Born Again

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Amore Zen

by Duncan on dic.24, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Poesia, Simbolo

Lessi una volta questa storia che parlava dell’amore del Maestro Zen Ikkyu per la musicista non vedente Lady Mori.. vi trovai una tale grazia, delicatezza e bellezza che mi restò impresso. Il testo che adesso vi riporto (e che è tratto da questa pagina web.. http://www.fiorigialli.it/dossier/view/5_tu-e-io/612_il-sentiero-del-donarsi), sviluppa poi, a partire da questa vicenda, una riflessione sull’Amore.. anche di coppia.. inteso come pura generosità.. come puro dono….

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IL SENTIERO DEL DONARSI

Il brano che segue parla dell’Amore del maestro zen Ikkyu Sojun (1394-1481).
Il grande amore di Ikkyu era una musicista non vedente nota come Lady Mori. Si dice che Lady Mori era famosissima per la maestria con cui suonava il suo strumento a corde: l’uditorio era rapito sia dalla musica sia dalla dolcezza con cui ella toccava le corde del suo strumento.
Ikkyu rimase rapito da tale maestria. In molti suoi componimenti poetici, egli ha declamato l’abilità delle mani di Lady Mori, poco importa se ciò avveniva mentre suonava uno strumento o mentre accarezzava il suo corpo. Perfino Ikkyu, dall’alto della consapevolezza zen, non era in grado di riprodurre la profondità dell’emozione e della sensibilità che lei infondeva al modo in cui lo toccava.

Il Sentiero del donarsi
Non passa notte che Ikkyu non canti a squarciagola
Per se stesso
Per il cielo e per le nuvole
Perché Lei si è data liberamente
Le sue mani la sua bocca i suoi seni
Le sue lunghe cosce madide di sudore (Ikkyu)

Il sesso consapevole (zen) è semplicemente questo: amanti che fanno l’Amore, che danno l’un l’altro, che vogliono dare l’un l’altro; senza prendere, senza esigere, senza egoismo, bensì in modo altruistico e dedito al qui e ora.
La sfida consiste nel mantenere questo spirito in ogni momento della relazione. Il sentiero del Donarsi si fonda sugli insegnamenti del chado, la cerimonia giapponese del tè.
Ogni appuntamento scandito da questo rito costituisce l’occasione per il padrone di casa e per l’ospite di essere in comunione nell’unicità del momento. Il padrone di casa ha il massimo riguardo per l’ospite, che a sua volta ricambia dimostrandosi riconoscente. Attraverso questo semplice gesto, le due persone instaurano un’armonia reciproca che finisce per estendersi al resto del mondo.

Uno dei principi fondamentali del chado si può applicare direttamente alla scelta di dare. Esso viene definito “kokoro ire” o “inclusione dello spirito del mondo”. I maestri del tè esortano a mettere il cuore in quello che facciamo. “Non servite il tè per il solo desiderio di suscitare una impressione positiva sugli altri o perché sperate di ricevere qualcosa in cambio; servite i vostri ospiti perché li volete servire, con un cuore sincero e umile”.
Nell’incontro erotico l’amore, l’attenzione, il rispetto reciproco giocano un ruolo determinante affinché gli amanti possano raggiungere il vero piacere. Nel chado, il migliore dei tè non è servito dal padrone di casa che costruisce una sala da tè fatta di oro e pietre sfavillanti. L’ingrediente più importante, come per ogni pasto che si rispetti, è l’amore aggiunto da colui che lo prepara.

