Born Again

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I mondi di Barbara (Albert Camus)

by Duncan on mag.24, 2011, under Resistenza umana, Simbolo, politica

Eccoci con la splendida rubrica di Barbara Lazzarini.

Barbara, una donna che incarna la nobiltà, la creativià, e la radicalità del vero Insegnare.

In questo suo pezzo parla di un gigante.. Albert Camus.

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L’UOMO IN RIVOLTA. ANTINOMIE DELLA RIVOLUZIONE

Quando in piena guerra fredda, nel ’51,  scrive “l’uomo in rivolta”,  Camus sancisce una spaccatura con l’establishement culturale francese “engagée”, e lui lo sa, è una crisi netta, irreversibile con l’amico Sartre il cui esistenzialismo politico e fattosi sovietizzante non poteva essere accolto dal nostro uomo in rivolta.

All’uscita questo testo ebbe un grande successo, ma non fu compreso, non si volle comprenderlo in realtà, tutti alla ricerca di risposte ad un certo punto non seppero che farsene di un testo che poneva domande, straordinarie domande. Non c’è un messaggio politico unico da veicolare verso qualche movimento che poi possa strumentalizzarlo, lo stesso Sartre parlò di “provocazione”. Infatti di questo si trattava, provocare l’uomo, provocare nell’uomo una presa di coscienza. Grande l’evoluzione rispetto al “mito di Sisifo”, scritto quando aveva trent’anni, lì il tema dell’assurdo esistenziale era analizzato come condizione individuale e qui invece si amplia, s’allarga, si fa manifesto e assurge a dimensione collettiva, non basta più “immaginare Sisisfo felice”, il primo capitolo del libro si chiude con “Mi rivolto dunque siamo”. Ora si tratta di fare chiarezza, di stabilire quale sia il valore vero della rivolta. Ed ecco la prima delle grandi domande: “Che cos’è un uomo in rivolta?” .

“Un uomo che dice no…ma qual è il contenuto di questo no?”

In Camus la rivolta non coincide con rivoluzione, anzi ne è antitesi. Inficiato d’Umanesimo e di amore per la grecità, l’autore lega alla rivolta i valori per i quali il fine non giustifica i mezzi, il rivoltoso difende l’uomo, la natura umana sopra tutto.

“E apertamente dedicai il cuore alla terra greve e sofferente, e spesso, nella notte sacra, promisi d’amarla fedelmente fino alla morte, senza paura, col suo greve carico di fatalità, e di non spregiare alcuno dei suoi enigmi. Così, m’avvinsi ad essa di un vincolo mortale.”_Friedrich Hölderlin_

Camus apre “l’uomo in rivolta” con queste parole di Holderlin tratte dall’EMPEDOCLE, si noti Empedocle è lo stesso nome della rivista fondata con Char, Holderlin lo scrittore romantico che rievoca la perfezione greca, la sublimazione della bellezza nella natura, Char l’amico e stimatissimo poeta dell’insorgenza, tra i pochi capaci di continuare in rivolta a celebrare quella stessa bellezza, il partigiano della speranza che scrive su foglietti lirici aforismi per dire no alla disumanità della storia e continuare a sentirsi uomo, a essere uomo.

Altro fanno i rivoluzionari che INVECE servono la storia, Camus odia la storia e il suo divenire che fa piazza pulita delle forme, dell’essere, dell’uomo. Ci fa un esempio per farci capire e ricorre alla contrapposizione tra l’odioso storicismo germanico, che si nutre del suo stesso spirito, e la grazia e bellezza mediterranea che è invece connaturata in sè. L’uomo in rivolta frena la storia, la limita e “a questo limite nasce la promessa di un valore” .

La rivolta è ontologica crea l’essere e dunque l’uomo. “Mi rivolto dunque siamo” è ben più del “cogito ergo sum” è oltre l’uno, oltre l’uomo verso l’essere insieme…è certo una provocazione, che hanno poi scopiazzato in tanti nuovi mercificatori capaci solo di essere banalizzatori dell’esistenzialismo vero.

