Born Again

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Per chi non accetta la situazione

by Duncan on dic.09, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana

“Non hai accettato la situazione”.. dicono…

Dietro questa frase c’è un mondo. Certe frasi valgono più di mille volumi. Dicono tutte. Non ha accettato la situazione. Accettare.. accettare.. accettare. Ci sono bambini dislessici che si sono laureati, nonostante tutti avessero detto che sarebbero rimasti ritardati, e che la laurea non era alla loro portata. Ci sono bambini autistici, che adesso vivono alla grande, nonostante tutti dicessero che avrebbero vissuto tutta la vita semiaddormentati. Ci sono persone i cui difetti visivi non erano “recuperabili”, ma che adesso hanno buttato gli occhiali. Ci sono malati di Alzheimer che cominciano a riafferrare lembi di memoria. Ci sono persone in coma profondo, che si sono risvegliate dopo quindici anni, quando già per gli altri erano morti. Ci sono malati di tumore, di sclerosi multipla, di cancro, che sono guariti nonostante tutte le diagnosi contrarie, o nonostante avessero dato loro al massimo un flebile lumicino di speranza. Ci sono schizofrenici che non potevano guarire, ma sono guariti lo stesso, nonostante si dica che dalla schizofrenia non si può guarire. Ci sono oracoli ribaltati, profezie smentite, pronostici sovvertiti. Non accade sempre, ma può accadere. Fosse anche solo un caso su un milione, avrebbe comunque senso lottare. E poi, dov’è il confine? Alcuni sono esaltati e illusi? Ma chi può stabilire di sapere sempre dove corre la sottile linea che distingue la follia dal coraggio della speranza? Quella linea che separa le teste nella sabbia dagli occhi capaci di vedere più lontano, chi è capace di indicarne esattamente il tracciato? E quante volte gli illusi di oggi sono stata i vincitori di domani? E quante volte la speranza derisa ha cambiato tutti i binari, i treni, i vagoni. E’ chilometrica la lista di coloro che “non accettarono la situazione”. Ad alcuni di essi oggi accendiamo candele in quel territorio della mente e del cuore dove vivono le stagioni di gloria e onore, e su di loro scriviamo canzoni, e leggiamo libri. Ma un tempo furono presi a pietrate. E si racconta che Demostene era un gracile ragazzino, e la voce usciva flebile, ma divenne uno dei più grandi oratori di tutti i tempi. Forse la sua fortuna è stato non incontrare mai qualcuno che gli dicesse che doveva “accettare la situazione”. O qualcuno lo avrà trovato anche lui, ma decise lo stesso di non accettarla. “Sì, ma se poi non serve a niente? Se ci si prova e non si ottiene niente?” Ma la vittoria non è tutto, anche solo il fatto di averci provato accende qualcosa in noi. Quel bambino resterà autistico, magari, ma la madre e il padre avranno provato vertici di tenerezza, cura e dedizione, e una traccia di bene e bellezza l’avranno lasciata comunque, in loro e in lui.

“Ma non è possibile!”, continuano a dire “non è possibile, sono vaneggiamenti, la situazione ha dei limiti oggettivi. Ma.. la realtà è così grande per potere dire che tutto è stabilito. Ci sono poteri che voi non conosceste. I persiani persero a Maratona, chi ci avrebbe scommesso? Ci sono forze che smuovono montagne. E se hai questa spinta fortissima nel cuore, allora tenta, provaci. Avrai in cambio solo occhi perplessi, parole di compatimento e derisione, ma tu continua. Alcuni giorni sarai solo, alcuni giorni vedrai solo nebbia, alcuni giorni avrai le ginocchia sbucciate, alcuni giorni ti sembrerà di essere davanti al muro bianco, alcuni giorni saranno violenti come una tagliola. Ma tu.. continua..

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Qualcuno inizia

by Duncan on feb.03, 2011, under Ispirazione, Simbolo

“Bisogna rifiutare senza rinunciare. Bisogna soffrire senza perdonare. Bisogna arrivare fino in fondo senza sprofondare. Bisogna raggiungere a nuoto la riva del mondo e accorgersi che nuotando davamo forza a chi pensava come noi di nuotare da solo nel buio bianco della nebbia, nella notte senza stelle, nel manto della luce accecante, da solo, senza avere alcun punto di riferimento. E quando arrivare alla riva del mondo è accorgersi che tanti ci riescono solo per aver preso coraggio da un altro che sentivano nuotare a distanza del buio, da solo. Tu sei in questa condizione che devi vivere come un compito.”

Spezzo questo legno con voi, qui, sabbia notturna, vicino al falò, lontani dall’acccampamento.