Questo aspetto viene approfondito da una storia avente per protagonista Sen Rikyu (1522-1591), il più celebre maestro del tè giapponese, che narra di un coltivatore di tè che un giorno aveva invitato il grande maestro a prendere il tè a casa sua. Sen Rikyu era famoso per le sue qualità. L’imperatore stesso lo aveva accolto nella suo palazzo dandogli una carica di prestigio.
Sopraffatto dalla gioia motivata dal fatto che Rikyu aveva accettato il suo invito, il coltivatore di tè lo condusse nella sala da tè, servendoglielo personalmente. In quella straordinaria occasione, fu tale la sua eccitazione da indurlo a compiere dei movimenti maldestri a causa della mano che gli tremava: fece cadere la tazza e urtò il cucchiaino, facendolo volare per aria. Gli altri ospiti, discepoli di Rikyu, repressero a stento il riso nei confronti della goffaggine con cui l’uomo aveva servito il tè (erano ovviamente abituati ad assistere alla cerimonia condotta nella perfezione estetica del loro maestro). Ma Rikyu fu colpito da questo episodio al punto da dire: “Questo tè è eccellente!”
Mentre rincasavano, uno dei discepoli chiese a Rikyu perché era stato favorevolmente colpito da un rito eseguito in modo tanto deprecabile. Rikyu rispose: “Quell’uomo non mi ha invitato con l’intento di far sfoggio della sua abilità. Egli ha semplicemente voluto servirmi il tè con tutto il suo cuore. Si è dedicato completamente alla preparazione di una tazza di tè per il sottoscritto, senza preoccuparsi di commettere errori. Quella sincerità mi ha colpito”.

Questo è il sentiero che conduce alla suprema consapevolezza delle zen: dare per il puro piacere di dare. Talvolta crediamo che una relazione richieda molto denaro, una casa lussuosa o regali costosissimi. Tuttavia, lo spirito del kokoro ire (l’inclusione del proprio cuore) ci rammenta che nulla è più importante dell’amore che dimostriamo alle persone che sono con noi.
Ogni individuo è una manifestazione dello spirito divino; il fatto di essere accanto a qualcuno con tutto il cuore denota quindi rispetto non solo per quell’individuo, ma anche per la grande forza divina che esiste in ogni cosa. Avviene che le persone scelgano di dare sull’onda del senso del dovere o dell’insicurezza. Il sesso non dovrebbe essere un’incombenza a cui assolvere. Se fate l’amore pensando al bucato o al lavoro che vi attende domani, la vostra mente e il vostro corpo non saranno connessi. Un tiepido sforzo non è certo meritevole di generosità. Non arrancate lungo il cammino. Se vi sorprendete a trascinare i piedi, significa che non siete sulla buona strada. Non date per dimostrare di essere bravi.
A prescindere dalla competenza acquisita da un amante, se manca il cuore, il sesso non tarderà a farvi mancare le più profonde sensazioni. Innanzi tutto s’impone la presenza dello spirito dell’amplesso, lo spirito della scelta di dare. Da quello spirito aperto, che coinvolge e innalza, trae origine la tecnica. Evitate parimenti di dare con troppa serietà. Il buon sesso si ottiene con la partecipazione generosa ma senza sforzarsi al limite delle proprie forze. Siate attivi ma non precipitosi. Come sostiene Rikyu a proposito del chado:“E’ giusto che sia il padrone di casa sia l’ospite cerchino di fare del loro meglio e di conseguenza di creare una situazione soddisfacente per entrambi. Non è comunque giusto che ambiscano alla soddisfazione fin dall’inizio”.

Per essere un buon amante basta possedere un cuore generoso. Se la tecnica è approssimativa, non scoraggiatevi e insegnatevi a vicenda. Vi accorgerete che presto non lo sarà più.
Non attribuitevi troppa importanza per la vostra generosità poiché un simile atteggiamento induce il partner a sentirsi in debito o a voler contraccambiare. “Fate un buon lavoro segretamente”, dicono i maestri. Si tratta del concetto giapponese legato al “toku”, che pur traducendo il nostro “virtù” in verità ha come significato “buona azione che non attende né pretende ricompensa”. Toku è assimilabile all’amore che si dona al neonato. Crescendo il neonato ignora i nostri sacrifici, esso si limita a sapere di essere felice. Ed è lì che si trova la nostra ricompensa.
Se sceglierete di dare alle persone che amate facendo in modo che non lo sappiano mai, innalzerete lo spirito collettivo dell’umanità. Non serve preoccuparsi di ricevere qualcosa in cambio, perché quando due partner che si desiderano fanno bel sesso, dare e ricevere diventano la stessa cosa. Uno si trova nell’altro e la distinzione fra dare e ricevere è irrilevante.
Per dirla con le parole del filosofo romantico Kahlil Gibran (1883-1931):“Succhiare il nettare del fiore infonde piacere all’ape, ma anche il fiore trae piacere nel donare il suo nettare all’ape. Poiché per l’ape il fiore costituisce una fonte di vita e per il fiore l’ape costituisce un messaggero d’amore, per entrambi, per l’ape e per il fiore, il dare e il ricevere insiti nel piacere sono un bisogno e un’estasi.”

