Tag: Giovanni Arcuri
Il Club (o.. a strange story of groups, clans, favors, plates, Bilderbergs, and other nonsense)
by Duncan on feb.18, 2012, under Controinformazione, Resistenza umana, Simbolo

Il brano che leggerete alla fine della nota l’ho estratto da Libero dentro.. secondo libro scritto da Giovanni Arcuri, 65 anni, attualmente detenuto nel carcere di Rebibbia, e con una vita vorticosa alle spalle, dove è entrato in contatto anche con il mondo della finanza.
Io non so se l’incontro descritto nella prima parte di questo testo è realmente avvenuto, o se sia una costruzione romanzata per esprimere un messaggio. Ma conta poco, perchè è verisimile. Perchè un contatto del genere potrebbe essere avvenuto, ed è avvenuto ed avviene, a prescindere da quelli che saranno gli interlocutori.
Due sono le immagini forti di questo racconto..
BANCA DEI FAVORI
GROPPO BILDERBERG
Ma ancora prima, io inquadro due essenziali livelli.
-Livello ampio.
-Livello determinato.
I livello ampio è presto detto. E si incardina sul concetto ripreso da Giovanni (ma già usato da altri) di “Banca dei favori”. Nessun dubbio su una cosa. Meccanismi del genere esistono, e sono particolarmente efficaci ed efficienti. E legano tutti in una ragnatela, che ti proietta nei rangi del privilegio e del potere, ma ti avviluppa anche in una rete dove devi “rendere conto” e ricambiare.
Ripeto. Su questo non esistono dubbi. Meccanismi del genere esistono da lunghissimo tempo. Semplicemente adesso sono più oliati, ed affilati, meno evidenti (anche se a volte la loro evidenzia tramortisce), ma capillari e inossidabili.
Il meccanismo della “Banca dei favori” lo capirebbe anche un bambino, e in effetti la verità è semplice. Al succo, la verità è sempre semplice. Allora…
Immaginiamo che tu Pinco Pallino, stai emergendo e ti fai valere inq qualcosa. Insomma, vieni “notato”. Preso, potrà accadere che qualcuno (che già conosci, oppure no) ti contatterà dicendoti che vuole puntare su di te, che hai notevoli qualità, che gli piacciono le tue idee, che sa che puoi fare grandi cose, che gli stai simpatico, e via così. In cambio, semplicemente, potrebbe chiederti qualcosa di tanto in tanto. Ma per questo “piccolo” contraccambio, ti si aprirà un’autostrada di contatti da urlo. Canali che non sarebbero mai stati alla tua portata, ti si spalancano. Persone appartenenti all’Olimpo della finanza e del potere saranno disposti a dare qualche minuto del loro tempo persino a te, che fino a un giorno prima per loro valevi meno di un cane. E tutta una chilometrica lista di persona “afficcate” ovunque, dai ministeri, alle banche, ai media, ti daranno il loro contributo, o corsie agevolate, in caso di bisogno. Insomma. Mr Pinco Pallino fa la sua grande scalata.
Tutto questa gente però non è esattamente ispirata da ideali di beneficienza ed altruismo. Se ti cospargono di favori, contatti, soldi, intrallazzi, agevolazioni, non lo fanno mica perchè sono “buoni”. Sei un investimento. Al succo sei questo. A tempo debito anche a te ti verrà chiesto di ricambiare. Naturalmente non tutti diventeranno.. tanto per dirne una.. presidenti della Banca Centrale Europea.. o degli Stati Uniti.. o General Manager della Monsanto. C’è comunque una selezione dovuta anche al ‘merito’, inteso come capacità predatorie non in tutti sono uguali, ed altri ‘talenti’ che entrano in gioco. Ma una cosa è certa. Chiunque entra a far parte della “banca” e del “club”, avrà cascate di favori, occasioni, privilegi, protezioni, posti di rilievo. Ma dovrai ricambiare a tempo debito. Oguno sarà portato ad un certo livello. Ma, ognuno sarà in dovere di fare quello che gli viene chiesto.
Le elité da sempre cercano di avvilupparsi in un modo del genere. Perchè sanno che due cose creano un legame imperforabile, che agisce come un collare (un collare di lusso…) la complicità nel crimine.. e quella nel privilegio.
La modalità descritta da Giovanni è una modalità più elegant.
Il cuore del messaggio è lo stesso. Anche se esistono sistemi più hard. Sistemi in cui non ti fanno tutto il bel discorsetto che hanno fatto al tipo del romanzo. Semplicemente ti conoscono, e iniziano a farti favori di ogni tipo. Ti fanno passare concorsi difficilissimi, ti proiettano, che ne so, tra le grigie muffe della aristocrazia burocratica vaticana.:-)
E mentre lo fanno, mentre compiono atti illegali per te, prendono chiaramente nota di tutto quello che stanno facendo, in un bel file dedicato tutto a te, con prove e controprove. A quel punto.. quando ti verrà chiesto di fare.. o non fare qualcosa, non ti verrà lasicata libera scelta.. col prezzo (decritto nel brano che leggerete) che sarai ormai “sfiduciato” e nessuno ti appoggerà più. No, in questo caso ti faranno capire, con la massima chiarezza, che se non ubbidisci, verrai letteralmente spazzato via. Ne hanno accumulate abbastanza di informazioni, da farti andare in galera per almeno 30 anni, da mandare alla rovina la tua azienda (o qualunque cosa gestisci), e anche la tua vita intima (avranno preso accurata nota di tutte le donne frequentate, dei contatti intimi ‘agevolati’). Insomma non potrai più ribellarti ai tuoi.. padroni.
A volte certe strutture massoniche, è così che sono solite agire. All’inizio tutti “liberi fratelli muratori”. Dopo.. quando si tratterà di saldare il conto, i “liberi fratelli muratori” non avranno problemi a buttarti nella fogna se recalcitri.
