Born Again

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Amore tra le sbarre

by Duncan on apr.22, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana

 
Quanto leggerete è stato scritto una donna che per anni ha svolto attività di infermiera in diverse carceri italiane..

Questo brano che leggerete oggi -in realtà la fusione di due brani- mostra  il carcere, e fa sentire sempre lo smarrimento, il dolore, il soffocamento esistenziale. Eppure c’è qualcosa che nobilita.. non il carcere, ma l’essenza umana che, come pianta rampicante, si incunea ribelle, vogliosa di succhiare ancora scampoli di amore, e nel succhiarli diventare.. amore.

E in questi uomini e in queste donne che strappano ogni oncia di occasione per un saluto da “innamorati” e una lettera scritta sui tavolacci, ci sono i passi -a impronta forte nella neve- dell’amore.

Leggendo mi è tornato alla mente un pezzo sublime dell’immortale Arcipelago Gulag di Alexander Solzenycin. In quel passaggio Solzenicynparlavo dell’amore nel Gulag. Ora, lo so bene che tra il carcere e i Gulag la distanza è siderale. Eppure qualche vaga affinità permette di fare rivivere alla mia anima ora il brano stupendo di Solzencyn, con queste donne (le donne nel Gulag) che si costruivano il loro “romanzo” d’amore.. rischiando letteralmente la vita… con gli incontri fugaci e quasi impossibili… e i bigliettini lanciati tra le sezioni maschili e femminili.

Voglio citare un frammento del testo bellissimo che leggerete tra poco..

“A volte gridando per farsi sentire dal padiglione maschile a quello femminile. Più spesso, sia per non essere rimproverati, sia per una forma di privacy, parlandosi facendo grandi gesti con le mani e le braccia, ad imitazione delle lettere dell’alfabeto. Una sorta di alfabeto muto per conoscersi, per farsi compagnia, per innamorarsi. A volte si parlavano fino a notte fonda. Una volta ho riso di tenerezza perché al giro di terapia del mattino un detenuto della A.S. non si presentava in infermeria. Era un lavorante. Strano, di solito era uno dei primi ad arrivare. Lui no, non per chiedere terapia, ma per portarci il caffè (naturalmente secondo la ricetta di Cicciriniella).
Quella mattina però era in ritardo. L’agente arriva e lo giustifica. “Eh, che ci vuoi fare… stanotte alla finestra, “ha fatto l’amore” fino alle tre con la sua bella”… “

Naturalmente queste immagini romantiche, i segnali in codice, le lettere, i saluti a gesti presuppongono che le sezioni maschili e le sezioni femminili di un carcere siano dirimpetto. Se fossero a molta distanza tra loro, o a una distanza sufficiente a non  permettere alcun contatto, parte di questo “romanzo” non esisterebbe. E state pur certi che potendo si cercherà sempre di stroncarle questi fili taglienti e sospesi su macerie e cuore. Perchè ogni contatto è visto con terrore, ogni comunicazione come ambigua e a doppio gioco.. e il detenuto a sua volta è visto come oggetto di pura afflittività. E c’è chi sogna un carcere di celle compatte che non si aprono mai. 24 ore al giorno chiusi in cella. Questo sognano i paranoici tra i giustizialisti. La pura segregazione, l’atomizzazione assoluta, la vita divenuta nuda, le mura dirimpetto agli occhi, all’anima e alla mente. La castrazione anche della possibilità di una poesia. Un 41 bis all’ennessima potenza, esteso però a tutti i detenuti. Questo è il loro sogno malato.

Ma nonostante tutto le piante rampicanti si arrampicano ancora..
impertinenti e ribelle al sole e alla pietra.. e si trova ancora dell’amore in carcere.. ancora poesie su qualche muro.. fogli scritti correndo alla rinfusa per la propria bella.. e urla, gesti, saluti e abbracci tra maschi e femmine, tra le sezioni maschili e le sezioni femminili..

Succede ancora qualcosa del genere in qualche carcere d’Italia..

Ringraziamo la nostra amica per averci regalato questi momenti..

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Chissà perché , però, a volte i nomi si perdono nella nebbia… Forse è la prova che il tarlo dell’indifferenza si stava annidando anche dentro di me? Sarebbe inaccettabile questo pensiero, ma forse davvero la galera cambia e cesella a sua immagine e somiglianza chi varca quei cancelli unti e cigolosi, rendendo allo stesso modo unte, cigolose e chiuse le sensibilià di chi lì dentro, per un motivo o per l’altro, si venga a trovare. Un modo per difendersi, per non cedere a emozioni che sarebbero troppo forti. Un modo per accettare… (no, sopportare,
ingoiare) quel mondo al contrario, un mondo a testa in giù, dove ogni ordine è sovvertito, ogni valore capovolte. Dove i detenuti trovano l’amore più grande del mondo parlando alla finestra con le ragazze delle sezioni femminili.

A volte gridando per farsi sentire dal padiglione maschile a quello femminile. Più spesso, sia per non essere rimproverati, sia per una forma di privacy, parlandosi facendo grandi gesti con le mani e le braccia, ad imitazione delle lettere dell’alfabeto. Una sorta di alfabeto muto per conoscersi, per farsi compagnia, per innamorarsi. A volte si parlavano fino a notte fonda. Una volta ho riso di tenerezza perché al giro di terapia del mattino un detenuto della A.S. non si presentava in infermeria. Era un lavorante. Strano, di solito era uno dei primi ad arrivare. Lui no, non per chiedere terapia, ma per portarci il caffè (naturalmente secondo la ricetta di Cicciriniella).
Quella mattina però era in ritardo. L’agente arriva e lo giustifica. “Eh, che ci vuoi fare… stanotte alla finestra, “ha fatto l’amore” fino alle tre con la sua bella”…

E, poichè era inverno, per stare in “dolce” compagnia si era preso pure una bella bronchite! Che tenerezza, davvero. Come cambiano le prospettive. Da qui sembra così strano, forse ridicolo. Persone che non si sono mai nemmeno sfiorate o guardate negli occhi che si aggrappano l’una all’altra con una forza disarmante e inattesa,
inconcepibile per noi. Se ci ripenso sì… ancora ricordo e ancora sorrido… Forse queste storie hanno salvato loro. E, poichè questi ricordi ancora mi emozionano, forse hanno salvato un po’ anche me.

