai potuto
anche da te stesso
Non è senno di poi
non bisogna aspettare per scoprirlo
lo senti da subito
è un istinto naturale come fosse un peccato originario
è qualcosa che hai dentro
è la tua natura a suggerirti le carte di volta in volta
non la tua ragione
è lei che ti porta sin dalla prima partita
a ripetere tante volte la giocata che sai non vincerà
una puntata incoscientemente cosciente di perdere
liberamente perdente
una giocata fatta pur di sedere ad altri tavoli
dove di vincere non te ne frega un cazzo
tavoli dove ti basta starci
esiliato tra gli esiliati da ogni ingranaggio
e con un buon bicchiere tra le mani
ascoltare rapito storie di chi ci sta seduto
facendone sbornia e tesoro insieme
sentirti ricco ed ebbro
e poi andare avanti così tutta la notte
a perdifiato
col cuore in gola
sudando
sentendoti
giocando
magari perfino a carte
ma giocando
non gareggiando
di gareggiare non te ne frega un cazzo
e poi magari accorgerti
che l’ultimo avventore rimasto in sala
è un’avventrice
avvicinarti istintivo al suo tavolo
mentre lo straccio già lucida il pavimento
stanco e frettoloso di riposo
e con calma
sederti e non chiederle niente
in attesa forse di qualcosa
e se qualcosa sarà
non dovrai aspettare molto per saperlo
ve lo ricorderà lo straccio ormai ridotto uno straccio
supplicante di una tregua nella quotidiana fatica del vivere
poi nel momento stesso in cui la notte diventa alba
e la serranda si abbassa sull’attimo precedente
da sapere non ci sarà più niente
è solo il momento successivo di mille momenti prima
e voi non siete lì per caso
non è orario né luogo per incontri casuali
se siete lì
è perché ci siete arrivati con le vostre occasioni
per come le avete guidate
sapete già tutto senza sapere niente
non c’è bisogno di presentazioni
dovete solo scoprire se diventerete voi stessi
un’occasione tra le vostre occasioni
Tutto sta
al valore che dai tu a quella carta
e a quanto ne dai alla posta in palio
se ne dai più a quella partita
o alla tua partita
se preferisci alzarti alla pari da quel tavolo
non affannarti troppo
non sudare
rinunciare al piatto che avresti voluto
alla “tua”vittoria
e assicurarti il meglio possibile
e i capelli bianchi
oppure andare avanti
sempre e comunque
e sempre e comunque fino al cuore di ogni cosa
non fare delle mezze misure una tua misura
mai
e fin tanto che sei vivo
di qualsiasi colore avrai i capelli
non lasciarci mai il tuo sangue a quel cazzo di tavolo
giocartelo prima nel caso
e fino all’ultima goccia
perderlo ma non disperderlo
non a quel tavolo
non è il quello tuo tavolo
e quello è tuo il sangue
se vuoi avvelenarlo sai benissimo come fare
basta rivolgerti ad altri giocatori della stessa partita
E’ così che ti conosci
non necessariamente conoscendo
la conoscenza è relativa se tu non ci “Credi”
è andando avanti a tentoni e tentativi
assaggiandoti
prendendoti anche a morsi se è necessario
non lasciandoti mai in pace
semmai intralceranno il tuo vivere
non lasciandoti mai in pace
se mai ti lasceranno in pace
è così che ti fai largo in questa vita
“quando sta a te”
facendo di volta in volta
quanto più vuoto è possibile intorno al tuo vivere
eliminando tutto quel casino
che di vuoto ne è già troppo pieno
e serve solo a incasinarti ancora di più
fino a ridurti a un ibrido addomesticato
Cazzo quando veniamo al mondo
è la prima cosa che dovrebbero insegnarci
e invece anche questo scoprirai
solo quando starà a te incassarlo
e molto dipenderà dal come saprai incassarlo
ma in seguito
comunque lo avrai fatto
ti tornerà utile
sarà un vantaggio nel setacciarti il vivere
e nel modo di incassare per vivertelo
sarai come un pazzo cercatore d’oro anche in piena merda
in pieno fango
nel pieno di qualunque altra cosa
ma sempre in pieno
non sei da mezze misure
o magari nel pieno di una pozza di sangue avvelenato di tuo
nuotando contro corrente e contro probabilità
e aggiungendo a quella fottuta pozza
anche il sale delle tue lacrime e del tuo sudore
ma senza mai smettere di cercare il tuo oro
senza mai smettere di crederci
sempre più convinto e cosciente del tuo cammino
a dispetto di quel che il tuo cammino può “sembrare”
Sembrare e vivere sono due cose diverse
ma sembra che a ricordarlo siano in pochi
e intendo
in pochi tra i pochi
quindi sta a te
consentirti o no
di vivere quel che ti fa sentire vivo
fregandotene se al mondo non piace
perché nel frattempo avrai scoperto
che il mondo
civilmente
se ne frega di quel che ti piace
che il mondo
civilmente
se ne frega del piacere in genere
preferisce ottenere piuttosto che godere
e perché anche tu
in fondo te ne freghi di trovarlo quell’oro
a te basta Crederci
è questa la differenza tra te e quelli civili
tu vuoi solo cercarlo quell’oro
battere i tuoi sentieri
evitando intralci
burocrazie
ipocrisie
posti di blocco
multe da pagare
e altre rotture di cazzo
Come vivere tra Sodoma e Gomorra
la repubblica di Salò
e quella schifosamente attuale
ed essere sempre stato multato
perché beccato a scopare dietro un’ aiuola
colpevole di calpestare i giardinetti e disturbare i vicini
urlando amore a squarciagola
eccola la civiltà:
bandire ogni naturale forma di umanità
in nome di qualunque immoralità
purché serva
ed è questa forse la carta che io
in questa civiltà
mi son sempre giocato
gridare disturbando i vicini
pagare multe pur di urlare i miei orgasmi
il mio amore
puro o profano che sia stato
ed è
convinto più che mai
che l’amore profano
è soltanto un vecchio scherzo da preti
Il “quando sta a te”
viene fuori in momenti estremi
dove anche tutto l’oro del mondo
non serve più
perché di più non c’è niente più
ma non è così
lo sembra
lo sembra perché sentiamo troppo
ma ascoltiamo poco
vediamo troppo
ma osserviamo poco
ci piace distrarci
a volte ci conviene
altre siamo incapaci
ma al momento estremo
spesso
ci accompagniamo noi stessi
e questo non ci piace ricordarlo
Il quando sta a te
te lo giochi ogni volta che ti schieri
o dalla parte del naturale
della grazia
del semplice
del rispetto a dispetto del sopruso
del sorriso a cospetto del ghigno
dell’umiltà in faccia all’arroganza
del significato sincero del “buongiorno”
del grazie se hai avuto cortesia
e del prego se ne hai data
insomma
del “niente di chissà che”
semplicemente del normale
del notare il bisogno in occhi troppo dignitosi per chiedere
e farne istintivo un tuo dovere ascoltare
nient’altro servirebbe alle civiltà di turno
Oppure adeguarti all’inciviltà
solo perché ti dicono che è la “civiltà”
calpestando in nome di questa l’umanità
la dignità invece che i giardinetti
l’andare naturale delle cose
la gentilezza
l’armonia
calpestando il sorriso e il pianto
senza una spalla disponibile
sempre da solo
non un orecchio che ascolti
non senza delegare altre orecchie
che poi a loro volta delegano
e l’amico ti manda da chi di dovere
e chi di dovere ti da l’indirizzo esatto
da chi di dovere andare
e tutti saranno giudici
e se avranno camici bianchi
ti delegheranno in camere con pareti e letti bianchi
e se avranno camici neri
ti delegheranno in camere con sbarre e camicie grigie
e in quelle stanze tu vorresti solo delegarti a Dio
ma non puoi
sei già all’inferno
Eccola la civiltà
vietare il sesso sotto le stelle
ma permettere quello malato e nascosto
sporcare l’amore
impedire i giorni a modo tuo
se non entri nei suoi
giorni affidati soltanto alla tua buona stella
e alla tua costanza nel coltivarli ogni mattino
senza bisogno d’altro
senza bisogno della civiltà
quei giorni che alla somma totale
basterebbero a avanzerebbero
per sentirti in pari almeno quella volta
perché è solo quella la volta
che vuoi sentirti in pari
non un minuto prima
un minuto prima vuoi ancora giocare
Ma la somma dei tuoi giorni
non dà il giusto peso ai giorni
bara
in questa civiltà di giusto
non c’è rimasto un cazzo di niente
tanto meno il peso
la bilancia è tarata
certi pesi non hanno peso nel vuoto
tutto è a vantaggio dell’inciviltà
neanche i “tecnici” sanno farli questi conti
pare che ciò che sia umanamente possibile fare
sia diventata la cosa più difficile da fare
E allora sta ancora a te
o arrivi a morire per vivere
o tanto vale morire
e chiederai con vergogna a Signora Vita
di spalancarti le cosce per far scempio della sua natura
di amarla così
contro natura
non è così che avresti voluto
ma è l’unico modo che hai trovato per entrare in lei
per vivere vivendola
l’unico modo in cui riesci a vivere
orgasmo comunque e vaffanculo
e allora punti il peggio a quel fottuto tavolo
perché se il piatto non offre nulla
tu preferisci il peggio al nulla
non puoi farci un cazzo
è un dato di fatto
nel mio caso un dato di fatto
in uno che si è fatto e ha già dato
Come Roberto
anche lui si era fatto e aveva già dato
o almeno così credeva
e noi più di lui
lo incontrai in quelle strade nuove
che ci portarono sulla strada di Kerouac
e di mille altre nuove letture
di musica nuova
di volti nuovi e diversi da tutti gli altri
di voci nuove
discorsi nuovi
lo incontrai quando ancora ci facevamo di tutto
tranne che di droga
a lui piaceva Hemingway
amava la sfida nei suoi versi
e gli piacevano il rock
soprattutto quello duro
e le donne
soprattutto quasi tutte
e poi dopo un po’ gli piacquero anche le droghe
soprattutto l’eroina
ma proprio a lei un giorno disse basta
Tra di noi fu il primo a farlo
noi non capimmo
dell’eroina conoscevamo solo il lato migliore
e pensavamo ancora che ne valesse il prezzo
non potevamo immaginare il conto finale
andammo avanti a farci
lui andò per la sua strada
Quindici anni dopo quel giorno
lui aveva un lavoro una donna e dei figli
aveva una nuova vita
ma sempre quel dannato pezzo mancante del mosaico
quel vuoto che non a caso cerchi di riempire in tutti i modi
un vuoto pesante come una spada di Damocle
Erano passati quindici anni
quindici anni sono un vita in certi casi
non nel suo
quel mattino l’eroina era arrapata
sedurre lui
suo vecchio amante
fu un gioco da ragazzi per lei
vecchia troia
Si infilò nelle vesti di un amico vicino di casa
tossico e disperato come lo era stato Roberto
e gli chiese aiuto per bucarsi
non riusciva a trovare una vena
erano quasi tutte bruciate
fu così che lo sedusse
le bastò mostrarsi
farsi annusare
Un unico amplesso
come ai vecchi tempi
morì con la siringa ancora nel braccio
nel cesso del suo posto di lavoro
erano passati quindici anni
quindici
stramaledetti anni
E allora conoscerai anche il prezzo dell’amore contro natura
e a sostenerti avrai soltanto le tue letture
la tua musica
l’umanità avrà altro da fare
e la civiltà sarà schierata con il prezzo
così Bukowski ti dirà che i belli non ce la fanno
ma che non invecchieranno mai giocando a dama nel parco
resteranno belli lasciando i brutti alla loro brutta vita
ed Hemingway ti ricorderà
che se hai paura della morte non potrai mai vivere
perché nei momenti di vera passione
la dimentichi la paura
come quando fai l’amore con una vera meraviglia di donna
e non c’è spazio per nient’altro in quel momento
perché l’amore totale crea una tregua con la paura
perché la paura deriva dal non amare
perché è la paura di amare che rende vigliacchi
e un uomo vero e coraggioso
è capace di guardare diritto negli occhi la morte
perché ama con sufficiente passione
da spazzare via anche la paura della morte
che poi ritornerà
e tu dovrai rifare l’amore
e dovrai rifarlo bene
con la stessa passione di sempre
e ti sembrerà assurdo che tra miliardi di persone
le uniche che ti parlano e che ti ascoltano
sono persone morte da un pezzo
morte di troppa vita
o per troppa vita
disposte a morire in qualunque momento
Allora il tuo rock incendiario
comincerà a sfumare in note blu
e il blues diventerà tua musica e vita
tua personale colonna sonora
e a ogni dolore seguirà un risveglio in te
e a ogni risveglio
avrai una cicatrice in più
ma sarai un po’ più vivo
meno accomodante
più combattivo
e continuerai per i tuo sentieri senza battere ciglio
ti fidi sempre più dei Grandi e meno dei civili
ti senti solo tra questi civili
e da solo è difficile trovarti
Scoprirai che i Grandi non sempre nascono Grandi
e non sempre arrivano a diventarlo
ma non per questo saranno meno Grandi
e scoprirai che a volte diventarlo
può toglierti la grandezza
scoprirai che non c’è poi molta differenza
tra l’Hemingway che hai letto
e certe persone che hai incontrato
troverai i Grandi nei posti più assurdi
nella puttana che ti raccatta per strada e ti rimbocca le coperte
col suo volto sfacciato e provocante
dove tu vedrai riflesso il volto immacolato di tua madre
o nel barbone nel tuo stesso posto
nella tua stessa notte
mentre tu aspetti infreddolito la tua dose
e lui ti invita a riscaldarti al suo fuoco e al suo vino
senza chiederti niente
e senza dirti niente
e a te sembrerà di ascoltare lo stesso coraggio
muto e forte
che tante volte hai ascoltato nei tuoi vecchi libri
e allora quell’uomo
lo metterai accanto a Hemingway sullo scaffale della tua memoria
e imparerai a vivere due vite in una sola
come un equilibrista su due fili
uno sotto e l’altro sopra di te
quello dove ti tocca vivere
una lama sotto i piedi
che ti permette il passo nel ghiaccio
ma ti squarcia ogni passo
e quello che ti fa vivere
il mondo che popola la tua mente
il tuo pensare
il tuo vivere
la tua pelle dalla quale non puoi fuggire
e così anche tu ti servirai del “sembrare”
ma lo userai per essere
una buona sfangata
imparerai a sembrare di esserci quando non ci sei
e ad esserci quando non sembra
da una parte avrai la civiltà da evadere
e da un’altra il tuo mondo per poterlo fare
E dovranno passare ancora miliardi di aghi nella tua carne
e miliardi di prezzi dovranno bruciare
e poi andare in cenere
prima di gettare quella siringa
dovrai arrivare come sempre al cuore
anche della morte
all’ultima goccia di sangue
e starà di nuovo sempre e solo a te
riacciuffare la vita con quell’ultima goccia rimasta
dovrai morire per tornare a vivere
le mezze misure non sono la tua misura
ma se vincerai quella partita
dopo conoscerai una strada in più per cercare il tuo oro
saprai che non è quella percorsa fino ad allora
però anche quella ti servirà nella tua strada
e sarai ancora lì
in piedi
stanco e confuso più che mai
ma ancora in cerca del prossimo rigo
E armato d’alcol e sigarette
fronteggerai l’ ennesima notte
con spalle appesantite guardate a vista
da musica stanca di ripetersi per niente
ed è allora che nel tuo blues
entrerà discreta la tromba di Chet Baker
e ti alleggerirà da tanto peso
e nel tuo sangue
arriverà calda la voce di Billie Holiday
e ti scalderà da tanto freddo
ed è proprio quello che ci voleva
e la musica lo sapeva
perché come tutto il resto
anche la musica che scorre nel tuo sangue
l’hai setacciata tu
l’hai coltivata tu
e la musica arriva sempre al momento giusto
nel posto giusto
E come un gatto domestico
in cerca di rischi per le tue abitudini
ti sentirai niente
ma non ti sembrerà attorno ci sia di più
un ampio zero con tanti posti a sedere
e con tanti altri già occupati
e cercando il prossimo rigo
abbasserai gli occhi e alzerai il bicchiere
una disperata ricerca di un qualsiasi ancora
e il prossimo rigo è già scritto
ma è il più difficile da scrivere
e tu sei ancora lì
ancora in piedi
e sei quello che sei
e potresti essere il risultato di ieri
se solo
non lo fossi stato già l’altro ieri
se non lo fossi sempre stato
Allora cambi arredamento
tieni l’essenziale
riempi il bicchiere
accendi una sigaretta
e chiedi alla musica un ulteriore sforzo
e lei per te lo farà
ti darà altro carburante
e tu ripartirai
senza nemmeno più sapere se quello che cerchi è oro
ripartirai in cerca di un segreto
e incontrerai altri Grandi
e spierai i loro segreti
e conoscerai un bambino coi capelli bianchi
e tante storie alle spalle
un bambino entrato in carcere con i capelli ancora neri
e tante storie ad aspettarlo
un bambino con tanta fame e nessuna scelta
Un bambino diventato uomo in quell’assurdo posto
e sfidando anche l’assurdo
trovando anche una coscienza nell’assurdo
una coscienza che non sapeva di avere
che ha scoperto nelle tue stesse letture
anche lui
come te
si è aggrappato a quei libri per evadere
una coscienza che cambierà la sua vita da detenuto
che non lo farà più sottostare a nessun sopruso
e che per questo
lo porterà dal carcere a un letto di contenzione
ma lo aiuterà a sopportare anche quel letto
quella coscienza
che quando poi tornerà in libertà
lo farà restare bambino
lo renderà un uomo libero
per sempre
E tu lo incontrerai in una notte assurda
dentro un bar di un paese assurdo
mentre scrive i suoi pensieri su un foglio di carta
e a te sembreranno immortali
e ancora più vivi
perché impreziositi da decine di errori grammaticali
e allora scoprirai un altro segreto
E scoprirai che il segreto dei grandi
è non sapere di esserlo
è fare i conti con le proprie insicurezze
le proprie sconfitte
insoddisfazioni
con un quotidiano da sempre ostile
cercando ancora di capire
Il segreto dei grandi è specchiarsi al mattino
e trovarsi un segno in più sul viso
la stanchezza di una ruga
e poterla attribuire alla fierezza dello sguardo
giovane
indomito
proteso oltre le ferite
Il segreto dei grandi è nel dare senza accorgersene
è sostituire con una poesia una vecchia bandiera
bisognosi comunque di un’arma
perché quella bandiera non diventi bianca
Il segreto dei grandi è nascosto nella semplicità
tenuta in vita da un’innata ingenuità
i grandi non sono mai furbi
e difficilmente vincono
e di vincere non gliene frega un cazzo
i grandi provano
credono
osano
dal primo all’ultimo giorno
e l’ultimo giorno saranno impegnati
e il giorno dopo sicuramente ricordati
Il segreto dei grandi
è di non conoscere paroloni
quelli rompono solo i coglioni
i grandi siedono al tavolo con te
e magari ascoltano
ancora ascoltano
e dopo a fine serata
quando ti alzi e paghi le tue birre
ti rendi conto che per quello che hai preso
non hai pagato un cazzo
E finalmente capirai
che per quanto a volte il posto più comodo
può sembrarti un cappio da cui penzolare
e il bandolo della matassa è sempre più lontano
tu
se vuoi
puoi ritrovarti sempre
sta a te
Ora sai che certe facce
possono ucciderti solo guardandoti in faccia
e che puoi trovarle dietro una scrivania
dietro una famiglia
o magari dietro una pistola
che gli basta un ruolo per sentirsi uomini
ma sai anche che sono maschere
maschere addomesticate da secoli mandati giù a memoria
sai che per quanto possano scopare
mangiare e guardare il mare
saranno sempre frigidi nell’amare
il loro amare è compreso nella parte
Sai che è difficile accettarlo
ma sai anche che è proprio allora
quando ti guarderanno troppo da vicino
e ti daranno la nausea
che il tuo desiderio di vita
diventa più forte di tutti loro messi insieme
ed quello è il tuo momento
la tua vita
quella che loro non potranno mai capire
né sapranno mai vivere
la vita che tu non vorresti mai perdere
E’ il momento che non potranno mai toglierti
è la tua vittoria
sai che per quanto tutto possa sembrarti senza senso
non rinunceresti mai a passare le mani sul viso di una donna
fosse anche di una sola
anche per una volta sola
a respirarle la pelle
e sentirla scivolare come verità sotto le dita
senza intoppi
e sai che ogni volta che la bacerai quel mondo resterà fuori
Sai
anzi hai imparato
che vale sempre la pena aspettare il domani
che qualche momento incontaminato si trova sempre
basta cercarlo
sta sempre e ancora a te
ogni volta
e allora non avrai regalato i tuoi momenti
a maschere che non potranno capire
E magari ricorderai di essere sempre passato
per uno di poche parole
e rileggendoti ora forse capirai perché
parli poco
ma scrivi troppo cazzo
no
le mezze misure
decisamente non sono la tua misura.
c.campajola
Contingenza annunciata.. di Giovanni Arcuri (carcere di Rebibbia)
by Duncan on gen.16, 2012, under Resistenza umana, Simbolo

Giovanni Arcuri è detenuto a Rebibbia da dieci anni. Ha 54 anni, è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati.
