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Il cavaliere errato.. di Ciro Campajola
by Duncan on dic.09, 2011, under Bellezza

Pubblico oggi questo magnifico racconto di Ciro Campajola, di cui già altri pezzi preziosi sono presenti in questo sito.
Il racconto di oggi non sfigura dinanzi alla migliore letteratura.
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Si svegliò!
Una fortuna considerando i suoi trascorsi.
Era la parte più difficile della giornata e diventava più difficile ogni giorno che passava.
Di scatto saltò giù dal letto convincendosi di essere un osso duro, il tempo di una sigaretta e già non ci credeva più, “ vivere difendendosi dalla vita non può essere la vita”, gli suggerì la stanchezza del suo volto dallo specchio.
Sbirciò oltre la finestra, la vita somigliava sempre più a un telefono cellulare: alienazione sotto forma di conquista.
Era andato a puttane tutto il senso dei grandi navigatori, oramai si esploravano soltanto i successivi gradi della frenesia, il mondo non faceva altro che nascondere la propria decadenza.
Richiuse le tende come un pietoso velo e mise un disco di Chet Baker, poi accese una seconda sigaretta e chiuse gli occhi su tutti gli altri attimi esistenti.
In momenti come quelli riusciva a trovare sempre un senso.
Quella tromba…….. madonna quella tromba!
Quella tromba non faceva solo musica, quella tromba raccontava le rughe di tutta una vita, ogni sua gioia, ogni brivido, ogni orgasmo, ogni lacrima, ogni dolore.
Raccontava la forza dei cuori spezzati, la loro fame del dopo, la sazietà delle anime senza rimpianti.
Forse la vera vita era racchiusa proprio nella musica, è lì che tutte le lacrime diventavano soltanto di gioia.
Fece un paragone con la sua storia, un casino!
Un arcobaleno di colori bollenti rovesciati sulla pelle, una tempesta di vento sopra un prato di foglie secche.
La maggior parte del tempo non aveva fatto altro che perdere tutto ciò che di volta in volta era riuscito a conquistare.
La sua smania di cercare gli aveva fatto trovare spesso e volentieri solo tanta merda, gli aveva sempre fatto smarrire la propria strada.
Era assurdo pensare a tutte le volte che si era messo in condizioni di dipendere dal nemico; alle galere, alle comunità per tossicomani gestite da spacciatori di interessi, a tutte le volte che aveva dovuto consegnare il proprio corpo ferito a un ospedale e la sua anima agonizzante a medici che le avevano dato il colpo di grazia, a tutte le volte che il proprio corpo ferito, la sua anima assassinata, si erano affidati a un veleno per tirare a campare, a tutte le scopate che s’era fatto solo in alternativa al suicidio, a tutte le volte che s’era perso la scopata della vita.
Diverse stronzate , stessa frenesia!
Aveva passato più tempo a cercare di non impazzire che a vivere.
A volte pensava che proprio questo alla fine lo aveva fatto impazzire ma non gli dispiaceva particolarmente, ci trovava perfino dei lati vantaggiosi, si sentiva molto più a disagio quando ancora cercava di adattarsi ai “normali”.
Si preparò un caffè.
Aveva tutta la giornata libera, o meglio non aveva un cazzo da fare.
Da un po’ di tempo era inchiodato a un problema fisico, il suo fegato aveva detto stop.
Un conto del passato da pagare, in fondo la vita è come la legge, lenta, pallosa, burocratica, ma non dimentica niente, tranne quello che le conviene scordare.
Pensando alla legge gli venne un’idea!
Avrebbe comprato una pistola e poi ucciso qualcuno a caso! No, troppo rischioso.
Magari avrebbe spedito 113 rose alla poliziotta più viziosa della P. S., per poi telefonare al 113 e dichiararle il proprio odio ma non conosceva poliziotte viziose.
Forse era meglio collegarsi via internet con S. Francesco per domandargli dove cazzo si procurasse le droghe, voleva parlare anche lui con gli animali, sempre meglio delle bestie umane, ma non aveva il suo indirizzo.
A proposito! Aveva finito il fumo!
Andarlo a comprare fu la sola cosa che fece.
Quell’indirizzo ce l’aveva.
Fumò la prima canna insieme a un blues di Jimi Hendrix e un chissenefrega gli attraversò barcollando il cervello.
Massì!
In fondo non gli era andata proprio malaccio, bene o male a parecchi ingranaggi era riuscito a sfuggire, s’era saputo fare un po’ di spazio in quella posizione privilegiata di chi non ha un ruolo ben definito, lo spazio riservato a quelli sui quali non ci si può contare, per cui dopo un po’ vieni lasciato in pace più degli altri.
Bè, se il suo passato l’aveva portato fin lì, la sapeva certamente più lunga di lui.
Di un’unica cosa avrebbe avuto veramente bisogno, poggiare la guancia sul grembo di una donna incinta e ascoltare la promessa di una vita nascente.
Ma non aveva né speranze né una donna incinta e poi era natale, il suo quarantunesimo natale, bisognava scrivere la letterina.
“Caro babbo natale, ho fatto il cattivo tutta la vita, per punizione, invece del carbone, potresti mandarmi in esilio su qualche isola della perdizione al centro del mare, prigioniero di indigene assatanate che mi torturerebbero con ogni sorta di peccato incatenandomi a prati d’oblio?”
Girava per casa cercando di fregare se stesso, non voleva accorgersi di essere sul depresso preoccupante.
Uscì!
Notò che era ancora giorno, prima non ci aveva fatto caso.
Bisognava aggirarlo, aspettare la notte!
Andò al suo negozio di dischi, gli serviva un amico vero che gli facesse compagnia fino al buio, lo trovò nell’ultimo di Tom Waits.
Dopo che il disco iniziò e finì per sei volte vide la luna, era fatta! La notte era pronta per nasconderlo.
Prese il cappello, le sigarette, un po’ di fumo, una vecchia cassetta di Lou Reed, i documenti, le chiavi e indossò il suo vecchio e ormai logoro cappotto grigio,voleva bene a quel cappotto, lo portava da anni, all’inizio l’aveva riparato dal freddo di tante folli notti in allegria, ora lo riparava dal suo personale freddo, accese una sigaretta e uscì di nuovo.
Mise l’auto in moto e una cassetta nello stereo.
Cinque sigarette e quattro brani più tardi, cominciò a sentirsi più suo agio.
Lou Reed cantava “perfect day”.
Una stupenda donna di colore, da un marciapiede coperto di vite andate, attirò la sua attenzione.
Si domandò perché mai un uomo non potesse sposare ogni cosa bella che avesse la fortuna di incontrare.
Poi si preoccupò della sua salute mentale.
Poi fece una canna.
Poi se la fumò.
Poi comprò una birra.
Poi se la bevve.
Poi tornò indietro.
Poi era con la donna in macchina e un’emozione nella speranza.
Le adorava le puttane!
Le considerava l’opposto delle troie, il sesso non c’entrava niente con loro.
Per lui erano l’incarnazione del buon viso a cattivo gioco e nel cattivo gioco sapevano riconoscere i loro stessi visi e allora diventavano donne, donne vere, non come la maggior parte di quelle che gli uomini scopano nel corso della loro vita.
Si chiamava Felicita, era Columbiana, aveva due occhi che arrivavano all’anima e un figlio in grembo.
Siccome non credeva in Dio, credette di essere Dio.
Per miracolo adesso aveva un grembo su cui poggiarsi .
Due banditi in cerca di una buona stella si rifugiarono in un albergo senza stelle.
Quella donna in quel momento di quella notte era il meglio che la vita potesse offrirgli.
La baciò, poi con un dito seguì il contorno delle sue labbra e poi le scrisse una cosa.
“Quando la notte va in frantumi dei pezzi cadono nello stesso posto, allora s’alza una nebbia e confusa nasce un ‘intimità.
La ricompensa della tua non appartenenza in un momento di tua appartenenza.”
Dopo un’ora si scambiarono i numeri di telefono e la consapevolezza che mai si sarebbero chiamati.
Mise in moto, guardò la notte, sapeva di menopausa.
Era ora di spegnersi un po’.
Trovò un bar aperto e neanche una ragione per non ubriacarsi.