Io sto semplificando realtà estremamente complesse e non pubbliche. Le sfumature non si contano, naturalmente.
E’ possibile che arrivi ad alti livelli, ed il grado di “pressione” cambi a seconda di ciò che ti viene chiesto.. semplice perdita di futuri vantaggi in alcuni casi.. rischi per la tua incolumità e per il tuo mondo in altri casi.
Questo che ho descritto è il livello generale.
Ancora prima della descrizione di una specifica realtà “associativa”, è un meccanismo, una dinamica, uno stile, una mentalità, che può avere varie applicazioni, a prescindere dai livelli altissimi delle elité globali.
La Banca dei Favori, tanto per ritornare a bomba, esiste indubbiamente, come modalità di pensiero, relazione, e azione. E incarna, con parole così soavi, una grande overture dell’opportunismo scatenato.
–Il secondo livello è il rieferimento che Giovanni fa al Gruppo Bilderberg.
Si è sempre parlato di gruppi potentissimi a livello globale. I più potenti o “il” più potente, non sarebbe neanche “conoscibili”, essendo la sua stessa segretezza segno della sua sovrana potenza. Ma, diciamo che a un livello in qualche modo sfiorabile dalla comprensione umana, il Gruppo Bilderberg esiste realmente. Anche qui senza l’ombra di un dubbio.
Cambiano le interpretazioni. Loro e i loro simpatizzanti, dicono di essere un gruppo di gente che, essendo giunta ad avere un grande livello di responsabilità politica, economica, e mediatica.. vogliono cooperare insieme per “le migliori sorti di questo pianeta”. Per altri sono invece l’equivalente globale ed elitario della mafia.
Membri italiani del Gruppo Bilderberg sono stati Giovanni Agnelli, Guido Carli, Giulio Tremonti.. e anche il nostro ultimo Presidente del consiglio Mario Monti. Ma anche il nuovo presidente della Grecia Lucas Papadems è stato -oltre che ex numero due della B.C.E. e presindente della Banca di Grecia- anche membro del Gruppo Bilderberg (o meglio, membro della Commissimo Trilaterale considerata quasi come una “filiazione” del Gruppo Bilderberg. E’ un caso che ci sia un personaggio del genere al governo in Grecia, proprio di questi tempi? Come di dice.. “l’uomo giusto al momento giusto..”.. e al posto giusto.
Ma ripeto. I due piani sono affini, ma vanno anche tenuti distinti.
Sul Bilderberg è difficle districarsi. Credo sia fortissima la possibilità che la loro agenda non sia per il bene comune, ma resta un campo ambiguo e controverso.
Mentre il meccanimo della “Banca dei favori”, e della “selezione ricattatoria” (anche se a scoppio ritardato)… è una modalità di “visione” ed azione, che opera come un vero paradigma dinamico, in una scala che va da gruppi di potere non eccelsi.. fino a a -con grande probabilità- i gruppi elitare di livello globale. Questi però saranno sempre estremamente accorti e raffinati. Non agiranno mai come una volgare camorra. E saranno bravissimi a mimetizzarsi.
In genere si dice che la più grande intuizione del diavolo è stata quella di fare credere agli uomini, che lui non esiste.
Personalmente io credo che il diavolo non esiste (sono anche io vittima del suo diabolico inganno?..:-)).
Allo stesso modo la genialità di chi gestisce il potere, a un livello profondo intendo.. potrebbe essere stata quella di avere fatto credere di non esistere e, quando qualcosa ha cominciato ad emercere, avere creato allora intorno a queste vicende una atmosfera romanzata, e di avere favorito che se ne occupassero anche molti esaltati, in modo che i media di riferimento potessero dire.. ”ecco.. i soliti complottisti…”.
Cinque anni fa, in un momento di emozione e delirio scrissi un buffo testo.
Mi va adesso di condividerlo con voi, confidando nella vostra indulgenza. So che avete ben altre letture da fare, di ben altra qualità, persone “giuste”, dal grande intelletto, e dalla sicura limpidezza, e magari con il giusto imprinting politico. Tuttavia potreste avere un minuto libero prima di andare in bagno, o addirittura avere bisogno di un digestivo.. allora le riporto di seguito. Ma prendetele come il delirio sgrammaticato di un guappo. Mi raccomando ciascuno al suo posto.. ii guappi, come il sottoscritto, in mezzo ad osti, banditi, giocatori d’azzardo, camminatori scalzi, e venditori di arancini…:-).
Eccole:
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Cambiare solo per denaro, potere, convenienza è tradimento.
Svendere se stessi, i propri sogni.. e anche chi si ha più caro perpotere ottenere vantaggi, nicchie e cunicoli di lusso presso le tanedei potenti…è prostituzione.
C’è una Grande Tavola.
In questa Tavola al vertice c’è il Principe.. vicini a lui.. ifeudatari.. più lontano i CLIENTES.
Appena fuori dalla Tavola.. per terra i Servi.. sui Servi cadono lebriciole. Di tanto in tanto il Principe fa fuori qualcuno dei Clientes e “promuove” qualcuno dei Servi tra i Clientes. Quei Serviaspiravano ardentemente ad essere cooptatie alla fine qualcuno diloro fa il Salto.
E riceve coccarda e bavaglino, promosso a Cane di Lusso.
Ma nessuno lì è libero.
Hai privilegi, ma non diritti. Sei un cliente, un mantenuto, unparassita..
Non un Uomo.Nessuno è libero.. anche i feudatari.. persino il Principe è schiavodel suo Gioco e del suo Ruolo.
E poi c’è un’altra Tavola, che ci portiamo dentro nell”’anima da Generazioni, che alcuni hanno sempre portato con sé.
