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Guarito con l’omeopatia – la storia di Igor Casella

by on mar.21, 2016, under Guarigione, Medicina

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Marisa Pontesilli la conobbi alcuni anni fa. Si può dire che fino a quel momento non sapevo assolutamente nulla dell’omeopatia se non vaghissime infarinature. E non è che adesso sia diventato un esperto,ma perlomeno con lei alcuni concetti di fondo mi divennero chiari, come la differenza tra approccio “unicista” e “pluralista”, la legge dei simili, la dinamizzazione, ecc.
Marisa è una di quelle persone che non fanno un lavoro accanto agli altri percorsi della propria vita, ma che fanno del loro lavoro la carne e il sangue della propria vita. Se non sembrasse una espressione troppo vetero-cattolica, potremmo dire che Marisa fa parte di quelle persone che “si immolano” nel proprio lavoro. Ma forse sarebbe ancora meglio dire che hanno trovato, in questa vita, quella dimensione di azione che li fa fiorire in una passione totale, in una dedizione totale. Passione e dedizione totale vuol dire che viene meno nella loro vita il calcolo di chi misura costi e benefici. Non c’è mai stato per Marisa un piano B. Ma una spinta irrefrenabile, una “costrizione” insuperabile, a buttarsi con tutta se stessa nell’omeopatia –che in giovane età le permise di guarire da un tumore- fino a mollare tutto, indebitarsi, e girare per il mondo. E poi creare una scuola, Mirded, e subire rappresaglie e colpi bassi da parte di chi non gradiva e non gradisce che cose del genere esistono.
Per chi vuole leggere l’intervista che feci a Marisa, ecco uno dei link dove potrà trovarla
Oggi invece pubblico l’intervista che ho fatto ad Igor Casella, una di quelle persone che hanno avuto un grandissimo beneficio dall’approccio omeopatico. La risoluzione di una problematica gravosa che, oltre ad ostacolarlo fisicamente, gli aveva ormai tolto pace e serenità. E’ interessante notare come nella “vulgata generale” molti non ricollegherebbero l’omeopatia con la risoluzione di approcci di questo genere. C’è, da parte di molti, una idea molto limitata delle capacità dell’approccio omeopatico. Idea che, direbbe Marisa, non dipende solo da una scarsa conoscenza dell’argomento in questione, ma anche dalla debolezza di approccio di tanti omeopati, i cui non ragguardevoli risultati verrebbero poi,dal senso comune, ascritti a scarsa incisività, soprattutto in caso di gravi problematiche, dell’omeopatia in quanto tale.

Vi lascio alla storia di Ivan.

Quanti anni hai Igor?

39.

Di dove sei e dove abiti?

Sono di Collegno,e abito a Collegno, provincia di Torino.Prima abitavo da solo. Dal dicembre del 2014 mi sono trasferito da mia madre per problemi al bacino, che poi sono quelle problematiche che mi hanno portato da Marisa.

Che lavoro facevi?

Ingegnere, libero professionista. Ora lo faccio ancora perché poi ho ricominciato. Però sono stato fermo quasi un anno. La possibilità di tornare a casa dalla mamma è stata legata da una parte dalla indisponibilità economica legata alla inattività lavorativa. E in parte dall’impossibilità di muovermi da solo a casa.

Racconta di come è sorto il tuo problema?

Allora, il problema è sorto ad agosto 2013. Fondamentalmente è partito con un dolore localizzato nella zona destra all’inguine, e poi è peggiorato nell’arco di poco tempo. Tanto che io ad ottobre-novembre 2013 giravo con le stampelle perché non riuscivo proprio più ad articolare il passo.

Praticamente ti sentivi fisicamente bloccato..

Sì, sì.. parlo spesso del fatto che mi muovevo praticamente come uno sgabello. Nel senso che per camminare, per evitare di sentire dolore, o per contenere quel dolore, nel camminare cercavo di tenere il peso molto fuori dall’asse. Inizialmente a farmi male era solo la destra. Poi ha cominciato a farmi male anche la sinistra. E poi cercavo di camminare con la destra e con la sinistra. Quindi stavo con le gambe molto divaricate.

E naturalmente psicologicamente questo non ti aiutava.

No.. Io comunque continuavo a fare le cose che facevo anche prima. Nella fase iniziale pensavo che il dolore si sarebbe attenuato, che sarebbe tornato tutto a posto. Mi era già capitato in precedenza di sentire fastidio a livello inguinale e cose di questo tipo. Sono quei dolorini che uno si porta dietro e che poi, nel bene o nel male, si risolvono, anche solo dormendoci sopra una notte. Però questo problema specifico non si attenuava ed anzi il dolore continuava ad aumentare, la situazione continuava a peggiorare. Inizialmente ero tranquillo perché il mio medico di base mi aveva diagnosticato una tendinite e mi aveva detto “aspetta che ti passi e la risolvi”. In realtà dopo due tre mesi continuavo a peggiorare. Tutto questo mi metteva un po’ in crisi. Il primo specialista che ho incontrato era un osteopata. La prima cosa che mi chiese, quando andai da lui, è se avessi mai camminato normalmente. Sul momento mi sono fatto una risata, ma mi sono anche detto “accidenti, se lui che vede persone che hanno avuto situazioni come la mia tutti i giorni mi chiede se io abbia mai camminato normalmente, forse la situazione è davvero grave”. Poi, visto che mia sorella è infermiera e lavora in un reparto di ortopedia al San Luigi, le ho chiesto di potere vedere un ortopedico. L’ortopedico è rimasto un po’ spiazzato, perché nel visitarmi non riusciva a trovare una diagnosi che combinasse tutti i miei sintomi. Mi diceva: “mi parli di sintomi che mi farebbero pensare una cosa, ma quando cerco una conferma, non me la dai, non la trovo”. Quindi anche lui, come l’osteopata, era spiazzato. Mi propose di fare nel frattempo tutti gli esami che permettessero di escludere le ipotesi peggiori. Ho fatto gli esami del sangue, le radiografie, ecc.. In ogni caso l’esame che è stato determinante per capire cosa mi stesse succedendo è stato la risonanza magnetica. In seguito alla quale, le diagnosi possibili erano due. Da una parte osteonecrosi; dall’altra algodistrofia. Osteonecrosi avrebbe significato intervenire d’urgenza con l’inserimento di protesi a entrambi i femori. L’algodistrofia è una patologia sfigata, conosciuta da poco più di un centinaio di anni. Sull’algodistrofia non c’è molto da fare. Prima o poi si risolve da sé; però non ci sono cure e non si sa quanto tempo sarà necessario.

Tutto questo non faceva che aumentare la tua inquietudine..

Certo che sì. Soprattutto nell’ipotesi che fosse osteonecrosi. Chi mi fece la risonanza magnetica, mi invitò a ripetere l’esame dopo un mese per vedere l’evolversi della situazione. La prima risonanza la feci in novembre-dicembre 2013. La seconda i primi di gennaio. Da questa seconda risonanza emergeva che il quadro clinico non era peggiorato, ma era –sulla gamba sinistra- un po’ migliorato, anche se si trattava di un miglioramento appena percettibile. Questo però significava che non si trattava di osteonecrosi. La notizia sembrava positiva, perché a quel punto si trattava di algodistrofia e non si trattava che di aspettare. L’ortopedico, comunque, mi disse, che, pur credendo che si trattasse di algodistrofia, voleva provare a sentire il parere di altri medici. Io mi confrontai con il reumatologo del San Luigi, secondo il quale ciò che avevo poteva essere rivelativo della sindrome di Reiter o artrite reattiva. Lui ipotizzava che io avessi una infiammazione localizzata in qualche parte del corpo e che questa infiammazione avesse generato quella forma di artrite a livello del bacino. Dovetti fare un’altra vagonata di esami, dai quali emerse una infezione di poco conto –paragonabile all’influenza- agli organi genitali. Si trattava, mi disse l’urologa, di qualcosa di estremamente blando e di estremamente diffuso; due persone su cinque avrebbero questa infezione. Si trattava semplicemente di farla passare, senza ricorrere ad alcun tipo di antibiotico. Ma il reumatologo invece pensava che che, visto chel’artrite era stata ingenerata da questa infezione, sarebbe stata buona cosa che avessimo curato quell’infezione, per poi curare l’artrite ingenerata da quell’infezione. Dovetti allora assumere degli antibiotici per quell’infezione e poi inizia un trattamento con il reumaflex, un farmaco utilizzato, appunto per curare l’artrite. Nel frattempo continuavo a tenere monitorati i valori del sangue. Tutto questo fino ad agosto 2014. Nel mese di agosto mia zia mi parlò di un ortopedico delle Molinette che mi avrebbe potuto proporre una cura studiata per l’algodistrofia. Questa cura consistette in quattro infusioni fatte nell’arco di due settimane. Quattro giorni di day hospital alle Molinette. Arrivati a settembre non registravo ancora miglioramenti. Continuavo a muovermi con le stampelle. Era un movimento a pendolo, nel senso che facevo il passo prima con le stampelle e poi con le due gambe che seguivano. Il reumatologo del San Luigi mi propose, a quel punto, un farmaco che non ricordo se era definito “biologico” o “biotecnologico”. E quindi procedetti con questo nuovo farmaco. Nel frattempo io mi stavo convincendo che il problema nascesse dall’alimentazione, per cui stavo cercando qualcuno con cui parlare di questa cosa. Fu proprio nella settimana in cui avevo iniziato ad assumere il nuovo farmaco, che la moglie di un cugino di mia madre, che era a conoscenza della mia situazione, mi disse “guarda, scusami se mi permetto, ma se vuoi io avrei una persona da indicarti e tra l’altro tieni conto che questa persona ha risolto il problema di mia figlia col suo bambino. Questo bambino, fin da pochi mesi dopo che era nato, aveva delle febbri ricorrenti. Abbiamo fatto il giro delle sette chiese, senza concludere nulla. Fino a quando siamo arrivati alla dottoressa Pontesilli, che ha prescritto delle gocce, e con esse le febbri sono sparite. Adesso, a distanza di sei mesi, qualche febbre viene, ma si tratta di qualcosa di fisiologico nella vita di un bambino”. Mia madre mi riportò questa informazione, e decisi di provare con questa dottoressa. Ne parlai con mio padre, che, nel frattempo era giunto alla conclusione di consigliarmi qualcosa di “radicale”; ovvero di procedere con l’operazione per il taglio del femore, e con l’inserimento di protesi. Ma era una ipotesi che non mi entusiasmava molto. Io gli parlai invece di questa Marisa e del fatto che volevo confrontarmi con lei.

E così arrivasti al primo incontro con Marisa..

Sì.. C’è una cosa che non dimenticherò mai del primo incontro con Marisa. Il fatto che, per la prima volta, mi trovai di fronte una persona che considerasse il “tutto”, la “globalità”, anche temporale, di quello che avevo vissuto. Prima di avere quel fastidio a livello inguinale, avevo avuto dolori a livello toracico. Non erano dolori “consueti”. Erano dolori lancinanti. Mi faceva così male il torace che io non riuscivo ad alzarmi dal letto. Dovevo rotolarmi dal letto e poi alzarmi con le braccia. Quando parlavo ai medici di questo “precedente”, mi sentivo dire “va beh.. questo non c’entra niente con quello che hai adesso al bacino”. Ma questa risposta non mi soddisfaceva. Mi dicevo “Magari non c’entra niente.. ma guarda caso prima è arrivato quel problema e, poco dopo, è arrivato quest’altro problema”. Marisa è stata la prima volta in cui una persona –nel momento in cui le ho raccontato di quei problemi toracici e del mio dubbio che fossero collegati con quelli al bacino- mi rispose “eh si.. certo”. Io onestamente ora non mi ricordo se poi mi spiegò concretamente perché disse quel “eh, si certo”. Se mi fece capire su cosa basasse il ragionamento che la portava a fare quella esclamazione. Probabilmente sì. Comunque, al sentire quel “sì certo”, mi sono detto “finalmente abbiamo trovato qualcuno che riesce a vedere il problema nella sua complessità”.

A quel punto intraprendesti una cura omeopatica..

Sì.. le cose sono andate così. Cominciai a prendere un rimedio omeopatico che prendo ancora oggi. Inoltre lei mi diede un compito biologico. Mi aveva chiesto di scrivere la mia storia, la storia dei miei genitori, dei genitori dei miei genitori, dei nonni dei mie genitori; naturalmente, sempre in base a quanto ricordassi. Voglio darti un altro aneddoto del primo incontro avuto con Marisa. Durante la visita, mio padre disse “ah, fermiamo tutte le cure farmacologiche classiche, tu adesso ti curi come ti sta dicendo la dottoressa”. A quelle parole io ebbi una reazione fisica di allontanamento dalla scrivania, che Marisa notò subito. Al che disse “no, lui non vuole adesso smettere coi farmaci”. Poi mi guardò negli occhi e aggiunse “noi adesso andiamo avanti con i tuoi farmaci, e con quello che ti prescrivo io. Certo è che se poi gli esami del sangue cominciano a dare dei risultati strani a livello di fegato o altro.. poi ne riparliamo”. In realtà non c’è stato bisogno di riparlarne, perché, a distanza di poco tempo, gli esami del sangue cominciavano in effetti a dare dei valori non positivi a livello del fegato ed il reumatologo del San Luigi mi disse momentaneamente di fermarmi con l’assunzione, in modo da fare rientrare i valori del fegato. Essendo immunosoppressori, il reumatologo mi disse che dovevo ricominciare a prenderli quando stavo globalmente bene; non dovevo avere influenza, mal di testa, niente. Io quindi mi sono fermato con i farmaci classici e ho continuato con quelli che mi aveva dato Marisa. I farmaci classici non li ho più ripresi. Mi ero convinto che non facessero niente, che non avessero alcun effetto positivo. E mi dava fastidio farmi “sforacchiare” la pancia, con quelle iniziazioni a cadenza grossomodo bi settimanale, specie se probabilmente –così ritenevo- non ne derivava alcun impatto positivo. Per non riprendere “approfittai” anche del fatto che in quel periodo ero anche un po’ influenzato. Continuai allora solo col rimedio che mi aveva dato Marisa e, dopo un po’ di tempo cominciai a registrare un miglioramento della situazione del bacino. Quando andai dal reumatologo, lui e la sua assistente erano meravigliati dal miglioramento che avevo avuto; ed erano anche molto contenti. “Però vi devo confessare”.. cominciò a dirgli. “Cosa hai combinato?”, mi chiedono curiosi. E io rispondo “da che io ho interrotto i farmaci che stavo prendendo non ho più ricominciato”. Allora lui, guardandomi, disse “eh beh.. effettivamente non è merito dei farmaci. Però questa cosa io non posso scriverla. Ma va bene così. Non riprendere i farmaci e vai avanti per la tua strada”.

Racconta tutti i vari passaggi…

Inizialmente cominciai a mollare una delle due stampelle, perché riuscivo ad articolare meglio il passo. Il reumatologo, vedendo questo miglioramento ad una visita di controllo, mi disse “guarda, se io non conoscessi la tua storia clinica mi fermerei qua.. ormai stai migliorando.. stai guarendo.. 2 . Nel corso di quella stessa visita mi chiese “ma tu stai prendendo altri farmaci?”. Gli risposi di no, ma aggiunsi che stavo seguendo una terapia omeopatica. Lui non dette molto credito alla cosa.. “ma no.. quelle sono altre cose..”, disse. Io non sono stato lì ad insistere sul valore del percorso che stavo seguendo. Tornai da lui a dicembre, dove mi confermò, oltre ogni ombra di dubbio, che mi considerava guarito.

Ci posso credere visto i risultati che hai avuto..

Un giorno Marisa mi propose di farmi vedere da un suo collega, Claudio Simonelli, kinesiopata. Non ebbi un momento di dubbio. Il giorno dell’appuntamento, lui mi fece sdraiare sul lettino e mi tenne mezz’ora.. un’ora.. con la mano appoggiata un po’ sotto il collo e un po’ sotto il bacino, ma per lo più mi teneva la testa. Io in quel momento pensavo “chissà che cosa sta facendo questo qua”. Però la situazione non era spiacevole; ero sdraiato, e non sentivo male, anzi. Sta di fatto che nel momento in cui io mi alzai dal lettino e appoggiai i piedi a terra, capii che non avevo bisogno di utilizzare la stampella. La sensazione era di mancanza di dolore dove prima invece, facevo proprio fatica ad appoggiare il piede. Tornai a casa con la stampella in mano e da quel giorno non ho più utilizzato le stampelle. Tornai a casa piangendo. Avevo la sensazione che il problema si stesse finalmente risolvendo. Per un periodo tenni le stampelle in macchina per paura. Volevo averle a portata di mano qualora si rimanifestasse il dolore. Ma ad un certo punto mi sono detto “basta.. queste stampelle in macchina non li voglio più vedere..”. Per cui le misi in uno sgabuzzino in casa. E qualche tempo dopo le diedi a mio padre che credo le abbia buttate (ride).

Ho continuato a vedere Claudio a cadenza settimanale. Poi bisettimanale. Finché mi ha detto che quando volevo ci potevamo vedere, ma ormai potevo sostanzialmente andare per la mia strada. Mi aveva dato anche degli esercizi da fare che, sinceramente, faccio.. ma.. non in modo troppo regolare. Riepilogando, devo ammettere che con il rimedio di Marisa e con il trattamento di Claudio ho colto davvero un grande salto di miglioramento terapeutico. E oggi, per carità, non corro ancora, ma rispetto ad un anno fa ne è passata davvero di acqua sotto i ponti.

Una storia davvero emblematica e rivelatrice.. perché problematiche di salute come quella che hai dovuto affrontare tu, sono problematiche che la gente comune non collegherebbe mai all’omeopatia, come approccio terapeutico. Neanche chi apprezza l’omeopatia. Di fronte a un problema come quello che hai avuto tu si consiglierebbe –anche giustamente per certi aspetti- l’osteopata, il chiropratico, ecc. Vicende come questa ci fanno capire che il campo di azione dell’omeopatia può essere più esteso di quello che solitamente si immaginerebbe. Naturalmente dipende anche da come viene attuata una cura omeopatica. L’omeopatia è un mondo dove la capacità, la conoscenza e l’approccio del terapeuta contano enormemente e possono fare una grandissima differenza tra un omeopata e un altro.

Concordo appieno. Anche io penso che non tutti gli operatori omeopatici hanno uno spettro di conoscenza tale da renderli capaci di affrontare le cose come riesce ad affrontarle Marisa e, per quanto riguarda il suo campo, Claudio. Ed è chiaro che, se incontri il terapeuta omeopatico “sbagliato”, e non riscontri risultati positivi, arrivi a credere che tutta l’omeopatia sia “acqua fresca”. Comunque.. io ritengo di avere avuto un culo della Madonna .

Credo che quello che hai vissuto rientra nei doni della vita. Molte volte si rischia, specialmente di fronte a problematiche patologiche di difficile interpretazione, di stare anni a girare in ospedali, a fare esami e controesami, a smarrirsi in labirinti.. fino ad entrare in una dinamica da eterno malato.

Grazie di avere condiviso questa storia Igor.

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Dialogo con Ippolita Luzo

by on ott.22, 2015, under Resistenza umana

viaggios

Quante persone sono nate con una passione dentro? Quante persone hanno visto questa passione “svegliarsi” dopo anni di prove e forti esperienze?
Quanti hanno una vulcano dentro, e lo tirano fuori e vorrebbero farsi sentire e la loro è una lotta contro il silenzio intorno, contro l’incomprensione, contro mille piccoli invidie, mille piccole ostilità.. ?
Ho pensato a volte a queste persone che hanno tanto da dire e invece di incoraggiare la loro voce, l’ambiente intorno sembra volerli disincentivare. Sono persone che non hanno scaltrezza, che non sanno “vendersi” bene, che non amano compiacere, e non si affiliano a gruppi, cordate, piccoli clan letterari o di altro genere. Sono persone un po’ troppo fuori margine per chi è abituato a inquadrare tutto. O poco “istituzionali” come poco “istituzionale” è considerata l’amica Ippolita. Non fa parte di una associazione, non è in alcun gruppo che conta, non è collegata alla politica, non è “giornalista professionista”, non è in alcuna “cordata letteraria”, anche locale, di un certo rilievo. E per questo la si considera quasi ‘importuna’ da parte degli addetti ai lavori del mondo letterario e artistico. E’ di quelle persone che se partecipa ad una iniziativa pubblica, a qualunque titolo, alla fine difficilmente la si citerà.. perché.. è poco.. “istituzionale”, perché semplicemente non si pensa che lei possa portare “vantaggi” a chi la coinvolge, e l’opportunismo, come molti di voi sapranno, non ha confini, e dovunque ci saranno quelli che classificheranno gli altri in “utili” per i propri scopi e “non utili”.
Io invece credo (e sono in tanti a crederlo) che a volte sono proprio le persone “fuori dai giochi”, e senza “titoli”, “ruoli”, “appartenenze” particolari ad avere una bella voce, una voce di semplicità, umanità, sincera volontà di condivisione. La loro passione è ancora più meritevole, perché poco gratificata dal mondo circostante e nonostante tutto perseverante nella fedeltà a se stessa.
E così è Ippolita, che raccontava l’Eneide e altre storie ai malati che con lei facevano la chemioterapia, e faceva loro doni, e li faceva volare con la mente, alleggerendogli l’anima in quei giorni molto duri per tutti loro. Non è questa “arte di vivere”? E non è questa “letteratura al servizio dell’essere umano”.
Ippolita che dopo una vita a tenere spesso dentro una buona parte del suo mondo e dopo gli anni della chemio e di altre sofferenze fisiche, trova la sua “magica ossessione”.. e scrive, scrive ovunque, su ogni pezzo di carta, in ogni luogo. E legge a tutti, perché sente che la scrittura tenuta solo per se stessi non ha valore, e vive negli altri, nell’ascolto degli altri, nelle emozioni che gli altri provano con essa. Ed Ippolita scrive anche degli altri.. fa continue recensioni su eventi, spettacoli, libri, poesie.. perché le piace valorizzare gli sforzi creativi di chi incontra.
Ippolita la conobbi un giorno alla Ubik di Catanzaro Lido quando, nell’ambito di un libo che quel giorno lì veniva presentato, parlò con voce commossa di quelle donne che, come sua madre, avrebbero voluto scrivere, insegnare, comunicare, ma, per i limiti del tempo, dovettero passare gran parte della loro vita tenendo dentro di se il proprio mondo.
Di seguito, un dialogo che ho avuto con lei.
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-Di dove sei Ippolita?

Sono di Lamezia, al tempo Nicastro, dove abito e non abito.

-Come è stata la tua infanzia?

Sono nata in una famiglia patriarcale. Stavamo tutti in una grande casa nobiliare: nonna, nonno, i fratelli di mio padre, mia mamma, mio fratello, mia sorella. A tavola, a pranzo e cena, ogni giorno, eravamo in molti; circa 10-12. Fino al 1962-1963 è stato sempre così.
Negli anni sessanta Nicastro non aveva ancora costituito, insieme a Sambiase e Sant’Eufemia, Lamezia. Molti anni fa era solo Nicastro. Ed era bellissima. E’ bella anche adesso, ma è molto peggiorata. Molti palazzi e strade sono irriconoscibili e anonimi. Io abitavo in una strada del centro storico. Ricordo come un incubo la sparizione del giardino di fronte casa mia che era parte di un palazzo nobiliare un po’ malandato, figurati che quando pioveva entrava l’acqua. Un palazzo scomodo, freddo. Mancavano i confort. Avevamo la televisione, ma, quando si ruppe, il nonno non la ricomprò più. Il telefono arrivò tardissimo. Io vivevo immersa in uno stile di vita che era più antico rispetto ai tempi. In confronto alle mie compagne del liceo, era come se vivessi in un’altra epoca. Noi, come famiglia, stavamo sostanzialmente per conto nostro; avevamo pochi scambi sociali. Incontravamo qualcuno quando venivano i parenti. Avevamo una grande cucina con il forno a legna e qui facevamo il pane, il maiale, i taralli per Pasqua. Avevamo la campagna, quindi c’era abbondanza di frutta, olio, vino. Di solito quello che ci avanzava lo regalavamo, piuttosto che venderlo. Ricordo ancora l’immagine di mio padre che arrivava con i fichi. Questo era il mondo da cui vengo io. Un mondo agricolo, di contadini, proprietari, senza essere imprenditori. Un mondo antico anche per quei tempi. Di carattere sono sempre stata timida, introversa. I pochi altri contesti in cui mi ritrovavo non mi aiutavano a socializzare. Quando frequentai il catechismo non mi fecero partecipare al coro, perché dicevano che ero stonata. La mia solitudine, comunque, nasceva a casa dove, nonostante la famiglia numerosa, avvertivo una grande estraneità. Questa sensazione di estraneità l’ho portata con me negli anni. Ma non ho mai amato l’idea di stare sola per conto mio. Ho sempre avuto un grande desiderio di partecipare alla vita sociale, mi piace molto stare insieme con gli altri. Non sono, quindi, una solitaria per scelta; sono una solitaria per destino. Quando sono entrata in un contesto collettivo, e sentivo che finalmente trovavo il mio posto in mezzo agli altri, trovavo qualcuno che mi cancellava. Questo succede anche oggi. Ho cercato di reagire a questa cancellazione, dicendomi frasi come “mi cancellano perché vorrebbero che io reagisca in modo più aggressivo”, mi cancellano “Perché li oscuro”. Ora invece faccio della cancellazione la mia forza.
Anche fisicamente ero una ragazzina molto fragile, molto debole. Ricordo che non riuscivo a fare le scale di casa tanto ero debole ed ogni estate facevo le punture di record B12; che erano delle vitamine. Amavo la scuola, uno dei pochi contesti in cui mi trovavo bene. Sono andata a scuola un po’ prima, un anno prima. Ho sempre amato leggere.

-C’è qualche episodio in particolare della tua infanzia che ti è rimasto impresso?

Allora… Io ho impiegato tantissimo ad imparare a stare in bicicletta. Ora… immagina che una volta, per fare la salsa, si mettevano le bottiglie di salsa a bollire fuori. Dietro casa mia c’era uno slargo, e le donne che abitavano nel vicolo mettevano lì fuori a bollire le bottiglie. Accendevano il fuoco e in questi fusti grandi mettevano le bottiglie. Un giorno, con la bici, andai a sbattere proprio contro questi pentoloni!
Ricordo che in quei vicoli passavano gli asini con le ceste. Io abitavo nel rione più antico di Nicastro; sotto casa mia c’erano tutte casette basse, e c’eranoi vicini che stavano seduti uno accanto all’altro perché si conoscevano tutti. La scuola media stava nel quartiere nuovo. Per arrivarci attraversavo la città. Mi accompagnava una compagna che, a differenza di me, era alta e più “in forze”. Mi portava i libri che io, debole, non reggevo. Durante “il tragitto”, di tanto in tanto dovevo fermarmi a riposare.
Di carattere ero talmente timida che, quando, arrivata al quarto ginnasio trovai una classe mista, fu uno shock. Ero la più piccola della classe. La professoressa mi rimandò in latino in greco e, a settembre, agli esami di riparazione, mi bocciò. Quando le chiesi perché mi avesse bocciato, lei rispose che lo aveva fatto perché ero troppo piccola. Successivamente mi resi conto che in questo modo mi aveva agevolato. Ripetendo il quarto ginnasio, ero sempre la più piccola, ma almeno un po’ più coetanea con gli altri. Prendevo voti alti. Frequentai regolarmente il liceo, sempre un po’ fragile di salute. Per dirti come tutto per me fosse più complicato che per i miei coetanei, ti faccio l’esempio del telefono . In quegli anni era entrato in tutte le case ma mio padre diceva “il telefono no, perché poi parlate con gli uomini”. Dopo il liceo, mi iscrissi in filosofia a Messina. A Messina stavo in una sorta di convento, un pensionato gestito dalle suore. Anche se, la maggior parte dei tempo la trascorrevo a Nicastro. Mi sono laureata in filosofia, con un tesi su Stirner e il suo concetto dell’”Unico.” Io avrei voluto fare la tesi sulle donne, sul femminismo.
Dopo la laurea, per sette anni restai disoccupata. Trascorrevo in questa grande casa autarchica, una casa dove non c’era nessun divertimento, nessuno svago, nessuna relazione. In quei sette anni l’unica cosa che, praticamene, facevo era leggere, leggere, leggere. Finalmente nel il 1984 indissero il concorso a cattedra, lo vinsi iniziai a girare la Calabria. Il primo posto in cui mi inviarono era Umbriatico. Si tratta di un paesino, a circa 160 km da qui, che adesso si trova in provincia di Crotone. Lì sono piombata nel medioevo più assoluto. A Lamezia c’era pur sempre un cinema, un teatro, una vita sociale. Ad Umbriatico non c’era niente. Nessuna pompa di benzina, nessuna edicola, niente di niente. Solo un negozio per tutto. La gente era come quella di Anime Nere, il famoso film di Munzi e Criaco. I giovani non c’erano, erano emigrati, lasciando i figli piccoli ai nonni. La scuola era una stanza con la stalla, e in un altro palazzotto c’era la media. Questo è stato il mio ingresso nella vita lavorativa. Ingresso difficilissimo anche perché non sapevo insegnare. La scuola non ti insegna ad insegnare. Ti manda sostanzialmente allo sbaraglio. E io non sapevo da dove iniziare. Visto che conoscevo Dostoevskij, Tolstoj, tutta la letteratura francese, Bel Ami, Balzac… erano queste le cose che raccontavo agli alunni. Costantemente una voce interiore non mi dava pace. “Che gli devo dire?” . L’anno dopo fui inviata a Melissa. Ancora peggio. A Melissa ebbi la sensazione di vivere ancora più indietro nel tempo; gente cattiva, che ti spiava, che sentivi che ti stava con il fiato sul collo. il Preside era sporco, proprio fisicamente sporco, e gli alunni erano di una aggressività allucinante. Poi fu la volta di Mesoraca; e anche lì fu un inferno, sia come colleghi sia come alunni. Ho cominciato ad insegnare bene solo quando mi trasferirono a Monterosso, dieci anni dopo che erano iniziate le mie peregrinazioni con l’insegnamento. I ragazzi erano bravissimi; e forse anche io avevo imparato ad insegnare. Fu una esperienza bellissima. Quando, i n quanto soprannumeraria , fui mandata a Serra san Bruno, i genitori andarono al Provveditore per chiedere di farmi rimanere. E’ la cosa più bella per un insegnante; essere richiesta dai genitori. Finii poi Polia. Altro luogo bellissimo. E’ proprio vero.Esistono luoghi e luoghi. Gli alunni erano deliziosi e studiosi. Li penso tutti con grande affetto. Sono rimasti con me tre anni. Infine giunsi a Lamezia, nel 1998-1999. Inizialmente mi inviarono per due anni ad insegnare ad una scuola particolare del centro storico; una scuola di alunni con grande disagio. Ed in seguito alla Manzoni. E’ stato un bel periodo. Fino a quando ho dovuto smettere per motivi di salute. Intanto mi ero sposata nel 1988, e avevo avuto mio figlio nel 199o.

-Come era sorto il tuo problema di salute?

Come hai potuto capire, non sono mai stata granché bene in tutta la mia vita. Il mio cancro, perché di un cancro si trattava, emerse già con uno stato di salute molto debilitato. Erano gli anni 1999-2000. Avevo avuto un segno rivelatore. Un polipetto all’ano. Anche se l’ho capito dopo, perché i medici non diedero ad esso l’importanza che meritava. Queste cose te le dico perché potrebbero servire ad altri. Quando ci si imbatte in un polipetto all’ano, si deve assolutamente fare la colonscopia. Scoprii dopo, il polipetto all’ano è la spia del cancro al colon. Invece io andai dal proctologo che era un imbecille e che, non mi fece fare nessuna colonscopia e che mi disse “ah sì, lei ha un polipetto all’ano, glielo bruciamo a Catania”. Dopo questo intervento di bruciatura, non sono stata bene, perché avevo dei dolori lancinanti. Andai da un dottore di Roma, primario all’Umberto I. Anche lui non mi fece fare la colonscopia, ma mi diede una sua crema. “Signora –mi disse- le passerà qualsiasi dolore, qualsiasi ragade” . Per lui si trattava di –ragadi rimaste durante l’intervento. Sia la crema che le visite costavano tantissimo. Ma non servirono a nulla. Io stavo sempre male, perdevo sangue. Nel 2002 e nel 2003 ero arrivata a stare così male che mi facevano le flebo di ferro. Più il tempo avanzava, più il mio malessere peggiorava. Un giorno di febbraio 2005 , proprio il giorno San Valentino, mentre mi trovavo a scuola a fare gli scrutini, sentii un fortissimo dolore, come se stessi per partorire. Tornai a casa e poco dopo dovetti essere operata. Con l’intervento emerse ciò che avevo: mi tolsero circa 20 cm di intestino; era un tumore abbastanza alto. Dopo l’intervento dovetti intraprendere la chemioterapia. Furono sei mesi di chemio, due volte al mese. Le feci a Catanzaro, presso l’Ospedale Pugliese, con il professore Mollica. Io non la volevo fare, e cercai di affrontarla a modo mio. Ad esempio, avevo comprato i braccialetti anti nausea e il professore mi diceva “e sì signora, e voi ora con i braccialetti avete risolto”. Oppure facevo l’agopuntura e lui diceva “questa è la signora dell’agopuntura”. Anche se Il dottor Mollica aveva un approccio molto quadrato, molto tradizionale, nel tempo nacque un bellissimo rapporto. Pensa che ci scambiavamo i libri. Ricordo uno di questi libri, “La fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani. A lui piacevano i nostri “scambi”, e mi diceva “è così che dobbiamo fare”. Intendeva che così doveva essere l’empatia tra medico-paziente. E’ rimasto un bel rapporto tra noi. Recentemente, l’ho incontrato al cinema e mi ha detto..“lei signora scrive ancora?”

-Ritorna sul periodo della chemio…

La chemio la feci dal 2005 al 2006, a Catanzaro, come ti avevo detto. Dovevo stare là tutto il giorno, perché avevo il port. Il port consiste nell’aver sotto la pelle un impianto. Loro ti fanno una sorta di infusione, con delle flebo. Ricordo che stavo in una sala piccola, in cui c’erano altre cinque persone. Tutti e sei eravamo attaccati alla flebo. Il primo giorno in cui entrai per fare la chemio vidi queste persone tristi. Allora mi sono messa a parlare “Adesso vi racconto una storia”. E gli ho raccontato l’Eneide, gli ho parlato di Didone. Si sono tutti rianimati. Erano tutti felici. E così ho sempre fatto quando andavo là.

-E’ bellissimo quello che hai fatto..

Questo per dirti che io non sono una “vera” solitaria. Non sono quel tipo di “solitaria” che detesta stare con gli altri, che vuole sempre stare nella sua solitudine. Io quando andavo tra questi malati, parlavo, parlavo; parlavo tanto. E poi portavo i fiori. Devo dirti che nonostante la chemio sia qualcosa di durissimo e doloroso, quella fu per me una bella esperienza; perché fu una esperienza di umanità, di condivisione, di socialità. Fu una opportunità di stare con gli altri. Circa l’impatto della chemio, tutto sommato per diverso tempo ressi abbastanza bene. Ma alla fine mi sono sentita malissimo. Mi venne la candidosi. Proprio con la fine della chamio, cominciò l’inferno.

-Racconta..