Per Camus si tratta di lottare contro abitudini, consuetudini, di essere antistorici, destrutturanti, mediterranei, morali, non moralisti come spesso finiscono per essere i rivoluzionari. Il pensiero in rivolta è la bellezza dell’ essere che si eleva, s’alza, mantiene il coraggio vigile a guardare l’uomo e non si costruisce corrompendosi in rivoluzione limitante. La rivoluzione frena come processo storico l’innocenza, la giustizia, l’armonia. E’ un saggio per me decisamente affascinante che scava a fondo, cerca e trova le ragioni del dolore e del male, dell’ingiustizia e della violenza, stimola al dubbio su noi stessi, conduce al ragionamento dialettico come pochi altri percorsi filosofici. La filosofia da assaporare non al tramonto come diceva Hegel, bensì la filosofia da vivere all’alba, per creare un uomo nuovo. Chi non si ribella non è vivo, o meglio NON E’, vivere è ribellarsi, ogni nostro respiro perde VALORE senza RIVOLTA. Le élite, se sono tali, a questo ruolo sono chiamate, all’elevazione dell’arte verso la risoluzione dell’assurdo. “Io traggo dall’assurdo tre conseguenze: la mia rivolta, la mia libertà e la mia passione”.

“Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Qual è il contenuto di questo “no”?

Significa, per esempio, “le cose hanno durato troppo”, “fin qui sì, al di là no”, “vai troppo in là” e anche “c’è un limite oltre il quale non andrai”. Insomma questo no afferma l’esistenza di una frontiera. Si ritrova la stessa idea del limite nell’impressione dell’uomo in rivolta che l’altro “esageri”, che estenda il suo diritto al di là di un confine oltre io quale un altro diritto gli fa fronte e lo limita. Così, il movimento di rivolta poggia, ad un tempo, sul rifiuto categorico di un’intrusione giudicata intollerabile e sulla certezza confusa di un buon diritto, o più esattamente sull’impressione, nell’insorto, di avere il “diritto di…”. Non esiste rivolta senza la sensazione d’avere in qualche modo, e da qualche parte, ragione. Appunto in questo lo schiavo in rivolta dice ad un tempo di sì e di no. Egli afferma, insieme alla frontiera, tutto ciò che avverte e vuol preservare al di qua della frontiera. Dimostra, con caparbietà, che c’è in lui qualche cosa per cui “vale la pena di…”, qualche cosa che richiede attenzione. In certo modo, oppone all’ordine che l’opprime una specie di diritto a non essere oppresso al di là di quanto egli possa ammettere.

Insieme alla ripulsa rispetto all’intruso, esiste in ogni rivolta un’adesione intera e istantanea dell’uomo a una certa parte di sé. Egli fa dunque implicitamente intervenire un giudizio di valore, e così poco gratuito, che lo mantiene in mezzo ai pericoli. Fino a quel punto taceva almeno, abbandonato a quella disperazione nella quale una condizione, anche ove la si giudichi ingiusta, viene accettata. Tacere è lasciare credere che non si giudichi né desideri niente e, in certi casi, è effettivamente non desiderare niente. La disperazione come l’assurdo, giudica e desidera tutto in generale e nulla in particolare. Ben la traduce il silenzio. Ma dal momento in cui parla, anche dicendo no, desidera e giudica. La rivolta, in senso etimologico, è un voltafaccia. In essa, l’uomo che camminava sotto la sferza del padrone, ora fa fronte. Oppone ciò che è preferibile a ciò che non lo è. Non tutti i valori trascinano con sé la rivolta, ma ogni moto di rivolta fa tacitamente appello a un valore. Si tratta almeno di un valore?