Contingenza Annunciata è un testo bellissimo, che ripercorre il suo percorso, dalla gioventù incontenibile e ribelle, che lo porteranno ad un eccesso che pagherà a caro prezzo in dolorosi anni di carcere, dove anche scoprirà la passione per la scrittura.
Non è una biografia, non racconta passaggi dettagliati, ma esprime il senso di una insofferenza diventata brama, desiderio di oltrepassamnto, e poi vertigine, e poi cadute, e poi risalita, e volontà di riscatto. In poche pagine si imprimono pennellate essenziali. Giovanni fin da piccolo sentiva il cappio di una vita “da buon borghese” programmata in ogni dettaglio. Volle ribellarsi a quel destino, lasciandosi trasportare dalla brama di vita, viaggi, ed esperienze. Volere andare oltre un binario già tracciato è nobile, ma Giovanni incespicò nel commercio di droga, e in una vita “di successo”, ma che lo sradicava da sè. Una vita anche avventurosa, ma troppo compromessa con mondi tossici. Cadendo conobbe dure sofferenze, ma esse non sono nulla rispetto al dolore che più lo ha tormentato e lo tormenta. Quello di avere fatto soffrire le persone care.. genitori, compagna, figlia.
La botta del carcere lo porterà a scavarsi dentro, a lavorare drasticamente su di sé, a studiare e scrivere per sopravvivere.. in un cammino arduo ma liberatorio di dignità e ricostruzione, sulla corda tesa di una rinnovata tensione morale.
Questo testo è anche un canto della scrittura, un omaggio allo scrivere, non parole retoriche, ma incarnato delle stesse spinte che animano chi scrive, Giovanni appunto. Il carcere è diventato il luogo della sua scrittura. Due libri pubblicati.. un terzo che aspetta di esserlo. La notte, quando il sipario si apre, ed entra una gloriosa, tormentata, dolce, straziata e appassionante magia. Che può conoscere solo chi, almeno una volta nella vita si è cimentato nel foglio bianco, mentre muri, freddo e rabbia lo cingevano d’assedio. E in quel foglio cercava di fare vivere la speranza e la memoria, mentre tutto intorno i passi sembrano celebrare la disperazione.
Ed alcuni momenti vengono scolpiti.. violenti come il miglior cinema. Quando l’araldo, ad esempio -colui che apre la busta della lettera davanti ai detenuti- si trasforma in un demone. E sente il godimento sadico di assaporare tutto il caleidoscopio vorticoso di emozioni che percuotono Giovanni, mentre la mente si accalca coi pensieri intorno a quel pezzo di carta. Chi è che lo invia? Cosa c’è scritto? Forse potrebbe esssere..ecc… E l’araldo gode, dinanzi al volto posseduto dell’emozione del detenuto, di un briciolo di potere sull’anima, prima di riprendere il suo cammino.
Realtà, sogni, incubi e speranze si michiano – con un andamento soffuso e tagliente insieme- in questo grandioso pezzo, degno della migliore letteratura.
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CONTINGENZA ANNUNCIATA
Rumore di chiavi, un tintinnio incessante che è la caratteristica principale del lavoro svolto dagli agenti di custodia.
Il cancello che sbatte, passi che danno il segnale inconfondibile dell’arrivo dell’assistente, anticamente chiamato secondino.
Rumori che rimbombano nella mia cella satura di pensieri.
Tra pochi giorni si compiranno dieci anni di permanenza in questo luogo. L’11 settembre furono abbattute le torri gemelle dalla furia omicida fondamentalista e dopo nove giorni i miei sbagli risalenti ai primi anni ’90, fecero sì che la mia vita, e di conseguenza quella dei miei cari, piombasse nel baratro. Purtroppo si arriva a metabolizzare gli errori solamente dopo averci sbattuto la testa, dopo che l’inevitabile è ormai accaduto. Ho lasciato senza la mia presenza una figlia di soli sette anni e una compagna fedele e di sani principi. Senza contare il dolore dei miei anziani genitori e dei miei due fratelli completamente estranei a questo tipo di cose.
Condannato per traffico di stupefacenti, nel caso di specie cocaina, alla pena di anni venti, meno tre da scontare per l’indulto, per un totale da espiare di anni diciassette. Così enunciava la sentenza della Corte di Appello di Roma che la Cassazione confermò. Per mio padre, avvocato in pensione, e mia madre medico legale, il colpo fu durissimo. Avevano sperato una vita diversa per il loro primogenito.
Fin da giovanissimo ero molto attratto dai viaggi e dal conoscere altre culture e modi di vita. Ricordo che fin da piccolo quando c’erano dei documentari riguardo paesi lontani li preferivo ai cartoni animati. Volevo sapere cosa succedeva altrove, vedevo la televisione e guardavo le riviste di viaggi in paesi lontani ed esotici.
Questo interesse cominciò a modellare la mia personalità fin da giovanissimo.
Sentivo dentro di me che il bisogno di conoscere altre situazione ed altri paesi stava maturando sempre di più. Il mio non era un atteggiamento derivante dalla voglia di dimostrare a tutti i costi d’essere diverso dagli altri o di rigetto verso una vita normale; era la ricerca di qualcosa che non esisteva nel mondo che mi circondava.
Le situazioni che interessavano i ragazzi della mia età non lo erano per me nella stessa misura. La cosiddetta pappa pronta che molti invidiavano, era per me sinonimo di costrizione, d’universo chiuso. Lo studio avviato da mio padre che mi aspettava dopo la laurea, le amicizie del jet set con le loro manie e le loro ipocrisie e tutto quello che faceva da contorno non facevano per me. Forse proprio da lì è cominciato il tutto, la voglia di costruire qualcosa solo ed esclusivamente per conto mio e conoscere il mondo e la vita lontano da tutto.
Compresi poco a poco che avevo bisogno di altri spazi e altri modi per realizzare il mio io affamato di vita. Viaggiai molto e mi trasferii a soli ventidue anni negli Stati Uniti dove vissi per alcuni anni lavorando nel campo dei preziosi. Alla fine degli anni ottanta accolsi la proposta di un mio cliente venezuelano che mi propose di entrare in società di un casinò nell’isola di Maragarita. Mi trasferii quindi nei Caraibi, dove rimasi fino a pochi mesi prima del mio arresto.
Purtroppo quando si è in giro per il mondo ci sono situazione che si prestano a farci conoscere molte persone, più o meno oneste.
Capita ad un certo punto che si ha necessità di sopravvivere non volendo chiedere aiuto ai propri famigliari che si è lasciati sbattendo la porta. Un po’ per orgoglio, un po’ per dimostrare di essere in condizione di sopravvivere senza aiuti, alla fine si fanno delle scelte sbagliate, si utilizzano determinate relazioni per trarne profitti.
Questo atteggiamento “indisciplinato” -dico così perché solo ora mi rendo conto quanto i miei comportamenti fossero sciagurati- mi ha portato a commettere reati senza che mi rendessi conto inizialmente della loro esatta gravità. Vivevo in un mondo dove non esistevano valori veri ma solo il denaro e il successo. Era una vita sulla cresta dell’onda ed il mondo sottostante dei comuni mortali lo vedevano lontano anni luce dalla nostra dimensione.
Il dolore che provo oggi non è assolutamente di circostanza, ma è il derivato di un profondo esame di coscienza. Iniziai quasi per gioco, ma ora sto pagando a caro prezzo queste scelte sconsiderate.
Il danno causato alla società per avere favorito la vendita dello stupefacente denominato cocaina è oggi per me ragione di profonda amarezza. I giovani d’oggi purtroppo non si rendono conto del male che fanno assumendo questo tipo di sostanza che distrugge i neuroni e crea drammi inimmaginabili. Quando mi dedicavo a fare da intermediario per questo genere di transazioni non me ne rendevo conto e me ne rammarico, ma orma è inutile piangere sul latte versato.
Se la felicità esiste è forse nel raggiungimento di un equilibrio.
Una volta compresi e metabolizzati gli errori commessi bisognerebbe fare tesoro di questa consapevolezza e trovare piacere dalle cose della vita, avere coraggio, anche nei momenti difficili, sapendosi adattare alle circostanze. Ricostruire la propria vita su questi presupposti.
Questo è l’atteggiamento da tenere. Per questo oggi devo andare avanti per la mia strada facendo tesoro delle esperienze vissute, essendo sempre aperto a migliorarmi, con umiltà. Ogni sera bisognerebbe fare un esame di coscienza. Potere capire se si è fatto bene o si è fatto male. In fondo siamo i migliori giudici di noi stessi.
E’ questo quello che conta veramente, non il denaro che si ha o non si ha in banca.
Oggi tutto questo mi è chiaro, ma il prezzo da pagare è stato altissimo.
Il tempo è un lusso, come l’amore. E’ difficile comprenderlo. Si ha sempre così meno tempo per stare con le persone che c’interessano, con le persone che amiamo. Sono dovuto scendere nell’abisso carcerario per comprendere tutto questo. Chi l’avrebbe detto? Coltivare amicizie, dedicarsi a ciò che ci piace, sentire una buona musica, un viaggio… Questi dovrebbero essere i parametri del buon vivere. Come moltissimi miei simili ero preso invece da questo stressante e snervante sistema consumistico che tende ad allontanarci gli uni dagli altri, a farci indossare maschere che non ci appartengono, polverizzando i rapporti veri nella corsa al benessere a tutti i costi. Ho incontrato persone d’ambienti tra i più disparati: tra i miliardari e gli abitanti di rancho o favelas, tra il brillante ma effimero mondo del jet set internazionale e quello dei contrabbandieri che atterravano di nascosto nella giungla su piste occasionali. Ho camminato fianco a fianco con individui degni dei migliori romanzi di Ken Follet o di Ludlum, sopportando le loro menzogne e i loro giochi di potere.
Ho letto negli occhi di molti bambini latino-americani e mediorientali, l’impossibilità di avere un’esistenza normale come tanti loro coetanei in altre parti del mondo.
Senza futuro, fra tragedie, ignoranza, guerre e morte…
Sono stato coinvolto, non lo nego, da ambizioni di denaro e di potere, quando ero così giovane da non comprendere cosa realmente era giusto o cosa non lo era, abbagliato dalle luci del successo. Ho conosciuto la virtù e la depravazione, ho camminato con santi e dannati, ma o potuto analizzare l’essere umano in tutte le sue forme e nelle situazioni più incredibili. Nel cammino della ricerca ho fatto delle scelte. Un essere umano nella vita dovrebbe fare quello che più corrisponde ai suoi bisogni, al suo stare bene con se stesso; parlo di ambiente di lavoro, luogo o paese di dimora, rapporti umani, ecc. Io ho scelto un cammino sbagliato.
Per non accettare a capo chino situazioni di vita piatta, da giovanissimo intrapresi una strada fatta di avventura, di rischio che purtroppo ha portato, dopo molti anni, delle conseguenze gravissime. C’è il dolore causato alle persone care per questa detenzione in cui indirettamente sono state risucchiate da un meccanismo a loro estraneo e lontano anni luce dal loro modo di vivere. Le mie scelte non dovevano coinvolgere indirettamente nessun altro. Provo un dolore immenso per tutto ciò che il mio arresto ha comportato. Non se lo meritavano, e non avevano nulla a che vedere con tutto ciò. Parlo dei miei genitori, di mia figlia, della mia compagna. Provo dolore anche per le persone a cui ho fatto del male indirettamente con le mie azioni scellerate.
Alla fine del 2001, venendo in Italia, venni arrestato per più ordinanze di custodia cautelare, per violazione della legge sugli stupefacenti. Tutti i fatti risalivano ai primi anni ’90.
Entrai così in un mondo parallelo che solo chi lo ha vissuto può comprendere appieno. Sono passato violentemente da una dimensione di grandi spazi, di quello che è stato il mio mondo per un quarto di secolo, a quelli ridotti alla minima potenza della cella di un penitenziario.
Pubblico oggi la seconda parte (per la prima vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/01/04/8364/) di questo testo assolutamente straordinario.. Contingenza annunciata.. scritto dall’ultimo, in ordine temporale, degli amici venuto ad aggiungersi alla squadra del Blog.. Giovanni Arcuri detenuto a Rebibbia.
Giovanni ha 54 anni, è detenuto da 10 anni, è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati. La sua vita è stata turbolenta, appassionata, spinta all’eccesso e alla caduta da un’insopprimibile esigenza interiore che lo faceva ribollire dentro, fin da giovanissimo. Il carcere poi piombò nella sua esistenza, come dimensione di sofferenza estrema, ma anche di risveglio e di ripensamento.
Il testo di cui oggi pubblico la seconda parte, è particolarme emblematico riguardo a tutto ciò. Ancora più della prima parte, che già era intensa e splendida. Schizza, con impressioni rapide unite a riflessioni intimissime, il succedersi di spazi di anima e di viscere, che ti entrano dentro e risuonano di tutti i sogni, i pianti, i dolori, le visioni che un uomo vive dietro le sbarre.
Ed è anche un canto della scrittura, un omaggio allo scrivere, non parole retoriche, ma incaranto delle stesse spinte che animano chi scrive, Giovanni appunto. Il carcere è diventato il luogo della sua scrittura. Due libri pubblicati.. un terzo che aspetta di esserlo. La notte, quando il sipario si apre, ed entra una gloriosa, tormentata, dolce, straziata e appassionante magia. Che può conoscere solo chi, almeno una volta nella vita si è cimentato nel foglio bianco, mentre muri, freddo e rabbia lo cingevano d’assedio. E in quel foglio cercava di fare vivere la speranza e la memoria, mentre tutto intorno i passi sembrano celebrare la disperazione.
Ed alcuni momenti vengono scolpiti.. violenti come il miglior cinema. Quando l’araldo, ad esempio -colui che apre la busta della lettera davanti ai detenuti- si trasforma in un demone. E sente il godimento sadico di assaporare tutto il caleidoscopio vorticoso di emozioni che percuotono Giovanni, mentre la mente si accalca coi pensieri intorno a quel pezzo di carta. Chi è che lo invia? Cosa c’è scritto? Forse potrebbe esssere..ecc… E l’araldo gode, dinanzi al volto posseduto dell’emozione del detenuto, di un briciolo di potere sull’anima, prima di riprendere il suo cammino.
Realtà, sogni, incubi e speranze si michiano – con un andamento soffuso e tagliente insieme- in questo grandioso pezzo, degno della migliore letteratura.
Vi lascio a Contingenza annunciata.. seconda parte.. Giovanni Arcuri.. Rebibbia.
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L’esperienza della detenzione è distruttiva, a qualunque ceto sociale si appartenga. Si abbatte come un ciclone su chi vi finisce dentro e su tutti quelli che sono a lui legati affettivamente.
Colpevole o innocente non ha importanza, si è tutti sottoposti agli stessi meccanismi ed alle stesse pressioni. Lo sono anche i nostri familiari, e quindi gli affetti in generale che pagano un prezzo molto alto.
A volte, se la pena da scontare è lunga, si riesce a salvare ben poco.
Il rapporto che il carcere impone con i familiari, e più in generale con i propri affetti, è difficile da descrivere. Nel senso che ci si espone emotivamente su argomenti che provocano sofferenze ed eccessivi coinvolgimenti personali.
L’affettività, quel bisogno irrinunciabile dell’uomo in tutte le sue espressioni, viene soppressa dal carcere con risvolti a volte drammatici.
Si incrinano convincente di anni, proprio perché la totale mancanza di manifestazione affettiva scava nel profondo, pone interrogativi esistenziali, e fa emergere con violenza quel diritto di vivere e quei bisogni che il carcere inesorabilmente impedisce.
La mia vita all’interno del carcere di Rebibbia, dove sono detenuto, è passata per numerose fasi. Dopo lo shock iniziale, ho cominciato a capire che, dovendo trascorrere molti anni in queste condizioni, dovevo trovare degli interessi per non morire interiormente, e mantenere un equilibrio mentale.
