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Paolo Scarfone, creazione della carta e “lento processo e materia”
by Duncan on nov.06, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo

Lui e le sue visioni.
Lui è le sue visioni.
Si tratta di Paolo Scarfone, che per la cronaca familiare è mio cugino. Ma questo non c’entra niente.
Io dò peso alle cose solo per la loro profonda realtà dinamica ed esistenziale, non per i legami di sangue o di parentela, o per la pura amicizia. Posso sentirmi legato a un parente, e volere bene a un amico.
Ma il Valore si apprezza solo se.. riscontri il Valore.
Se lo proclami pure in colui che non ce l’ha solo in virtà del vostro legame parentale o amichevole, stai tradendo la sua fiducia in te e prostituendo la parola.
Quindi io dedico questa nota a Paolo Scarfone.. e vi parlo della innovativa mostra che sta ponen do in essere perchè credo nel Valore Artistico che lui porta con sé e nell’innovatività e potenza material-comunicativa di questa mostra.
Potrei stare ore a parlare di Paolo. Non lo farò. Trasmetterebbe una idea di sovrabbondanza, che neanche lui gradirebbe in questo momento di esplorazione dell’esistenza,e di ricerca dell’essenzialità. E poi metterebbe in secondo piano la mostra collettiva che, insieme ad altri tre suoi amici, sta tenendo a Firenze. e che si terrà fino al sette.
Intanto vi mostro il suo Blog. Lo vedrete anche. Lui è il ragazzo rasato, con vaga barbetta, occhiali, e camicia rossa.
Ha poco più di venti anni, ma credo che sia uno dei più vivaci , appassionati e orignali talanti emersi in questo decennio.
Voi vedrete “solo” la carta.. e il suo modo di trattarla.. e comporla..
E quel “solo” già contiene mondi. Ma Paolo viene da un percorso, che lo ha portato a sprimentare ampiamente disegno, pittura e scultura… la lavorazione della carta e ilc reare tramite essa è un approdo di un percorso che ha avuto dei precedenti e che avrà delle continuazioni..
Perchè cosa mi piace da morire in questa mostra che l’epifenomeno di un progetto e di una pratica sottostante.
La CREAZIONE della carta.
Paolo e i suoi “alleati”.. creano la carta.
Si sono impadroniti delle tecniche per generare direttaemnte loro la carta, partendo dal materiale originario, dalla fonte naturale.
E la creano in tante gradazioni e forme differenti. Infinite variabili, dove la fantasia e la passione… arrivano a interagire col supporto stesso. Solitamente si immagina l’artista che agisce su materiali già dati. Loro creano lo stesso materiale.. e la carta che crei tu ti dà un’emozione che credo sia difficile da descrivere.
Senti ancora di più tua l’opera… magari disegni su quella carta.. o la rinnovi di senso componendola in collage e mosaici imprevidibili o in rinnovate narrazioni… e la storia e la materia si fondono.
Io ricordo la prima volta ch Paolo mi parlò della carta..della sua creazione. Lo vedevo con gli occhi appassionati a descrivermi tutto il processo di lavorazione… il mondo in cui il materiale ogirinario si decomponeva e si ricomponeva.. le mille combinazioni. E poi prendeva quella carta in mano e la sfiorrava con una tale delicatezza, che è propria solo dell’amante. La presi anche io quella carta è captai almeno un frammento di ciò che lui provava…
Era la “sua” carta, era l’arte che si fonde nell’artigianato, il mettere mano alla materia.. il godere con le mani.. il diventare, attraverso un atto non solo materiale, ma simbolico, artefice di se stesso.
Toccando qu ei fogli, ruvidi, aspri, colorati, soffici.. notavo con quanta cura li tenevo in mano.. e con quanta frettolosità invece uso solitamente i fogli bianchi sui quali ho scritto e scrivo. Sì.. li ho sempre trattati come pura materia..
Con Paolo ho sentito come la materia prende vita, come puoi arrivare a sentirla tua.
E ora parliamo della mostra.
Innanzitutto vi mostro il Blog… dove si parla anche di questo evento.
“Lento processo e materia” è il nome della mostra. Attualmente in corso, si concluderà il 7 novembre. Il contesto è quello della facoltà di architettura. a Valle Giulia, Roma.. nella sala Petruccioli.
Oltre a Paolo… a darle vita ci saranno Ruggero Baragliu e Maria Luna Storti.
