Born Again

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Qualcuno inizia

by Duncan on feb.03, 2011, under Ispirazione, Simbolo

“Bisogna rifiutare senza rinunciare. Bisogna soffrire senza perdonare. Bisogna arrivare fino in fondo senza sprofondare. Bisogna raggiungere a nuoto la riva del mondo e accorgersi che nuotando davamo forza a chi pensava come noi di nuotare da solo nel buio bianco della nebbia, nella notte senza stelle, nel manto della luce accecante, da solo, senza avere alcun punto di riferimento. E quando arrivare alla riva del mondo è accorgersi che tanti ci riescono solo per aver preso coraggio da un altro che sentivano nuotare a distanza del buio, da solo. Tu sei in questa condizione che devi vivere come un compito.”

Spezzo questo legno con voi, qui, sabbia notturna, vicino al falò, lontani dall’acccampamento.

Per un tempo che è già memoria, e un futuro che già esiste.

E ci sediamo intorno al fuoco, i Membri di un Antico Popolo Disperso, e come si raccontano le storie di fantasmi.. le storia “di paura”… in certe notti estive e notti campeggio… continuiamo ancora a raccontare per dare scambiarci il sangue e sputare il veleno. Per rammentarci di antiche Promesse.

Ecco il mesaggio nella bottiglia di oggi. Un brano tratto dalla lettera del Professore Ferraro ad un ergastolano, Carmelo Musumeci. Ecco poche parole che stricano forte sul carbone per farlo accendere.

Camminerai da solo. Bussano alla porta, piedi che battono per terra, palloni per strada.

Perchè iniziare? Non vedi nulla, non senti nulla. Sei solo nel buio.

Molti vorrebbero almeno una voce in quel silenzio di morte. Almeno una fgura lontano in quel deserto. Se ci fosse almeno un segno tanti tenterebbero. Molti restano inchiodati perchè non vedono nessuno.

Qualcuno deve pur iniziare, per dare agli altri speranza. Qualcuno deve spingersi avanti per dimostrare che allora è possible.

Qualcuno deve insegnare il coraggio.

E quel qualcuno darà a mille altri la spinta di buttarsi.

Qualcuno inizia la conta dei giorni.

E allora non aspettare testa di capra che non sei altro, pendaglio da forca, scapestrato filibustiere, fellone mangiagatti, smargiassone, scimunito, viso pallido, minchionazzo, bandolero e bucaniere…..:-)

Buttati in quella cazzo di acqua…

 

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A Francesca Diana.. di Ciro Campajola

by Duncan on ott.25, 2010, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana

Ciro Campajola.. già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo Ciro campajola, già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo  Territorio chiamato Born Again… altre sue poesie sono state pubblicate…

Ciro dalla vita estrema e tormentata, ma eternamente ribelle, indomabile, con versi che sputano sangue, ma masticano anche vita, fino all’ultimo. Con piedi che a volte sembrano squartati dal cemento, ma l’anima buona di chi rialza sempre la testa col sorriso bambino di chi porta una fedeltà nell’anima, e vuole dare a chi incontra bicchieri di un vino che è bello rosso forte, ma scalda il cuore, e se ti tiene sveglio.. direbbe Ciro.. “bevilo che è per il tuo bene, e togliti il frack”..:-)

Ciro sa rinnovarsi costantemente. Potrebbe adesso godere gli allori del suo libro pubblicato da poco. E invece è ancora qua, in pista, nella polvere, sulla strada, a tirare fuori chilometriche stanze del deserto, storie che si contano sulle dita, rabbie ancora accese, e fame che non si sazia, e il desiderio di un Luogo.. di un Luogo.. dove gli occhi che si incrociano segnanno tracce di benvenuto nel cielo e mani strette tengono lontani i lupi..