Mi sono dedicato alla scrittura fin dagli inizi della mia detenzione e sono riuscito a pubblicare due libri. L’ultimo, Libero dentro, è uscito pochi mesi fa. Per la mia autobiografia ho impiegato quasi tre anni ed ora è finalmente terminata. Ho deciso però di pubblicarla solamente quando sarò un uomo libero. Scrivere è un lavoro solitario, un lavoro che richiede disciplina, immobilità (fino a provarne il dolore nei muscoli e sul collo…) e concentrazione. Tuttavia il lavoro dello scrittore comporta nello stesso tempo una maledizione e una benedizione. La prima è rappresentata dalla pagina bianca, la seconda dal fatto che quel biancore accecante può essere riempito in qualsiasi parte del mondo. Basta un tavolo, una sedia, una presa di corrente e una connessione a internet e molta fantasia. Solo chi si trova ad affrontare la pagina bianca può capire quanto grande o quanto piccola possa essere, a seconda dei casi. Quanto pesi o quanto possa essere leggera. E c’è un momento, quando infine le parole sono fissate sulla carta, quando il foglio ha tutte le sue formichine sopra, che sollevo gli occhi e vorrei poter guardare il mare per cercare il suo riflesso. Nell’attesa di vederlo, mi limito a guardare fuori dalla finestra della mia cella e spesso immagino quel mare che vorrei avere come scenario del posto dove mi piacerebbe lavorare. Per uno scrittore o un musicista, sviluppare un lavoro di qualità non è sufficiente. L’importante è che la sua opera non finisca ad ammuffirsi in qualche scatolone o cassetto di qualche casa editrice. E in quel caso conta molto anche la fortuna.
Paradossalmente ho iniziato l’avventura di scrittore tra queste quattro mura. Non sapevo all’inizio quanto tempo mi avrebbe preso farlo, anche perché tempo a disposizione ne avevo molto.
E’ quasi sempre nella notte che comincio a scrivere, poco a poco i rumori vanno scemando, il gracchio dei televisori svanisce quando si passa la mezzanotte e un’atmosfera quasi magica pervade le mura della mia cella. Metto su l macchinetta del caffè e comincio a scrivere. Tutto questo riesce a darmi una sensazione inimmaginabile di libertà. E’ nella notte che si entra nella dimensione interiore dell’ispirazione, della riflessione e purtroppo anche dei rimpianti e della sofferenza. Quando scrivo però non sono più qui, vivo con i miei personaggi, le loro storie e le loro emozioni e sofferenze. Spesso i luoghi sono paesi dove sono stato e conosco quindi nei dettagli gli usi, i costumi, e l’ambiente in cui la vicenda si svolge. Probabilmente in stato di libertà, preso da così tante cose non sarei mai riuscito a scrivere due libri e un’autobiografia. Da questo punto di vista il carcere è stato per me un luogo dove riuscire a mettermi in discussione ed ottenere delle soddisfazioni personali che all’inizio del mio percorso non avrei mai immaginato.
Come dicevo, di solito scrivo nella notte ma oggi ho fatto un’eccezione e sto elaborando il pezzo per il Premio Goliarda Sapienza in orario pomeridiano, un orario dove comunque di solito ci si riposta. In questo momento sono solo le quattro del pomeriggio, la conta è passata alle 15:30, e non ho sentito nessuno chiamare, ma il rumore dei passi udito precedentemente ora è sempre più forte e vicino. Dedico più attenzione a quello scalpiccio invisibile per vedere che cosa succede. Regolo il volume della radio al minimo per percepire meglio il ritmo. Ascolto, cerco di comprendere, di anticipare gli eventuali sviluppi, in modo da non trovarmi impreparato ad affrontare la contingenza annunciata da quei passi.
Spesso, da fuori delle mura del mio carcere si sente il canto degli uccellini che, con le loro melodie, contribuiscono a formare l’insieme invisibile ma palpabile della vita, la vera vita che scorre lontano, ma che purtroppo non mi trascina con sé, che mi dà soltanto la gioia di affacciarmi alla finestra e guardarla scivolare.
Alcune mattine mi sveglio presto al canto di quei volatili, e mi immagino di trovarmi in campagna, nella grande casa dei nonni materni vicino Roma, dove trascorrevo le mie vacanze estive quando avevo otto anni. Passavo tutto il giorno in mezzo agli animali, mi arrampicavo sugli alberi e mangiavo i frutti appena maturi.
A volte rimango fino all’ora della conta in questo stato quasi ipnotico e dimentico di trovarmi dove sono. In carcere basta poco per essere felici, ci si accontenta dei sogni e si viaggia con la mente.
Tra i tanti sogni c’è quello che una mattina l’agente, mentre mi apre la porta alle otto e trenta, mi dica: <<Prepara la roba, sei liberante…>>. Non succede mai, ed io continuo a straziarmi nell’illusione del sogno.
Sono avvolto dallo stesso strazio, adesso che ho abbassato la musica per sentire nel corridoio vuoto i passi interminabili.
I passi non si sono ancora fermati, dove staranno dirigendosi?
Forse continueranno per l’eternità come il tic tac dell’orologio. Non è l’ora della conta, rifletto guardando l’orologio, è quasi l’ora della posta, a volte l’anticipano.
Quei passi potrebbero essere il messaggero che porta notizie, che, belle o brutte che siano, arrivano sempre attraverso lo stesso corridoio che fende silenzioso l’umanità della gente rinchiusa.
L’agente si ferma davanti il mio blindato. C’è posta per me, notizie da fuori, dalla vita vera.
Dovrei essere contento di essere ricordato da vivi, attraverso la lettera che l’impersonale agente si appresta ad aprire.
L’araldo conosce bene il suo mestiere, sa leggere le facce, l’attesa, il dolore.
Strappa al rallentatore l’angolo della busta, mentre io, con la mente cerco di premere il pulsante dell’accelleratore e con gli occhi sbircio il nome del mittente.
Mi vede aggrondare la fronte dall’impazienza perché non sono riuscito ad identificarlo, e così si sente ripagato. Il disturbo della sua camminata cerca la ricompensa nella mia faccia tesa, ed ora l’ha trovata. Guardo la sua faccia e tremo: ha assunto lineamenti spaventosi, ha gli occhi rossi e le orecchie appuntite, o è solo una mia impressione dovuta al gran caldo.
Riconosco la calligrafia ordinata e pulita di mia sorella e leggo velocemente la solita introduzione che, terminata, lascia spazio al resto della lettera, fatta di parole consolanti, e di suoni terribili. Leggo, ma mi sembra di udire le parole scritte, il suo singhiozzo invade la mia cella.
Il mio migliore amico, leggo, è morto, e lei, che lo ha visto crescere insieme a me, piange. Mi appaiono immagini sbiadite, sequenze disconnesse, tempi e spazi alterni, di anni scivolati in discordanti silenzi, lui, il mio migliore amico ormai morto, ed io che passo il tempo nell’attesa infinita di riprendere a vivere.
Chiudo gli occhi e rivedo la sua vita in pochi secondi, un’intera storia passata in rassegna con la velocità della luce. Noi alle elementari a scuola insieme, al liceo maturandi. Poi il nulla. Io lasciai l’Italia dopo il primo anno di università e vi tornai dopo molti anni, ma solamente per brevi periodi.
Lo rivedevo ogni qual volta tornavo a Roma e parlavamo sporadicamente per telefono.
Gli mandavo cartoline dai luoghi più sperduti del mondo, di cui mi disse ne aveva fatto addirittura una collezione.
Nonostante lo abbia rivisto in alcune occasioni dopo la nostra separazione avvenuta quando avevamo entrambi poco più di venti anni, ora mi accorgo che l’ultimo ricordo che ho di lui è un viso da ragazzo dove la barba era appena spuntata senza uniformità.
Tanti anni sono passati da allora, siamo abituati a misurare il tempo frazionandolo in anni, mesi, giorni, ma quando si pensa ad un amico, un’amante o un parente, si misura ricordando gli avvenimenti più importanti della sua vita, a quel punto divenuti sbiaditi, oppure i lineamenti del suo viso sempre più stanco.
Penso al tempo che è scivolato furtivamente dalla mia vita, e lo spezzo in due periodi; una prima parte in cui il mio amico mi era vicino, presente e vivo; ed un’altra in cui è lontano ma ugualmente vivo, sempre fermo nei suoi vent’anni, eternamente presenti nella memoria.
Questo secondo periodo si compone di molte altre vicende, che hanno come scena il carcere dove sono. Non so se è stato felice o triste, se era amato, oppure odiato. Non so nemmeno come era il suo volto nel momento del decesso. Ignoro se era magro o grasso, ricciuto o stempiato, sorridente o triste.
Noi in carcere conserviamo sempre un ricordo immutabile di chi muore o di chi è lontano. Ho trascorso questi anni di detenzione ricordando in modo anacronistico i miei amici, i miei parenti, le mie donne. Ricordandoli nella loro gioventù, ormai conservata soltanto da me, e cambierò le loro immagini nella mia mente, soltanto se un giorno potrò sostituirle con quelle reali, soltanto se potrò rivederli.
Nel caos di occhi sinceri, bocche indulgenti e dolci, distinguo persone appartenenti al passato, che una volta riempivano il quadro della mia esistenza.
Tutto si muove incolore, senza un ordine di spazio o di tempo.
Ne riconosco tanti, ma non tutti. Mi salutano, mi sorridono, mi fissano intensamente come l’ultima volta che li ho visti.
Quelli che non ci sono più, come il mio amico, hanno lo stesso privilegio di essere rimasti nella mia mente più giovani e più belli di quello che erano nel momento della loro morte.
Forse è per questo che ora mi sorridono: in fondo desideriamo sempre che gli altri ci ricordino belli e giovani, dopo la nostra scomparsa.
La contingenza annunciata è avvenuta come anche quella della mia vita verso la quale, a differenza del segnale dell’araldo , non avevo colto gli avvertimenti che forse avrebbero impedito questo stato di cose. In ogni caso ora chiudo la lettera e finisco di scrivere per inviarvi il pezzo.
Giovanni Arcuri
Roma, dicembre 2011
Paolo Scarfone, creazione della carta e “lento processo e materia”
by Duncan on nov.06, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo

Lui e le sue visioni.
Lui è le sue visioni.
Si tratta di Paolo Scarfone, che per la cronaca familiare è mio cugino. Ma questo non c’entra niente.
Io dò peso alle cose solo per la loro profonda realtà dinamica ed esistenziale, non per i legami di sangue o di parentela, o per la pura amicizia. Posso sentirmi legato a un parente, e volere bene a un amico.
Ma il Valore si apprezza solo se.. riscontri il Valore.
Se lo proclami pure in colui che non ce l’ha solo in virtà del vostro legame parentale o amichevole, stai tradendo la sua fiducia in te e prostituendo la parola.
Quindi io dedico questa nota a Paolo Scarfone.. e vi parlo della innovativa mostra che sta ponen do in essere perchè credo nel Valore Artistico che lui porta con sé e nell’innovatività e potenza material-comunicativa di questa mostra.
Potrei stare ore a parlare di Paolo. Non lo farò. Trasmetterebbe una idea di sovrabbondanza, che neanche lui gradirebbe in questo momento di esplorazione dell’esistenza,e di ricerca dell’essenzialità. E poi metterebbe in secondo piano la mostra collettiva che, insieme ad altri tre suoi amici, sta tenendo a Firenze. e che si terrà fino al sette.
Intanto vi mostro il suo Blog. Lo vedrete anche. Lui è il ragazzo rasato, con vaga barbetta, occhiali, e camicia rossa.
Ha poco più di venti anni, ma credo che sia uno dei più vivaci , appassionati e orignali talanti emersi in questo decennio.
Voi vedrete “solo” la carta.. e il suo modo di trattarla.. e comporla..
E quel “solo” già contiene mondi. Ma Paolo viene da un percorso, che lo ha portato a sprimentare ampiamente disegno, pittura e scultura… la lavorazione della carta e ilc reare tramite essa è un approdo di un percorso che ha avuto dei precedenti e che avrà delle continuazioni..
Perchè cosa mi piace da morire in questa mostra che l’epifenomeno di un progetto e di una pratica sottostante.
La CREAZIONE della carta.
Paolo e i suoi “alleati”.. creano la carta.
Si sono impadroniti delle tecniche per generare direttaemnte loro la carta, partendo dal materiale originario, dalla fonte naturale.
E la creano in tante gradazioni e forme differenti. Infinite variabili, dove la fantasia e la passione… arrivano a interagire col supporto stesso. Solitamente si immagina l’artista che agisce su materiali già dati. Loro creano lo stesso materiale.. e la carta che crei tu ti dà un’emozione che credo sia difficile da descrivere.
Senti ancora di più tua l’opera… magari disegni su quella carta.. o la rinnovi di senso componendola in collage e mosaici imprevidibili o in rinnovate narrazioni… e la storia e la materia si fondono.
Io ricordo la prima volta ch Paolo mi parlò della carta..della sua creazione. Lo vedevo con gli occhi appassionati a descrivermi tutto il processo di lavorazione… il mondo in cui il materiale ogirinario si decomponeva e si ricomponeva.. le mille combinazioni. E poi prendeva quella carta in mano e la sfiorrava con una tale delicatezza, che è propria solo dell’amante. La presi anche io quella carta è captai almeno un frammento di ciò che lui provava…
Era la “sua” carta, era l’arte che si fonde nell’artigianato, il mettere mano alla materia.. il godere con le mani.. il diventare, attraverso un atto non solo materiale, ma simbolico, artefice di se stesso.
Toccando qu ei fogli, ruvidi, aspri, colorati, soffici.. notavo con quanta cura li tenevo in mano.. e con quanta frettolosità invece uso solitamente i fogli bianchi sui quali ho scritto e scrivo. Sì.. li ho sempre trattati come pura materia..
Con Paolo ho sentito come la materia prende vita, come puoi arrivare a sentirla tua.
E ora parliamo della mostra.
Innanzitutto vi mostro il Blog… dove si parla anche di questo evento.
“Lento processo e materia” è il nome della mostra. Attualmente in corso, si concluderà il 7 novembre. Il contesto è quello della facoltà di architettura. a Valle Giulia, Roma.. nella sala Petruccioli.
Oltre a Paolo… a darle vita ci saranno Ruggero Baragliu e Maria Luna Storti.
La mostra è a cura di Emanuele Meschini.
http://scarfone-paolo.blogspot.com/
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Per tutti i 15 giorni di durata della mostra (compresi quelli già trascorsi) ci saranno tre ore al giorno di “performance”.. ovvero la carta verrà prodtto in diretta.
E ogni giorno ci sarà una diretta in streaming… dalle 14 alle 17 sul link http://www.ustream.tv/channel/processoemateria
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Inoltre vi saranno discussioni e incontri.
Alla fine di questo mio pezzo, inserisco una breve presentazione della mostra fatta dallo stesso Paolo.
Credo davvero sia una mostra che meriti di essere vista.
Ma questa nota è molto più di un invito..
E’ un piccolo omaggio alla passione che ancora l’arte sa creare,
alla spinta che da vita alla materia.. non più vista come aggregato inanimato..
e… un omaggio… a chi sa farsi ancora possedere dal Daimon,
Salutamos Paolo
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allora: 15 giorni di mostra, 3 ore al giorno di “performance”: per performance si intende “produzione della carta” dalla cellulosa grezza al foglio finito. produciamo gli strumenti per farla e carta che ha la dignità di esistere in quanto opera d’arte e non solo come supporto. trattiamo la carta come si può trattare la pittura e la scultura ( perchè in realtà è ambedue le cose). le nostre performance sono dalle 14:00 alle 17:30 ma la mostra è visitabile dalle 9:00 alle 20:00.(il sabato dalle 9:00 alle 13:00.
Inoltre abbiamo aperto un canale streaming del progetto, nella quale sarà possibile vederci in diretta on-line dalle 14 alle 17 sul link http://www.ustream.tv/channel/processoemateria
(al link che ti ho scritto si può accedere anche andando alla pagina iniziale di “ustream” (anche entrandoci da google) e cercare nella barra “processoemateria”)
abbiamo 3 patrocini: Museo della carta di Pescia, Istituto di cultura Giapponese in Italia e Accademia della Romania in Italia.
abbiamo 3 incontri:
il 2 novembre Nobushige Akiama (uno dei più grandi maestri giapponesi della carta in Italia) porterà il suo studio all’interno del nostro spazio espositivo e darà una dimostrazione delle sue tecniche
il 4 novembre porteremo un docente della facoltà di filosofia di Roma per fare una conferenza sul critico Artur Danto
il 7 l’accademia della Romania ci manderà uno studioso dello scrittore e filosofo franco-rumeno Emile Cioran alla quale noi dedicheremo delle opere.
ognuno di noi interpreta la carta in modo diverso, io mi definisco in uno stile “narrativo”: ALL’INTERNO delle mie carte e non sopra, inserisco degli scritti che certificano la “memoria” della carta, un peso metaforico, concettuale. l’esposizione a Valle Giulia che stiamo facendo è una sorta di “esistere al mondo” criptato dalle stesse frasi che mi danno vita: sono frasi frammentate, offuscate da grumi di carta più spessi in alcune parti del foglio, velature nere su bianco, il mio scrivere NEL foglio mentre questo è “fresco” (prima che sia pronto), rende un atto presente trasformato in passato non appena possibile sia la fruizione dell’opera. da contrapporre a queste carte pesanti di concetto, vi sono le sculture voluminose e VUOTE dentro, formate col mio corpo, sorte di calchi. in questo caso non firma l’opera chi fuori dalla scultura applica il gesso bensì chi dentro la scultura ne determina la forma, una volta asciutto il gesso mi sottraggo dalla forma che ricorda la mia presenza nel passato e non può che lasciare solo il vuoto. la mia installazione per questa mostra si chiama “D’IO: UNO E TRINO”, la scena si dispiega al centro: io che faccio carta e ai lati due sculture che portano la forma del mio corpo nell’atto creativo passato, la traduzione del titolo potrebbe essere: “di me uno, nessuno e centomila” volendo richiamare Piarandello. in mezzo a questo triangolo di “me” si estende in mio dire, la parte meno vuota di me, la parte meno data da una posa o da un volume: le carte….la loro disposizione è ossessiva, come la mente, come il pensare, come l’affollarsi involontario di parole in mente. è una scansione tra il vuoto della massa e il peso delle idee.
all’inizio abbiamo scelto di rendere lo spazio semi-vuoto e di riepirlo con le opere che creavamo in loco, così si evade dall’idea standard di museo o galleria: lo spazio espositivo è il “cantiere” di un sentire nato dall’estro e finalizzato nel lavoro, perchè fare l’artista, è un lavoro…come il falegname o il muratore, con la differenza che l’artista svela ciò che prima non si vedeva in noi….
