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Non lasciate morire Gerri Giuffrida
by Duncan on feb.01, 2012, under Resistenza umana

Il ragazzo si chiama Gennaro Giuffrida, detto “Gerri”. Ha 32 anni ed è nativo di Brindisi. Di lui la madre dice “Gerry, un ragazzo come
tanti, sognatore, appassionato di moto da strada,determinato ,socievole ,con un forte temperamento, facilmente influenzabile ,come tutti ha anche degli aspetti meno piacevoli ,come l’ essere superbo ,prepotente nei confronti della vita , ma anche insicuro su quello che riguardava l’ aspetto della sua famiglia, solo dopo aver subito il fatto e con grande rammarico (compiango i famigliari della vittima), ha capito il vero valore affettivo della vita dato che di figli ne ha due e una compagna che gli è accanto”.
Lo stesso Gerri nella lettera che ha inviato al Presidente della Repubblica scrive “Sono sempre stato un tipo debole, incapace di dire no alla gente che mi chiedeva piccoli favori, ma questa mia bontà mi ha portato ad una vera e propria tragedia. Da quando avevo 17 anni ho iniziato a prendere psicofarmaci per ansia e attacchi di panico, ma la cosa che mi faceva stare ancora meglio era l’amore della mia famiglia. Nel tempo, però, gli psicofarmaci che prendevo aumentavano. Purtroppo il troppo amore della mia famiglia ha peggiorato la mia situazione, perché anche se facevo dei piccoli sbagli, loro mi proteggevano fino alla morte”.
Il riferimento all’ansia, agli attacchi di panico e agli psicofarmaci, aiuta a comprendere la particolare fragilità di questo ragazzo, e la situazione delicatissima che già viveva, che poi il carcere, e il modo in cui è stato fatto valere nei suoi confronti, ha enormemente esasperato. In carcere infatti, così denunciano Gerri e la madre, sono avvenuti episodi brutali e intollerabili che sono andati a colpire una psiche già fragile ed insicura.
Inizierò citando alcuni stralci finali della lettera di Gerri, per poi pubblicare in buona parte la lettera che la madre Angela Fuma, mi ha inviato.
Ciò che veramente conta, ai nostri fini, è l’ingiustizia che Gerri subisce, a prescindere. La subirebbe anche se non fosse innocente.
Ma quello su cui non facciamo sconti e su cui chiediamo chiarezza e giustizia totale.. E’ IL RISPETTO DELLA DIGNITA’ UMANA DI GERRI GIUFFRIDA. Il dovere morale che si faccia chiarezza sulla sua vicenda processuale, che si sappia se abbia subito brutalità intollerabili, e che, soprattutto si intervenga ORA, perché ora si comprenda la situazione che sta vivendo Gerri, e si faccia in modo che questa non porti a un punto di non ritorno.
Gerri è in isolamento da mesi. Le sue sensazioni di panico ed ansia, e di debilitamento fisico, frutto di un percorso carcerario che è stato un calvario, rischiano di esplodere nella soffocante situazione dell’ isolamento che gli impostogli nel carcere di Opera. Le sue lettere ormai rivelano disperazione e pensieri suicidi.
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–Uno dei frammenti finali della lettera di Gerri Giuffrida al
Presidente della Repubblica..
“Cinque mesi fa la Cassazione mi confermò la pena, e riuscirono ad
ammazzarmi per la terza volta. Aspettavo solo i carabinieri che
venissero a prendermi, e addirittura li chiamai io perché tardavano, e
quella attesa, nel vedere la mia compagna e mio figlio forse per
l’ultima volta, era tormentosa. Decisi che in carcere l’avrei fatta
finita.
L’8 giugno mi portarono nel carcere di Villa Fastiggi, dove, come in
ogni altro carcere, trovi appuntati che ti trattano come ad un
animale. E a me non andava giù, perché ritenendomi ancora innocente,
non potevo accettare le cose che loro mi chiedevano di fare, e quindi
venivo punito.
Dopo una decina di giorni mi trasferirono al carcere di Fermo. Carcere
infernale dove non c’è neanche lo spazio per fare due passi all’aria.
I dottori mi visitarono. In dieci giorni avevo perso circa 8 kg, avevo
attacchi di ansia e panico, e chiamavo sempre gli appuntati perché
chiamassero il dottore, che si trovava solo dalle 11 del mattino alle
19 della sera. Poi se chiami una guardia e dici che stai male, c’è
qualcuno che addirittura ti risponde, che quando muori poi ci si
pensa.
Ora sono arrivato a perdere 25 kg in 4 mesi e 15 giorni, e il mio
avvocato ha chiesto un periodo, che va dai sei mesi ai tre anni, agli
arresti domiciliari, in modo da potere essere curato, dato che sono
adesso 14 anni che, oltre all’aiuto della terapia, ho bisogno della
gente a me vicina. Sto malissimo e piango e basta. Non ho più voglia
di vivere. Non riesco nemmeno a vedere la televisione perché ci sono
solo cattiverie.
E’ venuto un mio medico di parte, che mi ha visitato e ha descritto le
mie precarie condizioni fisiche. Il magistrato ha chiesto il parere al
dirigente sanitario del carcere che non mi ha mai visitato.”
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–Lettera della madre di Gerri Giuffrida
(…..) Dopo la condanna definitiva della Cassazione è stato portato al
carcere di Pesaro provvisoriamente, perché lì non tengono detenuti con
condanne definitive superiori ai dieci anni. La stessa settimana è
stato trasferito al carcere di Fermo. Lì fu un periodo infernale,
cominciò a dimagrire vertiginosamente. Mandai subito la psichiatra
accompagnata da una psicologa. Lo trovarono gravissimo, sia
fisicamente che psicologicamente. Non aveva più muscolatura e non
reagiva più agli stimoli (un marocchino nella cella si prese cura di
lui, cercava di farlo mangiare cucinandogli un po’ di riso e lo
copriva perché lui si stava lasciando morire).
Quindi accertarono che avrebbe potuto fare un gesto inconsulto.
Subito dopo, il nostro perito ha fatto una relazione che certificava
le condizioni di mio figlio. L’avvocato ha mandato l’istanza con
questa relazione al Tribunale di sorveglianza, chiedendo per un breve
periodo i domiciliari, per dargli le giuste cure, ma l’istanza è stata
rigettata per ben due volte. Alla terza volta lo hanno trasferito a
Roma, in un carcere dove c’è un reparto in cui curano i detenuti
ammalati. Il trasferimento avvenne a sua insaputa. Lo svegliarono di
notte, dicendogli di vestirsi che doveva essere trasferito. Mio figlio
fu preso dal panico, cominciò a piangere e a supplicare le guardie di
lasciarlo lì perché stava vicino alla compagna e a suo figlio, e aveva
paura di restare solo. Ma per tutta risposta lo picchiarono senza
pietà, a calci e pugni in testa, e a calci nello stomaco e nei
fianchi. E senza soccorrerlo lo portarono in quello stadio pietoso a
Regina Coeli. Era messo così male che, quando arrivò, gli fecero
firmare che si trovava già in quello stato e che loro non c’entravano
niente. Poi lo chiusero per due giorni nudo per terra, in un buco al
buio. Lì dentro non si respirava, mancava l’aria. Ci ha raccontato che
cercava di respirare da una fessura. E a me che sono la madre, ogni
volta che lo ricordo mi sanguina il cuore. Quando siamo stati avvisati
per vie traverse del suo trasferimento, siamo partiti subito io e una
mia amica per andarlo a trovare. Ci avevano preavvisato che non
l’avemmo trovato in buone condizioni e che le guardie c’erano andate
giù pesanti. Arrivammo a Roma col cuore in gola, disperate. Ma io non
entrai, perché avevamo anche il bambino che aveva solo tre anni. Non
potevamo fargli vedere il padre in quelle condizioni, perché mia nuora
aveva capito la situazione critica. Puoi immaginare con che angoscia
rimasi fuori. Infatti, quando mia nuora entrò vide che era pieno di
ematomi giganti in tutte le parti del corpo. La testa non si
riconosceva, la faccia rovinata, sanguinava ancora dalla bocca, e
tremava e piangeva. Non poteva muoversi né mangiare.
Avevamo deciso di denunciare tutto, ma siccome hanno minacciato mio
figlio che avrebbe passato, in quel caso, guai ancora maggiori, visto
che sarebbe dovuto tornare al carcere di Fermo, timorosi decidemmo di
non denunciare più. Un mese dopo l’hanno riportato a Fermo. Quel mese
non è stato neanche un istante bene, non facevano altro che fargli
raggi dalla testa ai piedi, e imbottirlo di medicinali, anche per la
bronchite, che gli avevano fatto venire tenendolo in quello stato.
Quel mese si è cibato solo di medicinali. Potete immaginare le
conseguenze. Una volta arrivato al carcere di Fermo, le condizioni non
miglioravano. Ormai era arrivato a pensare 49 kg tutto vestito,
perdendo 25 kg del suo peso iniziale. Per cui decisero di trasferirlo
ad Ascoli Piceno (sbattuto da un carcere all’altro come fosse un sacco
di patate), dove sarebbe dovuto essere curato dato che lì c’erano i
medici tutto il giorno (medici mai visti o quasi). Qui le condizioni
peggiorarono ulteriormente, cominciarono ad aumentare le fobie, gli
attacchi di panico, ed il bisogno d’aria, perché si sentiva soffocare.
Per la disperazione ha scavato nel muro, ma subito dopo si è reso
conto di quello che aveva fatto, ed i suoi compagni di cella hanno
tentato di coprire il danno con una tenda, ma durante la perquisizione
quel buco è stato scoperto e lui è stato accusato di evasione. Lui
non voleva scappare dal carcere, anche perché sapeva che era
impossibile. E soprattutto c’era la speranza, se tutto andava bene,
che da lì a poco lo avrebbero preso al carcere di Gorgona, dove
avevano capito i suoi problemi ed erano disponibili ad aiutarlo.
Quindi, non considerando i problemi di mio figlio, lo sbattono ad
Ancona, nel carcere di Montacuto. Ogni spostamento per lui era un
trauma. Questo carcere era invivibile, si stava in condizioni pietose
e lui chiedeva continuamente di essere spostato, altrimenti l’avrebbe
fatta finita. Grazie ai nostri frequenti colloqui e alle lettere,
siamo riusciti a togliergli parzialmente questa idea dalla testa,
anche se nella sua mente il pensiero ricorre continuamente. Il suo
sfogo è stato quello di danneggiare la cella, forse sperando di farsi
spostare da quel carcere infernale. Viene nuovamente accusato di
danneggiamento di beni impropri, e spedito al carcere di Opera-Milano.
Qui viene messo in punizione, con sei mesi di isolamento con il 14
bis. E la sua condizione ora è davvero drammatica. Nelle lettere
continua scrivere che sta malissimo, e alla sua compagna continua a
dire che si vuole ammazzare, che non ha senso vivere così. Noi siamo
angosciati e viviamo con il terrore che da un momento all’altro
possiamo ricevere una brutta notizia.
Voglio salvare mio figlio. Vorrei poterlo tenere a casa, per dargli
le cure di cui ha bisogno, perché con il nostro amore potrà venire
fuori da questa depressione, pur scontando la sua pena. Se non è
possibile tenerlo ai domiciliari, aiutatemi per una comunità
riabilitativa idonea.
Non si può lasciare morire così un ragazzo tanto fragile, e per giunta
innocente. Cosa possiamo fare di più di tutto quello che abbiamo
fatto? Perché nessuno ci capisce?
Vi supplico. E’ il cuore di una mamma che vi scrive. Mio figlio se
continua a stare in carcere muore. Aiutatemi a salvarlo.