Per un tempo che è già memoria, e un futuro che già esiste.

E ci sediamo intorno al fuoco, i Membri di un Antico Popolo Disperso, e come si raccontano le storie di fantasmi.. le storia “di paura”… in certe notti estive e notti campeggio… continuiamo ancora a raccontare per dare scambiarci il sangue e sputare il veleno. Per rammentarci di antiche Promesse.

Ecco il mesaggio nella bottiglia di oggi. Un brano tratto dalla lettera del Professore Ferraro ad un ergastolano, Carmelo Musumeci. Ecco poche parole che stricano forte sul carbone per farlo accendere.

Camminerai da solo. Bussano alla porta, piedi che battono per terra, palloni per strada.

Perchè iniziare? Non vedi nulla, non senti nulla. Sei solo nel buio.

Molti vorrebbero almeno una voce in quel silenzio di morte. Almeno una fgura lontano in quel deserto. Se ci fosse almeno un segno tanti tenterebbero. Molti restano inchiodati perchè non vedono nessuno.

Qualcuno deve pur iniziare, per dare agli altri speranza. Qualcuno deve spingersi avanti per dimostrare che allora è possible.

Qualcuno deve insegnare il coraggio.

E quel qualcuno darà a mille altri la spinta di buttarsi.

Qualcuno inizia la conta dei giorni.

E allora non aspettare testa di capra che non sei altro, pendaglio da forca, scapestrato filibustiere, fellone mangiagatti, smargiassone, scimunito, viso pallido, minchionazzo, bandolero e bucaniere…..:-)

Buttati in quella cazzo di acqua…

 

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Sul sentiero della Gloria

by Duncan on dic.24, 2010, under Ispirazione, Misticismo, Poesia, Resistenza umana, Simbolo

 
Una volta respiravi a fatica,
ti aggrappavi al muro e soffiavi fuori l’aria,
e ti ingozzavi di cibo, e ti masturbavi col turbo..
ricordi quei giorni?
Una volta la malattia era a strati,
strato dopo strato invadeva l’anima…
e colpo dopo colpo ingoiavi la rabbia,
ricordi quei giorni?
E né mani, né piedi, né occhi…
l’ombra dello scorpione, fruste sottili, fruste a rigare a sangue,
l’orgoglio degli sfigati, parti mediocri,
assalti mediocri spacciati, e appena atomi di respiro
ricordi quei giorni?
e quando irrompeva la vita.. provavi a correre, per non perdere quel
calore
che sembrava svegliarti…
prima che scendesse ancora la notte,
ricordi quei giorni?
I demoni avevano campo libero,
e tu eri solo un Pagliaccio, un fantoccio, un coniglio bagnato..
ma tu eri già lì…. no?
nessuno è mai solo…
nessuno è perduto…
non credete agli idoli bastardi,
ai simulacri di morte,
non date nome al Mistero,
alla Bellezza che pulsa tra le braci,
al Canto intonato tra gli incendi,
non credete alle Musiche Sinistre,
alle cappe nere come il petrolio,
alla morte delle sirene troie,
nessuno è smarrito sui vetri spezzati..
sulle palle di neve ad Est della Gloria…
dietro i nomi delle Bestie,
negli ingorghi del veleno,
nel tuo Moloch tascabile…
nella merda che ti affoga…
tu eri già lì…
non aveva nome il Mistero…
ti segue per  passi e passi..
Nessun serpente potrà toccarti,
mentre il cielo cade in frantumi
e il silenzio si dissipa,
e gli atomi non sono che polvere..
sul Sentiero della Gloria
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Dialogo tra un ergastolano e un professore di filosofia (ventitreesimo scambio)

by Duncan on dic.09, 2010, under Controinformazione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Su un blog dedicato agli ergastolani -che io e alcuni amici abbiamo creato e amministriamo- (http://urladalsilenzio.wordpress.com/) è da tempo in corso un magnifico e potente Dialogo tra Carmelo Musumeci, figura simbolo tra gli ergastolani, persona dal profondissimo e radicale percorso, uomo generoso e vulcanico, e autore di moltissimi testi, articoli, racconti, e anche due libri.. e il professore Giuseppe Ferraro, non “semplicemente” un professore di filosofia, ma un Filosofo e un Umanista.. nella accezzione più degna che hanno queste parole.

Ci sarebbe tanto da dire su questo grande Dialogo, da tempo in corso tra di loro, e giunto adesso alla 23sima “puntata”. Ma ritornerò su di esso in qualche altro post, e riporterò altri brani. Questa volta voglio condividere anche con i naviganti che giungono nelle  Terre di Born Again, proprio l’ultimissimo momento di questo Grande Dialogo.