In momenti come quelli si sentiva sempre come il protagonista di qualche filmaccio americano da quattro soldi.
Scelse il tavolo meno illuminato.
Trentadue denti abbaglianti lo accecarono chiedendogli l’ordinazione.
Riconobbe la morte e le ordinò uno sconto, non ne avevano, prese una vodka.
Domandò se il locale avesse un’uscita di sicurezza.
“Perché?” s’informò la morte.
“Per sicurezza” le rispose.
Lei non disse niente, si girò, e a lui non rimase altro da fare che guardare un culo che si allontanava.
Uno squarcio di luce attraversò il bar, era una pubblicità del buio.
Il teschio del tavolo accanto rimase impassibile.
Dopo tre vodka e novantasei denti illuminati ancora non trovava una risposta.
Alla quarta e un ulteriore accecante sorriso smise di cercarla.
Il conto era di quarantuno natali.
Non lasciò mancia, sarebbe stato troppo.
Spense la cicca in un cuore a forma di posacenere e aprì la porta.
Nebbia sull’asfalto!
Non vedere la strada fu rassicurante.
Si sdraiò sulle proprie orme e chiudendo gli occhi guardò il tramonto bianco del tempo.
Dopo un po’ riprese il cammino.
Al centro di una piazza realizzò di essere diventato invisibile.
Una giostra gli girava attorno senza accorgersi di lui, eseguiva cerchi perfetti, solo un po’ più piccoli a ogni giro, poi giri più veloci e cerchi più piccoli, poi ancora più veloci e sempre più piccoli, più veloci e più piccoli, più veloci e più piccoli…………
Si risvegliò ancora sdraiato sulle proprie orme.
La nebbia s’era diradata, la strada aveva l’aria stanca e la barba incolta.
Avvertì il bisogno di radersi, tornò a casa.
Un cane randagio si sbarbò guardandolo dritto negli occhi e nello specchio apparve un uomo nudo, era rasato di fresco e accendeva una sigaretta.
Rimase un attimo a guardarlo senza trovare nulla da dirgli, poi raggiunse il letto e dormì.
Si svegliò nel pomeriggio tra due lancette senza ore da contare né momenti da raccontare.
Era ancora natale, era ancora vivo.
Accese una sigaretta, poi la televisione.
Le prime immagini impazzirono dallo schermo!
Decise d’analizzare la cosa con calma.
Dunque: dal momento che nel frattempo aveva smesso di credersi dio, e, obbiettivamente, non riteneva di essere l’unica persona intelligente al mondo, pensò che doveva esserci qualche tipo di logica che gli sfuggiva.
Se tante persone proponevano quel tipo di cose, e ancor di più le seguivano, doveva essere lui l’imbecille a non capire.
A metà della seconda sigaretta decise che non gliene fregava niente sapere da che parte stava la pazzia, il problema era che ci stava.
Non c’era logica nelle cose e quando c’era era distorta.
Avrebbe voluto far l’amore fino all’ultimo orgasmo ma stappò solo una birra.
Infine pensò che era giunto il momento di mettere un po’ d’ordine in casa.
Cominciò col togliere tutti gli specchi dalle pareti e li sistemò nel ripostiglio accanto alle vecchie foto, non gli andava d’incontrarsi senza prima darsi un appuntamento.
Dopo staccò il telefono e lo poggiò sulla televisione, e a questa tolse la spina.
I suoi familiari e gli amici erano risentiti con lui per queste sue sparizioni.
Lui si dispiaceva, poi ci ripensava e allora non si dispiaceva più, la dannazione non si può spiegare, si può capire oppure no. Già la vita era pesante, ora senza neanche più la salute per reggerla, correva il rischio di rimanerci schiacciato.
Al diavolo tutti!
Alla sua pellaccia si era affezionato, nonostante tutto.
Lui, una birra e il soffitto, così aspettò la notte.
Quando il buio gli diede l’ok, indossò il cappotto e il cappello di fronte a uno specchio che non c’era più e uscì, dovette uscire. Stava per finire le sigarette, sarebbe stato davvero troppo!
Quando si rompe qualcosa, accade all’improvviso, ci avrà messo del tempo a logorarsi, ci saranno stati dei motivi, delle cause, ma il momento in cui si rompe è uno, unico, solo e senza appello.
E lui non voleva arrivare a quel momento per una sigaretta. Sapeva che anche lo stato di rifiuto in cui s’era infilato poteva avvicinarlo al momento, ma non vedeva motivi più convincenti nell’alternativa.
Uscì dalla tabaccheria ed entrò in macchina, mise le sigarette sul cruscotto, mise una cassetta di Eric Clapton, mise la prima e partì.
Al primo blues ci fu un cambio d’umore non male. Si riempì il calice, (una birra senza bicchiere in macchina) e s’augurò buon natale.
Accese una sigaretta tra un assolo di chitarra e l’inferno e dedicò quel brindisi alla sua donna.
La invidiava!
Amava l’amore di quella donna, lei si stancava della stanchezza di lui, rideva dell’allegria di lui, gioiva della gioia di lui, ma piangeva con le proprie lacrime.
Se esisteva l’amore lei l’aveva capito…forse, o forse lui aveva avuto un culo esagerato, senza quella donna sarebbe morto, l’aveva sempre pensato, ora lo sapeva.
Lui si muoveva nel quotidiano come un incapace, lei con il peso dell’incapacità di lui.
Poi pensò alle altre donne che aveva avuto, vide solo la sua inquietudine.
Si domandò in base a che cosa, solo alcune persone nascono maledette.
“Forse siamo solo dadi su cui gli dei si divertono a scommettere”.
Questa fu la risposta che gli venne.
C’era un posto libero nel parcheggio di un bar, fermò la macchina.
Il diavolo gli aprì la portiera e ancora una volta fu nel grande circo.
Voleva bere e c’era solo un vero bar che conosceva, ma distava un’ora di macchina e un’ora di macchina, quella sera, era troppo tardi. Lui voleva bere subito.
Diede un’occhiata al locale, a occhio e croce per ordinare una birra ci voleva un po’ di tempo, e un po’ di tempo in un posto che non gli piaceva per lui era troppo tempo. Domandò al cameriere se pagando cinque volte più del prezzo avrebbe potuto avere una birra da portare via subito.
Il cameriere lo mandò affanculo con lo sguardo, lui pensò che il ragazzo non sarebbe mai diventato padrone di un bar, e si mise la fila.
Di nuovo in macchina, di nuovo nella notte.
Chiavi inserite, birra nella sinistra, sigaretta nella destra, ripartì.
Dopo qualche chilometro a caso, trovò un bivio.
A sinistra un punto interrogativo.
A destra quello esclamativo.
La freccia sinistra lampeggiò.
Un po’ più avanti riconobbe un momento che conosceva da tempo, quei legami che nel corso degli anni diventano sempre più stretti, o meglio, ti stringono sempre di più.
Un attacco di panico di quelli minacciosi!
A lampeggiare questa volta fu la freccia destra.
Accostò e aspettò.
Un ‘aquila reale gli posò gli artigli sul cervello e si esibì in una vorticosa danza mentre serpenti nel suo stomaco danzavano al ritmo del rapace.
La paura spalancò le gambe fino a mostrargli l’abisso, un esercito di siringhe, precedute da tamburi senza suono, marciava con passo marziale nelle sue tempie arruolando volontari per l’apocalisse.
La propria faccia non smetteva di accusarlo, la resistenza, con le pezze al culo e una valigia di cartone, partì in cerca di un sogno meno da incubo.
I tamburi rullarono, e da un trapezio appeso al cielo, come un angelo dalle ali consumate, il buio cadde con l’assordante rumore del silenzio sul suo cuore.
Prese un tavor con la paura di chi scopa una donna pericolosa, con la consapevolezza di chi l’ha già fatto e ne conosce il prezzo. In passato aveva rischiato d’ impazzire per non prenderli più ma ora rischiava d’impazzire se non li avesse presi, i rischi quindi erano pari.
Due lacrime aprirono con discrezione,la strada a un torrente di perché prigioniero in quarantuno natali.
Non aveva fazzolettini per asciugarsi gli occhi, ma non c’erano semafori nei dintorni. Qualche volta avrebbe dovuto spiegare agli extracomunitari che un uomo può avere bisogno di un fazzoletto anche lontano da un semaforo, quelli sono indispensabili solo per lavare i vetri alle auto quando scatta il rosso.