Angela Fuma
Non sono un uomo per tutte le stagioni
by Duncan on set.13, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Premessa… il pezzo che leggerete l’ho scritto ispirandomi MOOLTO liberamente alla vicenda di Tommaso Moro. Tommaso Moro (Thomas More), è uno dei più grandi umanisti della storia, ed è famoso per avere, coniato il termine «utopia», immaginando un’ isola dotata di una società ideale, di cui descrisse il sistema politico nella sua opera più famosa, «L’Utopia», del 1516. È ricordato soprattutto per il suo rifiuto alla rivendicazione di Enrico VIII di farsi capo supremo della Chiesa d’Inghilterra, una decisione che mise fine alla sua carriera politica conducendolo alla pena capitale con l’accusa di tradimento.Ispirandomi in chi vide nell’epilogo di Tommaso Moro.. una delle prime grandi rivendicazioni del pensiero libero e della dignità rispetto al Potere.. ho scrito il testo che leggerete, nella forma dello scambio teatrale. E’ evidente che radicalizzo fino all’estremo la vicenda, rendendola metafora di altro. Ma a me non importa con questo dialogo esssere realista…. mi importa il simbolo che viene trasmesso..
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Thomas More
“Non sono un uomo per tutte le stagioni”
–
Enrico VIII
“Non c’è alcuna verità assoluta, le fedeltà vanno col vento, e il vento sono Io adesso.. devi solo piegarti, e avrai salva la vita”
–
Thomas More
“Le fedeltà sono assolute… le verità resta verità e.. non sono un uomo per tutte le stagioni…”
–
Enrico VIII
“Basta solo che tu non ti opponga al mio nuovo matrimonio con quella bagascia della mia nuova donna… invece di fare il cane prezzolato del Vaticano…non cambia un cazzo per la tua preziosa coscienza..”
–
Thomas More
“E qui che non capisci. Non me ne importa nulla con chi ti accoppi la notte e delle tue storie di matrimoni da annullare e altri da fare, e delle tue stramberie sul fondare una nuova Chiesa Inglese.
Ma feci un patto una volta che ascesi in alto.. che non avrei piegato la volontà e la coscienza al Potere.
Non importa su che cosa si deve chinare la testa. Giurai di non farlo. “
–
Enrico VIII
“Testa di legno. Basterebbe solo un atto di assenso. Un formale omaggio alla Maestà del tuo Re.. che sancisca il suo diritto divino ad avere una nuova moglie in barba a quei castrati di Roma… un semplice atto”
–
Thomas More
“Non è l’mportanza concreta, non quella soprattutto.. è il simbolo..”
–
Enrico VIII
“Cedi … e sarai alla mia destra… il più alto in grado dopo me.. sia nel potere militare e politico.. sia nel potere religioso, ora che, con questo argomento della mia nuova bagascia, con questo matrimonio che il Vaticano anatamizzeà con le sue urla isteriche.. potrò nominarmi Capo Supremo della nuova Chiesa d’Inghilterra… e sarai il primo dopo di me anche nel potere religioso. Che poi nei fatti, io mi sono sempre fracassato la minchia di tutte ste fregnacce metafisiche per inculati. A me piace mangiare, bere, comandare le truppe, e trombare. Quindi il capo effettivo della nuova Chiesa saresti tu. Bestia! Ma non li hai sempre odiati sti pretini avvizziti, si eunuchi… sti predicatori della castità con cento amanti al seguito… sti pedersti.. sti simoniaci che venderebbero mandre, padre e Gesù Cristo in croce per mezza carica episcopale, anzi per una parrocchia di pecoroni fottutissimi. Queste serpi, dal sorriso melenso e servire. Con tutte le loro bestialità per estorcere quattrini per Mamma Roma e i grandi Capi Magnaccia che diigono il baraccone. Come con sta roba delle indulgenze… che a un certo punto ho minacciato di impalarli e abbrustolirli a fuoco lento, non perchè me ne importi più di tanto delle loro scempiaggini, ma i quattrini non me li tocchi. Per pagare sti enunuchi per farsi abbonare i peccati di mezza famiglia, stavo per subire un disssanguamento erariale.. tutti soldi in meno per le tasse. E quindi, porca di quella maialona fritta e rifiritta, tu che li hai sempre detestati.. sì con garbo, senza escandescenze.. ma li hai sempre combattutti.. che parlavi di riforme, Utopia… tutte quelle tue favole sull’Utopia.. ora gl dai manforte.. ora che potresti essere tu a fare girare la Chiesa per il verso giusto in Inghilterra, col mio pieno appoggio nello strizzare le palle a chi si mette di traverso….”
–
Thomas More
“Ascolta.. prova ad ascoltare.. anche se so che non lo farai. Se accettassi.. cosà resterà dopo? Vai oltre. Vai oltre questo grande baccanale, quest’orgia di potere, che vuoi goderti fino all’ultimo. Vai oltre! Cosa resterà dopo? Solo un giro di Walzer.. lotte tra bande. Tu sei un capobanda migliore di loro? Certo.. io potrei fare cose buone e somme alla tua destra, certo? Ma un giorno saremo pagine ingiallite di libri di storia, ricordi da imparare a memoria. Saremo solo i meno peggio.. la conosci questa parola?.. i meno peggio.
E io avrei mancato al dovere che ho messo sulla mia spalla e giurato di servire. Solo un servo di partito… Conosci questa parola?.. servo di partito…. solo un buon cortigiano…
Io adesso difendo molto altro oltre me e le vacche in calore di cui ti circondi…..
Io lascio una scia nel deserto, a costo della mia stessa testa….
Perchè qualcuno deve pure giocarsela la testa, metterla sul piatto e scommetterla, e anche perderla se è necessario… perchè altri un giorno possano con la mente trovare un compagno e una scheggia di fuoco per i tempi bui.
Perchè qualcuno riuscirà a restare in piedi perchè altri non si sono piegati, quando tutto lo avrebbero fatto, quando sarebbe stato così facile farlo.
E avranno parole e polmoni contro le anime grige, che verranno a dire che non esiste fedeltà, che non esiste verità. che non esiste amore.. che ogni cosa è relativa, e tutto è una menzonga e un gioco delle parti.
E sapranno che non è necessario impersonare tutti i ruoli, che non è indispensabile calare sempre le brache.
Sapranno che si può dire anche no….
che si può vivere senza vendersi..
Che ci sono uomini che non sono per tutte le stagioni…
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Enrico VIII
“Ti sei irrimediabilmente fottuto il cervello, ora finalmente l’ho capito. Sei un pazzo, un giuda, un traditore, un fanatico. Morirai anche tu come una volgare canaglia. Domani ti sarà tagliata la testa”
La lotta per la montagna sacra
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Controinformazione, Resistenza umana, Simbolo
Ecco i piccoli soldati della Resistenza.
Hanno volti nascosti tra le pagine bianche e quelle nere, le righe cancellate, quelle bruciate ad arte, quelle ricoperte con la scolorina, quelle riscritte e quelle ritrovate.
In India, nello stato dell’Orissa, I Kandh, un insieme di comunità tribali hanno combattuto una durissima e disperata guerra contro la multinazionale Vedanta per Niyamgiri, la loro Montagna Sacra, il fondamento del loro mondo, la cornice del loro habit esistenziale, il nutrimento del loro autoriconoscersi, ovvero l’archistrave stessa del loro sentiri Uomini, del loro “avere un senso” dinanzi alla vita.
Nonostante la guerra sporca di Vedanta e autorità i Kandh alla fine hanno vinto. Almeno per il momento.
Il testo che leggerete è la loro storia.
Su un fronte che corre proprio ai confini dell’umano. Dove si combatte ancora. Dove si combatterà semrpe.
Lo Specchio è frantumato e le immagini sono infrante, sparpagliate, diffuse.
La Resistenza è all’opera ovunque. Cambiano le forme, i retroterra, le Visioni, le pratiche concrete. Ma i motori si scaldano. E reggono a stento i muri dello stadio. Divisi da mille codici, uniti in realtà da una stessa fame di liberazione, e di dignità contro chi prosperà tre i canili e il guinzaglio.
Tribù scendono sul sentiero di guerra Per difendere un Mondo. Il loro Mondo. La Casa Divina della manifestazione e attuazione del loro essere. Il Territorio che dà il fiumi, le sorgenti, la frutta. La Terra che è stato dato loro mandato di Custodire.
E’ una vecchia lotta. Degli estortori dai colletti bianchi e degli agglomerati di cemento e morte che come unr ullo complessore spazzano via i Mondi, in una scarica di DTT sterilizzante, per accamparea altri territori al loro Risiko e spolparli fino a strapparne l’ultimo centesimo.
Ma c’è chi dice.. QUESTO E’ IL NOSTRO MONDO…
QUESTA E’ LA NOSTRA TERRA,
QUESTO E’ IL NOSTRO UNIVERSO,
LOTTEREMO FINO ALLA MORTE PER CIO’ CHE E’ NOSTRO.
I loro tamburi parlano anche alle nostre viscere, per una Dignità che aspetta chi osi reclamarla.
La Grande Montagna ora sorride.
A volte il Banco perde,
al gioco delle tre carte capita che il Banco si incula.
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Tratto da
“NUNATAK
Rivista di storie, culture, lotte della montagna” (n.627)
Di Pei
“Oggi nell’era dei cambiamenti climatici, è sicuramente il momento di rendersi conto che le foreste, i sistemi fluviali, le catene montuose e le persone che sanno come vivere in modo ecologicamente sostenibile valgono più di tutta la bauxite del mondo. La Vedanta dovrebbe essere fermata nei suoi piani. Adesso. Immediatamente. Prima che si compino ulteriori danni.” (Arundhati Roy)
In India, alle pendici del Monte Nyamgiri, le comunità tribali dei Dongria Kondh si stanno battendo contro la multinazionale mineraria Vedanta, il cui progetto estrattivo minaccia di distruggere, insieme a Nyamgiri, la loro stessa esistenza come popolo che si considera – ed efettivamente è – il “Custode” di questa montagna sacra. Al momento i Kondh hanno vinto: il progetto della Vedanta è stato bloccato. La loro storia, e la loro vittoria, è tanto più significativa in quanto momento di uno scontro di dimensioni ben più grandi: una battaglia epocale che vede il subcontinente indiano, la più grande democrazia al mondo, dilaniato da una vera e propria guerra ai danni delle popolazioni rurali, non ancora urbanizzate, e al loro tentativo di resistere al trionfo dello “sviluppo economico”.
Tra l’agosto e il settembre del 2010, dopo una controversia durata anni, il governo indiano si è pronunciato in merito al rilascio delle autorizzazioni alla multinazionale Vedanta per il progetto di estrazione di bauxite dal Monte Niyamgiri, nello Stato orientale dell’Orissa. In quella che Amnesty Internationale ha definito >, la Corte suprema ha bocciato il progetto della miniera, per violazione delle leggi a tutela dell’ambiente, della oresta e dei diritti degli adviasi (le popolazioni indigene), in particolare dei Dongria Kondh e delle altre comunità che abitano le pendici di Niyamgiri. La sentenza ha inoltre sospeso le operazioni di sestuplicamento della raffineria di alluminio di Lanjigarh, riconoscendo che già nelle sue attuali dimensioni ha provocato un inquinamento dell’aria e dell’acqua tali da rendere invivibile il territorio per le comunità locali. Questa sentenza ovviamente non casca dal cielo, ma è l’esito – insperato – di una feroce battaglia tra la britannica Vedanta Resources, una delle maggiori compagnie minerarie al mondo, e i Dongria Kondh, una piccola – ma irremovibile – comunità tribale.
