Born Again

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I mondi di Barbara (Vladimir Holan)

by Duncan on ott.16, 2011, under Bellezza, Poesia

Barbara Lazzarini è la cultura che si fa mano incrociata nella mano. E’ la letteratura che non resta tra i libri, ma spezza le pagine, ed esce fuori, come lievito costante di un pensiero mai reso, di una vita mai doma.

Oggi, nell’ambito della sua rubrica, pubblichiamo il suo pezzo dedicato a Vladimir Holan.

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«…Per quale varco potrò mai fuggire

l’ira infinita e l’infinita disperazione?

Perché dovunque fugga è sempre l’inferno; sono io l’inferno (…) »

(John Milton, “Paradiso Perduto”, libro IV, vv. 76-78)

 

Ci aggiustiamo a dormire, chi più, chi meno, quando la luce lascia il posto alle tenebre. Il sonno sarà forse quel tentativo di staccare con le pressioni della coscienza. Per taluni, più o meno spesso, la vigilanza resta continua e allora l’insonnia dà concretezza a quei sogni che in genere, non senza dolore, espandono la sensazione di libertà. Quando il senso di costrizione scandisce vigile ogni attimo del giorno e la sensibilità acuisce come un faro la percezione dell’oscurità, si fa strada l’eco di voci rare, come quella di V. Holan. La sua produzione è un’alchimia di parole che sa soggiogare l’uomo, il suo tempo e il suo spazio.

 

COSI’ SOLO NOI

 

Per tutta la notte hai ascoltato il vento di marzo,

il vento che mentiva, poiché qualcosa qui non c’era

e gli mancava,

il vento che si innamorò, non amò ed era quasi…

 

Così solo noi amiamo il temporaneo, il fugace,

ma in perpetuo e a un segno tale che consideriamo

anche l’immortalità esilio…

 

Nato in Boemia nel 1905, è dapprima la storia che lo costringe. Perseguirà la solitudine come un obiettivo, ampiamente realizzato, tanto che a partire dalla fine della seconda guerra mondiale non uscirà più dalla sua casa di Kampa. Il poeta murato, questa è la più consueta definizione che si dà di lui. Aver dovuto attraversare il nazismo e poi una volta fuori da quell’orrore, perdere ogni sogno e ritrovarsi nella costrizione infinita dello stalinismo, è insostenibile per lo spirito di Holan. Dunque la condizione storica che impatta sulla sua ipersensibilità, lo rende un automurato. Il suo è un rifiuto d’ essere dove l’orrore imponeva d’espandere se stesso, per continuare ad esistere. Rifiutare ogni legame, smettere di partecipare alle regole sociali, umane, divenire qualcosa d’intaccabile che non intacchi, chiamarsi fuori, astenersi dal partecipare anche solo muovendosi in quel feroce teatro della storia.

…Sono stufo ormai della vostra sfrontatezza,

 

che intride ogni cosa là dove voleva racchiudere

e non riuscì ad abbracciare.

Ma sì che verrà, una catastrofe,

che non avete potuto nemmeno sognare,

perchè privi di sogni,

Dio vuole che sia ben sentito ciò che ha inventato,

verrà la catastrofe, ai bambini ed agli ubriachi è chiaro,

soltanto dall’amore potrebbe qui ancora sgorgare la gioia, 

se l’amore non fosse passione,

soltanto dall’amore potrebbe qui ancora sgorgare la felicità,

se la felicità non fosse passione,

ai bambini ed agli ubriachi è chiaro…

Occorrerebbe vivere per essere,

ma non sarete, perchè non vivete,

e non vivete, perchè non amate,

perchè non amate voi stessi, e tanto meno il prossimo.

Ma io sono stufo della vostra villania,

e se ancora non mi sono ucciso, è solo perchè

non sono stato io a darmi la vita

e perchè ancora amo qualcuno, dato che amo me stesso…

Potete ridere, ma solo l’aquila aggredisce l’aquila

e solo Briseide il ferito Achille.

Essere non è lieve… Lievi sono solo gli stronzi…

 

 

Restano murati con lui i suoi libri, il suo onnipresente fiasco di vino, il ricordo tenero della madre, simbolo potente di una purezza immarcescibile. Holan può far male e dunque non piacere, è il cantore del silenzio, la sua lirica non smette di sanguinare, è una insonne notte eterna. Scrittore potentemente onirico, metafisico, a tratti barocco, dopo aver vestito di tenebre le sue visioni, ce le rende forgiate coi frammenti taglienti di dense parole di pietra.

 

 

Ti direi 

di quelle nuvole smaltate di rosso 

come unghia finte tolte al tramonto.

Ti direi 

di quella coperta blu 

che è mare arricciato nei miei pensieri.

Ti direi

Di quella Luna pazza 

che ride alla morte dei sogni d’innocenza.

 

Non posso parlarti di poeti assolti 

né redimerne i versi.

Anche se il paradiso fosse verità 

non vuol dire che sia vero.

Non posso dirti di alberi sfrondati dal dolore 

né di erba che cresce la speranza.

Anche se l’inferno fosse inganno 

non vuol dire che sia falso.

Ti dico solo

cibati di vita fin quando è vera 

anche se non vuol dire che sia reale

Poeta e autore di racconti, il praghese è stato tradotto da slavisti del calibro di A. M. Ripellino.

 

Per Holan “Il precario e l’irripetibile sono le certezze assiali, le leggi maggiori del nostro vivere. L’implacabile determinismo che ci governa fa dell’esistenza una kàtorga, un castigo inflitto già prima della colpa, una condanna senza riscatto. [...]La storia è per Holan un costante deturpamento della verginità e della purezza. (A. M. Ripellino.)

 

La poesia è lì, nel chiuso e infinito sentimento di noi che mai si placa. E dice in silenzio, sospirando senza fretta a passi d’eterno

 

Una ragazza ti ha chiesto 

 

Una ragazza ti ha chiesto: che cosa è poesia?