La Tavola di chi non è Clientes e non gliene importa una cippa didiventarlo, di chi non sta a fare anticamera per anni come galoppino,claque o leccasedere per finalelmente essere elevato a cane di lusso..e poi magari.. un giorno feudatario e mercante di schiavi.
C’è un’altra Tavola, che non si vede spesso, che è un pò clandestina, ma esiste.
,Esistono coloro che la portano dentro che non la tradiscono.
La Tavola di chi non vuole un ruolo o un posticino alla Tavola del Principe, ma lo manda semplicemente a farsi fottere. Non implora, non vuole gioghi e frustini. Ha altri modi per eccitarsi che la sadomasosottomissione.
La Tavola di chi non vuole campare come un parassita, di chi se nes batte di una vita di privilegi ma vuole una vita di Valore.
La Tavola degli Uomini Liberi.
Dove chi ha un Potere lo ha solo per Servire.
E io li vedo.. “vi” vedo.. scintille perse nella nebbia, anime belle col sorriso infinito, occhi grandi come il mare.
Mi piace pensare di riconoscevi quando vi incontro.. che in qualche modo potremo capirci, anche in tutte le nostre diversità, che potremmo spartirci vini e pomodori per il solo piacere di farlo, per il solo piacere di condividere.E che potreste mostrami la faccia bella della Luna,come si mostra un mistero appena sfocato, prima ancora che il giornosi ingravidi e poi esca, esca ancora.
Mi piace sapere che c’è sempre un falò dove puoi fermarti a raccontare storie bere una birra, e incontrare..
Mi piace sentire che c’è altro, c’è maledettamente altro.
Come quei banchi di scuola con su scritto.. Torneremo.
Seppure in incognito, il sangue non mente, la storia neppure.. i lividi mai.
—–
Vi lascio adesso al brano di Giovanni Arcuri.. detenuto a Rebibbia.
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Tratto da Liberi dentro..
di Giovanni Arcuri
(…)
Alla fine degli anni Ottanta conobbi un uomo straordinario di origine israeliana che aveva girato il mondo in lungo e in largo e che era stato in affari con le persone più potenti del pianeta. Era già sulla settantina, ma molto ben curato ed in splendida forma fisica.
Mi trovavo in Francia per affari, e mi fu presentato da alcuni clienti russi molto importanti. Alla fine della settimana terminammo i nostri affari e l’uomo ci invitò a cena. Dopo una serata eccezionale svoltasi da Maxim a Parigi, invitò me la mia compagna a bere un digestivo a casa sua. Viveva in Avenue Foch, poco lontano dall’Arco di Trionfo, in uno splendido attico da cui si potevano ammirare gli Champs Helysèes. Le signore erano sul terrazzo a guardare lo scenario mozzafiato della Parigi notturna e noi ci trovammo nel suo studio stile Luigi XIV.
Al secondo Comte de Champagne millesimato con un sottofondo musicale del grande Gilbert Becaud mi offrì un sigaro cubano Cohiba e mi chiese: “Conosci la Banca dei Favori?”.
Mi prese un pò alla sprovvista perché in realtà non l’avevo mai sentita nominare.
“Ogni essere umano che ha delle ambizioni di un certo livello la dovrebbe conoscere”, sottolineò accavallando le gambe e depositando un pò di cenere nel prezioso portacenere di Swaroski.
“Ammetto la mia ignoranza al riguardo…” risposi.
“E’ la banca più potente del mondo ed opera in tutti i campi. Per come ti sei mosso durante questa settimana credo che potrebbe esserti utile. Io ho capito che sei un personaggio destinato ad affermarsi, ad avere molta influenza un giorno. Lo so perchè moltissimi anni fa ero come te: ambizioso, indipendente, leale. Oggi non ho più l’energia di allora, ma intendo aiutarti perchè ciò mi farebbe sentire vivo. Il mio sogno non è ritirarmi in qualche proprietà campestre circondato da domestici, amici e parenti interessati, bensì la lotta intrigante rappresentata dalla vita, dal potere, dalla gloria. Comincerei così ad effettuare versamenti sul tuo conto, depositi non in denaro, ma in contatti. Ti presento a questa o a quella persona, facilito determinate trattative purchè siano lecite. Ti apro le strade della finanza mettendoti in contatto con i più importanti uomini d’affari del mondo. Banchieri, broker, mediatori di materie prime, presidenti di società, ecc. Poi starà a te. Tu sai che mi devi qualcosa, anche se io non chiedo mai niente”.
“E un giorno…” replicai.
“Esattamente. Un giorno, ti chiederò qualcosa. Tu potrai rifiutarmelo, ma saprai di essermi debitore. Se farò ciò che domando io continuerò ad aiutarti. Gli altri sapranno che sei una persona leale, effettueranno versamnti sul tuo conto, saranno ovviamente sempre contatti, perchè questo ambiente vive di essi, soltanto di essi. E’ il mondo reale dei “pirati” della finanza che condizionano le sorti del mondo, mentre l’uomo della strada ignaro continua a vivere con i paraocchi che i media e i politici mantengono per i loro interessi. Gli danno spesso dei contentini fatti di sport e gossip, o li distraggono con notizie non realmente importanti. Esiste addirittura un istituto per lo studio del comportamento umano, l’Istituto Tavisock, di cui fanno parte i ricercatori sociali più importanti della terra che si adoperano a questo fine. Creano tendenze, influenzano le scelte dei consumatori, seminano opinioni che poi prenderanno il sopravvento, operano il lavaggio del cervello per il controllo mentale delle masse. Tornando ai miei amici, un giorno chiederanno anche a te qualcosa, tu ascolterai e ricambierai chi ti ha aiutato. Con il passare del tempo la tua rete si estenderà nel mondo, conoscerai quelli che avrai bisogno di conoscere, e la tua influenza aumenterà sempre di più”.
“Oppure potrei non fare quello che mi chiedi…”.