Esiste un Luogo del genere?.. Esisterà? a voi la risposta…

 

Vi lascio alla poesia “A Francesca Diana” di Ciro Campajola

 

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Prigioniero della mia libertà

 

Vado lamentando parole in giro

quelle strette necessarie a tenermi in vita

parole silenziose

come quando la coscienza del dolore

ti mostra l’impotenza del volere

parole trattenute

come quando

perfino un tuo respiro suona assordante

parole come quando è troppo

 

Poi  inevitabilmente

mi devo un’ubriacante disintossicata

 

Ognuno di noi ha delle particolari facoltà

che nemmeno sa di avere

lo scopre solo in determinati momenti

quelli estremi

è soltanto lì che vengono fuori

anche se accumulate in ogni passo fatto

restano sconosciute fino al passo precedente

 

La mia facoltà è il distacco

la “disintossicata”

è una dimensione segreta

un confine nascosto tra le pieghe del mio cervello

dove l’ esterno non può seguirmi

sono i miei bar

è così che li chiamo

i bar della mia mente

costruiti su quelli delle mie strade

e sul mio stesso fegato

 

Sono bar come rifugi

dove il dialogo non è richiesto

e la clientela non è scelta

lo è stata

i pochi avventori non vanno per avventure

ne vengono

sono bar dove chi serve

serve solo a capire se hai soldi per un altro giro

altra tregua da mandar giù

sono bar immaginari

che non esistono

e non insistono per esistere

o sono bar reali

che esistono

e allora bevono per darsi coraggio

e lo fanno fin quando è possibile

fino all’ implacabile serranda che si abbassa

 

Lamento parole nude

povere di vesti

inequivocabili

evidenti

virgolettate schedate e tutto il resto

chiaramente prive di ogni altro significato che non sia il loro

parole che chiedono subito e soltanto il dunque

logorate dal ripeterne il come e il perché

parole stanche

come quando

cominci a risparmiare sui discorsi

parole svogliate

come quando

ti arrendi a un’evidenza e te ne fai ulcera e ragione

un buco nello stomaco e un altro nel cervello

 

Lamento silenzi per starmene in pace

lontano sia da riverite osservanze

che dalle perdute speranze

mastico rabbia muta nei binari morti dell’esistenza

“ai margini”

come dicono gli stessi stronzi che li tracciano

palesemente fuori dal gioco del rumore

eppure ancora ne alimento la sorda rabbia

come se il rumore avesse bisogno anche di me

a tutti i costi….

che poi puntualmente mi vengono attribuiti

 

Eppure non sogno più di pace

mi basta “starci”

non sogno più di libertà

non la urlo più ad alta voce

pago la mia quando riesco a viverla

non sogno più di giorni come orgasmi

o di amplessi finali

non sogno più sogni

cerco solo di custodire quello possibile

quello rinchiuso nel mio pensare

non più dentro il mio dire

eppure

il mio parlare silenzioso

setacciato

dosato

scelto

reso elementare

per non restare imbrigliato in parole dotte e /o duttili

il mio parlare diretto

chiaramente evidente nella sua tregua

viene ugualmente esposto al plotone

come quando urlava la “sua” libertà

il plotone vede comunque rosso quando il dire è trasparente

anche i miei silenzi fanno rumore

 

Sono prigioniero della mia libertà interiore

fuori l’unico suono consentito è il consenso

dov’è il senso?

 

L’uomo di pezza ha cambiati i suoni

ogni parola è interscambiabile

non decide più il senso

ma il prezzo

l’uomo di pezza è pazzo

 

L’uomo di pezzo ha cambiato orchestra

maestri strumenti e compagnia cantante

i maestri hanno cambiato strumenti

gli strumenti cambiano suono a comando

il suono si adegua di rimando

e la compagnia canta solo in contanti

 

L’uomo di pezza è dichiaratamente pazzo

s’innalza sovrano calpestando il popolo

e firma dall’alto la sua dichiarazione

il popolo sottostante

e non più sovrano

gli vende la ragione

e gli affida la Nazione

 

La canzone è sempre quella

tu la scegli

lui la arrangia

mentre la musica è in rianimazione

e in rianimazione mancano anime

 