Alla sera passavamo con il carrello della terapia per la somministrazione delle… droghe serali. Insieme a noi c’erano gli agenti che su di noi vigliavano e di solito ne approfittavano per raccogliere la posta. Niente mi avrebbe fatto pensare che un giorno su quelle lettere in attesa appoggiate sui cancelli ci sarebbe stato il mio nome. Il carrello doveva stare al centro del corridoio, al sicuro da mani che avrebbero potuto protrarsi per fregare qualcosa. Qualsiasi cosa. Sia per uso personale o sia da utilizzare come mercei scambio.
A qualcuno andava bene tutto. Anche una bustina di antinfiammatorio poteva valere una sigaretta. Ovvio che un tavor valeva di più. Vera e proprio moneta sonante. Entrare in certe sezioni era una passeggiata, in altre un incubo. Era più o meno ora di cena e molti detenuti stavano mangiando o cucinando. Gli odori si mescolavano. Odori di paesi lontani e di spezie stantie, di umidità e di rabbia. Ma non solo. A volte profumi di manicaretti deliziosi, ottenuti come un miracolo culinario dai pochi ingredienti a disposizione. Forse fa strano pensare che a volte c’era pure nell’aria una specie di allegria. Beh, in fondo non ci voleva tanto. Una battuta, intonare la strofa di una canzone, qualsiasi cosa che non fosse propria della galera, poteva per un attimo ricordare che quelli dietro alle sbarre non erano soltanto detenuti, ma …persone. E forse non mi sbagliavo quando avevo l’impressione che fossero proprio loro ad avere più bisogno di ricordarselo! A volte invece avevano già finito di mangiare
e qualcuno se ne stava impalato, in piedi, davanti alla tv. Ho poi avuto modo di sapere che stavano guardano programmi musicali in cui passavano le dediche scritte per loro da mamme, fidanzate, figli, che gli davano la buona notte, dicevano loro il loro affetto, facevano sentire la loro vicinanza.

Altri invece se ne stavano seduti al tavolo con il pacchetto di tabacco e le cartine tutte in fila, preparandosi da fumare per il giorno successivo. Molti, moltissimi scrivevano. Fogli densi e fitti di parole. Mi domandavo cosa avessero tanto da scrivere, nel susseguirsi di quei giorni tutti uguali. Chissà… Molte lettere erano di posta interna, per coltivare le amicizie e gli amori e le dipendenze emotive dei rapporti nati alla finestra di cui ti raccontavo nella nota precedente. Queste lettere erano per loro davvero un grande aiuto, perché erano quotidiane, quindi i discorsi avevano un filo logico che si susseguiva nel giro di poco tempo, senza aspettare le lungaggini delle Poste Italiane ( a questo proposito, non ho mai capito come mai dovessero mettere il francobollo, quando le
lettere non uscivano neanche dall’Istituto…. Mah !).

Talvolta invece la tensione rendeva l’aria irrespirabile. Tensioni accumulate in giorni, mesi, anni di vite travagliate, sgangherate, degradate, fuori e dentro il carcere. Giorni, mesi, anni di condizioni disumane, fuori e dentro il carcere. Rabbia, disperazione, frustrazione, tutto cotto al punto giusto, pronto ad esplodere come una pentola a pressione al minimo, insensato pretesto…

 

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Sentenza!.. Dedicato alla memoria di Varlam Salamov

by Duncan on dic.09, 2010, under Guarigione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

DEDICATO ALLA MEMORIA DI VARLAM SALAMOV

Nell’anniversario della morte di Mandel’štam nella Kolyma, Šalamov manda alla vedova, che abita a Mosca, un ramo di larice artico. Il ramo viene immerso nell’acqua. Dopo tre giorni e tre notti, “la padrona di casa viene svegliata da uno strano, vago odore di resina, debole, sottile, nuovo. Nella ruvida pelle legnosa si sono aperti e sono apparsi distintamente gli aghi – freschi, giovani e vitali, dal colore verde e brillanti – i nuovi germogli”. Il larice ha trecento anni e ha visto le vittime dello zar e i milioni di cadaveri della Rivoluzione (…) L’episodio diventa il simbolo della nuova esistenza di Šalamov: la morte non è più definitiva, la dimenticanza viene cancellata, il ricordo ritorna come il profumo del larice, e con il ricordo la sua vita, quella di tutti gli esseri umani, e i libri che dovranno raccontare i morti, le fatiche, le persecuzioni e i dolori. Non tutto è stato vano: il male può essere, almeno nei libri, sconfitto.

(da La malattia dell’infinito di Pietro Citati, pag. 357)

Dopo Aleexander Solženitsyn, al cui memorabile Arcipelago Gulag, ho già dedicato alcune note.. Varlam Salamov è stato l’altro massimo protagonista e testimone del non -mondo dei Gulag.. che lui conobbe nella loro versione più estrema e violenta, quella del complesso-Gulag nelle terre selvagge e siberiane della Kolyma. Se i Gulag sono già stati un vertice di abiezione, la Kolyma divenne il Gulag allo stato peggiore. Kolyma, ultimo cerchio dell’inferno, dove gli uomini «morivano come le mosche», «Crematorio bianco», «Auschwitz di ghiaccio», la Kolyma è un mondo a parte. Dice una canzone di lager: «Kolyma, Kolyma, lontano pianeta, dodici mesi inverno, il resto estate ». Kolyma è la regione dell’oro (sono 70 le miniere e più di un milione gli schiavi nel 1941) e dell’orrore.

Salamov sopravvissuto a più di 17 anni di lager, si sentì in dovere di passare il resto della sua vita a raccontare ciò che erano stati i Gulag, e quello che aveva vissuto.. il dovere di ricordare tante storie disperse, uomini dalla storia calpestata, e sotto tonnellate di gelo polare salvare storie. Allo steso tempo era la volontà di ricordare singole storie, persone, ed episodi.. ma anche tutti i milioni spazzati via in un’orgia di orrore.. che andrebbe ricordata con la stessa dedizione con la quale si ricordano i lager nazisti. Tutta la sua produzione divenne celebre con la grande raccolta di racconti, intitolata appunto “I racconti della Kolyma”.

Ma non parlerò diffusamente in questa nota di Salamov, della Kolyma e dei Gulag. Ho voluto tracciare una cornice e una trama di fondo (che è anche un omaggio) per presentare questo racconto di Salamov che ora leggerete. Racconto che è una storia vera, che parla di lui stesso, di un momento della sua esperienza nei Gulag. Racconto che è in assoluto uno dei meno tremendi, in quanto l’orrore peggiore (Il lavoro innominabile nelle miniere, le più selvagge umiliazioni, ecc.) era alle spalle.

Salamov ridotto ormai a uno scheletro vivente e in fin di vita, si trova a svolgere un lavoro c.d. “leggero”, ma che per lui è comunque una impresa, vista la carcassa ambulante a cui è stato ridotto.

