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Thomas Sankara- un Uomo
by Duncan on nov.06, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, politica

Qualcuno ne ha mai sentito parlare. Come pietre sdrucciolevoli il mondo si sparpaglia in milioni di storie, incuneate appena come scheggia o frase su un muro, a volte dimenticate del tutto.
Milioni di pagine non possono essere lette, e non conosceremo mai tutti i volti, tutti i volti che hanno rivolto al sole la faccia bella delle nuvole, il cuore segreto della luna.
Thoma Sankara uno sperduto presidente di uno sperduto paese africano, Burkina Faso, “Paese degli uomini integri”.
Una noticina su qualche giornale, a suo tempo,
Uno dei nomi aggrovigliati nella tormentata storia dell’Africa.
Qualcuno che ha camminato in piedi, in un mondo dove tutti strisciano.
La storia dell’Africa è stata per decenni una storia di complicità. Non solo di colonialismo rapace e dominazione occidentale. Ma di comlplicità tra questo colonialimo/questa dominazione.. e corrotte, irresponsabili e demagogiche elité politico-militari africane che fecereo dei loro innumerevoli stati una spelonca di porci. I leader africani furono complici a pari diritto dei manovratori occidentali e delle multinazionali. Ingrassarono i loro conti in svizzera, alimentarono le loro 10000 amanti, fomentarono guerre folli e tribali, che ridussero alla disperazione intere collettività e si prostituirono ai grandi interessi occidentali.
Lo fecero quasi tutti.
Thomas Sankara fu uno dei pochi che camminò in piedi..
Integrità. Paola d’ordine, ieri, ora, e sempre.
Una sua frase..
“Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”
Parole non solo razionali, e logiche, ma DEGNE, per l’onestà che portano dentro.
Visse umilmente Sankara, mentre i suoi contraltari degli altri stati africani soffocavano in un lusso osceno.
E poi.. vedeva chiaro..
Capiva che i modelli e le “soluzioni” raramente vengono “gratuitamente”. E se ti porgono una mano, con l’altra preparono le catene… disse..
“Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le
spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di
venderci per anni”.
Non mi sembra così inattuale una affermazione del genere no?
E ce ne è un’altra che mi sembra ancora meno inattuale..
“Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo
pagarlo.
Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata
con perizia.
Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo
sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne
altrettanto certi”.
Non vi fa venire in mente qualcosa? Non vi richiama qualcosa?.. parole come.. deb.. i.. to…?…:-)
Vi lascio a un bellissimo testo su di lui….
Salutamos
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“L’Africa agli africani!”,
urlava a un mondo sordo *Thomas Sankara *alla metà degli anni Ottanta.
La guerra fredda era agli sgoccioli, le speranze sorte dopo l’affrancamento dal dominio coloniale – il 1960 era stato dipinto come l’anno dell’Africa tra proclami e belle parole – erano state ormai strozzate da decenni di sfruttamento economico, disarticolazione sociale e inerzia politica. Le multinazionali invadevano le ricche terre d’Africa, mentre gli Stati del Nord del mondo imponevano condizioni commerciali che impedivano lo sviluppo dei Paesi africani, schiacciati tra debito estero e calamità naturali.
Il 4 agosto 1983, in Alto Volta, iniziava l’esperienza rivoluzionaria di Thomas Sankara, capitano dell’esercito voltaico giunto al potere con un colpo di stato incruento e senza spargimento di sangue. Il Paese, ex colonia francese, abbandonò subito il nome coloniale e divenne *Burkina Faso*, che in due lingue locali, il *moré* e il *dioula*, significa “*Paese degli uomini integri*”.
Ed è dall’integrità morale che Sankara partì per tagliare i ponti con un triste passato e con deprimente presente. Pochi dati illustrano quanto grave fosse la situazione: tasso di mortalità infantile del 187 per mille (ogni cinque bambini nati, uno non arrivava a compiere un anno), tasso di alfabetizzazione al 2%, speranza di vita di soli 44 anni, un medico ogni 50.000 abitanti.
“Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”*, era solito ripetere Sankara, che visse un’infanzia di miseria (“Quante volte i miei fratelli e io abbiamo cercato qualcosa da mangiare nelle pattumiere dell’Hotel Indépendance”) e povero, come gli altri burkinabè, è sempre rimasto.
Le auto blu destinate agli alti funzionari statali, dotate di ogni * comfort, vennero sostituite con utilitarie, ai lavori pubblici erano tenuti a partecipare anche i ministri.
Sankara stesso viveva in una casa di Ouagadougou, la capitale del Paese, che per nulla si differenziava dalle altre; nella sua* dichiarazione dei redditi* del 1987 i beni da lui posseduti risultavano essere una vecchia Renault 5, libri, una moto, quattro biciclette, due chitarre, mobili e un bilocale con il mutuo ancora da pagare.
“È inammissibile”, sosteneva, “che ci siano uomini proprietari di quindici ville, quando a cinque chilometri da Ouagadougou la gente non ha i soldi nemmeno per una confezione di nivachina contro la malaria”*.
Negli stessi anni i suoi omologhi si trinceravano in lussuose ville o agli ultimi piani dei migliori hotel, lontani anni luce dai bisogni quotidiani della popolazione. Per esempio il presidente della Costa d’Avorio, Felix HouphouëtBoigny, aveva fatto costruire in pieno deserto una pista di pattinaggio su ghiaccio per i propri figli. Quando alcuni capi di Stato si offrirono per donare a Sankara un aereo presidenziale, la risposta fu che era meglio fare arrivare in Burkina Faso macchinari agricoli.
E la terra burkinabè non è mai stata particolarmente fertile, inaridita dall’Harmattan, il vento secco proveniente dal deserto del Sahara che lambisce i confini settentrionali del Paese.
Per ridare impulso all’economia si decise di contare sulle proprie forze, di vivere all’africana, senza farsi abbagliare dalle imposizioni culturali provenienti dall’Europa:
“Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per anni”.
“Consumiamo burkinabè”, si leggeva sui muri di Ouagadougou, mentre per favorire l’industria tessile nazionale i ministri erano tenuti a vestire il *faso dan fani*, l’abito di cotone tradizionale, proprio come Gandhi aveva fatto in India con il *khadi*
Le magre risorse vennero impiegate per mandare a scuola i bambini e le bambine – nel 1983 la frequenza scolastica era attorno al 15%– e per fornire *cure mediche ai malati*, organizzando campagne di alfabetizzazione e di vaccinazione capillare contro le infermità più diffuse come la febbre gialla, il colera e il morbillo.
L’obiettivo era di fornire 10 litri di acqua e due pasti al giorno a ogni burkinabè, impedendo che *l’acqua* finisse nelle avide mani delle multinazionali francesi o statunitensi e cercando finanziamenti che fossero funzionali allo sviluppo idrogeologico del Paese, non al profitto di pochi uomini d’affari.
Il Burkina Faso divenne un esempio per le altre nazioni, governate da élite corrotte e supine ai dettami provenienti dagli istituti economici internazionali.
Se un piccolo Paese, condannato anche dalla geografia (il deserto avanzava verso sud di sette chilometri all’anno mangiandosi campi coltivati; esiste un solo corso fluviale e non c’è alcuno sbocco sul mare) riusciva a levare il proprio grido di dolore e di insofferenza e a dimostrare che i problemi che affliggevano l’Africa si potevano risolvere, cosa avrebbero potuto fare Paesi con immense risorse naturali?
Il 15 ottobre 1987 Sankara, che a dicembre avrebbe compiuto *38 anni*, veniva ucciso: troppo scomodo, troppo generoso, troppo attento alle esigenze della povera gente.
Quando i giovani africani cominciarono a chiedere ai propri governanti di seguire l’esempio di Sankara, il complotto prese forma e coinvolse chi, in Burkina Faso, in Africa e in Europa, non poteva tollerare la sua indisciplina e la sua semplicità.