Quando siete realmente tutt’uno con ogni cosa, poco importa ciò che date, perché avete sempre tutto. Potete donare liberamente ciò che è racchiuso nel vostro cuore, perché il suo contenuto non si esaurirà mai. I maestri zen sono soliti ripetere: “Se è abbastanza profonda, la sorgente amplierà il flusso delle risorse”. A prescindere da ciò che daremo, ci sentiremo sempre ben riforniti, perché la sorgente della nostra scelta di dare è infinita. E’ la fonte dell’amore.
Non ultima è la qualità che si profonde nell’attimo. Se si pensa che potremo ripetere un incontro per sperimentare altre delizie e ci tratteniamo abbiamo nuovamente lasciato che la mente interferisca limitando la nostra estasi.

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Dialogo tra un ergastolano e un professore di filosofia (ventitreesimo scambio)

by Duncan on dic.09, 2010, under Controinformazione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Su un blog dedicato agli ergastolani -che io e alcuni amici abbiamo creato e amministriamo- (http://urladalsilenzio.wordpress.com/) è da tempo in corso un magnifico e potente Dialogo tra Carmelo Musumeci, figura simbolo tra gli ergastolani, persona dal profondissimo e radicale percorso, uomo generoso e vulcanico, e autore di moltissimi testi, articoli, racconti, e anche due libri.. e il professore Giuseppe Ferraro, non “semplicemente” un professore di filosofia, ma un Filosofo e un Umanista.. nella accezzione più degna che hanno queste parole.

Ci sarebbe tanto da dire su questo grande Dialogo, da tempo in corso tra di loro, e giunto adesso alla 23sima “puntata”. Ma ritornerò su di esso in qualche altro post, e riporterò altri brani. Questa volta voglio condividere anche con i naviganti che giungono nelle  Terre di Born Again, proprio l’ultimissimo momento di questo Grande Dialogo.

Vale proprio la pena leggerlo..

Salutamos Compagneros

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Giuseppe caro,

                               ho ricevuto la tua lettera.

Ho sentito il tuo cuore amareggiato.

L’ho sentito come se fosse il mio.

Ho immaginato quello che provi quando vedi la sofferenza e l’ingiustizia sociale intorno a te.

Non si può mai essere del tutto felice quando non lo sono tutti.

Io non ci riesco!

Ho sentito la tua frustrazione.

Non ti nascondo che ci sono dei momenti che non riesco ad essere forte neppure io.

Ci sono dei momenti che desidererei essere più debole di quello che sono per farla finita di aspettare un futuro che non avrò mai.

Ci sono dei momenti che mi sento una foglia strappata alla vita e gettata in un angolo all’ombra del mondo, fra cemento armato e ferro.

Giuseppe conosco molto bene il tuo dolore.

Lo so!

Il dolore che vedi negli occhi degli altri uomini fa sempre più male del proprio dolore.

Tutte le mattine quando mi aprono il blindato lo vedo negli occhi di quell’uomo che mi è di fronte.

Un ergastolano anziano ammalato di un brutto male che cerca il mio sorriso come se fosse la cosa più importante della sua vita.

L’amore ci fa diventare migliori e purtroppo in carcere manca proprio quello.

Nessuno ama e pensa a quest’uomo.

Lo vedo sempre steso sulla branda a fissare il vuoto.

In questi giorni non gli ho sorriso perché il mio blindato è rimasto spesso accostato.