Volevi dirle: già il fatto che tu esisti, ah sì, che tu esisti, e che nel tremore e stupore,

che sono testimonianza del miracolo,

soffrendo mi ingelosisco della tua piena bellezza,

e che non posso baciarti e con te non mi posso 

giacere, e che non ho nulla, e colui che è sprovvisto di doni è costretto a cantare…

Ma non glielo hai detto, hai taciuto

e lei non ha udito quel canto…

 

(da Una notte con Amleto, Einaudi, 1966. Traduzione di Angelo Maria Ripellino.)

 

 

Holan come un nuovo Orfeo si percepisce non vivente, come il simboli dei cantori, muore nel momento stesso in cui cessa di vivere Euridice simbolo di speranza, sa che è così, sa che cantare non serve, l’istinto lo spinge a continuare a farlo, a immaginare la poesia unica forza salvifica. Gli dei dagli inferi godono della sua musica e lo chiamano al dolore. Nulla trattiene la sua tenace resistenza, prova  a battere il fato, dio degli dei, va a calarsi nell’oscurità, per stabilire patti ingiusti, per svendere versi e canto in cambio di nulla. Il poeta poi sale e s’inerpica, sa che nell’ordito del patto, trame oscure celano inganni, la luce si scorge, il fato s’insinua oltre il regno sull’ombra, e lui verso Euridice si volterà sempre.

Non è la sfiducia in lei, è l’ombra che s’allunga imprevista quando pare di vedere la luce.

 

GIÙ PROFONDO

 

Fra stelle e parole non mancano contatti…

Ma giù profondo di fronte alla colpa ereditaria della morte,

lì dove donne nell’averno spalancano l’amore

che un semplice sussurro profana,

all’amante sono serve le ali, ai

genii il serpente...


 

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I mondi di Barbara (Osip Emil’evič Mandel’štam)

by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana, Simbolo, politica

Eccoci a un altro appuntamento con la “I mondi di Barbara”, una rubrica che è una delle colonne principali di questo Territorio per Anime Pazze e Libere chiamato Born Again.

Barbara Lazzarini in questo spazio ci porta in altri mari rispetto alla cultura digerita e premasticata, e poi ingurgitata come fosse puro materialato.

Questa cultura si incarna nell’uomo e diventa incandescente percorso narrato, che della Libertà fa un pezzo di pane, che passa di mano in mano, rendendo chiunque mangia, più libero.

Il pezzo di Barbara che oggi pubblichiamo è uno a quelli a cui io tengo di più in assoluto. Il protagonista è un Gigante..Osip Emil’evič Mandel’štam.

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Osip Emil’evič Mandel’štam è un grandissimo poeta, una delle figure più importanti del Novecento letterario. Vittima, come moltissimi altri grandi artisti, delle “Grandi purghe staliniane”. Nasce nel 1891 a Varsavia da una famiglia ebrea, si trasferisce in Russia e trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Pietroburgo. Affronta studi intensi di filologia romanza e germanica che gli serviranno per studiare i grandi italiani come Cavalcanti, Petrarca, Dante, ecc.. successivamente insieme all’Achmatova e al di lei marito, fonda il movimento acmeista ( i migliori) in contrapposizione ai versi oscuri dei simbolisti russi propongono la chiarezza e la praticano perfettamente. Scrive in prosa e in poesia, molto importante, per il taglio originale che esce del Nostro più grande poeta, il suo saggio “Conversazione,(o discorso) su Dante”. Quello per la nostra lingua è un amore intenso, Mandel’stam la definisce “la più dadaistica delle lingue romanze”, pensate che Cristina Campo, raffinatissima traduttrice, l’italiano lo definiva “lingua di marmo”, lingua che se ne sta lì come un blocco pronto per essere scolpito, è irriducibile marmo che cela la forma affinchè ne sia estratta. C’è una sorta di incontro elettivo con Dante, prima di lui con Cavalcanti, in effetti il vero avanguardista dell’era volgare, quello che sdogana il pathos, con lui finalmente si può parlare di sofferenza carnale nell’amore, lo fa lui per la prima volta con durissime parole e sintassi complessa, lo farà Dante nelle famose e bellissime “Rime petrose”

…e torna la pietra a forgiare la nostra neolingua di parole che sanno tagliare e sono tagliate.

E’ mi duol che ti convien morire

per questa fiera donna, che nïente

par che piatate di te voglia udire.

I’ vo come colui ch’è fuor di vita,

che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia

fatto di rame o di pietra o di legno…(Cavalcanti)

Canzon, or che sarà di me ne l’altro

dolce tempo novello, quando piove

amore in terra da tutti li cieli,

quando per questi geli

amore è solo in me, e non altrove?

Saranne quello ch’è d’un uom di marmo,

se in pargoletta fia per core un marmo.(Dante)

 

Quando M. entra nei regni danteschi e prende a parlare della Divina Commedia, il suo approccio critico davvero è inconsueto. Di lui dicono che fosse un tipo strano, sempre in movimento, incapace di starsene seduto, frenetico, con il pensiero altrove, esiliato ai comuni mortali. Questa sua stessa condizione esistenziale d’esule lui rinviene in Dante, quella stessa foga del moto vorticoso di versi pietra che generano la più grande delle lingue; per Mandel’stam Dante “DANZA”, muovendosi nella musica dei versi, versi come orchestre sinfoniche. Ancora nel “discorso su Dante” scrive: “Dante è un maestro dei mezzi poetici, non un fabbricante d’immagini. E’ lo stratega delle metamorfosi e degli incroci” e quando si sofferma sull’analisi del canto del conte Ugolino scrive : “I canti danteschi sono le partiture di una speciale orchestra chimica”.

Osip M. è un grandissimo esperto di musica, fa paragoni con Bach, la musica è per lui segnale di vita e afferma che la poesia deve seguire regole più severe come quelle delle partiture:”Questa è la legge della materia poetica, materia che è convertibile e sempre in via di convertirsi, che esiste solo nello slancio dell’esecuzione“.

Mandel‘stam ha affermato: “prima compongo, poi scrivo“.