Nel 2006 cominciai a produrre schiuma. Schiumavo come una lumaca. Avevo proprio la lingua bianca. E come schiumavo in bocca, il dottore mi spiegava che schiumavo anche dall’interno… nella pancia, nello stomaco… una cosa pazzesca. A lungo trovai medici superficiali che non capivano quello che avevo. Che mi dicevano le solite banalità del tipo “sei depressa”. Finalmente trovai un medico di Roma che mi disse che avevo la candidosi. Questa problematica mi aveva ridotta ad essere uno zombie. In quei due anni non tornai a scuola. Molti colleghi dopo l’intervento e la chemio tornano a scuola. E anche io, mentre stavo facendo la chemio, dicevo ai colleghi “ora torno, ora torno”. E invece mi venne questa candidosi terribile. Per due anni non ho saputo come uscirne. Furono due anni di inferno. Credevo di morire. Ormai anche andare a fare le visite mediche era uno strazio. Non riuscivo più a camminare; barcollavo. Tutto questo fino a quando incontrai una persona che mi salvò. Era un ortopedico di Roma che mi diede una cura senza carne e che mi disse “Si prenda un limone spremuto ogni giorno”. Con la dieta e il limone mi passò la candidosi. Prima, come ti dicevo, avevo schiuma all’interno del corpo, mi sentivo sempre gonfia, ero sempre dolorante, sempre piegata in due. Tutto questo passò grazie alla dieta e al limone. Nanni Moretti in Caro Diario racconta le sue vicissitudini di salute, e dice “Ho imparato che ogni mattina si deve prendere un bicchiere d’acqua tiepida con un limone spremuto”. E’ molto importante, in questi casi, incontrare la persona giusta. Ci sono certe persone che ti danneggiano più che aiutarti, o comunque ti tolgono energia piuttosto che motivarti. Pensa che una psicologa un giorno mi disse “va beh, mio padre è morto, tutti dobbiamo morire”. Comunque la guarigione richiese mesi. Oltre a questa tremenda candidosi, successivamente ebbi un altro bestiale problema fisico. Tutto iniziò con un grande dolore alla gamba. Dopo l’intervento e la chemio, zoppicavo sempre. Non riuscivo comunque a capire come venirne a capo. Decisi di andare da quel medico di Roma che mi aveva fatto conoscere l’acqua col limone e mi disse “signora, lei non ha niente alla gamba, ha avuto uno spostamento del bacino e quindi ha sbilanciato e deve mettere un tacchetto più alto di una scarpa.”. Il trucchetto del tacchetto funziona… sulla gamba… a quel punto però.. non riuscivo più a masticare. Il tacco aveva innescato una sorta di mutamento a livello di mandibola. Prima andai da un dentista che per due volte mi da un byte, m io non riuscivo a stare con questo byte. Poi andai in un famoso centro dentistico che si trova a Crotone. Lì ho avuto a che fare con lo gnatologo, che è quello che si occupa dei byte. Mi applicò un byte e, dopo qualche mese, non vedevo più, non camminavo più. A un certo punto mi sono tolta di bocca questo byte; e mi successe di tutto. I denti cominciarono a sbattere l’uno contro l’altro. Ancora adesso ho tutti i denti rovinati. Per fortuna incontrai un osteopata, che si chiama Oreste Montepaone e lavora a Catanzaro. Lui riuscì a risistemarmi. Da allora, ogni settimana devo andare da Oreste che mi sistema la mascella, mi sistema la gamba e me la mette dritta e gran parte delle problematiche fisiche vengono meno.

-La scrittura è la tua passione, racconta come nacque tutto questo, cosa ti ha accesola scintilla.

Nel 2009 avvenne un evento che fu uno spartiacque per me. C’era una signora che aveva organizzato un evento con un pulmino, ma gli era venuta meno uno dei partecipanti, lei mi chiese di prendere io il posto di quella persona e lo feci. Si trattava di andare ad Ischia dove lei doveva ritirare un premio di poesie. Le sue poesie mi piacquero e scrissi un pezzo. Tempo dopo, nell’ambito di un evento organizzato a Lamezia, mi venne chiesto di leggere quel brano. Provai una emozione particolare nel farlo. E questo fu uno stimolo a continuare a scrivere. Una delle motivazioni interioro era che mio figlio mi leggesse. All’inizio mi dicevo “scrivo perché mio figlio mi legga”… “scrivo, glielo faccio leggere, lui lo leggerà, e io parlo con lui”. Poi mi sono resa conto che molte volte non mi leggeva. E allora ho cominciato a dirmi “adesso dice che non mi legge… però poi… mi leggerà.” Posso però dirti che un momento decisivo dal punto di vista “tecnico” fu l’avere imparato il PC. Prima ho sempre scritto su fogli di carta, e mi trovavo piena di fogli che smarrivo continuamente. Anche perché scrivevo dappertutto. Sull’agenda, sugli assegni, sulle note della spesa. Nel 2007 tutti quei foglietti li bruciai. Per imparare il PC ho fatto venire un ragazzo a casa per insegnarmelo. Era il 2010. Poco dopo, dovendo scrivere una presentazione per il libro di un amico , scoprii l’esistenza dei siti letterari. Per me fu una rivelazione. Ora quell’ubriacatura mi sembra una cosa lontana. Ma in quel momento per me era come trovarmi nel “paese dei balocchi”. Tutti questi siti letterari, dove si poteva scrivere in continuazione e confrontarsi con gli altri, commentare, vedere i loro commenti. Appena entrai in questi siti, mi sembrava di essere in uno dei collettivi degli anni ’70. Io ero un po’ troppo impetuosa nel pormi, e anche molto schietta. Questo comportava che venissi bannata da quei siti o che me ne andassi io. Nel 2012, un professore che avevo conosciuto proprio su uno di quei siti, e che aveva apprezzato il mio stile, mi aprì un blog. E si può dire che dal 2012 ad oggi io scrivo in continuazione.

-Se dovessi chiederti perché scrivi, come risponderesti?

A me piace comunicare. Per comunicare io non ho trovato altro sistema che non sia quello del foglio. Per comunicare posso usare solo la scrittura. Lo posso fare dicendo ad un’altra persona quello che io penso di lui, di quello che scrive. E’ un modo per conoscersi. Ed è un modo per fare un dono. “Ti do questa parte di me”.

-Quindi non sei molto d’accordo con chi dice di scrivere solo per se stesso e che non gli interessa se altri leggono o meno?

Assolutamente no. Per me sono dei pazzi. Per me la scrittura è imprescindibile da chi ti legge. Voglio anche dirti che dalla scrittura si capisce se ciò che uno dice è vero o falso, e se chi scrive è una persona “vera” o “falsa”.

-Di cosa scrivi maggiormente?

Sai che non potrei dirti un argomento particolare sul quale scrivo.. si può dire che scrivo di qualsiasi cosa.

-Questi anni ultimi anni come sono stati?

Per certi aspetti è stato un periodo in cui è stato possibile che le mie idee cominciassero a trasformarsi in realtà. Per altri versi è stato un periodo di cancellazione. Da sempre in un certo senso io sono cancellata. Ma negli ultimi tempi è avvenuto con particolare intensità.. Un mio amico giornalista dice che vengo oscurata perché non sono “istituzionale”. Anche in un’altra iniziativa a cui avrei dovuto partecipare, seppi che alla fine non ero stata invitata perché non ero… “istituzionale”. Io non sono presidente di una Associazione, non faccio parte di un partito, non sono una giornalista, non ho potere economico. Non sono nessuno, quindi… hahaha.

-Detta così è quasi un complimento, perché istituzionale vuol dire che sei nel sistema. Le parole che noi usiamo ci qualificano. Qualificare una persona come “non istituzionale”, vuol dire porsi nei confronti di quella persona in una posizione di spocchia, di giudizio.

Ma il mondo letterario e culturale è un mondo di spocchia e di giudizio… e di cordate…

-Cosa intendi per cordata?

Le persone che operano nel mondo della cultura si aggregano in gruppi di mutuo sostegno reciproco. Anche quelli che sono bravi si devono appoggiare a qualcuno, altrimenti non trovano spazio.

-Insomma sinergie di pura convenienza?

Si… come si forma una cordata? Immagina uno scrittore locale che ha raggiunto un successo di portata nazionale, meglio morto. La cordata si manifesta nel parlare di lui, nello stare vicino a questo scrittore, nel fare iniziative su di lui, morto.. Anche perché, tramite la sua luce, di riflesso, si cerca di avere visibilità. E poi ci sono tanti modi per cercare visibilità. Adesso vanno di moda gli incontri con dieci persone, perché dieci persone sono una garanzia per la riuscita della serata. Una cosa che mi indigna profondamente è poi tutto quel mondo di coloro che si vogliono creare una posizione attraverso l’esibire il loro essere antimafia. Io ho messo un disegno sul mio profilo dove alcune vittime di mafia dicevano “per favore dimenticateci, perché voi non potete fare le vostre carriere sulle nostre morti”. Opportunisti dell’antimafia per fare la loro carriera. Altra cosa che ho notato nel corso degli anni è che pochi, davvero pochissimi, hanno una vera opinione indipendente. Moltissimi non si accorgono, in modo indipendente, se una persona è brava o meno. Se io mi accorgo che una persona è brava, senza che me l’ha detto nessuno, mi dicono “a te chi te l’ha detto?”. Il plauso della gente comune viene solo dopo che qualcuno di importante e di autorevole ha dato la sua approvazione. Prima non ti considera nessuno. E comunque sono arrivata anche alla conclusione che gli altri, con le dovute eccezioni, se ti incontrano la prima volta.. le prime cose che notano sono come ti vesti, quanti soldi hai e se puoi essere loro utile, se puoi servire in qualcosa.

-La tua vita può essere intesa alla luce dell’amore per la scrittura e la condivisione…

Guarda.. nel 2009 ho cominciato a girare con questi fogli in borsa. E lì leggevo dove mi trovavo. Una volta leggevo ad una persona su una panchina, stavo leggendo quella che era “la mia pasquetta” e una donna che si trovò a sentire mi disse “signora, questa è la pasquetta mia”. Avevo il desiderio di leggere in continuazione quello che scrivevo. Ad esempio alle otto di mattina chiamavo e dicevo “Buon giorno, ho scritto questo”. E leggevo quello che avevo scritto. E ho cominciato a scrivere. E poi ho cominciato a leggere in pubblico.

-Ricordo un tuo appassionato discorso alla Ubik di Catanzaro Lido…

Io esprimevo alla Ubik la bellezza e la difficoltà delle donne che potevano scrivere. Mia madre ha sempre voluto fare la maestra, ma le era sempre stato negato, e ha fatto una vita difficile, portandosi dentro questa mancanza. Ancora. adesso che ha 90 anni , vive con questo senso di mancanza. Quella sera dissi che sono contenta di essere andata a scuola… posso scrivere, posso insegnare, posso parlare. Grazie sempre a Nunzio Belcaro, alla sua sensibilità, a Gianluca Pitari. La libreria Ubik ama la scrittura. Per me scrivere è relazione..

-Voglio concludere con qualche tuo brano. Leggine due..
Questo brano si chiama “Dove ritorniamo”..

“Nella circolarità nostra vita ritorniamo sempre all’infanzia, all’adolescenza. Tutto quello che succede dopo è una schermata, e poi l’infanzia ci insegue e ci riporta indietro. A lei ritorniamo più o meno consapevoli, più o meno felici, più o meno soddisfatti. Le rondini di maggio, i loro voli circolari rasenti il mio balcone e di fronte la chiesa barocca, il suo bellissimo giardino che nessuno ricorda più. La nonna che fumava qualche sigaretta di nascosto come una ladra, dietro una finestra. Lo zio lento, maldestro, che sicuramente avrebbe rotto qualche tazza, avrebbe versato il latte per le scale. La mia mamma che lavorava con i capelli corti, un foulard in testa. Scendeva in una botola, prendeva la carbonella, preparava un braciere, per una serie di maschi per i quali era d’uopo riscaldarsi. Le donne di casa preparavano grandi ceste con cenere fumante e le lenzuola bianche sotto la cenere profumavano di buono e di famiglia. Ugo mi accompagnava a scuola. Palma veniva nella nostra campagna, dormiva da noi il sabato. Poi ritornava alle sue galline, ai suoi cani, ai suoi gatti. La cucina in muratura, il forno a legna per fare il pane, i taralli per pasqua con l’anice nero, e il baccalà con le patate del venerdì. Ero convinta mi volessero avvelenare, bambina, chissà perché. Leggevo troppe favole nere. Ero convinta di essere di troppo in quella famiglia numerosa, articolata, complessa. Ero sicuramente non capita. Non c’era il tempo. Mangiavo quindi poco. Ero magra, magrissima. Debole, debolissima. Quanti record b-12 ho bevuto nelle primavere della mia infanzia e della mia adolescenza. Pensavo, leggevo e pensavo. Studiavo, amavo la scuola, non conoscevo altro. Amavo i diari scolastici, i quaderni, le penne, il banco, dove io trovavo il mio posto. Non c’era posto per me in parrocchia. Ero timida, poco intonata, nemmeno un coro. Riuscii ad andare in bicicletta dopo e ricordo un grande pentolone di salsa contro cui andai a sbattere nel vico chiuso dietro casa. Non imparai nemmeno l’alligalli malgrado gli sforzi di mia cugina non avevo ritmo, non parlavo.
Con chi avrei potuto parlare di personaggi letterari, leggere poesie che scrivevo e sceneggiature mai recitate. Avevo sempre il muso. Il mio papà sempre molto carino, mi chiamava Cassandra, capra maltese cioè testarda. La zia Giuditta mi chiamava Sandrina, le ricordavo Sandra Mondaini. Per tutti ero studiosa, capace, ma poi finiva lì, come se fossi ancora in quella casa dove per altro non vivo più da tanti anni. Ma non sono vissuta da nessun’altra parte. Non ho ricordo delle altre case dove ho abitato. Non ho ricordi di questa dove abito da più di 15 anni. Tutti noi non andiamo da nessuna parte, ma è bello andare. Quello che non ho fatto allora lo faccio ora. So ballare l’alli galli, so parlare in pubblico, sono elegante e sono carina. Saprei fare molte altre cose se sarà il mio destino farle. Il tempo è circolare. Nulla si perde e tutto è per sempre, ma la selezione annulla il superfluo. Il banale, il quotidiano, annulla lo squallore di una vita falsa e ci ridona le immagini essenziali a dirci chi siamo.”

Quest’alro brano è dedicato ad Amy Winehouse ed ora anche a Whitney Huston..

“Nel dissolvimento del mio mondo ho pensato che vivere la mia sofferenza, mi avrebbe permesso di essere capita dai miei cari. Così, nelle televisioni private, in qualche associazione, elegiacamente ho intonato il canto dell’amore perduto, commentando poesie di altri poeti, parlando di Emily Dickinson, parlando convinta che i miei cari avrebbero capito le mie ragioni. Sono venuti anche a sentirmi. Hanno visto i giornalisti locali che mi intervistavano, le persone che mi porgevano i fiori, che si congratulavano, si erano commossi gli spettatori, e loro, i miei cari “adesso ti sei specializzata, adesso puoi fare solo questo”. E io che parlavo per loro! Adesso ho iniziato a parlare per me. Ed è successo di tutto. L’invidia profonda di chi si sentiva scavalcata. Le persone semplici che mi dicevano di avermi visto in televisione e che mi domandavano quando avrei fatto un libro. Ma io non voglio scrivere nessun libro. La mia casa è invasa da libri, da fogli, da agende. Scrivo dappertutto. Esco e penso a quello che scriverò a casa. Ti credo perché penso che ti sia successa la stessa cosa. E’ la frase creativa. Mia sorella quando mi vede con un foglio in mano, scappa. Ho smesso di leggere alle amiche. Non possono capire il turbinio che abbiamo in testa. Le voci, i personaggi, le storie che vogliono essere scritte. A volte scrivo come se fossi in trance. Non so neanche io cosa racconterò. Poi ovviamente ci diamo una regolata. Qui pubblicano tutti. A che pro. Una volta lessi un libricino piccolo piccolo. Della Sperling forse. La storia di una donna di una piccola città che faceva conferenze, veniva premiata con qualche premio letterario. Pensai “che squallore una vita così”.
Ho cercato a lungo quel libricino, scritto da un ragazzo molto bravo ma non l’ho trovato, giù dove deposito riviste, libri, quaderni. Ho cercato – Frammenti di un discorso amoroso- lo sapevo a memoria- dove lo avrò messo? Amy, già a sedici anni scriveva le sue canzoni, Amy le ha cantate al mondo intero, Amy era infelice, nonostante tutto non aveva niente. Hai ragione, abbiamo creato dei mostri, ma non sono gli oggetti i responsabili, siamo noi con il nostro uso distorto a creare infelicità e malessere. Povera Amy, poveri pazzi, in un momento storico che ha tutto tranne il rispetto dei sentimenti. Amy è nata il 14, io il 13 settembre Cosa vuoi che mi interessi quando la corrispondenza finirà e tu potresti diventare famoso? Certo ti auguro di veder realizzato il tuo sogno, ma per me il momento più importante è questo, quello del creare. Dopo, vedrai, dirai-Tutto Qui?- Dopo la soddisfazione di avercela fatta sentirai come me, come Amy, la profonda sensazione di essere estraneo a quel che ti circonda. Perché siamo fatti così, siamo in tanti così, ma va bene così.

 

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PANE DI LIBERTA’- grano Senatore Cappelli e macinatura a pietra. Intervista a Stefano Caccavari

by on lug.21, 2015, under Ispirazione, Resistenza umana

Stef

Il pane che noi oggi mangiamo è un’altra cosa rispetto al pane che si mangiava un secolo fa. E’ un’altra cosa il processo di macinazione. E’ un’altra cosa il processo di coltivazione del grano. E’ un’altra cosa lo stesso grano, lo stesso seme utilizzato.

“E con ciò?”.. direbbe qualcuno. “Non muta tutto nel corso del tempo? Nulla resta uguale. Nel corso dei secoli e dei millenni i semi e le piante sono mutati, o per intervento umano, o per incroci avvenuti in natura”.
E qui c’è da fare un chiarimento, che seppure espresso con riferimento ai cereali, visto che è di grano che si parla in questo testo, non vale solo per essi.
Anche i cereali, come tutte le specie viventi in realtà hanno subito modificazioni nel corso dei secoli o dei millenni. O per incroci avvenuti spontaneamente tra varietà che vivevano in un medesimo ambiente o attraverso la selezione e l’ibridazione perpetrata dall’uomo mediante pratiche agrarie. Questi mutamenti non vanno però confusi con le modificazioni genetica effettuate in laboratorio. Per mutazione genetica si intende una qualsiasi alterazione che avviene a carico di una sequenza di DNA che ne modifica il funzionamento. Queste modificazioni possono essere i veri e propri OGM, quando si agisce direttamente sul DNA. Ma possono essere ottenute anche attraverso l’uso di agenti mutageni; essenzialmente sostanze chimiche o radiazioni ad altra frequenza.
Gran parte del grano coltivato attualmente in Italia (e nel mondo) è frutto di mutazione genetica, pur non essendo un OGM, nel senso stretto del termine.

Fino ai primi decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale, il grano dominante nel nostro paese era la varietà Senatore Cappelli.
Questa varietà di grano nacque dagli esperimenti di uno dei più grandi genetisti italiani di tutti i tempi, Nazareno Strampelli, che dedicò gran parte della sua vita agli incroci delle specie di frumento, per dare vita a varietà più produttive e resistenti. Le tecniche adoperate da stampelli erano del tutto tradizionali e naturali. Consistevano nell’impollinazione incrociata o nell’ibridazione di innesto compiuta sui semi o sulle parti vegetative della pianta. Sviluppò più di cento varietà di grani, tra cui, nel 1915, il Senatore Cappelli; Strampelli gli diede questo nome in onore del Marchese Raffaele Cappelli, Senatore del Regno d’Italia, che fu promotore nei primi del novecento della riforma agraria che ha portato alla distinzione tra grani duri e teneri e che mise a disposizione di Strampelli alcuni dei suoi poderi in Capitanata, affinché portasse avanti le sue sperimentazioni. Il suo nome deriva in onore del senatore abruzzese Raffaele Cappelli.
Il Senatore Cappelli un frumento duro, ad alto fuso, e considerato di alta qualità, divenne la varietà di grano più coltivata in Italia. Anche perché garantiva, rispetto alle varietà precedentemente coltivate, una più alta resa produttiva. Più alta resa che, però, come abbiamo visto, non pregiudicava il valore qualitativo del prodotto.

Negli anni ’70 questa varietà di grano e le altre varietà che ancora sussistevano vennero abbandonate e al loro posto si impose il grano “nanizzato”, frutto di mutagenesi genetica. Presso il laboratorio per l’applicazione in agricoltura del Comitato Nazionale per L’Energia Nucleare già dagli anni ’50 si conducevano sperimentazioni sul grano, soprattutto sul Senatore Cappelli. Nel 1974 attraverso irraggiamento, con cobalto radioattivo, del Senatore Cappelli, irrorando i campi con acque provenienti di reattori nucleari, venne sviluppata la varietà Creso, l’attuale grano “nanizzato”, il grano a fusto basso. Questo grano evitava il fenomeno dell’allettamento, ovvero la piegatura del fusto del grano, dovuta al suo essere (nei grani antichi e nelle varietà “elette” come Il Senatore Cappelli) alto. Inoltre permetteva un notevole aumento della produttività. Questi fattori favorirono la sua recezione. Il Creso fu poi a sua volta incrociato con altre varietà fino ad ottenere molti dei tipi di frumento che si coltivano oggi (Simeto, Colosseo, Adamello, etc.).
Siamo cresciuti pensando che “questo è il grano”. Invece questa tipologia di grano ha un quarantennio di vita. La stragrande maggioranza del pane, della pasta, dei dolci, della pizza che mangiamo oggi è frutto dell’utilizzo di un grano “nanizzato” generato con mutazione genetica.
Il Grano Creso contiene una quantità di glutine molto più elevata rispetto al Senatore Cappelli e agli altri grani tradizionali. Questo grano “mutato” è stato considerato uno dei maggiori responsabili della diffusione della celiachia tra le persone.
L’affermarsi di questa varietà è collegata anche al drastico aumento dell’utilizzo di pesticidi. Proprio per via del suo essere “nano”. Il Senatore Cappelli e altre varietà antiche avevano un grano ad alto fusto che correva sì il rischio dell’allettamento, ma dominava le piante infestanti, ed era ottimo per la coltivazione biologica. Nel caso del grano nanizzato, invece, se non si utilizzano pesticidi, le erbe infestanti prendono il sopravvento sulle spighe.

Ma non è solo questo grano “geneticamente mutato” a rendere radicalmente diversa la farina attuale –e quindi ciò che con essa si produce- dalle farine utilizzate in passato.
Anche il soppiantamento degli antichi mulini a pietra da parte dei moderni mulini elettrici a cilindri ha determinato un mutamento notevole del tipo di prodotto realizzato. Sono i moderni mulini che permettano la realizzazione della farina ad alto grado di raffinazione, 0 e 00, considerata una farina “morta” e dannosa, da diversi punti di vista, per l’organismo umano.
Noi viviamo in un mondo dove grandi poteri ed interessi plasmano sempre più ampi aspetti della vita che le persone si trovano concretamente a vivere. E il grano, tutto quello che ruota intorno al grano, non è estraneo a tutto ciò.
Da diversi anni però è sempre più forte, da parte di singoli e gruppi, la volontà di recuperare le antiche varietà di grano, e le tradizionali modalità di macinazione. Stefano Caccavari, di San Floro, provincia di Catanzaro, Calabria, è uno di questi.
Stefano voleva fare il pane come si faceva cento anni fa. Per questo è andato alla ricerca del seme del Senatore Cappelli, per questo l’ha coltivato, per questo ha cercato un antico mulino a pietra per macinarlo.
Ho avuto modo di incontrare Stefano diverse volte negli ultimi mesi. Questa è una sintesi dei dialoghi avuti con lui.
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-Stefano racconta il tuo percorso?

Ho 28 anni e per scelta ho deciso di rimanre a San Floro, nel paese che fu dei miei avi (dal 1700 almeno viviamo in questo territorio) e nel paese che mi sento di tutelare.
Qui c’è una realtà contadina. Non esiste, quasi, famiglia, che non abbia un pezzo di terra, e che no coltivi, ancora, qualcosa. Mio nonno produceva sempre grano. Da noi è rimasta l’idea di farsi il pane in casa quando è possibile. Tanto che mio padre quattro anni fa ha costruito un forno a legna; prima l’infornavamo col forno elettrico. Se vuoi è la fissazione dei calabresi, tornare alle origini. Facevamo questo grano, ti dicevo, e mio padre andava a macinarlo a Girifalco, presso un mulino a cilindri, perché, anche lui, come me non conosceva la differenza tra un mulino a pietra e un mulino moderno. Io sono sempre cresciuto con la pasta fatta in casa, il pane fatto in caso, ma.. con la farina macinata in un mulino moderno. Un giorno parlando col professore Varano, un vero intellettuale “completo” delle nostre parti.. il professore mi disse.. mi disse..”ah..è dal 71 che non mangio la farina macinata a pietra”. “Professore cos’è la farina macinata a pietra…?” gli chiedo. E da lì cominciai a capire la differenza tra il mulino a cilindri e il mulino tradizionalmente utilizzato nel corso dei secoli, quello a pietra..

-Spiega la differenza.

Il mulino a cilindri nacque nel dopoguerra, nel ’46, ’47. Il mulino a cilindri, per prima cosa ha l’alimentazione elettrica, a differenza dell’altro che ha l’alimentazione idraulica; lungo i corsi d’acqua veniva deviata l’acqua per creare energia idraulica per le pietre. Secondo, riesce a macinare più grano, grazie al processo dei rulli. Quindi invece di produrre un quintale all’ora come uno studio ha dimostrato, produceva minimo dieci quintali all’ora.

-Il diverso processo di mulitura incide anche sul tipo di farina prodotta..

Esattamente… ed incide tantissimo. Nel mulino a pietra la temperatura rimane più bassa e questo fa si che la farina non si “scaldi” troppo, preservandosi così le principali qualità nutritive. Inoltre, la farina che esce da un mulino a pietra ha una granulometria irregolare, una maggiore presenza di crusche, la conservazione del germe, che è la parte più preziosa. Col mulino a pietra è praticamente impossibile produrre farine troppo raffinate come la 00. Nel mulino a cilindri, invece, il chicco di grano viene sfogliato dagli strati più esterni a quelli più interni, fino ad un prodotto estremamente depurato che fa si che si abbia una farina “poverissima”, oltre che già peggiorata dal surriscaldamento per via dell’alta velocità di macinazione.. La farina raffinatissima attuale, utilizzata praticamente ovunque, è a tutti gli effetti una farina “morta”, che non ha più niente di vitale. E’ una farina che permette una grande elasticità. Infatti rende molto più facile fare pizze, dolci. Ma è una sostanza deprivata di tutto ciò che può essere salutare, ed è un concentrato di glutine e proteine.

-Con l’affermarsi dei mulini a cilindri…

Vengono mandati in pensione i mulini a pietra. Fino agli anni ’50, ’60, praticamente ogni paese aveva il suo mulino. Gran parte della farina allora in uso, avrebbe potuto definirsi “a chilometro zero”. Un mulino a cilindri manda porta alla chiusura di una trentina di vecchi mulini a pietra. Questo lo dice l’Associazione Mugnai d’Italia, non io. Solo a San Floro c’erano nove mulini a pietra. Gran parte dei mulini a pietra della provincia furono dismessi perché a Girifalco e a Borgia arrivarono i mulini elettrici a cilindri. Solo due mulini a cilindri hanno stravolto fatto venire meno tutta una geografia di mulini a pietra. Questo per la grande produttività che permette il mulino a cilindri. Un mulino a cilindri macina dieci quintali di grano all’ora, rispetto a un mulino a pietra che ne macina uno.
Tutto questo porta anche ad una dinamica nuova. La farina prodotta dai mulini a cilindri è trasportabile anche alle lunghe distanze. Dalla Lombardia la potevi spedire questa farina in Calabria e Sicilia. Potevi mandare il grano in Lombardia, e loro ti rispedivano il prodotto finito. Prima, una cosa del genere era impossibile. Quando macini a pietra, il prodotto macinato può durare da tre a sei mesi senza rovinarsi; in estate un mese. Questo perché essendo un prodotto vivo, una farina viva, subisce dei processi di deformazione; si rovina, cambia, possono arrivare degli insetti. Mentre se compri adesso un pacco di farina c’è scritto “a scadenza tra due anni’. E’ tutto un mondo che è stato stravolto. Prima la farina veniva macinata in base alle esigenze, una volta al mese, una volta ogni due mesi, una volta a settimana. E il pane molti se lo auto producevano o andavano a prenderlo nelle immediate vicinanze. Ora in Calabria può arrivarti il pane di Milano, il pane della Germania, come avviene nelle catene LIDL dove arriva dalla Germania, da duemila chilometri di distanza il pane precotto, surgelato, che viene infornato in forno elettrico. E comunque si tratta di farine industriali che non vengono certificate.
Tra l’altro noi ci troviamo ad importare una grande quantità –forse anche il 40% del nostro fabbisogno di grano dall’estero. I maggiori produttori di grano sono gli USA, la Francia e il Canada.
Tornado alla immagine del nuovo mulino moderno che soppianta i vecchi, questa volta, l’innovazione tecnologica ha rappresentato non un avanzamento per l’umanità, ma un regresso.

-Credo che ce ne siano diverse di eccezioni al dogma delle “meravigliose sorti progressive” della modernità… ritorniamo a te e alla tua volontà di riprendere la macinazione a pietra..

Come ti dicevo, già il professore Varano mi aveva parlato dei mulini a pietra. Ne parlai con mia nonna, che mi fece il nome di coloro che un tempo facevano il pane a San Floro, e poi mi aggiunse “Quanto vorrei mangiare il pane come si faceva cento anni fa..”. E io le dissi “Nonna non è un problema, troveremo un mulino a pietra e andremo a macinarlo noi lì“. Nel frattempo, io avevo comprato da mio zio circa dieci quintali di grano. Grano biologico, perché mio zio è allergico ai pesticidi. Però adesso non volevo più macinarlo nel classico mulino a cilindri, volevo trovare un mulino a pietra. Andai su Google e scrissi “Mulino a pietra Calabria”. Nella prima pagina non trovai nulla.. andai alla seconda e alla terza.. e ancora nulla. Dopo la terza pagina, il 99% delle persone crede di avere sbagliato parola e riprova con altre combinazioni. Ma ho continuavo ad andare avanti e all’undicesima pagina, trovai un file in exel, dal titolo “mulini degni di nota”. Cliccai e cercai i mulini a pietra che si trovano ancora in Calabria. In quel file venni a sapere che esiste un mulino a Santa Severina, vicino a Belvedere Spinello, che macina da due anni. Telefonai ma il suono che sentivo era quello del telefono staccato. Poi seppi che erano in ferie per agosto. Li richiamai a settembre, e mi rimandarono ad ottobre. Ad ottobre mi feci novantatrè chilometri per raggiungerli, un’ora e trenta di cammino. Ma fui contento di fare quel viaggio. Dato che me ne tornai con il mio primo quintale di farina macinata a pietra. Quel giorno conobbi Giulio, che mi fece tutta la panoramica di come funziona il mulino a pietra, del perché è importante, ecc. Nel frattempo in quei mesi mi ero divorato su internet tutte le informazioni al riguardo. Anche io voglio ripristinare un vecchio mulino a pietra ma non è facile..

-Perché?

Molte delle pietre che formavano quei mulini sono state prese da chi magari voleva.. un cimelio antico in casa.. o per qualche altro utilizzo.. Considera cha la migliore pietra, quella più adatta veniva dalla Francia. C’è un comune in Francia, Le Ferté, che ha un granito particolare, tutto il paese lavorava per queste pietre. Ma ormai è una produzione cessata. Esistono i mulini in pietra moderna; ma si tratta di un miscuglio di calcinacci. Per differenziarti devi usare le pietre antiche.

-Andiamo adesso al Senatore Cappelli..

Dopo avermi spinto a riscoprire la macinazione in pietra, il professore Varano mi mise in testa un’altra cosa. Mi disse che era dagli anni ’70 che non mangiava pane fatto con il Senatore Cappelli. E io anche qui cado dalle nuvole “cosa è questo Senatore Cappelli?”.

-Parli del celebre grano sviluppato, nel 1915, dal grande genetista italiano Nazareno Strampelli, combinando in modo “naturale” varie varietà tradizionali, in modo tra produrre un grano con maggiore produttività rispetto ai grani dell’epoca, ma senza perdere in qualità.

Sì… fino a dopo la seconda guerra mondiale era il grano più diffuso in Italia. Tra l’altro, dalle nostre parti il Senatore Cappelli era chiamato “il grano a cappella”. Venni a conoscenza anche di altre varietà di grani antichi presenti dalle nostre parti, come il Gentil Rosso, da noi chiamato “Russìa”, e altre varietà. Anche mio nonno mi parlò di queste varietà.
Comunque, venuto a conoscenza del fatto che era il Senatore Cappelli il grano che si utilizzava dalle nostre parti, ho subito deciso che dovevo andare alla ricerca di questo grano, dovevo procurarmi il seme e seminarlo. Noi siamo iscritti a “Suolo e salute”. “Suolo e salute” è l’agenzia che controlla che la tua terra sia biologica. Loro sono a conoscenza di chi è in possesso di varietà antiche di semi. Loro ci hanno indicato un signore che da sessant’anni custodiva gelosamente i semi di Senatore Cappelli. Siamo andati da lui, dicendo che volevamo recuperare i grani antichi. Lui si è dimostrato molto contento e poi ci ha detto quanto avremmo dovuto pagare. Ne abbiamo comprato due quintali. Un quintale siamo andati a macinarlo direttamente, e l’altro lo abbiamo seminato.. poi ci siamo procurati anche un altro quintale per la semina, quindi possiamo dire che i quintali seminati sono due.

-Avevi trovato il mulino a pietra, ti eri procurato il Senatore Cappelli..

E quindi potevo preparare il pane come si preparava cento anni a fa. Naturalmente con il lievito madre, e con la cottura a forno a legna. Un giorno mi presento da mia nonna, le mostro un pane, e le dico..”guarda qua nonna… farina integrale Senatore Cappelli e macinatura a pietra..”. Lei lo ha mangiato commossa. Si sentiva come se tornasse giovane. La stessa cosa il professore Varano.

-Un sapore non paragonabile col “classico” pane a cui siamo abituati..

Assolutamente non paragonabile. In bocca è un gusto totalmente nuovo. Sembra ci sia miele. E..guardalo.. (mi mostra una forma di questo pane).. è un pane scuro, non molto grande.. perché la farina di grano duro, specie quando si tratta di una varietà come questa, non lievita tanto.. guardalo.. provane un pezzo.. (lo provo, sicuramente il sapore è insolito, notevole)..

-Gli avete dato un nome..

Vorremmo chiamarlo “Brunetto”.. si tratta ancora di una produzione molto limitata… ma in futuro potrebbe crescere. Anche se difficilmente potrà crescere più di tanto nel breve periodo; anche perché non è ancora grande lo spazio coltivato, e poi è un grano che ha un livello di produttività più ridotto rispetto al grano “attuale”. Oltre a fare il pane, abbiamo a disposizione la farina di Senatore Cappelli. Così chi vuole può farsi il pane, la pasta, la pizza e quello che vuole lui.

-Il Senatore Cappelli e le altre varietà antiche furono sostituite col grano “geneticamente mutato” Creso, creato nei laboratori Enea nel 1974..

Il grano Creso è fondamentalmente il grano che usiamo oggi. Questo grano evitava sia il fenomeno dell’allettamento e consentiva di produrre dai 20 ai 50, 60 quintali per ettaro; mentre col Senatore Cappelli si arrivava a massimo circa 20 quintali per ettaro. Negli anni ’50 e ’60 l’economia italiana era in grandissima espansione, e contemporaneamente diminuivano le persone che si dedicavano all’agricoltura. Col grano “modificato geneticamente” Creso potevi produrre fino a tre volte quanto producevi col Senatore Cappelli. Essendo però un grano più basso, e quindi superato in altezza dalle piante infestanti, comincia l’uso massiccio dei “diserbanti selettivi”; diserbanti che lasciano viva la pianta di grano, ma uccidono tutto il resto. Già l’inquinamento delle terre era iniziato negli anni ’60, negli anni ’70 e ’80 avrà un incremento, anche per via della nuova varietà di grano. Solo negli anni ’90 la legislazione e il mondo scientifico iniziano ad occuparsi di pesticidi. Molti terreni sono profondamente avvelenati dalla chimica. Anche questo sta alla base della riscoperta degli antichi semi.. e di varietà come il Senatore Cappelli. Per fortuna c’è stato qualcuno che ha custodito questi semi per tutto questo tempo; consentendo così, oggi, anche a noi, di coltivarli.

-C’è poi tutto l’enorme problema delle aziende che controllano i semi tutt’ora in commercio.. che ne hanno il brevetto.. e che costringono i contadini a comprare varietà quasi sterili..

