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Non lasciate morire Gerri Giuffrida
by Duncan on feb.01, 2012, under Resistenza umana

Il ragazzo si chiama Gennaro Giuffrida, detto “Gerri”. Ha 32 anni ed è nativo di Brindisi. Di lui la madre dice “Gerry, un ragazzo come
tanti, sognatore, appassionato di moto da strada,determinato ,socievole ,con un forte temperamento, facilmente influenzabile ,come tutti ha anche degli aspetti meno piacevoli ,come l’ essere superbo ,prepotente nei confronti della vita , ma anche insicuro su quello che riguardava l’ aspetto della sua famiglia, solo dopo aver subito il fatto e con grande rammarico (compiango i famigliari della vittima), ha capito il vero valore affettivo della vita dato che di figli ne ha due e una compagna che gli è accanto”.
Lo stesso Gerri nella lettera che ha inviato al Presidente della Repubblica scrive “Sono sempre stato un tipo debole, incapace di dire no alla gente che mi chiedeva piccoli favori, ma questa mia bontà mi ha portato ad una vera e propria tragedia. Da quando avevo 17 anni ho iniziato a prendere psicofarmaci per ansia e attacchi di panico, ma la cosa che mi faceva stare ancora meglio era l’amore della mia famiglia. Nel tempo, però, gli psicofarmaci che prendevo aumentavano. Purtroppo il troppo amore della mia famiglia ha peggiorato la mia situazione, perché anche se facevo dei piccoli sbagli, loro mi proteggevano fino alla morte”.
Il riferimento all’ansia, agli attacchi di panico e agli psicofarmaci, aiuta a comprendere la particolare fragilità di questo ragazzo, e la situazione delicatissima che già viveva, che poi il carcere, e il modo in cui è stato fatto valere nei suoi confronti, ha enormemente esasperato. In carcere infatti, così denunciano Gerri e la madre, sono avvenuti episodi brutali e intollerabili che sono andati a colpire una psiche già fragile ed insicura.
Inizierò citando alcuni stralci finali della lettera di Gerri, per poi pubblicare in buona parte la lettera che la madre Angela Fuma, mi ha inviato.
Ciò che veramente conta, ai nostri fini, è l’ingiustizia che Gerri subisce, a prescindere. La subirebbe anche se non fosse innocente.
Ma quello su cui non facciamo sconti e su cui chiediamo chiarezza e giustizia totale.. E’ IL RISPETTO DELLA DIGNITA’ UMANA DI GERRI GIUFFRIDA. Il dovere morale che si faccia chiarezza sulla sua vicenda processuale, che si sappia se abbia subito brutalità intollerabili, e che, soprattutto si intervenga ORA, perché ora si comprenda la situazione che sta vivendo Gerri, e si faccia in modo che questa non porti a un punto di non ritorno.
Gerri è in isolamento da mesi. Le sue sensazioni di panico ed ansia, e di debilitamento fisico, frutto di un percorso carcerario che è stato un calvario, rischiano di esplodere nella soffocante situazione dell’ isolamento che gli impostogli nel carcere di Opera. Le sue lettere ormai rivelano disperazione e pensieri suicidi.
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–Uno dei frammenti finali della lettera di Gerri Giuffrida al
Presidente della Repubblica..
“Cinque mesi fa la Cassazione mi confermò la pena, e riuscirono ad
ammazzarmi per la terza volta. Aspettavo solo i carabinieri che
venissero a prendermi, e addirittura li chiamai io perché tardavano, e
quella attesa, nel vedere la mia compagna e mio figlio forse per
l’ultima volta, era tormentosa. Decisi che in carcere l’avrei fatta
finita.
L’8 giugno mi portarono nel carcere di Villa Fastiggi, dove, come in
ogni altro carcere, trovi appuntati che ti trattano come ad un
animale. E a me non andava giù, perché ritenendomi ancora innocente,
non potevo accettare le cose che loro mi chiedevano di fare, e quindi
venivo punito.
Dopo una decina di giorni mi trasferirono al carcere di Fermo. Carcere
infernale dove non c’è neanche lo spazio per fare due passi all’aria.
I dottori mi visitarono. In dieci giorni avevo perso circa 8 kg, avevo
attacchi di ansia e panico, e chiamavo sempre gli appuntati perché
chiamassero il dottore, che si trovava solo dalle 11 del mattino alle
19 della sera. Poi se chiami una guardia e dici che stai male, c’è
qualcuno che addirittura ti risponde, che quando muori poi ci si
pensa.
Ora sono arrivato a perdere 25 kg in 4 mesi e 15 giorni, e il mio
avvocato ha chiesto un periodo, che va dai sei mesi ai tre anni, agli
arresti domiciliari, in modo da potere essere curato, dato che sono
adesso 14 anni che, oltre all’aiuto della terapia, ho bisogno della
gente a me vicina. Sto malissimo e piango e basta. Non ho più voglia
di vivere. Non riesco nemmeno a vedere la televisione perché ci sono
solo cattiverie.
E’ venuto un mio medico di parte, che mi ha visitato e ha descritto le
mie precarie condizioni fisiche. Il magistrato ha chiesto il parere al
dirigente sanitario del carcere che non mi ha mai visitato.”
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–Lettera della madre di Gerri Giuffrida
(…..) Dopo la condanna definitiva della Cassazione è stato portato al
carcere di Pesaro provvisoriamente, perché lì non tengono detenuti con
condanne definitive superiori ai dieci anni. La stessa settimana è
stato trasferito al carcere di Fermo. Lì fu un periodo infernale,
cominciò a dimagrire vertiginosamente. Mandai subito la psichiatra
accompagnata da una psicologa. Lo trovarono gravissimo, sia
fisicamente che psicologicamente. Non aveva più muscolatura e non
reagiva più agli stimoli (un marocchino nella cella si prese cura di
lui, cercava di farlo mangiare cucinandogli un po’ di riso e lo
copriva perché lui si stava lasciando morire).
Quindi accertarono che avrebbe potuto fare un gesto inconsulto.
Subito dopo, il nostro perito ha fatto una relazione che certificava
le condizioni di mio figlio. L’avvocato ha mandato l’istanza con
questa relazione al Tribunale di sorveglianza, chiedendo per un breve
periodo i domiciliari, per dargli le giuste cure, ma l’istanza è stata
rigettata per ben due volte. Alla terza volta lo hanno trasferito a
Roma, in un carcere dove c’è un reparto in cui curano i detenuti
ammalati. Il trasferimento avvenne a sua insaputa. Lo svegliarono di
notte, dicendogli di vestirsi che doveva essere trasferito. Mio figlio
fu preso dal panico, cominciò a piangere e a supplicare le guardie di
lasciarlo lì perché stava vicino alla compagna e a suo figlio, e aveva
paura di restare solo. Ma per tutta risposta lo picchiarono senza
pietà, a calci e pugni in testa, e a calci nello stomaco e nei
fianchi. E senza soccorrerlo lo portarono in quello stadio pietoso a
Regina Coeli. Era messo così male che, quando arrivò, gli fecero
firmare che si trovava già in quello stato e che loro non c’entravano
niente. Poi lo chiusero per due giorni nudo per terra, in un buco al
buio. Lì dentro non si respirava, mancava l’aria. Ci ha raccontato che
cercava di respirare da una fessura. E a me che sono la madre, ogni
volta che lo ricordo mi sanguina il cuore. Quando siamo stati avvisati
per vie traverse del suo trasferimento, siamo partiti subito io e una
mia amica per andarlo a trovare. Ci avevano preavvisato che non
l’avemmo trovato in buone condizioni e che le guardie c’erano andate
giù pesanti. Arrivammo a Roma col cuore in gola, disperate. Ma io non
entrai, perché avevamo anche il bambino che aveva solo tre anni. Non
potevamo fargli vedere il padre in quelle condizioni, perché mia nuora
aveva capito la situazione critica. Puoi immaginare con che angoscia
rimasi fuori. Infatti, quando mia nuora entrò vide che era pieno di
ematomi giganti in tutte le parti del corpo. La testa non si
riconosceva, la faccia rovinata, sanguinava ancora dalla bocca, e
tremava e piangeva. Non poteva muoversi né mangiare.
Avevamo deciso di denunciare tutto, ma siccome hanno minacciato mio
figlio che avrebbe passato, in quel caso, guai ancora maggiori, visto
che sarebbe dovuto tornare al carcere di Fermo, timorosi decidemmo di
non denunciare più. Un mese dopo l’hanno riportato a Fermo. Quel mese
non è stato neanche un istante bene, non facevano altro che fargli
raggi dalla testa ai piedi, e imbottirlo di medicinali, anche per la
bronchite, che gli avevano fatto venire tenendolo in quello stato.
Quel mese si è cibato solo di medicinali. Potete immaginare le
conseguenze. Una volta arrivato al carcere di Fermo, le condizioni non
miglioravano. Ormai era arrivato a pensare 49 kg tutto vestito,
perdendo 25 kg del suo peso iniziale. Per cui decisero di trasferirlo
ad Ascoli Piceno (sbattuto da un carcere all’altro come fosse un sacco
di patate), dove sarebbe dovuto essere curato dato che lì c’erano i
medici tutto il giorno (medici mai visti o quasi). Qui le condizioni
peggiorarono ulteriormente, cominciarono ad aumentare le fobie, gli
attacchi di panico, ed il bisogno d’aria, perché si sentiva soffocare.
Per la disperazione ha scavato nel muro, ma subito dopo si è reso
conto di quello che aveva fatto, ed i suoi compagni di cella hanno
tentato di coprire il danno con una tenda, ma durante la perquisizione
quel buco è stato scoperto e lui è stato accusato di evasione. Lui
non voleva scappare dal carcere, anche perché sapeva che era
impossibile. E soprattutto c’era la speranza, se tutto andava bene,
che da lì a poco lo avrebbero preso al carcere di Gorgona, dove
avevano capito i suoi problemi ed erano disponibili ad aiutarlo.
