Simbolo
Il Sale della Terra
by Duncan on lug.24, 2011, under Ispirazione, Poesia, Simbolo

Cadaveri si aggirano sulle sponde del mare d’oriente,
anime dissolutamente pure,
senza neanche frangenti a portare il cappello,
seminaristi della merda,
mentre tubature arruginite lasciano contattare le ore al cipiglio,
ecco che qualcuno bussa nascosto,
avanti, dice la vecchia strega,
avanti, fai tre passi e poi uno,
cinque intorno e sul buco di quella madonna di culo,
di quella sforbiciata alla camicia che ti rifà il look dalle ginocchie
al bidè
mentre ti accalappi alle insegne luminose,
se fai lo smazzo ti spezzi all’imbuto,
come una tracannate metafora,
solo che cammini,
e impari il passo al contrario,
come gioco balsamco,
nutrita voglia di ridere,
nutrimi
e svelerò ll’impasse…
nutrimi e scendero dall’asse,
e cantero nel mezzo,
come la corda sfibrata,
la stecca nel coro,
l’anello mancanto,
il lumino che afferra il buio
e balbetta piano,
nutrimi non aspetto che sabbia,
e sfangarmi di nuovo,
niente arie bizantine, e
cene intellettuali,
rendo ogni dono fatto per cerimonia,
ogni promessa da fiera,
ogni eleganza da sacrestia,
immagini riflesse sputano allo specchio,
come piogga vistata dal cielo,
e tue son le grandini,
tuo lo scirocco e la delizia,
tua la bastardaggine e la fede
tue le vette coperte, i frutti strappati al padrone,
tua la gloria dello scugnizzo,
la cuspide che segna il passaggio
tuo l’aroma di invaginata saliva,
la superba beatitudine,
il cesso immolato ad arte,
come vena dell’oro,
ogni parola non scambiata,
non taciuta alla dogana,
vengono e non hanno denti
e spuatano balbettando immondizia,
lasciano che l’erba si maceri
come carta fumanta,
futamo sdomiato, rottame da canne,
ma tu sei il ginocchio del mare,
la candela a mezzogiorno,
il settembre promesso,
quello che ti stringe a capanna,
e ti fagocita il culo,
mentre dirotto trabocchi a pezzettini nel vento
un pò come coriandoli,
gioelli, conservati per te
tra fogliacci di carta, e bollette rosse,
e terzi cassetti di terzi piani di scale a pioli e a cipolla,
vengono,
rimasugli di fiato,,
fame lii droga a cercarti,
eppure non molli la presa sui giorni,
perchè tu sei nell’aria,
la mia mano che si alza,
questo vecchio bambino col cappello da western,
tu sei l’orario che sbalza,
il famoso treno di chi in arte si perde,
e in arte si smania e
in arte ritrova ogni linea sbroccata,
non c’è pace ai quaderni,
no.. non c’è pace,
ti consumi le penne,
eccoli cappucci in deriva,
marchio sulla pelle,
uno per uno contati,
alluci strappati,
ma tu sei la mia stella d’oriente,
picchia per strapparmi dal sonno,
picchia forte
perchè questo sangue mi eccita,
Il faraone tace,
strane queste cavallette estive,
non rammentano gli ordini inespressi?
fino a dove il cappello si spinge?
Lo sai che se ridi ti regalerò camice,
che certo non valgono niente,
ma te le annoderò in cerchio, come
corda per evasi e disertori,
Tu sei l’ultimo bagliore a spegnersi,
la madre insaziabile degli insorgenti,
tu li generi,
diecimila figli,
diecimila cazzi in gloria dei,
appena appena un filo d’erba,
non sai leggere la ruggine?
lo vedi il morso sul collo?
il pane ha sempre il suo lievito,
chiamali se vuoi..
il sale della terra.
I mondi di Barbara (Osip Emil’evič Mandel’štam)
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana, Simbolo, politica

Eccoci a un altro appuntamento con la “I mondi di Barbara”, una rubrica che è una delle colonne principali di questo Territorio per Anime Pazze e Libere chiamato Born Again.
Barbara Lazzarini in questo spazio ci porta in altri mari rispetto alla cultura digerita e premasticata, e poi ingurgitata come fosse puro materialato.
Questa cultura si incarna nell’uomo e diventa incandescente percorso narrato, che della Libertà fa un pezzo di pane, che passa di mano in mano, rendendo chiunque mangia, più libero.
Il pezzo di Barbara che oggi pubblichiamo è uno a quelli a cui io tengo di più in assoluto. Il protagonista è un Gigante..Osip Emil’evič Mandel’štam.
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Osip Emil’evič Mandel’štam è un grandissimo poeta, una delle figure più importanti del Novecento letterario. Vittima, come moltissimi altri grandi artisti, delle “Grandi purghe staliniane”. Nasce nel 1891 a Varsavia da una famiglia ebrea, si trasferisce in Russia e trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Pietroburgo. Affronta studi intensi di filologia romanza e germanica che gli serviranno per studiare i grandi italiani come Cavalcanti, Petrarca, Dante, ecc.. successivamente insieme all’Achmatova e al di lei marito, fonda il movimento acmeista ( i migliori) in contrapposizione ai versi oscuri dei simbolisti russi propongono la chiarezza e la praticano perfettamente. Scrive in prosa e in poesia, molto importante, per il taglio originale che esce del Nostro più grande poeta, il suo saggio “Conversazione,(o discorso) su Dante”. Quello per la nostra lingua è un amore intenso, Mandel’stam la definisce “la più dadaistica delle lingue romanze”, pensate che Cristina Campo, raffinatissima traduttrice, l’italiano lo definiva “lingua di marmo”, lingua che se ne sta lì come un blocco pronto per essere scolpito, è irriducibile marmo che cela la forma affinchè ne sia estratta. C’è una sorta di incontro elettivo con Dante, prima di lui con Cavalcanti, in effetti il vero avanguardista dell’era volgare, quello che sdogana il pathos, con lui finalmente si può parlare di sofferenza carnale nell’amore, lo fa lui per la prima volta con durissime parole e sintassi complessa, lo farà Dante nelle famose e bellissime “Rime petrose”
…e torna la pietra a forgiare la nostra neolingua di parole che sanno tagliare e sono tagliate.
E’ mi duol che ti convien morire
per questa fiera donna, che nïente
par che piatate di te voglia udire.
I’ vo come colui ch’è fuor di vita,
che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia
fatto di rame o di pietra o di legno…(Cavalcanti)
Canzon, or che sarà di me ne l’altro
dolce tempo novello, quando piove
amore in terra da tutti li cieli,
quando per questi geli
amore è solo in me, e non altrove?
Saranne quello ch’è d’un uom di marmo,
se in pargoletta fia per core un marmo.(Dante)
Quando M. entra nei regni danteschi e prende a parlare della Divina Commedia, il suo approccio critico davvero è inconsueto. Di lui dicono che fosse un tipo strano, sempre in movimento, incapace di starsene seduto, frenetico, con il pensiero altrove, esiliato ai comuni mortali. Questa sua stessa condizione esistenziale d’esule lui rinviene in Dante, quella stessa foga del moto vorticoso di versi pietra che generano la più grande delle lingue; per Mandel’stam Dante “DANZA”, muovendosi nella musica dei versi, versi come orchestre sinfoniche. Ancora nel “discorso su Dante” scrive: “Dante è un maestro dei mezzi poetici, non un fabbricante d’immagini. E’ lo stratega delle metamorfosi e degli incroci” e quando si sofferma sull’analisi del canto del conte Ugolino scrive : “I canti danteschi sono le partiture di una speciale orchestra chimica”.
Osip M. è un grandissimo esperto di musica, fa paragoni con Bach, la musica è per lui segnale di vita e afferma che la poesia deve seguire regole più severe come quelle delle partiture:”Questa è la legge della materia poetica, materia che è convertibile e sempre in via di convertirsi, che esiste solo nello slancio dell’esecuzione“.
Mandel‘stam ha affermato: “prima compongo, poi scrivo“.
Si legga la seguente poesia dal confino forzato in cui viene relegato per motivi politici:
Lei non è dal suo mare ancora nata,
lei è musica ed insieme parola;
è il legame che mai si potrà sciogliere
fra tutto ciò che vive nel creato.
Delle onde respiran calmi i seni,
ma un chiarore impazzito il giorno illumina,
e stanno i lillà scialbi della schiuma
dentro un vaso color celeste-nero.
Acquistino le mie labbra, recuperino
la mutezza lontana, primordiale,
simile a una nota di cristallo
che vibra, fin dal suo nascere, pura!
Rimani quel che sei – schiuma, o Afrodite,
tu, parola, rifluisci in musica,
vergognati del cuore, o cuore, fuso
con l’elemento primo della vita!
La storia della dittatura sovietica s’incrocia con quella dell’artista già inviso al regime quando una sera recita questa poesia tra amici:
Noi viviamo senza avvertire sotto di noi il paese,
i nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza,
ma dove c’è soltanto una mezza conversazione
ci si ricorda del montanaro del Cremlino.
Le sue grosse dita sono grasse come vermi
e le sue parole sicure come fili a piombo.
Ridono i suoi baffi da scarafaggio,
e brillano i suoi gambali.
Intorno a lui c’è una masnada di ducetti dal collo sottile
e lui si diletta dei servigi dei semiuomini.
Chi fischietta, chi miagola, chi piagnucola
se soltanto lui ciarla o punta il dito.
Come ferri da cavallo egli forgia un ukaz dietro l’altro,
a uno l’appioppa nell’inguine, a uno sulla fronte,
a chi sul sopracciglio, a chi nell’occhio.
Non c’è esecuzione che non sia per lui una cuccagna…
Qualcuno si fa delatore, Mandel’ stam non saprà mai chi sia stato, né perché lo abbia fatto, tuttavia il “controrivoluzionario” viene arrestato, ha con sè solo una copia della Commedia. Ha così inizio un percorso di inaudita sofferenza fisica e psicologica che lo condurrà alla morte nel lager di Vladivostok nel ‘38
Su di lui Viktor Erofeev afferma: “Osip Mandelshtam scrisse i versi politici più coraggiosi e più riusciti di tutta la storia della letteratura russa. È un record. Quel proiettile di poesia diretto contro Stalin (…) è di una precisione micidiale”.
E’ nella durezza della prigionia che l’ansia genera poesia, la tensione del dolore si fa morso dilaniante che lo consuma eppure Osip non vuole smentire la sua vocazione d’uomo, compone, le parole risuonano tra soprusi fango e gelo, la sera ai suoi compagni di sventura recita Petrarca, prima in italiano e poi in russo, chissà quale fantasma porta l’arte a superare ogni bruttura, l’otium sereno delle Rime italiane a consolarlo, il sogno di un raccoglimento letterario negato…
Qui di seguito riporto alcune liriche dal campo di detenzione, furono preservate e poi date alle stampe dalla moglie Nadezda, che aveva imparato a memoria questi e numerosi altri testi poetici del marito.
Lo dico in brutta copia, a voce bassa,
ché non è ancora venuto il momento:
il gioco del cielo irresponsabile
si attinge col sudore e l’esperienza.
E sotto il cielo dimentichiamo spesso
- sotto un purgatoriale cielo effimero -
che il felice deposito celeste
è una mobile casa della vita” (9 marzo 1937)
“Io mi porto questo verde alle labbra
questo vischioso giurare di foglie -
questa terra che è spergiura: madre
di bucaneve, aceri, quercioli.
Mi piego alle umili radici, e guarda
come divento insieme cieco e forte;
non fa dono, il risonante parco
di una sontuosità eccessiva agli occhi?
