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Immensità (nel cuore di Viktor Frankl)
by Duncan on set.13, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Viktor Frankl universalmente noto per aver creato la “logoterapia”, che è una forma di psicologia che si incentra sull’importanza di vivere con un senso e dare un senso profondo e unico alla vita.. a tutta la vita e alla propria vita.. trovò il fermento del suo pensiero e del suo insegnamento nella esperienza del campo di concentramento, dove egli fu internato in quanto di origini ebraiche. Egli vide che anche della più totale abiezione l’uomo può trovare la forza di resistere, e vide anche che solo coloro che riuscivano a trovare un senso più alto alla propria esistenza, e qualcosa di profondissimo e radicale per cui vivere… riuscivano psichicamente e fisicamente a resistere, senza cadere in quello stato di avvilimento, depressione, impotenza disperata e catatonia che per moltissimi significò la morte anche senza passare per le camere a gas.. morte perché si rinunciava a vivere, perché il mondo ormai era una meretrice carica di morte e abominazione e la vita un incubo di bastardi. Per resistere al campo di concentramento , bisognava mobilitare tutte le proprie risorse fisiche, psichiche e spirituali. E fu così che Viktor Frankl e altri resistettero. Di quella esperienze egli scrisse un libro meraviglioso e immortale, “Uno psicologo nel lager”, che è una di quelle letture che nessuno dovrebbe mancare nella propria vita. E adesso voglio citare un passo di questo testo… un passo di infinito amore. Quando Frankl improvvisamente pensò all’amatissima moglie -che tra l’altro era quasi certo fosse stata uccisa dai nazisti come lo erano stati i suoi genitori- e fu investito da una tale overdose di amore che pochi, davvero pochi sperimentano mai nella propria esistenza. Lì, rinchiuso in un luogo di inferno, costretto a una vita da schiavo, privato di tutto.. per uno di quei assurdi paradossi della vita.. provò il più alto vertice di amore che avesse mai provato, sentì volare il proprio spirito come mai aveva volato.
Vi lascio al testo:
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“Improvvisamente, ho di fronte l’immagine di mia moglie. Mentre
inciampiamo per chilometri, guardiamo la neve o scivoliamo su lastre
ghiacciate, sempre sorreggendoci a vicenda, aiutandoci gli uni gli
altri e trascinandoci avanti, nessuno parla più, ma sappiamo bene che
in questi momenti ognuno di noi pensa a sua moglie. Di tanto in tanto
guardo il cielo, dove impallidiscono le stelle, o là, dove comincia
l’alba, dietro una scura cortina di nubi: ma il mio spirito è ora
tutto preso dalla figura che si racchiude nella mia fantasia
straordinariamente accesa, e della quale non ho mai avuto sentore
prima, nella vita normale. Parlo con mia moglie. La sento rispondere,
la vedo sorridere dolcemente, vedo il suo sguardo, e – corporeo o meno
- il suo sguardo brilla più del sole che si leva in questo momento.
D’un tratto, un pensiero mi fa sussultare: per la prima volta nella
mia vita, provo la verità di ciò che per molti pensatori è stato il
culmine della saggezza, di ciò che molti poeti hanno cantato;
sperimento in me la verità che l’amore è, in un certo senso, il punto
finale, il più alto, al quale l’essere umano possa innalzarsi.
Comprendo ora il senso del segreto più sublime che la poesia, il
pensiero umano ed anche la fede possono offrire: la salvezza delle
creature attraverso l’amore e nell’amore! Capisco che l’uomo, anche
quando non gli resta niente in questo mondo, può sperimentare la
beatitudine suprema – sia pure solo per qualche attimo – nella
contemplazione interiore dell’essere amato. Nella situazione esterna
più misera che si possa immaginare – nella condizione di non potersi
esprimere attraverso l’azione, quando la sola cosa che si possa fare è
sopportare il dolore con dirittura, sopportano a testa alta, ebbene,
anche allora, l’uomo può realizzarsi in una contemplazione amorosa,
nella contemplazione dell’immagine spirituale della persona amata, che
porta in sé. Per la prima volta nella mia vita, sono in grado di
capire ciò che si intende, quando si dice: gli angeli sono beati
nell’infinita, amorevole contemplazione di uno splendore infinito…
Davanti a .me cade un compagno; quelli che gli marciano dietro, cadono
anche loro. La sentinella accorre e li bastona senza pietà. La mia
vita contemplativa è interrotta per qualche secondo, ma subito dopo la
mia anima si innalza, si eleva nuovamente dalla mia esistenza di
internato ad un mondo sovrumano e riprende il dialogo con l’essere
amato: io chiedo – lei risponde, lei domanda – rispondo io..”
I mondi di Barbara (Osip Emil’evič Mandel’štam)
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana, Simbolo, politica

Eccoci a un altro appuntamento con la “I mondi di Barbara”, una rubrica che è una delle colonne principali di questo Territorio per Anime Pazze e Libere chiamato Born Again.
Barbara Lazzarini in questo spazio ci porta in altri mari rispetto alla cultura digerita e premasticata, e poi ingurgitata come fosse puro materialato.
Questa cultura si incarna nell’uomo e diventa incandescente percorso narrato, che della Libertà fa un pezzo di pane, che passa di mano in mano, rendendo chiunque mangia, più libero.
Il pezzo di Barbara che oggi pubblichiamo è uno a quelli a cui io tengo di più in assoluto. Il protagonista è un Gigante..Osip Emil’evič Mandel’štam.
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Osip Emil’evič Mandel’štam è un grandissimo poeta, una delle figure più importanti del Novecento letterario. Vittima, come moltissimi altri grandi artisti, delle “Grandi purghe staliniane”. Nasce nel 1891 a Varsavia da una famiglia ebrea, si trasferisce in Russia e trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Pietroburgo. Affronta studi intensi di filologia romanza e germanica che gli serviranno per studiare i grandi italiani come Cavalcanti, Petrarca, Dante, ecc.. successivamente insieme all’Achmatova e al di lei marito, fonda il movimento acmeista ( i migliori) in contrapposizione ai versi oscuri dei simbolisti russi propongono la chiarezza e la praticano perfettamente. Scrive in prosa e in poesia, molto importante, per il taglio originale che esce del Nostro più grande poeta, il suo saggio “Conversazione,(o discorso) su Dante”. Quello per la nostra lingua è un amore intenso, Mandel’stam la definisce “la più dadaistica delle lingue romanze”, pensate che Cristina Campo, raffinatissima traduttrice, l’italiano lo definiva “lingua di marmo”, lingua che se ne sta lì come un blocco pronto per essere scolpito, è irriducibile marmo che cela la forma affinchè ne sia estratta. C’è una sorta di incontro elettivo con Dante, prima di lui con Cavalcanti, in effetti il vero avanguardista dell’era volgare, quello che sdogana il pathos, con lui finalmente si può parlare di sofferenza carnale nell’amore, lo fa lui per la prima volta con durissime parole e sintassi complessa, lo farà Dante nelle famose e bellissime “Rime petrose”
…e torna la pietra a forgiare la nostra neolingua di parole che sanno tagliare e sono tagliate.
E’ mi duol che ti convien morire
per questa fiera donna, che nïente
par che piatate di te voglia udire.
I’ vo come colui ch’è fuor di vita,
che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia
fatto di rame o di pietra o di legno…(Cavalcanti)
Canzon, or che sarà di me ne l’altro
dolce tempo novello, quando piove
amore in terra da tutti li cieli,
quando per questi geli
amore è solo in me, e non altrove?
Saranne quello ch’è d’un uom di marmo,
se in pargoletta fia per core un marmo.(Dante)
Quando M. entra nei regni danteschi e prende a parlare della Divina Commedia, il suo approccio critico davvero è inconsueto. Di lui dicono che fosse un tipo strano, sempre in movimento, incapace di starsene seduto, frenetico, con il pensiero altrove, esiliato ai comuni mortali. Questa sua stessa condizione esistenziale d’esule lui rinviene in Dante, quella stessa foga del moto vorticoso di versi pietra che generano la più grande delle lingue; per Mandel’stam Dante “DANZA”, muovendosi nella musica dei versi, versi come orchestre sinfoniche. Ancora nel “discorso su Dante” scrive: “Dante è un maestro dei mezzi poetici, non un fabbricante d’immagini. E’ lo stratega delle metamorfosi e degli incroci” e quando si sofferma sull’analisi del canto del conte Ugolino scrive : “I canti danteschi sono le partiture di una speciale orchestra chimica”.
Osip M. è un grandissimo esperto di musica, fa paragoni con Bach, la musica è per lui segnale di vita e afferma che la poesia deve seguire regole più severe come quelle delle partiture:”Questa è la legge della materia poetica, materia che è convertibile e sempre in via di convertirsi, che esiste solo nello slancio dell’esecuzione“.
Mandel‘stam ha affermato: “prima compongo, poi scrivo“.
Si legga la seguente poesia dal confino forzato in cui viene relegato per motivi politici:
Lei non è dal suo mare ancora nata,
lei è musica ed insieme parola;
è il legame che mai si potrà sciogliere
fra tutto ciò che vive nel creato.
Delle onde respiran calmi i seni,
ma un chiarore impazzito il giorno illumina,
e stanno i lillà scialbi della schiuma
dentro un vaso color celeste-nero.
Acquistino le mie labbra, recuperino
la mutezza lontana, primordiale,
simile a una nota di cristallo
che vibra, fin dal suo nascere, pura!
Rimani quel che sei – schiuma, o Afrodite,
tu, parola, rifluisci in musica,
vergognati del cuore, o cuore, fuso
con l’elemento primo della vita!
La storia della dittatura sovietica s’incrocia con quella dell’artista già inviso al regime quando una sera recita questa poesia tra amici:
Noi viviamo senza avvertire sotto di noi il paese,
i nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza,
ma dove c’è soltanto una mezza conversazione
ci si ricorda del montanaro del Cremlino.
Le sue grosse dita sono grasse come vermi
e le sue parole sicure come fili a piombo.
Ridono i suoi baffi da scarafaggio,
e brillano i suoi gambali.
Intorno a lui c’è una masnada di ducetti dal collo sottile
e lui si diletta dei servigi dei semiuomini.
Chi fischietta, chi miagola, chi piagnucola
se soltanto lui ciarla o punta il dito.
Come ferri da cavallo egli forgia un ukaz dietro l’altro,
a uno l’appioppa nell’inguine, a uno sulla fronte,
a chi sul sopracciglio, a chi nell’occhio.
Non c’è esecuzione che non sia per lui una cuccagna…
Qualcuno si fa delatore, Mandel’ stam non saprà mai chi sia stato, né perché lo abbia fatto, tuttavia il “controrivoluzionario” viene arrestato, ha con sè solo una copia della Commedia. Ha così inizio un percorso di inaudita sofferenza fisica e psicologica che lo condurrà alla morte nel lager di Vladivostok nel ‘38
Su di lui Viktor Erofeev afferma: “Osip Mandelshtam scrisse i versi politici più coraggiosi e più riusciti di tutta la storia della letteratura russa. È un record. Quel proiettile di poesia diretto contro Stalin (…) è di una precisione micidiale”.
E’ nella durezza della prigionia che l’ansia genera poesia, la tensione del dolore si fa morso dilaniante che lo consuma eppure Osip non vuole smentire la sua vocazione d’uomo, compone, le parole risuonano tra soprusi fango e gelo, la sera ai suoi compagni di sventura recita Petrarca, prima in italiano e poi in russo, chissà quale fantasma porta l’arte a superare ogni bruttura, l’otium sereno delle Rime italiane a consolarlo, il sogno di un raccoglimento letterario negato…
Qui di seguito riporto alcune liriche dal campo di detenzione, furono preservate e poi date alle stampe dalla moglie Nadezda, che aveva imparato a memoria questi e numerosi altri testi poetici del marito.
Lo dico in brutta copia, a voce bassa,
ché non è ancora venuto il momento:
il gioco del cielo irresponsabile
si attinge col sudore e l’esperienza.
E sotto il cielo dimentichiamo spesso
- sotto un purgatoriale cielo effimero -
che il felice deposito celeste
è una mobile casa della vita” (9 marzo 1937)
“Io mi porto questo verde alle labbra
questo vischioso giurare di foglie -
questa terra che è spergiura: madre
di bucaneve, aceri, quercioli.
Mi piego alle umili radici, e guarda
come divento insieme cieco e forte;
non fa dono, il risonante parco
di una sontuosità eccessiva agli occhi?
