Born Again

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Per un pugno di semi

by Duncan on lug.03, 2011, under Controinformazione, Resistenza umana, Simbolo, politica

Per un pugno di semi

“Nulla di ciò che è vivente è brevettabile, neppure in parte”

Questa affermazione, che rincontrerete nei punti finali del testo che leggerete, dovrebbe essere scontata. Dovrebbe essere evidente. Moltissimi di noi non verrebbero neanche sfiorati da un pensiero diverso.

E invece non è così evidente per molte realtà economiche, mediatiche, politiche ed istiuzionali.

E la manipolazione della vita e la brevettazione del “materiale” vivente” è diventato uno dei grandi territori che segneranno il tempo prossimo venturo.

Il testo che leggerete non è sempre scorrevole e limpido, ma porta in sè domande potenti.

Non è un “discorso” solo sui semi…

I semi non sono quegli affarini picolissimi con cui potete riempirvi le mani.

I semi rappresentano una delle architravi della stessa sussistenza alimentare su questo pianeta.

Chi controlla i semi, controlla il cibo. Chi controlla il cibo acquisisce su intere collettività un potere che farebbe impallidire quello delle antiche satrapie orientali.

La manipolazione del vivente è strumentale ANCHE (e soprattutto) allo scopo delle brevettabilità del materiale manipolato.

Una volta, ad esempio, che si saranno create varietà genticamente manipolate (OGM) di Mais, le corporation internazionali che hanno il brevetto su quelle varietà manipolate (ad es.. la Monsanto) cercheranno di fare propagare quella tipologia di mais. Perchè quel mais è nelle loro mani. Se tutte le sementi attualmente essitenti fossero sementi geneticamente manipolate, in pratica la catena alimentare, per tutto quello che deriva dalla semina, maturazione,ecc.. e successivi procedimenti di elaborazione.. sarebbe nelle mani delle corporatione alimentare.

La lotta per i semi non è una battaglia di poche comunità integraliste di contadini, quindi. E’ una lotta per la democrazia prossima ventura. E si intreccia con altri piani e con altre lotte, in una sovrapposizione di livelli, sul piano orizzonta, e sul piano verticale.

L’articolo che leggerete tenta di mostrare “qualcosa” di tutto ciò, andando anche oltre lo stesso discorso dei semi.

E’ la riscoperta e la valorizzazione di un sapere comunitario che è in gioco, di un patrimonio collettivo che va oltre il diiritto e deve porre limiti al diritto. Arrivo a dire che il diritto è legittimo se non mette a repentaglio questo sapere comunitario e le relazioni di vita che esso stesso istituisce.

Il succo è che la proprietà comunitaria delle sementi, ma anche dell’acqua, e altri patrimoni originari non devono essere “concessi” dal diritto, il diritto deve “riconoscerli”, inchinandosi a ciò che rende legittimo il diritto e nè da valore morale, il rispetto della sovranità della vita nel suo manifestarsi.

E’ una lotta per una democrazia non limitata al piano istituzionale governativo.

Una lotta per i saperi comuni, per i beni comuni, per gli spazi condivisi, per i “territori franchi”, emancipati dal mercantilismo più esasperato, e dal codice del profitto, dalla dinanica dello scambio azionario perenne. Non è né liberismo, nè comunismo. I vecchi molochi ideologici sono alberi secchi, germe sterilizzante. E’ un pensiero più antico della ruota e più innovatore delle autostrade telematiche.

La terra appartiene ai popoli. La cultura sociale non deve essere sottoposta ad autorizzazioni e controlli.

La conoscenza va condivisa e deve scorrere senza limiti.

L’economia è solo uno strumento e deve inchinarsi a valori superiori.

I leader devono servire non comandare.

E la vita non è brevettabile.

Vedete a cosa si arriva da un pugno di sementi..

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Tratto da

“NUNATAK

Rivista di storie, culture, lotte della montagna”

SCAMBIO DI SEMI E DIRITTO ORIGINARIO

Parto da un’affermazione poco nota sulle varietà di fruta, ortaggi e cereali: le varietà in natura non esistono. In natura esiste la specie,  i loro selvatici, le declinazioni locali delle specie (“ecotipipi”) che nei diversi luoghi, in risposta al terreno e al clima di quei luoghi, hanno evoluto forme e comportamenti particolari; ma le varietà, come le conosciamo oggi (la mela Renetta, il frumento tenero Gentil Rosso, la carota di Nantes…) sono quasi sempre il risultato di un lento  processo di selezione, addomesticazione e trasmissione atto da contadini e agronomi nel tempo lungo delle generazioni, e questo risultato richiede decenni, qualche volta secoli, di lavoro anonimo, svolto nella condivisione dei saperi e delle pratiche comuni a un territorio esteso quanto quello di una parrocchia o di una famiglia. In altre parole, le varietà sono un prodotto  del tempo e della cultura di un luogo e di una comunità, sono quasi un manufatto. Se si escludono  quelle prodotte  dai genetisti, quelle ottenute per ibridazione o per mutazione indotta, se si escludono, insomma, quelle più recenti, prodotte a partire dalla prima metà dello scorso secolo, tutte le altre varietà, quelle tramandate (dunque “tradizionali”), non hanno un autore, un “costitutore”, non hanno cioè qualcuno che ne possa vantare  un diritto esclusivo di proprietà e di uso. La titolarità sulle varietà tradizionali può essere riconosciuta solo nei confronti della compresenza di chi, in quel luogo e in quella comunità, è vissuto e vive, perchè, poco o tanto, solo costui è cotitolare dei saperi condivisi e delle pratiche che sono servite nel tempo per selezionare e addomesticare la loro forma, il loro comportamento e il loro gusto, cioè per fare loro assumere le caratteristiche che le rendono riconoscibili e particolari.

