Born Again

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Opere dal carcere

by Duncan on apr.14, 2010, under Bellezza, Resistenza umana

A volte la barca si ferma in mezzo al mare nero petrolio e qualcosa si accende sulle barche dei pescatori, come un fuoco che si vede dalla riva..

O come fari che per istanti ti fanno andare oltre il ritmico andare delle maree..

Quando opere come queste vengono alla luce, qualcosa si frantuma nello Specchio opaco che riflette l’assenza, qualcosa di fa Presenza. E questo luogo diventa anche luogo di Spinta e Desiderio, di corsa oltre le sbarre, anche per il solo palpito di un gesto, per il colpo di colore di una mano, per il tronco scheggiato di una quercia.

Queste opere di Salvatore Guzzette, ergastolo detenuto ad Opera (Milano),  sono semplicemente meravigliose…

A cominciare dalla mia preferita, questo meraviglioso nudo di donna che apre la danza. Vedete io pittori ne ho conosciuti tanti e di quadri ne ho visti  a bizzeffe, ma raramente una tale capacità vibrante e vitale, che in colori ardenti e nitidi e in linee carnali, sensuali e avvolgenti oltrepassa il recinto per toccarmi dentro. C’è una sensualità da essere percepibile elettromagneticamente se qualcuno si prendesse la briga di misurarla con qualche strambo apparecchio futuristico..

E poi quei due.. penso padre e figlio.. che suonano il violino.. e mi rammento di Kafka, di Praga.. dei suonatori zingari e dei quartieri ebraici dell’est.. e la musica zigana, l’ironia yddish.. mentre il fiume scorre, tu scorri col fiume

E quella donna con la chitarra, che mi fa chiedere.. ma piantonato nel suo fine pena mai nel carcere di Opera, Salvatore Guzzetta come ha fatto questi viaggi?.. come è giunto in Spagna, dove in una città dell’entroterra selvaggio, può ancora vedere una donna come quella, con quelle braccia grandi e il volto ampio, accogliente e mediterraneo.. e la veste trazionale sulla quale si cinge della frutta.. mele, pomodori, non so dire.. ma che importa che frutta sia?

Sul blog creato con altri amici e dedicato all’ergastolo e agli ergastolani – LE URLA DAL SILENZIO –  potrete trovare anche altre immagini.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/04/10/opere-meravigliose-di-salvatore-guzzetta/

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La parte della Vita

by Duncan on mar.21, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Poesia

Everest

Ridha Chtorou è un detenuto del carcere di Sollicciano, con il quale sono in contatto.. Non conosco concretamente la sua storia di vita. So che è stata dura. So che è venuto dalla Tunisia. E che in Italia ne ha passate tante. So anche che abbiamo di fronte a un “mistico vestito da carcerato”, con improvvisi momenti di fuoco in cui vola oltre tutto e le sbarre non fermano la fantasie e le immaginizioni. Mentre le mani scrivono, dando vita a quelli che alcuni chiameranno Deliri.. e che noi chiameremo GRANDEZZA

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LA PARTE DELLA VITA

Ora e per sempre, io avanzo

sempre di più, raccogliendo e rivelando

verso i limiti dei miei momentatori

scegliendo qui uno a uno

per proseguie con lui in fratellanza

gigantesca bellezza d’uno stallone

vivace e sensibile alle mie carezze

ti uso solo un momento, poi ti lascio

che bisogno ho della tua andatura

quando io stesso la batto

perfino immobile e seduto

corro più svelto di te

nello spazio e nel tempo

oma m’accorgo che è vero

che sono in cammino con la mia visione

contento el connazionale e dello straniero

contento del nuuovo e dell’antico

contento dell’ateo e del credente

la mia rotta corre sotto il piombo degli scogli

percorrendo le antiche colline del mondo

con il bel dio gentile al mio fianco

proiettandomi nello spazio

attraverso il cielo e le stelle

infuriando, godendo, progettando

amando, usando cautela,

indietreggiando, invadendo,

aprendo e scomparendo

simili strade percorro notte e giorno

sembra che aspetti qualcosa da me

parla vecchia testona, che vuoi?

bada, io non do lezione

né faccio opere di carità

quando io dò, dono tutto me stgesso

tu là, impotente dallo sguardo sfuggente

apri quegli occhi avvolti dal nulla

perché io ti soffio, coraggio

non ti chieo chi sei

ma essere ciò che avvolgo in te

io vengo ad ingrandire ed applicare

apprendo in partenza più dei vecchi guardiani

ponendo me stesso, qui e ora

nel grembo del tempo

in cui divento uno di voi

sicuramente tu, io e i mondi

arriveremo, ancora dove ora siamo

e poi più lontano e più lontano

quando avrremo abbracciato tutti quei mondi

saputo e goduta ogni cosa di esse

saremo sazi e soddisfatti dopo?

se vollete capire, adate su un’altura

o in riva all’acqua

il primo moscerino è un chiarimento

una goccia o un movimento delle onde, una chave

il tutto non è né caos né morte

il tutto è forma, unione, disegno

è vita eterna ed è felicità

il passato e il presente

io li ho riempiti e svuotati

e mi appresto a riempire

la prossima cavità del futuro

dico che l’anima non vale più del corpo

dico che il corpo non vale più dell’aima

e dico che nulla, neppure Dio

è per chinque più grande del suo io

e dico a tutti gli umani

siate curiosi circa Dio

ascolto e vedo Dio in ogni oggetto

eppure non capisco perché dovrei

desiderare vederlo meglio di oggi

vedrò qualcosa di Dio in ogni ora

in ogni loro istante

vedo Dio in ogni volte umano

e nel mio allo specchio

trovo le lettere inviate da Dio per le strade

ciascuna firmata col suo nome

e le lascio dove si trovano

perché io so che dovunque mi diriga

altre vengono sempre e per sempre

tu ascolti lassù

che hai da confidarmi?

guardami in faccia mentre fiiuto

l’avanzare furtivo della morte

parla sinceramente, io resto solo un minuto

puoi parlare prima ch’io sia partito

ma non puoi cimentarti

quando è troppo tardi.

Svanita la visione, dileguata la gioia

svanito il canto dell’anima

che colma la distanza dei cieli

mi accorgo che gli uomini e le donne

che vedevo non mi erano più vicini

che non solamente su di loro

cadono macchie di buio

il buio getta le sue macchi

anche sopra di me

ho lavorato a maglia

l’antico nodo delle contraddizioni

ho mentito, arrossito, mi sono offeso

ho rubato, invidiato

ho avuto astuzia, rabbie, libidini

desideri brucianti che non osavo confesare

sono stato ingorno, vanitoso, furbo e futile

il lupo, il porco e il serpente

non mancarono in me

l’aspetto ingannevole, la frase frivola

il desiderio adultero non mi mancarono

odi, rifiuti, rinvii e bassezze

niente di questo mi mancò

fui uno come gli altri

ebbi i giorni e la sorte degl’altri

vissi la stessa felicità degli altri

lo stesso vecchio ridere, tossicchiare e dormie

rappresentai la parte che

sempre richiama, l’attore  l’attrice

la stessa vecchia parte che è

come noi la creiamo

grande quanto la vogliamo

piccola quanto la vogliamo

o grande e piccola insieme

ciò che lo studio non poté insegnare

e la predica non poté perfezionare

ora è compiuto

vivi vecchia vita, recita la parte

che richiama l’attore o l’attrice

l’antica parte che è piccola o grande

come ciascuno la crea.