Nel caso del grano, lo hanno modificato, programmando il seme, in modo tale che il primo anno puoi ottenere cento. Il secondo produci dieci. Il terzo anno nulla. Quindi l’agricoltore nonha alcuna convenienza a coltivarsi il grano prodotto l’annata precedente e preferisce comprarsi un seme nuovo. In pratica una grande parte dell’agricoltura attuale è nelle mani delle aziende che vendono i semi.

-Quella della libertà dei semi è forse una delle più grandi battaglie che andranno fatte nei prossimi decenni.. è la stessa libertà dell’essere umano che è in gioco..

Assolutamente… c’è un disegno sporco dietro come queste o la diffusione degli OGM.. un disegno che dobbiamo contrastare.

-Tu, oltre all’impegno per la riscoperta del grano e del pane di una vota, hai partecipato lo scorso anno alla battaglia contro la discarica Battaglina, e stai portando avanti altre iniziative in tema di agricoltura biogica.

Circa la battaglia contro il progetto della discarica, San Floro, ha rischiato di diventare la più grande discarica d’Italia. Infatti la discarica in loc. “Battaglina”, se realizzata, avrebbe potuto estendersi per 140 ettari di superficie. Da subito ci siamo attivati giovani e meno giovani per scongiurare questo pericolo imminente che ci voleva morti e senza futuro. Un progetto che, tra l’altro, si è scoperto non era giuridicamente realizzabile. Alla fine l’abbiamo spuntata.
Per quanto riguarda le iniziative che sto portando avanti, devo dirti che in me è scattato qualcosa di molto forte quando un amico, al tavolo del mio bar di famiglia, mi ha illustrato la teoria secondo la quale un territorio è destinato a scomparire se non le persone che vivono quello stesso territorio non fanno qualcosa per manternerlo vivo. E quindi la successiva domanda: “tu che stai facendo per il territorio di San Floro?”, questa domanda è stata la scintilla che ha acceso in me un fuoco di passione. Ogni cosa che faccio oggi la faccio per far vivere il mio territorio e per farlo conoscere alle persone della vicina città di Catanzaro.
Un anno fa il progetto “Orto di Famiglia”(www.ortodifamiglia.com”) con lo scopo e la missione di offrire la possibilità a ogni famiglia del catanzarese di avere un piccolo orto di famiglia dove poter mangiare prodotti sani e coltivati da noi ma raccolti da loro in prima persona. Così facendo le persone stanno riscoprendo l’antico contatto con la Terra a cui tutti noi siamo collegati. Siamo partiti l’anno scorso con 10 famiglie e oggi a un anno di distanza siamo arrivati a oltre 70 famiglie. Il mio intento posizionare San Floro come uno di quei luoghi dove si mangia come cento anni fa, e dove potere “tornare alla terra”. Un altro progetto che ho avviato, aiutato da altri 3 giovani di San Floro, è volto a recuperare le antiche cultivar di fichi e l’antica tradizione dei fichi essiccati al sole.

-Tu all’inizio dicevi che la fissazione del calabrese è tornare alle origini. E’ una “fissazione” che sicuramente anche tu hai.. ed è un bene che tu ce l’abbia.. e che ti abbia portato a fare queste cose..

Sì… noi vogliamo tornare alle origini.. riscoprire i nostri sapore e la nostra tradizione.. mangiare come cento anni fa… fare vedere che esiste un modello diverso, una via diversa… da quello che ci propina la grande industria.

-Grazie Stefano.

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Intervista a Raffaella Monteforte- testimonianza sul Metodo Di Bella

by on apr.17, 2015, under Medicina, Resistenza umana

Raffaella

Raffaella Monteforte doveva essere morta entro il 2011.

Perchè questo è il limite di vita che le avevano dato. Massimo cinque anni dalla diagnosi della malattia.

Così dicono le statistiche nel suo e in molti altri casi.

Ma questo dopo… all’inizio il tempo che le era stato dato da vivere era di sei mesi.

Ci sarebbe tanto da dire su queste sentenze temporali e sull’impatto traumatizzante che possono avere sul corpo-mente di una persone. E ci sarebbe da chiedersi -dando al momento per buona l’analisi statistica che le supporta- perché entro pochi anni tante persone con patologie tumorali vengono  meno. E partendo da queste doande affrontare quesiti scomodi, tipo quello se certe tipologie di cure, come la chemioterapia, contribuiscano ad accellerare un decorso infausto, oltre che a rendere drammatica la qualità della vita. E se non vi siano altre strade per guarire, o per bloccare la malattia, o, perlomeno, per vivere gli anni che si vivranno in modo decente, senza tormenti e sofferenze senza fine.

E poi, ci sarebbe da parlare su quello che si può fare prima per ridurre drasticamente la possibilità di sviluppare patologie tumorali

Sono tutte riflessioni, quesiti e domande che da tanto sono presenti, e che hanno coinvolto anche quegli scienziati, ricercatori, medici che non volevano, e non vogliono, dare per scontate tante domande e tante risposte.

Ma sono tutte cose che, a volerle anche solo sfiorare, vanno ben al di là della portata che può avere la premessa a questa intervista.

Questa intervista si colloca sulla scia di un percorso di conoscenza che da anni ho intrapreso sul Metodo Di Bella; in merito al quale ho fatto anche svariate interviste.

Raffaella Monteforte è una ragazza romana, che da otto anni vive la malattia tumorale. Per sei anniidi,  lei ha vissuto un interminabile calvario. Un calvario in cui ci sono state sette operazioni; tra cui l’asportazione di utero e ovaie. Un calvario in cui ci sono stati due anni di chemioterapia; chemioterapia così devastante, che Raffaella arrivò a vivere in un (quasi) costante stato di dolore, nella incapacità di fare quasi tutto.. nel non potere neanche ingerire liquidi, se non tratite cucchiaini.. nel non poter toccare pareti per non prendere la scossa… nel perdere le unghie dei piedi.. nel dovere stare quasi al buio, non potendo reggere la luce.. e tanto altro.

Le operazioni, inoltre, visto che hanno comportato l’asportazione di utero e ovaie,  per lei sono state un colpo mortale dato ad un suo sogno, quello di potere avere figli.

Per  sei anni lo scatenamento di operazioni e di chemio ha avuto come unico esito una devastazione crescente. Dopo ogni operazione, il tumore si è ripresentato dopo pochi giorni, per poi crescere nei mesi. Ed ogni chemio non ha dato esiti su masse tumorali e linfonodi, ma ha complessivamente portato ai minimi termini lo stato vitale, la capacità immunitaria, anhe la stessa tenuta psicologica di Raffaella.

Arrivata ad un punto oltre cui continuare le era totalmente inaccettabile.. Raffaella intraprese il Metodo Di Bella, che ormai segue da due anni.

La qualità della vita si è sostanzialmente ristabilita (anche per la mancanza di chemio). Le masse tumorali non sono scomparse, ma hanno smesso di avanzare.. se non per una lesione all’inguine sinistro che è cresciuta di un centimetro.. ma allo stesso tempo la lesicone di cinque centimentri he aveva al gluteo sinistro è completamente scomparsa.

Sono risultati che hanno stupito anche molti medici ed oncologi con cui Raffaella si è confrontata. Così come restano stupiti del fatto che dopo otto anni sia ancora viva. E si tratta di una vita dove hai autosufficienza, dove non sei senza capelli, dove non hai nausea costante, dove puoi mangiare, dove puoi dormire, dove puoi guardare il cielo, dove riesci a strare con le persone.. dove ti senti sostanzialmente in te, e non costantemente annichilito e umiliato.

E andrebbe ricordato che pratiche come quella del Metodo Di Bella hanno maggiore efficacia quando il corpo non è stato chemiotrattato. Più il corpo viene chemiotrattato e radiotrattato, più, si ritiene (lo affermava lo stesso professor Luigi Di Bella) più, potremmo dire, la potenzialità immunitaria del corpo è stata terremotata, più la vitalità cellulare è stata debilitata e con essa la capacità delle cellule di rispondere a un trattamento biologico.

Comunque la pensiate, una interista del genere merita di essere letta.

Anche per solcare la vita di una persone come Raffaella. Mi colpiva, mentre eravamo al telefono, sentirla improvvisamente ridere, nonostante poco prima, magari, avesse pianto. C’è in lei questa delicatezza d’animo che la porta davvero a giorire per un giorno di sole, per il sorriso di un bambino, per una visita improvvisa, per ogni giorno in più da vivere…

“Dimentica, c’è chi dimentica, distrattamente un fiore, una domenica..”.. cantava Renato Zero in una sua canzone..

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-Raffaella, quanti anni hai?

 

35.

 

-Di dove sei e dove abiti?

 

Sono nata a Roma e vivo a Roma. 

 

-Come è stata la tua vita prima della malattia?

 

Prima della malattia ho avuto molti dolori,ma quello più devastante che ancora porto dentro di me e’ la morte del mio papà,quando avevo 15 anni. Per me lui era tutto.. il mio punto di riferimento, il mio principe, la mia vita. Senza di lui tutto e’ stato più  difficile. Ancora oggi dopo quasi 20 anni il dolore e’ ancora forte, ma ho imparato a conviverci e ad andare avanti. 

 

-Quando è emersa la malattia?

 

Ho scoperto di essere malata a 26 anni, perché facevo tutti gli anni le visite di controllo che consiglio di fare sempre a tutti perché a me hanno salvato la vita. Andavo una volta l’anno dalla ginecologa, dall’oculista e dal dentista. All’età 26 anni  feci la visita ginecologica   da una ginecologa che mi aveva consigliato una mia amica, la quale mi disse che avevo una massa e di fare l’ecografia trans vaginale. Da questa ecografia risultava che non si vedeva l’ovaio sinistro. L’ospedale in cui andai, all’isola Tiberina, mi disse che era una cosa normale e, se lo avessi ritenuto opportuno, la mia ginecologa mi avrebbe fatto fare un’ecografia pelvica. Quando sono andata dalla mia ginecologa, e le ho portato questa ecografia in cui non si vedeva l’ovaio sinistro, lei mi disse che poteva essere una cosa normale. Se due persone, due medici, di cui anche la mia ginecologa, mi avevano detto così, non avevo dato importanza al fatto che non si vedeva l’ovaio sinistro. Sempre in quello stesso anno, io e una mia amica siamo coinvolte in un incidente automobilistico. Praticamente sono stata in cura per un mese, ho dovuto fare delle punture e dove sono andata a fare queste punture, c’era una stanza in cui c’era una ginecologa. Mi faccio visitare anche da lei. Era ottobre del 2006. Questa ginecologa si accorge che quella massa non è all’interno dell’utero, ma all’esterno, e mi ordina di fare l’ecografia pelvica. Io faccio questa ecografia pelvica –la faccio a pagamento, perché la cosa era urgente e non potevo aspettare i normali tempi di attesa delle visite- e l’ecografo si accorge che c’è una massa di 10 cm per 15 cm, all’esterno dell’utero, nel mio basso addome nella parte sinistra, mi controlla tutto quello che mi può controllare e mi dice di fare subito una Tac. Faccio la Tac il 12 dicembre, presso l’ospedale San Giovanni di Roma, perché anche se era urgente i tempi di attesa in Italia sono allucinanti. Il dottore che fece la Tac mi disse subito che c’era qualcosa che non andava, che vedeva una massa e, di andare, dopo due giorni, a ritirare la Tac e di portare una ricetta con ricovero, perché mi dovevano ricoverare per analizzare questa massa, tramite una paloscopia. Mi hanno ricoverato il giorno dopo che avevo ritirato la Tac e feci la palo scopia e poi la colonscopia; e prima di Capodanno mi dimisero.  

Fino quel momento non si era ancora parlato di tumore, ma io avevo cominciato a dedurre qualcosa, visto che ero ricoverata in un reparto dove tutti erano ricoverati per tumore. Inoltre ci fu un episodio abbastanza rivelatore. Un giorno vennero un gruppo di studenti di medicina, col camice bianco, che stavano facendo tirocinio in ospedale. Passarono anche davanti al mio letto e uno di loro, prendendo la mia cartella, disse  “la ragazza ha un CA, un carcinoma”, o qualcosa del genere.  Non ricordo la parola precisa che ha adoperato. A quel punto i miei dubbi diventarono una quasi certezza, ma non ero ancora del tutto sicura. Potevo essermi sbagliata, potevo avere sentito male; ho voluto continuare a restare con il mio dubbio. Come ti dicevo, mi dimisero prima di capodanno, per chiamarmi in ospedale, i primi di gennaio 2007, comunicandomi che avevo un tumore.

 

-Quale fu la diagnosi specifica?

 

Carcinoma sieroso papillare forse di origine ovarico  al quarto stadio con marcatore a 1700. Mi dissero che avrebbero provato vari tipi di chemio al fine di trovare quella giusta per bloccare la malattia. Avrebbero provato di tutto, visto la mia giovane età.  

 

-Non deve essere facile vivere un momento come del genere..

 

No.. in quel momento ero con mia madre e con il ragazzo con cui stavo in quel periodo. Lì per lì non ho pensato al tumore in sé, come malattia che potesse distruggermi, anzi avevo anche pensieri del tipo “meglio a me che a un bambino”. Il dottore ha poi aggiunto “si presume che parta dalle ovaie, noi pensiamo di iniziare un ciclo di chemioterapico, vediamo come va, poi proviamo a curare togliendo le ovaie e forse anche l’utero”. E’ stato in quel momento che  ho sofferto tantissimo, perché io ho sempre sognato di avere dei figli.  E  la concreta prospettiva di non averli è stato devastante. La chemioterapia la inizia dopo pochissimo tempo.

 

-Tu non hai avuto nessun dubbio sul fatto che potevi pure non farla? Ti è stato fatto qualche cenno al fatto che potessero esistere delle alternative?

 

Assolutamente. Non mi venne prospettata alcuna possibilità alternativa alla chemio. Circa il modo di procedere, ho saputo con gli anni che ad alcune donne, prima di iniziare la chemio, venivano tolti gli ovuli, oppure il seme agli uomini. So che li levano prima di iniziare la chemio o la radio perché queste pratiche potrebbero rendere sterili.  Però a me tutto questo non venne fatto. Loro pensavano che io sarei dovuta morire entro giugno. Questo me lo avrebbero detto in un altro momento, in cui mi sarei trovata sola, e non davanti a mia madre e il mio ragazzo. Praticamente iniziai la chemio da ricoverata. Erano i primi di gennaio.

 

-Non tornasti proprio a casa?

 

No.. dopo la diagnosi di tumore, fino a qualche giorno prima della chemio, sono tornata a casa, ma “a casa”, ho cercato di starci il meno possibile.. una era sera sono anche andata a cena fuori col mio ragazzo. Qualche giorno prima della chemio mi ricoverai. Loro volevano che facessi tre sedute per vedere come reagiva il tumore a quel tipo di chemio. La cadenza delle sedute era ogni ventuno giorni. Funzionava così: facevo la chemio, stavo una decina di giorni in ospedale, tornavo a casa, e poi tornavo in ospedale per l’infusione successiva.

 

-Che tipo di effetti avesti?

 

Fin dalla prima infusione ho iniziato subito a stare male. E’ indescrivibile spiegare i dolori fisici che si hanno con la chemio. Hai presente quando hai la febbre a 40 e ti fanno male tutte le ossa? Bene, immagina quel dolore moltiplicato per mille. Questo era quello che sentivo io. E infatti c’erano volte che svenivo dal dolore per quanto era forte. Non potevo alzarmi per andare al bagno, non potevo mangiare, mi nutrivano con le flebo. Quando il dottore ti parla della chemio, la prima cosa che ti dice è “rasati tutti i capelli a zero perché dopo 20 giorni dal primo trattamento li perdi”. E invece la prima cosa che dovrebbe dire sono tutti gli effetti collaterali, quelli devastanti che la persona ci può avere. Non sono soltanto nausea e vomito, ma ci sono anche tantissime sfumature che loro neanche ti dicono. Ad esempio, più passava il tempo, più facevo chemio e più avevo problemi a deglutire. Potevo soltanto deglutire le dosi di un cucchiaino raso. A parte che non riuscivo a bere l’acqua normale; o bevevo la coca cola, però sempre a dosi di cucchiaino, o acqua col limone. Se toccavo la parete con le mani prendevo la scossa; ma prendevo la scossa anche se toccavo qualsiasi cosa che era un po’ fredda, come un panno bagnato. Non riuscivo a dormire, mi dava fastidio la luce. Ma mi è davvero successo di tutto; ho avuto coliche renali, mi sono cascate le unghie dei piedi; gli stessi piedi sono diventati neri e gonfissimi. Sono arrivata al punto di essere allergica anche alla chemio e quindi dovevo fare l’antistaminico.  Tra antistaminico, antidolorifici, cortisone, da che perdevo peso, sono arrivata a prendere 30 kg. Ho subito cose umilianti per l’essere umano; cose che non riesco a raccontare perché mi sento umiliata. Tutto questo non te lo dicono, per non metterti paura. Però dopo la paura c’è lo stesso, perché senti tanto di quel dolore.Comunque, ti sto parlando di quello che mi è successo anni. All’inizio le reazioni erano soprattutto nausea, vomito, difficoltà ad andare in bagno, svenimenti ,coliche renali e dolori fortissimi a ogni parte del corpo. Gli effetti collaterali, comunque variano anche a seconda della persona e del tipo di chemio. Tra l’altro, in quei mesi mi aveva lasciato il ragazzo con cui stavo. Quando gli ho detto che forse non sarei arrivata  a giugno, lui ha pensato bene di sparire proprio. Forse ha avuto paura visto che aveva avuto altri casi in famiglia. Per me è stato molto duro anche il semplice fatto di stare in quel reparto dove c’è molto dolore, dove le persone si spengono ogni giorno, dove sai che anche tu potresti essere la prossima.. non era molto facile.

 

-Un trauma nel trauma..

 

La cosa che più mi tormentava era, però, he se mi avessero tolto ovaie ed utero, non avrei potuto avere figli. Di fronte a questa mi angoscia loro mi fecero capire che non era un problema da pormi..  “non ti preoccupare di non poter avere figli, noi non sappiamo neanche se ci arrivi a giugno..”.

 

-Ci sarebbe tanto da dire su questa “delicatezza”…

 

Mi dissero anche che, quello che stavano cercando di fare, erano dei tentativi, per ottenere comunque qualche risultato. Io chiesi loro di non accennare nulla a mia madre, che già aveva avuto un infarto e non volevo che gliene venisse un altro. 

 

-Ti sei trovata di fronte alla prospettiva di poter morire..

 

Io ero in una fase di tale dolore sia fisico che nell’anima che per me la morte era l’unica via di salvezza. Però, quando stavo bene, ero talmente felice di essere viva, che questo era qualcosa di più forte del dolore. Cercavo di prendere tutto ciò di cui era possibile.. sensazioni, emozioni, attimi di vita per darmi forza per i giorni in cui vivevo l’inferno. Per far si che quando stavo male e facevo la chemio ,la morte non doveva essere l’unica alternativa a trovare pace. 

 

-Cosa avvenne dopo le prime tre sedute di chemioterapia?

 

Dissero che quel tipo di chemioterapia non funzionava e che dovevo passare ad un altro tipo di chemio. Mentre le prime tre sedute le feci da ricoverata, gli altri cicli di chemioterapia le fece in day hospital; entravo e uscivo dall’ospedale lo stesso giorno.

 

-E man mano che procedevi con queste altre tipologie di chemio?

 

Sempre la stessa storia. Il farmaco non funzionava. Il tumore non reagiva. I marcatori continuavano a salire. Fino a novembre.-Come passasti quella estate? Cercavo di fare tutto quello che non avevo fatto. Come mangiarmi un kebab. Non avevo mai mangiato un kebab fino ad allora. 

 

-E sei arrivata a novembre del 2007..

 

Alla visita che feci presso l’ospedale San Giovanni, il primario disse “la ragazza è troppo giovane , non possiamo mandarla a casa senza fare un tentativo chirurgico. Io apro per vedere la situazione. Se non si può fare nulla, io richiudo e la mandiamo a casa. “.  Negli ultimi mesi le dimensioni del tumore erano sempre le stesse, intanto i marcatori continuavano a salire. Erano arrivati a 2800 dai 1700 iniziali. E così a novembre 2007 feci il primo intervento. Il giorno prima dell’intervento il primario venne da me e mi spiegò la situazione. Mi disse  “facciamo questo tentativo. Se ti svegli in camera intensiva o in rianimazione, vuol dire che c’è ancora una possibilità. Se invece ti svegli nella tua stanza vuol dire che non c’è più niente da fare”. Era come dire che sarei stata spacciata; per me non ci sarebbe stata più alcuna strada, né chemio, né intervento.  Quella sera era rimasto un mio amico, fino alle tre di notte, a farmi compagnia. Grazie di cuore Patrizio non l’ho scorderò mai. E quando l’ho abbracciato per salutarlo ho pensato “questo è l’ultimo abbraccio della vita mia che do”. Poco prima dell’operazione piansi, perché pensavo che quelli erano gli ultimi momenti lucidi della mia vita e per un insieme di emozioni che sono impossibile da descrivere a parole solo se lo vivi le puoi capire veramente. Il mio intervento sarebbe dovuto durare all’incirca  fino alle sei del pomeriggio. Fui la prima ad entrare in sala operatoria, alle 8 e l’intervento finì alle 11:30. Durò, quindi, pochissimo rispetto a quanto avrebbe dovuto durare. Prima dell’intervento  mi avevano anche detto “se ti risvegli e ti abbiamo operato, ti avremo tolto utero, ovaie, un pezzo di intestino; avrai una sacchetta (la sacchetta e quel supporto dove, per un certo periodo, vanno le feci se ti levano una parte d’intestino) con un pezzo di vescica in meno… la vescica ce l’avrai più ridotta, poi proveremo a ricostruirla”. Tutti i punti che mi indicava erano quelli che secondo la Tac erano stati toccati dal tumore. Nel momento in cui venni aperta, la massa era 10 cm per 15 cm e, pur essendo vicina alle ovaie, non era attaccata alle ovaie. Era circoscritta, solo che stava appoggiata al nervo dell’inguine. Loro tolgano soltanto la massa tumorale e un pezzo di nervo dell’inguine sinistro che poi mi riattaccarono con clip metallici. Io mi risvegliai mentre mi stavano portando dalla sala operatoria alla camera intensiva. Aprii gli occhi e.. non dimenticherò mai quell’istante… vedevo intorno a me tutti gli infermieri che mi dicevano “Raffaella, abbiamo tolto solo il tumore, ci senti?”. Capivo quello che mi stavano dicendo. Ma non ne ero sicura di capire bene. Ancora vedo davanti a me tutte queste facce felici, quei grandi sorrisi.Il primario  poi mi confermò che mi avevano lasciato tutto, togliendomi solo quel pezzetto di  nervo. Ed io ero felice, non tanto perché mi aveva tolto il tumore, ma perché potevo avere figli. L’intervento era stato comunque un intervento tosto. Mi avevano aperto dalla bocca dello stomaco fino a sotto; inizialmente avevo vari drenaggi e sono stata diverso tempo in camera intensiva, sotto morfina. Comunque, prima di uscire dall’ospedale, mi fanno una TAC di controllo e il tumore era di nuovo presente; grandezza di qualche millimetro.

 

-Dopo così poco tempo? Mentre eri ancora in ospedale?

 

Sì.. pochi giorni dopo… il marcatore era sceso, ma il tumore era ancora presente, allo stesso posto. A quel primo intervento seguì una serie di altri interventi dove la prassi era la stessa toglievano solo la massa tumorale e vari linfonodi maligni che si erano formati all’inguine e nell’ addome. Non riuscirono mai a togliermi la lesione di 5 cm al gluteo sinistro perché era troppo in profondità. Ho  subito anche due interventi al seno destro durante questi interventi, per fortuna la massa risultaa negativa. 

 

-Non facevi in tempo ad operarti che il tumore si ripresentava..

 

Sì.  

 

-Ma tra il primo e il secondo intervento, e tra il secondo intervento e il terzo tu facesti altro dal punto di vista curativo?

 

No. Facevo semplicemente Tac, Pet e analisi fino all’ultimo intervento 25 agosto 2010.

 

-Nella tua vita è successo qualcosa di particolare in quei mesi?

 

Avevo ripreso a lavorare e, quando non potevo andare a lavorare per via degli interventi, mi mettevo in aspettativa non retribuita. Cercavo di tenermi il mio posto di lavoro perché se lo avessi perso sarebbe stato difficile trovarne un altro.

 

-Torniamo all’intervento..

 

Il primario mi opera e toglie solo la massa tumorale, perché ovaie, utero erano negativi a malattia durante la biopsia. Le insistenze dell’oncologa perché lui togliesse almeno l’ovaio sinistro erano sempre maggiori, ma il primario rimaneva fermo sulla sua posizione. Diceva: “io non posso togliere organi buoni se non presenta malattia”. Pensa che il primario e l’oncologa avevano litigato anche durante  uno dei miei intervento, nel corso di una discussione telefonica; me lo raccontò il mio primario.-Un medico onesto.. Mi diceva “io non ti voglio rovinare la vita, perché so quanto per te è importante avere figli e finché io ti apro e ti troverò puliti l’utero e le ovaie non te li levo”. E io ero felice, perché per me avere l’utero era la speranza  di avere un figlio. E anche se la gente intorno mi diceva “cambia ospedale.. cambia ospedale..”, io non lo cambiavo, perché sapevo che questo primario, quando mi operava, non mi toglieva quegli organi. Forse può sembrare stupido di fronte a occhi che non sanno cosa si prova non aver figli.. ma forse non lo e’ per chi ha perso un figlio e può capire cosa provo. Ho sentito anche mamme dire  frasi tipo “non e’ tutto questo gran ché avere figli nella vita..”.  non voglio neanche commentarla questa frase.  Alcuni, in quel periodo, sicuramente pensavano “ah guarda quella stupida a un tumore potrebbe morire e sta pensando di avere un figlio”. Ma quando tu hai un sogno lotti con tutte le tue forze per poterlo raggiungere.. anche perché.. quando non hai più un sogno.. sei morto.. In quel periodo andai anche da oncologi a pagamento; per capire fino in fondo se era vero che potevo morire oppure no. Tutti mi dicevano che potevo vivere al massimo cinque anni. Ho pagato oncologi 500 euro a visita per sentirmi dire “devi togliere utero e ovaie perché tanto figli così non ne puoi fare” e  anche “comunque che col tipo di tumore che hai,  puoi vivere al massimo cinque anni.” Infatti le statistiche dicono che con il carcinoma sieroso papillare al quarto stadio, quello è il tempo masse potevo avere.  Queste cose me le dicevano senza giri di parole. Anche perché io ero a conoscenza del mio stato attuale di salute e comunque se pensi che all’inizio mi avevano dato sei mesi di vita, non mi sconvolgeva adesso che me ne davano non più di cinque.  

 

-Nessuno oncologo ti accenno mai a terapie alternative o ad altri supporti che potevano esserti utili dal punto di vista terapeutico? 

 

No. Non mi dissero mai niente. Non mi dissero mai neanche cose come “non mangiare questo, non mangiare quello”.

 

 -Torniamo al succedersi degli eventi… 

 

Si. A maggio 2009 feci il mio quarto  intervento. Questa volta l’intervento non era stato programmato. Io ero stata ricoverata perché mi ero sentita male, e i medici scoprirono che c’erano delle aderenze che mi ostruivano l’intestino. In questo intervento ci furono delle complicazioni. Prima che mi fossi addormentata per l’anestesia, con il sondino già messo, avevo preso a vomitare… una cosa devastante. Il problema era che io sono allergica alla ciclosfolina, un antibiotico che si fa durante o alla fine dell’operazione. Loro avrebbero dovuto saperlo che ero allergica, perché, in precedenza, in un altro intervento, in quello stesso ospedale, avevo avuto delle reazioni all’unasyn; l’unasyn e cefalosfolina mi hanno spiegato che fanno parte della stessa famiglia di antibiotici. Questo evento, però, non era stata messa in cartella clinica. Le reazioni che avevo avuto nell’intervento precedente erano state lingua gonfia, macchie rosse sulla pelle, respiro affannato, ma non altro. In quest’altro intervento, invece, vado in shock anafilattico. Ho rischiato seriamente di morire. Sono riusciti a riprendermi alle 3 di notte. La mattina del giorno dopo il dottore mi disse che ero arrivata vicinissimo alla morte; al che gli risposi “mi poteva lasciare morire, perché così avevo smesso di soffrire”. Neppure questo seconda reazione allergica è stata riportata nella cartella clinica.Anche questa volta tolsero solo la massa, i linfonodi e le aderenze, ma non altri organi. Avrebbero voluto intervenire anche per togliere la lesione che  era  nel gluteo sinistro, ma non avevano potuto perché era troppo in profondità. Dopo l’intervento, la Tac che feci prima di essere dimessa come sempre il tumore era di nuovo lì.  I successivi controlli tac, Pet, scintigrafia ossea li feci la maggior parte a Napoli in un centro specializzato;  perché a Roma non c’era mai posto. Nel frattempo ero ritornata dalla mia vecchia oncologa del San Giovanni; che da qualche tempo avevo lasciato su suggerimento del mio primario di chirurgia. Il motivo era che l’oncologo del Policlino mi aveva deluso, in quanto alla mia domanda sul perché il tumore si ripresentava sempre, mi rispose “Si vede che deve essere così, non c’è un perché preciso”. Ma, da quando ero ritornata dall’oncologa del San Giovanni, lei mi riceveva solo intra moenia, ossia a pagamento. A maggio del 2010 volevano rifarmi l’intervento, perché dalla Tac risultava che  avevo anche le metastasi oltre i linfonodi, oltre alla ricorrente massa all’addome. Un giorno, trovandomi vicino all’ospedale, telefonai all’oncologa e le dissi “io sono qui fuori dall’ospedale, dato che non riesco a prendere un appuntamento con lei, che devo fare?”. E lei mi rispose “Io per te non ci sono più. Tu sai cosa devi fare, vai da un’altra parte”. 

 

-E gravissimo che lei prima si sia fatta negare e poi ti abbia risposto in questo modo indegno?

 

Fu doloroso, ma non solo.. andai proprio stato confusionale perché. Tu affidi la tua vita in mano a una persona.. pensi che ti deve salvare la vita.. che comunque è lì per lottare insieme a te.. invece lei che fa? Ti nega il suo aiuto in un momento così delicato della tua vita. A quel punto andai da medico del suo team, il quale mi disse che ero guarita e di tornare a luglio con un ecografia pelvica. Ero sempre più destabilizzata… “la mia tac parla di metastasi e questo mi dice che sono guarita?”. Considera che gli stessi infermieri del reparto mi dicevano “vai via da questo ospedale questi ti fanno morire”. Anche della cosa che mi disse il medio del suo team non c’è più alcuna traccia nella cartella clinica. 

 

-L’oncologa sapeva che il tuo caso era estremo e non voleva prendersi la responsabilità.

 

E’ quello che hanno detto anche all’ultimo ospedale in cui andai. Il fatto che lei mi facesse andare intra moenia era un modo per farmi capire che lei non sapeva più che fare.  Il mio medico di base, a quel punto, mi consigliò di andare al Regina Elena. Presi un appuntamento, dopo il quale mi chiamarono per fare una Tac e mi ricoverarono per tre giorni. Era luglio 2010. I primi di agosto mi telefonarono e mi comunicarono gli esiti della Tac, e mi dissero che mi sarei dovuta operare e che mi avrebbero tolto utero, ovai, tutto quanto. Mi ricoverano subito dopo ferragosto e mi fanno una palo scopia. La mia mente e il mio cuore voleva credere che dopo la palo scopia mi avrebbero detto.  “guarda ci siamo sbagliati, non ti dobbiamo togliere utero e ovaie”. Ma non fu così. L’intervento venne programmato per il 25 agosto, pochi giorni dopo. Fino al 24 agosto 2010, ogni volta che veniva da me il chirurgo che doveva operarmi, io scoppiavo a piangere, perché sapevo cosa dovesse dirmi; e lui non riusciva  mai a parlarmi. Solo il 24 agosto mi parlò chiaramente. Mi disse:  “adesso basta piangere.. io e te dobbiamo parlare.. dalla paloscopia noi non riusciamo a capire se tu sei ancora operabile..credo che qui realmente ho avuto paura del tumore .. hai delle metastasi, la malattia è molto estesa, molto di più di quello che appare dalla tac.. ci sono anche molte aderenze e quindi non riusciamo a vedere tutto il tuo addome. E quindi noi ti operiamo però non sappiamo come finisce l’intervento.” Mi disse anche che sarei stata l’unica operata del giorno successivo e che il mio intervento sarebbe iniziato alle 8 del mattino e sarebbe finito intorno alle 19:00 , ma io mi sarei svegliata la mattina successiva e  che durante l’operazione avrei fatto un tipo speciale di chemio all’addome; un tipo di chemio che si fa una sola volta nella vita. Io gli dissi che quel tipo di chemio l’avevo già fatta al San Giovanni.. ma.. anche questa cosa quelli del San Giovanni non l’avevano scritta da nessuna parte. Il chirurgo, in mancanza di alcun atto scritto che accertasse quello che stavo dicendo, me la fece comunque fare.  Chiesi al chirurgo se, quando mi sarei svegliata avrei avuto ancora il tubo, perché avevo paura che, avendo il tubo, non sarei riuscita a respirare. E lui mi disse “se quando ti svegli avrai ancora il tubo, perché poteva succedere tu fai..ahhh.. come se prendessi una boccata ad aria a bocca aperta, ti accorgi che respiri e ti calmi.. e sta tranquilla che nel momento in cui noi ci accorgiamo che ti sei svegliata, ti stubiamo. Non ce l’avrai questo trauma”. Prima di quell’operazione, per la prima volta volli salutare mia madre (piange)..  e poi mio fratello, e il mio compagno. Prima di entrare in sala operatoria, ero in fila insieme ad altre persone; ci stavano varie sale operatorie, vari reparti. E  ricordo che io, che avevo una paura allucinante, mi sono trovata a dare conforto ad una signora che anche lei doveva essere operata (piange). Mi sono fatta forza, facendo forza. La mattina dopo quando aperto gli occhi e ho visto che non potevo chiudere la bocca, perché avevo il tubo in bocca, ho fatto come mi aveva detto il chirurgo; ho preso fiato, mi sono calmata. Dopo un po’ venne l’infermiera che mi disse “Sono Lucia, ti sto togliendo il tubo, stai tranquilla, adesso respirerai da sola”.Dopo un po’ che mi ero risvegliata  sentivo solo il mio cuore mi faceva male, tanto batteva forte. Immagina io che ero lì, in quel lettino piccolo, piena di tubi e con un dolore lancinante al cuore, pensando che mi stava per venire un infarto. Da lì mi venne il collasso al polmone. Loro mi fecero un tubo dentro un  drenaggio che mi avevano messo e, da questo tubo, spararono una specie di palloncino a parte il dolore che e’ l unica cosa che ricordo bene i fatti dovrebbero essere andati super giù così. Però continuavo sempre ad avere il cuore accelerato; e non riuscivano a capire cosa avessi. Solo dopo diverso tempo, capirono che stavo morendo disidratata e iniziarono a farmi tante flebo finché il mio cuore tornò ad un battito normale. Successivamente mi dissero di avermi tolto la colecististi in metastasi, la metastasi al diaframma destro, che mi avevano tolto l’utero, le ovaie, te tube, la sacca pelvica,omento e i vari linfonodi che c’erano; la lesione al gluteo sinistro, non riuscendo ad arrivarci, rimase là. Mi tolsero l’utero e le ovaie con tutto ciò erano pulite perché  la sacca pelvica era quella malata. Togliendo la sacca pelvica in automatico dovevano togliere l’utero e le ovaie, perché non potevano rimanere senza sacca pelvica. Sono stata giorni in rianimazione intensiva, in isolamento fino ad arrivare alla mia stanza di reparto. Prima di uscire dall’ospedale, rifeci la TAC e mi dissero, anche stavolta, che la malattia era presente; ma che fisicamente non ero abilitata per fare delle chemio ed avrei dovuto aspettare finché si sarebbe potuto intervenire con le chemio. Era settembre 2010. Da giungo 2010  avevo smesso di lavorare. Un’altra brutta storia.