“Certamente. La Banca dei Favori è un investimento a rischio come qualsiasi altro. Potrai rifiutarmi di farmi il favore che ti chiedo pensando che ti ho aiutato perchè lo meritavi, perchè era giusto così. Ti senti il migliore e tutti hanno il dovere di ricooscere il tuo talento, la tua presunzione potrebbe però costarti cara. In quel caso io ti ringrazierò e chiederò a qualcun altro, sul conto del quale ho effettuato dei depositi. Ma da quel momento, senza che ci sia bisogno di dire nulla, tutti sapranno che non meriti alcuna fiducia. Potrai crescere ancora, sì, ma non fino al punto che vorresti. Non fino al punto che ho letto nei tuoi occhi in questi giorni, mentre trattavi con i russi e con noi. A un certo momento la tua vita comincerà a declinare: sarai arrivato a metà, non alla fine, sarai mezzo contento e mezzo triste. Non sarai né freddo né caldo: sarai ’tiepido’, e come dice l’evangelista in uno dei libri sacri, le coe tiepide non colpiscono il palato”.
Anni dopo mi resi conto che quella sera ero entrato a contatto, senza saperlo, con un importante esponende del Club Bilderberg. Il loro obiettivo è condizionare le sorti della politica mondiale per arrivare ad un mercato unico globalizzato i cui fili vengono gestiti da pochi eletti. A questo gruppo appartengono personaggi importantissimi del mondo della politica, della finanza, dell’intelligence. Fu proprio uno di questi ultimi a parlarmene con preoccupazione. Gestiscono il potere, quello autendico. Il loro mondo si trova in una dimensione sopra quella dell’uomo comune. Non li vedi, si muovono nella stratosfera sociale. Ogni tanto puoi sentire parlare di uno di loro perchè è diventato il responsabile di una multinazionale, perchè è stato eletto presidente di qualche Paese o per le sue doti di negoziatore in qualche importante conflitto bellico.
Sono colti, astuti e ricchisssimi. Parlano svariate lingue e hanno interessi ovunque. Li puoi incrociare di sfuggita in qualche aeroporto privato quando scendono velocemente dalla scaletta del loro Lear Jet, li puoi scorgere nell’hotel Bury Al Arab a sette stelle di Dubay, oppure entrando nelle loro limousine nere fuori una banca di Wall Street o della City di Londra. Operano nel mondo reale dove quasi nulla è come sembra.
(…)
Contingenza annunciata.. di Giovanni Arcuri (carcere di Rebibbia)
by Duncan on gen.16, 2012, under Resistenza umana, Simbolo

Giovanni Arcuri è detenuto a Rebibbia da dieci anni. Ha 54 anni, è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati.
Contingenza Annunciata è un testo bellissimo, che ripercorre il suo percorso, dalla gioventù incontenibile e ribelle, che lo porteranno ad un eccesso che pagherà a caro prezzo in dolorosi anni di carcere, dove anche scoprirà la passione per la scrittura.
Non è una biografia, non racconta passaggi dettagliati, ma esprime il senso di una insofferenza diventata brama, desiderio di oltrepassamnto, e poi vertigine, e poi cadute, e poi risalita, e volontà di riscatto. In poche pagine si imprimono pennellate essenziali. Giovanni fin da piccolo sentiva il cappio di una vita “da buon borghese” programmata in ogni dettaglio. Volle ribellarsi a quel destino, lasciandosi trasportare dalla brama di vita, viaggi, ed esperienze. Volere andare oltre un binario già tracciato è nobile, ma Giovanni incespicò nel commercio di droga, e in una vita “di successo”, ma che lo sradicava da sè. Una vita anche avventurosa, ma troppo compromessa con mondi tossici. Cadendo conobbe dure sofferenze, ma esse non sono nulla rispetto al dolore che più lo ha tormentato e lo tormenta. Quello di avere fatto soffrire le persone care.. genitori, compagna, figlia.
La botta del carcere lo porterà a scavarsi dentro, a lavorare drasticamente su di sé, a studiare e scrivere per sopravvivere.. in un cammino arduo ma liberatorio di dignità e ricostruzione, sulla corda tesa di una rinnovata tensione morale.
Questo testo è anche un canto della scrittura, un omaggio allo scrivere, non parole retoriche, ma incarnato delle stesse spinte che animano chi scrive, Giovanni appunto. Il carcere è diventato il luogo della sua scrittura. Due libri pubblicati.. un terzo che aspetta di esserlo. La notte, quando il sipario si apre, ed entra una gloriosa, tormentata, dolce, straziata e appassionante magia. Che può conoscere solo chi, almeno una volta nella vita si è cimentato nel foglio bianco, mentre muri, freddo e rabbia lo cingevano d’assedio. E in quel foglio cercava di fare vivere la speranza e la memoria, mentre tutto intorno i passi sembrano celebrare la disperazione.
Ed alcuni momenti vengono scolpiti.. violenti come il miglior cinema. Quando l’araldo, ad esempio -colui che apre la busta della lettera davanti ai detenuti- si trasforma in un demone. E sente il godimento sadico di assaporare tutto il caleidoscopio vorticoso di emozioni che percuotono Giovanni, mentre la mente si accalca coi pensieri intorno a quel pezzo di carta. Chi è che lo invia? Cosa c’è scritto? Forse potrebbe esssere..ecc… E l’araldo gode, dinanzi al volto posseduto dell’emozione del detenuto, di un briciolo di potere sull’anima, prima di riprendere il suo cammino.
Realtà, sogni, incubi e speranze si michiano – con un andamento soffuso e tagliente insieme- in questo grandioso pezzo, degno della migliore letteratura.
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CONTINGENZA ANNUNCIATA
Rumore di chiavi, un tintinnio incessante che è la caratteristica principale del lavoro svolto dagli agenti di custodia.