E – palline di mercurio- le rane
con le voci s’agglomerano a palla;
i nudi stecchi si mutano in rami
e in lattea finzione il vapore dell’aria (aprile 1937)
Gli eroi non muoiono mai
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo
Ehi tu,
piccolo sogno su due gambe,
dai poster ai murale
epiche dei ghetto,
strade di periferia.
covo di Patrizi e tossici,
un cucchiaio in bocca e sopra un uomo,
occhi bendati,
parrocchia di periferia,
campionati di strada,
a piedi scalzi,
pizze scommesse..
e pugili ammaccati,
vecchi su nuvole di sigaro,
donne dai diecimila figli,
o cento o tre,
E tu, maestro,
bambino nel tempo,
l’amore fa male…
ma ti rende immenso,
e ti giudicheranno
e sarai smerdato in sala mensa,
vorrei dirti che il mare non è solo oltre il cemento,
ma è già nel cemento,
e che sarai padre di diecimila figli,
o di cento o di tre,
ci sono trampolini in alto sopra il cuore,
ci sono notti che tu custodirai,
cartoni di piscio e birra coi barboni,
alcuni dimenticano… tu no,
Gli eroi non muoiono mai.
Hasta Siempre Esperanza
by Duncan on apr.22, 2011, under Ispirazione, Poesia, Simbolo
Finchè il nostro cuore rimarrà giovane noi non moriremo.
Finchè la stanchezza non prevarrà noi saremo vivi.
Finchè non accetteremo il pasto dei cadaveri, il nostro sorriso si
alzerà in cielo.
E sono infinite le prove amici miei..
infinite le cadute e le prove..
Infnite trappole sul cammino, lupi ad assediare la via e cecchini dai
balconi.
Finchè non rinunceremo saremo ancora in piedi..
Cosa è questa Nuova Repubblica Amici..
se non il simbolo di un pungo lanciato nel cielo,
di un sogno di cristallo dal cuore di fuoco
di una ribellione morale alla mediocrità.
Ci sono campi che toccano il sole
ci sono amori che attendono le anime salve,
e scale a chiocciola fino al desiderio sperduto,
braccia di irrefrenabile amore..
e bicchieri di vino e speranza…
Finchè non curveremo le spalle restermo giovani..
Alziamoci oggi e prendiamo l’anima in spalla..
La Ruota del mondo gira le maschere e porta a galla i veri Maestri del
Terrore..
Ma un Sentiero Luminoso accende lumini nelle catacombe,
e strade prendono il nome di chi le amarono.
Non lasciamo che la polvere uccida quella rabbia santa,
quella infinita fame,
quel bacio arrotolato,
quel sigillo sul cuore,
quel simbolo sulla fronte.
Cani neri sfidano i nostri passi e le nostre mani..
e quante volte.. quante volte vorremmo cedere…
Forse è solo un vecchio pazzo che vi parla..
ma vi dico..
Alto il cuore, alte le braccia..
Mani sul ventre,
ancora, e ancora, e ancora…
Per sempre fedeli…
HASTA SIEMPRE ESPERANZA COMPAGNEROS
Amore tra le sbarre
by Duncan on apr.22, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana
Questo brano che leggerete oggi -in realtà la fusione di due brani- mostra il carcere, e fa sentire sempre lo smarrimento, il dolore, il soffocamento esistenziale. Eppure c’è qualcosa che nobilita.. non il carcere, ma l’essenza umana che, come pianta rampicante, si incunea ribelle, vogliosa di succhiare ancora scampoli di amore, e nel succhiarli diventare.. amore.
E in questi uomini e in queste donne che strappano ogni oncia di occasione per un saluto da “innamorati” e una lettera scritta sui tavolacci, ci sono i passi -a impronta forte nella neve- dell’amore.
Leggendo mi è tornato alla mente un pezzo sublime dell’immortale Arcipelago Gulag di Alexander Solzenycin. In quel passaggio Solzenicynparlavo dell’amore nel Gulag. Ora, lo so bene che tra il carcere e i Gulag la distanza è siderale. Eppure qualche vaga affinità permette di fare rivivere alla mia anima ora il brano stupendo di Solzencyn, con queste donne (le donne nel Gulag) che si costruivano il loro “romanzo” d’amore.. rischiando letteralmente la vita… con gli incontri fugaci e quasi impossibili… e i bigliettini lanciati tra le sezioni maschili e femminili.
Voglio citare un frammento del testo bellissimo che leggerete tra poco..
“A volte gridando per farsi sentire dal padiglione maschile a quello femminile. Più spesso, sia per non essere rimproverati, sia per una forma di privacy, parlandosi facendo grandi gesti con le mani e le braccia, ad imitazione delle lettere dell’alfabeto. Una sorta di alfabeto muto per conoscersi, per farsi compagnia, per innamorarsi. A volte si parlavano fino a notte fonda. Una volta ho riso di tenerezza perché al giro di terapia del mattino un detenuto della A.S. non si presentava in infermeria. Era un lavorante. Strano, di solito era uno dei primi ad arrivare. Lui no, non per chiedere terapia, ma per portarci il caffè (naturalmente secondo la ricetta di Cicciriniella).
Quella mattina però era in ritardo. L’agente arriva e lo giustifica. “Eh, che ci vuoi fare… stanotte alla finestra, “ha fatto l’amore” fino alle tre con la sua bella”… “
Naturalmente queste immagini romantiche, i segnali in codice, le lettere, i saluti a gesti presuppongono che le sezioni maschili e le sezioni femminili di un carcere siano dirimpetto. Se fossero a molta distanza tra loro, o a una distanza sufficiente a non permettere alcun contatto, parte di questo “romanzo” non esisterebbe. E state pur certi che potendo si cercherà sempre di stroncarle questi fili taglienti e sospesi su macerie e cuore. Perchè ogni contatto è visto con terrore, ogni comunicazione come ambigua e a doppio gioco.. e il detenuto a sua volta è visto come oggetto di pura afflittività. E c’è chi sogna un carcere di celle compatte che non si aprono mai. 24 ore al giorno chiusi in cella. Questo sognano i paranoici tra i giustizialisti. La pura segregazione, l’atomizzazione assoluta, la vita divenuta nuda, le mura dirimpetto agli occhi, all’anima e alla mente. La castrazione anche della possibilità di una poesia. Un 41 bis all’ennessima potenza, esteso però a tutti i detenuti. Questo è il loro sogno malato.
Ma nonostante tutto le piante rampicanti si arrampicano ancora..
impertinenti e ribelle al sole e alla pietra.. e si trova ancora dell’amore in carcere.. ancora poesie su qualche muro.. fogli scritti correndo alla rinfusa per la propria bella.. e urla, gesti, saluti e abbracci tra maschi e femmine, tra le sezioni maschili e le sezioni femminili..
Succede ancora qualcosa del genere in qualche carcere d’Italia..
Ringraziamo la nostra amica per averci regalato questi momenti..
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Chissà perché , però, a volte i nomi si perdono nella nebbia… Forse è la prova che il tarlo dell’indifferenza si stava annidando anche dentro di me? Sarebbe inaccettabile questo pensiero, ma forse davvero la galera cambia e cesella a sua immagine e somiglianza chi varca quei cancelli unti e cigolosi, rendendo allo stesso modo unte, cigolose e chiuse le sensibilià di chi lì dentro, per un motivo o per l’altro, si venga a trovare. Un modo per difendersi, per non cedere a emozioni che sarebbero troppo forti. Un modo per accettare… (no, sopportare,
ingoiare) quel mondo al contrario, un mondo a testa in giù, dove ogni ordine è sovvertito, ogni valore capovolte. Dove i detenuti trovano l’amore più grande del mondo parlando alla finestra con le ragazze delle sezioni femminili.
A volte gridando per farsi sentire dal padiglione maschile a quello femminile. Più spesso, sia per non essere rimproverati, sia per una forma di privacy, parlandosi facendo grandi gesti con le mani e le braccia, ad imitazione delle lettere dell’alfabeto. Una sorta di alfabeto muto per conoscersi, per farsi compagnia, per innamorarsi. A volte si parlavano fino a notte fonda. Una volta ho riso di tenerezza perché al giro di terapia del mattino un detenuto della A.S. non si presentava in infermeria. Era un lavorante. Strano, di solito era uno dei primi ad arrivare. Lui no, non per chiedere terapia, ma per portarci il caffè (naturalmente secondo la ricetta di Cicciriniella).
Quella mattina però era in ritardo. L’agente arriva e lo giustifica. “Eh, che ci vuoi fare… stanotte alla finestra, “ha fatto l’amore” fino alle tre con la sua bella”…
E, poichè era inverno, per stare in “dolce” compagnia si era preso pure una bella bronchite! Che tenerezza, davvero. Come cambiano le prospettive. Da qui sembra così strano, forse ridicolo. Persone che non si sono mai nemmeno sfiorate o guardate negli occhi che si aggrappano l’una all’altra con una forza disarmante e inattesa,
inconcepibile per noi. Se ci ripenso sì… ancora ricordo e ancora sorrido… Forse queste storie hanno salvato loro. E, poichè questi ricordi ancora mi emozionano, forse hanno salvato un po’ anche me.
Alla sera passavamo con il carrello della terapia per la somministrazione delle… droghe serali. Insieme a noi c’erano gli agenti che su di noi vigliavano e di solito ne approfittavano per raccogliere la posta. Niente mi avrebbe fatto pensare che un giorno su quelle lettere in attesa appoggiate sui cancelli ci sarebbe stato il mio nome. Il carrello doveva stare al centro del corridoio, al sicuro da mani che avrebbero potuto protrarsi per fregare qualcosa. Qualsiasi cosa. Sia per uso personale o sia da utilizzare come mercei scambio.
A qualcuno andava bene tutto. Anche una bustina di antinfiammatorio poteva valere una sigaretta. Ovvio che un tavor valeva di più. Vera e proprio moneta sonante. Entrare in certe sezioni era una passeggiata, in altre un incubo. Era più o meno ora di cena e molti detenuti stavano mangiando o cucinando. Gli odori si mescolavano. Odori di paesi lontani e di spezie stantie, di umidità e di rabbia. Ma non solo. A volte profumi di manicaretti deliziosi, ottenuti come un miracolo culinario dai pochi ingredienti a disposizione. Forse fa strano pensare che a volte c’era pure nell’aria una specie di allegria. Beh, in fondo non ci voleva tanto. Una battuta, intonare la strofa di una canzone, qualsiasi cosa che non fosse propria della galera, poteva per un attimo ricordare che quelli dietro alle sbarre non erano soltanto detenuti, ma …persone. E forse non mi sbagliavo quando avevo l’impressione che fossero proprio loro ad avere più bisogno di ricordarselo! A volte invece avevano già finito di mangiare
e qualcuno se ne stava impalato, in piedi, davanti alla tv. Ho poi avuto modo di sapere che stavano guardano programmi musicali in cui passavano le dediche scritte per loro da mamme, fidanzate, figli, che gli davano la buona notte, dicevano loro il loro affetto, facevano sentire la loro vicinanza.
Altri invece se ne stavano seduti al tavolo con il pacchetto di tabacco e le cartine tutte in fila, preparandosi da fumare per il giorno successivo. Molti, moltissimi scrivevano. Fogli densi e fitti di parole. Mi domandavo cosa avessero tanto da scrivere, nel susseguirsi di quei giorni tutti uguali. Chissà… Molte lettere erano di posta interna, per coltivare le amicizie e gli amori e le dipendenze emotive dei rapporti nati alla finestra di cui ti raccontavo nella nota precedente. Queste lettere erano per loro davvero un grande aiuto, perché erano quotidiane, quindi i discorsi avevano un filo logico che si susseguiva nel giro di poco tempo, senza aspettare le lungaggini delle Poste Italiane ( a questo proposito, non ho mai capito come mai dovessero mettere il francobollo, quando le
lettere non uscivano neanche dall’Istituto…. Mah !).
Talvolta invece la tensione rendeva l’aria irrespirabile. Tensioni accumulate in giorni, mesi, anni di vite travagliate, sgangherate, degradate, fuori e dentro il carcere. Giorni, mesi, anni di condizioni disumane, fuori e dentro il carcere. Rabbia, disperazione, frustrazione, tutto cotto al punto giusto, pronto ad esplodere come una pentola a pressione al minimo, insensato pretesto…
La leggenda del Grande Inquisitore
by Duncan on mar.11, 2011, under Controinformazione
La Leggenda del Grande Inquisitore è uno dei brani più celebri della letteratura universale.. si tratta di una sorta di racconto ad altissimo valore simbolico contenuto a sua volta in uno dei più grandi romanzi mai scritti, I fratelli Karamazov di Fiodor Dostoevskij.
E’ un brano che conoscevo già da tempo, ancora prima di intraprendere la lettura integrale del romanzo. Romanzo che considero un capolavoro assoluto. Ma questa è un’altra storia.
Questo brano mi ha sempre affascinato….
Fin dal suo “assurdo” e straniante assunto iniziale…
Ivan Karamazov narra al fratello Alesa una storia che sta scrivendo..