 

-Racconta..

 

Dove lavoravo hanno sostanzialmente –tutto lascerebbe far dedurre questo- fatto un finto fallimento per sbarazzarsi di me e di altre due persone sgradite. Il supermercato dove lavoravo fece un finto fallimento, licenziò tutti e, dopo qualche mese, riaprì, riassumendo tutti, tranne me e queste altre due persone. Quando lavoravo là, mi dicevano sempre “ma perché non ti licenzi? Poi quando guarisci ti riassumiamo noi”. Il mio principale arrivava a dirmi “la vorrei fare io la vita che fai tu”, al che rispondevo “e io la tua manco mezzo secondo, per quanto sei una persona vuota” e lui mi controbatteva “ah se non ti sta bene come ti trattiamo, quella è la porta e te ne puoi andare”, ed io “ah ti piacerebbe.. no io non me ne vado… mi devi licenziare tu se vuoi”. Botta e risposta di questo tipo c’erano ogni giorno. Alla fine hanno fatto inscenato questo fallimento, per poi intestare tutto ad un uomo di paglia. Nel momento in cui volevo fare vertenza contro i proprietari del supermercato, loro mi dissero che non c’era più niente intestato a loro. E quindi ho perso la liquidazione, oltre al lavoro. 

 

-Dire che sono dei miserabili sarebbe essere troppo gentili verso persone come queste.. torniamo alla cronologia degli eventi..

 

Dal settembre 2010 fino a settembre 2011 io faccio solo Tac, Pet e analisi. Nel corso dei mesi ero passata dai 70 ai 59 kg.. Mi sentivo sempre stanca e debole. Non avevo neanche la forza di camminare per quanto ero stanca.  A quel punto decisero, di intervenire perché stavo proprio sparendo fisicamente. Arrivati a settembre  2011, il mio oncologo del Regina Elena mi fece una iniezione, dicendomi che quella iniezione serviva a produrre cortisone, in moto che io potessi prendere forza per reagire fisicamente, per mettermi n condizioni di ricevere il trattamento chemioterapico che mi volevano fare.  Quell’iniezione, in un certo senso, servì a qualcosa. A partire da essa, fino a quando non ho concluso la chemio, presi circa 30 kg ed ero più forte. Tieni conto che, prima di ogni seduta di chemio mi somministravano cortisone e antistaminico, e questo contribuiva a darmi peso e forza. Gli effetti collaterali della chemio erano gli stessi che avevo avuto il primo anno. La differenza era che stavolta, per via di queste “aggiunte” di cortisone, non svenivo dopo la chemioterapia. Ma l’esperienza restava sempre devastante. Pensa che prima di ogni seduta di chemio, mi davano un antistaminico sia per l allergia e sia per addormentarmi, perché era così violento l’impatto della chemio, che, una volta che giungeva il giorno della seduta, la mia mente reagiva e mi ingenerava attacchi di vomito. Cominciavo a vomitare già da casa. Questa secondo “periodo” di chemioterapia durò da settembre 2011 a novembre 2012 con sedute molto frequenti. Il 13 novembre del 2012 io faccio l’ultima chemio, me lo ricordo perché era il giorno dopo del mio compleanno.  Finita la chemio, mi portarono a casa. Era quello che avveniva dopo ogni chemio. Mi mettevano su una sedia a rotelle, mi portavano alla macchina. Poi davanti al portone di casa mia sorretta salivo con l’ascensore e una volta in casa mi buttavo sul letto e lì rimanevo fino alla prossima infusione. Anche quella volta ci fu questa dinamica.  Vivevo con il mio compagno. Dovevo sempre essere assistita, specialmente l’ultimo mese, perché non reagivo proprio più.  Dopo l’ultima chemio, oltre a non alzarmi più dal letto, ho avuto un ascesso ad una ferita al seno di quattro anni prima. Per via di questo ascesso, mi incisero con il bisturi, senza anestesia, senza niente, e mi facevano le medicazioni con la garza, entravano dentro. Una cosa tremenda che non auguro nemmeno al mio peggior nemico. Dopo l’ultima chemio, come ti dicevo, non mi alzavo più dal letto. Pregavo Dio che mi facesse morire il prima possibile. Io interiormente mi sentivo morta fin da quell’intervento in cui mi avevano tolto utero e ovaie, perché avevo perso quello che più desideravo al mondo; la possibilità di avere figli. In più ormai sentivo un dolore fisico indescrivibile. Dovevo bere col cucchiaino. Non potevo toccare nulla, che prendevo le scosse. Non potevo neanche stare a guardare la luce, perché mi dava fastidio agli occhi; dovevo sempre stare con la serranda abbassata, al buio. In più ebbi questo accesso di cui parlavo prima e che era un segno del fatto che il mio fisico non reagiva più; che non sarei stata in grado di sopportare un’altra chemio.

Quando a dicembre, tornai dall’oncologa del Regina Elena e lei mi disse “in questo stato tu la chemio non la puoi fare, quindi per noi adesso rimandiamo la chemio al prossimo anno”. Io le chiesi quante possibilità avrei avuto di guarire con la chemio e lei mi disse che non pensavano che avrei potuto guarire, che le probabilità di guarigione erano al 30% ma che su di me la chemio fino a quel momento non aveva mai funzionato, quindi serviva solo ad allungarmi la vita. Le chiesi quanto tempi mi rimaneva. E lei disse non sapeva dirmelo; ma se avessi interrotto la chemio, sarei morta prima. Al che le dissi: “ Preferisco morire che fare un altro giorno di chemio,per lo meno riesco a vivere anche un solo giorno ma viverlo decentemente..che vivere un mese ma viverlo in quello stato”.

Lei mi rispose “Tu hai ragione, è la tua vita, devi decidere tu. Tanto la chemio su di te non funziona. Però non ti posso mandare a casa senza dirti che c’è un’altra chemio che tu puoi provare, però i risultati sarebbero sempre gli stessi. Io se fossi in te avrei fatto la stessa scelta, però tu mi devi firmare il consenso che stai rifiutando, perché io te la sto dando una possibilità di fare un’altra chemio, non oggi ma più avanti”. 

“No, no.. firmo il consenso, preferisco vivere un giorno e morire anche dopodomani che vivere in quello stato ”. 

Firmai questo consenso, ci salutammo, e non ti dico come sono uscita da quella stanza perché mi dicevo “è finita, sto andando a casa a morire.. non c’è più nulla da fare”. Mentre uscivo dalla stanza della dottoressa, una signora, che avevo conosciuto in quell’ospedale, mi disse “dammi il tuo numero perché comunque ti voglio sentire… Che ti hanno detto?”, “Mi hanno detto che la chemio non fa più niente, vado a casa e finisce così”, e lei mi disse “io faccio la Di Bella”, gli lascio il numero mio,  ma in quel momento io non avevo dato alcun peso al fatto che lei facesse la Di Bella, così come non avrei dato peso ad altre parole. Per me era finita là. Il mio unico pensiero era come vivere i giorni che mi rimanevano. Tutto quello che ancora potevo fare, lo dovevo fare. Erano i primi di dicembre quando ero uscita dall’ospedale. Quella signora mi contattò i primi di gennaio 2013. Io nel frattempo avevo vissuto quello che pensavo fosse il mio ultimo Natale. Però stavo bene, perché un pochettino mi ero ripresa dagli effetti della chemio. Riuscivo a passeggiare, ad esempio, e per me era una gran cosa; era una vittoria. Ho avuto vicino a me veramente Amici con l a maiuscola. Una mia amica che per me è come una sorella. Aveva una bambina; io ero la madrina. Quando stavo male non riuscivo a prenderla in braccio perché non avevo le forze. Quindi, adesso che stavo un po’ meglio, cercavo di stare il più possibile con lei. Anche se era piccola, speravo che  mi avrebbe ricordato. 

 

-A volte credo che chi si sente vicino alla fine, riesce a darsi alla vita con una intensità che molti non sfiorano neanche lontanamente…. Andiamo alla telefonata di quella signora..

 

Allora.. i primi di gennaio mi chiamò quella signora, parlandomi del dottor Attanasio, il dottore presso il quale lei faceva la cura Di Bella. Mi disse che lui faceva anche la terapia del dolore. Io mi dissi:  “Se la Di Bella non funzionasse o non  me la potesse dare, vuol dire che prenderò le cure palliative”. Quando andai dal dottore Attanasio, lui mi disse  “Possiamo fare un tentativo,  proviamo e vediamo come reagisci”. Non parlò di guarigione; ma di un tentativo. Perlomeno mi avrebbe dato una vita dignitosa fino alla fine. Dopo neanche una settimana che avevo iniziato la cura Di Bella, mi tornavano le forze fisiche; riuscivo a camminare, a mangiare, a bere. Dopo un paio di settimane, ripresero a crescermi i capelli sulla testa.  Ricominciavo una vita, non dico normale, ma quasi. E pensavo “anche se non dovesse funzionare, comunque faccio una vita dignitosa”. Dopo tre mesi faccio di nuovo la TAC di controllo; era marzo 2014. Niente era successo. Ma nel frattempo la cura Di Bella mi aveva dato una speranza, una vita, una dignità. 

 

-Fai una sintesi di quello che avevi in quel momento..

 

Prima che iniziassi la cura Di Bella, il marcatore era diventato 571, e tutto quello che avevo era triplicato nelle misure. Complessivamente si trattava di: una lesione gluteo sinistro, una lesion all’inguine sinistro, la massa addome, linfonodi all’inguine destra, una lesione o linfonodo dietro la schiena, una lesione vicino alla carotide. Tutte queste cose dopo tre mesi erano rimaste uguali. L’unico cambiamento era stato una diminuzione dei marcatori, anche se di poco. Dopo altri mesi di trattamento, i marcatori sono ulteriormente diminuiti, arrivando ad essere, a tutt’oggi, a 168. Tutti gli altri linfonodi e masse sono rimasti bloccati, tranne che per quella all’inguine sinistro che è cresciuta di un centimetro.. però.. la lesione di  5cm al gluteo sinistro non c’è più.

 

-Quindi, potremmo dire che, due anni di terapia Di Bella ha  portato, oltre al miglioramento della condizione vitale, ad una diminuzione netta dei marcatori, ed alla sostanziale stabilizzazione di linfonodi e masse, mentre per tutti i precedenti anni di malattia, essi avanzavano costantemente… unica massa ad essere aumentata, è stata quella all’inguine sinistro che è cresciuta di un centimetro.. ma, allo stesso tempo è scomparsa quella al gluteo sinistro che era di cinque centimetri. 

 

Esatto.. E io continuo con la mia vita, che se non fosse una certa stanchezza quotidiana, sarebbe quasi normale. Nel frattempo sono sorti i problemi con l’INPS. 

 

-Riassumi anche questo..

 

Allora, dal 2014 io ricevo una pensione che mi dà lo Stato per via della malattia, non riconoscendomi più una persona idonea al lavoro. Inoltre in questi otto anni ho ricevuto dall’Inps l’invalidità per malattia e l’accompagno che si dà in caso di sottoposizione alla chemio. All’accompagno non ho più diritto perché non sto più facendo la chemio. Nel 2014 ho ricevuto una visita improvvisa da parte dell’Inps che non ha riconosciuto la sussistenza della mi malattia, in quanto non ho una relazione oncologica che continua ad attestarla.

 

-E perché non ce l’hai?

 

Tutti gli oncologi si rifiutano di farmela. Perché facendo io la cura Di Bella, tutti gli oncologi hanno paura, in un certo senso, di avere grane e quindi tutti si rifiutano di relazionare il mio attuale stato di salute; ossia di trascrivere quello che dice la TAC. In mancanza di questa relazione oncologica, l’Inps non mi riconosce più come persona malata, nonostante lo stato della mia malattia è chiaramente descritto nella  mia Tac.

 

-In pratica tu hai documentazioni, come la Tac, che attestano, fuor di ogni dubbio, che tu sia malata, e anche gravemente, ma visto che non hai trovato un solo oncologo disposto a trascrivere in una relazione oncologica quello che è il contenuto della Tac –ovvero qualcosa di oggettivo- tu per l’Inps risulti “non malata” e quindi rischi di perdere l’assegno di invalidità?

 

Esattamente..

 

-Parafrasando Lord Acton, mi verrebbe da dire.. l’assoluto burocratismo porta  alla assoluta demenza.. 

 

Pensa che io devo pagare l’affitto, le bollette, la cura Di Bella,più le spese per visite, esami, ecc… più mangiare e altre spese essenziali. E allora capisci perché oltre alla pensione statale, ho bisogno dell’invalidità, anche perché la malattia è tutt’ora presente. Comunque ho deciso di procedere legalmente. In sede processuale, il giudice eleggerà un oncologo dall’album medico il quale non si potrà rifiutare e leggerà la mia TAC. Però non so quali sono i tempi di attesa per tutto questo. Spero i più brevi possibili. 

 

-Raffaella, hai un pensiero ricorrente?

 

Se avessi conosciuto prima la cura Di Bella… se l’avessi conosciuta otto anni fa, non avrei fatto la chemio, non avrei buttato anni di vita dentro il letto e tra sofferenze atroci. Sono avvelenata per questa cosa. E chissà.. forse oggi sarei guarita ! 

 

-C’è qualcosa che ti ha dato forza in questi anni, durante questo tuo duro percorso?

 

I miei nipotini, Noemi e Mattia che sono nipotini acquisiti ,ma sono come figli per me. La musica, specialmente la voce di una mia cara amica quando canta Silvia Capasso mi da una forza immensa mi fa vibrare il cuore e mi fa sentire viva. E Gesù. Che mi ha preso in braccio nei momenti piu’ bui.. e anche se certe volte ho traballato nella sua fede so che lui e’ rimasto sempre al mio fianco e non mi ha mai lasciata sola. Io non ho mai chiesto di guarire a Dio..ma ho sempre e solo chiesto di darmi la forza di sopportare tanto dolore.

 

-Grazie Raffaella. 

 

Grazie a te Alfredo per avermi dato la possibilità di portare la speranza con la mia testimonianza.. per aver dedicato parte della tua vita a me..grazie al Dottor Di Bella e al Dottor Attanasio per aver dato alla mia vita ancora una speranza, una dignità e grazie a tutte quelle persone che in questi otto lunghi anni sono sempre rimaste al mio fianco. Le loro preghiere, la loro vicinanza, il loro affetto, hanno contribuito a tenermi in vita.Non so se mai guarirò, ma la cosa sicura che so’ e che dopo quei sei mesi, devo ringraziare ogni giorno Dio per avermi ancora regalato il dono di essere viva.

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La vicenda di Gregorio Durante, fatto morire in carcere

by on apr.17, 2015, under Resistenza umana

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Gregorio Durante venne trovato morto, nel carcere di Trani, la mattina del 31 dicembre 2011.
Entrai in contatto con la madre, Ornella Chiffi, e, dopo ore di confronto telefonico, pubblicai sulle Urla dal Silenzio, il 3 marzo 2012, un lungo resoconto sulla vicenda (vai al link..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/03/04/avete-ucciso-gregorio-durante/). Una storia che ha generato l’indignazione di chiunque ne sia venuto a conoscenza.
Il 14 novembre di quest’anno si è concluso il primo grado di giudizio sui fatti di questa vicenda. Si è concluso con una sola condanna, quella del Dirigente Sanitario del carcere di Trani. Condannato a soli 4 mesi di carcere. Condanna che ha fortemente amareggiato la madre e i famigliari.
Oggi, dopo tre anni dalla prima volta che mi occupai di questa vicenda, ci ritorno, con una intervista che ho fatto alla madre, in merito alla controversa sentenza del novembre 2014, e a come lei e i famigliari intendono adesso procedere.
Prima di questa intervista, però, “devo” nuovamente narrare la vicenda di Gregorio Durante.
Quello che avvenne a questo ragazzo è talmente indegno da richiedere che la dinamica dei fatti sia conosciuta. E quindi la narro nuovamente, sia per quelli che non lessero mai il lungo pezzo che pubblicammo tre anni fa. Sia per coloro che lo lessero, ma hanno, nel frattempo rimosso molti aspetti della vicenda.
Riprenderò quindi il resoconto che scrissi 3 marzo 2012, riformulando però vari passaggi, e togliendone altri. Per poi passare all’intervista che ho recentemente fatto ad Ornella.
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Questa è una storia di quelle di cui, se è possibile, non va rimandata la lettura. E’ una di quelle storie che vanno affrontate adesso, perché a un ragazzo che ha passato le pene dell’inferno, glielo dobbiamo. Andate fino in fondo nella lettura, non interrompetela. Perché un ragazzo è morto solo come un cane e merita almeno un po’ del nostro tempo, e lo merita sua madre, e tutti coloro che adesso sono in una posizione simile alla sua e ora rischiano di fare la stessa fine.
Adesso procedo con la storia, per poi, alla conclusione della narrazione, fare delle considerazioni finali.

Nel 1995 Gregorio, all’età di diciassette anni fu colpito da una meningalncefalovirarle. Questa lo portò a quaranta giorni in coma, e, in totale, a tre mesi e mezzo d’ospedale.Da questa malattia non se ne esce vivi, o se si resta in vita, se ne esce con gravi deficit. Gregorio ne uscì vivo e sano; ma con gravi crisi epilettiche. Le crisi le curava con un farmaco, il gardenale. In qualche modo, supportato dai farmaci, Gregorio non aveva attacchi epilettici e riusciva a fare una vita sostanzialmente normale.
Nel 2004 si ripresentò una crisi epilettica. Aveva 25 anni allora. Questa unica crisi lo portò ad uno scombussolamento completo di tutto il suo equilibrio. Ne derivarono gesti in consulti, tremori, balbettii, momenti di lucidità e no. In quei frangenti di crisi non riusciva a parlare, non riusciva a deglutire. Nel complesso ciò che gli accadeva di frequente, dopo avere avuto una crisi epilettica, viene chiamato “crisi psicomotoria”. Dopo quella crisi epilettica, si succedettero nei giorni, tutta una serie di crisi psicomotorie. Durante queste crisi si contorceva come un animale, sbatteva le mani e sbatteva le gambe. La madre gli stava vicino per evitare che lui si facesse male.Venne ricoverato nell’ospedale di Lecce per dieci giorni. Fu dimesso con queste crisi che erano arrivate ad un livello molto lieve. Stette a casa tre mesi. La madre lo seguiva come un bambino. Momenti di lucidità che si alternavano a momenti di lucidità.Ornella aveva appreso tutta una serie di modalità con cui approcciarsi con lui nei momenti di crisi. Non appena arrivava una crisi, lui la avvisava e lei lo faceva stendere sul divano, e lo aiutava nei movimenti che non riusciva a controlla, per evitare che si facesse male.Adesso non bastava più il Gardanale, ma dovettero aggiungere un altro farmaco, il Tolep 600. Dopo tre mesi e mezzo, riprese a vivere decentemente. Le crisi scomparvero. Stava anche lavorando, nelle pompe funebri. A conti fatti, stava bene. Era sposato ed aveva due bambini; e guidava regolarmente anche.

Gregorio fu arrestato nel 2010. Il fatto scatenante l’arresto furono degli schiaffi che diede al figlio di una guardia penitenziaria. L’arresto non si reggeva solo sul singolo fatto violento. Ma anche sul fatto che era stato già precedentemente condannato, per associazione mafiosa –condanna che aveva già scontato agli arresti domiciliari, e che aveva comportato la misura della sorveglianza speciale. L’atto violento, considerato in questo contesto, fu valutato come reato in violazione della sorveglianza speciale, e da questo ne derivava un livello sanzionatorio più elevato.
Il ragazzo finì per essere condannato a sei anni. In appello la pena venne ridotta a tre anni e mezzo; e poi definitivamente riconfermata in Cassazione. Gregorio Durante è morto dopo un mese dalla sentenza definitiva; due anni precisi di detenzione. Era stato arrestato il sette novembre 2009. E è morto il 31 dicembre 2011. Due anni pieni, due anni integrali. Senza avere mai un permesso. Ricordiamo che era giovane, e che aveva due figli minori. Ma non gli venne mai concesso alcun beneficio. Tutte le sue richieste -come i domiciliari- gli furono rigettai in quanto socialmente pericoloso.

Gregorio fu inizialmente detenuto a Lecce e poi, dopo solo 20 giorni, fu trasferito a Bari. Sia a Lecce che a Bari Gregorio riceveva regolarmente la terapia. A Bari, però, la sezione era pericolante, e suo figlio, nell’aprile del 2011 venne trasferito nel carcere di Trani. E questo segnò la sua condanna a morte.Di colpo gli venne soppressa la compressa di Tolep. Era stato mantenuto solo il gardenale. Nonostante le pressioni della madre perché quel farmaco fosse dato a Gregorio, il Dirigente Sanitario diceva che l’Asl non la passava.
Per otto mesi Gregorio non avrà quel farmaco. Le istanze che, a tal proposito, la madre fece al Magistrato di Sorveglianza, non sortirono alcun esito.
Gregorio è stato relativamente bene fino al 4 dicembre. Da lì iniziò quell’allucinante mese da incubo che lo condurrà alla tomba.
La sera del 4 dicembre Gregorio fu colpito da una crisi epilettica. La mattina del 5 scrisse alla moglie, e quella fu l’ultima lettera che scrisse. In quella lettera raccontava le dinamiche della crisi che aveva avuto. All’inizio aveva avuto fortissimi tremori in tutto il lato sinistro del corpo, la lingua storta di fuori, e altri segni di perdita della consapevolezza e del controllo psicofisico. Doveva essere sorretto dai compagni. Venne poi condotto in infermeria, dove gli fu somministrato il valium, per poi essere riportato in cella.Dopo altre tre ore, Gregorio venne colpito da un’altra crisi epilettica, ancora più forte della precedente. Lui non ricordava nulla di quest’altra crisi. Furono i compagni a raccontare le dinamiche della vicenda. Gli stessi compagni che, in quel momento, avvisarono chi di dovere. Gregorio venne condotto nuovamente in infermeria, gli fu nuovamente somministrato il valium, per poi ricondurlo in cella. Questa volta, però, venne chiamato il 118. Il 118 arrivò ma i medici non ritennero opportuno portarlo in ospedale. Si limitarono a somministargli un calmante , poi gli somministrarono un altro medicinale, e lo lasciarono in carcere. Gregorio avrebbe dormito fino alla mattina preso del giorno dopo. E, fu quella mattina che, svegliatosi, avrebbe preso carta e penna per scrivere alla moglie il resoconto di queste vicende. Fu l’ultima lettera che scrisse.
Dal giorno di quella crisi, la madre ebbe con lui circa quattro colloqui. E ogni volta stava peggio. Era talmente confuso in quei colloqui, che spesso doveva essere lei ad alzarsi dalla sedia e bloccarlo, perché lui, di prima battuta, non riconosceva lei e chi la accompagnava.Dal 4 al 31 dicembre si sono succedute fortissime crisi psicomotorie. Il 118 venne molteplici volte, anche nell’arco della stessa giornata (come risulta dal diario clinico carcerario). Ma, Gregorio non venne mai portato in carcere. Ci si limitava, al massimo, a somministragli calmanti.
Il 10 dicembre, durante un colloqui con la madre, Gregorio ebbe una fortissima crisi psicomotoria. Mentre chi era intorno cercava di farlo riprendere, la madre, furibonda, chiedeva di parlare con chiunque, nel carcere, fosse in grado di intervenire e, comunque, chiedeva che fosse trasferito. La madre quel giorno parlò con il medico di turno, con l’ispettore, con il comandante e con decine di agenti penitenziari.Il dialogo col medico fu decisamente emblematico. Mentre la madre disperata esponeva la situazione del figlio e quello che sarebbe successo se fosse continuato a rimanere in ospedale, il medico a un certo punto, tenendo le mani in tasca, disse: “Signora, è già un miracolo che lei stia parlando con me”.La madre insisteva, chiedendo se fossero stati fatti gli esami adeguati; tac, risonanza magnetica, ecc. Ma lui continuava a stare con le mani in tasca, facendo spallucce e non dando risposte.
Però la madre tanto disse e tanto fece, minacciando che non si sarebbe mossa di lì finché non fosse stata chiamata un’ambulanza per portare Gregorio in ospedale, che alla fine l’ambulanza venne chiamata e lui fu portato in ospedale, ma venne messo nel reparto psichiatrico. In quel reparto restò solo due giorni –durante le quali ebbe anche crisi psicomotorie- per poi essere rimandato in carcere, con la glicemia, tra l’altro, molto al di sotto della norma.
In tutto questo drammatico succedersi di eventi, la madre si era accorta che i medici del carcere, il Dirigente Sanitario, direttore sanitario e Direttore della struttura del carcere di Trani, si erano fatti la convinzione che Gregorio simulasse per avere benefici penitenziari. Quindi, appena tornato dall’ospedale, si decide di “punire” questo povero Cristo dandogli l’isolamento diurno. Quindi, Gregorio –sottolineiamolo, già devastato dagli attacchi epilettici, e poi da due giorni di crisi psicomotorie, e con la glicemia bassa- venne mandato, dalle autorità del carcere di Trani, in isolamento. E questa misura durò tre giorni. Solo in cella. Solo con le sue crisi e con tutto quello che ne comporta.Dopo questi tre giorni, venne messo in una cella dell’infermeria, dove non vi era alcun oggetto o suppellettile. Questo perché, il trattamento che gli era inflitto determinava, come era preventivabile, dei momenti di aggressività. E allora, per evitare che facesse atti pericolosi, fu piazzarono in una cella dove non c’era niente oltre al letto. Gli venne affidato un piantone. Ovvero un detenuto che non stava in cella con lui, ma che lo lavava, lo vestiva e gli dava da mangiare. Lui ormai era sempre più debilitato e incapace di agire. Non riusciva più a farsi la barba, e tante altre cose. E, a un certo punto, non fu più capace neanche di parlare. E non riuscendo neanche a camminare, veniva trasportato su una sedia a rotelle.
La famiglia, viste le sue devastanti condizioni, aveva scritto a Magistrato di Sorveglianza che Gregorio ricevesse la sospensione della pena per gravi motivi di salute. Ma il Magistrato di Sorveglianza, invece di dare la sospensione della pena, pensò bene di stabilire per Domenico trenta giorni di ospedale psichiatrico giudiziario, per capire se Gregorio stesse simulando o meno. Avete capito bene. Un ragazzo in fin di vita, con un pregresso stato patologico, con ricorrenti crisi, ricoverato da poco in ospedale.. e prima il carcere lo punisce con un regime di isolamento, e poi il Magistrato di Sorveglianza lo manda per 30 giorni in un ospedale psichiatrico giudiziario per capire se stava simulando o no.
Gregorio non ci arriverà mai all’ospedale psichiatrico, perché sarebbe morto prima.
L’atto del Magistrato di Sorveglianza giunse il 14 dicembre, ma l’Ospedale psichiatrico giudiziario in quel momento era pieno. E quando si sarebbe liberato un posto, Gregorio aveva già lasciato questo mondo.Nel mondo “esterno”, Gregorio era assistito da un luminare della neuropsichiatria, il professore Luigi Specchio. Fu lui che nel 2003 lo aveva letteralmente tirato fuori dalla morte. Gregorio, quando cominciò il suo tunnel nero, nel dicembre 2011, chiedeva costantemente di potere avere la visita del suo medico di fiducia, il professore Luigi Specchio appunto. Ma doveva fare la domandina, perché tutto in carcere funziona con la domandina. Il piccolo problema era che Gregorio non era proprio nelle condizioni materiali di riuscire a compilare una domandina.Il 14 dicembre la madre ebbe un colloquio con Gregorio. Viste le sue condizioni sempre più deterioriate, e la costante possibilità di una crisi distruttiva, la madre chiese alle guardie non lasciarli completamente soli, e di stare nelle vicinanze. In quell’ora di colloquio, Gregorio non riuscì a dire quasi una parola; ma sembrava che riuscisse comunque a capire qualcosa. Questa impressione era confermata dai cenni che dava con la testa. Aveva gli occhi semichiusi. Fu proprio da quel giorno che Gregorio incominciò a non parlare, per poi, a partire dal 17, non dire più neanche una parola.
Torniamo al colloquio del 14. Sul finire del colloquio di quel giorno, comparvero nella sala il Direttore e lo psichiatra del carcere. Lo psichiatra le disse.“Signora, non so più che cosa devo fare con suo figlio. Sto cercando di stimolarlo in tutti i modi”.Al che la madre rispose sdegnata..“Lui non aveva bisogno di stimoli, ma di essere ricoverato”.“Chiede del professor Specchio”, continua lo psichiatra del carcere.“Sì, è il suo medico curante”, dice la madre.E a questo punto è il Direttore ad intervenire..“Sì, sì, proprio stamattina ho autorizzato la domandina perché venga a visitarlo il medico di fiducia”.
Queste furono le parole del Direttore. Famiglia e avvocati aspettarono un paio di giorni, ma il professor Specchio continuava a non ricevere alcuna chiamata dal carcere.
Successivamente, sostiene la madre, sarebbe emerso come la richiesta del Direttore non è era mai partita dal carcere. Ovvero il Direttore del carcere di Trani avrebbe deliberatamente mentito.
Nel colloquio che la madre ebbe il 17, trovò Gregorio ormai totalmente debilitato, incapace di fare assolutamente niente. Tutta l’ora del colloquio passò con la madre che lo abbracciava, che abbracciava un corpo abbandonato e con gli occhi semichiusi. Tuttavia, vi fu un’ultima fiammata di questo ragazzo. Al momento del saluto, il figlio di colpo ritrovò un ultima scintilla di vitalità, e strinse forte la mamma con una forza inaudita, e la baciò sulla bocca. Quando, alla fine, lo stavano riportando via, poi, Gregorio le cadde sulle braccia. Gli agenti lo presero e lo portarono via sulla sedia a rotelle. Quel fortissimo abbraccio, e quel bacio in bocca, fu l’ultimo estremo saluto di Gregorio alla madre, l’ultimo suo grande atto d’amore.
Quando il 24 dicembre la madre arrivò in carcere per un altro colloquio, Il figlio le venne portato completamente inerte, sulla sedia a rotelle, e con gli occhi ormai completamente chiusi. Neanche il capo reggeva più, ed era la madre a tenerlo, mentre la nuora (la moglie di Gregorio), venuta anch’essa a colloquio, gli teneva le mani.Sul finire di quel colloquio, un detenuto, chiamando la madre in disparte, le disse “Fate qualcosa, o lui di qui esce morto”.
Il 27 dicembre, finalmente, vi fu la visita in carcere del prof. Specchio. Dopo la visita, il prof. Specchio disse espressamene che Gregorio doveva essere portato urgentemente in ospedale, perché ormai poteva succedere di tutto. Venne inviata al Magistrato di Sorveglianza una relazione scritta del Prof. Specchio, dove il professore spiegava in modo chiarissimo la drammatica situazione in cui si trovava Gregorio.
Il Magistrato di Sorveglianza, a questo punto, invece di chiedere un immediato ricovero, fa un atto col quale chiede al carcere di accertare le attuali condizioni di salute di Durante Gregorio. Lo stesso carcere che per un bel periodo aveva considerato Gregorio un simulatore. Lo stesso carcere che aveva lasciato inevase le drammatiche richieste della madre. Lo stesso carcere dove il medico si permetteva di fare spallucce davanti ad una madre col cuore a pezzi. Lo stesso carcere dove il Direttore poteva dire una cosa, rivelatasi poi non vera, come quella per cui, la domandina per la visita del prof. Specchio era stata autorizzata. Era a questo carcere che il Magistrato di Sorveglianza chiedeva fossero accertate le condizioni del ragazzo.
Il 31 mattina la Ornella e la nuora mentre stanno arrivando in carcere per un nuovo colloquio, ricevono una telefonata in cui vengono avvisate che Gregorio non ce l’ha fatta. Gregorio era stato trovato morto, proprio quella mattina, durante un’ispezione nella cella numero cinque.
Nonostante la tremenda notizia, Ornella ha la forza di continuare il tragitto verso il carcere per riprendersi il corpo del figlio. Appena arrivata, vedendo il Direttore che la guarda dalla sua finestra, le dice “Animale, animale”. Il Direttore per tutta risposta, alzò le braccia e fece il gesto di mandare a fare in culo.
Un paio d’ore dopo, comunque, il Direttore ricevette la madre e la moglie di Gregorio nel suo ufficio. Il Direttore dice ad Ornella che proprio quella mattina si era deciso ad attivarsi presso il Magistrato di Sorveglianza per fare ottenere a Gregorio la sospensione della pena. Proprio quella mattina.. che coincidenza.. Il Direttore, continuava a parlare dicendo che lui in carcere si faceva il mazzo, finché a un certo punto Ornella gli dice:
“E quando vedeva mio figlio, cosa vedeva? Nn vedeva un ragazzo che stava morendo? Io le ho consegnato una montagna. E adesso è stato ridotto ad un corpo denutrito fino alla morte”.Denutrito.Sì, perché Gregorio oltre a non essere curato, non è stato neanche messo in condizioni di mangiare. Quando nel 2003, si era trovato in condizioni simili, era stato nutrito con un sondino naso gastrico.
Quando nel dicembre 2011 in carcere non fu nuovamente in condizione di nutrirsi, non si pensò mica a trovare un modo per alimentarlo. Ma, la sua impossibilità a nutrirsi venne interpretata come “rifiuto del cibo”. Sul diario clinico del carcere è scritto..“Rifiuta il cibo”.Non sembra che nessuna delle menti sanitarie del carcere di Trani abbia pensato che molto probabilmente non poteva mangiare, che non poteva deglutire, e si doveva cercare di alimentarlo in qualche modo.

Altro dato inquietante. Quando, IL 24 dicembre, il prof. Specchio era stato a visitarlo, raccontò di avere visto sul labbro di Gregorio, uno strano impasticciamento rosato. Solo successivamente Ornella ricordò che le compresse di Tolep, che suo figlio prendeva a suo tempo, insieme al Gardenale, erano di colore rosato. Sì, le stesse compresse che per otto mesi, da quando giunse nel carcere di Trani, non gli vennero più date. Quell’impasticciamento rosa sul labbro di Gregorio –questa fu l’interpretazione a cui giunse la madre- derivava dalle pillole di Tolep che, non potendo il ragazzo ingoiarle, perché ormai incapace di deglutire, si scioglievano lentamente in bocca, per poi formare una pasta rosa, che fuoriusciva all’esterno sul labbro, cristallizzandosi sopra di esso. E ricordò che effettivamente Gregorio, nella lettera che il 5 dicembre scrisse alla moglie, dopo la devastante crisi epilettica del 4, a un certo punto diceva..“Miracolosamente, subito dopo la crisi epilettica, si è trovato il Tolep”.E la cosa spaventosa è che una volta che queste pillole uscirono “magicamente” uscite fuori, non ci fosse un cane che capisse che questo povero disperato non poteva più neanche deglutire. Se l’interpretazione della madre corrisponde al vero, ci si limitò a ficcargli queste compresse in bocca. Le ficcavano in bocca ad una persona ormai incapace di reggersi in piedi, di parlare, di fare alcunché. La ficcavano in bocca, e magari non davano neanche l’acqua. E magari non controllavano neanche se riusciva ad ingoiare. Gli ficcavano le pillole in bocca come a una cavia da laboratorio. E queste si scioglievano lentamente. Chissà se qualcuna di queste “menti sanitarie” abbia mai avuto il dubbio che quello strato rosa sulle labbra di Gregorio, fosse la stessa pillola rosa, sciolta però, che loro gli davano.
L’analisi del corpo del ragazzo, è stata causa di ulteriore sofferenza per la madre. Non solo perché, dopo la morte di Gregorio, si è trovata davanti un corpo denutrito, devastato e pieno di ecchimosi. Ma anche per le modalità in cui sembra essere giunta la morte.
Ornella mi disse:“Mio figlio è morto durante crisi violente. I pugni sono stretti incredibilmente e le dita sembrano artigli. E’ morto solo. Quando il blindato era chiuso veniva lasciato sulla sedia a rotelle, da solo. Senza suppellettili, senza che nessuno lo controllasse, gli mettevano un pannolone se ne andavano. Lo hanno lasciato morire da solo”,Morto come un cane, in una condizione di totale impotenza ed abbandono. Morto solo in una cella col blindo chiuso, nonostante fosse ormai totalmente non autosufficiente, e avrebbe dovuto avere qualcuno sempre con lui, ad aiutarlo per eventuali esigenze, o pronto ad intervenire in caso di pericolo. Invece era solo, solo, incapace di andare in bagno, incapace di mangiare, incapace di muoversi, inchiodato su una sedia, come un sacco di patate.Circa sette o otto giorno dopo la morte di Gregorio… casualmente… i detenuti a lui vicino sono stati trasferiti. Questi detenuti si dimostrarono disposti a testimoniare; ed anzi sono stati loro stessi a contattare la famiglia.
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Quella che avete appena letto è il resoconto della vicenda di Gregorio Durante fino alla sua morte e all’inizio dell’inchiesta in seguito alla denuncia della madre e degli altri famigliari.
In questi anni nel frattempo, come ho scritto all’inizio del post, l’istruttoria si è conclusa e vi è stata, il 14 novembre 2014, la sentenza di primo grado. Sentenza fortemente discutibile e fortemente contestata dalla famiglia.
Risentendo Ornella, le chiedo di raccontare quanto avvenuto dai fatti raccolti nel resoconto di marzo 2012 ad oggi.

