Born Again

Tag: Ciro Campajola

Di poche parole?… di Ciro Campajola

by Duncan on gen.16, 2012, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana, Simbolo

  Questa non è una poesia.. è un inno… un Manifesto.

Se in tutta la sua vita, Ciro Campajola avesse scritto solo questa “cosa” e non avesse fatto nient’altro.. non dico scrivere.. proprio NIENTE altro… e avesse passato tuti i suoi giorni in una stanza di plastica.. basterebbe questa “cosa”.. per garantirti migliaia di anni nell’Utero della Gloria… semplicemente Grandiosa…

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Non è tanto quando tocca a te

allora

specie se la partita non ti interessa

ti giochi solo la carta necessaria a sfangarla

è quando “sta a te”

è quello il momento in cui ti metti in gioco 

che scopri la tua carta

quella per te vincente

e che lo sia oppure no

non è importante

importa a te

è solo allora che saprai chi sei

quando quella carta segnerà le tue prossime partite

eliminandone qualcuna

aggiungendone qualcun’altra

quando quel che sarà

ti sarà stato dato  

non solo dalle regole di un assurdo gioco

ma

per quel che hai potuto

anche da te stesso

 

Non è senno di poi

non bisogna aspettare per scoprirlo

lo senti da subito

è un istinto naturale come fosse un peccato originario

è qualcosa che hai dentro

è la tua natura a suggerirti le carte di volta in volta

non la tua ragione

è lei che ti porta sin dalla prima partita

a ripetere tante volte la giocata che sai non vincerà

una puntata incoscientemente cosciente di perdere

liberamente perdente

una giocata fatta pur di sedere ad altri tavoli

dove di vincere non te ne frega un cazzo

tavoli dove ti basta starci

esiliato tra gli esiliati da ogni ingranaggio

e con un buon bicchiere tra le mani

ascoltare rapito storie di chi ci sta seduto

facendone sbornia e tesoro insieme

sentirti ricco ed ebbro

e poi andare avanti così tutta la notte

a perdifiato

col cuore in gola

sudando

sentendoti

giocando

magari perfino a carte

ma giocando

non gareggiando

di gareggiare non te ne frega un cazzo

e poi magari accorgerti

che l’ultimo avventore rimasto in sala

è un’avventrice

avvicinarti istintivo al suo tavolo

mentre lo straccio già lucida il pavimento

stanco e frettoloso di riposo

e con calma

sederti e non chiederle niente

in attesa forse di qualcosa

e se qualcosa sarà

non dovrai aspettare molto per saperlo

ve lo ricorderà lo straccio ormai ridotto uno straccio

supplicante di una tregua nella quotidiana fatica del vivere

poi nel momento stesso in cui la notte diventa alba

e la serranda si abbassa sull’attimo precedente

da sapere non ci sarà più niente

è solo il momento successivo di mille momenti prima

e voi non siete lì per caso

non è orario né luogo per incontri casuali

se siete lì

è perché ci siete arrivati con le vostre occasioni

per come le avete guidate

sapete già tutto senza sapere niente

non c’è bisogno di presentazioni

dovete solo scoprire se diventerete voi stessi

un’occasione tra le vostre occasioni

 

Tutto sta

al valore che dai tu a quella carta

e a quanto ne dai alla posta in palio

se ne dai più a quella partita

o alla tua partita

se preferisci alzarti alla pari da quel tavolo

non affannarti troppo

non sudare

rinunciare al piatto che avresti voluto

alla “tua”vittoria

e assicurarti il meglio possibile

e i capelli bianchi

oppure andare avanti

sempre e comunque

e sempre e comunque fino al cuore di ogni cosa

non fare delle mezze misure una tua misura

mai

e fin tanto che sei vivo

di qualsiasi colore avrai i capelli

non lasciarci mai il tuo sangue a quel cazzo di tavolo

giocartelo prima nel caso

e fino all’ultima goccia

perderlo ma non disperderlo

non a quel tavolo

non è il quello tuo tavolo

e quello è tuo il sangue

se vuoi avvelenarlo sai benissimo come fare

basta rivolgerti ad altri giocatori della stessa partita

 

E’ così che ti conosci

non necessariamente conoscendo

la conoscenza è relativa se tu non ci “Credi”

è andando avanti a tentoni e tentativi

assaggiandoti

prendendoti anche a morsi se è necessario

non lasciandoti mai in pace

semmai intralceranno il tuo vivere

non lasciandoti mai in pace

se mai ti lasceranno in pace

è così che ti fai largo in questa vita

“quando sta a te”

facendo di volta in volta

quanto più vuoto è possibile intorno al tuo vivere

eliminando tutto quel casino

che di vuoto ne è già troppo pieno

e serve solo a incasinarti ancora di più

fino a ridurti a un ibrido addomesticato

 

Cazzo quando veniamo al mondo

è la prima cosa che dovrebbero insegnarci

e invece anche questo scoprirai

solo quando starà a te incassarlo

e molto dipenderà dal come saprai incassarlo

ma in seguito

comunque lo avrai fatto

ti tornerà utile

sarà un vantaggio nel setacciarti il vivere

e nel modo di incassare per vivertelo

sarai come un pazzo cercatore d’oro anche in piena merda

in pieno fango

nel pieno di qualunque altra cosa

ma sempre in pieno

non sei da mezze misure

o magari nel pieno di una pozza di sangue avvelenato di tuo

nuotando contro corrente e contro probabilità

e aggiungendo a quella fottuta pozza

anche il sale delle tue lacrime e del tuo sudore

ma senza mai smettere di cercare il tuo oro

senza mai smettere di crederci

sempre più convinto e cosciente del tuo cammino

a dispetto di quel che il tuo cammino può “sembrare”

 

Sembrare e vivere sono due cose diverse

ma sembra che a ricordarlo siano in pochi

e intendo

in pochi tra i pochi

quindi sta a te

consentirti o no

di vivere quel che ti fa sentire vivo

fregandotene se al mondo non piace

perché nel frattempo avrai scoperto

che il mondo

civilmente

se ne frega di quel che ti piace

che il mondo

civilmente

se ne frega del piacere in genere

preferisce ottenere piuttosto che godere

e perché anche tu

in fondo te ne freghi di trovarlo quell’oro

a te basta Crederci

è questa la differenza tra te e quelli civili

tu vuoi solo cercarlo quell’oro

battere i tuoi sentieri

evitando intralci

burocrazie

ipocrisie

posti di blocco

multe da pagare

e altre rotture di cazzo

 

Come vivere tra Sodoma e Gomorra

la repubblica di Salò

e quella schifosamente attuale

ed essere sempre stato multato

perché beccato a scopare dietro un’ aiuola

colpevole di calpestare i giardinetti  e disturbare i vicini

urlando amore a squarciagola

eccola la civiltà:

bandire ogni naturale forma di umanità

in nome di qualunque immoralità

purché serva

ed è questa forse la carta che io

in questa civiltà

mi son sempre giocato

gridare disturbando i vicini

pagare multe pur di urlare i miei orgasmi

il mio amore

puro o profano che sia stato

ed è

convinto più che mai

che l’amore profano

è soltanto un vecchio scherzo da preti

 

Il “quando sta a te”

viene fuori in momenti estremi

dove anche tutto l’oro del mondo

non serve più

perché di più non c’è niente più

ma non è così

lo sembra

lo sembra perché sentiamo troppo

ma ascoltiamo poco

vediamo troppo

ma osserviamo poco

ci piace distrarci

a volte ci conviene

altre siamo incapaci

ma al momento estremo

spesso

ci accompagniamo noi stessi

e questo non ci piace ricordarlo

 

Il quando sta a te

te lo giochi ogni volta che ti schieri

o dalla parte del naturale

della grazia

del semplice

del rispetto a dispetto del sopruso

del sorriso a cospetto del ghigno

dell’umiltà in faccia all’arroganza

del significato sincero del “buongiorno”

del grazie se hai avuto cortesia

e del prego se ne hai data

insomma

del “niente di chissà che”

semplicemente del normale

del notare il bisogno in occhi troppo dignitosi per chiedere

e farne istintivo un tuo dovere ascoltare

nient’altro servirebbe alle civiltà di turno

 

Oppure adeguarti all’inciviltà

solo perché ti dicono che è la “civiltà”

calpestando in nome di questa l’umanità

la dignità invece che i giardinetti

l’andare naturale delle cose

la gentilezza

l’armonia

calpestando il sorriso e il pianto

senza una spalla disponibile

sempre da solo

non un orecchio che ascolti

non senza delegare altre orecchie

che poi a loro volta delegano

e l’amico ti manda da chi di dovere

e chi di dovere ti da l’indirizzo esatto

da chi di dovere andare

e tutti saranno giudici

e se avranno camici bianchi

ti delegheranno in camere con pareti e letti bianchi

e se avranno camici neri

ti delegheranno in camere con sbarre e camicie grigie

e in quelle stanze tu vorresti solo delegarti a Dio

ma non puoi

sei già all’inferno

 

Eccola la civiltà

vietare il sesso sotto le stelle

ma permettere quello malato e nascosto

sporcare l’amore

impedire i giorni a modo tuo

se non entri nei suoi

giorni affidati soltanto alla tua buona stella

e alla tua costanza nel coltivarli ogni mattino

senza bisogno d’altro

senza bisogno della civiltà

quei giorni che alla somma totale

basterebbero a avanzerebbero

per sentirti in pari almeno quella volta

perché è solo quella la volta

che vuoi sentirti in pari

non un minuto prima

un minuto prima vuoi ancora giocare

 

Ma la somma dei tuoi giorni

non dà il giusto peso ai giorni

bara

in questa civiltà di giusto

non c’è rimasto un cazzo di niente

tanto meno il peso

la bilancia è tarata

certi pesi non hanno peso nel vuoto

tutto è a vantaggio dell’inciviltà

neanche i “tecnici” sanno farli questi conti

pare che ciò che sia umanamente possibile fare

sia diventata la cosa più difficile da fare

 

E allora sta ancora a te

o arrivi a morire per vivere

o tanto vale morire

e chiederai con vergogna a Signora Vita

di spalancarti le cosce per far scempio della sua natura

di amarla così

contro natura

non è così che avresti voluto

ma è l’unico modo che hai trovato per entrare in lei

per vivere vivendola

l’unico modo in cui riesci a vivere

orgasmo comunque e vaffanculo

e allora punti il peggio a quel fottuto tavolo

perché se il piatto non offre nulla

tu preferisci il peggio al nulla

non puoi farci un cazzo

è un dato di fatto

nel mio caso un dato di fatto

in uno che si è fatto e ha già dato

 

Come Roberto

anche lui si era fatto e aveva già dato

o almeno così credeva

e noi più di lui

lo incontrai in quelle strade nuove

che ci portarono sulla strada di Kerouac

e di mille altre nuove letture

di musica nuova

di volti nuovi e diversi da tutti gli altri

di voci nuove

discorsi nuovi

lo incontrai quando ancora ci facevamo di tutto

tranne che di droga

a lui piaceva Hemingway

amava la sfida nei suoi versi

e gli piacevano il rock

soprattutto quello duro

e le donne

soprattutto quasi tutte

e poi dopo un po’ gli piacquero anche le droghe

soprattutto l’eroina

ma proprio a lei un giorno disse basta

 

Tra di noi fu il primo a farlo

noi non capimmo

dell’eroina conoscevamo solo il lato migliore

e pensavamo ancora che ne valesse il prezzo

non potevamo immaginare il conto finale

andammo avanti a farci

lui andò per la sua strada

 

Quindici anni dopo quel giorno

lui aveva un lavoro una donna e dei figli

aveva una nuova vita

ma sempre quel dannato pezzo mancante del mosaico

quel vuoto che non a caso cerchi di riempire in tutti i modi

un vuoto pesante come una spada di Damocle

 

Erano passati quindici anni

quindici anni sono un vita in certi casi

non nel suo

quel mattino l’eroina era arrapata

sedurre lui

suo vecchio amante

fu un gioco da ragazzi per lei

vecchia troia

 

Si infilò nelle vesti di un amico vicino di casa

tossico e disperato come lo era stato Roberto

e gli chiese aiuto per bucarsi

non riusciva a trovare una vena

erano quasi tutte bruciate

fu così che lo sedusse

le bastò mostrarsi

farsi annusare

 

Un unico amplesso

come ai vecchi tempi

morì con la siringa ancora nel braccio

nel cesso del suo posto di lavoro

erano passati quindici anni

quindici

stramaledetti anni

 

E allora conoscerai anche il prezzo dell’amore contro natura

e a sostenerti avrai soltanto le tue letture

la tua musica

l’umanità avrà altro da fare

e la civiltà sarà schierata con il prezzo 

così Bukowski ti dirà che i belli non ce la fanno

ma che non invecchieranno mai giocando a dama nel parco

resteranno belli lasciando i brutti alla loro brutta vita

ed Hemingway ti ricorderà

che se hai paura della morte non potrai mai vivere

perché nei momenti di vera passione

la dimentichi la paura

come quando fai l’amore con una vera meraviglia di donna

e non c’è spazio per nient’altro in quel momento

perché l’amore totale crea una tregua con la paura

perché la paura deriva dal non amare

perché è la paura di amare che rende vigliacchi

e un uomo vero e coraggioso

è capace di guardare diritto negli occhi la morte

perché ama con sufficiente passione

da spazzare via anche la paura della morte

che poi ritornerà

e tu dovrai rifare l’amore

e dovrai rifarlo bene

con la stessa passione di sempre

e ti sembrerà assurdo che tra miliardi di persone

le uniche che ti parlano e che ti ascoltano 

sono persone morte da un pezzo

morte di troppa vita

o per troppa vita

disposte a morire in qualunque momento

 

Allora il tuo rock incendiario

comincerà a sfumare in note blu

e il blues diventerà tua musica e vita

tua personale colonna sonora

e a ogni dolore seguirà un risveglio in te

e a ogni risveglio

avrai una cicatrice in più

ma sarai un po’ più vivo

meno accomodante

più combattivo

e continuerai per i tuo sentieri senza battere ciglio

ti fidi sempre più dei Grandi e meno dei civili

ti senti solo tra questi civili

e da solo è difficile trovarti

 

Scoprirai che i Grandi non sempre nascono Grandi

e non sempre arrivano a diventarlo

ma non per questo saranno meno Grandi

e scoprirai che a volte diventarlo

può toglierti la grandezza

scoprirai che non c’è poi molta differenza

tra l’Hemingway che hai letto

e certe persone che hai incontrato

troverai i Grandi nei posti più assurdi

nella puttana che ti raccatta per strada e ti rimbocca le coperte

col suo volto sfacciato e provocante

dove tu vedrai riflesso il volto immacolato di tua madre

o nel barbone nel tuo stesso posto

nella tua stessa notte

mentre tu aspetti infreddolito la tua dose

e lui ti invita a riscaldarti al suo fuoco e al suo vino

senza chiederti niente

e senza dirti niente

e a te sembrerà di ascoltare lo stesso coraggio

muto e forte

che tante volte hai ascoltato nei tuoi vecchi libri

e allora quell’uomo

lo metterai accanto a Hemingway sullo scaffale della tua memoria

e imparerai a vivere due vite in una sola

come un equilibrista su due fili

uno sotto e l’altro sopra di te

quello dove ti tocca vivere

una lama sotto i piedi

che ti permette il passo nel ghiaccio

ma ti squarcia ogni passo

e quello che ti fa vivere

il mondo che popola la tua mente

il tuo pensare

il tuo vivere

la tua pelle dalla quale non puoi fuggire

e così anche tu ti servirai del “sembrare”

ma lo userai per essere

una buona sfangata

imparerai a sembrare di esserci quando non ci sei

e ad esserci quando non sembra

da una parte avrai la civiltà da evadere

e da un’altra il tuo mondo per poterlo fare

 

E dovranno passare ancora miliardi di aghi nella tua carne

e miliardi di prezzi dovranno bruciare

e poi andare in cenere

prima di gettare quella siringa

dovrai arrivare come sempre al cuore

anche della morte

all’ultima goccia di sangue

e starà di nuovo sempre e solo a te

riacciuffare la vita con quell’ultima goccia rimasta

dovrai morire per tornare a vivere

le mezze misure non sono la tua misura

ma se vincerai quella partita

dopo conoscerai una strada in più per cercare il tuo oro

saprai che non è quella percorsa fino ad allora

però anche quella ti servirà nella tua strada

e sarai ancora lì

in piedi

stanco e confuso più che mai

ma ancora in cerca del prossimo rigo

 