Il mondo è morto. Viva il mondo
by Duncan on ott.16, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Picchia forte la pioggia sul vetro,
quando arrivano gli sputi è il momento migliore,
provateci sempre,
—-
Fumo all’arrivo..
Il Faraone si alza dall’accampamento. Segni inafferrabili sulle pareti. E mentre parla buio dagli occhi, Officiano vergini sventrate. Le canzoni sembravano Barocche…”Si trata di costruire scale di pietra e di fango, e bollini sul cranio, biglietti da visita”. E ride.
—-
Ma non arrendetevi,
quando il quaderno si riempie della lista dei buoni e delle pecore nere,
e spifferi sono il minuto prima del corridoio e della sua corsa di lepri,
Fino al gradino che precede il Salone,
e il cassetto delle stelle appese al cartone
—-
Il Faraone ora tace, vengono avanti le Comari Nere, stile Bene Gesserit, in vecchie mani muovono i dati: “Sbirulin sbirulà, ecco come si combinano i segmenti di fiato e tempo, ecco come si spiega l destino. Segui i dadi, prendi la lingua, e poi fai i tuoi calcoli, coglione… falli bene”.
—-
Ma voi non arrendetevi mai,
c’è chi dipinge con un mano sola, senza pennello, solo con la mano, e lo fa percuotendo il sonno, percorrendo l’estuario, anche 40 ore senza dormire,
Provateci sempre,
un passo è per la foto. L’altro per le labbra, il terzo per la rabbia, il quarto per la gloria.
—-
Ma adesso le vecchie, lasciano entrare i Ministri, colleto sottile bianco, occhi a tagliola, camminano a rombo, la terza onda dal cappio, la terza onda a partire dal cappio, fanno un rapido cenno, come un saluto salasso, e riempiono il palco, forse un pianoforte suona, amano gli accompagnamenti, e parlano insieme, come un’eco asfissiante “Hai mai visto cosa più grande? E allora adora il nostro peto in secula seculorum…. il granito è sontuoso, non basta?” Il resto sono gesti. Alla fne entrano i ballerini e le scimmine.
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Ma voi non arrendetevi mai…
conoscevo un posto da bambino, una sorta di casa rotonda, altissima,
abbandonata forse, sembrava impossibile arrivarci, dovevi arrampicarti, non c’erano vie disossate,
un giorno ci arrivai, dento era vuota, ma era sempre rotonda, come una casa Hobbit,
era troppo tardi per tornare a casa, mi avvicinai al precipizio, che dava sul mare,
avrei passato la notte là,
il mondo è morto
viva il mondo,
il mondo è morto
viva il mondo.
Vampiri Energetici
by Duncan on ott.16, 2011, under Controinformazione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Vi è mai capitato di entrare in un lougo e sentirvi inspiegabilmente carichi e sereni? Oppure depressi e malinconici. E soprattutto, vi è mai capitato di stare con alcune persone e sentirvi forti, sicuri, pieni di entusiamo, di fiducia, di passione? Oppure di ritornare a casa dopo alcune ore passate con altre persone e sentirvi cupi, stanchi, pesanti, sfiduciati, deboli?
E’ una esperienza che davvero poche persone possono dire di non aver vissuto.
Bene, quelle persone che sembrano indebolirci, che si aggrappano come cozze allo scoglio inondandoti di negatività, che se c’è un barlume di positività in te fanno di tutto per spegnerlo, ch ese hai qualche speranza la fanno appassire.. quelle persone che con la loro sola presenza ti trasmettono stanchezza e tensione.. sono ladri di energia.
Vampiri.
Questo testo lo raccolsi diversi anni fa. Si può considerarlo esclusivamente il parto di una mente disturbata. Si può anche prenderlo totalmente alla lettera e diventare preda della paranoia, fissandosi sulle parole e vedendo vampiri ovunque. Entrambe queste strade sono un vicolo cieco.
Si può vedere invece il messaggio, il nucleo vivente, la sperimentata sensazione viscerale che queste visioni e teorie portano con sé, per trarne insegnamento per la nostra esperienza di vita. Radicalizzare in potenti immagini evocative è una delle mosse geniali dell’arte fantastica per colpire l’immaginario destandolo dal torpore con l’effetto tellurico delle sue geniali metafore. La storia che stiamo narrando adesso è stata già rappresentata da grandi opere di fantasia.
Dal film “Essi vivono” di John Carpenter, alle varie versioni de “L’invasione degli ultracorpi”, da “Matrix” al “Vampiri” di Dilan Dog. La grande arte fantasy è da sempre specialista nel narrare i lati oscuri reali estremizzandoli in operazioni simboliche che provocano uno scuotimento della coscienza. In questo senso è “etica”, a differenza della fantascienza di puro intrattenimento. E il ritorno costante di questa metafora è un buon indizio del fatto che essa risponde a una sensazione diffusa a livello esistenziale.
Nel testo che leggerete c’è una intervista a Mario Corte che nei primi anni 2000 scrisse un testo sui vampiri energetici.
A un certo punto dell’articolo Mario Corte dice “gli uomini si riconoscono, senza alcuna possibilità di errore, dall’attitudine a usare il loro potere, grande o piccolo che sia, per fare doni agli altri, mentre i Vampiri usano il potere sempre ed esclusivamente per ottenere energia”.
Vampiro è allora un termine-evocativo che ci aiuta a centrare la mira. Vampiri sono quelli che prendono ma non danno, quelli che ti sfruttano fino al midollo per poi buttarti via quando non sei più utile.. quelli che hanno un atteggiamento puramente strumentale e che operano come predatori.
Ma vampiri non sarebbero solo individuoi che incointriamo per la via. Vampiri sono quelle strutture mediatiche, economiche, politiche che prosperano sulla diffusione di immagini e sensazioni di sfiducia, impotenza, apatia.. e soprattutto paura.. E mi viene in mente Dune “la paura uccide la mente.. la paura è la piccola morte che uccide la mente..” Paura-paura-paura, ecco il mantra di un sistema-vampiro. Sistemi che prosciugano energia e fiducia, perchè più le persone sono deboli e impotenti più sono docili e manipolabili.
Un altro passaggio interessante è quando Corte dice “Dove c’è confusione c’è vampirismo. Dove l’atmosfera è dominata dalla prepotenza, dal salto logico, dalle affermazioni categoriche, dalle astuzie dialettiche, dall’idea che la ragione stia tutta da una parte e il torto tutto da un’altra, dove con l’altro si dialoga non per apire, ma solo per affermare, lì c’è vampirismo.”
E’ la metafora che conta. Il succo è che ci sono persone capaci di fare stare male gli altri. E ci sono persone insieme alle quali stai bene. Ci sono persone che ti fanno sentire su di giri.. e persone che ti sfiancano in un mare di negatività… Persone che sembra ti prosciughino. Questo è il succo del “vampirismo energetico”, fenomeno che in un certo senso è sempre stato conosciuto, anche se ha assuno metafore e simboli differenti nel corso del tempo.
La metafora dei vampiri è utile perchè è l’ennesimo invito alla esistenza. In una realtà in cui lo scambio energetico è costante è un overe essere forti. Lasciarci guidare dal nostro potere interiore non a forze esterne. E’ questo ciò che si intende con Sovranità Personale.
E’ una metafora che ci ricorda anche che.. c’è chi costruisce catene.. hi è soggiogato da catene.. e chi spezza le catene..
Salutamos Compagneros
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I vampiri? Ladri di energia
di Giampiero Cara
Abbiamo incontrato lo scrittore romano Mario Corte, autore di un libro
straordinario, intitolato “Vampiri Energetici – Come riconoscerli,
come
difendersi” (Ed. Il Punto d’Incontro). Secondo lui, i vampiri non sono
solo
creature mitiche, che succhiano il sangue in Transilvania, ma anche e
soprattutto persone reali, che succhiano energia agli altri per
riempire il
proprio vuoto interiore. Una visione rivoluzionaria ed affascinante,
anche
se a tratti inquietante, che lasciamo che sia lo stesso Mario Corte a
spiegarci in dettaglio nel corso della lunga intervista che segue.
VAMPIRI, TRA MITO E REALTA’
- Come, quando è perché é nato tuo interesse per i “vampiri
energetici”?
“L’interesse per il mondo dei Vampiri energetici ha cominciato a
piantare un
campo-base dentro di me in due diversi momenti: il primo, assai lungo
per la
verità, è stato il momento dell’esperienza; il secondo, brevissimo ma
traumatico, il momento della coscienza.
“Il primo è durato praticamente tutta la vita, contrassegnato da
esperienze
molto dure; dure non perché a me siano capitati eventi in assoluto più
gravi
di quelli che capitano ad altri, ma perché, per natura, io ero portato
a
vivere qualunque cosa restando sempre in un contatto molto stretto con
i
sentimenti, senza tutte quelle anestesie psicologiche alle quali si
ricorre
normalmente per non soffrire.
“Il secondo, il momento della coscienza, è cominciato solo pochi anni
fa,
quando mi sono reso conto, senza possibilità di ritorno, che esisteva
un
confine molto preciso tra persone ‘comuni’ e altre ‘vaccinate contro
l’
elemento S’ (dove S sta per Sentimento), cioè persone che sono state
private
di energia al punto tale da subire una sorta di mutilazione, di
asportazione
dei sentimenti più semplici e umani. E il Vampiro è esattamente
questo:
qualcuno che non è più in grado di vivere i sentimenti come una
risorsa
naturale, un alimento, una luce, ma li tratta come cose strane,
complicate,
inutili, dannose. Il ricordo di qualcosa che lui non ha più lo
incattivisce,
lo spinge a combattere l’Elemento S come se ne avesse il mandato
divino, a
tentare di debellare anche negli altri sottigliezze, sfumature,
scrupoli e
noiose necessità di fondare la vita sul senso di giustizia. Come è
avvenuto
per lui, pretende che anche gli altri sostituiscano il sentimento
debellato
con una serie di vuote contraffazioni: sentimentalismo, auto-
mitizzazione e
retorica di sé, verniciatura generale di valori politici, ideologici,
culturali o puramente pratici.
“Il momento della coscienza è stato come il risveglio in un incubo
tanto
cercato quanto temuto, comunque duro, perché tra i ‘vaccinati’ ho
riconosciuto gente che aveva attraversato il mio cammino in
precedenza,
gente che lo attraversava in quel momento e gente che era stata sempre
nella
mia vita e che ora, come il Re della fiaba, girava disinvoltamente
senza più
indosso gli abiti di quell’illusione che fino a quel punto mi aveva
annebbiato la vista; e mi sorrideva, oppure mi minacciava, ma in ogni
caso
continuava imperterrita a giocare i suoi giochi energetici. Allora ho
accettato una verità che da sempre mi ero rifiutato di accettare: che
gli
uomini si riconoscono, senza alcuna possibilità di errore,
dall’attitudine a
usare il loro potere, grande o piccolo che sia, per fare doni agli
altri,
mentre i Vampiri usano il potere sempre ed esclusivamente per ottenere
energia”.
- Quali sono le principali somiglianze e differenze tra il mito
letterario
del vampiro e il “vampiro energetico” di cui parli nel tuo libro?
“Le analogie sono moltissime, e inquietanti, tanto che, come spiego
nel
libro, sembra quasi che tra i due tipi di Vampiro vi sia più una sorta
di
simbiosi che una semplice somiglianza metaforica. Anzi, se qualcuno
credesse
all’esistenza dei Vampiri, gli verrebbe spontaneo pensare che sia
proprio il
Vampiro umano il preparatore di una condizione infernale in cui chi è
abituato a fare il predatore in vita lo fa anche dopo la morte. Ma io
mi
occupo di Vampiri di questo mondo, e posso solo dire che, come il
Vampiro
letterario si nutre del sangue per alimentare la sua illusione di
esistere,
così quello ‘umano’ si nutre di energia per costruire mondi illusori
dove
trovare riparo e intrappolare le sue vittime. Per ogni genere di
Vampiro l’
illusione è fondamentale: illusione di esistere, illusione della
superiorità
di certi esseri su altri esseri (come se esistessero una ‘razza
predatrice’
e una ‘razza preda’), illusione di poter evitare in eterno l’incontro
con la
vera faccia che li guarda dallo specchio ogni mattina. Anzi, a
proposito di
specchi, c’è una chiara analogia anche riguardo a uno dei modi per
sconfiggerli: riuscire a metterli davanti allo specchio, dove vedranno
riflesso qualcosa che non gli piacerà affatto, cioè il proprio nulla.
“Un’altra analogia sconcertante con i Vampiri dell’oltretomba è che ai
Vampiri umani non interessa assolutamente nulla di noi come persone:
loro
hanno un fine da perseguire e noi, anche se rientriamo in qualche modo
nei
loro programmi, vi rientriamo in qualità di risorse, non di persone.
Entrambi si avvicinano alle prede con il semplice intento di
soddisfare una
squallida necessità ‘alimentare’: mai per scambiare, ma solo per
prendere.
“Ma l’analogia più inquietante, forse, è quella che ha a che fare con
il
momento in cui si svelano, in cui per la prima volta riusciamo a
scorgere in
loro i segni inequivocabili della loro condizione, in cui ci
incontriamo con
l’orrenda sorpresa di scoprire in loro il predatore e in noi la preda:
quella è davvero una cosa insostenibile; è un po’ come scoprire una
brutta
malattia. È in quel momento che quasi sempre scegliamo non solo di
rinunciare a lottare, ma di rinunciare a sapere, e torniamo a
illuderci, a
sperare di esserci sbagliati.
“Le differenze, invece, purtroppo per noi, vanno tutte a vantaggio dei
Vampiri. Mi spiego meglio: il Non-morto letterario può farci pena solo
prima
di scoprirne la vera natura, dopo no; se ci fa pena mentre gli
tendiamo una
trappola per mettergli davanti uno specchio o per mostrargli la croce
o per
colpirlo al cuore con un punteruolo, per noi non ci sarà salvezza, e
quell’
esitazione non solo ci costerà la vita, ma vorrà dire anche entrare a
nostra
volta nella schiera dei Non-morti.
“Il Vampiro umano, invece, può farci pena sempre, anche dopo che lo
abbiamo
scoperto con i denti conficcati nelle nostre vene, perché, in fondo,
non ci
sta mica uccidendo: ci sta solo privando della nostra dignità e della
nostra
forza vitale. Ecco la trappola: noi crediamo veramente che, per il
solo
fatto di non avere i denti aguzzi e il colorito tombale lui non sia
pericoloso. Ma esattamente come il suo omologo d’oltretomba, il
Vampiro
umano è preda di una forza negativa che lo possiede, e quella forza è
implacabile. La persona può ‘farci pena’, la Forza-Vampiro no. Ma se
cederemo alle sue brame vampiriche non avremo affatto pietà per la
persona,
ma per la Forza che la domina. Nutriremo questa e spingeremo sempre
più noi
e lui verso l’abisso”.
I VAMPIRI E LE LORO VITTIME
- Nel libro entri molto in dettaglio a proposito delle varie tipologie
vampiriche e delle loro caratteristiche, ma se dovessi sinteticamente
rivelare, in poche righe, la caratteristica essenziale comune a tutti
i
vampiri energetici, quale sceglieresti? O, se preferisci, visto che il
vampiro, come sottolinei più volte, è una forza e non un individuo,
che
cos’è soprattutto che permette alla forza vampiro di impossessarsi di
qualcuno?
“Terrò le due risposte distinte, anche se le due domande tendono a
convergere. Una delle caratteristiche più comuni all’azione vampirica
è la
tendenza a compiere piccoli atti di malignità, di maleducazione, o di
semplice mancanza di gentilezza, come non rispondere a una domanda o
lasciar
cadere nel vuoto un’osservazione o non ricambiare un saluto, o un
sorriso.
Atti che sono pieni di sostanza negativa, ma che, se denunciati,
diventano
semplici mancanze di forma. Così noi, se ci offendiamo, vuol dire che
siamo
formali, mentre lui, che è pratico e va al sodo, è una persona di
sostanza.
Lui infrange certe regole in vigore tra gli esseri umani; noi, pur
notando
il suo comportamento, neanche ci offendiamo; ma, se parleremo di
quella
circostanza, faremo la figura di chi si offende.
“Un’altra caratteristica comune a tutti i Vampiri è che operano
rigorosamente alle spalle delle loro vittime. Intendiamoci: non solo
alle
spalle, ma comunque sempre anche alle spalle. E non importa se
l’azione
proditoria preceda, segua o accompagni le aggressioni dirette contro
di noi,
perché comunque non può mancare. Il Vampiro non può fare letteralmente
a
meno di lavorare anche alle spalle. Così come non può fare a meno di
farci
arrivare in qualche modo l’eco di ciò che di nascosto sta facendo: è
tenuto
a questa osservanza come certi demoni sono tenuti a mescolare sempre
qualche
verità alle loro menzogne. Ed è così che si svela, quando tenta di
farci
‘firmare’ quello che ha già detto ad altri di noi. Ho conosciuto un
Vampiro
che aveva raccontato in giro che la sua preda era in gravi difficoltà
economiche. Ebbene, questo Vampiro, quando incontrava la preda,
infarciva i
suoi discorsi di caute, ‘ingenue’ allusioni a debiti, gioielli
venduti,
ipoteche su case e altri argomenti correlati con una rovina economica,
sperando che la vittima ‘firmasse’ almeno uno degli argomenti sui
quali lui
aveva costruito la sua squalifica sociale. Bastava che la vittima, pur
non
‘firmando’ nulla, si lasciasse andare a qualche generica espressione
di
preoccupazione di tipo economico perché il Vampiro si sentisse
abilitato a
rincarare la dose di menzogne ai suoi danni presso terze persone.
“Per quanto riguarda l’altra domanda, la Forza-Vampiro si impossessa
di una
persona in seguito a sofferenze, delusioni, lacerazioni, traumi,
privazioni
affettive. Ma attenzione: questo non toglie nulla né alle
responsabilità
della persona, che sopporta la maligna presenza della Forza-Vampiro e
che ne
sfrutta tutta la malizia, né alle strategie di difesa e di
contrattacco che
è giusto adottare verso i Vampiri da parte dei non-Vampiri. Purtroppo,
invece, il fatto che i Vampiri abbiano sofferto diventa una chiave
culturale
di straordinaria importanza a loro vantaggio, come tutti gli argomenti
basati su concetti del tipo ‘con quello che mi è capitato’ o ‘parli
bene tu,
ma che ne vuoi sapere’ o ‘vorrei vedere te al posto mio’. Argomenti
micidiali, di fronte ai quali o ci si arrende, o si rischia di fare
della
morale bacchettona (del tipo “sì, ma questo non ti giustifica
affatto”), o
addirittura di ritrovarsi a fare loro da terapeuti, per guarirli dai
traumi
che hanno cambiato la loro vita. Ma lì bisogna fare attenzione, e
farsi tre
domande: qual è il confine tra la comprensione e l’erogazione delle
energie
vitali di cui quella persona ha bisogno per compensare le proprie
perdite? E
perché noi, proprio noi, che nella sua vita siamo innocenti, siamo
stati
scelti da lui per fornirgli quelle energie che altri gli hanno
sottratto? E
infine, è proprio vero che la nostra vita è stata così
straordinariamente
migliore della sua? Ma farsi domande è quasi impossibile, quando si è
in una
trappola vampirica, e allora, senza accorgercene, preferiamo donare
energia”.