Si legga la seguente poesia dal confino forzato in cui viene relegato per motivi politici:

Lei non è dal suo mare ancora nata,

lei è musica ed insieme parola;

è il legame che mai si potrà sciogliere

fra tutto ciò che vive nel creato.

Delle onde respiran calmi i seni,

ma un chiarore impazzito il giorno illumina,

e stanno i lillà scialbi della schiuma

dentro un vaso color celeste-nero.

Acquistino le mie labbra, recuperino

la mutezza lontana, primordiale,

simile a una nota di cristallo

che vibra, fin dal suo nascere, pura!

Rimani quel che sei – schiuma, o Afrodite,

tu, parola, rifluisci in musica,

vergognati del cuore, o cuore, fuso

con l’elemento primo della vita!

La storia della dittatura sovietica s’incrocia con quella dell’artista già inviso al regime quando una sera recita questa poesia tra amici:

Noi viviamo senza avvertire sotto di noi il paese,

i nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza,

ma dove c’è soltanto una mezza conversazione

ci si ricorda del montanaro del Cremlino.

Le sue grosse dita sono grasse come vermi

e le sue parole sicure come fili a piombo.

Ridono i suoi baffi da scarafaggio,

e brillano i suoi gambali.

Intorno a lui c’è una masnada di ducetti dal collo sottile

e lui si diletta dei servigi dei semiuomini.

Chi fischietta, chi miagola, chi piagnucola

se soltanto lui ciarla o punta il dito.

Come ferri da cavallo egli forgia un ukaz dietro l’altro,

a uno l’appioppa nell’inguine, a uno sulla fronte,

a chi sul sopracciglio, a chi nell’occhio.

Non c’è esecuzione che non sia per lui una cuccagna…

Qualcuno si fa delatore, Mandel’ stam non saprà mai chi sia stato, né perché lo abbia fatto, tuttavia il “controrivoluzionario” viene arrestato, ha con sè solo una copia della Commedia. Ha così inizio un percorso di inaudita sofferenza fisica e psicologica che lo condurrà alla morte nel lager di Vladivostok nel ‘38

Su di lui Viktor Erofeev afferma: “Osip Mandelshtam scrisse i versi politici più coraggiosi e più riusciti di tutta la storia della letteratura russa. È un record. Quel proiettile di poesia diretto contro Stalin (…) è di una precisione micidiale”.

E’ nella durezza della prigionia che l’ansia genera poesia, la tensione del dolore si fa morso dilaniante che lo consuma eppure Osip non vuole smentire la sua vocazione d’uomo, compone, le parole risuonano tra soprusi fango e gelo, la sera ai suoi compagni di sventura recita Petrarca, prima in italiano e poi in russo, chissà quale fantasma porta l’arte a superare ogni bruttura, l’otium sereno delle Rime italiane a consolarlo, il sogno di un raccoglimento letterario negato…

Qui di seguito riporto alcune liriche dal campo di detenzione, furono preservate e poi date alle stampe dalla moglie Nadezda, che aveva imparato a memoria questi e numerosi altri testi poetici del marito.

Lo dico in brutta copia, a voce bassa,

ché non è ancora venuto il momento:

il gioco del cielo irresponsabile

si attinge col sudore e l’esperienza.

E sotto il cielo dimentichiamo spesso

- sotto un purgatoriale cielo effimero -

che il felice deposito celeste

è una mobile casa della vita” (9 marzo 1937)

“Io mi porto questo verde alle labbra

questo vischioso giurare di foglie -

questa terra che è spergiura: madre

di bucaneve, aceri, quercioli.

Mi piego alle umili radici, e guarda

come divento insieme cieco e forte;

non fa dono, il risonante parco

di una sontuosità eccessiva agli occhi?

E – palline di mercurio- le rane

con le voci s’agglomerano a palla;

i nudi stecchi si mutano in rami

e in lattea finzione il vapore dell’aria (aprile 1937)

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Per un pugno di semi

by Duncan on lug.03, 2011, under Controinformazione, Resistenza umana, Simbolo, politica

Per un pugno di semi

“Nulla di ciò che è vivente è brevettabile, neppure in parte”

Questa affermazione, che rincontrerete nei punti finali del testo che leggerete, dovrebbe essere scontata. Dovrebbe essere evidente. Moltissimi di noi non verrebbero neanche sfiorati da un pensiero diverso.

E invece non è così evidente per molte realtà economiche, mediatiche, politiche ed istiuzionali.

E la manipolazione della vita e la brevettazione del “materiale” vivente” è diventato uno dei grandi territori che segneranno il tempo prossimo venturo.

Il testo che leggerete non è sempre scorrevole e limpido, ma porta in sè domande potenti.

Non è un “discorso” solo sui semi…

I semi non sono quegli affarini picolissimi con cui potete riempirvi le mani.

I semi rappresentano una delle architravi della stessa sussistenza alimentare su questo pianeta.

Chi controlla i semi, controlla il cibo. Chi controlla il cibo acquisisce su intere collettività un potere che farebbe impallidire quello delle antiche satrapie orientali.

La manipolazione del vivente è strumentale ANCHE (e soprattutto) allo scopo delle brevettabilità del materiale manipolato.

Una volta, ad esempio, che si saranno create varietà genticamente manipolate (OGM) di Mais, le corporation internazionali che hanno il brevetto su quelle varietà manipolate (ad es.. la Monsanto) cercheranno di fare propagare quella tipologia di mais. Perchè quel mais è nelle loro mani. Se tutte le sementi attualmente essitenti fossero sementi geneticamente manipolate, in pratica la catena alimentare, per tutto quello che deriva dalla semina, maturazione,ecc.. e successivi procedimenti di elaborazione.. sarebbe nelle mani delle corporatione alimentare.

La lotta per i semi non è una battaglia di poche comunità integraliste di contadini, quindi. E’ una lotta per la democrazia prossima ventura. E si intreccia con altri piani e con altre lotte, in una sovrapposizione di livelli, sul piano orizzonta, e sul piano verticale.