In quattro anni Sankara aveva invitato i Paesi africani a non pagare il debito estero per concentrare gli sforzi su una politica economica che colmasse il ritardo imposto da decenni di dominazione coloniale. Dominazione che era anche culturale:
“Per l’imperialismo”, affermava, “è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.
Ecco così spiegato l’impulso dato al *Festival Panafricaine du Cinéma de Ouagadougou* (Fespaco), la più importante rassegna continentale, con il fine di sviluppare la cinematografia locale a scapito di quella europea, uno dei tanti strumenti per legittimare la superiorità dei “bianchi” e l’inferiorità degli Africani.
Nel 1986, durante i lavori della 25esima sessione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) tenutasi a Addis Abeba, Sankara espresse in modo molto semplice perché il pagamento del debito doveva essere rifiutato:
“Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo. […] Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata con perizia. […] Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi”.
Sempre a Addis Abeba, Sankara invocò il *disarmo*, proponendo ai Paesi africani di smettere di acquistare armi e di dissanguarsi in dispute fomentate dall’estero per protrarre l’arretratezza e la dipendenza del continente.
L’invito era di adottare misure a favore dell’occupazione, della tutela ambientale, della pace tra i popoli, della salute.
A New York, qualche mese prima, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Sankara aveva tuonato contro l’ipocrisia di chi fornisce aiuti ai Paesi in via di sviluppo (mentre per altre vie si inviano armi) e contro l’egoismo di chi, per esempio, si rifiuta di investire nella ricerca contro la malaria – che in Africa provoca ogni anno milioni di morti – solo perché è unamalattia che non riguarda i Paesi del nord del mondo.
“Ci sentiamo una persona sola con il malato che ansiosamente scruta l’orizzonte di una scienza monopolizzata dai mercanti di armi. […] Quanto l’umanità spreca in spese per gli armamenti a scapito della pace!”.
Sankara espresse la convinzione che per eliminare i lasciti coloniali fosse indispensabile avviare un processo di *unione di tutti gli Stati* (dal Maghreb al Capo di Buona Speranza) del continente, che doveva diventare un’entità politica coesa e rispettata sul piano internazionale:
“Mentre moriamo di fame e nel nostro Paese ci sono migliaia di disoccupati, altrove non si riescono a sfruttare le risorse della terra permancanza di manodopera. Se ci fosse maggiore cooperazione, potremmo arrivare all’autosufficienza alimentare e non dovremmo più dipendere dagli aiuti internazionali”.
Primo passo era la fine dell’*apartheid* in Sudafrica, dove la minoranza “bianca” godeva in realtà del sostegno economico dei Paesi occidentali. Sankara ebbe parole di rimprovero per tutti, a partire da François Mitterrand:
“Che senso ha organizzare marce contro l’apartheid, mentre si producono e si vendono armi al Sudafrica?”.
Forse non è un caso che Sankara venne ucciso quattro giorni dopo che a Ouagadougou si era tenuta una Conferenza panafricana contro l’*apartheid*.
Il “Président du Faso”, come viene ancora oggi ricordato dai burkinabè, si è sacrificato dimostrando che è possibile rispondere, all’africana, ai problemi dell’Africa, con chiarezza e talvolta ingenuità, come quando chiese che “almeno l’1% delle somme colossali destinate alla ricerca spaziale sia destinato a progetti per salvare la vita umana”.
Dinanzi alle Nazioni Unite Sankara liberò davanti al mondo intero, ponderando con attenzione ogni singola parola, il grido di dolore di miliardi di esseri umani che soffrono sotto un sistema crudele e ingiusto:
“Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel”.
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Tratto da
Carlo Batà
*L’ Africa di Thomas Sankara*

La falsa pace
by Duncan on ago.08, 2009, under Resistenza umana, politica
E’ una pace che è palude, acqua rancida e stagnante.