E armato d’alcol e sigarette

fronteggerai l’ ennesima notte

con spalle appesantite guardate a vista

da musica stanca di ripetersi per niente

ed è allora che nel tuo blues

entrerà discreta la tromba di Chet Baker

e ti alleggerirà da tanto peso

e nel tuo sangue

arriverà calda la voce di Billie Holiday

e ti scalderà da tanto freddo

ed è proprio quello che ci voleva

e la musica lo sapeva

perché come tutto il resto

anche la musica che scorre nel tuo sangue

l’hai setacciata tu

l’hai coltivata tu

e la musica arriva sempre al momento giusto

nel posto giusto

 

E come un gatto domestico

in cerca di rischi per le tue abitudini

ti sentirai niente

ma non ti sembrerà attorno ci sia di più

un ampio zero con tanti posti a sedere

e con tanti altri già occupati

e cercando il prossimo rigo

abbasserai gli occhi e alzerai il bicchiere

una disperata ricerca di un qualsiasi ancora

e il prossimo rigo è già scritto

ma è il più difficile da scrivere

e tu sei ancora lì

ancora in piedi

e sei quello che sei

e potresti essere il risultato di ieri

se solo

non lo fossi stato già l’altro ieri

se non lo fossi sempre stato

 

Allora cambi arredamento

tieni l’essenziale

riempi il bicchiere

accendi una sigaretta

e chiedi alla musica un ulteriore sforzo

e lei per te lo farà

ti darà altro carburante  

e tu ripartirai

senza nemmeno più sapere se quello che cerchi è oro

ripartirai in cerca di un segreto

e incontrerai altri Grandi

e spierai i loro segreti

e conoscerai un bambino coi capelli bianchi

e tante storie alle spalle

un bambino entrato in carcere con i capelli ancora neri

e tante storie ad aspettarlo

un bambino con tanta fame e nessuna scelta

 

Un bambino diventato uomo in quell’assurdo posto

e sfidando anche l’assurdo

trovando anche una coscienza nell’assurdo

una coscienza che non sapeva di avere

che ha scoperto nelle tue stesse letture

anche lui

come te

si è aggrappato a quei libri per evadere

una coscienza che cambierà la sua vita da detenuto

che non lo farà più sottostare a nessun sopruso

e che per questo

lo porterà dal carcere a un letto di contenzione

ma lo aiuterà a sopportare anche quel letto

quella coscienza

che quando poi tornerà in libertà

lo farà restare bambino

lo renderà un uomo libero

per sempre

 

E tu lo incontrerai in una notte assurda

dentro un bar di un paese assurdo

mentre scrive i suoi pensieri su un foglio di carta

e a te sembreranno immortali

e ancora più vivi

perché impreziositi da decine di errori grammaticali

e allora scoprirai un altro segreto

 

E scoprirai che il segreto dei grandi

è non sapere di esserlo

è fare i conti con le proprie insicurezze

le proprie sconfitte

insoddisfazioni

con un quotidiano da sempre ostile

cercando ancora di capire

 

Il segreto dei grandi è specchiarsi al mattino

e trovarsi un segno in più sul viso

la stanchezza di una ruga

e poterla attribuire alla fierezza dello sguardo

giovane

indomito

proteso oltre le ferite

 

Il segreto dei grandi è nel dare senza accorgersene

è sostituire con una poesia una vecchia bandiera

bisognosi comunque di un’arma

perché quella bandiera non diventi bianca

 

Il segreto dei grandi è nascosto nella semplicità

tenuta in vita da un’innata ingenuità

i grandi non sono mai furbi

e difficilmente vincono 

e di vincere non gliene frega un cazzo

i grandi provano

credono

osano

dal primo all’ultimo giorno

e l’ultimo giorno saranno impegnati 

e il giorno dopo sicuramente ricordati

 

Il segreto dei grandi

è di non conoscere paroloni

quelli rompono solo i coglioni

i grandi siedono al tavolo con te

e magari ascoltano

ancora ascoltano

e dopo a fine serata 

quando ti alzi e paghi le tue birre

ti rendi conto che per quello che hai preso

non hai pagato un cazzo

 

E finalmente capirai

che per quanto a volte il posto più comodo

può sembrarti un cappio da cui penzolare

e il bandolo della matassa è sempre più lontano

tu

se vuoi

puoi ritrovarti sempre

sta a te

 

Ora sai che certe facce

possono ucciderti solo guardandoti in faccia

e che puoi trovarle dietro una scrivania

dietro una famiglia

o magari dietro una pistola

che gli basta un ruolo per sentirsi uomini

ma sai anche che sono maschere

maschere addomesticate da secoli mandati giù a memoria

sai che per quanto possano scopare

mangiare e guardare il mare

saranno sempre frigidi nell’amare

il loro amare è compreso nella parte

 

Sai che è difficile accettarlo

ma sai anche che è proprio allora

quando ti guarderanno troppo da vicino

e ti daranno la nausea

che il tuo desiderio di vita

diventa più forte di tutti loro messi insieme

ed quello è il tuo momento

la tua vita

quella che loro non potranno mai capire

né sapranno mai vivere

la vita che tu non vorresti mai perdere

 

E’ il momento che non potranno mai toglierti

è la tua vittoria

sai che per quanto tutto possa sembrarti senza senso

non rinunceresti mai a passare le mani sul viso di una donna

fosse anche di una sola

anche per una volta sola

a respirarle la pelle

e sentirla scivolare come verità sotto le dita

senza intoppi

e sai che ogni volta che la bacerai quel mondo resterà fuori

 

Sai

anzi hai imparato

che vale sempre la pena aspettare il domani

che qualche momento incontaminato si trova sempre

basta cercarlo

sta sempre e ancora a te

ogni volta

e allora non avrai regalato i tuoi momenti

a maschere che non potranno capire

 

E magari ricorderai di essere sempre passato

per uno di poche parole

e rileggendoti ora forse capirai perché

parli poco

ma scrivi troppo cazzo

no

le mezze misure

decisamente non sono la tua misura.

 

c.campajola

 

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Il cavaliere errato.. di Ciro Campajola

by Duncan on dic.09, 2011, under Bellezza

Pubblico oggi questo magnifico racconto di Ciro Campajola, di cui già altri pezzi preziosi sono presenti in questo sito.

Il racconto di oggi non sfigura dinanzi alla migliore letteratura.

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Si svegliò!

Una fortuna considerando i suoi trascorsi.

Era la parte più difficile della giornata e diventava più difficile ogni giorno che passava.

Di scatto saltò giù dal letto convincendosi di essere un osso duro, il tempo di una sigaretta e già non ci credeva più, “ vivere difendendosi dalla vita non può essere la vita”, gli suggerì la stanchezza del suo volto dallo specchio.

Sbirciò oltre la finestra, la vita somigliava sempre  più a un telefono cellulare: alienazione sotto forma di conquista.

Era andato a puttane tutto il senso dei grandi navigatori, oramai si esploravano soltanto i successivi gradi della frenesia, il mondo non faceva altro che nascondere la propria decadenza.

Richiuse le tende come un pietoso velo e mise un disco di Chet Baker, poi accese una seconda sigaretta e chiuse gli occhi su tutti gli altri attimi esistenti.

In momenti come quelli riusciva  a trovare sempre un senso.

Quella tromba…….. madonna quella tromba!

Quella tromba non faceva solo musica, quella tromba raccontava le rughe di tutta una vita, ogni sua gioia, ogni brivido, ogni orgasmo, ogni lacrima, ogni dolore.

Raccontava la forza dei cuori spezzati, la loro fame del dopo, la sazietà delle anime senza rimpianti.

Forse la vera vita era racchiusa proprio nella musica, è lì che tutte le lacrime diventavano soltanto di gioia.

Fece un paragone con la sua storia, un casino!

Un arcobaleno di colori bollenti rovesciati sulla pelle, una tempesta di vento sopra un prato di foglie secche.

La maggior parte del tempo non aveva fatto altro che perdere tutto ciò che di volta in volta era riuscito a conquistare.

La sua smania di cercare gli aveva fatto trovare spesso e volentieri solo tanta merda, gli aveva sempre fatto smarrire la propria strada.

Era assurdo pensare a tutte le volte che si era messo in condizioni di dipendere dal nemico; alle galere, alle comunità per tossicomani gestite da spacciatori di interessi, a tutte le volte che aveva dovuto consegnare il proprio corpo ferito a un ospedale e la sua anima agonizzante a medici che le avevano dato il colpo di grazia, a tutte le volte che il proprio corpo ferito, la sua anima assassinata, si erano affidati a un veleno per tirare a campare, a tutte le scopate che s’era fatto solo in alternativa al suicidio, a tutte le volte che s’era perso  la scopata della vita.

Diverse stronzate , stessa frenesia!

Aveva passato più tempo a cercare di non impazzire che a vivere.

A volte pensava che proprio questo alla fine lo aveva fatto impazzire ma non gli dispiaceva particolarmente, ci trovava perfino dei lati vantaggiosi, si sentiva molto più a disagio quando ancora cercava di adattarsi ai  “normali”.

Si preparò un caffè.

Aveva tutta la giornata libera, o meglio non aveva un cazzo da fare.

Da un po’ di tempo era inchiodato a un problema fisico, il suo fegato aveva detto stop.

Un conto del passato da pagare, in fondo la vita è come la legge, lenta, pallosa, burocratica, ma non dimentica niente, tranne quello che le conviene scordare.

Pensando alla legge gli venne un’idea!

Avrebbe comprato una pistola e poi ucciso qualcuno a caso! No, troppo rischioso.

Magari avrebbe spedito 113 rose alla poliziotta più viziosa della P. S., per poi telefonare al 113 e dichiararle il proprio odio ma non conosceva poliziotte viziose.

Forse era meglio collegarsi via internet con S. Francesco per domandargli dove cazzo si procurasse le droghe, voleva parlare anche lui con gli animali, sempre meglio delle bestie umane, ma non aveva il suo indirizzo.

A proposito! Aveva finito il fumo!

Andarlo a comprare fu la sola cosa che fece.

Quell’indirizzo ce l’aveva.

Fumò la prima canna insieme a un blues di Jimi Hendrix e un chissenefrega  gli attraversò barcollando il cervello.

Massì!

In fondo non gli era andata proprio malaccio, bene o male a parecchi ingranaggi era riuscito a sfuggire, s’era saputo fare un po’ di spazio in quella posizione privilegiata di chi non ha un ruolo ben definito, lo spazio riservato a quelli sui quali non ci si può contare, per cui dopo un po’ vieni lasciato in pace più degli altri.

Bè, se il suo passato l’aveva portato fin lì, la sapeva certamente più lunga di lui.

Di un’unica cosa avrebbe avuto veramente bisogno, poggiare la guancia sul grembo di una donna incinta e ascoltare la promessa di una vita nascente.

Ma non aveva né speranze né una donna incinta e poi era natale, il suo quarantunesimo natale, bisognava scrivere la letterina.

“Caro babbo natale, ho fatto il cattivo tutta la vita, per punizione, invece del carbone, potresti mandarmi in esilio su qualche isola della perdizione al centro del mare, prigioniero di indigene assatanate che mi torturerebbero con ogni sorta di peccato incatenandomi a prati d’oblio?”

Girava per casa cercando di fregare se stesso, non voleva accorgersi di essere sul depresso preoccupante.

Uscì!

Notò che era ancora giorno, prima non ci aveva fatto caso.

Bisognava aggirarlo, aspettare la notte!

Andò al suo negozio di dischi, gli serviva un amico vero che gli facesse compagnia fino al buio, lo trovò nell’ultimo di Tom Waits.

Dopo che il disco iniziò e finì per sei volte vide la luna, era fatta! La notte era pronta per nasconderlo.

Prese il cappello, le sigarette, un po’ di fumo, una vecchia cassetta di Lou Reed, i documenti, le chiavi e indossò il suo vecchio e ormai logoro cappotto grigio,voleva bene a quel cappotto, lo portava da anni, all’inizio l’aveva riparato dal freddo di tante folli notti in allegria, ora lo riparava dal suo personale freddo, accese una sigaretta e uscì di nuovo.

Mise l’auto in moto e una cassetta nello stereo.

Cinque sigarette e quattro brani più tardi, cominciò a sentirsi più suo agio.

Lou Reed cantava “perfect day”.

Una stupenda donna di colore, da un marciapiede coperto di vite andate, attirò la sua attenzione.

Si domandò perché mai un uomo non potesse sposare ogni cosa bella che avesse la fortuna di incontrare.

Poi si preoccupò della sua salute mentale.

Poi fece una canna.

Poi se la fumò.

Poi comprò una birra.

Poi se la bevve.

Poi tornò indietro.

Poi era con la donna in macchina e un’emozione nella speranza.

Le adorava le puttane!

Le considerava l’opposto delle troie, il sesso non c’entrava niente con loro.

Per lui erano l’incarnazione del buon viso a cattivo gioco e nel cattivo gioco sapevano riconoscere i loro stessi visi e allora diventavano donne, donne vere, non come la maggior parte di quelle che gli uomini scopano nel corso della loro vita.

Si chiamava  Felicita, era Columbiana, aveva due occhi che arrivavano all’anima e un figlio in grembo.

Siccome non credeva in Dio, credette di essere Dio.

Per miracolo adesso aveva un grembo su cui poggiarsi .

Due banditi in cerca di una buona stella si rifugiarono in un albergo senza stelle.

Quella donna in quel momento di quella notte era il meglio che la vita potesse offrirgli.

La baciò, poi con un dito seguì il contorno delle sue labbra e poi le scrisse una cosa.

“Quando la notte va in frantumi dei pezzi cadono nello stesso posto, allora s’alza una nebbia e confusa nasce un ‘intimità.

La ricompensa della tua non appartenenza in un momento di tua appartenenza.”

Dopo un’ora si scambiarono i numeri di telefono e la consapevolezza che mai si sarebbero chiamati.

Mise in moto, guardò la notte, sapeva di menopausa.

Era ora di spegnersi un po’.

Trovò un bar aperto e neanche una ragione per non ubriacarsi.

In momenti come quelli si sentiva sempre come il protagonista di qualche filmaccio americano da quattro soldi.

Scelse il tavolo meno illuminato.

Trentadue denti abbaglianti lo accecarono chiedendogli l’ordinazione.

Riconobbe la morte e le ordinò uno sconto, non ne avevano, prese una vodka.

Domandò se il locale avesse un’uscita di sicurezza.

“Perché?” s’informò la morte.

“Per sicurezza” le rispose.

Lei non disse niente, si girò, e a lui non rimase altro da fare che guardare un culo che si allontanava.

Uno squarcio di luce attraversò il bar, era una pubblicità del buio.

Il teschio del tavolo accanto rimase impassibile.

Dopo tre vodka e novantasei denti illuminati ancora non trovava una risposta.

Alla quarta e un ulteriore accecante sorriso smise di cercarla.

Il conto era di quarantuno natali.

Non lasciò mancia, sarebbe stato troppo.

Spense la cicca in un cuore a forma di posacenere e aprì la porta.

Nebbia sull’asfalto!

Non vedere la strada fu rassicurante.

Si sdraiò sulle proprie orme e chiudendo gli occhi guardò il tramonto bianco del tempo.

Dopo un po’ riprese il cammino.

Al centro di una piazza realizzò di essere diventato invisibile.

Una giostra gli girava attorno senza accorgersi di lui, eseguiva cerchi perfetti, solo un po’ più piccoli a ogni giro, poi giri più veloci e cerchi più piccoli, poi ancora più veloci e sempre più piccoli, più veloci e più piccoli, più veloci e più piccoli…………

Si risvegliò ancora sdraiato sulle proprie orme.

La nebbia s’era diradata, la strada aveva l’aria stanca e la barba incolta.

Avvertì il bisogno di radersi, tornò a casa.

Un cane randagio si sbarbò guardandolo dritto negli occhi e nello specchio apparve un uomo nudo,  era rasato di fresco e accendeva una sigaretta.

Rimase un attimo a guardarlo senza trovare nulla da dirgli, poi raggiunse il letto e dormì.

Si svegliò nel pomeriggio tra due lancette senza ore da contare né momenti da raccontare.

Era ancora natale, era ancora vivo.

Accese una sigaretta, poi la televisione.

Le prime immagini impazzirono dallo schermo!

Decise d’analizzare la cosa con calma.

Dunque: dal momento che nel frattempo aveva smesso di credersi dio, e, obbiettivamente, non riteneva di essere l’unica persona intelligente al mondo, pensò che doveva esserci qualche tipo di logica che gli sfuggiva.