Non c’è quasi più nulla in lui.. se non un sottile strato di muscoli e una pelle in disfacimento sullle ossa.. e nell’anima.. solo una sorda rabbia.

La mente stessa è atona.. le parole disperse. Dopo anni di privazione dei libri, e di scarno vocabolario di parole d’ordine, esclamazioni e necessità basilari.. è rimasto pochissimo in quella mente, quel cervello è atrofizzato, una manciata di parole d’ordine, la nuda vita, spoglia, sillabario da schavi, disco inceppato.

Il prossimo passo è la morte.. morte spirituale, morte mentale, morte fisica…

E anche se non ci fosse la morte fisica, la demenza..oppure.. l’autismo.. il completo inaridimento dell’ispirazione, dei pensieri e delle parole.

Eppure un giorno.. SENTENZA!…. una parola riemerge dalle tenebre del vuoto mentale (che non è assolutamente qui il vuoto del buddismo Zen, ma è vuoto nella sua versione più vacua, deprivata e insensata).. SENTENZA!.. questa è la parola che riemerge. E Salamov non sa neppure cosa diavolo significhi. Ma si balocca estatico come fosse un bambino dinanzi a un dono totalmente stupefacente. Dopo anni di parole abusate e ricorrente, dopo pensieri che ripetono se stessi come in un’orgia di specchi riflessi… SENTENZA. Come una pietra che cade nel mare… Cosa è stato? Cosa è che si muove fuori di me? Cosa porto dentro di me? E, scheletro camminante.. Salomov saltella quasi, e ripete ossessivamente questa parola… a tutti, a chiunque incontra e questi lo guardano come un folle, come uno strano essere buffo.. che incessantemente squittisce.. SENTENZA…

E’ come un Dono della Grazia.. una sorta di Satori, improvviso e inatteso affiorare dell’Illuminazione, squarcio di luce non previsto, neanche immaginato.. prima. Sentenza.. e il “pagliaccio” Salamov ripete ils uo mantra, non si stanca di masticarlo, di sbatterlo in faccia, e lo urla al cielo pretendendo senso e risposta. E la notte ha paura a dormire, temendo di ripiombare nel vuoto mentale, nella totale atrofia esistenziale. Sentenza… e si tiene aggrappato.. ti prego parola mia non perderti, non perdermi.. tienimi stretto a te, fa che io abbia almeno un sasso magico in questa notte senza fine.

Ma la parola non se ne andò…

Essa fu l’inizio.. l’inizio del ritorno di qualcosa che era andato perduto. “Pezzi d’anima”, come dicono gli sciamani.

E altre parole tornarono. Una alla volta.. come irruzione di insight da oscure profondità senza tempo.. tornarono sempre come un doloroso sforzo.. sempre come a cavarle.. ma piano piano tornarono. Una lenta conquista, paesaggi di vita riacciuffati in questa progressiva rammemorazione, come una sorta di strana reminescenza. Forse a farci quasi credere, che nulla muore mai del tutto. Da qualche parte si seppellisce ciò a cui è tolta la vita. Forse in gallerie fino al centro della terra, e forse non tornerà più. Ma a volte una scintilla.. lo SHINING.. Sentenza! E non so dire se si nasconde in dimensioni parallele della mente, o in cunicoli cavi sotto l’altra faccia del cuore, quella che si illumina anche sul fuoco, come una candela a mezzogiorno.

So per certo che infinite sono a volte le vie della Speranza e che dementi cronici hanno ripreso coscienza e comprensione. Conosci il limite tu delle mappe nascoste dentro le bottiglie? Sai dirmi tu quando un uomo è veramente finito? Puoi dire davvero quando tutto è perduto? Sai con certezza dove porre i limiti del corpo e della mente?

La Magia è appena appesa ma non scompare. Certo fiumi di sangue scorrono e legioni di vite sono state saccheggiate risucchiate dai Grand Guignol dei Nosferatu. Ma ecco il pifferaio magico che incanta i topi…

Improvvise pietre focaie, a furia di levigare rocce, levigarle come specchi…

La parola magica… apriti e fammi entrare..

Dentro la mente piccole Euridice.

Il Mago, su anestesie e odio stelirilazzo.. punta ancora nei suoi giardini sommersi.

Pronuncia una parola.. come l’ultimo Desiderio nella Storia Infinita…

Sentenza!.. può bastare.. la Ruota può ancora girare..

Vi lascio alla lettura di questo racconto di Varlam Salamov

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Le persone emergevano dal nulla, una dopo l’altra. Uno sconosciuto si stendeva sul tavolaccio vicino a me, la notte s’addossava alla mia spalla ossuta, cedendomi il suo calore – gocce di calore – e ricevendo in  cambio il mio. C’erano notti  in cui attraverso i buchi del giaccone imbottito e la giubba a brandelli non sentivo arrivare nessun calore, e al mattino guardavo il mio vicino come si guarda un morto, e un po’ mi stupivo di trovare un morto vivo, di vederlo alzarsi alla chiamata, prepararsi all’appello ed eseguire docilmente gli ordini. Avevo in me poco calore. Non avevo più molta carne attaccata alle ossa, e questa bastava appena a nutrire la mia rabbia, l’ultimo dei sentimenti umani a scomparire. Non l’indifferenza, ma la rabbia era l’ultimo sentimento umano, quello più vicino alle ossa. L’uomo emerso dal nulla spariva di giorno – la prospezione carbonifera aveva molti settori – e spariva per sempre. Non conosco chi mi dormiva vicino. Non facevo mai domande e non perché mi attenessi all’adagio arabo: non chiedere niente a nessuno e nessuno ti mentirà. Mi era indifferente che mi mentissero o meno, ero al di fuori della verità, al di fuori della menzogna. I malavitosi hanno a questo riguardo un proverbio di rude chiarezza, pervaso da un profondo disprezzo nei confronti di chi pone domande: se non ci credi, fà conto che sia una favola. Io non facevo domande e non dovevo ascoltare favole.

Che cosa mi era rimasto, in vista della fine? Una gran rabbia. E la custodivo preparandomi a morire. Ma la morte, che era stata pur così vicina, a poco a poco cominciò ad allontanarsi. Non fu proprio vita quella che subentrò alla morte, ma un esistere semicosciente, per il quale non c’è definizione di sorta e che non può essere chiamato vita. Ogni giorno, ogni alba portava con sé il rischio di un nuovo urlo mortale. Ma non arrivò. Io lavoravo come addetto a bollitore, il più leggero di tutti i lavori, ancor più leggero di quello di guardiano, ma egualmente non ce la facevo a tagliare in tempo tutta la legna che serviva al titano, il bollitore del tipo Titano. Mi avrebbero potuto cacciare via, ma dove? Lontano nella taiga, il nostro insediamento – la nostra komandirovka in termini kolymiani – era come un’isola sperduta nell’universo verde. Riuscivo appena a trascinare le gambe, i duecento metri tra la tenda e il posto di lavoro mi sembravano una distanza infinita, e lungo il tragitto mi sedevo più volte a riposare. Ricordo ancora adesso ogni avvallamento, buca o fossa di quel sentiero mortale; il ruscello davanti al quale mi stendevo a pancia in giù inghiottendo  avidamente sorsate d’acqua, fresca, buona, salutare. La sega a due manici che talvolta portavo sulla spalla, talaltra trascinavo per un manico, mi sembrava un carico incredibilmente gravoso.