La mela Cavilla, l’uva Lumassina, il mais Ottofile e il cavolo Gaggetta, essendo il risultato di un lungo processo  di adattamento e conformazione, non hanno un autore certo. Queste varietà possono solo avere una moltitudine di coautori, comunque non un proprietario; e se qualcuno  ne rivendicasse diritti esclusivi commetterebbe un atto abusivo e giuridicamente on riconoscibile se non per effetto di una norma bizzarra, inconsapevole o prepotente; sono invece patrimonio collettivo, non di tutti in mondi indifferenziato, della nazione o dell’umanità, ma di una comunità legata a un territorio, quanto grande o piccolo non è rilevante. La conservazione ripetuta nel tempo e la consuetudine ne hanno fatto oggetto di diritto comunitario, un diritto che di fatto non esisste più, e non è né privato né pubblico, perchè non possono appartenere neppure allo Stato o alle sue emanazioni territoriali che amministrano il patrimonio pubblico, e sempre più spesso  lo fano come se fosse una particolare forma di proprietà privata. Così, tutto quello che è stato oggetto di diritto comunitario, cioè delle comunità (normalmente territoriali) – si pensi agli usi civici – è soggetto ad  una progressiva erosione e, come scoria del passato, pare destinato, prima all’esclusione dalla percezione e dalla consapevolezza comune e, successivamente alla totale scomparsa.

Questo punto merita una particolare attenziona: a dispetto di ogni strabismo giuridico, gli ambiti comunitari tuttora esistono – hanno a che fare con le risorse necessarie per a sussistenza degli appartenenti a una comunità e con il patrimonio simbolico  costruito nel tempo da quella comunità, fatto di spazi, feste, riti, forme ed espressioni della cultura condivisa e vernacolare – ma non si percepiscono più come tali: solo solo usciti dall’orizzonte della percezione  e del linguaggio comuni, e questa uscita è la premessa per la loro definitiva scomparsa nella disattenzione e nel silenzio.

Piccoli esempi presi qua e llà nel deposito della memoria. La strada è, ed è sempre stata, spazio dell’incontro e, nell’immediatezza delle cose, quasi estensione  dello spazio abitato. Pare normale – e anche nelle città lo è stato fino a non molti decenni fa - che le persone possano mettere la sedia fuori casa per conversare o fare nulla. Ma non posso dimenticare il vigile che a Genova, una trentina di anni a,  in una strada pedonale del centro storico, si era avvicinato a una donna seduta fuori casa vicina al suo uscio per domandare se,  per la sedia, avesse pagato la tassa  di occupazione del suolo pubblico. In quel momento  ho iniziato a capire che lo spazio pubblico e quello comunitario non sono la stessa cosa.

Ancora: organizziamo una festa e suoniamo e balliamo con musica che abbiamo inventato o con la musica popolare, quella ereditata per tradizione, quella di autori tutti ignoti o, proprio come le varietà agricole, di autore collettivo. Anche in questo caso dobbiamo pagare  una gabella allo Stato attraverso la sua agenzia, SIAE, che impone una tassa sulle feste accompagnate dalla musica con la ragione dei diritti d’autore: e non conta nulla che la musica sia inventata sul momento o che gli autori non ci siano e, intesi singolarmente, non ci siano mai stati, e neppure che nessun diritto d’autore sarà pagato a nessuno. Andando così a spaglio, cosa potremmo dire della legge per incentivare gli “agricoltori custodi”, pubblicato dalla Regione Toscana pochi anni fa, che prevede un contributo  in denaro per chi mantiene e moltiplica  varietà tradizionali a condizione che i semi siano consegnati  alla banca dei semi indicata dallla stessa Regione senza possibilità di redistribuirli tra gli stessi coltivatori se non sotto vincolo di riconsegna. In questi pochi esempi così eterogenei, si reisce a riconoscere la distanza tra cosa è “pubblico” e cosa è “comune”?

Torniamo alle varietà tradizionali che, abbiamo osservato, sono oggetto di una titolarità comunitaria e come tali non dovrebbero esssere brevettabili, appropriabili da nessuno, neppure dallo Stato e dalle sue emanazioni. E i semi e i materiali da propagazione di quelle varetà si possono fare circolare liberamente? Pare banale rispondere “sì”, eppure, grazie a una direttiva europea (98/95) e alle sue interpretazioni più restrittive, dal 2000 è stato necesssario iniziare a fare una azione di pressione – che dura ancora oggi  – nei confronti del Ministero delle Politiche Agricole per sostenere che, malgrado qualunque direttiva o legge conseguente, debba essere riconosciuta (non concessa!) ai  coltivatori la libertà di scambio delle sementi delle varietà  da loro riprodotte, tanto più se si tratta di varietà tradizionali, tanto più se la produzione di quelle sementi avviene entro l’aerea di tradizionale difusione e coltivazione di quelle varietà.

La ragione portata avanti vive all’interno di una duplice argomentazione.

1- Le varietà tradizionali sono prodotto delle comunità locali e oggetto della loro titolarità collettiva che, al pari di un uso civico, non può esssere alienata, abrogata, appropriata né limitata.

2- Lo scambio delle sementi è una pratica consuetudinaria che nella cultura e nell’economia rurale si svolge in modo corrente secondo un costume consolidato e risale a un tempo che precede la memoria collettiva (in parole più chiare si direbbe: è così “da sempre”.

A questi due punti potremmo aggiungerne un terzo. Tutto ciò che ha a che fare con le pratiche di sussistenza è parte di un ambito pregiuiridico che logicamente precede e fonda ogni legge – perchè una legge che neghi i diiritti legati alla sussistenza è, o dovrebbe essere, impensabile e in sé contraddittoria -, e lo scambio delle sementi è senza dubbio un elemento che rinvia all’autoproduzione del cibo e, dunque, alla sussistenza; alle sementi e alla confezione del proprio cibo potremmo aggiungere ciò che riguarda la generazione dei figli, la possibilità di curarsi se e come si desidera, il riparo da reddo e maltempo, e altro ancora.

Lo stesso valore pregiuridico è quello che dovrebbe essere riconosciuto – perchè la sussistenza comunitaria e di qualunque formazione sociale è presupposto logico di ogni norma che ne regoli il funzionamento – a ciò che riguarda le risorse delle comunità e il loro patrimonio simbolico, che normalmente sono autoregolati e fissati per tradizione orale, prima che scritta, attraverso la consuetudine e il costume. E in questo ambito troviamo le comunanze (commons) e l’accesso alle risorse rinnovabili, il loro uso collettivo, ripetibile e non erosivo.