- Quali sono, per contro, le caratteristiche che maggiormente ci
predispongono ad essere “vittime” dei vampiri?
“La vittima perfetta è quella che ha subito gravi privazioni
d’affetto, ma,
nonostante ciò, ha resistito all’infezione vampirica e non è divenuta
a sua
volta preda della Forza-Vampiro. Queste persone, infatti, proprio
perché
bisognose d’affetto e di attenzione, sono portate a scambiare certi
atteggiamenti vampirici per attenzione personale, o per affetto,
finendo per
cedere facilmente a rapporti nei quali danno tutto senza ricevere
nulla e, a
volte, per accettare relazioni ‘effettive’ segnate da violenze
psicologiche
o persino fisiche.
“Quando parlo di ‘conservazione della specie degli innocenti’ mi
riferisco,
oltre che ai bambini, anche a queste persone, verso le quali dobbiamo
conservare un rispetto pieno, riservando ai Vampiri tutto la
riprovazione
che, per una deviazione culturale, tendiamo a gettare addosso a chi
cade in
certe trappole. I vampiri si avvalgono enormemente del fatto che la
società
tende a condannare gli ‘ingenui’ molto più dei ‘furbi’. Conservare il
rispetto verso chi è vittima di un Vampiro è un’operazione ardua per
chi,
come avviene in questa società, è abituato a scrollarsi di dosso il
problema
dei predatori addebitandolo alle prede; ma è un’operazione in grado di
cambiare sostanzialmente qualcosa nel modo di percepire le cose della
vita,
preparando scenari in cui il parassitismo dei Vampiri venga infine
escluso
dal novero dei valori sociali e restituito al suo livello di scoria
dannosa”.
LA “FORZA ANTIVAMPIRO”
- E quali sono, infine, le caratteristiche fondamentali della
“forza-antivampiro” che anima chi vuole difendere l’innocenza dagli
attacchi
di vili predatori? E che consigli daresti alle stesse vittime per non
farsi
sopraffare?
“La caratteristica primaria della Forza-AntiVampiro è quella di
rendere
invulnerabili alla tentazione di sacrificare gli innocenti alle brame
dei
Vampiri. Un AntiVampiro può anche decidere di sacrificare se stesso,
ma mai
un innocente al suo posto, esattamente come può perdonare qualunque
cosa a
proprio nome, ma mai perdonare per conto terzi, assumendosi la
responsabilità di sollevare un Vampiro dal peso di un atto di
aggressione a
un innocente. Quella tentazione è l’anticamera della morte, e la
Forza-Vampiro è una forza troppo viva e sveglia per addormentarsi in
cambio
di favori dai Vampiri.
“La Forza-AntiVampiro è una Forza che accompagna ogni situazione al
suo
miglior destino, una Forza contro la quale la vigliaccheria dei
Vampiri si
infrange, costringendoli a smettere il loro gioco. È la Forza che,
quando
proprio deve intervenire, lo fa per risolvere la questione, non per
intrattenersi con essa. La Forza-AntiVampiro ci impedisce di
vergognarci dei
nostri sentimenti, ci spinge ad andare per la nostra strada, ci fa
impiegare
le energie nella cura del nostro progetto di vita, dei nostri affetti,
dei
nostri valori, senza tangenti ai Vampiri. I ‘figli’ della Forza-
AntiVampiro
sono persone che non lanciano sfide a nessuno ma che, se vengono
sfidate da
un predatore, raccolgono ogni sfida, senza eccezioni e senza
esitazioni.
“Per non farsi sopraffare dai Vampiri, infine, c’è una sola strada:
rendersi
conto che è in atto un gioco energetico proprio nel momento in cui
quel
gioco ha luogo. A partire da lì, tutto può diventare più facile,
perché le
varie tecniche collaterali (non raccogliere le provocazioni, non
reagire mai
con senso di scandalo, non lasciare mai sul tavolo una sola fiche
energetica
puntata dal Vampiro) presuppongono comunque il supremo sforzo di
riuscire a
cogliere l’attimo esatto in cui avviene l’aggressione. Se quello
sforzo
riesce, in quel momento si sprigiona un’enorme quantità di energia.
“Essere svegli in quel momento significa sapere senza ombra di dubbio
che
durante un gioco energetico anche il Vampiro sta spendendo un’energia,
sta
puntando una posta. Da quella percezione si passa a una sorta di
tremore
interno, di emozione paragonabile a quella che si prova nello
spogliatoio
prima di una partita molto importante, o prima di un esame da quale
dipende
il nostro futuro. Quel tremore interno (che è la prova che il nostro
motore
energetico è in moto) può prendere due strade: 1) trasformarsi in
pietà per
la Forza-Vampiro che ci troviamo di fronte e spingerci a compiacere il
Vampiro in tutti i modi possibili (come se servirlo fosse il più
grande
onore), con il risultato di sprecare sia la nostra energia sia quella
che il
Vampiro aveva puntato come ‘posta’ energetica; 2) provocarci una sorta
di
spontanea interruzione del dialogo interno, in grado di farci vedere
quei
fotogrammi della realtà che prima ci sfuggivano, di dare alla
pellicola la
velocità che vogliamo noi, ed eventualmente di usare il tasto ‘pause’
per
osservare i gesti del Vampiro e studiare il suo comportamento. In
quest’
ultimo caso, l’energia sarà stata usata bene, e difficilmente il
Vampiro si
sfamerà.
- Visti soprattutto, ma non solo, gli avvenimenti di questi ultimi
tempi,
con politicanti senza scrupoli che non esitano a versare sangue
d’innocenti
per fare i loro più che discutibili interessi, ti sembra si possa
legittimamente dire che il mondo è dominato da vampiri?
“Io credo che il mondo sia dominato dai Vampiri perché noi non-
politici ci
accostiamo alle cose della politica imitando i politici, cioè
rimescolando
in un unico guazzabuglio mentale aspetti razionali, etici e politici
dei
grandi temi che ci sollecitano e ci sovrastano.
“Noi non-politici dobbiamo imparare a testimoniare la giustizia: solo
quella. La politica è una degna e utile professione, ma è una
professione
che richiede di fare solo i propri interessi e di ‘stare da una parte’
e non
dall’altra. Per questo bisogna avere ben chiaro il confine tra la
valutazione morale e la valutazione politica di un fatto. Un politico
è
portato a mescolare assieme i due elementi e a dare giudizi morali
mentre
sta facendo politica. Un politico ha sempre da sostenere punti di
vista
utili alle sue strategie, ma pretende di presentare le argomentazioni
a
sostegno di quei punti di vista come il frutto di una oggettiva e
serena
valutazione morale dei fatti. E questo è assai meno naturale, perché
questo
spetta a noi, non a loro. Ma noi, purtroppo, mentre stiamo esprimendo
i
sentimenti che stanno nel nostro cuore, ci ritroviamo, quasi senza
accorgercene, al loro fianco, perché siamo convinti che senza di loro,
che
sono potenti, non si otterrà nulla.
“Faremo un grande passo in avanti verso la giustizia sulla Terra
quando
capiremo che dobbiamo agire in proprio, rinunciare alle loro
prestigiose
sponsorizzazioni, ai loro marchi, ai loro gadget. Ci muoveremo in modo
efficace e organizzato solo quando capiremo che agire accanto a loro è
un po
‘ come visitare un terreno da trasformare in parco per bambini in
compagnia
di uno degli speculatori che vogliono costruirci case o fabbriche.
- In base alla tua esperienza, in quale campo della vita sociale e/o
personale vedi particolarmente all’opera forze vampiriche?
“Dove c’è confusione c’è vampirismo. Dove l’atmosfera è dominata dalla
prepotenza, dal salto logico, dalle affermazioni categoriche, dalle
astuzie
dialettiche, dall’idea che la ragione stia tutta da una parte e il
torto
tutto da un’altra, dove con l’altro si dialoga non per capire, ma solo
per
affermare, lì c’è vampirismo. La malattia vampirica non si può mai
identificare con uno specifico ambiente, campo o potere. Magari fosse
così:
i buoni starebbero tutti da una parte e i cattivi dall’altra. Noi
saremmo
oppressi, è vero, ma saremmo anche coscienti della nostra uguaglianza
civile
di fronte a un nemico potente.
“Purtroppo queste sono fiabe: il vampirismo è trasversale. È una delle
sue
caratteristiche fondamentali, ed è una delle chiavi della sua potenza.
Certi
personaggi politici, per esempio, fanno più impressione dei Vampiri
che
abbiamo accanto, e attirano tutta la nostra preoccupata attenzione, ma
solo
perché gli diamo un’importanza spropositata, perché ne facciamo dei
miti,
seppur negativi, perché permettiamo loro di occupare l’intero nostro
orizzonte psicologico. Mentre noi dibattiamo, litighiamo, ci
accapigliamo su
grandi temi politici nelle case, negli uffici, nelle piazze, nelle
trasmissioni televisive, in Parlamento, nel frattempo padri e madri
terrorizzano bambini innocenti, e fa poca differenza che ciò avvenga
con la
brutalità fisica o con il potere delle parole taglienti, degli sguardi
sprezzanti, dell’indifferenza che annichilisce la dignità; nel
frattempo,
vengono abbandonate a se stesse persone che una parola, un sorriso, un
gesto
di amicizia potrebbero salvare dalla rovina o dal suicidio; nel
frattempo,
quasi ottomila italiani l’anno, tra cui donne, bambini, anziani,
muoiono
ammazzati, schiacciati, bruciati sulle nostre strade, assassinati
dalla
guida pericolosa, dall’ansia di arrivare primi di gente che non
rispetta
nessuna regola, di gente che è tra noi, con cui prendiamo l’ascensore,
che
ci saluta frettolosamente sul pianerottolo, che ci sfreccia accanto
ogni
giorno superandoci da destra, e che prima o poi può uccidere. Il
vampirismo
è forse il più trasversale dei mali”.
- A parte “Vampiri Energetici”, hai scritto o scriverai altri libri
dedicati
ai vampiri? O magari ci sono anche altri progetti, tipo film (e qui se
vuoi,
puoi accennare anche al vampiro del cinema) o altro in cantiere?
“Ho appena ultimato una raccolta di racconti e sto preparando un nuovo
saggio sul vampirismo. Il saggio, che è un po’ il ‘seguito’ di
“Vampiri
energetici”, verterà sulla Paura, sulla capacità del Vampiro di
trasmetterci
dosi di panico per stabilire il suo dominio su di noi e aprire fessure
psichiche dalle quali far uscire l’energia. In questo nuovo lavoro,
sto
approfondendo un concetto che nel primo libro avevo appena abbozzato:
che il
compito dell’AntiVampiro non è redimere i Vampiri; se lo fosse, lo
spirito
di proselitismo del quale la nostra cultura è intrisa rischierebbe di
trasformare l’operazione in una sorta di missione, con il risultato di
nutrire i Vampiri proprio con la nostra attenzione ‘salvifica’. Il
vero
compito è liberare la persona dalla paura e restringere il campo
d’azione di
chi la produce e la usa a proprio vantaggio. Compiuta questa
operazione, l’
obiettivo è raggiunto, perché non è importante avere la certezza che,
da
quel momento, nel mondo c’è un Vampiro in meno, ma che quel Vampiro,
anche
se resta tale, da quel momento ha una vittima in meno. Il resto verrà
da sé.
“Nella raccolta di racconti c’è anche una storia molto lunga, quasi un
romanzo breve, che ho impiantato sulla struttura portante di un
racconto che
avevo pubblicato qualche anno fa, ampliandone alcune parti. Si chiama
“Expositio ad bestias” ed è la storia di un bambino che, pur non
avendo
genitori Vampiri, è vampirizzato da una nonna e da una zia che
esercitano un
potere sulla sua famiglia in quanto detentrici di un segreto sui suoi
genitori. Nel racconto, all’azione vampirica umana si affianca anche
un’
azione di magia nera che si richiama a tradizioni popolari che erano
ancora
ben salde quando io ero piccolo e delle quali ho ricordi sommari ma
inquietanti. Penso che questo racconto potrebbe diventare un buon film
‘antivampirico’, anche perché un film è in grado di raccontare certe
teorie
molto meglio di un saggio. Ma certamente, prima di pensare a un film,
ho
altro da pensare: scrivere, diffondere l’idea che dal vampirismo ci si
può
liberare, aiutare le persone che si rivolgono a me per capire che cosa
possono fare, e aiutarle senza utilizzare alcun metodo che
interferisca né
con la loro vita personale né con l’eventuale lavoro psicologico o
terapeutico che alcuni di loro svolgono”.-
(……)
A proposito di esempi concreti, puoi citare qualche personaggio
famoso che
ti sembra esprima in modo particolare la forza vampiro, oppure, come
si usa
dire, è meglio non fare nomi?
“Nomi se ne potrebbero anche fare, ma contemporaneamente bisognerebbe
fare i
nomi dei loro complici-avversari, di tutti quelli che potenziano i
grandi
Vampiri con la loro attenzione frustrata, spasmodica, avvelenata, con
quel
modo di dire le cose sempre a denti stretti, con in faccia una smorfia
di
disgusto, con il veleno sotto la lingua, con lo stiletto tra i denti.
Non è
così che si vincono i Vampiri. I sentimenti vanno vissuti per intero
nel
nostro laboratorio interiore, fino a quando non si siano trasmutati in
oro
puro, in luce pura, in una lama tagliente che riflette solo bagliori
di
verità e di giustizia. La vera forza sta nel lasciar cuocere quei
sentimenti, non nello sbatterli in faccia all’avversario come schizzi
di un
veleno che, somigliando al suo, non farà altro che nutrirlo. Avvenuta
la
trasmutazione, si capirà che per vincere ci vuole strategia, non urla,
rispetto per l’individuo e intento implacabile contro la forza che lo
domina, non cieca frustrazione.
“Non faccio nomi perché non finirei mai di elencare tutti i veri
complici
dei grandi Vampiri, soprattutto di quelli che militano non nelle loro
stesse
schiere, ma in quelle dei loro oppositori”.
- Qual è, in genere, la reazione delle persone alle quali parli di
questo
argomento, o che leggono il tuo libro? In particolare, quando
capiscono che
parli non di un mito ma di persone reali, prendono sul serio o
sottogamba
l’argomento?
“Io credo che chi legge le cose che scrivo e o sente parlare delle mie
idee
percepisca il fatto che i miei sentimenti sono onesti, anche se da
molti
vengono ritenuti non condivisibili e provocatori. Io credo di
testimoniare
sempre che in quello che dico, anche se lo dico con forza, magari con
autorità, c’è soprattutto umiltà. L’umiltà, come scrivo in un mio
racconto,
è un sentimento, ed è il più potente di tutti. L’umiltà genera la
dignità.
La dignità genera la volontà. La volontà genera la forza d’animo. La
forza d
‘animo genera l’autorità. L’autorità presso se stessi è un fatto, non
un’
opinione. Quella presso gli altri è tutta da provare, non la si può
imporre.
“Io ho l’impressione che tutti, amici e oppositori, sentano che io non
ho
intenzione di imporre l’autorità delle mie idee a nessuno. C’è chi mi
scrive
che il mio libro gli ha cambiato la vita e c’è chi vuole consigli e
aiuto da
me. C’è anche chi mi maledice e mi minaccia perché ho messo in testa
strane
idee a persone che prima facevano la loro volontà e che adesso lottano
per
liberarsi dalla schiavitù psicologica che le opprimeva. Ci sono altri
che
cominciano una e-mail con l’intento di insultarmi e poi si perdono un
po’
per strada e chiudono in modo educato e un po’ imbarazzato. Ma devo
dire che
nessuno prende sottogamba l’argomento, nessuno mi ha ancora detto o
scritto
che la storia del vampirismo è una stupidaggine o una trovata per
farmi
pubblicità. E questo è già tanto”.
Immensità (nel cuore di Viktor Frankl)
by Duncan on set.13, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Viktor Frankl universalmente noto per aver creato la “logoterapia”, che è una forma di psicologia che si incentra sull’importanza di vivere con un senso e dare un senso profondo e unico alla vita.. a tutta la vita e alla propria vita.. trovò il fermento del suo pensiero e del suo insegnamento nella esperienza del campo di concentramento, dove egli fu internato in quanto di origini ebraiche. Egli vide che anche della più totale abiezione l’uomo può trovare la forza di resistere, e vide anche che solo coloro che riuscivano a trovare un senso più alto alla propria esistenza, e qualcosa di profondissimo e radicale per cui vivere… riuscivano psichicamente e fisicamente a resistere, senza cadere in quello stato di avvilimento, depressione, impotenza disperata e catatonia che per moltissimi significò la morte anche senza passare per le camere a gas.. morte perché si rinunciava a vivere, perché il mondo ormai era una meretrice carica di morte e abominazione e la vita un incubo di bastardi. Per resistere al campo di concentramento , bisognava mobilitare tutte le proprie risorse fisiche, psichiche e spirituali. E fu così che Viktor Frankl e altri resistettero. Di quella esperienze egli scrisse un libro meraviglioso e immortale, “Uno psicologo nel lager”, che è una di quelle letture che nessuno dovrebbe mancare nella propria vita. E adesso voglio citare un passo di questo testo… un passo di infinito amore. Quando Frankl improvvisamente pensò all’amatissima moglie -che tra l’altro era quasi certo fosse stata uccisa dai nazisti come lo erano stati i suoi genitori- e fu investito da una tale overdose di amore che pochi, davvero pochi sperimentano mai nella propria esistenza. Lì, rinchiuso in un luogo di inferno, costretto a una vita da schiavo, privato di tutto.. per uno di quei assurdi paradossi della vita.. provò il più alto vertice di amore che avesse mai provato, sentì volare il proprio spirito come mai aveva volato.