In questi giorni sono stato male, niente di grave, un semplice attacco di sciatica.

In questi giorni mi sono accorto che non sono più forte come prima.

In questi giorni mi sono accorto che l’Assassino dei Sogni prima s’è preso il mio corpo, poi la mia vita,  ora la mia salute.

A volte penso di essere fortunato, io ho qualcuno cui pensare, molti non hanno nessuno.

Si,  è così!

Solo chi dice di essere cattivo sa che cosa è essere buono.

Domani, anche se non starò bene,  quando apriranno il blindato lo spalancherò e donerò a quest’uomo il mio sorriso come se lo donassi a te.

Te lo prometto!

Nella tua lettera di oggi ho sentito il tuo cuore amareggiato.

Non posso lasciarti con tristezza almeno questa volta.

Domenica ho parlato al telefono con la mia compagna.

Sabato vengono a trovarmi.

Sono felice.

Da Modena mia figlia mi vuole portare le ciliegie.

Mi ha detto che sono buone e dolci.

Dall’altra parte del telefono ho sorriso.

Non ho bisogno delle ciliegie.

Ho solo bisogno di abbracciare e di baciare lei.

Per cinque anni l’Assassino dei Sogni non me l’ha fatta toccare.

Ed ho sempre una paura infantile che lo potrà fare di nuovo.

I figli sono il nostro universo e non si può vivere senza abbracciare l’universo.

Giuseppe non essere amareggiato.

Quando s’è amareggiati, si ha poca energia.

L’energia è amore.

Io ho bisogno del tuo amore,  come ne ha bisogno l’ergastolano anziano e ammalato di fronte la mia cella e gli operai disoccupati del nostro sud.

Abbiamo bisogno del tuo amore,  come te del nostro.

Ti manderò un po’ del mio amore sabato quando abbraccerò la mia compagna e i miei figli affinché tu non ti senta in mare aperto senza né terra, né barca.

E quando abbraccerò Nadia lo farò anche per te.

La sua fede e il suo amore per questo mondo è grande e ne darà un po’ anche a te.

Giuseppe,  non essere amareggiato, il mio cuore lo sente, il mio cuore sente il tuo.

Ti voglio bene.

Carmelo

2 giugno 2010

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Ti scrivo. In silenzio. Come si scrive. Sotto dettatura di una voce che s’intreccia ad altre. Ti scrivo, come sempre ci si trova a scrivere, sottovoci. Non accade sempre. Solo quando si scrive sentendosi accanto a chi si scrive. E’ come un rivolgersi dentro se stessi dove si ospita chi si pensa con affetto e che ti ospita nei suoi pensieri.

C’è quell’espediente in cinematografia, lo ricordavo l’altra volta, lo ripeto, mi colpisce. Quando qualcuno legge una lettera è la voce di chi gli ha scritto che si sente leggere. Scrivo, sento la mia voce che mi detta le parole, a una a una, cercandone le lettere sulla tastiera. Le detta per non perderle, guardando i tasti. Quando si scrive, si sente la propria voce che detta le parole. La propria? non proprio. Sento la tua voce, a scrivere c’è come una traslocazione d’intimità, ci si porta in un luogo senza luogo. Vedo il tuo sorriso, quando ti scrivo, avverto la tua ansia, penso “ai” tuoi pensieri, immagino “a” quel che immagini, guardo “al” muro che guardi, lo vedi all’improvviso quando non sei più stanco ed esci dal rifugio dei pensieri. Quando sei stanco di essere stanco il muro alza pareti. Strano. La stanchezza aiuta certe volte. Quando sei stanco l’immaginazione prende il posto dei sensi. La stanchezza aiuta. Libera, no, distrae. Deriva. Derotaia. Delira. Ci fa addormentare, dopo che nella testa si placa il turbinio della corsa in stanza dei pensieri insistenti.