Ridha Chtorou

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Claudio Crastus- Il Figlio del Vento

by Duncan on gen.05, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana

tempesta

Claudio Crastus fu una di quelle persone che in mezzo al dolore e alla sofferenza ci trasmettono qualcosa di vivo e profondo.. che ci fa sentire un senso anche nell’abisso.. e una Speranza..che ci trascende. La prima volta che mi imbattei in questa breve biografia che leggerete, seguita poi da una poesia, sentii la forte emozione che si prova in tutto ciò che manifesta una più alta epifania dell’Essere. E pensai al senso delle spirali del tempo, e come nei vortici tutto muore e rinasce. E Crastus imprigionato e sofferente sentì quella spinta, quella forma di fame e di sete, quella Chiamata. A volte mi pare di bestemmiare se lascio seguire il flusso dei pensieri. Arriverei a dire qualcosa che può sfiorare pericolosamente la bestialità.. per molti. Che forse ha avuto molto più senso vivere “da Claudio Crastus” che non la vita di molti “a piede libero”. Che c’è chi vegeta costantemente nella superficie, senza mai provare una gioia o un dolore autentico. C’è chi circondato da aria, tempo, persone e cose.. non va mai alla radice. E pur potendo cogliere tutto resta autistico al Sacro che ci circonda, che si impregna  a volte proprio negli anfratti meno luminosi, come tra costola e costola. Per molti non arriva mia il giorno del vento freddo sulla pelle.. dell’amore doloroso come una violenza sì.. ma pur sempre Amore. Molti non sono mai Uomini. Mi piacerebbe dire che la vita di Crastus ha avuto un senso.  Dopo secoii di sonno interiore alcuni si svegliono. Alcuni aprono gli occhi veAnche se è stata una vita durissima. Anche se ha sofferto davvero tanto. Mi ha colpito il suo lanciarsi sui grandi autori, la filosofia, la conoscenza. Mi ha colpito l’eruzione che trova mille mezzi per uscire fuori.. poesie, favole, racconti, articoli. Mi ha colpito quel “credeva in Dio e nel Disegno divino che spinge ogni uomo verso la verità”.. e mi ha colpito questa frase al di là di tutte le infinite discussioni che potremmo avere sull’idea di Dio.. ma per quel senso cosmico e inafferrabile di Mistero e Trascendenza..

Trovasti un Senso Crastus propio nel giardino delle ali spezzate…

Di seguito la piccola biografia cui alludevo e la poesia “Figlio del vento”.. molto simbolica e una delle migliori per iniziare a conoscere Crastus.

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 Claudio Crastus nasce a Roma il 19 aprile 1965. Un’infanzia segnata dalla separazione dei suoi genitori: dai sei anni in poi, una lunga permanenza in collegi della Lombardia, da dove appena riusciva fuggiva. Una brevissima esperienza di affidamento in una famiglia di Seregno e in seguito in una comunità di Grosseto, ultima spiaggia prima di approdare al carcere: Arese, dai preti salesiani, un’infinità di fughe verso un nucleo familiare che lo respingeva al mittente. La vita in strada, da fuggiasco perenne, lo porta a sperimentare ogni sorta di strategia di sopravvivenza: è un bambino, ma è capacissimo di rubare e rapinare. A tredici anni il primo approccio con l’eroina, sostanza che insieme ad altre droghe segnerà catastroficamente la sua vita. Al compimento del suo quattordicesimo anno di età viene arrestato per furto d’auto: quello è l’approdo a un mondo che diviene il suo mondo e in cui arresto dopo arresto colleziona una serie interminabile di reati fino all’omicidio, colpa per cui viene definitivamente condannato alla pena dell’ergastolo all’età di ventisei anni. Sembrerebbe il veloce declino di una stella caduta, un germoglio prematuro colto dal gelo, una pellicola in bianco e nero che si desidera dimenticare velocemente, un incubo che lascia tracce al risveglio … invece è il difficile travaglio, la gestazione per cui Claudio Crastus, dopo “secoli” di sonno interiore, si sveglia, e nasce a nuova vita. Paradossalmente in un mondo in cui non nascono fiori, in cui il cemento ti entra nell’anima, dove l’odore acre della morte ti segue per anni aggrappandosi ai ricordi, osservando lo specchio d’acqua della prima memoria, intravede, nitida, una figura rimossa: un bimbo in braccio a sua nonna, il bimbo che lui è stato. Nei lunghi anni di prigionia, si è appassionato alla lettura dei filosofi e dei poeti, scoprendo un’umanità che non conosceva e che lo ha sempre più allontanato dalla filosofia dei ghetti in cui la sua vita da emarginato era rimasta intrappolata. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie e la favola “La coccinella nera” ed ha scritto un diario inedito, favole e racconti, riflessioni e articoli. Amava dipingere e teneva mostre in cui esponeva i suoi quadri. Viveva a Firenze ed espiava la sua pena in regime di semilibertà. Credeva in Dio e nel disegno divino che spinge ogni uomo verso la verità.

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 Claudio Crastus     Poesia tratta dalla raccolta “Attendere il sole”

Figlio del vento

Io sono figlio del vento.
Fui generato
Nell’insenatura
Della roccia secolare
Da un seme sconosciuto
Bagnato dalle onde del mare
In tempesta.

Io sono figlio del vento.
Fui scaraventato
Nel mondo,
Percosso dal sole,
Morso dalla luna e
Scacciato dall’umanità.

Io sono figlio del vento.
Travolsi esili steli,
Strappai delicate corolle
Sparpagliai innumerevoli petali
Sulla devastazione
Del mio passaggio.

Io sono figlio del vento.
Urlo il mio delirio
Nei labirinti ove mi hanno imprigionato,
Ove mi dibatto e rido solo,
Quando mi insinuo nei giardini in fiore
Devastandoli senza pietà.

Io sono figlio del vento.
Giaccio stanco e senza cuore
Nel silenzio eterno delle grotte,
Privo del coraggio di amare
Mi contorco su me stesso all’infinito
Fin quando esausto stramazzo al suolo.

Io sono figlio del vento.
Esco piano e sfioro il mondo
Osservando le sconfinate pianure
Con occhi spauriti e melanconici,
Poi con paura mi ritraggo
In solitudine struggente.