Se tante persone proponevano quel tipo di cose, e ancor di più le seguivano, doveva essere lui l’imbecille a non capire.

A metà della seconda sigaretta decise che non gliene fregava niente sapere da che parte stava la pazzia, il problema era che ci stava.

Non c’era logica nelle cose e quando c’era era distorta.

Avrebbe voluto far l’amore fino all’ultimo orgasmo ma stappò solo una birra.

Infine pensò che era giunto il momento di mettere un po’ d’ordine in casa.

Cominciò col togliere tutti gli specchi dalle pareti e li sistemò nel ripostiglio accanto alle vecchie foto, non gli andava d’incontrarsi senza prima darsi un appuntamento.

Dopo staccò il telefono e lo poggiò sulla  televisione, e a questa tolse la spina.

I suoi familiari e gli amici erano risentiti con lui per queste sue sparizioni.

Lui si dispiaceva, poi ci ripensava e allora non si dispiaceva più, la dannazione non si può spiegare, si può capire oppure no. Già la vita era pesante, ora senza neanche più la salute per reggerla, correva il rischio di rimanerci schiacciato.

Al diavolo tutti!

Alla sua pellaccia si era affezionato, nonostante tutto.

Lui, una birra e il soffitto, così aspettò la notte.

Quando il buio gli diede l’ok, indossò il cappotto e il cappello di fronte a uno specchio che non c’era più e uscì, dovette uscire. Stava per finire le sigarette, sarebbe stato davvero troppo!

Quando si rompe qualcosa, accade all’improvviso, ci avrà messo del tempo a logorarsi, ci saranno stati dei motivi, delle cause, ma il momento in cui si rompe è uno, unico, solo e senza appello.

E lui non voleva arrivare a quel momento per una sigaretta. Sapeva che anche lo stato di rifiuto in cui s’era infilato poteva avvicinarlo al momento, ma non vedeva motivi più convincenti nell’alternativa.

Uscì dalla tabaccheria ed entrò in macchina, mise le sigarette sul cruscotto, mise una cassetta di Eric Clapton, mise la prima e partì.

Al primo blues ci fu un cambio d’umore non male. Si riempì il calice, (una birra senza bicchiere in macchina) e s’augurò buon natale.

Accese una sigaretta tra un assolo di chitarra e l’inferno e dedicò quel brindisi alla sua donna.

La invidiava!

Amava l’amore di quella donna, lei si stancava della stanchezza di lui, rideva dell’allegria di lui, gioiva della gioia di lui, ma piangeva con le proprie lacrime.

Se esisteva l’amore lei l’aveva capito…forse, o forse lui aveva avuto un culo esagerato, senza quella donna sarebbe morto, l’aveva sempre pensato, ora lo sapeva.

Lui si muoveva nel quotidiano come un incapace, lei con il peso dell’incapacità di lui.

Poi pensò alle altre donne che aveva avuto, vide solo la sua inquietudine.

Si domandò in base a che cosa, solo alcune persone nascono maledette.

“Forse siamo solo dadi su cui gli dei si divertono a scommettere”.

Questa fu la risposta che gli venne.

C’era un posto libero nel parcheggio di un bar, fermò la macchina.

Il diavolo gli aprì la portiera e ancora una volta fu nel grande circo.

Voleva bere e c’era solo un vero bar che conosceva, ma distava un’ora di macchina e un’ora di macchina, quella sera, era troppo tardi. Lui voleva bere subito.

Diede un’occhiata al locale, a occhio e croce per ordinare una birra ci voleva un po’ di tempo, e un po’ di tempo in un posto che non gli piaceva  per lui era troppo tempo. Domandò al cameriere se pagando cinque volte più del prezzo avrebbe potuto avere una birra da portare via subito.

Il cameriere lo mandò affanculo con lo sguardo, lui pensò che il ragazzo non sarebbe mai diventato padrone di un bar, e si mise la fila.

Di nuovo in macchina, di nuovo nella notte.

Chiavi inserite, birra nella sinistra, sigaretta nella destra, ripartì.

Dopo qualche chilometro a caso, trovò un bivio.

A sinistra un punto interrogativo.

A destra quello esclamativo.

La freccia sinistra lampeggiò.

Un po’ più avanti riconobbe un momento che conosceva da tempo, quei legami che nel corso degli anni diventano sempre più stretti, o meglio, ti stringono sempre di più.

Un attacco di panico di quelli minacciosi!

A lampeggiare questa volta fu la freccia destra.

Accostò e aspettò.

Un ‘aquila reale gli posò gli artigli sul cervello e si esibì in una vorticosa danza mentre serpenti nel suo stomaco danzavano al ritmo del rapace.

La paura spalancò le gambe fino a mostrargli l’abisso, un esercito di siringhe, precedute da tamburi senza suono, marciava con passo marziale nelle sue tempie arruolando volontari per l’apocalisse.

La propria faccia non smetteva di accusarlo, la resistenza, con le pezze al culo e una valigia di cartone, partì in cerca di un sogno meno da incubo.

I tamburi  rullarono, e da un trapezio appeso al cielo, come un angelo dalle ali consumate, il buio cadde con l’assordante rumore del silenzio sul suo cuore.

Prese un tavor con la paura di chi scopa una donna pericolosa, con la consapevolezza di chi l’ha già fatto e ne conosce il prezzo. In passato aveva rischiato d’ impazzire per non prenderli più ma ora rischiava d’impazzire se non li avesse presi, i rischi quindi erano pari.

Due lacrime aprirono con discrezione,la strada a un torrente di perché prigioniero in quarantuno natali.

Non aveva fazzolettini per asciugarsi gli occhi, ma non c’erano semafori nei dintorni. Qualche volta avrebbe dovuto spiegare agli extracomunitari che un uomo può avere bisogno di un fazzoletto anche lontano da un semaforo, quelli sono indispensabili solo per lavare i vetri alle auto quando scatta il rosso.

Ma poi pensò che non era il caso di farlo, infine s’asciugò gli occhi con le mani.

Entrare in un negozio era l’ultima cosa che avrebbe fatto.

Anzi…perché no!

La tabaccheria sapeva di routine, dietro al banco c’era una donna anziana, acida e sulla difensiva.

Le chiese dei fazzoletti di carta, spiegando con tono cordiale che gli servivano perché aveva appena avuto un attacco di panico dovuto probabilmente a tutta una vita vissuta in equilibrio precario, a quasi trent’anni di droghe, e, anche, in parte a una cura abbastanza seria che mentre gli mandava il cervello in tilt, cercava di salvare quel terzo di fegato che gli era rimasto e, al termine della quale, avrebbe avuto trenta possibilità su cento di continuare a vivere con tutti gli acciacchi che gli sarebbero rimasti.

“Ma………”cercò d’intervenire la signora, trasformando l’astio dei suoi occhi in odio, quell’odio che ti torna comodo quando non capisci e non t’interessa farlo.

“Capisco” la interruppe, “adesso lei, essendo una persona sensibile, altruista e disponibile come tutti, sarà certamente addolorata per me e starà chiedendosi come darmi una mano.

Ma, vede signora, come faccio a spiegarle il perché di certe cose che ho fatto, quelle stesse cose che mi hanno portato nel suo negozio a quest’ora di questa notte di questa vita a romperle le palle?

Potrebbe capirmi se le raccontassi che una notte, per non farmi trovare ancora vivo dalla morte, o forse per sentirmi semplicemente vivo, ho percorso contromano, ubriaco perso, correndo come un pazzo e a occhi chiusi , un’intera strada del centro? O alle volte che ho dovuto pagare una puttana non per sesso ma per avere una spalla su cui piangere? O magari a tutte le volte che ho rischiato di perdere la donna che più di tutte ha saputo starmi vicino, cosa non facile glielo assicuro, per scopare qualche troia di passaggio senza divisa e perfino brutta? O a quando per provare un po’ di sollievo, mi infilavo aghi in vene che imploravano pietà? Mi capirebbe se adesso mi sparassi in bocca davanti a lei lasciandole pezzetti del mio cervello sul suo bel bancone? Mi capirebbe se le piantassi un coltello in mezzo ai suoi, tra l’altro, cadenti seni? Senz’offesa per carità!”

La vecchia cominciò a urlare come secoli di rabbia, paure e frustrazioni, impazziti all’improvviso.

“Visto? Disse lui, “sapevo che non avrebbe capito. Ma grazie lo stesso, quanto pago?”

“Due…..mila…..lire”, rispose interdetta la signora.

Lui tirò fuori dal portafogli sei banconote da mille lire e le poggiò con calma sul banco.

“Le dispiacerebbe darmi anche un pacchetto di diana per cortesia? Rosse e dure, grazie.”

Le augurò la buona sera e uscì.

Fuori dal negozio s’accorse d’aver dimenticato i fazzoletti.

Troppo tardi!

La signora discuteva animatamente al telefono con la polizia, l’argomento della conversazione era lui.

Il tavor nel frattempo aveva fatto il suo lavoro, il nulla per il momento, era stato sapientemente annullato.

La ritrovata calma lo fece decidere all’improvviso, BASTA! Non avrebbe fatto mai più uno sconto a nessuno, da quel momento in poi sarebbe andato dietro esclusivamente alla propria animaccia!

Oddio, una stupefacente Venere, magari nera, con un adorabile carattere e oltre alla sua divina bellezza, anche la chiave per accedere a tutte le altre, sarebbe potuta essere senz’altro una ragionevole eccezione.

Su certe cose era abbastanza corruttibile, anzi era corruttibile senza l’abbastanza.

Adesso per il momento allontaniamoci dal punto di vista di quest’ uomo e guardiamo la cosa da un’altra visuale, quella dei più.

Lui fare sconti agli altri???

Ma se era una vita che la società gli faceva sconti!!!

“Stronzate! Ataviche- tramandate- inculcate-stronzate!!!” Lui continuava a pensarla così.

“Che Guevara non era la società!

Eistein non era la società

Van Gogh non era la società!

Gesù Cristo non era la società!”

Si sistemò l’aureola a tipo malandrino, strizzò l’occhio a Dio, e con l’aiuto del Padre ripartì.

La birra era a metà, la velocità da crociera, il suo stato d’animo in territorio neutro, la notte aveva un culo maledettamente intrigante.

L’ora di macchina che lo divideva dal suo bar, ormai non era più troppo tardi.

Il  proprietario di quel locale l’aveva conosciuto per caso, in una delle tante notti vagabonde.

Cantava Blues come un grande, ragionava come un bambino, in mezzo c’era il suo bello.

Sulla vetrina del locale c’era un cartello immaginario “vietato l’ingresso all’apparenza anche se accompagnata da dio” aveva sempre pensato che quell’uomo, un po’ barman, un po’ Bluesman, un po’ bambino (di quelli che fanno i capricci), e anche un po’ stronzo, fosse completamente pazzo.

Per dirne una, se su dieci clienti, uno solo, dietro propria insistenza, riusciva a pagare uno scontatissimo conto, il proprietario si sentiva come un ladro professionista che ha appena rubato quattro spiccioli alla verità.

Si chiamava Alfonso, ma sarebbe potuto essere una Madre Teresa di Calcutta per cavalieri “errati”.

Nel suo bar c’era sempre una birra gratis per tutti, e a casa sua non c’era mai la linea telefonica.

Pagare la bolletta per lui equivaleva a negare una birra a qualche amico senza soldi.

Anche il proprietario del locale, da parte sua, aveva sempre pensato che quel tipo apparso all’improvviso una notte nel suo bar, un po’ ubriacone, un po’ pittore, un po’ puttaniere, un po’ poeta, un po’ bambino ( di quelli che rispondono ai capricci con i capricci), e, anche lui, un po’ stronzo, fosse a sua volta completamente pazzo.

L’intesa venne subito di conseguenza.

Fermò l’auto, lesse ancora una volta l’immaginario cartello ed entrò nel bar.

Nel “suo” bar.

Come sempre, senza che avesse ordinato niente, una birra della sua marca preferita gli fu tra le mani.

Come sempre dallo stereo uscivano note di Blues.

Come sempre l’unica luce era data da qualche candela.

Come sempre si sentì leggero.

Ricordò l’interpretazione che una notte quell’uomo diede a un vecchio blues di Joe Coker.

“questo pezzo” disse “mi fa immaginare un locale buio e fumoso, sul palco il cantante canta a occhi chiusi, in sala non vola una mosca.

Tra i clienti, una sola donna, che dopo un po’, sentendosi trascurata, comincia a spogliarsi cercando di attirare l’attenzione.

Nessuno ci fa caso, a eccezione di un solo uomo, il marito.

“La smetti di far casino e mi fai ascoltare sto cazzo di pezzo?”

Questo è quello che significa rendere l’idea.

Gli piaceva quel posto perché lo faceva sentire nei dintorni della pace, arrivavi lì appendevi il tuo ruolo all’attaccapanni, e bevevi qualcosa insieme al tuo essere.

Se i locali avevano un sesso, aveva sempre creduto che quello fosse maschio.

Molto legno pochi fronzoli, necessario senza superfluo, rilassatezza in culo alle tendenze.

Fra il bancone e lo stereo c’era una vecchia poltrona da barbiere raccattata chissà dove e messa lì  solo per il piacere di averla , ben presto era diventata una sedia per smaltire sbornie, ci trovavi sempre il primo ubriaco della serata che dormiva beato, poi , un po’ per stare vicino al barista, un po’ vicino allo stereo, un po’ per le birre bevute diventò il suo posto di fine serata o inizio giornata quando Alfonso dava una sistemata al locale, poi lo svegliava con un caffè che lui puntualmente rifiutava, si prendeva una birra per il viaggio e andava via.

Una notte, anzi un mattino, per tornare a casa aveva dovuto guidato per tutto il tragitto con la testa fuori dal finestrino sotto una pioggia torrenziale, sia per non addormentarsi che per non vomitare tutto l’alcool bevuto, sarebbe stato uno spreco, magari sarebbe tornato ad essere lucido, e rincasare a quell’ora con una moglie che ti aspetta, è  decisamente meglio farlo da ubriachi.

Arrivò a casa bagnato fradicio ma con la sbornia intatta.

Chi approdava in quel posto, novantanove volte su cento, fuggiva da quello che tutti gli altri offrivano.

C’era una donna di Belluno sulla sessantina, arrivata lì, a Sarno, come volontaria quando ci fu la frana, e lì rimasta, sganciandosi da famiglia, città, lavoro, giorni precedenti e tanti saluti a tutti.

Poi c’era Maria, una ragazza del posto cresciuta a Torino, con due interessi nella vita davanti a tutti gli altri, il sesso molto popolato e i canti popolari.

Due doti che nel paese venivano poco apprezzate.

Il Gagà del posto era Lello, simpatia innata, nasone esagerato, capelli di diversi colori ogni sera, e la curiosità di quelli che amano assaggiare un po’ di tutto senza però mai restare incatenato a un gusto solo.

La prima volta che lui lo conobbe, dopo un po’ cominciò a girare fra i tavoli per fargli propaganda elettorale, “Lello for president”.

Era il periodo delle presidenziali in America.

Il proprietario del bar, in quell’occasione, decise che mai più gli avrebbe offerto sedici birre.

Poi c’era lo strano poeta.

Un ragazzo di un paese vicino, che in qualche posto tra alcol e cocaina aveva perduto la ragione.

Arrivava lì in silenzio, e dopo cinque o sei birre, saliva sul palco e leggeva le cose che scriveva.

In quei momenti, capitava spesso che il resto della sala, si vergognasse della propria “normalità”.

E infine c’era lui, il mitico Sabatino, sessantadue anni, l’ultimo anarchico rimasto al mondo, sempre una canna in bocca, sempre qualche protesta da organizzare, sempre una sete di giustizia per cui, paradossalmente, sempre qualche casino con la legge, un passato di carceri e manicomi in cui aveva pagato la propria fede, e una stramaledetta voglia di vivere, di fregare la vita che l’aveva sempre fregato. Ogni tanto si incatenava da solo a un albero per non essere incatenato dalla legge ma la legge non capiva mai che era una protesta, lo liberava dalle catene e gli metteva le manette. Il giorno dopo? Si incatenava a un albero.

Qualche birra dopo conobbe Gemma.

In appartenenza tutto era contro di lei, una ragazzina, bionda e in divisa da boyscouts.

Lui aveva sempre ritenuto che una bionda fosse una preghiera recitata all’inferno.

Anche lei dipingeva.