E – palline di mercurio- le rane
con le voci s’agglomerano a palla;
i nudi stecchi si mutano in rami
e in lattea finzione il vapore dell’aria (aprile 1937)
Per un pugno di semi
by Duncan on lug.03, 2011, under Controinformazione, Resistenza umana, Simbolo, politica
Per un pugno di semi
Questa affermazione, che rincontrerete nei punti finali del testo che leggerete, dovrebbe essere scontata. Dovrebbe essere evidente. Moltissimi di noi non verrebbero neanche sfiorati da un pensiero diverso.
E invece non è così evidente per molte realtà economiche, mediatiche, politiche ed istiuzionali.
E la manipolazione della vita e la brevettazione del “materiale” vivente” è diventato uno dei grandi territori che segneranno il tempo prossimo venturo.
Il testo che leggerete non è sempre scorrevole e limpido, ma porta in sè domande potenti.
Non è un “discorso” solo sui semi…
I semi non sono quegli affarini picolissimi con cui potete riempirvi le mani.
I semi rappresentano una delle architravi della stessa sussistenza alimentare su questo pianeta.
Chi controlla i semi, controlla il cibo. Chi controlla il cibo acquisisce su intere collettività un potere che farebbe impallidire quello delle antiche satrapie orientali.
La manipolazione del vivente è strumentale ANCHE (e soprattutto) allo scopo delle brevettabilità del materiale manipolato.
Una volta, ad esempio, che si saranno create varietà genticamente manipolate (OGM) di Mais, le corporation internazionali che hanno il brevetto su quelle varietà manipolate (ad es.. la Monsanto) cercheranno di fare propagare quella tipologia di mais. Perchè quel mais è nelle loro mani. Se tutte le sementi attualmente essitenti fossero sementi geneticamente manipolate, in pratica la catena alimentare, per tutto quello che deriva dalla semina, maturazione,ecc.. e successivi procedimenti di elaborazione.. sarebbe nelle mani delle corporatione alimentare.
La lotta per i semi non è una battaglia di poche comunità integraliste di contadini, quindi. E’ una lotta per la democrazia prossima ventura. E si intreccia con altri piani e con altre lotte, in una sovrapposizione di livelli, sul piano orizzonta, e sul piano verticale.
L’articolo che leggerete tenta di mostrare “qualcosa” di tutto ciò, andando anche oltre lo stesso discorso dei semi.
E’ la riscoperta e la valorizzazione di un sapere comunitario che è in gioco, di un patrimonio collettivo che va oltre il diiritto e deve porre limiti al diritto. Arrivo a dire che il diritto è legittimo se non mette a repentaglio questo sapere comunitario e le relazioni di vita che esso stesso istituisce.
Il succo è che la proprietà comunitaria delle sementi, ma anche dell’acqua, e altri patrimoni originari non devono essere “concessi” dal diritto, il diritto deve “riconoscerli”, inchinandosi a ciò che rende legittimo il diritto e nè da valore morale, il rispetto della sovranità della vita nel suo manifestarsi.
E’ una lotta per una democrazia non limitata al piano istituzionale governativo.
Una lotta per i saperi comuni, per i beni comuni, per gli spazi condivisi, per i “territori franchi”, emancipati dal mercantilismo più esasperato, e dal codice del profitto, dalla dinanica dello scambio azionario perenne. Non è né liberismo, nè comunismo. I vecchi molochi ideologici sono alberi secchi, germe sterilizzante. E’ un pensiero più antico della ruota e più innovatore delle autostrade telematiche.
La terra appartiene ai popoli. La cultura sociale non deve essere sottoposta ad autorizzazioni e controlli.
La conoscenza va condivisa e deve scorrere senza limiti.
L’economia è solo uno strumento e deve inchinarsi a valori superiori.
I leader devono servire non comandare.
E la vita non è brevettabile.
Vedete a cosa si arriva da un pugno di sementi..
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Tratto da
“NUNATAK
Rivista di storie, culture, lotte della montagna”
SCAMBIO DI SEMI E DIRITTO ORIGINARIO
Parto da un’affermazione poco nota sulle varietà di fruta, ortaggi e cereali: le varietà in natura non esistono. In natura esiste la specie, i loro selvatici, le declinazioni locali delle specie (“ecotipipi”) che nei diversi luoghi, in risposta al terreno e al clima di quei luoghi, hanno evoluto forme e comportamenti particolari; ma le varietà, come le conosciamo oggi (la mela Renetta, il frumento tenero Gentil Rosso, la carota di Nantes…) sono quasi sempre il risultato di un lento processo di selezione, addomesticazione e trasmissione atto da contadini e agronomi nel tempo lungo delle generazioni, e questo risultato richiede decenni, qualche volta secoli, di lavoro anonimo, svolto nella condivisione dei saperi e delle pratiche comuni a un territorio esteso quanto quello di una parrocchia o di una famiglia. In altre parole, le varietà sono un prodotto del tempo e della cultura di un luogo e di una comunità, sono quasi un manufatto. Se si escludono quelle prodotte dai genetisti, quelle ottenute per ibridazione o per mutazione indotta, se si escludono, insomma, quelle più recenti, prodotte a partire dalla prima metà dello scorso secolo, tutte le altre varietà, quelle tramandate (dunque “tradizionali”), non hanno un autore, un “costitutore”, non hanno cioè qualcuno che ne possa vantare un diritto esclusivo di proprietà e di uso. La titolarità sulle varietà tradizionali può essere riconosciuta solo nei confronti della compresenza di chi, in quel luogo e in quella comunità, è vissuto e vive, perchè, poco o tanto, solo costui è cotitolare dei saperi condivisi e delle pratiche che sono servite nel tempo per selezionare e addomesticare la loro forma, il loro comportamento e il loro gusto, cioè per fare loro assumere le caratteristiche che le rendono riconoscibili e particolari.
La mela Cavilla, l’uva Lumassina, il mais Ottofile e il cavolo Gaggetta, essendo il risultato di un lungo processo di adattamento e conformazione, non hanno un autore certo. Queste varietà possono solo avere una moltitudine di coautori, comunque non un proprietario; e se qualcuno ne rivendicasse diritti esclusivi commetterebbe un atto abusivo e giuridicamente on riconoscibile se non per effetto di una norma bizzarra, inconsapevole o prepotente; sono invece patrimonio collettivo, non di tutti in mondi indifferenziato, della nazione o dell’umanità, ma di una comunità legata a un territorio, quanto grande o piccolo non è rilevante. La conservazione ripetuta nel tempo e la consuetudine ne hanno fatto oggetto di diritto comunitario, un diritto che di fatto non esisste più, e non è né privato né pubblico, perchè non possono appartenere neppure allo Stato o alle sue emanazioni territoriali che amministrano il patrimonio pubblico, e sempre più spesso lo fano come se fosse una particolare forma di proprietà privata. Così, tutto quello che è stato oggetto di diritto comunitario, cioè delle comunità (normalmente territoriali) – si pensi agli usi civici – è soggetto ad una progressiva erosione e, come scoria del passato, pare destinato, prima all’esclusione dalla percezione e dalla consapevolezza comune e, successivamente alla totale scomparsa.
Questo punto merita una particolare attenziona: a dispetto di ogni strabismo giuridico, gli ambiti comunitari tuttora esistono – hanno a che fare con le risorse necessarie per a sussistenza degli appartenenti a una comunità e con il patrimonio simbolico costruito nel tempo da quella comunità, fatto di spazi, feste, riti, forme ed espressioni della cultura condivisa e vernacolare – ma non si percepiscono più come tali: solo solo usciti dall’orizzonte della percezione e del linguaggio comuni, e questa uscita è la premessa per la loro definitiva scomparsa nella disattenzione e nel silenzio.
Piccoli esempi presi qua e llà nel deposito della memoria. La strada è, ed è sempre stata, spazio dell’incontro e, nell’immediatezza delle cose, quasi estensione dello spazio abitato. Pare normale – e anche nelle città lo è stato fino a non molti decenni fa - che le persone possano mettere la sedia fuori casa per conversare o fare nulla. Ma non posso dimenticare il vigile che a Genova, una trentina di anni a, in una strada pedonale del centro storico, si era avvicinato a una donna seduta fuori casa vicina al suo uscio per domandare se, per la sedia, avesse pagato la tassa di occupazione del suolo pubblico. In quel momento ho iniziato a capire che lo spazio pubblico e quello comunitario non sono la stessa cosa.
Ancora: organizziamo una festa e suoniamo e balliamo con musica che abbiamo inventato o con la musica popolare, quella ereditata per tradizione, quella di autori tutti ignoti o, proprio come le varietà agricole, di autore collettivo. Anche in questo caso dobbiamo pagare una gabella allo Stato attraverso la sua agenzia, SIAE, che impone una tassa sulle feste accompagnate dalla musica con la ragione dei diritti d’autore: e non conta nulla che la musica sia inventata sul momento o che gli autori non ci siano e, intesi singolarmente, non ci siano mai stati, e neppure che nessun diritto d’autore sarà pagato a nessuno. Andando così a spaglio, cosa potremmo dire della legge per incentivare gli “agricoltori custodi”, pubblicato dalla Regione Toscana pochi anni fa, che prevede un contributo in denaro per chi mantiene e moltiplica varietà tradizionali a condizione che i semi siano consegnati alla banca dei semi indicata dallla stessa Regione senza possibilità di redistribuirli tra gli stessi coltivatori se non sotto vincolo di riconsegna. In questi pochi esempi così eterogenei, si reisce a riconoscere la distanza tra cosa è “pubblico” e cosa è “comune”?
Torniamo alle varietà tradizionali che, abbiamo osservato, sono oggetto di una titolarità comunitaria e come tali non dovrebbero esssere brevettabili, appropriabili da nessuno, neppure dallo Stato e dalle sue emanazioni. E i semi e i materiali da propagazione di quelle varetà si possono fare circolare liberamente? Pare banale rispondere “sì”, eppure, grazie a una direttiva europea (98/95) e alle sue interpretazioni più restrittive, dal 2000 è stato necesssario iniziare a fare una azione di pressione – che dura ancora oggi – nei confronti del Ministero delle Politiche Agricole per sostenere che, malgrado qualunque direttiva o legge conseguente, debba essere riconosciuta (non concessa!) ai coltivatori la libertà di scambio delle sementi delle varietà da loro riprodotte, tanto più se si tratta di varietà tradizionali, tanto più se la produzione di quelle sementi avviene entro l’aerea di tradizionale difusione e coltivazione di quelle varietà.
La ragione portata avanti vive all’interno di una duplice argomentazione.
1- Le varietà tradizionali sono prodotto delle comunità locali e oggetto della loro titolarità collettiva che, al pari di un uso civico, non può esssere alienata, abrogata, appropriata né limitata.
2- Lo scambio delle sementi è una pratica consuetudinaria che nella cultura e nell’economia rurale si svolge in modo corrente secondo un costume consolidato e risale a un tempo che precede la memoria collettiva (in parole più chiare si direbbe: è così “da sempre”.
A questi due punti potremmo aggiungerne un terzo. Tutto ciò che ha a che fare con le pratiche di sussistenza è parte di un ambito pregiuiridico che logicamente precede e fonda ogni legge – perchè una legge che neghi i diiritti legati alla sussistenza è, o dovrebbe essere, impensabile e in sé contraddittoria -, e lo scambio delle sementi è senza dubbio un elemento che rinvia all’autoproduzione del cibo e, dunque, alla sussistenza; alle sementi e alla confezione del proprio cibo potremmo aggiungere ciò che riguarda la generazione dei figli, la possibilità di curarsi se e come si desidera, il riparo da reddo e maltempo, e altro ancora.
