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Il genocidio dei bambini indiani in Canada

by Duncan on giu.15, 2011, under Controinformazione, Resistenza umana

La nostra è una storia selettiva. Su alcune cose sappiamo tutto. Su altre praticamente niente. La storia che leggerete rientra in  quest’ultima categoria. Ed è una storia più oscura della notte più fonda.

La prima volta che la lessi, cercai incredulo una postilla finale che rivelasse che fosse tutta una farsa, un film dell’orrore.  Ma non trovai niente del genere. E’ una storia che apre l’ennesimo buco nero, fra i tanti che seppelliscono nell’oblio i sacrifici umani dei piccoli e degli indifesi. E’ quasi un dovere morale leggerlo. I membri della commissione che produsse questo testo fecero enormi sacrifici, e molti ricevettero minacce di morte. L’autore venne espulso dalla chiesa di cui era ministro e vi furono altre rappresaglie.

Quello che si descrive è la complicità di tutte le chiese e i poteri politici e scientifici del Canada per avallare e coprire una cosciente ed inequivocabile politica di genocidio dei bambini indiani, servendosi delle strutture scolastiche come basi “coperte” per attuare questo sterminio.

Salutamos Gringos

—————————————-

DOSSIER

Quello che segue è un compendio tratto dal rapporto “Hidden From

History: The Canadian Holocaust – The Untold Story of the Genocide of

Aboriginal Peoples by Churc and State in Canada – A Summary of an

Ongoing, Indipendent Inquiry into Canadian Native “Residential

Schools’ and their Legacy”, del Rev. Kevin D. Annett, MA, Mdiv.

 

Il rapporto è pubblicato da The Truth Commission into Genocide in

Canada, un ente investigativo pubblico che prosegue l’opera dei

precedenti tribunali riguardo alle scuole residenziali per i nativi,

ovvero: The Justice in the Valley Coalition’s Inquiry into Crimes

Against Aboriginal People, riunitasi il 9 dicembre 1994 a Port

Alberni, british Columbia, e The International Human Rigths

Association of American Minorities Tribunal into Canadian Residential

Schools, tenutasi a Vancouver, BC, dal 12 al 14 giungo 1998.

 

PREFAZIONE

 

Jasper Jospeh è un nativo sessantaquattrenne di Port Hardy, British

Columbia. Gli occhi gli si riempirono ancora di lacrime quando ricorda

i suoi cugini, uccisi nel 1944 con iniezioni letali dal personale del

Nanaimo Indian Hospital.

Avevo soltanto otto anni, e ci avevano mandato dalla scuola

residenziale anglicana di Alert Bay al Nanaimo Indian Hospital, quello

gestito dalla Chiesa Unitaria. Li mi hanno tenuto in isolamento in una

piccola stanza poirer più di tre anni, come se fossi un topo da

laboratorio, somministrandomi pillole e facendomi iniezioni che mi

facevano star male. Due miei cugini fecero un gran chiasso, urlando e

ribellandosi ogni volta. Così le infermiere fecero loro delle

iniezioni, ed entrambi morirono subito. Lo fecero per farli stare

zitti. (10 novembre 2000)

A differenza del popolo tedesco dopo la seconda guerra mondiale, noi

canadesi dobbiamo ancora venire a conoscenza, per non parlare di fare

ammenda, del genocidio che abbiamo perpetrato nei confronti di milioni

di individui conquistati: uomini, donne e bambini indigeni

deliberatamente sterminati dal nostro stato e dalla nostra chiesa,

convinti della loro supremazia razziale.

Già dal novembre del 1907 la stampa canadese attestava che il tasso

dei decessi all’interno delle scuole residenziali indiane superava il

50%(vedere Appendice, articoli giornalistici chiave).Tuttavia negli

ultimi decenni la realtà di un tale massacro è stata rimossa dalla

storia e dalla coscienza pubblica del Canada. Non c’è da stupirsene,

perchè quella storia occultata rivela un sistema il cui scopo era

quello di distruggere la maggior parte della popolazione nativa

tramite malattie, trasferimenti e omicidi belli e buoni, “assimilando”

nel contempo una minoranza di collaborazionisti che venivano

addestrati a servire quel sistema genocidi.

Questa storia di genocidio deliberato coinvolge ogni livello

governativo del Canada, la Royal Canadian Mounted Police (RCMP), ogni

chiesa principale, grandi corporazioni e polizia, medici e giudici

locali. La rete di complicità di questa macchina assassina era, e

rimane così estesa che il suo occultamento ha richiesto un altrettanto

elaborata compagna di copertura, organizzata nelle più alte sfere di

potere del nostro paese; una copertura che continua tuttora, in

particolare adesso che i testimoni oculari degli omicidi e delle

atrocità, perpetrati presso le “scuole” residenziali per nativi

gestite dalla chiesa, si sono fatti avanti per la prima volta.

Perché erano le “scuole” residenziali a costituire i campi di

sterminio dell’olocausto canadese e all’interno delle cui mura,

secondo statistiche governative, circa la metà dei bambini lì spediti

per legge morirono o scomparvero.

Secondo un sopravvissuto queste 50.000 vittime svanirono, così come i

loro cadaveri – “come se non fossero mai esistiti”. Ma esistevano

eccome. Erano bambini innocenti, uccisi da percosse e torture e dopo

essere stati deliberatamente esposti a tubercolosi e ad altre malattie

da dipendenti salariati delle chiese e del governo, in base ad un

progetto generale di “Soluzione Finale” concepito dal Dipartimento

Affari Indiani e dalle chiese cattolica e protestante.

Con tale approvazione ufficiale del massacro, emanata da Ottawa, le

chiese responsabili dell’annientamento dei nativi in loco si sentirono

incoraggiate e protette a sufficienza da dichiarare per tutto il 20mo

secolo una guerra totale alle popolazioni indigene non cristiane.