Quindi, non considerando i problemi di mio figlio, lo sbattono ad
Ancona, nel carcere di Montacuto. Ogni spostamento per lui era un
trauma. Questo carcere era invivibile, si stava in condizioni pietose
e lui chiedeva continuamente di essere spostato, altrimenti l’avrebbe
fatta finita. Grazie ai nostri frequenti colloqui e alle lettere,
siamo riusciti a togliergli parzialmente questa idea dalla testa,
anche se nella sua mente il pensiero ricorre continuamente. Il suo
sfogo è stato quello di danneggiare la cella, forse sperando di farsi
spostare da quel carcere infernale. Viene nuovamente accusato di
danneggiamento di beni impropri, e spedito al carcere di Opera-Milano.
Qui viene messo in punizione, con sei mesi di isolamento con il 14
bis. E la sua condizione ora è davvero drammatica. Nelle lettere
continua scrivere che sta malissimo, e alla sua compagna continua a
dire che si vuole ammazzare, che non ha senso vivere così. Noi siamo
angosciati e viviamo con il terrore che da un momento all’altro
possiamo ricevere una brutta notizia.
Voglio salvare mio figlio. Vorrei poterlo tenere a casa, per dargli
le cure di cui ha bisogno, perché con il nostro amore potrà venire
fuori da questa depressione, pur scontando la sua pena. Se non è
possibile tenerlo ai domiciliari, aiutatemi per una comunità
riabilitativa idonea.
Non si può lasciare morire così un ragazzo tanto fragile, e per giunta
innocente. Cosa possiamo fare di più di tutto quello che abbiamo
fatto? Perché nessuno ci capisce?
Vi supplico. E’ il cuore di una mamma che vi scrive. Mio figlio se
continua a stare in carcere muore. Aiutatemi a salvarlo.
Angela Fuma
La goccia
by Duncan on ago.03, 2011, under Resistenza umana

Pubblico questo pezzo della cara amica Paola..
C’è poco da aggiungere. Il carcere e tutto ciò che gli gira intorno si rivela costantemente essere quell’ “Assassino dei Sogni” di cui parla Carmelo Musumeci.. un territorio dove il sadismo è parte integrante, dove ci si impegna… nel fare di tutto.. per distruggere o rendere tormentosi anche i pochi momenti di condivisione, affetto e intimità che si potrebbero vivere.
Grazie Paola
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Quello che fa impazzire davvero gli esseri umani è la goccia..quella goccia impercettibile, continua, decisa , delicata..e imperterrita…che un poco alla volta ti trapana il cervello e diventa talmente assordante da tramutarsi in boato
Ti entra dentro in punta di piedi, in maniera talmente discreta che non la avverti finchè non ti scava dentro come un acido…ti penetra in modo talmente lento da non percepire quasi che quando te ne accorgi c’è già una voragine dentro.
Quando te accorgi ammazzeresti..ma non puoi ..perchè non hanno fatto nulla tranne che infonderti una flebo di cattiveria talmente sottile che avrebbe potuto anche essere assorbita attraverso i pori della tua stanchissima pelle..invisible, un piccolo passo alla volta da non suscitare proteste nè qualsivoglia reazione…che poi le reazioni le puniscono di più.
Lugubre, scaltra, impercettibikle come una rugiada al mattino presto…secca come uno sparo a bruciapelo…geniale da far arrossire una volpe, cattiva da far scappare il demonio..la goccia di veleno lentissima che stilla dai muri dalle regole dalla demenza chissà..forse solamente dall’assenza di una qualunque percezione di vita che non sia quela universalmente accettata.
….incomprensibile follia ? ..no..solamente uno stato d’animo… Così crudo e lucido da fare spavento a se stesso…perché se vivi una passione sei sempre alla ricerca affannosa di un attimo che ti permetta di viverla..anche e persino in una sala colloqui diroccata ed illegale..una sorta di squallidisimo cantiere devastato con l’obsoleto bancone di marmo abolito da chissà quanto tempo..ma non lo vedi non lo curi non lo badi..ci sono i suoi occhi al di là..la sua pelle..e il resto è un inutile orpello che non spaccherà nessuna emozione…
ci provi lo senti anche vero ti sporgi diventi un acrobata per sussultare un brandello di pelle e alimentare di scarti quegli animali feriti..sublimi qualunque situazione tramuti l’acqua in champagne il cemento in velluto la rabbia in un brivido….sempre.
ora dopo ora e non è mai un’ora è l’infinito è il prossimo palpito da accarezzare…ma poi se ne accorgono..ti scoprono…percepiscono che in qualche strana stravagante maniera stai continuando a vivere..e decidono che non va bene..come ti permetti di vivere …TU???
…e così cambia tutto, un passo alla volta , con l’istrionica perfidia di un demone dalla sublime intelligenza…con la scaltra e perversa lentezza di chi SA come si distrugge un essere umano una cellula alla volta…prima gli orari, controllati alla frazione di secondo…un poco alla volta il telefono…staccando la comunicazione senza una voce che dica è finito il tempo, stracciandoti una frase a metà…..e con passo di piume il posto assegnato al colloquio con la guardia ad un metro e non puoi sederti altrove nonostante le regole…qualche tiepida e gelida battuta bollente…e il farti ”accomodare” sempre e solo direttamente sotto alla telecamera perché così devi stare a distanza… non dicono nulla..non hanno fatto nulla…è la goccia.
Che ti logora e ti scava e rimani da sola , la tua pelle rimane da sola prosciugata derubata senza nemmeno avvertirlo se non da quel freddo che senti al ritorno e a quella vuota tristezza di lacrime e non sai perchè..e così puoi avere la sperata tentazione di rivolgerti altrove e lasciarlo da solo a lottare con fantasmi d’acciaio temperato da un’unica maligna intenzione.
Distruggerci
Distruggerti
Come ti sei permesso di rimanere un uomo?
..almeno i capponi li castrano per mangiarli…a noi ..ci castrano solo per malcelata cattiveria…con una semplice, tenace, velenosa goccia di un veleno sottile…e letale
SAMIZDAT
by Duncan on ago.12, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Improvvisamente nacque il samizdat. Nessuno sa come sia incominciato, nessuno sa come funzioni, eppure c’é, esiste e risponde alle reali esigenze del lettore… alla fine c’é sempre qualcuno che ritorna in sé e si scuote di dosso la maledizione del letargo. (Nadezda Mandel’stam)
Dopo la morte di Stalin, negli anni ’50 e ’60 l’Unione Sovietica fu percorsa da un fenomeno che ha qualcosa di unico in sé. La censura, ogni livello di censura, e su ogni territorio della vita e del sapere, era spietata.
E anche i libri erano rigorosamente filtrati, controllati, selezionati.
Ma, è troppo forte questa fame di sapere e di vita. Non potete mettere tutti in riga. Su, sull’attenti.. agli ordini Compagno Professore. Non potete togliere quella rabbia, quella fame smadica di sapere.
Quanti sono i pompieri del fuoco?… e ci furono…
Ci furono questi strani “Uomini Libro”…
Moltie persone a loro rischio e pericolo andavano a scovare i testi proibiti. Alcuni riuscivano ad andare all’estero.. e là arrivavano financo a imparare a memoria un libro. Perché i libri proibiti non potevi mica portarti con te.
ALCUNI ARRIVARONO A IMPARARE UN LIBRO A MEMORIA…
GLI UOMINI LIBRO… BRADBURY PARLO’ DI LORO.. GLI UOMINI LIBRO…
E poi giù su carta a scrivere.. e poi il libro circola.. carta carbone.. poche copie..
Libri clandestini. Spesso potevi tenerli una sola notte. E allora con gli amici intimi iniziava il Viaggio. Venite vi aspetto..stanotte è il Grande Spettacolo. Stanotte va in scena il Libro Proibito.
Ho visto carbonari madre, clandestini sotto i venti centimetri di neve di Stalingrad. Camminavo piano nella notte. I Kgb non perdona. La Lubianka è il pozzo senza fondo di chi alzò la testa al cielo e fu preso.
Ma ci sono uomini che ameranno anche sotto la tortura del cavallo dell’inquisizione.. e allora, potete davvero pensare di spegnere questa Scintilla..?
SPEGNILA.. SPEGNILA .. DICONO… O FRUSTA O ZUCCHERO.. O GULAG O SAZIETA’.. TERRORE O PLACIDO CONFORMISMO.. BRUCIARE I LIBRI.. O RENDERLI INDIFFERENTI..
SPEGNI.. SPEGNI LA SCINTILLA… DISTRUGGI IL SACRO MISTERO CHE E’ IN TE… gracchiano tiranni, battone, e i loro gendarmi e i loro servi.
E prendevano questi libri i fortunati.. a volte una sola notte. una sola notte… una sola notte di amore. Tutti gli amici. Qualcuno di loro tradirà? Alcune volte è accaduto. Pagano bene i traditori. I delatori hanno un posto di riguardo nella Santa Madre Russia no, Roskolnikov? E’ solo una questione di prezzo?
A volte in quella lunga notte.. neanche leggeva chi aveva il libro.. ma come un pazzo lo ricopiava. Era un libro proibito.
Come il Necronomicon di Lovecraft.. con la differenza che il Necronomico faceva diventare pazzi e era scritto da forze oscure, dice la leggendo.. questi davano vita alla parte migliore che c’è, la parte che non si piega mai. E allora su… fai l’alba per scrivere ragazzo..
Domani avrai anche tu una copia.. farai qualche copia in carta carbone… non ciclostile….. niente di troppo ufficiale o professionale. Veste dimessa. Meno si è appariscenti, meglio è.
E il Samizdat da impresa di pochi.. dilagò.. divenendo un autentico fenomeno collettivo.. un’alternativa colossale alla editoria pubblica, ai libri ammessi e tollerati dal grande Moloch, il GOSIZDAT, l’ediitoria di stato.
E state certi.. non abbiate alcun dubbio.. che tutti i più bei libri erano solo nel SAMIZDAT. Tutti i libri originali, estremi, coraggiosi, liberi.. li avreste trovati là.
Non ci fu verso di stroncare quest’onda. E ci fu un tempo, ho sentito dire da una persona, poche sere fa.. ci fu un tempo.. che quando qualcuno in Unione Sovietica ti diceva “hai un libro da darmi…?” Intedeva quasi sempe un LIBRO VEBRO.. un libro del SAMIZDAT.