La mostra è a cura di Emanuele Meschini.
http://scarfone-paolo.blogspot.com/
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Per tutti i 15 giorni di durata della mostra (compresi quelli già trascorsi) ci saranno tre ore al giorno di “performance”.. ovvero la carta verrà prodtto in diretta.
E ogni giorno ci sarà una diretta in streaming… dalle 14 alle 17 sul link http://www.ustream.tv/channel/processoemateria
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Inoltre vi saranno discussioni e incontri.
Alla fine di questo mio pezzo, inserisco una breve presentazione della mostra fatta dallo stesso Paolo.
Credo davvero sia una mostra che meriti di essere vista.
Ma questa nota è molto più di un invito..
E’ un piccolo omaggio alla passione che ancora l’arte sa creare,
alla spinta che da vita alla materia.. non più vista come aggregato inanimato..
e… un omaggio… a chi sa farsi ancora possedere dal Daimon,
Salutamos Paolo
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allora: 15 giorni di mostra, 3 ore al giorno di “performance”: per performance si intende “produzione della carta” dalla cellulosa grezza al foglio finito. produciamo gli strumenti per farla e carta che ha la dignità di esistere in quanto opera d’arte e non solo come supporto. trattiamo la carta come si può trattare la pittura e la scultura ( perchè in realtà è ambedue le cose). le nostre performance sono dalle 14:00 alle 17:30 ma la mostra è visitabile dalle 9:00 alle 20:00.(il sabato dalle 9:00 alle 13:00.
Inoltre abbiamo aperto un canale streaming del progetto, nella quale sarà possibile vederci in diretta on-line dalle 14 alle 17 sul link http://www.ustream.tv/channel/processoemateria
(al link che ti ho scritto si può accedere anche andando alla pagina iniziale di “ustream” (anche entrandoci da google) e cercare nella barra “processoemateria”)
abbiamo 3 patrocini: Museo della carta di Pescia, Istituto di cultura Giapponese in Italia e Accademia della Romania in Italia.
abbiamo 3 incontri:
il 2 novembre Nobushige Akiama (uno dei più grandi maestri giapponesi della carta in Italia) porterà il suo studio all’interno del nostro spazio espositivo e darà una dimostrazione delle sue tecniche
il 4 novembre porteremo un docente della facoltà di filosofia di Roma per fare una conferenza sul critico Artur Danto
il 7 l’accademia della Romania ci manderà uno studioso dello scrittore e filosofo franco-rumeno Emile Cioran alla quale noi dedicheremo delle opere.
ognuno di noi interpreta la carta in modo diverso, io mi definisco in uno stile “narrativo”: ALL’INTERNO delle mie carte e non sopra, inserisco degli scritti che certificano la “memoria” della carta, un peso metaforico, concettuale. l’esposizione a Valle Giulia che stiamo facendo è una sorta di “esistere al mondo” criptato dalle stesse frasi che mi danno vita: sono frasi frammentate, offuscate da grumi di carta più spessi in alcune parti del foglio, velature nere su bianco, il mio scrivere NEL foglio mentre questo è “fresco” (prima che sia pronto), rende un atto presente trasformato in passato non appena possibile sia la fruizione dell’opera. da contrapporre a queste carte pesanti di concetto, vi sono le sculture voluminose e VUOTE dentro, formate col mio corpo, sorte di calchi. in questo caso non firma l’opera chi fuori dalla scultura applica il gesso bensì chi dentro la scultura ne determina la forma, una volta asciutto il gesso mi sottraggo dalla forma che ricorda la mia presenza nel passato e non può che lasciare solo il vuoto. la mia installazione per questa mostra si chiama “D’IO: UNO E TRINO”, la scena si dispiega al centro: io che faccio carta e ai lati due sculture che portano la forma del mio corpo nell’atto creativo passato, la traduzione del titolo potrebbe essere: “di me uno, nessuno e centomila” volendo richiamare Piarandello. in mezzo a questo triangolo di “me” si estende in mio dire, la parte meno vuota di me, la parte meno data da una posa o da un volume: le carte….la loro disposizione è ossessiva, come la mente, come il pensare, come l’affollarsi involontario di parole in mente. è una scansione tra il vuoto della massa e il peso delle idee.
all’inizio abbiamo scelto di rendere lo spazio semi-vuoto e di riepirlo con le opere che creavamo in loco, così si evade dall’idea standard di museo o galleria: lo spazio espositivo è il “cantiere” di un sentire nato dall’estro e finalizzato nel lavoro, perchè fare l’artista, è un lavoro…come il falegname o il muratore, con la differenza che l’artista svela ciò che prima non si vedeva in noi….