Per quanto confusamente, dal moto di rivolta nasce una presa di coscienza: la percezione, ad un tratto sfolgorante, che c’è nell’uomo qualche cosa con cui l’uomo può identificarsi, sia pure temporaneamente. Questa identificazione fin qui non era realmente sentita. Tutte le concussioni anteriori al moto d’insurrezione, lo schiavo le sopportava. Sovente, anzi, aveva ricevuto senza reagire ordini più rivoltanti di quello che fa prorompere il suo rifiuto. Portava pazienza, respingendoli forse in se stesso, ma poiché taceva, si mostrava più sollecito, per il momento, del proprio interesse immediato che cosciente del proprio diritto. Con la perdita della pazienza, con l’impazienza, con l’impazienza, comincia al contrario un movimento che può estendersi a tutto ciò che veniva precedentemente accettato. Questo slancio è quasi sempre retroattivo. Lo schiavo, nell’attimo in cui respinge l’ordine umiliante del suo superiore, respinge insieme la sua stessa condizione di schiavo. Il moto di rivolta lo porta più in là del semplice rifiuto. Egli oltrepassa anche il limite che fissava al suo avversario, chiedendo ora di essere trattato da pari a pari. Quanto era dapprima resistenza irriducibile dell’uomo, diviene l’uomo intero, che con essa vi si identifica e vi si riassume. Quella parte di sé che voleva far rispettare, la mette allora al di sopra del resto, e la proclama preferibile a tutto, anche alla vita. Essa diviene per lui il sommo bene. Prima adagiato in un compromesso, lo schiavo si getta di colpo (“se è così…”) nel Tutto o Niente. La coscienza viene alla luce con la rivolta”

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Dante e il Viaggio

by Duncan on ago.30, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Poesia, Simbolo

Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita, ahi quanto a dir qual’era è cosa dura, esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinnova la paura”

La Divina Commedia non è un libro morto. Molte parti di essa sono morte. Ma il libro nel su insieme è vivo e vegeto. Ancora vivo e vegeto. Abbiamo imparato ad odiarlo, a detestarllo. Non c’è modo peggiore per uccidere un’opera che renderla un “classico”, un mausoleo, un catafalgo. Intrupparla in grigi programmi burocratici, dissezionata da grigi professori burocratici.. per compiti a casa.. altrettanto.. burocratici. E le stanche parole di depressi alla cattedra ci fecero smarrire ill testo e la sua segreta potenza. In realtà spesso l’istruzione è un perdere la strada, un perdere se stessi, uno svuotarsi e soffocare dentro, un cupo ammassarsi di parole e di lacciuli stretti alla gambe. La vera conoscenza inizia dopo, con atti coscienti di pulizia e falò. La vera conoscenza all’inizio è sottrazione, disimparare le cose meccanicamente apprese.. e riaccostarsi alla brace ardente senza sovrastrutture, pregiiudizi, pesantezze. E Dante che prima era una mummia da esposizione, adesso vi dico che è vivo.

Ogni opera esiste su più livelli. Solo la mediocrità totale, esiste su un solo livello. E c’è certo tutta la summa medioevale, da Aristotele a San Tommaso, ai padri della Chiesa, e gli altri paradigmi dell’epoca.. nella Divina Commedia. Ma la Divina Commedia non è solo questo. Va molto, molto oltre. Essa è un Viaggio, un Viaggio Supremo.. non solo fisico ed esteriore, ma soprattutto iniziatico e interiore. E’ il Grande Viaggio dell’uomo che nel pieno della sua vita, a metà strada (nel mezzo del..), conosce la caduta e lo smarrimento. Tutte le certezze intorno a lui franano, ogni valore è parodia, il senso solo una fuggevole illusione. L’uomo che si ritrova con solo polvere nelle mani, con i suoi ideali sconfitti, tradito e abbandonato. Tutto è perduto.. e la crisi è forte. Fortsissima. Ecco “la selva oscura”.. Ecco quello che in ogni tempo è stata chiamata.. “la lunga notte dell’anima…”

Lì, nel punto più basso che possa essere toccato.. lì con le ali spezzate.. lì solo di una solitudine oltre ogni immagine.. lì nudo, definitivamente nudo.. inizia il Viaggio. Il Viaggio attraverso le tre fiere… le montagne oscure.. trappole di ogni genere. Il viaggio nell’inferno. Nella terra dei Demoni. E non ci saranno sconti, né scorciatoie. Scendere nel profondo del proprio buio.. e affrontare la propria Ombra, le porte di Dite, la Città dove solo male e dolore accoglie chi osa entrare. E ci sarà un momento in cui chi affronta il Viaggio si sentirà debole, e troppo piccolo per riuscire. La vigliaccheria, l’eterno richiamo dell’utero, di una vita arresa, ma..senza rischi.