L’uomo di pezza è un solo lungo zerbino

buoni cattivi e preti

demoni e santi

eroi e briganti

storia e invenzione

scienza e fantascienza

virtù e schiavitù

finzione e religione

regola ed eccezione

tutto è intrecciato nella stessa stoffa

un’unica trama tramata senza una trama pensata

o comunque sensata

intrecciata senza un filo conduttore

cucita a doppio filo a un filo di lama

una trama senza via d’uscita

se non la stessa lama che ne tagli netto il filo

il bandolo della matassa è lontano nel tempo

è andato perso

qualcuno dice occultato

qualcuno dice sia il punto inamovibile del nodo

quello che tiene insieme l’uomo di pezza

 

L’uomo di pezza è legato alla sua pazzia

e come un putrido virus

avanza nel suo contagio

si moltiplica a dismisura

e si riproduce a sua misura

l’uomo di pezza è un esercito rumoroso

bombarda ogni evidente ragione

per coprire il suo confuso silenzio

l’uomo di pezza tappa tutti i buchi

intrecciando ogni spazio con parole cucite a caso

l’uomo di pezza spreca la vita a rammendarsela addosso

come un disperato gesto di porre limiti alla luce

alla trasparenza che ne svelerebbe l’evidenza:

la malattia

 

L’uomo di pezza è solo un pupazzo infetto

non ha l’avventura del brigante

e non ne ha lo stile

attorno al suo nome non girano storie affascinati

il suo nome è sconosciuto alle leggende

e lontano dalle leggi

lui non ha mai niente da raccontare

niente mai da dichiarare

lui ha già dichiarato

firmando la sua dichiarazione

lui parla senza dire

e per non dire niente

parla troppo

lui ha stracci nel cervello

e panni sporchi da lavare

ma si guarda bene dal farlo

potrebbe scoprire che l’uomo di pezza è lui stesso

o peggio

è anche lui

ma con stracci in bocca

sugli occhi e sulle orecchie

e i panni diventano altri stracci

 

L’uomo di pezza è un unico zerbino

tutti dentro

buoni cattivi e preti

annodati  tra di loro

da uno scheletro di stracci

la coda somiglia al capo

teme anch’essa la parola chiara

illuminerebbe altri scheletri nascosti

 

La libertà è una chimera

e lo è sempre stata

ma non è una qualunque fantasia

io la considero un’utile utopia

senza di essa

non avremmo la possibilità

di allevare l’unica libertà possibile

quella dentro di noi

quella che non si guarda allo specchio

ma ci guarda nella coscienza

quel lumicino che ti fa vedere meno il buio

quella fiammella che per alcuni è tutto il calore possibile

come lo è per me

malgrado la mia vita “politicamente scorretta”

malgrado la trama del mio film

zeppa di contraddizioni e sbagli

di abbagli e delusioni

di tentativi ed errori

malgrado il mio  film bocciato

da un pubblico distratto e mai invitato

io la tengo ancora accesa quella fiammella

a dispetto di tutto e di tutti

alimento questa piccola luce di libertà

che non è quella del sogno

la chimera

è quella possibile

e non servono soldi o rivoluzioni per ottenerla

basta una bilancia

e dare il proprio nome ad ogni cosa

che sia un bene o che sia un male

e dopo pesare il tutto

per disfarti del peso e tenerti leggero

 

La libertà possibile

è’una libertà tenuta in piedi

dal peso della leggerezza

il peso più pesante

una libertà sviluppata allenando i propri giorni

con tenacia e sudore

non adottata a distanza di sicurezza

una libertà che non si nasconde

mai

negli applausi come nei fischi

una libertà che ti permette di riconoscere la puzza

e di starne alla larga

 

Continuo a coltivarla questa possibile libertà

come una pianta miracolosa

che non vuole altro che acqua e luce

cose trasparenti a pensarci

ecco forse perché i miei silenzi fanno rumore

per l’uomo di pezza il vero rumore è il mio vivere

è stupefacente per lui

è pericoloso per una realtà drogata

illegale per la legge di un pazzo in una trama pazza

 