Non mi riusciva mai di far bollire l’acqua in tempo, di far sì che il titano si mettesse a bollire per l’ora di pranzo.

Ma nessuno degli operai – erano dei <<liberi>>, tutti detenuti fino a poco tempo prima – ci badava, a nessuno importava che l’acqua bollisse o meno. La Kolyma aveva insegnato a tutti noi a distinguere l’acqua da bere unicamente in base alla temperatura. Calda o fredda e bollita o non bollita.

Non ce ne importava niente del salto dialettico che trasforma la quantità in qualità. Non eravamo filosofi. Eravamo manovali e rabotjagi e la nostra acqua calda potabile non aveva i requisisti richiesti per il suddetto salto.

Mangiavo, sforzandomi, ma senza affanno, di mandare giù tutto quello che mi capitava a tiro: avanzi, resti di cibo, bacche di palude dell’anno prima. La minestra del giorno prima o del giorno prima ancora, avanzata nel calderone dei <<liberi>>. No, della minestra della vigilia i <<liberi>> non avanzavano mai niente.

Nella nostra tenda c’erano due fucili, fucili da caccia. Le pernici e gli altri uccelli non temevano l’uomo e all’inizio si potevano abbattere alla soglia della tenda. Si arrostiva la preda così com’era sotto la cenere o la si cuoceva dopo averla accuratamente spiumata. Penne e piume andavano in cuscini, era un commercio anche quello, soldi sicuri, un modo di arrotondare per i <<liberi>>, i signori e padroni dei fucili e degli uccelli della tajga. Le pernici  spennate  e svuotate delle interiora venivano fatte cuocere in barattoli da conserva di tre litri appesi sopra i falò. Non mi capitò mai di trovare alcun avanzo di quegli uccelli misteriosi. Gli stomaci affamati dei <<liberi>> trituravano, macinavano e risucchiavano ogni ossicino senza lasciare avanzi. Era un altro dei prodigi della tajga.

Non assaggiai mai neppure un boccone di quelle pernici. Io avevo le bacche, radici di erbe e la razione. E non morivo. Cominciai a guardare con sempre maggiore indifferenza, senza rabbia, il sole rosso e freddo, le montagne nude, dove ogni cosa – rocce, anse del fiume, larici, pioppi – era spigolosa e ostile. La sera saliva dal fiume una nebbia gelata, e giorno e  notte non c’era un momento in cui mi scaldassi.

Le dita congelate della mani e dei piedi dolevano per il dolore lancinante. La pelle rosa vivo delle dita restava tale e si ulcerava facilmente. Tenevo le dita sempre bendate con certi stracci sporchi per preservarle se non dall’infezione almeno da nuove lesioni, e alleviarne il dolore. Non c’era invece rimedio efficace al pus che stillava da entrambi gli alluci, e al pus non c’era fine.

Ci svegliavano battendo su un pezzo di rotaia e allo stesso modo ci facevano rientrare dal lavoro. Dopo avere mangiato, mi coricavo immediatamente sul pancaccio, naturalmente senza svestirmi, e mi addormentavo. La tenda nella quale vivevo e dormivo  la vedevo come attraverso una nebbia: da qualche parte persone che si muovevano, lo scoppio di una lite, una sequela di ingiurie oscene, un azzuffarsi, poi, improvviso, calava il silenzio prima di una mossa pericolosa. Le zuffe si chetavano rapidamente, per conto loro, non c’era da trattenere o separare alcuno, semplicemente i motori della lite si spegnevano e subentrava la gelida alma notturna con il suo cielo pallido e alto intravisto dai buchi del soffitto di tela, e insieme il ronfare, sbuffare, gemere, tossire, il bestemmiare incosciente dei dormienti.

Una notte mi resi conto che io udivo quel gemere e sbuffare. Fu una sensazione improvvisa, come una illuminazione.. e non ne fui rallegrato. Più tardi, ricordando quel momento di stupore, compresi che la mia necessità di sonno, di oblio, di incoscienza si era attenuata: mi ero già saziato di sonno, come diceva Moisej Moiseevic Kuznecov, il nostro fabbro, mastro ferraio e maestro di saggezza.

Si manifestò un persistente dolore muscolare. Che muscoli potessi avere a quei tempi non so, ma il dolore c’era, mi irritava e non mi consentiva di astrarmi dal corpo. Poi fece la sua comparsa qualcosa di diverso dalla rabbia e dal rancore suo compagno.  Era l’indifferenza, la temerarietà. Capii che per me non c’era indifferenza, la temerarietà. Capii che per me era indifferente che mi picchiassero o meno, che mi dessero il pranzo e la razione, o che non me lo dessero affatto. E benché alla prospezione, una trasferta senza scorta, non mi picchiassero – picchiavano solo ai giacimenti – io, ricordando la cava dell’oro, misuravo il mio coraggio con il metro di allora. Grazie a questa indifferenza, a questa temerarietà, venne in qualche modo gettato un ponticello che mi allontanava dalla morte. La consapevolezza che qui non mi avrebbero picchiato, perché non picchiavano né prevedibilmente lo avrebbero mai fatto, generava nuove forze e nuovi sentimenti.

Dopo l’indifferenza, la paura, una paura comunque non molto forte, il timore che mi togliessero quella vita di salvezza, quel lavoro salvifico al bollitore, il cielo alto e freddo, e il persistente dolore ai muscoli sfibrati. Capii che avevo paura di dover partire per tornare al giacimento. Avevo paura, punto e basta. Nel corso di tutta la mia vita mi ero accontentato del bene senza cercare il meglio. Giorno dopo giorno la carne mi ricresceva sule ossa. Poi venne il turno di un secondo sentimento, e si chiamava invidia. Invidiavo i miei compagni morti, le persone che erano scomparse nel ’38. Invidiavo anche i vivi, i miei vicini, intenti a masticare, i vicini che si accendevano qualcosa da fumare. Non invidiavo il capo spedizione, il capocantiere, il caposquadra; quello era un altro mondo.