L’articolo che leggerete tenta di mostrare “qualcosa” di tutto ciò, andando anche oltre lo stesso discorso dei semi.

E’ la riscoperta e la valorizzazione di un sapere comunitario che è in gioco, di un patrimonio collettivo che va oltre il diiritto e deve porre limiti al diritto. Arrivo a dire che il diritto è legittimo se non mette a repentaglio questo sapere comunitario e le relazioni di vita che esso stesso istituisce.

Il succo è che la proprietà comunitaria delle sementi, ma anche dell’acqua, e altri patrimoni originari non devono essere “concessi” dal diritto, il diritto deve “riconoscerli”, inchinandosi a ciò che rende legittimo il diritto e nè da valore morale, il rispetto della sovranità della vita nel suo manifestarsi.

E’ una lotta per una democrazia non limitata al piano istituzionale governativo.

Una lotta per i saperi comuni, per i beni comuni, per gli spazi condivisi, per i “territori franchi”, emancipati dal mercantilismo più esasperato, e dal codice del profitto, dalla dinanica dello scambio azionario perenne. Non è né liberismo, nè comunismo. I vecchi molochi ideologici sono alberi secchi, germe sterilizzante. E’ un pensiero più antico della ruota e più innovatore delle autostrade telematiche.

La terra appartiene ai popoli. La cultura sociale non deve essere sottoposta ad autorizzazioni e controlli.

La conoscenza va condivisa e deve scorrere senza limiti.

L’economia è solo uno strumento e deve inchinarsi a valori superiori.

I leader devono servire non comandare.

E la vita non è brevettabile.

Vedete a cosa si arriva da un pugno di sementi..

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Tratto da

“NUNATAK

Rivista di storie, culture, lotte della montagna”

SCAMBIO DI SEMI E DIRITTO ORIGINARIO

Parto da un’affermazione poco nota sulle varietà di fruta, ortaggi e cereali: le varietà in natura non esistono. In natura esiste la specie,  i loro selvatici, le declinazioni locali delle specie (“ecotipipi”) che nei diversi luoghi, in risposta al terreno e al clima di quei luoghi, hanno evoluto forme e comportamenti particolari; ma le varietà, come le conosciamo oggi (la mela Renetta, il frumento tenero Gentil Rosso, la carota di Nantes…) sono quasi sempre il risultato di un lento  processo di selezione, addomesticazione e trasmissione atto da contadini e agronomi nel tempo lungo delle generazioni, e questo risultato richiede decenni, qualche volta secoli, di lavoro anonimo, svolto nella condivisione dei saperi e delle pratiche comuni a un territorio esteso quanto quello di una parrocchia o di una famiglia. In altre parole, le varietà sono un prodotto  del tempo e della cultura di un luogo e di una comunità, sono quasi un manufatto. Se si escludono  quelle prodotte  dai genetisti, quelle ottenute per ibridazione o per mutazione indotta, se si escludono, insomma, quelle più recenti, prodotte a partire dalla prima metà dello scorso secolo, tutte le altre varietà, quelle tramandate (dunque “tradizionali”), non hanno un autore, un “costitutore”, non hanno cioè qualcuno che ne possa vantare  un diritto esclusivo di proprietà e di uso. La titolarità sulle varietà tradizionali può essere riconosciuta solo nei confronti della compresenza di chi, in quel luogo e in quella comunità, è vissuto e vive, perchè, poco o tanto, solo costui è cotitolare dei saperi condivisi e delle pratiche che sono servite nel tempo per selezionare e addomesticare la loro forma, il loro comportamento e il loro gusto, cioè per fare loro assumere le caratteristiche che le rendono riconoscibili e particolari.

La mela Cavilla, l’uva Lumassina, il mais Ottofile e il cavolo Gaggetta, essendo il risultato di un lungo processo  di adattamento e conformazione, non hanno un autore certo. Queste varietà possono solo avere una moltitudine di coautori, comunque non un proprietario; e se qualcuno  ne rivendicasse diritti esclusivi commetterebbe un atto abusivo e giuridicamente on riconoscibile se non per effetto di una norma bizzarra, inconsapevole o prepotente; sono invece patrimonio collettivo, non di tutti in mondi indifferenziato, della nazione o dell’umanità, ma di una comunità legata a un territorio, quanto grande o piccolo non è rilevante. La conservazione ripetuta nel tempo e la consuetudine ne hanno fatto oggetto di diritto comunitario, un diritto che di fatto non esisste più, e non è né privato né pubblico, perchè non possono appartenere neppure allo Stato o alle sue emanazioni territoriali che amministrano il patrimonio pubblico, e sempre più spesso  lo fano come se fosse una particolare forma di proprietà privata. Così, tutto quello che è stato oggetto di diritto comunitario, cioè delle comunità (normalmente territoriali) – si pensi agli usi civici – è soggetto ad  una progressiva erosione e, come scoria del passato, pare destinato, prima all’esclusione dalla percezione e dalla consapevolezza comune e, successivamente alla totale scomparsa.

Questo punto merita una particolare attenziona: a dispetto di ogni strabismo giuridico, gli ambiti comunitari tuttora esistono – hanno a che fare con le risorse necessarie per a sussistenza degli appartenenti a una comunità e con il patrimonio simbolico  costruito nel tempo da quella comunità, fatto di spazi, feste, riti, forme ed espressioni della cultura condivisa e vernacolare – ma non si percepiscono più come tali: solo solo usciti dall’orizzonte della percezione  e del linguaggio comuni, e questa uscita è la premessa per la loro definitiva scomparsa nella disattenzione e nel silenzio.

Piccoli esempi presi qua e llà nel deposito della memoria. La strada è, ed è sempre stata, spazio dell’incontro e, nell’immediatezza delle cose, quasi estensione  dello spazio abitato. Pare normale – e anche nelle città lo è stato fino a non molti decenni fa - che le persone possano mettere la sedia fuori casa per conversare o fare nulla. Ma non posso dimenticare il vigile che a Genova, una trentina di anni a,  in una strada pedonale del centro storico, si era avvicinato a una donna seduta fuori casa vicina al suo uscio per domandare se,  per la sedia, avesse pagato la tassa  di occupazione del suolo pubblico. In quel momento  ho iniziato a capire che lo spazio pubblico e quello comunitario non sono la stessa cosa.