L’uomo di pezza divide la libertà

e dice di moltiplicarla

ma ne parla comunque al plurale

mentre la mia libertà al plurale

non significa più un cazzo di niente

la storia mi dice che la libertà è unica e sola

prendersi delle libertà è tutt’altra storia

e conosco anche quella di storia

 

L’uomo di pezza è un pazzo puzzle

fatto di pezzi e di pizzi

scrive i prezzi sui pizzi

e poi li infilza in un altro pezzo

che ritorna il prezzo al pizzo

l’uomo di pezza è spudoratamente pazzo

 

L’uomo di pezza è un solo zerbino

ma è appartenente

a tutti

al capo come alla coda

alla cupola come alla coppola

poi il capo sogghigna

e la coda si indigna

poi si agita un po’

e poi….

e poi non ricorda più

 

L’uomo di pezza dimentica

non ricorda di essere un unico zerbino

frizzi lazzi prezzi e pizzi

vizi e sfizi

vezzi e olezzi

sono punti della stessa stoffa

pizzi dello stesso prezzo

pezzi dello stesso pazzo

pazzi dello stesso pizzo

 

E’pazzo il capo

è pazza la coda

il capo schiaccia la coda

e la coda si agita ma non troppo

quel tanto per mantenere intatta la vetrina

perché è la vetrina la nuova politica dell’uomo

e mandarla in mille pezzi è da pazzi

dicono i pazzi

perché la nuova politica è corretta

perché nuova la politica è corrotta

perché la correttezza serve alla corruzione

e tiene a bada l’insurrezione

perché all’educazione hanno cambiato declinazione

il buono si coniuga col buonista

e il sopruso ringrazia il silenzio con assegni a vista

 

L’uomo di pezza mi ha rotto il cazzo

 

Onde concentriche si dipanano regolari nel cielo buio

partendo da un unico dolore

fisso

costante

devastante

il dolore di una vita in agonia

attraversando a intervalli stabiliti i miei pensieri

infilandosi maligne negli sprazzi di pace

per sconvolgere con composta lucidità

il delicato equilibrio che governa la mia esistenza

 

E sento la mia sudata libertà in pericolo

e non so da chi difenderla

l’uomo di pezza è un unico zerbino

la coda è come il capo

e come tutto il resto

l’uomo di pezza è pazzo

 

E pazzo sei tu che perdi tempo a leggermi

mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi

e pazzo sono io che scrivo solo per te col fegato a pezzi

mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi

sono io che scrivo solo per te

e solo perché tu perdi tempo con me

dal momento che sia tu che io

se siamo pazzi o meno

conta zero

 

Fino a quando

a stabilirlo

sarà un pazzo

pupazzo

di pezza

 

c.campajola

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il Principio Speranza

by Duncan on gen.12, 2010, under Musica, Resistenza umana, Simbolo, video

speranza

Nei fumi tossici del novecento più plumbeo Bloch elaborò il “principio speranza”…

E non importano le singole argomentazioni e riferimenti, di un pensatore tra l’altro, non sempre facile e articolato. Ma il richiamo alla speranza, come forma di resistenza alle cicliche ondate del pensiero nichilista o dell’amor fati inteso come accettazione dell’inevitabilità dello stato di cose presenti e della inarrestabilità del Fiume della Prepotenza. Speranza ancora più che immagine carica di vita del futuro (cosa che comunque è), è inveramento del presente La Speranza potrà vivere, liberando anche il futuro, se ADESSO accendo la luminescenza in ogni anfratto e jota del mio tempo di oggi, del MOMENTUM. L’eternità avrà una chance se combatto per rendere eterna l’ora presente irragiandola di bellezza, sradicandola dalle atonie dissonanti e sterili, immergendomi in essa con tutta l’intensità possibile. La Speranza si dissemina dovunque l’arte porta alla trascendenza, nei grandi sogni che anche se furono tradito lasciarono un segno nella carne e nel sangue degli uomini. Nei sogni di riscatto popolari, nella musica che ci innalza a vibrazioni superiori, nei primi vagiti di ciò che deve essere. E non è solo previsione o aspettativa.

