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	<title>Born Again &#187; autismo</title>
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		<title>Sentenza!.. Dedicato alla memoria di Varlam Salamov</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Dec 2010 08:33:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Duncan</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DEDICATO ALLA MEMORIA DI VARLAM SALAMOV Nell’anniversario della morte di Mandel’štam nella Kolyma, Šalamov manda alla vedova, che abita a Mosca, un ramo di larice artico. Il ramo viene immerso nell’acqua. Dopo tre giorni e tre notti, “la padrona di casa viene svegliata da uno strano, vago odore di resina, debole, sottile, nuovo. Nella ruvida [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.bornagain.it/wp/wp-content/uploads/2010/12/scacchi3.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-889" title="scacchi3" src="http://www.bornagain.it/wp/wp-content/uploads/2010/12/scacchi3-1024x680.jpg" alt="" width="1024" height="680" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DEDICATO ALLA MEMORIA DI VARLAM SALAMOV</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nell’anniversario della morte di Mandel’štam nella Kolyma, Šalamov manda alla vedova, che abita a Mosca, un ramo di larice artico. Il ramo viene immerso nell’acqua. Dopo tre giorni e tre notti, “la padrona di casa viene svegliata da uno strano, vago odore di resina, debole, sottile, nuovo. Nella ruvida pelle legnosa si sono aperti e sono apparsi distintamente gli aghi – freschi, giovani e vitali, dal colore verde e brillanti – i nuovi germogli”. Il larice ha trecento anni e ha visto le vittime dello zar e i milioni di cadaveri della Rivoluzione (…) L’episodio diventa il simbolo della nuova esistenza di Šalamov: la morte non è più definitiva, la dimenticanza viene cancellata, il ricordo ritorna come il profumo del larice, e con il ricordo la sua vita, quella di tutti gli esseri umani, e i libri che dovranno raccontare i morti, le fatiche, le persecuzioni e i dolori. Non tutto è stato vano: il male può essere, almeno nei libri, sconfitto. </em></p>
<p style="text-align: justify;">(da <em>La malattia dell’infinito</em> di Pietro Citati, pag. 357)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo Aleexander Solženitsyn, al cui memorabile Arcipelago Gulag, ho già dedicato alcune note.. Varlam Salamov è stato l&#8217;altro massimo protagonista e testimone del non -mondo dei Gulag.. che lui conobbe nella loro versione più estrema e violenta, quella del complesso-Gulag nelle terre selvagge e siberiane della Kolyma. Se i Gulag sono già stati un vertice di abiezione, la Kolyma divenne il Gulag allo stato peggiore. Kolyma, ultimo cerchio dell&#8217;inferno, dove gli uomini «morivano come le mosche», «Crematorio bianco», «Auschwitz di ghiaccio», la Kolyma è un mondo a parte. Dice una canzone di lager: «Kolyma, Kolyma, lontano pianeta, dodici mesi inverno, il resto estate ». Kolyma è la regione dell&#8217;oro (sono 70 le miniere e più di un milione gli schiavi nel 1941) e dell&#8217;orrore.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Salamov sopravvissuto a più di 17 anni di lager, si sentì in dovere di passare il resto della sua vita a raccontare ciò che erano stati i Gulag, e quello che aveva vissuto.. il dovere di ricordare tante storie disperse, uomini dalla storia calpestata, e sotto tonnellate di gelo polare salvare storie. Allo steso tempo era la volontà di ricordare singole storie, persone, ed episodi.. ma anche tutti i milioni spazzati via in un&#8217;orgia di orrore.. che andrebbe ricordata con la stessa dedizione con la quale si ricordano i lager nazisti. Tutta la sua produzione divenne celebre con la grande raccolta di racconti, intitolata appunto &#8220;I racconti della Kolyma&#8221;.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma non parlerò diffusamente in questa nota di Salamov, della Kolyma e dei Gulag. Ho voluto tracciare una cornice e una trama di fondo (che è anche un omaggio) per presentare questo racconto di Salamov che ora leggerete. Racconto che è una storia vera, che parla di lui stesso, di un momento della sua esperienza nei Gulag. Racconto che è in assoluto uno dei meno tremendi, in quanto l&#8217;orrore peggiore (Il lavoro innominabile nelle miniere, le più selvagge umiliazioni, ecc.) era alle spalle. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Salamov ridotto ormai a uno scheletro vivente e in fin di vita, si trova a svolgere un lavoro c.d. &#8220;leggero&#8221;, ma che per lui è comunque una impresa, vista la carcassa ambulante a cui è stato ridotto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non c&#8217;è quasi più nulla in lui.. se non un sottile strato di muscoli e una pelle in disfacimento sullle ossa.. e nell&#8217;anima.. solo una sorda rabbia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mente stessa è atona.. le parole disperse. Dopo anni di privazione dei libri, e di scarno vocabolario di parole d&#8217;ordine, esclamazioni e necessità basilari.. è rimasto pochissimo in quella mente, quel cervello è atrofizzato, una manciata di parole d&#8217;ordine, la nuda vita, spoglia, sillabario da schavi, disco inceppato.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il prossimo passo è la morte.. morte spirituale, morte mentale, morte fisica&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E anche se non ci fosse la morte fisica, la demenza..oppure.. l&#8217;autismo.. il completo inaridimento dell&#8217;ispirazione, dei pensieri e delle parole.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure un giorno.. SENTENZA!&#8230;. una parola riemerge dalle tenebre del vuoto mentale (che non è assolutamente qui il vuoto del buddismo Zen, ma è vuoto nella sua versione più vacua, deprivata e insensata).. SENTENZA!.. questa è la parola che riemerge. E Salamov non sa neppure cosa diavolo significhi. Ma si balocca estatico come fosse un bambino dinanzi a un dono totalmente stupefacente. Dopo anni di parole abusate e ricorrente, dopo pensieri che ripetono se stessi come in un&#8217;orgia di specchi riflessi&#8230; SENTENZA. Come una pietra che cade nel mare&#8230; Cosa è stato? Cosa è che si muove fuori di me? Cosa porto dentro di me? E, scheletro camminante.. Salomov saltella quasi, e ripete ossessivamente questa parola&#8230; a tutti, a chiunque incontra e questi lo guardano come un folle, come uno strano essere buffo.. che incessantemente squittisce.. SENTENZA&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E&#8217; come un Dono della Grazia.. una sorta di Satori, improvviso e inatteso affiorare dell&#8217;Illuminazione, squarcio di luce non previsto, neanche immaginato.. prima. Sentenza.. e il &#8220;pagliaccio&#8221; Salamov ripete ils uo mantra, non si stanca di masticarlo, di sbatterlo in faccia, e lo urla al cielo pretendendo senso e risposta. E la notte ha paura a dormire, temendo di ripiombare nel vuoto mentale, nella totale atrofia esistenziale. Sentenza&#8230; e si tiene aggrappato.. ti prego parola mia non perderti, non perdermi.. tienimi stretto a te, fa che io abbia almeno un sasso magico in questa notte senza fine.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma la parola non se ne andò&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Essa fu l&#8217;inizio.. l&#8217;inizio del ritorno di qualcosa che era andato perduto. &#8220;Pezzi d&#8217;anima&#8221;, come dicono gli sciamani.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E altre parole tornarono. Una alla volta.. come irruzione di insight da oscure profondità senza tempo.. tornarono sempre come un doloroso sforzo.. sempre come a cavarle.. ma piano piano tornarono. Una lenta conquista, paesaggi di vita riacciuffati in questa progressiva rammemorazione, come una sorta di strana reminescenza. Forse a farci quasi credere, che nulla muore mai del tutto. Da qualche parte si seppellisce ciò a cui è tolta la vita. Forse in gallerie fino al centro della terra, e forse non tornerà più. Ma a volte una scintilla.. lo SHINING.. Sentenza! E non so dire se si nasconde in dimensioni parallele della mente, o in cunicoli cavi sotto l&#8217;altra faccia del cuore, quella che si illumina anche sul fuoco, come una candela a mezzogiorno.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>So per certo che infinite sono a volte le vie della Speranza e che dementi cronici hanno ripreso coscienza e comprensione. Conosci il limite tu delle mappe nascoste dentro le bottiglie? Sai dirmi tu quando un uomo è veramente finito? Puoi dire davvero quando tutto è perduto? Sai con certezza dove porre i limiti del corpo e della mente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Magia è appena appesa ma non scompare. Certo fiumi di sangue scorrono e legioni di vite sono state saccheggiate risucchiate dai Grand Guignol dei Nosferatu. Ma ecco il pifferaio magico che incanta i topi&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Improvvise pietre focaie, a furia di levigare rocce, levigarle come specchi&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La parola magica&#8230; apriti e fammi entrare..</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dentro la mente piccole Euridice.