Ancora: organizziamo una festa e suoniamo e balliamo con musica che abbiamo inventato o con la musica popolare, quella ereditata per tradizione, quella di autori tutti ignoti o, proprio come le varietà agricole, di autore collettivo. Anche in questo caso dobbiamo pagare  una gabella allo Stato attraverso la sua agenzia, SIAE, che impone una tassa sulle feste accompagnate dalla musica con la ragione dei diritti d’autore: e non conta nulla che la musica sia inventata sul momento o che gli autori non ci siano e, intesi singolarmente, non ci siano mai stati, e neppure che nessun diritto d’autore sarà pagato a nessuno. Andando così a spaglio, cosa potremmo dire della legge per incentivare gli “agricoltori custodi”, pubblicato dalla Regione Toscana pochi anni fa, che prevede un contributo  in denaro per chi mantiene e moltiplica  varietà tradizionali a condizione che i semi siano consegnati  alla banca dei semi indicata dallla stessa Regione senza possibilità di redistribuirli tra gli stessi coltivatori se non sotto vincolo di riconsegna. In questi pochi esempi così eterogenei, si reisce a riconoscere la distanza tra cosa è “pubblico” e cosa è “comune”?

Torniamo alle varietà tradizionali che, abbiamo osservato, sono oggetto di una titolarità comunitaria e come tali non dovrebbero esssere brevettabili, appropriabili da nessuno, neppure dallo Stato e dalle sue emanazioni. E i semi e i materiali da propagazione di quelle varetà si possono fare circolare liberamente? Pare banale rispondere “sì”, eppure, grazie a una direttiva europea (98/95) e alle sue interpretazioni più restrittive, dal 2000 è stato necesssario iniziare a fare una azione di pressione – che dura ancora oggi  – nei confronti del Ministero delle Politiche Agricole per sostenere che, malgrado qualunque direttiva o legge conseguente, debba essere riconosciuta (non concessa!) ai  coltivatori la libertà di scambio delle sementi delle varietà  da loro riprodotte, tanto più se si tratta di varietà tradizionali, tanto più se la produzione di quelle sementi avviene entro l’aerea di tradizionale difusione e coltivazione di quelle varietà.

La ragione portata avanti vive all’interno di una duplice argomentazione.

1- Le varietà tradizionali sono prodotto delle comunità locali e oggetto della loro titolarità collettiva che, al pari di un uso civico, non può esssere alienata, abrogata, appropriata né limitata.

2- Lo scambio delle sementi è una pratica consuetudinaria che nella cultura e nell’economia rurale si svolge in modo corrente secondo un costume consolidato e risale a un tempo che precede la memoria collettiva (in parole più chiare si direbbe: è così “da sempre”.

A questi due punti potremmo aggiungerne un terzo. Tutto ciò che ha a che fare con le pratiche di sussistenza è parte di un ambito pregiuiridico che logicamente precede e fonda ogni legge – perchè una legge che neghi i diiritti legati alla sussistenza è, o dovrebbe essere, impensabile e in sé contraddittoria -, e lo scambio delle sementi è senza dubbio un elemento che rinvia all’autoproduzione del cibo e, dunque, alla sussistenza; alle sementi e alla confezione del proprio cibo potremmo aggiungere ciò che riguarda la generazione dei figli, la possibilità di curarsi se e come si desidera, il riparo da reddo e maltempo, e altro ancora.

Lo stesso valore pregiuridico è quello che dovrebbe essere riconosciuto – perchè la sussistenza comunitaria e di qualunque formazione sociale è presupposto logico di ogni norma che ne regoli il funzionamento – a ciò che riguarda le risorse delle comunità e il loro patrimonio simbolico, che normalmente sono autoregolati e fissati per tradizione orale, prima che scritta, attraverso la consuetudine e il costume. E in questo ambito troviamo le comunanze (commons) e l’accesso alle risorse rinnovabili, il loro uso collettivo, ripetibile e non erosivo.

Tutti questi non sono diritti, né vecchi né nuovi, perchè non sono corrispettivi per ciò che è dovuto, vengono prima dei diritti: sono uno spazio originario, sono premesse del diritto e come tali devono essere riconosciute inviolabili e non assoggettabili ad altre limitazioni o riserve oltre alla necessità che la loro espressione non possa danneggiare, prevaricare, o limitare le altrettanto sacrosante facoltà elementari di altri di agire per assicurare la sussistenza per sé, la propria famiglia, la propria comunità. La sussistenza, nulla di più. Se esiste un ambito pregiuridico, r iguardante la sussistenza e le comunanze, che logicamente precede  la formazione del diritto, esiste anche un ambito ultragiuriico che ontologicamente supera lo spazio del diritto, e questo è l’ambito del sacro e di ciò che si riconosce come tale, come la vita.

Torniamo alla perdita di percezione delle comunanze che nel tempo porta al loro disconoscimento e alla loro scomparsa tra l’inconsapevolezza e l’indifferenza. Oggi, dei semi si occupano i  frigoriferi delle banche del germoplasma, delle feste gli assessorati alla culura o le istituzioni preposte all’animazione del “tempo libero”, della salute le istituzioni sanitarie, del sapere condiviso e comune la scuola e la televisione, della bontà del cibo le ASL. Della vita in generale, si occupano gli esperti di ogni genere: l’istituzionalizzazione delle comunanze corrisponde al passaggio dalle forme comunitarie di partecipazione diretta ai meccanismi elettorali delle democrazia delegata. Si confonde il comune con  il pubblico, la partecipazione con la delega: il trucco è lo stesso, ed il risultato è che nel tempo lle comunanze diventano invisibili, fino  a quando  si può dubitare che siano mai esistite, e “partecipazione” diventa parola vuota, ornamento e alibi per addolcire forme di controllo del consenso.