Lo stesso valore pregiuridico è quello che dovrebbe essere riconosciuto – perchè la sussistenza comunitaria e di qualunque formazione sociale è presupposto logico di ogni norma che ne regoli il funzionamento – a ciò che riguarda le risorse delle comunità e il loro patrimonio simbolico, che normalmente sono autoregolati e fissati per tradizione orale, prima che scritta, attraverso la consuetudine e il costume. E in questo ambito troviamo le comunanze (commons) e l’accesso alle risorse rinnovabili, il loro uso collettivo, ripetibile e non erosivo.
Tutti questi non sono diritti, né vecchi né nuovi, perchè non sono corrispettivi per ciò che è dovuto, vengono prima dei diritti: sono uno spazio originario, sono premesse del diritto e come tali devono essere riconosciute inviolabili e non assoggettabili ad altre limitazioni o riserve oltre alla necessità che la loro espressione non possa danneggiare, prevaricare, o limitare le altrettanto sacrosante facoltà elementari di altri di agire per assicurare la sussistenza per sé, la propria famiglia, la propria comunità. La sussistenza, nulla di più. Se esiste un ambito pregiuridico, r iguardante la sussistenza e le comunanze, che logicamente precede la formazione del diritto, esiste anche un ambito ultragiuriico che ontologicamente supera lo spazio del diritto, e questo è l’ambito del sacro e di ciò che si riconosce come tale, come la vita.
Torniamo alla perdita di percezione delle comunanze che nel tempo porta al loro disconoscimento e alla loro scomparsa tra l’inconsapevolezza e l’indifferenza. Oggi, dei semi si occupano i frigoriferi delle banche del germoplasma, delle feste gli assessorati alla culura o le istituzioni preposte all’animazione del “tempo libero”, della salute le istituzioni sanitarie, del sapere condiviso e comune la scuola e la televisione, della bontà del cibo le ASL. Della vita in generale, si occupano gli esperti di ogni genere: l’istituzionalizzazione delle comunanze corrisponde al passaggio dalle forme comunitarie di partecipazione diretta ai meccanismi elettorali delle democrazia delegata. Si confonde il comune con il pubblico, la partecipazione con la delega: il trucco è lo stesso, ed il risultato è che nel tempo lle comunanze diventano invisibili, fino a quando si può dubitare che siano mai esistite, e “partecipazione” diventa parola vuota, ornamento e alibi per addolcire forme di controllo del consenso.
Prima che le comunanze scompaioano del tutto è necessario riafferrarle e riaprire la morsa tra lo spazio normativo pubblico e privato perchè i beni comuni siano riconosciuti tali e siano resi indipendenti dalle ingerenze e intromissioni statali. E d’altra parte è necessario segnare, sul confine del sacro e dell’ambito di sussistenza, l’orizzonte invalicabile del diritto perchè anche oltre questo confine valga un principio di astensione, di non competenza a legiferare.
Nella pratica delle scelte, per riaprire la morsa tra pubblico e privato, si potrebbe cominciare da pochi primi interventi e affermare in generale, che..
L’acqua, l’aria, la terra e le sementi, i luoghi considerati sacri da chi li abita e li vive per il culto e la preghiera, gli spazi comunitari, i saperi condivisi, la linngua madre gli usi tramandati, le scelte partecipate, le soluzioni in armonia con il senso comune, le consuetudini e le pratiche locali sono patrimonio comune, ne è titolare chi è vissuto, vive e vivrà nell’ambito comunitario che li riguarda; l’accesso ch e se ne ha non può ledere le facoltà di accesso di nessun altro che ne sia titolare; tutto quanto è patrimonio comune, non si può cancellare, vietare, limitare, dividere, manipolare contronatura, vendere, modificare, usucapire, appropriare, violare, brevettare, rinunciare, delocalizzare, privatizzare, istituzionlizzare. E tutto questo non può riguardare neppure cosa vive alle radici della vita, nell’ambito del sacro: così anche le persone e, più in generale, gli esserei viventi e i loro geni.
Oppure, per offrire alcuni esempi particolari tra i molti possibili, che:
1- Chi coltiva un appezzamento di terra, qualunque sia la sua dimensione, per l’autoconsumo familiare e per la vendita diretta e senza intermeiari, pià liberamente: trasformare e conezionare i prorpi prodotti nell’abitazione o nei suoi annessi, attraverso le attrezzature e gli utensili usati nella consueta gestione domestica; e vendere i propri prodotti agricoli (comprese le sementi autoprodotte), alimentari e artigianato manuale ai consumatori inali, senza che ciò sia considerato atto di commercio.
2- Le feste di paese e quelle comunitarie, la musica tradizionale e i balli popolari senza autore nato, sono liberi da permessi e atuorizzazioni amministrative, non sono assoggettabili alla normativa sul diritto d’autore né ai controlli o alle competenze della siae.
3- I diritti di uso civico sulle terre demaniali, comunitarie e frazionali non possono essere modificati, liquidati, sospesi o trasferiti; e restano nella disponibilità delle comunità che hanno diritto ad accedervi. Le terre soggette ad uso civico e i beni frazionali on possono essere vendute, alienate, edificate, né essere soggette a cambio di destinazione.
4- Le varietà tramandate di ortaggi, frutta e ceereali sono bene comune, la loro titolarità appartiene alle comunità locali dove nel tempo sono state selezionate, addomesticate e conservate e in nessun modo appropriabili o brevettabili.
5- Nulla di ciò che è vivente è brevettabile, neppure in parte,
E così di seguito per dieci, cento o altri mille punti.. Semplice no?

Gli eroi non muoiono mai
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo
Ehi tu,
piccolo sogno su due gambe,
dai poster ai murale
epiche dei ghetto,
strade di periferia.
covo di Patrizi e tossici,
un cucchiaio in bocca e sopra un uomo,
occhi bendati,
parrocchia di periferia,
campionati di strada,
a piedi scalzi,
pizze scommesse..
e pugili ammaccati,
vecchi su nuvole di sigaro,
donne dai diecimila figli,
o cento o tre,
E tu, maestro,
bambino nel tempo,
l’amore fa male…
ma ti rende immenso,
e ti giudicheranno
e sarai smerdato in sala mensa,
vorrei dirti che il mare non è solo oltre il cemento,
ma è già nel cemento,
e che sarai padre di diecimila figli,
o di cento o di tre,
ci sono trampolini in alto sopra il cuore,
ci sono notti che tu custodirai,
cartoni di piscio e birra coi barboni,
alcuni dimenticano… tu no,
Gli eroi non muoiono mai.
La lotta per la montagna sacra
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Controinformazione, Resistenza umana, Simbolo
Ecco i piccoli soldati della Resistenza.
Hanno volti nascosti tra le pagine bianche e quelle nere, le righe cancellate, quelle bruciate ad arte, quelle ricoperte con la scolorina, quelle riscritte e quelle ritrovate.
In India, nello stato dell’Orissa, I Kandh, un insieme di comunità tribali hanno combattuto una durissima e disperata guerra contro la multinazionale Vedanta per Niyamgiri, la loro Montagna Sacra, il fondamento del loro mondo, la cornice del loro habit esistenziale, il nutrimento del loro autoriconoscersi, ovvero l’archistrave stessa del loro sentiri Uomini, del loro “avere un senso” dinanzi alla vita.
Nonostante la guerra sporca di Vedanta e autorità i Kandh alla fine hanno vinto. Almeno per il momento.
Il testo che leggerete è la loro storia.
Su un fronte che corre proprio ai confini dell’umano. Dove si combatte ancora. Dove si combatterà semrpe.
Lo Specchio è frantumato e le immagini sono infrante, sparpagliate, diffuse.
La Resistenza è all’opera ovunque. Cambiano le forme, i retroterra, le Visioni, le pratiche concrete. Ma i motori si scaldano. E reggono a stento i muri dello stadio. Divisi da mille codici, uniti in realtà da una stessa fame di liberazione, e di dignità contro chi prosperà tre i canili e il guinzaglio.
Tribù scendono sul sentiero di guerra Per difendere un Mondo. Il loro Mondo. La Casa Divina della manifestazione e attuazione del loro essere. Il Territorio che dà il fiumi, le sorgenti, la frutta. La Terra che è stato dato loro mandato di Custodire.
E’ una vecchia lotta. Degli estortori dai colletti bianchi e degli agglomerati di cemento e morte che come unr ullo complessore spazzano via i Mondi, in una scarica di DTT sterilizzante, per accamparea altri territori al loro Risiko e spolparli fino a strapparne l’ultimo centesimo.
Ma c’è chi dice.. QUESTO E’ IL NOSTRO MONDO…
QUESTA E’ LA NOSTRA TERRA,
QUESTO E’ IL NOSTRO UNIVERSO,
LOTTEREMO FINO ALLA MORTE PER CIO’ CHE E’ NOSTRO.
I loro tamburi parlano anche alle nostre viscere, per una Dignità che aspetta chi osi reclamarla.
La Grande Montagna ora sorride.
A volte il Banco perde,
al gioco delle tre carte capita che il Banco si incula.
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Tratto da
“NUNATAK
Rivista di storie, culture, lotte della montagna” (n.627)
Di Pei
“Oggi nell’era dei cambiamenti climatici, è sicuramente il momento di rendersi conto che le foreste, i sistemi fluviali, le catene montuose e le persone che sanno come vivere in modo ecologicamente sostenibile valgono più di tutta la bauxite del mondo. La Vedanta dovrebbe essere fermata nei suoi piani. Adesso. Immediatamente. Prima che si compino ulteriori danni.” (Arundhati Roy)
In India, alle pendici del Monte Nyamgiri, le comunità tribali dei Dongria Kondh si stanno battendo contro la multinazionale mineraria Vedanta, il cui progetto estrattivo minaccia di distruggere, insieme a Nyamgiri, la loro stessa esistenza come popolo che si considera – ed efettivamente è – il “Custode” di questa montagna sacra. Al momento i Kondh hanno vinto: il progetto della Vedanta è stato bloccato. La loro storia, e la loro vittoria, è tanto più significativa in quanto momento di uno scontro di dimensioni ben più grandi: una battaglia epocale che vede il subcontinente indiano, la più grande democrazia al mondo, dilaniato da una vera e propria guerra ai danni delle popolazioni rurali, non ancora urbanizzate, e al loro tentativo di resistere al trionfo dello “sviluppo economico”.
Tra l’agosto e il settembre del 2010, dopo una controversia durata anni, il governo indiano si è pronunciato in merito al rilascio delle autorizzazioni alla multinazionale Vedanta per il progetto di estrazione di bauxite dal Monte Niyamgiri, nello Stato orientale dell’Orissa. In quella che Amnesty Internationale ha definito >, la Corte suprema ha bocciato il progetto della miniera, per violazione delle leggi a tutela dell’ambiente, della oresta e dei diritti degli adviasi (le popolazioni indigene), in particolare dei Dongria Kondh e delle altre comunità che abitano le pendici di Niyamgiri. La sentenza ha inoltre sospeso le operazioni di sestuplicamento della raffineria di alluminio di Lanjigarh, riconoscendo che già nelle sue attuali dimensioni ha provocato un inquinamento dell’aria e dell’acqua tali da rendere invivibile il territorio per le comunità locali. Questa sentenza ovviamente non casca dal cielo, ma è l’esito – insperato – di una feroce battaglia tra la britannica Vedanta Resources, una delle maggiori compagnie minerarie al mondo, e i Dongria Kondh, una piccola – ma irremovibile – comunità tribale.