E’ scelta… VIVERE COME SE.. CI FOSSE DATA LA SPERANZA.. Trovarla soprattutto nel buio, scorgere il sole nelle tenebre…

Battiato in Prospettiva Newskji.. “E il mio Maestro mi insegnò come è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire….”

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Remo Bodei

Il principio speranza di Ernst Bloch Documenti correlati

1 Il punto di partenza di Bloch è che tutti abitiamo questo continente della speranza, che è assai affollato, però è così inesplorato, dice lui, come l’Antartide, per questo “Il principio speranza” di Bloch è una grande mappa di tutti i territori della speranza; e la speranza Bloch la concepisce contro Heidegger, contro il principio della angoscia, se vogliamo chiamarlo così, in quanto, secondo Bloch, non bisogna prendere il mondo così com’è; la speranza ci mostra il mondo in movimento, in evoluzione. Quindi l’idea di Bloch è che la speranza non è semplicemente un premio di consolazione per le disgrazie necessarie della vita degli individui e della storia; la speranza è piuttosto uno sforzo per vedere come le cose stanno in movimento, come si evolvono, quindi la nostra mente non è simile a uno specchio che riflette una realtà ferma, la nostra mente è piuttosto qualche cosa che si inserisce nel mondo della speranza. Se vogliamo usare un’immagine classica della storia della filosofia, quella di Kant, Kant parlava della candida colomba della ragione che pensa che l’aria, che invece sostiene il suo volo, gli possa essere di ostacolo, si potrebbe dire con questa immagine che la speranza è in Bloch l’aria che sostiene la ragione, senza la speranza la ragione non potrebbe volare e senza la ragione però la speranza sarebbe cieca.

2 Nel 1933, poco prima dell’avvento del national-socialismo, ci fu una discussione nel palazzetto dello sport a Berlino tra un rappresentante del partito comunista tedesco e un rappresentante nazista, il comunista entra e comincia a spiegare la caduta tendenziale del saggio di profitto secondo Marx, la gente non capisce niente, magari, aggiunge Bloch, ha detto delle cose vere, soltanto che queste verità non fanno presa, arriva invece il nazista che comincia a parlare in termini mitici della pugnalata alle spalle che gli ebrei e i demoplutocrati hanno dato al popolo tedesco, fa dei discorsi che hanno una grande presa emotiva, usa quei termini come patria, casa, quelle forme cioè di richiamo all’identità delle persone ed esce tra le ovazioni di tutti. Ora, per Bloch il punto, e forse anche per noi, è quello di capire che non si può staccare la razionalità dagli affetti, ma che non si può avere una pura razionalità, un socratismo, per cui basti enunciare il vero perché il vero si raggiunga, né si può avere, come nel caso del national-socialismo, una pura mobilitazione basata su problematiche irrazionali. Quindi il tentativo di Bloch rispetto alla storia del marxismo va controcorrente. Diventando scientifico e cioè per lui dogmatico, si è creduto che il marxismo avesse più successo, ma in questo modo ha dimenticato e lasciato per così dire in mezzo ai rovi, quelle che sono le tendenze degli uomini verso una vita migliore, quello che Marx stesso chiamava il sogno di una cosa. Per questo la rivendicazione della speranza in Bloch non è la rivendicazione di una mobilitazione cieca degli uomini verso una vita migliore che non sanno dove stia, ma è il tentativo di innervare un progetto che ha una base razionale, analitica, di innervare il progetto di queste energie umane che altrimenti si disperdono e si dissipano.