Subito dal cilindro magico di quel locale, uscirono una tela e dei colori.

Lui e la ragazza iniziarono a dipingere, il pazzo barista blues, a cantare.

Fu il primo di molti altri momenti trascorsi in quel bar, che la vita non sarebbe mai riuscita a pignorare.

All’alba raccolse i residui di poesia rimasti dalla notte, e ripartì.

Eccolo di nuovo alla guida della sua solitudine.

Forse, rosicchiare ogni cosa fino all’osso, era la causa del suo frigo sempre vuoto.

Guardò il suo destino dritto negli occhi, il destino abbassò lo sguardo.

OK!

La strada era quella di tante volte, la notte buia come sempre, lui dannato da sempre.

Bisognava decidere il da farsi.

In certi momenti bisogna per forza fare qualche cosa.

Vagliò le possibilità : droghe, alcol, sesso, suicido, mare.

Il porto aveva un’espressione particolare quella notte.

Il porto aveva un’espressione particolare ogni notte.

Il porto aveva sempre la stessa espressione, quella dei saggi.

Domandò al mare come se la passava  “di merda” gli rispose, “come al solito”, aggiunse subito dopo.

“E a te come va?” Chiese a sua volta il mare, “come al solito”, rispose lui, “di merda”, aggiunse subito dopo.

Invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia.

Pensò che anche le regole contengono la propria parte di saggezza, basta abbinarle al momento che si vive.

Si sentì un filosofo disoccupato che passeggia tra le rovine di un’antica civiltà, con un biglietto della lotteria tra le mani e un bisogno di speranza fin dentro il buco del culo.

Girò la chiave della serratura e fu di nuovo a casa.

La prima mossa fu mettere un disco di Billie Holiday, della divina Billie, la seconda, indossare il pigiama.

Poi si lavò i denti e stappò una birra, sarebbe stato più logico invertire l’ordine delle cose, ma lui non ci pensò.

Dopo prese carta e penna e accese una sigaretta.

Sapere di potere telefonare ancora a qualcuno per il momento gli bastava, quello che per il momento non gli serviva era telefonare a qualcuno.

Gli servivano solo una scusa per sentirsi parte dell’umanità, una penna per vomitare e leggere ciò che avrebbe scritto per capirsi.

Quando ci riusciva, Diana diventava la sua preda, l’Olimpo , la sua casa e uno sbattito d’ali, la sua musica.

Scrisse la storia di un uomo, che danzando guancia a guancia con la solitudine, cambiava ogni sera pista di ballo ma si esibiva ogni sera nello stesso, identico ballo.

In un’ora s’alleggerì, decollò, volò intorno al paradiso e riatterrò all’inferno.

L’alba lo sorprese mentre accendeva una sigaretta.

Le diede un’occhiata e volle vederci due segni positivi: il buio era finito e c’era la possibilità che uscisse il sole.

Quasi beato, in tregua con l’inferno, s’addormentò sul giorno che nasceva.

Erano stati sempre i tempi il suo problema, non riusciva, o non voleva riuscire a vivere, facendosi dettare il tempo da un orologio.

Sognò di due braccia giovani e possenti, con tanta voglia nei muscoli, che frugavano con ansia in cerca di qualcosa.

Poi rivide le stesse braccia, invecchiate, stanche e con le mani vuote.

Si svegliò di soprassalto un poco dopo il tramonto senza poter più sapere se il sole fosse uscito.

Il problema con i tempi andava sempre peggio.

“Affanculo pure i sogni! Erano diventati solo vecchi rompicoglioni! Che andassero a crepare in qualche casa di riposo per incubi rancorosi!”

Erano le sei di sera.

Accese una sigaretta.

Alle sei e cinque minuti bevve il primo caffè della giornata.

Alle sei e sei minuti fumò la seconda sigaretta.

Avrebbe dovuto cominciare a pensarci seriamente a quel problemino con i tempi.

Era un giorno dispari, quello della terapia.

Quella dannata cura, forse, gli stava salvando il fegato, , ma, sicuramente, sballando, completamente l’equilibrio mentale, che già di per sé non è che desse precisamente l’idea della stabilità.

Ma voleva portarla a termine, non aveva mai abbandonato un film a metà, per quanto stupido avesse potuto trovarlo, ne aveva sempre voluto conoscere il finale.

E poi questo era il suo film cazzo!

Qualche chance alla morte gliel’aveva data, se non aveva saputo approfittarne, erano cazzi suoi, lui aveva deciso di non fare più sconti a nessuno.

Per cui adesso era perfettamente inutile che continuasse a strusciarsi su di lui come una gatta in calore.

Fin quando lui avrebbe fatto parte della regia il finale non sarebbe stato anticipato!

E, considerando, che signora morte era stato il miglior pompino mai provato, fu maledettamente difficile arrivare a quella decisione.

O, almeno, questo era ciò che si diceva, ma chissà se si diceva la verità, quel film era un po’ troppo drammatico anche per i suoi gusti.

Si iniettò il medicinale e trascorse le successive ventiquattro ore ad osservare tutte le sfumature che il grigio può contenere.

Fu come guardare un film in bianco e nero senza bianco e senza nero, senza immagini e senza musica, non proprio del genere brillante insomma.

Le ventiquattro ore passarono e ne cominciarono altre ventiquattro, ora si trattava di riempirle, se poi capitava di viverne qualcuna, tanto meglio.

Citofonò Annapia, come prima scena non gli parve male.

Quando incontrò per la prima volta quella ragazza, non capì immediatamente se si trattasse di una delle tante droghe del momento, quei nuovi miscugli infernali che ti spappolano il cervello tra un penso positivo e una serata in discoteca o di un cartone animato, capitato chissà come, in un mondo reale, con tutti i problemi di adattamento che una situazione del genere può portare.

Col tempo la seconda ipotesi lo convinse di più.

La vedeva come una farfalla senza un tipo di fiore preferito, lei adorava poggiarsi su tutti, forse non sapeva ancora di che nettare nutrirsi e forse era troppo giovane per saperlo.

L’unica cosa che poteva farla rientrare in qualche categoria umana, era il colore biondo dei suoi capelli, con tutti i problemi che anche questo tipo di situazione può portare.

“Agli altri naturalmente.”

Per il resto era divisa in tanti fiumi che lei avrebbe voluto indirizzare nella stessa corrente.

L’irrazionalità del progetto era spiegata dai suoi occhi, erano desiderosi di vita, il che non permette di  limitare lo sguardo a qualcosa in particolare.

“Disturbo? E,” posso stare poco”, furono le prime due cose che disse.

Erano due cose che immancabilmente diceva.

Sbrigate queste due formalità, diventava decisamente naif.

Un arcobaleno, con un solo piccolissimo neo, sapere di esserlo.

Ma questo non sempre è un difetto.

Gli aveva portato dei regali, due momenti della vita di lui, interpretati da lei.

Il primo, che rappresentava il suo presente, era una campanella, il secondo, il suo futuro, la statuetta di un’anima del purgatorio.

Lei sapeva il perché di quei due oggetti ma per lui la chiave di lettura, sarebbe potuta essere qualunque.

Avrebbe potuto, tanto ringraziarla con un bacio, quanto fratturarle una costola.

Le baciò la fronte.

“ Una donna non si tocca nemmeno con un fiore”.

Infatti, nel caso, meglio farlo con le mani.

“ Da cosa nasce cosa….” diceva Totò.

Totò!!!

Il più grande dissacratore del quotidiano di tutti i tempi.

Un mito tra i  suoi miti.

Per lui, Totò, rappresentava metà della poesia italiana, l’altra metà era Federico Fellini.

Due sguardi geniali sulla vita!

Il primo trascinava la realtà nel sogno, il secondo il sogno nella realtà.

Aveva sempre visto, anche loro, un po’ come cartoni animati, ecco, forse, perché gli piaceva Annapia, gli serviva un eroe positivo, nel grande fumetto di tutti i giorni.

Una sera mentre interpretavano insieme  un quadro che lui aveva fatto, lei notò che sembravano due bambini che giocavano col trenino.

In effetti aveva scattato una bella foto sul loro rapporto.

Per essere una bionda, non era completamente vuota, le bionde, di solito, nascondono tanti brividi e nessun orgasmo.

Lei qualche orgasmo doveva avercelo.

Ma queste sono solamente riflessioni che lasciano il tempo che trovano, in realtà voleva bene a quella ragazza, perché voleva credere che anche lei gliene volesse, e lui dopo tanto sudiciume, aveva un disperato bisogno di pulizia e se così non fosse stato, avrebbe deciso lui quando accorgersene.

Inoltre si fidava ciecamente del proprio istinto, l’aveva sempre consigliato bene, le volte che non lo aveva consigliato male.

Quando si salutarono, si conoscevano un poco di più.

La loro era stata, sin dall’inizio, una conoscenza senza fretta.

Le amicizie sono come i fiori, ognuna ha bisogno del proprio tempo per sbocciare, ci sono quelli che vogliono più acqua, quelli che crescono meglio all’ombra, altri al sole, quelli che sbocciano solo in certi periodi dell’anno, e altri che nascono all’improvviso, come i fiori delle piante grasse.

Dipende dalla pianta, dal posto dove nascono, e le piante grasse crescono dovunque, non ti chiedono particolari cure, sono piante che badano all’essenziale, si riempiono di spine per difendersi dalle intemperie, dal sole bollente dei deserti, dal freddo gelido delle notti, ma quando partoriscono un fiore, allora ti lasciano senza fiato.

La sua piantina grassa si chiamava Valeria, un’ amicizia che era nata con naturalezza in condizioni impossibili per qualunque tipo di nascita, in una terra dove gli agenti atmosferici vengono lasciati fuori dai recinti, dove ogni forma di vita bisogna inventarsela e poi tenersela stretta, aggrapparsi a lei fino a spezzarsi le unghia, dove il sole è solo caldo rovente e la pioggia solo freddo agghiacciante, una comunità, uno dei tanti mercati dove si specula sulle vite dei tossicodipendenti.

Un posto dove gli unici fiori, se sai vedere, li trovi negli occhi spaventati e sofferenti dei ragazzi in astinenza, nei loro volti devastati che lottano per non morire, fiori bellissimi che racchiudono il loro splendore nella fragilità, nella delicatezza, nella dolcezza, nella verità del dolore, fiori indifesi come gli sguardi dei vecchi, con i loro corpi stanchi abbandonati negli ospedali e le loro vite chissà dove, fiori che se non cacceranno spine moriranno, torneranno ad essere pasto per avvoltoi ma che se resistono diventano piante grasse che non chiederanno più e che nessuno più potrà mai cogliere per il proprio piacere senza fare i conti con le loro spine,  fiori che non avrebbero mai più abbellito giardini altrui, che non sarebbero mai più stati rinchiusi in vasi di sciacalli. Valeria, la piantina che aveva trovato lui, non sarebbe mai appassita nel suo cuore , lo sapeva, non sapeva perché lo sapeva ma lo sapeva.

In quel periodo non si vedevano ma non cambiava molto, lui sapeva che lei c’era, lei sapeva che lui c’era, era abbastanza e ciò che è abbastanza è più che sufficiente.

Bob Marley passò dalla copertina di un disco al suo stereo, e lui dal suo divano passò attraverso una cascata d’acqua frizzante, guardando il sole negli occhi.

Si sentì maledettamente in gamba, a saper rubare quei momenti alla vita, non appena allentava la presa.

Ma c’era una spiegazione, aveva visto tutti i films di Bogart!

Abbottonò con regale calma, il suo impeccabile impermeabile bianco, indossò con meticolosa cura il suo fedele borsalino nero, e accese la sigaretta che gli pendeva con noncuranza nell’angolo sinistro delle labbra, con il suo accendino di sempre, una zippo argentata.

Terminò il suo whiskey liscio, si strizzò l’occhio e mise in moto una vecchia cadillac bianca.

Quella notte dall’asfalto assatanato, s’alzava una nebbia più misteriosa del solito.

La macchina, con l’aspetto trasandato di chi ha visto tanti chilometri, sfrecciò con strafottenza sotto il getto d’acqua di un idrante appena distrutto da una banda di ragazzini inferociti come una fame famelica in cerca di briciole.

Ogni insegna di locale, luccicava come la cassaforte del vizio contenente l’utero dell’oblio.

Il vecchio Bogart non disdegnava qualche attimo di abbandono, senza però mai togliersi, cappello e sigaretta.

Il che, a volte, tipo in un amplesso, qualche piccolo inconveniente lo fa nascere.

Ma lui era pagato per quello, dietro ad ogni personaggio, c’è sempre qualcuno che lo dirige.

E poi lui s’era affezionato a quel ruolo.

Quella sera le rughe agli angoli della bocca erano più pronunciate del solito.

Indice di tensione.

L’ultimo caso che gli era stato affidato non gli suonava bene, c’era qualcosa di strano.

Avrebbe dovuto scoprire dove si nascondeva il burattinaio di un tipo che affermava con sicurezza, l’esistenza di qualcuno che gli manovrasse i fili.

Un casino! Pensò nello stesso istante in cui chiudeva l’accendino con il suo inconfondibile scatto.

Meglio partire da un doppio whiskey, gli avrebbe schiarito le idee.

Al piano sedeva come sempre il vecchio Sam, e il vecchio Sam, ogni volta che vedeva il vecchio Bogart, gli dedicava sempre un vecchio pezzo “ As time goes by”, e il vecchio Bogart, ogni volta pensava al vecchio aeroporto di Casablanca di un suo vecchio film, a quella maledetta scena d’addio con la sua donna.

Lasciar partire Ingrid Bergman è dura da mandar giù.

A un paio di sgabelli dal suo, con i gomiti appoggiati al bancone e la faccia tra le mani, sedeva una donna.

Era mora, bellissima e pericolosa come una notte senza luna in cima a una montagna.

I suoi capelli erano piume di corvo, la sua pelle, sabbia vulcanica, i suoi occhi panorami senza orizzonti, le cuciture dietro le sue calze, due affilatissime lame.

Ordinò un drink per la signora e l’avvicinò.

“Facciamo un gioco?” Le chiese, “se non perdo io, puoi provare a propormelo” rispose lei.

“Ok” disse Bogart, “io annuserò ogni poro della tua pelle, dopo di che , tu potrai decidere se scoparmi fino alla perdita della ragione, o piantarmi un tacco a spillo nel centro del cuore.”

“Perché no”, rispose lei, “ non ho di meglio da fare”.

Una volta spogliati, lui provvide precauzionalmente a nasconderle le scarpe.

A quel punto non rimase altro da fare se non l’amore.

Sotto le lenzuola si respirava quel primitivo profumo di libertà che solo due corpi avvinghiati in un amplesso, sanno sprigionare.

Lei sapeva di buono come tutte le cose buone del mondo spalmate sopra una cosa buona.

Si dava come una pantera in lotta, i suoi baci erano vortici sull’abisso, nel suo sguardo s’alternavano oblio e crudeltà, era una garanzia di Paradiso vestita d’inferno.

Arrivati all’Eden il miracolo terminò e si ritrovarono abbracciati, ansimanti e sudati, sotto una manciata di momenti oramai passati.

Il Paradiso è solo un attimo rubato all’inferno.

Giù in strada la prima cosa che fece fu accendersi una sigaretta, la seconda, alzarsi il bavero dell’impermeabile, la terza, telefonare al cliente che gli aveva affidato quello strano caso.

“Ascolta” gli disse,” tu sai con chi stai parlando vero?”

“Certo Bogart!” Rispose il cliente.

“Perfetto, e sai che ruolo interpreto in questo film?”

“Sicuro, un investigatore privato, è per questo che mi sono rivolto a te”

“Appunto”, disse Bogart, “ e secondo te, se io avessi potuto scegliermi i ruoli, credi che avrei fatto sempre lo stesso? Anche a me qualche volta avrebbe fatto piacere interpretare un miliardario disteso con le chiappe al sole sulla sua isola privata, circondato da meravigliose donne vestite con parei e collane di fiori, sotto un cielo amico, una luna ammiccante e il mare come compagno di giochi. Ma i registi dei miei films mi dicono che non so fare altro, per cui come pretendi che, possa io, scoprire chi è che dirige te? Probabilmente anche tu sei tagliato per un unico ruolo, posso darti solo un consiglio, il tuo ruolo fallo sempre da professionista mai per la paga! Non perdere mai il gusto di recitare, quell’unico ruolo fallo sempre al meglio, io con un solo impermeabile sono diventato Bogart, pensaci.”

“ Come sempre hai ragione”, rispose l’uomo con un nodo alla gola.