Tutti questi non sono diritti, né vecchi né nuovi, perchè non sono corrispettivi per ciò che è dovuto, vengono prima dei diritti: sono uno spazio originario, sono premesse del diritto e come tali devono essere riconosciute inviolabili e non assoggettabili ad altre limitazioni o riserve oltre alla necessità che la loro espressione non possa danneggiare, prevaricare, o limitare le altrettanto sacrosante facoltà elementari di altri di agire per assicurare la sussistenza per sé, la propria famiglia, la propria comunità. La sussistenza, nulla di più. Se esiste un ambito pregiuridico, r iguardante la sussistenza e le comunanze, che logicamente precede  la formazione del diritto, esiste anche un ambito ultragiuriico che ontologicamente supera lo spazio del diritto, e questo è l’ambito del sacro e di ciò che si riconosce come tale, come la vita.

Torniamo alla perdita di percezione delle comunanze che nel tempo porta al loro disconoscimento e alla loro scomparsa tra l’inconsapevolezza e l’indifferenza. Oggi, dei semi si occupano i  frigoriferi delle banche del germoplasma, delle feste gli assessorati alla culura o le istituzioni preposte all’animazione del “tempo libero”, della salute le istituzioni sanitarie, del sapere condiviso e comune la scuola e la televisione, della bontà del cibo le ASL. Della vita in generale, si occupano gli esperti di ogni genere: l’istituzionalizzazione delle comunanze corrisponde al passaggio dalle forme comunitarie di partecipazione diretta ai meccanismi elettorali delle democrazia delegata. Si confonde il comune con  il pubblico, la partecipazione con la delega: il trucco è lo stesso, ed il risultato è che nel tempo lle comunanze diventano invisibili, fino  a quando  si può dubitare che siano mai esistite, e “partecipazione” diventa parola vuota, ornamento e alibi per addolcire forme di controllo del consenso.

Prima che le comunanze scompaioano del tutto è necessario  riafferrarle e riaprire la morsa tra lo spazio normativo pubblico e privato perchè  i beni comuni siano riconosciuti tali e siano resi indipendenti dalle ingerenze e intromissioni statali. E d’altra parte è necessario segnare, sul confine del sacro e dell’ambito di sussistenza, l’orizzonte invalicabile del diritto perchè anche oltre questo confine valga un principio di astensione, di non competenza a legiferare.

Nella pratica delle scelte, per riaprire  la morsa tra pubblico e privato, si potrebbe cominciare da pochi primi interventi e affermare in generale, che..

L’acqua, l’aria, la terra e le sementi, i luoghi considerati sacri da chi li abita e li vive per il culto e la preghiera, gli spazi comunitari, i saperi condivisi, la linngua madre gli usi tramandati, le scelte partecipate, le soluzioni in armonia con il senso comune, le consuetudini e le pratiche locali sono patrimonio comune, ne è titolare chi è vissuto, vive e vivrà nell’ambito comunitario che li riguarda; l’accesso ch e se ne ha  non può ledere le facoltà di accesso di nessun altro che ne sia titolare; tutto quanto è patrimonio comune, non si può cancellare, vietare, limitare, dividere, manipolare contronatura, vendere, modificare, usucapire, appropriare, violare, brevettare, rinunciare, delocalizzare, privatizzare, istituzionlizzare. E tutto questo  non può riguardare neppure cosa vive alle radici della vita, nell’ambito del sacro: così anche le persone e, più in generale, gli esserei viventi e i loro geni.

Oppure, per offrire alcuni esempi particolari tra i molti possibili, che:

1- Chi coltiva un appezzamento di terra, qualunque sia la sua dimensione, per l’autoconsumo familiare e per la vendita diretta e senza intermeiari, pià liberamente: trasformare e conezionare i prorpi prodotti nell’abitazione o nei suoi annessi, attraverso le attrezzature e gli utensili usati nella consueta gestione domestica; e vendere i propri prodotti agricoli (comprese le sementi autoprodotte), alimentari e artigianato manuale ai consumatori inali, senza che ciò sia considerato atto di commercio.

2- Le feste di paese e quelle comunitarie, la musica tradizionale e i balli popolari senza autore nato, sono liberi da permessi e atuorizzazioni amministrative, non sono assoggettabili alla normativa sul diritto d’autore né ai controlli o alle competenze della siae.

3- I diritti di uso civico sulle terre demaniali, comunitarie e frazionali non possono essere modificati, liquidati, sospesi o trasferiti; e restano nella disponibilità delle comunità che hanno diritto ad accedervi. Le terre soggette ad uso civico e i beni frazionali on possono essere vendute, alienate, edificate, né essere soggette a cambio di destinazione.

4- Le varietà tramandate di ortaggi, frutta e ceereali sono bene comune, la loro titolarità appartiene alle comunità locali dove nel tempo sono state selezionate, addomesticate e conservate e in nessun modo appropriabili o brevettabili.

5- Nulla di ciò che è vivente è brevettabile, neppure in parte,

E così di seguito per dieci, cento o altri mille punti.. Semplice no?

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LA MENTE E’ PIU’ FORTE DEI GENI

by Duncan on mag.12, 2010, under Ispirazione, Medicina, Scienza, Simbolo, video

 
Una frase che dice Bruce Lipton, biologo e scienziato di avanguardia è rivelatoria del senso di ciò che leggerete, e anche di ciò che vedrete.

“Il pubblico, però, non ne ha comprensione alcuna perché, o gli arriva in forma abbreviata, o quello che gli viene venduto è la credenza che siamo controllati dai nostri geni, sebbene ciò non sia sostenuto dalla scienza d’avanguardia.”