Dialogo tra un ergastolano e un professore di filosofia (ventitreesimo scambio)
by Duncan on dic.09, 2010, under Controinformazione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Su un blog dedicato agli ergastolani -che io e alcuni amici abbiamo creato e amministriamo- (http://urladalsilenzio.wordpress.com/) è da tempo in corso un magnifico e potente Dialogo tra Carmelo Musumeci, figura simbolo tra gli ergastolani, persona dal profondissimo e radicale percorso, uomo generoso e vulcanico, e autore di moltissimi testi, articoli, racconti, e anche due libri.. e il professore Giuseppe Ferraro, non “semplicemente” un professore di filosofia, ma un Filosofo e un Umanista.. nella accezzione più degna che hanno queste parole.
Ci sarebbe tanto da dire su questo grande Dialogo, da tempo in corso tra di loro, e giunto adesso alla 23sima “puntata”. Ma ritornerò su di esso in qualche altro post, e riporterò altri brani. Questa volta voglio condividere anche con i naviganti che giungono nelle Terre di Born Again, proprio l’ultimissimo momento di questo Grande Dialogo.
Vale proprio la pena leggerlo..
Salutamos Compagneros
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Giuseppe caro,
ho ricevuto la tua lettera.
Ho sentito il tuo cuore amareggiato.
L’ho sentito come se fosse il mio.
Ho immaginato quello che provi quando vedi la sofferenza e l’ingiustizia sociale intorno a te.
Non si può mai essere del tutto felice quando non lo sono tutti.
Io non ci riesco!
Ho sentito la tua frustrazione.
Non ti nascondo che ci sono dei momenti che non riesco ad essere forte neppure io.
Ci sono dei momenti che desidererei essere più debole di quello che sono per farla finita di aspettare un futuro che non avrò mai.
Ci sono dei momenti che mi sento una foglia strappata alla vita e gettata in un angolo all’ombra del mondo, fra cemento armato e ferro.
Giuseppe conosco molto bene il tuo dolore.
Lo so!
Il dolore che vedi negli occhi degli altri uomini fa sempre più male del proprio dolore.
Tutte le mattine quando mi aprono il blindato lo vedo negli occhi di quell’uomo che mi è di fronte.
Un ergastolano anziano ammalato di un brutto male che cerca il mio sorriso come se fosse la cosa più importante della sua vita.
L’amore ci fa diventare migliori e purtroppo in carcere manca proprio quello.
Nessuno ama e pensa a quest’uomo.
Lo vedo sempre steso sulla branda a fissare il vuoto.
In questi giorni non gli ho sorriso perché il mio blindato è rimasto spesso accostato.
In questi giorni sono stato male, niente di grave, un semplice attacco di sciatica.
In questi giorni mi sono accorto che non sono più forte come prima.
In questi giorni mi sono accorto che l’Assassino dei Sogni prima s’è preso il mio corpo, poi la mia vita, ora la mia salute.
A volte penso di essere fortunato, io ho qualcuno cui pensare, molti non hanno nessuno.
Si, è così!
Solo chi dice di essere cattivo sa che cosa è essere buono.
Domani, anche se non starò bene, quando apriranno il blindato lo spalancherò e donerò a quest’uomo il mio sorriso come se lo donassi a te.
Te lo prometto!
Nella tua lettera di oggi ho sentito il tuo cuore amareggiato.
Non posso lasciarti con tristezza almeno questa volta.
Domenica ho parlato al telefono con la mia compagna.
Sabato vengono a trovarmi.
Sono felice.
Da Modena mia figlia mi vuole portare le ciliegie.
Mi ha detto che sono buone e dolci.
Dall’altra parte del telefono ho sorriso.
Non ho bisogno delle ciliegie.
Ho solo bisogno di abbracciare e di baciare lei.
Per cinque anni l’Assassino dei Sogni non me l’ha fatta toccare.
Ed ho sempre una paura infantile che lo potrà fare di nuovo.
I figli sono il nostro universo e non si può vivere senza abbracciare l’universo.