Noi non amiamo la stanchezza. Siamo di quelli che non si stancano mai. Non siamo mai stanchi. Quando però ci arriva la stanchezza, si placa anche la violenza della rabbia. La usiamo e ci usa. Mette un freno, rallenta il passo che siamo pronti ad accelerare appena dopo. Chi vive la depressione si mette in uno stato di stanchezza persistente. Lo sappiamo. In carcere diventa una sorta di perdita di vita, come una perdita d’acqua alla fontana. E’ terribile quello che scrivo e che penso. No. Bisogna riprendersi ogni volta dalla stanchezza che porta alla depressione e alla follia, bisogna trovare la stanchezza del giusto. Quella che prende dopo un giorno lungo di lavoro, su se stessi. Bisogna lavorare su se stessi.

Bisogna pensare anche a un diritto alla stanchezza giusta. Ne ho sofferto maledettamente quel giorno. Ritornavo dai miei incontri. Ero stato a Bellizzi. Avevo la testa piena di voci e volti. Era stato un incontro intenso. Lo è sempre. Arrivai a casa, stanco.  E questo pensai, che là avevo lasciato persone che non avevano il diritto di essere stanchi, di abbandonarsi alla stanchezza. La libertà pensai è il diritto a sentirsi stanchi e andare coi pensieri dove vogliano. E’ anche questa. Il diritto di essere stanchi. Ingiusta è la stanchezza che non libera della fatica. Quanto sono felice di vederti, anche adesso che ti scrivo. Quanto sono stato felice di vederti la prima volta. Uno che non si stanca, no, uno che non si lascia stancare. Offre il suo sorriso per la sola gioia di esistere e vedere e sentire la vicinanza. Viverla.

Tu non immagini quanta forza infondi, quanto vita effondi, quanta gioia diffondi. Grazie del “Giuseppe caro”, mi arriva come una carezza, su una stanchezza, l’avrai capito, che non è giusta. E’ questo il punto.

Tu dici l’assassino dei sogni, ma quanti sogni gli stai buttando in faccia, addosso, ai piedi, quante ferite stai procurando all’incubo con i tuoi sogni di sorriso. Esci dal blindato incroci lo sguardo della sofferenza e apri il tuo sorriso come braccia per sostenere chi sta soffrendo in quel momento. Quel che mi scrivi mi porta al tuo fianco. Mi porti in giro tra blindati e corridoi. C’è chi soffre, è malato, ed è terribile ammalarsi senza cari. Gli sorridi. Solo chi soffre sa non fare soffrire. Solo chi conosce la sofferenza sa della gioia. Sorridi a chi non resiste e sente di varcare l’ultima soglia della sopravvivenza.

Davvero è uno stare sopra la vita sopravvivere. Vivere oltre la vita. Un paradosso. Essere in un al di là che è un resto, non un oltre e in più. Un avanzo. Un resto. Quel che avanza della vita a tagliarla, a farla a pezzi. Nuda vita. Sopravvivere è questo stare sopra la vita come se ci si trovasse senza niente altro. Sopravvivere è la vita senz’altro. Senza esistenza. Nemmeno. E’ l’esistenza ridotta, stretta, fatta gabbia della vita. Semplice vita, ma non una vita semplice. Piuttosto vita senza vita. Sopravvivere è stare sopra la vita, non più nella vita, senza viverla.

Non si può essere felici quando non lo sono tutti. E’ cosi, dici bene. Il dolore che vedi negli occhi degli altri uomini fa sempre più male del proprio dolore. Dici benissimo, è così, come scrivi. Il dolore che vedi negli occhi degli altri fa più male del proprio. Ti attivi, sei pronto. Viviamo per dare vita, per dare la vita che abbiamo. Continuo a leggere la tua lettera. E’ come un abbraccio.