“Addio vecchio, caro Bogart è stato bello incontrarti”, lo salutò e riattaccò.

S’alzò il bavero consumato del suo antico cappotto grigio, nascose il viso sotto lo stropicciato cappello e accese una sigaretta che gli penzolava con noncuranza dall’angolo destro delle labbra.

Anche lui, come Bogart, aveva una zippo argentata.

Mise in moto la sua malandata fiat blu.

A quell’ora Piazza Municipio era deserta, a parte qualche bar ancora aperto e un esercito di innocenti bastardi figli di puttana, santi e martiri, senza dio e senza una lira, che cercavano di sopravvivere, commerciando in droghe senza pretese, avanzi di sesso invecchiato giovane e pochi altri intrighi di seconda mano.

E poi, poco distante, c’era il Maschio Angioino che beveva un drink affacciato sul porto con l’aria rilassata di chi la sa lunga.

“Ehi tu, che ti fai chiamare maschio, dammi un consiglio per conquistare la mia vita!”. Urlò.

“Aiutati che dio t’aiuta!”, rispose il castello con voce impostata.

“Mi sa che non ci sono più maschi in giro”, pensò lui.

Trovò un pallone.

Contò quarantuno palleggi, come i suoi anni, e al quarantaduesimo, con tutta la forza che riuscì a mettere nella gamba destra, scagliò il pallone al termine della notte e dedicò quel tiro a Celine.

In quel periodo stava leggendo “viaggio al termine della notte”, scoprendo il genio di quell’autore.

Confidò come sempre un suo segreto alla luna e tornò indietro.

La notte non era molto sexy quella notte.

Una sola tappa,”due birre da portare per favore”.

Mentre si spogliava accese la tv, mandavano uno spot di un telefono cellulare.

In un minuto passò cent’anni rinchiuso fra quattro pareti d’acciaio, era senza più cervello, con due cellulari al posto delle orecchie, due televisioni al posto degli occhi, due binari al posto delle gambe, dei tasti al posto delle dita, un computer al posto del cervello e una sola grossa spina nel buco del culo.

Passato il minuto si riprese.

Dopo quattro tiri da una sigaretta e un solo cerchio di fumo riuscito, gli venne voglia di dipingere, quel pensiero non fu che il preludio ad un altro ancora più affascinante.

Per dipingere avrebbe indossato il suo adorato camice!

L’aveva comprato da poco ed era il primo che aveva da quando dipingeva.

Da quel momento, la sua pittura, aveva avuto una svolta che lo intrigava ancora di più, era come se non avesse più confini né generi, spaziava dai colori, alle forme, alle immagini, agli odori, ai sapori, alla musica, allo stato d’animo, che lui, ad ogni pennellata, sentiva, vedeva, ascoltava, viveva.

Forse quel grembiule era ancora una volta il suo scudo per entrare nelle cose, il sapere di non potersi sporcare, il non fare attenzione a null’altro che alla sua mente, il poter giocare con i colori, usarli anche con le mani, sperimentare di volta in volta senza più trovarseli sulle mutande e sui genitali ad ogni pisciata, l’aveva liberato completamente dal freno castrante dei contorni.

Ritrasse se stesso con un paio di jeans, una canottiera bianca, un cappello di carta mentre pitturava un grande muro, che in realtà cancellava ad ogni pennellata, fino a far apparire la vita, nei panni di una donna bella come il proibito dai piedi fino al cervello, coperto da un punto interrogativo.

In mano aveva tre buste, quella vincente conteneva la risposta che lui cercava da sempre senza aver mai saputo la domanda.

La donna sorrideva come un magnifico esemplare di voluttà imbalsamato.

Dietro le quinte la morte accettava scommesse.

Lui aveva una sola possibilità di scelta.

Posò un attimo i pennelli, accese una sigaretta e diede un’occhiata alla tela, era bianca, candida, vergine e innocente, come una cosa che non esiste.

Guardò i pennelli, erano puliti.

“Meglio andare a dormire”, pensò.

Sognò se stesso nel letto che non riusciva a dormire mentre mille frenesie gli correvano nelle vene senza rispettare i limiti di velocità.

Due ore dopo s’accorse che non stava dormendo.

“Meglio alzarsi” pensò.

Raggiunse il telefono, a quell’ora c’era un solo amico da poter chiamare, formò il numero.

“Ciao Satana, avevo pensato di fare un salto da te per bere una cosa insieme se non hai da lavorare.”

“Vieni pure”, rispose il diavolo, “ho appena finito il giro tra i dannati, potremo stare nella pace di Dio fino a domani”.

Gli piaceva Satana, sembrava un buon diavolo, per giunta in gamba, aveva saputo sfruttare al meglio la sua dannazione.

Non è da tutti mettere su dal nulla un’azienda redditizia come la sua, anche se lui con modestia, diceva che era stato avvantaggiato dall’incapacità della concorrenza.

A casa del diavolo c’era sempre il camino acceso, una bottiglia di quello forte e un disco di blues che suonava.

Ogni vizio, ogni perdizione, ogni brivido più proibito, ogni orgasmo era disponibile in quell’inferno, ma quando loro due s’incontravano, era solo per ascoltare un po’ di musica e bere un bicchiere insieme, un modo come un altro per far sciogliere un po’ di ghiaccio dal cuore.

Al mattino entrambi dormivano beati come angioletti fra le fiamme dell’inferno.

Furono svegliati dalle urla dei dannati in astinenza da dolore, la vita cominciava a scaldare i motori.

Si trovò scaraventato ancora una volta dalla notte al giorno, non era mai riuscito a trovare la strada che divide il buio dalla luce.

Più passava il tempo, più si convinceva che doveva esserci qualcuno che si divertiva a giocare con le corde della propria anima.

Vide la vita attraversare il mattino con un pugnale nei reggicalze e i biondi capelli raccolti sotto un velo da sposa.

Troppe bionde per un uomo che impazziva per le more!

Lui divideva le donne nelle due categorie di peccati, quelli veniali erano le bionde, loro preferivano  giocare, apparire, sedurre e poi magari tirarsi indietro, quelli mortali erano le more, loro non si tiravano indietro, loro ti tiravano dentro.

Perché che la donna fosse un peccato era sicuro, altrimenti non avrebbe dovuto espiare ogni rapporto avuto con loro.

Quelle scure le preferiva perché gli ricordavano crateri di vulcani, lussureggianti isole tropicali, terre del sud bruciate dal sole, gli ricordavano il sapore del mare adagiato sulle note di un tango, gli ricordavano il calore del fuoco pronto a incendiarti la vita o a bruciartela definitivamente.

Ma di qualunque colore avessero i capelli, quelle sante e demoniache creature, erano ancora una delle curiosità che gli davano energia, che lo spingevano ad andare avanti, ad arrivare alla fine del viaggio, dove, magari, chissà, avrebbe trovato qualche risposta.

Avrebbe volute conoscerle tutte le donne!

Più ne conosceva più non le capiva, più non le capiva più ne era attratto.

Certe volte, alla vista di una donna che lo colpiva particolarmente, quasi s’incazzava all’idea che probabilmente non l’avrebbe mai conosciuta e si ingelosiva per quel qualcuno che la conosceva o l’avrebbe conosciuta più di chiunque altro.

A lui, sarebbe piaciuto scoprire la marca preferita di profumo di ognuna di loro, l’odore della pelle, quello che portava in borsa, conoscere i suoi gusti, che libri leggeva, la musica che ascoltava, quanto curava le unghia, avrebbe voluto conoscere le mani, le dita, le caviglie, avrebbe voluto conoscere i suoi films preferiti, cosa la faceva ridere e cosa piangere.

Avrebbe voluto sapere se dormiva col pigiama o la camicia da notte, oppure nuda come un alito di vento nelle torride notti d’estate, avrebbe voluto vederla al mattino dentro un’ enorme felpa e un paio di calzini, avrebbe voluto vederla scapigliata prima di comporsi per il giorno.

Sapere se usava calze o collants, curiosare nei suoi cassetti e magari scoprirci un segreto da dividere.

Avrebbe voluto vedere il suo viso appena sveglio e poi allo specchio mentre se lo ispezionava prima di truccarsi, poi guardarla truccarsi per seguirne il disegno, avrebbe voluto vederla  con i capelli spettinati sul cuscino e poi mentre se li asciugava dopo la doccia avvolta bagnata dentro un accappatoio, e poi guardarla pettinarsi sensuale come solo le donne sanno fare.

Avrebbe voluto vedere la sua espressione al lavoro e in vacanza, o quando era stanca , quando era allegra e poi avrebbe voluto vederle gli occhi mentre faceva l’amore.

Avrebbe voluto poggiare il capo sui seni di ognuna di loro e poi succhiarli fino a tornare bambino.

Avrebbe voluto passare le proprie mani sui loro corpi e non trovarci un solo angolo, privilegio che solo un corpo femminile possiede,  scivolare morbidamente tra le loro curve. E’ questa la differenza tra un bel fisico maschile e uno femminile, il primo per quanto perfetto, è paragonabile a una bellissima macchina o qualcosa del genere, quello della donna è un’ armonioso dipinto, un nudo di Modigliani.

Avrebbe voluto scoprire se a letto si desse tutta o si risparmiasse, se era lei a prendere l’iniziativa o se la lasciava a te, quanto per lei erano importanti i baci in un amplesso.

Avrebbe voluto sapere se preferiva la doccia o il bagno, se era innamorata del proprio corpo e fino a che punto, conoscere la misura della sua vanità e le sue insicurezze.

Avrebbe voluto sapere se le piaceva il cioccolato e se dopo averla mangiato si leccava le dita e si impiaccistrava le labbra lasciandosele pulire da un bacio.

Avrebbe voluto assaggiare il suo drink preferito e sapere se i frutti di mare la facevano impazzire.

Avrebbe voluto scoprire fino a che punto era capace di impazzire, avrebbe voluto impazzirci insieme.

Avrebbe voluto vederla al mare mentre entrava in acqua e poi con il corpo bagnato asciugarsi al sole, vedere l’acqua salata  brillare sulla sua pelle dorata.

Avrebbe voluto vederla su una terrazza con lo sguardo perso nel tramonto e poi all’alba con gli occhi assonnati dopo una notte di bagordi.

Quelle erano le volte in cui la moglie avrebbe voluto capirlo ma proprio non ci riusciva.

Ad un semaforo rosso cercò di ricordare se avesse qualche dovere urgente da sbrigare.

Pensò che sarebbe dovuto tornare al lavoro per non essere licenziato, andare dal dottore per sapere come se la passava il suo fegato, riparare l’auto prima che lo lasciasse a piedi, rispondere un po’ di più al telefono, pagare qualche bolletta e sperperare meno soldi.

Niente di particolarmente importante, poteva tranquillamente ignorare il tutto con un accettabile senso di colpa.

Dieci giorni dopo aver preso lo stipendio, gli unici soldi che gli erano rimasti, erano centomila lire.

Con cinquanta comprò un po’ d’erba, con trentacinque l’ultimo di Ray Charles, con dodici tre pacchetti di sigarette, con tremila lire, le cartine e un pezzo di pane.

Erano giorni ormai, che andava avanti tra giorno e notte trascinandosi dietro il bagaglio dei suoi pensieri, erano anni che girovagava senza meta, fermandosi ad ogni motel, senza mai riuscire a trovare una casa sua, era da sempre che correva dietro a qualcosa che non sapeva cos’era ma sapeva che c’era.

O che forse conosceva ma non trovava.

Probabilmente tutti i baci che aveva rubato, tutti i rischi corsi per farlo, erano nient’altro che la ricerca del bacio mai dato, del quadro mai dipinto, della poesia mai scritta, della musica mai ascoltata.

Lui avrebbe voluto baciare in bocca l’amore,

accompagnare la felicità all’altare,

far l’amore con la vita tutta la vita,

far l’amore con ogni giorno tutti i giorni,

avrebbe voluto…..

era così stanco, avrebbe voluto solo un po’ di pace.

Tirò fuori dal cervello un luccicante sax, ed intonò un vecchio classico Napoletano.

“ Si sta vocca desider’ e vas’

nun’è peccato,

ma vestimmell’ e vita stù suonno

c’a freva ce dà.

‘e si chest’ pè te nun è bbene

me sai dicer’

‘o bene che d’è?”

Il suo cuore gli fece da orchestra con la discrezione del più intimo Duke Ellington.

Avvertì un disperato bisogno di certezze, e fortunatamente ne aveva ancora qualcuna.

Decise che nel pomeriggio sarebbe andato a trovare Claudio e Cecilia.

Claudio era un suo amico da sempre, uno dei pochi porti che era riuscito a trovare nelle sue tempeste.

Si conobbero non ancora ventenni, quelle prime amicizie che quasi sfociano nelle cotte.

Ed avere vent’anni negli anni settanta, significava avere l’energia e l’adrenalina, di un fiume che rompe gli argini.

Da allora, si erano incontrati di nuovo, solo da qualche mese.

Ora avevano addosso tutte le amarezze di chi ha avuto vent’anni, più di vent’anni prima.

Ma tra di loro non era cambiata una virgola.

Il loro rapporto era un po’ la quintessenza dell’amicizia, nessun grosso discorso, si conoscevano talmente bene da non averne bisogno.

La loro amicizia era palpabile nell’aria, nei gesti, negli sguardi, nell’intesa silenziosa e immediata.

Compagni nei momenti di bisogno, compagni di sbronze, compagni per antica e perduta fede politica.

Sua moglie Cecilia l’aveva conosciuta, invece, solo da poco ma tra gli amici era quella che più di tutti aveva saputo stargli vicino nel periodo iniziale della cura, quando lui aveva la mente dispersa in mille frammenti di paura e gli occhi che abitavano in uno sguardo che non era più il suo.

Era dolce e premurosa come una madre, ma rompicoglioni come una bambina che si lamenta senza sapere bene cosa vuole, attraversava anche lei un brutto periodo, ma a se stessa non sapeva dare la forza che riusciva a dare agli altri.

Lei s’incazzava a sentirselo dire ma le donne s’incazzano sempre quando ascoltano qualcosa che non vorrebbero sentire.

Le serate a casa loro erano come una sosta per fare il pieno, quattro chiacchiere, qualche risata, qualche vizio un po’ più innocente, un po’di immancabile musica, un po’ di verità, un po’ dare, un po’avere e quella piacevole sensazione di non avere buttato un altro momento nel cesso.

A fine serata, salutando Claudio gli venne in mente Claudia.

Follia pura!!!

La conosceva da qualche anno, l’avrebbe amata per il resto degli anni.

Lei era tutto e il contrario di tutto.

Era un felino inferocito che difende con i denti le proprie paure.

Aveva un’anima grande come la più ermetica e maledetta delle poesie, e un carattere impossibile, come la più donna fra le donne.

Nei suoi occhi c’era sempre il buio più totale o la luce più luminosa, mai la mediocrità.

Con lei anche un semplice caffè al bar poteva trasformarsi in un’avventura verso chissà dove.

La sua porta, per gli amici era sempre aperta, a qualunque ora del giorno e della notte, a dispetto di tutto e tutti.

La tua te la sfondava senza bussare!

Era quel che si dice un’emozione forte, era come dovrebbe essere un’amicizia.

Insieme avevano trascorso un’infinità di notti disperate, ma erano sempre riusciti a seppellirle sotto una risata e un chissenefrega, fino a trovare quasi sempre uno di quei momenti che si scolpiscono per sempre sul cuore della memoria.

A casa, dopo aver acceso l’interminabile sigaretta, ascoltò per la prima volta l’ultimo disco inciso dai Queen prima della morte di Freddy Mercury.

Dei Queen aveva sempre apprezzato solo il canto dell’immenso Mercury ma non li aveva mai amati particolarmente come gruppo, non li sentiva come colonna sonora del suo carattere.

Ma poi ascoltò quel disco, “Made in Heaven”, quella musica era il cielo, era un uccello, era il vento, era il volo di un aliante, era il “Beautiful day” del brano d’apertura, era il primo gemito di un neonato, era l’ultimo lamento di una vecchio.

Era la vita, eppure era la morte.

Quel disco Freddy Mercury l’aveva pensato e scritto nel suo letto di morte.

Sempre la solita, vecchia storia della morte che ti avvicina alla vita, cominciava a rompere un po’ le palle, pareva quasi che non c’era verso di apprezzare la vita senza avvicinarsi alla morte.

Siccome in casa non aveva da bere accese un’ulteriore sigaretta e brindò con quella a Freddy Mercury in qualunque posto stesse cantando.