Allora, da parte nostra, dopo la morte di mio figlio, c’era stata la denuncia. Ci sono state le indagini, è stata fatta l’istruttoria. Durante l’istruttoria il PM aveva fatto le indagini su 14 persone. Alla fine ha fatto richiesta di archiviazione per il Direttore, i medici dell’ospedale, e qualche medico della struttura sanitaria. Il rinvio a giudizio è stato chiesto –e accettato- solo per il Dirigente Sanitario più quattro medici che ruotavano nel carcere.

-Quindi si è arrivati al processo, in cui una parte sostanziosa di soggetti verso i quali sicuramente avete molto da ridire, a cominciare da Direttore, aveva avuto la propria posizione archiviata.. voi avevate pensato di opporvi a queste archiviazioni?

Noi non ci siamo opposti all’archiviazione del Direttore e company perché non volevamo infuocare gli animi, andando contro la volontà del PM, che comunque, in quel contesto, continuava, in un certo senso, ad essere il nostro tutore. Comunque sia, finalmente, un processo, per quanto solo con parte dei soggetti che ritenevamo responsabili, ci sarebbe stato.. Quando, dopo vari rinvii, il processo è, a tutti gli effetti, iniziato, gli imputati hanno chiesto il rito abbreviato. E’ stato ovvio per loro chiederlo. Nel rito abbreviato non sarebbero state sentite le persone che noi volevamo fossero sentiti. Non sarebbero emersi tutti i fatti che noi volevamo emergessero. Il giudice ha accolto la loro richiesta e loro si sono evitati la pessima figura che avrebbero fatto se fosse venuto fuori tutto quello che avevano combinato. Noi naturalmente ci siamo rimasti malissimo, ci sono cadute le braccia, avremmo voluto il processo vero e proprio..
- Io penso che ci sono tipologie di reati e tipologie di cause dove il rito abbreviato non dovrebbe essere accettato, o dovrebbe essere accettato in circostanze molto rare.

Il giudice poteva non accogliere il rito abbreviato e fare il processo normale, con le varie parti, ascoltando i testimoni. Ma ha preferito accoglierlo. Il processo normale sarebbe stato scandaloso per le istituzioni. Sarebbero venute fuori tante di le magagne che loro hanno combinato. Mentre con il rito abbreviato tutto si è deciso in base alle carte che loro avevano in mano, senza ascoltare nessuno. Non sono stati ascoltati i testimoni che noi volevamo fossero ascoltati. Non sono stati ascoltati i medici di parte mia, quei medici che all’epoca io avevo mandato per fare visitare mio figlio. Il rito abbreviato si è svolto in tre udienze, a porte chiuse, senza televisioni, senza giornalisti, solo noi e l’altra parte. Considera anche che al momento del processo il PM che aveva fatto le indagini e che aveva chiesto il rinvio a giudizio, è stato sostituito con un altro PM. In pratica i giudici fanno quello che vogliono. Hanno un potere illimitato. Io dico sempre“i magistrati sono Dio in terra”.
Dopo queste tre udienze, c’è stata la sentenza. Solo un condannato: il Dirigente Sanitario a cui sono stati dati 4 mesi di pena. Tutti gli altri sono stati assolti. C’è da considerare che non era presente il PM che aveva condotto le indagini, era stato sostituito da un altro. Comunque, inoltre, il pubblico ministero del processo non era più il pubblico ministero dell’istruttoria, col quale si era arrivati al rinvio a giudizio. Poco prima del processo il vecchio Pubblico Ministero era stato sostituito da un altro che, delle cinque persone rinviate a giudizio, aveva chiesto la condanna solo per due, ma per un reato più grave, “abbandono di incapace”, per il quale aveva chiesto una condanna, per entrambi, a tre anni. Va anche detto che, oltre questo, il nuovo pm aveva chiesto che gli atti fossero rimandati in procura, perché venissero fatte nuove indagini. Evidentemente egli vedeva delle responsabilità anche da parte di altri soggetti, altrimenti non avrebbe fatto quella richiesta.

-Quindi, i soggetti che voi considerate colpevoli erano varie, il primo pubblico ministero ha fatto le indagini sono su 14 persone. Il rinvio a giudizio è stato chiesto e accolto solo per il Direttore Sanitario e altre quattro persone; con l’archiviazione per il Direttore e tutti gli altri. Il secondo pubblico ministero ha chiesto che venissero condannate solo due persone, però anche che gli atti fossero rimandati alla procura; rinvio che no c’è stato. Alla fine è stata condannata una sola persona, il Direttore sanitario, a 4 mesi. E’ così?

Esattamente… una sentenza vergognosa. Per me non va assolutamente bene che gli altri quattro se la siano cavata, e sia stato condannato solo il Direttore Sanitario. In pratica uno sta pagando per tutti. E quanto poi? Quattro mesi? Se la situazione fosse stata capovolta, a mio figlio avrebbero dato quattro mesi? Se per uno schiaffo è stato condannato a sei anni.
Dopo la lettura della sentenza, il Direttore Sanitario si è messo le mani nei capelli ha cominciato a piangere. Mentre stava piangendo, io sono andata da lui e gli ho detto “stai piangendo? Assassino .. cosa piangi? .. Io sono tre anni che piango l’assassinio di mio figlio.. e tu stai piangendo perché? Perché ci hai rimesso la faccia.. per quattro mesi..?… No dovevi piangere mesi fa quando non riuscivi a venire a capo di questa situazione.. avresti semplicemente potuto fare come Pilato, lavartene le mani e mandare mio figlio in una struttura adeguata a lui, alla sua malattia. E invece con caparbietà fino alla fine hai dichiarato che mio figlio simulava”. Mio figlio poteva simulare di non poter mangiare, di non poter camminare, delle cadute continue che aveva? Mio figlio non sarebbe potuto scappare, non sarebbe potuto andare da nessuna parte. E poi noi chiedevamo soltanto la sospensione della pena che significa “sospendiamo la pena, va in ospedale, si cura, e poi quando torna finisce la pena”.
Io so benissimo che mio figlio è stato ucciso. E’ stato ucciso dall’incompetenza, è stato ucciso dall’ignoranza. E’ stato ucciso per loro volere. Non si uccide solo con la pistola.

-Tornando alla sentenza..

Gli altri quattro medici erano pienamente responsabili. Ruotavano in carcere come si fa in ospedale. Otto ore ognuno. Tutti hanno visto che mio figlio stava dando l’anima a Dio. Tutti lo hanno visto. Tutti sono responsabili, anche quelli che non erano stati rinviati a giudizio. A cominciare dal Direttore che sapeva quanto il medico. E poi il Direttore parlo proprio con me quando mi mandò a fare in culo.
Il Direttore Sanitario, comunque, è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali, e al risarcimento danni in separata sede. Risarcimento danni noi non abbiamo chiesto una tot di somma, in quanto non c’è somma che possa ripagare me della perdita di un figlio, mia nuora della perdita di un compagno, i miei nipoti della perdita di un padre.
Io, insieme a mia nuora abbiamo vissuto i 25 giorni di calvario di mio figlio. Abbiamo visto con gli occhi, abbiamo toccato con mano. Tutti sapevano quello che stava succedendo a mio figlio. Tutti, a cominciare dal Direttore, fino all’ultimo gatto del carcere. Ognuno ha le sue responsabilità, ovviamente in maniera diversa, perché un Direttore non può fare il medico e un medico non può fare il Direttore, ma tutti sapevano.
Altra cosa grave. Il processo ha “considerato” il periodo che partiva dal 24 dicembre, la vigilia di Natale, fino al giorno della morte di mio figlio. Ovvero solo gli otto giorni finali. Tutto il periodo antecedente, dal 5 al 24 dicembre, non è stato considerato. Loro hanno considerato il 24, quando mio figlio era arrivato ormai agli estremi. Tutto quello che è avvenuto prima non è stato preso in considerazione. Questo è stato giustificato dal fatto che fino al 24 non c’erano notizie nella cartella clinica di mio figlio. Non c’è scritta una parola di quello che è stato fatto a mio figlio. Se niente è stato scritto, niente è stato fatto. Ma come ci è arrivato mio figlio alle condizioni in cui era il 24? Io lo so che cosa è successo. Non è stato creduto nessuno che poteva aiutare a ricostruire la verità dei fatti. Non è stato creduto mio figlio. Non siamo stati creduti noi famigliari. Non è stato creduto il medico che avevamo mandato per visitarlo. Non sono stati creduti i legali che presentavano le istanze a raffica una dietro l’altra per poterlo portare in ospedale. Non è stato creduto nessuno. E questo perché? Sono domande a cui non ho avuto risposta. Questo è quello che avviene nelle carceri italiane.

-Farete bene se vi appellerete. Questa vicenda merita che vi sia una riapertura delle indagini e che si ricominci da zero, facendo un processo vero e proprio e non un rito abbreviato.

Assolutamente,… Ora aspettiamo le motivazioni, perché senza le motivazioni è come parlare di aria fritta. Dobbiamo vedere tutto. Comunque, una condanna, se solo per 4 mesi, anche se ridicola, c’è stata. Alfredo, lo ripeto, a me non interessano i soldi. Ma forse mi potresti dire “se saranno condannati tuo figlio ritorna?”.. no mio figlio non ritorna comunque, ma perlomeno sono stati condannati gli assassini di mio figlio. Perché questo sono. Assassini.

-Ricordo che quasi nessuno vi aveva dato voce..

E così è stato anche dopo. Noi abbiamo mandato email a tutte le trasmissioni possibili e immaginabili; proprio a tutte. Nessuno si è degnato nessuno anche solo di risponderci. A me non interessava niente dei cashet delle trasmissioni; lo avrei tranquillamente rifiutato. A me non interessava la visibilità televisiva. Io volevo che l’Italia potesse sapere quello che succede nelle carceri italiane. Quello che è successo a mio figlio. Solo dalla trasmissione Pomeriggio Cinque, quella con Barbara D’Urso, ero stata chiamata. Avevo dato la mia disponibilità, ma, poi, non sono più stata ricontattata.

-La vostra battaglia continua..

Assolutamente.. tutto ciò che la legge mi consente di fare, io lo farò, fino all’ultimo respiro. Perché, l’ho detto. Io ho visto quello che hanno combinato a mio figlio. In questa storia Tutto è allucinante fin dall’inizio. Quando penso a tutte le cose che sono accadute, mi chiedo “ma forse mio figlio è stato portato a Trani perché avevano deciso di farlo morire?”. E non le nascondo che sono tutti i santi momenti della giornata. Nessuno escluso.
L’Italia deve sapere quello che succede nelle carceri. Deve sapere quello che hanno fatto a mio figlio. Lo hanno fatto morire. Non è che è morto.. lo hanno fatto morire.. che è diverso.. Io ad oggi mi trovo a vedere due bambini senza un padre, io senza un figlio e il piccolino di cinque anni che ogni tanto piange e mi dice “Mi manca papà” e io cosa gli devo rispondere. Dai miei occhi non scendono più lacrime normali, vengono giù lacrime di sangue. La mia vita è distrutta. Io nell’animo sento di non avere più niente dentro. Mi è rimasta solo la rabbia. La rabbia di dovere andare avanti. Io vado avanti ormai con la rabbia.
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La foto che ha aperto questo articolo e le foto che lo concludono, sono tra le foto che avevo allegato all’articolo che pubblicai il 3 marzo 2012. La foto di apertura mostro come Gregorio era prima di finire in carcere. Le foto che seguono mostrano com’era dopo otto mesi di “trattamento” nel carcere di Trani.

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Caso staminali- la storia della piccola Rita Lorefice

by on feb.22, 2015, under Medicina, Resistenza umana, Scienza

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Rita Lorefice è morta il 3 giugno 2014.Quando seppi della sua morte e degli appelli disperati della madre affinché le venissero fatte le infusioni di staminali mesenchimali, non avevo una conoscenza approfondita del c.d. “casto Stamina”. La vi-cenda delle cellule staminali mesenchimali, nella metodica portata in Italia da Davide Vannoni e poi fatta esplodere mediaticamente dalla trasmissione le Jene. Una vicenda estremamente complessa, con tanti elementi da considerare e tanti “fatti” da mettere nella loro giusta connessione, per potere provare a capire qualcosa. Mentre la rappresentazione che è stata fatta passare è stata oscenamente semplificata, completamente veicolata ad una rappresentazione stile “romanzo criminale”.

Nel giugno 2014, comunque, non sapevo ancora quasi nulla, di davvero concreto intendo, in merito alla vicenda staminali. Eppure già non mi convinceva il clima da caccia alle streghe che si era creato da di-versi mesi, e la liquidazione di tutto quanto ruotava intorno a questa metodica. Anche io avevo sentito quei genitori che giuravano sui miglioramenti che i loro figli avevano avuto tramite le infusioni di sta-minali e avevo visto qualcuno dei loro video, e avevo ascoltato o letto i loro appelli quando l’Aifa ha cominciato di mezzo e i medici di Brescia hanno incominciato ad incrociare le braccia. Non ho mai creduto che tutti quei genitori fossero solamente preda di un’allucinazioni collettive. Ci sono un po’ troppe di queste “allucinazioni collettive” nella storia medica; di queste “narrazioni” dove, se le persone si ostinano a dire che qualcosa un certo effetto lo ha avuto, allora sono le persone che non comprendono, che “si aggrappano a tutto”; mentre i miglioramenti che vedono sarebbero solo “psicologici”.E’ una vecchia storia. Come una vecchia storia è il “romanzo criminale”. Intendiamoci, probabilmente nella storia e nelle azioni di Vannoni qualcosa di losco e di ambiguo c’è davvero. Ma i suoi eventuali sbagli e truffe, nulla centravano con quello che era avvenuto a Brescia a partire dal 2011, con i 34 pazienti trattati con infusioni di staminali presso gli Spedali Civili di Brescia. E con gli effetti di questi infusioni su queste persone, specie sui bambini. Effetti che hanno sorpreso molti. Storie su cui non ci si è voluto soffermare.

Quando sentii della morte della piccola Rita, provai una rabbia sorda. Lessi della disperazione della madre, del fatto che settimane i genitori avevano implorato in tutti i modi affinché alla figlia continuas-sero ad essere somministrate le staminali, perché con esse la sua situazione aveva avuto un netto miglioramento; ed i giudici avevano dato loro ragione, ma nulla era servito. Altre infusioni non vennero fatte, e la bambina era morta. Sapevo che poco avrebbe cambiato se le infusioni fossero state ricono-sciute o meno come benefiche per un caso del genere. La situazione che si era creata in merito al metodo Stamina, oramai avrebbe portato a boicottare in ogni modo la continuazione delle infusioni. C’era un gioco troppo grande, e, si sa, chi gioca a un gioco grande, chi valuta le cose “su altri fronti”, poco si cura di una piccola bambina come Rita. Mi ripromisi di sentire la madre di Rita, prima o poi. Qualche tempo dopo conobbi a Roma Marco Bi-viano, nella tenda dove per quasi due anni, insieme al fratello Sandro, si è accampato davanti a Monte-citorio per chiedere per loro, ma anche per loro sorelle, affetti da una grave malattia, la somministrazione delle infusioni. In questa battaglia divennero un punto di riferimento per tutti. Feci a Marco Biviano una intervista. E dopo continuai a volere conoscere i protagonisti di questa vicenda. Intervistai Tiziana Massaro la madre del piccolo Federico. Giuseppe Camiolo, il padre di Smeralda. Michele Arnieri il padre di Ginevra.Avevo qualche remora a parlare con Ausilia, la madre di Rita, visto l’immenso dolore che ha vissuto. Ma un giorno gli ho chiesto se potevo intervistarla, e lei è stata d’accordo. Prima di lasciarvi all’intervista che ho fatto ad Ausilia Viola, la madre di Rita voglio concludere citando due passaggi da una lettera pubblica che i genitori di Rita fecero uscire il 13 settembre, ricordando gli eventi che aveva-no portato alla morte di Rita.

“…Rita è andata via tra sofferenze atroci, che nessun essere vivente, soprattutto una bimba così piccola, dovrebbe sopportare. Rita è stata abbandonata al suo destino, tra l’indifferenza di tanti. Rita è morta ad appena 2 anni e 9 mesi (……)  la scienza ufficiale ha preferito condannarla ad una morte certa, sicura, celere; la scienza ufficiale ha sprecato tempo prezioso, ha sprecato parole su parole, ha cercato di sviare l’opinione pubblica, ha farneticato adducendo argomentazioni inesistenti; la scienza ufficiale non si è mai aperta al dialogo, al confronto, non si è mai interrogata, non ha avuto la curiosità di capire….”.

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INTERVISTA AD AUSILIA VIOLA

MADRE DI RITA LOREFICE

-Quanti anni hai Ausilia?

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-Di dove sei originaria e dove vivi?

Sono originaria di un paese della provincia di Ragusa, Modica, dove abito.

-Cosa fai nella vita?

Insegnante di scuola primaria.

-Parlami di Rita. 

Rita è nata a Ragusa il primo settembre del 2011. Alla nascita era una bambina sana e tranquilla. Nei primi mesi di vita io e mio marito notavamo che si raffreddava spesso e che aveva problemi respiratori. Però pensavamo semplicemente che fosse una bambina un po’ più gracilina del normale. All’inizio di aprile 2012, quando aveva circa sette mesi, cominciò ad avere dei problemi. Si trattava principalmente di una febbre che non passava, nonostante tutte le cure antibiotiche. Alla fine di aprile, persistendo la febbre e poiché respirava male, fummo costretti a portarla al pronto soccorso, dove stabilirono che venisse ricoverata per sospetta broncopolmonite. Dall’ecografia fatta in ospedale emerse che aveva il fegato e la milza ingrossati. Considera inoltre che in quel periodo, si notavano in Rita delle regressioni dal punto di vista cognitivo, mentre fino a poco tempo prima le tappe dello sviluppo cognitivo erano state normali, anzi certe volte era sembrata una bambina anche più precoce della sua età. Alla conclusione di tutti gli esami, all’ospedale di Ragusa ci dissero che la broncopolmonite e il fegato e la milza ingrossate erano tutte cose collegate e che bisognava indagare in campo metabolico per capire qual era il problema reale. Al che portammo Rita al Bambino Gesù a Roma per capire cosa stesse succedendo, e lì, dopo un ricovero di qualche giorno ed ulteriori accertamenti e visite, è arrivata la diagnosi. Si trattava di malattia di Niemann Pick di tipo A/B. 

-Che tipo di malattia è?

E’ una malattia genetica, rara.  Ci venne data, all’epoca, dalla dottoressa con cui parlammo, una spiegazione in termini semplici. Ci disse di immaginare il nostro corpo percorso da tanti treni, i quali, una volta arrivati, devono essere smontati in tanti piccoli pezzi che debbono, a loro volta, essere smaltiti. Con questa malattia è come se mancassero gli operai che scompongono il treno in tanti piccoli pezzi, e poi li smaltiscono. Quindi, nel corso del tempo, i treni, una volta giunti, non venendo ad essere smaltiti, si accumulano sempre di più.  Considera che all’epoca avrei saputo dirti tantissime cose su questa malattia, adesso le ho rimosse. Comunque, i “componenti del treno” non sono altro che lipidi, grassi che, si andavano ad accumulare nel corpo di una bambina che, come Rita, aveva un problema di questo genere. E si accumulavano in modo particolare nel fegato e nella milza. A un certo punto della sua spiegazione, chiesi alla dottoressa “Scusi che cosa vuol dire che si accumulano? Quanto diventano la milza e il fegato?”. Mi ha guardato e ha detto “Enorme!”. La tipologia di cui soffriva Rita, andava ad intaccarla anche a livello polmonare e cerebrale. Da qui le sue problematiche respiratorie, ed il fatto che fosse costretta a fare spesso aerosol e da qui le regressioni cognitive. Al Bambino Gesù ci dissero di non fare niente, di non cercare altre strade perché, dicevano “Purtroppo è una malattia che corre veloce, non esiste cura alcuna al mondo”. Fu proprio in quei giorni che eravamo al Bambino Gesù, però, che avemmo il primo contatto con il mondo delle staminali. Qualcuno, telefonicamente, ci parlò di Daniele Tortorelli, un bambino che aveva la stessa malattia di Rita, il quale, tramite infusioni di cellule staminali, si era stabilizzato. Provammo a chiedere, in merito, informazioni all’ospedale; ma dissero di non saperne niente. Quando successivamente andai in cerca di notizie, venni a scoprire che proprio in quel periodo, maggio 2012, si stava parlando mediaticamente della vicenda delle staminali agli Spedali Civili di Brescia.

-Quindi tu credi che al Bambino Gesù vi dissero di non tentare alcuna strada, nonostante sapessero delle staminali mesenchimali infuse a Brescia?

Chi può dirlo! … Comunque, poi tornammo a casa. E lì ti accorgi che ti è proprio impossibile restare fermo senza fare niente. I primi a cui scrissi sono stati quelli di Telethon. Sono andata sul loro sito; ho cercato notizie sulla malattia di cui soffriva Rita, ma relativamente alla tipologia A/B, non trovai nulla. Trovai poi la sezione “Raccontaci la tua storia”, e io ho raccontato la storia di Rita. Brancolavo nel buio e avevo bisogno di aiuto, avevo bisogno di informazioni, avevo bisogno di sapere che cosa significavano determinate cose di cui avevo sentito parlare; cose tipo “terapia genica”, “cellule staminali”, ecc. Non ebbi alcun aiuto o indicazione concreta. Dopo aver scritto più volte, mi fu risposto che non era in atto alcuno studio per la Niemann Pick A/B. L’unico effetto del mio avere scritto sul loro sito, è stato che, ogni volta che c’era una ricorrenza tipo “Festa della mamma”, “Festa del papà” … mi mandavano delle storie, storie di bambini e di ragazzi che erano più o meno nelle stesse condizioni di Rita. Bambini e ragazzi destinati a morire. Ma tutto quello serviva solo per raccogliere fondi. Successivamente ho scritto ad una associazione americana la quale, perlomeno, mi ha risposto approfonditamente con una email di non so quante pagine. Anche loro mettevano le mani avanti, dicendo che per quella malattia non si poteva fare nulla, ma almeno mi davano consigli, suggerimenti, chiarimenti, ecc. Parallelamente andavamo su internet a cercare informazioni anche sulle staminali. In quel periodo si parlava della piccola Celeste, che, dopo avere ricevuto le prime infusioni, non gliene erano state somministrate altre e che, per questo, la sua famiglia si era dovuta rivolgere al giudice. In quel momento fummo consapevoli che dovevamo ricorrere in via giudiziaria. 

-Era quella fase in cui per procedere con le infusioni di staminali era indispensabile le sentenza del giudice …

Sì. Noi presentammo il ricorso al tribunale di Modica. Siamo stati tra i primi a presentare ricorso. Considera che in quel momento Rita stava relativamente bene, però si cominciavano a notare dei peggioramenti. Proprio poco prima del ricorso, Rita, che fino a poco tempo prima riusciva a tenere su la testa, iniziò a perdere il controllo del capo. Stava cominciando a perdere le sue funzionalità. Trovammo un giudice molto preparato e molto umano, che ebbe la capacità di ascoltarci e di capire fino in fondo la vicenda. Il ricorso venne accolto. Era il gennaio 2013. Da qui a qualche mese ci chiamarono dagli Spedali Civili di Brescia per andare a fare il prelievo delle staminali, il carotaggio. Il prelievo fu fatto a mio marito Carmelo.  

-Perché non lo fecero a te? 

Effettivamente di solito loro procedevano così: per i maschietti prelevavano le cellule del padre; per le femminucce della madre. Il problema con Rita è che aveva bisogno di assistenza continua, 24 ore su 24. Ad occuparci di lei eravamo io e Carmelo. Se fossi partita io per Brescia, sarebbe dovuto rimanere lui da solo con la bambina nei giorni in cui sarei stata via, e se ne sarebbe dovuto occupare anche nei giorni immediatamente successivi all’intervento fin quando non mi fossi ripresa. Carmelo, allora mi disse di restare io a casa ad occuparmi di Rita e che sarebbe andato lui a Brescia per sottoporsi all’intervento di carotaggio. Circa due mesi dopo, alla fine di marzo 2013, fummo chiamati per la prima infusione. Quella prima volta che andammo a Brescia, restammo lì per circa tre settimane. In realtà già la prima settimana si sarebbe dovuto concludere il tutto. Ma, la mattina in cui si doveva procedere con l’infusione, non fu possibile farla, perché durante la notte a Rita era comparsa la febbre. Noi conoscevamo bene quello che avveniva a Rita, visto che stavamo con lei giorno e notte; e sapevamo che una delle caratteristiche della sua malattia erano queste febbri, che non erano febbri normali, ma febbri neurologiche. In genere era una febbre che veniva la notte e scompariva al mattino dopo averla opportunamente idratata e rinfrescata. A Brescia per quasi una settimana l’infusione venne rinviata ogni mattina perché puntualmente, nel cuore della notte arrivava la febbre. Alla fine, dopo vari tentativi, l’infusione venne rinviata di una settimana. Fummo dimessi e poiché era la settimana di Pasqua, rimanemmo a Brescia, in attesa di rientrare in ospedale subito dopo le feste. Preferimmo non ritornare in Sicilia, perché non sottoporre Rita allo stress di un ulteriore viaggio. Anche dopo Pasqua la febbre che sembrava essere passata, una volta rientrati in ospedale si ripresentò; finalmente, dopo qualche giorno, riuscimmo a fare la prima infusione. E a quel punto siamo ritornati a casa, in Sicilia.

-Quanti anni aveva allora la bambina.

Lei due anni li aveva compiuti il primo settembre 2013. Quindi in quel momento aveva un anno e mezzo.

-Quali furono gli impatti dell’infusione?

Avevamo l’impressione che Rita stesse recuperando molte delle cose che aveva perso. Era più partecipe, sorridente, si muoveva. Era come se avesse presso una “scossa” che l’aveva “risvegliata”. Prima dell’infusione riuscivo ad alimentarla solo col biberon; il cucchiaino si rifiutava di riceverlo in bocca, e comunque riusciva a deglutire solo alimenti liquidi. Dopo l’infusione ho cominciato a darle le prime pappe cremose col cucchiaino che, per la prima volta, riuscì a mandare giù. Ma quello che ci colpiva di più era il fatto che era molto più presente a livello cognitivo. Dopo alcuni giorni dall’infusione, notammo che l’addome era più sgonfio. Rita riusciva a stare seduta con le gambette incrociate, cosa che prima, per l’ingombro che aveva nell’addome, non riusciva a fare. Inoltre riusciva a dormire meglio durante la notte; e questo era collegato al fatto che riusciva a mangiare meglio durante il giorno.

-Spiega questo ultimo passaggio …

Rita mangiava ogni due max tre ore e questo valeva sia di giorno che di notte.  La milza e il fegato ingrossati, toglievano spazio allo stomaco. Quindi lei assumeva un quantitativo di cibo molto limitato, al massimo 60/80 ml di latte. Oltre questo quantitativo non riusciva ad andare a causa del fatto che lo stomaco era compresso dal fegato e dalla milza. Dopo la prima infusione iniziò a mangiare anche fino a 120/150 ml durante il giorno e quindi introducendo un quantitativo sufficiente di cibo durante il giorno, veniva meno la necessità di mangiare durante la notte: di conseguenza la notte poteva riposare meglio. Altri miglioramenti riguardarono l’evacuazione: prima andare di corpo le comportava un problema, adesso si era regolarizzata anche in quello. Quando siamo ritornati a Brescia per la seconda infusione eravamo molto entusiasti.

-Quindi si può dire, dando uno sguardo complessivo che, dopo la prima infusione, la bambina era molto più “cosciente”, l’addome si era un po’ sgonfiato, riusciva a deglutire, mangiava di più, dormiva meglio e andava di corpo con regolarità.

Si e aveva anche un maggior controllo del capo.

-Quando sento cose come queste non posso fare a meno di pensare a tutti coloro che dicevano che le staminali erano acqua fresca, e i genitori, nel riscontrare i miglioramenti dei loro figli, avrebbero preso una sorta di “abbaglio psicologico”.

Guarda, non te le inventi cose di questo genere. E non possono essere frutto di suggestione e di casualità. E comunque, se non avessi visto le cose che ho visto, non avrei continuato col farle fare le infusioni. Non l’avrei riportata altre volte a Brescia. Ogni volta c’era un viaggio da affrontare e per Rita era una fatica enorme. Non l’avremmo sottoposta a tutto questo se non avessimo riscontrato dei miglioramenti obiettivi.

-Ogni quanto dovevate andare per le infusioni?

Ogni 50 giorni. E posso dirti che quello era proprio l’intervallo di tempo giusto per la malattia di Rita. Una malattia non veloce, ma velocissima, ultrarapida. Però questa cadenza fu rispettata solo con la seconda infusione. Mentre le altre volte i tempi si allungarono ben oltre i 50 giorni. Questo faceva sì che la malattia aveva modo di ripresentarsi e riprendere la sua corsa distruttiva. Poi, quando interveniva una nuova infusione, la situazione si stabilizzava nuovamente … fino a quando hanno bloccato tutto.

-Accadde qualcosa di particolare dopo la seconda infusione?

Durante il viaggio di ritorno Rita si beccò un raffreddore e comparve un po’ di febbre. Arrivati in Sicilia, la curammo per qualche giorno a casa. Ma, visto che la febbre persisteva e che le comportava problemi respiratori, fummo costretti, a un certo punto, a fare ricorso al cortisone. E noi sapevamo che, l’uso del cortisone, soprattutto se successivo all’infusione, avrebbe annullato l’effetto delle cellule staminali iniettate. Quindi si può dire che gli effetti benefici potenziali della seconda infusione, o gran parte di essi, sono andati purtroppo persi proprio perché dovemmo ricorrere al cortisone per arginare la situazione che si era venuta a creare. Va anche detto che, secondo me, fu proprio grazie alle staminali che erano state infuse, che Rita superò molto bene quel brutto periodo. 

-Quindi, in sostanza, per via di questo utilizzo di cortisone gli effetti della seconda infusione furono molto più ridotti.

Esatto.  Tra la seconda e la terza infusione passò più tempo rispetto ai 50 giorni canonici. La seconda infusione l’avevamo fatta a maggio 2013; la terza la facemmo agli inizi di agosto. Quindi un intervallo di due mesi e mezzo. Se consideri che il tempo “canonico” in cui l’infusione manteneva i suoi effetti benefici era circa 50 giorni, e che con la terza infusione sforavamo di 40 giorni, e  considerato che avendo dovuto far ricorso al cortisone gran parte del potenziale impatto delle staminali della seconda infusione era stato perso, allora non può stupire che arrivammo a quella terza infusione con Rita che stava di nuovo male. Tutto giugno e luglio 2013 li aveva passati svegliandosi ogni notte con la febbre e altri malesseri continui da tenere a bada con medicinali, dai quali conseguivano altri problemi. Oramai, specie la notte, vivevamo col terrore. Infatti io non vedevo l’ora di partire e di fare l’infusione, perché la situazione migliorasse. Dopo la terza infusione, Rita cominciò a ristabilirsi. Sparirono completamente queste febbri; da una situazione di due mesi ininterrotti di febbre continua a una situazione in cui ci dimenticammo di cosa fosse il termometro e i farmaci antipiretici. Considera che abbiamo fatto l’infusione ad agosto, in tre giorni siamo andati e tornati, da lì in poi piano piano nei giorni successivi sparirono completamente queste febbri. Rita era di nuovo una bimba serena, riusciva di nuovo a mangiare meglio e, dopo un paio di settimane, si notò che l’addome si era sgonfiato. Anche la fisioterapista che la seguiva, quando la rivide dopo la terza infusione, ci disse “Sbaglio o l’addome è più sgonfio?”. Insomma, era come se si fosse rimesso in moto il meccanismo biologico.  

-E poi ci fu la quarta infusione.

La quarta dovevamo farla a fine ottobre 2013. Ma saltò perché  il giorno in cui dovevamo partire, non fu possibile, perché Rita stava male e non era in condizione di affrontare il viaggio. L’infusione venne fatta a metà novembre. E fu l’ultima infusione che fece Rita. 

-Anche quella volta si sono riscontrati miglioramenti? 

Sì, gli stessi effetti che avevamo riscontrato nelle altre infusioni. E puoi allora capire l’angoscia quando, cominciarono a passare i mesi, ma non ci chiamavano per la quinta infusione. I peggioramenti si sono cominciati a verificare tra febbraio e marzo, ma soprattutto marzo, 2014.  Difficoltà respiratorie, difficoltà a deglutire, ecc.  A marzo del 2014 Rita fu colpita da un raffreddore a causa del quale fu ricoverata in ospedale. Da quel momento dovette cominciare a fare uso del respiratore per l’ossigeno; non la potevamo più staccare nemmeno per pochi minuti. Nel frattempo il fegato e la milza si erano gonfiati in maniera smisurata. Ad aprile cominciò a soffrire di crisi epilettiche. Fino a quel momento non aveva mai avuto problemi di quel tipo. Dovemmo somministrarle farmaci antiepilettici che hanno contribuito ad aggravare la già complicata situazione. Rita in quei giorni aveva una sofferenza davvero indicibile. Oltre tutto, visto che non riusciva più a deglutire, fu necessario posizionare un sondino. Rita tuttavia, nonostante il sondino, non assimilava più e quindi cominciò a perdere peso.  Il declino fu molto rapido. 

-In quel periodo intervennero altre sentenze a darvi man forte?

Agli inizi del 2014, avevamo presentato un secondo ricorso per poter proseguire le cure; in questo ricorso si intimava all’ospedale di procedere prima possibile a fare la quinta infusione. Il giudice ribadì che si dovesse procedere, celermente, così come era stato stabilito nel pronunciamento del primo ricorso. Circa la prosecuzione delle cure, oltre la quinta, la sentenza era di difficile interpretazione. Ma, riguardo la quinta infusione, né la prima sentenza, né la seconda sentenza vennero rispettate. A maggio 2014 presentammo un altro ricorso, tramite l’art. 669. Il giudice ci diede nuovamente ragione e stabilì che, entro cinque giorni da quest’ultima sentenza, si procedesse con l’infusione, qualora si fossero trovati medici disposti a farla. 

-In sostanza, una via per uscire dall’impasse prodotto dallo “sciopero bianco” dei medici di Brescia; sulla scorta di quanto avvenne con l’ultima infusione fatta al piccolo Federico, il figlio di Tiziana Massaro. Quando l’infusione non venne fatta dai medici di Brescia, ma dal dottor Andolina che era stato nominato ausiliario del giudice e che, non trovando medici disposti ad effettuare l’infusione, la fece direttamente lui. Nel vostro caso il giudice vi disse che se aveste trovato i medici disposti a fare loro l’infusione, si sarebbe potuta procedere?

Sì, visto che i medici di Brescia iniziarono una “obiezione di coscienza” collettiva, uno si doveva portare i medici da casa. 

-E voi li avete trovati questi medici?