In questa storia Cristo decide di tornare nel mondo, e nello specifico sceglie la tetra Siviglia al tempo funereo della Santa Inquisizione.. epicentro di un Medioevo somigliantissimo a quello originale, ma allo stesso tempo quasi “universo parallelo”, nel quale tutto il potere è incarnato dalla sinistra figura del Grande Inquisitore… autorità di vertice della Chiesa, al quale anche i poteri secolari piegano le ginocchia tremanti. E’ una SIviglia oscura con cielo cupo del fumo dei roghi e la puzza di bruciato degli autodafè.
Cristo compare inaspettato.. nessun profeta o segno lo ha preannunciato. Di colpo appare. E di colpo senza dire una parola viene riconosciuto. Ma anche il Grande Inquisitore lo riconosce e non esita un attimo a imprigionarlo.
E già a questo punto la mia fantasia da ragazzino volava… e immaginava il film.. che film.. Cristo torna. e la Chiesa incarnata nel supremo potere del Grande Inquisitore lo arresta e lo imprigiona non come semplice nemico, ma come nemico supremo.
Già comprendete che ci troviamo dinanzi a un grande colpo d’ala letterario. Una grande “pensata” e una grande visione, checché se ne pensi poi di tutti gli aspetti relativi al merito di ciò che è scritto.
Cristo irrompe come un fattore non più di desiderato avvento o presenza.. ma come un “pericolo”… un mito da vendere alle folle, ma appunto un mito….. la sua effettiva presenza invece è destabilizzante…
“Che cosa sei venuto a fare?.. Noi non ti vogliamo.. Perchè ssei venuto a distruggere tutto l’edficio che noi abbiamo costruito…?”
Ecco io credo che esistano molti livelli di lettura per quelli che sono i grandi testi della creazione artistica universale.
Riguardo a questo brano ci si può soffermare su una interpretazione su di un piano più strettamente teologico e religioso.
Ma è un’altra l’interpretazione invece che a me affascina e quella che voglio condividere con voi..
Una interpretazione che va oltre lo stesso livello religioso..
Ossia.. vedere questo brano come una grande parabola sulla Libertà…
Il Grande Inquisitore rappresenta il Potere che sottomette la Libertà con ogni mezzo. Rappresenta la via della abdicazione al proprio essere liberi e davvero uomini per trovare la sicurezza che dà la sottomississione….
Dice a Cristo… in sostanza…
“Tu avevi tre strumenti per ottenere il potere assoluto e fare del mondo un paradiso perfettamente organizzato.. IL MISTERO.. IL MIRACOLO.. E L’AUTORITA’….. ma rinunciasti a tutto in nome della Libertà…” (ho reso il passaggio a parole mie).
Diventa allora un passaggio di rara potenza simbolica. E’ questo che lo rende grande. Pensate al riferimeno al pane… “se avessi dato il pane tutti ti avrebbero seguito…”. E per un attimo andate oltre il contesto.. ed estendete la parabola.
E pensateci.. “il pane al posto della libertà”.. Quante volte per la comodità, la sicurezza, la liberazione dalla paura, la stabilità, la soddisfazione di bisogni si è stati pronti a rinunciare alla libertà… E quante volte si è potuto rendere schiavi gli uomini con denaro, cose, promesse di stabilità, benessere e sicurezza.
E quante volte una singola persona si è trovata di fronte alla scelta tra una Libertà piena di pericoli e incertezze e battaglie da portare avanti… e la comoda catena della sottomissione… “avanti firma” sembra dire il Mefistofele del Faust.. “ti daremo tutto.. ma tu dovrai sottometterti….”
Anche gli altri sistemi sono efficaci… IL MIRACOLO.. ossia l’eccezzionale, la manifestazione di un potere fortissimo, fuochi da artificio ed effetti speciali. …. ti stupiremo e tu ti piegherai a noi.
O L’AUTORITA’… davanti a chei è al vertice disponde di goni possibile mezzo e facile sottomettersi.
Anche se IL PANE… è il potere più grande.
E allora il brano di Dostoevskji diventa emblematico e capace di paralre ben oltre il campo del cristianesimo..
E’ un canto altissimo sulla Libertà e il suo prezzo.
Osservate come il Grande Inquisitore sembra animato dalle migliori intenzioni..
“è per loro che lo facciamo.. è per la gente.. sono piccoli.. sono deboli.. sono bambini.. noi vogliamo il loro vero bene.. non tu…”
Ma qui è un gioco sottilissimo di Dostoevskji.. quale tiranno, inquisitore, autocrate, dittatore… non ha mai creduto, anche consapevolmente autoingannandosi, che ciò che lui (O loro) facevano era rivolto esclusivamente a fin di bene?
Del resto non diceva un vecchio detto.. “La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni”?
Il Grande Inquisitore parla, parla, parla… non la finisce più… è un grande retore melodrammatico.. sfoggia le migliori argomentazioni..e quasi piange commuovendosi lui stesso.. è un grande logico… tira fuori una filippica memorabile…
Ma mentre parla la sua inquietudine cresce…
Si aspettava odio o opposizione.. ostilità o ira.. Ma Cristo è una sfinge.. I suoi occhi restano calmi ed enigmatici.. mentre l’agitazione dell’Inquisitore cresce. Avrebbe preferito a quel punto la rabbia, l’ira, una reazione indignata.. un anatema per il tradimento. Ma Cristo non fa una piega..e addirittura sorride.
Finito il suo discorso il Grande Inquisitore si aspetterebbe di tutto.. ma non nquello che Cristo farà.
Cristo non dice una parola… anche qua, che grande colpo d’ala di Dostoevskji. Cristo dinanzi a un fiume di parole.. non dice una parola. Non ha bisogno di smontare nulla. Di controargomentare. Di scendere nello stesso agone dell’Inquisitore. E’ su un piano totalemnte altro. Non dice nulla… ma si alza.. e lo bacia sulla guancia..
A quel punto il Grande Inquisitore è completamente spiazzato…
E’ lui come un bambino impaurito adesso..tutta la sua inesorabile logica gli si accartoccia dentro..e rinuncia al suo stesso proposito di bruciare Cristo sul rogo..ma apre la porta e grida istericamente….
“Vattene e non venir piu… non venire mai piu… mai piu!”
Ripeto.. se abbiamo la forza di non restare ancoratii su un piano puramente religioso e cristiano.. e sappiamo trasfigurare il testo.. ci troveremo dinanzi a un grandissimo apologo sulla Libertà.
Buona lettura..
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La mia azione si svolge in Spagna, a Siviglia, al tempo piu pauroso dell’inquisizione quando ogni giorno nel paese ardevano i roghi per la gloria di Dio e con grandiosi autodafè si bruciavano gli eretici.
Oh, certo, non è cosi che Egli scenderà, secondo la Sua promessa, alla fine dei tempi, in tutta la gloria celeste, improvviso “come folgore che splende dall’Oriente all’Occidente”. No, Egli volle almeno per un istante visitare i Suoi figli proprio là dove avevano cominciato a crepitar i roghi degli eretici. Nell’immensa Sua misericordia, Egli passa ancora una volta fra gli uomini in quel medesimo aspetto umano col quale era passato per tre anni in mezzo agli uomini quindici secoli addietro. Egli scende verso le “vie roventi” della città meridionale, in cui appunto la vigilia soltanto, in un “grandioso autodafé”, alla presenza del re, della corte, dei cavalieri, dei cardinali e delle piu leggiadre dame di corte, davanti a tutto il popolo di Siviglia, il cardinale grande inquisitore aveva fatto bruciare in una volta, ad majorem Dei gloriam, quasi un centinaio di eretici. Egli è comparso in silenzio, inavvertitamente, ma ecco – cosa strana – tutti Lo riconoscono. Spiegare perché Lo riconoscano, potrebbe esser questo uno dei piu bei passi del poema. Il popolo è attratto verso di Lui da una forza irresistibile, Lo circonda, Gli cresce intorno, Lo segue. Egli passa in mezzo a loro silenzioso, con un dolce sorriso d’infinita compassione. Il sole dell’amore arde nel Suo cuore, i raggi della Luce, del Sapere e della Forza si sprigionano dai Suoi occhi e, inondando gli uomini, ne fanno tremare i cuori in una rispondenza d’amore. Egli tende loro le braccia, li benedice e dal contatto di Lui, e perfino dalle Sue vesti, emana una forza salutare. Ecco che un vecchio, cieco dall’infanzia, grida dalla folla: “Signore, risanami, e io Ti vedrò”, ed ecco che cade dai suoi occhi come una scaglia, e il cieco Lo vede. Il popolo piange e bacia la terra dove Egli passa………………
Il popolo si agita, grida, singhiozza; ed ecco in questo stesso momento passare accanto alla cattedrale, sulla piazza, il cardinale grande inquisitore in persona. È un vecchio quasi novantenne, alto e diritto, dal viso scarno, dagli occhi infossati, ma nei quali, come una scintilla di fuoco, splende ancora una luce……Ha visto tutto… …Aggrotta le sue folte sopracciglia bianche e il suo sguardo brilla di una luce sinistra. Egli allunga un dito e ordina alle sue guardie di afferrarlo. . . . . . .Le guardie conducono il Prigioniero sotto le volte di un angusto e cupo carcere nel vecchio edificio del Santo Uffizio e ve Lo rinchiudono. Passa il giorno, sopravviene la scura, calda, “afosa” notte di Siviglia. L’aria “odora di lauri e di limoni”. In mezzo alla tenebra profonda si apre a un tratto la ferrea porta del carcere, e il grande inquisitore in persona con una fiaccola in mano lentamente si avvicina alla prigione. È solo, la porta si richiude subito alle sue spalle. Egli si ferma sulla soglia e considera a lungo, per uno o due minuti, il volto di Lui. Infine si accosta in silenzio, posa la fiaccola sulla tavola e Gli dice:
“Sei Tu, sei Tu?” – Ma, non ricevendo risposta, aggiunge rapidamente: – “Non rispondere, taci. E che potresti dire? So troppo bene quel che puoi dire. Del resto, non hai il diritto di aggiunger nulla a quello che Tu già dicesti una volta. Perché sei venuto a disturbarci? Sei infatti venuto a disturbarci, lo sai anche Tu. Ma sai che cosa succederà domani? lo non so chi Tu sia, e non voglio sapere se Tu sia Lui o soltanto una Sua apparenza, ma domani stesso io Ti condannerò e Ti farò ardere sul rogo, come il peggiore degli eretici, e quello stesso popolo che oggi baciava i Tuoi piedi si slancerà domani, a un mio cenno, ad attizzare il Tuo rogo, lo sai? Si, forse Tu lo sai”, – aggiunse, profondamente pensoso, senza staccare per un attimo lo sguardo dal suo Prigioniero.
Non dicevi Tu allora spesso: “Voglio rendervi liberi?”. Ebbene, adesso Tu li ha veduti, questi uomini “liberi”, – aggiunge il vecchio con un pensoso sorriso. – Si, questa faccenda ci è costata cara, – continua, guardandolo severo, – ma noi l’abbiamo finalmente condotta a termine, in nome Tuo. Per quindici secoli ci siamo tormentati con questa libertà, ma adesso l’opera è compiuta e saldamente compiuta. Non credi che sia saldamente compiuta? Tu mi guardi con dolcezza e non mi degni neppure della Tua indignazione? Ma sappi che adesso, proprio oggi, questi uomini sono piu che mai convinti di essere perfettamente liberi, e tuttavia ci hanno essi stessi recato la propria libertà, e l’hanno deposta umilmente ai nostri piedi. Questo siamo stati noi ad ottenerlo, ma è questo che Tu desideravi, è una simile libertà?”.
- lo tomo a non comprendere, – interruppe Aljòsa, – egli fa dell’ironia, scherza?
- Niente affatto. Egli fa un merito a sé ed ai suoi precisamente di avere infine soppresso la libertà e di averlo fatto per rendere felici gli uomini. “Ora infatti per la prima volta (egli parla, naturalmente, dell’inquisizione) è diventato possibile pensare alla felicità umana. L’uomo fu creato ribelle; possono forse dei ribelli essere felici? Tu eri stato avvertito, – Gli dice, – avvertimenti e consigli non Ti erano mancati, ma Tu non ascoltasti gli avvertimenti. Tu ricusasti l’unica via per la quale si potevano render felici gli uomini, ma per fortuna, andandotene, rimettesti la cosa nelle nostre mani. Tu ci hai promesso, Tu ci hai con la Tua parola confermato, Tu ci hai dato il diritto di legare e di slegare, e certo non puoi ora nemmeno pensare a ritoglierci questo diritto. Perché dunque sei venuto? Sai Tu che passeranno i secoli e l’umanità proclamerà per bocca della sua sapienza e della sua scienza che non esiste il delitto, e quindi nemmeno il peccato, ma che ci sono soltanto degli affamati? “Nutrili e poi chiedi loro la virtù!”. Oh, mai, mai essi potrebbero sfamarsi senza di noi! Nessuna scienza darà loro il pane, finché rimarranno liberi, ma essi finiranno per deporre la loro libertà ai nostri piedi e per dirci: “Riduceteci piuttosto in schiavitù ma sfamateci!”. Comprenderanno infme essi stessi che libertà e pane terreno a discrezione per tutti sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi sapranno ripartirlo fra loro! Si convinceranno pure che non potranno mai nemmeno esser liberi, perché sono deboli, viziosi, inetti e ribelli.