Giuseppe non essere amareggiato.
Quando s’è amareggiati, si ha poca energia.
L’energia è amore.
Io ho bisogno del tuo amore, come ne ha bisogno l’ergastolano anziano e ammalato di fronte la mia cella e gli operai disoccupati del nostro sud.
Abbiamo bisogno del tuo amore, come te del nostro.
Ti manderò un po’ del mio amore sabato quando abbraccerò la mia compagna e i miei figli affinché tu non ti senta in mare aperto senza né terra, né barca.
E quando abbraccerò Nadia lo farò anche per te.
La sua fede e il suo amore per questo mondo è grande e ne darà un po’ anche a te.
Giuseppe, non essere amareggiato, il mio cuore lo sente, il mio cuore sente il tuo.
Ti voglio bene.
Carmelo
2 giugno 2010
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Ti scrivo. In silenzio. Come si scrive. Sotto dettatura di una voce che s’intreccia ad altre. Ti scrivo, come sempre ci si trova a scrivere, sottovoci. Non accade sempre. Solo quando si scrive sentendosi accanto a chi si scrive. E’ come un rivolgersi dentro se stessi dove si ospita chi si pensa con affetto e che ti ospita nei suoi pensieri.
C’è quell’espediente in cinematografia, lo ricordavo l’altra volta, lo ripeto, mi colpisce. Quando qualcuno legge una lettera è la voce di chi gli ha scritto che si sente leggere. Scrivo, sento la mia voce che mi detta le parole, a una a una, cercandone le lettere sulla tastiera. Le detta per non perderle, guardando i tasti. Quando si scrive, si sente la propria voce che detta le parole. La propria? non proprio. Sento la tua voce, a scrivere c’è come una traslocazione d’intimità, ci si porta in un luogo senza luogo. Vedo il tuo sorriso, quando ti scrivo, avverto la tua ansia, penso “ai” tuoi pensieri, immagino “a” quel che immagini, guardo “al” muro che guardi, lo vedi all’improvviso quando non sei più stanco ed esci dal rifugio dei pensieri. Quando sei stanco di essere stanco il muro alza pareti. Strano. La stanchezza aiuta certe volte. Quando sei stanco l’immaginazione prende il posto dei sensi. La stanchezza aiuta. Libera, no, distrae. Deriva. Derotaia. Delira. Ci fa addormentare, dopo che nella testa si placa il turbinio della corsa in stanza dei pensieri insistenti.
Noi non amiamo la stanchezza. Siamo di quelli che non si stancano mai. Non siamo mai stanchi. Quando però ci arriva la stanchezza, si placa anche la violenza della rabbia. La usiamo e ci usa. Mette un freno, rallenta il passo che siamo pronti ad accelerare appena dopo. Chi vive la depressione si mette in uno stato di stanchezza persistente. Lo sappiamo. In carcere diventa una sorta di perdita di vita, come una perdita d’acqua alla fontana. E’ terribile quello che scrivo e che penso. No. Bisogna riprendersi ogni volta dalla stanchezza che porta alla depressione e alla follia, bisogna trovare la stanchezza del giusto. Quella che prende dopo un giorno lungo di lavoro, su se stessi. Bisogna lavorare su se stessi.
Bisogna pensare anche a un diritto alla stanchezza giusta. Ne ho sofferto maledettamente quel giorno. Ritornavo dai miei incontri. Ero stato a Bellizzi. Avevo la testa piena di voci e volti. Era stato un incontro intenso. Lo è sempre. Arrivai a casa, stanco. E questo pensai, che là avevo lasciato persone che non avevano il diritto di essere stanchi, di abbandonarsi alla stanchezza. La libertà pensai è il diritto a sentirsi stanchi e andare coi pensieri dove vogliano. E’ anche questa. Il diritto di essere stanchi. Ingiusta è la stanchezza che non libera della fatica. Quanto sono felice di vederti, anche adesso che ti scrivo. Quanto sono stato felice di vederti la prima volta. Uno che non si stanca, no, uno che non si lascia stancare. Offre il suo sorriso per la sola gioia di esistere e vedere e sentire la vicinanza. Viverla.
Tu non immagini quanta forza infondi, quanto vita effondi, quanta gioia diffondi. Grazie del “Giuseppe caro”, mi arriva come una carezza, su una stanchezza, l’avrai capito, che non è giusta. E’ questo il punto.