Nello stesso istante, in ogni parte del mondo, tutti quelli che avevano conosciuto la morte da vivi, accesero una sigaretta, ma nessuno di loro avrebbe mai saputo di essere riuscito, almeno per un attimo, a sconfiggere la solitudine.

Riavutosi dall’emozione del disco pensò a quello che lui si sarebbe portato in Paradiso.

Non dovette pensarci molto: sigarette , birra, qualche poesia di Bukowski, qualche disco di blues (un pò di musica del diavolo in paradiso avrebbe spezzato la monotonia).

Chet Baker no, a lui l’avrebbe trovato sicuramente già lì, sospeso nel cielo a soffiare pace dalla sua tromba, facendo vergognare il resto degli Angeli e le loro trombe.

Poi avrebbe bussato alle porte del paradiso, proprio come diceva Bob Dylan in una vecchia canzone, avrebbe sistemato le proprie cose sulla prima nuvola libera, e subito dopo si sarebbe guardato intorno in cerca di un peccato.

Quel disco dei Queen glielo aveva portato Simone, un ragazzo di soli diciassette anni con un’espressione negli occhi che lui conosceva fin troppo bene, quell’espressione tipica di chi fatica a stare al mondo.

A volte parlando con quel ragazzo gli sembrava di parlare con se stesso.

Anche a lui piaceva scrivere, anche lui, probabilmente, sarebbe stato un solitario per tutta la vita, e in fondo all’anima sarebbe stato contento di esserlo……qualche volta….. forse……o forse no……chissà!

Dipendeva dal prezzo che avrebbe dovuto pagare e di solito il mal di vivere costa caro.

Comunque gli fece bene ascoltare quel disco.

Tornò all’incrocio di tante volte.

A sinistra il solito punto interrogativo, a destra quello esclamativo.

Si fermò.

Accese una sigaretta.

Ascoltò lo scatto metallico dell’accendino che si chiudeva.

Mise una cassetta nello stereo.

I Led Zeppelin attaccarono l’inconfondibile arpeggio di Starway to Heaven.

Aspirò con avidità il fumo e diede un’occhiata al bagaglio.

Dentro c’era un passeggero nuovo, sua figlia!

Aveva vent’anni, stavano appena iniziando a conoscersi.

Pensò con un sorriso benevolo al suo inguaribile problema con i tempi e ancora una volta a lampeggiare fu la freccia sinistra.

Si guardò un attimo alle spalle, si chiese perdono e inserì la prima.

Se esisteva il suo burattinaio l’avrebbe trovato, se non esisteva avrebbe trovato pace………forse.

Partì!

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Parole sfuggite di mano.. di Ciro Campajola

by Duncan on nov.06, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana

Abbiamo già pubblicato altre grandiose poesie di Ciro Campajola, oltre che parlare del suo libro (vai al link.. http://www.bornagain.it/wp/2011/08/03/ciro-campajola-il-libro/). Questa che pubblico oggi è un altro dei suoi vertici. Ne approfitto per informarvi che il 13 novembre Ciro terrà una presentazione del suo libro presso la libreria Ubik di Catanzaro Lido (per ulteriori informazioni vai al link facebook.. http://www.facebook.com/profile.php?id=1459098408&ref=tn_tinyman#!/event.php?eid=253378158048298).

Vi lascio a quest’altra grande creazione di Ciro Campajola.

——————

Stai qui

adesso

sul tuo divano

il tuo disco suona

la tua sigaretta è accesa

un bel po’ di passi sul groppone

ed è proprio questo

l’unico abito che ti calza a pennello

quello che ti sta intorno

quello che vedi

ascolti

fumi

odori

quello di cui sei impregnato

quello che emani

che ti piaccia o no

che piaccia o no

quello che sei riuscito a conservare

è così che va

un bagaglio continuamente disfatto

milioni di indirizzi lontano da come sei nato

ognuno di noi nel momento in corso

con milioni di momenti alle spalle

milioni di bagagli

diversi per ognuno di noi

con spalle diverse per ognuno di noi

diverse le circostanze

i motivi

le strade

gli incontri

le combinazioni

le scommesse

quelle vinte

quelle perse

quelle tentate e poi bestemmiate

quelle non puntate e poi rimpiante

quello

che di volta in volta

ti ha portato al momento in corso

dove a decidere per te

sono i momenti trascorsi

vissuti

decisi dalla tua guida

quello che sei riuscito a conservare

quando non serve più starci a pensare

ormai sei quello che sei

e non puoi farne a meno

il caso non è più solo casuale

ora dipende anche da quello che sei

il momento in cui

qualunque momento diventa il tuo momento

la tua seconda pelle

e tu stesso diventi

nel bene o nel male

quello che sei riuscito a conservare

non tutti raggiungono questo momento

io ho conservato la mia musica

e tutte le volte che ci ho fatto sesso

tutte le alcove

ho conservato le mie letture

le pagine corse a cento all’ora

cercate

divorate

digerite

setacciate come un cercatore d’oro

rimasticate lentamente

assaporate con la pelle

assorbite

e poi custodite nel giro del sangue

per correrle ancora

le parole scritte a modo mio

le tele dipinte di colori miei

è in questi momenti che mi sento a casa

su fogli imbrattati

di sfumature o di parole

ma con la mia grafia

non con la loro pagella

è questo che sono riuscito a conservare

quello che testardamente

furiosamente

ho voluto

e saputo conservare

è qui che con la sigaretta accesa

causa del MIO male

con la MIA musica in sottofondo

che stasera ancora scrivo

con parole sempre più MIE

parole ben mal-educate

addestrate

sdegnate

distaccate

qui

nel mio momento in corso

in mezzo alla “realtà”

alle due realtà

quella che sta oltre la mia finestra

e quella che dovrebbe essere in realtà

quella che pensavi che fosse

un po’ per come te la raccontano

una sorta di realtà “didattica”

non reale

e molto perché

quando vieni al mondo

avverti a pelle come dovrebbe essere

avverti naturale il bisogno di giocare

di ridere

di piangere

gridare

amare

fare sesso

e poi farlo ancora

e poi ancora

ancora

e gioire

sentire piacere

e

sentirti piacere

trovi naturale il bisogno

qualunque bisogno

di ripararti dal caldo come dal freddo

di poter contare su tutti gli altri

non vedi un solo motivo per non farlo

non immagini

che per fare questo

dovrai fare i conti con il reale che la realtà ti offre

sarà il primo paradosso che incontri

ma non potrai riconoscerlo

poi man mano

cambi sempre più indirizzi

fai il primo bagaglio

e nel prossimo

tu ancora non lo sai

qualcosa non c’entrerà

e dovrai scartare

pensare

decidere

e già allora sceglierai

quello che sei riuscito a conservare

per la prima volta vedrai in faccia quel ragazzino

quel negretto africano

quello con il torace divorato dalla fame

la pancia gonfia di solo aria

e ti chiedi perché lui sia così diverso dagli altri bambini

così diverso da te

e non ti spieghi

come cazzo faccia a tenersi quelle mosche in faccia

non ti spieghi la sua passività

e se chiedi in giro ti diranno

che “questa è la realtà”

e tu sei ancora piccolo per capire

anche tu sei un bambino

non vedi una folla che lo aiuti

come in realtà dovrebbe accadere

o credevi dovesse accadere

vedi gente che succhia anche le ossa di quel bambino

nella realtà vedi chiaramente L’IRREALE

per la prima volta vedrai un’altra realtà

per la prima volta diffiderai della realtà

dovrai farlo tante altre volte

se vorrai salvarti il culo

per poi arrivare

forse

al tuo momento

quello che sei riuscito a conservare

poi

a quel bambino

e alla tua vista

si aggiungerà la bimba nuda

terrorizzata

coperta con solo un cappello di paglia

che tiene stretto con la mano

come un disperato scudo

quella bimba vietnamita che corre sotto le bombe

quella bimba

che ancora oggi fugge e piange nella sua foto

esausta

sotto le bombe di altre terre

e dovrà apparirti il pinguino in tv

e pugnalarti lo sguardo

dovrai vederlo sporco

soffocato di petrolio

senza più luce nelle piume

opaco

offeso

indignato

moribondo

mentre un manichino senza espressione

dice qualcosa che nemmeno ascolta

e non potrai cambiare canale

poi una notte incontrerai una ragazza

anche lei nuda

e anche lei

lontana milioni di indirizzi da come è nata

la vedrai gelare al freddo

sotto una luna al neon

in un’indifferenza di ghiaccio

e non vedrai nessuno che la copre

solo vermi che le girano intorno

e una canna di pistola dietro la schiena

e quello che vedi è REALE

ma in realtà dovrebbero aprirsi cento porte

cento coperte dovrebbero avvolgere

accogliere

riscaldare quella ragazza

proteggerla da quella pistola

e non dovrebbero esserci vermi oltre la pistola

in realtà quella ragazza viene stuprata due volte

in una sola volta che si ripete ogni volta

l’ ho incontrata quella ragazza

e ho incontrato le sue sorelle

mi hanno raccolto per strada

e rimesso in piedi

mentre la realtà mi passava addosso indifferente

loro mi hanno accolto nel loro momento

in quel che avevano potuto conservare

erano tutte puttane

e nessuna di loro aveva scelto di esserlo

e nessuna di loro era “facile”

non c’erano donnine allegre tra le puttane

erano semplici donne

ed erano tutte tristi

splendide vergini sacrificali

lacrime silenziose sul volto dell’indecenza

pianto senza peccato

immacolate

e immolate

sul rogo del peccato di qualcun altro

e capisci sempre di più

che la realtà devi costruirtela tu

sceglierti i pezzi buoni

e dovrai farti un culo così per riuscire a farlo

e non è detto che ci riuscirai

dovrai decifrare lo sporco e il pulito

vestirti di entrambi

vivere quello che sembra e quello che è

dovrai avvicinare il tuo naso

rischiare la puzza

sfidare l’infezione

ora sai che non è come te la raccontano

né come la pensavi

non ti fiderai più dell’evidenza del bianco e del nero

dovrai toccarli con mano

dovrai attraversarli

che sia bianco o che sia nero

dovrai arrivare al cuore del colore

vivere del suo battito

assaggiarlo sulla punta della lingua

sporcarti la pelle

e dopo guardarti allo specchio

solo così potrai vedere la verità

la tua verità

riflessa sulla tua pelle

lei non mente

mai

dovrai saper scegliere la dose e il colore

il giusto bianco e quello nero

dovrai saperli miscelare

adeguarli al momento

la gradazione buona oggi

potrebbe non coprire domani

dovrai ribaltare il concetto di coerenza

coniugarlo con l’incoerenza

è lei il cammino

è lei che offre un domani

magari migliore

la coerenza è solo muschio che si forma

un alibi per invecchiare senza rischio di vivere

capirai questo

e in una volta sola

non ascolterai più milioni di persone

né miliardi di parole a memoria

e Il solito “tossico” che dorme drogato e beato

ti sembrerà meno beato e più malato

meno tossico e più ragazzo

sarà molto meno sfacciato ai tuoi occhi

molto più doloroso da vedere

e magari ti verrà di capire

prima non ci avevi mai pensato

avevi già domande e risposte sull’argomento

quelle che ti avevano raccontato

quelle che mai avresti pensato di farti

o potrebbe capitare di avvicinarti troppo

di farti risucchiare dall’infezione

e allora

se avrai i tuoi colori

le tue pagine

quelle corse e quelle scritte

quello che sei riuscito a conservare

avrai più possibilità di venirne fuori

magari più forte

o perlomeno meno debole

rafforzato di fragilità

se di tuo non avrai conservato niente

se dovrai affidarti alla “realtà”

la realtà ti seppellirà

senza il fondo irreale di quella realtà

non avresti mai visto quest’aspetto della realtà

la realtà cannibale

e allora tante cose ti sfuggono di mano

come queste parole adesso

che non accennano a fermarsi

che non riesco a trattenere

come gocce diventate torrente

come un torrente straripato

e tante mani si allontaneranno

senza giudizio non sapranno come tenerti a bada

senza motivo non potranno più etichettarti

catalogarti

ingabbiarti

e tu hai tolto motivo al loro giudizio

e se chiederai una mano

ti daranno leggi

parole

cavilli

giustificazioni

alibi

tutto tranne che una mano

e se il giorno ti impedisce di dormire

ti daranno sonniferi per la notte

per addormentarti di giorno

e se urlerai il giusto

cambieranno la giustizia

e dovrai rimboccarti le maniche

aggrapparti ad altre mani

al palmo nero del mendicante

che ti raccontavano sporco

e ti accorgerai che era solo nero di strada

non era sporco

sporche sono i milioni di mani lavate

che sarai costretto a stringere ogni fottuto giorno

e qualche notte

ti ritroverai a cercarlo quel barbone

come una boccata d’ossigeno

come la cosa più reale che tu abbia mai visto

resterai a guardarlo il tempo di una birra

e ti racconterà secoli di vita senza accorgersi di te

e tu senza accorgertene

ti ritroverai nei tuoi vecchi vicoli

quasi a cercare un ritorno a casa

e non ti farai più tante domande

e se per mangiare dovrai rubare

rubare non sarà da condannare

sarà il reale

ti ricorderai che “questa è la realtà”

e allora te ne fotterai della realtà

e se per avere una mano bianca

dovrai tornare al mercato nero

lo farai

senza timori e senza rimorsi

vuoi rimanere sveglio di giorno

e non ti farai fregare

cerchi solo il giusto per te

quello che sei riuscito a conservare

quello che ti serve per continuare a farlo

ora sai distinguere il bianco dal nero.

Ciro Campajola

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Con la magia sempre in tasca.. di Ciro Campajola

by Duncan on ott.16, 2011, under Ispirazione, Poesia

Abbiamo pubblicato anche altre poesie del grande Ciro Campajola. Che poi se dite che è grande si arrabbia.. e anche questo è tipico dei grandi..:-)

La poesia che pubblichiamo oggi è un Vertice.. tocca i cieli del Capolavoro.

——————————

CON LA MAGIA SEMPRE IN TASCA

Di giorno gioco ancora con la rabbia

sono ancora troppo rabbiosi i giorni per poter riposare

non riuscirei a farlo bene

ma di sera stacco

me ne sto in pace da solo con me stesso

anche a costo di prezzi non consentiti

stracciato a forza dal resto di tutto il resto

liberamente rinchiuso

stretto al sicuro tra pareti di silenzio rigenerante

e non ha importanza dove mi trovi

arriva un’ora in cui ho bisogno di qualche ora mia

e me la prendo

a qualunque ora

la mia sera non viene necessariamente di sera

e le mie pareti non sono necessariamente pareti

 

E’ che certe sere avrei bisogno di non so che

ma ormai so

che il non so che non si trova in giro

se ci fosse

a quest’ora

dopo tutte le ore battute a cercarlo

l’avrei avuto

ho viaggiato poco

ma ho camminato tre vite

 

Più che un “non so che”

ormai è diventato un “chissà perché”

una ragione a un pezzo assente inesistente e accettato

l’acquisizione di una mancanza

e allora rimango fermo

con me e il mio pezzo mancante

come sempre privo di qualcosa

ma rispetto a una volta

con tante scuse in più per perdermi in altre cose

senza dovere un solo passo

mi basta scegliere

 

La sera non mi va d’incazzarmi

rimando la battaglia al giorno dopo

non sempre ci riesco

ma ci provo sempre

non mi affanno più a inseguire qualunque ora

seguire mi costringe a guardare

e guardare mi fa incazzare

sarà che invecchio

ma mi sono rotto il cazzo di essere incazzato a tempo indeterminato

la sera cerco solo quello che so

e lo scelgo solo tra le mie scuse

sono diventato precario dell’incazzatura

in un indeterminato tempo precario e sottomesso

 

Tollero sempre meno l’intollerante

se lo facessi mi odierei

e magari sarei più tollerante se mi odiassi

ma non voglio esserlo

preferisco che siano gli altri ad odiarmi

io me ne sto qui a occhi chiusi sul mondo

a grattarmi beato i coglioni

stravaccato e distaccato

no la sera non voglio più incazzarmi

la rabbia mi serve per il giorno

 

Qualche serata voglio ancora dedicarmela

starmene con me

parlarmi un po’

magari passeggiando per antiche strade

ripercorrendo vecchie conoscenze

o seduto finalmente ad abitare casa

percorrendo nuove conoscenze

anche se

in serate come questa non so proprio che cazzo dirmi

ma quando me lo dico

va subito meglio

 

