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Dante e il Viaggio
by Duncan on ago.30, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Poesia, Simbolo

“Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita, ahi quanto a dir qual’era è cosa dura, esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinnova la paura”
La Divina Commedia non è un libro morto. Molte parti di essa sono morte. Ma il libro nel su insieme è vivo e vegeto. Ancora vivo e vegeto. Abbiamo imparato ad odiarlo, a detestarllo. Non c’è modo peggiore per uccidere un’opera che renderla un “classico”, un mausoleo, un catafalgo. Intrupparla in grigi programmi burocratici, dissezionata da grigi professori burocratici.. per compiti a casa.. altrettanto.. burocratici. E le stanche parole di depressi alla cattedra ci fecero smarrire ill testo e la sua segreta potenza. In realtà spesso l’istruzione è un perdere la strada, un perdere se stessi, uno svuotarsi e soffocare dentro, un cupo ammassarsi di parole e di lacciuli stretti alla gambe. La vera conoscenza inizia dopo, con atti coscienti di pulizia e falò. La vera conoscenza all’inizio è sottrazione, disimparare le cose meccanicamente apprese.. e riaccostarsi alla brace ardente senza sovrastrutture, pregiiudizi, pesantezze. E Dante che prima era una mummia da esposizione, adesso vi dico che è vivo.
Ogni opera esiste su più livelli. Solo la mediocrità totale, esiste su un solo livello. E c’è certo tutta la summa medioevale, da Aristotele a San Tommaso, ai padri della Chiesa, e gli altri paradigmi dell’epoca.. nella Divina Commedia. Ma la Divina Commedia non è solo questo. Va molto, molto oltre. Essa è un Viaggio, un Viaggio Supremo.. non solo fisico ed esteriore, ma soprattutto iniziatico e interiore. E’ il Grande Viaggio dell’uomo che nel pieno della sua vita, a metà strada (nel mezzo del..), conosce la caduta e lo smarrimento. Tutte le certezze intorno a lui franano, ogni valore è parodia, il senso solo una fuggevole illusione. L’uomo che si ritrova con solo polvere nelle mani, con i suoi ideali sconfitti, tradito e abbandonato. Tutto è perduto.. e la crisi è forte. Fortsissima. Ecco “la selva oscura”.. Ecco quello che in ogni tempo è stata chiamata.. “la lunga notte dell’anima…”
Lì, nel punto più basso che possa essere toccato.. lì con le ali spezzate.. lì solo di una solitudine oltre ogni immagine.. lì nudo, definitivamente nudo.. inizia il Viaggio. Il Viaggio attraverso le tre fiere… le montagne oscure.. trappole di ogni genere. Il viaggio nell’inferno. Nella terra dei Demoni. E non ci saranno sconti, né scorciatoie. Scendere nel profondo del proprio buio.. e affrontare la propria Ombra, le porte di Dite, la Città dove solo male e dolore accoglie chi osa entrare. E ci sarà un momento in cui chi affronta il Viaggio si sentirà debole, e troppo piccolo per riuscire. La vigliaccheria, l’eterno richiamo dell’utero, di una vita arresa, ma..senza rischi.
E Dante a un certo punto dice..
“Ma io, perché venirvi? o chi il concede?
Io non Enea, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri l crede.
Perché se del venire io mi abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se saviio; intendi me che io non ragiono.”
E sarà Virgilio a suonare la scossa per un’anima che impaurita vuole già tornare indietro, al rassicurante ovile, alla cappa stagnante di una inesorabile disperazione.. ma disperazione “conosciuta”. Virgilio è il Mentore, rappresenta il Maestro, la Guida, la Coscienza.. colui che indica la strada, la saggezza e la dignitas.. e, dopo un lungo discorso, concluderà, dicendo..
“Dunque, che è? perché, perché restai,
perché tanta viltà nel cuore allette,
perché ardire e franchezza non hai?”
Perché tutta questa paura, in sostanta gli dice? Cosa ancora ti trattiene? Dove il tuo ardire, il tuo coraggio? E Dante improvvisamente risvegliato, esclamerà..
”Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ‘l sol li ‘mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,
tal mi fec’ io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca:
«Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!
Tu m’hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto.
Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro».”