Le vittime di tale guerra non furono soltanto i 50.000 bambini morti

delle scuole residenziali, ma anche i sopravvissuti, la cui attuale

condizione sociale è stata descritta dai gruppi per i diritti umani

delle Nazioni Unite come quella di “una popolazione colonizzata al

limite della sopravvivenza, con tutte le caratteristiche di una

società dal terzo mondo”. (12 novembre 1999)

L’olocausto continua. Il presente rapporto è frutto di un’indagine

indipendente, durata sei anni, sulla storia nascosta del genocidio

perpetrato ai danni delle popolazioni indigene del Canada; riassume le

testimonianze, i documenti ed altri riscontri a riprova che il

governo, le chiese e le corporazioni canadesi sono colpevoli di

genocidio intenzionale, che il Canada ratificò nel 1952 e alla quale è

vincolata dal diritto internazionale.

Tale rapporto deriva dall’impegno e dalla collaborazione di circa 30

individui e tuttavia alcuni dei suoi autori devono restare

nell’anonimato, in particolare i collaboratori indigeni i quali, a

causa del loro coinvolgimento in questa indagine, sono stati

minacciati di morte, attaccati, privati del lavoro e sradicati dalle

loro abitazioni nelle riserve indiane.

A causa dei miei tentativi di svelare la vicenda delle morti dei

bambini presso la scuola residenziale della chiesa di Alberni io, in

qualità di ministro di una delle istituzioni citate nell’indagine, la

Chiesa Unitaria del Canada – sono stato licenziato, inserito nella

lista nera, minacciato e diffamato pubblicamente dai suoi funzionari.

Molti hanno fatto dei sacrifici per stilare questo rapporto, in modo

che il mondo possa venire a conoscenza dell’olocausto canadese e per

assicurarsi che i responsabili vengano giudicati dal Tribunale per i

Crimini Internazionali. La presente indagine su crimini contro

l’umanità, iniziata nell’autunno del 1994 fra i nativi e gli attivisti

a basso reddito a Port Alberni, nella British Columbia, è continuata

nonostante le minacce di morte, gli attacchi e le risorse della chiesa

e dello stato canadesi.

Il lettore ha facoltà di onorare il nostro sacrificio raccontando al

altri questa storia e rifiutandosi di collaborare con istituzioni che

hanno deliberatamente ucciso migliaia di bambini.

Questa storia di appoggio ufficiale e di collusioni, relativa ad un

secolo o più di crimini contro i primi abitanti del Canada, non deve

dissuaderci dallo scoprire la verità e dal portare davanti alla

giustizia coloro che hanno commesso tali crimini. E’ per questo motivo

che vi invitiamo a ricordare non solo i 50.000 bambini deceduti nei

campi di sterminio delle scuole residenziali, ma anche tutte quelle

vittime silenziose che oggi patiscono in mezzo a noi in cerca di pane

e giustizia.

(Rev.) Kevin D. Annett, segretario The Truth Commission into Genocide

in Canada, Vancouver, British Columbia, 1 febbraio 2001

 

II

Riassunto delle prove di Genocidio intenzionale nelle scuole

residenziali canadesi

 

Articolo II: L’intenzione di distruggere, integralmente o

parzialmente, un gruppo nazionale etnico, razziale o religioso; vale a

dire le popolazioni indigene non-cristiane del Canada.

 

Lo scopo fondante a monte delle oltre cento scuole residenziali

indiane, edificate in Canada in base a leggi governative ed

amministrate dalle chiese cattolica e protestante, era il deliberato e

costante sradicamento delle popolazioni indigene e della loro cultura,

nonché la conversione forzata al cristianesimo di tutti i nativi

sopravvissuti. L’intento fu enunciato nel Gradual Civilization Act del

1857 nel Canada superiore e, precedentemente, la legislazione ispirata

dalla chiesa che definiva la cultura indigena inferiore, privò la

popolazione nativa della cittadinanza e la subordinò in una categoria

legale separata dai non-indiani. Questa legge servì come base per il

Federal Indian Act del 1874, che ribadì l’inferiorità legale e morale

degli indigeni ed istituì il sistema delle scuole residenziali. La

definizione legale di un indiano in quanto “individuo selvaggio, privo

della conoscenza di Dio e di qualsiasi stabile e chiaro credo

religioso” (Revised Statutes della British Columbia, 1960) fu coniata

da queste leggi e persiste fino ai giorni nostri.

 

 

Allora come adesso, gli indigeni erano considerati legalmente e

concretamente come non-entità nella loro terra e, di conseguenza,

intrinsecamente sacrificabili.

 

 

Queste intenzioni genocide furono riaffermate di frequente nella

legislazione governativa, nelle dichiarazioni della chiesa nonché

nella corrispondenza e nei documenti dei missionari, agenti indiani e

funzionari delle scuole residenziali (vedere la sezione documenti).

Naturalmente si trattava esattamente della ragione d’essere

dell’invasione cristiana nei territori tradizionali dei nativi,

sanzionata dallo stato e dal sistema delle scuole residenziali, che

venne istituito all’apice dell’espansionismo europeo negli anni ’80

dell’ottocento e proseguito fino al 1984.

Lo scopo era per definizione il genocidio, in quanto pianificò e portò

avanti la distruzione di un gruppo etnico e religioso: tutti quegli

indigeni che non si fossero convertiti al cristianesimo ed estinti

culturalmente. I nativi non cristiani erano il bersaglio dichiarato

delle scuole residenziali che, sotto la maschera dell’istruzione,

praticavano una pulizia etnica di massa.

Inoltre questi “pagani” erano oggetto dei programmi di sterilizzazione

finanziati dal governo, eseguiti in ospedali gestiti dalla chiesa e

sanatori per la tubercolosi della costa occidentale (vedere articolo

IId).