Tu dici l’assassino dei sogni, ma quanti sogni gli stai buttando in faccia, addosso, ai piedi, quante ferite stai procurando all’incubo con i tuoi sogni di sorriso. Esci dal blindato incroci lo sguardo della sofferenza e apri il tuo sorriso come braccia per sostenere chi sta soffrendo in quel momento. Quel che mi scrivi mi porta al tuo fianco. Mi porti in giro tra blindati e corridoi. C’è chi soffre, è malato, ed è terribile ammalarsi senza cari. Gli sorridi. Solo chi soffre sa non fare soffrire. Solo chi conosce la sofferenza sa della gioia. Sorridi a chi non resiste e sente di varcare l’ultima soglia della sopravvivenza.
Davvero è uno stare sopra la vita sopravvivere. Vivere oltre la vita. Un paradosso. Essere in un al di là che è un resto, non un oltre e in più. Un avanzo. Un resto. Quel che avanza della vita a tagliarla, a farla a pezzi. Nuda vita. Sopravvivere è questo stare sopra la vita come se ci si trovasse senza niente altro. Sopravvivere è la vita senz’altro. Senza esistenza. Nemmeno. E’ l’esistenza ridotta, stretta, fatta gabbia della vita. Semplice vita, ma non una vita semplice. Piuttosto vita senza vita. Sopravvivere è stare sopra la vita, non più nella vita, senza viverla.
Non si può essere felici quando non lo sono tutti. E’ cosi, dici bene. Il dolore che vedi negli occhi degli altri uomini fa sempre più male del proprio dolore. Dici benissimo, è così, come scrivi. Il dolore che vedi negli occhi degli altri fa più male del proprio. Ti attivi, sei pronto. Viviamo per dare vita, per dare la vita che abbiamo. Continuo a leggere la tua lettera. E’ come un abbraccio.
Grazie, Carmelo. Non resterò amareggiato. Non posso esserlo se ci sei e se mi scrivi e se ti scrivo e ti penso e se ti sto a fianco. Ti dico “grazie” e mi ritrovo a riflettere che il fine di ogni educare è la grazia. Non il dono, la grazia. L’avere grazia. Come tu hai grazia a scrivermi “Giuseppe caro”, e come sorridi a chi soffre e aspetta il tuo sorriso come un dono. Non come qualcosa. Il dono è quando ci fa dono. Chi dona non dà cosa che possa sapere e calcolare. Chi dona non fa regali. Si dona ciò che non si ha. Si dona il tempo che non si ha. Quel tempo che non si deve, non dovuto, quel che non si deve ad altro, ad altri e che si sottrae a chi lo devi per legame d’amore. Il sorriso che si deve al proprio figlio, alla propria figlia. All’amata. Quel tempo dovuto a chi si ama e che per tale è sacro. Di una relazione sacra perché dovuta senza dovere, non per costrizione, ma per natura, posso anche affermare, per natura, per un legame che non si acquista, ma che ti conquista a essere quel che sei.
Strana deviazione procura il dono. Strano delirio, un uscire fuori dalla lira del campo, fuori del solco. Dare l’avuto non dovuto, il dovere incrocia in strano modo la restituzione e quindi il giusto. La incrocia in strano modo. Donare è dare, ma come a stabilire una relazione d’inegualità. Inequivalente. Senza uguali. Solo dio può donare, mi ripeto sempre. Noi possiamo restituire. Si, certo. Solo dio può donare, può operare per dono, può perdonare.
Noi possiamo restituire. E la giustizia si dà come restituzione. Si fonda in questo modo il Diritto. Fino a quando però il diritto è giusto? Ancora una ragione di tempo, perché di tempo è fatta la relazione, nel tempo si costituisce e si toglie, si distorce e si “raddritta”. Il tempo è la relazione. Fino a quando il giusto può essere “raddrizzare”, quando si compie il diritto? quando deve finire la pena come tempo che ci vuole per ristabilire la relazione? Perché se la pena è rimettere in diritto ci sarà pure un momento in cui il diritto è raggiunto, compiuto? Carmelo, cerco di scrivere cose che appaiono confuse, e lo sono, solo perché richiedono la convergenza di due piani quello personale e quella istituzionale, quello delle regole e delle relazioni. Del testo e della sua lettura, della jus e di chi jus dicet facendosene giudice.