I Dongria Kondh sono una delle tribù più isolate del continente indiano, circa ottomila persone sparse in piccoli villaggi sulle colline di Niyamgiri, un territorio diamgi dense foreste popolate da una grande varietà di animali, tra cui tigri, elefanti e leopardi. Qui i Kondh coltivano lem essi, raccolgono frutti spontanei e selezionano piante e fiori destinati alla vendita. In lingua kuvi, gli abitanti delle pendici di Niyamgiri chiamano se stessi jhamia, ovvero >. Essi si considerano i guardiani delle centinaia i sorgenti perenni, ruscelli e torrenti, che sgorgano dalla cima della collina. Tale abbondanza d’acqua dipende proprio dalla presenza della bauxite, materiale di natura racciosa e sedimentaria che tratiene acqua e umidità nella stagione delle piogge per poi rilasciarla gradualmente nel periodo secco. Questo sistema naturale di filtraggio realizza così un perfetto equilibrio di produzione idrica a ciclo continuo, che garantisce la crescita di una vegetazione rigogliosa in un territorio che, nel suo complesso, nela gran parte dell’anno è piuttosto arido. E’ perciò evidnte come – l di là del potenziale inquinante di uno stabilimento minerario – la semplice sottrazione da tale ecosistema dell’elemento principe per l’equilibrio idrico, la bauxite, avrebbe di per sé un impatto devastante.
Il progetto della Vedanta consiste proprio in una imponente miniera a cielo aperto per l’estrazione della bauxite dalla vetta della montagna sacra per i Kandh: Niyamgiri, la “montagna della legge”, dimora del loro Dio e garante dell’equilibrio naturale. Se ciò avvenisse, i Dongria Kondh non perderebbero soltatno i loro mezzi di sostentamento, le loro case, le loro terre. Perderebbero la salute, l’indipendenza e la loro insostituibile e profonda conoscenza dell’ecosistma di colline e foreste. Ma, ancor di più, la distruzione di Niyamgiri rappresenterebbe la perdita della loro identità, la fine del senso stesso della loro millenaria esistenza.
La bauxite, in campo industriale, ha un’importanza notevole: si tratta infatti dell’elemento base per la produzione di alluminio. Con il cosiddetto processo Bayer, i sali d’alluminio presenti nel minerale vengono separati da altri elementi “spuri” – silice, ossidi di ferro, titanio… – attraverso diverse fasi di “puriicazione” che, inevitabilmente, producono grandi quantità di materiali residui di una certa tossicità. Le comunità che vivono nei pressi della raffineria della Vedanta già in funzione nell’aria, infatti, oltre ad essere state sfrattate dalle loro case e dalle loro terre, denuncniano un diuso avvelenamento responsabile di soghi cutanei, infezioni e disturbi di vario genere. A ciò si aggiungono la compromissione dei raccolti, le morie degli animali che si bagnano e abbeverano nelle acque di Nyamgiri, e la colorazione rossastra assunta dal suolo e dalla vegetazione circostante.
>. Questa è la posizione – ferma ed inequivocabile – delle tribù scese in lotta, compatte nel proposito di fermare la Vedanta per impedire la “profanazione” delle loro montagne, la conversione dell’area in una desolata zona industriale e per non bararattare il proprio modo di vita con la prosepttiva di diventare, nel migliore dei casi, dei salariati della raffineria. Riiutano il Progresso, questi barbari! Un Progresso grazie al quale, forse, otterrebbero qualche automobile, qualche telefonino, e qualche Mac Donald’s dove chiedersi cosa è successo alla loro acqua, ai loro colori, alle loro forteste, alle loro vite.
Di fronte a tale inconcepibile rifiuto, la Vedanta e le forze governative non tardano a reagire. Ad alcune comunità la compagnia offre del denaro per convincerle a trasferirsi altrove, mentre le case di quelli che declinano l’offerta vengono abbattute nottetempo dalle ruspe. Le cronache parlano anche di azioni punitive, di interventi paramilitari con omicidi mirati, rastrellamenti, pestaggi e sparizioni, nei confronti dei membri più attivi delle comunità.
I Kondh, però, non si sono mai arresi. Negli ultimi anni, a più riprese, i loro tamburi di guerra hanno ripreso a rullare dal profondo della giungla. Hanno bloccato le strade di accesso ai cantieri, impedendo fisicamente il passaggio alle scavatrici. In centinaia, provenienti dalle varie comunità e villaggi della zona, si sono riuniti di fronte ai cancelli degli stabilimenti Vedanta, scontrandosi con le forze dell’ordine e subendo cariche, aggressioni, arresti e intimidazioni… Hanno celebrato colossali puja, raduni di massa per dare vita ad un movimento allargato, formato anche da rappresentanti di altri gruppi tribali e da attivisti, accademici, avvocati, per attirare l’attenzione del mondo intero. E proprio grazie al lavoro di informazione, la notizia della loro battaglia ha acquistato un’eco internazionale, stimolando diverse iniziative di solidarietà, coe ad esempio una manifestazione nel cuore di Londra durante l’annuale meeting generale della Vedanta. Un’ondata di critiche e pressioni ha così colpito la corporation, al punto che alcuni dei finanziatori hanno fatto dietrofront, ritirando le quote di investimento nell’azienda.
Si può letteralmente dire che i Kondh sono tornati sul sentiero di guerra, al suono dei gong e dei tamburi, indossando i costumi arcaici ormai sempre più rari, e impugnando le loro armi tradizionali: archi, frecce e asce. Il gesto stesso di brandire queste armi antiche, le stesse che un tempo avevano usato per difendersi dai colonialisti inglesi, e che oggi sono rivolte contro le mostruose propaggini meccaniche del sistema industriale, ha l’alto valore simbolico di rivendicazione dell’identità culturale di un popolo, nella resistenza al processso di trasformazione imposto da una modernizzazione genocida. Ma non solo: il brandire le armi sottolinea la volontà di combatere ancora una volta a oltranza fino all’ultimo uomo, una battaglia impari, dando forma a uno degli slogan più volte ripetuto: >:
Non è la prima volta infatti che queste popolazioni si trovano a combattere una guerra impari contro la Civiltà. Un tempo i Khand sparsi ai piedi del sacro Monte Nyamgiri erano adusi a celebrare sacrifici umani. Un orrore che l’impero britannico non poteva tollerare. Dall’altro di una legittimità morale fondata su secoli di roghi, guerre, stermini, schiavitù, il cristianissimo e civilissimo Occidente si mobilitò per estirpare una simile barbarie, massacrando quanti osavano difendersi, pianificando un vero e proprio genocidio (per evitare l’atrocità dei sacrifici umani, of course). Si era a metà dell’Ottocento, ei Kadh resistetero armi in pugno all’Impero, trasformando le colline e le foreste dell’Orissa nel teatro di una guerriglia testarda e senza tregua. Stremati, perseguitati, affamati, condotti sull’orlo dell’estinzione, i Kandh riuscirono a vincere la partita con la storia. Sono sopravvissuti, aggrappandosi alla propria identità culturale. Oggi la Civiltù torna alll’attacco, tentando di portar via, con il loro sacro monte, il senso della loro vita millenaria. Qualcuno ha deciso che devono stare meglio, che il Progresso deve arrivare fino a lì. L’antica storia si ripete, la multinazionale Vedanta dà vita al suo genocidio di vite fisiche, morali, culturali, comprando tutto quello che può comprare e distruggento tutto il resto.
I Kandh sono tornati sul sentiero di guerra. La loro tenacia ha trasformato una piccola tribù delle giungle dell’Orissa in un simbolo di una battaglia globale. Nel loro mondo popolato da spiriti, sciamani e uomini tigre, i Kandh hanno trovato la forza di resistere e le ragioni per combattere, dimostrando, non foss’altro che per questo, di avere molto da insegnarci.
Da Arcipleago Gulag.. di Alexander Solzenicyn
by Duncan on mag.10, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana
specie in queli più feroci dello stalinismo (ma non solo.. anche per decenni e deceni dopo lo stalinismo, seppure con punte meno feroci e bestiali) la migliore letteratura fini sepoltà nei campi di concentramento sovietici.. i GULAG… perchè i migliori autori, scrittori, prosatori, filosofi.. erano lì dentro. Chi aveva talento, dignità, libertà interiore era destinato al Gulag.
Quelli che non furono incarcerati decisero di scrivere tradendo se stessi e voltando le spalle alla verità. Diventando così intellettuali di regime, vuoti funzionari stitici, carta da parati grigia.
Quelli che non si piegarono finirono nei Gulag.. le loro opere distrutte..o.. impossibilitate ad emergere.
I Gulag furono la patria delle migliori aime che partorì l’Unione Sovietica.
Fuori restarono i burocrati, i boia, i bastardi.. e una immensa massa triste che (ed è comprensibile) aveva il terrore panico di alzae anche solo di un centimetro la testa.
Eppure.. non tutto è stato cancellato.. scrittori come Solzenicyn (di cui riporto un brano qui sotto.. un brano tratto dal suo immenso capolavoro Arcipelago Gulag) , Salomov e altri.. salvarono nei decenni che vissero nei Gulag volti,, nomi, storie, anime…e riuscirono a salvarle su carta quando furono liberati.
Non tutto è stato perso in quegli anni di morte.
E comunque.. anche i diari bruciati.. le opere strappate.. le posie dei poeti muti.. da qualche parte vivono.. da qualche parte ci entrano ancora nell’anima.
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tratto da Arcipelago Gulag
di Alexander Solzenicyn
Ormai non potremo più formulare un giudizio di insieme su ciò che è
stato, sul numero dei morti e sul livello che questi avrebbero potuto
raggiungere. Nessuno ci racconterà dei quaderni frettolosamente
bruciati prima della deportazione, di brani pronti e di grandi
progetti rimasti sulle teste e insieme a queste gettati in una fossa
comune gellata. I versi si leggono accostando le labbra a un orecchio,
si ricordano e si trasmettono, o se ne trasmette il ricordo, ma un
testo in prosa non si racconta prima del tempo, per la prosa è più
difficile sopravvivere, è troppo voluminosa, poco flessibile, troppo
legata alla carta per superare tutte le vicessitutidni
dell’Arcipelago. Chi in un lager potrebbe decidersi a scrivere? Lo
fece A. Belinkov, il manoscritto finì nelle mani del compare e a
Belinkov toccò di rimbalzo un’altra condanna. M.I. Kalima non era
assolutamente una scrittrice, ma annotava in un taccuino i fatti più
notevoli della vita del lager: <<forse un giorno servirà a qualcuno>>.
La cosa arrivò alle orecchie dell’operativo. E venne spedita in cella
di rigore (se la cavò pure a buon mercato). Esentato dalla scorta
Vladimir Sergeevic G-v, scrisse da qualche parte, fuori dal campo,
quattro mesi di cronaca dal lager, ma in un momento di pericolo
sotterrò quanto aveva scritto, e venne trasferito per sempre – così
la sua cronaca rimase sotto terra. Non si può scrivere nel campo, non
si può scrivere fuori, dove farlo? Solo nella testa! ma così si
compongono versi, non prosa.
Non è possibile calcolare per estrapolazione, sulla base del numero
dei superstiti, quanti di noi, pupilli di Clio e di Calliope, siano
periti, perchè anche per noi non esistevano molte probabilità di
sopravvivere (..).
Tutto ciò che viene definito la nostra prosa dagli anni Trenta in poi
non è che la schiuma di un lago sparito sotto terra. E’ schiuma, non
prosa, perché si è liberata di tutto ciò che era essenziale in quei
decenni. I migliori scrittori soffocarono quanto di meglio c’era in
loro e voltarono le spalle alla verità; e soltanto così poterono
salvare se stessi e i propri libri. Quelli che non seppero rinunciare
alla loro profondità, particolarità e rettitudine dovettero
inevitabilmente perdere la vita in quei decenni, per lo più nel lager,
o dando prova di sconsiderato ardimento al fronte.
Così se ne andarono sotto terra i prosatori fiosofi. I prosatori
storici. I pensatori lirici. I prosatori impressionisti. I prosatori
umoristi.
(..)
Milioni di intellettuali russi furono gettati nell’Arcipelago, non in
gita, ma per essere umitali, per morirci, senza alcuna speranza di
tornare indietro.
(..)
Così una filosofia e una letteratura straordinarie furono sepolte
ancora sul nascere dalle crosta di ghisa dell’Arcipelago.
.
Quanto vale un uomo
by Duncan on mar.11, 2011, under Resistenza umana
Sono frammendi violenti quelli che leggerete…
Una premessa.
Nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1941 nei territori che erano stati annessi all’Unione Sovietica nel giugno del 1940 cominciò l’operazione “di prelievo dei partecipanti alle organizzazioni controrivoluzionarie e degli altri elementi antisovietici, e inoltre di deportazione dei famigliari dei partecipanti alle formazioni controrivoluzionarie sottoposto a repressione e che si trovavano in posizione illegale”.
In altre parole.. furono messe in atto feroci deportazioni. Le deportazioni erano uno degli srumenti privilegiati del potere sovietico, uno dei metodi principali della sua “politica”. Allo stesso tempo strumento per abbattere categorie di persone considerate “sospette” (ma nessuno era immune), effettuare colossali opere di iingegneria sociale (ripopolare interi teritori spostando masse di popolazione da un luogo all’altro, come in un risiko allucinato, ridurre al terrore totale la gran parte delle popolazione.. disposta a tutto pur di non cadere in quelle voragini infernali, disposta alla più prona obbedienza, alla fedeltà più cieca, al tradiemnto più vile.
Le deportazioni avvennero anche nella Bessarabia, che si trovava in prcedenza sotto il potere della Romania, e che fu annessa all’URSS nel giugno del 1940.
Tra le persone deportate c’era Efrosinija Kernovskaja…piccola proprietaria terriera, donna colta, coraggiosa e volitiva. Una donna eccezionale che percorse molti gradini dell’inferno… dal quale alla fine riuscì a uscire, e negli anni ’60 iniziò a scrivere e a disegnare tutto quello che non poteva dimenticare, la sua storai tremenda e allucinante. Ne è uscita una delle più grandi testimonianze su quell’epoca e quegli orrori, un libro dal titolo…”Quanto vale un uomo”
Evfrosinjia Kernovskaja sentiva il dovere di salvare una testimonianza di verità dall’oblio e dalla falsificazione. Un giorno scrisse..
” ‘Niente è dimenticato, nessuno è dimenticato!’ sento dire molto spesso. Queste parole fanno bella mostra di sé sui monumenti, compaiono nelle epigrafi. Ahimé! Tutto è dimenticato, e tutti sono dimenticati… Il guaio non è che si cambino i nomi delle città, delle strade, si abbattano i monumenti, si eliminino ritratti, slogan, si rifacciano libri già pubblicati, si taglino e sostituiscano pagine di dizionari enciclopedici, se neincollino i fogli. Preso singolarmente ciascuno di questi atti è ridicolo. Ma quanto tutto questo viene messo insieme, è finalizzato a togliere all’uomo la memoria, a sostituire la sottomissione alla logica, a occultare o travisare le lezioni della storia, allora diventa mostruoso e criminale. La gente della mia età ricorda come è avvenuta questa falsficicazione degli avvenimenti, dei destini delle persone e dei fatti, ma tace. E’ più tranquillo, e meno pericoloso. Ancora qualche anno e noi, ultimi testimoni oculari delle rivoluzione, della NEP, della collettivizzazione e del terrore staliniano, moriremo, e non ci sarà i nessuno che possa dire: “No! Le cose non sono andate affatto così!” Per questo cerco di ‘fotografare’ ciò di cui sono stata tetimone. La gente deve sapere la verità, perchè tempi simili non possano pù ripetersi”.
Il libro della Kernovskaija è molto lungo e ha vari momenti. E’ tutto un percorsco che comprende carceri, tentativi di fuga, differenti Gulag ed incontri. I brani che leggerete, ad esemio, rientrano in momenti differenti.
Il libro andrebbe letto tutto.. sono più di settecento pagine. La storia è una storia di grande dignità umana che, nonostante tutto riesce a resistere e a lasciare un segno. Ma ci sono tantissime pagne tremende.
Alcune di queste pagine tremende le ho selezionate per questa nota.
Sono frammenti presi da contesti e tempi diversi.. Anche se lo sfondo più siinistro sono le condizioni di vita delle carceri e dei Gulag, questri frammenti vanno anche al di là. In tutti si “sente” la corruzione morale, la degradazione che hanno investitoil tessuto profondo di intere collettivà.. con beneficiati che vendono benefattori, figli che vendono i genitori e li denunciano per tradimento, accaparramento famelico delle risorse altrui in una interminabile lotta di potere.
Vi lascio ai brani di Evfrosinija Kernovskaja tratto dalla sua autobiografia… Quanto vale un uomo.
P.S: il disegno che accompagna questo post, è contenuto nel libro di Evfrosinija Kernovskaja, insieme a molti altri, fatti dalla sua stessa mano.. e rappresenta un momento tra quelli che ho selezionato, esattamente quando lei prende la parola in assemblea per opporsi alle folli proposte dell’ottuso e sadico Chochrin.
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(…)
Ben presto mi convinsi di essermi perduta. Fui presa dal panico. Ma raggiunsi nuovamente un sentiero, più esattamente una strada. Ecco una baracca e lì vicino un’alltra. Erano vuote e chiuse a chiave. La gende era al lavoro. Ecco l’ufficio. Dal comignolo usciva il fumo. Entrai nel vestibolo. Il tepore mi investì. Aprii la porta, varcai la soglia e… arretrai disgustata.
Avevo visto una scena di assoluto benessere e felicità domestica: a un tavolino basso, intorno a una grande bacinella smaltata, sedeva tutta la famiglia. Il padre, un ciccione robusto e rosso di pelo, tutto lustro di grasso, e cinque o sei marmocchi forti come torelli; vicino, la madre affettava il pae. Anche la made era corpulene, florida,e col muso rotondo. Nella bacinella, tagliatelle con carne di montone, tutte annegate nel grasso.
Un paio di mesi prima una simile scena avrebbe potuto solo intenerimi, ma adesso immaginai subito quanti operai bisognava derubare, quanti bambini lasciare morire di fame, perchè la famiglia del loro superiore potesse mangiarsi cinque chili di carne (senza cntare tutto il resto), visto che a ogni operaio assegnavano cinquanta grammi di carne (per il sessanta per cento costituita da ossa) e venti grammi di granaglie o tagliatelle al giorno! L’espressione di spavento ladresc e il gesto con cui i più grandi cercarono di nascondere la bacinella cn la carne confermarono la mia intuizione. Stupefacente! Ciò che provai era più simile allo schifo che all’indignazione. Come se avessi messo la mano su un muco sudicio! Non conoscevo la strada, stava calando la sera, ero stanca fradicia, e davanti a me avevo la palude costellata di monticcioli e di acquitrini nascosti dalla vegetazione, che bisognava attraversare con la luce, ma non potevo chiedere un favore a chi derubava degli esuli affamati e diseredati! Presi il mio sacco e mi incamminai all cieca.
(…)
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Nonno Kravcenko mi regalò un paio di vecchie manopole di pelliccia. Oh felicità! Fino ad allora, infatti, avevo lavorato a mani nude, avvolgendole in qualche strraccio. Le mani piene di geloni si erano coperte prima di vesciche e poi di piaghe. li stracci vi si incollavano, e ogni volta, strappandoli via, riaprivo le ferite. Il manico dell’accetta era sempre insanguinato.
Una volta, ricevuto un anticipo di cinque rubli che mi dovevano bastare per una settimano ma non bastavano affatto, perchè solo per il pane mi toccava pagare novantasei copechi, mi trattenni nell’anticamera dell’ufficio, dopo avere posato le manopole sul davanzale della finestra.
“Domnisoara Kernsnovkaja!” sentii una vocetta sottile alle mie spalle e, ddal buio, una piccola figura infantile infagottata in una giubba imbottita avanzò nello spazio illuminato dalla luce. Riconobbi la figlia minore di Cuju: magrolina, tutta trasparente, era incredibilmente cambiata.
Sapevo che suo padre, un tipico impiegato rumeno, affettuosissimo coni bambini, negli ultimi tempi si era letteralmente abbrutito per la fame e mangiava da solo tutta la propria razione, mentre le figlie piccole, di otto e dieci anni, erano mantenute dalla madre, una donna malaticcia che lavorava come addetta alle pulizie, e in quanto tale, riceveva solo quattrocentocinquanta grammi di pane e mezzo litro di zuppa due volte al giorno. Ma le bambine, come “persone a carico”, non avevano dritto alla zuppa e ricevevano solo centocinquanta grammi di pane a testa! Nelle famiglie del luogo le persone a carico riuscivano bene o male a tirare avanti grazie al loro pezzettino di terra, anche se misero; un orticello, una vacca, un pecora. Inoltre, durante l’estate facevano scorta di frutti di bosco, funghi, noci, e i ragazzini,anche i più piccoli, sapevano pescare, mettere trappole per i galli cedroni. Ma la situazione dei nostri familiari a carico… Ooh, era un incubo! Morivano lentamente, e non c’era nulla che potesse giustificare questa crudeltà!
La bambina, mi pare si chiamasse Nelli, era molto affettuosa, ben educata, gentile, tranquilla e paziente.
“Dmonisoara Kersnovskaja!” ripetè. “Forse per lei soo troppe? Forse ne darà una a me e mia sorella?”
“Dare che cosa?” chiesi guardandomi intorno senza capire.
La bambina fissava qualcosa alle mie spalle e mormorava:
“Sono così grandi… Pensavo… per me e mia sorella..”
“Ma che cosa? Non capisco…”
“Le sfogliate… Sono… Forse una le basterà?”
Mi girai dalla parte dove guardava la bambina. E capii: sul davanzale, illuminate dalla luna, stavano rigonfie, marroni… le mie manopole di pelliccia!
“Mia cara bambina! Ma quelle non sono sfogliate, sono manopole!”
“Ah”.
Negli occhi della bambina spuntarono le lacrime e restarono sospese sulle ciglia… Si coprì il viso con le mani ed emise un singhiozzo convulso. Tutta la sua figura esprmeva una delusione così amara che, se anche avessi avuto un’uniica sfogliata, gliel’avrei data. Avevo fame, una fame tremenda, ma nè allora né poi, neppure a un passo dalla more, avrei provato l’egoismo delle belve feroci.
(…)
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Nel documento di accompagnamento mi avevano segnalato come persona pericolosa (fin dal giorno in cui sul treno mi avevano messo le manette perchè avevo dato dell’acqua alla puerpera). Ma soprattutto non nascondevo la mia indignazione alla vista delle ingiustizie e, quel che è peggio, mi mettevo a discutere con Chochrin quando le sue disposizioni erano assurde, crudeli o stupide…
E’ una vera epopea. Ora no posso neanche ricordare tutto, figuriamoci! Infatti, quasi non passava giorno che non tentassi di opporre la ragione alla forza…
Chochrin amava molto le assemblee. Era impossibile non andarci. Finché tutti non si erano riuniti non dava inizio alla riunione, e finché non l’aveva chiusa non si apriva la mensa. Non si scappava!
Radunava nel club i taglialegna stanchi morti e affamati e cominciava. Ed era sempre la stessa solfa:
“Annienteremo i fasisti (pronunciava propio così). E per questo bisogna…”
E proponeva un a umento delle norme di produzione, degli impegni o dell’orario di lavoro, oppure una riduzione del salario a favore dell’esercito, o qualcos’altro, per esempio un miglioramento della qualità del legno; vale a dire che bisognava bruciare ancora di più, lasciando solo quello selezionatissimo.
Alla fine dell’intervento passava i suoi occhi di cadavere su tutti gli astanti. Era incredibile quanto fossero agghiaccianti quegli occhi!
Opachi, come quelli di un pesce morto, e inoltre piccoli e immobili. Tutti tacevano… Chi avrebbe osato contraddirlo?
No! Lo dico davanti a Dio, mettendomi la mano sul cuore; neanche una volta, non un’unica volta ho taciut!