Ma poi pensò che non era il caso di farlo, infine s’asciugò gli occhi con le mani.
Entrare in un negozio era l’ultima cosa che avrebbe fatto.
Anzi…perché no!
La tabaccheria sapeva di routine, dietro al banco c’era una donna anziana, acida e sulla difensiva.
Le chiese dei fazzoletti di carta, spiegando con tono cordiale che gli servivano perché aveva appena avuto un attacco di panico dovuto probabilmente a tutta una vita vissuta in equilibrio precario, a quasi trent’anni di droghe, e, anche, in parte a una cura abbastanza seria che mentre gli mandava il cervello in tilt, cercava di salvare quel terzo di fegato che gli era rimasto e, al termine della quale, avrebbe avuto trenta possibilità su cento di continuare a vivere con tutti gli acciacchi che gli sarebbero rimasti.
“Ma………”cercò d’intervenire la signora, trasformando l’astio dei suoi occhi in odio, quell’odio che ti torna comodo quando non capisci e non t’interessa farlo.
“Capisco” la interruppe, “adesso lei, essendo una persona sensibile, altruista e disponibile come tutti, sarà certamente addolorata per me e starà chiedendosi come darmi una mano.
Ma, vede signora, come faccio a spiegarle il perché di certe cose che ho fatto, quelle stesse cose che mi hanno portato nel suo negozio a quest’ora di questa notte di questa vita a romperle le palle?
Potrebbe capirmi se le raccontassi che una notte, per non farmi trovare ancora vivo dalla morte, o forse per sentirmi semplicemente vivo, ho percorso contromano, ubriaco perso, correndo come un pazzo e a occhi chiusi , un’intera strada del centro? O alle volte che ho dovuto pagare una puttana non per sesso ma per avere una spalla su cui piangere? O magari a tutte le volte che ho rischiato di perdere la donna che più di tutte ha saputo starmi vicino, cosa non facile glielo assicuro, per scopare qualche troia di passaggio senza divisa e perfino brutta? O a quando per provare un po’ di sollievo, mi infilavo aghi in vene che imploravano pietà? Mi capirebbe se adesso mi sparassi in bocca davanti a lei lasciandole pezzetti del mio cervello sul suo bel bancone? Mi capirebbe se le piantassi un coltello in mezzo ai suoi, tra l’altro, cadenti seni? Senz’offesa per carità!”
La vecchia cominciò a urlare come secoli di rabbia, paure e frustrazioni, impazziti all’improvviso.
“Visto? Disse lui, “sapevo che non avrebbe capito. Ma grazie lo stesso, quanto pago?”
“Due…..mila…..lire”, rispose interdetta la signora.
Lui tirò fuori dal portafogli sei banconote da mille lire e le poggiò con calma sul banco.
“Le dispiacerebbe darmi anche un pacchetto di diana per cortesia? Rosse e dure, grazie.”
Le augurò la buona sera e uscì.
Fuori dal negozio s’accorse d’aver dimenticato i fazzoletti.
Troppo tardi!
La signora discuteva animatamente al telefono con la polizia, l’argomento della conversazione era lui.
Il tavor nel frattempo aveva fatto il suo lavoro, il nulla per il momento, era stato sapientemente annullato.
La ritrovata calma lo fece decidere all’improvviso, BASTA! Non avrebbe fatto mai più uno sconto a nessuno, da quel momento in poi sarebbe andato dietro esclusivamente alla propria animaccia!
Oddio, una stupefacente Venere, magari nera, con un adorabile carattere e oltre alla sua divina bellezza, anche la chiave per accedere a tutte le altre, sarebbe potuta essere senz’altro una ragionevole eccezione.
Su certe cose era abbastanza corruttibile, anzi era corruttibile senza l’abbastanza.
Adesso per il momento allontaniamoci dal punto di vista di quest’ uomo e guardiamo la cosa da un’altra visuale, quella dei più.
Lui fare sconti agli altri???
Ma se era una vita che la società gli faceva sconti!!!
“Stronzate! Ataviche- tramandate- inculcate-stronzate!!!” Lui continuava a pensarla così.
“Che Guevara non era la società!
Eistein non era la società
Van Gogh non era la società!
Gesù Cristo non era la società!”
Si sistemò l’aureola a tipo malandrino, strizzò l’occhio a Dio, e con l’aiuto del Padre ripartì.
La birra era a metà, la velocità da crociera, il suo stato d’animo in territorio neutro, la notte aveva un culo maledettamente intrigante.
L’ora di macchina che lo divideva dal suo bar, ormai non era più troppo tardi.
Il proprietario di quel locale l’aveva conosciuto per caso, in una delle tante notti vagabonde.
Cantava Blues come un grande, ragionava come un bambino, in mezzo c’era il suo bello.
Sulla vetrina del locale c’era un cartello immaginario “vietato l’ingresso all’apparenza anche se accompagnata da dio” aveva sempre pensato che quell’uomo, un po’ barman, un po’ Bluesman, un po’ bambino (di quelli che fanno i capricci), e anche un po’ stronzo, fosse completamente pazzo.
Per dirne una, se su dieci clienti, uno solo, dietro propria insistenza, riusciva a pagare uno scontatissimo conto, il proprietario si sentiva come un ladro professionista che ha appena rubato quattro spiccioli alla verità.
Si chiamava Alfonso, ma sarebbe potuto essere una Madre Teresa di Calcutta per cavalieri “errati”.
Nel suo bar c’era sempre una birra gratis per tutti, e a casa sua non c’era mai la linea telefonica.
Pagare la bolletta per lui equivaleva a negare una birra a qualche amico senza soldi.
Anche il proprietario del locale, da parte sua, aveva sempre pensato che quel tipo apparso all’improvviso una notte nel suo bar, un po’ ubriacone, un po’ pittore, un po’ puttaniere, un po’ poeta, un po’ bambino ( di quelli che rispondono ai capricci con i capricci), e, anche lui, un po’ stronzo, fosse a sua volta completamente pazzo.
L’intesa venne subito di conseguenza.
Fermò l’auto, lesse ancora una volta l’immaginario cartello ed entrò nel bar.
Nel “suo” bar.
Come sempre, senza che avesse ordinato niente, una birra della sua marca preferita gli fu tra le mani.
Come sempre dallo stereo uscivano note di Blues.
Come sempre l’unica luce era data da qualche candela.
Come sempre si sentì leggero.
Ricordò l’interpretazione che una notte quell’uomo diede a un vecchio blues di Joe Coker.
“questo pezzo” disse “mi fa immaginare un locale buio e fumoso, sul palco il cantante canta a occhi chiusi, in sala non vola una mosca.
Tra i clienti, una sola donna, che dopo un po’, sentendosi trascurata, comincia a spogliarsi cercando di attirare l’attenzione.
Nessuno ci fa caso, a eccezione di un solo uomo, il marito.
“La smetti di far casino e mi fai ascoltare sto cazzo di pezzo?”
Questo è quello che significa rendere l’idea.
Gli piaceva quel posto perché lo faceva sentire nei dintorni della pace, arrivavi lì appendevi il tuo ruolo all’attaccapanni, e bevevi qualcosa insieme al tuo essere.
Se i locali avevano un sesso, aveva sempre creduto che quello fosse maschio.
Molto legno pochi fronzoli, necessario senza superfluo, rilassatezza in culo alle tendenze.
Fra il bancone e lo stereo c’era una vecchia poltrona da barbiere raccattata chissà dove e messa lì solo per il piacere di averla , ben presto era diventata una sedia per smaltire sbornie, ci trovavi sempre il primo ubriaco della serata che dormiva beato, poi , un po’ per stare vicino al barista, un po’ vicino allo stereo, un po’ per le birre bevute diventò il suo posto di fine serata o inizio giornata quando Alfonso dava una sistemata al locale, poi lo svegliava con un caffè che lui puntualmente rifiutava, si prendeva una birra per il viaggio e andava via.
Una notte, anzi un mattino, per tornare a casa aveva dovuto guidato per tutto il tragitto con la testa fuori dal finestrino sotto una pioggia torrenziale, sia per non addormentarsi che per non vomitare tutto l’alcool bevuto, sarebbe stato uno spreco, magari sarebbe tornato ad essere lucido, e rincasare a quell’ora con una moglie che ti aspetta, è decisamente meglio farlo da ubriachi.