Come fiori che durante il freddo di inverno sono tutti chiusi e bacuccati in loro stessi, e che il sole accene e fa liberare e aprire in modo rigoglioso.. così inizia questo passo…. allo stesso modo lui si riscosse dalla sua paura, dalla sua vigliaccheria. Eh sì, le tue parole mi hanno riportato a me stesso, ecco cosa signicia.. sono tornato quello che ero nei miei momenti migliiori, quando inizia il viaggio “son tornato nel primo proposto”. E ora vai, vai.. non ti voltare in dietro che adesso non cederò, il nostro volere è lo stesso, la strada ci appartiene.
E canto dopo canto si dipana l’inferno, tremendamente concreto, ideologico e dogmatico alle volte, ma sublimemente simbolico nei suoi momenti migliori. Oltre il Medioevo l’uomo di ogni tempo cammina per cercare se stesso. E’ la prima tappa è tutto ciò che è buio, freddo “e stridor di denti”.
QUESTO E’ L’INFERNO. L’INABISSARSI NELLE PROPRIE TENEBRE FONDAMENTALI. Affrontare ciò che ci tiene prigionieri. Fin nelle radici di noi stessi. Poi ci saranno il Purgatorio e il Paradiso. Non solo mondi metafisici astratti della scolastica medioevale dogmatica. Ma Stati e Stadi della Crescita e dell’Evoluzione umana. Non solo collettiva. Ma soprattutto individuale.
CHI HA SEMPRE PARLATO DELLA DIVINA COMMEDIA MA NON PRENDE IN CONSIDERAZIONE IL SUO ESSERE VIAGGIO ATTUALE, DI QUESTO UOMO ORA PRESENTE, CHE SEI TU, CHE SONO IO, CHE SIAMO TUTTI… CHI PUR CON MIRIADI DI STUDI E DOTTE ANALISI, LA SPOGLIA DI CIO’, LA SPOGLIA FORSE DI CIO’ CHE E’ IN ESSA DAVVERO IMMORTALE E INDISTRUTTIBILE.
L’Inferno poi è colmo di momenti tragici e meravigliosi.. Paolo e Francesca.. l’incontro con il caro maestro della sua infazia Brunetto Latini, che gli dice…
“Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto”
Nonostante sei stato esiliato e rinnegato, e tribolazioni e avversità non ti hanno mai abbandonato.. se segui ciò che di più alto e vero c’è in te, la tu Stella, la tua Chiamata, lo Scopo per il quale sei nato, non fallirai.. troverai la tua strada.. il tuo porto.. arriverai dove devi andare. Allora Dante rinfrancato dall’incontro con Brunetto Latini dirà, in un momento di orgogliosa dignità..
“Tanto voglio che vi sia manifesto,
pur che mia coscienza non mi garra,
ch’a la fortuna come vuol, son presto.”
Che non vuol dire altro che.. sappiate con certezza, che qualunque cosa possa accadermi, io sarò fedele alla mia coscienza.. venga come vuole la “fortuna”, ovvero vita, il destino.. si manifesti come vuole. Avanti.. io sono pronto. Non mi tiro indietro. Seguirò la mia coscienza costi quel che costi, accada quel che accada.
E poi i grandi momenti di indignazione morale.. le feroci invettive, durissime contro la corruzione della Chiesa; che in quel tempo voleva anche dire corruzione e degrado dell’armonia del mondo, dovendo la Chiesa essere uno dei due Poli del Mondo, nella visione medioevale. L’altro era l’Impero. Ma l’impero era tramontato fagocitato dalla Chiesa e da una moltitudine di regni e signorie ambiziose e affamate di ricchezza. La Chiesa, per Dante, aveva tradito il mandato originario di Cristo, e quindi era diventata parte essenziale della confusione e della follia e dell’ingiustizia in cui il mondo era precipitato. E a Niccolò III, papa corrotto e punito piantato con la testa ficcata nel terreno, mentre fiamme cadono dal cielo bruciando piante e calcagni, dirà.. ma non solo a lui.. attraverso lui urlerà verso i papi e i potenti ecclesiastici del suo tempo, parole rimaste celebri..
“E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
la reverenza delle somme chiavi
che tu tenesti nella vita lieta,
io userei parole ancor più gravi;
che la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi.
Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l’acque
puttaneggiar coi regi a lui fu visa;
(..)
Fatto v’avete dio d’oro e d’argento,
e che altro è da voi a l’idolatre,
se non ch’elli è uno e voi ne orate cento?”
La Grandezza di Dante è la capacità di vedere la Grandezza anche di chi, condannato all’Inferno, dovrebbe essere solo oggetto di scherno, biasimo e disprezzo. Invece, alcuni uomini emergono immensi, in tutto il loro valore, come il Grande Ulisse, che nella visione dantesca, diventa il simbolo, della sete umana di conoscenza e valore… e forse tutti conoscono questo citazione dal discorso di Ulisse..
”Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a vivere come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”
Ricordate il vostro seme, ciò che vi portate dentro.. non vivete pigri e gozzoviglianti.. sfidate il destino, i limiti.. cercate il sapere (canoscenza) e praticate il bene (virtute).
E finisco qui con la citazione dei momenti particolari. Anche perché se no questa nota la finirei a ferragosto. E poi non è importante adesso coglliere tutti i momenti di valore dell’opera. Artisticamente il meglio è raggiunto nell’Inferno, anche se momenti di grazia non mancano nelle altre cantiche, ma l’Inferno è insuperabile. Comunque, importante non è questo ora, né penetrare nelle singole storie e personaggi, e sviscerarne i sensi concreti. Ho voluto aprire un piccolo varco sui momenti migliori, per provarne a trasmetterne uno spiraglio del Respiro che li anima. Ma ciò che dico in questa nota va al di là…
LA DIVINA COMMEDIA E’ IL VIAGGIO DI OGNI UOMO CHE VOGLIA DIVENTARE UOMO. IL PERCORSO INIZIATICO DI CADUTA, RISALITA E RIGENERAZIONE. L’ETERNA LOTTA PER RICONQUISTARE SE STESSI E RITROVARE IL SENSO. E ANCHE IL DOLORE E LA SOFFERENZA PIU’ ESTREME AVRANNO UN SENSO PERCHé PORTERANNO ALLE RADICI, E SPINGERANNO AL CORAGGIO. E TUTTA LA VITA E’ IN GIOCO. E ALLA FINE SOLO L’AMORE TI GUIDERA’. E’ L’AMORE CHE DARA’ UNA FORZA SUPREMA, CHE TI PERMETTERA’ DI SALIRE TUTTO IL COLLE DEL PURGATORIO FINO AI CANCELLI DEL CIELO, DOVE CANTANO LE SCHIERE DEL PARADISO, ILLUMINATE DALLA LUCE DIVINA.
Tre sono le fasi.. INFERNO.. PURGATORIO.. PARADISO. Tre sono gli stadi.. tre i momenti.. tre le Porte sul Percorso. Un Uomo si perde, un Uomo è tradito, un Uomo cade, un Uomo ritorna. Lunghi anni di dolore, tradimento, disperazione.. per un sogno chiamato Libertà, Fierezza e Amore. E la Divina Commedia è piena di grandiosi protagonisti. Ma colui che ne è la vera star, che giganteggia incommesurabile è Dante stesso. Estremo, tragico, tenero, pietoso, violento, appassionato, sarcastico, commosso. Dante l’esempio migliore di ciò che un italiano dovrebbe essere, che un essere umano dovrebbe ambire ad essere. Un uomo capace di lotte anche solitarie, di fedeltà a progetti anche sconfitti, di perfezione, di dignità nella poveertà. Capace di coraggio e di generosità.. poeta nell’anima, inarrivabile nell’Amore. Dante è una voce, che ci parla dentro.. che ci sprona, ci incita ad essere grandi.
In teoria avrei finito, ma voglio “farla lorda” come si dice dalle mie parti quando uno esagera.. tipo ho già scritto assai, e mi starete odiando in questo momento..
e sarebbe ovvio darci un taglio, ma voglio finire con un brano che scrissi tempo fa, ispirandomi a Dante.
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”Nel mezzo del Cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura..”
e persi tutto un giorno.. e poi mi vidi in uno specchio smarrito, e senza strada.. bloccato nella mente, chiuso nel cuore.. senza soldi e prospettive, senza strada e direzioni, senza giardini e amore.