 

Secondo un testimone oculare, Ethel Wilson di Bella Bella, BC, un

certo George Darby, medico missionario della Chiesa Unitaria, fra il

1928 ed il 1962 sterilizzò intenzionalmente indiani non-cristiani

presso l’R.W. Large Memorial Hospital. Nel 1998 la signora Wilson, ora

deceduta, dichiarò:

“Nel 1952 il dottor Darby mi riferì che l’Ufficio Affari Indiani di

Ottawa lo pagava per ogni indiano/a che sterilizzava, in particolare

se costoro non frequentavano le chiese. Centinaia delle nostre donne

furono sterilizzate dal dottor Darby solatanto perché non andavano in

chiesa.” (Testimonianza di Ethel Wilson di fronte al Tribunale

dell’Associazione Internazionale per i Diritti Umani delle Minoranze

Americane [IHRAAM], Vancouver, BC, 13 giugno 1998).

Secondo Christy White, cittadina di Bella Bella, la documentazione

relativa a queste sterilizzazioni, finanziate dal governo ed eseguite

presso l’R.W. Large Memorial Hospital, venne intenzionalmente

distrutta nel 1995, subito dopo il pubblicizzato avvio di un indagine

della polizia relativa alle atrocità commesse nelle scuole

residenziali della British Columbia. Nel 1998 la signora White

affermò:

“Ho lavorato presso l’ospedale di Bella Bella e so che Barb Brown, uno

degli amministratori, in due occasioni gettò in mare i documenti

realtivi alle sterilizzazioni, alcuni dei quali furono ritrovati sulla

spiaggia a sud della città. Questo avvenne nella primavera del 1995,

subito dopo che i poliziotti avevano avviato la loro indagine sulle

scuole. Stavano coprendo le tracce. Tutti sapevamo che Ottawa

finanziava le sterilizzazioni, ma ci fu detto di tacere sulla

questione.” (Testimonianza di Christy White resa a Kevin Annett, 12

agosto 1998).

 

 

Nella British Columbia la legge che consentiva la sterilizzazione di

qualsiasi ospite delle scuole residenziali fu approvata nel 1933

mentre in Alberta nel 1928 (vedere “Sterilization Victims Urged to

Come Forward” di Sabrina Whyatt, Windspeaker, agosto 1998). Il Sexual

Sterilization Act della British Columbia autorizzava il preside di una

scuola a consentire la sterilizzazione di qualsiasi nativo si trovasse

sotto la sua responsabilità ed egli, in quanto tutore legale, poteva

far sterilizzare qualsiasi bambino nativo. Tali sterilizzazioni

venivano di frequente attuate nei confronti di interi gruppi di

bambini indigeni quando questi avevano raggiunto la pubertà, in

istituti quali la Provincial Training School di Red Deer, in Alberta,

ed il Ponoka Mental Hospital (dal colloquio della ex infermiera Pat

Taylor con Kevin Annett, 13 gennaio 2000).

 

Di analoga rilevanza storica è il fatto che il governo federale

canadese approvò la legislazione nel 1920, rendendo obbligatorio che

tutti i bambini indigeni della British Columbia – la cui costa

occidentale era l’area meno cristianizzata del Canada – frequentassero

le scuole residenziali, nonostante il fatto che lo stesso governo

avesse già riconosciuto che il tasso di mortalità dovuto a malattie

trasmissibili fosse più elevato proprio in queste scuole e che,

durante la permanenza in quei luoghi, i bambini indigeni presentavano

una “costituzione così indebolita da non avere alcuna vitalità atta a

contrastare le malattie” (Comunicazione di A. W. Neill, agente indiano

della costa occidentale, al ministro per gli affari indiani, 25 aprile

1910).

 

Vale a dire che il governo canadese rese obbligatoria alle popolazioni

indigene maggiormente “pagane” e meno integrate la frequenza delle

scuole residenziali proprio nel periodo in cui, secondo funzionari

degli Affari Indiani come il Dr. Peter Bryce, il tasso di mortalità in

quelle stesse scuole aveva raggiunto il proprio apice – attorno al

40%. Questo aspetto di per sé stesso indica le intenzioni genocidi nei

confronti degli indigeni non-cristiani.

 

 

Articolo II (a): Uccisione di membri del gruppo da eliminare

 Testimoni oculari, documenti governativi, dichiarazioni di agenti

indiani e di anziani delle tribù confermano il fatto che nelle scuole

residenziali gli indigeni venivano uccisi intenzionalmente, aspetto

d’altronde fortemente indicato dalla semplice questione che il tasso

di mortalità nelle scuole residenziali raggiunse il 40%, con il

decesso in Canada di oltre 50.000 bambini indigeni (vedere

bibliografia, compreso il rapporto del Dr. Peter Bryce dell’aprile del

1909, destinato a Duncan Campbell Scott, sovrintendente agli Affari

Indiani).

 

 

Inoltre il fatto che tale tasso di mortalità rimase costante nel corso

degli anni, nonché all’interno delle scuole e degli istituti quali che

fossero le chiese confessionali che li gestivano – cattolica romana,

unitaria, presbiteriana o anglicana – indica che a monte di questi

decessi vi erano politiche e condizioni comuni, questo perché ogni

secondo bambino morto nel sistema delle scuole residenziali elimina la

possibilità che tali decessi fossero puramente accidentali oppure

frutto di iniziative di pochi individui depravati che agivano da soli

e senza protezione.

 

 

Tuttavia tale sistema non solo era intrinsecamente omicida, ma operava

nell’ambito di condizioni legali e strutturali che incoraggiavano,

favorivano e istigavano l’omicidio che erano organizzare per occultare

questi crimini.