Vi riporto una intervista a Lipton più sotto e anche un suo seminario integrale ripartito in 16 video. Ma già tra noi possiamo sbucciarci qualche pensiero.
Ci hanno venduto.. dice Lipton.
Amici, cosa è che non “ci hanno venduto”? Quand’è che non ci hanno tentato di ingannare? Su cosa non ci sono state manipolazioni.. o almento.. tentativi di manipolazioni?
Pensate solo alla famigerata influenza suina che doveva abbattersi sul mondo come un flagello biblico, e causare milioni di morti.. cataste di morti per le strade.
Per mesi “ci hanno venduto” un panico folle, per mesi “ci hanno venduto” l’ossessione. Per mesi “ci hanno venduto” la paura. Per mesi appelli disperati,testimonial, depliant, esperti. Già c’era chi prefigurava scenari apocalittici da Day After. Ora tutti dimenticano. Ma questa influenza fu annunciata come un nuovo flagello.
I paesi spesero miliardi in scorte di vaccini. Risultato?
E’ stata una influenza ancora più blanda delle precedenti.. e..
milioni di dosi di vaccino non sono state utilizzate e hanno solo fatto aumentare il deficit degli stati e ingrassate le tasche sporche di sangue e letame dei maiali di Bigpharma e dei loro sodali prezzolato.
E adesso con questa crisi greca cosa “ci vogliono vendere”?
E’ tutto illusione? E’ tutto manipolazione?
No. E questo è il problema. Perché se fosse così facile vivremmo semplicemente in un mondo clone di Matrix e avremmo risposte facili e lapidarie su tutto. E invece il mondo è un rebus, un ginepraio di verità e menzogne, di soffocamenti e liberazioni, di sistemi e falle dei sistemi.
Per reagire alle manipolazioni sorge spesso il loro specchio riflesso e opposto.. il complottismo più oscuro e paranoide che vede in tutto, praticamente in tutto sudole e sottili forme di controllo e manipolazione e già immagina i carri bestiame che porteranno al macello o a rinnovati gulag le vittime prossime venture del Nuovo Ordine Mondiale. Il complottismo assoluto è un’altra forma di delirio che depreda la vita di gioia e speranza. Il complottismo assoluto è un altro cantico di impotenza. Insieme al conformismo e ai complotti e manipolazioni reali, e a quella suprema forma di obbedienza che è l’acquiscienza e la sterilità emotiva.
E quindi dobbiamo dire “ci hanno venduto” senza poi saltare sul carro del Quattro Cavalieri dell’Apocalisse. Senza pensare che siamo solo burattini e automi di un mondo Matrix fotocopia.
Senza perdere il senso dell’equilibrio, della lotta, e della speranza.
E torniamo a Lipton. Il tema è semplicemente immenso. E potrei stare da mo a un altro mese a scrivere ininterrottamente di seguito arrivando appena a scalfirlo. E quindi adesso non potrò mai essere veramente convincente, mai essere veramente esaustivo. Queste sono solo tracce Gringos, solo tracce, cartelli stradali.. chi poi ha una scintilla a continuare, continui a leggere e a studiare e si faccia una sua idea.
Io posso solo dirvi, che a livello di istinto di base, ho sempre creduto alla sostanza di ciò che dice Lipton.
In sostanza ci hanno venduto un mito.. dal nome.. REDUZIONISMO GENETICO…
Noi saremmo guidati ed eterodiretti fin dal concepimento dai geni che abbiamo avuto la ventura di avere. E non c’è scampo. Inevitabili predisposizioni a certe malattie. Inevitabili problemi, ostacoli e limiti. O anche opportunità. Ma tutto inevitabile, o altamente probabile.
Il reduzionismo genetico fu un paradigma sposato da subito da tutte le scuole di medicina, le elité intellettuali, gli organi scientifici, gli apparati di informazione. Se ci pensate.. costantemente escono notizie che danno manforte a questo paradigma.. scoperte sul “gene della gelosia”.. “gene dellla rabbia”.. “gene della gentilezza”.. e su infinite spiegazioni riduttive e semplicistiche all’osso sull’origine di ogni nostro problema e condizione.
Tutto questo crea un clima di arrendevolezza alle condizioni date e di accettazione delle soluzioni proposte. Un soggetto che è completamente imbevuto di atmosfera reduzionista starà al posto in cui gli verrà detto di stare, opterà per le scelte che gli verranno dette sono alla sua portata, seguirà i percorsi che gli verranno somministrati come inevitabili. Cercherà già cure per malattie che “quasi certamente” avrà. E sarà spinto ad aderire a screening genetici di massa, alla raccolta di informazioni cellulari s ulla popolazione, alla schedatura delle mappe genetihe… a un senso costante di controllo e limitazione. E a prendere i farmaci che varranno prodotti ad hok “sul tuo fenotipo genetico”.
E poi.. sarà facile fare il salto.. Si dirà, molti già lo dicono.. che i bambini con deficit di attenzione hanno un problema “genetico”, che si può tentare di neutralizzare, almeno in parte, con psicofarmaci devastanti come il Ritalin. Sì.. è molto più facile dire questo.. altrimenti bisognerebbe andare alla radice delle cose, al modo in cui molte famiglie reprimono le spinte dei bambini, a strutture scolastiche castranti e alienanti, a meccanismi economici generatori di tensioni, a quartieri dormitorio che spengono la vitalità..
Noi, diamo solo la colpa al bambino e ai suoi geni. Più comodo no?
A prescindere… cambia il modo in cui affronti la vita…
La persona addestrata da anni di riduzionismo genetico.. è sottilmente percorsa da un ansia costante e da una cappa dii fatalismo che è quasi un distintivo. Ti farà una lista di cosa si aspetta.. calvizie, diabete, alzhaimer.. perché magari padre, nonna, prozio.. hanno avuto queste problematiche. Ti dirà che certe cose non potrà mai farle o sarannno chimere, perché è geneticamente predisposto.
Ancora di più si berra la bubbola dei reduzionisti estremisti per la quale anche sentimenti ed emozioni non sono altro che processi biochimici e organici.
E noi ci perdiamo le ali, le mettiamo in fiamme..
Tutto il nostro dibattito è inquinato dal fanatismo e dal cinismo.
Pensate la controversia Darwin. Da una parte la Chiesa, o almeno settori di essa, e il Creazionismo intransigente.. dall’altra il pensiero orgogliosamente laicista alla Micromega che ha trasformato Darwin in un totem. Non c’è spazio per altro nel dibattito di massa. Come al solito. Come sempre. Il campo è sempre di due clan estremi e dogmatici. Sempre e solo Guelfi e Ghibellini.
Con Lipton voliamo alto anche sul piano della teoria dell’evoluzione..
E certamente può sbagliare anche lui. Ma non si dica che è un folle isolato. Sono tanti gli studiosi di avanguardia, specie nel campo della biologia e della fisica quantiistica che da anni sostengono queste cose.
Ma tutto ciò non arriva alla Periferia dell’Impero.
Alla fine dei giochi, al momento attuale, queste due tesi si contengono il campo.
E’ anche una questione di scelta.
Cosa sceglieremo?
Che siamo bambocci del destino, automi genetici, sinapsi interconnesse e processi biochimici predeterminati dalla culla alla tomba? Attenderemo le malattie e il fato che ci sono stati destinati?
O crederremo.. che la nostra mente è più forte?.. che non siamo solo automi ma anche attori e creatori?.. che potremo dire anche la nostra.. e incidere sui giorni che verranno?
Io scelgo la seconda, a costo di sbagliarmi..
Ricordo che Sant’Agostino (o fu un altro.. illuminatemi voi:-) un giorno disse:
“Se tutto ciò che esiste fosse contro l’amore.. se l’amore stesso fosse solo una follia.. sceglierei comunque di amare…”