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Mago, su anestesie e odio stelirilazzo.. punta ancora nei suoi giardini sommersi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pronuncia una parola.. come l&#8217;ultimo Desiderio nella Storia Infinita&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sentenza!.. può bastare.. la Ruota può ancora girare..</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vi lascio alla lettura di questo racconto di Varlam Salamov</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le persone emergevano dal nulla, una dopo l’altra. Uno sconosciuto si stendeva sul tavolaccio vicino a me, la notte s’addossava alla mia spalla ossuta, cedendomi il suo calore – gocce di calore – e ricevendo in  cambio il mio. C’erano notti  in cui attraverso i buchi del giaccone imbottito e la giubba a brandelli non sentivo arrivare nessun calore, e al mattino guardavo il mio vicino come si guarda un morto, e un po’ mi stupivo di trovare un morto vivo, di vederlo alzarsi alla chiamata, prepararsi all’appello ed eseguire docilmente gli ordini. Avevo in me poco calore. Non avevo più molta carne attaccata alle ossa, e questa bastava appena a nutrire la mia rabbia, l’ultimo dei sentimenti umani a scomparire. Non l’indifferenza, ma la rabbia era l’ultimo sentimento umano, quello più vicino alle ossa. L’uomo emerso dal nulla spariva di giorno – la prospezione carbonifera aveva molti settori – e spariva per sempre. Non conosco chi mi dormiva vicino. Non facevo mai domande e non perché mi attenessi all’adagio arabo: non chiedere niente a nessuno e nessuno ti mentirà. Mi era indifferente che mi mentissero o meno, ero al di fuori della verità, al di fuori della menzogna. I malavitosi hanno a questo riguardo un proverbio di rude chiarezza, pervaso da un profondo disprezzo nei confronti di chi pone domande: se non ci credi, fà conto che sia una favola. Io non facevo domande e non dovevo ascoltare favole.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che cosa mi era rimasto, in vista della fine? Una gran rabbia. E la custodivo preparandomi a morire. Ma la morte, che era stata pur così vicina, a poco a poco cominciò ad allontanarsi. Non fu proprio vita quella che subentrò alla morte, ma un esistere semicosciente, per il quale non c’è definizione di sorta e che non può essere chiamato vita. Ogni giorno, ogni alba portava con sé il rischio di un nuovo urlo mortale. Ma non arrivò. Io lavoravo come addetto a bollitore, il più leggero di tutti i lavori, ancor più leggero di quello di guardiano, ma egualmente non ce la facevo a tagliare in tempo tutta la legna che serviva al titano, il bollitore del tipo Titano. Mi avrebbero potuto cacciare via, ma dove? Lontano nella taiga, il nostro insediamento – la nostra komandirovka in termini kolymiani – era come un’isola sperduta nell’universo verde. Riuscivo appena a trascinare le gambe, i duecento metri tra la tenda e il posto di lavoro mi sembravano una distanza infinita, e lungo il tragitto mi sedevo più volte a riposare. Ricordo ancora adesso ogni avvallamento, buca o fossa di quel sentiero mortale; il ruscello davanti al quale mi stendevo a pancia in giù inghiottendo  avidamente sorsate d’acqua, fresca, buona, salutare. La sega a due manici che talvolta portavo sulla spalla, talaltra trascinavo per un manico, mi sembrava un carico incredibilmente gravoso.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non mi riusciva mai di far bollire l’acqua in tempo, di far sì che il titano si mettesse a bollire per l’ora di pranzo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma nessuno degli operai – erano dei &lt;&lt;liberi&gt;&gt;, tutti detenuti fino a poco tempo prima – ci badava, a nessuno importava che l’acqua bollisse o meno. La Kolyma aveva insegnato a tutti noi a distinguere l’acqua da bere unicamente in base alla temperatura. Calda o fredda e bollita o non bollita.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ce ne importava niente del salto dialettico che trasforma la quantità in qualità. Non eravamo filosofi. Eravamo manovali e rabotjagi e la nostra acqua calda potabile non aveva i requisisti richiesti per il suddetto salto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mangiavo, sforzandomi, ma senza affanno, di mandare giù tutto quello che mi capitava a tiro: avanzi, resti di cibo, bacche di palude dell’anno prima. La minestra del giorno prima o del giorno prima ancora, avanzata nel calderone dei &lt;&lt;liberi&gt;&gt;. No, della minestra della vigilia i &lt;&lt;liberi&gt;&gt; non avanzavano mai niente.