 

 

Le scuole residenziali erano strutturate come campi di concentramento,

secondo uno schema gerarchico di tipo militare sotto il controllo

totale di un preside nominato congiuntamente dallo stato e dalla

chiesa e che, generalmente, era un ecclesiastico. Nei primi anni ’30

del ’900 il governo federale conferì al preside persino diritti di

tutela legale su tutti gli studenti, almeno nelle scuole residenziali

della costa occidentale. Tenendo presente che le popolazioni indigene

erano per legge sotto la tutela legale dello stato e che così era

stato sin dall’entrata in vigore dell’Indian Act, tale iniziativa del

governo fu assai insolita; tuttavia tale potere assoluto del direttore

della scuola sulla vita degli studenti indigeni fu uno dei requisiti

di qualsiasi sistema i cui assassini di indigeni dovevano essere

mascherati ed in seguito negati.

 

 

Le scuole residenziali erano costruite con questo inganno, in modo

tale che i decessi e le atrocità tipiche del genocidio potessero

essere occultate ed infine spiegate. Nel contesto del Canada, questo

significava una politica di graduale ma deliberato sterminio sotto un

paravento protettivo legale, fornito da istituzioni “legittime e

fidate”: le chiese principali.

 

 

Andrebbe chiarito fin dall’inizio che le decisioni relative alle

scuole residenziali, comprese quelle che provocavano la morte dei

bambini ed i relativi occultamenti, erano ufficialmente autorizzate ad

ogni livello dalle chiese che le gestivano e dal governo che le

istituiva; solo un’autorizzazione di questo tipo avrebbe permesso che

i decessi continuassero così come è avvenuto – e che coloro che

commisero tali crimini si sentissero sufficientemente protetti da

agire impunemente per molti anni all’interno del sistema, così come

fecero dappertutto.

 

Esposizione alle malattie

Nel 1909 il Dr. Peter Bryce, del Ministero della Sanità dell’Ontario,

fu assunto dal Dipartimento Affari Indiani di Ottawa per visitare le

scuole residenziali indiane del Canada occidentale e della British

Columbia e fare rapporto sulle loro condizioni sanitarie. Il rapporto

di Bryce scandalizzò a tal punto governo e chiesa che venne

ufficialmente insabbiato, per tornare alla luce solo nel 1922 quando

Bryce – che a causa della sincerità del suo rapporto fu estromesso

dall’amministrazione statale – scrisse un libro al proposito, dal

titolo The Story of a National Crime (Ottawa, 1922).

 

 

Nel rapporto in questione il Dr. Bryce affermava che nelle scuole

residenziali i bambini indiani venivano sistematicamente e

deliberatamente uccisi, citava un tasso medio di mortalità fra il 35%

e il 60% e asseriva che il personale ed i funzionari della chiesa

nascondevano, rifiutavano di consegnare o falsificavano regolarmente

la documentazione ed altre prove relative alla morte dei bambini.

 

 

Il Dr. Bryce inoltre dichiarò che uno dei metodi principali utilizzati

per uccidere bambini indigeni era quello di esporli intenzionalmente

al contagio di malattie trasmissibili come la tubercolosi per poi

negare loro qualsiasi assistenza o cura medica – una prassi

effettivamente riportata da alcuni fra i massimi rappresentanti

anglicani sul Globe and Mail del 29 maggio 1953.

 

 

Nel Marzo del 1998 William e Mabel Sport di Nanaimo, BC, due testimoni

indigeni che frequentarono le scuole residenziali della costa

occidentale, confermarono le affermazioni del Dr. Bryce: entrambi

sostengono di essere stati intenzionalmente esposti, negli anni ’40,

alla tubercolosi dal personale di due scuole residenziali, una

cattolica e l’altra della Chiesa Unitaria.

 

Mi costringevano a dormire nello stesso letto con bambini che stavano

morendo a causa della tubercolosi; ciò accadeva intorno al 1942 nella

scuola residenziale cattolica cristiana. Cercavano di ucciderci e

quasi ci riuscirono. Fecero altrettanto presso le scuole indiane

protestanti, tre bambini per letto, quelli sani con quelli morenti.

(Testimonianza di Mabel Sport resa ai funzionari della IHRAAM, Port

Alberni, BC, 31 marzo 1998).

 

Il reverendo Pitts, preside della scuola di Alberni, costrinse me ed

altri otto bambini a mangiare del cibo speciale da un tipo di

scatoletta diverso dal solito. Aveva un gusto davvero strano. In

seguito ci ammalammo tutti di tubercolosi. Io fui l’unico a

sopravvivere, perché mio padre una notte irruppe nella scuola e mi

portò via di lì. Tutti gli altri morirono di tubercolosi e non vennero

mai curati, bensì lasciati lì a morire, e a tutte le loro famiglie

venne detto che erano morti di polmonite. Il piano era quello di

ucciderci tutti in segreto. Dopo aver mangiato quel cibo, iniziammo

tutti a morire. Nel gruppo di coloro che furono avvelenati, vi erano

due dei miei migliori amici. Non ci fu mai permesso di parlarne né di

recarci nel seminterrato, dove venivano commessi altri omicidi; essere

mandati alla scuola di Alberni corrispondeva ad una condanna a morte.

(Testimonianza di William Sport resa ai funzionari della IHRAAM, Port

Alberni, BC, 31 marzo 1998)

 

Omicidi

 Secondo i testimoni oculari, nelle scuole residenziali erano prassi

comune omicidi anche più palesi. Tali testimoni hanno descritto

bambini che venivano picchiati e lasciati morire di fame, scaraventati

fuori dalle finestre, strangolati e buttati giù per le scale a

spintoni o a calci sino a morirne. Questi omicidi avvenivano in almeno

otto scuole residenziali, gestite dalle tre principali chiese

confessionali, nella sola British Columbia.

 

 

Il sottotenente Bill Steward di Nanaimo, BC, afferma: “Mia sorella

Maggie fu scaraventata da una suora dalla finestra al terzo piano

della scuola di Kuper Island, e morì. Tutto venne insabbiato, né venne

svolta alcuna indagine. All’epoca, essendo indiani, non potevamo

assumereuna avvocato e così non venne mai fatto

alcunché.” (Testimonianza di Bill Steward, Duncan, BC, 13 agosto

1998).