I Dongria Kondh sono una delle tribù più isolate del continente indiano, circa ottomila persone sparse in piccoli villaggi sulle colline di Niyamgiri, un territorio diamgi dense foreste popolate da una grande varietà di animali, tra cui tigri, elefanti e leopardi. Qui i Kondh coltivano lem essi, raccolgono frutti spontanei e selezionano piante e fiori destinati alla vendita. In lingua kuvi, gli abitanti delle pendici di Niyamgiri chiamano se stessi jhamia, ovvero >. Essi si considerano i guardiani delle centinaia i sorgenti perenni, ruscelli e torrenti, che sgorgano dalla cima della collina. Tale abbondanza d’acqua dipende proprio dalla presenza della bauxite, materiale di natura racciosa e sedimentaria che tratiene acqua e umidità nella stagione delle piogge per poi rilasciarla gradualmente nel periodo secco. Questo sistema naturale di filtraggio realizza così un perfetto equilibrio di produzione idrica a ciclo continuo, che garantisce la crescita di una vegetazione rigogliosa in un territorio che, nel suo complesso, nela gran parte dell’anno è piuttosto arido. E’ perciò evidnte come – l di là del potenziale inquinante di uno stabilimento minerario – la semplice sottrazione da tale ecosistema dell’elemento principe per l’equilibrio idrico, la bauxite, avrebbe di per sé un impatto devastante.
Il progetto della Vedanta consiste proprio in una imponente miniera a cielo aperto per l’estrazione della bauxite dalla vetta della montagna sacra per i Kandh: Niyamgiri, la “montagna della legge”, dimora del loro Dio e garante dell’equilibrio naturale. Se ciò avvenisse, i Dongria Kondh non perderebbero soltatno i loro mezzi di sostentamento, le loro case, le loro terre. Perderebbero la salute, l’indipendenza e la loro insostituibile e profonda conoscenza dell’ecosistma di colline e foreste. Ma, ancor di più, la distruzione di Niyamgiri rappresenterebbe la perdita della loro identità, la fine del senso stesso della loro millenaria esistenza.
La bauxite, in campo industriale, ha un’importanza notevole: si tratta infatti dell’elemento base per la produzione di alluminio. Con il cosiddetto processo Bayer, i sali d’alluminio presenti nel minerale vengono separati da altri elementi “spuri” – silice, ossidi di ferro, titanio… – attraverso diverse fasi di “puriicazione” che, inevitabilmente, producono grandi quantità di materiali residui di una certa tossicità. Le comunità che vivono nei pressi della raffineria della Vedanta già in funzione nell’aria, infatti, oltre ad essere state sfrattate dalle loro case e dalle loro terre, denuncniano un diuso avvelenamento responsabile di soghi cutanei, infezioni e disturbi di vario genere. A ciò si aggiungono la compromissione dei raccolti, le morie degli animali che si bagnano e abbeverano nelle acque di Nyamgiri, e la colorazione rossastra assunta dal suolo e dalla vegetazione circostante.
>. Questa è la posizione – ferma ed inequivocabile – delle tribù scese in lotta, compatte nel proposito di fermare la Vedanta per impedire la “profanazione” delle loro montagne, la conversione dell’area in una desolata zona industriale e per non bararattare il proprio modo di vita con la prosepttiva di diventare, nel migliore dei casi, dei salariati della raffineria. Riiutano il Progresso, questi barbari! Un Progresso grazie al quale, forse, otterrebbero qualche automobile, qualche telefonino, e qualche Mac Donald’s dove chiedersi cosa è successo alla loro acqua, ai loro colori, alle loro forteste, alle loro vite.
Di fronte a tale inconcepibile rifiuto, la Vedanta e le forze governative non tardano a reagire. Ad alcune comunità la compagnia offre del denaro per convincerle a trasferirsi altrove, mentre le case di quelli che declinano l’offerta vengono abbattute nottetempo dalle ruspe. Le cronache parlano anche di azioni punitive, di interventi paramilitari con omicidi mirati, rastrellamenti, pestaggi e sparizioni, nei confronti dei membri più attivi delle comunità.
I Kondh, però, non si sono mai arresi. Negli ultimi anni, a più riprese, i loro tamburi di guerra hanno ripreso a rullare dal profondo della giungla. Hanno bloccato le strade di accesso ai cantieri, impedendo fisicamente il passaggio alle scavatrici. In centinaia, provenienti dalle varie comunità e villaggi della zona, si sono riuniti di fronte ai cancelli degli stabilimenti Vedanta, scontrandosi con le forze dell’ordine e subendo cariche, aggressioni, arresti e intimidazioni… Hanno celebrato colossali puja, raduni di massa per dare vita ad un movimento allargato, formato anche da rappresentanti di altri gruppi tribali e da attivisti, accademici, avvocati, per attirare l’attenzione del mondo intero. E proprio grazie al lavoro di informazione, la notizia della loro battaglia ha acquistato un’eco internazionale, stimolando diverse iniziative di solidarietà, coe ad esempio una manifestazione nel cuore di Londra durante l’annuale meeting generale della Vedanta. Un’ondata di critiche e pressioni ha così colpito la corporation, al punto che alcuni dei finanziatori hanno fatto dietrofront, ritirando le quote di investimento nell’azienda.
Si può letteralmente dire che i Kondh sono tornati sul sentiero di guerra, al suono dei gong e dei tamburi, indossando i costumi arcaici ormai sempre più rari, e impugnando le loro armi tradizionali: archi, frecce e asce. Il gesto stesso di brandire queste armi antiche, le stesse che un tempo avevano usato per difendersi dai colonialisti inglesi, e che oggi sono rivolte contro le mostruose propaggini meccaniche del sistema industriale, ha l’alto valore simbolico di rivendicazione dell’identità culturale di un popolo, nella resistenza al processso di trasformazione imposto da una modernizzazione genocida. Ma non solo: il brandire le armi sottolinea la volontà di combatere ancora una volta a oltranza fino all’ultimo uomo, una battaglia impari, dando forma a uno degli slogan più volte ripetuto: >:
Non è la prima volta infatti che queste popolazioni si trovano a combattere una guerra impari contro la Civiltà. Un tempo i Khand sparsi ai piedi del sacro Monte Nyamgiri erano adusi a celebrare sacrifici umani. Un orrore che l’impero britannico non poteva tollerare. Dall’altro di una legittimità morale fondata su secoli di roghi, guerre, stermini, schiavitù, il cristianissimo e civilissimo Occidente si mobilitò per estirpare una simile barbarie, massacrando quanti osavano difendersi, pianificando un vero e proprio genocidio (per evitare l’atrocità dei sacrifici umani, of course). Si era a metà dell’Ottocento, ei Kadh resistetero armi in pugno all’Impero, trasformando le colline e le foreste dell’Orissa nel teatro di una guerriglia testarda e senza tregua. Stremati, perseguitati, affamati, condotti sull’orlo dell’estinzione, i Kandh riuscirono a vincere la partita con la storia. Sono sopravvissuti, aggrappandosi alla propria identità culturale. Oggi la Civiltù torna alll’attacco, tentando di portar via, con il loro sacro monte, il senso della loro vita millenaria. Qualcuno ha deciso che devono stare meglio, che il Progresso deve arrivare fino a lì. L’antica storia si ripete, la multinazionale Vedanta dà vita al suo genocidio di vite fisiche, morali, culturali, comprando tutto quello che può comprare e distruggento tutto il resto.
I Kandh sono tornati sul sentiero di guerra. La loro tenacia ha trasformato una piccola tribù delle giungle dell’Orissa in un simbolo di una battaglia globale. Nel loro mondo popolato da spiriti, sciamani e uomini tigre, i Kandh hanno trovato la forza di resistere e le ragioni per combattere, dimostrando, non foss’altro che per questo, di avere molto da insegnarci.
Il tempo dell’intransigenza
by Duncan on giu.14, 2011, under Poesia, Simbolo
Piovono sassi,
e io ti aspetterò,
sui segnali dimenticati,
vecchi vestiti appesi
saranno il carbone che resta
dopo benzina e accendino.
Non sarà tempo di scivolosi violini
e di sorrisi lavati e pettinati,
Non cercherò biglietti di ingresso,
ed è troppa colma la pentola
per studiare le mosse,
Grandi corridoi vuoti ospitano i
i panchinari in tripla fila,
il ballo delle indulgeze rende putridi
e oggi la misura è coima,
doppioni di figurine sull finire dl quartiere,
non offrirmi caffe intazzinato,
niente zucchero stasera
pago io e pago tutto,
nessuno sconto, nessun credito.
E avranno viste buone gli allenati al guinzaglio,
troppe bollette, castello fantozziano,
e i maggiordomi preparano il culo,
la vasellina, va messa bene,
per agevolare l’inculata,
archivi pieni, lista disco,
posti occupati,
si ammorza la fame nel pomeriggio domenicale,
Ti lascio i fiocchi sulla testa,
i manuali del bel vivere,
e le parate da circo,
tutta la carriera da razza schiava,
e non sarò educato, stanotte,
sfonderò la porta,
nessun permesso,
Verremo ammantati nella notte
portatori del fuoco,
C’è un tempo della frasetta e del cuoricino,
della tenerezza al cubo e delle mille e un bignè,
c’è un tempo di compromessi fino alla luna,
e di manuali del buon comunicatore,
c’è il tempo del sorriso stirato e del tengo famiglia,
c’è il tempo dei primi passi e delle infinite scuse,
dell’indulgenza a spremerla,
delle personcine ammodo che aggiustano sempre il colletto.
Sei mesi per una visita, stai in fila da ometto,
tre giri per il tuo turno al monopoli,
scusate potrese evitare di picchiare peter park?
C’è il tempo del.. posso entrare?
potreste abbassare il volume?
non c’è problema.. mi sposto io..
il tempo dell’oggi ingoia,
il tempo di accettare, accettare, accettare…
ingoiare, ingoiare, ingoiare..
Il tempo del… passo dopo..
sì.. fa un pò schifo.. lo tengono un pò legato..
ma un pò… ma ci sto lavorando..
passo dopo..
e chiudo uno occhio.. e un naso.. e un orecchio,
un tempo delle carte da parati gialloverde,
dei saggi consili,
del.. infliggimi pure l’isola dei famosi..
sono un democratico no?
del.. prendimi pure per il culo se ti va,
della pasta insipida….
E accarezzami la capa, come unn gattino..
e io ti raccontero di Topo Gigio..
Ma piovono pietre stanotte,
e il mare non lascia scontrini,
nessuno prenota alla cassa,
e le scarpe sono quelle che porto,
arriva il tempo dei lupi,
la notte del Drago
i bicchieri frantumati,
il fuoco e la spada.
Ecco la Legge del Silenzio,
Un No più grande di ogni piccola morte,
e Sì forti come un orgasmo,
niente tiepite tisane e frottole della nonna, stavolta,
ci sfideremo fino a marchiarci l’anima.
Traccerò una linea nella sabbia,
ma sarai tu a saltare,
nel Tempo dell’Intransigenza
Assioma.. di Maria Luce
by Duncan on giu.03, 2011, under Misticismo, Poesia, Simbolo
Maria Luce, porta aperta, visioni notturne, angeli e demoni.. lei scruta nelle tenebre, e cammina a piedi scalzi nei bivacchi, e accende il fuoco… suo è il filo sottilissimo.. che porta Oltre.