L’amore non mi tornò. Ah, com’è distante l’amore dall’invidia, dalla paura, dalla rabbia. Quanto poco bisogno ne hanno gli uomini. L’amore sopraggiunge soltanto quando tutti gli altri sentimenti sono tornati. Arriva per ultimo, ritorna per ultimo, ma ritorna poi davvero?

E tuttavia, l’indifferenza, l’invidia e la paura non erano i soli testimoni del mio ritorno alla vita. Prima che per gli uomini, mi era tornata la compassione per gli animali.

Poiché ero tra tutti il più debole in quel mondo di pozzi e scavi di prospezione, lavoravo con il topografo – gli andavo dietro portando l’asta e il teodolite. Talvolta, però, per fare più in fretta, il topo grafo si faceva passare la cinghia del teodolite dietro la schiena e a me toccava soltanto l’asta, leggerissima e ricoperta di cifre. Il topografo era un detenuto. Per farsi coraggio – d’estate c’erano molti fuggiaschi in giro per la tajga – si portava dietro un fucile da caccia di piccolo calibro che era riuscito a farsi dare dai suoi superiori. Ma il fucile ci era solo d’intralcio, e non solo perché era un oggetto inutile nel nostro difficoltoso procedere. Ci eravamo seduti a riposare in una radura e il topografo, giocherellando con il fucile, lo puntò contro un ciuffolotto delle pinete il quale si era avvicinato in volo per vedere il pericolo più da vicino e sventarlo. Sacrificando, se necessario la vita. La sua femmina doveva essere alla cova nelle vicinanze:  non c’era altra spiegazione al folle coraggio dell’uccello. Il topografo si appoggiò il fucile alla spalla e io spostai la canna.

-          Metti via il fucile!

-          Ma che ti prende? Sei impazzito?

-          Lascia stare quell’uccello e basta.

-          Farò rapporto al capo.

-          Ma và un po’ al diavolo, tu e il tuo capo.

Ma il topografo non aveva voglia di litigare e non disse niente al capo. E io capii che qualcosa di importante era tornato a me.

Da molti anni non vedevo né giornali né libri e ormai mi ero abituato a non rimpiangerne la mancanza. I miei cinquanta compagni di tenda, di quella tenda di lacera tela catramata, erano tutti nella stessa condizione: nella nostra baracca non si era mai visto un solo giornale, un solo libro. Le autorità superiori – il responsabile dei lavori, il capo della prospezione e il caposquadra – quando scendevano nel nostro mondo non portavano libri.

La mia lingua, la rozza lingua dei giacimenti, era povera, povera quanto i sentimenti che continuavano a vivere vicino alle ossa. Alzata, adunata, appello, smistamento ai posti di lavoro, pranzo, fine del lavoro, ritirata, cittadino capo, mi permetta di rivolgerle la parola, badile, trivella, piccone, fuori fa freddo, pioggia, minestra fredda, minestra calda, pane, razione, lasciamene un tiro: da anni me la cavavo con una ventina di parole. E per metà erano imprecazioni. Quand’ero giovane, o frose bambino, circolava l’aneddoto di un russo che riusciva a raccontare un viaggio all’estero ricorrendo a una sola parola pronunciata con differenti  intonazioni. La ricchezza delle imprecazioni russe, la loro inesauribile capacità oltraggiosa non mi si rivelarono tuttavia nell’infanzia, e neppure nella giovinezza. Da queste parti l’aneddoto del russo è roba da educande. Ma io non cercavo altre parole. Ero felice di non dover cercare chissà quali altre parole. Neanche sapevo più se esistessero. Non ero in grado di rispondere all’interrogativo.

Mi spaventai, rimasi sbalordito quando nel mio cervello, sì, proprio qui – lo ricordo con chiarezza – sotto l’osso parietale destro, nacque una parola del tutto inadatta alla tajga, una parola che in un primo momento io stesso non capii, altro che i miei compagni. Gridai questa parola dopo essermi alzato in piedi sul pancaccio, rivolgendomi al cielo, all’infinito:

-          Sentenza! Sentenza!

E scoppiai a ridere.

-          Sentenza!- urlavo direttamente al cielo del Nord, alla sua doppia aurora, urlavo senza ancora

comprendere il significato di quel termine che mi era nato dentro. E se quella parola era ritornata, se era stata di nuovo ritrovata, tanto meglio, tanto meglio! Una gioia immensa colmava tutto il mio essere.

-          Sentenza!

-          Ma guarda che suonato!

-          E’ proprio suonato! Cos’è, sei uno straniero? – mi chiese con sarcasmo l’ingegnere           

Minerario Vronski, proprio lui, il famoso <<Tre bricioli>>.

-          Vronskij, dammi da fumare.

-          No, non ho tabacco.

-          Dài, almeno tre bricioli.

-          Tre bricioli? Prego.

E con l’unghia cavava dalla borsa, gonfia di machorka, i tre bricioli del tabacco.

<<Uno straniero?>> – Domanda capace di trasferire il nostro destino nel mondo delle provocazioni e delle denunce, delle indagini istruttorie e dei supplementi di pena.

Ma non me ne importava proprio niente delle domande provocatorie di Vronskij. La mia scoperta era assolutamente enorme.

-          Sentenza!

-          Che suonato!

La rabbia era l’ultimo sentimento, quello con il quale l’uomo sparivo nel nulla, nel mondo inanimato. Ma quel mondo è davvero inanimato? Perfino un sasso non mi è mai sembrato veramente inanimato, per non parlare dell’erba, degli alberi, del fiume. Il fiume non è soltanto l’incarnazione della vita, il simbolo della vita, ma è la vita stessa. Il suo perpetuo movimento, l’incessante mormorio, il suo chiacchiericcio, per così dire, quel suo agire che forza l’acqua a scendere  la corrente sfidando steppe e praterie. Il fiume, che quando il sole prosciuga e scopre il suo solito corso, ne prende uno nuovo e si insinua in qualche parte tra i sassi, filo d’acqua visibile appena, in obbedienza al proprio eterno dovere, ruscelletto che non spera più nell’aiuto del cielo, nella salvifica pioggia. Ma basta un temporale, basta un rovescio e già il fiume si trova nuove sponde, frange le rupi, schianta le piante e s’avventa con furia giù per la via che in eterno è la sua…

Sentenza! Non mi fidavo di me stesso, temevo che addormentandomi questa parola tornata a me si dileguasse nottetempo. Ma la parola non si dileguò.