Arrivò a casa bagnato fradicio ma con la sbornia intatta.
Chi approdava in quel posto, novantanove volte su cento, fuggiva da quello che tutti gli altri offrivano.
C’era una donna di Belluno sulla sessantina, arrivata lì, a Sarno, come volontaria quando ci fu la frana, e lì rimasta, sganciandosi da famiglia, città, lavoro, giorni precedenti e tanti saluti a tutti.
Poi c’era Maria, una ragazza del posto cresciuta a Torino, con due interessi nella vita davanti a tutti gli altri, il sesso molto popolato e i canti popolari.
Due doti che nel paese venivano poco apprezzate.
Il Gagà del posto era Lello, simpatia innata, nasone esagerato, capelli di diversi colori ogni sera, e la curiosità di quelli che amano assaggiare un po’ di tutto senza però mai restare incatenato a un gusto solo.
La prima volta che lui lo conobbe, dopo un po’ cominciò a girare fra i tavoli per fargli propaganda elettorale, “Lello for president”.
Era il periodo delle presidenziali in America.
Il proprietario del bar, in quell’occasione, decise che mai più gli avrebbe offerto sedici birre.
Poi c’era lo strano poeta.
Un ragazzo di un paese vicino, che in qualche posto tra alcol e cocaina aveva perduto la ragione.
Arrivava lì in silenzio, e dopo cinque o sei birre, saliva sul palco e leggeva le cose che scriveva.
In quei momenti, capitava spesso che il resto della sala, si vergognasse della propria “normalità”.
E infine c’era lui, il mitico Sabatino, sessantadue anni, l’ultimo anarchico rimasto al mondo, sempre una canna in bocca, sempre qualche protesta da organizzare, sempre una sete di giustizia per cui, paradossalmente, sempre qualche casino con la legge, un passato di carceri e manicomi in cui aveva pagato la propria fede, e una stramaledetta voglia di vivere, di fregare la vita che l’aveva sempre fregato. Ogni tanto si incatenava da solo a un albero per non essere incatenato dalla legge ma la legge non capiva mai che era una protesta, lo liberava dalle catene e gli metteva le manette. Il giorno dopo? Si incatenava a un albero.
Qualche birra dopo conobbe Gemma.
In appartenenza tutto era contro di lei, una ragazzina, bionda e in divisa da boyscouts.
Lui aveva sempre ritenuto che una bionda fosse una preghiera recitata all’inferno.
Anche lei dipingeva.
Subito dal cilindro magico di quel locale, uscirono una tela e dei colori.
Lui e la ragazza iniziarono a dipingere, il pazzo barista blues, a cantare.
Fu il primo di molti altri momenti trascorsi in quel bar, che la vita non sarebbe mai riuscita a pignorare.
All’alba raccolse i residui di poesia rimasti dalla notte, e ripartì.
Eccolo di nuovo alla guida della sua solitudine.
Forse, rosicchiare ogni cosa fino all’osso, era la causa del suo frigo sempre vuoto.
Guardò il suo destino dritto negli occhi, il destino abbassò lo sguardo.
OK!
La strada era quella di tante volte, la notte buia come sempre, lui dannato da sempre.
Bisognava decidere il da farsi.
In certi momenti bisogna per forza fare qualche cosa.
Vagliò le possibilità : droghe, alcol, sesso, suicido, mare.
Il porto aveva un’espressione particolare quella notte.
Il porto aveva un’espressione particolare ogni notte.
Il porto aveva sempre la stessa espressione, quella dei saggi.
Domandò al mare come se la passava “di merda” gli rispose, “come al solito”, aggiunse subito dopo.
“E a te come va?” Chiese a sua volta il mare, “come al solito”, rispose lui, “di merda”, aggiunse subito dopo.
Invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia.
Pensò che anche le regole contengono la propria parte di saggezza, basta abbinarle al momento che si vive.
Si sentì un filosofo disoccupato che passeggia tra le rovine di un’antica civiltà, con un biglietto della lotteria tra le mani e un bisogno di speranza fin dentro il buco del culo.
Girò la chiave della serratura e fu di nuovo a casa.
La prima mossa fu mettere un disco di Billie Holiday, della divina Billie, la seconda, indossare il pigiama.
Poi si lavò i denti e stappò una birra, sarebbe stato più logico invertire l’ordine delle cose, ma lui non ci pensò.
Dopo prese carta e penna e accese una sigaretta.
Sapere di potere telefonare ancora a qualcuno per il momento gli bastava, quello che per il momento non gli serviva era telefonare a qualcuno.
Gli servivano solo una scusa per sentirsi parte dell’umanità, una penna per vomitare e leggere ciò che avrebbe scritto per capirsi.
Quando ci riusciva, Diana diventava la sua preda, l’Olimpo , la sua casa e uno sbattito d’ali, la sua musica.
Scrisse la storia di un uomo, che danzando guancia a guancia con la solitudine, cambiava ogni sera pista di ballo ma si esibiva ogni sera nello stesso, identico ballo.
In un’ora s’alleggerì, decollò, volò intorno al paradiso e riatterrò all’inferno.
L’alba lo sorprese mentre accendeva una sigaretta.
Le diede un’occhiata e volle vederci due segni positivi: il buio era finito e c’era la possibilità che uscisse il sole.
Quasi beato, in tregua con l’inferno, s’addormentò sul giorno che nasceva.
Erano stati sempre i tempi il suo problema, non riusciva, o non voleva riuscire a vivere, facendosi dettare il tempo da un orologio.
Sognò di due braccia giovani e possenti, con tanta voglia nei muscoli, che frugavano con ansia in cerca di qualcosa.
Poi rivide le stesse braccia, invecchiate, stanche e con le mani vuote.
Si svegliò di soprassalto un poco dopo il tramonto senza poter più sapere se il sole fosse uscito.
Il problema con i tempi andava sempre peggio.
“Affanculo pure i sogni! Erano diventati solo vecchi rompicoglioni! Che andassero a crepare in qualche casa di riposo per incubi rancorosi!”
Erano le sei di sera.
Accese una sigaretta.
Alle sei e cinque minuti bevve il primo caffè della giornata.
Alle sei e sei minuti fumò la seconda sigaretta.
Avrebbe dovuto cominciare a pensarci seriamente a quel problemino con i tempi.
Era un giorno dispari, quello della terapia.
Quella dannata cura, forse, gli stava salvando il fegato, , ma, sicuramente, sballando, completamente l’equilibrio mentale, che già di per sé non è che desse precisamente l’idea della stabilità.
Ma voleva portarla a termine, non aveva mai abbandonato un film a metà, per quanto stupido avesse potuto trovarlo, ne aveva sempre voluto conoscere il finale.
E poi questo era il suo film cazzo!
Qualche chance alla morte gliel’aveva data, se non aveva saputo approfittarne, erano cazzi suoi, lui aveva deciso di non fare più sconti a nessuno.
Per cui adesso era perfettamente inutile che continuasse a strusciarsi su di lui come una gatta in calore.
Fin quando lui avrebbe fatto parte della regia il finale non sarebbe stato anticipato!
E, considerando, che signora morte era stato il miglior pompino mai provato, fu maledettamente difficile arrivare a quella decisione.
O, almeno, questo era ciò che si diceva, ma chissà se si diceva la verità, quel film era un po’ troppo drammatico anche per i suoi gusti.
Si iniettò il medicinale e trascorse le successive ventiquattro ore ad osservare tutte le sfumature che il grigio può contenere.
Fu come guardare un film in bianco e nero senza bianco e senza nero, senza immagini e senza musica, non proprio del genere brillante insomma.
Le ventiquattro ore passarono e ne cominciarono altre ventiquattro, ora si trattava di riempirle, se poi capitava di viverne qualcuna, tanto meglio.
Citofonò Annapia, come prima scena non gli parve male.
Quando incontrò per la prima volta quella ragazza, non capì immediatamente se si trattasse di una delle tante droghe del momento, quei nuovi miscugli infernali che ti spappolano il cervello tra un penso positivo e una serata in discoteca o di un cartone animato, capitato chissà come, in un mondo reale, con tutti i problemi di adattamento che una situazione del genere può portare.