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ASSIOMA
Esiste una legge nascosta
poco nota
la deduci osservando
le vite altrui
e la tua
quella del nodo dell’anima
qualcosa di non risolto
che torna
ti tormenta
ti aleggia intorno
finchè non ti decidi
e lo affronti
paura,ansia,malattie sono i sintomi
la cura non è medicina
la cura è altro
è cercarti
in ogni dove
dentro te
e dentro gli altri
non c’è rimedio
se non fai così
gli eventi simili
si ripeteranno
finchè non scoprirai
il tranello in cui cadi
ogni volta è così
nessuan dimostrazione
è un assioma
iniziando a crederci
qualcosa si smuove
un fiume dentro te
ti inonda
poi si ritrae
ti raccoglie
per poi spargerti
aprendoti l’anima
inondandola di scintille
bruciando la tua pelle spenta
quel senso di vertigine
che ci fa barcollare
con la paura nel vuoto
è la somma
di questi nodi
che scioglieremo
perché per questo
siamo materia
solo per imparare
imparare a vivere
davvero
è così
così è
Maria Luce
Il Golpe
by Duncan on giu.03, 2011, under Resistenza umana, Simbolo
La stanza pullulava di demoni..
Ah va beh. Maschere al seguito.. intendo.. giacche e pantaloni blu. O
neri.. o Grigi. Si Grigi.
Le bocche chiuse, come dopo a un funerale, ma con aggiunta di
mangiata.
Sì, funerale con mangiata. Triplice effetto sterzante,
Gli occhi bovini, appena chiusi, come a sigillare le palpebre quasi..
due lamette tagliate.
Puzza di sudore e stravaccati al seguito. Ad origiliare il rumore.
Perchè solo il rumore si origlia no?
Vezzi di periferia inanellati ad arte.. silenzi assensi…sguardi
pensoci.. guance cadenti… magri tisici..
Cappucci appesi.. per l’occasione.. quando sarà l’occasione..
Ancora più dentro.. i Neri.. loro sì.. Neri… ossa sporgenti, mani
lente, cemento nel viso, parole meccaniche ma immerse nel fango.. nel
fango sì e nella merda.. ripulita e inamidata però.
Incenso e mirra..
Oro sui bordi..
Segni uncinati..
Puttane capovolte..
Ecco i dadi del monopoli..
Al cuore del Basso Impero..
Ultimi rantoli del Crepuscolo dei Tiranni,
dadi truccati e pietra, mani e forbice,
manuali di idolatria,
Il Golpe.
Il Gatto
by Duncan on giu.03, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo

Il Gatto venne vestito bene,
aveva il suo modo per farsi riconoscere, gesti studiati, improvvisi
mutamenti degli occhi,
parola vibrante, discorsi allenati, e sparizioni improvvvise, per
improvvisi ritorni.
Lui lo aspettava. Sapeva che il Gatto sarebbe venuto anche a
quell’appuntamento.
Era il loro patto segretgo. Durava da secoli. Da prima ancora che il
Mag-Morth prendesse quota.
Ne erano passate di epoche. Avevano visto insieme edificarsi l’intera
Maitreya.Samut e tutte le inerpicabili discese.
Ma quel tempo era finito.
Il Gatto sarebbe venuto per l’ultima volta.
I tempi erano cambiati.
Il Salto lo avrebbe portato definitivamente nel Trai-Universo.
I tempi erano un bel casino.
Tutto si aggrovigliava. La matassa era inestirpabile. Esseri noti solo
nel folklore e nella leggenda prendevano vita. Strane malattie
falcivano a mazzi. Semimorti rprendeva a guarire. E c’era chi si
smarriva nei sogni e non tornava più. E Chimere che a furia di
pensarle ti bruciavano il petto. Elettricità a palla.. esaurimenti a
manetta. A volte uscivi fuori senza sapere dove cazzo saresti andato.
Le Orde Nere erano state liberate. E tutti i miti prendevano di nuovo
quota.
Nessun libro conteneva più le Formule..
E non era che l’Inizio…
Il Gatto se ne sarebbe andato… doveva andare..
Ma ancora un incontro… ancora per l’ultima volta..
Lo vide materializzarsi con il suo strano sorriso da pagliaccio, così
sornione, così anticamente triste, così inestirpabilmente maestoso…
Voleva fagli tante domande, dirgli tante cose, ma non riusciva a
parlare. Voleva ridere, voleva piangere. Voleva dirgli “non lasciarmi
solo.. sei l’unico punto fermo che ho in questo Mondo.. e ora te ne
vai anche tu… il Caos avanza.. tutto è ribaltato… mi sfuggono i
pensieri.. non ho più formule.. sono frastornato.. e tu te ne vai…?”
Non riusciva a dirlo.. le parole restavano bloccate in gola..
Ma il Gatto capiva.. capiva e sorrideva…
Lo fisso fino a incendiargli l’anima. E a lui sembrò di sentire tutte
le ossa rompersi, una fornace nel basso ventre, mani che si posavano
sul cranio e una voce violenta e dolce come ogni sacra alba.. dirgli..
“… Vai.. ora tu sei il nuovo Gatto…”
I mondi di Barbara (Albert Camus)
by Duncan on mag.24, 2011, under Resistenza umana, Simbolo, politica
Eccoci con la splendida rubrica di Barbara Lazzarini.
Barbara, una donna che incarna la nobiltà, la creativià, e la radicalità del vero Insegnare.
In questo suo pezzo parla di un gigante.. Albert Camus.
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L’UOMO IN RIVOLTA. ANTINOMIE DELLA RIVOLUZIONE
Quando in piena guerra fredda, nel ’51, scrive “l’uomo in rivolta”, Camus sancisce una spaccatura con l’establishement culturale francese “engagée”, e lui lo sa, è una crisi netta, irreversibile con l’amico Sartre il cui esistenzialismo politico e fattosi sovietizzante non poteva essere accolto dal nostro uomo in rivolta.
All’uscita questo testo ebbe un grande successo, ma non fu compreso, non si volle comprenderlo in realtà, tutti alla ricerca di risposte ad un certo punto non seppero che farsene di un testo che poneva domande, straordinarie domande. Non c’è un messaggio politico unico da veicolare verso qualche movimento che poi possa strumentalizzarlo, lo stesso Sartre parlò di “provocazione”. Infatti di questo si trattava, provocare l’uomo, provocare nell’uomo una presa di coscienza. Grande l’evoluzione rispetto al “mito di Sisifo”, scritto quando aveva trent’anni, lì il tema dell’assurdo esistenziale era analizzato come condizione individuale e qui invece si amplia, s’allarga, si fa manifesto e assurge a dimensione collettiva, non basta più “immaginare Sisisfo felice”, il primo capitolo del libro si chiude con “Mi rivolto dunque siamo”. Ora si tratta di fare chiarezza, di stabilire quale sia il valore vero della rivolta. Ed ecco la prima delle grandi domande: “Che cos’è un uomo in rivolta?” .
“Un uomo che dice no…ma qual è il contenuto di questo no?”
In Camus la rivolta non coincide con rivoluzione, anzi ne è antitesi. Inficiato d’Umanesimo e di amore per la grecità, l’autore lega alla rivolta i valori per i quali il fine non giustifica i mezzi, il rivoltoso difende l’uomo, la natura umana sopra tutto.
“E apertamente dedicai il cuore alla terra greve e sofferente, e spesso, nella notte sacra, promisi d’amarla fedelmente fino alla morte, senza paura, col suo greve carico di fatalità, e di non spregiare alcuno dei suoi enigmi. Così, m’avvinsi ad essa di un vincolo mortale.”_Friedrich Hölderlin_
Camus apre “l’uomo in rivolta” con queste parole di Holderlin tratte dall’EMPEDOCLE, si noti Empedocle è lo stesso nome della rivista fondata con Char, Holderlin lo scrittore romantico che rievoca la perfezione greca, la sublimazione della bellezza nella natura, Char l’amico e stimatissimo poeta dell’insorgenza, tra i pochi capaci di continuare in rivolta a celebrare quella stessa bellezza, il partigiano della speranza che scrive su foglietti lirici aforismi per dire no alla disumanità della storia e continuare a sentirsi uomo, a essere uomo.
Altro fanno i rivoluzionari che INVECE servono la storia, Camus odia la storia e il suo divenire che fa piazza pulita delle forme, dell’essere, dell’uomo. Ci fa un esempio per farci capire e ricorre alla contrapposizione tra l’odioso storicismo germanico, che si nutre del suo stesso spirito, e la grazia e bellezza mediterranea che è invece connaturata in sè. L’uomo in rivolta frena la storia, la limita e “a questo limite nasce la promessa di un valore” .
La rivolta è ontologica crea l’essere e dunque l’uomo. “Mi rivolto dunque siamo” è ben più del “cogito ergo sum” è oltre l’uno, oltre l’uomo verso l’essere insieme…è certo una provocazione, che hanno poi scopiazzato in tanti nuovi mercificatori capaci solo di essere banalizzatori dell’esistenzialismo vero.
Per Camus si tratta di lottare contro abitudini, consuetudini, di essere antistorici, destrutturanti, mediterranei, morali, non moralisti come spesso finiscono per essere i rivoluzionari. Il pensiero in rivolta è la bellezza dell’ essere che si eleva, s’alza, mantiene il coraggio vigile a guardare l’uomo e non si costruisce corrompendosi in rivoluzione limitante. La rivoluzione frena come processo storico l’innocenza, la giustizia, l’armonia. E’ un saggio per me decisamente affascinante che scava a fondo, cerca e trova le ragioni del dolore e del male, dell’ingiustizia e della violenza, stimola al dubbio su noi stessi, conduce al ragionamento dialettico come pochi altri percorsi filosofici. La filosofia da assaporare non al tramonto come diceva Hegel, bensì la filosofia da vivere all’alba, per creare un uomo nuovo. Chi non si ribella non è vivo, o meglio NON E’, vivere è ribellarsi, ogni nostro respiro perde VALORE senza RIVOLTA. Le élite, se sono tali, a questo ruolo sono chiamate, all’elevazione dell’arte verso la risoluzione dell’assurdo. “Io traggo dall’assurdo tre conseguenze: la mia rivolta, la mia libertà e la mia passione”.
“Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Qual è il contenuto di questo “no”?
Significa, per esempio, “le cose hanno durato troppo”, “fin qui sì, al di là no”, “vai troppo in là” e anche “c’è un limite oltre il quale non andrai”. Insomma questo no afferma l’esistenza di una frontiera. Si ritrova la stessa idea del limite nell’impressione dell’uomo in rivolta che l’altro “esageri”, che estenda il suo diritto al di là di un confine oltre io quale un altro diritto gli fa fronte e lo limita. Così, il movimento di rivolta poggia, ad un tempo, sul rifiuto categorico di un’intrusione giudicata intollerabile e sulla certezza confusa di un buon diritto, o più esattamente sull’impressione, nell’insorto, di avere il “diritto di…”. Non esiste rivolta senza la sensazione d’avere in qualche modo, e da qualche parte, ragione. Appunto in questo lo schiavo in rivolta dice ad un tempo di sì e di no. Egli afferma, insieme alla frontiera, tutto ciò che avverte e vuol preservare al di qua della frontiera. Dimostra, con caparbietà, che c’è in lui qualche cosa per cui “vale la pena di…”, qualche cosa che richiede attenzione. In certo modo, oppone all’ordine che l’opprime una specie di diritto a non essere oppresso al di là di quanto egli possa ammettere.