“La norma! Chi le dà il diritto di elevare arbitrariamente la norma? E’ fissata dallo stato. Per la nostra regione settentrionale, già così è esorbitante: le ore di luce sono poche: già così violiamo la legge che tutela la sicurezza dei lavoratori! Lavoriamo al buio. I rappresentanti sindacali sono tenuti a stabilire sul posto l’entità della norma, e la sua retribuzione! Sono i lavoratori stessi che devono assumersi gli impegni, volontariamente. Mentre qui le prende lei e non permette di discuterli. Ufficialmente da noi vige la giornata lavorativa di otto ore, ma noi ne lavoriamo dodici, e senza giorni di riposo. Lo capiamo; c’è la gurra e anche noi combattiamo sul fronte del lavoro. Ma è forse ammissibile ridurre un salario già misero? Lei dice: “Migliorare la qualità del legno”. Ma una foresta che da trecento anni lotta per la sopravvivenza, nelle condizioni estreme delle paludi del Nord, non diventerà mai come il bosco sano delle regioni pi meridionali, che raggiunge le medesime dimensioni in quarant’anni! Possibile che per farle guadagnare ancora una volta quarantamila rubli di premio sia necessario bruciare ancor più legname di qualità inferiore? E’ ragionevole mandare in fumo il bosco, una ricchezza nazionale? E non è criminale ridurre ulteriormente il salario già basso dei taglialegna?”
Si può immaginare l’ardente odio del “signore e padrone della nostra vita”, che non poteva in nessun modo indurre a tacere quel moscerino caparbio che, in sostanza, ero io.
(…)
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Osservo più attentamente le mie compagne di sventura. Ci sono diversi gruppi, anche se ogni singola donna soffre a modo suo. Sedute sulle tre sedie, intorno al tavolo, ecco tre vecchiette. Due sono monache e hanno passato da molto i settant’anni. Non hanno niente, assolutamente niente di quelle fanatiche convinte ed esaltate che ben conosco dalla letteratura. Ancor meno somigliano a scaltre ed ipocrite intriganti, come le dipingono ora. Sono semplicemente dei reliti umani. Vecchiette infelici, braccate, sole.
Sono entrambe in uno stato pietoso. Una sta chiaramente trascinando i suoi ultimi giorni: gli occhi spenti, torbidi, la pelle del viso e del collo flaccida, secca, il ventre orrendamente rigonfio e i piedi edematosi, come cuscini di vetro. Respira a fatica, on un sibilo, e dal petto le esce un gorgoglio. E’ penoso guardare gli sforzi che fa per restare seduta tutto il giorno, non osando neppure appoggiarsi al tavolo! Basta che si sorregga un pochino, e lo spioncino schiocca e la voce del carceriere la costringe a sedersi nuovamente diritta. Come tutti noi, è sotto inchiesta. Non ho potuto capire cosa vogliono indurla a confessare. Probabilmente neanche lei. Sapeve confezionare trapunte con vari disegni, girava per i villaggi facendo questo lavoro privatamente, “compromettendo in tal modo l aproduzione cooperativa”, ragion per cui l’hanno accusata di sabotaggio e danneggiaemnto, in base all’art 58 comma 14.
L’altra vecchietta, monaca anche lei in passato, pensa giorno e notte alla sua capra.
“Una capretta così bella e bianca! Così affettuosa! Ah, capretta mia bella, ti rivedrò mai più?”
Aveva una casetta, un minuscolo orticello. Nella cooperativa che collezionava trapunte guadagnava pochi soldi, perchè la qualità di quelle coperte era scadente, e per sbarcare il lunario lavorava di nascosto, di notte, su ordinazione.
Essendo sola al mondo, quindici anni prima si era presa un’orfanella da allevare.
“Pensavo: la farò creescere, le insegnerò ogni specie di lavori da cucito. Noi in convento nei tempi antichi eravamo maestr in tutti i lavori femminili: filavamo e tessevamo, e facevamo pizzi al tombolo, una vera meraviglia! Confezionavamo scialli di lana finissima, come adesso non se ne vedono più! E poi, s’intende, facevamo trapunte. Avevo dei telai speciali per questo. Tutto ho insegnato a quella bambina, come fosse una figlia mia, donatami dal Buon Dio! E quando ho comprato una caprtta e abbiamo cominciato ad avere il nostro latte, ho pensato: “Grazie a Te, Signore Fonte di Vita, che mi hai concesso di crescere una bambina, perchè nella vecchiaia non restassi sola! Varja si sposerà e io smetterò di lavorare nella cooperativa, terrò in ordine la sua casa, crescerò i nipotini che Dio manderà”. Ma no, quella che avevo scaldato in seno non era una figlia, ma una vipera. Mi ha denunciato perchè lavoravao di notte, facevo trapunte. Mi ha portato in casa la polizia, si è perfino offerta come testimone. Al confronto diceva proprio così: “Tutte le azioni, tutti i pensieri e le parole di questa veccchia sono contro il potere sovietico e le leggi sovietiche. Perchè è una monaca e odia il potere sovietico!” Hanno dato a lei sia la casa con l’ordo sia la capra. Aspettava a giorni un caprettino. Ah la mia capretta dolce!”
(…)
La terza “delinquente” era solo una vecchia kolchoziana, di quelle che sgobbano giorno e notte nei campi senza ricevere decisamente nulla per il loro lavoro. Una volta che un forte acquazzone aveva costretto tutti a ripararsi sotto una tettoia, ansimando e gemendo per un attacco di radicolite aveva detto:
“Ai tempi dell’altra guerra con la Germania, quando lo zar si prese nell’esercito il mio uomo, io, come mogllie di un soldato, qualcosina, anche se poco, ricevevo: ora un pò di legna gratis, ora degli sgravi sulle imposte. Adesso invece Stalin mi ha preso quattro figli in guerra, e non solo non mi aiutano, vecchia come sono, ma oltretutto mi fanno lavorare gratis, malata, con questo tempaccio!”
Due giorni dopo l’avevano arrestata, e ormai erano otto mesi che la martellavano:
“Chi ti ha istigato a fare propaganda contro il partito e contro Stalin?”
Non le credetti, mi sembrava assurdo che una semplice frase in cui tutto era vero potesse fare incriminare una donna anziana, i cui figli stavano difendendo la patria!
(…)
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Eravamo vicine di letto nella grande camerata femminile dell’ospedale del lager, dove non c’era un centimetro libero (..).
Avevo già avuto modo di osservare la denutrizione in tutti gli stadi possibili e immaginabili, ma non avevo ancora incontrato un simile esempio di scheletro vivente! E su quel teschio splendevano grandi occhi azzurissimi, di una sfumatura cobalto. Nei casi di estremo esaurimento gli occhi di solito si infossano, diventano opachi, mentre quelli di Vanda… Guradando quegli occhi, quasi non ci si accorgeva più del cranio completamente rasato, della pelle secca, aderente alle ossa, delle nere labbra screpolate che non poteva coprire la chiostra dei denti, belli ma velati da una patina di muco secco.
Si rigirava nel letto, alzandosi, o meglo sllevandosi continuamene sulla braccia, e allora faceva ancora più spavento: non aveva camincia, la si sarebbe dovuta cambiare più spesso. Giaceva su un’incerata, sulla quale le gocce di sangue colavano quasi ininterrottamente.
Io la capivo, infelice ragazzina appena uscita dall’età infantile. A due-treento passi da lì, fuori del portone c’era sua madre, che non vedeva da due anni: proprio per incontrarla avea affrontato tutti i pericoli della “strada della vita”, che invece l’aveva poartata in quell’ospedale di lager, dopo l’arresto per abbandono del posto di lavoro. Il fatto è che gli adolescenti la cui salute era irrversibilimente minata dalla tubercolosi e dall a pellagra venivano “scartati”, cioè cancellati dagli elenchi dei campi per inattitudine al lavoro,e i genitori o i parenti potevano venirseli a prendere. Ma c’era la severa disposizione di non scartare quelli intrasportabili o che dovevano morire entro breve tempo. Non potevano andare a morire a casa neppure quelli il cui aspetto poteva testimoniare in maniera evidente quali erano gli effetti del campo di lavoro correzionale…
“Ma che dici, bambina!” cercavo di calmarla. “Come fa una mamma a spaventarsi della propria figlia? Sei malata. E la mamma lo sa. Sa anche che la malaria non rende belli”.
“E’ proprio questo che mi preoccupa! La mamma è partita proprio all’inizio, per accompagnare i bambini sfollati negli Uralli, e non è più potuta tornare. Io sono rimasta con il papà, ma lui è morto già nel primo inverno, e io mi sono messa a lavorare: cucivo sacchi, li riempivo di terra. Già a Leningrado avevo una bruttissima cera, ma la mamma m ricorda com’ero prima della guerrra. Sa”, disse un pò imbarazzata, “ero bela. No, davvero, molto bella! Con i capelli ricci, colorita… Adeso invece sono pelata, magra… faccio paura”.
E mi guardava con un’aria interrogativa, speranzosa.
“Ma che dici Vanda! Capirai che guaio se non hai più i ricci! I ricci ricresceranno. E il colorito, quando si hanno sedici anni, fa presto a tornare. A questo, credimi, ci penserà la mamma. E anche adesso, per quanto sembri magra o, come dici, pelata, per la mamma sei ssempre la più bella! Ora sbrigheranno tutte l eformalità, ti rilasceranno il certificato…”
Con quanta gratitudine mi guardavano i suoi fiduciosi occhi azzurri! Probabilmente sorrideva, benchè sia dificile affermarlo: il digrignare de denti non coperti dalle labbra somiglia sempre a un sorriso. Mi tendeva una mano, e io accarezzavo quella pelle secca e fredda: l amano di uno scheletro. Ma sapevo dalle parole di Sarra Abramovna che la madre della ragazza aspettava invano giorno e notte al portone, senza mai allontanarsene: le avevano negato il permesso, non le avevano lasciato alcuna speranza… Questa conversazione si ripeteva diverse volte al giorno. E sempre, tranquillizandosi, Vanda mi tendeva la mano, e io la accarezzavo. Mentre sull’incerata colavano goccioline di sangue… Morì senza soffrire. Semplicemente insieme al sangue, finì anche la vita. Lo sentì, la madre, quando sua figlia le passò accanto, sotto una tela catramata, nella carretta che la portava alla fossa comune?
(…)
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Nelle condizioni del lager, chi può beccarsi la sifilide? Chi può comprarsi una donna o costringerla con la paura o la forza. Alla prma categoria appartengono quelli che anno la possibiità di liberare dalla fame; alla seconda quelli che hanno il potere di causare sofferenza: affamare, torturare con il lavoro massacrante e le condizioni di vita insopportabilmente pesanti. Sì! E’ così. E non bisogna stupirsi se la sofferenza non ci è inflitta sempre ed esclusivamente dai capi del lager e dai capi di questi capi, su su per la scala gerarchica in cima alla quale troneggia il principale tiranno, quel Moloch che ha bisogno di venerazione, paura e innumerevoli vittime.
Spiegherò più dettagliatamente. Nella massa dei detenuti, per la paggioranza politici, c’è sempre un certo numero di criminali comuni. Anche all’interno dell’art. 58 c’è il comma 14, “Sabotaggio”, in cui rientrano gli auolesionisti che si mutilano per non lavorare, ma anche semplicemente i giocatori che perdono alle carte una mano (o una sua parte), una gamba, un occhio. Può essere il più incallito urka recidivo, ma passa per l’art. 58, ancorché comma 14.
Non tutti i delinquenti comuni sono urki. Ma proprio tra i comuni si recluta l’élite del campo, e dal loro ambiente, tramite una selezione e un apposito tirocinio, si cristallizza la quint’essenza dei tiranni da lager – il frutto più ripugnante della schiavitù, che a sua volta è la più disgustosa fra le invenzioni dell’umanità.
Ma non si trattava di loro, bensì di quelli che occupavano una posizione di privilegio nelle sezioni di lager, nel lagpunkty e nelle komadirovski disciplinari.
Potevano comprarsi una donna i fornai, i tagliatori di pane, i responsabili dei magazzini di viveri e di vestiario e altri privilegiati. Questi erano i pazienti della corsia di Tuminas.