No, in quei giorni lanciammo appelli disperati affinché qualcuno si muovesse a pietà. Pur di smuovere qualcosa, facemmo uscire un articolo con una foto che ritraeva Rita in tutta la sua sofferenza, una foto che in tanti non sono riusciti a guardare, una foto che ci ha straziati e che abbiamo acconsentito a pubblicare solo perché eravamo disperati. Però tutto questo non servì a niente. In ogni caso aggiungo che, anche se qualcuno, in quella fase lì, si fosse reso disponibile a praticare l’infusione, ormai sarebbe stato un grandissimo problema portare Rita, nelle condizioni in cui era, a Brescia. Rita è morta il 3 giugno.  La penultima notte, la notte tra l’1 e il 2 giugno, ebbe un improvviso rialzo febbrile, cominciò a respirare affannosamente, le si sfilò il sondino … soffriva terribilmente nonostante tutti gli antidolorifici che le avevamo somministrato. Si rese necessario chiamare l’ambulanza; al pronto soccorso Rita arrivò in condizioni disperate. Furono momenti di confusione per noi e per i medici perché la situazione era gravissima. Rita trascorse la notte in rianimazione … ore terribili in cui Rita ha lottato come una leonessa … uno strazio che preferisco dimenticare.

 

-In quei giorni qualcuno vi ha supportato, sostenuto, contattato?

 

La malattia di Rita, essendo rara (pensa che stando alle notizie in nostro possesso, Rita era l’unica bambina in Italia con quella tipologia di malattia), e non avendo alcuna possibilità di cura … trovava spesso i medici in difficoltà sulle decisioni da prendere e sul da farsi … purtroppo debbo anche aggiungere, che l’ospedale adatto ad accogliere pazienti con patologie così particolari e gravi si trovava a parecchi km dal posto dove viviamo e questa è stata una cosa che mi è dispiaciuta parecchio.

 

-Qualcuno vi ha supportato o vi ha dato una mano in quei giorni?

 

Nessuno, pensai di scrivere a qualche personaggio autorevole, avevo cominciato a scrivere al Papa e a qualche politico, però poi non concretizzai nulla, perché non c’era il tempo. Rita soffriva indicibilmente, tutto correva in modo rapidissimo, e io non avevo tempo, non avevo la lucidità, non avevo nulla …Il giorno del funerale di Rita conobbi due genitori di due splendide bimbe che avevano ricevuto le staminali; Michele Arnieri e Giuseppe Camiolo. Furono gli unici che conobbi personalmente tra i genitori di altri bimbi in cura con Stamina. In precedenza, durante uno dei ricoveri a Brescia, in occasione di una delle infusioni avevo, invece,  conosciuto Antonio e Katya, i genitori del piccolo Gioele. Gli altri, nel corso dei mesi, li avevo conosciuti al telefono, o visti in tv o li contattavo via mail o tramite facebook. Io non ho potuto partecipare a nessuno degli eventi che vennero intrapresi sul caso Stamina. Non potevo mai staccarmi da Rita. Mi sono limitata a seguire le vicende degli altri bambini da casa. Quando poteva era Carmelo che vi partecipava.

 

-Ad indignare in una vicenda come questa è che tutti i grandi difensori del diritto, della legalità e della giustizia che abbiamo in Italia, non hanno speso una parola per tua figlia, né per i figli degli altri genitori coinvolti nella vicenda delle staminali. Vuoi raccontare qualcosa di ciò che avvenne nei mesi successivi al funerale?

 

A fine agosto, dopo un paio di mesi, abbiamo cercato di riordinare le idee, di capire quello che era successo, di cominciare, non dico a vivere, ma a respirare. Perché io non riuscivo neanche a prendere fiato. Io e Carmelo abbiamo deciso di impegnarci in un progetto, “Il Giardino di Rita”. Praticamente si era partiti dall’idea di piantare -in un piccolo giardino vicino alla scuola primaria dove insegno io, e vicino alla scuola materna dove Rita sarebbe dovuta andata- un albero in suo ricordo. Si trattava di un giardino che era abbandonato, sporco e frequentato da ragazzi che andavano lì a drogarsi. Decidemmo di non limitarci ad un albero; ma di recuperare tutto quello spazio, per dedicarlo alla memoria di Rita. Per più di un mese ci siamo messi al lavoro io, mio marito e i ragazzi del Comitato di Quartiere “Educhiamoli a Crescere”. Siamo andati lì ogni giorno per più di due mesi. Quel giardino lo abbiamo ripulito, trasformato, ridipinto e reso vivibile. Non ci sono più siringhe, e le persone che ci vanno dicono di trovare al Giardino pace, serenità … di stare bene.  Il Giardino di Rita è stato inaugurato il 2 ottobre, giorno dei Santi Angeli Custodi. Quel giorno c’erano i bambini della scuola materna e della scuola primaria, insegnanti, autorità civili e religiose. Sentivamo fortissima la presenza della nostra Rita. Era lì, con noi, con tutti i presenti. E’ stato un momento molto emozionante. Successivamente, da ottobre a novembre ci siamo dedicati a completare i lavori all’interno del giardino. Abbiamo ridipinto la pavimentazione e fatto anche altri lavori. In più abbiamo anche fatto un mercatino all’inizio di novembre per mettere da parte un po’ di soldini, perché, anche se tanti hanno collaborato a questo progetto, si sono dovute fare e si continuano a fare delle spese per portarlo avanti e migliorarlo sempre più. Ogni giorno, insieme ai ragazzi del Comitato di Quartiere, al presidente di tale comitato Antonio e a sua moglie Antonella, dedichiamo un po’ di cura a questo giardino. Con iniziative come queste, cerchiamo di dare un senso a tutto il dolore che abbiamo vissuto e ad impiegarlo costruttivamente.

-Grazie Ausilia.

 Rita1

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Caso Stamina. Intervista a Michele Arnieri

by on gen.05, 2015, under Medicina, Resistenza umana, Scienza

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L’intervista a Michele Arnieri è la quarta intervista che pubblico sul caso Stamina.

La prima fu quella ai fratelli Biviano.
La seconda fu quella a Tiziana Massaro, madre di Federico.
La terza quella a Giuseppe Camiolo, padre di Smeralda.

E oggi pubblico quella a Michele Arnieri, padre di Ginevra.
I bambini che nomino sono tra coloro che hanno ricevuto le infusioni negli Spedali Civili di Brescia.
Sono soprattutto i casi dei bambini quelli che noi conosciamo.
Questi bambini, come molti di coloro che soffrono di malattie degenerative sono bambini che sono destinati a morire in pochi mesi o anni, in un percorso di degenerazione neurologica che li porta a perdere progressivamente tutte le “funzioni”: la vista, l’udito, la voce, la deglutizione, la facoltà di respirare autonomamente.
La medicina ufficiale non da’ loro alcuna speranza. E questo dovrebbe rendere molto “aperti” ad ogni altra strada che possa dare concrete chance.
Eppure, forse questi bambini, e bambini come loro sono i soggetti che contano di meno nella battaglia farmaceutica, economica, politica, mediatica che si scatena quando è in oggetto il campo medico.

Invito tutti a leggere le precedenti interviste, anche perché sono presenti molti elementi sulla vicenda Stamina. Faccio comunque adesso una sintesi di massima su alcuni dei passaggi cronologici principali:
1-Il metodo Stamina viene attuato a partire dal 2008 in una serie di strutture sanitarie, fino ad arrivare al Burlo Garofalo di Trieste.
2. Nel 2011 iniziano le infusioni negli Spedali Civili di Brescia.
3. Nel 2012 interviene il blocco dell’AIFA.
4. Il blocco dell’AIFA viene superato dagli stessi giudici ordinari che disapplicano l’ordinanza di blocco e impongono la prosecuzione delle cure che, infatti, proseguono.
5. Nel frattempo i genitori fanno ricorso congiunto presso il Tar di Brescia contro questo blocco.
6. Prima della sentenza del Tar di Brescia, viene approvato, nel 2014, il decreto Balduzzi, che autorizza la continuazione delle cure per coloro che le avevano già iniziate.
7. Sempre nel 2014 il Tar si pronuncia, dicendo, sostanzialmente, che il giudizio non aveva più ragione di esistere, in quanto i ricorrenti erano stati soddisfatti dall’intervento normativo nel frattempo sopraggiunto, il decreto Balduzzi appunto.
8. Nel corso dello stesso anno la prima commissione scientifica da’ parere negativo sulla metodica Stamina.
9. Il Tar del Lazio, però, “boccia” la commissione, considerata non dotata della necessaria indipendenza, e viene nominata una seconda commissione scientifica.
10. A quel punto però tutti i medici degli Spedali Civili di Brescia attuano il blocco delle infusioni, non rispettando le ordinanze dei giudici.
11. Il 23 agosto i carabinieri dei Nas di Torino sequestrano, su mandato del Gip di Torino su richiesta del pm Guariniello, tutte le cellule staminali presenti a Brescia.
12. Il 6 novembre, con un decreto ministeriale, il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, chiude il capitolo della possibile “sperimentazione” sul protocollo Stamina, accogliendo l’opinione contraria alla sperimentazione del secondo comitato scientifico.

C’è un elemento da tenere ben presente. Un concetto che non va mai dimenticato. E che pure viene (quasi) sempre dimenticato. Va distinto quanto avvenuto prima di Brescia, e quanto avvenuto a Brescia, con le infusioni somministrate sotto la supervisione dei medici degli Spedali Civili e alla luce di un regolare accordo di intesa che ha coinvolto la struttura pubblica. Le inchieste su Vannoni, per fatti precedenti a Brescia sono una cosa; e gli effetti della somministrazione delle infusioni sui pazienti ricoverati a Brescia è un’altra. Nella maggioranza delle 34 persone che a Brescia hanno ricevuto le infusioni, sono stati riscontrati effetti positivi, completamente inattesi; e spesso “impensabili”. Noi conosciamo soprattutto le vicende dei bambini. Ma sappiamo che nessuno ha avuto effetti collaterali. Gli stessi medici degli Spedali di Brescia hanno dichiarato come, su 400 infusioni effettuate, non vi siano stati effetti collaterali.

Michele Arnieri l’ho incontrato, insieme con la moglie Veronica e le due figlie Sophie e Ginevra., nella casa di Cosenza.
Ho passato con lui e con la sua famiglia una bellissima giornata, accompagnato dall’amica Luana Stellato, anche lei di Cosenza.
Durante tutto il confronto, a cui ha partecipato anche la moglie Veronica, c’era sempre Ginevra, con noi, distesa sul divano. Il sole su cui tutti noi “pianeti” ruotavamo. Voglio citare le ultime parole di Michele, che concludono l’intervista:

“Eppure il mio centro gravitazionale è proprio lei. Lei che oggi è al centro dei nostri discorsi, ma nessuno se la sta filando. E’ come se non ci fosse… anche se io e te parliamo.. però uno si accorge che non è la stessa scena con tutti quanti noi senza lei.. è come se ci fosse un centro energetico.. (…Sì.. lei è il cuore di tutto.. lei ci osserva.. non sai quante volte capita che mi arrabbio e poi ci ho vergogna di andare vicino a lei.. quante volte mi fisso che Ginevra non mi voglia più bene.. perché magari l’ho delusa… le sta lì su quel divano.. eppure ci contiene..”

Vi lascio all’intervista a Michele Arnieri.
Subito dopo ci sono alcune delle foto che ho fatto quel giorno.
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-Michele, quanti anni hai e di dove sei?

Sono di Roma ma originario di Cosenza e vivo ad Alessandria con mia moglie, Veronica, alessandrina. Io ho 47 anni, lei 26. Abbiamo due bambine, Ginevra di 4 anni al 16 dicembre e Sophie di 2 anni e mezzo.

-Ginevra è una delle bambine coinvolte nella vicenda della cura con le staminali. Parlami di lei.

Ginevra è nata il 16 dicembre 2010. Era una bambina sana, sanissima, secondo la scala di Apgar. Ginevra alla nascita prese il massimo punteggio. Il tutto annotato sul “diario di Ginevra” che ci ha dato la regione Piemonte e compilato dal reparto di ostetricia di Alessandria fin dalla nascita della bambina. Comunque, il fatto che questa bambina fosse nata senza nessun problema era per noi motivo di grandissima soddisfazione. Tra l’altro io circa venti giorni prima avevo perso mio padre, quindi la sua nascita aveva, in quel particolare momento, per me un enorme valore.

-Lei è la prima.. dopo quanto è nata la sorella Sophie?

Diciotto mesi dopo.

-Come è emerso il problema di Ginevra?

Io e mia moglie ci trovavamo a Cosenza in quel periodo. Un giorno Ginevra cominciò con un pianto inconsolabile; un pianto che ci ha spinto a cercare di capirne la motivazione. Siamo andati in giro tra medici e ospedali, e tutti rispondevano allo stesso modo. Ci dicevano “ è una eccessiva preoccupazione vostra e che non tutti i bambini sono uguali” e che magari poteva essere un semplice dolorino del pancino, o qualcun’altra delle solite problematiche legate agli infanti. Di tutt’altro avviso fu la pediatra di Alessandria, l’attuale pediatra di Ginevra. Ma ancora quindici giorni prima che questa pediatra si accorgesse che c’era qualcosa che non andava, noi eravamo andati all’ospedale infantile di Alessandria, per chiedere loro cosa ne pensassero di questo pianto. E, in modo alquanto sgarbato, la pediatra del pronto soccorso, ci rispose che la bambina stava bene sotto ogni punto di vista. Che ciò che ritenevamo di riscontrare era frutto della nostra apprensione. Che eravamo troppo tesi, ansiosi..
Eppure bastò poco tempo perché venisse riconosciuto che qualcosa non andava. Dopo 15 l’attuale pediatra di Ginevra ci prescrisse una visita specialistica presso una neuropsichiatra infantile, che ci disse “Ginevra ha qualcosa di importante che va immediatamente valutato”. Erano i primi di giugno del 2011 e Ginevra aveva intorno al sesto mese di vita. L’unico modo per capire cosa avveniva a livello cerebrale era quello di fare una risonanza magnetica. Dopo che fece la risonanza, il responso del medico non fu confortante. “Purtroppo siamo in salita”, ci disse. Preoccupati gli chiedemmo se Ginevra avesse per caso un tumore al cervello. E lui ci rispose “No, no… magari..”. Immagina come potevamo sentirci noi in quel momento, e gli chiedemmo cosa potesse esserci di peggio di un tumore al cervello. “E’ intaccata la sostanza bianca” lui ci spiegò. In pratica, la sostanza bianca sarebbe la mielina; la mielina è il rivestimento dei nervi. Immaginiamo un filo elettrico. La parte centrale di rame è quella parte che conduce le informazioni dal sistema nervoso centrale a quello periferico. La mielina è il rivestimento di questo filo elettrico. La malattia che ha Ginevra è caratterizzata dalla mancanza di un enzima. La mancanza di questo enzima fa si che non si riesca a smaltire una sostanza tossica –chiamata psicosina- che aggredisce la mielina e mano a mano la sgretola.
Una situazione del genere viene scoperta intorno al quinto, sesto mese di vita. Ma si tratta di qualcosa che va avanti velocemente e già intorno al 18simo mese può intaccare quel collegamento con la respirazione. E quel filo che parte dal cervello e va fino ai polmoni se viene intaccato è purtroppo da definirsi “game over”… Questa patologia viene chiamata “malattia o leucodistrofia di Krabbe”. Ci sono vari esordi. L’esordio più severo è quello infantile che ha Ginevra e che colpisce i bambini intorno al terzo, quarto mese d’età e ripeto, l’esito infausto si presenta in un intervallo di tempo che va dai 16 ai 30 mesi di vita.
Mia moglie viene molto contattata da genitori che hanno figli con questa problematica. Questo è dovuto al fatto che Telethon inserì sul suo sito -per quanto riguarda i riferimenti sulla malattia di Krabbe- un video con mia moglie che parla della vicenda, ecc. Quindi, quando i genitori vedono che un loro figlio è stato colpito da questa malattia, si mettono a girare su internet e, prima o poi, arriva al video dove c’è mia moglie e cercano di contattarla per avere chiarimenti, per confrontarsi. In questo modo abbiamo avuto modo di conoscere tanti altri bimbi ed anche per questo motivo abbiamo deciso di fondare un Associazione “Un Sorriso Per Ginevra” che ha come obiettivo quello di prendersi cura dei pazienti e delle loro famiglie dal sostegno psicologico all’offerta di ausili che alcune asl non danno in uso a pazienti con patologie così invalidanti,ecc.

-Che faceste appena venne fatta questa diagnosi?

Durante il percorso iniziato appunto a giugno del 2011 fino ad oggi abbiamo avuto una fortuna, chiamiamola così. Quella di vivere nello stesso paese di quel papà protagonista della storia drammatica dell’olio di Lorenzo. Quel padre, il padre di Lorenzo, si chiamava Augusto Odone era nativo di Gamalero, provincia di Alessandria. Lui si era trasferito dall’Italia negli USA, dove sposò la donna con cui generò Lorenzo e dove si svolse tutta la celebre vicenda sulla quale è stato girato anche un film. Lorenzo, invece di morire a 5 anni come sembrava destinato ad avvenire, è morto a 30 anni, per una dimenticanza dell’infermiera. La mamma di Lorenzo era morta qualche tempo prima del figlio. Una volta morto il figlio, quel padre, avendo perso i suoi affetti più cari, si ritirò in Italia, per passare gli ultimi anni della sua vita nel suo paese d’origine, Gamalero. Noi eravamo riusciti in qualche modo ad avvicinarlo e parlarci e ci consigliò una dottoressa americana esperta di questa patologia, Maria Luisa Escolar, che ci mise nella condizione di non attraversare il globo per andare negli USA. Perché lei, attraverso un software e l’utilizzo di telecamere ad alta definizione e di un joystick, ti una tele-visita a distanza. Devi solo attrezzarti con una buona connessione, il software in questione ed una telecamera HD; e a quel punto è come andare negli USA, pur rimanendo in Italia. La dottoressa Escolar due anni fa seguiva settanta bambini in tutto il mondo e si è fatta un’idea chiara della progressione della malattia. Una volta che lei fa la tele-visita, tu, conoscendo quella che è la progressione della malattia stessa, saprai come è il modo migliore di agire volta per volta. Quindi può dirti “guarda, da questo periodo a quest’altro la bambina avrà problemi di deglutizione.. per cui il mio consiglio è farla mangiare attraverso la Peg..”.. e allora sai che a tua dovrà essere fatto un buchetto allo stomaco per farla mangiare, bypassando la gola perché non gestisce più la deglutizione e, se non si intervenisse in tal senso, il cibo potrebbe andarle di traverso, finire nei polmoni e provocare delle polmoniti chimiche che sono anche motivo di decesso. Noi abbiamo preso alla lettera tutti i consigli della dottoressa Escolar; e abbiamo fatto fare a Ginevra quello che, in via preventiva era necessario fare.
Non pensare che noi siamo mai stati con la mano in mano. Abbiamo cercato ovunque in Italia, e ovunque nel mondo. Ma tutti ci hanno sempre risposto “Non c’è niente da fare”. E ti assicuro che non c’è cosa più brutta sentirselo dire da tutti coloro che avevamo interpellato. In quei momenti pensi di impazzire”. Restammo nel limbo per circa venti mesi aspettando che la malattia facesse il suo regolare decorso ed invece una domenica sera di febbraio, squilla il telefono -intorno alle 20, alle 22. Era una zia da Roma che ci diceva di accendere la tv per vedere il programma de Le Iene, che stava andando in onda in quel momento. E là vedemmo una bambina “ferma” come Ginevra, che partiva da un certo stato fisico e che, dopo le infusioni di staminali, era completamente cambiata. A quel punto Veronica, mia moglie, ha detto “Ginevra deve fare queste cure..”. Era il 22 febbraio 2013. Era la prima volta che in due anni ci veniva data una speranza.
Le Iene avevano trattato un altro caso altri casi ma fu con Sofia, una bambina di Firenze, che scoppiò il caso mediatico.
Il 23 febbraio ho scritto a Vannoni e il 28 febbraio ha risposto. E’ una data indimenticabile, perché era il compleanno di Veronica. La risposta fu: “su questa malattia si potrebbero avere dei risultati.. se volete attendere, c’è un altro caso con la stessa malattia.. se volete vedere se funziona o meno su quest’altro caso, bene.. se no mandatemi immediatamente la documentazione clinica di Ginevra.. “. Il primo marzo, senza attendere nessun altro risultato e senza nessuna esitazione, spedii tutto il plico alla Stamina Foundation. La prescrizione per Ginevra ci giunse intorno al 20 marzo.

-Chi ha fatto la prescrizione?

Il dottor Andolina; che ci prescrisse il protocollo che veniva attuato esclusivamente presso gli Spedali Civili di Brescia. C’era un’unica condizione. Per accedere a queste cure bisognava fare ricorso presso il Tribunale del lavoro della città dove la bambina era residente, per superare il blocco imposto dall’Aifa nel maggio 2012. Noi presentammo il ricorso il 23 marzo e il 26, d’urgenza, Ginevra ottenne il suo sì. Il 15 aprile mia moglie si sottopose al prelievo per la donazione delle cellule; il carotaggio.
La prima infusione di staminali Ginevra la ricevette il 31 maggio 2013, con una iniezione endovena e una lombare.

-Quale fu l’impatto di quell’infusione?

Dopo 15 giorni da quell’infusione Ginevra sbalordì tutti, perché fu come se si fosse risvegliata da un sonno che era durato 20 mesi. Iniziò a interagire con noi, a rispondere agli stimoli. Collochiamo comunque tutto nel posto giusto. A livello delle sue abitudini, la vita di Ginevra è rimasta sostanzialmente intatta. Non è che si è messa a saltare sul letto. Eppure, allo stesso tempo, su altri piani, il cambiamento è stato enorme. E’ stato come se per noi e per lei si fosse presentata la possibilità di scappare da questo verdetto emesso dalla scienza. C’è questa bambina che, in teoria, dopo 18 mesi, sarebbe dovuta essere ai limiti vitali; e invece la vedi risvegliarsi. In queste patologie, checché ne dicano tante persone disinformate o in malafede, è previsto uno stazionamento, il peggioramento, ma mai il miglioramento. Uno dei grandi cambiamenti è stato a livello della sua “percezione” del mondo esterno. Prima era una scommessa, un dubbio, una possibilità. Prima ti chiedevi “percepisce? Non percepisce?”. Dopo Stamina non c’erano più dubbi perché se tu la chiamavi e la fonte sonora era a destra, Ginevra si girava verso destra. Se tu la chiamavi e andavi a sinistra, Ginevra si spostava verso sinistra. E’ stato soprattutto su questo aspetto, nel rapportarsi col mondo esterno, l’aspetto cognitivo, che lei lo migliorò notevolmente. Da che era una domanda “partecipa o non partecipa” è diventata una certezza. Prima delle infusioni, Ginevra non aveva quasi nessuna reazione agli stimoli. Se tu prendevi un aghetto e la punzecchiavi dappertutto, lei neanche si muoveva. Dopo riusciva a seguire anche delle luci, tutti questi cambiamenti/miglioramenti sono stati puntualmente ripresi ed anche condivisi su internet.

-E’ impressionante.. parlami degli altri effetti che avete riscontrato.

E’ migliorato il suo rapporto col sonno. Per cui una tranquillità generalizzata, soprattutto notata dalla mamma, che è a contatto 24 ore su 24. Veronica ha subito notato come Ginevra dormisse molto più serena. Prima aveva sempre i pugnetti chiusi, le manine contratte; dopo l’infusione le mani si rilasciarono. Il miglioramento del rapporto col sonno era espressione di una maggiore tranquillità generale, di un maggiore rilassamento su tutto il corpo.
Veronica: Tutto quello che facciamo ogni giorno è legato al sistema nervoso. Lui ci guida, lui ci stimola, lui ci fa percepire, reagire agli stimoli, ecc. Tante cose per noi possono sembrare normalissime.. ma per lei non lo sono. Le cose è come se o non le recepisse o come se le recepisse in modo parziale, ostacolato. Cose come.. recepire la voce… Per lei è un processo complicatissimo.. O pensiamo alla vista.. gli esami strumentali dicono che Ginevra non ci vede, e la pupilla non di muove.. però noi sappiamo anche che una luce forte e un cambiamento dal buio alla luce probabilmente lei lo recepisce. Non sappiamo se vede solo i colori, se vede solo ombre.. però sappiamo che se fai una foto col flash, lei scatta. Allora vuol dire che qualcosa a livello visivo c’è.. qualcosa succede…

-Ci sono stati cambiamenti a livello di movimenti?

Nel caso dei bambini Krabbe, i movimenti non è che sono fisiologicamente impediti. I bambini con la Krabbe non è che non si muovono perché hanno problemi a livello di struttura fisica, tipo quello che avviene con i bambini SMA dove c’è un corpo immobile e un cervello che è comunque sveglio, tipo i pazienti SLA adulti. I bambini SMA percepiscono, rispondono. Ginevra, invece, potrebbe farli i suoi movimenti, ma il problema sta a livello di connessione tra il SNC e quello periferico.
Comunque, uno dei cambiamenti più emblematici, è relativo all’aspetto ventilatorio-respiratorio che rappresenta il tallone di Achille di questi piccoli pazienti, che addirittura incuriosì e fece scendere in campo il Prof. Camillo Ricordi che in una intervista dichiarò che si era affacciato al mondo Stamina dopo aver visionato dei certificati di una bambina con la Krabbe (ovviamente parlava di Ginevra e di un contatto Skype tra lui e mia moglie).
Lo vedi quel macchinario a cui è attaccata Ginevra?. E’ la Niv, un ventilatore che aiuta nella respirazione insieme alla bombola dell’ossigeno, mentre l’altro è il saturimetro che misura la quantità di ossigeno nel sangue. Lei è monitorata H24 da noi attraverso questi macchinari.

-Soffermati un attimo sulla necessità di ossigeno che può avere un bambino in queste condizioni..

Ti avevo parlato dei fili che partono dal cervello… in questo caso è in gioco il filo che parte dal cervello e arriva ai polmoni. E’ come se si fosse cominciata a sgretolare la parte che riveste questo filo. Uno sgretolamento totale significherebbe… la fine. Essendo parziale, si sono manifestati problemi a livello respiratorio. E, quindi, per fare respirare questa bambina è stata necessaria la Niv e l’ossigeno terapia, perché da sola non ce la fa.

-Cosa ti fanno capire queste misurazioni che si vedono apparire in quei riquadri che sembrano quelli che indicano la temperatura in un edificio?

Queste misurazioni mi fanno capire la frequenza cardiaca. Quella a destra indica i battiti. E quella a sinistra è la saturazione, che nella situazione ideale dovrebbe essere al 100%. Ginevra sta al 99%. E’ perfetta. Se me la misuro io magari non arrivo al 96-97. Lei con la quantità minima di ossigeno, perché siamo al minimo, siamo alla prima velocità, è stabilmente ferma a 99.
Voglio comunque darti un dato. In una notte di gennaio del 2012 Ginevra, a seguito di un monitoraggio della sua saturazione, ebbe 750 de-saturazioni.
La de-saturazione è un’apnea, una mancanza di ossigeno. Con la prima infusione, nel luglio del 2013, dopo che erano passati 19 mesi da quando era stata monitorata ed erano stati rilevati quei valori, le de-saturazioni erano circa 350.
Dopo 19 mesi, quindi, in una malattia che non ti dà scampo nei 18-30 mesi, abbiamo potuto riscontrare un miglioramento del 50%. Per tutte le cose che ti ho detto, i medici di Alessandria quando la vedevano la guardavano come se fosse un’aliena.
Veronica: li vedi quei valori che appaiono sul riquadro della macchina per l’ossigeno.. noi abbiamo capito che si modificano anche in connessione allo stato emotivo.. se io mi altero, lei lo percepisce, e i valori si modificano.. è come avere di fronte sempre una misura, uno specchio che ti dice quando stai sbagliando, che ti dice come devi comportarti… E’ qualcosa che in certi momenti ti fa anche sentire in colpa.

-E’ come se ci fosse un “valutatore emotivo” quindi?… sicuramente è qualcosa che cambia le tue reazioni, il tuo modo di vivere ogni attimo.. Quante infusioni ha fatto Ginevra?

Prima della sospensione ne aveva fatte quattro..

-E questi effetti tu li hai riscontrati fin dalla prima infusione.

La prima è stata quella dove abbiamo riscontrato gli effetti più tangibili. Prima di iniziare il trattamento andammo anche ospiti insieme a Vannoni a Verissimo il 30 marzo; il sabato di Pasqua. In quei giorni ci disse “adesso che cominciate, mi raccomando munitevi di telefonini, video.. dovete filmare..”. E noi stavamo sempre pronti con questi i-pod, questi aggeggi, per filmare qualsiasi cosa. La mattina dopo l’infusione Ginevra era diversa e Veronica si mise subito a filmare. E c’è proprio un video dove si vede Ginevra “rispondere”. Io mi misi alla sinistra del passeggino e lei si girò verso di me. E poi mi misi a destra, e lei da che era a sinistra ha fatto un movimento e si è girata verso destra. Ero estasiato e dicevo “guai a chi mette bocca.. guai a chi tocca questa cura..”.

-Quando si parla di esiti positivi, ci sono tutta una serie di frasi che si usano per smontare affermazioni di questo genere, come chi dice.. “va beh.. ci sono alti e bassi, normali fluttuazioni delle malattie…”.

Veronica: qui la cosa è semplice, non bisogna essere uno scienziato. Basta analizzare la parola “neurodegenerative”. Degenerativo vuol dire che da meglio va a peggio, non che va su e giù, non che ritorna indietro… possono esserci dei momenti di stop, momenti in cui la bambina è stabile, ma in quel momento la bambina resta dove è arrivata, non torna indietro, non sta meglio.

-Quindi queste “fluttuazioni” che vengono tirate fuori per giustificare casi come questo .. non sarebbero reali?
Loro stanno mentendo sapendo di mentire. Andiamolo a chiedere a Sabrina Cucovaz, andiamo a chiederlo a Fabio Trotta che hanno perso i loro bambini con la Krabbe, se esiste un andamento fluttuante. In situazioni del genere, quando iniziano i peggioramenti, la degenerazione dei nervi tu ti ritrovi catapultato da che c’hai tua figlia in braccio a che la vedi in un lapide. E il tutto in 24, 48 ore.
Anche uno dei “detrattori” che mi hanno scritto per contestare gli effetti delle staminali ha dovuto ammettere.. Michele c’hai ragione, quando parli della krabbe con esordio infantile, qui cade tutto..”. Ed aggiunge “è per questo che io vi chiedo di fare in modo che Vannoni dia sta benedetta metodica”.

-A proposito di detrattori c’è chi dice che i genitori vogliono qualcosa di illegale..

Io so soltanto che il governo italiano ha votato per una sperimentazione. E ci ha detto pure che “tu che hai iniziato puoi continuare”. Per cui vuol dire che il governo italiano ha appurato che queste cure non fanno male. E siamo, con cure del genere, in regime di cure compassionevoli. Tu non hai alternative terapeutiche con patologie di questo genere, e comunque si rientra nei canoni previsti dal decreto Turco Fazio per le cure compassionevoli. E poi c’è la legge Balduzzi, la legge 57 del 2013. L’illegalità sta nel loro modo di comportarsi. Poi se Vannoni si è comportato più o meno bene con la scienza, o più o meno bene verso altri soggetti, io questo non lo so. Io non so se lui ci vuole fare business oppure no. Io so solo che non ho pagato niente. Anzi, nemmeno l’avvocato volle soldi da noi. Ci disse “consideratelo un regalo per Ginevra”. Noi abbiamo iniziato il 31 maggio 2013 senza sborsare un centesimo. Due giorni prima del 31 maggio ricevetti una telefonata del direttore sanitario dell’ospedale di Brescia, dottor Spiazzi, che mi disse “vi voglio domani a Brescia che iniziamo le infusioni”. Mi ha chiamato Vannoni? Mi ha chiamato Andolina? Mi ha chiamato il direttore sanitario, mi ha detto “venite qua”. E Ginevra è entrata il 30 maggio in ospedale, si è fatta due giorni di degenza, si è fatta la sua infusione, e se ne è tornata a casa. E questo lo abbiamo fatto per quattro volte.

-Racconta le cose che avvennero in questo lasso temporale.

C’è stato un momento in cui l’Italia stava per prendersi una grossa responsabilità. Perché l’ex ministro della salute, Renato Balduzzi, subito dopo le jene, il blocco dell’Aifa a marzo 2013 e un sacco di altre cose, aveva presentato un decreto che andava a modificare quelli che sono i prodotti legati all’ambito delle cure con le cellule staminali. Il tutto cominciò alla Commissione Sanità del Senato dove era stato affidato questo decreto. Nel momento in cui Napolitano lo ha firmato è stato acquisito dal Senato e la Commissione Sanità del Senato all’8 aprile doveva trattare degli emendamenti per modificare questo decreto. Il 10 aprile il Senato ha votato per trattare le cellule staminali non come farmaci, ma come trapianti, come è giusto che sia. Per me una cellula staminale non può essere trattata come un trapianto. Il fatto stesso che tu per misurare la bontà di una cellula staminale ne misuri la vitalità, vuol dire che tu non la puoi trattare alla stregua di un farmaco. Lo stesso donatore può comportarsi in maniera diversa. Per cui non puoi trattare le cellule staminali come un farmaco. La Commissione sanità del Senato aveva recepito abbastanza bene questo discorso ed aveva deciso che tutte le malattie rare potevano essere trattate con le cellule staminali, prendendo così una decisione di portata enorme. L’11 di aprile tutti noi festeggiammo al Pantheon quella che consideravamo a tutti gli effetti una vittoria. Dopo un pronunciamento di questo tipo, la strada sarebbe stata in discesa. Nel momento che la Commissione Sanità del Senato aveva votato all’unanimità, a cui seguì la votazione all’unanimità da parte del Senato.. ormai sembrava fatta. A quel punto il Senato passò il tutto alla Camera. Alla Camera sarebbe dovuta essere solo una formalità. Lo stesso vicepresidente della Commissione Sanità ci disse “questa è una cosa che due o tre giorni, una settimana massimo e passerà a legge..”.. Per noi era una vittoria. Quel giorno furono lanciati in aria tutti questi palloncini rosa, celesti. Possiamo dire che il marchio Stamina dei palloncini è stato creato in casa Arnieri. Lo abbiamo pensato noi insieme a un carissimo amico, Mario Conte. Abbiamo pensato alla maglietta bianca che è il candore dei bambini e i palloncini rosa e azzurro per distinguerne il sesso. Se la Camera avesse proceduto come ci si aspettava.. una bambina come Ginevra avrebbe potuto fare le sue cure ovunque. Anche a Cosenza avremmo avuto le cellule staminali su un paziente con malattia rara. Soltanto che questo stravolgeva il piano di chi ha in mano la ricerca; il modo di agire di soggetti come le farmaceutiche. Questo sconvolgeva tutti. A quel punto molti si sono resi conto di quanto stava accadendo. Intervenne il premio nobel per le staminali Yamanaka “fermate il governo italiano”.

-Quindi questa legge, se si fosse concretizzata, avrebbe consentito di trattare le cellule staminali come un trapianto..