Prima che le comunanze scompaioano del tutto è necessario  riafferrarle e riaprire la morsa tra lo spazio normativo pubblico e privato perchè  i beni comuni siano riconosciuti tali e siano resi indipendenti dalle ingerenze e intromissioni statali. E d’altra parte è necessario segnare, sul confine del sacro e dell’ambito di sussistenza, l’orizzonte invalicabile del diritto perchè anche oltre questo confine valga un principio di astensione, di non competenza a legiferare.

Nella pratica delle scelte, per riaprire  la morsa tra pubblico e privato, si potrebbe cominciare da pochi primi interventi e affermare in generale, che..

L’acqua, l’aria, la terra e le sementi, i luoghi considerati sacri da chi li abita e li vive per il culto e la preghiera, gli spazi comunitari, i saperi condivisi, la linngua madre gli usi tramandati, le scelte partecipate, le soluzioni in armonia con il senso comune, le consuetudini e le pratiche locali sono patrimonio comune, ne è titolare chi è vissuto, vive e vivrà nell’ambito comunitario che li riguarda; l’accesso ch e se ne ha  non può ledere le facoltà di accesso di nessun altro che ne sia titolare; tutto quanto è patrimonio comune, non si può cancellare, vietare, limitare, dividere, manipolare contronatura, vendere, modificare, usucapire, appropriare, violare, brevettare, rinunciare, delocalizzare, privatizzare, istituzionlizzare. E tutto questo  non può riguardare neppure cosa vive alle radici della vita, nell’ambito del sacro: così anche le persone e, più in generale, gli esserei viventi e i loro geni.

Oppure, per offrire alcuni esempi particolari tra i molti possibili, che:

1- Chi coltiva un appezzamento di terra, qualunque sia la sua dimensione, per l’autoconsumo familiare e per la vendita diretta e senza intermeiari, pià liberamente: trasformare e conezionare i prorpi prodotti nell’abitazione o nei suoi annessi, attraverso le attrezzature e gli utensili usati nella consueta gestione domestica; e vendere i propri prodotti agricoli (comprese le sementi autoprodotte), alimentari e artigianato manuale ai consumatori inali, senza che ciò sia considerato atto di commercio.

2- Le feste di paese e quelle comunitarie, la musica tradizionale e i balli popolari senza autore nato, sono liberi da permessi e atuorizzazioni amministrative, non sono assoggettabili alla normativa sul diritto d’autore né ai controlli o alle competenze della siae.

3- I diritti di uso civico sulle terre demaniali, comunitarie e frazionali non possono essere modificati, liquidati, sospesi o trasferiti; e restano nella disponibilità delle comunità che hanno diritto ad accedervi. Le terre soggette ad uso civico e i beni frazionali on possono essere vendute, alienate, edificate, né essere soggette a cambio di destinazione.

4- Le varietà tramandate di ortaggi, frutta e ceereali sono bene comune, la loro titolarità appartiene alle comunità locali dove nel tempo sono state selezionate, addomesticate e conservate e in nessun modo appropriabili o brevettabili.

5- Nulla di ciò che è vivente è brevettabile, neppure in parte,

E così di seguito per dieci, cento o altri mille punti.. Semplice no?

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ISTINTI, SESSUALITA’ E CULTURA