Fammi ascoltare il tuo nome.. il nome dei camminatori pallidi..
SAMIZDAT.. Lo devo a qualcuno, a chi ha fatto rammentare di quest’epoca eroica nel tetro realismo sovietico. Un’epoca che pochi conoscono. Un’epoca e un’Epica del riscatto.
Sono sempre pochi quelli che salvano una generazione dal buio. Sono sempre pochi. Ma ci sono.
Bradbury e i suoi pompieri del fuoco. Bruciate i libri, dicono. I libri portano la pestilenza del pensiero. Passioni su carta che non potete sterilizzare. Bruciate i libri… Bradbury…
E molto prima di lui Inquisizioni.. roghi di libri.. Hitler e le camice brune.. cinesi, sovietici… e ovunque.
Anche ora.. bruciate i libri.
SAMIZDAT
Forza interiore tra le tenaglie di un cupo piombo cementificato cimiteriali.. Clandestini della speranza.
La Casa dei Coraggiosi non sarà mai vuota. Eterne promesse di un Rinascimento.
Il Rinascimento nasce , quando nasce, solo perché per anni, per decenni… pochi hanno messo in gioco se stessi per qualcosa di grande, rischiando la propria pelle, il proprio culo.. e diciamo anche le proprie palle.
Questi conservano il seme salvandalo per un tempo migliore.. “il tempo in cui il pensiero sarà libero” Orwell dixit.. in “1984″.
Vedete è la passione la chiave.
Quei pazzi che si andavano a imparare il libro a memoria, o lo ricopiavano in nottate insonni.. rischiavano il famigerato “trattamento”.. ma erano vivi.
Li potevi incontrare per le stradi Leningrad o le periferie moscovite.. e o negli sterminati territori suburbani e avevano la Fede negli occhi.
Vedete erano più vivi loro, perché aveva la Fede. Perché sentivano la pelle sfiorata dal rasoia. Paura, ma anche eccitazione, scoperta, lotta, Resistenza.
Erano più vivi loro di troppi di noi ad aria conzionata, stanchi già a vent’anni, pigri, sazi, comodi e sciatti.. con cellulare e iphone e il pensiero di quale locare beccare stasera.
Erano più vivi loro.. come sono più vivi tutti quelli che non stiracchiano la giornata come una pratica da accartocciare in magazzino.. tutti quelli che si cimentano.. che stanno su una corda tesa o si fanno tirare i piedi e le mani fino a sentire le ossa allungarsi.
Perché solamente quando dai tutti cominci a “vedere”.. e l’amore nasce se sei messo alla prova, se continui a cercare il tuo cuore pur sotto venti centimetri di neve.. se cerchi le sfide peggiori.. se stai a petto nudo d’inverno.
Anche adesso qualcuno ricopia libri sapete?
scrutate gli occhi della gente per strade, quacuno avrà un Demone al centro degli occhi, e due falò come iridi delle pupille. Qualcuno avrà una Fede. Qualcuno avrà un Segreto.
Ci sono ancora cantine dove la notte.. accade qualcosa…
Una Nuova Resisteza. Un Nuovo Rinscimento.
Conformismo, obbedienza, crassa sottomissione.. le vedi le tre lupe.. vogliono il tuo scalpo, il muscolo delle gambe, la pompa del cuore.
Abbiamo bisogno di una Rinascita Spirituale….
di te, che togli il cappello buono ed esci fuori dal metro quadro…
e vai in cerca di Nuovi Ribelli.
Mille luci si accendono.
Altri libri attendono…. Uomni Libro.. Anime Viaggianti..
Jack Viaggiante andò nei Territori per sgominare il Re Rosso.
E noi abbiamo intere nottate per dare onore alla vita…
E se tutto ciò vi sembra troppo.. almeno dite ancora una volta…
SAMIZDAT…
![]()
Vi lascio a un piccolo testo preso sul Web (tratto da questo sito che ringrazio.. http://berlicche.splinder.com/post/5936615/Samizdat/comment/14758952), di cui voglio anticipare un passaggio…
“I poeti e gli scrittori del samizdat furono spesso processati, incarcerati, messi in ospedali psichiatrici e gulag, puniti, espulsi, uccisi, persero lavoro e posizione sociale.
Ma alla fine vinsero. Come disse Vladimir Bukovskij, <<E non aspettavamo una vittoria, non ci poteva essere la minima speranza di vittoria. Ma ognuno voleva avere il diritto di dire ai proprii figli: “Io ho fatto tutto quello che ho potuto.>>”
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Forse molti, quando si parla di samizdat, non sanno a cosa questo termine si riferisce.
Samizdat in russo significa “edito in proprio“, e indica un fenomeno spontaneo che esplose in Unione Sovietica tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60 del secolo scorso. In tale periodo, quello che era un processo selvaggio fece un salto qualitativo e divenne una sorta di istituzione alternativa. Fu il principale “strumento” (e quasi l’unico) che il nascente dissenso si diede per poter vivere a comunicare, al punto che talvolta è identificato con esso.
Il samizdat sovietico è stato un fenomeno unico nel suo genere. Riprodurre in proprio (a mano o con la macchina da scrivere, raramente col ciclostile) dei testi che la censura di stato non avrebbe mai fatto passare non era un’attività che riguardasse solo la letteratura, anzi, in esso confluirono all’inizio documenti di ogni genere, materiali segreti, proteste e appelli, versi, romanzi, saggi filosofici. Ma alla fine degli anni ’50 l’uso di riprodurre in proprio i testi e di diffonderli assunse una consapevolezza precisa e si diffuse a macchia d’olio.
Il meccanismo era semplice: l’autore scriveva il testo facendo alcune copie con la carta carbone, poi le distribuiva agli amici; se questi lo trovavano interessante lo distribuivano a loro volta raggiungendo così gli angoli più remoti del paese.
Nonostante la mancanza assoluta di guadagni e gli evidenti rischi, al samizdat non mancarono mai autori interessanti e diffusori pieni di abnegazione. Grazie al fatto di richiedere strumenti tecnici semplicissimi era l’unico mezzo praticabile in URSS per aggirare il monopolio statale sulla circolazione delle idee e delle informazioni.
I fascicoli del samizdat passavano rapidamente di mano in mano, e capitava di avere in lettura un testo per una sola notte, perchè la lista d’attesa era lunghissima. Allora il fortunato passava la notte in bianco, immerso nella lettura, e magari invitava gli amici a partecipare.
I poeti e gli scrittori del samizdat furono spesso processati, incarcerati, messi in ospedali psichiatrici e gulag, puniti, espulsi, uccisi, persero lavoro e posizione sociale.
Ma alla fine vinsero. Come disse Vladimir Bukovskij, “E non aspettavamo una vittoria, non ci poteva essere la minima speranza di vittoria. Ma ognuno voleva avere il diritto di dire ai proprii figli: “Io ho fatto tutto quello che ho potuto.”.” (il vento va e poi ritorna)
Opere dal carcere
by Duncan on apr.14, 2010, under Bellezza, Resistenza umana
A volte la barca si ferma in mezzo al mare nero petrolio e qualcosa si accende sulle barche dei pescatori, come un fuoco che si vede dalla riva..
O come fari che per istanti ti fanno andare oltre il ritmico andare delle maree..
Quando opere come queste vengono alla luce, qualcosa si frantuma nello Specchio opaco che riflette l’assenza, qualcosa di fa Presenza. E questo luogo diventa anche luogo di Spinta e Desiderio, di corsa oltre le sbarre, anche per il solo palpito di un gesto, per il colpo di colore di una mano, per il tronco scheggiato di una quercia.
Queste opere di Salvatore Guzzette, ergastolo detenuto ad Opera (Milano), sono semplicemente meravigliose…
A cominciare dalla mia preferita, questo meraviglioso nudo di donna che apre la danza. Vedete io pittori ne ho conosciuti tanti e di quadri ne ho visti a bizzeffe, ma raramente una tale capacità vibrante e vitale, che in colori ardenti e nitidi e in linee carnali, sensuali e avvolgenti oltrepassa il recinto per toccarmi dentro. C’è una sensualità da essere percepibile elettromagneticamente se qualcuno si prendesse la briga di misurarla con qualche strambo apparecchio futuristico..
E poi quei due.. penso padre e figlio.. che suonano il violino.. e mi rammento di Kafka, di Praga.. dei suonatori zingari e dei quartieri ebraici dell’est.. e la musica zigana, l’ironia yddish.. mentre il fiume scorre, tu scorri col fiume
E quella donna con la chitarra, che mi fa chiedere.. ma piantonato nel suo fine pena mai nel carcere di Opera, Salvatore Guzzetta come ha fatto questi viaggi?.. come è giunto in Spagna, dove in una città dell’entroterra selvaggio, può ancora vedere una donna come quella, con quelle braccia grandi e il volto ampio, accogliente e mediterraneo.. e la veste trazionale sulla quale si cinge della frutta.. mele, pomodori, non so dire.. ma che importa che frutta sia?