3 Paradossalmente l’utopia di Bloch, o la speranza di Bloch, non riguarda tanto il futuro quanto il presente, nel senso che per Bloch ogni istante può diventare significativo, noi dobbiamo imparare a vivere ogni momento come se fosse eterno: “Cogli l’eternità nell’istante” è un principio fondamentale di Bloch. Naturalmente per eternità non si intende un tempo lungo, gonfiato oltre ogni dimensione finita, per eternità si intende la pienezza dell’esistere, l’eternità riguarda quei momenti d’essere in cui a me sembra di scoprire il senso delle cose, e questo senso delle cose io lo scopro andando al di là dell’oscurità dell’attimo vissuto. Il principio che Bloch ritiene più originale di tutta la sua filosofia è quello di aver scoperto che la nostra coscienza del presente, che a noi sembra così cristallina, così trasparente, è in realtà opaca, e che quindi il presente in effetti è oscuro, o, usando un proverbio cinese che usava Bloch, “alla base del faro non c’è luce”; questo significa allora che noi dobbiamo non proiettarci nel futuro in quanto tale, ma illuminare, attraverso la conoscenza e attraverso la conoscenza della speranza, quello che è il centro del nostro essere, cioè dobbiamo buttare luce, dare senso a ogni momento della nostra esistenza. Questo accade ad esempio attraverso l’arte, attraverso la musica in particolare, dove si ha il massimo di esattezza matematica e il massimo di pathos: questa è una bella illustrazione del principio speranza, la speranza non è soltanto pathos ma è anche misura e quindi la speranza è una forma che mobilita gli animi, come la musica ci può dare questo senso di esaltazione, di tristezza, ma nello stesso tempo questo senso di esaltazione o di tristezza è retto da una struttura matematica rigorosa.

4 In Bloch non c’è il gusto, per così dire, illuministico di rendere tutto chiaro e trasparente. Bloch sa appunto che il nucleo di oscurità che è interno a noi stessi non si potrà mai dissipare; nello stesso tempo però Bloch non cade nel ricatto dell’oscuro, dell’enigma per l’enigma. In Bloch c’è il tentativo di sviluppare, per dirla con Montale “cercano la chiarità le cose oscure”, cioè Bloch cerca di passare dall’oscuro al chiaro senza cancellare gli elementi di oscurità. Se volessimo usare una formula, si potrebbe dire che Bloch col suo insegnamento vuole ridurre queste intermittenze dell’intelletto e del cuore, questa opacità a noi stessi, e moltiplicare questi attimi in cui invece noi incontriamo noi stessi. Infatti il principio speranza ruota attorno a quello che Bloch chiama “incontro con noi stessi”, “Selbstbegegnung”, perché la cosa più strana è che noi siamo in compagnia di noi stessi, ma in realtà è come se non ci incontrassimo mai, siamo sottoposti a tutti questi messaggi, che vengono dall’inconscio ad esempio, del mondo dei sogni e dei desideri, ma questi messaggi non sono chiari nella nostra coscienza. Scopo del principio speranza è quello di cercare di dare un senso a questo nostro vivere a distanza da noi stessi, quindi l’ideale utopico per eccellenza è di ritrovare noi stessi, di ritrovare il senso di noi stessi in una collettività, non un senso solitario. Noi viviamo assieme agli altri e quindi è anche attraverso gli altri che conosciamo parte di noi stessi, il noi diciamo è più ospitale dell’io, l’io però è più proprio a noi stessi, quindi quando noi incontriamo l’io incontriamo anche il noi, e quando incontriamo il noi incontriamo l’io, cioè è soltanto vivendo in questa comunità di tutti gli uomini che l’opera d’arte ad esempio ci mette in contatto con ciò che è più proprio: se io sento una musica di Mozart o di Bach, se guardo un quadro di Raffaello o di Michelangelo, se vedo l’architettura del Partenone, ecco in questo momento ciò che è diventato proprietà comune del noi, del genere umano, mi parla e mi fa incontrare me stesso. (….)