Nel mezzo del Cammin di nostra vita mi sentii un coriandolo impazzito, e vedevo trascinarsi i giorni e sperperarsi le ore in rituali inutil e in piccoli piaceri da bottega.
Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai pieno di parole, di messaggi al vento, di libri e menzogne, di illusioni sul confine delle mani. Nel mezzo del cammin di nostra vita ero un topo che giocava al principe e al bandito, un giocattolo di legno, un foglio riempito per resistere.
Nel mezzo del cammin di nostra vita il mondo mi appariva grigio e folle, le persone spente e arrese. E io un recitante, un saltimbanco.. col magazzino vuoto, la casa in bolletta, le parole stampalate.
Nel mezzo del Cammin di nostra vita mi ritrovai il cuore in pegno, nei vicoli un labirinto, i ceri senza stoppino.
“Ahi quanto a dire qual’era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura.
Tant’è amara che è poco più morte-…”
Solo polvere per le mani, timbri su carte e titoli inutili.. senza intelletto né memoria… barricato in me stesso e vigliacco E ricominciare per ciottoli e molliche, forzare la marcia per agguantare il passo, trovare segni smarriti in mezzo ai muri e rabbia rabbia .. rabbia da vendere.
Nel mezzo del Cammin di Nostra vita non avevo nulla.. né palazzi, né oro, nè sicurezza, né posizione, né intelletto, né memoria, né intuizione, né amore… Nella notte senza scampo cercavo la Musa, quando il rumore assordava fino al silenzio sentivo una Musica tra lo stomaco pieno e il digiuno una nuova Fame nei volti di tutti i perduti e i messi al palo segni di Vittoria.
L’Amore guida i nostri passi ci raccoglie ai cigli della strada su sentieri di periferia ci insegna con madonne nella pietra il nostro sangue.
Passerò attraverso all’inferno.. Mio Virgilio, Maestro, Mentore.. Mia Musa, Amore, Visione.. Oltre l’abisso sconosciuto della Terra, dove siede la Bestia primigenia, il grande Arcangelo e più su, per il monte dei mediani, dove il passato muore, e il futuro è nebbia, fino ai cancelli del Cielo.. in Paradiso.. dove il Trono di Dio squilla le Trombe.
Ecco il mio inferno mia Musa, dammi il supremo potere dell’Amore per cercare in te la mia parte segreta, l’incanto e l’onore dei miei giorni migliori, la promessa più alta, le vertigini del cuore.
“Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
che la diritta via era smarrita
ahi quanto a dir qualera è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinnova la paura…”
Serpico.. chi era costui?
by Duncan on lug.01, 2010, under Cinema, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Serpico, chi era costui?
Ricordo il film di Sidney Lumet con Al Pacino. Il film che lo rese celebre in tutto il mondo.
Un film meraviglioso, che vidi da bambino, e da allora restò per me tra i più belli che abbia mai visto.
Serpico, solo una scritta sul muro o una medaglia d’onore?
Poliziotto italoamericano, personaggio improbabile, fuori razza e fuori tutto. Di quelli tipo Gandhi, di cui sembra incredibile anche solo immaginarne l’esistenza. Poliziotto Hippie, con quella lunga barba e occhiali neri, da ribelle in Harley Davidson più che da icona del poliziotto classico o del moderno professionista.. quella barba e quegli occhiali, quella camicia sgargiante… che Al Pacino incarnò a un tale livello da diventare più Serpico dello stesso Serpico.
Poliziotto fuori regola, cavallo purosangue, anche se di sangue misto. Che odiava gli uffici e faceva il lavoro duro, andava per le strade,sapeva mimetizzarsi e andare in ambienti che gli altri poliziotti nemmeno sfioravano e, se lo avessero fatto, li avrebbero riconosciuti lontano un miglio.
A volte viene un Alieno. Non sai che diavolo ci faccia lì. Come una puttana tra le orsoline. E il bello è che magari ti scopri che è più santa delle “pie sorelle”. Ti trovi un alieno, che ti chiedi, “ma con quanti cazzi di lavori potevi fare, che diavolo c’entri tu con la polizia..”
Ma sono questi, quelli dal bottone sbottonato, dalla parte imparata e subito bruciata, per ricominciare di nuovo, all’aria aperta, improvvisando e segnado il confine per poi oltrepassarlo. Sono questi..