Fornai e tagliatori di pane di solito erano tipi non tanto pericolosi, quanto ributtanti. Sicuri di sé e insolenti con i detenuti politici, strisciavano in ogni modo davanti ai superiori, compresi i liberi, che a volte mangiavano con tutta la famiglia, con figli e parenti, a spese della razione del lager: grassi, farina, conserve, tutto spariva sottobanco. Perciò la direzione chiudeva un occhio se il tagliatore sistematicamente gonfiava le porzioni di pane spruzzandovi sopra acqua con la bocca.
Il pane… Si mangia. Se ne parla, si pensa, si sogna. “Un cantuccio di pane, anzi solo la me tà”. Il pane e il sale. “Daccio oggi il nostro pane quotidiano…” chiedevamo a Do. Ma nel campo il pane ce lo misurava rigorosamente il tagliatore, secondo un elenco.
Non è così sempice: dare a ciascuno non “secondo il bisogno” e tanto meno secondo i meriti, ma proprio secondo l’elenco: a qualcuno la razione minima, la “garanzia”, a qualcuno il “buono+1″ o “+”", “+3″ (il massimo!), e a qualcuno anche la razione punitiva o ospedaliera, oppure quella per i trasferimenti. Destreggiandosi con questa matematica, il tagliatore può sempre rimediare a proprio vantaggio abbastanza pane da pagarsi l’ “amore” di un donna affamata. Ma se si può comprare una donna, perché non comprarne due, tre? Basta tagliare razioni meno pesanti, e poi spruzzarle generosamente d’acqua con la bocca. Ma capitava che, insieme all’ “amore”, il tagliatore di pane si guadagnasse anche la sifilide. Allo stesso modo si contagiavano i responsabili dei magazzini, i cuochi e via dicendo. Anche se aun detenuto spettava (come a Novosibirsk) solo un grammo di grassi, moltiplicato per duemilacinquecento faceva già due chili e mezzo, cioè quanto bastava per friggere delle schiacciate per i capi. Eppure i cuochi riuscivano sia a ingrassarsi loro, sia a far mangiare delle ragazze non troppo difficili, soprattutto minorenni. Spesso quesi “califfi per un’ora” delle cucine venivano pescati con le mani nel sacco, ma finivano sempre in qualche altro posticino caldo e lucroso, perché avevano saputo ungere per tempo le persone giuste.
Gli smistatori, i capisquadra e i capicantiere avevano ancora più ampie possibilità di utilizzare i loro sottoposti. Non avevano bisogno di comprare le donne. Bastava intimidirle, e far pressione sulle più recalcitranti: costringerle a svolgere un lavoro ingrato, assegnare la razione più misera, con la quale la morte per esaurimento è garantita. Le donne “docili”, invece, le sistemavano a un lavoro più leggero, attribuendo loro il guadagno altrui, e di conseguenza una razione migliore.
E inoltre di sifilide si ammalavano i responsabili dei bagni, del club… Anche questi incarichi erano assegnati ai detenuti comuni, che potevano uscire dalla zona con un lasciapassare. Rientrava tra le loro mansioni reclutare informatori, sollecitare confidenze e denunciare a chi di dovere. A mò di incoraggiamento si creavano per loro le “condizioni”: una stanza separata, una razione supplementare, eccetera. Molti di loro vivevano nell’abbondanza. (E questo quando infuriava la guerra e molti milioni di persone a entrambi i lati del filo spinato sofivano senza alcuna colpa!). Perchè avrebbero dovuto negarsi un piacere, quando per un pezzo di pane e burro e un bicchiere di té dolce si poteva comprare l’ “amore”?
Ma sul gradino più alto dell’élite del campo stavano quelli che lavoravano per i liberi fuori della zona recintata: sarti, calzolai, ogni specie di artigiani. Ovviamente quei mestieri potevano esercitarli solo i detenuti comuni. Ed erano loro i fidanzati più desiderbili! Così potevano scegliere anche una dama più raffinata, non di quelle che diceevano: “Dammi le razioni e cala giù i calzoni!”. A queste signore bastava regalare scarpe col taccco.
(…)
Non siamo cani da corsa
by Duncan on mag.22, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Alcuni gesti restano come staffilate nella carne, come dita spezzate, e occhi cielo azzuri limpidi dritti di speranza, dove i battiti del cuore pulsano forte nell’eccitazione adrenalinica di chi fa la cosa giusta perché prende il “sentiero sbagliato”.
E scuote di dosso la polvere, con gesto insieme di sfida infantile e di rivoltoso dovere, con tremiti di paura, che tendono le corde dell’addome, ma anche eccitano.
Come si è sempre un pò eccitati e impauriti al tempo stesso, quando ci si alza dal coro e si rovina la festa a tema, e gli sguardi sbuffanti e irritati di prime donne e comparse posso solo stare a guardare, per farla pagare poi. Ma ormai il colpo è fatto, lo spettacolo è rovinato e il gesto resta nella terra dove abitano gli
Uomini.
1968, Olimiadi Messicane. I due velocisti neri americani Smith e Carlos arrivarono rispettivamente primo e terzo nei duecento metri. E al momento della vittoria urlarono “non siamo cani da corsa” e alzarono il pugno in alto; pugni guantati di nero. Un gesto dirompente che squarciò le pagine. Una colpo geniale, che fece più rumore di mille convegni, dibattitii e proteste formali e che toccava il ventre caldo di un’America malata di rancore e razzismo, dove ancora fumava il cadavere di Martin Luther King, ucciso proprio pochi mesi prima.
Omicidio seguito a ruota da quello di Bobby Kennedy.
Quei pugni chiusi guantati di nero alzati a sfidare il cielo divennero leggenda, ma loro pagarono prezzi altissimi. La loro vita ne fu devastata. L’America non li perdonò mai.
Storie di Coraggio. Storie di Dignità. Storie di Uomini.
Questo è un uomo
by Duncan on apr.21, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana

Questa storia è emblematica dello stato di imbarbarimento nel quale stiamo precipitando. Di una mentalità gretta, meschina, squallida, ottusa.
Ed è anche la storia dell’Onore di un Uomo, di quelli che vanno contromano. Perché ci sono luoghi e situazioni nelle quali essere
semplicementi capaci di coscienza e umanità è andare.. contromano.
E’ una storia di squallore e di ribellione morale.
Ad Adro in provincia di Brescia, questo è l’incipit, alcune famiglie di bambini erano morose con la mensa scolastica.
La scuola aveva deciso di mettere i bambini pane e acqua. E già questo.. perdonatemi.. fa schifo.
Perché hai mille modi per rivalerti sulla famiglia e sui genitori, mille strumenti e percorsi legali. La cosa più volgare e odiosa è far pagare un bambino umiliandolo davanti tutti gli altri. La sensibilità di un bambino è qualcosa di talmente delicato che si dovrebbe camminare in punta di piedi e in reverenza dinanzi alle sfere della sua esistenza. E questi animali avevano stabilito la
“ritorsione” (stile medievale e stile da gestapo, ritorsione e rappresaglia) nei confronti delle famiglie colpendo i bambini. Come si
sente un bambino messo a mangiare pane e acqua?
Come si sente ad essere trattato come un mortaccio di fame?
Cosa prova quando chiede “perché a me solo pane e acqua”?
Come si sente quando gli altri compagni lo indicano a dito, e vede che loro mangiano abbondantemente cose buone.. e lui pane ed acqua.. e si sente un paria, un escluso, un diverso?
Già questo darebbe molto da pensare..
Ma si può fare di peggio, non andrebbe mai sottovalutata la capacità delle persone di mettere in mostra il peggio di sè.
Ma andiamo coi fatti.–
Visto che c’è anche un giudice a Berlino diceva una massima divenuta celebre, c’è anche un autentico essere umano ad Adro. Un imprenditore benestante che decide di farsi carico delle rette dei bambini indigenti. E lo fa con un gesto che è anche uno schiaffo morale all’ipocrisia e all’aridità farisaica che sta dilagando in molte parti d’Italia. Scrivendo cioè una lettera bellissima e durissima in cui parte dalla sua storia.
Figlio di un mezzadro, povero e umile ma con grande dignità. Dalla gioventù frugale si è fatto una posizione studiando e affermandosi anche nel lavoro, e ora ha un buon reddito.
Ma non ha dimenticato da dove è venuto. Non ha dimenticato quel patrimonio di dignità di un padre umile.. ma la dignità non la fanno i soldi e gli orpelli. E non poteva accettare che in un paese moderno e benestante, di quei paesi del Nord dove il tenore della vita è estremamente alto, alcune famiglie fossero in mora con la mensa scolastica e i loro bambini fossero lasciati a pane e acqua. C’era anche lui in quei bambini.
Questo è un Uomo.Questa è una persona a cui si può finalmente stringere la mano.
La lettera è durissima. E’ come un grido nel deserto. Che stiamo diventando, sostanzialmente dice, cosa stiamo diventando? Abbiamo dimenticato da dove siamo arrivati? Da quando è cominciata la barbarie? Negli anni racconta.. già con le storie delle taglie sugli extracomunitari.. e poi è avanzata con un razzismo strisciande, un disprezzo sempre meno celato, una aridità che è a tutti gli effetti una stitichezza dell’anima. Ma chi si fa il mazzo nelle vostre fabbriche e vi fa fare fatturati milionari? Chi vi pulisce le case. Chi lava le palle ai vostri nonni che per voi sono ormai un peso? Chi vi caccia lo sporco dalla macchina? Cosa sareste voi senza queste persone che fanno tutto il lavoro sporco?
Senza questa gente che vi fa schifo, disprezzate, additate a dito.. contro la quale urlate le peggiori bestialità in quegli assembramenti pseudo politici dove si nutrono a vicenda le proprie miserie?
Cosa sareste senza tutti loro?
Perdonatemi la risposta.. ma quando ci vo ci vo.. direbbe qualcuno…
NON SARESTE UN CAZZO.
E poi.. è persino qualcosa che va oltre il puro e semplice razzismo..
E’ la grettezza d’animo, il culto della roba e del denaro, il piccolo io autistico talmente incentrato su di sé che se ne frega degli altri, che non è pronto a spartire un centesimo.. Anzi si irrita alla semplice vista di un indigente.
Ma è soprattutto la reazione delle madri al gesto del “benefattore”
che mi ha colpito…
Oggi le ho viste in televisione, assembrate davanti ai cancelli della scuola, rancorose, indispettite, incazzate.
Tutte a fare discorsi del tipo “a sto punto non pago neanche io”.. “oggi ero andata in banca per dire di non pagare, ma avevano già
proceduto”.. “è una vergogna”.. “questo tipo è un mangiapane a tradimento”.. “e adesso deve pagare per tutti”..
La giornalista poi ha intervistato anche qualcuna delle madri delle famiglie indigenti. Poche, perché la maggior parte si vergognavano. E queste se da un lato ringraziavano chi aveva saldato il loro debito, dall’altro dicevano che adesso per loro “si faceva ancora più dura..”,
sentivano ancora maggiore rabbia e irritazione da parte delle altre famiglie.
Ma stiamo davvero scherzando?
Ma stiamo parlando di un paese in Italia abitato da esseri umani.. o di Dogville di Lars Von Trier? O degli Zombie di Romero o di qualcuna di quelle oscure cittadine del Middlewest americano immortalate nei romanzi di Stephen King?
Ci si sente offesi perché un altro ha pagato per chi non poteva pagare? Chi si incazza non ha tolto un centesimo.
Si trova inaccettabile che ci siano persone che abbiano qualcosa che non paghino loro. Uno deve cacciarli da sé i quattrini e se no calci nel culo.
E poi sono extracomunitari, furbi venuti a campare alle spese del nostro bel paesotto, parassiti scansafatiche..
che siano sbeffegiati e umiliati.. anzi questa era una bella occasione per fare la voce grossa e per prenderci qualche soddisfazione..