Sentenza. Sia questo il nuovo nome del piccolo fiume accanto al quale sorgeva il nostro accampamento, la nostra komandirovka <<Rio-rita>>. Forse che <<Rio-rita>> è meglio di <<Sentenza>>? Il cattivo gusto del cartografo padrone della terra aveva introdotto Rio-rita nelle carte del mondo. E non c’era rimedio.

Sentenza. In quella parola suonava qualcosa si romano, di forte, di latino. L’antica Roma era, per la mi infanzia, la storia di lotte politiche, di guerre tra uomini, mentre l’antica Grecia era il regno delle arti. Nonostante ci fossero stati uomini politici e assassini anche nell’antica Grecia, e non pochi artisti nell’antica Roma. Ma la mia infanzia aveva radicalizzato, semplificato, ristretto e separato due mondi tanto diversi. Sentenza era una parola latina. Passò una settimana senza che riuscissi a capirne il significato. La sussurravo in continuazione, gridandola all’improvviso, con grande spavento e spasso dei miei compagni. Esigevo, dal mondo e dal cielo, una soluzione dell’enigma, uno scioglimento, una traduzione… E in capo a una settimana capii, e tremai per la gioia e per lo spavento. Spavento perché temevo il ritorno in quel mondo al quale non potevo tornare. Gioia perché vedevo che la vita tornava a me malgrado la mia stessa volontà.

Trascorsero molti giorni prima che imparassi a richiamare dalle profondità del mio cervello sempre nuove parole, parole diverse, una dopo l’altra. Ogni parola ritornava a fatica, ogni parola emergeva all’improvviso, per conto suo. Non era un flusso di pensieri  e parole. Ognuna di essere tornava solitaria, senza la scorta di altre parole conosciute, e nasceva prima dalla lingua che dal cervello.

 

E poi venne quel giorno in cui noi tutti, cinquanta operai, smettemmo di lavorare e corremmo verso l’accampamento, al fiume, uscendo fuori dai pozzi, dagli scavi, lasciando alberi segati a metà o la minestra che cuoceva sul fuoco. Erano tutti più veloci di me, ma ce la feci anch’io ad arrivare in tempo, aiutandomi con le mani per scendere rapidamente la china.

Da Magadan era tornato il capo. Una giornata limpida, calda, secca. Sull’enorme ceppo di larice all’entrata della tenda c’era un grammofono. Il grammofono suonava coprendo il fruscio della puntina, suonava un pezzo di musica sinfonica.

E tutti si accalcavano intorno al ceppo – assassini e ladri di cavalli, malavitosi e non, <<caporali>> e <<sgobboni>>. C’era anche il capo, in disparte. Dall’espressione del suo volto sembrava quasi che quella musica l’avesse scritta lui, per noi, per la nostra komandirovka sperduta in quell’angolo di tajga. Il disco di gommalacca girava e sibilava, e girava anche il ceppo con i suoi trecento anelli, come una molla compressa, avvolta strettamente nei suoi trecento anni…

 

 

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Il J’ACCUSE di Carmelo Musumeci

by Duncan on giu.03, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana

Alcuni momenti rispondono non solo, ma ad un archetipo eterno che in essi riecheggia, e in essi si invera. Alcuni di essi saranno noti a milioni, coinvolgeranno intere istituzioni, ed entreranno nei libri di scuola. Altri si svolgeranno in piccoli mondi, e saranno noti a pochi, e, talvolta, dimenticati. Ma sono legati dalla stessa sostanza simbolica. Della stessa nobiltà.

Un uomo si alza e denuncia, quando è difficile farlo, quando ci sono solo grane nel farlo, quando già sei sfiancato e messo ai margini, quando pagherai a caro prezzo ciò che vuoi fare. Ma lo farai lo stesso, perchè sei un Uomo. Per la Giustizia per la Dignità. Perchè almeno qualcuno deve provare talvolta ad alzarsi e a fermare l’onda della Demenza.. anche se fosse del tutto inutile. Il solo tentativo ha un senso. Lascerà tracce di riscatto e di umanità, radici a cui richiamarsi in momenti di liberazione. Qualcuno si ribella e salva una stagione, o anche solo un luogo, o anche solo una storia.. perché restituisce a quella storia un momento nobile, evitando che sia completamente tana e trippa di carnefici e opportunisti, di lupi e di arresi.

J’ACCUSE… (Io accuso.. in francese) è una espressione consegnata alla leggenda per via del famoso J’ACCUSE di Emile Zola. Nel 1894, Alfred Dreyfus, un capitano dell’Esercito di origine ebraica in servizio presso il ministero della guerra francese, fu accusato di aver rivelato informazioni segrete alla Germania, nazione in quel momento fortemente contrapposta alla Francia. Dopo un giudizio sommario, Dreyfus fu accusato e condannato alla deportazione a vita sull’isola di Caienna. Dopo una forte ondata di antisemitismo che attraversò la Francia, Émile Zola si schierò a favore dell’ufficiale tramite un articolo in cui accusava i veri colpevoli di questo avvenimento e di questo processo falso. Un processo farsa dove Dreyfus fu condannato come capro espiatorio per via delle sue origini ebraiche. Zola fu l’unico ad avere il coraggio di denunciare pubblicamente questa vergogna, con una editoriale memorabile uscito sul giornale socialista L’AURORA, e di cui ho riportato l’immagine in questo post. Il suo editoriale ebbe un’eco pazzesca per tutta la Francia. Non gli fu perdonato. Subì processo e condanna. Ma il 12 luglio 1906, quando Émile Zola era già morto da quasi quattro anni, la corte di cassazione revocò la sentenza con cui Dreyfus era stato accusato di tradimento, riconoscendo nei fatti che Zola aveva avuto, contro tutti, ragione.

Ora mi direte.. Alfredo sei totalmente ammattito. Prima parli di una vicenda che ormai è presente in ogni libro di storia, e poi.. come capirete tra poco.. parli di una lettera spedita a un giornale locale da un certo Carmelo Musumeci, quando era detenuto a Nuoro, contro il suo direttore. Un evento che ha avuto una minima risonanza locale, e avrà colpito giusto qualche lettore del nuoarese. E che adesso, c’è proprio da crederlo, è stato praticamente dimenticato da tutti o quasi.

Certo, magari è così. EPPURE NON IMPORTA. NON IMPORTA. C’è la stessa nobiltà, c’è lo stesso spirito, c’è la stessa energia. E forse ce ne anche di più, perché Zola almeno era libero e aveva mezzi. Carmelo ha scritto il suo attacco trovandosi già detenuto, e potenziale oggetto di infinite rappresaglie, punizioni, e atti ostili. E comunque conta l’energia, il messaggio che un evento contiene in sè, il suo fuoco. Il s uccesso o il numero dei seduti in platea non sono la cosa che è più importante. Se persino i poeti muti assassinati, con le loro poesie bruciate nei sotterranei dei gulag, nei giorni tetri dello stalinismo, fanno risuonare le loro poesie che vibrano negli atomi stessi della coscienza del mondo, chi ha parlato a voce alta, a sguardo alto, a mente alta..a schiena dritta.. ha comunque lasciato un segno, anche se nessuno lo ha mai visto. Ha comunque inciso sulla quercia della vita, e reso questo mondo più degno..