…Essi sono viziosi e ribelli, ma finiranno per diventar docili. Essi ci ammireranno e ci terranno in conto di dèi per avere acconsentito, mettendoci alla loro testa, ad assumerci il carico di quella libertà che li aveva sbigottiti e a dominare su loro, tanta paura avranno infine di esser liberi! Ma noi diremo che obbediamo a Te e che dominiamo in nome Tuo. Li inganneremo di nuovo, perché allora non Ti lasceremo piu avvicinare a noi. E in quest’inganno starà la nostra sofferenza, poiché saremo costretti a mentire. Ecco ciò che significa quella domanda che Ti fu fatta nel deserto, ed ecco ciò che Tu ricusasti in nome della libertà, da Te collocata più in alto di tutto. In quella domanda tuttavia si racchiudeva- un grande segreto di questo mondo. Acconsentendo al miracolo dei pani, Tu avresti dato una risposta all’universale ed eterna ansia umana, dell’uomo singolo come dell’intera umanità: “Davanti a chi inchinarsi?”. Non c’è per l’uomo rimasto libero piu assidua e piu tormento sa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi. Ma l’uomo cerca di inchinarsi a ciò che già è incontestabile, tanto incontestabile, che tutti gli uomini ad un tempo siano disposti a venerarlo universalmente. Perché la preoccupazione di queste misere creature non è soltanto di trovare un essere a cui questo o quell’uomo si inchini, ma di trovarne uno tale che tutti credano in lui e lo adorino, e precisamente tutti insieme.
E questo bisogno di comunione nell’adorazione è anche il più grande tormento di ogni singolo, come dell’intera umanità, fin dal principio dei secoli. È per ottenere quest’ adorazione universale che si sono con la spada sterminati a vicenda. Essi hanno creato degli dèi e si sono sfidati l’un l’altro: “Abbandonate i vostri dèi e venite ad adorare i nostri, se no guai a voi e ai vostri dèi!”. E cosi sarà fino alla fine del mondo, anche quando gli dèi saranno scomparsi dalla terra: non importa, cadranno allora in ginocchio davanti agli idoli. Tu conoscevi, Tu non potevi non conoscere questo fondamentale segreto della natura umana, ma Tu rifiutasti l’unica irrefragabile bandiera che Ti si offrisse per indurre tutti a inchinarsi senza discussione dinanzi a Te;.………Tu volesti il libero amore dell’uomo, perché Ti seguisse liberamente, attratto e conquistato da Te. In luogo di seguire la salda legge antica, l’uomo doveva per l’avvenire decidere da sé liberamente, che cosa fosse bene che cosa fosse male, avendo dinanzi come guida la sola Tua immagine; ma non avevi Tu pensato che, se lo si fosse oppresso con un cosi terribile fardello come la libertà di scelta, egli avrebbe finito per respingere e contestare perfino la Tua immagine e la Tua verità?………Sappi che io non Ti temo. Sappi che anch’io fui nel deserto, che anch’io mi nutrivo di cavallette e di radici, che anch’io benedicevo la libertà di cui Tu letificasti gli uomini, che anch’io mi ero preparato ad entrare nel numero dei Tuoi eletti, nel numero dei potenti e dei forti, con la brama di “completare il numero”. Ma mi ricredetti e non volli servire la causa della follia. Tornai indietro e mi unii alla schiera di quelli che hanno corretto l’opera Tua. Lasciai gli orgogliosi e tornai agli umili per la felicità di questi umili. Ciò che Ti dico si compirà e sorgerà il regno nostro. Ti ripeto che domani stesso Tu vedrai questo docile gregge gettarsi al primo mio cenno ad attizzare i carboni ardenti del rogo sul quale Ti brucerò per essere venuto a disturbarci. Perché se qualcuno piu di tutti ha meritato il nostro rogo, sei Tu. Domani Ti arderò. Dixi”.
Ivàn, si fermò. Egli si era accalorato e aveva parlato con fervore; quando poi ebbe finito, fece improvvisamente un sorriso.
Aljòsa, che l’aveva sempre ascoltato in silenzio e verso la fine, in preda a straordinaria agitazione, molte volte aveva voluto interrompere il discorso del fratello, ma si era visibilmente trattenuto, si mise d’un tratto a parlare, come scattando:
- Ma… è un assurdo! – esclamò, arrossendo. – Il tuo poema è l’elogio di Gesu e non la condanna… come tu volevi.
E come termina il tuo poema?……….
- lo volevo finirlo cosi: l’inquisitore, dopo aver taciuto, aspetta per qualche tempo che il suo Prigioniero gli risponda. Il Suo silenzio gli pesa. Ha visto che il Prigioniero l’ha sempre ascoltato, fissandolo negli occhi col suo sguardo calmo e penetrante e non volendo evidentemente obiettar nulla. Il vecchio vorrebbe che dicesse qualcosa, sia pure di amaro, di terribile. Ma Egli tutt’a un tratto si avvicina al vecchio in silenzio e lo bacia piano sulle esangui labbra novantenni. Ed ecco tutta la Sua risposta. Il vecchio sussulta. Gli angoli delle labbra hanno avuto un fremito; egli va verso la porta, la spalanca e Gli dice: “Vattene e non venir piu… non venire mai piu… mai piu!”. E Lo lascia andare per “le vie oscure della città”. Il Prigioniero si allontana.
- E il vecchio?
- Il bacio gli arde nel cuore, ma il vecchio persiste nella sua idea.
F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano, 1979, voI. I, pagg. 263 e 282
Solo l’amore ha senso.. di Alina
by Duncan on mar.11, 2011, under Bellezza, Poesia
dove ho scolpito
un’intera vita
la fame dell’amore
non finisce mai ,
e con le mani
e le braccia in salita
assorbono
le pietanze
gli zerbini
i focolari spenti
le dolomiti
e io
rapata e strafatta
mi assorbo le lacrime
che nutrono la fame
e lo schifoso
riso in polvere
lo vedo dissipare
Che raro
firmare un contratto
di cui solo l’idea
rimane ben precisa
e quanto è facile
essere invidiato
Trattata con freddezza
e l’abbraccio lo sentii
con tanta timidezza
Non una parola
di ciò che mi aspettavo
non un augurio
di benevolenza
non un tratto diverso
costruito
tutt’al più
mi guardo attorno
e trovo indifferenza
Qualcuno si mostra socievole
nell’habitat condiviso
e della mia scrittura
vorrebbe capire
il mio successo
e della mia sofferenza
vorrebbe avere
un’interferenza
per poter entrare
in quelle emozioni
dannate in parte
schifate dalla sorte
e del mio sorriso
trarre il narrare
la mia estasi consumata
che dal mio viso
scende orgogliosa
fino alla punta dei piedi
con gli occhi gonfi
e l’anima bucata
Classifica e suggestione
merito dei clandestini
di fronte alle grande dame
quelle più schifate
più pervertite
più iene delle iene
che divorano in branco
e ancora
con un sorriso malato
ti sanano per la pena
e dalla pelle alle ossa
ti ringhiano dietro
facendo del tuo retro
una vera e propria
stupida chimera
Libri
cosa sono
oltre al vorace
passare del tempo
se davanti ad una scrivania
smette di vivere
la saggezza che lei
dama di successo
femmina emancipata
ben vestita e ben truccata
pettinata e curata
fa smorfie
di fronte ad un dono
E poi dall’altra parte
qualcuno si poggia
sulla mia anima
dove l’amore perdona
e la vita non smette mai
di far da bambinaia
legandosi addosso
le corazze
e rinnega i diritti
mentre nessun telefono squilla
e per l’uomo amato
si fa in quattro
e lui non viene a casa
nemmeno a cena
Ma che malattia
la bellezza
ossia
una piccola soddisfazione
tradita
dalla risata della dama
mentre l’altro pezzo di croce
striscia e ama
Mi venne in mente
di comportarmi da vigliacca
e di quella risata
volli farmi carico
il giorno dopo
quando
di fronte alla casa
mi accostai
e pensando
da buona cristiana
suonai alla porta lussuosa
e con la stessa risata
entrai
Vorrei che i miei pensieri
restassero con me
non vendo i miei pensieri
ma li scrivo
li traduco in italiano
per chi italiano si sente
da straniera
dignitosa e orgogliosa
Qualcuno mi insegnò
che solo l’amore ha senso
Solo l’amore ha senso
Rivoglio i mie pensieri
dissi
e dalla sua faccia
tolsi il viscidume
E poi la mia goduria
il mio trionfo
la mia risata
Chiusi la porta
e me ne andai
soddisfatta
e con il pensiero altrove
Avevo sanato
una convulsione malata
Non avrebbe avuto senso
essere disonorata
perché
solo l’amore
ha senso
è ancora
solo l’amore
ha senso.
Alina Dumitriu
Prima del Viaggio
by Duncan on mar.11, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo
“Questi volti che mi entrano dentro.
Con tutto quello che hai.
Vedi, come un rosario,ogni pallina la tocchi e passia vanti. Vorrei poterti risparmiare tutto.
Saranno giorni come non mai. Notti come non mai.
E non so se io ci sarò. Ma ce lo porterò il sangue. Finchè potrò ti mostrerò come si fa.
Come si può provare a fare. Sai che certi grandi alberi, nascono appena dal pugno di una mano?”
E gli spazzolava i capelli.. E lei era bellissima, con occhi di uno strano locciola luminoso…
e gli piaceva mordere le grandi dita.
“Se vuoi raccogliere le piante shemiene… devi tastare il terreno.. e poi l’avvallamento avrà un andare a serpente…”
Le raccontava come la campagna germinava i segreti, e che quella terra aveva visto molti altri prima.
E poi le si abbassava al volto.. scendeva piegando i ginocchi e la metteva su vecchi tronchi tagliati..
E non sapeva se ridere o piangere a guardarla..
“Vorrei che tutto questo rimanesse, che tutta questa era non conoscesse ilt ramonto, che questi boschi potessero fermare i giorni che verranno e che tu potessi rimanere qua a far crescere le ore….”
E lei sentiva il suo cuore così grande e le sue lacrime di sangue,… come una malinconia dolcissima, che la legava ancora più forte del piacere delle corse sugli ampi viali di Gesabea o sui sogni incarnati delle fontante. E ogni autunno i grandi balli della fontana, e ogni primavera c’erano le storie e il legno, la festa degli incontri. Lei viveva int utte quelle schegge e tracce sul legno.. sognava già le grotte perdute e i sentieri nascosti delle colline del sole…. e tutto questo doveva finire?
E lui le stringeva le dite…. e le sue carezze erano forti come il grano, dolci come il miele…
“Porterai tutto qua dentro Stella mia, angelo dolcissimo delle stanse segrete del mio cuore…
Dovrai andare lontano. E conoscerai i morsi della rabbia… la polvere sugli occhi.. notti in cuii avrai il gelo nelle ossa.
Ma porterai tutto qua… ” e faceva un giro sul cuore, prima delicato poi pressando, alla maniera degli Erboriani..
“Qui dento ci sarà tutto…” e si mordeva un pò le labbra per non piangere…
“Vorrei esserci quando il tuuo sorriso si innalzerà sopra il dolore…. e saprai che fame dà l’amore, e come si può morire solo per un sogno….”
Lei capiva e non capiva…..
Voleva trattenere quei momenti per sempre… cupida… avida… non poteva capire tutto.. ma sapeva che tutto sarebbe cambiato..
“E ti diranno parole di morte… che sei figlia del sangue e della luna.. che sei un topo senza arte ne parte…. che c’è un prezzo per tutto….. e una nicchia per tutti… e vagonI di tristezza… e che non c’è mai stato questo luogo e questo tempo… fantasie da bambina….”
E lei adesso sentiva abissi, così tristi i giorni.. e soprattutto lui… gli avesse potuto levare la tristezza come gli sapeva mordere le dita.
Ma lui.. improvviso.. alzò la voce…solleticandole le ascelle, e buttandosela sul petto.. e sfregando ils uo naso col suo..
“Ma tu… riprese… tu allora stringera per tre volte il pugno e chiuderai gli occhi stringendo forte forte… e ricorderai…
è come una magia…. come una magia… come una magia….. E adesso stingimi la mano”
Era un vecchio modo erboriano.. segnava un legame sacro. I palmi delle mani aderivano..e poi entrambi stringevano a mo di pugno, incrocchiando le dita, e facendo un grio orario e poi antiorario.