Tratto dall’intervista: “Bloch e il principio speranza” – Napoli, Vivarium, 30 giugno 1994

 

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Paolo Scarfone.. artista dei senza voce…

by Duncan on gen.03, 2010, under Bellezza, Resistenza umana, Simbolo

Un ragazzo giovanissimo, e già artista. Artista da sempre. Per un altro spazio gestito da me insieme ad altre due meravigliose persone, un blog dedicato ai carcerati ,http://urladalsilenzio.wordpress.com/, ha scelto di creare opere che trasmettino il senso di quella umanità che tende se stessa attraverso le sbarre. Opere ispirate allo spirito del blog, alle vite e alle “urla” di cui esso è testimone e di cui esso è al Servizio. Il MESSAGGIO diventa più potente, venendo implementato e potenziato con un linguaggio che solamente l’arte può dare. E anche grazie all’arte, all’arte vera, all’arte che pensa in grande.. anche grazie ad essa che battaglie, dolori, speranze, pianti, utopie, memorie, idee e valori.. nuovi modi di comprendere e agire.. anche grazie ad essa tutte queste cose possono essere trasmesse ed avere una chance. C’è un genere di “bellezza” tutto particolare. Una bellezza che parla all’anima e sconquassa la mente, come solo l’Arte sa fare.  E l’Arte diventa anche un modo per dare valore a tutto ciò che viene dall’Ombra, da Oltre le Mura.. da “l’aldià” come lo chiama Paolo. Un altro modo perché le Urla di tutti coloro che sono esclusi e dimenticati, e quindi anche degli ergastolani,… perché tutte queste Urla siano ancora più forti e potenti. L’artista è un uomo giovanissimo, ma il talento e il Sacro Fuoco li riconosci subito.. e non hai bisogno di segnare gli anni col pallottoliere per dare valore e apprezzare. E’ soprattutto un ragazzo di una sensibilità e profondità emotiva eccezionali.

Il suo nome è Paolo Scarfone. Rigetta una visione minimalista dell’Arte come puro sfogo narcisista di uomini impotenti e autompiaciuti. Non gli appartiene il pensiero debole di chi nelle proprie masturbazioni mentali bofonchia di postmoderno e iperrelativismo e di arte “come processo di mercato”. E’ una persona giovane e innovativa nei mezzi, nelle idee e negli strumenti. Ma con un cuore antico impregnato di valori senza tempo. L’opera lui la vive come parte di sé. Deve credere in essa e in qualche modo partorirla. Ci mette il suo intero corpo, plasmando gesso, muovendo tessuti, mettendoci il fiato. Paolo Scarfone nel tempo farà parlare di sé. Ma al di là dei riconoscimenti che potrà avere è già artista, perché ha l’Arte in sé.. come una febbre nelle mani, come una dimensione del Cuore. L’opera che vedrete, fotografata da tre diverse angolazioni, è la prima di una lunga serie che Paolo creerà per il blog.

Adesso lascio la parola allo stesso Paolo Scarfone. Nel primo pezzo farà un ritratto generale dello spirito delle opere che sta creando e che creerà per il blog. Nel secondo pezzo parlerà della prima opera che oggi vedrete nelle foto… ART 27?.. con il punto interrogativo decisamente voluto. Dopo i suoi testi, ci saranno le foto dell’opera presa da tre angolazioni. Buona visione.. e ancora un grazie a Paolo..