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella nostra tenda c’erano due fucili, fucili da caccia. Le pernici e gli altri uccelli non temevano l’uomo e all’inizio si potevano abbattere alla soglia della tenda. Si arrostiva la preda così com’era sotto la cenere o la si cuoceva dopo averla accuratamente spiumata. Penne e piume andavano in cuscini, era un commercio anche quello, soldi sicuri, un modo di arrotondare per i &lt;&lt;liberi&gt;&gt;, i signori e padroni dei fucili e degli uccelli della tajga. Le pernici  spennate  e svuotate delle interiora venivano fatte cuocere in barattoli da conserva di tre litri appesi sopra i falò. Non mi capitò mai di trovare alcun avanzo di quegli uccelli misteriosi. Gli stomaci affamati dei &lt;&lt;liberi&gt;&gt; trituravano, macinavano e risucchiavano ogni ossicino senza lasciare avanzi. Era un altro dei prodigi della tajga.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non assaggiai mai neppure un boccone di quelle pernici. Io avevo le bacche, radici di erbe e la razione. E non morivo. Cominciai a guardare con sempre maggiore indifferenza, senza rabbia, il sole rosso e freddo, le montagne nude, dove ogni cosa – rocce, anse del fiume, larici, pioppi – era spigolosa e ostile. La sera saliva dal fiume una nebbia gelata, e giorno e  notte non c’era un momento in cui mi scaldassi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le dita congelate della mani e dei piedi dolevano per il dolore lancinante. La pelle rosa vivo delle dita restava tale e si ulcerava facilmente. Tenevo le dita sempre bendate con certi stracci sporchi per preservarle se non dall’infezione almeno da nuove lesioni, e alleviarne il dolore. Non c’era invece rimedio efficace al pus che stillava da entrambi gli alluci, e al pus non c’era fine.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci svegliavano battendo su un pezzo di rotaia e allo stesso modo ci facevano rientrare dal lavoro. Dopo avere mangiato, mi coricavo immediatamente sul pancaccio, naturalmente senza svestirmi, e mi addormentavo. La tenda nella quale vivevo e dormivo  la vedevo come attraverso una nebbia: da qualche parte persone che si muovevano, lo scoppio di una lite, una sequela di ingiurie oscene, un azzuffarsi, poi, improvviso, calava il silenzio prima di una mossa pericolosa. Le zuffe si chetavano rapidamente, per conto loro, non c’era da trattenere o separare alcuno, semplicemente i motori della lite si spegnevano e subentrava la gelida alma notturna con il suo cielo pallido e alto intravisto dai buchi del soffitto di tela, e insieme il ronfare, sbuffare, gemere, tossire, il bestemmiare incosciente dei dormienti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una notte mi resi conto che io udivo quel gemere e sbuffare. Fu una sensazione improvvisa, come una illuminazione.. e non ne fui rallegrato. Più tardi, ricordando quel momento di stupore, compresi che la mia necessità di sonno, di oblio, di incoscienza si era attenuata: mi ero già saziato di sonno, come diceva Moisej Moiseevic Kuznecov, il nostro fabbro, mastro ferraio e maestro di saggezza.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si manifestò un persistente dolore muscolare. Che muscoli potessi avere a quei tempi non so, ma il dolore c’era, mi irritava e non mi consentiva di astrarmi dal corpo. Poi fece la sua comparsa qualcosa di diverso dalla rabbia e dal rancore suo compagno.  Era l’indifferenza, la temerarietà. Capii che per me non c’era indifferenza, la temerarietà. Capii che per me era indifferente che mi picchiassero o meno, che mi dessero il pranzo e la razione, o che non me lo dessero affatto. E benché alla prospezione, una trasferta senza scorta, non mi picchiassero – picchiavano solo ai giacimenti – io, ricordando la cava dell’oro, misuravo il mio coraggio con il metro di allora. Grazie a questa indifferenza, a questa temerarietà, venne in qualche modo gettato un ponticello che mi allontanava dalla morte. La consapevolezza che qui non mi avrebbero picchiato, perché non picchiavano né prevedibilmente lo avrebbero mai fatto, generava nuove forze e nuovi sentimenti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo l’indifferenza, la paura, una paura comunque non molto forte, il timore che mi togliessero quella vita di salvezza, quel lavoro salvifico al bollitore, il cielo alto e freddo, e il persistente dolore ai muscoli sfibrati. Capii che avevo paura di dover partire per tornare al giacimento. Avevo paura, punto e basta. Nel corso di tutta la mia vita mi ero accontentato del bene senza cercare il meglio. Giorno dopo giorno la carne mi ricresceva sule ossa. Poi venne il turno di un secondo sentimento, e si chiamava invidia. Invidiavo i miei compagni morti, le persone che erano scomparse nel ’38. Invidiavo anche i vivi, i miei vicini, intenti a masticare, i vicini che si accendevano qualcosa da fumare. Non invidiavo il capo spedizione, il capocantiere, il caposquadra; quello era un altro mondo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’amore non mi tornò. Ah, com’è distante l’amore dall’invidia, dalla paura, dalla rabbia. Quanto poco bisogno ne hanno gli uomini. L’amore sopraggiunge soltanto quando tutti gli altri sentimenti sono tornati. Arriva per ultimo, ritorna per ultimo, ma ritorna poi davvero?