Vi lascio al testo:
——————————————————————————————————
“Improvvisamente, ho di fronte l’immagine di mia moglie. Mentre
inciampiamo per chilometri, guardiamo la neve o scivoliamo su lastre
ghiacciate, sempre sorreggendoci a vicenda, aiutandoci gli uni gli
altri e trascinandoci avanti, nessuno parla più, ma sappiamo bene che
in questi momenti ognuno di noi pensa a sua moglie. Di tanto in tanto
guardo il cielo, dove impallidiscono le stelle, o là, dove comincia
l’alba, dietro una scura cortina di nubi: ma il mio spirito è ora
tutto preso dalla figura che si racchiude nella mia fantasia
straordinariamente accesa, e della quale non ho mai avuto sentore
prima, nella vita normale. Parlo con mia moglie. La sento rispondere,
la vedo sorridere dolcemente, vedo il suo sguardo, e – corporeo o meno
- il suo sguardo brilla più del sole che si leva in questo momento.
D’un tratto, un pensiero mi fa sussultare: per la prima volta nella
mia vita, provo la verità di ciò che per molti pensatori è stato il
culmine della saggezza, di ciò che molti poeti hanno cantato;
sperimento in me la verità che l’amore è, in un certo senso, il punto
finale, il più alto, al quale l’essere umano possa innalzarsi.
Comprendo ora il senso del segreto più sublime che la poesia, il
pensiero umano ed anche la fede possono offrire: la salvezza delle
creature attraverso l’amore e nell’amore! Capisco che l’uomo, anche
quando non gli resta niente in questo mondo, può sperimentare la
beatitudine suprema – sia pure solo per qualche attimo – nella
contemplazione interiore dell’essere amato. Nella situazione esterna
più misera che si possa immaginare – nella condizione di non potersi
esprimere attraverso l’azione, quando la sola cosa che si possa fare è
sopportare il dolore con dirittura, sopportano a testa alta, ebbene,
anche allora, l’uomo può realizzarsi in una contemplazione amorosa,
nella contemplazione dell’immagine spirituale della persona amata, che
porta in sé. Per la prima volta nella mia vita, sono in grado di
capire ciò che si intende, quando si dice: gli angeli sono beati
nell’infinita, amorevole contemplazione di uno splendore infinito…
Davanti a .me cade un compagno; quelli che gli marciano dietro, cadono
anche loro. La sentinella accorre e li bastona senza pietà. La mia
vita contemplativa è interrotta per qualche secondo, ma subito dopo la
mia anima si innalza, si eleva nuovamente dalla mia esistenza di
internato ad un mondo sovrumano e riprende il dialogo con l’essere
amato: io chiedo – lei risponde, lei domanda – rispondo io..”
Non sono un uomo per tutte le stagioni
by Duncan on set.13, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Premessa… il pezzo che leggerete l’ho scritto ispirandomi MOOLTO liberamente alla vicenda di Tommaso Moro. Tommaso Moro (Thomas More), è uno dei più grandi umanisti della storia, ed è famoso per avere, coniato il termine «utopia», immaginando un’ isola dotata di una società ideale, di cui descrisse il sistema politico nella sua opera più famosa, «L’Utopia», del 1516. È ricordato soprattutto per il suo rifiuto alla rivendicazione di Enrico VIII di farsi capo supremo della Chiesa d’Inghilterra, una decisione che mise fine alla sua carriera politica conducendolo alla pena capitale con l’accusa di tradimento.Ispirandomi in chi vide nell’epilogo di Tommaso Moro.. una delle prime grandi rivendicazioni del pensiero libero e della dignità rispetto al Potere.. ho scrito il testo che leggerete, nella forma dello scambio teatrale. E’ evidente che radicalizzo fino all’estremo la vicenda, rendendola metafora di altro. Ma a me non importa con questo dialogo esssere realista…. mi importa il simbolo che viene trasmesso..
——————————–
Thomas More
“Non sono un uomo per tutte le stagioni”
–
Enrico VIII
“Non c’è alcuna verità assoluta, le fedeltà vanno col vento, e il vento sono Io adesso.. devi solo piegarti, e avrai salva la vita”
–
Thomas More
“Le fedeltà sono assolute… le verità resta verità e.. non sono un uomo per tutte le stagioni…”
–
Enrico VIII
“Basta solo che tu non ti opponga al mio nuovo matrimonio con quella bagascia della mia nuova donna… invece di fare il cane prezzolato del Vaticano…non cambia un cazzo per la tua preziosa coscienza..”
–
Thomas More
“E qui che non capisci. Non me ne importa nulla con chi ti accoppi la notte e delle tue storie di matrimoni da annullare e altri da fare, e delle tue stramberie sul fondare una nuova Chiesa Inglese.
Ma feci un patto una volta che ascesi in alto.. che non avrei piegato la volontà e la coscienza al Potere.
Non importa su che cosa si deve chinare la testa. Giurai di non farlo. “
–
Enrico VIII
“Testa di legno. Basterebbe solo un atto di assenso. Un formale omaggio alla Maestà del tuo Re.. che sancisca il suo diritto divino ad avere una nuova moglie in barba a quei castrati di Roma… un semplice atto”
–
Thomas More
“Non è l’mportanza concreta, non quella soprattutto.. è il simbolo..”
–
Enrico VIII
“Cedi … e sarai alla mia destra… il più alto in grado dopo me.. sia nel potere militare e politico.. sia nel potere religioso, ora che, con questo argomento della mia nuova bagascia, con questo matrimonio che il Vaticano anatamizzeà con le sue urla isteriche.. potrò nominarmi Capo Supremo della nuova Chiesa d’Inghilterra… e sarai il primo dopo di me anche nel potere religioso. Che poi nei fatti, io mi sono sempre fracassato la minchia di tutte ste fregnacce metafisiche per inculati. A me piace mangiare, bere, comandare le truppe, e trombare. Quindi il capo effettivo della nuova Chiesa saresti tu. Bestia! Ma non li hai sempre odiati sti pretini avvizziti, si eunuchi… sti predicatori della castità con cento amanti al seguito… sti pedersti.. sti simoniaci che venderebbero mandre, padre e Gesù Cristo in croce per mezza carica episcopale, anzi per una parrocchia di pecoroni fottutissimi. Queste serpi, dal sorriso melenso e servire. Con tutte le loro bestialità per estorcere quattrini per Mamma Roma e i grandi Capi Magnaccia che diigono il baraccone. Come con sta roba delle indulgenze… che a un certo punto ho minacciato di impalarli e abbrustolirli a fuoco lento, non perchè me ne importi più di tanto delle loro scempiaggini, ma i quattrini non me li tocchi. Per pagare sti enunuchi per farsi abbonare i peccati di mezza famiglia, stavo per subire un disssanguamento erariale.. tutti soldi in meno per le tasse. E quindi, porca di quella maialona fritta e rifiritta, tu che li hai sempre detestati.. sì con garbo, senza escandescenze.. ma li hai sempre combattutti.. che parlavi di riforme, Utopia… tutte quelle tue favole sull’Utopia.. ora gl dai manforte.. ora che potresti essere tu a fare girare la Chiesa per il verso giusto in Inghilterra, col mio pieno appoggio nello strizzare le palle a chi si mette di traverso….”
–
Thomas More
“Ascolta.. prova ad ascoltare.. anche se so che non lo farai. Se accettassi.. cosà resterà dopo? Vai oltre. Vai oltre questo grande baccanale, quest’orgia di potere, che vuoi goderti fino all’ultimo. Vai oltre! Cosa resterà dopo? Solo un giro di Walzer.. lotte tra bande. Tu sei un capobanda migliore di loro? Certo.. io potrei fare cose buone e somme alla tua destra, certo? Ma un giorno saremo pagine ingiallite di libri di storia, ricordi da imparare a memoria. Saremo solo i meno peggio.. la conosci questa parola?.. i meno peggio.
E io avrei mancato al dovere che ho messo sulla mia spalla e giurato di servire. Solo un servo di partito… Conosci questa parola?.. servo di partito…. solo un buon cortigiano…
Io adesso difendo molto altro oltre me e le vacche in calore di cui ti circondi…..
Io lascio una scia nel deserto, a costo della mia stessa testa….
Perchè qualcuno deve pure giocarsela la testa, metterla sul piatto e scommetterla, e anche perderla se è necessario… perchè altri un giorno possano con la mente trovare un compagno e una scheggia di fuoco per i tempi bui.
Perchè qualcuno riuscirà a restare in piedi perchè altri non si sono piegati, quando tutto lo avrebbero fatto, quando sarebbe stato così facile farlo.
E avranno parole e polmoni contro le anime grige, che verranno a dire che non esiste fedeltà, che non esiste verità. che non esiste amore.. che ogni cosa è relativa, e tutto è una menzonga e un gioco delle parti.
E sapranno che non è necessario impersonare tutti i ruoli, che non è indispensabile calare sempre le brache.
Sapranno che si può dire anche no….
che si può vivere senza vendersi..
Che ci sono uomini che non sono per tutte le stagioni…
–
Enrico VIII
“Ti sei irrimediabilmente fottuto il cervello, ora finalmente l’ho capito. Sei un pazzo, un giuda, un traditore, un fanatico. Morirai anche tu come una volgare canaglia. Domani ti sarà tagliata la testa”
Il Sale della Terra
by Duncan on lug.24, 2011, under Ispirazione, Poesia, Simbolo

Cadaveri si aggirano sulle sponde del mare d’oriente,
anime dissolutamente pure,
senza neanche frangenti a portare il cappello,
seminaristi della merda,
mentre tubature arruginite lasciano contattare le ore al cipiglio,
ecco che qualcuno bussa nascosto,
avanti, dice la vecchia strega,
avanti, fai tre passi e poi uno,
cinque intorno e sul buco di quella madonna di culo,
di quella sforbiciata alla camicia che ti rifà il look dalle ginocchie
al bidè
mentre ti accalappi alle insegne luminose,
se fai lo smazzo ti spezzi all’imbuto,
come una tracannate metafora,
solo che cammini,
e impari il passo al contrario,
come gioco balsamco,
nutrita voglia di ridere,
nutrimi
e svelerò ll’impasse…
nutrimi e scendero dall’asse,
e cantero nel mezzo,
come la corda sfibrata,
la stecca nel coro,
l’anello mancanto,
il lumino che afferra il buio
e balbetta piano,
nutrimi non aspetto che sabbia,
e sfangarmi di nuovo,
niente arie bizantine, e
cene intellettuali,
rendo ogni dono fatto per cerimonia,
ogni promessa da fiera,
ogni eleganza da sacrestia,
immagini riflesse sputano allo specchio,
come piogga vistata dal cielo,
e tue son le grandini,
tuo lo scirocco e la delizia,
tua la bastardaggine e la fede
tue le vette coperte, i frutti strappati al padrone,
tua la gloria dello scugnizzo,
la cuspide che segna il passaggio
tuo l’aroma di invaginata saliva,
la superba beatitudine,
il cesso immolato ad arte,
come vena dell’oro,
ogni parola non scambiata,
non taciuta alla dogana,
vengono e non hanno denti
e spuatano balbettando immondizia,
lasciano che l’erba si maceri
come carta fumanta,
futamo sdomiato, rottame da canne,
ma tu sei il ginocchio del mare,
la candela a mezzogiorno,
il settembre promesso,
quello che ti stringe a capanna,
e ti fagocita il culo,
mentre dirotto trabocchi a pezzettini nel vento
un pò come coriandoli,
gioelli, conservati per te
tra fogliacci di carta, e bollette rosse,
e terzi cassetti di terzi piani di scale a pioli e a cipolla,
vengono,
rimasugli di fiato,,
fame lii droga a cercarti,
eppure non molli la presa sui giorni,
perchè tu sei nell’aria,
la mia mano che si alza,
questo vecchio bambino col cappello da western,
tu sei l’orario che sbalza,
il famoso treno di chi in arte si perde,
e in arte si smania e
in arte ritrova ogni linea sbroccata,
non c’è pace ai quaderni,
no.. non c’è pace,
ti consumi le penne,
eccoli cappucci in deriva,
marchio sulla pelle,
uno per uno contati,
alluci strappati,
ma tu sei la mia stella d’oriente,
picchia per strapparmi dal sonno,
picchia forte
perchè questo sangue mi eccita,
Il faraone tace,
strane queste cavallette estive,
non rammentano gli ordini inespressi?
fino a dove il cappello si spinge?
Lo sai che se ridi ti regalerò camice,
che certo non valgono niente,
ma te le annoderò in cerchio, come
corda per evasi e disertori,
Tu sei l’ultimo bagliore a spegnersi,
la madre insaziabile degli insorgenti,
tu li generi,
diecimila figli,
diecimila cazzi in gloria dei,
appena appena un filo d’erba,
non sai leggere la ruggine?
lo vedi il morso sul collo?
il pane ha sempre il suo lievito,
chiamali se vuoi..
il sale della terra.
I mondi di Barbara (Osip Emil’evič Mandel’štam)
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana, Simbolo, politica

Eccoci a un altro appuntamento con la “I mondi di Barbara”, una rubrica che è una delle colonne principali di questo Territorio per Anime Pazze e Libere chiamato Born Again.
Barbara Lazzarini in questo spazio ci porta in altri mari rispetto alla cultura digerita e premasticata, e poi ingurgitata come fosse puro materialato.
Questa cultura si incarna nell’uomo e diventa incandescente percorso narrato, che della Libertà fa un pezzo di pane, che passa di mano in mano, rendendo chiunque mangia, più libero.
Il pezzo di Barbara che oggi pubblichiamo è uno a quelli a cui io tengo di più in assoluto. Il protagonista è un Gigante..Osip Emil’evič Mandel’štam.
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Osip Emil’evič Mandel’štam è un grandissimo poeta, una delle figure più importanti del Novecento letterario. Vittima, come moltissimi altri grandi artisti, delle “Grandi purghe staliniane”. Nasce nel 1891 a Varsavia da una famiglia ebrea, si trasferisce in Russia e trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Pietroburgo. Affronta studi intensi di filologia romanza e germanica che gli serviranno per studiare i grandi italiani come Cavalcanti, Petrarca, Dante, ecc.. successivamente insieme all’Achmatova e al di lei marito, fonda il movimento acmeista ( i migliori) in contrapposizione ai versi oscuri dei simbolisti russi propongono la chiarezza e la praticano perfettamente. Scrive in prosa e in poesia, molto importante, per il taglio originale che esce del Nostro più grande poeta, il suo saggio “Conversazione,(o discorso) su Dante”. Quello per la nostra lingua è un amore intenso, Mandel’stam la definisce “la più dadaistica delle lingue romanze”, pensate che Cristina Campo, raffinatissima traduttrice, l’italiano lo definiva “lingua di marmo”, lingua che se ne sta lì come un blocco pronto per essere scolpito, è irriducibile marmo che cela la forma affinchè ne sia estratta. C’è una sorta di incontro elettivo con Dante, prima di lui con Cavalcanti, in effetti il vero avanguardista dell’era volgare, quello che sdogana il pathos, con lui finalmente si può parlare di sofferenza carnale nell’amore, lo fa lui per la prima volta con durissime parole e sintassi complessa, lo farà Dante nelle famose e bellissime “Rime petrose”
…e torna la pietra a forgiare la nostra neolingua di parole che sanno tagliare e sono tagliate.
E’ mi duol che ti convien morire
per questa fiera donna, che nïente
par che piatate di te voglia udire.
I’ vo come colui ch’è fuor di vita,
che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia
fatto di rame o di pietra o di legno…(Cavalcanti)
Canzon, or che sarà di me ne l’altro
dolce tempo novello, quando piove
amore in terra da tutti li cieli,
quando per questi geli
amore è solo in me, e non altrove?
Saranne quello ch’è d’un uom di marmo,
se in pargoletta fia per core un marmo.(Dante)
Quando M. entra nei regni danteschi e prende a parlare della Divina Commedia, il suo approccio critico davvero è inconsueto. Di lui dicono che fosse un tipo strano, sempre in movimento, incapace di starsene seduto, frenetico, con il pensiero altrove, esiliato ai comuni mortali. Questa sua stessa condizione esistenziale d’esule lui rinviene in Dante, quella stessa foga del moto vorticoso di versi pietra che generano la più grande delle lingue; per Mandel’stam Dante “DANZA”, muovendosi nella musica dei versi, versi come orchestre sinfoniche. Ancora nel “discorso su Dante” scrive: “Dante è un maestro dei mezzi poetici, non un fabbricante d’immagini. E’ lo stratega delle metamorfosi e degli incroci” e quando si sofferma sull’analisi del canto del conte Ugolino scrive : “I canti danteschi sono le partiture di una speciale orchestra chimica”.
Osip M. è un grandissimo esperto di musica, fa paragoni con Bach, la musica è per lui segnale di vita e afferma che la poesia deve seguire regole più severe come quelle delle partiture:”Questa è la legge della materia poetica, materia che è convertibile e sempre in via di convertirsi, che esiste solo nello slancio dell’esecuzione“.
Mandel‘stam ha affermato: “prima compongo, poi scrivo“.
Si legga la seguente poesia dal confino forzato in cui viene relegato per motivi politici:
Lei non è dal suo mare ancora nata,
lei è musica ed insieme parola;
è il legame che mai si potrà sciogliere
fra tutto ciò che vive nel creato.
Delle onde respiran calmi i seni,
ma un chiarore impazzito il giorno illumina,
e stanno i lillà scialbi della schiuma
dentro un vaso color celeste-nero.
Acquistino le mie labbra, recuperino
la mutezza lontana, primordiale,
simile a una nota di cristallo
che vibra, fin dal suo nascere, pura!
Rimani quel che sei – schiuma, o Afrodite,
tu, parola, rifluisci in musica,
vergognati del cuore, o cuore, fuso
con l’elemento primo della vita!
La storia della dittatura sovietica s’incrocia con quella dell’artista già inviso al regime quando una sera recita questa poesia tra amici:
Noi viviamo senza avvertire sotto di noi il paese,
i nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza,
ma dove c’è soltanto una mezza conversazione
ci si ricorda del montanaro del Cremlino.
Le sue grosse dita sono grasse come vermi
e le sue parole sicure come fili a piombo.
Ridono i suoi baffi da scarafaggio,
e brillano i suoi gambali.
Intorno a lui c’è una masnada di ducetti dal collo sottile
e lui si diletta dei servigi dei semiuomini.
Chi fischietta, chi miagola, chi piagnucola
se soltanto lui ciarla o punta il dito.
Come ferri da cavallo egli forgia un ukaz dietro l’altro,
a uno l’appioppa nell’inguine, a uno sulla fronte,
a chi sul sopracciglio, a chi nell’occhio.