PRIMA DI VEDERE I VIDEO: Il mio post ha come punto di riferimento la contestazione del modello incentrato sul paradigma del riduzionismo genetico e della fatalità biologica vista come destino o predisposizione difficilmente scansabile. E, dall’altro lato, c’è la volontà di far emergere un senso più alto delle potenzialità umane, che non siano sottoposte alla tenaglia di una condanna genetica, di un determinismo ritornato sotto mentite spoglie. Questo discorso si innesta in quadri amplissimi, relativi ai piani dell’esistenza e della comprensione umana. Nessuno può dire di sapere veramente tutto. Tantomeno io. Riportare adesso il seminario integrale di Bruce Lipton, ripartito in sedici video, non vuol dire adesso diventare “discepoli” di Lipton. O fare propria integralmente  tutta la serie di riferimenti, co ncetti e parole che coloro che sono interessati a libri, conferenze o argomenti di questo genere solitamente fanno propri. La nostra libertà è nel non sposare totalmente e apriori neanche il pensiero alternativo più autorevole… a prescindere. Che intendo? Che qui  non vi si dice. Ecco Bruce Lipton.. sentite tutto il suo seminario e la vostra vita cambierà o avrete in mano i segreti dell’universo. Qui vi si dice.. cose così sicuramente difficilmente hanno cittadinanza tra i media ufficiali e nelle istituzioni canoniche che si occupano della diffusione della conoscenza e dell’amministrazione dell’istruzione.. soprattutto da noi.. alla periferia dell’impero. Viviamo completamente succubi di determinate impostazioni e visioni, che diventano dogmi. Ad esempio, miglia di persone, milioni nel mondo, ogni anno, sono portate come pecore al macello, a sottoporsi al “bombardamento militare” della chemioterapia per quanto riguarda il trattamento di forme tumorali e patologie degenerative. Milioni di persone che verrano (quasi sempre) condannate ad anni di atroce sofferenza. Quando ci sono sempre state, e ci sono.. altre strade, alcune con tante frecce nel loro arco. E io ho visto sia la sofferenza indicibile dei trattamenti ufficiali. Sia le prospettive di liberazione di alcuni percorsi alternativi. Ma di tutte queste cose intere legioni di persone non verranno mai a conoscenza. E quando talora fanno capolino nei circuiti della comunicazione uffiiciale, esperti, baroni e inquisitori scagliano i loro anatemi o tentano, a volte è più efficace, la strategia del disprezzo e della ridicollizzazione.

Alla base poi di altri Sentieri ci sono altre visioni del mondo e dell’uomo. E questo è il senso di un percorso e di una argomentazione come quella di Bruce Lipton. Nella quale ci sono certamente cose che condivido. E altre che non mi convincono del tutto, o, meglio detto, sulle quali il mio percorso interiore non è arrivato ancora al punto di potersi pronunciare con una certa sicurezza. Ci sono persone, che indipendentemente se lui dica effettivamente ciò, che dalla base delle sue teorie e di quelle di altri scienziati di avanguardia e dei mistici di ogni, sostengono che tutta la realtà è esclusivamente una creazione della mente. Bene, io sono certo che la mente gioca un ruolo essenziale. Non sono certo però che sia l’unica forza motrice in campo. Almeno, non mi sento di poterlo dire con certezza inesorabile. Così come più che il sostenere o meno certe cose, è il riverbero operativo ed esperienziale che poi ne consegue che è importante. Ci sono persone che dall’approccio a certe conoscenze alternative, nobili e luminose tra l’altro, giungono forse a un equivoco, ossia al pensare che basta connettersi su diversi livelli di frequenza indipendentemente da uno sforzo e da un impegno totale su tutti i piani del proprio essere, corporale compreso. Anche qua, il ruolo della “frequenza” è un ruolo Principe. Forse è anche un ruolo Sovrano. Ma tendo ancora a credere che se pensiamo a creare qualcosa di potente o di fare trasformazioni reali senza un impegno radicale su ogni livello, e senza mettere in gioco concretamente il corpo potremmo non riuscire pienamente nello scopo a cui vogliamo consacrarci. Detta in soldoni, è talmente importante questa esistenza e ciò che in essa noi ci sentiamo chiamati a fare, che, pur in teorie che in buona parte condivido, non vorrei che si finisse per adagiarsi in una tendenza “comoda”.. quella propria di alcuni scrittori new age di successo (che tra l’altro dicono cose pure molto apprezzabili) .. quella che magari ti dice “alza le tue frequenze, cambia livelli di pensiero, ama te stesso e il mondo e tutto cambierà…” Sono cose fondamentali queste, ma credo, potrei sbagliarmi naturalmente.. credo che non bastino. Che bisogna anche dire.. “sforzati, impegnati, dacci l’anima.. suda, vai oltre, metti in gioco tutto te stesso..”