Io sono figlio del vento
Il mio destino è quello
di infrangermi sugli scogli,
Tra le onde furiose dei mari.
Il mio destino sarà sempre
Suicidarmi nei ricordi,
Infrangermi negli angoli del mondo
Ove mi dibatto privo d’amore.

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Paolo Scarfone.. artista dei senza voce…

by Duncan on gen.03, 2010, under Bellezza, Resistenza umana, Simbolo

Un ragazzo giovanissimo, e già artista. Artista da sempre. Per un altro spazio gestito da me insieme ad altre due meravigliose persone, un blog dedicato ai carcerati ,http://urladalsilenzio.wordpress.com/, ha scelto di creare opere che trasmettino il senso di quella umanità che tende se stessa attraverso le sbarre. Opere ispirate allo spirito del blog, alle vite e alle “urla” di cui esso è testimone e di cui esso è al Servizio. Il MESSAGGIO diventa più potente, venendo implementato e potenziato con un linguaggio che solamente l’arte può dare. E anche grazie all’arte, all’arte vera, all’arte che pensa in grande.. anche grazie ad essa che battaglie, dolori, speranze, pianti, utopie, memorie, idee e valori.. nuovi modi di comprendere e agire.. anche grazie ad essa tutte queste cose possono essere trasmesse ed avere una chance. C’è un genere di “bellezza” tutto particolare. Una bellezza che parla all’anima e sconquassa la mente, come solo l’Arte sa fare.  E l’Arte diventa anche un modo per dare valore a tutto ciò che viene dall’Ombra, da Oltre le Mura.. da “l’aldià” come lo chiama Paolo. Un altro modo perché le Urla di tutti coloro che sono esclusi e dimenticati, e quindi anche degli ergastolani,… perché tutte queste Urla siano ancora più forti e potenti. L’artista è un uomo giovanissimo, ma il talento e il Sacro Fuoco li riconosci subito.. e non hai bisogno di segnare gli anni col pallottoliere per dare valore e apprezzare. E’ soprattutto un ragazzo di una sensibilità e profondità emotiva eccezionali.

Il suo nome è Paolo Scarfone. Rigetta una visione minimalista dell’Arte come puro sfogo narcisista di uomini impotenti e autompiaciuti. Non gli appartiene il pensiero debole di chi nelle proprie masturbazioni mentali bofonchia di postmoderno e iperrelativismo e di arte “come processo di mercato”. E’ una persona giovane e innovativa nei mezzi, nelle idee e negli strumenti. Ma con un cuore antico impregnato di valori senza tempo. L’opera lui la vive come parte di sé. Deve credere in essa e in qualche modo partorirla. Ci mette il suo intero corpo, plasmando gesso, muovendo tessuti, mettendoci il fiato. Paolo Scarfone nel tempo farà parlare di sé. Ma al di là dei riconoscimenti che potrà avere è già artista, perché ha l’Arte in sé.. come una febbre nelle mani, come una dimensione del Cuore. L’opera che vedrete, fotografata da tre diverse angolazioni, è la prima di una lunga serie che Paolo creerà per il blog.

Adesso lascio la parola allo stesso Paolo Scarfone. Nel primo pezzo farà un ritratto generale dello spirito delle opere che sta creando e che creerà per il blog. Nel secondo pezzo parlerà della prima opera che oggi vedrete nelle foto… ART 27?.. con il punto interrogativo decisamente voluto. Dopo i suoi testi, ci saranno le foto dell’opera presa da tre angolazioni. Buona visione.. e ancora un grazie a Paolo..

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Buio, luce. Buono, cattivo. Bianco, nero. .. sì, no.. Opposti che nella contemporaneità si abbracciano confondendosi… Le mie opere sono questo: estremi opposti, che si abbracciano fondendosi per un prezioso fine: far “esistere” gli esseri che, da dietro la superficie, implorano attenzione e vita. Gli opposti è facile definirli. Ruota tutto intorno a un punto neutro: la superficie, il piano. Questo devastato da fattori insiti nella magia che crea l’opera. Gli opposti appunto: da un lato la nostra vita di indifferenza, di superiorità, di scettri e corone date in mano al qualunquismo e all’anaffettismo. Noi, artefci dei peggiori misfatti e al contempo severissimi giudici. Noi, lussuriosi spaventati dall’eccesso di sesso. Noi, cuori ciechi di fronte a ginocchia che in terra implorano pietà. Da un lato… dunque… ni guardiani di un varco che teniamo a non aprire, perché al di qua siamo rappresentanti di una elité, perché l’aldilà ci impaurisce, dunque.. non esiste. Dall’altro lato, aldilà del muro deve è appesa l’opera.. una parte del mondo.. di mondi nascosti.. di mondi che fa comodo ignorare per vivere meglio. Mondi non creati da immagini.. ma dalla tridimensionalità dei singoli suoi cittadini. Ognuno li chimi come vuole: anime in pena, dolori, ricordi, ergastolani, barboni, esiliati, esclusi, stranieri. Io con le mie opere apro quel varco, per quanto posso. Ed è lì che ”l’estraneo”, pur non avendo un nome, lineamenti definiti, una vita nota a noi presuntuosi; pur non avendo un carattere individuale.. ESISTE! Egli si distrugge per farlo. Soffoca dall’interno conto la tela, spingendosi il più possibile verso la realtà che non lo riconosce. E più lui si spinge e guadagna centimetri nel nostro spazio, meno i suoi lineamenti sono definibili.. per la migliore tensione della tela.. per la nostra fremente paura che ci impedisce di squarciare la tela e far entrare l’estraneo… Duro riassumere il tutto con parole. A maggior ragione perché siamo fatti di gesti, spesso inconsci. E allora.. per lasciavi trasmettere qualcosa da questi pezzi… immaginate quale deve essere lo stato d’animo che porta i personaggi del mondo delle mie sculture a fare qauei gesti, a contrarsi fino al punto di essere disposti a morire per occupare quei due centimetri in più nello spazio. Due centimetri a cui noi non facciamo nemmeno caso, dal momento che ne abbiamo troppi… Per tentare di capire i miei pezzi, chiedetevi cosa avete davanti, non vedendoli come opere, ma come dossier, come megafoni di uomini che realmente esistono e che senza tele come queste.. voi vi rifiutate di riconoscere.

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ART 27?