E questo benefattore mangiapane a tradimento ci ha rotto le uova nel paniere..
Che dirvi ragazzi. Forse esagero. Ma mi indigna vedere delle madri che invece di riconoscere nel bambino povero il volto del loro stesso figlio, si imbufaliscono se quei bambini non sono umiliati e lasciati a mangiare pane e acqua per punire le famiglie indigenti…ed extracomunitarie.
Adesso questo imprenditore che ha scritto la lettera meravigliosa che ora leggerete, un vero pezzo di indignazione morale e di valore civile, come il Jaccuse di Emile Zola o certi passi di Pasolini, è oggetto dell’odio del paese…
Che strani tempi in cui è oggetto di disprezzo qualcuno che ha la colpa di pagare di tasca propria per chi è in condizioni misere…
qualcuno che non ha dimenticato di avere una dignità..
qualcuno di cui si può ancora dire.. QUESTO E’ UN UOMO.
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Sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film “L’albero degli zoccoli“. Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato soldi per vivere bene. E’ per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa scolastica
A scanso di equivoci, premetto che:
- Non sono «comunista». Alle ultime elezioni ho votato per Formigoni. Ciò non mi impedisce di avere amici di tutte le idee politiche. Gli chiedo sempre e solo da condivisione dei valori fondamentali e al primo posto il rispetto della persona.
- So perfettamente che fra le 40 famiglie alcune sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Alcuni sono milionari e vogliano anche fare la morale agli altri. In questo caso, nel dubbio sto con i primi. Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, ma lo chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell’educazione.Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell’Ucraina.
Vedo attorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha di meno. Purtroppo ho l’insana abitudine di leggere e so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male.
I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, ma potrei portare molti altri casi.
Quando facevo le elementari alcuni miei compagni avevano il sostegno del patronato. Noi eravamo poveri, ma non ci siamo mai indignati. Ma dove sono i miei compaesani, ma come è possibile che non capiscano quello che sta avvenendo? Che non mi vengano a portare considerazioni «miserevoli». Anche il padrone del film di cui sopra aveva ragione. La pianta che il contadino aveva tagliato era la sua. Mica poteva metterla sempre lui la pianta per gli zoccoli. (E se non conoscono il film che se lo guardino).
Ma dove sono i miei sacerdoti. Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo. Se esponiamo un bel rosario grande nella nostra casa, poi possiamo fare quello che vogliamo? Vorrei sentire i miei preti «urlare», scuotere l’animo della gente, dirci bene quali sono i valori, perché altrimenti penso che sono anche loro dentro il «commercio»
Ma dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare «partito dell’amore». Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l’Italia. So per certo che non sono tutti ottusi ma che non si nascondano dietro un dito, non facciano come coloro che negli anni 70 chiamavano i brigatisti «compagni che sbagliano».
Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Se credono davvero nel federalismo, che ci diano le dichiarazioni dei redditi loro e delle loro famiglie negli ultimi 10 anni. Tanto per farci capire come pagano le loro belle cose e case. Non vorrei mai essere io a pagare anche per loro. Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) venga dalle tasse del papà di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1.200 euro al mese (regolari).
Ma dove sono i miei compaesani che non si domandano dove, come e quanti soldi spende l’amministrazione per non trovare i soldi per la mensa. Ma da dove vengono tutti i soldi che si muovono, e dove vanno? Ma quanto rendono (o quanto dovrebbero o potrebbero rendere) gli oneri dei 30.000 metri cubi del laghetto Sala. E i 50.000 metri della nuova area verde sopra il Santuario chi li paga? E se poi domani ci costruissero? E se il Santuario fosse tutto circondato da edifici? Va sempre bene tutto? Ma non hanno il dubbio che qualcuno voglia distrarre la loro attenzione per fini diversi. Non hanno il dubbio di essere usati? E’ già successo nella storia e anche in quella del nostro paese.
Il sonno della ragione genera mostri.
Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre. Per me quelli che non pagano sono tutti uguali, quando non pagano un pasto, ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori o i dipendenti o le banche. Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse, perché anche in quel caso qualcuno paga per loro. Sono come i genitori di quei bambini. Ma che almeno non pretendano di farci la morale e di insegnare la legalità perché tutti questi begli insegnamenti li stanno dando anche ai loro figli.
E chi semina vento, raccoglie tempesta!
I 40 bambini che hanno ricevuto la lettera di sospensione del servizio mensa, fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L’età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quel giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi? E se non ce lo volessero più cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso. E’ anche per questo che non ci sto.
Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà pure dire poco ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani.
Ho versato quanto necessario a garantire il diritto all’uso della mensa per tutti i bambini, in modo da non creare rischi di dissesto finanziario per l’amministrazione. In tal modo mi impegno a garantire tutta la copertura necessaria per l’anno scolastico 2009/2010. Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno o vorranno pagare il costo della mensa residuo resterà a mio totale carico. Ogni valutazione dei vari casi che dovessero crearsi è nella piena discrezione della responsabile del servizio mensa.
Sono certo che almeno uno dei quei bambini diventerà docente universitario o medico o imprenditore, o infermiere e il suo solo rispetto varrà la spesa. Ne sono certo perché questi studieranno mentre i nostri figli faranno le notti in discoteca o a bearsi con i valori del «grande fratello».
Il mio gesto è simbolico perché non posso pagare per tutti o per sempre e comunque so benissimo che non risolvo certo i problemi di quelle famiglie. Mi basta sapere che per i miei amministratori, per i miei compaesani e molto di più per quei bambini sia chiaro che io non ci sto e non sono solo.
Molto più dei soldi mi costerà il lavorìo di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa di avere la coda di paglia. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onoreranno del loro disprezzo. Posso sopportarlo. L’idea che fra 30 anni non mi cambino il pannolone invece mi atterrisce.
Ci sono cose che non si possono comprare. La famosa carta di credito c’è, ma solo per tutto il resto.
Gli Uomini sono fatti così
by Duncan on ott.06, 2009, under Ispirazione, Resistenza umana

Questo testo lo devo a una ragazza speciale, Monica, che lo ha trascritto da un libro di Oriana Fallaci e me lo ha inviato dopo averlo battuto su pc, nei momenti di buca che ha avuto negli ultimi giorni. Monica è una di quelle persone capaci davvero di dare, di condividere. Capace di spezzare il pane e di versare il vino.
Queste pagine ti entrano nell’anima per non uscirne più. Se siete uomini non spaventatevi al nome della Fallaci. Se anche non l’avete mai amata, smentite la pigrizia che ci mantiene sempre nel nostro recinto e leggete lo stesso. Leggete, soprattutto se non l’avete mai amata. Leggete come solo le viscere e l’anima sanno leggere.
[..]
La trovai e la pagai: con le tre cicatrici che ora mi porto addosso. Replicherai: cosa sono tre cicatrici? Poco, d’accordo, pochissimo, ed annuisco se aggiungi che fanno parte del mestiere: quando vai dove sparano, il minimo che ti possa capitarti è d’essere prima o poi sparato. Però vedi, se io non ce le avessi, queste tre cicatrici, mi sentirei infinitamente più povera. Perché mi domanderei ancora a cosa serve nascere a cosa serve morire, e la morte di tutti gli uomini che ho visto morire per mano degli uomini mi sarebbe inutile,e me ne starei come una lucertola al sole, indifferente immobile intenta solo a sbadigliare sulla mia letargia. Me ne stavo così prima di assistere alla strage di Erode,prima del mio terremoto. Sicchè fammi raccontare che accadde quel mercoledì 2 ottobre 1968 e la risposta che ricavai.[…]
Dicevano: costano miliardi le dannate Olimpiadi,ed è vergognoso spendere i miliardi nelle Olimpiadi quando il popolo muore di fame. Gli studenti al Messico,sai, non sono come gli studenti italiani francesi inglesi americani. Non hanno la fuoriserie, non hanno le camicie di trina, specialmente al Politecnico sono figli di contadini, di operai e magari sono operai a loro volta. Ma torniamo alla piazza. Che era fatta a rettangolo. E da una parte questo rettangolo era limitato da un cavalcavia,dall’altra si concludeva una scalinata in cui i gradini scendevano verso un grande edificio che si chiamava Chihuahua. Il Chihuahua quindi dominava tutto e da esso vedevi la chiesa spagnola con le rovine azteche a sinistra, i grattacieli a destra, il cavalcavia in fondo, e la scalinata sotto ogni piano del Chihuahua aveva un balcone lungo 10 metri e largo 5, con una balaustra alta circa un metro e un’ apertura circa tre: le misure sono indispensabili per capire come ci spararono dall’elicottero. Ai balconi si accedeva per le scale a destra e a sinistra, oppure dagli ascensori le cui porte si aprivano sulla parete lunga; le porte degli appartamenti a privano invece sulle due pareti brevi, mi spiego? erano balconi molto comodi, ampi, contenevaano anche 50 persone e per arringare la folla eran perfetti.
E io avevo chiesto ma cosa vuol dire, e loro mi avevan risposto: non vuol dire niente, sono le nostre canzoni, sono canzoni da bambini. Perché in fondo quegli studenti, quei terribili studenti che mettevano in pericolo le Olimpiadi e il prestigio del governo messicano, eran bambini. A me infatti erano piaciuti perché eran bambini con l’entusiasmo dei bambini, e ci avevo fatto amicizia. Il mio primo amico era stato Mosè che era un ferroviere iscritto al Politecnico, piccino, timido, brutto, con una camicia sfilacciata e una giacca tutta rammendi. Lo incantava il fatto che fossi stata in Vietnam e mi diceva : “miss Oriana, vietcong very brave, eh? Molto coraggiosi, eh?”. Il mio secondo amico era stato Angelo che ra uno studente di matematica e fisica, invaghito dei Beatles e di Mao, con un visuccio triste da Savonarola. E poi Maribilla che era una ragazza di 18 anni,abbastanza graziosa se non fosse stato per il labbro leporino che le sciupava la faccia, due occhietti dolci ed allegri, una gran voglia di vivere. E poi Socrate che era un giovanottone coi baffi, i lineamenti di Emiliano Zapata, l’ardore del rivoluzionario disposto al sacrificio. E infine Guevara che era un laureando in filosofia,silenzioso e duro. E avevo pensato a ciascuno di loro quando quel mercoledì mattina ero stata ad intervistare il generale Queto, capo della polizia, e costui m’aveva detto che noi giornalisti si esagera sempre “non pasa nada, querida, nada, tutte menzogne, nessuno spara sugli studenti, che tengano pure il loro comizio, gli ho dato il permesso”. Capisci, gli aveva dato il permesso e ripeteva no pasa nada, non succede nulla, e i suoi ordini erano già stati impartiti: sparare.
mischiarsi nei comizi, e molte donne dell’ Associazione Madri Studenti Caduti, e un gruppo di ferrovieri e un gruppo di elettricisti giunti in segno di solidarietà: coi cartelli “nos ferrocarrilleros apoyamos al movimento estudiantil” “las aulas non son cuertelas” “gobierno dos crimine y dictatura”. S’eran messi quasi ai bordi della scalinata, dignitosi,composti e Mosè li fissava con angoscia perché era stato lui a chiedere di venire.
Restate calmi. Dimostrategli che la nostra vuol essere una manifestazione pacifica. Restate calmi. Compagni…non andremo al casco
santo thomas. Quando questo comizio sarà concluso, disperdetevi con calma e tornate alle vostre case..
Calma! Calma!
“Uberto! Che ti hanno fatto, Ubertooo!”. E gli sparavano alla schiena e lo tagliarono in due.
mentre scappava. Le scaricarono addosso tre colpi. E lei cadde esclamando “porque?” ed essi le spararono ancora una volta, nel cuore, e lei non parlò più.