Il cancello che sbatte, passi che danno il segnale inconfondibile dell’arrivo dell’assistente, anticamente chiamato secondino.
Rumori che rimbombano nella mia cella satura di pensieri.
Tra pochi giorni si compiranno dieci anni di permanenza in questo luogo. L’11 settembre furono abbattute le torri gemelle dalla furia omicida fondamentalista e dopo nove giorni i miei sbagli risalenti ai primi anni ’90, fecero sì che la mia vita, e di conseguenza quella dei miei cari, piombasse nel baratro. Purtroppo si arriva a metabolizzare gli errori solamente dopo averci sbattuto la testa, dopo che l’inevitabile è ormai accaduto. Ho lasciato senza la mia presenza una figlia di soli sette anni e una compagna fedele e di sani principi. Senza contare il dolore dei miei anziani genitori e dei miei due fratelli completamente estranei a questo tipo di cose.
Condannato per traffico di stupefacenti, nel caso di specie cocaina, alla pena di anni venti, meno tre da scontare per l’indulto, per un totale da espiare di anni diciassette. Così enunciava la sentenza della Corte di Appello di Roma che la Cassazione confermò. Per mio padre, avvocato in pensione, e mia madre medico legale, il colpo fu durissimo. Avevano sperato una vita diversa per il loro primogenito.
Fin da giovanissimo ero molto attratto dai viaggi e dal conoscere altre culture e modi di vita. Ricordo che fin da piccolo quando c’erano dei documentari riguardo paesi lontani li preferivo ai cartoni animati. Volevo sapere cosa succedeva altrove, vedevo la televisione e guardavo le riviste di viaggi in paesi lontani ed esotici.
Questo interesse cominciò a modellare la mia personalità fin da giovanissimo.
Sentivo dentro di me che il bisogno di conoscere altre situazione ed altri paesi stava maturando sempre di più. Il mio non era un atteggiamento derivante dalla voglia di dimostrare a tutti i costi d’essere diverso dagli altri o di rigetto verso una vita normale; era la ricerca di qualcosa che non esisteva nel mondo che mi circondava.
Le situazioni che interessavano i ragazzi della mia età non lo erano per me nella stessa misura. La cosiddetta pappa pronta che molti invidiavano, era per me sinonimo di costrizione, d’universo chiuso. Lo studio avviato da mio padre che mi aspettava dopo la laurea, le amicizie del jet set con le loro manie e le loro ipocrisie e tutto quello che faceva da contorno non facevano per me. Forse proprio da lì è cominciato il tutto, la voglia di costruire qualcosa solo ed esclusivamente per conto mio e conoscere il mondo e la vita lontano da tutto.
Compresi poco a poco che avevo bisogno di altri spazi e altri modi per realizzare il mio io affamato di vita. Viaggiai molto e mi trasferii a soli ventidue anni negli Stati Uniti dove vissi per alcuni anni lavorando nel campo dei preziosi. Alla fine degli anni ottanta accolsi la proposta di un mio cliente venezuelano che mi propose di entrare in società di un casinò nell’isola di Maragarita. Mi trasferii quindi nei Caraibi, dove rimasi fino a pochi mesi prima del mio arresto.
Purtroppo quando si è in giro per il mondo ci sono situazione che si prestano a farci conoscere molte persone, più o meno oneste.
Capita ad un certo punto che si ha necessità di sopravvivere non volendo chiedere aiuto ai propri famigliari che si è lasciati sbattendo la porta. Un po’ per orgoglio, un po’ per dimostrare di essere in condizione di sopravvivere senza aiuti, alla fine si fanno delle scelte sbagliate, si utilizzano determinate relazioni per trarne profitti.
Questo atteggiamento “indisciplinato” -dico così perché solo ora mi rendo conto quanto i miei comportamenti fossero sciagurati- mi ha portato a commettere reati senza che mi rendessi conto inizialmente della loro esatta gravità. Vivevo in un mondo dove non esistevano valori veri ma solo il denaro e il successo. Era una vita sulla cresta dell’onda ed il mondo sottostante dei comuni mortali lo vedevano lontano anni luce dalla nostra dimensione.
Il dolore che provo oggi non è assolutamente di circostanza, ma è il derivato di un profondo esame di coscienza. Iniziai quasi per gioco, ma ora sto pagando a caro prezzo queste scelte sconsiderate.
Il danno causato alla società per avere favorito la vendita dello stupefacente denominato cocaina è oggi per me ragione di profonda amarezza. I giovani d’oggi purtroppo non si rendono conto del male che fanno assumendo questo tipo di sostanza che distrugge i neuroni e crea drammi inimmaginabili. Quando mi dedicavo a fare da intermediario per questo genere di transazioni non me ne rendevo conto e me ne rammarico, ma orma è inutile piangere sul latte versato.
Se la felicità esiste è forse nel raggiungimento di un equilibrio.
Una volta compresi e metabolizzati gli errori commessi bisognerebbe fare tesoro di questa consapevolezza e trovare piacere dalle cose della vita, avere coraggio, anche nei momenti difficili, sapendosi adattare alle circostanze. Ricostruire la propria vita su questi presupposti.
Questo è l’atteggiamento da tenere. Per questo oggi devo andare avanti per la mia strada facendo tesoro delle esperienze vissute, essendo sempre aperto a migliorarmi, con umiltà. Ogni sera bisognerebbe fare un esame di coscienza. Potere capire se si è fatto bene o si è fatto male. In fondo siamo i migliori giudici di noi stessi.
E’ questo quello che conta veramente, non il denaro che si ha o non si ha in banca.
Oggi tutto questo mi è chiaro, ma il prezzo da pagare è stato altissimo.