“i servi disobbedienti alle leggi del branco..”
che aprono le porte che tutti tengono chiuse. E portano un ricordo di valore tra le leggi della fogna.
O solamente non muoiono di stanchezza.. di containere sigillanti, e di ruoli inamidati, di carriere programmate e di noia serale.
Ci sono vite che non seguono solo un binario. E forme di disobbedienza al servizio di più alte fedeltà.
Serpico era troppo ingenuo, o semplimente troppo idealista e Uomo per imparare la dura legge per cui tra i maiali devi saperti rotolare nella merda se vuoi sopravvivere. La buona, vecchia e dura legge del Clan, la gomma del silenzio, la pacca che ti cuce la bocca. Intasca e muto.. o almeno.. girati e sogna bambino.. che questo è il mondo dei grandi.
Si impara presto ad essere servi. Si impara presto a strisciare. Si impara presto ad arrendersi.
Si impara presto ad avere una scusa.
E quando tutti, ma proprio tutti partecipano alla porcilaia, non potrai che dire… “Vedete è proprio quello il sistema, se uno parla o si mette di traverso gli staccano il collo.. al massimo posso tirarmi fuori e vivacchiare in una mia nicchia di onestà dal capo chinato….”
Tantissimi sono così, le persone decenti che hanno un pò schifo, che sotto sotto provano ribrezzo, ma.. “che posso farci io?.. cosa posso fare contro una piramide?..”
E scegliamo la via del silenzio. E nel silenzio il male prospera come un contagio, come una pestilenza, come uno scappamento di gas nervino nella metropolitana di Tokio.
Ma altri, altri perderanno sempre la via della saggezza, il libro dei calcoli e delle opportunità, la scritta su cartone messa a tracolla “sono solo un piccolo uomo”.
Ci sono alcuni, pochi come i docici apostoli o come una “sporca dozzina” che andranno contro il Drago, senza pararsi prima il culo. E senza altro motivo che quello che, semplicemente, non possono fare altrimenti. Perché.. la merda deve pur trovare qualcuno che gli sbarra il passo..
Perché qualcuno si deve pure alzare e tentare di fermare l’orda della demenza.
Perché la vita non può essere solo tanti gessetti colorati a segnare sulla lavagna le speranze pietose o castelli chiusi in un cassetto, come uteri sotto contratto.
Alcuni hanno quelle passione fuori legge del tenere duro, costi quello che costi..
E, comunque la si pensi, Serpico era uno di questi..
Scoprì che tutta la polizia di Newyork era appestata da una tale corruzione endemica, tale da renderla una grassa puttana. La corruzione coinvolgeva ogni livello. I libri paga erano infiniti e cambiava solo il prezzo da versare. Serpico tentò a lungo di farsi ascoltare. Ma i capoccia tentarono solo di tenerlo buono con false promesse e di costringerlo in ogni modo a non.. parlare con l’esterno. Tutto tra noi.. magna magna.. arcana imperii.. non facciamo sputtanare, prego.
Dopo avere incontrato solo muri e ipocrisia, dopo essere stato ingannato e sabotato, dopo frustrazioni e insofferenza raccontò tutto al New York Times. Scoppiò uno scandalo violentissimo. Serpico fu fatto trasferire ad altro reparto e si fece in modo di fargli avere una brutta fine. Il gioco è semplice. Si fa una operazione ad alto rischio, retata di spacciatori. Tu vai avanti Serpico, ma.. mentre solitamente la squadra è subito dietro, in modo da intervenire e soccorrere all’istante l’apripista ferito, questa volta la squadra aspetto un bel mazzo di tempo dopo che Serpico, come era in programma, si beccò una bella pallottola. Contro le loro speranze riuscì comunque a salvarsi, perse quasi l’uso dell’orecchio e dovettero mollargli una medaglia d’oro al valore.
Venne, sulla scia dello scandalo scoppiato con l’articolo del New York Times e della quasi morte di Serpico, che fu subito vista con sospetto.. venne instaurata una commissione d’inchiesta guidata dal giudice Knapp che scoperchiò, per la prima volta, il pentolone. Dozzine di agenti, di detective, di ispettori, di dirigenti, furono arrestati o radiati, permettendo ad altri di dimettersi in silenzio, per salvare quello che restava della “faccia”.