Sul blog creato con altri amici e dedicato all’ergastolo e agli ergastolani – LE URLA DAL SILENZIO – potrete trovare anche altre immagini.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/04/10/opere-meravigliose-di-salvatore-guzzetta/

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La parte della Vita
by Duncan on mar.21, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Poesia

Ridha Chtorou è un detenuto del carcere di Sollicciano, con il quale sono in contatto.. Non conosco concretamente la sua storia di vita. So che è stata dura. So che è venuto dalla Tunisia. E che in Italia ne ha passate tante. So anche che abbiamo di fronte a un “mistico vestito da carcerato”, con improvvisi momenti di fuoco in cui vola oltre tutto e le sbarre non fermano la fantasie e le immaginizioni. Mentre le mani scrivono, dando vita a quelli che alcuni chiameranno Deliri.. e che noi chiameremo GRANDEZZA
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LA PARTE DELLA VITA
Ora e per sempre, io avanzo
sempre di più, raccogliendo e rivelando
verso i limiti dei miei momentatori
scegliendo qui uno a uno
per proseguie con lui in fratellanza
gigantesca bellezza d’uno stallone
vivace e sensibile alle mie carezze
ti uso solo un momento, poi ti lascio
che bisogno ho della tua andatura
quando io stesso la batto
perfino immobile e seduto
corro più svelto di te
nello spazio e nel tempo
oma m’accorgo che è vero
che sono in cammino con la mia visione
contento el connazionale e dello straniero
contento del nuuovo e dell’antico
contento dell’ateo e del credente
la mia rotta corre sotto il piombo degli scogli
percorrendo le antiche colline del mondo
con il bel dio gentile al mio fianco
proiettandomi nello spazio
attraverso il cielo e le stelle
infuriando, godendo, progettando
amando, usando cautela,
indietreggiando, invadendo,
aprendo e scomparendo
simili strade percorro notte e giorno
sembra che aspetti qualcosa da me
parla vecchia testona, che vuoi?
bada, io non do lezione
né faccio opere di carità
quando io dò, dono tutto me stgesso
tu là, impotente dallo sguardo sfuggente
apri quegli occhi avvolti dal nulla
perché io ti soffio, coraggio
non ti chieo chi sei
ma essere ciò che avvolgo in te
io vengo ad ingrandire ed applicare
apprendo in partenza più dei vecchi guardiani
ponendo me stesso, qui e ora
nel grembo del tempo
in cui divento uno di voi
sicuramente tu, io e i mondi
arriveremo, ancora dove ora siamo
e poi più lontano e più lontano
quando avrremo abbracciato tutti quei mondi
saputo e goduta ogni cosa di esse
saremo sazi e soddisfatti dopo?
se vollete capire, adate su un’altura
o in riva all’acqua
il primo moscerino è un chiarimento
una goccia o un movimento delle onde, una chave
il tutto non è né caos né morte
il tutto è forma, unione, disegno
è vita eterna ed è felicità
il passato e il presente
io li ho riempiti e svuotati
e mi appresto a riempire
la prossima cavità del futuro
dico che l’anima non vale più del corpo
dico che il corpo non vale più dell’aima
e dico che nulla, neppure Dio
è per chinque più grande del suo io
e dico a tutti gli umani
siate curiosi circa Dio
ascolto e vedo Dio in ogni oggetto
eppure non capisco perché dovrei
desiderare vederlo meglio di oggi
vedrò qualcosa di Dio in ogni ora
in ogni loro istante
vedo Dio in ogni volte umano
e nel mio allo specchio
trovo le lettere inviate da Dio per le strade
ciascuna firmata col suo nome
e le lascio dove si trovano
perché io so che dovunque mi diriga
altre vengono sempre e per sempre
tu ascolti lassù
che hai da confidarmi?
guardami in faccia mentre fiiuto
l’avanzare furtivo della morte
parla sinceramente, io resto solo un minuto
puoi parlare prima ch’io sia partito
ma non puoi cimentarti
quando è troppo tardi.
Svanita la visione, dileguata la gioia
svanito il canto dell’anima
che colma la distanza dei cieli
mi accorgo che gli uomini e le donne
che vedevo non mi erano più vicini
che non solamente su di loro
cadono macchie di buio
il buio getta le sue macchi
anche sopra di me
ho lavorato a maglia
l’antico nodo delle contraddizioni
ho mentito, arrossito, mi sono offeso
ho rubato, invidiato
ho avuto astuzia, rabbie, libidini
desideri brucianti che non osavo confesare
sono stato ingorno, vanitoso, furbo e futile
il lupo, il porco e il serpente
non mancarono in me
l’aspetto ingannevole, la frase frivola
il desiderio adultero non mi mancarono
odi, rifiuti, rinvii e bassezze
niente di questo mi mancò
fui uno come gli altri
ebbi i giorni e la sorte degl’altri
vissi la stessa felicità degli altri
lo stesso vecchio ridere, tossicchiare e dormie
rappresentai la parte che
sempre richiama, l’attore l’attrice
la stessa vecchia parte che è
come noi la creiamo
grande quanto la vogliamo
piccola quanto la vogliamo
o grande e piccola insieme
ciò che lo studio non poté insegnare
e la predica non poté perfezionare
ora è compiuto
vivi vecchia vita, recita la parte
che richiama l’attore o l’attrice
l’antica parte che è piccola o grande
come ciascuno la crea.
Ridha Chtorou
Claudio Crastus- Il Figlio del Vento
by Duncan on gen.05, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana

Claudio Crastus fu una di quelle persone che in mezzo al dolore e alla sofferenza ci trasmettono qualcosa di vivo e profondo.. che ci fa sentire un senso anche nell’abisso.. e una Speranza..che ci trascende. La prima volta che mi imbattei in questa breve biografia che leggerete, seguita poi da una poesia, sentii la forte emozione che si prova in tutto ciò che manifesta una più alta epifania dell’Essere. E pensai al senso delle spirali del tempo, e come nei vortici tutto muore e rinasce. E Crastus imprigionato e sofferente sentì quella spinta, quella forma di fame e di sete, quella Chiamata. A volte mi pare di bestemmiare se lascio seguire il flusso dei pensieri. Arriverei a dire qualcosa che può sfiorare pericolosamente la bestialità.. per molti. Che forse ha avuto molto più senso vivere “da Claudio Crastus” che non la vita di molti “a piede libero”. Che c’è chi vegeta costantemente nella superficie, senza mai provare una gioia o un dolore autentico. C’è chi circondato da aria, tempo, persone e cose.. non va mai alla radice. E pur potendo cogliere tutto resta autistico al Sacro che ci circonda, che si impregna a volte proprio negli anfratti meno luminosi, come tra costola e costola. Per molti non arriva mia il giorno del vento freddo sulla pelle.. dell’amore doloroso come una violenza sì.. ma pur sempre Amore. Molti non sono mai Uomini. Mi piacerebbe dire che la vita di Crastus ha avuto un senso. Dopo secoii di sonno interiore alcuni si svegliono. Alcuni aprono gli occhi veAnche se è stata una vita durissima. Anche se ha sofferto davvero tanto. Mi ha colpito il suo lanciarsi sui grandi autori, la filosofia, la conoscenza. Mi ha colpito l’eruzione che trova mille mezzi per uscire fuori.. poesie, favole, racconti, articoli. Mi ha colpito quel “credeva in Dio e nel Disegno divino che spinge ogni uomo verso la verità”.. e mi ha colpito questa frase al di là di tutte le infinite discussioni che potremmo avere sull’idea di Dio.. ma per quel senso cosmico e inafferrabile di Mistero e Trascendenza..
Trovasti un Senso Crastus propio nel giardino delle ali spezzate…
Di seguito la piccola biografia cui alludevo e la poesia “Figlio del vento”.. molto simbolica e una delle migliori per iniziare a conoscere Crastus.
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Claudio Crastus nasce a Roma il 19 aprile 1965. Un’infanzia segnata dalla separazione dei suoi genitori: dai sei anni in poi, una lunga permanenza in collegi della Lombardia, da dove appena riusciva fuggiva. Una brevissima esperienza di affidamento in una famiglia di Seregno e in seguito in una comunità di Grosseto, ultima spiaggia prima di approdare al carcere: Arese, dai preti salesiani, un’infinità di fughe verso un nucleo familiare che lo respingeva al mittente. La vita in strada, da fuggiasco perenne, lo porta a sperimentare ogni sorta di strategia di sopravvivenza: è un bambino, ma è capacissimo di rubare e rapinare. A tredici anni il primo approccio con l’eroina, sostanza che insieme ad altre droghe segnerà catastroficamente la sua vita. Al compimento del suo quattordicesimo anno di età viene arrestato per furto d’auto: quello è l’approdo a un mondo che diviene il suo mondo e in cui arresto dopo arresto colleziona una serie interminabile di reati fino all’omicidio, colpa per cui viene definitivamente condannato alla pena dell’ergastolo all’età di ventisei anni. Sembrerebbe il veloce declino di una stella caduta, un germoglio prematuro colto dal gelo, una pellicola in bianco e nero che si desidera dimenticare velocemente, un incubo che lascia tracce al risveglio … invece è il difficile travaglio, la gestazione per cui Claudio Crastus, dopo “secoli” di sonno interiore, si sveglia, e nasce a nuova vita. Paradossalmente in un mondo in cui non nascono fiori, in cui il cemento ti entra nell’anima, dove l’odore acre della morte ti segue per anni aggrappandosi ai ricordi, osservando lo specchio d’acqua della prima memoria, intravede, nitida, una figura rimossa: un bimbo in braccio a sua nonna, il bimbo che lui è stato. Nei lunghi anni di prigionia, si è appassionato alla lettura dei filosofi e dei poeti, scoprendo un’umanità che non conosceva e che lo ha sempre più allontanato dalla filosofia dei ghetti in cui la sua vita da emarginato era rimasta intrappolata. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie e la favola “La coccinella nera” ed ha scritto un diario inedito, favole e racconti, riflessioni e articoli. Amava dipingere e teneva mostre in cui esponeva i suoi quadri. Viveva a Firenze ed espiava la sua pena in regime di semilibertà. Credeva in Dio e nel disegno divino che spinge ogni uomo verso la verità.
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Claudio Crastus Poesia tratta dalla raccolta “Attendere il sole”
Figlio del vento
Io sono figlio del vento.
Fui generato
Nell’insenatura
Della roccia secolare
Da un seme sconosciuto
Bagnato dalle onde del mare
In tempesta.
Io sono figlio del vento.
Fui scaraventato
Nel mondo,
Percosso dal sole,
Morso dalla luna e
Scacciato dall’umanità.
Io sono figlio del vento.
Travolsi esili steli,
Strappai delicate corolle
Sparpagliai innumerevoli petali
Sulla devastazione
Del mio passaggio.
Io sono figlio del vento.
Urlo il mio delirio
Nei labirinti ove mi hanno imprigionato,
Ove mi dibatto e rido solo,
Quando mi insinuo nei giardini in fiore
Devastandoli senza pietà.