“Ci sono altre terre, e sogni che aspettano te per non morire…
c’è un luogo dove solo tu potrai arrivare….
tu ci porterai tutti con te…
e ora scendi, che è ora di cenare,
figlia mia…”
Per voce sola… di Maria Luce
by Duncan on feb.11, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia
Mi sento onorato nel pubblicare oggi una poesia di Maria Luce.. in testi come i suoi vibrano interi mondi dell’anima… e spazi smisurati di sogno, dolore, amore e speranza…
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PER VOCE SOLA
per voce sola
con mano ferma
con pianto allegro
ti butti in alto
sfidando il basso
per voce sola
non tremi
per voce sola
ti riprendi
uno sguardo
non voluto
ti risparmi
la fatica
di sognare
per voce sola
per guanto spaiato
per assurdo solo
per manicomi bui
dove non odi
la tua voce sola
con forza d’insieme
che ti spinge
a guardare
un oceano verticale
per voce sola
remi all’ingiù
su assi di legno
marcio e ruvido
con segni
di nomi
e cuori
per voce sola
non rimpiangi
unico sogno
il tuo volare
per voce sola
ti porti in un dentro
dove non c’è ascensore
o scala che tenga
per voce sola
dentro un giardino
senza radici
con frutti sospesi
su rami senza tronco
che raccogli
e non vedi
il succo che cola
sulal tua pelle
tra le labbra
dissetandole
per voce sola
ossessiva
ricorrente
come scandire
del tempo
che non corre
ne si affretta
ma va a tempo
per voce sola
come foglio
ripiegato
in forme
antiche
per voce sola
m’incammino
mi fermo
mi sdraio
davanti al fuoco
per voce sola
brucio
tutte le vendette
nel fumo disperso
di rancori inutili
per voce sola
dei colori
delle rose di maggio
per voce sola
spolvero
le onde del mare
dalla sabbia di troppo
e lucido il pavimento
del cielo
con la cera del sole
lasciando aloni
di arancio e rosso
per voce sola
ti amo
di sola voce
di solo respiro
per voce sola
sola voce
capace
di sfidare
il tempo muto
di domande
ignote
ancora presenti
nel passato
per voce sola
ti cerco
tra le tende
della finestra
di una stanza
di bambina
divenuta
subito donna
per voce sola
frantumo
l’aria
che mi sta stretta
e non mi ossigena
per voce sola
dissanguo
continuamente
vita avida
di sonno interno
per voce sola
afferrro
quel lampadario
fatto
di carezze appese
come lampadine
fulminate
prima del tempo
e mai sostituite
per voce sola
illumino un buio
che non è fuori
per voce sola
mi aspetto
cercando
di non ritardare
per voce sola
ti sento
come sperma caldo
dentro di me
per voce sola
accozzaglia di voci
non sole
divenire rotto
solo dal silenzio
visioni lucide
di sfocata nostalgia
di un dire
che non dice niente
per voce sola
la mia voce
sola
per voce muta
come voce afona
senza corde
strappate
dall’ignavia
o dalla stanchezza dolce
che afferra
dopo l’amore
dopo la fatica
dopo il ripetere
convulso
di ogni gesto
uguale e inusuale
per voce sola
rimbombare
di toni aspri
di guerre inutili
di morte
continua
di corpi
spezzati
di arresa
per voce sola
di fiumi
senza mare
e di mari
senza strade
di strade
senza mondo
di mondi
senza voce
per voce sola
per voce sola
solo e sempre
per voce sola
di parti dolorosi
di figli non voluti
di feti buttati
per voce sola
la loro voce
mai sentita
per voce sola
quell’unica voce
che ho
che abbiamo
che non si zittisce
che mi aspetta
tutte le mattine
che non dorme mai
che mentre dormo io
lei ascolta
e mi racconta
tutto
il giorno dopo
in un viaggio
di vita
che parla
di una voce
per voce sola
sola voce
che ascolto
Maria Luce
Sud, Camus, Onore e Fedeltà
by Duncan on feb.11, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
SUD, CAMUS, ONORE, FEDELTÀ
“Se un ragazzo ha conosciuto una ricchezza per godere della quale non era necessario avere del denaro, se la bellezza lo ha aspettato ad ogni angolo di ogni strada senza chiedere mercede, allora egli è libero per sempre dall’universo claustrofobico dell’accumulazione delle ricchezze private”
(Franco Cassano Il pensiero meridiano)
Se sei stato nutrito da vera Ricchezza, puoi essere immunizzato dal potere delle cose, dal mercato delle vacche. C’è una ricchezza profonda prima che può esserti insegnata e che ti aiuterà a non essere il cane imbastardito e con le orecchie mozze gettato a lanciarsi per mordere e uccidere a sangue nelle lotte clandestine tra cani. Se hai potuto godere di ricchezza, bellezza e amore senza dover sborsare denaro, vendere o farti vendere, tradire o prostituirti… se sei stato colmato dalla ricchezza di terra e mare, abbracci e calore, sviluppi una generosità che contraddice gli ingranaggi dello spirito del tempo. Non sei un piccolo io claustrofobico, un ego rancoroso pieno di pretese e rabbia. Sei libero dall’invidia e dal rancore. Questo passaggio possiamo estenderlo oltre l’essere stato educato, finanche all’essere stato “diseducato”, fino alla possibilità di un percorso per apprendere a ritornare umani. E allora, anche se si è stati intossicati dalla opacità delle cose e dal loro Dominium, anche se ogni rapporto è stato sotto il battito incestuoso della reificazione, anche allora puoi riappropriarti di una Ricchezza antica e profonda che nessuno può sottrarti. Una Ricchezza che ti libera dall’ansia e dalla bramosia di servilismo. Sì, c’è una colossale CUPIDIGIA DI SERVILISMO. Fanno nascere l’istinto famelico verso ogni forma di compromesso e sottomissione, ricordando che anche essere “cani di lusso” è una forma di sottomissione. Puoi riappropriarti di una Ricchezza che ti libera dall’odio verso tutto ciò che è altro-da-te e, in quanto tale, degno di odio e di disprezzo perché potenziale concorrente nella spartizione della torta. Una ricchezza che si nutre di apprezzamento, rispetto, generosità, coraggio.
Nel testo da cui è tratta la citazione iniziale, “Il pensiero meridiano”, Franco Cassano, riprendendo Camus, traccia una capitale distinzione tra Rivolta e Rivoluzione. Rivolta in questo senso umanistico non è semplice opposizione. Non è pura distruzione dell’ordine presente. Non è solo furore distruttivo. La rivolta che storicamente è insorgenza contro l’ordine attuale delle cose, tante, troppe volte si è mutata in opposizione spietata, disperata; in nichilismo distruttivo. Combattendo cioè il Senso attuale del Dominio si è rifugiata nel Non-Senso. E spesso ha lasciato reduci, desolati, frustrati e arrabbiati a sopravviverle. Qui la Rivolta non mira solo a una libertà dal potere presente, a uno spezzare i vincoli, a un sovvertimento dello stato di cose. Ma oltre, dietro e in fondo a questo, c’è un Giardino che cresce nel Deserto. La Rivolta è anche aspirazione a una Fedeltà più alta. Il male è combattuto avendo nel cuore una più sublime visione dell’Essere e della Creazione, dell’Uomo e del legame-tra-gli-uomini. Questa più alta fedeltà ti salva dal Nichilismo. Con questa più alta aspirazione la Rivolta può essere salvata dal cinismo e dalla delusione. Perché il Potere è combattuto amando il Mondo, e consacrandosi alla sua Bellezza. Combatti l’Ordine del Dominio perché hai un altro Ordine nel Cuore, e non un caos distruttivo, reattivo e impotente. La differenza, se volete, è tutta qua. Molti hanno sempre combattuto avendo un nemico da abbattere, ma niente de edificare. Senza un altro Ordine per cui spendersi, qualcosa in cui credere.
Lo scopo di questi movimenti concentrici e centripeti, di questo passaparola di verità o di menzogne
dal sapore leggero come mandorle tostate. Di tutti noi che crediamo nella ribellione dello spirito… Lo scopo che ci accende il cuore e ci libera la mente. Lo scopo che ci fa sorvolare i burroni, fino a scricchiolare sullo rocce. E ci spinge verso cantonate. Lo scopo di voi, pianisti sull’oceano, poeti muti che urlate, e che ancora non riconoscete la vostra voce e ancora bussate alla porta di casa vostra, e portate la musica sul petto, come le sette stelle dell’Orsa Maggiore. La Scuola di Hokuto, le sette stelle dell’Orsa, l’airone di Nanto. Lo scopo di tutti quelli che riempiono pagine e pagine, o recitano al freddo in teatri di periferia, o accendono segnali di fumo che qualcuno leggerà. Lo scopo di tutti noi, piccolo popolo disperso, razza nomade, padri di diecimila figli, e lattanti di prosperosi seni. Lo scopo di tutte queste canaglie dal volto umano, romanzi viventi, seduttori della notte, monaci rinnegati, camminatori scalzi, visi pallidi e lingue rosse… Lo scopo di ogni ricerca, delle più violente invettive, della indignazione carnale o dei sogni sulle vette, non è mai il nichilismo, la desolazione… ma una fedeltà più alta.
Nell’oscurità la Rivolta autentica porta i fiori, “vede” i fiori. In ciò che è oggetto di disprezzo e irrisione da parte dei profeti del già vissuto e delle grasse battone del pasto-caldo-predigerito-e-premasticato, essa vede invece i bagliori clandestini scampati alla notte, le voci degli eroi del tempo antico trasformatesi in farfalle per sopravvivere clandestine al tempo. Essa in quei “fiori” vede i rifugi di montagna, le botole sotto casa che portano a Zion, i libri sfuggiti ai roghi del Grande Inquisitore. In quei “fiori” essa vede la carne di chi ha dimenticato di imparare a dimenticare, l’incanto che ancora resiste nel mondo, avvinghiato insaziabile alle querce come amante in calore, respirato in ogni alba nelle anime di “coloro che credono”. E ancora, e ancora… in questi “fiori” essa vede brevi squarci, immagini, promesse di ciò che il mondo potrebbe essere. Certe frasi sono scritte in stato di grazia, e illuminano interi sistemi solari.
Ed è bello come Camus, e Cassano con lui, rivalutano antiche parole, strappandole ai recinti e restituendocele rinnovate. E allora per una volta possiamo permetterci di parlare di Onore, un altro onore. Onore di essere Uomini e di comportarsi da Uomini. Onore come spinta a guardare in su e a chiedere a se stessi di dare il meglio di sé. Onore in tal senso è di chi fa propria l’antica massima… “Esigi da te stesso molto più di quanto chiunque altro possa mai aspettarsi da te.” E allora Riscoperta, Rivolta, Fedeltà, Onore si intrecciano in chi sprofonda nella palude… Nella capacità di essere “radicali”, di sentire il senso della chiamata verso l’impossibile che ti incendia il Cuore… E che dice:
Difendi l’indifendibile.
Parla quando tutti taceranno.
Stai in piedi quando tutti si accomoderanno.
Anche se non conviene, anche se c’è tutto da perdere, anche se la tempesta è prossima all’orizzonte.
Anche se verrai deriso, se sarai lasciato solo, se subirai la gogna…
Non retrocedere.
Questo è il più alto onore.
Questa è la fedeltà non verso assurde dottrine o potenze esterne.
Ma fedeltà alla tua radice che ti lega a tutte le radici.
La fedeltà al tuo essere con gli altri.
Essendo fedele agli esseri umani, salvi te stesso
Questo è il Servizio…
E solo se sei in grado di Servire puoi Guidare gli altri.
E, sempre dal libro di Cassano:
“Ciò che fa da contrappeso all’assurdo è la comunità degli uomini in lotta contro di esso. E se scegliamo di servire questa comunità, scegliamo di servire il dialogo fino all’assurdo, contro ogni politica della menzogna e del silenzio. È così che si è liberi insieme agli altri”.
Amore
by Duncan on feb.03, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo
Una cara amica ha scritto questo pezzo.. voglio condividerlo anche con voi, viandanti lettori di Born Again. Ve lo riporto esattamente come lo ha scritto, senza cambiare l’ordine o la lunghezza delle righe.
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Latente in ogni essere , vigile in ogni cellula vivente, nascosto in
molecole di resa, pronto a scoppiare in un boato e a capovolgere qualunque
esistenza
Subdolo, invisibile padrone che ammanetta l’anima e il respiro
Perfido ribelle trasgressivo dolce velenoso inquietante.
Crudeltà cieca insinuata in torrenti di miele stucchevole
Schiavista bastardo e luce di resurrezione
Odiato nemico forca di vita camicia di forza dell’anima.
Amore.
La stessa parola imbarazza
Amore.
La prima reazione è la noia
Sfruttato Ingannato ritrito
In cerca di rime scontate.