E Dante a un certo punto dice..

“Ma io, perché venirvi? o chi il concede?

Io non Enea, io non Paulo sono;

me degno a ciò né io né altri l crede.

Perché se del venire io mi abbandono,

 temo che la venuta non sia folle.

Se saviio; intendi me che io non ragiono.”

E sarà Virgilio a suonare la scossa per un’anima che impaurita vuole già tornare indietro, al rassicurante ovile, alla cappa stagnante di una inesorabile disperazione.. ma disperazione “conosciuta”. Virgilio è il Mentore, rappresenta il Maestro, la Guida, la Coscienza.. colui che indica la strada, la saggezza e la dignitas.. e, dopo un lungo discorso, concluderà, dicendo..

“Dunque, che è? perché, perché restai,

perché tanta viltà nel cuore allette,

perché ardire e franchezza non hai?”

Perché tutta questa paura, in sostanta gli dice? Cosa ancora ti trattiene? Dove il tuo ardire, il tuo coraggio? E Dante improvvisamente risvegliato, esclamerà..

 ”Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ‘l sol li ‘mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,

tal mi fec’ io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca:

«Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!

Tu m’hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto.

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro».”

Come fiori che durante il freddo di inverno sono tutti chiusi e bacuccati in loro stessi, e che il sole accene e fa liberare e aprire in modo rigoglioso.. così inizia questo passo…. allo stesso modo lui si riscosse dalla sua paura, dalla sua vigliaccheria. Eh sì, le tue parole mi hanno riportato a me stesso, ecco cosa signicia.. sono tornato quello che ero nei miei momenti migliiori, quando inizia il viaggio “son tornato nel primo proposto”. E ora vai, vai.. non ti voltare in dietro che adesso non cederò, il nostro volere è lo stesso, la strada ci appartiene.

 E canto dopo canto si dipana l’inferno, tremendamente concreto, ideologico e dogmatico alle volte, ma sublimemente simbolico nei suoi momenti migliori. Oltre il Medioevo l’uomo di ogni tempo cammina per cercare se stesso. E’ la prima tappa è tutto ciò che è buio, freddo “e stridor di denti”.

QUESTO E’ L’INFERNO. L’INABISSARSI NELLE PROPRIE TENEBRE FONDAMENTALI. Affrontare ciò che ci tiene prigionieri. Fin nelle radici di noi stessi. Poi ci saranno il Purgatorio e il Paradiso. Non solo mondi metafisici astratti della scolastica medioevale dogmatica. Ma Stati e Stadi della Crescita e dell’Evoluzione umana. Non solo collettiva. Ma soprattutto individuale.

CHI HA SEMPRE PARLATO DELLA DIVINA COMMEDIA MA NON PRENDE IN CONSIDERAZIONE IL SUO ESSERE VIAGGIO ATTUALE, DI QUESTO UOMO ORA PRESENTE, CHE SEI TU, CHE SONO IO, CHE SIAMO TUTTI… CHI PUR CON MIRIADI DI STUDI E DOTTE ANALISI, LA SPOGLIA DI CIO’, LA SPOGLIA FORSE DI CIO’ CHE E’ IN ESSA DAVVERO IMMORTALE E INDISTRUTTIBILE.

L’Inferno poi è colmo di momenti tragici e meravigliosi.. Paolo e Francesca.. l’incontro con il caro maestro della sua infazia Brunetto Latini, che gli dice…

“Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto”

Nonostante sei stato esiliato e rinnegato, e tribolazioni e avversità non ti hanno mai abbandonato.. se segui ciò che di più alto e vero c’è in te, la tu Stella, la tua Chiamata, lo Scopo per il quale sei nato, non fallirai.. troverai la tua strada.. il tuo porto.. arriverai dove devi andare. Allora Dante rinfrancato dall’incontro con Brunetto Latini dirà, in un momento di orgogliosa dignità..

“Tanto voglio che vi sia manifesto,

pur che mia coscienza non mi garra,

ch’a la fortuna come vuol, son presto.”