La Commissione Knapp cercò di distinguere fra la grande corruzione e quella spicciola, quotidiana. Disegnò due categorie di poliziotti “on the take”, come si dice nel gergo, pagati dai criminali. I Vegetariani, i “grass eaters”, quelli che si accontentavano di brucare le banconote infilate nella stretta di mano, di fare la spesa e di cenare gratis nei negozi e nei ristoranti per non vedere quello che accadeva nei retrobottega. E i Carnivori, i “meat eaters”, i complici ingordi delle grandi organizzazioni, dei gangster, delle “famigghie”, delle quali erano la protezione e la copertura. Si parlò di “centinaia di milioni di dollari” ruminati o divorati ogni anno da vegetariani come da carnivori.
Ma Serpico dopo pochi anni, una volta calati i riflettori fu fatto fuori e allontanato.
Da allora inizio il suo grande viaggio. Durato trent’anni. Andò prima in Svizzera, e poi altrove.
Intanto il film di Sideny Lumet lo faceva entrare nella leggenda.
Da anni molti lo davano per morto. Invece è ancora vivo.. il buon vecchio Frank Serpico (come vedrete nell’articolo inserito di seguito, tratto dal sito de La Stampa).. ha 75 anni.. i capelli annodati.. parla di medicine alternative, di Buddismo, di polizia se gli fate qualche domanda.. e ancora non sembra avere messo la testa a posto.
Alcuni uomini semplicemente seguono la strada sbagliarta, con testardaggine e folle idealismo, o forse..
semplicemente non accettano di morire per crescere..
PS: di seguito l’articol tratto da La Stampa
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Lo Zen e l’arte di essere Serpico
(http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201001articoli/51567girata.asp)
Dopo 40 anni l’ex agente torna negli Usa, vive in un camper e parla di buddhismo
MARCO NEIROTTI
Nel self service biologico e salutista di Harlemville, l’uomo con i capelli lunghi e un’esistenza spalmata su settantacinque anni – quasi tranciata da una rivoltellata in viso quando ne aveva trentasei – è voce di nostalgia, stupore, rifiuto e quieta e progressiva caccia di quiete: «Dopo un’esperienza di quasi morte, come faccio a raccontarmi ancora? Sto ancora centellinando il seguito della vita». Ha cercato l’America in Europa e ora rispolvera l’Europa in America, dal Messico al Canada in camper, Mr. Serpico.
Frank Serpico, il poliziotto mitico, partì dalle strade di New York e il marcio andò a cercarlo e strizzarlo dentro i palazzi delle uniformi, dentro le pattuglie e i loro incontri, dentro i silenzi dei superiori. Emblema della rivolta dell’anima e dei sogni contro la quotidiana schifezza del potere, della corruzione avallata, rovesciò la sua impotenza, la sua verità soffocata dai superiori, su un giornale, il New York Times. Ne vennero fuori una biografia, poi un film dove Al Pacino fu più convincente di una definitiva sentenza di tribunale.
Al New York Times Frank è tornato a raccontarsi durante e dopo una colazione di passaggio: «Ho ancora incubi. Ho bisogno di aiuto e chiamo la polizia. Chi mi risponde? È la voce di un vecchio compagno di lavoro che mi odiava. Mi avvicino a una porta, incomincio a socchiuderla e quella mi esplode in faccia». Gli esplose davvero in faccia, mentre la sfondava, il 3 febbraio 1971. Serpico insisteva a metter nera sul bianco la corruzione a livelli sempre più alti nella polizia americana, veniva trasferito, finì alla Narcotici. Operazione a casa di uno spacciatore. Arrivano. Va lui avanti. Sfonda. E subito gli arriva una pallottola sul viso: «In genere quando c’è un collega colpito scatta tutto in tempi incredibili. Rimasi mezz’ora ad aspettare, sentivo che mi dissanguavo. Non avevo paura. Avevo il senso della fine e dell’inutilità». Vennero i soccorsi, vennero quando logica garantiva che le sue vene erano già svuotate, lui pallido, bianco, poi evanescente, tra poco rigido. Il tranello, la morte tessuta tra i «fratelli» di lavoro avrebbe chiuso il capitolo. Invece si salvò. Dopo gli aghi d’ospedale lo punse come un gelo la medaglia d’oro, l’onorificenza più alta. Oggi non ha scalfito l’amarezza, l’ha solo ricoperta di un sorriso affabile: «Quando ci credi, quando non sei sporco sei felice di consegnarla con una cerimonia. Non c’è mai stata una vera cerimonia. Era un incidente scomodo. Fu la porta girevole degli onori. Una medaglia come un pacchetto di sigarette. Tieni. Vai ora».