Col tempo la seconda ipotesi lo convinse di più.
La vedeva come una farfalla senza un tipo di fiore preferito, lei adorava poggiarsi su tutti, forse non sapeva ancora di che nettare nutrirsi e forse era troppo giovane per saperlo.
L’unica cosa che poteva farla rientrare in qualche categoria umana, era il colore biondo dei suoi capelli, con tutti i problemi che anche questo tipo di situazione può portare.
“Agli altri naturalmente.”
Per il resto era divisa in tanti fiumi che lei avrebbe voluto indirizzare nella stessa corrente.
L’irrazionalità del progetto era spiegata dai suoi occhi, erano desiderosi di vita, il che non permette di limitare lo sguardo a qualcosa in particolare.
“Disturbo? E,” posso stare poco”, furono le prime due cose che disse.
Erano due cose che immancabilmente diceva.
Sbrigate queste due formalità, diventava decisamente naif.
Un arcobaleno, con un solo piccolissimo neo, sapere di esserlo.
Ma questo non sempre è un difetto.
Gli aveva portato dei regali, due momenti della vita di lui, interpretati da lei.
Il primo, che rappresentava il suo presente, era una campanella, il secondo, il suo futuro, la statuetta di un’anima del purgatorio.
Lei sapeva il perché di quei due oggetti ma per lui la chiave di lettura, sarebbe potuta essere qualunque.
Avrebbe potuto, tanto ringraziarla con un bacio, quanto fratturarle una costola.
Le baciò la fronte.
“ Una donna non si tocca nemmeno con un fiore”.
Infatti, nel caso, meglio farlo con le mani.
“ Da cosa nasce cosa….” diceva Totò.
Totò!!!
Il più grande dissacratore del quotidiano di tutti i tempi.
Un mito tra i suoi miti.
Per lui, Totò, rappresentava metà della poesia italiana, l’altra metà era Federico Fellini.
Due sguardi geniali sulla vita!
Il primo trascinava la realtà nel sogno, il secondo il sogno nella realtà.
Aveva sempre visto, anche loro, un po’ come cartoni animati, ecco, forse, perché gli piaceva Annapia, gli serviva un eroe positivo, nel grande fumetto di tutti i giorni.
Una sera mentre interpretavano insieme un quadro che lui aveva fatto, lei notò che sembravano due bambini che giocavano col trenino.
In effetti aveva scattato una bella foto sul loro rapporto.
Per essere una bionda, non era completamente vuota, le bionde, di solito, nascondono tanti brividi e nessun orgasmo.
Lei qualche orgasmo doveva avercelo.
Ma queste sono solamente riflessioni che lasciano il tempo che trovano, in realtà voleva bene a quella ragazza, perché voleva credere che anche lei gliene volesse, e lui dopo tanto sudiciume, aveva un disperato bisogno di pulizia e se così non fosse stato, avrebbe deciso lui quando accorgersene.
Inoltre si fidava ciecamente del proprio istinto, l’aveva sempre consigliato bene, le volte che non lo aveva consigliato male.
Quando si salutarono, si conoscevano un poco di più.
La loro era stata, sin dall’inizio, una conoscenza senza fretta.
Le amicizie sono come i fiori, ognuna ha bisogno del proprio tempo per sbocciare, ci sono quelli che vogliono più acqua, quelli che crescono meglio all’ombra, altri al sole, quelli che sbocciano solo in certi periodi dell’anno, e altri che nascono all’improvviso, come i fiori delle piante grasse.
Dipende dalla pianta, dal posto dove nascono, e le piante grasse crescono dovunque, non ti chiedono particolari cure, sono piante che badano all’essenziale, si riempiono di spine per difendersi dalle intemperie, dal sole bollente dei deserti, dal freddo gelido delle notti, ma quando partoriscono un fiore, allora ti lasciano senza fiato.
La sua piantina grassa si chiamava Valeria, un’ amicizia che era nata con naturalezza in condizioni impossibili per qualunque tipo di nascita, in una terra dove gli agenti atmosferici vengono lasciati fuori dai recinti, dove ogni forma di vita bisogna inventarsela e poi tenersela stretta, aggrapparsi a lei fino a spezzarsi le unghia, dove il sole è solo caldo rovente e la pioggia solo freddo agghiacciante, una comunità, uno dei tanti mercati dove si specula sulle vite dei tossicodipendenti.
Un posto dove gli unici fiori, se sai vedere, li trovi negli occhi spaventati e sofferenti dei ragazzi in astinenza, nei loro volti devastati che lottano per non morire, fiori bellissimi che racchiudono il loro splendore nella fragilità, nella delicatezza, nella dolcezza, nella verità del dolore, fiori indifesi come gli sguardi dei vecchi, con i loro corpi stanchi abbandonati negli ospedali e le loro vite chissà dove, fiori che se non cacceranno spine moriranno, torneranno ad essere pasto per avvoltoi ma che se resistono diventano piante grasse che non chiederanno più e che nessuno più potrà mai cogliere per il proprio piacere senza fare i conti con le loro spine, fiori che non avrebbero mai più abbellito giardini altrui, che non sarebbero mai più stati rinchiusi in vasi di sciacalli. Valeria, la piantina che aveva trovato lui, non sarebbe mai appassita nel suo cuore , lo sapeva, non sapeva perché lo sapeva ma lo sapeva.
In quel periodo non si vedevano ma non cambiava molto, lui sapeva che lei c’era, lei sapeva che lui c’era, era abbastanza e ciò che è abbastanza è più che sufficiente.
Bob Marley passò dalla copertina di un disco al suo stereo, e lui dal suo divano passò attraverso una cascata d’acqua frizzante, guardando il sole negli occhi.
Si sentì maledettamente in gamba, a saper rubare quei momenti alla vita, non appena allentava la presa.
Ma c’era una spiegazione, aveva visto tutti i films di Bogart!
Abbottonò con regale calma, il suo impeccabile impermeabile bianco, indossò con meticolosa cura il suo fedele borsalino nero, e accese la sigaretta che gli pendeva con noncuranza nell’angolo sinistro delle labbra, con il suo accendino di sempre, una zippo argentata.
Terminò il suo whiskey liscio, si strizzò l’occhio e mise in moto una vecchia cadillac bianca.
Quella notte dall’asfalto assatanato, s’alzava una nebbia più misteriosa del solito.
La macchina, con l’aspetto trasandato di chi ha visto tanti chilometri, sfrecciò con strafottenza sotto il getto d’acqua di un idrante appena distrutto da una banda di ragazzini inferociti come una fame famelica in cerca di briciole.
Ogni insegna di locale, luccicava come la cassaforte del vizio contenente l’utero dell’oblio.
Il vecchio Bogart non disdegnava qualche attimo di abbandono, senza però mai togliersi, cappello e sigaretta.
Il che, a volte, tipo in un amplesso, qualche piccolo inconveniente lo fa nascere.
Ma lui era pagato per quello, dietro ad ogni personaggio, c’è sempre qualcuno che lo dirige.
E poi lui s’era affezionato a quel ruolo.
Quella sera le rughe agli angoli della bocca erano più pronunciate del solito.
Indice di tensione.
L’ultimo caso che gli era stato affidato non gli suonava bene, c’era qualcosa di strano.
Avrebbe dovuto scoprire dove si nascondeva il burattinaio di un tipo che affermava con sicurezza, l’esistenza di qualcuno che gli manovrasse i fili.
Un casino! Pensò nello stesso istante in cui chiudeva l’accendino con il suo inconfondibile scatto.
Meglio partire da un doppio whiskey, gli avrebbe schiarito le idee.
Al piano sedeva come sempre il vecchio Sam, e il vecchio Sam, ogni volta che vedeva il vecchio Bogart, gli dedicava sempre un vecchio pezzo “ As time goes by”, e il vecchio Bogart, ogni volta pensava al vecchio aeroporto di Casablanca di un suo vecchio film, a quella maledetta scena d’addio con la sua donna.
Lasciar partire Ingrid Bergman è dura da mandar giù.
A un paio di sgabelli dal suo, con i gomiti appoggiati al bancone e la faccia tra le mani, sedeva una donna.