Vale proprio la pena leggerlo..

Salutamos Compagneros

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Giuseppe caro,

                               ho ricevuto la tua lettera.

Ho sentito il tuo cuore amareggiato.

L’ho sentito come se fosse il mio.

Ho immaginato quello che provi quando vedi la sofferenza e l’ingiustizia sociale intorno a te.

Non si può mai essere del tutto felice quando non lo sono tutti.

Io non ci riesco!

Ho sentito la tua frustrazione.

Non ti nascondo che ci sono dei momenti che non riesco ad essere forte neppure io.

Ci sono dei momenti che desidererei essere più debole di quello che sono per farla finita di aspettare un futuro che non avrò mai.

Ci sono dei momenti che mi sento una foglia strappata alla vita e gettata in un angolo all’ombra del mondo, fra cemento armato e ferro.

Giuseppe conosco molto bene il tuo dolore.

Lo so!

Il dolore che vedi negli occhi degli altri uomini fa sempre più male del proprio dolore.

Tutte le mattine quando mi aprono il blindato lo vedo negli occhi di quell’uomo che mi è di fronte.

Un ergastolano anziano ammalato di un brutto male che cerca il mio sorriso come se fosse la cosa più importante della sua vita.

L’amore ci fa diventare migliori e purtroppo in carcere manca proprio quello.

Nessuno ama e pensa a quest’uomo.

Lo vedo sempre steso sulla branda a fissare il vuoto.

In questi giorni non gli ho sorriso perché il mio blindato è rimasto spesso accostato.

In questi giorni sono stato male, niente di grave, un semplice attacco di sciatica.

In questi giorni mi sono accorto che non sono più forte come prima.

In questi giorni mi sono accorto che l’Assassino dei Sogni prima s’è preso il mio corpo, poi la mia vita,  ora la mia salute.

A volte penso di essere fortunato, io ho qualcuno cui pensare, molti non hanno nessuno.

Si,  è così!

Solo chi dice di essere cattivo sa che cosa è essere buono.

Domani, anche se non starò bene,  quando apriranno il blindato lo spalancherò e donerò a quest’uomo il mio sorriso come se lo donassi a te.

Te lo prometto!

Nella tua lettera di oggi ho sentito il tuo cuore amareggiato.

Non posso lasciarti con tristezza almeno questa volta.

Domenica ho parlato al telefono con la mia compagna.

Sabato vengono a trovarmi.

Sono felice.

Da Modena mia figlia mi vuole portare le ciliegie.

Mi ha detto che sono buone e dolci.

Dall’altra parte del telefono ho sorriso.

Non ho bisogno delle ciliegie.

Ho solo bisogno di abbracciare e di baciare lei.

Per cinque anni l’Assassino dei Sogni non me l’ha fatta toccare.

Ed ho sempre una paura infantile che lo potrà fare di nuovo.

I figli sono il nostro universo e non si può vivere senza abbracciare l’universo.

Giuseppe non essere amareggiato.

Quando s’è amareggiati, si ha poca energia.

L’energia è amore.

Io ho bisogno del tuo amore,  come ne ha bisogno l’ergastolano anziano e ammalato di fronte la mia cella e gli operai disoccupati del nostro sud.

Abbiamo bisogno del tuo amore,  come te del nostro.

Ti manderò un po’ del mio amore sabato quando abbraccerò la mia compagna e i miei figli affinché tu non ti senta in mare aperto senza né terra, né barca.

E quando abbraccerò Nadia lo farò anche per te.

La sua fede e il suo amore per questo mondo è grande e ne darà un po’ anche a te.

Giuseppe,  non essere amareggiato, il mio cuore lo sente, il mio cuore sente il tuo.

Ti voglio bene.

Carmelo

2 giugno 2010

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Ti scrivo. In silenzio. Come si scrive. Sotto dettatura di una voce che s’intreccia ad altre. Ti scrivo, come sempre ci si trova a scrivere, sottovoci. Non accade sempre. Solo quando si scrive sentendosi accanto a chi si scrive. E’ come un rivolgersi dentro se stessi dove si ospita chi si pensa con affetto e che ti ospita nei suoi pensieri.