Sì.. come un trapianto e non come un farmaco. E da questo ne deriva che tu le puoi trattare in un laboratorio GLP e non in un laboratorio GMP. Ti spiego la differenza che c’è tra un GLP e un GMP. Tutti e due possono fare le stesse lavorazioni, soltanto che il GMP, che è quello dei farmaci, ha dei controlli molto più severi. Come un setaccio per la farina. C’è quello con i buchi un po’ più larghi e quello con i buchi un po’ più stretti. Immagina il GLP con i buchi un po’ più larghi e il GMP con i buchi un po’ più stretti. Il laboratorio GLP ha un setaccio un po’ più largo, i controlli sono meno severi, ci sono degli standard diversi. Alla fine, in buona sostanza, o GLP o GMP è grossomodo stessa cosa, soltanto che uno è controllato dall’AIFA, l’altro dal centro nazionale trapianti. Il GLP che è quello dove sono state trattate le cellule staminali Stamina è lo stesso laboratorio dove fanno i trapianti per il midollo per i malati di leucemia. Quando si parla di trapianti puoi lavorare tranquillamente in un GLP, però lì poi il controllo non è più da parte dell’Aifa. L’Aifa deve dar conto agli altri enti controllori del farmaco, per cui loro, insieme ai loro professoroni, agli scienziati, hanno il controllo assoluto su quella che è la produzione dei farmaci, e hanno il monopolio anche sulla ricerca. E questo fa sì che impongano delle regole per quanto riguarda la produzione di farmaci, per quanto riguarda scoperte, innovazioni. Tu devi stare un tot tempo a lavorare in laboratori sugli animali.. prima di arrivare a fare una sperimentazione sull’uomo possono volerci anche 10..15 anni.. Vannoni ha sconvolto tutto, perché è andato direttamente sull’uomo.. è come un gruppo Ndrangheta che di fronte a un nuovo venuto dice..”come ti permetti di fare così? Qui le regole dettiamo noi.. la farina devi comprarla lì.. la pasta devi comprarla là..”.
Di una cosa mi rammarico. Che non si sia mantenuta una compattezza tra tutti i coinvolti, perché non si è seguita una linea guida unica. Quando io e Veronica abbiamo fatto la nostra prima manifestazione a Roma, non l’abbiamo fatto solo per Ginevra. L’abbiamo fatto contro questo decreto che Balduzzi aveva presentato al Senato e che avrebbe spazzato via tutto. Andavamo in protezione alla nostra bambina, ma i benefici li avrebbero avuti tutti.

-Dopo i grandi miglioramenti avuti con la prima infusione, cosa è accaduto con le altre?

Veronica: dal punto di vista clinico Ginevra ha mantenuto sempre i suoi miglioramenti, è stata sempre più sveglia.. anche se l’impatto della seconda e della terza è stato un po’ più ridotto rispetto alla prima e alla quarta. Ma va detto che alla prima infusione le avevano iniettato quasi cinque milioni di cellule, alla seconda infusione gliene hanno iniettato due, alla terza infusione un milione e otto, alla quarta infusione di nuovo cinque milioni. Quando tutte le infusioni avrebbero dovuto essere intorno ai cinque milioni.

-Come mai variava il numero di cellule?

A dirti la verità non è che lo abbia mai capito fino in fondo… anche perché le cellule dovrebbero crescere sempre nello stesso numero… Alle mie domande mi hanno risposto che non se ne erano prodotte molte, che erano sporche di monociti, ecc.. ma, devo dirti che questa vicenda, questa sproporzione in merito alle cellule presenti, continuò a non essermi chiara. Comunque, mi fecero fare un nuovo carotaggio. Secondo il protocollo basta un carotaggio per supportare tranquillamente cinque infusioni da 5 milioni di cellule. Tenendo conto che ogni infusione avveniva di media ogni due mesi, con un solo carotaggio ci andavi avanti quasi un anno. Io dovetti farne un secondo.

-Quindi ogni carotaggio, ogni estrazione dall’osso da cui si traggono le mesenchimali dovrebbe bastare per cinque infusioni… anche se nel tuo caso non fu così, e dovesti farne una seconda, pur se non ti è ancora chiaro il perché avvenne questo.

Esatto.. comunque Se Ginevra avesse fatto quattro infusioni col numero di cellule che ci sarebbero dovute essere e con le tempistiche adeguate, avrebbe avuto sicuramente dei risultati ancora migliori.

-Cosa accadde dalla prima alla quarta infusione?

Andavamo spediti, viaggiavamo a tre metri da terra. Noi eravamo gli “Infusi”, per usare un termine che avevo coniato. La legge a maggio 2013, il decreto Balduzzi, aveva stabilito che chi aveva iniziato poteva continuare. Come tu sai, blocco iniziale da parte dell’Aifa fu a maggio 2012, ma noi fino alla quarta infusione non abbiamo avuto sostanzialmente problemi.

-Quindi, dopo la quarta..

Subito dopo la quarta infusione, fatta a dicembre 2013 si scatenò il casino mediatico. Tra dicembre 2013 e gennaio 2014 hanno affossato Stamina. Non posso dimenticare la puntata di “Presa Diretta” – la trasmissione di Iacona – dedicata a Stamina, dove l’approccio era totalmente demolitorio. In quei mesi ci fu tanto di quel fango che noi quasi pensavamo…”quando finite avvertiteci che così ci rialziamo..”. Fu così forte quella “rappresaglia” mediatica che produsse effetti anche sul nostro sangue. La stessa zia che ci aveva inizialmente chiamato per dirci “guardate le Jene..”, facendoci così entrare nel mondo delle staminali e che aveva partecipato con noi alle manifestazioni e a tutto il resto, dopo quei trenta giorni di forsennata violenza mediatica, fango, ci ha messo in discussione. Cominci a dirci cose del tipo ”Ma siamo sicuri che questa cura funziona?..”. Se è sono riusciti a instillare dubbi a mia zia, immaginiamo che impatto possono avere avuto sul comune cittadino, sull’opinione pubblica normale. E infatti hanno avuto successo. Oggi la domanda che tutti si pongono sono…”ma questa cura funziona?… ma lui è un delinquente..?
E noi chi siamo?.. siamo un moscerino che sbatte le ali per fare arrivare dell’aria.. ma quanta aria può muovere un moscerino? Noi siamo quelli che abbiamo in mano una verità ma c’è un potere enorme ad oscurarci.

-Voi comunque tentaste di far fare la quinta infusione..

Esatto. Tentammo di far fare la quinta infusione a febbraio. Ma sorsero.. o vennero fatti sorgere.. tutto un insieme di problemi che, di volta in volta ci impedì di farla. Da gennaio a luglio 2014 tentammo cinque volte di far fare questa infusione, cambiando ogni volta avvocati. Quello che non abbiamo pagato all’inizio, a livello di spese legali. l’abbiamo pagato dopo. Per legge e per autorizzazione di tribunale Ginevra doveva fare la quinta infusione, ma non l’ha fatta. Poi.. con il sequestro delle cellule ordinato dal PM Guariniello avvenne il blocco totale della situazione.
Noi e un’altra famiglia facemmo una denuncia contro Guariniello in merito al modo, secondo noi scorretto, col quale era stata chiusa l’inchiesta. Anche perché lui non ascoltò proprio noi genitori dei bambini infusi che saremmo stati le persone da ascoltare forse per prime. Noi facemmo le nostre contestazioni a quella conclusione di inchiesta.. “Tu hai chiuso questa inchiesta ma.. uno, due, tre, quattro.. per questi quattro punti tu non potevi chiuderla l’inchiesta..”. Prima di noi analoga denuncia era stata fatta da un’altra famiglia . Dopo che denunciammo noi, avremmo sperato che tutte le altre famiglie avessero fatto seguire le loro denunce, in modo da creare un po’ di scompiglio alla procura di Torino e di chiedere udienza…
Peccato che così non è avvenuto.

-Avete provato a vedere se esistevano altre modalità di intervento con le staminali al di fuori di Stamina?

Certo. In Italia però non ci sono cure simili a quelle che fa Stamina. C’è una cura con le mesenchimali che sta facendo il professore Uccelli a Genova, però lui la applica sulla sclerosi multipla. Abbiamo cercato anche nel resto del mondo. Comunque, se fai una ricerca nel web sul tema staminali, una cosa molto utile è tradurre prima in russo i riferimenti alle staminali e poi inserire quella parola tradotta o quelle parole tradotte sul motore di ricerca. Emergono una infinità di riferimenti che non emergerebbero se tu facessi le ricerche solo in italiano. Noi, così facendo, scoprimmo che a Kiev c’è l’ira di Dio per quanto riguarda le cellule embrionali, fetali, mesenchimali, ecc. Ma ogni tentativo d potere anche solo considerare l’ipotesi di andare direttamente in Ucraina naufragò con lo scoppio della guerra. Un altro paese dove vi sono applicazioni con le staminali di un certo interesse è Israele. Un altro paese in continua tensione. Ma non è questo il grosso del problema per noi. Innanzitutto non crediamo che Ginevra possa reggere un volo aereo . E comunque, anche se potesse reggerlo, sarebbe un evento enormemente stressante per lei da fare una volta sola per poi trasferirsi in quel paese per il proseguimento della cura.
Voglio dirti una cosa. Ginevra ha 4 anni e Sophie è nata dopo 18 mesi, come ti dissi. Avendo avuto Ginevra un difetto genetico, ogni nostra gravidanza è a rischio. Eppure noi ci siamo impegnati a fare un altro figlio. Abbiamo voluto sfidare il destino, il fato, credere nella vita.

-Tu stai ancora continuando la battaglia per il metodo Stamina?

Sì, ma in modo meno totalizzante.
Eppure non puoi davvero stare fermo del tutto. Non puoi per questi bambini. Uno dei giorni più indimenticabili della mia vita fu quando ci furono i funerali della piccola Rita Lorefice. In chiesa c’eravamo anche io e un altro papà. Chi se lo scorda quel giorno. Mi vengono i brividi solo a pensarci.

-Inevitabilmente tutte queste prove sono come un parto che, paradossalmente, porta ad un livello di intensità superiore nella comprensione delle cose e nel vivere la vita.

Sì.. vieni forgiato. Comprendi cose che forse, senza questo “calvario” non avresti mai compreso. E ti affacci sempre di più nel mistero della vita. Pensa al paradosso… qual è l’essere apparentemente più “passivo” della nostra famiglia? Ginevra. Eppure Ginevra rappresenta tutto il nostro universo, con la U maiuscola. Anche se abbiamo Sophie, tutto è però improntato intorno a Ginevra. La nostra vita, il nostro quotidiano si chiamano Ginevra. In situazioni come queste cambiano tutti i tuoi parametri di riferimento. Io non so che cosa significa andare ad una festa, andare a ballare. Non è che mi mancano queste cose; proprio non mi interessano. Se io dovessi descrivere la giornata tipo della famiglia Arnieri, avrei bisogno di farti vedere mentre aspiro Ginevra e farti sentire il rumore dell’aspiratore e della saliva che aspira Ginevra. Ma io devo dire le cose come stanno. Il mio vero bastone, la mia vera forza, la mia vera guida è mia moglie Veronica. E’ lei che batte il tempo di ogni cosa. E’ lei la vera anima di tutta la faccenda. Mi fa emozionare questa cosa, non mi aspettavo che una ragazza così giovane di fronte a una cosa così grande.. potesse avere una reazione del genere.. pare essere nata con una vocazione..

-Sicuramente hai cercato di capire se può esserci un senso in tutto quello che stai e state vivendo..

Sì. Hai proprio il bisogno di trovare un senso, di dare una spiegazione spirituale, se no impazzisci.. Ti chiedi “perché sta accadendo tutto questo?..”:. Una delle tante spiegazioni che abbiamo provato a darci è che loro, questi bambini, prima di arrivare sulla terra, sono come degli angioletti che ci scelgono.. “ah quello mi piace.. quelli sono quelli giusti..”. E vengono qui con un messaggio ben preciso, e poi sta a te interpretare quel messaggio. Ginevra mi ha insegnato l’amore. Io non lo so se è poi è così.. se effettivamente Ginevra ci ha scelti.. ma pensa a come ho conosciuto mia moglie. Ci siamo conosciuti via facebook.. io mi chiamo Arnieri, lei si chiama Arnieri.. avevo creato un gruppo “Arnieri nel mondo” e lei si è iscritta e poi ci siamo conosciuti, ci siamo piaciuti.
Comunque, per andare avanti devi mantenere una forma di lucidità. E la lucidità me la sto imponendo giorno per giorno. E non sai che lavoro quotidiano è tutto questo.
Non mi nascondo dietro un dito. So che stiamo combattendo contro le probabilità. So che le possibilità che Ginevra possa morire in tempi brevi sono molto più alte di quelle che lei abbia un futuro. Vuol dire che sono pronto ad accettare una eventualità del genere? Non sei mai pronto del tutto, ma sono consapevole che è una ipotesi possibile. Intanto mi sto godendo l’attimo. E’ anche questo che ti insegna una vicenda come questa. Restare nell’attimo. Dare importanza a ciò che è importante. E rendere superfluo ciò che è superfluo.

Sto qualche minuto in silenzio sovrastato da tutta l’intensità di questo incontro.. dopo qualche minuto Michele prosegue..
Eppure il mio centro gravitazionale è proprio lei. Lei che oggi è al centro dei nostri discorsi, ma nessuno se la sta filando.

-E’ come se non ci fosse… anche se io e te parliamo.. però uno si accorge che non è la stessa scena con tutti quanti noi senza lei.. è come se ci fosse un centro energetico..

Sì.. lei è il cuore di tutto.. lei ci osserva.. non sai quante volte capita che mi arrabbio e poi ci ho vergogna di andare vicino a lei.. quante volte mi fisso che Ginevra non mi voglia più bene.. perché magari l’ho delusa… le sta lì su quel divano.. eppure ci contiene..

-Grazie Michele.

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Armando Corino- il vescovo ortodosso che coltiva l’aloe

by on apr.03, 2014, under Guarigione, Ispirazione

Noi siamo abituati a vedere i percorsi di vita come traiettorie che non possono mutare drasticamente.


Immaginiamo mutamenti, ma non rivoluzioni.


Ci immagineremmo che un professore che ha insegnato filosofia per venticinque anni diventi, dopo la pensione, magari un critico letterario, un curatore editoriale, forse anche un giornalista.. L’ultima cosa che immagineremmo è che possa diventare un vescovo ortodosso.


La vita di Armando Corino è stata anche questo, un andare oltre i ruoli che ti vengono ritagliati addosso, un non accontentarsi di raccogliere i frutti di una scelta fatta una volta per sempre. Ma continuare a scegliere, per essere coerenti alla Scelta profonda, quella che ci sprona a fare qualcosa, anche se questo qualcosa è un cambiamento radicale di quello che siamo stati.


Anche se, leggendo le parole di Armando, capirete che si è sempre sentito in qualche modo “diverso”, che ha sempre cercato una dimensione “differente”. Il suo approdo definitivo è stato la Chiesa Ortodossa, di cui in pochi anni è diventato addirittura vescovo. Ma anche qui, anche allora, non per “acquietarsi”, o per “accontentarsi” di una vita puramente “spirituale”. Una buona parte del suo tempo la passa nel suo terreno di campagna a Borgo Santo Spirico, con i suoi  più di cinquanta animali. Sono così tanti perché non se l’è mai sentita di ammazzarne nessuno. Nasce un capretto o un agnellino, e dopo un po’ ci si affeziona, diventa parte della sua “famiglia spirituale”.


Armando è come un contadino che coltiva soprattutto aloe arborescens, pianta dalle grandi proprietà antitumorali. I frullati di aloe che produce li spedisce in mezza Italia con prezzi popolarissimi, perché il suo fine, il fine di un lavoro come questo è solamente.. potere essere utile a chi vive l’angoscia di un tumore. E all’invio dell’aloe accompagna le sue telefonate al malato e anche ai famigliari; la sua “psicoterapia” telefonica, per sostenere emotivamente queste persone. Fino alla dura prova di sostenere i casi più gravi, quelli prossimi alla morte, che lui, con delicatezza, cerca di accompagnare nei loro estremi ultimi atti di vita.


Armando è di quelli per i quali “Il bianco è bianco e il nero è nero”. Il suo carattere battagliero gli ha fatto spesso prendere posizioni scomode, anche per la Chiesa ortodossa. Come è stato per la sua difesa, avvenuta in molte occasioni, dei gay vittime di discriminazioni e violenza. A tal proposito c’è un video molto bello, che Armando inserì anni fa su you tube, dal titolo “Agli omosessuali voglio ricordare che Dio cammina accanto a loro” (link https://www.youtube.com/watch?v=E1Tv_MA0Be4).


Se c’è una parola che può riassumere più di tutte le altre il percorso di vita, il pensiero e l’azione di Armando, quella parola è.. COMPASSIONE.


Vi lascio all’intervista che gli ho fatto.


————————————————


Armando quando sei nato e dove?


Sono nato ad Asti il primo gennaio del 46.


-Quale è stato il tuo percorso?


Sono figlio di un operaio. Ho vissuto in una famiglia molto umile, che però mi ha sempre dato tutto quello che ho voluto. Mi ha dato i valori per andare avanti.


Per tanti anni ho insegnato filosofia in alcuni licei.


-Quando ti sei laureato?


Mi sono laureato in filosofia con una tesi su “Heidegger e la cultura italiana dal 45 al 55” , col professore Carlo Mazzantini. Comunque allora si poteva insegnare filosofia. Adesso, anche se ritornasse Kant sulla terra non potrebbe più farlo, viste le attuali leggi. Io ho comunque ho insegnato per venticinque anni in un liceo di Asti. Sono andato in pensione a 47 anni, con 25 anni di insegnamento.


-Come è stata questa esperienza di insegnare?


Molto bella come esperienza.. piuttosto non ho mai approvato il fatto che con la riforma Gentile la filosofia si è legata alla storia della filosofia e ho dovuto insegnare anche questa. Comunque, io sono sempre andato d’accordo con i miei alunni e ci sentiamo adesso, dopo tanti anni.


-Tu ti laurei e cominci ad insegnare ad un liceo di Asti..


Liceo scientifico, poi sono andato in un liceo classico. Sono


-Come è stata l’esperienza del liceo?


Una esperienza molo bella.. soprattutto per il rapporto con gli alunni. Però c’è anche da dire che questi licei di provincia in queste realtà provinciali sono delle cose tremende. Ti ritrovavi ad avere un ruolo che sembrava quello del maestro spirituale. E anche per questo eri costantemente “osservato”. Tutti ti controllavano, tutti volevano sapere ciò che facevi. Ti sto parlando di come ormai desuete, anche perché la figura dell’intellettuale oggi è quella che è. C’era comunque, da questo punto di vista, l’aspetto deteriore dell’insegnamento. Se tu insegnavi  al liceo classico, eri il maestro di questa borghesia, di queste persone che si facevano un conto incredibile di te, ma più che una cosa legata a una vera considerazione, diciamo, del sapere..  si trattava di un agire mondano. Per cui in effetti era un po’ una schiavitù questo ruolo. Allora insegnare al liceo era una questione di status symbol. L’insegnante doveva avere tutto un modo di fare, portare la camicia, la cravatta.. cose come queste, da piccola borghesia. Nessuno ha avuto mai dire su di me, però ero sempre sotto stretta osservazione, come ti dicevo. Bastava che parlavi con un alunno o una alunna con un minimo di confidenza, e subito scattava l’occhio pettegolo che cercava di scorgere in tutti i modi la malizia. Cose come queste sono l’emblema di queste situazioni asfittiche, perché quasi quasi ti accusavano di cose innominabili, pur senza avere alcun elemento. Ma si tratta di un discorso molto comune nella provincia. Sartre nei suoi libri l’ha messo bene in evidenza.


-Rischiavi di sentire imbalsamato in un certo senso..


Poi io ho soprattutto ho rifiutato il ruolo di insegnante-insegnante. Il quale diventa poi una figura anche un po’ patetica, il quale saluta i suoi alunni anche quando ha ottant’anni, che tutti tengono nei propri ricordi, ma di cui nessuno gliene frega niente.. un ruolo patetico, anche un po’ ridicolo.. un intellettuale da salotto.


-Sei stato straordinario a fare questa descrizione. Devo dirti che hai rappresentato quella che trovavo  una immagine ricorrente in tanti film e libri, e che mi ha sempre dato un senso di “soffocamento”. Io vedevo sempre questa scena tristissima, dell’ultimo giorno dell’insegnante. L’insegnante va alla scuola per questo ultimo giorno, gli regalano un orologio, il direttore fa un ringraziamento per le belle cose fatte, gli studenti applaudono. E poi torna a casa ed è solo un ex insegnante. Quando passa per strada, qualcuno gli dice “Buongiorno professore”. Qualche ex studente a volta va a trovarlo dicendogli “ah che bei ricordi”… e io pensavo.. “ma perché finisce così? Perché bisogna essere imprigionati in questo ruolo?”


Peggio ancora vedevo solo la figura del parroco di campagna, schiavo delle sue donne, delle sue beghine, del suo giro.. Io ho rifiutato tutto questo imbalsama mento, questa mummificazione, tutto questo restare ancorato a vita in ruoli asfittici.


-Quando sei imprigionato in un ruolo come quello che hai descritto, sei limitato anche nelle tue potenzialità.. e vivi con un disperato attaccamento.. come l’insegnante che si aggrappa fino all’ultima ora possibile di insegnamento. Che non riesce a immaginare di potere fare altro, che neanche tenta di fare altro..


Per quanto mi riguarda, sono tutte angosce che io ho vinto, perché adesso io sono anche un imprenditore agricolo, sono in mezzo a delle capre, c’è il discorso dell’aloe. E ho imparato una certa manualità, che mi ha avvicinato proprio a mio padre. Forse io mi sono riconciliato con mio padre proprio grazie a questa manualità acquisita. In fondo non c’è niente di meglio che la vita del contadino. Riprendersi il dialetto, riprendersi la capacità di costruirsi una casa di legno, come ho fatto io, anche a costo di prendersi a martellate le dita. A me quando mi chiamano professore –ancora qualcuno lo fa- mi sembra una cosa strana.  Il mio, comunque, non è un discorso di anti-cultura. Il mio è un discorso di liberazione. Quello che conta è la vita. Tutti i sofismi non aiutano ad andare avanti. Adesso mi avvio all’ultima fase della vita, però mi sento molto più giovane di come ero prima, ma anche di tanti della mia età.


-Ma anche di tanti molto più giovani di te..


Bisogna vivere come i bambini.. il bambino che è dentro di noi. Io lo vedo questo negli animali.. io sono in sintonia con gli animali.. mi sento quasi un fratello di tutti questi capretti.


-Torniamo al tuo percorso. Tu ha insegnato per venticinque anni dicevi..


Sì. Dapprima al liceo scientifico di Asti, poi al liceo classico di Asti, poi al liceo scientifico di Asti, e gli ultimi tre anni di insegnamento li ho passati al liceo classico di Savona. Mi ero trasferito a Savona perché volevo una mia vita indipendente dai genitori. In realtà, però, questa vita indipendente non l’ho mai avuta, perché i miei genitori si sono trasferiti da me, credevano che senza di loro non ce l’avrei mai fatta. C’era una sorta di incastro psicologico. Comunque ormai sono morti da tanti anni, e non ho più da recriminare verso di loro.


-Come mai ti eri iscritto a psicologia?


Quando mi sono trovato a fare il servizio militare a Trapani, avevo l’esigenza di ottenere  dei permessi per tornare a casa, e questo si poteva fare anche per motivi di studio. E allora mi sono iscritto a psicologia. All’inizio era una scelta “strumentale”… ma poi mi sono entusiasmato alla psicologia. Anche se più che dire di avere esercitato la professione di psicologo, preferisco dire che ho aiutato delle persone che avevano dei problemi esistenziali, senza mai farmi pagare.  Ho fatto lo psicologo anche presso i padri comboniani. I comboniani sono persone meravigliose, che fanno tanta missione in Africa. Però a volte nei loro conventi raccolgono anche persone adulte o un pochettino strane, e quindi può essere utile una valutazione psicologica.


-Uno studio e una applicazione della psicologia, quindi, per aiutare gli altri..


Sì.. ma come tutto. Io penso che sia importantissimo  aiutare.. anzi, più che aiutare, proiettarsi verso l’altro. Non si fanno mai le cose per se stessi. Io, qualsiasi cosa, anche l’aloe, la faccio per venire accanto ad altri che sono sofferenti. Il tema della compassione su cui ho scritto ultimamente un libro “Sottosuolo etico di compassione”, edizioni Croce. Riguardo il percorso psicologico, potrei farti una battuta, che però ha qualcosa di vero. Diciamo che io ho avuto una giovinezza un po’ tormentata da vari problemi, anche di accettazione. Diciamo che forse dovevo andare dallo psicologo, ma.. invece di andare dallo psicologo, sono diventato psicologo. Comunque, nel corso di tutto il mio percorso, compreso il mio cammino religioso, mi sono pacificato e adesso vivo abbastanza bene.


-Anche negli anni precedenti il cammino religioso in senso stretto, tu hai avuto una tua religiosità?


Io credo di averla sempre avuta una vocazione religiosa. Ho sempre frequentato monasteri. Però, la vocazione religiosa che sentivo dentro di me, non ho avuto, per lungo tempo, abbastanza coraggio di metterla in pratica.  C’erano stati, in precedenza, dei tentativi abbastanza fantasiosi di andare coi missionari comboniani e cose del genere. Tentativi che non attuavo mai fino in fondo, perché allora la forza di fare scelte radicali. Forza che ho trovato dopo la morte dei miei genitori e dopo che sono andato in pensione. Io sono andato in pensione prestissimo. Le leggi di allora me lo permettevano . Io sono convinto che nella vita una persona debba fare quello che vuole per realizzare se stesso. Io l’ho fatto e ho scoperto che la dimensione è quella dell’altro. Non è l’amore di sé che è importante, è l’amore per gli altri, un amore che cresce costantemente. Per me è decisiva la compassione. Provare compassione direi che è la mia caratteristica fondamentale. Penso davvero chela compassione sia la cosa più importante della mia vita.



-C’è stato qualche evento in particolare che ha scatenato in te questa compassione?


Non lo so…. San Paolo dice “Bisogna piangere con chi piange.. e ridere con chi gioisce”. Poi per me è una cosa fondamentale. Per le persone naturalmente, ma anche per tutte le cose viventi, come gli animali; verso la sofferenza animale ho una grandissima sensibilità, al limite della normalità. Io ho cinquanta animali, che non riesco a uccidere, che occupano molto  del mio tempo.


-Tu hai una percezione straordinario verso qualunque forma di sofferenza…


Penso che la sofferenza, il dolore, siano il problema teologico per eccellenza. Specie se chi soffre non è colpevole. E’ il dolore degli innocenti il problema fondamentale di tutte le religioni, soprattutto della religione cristiana che mette in primo piano la crocifissione. Il Cristo che soffre. Cristo non voleva morire. Ha accetto di morire perché quella era la sua missione. Si è sacrificato per gli altri. Cristo è risorto però continua ad essere sulla croce e soprattutto i morti continuano ad essere morti… Lazzaro è risorto, poi però è di nuovo morti di morte naturale. Il che se ci pensiamo è molto brutto. E’ come morire una seconda volta. Lazzaro ha vissuto per due volte il dramma umano di morire. La prima volta è stato resuscitato da Gesù Cristo. La seconda volta di morte naturale. Io ho molto rispetto per la cultura ebraica che ha orrore per la morte. Se uno si confessa cristiano dovrebbe esserci questo, l’orrore per la morte e l’ardente attesa della risurrezione dei corpi. Come vedi siamo molto lontani dalla dimensione  filosofica. Io mi sono laureato su Heidegger, in Heidegger c’è il ritorno all’origine, alla verità che si disvela. Mentre io ho cambiato continuamente la visione.. il più grande cambiamento della mia vita è stato l’incontro con Sergio Quinzio che mi ha insegnato una cosa semplicissima, che il fine non deve essere l’origine, ma la meta deve essere il fine, l’attesa escatologica della parusia, della seconda venuta di Cristo in questo mondo, in questo mondo che non si capisce perché continui ad andare avanti con tutti i suoi orrori. Questo è l’afflato escatologico che ho ereditato dal grande, enorme amico Sergio Quinzio. Naturalmente ispirandosi alla teologia russa, al grande Dostoevskij, anche lui ha questa speranza in qualcosa di nuovo, in qualcosa di definitivo, in una resurrezione totale.


-Tu parli del dramma della morte, della attesa, non ancora soddisfatta, della risurrezione dei corpi. Ma se ci poniamo in un’angolazione cristiana, come è certamente la tua, non credo sia poca cosa, tenere presente, sempre secondo questa angolazione, che la morte fisica non è semplicemente “morte”. Che per il cristianesimo, ma anche per molte altre vie spirituali e religiose, chi muore è ancora “vivo”, seppure in un altro “luogo” o dimensione. Se si accetta questo, non mi pare davvero poca cosa…


Sì.. sì.. Effettivamente è vero. Chi muore in realtà non è “morto”. Io non so esattamente cosa ci si sia “al di là”, ma c’è qualcosa. Però l’attesa cristiana non è solamente una cosa spirituale, non è solo un “regno dei cieli” di pure anime.. ma in essa c’è anche l’attesa della risurrezione della carne su questa terra.


-E’ molto bello questo riferimento alla compassione..


La compassione è il sentimento che ti fa uscire da te stesso, il “patire con”, ti fa entrare nella dimensione degli altri. Patisci, gioisci con gli altri. Però c’è una grande differenza col buddismo, che predica la compassione per tutti, per gli uomini, per le piante. Però poi dopo implica la fine delle rinascite e della metempsicosi. Implica semplicemente una specie di nirvana, di mancanza di sentimenti. Il Regno è questo poi, Dio che ha compassione, in ebraico lo si chiama il Consolatore.. il Consolatore delle sofferenze che abbiamo avuto, che non vanno perdute. Il dolore deve essere consolato da Dio, non può essere eliminato da Dio. Sono discorsi che ho trattato nel mio libro “sottosuolo etico di compassione”. Il mio è un discorso di cuore, di sentimento.


-La prima volta che ti ho sentito, tu mi dicesti che non vuoi che si perda l’incontro..


Questa è una cosa fondamentale. Non perdere l’incontro, non perdere la dimensione del tempo purificato e salvato. Ogni incontro riuscito è un incontro messianico, nel senso che anticipa la venuta del messia. Noi cristiani diciamo che ogni incontro riuscito è un incontro che anticipa la venuta di Cristo. Tutti gli incontri che abbiamo avuti su questa terra non possono essere perduti, non devono essere perduti. Spesso, nel racconto delle esperienze di pre-morte, si parla del tunnel. E dopo il tunnel ci sono le persone che hai amato, anche.. secondo me.. gli animali che hai amato. E’ qualcosa di molto bello. Mi ricorda la fine dei fratelli Karamazov di Dostoevskij.. dove il bambino dice al giovane Karamazov “è vero ciò che dice la religione che poi ci incontreremo tutti, anche Koja, il bambino che è morto?”. Il monaco gli risponde “certamente, ci incontreremo tutti, e ci racconteremo come è andata”. Queste cose sono cose un po’ sentimentali, sono cose di cuore, però ciò che conta nella religione non sono certo i ragionamenti razionali. Ciò che conta è il cuore, questa attesa, questa fede. La fede è una sostanza di speranza, è qualcosa che non c’’è ancora e che tu aspetti.. Per me i morti non sono “finiti”, non si sono dissolti. Io ho un rapporto con i miei morti. Io prego per i morti, soprattutto prego per i gay soli che sono morti discriminati nel mondo. Evidentemente sono già vivi questi morti. In qualche modo, perché comunicano con me. Però, come ti dicevo, credo che la speranza cristiana vada ben oltre, implica la fine del mondo, ed implica la resurrezione della carne.


-Quali incontri ti hanno particolarmente segnato?


Guarda l’incontro che mi viene alla mente è quello con una persona che è morta secoli fa. Silvano, un monaco ortodosso. Io sono stato sul monte Athos e sono andato dove viveva Silvano. Ho baciato anche il suo teschio, perché per gli ortodossi le reliquie sono importanti. Di Silvano ci sono rimasti i suoi scritti. Lui era un monaco qualunque, che non aveva una grande cultura, però parlava di una esperienza esistenziale di Dio. E questo per me è fondamentale. L’esperienza esistenziale di Dio. Tu Dio non puoi conoscerlo solo dai libri. Tu Dio devi “sentirlo”. Ci sono dei momenti della nostra vita in cui “sentiamo” Dio, e poi passiamo il resto della nostra vita a pensare a quel momento in cui Dio si è rivelato a noi.


-Si può dire che tu hai avuto due esperienze mistiche….


Sì, ma non come visioni di Madonne o qualcosa del genere. E’ stata una esperienza di cuore, di molto carnale, di molto concreto, di affettivo. Esperienza esistenziale in senso profondo.


-Come le descriveresti?


Semplicemente ti trovi come in una sorta di dormiveglia, e lì senti come una specie di chiamata, un qualcosa in cui vedi come una sorta di bambino innocente, molto dolce, che ti chiede un aiuto. Però poi scopri che in realtà è estremamente potente, sei tu che hai bisogno del suo aiuto e ti senti indegno. Di fronte alla bellezza, di fronte all’amore tu ti senti sempre indegno. A me è successo di sentirmi indegno anche di fronte a certi moribondi, di fronte a certe persone sofferenti. Dio è lì. Tu sei di fronte all’amore.


-Nel 93 vai in pensione..


Sì e decido di dare realizzazione al mio desiderio religioso. La mia prima intenzione era quella di farmi monaco. Ti sembrerà strano, ma a contribuire ad ispirarmi a diventare monaco fu un film di Akira Kurosawa, “L’arpa birmana”. Questo film parla dei morti giapponesi della seconda guerra mondiale e raccolta le vicende di un soldato che era diventato monaco per seppellire quei morti. Un film molto bello, molto epico. C’è anche un elemento buffo, perché questo monaco del film di Kurosawa ha un pappagallo sulle spalle, e io ho sempre avuto un pappagallo, che ce l’ho ancora e mi vuole molto bene.. Comunque, avendo deciso di farmi monaco, andai nel 1997 in un convento di benedettini. Pensavo di rimanerci per sempre. Ma non è stato così. Ci restai solo due anni. E questo per vari motivi.. Uno di questi è che mi sono trovato in una comunità di anziani, dove non c’era nessun giovane con cui potessi avere uno scambio di un certo tipo. In una comunità di quel tipo finisci per diventare un badante. Per cui ho preferito tornare a casa mia e fare per conto mio.


-Tu avevi in mente un modello di vita conventuale?


Guarda sono molto interessanti le tipologie di vita conventuale presenti sul monte Athos. Ci sono i monasteri cenobiti; che sono quelli dove tu vivi sempre in comunità, mangi in comunità, preghi in comunità, vedi le persone centomila volte. Io trovo questo tipo di vita comunitaria mortalmente noiosa. Poi vi sono le comunità bioritmiche. In queste comunità tu preghi insieme ai fratelli, ma stai in cella per conto tuo e ti procuri il cibo e la sussistenza da solo. Sul monte Athos, comunque, puoi trovare cose decisamente più estreme, come la vita da eremita che alcuni scelgono. Gli eremiti sono persone che vivono nei boschi del monte Athos e a volte hanno addirittura delle piaghe che nessuno cura. Nella tradizione ortodossa di parla di “folle in Cristo”, che ogni tanto si avvicina alle comunità cenobitiche o bioritmiche, ma che vivono gran parte del loro tempo in piena libertà. A volte stanno addirittura nudi. Alcuni tra loro hanno poteri straordinari, a livello di memoria, a livello di resistenza fisica, a livello di capacità di guarigione.  E’ un mondo straordinario quello del monte Athos.


-Dopo la tua esperienza monastica, tornasti a casa. Con quali intenzioni?


Quelle di diventare prete della chiesa romana. Entrai nel seminario di Albenga, come vocazione adulta. Diedi più di cinquanta esami di teologia. Ma il vescovo non mi supportava nel mio desiderio di diventare prete. Diceva che, vista anche la mia età, sarebbe stato un compito gravoso per me fare il prete. Al massimo mi si prospettava la possibilità di potere diventare diacono permanente, che nella Chiesa non conta praticamente nulla. Ad ostacolare il mio percorso per diventare prete erano però intervenuti anche altri fattori, come una sorta di camarilla di preti che non vedevano di buon occhio la possibilità che diventassi sacerdote. Si trattava di piccole beghe. Del tipo.. persone che temevano che io, entrando ed essendo laureato, potessi sostituirle; che potessi portare loro via il posto, che ne so, di cappellano all’ospedale. Purtroppo nella chiesa Cattolica c’è anche questo. A dirla tutta… il vescovo mi contestava anche un certo mio essere “aggressivo”.


-Tu eri un tipo battagliero?


Adesso molto di più di allora. Se uno a 54 anni diventa sacerdote lo fa  non per avere il pranzo e la cena, ma per portare un messaggio evangelico che è abbastanza forte e vigoroso.  Poi sai, io fino a 50 anni io non è che sono stato una persona molto aggressiva, sono stato prudente. Poi ho smesso di essere prudente. E adesso sono molto meno prudente di quando il vescovo mi faceva queste contestazioni.