Non c’è esecuzione che non sia per lui una cuccagna…
Qualcuno si fa delatore, Mandel’ stam non saprà mai chi sia stato, né perché lo abbia fatto, tuttavia il “controrivoluzionario” viene arrestato, ha con sè solo una copia della Commedia. Ha così inizio un percorso di inaudita sofferenza fisica e psicologica che lo condurrà alla morte nel lager di Vladivostok nel ‘38
Su di lui Viktor Erofeev afferma: “Osip Mandelshtam scrisse i versi politici più coraggiosi e più riusciti di tutta la storia della letteratura russa. È un record. Quel proiettile di poesia diretto contro Stalin (…) è di una precisione micidiale”.
E’ nella durezza della prigionia che l’ansia genera poesia, la tensione del dolore si fa morso dilaniante che lo consuma eppure Osip non vuole smentire la sua vocazione d’uomo, compone, le parole risuonano tra soprusi fango e gelo, la sera ai suoi compagni di sventura recita Petrarca, prima in italiano e poi in russo, chissà quale fantasma porta l’arte a superare ogni bruttura, l’otium sereno delle Rime italiane a consolarlo, il sogno di un raccoglimento letterario negato…
Qui di seguito riporto alcune liriche dal campo di detenzione, furono preservate e poi date alle stampe dalla moglie Nadezda, che aveva imparato a memoria questi e numerosi altri testi poetici del marito.
Lo dico in brutta copia, a voce bassa,
ché non è ancora venuto il momento:
il gioco del cielo irresponsabile
si attinge col sudore e l’esperienza.
E sotto il cielo dimentichiamo spesso
- sotto un purgatoriale cielo effimero -
che il felice deposito celeste
è una mobile casa della vita” (9 marzo 1937)
“Io mi porto questo verde alle labbra
questo vischioso giurare di foglie -
questa terra che è spergiura: madre
di bucaneve, aceri, quercioli.
Mi piego alle umili radici, e guarda
come divento insieme cieco e forte;
non fa dono, il risonante parco
di una sontuosità eccessiva agli occhi?
E – palline di mercurio- le rane
con le voci s’agglomerano a palla;
i nudi stecchi si mutano in rami
e in lattea finzione il vapore dell’aria (aprile 1937)
Per un pugno di semi
by Duncan on lug.03, 2011, under Controinformazione, Resistenza umana, Simbolo, politica
Per un pugno di semi
Questa affermazione, che rincontrerete nei punti finali del testo che leggerete, dovrebbe essere scontata. Dovrebbe essere evidente. Moltissimi di noi non verrebbero neanche sfiorati da un pensiero diverso.
E invece non è così evidente per molte realtà economiche, mediatiche, politiche ed istiuzionali.
E la manipolazione della vita e la brevettazione del “materiale” vivente” è diventato uno dei grandi territori che segneranno il tempo prossimo venturo.
Il testo che leggerete non è sempre scorrevole e limpido, ma porta in sè domande potenti.
Non è un “discorso” solo sui semi…
I semi non sono quegli affarini picolissimi con cui potete riempirvi le mani.
I semi rappresentano una delle architravi della stessa sussistenza alimentare su questo pianeta.
Chi controlla i semi, controlla il cibo. Chi controlla il cibo acquisisce su intere collettività un potere che farebbe impallidire quello delle antiche satrapie orientali.
La manipolazione del vivente è strumentale ANCHE (e soprattutto) allo scopo delle brevettabilità del materiale manipolato.
Una volta, ad esempio, che si saranno create varietà genticamente manipolate (OGM) di Mais, le corporation internazionali che hanno il brevetto su quelle varietà manipolate (ad es.. la Monsanto) cercheranno di fare propagare quella tipologia di mais. Perchè quel mais è nelle loro mani. Se tutte le sementi attualmente essitenti fossero sementi geneticamente manipolate, in pratica la catena alimentare, per tutto quello che deriva dalla semina, maturazione,ecc.. e successivi procedimenti di elaborazione.. sarebbe nelle mani delle corporatione alimentare.
La lotta per i semi non è una battaglia di poche comunità integraliste di contadini, quindi. E’ una lotta per la democrazia prossima ventura. E si intreccia con altri piani e con altre lotte, in una sovrapposizione di livelli, sul piano orizzonta, e sul piano verticale.
L’articolo che leggerete tenta di mostrare “qualcosa” di tutto ciò, andando anche oltre lo stesso discorso dei semi.
E’ la riscoperta e la valorizzazione di un sapere comunitario che è in gioco, di un patrimonio collettivo che va oltre il diiritto e deve porre limiti al diritto. Arrivo a dire che il diritto è legittimo se non mette a repentaglio questo sapere comunitario e le relazioni di vita che esso stesso istituisce.
Il succo è che la proprietà comunitaria delle sementi, ma anche dell’acqua, e altri patrimoni originari non devono essere “concessi” dal diritto, il diritto deve “riconoscerli”, inchinandosi a ciò che rende legittimo il diritto e nè da valore morale, il rispetto della sovranità della vita nel suo manifestarsi.
E’ una lotta per una democrazia non limitata al piano istituzionale governativo.
Una lotta per i saperi comuni, per i beni comuni, per gli spazi condivisi, per i “territori franchi”, emancipati dal mercantilismo più esasperato, e dal codice del profitto, dalla dinanica dello scambio azionario perenne. Non è né liberismo, nè comunismo. I vecchi molochi ideologici sono alberi secchi, germe sterilizzante. E’ un pensiero più antico della ruota e più innovatore delle autostrade telematiche.
La terra appartiene ai popoli. La cultura sociale non deve essere sottoposta ad autorizzazioni e controlli.
La conoscenza va condivisa e deve scorrere senza limiti.
L’economia è solo uno strumento e deve inchinarsi a valori superiori.
I leader devono servire non comandare.
E la vita non è brevettabile.
Vedete a cosa si arriva da un pugno di sementi..
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Tratto da
“NUNATAK
Rivista di storie, culture, lotte della montagna”
SCAMBIO DI SEMI E DIRITTO ORIGINARIO
Parto da un’affermazione poco nota sulle varietà di fruta, ortaggi e cereali: le varietà in natura non esistono. In natura esiste la specie, i loro selvatici, le declinazioni locali delle specie (“ecotipipi”) che nei diversi luoghi, in risposta al terreno e al clima di quei luoghi, hanno evoluto forme e comportamenti particolari; ma le varietà, come le conosciamo oggi (la mela Renetta, il frumento tenero Gentil Rosso, la carota di Nantes…) sono quasi sempre il risultato di un lento processo di selezione, addomesticazione e trasmissione atto da contadini e agronomi nel tempo lungo delle generazioni, e questo risultato richiede decenni, qualche volta secoli, di lavoro anonimo, svolto nella condivisione dei saperi e delle pratiche comuni a un territorio esteso quanto quello di una parrocchia o di una famiglia. In altre parole, le varietà sono un prodotto del tempo e della cultura di un luogo e di una comunità, sono quasi un manufatto. Se si escludono quelle prodotte dai genetisti, quelle ottenute per ibridazione o per mutazione indotta, se si escludono, insomma, quelle più recenti, prodotte a partire dalla prima metà dello scorso secolo, tutte le altre varietà, quelle tramandate (dunque “tradizionali”), non hanno un autore, un “costitutore”, non hanno cioè qualcuno che ne possa vantare un diritto esclusivo di proprietà e di uso. La titolarità sulle varietà tradizionali può essere riconosciuta solo nei confronti della compresenza di chi, in quel luogo e in quella comunità, è vissuto e vive, perchè, poco o tanto, solo costui è cotitolare dei saperi condivisi e delle pratiche che sono servite nel tempo per selezionare e addomesticare la loro forma, il loro comportamento e il loro gusto, cioè per fare loro assumere le caratteristiche che le rendono riconoscibili e particolari.
La mela Cavilla, l’uva Lumassina, il mais Ottofile e il cavolo Gaggetta, essendo il risultato di un lungo processo di adattamento e conformazione, non hanno un autore certo. Queste varietà possono solo avere una moltitudine di coautori, comunque non un proprietario; e se qualcuno ne rivendicasse diritti esclusivi commetterebbe un atto abusivo e giuridicamente on riconoscibile se non per effetto di una norma bizzarra, inconsapevole o prepotente; sono invece patrimonio collettivo, non di tutti in mondi indifferenziato, della nazione o dell’umanità, ma di una comunità legata a un territorio, quanto grande o piccolo non è rilevante. La conservazione ripetuta nel tempo e la consuetudine ne hanno fatto oggetto di diritto comunitario, un diritto che di fatto non esisste più, e non è né privato né pubblico, perchè non possono appartenere neppure allo Stato o alle sue emanazioni territoriali che amministrano il patrimonio pubblico, e sempre più spesso lo fano come se fosse una particolare forma di proprietà privata. Così, tutto quello che è stato oggetto di diritto comunitario, cioè delle comunità (normalmente territoriali) – si pensi agli usi civici – è soggetto ad una progressiva erosione e, come scoria del passato, pare destinato, prima all’esclusione dalla percezione e dalla consapevolezza comune e, successivamente alla totale scomparsa.
Questo punto merita una particolare attenziona: a dispetto di ogni strabismo giuridico, gli ambiti comunitari tuttora esistono – hanno a che fare con le risorse necessarie per a sussistenza degli appartenenti a una comunità e con il patrimonio simbolico costruito nel tempo da quella comunità, fatto di spazi, feste, riti, forme ed espressioni della cultura condivisa e vernacolare – ma non si percepiscono più come tali: solo solo usciti dall’orizzonte della percezione e del linguaggio comuni, e questa uscita è la premessa per la loro definitiva scomparsa nella disattenzione e nel silenzio.
Piccoli esempi presi qua e llà nel deposito della memoria. La strada è, ed è sempre stata, spazio dell’incontro e, nell’immediatezza delle cose, quasi estensione dello spazio abitato. Pare normale – e anche nelle città lo è stato fino a non molti decenni fa - che le persone possano mettere la sedia fuori casa per conversare o fare nulla. Ma non posso dimenticare il vigile che a Genova, una trentina di anni a, in una strada pedonale del centro storico, si era avvicinato a una donna seduta fuori casa vicina al suo uscio per domandare se, per la sedia, avesse pagato la tassa di occupazione del suolo pubblico. In quel momento ho iniziato a capire che lo spazio pubblico e quello comunitario non sono la stessa cosa.
Ancora: organizziamo una festa e suoniamo e balliamo con musica che abbiamo inventato o con la musica popolare, quella ereditata per tradizione, quella di autori tutti ignoti o, proprio come le varietà agricole, di autore collettivo. Anche in questo caso dobbiamo pagare una gabella allo Stato attraverso la sua agenzia, SIAE, che impone una tassa sulle feste accompagnate dalla musica con la ragione dei diritti d’autore: e non conta nulla che la musica sia inventata sul momento o che gli autori non ci siano e, intesi singolarmente, non ci siano mai stati, e neppure che nessun diritto d’autore sarà pagato a nessuno. Andando così a spaglio, cosa potremmo dire della legge per incentivare gli “agricoltori custodi”, pubblicato dalla Regione Toscana pochi anni fa, che prevede un contributo in denaro per chi mantiene e moltiplica varietà tradizionali a condizione che i semi siano consegnati alla banca dei semi indicata dallla stessa Regione senza possibilità di redistribuirli tra gli stessi coltivatori se non sotto vincolo di riconsegna. In questi pochi esempi così eterogenei, si reisce a riconoscere la distanza tra cosa è “pubblico” e cosa è “comune”?
Torniamo alle varietà tradizionali che, abbiamo osservato, sono oggetto di una titolarità comunitaria e come tali non dovrebbero esssere brevettabili, appropriabili da nessuno, neppure dallo Stato e dalle sue emanazioni. E i semi e i materiali da propagazione di quelle varetà si possono fare circolare liberamente? Pare banale rispondere “sì”, eppure, grazie a una direttiva europea (98/95) e alle sue interpretazioni più restrittive, dal 2000 è stato necesssario iniziare a fare una azione di pressione – che dura ancora oggi – nei confronti del Ministero delle Politiche Agricole per sostenere che, malgrado qualunque direttiva o legge conseguente, debba essere riconosciuta (non concessa!) ai coltivatori la libertà di scambio delle sementi delle varietà da loro riprodotte, tanto più se si tratta di varietà tradizionali, tanto più se la produzione di quelle sementi avviene entro l’aerea di tradizionale difusione e coltivazione di quelle varietà.
La ragione portata avanti vive all’interno di una duplice argomentazione.
1- Le varietà tradizionali sono prodotto delle comunità locali e oggetto della loro titolarità collettiva che, al pari di un uso civico, non può esssere alienata, abrogata, appropriata né limitata.
2- Lo scambio delle sementi è una pratica consuetudinaria che nella cultura e nell’economia rurale si svolge in modo corrente secondo un costume consolidato e risale a un tempo che precede la memoria collettiva (in parole più chiare si direbbe: è così “da sempre”.
A questi due punti potremmo aggiungerne un terzo. Tutto ciò che ha a che fare con le pratiche di sussistenza è parte di un ambito pregiuiridico che logicamente precede e fonda ogni legge – perchè una legge che neghi i diiritti legati alla sussistenza è, o dovrebbe essere, impensabile e in sé contraddittoria -, e lo scambio delle sementi è senza dubbio un elemento che rinvia all’autoproduzione del cibo e, dunque, alla sussistenza; alle sementi e alla confezione del proprio cibo potremmo aggiungere ciò che riguarda la generazione dei figli, la possibilità di curarsi se e come si desidera, il riparo da reddo e maltempo, e altro ancora.
Lo stesso valore pregiuridico è quello che dovrebbe essere riconosciuto – perchè la sussistenza comunitaria e di qualunque formazione sociale è presupposto logico di ogni norma che ne regoli il funzionamento – a ciò che riguarda le risorse delle comunità e il loro patrimonio simbolico, che normalmente sono autoregolati e fissati per tradizione orale, prima che scritta, attraverso la consuetudine e il costume. E in questo ambito troviamo le comunanze (commons) e l’accesso alle risorse rinnovabili, il loro uso collettivo, ripetibile e non erosivo.
Tutti questi non sono diritti, né vecchi né nuovi, perchè non sono corrispettivi per ciò che è dovuto, vengono prima dei diritti: sono uno spazio originario, sono premesse del diritto e come tali devono essere riconosciute inviolabili e non assoggettabili ad altre limitazioni o riserve oltre alla necessità che la loro espressione non possa danneggiare, prevaricare, o limitare le altrettanto sacrosante facoltà elementari di altri di agire per assicurare la sussistenza per sé, la propria famiglia, la propria comunità. La sussistenza, nulla di più. Se esiste un ambito pregiuridico, r iguardante la sussistenza e le comunanze, che logicamente precede la formazione del diritto, esiste anche un ambito ultragiuriico che ontologicamente supera lo spazio del diritto, e questo è l’ambito del sacro e di ciò che si riconosce come tale, come la vita.
Torniamo alla perdita di percezione delle comunanze che nel tempo porta al loro disconoscimento e alla loro scomparsa tra l’inconsapevolezza e l’indifferenza. Oggi, dei semi si occupano i frigoriferi delle banche del germoplasma, delle feste gli assessorati alla culura o le istituzioni preposte all’animazione del “tempo libero”, della salute le istituzioni sanitarie, del sapere condiviso e comune la scuola e la televisione, della bontà del cibo le ASL. Della vita in generale, si occupano gli esperti di ogni genere: l’istituzionalizzazione delle comunanze corrisponde al passaggio dalle forme comunitarie di partecipazione diretta ai meccanismi elettorali delle democrazia delegata. Si confonde il comune con il pubblico, la partecipazione con la delega: il trucco è lo stesso, ed il risultato è che nel tempo lle comunanze diventano invisibili, fino a quando si può dubitare che siano mai esistite, e “partecipazione” diventa parola vuota, ornamento e alibi per addolcire forme di controllo del consenso.
Prima che le comunanze scompaioano del tutto è necessario riafferrarle e riaprire la morsa tra lo spazio normativo pubblico e privato perchè i beni comuni siano riconosciuti tali e siano resi indipendenti dalle ingerenze e intromissioni statali. E d’altra parte è necessario segnare, sul confine del sacro e dell’ambito di sussistenza, l’orizzonte invalicabile del diritto perchè anche oltre questo confine valga un principio di astensione, di non competenza a legiferare.
Nella pratica delle scelte, per riaprire la morsa tra pubblico e privato, si potrebbe cominciare da pochi primi interventi e affermare in generale, che..
L’acqua, l’aria, la terra e le sementi, i luoghi considerati sacri da chi li abita e li vive per il culto e la preghiera, gli spazi comunitari, i saperi condivisi, la linngua madre gli usi tramandati, le scelte partecipate, le soluzioni in armonia con il senso comune, le consuetudini e le pratiche locali sono patrimonio comune, ne è titolare chi è vissuto, vive e vivrà nell’ambito comunitario che li riguarda; l’accesso ch e se ne ha non può ledere le facoltà di accesso di nessun altro che ne sia titolare; tutto quanto è patrimonio comune, non si può cancellare, vietare, limitare, dividere, manipolare contronatura, vendere, modificare, usucapire, appropriare, violare, brevettare, rinunciare, delocalizzare, privatizzare, istituzionlizzare. E tutto questo non può riguardare neppure cosa vive alle radici della vita, nell’ambito del sacro: così anche le persone e, più in generale, gli esserei viventi e i loro geni.
Oppure, per offrire alcuni esempi particolari tra i molti possibili, che:
1- Chi coltiva un appezzamento di terra, qualunque sia la sua dimensione, per l’autoconsumo familiare e per la vendita diretta e senza intermeiari, pià liberamente: trasformare e conezionare i prorpi prodotti nell’abitazione o nei suoi annessi, attraverso le attrezzature e gli utensili usati nella consueta gestione domestica; e vendere i propri prodotti agricoli (comprese le sementi autoprodotte), alimentari e artigianato manuale ai consumatori inali, senza che ciò sia considerato atto di commercio.
2- Le feste di paese e quelle comunitarie, la musica tradizionale e i balli popolari senza autore nato, sono liberi da permessi e atuorizzazioni amministrative, non sono assoggettabili alla normativa sul diritto d’autore né ai controlli o alle competenze della siae.
3- I diritti di uso civico sulle terre demaniali, comunitarie e frazionali non possono essere modificati, liquidati, sospesi o trasferiti; e restano nella disponibilità delle comunità che hanno diritto ad accedervi. Le terre soggette ad uso civico e i beni frazionali on possono essere vendute, alienate, edificate, né essere soggette a cambio di destinazione.