Va per l’America, quarant’anni dopo, il vecchio e solido Frank. Ci va in camper, e parla di medicina cinese, di erbe medicamentose, di shiatsu, di Zen, di musica etnica africana con i tamburi che ritmano il cuore. Con i capelli grigi raccolti in una coda di cavallo, con lo stesso sguardo suo quando incontrò l’11 febbraio 1998 a Roma l’allora vicecapo della Polizia italiana, Gianni De Gennaro per un’iniziativa di Micromega. Era identica la piega di labbra nel sorriso dell’ex sbirro irriducibile made in Italy e Usa e del giovane investigatore psicologico dalla brillante carriera legata anche alla comprensione dell’Oltreoceano.
Serpico: viandante made in Italy. Sua madre Maria Giovanna, nata in America e poi rientrata, sposò il napoletano Vincenzo Serpico, ciabattino. Stavano emigrando quando lei era incinta d’un primo figlio, ma poté partire solo lei, il marito la raggiunse dopo. Frank nacque nel 1935, crebbe nel ghetto. Ancora adesso parla di «bruccolino» per Brooklin, di giorni messo da parte a «embracitare» per ammuffire, di «dicere» per dire.
Aveva 17 anni quando si arruolò nell’esercito e «fece» per due anni Corea e Giappone. Tornò e, a vent’anni, fece gli esami per il Corpo di Polizia, uno dei migliori dieci. Là, a quel tempo, esistevano già gli agenti di quartiere. E lui era la strada. Imparava lì. Ha detto ora: «Ho fatto di tutto, dal barbone al rispettabile medico. Un attore vero. L’unica cosa che non potrei interpretare è me stesso». Però in quel frugare quotidiano palpa marciume oltre gli scalini degli ingressi di case infami e lo respira dalle uniformi e dai distintivi dei colleghi. Come l’altro napoletano emigrato in America, Giuseppe Petrosino, ingaggia una guerra. Contro la «Mano nera», il terribile Petrosino che finirà ammazzato appena arriva a Palermo nel 1909. Contro la «mano pulita» e «lurida» dei colleghi Serpico. Lo trasferiscono alla Narcotici, le sue denunce finiscono in nulla. Il sindaco Lindsay non vuole grane sotto elezioni. È solo, Frank. Lo è soprattutto nell’agguato che deve toglierlo di mezzo.
Ritira la medaglia ma se ne va. In Svizzera. Ma prima fa esplodere patacche e ornamenti di volti pubblici e pattuglie sfogandosi con un giornale, raccontandosi a Peter Maas che propaga l’esplosione con un libro. E la vampa la spande ovunque Sidney Lumet che di quella storia vera fa un film. Serpico è Al Pacino e Serpico ora dice: «Ad Al Pacino sarò riconoscente sempre. Ha capito tutto di me. Non ha creato un eroe, ma una vita». Quella che sta ancora vivendo, con il sorriso, i bonghi, il camper. Un americano qualunque.La storia del poliziotto newyorkese che smaschera la corruzione dei suoi colleghi è diventata un film nel 1973, quando il regista Sidney Lumet ha reclutato Al Pacino per la parte del protagonista. Il prototipo dell’eroe, Frank Serpico, all’inizio ha partecipato alle riprese sul set, ma in seguito è stato allontanato da Lumet che temeva un’influenza del poliziotto autentico sui suoi attori, soprattutto su Pacino. La pellicola è stata girata interamente per le strade di New York. La vicenda del «poliziotto onesto», come recitava lo slogan pubblicitario, è stata candidata all’Oscar in diverse categorie ed è valsa ad Al Pacino il suo primo Golden Globe come attore. Dal film è stata tratta anche una serie televisiva popolare negli Anni 70.