C’è quell’espediente in cinematografia, lo ricordavo l’altra volta, lo ripeto, mi colpisce. Quando qualcuno legge una lettera è la voce di chi gli ha scritto che si sente leggere. Scrivo, sento la mia voce che mi detta le parole, a una a una, cercandone le lettere sulla tastiera. Le detta per non perderle, guardando i tasti. Quando si scrive, si sente la propria voce che detta le parole. La propria? non proprio. Sento la tua voce, a scrivere c’è come una traslocazione d’intimità, ci si porta in un luogo senza luogo. Vedo il tuo sorriso, quando ti scrivo, avverto la tua ansia, penso “ai” tuoi pensieri, immagino “a” quel che immagini, guardo “al” muro che guardi, lo vedi all’improvviso quando non sei più stanco ed esci dal rifugio dei pensieri. Quando sei stanco di essere stanco il muro alza pareti. Strano. La stanchezza aiuta certe volte. Quando sei stanco l’immaginazione prende il posto dei sensi. La stanchezza aiuta. Libera, no, distrae. Deriva. Derotaia. Delira. Ci fa addormentare, dopo che nella testa si placa il turbinio della corsa in stanza dei pensieri insistenti.

Noi non amiamo la stanchezza. Siamo di quelli che non si stancano mai. Non siamo mai stanchi. Quando però ci arriva la stanchezza, si placa anche la violenza della rabbia. La usiamo e ci usa. Mette un freno, rallenta il passo che siamo pronti ad accelerare appena dopo. Chi vive la depressione si mette in uno stato di stanchezza persistente. Lo sappiamo. In carcere diventa una sorta di perdita di vita, come una perdita d’acqua alla fontana. E’ terribile quello che scrivo e che penso. No. Bisogna riprendersi ogni volta dalla stanchezza che porta alla depressione e alla follia, bisogna trovare la stanchezza del giusto. Quella che prende dopo un giorno lungo di lavoro, su se stessi. Bisogna lavorare su se stessi.

Bisogna pensare anche a un diritto alla stanchezza giusta. Ne ho sofferto maledettamente quel giorno. Ritornavo dai miei incontri. Ero stato a Bellizzi. Avevo la testa piena di voci e volti. Era stato un incontro intenso. Lo è sempre. Arrivai a casa, stanco.  E questo pensai, che là avevo lasciato persone che non avevano il diritto di essere stanchi, di abbandonarsi alla stanchezza. La libertà pensai è il diritto a sentirsi stanchi e andare coi pensieri dove vogliano. E’ anche questa. Il diritto di essere stanchi. Ingiusta è la stanchezza che non libera della fatica. Quanto sono felice di vederti, anche adesso che ti scrivo. Quanto sono stato felice di vederti la prima volta. Uno che non si stanca, no, uno che non si lascia stancare. Offre il suo sorriso per la sola gioia di esistere e vedere e sentire la vicinanza. Viverla.

Tu non immagini quanta forza infondi, quanto vita effondi, quanta gioia diffondi. Grazie del “Giuseppe caro”, mi arriva come una carezza, su una stanchezza, l’avrai capito, che non è giusta. E’ questo il punto.

Tu dici l’assassino dei sogni, ma quanti sogni gli stai buttando in faccia, addosso, ai piedi, quante ferite stai procurando all’incubo con i tuoi sogni di sorriso. Esci dal blindato incroci lo sguardo della sofferenza e apri il tuo sorriso come braccia per sostenere chi sta soffrendo in quel momento. Quel che mi scrivi mi porta al tuo fianco. Mi porti in giro tra blindati e corridoi. C’è chi soffre, è malato, ed è terribile ammalarsi senza cari. Gli sorridi. Solo chi soffre sa non fare soffrire. Solo chi conosce la sofferenza sa della gioia. Sorridi a chi non resiste e sente di varcare l’ultima soglia della sopravvivenza.

Davvero è uno stare sopra la vita sopravvivere. Vivere oltre la vita. Un paradosso. Essere in un al di là che è un resto, non un oltre e in più. Un avanzo. Un resto. Quel che avanza della vita a tagliarla, a farla a pezzi. Nuda vita. Sopravvivere è questo stare sopra la vita come se ci si trovasse senza niente altro. Sopravvivere è la vita senz’altro. Senza esistenza. Nemmeno. E’ l’esistenza ridotta, stretta, fatta gabbia della vita. Semplice vita, ma non una vita semplice. Piuttosto vita senza vita. Sopravvivere è stare sopra la vita, non più nella vita, senza viverla.

Non si può essere felici quando non lo sono tutti. E’ cosi, dici bene. Il dolore che vedi negli occhi degli altri uomini fa sempre più male del proprio dolore. Dici benissimo, è così, come scrivi. Il dolore che vedi negli occhi degli altri fa più male del proprio. Ti attivi, sei pronto. Viviamo per dare vita, per dare la vita che abbiamo. Continuo a leggere la tua lettera. E’ come un abbraccio.