 

Diane Harris, assistente sanitaria del Consiglio della Tribù Chemainus

della Vancouver Island, conferma i resoconti degli omicidi. “Sentiamo

in continuazione racconti sui bambini che furono uccisi a Kuper

Island. Appena a sud della scuola vi era un cimitero, destinati ai

bambini nati dai rapporti fra i preti e le ragazze, sino a quando nel

1973, alla chiusura della scuola, non fu portato alla luce. Le suore

facevano abortire le ragazze madri ed a volte finivano con

l’ucciderle. Vi erano molte sparizioni. Mia madre che ora ha 83 anni,

vide un prete trascinare una ragazza giù per le scale tirandola per i

capelli e, di conseguenza, ella perì. Le ragazze venivano stuprate ed

uccise, e poi sepolte sotto i tavolati dei pavimenti. Chiedemmo ai

funzionari della RCMP locale di esumare quel luogo in cerca di resti

ma loro si sono sempre rifiutati di farlo, anche in anni recenti come

il 1996; il caporale Sampson ci ha persino minacciati. Questo genere

di insabbiamento è la regola. I bambini sani venivano messi in

infermeria assieme a quelli malati di tubercolosi, era la procedura

standard; nell’arco di sette anni abbiamo documentato 35 omicidi

palesi.” (Testimonianza di Diane Harris resa di fronte al tribunale

della IHRAAM, 13 giugno 1998).

 

 

Esistono riscontri a indicare che l’attiva collusione fra polizia,

funzionari dell’ospedale, medici legali, agenti indiani e perfino capi

indigeni ha contribuito ad occultare tali omicidi. Gli ospedali

locali, in particolare i sanatori per la tubercolosi collegati alla

chiesa unitaria e a quella cattolica romana, hanno svolto la funzione

di “discariche” per i cadaveri dei bambini ed hanno regolarmente

fornito certificati di morte falsi per gli studenti uccisi.

 

Nel caso della scuola residenziale della Chiesa Unitaria di Alberni,

gli studenti che scoprivano i cadaveri di altri bambini subivano gravi

punizioni. Uno di questi testimoni, Harry Wilson di Bella Bella, BC,

afferma di essere stato espulso dalla scuola, quindi ricoverato in

ospedale e drogato contro la sua volontà dopo aver scoperto il corpo

di una ragazza deceduta nel maggio del 1967.

Cosa triste, il sistema a doppio livello di collaborazionisti e

vittime creato nelle scuole fra gli studenti nativi continua a

tutt’oggi, poiché alcuni dei rappresentanti del consiglio della tribù

finanziati dallo stato – essi stessi ex collaborazionisti – sembrano

avere un particolare interesse nel contribuire a sopprimere le prove e

a mettere a tacere testimoni che incriminerebbero non solo gli

assassini ma anche loro stessi, in quanto agenti dell’amministrazione

bianca.

 

 

La maggior parte dei testimoni che hanno raccontato la loro storia

agli autori e di fronte ai tribunali pubblici della costa occidentale

hanno descritto o di aver visto casi di omicidio o di aver scoperto un

cadavere presso la scuola residenziale che frequentavano. Il numero

delle vittime, anche secondo le cifre fornite dal governo, fu

enormemente elevato; ma allora dove sono tutti i cadaveri? I decessi

di migliaia di studenti non sono riportati in nessuno dei registri

delle scuole, degli archivi degli Affari Indiani né su altra

documentazione finora presentata in tribunale o su pubblicazioni di

ricerca relative alle scuole residenziali. Circa 50.000 cadaveri sono

letteralmente ed ufficialmente andati perduti.

Il sistema delle scuole residenziali ha dovuto occultare non solo le

prove degli omicidi ma anche i cadaveri. La presenza di fosse comuni

segrete per i bambini uccisi presso le scuole cattoliche e protestanti

di Sardis, Port Alberni, Kuper Island ed Alert Bay è stata attestata

da numerosi testimoni, secondo i quali queste aree segrete di

sepoltura contenevano anche i feti abortiti e persino i bimbi molto

piccoli frutto dei rapporti fra preti e ragazze del personale delle

scuole. Una delle testimoni, Ethel Wilson di Bella Bella, afferma di

aver visto “file e file di piccoli scheletri” nelle fondamenta della

ex scuola residenziale anglicana di St Michael’s ad Alert Bay quando

al suo posto, negli anni ’60, venne edificata una nuova scuola.

 

 

Vi erano svariate file di scheletri, tutti allineati ordinatamente,

come se fosse un gran cimitero. Gli scheletri erano stati ritrovati

all’interno di una delle vecchie mura della scuola di St Mike. A

giudicare dalle dimensioni, nessuno di essi poteva essere molto

vecchio. Ora, per quale motivo così tanti bambini sono stati sepolti

in quel modo all’interno di un muro, a meno che qualcuno non stesse

cercando di nascondere qualcosa? (Testimonianza di Ethel Wilson resa a

Kevin Annett, Vancouver, BC, 8 agosto 1998).

 

 

Arnold Sylvester, il quale, come Tennis Charlie, fra il 1939 ed il

1945 frequentò la scuola di Kuper Island, conferma questo resoconto “I

preti scavarono in quel cimitero in tutta fretta nel 1972, quando la

scuola chiuse. Nessuno era autorizzato a guardarli riesumare quei

resti. Penso che ciò fosse dovuto al fatto che si trattava di un

cimitero particolarmente segreto, dove venivano sepolti i cadaveri

delle ragazze incinte. Alcune delle ragazze ingravidate dai preti

furono effettivamente uccise perché minacciavano di spifferare tutto;

a volte venivano spedite via e a volte scomparivano. Non ci era

consentito parlare di questo argomento.” (Testimonianza di Arnold

Sylvester resa a Kevin Annett, Duncan, BC, 13 agosto 1998).