Beh, in questo pezzo gli opposti sono palesi. Si presenta un pannello diviso tra il bianco e il nero, banalmente concepibile come il bene e il male, metaforicamente buio e luce.. La parte bianca, la vita, è molto più in fermento, ha una superficie tridimensionale, straziata da giochi sottili di luci e ombre… Ma siamo sicuri che sia una vita felice? Da questa parte bianca, specchio di vita, esce un mana, estemamente e, direi, istericamente, tesa. Una mano testimone di cose orribili. Una mano che cerca una delle nostre per uscire dall’aldilà, luogo di sofferenza e terrore… Piccolo particolare: La mano è in ferro filato… è sensa consistenza, se non per un riconduzione logica della struttura in ferro. Diremmo che è un ammasso di ferro. E’ la mano di qualcuno che ci rifiutiamo di concepire come umano. E’ la mano di uno che non esiste.. perché.. se esistesse.. quanti punti fermi dovremmo scombussolare e rivalutare? Quanto ci renderebbe instabili e doloranti crescere a tal punto da vedere la mano in carne e ossa, e magari tendergli la nostra in segno di vicinanza? “TROPPO” è la risposta… Il nero è il buio, è il silenzio, è la legge, è la voce rassicuratrice che ci dice che non c’è null di cui preoccuparci.. che nulla di regolare accade. Il colore della scritta non è certo riconducibile alle fragole. E il testo.. beh.. penso che tutti conoscano l’art. 27; e che altrettanti conoscano il significato sarcastico di un punto interrogativo.. Il tutto è un’opera di musica lirica di un carcerato che tende la mano verso il sole attraverso le sbarre di una finestre. Mano che nessuno vede.. denuncia è dir poco…

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FUORI DALL’OMBRA- l’opera teatrale degli ergastolani di Spleto

by Duncan on dic.02, 2009, under Resistenza umana, video

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Il 23 giugno nella casa di reclusione di Spoleto è stato portato in scena lo spettacolo “Fuori dall’Ombra” che ha visto la partepicazione e il contributo attivo di circa trenta ergastolani ostativi. Voglio subito introdurlo con un commento scritto di getto e di cuore da  una persona molto speciale:

“Il lavoro teatrale, come ogni lavoro creativo e artistico è una forma di terapia meravigliosa per incanalare emozioni o sensazioni represse o dificili da esprimere: è una terapia che funziona bene con bambini e adulti, persone sane o malate. Le persone rinchiuse dentro una cella possono finalmente liberare se stessi con un lavoro teatrale, con le prove e fino allo spettacolo. Una barbara decisione non permettere di dare queste emozioni dei detenuti alle persone che loro amano, a chi anche se fuori, libero, vive in carcere con loro. Perché quando ami, ami a qualunque costo, in qualunque condizione e sei in simbiosi con l’altro.La scena iniziale è emblematica, ci sono due celle… in una gli Attori prendono del vino da un qualcosa nascosto, nell’altra viene messo un lenzuolo a mo’ di cappio sulle sbarre della finestra come preludio ad un atto suicida.. In carcere avviene così.. c’è chi decide di farla finita e forse nella cella accanto nessuno se ne accorgerà.. Poi le scene si alternano, ci sono momenti della loro vita.. un pranzo fatto insieme, ad un colloquio tra un detenuto e un sindaco (il nostro Carmelo), una parte anche molto bella dove ci sono quattro Attori che mostrano la schiena al pubblico e di fronte a loro le Donne, compagne, quelle che stanno fuori ad aspettare, magari a crescere i loro figli e qui l’emozione cresce, diventa dolorosa.. ci sono i sentimenti in campo, c’è l’amore, quello vero, chi ama a distanza per sempre, fino alla morte, o il risentimento, la rabbia verso l’uomo condannato. Si alternano momenti musicali, ti dimentichi di assistere ad un lavoro fatto e svolto in un grigio carcere, ti sembra di essere in un teatro normale.. ma di normale lì non c’è nulla.. veramente nulla..Leggono testi di lettere scritte dai detenuti, come quella di Ivano Rapisarda, o ci sono dialoghi dove si discute dell’inutilità del carcere o del loro essere Uomini Ombra, quindi fatiscenti. Parlano della professoressa che farà lezione lì dentro..Li guardo, li ascolto, in loro non vedo il sangue che hanno sparso, le vite che hanno tolto..Vedo in loro una grande voglia di rinascere, c’è nei loro occhi la necessità di continuare a vivere per essere diversi. Hanno bisogno di urlare al mondo che non sono più assassini. Ma hanno bisogno di qualcuno che gli dia voce…..”

Già queste parole possono farvi comprendere il valore e la bellezza dello spettacolo. E io vi assicuro che è uno spettacolo che non passerà indenne attraverso di voi. Vi toccherà profondamente l’anima. E’ un viaggio di circa un’ora e mezza in cui piano a piano entrate in un altro mondo, nel mondo dell’Ombra. E non ci entrate come in un compito a scuola, con testi rindandanti o retorici.. o detenuti che fanno i “carcerati”. Ma vedete la vita, la carne, l’ironia, il pianto, il sangue vividamente messi in scena.. con una freschezza, una immediatezza, e una vitalità rari. Comprenderete che loro non stanno semplicemente recitando. Che spesso dimenticano anche di avere una parte, e sentite vibrare il loro dramma, la loro sete e le loro emozioni.

La capacità di alternare momenti e linguaggi diversi è impressionante. E quindi vedrete e sentirete momenti musicali, dialoghi, monologhi. All’inizio si sente un pò male, col passare dei minuti migliora. Considerate anche che non è stato registrato con mezzi particolarmente sofisticati, infatti non vedrete mai uno zoom.

Questo video è unico per una serie di aspetti. Uno, principale, è che dal carcere non esce quasi mai nulla. Già è difficile creare gli eventi in carcere. Poi è ancora più difficile in qualche modo conservarli e registrarli. Ancora più difficile poi è farli uscire fuori. Quindi la possibilità di vedere uno spettacolo del genere è davvero una grande occasione, da non perdere assolutamente. Altra cosa, di carattere “strutturale”, concerne il “tipo” di spettacolo. Spettacoli teatrali in carcere se ne sono fatti nel corso del tempo, e se ne fanno. Ma spesso il detenuto “fa il detenuto”. Spesso è attore di una rappresentazione scritta e diretta da altri, sceneggiatori e registi esterni che vengono in carcere e “rappresentano” il carcere”, ma con il loro linguaggiio. Altre volte ci si limita a portare in scena “i classici”. Spesso il detenuto è in qualche modo passivo rispetto alla fase creativa e gestionale dello spettacolo. QUI E’ TUTTA UN’ALTRA COSA. Certo ci sono collaborazioni “esterne”, ma LO SPETTACOLO E’ FRUTTO DI UNA CREAZIONE COLLETTIVA DEGLI ERGASTOLANI DI SPOLETO. NEL MODO DI STRUTTURARLO, DI RAPPRESENTARLO, E NEL CONTENUTO CE’ LA LORO VITA, LE LORO STORIE, LA LORO ANIMA.. MESSE IN SCENA DA LORO, A MODO LORO, CON TEMPI LORO. Ad esempio, riguardo al contenuto, c’è anche il brano “dialogo tra la psicologa del carcere e un detenuto”, o il brano dedicato Ivano Rapisarda, letto da un gruppo di persone, a turno. Anche qeusto rende lo spettacolo unico. Una durissima ma splendida forma di autocoscienza portata ad emersione. Un momento di esistenza nel mondo e verso il mondo, tirata fuori coi capelli alzati in aria come il barone di Munchausen nella famosa storia, con tanto dolore che puoi tagliarlo a fette.. ma con un risultato che resta e non passa.