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E tuttavia, l’indifferenza, l’invidia e la paura non erano i soli testimoni del mio ritorno alla vita. Prima che per gli uomini, mi era tornata la compassione per gli animali.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poiché ero tra tutti il più debole in quel mondo di pozzi e scavi di prospezione, lavoravo con il topografo – gli andavo dietro portando l’asta e il teodolite. Talvolta, però, per fare più in fretta, il topo grafo si faceva passare la cinghia del teodolite dietro la schiena e a me toccava soltanto l’asta, leggerissima e ricoperta di cifre. Il topografo era un detenuto. Per farsi coraggio – d’estate c’erano molti fuggiaschi in giro per la tajga – si portava dietro un fucile da caccia di piccolo calibro che era riuscito a farsi dare dai suoi superiori. Ma il fucile ci era solo d’intralcio, e non solo perché era un oggetto inutile nel nostro difficoltoso procedere. Ci eravamo seduti a riposare in una radura e il topografo, giocherellando con il fucile, lo puntò contro un ciuffolotto delle pinete il quale si era avvicinato in volo per vedere il pericolo più da vicino e sventarlo. Sacrificando, se necessario la vita. La sua femmina doveva essere alla cova nelle vicinanze:  non c’era altra spiegazione al folle coraggio dell’uccello. Il topografo si appoggiò il fucile alla spalla e io spostai la canna.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-          Metti via il fucile!</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-          Ma che ti prende? Sei impazzito?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-          Lascia stare quell’uccello e basta.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-          Farò rapporto al capo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-          Ma và un po’ al diavolo, tu e il tuo capo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma il topografo non aveva voglia di litigare e non disse niente al capo. E io capii che qualcosa di importante era tornato a me.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da molti anni non vedevo né giornali né libri e ormai mi ero abituato a non rimpiangerne la mancanza. I miei cinquanta compagni di tenda, di quella tenda di lacera tela catramata, erano tutti nella stessa condizione: nella nostra baracca non si era mai visto un solo giornale, un solo libro. Le autorità superiori – il responsabile dei lavori, il capo della prospezione e il caposquadra – quando scendevano nel nostro mondo non portavano libri.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mia lingua, la rozza lingua dei giacimenti, era povera, povera quanto i sentimenti che continuavano a vivere vicino alle ossa. Alzata, adunata, appello, smistamento ai posti di lavoro, pranzo, fine del lavoro, ritirata, cittadino capo, mi permetta di rivolgerle la parola, badile, trivella, piccone, fuori fa freddo, pioggia, minestra fredda, minestra calda, pane, razione, lasciamene un tiro: da anni me la cavavo con una ventina di parole. E per metà erano imprecazioni. Quand’ero giovane, o frose bambino, circolava l’aneddoto di un russo che riusciva a raccontare un viaggio all’estero ricorrendo a una sola parola pronunciata con differenti  intonazioni. La ricchezza delle imprecazioni russe, la loro inesauribile capacità oltraggiosa non mi si rivelarono tuttavia nell’infanzia, e neppure nella giovinezza. Da queste parti l’aneddoto del russo è roba da educande. Ma io non cercavo altre parole. Ero felice di non dover cercare chissà quali altre parole. Neanche sapevo più se esistessero. Non ero in grado di rispondere all’interrogativo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi spaventai, rimasi sbalordito quando nel mio cervello, sì, proprio qui – lo ricordo con chiarezza – sotto l’osso parietale destro, nacque una parola del tutto inadatta alla tajga, una parola che in un primo momento io stesso non capii, altro che i miei compagni. Gridai questa parola dopo essermi alzato in piedi sul pancaccio, rivolgendomi al cielo, all’infinito:</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-          Sentenza! Sentenza!