Amore che scambia le carte,Che funge da alibi,Che scompiglia i pensieri
Che vomita stelle nel buio
Amore rinascita e morte,Amore attesa,Amore pretesa e condanna
Amore che sfida e sopporta l’insopportabile nulla
Amore che lotta per nulla
Amore che mangia la testa rosicchia i pensieri come un topo di fogna
Amore che se ne frega che fugge e che torna
Che sembra regali la forza e invece risucchia energia
Amore che strega ed annienta
Amore che porge sollievo
A un bimbo ad un cane ad un sasso piantato nel cuore
Amore che può sbriciolarti e costruire universi sublimi
Amore che può dare fuoco o ghiacciare
Amore che regge e dissolve
Che sfida frantuma ipnotizza che vola e sotterra
Amore che non ascolta nessuno e accoglie chiunque
Amore padrone del tutto
Tu sei l’impotenza più forte
Sei tutto e sei nulla
Sei l’ombra e la luce sei vita
Sei sordo sei muto sei cieco
E guardi ed ascolti e poi urli
Amore che svuota la mente
che plasma rancori e silenzi
Amore che fluttua nel vuoto
riempiendo gli spazi del nulla
Di quell’energia che rifiuti
tenendoti con quegli artigli
Che giudichi accusi rifiuti
che sfregi che sputi aborrisci
Contrasti di vita e di morte
su quell’altalena di impulsi
E strappi i contorni terrestri
esplodi e ti trovi già fuori
Brandelli di gente e contorni
Che guardi da fuori impaurita
Non sai che è successo..soltanto
Vorresti abbracciare l’ignoto
Lettera al figlio che verrà
by Duncan on gen.02, 2011, under Ispirazione, Poesia, Simbolo
Tu figlio di un altro tempo,
che leggerai questa in un tempo in cui io non ci sarò più,
in cui sarò una traccia lasciata nell’aria, uno spirito nel vento..
Tu figlio non ancora concepito,
che leggerai quando forse sarai padre, in tutto un altro tempo.
Chissà come sarà il mondo allora. Sì, perché ci sarà.
Ci sarà sempre il mondo. Ci saranno sempre uomini. Sono stato sempre
un ottimista.
Salutami quel sole che ancora ti accoglie e accolse me e i miei
compagni, me e tutte le stelle che incontrai nel cammino. Me, mentre
amavo, o urlavo o cantavo.
Questa lettera è stata buttata come un turacciolo in una piccola
antica nave. Una notte fonda come le altre.
Quando non ho avuto una notte fonda?
Chissà se ci sono ancora cinema aperti, se ancora i libri sono su
carta. Ma credo di sì. I Iibri sono come la ruota, non moriranno mai.
Hai bussato a lungo alla porta.Non ero propriamente ragazzo quando
nascesti. Non era propriamente ragazza neanche lei. Presa per un pelo,
dura da raggiungere.
Ma del resto cosa non è stato duro da raggiungere?
Ci saranno sempre quelli dal cappello al chiodo, finti lavori, finte
famiglie, finti sogni, finti amori. Muori semmai, ma non cercarti una
nicchia.
Meglio avere un coltello tra i denti che essere servi.
Meglio la solitudine che finti amori.
E se cercheranno di spegnere le tue passioni, beh tu suda più forte..
perché per ognuno che si illumina altri troveranno la forza,
In fin dei conti.. vedi?..Ti dico un mucchio di banalità.. cose
scontate.
Ma ci credo.
E se troverai il dolore, scendici dentro, stringi la mano sui chiodi e
oltrepassalo.
Se c’è qualche mio vecchio libro, o segno nel mondo.. a volte
rileggilo, giusto per sfiorare con le dita la carta e vedere ancora se
son rimasti trattenuti un pò dei mie sogni.
E sapere che un tempo ci siamo stati anche noi.
E ci siamo alzati ridendo sfidando i lupi e i giganti, stringendoci la
mano come cavalieri pazzi,
Che non siamo stati docili, ma le abbiamo date le nostre belle pedate.
Le abbiamo fatte le nostre belle corse.
E ti diranno di riposarti, che c’è tempo.. di rilassarti, di non darti
arie, di non prenderti sul serio, di darti una regolata, di
accontentarti. Ma invece ti dico.. dacci l’anima, morditi il labbro,
ruba a ogni notte le sue ore. Non prendertela comoda, e sei stanco
buttati acqua freddo sul viso e continua. Hai la responsabilità di un
Sogno. Un Sogno vive in te, o morirà per sempre.
E se tutti ti diranno che quella montagna non la puoi scalare..
scalane tre..
E lascia andare gli amici da saldi. Lealtà assolute.. fedeltà
assolute…
Pretendile, meritale, conquistale..
Non so se darai il mio nome a un pesciolino rosso.. a sto punto meglio
un criceto, i pesciolini rossi muiono subito..:-)
Nessuno di noi è mai stato davvero solo. E forse sentirai dire che
tutto è merda, solo roulotte del caso. Spero che tu vivrai quelle
notti, quelle notti in cui saprai che tutto è così Grande che le
parole non basteranno mai a spiegarlo.. che c’è di più, immensamente
di più, di quanto potranno mai dire esperti o professori, scienziati o
libri..
In fin dei conti, non so ancora cosa posso averti lasciato. Figurati
non so neanche il tuo nome. Spero ci sia anche qualcosa però, come un
pugno alzato, o una foto ingiallita, o una collezione segreta, un
orologio a cipolla, o una lettera d’amore sfuggita agli incendi..
sentieri pi pietre acciottolate, o colpi appena dipinti lì in fondo,
da portare nell’anima.
Se per ogni cazzata avessi un euro chissa che pensione benestante
avrei. Ne ho fatte tante. Sicuramente né farò altre.
Cazzata dopo cazzata ho costruito un mio sentiero con le ginocchia, ho
trovato la mia strada in mezzo alle capate ai muri, ho spalato tanta
merda sai..
.. ma alla fine la Strada ci prende con sé e si
impadronisce di noi. E forse sarà la follia a salvarti quando avrai
perso ogni ragione.
Posso dirti che ho amato. No, non mi sono tirato indietro. Mai tirato
indietro. Non ho mai fatto compromessi.. Se non puoi dare tutto è
meglio che muori. Sono cattivo? Ma ha senso amare solo quando senti la
tromba e nudo in mezzo ai leoni puoi guardarli negli occhi. Posso
dirti che ho amato con tutti i polmoni.. e parlo anche per il tempo
che verrà.
E allora ama senza ritegno. Con tutti i polmoni. Vivrai in piedi..
E morirai in piedi. Mi piace credere di essere morto in piedi,
scalando una bella montagna, magari in qualche impresa impossibile, in
qualche viaggio selvaggio.
No.. non ti avevo mai parlato di questa lettera..
Scritta in una notte folle come tante..
In anni incredibili.. anni di lotte incredibili e di amici
fantastici..
Una notte in Italia.. maggio 2009…
Un ragazzo con idee balzane alla tastiera,
un mondo lontano, balzano e glorioso…
Hasta Siempre Esperanza
Amore Zen
by Duncan on dic.24, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Poesia, Simbolo

Lessi una volta questa storia che parlava dell’amore del Maestro Zen Ikkyu per la musicista non vedente Lady Mori.. vi trovai una tale grazia, delicatezza e bellezza che mi restò impresso. Il testo che adesso vi riporto (e che è tratto da questa pagina web.. http://www.fiorigialli.it/dossier/view/5_tu-e-io/612_il-sentiero-del-donarsi), sviluppa poi, a partire da questa vicenda, una riflessione sull’Amore.. anche di coppia.. inteso come pura generosità.. come puro dono….
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IL SENTIERO DEL DONARSI
Il brano che segue parla dell’Amore del maestro zen Ikkyu Sojun (1394-1481).
Il grande amore di Ikkyu era una musicista non vedente nota come Lady Mori. Si dice che Lady Mori era famosissima per la maestria con cui suonava il suo strumento a corde: l’uditorio era rapito sia dalla musica sia dalla dolcezza con cui ella toccava le corde del suo strumento.
Ikkyu rimase rapito da tale maestria. In molti suoi componimenti poetici, egli ha declamato l’abilità delle mani di Lady Mori, poco importa se ciò avveniva mentre suonava uno strumento o mentre accarezzava il suo corpo. Perfino Ikkyu, dall’alto della consapevolezza zen, non era in grado di riprodurre la profondità dell’emozione e della sensibilità che lei infondeva al modo in cui lo toccava.
Il Sentiero del donarsi
Non passa notte che Ikkyu non canti a squarciagola
Per se stesso
Per il cielo e per le nuvole
Perché Lei si è data liberamente
Le sue mani la sua bocca i suoi seni
Le sue lunghe cosce madide di sudore (Ikkyu)
Il sesso consapevole (zen) è semplicemente questo: amanti che fanno l’Amore, che danno l’un l’altro, che vogliono dare l’un l’altro; senza prendere, senza esigere, senza egoismo, bensì in modo altruistico e dedito al qui e ora.
La sfida consiste nel mantenere questo spirito in ogni momento della relazione. Il sentiero del Donarsi si fonda sugli insegnamenti del chado, la cerimonia giapponese del tè.
Ogni appuntamento scandito da questo rito costituisce l’occasione per il padrone di casa e per l’ospite di essere in comunione nell’unicità del momento. Il padrone di casa ha il massimo riguardo per l’ospite, che a sua volta ricambia dimostrandosi riconoscente. Attraverso questo semplice gesto, le due persone instaurano un’armonia reciproca che finisce per estendersi al resto del mondo.
Uno dei principi fondamentali del chado si può applicare direttamente alla scelta di dare. Esso viene definito “kokoro ire” o “inclusione dello spirito del mondo”. I maestri del tè esortano a mettere il cuore in quello che facciamo. “Non servite il tè per il solo desiderio di suscitare una impressione positiva sugli altri o perché sperate di ricevere qualcosa in cambio; servite i vostri ospiti perché li volete servire, con un cuore sincero e umile”.
Nell’incontro erotico l’amore, l’attenzione, il rispetto reciproco giocano un ruolo determinante affinché gli amanti possano raggiungere il vero piacere. Nel chado, il migliore dei tè non è servito dal padrone di casa che costruisce una sala da tè fatta di oro e pietre sfavillanti. L’ingrediente più importante, come per ogni pasto che si rispetti, è l’amore aggiunto da colui che lo prepara.
Questo aspetto viene approfondito da una storia avente per protagonista Sen Rikyu (1522-1591), il più celebre maestro del tè giapponese, che narra di un coltivatore di tè che un giorno aveva invitato il grande maestro a prendere il tè a casa sua. Sen Rikyu era famoso per le sue qualità. L’imperatore stesso lo aveva accolto nella suo palazzo dandogli una carica di prestigio.
Sopraffatto dalla gioia motivata dal fatto che Rikyu aveva accettato il suo invito, il coltivatore di tè lo condusse nella sala da tè, servendoglielo personalmente. In quella straordinaria occasione, fu tale la sua eccitazione da indurlo a compiere dei movimenti maldestri a causa della mano che gli tremava: fece cadere la tazza e urtò il cucchiaino, facendolo volare per aria. Gli altri ospiti, discepoli di Rikyu, repressero a stento il riso nei confronti della goffaggine con cui l’uomo aveva servito il tè (erano ovviamente abituati ad assistere alla cerimonia condotta nella perfezione estetica del loro maestro). Ma Rikyu fu colpito da questo episodio al punto da dire: “Questo tè è eccellente!”
Mentre rincasavano, uno dei discepoli chiese a Rikyu perché era stato favorevolmente colpito da un rito eseguito in modo tanto deprecabile. Rikyu rispose: “Quell’uomo non mi ha invitato con l’intento di far sfoggio della sua abilità. Egli ha semplicemente voluto servirmi il tè con tutto il suo cuore. Si è dedicato completamente alla preparazione di una tazza di tè per il sottoscritto, senza preoccuparsi di commettere errori. Quella sincerità mi ha colpito”.
Questo è il sentiero che conduce alla suprema consapevolezza delle zen: dare per il puro piacere di dare. Talvolta crediamo che una relazione richieda molto denaro, una casa lussuosa o regali costosissimi. Tuttavia, lo spirito del kokoro ire (l’inclusione del proprio cuore) ci rammenta che nulla è più importante dell’amore che dimostriamo alle persone che sono con noi.
Ogni individuo è una manifestazione dello spirito divino; il fatto di essere accanto a qualcuno con tutto il cuore denota quindi rispetto non solo per quell’individuo, ma anche per la grande forza divina che esiste in ogni cosa. Avviene che le persone scelgano di dare sull’onda del senso del dovere o dell’insicurezza. Il sesso non dovrebbe essere un’incombenza a cui assolvere. Se fate l’amore pensando al bucato o al lavoro che vi attende domani, la vostra mente e il vostro corpo non saranno connessi. Un tiepido sforzo non è certo meritevole di generosità. Non arrancate lungo il cammino. Se vi sorprendete a trascinare i piedi, significa che non siete sulla buona strada. Non date per dimostrare di essere bravi.