Col loro stesso scrupolo, la loro stessa ferocia. E né lui e né quei figli del popolo dimenticarono mai di mirare dritto, di sparare in aria per esempio. Un primo obice colpì in pieno l’appartamento sopradi noi. Un secondo obice colpì il piano di sotto, una raffica di mitraglia pesante tagliò molte finestre,e ora anche l’elicottero s’era messo a sparare con la mitraglia. Le pallottole si conficcavano tutte nel muro dell’ascensore,però sempre più verso il pavimento, e mi ci volle qualche secondo per capire che l’obiettivo eravamo proprio noi del terzo piano, che dirigendo i colpi dentro l’apertura del balcone miravano proprio a noi che credevano i capi degli studenti. Lo compresero anche i poliziotti. E malgrado essi fossero in una posizione di gran privilegio perché i colpi venivano diagonalmente al muricciolo sotto cui eran nascosti, li assalì un terrore isterico e si misero a gridare, a gridare..”no tiren! No tiren!”
“ooooh!”. Come un rantolo. E girai lo sguardo e vidi il ragazzo col pullover candido che non era più candido,era tutto rosso davanti, e il ragazzo faceva il gesto di sollevarsi ma dalla bocca gli usciva una ventata di sangue, e si abbattè con la faccia nel sangue. E poi tocco a quello coi riccioli neri. La pallottola lo prese direttamente nel cuore perché s’era mosso appoggiandosi sul gomito destro, e disse:
“ma..” poi andò subito giù. Poi toccò ad una donna distesa là in fondo. Credo che fosse una donna dell’appartamento 306, era uscita di casa per veder cosa accadesse e i poliziotti non le avevan permesso di rientrare. Fu colpita ai polmoni. Poi toccò a Mosè che fu preso al collo e alle mani ma restò solo ferito. E poi toccò a me che attendevo in fondo al pozzo della mia verità, quel pozzo sempre sfiorato e mai toccato con tutte e due le mani, sempre intravisto e sempre perduto. Durò quasi mezz’ora l’attesa. Quella lunga attesa nella certezza che non ce la farai,che stai vivendo gli ultimi attimi della tua vita. Dopo mi chiesero: cosa provavi, puoi dirlo? Si , posso dirlo. Provavo una gran rassegnazione.
Ma non una rassegnazione immobile: una rassegnazione fatta di pensieri da cui nascevano altri pensieri come in un gioco di specchi, all’infinito, sicchè a forza di guardar negli specchi ritrovai ciò che avevo perduto. L’amore per gli uomini. È assurdo lo so, ritrovarlo proprio nel momento in cui gli uomini non sono più uomini ed accetti l’idea di finire. Ma questo è ciò che accadde, e puoi riderci quanto ti pare, scuoter la testa quanto ti pare, accadde veramente così, me ne ricordo benissimo, e lo ritrovai questo amore dimenticato respinto, lo ritrovai proprio giù in fondo al pozzo, mentre pensavo dunque di morire ammazzati è così, non è giusto ed illogico, morire di vecchiaia è giusto, morire di malattia è logico, morire così è illogico, ma cosa posso farci, nulla, vorrei solo che mia madre non ne soffrisse troppo, con quel male al cuore morirebbe a sua volta, speriamo che lo sappia bene, in modo non brutale, speriamo che dica era destino, se la cavò alla guerra per trovarsi sopra quel balcone. La guerra. Mi hai dato la definizione della guerra, Francois, un gioco per divertire i generali, e anche la sua formula, piantare pezzetti di ferro nella carne dell’uomo, ma questa non è guerra e ti piantano addosso i pezzetto di ferro, riecco l’elicottero, come scoppietta abbassandosi, i vietcong dovevan sentirsi così quel giorno a DaK To, quando ci abbassavamo su loro e perdevamo i limoni, e quel giorno con l’A37, gli uomini sono pazzi. Se bevi il brodo con la forchetta dicono subito che sei pazzo e ti portano al manicomio, se massacri migliaia di persone così non dicono nulla e non ti portano in nessun manicomio, qui bisognerebbe fare qualcosa, impedirlo,chissà quante creature sono morte là sotto, ma allora hanno ragione i vietcong, è necessario battersi, anche al costo di commettere errori, di sacrificare innocenti come Ignacio Eczurra e Biech e Piggott e Laramy e Cantwell e gli altri, è il prezzo del sogno,ecco, ha sparato, però stavolta ci ha mancato, chi ha ammazzato al posto nostro, povere creature, ma come facevo a non amare gli uomini, questi uomini sempre maltrattati, sempre insultati, sempre crocefissi, ma come facevo ad ire che è tutto inutile e a cosa serve nascere a cosa serve morire? Serve ad essere uomini anziché alberi o pesci, serve a cercare il giusto perché il giusto esiste, se non esiste bisogna farlo esistere, e allora l’importante non è morire, è morire dalla parte giusta, e io muoio dalla parte giusta perdio, accanto a Mosè che è sempre stato povero e maltrattato e insultato e crocefisso, non accanto a un poliziotto col guanto bianco, un vietcong deve pensare così quando l’elicottero torna e si abbassa, guardalo torna, si abbassa, e se pregassi dio? Macchè Dio, Dio l’abbiamo inventato, Dio no che non esiste, se esiste e si occupasse di noi non permetterebbe tali macelli, non lascerebbe ammazzare il ragazzo col pullover bianco, il ragazzo coi riccioli neri, la donna dell’ appartamento 306, il bambino che invocava Uberto e Uberto, sicchè non a Dio bisogna rivolgersi ma agli uomini, e bisogna difenderli, e bisogna combattere per loro perché loro non sono inventati ed avevi ragione tu, Francois, è come dicesti tu, Francois: per essere uomo a volte bisogna morire.
Ma il poliziotto con la rivoltella ripetè: “detenidos, silencio!” e puntò meglio la rivoltella e mi chetai. E restai lì con i miei tre coltelli, il dolore che andava e veniva ad ondate, insieme a un gran sonno, a momenti mi sembrava di dormire in un letto dove mi svegliavo per uno scoppio improvviso ma subito mi riaddormentavo di nuovo, e nel sonno c’era la voce di Mosè che piangeva “Miss Oriana, oh! Miss Oriana!”. E un’altra voce che diceva:”por favor!esta mujer es grave, se muere!”. Chi era la donna che moriva? Perché moriva? E perche Mosè piangeva, per chi? Per se stesso o per me? Se mi portavano via, agguantavo Mosè e lo portavo via con me. Dovevo salvare Mosè..
E Socrate che era stato arrestato assieme a Guevara e a duemila altriparlò. E denunciò i suoi compagni, i suoi amici. Perché gli uomini sono fatti così.
DOGNITA’
by Duncan on mag.12, 2009, under Resistenza umana

Leggendo un libro di Leonardo Sciascia, non un romanzo, ma più un saggio, anzi una raccolta di saggi, un saggio di saggi.. mi colpì una piccola nota, breve ad essere esposta ma lapidaria come un macigno, emblematica e carica di senso.
Quando il fascismo si affermò pretese (anche) dai professori universitari che presassero giuramento di obbedienza. In realtà il regime fascista non aveva maglie ipertotalitarie, come quello staliniano ad esempio.. e in un paese storicamente inefficiente e anarchico come l’Italia, nei fatti i professori universitari non
avrebbero perso molto a livello concreto. Specie coloro che insegnavano materie non “sensibili” e che potessero entrare in collisione con le “dottrine” ufficiali, e quindi coloro che insegnavano materie matematiche, tecniche e altro.. avrebbero visto non molto mutare della loro vita quotidiana e delle loro modalità di
impostare l’insegnamento. Chi insegnava materie umanistiche, filosofia, diritto, storia, avrebbe avuto delle grane in più.. il regime aveva i suoi dogmi da far affermare nelle università. Ma, anche qua, nell’inefficienza di un controllo capillare in stile gestapo, specie nelle periferie i professori universitari avrebbero comunque mantenuto nei fatti una certa libertà di manovra.. e, se molto furbi e abili, tentare, durante le loro lezioni, di fare uscire, anche
qualcosa di non propriamente ortodosso. In sostanza il regime sembrava, almeno per certi settori della società, particolarmente di elité, come i professori universitari, volere soprattutto una formale e inequivocabile dichiarazione di sottomissione e di ubbidienza..come dire.. un completo atto di vassallaggio e di “venerazione” del nuovo potere.. più che andare a sindacare poi effettivamente tutti i concreti atti che questi avrebbero posto in essere.
In sostanza la quasi totalità dei professori universitari non stette poi lì a pensarci più di tanto. Sì, ci furono alcuni che finsero una certa aria vagamente (molto vagamente..) indignata, un tono un pò “forzato”, un pò come a voler preservare una sorta di “dignitas”, di chi fa le cose per forza maggiore, ma in realtà non è convinto. Ma al di là di queste “teatralità” non fu quai mai davvero posta in considerazione la possibilità di una scelta. Era folle solo pensare che ci fosse qualcosa da scegliere. Per quasi tutti l’adesione, l’inginocchiamento e la sottomissione furono immediati e
totali. Non ci fu bisogno di particolari opere di convincimento né di far “tintinnare” minacce e sanzioni. Come un sol uomo, come una sola onda, la dichiarazione venne effettuata. Raramemte si vide nella storia italiana un tale (quasi) perfetto unanimismo.
E del resto.. c’era anche da starci a pensare? In un paese in cui bastava poco per essere messo ai margini loro avevano una posizione di avanguardia e di altissimo prestigio (nell’Italia ottocentesca prima e nell’Italia fascista gentiliana poi il professore universitario aveva una auctoritas e uno status di gran lunga superiori a quelli che può avere attualmente.. era considerato una punta di diamante del pensiero, l’equivalente scientifico e culturare della aristocrazia di sangue). Erano rispettati, ben pagati, considerati dal regime e titolari di molti privilegi. Inoltre, e ciò non guasta, si trattava di un lavoro puramente intellettuale, che non richiedeva manovalanza fisica, ubbidienza a feroci capisquadra, rigide imposizioni di orario.
E ci si poteva immergere nelle passioni metafisiche e intellettuali di una vita, dedicandosi allo studio e alla pura ricerca. Inoltre tutto il parentado ne aveva un riverbero su un piano di prestigio sociale.
E si sarebbe dovuto rinunciare a tutto, perdere la cattedra, essere annotati nella lista dei “nemici” e dei “sospetti” del regime.. perdere favori, appoggi, riconoscimento.. ricominciare da zero.. solo per non voler fare un “semplice” atto di inchino? Solo per non fare un “semplice” atto di sottomissione? Solo per non prestare un giuramento di obbedienza?
Ma quando mai… tanto i regimi passano, il vento muta, facciamo buon viso a cattivo gioco, e passata la murriana.. noi saremo qui.
E in effetti l’alternativa non fu considerata neanche proponibile. E infatti a non prestare giuramento di obbedienza furono solo in….DODICI!
Proprio così. Su migliaia e migliaia di professori universitari.. solo DODICI non prestarono ubbidienza!
Credo che nella storia non si sia mai visto un caso di “obiezione di coscienza” di percentuali così infime, sottostanti lo 0,000…ecc.
Quei dodici non giurarono, portando in essi il peso e l’onore della dignità. Facendo qualcosa di molto più grande che salvare la loro singola coscienza. Furono come quelle fiammelle che permettono ad altri di vedere che c’è qualcuno che non si sottomette. Furono come quelle fiammelle a cui alla fine di un Impero si può ri-guardare come
a coloro che furono tra i pochi per cui un popolo non è totalmente sprofondato nella sottomissione e nel conformismo.
Alla caduta del fascismo, furono naturalmente reintegrati. E i loro colleghi ne ebbero malcelato fastidio. Sentivano freddezza e irritazione verso di loro. La loro stessa vista li infastidiva, li amareggiava quasi.
Perché quei dodici smentivano la legge della inevitabilità della corrente, che è il culto di tutte le pecore.
Perché quei dodici, per quanto fossero appena un pugno di uomini, smentivano che non ci fosse alternativa all’obbedienza e che tutti.. tutti avevano dovuto ubbidire.
Perché quei dodici erano l’immagine vivente di ciò che loro non erano stati.