Stasera poi ho la scusa perfetta

scivolo lentamente sulle note di un assolo di tromba

suona Chet Baker

rapisce sul momento le mie emozioni

ne fa vigoroso sentimento

pulsante impulso

accesa passione

 

Mi perdo tra le mie strette pareti di silenzio

mentre la sua essenza s’inarca in volte di immortale grandiosità

come templi d’ eternità

come cattedrali di verità

a svelare misteri di una sublime beatitudine

sospesa su gradinate di dolore

e raggiunta scalino su scalino

dopo milioni di abitudini disparate

esaltate

osannate

pregate

prosciugate

espiate

e poi consacrate da qualche miracolo blasfemo e ubriaco

 

Chet va avanti

disperato e immacolato

aggrappato a salvarsi dietro il suo non so che

io per raggiungere la sua dimensione

spalanco le cosce della “mia” percezione

spesso quella “comune”

rinchiude anima e persona in rigidi e frigidi confini

troppo comodo

in una persona c’è sempre  molto di più di quanto riesci a vedere

tutto ciò che bisogna fare è guardare

 

Chet ne è la conferma

non un semplice musicista

o un tossicodipendente

o l’uomo dai troppi amori

dai millei sorpassi

per arrivare in tempo a un solo attimo perfetto

oppure una leggenda

o un’icona maledetta o un angelo del Paradiso

lui è tutto questo e ancora di più

energia vibrante e immediatezza

incompiuto e sfuggevole con la magia sempre in tasca

un caos leggero ma incessante intriso di puro genio

il soffio della tromba  è la somma dei suoi giorni non semplice musica

lui non racconta una storia

lui racconta storie

i suoi accordi non suonano un genere

mettono assieme ricordi

quelli per lui speciali

Una luce di gloria disegna i suoi zigomi pronunciati

accende labbra tormentate

mai sazie di essere sazie

scava ancora più a fondo le sue guancie

già consumate dal continuo divorare

illumina l’ottone davanti i suoi occhi

e i suoi occhi si fanno intensi

poi più distanti ad ogni nota soffiata

persi

fino a disolversi in una nota precisa

puoi seguirlo o meno

ma se sei riuscito a vederlo fin qui

non ha senso fermarti adesso

 

Sopraffatto dal chiarore accennato della sua perduta vanità

della sua raggiunta essenzialità

raccolgo

tra il fraseggio della sua mano

e l’immagine del suo volto compiuto

l’attimo sublime

l’apice culminante del suo dolore diventato musica

vibrazione dell’anima

 

E’ una sottile

soffusa

poetica cascata di note

argentine

di colore e calore

che schiumano in vortici di improvvise emozioni

a sorprendere sospiri persi nel delirio di un tempo

che mai potrà scalfire tanta bellezza

un orgasmo dell’anima

 

Sanguino

mentre soddisfatto consegno il biglietto alla mia maschera

un angelo su una pallottola d’argento mi ha colpito

morirò senza un gemito

il sogno di ogni eroe

 

Colpisci ancora Chet

aggrappami con le tue ali sfracellate

e raccoglimi nel tuo segreto e miracoloso non so che

nascosto al caldo

come una preghiera sul fondo di mille bestemmie

portami nel tuo impossibile volo

ora e sempre

Ciro Campajola

 

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Passi coraggiosi e sudati.. di Ciro Campajola

by Duncan on set.13, 2011, under Poesia, Resistenza umana

A Ciro Campajola ho dedicato anche altri momenti in questo Territorio chiamato Born Again…

Ma lui sarà sempre parte dell’anima di questo posto..

così come è parte dell’Anima del Mondo.

Tra dannazione e bellezza, non appenda mai cappelli al chiodo, perchè può solo sputare in faccia al vento, ridere sotto la corsa della musica, e disegnare sogni ancora vivi.. come e vivo lui..

Questa è una delle sue ultime poesie.

———————————————————

PASSI CORAGGIOSI E SUDATI

Nel passato di ognuno di noi

è conservato il proprio momento di gloria

qualche sera lo vai a ripescare

proprio come una vecchia cara foto ingiallita

a volte è molto meglio che guardare certe persone negli occhi

o peggio ancora

averci a che fare con certe persone e i loro occhi

ma è raro che qualcuno coltivi ancora un po’ di quel momento

di solito lo si lascia ingiallire

come un gioco per cui non si ha più l’età

ed è in quel momento che stai uccidendo la tua gloria

per quanto continui a conservarlo quel momento

l’hai condannato a essere un ricordo

hai chiuso il guscio all’avventura

lo hai condannato a morte

 

Ovviamente sono di parte

ma come tutti

sono come tutti

e come tutti il mio momento è il più bello di tutti

 

Il mio momento è quando si parlava

senza dover azionare il cervello

oggi ne fanno volantini ironici e contrari

“non aprire la bocca senza azionare il cervello”

e poi li appendono in tristi sale di uffici

io non ci trovo niente di comico né di illogico

a me pare una cosa saggia

la voce partiva dall’anima

non dalla ragione

la ragione può essere furba

la ragione può anche uccidere

e quanto cazzo mi ha ucciso il mio momento

ma “quanto” cazzo mi ha fatto vivere

 

Ed eccomi qui stasera

tante sere dopo quel momento

io e il mio mondo

lontano dagli occhi dal mondo

quel mondo che non sa un cazzo di te

ma si impiccia sempre dei cazzi tuoi

 

La musica è quella di allora

il grigio nei capelli no

ma chissenefrega

l’emozione è ancora la stessa

e continua a crescere quando meno te l’aspetti

è la stessa che seminai

la stessa che mi spinge ancora a coltivare

la stessa che mi ha fatto morire e vivere

la stessa che mi terrà vivo

volente o nolente

fino alla morte

la stessa che appena oggi

nonostante la siccità  in cui agonizza il mondo

mi ha fatto dono di nuovi fiori freschi

 

Altri fiori che profumeranno soltanto il mio giardino

quello del mio mondo fuori dal mondo

quello sospeso tra sogno e realtà

 

Non sono in gara con nessuno

non penso all’immortalità

non me ne frega un cazzo

è il battito del cuore fin tanto che batte

è la porta che si apre al sole

le orme che brillano di sudore in mezzo alla luce

le emozioni che corrono libere

e libere si rincorrono

gli uomini che si buttano

ci danno dentro

che cadono e si rialzano

fino a quando non ricadono finiti

e qualche volta si rialzano anche allora

 

La gloria è nel passo

nel provarci

nella temerarietà

che la morte vada a farsi fottere

 

Oggi

solo oggi

nient’altro che oggi

 Ciro Campajola

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Ciro Campajola.. il libro..

by Duncan on ago.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana

Le poesie sono pensieri sbloccati

Firmati da realtà opprimenti

Tu non fai altro che scriverle

Io non so cosa è esattamente ciò che scrive Ciro Campajola. So che spacca le dighe, spacca i muri, spacca gli spartiti, così come spacca i coglioni… specie di chi è sazio nella propria mediocrità e complicità, e spacca la vita e la morte.

Le chiamiamo poesie, ma di poesie del genere io non ne ho lette mai. Chilometriche, inarrestabili, fluviali.

Urlano fino a trapanarti la mente, ma ridono anche, tra il malinconico e la speranza affamata dietro un bicchiere di vino e un bicchiere di blues e un bicchiere di anima.

Ferite e grotte di solitudini, abbandoni e volti cancellati dalla lavagna, i gironi infernali dei senza nome, e dei nomi di coloro a cui hanno rubato il nome. E di loro che canta Ciro. Delle principesse bambine vestite da prostitute e dagli occhi grandi come il mare. Delle periferie capovolte dei tossici, e dei marchiati a fuoco, i puntini neri per le freccette facili, i collaudati oggetti del disprezzo, le mani fragili che chiedono vita e carezze, e prendono pugni e morte.

Ma Ciro non è un delicato poeta da confortevole nicchia malinconica. In lui suona a stordire le orecchie, la forza iconoclasta dell’eterna invettiva contro l’abiezione, la sacra indignazione che è l’onore di tutto la grande poesia satirica dell’antichità, e di tutto il grande teatro ironico, appassionato e civile dei nostri giorni.

Sì… la ribellione delle parole. La ribellione nelle parole. Non cercate conferenze per acculturati e teste d’uovo. Ciro è nato nelle periferie, vive nelle ciminiere, sale su quegli strani sentieri che si affacciano sul volto bello della vita che regge il pugno, e mostra il dito alle cornacchie gracchianti della dissoluzione.

Lui mostra il riso delle scimmie. Ma a quel riso non si arrende come gli eterni sconfitti. E a quel riso non si accompagna, come gli eterni complici vigliacchi.

Perché è tutta una scansione di tempi.. tutta una scansione di ritmi.

E lui ti mostra il male, ti mostra la scimmia deforme, il concerto malato dei vampiri. E a volte è acciottolato in mezzo al grembo che piange.

Ma non vedrete mai solo il buio..

Alla fine c’è sempre un canto del cuore,

siamo sempre qua – sembra dire Ciro – a dare sperma e polmoni alla vita..

e poi tu*

tu sempre con quelli che non ci stanno

che preferiscono pagare e fanculo il conto

tu confuso

tra quelli che sanno tutto e quelli che non sanno niente

tu

che non ne vuoi più sapere e fanculo pure le chiacchiere

tu

tra la legge uguale per tutti o meno

tu

che per quel che ne sai

fanculo comunque sia la legge

con te è sempre stata uguale

mai giusta

tu

che batti sudato e testardo il tuo sentiero

che per gli altri sia legale o no

lo è per te

 

E’ la tua strada ragazzo, la strada stretta è sbagliata.

La strada di chi lo batte il suo tempo, anche quando le ore pesano fino spezzarti le dita. Ma tu non  la molli. “Sono quello che sono”.. dillo, dillo forte e fai il tuo passo, cammina sul tuo Sentiero.. prendi ciò che ti appartiene e vai, costi quel che costi, quanto sangue può costare, è onorare ogni attimo. Questo ti fa scalpitare Ciro dentro. Questo ti scaraventa addosso.. con buona pace di tutti i cantori della stanchezza, che dilagano nel nostro tempo.

E’ intollerante nel suo scrivere? Può essere. Non è un santo. Non vuole essere un santo. La sua poesia è bambina e negra allo stesso tempo. Crudele e sensibile allo spasimo. Conosce la lotta di strada questa poesia, a mali estremi sa tirare le unghie… Nasce dalla musica, la musica la partorisce, musica genererà.

Non è per i levigati, le personcine inamidate, i professionisti del volontariato, per tutti coloro che si rifanno una verginità con le “pecorelle smarrite”. Se siete tra costoro.. non è il libro per voi. C’è tanto altro in libreria, cercate altro.

Le vite scartate gli stanno appese al collo, e lui si fa male a portarle, ma DEVE portarle. E sono tutti qua a prendersi la sua mano. E c’è ancora lui, nelle notti a dare lucido alle trombe.

La sua poesia trasuda Onestà. L’eccesso si accoppia al rigore morale. Solo uno dei tanti apparenti paradossi che vivono in lui e in ciò che scrive.

E alla fine c’è la notte più notte, notte al quadrato.

Alla fine c’è l’alba afferrata “appena in tempo”.. “in fondo alla notte”..

Alla fine c’è musica che passa nelle vene.

Alla fine c’è un anello..

ti accorgerai*

che comunque

nei giorni chiari e in quelli bui

hai sempre trovato un anello

in ogni tempo

con ogni tempo

e sia nel sole che nella pioggia

tu lo hai sempre portato al dito

come una fede nuziale

come un matrimonio benedetto di suo.

Non vi dico di leggere il suo libro..

Non si dice mai a qualcuno di leggere un libro,

a un certo punto un libro, un disco, un volto ti chiamano..

chiamano e basta.

Vi dico invece di dare lucido alle trombe.

Alfredo Cosco

*Brani di poesie di Ciro Campajola non presenti nel libro.

Per l’acquisto contattare Ciro attraverso posta Facebook.

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L’arte di essere Ciro Campajola

by Duncan on giu.15, 2011, under Poesia

Ehi tu,

bandito di puttanesca memoria,

misto barocco e santo tra il saltimbanco e l’eroe.

Parole urlate, sacrari d’amore, e scrivere a fiumi, a traboccare, mai viste poesie così lunghe.

Santo Cristo.. così lunghe.. Chilometriche, ovedose di passione, ma dove cazzo lo trovi il sangue a pompare e le viscere da annodare e il furore da masticare ridendo e sputando l’anima per tracannare tutto il carburante che ti serve per dilagare su queste pagine da appendere ai muri di chiese sconsacrate riconsacrate, in acqua, vino e sperma.. di matrone periferie e tavoli da biliardo per vecchi fanciulli e giocatori di lenza, bambini sugli alberi.

“Il sangue freddo è per i morti

il sangue freddo è per i serpenti” …

scrivevi, come le tue tante pietre buttate sul mare..

E la prostituta alla stazione, e  il giro dei tossici, e le comnità calvario.

Ti spappolarono la carne per ingravidarti l’anima che adesso fiorirsce,

perchè

“c’è aria che balla

che comunque balla

c’è grazia

c’è amore

in ogni nota suonata

in gioia e in dolore

nel caldo regalo del sole

e in quello comprato sui marciapiedi

e c’è Signora Passione in ogni strada incantata

e mille Maestri

e mille strade per poterli incontrare

anche quelle cicatrizzate sopra le braccia”

Bandidos, terra che schiatta e nel sangue  e nel piscio benedice gli eroi,

che nascondo il fiasco mentre allungano l amano a toccare tette culo..

Bandidos, cerchi nel fango, pistoleri d’approdo, chiese sbilenche,

e cavalieri del Graal in tuta e sigaro, o solo risata,

nel pianto che uccide, chi era..

“già stato ucciso prima”

ma schiattate zanzare,

perchè passa parola il sogno,

ma il buon sangue non mente,

nè pulcinella nè arlecchino…

musica scatenata a palla, mentre brindi coi fantasmi..

e frusti il passato a pedalere,

E poi..

“E poi ci sono stragi e saccheggi

eroi ammazzati e reduci delusi

ma va bene lo stesso

è un’occasione di blues

abbassi le luci

riposi gli ottoni

poggi la guancia sul negro cotone

primitivo padre di ogni ventre di madre

e lasci andare il tuo pianto nel suo ruvido incanto

ancora una volta ti perdi nel canto

e ancora una volta ti senti rinato

e anche stavolta sei nato”

 –

Nato.. nato improbabile..

tagliati i figli.. nè burattini nè troie coi peli,

stanze carbone per “L’uomo di pEzza che è pazzo”

E se inietti nel buco del cuore spremute di blues,

attorcigli anncora un sorriso bambino..

il palco chiama… la strada non muore..

il fiato attente..

fino all’ultima giostra,

dell’ultimo sogno,

dell’ultima stella,

e ancora oltre…

perchè è come un’arte…

sì una bastarda arte…

una maledettissima arte..

una cazzutissima arte,

una sfanculatissima e gloriosa arte..

l’arte di essere.. Ciro Campajola…

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A Francesca Diana.. di Ciro Campajola

by Duncan on ott.25, 2010, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana

Ciro Campajola.. già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo Ciro campajola, già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo  Territorio chiamato Born Again… altre sue poesie sono state pubblicate…

Ciro dalla vita estrema e tormentata, ma eternamente ribelle, indomabile, con versi che sputano sangue, ma masticano anche vita, fino all’ultimo. Con piedi che a volte sembrano squartati dal cemento, ma l’anima buona di chi rialza sempre la testa col sorriso bambino di chi porta una fedeltà nell’anima, e vuole dare a chi incontra bicchieri di un vino che è bello rosso forte, ma scalda il cuore, e se ti tiene sveglio.. direbbe Ciro.. “bevilo che è per il tuo bene, e togliti il frack”..:-)

Ciro sa rinnovarsi costantemente. Potrebbe adesso godere gli allori del suo libro pubblicato da poco. E invece è ancora qua, in pista, nella polvere, sulla strada, a tirare fuori chilometriche stanze del deserto, storie che si contano sulle dita, rabbie ancora accese, e fame che non si sazia, e il desiderio di un Luogo.. di un Luogo.. dove gli occhi che si incrociano segnanno tracce di benvenuto nel cielo e mani strette tengono lontani i lupi..