Era mora, bellissima e pericolosa come una notte senza luna in cima a una montagna.
I suoi capelli erano piume di corvo, la sua pelle, sabbia vulcanica, i suoi occhi panorami senza orizzonti, le cuciture dietro le sue calze, due affilatissime lame.
Ordinò un drink per la signora e l’avvicinò.
“Facciamo un gioco?” Le chiese, “se non perdo io, puoi provare a propormelo” rispose lei.
“Ok” disse Bogart, “io annuserò ogni poro della tua pelle, dopo di che , tu potrai decidere se scoparmi fino alla perdita della ragione, o piantarmi un tacco a spillo nel centro del cuore.”
“Perché no”, rispose lei, “ non ho di meglio da fare”.
Una volta spogliati, lui provvide precauzionalmente a nasconderle le scarpe.
A quel punto non rimase altro da fare se non l’amore.
Sotto le lenzuola si respirava quel primitivo profumo di libertà che solo due corpi avvinghiati in un amplesso, sanno sprigionare.
Lei sapeva di buono come tutte le cose buone del mondo spalmate sopra una cosa buona.
Si dava come una pantera in lotta, i suoi baci erano vortici sull’abisso, nel suo sguardo s’alternavano oblio e crudeltà, era una garanzia di Paradiso vestita d’inferno.
Arrivati all’Eden il miracolo terminò e si ritrovarono abbracciati, ansimanti e sudati, sotto una manciata di momenti oramai passati.
Il Paradiso è solo un attimo rubato all’inferno.
Giù in strada la prima cosa che fece fu accendersi una sigaretta, la seconda, alzarsi il bavero dell’impermeabile, la terza, telefonare al cliente che gli aveva affidato quello strano caso.
“Ascolta” gli disse,” tu sai con chi stai parlando vero?”
“Certo Bogart!” Rispose il cliente.
“Perfetto, e sai che ruolo interpreto in questo film?”
“Sicuro, un investigatore privato, è per questo che mi sono rivolto a te”
“Appunto”, disse Bogart, “ e secondo te, se io avessi potuto scegliermi i ruoli, credi che avrei fatto sempre lo stesso? Anche a me qualche volta avrebbe fatto piacere interpretare un miliardario disteso con le chiappe al sole sulla sua isola privata, circondato da meravigliose donne vestite con parei e collane di fiori, sotto un cielo amico, una luna ammiccante e il mare come compagno di giochi. Ma i registi dei miei films mi dicono che non so fare altro, per cui come pretendi che, possa io, scoprire chi è che dirige te? Probabilmente anche tu sei tagliato per un unico ruolo, posso darti solo un consiglio, il tuo ruolo fallo sempre da professionista mai per la paga! Non perdere mai il gusto di recitare, quell’unico ruolo fallo sempre al meglio, io con un solo impermeabile sono diventato Bogart, pensaci.”
“ Come sempre hai ragione”, rispose l’uomo con un nodo alla gola.
“Addio vecchio, caro Bogart è stato bello incontrarti”, lo salutò e riattaccò.
S’alzò il bavero consumato del suo antico cappotto grigio, nascose il viso sotto lo stropicciato cappello e accese una sigaretta che gli penzolava con noncuranza dall’angolo destro delle labbra.
Anche lui, come Bogart, aveva una zippo argentata.
Mise in moto la sua malandata fiat blu.
A quell’ora Piazza Municipio era deserta, a parte qualche bar ancora aperto e un esercito di innocenti bastardi figli di puttana, santi e martiri, senza dio e senza una lira, che cercavano di sopravvivere, commerciando in droghe senza pretese, avanzi di sesso invecchiato giovane e pochi altri intrighi di seconda mano.
E poi, poco distante, c’era il Maschio Angioino che beveva un drink affacciato sul porto con l’aria rilassata di chi la sa lunga.
“Ehi tu, che ti fai chiamare maschio, dammi un consiglio per conquistare la mia vita!”. Urlò.
“Aiutati che dio t’aiuta!”, rispose il castello con voce impostata.
“Mi sa che non ci sono più maschi in giro”, pensò lui.
Trovò un pallone.
Contò quarantuno palleggi, come i suoi anni, e al quarantaduesimo, con tutta la forza che riuscì a mettere nella gamba destra, scagliò il pallone al termine della notte e dedicò quel tiro a Celine.
In quel periodo stava leggendo “viaggio al termine della notte”, scoprendo il genio di quell’autore.
Confidò come sempre un suo segreto alla luna e tornò indietro.
La notte non era molto sexy quella notte.
Una sola tappa,”due birre da portare per favore”.
Mentre si spogliava accese la tv, mandavano uno spot di un telefono cellulare.
In un minuto passò cent’anni rinchiuso fra quattro pareti d’acciaio, era senza più cervello, con due cellulari al posto delle orecchie, due televisioni al posto degli occhi, due binari al posto delle gambe, dei tasti al posto delle dita, un computer al posto del cervello e una sola grossa spina nel buco del culo.
Passato il minuto si riprese.
Dopo quattro tiri da una sigaretta e un solo cerchio di fumo riuscito, gli venne voglia di dipingere, quel pensiero non fu che il preludio ad un altro ancora più affascinante.
Per dipingere avrebbe indossato il suo adorato camice!
L’aveva comprato da poco ed era il primo che aveva da quando dipingeva.
Da quel momento, la sua pittura, aveva avuto una svolta che lo intrigava ancora di più, era come se non avesse più confini né generi, spaziava dai colori, alle forme, alle immagini, agli odori, ai sapori, alla musica, allo stato d’animo, che lui, ad ogni pennellata, sentiva, vedeva, ascoltava, viveva.
Forse quel grembiule era ancora una volta il suo scudo per entrare nelle cose, il sapere di non potersi sporcare, il non fare attenzione a null’altro che alla sua mente, il poter giocare con i colori, usarli anche con le mani, sperimentare di volta in volta senza più trovarseli sulle mutande e sui genitali ad ogni pisciata, l’aveva liberato completamente dal freno castrante dei contorni.
Ritrasse se stesso con un paio di jeans, una canottiera bianca, un cappello di carta mentre pitturava un grande muro, che in realtà cancellava ad ogni pennellata, fino a far apparire la vita, nei panni di una donna bella come il proibito dai piedi fino al cervello, coperto da un punto interrogativo.
In mano aveva tre buste, quella vincente conteneva la risposta che lui cercava da sempre senza aver mai saputo la domanda.
La donna sorrideva come un magnifico esemplare di voluttà imbalsamato.
Dietro le quinte la morte accettava scommesse.
Lui aveva una sola possibilità di scelta.
Posò un attimo i pennelli, accese una sigaretta e diede un’occhiata alla tela, era bianca, candida, vergine e innocente, come una cosa che non esiste.
Guardò i pennelli, erano puliti.
“Meglio andare a dormire”, pensò.
Sognò se stesso nel letto che non riusciva a dormire mentre mille frenesie gli correvano nelle vene senza rispettare i limiti di velocità.
Due ore dopo s’accorse che non stava dormendo.
“Meglio alzarsi” pensò.
Raggiunse il telefono, a quell’ora c’era un solo amico da poter chiamare, formò il numero.
“Ciao Satana, avevo pensato di fare un salto da te per bere una cosa insieme se non hai da lavorare.”
“Vieni pure”, rispose il diavolo, “ho appena finito il giro tra i dannati, potremo stare nella pace di Dio fino a domani”.
Gli piaceva Satana, sembrava un buon diavolo, per giunta in gamba, aveva saputo sfruttare al meglio la sua dannazione.
Non è da tutti mettere su dal nulla un’azienda redditizia come la sua, anche se lui con modestia, diceva che era stato avvantaggiato dall’incapacità della concorrenza.
A casa del diavolo c’era sempre il camino acceso, una bottiglia di quello forte e un disco di blues che suonava.
Ogni vizio, ogni perdizione, ogni brivido più proibito, ogni orgasmo era disponibile in quell’inferno, ma quando loro due s’incontravano, era solo per ascoltare un po’ di musica e bere un bicchiere insieme, un modo come un altro per far sciogliere un po’ di ghiaccio dal cuore.
Al mattino entrambi dormivano beati come angioletti fra le fiamme dell’inferno.