Anche gli ospedali locali venivano utilizzati come discariche per i

cadaveri dei bambini, come nel caso del ragazzo di Edmonds e del suo

“trattamento” presso il St Paul’s Hospital, seguito al suo omicidio

avvenuto presso la scuola cattolica di North Vancouver. Alcuni

ospedali, comunque, sembrano essere stati luoghi particolarmente

prediletti per l’accumulo dei cadaveri.

 

Il Nanaimo Tubercolosis Hospital (chiamato The Indian Hospital) era

uno di questi. Secondo alcune donne che hanno subito questo genere di

torture presso tale ospedale (vedere Articolo IId), sotto la guisa di

cure per la tubercolosi generazioni di bambini e adulti indigeni

furono oggetto di esperimenti medici e di sterilizzazione; lo stabile

tuttavia era anche una sorta di magazzino-obitorio per i cadaveri dei

nativi.

 

 

Secondo testimoni come Amy Tallio, che frequentò la scuola di Alberni

nei primi anni ’50, il West Coast General Hospital di Port Alberni non

solo accoglieva i corpi dei bambini provenienti dalla locale scuola

residenziale della Chiesa Unitaria; era anche il luogo dove venivano

eseguiti gli aborti sulle ragazze indigene ingravidate dai preti e dal

personale e dove si sbarazzavano dei neonati che, forse, venivano

uccisi.

 

 

Irene Starr, della nazione Hesquait, la quale frequentò la scuola di

Alberni fra il 1952 e il 1961, conferma tutto questo.

 

Alla scuola di Alberni molte ragazze rimanevano incinte. I padri dei

bambini, quelli che le violentavano, erano i membri del personale, gli

insegnanti. Non abbiamo mai saputo cosa accadeva ai neonati, ma essi

scomparivano regolarmente. Le ragazze gravide venivano portate

all’ospedale di Alberni e quindi ritornavano, senza i loro bambini.

Sempre. Il personale uccideva quei bambini per eliminare le loro

tracce; venivano pagati dalla chiesa e dallo stato per fare gli

stupratori e gli assassini. (Testimonianza di Irene Starr resa a Kevin

Annett, Vancouver, BC, 23 agosto 1998)

 

 

III

Articolo II (b): Provocare gravi danni fisici o mentali

Agli esordi dell’era delle scuole residenziali, Duncan Campbell Scott,

sovrintendente agli Affari Indiani, delineò così le finalità delle

suddette scuole: “Uccidere l’indiano che è dentro gli indiani”.

Chiaramente l’attacco genocida contro gli indigeni non era soltanto

fisico. Ma anche spirituale. La cultura europea ambiva a possedere le

menti e le anime delle nazioni native, per trasformare gli indigeni

che non era riuscita a sterminare in copie di terza classe dei

bianchi. Alfred Caldwell, direttore della scuola della Chiesa Unitaria

di Ahousat, sulla costa occidentale di Vancouver Island, nel 1938

scriveva: Il problema rappresentato dagli indiani è di natura morale e

religiosa. Essi mancano dei fondamenti di base del pensiero e dello

spirito civile, il che spiega la loro natura ed il loro comportamento

infantile. Presso la nostra scuola ci sforziamo di trasformarli in

cristiani maturi che imparino a comportarsi bene nel mondo ed

abbandonino il loro selvaggio stile di vita ed i loro diritti,

acquisiti col trattato, che li tengono inchiodati alla loro terra e ad

una primitiva esistenza. Soltanto allora il problema indiano nel

nostro paese verrà risolto. (Lettera del Rev. A.E. Caldwell all’agente

indiano P.D. Ashbridge, Ahousat, BC, 12 novembre 1938)

Il fatto che questo stesso preside venga citato dai testimoni in

quanto assassino di almeno due bambini – uno dei quali ucciso lo

stesso mese in cui scrisse la sopraccitata lettera – non è casuale,

poiché il genocidio culturale trabocca senza sforzo nell’assassino,

come i nazisti hanno dimostrato in modo così lampante al mondo.

Nondimeno la lettera di Caldwell chiarisce due punti nodali della

discussione relativa alle atrocità fisiche e mentali inflitte agli

studenti indigeni: (a) le scuole residenziali costituivano un vasto

programma di controllo mentale, e (b) lo scopo sotteso di questa

“riprogrammazione” dei bambini indigeni era quello di scacciare i

nativi via dalle loro terre onde permettere ai bianchi l’accesso ad

esse.

Citando la sopravvissuta di Alberni, Harriett Nahanee: Ci mettevano

sempre gli uni contro gli altri, costringendoci a combatterci e a

molestarci a vicenda. Il tutto aveva lo scopo di dividerci e di farci

il lavaggio del cervello in modo che dimenticassimo che noi eravamo i

Custodi del Territorio. Il Creatore diede al nostro popolo il compito

di proteggere le terre, i pesci, le foreste, questo era lo scopo delle

nostre essenze. I bianchi però volevano tutto per sé stessi, e le

scuole residenziali erano il metodo aloro disposizione; metodo che

funzionò. Abbiamo dimenticato il nostro sacro compito ed ora i bianchi

possiedono la maggior parte delle terre e si sono impossessati di

tutto il pesce e di tutti gli alberi. Noi siamo per la maggior parte

poveri, dediti a vizi, violenti in famiglia; e tutto questo iniziò

nelle scuole, dove ci manipolarono la mente affinché odiassimo la

nostra cultura e noi stessi, cosicché avremmo perso tutto quanto.

Questo è il motivo per cui affermo che il genocidio è tuttora in

corso. (Testimonianza di Harriett Nahanee resa a Kevin Annett, North

Vancouver, BC, 11 dicembre 1995)

Fu solo con l’assunzione dei poteri di tutela da parte dei presidi

della costa occidentale, avvenuta fra il 1933 ed il 1941, che emergono

i primi riscontri di reti pedofile organizzate in quelle scuole

residenziali; perché quel sistema era legalmente e moralmente libero

di fare ai suoi allievi coatti tutto quello che voleva.