Insieme alla ripulsa rispetto all’intruso, esiste in ogni rivolta un’adesione intera e istantanea dell’uomo a una certa parte di sé. Egli fa dunque implicitamente intervenire un giudizio di valore, e così poco gratuito, che lo mantiene in mezzo ai pericoli. Fino a quel punto taceva almeno, abbandonato a quella disperazione nella quale una condizione, anche ove la si giudichi ingiusta, viene accettata. Tacere è lasciare credere che non si giudichi né desideri niente e, in certi casi, è effettivamente non desiderare niente. La disperazione come l’assurdo, giudica e desidera tutto in generale e nulla in particolare. Ben la traduce il silenzio. Ma dal momento in cui parla, anche dicendo no, desidera e giudica. La rivolta, in senso etimologico, è un voltafaccia. In essa, l’uomo che camminava sotto la sferza del padrone, ora fa fronte. Oppone ciò che è preferibile a ciò che non lo è. Non tutti i valori trascinano con sé la rivolta, ma ogni moto di rivolta fa tacitamente appello a un valore. Si tratta almeno di un valore?
Per quanto confusamente, dal moto di rivolta nasce una presa di coscienza: la percezione, ad un tratto sfolgorante, che c’è nell’uomo qualche cosa con cui l’uomo può identificarsi, sia pure temporaneamente. Questa identificazione fin qui non era realmente sentita. Tutte le concussioni anteriori al moto d’insurrezione, lo schiavo le sopportava. Sovente, anzi, aveva ricevuto senza reagire ordini più rivoltanti di quello che fa prorompere il suo rifiuto. Portava pazienza, respingendoli forse in se stesso, ma poiché taceva, si mostrava più sollecito, per il momento, del proprio interesse immediato che cosciente del proprio diritto. Con la perdita della pazienza, con l’impazienza, con l’impazienza, comincia al contrario un movimento che può estendersi a tutto ciò che veniva precedentemente accettato. Questo slancio è quasi sempre retroattivo. Lo schiavo, nell’attimo in cui respinge l’ordine umiliante del suo superiore, respinge insieme la sua stessa condizione di schiavo. Il moto di rivolta lo porta più in là del semplice rifiuto. Egli oltrepassa anche il limite che fissava al suo avversario, chiedendo ora di essere trattato da pari a pari. Quanto era dapprima resistenza irriducibile dell’uomo, diviene l’uomo intero, che con essa vi si identifica e vi si riassume. Quella parte di sé che voleva far rispettare, la mette allora al di sopra del resto, e la proclama preferibile a tutto, anche alla vita. Essa diviene per lui il sommo bene. Prima adagiato in un compromesso, lo schiavo si getta di colpo (“se è così…”) nel Tutto o Niente. La coscienza viene alla luce con la rivolta”
Portatrice di luce.. di Maria Luce
by Duncan on mag.23, 2011, under Poesia, Simbolo
A Manar… la bambina egiziana, la cui storia è raccontata in questo sito.. http://wellthiness.wordpress.com/2011/05/17/manar-la-forza-della-vita-di-una-bimba-con-due-teste/… è dedicata questa immensa poesia di Maria Luce che ora leggerete.
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PORTATRICE DI LUCE
Portatrice di luce
piccola Manar
dalle due teste
due esseri pensanti
un cuore solo
unite ma divise
occhi splendenti
sorriso di bimba raddoppiato
stessa anima in due corpi
scherzo dei geni che crea amore
sofferenza duratura e innaturale
separazione cruenta e necessaria
rifletto Manar su di te
su cosa sia il soffio della vita
del perchè pur soffrendo
così tremendamente
la tua voglia di sopravvivere
ha prevalso su ogni previsione
Manar
portatrice di luce
ti immagino così
su un’altalena
con l’altra te stessa
mano nella mano
felici
davanti a voi
Maria Luce
solo l’infinito cielo dell’Amore
è la storia della piccola Manar..
Hasta Siempre Esperanza
by Duncan on apr.22, 2011, under Ispirazione, Poesia, Simbolo
Finchè il nostro cuore rimarrà giovane noi non moriremo.
Finchè la stanchezza non prevarrà noi saremo vivi.
Finchè non accetteremo il pasto dei cadaveri, il nostro sorriso si
alzerà in cielo.
E sono infinite le prove amici miei..
infinite le cadute e le prove..
Infnite trappole sul cammino, lupi ad assediare la via e cecchini dai
balconi.
Finchè non rinunceremo saremo ancora in piedi..
Cosa è questa Nuova Repubblica Amici..
se non il simbolo di un pungo lanciato nel cielo,
di un sogno di cristallo dal cuore di fuoco
di una ribellione morale alla mediocrità.
Ci sono campi che toccano il sole
ci sono amori che attendono le anime salve,
e scale a chiocciola fino al desiderio sperduto,
braccia di irrefrenabile amore..
e bicchieri di vino e speranza…
Finchè non curveremo le spalle restermo giovani..
Alziamoci oggi e prendiamo l’anima in spalla..
La Ruota del mondo gira le maschere e porta a galla i veri Maestri del
Terrore..
Ma un Sentiero Luminoso accende lumini nelle catacombe,
e strade prendono il nome di chi le amarono.
Non lasciamo che la polvere uccida quella rabbia santa,
quella infinita fame,
quel bacio arrotolato,
quel sigillo sul cuore,
quel simbolo sulla fronte.
Cani neri sfidano i nostri passi e le nostre mani..
e quante volte.. quante volte vorremmo cedere…
Forse è solo un vecchio pazzo che vi parla..
ma vi dico..
Alto il cuore, alte le braccia..
Mani sul ventre,
ancora, e ancora, e ancora…
Per sempre fedeli…
HASTA SIEMPRE ESPERANZA COMPAGNEROS
Prima del Viaggio
by Duncan on mar.11, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo
“Questi volti che mi entrano dentro.
Con tutto quello che hai.
Vedi, come un rosario,ogni pallina la tocchi e passia vanti. Vorrei poterti risparmiare tutto.
Saranno giorni come non mai. Notti come non mai.
E non so se io ci sarò. Ma ce lo porterò il sangue. Finchè potrò ti mostrerò come si fa.
Come si può provare a fare. Sai che certi grandi alberi, nascono appena dal pugno di una mano?”
E gli spazzolava i capelli.. E lei era bellissima, con occhi di uno strano locciola luminoso…
e gli piaceva mordere le grandi dita.
“Se vuoi raccogliere le piante shemiene… devi tastare il terreno.. e poi l’avvallamento avrà un andare a serpente…”
Le raccontava come la campagna germinava i segreti, e che quella terra aveva visto molti altri prima.
E poi le si abbassava al volto.. scendeva piegando i ginocchi e la metteva su vecchi tronchi tagliati..
E non sapeva se ridere o piangere a guardarla..
“Vorrei che tutto questo rimanesse, che tutta questa era non conoscesse ilt ramonto, che questi boschi potessero fermare i giorni che verranno e che tu potessi rimanere qua a far crescere le ore….”
E lei sentiva il suo cuore così grande e le sue lacrime di sangue,… come una malinconia dolcissima, che la legava ancora più forte del piacere delle corse sugli ampi viali di Gesabea o sui sogni incarnati delle fontante. E ogni autunno i grandi balli della fontana, e ogni primavera c’erano le storie e il legno, la festa degli incontri. Lei viveva int utte quelle schegge e tracce sul legno.. sognava già le grotte perdute e i sentieri nascosti delle colline del sole…. e tutto questo doveva finire?
E lui le stringeva le dite…. e le sue carezze erano forti come il grano, dolci come il miele…
“Porterai tutto qua dentro Stella mia, angelo dolcissimo delle stanse segrete del mio cuore…
Dovrai andare lontano. E conoscerai i morsi della rabbia… la polvere sugli occhi.. notti in cuii avrai il gelo nelle ossa.
Ma porterai tutto qua… ” e faceva un giro sul cuore, prima delicato poi pressando, alla maniera degli Erboriani..
“Qui dento ci sarà tutto…” e si mordeva un pò le labbra per non piangere…
“Vorrei esserci quando il tuuo sorriso si innalzerà sopra il dolore…. e saprai che fame dà l’amore, e come si può morire solo per un sogno….”
Lei capiva e non capiva…..
Voleva trattenere quei momenti per sempre… cupida… avida… non poteva capire tutto.. ma sapeva che tutto sarebbe cambiato..
“E ti diranno parole di morte… che sei figlia del sangue e della luna.. che sei un topo senza arte ne parte…. che c’è un prezzo per tutto….. e una nicchia per tutti… e vagonI di tristezza… e che non c’è mai stato questo luogo e questo tempo… fantasie da bambina….”
E lei adesso sentiva abissi, così tristi i giorni.. e soprattutto lui… gli avesse potuto levare la tristezza come gli sapeva mordere le dita.
Ma lui.. improvviso.. alzò la voce…solleticandole le ascelle, e buttandosela sul petto.. e sfregando ils uo naso col suo..
“Ma tu… riprese… tu allora stringera per tre volte il pugno e chiuderai gli occhi stringendo forte forte… e ricorderai…
è come una magia…. come una magia… come una magia….. E adesso stingimi la mano”
Era un vecchio modo erboriano.. segnava un legame sacro. I palmi delle mani aderivano..e poi entrambi stringevano a mo di pugno, incrocchiando le dita, e facendo un grio orario e poi antiorario.
“Ci sono altre terre, e sogni che aspettano te per non morire…
c’è un luogo dove solo tu potrai arrivare….
tu ci porterai tutti con te…
e ora scendi, che è ora di cenare,
figlia mia…”
Sud, Camus, Onore e Fedeltà
by Duncan on feb.11, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
SUD, CAMUS, ONORE, FEDELTÀ
“Se un ragazzo ha conosciuto una ricchezza per godere della quale non era necessario avere del denaro, se la bellezza lo ha aspettato ad ogni angolo di ogni strada senza chiedere mercede, allora egli è libero per sempre dall’universo claustrofobico dell’accumulazione delle ricchezze private”
(Franco Cassano Il pensiero meridiano)
Se sei stato nutrito da vera Ricchezza, puoi essere immunizzato dal potere delle cose, dal mercato delle vacche. C’è una ricchezza profonda prima che può esserti insegnata e che ti aiuterà a non essere il cane imbastardito e con le orecchie mozze gettato a lanciarsi per mordere e uccidere a sangue nelle lotte clandestine tra cani. Se hai potuto godere di ricchezza, bellezza e amore senza dover sborsare denaro, vendere o farti vendere, tradire o prostituirti… se sei stato colmato dalla ricchezza di terra e mare, abbracci e calore, sviluppi una generosità che contraddice gli ingranaggi dello spirito del tempo. Non sei un piccolo io claustrofobico, un ego rancoroso pieno di pretese e rabbia. Sei libero dall’invidia e dal rancore. Questo passaggio possiamo estenderlo oltre l’essere stato educato, finanche all’essere stato “diseducato”, fino alla possibilità di un percorso per apprendere a ritornare umani. E allora, anche se si è stati intossicati dalla opacità delle cose e dal loro Dominium, anche se ogni rapporto è stato sotto il battito incestuoso della reificazione, anche allora puoi riappropriarti di una Ricchezza antica e profonda che nessuno può sottrarti. Una Ricchezza che ti libera dall’ansia e dalla bramosia di servilismo. Sì, c’è una colossale CUPIDIGIA DI SERVILISMO. Fanno nascere l’istinto famelico verso ogni forma di compromesso e sottomissione, ricordando che anche essere “cani di lusso” è una forma di sottomissione. Puoi riappropriarti di una Ricchezza che ti libera dall’odio verso tutto ciò che è altro-da-te e, in quanto tale, degno di odio e di disprezzo perché potenziale concorrente nella spartizione della torta. Una ricchezza che si nutre di apprezzamento, rispetto, generosità, coraggio.