Che non vuol dire altro che.. sappiate con certezza, che qualunque cosa possa accadermi, io sarò fedele alla mia coscienza.. venga come vuole la “fortuna”, ovvero vita, il destino.. si manifesti come vuole. Avanti.. io sono pronto. Non mi tiro indietro. Seguirò la mia coscienza costi quel che costi, accada quel che accada.

E poi i grandi momenti di indignazione morale.. le feroci invettive, durissime contro la corruzione della Chiesa; che in quel tempo voleva anche dire corruzione e degrado dell’armonia del mondo, dovendo la Chiesa essere uno dei due Poli del Mondo, nella visione medioevale. L’altro era l’Impero. Ma l’impero era tramontato fagocitato dalla Chiesa e da una moltitudine di regni e signorie ambiziose e affamate di ricchezza. La Chiesa, per Dante, aveva tradito il mandato originario di Cristo, e quindi era diventata parte essenziale della confusione e della follia e dell’ingiustizia in cui il mondo era precipitato. E a Niccolò III, papa corrotto e punito piantato con la testa ficcata nel terreno, mentre fiamme cadono dal cielo bruciando piante e calcagni, dirà.. ma non solo a lui.. attraverso lui urlerà verso i papi e i potenti ecclesiastici del suo tempo, parole rimaste celebri..

“E se non fosse ch’ancor lo mi vieta

la reverenza delle somme chiavi

che tu tenesti nella vita lieta,

 io userei parole ancor più gravi;

 che la vostra avarizia il mondo attrista,

calcando i buoni e sollevando i pravi.

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,

quando colei che siede sopra l’acque

 puttaneggiar coi regi a lui fu visa;

(..)

Fatto v’avete dio d’oro e d’argento,

e che altro è da voi a l’idolatre,

se non ch’elli è uno e voi ne orate cento?”

La Grandezza di Dante è la capacità di vedere la Grandezza anche di chi, condannato all’Inferno, dovrebbe essere solo oggetto di scherno, biasimo e disprezzo. Invece, alcuni uomini emergono immensi, in tutto il loro valore, come il Grande Ulisse, che nella visione dantesca, diventa il simbolo, della sete umana di conoscenza e valore… e forse tutti conoscono questo citazione dal discorso di Ulisse..

 ”Considerate la vostra semenza:

 fatti non foste a vivere come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza”

 Ricordate il vostro seme, ciò che vi portate dentro.. non vivete pigri e gozzoviglianti.. sfidate il destino, i limiti.. cercate il sapere (canoscenza) e praticate il bene (virtute).

E finisco qui con la citazione dei momenti particolari. Anche perché se no questa nota la finirei a ferragosto. E poi non è importante adesso coglliere tutti i momenti di valore dell’opera. Artisticamente il meglio è raggiunto nell’Inferno, anche se momenti di grazia non mancano nelle altre cantiche, ma l’Inferno è insuperabile. Comunque, importante non è questo ora, né penetrare nelle singole storie e personaggi, e sviscerarne i sensi concreti. Ho voluto aprire un piccolo varco sui momenti migliori, per provarne a trasmetterne uno spiraglio del Respiro che li anima. Ma ciò che dico in questa nota va al di là…

LA DIVINA COMMEDIA E’ IL VIAGGIO DI OGNI UOMO CHE VOGLIA DIVENTARE UOMO. IL PERCORSO INIZIATICO DI CADUTA, RISALITA E RIGENERAZIONE. L’ETERNA LOTTA PER RICONQUISTARE SE STESSI E RITROVARE IL SENSO. E ANCHE IL DOLORE E LA SOFFERENZA PIU’ ESTREME AVRANNO UN SENSO PERCHé PORTERANNO ALLE RADICI, E SPINGERANNO AL CORAGGIO. E TUTTA LA VITA E’ IN GIOCO. E ALLA FINE SOLO L’AMORE TI GUIDERA’. E’ L’AMORE CHE DARA’ UNA FORZA SUPREMA, CHE TI PERMETTERA’ DI SALIRE TUTTO IL COLLE DEL PURGATORIO FINO AI CANCELLI DEL CIELO, DOVE CANTANO LE SCHIERE DEL PARADISO, ILLUMINATE DALLA LUCE DIVINA.