by Duncan on apr.30, 2009, under Resistenza umana

desiderio

Esiste una opinione che ha dalla sua molta raffinatezza e arguzia intellettuale. E gode di crescente consenso. Ma non da adesoo. Da anni. E ha dalla sua la ribellione alle catene del pregiudizio e della ghettizzazione biologica. Ha l’effervescente solletico delle bollicine. E soprattutto suona bene. Fa un bel pò di piazza pulita e va al sodo. Come piace a noi,
“tirane fuori un’altra Jack! Un’altra birra fredda e non rompetemi!”..:-)
Sembra un cantico di libertà. E chi la fa sua è a volte quanto di più splendidamente umano ho incontrato. Eppura, non la faccio mia. Non più almeno, se mai possa averla fatta in fassato. E’ radicalmente decostruttivista, cubista e dadaista. Spiazza via in modo raffinato il senso comune. Ma è anche insapore secondo me. Segue il mito della scelta totale, ma si guarda sempre dinanzi  sé, o sopra, sotto e dentro come solevano fare i ricci di mare. Equalcuno mi dirà che i ricci di mare non guardano proprio. Ma forse non avete visto i “miei” ricci di mare. Sono una specie tutta a sè, frutto dei miei esperimeni in laboratorio con ricci terrestri e organismi tricellulari con ipercomponente azotata di Ganadesh, oltrela quarta luna di antimateria di Plutone.
Cosa dice la tesi in questione? Ci vogliono davvero pochissime parole. Che le nostre predilezioni sessuali sono cultura. Ossia esclusivamente APPRENDIMENTO.  Che tra l’essere attratti da una donna o da un uomo la differenza la fa il “contesto”, quel cerchio di valori, tradizioni, pressioni sociali, superio appresi e veicolati, modellame di riferimento, religiosità diffusa e quant’altro.. che per sbrinare il frigo con un colpo e darci una mossa siamo soliti appellare “contesto”. Nel senso più lato di intende.
La tesi è quanto di più seducente ci possa essere.  E prometeica al tempo stesso. E irresistibilmente liberante, come un turbo compressore o una di quelle macchine per sbaraccare vecchie case e palazzi. Non vi suona bene al sentirla? Tutto è appreso. Uomini, donne, la cultura di riferimento, il marchio da bovino genitoriale, le ossesività religiose, la cappa del conformismo ci imprigionano la mente e dicotomizzano il giusto e lo sbagliato, e veicolano la dinamica dei desideri, e degli impulsi, verso canali “accettabili” e “accettati”.
Queste tesi godono di una certa simpatia liberalradicalprogressista.Perché sono utili a tutto quel mondo sessualmente “differente” che per secoli, fino ad oggi, ha “goduto” di trattamenti squalificanti, e di marginalità imposta dalla morale dominante. Il potenziale liberatorio insito in tesi del genere le fa sovente criticamente accogliere. Ma questo non necessariamente le rende reali e condivisibili. Ideologia e Gnosis, conoscenza, sapere, Sophia, tutto è irrimediabilmente avviluppato; così come le emotività e le prospettive di valore. E siamo tutti toccati dal nostro mondo, dalla nostra storia, dai legami di sangue, dalle visioni del futuro, dalle sottotraccia urlanti vene aperte della storia per non essere di volta in volta aperti a prescindere, come chiusi a prescindere.
Bisognerebbe distinguere ancora prima. Distinguere come per ritracciare e ripitturare l’asfalto e dare chiare lettere al non detto. Per dire che dire una cosa non vuol dire negarne diecimila altre. Che una affermazione e visione può coesistere con altri di segno opposto. E che anche se una mia tesi è condivisa da mondi pregiudizialmente connotati e portatori sani di discriminazione e ottusità non per questo io devo essere accumunato a quei mondi; e non per questo la tesi deve essere aprioristicamente liquidata. Molti ragazzi di Forza Nuova sostengono la causa del Tibet, anche per “andare in culo (sto citando) alla Cina”, vista come fortezza “comunista” (in realtà si tratta di un regime frankestein che incorpora in sé anche il capitalismo più sfrenato)… ma questo toglie di una virgola il valore della causa del Tibet?
Torniamo a noi. Sto negando le influenze parentali, religiose, sociali, culturali nel modo di intendere e di vivere la sessualità?
Non mi sognerei mai di farlo. E fatto è che storicamente alcuni popoli e società hanno considerato l’omosessualità accettabilissima, in taluni casi addirittura un segno di “distinzione” sociali. Altri l’hanno avversata frontalmente, fino a fare di omosessuali e lesbiche capri neri oggetto di disprezzo nel migliore dei casi.
E anche singolarmente, il tessuto di rapporti in cui cresciamo incide sul nostro modo di “immaginare”, “sentire” e “vivere” il sesso.
E, in questo andante a mezzo passo di chiarezza, se dubbio vera lo dissolvo qua.. non c’è né ci può essere da parte mia declassamento della realtà omosessuale, categorizzazione e giudizio “limitatorio” di tutti coloro che hanno un’altro orizzonte nel vivere la sessualità. Ma queste premesse non vogliono dire fare proprio, fare mio l’assunto originario, quello per cui l’istinto sessuale e il modo di viverlo è fondamentalmente generato dal contesto. Che, ossia, è “cultura”.
Questa posizione che in senso più latamente ideologico è fatta propria dalle avanguardie Radical e liberal (specialmente radical) mira a una completa destrutturazione del dato biologico, prima scrutandolo dietro le lenti del riduzionismo, e poi rendendolo apparato cognitivamente veicolato ed inquadrato nelle trame e nellìordito del superio e delle spinte, consolidatesi nel tempo, della pressione sociale coi suoi corrolari morali.
Spogliamole belle nude le tesi, belle nude come piacciono a noi. Che non ci accontentiamo delle frasi fatte né della “figura” che facciamo a proclamarle. Ma le vogliamo belle nude, per sentirne il portato, il sapore, il succo che lasciano. Tutto è intelligenza, scelta razionale e cultura? L’homo rationalis, cresciuto a Cartesio, Newton, Kelsen, filosofia analitica e liberalismo scettico ci andrebbe a nozze con tali assiomi. Ma, ripeto la domanda.. tutto è cultura?
Possiamo sostenere che il discrimine tra il fatto che mi piaccia una donna o mi piaccia un uomo sia solo culturale?
E quindi che basta che cambi il mio “contesto” (di nascita, apprendimento, ecc.) e avrei gusti differenti?
E quindi, perdonatemi se scavo, il legame uomo-donna, l’accendersi, l’innamorarsi etero, l’attizzarsi, le fantasie, gli istinti polarizzati, tutto fondamentalmente costituirebbe una impalcatura eficata su un costrutto culturale, condizionante e manipolatorio?
Sarebbe stucchevole andare a confrontare gli esempi concreti che vengono posti. E far vedere che se ci sono casi, come l’antica Grecia, in cui l’amore “alto” era essenzialmente “inter homines” e la donna era una banca del seme, utile fondamentalmente soprattutto per la perpetuazione della specie (anche Platone descrive i grandi compagni di dialogo di Socrate come allietati fondamentalmente da giovani.. maschi..).. nella gran parte di tutte le altre società, nello spazio e nel tempo, l’attrazione eterosessuale, uomo attratto da donna, donna attratta da uomo, è stata largamente prevalente. Che questo è avvenuto anche presso tribù infinitamente liberali nei rapporti sociali, e prive di quei classici meccanismi di pressione, biasimo, senso di colpa e sistema premio che caratterizza di frequente il superio. E che anche molti uomini abbandonati e vissuti allo stato brado per decenni provavano improvvisi afflussi emotivi e istintuali al vedere esseri femminili.