Io sono figlio del vento.
Giaccio stanco e senza cuore
Nel silenzio eterno delle grotte,
Privo del coraggio di amare
Mi contorco su me stesso all’infinito
Fin quando esausto stramazzo al suolo.
Io sono figlio del vento.
Esco piano e sfioro il mondo
Osservando le sconfinate pianure
Con occhi spauriti e melanconici,
Poi con paura mi ritraggo
In solitudine struggente.
Io sono figlio del vento
Il mio destino è quello
di infrangermi sugli scogli,
Tra le onde furiose dei mari.
Il mio destino sarà sempre
Suicidarmi nei ricordi,
Infrangermi negli angoli del mondo
Ove mi dibatto privo d’amore.
Paolo Scarfone.. artista dei senza voce…
by Duncan on gen.03, 2010, under Bellezza, Resistenza umana, Simbolo
Un ragazzo giovanissimo, e già artista. Artista da sempre. Per un altro spazio gestito da me insieme ad altre due meravigliose persone, un blog dedicato ai carcerati ,http://urladalsilenzio.wordpress.com/, ha scelto di creare opere che trasmettino il senso di quella umanità che tende se stessa attraverso le sbarre. Opere ispirate allo spirito del blog, alle vite e alle “urla” di cui esso è testimone e di cui esso è al Servizio. Il MESSAGGIO diventa più potente, venendo implementato e potenziato con un linguaggio che solamente l’arte può dare. E anche grazie all’arte, all’arte vera, all’arte che pensa in grande.. anche grazie ad essa che battaglie, dolori, speranze, pianti, utopie, memorie, idee e valori.. nuovi modi di comprendere e agire.. anche grazie ad essa tutte queste cose possono essere trasmesse ed avere una chance. C’è un genere di “bellezza” tutto particolare. Una bellezza che parla all’anima e sconquassa la mente, come solo l’Arte sa fare. E l’Arte diventa anche un modo per dare valore a tutto ciò che viene dall’Ombra, da Oltre le Mura.. da “l’aldià” come lo chiama Paolo. Un altro modo perché le Urla di tutti coloro che sono esclusi e dimenticati, e quindi anche degli ergastolani,… perché tutte queste Urla siano ancora più forti e potenti. L’artista è un uomo giovanissimo, ma il talento e il Sacro Fuoco li riconosci subito.. e non hai bisogno di segnare gli anni col pallottoliere per dare valore e apprezzare. E’ soprattutto un ragazzo di una sensibilità e profondità emotiva eccezionali.
Il suo nome è Paolo Scarfone. Rigetta una visione minimalista dell’Arte come puro sfogo narcisista di uomini impotenti e autompiaciuti. Non gli appartiene il pensiero debole di chi nelle proprie masturbazioni mentali bofonchia di postmoderno e iperrelativismo e di arte “come processo di mercato”. E’ una persona giovane e innovativa nei mezzi, nelle idee e negli strumenti. Ma con un cuore antico impregnato di valori senza tempo. L’opera lui la vive come parte di sé. Deve credere in essa e in qualche modo partorirla. Ci mette il suo intero corpo, plasmando gesso, muovendo tessuti, mettendoci il fiato. Paolo Scarfone nel tempo farà parlare di sé. Ma al di là dei riconoscimenti che potrà avere è già artista, perché ha l’Arte in sé.. come una febbre nelle mani, come una dimensione del Cuore. L’opera che vedrete, fotografata da tre diverse angolazioni, è la prima di una lunga serie che Paolo creerà per il blog.
Adesso lascio la parola allo stesso Paolo Scarfone. Nel primo pezzo farà un ritratto generale dello spirito delle opere che sta creando e che creerà per il blog. Nel secondo pezzo parlerà della prima opera che oggi vedrete nelle foto… ART 27?.. con il punto interrogativo decisamente voluto. Dopo i suoi testi, ci saranno le foto dell’opera presa da tre angolazioni. Buona visione.. e ancora un grazie a Paolo..
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Buio, luce. Buono, cattivo. Bianco, nero. .. sì, no.. Opposti che nella contemporaneità si abbracciano confondendosi… Le mie opere sono questo: estremi opposti, che si abbracciano fondendosi per un prezioso fine: far “esistere” gli esseri che, da dietro la superficie, implorano attenzione e vita. Gli opposti è facile definirli. Ruota tutto intorno a un punto neutro: la superficie, il piano. Questo devastato da fattori insiti nella magia che crea l’opera. Gli opposti appunto: da un lato la nostra vita di indifferenza, di superiorità, di scettri e corone date in mano al qualunquismo e all’anaffettismo. Noi, artefci dei peggiori misfatti e al contempo severissimi giudici. Noi, lussuriosi spaventati dall’eccesso di sesso. Noi, cuori ciechi di fronte a ginocchia che in terra implorano pietà. Da un lato… dunque… ni guardiani di un varco che teniamo a non aprire, perché al di qua siamo rappresentanti di una elité, perché l’aldilà ci impaurisce, dunque.. non esiste. Dall’altro lato, aldilà del muro deve è appesa l’opera.. una parte del mondo.. di mondi nascosti.. di mondi che fa comodo ignorare per vivere meglio. Mondi non creati da immagini.. ma dalla tridimensionalità dei singoli suoi cittadini. Ognuno li chimi come vuole: anime in pena, dolori, ricordi, ergastolani, barboni, esiliati, esclusi, stranieri. Io con le mie opere apro quel varco, per quanto posso. Ed è lì che ”l’estraneo”, pur non avendo un nome, lineamenti definiti, una vita nota a noi presuntuosi; pur non avendo un carattere individuale.. ESISTE! Egli si distrugge per farlo. Soffoca dall’interno conto la tela, spingendosi il più possibile verso la realtà che non lo riconosce. E più lui si spinge e guadagna centimetri nel nostro spazio, meno i suoi lineamenti sono definibili.. per la migliore tensione della tela.. per la nostra fremente paura che ci impedisce di squarciare la tela e far entrare l’estraneo… Duro riassumere il tutto con parole. A maggior ragione perché siamo fatti di gesti, spesso inconsci. E allora.. per lasciavi trasmettere qualcosa da questi pezzi… immaginate quale deve essere lo stato d’animo che porta i personaggi del mondo delle mie sculture a fare qauei gesti, a contrarsi fino al punto di essere disposti a morire per occupare quei due centimetri in più nello spazio. Due centimetri a cui noi non facciamo nemmeno caso, dal momento che ne abbiamo troppi… Per tentare di capire i miei pezzi, chiedetevi cosa avete davanti, non vedendoli come opere, ma come dossier, come megafoni di uomini che realmente esistono e che senza tele come queste.. voi vi rifiutate di riconoscere.
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ART 27?
Beh, in questo pezzo gli opposti sono palesi. Si presenta un pannello diviso tra il bianco e il nero, banalmente concepibile come il bene e il male, metaforicamente buio e luce.. La parte bianca, la vita, è molto più in fermento, ha una superficie tridimensionale, straziata da giochi sottili di luci e ombre… Ma siamo sicuri che sia una vita felice? Da questa parte bianca, specchio di vita, esce un mana, estemamente e, direi, istericamente, tesa. Una mano testimone di cose orribili. Una mano che cerca una delle nostre per uscire dall’aldilà, luogo di sofferenza e terrore… Piccolo particolare: La mano è in ferro filato… è sensa consistenza, se non per un riconduzione logica della struttura in ferro. Diremmo che è un ammasso di ferro. E’ la mano di qualcuno che ci rifiutiamo di concepire come umano. E’ la mano di uno che non esiste.. perché.. se esistesse.. quanti punti fermi dovremmo scombussolare e rivalutare? Quanto ci renderebbe instabili e doloranti crescere a tal punto da vedere la mano in carne e ossa, e magari tendergli la nostra in segno di vicinanza? “TROPPO” è la risposta… Il nero è il buio, è il silenzio, è la legge, è la voce rassicuratrice che ci dice che non c’è null di cui preoccuparci.. che nulla di regolare accade. Il colore della scritta non è certo riconducibile alle fragole. E il testo.. beh.. penso che tutti conoscano l’art. 27; e che altrettanti conoscano il significato sarcastico di un punto interrogativo.. Il tutto è un’opera di musica lirica di un carcerato che tende la mano verso il sole attraverso le sbarre di una finestre. Mano che nessuno vede.. denuncia è dir poco…



FUORI DALL’OMBRA- l’opera teatrale degli ergastolani di Spleto
by Duncan on dic.02, 2009, under Resistenza umana, video

Il 23 giugno nella casa di reclusione di Spoleto è stato portato in scena lo spettacolo “Fuori dall’Ombra” che ha visto la partepicazione e il contributo attivo di circa trenta ergastolani ostativi. Voglio subito introdurlo con un commento scritto di getto e di cuore da una persona molto speciale:
“Il lavoro teatrale, come ogni lavoro creativo e artistico è una forma di terapia meravigliosa per incanalare emozioni o sensazioni represse o dificili da esprimere: è una terapia che funziona bene con bambini e adulti, persone sane o malate. Le persone rinchiuse dentro una cella possono finalmente liberare se stessi con un lavoro teatrale, con le prove e fino allo spettacolo. Una barbara decisione non permettere di dare queste emozioni dei detenuti alle persone che loro amano, a chi anche se fuori, libero, vive in carcere con loro. Perché quando ami, ami a qualunque costo, in qualunque condizione e sei in simbiosi con l’altro.La scena iniziale è emblematica, ci sono due celle… in una gli Attori prendono del vino da un qualcosa nascosto, nell’altra viene messo un lenzuolo a mo’ di cappio sulle sbarre della finestra come preludio ad un atto suicida.. In carcere avviene così.. c’è chi decide di farla finita e forse nella cella accanto nessuno se ne accorgerà.. Poi le scene si alternano, ci sono momenti della loro vita.. un pranzo fatto insieme, ad un colloquio tra un detenuto e un sindaco (il nostro Carmelo), una parte anche molto bella dove ci sono quattro Attori che mostrano la schiena al pubblico e di fronte a loro le Donne, compagne, quelle che stanno fuori ad aspettare, magari a crescere i loro figli e qui l’emozione cresce, diventa dolorosa.. ci sono i sentimenti in campo, c’è l’amore, quello vero, chi ama a distanza per sempre, fino alla morte, o il risentimento, la rabbia verso l’uomo condannato. Si alternano momenti musicali, ti dimentichi di assistere ad un lavoro fatto e svolto in un grigio carcere, ti sembra di essere in un teatro normale.. ma di normale lì non c’è nulla.. veramente nulla..Leggono testi di lettere scritte dai detenuti, come quella di Ivano Rapisarda, o ci sono dialoghi dove si discute dell’inutilità del carcere o del loro essere Uomini Ombra, quindi fatiscenti. Parlano della professoressa che farà lezione lì dentro..Li guardo, li ascolto, in loro non vedo il sangue che hanno sparso, le vite che hanno tolto..Vedo in loro una grande voglia di rinascere, c’è nei loro occhi la necessità di continuare a vivere per essere diversi. Hanno bisogno di urlare al mondo che non sono più assassini. Ma hanno bisogno di qualcuno che gli dia voce…..”