E trovo anche “facile” pensare che raggiunta la giusta frequenza tutta la vita per noi funzionerà come un orologio svizzero, o, meglio detto, che non incontreremo sofferenze, nemici, ostacoli, momenti di caduta. Vedere la realtà come una serie di vibrazioni, corrispondenze e frequenze non può diventare, secondo me, un altro assolutismo nel quale tutto ciò che io sono è esclusivo specchio di ciò che mi accade. E se per esempio incontro anche persone he mi danno del filo da torcere o sfide dolorose da affrontare, vuol dire ad esempio che io non sono abbastanza “positivo” e che non ho ancora capito bene le regole del gioco. Alcune delle persone migliori su questo pianeta hanno dovuto affrontare anche la negatività, il dolore, gli ostacoli e le cadute. E non credo si possa dire che ciò era esclusivo portato di una loro ombrosità interiore che si proiettava nel mondo esterno. Anzi spesso invece quelle cose avevano un senso profondo per loro e per gli altri. A me, in sostanza, non convincerebbe una visione della teoria delle vibrazioni se fosse declinata su un piano di esistenza intesa come puro benessere perfettamente programmato dalla nostra coscienza e impermeabile ad altro. Che poi penso che tutto abbia un senso. Quindi anche il dolore, gli ostacoli, le cadute, le battaglie. Che anche affrontare in certi momenti l’Ombra e la sofferenza abbia un senso. E che non siano sempre e comunque parti di una individualità che non ha ancora correttamente imparato a vivere e a pensare. E riconfermo. Io credo che le vibrazioni siano essenziali. Ci sono luoghi in cui c’è stato tanto amore e te ne accorgi subito. Persone piene di odio e se ti guardano ti senti quasi accoltellato. O tu stesso che a volte sei così pieno di energia che in quei momenti è come uno stato di grazia, e ti pare che tutto il mondo ti sorrida e con chiunque parli sembra possa esserci amore e comprensione. Così come elevate vibrazioni ti danno effettivamente più forza e potere per trasformare te stesso e cambiare il mondo. Il succo è che non per questo stesso la tua vita diventa un semplice sogno mentale, ogni problema viene completamente evitato alla radice, e non incontrerai ostacoli e sfide dure, anche se le tue vibrazioni fossero sempre elevate.. come del resto è accaduto anche a grandi benefattori e santi nel corso della storia. O forse a un livello immenso basterebbero solo le vibrazioni? Tipo un livello da grande anima o Illuminato supremo? Forse sì. Ma è un livello che non riguarda gran parte delle esistenze. Io credo che per noi, anche per i migliori, ci siano momenti imprevedibili,s ituazioni destabilizzanti, sudore, passione, intensità da dare.. sempre. Non sono affatto certo che potremo evitare ogni trappola e ostacolo. Ma credo che, anche con le visioni che Liptone molti altri ci delineano, così come con molte altre conoscenze e strumenti, venute pure da contesti non poco diversi… noi possiamo affrontare e superare tutto. E da tutto trarre qualcosa. Questo mi sento di crederlo. Anche se non sono un Mahatma che può parlare p er scienza infusa…:-)… ma questo mi sento di crederlo. Comunque ho appena sfiorato questo genere di questioni. Ciò che mi premeva veramente dire è che, anche quando sottoponiamo un documento così prezioso, stimolante, utile e benefico come il seminario di Bruce Lipton, non lo facciamo come discepoli acritici e adoranti, ma come persone che vogliono dare un’arma in più per crescere e interrogarsi, altro cibo sul tavolo… nessuna Tavola della Legge, ma strumenti da implementae e di cui nutrirsi se, come e quando si vuole nell’ottica di un proprio personale percorso, che deve essere sempre radicalmente libero. Noi non vi diciamo “pensate questo!”.. ma… “questo può esservi utile.. insieme ad altro che prenderete da altre fonti.. e scambiandoci poi i nostri futuri pezzi di strada capiremo qualcosa di più dell’uno e dell’altro.. e di questo pazzo.. pazzo mondo..” :-)

Relativamente poi alle questioni specificatamente genetiche, c’è chi arriva a dire che proprio i geni non contano assolutamente nulla e tutto sorge per forme di creazione mentale. La mia idea è un pò più sottile. Io penso che forse i geni, come la famiglia e gli ambienti determinano delle tendenze che si muovono in certe direzioni. Ma esse non sono irribaltibili. Così come quindi si può guarire da malattie cosiddette “incurabili”.. NOI POSSIAMO EFFETTIVAMENTE MODIFICARE IL DNA. Quindi magari il DNA opererebbe, almento per certi aspetti, anche se io fossi isolato dal mondo in una foresta amazzonica.. quindi ciò che mi accade non sarebbe totalmente creazione del pensiero o dell’ambiente. MA… ANCHE SE IL DNA MI SPINGESSE VERSO CERTE DIREZIONI.. IO POSSO CAMBIARLO. In questo senso accolgo la visione di Lipton. E il mio cuore la senta vera, come ho scritto in precedenza. Ma naturalmente non sono nessuna mente galattica o esperto cosmico di tutte le strutture della materia, né delle “sacre armonie della musica celeste” o dei vortici inesorabili delle “ottave”.. :-) … sono solo un Uomo tra gli Uomini, come voi.. e tutti insieme siamo qui per qualcosa, che alcuni chiamano Disegno, e che ci fa fremere, gioire e lottare ogni giorno. E gli specchi riflettono il nostro tempo e le nostre Canzoni.

Chiunque voi siate e dovunque voi siate… il pane spezzato alla fine è la sola cosa che rimane..

HASTA SIEMPRE ESPERANZA

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CONVERSAZIONE INTERVISTA CON BRUCE LIPTON

Durante il periodo in cui Bruce Lipton lavorava come ricercatore e professore alla scuola di medicina, fece una sorprendente scoperta sui meccanismi biologici attraverso i quali le cellule ricevono ed elaborano le informazioni: infatti, piuttosto che controllarci, i nostri geni sono controllati, sono sotto il controllo di influenze ambientali al di fuori delle cellule, inclusi i pensieri e le nostre credenze. Questo prova che non siamo degli “automi genetici” vittimizzati dalle eredità biologiche dei nostri antenati.