Ripeto: le regole senza relazioni sono vuote, le relazioni senza regole sono cieche, e tuttavia solo le relazioni rendono la regola giusta e solo le relazioni rendono giuste le regole, e le aggiustano. Ancora: le regole sono le persone che le applicano. Le istituzioni sono le persone che le rappresentano. La cosa difficile da comprendere e spiegare è questa: la giustizia nel sua massima applicazione, nel suo raggiungimento è la grazia. La giustizia che si soddisfa del suo diritto è grazia. Io ti ringrazio per quel “Giuseppe caro” che è un gesto di grazia. Così ti ringrazia chi soffrendo cerca il tuo sorriso per alleviare la sua pena. Il tuo sorriso è di grazia. E’ la tua grazia. L’espressione di una forma assoluta, assolta da ogni interesse e causa.
Il bambino è chi non può donare, ed è un dono. Una grazia di dio, si dice anche. Cosa possiamo imparare da dio e da un bambino se non ad avere grazia, nei gesti, nelle parole, nell’essere quel che siamo. Il bambino è presente. Non ricorda, ma non dimentica. Non dimentica perché non ha nulla da ricordare. Vive quel che è dato riconoscere che fa male e che bene, che gli fa bene e che gli fa male. Anche un dio, credo, pensa in questo modo o siamo noi ad aver fatto di un dio il pensiero di un bambino. Assoluto. Presente come presente si dice anche il dono, che reclama nella sua piena espressione la presenza, il presentarsi. Stare qui, per essere, non stando davanti come cosa, ma stando davanti preoccupandosi, avendo cura, stando prima del tempo, avendo cura del tempo che viene. Non essere questo e quello, ma come questo e quello essere grazia, avere grazia, nelle relazioni. Significa avere relazioni non sgraziate, non disgraziate, non rozze o meschine, senza scambio, anche senza regali.
La giustizia è la grazia. La giustizia che dà vita è grazia. Quella che dà morte è senza grazia. Mette in disgrazia. Il fine dell’educazione non è forse quello per cui si dice di una persona educata che si esprime con grazia? Non che si esprime correttamente, quella si chiama istruzione e si dice di chi è istruito. Ho ricevuto la lettera di Salvatore Ercolano. Salutalo per me. Non so quando riuscirò a rispondergli, ma digli che lo tengo in testa. Ed è come leggere di una grazia. Il suo essere come graziato. In realtà non è così. Ha scontato tutto quello che doveva, non è stato graziato, è lui che si è fatto grazia. E’ lui stesso che sente di vivere non per altro che per vivere. Non un sopravvivere di un resto, ma di un assoluto momento.
La grazia è un dono? Solo se ci fa dono. Solo se la propria vita non è dovuta ad altri che non siano i soli ai quali ci lega un tempo sacro. Dovuto, perché da loro abbiamo avuto il tempo che compie il nostro sentire. Il sorriso che tu doni è quello che tu devi alla tua bambina, resterà sempre bambina quanti anni potrà mai avere una figlia. Tu mi doni quel sorriso. Tu doni a me il segreto di quel sorriso, doni a me il suo sorriso, quel che ti fa sorridere come solo tu sai e puoi sorridere di quel tempo sacro della relazione del tuo intimo sentire. Non si sanno queste cose, non hanno sapere. La grazia è quando si è senza sapere di essere. Com’è la grazia dell’artigiano che muove le sue mani operando senza che potrà mai spiegare perché e come si fa quel che sta facendo, lo ha incorporato a tal punto che in quel che opera è se stesso che opera, tocca senza toccare, vede senza vedere, vede di là di ciò che gli sta davanti, tocca altro da quel che tocca, perché sente.
La giustizia è la grazia. Dobbiamo cominciare a parlarne. Dobbiamo cominciare a chiedere grazia per giustizia, non come qualcosa di dovuto o per tempo scaduto, ma perché ci si è fatti grazia. E tu sei grazia. Se ti ringrazio è per tale. Lo sei per tanti. Lo sei per la carezza di tua figlia, per le ciliegie che ti porta, per quel che ti porta nelle ciliegie che ti porta. Bisogna sempre vedere i gesti nelle cose, le relazioni nel tempo, e nelle mani cogliere le somiglianze. A essere giusti bisogna dare grazia. Bisogna avere grazie. E’ difficile, scriverlo è difficile quando ci s’indirizza a chi è recluso. Questa grazia però bisogna apprendere, ovunque.