Non basta blaterare parole di pace, concordia, dialogo.
Specie a livello politico. Ma per me il livello politico è l’occasione di un profilo più ampio del discorso. Non lo citerei solo per esso stesso, tale è la miseria del “livello” in cui esso opera.
Invece è emblematico di un travisamento, spesso “consapevole”.
E poi, è anche il punto da cui parti che incide. Un conto è parlare di pace e dialogo durante una guerra civile. Altro è spolverare questo armantario sul piano politico sociale. Differente è poi il piano individuale.
La pura e semplice concordia in sé e per sè non è necessariamente un valore. Ma può essere anche una tomba di tensioni necessarie.
Non v’è pace senza giustizia. Non c’è dialogo senza integrità.
Spegnere le fiamme può salvare la città dall’incendio. Ma spegnere le fiamme può essere la grande marmellata che attutisce ogni spinta in un indistinto e dolciastro connubbio.
Ecco perché il “volemose bene” non è operare il Bene. Il volemose bene, il buonismo untuoso e incestuoso, può essere contestato da due lati. Importa il lato, il lato dice tutto. Uno è quello cinico, nietschiano, nichilista di chi nega in radice la possibilità del bene e di un agire umano che non sia manipolatorio (e automanipolatorio) e interessato, derubricando ogni spinta idealistica a falsa coscienza, illusione. L’altro lato non tollera il volemose bene, prorpio perché ha come bussola il Bene, di cui considera (il volemose bene) una contraffazione. E il Bene a volte non è una colazione a tarallucci e vino, non è un “opportuno” calare i toni. Non è il compromesso a tutti i costi. A volte è duro, a volte esigente, a volte non fugge il conflitto. Sa accogliere, ma sa anche non cedere. Sa confrontarsi, ma
non fino a spegnere l’anima.
Ed è già nei rapporti che vedete la falsa pace e la vera pace. Due persone stanno insieme, una ha cose importanti da dire, cose profonde, cose che darebbero luce a molte ombre, che potrebbero permettere di uscire da asfissianti rituali comportamentali, ma anche cose che potrebbero risultare destabilizzanti per quella persona e per quel rapporto. Il falso bene cercherà “aprioristicamente” una concordia a tutti i costi, anche se di facciata, anche a costo di morire dentro ogni giorno di più. E’ un bene ostaggio della paura e del compromesso, della stanchezza e della convenienza.
Arriva infatti il momento in cui proprio se vuoi bene, se ami.. devi parlare chiaro e agire chiaro. E ciò che farai potrà anche non essere capito e fare male. O far crollare il castello. O crearti grane, renderti la vita un vero casino e casotto. Ma il Bene, l’Amore, l’Empatia, il Rispetto di sé e degli altri non chiede prima “mi conviene?”. Non è questa la sua domanda.
Ci sono momenti di conciliazione assoluta, e di totale venirsi incontro. Altri in cui non ci possono essere candele dietro cui nascondersi, infingimenti, furbizie, tirate a campare. Momenti in cui per qualcosa di importante si deve parlare anche chiaro.
O pensate anche a chi prende posizione o fa parte di un gruppo e di un progetto. Dinanzi all’intollerabile non ci si può sempre alambiccarsi in diplomazie, giocare di retroguardia, sminuire, edulcorare, svirilire. C’è un dovere della verità che a volte sorge.
Un dovere di radicalità, quando qualcosa di sacro è in gioco. Ci sono persone che credono noi, ci sono parole dette dinanzi al fuoco, ci sono giuramenti presi sull’altare del nostro cuore.
Queste cose vanno difese a costo di portare la Spada e il Fuoco nel mondo.
Una vera pace non spegne le tensioni di indignazione di liberazione.
Una vera pace è un più alto equilibrio. Ristabilità la giustizia, è possibile la riconciliazione.