Perchè potrai essere il ragazzo cinese che si oppone al carroarmato, o il ragazzo che denuncia le raccomandazioni a un esame universitario, Martin Luter King che cammina davanti ai cani rabbiosi della famigerata polizia di Birminghan, o il timido condomino che per una volta trova la voce e la rabbia, e si scaglia contro gli intrallazzi tra ll’amministratore del condominio e una azienda di riparazione caldaie. Puoi anche essere solo il ragazzino che, unico in tutta la classe, si alza in piedi e difende il compagno umiliato dalla professoressa. Qualunque sia la situazione la pasta resta la stessa. Come la stessa è la pasta di cui sono fatti i sogni. La fame e la rabbia. E anche l’Amore.

Questa lettera è colma di un alto valore civile. Non usa alcun trucco, o furbizia. Combatte col solo diritto che dà la verità e la giustizia. Le parole non sono coperte da sotterfugi e allusioni. Ma sono lanciate a viso duro, senza nascondimenti, tentennmente, precauzioni.

Vi lascio a questo J’ACCUSE del 2005.. sepolto ormai in un giornale dell’entroterra sardo..

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Il “mio” direttore, già una volta, a causa di un calendario satirico su Berlusconi mi aveva ristretto l’orario della sala computer e ritirato la stampante e lo scanner. Poi il “mio” direttore, per fortuna andò via e con il nuovo direttore tutto tornò come prima. Ora il “mio” direttore è ritornato nel luogo del delitto e, alla prima occasione, per avere criticato le strutture penitenirie, per tentare di migliorarne la qualità, mi aveva trattenuto due lettere (il magistrato di sorveglianza ne ha ordinato subito l’inoltro), mi ha di nuovo ridotto l’orario della sala computer/lettra, con il ritiro della stampante e dello scanner. Come se questo non bastasse, mi ha spostato l’orario della sala computer con quello del passeggio, ed in questa maniera sono ricattto fra studiare ed andare all’aria. Ovviamente sto scegliendo di studiare, ed è circa un mese e mezzo che non vado al passeggio. Nonostante che il precedente direttore mi avesse autorizzato, tramite l’art. 51 del regolamento di esecuzione, a poter svolgere con il mio computer attività intellettuali, artigianali ed artistiche, il mio diettore mi sta proibendo di stampare poesie, un bigliettino di auguri per il compleanno di mia figlia, un disegno per San Valentino per la mia compagna, immagini creative, cee Come se non bastasse, mi ha negato persino di stampare una istanza al Magistrato di Sorveglianza, probabilmente per motivi di sicurezza… ma che pericolo c’è in un disegno o in una poesia? Posso solo utilizzare stampante e scanner, su richiest tramite censura preventiva, controllato dall’agente a vista, solo ed esclusivamente per appunti di studio ogni 15 giorni. Quindi, se devo stampare una piccola modifica, anche una semplice virgola, alla tesi che sto elaborndo, devo fare la domanda, aspettare che sia approvat e aspettare ancora che l’agente sia libero, ecc. Infatti, dal 22 gennaio, quindi da circa un mese e mezzo, ho potuto stampare solo tre volte. Ho fatto pr essente al “mio” direttore che negli altri istituti (persino qui nel carcere di Nuoro, con altri direttori) queste restrizioni sulla stampante e sullo scanner non ci sono. Lui mi ha risposto “gli altri direttori sbagliano”. Io ovviamente ho risposto che stava offendendo la maggioranza dei suoi colleghi.

Chi sono?: Sono Carmelo Musumeci, da molti anni in carcere. Per dare un senso alla mia vita e alla mia pena ho iniziato a studiare da autodidatta, e così per me studiare ha rappresentato un soffio di vita e di speranza. L’istruzione serve anche per dare gli strumenti per ragionare, per sapere rispondere a delle domnde, ed anche per imparre a porre domande. Dalla quinta elementare i partenza sono riuscito a diplomarmi, e quest’anno mi laureo in Scienze giuridiche. Partecipo con pssione assiduità a varie attività per curare i miei interessi umani e sociali. Investo il mio tempo, unica cosa che mi è rimasta, ed energie.. per migliorare la qualità della mia esistenza.

La mia esperienza in questo istituto è l’impotenza. Qui nessuno ha voglia di ascoltarti, a parte alcune persone dell’area educativa. La legge, il buon senso, la buona amministrazione è come se fossero aria fritta. Con tutta la buona volontà, anche inventandosi un trattamento personalizzato, non è possibile cogliere le opportunità che il carcere dovrebbe offrire. Spesso il colpevole silenzio e l’ostilità della Direzionea richieste legittime ci mortific e ci umilia. In questo istituto non si sonta la sola privazione della libertà, già di per sè terribilmente brutta, ma si sconta la reclusione in un ambiente difficile e ostile, angusto e malsano, dove le condizioni igieniche sono terribili (se si pensa solo che bisogna andare in bagno davanti ai propri compagni), dove mancano educatori, insegnanti, assistenti sociali in numero sufficiente. Dove le strutture sono fatiscenti, la promiscuità è l regola, i rapporti con l’amministrazione difficoltosi e discrezionali, le opportunità di lavoro scarse, per non dire nulle. Un ambiente dove non esiste alcun presidio di tutela dei diritti. In questi tre anni ll’istituto di Nuoro ho sempre reclamato, lottato, spesso da solo, ma anche in compagnia, senza mai poter superare l’indifferenza e l’illegalità di questo carcere. Ho lottato per avee la possibilità, per me e per i miei compagni, di vivere realmente in modo civile e dignitoso; per consentirci di mantenere la nostra individualità di esseri coscienti e responsabili.