L’altro giorno un uomo, uno dei disoccupati della mia terra che non mi fanno dormire la notte, mi diceva del pudore, del pudore della vita, dell’apprendere il pudore. Mi parlava del pudore in carcere, dell’apprendere il pudore in carcere. Ci è stato per ventuno anni. Persona educata, compita, accurata, nei gesti. Il pudore e la grazie. Dovremmo cominciare a parlarne. Dovremmo vederci su queste cose a Spoleto. Il pudore e la grazia, perché la giustizia è tra il pudore e la grazia, è avere pudore e dare grazia. Ingiusta è la giustizia che lascia al diritto il testo di regole da applicare senza pudore né grazia nel tempo della relazione.
Ti abbraccio
Giuseppe
19 giugno 2010
Paolo Scarfone.. artista dei senza voce…
by Duncan on gen.03, 2010, under Bellezza, Resistenza umana, Simbolo
Un ragazzo giovanissimo, e già artista. Artista da sempre. Per un altro spazio gestito da me insieme ad altre due meravigliose persone, un blog dedicato ai carcerati ,http://urladalsilenzio.wordpress.com/, ha scelto di creare opere che trasmettino il senso di quella umanità che tende se stessa attraverso le sbarre. Opere ispirate allo spirito del blog, alle vite e alle “urla” di cui esso è testimone e di cui esso è al Servizio. Il MESSAGGIO diventa più potente, venendo implementato e potenziato con un linguaggio che solamente l’arte può dare. E anche grazie all’arte, all’arte vera, all’arte che pensa in grande.. anche grazie ad essa che battaglie, dolori, speranze, pianti, utopie, memorie, idee e valori.. nuovi modi di comprendere e agire.. anche grazie ad essa tutte queste cose possono essere trasmesse ed avere una chance. C’è un genere di “bellezza” tutto particolare. Una bellezza che parla all’anima e sconquassa la mente, come solo l’Arte sa fare. E l’Arte diventa anche un modo per dare valore a tutto ciò che viene dall’Ombra, da Oltre le Mura.. da “l’aldià” come lo chiama Paolo. Un altro modo perché le Urla di tutti coloro che sono esclusi e dimenticati, e quindi anche degli ergastolani,… perché tutte queste Urla siano ancora più forti e potenti. L’artista è un uomo giovanissimo, ma il talento e il Sacro Fuoco li riconosci subito.. e non hai bisogno di segnare gli anni col pallottoliere per dare valore e apprezzare. E’ soprattutto un ragazzo di una sensibilità e profondità emotiva eccezionali.
Il suo nome è Paolo Scarfone. Rigetta una visione minimalista dell’Arte come puro sfogo narcisista di uomini impotenti e autompiaciuti. Non gli appartiene il pensiero debole di chi nelle proprie masturbazioni mentali bofonchia di postmoderno e iperrelativismo e di arte “come processo di mercato”. E’ una persona giovane e innovativa nei mezzi, nelle idee e negli strumenti. Ma con un cuore antico impregnato di valori senza tempo. L’opera lui la vive come parte di sé. Deve credere in essa e in qualche modo partorirla. Ci mette il suo intero corpo, plasmando gesso, muovendo tessuti, mettendoci il fiato. Paolo Scarfone nel tempo farà parlare di sé. Ma al di là dei riconoscimenti che potrà avere è già artista, perché ha l’Arte in sé.. come una febbre nelle mani, come una dimensione del Cuore. L’opera che vedrete, fotografata da tre diverse angolazioni, è la prima di una lunga serie che Paolo creerà per il blog.
Adesso lascio la parola allo stesso Paolo Scarfone. Nel primo pezzo farà un ritratto generale dello spirito delle opere che sta creando e che creerà per il blog. Nel secondo pezzo parlerà della prima opera che oggi vedrete nelle foto… ART 27?.. con il punto interrogativo decisamente voluto. Dopo i suoi testi, ci saranno le foto dell’opera presa da tre angolazioni. Buona visione.. e ancora un grazie a Paolo..