Già queste parole possono farvi comprendere il valore e la bellezza dello spettacolo. E io vi assicuro che è uno spettacolo che non passerà indenne attraverso di voi. Vi toccherà profondamente l’anima. E’ un viaggio di circa un’ora e mezza in cui piano a piano entrate in un altro mondo, nel mondo dell’Ombra. E non ci entrate come in un compito a scuola, con testi rindandanti o retorici.. o detenuti che fanno i “carcerati”. Ma vedete la vita, la carne, l’ironia, il pianto, il sangue vividamente messi in scena.. con una freschezza, una immediatezza, e una vitalità rari. Comprenderete che loro non stanno semplicemente recitando. Che spesso dimenticano anche di avere una parte, e sentite vibrare il loro dramma, la loro sete e le loro emozioni.
La capacità di alternare momenti e linguaggi diversi è impressionante. E quindi vedrete e sentirete momenti musicali, dialoghi, monologhi. All’inizio si sente un pò male, col passare dei minuti migliora. Considerate anche che non è stato registrato con mezzi particolarmente sofisticati, infatti non vedrete mai uno zoom.
Questo video è unico per una serie di aspetti. Uno, principale, è che dal carcere non esce quasi mai nulla. Già è difficile creare gli eventi in carcere. Poi è ancora più difficile in qualche modo conservarli e registrarli. Ancora più difficile poi è farli uscire fuori. Quindi la possibilità di vedere uno spettacolo del genere è davvero una grande occasione, da non perdere assolutamente. Altra cosa, di carattere “strutturale”, concerne il “tipo” di spettacolo. Spettacoli teatrali in carcere se ne sono fatti nel corso del tempo, e se ne fanno. Ma spesso il detenuto “fa il detenuto”. Spesso è attore di una rappresentazione scritta e diretta da altri, sceneggiatori e registi esterni che vengono in carcere e “rappresentano” il carcere”, ma con il loro linguaggiio. Altre volte ci si limita a portare in scena “i classici”. Spesso il detenuto è in qualche modo passivo rispetto alla fase creativa e gestionale dello spettacolo. QUI E’ TUTTA UN’ALTRA COSA. Certo ci sono collaborazioni “esterne”, ma LO SPETTACOLO E’ FRUTTO DI UNA CREAZIONE COLLETTIVA DEGLI ERGASTOLANI DI SPOLETO. NEL MODO DI STRUTTURARLO, DI RAPPRESENTARLO, E NEL CONTENUTO CE’ LA LORO VITA, LE LORO STORIE, LA LORO ANIMA.. MESSE IN SCENA DA LORO, A MODO LORO, CON TEMPI LORO. Ad esempio, riguardo al contenuto, c’è anche il brano “dialogo tra la psicologa del carcere e un detenuto”, o il brano dedicato Ivano Rapisarda, letto da un gruppo di persone, a turno. Anche qeusto rende lo spettacolo unico. Una durissima ma splendida forma di autocoscienza portata ad emersione. Un momento di esistenza nel mondo e verso il mondo, tirata fuori coi capelli alzati in aria come il barone di Munchausen nella famosa storia, con tanto dolore che puoi tagliarlo a fette.. ma con un risultato che resta e non passa.
Lo spettacolo è stato riprodotto (grazie alla bravuta e all’ipegno di Panti, The Genius..) in quattro video..
ATTENZIONE! PER VEDERE I VIDEO DEVE ESSERE SCARICATO UN PROGRAMMA (senza il programma vi fa vedere solo cinque minuti per ogni video)… per scaricare il programma dovete cliccare su questo link.
SOLO DOPO SCARICATO QUESTO PROGRAMMA POTRETE VEDERE I VIDEO SENZA ALCUN PROBLEMA. Tranquilli, è una operazione facile e breve.
Buona visione…
PRIMA PARTE
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SECONDA PARTE
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TERZA PARTE
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QUARTA PARTE
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E ti perdi ancora Spirito mio
by Duncan on ago.02, 2009, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana

Vi lascio a queste parole. E poco amo soverchiare di altri pensieri e visioni, quello che già vive da sè, in pienezza e grazia. Rinchiusi a doppia mannaia, dalle profondità di una prigione, con le catene sul collo e sugli anni.. grida la voce dell’amore. Si alzano le tue mani da dentro le sbarre e il tuo cuore ti porta lontano, oltre le catacombe.
Leggevo questa lettera. Raramente ho incontrato una tale “spinta” tra tante persone a piede libero.Ogni passaggio è da gustare e godere fin nelle ultime fibre, con quella carezza di anima che si mischia al dolore, vincendolo, almeno una volta, perché vi sia forza quando non c’è più niente. Perché proprio quando sei caduto, a volte provi quello che non hai mai provato prima.
Perchè..”Io non amo chi non è mai caduto”.
E c’è una frase, una frase di questa lettera che viene dal carcere che voglio citare. Una frase che è molto, molto di più di quello che può sembrare. Che risuona tra le pieghe delle mia storia, tra i cunicoli di volti che bruciano nella memoria, tra le dite spezzate nella neve, e i sogni incommensurabili della Speranza.
“l’uomo non si misura dalla posizione che assume nei momenti di convenienza ma da quella che assume nel cimento”.
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Di: Ridha Chtorou [carcere di Sollicciano]
Il mio vero sogno è che l’essenza del vero amore potrà germogliare anche dietro questi muri, non lo dico per dire ma perché lo spero e l’imploro. Non so come fate ad ignorare che non c’è profeta nella lunga storia della terra che non ha reso giustizia all’amore in qualunque forma che possiamo immaginare.
Sappiate che l’amore è tormento e gioia, è lacrime e riso, è gioco di arcobaleno, è dubbio e certezza, che l’amore è più della poesia, più di ogni cosa.
Che possiamo amarci senza mai dire una parola, senza evitarci i sarcasmi della vita e ricordatevi che l’amore era ed è più antico dell’uomo e che già vibrava di mistero.
Sogno di questo amore in questo posto infame, in questo posto dove non c’è più un sentimento vivo, dove scopri che si sono portati via il mondo.
E ti chiedi che differenza c’è fra ciò che è stato e ciò che non sarà più, che cosa resta quando non c’è più un dopo perché il dopo è già qui.
In cella chiuso dietro quattro muri viene abolito questo sentimento, colpa della fusione di tante situazioni che determinano la perdita dell’amore e non cerchi di ricostruirlo per non risentire il dolore della perdita. Capita che uno cerca di mettere a fuoco i sogni di essa, ma non ci riesci e ne conserva solo le sensazioni.
Forse è solo un avvertimento d’autodifesa che non si può riaccendere nel cuore che ormai è solo cenere ed è inutile rimpiangere il suo rifugio tanto una parte di te continua e desiderare la fine. È vero che rimane un’unica forma di amore con il mondo esterno, un amore platonico che non ha nulla a vedere con l’opera passata, seppellito sotto un ammasso di ricordi lontani, ed è anche vero che noi espiamo con vergogna il privilegio della vita ma anche d’amore.
In ultimo voglio insistere su un fatto, anzi una verità, che l’uomo non si misura dalla posizione che assume nei momenti di convenienza ma da quella che assume nel cimento, nella grande crisi e credo che noi siamo i più indicati a dare prova e credito a quello che ho già citato.
Perché quando hai amato hai riconosciuto il senso e valore.
L’amore non è una cosa su cui ci si limita a posare le mani o che si porta indosso, ma è una cosa che si porta dentro e su cui si muore, perciò raccogliete il vostro amore e portatelo lo stesso, avvenga quel che può, ormai non ha più importanza e fidatevi, non sarete mai soli perché il vostro credo in questo dono di dio sarà con voi fino alla consumazione del tempo. Sentirete il rombo del tuono, le onde del supplizio invadervi, cercare di sopraffare la vostra anima, ma nell’oblio dell’oscurità che ha invaso questo posto sarete sollevati al cospetto di dio e udirete una voce che vi dirà che l’amore è bello ed è bello farne parte.
PIANOSA – INFAMIA
by Duncan on giu.09, 2009, under Controinformazione, Resistenza umana

Queste cose sono accadute in Italia. E non al tempo del Sacro Romano Impero. Ma meno di venti anni fa. Abbiamo avuto, e forse abbiamo ancora, luoghi “ex lege”, dove ogni diritto legale cessa, adibiti alla tortura, al pestaggio e al massacro. Vicende come questa sono degne del più infame penitenziario brasiliano, di Guantanamo e della Gestapo. Chiunque raglia parlando di carceri albergo e di detenuti che hanno quel che si meritano, legga sempre anche storie come questa. E dirò che neanche nei campi di concentramento i detenuti venivano trattati così. Non sto dicendo che andava meglio per gli internati nei campi di concentramento. Quasi sempre morivano, o “erano condotti” alla morte, mentre qui la morte è una eccezione. E prima di morire la loro vita era tremenda. Ma era tremenda soprattutto per il freddo, la fame e il lavoro bestiale.Rari invece erano casi di pestaggio indiscriminato, anche perché le SS erano piuttosto meticolose nel terrore, avevano una loro razionalità macabra, preferivano la lenta morte per sfinimento, prima di condurre poi intere carrettate alle camere a gas. Ma quesi brutalizzazioni indiscriminate e ricorrenti ripetutamente nel corso di una stessa giornata non accadevano neanche nei campi di concentramento. E’ stato permesso che detenuti, per reati gravissimi e spesso mafiosi, certo, fossero sottoposti a una condizione di tortura. E’ stato consentito che per una stagione (ma la certezza che cose simili non accadano pure ora non ce l’ho) bande di sadici vestiti da secondini potessero martoriare e sottoporre ad ogni genere di umiliazione quelli che comunque sono esseri umani.. e fossero anche coccodrilli o serpenti non avrebbero meritato un tale trattamento. Si sono chiusi diecimila occhi o per viltà o per indifferenza.. o peggio.. per fare in modo che la “manovalanza” ne
spezzasse ogni volontà, magari ai fini di eventuali collaborazioni.