Tre sono le fasi.. INFERNO.. PURGATORIO.. PARADISO. Tre sono gli stadi.. tre i momenti.. tre le Porte sul Percorso. Un Uomo si perde, un Uomo è tradito, un Uomo cade, un Uomo ritorna. Lunghi anni di dolore, tradimento, disperazione.. per un sogno chiamato Libertà, Fierezza e Amore. E la Divina Commedia è piena di grandiosi protagonisti. Ma colui che ne è la vera star, che giganteggia incommesurabile è Dante stesso. Estremo, tragico, tenero, pietoso, violento, appassionato, sarcastico, commosso. Dante l’esempio migliore di ciò che un italiano dovrebbe essere, che un essere umano dovrebbe ambire ad essere. Un uomo capace di lotte anche solitarie, di fedeltà a progetti anche sconfitti, di perfezione, di dignità nella poveertà. Capace di coraggio e di generosità.. poeta nell’anima, inarrivabile nell’Amore. Dante è una voce, che ci parla dentro.. che ci sprona, ci incita ad essere grandi.

In teoria avrei finito, ma voglio “farla lorda” come si dice dalle mie parti quando uno esagera.. tipo ho già scritto assai, e mi starete odiando in questo momento.. :-) e sarebbe ovvio darci un taglio, ma voglio finire con un brano che scrissi tempo fa, ispirandomi a Dante.

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 ”Nel mezzo del Cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura..”

e persi tutto un giorno.. e poi mi vidi in uno specchio smarrito, e senza strada.. bloccato nella mente, chiuso nel cuore.. senza soldi e prospettive, senza strada e direzioni, senza giardini e amore.

Nel mezzo del Cammin di nostra vita mi sentii un coriandolo impazzito, e vedevo trascinarsi i giorni e sperperarsi le ore in rituali inutil e in piccoli piaceri da bottega.

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai pieno di parole, di messaggi al vento, di libri e menzogne, di illusioni sul confine delle mani. Nel mezzo del cammin di nostra vita ero un topo che giocava al principe e al bandito, un giocattolo di legno, un foglio riempito per resistere.

Nel mezzo del cammin di nostra vita il mondo mi appariva grigio e folle, le persone spente e arrese. E io un recitante, un saltimbanco.. col magazzino vuoto, la casa in bolletta, le parole stampalate.

Nel mezzo del Cammin di nostra vita mi ritrovai il cuore in pegno, nei vicoli un labirinto, i ceri senza stoppino.

“Ahi quanto a dire qual’era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura.

Tant’è amara che è poco più morte-…”

Solo polvere per le mani, timbri su carte e titoli inutili.. senza intelletto né memoria… barricato in me stesso e vigliacco E ricominciare per ciottoli e molliche, forzare la marcia per agguantare il passo, trovare segni smarriti in mezzo ai muri e rabbia rabbia .. rabbia da vendere.

Nel mezzo del Cammin di Nostra vita non avevo nulla.. né palazzi, né oro, nè sicurezza, né posizione, né intelletto, né memoria, né intuizione, né amore… Nella notte senza scampo cercavo la Musa, quando il rumore assordava fino al silenzio sentivo una Musica tra lo stomaco pieno e il digiuno una nuova Fame nei volti di tutti i perduti e i messi al palo segni di Vittoria.

 L’Amore guida i nostri passi ci raccoglie ai cigli della strada su sentieri di periferia ci insegna con madonne nella pietra il nostro sangue.

Passerò attraverso all’inferno.. Mio Virgilio, Maestro, Mentore.. Mia Musa, Amore, Visione.. Oltre l’abisso sconosciuto della Terra, dove siede la Bestia primigenia, il grande Arcangelo e più su, per il monte dei mediani, dove il passato muore, e il futuro è nebbia, fino ai cancelli del Cielo.. in Paradiso.. dove il Trono di Dio squilla le Trombe.

Ecco il mio inferno mia Musa, dammi il supremo potere dell’Amore per cercare in te la mia parte segreta, l’incanto e l’onore dei miei giorni migliori, la promessa più alta, le vertigini del cuore.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

che la diritta via era smarrita

ahi quanto a dir qualera è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinnova la paura…”

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