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Buio, luce. Buono, cattivo. Bianco, nero. .. sì, no.. Opposti che nella contemporaneità si abbracciano confondendosi… Le mie opere sono questo: estremi opposti, che si abbracciano fondendosi per un prezioso fine: far “esistere” gli esseri che, da dietro la superficie, implorano attenzione e vita. Gli opposti è facile definirli. Ruota tutto intorno a un punto neutro: la superficie, il piano. Questo devastato da fattori insiti nella magia che crea l’opera. Gli opposti appunto: da un lato la nostra vita di indifferenza, di superiorità, di scettri e corone date in mano al qualunquismo e all’anaffettismo. Noi, artefci dei peggiori misfatti e al contempo severissimi giudici. Noi, lussuriosi spaventati dall’eccesso di sesso. Noi, cuori ciechi di fronte a ginocchia che in terra implorano pietà. Da un lato… dunque… ni guardiani di un varco che teniamo a non aprire, perché al di qua siamo rappresentanti di una elité, perché l’aldilà ci impaurisce, dunque.. non esiste. Dall’altro lato, aldilà del muro deve è appesa l’opera.. una parte del mondo.. di mondi nascosti.. di mondi che fa comodo ignorare per vivere meglio. Mondi non creati da immagini.. ma dalla tridimensionalità dei singoli suoi cittadini. Ognuno li chimi come vuole: anime in pena, dolori, ricordi, ergastolani, barboni, esiliati, esclusi, stranieri. Io con le mie opere apro quel varco, per quanto posso. Ed è lì che ”l’estraneo”, pur non avendo un nome, lineamenti definiti, una vita nota a noi presuntuosi; pur non avendo un carattere individuale.. ESISTE! Egli si distrugge per farlo. Soffoca dall’interno conto la tela, spingendosi il più possibile verso la realtà che non lo riconosce. E più lui si spinge e guadagna centimetri nel nostro spazio, meno i suoi lineamenti sono definibili.. per la migliore tensione della tela.. per la nostra fremente paura che ci impedisce di squarciare la tela e far entrare l’estraneo… Duro riassumere il tutto con parole. A maggior ragione perché siamo fatti di gesti, spesso inconsci. E allora.. per lasciavi trasmettere qualcosa da questi pezzi… immaginate quale deve essere lo stato d’animo che porta i personaggi del mondo delle mie sculture a fare qauei gesti, a contrarsi fino al punto di essere disposti a morire per occupare quei due centimetri in più nello spazio. Due centimetri a cui noi non facciamo nemmeno caso, dal momento che ne abbiamo troppi… Per tentare di capire i miei pezzi, chiedetevi cosa avete davanti, non vedendoli come opere, ma come dossier, come megafoni di uomini che realmente esistono e che senza tele come queste.. voi vi rifiutate di riconoscere.
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ART 27?
Beh, in questo pezzo gli opposti sono palesi. Si presenta un pannello diviso tra il bianco e il nero, banalmente concepibile come il bene e il male, metaforicamente buio e luce.. La parte bianca, la vita, è molto più in fermento, ha una superficie tridimensionale, straziata da giochi sottili di luci e ombre… Ma siamo sicuri che sia una vita felice? Da questa parte bianca, specchio di vita, esce un mana, estemamente e, direi, istericamente, tesa. Una mano testimone di cose orribili. Una mano che cerca una delle nostre per uscire dall’aldilà, luogo di sofferenza e terrore… Piccolo particolare: La mano è in ferro filato… è sensa consistenza, se non per un riconduzione logica della struttura in ferro. Diremmo che è un ammasso di ferro. E’ la mano di qualcuno che ci rifiutiamo di concepire come umano. E’ la mano di uno che non esiste.. perché.. se esistesse.. quanti punti fermi dovremmo scombussolare e rivalutare? Quanto ci renderebbe instabili e doloranti crescere a tal punto da vedere la mano in carne e ossa, e magari tendergli la nostra in segno di vicinanza? “TROPPO” è la risposta… Il nero è il buio, è il silenzio, è la legge, è la voce rassicuratrice che ci dice che non c’è null di cui preoccuparci.. che nulla di regolare accade. Il colore della scritta non è certo riconducibile alle fragole. E il testo.. beh.. penso che tutti conoscano l’art. 27; e che altrettanti conoscano il significato sarcastico di un punto interrogativo.. Il tutto è un’opera di musica lirica di un carcerato che tende la mano verso il sole attraverso le sbarre di una finestre. Mano che nessuno vede.. denuncia è dir poco…