Lo spettacolo è stato riprodotto (grazie alla bravuta e all’ipegno di Panti, The Genius..) in quattro video..

ATTENZIONE! PER VEDERE I VIDEO DEVE ESSERE SCARICATO UN PROGRAMMA (senza il programma vi fa vedere solo cinque minuti per ogni video)… per scaricare il programma dovete cliccare su questo link.

http://www.veoh.com/download

SOLO DOPO SCARICATO QUESTO PROGRAMMA POTRETE VEDERE I VIDEO SENZA ALCUN PROBLEMA. Tranquilli, è una operazione facile e breve.

Buona visione…

PRIMA PARTE

Watch Fuori dall’ombra – parte prima in Activism & Non-Profit  |  View More Free Videos Online at Veoh.com

SECONDA PARTE

Watch Fuori dall’ombra – parte seconda in Activism & Non-Profit  |  View More Free Videos Online at Veoh.com

TERZA PARTE

Watch Fuori dall’ombra – parte terza in Activism & Non-Profit  |  View More Free Videos Online at Veoh.com

QUARTA PARTE

Watch Fuori dall’ombra – parte quarta in Activism & Non-Profit  |  View More Free Videos Online at Veoh.com

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E ti perdi ancora Spirito mio

by Duncan on ago.02, 2009, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana

prigione

Vi lascio a queste parole. E poco amo soverchiare di altri pensieri e visioni, quello che già vive da sè,  in pienezza e grazia. Rinchiusi a doppia mannaia, dalle profondità di  una prigione, con le catene sul collo e sugli anni.. grida la voce dell’amore. Si alzano le tue mani da dentro le sbarre e il tuo cuore ti porta lontano, oltre le catacombe.
Leggevo questa lettera. Raramente ho incontrato una tale “spinta” tra tante persone a piede libero.Ogni passaggio è da gustare e godere fin nelle ultime fibre, con quella carezza di anima che si mischia al dolore, vincendolo, almeno una volta, perché vi sia forza quando non c’è più niente. Perché proprio quando sei caduto, a volte provi quello che non hai mai provato prima.
Perchè..”Io non amo chi non è mai caduto”.
E c’è una frase, una frase di questa lettera che viene dal carcere che voglio citare. Una frase che è molto, molto di più di quello che può sembrare. Che risuona tra le pieghe delle mia storia, tra i cunicoli di volti che bruciano nella memoria, tra le dite spezzate nella neve, e i sogni incommensurabili della Speranza.

“l’uomo non si misura dalla posizione che assume nei momenti di convenienza ma da quella che assume nel cimento”.

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Di: Ridha Chtorou [carcere di Sollicciano]

Il mio vero sogno è che l’essenza del vero amore potrà germogliare anche dietro questi muri, non lo dico per dire ma perché lo spero e l’imploro. Non so come fate ad ignorare che non c’è profeta nella lunga storia della terra che non ha reso giustizia all’amore in qualunque forma che possiamo immaginare.
Sappiate che l’amore è tormento e gioia, è lacrime e riso, è gioco di arcobaleno, è dubbio e certezza, che l’amore è più della poesia, più di ogni cosa.
Che possiamo amarci senza mai dire una parola, senza evitarci i sarcasmi della vita e ricordatevi che l’amore era ed è più antico dell’uomo e che già vibrava di mistero.
Sogno di questo amore in questo posto infame, in questo posto dove non c’è più un sentimento vivo, dove scopri che si sono portati via il mondo.
E ti chiedi che differenza c’è fra ciò che è stato e ciò che non sarà più, che cosa resta quando non c’è più un dopo perché il dopo è già qui.
In cella chiuso dietro quattro muri viene abolito questo sentimento, colpa della fusione di tante situazioni che determinano la perdita dell’amore e non cerchi di ricostruirlo per non risentire il dolore della perdita. Capita che uno cerca di mettere a fuoco i sogni di essa, ma non ci riesci e ne conserva solo le sensazioni.
Forse è solo un avvertimento d’autodifesa che non si può riaccendere nel cuore che ormai è solo cenere ed è inutile rimpiangere il suo rifugio tanto una parte di te continua e desiderare la fine. È vero che rimane un’unica forma di amore con il mondo esterno, un amore platonico che non ha nulla a vedere con l’opera passata, seppellito sotto un ammasso di ricordi lontani, ed è anche vero che noi espiamo con vergogna il privilegio della vita ma anche d’amore.
In ultimo voglio insistere su un fatto, anzi una verità, che l’uomo non si misura dalla posizione che assume nei momenti di convenienza ma da quella che assume nel cimento, nella grande crisi e credo che noi siamo i più indicati a dare prova e credito a quello che ho già citato.
Perché quando hai amato hai riconosciuto il senso e valore.
L’amore non è una cosa su cui ci si limita a posare le mani o che si porta indosso, ma è una cosa che si porta dentro e su cui si muore, perciò raccogliete il vostro amore e portatelo lo stesso, avvenga quel che può, ormai non ha più importanza e fidatevi, non sarete mai soli perché il vostro credo in questo dono di dio sarà con voi fino alla consumazione del tempo. Sentirete il rombo del tuono, le onde del supplizio invadervi, cercare di sopraffare la vostra anima, ma nell’oblio dell’oscurità che ha invaso questo posto sarete sollevati al cospetto di dio e udirete una voce che vi dirà che l’amore è bello ed è bello farne parte.