Il tempo è un lusso, come l’amore. E’ difficile comprenderlo. Si ha sempre così meno tempo per stare con le persone che c’interessano, con le persone che amiamo. Sono dovuto scendere nell’abisso carcerario per comprendere tutto questo. Chi l’avrebbe detto? Coltivare amicizie, dedicarsi a ciò che ci piace, sentire una buona musica, un viaggio… Questi dovrebbero essere i parametri del buon vivere. Come moltissimi miei simili ero preso invece da questo stressante e snervante sistema consumistico che tende ad allontanarci gli uni dagli altri, a farci indossare maschere che non ci appartengono, polverizzando i rapporti veri nella corsa al benessere a tutti i costi. Ho incontrato persone d’ambienti tra i più disparati: tra i miliardari e gli abitanti di rancho o favelas, tra il brillante ma effimero mondo del jet set internazionale e quello dei contrabbandieri che atterravano di nascosto nella giungla su piste occasionali. Ho camminato fianco a fianco con individui degni dei migliori romanzi di Ken Follet o di Ludlum, sopportando le loro menzogne e i loro giochi di potere.
Ho letto negli occhi di molti bambini latino-americani e mediorientali, l’impossibilità di avere un’esistenza normale come tanti loro coetanei in altre parti del mondo.
Senza futuro, fra tragedie, ignoranza, guerre e morte…
Sono stato coinvolto, non lo nego, da ambizioni di denaro e di potere, quando ero così giovane da non comprendere cosa realmente era giusto o cosa non lo era, abbagliato dalle luci del successo. Ho conosciuto la virtù e la depravazione, ho camminato con santi e dannati, ma o potuto analizzare l’essere umano in tutte le sue forme e nelle situazioni più incredibili. Nel cammino della ricerca ho fatto delle scelte. Un essere umano nella vita dovrebbe fare quello che più corrisponde ai suoi bisogni, al suo stare bene con se stesso; parlo di ambiente di lavoro, luogo o paese di dimora, rapporti umani, ecc. Io ho scelto un cammino sbagliato.
Per non accettare a capo chino situazioni di vita piatta, da giovanissimo intrapresi una strada fatta di avventura, di rischio che purtroppo ha portato, dopo molti anni, delle conseguenze gravissime. C’è il dolore causato alle persone care per questa detenzione in cui indirettamente sono state risucchiate da un meccanismo a loro estraneo e lontano anni luce dal loro modo di vivere. Le mie scelte non dovevano coinvolgere indirettamente nessun altro. Provo un dolore immenso per tutto ciò che il mio arresto ha comportato. Non se lo meritavano, e non avevano nulla a che vedere con tutto ciò. Parlo dei miei genitori, di mia figlia, della mia compagna. Provo dolore anche per le persone a cui ho fatto del male indirettamente con le mie azioni scellerate.
Alla fine del 2001, venendo in Italia, venni arrestato per più ordinanze di custodia cautelare, per violazione della legge sugli stupefacenti. Tutti i fatti risalivano ai primi anni ’90.
Entrai così in un mondo parallelo che solo chi lo ha vissuto può comprendere appieno. Sono passato violentemente da una dimensione di grandi spazi, di quello che è stato il mio mondo per un quarto di secolo, a quelli ridotti alla minima potenza della cella di un penitenziario.
Pubblico oggi la seconda parte (per la prima vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/01/04/8364/) di questo testo assolutamente straordinario.. Contingenza annunciata.. scritto dall’ultimo, in ordine temporale, degli amici venuto ad aggiungersi alla squadra del Blog.. Giovanni Arcuri detenuto a Rebibbia.
Giovanni ha 54 anni, è detenuto da 10 anni, è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati. La sua vita è stata turbolenta, appassionata, spinta all’eccesso e alla caduta da un’insopprimibile esigenza interiore che lo faceva ribollire dentro, fin da giovanissimo. Il carcere poi piombò nella sua esistenza, come dimensione di sofferenza estrema, ma anche di risveglio e di ripensamento.
Il testo di cui oggi pubblico la seconda parte, è particolarme emblematico riguardo a tutto ciò. Ancora più della prima parte, che già era intensa e splendida. Schizza, con impressioni rapide unite a riflessioni intimissime, il succedersi di spazi di anima e di viscere, che ti entrano dentro e risuonano di tutti i sogni, i pianti, i dolori, le visioni che un uomo vive dietro le sbarre.
Ed è anche un canto della scrittura, un omaggio allo scrivere, non parole retoriche, ma incaranto delle stesse spinte che animano chi scrive, Giovanni appunto. Il carcere è diventato il luogo della sua scrittura. Due libri pubblicati.. un terzo che aspetta di esserlo. La notte, quando il sipario si apre, ed entra una gloriosa, tormentata, dolce, straziata e appassionante magia. Che può conoscere solo chi, almeno una volta nella vita si è cimentato nel foglio bianco, mentre muri, freddo e rabbia lo cingevano d’assedio. E in quel foglio cercava di fare vivere la speranza e la memoria, mentre tutto intorno i passi sembrano celebrare la disperazione.
Ed alcuni momenti vengono scolpiti.. violenti come il miglior cinema. Quando l’araldo, ad esempio -colui che apre la busta della lettera davanti ai detenuti- si trasforma in un demone. E sente il godimento sadico di assaporare tutto il caleidoscopio vorticoso di emozioni che percuotono Giovanni, mentre la mente si accalca coi pensieri intorno a quel pezzo di carta. Chi è che lo invia? Cosa c’è scritto? Forse potrebbe esssere..ecc… E l’araldo gode, dinanzi al volto posseduto dell’emozione del detenuto, di un briciolo di potere sull’anima, prima di riprendere il suo cammino.
Realtà, sogni, incubi e speranze si michiano – con un andamento soffuso e tagliente insieme- in questo grandioso pezzo, degno della migliore letteratura.
Vi lascio a Contingenza annunciata.. seconda parte.. Giovanni Arcuri.. Rebibbia.