4- Le varietà tramandate di ortaggi, frutta e ceereali sono bene comune, la loro titolarità appartiene alle comunità locali dove nel tempo sono state selezionate, addomesticate e conservate e in nessun modo appropriabili o brevettabili.
5- Nulla di ciò che è vivente è brevettabile, neppure in parte,
E così di seguito per dieci, cento o altri mille punti.. Semplice no?

Gli eroi non muoiono mai
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo
Ehi tu,
piccolo sogno su due gambe,
dai poster ai murale
epiche dei ghetto,
strade di periferia.
covo di Patrizi e tossici,
un cucchiaio in bocca e sopra un uomo,
occhi bendati,
parrocchia di periferia,
campionati di strada,
a piedi scalzi,
pizze scommesse..
e pugili ammaccati,
vecchi su nuvole di sigaro,
donne dai diecimila figli,
o cento o tre,
E tu, maestro,
bambino nel tempo,
l’amore fa male…
ma ti rende immenso,
e ti giudicheranno
e sarai smerdato in sala mensa,
vorrei dirti che il mare non è solo oltre il cemento,
ma è già nel cemento,
e che sarai padre di diecimila figli,
o di cento o di tre,
ci sono trampolini in alto sopra il cuore,
ci sono notti che tu custodirai,
cartoni di piscio e birra coi barboni,
alcuni dimenticano… tu no,
Gli eroi non muoiono mai.
La lotta per la montagna sacra
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Controinformazione, Resistenza umana, Simbolo
Ecco i piccoli soldati della Resistenza.
Hanno volti nascosti tra le pagine bianche e quelle nere, le righe cancellate, quelle bruciate ad arte, quelle ricoperte con la scolorina, quelle riscritte e quelle ritrovate.
In India, nello stato dell’Orissa, I Kandh, un insieme di comunità tribali hanno combattuto una durissima e disperata guerra contro la multinazionale Vedanta per Niyamgiri, la loro Montagna Sacra, il fondamento del loro mondo, la cornice del loro habit esistenziale, il nutrimento del loro autoriconoscersi, ovvero l’archistrave stessa del loro sentiri Uomini, del loro “avere un senso” dinanzi alla vita.
Nonostante la guerra sporca di Vedanta e autorità i Kandh alla fine hanno vinto. Almeno per il momento.
Il testo che leggerete è la loro storia.
Su un fronte che corre proprio ai confini dell’umano. Dove si combatte ancora. Dove si combatterà semrpe.
Lo Specchio è frantumato e le immagini sono infrante, sparpagliate, diffuse.
La Resistenza è all’opera ovunque. Cambiano le forme, i retroterra, le Visioni, le pratiche concrete. Ma i motori si scaldano. E reggono a stento i muri dello stadio. Divisi da mille codici, uniti in realtà da una stessa fame di liberazione, e di dignità contro chi prosperà tre i canili e il guinzaglio.
Tribù scendono sul sentiero di guerra Per difendere un Mondo. Il loro Mondo. La Casa Divina della manifestazione e attuazione del loro essere. Il Territorio che dà il fiumi, le sorgenti, la frutta. La Terra che è stato dato loro mandato di Custodire.
E’ una vecchia lotta. Degli estortori dai colletti bianchi e degli agglomerati di cemento e morte che come unr ullo complessore spazzano via i Mondi, in una scarica di DTT sterilizzante, per accamparea altri territori al loro Risiko e spolparli fino a strapparne l’ultimo centesimo.
Ma c’è chi dice.. QUESTO E’ IL NOSTRO MONDO…
QUESTA E’ LA NOSTRA TERRA,
QUESTO E’ IL NOSTRO UNIVERSO,
LOTTEREMO FINO ALLA MORTE PER CIO’ CHE E’ NOSTRO.
I loro tamburi parlano anche alle nostre viscere, per una Dignità che aspetta chi osi reclamarla.
La Grande Montagna ora sorride.
A volte il Banco perde,
al gioco delle tre carte capita che il Banco si incula.
—————————————————————-
Tratto da
“NUNATAK
Rivista di storie, culture, lotte della montagna” (n.627)
Di Pei
“Oggi nell’era dei cambiamenti climatici, è sicuramente il momento di rendersi conto che le foreste, i sistemi fluviali, le catene montuose e le persone che sanno come vivere in modo ecologicamente sostenibile valgono più di tutta la bauxite del mondo. La Vedanta dovrebbe essere fermata nei suoi piani. Adesso. Immediatamente. Prima che si compino ulteriori danni.” (Arundhati Roy)
In India, alle pendici del Monte Nyamgiri, le comunità tribali dei Dongria Kondh si stanno battendo contro la multinazionale mineraria Vedanta, il cui progetto estrattivo minaccia di distruggere, insieme a Nyamgiri, la loro stessa esistenza come popolo che si considera – ed efettivamente è – il “Custode” di questa montagna sacra. Al momento i Kondh hanno vinto: il progetto della Vedanta è stato bloccato. La loro storia, e la loro vittoria, è tanto più significativa in quanto momento di uno scontro di dimensioni ben più grandi: una battaglia epocale che vede il subcontinente indiano, la più grande democrazia al mondo, dilaniato da una vera e propria guerra ai danni delle popolazioni rurali, non ancora urbanizzate, e al loro tentativo di resistere al trionfo dello “sviluppo economico”.
Tra l’agosto e il settembre del 2010, dopo una controversia durata anni, il governo indiano si è pronunciato in merito al rilascio delle autorizzazioni alla multinazionale Vedanta per il progetto di estrazione di bauxite dal Monte Niyamgiri, nello Stato orientale dell’Orissa. In quella che Amnesty Internationale ha definito >, la Corte suprema ha bocciato il progetto della miniera, per violazione delle leggi a tutela dell’ambiente, della oresta e dei diritti degli adviasi (le popolazioni indigene), in particolare dei Dongria Kondh e delle altre comunità che abitano le pendici di Niyamgiri. La sentenza ha inoltre sospeso le operazioni di sestuplicamento della raffineria di alluminio di Lanjigarh, riconoscendo che già nelle sue attuali dimensioni ha provocato un inquinamento dell’aria e dell’acqua tali da rendere invivibile il territorio per le comunità locali. Questa sentenza ovviamente non casca dal cielo, ma è l’esito – insperato – di una feroce battaglia tra la britannica Vedanta Resources, una delle maggiori compagnie minerarie al mondo, e i Dongria Kondh, una piccola – ma irremovibile – comunità tribale.
I Dongria Kondh sono una delle tribù più isolate del continente indiano, circa ottomila persone sparse in piccoli villaggi sulle colline di Niyamgiri, un territorio diamgi dense foreste popolate da una grande varietà di animali, tra cui tigri, elefanti e leopardi. Qui i Kondh coltivano lem essi, raccolgono frutti spontanei e selezionano piante e fiori destinati alla vendita. In lingua kuvi, gli abitanti delle pendici di Niyamgiri chiamano se stessi jhamia, ovvero >. Essi si considerano i guardiani delle centinaia i sorgenti perenni, ruscelli e torrenti, che sgorgano dalla cima della collina. Tale abbondanza d’acqua dipende proprio dalla presenza della bauxite, materiale di natura racciosa e sedimentaria che tratiene acqua e umidità nella stagione delle piogge per poi rilasciarla gradualmente nel periodo secco. Questo sistema naturale di filtraggio realizza così un perfetto equilibrio di produzione idrica a ciclo continuo, che garantisce la crescita di una vegetazione rigogliosa in un territorio che, nel suo complesso, nela gran parte dell’anno è piuttosto arido. E’ perciò evidnte come – l di là del potenziale inquinante di uno stabilimento minerario – la semplice sottrazione da tale ecosistema dell’elemento principe per l’equilibrio idrico, la bauxite, avrebbe di per sé un impatto devastante.
Il progetto della Vedanta consiste proprio in una imponente miniera a cielo aperto per l’estrazione della bauxite dalla vetta della montagna sacra per i Kandh: Niyamgiri, la “montagna della legge”, dimora del loro Dio e garante dell’equilibrio naturale. Se ciò avvenisse, i Dongria Kondh non perderebbero soltatno i loro mezzi di sostentamento, le loro case, le loro terre. Perderebbero la salute, l’indipendenza e la loro insostituibile e profonda conoscenza dell’ecosistma di colline e foreste. Ma, ancor di più, la distruzione di Niyamgiri rappresenterebbe la perdita della loro identità, la fine del senso stesso della loro millenaria esistenza.
La bauxite, in campo industriale, ha un’importanza notevole: si tratta infatti dell’elemento base per la produzione di alluminio. Con il cosiddetto processo Bayer, i sali d’alluminio presenti nel minerale vengono separati da altri elementi “spuri” – silice, ossidi di ferro, titanio… – attraverso diverse fasi di “puriicazione” che, inevitabilmente, producono grandi quantità di materiali residui di una certa tossicità. Le comunità che vivono nei pressi della raffineria della Vedanta già in funzione nell’aria, infatti, oltre ad essere state sfrattate dalle loro case e dalle loro terre, denuncniano un diuso avvelenamento responsabile di soghi cutanei, infezioni e disturbi di vario genere. A ciò si aggiungono la compromissione dei raccolti, le morie degli animali che si bagnano e abbeverano nelle acque di Nyamgiri, e la colorazione rossastra assunta dal suolo e dalla vegetazione circostante.
>. Questa è la posizione – ferma ed inequivocabile – delle tribù scese in lotta, compatte nel proposito di fermare la Vedanta per impedire la “profanazione” delle loro montagne, la conversione dell’area in una desolata zona industriale e per non bararattare il proprio modo di vita con la prosepttiva di diventare, nel migliore dei casi, dei salariati della raffineria. Riiutano il Progresso, questi barbari! Un Progresso grazie al quale, forse, otterrebbero qualche automobile, qualche telefonino, e qualche Mac Donald’s dove chiedersi cosa è successo alla loro acqua, ai loro colori, alle loro forteste, alle loro vite.
Di fronte a tale inconcepibile rifiuto, la Vedanta e le forze governative non tardano a reagire. Ad alcune comunità la compagnia offre del denaro per convincerle a trasferirsi altrove, mentre le case di quelli che declinano l’offerta vengono abbattute nottetempo dalle ruspe. Le cronache parlano anche di azioni punitive, di interventi paramilitari con omicidi mirati, rastrellamenti, pestaggi e sparizioni, nei confronti dei membri più attivi delle comunità.
I Kondh, però, non si sono mai arresi. Negli ultimi anni, a più riprese, i loro tamburi di guerra hanno ripreso a rullare dal profondo della giungla. Hanno bloccato le strade di accesso ai cantieri, impedendo fisicamente il passaggio alle scavatrici. In centinaia, provenienti dalle varie comunità e villaggi della zona, si sono riuniti di fronte ai cancelli degli stabilimenti Vedanta, scontrandosi con le forze dell’ordine e subendo cariche, aggressioni, arresti e intimidazioni… Hanno celebrato colossali puja, raduni di massa per dare vita ad un movimento allargato, formato anche da rappresentanti di altri gruppi tribali e da attivisti, accademici, avvocati, per attirare l’attenzione del mondo intero. E proprio grazie al lavoro di informazione, la notizia della loro battaglia ha acquistato un’eco internazionale, stimolando diverse iniziative di solidarietà, coe ad esempio una manifestazione nel cuore di Londra durante l’annuale meeting generale della Vedanta. Un’ondata di critiche e pressioni ha così colpito la corporation, al punto che alcuni dei finanziatori hanno fatto dietrofront, ritirando le quote di investimento nell’azienda.
Si può letteralmente dire che i Kondh sono tornati sul sentiero di guerra, al suono dei gong e dei tamburi, indossando i costumi arcaici ormai sempre più rari, e impugnando le loro armi tradizionali: archi, frecce e asce. Il gesto stesso di brandire queste armi antiche, le stesse che un tempo avevano usato per difendersi dai colonialisti inglesi, e che oggi sono rivolte contro le mostruose propaggini meccaniche del sistema industriale, ha l’alto valore simbolico di rivendicazione dell’identità culturale di un popolo, nella resistenza al processso di trasformazione imposto da una modernizzazione genocida. Ma non solo: il brandire le armi sottolinea la volontà di combatere ancora una volta a oltranza fino all’ultimo uomo, una battaglia impari, dando forma a uno degli slogan più volte ripetuto: >:
Non è la prima volta infatti che queste popolazioni si trovano a combattere una guerra impari contro la Civiltà. Un tempo i Khand sparsi ai piedi del sacro Monte Nyamgiri erano adusi a celebrare sacrifici umani. Un orrore che l’impero britannico non poteva tollerare. Dall’altro di una legittimità morale fondata su secoli di roghi, guerre, stermini, schiavitù, il cristianissimo e civilissimo Occidente si mobilitò per estirpare una simile barbarie, massacrando quanti osavano difendersi, pianificando un vero e proprio genocidio (per evitare l’atrocità dei sacrifici umani, of course). Si era a metà dell’Ottocento, ei Kadh resistetero armi in pugno all’Impero, trasformando le colline e le foreste dell’Orissa nel teatro di una guerriglia testarda e senza tregua. Stremati, perseguitati, affamati, condotti sull’orlo dell’estinzione, i Kandh riuscirono a vincere la partita con la storia. Sono sopravvissuti, aggrappandosi alla propria identità culturale. Oggi la Civiltù torna alll’attacco, tentando di portar via, con il loro sacro monte, il senso della loro vita millenaria. Qualcuno ha deciso che devono stare meglio, che il Progresso deve arrivare fino a lì. L’antica storia si ripete, la multinazionale Vedanta dà vita al suo genocidio di vite fisiche, morali, culturali, comprando tutto quello che può comprare e distruggento tutto il resto.
I Kandh sono tornati sul sentiero di guerra. La loro tenacia ha trasformato una piccola tribù delle giungle dell’Orissa in un simbolo di una battaglia globale. Nel loro mondo popolato da spiriti, sciamani e uomini tigre, i Kandh hanno trovato la forza di resistere e le ragioni per combattere, dimostrando, non foss’altro che per questo, di avere molto da insegnarci.
Il tempo dell’intransigenza
by Duncan on giu.14, 2011, under Poesia, Simbolo
Piovono sassi,
e io ti aspetterò,
sui segnali dimenticati,
vecchi vestiti appesi
saranno il carbone che resta
dopo benzina e accendino.
Non sarà tempo di scivolosi violini
e di sorrisi lavati e pettinati,
Non cercherò biglietti di ingresso,
ed è troppa colma la pentola
per studiare le mosse,
Grandi corridoi vuoti ospitano i
i panchinari in tripla fila,
il ballo delle indulgeze rende putridi
e oggi la misura è coima,
doppioni di figurine sull finire dl quartiere,
non offrirmi caffe intazzinato,
niente zucchero stasera
pago io e pago tutto,
nessuno sconto, nessun credito.
E avranno viste buone gli allenati al guinzaglio,
troppe bollette, castello fantozziano,
e i maggiordomi preparano il culo,
la vasellina, va messa bene,
per agevolare l’inculata,
archivi pieni, lista disco,
posti occupati,
si ammorza la fame nel pomeriggio domenicale,
Ti lascio i fiocchi sulla testa,
i manuali del bel vivere,
e le parate da circo,
tutta la carriera da razza schiava,
e non sarò educato, stanotte,
sfonderò la porta,
nessun permesso,
Verremo ammantati nella notte
portatori del fuoco,
C’è un tempo della frasetta e del cuoricino,
della tenerezza al cubo e delle mille e un bignè,
c’è un tempo di compromessi fino alla luna,
e di manuali del buon comunicatore,
c’è il tempo del sorriso stirato e del tengo famiglia,
c’è il tempo dei primi passi e delle infinite scuse,
dell’indulgenza a spremerla,
delle personcine ammodo che aggiustano sempre il colletto.
Sei mesi per una visita, stai in fila da ometto,
tre giri per il tuo turno al monopoli,
scusate potrese evitare di picchiare peter park?
C’è il tempo del.. posso entrare?
potreste abbassare il volume?
non c’è problema.. mi sposto io..
il tempo dell’oggi ingoia,
il tempo di accettare, accettare, accettare…
ingoiare, ingoiare, ingoiare..
Il tempo del… passo dopo..
sì.. fa un pò schifo.. lo tengono un pò legato..
ma un pò… ma ci sto lavorando..
passo dopo..
e chiudo uno occhio.. e un naso.. e un orecchio,
un tempo delle carte da parati gialloverde,
dei saggi consili,
del.. infliggimi pure l’isola dei famosi..
sono un democratico no?
del.. prendimi pure per il culo se ti va,
della pasta insipida….
E accarezzami la capa, come unn gattino..
e io ti raccontero di Topo Gigio..
Ma piovono pietre stanotte,
e il mare non lascia scontrini,
nessuno prenota alla cassa,
e le scarpe sono quelle che porto,
arriva il tempo dei lupi,
la notte del Drago
i bicchieri frantumati,
il fuoco e la spada.
Ecco la Legge del Silenzio,
Un No più grande di ogni piccola morte,
e Sì forti come un orgasmo,
niente tiepite tisane e frottole della nonna, stavolta,
ci sfideremo fino a marchiarci l’anima.
Traccerò una linea nella sabbia,
ma sarai tu a saltare,
nel Tempo dell’Intransigenza
Assioma.. di Maria Luce
by Duncan on giu.03, 2011, under Misticismo, Poesia, Simbolo
Maria Luce, porta aperta, visioni notturne, angeli e demoni.. lei scruta nelle tenebre, e cammina a piedi scalzi nei bivacchi, e accende il fuoco… suo è il filo sottilissimo.. che porta Oltre.
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ASSIOMA
Esiste una legge nascosta
poco nota
la deduci osservando
le vite altrui
e la tua
quella del nodo dell’anima
qualcosa di non risolto
che torna
ti tormenta
ti aleggia intorno
finchè non ti decidi
e lo affronti
paura,ansia,malattie sono i sintomi
la cura non è medicina
la cura è altro
è cercarti
in ogni dove
dentro te
e dentro gli altri
non c’è rimedio
se non fai così
gli eventi simili
si ripeteranno
finchè non scoprirai
il tranello in cui cadi
ogni volta è così
nessuan dimostrazione
è un assioma
iniziando a crederci
qualcosa si smuove
un fiume dentro te
ti inonda
poi si ritrae
ti raccoglie
per poi spargerti
aprendoti l’anima
inondandola di scintille
bruciando la tua pelle spenta
quel senso di vertigine
che ci fa barcollare
con la paura nel vuoto
è la somma
di questi nodi
che scioglieremo
perché per questo
siamo materia
solo per imparare
imparare a vivere
davvero
è così
così è
Maria Luce