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PIANOSA – INFAMIA

by Duncan on giu.09, 2009, under Controinformazione, Resistenza umana

carcere1
Queste cose sono accadute in Italia. E non al tempo del Sacro Romano Impero. Ma meno di venti anni fa. Abbiamo avuto, e forse abbiamo ancora, luoghi “ex lege”, dove ogni diritto legale cessa, adibiti alla  tortura, al pestaggio e al massacro. Vicende come questa sono degne del più infame penitenziario brasiliano, di Guantanamo e della Gestapo. Chiunque raglia parlando di carceri albergo e di detenuti che hanno quel che si meritano, legga sempre anche storie come questa. E dirò che neanche nei campi di concentramento i detenuti venivano trattati così. Non sto dicendo che andava meglio per gli internati nei campi di concentramento. Quasi sempre morivano, o “erano condotti” alla morte, mentre qui la morte è una eccezione. E prima di morire la loro vita era tremenda. Ma era tremenda soprattutto per il freddo, la fame e il lavoro bestiale.Rari invece erano casi di pestaggio indiscriminato, anche perché le SS erano piuttosto meticolose nel terrore, avevano una loro razionalità macabra, preferivano la lenta morte per sfinimento, prima di condurre poi intere carrettate alle camere a gas. Ma quesi brutalizzazioni indiscriminate e ricorrenti ripetutamente nel corso di una stessa giornata non accadevano neanche nei campi di concentramento. E’ stato permesso  che detenuti, per reati gravissimi e spesso mafiosi, certo, fossero sottoposti a una condizione di tortura. E’ stato consentito che per una stagione (ma la certezza che cose simili non accadano pure ora non ce l’ho) bande di sadici vestiti da secondini potessero martoriare e sottoporre ad ogni genere di umiliazione quelli che comunque sono esseri umani.. e fossero anche coccodrilli o serpenti non avrebbero meritato un tale trattamento. Si sono chiusi diecimila occhi o per viltà o per indifferenza.. o peggio.. per fare in modo che la “manovalanza” ne
spezzasse ogni volontà, magari ai fini di eventuali collaborazioni.
Queste storie non appartengono alle colonie penali francesi né ai
campi di lavoro coreani. Non sono segnati a penna sui libri di storia, nei giorni del basso medioevo.
Meno di venti anni fa. Italia.. 1992… Isola di Pianosa.
Questa testimonianza non la conosce quasi nessuno, ma merita di essere resa nota.
Quel carcere adesso è chiuso. Ma l’Infamia resta.

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di Matteo Greco

Ormai da parecchie ore mi sono addormentato, ad un tratto mi sveglio di soprassalto, alcuni secondini hanno aperto la porta blindata ed il cancello, entrano in cella, circondando la branda e mi dicono:
“Alzati, devi partire”.“ Per dove”? Un secondino, con la mano destra, mi prende per i capelli tirandomi fuori del letto, un altro mi dà un pugno dall’alto verso il basso sul collo. Cerco di difendermi. Mi si buttano tutti e sei addosso con pugni e calci, riesco a dare qualche pugno, cado per terra, mi rialzo, cado per terra, mi rialzo di nuovo finché ricado per terra per non avere più la forza di rialzarmi. In faccia sono una maschera di sangue, non ho detto una parola, né un lamento, si sono sentite solo le grida dei secondini. Mi portano all’ufficio matricola, ancora tutto stordito mi vengono messi i tre pizzi (manette) salgo su un furgone blindato. Vengo fatto scendere all’aeroporto militare. Non chiedo dove mi stanno portando e  dove sono i miei vestiti. Infatti, l’unico vestiario che ho è il pigiama che indosso ed un paio di ciabatte di plastica ai piedi. Mi fanno salire su un elicottero militare, un rumore assordante, non mi è stata data la cuffia. Dopo molte ore arrivo all’isola di Pianosa e lì mi attendono una trentina tra secondini, carabinieri e finanza.

È il 22 luglio 1992, ore 19 e 20, un caldo insopportabile. Finalmente è spento l’elicottero, una liberazione per le mie orecchie, ancora tutto stordito mi fanno scendere. Appena metto i piedi a terra alcuni secondini mi danno pugni e calci, vengo preso di peso come un fiammifero e vengo lanciato dentro una Jeep, sbatto la testa sulla sbarretta del bracciolo del seggiolino, le manette mi vengono messe ancora più strette, bloccando il passaggio del sangue dei polsi. Mi danno un pugno sulla testa gridando: “ Abbassa la testa, bastardo”.
Dopo cinque minuti di strada mi fanno scendere con uno spintone, cado per terra, per istinto mi porto l’avambraccio al viso riparandomi, vengo sollevato di peso con schiaffi e calci, fatto entrare in un fabbricato e messo in una cella d’isolamento, tre metri per due, una branda di ferro massiccio saldata per terra, un lavandino d’acciaio saldato al muro, sopra un rubinetto con acqua salata non potabile.
L’isola di Pianosa è sprovvista d’acqua dolce, è portata sull’isola dalla nave cisterna che la preleva da Piombino. Per bere si consuma acqua minerale imbottigliata. La direzione passa solamente un litro al giorno, l’altra la dobbiamo comprare da noi se non vogliamo patire la sete.

A fianco del lavandino c’è il gabinetto alla turca, a destra una mensola di ferro saldata al muro, a terra nel mezzo un seggiolino.

I muri sono umidi si sono formati alcuni canaletti che conducono fino al pavimento, l’acqua scorre come nei campi di riso. Mi viene ordinato di spogliarmi, rimango nudo, fatto abbassare a quattro zampe, mi vengono allargate le chiappe per guardare meglio nel buco, mi fanno aprire la bocca, alzare la lingua per ispezionarmi meglio, mi guardano persino d’entro le orecchie e fori del naso. Ad un tratto si scagliano di nuovo come belve assetate sul mio povero corpo, il pestaggio dura alcuni minuti lunghi come un eternità! Svengo! Riprendo i sensi con una puntura fattami da una dottoressa, la quale vedendomi esclama: “Ma come è ridotta questa persona?” Il suo lavoro (perché obbligata) è di far finta di nulla, infatti, nel certificato per la medicazione scrive: ” Trattasi di una piccola escoriazione sulla fronte scivolando in cella” Mi è imposto di firmare che sono caduto da solo e vengo lasciato per alcuni giorni in cella di isolamento, un litro d’acqua da bere al giorno, 200 grammi di vitto con dentro cicche di sigarette e pezzettini di vetro. Spesso entrano in cella con una sbarra per battere le sbarre, mi ordinano di stare dritto e di abbassare la testa, di guardare per terra, con le mani dietro la schiena e sono costretto a salutare senza ricevere risposta sia all’entrata dei secondini, sia all’uscita, per quattro volte al giorno. Mi è consegnato un documento che mi è stato applicato il 41Bis. Tutti questi maltrattamenti, queste umiliazioni così crudeli, hanno uno scopo ben preciso: far dire ai detenuti le falsità. (Che per loro sarebbe la verità). Dopo diversi giorni in cella d’isolamento sono condotto nel reparto “A”, terza sezione, primo blocco, cella numero tre. Trovo un detenuto. La cella ne può ospitare tre con le brande ben saldate al suolo.