A prescindere dalla competenza acquisita da un amante, se manca il cuore, il sesso non tarderà a farvi mancare le più profonde sensazioni. Innanzi tutto s’impone la presenza dello spirito dell’amplesso, lo spirito della scelta di dare. Da quello spirito aperto, che coinvolge e innalza, trae origine la tecnica. Evitate parimenti di dare con troppa serietà. Il buon sesso si ottiene con la partecipazione generosa ma senza sforzarsi al limite delle proprie forze. Siate attivi ma non precipitosi. Come sostiene Rikyu a proposito del chado:“E’ giusto che sia il padrone di casa sia l’ospite cerchino di fare del loro meglio e di conseguenza di creare una situazione soddisfacente per entrambi. Non è comunque giusto che ambiscano alla soddisfazione fin dall’inizio”.
Per essere un buon amante basta possedere un cuore generoso. Se la tecnica è approssimativa, non scoraggiatevi e insegnatevi a vicenda. Vi accorgerete che presto non lo sarà più.
Non attribuitevi troppa importanza per la vostra generosità poiché un simile atteggiamento induce il partner a sentirsi in debito o a voler contraccambiare. “Fate un buon lavoro segretamente”, dicono i maestri. Si tratta del concetto giapponese legato al “toku”, che pur traducendo il nostro “virtù” in verità ha come significato “buona azione che non attende né pretende ricompensa”. Toku è assimilabile all’amore che si dona al neonato. Crescendo il neonato ignora i nostri sacrifici, esso si limita a sapere di essere felice. Ed è lì che si trova la nostra ricompensa.
Se sceglierete di dare alle persone che amate facendo in modo che non lo sappiano mai, innalzerete lo spirito collettivo dell’umanità. Non serve preoccuparsi di ricevere qualcosa in cambio, perché quando due partner che si desiderano fanno bel sesso, dare e ricevere diventano la stessa cosa. Uno si trova nell’altro e la distinzione fra dare e ricevere è irrilevante.
Per dirla con le parole del filosofo romantico Kahlil Gibran (1883-1931):“Succhiare il nettare del fiore infonde piacere all’ape, ma anche il fiore trae piacere nel donare il suo nettare all’ape. Poiché per l’ape il fiore costituisce una fonte di vita e per il fiore l’ape costituisce un messaggero d’amore, per entrambi, per l’ape e per il fiore, il dare e il ricevere insiti nel piacere sono un bisogno e un’estasi.”
Quando siete realmente tutt’uno con ogni cosa, poco importa ciò che date, perché avete sempre tutto. Potete donare liberamente ciò che è racchiuso nel vostro cuore, perché il suo contenuto non si esaurirà mai. I maestri zen sono soliti ripetere: “Se è abbastanza profonda, la sorgente amplierà il flusso delle risorse”. A prescindere da ciò che daremo, ci sentiremo sempre ben riforniti, perché la sorgente della nostra scelta di dare è infinita. E’ la fonte dell’amore.
Non ultima è la qualità che si profonde nell’attimo. Se si pensa che potremo ripetere un incontro per sperimentare altre delizie e ci tratteniamo abbiamo nuovamente lasciato che la mente interferisca limitando la nostra estasi.
Dialogo tra un ergastolano e un professore di filosofia (ventitreesimo scambio)
by Duncan on dic.09, 2010, under Controinformazione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Su un blog dedicato agli ergastolani -che io e alcuni amici abbiamo creato e amministriamo- (http://urladalsilenzio.wordpress.com/) è da tempo in corso un magnifico e potente Dialogo tra Carmelo Musumeci, figura simbolo tra gli ergastolani, persona dal profondissimo e radicale percorso, uomo generoso e vulcanico, e autore di moltissimi testi, articoli, racconti, e anche due libri.. e il professore Giuseppe Ferraro, non “semplicemente” un professore di filosofia, ma un Filosofo e un Umanista.. nella accezzione più degna che hanno queste parole.
Ci sarebbe tanto da dire su questo grande Dialogo, da tempo in corso tra di loro, e giunto adesso alla 23sima “puntata”. Ma ritornerò su di esso in qualche altro post, e riporterò altri brani. Questa volta voglio condividere anche con i naviganti che giungono nelle Terre di Born Again, proprio l’ultimissimo momento di questo Grande Dialogo.
Vale proprio la pena leggerlo..
Salutamos Compagneros
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Giuseppe caro,
ho ricevuto la tua lettera.
Ho sentito il tuo cuore amareggiato.
L’ho sentito come se fosse il mio.
Ho immaginato quello che provi quando vedi la sofferenza e l’ingiustizia sociale intorno a te.
Non si può mai essere del tutto felice quando non lo sono tutti.
Io non ci riesco!
Ho sentito la tua frustrazione.
Non ti nascondo che ci sono dei momenti che non riesco ad essere forte neppure io.
Ci sono dei momenti che desidererei essere più debole di quello che sono per farla finita di aspettare un futuro che non avrò mai.
Ci sono dei momenti che mi sento una foglia strappata alla vita e gettata in un angolo all’ombra del mondo, fra cemento armato e ferro.
Giuseppe conosco molto bene il tuo dolore.
Lo so!
Il dolore che vedi negli occhi degli altri uomini fa sempre più male del proprio dolore.
Tutte le mattine quando mi aprono il blindato lo vedo negli occhi di quell’uomo che mi è di fronte.
Un ergastolano anziano ammalato di un brutto male che cerca il mio sorriso come se fosse la cosa più importante della sua vita.
L’amore ci fa diventare migliori e purtroppo in carcere manca proprio quello.
Nessuno ama e pensa a quest’uomo.
Lo vedo sempre steso sulla branda a fissare il vuoto.
In questi giorni non gli ho sorriso perché il mio blindato è rimasto spesso accostato.
In questi giorni sono stato male, niente di grave, un semplice attacco di sciatica.
In questi giorni mi sono accorto che non sono più forte come prima.
In questi giorni mi sono accorto che l’Assassino dei Sogni prima s’è preso il mio corpo, poi la mia vita, ora la mia salute.
A volte penso di essere fortunato, io ho qualcuno cui pensare, molti non hanno nessuno.
Si, è così!
Solo chi dice di essere cattivo sa che cosa è essere buono.
Domani, anche se non starò bene, quando apriranno il blindato lo spalancherò e donerò a quest’uomo il mio sorriso come se lo donassi a te.
Te lo prometto!
Nella tua lettera di oggi ho sentito il tuo cuore amareggiato.
Non posso lasciarti con tristezza almeno questa volta.
Domenica ho parlato al telefono con la mia compagna.
Sabato vengono a trovarmi.
Sono felice.
Da Modena mia figlia mi vuole portare le ciliegie.
Mi ha detto che sono buone e dolci.
Dall’altra parte del telefono ho sorriso.
Non ho bisogno delle ciliegie.
Ho solo bisogno di abbracciare e di baciare lei.
Per cinque anni l’Assassino dei Sogni non me l’ha fatta toccare.
Ed ho sempre una paura infantile che lo potrà fare di nuovo.
I figli sono il nostro universo e non si può vivere senza abbracciare l’universo.
Giuseppe non essere amareggiato.
Quando s’è amareggiati, si ha poca energia.
L’energia è amore.
Io ho bisogno del tuo amore, come ne ha bisogno l’ergastolano anziano e ammalato di fronte la mia cella e gli operai disoccupati del nostro sud.
Abbiamo bisogno del tuo amore, come te del nostro.
Ti manderò un po’ del mio amore sabato quando abbraccerò la mia compagna e i miei figli affinché tu non ti senta in mare aperto senza né terra, né barca.
E quando abbraccerò Nadia lo farò anche per te.
La sua fede e il suo amore per questo mondo è grande e ne darà un po’ anche a te.
Giuseppe, non essere amareggiato, il mio cuore lo sente, il mio cuore sente il tuo.
Ti voglio bene.
Carmelo
2 giugno 2010
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Ti scrivo. In silenzio. Come si scrive. Sotto dettatura di una voce che s’intreccia ad altre. Ti scrivo, come sempre ci si trova a scrivere, sottovoci. Non accade sempre. Solo quando si scrive sentendosi accanto a chi si scrive. E’ come un rivolgersi dentro se stessi dove si ospita chi si pensa con affetto e che ti ospita nei suoi pensieri.
C’è quell’espediente in cinematografia, lo ricordavo l’altra volta, lo ripeto, mi colpisce. Quando qualcuno legge una lettera è la voce di chi gli ha scritto che si sente leggere. Scrivo, sento la mia voce che mi detta le parole, a una a una, cercandone le lettere sulla tastiera. Le detta per non perderle, guardando i tasti. Quando si scrive, si sente la propria voce che detta le parole. La propria? non proprio. Sento la tua voce, a scrivere c’è come una traslocazione d’intimità, ci si porta in un luogo senza luogo. Vedo il tuo sorriso, quando ti scrivo, avverto la tua ansia, penso “ai” tuoi pensieri, immagino “a” quel che immagini, guardo “al” muro che guardi, lo vedi all’improvviso quando non sei più stanco ed esci dal rifugio dei pensieri. Quando sei stanco di essere stanco il muro alza pareti. Strano. La stanchezza aiuta certe volte. Quando sei stanco l’immaginazione prende il posto dei sensi. La stanchezza aiuta. Libera, no, distrae. Deriva. Derotaia. Delira. Ci fa addormentare, dopo che nella testa si placa il turbinio della corsa in stanza dei pensieri insistenti.
Noi non amiamo la stanchezza. Siamo di quelli che non si stancano mai. Non siamo mai stanchi. Quando però ci arriva la stanchezza, si placa anche la violenza della rabbia. La usiamo e ci usa. Mette un freno, rallenta il passo che siamo pronti ad accelerare appena dopo. Chi vive la depressione si mette in uno stato di stanchezza persistente. Lo sappiamo. In carcere diventa una sorta di perdita di vita, come una perdita d’acqua alla fontana. E’ terribile quello che scrivo e che penso. No. Bisogna riprendersi ogni volta dalla stanchezza che porta alla depressione e alla follia, bisogna trovare la stanchezza del giusto. Quella che prende dopo un giorno lungo di lavoro, su se stessi. Bisogna lavorare su se stessi.
Bisogna pensare anche a un diritto alla stanchezza giusta. Ne ho sofferto maledettamente quel giorno. Ritornavo dai miei incontri. Ero stato a Bellizzi. Avevo la testa piena di voci e volti. Era stato un incontro intenso. Lo è sempre. Arrivai a casa, stanco. E questo pensai, che là avevo lasciato persone che non avevano il diritto di essere stanchi, di abbandonarsi alla stanchezza. La libertà pensai è il diritto a sentirsi stanchi e andare coi pensieri dove vogliano. E’ anche questa. Il diritto di essere stanchi. Ingiusta è la stanchezza che non libera della fatica. Quanto sono felice di vederti, anche adesso che ti scrivo. Quanto sono stato felice di vederti la prima volta. Uno che non si stanca, no, uno che non si lascia stancare. Offre il suo sorriso per la sola gioia di esistere e vedere e sentire la vicinanza. Viverla.
Tu non immagini quanta forza infondi, quanto vita effondi, quanta gioia diffondi. Grazie del “Giuseppe caro”, mi arriva come una carezza, su una stanchezza, l’avrai capito, che non è giusta. E’ questo il punto.
Tu dici l’assassino dei sogni, ma quanti sogni gli stai buttando in faccia, addosso, ai piedi, quante ferite stai procurando all’incubo con i tuoi sogni di sorriso. Esci dal blindato incroci lo sguardo della sofferenza e apri il tuo sorriso come braccia per sostenere chi sta soffrendo in quel momento. Quel che mi scrivi mi porta al tuo fianco. Mi porti in giro tra blindati e corridoi. C’è chi soffre, è malato, ed è terribile ammalarsi senza cari. Gli sorridi. Solo chi soffre sa non fare soffrire. Solo chi conosce la sofferenza sa della gioia. Sorridi a chi non resiste e sente di varcare l’ultima soglia della sopravvivenza.
Davvero è uno stare sopra la vita sopravvivere. Vivere oltre la vita. Un paradosso. Essere in un al di là che è un resto, non un oltre e in più. Un avanzo. Un resto. Quel che avanza della vita a tagliarla, a farla a pezzi. Nuda vita. Sopravvivere è questo stare sopra la vita come se ci si trovasse senza niente altro. Sopravvivere è la vita senz’altro. Senza esistenza. Nemmeno. E’ l’esistenza ridotta, stretta, fatta gabbia della vita. Semplice vita, ma non una vita semplice. Piuttosto vita senza vita. Sopravvivere è stare sopra la vita, non più nella vita, senza viverla.
Non si può essere felici quando non lo sono tutti. E’ cosi, dici bene. Il dolore che vedi negli occhi degli altri uomini fa sempre più male del proprio dolore. Dici benissimo, è così, come scrivi. Il dolore che vedi negli occhi degli altri fa più male del proprio. Ti attivi, sei pronto. Viviamo per dare vita, per dare la vita che abbiamo. Continuo a leggere la tua lettera. E’ come un abbraccio.