Le scuole residenziali divennero un rifugio sicuro – un sopravvissuto

le definisce una “zona franca” – per pedofili, assassini e medici

perversi che avevano bisogno di cavie umane vive per collaudi di

farmaci o ricerche genetiche e sul cancro.

Scuole specifiche, come quella cattolica di Kuper Island e quella

della Chiesa Unitaria di Alberni, divennero centri speciali in cui,

unitamente all’abituale sequela di pestaggi, stupri e noleggio di

bambini a influenti pedofili, venivano praticate impunemente tecniche

di sterminio su bambini indigeni provenienti da tutta la provincia.

Gran parte del male fisico e mentale recato agli studenti indigeni

aveva lo scopo di spezzare lealtà tribale tradizionale per linee di

parentela, mettendo i bambini gli uni contro gli altri e privandoli

dei loro legami naturali; maschi e femmine erano rigidamente segregati

in dormitori separati e non potevano mai incontrarsi.

Una sopravvissuta racconta di non avere mai visto il fratellino per

anni, anche se lui si trovava nel medesimo edificio della scuola

anglicana di Alert Bay. Quando poi i bambini sconfinavano nei

corrispettivi dormitori e le ragazze ed i ragazzi più grandicelli

venivano colti a scambiarsi effusioni, venivano applicate a tutti

quanti punizioni più severe. Secondo le parole di una sopravvissuta

che frequentò la scuola di Alberni nel 1959: Un ragazzo ed una

ragazza, sorpresi a baciarsi, subirono la pena delle verghe. I due

vennero costretti a strisciare nudi lungo una fila di altri studenti,

e noi li colpimmo con bastoni e fruste forniteci dal direttore; la

ragazza fu picchiata così duramente che morì a causa di

un’insufficienza renale. Ci diedero davvero una bella lezione: se

cercavi di provare dei normali sentimenti per qualcuno, venivi ucciso

per questo. Così imparammo ben presto a non voler bene né a fidarci di

nessuno, e a fare soltanto quanto ci veniva ordinato. (Testimonianza

di una donna non identificata della Nazione Pacheedat, Port Renfrew,

BC, 12 ottobre 1996)

Secondo Harriett Nahanee: Le scuole residenziali creavano due tipi di

indiani: schiavi e traditori, e questi ultimi sono ancora in carica.

Il resto di noi fa ciò che gli viene ordinato. I capi dei consigli

delle tribù hanno detto a tutti quelli della nostra riserva di non

parlare in tribunale ed hanno minacciato di tagliare le nostre

indennità nel caso lo facciamo. (Harriet Nahanee a Kevin Annett, 12

giugno 1996).

La natura di quel sistema di tortura non era casuale. Ad esempio,

nelle scuole residenziali canadesi di qualsiasi confessione, l’uso

regolare di scosse elettriche su bambini che parlavano la loro lingua

o che erano “disobbedienti” era un fenomeno diffuso, e ciò non veniva

a casaccio ma era una prassi istituzionalizzata.

Secondo testimoni oculari, nelle scuole di Alberni e Kuper Island

della British Columbia, nella scuola cattolica spagnola dell’Ontario

ed in strutture ospedaliere isolate, gestite dalle chiese e dal

Dipartimento Affari Indiani nel Quebec settentrionale, a Vancouver

Island e nell’Alberta rurale, esistevano stanze di tortura, allestite

appositamente con sedie elettriche fisse e spesso fatte funzionare da

personale medico.

Mary Anne Nakogee-Davis di Thunder Bay, Ontario, nel 1963 all’età di

otto anni, fu torturata su una sedia elettrica dalle suore della

scuola residenziale cattolica spagnola. Ella racconta: Le suore la

usavano come un ‘arma, e vi fui sottoposta in più di un’occasione. Ti

legavano le braccia ai braccioli metallici e le scosse ti facevano

sobbalzare tutto il corpo. Non so che male avessi fatto per meritare

una tale punizione. (Tratto da The London Free Press, London, Ontario,

22 ottobre 1996)

Torture di questo genere, analoghe ai programmi di sterilizzazione

individuati presso il W.R. Large Memorial Hospital di Bella Bella ed

il Nanaimo Indian Hospital, venivano eseguite anche presso istituti

gestiti dalle chiese con i fondi del Ministero Affari Indiani.

Frank Martin, postino indigeno della British Columbia settentrionale,

descrive la sua reclusione coatta e l’impiego della sua persona per

esperimenti, avvenuta nel 1963 e nel 1964 presso la Bbrannen Lake

Reform School, vicino a Nanaimo: All’età di nove anni fui rapito dal

mio villaggio e mandato alla scuola Brannen Lake di Nanaimo. Un medico

locale mi fece un’iniezione e dio mi risveglia in una piccola cella,

forse di tre metri per quattro; mi tennero rinchiuso li come un

animale per 14 mesi. Mi tiravano fuori ogni mattina e mi

somministravano scosse elettriche alla testa sino a quando non svenivo

e poi, nel pomeriggio, mi sottoponevano a raggi x per diversi minuti

di seguito. Non mi dissero mai perché lo facessero, ma all’età di

diciotto anni mi ammalai di cancro ai polmoni pur senza aver mai

fumato. (Testimonianza videoregistrata di Frank Martin resa a Eva

Lyman e Kevin Annett, Vancouver, 16 luglio 1998)

Questi esperimenti empirici combinati ad un sadismo brutale

caratterizzarono questi istituti finanziati pubblicamente, in

particolare il famigerato Nanaimo Indian Hospital. David Martin di

Powell River,BC, nel 1958, all’età di cinque anni, fu condotto in

questo ospedale e sottoposto ad esperimenti comprovati da Joan Morris,

Harry Wilson ed altri testimoni citati nel presente rapporto. Secondo

David: Mi fu detto che avevo la tubercolosi, ma io ero del tutto sano;

non presentavo alcun sintomo di quella malattia. Quindi mi mandarono

al Nanaimo Indian Hospital e li mi tennero legato in un letto per più

di sei mesi. Ogni giorno i medici mi praticavano delle iniezioni che

mi facevano stare davvero male e provocavano sulla mia pelle

arrossamenti e prurito. Sentivo le urla di altri bambini indiani

rinchiusi in celle di isolamento; non ci fu mai consentito di vederli

e nessuno mi disse mai che cosa stessero facendo a tutti noi in quel

luogo. (David Martin a Kevin Annett, Vancouver, 12 novembre 2000).