Bianchi e neri possono intraprendere una nuova strada, ad esempio, ma dopo che non si sia fatta alcuna concessione all’Apartheid. Una pace che offre stabilità e tranquillità lasciando operare l’Apartheid è bere la cicuta, con i bordi però passati con lo zuccherò.
E sebbene la Pace sia un obiettivo supremo, è sempre meglio il Buon Combattimento che una pace da cimiteri.
Queste riflessioni ri-nascono dall’ascolto, in questi giorni, dell’eterno ritorno in politica. La strategia della minestra riscaldata la chiamerei. Parabola del “rimosso”, che, come tutto ciò che è rimosso, si ripresenta, pur sotto mutate vesti.
Nel nostro miasma politico confondono l’apparenza con la realtà. E vogliono confonderla. Danno un ruolo soverchiante al contegno. Vedono come l’orticaria negli occhi lo scontro duro e netto.
E una tentazione che definirei “diabolica”, tanto si è perseverata in essa nel corso del tempo, fin dalle stagioni consociative e poi, in seguito, ai deliri (e deliqui) bicamerali et successive paraculate.
L’ammordirsi dei confini, fino alle frequentazioni personali e alle cene-ruffiane. Il cutlo dello “scambio” come parodia del dialogo. Il silenziatore su battaglie di civiltà e di dignità perché fastidiose e disturbanti per i “manovratori” e i loro sogni (incubi per gli altri) di “grandi accordi”.
Dinanzi al degrado, dinanzi alla catastrofe morale, all’asservimento di milioni di persone, non vai a fare il “compagnuccio della merendella”; non hai la priorità di sfoderare sorrisi, simposi, braccetti e cene di gala. Non cerchi strategie al ribasso per depotenziare cerchi concentrici polemici. Non ti adegui alle stesse frequentazioni, non biascichi un linguaggio che non ti appartiene, non concordi pratiche spartitorie. Non metti negli armadi le questioni bollenti perché “scomode”. Non abdichi alla responsabilità della scelta forte e chiara.
Tutto il codazzo di Zie Chiocce e di pompieri di ritorno, con le loro premure per “abbassare i toni” e spegnere ogni focherello.. amano una pace che sconfina con il ristagno e la palude.
Ma la gente non ha bisogno di “toni abbassati”. Di marmellate ne ha già fatte saturazione, e ora ha il diabete mentale, l’ottundimento passionale. Non ha bisogno di rituali soporiferi e di clisteri alla camomilla.
Non siamo a Buckingam Palace.
C’è bisogno di rivitalizzare le energie. Di accendere, svegliare, scuotere…
Cancellare i ricordi
by Duncan on feb.19, 2009, under Medicina, Resistenza umana, Scienza
Ricercatori olandesi avrebbero sviluppato un farmaco capace di cancellare i ricordi dolorosi. Essi sostengono di aver cancellato i brutti ricordi utilizzando dei farmaci ‘beta-bloccanti’, che vengono solitamente prescritti ai pazienti cardiopatici. Gli esperimenti sugli animali, affermano, avrebbero già evidenziato che i farmaci –bloccanti del recettore beta adrenergico – possono interferire su come il cervello elabora e rielabora i ricordi degli eventi spaventosi.
Vado anche al di là della tendenza mediatica a vendere il vitello grasso e a spararla al massimo volume con quel genere di notizie che sovente si rivelano (almeno in buona parte) bufale (scoperto il genere della gelosia, ecco il farmaco per diventare simpatici,ecc.).
Vado al di là per vedere qualcosa di più profondo.
Cosa esprime ciò che leggiamo, sentiamo, viviamo? Quale è il valore sottostante, la matrice delle cose, la trame e l’ordito, la formula del pensiero?
E ancora oltre, il paradigma che emerge..
Perché di paradigma si tratta. E lo sforzo di una coscienza in atto, di qualcosa che sia degno di un essere senziente è non fermarsi al sapere, ma cercare di “capire”.
Tutto rivela un messaggio, conscia o inconscia che sia la sua natura ora non è ciò che in discussione.