Grazie, Carmelo. Non resterò amareggiato. Non posso esserlo se ci sei e se mi scrivi e se ti scrivo e ti penso e se ti sto a fianco.  Ti dico “grazie” e mi ritrovo a riflettere che il fine di ogni educare è la grazia. Non il dono, la grazia. L’avere grazia. Come tu hai grazia a scrivermi “Giuseppe caro”, e come sorridi a chi soffre e aspetta il tuo sorriso come un dono. Non come qualcosa. Il dono è quando ci fa dono. Chi dona non dà cosa che possa sapere e calcolare. Chi dona non fa regali. Si dona ciò che non si ha. Si dona il tempo che non si ha. Quel tempo che non si deve, non dovuto, quel che non si deve ad altro, ad altri e che si sottrae a chi lo devi per legame d’amore. Il sorriso che si deve al proprio figlio, alla propria figlia. All’amata. Quel tempo dovuto a chi si ama e che per tale è sacro. Di una relazione sacra perché dovuta senza dovere, non per costrizione, ma per natura, posso anche affermare, per natura, per un legame che non si acquista, ma che ti conquista a essere quel che sei.

Strana deviazione procura il dono. Strano delirio, un uscire fuori dalla lira del campo, fuori del solco. Dare l’avuto non dovuto, il dovere incrocia in strano modo la restituzione e quindi  il giusto. La incrocia in strano modo. Donare è dare, ma come a stabilire una relazione d’inegualità. Inequivalente. Senza uguali. Solo dio può donare, mi ripeto sempre. Noi possiamo restituire. Si, certo. Solo dio può donare, può operare per dono, può perdonare.

Noi possiamo restituire. E la giustizia si dà come restituzione. Si fonda in questo modo il Diritto. Fino a quando però il diritto è giusto? Ancora una ragione di tempo, perché di tempo è fatta la relazione, nel tempo si costituisce e si toglie, si distorce e si “raddritta”. Il tempo è la relazione. Fino a quando il giusto può essere “raddrizzare”, quando si compie il diritto? quando deve finire la pena come tempo che ci vuole per ristabilire la relazione? Perché se la pena è rimettere in diritto ci sarà pure un momento in cui il diritto è raggiunto, compiuto? Carmelo, cerco di scrivere cose che appaiono confuse, e lo sono, solo perché richiedono la convergenza di due piani quello personale e quella istituzionale, quello delle regole e delle relazioni. Del testo e della sua lettura, della jus e di chi jus dicet facendosene giudice.

Ripeto: le regole senza relazioni sono vuote, le relazioni senza regole sono cieche, e tuttavia solo le relazioni rendono la regola giusta e solo le relazioni rendono giuste le regole, e le aggiustano. Ancora: le regole sono le persone che le applicano. Le istituzioni sono le persone che le rappresentano. La cosa difficile da comprendere e spiegare è questa: la giustizia nel sua massima applicazione, nel suo raggiungimento è la grazia. La giustizia che si soddisfa del suo diritto è grazia. Io ti ringrazio per quel “Giuseppe caro” che è un gesto di grazia. Così ti ringrazia chi soffrendo cerca il tuo sorriso per alleviare la sua pena. Il tuo sorriso è di grazia. E’ la tua grazia. L’espressione di una forma assoluta, assolta da ogni interesse e causa.

Il bambino è chi non può donare, ed è un dono. Una grazia di dio, si dice anche. Cosa possiamo imparare da dio e da un bambino se non ad avere grazia, nei gesti, nelle parole, nell’essere quel che siamo. Il bambino è presente. Non ricorda, ma non dimentica. Non dimentica perché non ha nulla da ricordare. Vive quel che è dato riconoscere che fa male e che bene, che gli fa bene e che gli fa male. Anche un dio, credo, pensa in questo modo o siamo noi ad aver fatto di un dio il pensiero di un bambino. Assoluto. Presente come presente si dice anche il dono, che reclama nella sua piena espressione la presenza, il presentarsi. Stare qui, per essere, non stando davanti come cosa, ma stando davanti preoccupandosi, avendo cura, stando prima del tempo, avendo cura del tempo che viene. Non essere questo e quello, ma come questo e quello essere grazia, avere grazia, nelle relazioni. Significa avere relazioni non sgraziate, non disgraziate, non rozze o meschine, senza scambio, anche senza regali.

La giustizia è la grazia. La giustizia che dà vita è grazia. Quella che dà morte è senza grazia. Mette in disgrazia. Il fine dell’educazione non è forse quello per cui si dice di una persona educata che si esprime con grazia? Non che si esprime correttamente, quella si chiama istruzione e si dice di chi è istruito. Ho ricevuto la lettera di Salvatore Ercolano. Salutalo per me. Non so quando riuscirò a rispondergli, ma digli che lo tengo in testa. Ed è come leggere di una grazia. Il suo essere come graziato. In realtà non è così. Ha scontato tutto quello che doveva, non è stato graziato, è lui che si è fatto grazia. E’ lui stesso che sente di vivere non per altro che per vivere. Non un sopravvivere di un resto, ma di un assoluto momento.