Presso le stesse scuole residenziali una tortura ordinaria e

ricorrente erano gli interventi sui denti dei bambini senza l’utilizzo

di qualsiasi forma di anestesia o di analgesici. Due diverse vittime

di queste torture presso la scuola di Alberni descrivono di esservi

state sottoposte da differenti dentisti a distanza di decenni.

Harriett Nahanee fu brutalizzata in quel modo nel 1946, mentre Dennis

Tallio fu “sottoposto all’opera di un vecchio infermo che non mi

somministrò mai degli analgesici” in quella stessa scuola nel 1965.

I sopravvissuti algi esperimenti del Dr, Josef Mengele ritengono che

costui li abbia elaborati alla Cornell University di New York, i

Bristol Labs di Syracuse, New York, e Upjohn Corporation e laboratori

Bayer dell’Ontario. Mengele ed i suoi ricercatori canadesi, come il

famigerato psichiatra di Montreal Ewen Cameron, utilizzavano

prigionieri, malati mentali e bambini indigeni provenienti dalle

riserve e dalle scuole residenziali nella loro attività volte a

cancellare e rimodellare la memoria, e la personalità umana, usando

farmaci, scosse elettriche e metodi per indurre traumi identici a

quelli impiegati per anni nelle scuole residenziali.

Ex dipendenti del governo federale hanno confermato che l’uso dei

“reclusi” delle scuole residenziali per esperimenti medici governativi

era autorizzato tramite un accordo congiunto con le chiese che

gestivano le scuole stesse.

Secondo un ex funzionari degli Affari Indiani: Una sorta di accordo

sulla parola fu in vigore per molti anni: le chiese ci fornivano i

bambini dalle scuole residenziali e noi incaricavamo l’RCMP di

consegnarli a chiunque avesse bisogno di un’infornata di soggetti da

esperimento: in genere medici, a volte elementi del Dipartimento della

Difesa. I cattolici lo fecero ad alto livello nel Quebec, quando

trasferirono in larga scala ragazzi dagli orfanotrofi ai manicomi. Lo

scopo era il medesimo: sperimentazione. A quei tempi i settori

militari e dell’intelligence davano molte sovvenzioni: tutto quello

che si doveva fare era fornire i soggetti. I funzionari ecclesiastici

erano più che contenti di soddisfare quelle richieste. Non erano solo

i presidi delle scuole residenziali a prendere tangenti da questo

traffico: tutti ne approfittavano, e questo è il motivo per cui la

cosa è andata avanti così a lungo; essa coinvolge proprio una sacco di

papaveri alti. ( Dai fascicoli riservati del tribunale dell’IHRAAM,

contenenti le dichiarazioni di fonti confidenziali, 12-14 giugno 1998)

Gli esperimenti in questione e la cruda brutalità delle sevizie

inflitte ai bambini nelle scuole attesta la considerazione che le

istituzioni avevano degli indigeni in quanto esseri “sacrificabili” e

“malati”. Decine e decine di sopravvissuti provenienti da dieci

diverse scuole residenziali della British Columbia e dell’Ontario

hanno descritto sotto giuramento le seguenti torture, inflitte fra il

1922 ed il 1984, a loro stessi e ad altri bambini, alcuni di solo

cinque anni di età.:

· Stringere fili e lenze da pesca attorno al pene del bambini;

· Inserire aghi nelle loro mani, guance, lingue, orecchie e pene;

· Tenerli sospesi sopra tombe aperte minacciando di seppellirli vivi;

· Costringerli a mangiare cibo pieni di vermi o rigurgitato;

· Dire loro che i erano morti e che stavano per essere uccisi;

· Denudarli di fronte alla scolaresca riunita e umiliarli verbalmente

e sessualmente;

· Costringerli a stare eretti per oltre 12 ore di seguito sino a

quando non crollavano;

· Immergerli nell’acqua ghiacciata;

· Costringerli a dormire all’aperto durante l’inverno;

· Strappare loro i capelli dalla testa;

· Sbattere ripetutamente le loro teste contro superfici muratura o in

legno;

· Colpirli quotidianamente senza preavviso tramite fruste,

bastoni,finimenti da cavallo, cinghie metalliche decorate, stecche da

biliardo e tubi di ferro;

· Estrarre loro i denti d’oro senza analgesici;

· Rinchiuderli per giorni in stanzini non ventilati senza acqua né

cibo;

· Somministrare loro regolarmente scosse elettriche alla testa, ai

genitali e agli arti.

 

Forse il riassunto più chiaro della natura e degli scopi di tale

sadismo è costituito dalle parole di Bill Steward di Nanaimo,

sopravvissuto alla scuola Kuper Island: Era la gente della chiesa ad

adorare il diavolo, non noi. Volevano l’oro, il carbone, la terra che

abitavamo, così ci terrorizzavano affinché consegnassimo tutto a loro.

Come fa un uomo che all’età di sette anni veniva violentato

quotidianamente a combinare qualcosa nella vita? Le scuole

residenziali furono istituite per distruggere le nostre vite, e

riuscirono nell’intento. I bianchi erano dei terroristi, puri e

semplici. (Testimonianza di Bill Steward resa a Kevin Annett e ad

osservatori della IHRAAM, Duncan, BC, 13 agosto 1998)

 

 

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