Furono svegliati dalle urla dei dannati in astinenza da dolore, la vita cominciava a scaldare i motori.
Si trovò scaraventato ancora una volta dalla notte al giorno, non era mai riuscito a trovare la strada che divide il buio dalla luce.
Più passava il tempo, più si convinceva che doveva esserci qualcuno che si divertiva a giocare con le corde della propria anima.
Vide la vita attraversare il mattino con un pugnale nei reggicalze e i biondi capelli raccolti sotto un velo da sposa.
Troppe bionde per un uomo che impazziva per le more!
Lui divideva le donne nelle due categorie di peccati, quelli veniali erano le bionde, loro preferivano giocare, apparire, sedurre e poi magari tirarsi indietro, quelli mortali erano le more, loro non si tiravano indietro, loro ti tiravano dentro.
Perché che la donna fosse un peccato era sicuro, altrimenti non avrebbe dovuto espiare ogni rapporto avuto con loro.
Quelle scure le preferiva perché gli ricordavano crateri di vulcani, lussureggianti isole tropicali, terre del sud bruciate dal sole, gli ricordavano il sapore del mare adagiato sulle note di un tango, gli ricordavano il calore del fuoco pronto a incendiarti la vita o a bruciartela definitivamente.
Ma di qualunque colore avessero i capelli, quelle sante e demoniache creature, erano ancora una delle curiosità che gli davano energia, che lo spingevano ad andare avanti, ad arrivare alla fine del viaggio, dove, magari, chissà, avrebbe trovato qualche risposta.
Avrebbe volute conoscerle tutte le donne!
Più ne conosceva più non le capiva, più non le capiva più ne era attratto.
Certe volte, alla vista di una donna che lo colpiva particolarmente, quasi s’incazzava all’idea che probabilmente non l’avrebbe mai conosciuta e si ingelosiva per quel qualcuno che la conosceva o l’avrebbe conosciuta più di chiunque altro.
A lui, sarebbe piaciuto scoprire la marca preferita di profumo di ognuna di loro, l’odore della pelle, quello che portava in borsa, conoscere i suoi gusti, che libri leggeva, la musica che ascoltava, quanto curava le unghia, avrebbe voluto conoscere le mani, le dita, le caviglie, avrebbe voluto conoscere i suoi films preferiti, cosa la faceva ridere e cosa piangere.
Avrebbe voluto sapere se dormiva col pigiama o la camicia da notte, oppure nuda come un alito di vento nelle torride notti d’estate, avrebbe voluto vederla al mattino dentro un’ enorme felpa e un paio di calzini, avrebbe voluto vederla scapigliata prima di comporsi per il giorno.
Sapere se usava calze o collants, curiosare nei suoi cassetti e magari scoprirci un segreto da dividere.
Avrebbe voluto vedere il suo viso appena sveglio e poi allo specchio mentre se lo ispezionava prima di truccarsi, poi guardarla truccarsi per seguirne il disegno, avrebbe voluto vederla con i capelli spettinati sul cuscino e poi mentre se li asciugava dopo la doccia avvolta bagnata dentro un accappatoio, e poi guardarla pettinarsi sensuale come solo le donne sanno fare.
Avrebbe voluto vedere la sua espressione al lavoro e in vacanza, o quando era stanca , quando era allegra e poi avrebbe voluto vederle gli occhi mentre faceva l’amore.
Avrebbe voluto poggiare il capo sui seni di ognuna di loro e poi succhiarli fino a tornare bambino.
Avrebbe voluto passare le proprie mani sui loro corpi e non trovarci un solo angolo, privilegio che solo un corpo femminile possiede, scivolare morbidamente tra le loro curve. E’ questa la differenza tra un bel fisico maschile e uno femminile, il primo per quanto perfetto, è paragonabile a una bellissima macchina o qualcosa del genere, quello della donna è un’ armonioso dipinto, un nudo di Modigliani.
Avrebbe voluto scoprire se a letto si desse tutta o si risparmiasse, se era lei a prendere l’iniziativa o se la lasciava a te, quanto per lei erano importanti i baci in un amplesso.
Avrebbe voluto sapere se preferiva la doccia o il bagno, se era innamorata del proprio corpo e fino a che punto, conoscere la misura della sua vanità e le sue insicurezze.
Avrebbe voluto sapere se le piaceva il cioccolato e se dopo averla mangiato si leccava le dita e si impiaccistrava le labbra lasciandosele pulire da un bacio.
Avrebbe voluto assaggiare il suo drink preferito e sapere se i frutti di mare la facevano impazzire.
Avrebbe voluto scoprire fino a che punto era capace di impazzire, avrebbe voluto impazzirci insieme.
Avrebbe voluto vederla al mare mentre entrava in acqua e poi con il corpo bagnato asciugarsi al sole, vedere l’acqua salata brillare sulla sua pelle dorata.
Avrebbe voluto vederla su una terrazza con lo sguardo perso nel tramonto e poi all’alba con gli occhi assonnati dopo una notte di bagordi.
Quelle erano le volte in cui la moglie avrebbe voluto capirlo ma proprio non ci riusciva.
Ad un semaforo rosso cercò di ricordare se avesse qualche dovere urgente da sbrigare.
Pensò che sarebbe dovuto tornare al lavoro per non essere licenziato, andare dal dottore per sapere come se la passava il suo fegato, riparare l’auto prima che lo lasciasse a piedi, rispondere un po’ di più al telefono, pagare qualche bolletta e sperperare meno soldi.
Niente di particolarmente importante, poteva tranquillamente ignorare il tutto con un accettabile senso di colpa.
Dieci giorni dopo aver preso lo stipendio, gli unici soldi che gli erano rimasti, erano centomila lire.
Con cinquanta comprò un po’ d’erba, con trentacinque l’ultimo di Ray Charles, con dodici tre pacchetti di sigarette, con tremila lire, le cartine e un pezzo di pane.
Erano giorni ormai, che andava avanti tra giorno e notte trascinandosi dietro il bagaglio dei suoi pensieri, erano anni che girovagava senza meta, fermandosi ad ogni motel, senza mai riuscire a trovare una casa sua, era da sempre che correva dietro a qualcosa che non sapeva cos’era ma sapeva che c’era.
O che forse conosceva ma non trovava.
Probabilmente tutti i baci che aveva rubato, tutti i rischi corsi per farlo, erano nient’altro che la ricerca del bacio mai dato, del quadro mai dipinto, della poesia mai scritta, della musica mai ascoltata.
Lui avrebbe voluto baciare in bocca l’amore,
accompagnare la felicità all’altare,
far l’amore con la vita tutta la vita,
far l’amore con ogni giorno tutti i giorni,
avrebbe voluto…..
era così stanco, avrebbe voluto solo un po’ di pace.
Tirò fuori dal cervello un luccicante sax, ed intonò un vecchio classico Napoletano.
“ Si sta vocca desider’ e vas’
nun’è peccato,
ma vestimmell’ e vita stù suonno
c’a freva ce dà.
‘e si chest’ pè te nun è bbene
me sai dicer’
‘o bene che d’è?”
Il suo cuore gli fece da orchestra con la discrezione del più intimo Duke Ellington.
Avvertì un disperato bisogno di certezze, e fortunatamente ne aveva ancora qualcuna.
Decise che nel pomeriggio sarebbe andato a trovare Claudio e Cecilia.
Claudio era un suo amico da sempre, uno dei pochi porti che era riuscito a trovare nelle sue tempeste.
Si conobbero non ancora ventenni, quelle prime amicizie che quasi sfociano nelle cotte.
Ed avere vent’anni negli anni settanta, significava avere l’energia e l’adrenalina, di un fiume che rompe gli argini.
Da allora, si erano incontrati di nuovo, solo da qualche mese.
Ora avevano addosso tutte le amarezze di chi ha avuto vent’anni, più di vent’anni prima.
Ma tra di loro non era cambiata una virgola.
Il loro rapporto era un po’ la quintessenza dell’amicizia, nessun grosso discorso, si conoscevano talmente bene da non averne bisogno.
La loro amicizia era palpabile nell’aria, nei gesti, negli sguardi, nell’intesa silenziosa e immediata.
Compagni nei momenti di bisogno, compagni di sbronze, compagni per antica e perduta fede politica.