La grazia è un dono? Solo se ci fa dono. Solo se la propria vita non è dovuta ad altri che non siano i soli ai quali ci lega un tempo sacro. Dovuto, perché da loro abbiamo avuto il tempo che compie il nostro sentire. Il sorriso che tu doni è quello che tu devi alla tua bambina, resterà sempre bambina quanti anni potrà mai avere una figlia. Tu mi doni quel sorriso. Tu doni a me il segreto di quel sorriso, doni a me il suo sorriso, quel che ti fa sorridere come solo tu sai e puoi sorridere di quel tempo sacro della relazione del tuo intimo sentire. Non si sanno queste cose, non hanno sapere. La grazia è quando si è senza sapere di essere. Com’è la grazia dell’artigiano che muove le sue mani operando senza che potrà mai spiegare perché e come si fa quel che sta facendo, lo ha incorporato a tal punto che in quel che opera è se stesso che opera, tocca senza toccare, vede senza vedere, vede di là di ciò che gli sta davanti, tocca altro da quel che tocca, perché sente.

La giustizia è la grazia. Dobbiamo cominciare a parlarne. Dobbiamo cominciare a chiedere grazia per giustizia, non come qualcosa di dovuto o per tempo scaduto, ma perché ci si è fatti grazia. E tu sei grazia. Se ti ringrazio è per tale. Lo sei per tanti. Lo sei per la carezza di tua figlia, per le ciliegie che ti porta, per quel che ti porta nelle ciliegie che ti porta. Bisogna sempre vedere i gesti nelle cose, le relazioni nel tempo, e nelle mani cogliere le somiglianze. A essere giusti bisogna dare grazia. Bisogna avere grazie. E’ difficile, scriverlo è difficile quando ci s’indirizza a chi è recluso. Questa grazia però bisogna apprendere, ovunque.

L’altro giorno un uomo, uno dei disoccupati della mia terra che non mi fanno dormire la notte, mi diceva del pudore, del pudore della vita, dell’apprendere il pudore. Mi parlava del pudore in carcere, dell’apprendere il pudore in carcere. Ci è stato per ventuno anni. Persona educata, compita, accurata, nei gesti. Il pudore e la grazie. Dovremmo cominciare a parlarne. Dovremmo vederci su queste cose a Spoleto. Il pudore e la grazia, perché la giustizia è tra il pudore e la grazia, è avere pudore e dare grazia. Ingiusta è la giustizia che lascia al diritto il testo di regole da applicare senza pudore né grazia nel tempo della relazione.

Ti abbraccio

Giuseppe

19 giugno 2010

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OSA CREDERE

by Duncan on nov.04, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

OSA CREDERE

C’è una poesia stupenda, attribuita a Josei Toda, anche se non credo sia sua. E’ uno di quei rari casi in cui una poesia appartiene a un autore, ma entra nel campo vitale di un altro, quasi fosse troppo affine a quella esistenza, piuttosto che a quella di colui che l’ha generata. Certe cose sembrano talmente scritte da un altro che l’altro quasi se ne appropria, ed entrano nella sua Leggenda. E credo che potranno sforzarsi a centinaia a sottolineare come Osa Credere non sia di Josei Toda. Per ancora molto tempo a venire è al suo nome che continuerà ad essere accompagnata. Come “Lentamente muore”, scritta in realtà da Martha Medeiros, ma che quasi tutti attribuiscono a Neruda. E, in un certo senso, “vogliono” attribuire a Neruda. Il suo Mito calamita questa poesia, e forse tra qualche centinaio d’anni riuscirà ad emanciparsi da questo abbraccio. O forse mai.

Rileggendo oggi Osa Credere una serie di immagini e impressioni ha preso corpo in me, uscendo fuori senza chiedere il permesso.. alla fine di esse, la poesia di Toda (vedete, ci casco anch’io..)