Grazie, Carmelo. Non resterò amareggiato. Non posso esserlo se ci sei e se mi scrivi e se ti scrivo e ti penso e se ti sto a fianco.  Ti dico “grazie” e mi ritrovo a riflettere che il fine di ogni educare è la grazia. Non il dono, la grazia. L’avere grazia. Come tu hai grazia a scrivermi “Giuseppe caro”, e come sorridi a chi soffre e aspetta il tuo sorriso come un dono. Non come qualcosa. Il dono è quando ci fa dono. Chi dona non dà cosa che possa sapere e calcolare. Chi dona non fa regali. Si dona ciò che non si ha. Si dona il tempo che non si ha. Quel tempo che non si deve, non dovuto, quel che non si deve ad altro, ad altri e che si sottrae a chi lo devi per legame d’amore. Il sorriso che si deve al proprio figlio, alla propria figlia. All’amata. Quel tempo dovuto a chi si ama e che per tale è sacro. Di una relazione sacra perché dovuta senza dovere, non per costrizione, ma per natura, posso anche affermare, per natura, per un legame che non si acquista, ma che ti conquista a essere quel che sei.

Strana deviazione procura il dono. Strano delirio, un uscire fuori dalla lira del campo, fuori del solco. Dare l’avuto non dovuto, il dovere incrocia in strano modo la restituzione e quindi  il giusto. La incrocia in strano modo. Donare è dare, ma come a stabilire una relazione d’inegualità. Inequivalente. Senza uguali. Solo dio può donare, mi ripeto sempre. Noi possiamo restituire. Si, certo. Solo dio può donare, può operare per dono, può perdonare.

Noi possiamo restituire. E la giustizia si dà come restituzione. Si fonda in questo modo il Diritto. Fino a quando però il diritto è giusto? Ancora una ragione di tempo, perché di tempo è fatta la relazione, nel tempo si costituisce e si toglie, si distorce e si “raddritta”. Il tempo è la relazione. Fino a quando il giusto può essere “raddrizzare”, quando si compie il diritto? quando deve finire la pena come tempo che ci vuole per ristabilire la relazione? Perché se la pena è rimettere in diritto ci sarà pure un momento in cui il diritto è raggiunto, compiuto? Carmelo, cerco di scrivere cose che appaiono confuse, e lo sono, solo perché richiedono la convergenza di due piani quello personale e quella istituzionale, quello delle regole e delle relazioni. Del testo e della sua lettura, della jus e di chi jus dicet facendosene giudice.

Ripeto: le regole senza relazioni sono vuote, le relazioni senza regole sono cieche, e tuttavia solo le relazioni rendono la regola giusta e solo le relazioni rendono giuste le regole, e le aggiustano. Ancora: le regole sono le persone che le applicano. Le istituzioni sono le persone che le rappresentano. La cosa difficile da comprendere e spiegare è questa: la giustizia nel sua massima applicazione, nel suo raggiungimento è la grazia. La giustizia che si soddisfa del suo diritto è grazia. Io ti ringrazio per quel “Giuseppe caro” che è un gesto di grazia. Così ti ringrazia chi soffrendo cerca il tuo sorriso per alleviare la sua pena. Il tuo sorriso è di grazia. E’ la tua grazia. L’espressione di una forma assoluta, assolta da ogni interesse e causa.

Il bambino è chi non può donare, ed è un dono. Una grazia di dio, si dice anche. Cosa possiamo imparare da dio e da un bambino se non ad avere grazia, nei gesti, nelle parole, nell’essere quel che siamo. Il bambino è presente. Non ricorda, ma non dimentica. Non dimentica perché non ha nulla da ricordare. Vive quel che è dato riconoscere che fa male e che bene, che gli fa bene e che gli fa male. Anche un dio, credo, pensa in questo modo o siamo noi ad aver fatto di un dio il pensiero di un bambino. Assoluto. Presente come presente si dice anche il dono, che reclama nella sua piena espressione la presenza, il presentarsi. Stare qui, per essere, non stando davanti come cosa, ma stando davanti preoccupandosi, avendo cura, stando prima del tempo, avendo cura del tempo che viene. Non essere questo e quello, ma come questo e quello essere grazia, avere grazia, nelle relazioni. Significa avere relazioni non sgraziate, non disgraziate, non rozze o meschine, senza scambio, anche senza regali.