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Buio, luce. Buono, cattivo. Bianco, nero. .. sì, no.. Opposti che nella contemporaneità si abbracciano confondendosi… Le mie opere sono questo: estremi opposti, che si abbracciano fondendosi per un prezioso fine: far “esistere” gli esseri che, da dietro la superficie, implorano attenzione e vita. Gli opposti è facile definirli. Ruota tutto intorno a un punto neutro: la superficie, il piano. Questo devastato da fattori insiti nella magia che crea l’opera. Gli opposti appunto: da un lato la nostra vita di indifferenza, di superiorità, di scettri e corone date in mano al qualunquismo e all’anaffettismo. Noi, artefci dei peggiori misfatti e al contempo severissimi giudici. Noi, lussuriosi spaventati dall’eccesso di sesso. Noi, cuori ciechi di fronte a ginocchia che in terra implorano pietà. Da un lato… dunque… ni guardiani di un varco che teniamo a non aprire, perché al di qua siamo rappresentanti di una elité, perché l’aldilà ci impaurisce, dunque.. non esiste. Dall’altro lato, aldilà del muro deve è appesa l’opera.. una parte del mondo.. di mondi nascosti.. di mondi che fa comodo ignorare per vivere meglio. Mondi non creati da immagini.. ma dalla tridimensionalità dei singoli suoi cittadini. Ognuno li chimi come vuole: anime in pena, dolori, ricordi, ergastolani, barboni, esiliati, esclusi, stranieri. Io con le mie opere apro quel varco, per quanto posso. Ed è lì che ”l’estraneo”, pur non avendo un nome, lineamenti definiti, una vita nota a noi presuntuosi; pur non avendo un carattere individuale.. ESISTE! Egli si distrugge per farlo. Soffoca dall’interno conto la tela, spingendosi il più possibile verso la realtà che non lo riconosce. E più lui si spinge e guadagna centimetri nel nostro spazio, meno i suoi lineamenti sono definibili.. per la migliore tensione della tela.. per la nostra fremente paura che ci impedisce di squarciare la tela e far entrare l’estraneo… Duro riassumere il tutto con parole. A maggior ragione perché siamo fatti di gesti, spesso inconsci. E allora.. per lasciavi trasmettere qualcosa da questi pezzi… immaginate quale deve essere lo stato d’animo che porta i personaggi del mondo delle mie sculture a fare qauei gesti, a contrarsi fino al punto di essere disposti a morire per occupare quei due centimetri in più nello spazio. Due centimetri a cui noi non facciamo nemmeno caso, dal momento che ne abbiamo troppi… Per tentare di capire i miei pezzi, chiedetevi cosa avete davanti, non vedendoli come opere, ma come dossier, come megafoni di uomini che realmente esistono e che senza tele come queste.. voi vi rifiutate di riconoscere.

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ART 27?

Beh, in questo pezzo gli opposti sono palesi. Si presenta un pannello diviso tra il bianco e il nero, banalmente concepibile come il bene e il male, metaforicamente buio e luce.. La parte bianca, la vita, è molto più in fermento, ha una superficie tridimensionale, straziata da giochi sottili di luci e ombre… Ma siamo sicuri che sia una vita felice? Da questa parte bianca, specchio di vita, esce un mana, estemamente e, direi, istericamente, tesa. Una mano testimone di cose orribili. Una mano che cerca una delle nostre per uscire dall’aldilà, luogo di sofferenza e terrore… Piccolo particolare: La mano è in ferro filato… è sensa consistenza, se non per un riconduzione logica della struttura in ferro. Diremmo che è un ammasso di ferro. E’ la mano di qualcuno che ci rifiutiamo di concepire come umano. E’ la mano di uno che non esiste.. perché.. se esistesse.. quanti punti fermi dovremmo scombussolare e rivalutare? Quanto ci renderebbe instabili e doloranti crescere a tal punto da vedere la mano in carne e ossa, e magari tendergli la nostra in segno di vicinanza? “TROPPO” è la risposta… Il nero è il buio, è il silenzio, è la legge, è la voce rassicuratrice che ci dice che non c’è null di cui preoccuparci.. che nulla di regolare accade. Il colore della scritta non è certo riconducibile alle fragole. E il testo.. beh.. penso che tutti conoscano l’art. 27; e che altrettanti conoscano il significato sarcastico di un punto interrogativo.. Il tutto è un’opera di musica lirica di un carcerato che tende la mano verso il sole attraverso le sbarre di una finestre. Mano che nessuno vede.. denuncia è dir poco…

opere paolo 015

opere paolo 012

opere paolo 013

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