Ma il messaggio c’è. La neutralità con la quale vengono colorate tutto ciò che fa parte dell’attuale immaginario tecnico scientifico è falsa.
E in questa falsità io non esprimo, ora, un disvalore negativo. Contesto la facile copertura della neutralità. Ogni sentiero in cui la strada si determina è frutto di altri sentieri, di scelte passate, di opzioni presenti, di gerarchie di valori, consapevoli o inconsapevoli.
Noi vediamo l’ineluttabilità del “fatto”; l’invenzione, la scoperta, la nuova pratica. E dal fatto ne traiamo il suo “non poter essere altrimenti”. L’errore, archetipale, che genera confusione mentale e, in ultima analisi, non-pensiero sta qua.
Vogliamo andare più terra terra…
Se cominciasse (parlo per ipotesi) una agricoltura prevalentemente basata sugli OGM, non è l’affermarsi “neutro” di una tecnologia “inevitabile”, che si sarebbe manifestata prima o poi nella storia. Ma è un complesso circuito che ingloba in sé vicende storiche, prassi economiche, visioni ideoloche e tanto altro. Tutto questo insieme si concretizza in una “direzione”. Diventa cioè, nel suo senso più globale e differenziato, SCELTA.
Io qui, sono un piano precedente anche alla contestazione di ciò a cui porta la scelta, ma mi incentro sulla decisività di de-mistificare l’inevitabiltà di ciò che è presente solo per il fatto di essere presente. Di spogliare, insomma, il fatto della sua neutralità. Non è qualcosa di neutrale che esiste il Grande Fratello, se mi perdonate questo esempio ebete, ma dietro, ci sono tutta una serie di azioni e contrazioni che hanno portato a quel risultato (la presenza di questo programma per rincoglioniti) , dinamiche che per comodità riassettiamo nel termine SCELTA.
Ma vedrò di dare un taglio drastico prima che incominciate a chiamare la neuro per venire a prelevarmi..
Eccoci all’articolo di oggi…
Esprime, la creazione scientifica di cui esso parla, non solamente una creazione “neutra”..
Ma una “direzione”, una visione della vita, una SCELTA..
Come potremmo riempire di contenuto questa scelta, come potremmo rappresentarcela?
Come una visione fortemente riduzionistica, chimico organica dell’essere umano. Fascio di reazioni e riflessi che possono essere ri-armonizzati e “corretti” con sostanze che creino altre contro-spinte. Approccio farmacologico, quindi, ai problemi della psiche, dell’identità, della coscienza, del dolore e del desiderio.
Questa direzione riduzionista e rozzamente materialista va vista per quello che essa è prima di ogni ulteriore passo in avanti. UNA SCELTA APPUNTO.
La prima difesa della nostra integrità mentale si trova nella “resistenza” a ciò che è venduto come inevitabile, come l’unico progresso possibile, l’unica “immaginazione”, l’unica “visione” per il nostro futuro. E’ l’ideologia del “no there is alternative” che porta molti a credere che, nel caso in concreto, solo un approccio farmacologico e “manipolatorio-manomissore” può essere una risposta potente ed efficace ai traumi e alle ferite del passato.
Non fatevi distogliere da quel velo. Al succo del succo, l’approccio è lo stesso del Ritalin come soluzione offerta per i bimbi “iperattivi”.
Lo stesso che ti promette di “manometterti” dall’esterno senza capire mai il quadro più ampio che una cosa rivela, e anche le interconnessioni. Perché ogni entità sistemica, e l’uomo sovranamente, non è una accozzaglia di elementi:piedi+torace+testa….emozioni…positive+istintoaggressivo+traumi…ecc..
Per cui incidi su un elemento e il resto resta intatto. Ogni parte influenza costantemente l’altra e ne è influenzata.
E poi, scartassimo anche questo, “cancellare” qualcosa senza sforzo è
sempre la strada più facile, e questo sedurrà molti.