La giustizia è la grazia. La giustizia che dà vita è grazia. Quella che dà morte è senza grazia. Mette in disgrazia. Il fine dell’educazione non è forse quello per cui si dice di una persona educata che si esprime con grazia? Non che si esprime correttamente, quella si chiama istruzione e si dice di chi è istruito. Ho ricevuto la lettera di Salvatore Ercolano. Salutalo per me. Non so quando riuscirò a rispondergli, ma digli che lo tengo in testa. Ed è come leggere di una grazia. Il suo essere come graziato. In realtà non è così. Ha scontato tutto quello che doveva, non è stato graziato, è lui che si è fatto grazia. E’ lui stesso che sente di vivere non per altro che per vivere. Non un sopravvivere di un resto, ma di un assoluto momento.

La grazia è un dono? Solo se ci fa dono. Solo se la propria vita non è dovuta ad altri che non siano i soli ai quali ci lega un tempo sacro. Dovuto, perché da loro abbiamo avuto il tempo che compie il nostro sentire. Il sorriso che tu doni è quello che tu devi alla tua bambina, resterà sempre bambina quanti anni potrà mai avere una figlia. Tu mi doni quel sorriso. Tu doni a me il segreto di quel sorriso, doni a me il suo sorriso, quel che ti fa sorridere come solo tu sai e puoi sorridere di quel tempo sacro della relazione del tuo intimo sentire. Non si sanno queste cose, non hanno sapere. La grazia è quando si è senza sapere di essere. Com’è la grazia dell’artigiano che muove le sue mani operando senza che potrà mai spiegare perché e come si fa quel che sta facendo, lo ha incorporato a tal punto che in quel che opera è se stesso che opera, tocca senza toccare, vede senza vedere, vede di là di ciò che gli sta davanti, tocca altro da quel che tocca, perché sente.

La giustizia è la grazia. Dobbiamo cominciare a parlarne. Dobbiamo cominciare a chiedere grazia per giustizia, non come qualcosa di dovuto o per tempo scaduto, ma perché ci si è fatti grazia. E tu sei grazia. Se ti ringrazio è per tale. Lo sei per tanti. Lo sei per la carezza di tua figlia, per le ciliegie che ti porta, per quel che ti porta nelle ciliegie che ti porta. Bisogna sempre vedere i gesti nelle cose, le relazioni nel tempo, e nelle mani cogliere le somiglianze. A essere giusti bisogna dare grazia. Bisogna avere grazie. E’ difficile, scriverlo è difficile quando ci s’indirizza a chi è recluso. Questa grazia però bisogna apprendere, ovunque.

L’altro giorno un uomo, uno dei disoccupati della mia terra che non mi fanno dormire la notte, mi diceva del pudore, del pudore della vita, dell’apprendere il pudore. Mi parlava del pudore in carcere, dell’apprendere il pudore in carcere. Ci è stato per ventuno anni. Persona educata, compita, accurata, nei gesti. Il pudore e la grazie. Dovremmo cominciare a parlarne. Dovremmo vederci su queste cose a Spoleto. Il pudore e la grazia, perché la giustizia è tra il pudore e la grazia, è avere pudore e dare grazia. Ingiusta è la giustizia che lascia al diritto il testo di regole da applicare senza pudore né grazia nel tempo della relazione.

Ti abbraccio

Giuseppe

19 giugno 2010

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La sfida dell’Aquila (totem animali- by Kerridwen)

by Duncan on ott.10, 2009, under Ispirazione, Simbolo, video

golden-eagle

Ecco un altro post scritto per noi da Kerridwen. Questa donna che ha esplorato intellettualmente, e concretamente, molti livelli di frontiera, ha deciso di condividere con noi di Born Again un pò della sua conoscenza. Questo testo si inserisce nel filone dei Totem animali, iniziato appunto col precedente (risalente a qualche giorno fa) post “Totem animali” e continuerà, prima di passare a un altro filone. L’animale totem considerato questa volta è l’aquila. Che io considero uno dei più simbolici ed ispiratori.
Buona lettura…

PS: ho accompagnato il testo di Kerridwen con un video (che troverete a fondo post) che considero uno dei più belli in assoluto dedicati all’aquila. Uno dei più belli mai fatti.