Queste storie non appartengono alle colonie penali francesi né ai
campi di lavoro coreani. Non sono segnati a penna sui libri di storia, nei giorni del basso medioevo.
Meno di venti anni fa. Italia.. 1992… Isola di Pianosa.
Questa testimonianza non la conosce quasi nessuno, ma merita di essere resa nota.
Quel carcere adesso è chiuso. Ma l’Infamia resta.
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di Matteo Greco
Ormai da parecchie ore mi sono addormentato, ad un tratto mi sveglio di soprassalto, alcuni secondini hanno aperto la porta blindata ed il cancello, entrano in cella, circondando la branda e mi dicono:
“Alzati, devi partire”.“ Per dove”? Un secondino, con la mano destra, mi prende per i capelli tirandomi fuori del letto, un altro mi dà un pugno dall’alto verso il basso sul collo. Cerco di difendermi. Mi si buttano tutti e sei addosso con pugni e calci, riesco a dare qualche pugno, cado per terra, mi rialzo, cado per terra, mi rialzo di nuovo finché ricado per terra per non avere più la forza di rialzarmi. In faccia sono una maschera di sangue, non ho detto una parola, né un lamento, si sono sentite solo le grida dei secondini. Mi portano all’ufficio matricola, ancora tutto stordito mi vengono messi i tre pizzi (manette) salgo su un furgone blindato. Vengo fatto scendere all’aeroporto militare. Non chiedo dove mi stanno portando e dove sono i miei vestiti. Infatti, l’unico vestiario che ho è il pigiama che indosso ed un paio di ciabatte di plastica ai piedi. Mi fanno salire su un elicottero militare, un rumore assordante, non mi è stata data la cuffia. Dopo molte ore arrivo all’isola di Pianosa e lì mi attendono una trentina tra secondini, carabinieri e finanza.
È il 22 luglio 1992, ore 19 e 20, un caldo insopportabile. Finalmente è spento l’elicottero, una liberazione per le mie orecchie, ancora tutto stordito mi fanno scendere. Appena metto i piedi a terra alcuni secondini mi danno pugni e calci, vengo preso di peso come un fiammifero e vengo lanciato dentro una Jeep, sbatto la testa sulla sbarretta del bracciolo del seggiolino, le manette mi vengono messe ancora più strette, bloccando il passaggio del sangue dei polsi. Mi danno un pugno sulla testa gridando: “ Abbassa la testa, bastardo”.
Dopo cinque minuti di strada mi fanno scendere con uno spintone, cado per terra, per istinto mi porto l’avambraccio al viso riparandomi, vengo sollevato di peso con schiaffi e calci, fatto entrare in un fabbricato e messo in una cella d’isolamento, tre metri per due, una branda di ferro massiccio saldata per terra, un lavandino d’acciaio saldato al muro, sopra un rubinetto con acqua salata non potabile.
L’isola di Pianosa è sprovvista d’acqua dolce, è portata sull’isola dalla nave cisterna che la preleva da Piombino. Per bere si consuma acqua minerale imbottigliata. La direzione passa solamente un litro al giorno, l’altra la dobbiamo comprare da noi se non vogliamo patire la sete.
A fianco del lavandino c’è il gabinetto alla turca, a destra una mensola di ferro saldata al muro, a terra nel mezzo un seggiolino.
I muri sono umidi si sono formati alcuni canaletti che conducono fino al pavimento, l’acqua scorre come nei campi di riso. Mi viene ordinato di spogliarmi, rimango nudo, fatto abbassare a quattro zampe, mi vengono allargate le chiappe per guardare meglio nel buco, mi fanno aprire la bocca, alzare la lingua per ispezionarmi meglio, mi guardano persino d’entro le orecchie e fori del naso. Ad un tratto si scagliano di nuovo come belve assetate sul mio povero corpo, il pestaggio dura alcuni minuti lunghi come un eternità! Svengo! Riprendo i sensi con una puntura fattami da una dottoressa, la quale vedendomi esclama: “Ma come è ridotta questa persona?” Il suo lavoro (perché obbligata) è di far finta di nulla, infatti, nel certificato per la medicazione scrive: ” Trattasi di una piccola escoriazione sulla fronte scivolando in cella” Mi è imposto di firmare che sono caduto da solo e vengo lasciato per alcuni giorni in cella di isolamento, un litro d’acqua da bere al giorno, 200 grammi di vitto con dentro cicche di sigarette e pezzettini di vetro. Spesso entrano in cella con una sbarra per battere le sbarre, mi ordinano di stare dritto e di abbassare la testa, di guardare per terra, con le mani dietro la schiena e sono costretto a salutare senza ricevere risposta sia all’entrata dei secondini, sia all’uscita, per quattro volte al giorno. Mi è consegnato un documento che mi è stato applicato il 41Bis. Tutti questi maltrattamenti, queste umiliazioni così crudeli, hanno uno scopo ben preciso: far dire ai detenuti le falsità. (Che per loro sarebbe la verità). Dopo diversi giorni in cella d’isolamento sono condotto nel reparto “A”, terza sezione, primo blocco, cella numero tre. Trovo un detenuto. La cella ne può ospitare tre con le brande ben saldate al suolo.
A due metri d’altezza dal pavimento si trova una bilancetta per conservare la biancheria. In un angolo saldato al muro, vi è un televisore bianco e nero, per terra una panca di ferro lunga due metri per 50 cm e un tavolo, tutto bloccato col cemento. Il detenuto che c’è dentro si chiama Salvatore ma si fa chiamare Turi, è un mio concittadino, anche lui di Catania. Turi mi offre alcune brioche, uno dei pochi alimenti che ci permettono di acquistare, più che altro questo serve ai secondini per divertimento sui detenuti. Accetto con piacere per fame, sono dimagrito di cinque chili. Turi mi dà un paio di pantaloni, una maglietta, alcuni boxer, le scarpe non me le può dare perché ogni detenuto ne può tenere solo un paio. Per la prima volta dal mio arrivo nell’isola mi è finalmente data la cena, un pezzo di mortadella e un pezzettino di frittata. In seguito mi sono accorto che la domenica è il giorno più sicuro per consumare la cena, all’apparenza si presenta senza scorie, diversamente dal pranzo dove si trova sia nella pasta sia nel secondo un po’ di tutto tra sputi, cicche, carta, plastica, vetro, preservativi e spaghi. La carne non si vede mai. La tabella ministeriale del vitto non rispecchia assolutamente ciò che viene distribuito. Dove vanno a finire i soldi stanziati per il vitto? Un gran mistero!… Accendiamo il televisore e dopo qualche minuto viene un secondino e ordina di abbassare il volume. Turi, con gran pazienza esegue l’ordine, dopo alcuni minuti riviene lo stesso aguzzino facendo la medesima richiesta, era solo una scusa per insultarci, visto che il volume era al minimo. Turi fa finta di abbassarlo e il segugio va via soddisfatto. Le guardie vengono sull’isola a rotazione un mese o due al massimo, alcuni firmano per
molti mesi dato che la paga è molto più alta, inoltre si arrangiano con la merce che rubano ai detenuti, francobolli, sigarette, bagnoschiuma, shampoo etc. I pacchi delle brioche sono aperti per prendersi i punti dei regali che le case dolciarie danno. Volendo, la Ferrero potrebbe confermare. Il vino e la birra sono le prime cose che rubano appena dopo qualche minuto che sono state messe nello stipetto, fuori della cella. Pochi erano i secondini non ubriachi, la maggioranza canticchiava la stessa canzone (Faccetta nera). Per me non è una novità, infatti, già sapevo che le forze dell’ordine battono a destra. Di notte si dorme poco o niente per colpa di questi indegni individui perennemente ubriachi, che marciano sbattendo gli scarponi sopra il tetto delle nostre celle ove di solito camminano, spesso giocano con le scatole vuote dei pelati di latta urlando e schiamazzando. Finito di schiamazzare sul tetto entrano in sezione, aprono gli spioncini e c’insultano pesantemente. Alla mattina non conviene prendere il latte o il caffè perché ci viene versato addosso.