Ma ha senso davvero cancellare qualcosa a colpi di click? Un pò come quando vogliamo sparazzarci di un file, lo raggiungiamo con la freccetta, premiamo col pulsante destro alle opzioni e poi clicchiamo su “elimina”.
Io sono sempre stato dell’opinione (sulla base di svariate argomentazioni) che tutto può essere superato. Nessun trauma e ferita è invincibile. Ma, il percorso devi farlo tu. E’ un tuo viaggio interiore, un confronto anche arduo, un processo di purificazione, di liberazione, di reintegrazione. E allora quel dolore, quella ferita, quel trauma può anche insegnarti qualcosa. Non diventa più un buco nero, ma la spinta propulsore per una trasformazione, un “salto quantico”.
Le migliori persone che ci siano mai state sono il frutto di questa battaglia, sono state forgiate dal dolore e dalla sofferenza, hanno fatto viaggi anni luce dentro di se.. si sono confrontati con la propria Ombra come direbbe il nostro caro Alpha.
E io sono fra coloro che ritengono che solo un percorso personale di tal genere può aprirti alla più ampia espansione e ricchezza emozionale.
NOTATE BENE..
Il trauma non è semplicemente “cancellato”, in realtà è TRASFIGURATO…
Non è come se non ci fosse mai stato, ma si è operata la TRASFORMAZIONE ALCHEMICA…
Tu sei di più, diventi molto di più dell’essere che eri pre-trauma, una volta che il piombo è diventato oro.. l’acqua è diventata vino..il vino è diventato sangue..
Se allora immaginiamo l’alternativa riduzionista-farmacologica potremmo anche provare, tanto per fare un giochino, che siano davanti a noi due esseri, entambi de-trumizzati.. il primo con un lavoro interiore.. il secondo con il farmaco.
Apparentemente sembrebbe essersi raggiunta la stessa meta..Ma è cosi?… Non credo..
Basta pensare a due parole la cui “differenza” dice tutto: INTEGRO e INTEGRATO…
Che differenza c’è tra una persona che ritorna e/ diventa INTEGRA e una che viene INTEGRATA? Se volete la differenza è enorme nascosta in due semplici lettere aggiuntive finali.. ![]()
So molte delle obiezioni che possono farmi. Alcune delle quali, del resto, particolarmente efficaci.
“Immagina una donna che ha subito tremendi abusi sessuali, financo gli abominevoli abusi rituali e può spazzare via tutto con un click… che gli dici a lei eh?.. facile parlare davanti a un modem seduto sulla tua bella sediolina.. che rispondi ora eh?”
E’ dura.. chi potrebbe condannarla?.. con tutta quella morte e quell’inferno che porta addosso…
Ma quando noi parliamo di quello in cui crediamo, delle nostre credenze e valori.. della nostra Visione. proviamo a tentare un approccio di senso generale a ciò che la vita ci offre.
Nessuno approccio è perfetto, nessuno non si espone a lancinanti contraddizzioni.. nessuno ha sempre tutte le risposte.. nessuno darà mai solo soluzioni facili.
Io non so rispondere davvero a quella domanda….
Temi così complessi non si risolvono nel giro di un post. Ci possono essere confronti, anche durissimi, che durano decenni. Un post, ma neanche un libro, ma neanche un milione di volumi possono dare tutte le risposte.
Ammetto comunque la forza spiazzante di quella domanda..
Però ritengo, arrivati alle battute finali, che abbiamo anche un’altra SCELTA..
Che vede nell’uomo un essere di incalcolabile ricchezza. Un essere che agisce su una pluralità di livelli e vibrazioni. Un essere che non è un semplice ammasso di tendini, tessuti, neuroni..
Ma è anche mente-al-di-là-del cervello, emozioni, cuore, spirito..
Quale di queste due strade renderà la nostra vita appassionanta, unica, libera, eroica?
Quale di esse contiene in se il retaggio più prodondo di tutto ciò che è l’onore e la bellezza di un essere umano?