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L’esperienza della detenzione è distruttiva, a qualunque ceto sociale si appartenga. Si abbatte come un ciclone su chi vi finisce dentro e su tutti quelli che sono a lui legati affettivamente.
Colpevole o innocente non ha importanza, si è tutti sottoposti agli stessi meccanismi ed alle stesse pressioni. Lo sono anche i nostri familiari, e quindi gli affetti in generale che pagano un prezzo molto alto.
A volte, se la pena da scontare è lunga, si riesce a salvare ben poco.
Il rapporto che il carcere impone con i familiari, e più in generale con i propri affetti, è difficile da descrivere. Nel senso che ci si espone emotivamente su argomenti che provocano sofferenze ed eccessivi coinvolgimenti personali.
L’affettività, quel bisogno irrinunciabile dell’uomo in tutte le sue espressioni, viene soppressa dal carcere con risvolti a volte drammatici.
Si incrinano convincente di anni, proprio perché la totale mancanza di manifestazione affettiva scava nel profondo, pone interrogativi esistenziali, e fa emergere con violenza quel diritto di vivere e quei bisogni che il carcere inesorabilmente impedisce.
La mia vita all’interno del carcere di Rebibbia, dove sono detenuto, è passata per numerose fasi. Dopo lo shock iniziale, ho cominciato a capire che, dovendo trascorrere molti anni in queste condizioni, dovevo trovare degli interessi per non morire interiormente, e mantenere un equilibrio mentale.
Mi sono dedicato alla scrittura fin dagli inizi della mia detenzione e sono riuscito a pubblicare due libri. L’ultimo, Libero dentro, è uscito pochi mesi fa. Per la mia autobiografia ho impiegato quasi tre anni ed ora è finalmente terminata. Ho deciso però di pubblicarla solamente quando sarò un uomo libero. Scrivere è un lavoro solitario, un lavoro che richiede disciplina, immobilità (fino a provarne il dolore nei muscoli e sul collo…) e concentrazione. Tuttavia il lavoro dello scrittore comporta nello stesso tempo una maledizione e una benedizione. La prima è rappresentata dalla pagina bianca, la seconda dal fatto che quel biancore accecante può essere riempito in qualsiasi parte del mondo. Basta un tavolo, una sedia, una presa di corrente e una connessione a internet e molta fantasia. Solo chi si trova ad affrontare la pagina bianca può capire quanto grande o quanto piccola possa essere, a seconda dei casi. Quanto pesi o quanto possa essere leggera. E c’è un momento, quando infine le parole sono fissate sulla carta, quando il foglio ha tutte le sue formichine sopra, che sollevo gli occhi e vorrei poter guardare il mare per cercare il suo riflesso. Nell’attesa di vederlo, mi limito a guardare fuori dalla finestra della mia cella e spesso immagino quel mare che vorrei avere come scenario del posto dove mi piacerebbe lavorare. Per uno scrittore o un musicista, sviluppare un lavoro di qualità non è sufficiente. L’importante è che la sua opera non finisca ad ammuffirsi in qualche scatolone o cassetto di qualche casa editrice. E in quel caso conta molto anche la fortuna.
Paradossalmente ho iniziato l’avventura di scrittore tra queste quattro mura. Non sapevo all’inizio quanto tempo mi avrebbe preso farlo, anche perché tempo a disposizione ne avevo molto.
E’ quasi sempre nella notte che comincio a scrivere, poco a poco i rumori vanno scemando, il gracchio dei televisori svanisce quando si passa la mezzanotte e un’atmosfera quasi magica pervade le mura della mia cella. Metto su l macchinetta del caffè e comincio a scrivere. Tutto questo riesce a darmi una sensazione inimmaginabile di libertà. E’ nella notte che si entra nella dimensione interiore dell’ispirazione, della riflessione e purtroppo anche dei rimpianti e della sofferenza. Quando scrivo però non sono più qui, vivo con i miei personaggi, le loro storie e le loro emozioni e sofferenze. Spesso i luoghi sono paesi dove sono stato e conosco quindi nei dettagli gli usi, i costumi, e l’ambiente in cui la vicenda si svolge. Probabilmente in stato di libertà, preso da così tante cose non sarei mai riuscito a scrivere due libri e un’autobiografia. Da questo punto di vista il carcere è stato per me un luogo dove riuscire a mettermi in discussione ed ottenere delle soddisfazioni personali che all’inizio del mio percorso non avrei mai immaginato.
Come dicevo, di solito scrivo nella notte ma oggi ho fatto un’eccezione e sto elaborando il pezzo per il Premio Goliarda Sapienza in orario pomeridiano, un orario dove comunque di solito ci si riposta. In questo momento sono solo le quattro del pomeriggio, la conta è passata alle 15:30, e non ho sentito nessuno chiamare, ma il rumore dei passi udito precedentemente ora è sempre più forte e vicino. Dedico più attenzione a quello scalpiccio invisibile per vedere che cosa succede. Regolo il volume della radio al minimo per percepire meglio il ritmo. Ascolto, cerco di comprendere, di anticipare gli eventuali sviluppi, in modo da non trovarmi impreparato ad affrontare la contingenza annunciata da quei passi.
Spesso, da fuori delle mura del mio carcere si sente il canto degli uccellini che, con le loro melodie, contribuiscono a formare l’insieme invisibile ma palpabile della vita, la vera vita che scorre lontano, ma che purtroppo non mi trascina con sé, che mi dà soltanto la gioia di affacciarmi alla finestra e guardarla scivolare.
Alcune mattine mi sveglio presto al canto di quei volatili, e mi immagino di trovarmi in campagna, nella grande casa dei nonni materni vicino Roma, dove trascorrevo le mie vacanze estive quando avevo otto anni. Passavo tutto il giorno in mezzo agli animali, mi arrampicavo sugli alberi e mangiavo i frutti appena maturi.