Siamo, invece, i co-creatori della nostra vita e della nostra biologia.

Lipton descrive questa nuova scienza, chiamata epigenetica, nel suo libro “The Biology of Belief: Unleashing the Power of Consciousness, Matter and Miracles” (N.d.T.: Biologia delle Credenze: Liberare il Potere della Consapevolezza, della Materia e dei Miracoli) (2005: Mountain of Love/Elite Books). Pieno di citazioni e riferimenti di altri scienziati che conducono, in tale campo, ricerche all’avanguardia, questo libro potrebbe, letteralmente, cambiare la vostra vita al suo livello più fondamentale.

Fino alla scoperta dell’epigenetica, si credeva che il nucleo di una cellula, contenente il DNA, fosse il “cervello” della cellula stessa, del tutto necessario per il suo funzionamento. Di fatto, come hanno scoperto Lipton ed altri, le cellule possono vivere e funzionare molto bene anche dopo che i loro nuclei siano stati asportati. Il vero “cervello” della cellula è la sua membrana, che reagisce e risponde alle influenze esterne, adattandosi dinamicamente ad un ambiente in perpetuo cambiamento. Che cosa significa questo per noi, quali collezioni di cellule chiamati esseri umani? Man mano che incrociamo le diverse influenze ambientali, siamo noi a suggerire ai nostri geni cosa fare, di solito inconsciamente.

Lipton ci mostra anche come Darwin avesse torto. La competizione non è la base dell’evoluzione; non è la sopravvivenza del più forte che ci permette di sopravvivere e prosperare. Al contrario, dice, dovremmo leggere l’opera di Jean-Baptiste de Lamarck, che venne prima di Darwin e dimostrò che la cooperazione e la comunità sono la base della sopravvivenza. Immaginate se ciascuna dei vostri trilioni di cellule decidesse di farcela da sé, di combattere per essere la regina della collina piuttosto che cooperare con le cellule compagne. Per quanto sopravvivereste ?

L’INTERVISTA

Barbara Stahura: La premessa di base della tua ricerca e del tuo libro, The Biology of Belief, è che il DNA non controlla la nostra biologia.

Bruce Lipton: Sì. Ho cominciato a studiare questo verso la fine degli anni ’60. Da allora la scienza di frontiera ha iniziato a rivelare tutte le cose che avevo osservato. I biologi che fanno ricerca d’avanguardia sono a conoscenza di ciò che dico nel libro. Il pubblico, però, non ne ha comprensione alcuna perché, o gli arriva in forma abbreviata, o quello che gli viene venduto è la credenza che siamo controllati dai nostri geni, sebbene ciò non sia sostenuto dalla scienza d’avanguardia. Tutto il mio sforzo si è concentrato nel far giungere al mondo l’informazione d’avanguardia. L’orientamento mentale del pubblico è stato programmato secondo la credenza che siamo degli automi genetici, che i geni controllano la nostra vita, che ne siamo vittime, e via di seguito. Il punto, però, è che la scienza di frontiera – quella di cui parlo – si è stabilizzata da almeno 15 anni. È ora che sia portata nel mondo perché è lì che viene usata.

BS: Questa scienza relativamente nuova sulla quale tu scrivi viene chiamata epigenetica.

Ci spiegheresti di che cosa si tratta?

BL: L’epigenetica è quella scienza che mostra che i geni non si auto-controllano, ma sono controllati dall’ambiente. Si sa da circa 15 anni, e ora fa finalmente fa capolino da dietro l’angolo. Ti faccio un esempio. La Società Americana per il Cancro ha recentemente pubblicato una statistica che afferma che il 60 per cento dei tumori sono evitabili, cambiando stile di vita e dieta. Quest’informazione proviene da un’organizzazione che ha cercato per circa 50 anni i geni del cancro. E ora se ne viene fuori dicendo: è lo stile di vita, non sono i geni. Ci siamo focalizzati sul cancro come se fosse una questione genetica, ma solo il cinque per cento dei cancri ha una connessione genetica. Il novantacinque per cento dei cancri in effetti non ha nessuna connessione coi geni. La ragione (che ci fa dire che c’è una connessione genetica) è che tale spiegazione è fisica, tangibile, perciò preferiamo lavorare su di essa. E il 95 per cento che ha un cancro e non c’è una connessione genetica? Non è facile fare esperimenti su qualcosa sulla quale non puoi focalizzarti fisicamente.

BS: Così il determinismo genetico – l’idea che siamo controllati dai nostri geni – è inevitabilmente incrinata, come dici nel libro.

BL: Sì.

BS: Hai scritto anche di Jean-Baptiste de Lamarck e della sua teoria dell’evoluzione – che sopravviviamo attraverso la cooperazione, piuttosto che la più recente idea darwiniana di competizione e sopravvivenza dei più forti. Che tutti i nostri trilioni di cellule devono cooperare per mantenere il nostro corpo in perfetto funzionamento, in quanto noi esseri umani non possiamo sopravvivere senza grandissime quantità di cooperazione gli uni con gli altri e con il nostro ambiente.

BL: Immediatamente, appena hai detto cooperazione, stavi violando la teoria darwiniana, che è competizione e lotta. Di fatto, si tratta di un’interpretazione erronea. La nuova scienza ci dice che quella credenza è sbagliata. La credenza di cui hai appena parlato, invece – la natura della cooperazione e della comunità – è in effetti il principio basilare dell’evoluzione.

Nel 1809 Lamarck ha scritto che i problemi che tormenteranno l’umanità verranno dal suo separarsi dalla natura, e ciò condurrà alla distruzione della società. Aveva ragione, perché la sua enfasi sull’evoluzione era che un organismo e l’ambiente creano un’interazione cooperante. Se volete capire il destino di un organismo, dovete capire la sua relazione con il suo ambiente. Poi ha affermato che separarci dal nostro ambiente significa assumere la nostra biologia e tagliarci fuori dalla nostra sorgente. Aveva ragione. E quando arrivi a capire la natura dell’epigenetica, la sua teoria ora ha trovato sostanza. Senza alcun meccanismo che, all’inizio, le desse un senso – e specialmente da quando abbiamo comprato il concetto dei biologi neo-darwiniani che affermano che tutto è controllato geneticamente – Lamarck sembrava stupido. Ma sai cosa? Aveva proprio ragione.