</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E scoppiai a ridere.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-          Sentenza!- urlavo direttamente al cielo del Nord, alla sua doppia aurora, urlavo senza ancora</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>comprendere il significato di quel termine che mi era nato dentro. E se quella parola era ritornata, se era stata di nuovo ritrovata, tanto meglio, tanto meglio! Una gioia immensa colmava tutto il mio essere.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-          Sentenza!</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-          Ma guarda che suonato!</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-          E’ proprio suonato! Cos’è, sei uno straniero? – mi chiese con sarcasmo l’ingegnere           </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Minerario Vronski, proprio lui, il famoso &lt;&lt;Tre bricioli&gt;&gt;.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-          Vronskij, dammi da fumare.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-          No, non ho tabacco.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-          Dài, almeno tre bricioli.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-          Tre bricioli? Prego.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E con l’unghia cavava dalla borsa, gonfia di machorka, i tre bricioli del tabacco.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&lt;&lt;Uno straniero?&gt;&gt; &#8211; Domanda capace di trasferire il nostro destino nel mondo delle provocazioni e delle denunce, delle indagini istruttorie e dei supplementi di pena.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma non me ne importava proprio niente delle domande provocatorie di Vronskij. La mia scoperta era assolutamente enorme.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-          Sentenza!</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>-          Che suonato!</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La rabbia era l’ultimo sentimento, quello con il quale l’uomo sparivo nel nulla, nel mondo inanimato. Ma quel mondo è davvero inanimato? Perfino un sasso non mi è mai sembrato veramente inanimato, per non parlare dell’erba, degli alberi, del fiume. Il fiume non è soltanto l’incarnazione della vita, il simbolo della vita, ma è la vita stessa. Il suo perpetuo movimento, l’incessante mormorio, il suo chiacchiericcio, per così dire, quel suo agire che forza l’acqua a scendere  la corrente sfidando steppe e praterie. Il fiume, che quando il sole prosciuga e scopre il suo solito corso, ne prende uno nuovo e si insinua in qualche parte tra i sassi, filo d’acqua visibile appena, in obbedienza al proprio eterno dovere, ruscelletto che non spera più nell’aiuto del cielo, nella salvifica pioggia. Ma basta un temporale, basta un rovescio e già il fiume si trova nuove sponde, frange le rupi, schianta le piante e s’avventa con furia giù per la via che in eterno è la sua…</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sentenza! Non mi fidavo di me stesso, temevo che addormentandomi questa parola tornata a me si dileguasse nottetempo. Ma la parola non si dileguò.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sentenza. Sia questo il nuovo nome del piccolo fiume accanto al quale sorgeva il nostro accampamento, la nostra komandirovka &lt;&lt;Rio-rita&gt;&gt;. Forse che &lt;&lt;Rio-rita&gt;&gt; è meglio di &lt;&lt;Sentenza&gt;&gt;? Il cattivo gusto del cartografo padrone della terra aveva introdotto Rio-rita nelle carte del mondo. E non c’era rimedio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sentenza. In quella parola suonava qualcosa si romano, di forte, di latino. L’antica Roma era, per la mi infanzia, la storia di lotte politiche, di guerre tra uomini, mentre l’antica Grecia era il regno delle arti. Nonostante ci fossero stati uomini politici e assassini anche nell’antica Grecia, e non pochi artisti nell’antica Roma. Ma la mia infanzia aveva radicalizzato, semplificato, ristretto e separato due mondi tanto diversi. Sentenza era una parola latina. Passò una settimana senza che riuscissi a capirne il significato. La sussurravo in continuazione, gridandola all’improvviso, con grande spavento e spasso dei miei compagni. Esigevo, dal mondo e dal cielo, una soluzione dell’enigma, uno scioglimento, una traduzione… E in capo a una settimana capii, e tremai per la gioia e per lo spavento. Spavento perché temevo il ritorno in quel mondo al quale non potevo tornare. Gioia perché vedevo che la vita tornava a me malgrado la mia stessa volontà.