A due metri d’altezza dal pavimento si trova una bilancetta per conservare la biancheria. In un angolo saldato al muro, vi è un televisore bianco e nero, per terra una panca di ferro lunga due metri per 50 cm e un tavolo, tutto bloccato col cemento. Il detenuto che c’è dentro si chiama Salvatore ma si fa chiamare Turi, è un mio concittadino, anche lui di Catania. Turi mi offre alcune brioche, uno dei pochi alimenti che ci permettono di acquistare, più che altro questo serve ai secondini per divertimento sui detenuti. Accetto con piacere per fame, sono dimagrito di cinque chili. Turi mi dà un paio di pantaloni, una maglietta, alcuni boxer, le scarpe non me le può dare perché ogni detenuto ne può tenere solo un paio. Per la prima volta dal mio arrivo nell’isola mi è finalmente data la cena, un pezzo di mortadella e un pezzettino di frittata. In seguito mi sono accorto che la domenica è il giorno più sicuro per consumare la cena, all’apparenza si presenta senza scorie, diversamente dal pranzo dove si trova sia nella pasta sia nel secondo un po’ di tutto tra sputi, cicche, carta, plastica, vetro, preservativi e spaghi. La carne non si vede mai. La tabella ministeriale del vitto non rispecchia assolutamente ciò che viene distribuito. Dove vanno a finire i soldi stanziati per il vitto? Un gran mistero!… Accendiamo il televisore e dopo qualche minuto viene un secondino e ordina di abbassare il volume. Turi, con gran pazienza esegue l’ordine, dopo alcuni minuti riviene lo stesso aguzzino facendo la medesima richiesta, era solo una scusa per insultarci, visto che il volume era al minimo. Turi fa finta di abbassarlo e il segugio va via soddisfatto. Le guardie vengono sull’isola a rotazione un mese o due al massimo, alcuni firmano per
molti mesi dato che la paga è molto più alta, inoltre si arrangiano con la merce che rubano ai detenuti, francobolli, sigarette, bagnoschiuma, shampoo etc. I pacchi delle brioche sono aperti per prendersi i punti dei regali che le case dolciarie danno. Volendo, la Ferrero potrebbe confermare. Il vino e la birra sono le prime cose che rubano appena dopo qualche minuto che sono state messe nello stipetto, fuori della cella. Pochi erano i secondini non ubriachi, la maggioranza canticchiava la stessa canzone (Faccetta nera). Per me non è una novità, infatti, già sapevo che le forze dell’ordine battono a destra. Di notte si dorme poco o niente per colpa di questi indegni individui perennemente ubriachi, che marciano sbattendo gli scarponi sopra il tetto delle nostre celle ove di solito camminano, spesso giocano con le scatole vuote dei pelati di latta urlando e schiamazzando. Finito di schiamazzare sul tetto entrano in sezione, aprono gli spioncini e c’insultano pesantemente. Alla mattina non conviene prendere il latte o il caffè perché ci viene versato addosso.
Quando si va all’aria si deve salutare e mettersi di fronte al lato della cella con il viso al muro, mani e braccia aperte, gambe divaricate al massimo come un piccolo ponte con la testa abbassata; un secondino come tutti gli altri col cappuccio in testa e con i guanti e manganello, ci tasta su tutto il corpo, ci fa girare facendoci aprire la bocca, dopo vari colpi di manganello che piovono da tutte le parti, più si corre e meglio è! E così si arriva al passeggio: il tragitto è pieno di secondini incappucciati che tirano manganellate da tutte le parti e  ingiuriandoci con frasi oscene d’ogni tipo, finché si arriva ai cancelli del passeggio chiuso. Allora bisogna fermarsi. Altro pestaggio, poiché non puoi correre ma devi aspettare che il secondino,
il quale ritarda apposta, apre il cancello. Vedendo ciò un giorno non andai al passeggio, allora i segugi entrano in cella e mi si scagliano addosso: è un massacro, un pestaggio così l’ho visto solo nei film del terrore. Quasi svenuto sono preso di peso e trascinandomi vado al passeggio. Turi mi si avvicina mentre sono disteso per terra, il secondino gli grida di non avvicinarsi, di non guardare e di allontanarsi e di passeggiare in fila senza mai allontanarsi. Era proibito parlare con altri detenuti. Rimango per terra sotto il sole per un’ora, finita l’aria i secondini mi prendono e sempre trascinandomi per 100 metri vengo portato in infermeria. Messo sul lettino da visita, il dottore non dice nulla, fa solo il certificato con la richiesta delle lastre, il viso è una maschera gonfia, il naso è rotto, il corpo pieno di sangue e lividi, sono irriconoscibile, le pupille degli occhi coperte dal gonfiore delle sopracciglie e dalla carne del viso, il labbro rotto e gonfio, il dottore non sa cosa dire e cosa fare. Il comandante dei secondini con un sorriso: ” Non si preoccupi questi mafiosi di merda, uomini senza onore e dignità, non sono nulla, solo con i poveracci sono malandrini, con noi guardie sono vigliacchi, ruffiani, tremano appena ci vedono, anzi fuori ci offrono il caffè, gente vile senza neanche una briciola di dignità. Fra di loro, se un poveraccio si dimentica di salutarli, questo è già morto.
A noi invece ci fanno un pompino, li trattiamo da animali, gli tocchiamo l’onore, offendiamo le loro famiglie, mogli, figli e cosa fanno? Ci leccano i piedi, questi sono i mafiosi di merda”. A questo punto vengono giù tante risate offensive da parte dei suoi scagnozzi.

Incomincio a muovere le dita, mi sto riprendendo, il dottore mi chiede come mi sento, se ho sintomi di vomito. Non gli rispondo e il dottore intuisce che non lo faccio per paura d’altre botte.

Vengo portato in cella, per alcuni giorni come pestaggi vengo lasciato tranquillo ma non come insulti, con sforzo mi devo alzare quando entra la battitura delle sbarre. Per Turi il discorso è diverso, è bastonato, miliato ogni volta che esce per andare al passeggio.
Appena sto meglio giù altre botte, tutto questo dura 51 giorni. Questi pestaggi avvenivano dalle quattro alle otto volte giorno. Di notte ci veniva buttata acqua calda con una pompa, portando i detenuti più anziani allo svenimento causa l’afa.