Esiste un Luogo del genere?.. Esisterà? a voi la risposta…

 

Vi lascio alla poesia “A Francesca Diana” di Ciro Campajola

 

—————————————————————–

Prigioniero della mia libertà

 

Vado lamentando parole in giro

quelle strette necessarie a tenermi in vita

parole silenziose

come quando la coscienza del dolore

ti mostra l’impotenza del volere

parole trattenute

come quando

perfino un tuo respiro suona assordante

parole come quando è troppo

 

Poi  inevitabilmente

mi devo un’ubriacante disintossicata

 

Ognuno di noi ha delle particolari facoltà

che nemmeno sa di avere

lo scopre solo in determinati momenti

quelli estremi

è soltanto lì che vengono fuori

anche se accumulate in ogni passo fatto

restano sconosciute fino al passo precedente

 

La mia facoltà è il distacco

la “disintossicata”

è una dimensione segreta

un confine nascosto tra le pieghe del mio cervello

dove l’ esterno non può seguirmi

sono i miei bar

è così che li chiamo

i bar della mia mente

costruiti su quelli delle mie strade

e sul mio stesso fegato

 

Sono bar come rifugi

dove il dialogo non è richiesto

e la clientela non è scelta

lo è stata

i pochi avventori non vanno per avventure

ne vengono

sono bar dove chi serve

serve solo a capire se hai soldi per un altro giro

altra tregua da mandar giù

sono bar immaginari

che non esistono

e non insistono per esistere

o sono bar reali

che esistono

e allora bevono per darsi coraggio

e lo fanno fin quando è possibile

fino all’ implacabile serranda che si abbassa

 

Lamento parole nude

povere di vesti

inequivocabili

evidenti

virgolettate schedate e tutto il resto

chiaramente prive di ogni altro significato che non sia il loro

parole che chiedono subito e soltanto il dunque

logorate dal ripeterne il come e il perché

parole stanche

come quando

cominci a risparmiare sui discorsi

parole svogliate

come quando

ti arrendi a un’evidenza e te ne fai ulcera e ragione

un buco nello stomaco e un altro nel cervello

 

Lamento silenzi per starmene in pace

lontano sia da riverite osservanze

che dalle perdute speranze

mastico rabbia muta nei binari morti dell’esistenza

“ai margini”

come dicono gli stessi stronzi che li tracciano

palesemente fuori dal gioco del rumore

eppure ancora ne alimento la sorda rabbia

come se il rumore avesse bisogno anche di me

a tutti i costi….

che poi puntualmente mi vengono attribuiti

 

Eppure non sogno più di pace

mi basta “starci”

non sogno più di libertà

non la urlo più ad alta voce

pago la mia quando riesco a viverla

non sogno più di giorni come orgasmi

o di amplessi finali

non sogno più sogni

cerco solo di custodire quello possibile

quello rinchiuso nel mio pensare

non più dentro il mio dire

eppure

il mio parlare silenzioso

setacciato

dosato

scelto

reso elementare

per non restare imbrigliato in parole dotte e /o duttili

il mio parlare diretto

chiaramente evidente nella sua tregua

viene ugualmente esposto al plotone

come quando urlava la “sua” libertà

il plotone vede comunque rosso quando il dire è trasparente

anche i miei silenzi fanno rumore

 

Sono prigioniero della mia libertà interiore

fuori l’unico suono consentito è il consenso

dov’è il senso?

 

L’uomo di pezza ha cambiati i suoni

ogni parola è interscambiabile

non decide più il senso

ma il prezzo

l’uomo di pezza è pazzo

 

L’uomo di pezzo ha cambiato orchestra

maestri strumenti e compagnia cantante

i maestri hanno cambiato strumenti

gli strumenti cambiano suono a comando

il suono si adegua di rimando

e la compagnia canta solo in contanti

 

L’uomo di pezza è dichiaratamente pazzo

s’innalza sovrano calpestando il popolo

e firma dall’alto la sua dichiarazione

il popolo sottostante

e non più sovrano

gli vende la ragione

e gli affida la Nazione

 

La canzone è sempre quella

tu la scegli

lui la arrangia

mentre la musica è in rianimazione

e in rianimazione mancano anime

 

L’uomo di pezza è un solo lungo zerbino

buoni cattivi e preti

demoni e santi

eroi e briganti

storia e invenzione

scienza e fantascienza

virtù e schiavitù

finzione e religione

regola ed eccezione

tutto è intrecciato nella stessa stoffa

un’unica trama tramata senza una trama pensata

o comunque sensata

intrecciata senza un filo conduttore

cucita a doppio filo a un filo di lama

una trama senza via d’uscita

se non la stessa lama che ne tagli netto il filo

il bandolo della matassa è lontano nel tempo

è andato perso

qualcuno dice occultato

qualcuno dice sia il punto inamovibile del nodo

quello che tiene insieme l’uomo di pezza

 

L’uomo di pezza è legato alla sua pazzia

e come un putrido virus

avanza nel suo contagio

si moltiplica a dismisura

e si riproduce a sua misura

l’uomo di pezza è un esercito rumoroso

bombarda ogni evidente ragione

per coprire il suo confuso silenzio

l’uomo di pezza tappa tutti i buchi

intrecciando ogni spazio con parole cucite a caso

l’uomo di pezza spreca la vita a rammendarsela addosso

come un disperato gesto di porre limiti alla luce

alla trasparenza che ne svelerebbe l’evidenza:

la malattia

 

L’uomo di pezza è solo un pupazzo infetto

non ha l’avventura del brigante

e non ne ha lo stile

attorno al suo nome non girano storie affascinati

il suo nome è sconosciuto alle leggende

e lontano dalle leggi

lui non ha mai niente da raccontare

niente mai da dichiarare

lui ha già dichiarato

firmando la sua dichiarazione

lui parla senza dire

e per non dire niente

parla troppo

lui ha stracci nel cervello

e panni sporchi da lavare

ma si guarda bene dal farlo

potrebbe scoprire che l’uomo di pezza è lui stesso

o peggio

è anche lui

ma con stracci in bocca

sugli occhi e sulle orecchie

e i panni diventano altri stracci

 

L’uomo di pezza è un unico zerbino

tutti dentro

buoni cattivi e preti

annodati  tra di loro

da uno scheletro di stracci

la coda somiglia al capo

teme anch’essa la parola chiara

illuminerebbe altri scheletri nascosti

 

La libertà è una chimera

e lo è sempre stata

ma non è una qualunque fantasia

io la considero un’utile utopia

senza di essa

non avremmo la possibilità

di allevare l’unica libertà possibile

quella dentro di noi

quella che non si guarda allo specchio

ma ci guarda nella coscienza

quel lumicino che ti fa vedere meno il buio

quella fiammella che per alcuni è tutto il calore possibile

come lo è per me

malgrado la mia vita “politicamente scorretta”

malgrado la trama del mio film

zeppa di contraddizioni e sbagli

di abbagli e delusioni

di tentativi ed errori

malgrado il mio  film bocciato

da un pubblico distratto e mai invitato

io la tengo ancora accesa quella fiammella

a dispetto di tutto e di tutti

alimento questa piccola luce di libertà

che non è quella del sogno

la chimera

è quella possibile

e non servono soldi o rivoluzioni per ottenerla

basta una bilancia

e dare il proprio nome ad ogni cosa

che sia un bene o che sia un male

e dopo pesare il tutto

per disfarti del peso e tenerti leggero

 

La libertà possibile

è’una libertà tenuta in piedi

dal peso della leggerezza

il peso più pesante

una libertà sviluppata allenando i propri giorni

con tenacia e sudore

non adottata a distanza di sicurezza

una libertà che non si nasconde

mai

negli applausi come nei fischi

una libertà che ti permette di riconoscere la puzza

e di starne alla larga

 

Continuo a coltivarla questa possibile libertà

come una pianta miracolosa

che non vuole altro che acqua e luce

cose trasparenti a pensarci

ecco forse perché i miei silenzi fanno rumore

per l’uomo di pezza il vero rumore è il mio vivere

è stupefacente per lui

è pericoloso per una realtà drogata

illegale per la legge di un pazzo in una trama pazza

 

L’uomo di pezza divide la libertà

e dice di moltiplicarla

ma ne parla comunque al plurale

mentre la mia libertà al plurale

non significa più un cazzo di niente

la storia mi dice che la libertà è unica e sola

prendersi delle libertà è tutt’altra storia

e conosco anche quella di storia

 

L’uomo di pezza è un pazzo puzzle

fatto di pezzi e di pizzi

scrive i prezzi sui pizzi

e poi li infilza in un altro pezzo

che ritorna il prezzo al pizzo

l’uomo di pezza è spudoratamente pazzo

 

L’uomo di pezza è un solo zerbino

ma è appartenente

a tutti

al capo come alla coda

alla cupola come alla coppola

poi il capo sogghigna

e la coda si indigna

poi si agita un po’

e poi….

e poi non ricorda più

 

L’uomo di pezza dimentica

non ricorda di essere un unico zerbino

frizzi lazzi prezzi e pizzi

vizi e sfizi

vezzi e olezzi

sono punti della stessa stoffa

pizzi dello stesso prezzo

pezzi dello stesso pazzo

pazzi dello stesso pizzo

 

E’pazzo il capo

è pazza la coda

il capo schiaccia la coda

e la coda si agita ma non troppo

quel tanto per mantenere intatta la vetrina

perché è la vetrina la nuova politica dell’uomo

e mandarla in mille pezzi è da pazzi

dicono i pazzi

perché la nuova politica è corretta

perché nuova la politica è corrotta

perché la correttezza serve alla corruzione

e tiene a bada l’insurrezione

perché all’educazione hanno cambiato declinazione

il buono si coniuga col buonista

e il sopruso ringrazia il silenzio con assegni a vista

 

L’uomo di pezza mi ha rotto il cazzo

 

Onde concentriche si dipanano regolari nel cielo buio

partendo da un unico dolore

fisso

costante

devastante

il dolore di una vita in agonia

attraversando a intervalli stabiliti i miei pensieri

infilandosi maligne negli sprazzi di pace

per sconvolgere con composta lucidità

il delicato equilibrio che governa la mia esistenza

 

E sento la mia sudata libertà in pericolo

e non so da chi difenderla

l’uomo di pezza è un unico zerbino

la coda è come il capo

e come tutto il resto

l’uomo di pezza è pazzo

 

E pazzo sei tu che perdi tempo a leggermi

mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi

e pazzo sono io che scrivo solo per te col fegato a pezzi

mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi

sono io che scrivo solo per te

e solo perché tu perdi tempo con me

dal momento che sia tu che io

se siamo pazzi o meno

conta zero

 

Fino a quando

a stabilirlo

sarà un pazzo

pupazzo

di pezza

 

c.campajola

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NON VOLTARTI

by Duncan on lug.25, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Musica, Poesia, Resistenza umana, Simbolo, video

Ciro Campajola, persona che conosco da poco e dalla vita durissima ed estrema, è a mio parere uno dei più grandi poeti viventi. E per essere tali non è importante quante persone ti conoscono. Lui ha un bel pòd ipersone che lo conoscono e lo ammirano. Ma anche se fossero solo due, non cambierebbe. Non è il consenso e la fama che fa la poesia. Alcune sue poesie sono agglomerati di dolore, urla, passione e amore che esplodono.. alcune sono lussureggianti e violente, drammatiche e colossalli.. mai dome… Oggi voglio pubblicare questa che non è tra le sue più tragiche e violente, ma è pregna di un senso di riscatto e di speranza. Quindi in primo luogo è essa la protagonista d’onore di questo Post. Poi, per quei giochi di assonanze, rimandi, connessioni e contaminazioni che a volte amiamo fare su questo sito.. metto anche la traduzione (e il testo originale) di una canzone memorabile che questo testo di Ciro Campajola mi ha fatto vennire alla mene.. WALK ON.. VAI AVANTI.. degli U2.. Una canzone sulla speranza, sulla fuga da mondi impossibili e da prigionie del corpo e dello spirito, sulla fede che porta avanti, sull’amore che è l’unica cosa che veramente hai, l’unica cosa che ti tiene in piedi..

“E l’amore non è una cosa semplice,

l’unico bagaglio che puoi portare.

E l’amore non è una cosa semplice,

l’unico bagaglio che non puoi  portare,

è tutto quello che non puoi lasciare indietro”.

A tutti voi che lottate per la vita e per i vostri sogni e le finestre che si aprono sul cuore..

ANDATE AVANTI..

per te che arranchi nel freddo senza passato per un futuro che sempra chimera..

VAI AVANTI…

per te che hai conosciute orge di demonie oscuri giorni, tenaglie ai polsi e alle mani, e ora cammini sul Grande Sentiero..

NON VOLTARTI.

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NON VOLTARTI

Non voltarti
perché oltre all’evidente buio del presente
vedresti estendersi mute ed assolute
le nebbie di un passato mai passato
che ancora ha la forza per tirarti a sé
che ancora devasta con il suo dolore
il vuoto trascorrere di un inutile tempo
di un oggi che beffa il tuo ieriCome giovani spiriti
seguivamo impavidi le rotte del desiderio
raccogliendo gli inebrianti frutti del nostro vivere
trascinati nostro malgrado
dal vorticoso vento della libertà più vera
più sofferta
per sentire la vita
il sangue scorrere nelle vene
sentire l’immane sforzo
di mettere a nudo le nostre anime selvatiche e ribelli
la parte più nascosta delle nostre solitudini

Non voltarti
non cercare occhi di comprensione
dove gli sguardi ti penetrano l’anima
giudicando il tuo vivere sincero e generoso
come arbitri assoluti di una vita addestrata
con l’arroganza di chi sa di possederti
come burattinai timorosi del sincero
come trappole mortali per generosi

Guarda avanti
segui il tuo istinto
la tua natura
fregatene di “come funziona”
fregatene di “come vogliono”
di “cosa vogliono”
lasciati trasportare dal profumo dei tuoi pensieri
dei tuoi desideri

Vola in alto
oltre le miserie di una vita data per scontata
fa del tuo cammino una cosa per te meravigliosa
un’eterna poesia dell’anima
fallo per te

Quando anche la sofferenza ricorda gioia
il futuro è solo vita da vivere con pienezza
con entusiasmo
giorno dopo giorno
attimo dopo attimo
fino in fondo
libero dal ricatto di qualunque giorno

Guarda avanti
lasciati rapire dal sacro vento della tua libertà
assapora l’importanza di essere nuovamente vivo

Urla il tuo amore sconfinato
in faccia ad un mondo di fantasmi senza anima
vestito solo della propria avidità
della propria ipocrisia
del proprio cinico egoismo

Guarda avanti
oltre la sottile linea del concreto
del momento
e ritroverai con te stesso
il senso del tuo esistere

Guarda avanti

A Alyna

Ciro Campajola
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VAI AVANTI

E l’amore non è una cosa semplice

L’unico bagaglio che puoi portare

E l’amore non è una cosa semplice…

L’unico bagaglio che puoi portare

E’ tutto quello che non puoi lasciare indietro

 

E se l’oscurità ci mantiene in disparte

E se la luce del giorno sente come è lunga la via d’uscita

E se il tuo cuore fragile è stato rotto

E per un secondo ti volti indietro

Oh no, sii forte

 

Vai avanti, Vai avanti

Quello che hai loro non possono rubarlo

No, loro non possono neanche sentirlo

Vai avanti, vai avanti…

Stai sicura questa notte

 

Tu prepari i bagagli per un luogo dove nessuno di noi è mai stato

Un luogo che è stato creduto di essere visto

Tu puoi volarci lontano

Un uccello canta in una gabbia aperta

Che volerà solo, volerà solo per la libertà

 

Vai avanti, vai avanti

Quello che hai non possono negarlo

Non possono venderlo, non possono acquistarlo

Vai avanti, vai avanti

Stai sicura questa notte

 

E lo so è doloroso

E il tuo cuore è in pezzi

E tu puoi solo pretendere di più

Vai avanti, vai avanti

 

Casa…difficile sapere cos’è se non ne hai mai avuta una

Casa…non posso dire dov’è ma io so che sto andando a casa

Che è dove è la ferita

 

E lo so è doloroso

Come il tuo cuore in pezzi

E tu puoi solo pretendere di più

Vai avanti, vai avanti

 

Lasciali indietro

Puoi riuscire a lasciarli indietro

Tutti i tuoi modi

Tutto quello che fai

Tutto quello che costruisci

Tutto quello che rompi

Tutto quello a cui provvedi

Tutto quello che rubi

Tutto questo puoi lasciarlo indietro

Tutte le tue ragioni

Tutti i tuoi sensi

Tutti i tuoi discorsi

Tutto quello che indossi

Tutti i tuoi piani…

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