Stai rubando scampoli di tempo, stari rubando battiti di sole, stai rubando istanti di sogno? Non vedi che sei tu contro l’onda, non vedi che il Banco è forte, il Casinò non perde, ragazzo? Non ti senti un ladro, un clandestino, a spiare dai muri, e a partire, bagagli e mantelli per specchiarti un minuto in un sogno; non vedi che a volte il vento è burrasca e trascina foglie oscure nel cielo? Non vedi che a volte è come saltare in mezzo alle mine? Non vedi che a volte senti solo la sabbia tra le mani? Il Banco è forte e tutto il casinò è dalla sua, e tu che pensi di fare? Perché non batti in ritirata una volta per tutte? Sarai comunque ricordato tra gli applausi… perché non segui i saggi consigli? Non vedi che sei piccolo dinanzi al Destino? Perché rubare secondi, minuti, giorni, ore, quando potresti spassartela al mare? Il Banco è potente nei suoi giochi…

Stetti un po’ silenzio, ma poi risposi:

“Ne avete di saggezza amici miei, la vostra prudenza è proverbiale… potete vincere in mille tribunali con i vostri argomenti… avete mille precedenti da far valere. La vostra voce non è malvagia, è il rassicurante canto della resa che da sempre tiene molti lontano dai guai, e chissà quante vite avrete salvato. Ma mi spiace, in milioni hanno tirato in remi in barca, c’è sempre trippa per gatti per chi sa accontentarsi, e da vecchi avremo mille ragioni per scusare la nostra viltà. Durante gli anni non ci mancheranno hobby, occupazioni e dipendenze per stordire la voce che non abbiamo voluto seguire. L’insoddisfazione sarà come un tarlo, insistente, irritante, frustrante. Ma ci hanno consegnato mille droghe per stordirci. E poi, chi ci potrà accusare?

Ci sono cose che non puoi fare, bambino, mettiti l’anima in pace, e adesso vai, che il tempo corre, tanto tra sudore e giocattoli, tra lavoro e bevute occuperai il tuo tempo. E poi l’equilibrio cosmico dove lo mettiamo? Se tutti fossero aquile, chi impersonerebbe gli altri ruoli?

Argomentazioni impeccabili, ma, mi spiace. Noi abbiamo un’altra Strada che ci chiama. E su quella Strada continuerò.

Ci sono poteri che voi non conoscete. I persiani persero a Maratona, chi ci avrebbe scommesso? Ci sono forze che smuovono montagne. Se hai un sogno, combatti per esso. Sta sicuro, alcuni giorni ti sentirai solo, alcuni giorni vedrai solo  nebbia, alcuni giorni avrai le ginocchia sbucciate, alcuni giorni ti sembrerà di essere davanti al muro bianco, alcuni giorni saranno violenti come una tagliola, alcuni giorni non ci sarà una voce a incoraggiarti. È la Lunga Notte, quasi tutti mollano là. Ma è proprio quando il buio è più oscuro che è prossimo alla fine..

Adesso dammi la tua mano e ripeti come ad alta voce, perché le parole scacciano la Paura, bandisci il Dubbio, e ripeti le Parole…

Credo in quello che sono,

la mia Visione sarà incandescente nella mia mente,

nel giorno e nella notte,

affronterò il Drago nella sua tana,

seguirò la Stella irraggiungibile

e comunque vada

avrò giocato la mia Partita,

e qualunque sia l’esito,

avrò osato credere.

 ————————-

Osa credere

 

Osa credere che c’è un canto nel tuo cuore.

Osa credere nei tuoi desideri.

Finché hai il coraggio di credere

niente potrà impedirti

di giocare il ruolo che vuoi.

Troppe persone finiscono su una strada sbagliata

fuorviate da un granello di dubbio.

Il destino si può cambiare.

Il sole è già alto sul giorno che è nato.

Troppi dicono che tutto va bene

e non capiscono perché si dovrebbe cambiare.

Troppi nascondono il loro splendore

sotto macigni di sofferenza.

Noi non dobbiamo chinare la testa

alziamoci invece cantando di gioia.

Non c’è momento migliore

dell’istante presente.

Avanzerò senza sosta

adesso che so

di aver trovato qualcosa

che mi appartiene.

 

J.Toda

 