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Trascorsero molti giorni prima che imparassi a richiamare dalle profondità del mio cervello sempre nuove parole, parole diverse, una dopo l’altra. Ogni parola ritornava a fatica, ogni parola emergeva all’improvviso, per conto suo. Non era un flusso di pensieri  e parole. Ognuna di essere tornava solitaria, senza la scorta di altre parole conosciute, e nasceva prima dalla lingua che dal cervello.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E poi venne quel giorno in cui noi tutti, cinquanta operai, smettemmo di lavorare e corremmo verso l’accampamento, al fiume, uscendo fuori dai pozzi, dagli scavi, lasciando alberi segati a metà o la minestra che cuoceva sul fuoco. Erano tutti più veloci di me, ma ce la feci anch’io ad arrivare in tempo, aiutandomi con le mani per scendere rapidamente la china.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da Magadan era tornato il capo. Una giornata limpida, calda, secca. Sull’enorme ceppo di larice all’entrata della tenda c’era un grammofono. Il grammofono suonava coprendo il fruscio della puntina, suonava un pezzo di musica sinfonica.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E tutti si accalcavano intorno al ceppo – assassini e ladri di cavalli, malavitosi e non, &lt;&lt;caporali&gt;&gt; e &lt;&lt;sgobboni&gt;&gt;. C’era anche il capo, in disparte. Dall’espressione del suo volto sembrava quasi che quella musica l’avesse scritta lui, per noi, per la nostra komandirovka sperduta in quell’angolo di tajga. Il disco di gommalacca girava e sibilava, e girava anche il ceppo con i suoi trecento anelli, come una molla compressa, avvolta strettamente nei suoi trecento anni…</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
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		<title>Qualcuno verrà&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 13:41:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Duncan</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ispirazione]]></category>
		<category><![CDATA[Simbolo]]></category>
		<category><![CDATA[autismo]]></category>
		<category><![CDATA[bambino]]></category>
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		<description><![CDATA[  Qualcuno viene a raccoglierti quando sei perso e la tua anima è seppellita dentro dentro, in cunicoli oscuri e densi.. Qualcuno viene a tirarti fuori. Orfeo non è mai morto&#8230;. Qualcuno ha teso la mano, sciamana in incognito, muovi le mani e le braccia, e pronunci le parole&#8230; hai teso la mano e un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><a name="msg_8cdad350c82acd66"><img class="aligncenter size-large wp-image-698" title="mano tesa" src="http://www.bornagain.it/wp/wp-content/uploads/2010/01/mano-tesa-673x1024.jpg" alt="mano tesa" width="673" height="1024" /></a></div>
<div style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff0000;"> </span></strong></div>
<div style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff0000;">Qualcuno viene a raccoglierti quando sei perso e la tua anima è<br />
seppellita dentro dentro, in cunicoli oscuri e densi..<br />
Qualcuno viene a tirarti fuori. Orfeo non è mai morto&#8230;.<br />
Qualcuno ha teso la mano, sciamana in incognito, muovi le mani e le<br />
braccia, e pronunci le parole&#8230; hai teso la mano e un bambino si è<br />
salvato da una lenta discesa in un autismo assordante, da un calvario<br />
infinito di psichatri, parcelle, istituti, e pillole.<br />
Hai dato il tuo tempo, la pazienza che non molla,.. chi è quel<br />
bambino?.. pronuncia il suo nome?&#8230;<br />
Qualcuno viene a salvarti dal buio.. l&#8217;amore ti cinge&#8230;<br />
mostrami la Strada, liberami dal male.. la tua musica scacci le<br />
ombre&#8230;<br />
allontana i demoni&#8230;<br />
Un bambino è vivo in questo grande e strano mondo..<br />
Qualcuno viene e l&#8217;amore ti cinge&#8230;<br />
</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;­&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<br />
LA STORIA DI ROBERT</strong>
</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gloria Steinem</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Verso la fine degli anni Sessanta mi occupavo di un bambinetto che veniva ogni giorno alla scuola materna di un popolare quartiere del West Side di New York, che a quel tempo stava mutando rapidamente la propria fisionomia. Era un bambino serio, con due grandi occhi neri molto espressivi, che non prendeva mai parte ai giochi dei compagni.<br />