Nel testo da cui è tratta la citazione iniziale, “Il pensiero meridiano”, Franco Cassano, riprendendo Camus, traccia una capitale distinzione tra Rivolta e Rivoluzione. Rivolta in questo senso umanistico non è semplice opposizione. Non è pura distruzione dell’ordine presente. Non è solo furore distruttivo. La rivolta che storicamente è insorgenza contro l’ordine attuale delle cose, tante, troppe volte si è mutata in opposizione spietata, disperata; in nichilismo distruttivo. Combattendo cioè il Senso attuale del Dominio si è rifugiata nel Non-Senso. E spesso ha lasciato reduci, desolati, frustrati e arrabbiati a sopravviverle. Qui la Rivolta non mira solo a una libertà dal potere presente, a uno spezzare i vincoli, a un sovvertimento dello stato di cose. Ma oltre, dietro e in fondo a questo, c’è un Giardino che cresce nel Deserto. La Rivolta è anche aspirazione a una Fedeltà più alta. Il male è combattuto avendo nel cuore una più sublime visione dell’Essere e della Creazione, dell’Uomo e del legame-tra-gli-uomini. Questa più alta fedeltà ti salva dal Nichilismo. Con questa più alta aspirazione la Rivolta può essere salvata dal cinismo e dalla delusione. Perché il Potere è combattuto amando il Mondo, e consacrandosi alla sua Bellezza. Combatti l’Ordine del Dominio perché hai un altro Ordine nel Cuore, e non un caos distruttivo, reattivo e impotente. La differenza, se volete, è tutta qua. Molti hanno sempre combattuto avendo un nemico da abbattere, ma niente de edificare. Senza un altro Ordine per cui spendersi, qualcosa in cui credere.
Lo scopo di questi movimenti concentrici e centripeti, di questo passaparola di verità o di menzogne
dal sapore leggero come mandorle tostate. Di tutti noi che crediamo nella ribellione dello spirito… Lo scopo che ci accende il cuore e ci libera la mente. Lo scopo che ci fa sorvolare i burroni, fino a scricchiolare sullo rocce. E ci spinge verso cantonate. Lo scopo di voi, pianisti sull’oceano, poeti muti che urlate, e che ancora non riconoscete la vostra voce e ancora bussate alla porta di casa vostra, e portate la musica sul petto, come le sette stelle dell’Orsa Maggiore. La Scuola di Hokuto, le sette stelle dell’Orsa, l’airone di Nanto. Lo scopo di tutti quelli che riempiono pagine e pagine, o recitano al freddo in teatri di periferia, o accendono segnali di fumo che qualcuno leggerà. Lo scopo di tutti noi, piccolo popolo disperso, razza nomade, padri di diecimila figli, e lattanti di prosperosi seni. Lo scopo di tutte queste canaglie dal volto umano, romanzi viventi, seduttori della notte, monaci rinnegati, camminatori scalzi, visi pallidi e lingue rosse… Lo scopo di ogni ricerca, delle più violente invettive, della indignazione carnale o dei sogni sulle vette, non è mai il nichilismo, la desolazione… ma una fedeltà più alta.
Nell’oscurità la Rivolta autentica porta i fiori, “vede” i fiori. In ciò che è oggetto di disprezzo e irrisione da parte dei profeti del già vissuto e delle grasse battone del pasto-caldo-predigerito-e-premasticato, essa vede invece i bagliori clandestini scampati alla notte, le voci degli eroi del tempo antico trasformatesi in farfalle per sopravvivere clandestine al tempo. Essa in quei “fiori” vede i rifugi di montagna, le botole sotto casa che portano a Zion, i libri sfuggiti ai roghi del Grande Inquisitore. In quei “fiori” essa vede la carne di chi ha dimenticato di imparare a dimenticare, l’incanto che ancora resiste nel mondo, avvinghiato insaziabile alle querce come amante in calore, respirato in ogni alba nelle anime di “coloro che credono”. E ancora, e ancora… in questi “fiori” essa vede brevi squarci, immagini, promesse di ciò che il mondo potrebbe essere. Certe frasi sono scritte in stato di grazia, e illuminano interi sistemi solari.
Ed è bello come Camus, e Cassano con lui, rivalutano antiche parole, strappandole ai recinti e restituendocele rinnovate. E allora per una volta possiamo permetterci di parlare di Onore, un altro onore. Onore di essere Uomini e di comportarsi da Uomini. Onore come spinta a guardare in su e a chiedere a se stessi di dare il meglio di sé. Onore in tal senso è di chi fa propria l’antica massima… “Esigi da te stesso molto più di quanto chiunque altro possa mai aspettarsi da te.” E allora Riscoperta, Rivolta, Fedeltà, Onore si intrecciano in chi sprofonda nella palude… Nella capacità di essere “radicali”, di sentire il senso della chiamata verso l’impossibile che ti incendia il Cuore… E che dice:
Difendi l’indifendibile.
Parla quando tutti taceranno.
Stai in piedi quando tutti si accomoderanno.
Anche se non conviene, anche se c’è tutto da perdere, anche se la tempesta è prossima all’orizzonte.
Anche se verrai deriso, se sarai lasciato solo, se subirai la gogna…
Non retrocedere.
Questo è il più alto onore.
Questa è la fedeltà non verso assurde dottrine o potenze esterne.
Ma fedeltà alla tua radice che ti lega a tutte le radici.
La fedeltà al tuo essere con gli altri.
Essendo fedele agli esseri umani, salvi te stesso
Questo è il Servizio…
E solo se sei in grado di Servire puoi Guidare gli altri.
E, sempre dal libro di Cassano:
“Ciò che fa da contrappeso all’assurdo è la comunità degli uomini in lotta contro di esso. E se scegliamo di servire questa comunità, scegliamo di servire il dialogo fino all’assurdo, contro ogni politica della menzogna e del silenzio. È così che si è liberi insieme agli altri”.
Il simbolo dell’Albero
by Duncan on feb.03, 2011, under Ispirazione, Misticismo, Simbolo
L’albero rappresenta non solo una forma di concreta esistenza vegetale.. ma è allo stesso tempo uno dei simboli più antichi e ricorrenti nella storia della Conoscenza umana. Condivido con voi questo testo.
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(tratto da.. http://www.guruji.it/alberovita.htm)
“Oh, come desidero ardentemente crescere
Guardo fuori
E l’albero dentro di me cresce”
(Rainer Maria Rilke)
Albero della Vita, Albero della Conoscenza, Albero del Bene e del Male, Male, Albero della Cabala … Albero che con la sua verticalità unisce il cielo alla terra, il sacro al profano, il visibile all’invisibile… Albero che è espressione stessa della vita che si rigenera incessantemente. Albero che come l’uomo ha il destino di dover realizzare pienamente la sua forma, di diventare un’entità perfetta e compiuta.
Mistici e sciamani, saggi, filosofi, artisti e alchimisti hanno da sempre legato alla simbologia dell’albero le eterne e inquietanti domande dell’uomo: il Bene e il Male, la Vita e la Morte, la Conoscenza, la Trasmutazione, I’Umano e il Divino. Oggi, a fronte di un equilibrio ecologico quasi distrutto, l’uomo rinnova il suo interesse per l’albero per ragioni puramente utilitaristiche di sopravvivenza, ma nel profondo del suo essere è incisa una simbologia millenaria che tornerà a vibrare e a guardare gli alberi e la natura con amore.
Albero Cosmico
“Si sviluppa in maniera rotonda, dando pian piano al proprio essere, la forma che elimina la volubilità del vento” Rainer Maria Rilke
Mircea Eliade, storico delle religioni, ha evidenziato come tutti gli aspetti del comportamento umano legati al mito, riflettono il desiderio di cogliere la realtà essenziale del mondo e le origini delle cose, il “centro”, il punto di inizio assoluto quando furono creati gli uomini e il mondo. Nel linguaggio simbolico, questo punto è l’ombelico del mondo, l’uovo divino ecc. ma viene spesso immaginato come un asse verticale o asse cosmico che, situato al centro dell’universo, attraversa il cielo, la terra e il mondo sotterraneo. L’immagine di un asse cosmico è antichissima – pare che risalga al IV o III millennio avanti Cristo – e diffusa in tutto il mondo sotto forma di pilastro, o palo, di albero e di montagna.
L’albero cosmico – simbolo del mondo – mediatore tra le profondità della terra e le altezze dei cieli, non appartiene solo alla nostra cultura Giudaico-ellenica: nell’India antica, l’universo è rigorosamente ordinato attraverso gli alberi. Per la tradizione indiana infatti l’universo si divide in 7 continenti concentrici, ognuno è circondato da un oceano e ognuno porta il nome dell’albero da cui gli abitanti traggono benefici.
C’è però un altro rapporto tra il mondo e l’albero: il legno. Legno per fare il fuoco, per riscaldare e quindi associato al fumo che sale verso il cielo, ma anche legno come materia prima per l’artigiano, legato alla conoscenza teorica e pratica e quindi alla Saggezza.
Esiste infatti una omonimia completa tra il sostantivo “scienza” e il sostantivo “legno” in tutte le lingue celtiche, mentre nella tradizione ebraica si trova un rapporto tra l’albero e la parola. Si legge nello Zohar o “Libro dello splendore: “Nell’epoca messianica, la Colonna centrale assicurerà il nutrimento per ciascuno… L’albero della vita sarà allora piantato nel centro del giardino e si realizzerà La Parola; egli prenderà anche dell’albero della Vita, ne mangerà e vivrà in eterno.”
E’ attraverso l’albero quindi che si deve realizzare il mondo che verrà; e nutrirsi dell’albero significa assorbire la sostanza del mondo e la conoscenza assoluta.
La totalità della simbologia cristiana ruota attorno a quel simbolo fondamentale che è la croce; il palo esprime la verticalità, l’albero che si innalza dalla terra verso il cielo (e in certe rappresentazioni della crocifissione Cristo non è inchiodato su una croce, ma su un albero). C’è però da notare che sia l’albero cosmico che la croce sono simboli universali: nelle leggende orientali infatti, la croce è la scala sulla quale le anime degli uomini salgono verso Dio. Ci sono rappresentazioni in cui il legno della croce ha 7 gradini, così come gli alberi cosmici rappresentano 7 cieli. Questo stesso senso cosmico della croce è presente nell’arte africana e nei suoi motivi cruciformi. Prima di tutto comunque, la croce ha un senso cosmico totale; perché indica i 4 punti cardinali.
Gli storici moderni ritengono che Cristo sia stato crocefisso su un palo, trasformato in croce più per effetto del mito che della storia: Cristo sacrificato, al centro del mondo, sull’albero cosmico che congiunge il cielo alla terra e situato all’incrocio orizzontale dei raggi delle 4 direzioni, omologo all’Albero della Vita che si erge al centro del giardino dell’Eden all’inizio dei tempi. Lo stesso Stupa Buddista è l’immagine del cosmo attraversato dall’axis mundi. Nelle più antiche rappresentazioni delle tentazioni di Buddha, Buddha stesso non appare: essendosi unito al sacro che irradia in tutto il cosmo, egli è meglio raffigurato dall’albero cosmico.
Cristo, Buddha e Maometto compirono la loro ascesa partendo dal centro e salendo lungo l’axis mundi.
L’energia vitale dell’albero è associata anche ai poteri femminili della creazione, nella maggior parte delle tradizioni; per estesione, è associato alla terra (principio femminile) e al cosmo, poiché, come l’albero, il cosmo si rigenera incessantemente ed è sorgente inesauribile di vita, che include tutte le cose in una dinamica creatrice.
Nelle civiltà pre-indiane, l’albero cosmico è rappresentato dal Ficus Religiosa, nei cui pressi stanno delle dee nude… motivo questo che si ritrova nelle leggende cristiane dove l’albero, simbolo femminile ha origine dalla terra madre. In numerosi miti infatti, l’uomo nasce dall’albero e, alla sua morte, viene sepolto in un albero cavo, restituito quindi alla dea – madre – albero che lo partorì.