BS: La tua dimostrazione che il “cervello” della cellula non è il DNA ma, bensì, la sua membrana è affascinante. Che significato ha questa scoperta riguardo a ciò che pensiamo di noi stessi e della nostra vita, dal momento che siamo proprio una comunità di cellule?

BL: Se due cellule si uniscono e stanno comunicando, useranno i loro “cervelli” per farlo, giusto? E se dieci cellule si uniscono, useranno i loro cervelli affinché la loro comunicazione reciproca abbia un senso. Quando prendi un insieme di un trilione di cellule, come in un cervello umano, queste opereranno ancora secondo il principio del cervello cellulare. Beh, quando abbiamo comprato l’idea che i geni ed il nucleo formano il cervello della cellula – che ci porta fuoristrada – e la applichi come fosse un principio di neurologia o di neuro-scienza, ti sei già incamminato nella direzione sbagliata. Non puoi arrivare da nessuna parte perché quello non è il cervello della cellula. I nostri principi su come funziona l’intelligenza sono stati totalmente sviati. Ecco perché, dopo tanta neuro-scienza, se chiedi a qualcuno: “come funziona, veramente, il cervello?” La risposta sarà: “veramente, non lo sappiamo”.

Il Progetto Genoma Umano dice che quel modello è sbagliato. Pensavamo che ci volessero più di 100.000 geni per far funzionare un essere umano. Il fatto che ce ne siano meno di 25.000 ha messo un bastone tra le ruote dell’intero processo. Come può esserci un tale esiguo numero di geni a formare una cosa così complessa come un essere umano? La risposta è che ci vuole molto di più dei soli geni a farlo funzionare – che è l’apporto dall’ambiente che può alterare la lettura dei geni.

Ci sono 140.000 proteine in un corpo umano, e si credeva che ciascuna richiedesse un gene separato per prodursi. Di colpo, trovi che ci sono 25.000 geni e 140.000 proteine, e non ci siamo con i numeri. L’epigenetica rivela qualcosa di così sorprendente che la scienza stessa ha dei problemi a comprendere la forza di questo nuovo significato, e suona così: con il controllo epigenetico, che significa il controllo mediato dall’ambiente, un singolo gene può essere usato per creare 2000 o più proteine diverse dalla stessa matrice. Il controllo epigenetico è come un lettore che può leggere l’impronta originaria e ristrutturarla per produrne qualcosa di diverso. Ed ecco come un singolo gene può essere usato per creare molti prodotti proteici differenti. Non è stato il gene che ha prodotto ciascuna proteina, è stato il controllo epigenetico che l’ha fatto, e questo è il feedback diretto dall’ambiente. Ci allontana da quel meccanismo che dice che siamo solo macchine.

BS: E ci dice invece che non siamo vittime. Siamo co-creatori.

BL: Assolutamente.

BS: Per tanti l’idea che siano i nostri pensieri a creare la realtà, che è quello su cui si basa la Scienza Religiosa e altre tradizioni metafisiche e spirituali, è un’idea puramente spirituale. Ma la fisica quantistica ha aggiunto all’idea, il fatto scientifico. E ora, il tuo lavoro e quello di altri porta quel concetto a livello delle cellule. Che lo rende in qualche modo più reale, più tangibile.

BL: Se si definisce lo spirito più o meno su questi parametri si potrebbe ottenere una definizione del tipo “una forza motrice invisibile.” Se definisco la natura della meccanica quantistica, è una forza motrice invisibile. Di fatto afferma: “Sì, ci sono forze invisibili che modellano la nostra esistenza”. Poiché la nostra biologia è tradizionalmente basata su un concetto newtoniano e materialistico, la natura di quel sistema è di considerare le forze invisibili come non rilevanti. Però, quello che la meccanica quantistica ha stabilito è che le forze motrici invisibili sono tutto. Perciò, se la nostra scienza non si adatta alla nuova fisica, sta di fatto ostacolando il progresso in evoluzione. Quando si introducono nuove forze, si deve dar loro nuovo credito, e quando lo si fa, i ricercatori spirituali saltano su e dicono: lo sapevo! E i fisici quantistici saltano su e dicono, lo sapevo! Stiamo sempre parlando della stessa cosa. Se lo ammettessimo, l’opportunità di unione diventa così tangibile che è quasi fisica. Sì, possiamo sentirla! Ora possiamo essere tutti d’accordo. Tu la chiami come vuoi, io la chiamo come voglio. Ma siamo tutti governati da queste forze invisibili.

ss

BS: Ho letto una tua intervista nella quale hai affermato, “piuttosto che esser vittime dei nostri geni, lo siamo stati delle nostre percezioni.” Puoi aggiungere qualcosa su ciò che significa essere una vittima delle nostre percezioni?

BL: In un certo senso, sappiamo attraverso lo studio della membrana cellulare, attraverso lo studio dell’epigenetica, che questo è fondamentale. L’epigenetica dice che i segnali ambientali influenzano l’espressione genetica, e questi segnali ambientali talvolta sono diretti, e tal’altra sono interpretazioni, quando per es.le percezioni diventano credenze. Così, ho una credenza su qualcosa, che è una percezione, e aggiusto la mio biologia a quella particolare credenza. Come col cancro terminale, se credo a quello che i medici mi dicono, lo loro diventa una vera e propria predizione. Se dicono che ho il cancro terminale e sono d’accordo, allora essenzialmente morirò quando, a detta loro, accadrà. Quali sono le persone che non lo fanno? I casi di “remissione spontanea.” Almeno una persona, scommetto, non ha “comprato” quella diagnosi. E la sola ragione per la quale ne sono usciti è che avevano un altro sistema di credenze completamente diverso, e quindi sono stati capaci di cambiarlo.

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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