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I giorni della nostra vita

by Duncan on lug.11, 2009, under Bellezza, Ispirazione, Musica, video

freddy-1

Sicuramente conoscete questa canzone.
Meravigliosa essa è. Ehi, sto parlando come il Maestro Yoda di Guerre Stellari.
“Paura forte è, ma non temere non dovrai. Usa la Forza e smarrito non sarai”..:-)
Una stagione finiva e un’altra cominciava. Questo video portava con se un Uomo.
E dove lo portava, amici miei? Oltre le stelle forse, oltre gli anelli di Saturno, nei guanciali immoti e ignoti dei buchi neri? In quale casa aperteaper sempre dietro le Bianche Colline..?..
Questo video è un atto di amore, traboccante di struggimento e malinconia. Come quando la morte bussa, e stava bussando, e tu scavato e sfibrato, ancora lanci i tuoi ultimi fiore, il fiore baciato sulla bocca del vento.. prima di aprire la porta.
Freddy Mercury qui è irriconoscibile. Il trucco rende l’effetto un pò meno straziante, ma può coprire poco. La malattia gli aveva consumato il corpo e le ossa, ma non l’anima. L’anima era pronta ancora per un volo.
Quando vidi questo video trattenni a stenno le lacrime.
Quanta è bella questa vita, proprio quando ci sfugge tra le dita. Ehi Freddy, nei Giardini del Signore ci sono davvero tutti i profumi di ogni tempo? Lattedi miele, sogni costruiti nel granito, i desideri di chi ha avuto le gambe spezzate, le piccole dita degli smarriti puoi toccarle?
Il ritmo dolcemente avvolgente, e così, bussando appena, una delle più memorabili canzone dei Queen usciva fuori. L’ultima canzone dei veri Queen. Non quelle forme senzienti patetiche che cercano di sopravvivere facendosi camaleonti e lucrando sul proprio passato, come cadaveri con gli anabolizzanti. I veri Queen finivano allora.
I veri Queen finivano con Freddy Mercury. Finivano con la sua vita. Finivano con questo immenso atto di amore.
These are the days of our lives.. questi sono i giorni della nostra vita…
Sì sono questi, che ci svegliano la mattina.. “Ehi ci sei?”, e ci inseguono sulla sabbia, ci mordono col pane, e ridono mentre i nostri occhi si velano in un dolcissimo sorriso.
Sono questi che rubiamo palmo a palmo la notte, con questa sete, queste sete che ci portiamo dietro come marchio sulla pelle, questa sete di cui non ci liberermo mai.
Sono questi con tutti i libri che non entreranno mai nello zaino. Con tutti i libri che ci regalavano la mamma e il papà, e i nonni, e i fumetti. Mentre correvi per la spiaggia, e arrivavi sempre troppo tardi per cena. E certe notte ti alzavi e in punta di piedi andavi al frigorifero, con quel misto di paura e eccitazione, ed eri così felice, come se tutto il mondo ti sollevasse..
Con tutti i poster alle pareti, e ballavano nei film, e tu volevi dire alla Principessa:.
“Quanto vorrei morire nei tuoi occhi.. posso baciarle la mano.. posso baciarla fino ad impazzire..”
O avere il giubbotto di pelle e una di quelle moto quasi troppo belle per essere vere e poi: “Salta su, fino alla Fine del Mondo”.
Sono questi, inseguito dai compagni di scuola. E poi, allenarsi di notte, per imparare a difendersi. E il primo pugno andato a segno finalmente. E file di fumetti. Non rubatemi la fantasia. E lunghi ghirigori al finestrino. Cosa mi hai insegnato? A catturare la luce nel buio.
Cosa potevi insegnarmi di più?
Sono questri i giorni della nostra vita.. con questo folletto che ci tiene svegli?
E tu conosci questo folletto? Dagli un nome.. dagli un nome.. se gli dai un nome ti farà un dono. Lo sapevi? Lo sapevi questo?
Sono questi con il pugno sbattuto sul tavolo, e la porta in frantumi.
Non ci venderemo mai,
sulle costole le tacche degli alberi. Tutte le volte che il coraggio ti ha sorretto.
E qualcuno per strada ti vedeva sorridere e nel treno ti sei sorpreso a dire “perché no?”.
E Freddy moriva, e mentre stava morendo raccoglieva tutte le radici in mano per un ultimo colpo nella notte.
Li ho visti camminare nella notte. E tu pulivi la maschera d’argento.
E io ti annodavo i fazzoletti alla caviglia.
Sono questi, con tutti i voli pindarici, con le ali bruciate e bruciate di nuovo per farsi ferire dal sole.
Con la polvere sul mantello.
E le tue labbra a sugellarmi il silenzio.
Mentre baciavo la mano…
e l’amore mi divorava…
Siete ancora là con la faccia imbambolata. Chissà come mai nove persone su dieci che leggono assumono a un certo punto una faccia imbambolata, con le labbra leggermente aperte come merluzzi..;-)..
portatevi uno specchio la prossima volta..:-)
C’è ancora tempo per la merdaglia alla televisione, per il litigio e il vicino, per la resa.. c’è ancora tempo? C’è ancora tempo per lasciare morire i sogni nel cassetto? C’è ancora tempo per la noia?
Sono questi i giorni della nostra vita. Siate insaziabili, siate folli, siate affamati..
E la fine della canzone è stupenda…
Le ultime parole.. Freddy in primo piano.. le luci stanno per calare..
la vita sta per finire..
Le ultime parole.. l’ultima carezza..
I STILL LOVE YOU

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