Nelle religioni arcaiche, l’albero è l’universo; nella tradizione indiana è la manifestazione del Brahma nel cosmo; secondo le Upanishad, i suoi rami “sono l’etere, l’aria, il fuoco, l’acqua, la terra.”
Albero di illuminazione e luce
Gaston Bachelard: “L’immaginazione è un albero. Ha le virtù integratrici di un albero. E’ radici e rami. Vive tra terra e cielo. Vive nella terra e nel vento”. L’albero immaginato diviene impercettibilmente cosmologico, epitome e creatore di un universo. Spesso l’albero del Mondo – o Albero Cosmico – è descritto come “colonna di fuoco”, simbolo dell’illuminazione intellettuale e spirituale e Platone stesso, lo descrive come “Asse luminoso di diamante”.
Nelle varie tradizioni gli alberi appaiono come “pegno” di resurrezione e di immortalità: il “ramo d’oro” dei Misteri antichi, l’acacia delle iniziazioni massoniche, le palme della tradizione cristiana e più in generale tutti gli alberi sempreverdi e quelli che producono gomme o resine.
In tempi più arcaici, i luoghi sacri rappresentavano il cosmo in miniatura; erano fatti di alberi, pietre e acqua, oppure di un recinto sacro che conteneva un altare, una pietra e un albero, come se ne trovano ancor oggi in India. Fu su un simile altare, ai piedi di un albero sacro che Buddha sedette quando, sacrificando il proprio sé individuale, ottenne l’illuminazione. Tale albero divenne un albero sacro, albero Bodhi, o albero dell’illuminazione, la cui talea è stata trapiantata e cresce tuttora.
L’albero dell’Illuminazione di Buddha è l’immagine dell’infinita rigenerazione del cosmo da un’unica fonte trascendente, mentre l’albero cosmico cinese è rappresentato curvo su se stesso come per raccogliere le forze e la concentrazione per l’ascesa.
Intorno a un albero, o a un grande palo, gli Indiani Nordamericani compivano molti riti con cui rafforzavano il loro legame con il mondo sacro, il più famoso è forse la “Danza del Sole”.
Gioachino da Fiore era un mistico e un contemplativo, il cui pensiero fu plasmato da una serie di illuminazioni; tra queste la più importante fu quella che egli ebbe mentre stava studiando il libro dell’Apocalisse, in cui Giovanni descrive la sua visione dell’Albero della Vita. L’albero che gli apparve divenne l’immagine generatrice della sua concezione dinamica della storia, e cioè di un processo di sviluppo ascendente in tre stadi, ciascuno associato a una persona della Trinità e ognuno dei quali si sviluppava sul completamento dello stadio precedente. I seguaci di Gioachino fissarono al 1260 l’inizio dell’ultima era – quella dello Spirito Santo… ed è un fatto curioso che alcuni storici ravvisino oggi, in quegli stessi anni, l’inizio dell’ “Era Moderna”.
Il grande pioniere della pittura moderna, Vassily Kandinsky, si serve dell’albero trinitario di Gioachino da Fiore per illustrare la propria visione sull’evoluzione spirituale dell’arte. L’arte non consiste di nuove scoperte che cancellano le precedenti, ma di uno sviluppo organico fondato su una precedente saggezza… cosi come il tronco dell’albero non diventa superfluo per lo spuntare di un nuovo ramo. In occasione di un’esposizione, il grande amico di Kandinsky, Paul Klee, si serve della parabola dell’albero per esprimere il concetto del processo che opera nell’artista: “l’artista si limita, al suo posto nel tronco dell’albero, a raccogliere ciò che emerge dal profondo e a trasmetterlo oltre”; in altre parole, Klee vide nella creatività umana, semplicemente la prosecuzione del processo cosmico. E Carl Gustav Carus nel 1800 descrisse la vita mentale di un essere umano come una pianta che, radicata al suolo dell’inconscio, cresce verso l’alto, protendendosi verso la luce divina di una maggiore coscienza.” Lo stesso Mondrian produsse numerosi disegni e dipinti nei quali emerge l’aspetto cosmico dell’albero.
Gli alberi e i cespugli in fiamme sono ben noti nella storia delle religioni, poiché il sacro si manifesta spesso sotto forma di fuoco e di luce; Mosé, su istruzione diretta di Dio, foggiò il candelabro a 7 braccia, chiamato menorah, che -come l’albero cabalistico delle Sephiroth – simboleggia la luce divina. La menorah proviene, come altre forme dell’albero cosmico, dalla Mesopotamia; i 7 bracci sono legati al significato astrologico del numero 7 e cioè del numero dei corpi celesti conosciuti nell’antichità; secondo Filone di Alessandria, i rami curvi esterni del candelabro rappresentano le orbite dei pianeti, mentre l’asse centrale è il sole, la luce di Dio, da cui gli altri 6 traggono luce e gloria; le 7 luci del menhorah sono anche i 7 occhi del Signore, contemplati da Zaccaria nella sua visione del candelabro d’oro, ritto tra due alberi d’ulivo che fornivano l’olio per far ardere le lampade. Questa associazione con l’albero di ulivo si trova anche nel Corano dove sta scritto che “un ulivo non appartiene né all’Oriente, né all’Occidente (si trova cioè nel centro del mondo) e può bruciare anche se nessun fuoco lo tocca.”
“Ti prego, contempla con gli occhi dello spirito la piccola pianta contenuta nel chicco di grano e osservane tutte le circostanze, onde tu possa far crescere l’albero dei filosofi”. Così scriveva un alchimista del XVII secolo.
L’albero delle Sephiroth
L’Albero delle Sephiroth è un ideogramma che collega tra loro 10 essenze di grande importanza metafisica, cui fanno ripetutamente riferimento sia la Bibbia, che il Nuovo Testamento, facendo supporre che, essendo il cuore stesso della conoscenza, siamo per questo incisi nella coscienza universale. L’albero delle Sephirot è formato da 3 triangoli sovrapposti – i nove angoli rappresentano 9 Sephirot – sormontate da un punto isolato, occupato dalla decima Sephirot. Queste rappresentano, dall’alto verso il basso, il Mondo di Emanazione, di Creazione e di Formazione. La disposizione verticale simboleggia ancora una volta la totalità dell’albero e del corpo umano: la testa (Emanazione), il tronco (la Creazione) il ventre (la Formazione), le gambe e i piedi (il Regno). Ma l’albero delle Sephirot rappresenta contemporaneamente anche il cosmo: il tronco, il ventre e la testa nella persona; l’atmosfera, la terra e i cieli, nel mondo; il tronco è del soffio, la terra è dell’acqua, i cieli del fuoco. Si completa così il simbolismo dell’albero nella persona e dell’albero nel mondo.
Si ritrova infatti, pressoché ovunque nel mondo, la tradizione dell’albero rovesciato come simbolo del cosmo: il più antico testo cabalistico conosciuto, il ‘Livre de Bahir’, scritto intorno al 1180, afferma: “Tutte le potenze divine formano, come l’albero, una successione di anelli concentrici” …e lo Zohar, scritto nel XIII secolo, dice: “L’albero della vita si estende dall’alto in basso e il sole lo illumina pienamente”; secondo Platone, l’uomo è una pianta rovesciata, le cui radici si estendono verso il cielo e i rami verso la terra; le radici dell’albero nella tradizione islamica affondano nell’ultimo cielo e i suoi rami si estendono al disotto della terra; i Lapponi nel corso di una cerimonia dedicata ai dio della vegetazione pongono presso l’altare un albero con le radici verso il cielo e le fronde a terra; in certe tribù australiane, gli stregoni piantavano un albero rovesciato; nelle Upanishad, l’universo è un albero rovesciato e il Rig-Veda precisa:
“Verso il basso si dirigono i rami, in alto si trova la radice; che i suoi raggi scendano su di noi!”
Dell’albero rovesciato parla persino Dante Alighieri nel “Purgatorio”, descrivendo due alberi rovesciati, vicino al vertice della “montagna”, immediatamente sotto il piano dove è situato il Paradiso terrestre… qui giunti, però, gli alberi appaiono raddrizzati, nella loro posizione normale. Quindi, questi alberi sono in realtà soltanto aspetti diversi dell’Albero Unico e appaiono rovesciati unicamente al disotto del punto in cui ha luogo la rettificazione e la rigenerazione dell’uomo.
In altre parole, ciò che “è in alto” (sfera principale o sopra – cosmica) si riflette in senso inverso in “ciò che è in basso”, come sulla superficie dell’acqua. Questo è confermato dal fatto che in certi testi tradizionali indù si parla di due alberi, uno cosmico e uno sopra – cosmico: uno considerato il riflesso dell’altro; e nello stesso “Zohar” si parla di un albero superiore e di uno inferiore.
L’albero rovesciato non è quindi solo un simbolo “macrocosmico”, ma anche un simbolo microcosmico… ecco perché Platone dice che l’uomo è una “pianta celeste”. Questo Albero Mistico, che racchiude nelle sue 10 Sephirot anche il simbolismo sessuale maschile e femminile, congiunge quindi i tre mondi di Dio, dell’uomo e dell’Universo: l’uomo e l’universo si riflettono a vicenda e entrambi si riflettono nell’Infinito. Secondo René Guenon, infine, le due disposizioni dell’albero “devono mettersi in rapporto a due punti di vista complementari e diversi a seconda che lo si guardi dal basso in alto, o dall’alto in basso; in altre parole, a seconda che si collochi dal punto di vista della manifestazione, o da quello del principio. Così, l’albero in posizione normale rappresenterebbe l’ascensione della materia nello spirito, l’albero rovesciato al contrario la discesa dello spirito nella materia: la sua incarnazione.
Roger Cook sintetizza molto bene la simbologia di questo concetto: “I cabalistici vedevano nella creazione la manifestazione esteriore del mondo divino interiore e l’albero rovesciato serviva loro a illustrare questa idea. Proprio come il seme contiene l’albero e l’albero il seme, il mondo divino contiene tutta la creazione e la creazione a sua volta il mondo nascosto di Dio.”
In molte tradizioni, l’immagine del sole è collegata a quella dell’albero: il sole lascia l’albero all’inizio di un ciclo, e viene a posarvisi alla fine: l’albero è quindi la “stazione del sole”, il “Roveto ardente” di Mosé, luogo di manifestazione della divinità; nello Zohar, l’albero è rappresentato come “Albero di Luce”, e persino nella tradizione islamica nella Suraten Nur si parla di un albero “carico di influenze spirituali”, che non è né orientale, né occidentale. Questo albero è un ulivo, il cui olio alimenta la luce di una lampada che simboleggia Allah “Luce dei cieli e della terra”… nel testo coranico è Allah sotto forma di luce ad illuminare i mondi, “Luce su luce”, si legge nel testo.
Una luce sovrapposta, quindi, che evoca la sovrapposizione dei due alberi, il manifestato e il non manifestato, la luce nascosta nella natura dell’albero e la luce visibile della fiamma e della lampada: la prima “supporto essenziale della seconda”.
Si comprende quindi nello studio simbolico del mondo antico, come sia oggi assurdo discutere di “vie” o religioni o filosofie più o meno giuste, illuminate o sante. L’uomo, nella sua lunga e faticosa strada, ai quattro lati del mondo – e forse dell’universo – ha trovato modo di rappresentare l’essenza profonda del rapporto con Dio e con la trascendenza con questo simbolo universale, semplice e complesso, ma sempre lineare. E in questa simbologia profonda sta forse il segreto di tutte le cose.