A volte rimango fino all’ora della conta in questo stato quasi ipnotico e dimentico di trovarmi dove sono. In carcere basta poco per essere felici, ci si accontenta dei sogni e si viaggia con la mente.
Tra i tanti sogni c’è quello che una mattina l’agente, mentre mi apre la porta alle otto e trenta, mi dica: <<Prepara la roba, sei liberante…>>. Non succede mai, ed io continuo a straziarmi nell’illusione del sogno.
Sono avvolto dallo stesso strazio, adesso che ho abbassato la musica per sentire nel corridoio vuoto i passi interminabili.
I passi non si sono ancora fermati, dove staranno dirigendosi?
Forse continueranno per l’eternità come il tic tac dell’orologio. Non è l’ora della conta, rifletto guardando l’orologio, è quasi l’ora della posta, a volte l’anticipano.
Quei passi potrebbero essere il messaggero che porta notizie, che, belle o brutte che siano, arrivano sempre attraverso lo stesso corridoio che fende silenzioso l’umanità della gente rinchiusa.
L’agente si ferma davanti il mio blindato. C’è posta per me, notizie da fuori, dalla vita vera.
Dovrei essere contento di essere ricordato da vivi, attraverso la lettera che l’impersonale agente si appresta ad aprire.
L’araldo conosce bene il suo mestiere, sa leggere le facce, l’attesa, il dolore.
Strappa al rallentatore l’angolo della busta, mentre io, con la mente cerco di premere il pulsante dell’accelleratore e con gli occhi sbircio il nome del mittente.
Mi vede aggrondare la fronte dall’impazienza perché non sono riuscito ad identificarlo, e così si sente ripagato. Il disturbo della sua camminata cerca la ricompensa nella mia faccia tesa, ed ora l’ha trovata. Guardo la sua faccia e tremo: ha assunto lineamenti spaventosi, ha gli occhi rossi e le orecchie appuntite, o è solo una mia impressione dovuta al gran caldo.
Riconosco la calligrafia ordinata e pulita di mia sorella e leggo velocemente la solita introduzione che, terminata, lascia spazio al resto della lettera, fatta di parole consolanti, e di suoni terribili. Leggo, ma mi sembra di udire le parole scritte, il suo singhiozzo invade la mia cella.
Il mio migliore amico, leggo, è morto, e lei, che lo ha visto crescere insieme a me, piange. Mi appaiono immagini sbiadite, sequenze disconnesse, tempi e spazi alterni, di anni scivolati in discordanti silenzi, lui, il mio migliore amico ormai morto, ed io che passo il tempo nell’attesa infinita di riprendere a vivere.
Chiudo gli occhi e rivedo la sua vita in pochi secondi, un’intera storia passata in rassegna con la velocità della luce. Noi alle elementari a scuola insieme, al liceo maturandi. Poi il nulla. Io lasciai l’Italia dopo il primo anno di università e vi tornai dopo molti anni, ma solamente per brevi periodi.
Lo rivedevo ogni qual volta tornavo a Roma e parlavamo sporadicamente per telefono.
Gli mandavo cartoline dai luoghi più sperduti del mondo, di cui mi disse ne aveva fatto addirittura una collezione.
Nonostante lo abbia rivisto in alcune occasioni dopo la nostra separazione avvenuta quando avevamo entrambi poco più di venti anni, ora mi accorgo che l’ultimo ricordo che ho di lui è un viso da ragazzo dove la barba era appena spuntata senza uniformità.
Tanti anni sono passati da allora, siamo abituati a misurare il tempo frazionandolo in anni, mesi, giorni, ma quando si pensa ad un amico, un’amante o un parente, si misura ricordando gli avvenimenti più importanti della sua vita, a quel punto divenuti sbiaditi, oppure i lineamenti del suo viso sempre più stanco.
Penso al tempo che è scivolato furtivamente dalla mia vita, e lo spezzo in due periodi; una prima parte in cui il mio amico mi era vicino, presente e vivo; ed un’altra in cui è lontano ma ugualmente vivo, sempre fermo nei suoi vent’anni, eternamente presenti nella memoria.
Questo secondo periodo si compone di molte altre vicende, che hanno come scena il carcere dove sono. Non so se è stato felice o triste, se era amato, oppure odiato. Non so nemmeno come era il suo volto nel momento del decesso. Ignoro se era magro o grasso, ricciuto o stempiato, sorridente o triste.
Noi in carcere conserviamo sempre un ricordo immutabile di chi muore o di chi è lontano. Ho trascorso questi anni di detenzione ricordando in modo anacronistico i miei amici, i miei parenti, le mie donne. Ricordandoli nella loro gioventù, ormai conservata soltanto da me, e cambierò le loro immagini nella mia mente, soltanto se un giorno potrò sostituirle con quelle reali, soltanto se potrò rivederli.
Nel caos di occhi sinceri, bocche indulgenti e dolci, distinguo persone appartenenti al passato, che una volta riempivano il quadro della mia esistenza.
Tutto si muove incolore, senza un ordine di spazio o di tempo.
Ne riconosco tanti, ma non tutti. Mi salutano, mi sorridono, mi fissano intensamente come l’ultima volta che li ho visti.
Quelli che non ci sono più, come il mio amico, hanno lo stesso privilegio di essere rimasti nella mia mente più giovani e più belli di quello che erano nel momento della loro morte.
Forse è per questo che ora mi sorridono: in fondo desideriamo sempre che gli altri ci ricordino belli e giovani, dopo la nostra scomparsa.
La contingenza annunciata è avvenuta come anche quella della mia vita verso la quale, a differenza del segnale dell’araldo , non avevo colto gli avvertimenti che forse avrebbero impedito questo stato di cose. In ogni caso ora chiudo la lettera e finisco di scrivere per inviarvi il pezzo.
Giovanni Arcuri
Roma, dicembre 2011