Questo era solo per accennare. Ma questa non è la sede per un dibattito antropologico. Giusto per dare l’idea che tutto non sia così scontato come di solito ci viene rappresentato o ci piace vederlo. Che tra l’ideologia, qualunque essa sia, e ciò che concretamente avviene ci siano distanze, meridiani non perfettamente combacainti, il dato nudo e crudo di un mondo reale, pulsante, terreno, che ci sfugge tra le mani, e riproduce se stesso, tra ossimori e vita al mercato, pugni sul muso, corpi e sensi che si cercano.
La tesi radicalliberal della vita sessuale intesa, nel suo esplicarsi, fondamentalmente come cultura determina una eterogenesi dei fini.
Perseguendo la somma libertà della scelta, l’infinità espansività della mente nel determinare il biologico, approda (anche) alla definitiva malleabilità dell’essere. Humano e tabula rasa diventano,ne consegue, inscindibili. Tutto ciò che è umano sarebbe anche infinitivamente manipolabile. Non stupisce allora come tra le avanguardie radicali “consapevoli” spesso si riscontri un culto fedeistico e totemico della ricerca e della scienza. Il fastidio malcelato per tutto ciò che, anche vagamente, richiami ad una “natura” umana da preservare. La frequente sottovalutazione di tutti le possibile derive manipolatorie della sperimentazione genetica. Per loro il problema nenache si pone, perché non c’è nulla che possa essere manipolato. Dato che ogni riferimento a una intangibilità e identità dell’essere è connotato, ai loro raffinatissimi olfatti da tartufo, da puzzo di ontologismo.
Che poi nove bersagli su dieci contro cui si schierino possiamo noi trovarli anche condivisibili, non toglie che in questi pensatori “consapevoli” vi sia una visione riduzionisticorelativistica di fondo.
Questo sfugge spesso invece ai molti che fanno propria una singola tesi, affascinati solo dal portato liberatorio che essa rivela. La totale libertà nel decostruire il biologico porta, inevitabilmente, dicevamo, alla infinita manipolabilità. Non vi sarebbe nulla di intangibile, di sacro, di intrinsecamente degno di valore nelle specie e nel singolo essere. Da qui si può dire che l’embrione è solo un “grumo di cellule” e non “potenzialità di vita” e che gli Ogm non presentino alcuna problematicità etica.
Ma l’essere è infinitamente manipolabile? La natura è esclusivamente una tabula rasa?
Voler evadere da ontologismi da ancient regime e dalle strumentalizzazioni dogmatiche per arrivare al furore iconoclasta che lascia l’Essere nudo, perché in niente più crede se non in specchi che riflettono altri specchi.. è vera conquista? Vera elevazione? Vera evoluzione? Vera libertà?
Quando Levinas faceva dell’Altro, del Tu, che inesorabilmente mi interroga con la sua Presenza e mi costituisce nell’atto dell’Incontro; sicché Io non sarei pensabile senza quel concreto Tucon cui di volta in volta mi trovo a entrare in relazione..naturalmente dava un valore intrinseco a quel Tu.
Se io dico che un bambino è sacro, faccio qualcosa di più che “individualizzare” una prospettiva di utilitarismo sociale per la quale se si trattono i bambini con crudeltà e si abusa di essi tutta la società né soffrirebbe e andrebbe in decadenza, e a quel punto per essere coerente devo proiettare sul “singolo” bambino la matrice generale del principio utilitarismo.. No! Io sto dicendo che quel bambino è sacro. Indipendentemente da un più ampio gioco di interessi e conseguenze. Dico qualcosa di più. Parlo, riconosco e ACCEDO all’Essere di quel bambino. Lo riconosco Sacro. Gli dò un Valore intrinseco.
E se qualcosa posso considerarla ammantata di sacralità.. se ad essa posso dare Valore.. non posso più fare mia una prospettiva puramente manipolabile e culturale dell’esistenza.
Ma, torniamo a paralare concretamente di sessualità.
Pane al pane e vino al vino, come si fa quando ci si trova tra amici ecompagni di brigata.
Cosa sostengo io?
IO SOSTENGO, E LO SOSTENGO CON TUTTO ME STESSO, CHE L’ISTINTO E L’ATTRAZZIONE SESSUALE TRA I SESSI NON SIA UN DATO PURAMENTE
INTELLETTUALE E CULTURALE.
SOSTENGO CHE NON SIA UN DATO NEUTRO INFINITAMENTE PLASMABILE E RICONFIGURABILE.
La biologia, il nostro corpo intriso dei propri istinti e pulsioni ha un suo “senso”, fa parte del gioco insomma. Se anche volessimo porla su un piano puramente spirituale; potremmo però considerare che lo Spirito fa un Viaggio su questa terra, e fa un viaggio con questo corpo. E questo corpo ci permette di fare un viaggio secondo talune modalità e aprendoci particolari dimensioni. Anzi proprio a volerla porre su un piano “anche” spirituale”, io ritengo, Signori della Corte, che l’Amore originario si riveli in me anche come corpo di maschio attratto da una donna (e viceversa si intende). Io rivendicol’originarietà, la possanza incontenibile, la pulsione cellulare dei
miei istinti. Dei nostri istinti.
Dico che se una donna mi fa eccitare non è solo, e non è soprattutto per una forma di costrutto mentale e di condizionamento sociale o pressione generazionale. Dico che qui non stiamo giocando a Monopolino o a Risiko. Che l’homo dissossato e puro ens rationalis della libera scelta tra opportunità può andare bene per le simulazioni di funzionamento del Mercato, ma non spiega tutto e non comprende tutto.
Dico che l’uomo non è esclusivamente tabula rasa riplasmabile.
E dico, e qua sono recidivo, che l’attrazione, la passione, gli istinti, l’innamoramento, la sessualtà, l’orgasmo.. NON SONO ATTI PRIMARIAMENTE INTELLUALI E CULTURALI. Ma SONO ATTI INTRINSECI, CONNATURATI E SACRI.
Nel mio sperimentare la materia e innamorarmi e sentirmi attratto da una donna non c’è solo una scelta di opportunità sessuale a lungo esercitata fino a diventare costume incontestabile. Dico che c’è un MESSAGGIO nel mio corpo, fin nelle più interne impalcature del Dna, e anche oltre il Dna, un Messaggio che lo stesso Dna rivela in quanto ad esso preesistente. Credo che il mo corpo porti un Messaggio che entra in sintonia e si decripta ed esplode espandendosi con certi esseri e certi corpi.
Che in certi incontri c’è il senso della Gloria, del Divino, del Destino, di una passione bestiale o di un Amore trascendente e supremo..
di un gioco fottutissimo e sublime di spirito e materia.. sudore e cantico.. desiderio e grazia..
che il mio Amore ce l’ho scritto sulla pelle come Musica del Destino..
Qualcosa di un pò più “forte”, ammetterete, che parlare di cultura,
intelletto e infinita plasmabilità..
Salutamos

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