Quando si va all’aria si deve salutare e mettersi di fronte al lato della cella con il viso al muro, mani e braccia aperte, gambe divaricate al massimo come un piccolo ponte con la testa abbassata; un secondino come tutti gli altri col cappuccio in testa e con i guanti e manganello, ci tasta su tutto il corpo, ci fa girare facendoci aprire la bocca, dopo vari colpi di manganello che piovono da tutte le parti, più si corre e meglio è! E così si arriva al passeggio: il tragitto è pieno di secondini incappucciati che tirano manganellate da tutte le parti e ingiuriandoci con frasi oscene d’ogni tipo, finché si arriva ai cancelli del passeggio chiuso. Allora bisogna fermarsi. Altro pestaggio, poiché non puoi correre ma devi aspettare che il secondino,
il quale ritarda apposta, apre il cancello. Vedendo ciò un giorno non andai al passeggio, allora i segugi entrano in cella e mi si scagliano addosso: è un massacro, un pestaggio così l’ho visto solo nei film del terrore. Quasi svenuto sono preso di peso e trascinandomi vado al passeggio. Turi mi si avvicina mentre sono disteso per terra, il secondino gli grida di non avvicinarsi, di non guardare e di allontanarsi e di passeggiare in fila senza mai allontanarsi. Era proibito parlare con altri detenuti. Rimango per terra sotto il sole per un’ora, finita l’aria i secondini mi prendono e sempre trascinandomi per 100 metri vengo portato in infermeria. Messo sul lettino da visita, il dottore non dice nulla, fa solo il certificato con la richiesta delle lastre, il viso è una maschera gonfia, il naso è rotto, il corpo pieno di sangue e lividi, sono irriconoscibile, le pupille degli occhi coperte dal gonfiore delle sopracciglie e dalla carne del viso, il labbro rotto e gonfio, il dottore non sa cosa dire e cosa fare. Il comandante dei secondini con un sorriso: ” Non si preoccupi questi mafiosi di merda, uomini senza onore e dignità, non sono nulla, solo con i poveracci sono malandrini, con noi guardie sono vigliacchi, ruffiani, tremano appena ci vedono, anzi fuori ci offrono il caffè, gente vile senza neanche una briciola di dignità. Fra di loro, se un poveraccio si dimentica di salutarli, questo è già morto.
A noi invece ci fanno un pompino, li trattiamo da animali, gli tocchiamo l’onore, offendiamo le loro famiglie, mogli, figli e cosa fanno? Ci leccano i piedi, questi sono i mafiosi di merda”. A questo punto vengono giù tante risate offensive da parte dei suoi scagnozzi.
Incomincio a muovere le dita, mi sto riprendendo, il dottore mi chiede come mi sento, se ho sintomi di vomito. Non gli rispondo e il dottore intuisce che non lo faccio per paura d’altre botte.
Vengo portato in cella, per alcuni giorni come pestaggi vengo lasciato tranquillo ma non come insulti, con sforzo mi devo alzare quando entra la battitura delle sbarre. Per Turi il discorso è diverso, è bastonato, miliato ogni volta che esce per andare al passeggio.
Appena sto meglio giù altre botte, tutto questo dura 51 giorni. Questi pestaggi avvenivano dalle quattro alle otto volte giorno. Di notte ci veniva buttata acqua calda con una pompa, portando i detenuti più anziani allo svenimento causa l’afa.
Bisognava alzarsi per pulire la cella, raccogliere l’acqua da terra perché era tutta allagata. Dopo 51 giorni, viene a visitare il centro di tortura l’Onorevole Tiziana Maiolo, sull’isola, i detenuti da pochi minuti erano stati bastonati. L’onorevole chiede di visitare le sezioni, invece il comandante le vuol far vedere soltanto le strutture. La Maiolo insiste a voler vedere i detenuti, un vice maresciallo come se capitasse lì per caso, rivolgendosi alla Maiolo l’avvisa che fra poco si alza il mare e se non va via subito non può più partire perché col mare mosso la vedetta non parte e nell’isola non ci sono alberghi ne pensioni. L’onorevole parte, ma vede il mare piatto come una tavola. Quindi una volta giunta a Piombino va direttamente al comando della guardia di finanza e chiede se nelle ore a venire ci sarà il mare mosso. Gli addetti lo escludono nel modo più assoluto. La Maiolo si chiede il perché hanno cercato la scusa per mandarla via e cosa succede lì? Qualcosa tramite gli avvocati le era arrivata all’orecchie. Infatti, anche gli avvocati che avevano chiesto il colloquio con i propri assistiti, per un mese gli erano stati
negati i permessi di incontrarli. Dopo alcuni reclami tale permesso era stato accordato dal Ministro dell’Interno e da quello di Grazia e Giustizia. Un’avvocatessa era andata a Pianosa per un colloquio con un suo assistito, la fanno aspettare fuori dalla cinta sotto il sole cocente. Chiede un bicchiere d’acqua e le viene rifiutato, dopo ore viene fatta entrare, è perquisita, spogliata nuda. Ha cercato di protestare, ma la Secondina le sta per mettere addosso le mani; L’avvocatessa intuisce l’antifona e se ne sta zitta. Le viene tolto l’assorbente, dopo un ispezione nei minimi particolari è fatta vestire, dopo altre ore di attesa finalmente può parlare col suo assistito. Non riesce a dire nulla, è sconvolta, si scusa, le racconta i maltrattamenti subiti: ”Io non vengo più qui, mi dispiace, ci vediamo al processo”. Il detenuto non le dice nulla di quello che lui subisce qui. L’avvocata ha capito guardando il suo assistito, che presenta segni di pestaggi sul viso e ha gli occhi neri e gonfi.
L’indomani, l’onorevole Tiziana Maiolo telefona al Ministero per farsi autorizzare a visitare i detenuti, questo a sua volta ordina agli aguzzini di riportarla a Pianosa e di farla parlare con i detenuti. A malavoglia viene accompagnata dal comandante e dal vice sceriffo.
Entra nella prima sezione, si ferma ad ogni cella, chiede come stanno e se ci sono problemi. Nota negli occhi e nel viso la paura, sono terrorizzati, ma la paura è troppo forte, se fosse stata da sola avrebbero avuto il coraggio di chiedere aiuto. Accanto a Lei ci sono tutti i secondini con i loro capi, che con sguardi di minacce gelano i prigionieri, la paura e il terrore sono in loro la padrona assoluta. I secondini avevano carta bianca. Alla fine L’onorevole si ferma nella mia cella e mi chiede come sto, rispondo: ”Male, sono bastonato minimo dalle quattro alle otto volte al giorno”. Mi alzo la maglietta e la Maiolo rimane di ghiaccio, mai in vita sua aveva visto un corpo così martoriato. Il comandante diventa giallo in viso, cerca di affermare che il detenuto è un po’ malato di cervello e che gli ematomi se li è procurati da solo. La Maiolo è piena di rabbia, chiede di aprire il cancello, vuole parlare da sola con me. Il capo degli aguzzini si rifiuta categoricamente, la Maiolo urla, lo stesso fa il Comandante che la vuole intimorire. Dopo un batti e ribatti il maresciallo cede ordinando al secondino addetto alla sezione di aprire la cella e parla con me. Io le racconto tutto, la Maiolo rimanendo sbalordita, prende nota di tutto quello che dico. Dopo che l’onorevole era andata via entrano i secondini in assetto di guerra, sono in otto, entrano gridando frasi oscene, io e il mio compagno veniamo colpiti a colpi di coda elettrica, sono sollevato, sbattuto nelle pareti, il sangue mi scorre mentre loro ridono. Da terra non riesco ad alzarmi, il mio sguardo cercava il mio compagno di cella, egli giaceva immobile, credevo fosse morto. Ad un tratto spunta una pompa d’avanti alla porta, esce acqua salata, con tutta la sua potenza vengo sbattuto in un angolo, l’acqua salata bruciava le ferite. Dopo la visita della Maiolo, le torture erano un po’ diminuite ma le iene continuavano a divertirsi. Molte volte i secondini prendevano il secchio con acqua, shampoo e detersivo, preso dai detenuti, facevano un miscuglio e lo buttavano nel corridoio in modo da far diventare il pavimento molto scivoloso per i detenuti che andavano a passeggio, per far si che cadessero. Un certo Zio Paolo, uomo anziano, batté al cancello con la testa aprendosi il cranio, i secondini gli urlano di alzarsi e di continuare a correre. Quel poveretto non riusciva ad alzarsi finché i secondini non lo presero a calci…
Un giorno mi preparo per la doccia e chiedo alla guardia il bagno schiuma e lo shampoo ed egli risponde: ”Qui non c’è nulla, stronzo, a chi vuoi prendere in giro?” Gli assicuro che me l’avevano consegnato il giorno prima. Il secondino tutto arrabbiato per intimorirmi: ”Come ti permetti, cosa vuoi affermare che ti è stato rubato? Stronzo”. Sul mio viso arriva uno schiaffo e sbatto la testa contro il muro e a calci mi spinge fino alla doccia.
Una mattina, mentre mi trovavo al passeggio, vengo chiamato dal vice sceriffo, dopo le manette vengo fatto salire su una jeep, mettono in moto ed usciamo. Mi ordinano di tenere la testa abbassata. Ad un tratto il vice impugna la pistola e mi dice” stai per morire!” Mi punta la pistola nella tempia a destra. Non ho battuto ciglio, certamente la paura c’era ma non potevo fare nulla. In quel momento pensavo alla mia famiglia quando sento il grilletto girare a vuoto…
una finta esecuzione con le relative risate dei secondini. Come se non bastasse mi si dice: “Ora scappa, corri per la campagna”. Io con la testa faccio segno di no.
Un aguzzino mi dà uno schiaffo e urla: ” Scappa” io non mi muovo. Prendono una corda la mettono tra le mie manette e la legano alla jeep, mettono in moto e mi tirano dietro, cerco di correre il più forte possibile ma non posso farlo più forte della jeep finché con un piede entro in una buca, perdo l’equilibrio, cado e sono trascinato per circa 100 metri con risate e divertimento dei maiali…
Dopo alcuni giorni da questo fatto, prima di andare all’aria, all’improvviso durante la perquisizione mi arriva un pugno che mi colpisce il fianco destro. D’istinto mi muovo, non l’avessi mai fatto, mi danno pugni e calci da ogni parte del corpo. Dopo cinque minuti di pestaggio il brigadiere ordina agli aguzzini di smettere e mi portano alle celle di punizione. Dopo tre giorni vengo chiamato dalla direttrice, aveva occupato il posto del suo predecessore. Dopo mesi tutti si davano il cambio dopo che con immane sadismo si erano divertiti sui poveri detenuti. Dentro l’ufficio della troia, ella mi comunica che mi era stato fatto rapporto, mentre mi stavano perquisendo mi ero mosso. Io spiego i fatti. La troia mi minaccia e dice che mi denuncerà per calunnia. Io mi alzo la maglia per fargli vedere il mio corpo tutto pestato a sangue: “Questo chi me lo avrebbe fatto?”
La troia abbassa la testa e dice può andare.
Matteo Greco