Il più delle volte si limitava a osservarli a distanza, da un angolino. Quando aveva in mano dei giocattoli, li maneggiava con una<br />
sorta di timoroso  rispetto, quasi ci fosse più vita in quelli che in lui. A quanto se ne sapeva quel bambino di quattro anni non aveva mai detto una parola.</strong>
</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ogni mattino Dorothy Pitman Hughes, la donna del quartiere che aveva messo in piedi quell&#8217;avanzatissima scuola materna, rubava qualche minuto agli impegni della sua giornata e lo conduceva per mano in un angolo della stanza, davanti a uno specchio che occupava tutta la parete. Inginocchiandosi accanto a lui in modo che i suoi occhi fossero alla stessa altezza di quelli della piccola immagine riflessa nello specchio, intonava ogni volta una dolce litania, &lt;&lt;Guarda che bel faccino. Non è bellissimo? Lo sai che non c&#8217;è un&#8217;altra faccia uguale, in tutto il mondo?&#8230; E adesso alza la mano, e guarda che meraviglia è. Quelle dita possono allacciare le scarpe, possono disegnare, possono fare cose che nessun altro al mondo sarebbe capace di fare&#8230; E lo vedi come sono forti, queste gambe? Sanno correre, ballare e saltare per questo piccolo bambino&#8230; I suoi genitori gli vogliono tanto bene, io gli voglio tanto bene, e i bambini qui sono tutti felici di giocare con lui&#8230;  poi guarda quegli occhi. C&#8217;è una persona molto speciale che guarda da dentro quegli occhi, una persona che sa cose che nessun altro può sapere&#8230;&gt;&gt;</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In un primo momento parve che quel rituale, pazientemente ripetuto ogni mattina, non avesse nessun effetto. Docile e obbediente come suo solito, a ogni richiesta il bambino alzava ora la mano, ora la gamba, ma i suoi occhi non perdevano lo sguardo vago e distante di sempre. Passavano le settimane, e non si manifestava il minimo accenno di cambiamento.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poi, un pomeriggio che Dorothy era stata così presa dal lavoro nella scuola che il momento del rituale sembrava non giungere mai, il bambino le tirò un lembo della gonna e la condusse davanti allo specchio. Era la prima volta che Robert esprimeva un&#8217;esigenza diversa da quella d&#8217; avere del cibo o di soddisfare i bisogni più elementari. Nei giorni successivi il bambino incominciò a prendere l&#8217;iniziativa del rituale, alzando la mano, poi il piede e infine il ginocchio, quasi volesse accertarsi che tutte le parti del suo corpo erano ancora lì, in perfetto stato. Quando ne ebbe conferma per l&#8217;ennesima votla, sorrise senza che gli venisse chiesto di farlo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poi una mattina, nel bel mezzo della litania di Dorothy, puntò il dito sul petto, vicino al cuore, e disse: &lt;&lt;Io?&gt;&gt;.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&lt;&lt;Io&gt;&gt; confermò Dorothy. Poi gli chiese di dire il suo nome.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&lt;&lt;Io&#8230; Robert&gt;&gt; rispose lui. Le prime parole che gli avessero mai sentito pronunciare.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ai compagni, uno per uno, ripetè il suo nome, come per accertarsi di esistere anche ai loro occhi. Via via che gli altri bambini gli<br />
rispondevano dicendo il proprio nome, oppure chiedendogli di giocare, o magari dicendo anche un semplice ciao, Robert si rincuorava sempre più. Come un tempo dalla quieta osservazione degli altri bambini era giunto a convincersi della propria inesistenza, così ora compiva a ritroso lo stesso percorso, partendo dal proprio nome per arrivare ad aprirsi sempre più, tanto con i compagni di scuola quanto con gli adulti, fino a raggiungere un livello effettivo di comunicazione. A ogni conquista di un pezzetto di realtà il suo viso si illuminava di gioia.</strong>
</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A poco a poco Robert divenne attivo e vivace come tutti gli altri bambini della scuola materna e forse anche di più, visto che aveva molti arretrati da recuperare.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora che questo bambino ha più di vent&#8217;anni, mi dicono che dopo essersi sposato è andato ad abitare in un posto lontano da New York e ha una figlia e un figlio. Grazie a Dorothy, che aveva compreso tutta la ricchezza delle emozioni e dei pensieri di un bambino di quattro anni, altri due  bambini potranno essere coscienti dell&#8217;unicità irripetibile e preziosa del loro essere.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>(&#8230;)</strong></p>
</div>
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