Sua moglie Cecilia l’aveva conosciuta, invece, solo da poco ma tra gli amici era quella che più di tutti aveva saputo stargli vicino nel periodo iniziale della cura, quando lui aveva la mente dispersa in mille frammenti di paura e gli occhi che abitavano in uno sguardo che non era più il suo.
Era dolce e premurosa come una madre, ma rompicoglioni come una bambina che si lamenta senza sapere bene cosa vuole, attraversava anche lei un brutto periodo, ma a se stessa non sapeva dare la forza che riusciva a dare agli altri.
Lei s’incazzava a sentirselo dire ma le donne s’incazzano sempre quando ascoltano qualcosa che non vorrebbero sentire.
Le serate a casa loro erano come una sosta per fare il pieno, quattro chiacchiere, qualche risata, qualche vizio un po’ più innocente, un po’di immancabile musica, un po’ di verità, un po’ dare, un po’avere e quella piacevole sensazione di non avere buttato un altro momento nel cesso.
A fine serata, salutando Claudio gli venne in mente Claudia.
Follia pura!!!
La conosceva da qualche anno, l’avrebbe amata per il resto degli anni.
Lei era tutto e il contrario di tutto.
Era un felino inferocito che difende con i denti le proprie paure.
Aveva un’anima grande come la più ermetica e maledetta delle poesie, e un carattere impossibile, come la più donna fra le donne.
Nei suoi occhi c’era sempre il buio più totale o la luce più luminosa, mai la mediocrità.
Con lei anche un semplice caffè al bar poteva trasformarsi in un’avventura verso chissà dove.
La sua porta, per gli amici era sempre aperta, a qualunque ora del giorno e della notte, a dispetto di tutto e tutti.
La tua te la sfondava senza bussare!
Era quel che si dice un’emozione forte, era come dovrebbe essere un’amicizia.
Insieme avevano trascorso un’infinità di notti disperate, ma erano sempre riusciti a seppellirle sotto una risata e un chissenefrega, fino a trovare quasi sempre uno di quei momenti che si scolpiscono per sempre sul cuore della memoria.
A casa, dopo aver acceso l’interminabile sigaretta, ascoltò per la prima volta l’ultimo disco inciso dai Queen prima della morte di Freddy Mercury.
Dei Queen aveva sempre apprezzato solo il canto dell’immenso Mercury ma non li aveva mai amati particolarmente come gruppo, non li sentiva come colonna sonora del suo carattere.
Ma poi ascoltò quel disco, “Made in Heaven”, quella musica era il cielo, era un uccello, era il vento, era il volo di un aliante, era il “Beautiful day” del brano d’apertura, era il primo gemito di un neonato, era l’ultimo lamento di una vecchio.
Era la vita, eppure era la morte.
Quel disco Freddy Mercury l’aveva pensato e scritto nel suo letto di morte.
Sempre la solita, vecchia storia della morte che ti avvicina alla vita, cominciava a rompere un po’ le palle, pareva quasi che non c’era verso di apprezzare la vita senza avvicinarsi alla morte.
Siccome in casa non aveva da bere accese un’ulteriore sigaretta e brindò con quella a Freddy Mercury in qualunque posto stesse cantando.
Nello stesso istante, in ogni parte del mondo, tutti quelli che avevano conosciuto la morte da vivi, accesero una sigaretta, ma nessuno di loro avrebbe mai saputo di essere riuscito, almeno per un attimo, a sconfiggere la solitudine.
Riavutosi dall’emozione del disco pensò a quello che lui si sarebbe portato in Paradiso.
Non dovette pensarci molto: sigarette , birra, qualche poesia di Bukowski, qualche disco di blues (un pò di musica del diavolo in paradiso avrebbe spezzato la monotonia).
Chet Baker no, a lui l’avrebbe trovato sicuramente già lì, sospeso nel cielo a soffiare pace dalla sua tromba, facendo vergognare il resto degli Angeli e le loro trombe.
Poi avrebbe bussato alle porte del paradiso, proprio come diceva Bob Dylan in una vecchia canzone, avrebbe sistemato le proprie cose sulla prima nuvola libera, e subito dopo si sarebbe guardato intorno in cerca di un peccato.
Quel disco dei Queen glielo aveva portato Simone, un ragazzo di soli diciassette anni con un’espressione negli occhi che lui conosceva fin troppo bene, quell’espressione tipica di chi fatica a stare al mondo.
A volte parlando con quel ragazzo gli sembrava di parlare con se stesso.
Anche a lui piaceva scrivere, anche lui, probabilmente, sarebbe stato un solitario per tutta la vita, e in fondo all’anima sarebbe stato contento di esserlo……qualche volta….. forse……o forse no……chissà!
Dipendeva dal prezzo che avrebbe dovuto pagare e di solito il mal di vivere costa caro.
Comunque gli fece bene ascoltare quel disco.
Tornò all’incrocio di tante volte.
A sinistra il solito punto interrogativo, a destra quello esclamativo.
Si fermò.
Accese una sigaretta.
Ascoltò lo scatto metallico dell’accendino che si chiudeva.
Mise una cassetta nello stereo.
I Led Zeppelin attaccarono l’inconfondibile arpeggio di Starway to Heaven.
Aspirò con avidità il fumo e diede un’occhiata al bagaglio.
Dentro c’era un passeggero nuovo, sua figlia!
Aveva vent’anni, stavano appena iniziando a conoscersi.
Pensò con un sorriso benevolo al suo inguaribile problema con i tempi e ancora una volta a lampeggiare fu la freccia sinistra.
Si guardò un attimo alle spalle, si chiese perdono e inserì la prima.
Se esisteva il suo burattinaio l’avrebbe trovato, se non esisteva avrebbe trovato pace………forse.
Partì!
Il Cavaliere Bianco
by Duncan on dic.09, 2009, under Ispirazione, Poesia
nostra paura..
sui muri scrivevi a lettere di fuoco le tue assurde epopee
le bastarde imprese di un cuore troppo grande per essere di questo
mondo..
Eri il respiro che ci tratteneva sull’orlo dell’abisso,
la promessa invincibile di non tradire, costi quel che costi,
il sapore annunciato di ogni primavera..
Eri il sigillo sui nostri desideri stentati,
la parola che ci prendeva nel petto,
il nostro sabato sera,
Sapevo sollevarmi al tuo stesso pensiero,
mura indomite raccontano la tua Leggenda..
ci cercavi nelle strade violente degli incubi,
e ci mostravi il volto bello del sudore,
l’altra metà della mela,
quello strano sorriso da zingaro, quelle mani sparse di ideali e di
storie
Ti trovo ancora sulle epopee dei muri,
mentre cammio trovo scritto.. TU CI TENEVI IN PIEDI..
E so che è scritta per te..
Che mano nella mano, fiaccole passano e il Tempo trattiene le Ore,
per farci ancora respirare…
Tra vigliacchi e ruffiani, contabili e disertori tu possedevi la
Grazia,
di un tempo antico e dimenticato, in cui Bellezza e Onore abitavano la
Terra…
E potevi dire parole che restavano nell’anima, come i sileni di
Alcibiade,
come quel vecchio pazzo brutto e cornuto di nome Socrate..
sapevi ingannare i nostri inganni..
Tra dame di corte e inculati, ci mostravi il coraggio..
e bastava uno sguardo per raccogliere le braci sparpagliate dal
vento..
I muri ancora raccontano di te,
Ho visto scritto.. ERI IL SOLE CHE SI ACCENDE ALL’IMBRUNIRE..
e so che era scritta per te…
Ognuno è il sole, sapevi dire…
Amare per amare.. con la stessa leggerezza dei sogni..
con la stessa durezza delle pietre..
Portiamo sul petto quella stramba fedeltà,
quell’assurdo richiamo all’Onore…
quell’alzarci più presto dell’alba..
la ribellione ai tiranni,
ai collari e ai guinzagli…
quando le gambe tirano..
avanti cammina..
fino all’ultimo atto, fino al campo di scena, fino al grande sipario
Sui muri ancora cantano le tue epopee…
Eri lo Zio delle Fiabe, il Cavaliere Bianco, la mano sul cuore, senza
macchia e senza paura…
Avanti coraggio.. avanti miei prodi.. mie lucciole pazze.. pazze di
amore..