Alle ingiustizie bisogna ribellarsi soprattutto qundo esse vengono inflitte in nome della giustizia, perché ild etenuto che non si ribella è peggio del suo aguzzino. A lungo andare questo comportamento mi ha creato antipatie, ma non importa. Preferisco essere considerato “cattivo” piuttosto che pusillanime, servitore e leccapiedi. Il cittadino prigioniero è impotente di fronte ad un direttore che ha sempre ragione, se non usa la stessa legge per tentare di correggere le ingiustizie di costui. In carcere si possono tollerare tante cose, ma non la cattiveria gratuita, come quella di proibire di stampare un fiore, una poesia alla propria figlia, o alla propria compagna che si ama, con il proprio computer e stampante… E’ umiliante per il “mio” direttore non trovare riscontri positivi a richieste così semplici. Inoltre, signor direttore, le sue nuove restrizioni mi rendono più difficile il mio diritto allo studio. Le sue restrizioni sono cattive, repressive, capziose e, per ultimo, capricciose. Signor direttore, mi permetta, lei sa solo comandare, vietare; ma non sa ubbidire alle leggi, ai regolamenti e soprattutto al buon senso. Proibire di stampare un fiore è vilare le regole della logica, che costituisce un limite giuridico all’esercizio di ogni attività discrezionale.. qualcosa che è priva di ogni carattere di ragionevolezza. La nostra vita è fatta anche di cose “inutili”; senza le quali però la stessa esistenza non avrebbe senso.

Signor direttore spesso coloro che sono in posizione di autorità non si curano affatto del bene o del male; di ciò che è giusto o di ciò che non lo è. La loro unica preoccupazione è di tiranneggiare i sottoposti. Spesso in carcere ci si trova dinanzi a un potere smisurato e cattivo, dove non si può faare nulla per cambiare il corso delle cose, e chi non accetta le regole del potere non può fare altro che soffrire. Ma è pur sempre meglio che non fare nulla… Spesso accade anche che il detenuto ha ragione, ma ha torto in quanto detenuto. Ed il custode ha torto, ma ha ragione in quanto aguzzino. Spesso si vuole che il detenuto, in quanto prigioniero, debba accettare di essere punito ingiustamente. Si vule che il detenuto sia sempre e soltanto ciò che il carcere lo farà essere. Spesso al detenuto convinene non avere mai un pensiero autonomo. Non conviene.. deve essere sempre d’accordo con il suo carnefice. Invece, spesso, il detenuto ha tanto da trasmettere e comunicare. Si può ed è possibile regire all’emarginazione del carcere. In carcere convivono dolore, prostrazione, fede, abbandono, ozio, pentimento, talvolta brutalità.. ma c’è anche un senso infinito di umanità, e là una vita può anche rinascere… In carcere non bisogna adattarsi né rassegnarsi, perché sono convinto che più ti adatti alla realtà della detenzione, alle sue leggi negative, maggiore difficoltà troverai all’esterno.

Lei, Direttore, non capisce, ma, sarebbe meglio dire, fa finta di non capire che protestare pacificamente e lottare per i propri diritti riconosciuti con il metodo della non violenza è profondamente giusto e serve, tra l’altro, a scontare la propria pena migliorando interiormente. Quando si reclama, ciò può sembrare terribilmente inutile, ma è terribilmente importante che uno lo faccia. Infatti, una cosa che distingue i detenuti gli uni dagli altri è la forza di protestare. Il detenuto che non reclama perde la sua libertà proprio nel momento in cui spera di ottenerla non reclamando.

Ricordo al mio diretore che il carcere non dovrebbe essere solo un luogo di punizione , ma dovrebbe anche essere una occasione di recupero. Dovrebbe rieducare e aiutare chi ha sbagliato a reinserirsi nella società. Invece, il carcere è il luogo dove, più di qualsiasi altro posto, non rispettano la legge. Ricordo che quando il detenuto si vede esposto a sofferenze che la legge non ha ordinato e neppure previsto, entra in uno stato di collera abituale; e non crede più di essere stato colpevole, ma accusa la giustizia stessa. Ricordo che rinunciare al diritto e obbligo a reclamare significa rinunciare alla propria qualità di uomo, ai propri doveri. E non c’è nessun compenso possibile per chi rinuncia a questo. Se si protesta ad alta voce, anche in modo pacifico, la spiegazione che si dà solitamente è che il detenuto è un ribelle, quando va bene.. ed irrecuperabile, quando va male. Non si va a cercare la causa del perché uno protesta, m si condanna la sola protesta.

Le ricordo che il rispetto della dignità dei detenuti non è la debolezza, ma la forza di una istituzione e, tra l’altro, un dovere preciso di un direttore. Le ricordo che è terribilmente sbagliato sprecare il carcere solo per espiare la pena. Coniugare controlli, sicurezza, trattamento ed inserimento non è difficile. Invece lei preferisce vigilare, reprimere. Così è molto più facile piuttosto che lavorare per fare crescere una coscienza critica e responsabile nel prigioniero. Signor direttore mi permetta di ricordarle che, spesso, nel negare i diritti ai detenuti si viola sia la logica che il diritto; e viene fatto di pensare che spesso più che di rapporti di giustizia, si tratta di rapporti di forza. E questo assicura il dominio, non la giustizia. Con lei i diritti dei detenuti sono eventuali ed inesigibili, mentre i doveri e le sanzioni sono certi ed inevitabili. Lei mi proibisce di fatto di valorizzare le mie energie, la poca intelligenza che ho, le capacità e la disponibilità.

Le ricordo che la differenza tra noi e “le persone per bene” sta più n ciò che facciamo, che in ciò che siamo. Ma come posso migliorare e fare qualcosa se lei mi tiene chiuso in cella 21 ore senza fare nulla, e 3 ore all’aria che sembra una voliera? Le ricordo che, nella maggiorana dei casi, il detenuto è ciò che apprende dai suoi eventuali educatori. Le ricordo che spesso i detenuti sono migliori (non è il caso mio) di chi li governa. Le ingiustizie consumate all’insaputa di tutti sono più dolorose. Bisogna trasmettere quello che accade in carcere, perché la gente si accorga delle ingiustizie e possa riconoscere i torti, e sviluppare un sentimento di comune offesa alla dignità umana. Chissà per quali insondabili e burocratiche cattiveri lei mi sta facendo questo. Ma tutte le cose insensate in carcere hanno invee una logica perversa e stringente. A volte punitiva, altre volte semplicemente di assurda burocrazia, cioè vessazione,, cattiveria allo stato puro; insomma, sadica burocrazia carceraria. Viviamo in condizioni illegali di sovraffollamento, ozio forzato, mancanza di igiene e cure, spazi disponibili; e lei mi proibisce di stampare una poesia, un cuoricino… Di queste restrizioni non si capisce il senso, visto che non sono motivabili con ragioni di sicurezza, se non spiegabili in una logica punitiva fine a se stessa.

Dottore, lei mi pare più prigioniero di me, perché è prigioniero della sua infelicità, tristezza e cattiveria, e mi fa molta pena. Per educazione la saluto e non scrivo il suo nome per non rischiare di essere denunciato.

 

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