Bisognava alzarsi per pulire la cella, raccogliere l’acqua da terra perché era tutta allagata. Dopo 51 giorni, viene a visitare il centro di tortura l’Onorevole Tiziana Maiolo, sull’isola, i detenuti da pochi minuti erano stati bastonati. L’onorevole chiede di visitare le sezioni, invece il comandante le vuol far vedere soltanto le strutture. La Maiolo insiste a voler vedere i detenuti, un vice maresciallo come se capitasse lì per caso, rivolgendosi alla Maiolo l’avvisa che fra poco si alza il mare e se non va via subito non può più partire perché col mare mosso la vedetta non parte e nell’isola non ci sono alberghi ne pensioni. L’onorevole parte, ma vede il mare piatto come una tavola. Quindi una volta giunta a Piombino va direttamente al comando della guardia di finanza e chiede se nelle ore a venire ci sarà il mare mosso. Gli addetti lo escludono nel modo più assoluto. La Maiolo si chiede il perché hanno cercato la scusa per mandarla via e cosa succede lì? Qualcosa tramite gli avvocati le era arrivata all’orecchie. Infatti, anche gli avvocati che avevano chiesto il colloquio con i propri assistiti, per un mese gli erano stati
negati i permessi di incontrarli. Dopo alcuni reclami tale permesso era stato accordato dal Ministro dell’Interno e da quello di Grazia e Giustizia. Un’avvocatessa era andata a Pianosa per un colloquio con un suo assistito, la fanno aspettare fuori dalla cinta sotto il sole cocente. Chiede un bicchiere d’acqua e le viene rifiutato, dopo ore viene fatta entrare, è perquisita, spogliata nuda. Ha cercato di protestare, ma la Secondina le sta per mettere addosso le mani; L’avvocatessa intuisce l’antifona e se ne sta zitta. Le viene tolto l’assorbente, dopo un ispezione nei minimi particolari è fatta vestire, dopo altre ore di attesa finalmente può parlare col suo assistito. Non riesce a dire nulla, è sconvolta, si scusa, le racconta i maltrattamenti subiti: ”Io non vengo più qui, mi dispiace, ci vediamo al processo”. Il detenuto non le dice nulla di quello che lui subisce qui. L’avvocata ha capito guardando il suo assistito, che presenta segni di pestaggi sul viso e ha gli occhi neri e gonfi.
L’indomani, l’onorevole Tiziana Maiolo telefona al Ministero per farsi autorizzare a visitare i detenuti, questo a sua volta ordina agli aguzzini di riportarla a Pianosa e di farla parlare con i detenuti. A malavoglia viene accompagnata dal comandante e dal vice sceriffo.
Entra nella prima sezione, si ferma ad ogni cella, chiede come stanno e se ci sono problemi. Nota negli occhi e nel viso la paura, sono terrorizzati, ma la paura è troppo forte, se fosse stata da sola avrebbero avuto il coraggio di chiedere aiuto. Accanto a Lei ci sono tutti i secondini con i loro capi, che con sguardi di minacce gelano i prigionieri, la paura e il terrore sono in loro la padrona assoluta. I secondini avevano carta bianca. Alla fine L’onorevole si ferma nella mia cella e mi chiede come sto, rispondo: ”Male, sono bastonato minimo dalle quattro alle otto volte al giorno”. Mi alzo la maglietta e la Maiolo rimane di ghiaccio, mai in vita sua aveva visto un corpo così martoriato. Il comandante diventa giallo in viso, cerca di affermare che il detenuto è un po’ malato di cervello e che gli ematomi se li è procurati da solo. La Maiolo è piena di rabbia, chiede di aprire il cancello, vuole parlare da sola con me. Il capo degli aguzzini si rifiuta categoricamente, la Maiolo urla, lo stesso fa il Comandante che la vuole intimorire. Dopo un batti e ribatti il maresciallo cede ordinando al secondino addetto alla sezione di aprire la cella e parla con me. Io le racconto tutto, la Maiolo rimanendo sbalordita, prende nota di tutto quello che dico. Dopo che l’onorevole era andata via entrano i secondini in assetto di guerra, sono in otto, entrano gridando frasi oscene, io e il mio compagno veniamo colpiti a colpi di coda elettrica, sono sollevato, sbattuto nelle pareti, il sangue mi scorre mentre loro ridono. Da terra non riesco ad alzarmi, il mio sguardo cercava il mio compagno di cella, egli giaceva immobile, credevo fosse morto. Ad un tratto spunta una pompa d’avanti alla porta, esce acqua salata, con tutta la sua potenza vengo sbattuto in un angolo, l’acqua salata bruciava le ferite. Dopo la visita della Maiolo, le torture erano un po’ diminuite ma le iene continuavano a divertirsi. Molte volte i secondini prendevano il secchio con acqua, shampoo e detersivo, preso dai detenuti, facevano un miscuglio e lo buttavano nel corridoio in modo da far diventare il pavimento molto scivoloso per i detenuti  che andavano a passeggio, per far si che cadessero. Un certo Zio Paolo, uomo anziano, batté al cancello con la testa aprendosi il cranio, i secondini gli urlano di alzarsi e di continuare a correre. Quel poveretto non riusciva ad alzarsi finché i secondini non lo presero a calci…

Un giorno mi preparo per la doccia e chiedo alla guardia il bagno schiuma e lo shampoo ed egli risponde: ”Qui non c’è nulla, stronzo, a chi vuoi prendere in giro?” Gli assicuro che me l’avevano consegnato il giorno prima. Il secondino tutto arrabbiato per intimorirmi: ”Come ti permetti, cosa vuoi affermare che ti è stato rubato? Stronzo”. Sul mio viso arriva uno schiaffo e sbatto la testa contro il muro e a calci mi spinge fino alla doccia.

Una mattina, mentre mi trovavo al passeggio, vengo chiamato dal vice sceriffo, dopo le manette vengo fatto salire su una jeep, mettono in moto ed usciamo. Mi ordinano di tenere la testa abbassata. Ad un tratto il vice impugna la pistola e mi dice” stai per morire!” Mi punta la pistola nella tempia a destra. Non ho battuto ciglio, certamente la paura c’era ma non potevo fare nulla. In quel momento pensavo alla mia famiglia quando sento il grilletto girare a vuoto…
una finta esecuzione con le relative risate dei secondini. Come se non bastasse mi si dice: “Ora scappa, corri per la campagna”. Io con la testa faccio segno di no.

Un aguzzino mi dà uno schiaffo e urla: ” Scappa” io non mi muovo. Prendono una corda la mettono tra le mie manette e la legano alla jeep, mettono in moto e mi tirano dietro, cerco di correre il più forte possibile ma non posso farlo più forte della jeep finché con un piede entro in una buca, perdo l’equilibrio, cado e sono trascinato per circa 100 metri con risate e divertimento dei maiali…

Dopo alcuni giorni da questo fatto, prima di andare all’aria, all’improvviso durante la perquisizione mi arriva un pugno che mi colpisce il fianco destro. D’istinto mi muovo, non l’avessi mai fatto, mi danno pugni e calci da ogni parte del corpo. Dopo cinque minuti di pestaggio il brigadiere ordina agli aguzzini di smettere e mi portano alle celle di punizione. Dopo tre giorni vengo chiamato dalla direttrice, aveva occupato il posto del suo predecessore. Dopo mesi tutti si davano il cambio dopo che con immane sadismo si erano divertiti sui poveri detenuti. Dentro l’ufficio della troia, ella mi comunica che mi era stato fatto rapporto, mentre mi stavano perquisendo mi ero mosso. Io spiego i fatti. La troia mi minaccia e dice che mi denuncerà per calunnia. Io mi alzo la maglia per fargli vedere il mio corpo tutto pestato a sangue: “Questo chi me lo avrebbe fatto?”
La troia abbassa la testa e dice può andare.

Matteo Greco

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