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La grande aquila bianca vive più a lungo di qualsiasi altro uccello, anche fino a settant’anni. Ma per raggiungere quella veneranda età  deve prendere la decisione più difficile di tutta la sua vita. La  leggenda racconta che a quarant’anni i sui artigli si fanno duri e più che  mai affilati, le sue ali si accorciano e diventano molto pesanti e le  sue piume s’assottigliano. Volare diventa un’impresa difficile. A quel  punto l’aquila bianca ha due sole strade: o morire o confrontarsi con  un doloroso rinnovamento che dura almeno sessanta giorni. Il processo  di trasformazione consiste nel volare fino alle creste più alte della  montagna e starsene lassù, in un nido, da dove per un po’ non deve  uscire. A questo punto l’aquila deve iniziare a sbattere il becco  contro la nuda roccia, finché riesce a strapparselo. Dopo dovrà  aspettare un po’ fino a che le spunterà un rostro nuovo e lo userà per  strapparsi le piume cresciute intorno agli artigli. Con gli artigli  nuovi di zecca, si libererà di tutto il suo piumaggio vecchio e dopo  qualche settimana di dolore sarà di nuovo in grado di affrontare un  volo di rinascita, con ritrovata energia per almeno altri trent’anni.

La medicina dell’Aquila è il potere con il Grande Spirito, la  connessione con il Divino. Lei vola fra le alte vette, ove scruta ogni  dettaglio ogni particolare senza che nulla sfugga all’acutezza del suo  sguardo, e riesce allo stesso tempo a restare unita a Madre  Terra,raggiungendo così l’equilibrio fra i due Regni. Le sue piume sono  usate dagli Sciamani di varie culture per purificare le aure degli  uomini, intonando canti di guarigione,suonando tamburi bruciando erbe  sacre.. soffiando sui frammenti d’anima da  recuperare, o su blocchi  sciolti in punti differenti del corpo. Entrare in quilibrio con questo  Sacro Totem significa aver portato avanti un lavoro costante che  durerà tutta la vita. Il premio in palio sarà poter vedere ogni cosa  a 360 gradi, con acutezza precisione velocità, come se si diventasse  tutt’uno con lei. Un pò come accade a Eragon che vede con gli occhi di  Safira il suo Drago. Questo è il suo significato personale come simbolo  se è tra i 9 del vostro totem di nascita. Se invece avete un quesito  momentaneo, o volete sapere che energia è bene sostenere in quel  momento, basta essere chiari nella domanda e si potrà avere la carta  del mese del giorno, o della settimana, restando liberi di sentire il  loro potere e farvi guidare nelle soluzion pìù consone alla vostra  persona,ciò vale per tutti i totem. Se fra le vostre carte uscirà  l’aquila, il messaggio che trasmette è, che se vuoi volare  alto e vedere da una prospettiva elevata distaccata, questa possibilità ti viene data, ma devi  avere coraggio e tenacia. Devi imparare a osservare te stesso, sia interiormente, sia nel modo incui ti poni con gli altri; e avere lo sguardo lucido sui lati di te stesso che hanno bisogno di essere revisionati e migliorati.
L’aquila è legata all’elemento aria. Questo è una spinta ad  uscire all’aria aperta,  collegandosi con questo  elemento. La lezione più importante di questo totem è ricordarci che il Grande Spirito dà a tutti il dono della libertà fin dalla nascita.Stà  solo  a noi decidere di non farci ingabbiare da regole, da schemi di  paura. Regole, schemi e paure che spesso,  chi non ha il coraggio di volare nè di osar andare oltre,  cerca di buttarci addosso.Vorrei dedicare questo post alla memoria di Angelo D’arrigo l’uomo che volava con le aquile….
www.angelodarrigo.com/profilo_it.php
http://www.angelodarrigo.com/biografia_it.php
http://www.angelodarrigo.com/leparole_it.php

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