Grazie, Carmelo. Non resterò amareggiato. Non posso esserlo se ci sei e se mi scrivi e se ti scrivo e ti penso e se ti sto a fianco. Ti dico “grazie” e mi ritrovo a riflettere che il fine di ogni educare è la grazia. Non il dono, la grazia. L’avere grazia. Come tu hai grazia a scrivermi “Giuseppe caro”, e come sorridi a chi soffre e aspetta il tuo sorriso come un dono. Non come qualcosa. Il dono è quando ci fa dono. Chi dona non dà cosa che possa sapere e calcolare. Chi dona non fa regali. Si dona ciò che non si ha. Si dona il tempo che non si ha. Quel tempo che non si deve, non dovuto, quel che non si deve ad altro, ad altri e che si sottrae a chi lo devi per legame d’amore. Il sorriso che si deve al proprio figlio, alla propria figlia. All’amata. Quel tempo dovuto a chi si ama e che per tale è sacro. Di una relazione sacra perché dovuta senza dovere, non per costrizione, ma per natura, posso anche affermare, per natura, per un legame che non si acquista, ma che ti conquista a essere quel che sei.
Strana deviazione procura il dono. Strano delirio, un uscire fuori dalla lira del campo, fuori del solco. Dare l’avuto non dovuto, il dovere incrocia in strano modo la restituzione e quindi il giusto. La incrocia in strano modo. Donare è dare, ma come a stabilire una relazione d’inegualità. Inequivalente. Senza uguali. Solo dio può donare, mi ripeto sempre. Noi possiamo restituire. Si, certo. Solo dio può donare, può operare per dono, può perdonare.
Noi possiamo restituire. E la giustizia si dà come restituzione. Si fonda in questo modo il Diritto. Fino a quando però il diritto è giusto? Ancora una ragione di tempo, perché di tempo è fatta la relazione, nel tempo si costituisce e si toglie, si distorce e si “raddritta”. Il tempo è la relazione. Fino a quando il giusto può essere “raddrizzare”, quando si compie il diritto? quando deve finire la pena come tempo che ci vuole per ristabilire la relazione? Perché se la pena è rimettere in diritto ci sarà pure un momento in cui il diritto è raggiunto, compiuto? Carmelo, cerco di scrivere cose che appaiono confuse, e lo sono, solo perché richiedono la convergenza di due piani quello personale e quella istituzionale, quello delle regole e delle relazioni. Del testo e della sua lettura, della jus e di chi jus dicet facendosene giudice.
Ripeto: le regole senza relazioni sono vuote, le relazioni senza regole sono cieche, e tuttavia solo le relazioni rendono la regola giusta e solo le relazioni rendono giuste le regole, e le aggiustano. Ancora: le regole sono le persone che le applicano. Le istituzioni sono le persone che le rappresentano. La cosa difficile da comprendere e spiegare è questa: la giustizia nel sua massima applicazione, nel suo raggiungimento è la grazia. La giustizia che si soddisfa del suo diritto è grazia. Io ti ringrazio per quel “Giuseppe caro” che è un gesto di grazia. Così ti ringrazia chi soffrendo cerca il tuo sorriso per alleviare la sua pena. Il tuo sorriso è di grazia. E’ la tua grazia. L’espressione di una forma assoluta, assolta da ogni interesse e causa.
Il bambino è chi non può donare, ed è un dono. Una grazia di dio, si dice anche. Cosa possiamo imparare da dio e da un bambino se non ad avere grazia, nei gesti, nelle parole, nell’essere quel che siamo. Il bambino è presente. Non ricorda, ma non dimentica. Non dimentica perché non ha nulla da ricordare. Vive quel che è dato riconoscere che fa male e che bene, che gli fa bene e che gli fa male. Anche un dio, credo, pensa in questo modo o siamo noi ad aver fatto di un dio il pensiero di un bambino. Assoluto. Presente come presente si dice anche il dono, che reclama nella sua piena espressione la presenza, il presentarsi. Stare qui, per essere, non stando davanti come cosa, ma stando davanti preoccupandosi, avendo cura, stando prima del tempo, avendo cura del tempo che viene. Non essere questo e quello, ma come questo e quello essere grazia, avere grazia, nelle relazioni. Significa avere relazioni non sgraziate, non disgraziate, non rozze o meschine, senza scambio, anche senza regali.
La giustizia è la grazia. La giustizia che dà vita è grazia. Quella che dà morte è senza grazia. Mette in disgrazia. Il fine dell’educazione non è forse quello per cui si dice di una persona educata che si esprime con grazia? Non che si esprime correttamente, quella si chiama istruzione e si dice di chi è istruito. Ho ricevuto la lettera di Salvatore Ercolano. Salutalo per me. Non so quando riuscirò a rispondergli, ma digli che lo tengo in testa. Ed è come leggere di una grazia. Il suo essere come graziato. In realtà non è così. Ha scontato tutto quello che doveva, non è stato graziato, è lui che si è fatto grazia. E’ lui stesso che sente di vivere non per altro che per vivere. Non un sopravvivere di un resto, ma di un assoluto momento.
La grazia è un dono? Solo se ci fa dono. Solo se la propria vita non è dovuta ad altri che non siano i soli ai quali ci lega un tempo sacro. Dovuto, perché da loro abbiamo avuto il tempo che compie il nostro sentire. Il sorriso che tu doni è quello che tu devi alla tua bambina, resterà sempre bambina quanti anni potrà mai avere una figlia. Tu mi doni quel sorriso. Tu doni a me il segreto di quel sorriso, doni a me il suo sorriso, quel che ti fa sorridere come solo tu sai e puoi sorridere di quel tempo sacro della relazione del tuo intimo sentire. Non si sanno queste cose, non hanno sapere. La grazia è quando si è senza sapere di essere. Com’è la grazia dell’artigiano che muove le sue mani operando senza che potrà mai spiegare perché e come si fa quel che sta facendo, lo ha incorporato a tal punto che in quel che opera è se stesso che opera, tocca senza toccare, vede senza vedere, vede di là di ciò che gli sta davanti, tocca altro da quel che tocca, perché sente.
La giustizia è la grazia. Dobbiamo cominciare a parlarne. Dobbiamo cominciare a chiedere grazia per giustizia, non come qualcosa di dovuto o per tempo scaduto, ma perché ci si è fatti grazia. E tu sei grazia. Se ti ringrazio è per tale. Lo sei per tanti. Lo sei per la carezza di tua figlia, per le ciliegie che ti porta, per quel che ti porta nelle ciliegie che ti porta. Bisogna sempre vedere i gesti nelle cose, le relazioni nel tempo, e nelle mani cogliere le somiglianze. A essere giusti bisogna dare grazia. Bisogna avere grazie. E’ difficile, scriverlo è difficile quando ci s’indirizza a chi è recluso. Questa grazia però bisogna apprendere, ovunque.
L’altro giorno un uomo, uno dei disoccupati della mia terra che non mi fanno dormire la notte, mi diceva del pudore, del pudore della vita, dell’apprendere il pudore. Mi parlava del pudore in carcere, dell’apprendere il pudore in carcere. Ci è stato per ventuno anni. Persona educata, compita, accurata, nei gesti. Il pudore e la grazie. Dovremmo cominciare a parlarne. Dovremmo vederci su queste cose a Spoleto. Il pudore e la grazia, perché la giustizia è tra il pudore e la grazia, è avere pudore e dare grazia. Ingiusta è la giustizia che lascia al diritto il testo di regole da applicare senza pudore né grazia nel tempo della relazione.
Ti abbraccio
Giuseppe
19 giugno 2010
Ricordando Andrea Parodi
by Duncan on nov.28, 2010, under Bellezza, Musica, video
Questo è un post che è nato totalmente inaspettato. Eppure ho sentito una improvvisa spinta a scriverlo, e l’ho assecondata. Casualmente capito in una pagina internet dedicata ad Andre Parodi, grande artista e cantante dei Tazenda (http://web.tiscali.it/andrea.parodi/)… e una improvvisa commozione mi assale. Io non lo conoscevo bene Andrea Parodi. Per la prima volta lo vidi nello stesso momento in cui seppi dell’esistenza di questo gruppo sardo, i Tazenda.. ossia quando cantarono insieme a Pierangelo Bertoli, sul palco di Sanremo, la immensa “Spunta la luna dal monte”.
Anni e anni dopo, lo riscoprii ascoltando alcune delle sue più belle canzoni. E poi seppi della sua morte… E furono soprattutto le immagini tratte dal suo ultimo concerto che mi si impressero nella memoria. Fisicamente era quasi irriconoscibile.. tutta la corporatura tonica e muscolosa, gran parte della fisicità.. era stato dissolto dalla malattia che lo stava consumando. Non aveva più i capelli. Lui che aveva sempre avuto una rigogliosa capigliatura, una criniera.. senza più capelli. Si sentiva la sofferenza che aveva per potere fare anche le cose più semplici.
Eppure quando quella sera cantava i suoi occhi brillarono di una forza interiore straordinaria. Una energia di passione e amore che lo rendeva, anche allora, forse addirittura allora più che mai.. un autentico Guerriero, un autentico Leone.
E quando fece una dedica all’amore con parole bellissime, e vidi la moglie tra il pubblico che piangeva, mi scoprii ad avere anche io gli occhi umidi.
Si potrebbero dire tante altre cose su Andrea Parodi. Ma a me bastò quella serata.. quel momento unico per capire chi era. E allora anche io, oggi, voglio ricordarlo. In punta di piedi, senza cose roboanti.. con un post, questo post appunto, un video, e, prima del video una lettera dedicata a lui, davvero molto bella, che ho letto in quel sito di cui prima vi parlavo (http://web.tiscali.it/andrea.parodi/) e che voglio condividere con voi.
Di seguito la lettera e il video..
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OTTOBRE 2006Addio…Andrea. Sei andato via con la stessa forza e dignità che ti hanno sempre contraddistinto. Sei andato via a mo- do tuo…in silenzio…lo stesso silenzio che ognuno di noi creava nello ascoltare le tue canzoni, la tua voce. Ho preferito scrivere oggi, a distanza di tempo dalla tua scomparsa, perché allora era troppo semplice; facile farsi trascinare dall’onda dell’emotività collettiva, facile essere pronto a scivere qualcosa, qualunque cosa, pur di dire qualcosa. Non ti conoscevo personalmente e non ti conoscevo come molti ti conoscono, ma anch’io, come altri, ho bisogno di parlarti. Se ho amato la mia lingua, quella sarda, nelle canzoni…lo devo a te e al tuo gruppo di allora: i Tazenda. Erano gli anni dei Sanremo, ma soprattutto del primo dove cantasti “Spunta la luna dal monte” con Pierangelo Bertoli. Pensai al vostro coraggio e alla doppia sfida: cantare in “limba” e con un porta tore di handycap. Erano gli anni del malcelato bigottismo, dei falsi pudori e anti-pudori, delle rivoluzioni linguistiche per celare i disagi della convivenza con la diversità; i primi scontri su cosa era meglio sintatticamente utilizzare e quale aggettivo era meno offensivo. Ma voi, ve ne eravate fregati altamente. E’ grazie a quella canzone e ai suoi inaspettati sviluppi che oggi amo le canzoni cantate in “limba”. Molti ti hanno conosciuto e troppi non ti conoscono, ma ho fiducia che tanti come me facciano ascoltare le tue canzoni per amarle almeno la metà di quanto le amiano noi. Ascoltare “Non poto reposare” accanto alla donna amata e dedicargliela…magari cantandola…è un’es- perienza unica che sicuramente provoca emozioni e tanti nodi in gola. Quella voce, unica, poetica, è come l’ingrediente segreto in cucina: va conservato gelosamente perché è l’arma vincente. Ho sentito varie interpretazioni, ma nessuna è paragonabile a quella di Andrea Parodi…nessuna! La tua dignità e il tuo valore di artista e di uomo l’hai trasmessa con la musica e con la dialettica, in ciò che dicevi e in ciò che pensavi. E, quella stessa dignità, l’hai voluta tua compagna fino alla fine. Tanti di noi dovrebbero prenderti come esempio, tanti di noi dovreb- bero imparare che la dignità non è negli abiti che indossiamo ma è nel come li indossiamo. Vorrei dire tante cose, ma rischie- rei di dire cose dette e stradette, perciò mi sento di dire una sola cosa ancora…una cosa che viene dal profondo, sincera, onesta, pulita: GRAZIE! Grazie per aver dato tanto in così poco tempo, per aver insegnato a tanti di noi il rispetto per una lingua troppo spesso svilitta dagli stessi giovani, per aver rega- lato al mondo una voce e un uomo unici.
Gabriele Martis