-Fammi qualche esempio di tue posizioni che erano viste come “aggressive” o poco prudenti..


Io sempre difeso i diritti di persone in condizioni molto dolorose, come quelli che stanno nei cpt e gli omosessuali. Io difendo il diritto di essere come si è di fronte a Dio. Un po’ come quello che sta facendo adesso Papa Francesco. Ma vedevo tanta ipocrisia. Capii che per entrare nella chiesa romana bisognava essere ipocriti e sottomessi. Del resto  un po’ di questa visione era anche annidata dentro di me. Mia madre che era una salesiana convinta mi aveva trasmesso questa idea della chiesa romana come unica via, l’idea del senso di colpa eccessivo. Comunque io non generalizzo affatto in merito alla chiesa romana, in cui vi sono tante belle persone. Ciò che racconto è la mia esperienza. Devo dirti che la resistenza del vescovo e di quei preti a che io diventassi prete, col senno di poi devo anche ringraziarla. Se fossi diventato prete, mi avrebbero certamente mandato a fare il viceparroco in qualche paese sperduto e semispopolato dell’entroterra ligure. Ma sia chiaro.. che il mio non è un problema di potere e di riconoscimento, cose di cui non me ne è mai importato nulla. Ma di volontà di spendersi. Avevo tanta energia, tanta voglia di mettermi in gioco, tanta voglia di costruire qualcosa. Volevo potermi consumare tutto, non essere spedito a fare ruoli di pura rappresentanza o confinato in contesti ristrettissimi.


-Una delle cose che ti hanno “ostacolato” nel percorrere la via del sacerdozio cattolico –l’essere battaglieri- è qualcosa che, da un’altra angolazione, potrebbe decisamente essere vista come una qualità.


Io la penso come il papa Francesco, penso che la religione deve essere una cosa audace. Il papa Francesco era destinato alla pensione. Poi improvvisamente lo Spirito Santo lo ha fatto diventare papa. E quindi ci va fino in fondo. Non bisogna diventare insipidi. Il cristianesimo è audacia. Il cristianesimo non è ipocrisia, non è il senso di colpa, non sono gli onori e le  gloria. Quello che conta è il rapporto con Dio. Non pensare però che io, perché ortodosso, creda che la religione ortodossa sia la religione “ideale; che sia la religione “perfetta”. Potrei dire che io non ho una grande opinione delle chiese. Io ho una grande opinione di Cristo. Che è una cosa un po’ diversa.


-Quindi, una volta compreso che non c’era per te possibilità di percorrere la via del sacerdozio cattolico, come ti sei avvicinato alla chiesa ortodossa?


Il primo input me lo diede un vescovo della chiesa ortodossa di Milano, Giovanni Mapelli, di cui lessi qualcosa su internet. Io comunque non ero digiuno di ortodossia, del resto ero già un amico di Dostoevskij. E comunque ero già stato quattro volte sul monte Athos, per cui qualche cosa sapevo già. Poi c’è stata la grande scoperta, come ti dicevo prima, del grande mistico Silvano. Visitai il monastero in cui lui aveva vissuto e lessi i suoi scritti. Poi ho letto la Filocalia e i testi di tutti i padri ortodossi del deserto. Comunque, furono soprattutto le visite al monte Athos ad avermi aperto le porte dell’ortodossia.  E poi comunque ho studiato, però, avendo già fatto cinquantadue esami di teologia presso il seminario cattolico, partivo bene. Tra gli studi di teologia romana e quegli ortodossi non c’è poi un abisso. Ci sono molte differenze certo, ma sono più le somiglianze che le differenze. Comunque io non mi considero “arrivato”. Sto studiando ancora adesso. Ad aiutarmi ad entrare più profondamente nel mondo ortodosso, sono stati anche i colloqui con tanti preti ortodossi.


-Quando sei diventato prete?


Nel 2004.  Ero felicissimo. C’è un video su you tube intitolato “Fondazione Armando Corino” (link https://www.youtube.com/watch?v=7sZahcC_AEY) che esplicita proprio questo mio senso di gioia per essere diventato prete della chiesa ortodossa, ma comunque prete.


-In Italia quanti fedeli ci sono di fede ortodossa.?


Tanti, perché molti stranieri sono ortodossi.. anche se magari seguono la chiesa rumena,.


-E i preti ortodossi quanti sono in Italia?


Certamente qualche migliaio di preti c’è. I vescovi italiani sono molto pochi. Di solito gli ortodossi mettono dei vescovi del paese di provenienza. Però io seguo la chiesa ortodossa del patriarca Nicholas, e noi vogliamo fare la Chiesa Ortodossa occidentale. Lui ha settanta vescovi, io faccio parte di questo patriarcato, che sta crescendo molto.


-Come si suddivide il mondo ortodosso?


Il mondo ortodosso si divide in vari patriarcati. Al vertice di ogni patriarcato c’è il Patriarca. C’è il patriarcato di Costantinopoli che dovrebbe essere il patriarcato originario. C’è il patriarcato ucraino. C’è il patriarcato russo. Ci saranno almeno una decina di patriarcati nel mondo. Comunque non si può dire che ci sia un patriarcato più giusto dell’altro.


-Tu a quale patriarcato appartieni?


Io ero sotto il patriarcato di Kiev. Poi sono passato sotto il Patriarca Nicholas del patriarcato francese che è definito “chiesa ortodossa occidentale”.


-Quindi, se ho capito bene, un patriarcato che ha sede in una nazione non vuol dire che gli ortodossi che fanno riferimento a quel patriarcato sono solo gli ortodossi di quella nazione. Del tipo: patriarcato russo, solo ortodossi russi.


No, in ogni stato si può essere appartenenti a patriarcati diversi. In Italia, ad esempio, ci sono preti che rientrano nel patriarcato russi o persone come me che sono nel patriarcato francese.  Solitamente i sinodi sono i sinodi dei singoli patriarcati; ovvero la riunione dei vescovi appartenenti a quel singolo patriarcato. Comunque, nel 2016 ci sarà un sinodo speciale, un sinodo di tutte le chiese ortodosse.


-Il discorso sarebbe davvero lungo, credo, ma.. se dovessi esprimere in poche parole in cosa consiste la diversità  tra Chiesa Cattolica e chiesa ortodossa, cosa diresti.


La Chiesa Cattolica non è poi così dissimile dalla Chiesa Ortodossa. Diciamo che, a un certo punto della storia, la Chiesa romana è andata avanti per conto suo e non si è più confrontata con nessuno.


-Nel 2004 sei diventato prete.. e  vescovo?


Nel 2006.


-Una carriera fulminante.. per chi era destinato a diventare diacono permanente.


Diciamo che si è trattata di una carriera fulminante perché mi hanno voluto dare incarichi che molti non volevano avere. Comunque… sai.. il potere nella chiesa ortodossa è molto relativo. Non è che io abbia tutto questo potere.


-Tu mi hai detto che c’è una parte dell’ortodossia con cui non ti senti affine..


Diciamo che non mi sento molto vicino all’ortodossia legata al potere, come nel caso del patriarcato della chiesa russa. Il cristianesimo legato al potere è destinato al fallimento. Che potere aveva cristo che è stato messo in croce?  In un senso più generale sono un ortodosso molto poco incline alle gerarchie. Credo che in tutta la mia vita sono stato poco incline alle gerarchie. Potrei definirmi “un anarchico ortodosso”.


-So che hai assunto una posizione di grande vicinanza alle sofferenze degli omosessuali, posizione che certo non è molto popolare in certi ambiti dell’ortodossia russa.


Ho fatto un video al riguardo, che è stato molto visto, e ha suscitato anche delle polemiche. Si chiama “Agli omosessuali voglio ricordare che Dio cammina accanto a loro” (link https://www.youtube.com/watch?v=E1Tv_MA0Be4)


-Accenna ai libri che hai scritto..


Uno parla dell’aloe. Il titolo originario era “Un campo di aloe”; e poi venne ripubblicato dalle edizioni Croce col titolo “L’aloe è una speranza fondata”. L’altro libro è “Sottosuolo etico di compassione” che richiama in qualche modo, dio mi perdoni, il libro di Dostoevskij, “Memorie dal sottosuolo”. Questo libro è incentrato su tutto quello che è connesso a quanto per me è più importante di tutto, la compassione. Ciò che dovrebbe fondare i nostri pensieri e le nostre azioni dovrebbe essere il cuore, e non certo la nostra mente, la nostra razionalità, con tutto il contorno di sensi di colpa. La compassione è fare il bene, e farlo essendo con l’altro. Soffrire con chi soffre. Gioire con chi gioisce.


-Molti dicono che la compassione non va confusa con la pietà…


Assolutamente. La pietà è qualcosa che viene dall’alto, è la carità pelosa. Non sempre, a volte la pietà può essere anche qualcosa di positivo. Ma è certamente meglio la compassione che è un sentimento orizzontale. La mia compassione  non è la compassione buddista che porta al nirvana, porta al nulla, porta alle non incarnazioni, porta all’indifferenza, al non amare più. La mia compassione porta, se non controllata, al suicidio. Se uno prova troppa compassione per una persona che soffre, si apre un varco. Io aspetto l’intervento dell’amore di Dio. Naturalmente bisogna avere pietà di Dio, compassione verso Dio, se non può ancora salvarci. C’è tutto il tema del dolore di Dio che andrebbe esplorato. Anche lui ha conosciuto la sofferenza, ha sofferto sulla croce e non ha finito di soffrire.  Anche perché il Regno non è ancora venuto, e la sofferenza continua a imperversare.


-In questi anni di vita religiosa, ti ha mai sfiorato il pensiero di stare con una donna, di sposarti?


Le donne mi interessano. Però il problema è che io sono troppo esigente. Quando uno ha una vocazione religiosa, finisce che chiede troppo ad un essere umano. Non puoi chiedere ad una donna tutto questo. Il mio atteggiamento nei confronti di Dio è una cosa talmente esclusiva che non riesco a metterlo da parte, neanche in parte.


-Se ti ho capito bene.. Tu non saresti a prescindere contrario al rapporto femminile, però dovrebbe instaurarsi un rapporto talmente elevato e capace di una tale affinità e comprensione assoluta, da essere, in pratica, difficilissimo instaurarlo


E’ anche questo. E’ difficile una accettazione integrale dell’altro, specie quando la sua vita è totalmente sui generis. Spesso una donna, giustamente, vorrebbe sposarsi, mettere su famiglia, fare una vita in comune che abbia qualcosa della “normalità”. Con me tutto questo è molto difficile.. Certo a volte penso “se avessi un figlio”. Ma i figli si possono avere anche spiritualmente. E comunque adesso ho 68 anni, un po’ grandicello per mettere su famiglia. Alla fin fine, potrei dirti che io sono una persona sola, che però accetta la sua solitudine, l’accetta bene, e questo mi rende in grado di aiutare anche quelle persone che non l’accettano bene.


-Vorrei concludere parlando dell’aloe arborescens, che tu coltivi e poi trasformi in sciroppo. Ma l’aloe per me, nel tuo caso, è connessa, alla natura, al tuo amare vivere in natura, e amare la compagnia degli animali. Un rapporto con la natura e con gli animali che hai da sempre?


Io sono figlio di un operaio, che aveva però anche un animo contadino. In casa mia c’erano animali, conigli e altri, che poi però venivano mangiati, non come faccio io che non riesco a uccidere nessuno degli animali che ho, e sono arrivato ad averne una cinquantina.  La casa di campagna ce l’ho da 14 anni. Me la sono comprata con i proventi dell’aloe. Questa casetta di campagna si trova a Borghetto Santo Spirito –provincia di Savona- dove attualmente abito. Diciamo che a Borghetto Santo Spirito ho un appartamento in un palazzo normale, nel paese. E poi, a non troppi chilometri da questo appartamento, ho comprato questa casetta di campagna, con annessa della terra naturalmente. In questo spazio di campagna coltivo le mie piante di aloe e ho i miei cinquanta animali, i miei agnelli, le mie caprette. E’ un posto bellissimo, con vicino boschi molto belli. Starei sempre qui, in mezzo a questa natura, in mezzo a questo silenzio, in mezzo ai miei animali. 


-Quando emerse in te l’idea di coltivare l’aloe?


Quando mi trovavo nel monastero benedettino, subito dopo la pensione. Scoprii il libro di padre Zago..


-Il celebre libro di padre Zago, “Di cancro si può guarire”..


Sì.. quello. Devo dirti la verità, all’inizio pensavo fosse tutto un imbroglio. Comunque volevo provare lo stesso. E ho piantato delle piante di aloe al monastero. Poi preparai i primi sciroppi di Aloe e cominciai a vedere che avevano effetti benefici.


-Tu coltivavi l’aloe arborescens non l’aloe vera, no?


Sì. L’aloe arborescens si riconosce anche dai suoi fiori rossi, mentre l’aloe vera ha dei fiori gialli. L’aloe arborescens è molto più potente dell’altra.


-Cosa accadde poi?


Un giornale, “Il secolo XIX”, saputa la cosa, era venuto a intervistarmi. Eravamo nel 1999. Diciamo che il giornalista ha voluto creare un po’ l’atmosfera da “Il nome della rosa”, e ha calcato un po’ la mano, come se stessi facendo chissà che cosa. Il priore si infuriò verso di me. Mi disse che io avevo abusato della loro buona fede. Che loro dovevano vendere le cose serie che producevano, come il miele e i broccoli. E la mia coltivazione di aloe venne distrutta. Devo dirti che un po’ mi offesi e gli dissi che io no volevo infangare il buon nome del miele di quella abbazia, ma volevo fare qualcosa che potesse essere utile per i malati di tumore.


-Riguardo l’aloe, una volta che al monastero ti impedirono di coltivarla, tu iniziasti subito a ricoltivarla?


-Una volta che al monastero ti distrussero il campo di aloe e ti imposero di non coltivarla, e tu abbandonasti il monastero –probabilmente anche per questo motivo oltre che per quello che mi avevi descritto in precedenza- tu iniziasti subito a coltivarla?


Si.. sono tornato a casa mia, ho preso in affitto un terreno e ci ho piantato le piante. Ho ricominciato a produrre gli sciroppi. Negli anni ho venduto tantissimi barattoli, perché ho sempre voluto fare un prezzo estremamente popolare. Nel corso degli anni ho creato l’ARCA, Associazione Ricerca Cura Aloe. Proprio tra pochi giorni dovrò andare a Napoli per parlare di Aloe. E’ la seconda volta che ci vado.


-Tu hai creato un’azienda quindi..


Sì, ma un’azienda molto piccola. Ho, in pratica, un dipendente e mezzo: una persona che mi aiuta a fare i barattoli e mi cura anche la casa; e poi un giardiniere che mi aiuta. In totale ho duemila piante di aloe che non hanno bisogno di una grande cura. Faccio i frullati di aloe e ci aggiungo il miele, che rafforza ulteriormente le proprietà dello sciroppo.


-Tu che in tutti questi anni hai studiato l’aloe e hai visto tante persone sperimentarla, come descriveresti le sue capacità benefiche ad un profano?


L’aloe ha la capacità di rifiutare tutto ciò che non fa parte dell’organismo. Soprattutto distrugge le cellule replicanti, quelle dei tumori. In questo senso rafforza il sistema immunitario. Gli effetti benefici si riscontrano sempre, anche se non sempre con lo stesso impatto, anche perché entra naturalmente in gioco la situazione individuale della singola persona. Però, anche quando uno è moribondo, ci sono degli effetti benefici. Ho potuto riscontrare casi di pazienti gravissimi e completamente allettati, che –almeno per un certo tempo- sono riusciti ad alzarsi dal letto. Devo dirti che in questi anni mai nessuno ha espresso lamentele in relazione all’assunzione di aloe.


-Tu consigli qualcos’altro oltre all’assunzione di aloe?


Di fare una dieta adeguata, ad esempio non assumendo o assumendo il meno possibile carne.


-Che emozioni provi quando le persone ti ricontattano dicendo che effetti hanno avuto con l’aloe.


All’inizio ero spaventato perché è terribile parlare tutto il giorno con malati di tumore. Ci tengo a dire che io non mi propongo come un salvatore o come un guaritore, ma come uno che dà una mano di aiuto. Comunque, in tanti casi, ci aggiungo una “psicoterapia di appoggio”.


-Praticamente (specie in casi di lunghe distanze), ti senti al telefono col malato e gli fai una psicoterapia?


Diciamo che lo aiuto. Un aiuto anche ad affrontare il trapasso, quando si tratta dei casi più gravi. A volte aiuto anche i parenti.


-In questi anni di esperienza umana, a livello di malati, di parenti.. quale è stato per te il più grande insegnamento?


Che la sofferenza è più importante del godimento. Che la sofferenza ti trasmette tantissimo..


-Cosa di ciò che tu dici alle persone, sembra aiutarli maggiormente?


Qualcuno dice il tono della mia voce.. ma a dire il vero non lo so.. credo sia soprattutto sentirsi accolti.. sentirsi accettati.. E ti dico, per la mia esperienza che forse fare meno chemioterapia sarebbe meglio.


-Armando con me sfondi una porta aperta su questo punto. Esistono fortissime evidenze scientifiche sugli effetti dannosi della chemioterapia, che pare non solo non indebolire il processo tumorale ma, nel lungo periodo, potenziarlo. Una pratica, la chemioterapia, che rende dolorosissima la vita del paziente e, spesso gliela accorcia.


Alfredo.. non vorrei che dalle cose che ho detto possa esserci la percezione che io abbia fatto cose speciali. Che io sia un grande personaggio. Io sono una persona normalissima. Una persona che ha fatto delle scelte di vita, giorno per giorno.


-Il segreto dei personaggi notevoli forse sta proprio in questo. Nel non avere un ego ipertrofico, nel non essere concentrati sulla propria immagine, nel fare una lunghissima serie di scelte, che, giorno dopo giorno, realizzano una via verso il bene.


Io posso solo dirti.. che farei qualsiasi cosa.. che sono pronto a fare qualsiasi cosa che possa servire. Credo, in vita mia, di avere raggiunto un grado di sofferenza sufficiente per accettare qualsiasi cosa, anche l’umiliazione, se può servire a qualcosa.


-Grazie Armando.

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Incontro con Carmine Lupia- lo “scopritore delle Valli Cupe”

by on apr.03, 2014, under Bellezza

Spesso gli innovatori si riconoscono dalla loro umiltà. Non credono, in fin dei conti, di avere fatto nulla di straordinario. Hanno seguito delle idee, delle intuizioni, delle visioni. Hanno realizzato qualcosa, destando nel loro ambiente la consapevolezza di un valore in gioco. E continuano ad esplorare altre direzioni. Sempre con quella sensazione di non potere fare altrimenti, con quella concretezza che ha la forza dei fatti.

Carmine Lupia è una persona di questo tipo. Nessun autocompiacimento, grande umiltà, estrema concretezza. Amore delle natura e delle piante fin da piccolo, viaggi in tutto il mondo, libri scritti, la grande “intuizione” delle Valli Cupe. E poi..  la volontà di creare un mercato contadino e di portare avanti, in qualche modo, una battaglia per coltivazioni, vedi il grano, che, a differenza di quanto credono i più, non si basano in gran parte su sementi appartenenti alle popolazioni, ma a grosse multinazionali.

Avevo già conosciuto, casualmente Carmine, più di un anno fa. L’occasione per rincontrarlo me la diede la mia volontà di sapere qualcosa in più su le Valli Cupe, di cui spesso avevo sentito parlare, ma non avevo mai visto di persone.

L’ara Valli Cupe è tutta intorno a Sersale, a circa 45 km da Catanzaro, nella Presila orientale. Quest’area è limitrofa al fiume Crochio e e al fiume Simeri, ed interessa anche i comuni di Zagarise, Cerva, Magisano, Petronà. Cupe fa spesso venire alla mente riferimenti alla “cupezza” o “oscurità”, ma l’origine del termine deriva dalla parola francese “coupé” che signfica “tagliato”. Valli “tagliate”, in un certo senso, intagliate, scavate.L’area Valli Cupe è un vero e proprio sistema ambientale che comprende 101 cascate e sette grandi Canyon; di cui il principale, chiamato Canyon delle Valli cupe è considerato il più grande Canyon d’Europa, con pareti di roccia alte fino a 130 metri, che cadono a picco formando profonde gole. Questo Canyon ha dato il nome all’intera area che si chiama, appunto, Valli Cupe. In quest’area sono presenti anche alberi secolari, piante antichissime come la Woodwardia radicans (o Felce bulbifera), un vero fossile vivente,  di cui si sono trovate tracce risalenti a circa 350 milioni di anni fa. Anche a livello di fauna sono presenti specie rarissime come la salamandrina dagli occhiali, il nibbo, il gufo reale e comune, il gheppio, il corvo imperiale, l’avvoltoio egiziano. Nell’area Valli Cupe non mancano numerosi sono i monoliti; come la Pietra del Ruvazzo (nome dialettale del pettirosso), che reca importanti testimonianze della storia umana e presenta infatti alcune incisioni risalenti al 1600, legate alla storia del brigantaggio e numerosi riferimenti a una ricca memoria orale.

Il giorno in cui sono andato a Sersale, prima di incontrare Carmine, due ragazzi della cooperativa “Segreti Mediterranei” -la cooperativa fondata da Carmine Lupia, ma che da alcuni anni ha lasciato per continuare la sua azione su altri livelli- mi accompagnano in una escursione in uno dei tanti siti delle Valli Cupe, quello della Cascata Campanaro. La  cooperativa Segreti Mediterranei organizza visite guidate, escursioni a cavallo, visite in gip perché non vuole o non è in grado di percorrere sentieri a piedi, corsi sulle piante, attività di educazione ambientale. Quella mattina, mentre percorriamo il percorso che porta alla Cascata Campanaro, uno dei miei accompagnatori, Rossella.. racconta.. C’è tutto un meraviglioso mondo che emerge dalle sue parole, un mondo di racconti, simboli, storia. Voglio riportare solo qualche frammento del suo… racconto.

“… il fiume Crocchio si chiamava prima fiume Aroca, e il nome era legato alla leggenda della ninfa Roca. C’era questa ninfa bellissima, che amava la natura. Un giorno, facendo una passeggiata nella nostra zona, incontra un pastore. Questo pastore resta accecato dalla bellezza di Roca, ma Roca lo respinge perché lei preferiva l’amore verso la natura all’amore verso le persone. Il pastore non ingoia il fatto di essere stato respinto e la violenta. Così lei incomincia a piangere, e il sole dispiaciuto decide di trasformare questa Aroca in un fiume, così nasce questo fiume che si chiamerà fiume Aroca. Poi col passare del tempo si chiamerà Crocchio, perché si dice che le sfumature di queste acque hanno i colori dei crocchi.. che sono dei tipi di fiori da cui poi si ottiene lo zafferano. Questo fiume un tempo era navigabile. Infatti all’epoca dei greci e dei romani veniva utilizzato per trasportare i nostri pini.. Sul fiume Crocchio, a un certo punto, è stata costruita la “Balconata Roca”, una balconata che si affaccia su una pozza che si chiama “Pozza del Diavolo”. Questa pozza è profonda quasi cinque o sei metri, e si chiama così perché si credeva che le acque fossero così profonde da riuscire  a spegnere le fiamme degli inferi(…)

Una delle cascate è la Cascata dell’inferno. E’ alta circa 29 metri, e per vedere la gola interna bisogna andarci per forza a nuoto. Si vede la cascata, ma non si vede l’interno della gola, quindi l’unico modo per vederla è andarci a nuoto. Si chiama dell’ìnferno perché c’è una leggenda che narra che era impossibile fare il bagno in questa cascata, in quanto questa pozza era ad imbuto, con un vortice, un mulinello, che risucchiava tutto dentro. Quindi chi osava fare il bagno qui di conseguenza –secondo la leggenda- precipitava direttamente all’inferno. Si dice che avevano tentato in più modi di misurare la profondità di questa pozza. Avevano tentato con le corde usate per trainare i buoi. Erano state utilizzate nove corde, ciascuna delle quali è lunga tredici metri. Avevano mandato in giù queste corde, ma non si riusciva a toccare il fondo.. quindi si credeva..  che arrivasse davvero all’inferno. Del resto.. una corda non può che risalire su se la immergi in acqua. Ma a quei tempi credettero, o volevano credere, che effettivamente fosse impossibile misurarne la profondità. Invece quando effettivamente venne misurata, si scoprì che era profonda solo cinque metri(…)

Nei pressi della cascata dell’inferno c’è l’unico bosco di platano orientale che si trova da noi. Questo platano in dialetto lo chiamiamo surdaruolo in quanto c’è una credenza che c’è anche in Oriente a Creta, dove si dice che chi osa riposare troppo sotto quest’albero perde l’udito. Questa credenza, in pratica, giunse fino a noi. In Italia solo qui è presente un bosco di questo genere. Probabilmente, non solo in Italia, ma anche in tutta la zona Mediterranea, questo è l’unico posto dove può trovarsi un bosco del genere(…)I

n alcune cascate, come quella Camapanaro, c’è la presenza dell’alga rossa. Quest’alga rossa un tempo veniva utilizzata anche come colorante per le fibre tessili, da quest’alga si tingevano i tessuti di rosso. La presenza di questa alga è possibile solo in ambienti di totale purezza naturale, di totale mancanza di contaminazione ambientale. E’ una sorta di “garanzia” di assoluta incontaminatezza ambientale… “

In tarda mattina incontro Carmine e comincio a fargli qualche domanda.

-Parlami del tuo percorso Carmine..

Mi chiamo Carmine Lupia, ho 37 anni. Sono agronomo, che non è quello che si occupa degli agrumi, ma quello che si occupa di agronomia. Mi sono laureato in scienze agrarie all’università cattolica Gemelli, sede di Piacenza. Successivamente ho fatto studi di approfondimento in botanica in Francia e in Belgio, con l’università libera del Belgio. Successivamente, con altri gruppi di botanici, sono andato a studiare la flora in vari luoghi.. Pirenei, Australia.

-Questa passione per le piante l’hai sempre avuta?

Sì, sempre. Fin da quando, bambino, andavo a pascolare con le caprette. Mi sono occupato per tanti anni di botanica. A un certo punto ho smesso di occuparmi di botanica sistematica perché era noiosa, e ho cominciato ad occuparmi di etnobotanica; che riguarda il rapporto tra uomo e piante e da alcuni, anche di etnofauna. I miei studi sulle piante si sono incentrati in modo particolare sul territorio calabrese.

-So che hai scritto dei libri.

Sì. Il primo fu un libro di etnobotanica sulla Sila. Poi vi fu un libro sulle novità e rarità botaniche della Sila piccola. E poi scrissi libri di escursionismo, ambiente, valorizzazione agriturismi, sulla senti eristica, tra cui quelli delle Valli Cupe.

-Conosci molti sentieri in Calabria, deduco?

Sì..

-C’è la possibilità di percorrere in Calabria sentieri “ininterrotti”; tipo quello di Santiago?

Sì… non sono molto conosciuti, ma ci stanno. Tanto per dirtene una, alcuni anni fa, è venuto qui un ragazzo di Viterbo, laureato in scienze forestali, che è partito, a piedi, dalla Sila Piccola cosentina ed è arrivato a Serra San Bruno. Comunque le possibilità sono tante. Ci sarebbero anche dei sentieri spirituali molto belli.

-Come ti è venuta l’intuizione delle Valli Cupe?

In uno dei miei viaggi di ricerca mi trovavo in Australia, zona Nord Est, vicino alla città di Kens. Feci un’escursione in un bosco. Una delle attrattive di quella zona era una pozza di un fiume, dove, per farci il bagno, dovevi pagare 40 euro. Ci lavoravano un bel po’ di ragazzi intorno a questa cosa. E lì pensavo.. pensavo.. mi venivano in mente tutti i luoghi che conoscevo fin da bambino.. pozze.. fiumi.. cascate.. pensavo.. “Noi abbiamo dei posti bellissimi dalle nostre parti, anche molto più belli di questa pozza dove mi stanno facendo pagare 40 euro per far il bagno.. si potrebbe creare qualcosa anche da noi..”.

-Tu dicevi che li conoscevi già quei posti che sarebbero diventati le Valli Cupe.. ma da quanto ho capito erano posti ignoti ai più.

Sì, non li conosceva quasi nessuno. Io da piccolo mi arrampicavo ovunque, mi avventuravo ovunque. E così arrivavo spesso, in quei luoghi, quei luoghi che adesso vengono contraddistinti come area Valli Cupe, e vedevo la loro meraviglia. E poi io ho fatto la tesi in botanica qui. Dal secondo anno fino al quinto anno, nonostante fossi iscritto a Piacenza, ho fatto la tesi in botanica qui.

-Tu quindi hai “riscoperto” un mondo?

In un certo senso sì..Tornato in Italia dall’Australia, con un gruppo di ragazzi abbiamo deciso di “riscoprire” questi percorsi. Li abbiamo resi “percorribili”, abbiamo messo pietre e pontili di legno,  li abbiamo collegati, e abbiamo cominciato a farli conoscere.Tutto iniziò con il volontariato. E anche le istituzioni locali cominciarono, ad un certo punto, ad aiutarci. Uno per uno riscoprivamo tutto questo mondo dimenticato. Incominciammo col sentiero “Valli Cupe”. Poi il sentiero di Campanaro, poi quello delle Rupe, e così via.E, come ti dicevo, iniziò anche l’azione “comunicativa”. Poster e pubblicità per far venire la gente, contatti coi giornali. Ci sono state molte sinergie che hanno contribuito a fare emergere questo luogo alla ribalta nazionale e internazionale.

-Quand’è che tutto questo impegno di riscoperta è diventato “Valli Cupe” come totalità?

Nel 2003.. ma il lavoro con i primi sentieri era iniziato nel 2001. Con questi amici formammo una cooperativa di quattro persone. Ora di queste quattro persone, non c’è più nessuno, ma ci sono altri componenti, come Rossella con cui hai parlato. Io ho deciso di fare il passaggio politico, e sono stato presidente della Comunità Montana, e attualmente consigliere comunale con delega al turismo.

-Le Valli Cupe hanno ottenuto una grande notorietà nel corso degli anni..

Sì. Ci sono stati tanti riconoscimenti. L’area Valli Cupe è stato presentato ad un convegno nazionale del Fondo Ambiente Italiano. Abbiamo ricevuto il premio Ok Italia. Sono stati fatti articoli sul Sole Ventiquattrore, Il Mattino, Il tempo, Panorama, L’Espresso. Si sono occupati di questi luoghi anche le maggiori reti televisive internazioni; proprio alcuni mesi fa è arrivata qui per alcuni giorni una troupe della BBC che ha preparato un servizio che è andato in onda in mezzo mondo. Inoltre siamo presenti nelle maggiori guide di viaggio internazionali, come la Lonely Planet.

-Carmine, da dialoghi precedentemente fatti so quanto hai a cuore, più in generale, il tema, enorme ma misconosciuto, della tutela delle sementi rispetto alle manipolazioni e alle monopolizzazioni delle multinazionali. Mi accennasti anche al problema del grano.. al fatto che noi.. non saremmo più padroni del nostro grano…

Sì, si tratta di un problema gravissimo e di cui nessuno parla. Innanzitutto gran parte del grano che viene utilizzato in Italia noi lo importiamo dal Canada.Per quanto riguarda il grano coltivato in Italia, si crede che, almeno quello, sia grano “nostro” e che i contadini possano gestirlo liberamente.Ma non è vero.Il grano è in mano a due o tre grandi gruppi internazionali.Il grano che noi oggi mangiamo è sterile in prima generazione. Tu puoi comprare questo grano solo per mangiarlo e seminarlo una sola volta. Se tu lo semili, lo raccogli; se tenti di seminarlo un’altra volta è sterile.Il potere della riproduzione del grano ce l’hanno pochissime ditte, pochissime multinazionali, due o tre. Questo è un problema serio, perché in questo modo questi due padroni del grano possono fare morire la popolazione di fame in pochissimi anni.

-Quindi stai dicendo che gran parte del pane e della pasta che mangiamo deriva da grano prodotto con seme sterile.

Esattamente. La maggior parte del pane e della pasta che mangiamo deriva da questo grano qua. Una volta il contadino per fare un ettaro di grano, comprava un quintale, due quintali e mezzo di semente e li seminava l’anno successivo. Adesso tu ogni anno devi rivolgerti alle multinazionali, per avere le sementi.

-E riguardo il grano che viene dal Canada..

Ecco, non solo la stragrande maggioranza delle sementi di grano seminate in Italia sono sterili; ma la maggior parte del grano non è neanche seminata in Italia. Noi importiamo la maggior parte del grano dal Canada. E del resto, chi esporta questo grano, attua economie di scala che permettono di venderlo a 28-30 euro al quintale, un prezzo irrisorio.

-Quindi, innanzitutto la maggior parte del grano utilizzato in Italia, non è stato seminato in Italia, ma ci viene direttamente dal Canada. E, per quanto riguarda il grano seminato in Italia –ovvero una minoranza del grano utilizzato- esso è per la quasi totalità prodotto con sementi sterili, per cui il contadino, ogni anno, deve ritornare a comprare le sementi dalle multinazionali che le controllano.

Esattamente. Noi siamo uno Stato molto ricattabile. Chi controlla il grano, volendo, può decidere di affamare l’intera popolazione.

-Ma ho sentito di forme di grano riproducibili in Italia.

Sì ci sono le varietà. Le varietà che vennero create dai grandi genetisti italiani, nel periodo fascista. Il Senatore Cappelli, il Creso. Adesso si sta tentando di riprenderle.  A Lamezia ci sono si stanno impiantando delle coltivazioni di questo genere. Questo sta avvenendo anche nel crotonese e nel cosentino. Vicino a Sersale, a Zgarise cè un panificio che produce pane con una di queste varietà autoriproducibili. -Questa delle sementi sterili è una cosa enorme. Tutto questo sta succedendo in tutto il mondo, non solo per il grano, ma anche per il mais e il riso. I cereali più importanti per l’umanità. In questo modo puoi controllare la fame del mondo.

-E’ incredibile che di questa cosa nessuno ne parli.

Infatti, io a volte sono disilluso perché chi dovrebbe denunciare queste cose sta zitto. Vi è una scarsissima conoscenza di cose che invece dovrebbero sapere tutti. Lo sai che una volta la Calabria era terra di vino. La Calabria anticamente era una delle terre del vino. La regione con più vitigni in Italia. Noi abbiamo svenduto i nostri vitigni. Il Sangiovese e il Nero d’Avola sono vini di origine calabrese e nessuno lo sa. I nostri politici svendettero i vitigni li calabresi. Fecero proprio estirpare i vitigni dal territorio. Un’altra cosa di cui nessuno parla è l’olio di semi. L’olio di semi è un olio con una certa potenzialità cancerogena, per come è fatto, non per il seme. Si mettono dei solventi tipo carburanti, benzina, poi la benzina e poi dopo qualche giorno viene separato l’olio da questo idrocarburo, si porta a temperature elevatissime e sono oli molto cancerogeni. Vedi se qualcuno ne parla. Io posso dirti queste cose perché conosco bene la chimica, perché ho studiato tanta chimica. Non ha antiossidanti, non ha tocoferoli..Senza parlare degli OGM

Tante cose possono avvenire perché si gioca molto sulla mancanza di conoscenza delle persone.

-Di costa ti stai occupando negli ultimi tempi?

Una delle cose su cui sto lavorando molto è il “settore primario”, quello dell’agricoltura. Sto cercando di fare ottenere, a una serie di prodotti locali, il marchio di origine comunale – per l’esattezza il marchio D.OC., “denominazione di origine comunale”- previsto da una legge del 1997. Da poco abbiamo il marchio della castagna, il marchio dell’olio e del vino rosso e vino bianco. Stiamo inoltre cercando di organizzare un mercato sociale dei prodotti della terra. Questo mercato si dovrà tenere a Sersale ogni quindici giorni. Potranno essere presenti solo contadini del territorio che potranno portare solo prodotti coltivati nel territorio. Prodotti coltivati biologicamente.

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La vicenda di Lia Di Francia – intervista a Giovanna e Ciro DI Francia

by on nov.19, 2013, under Controinformazione, Medicina, Resistenza umana, Scienza

Quando Giovanna Di Francia decise di raccontarmi la storia della sorella Lia, fui subito consapevole che sarebbe stata una storia molto dura e anche molto emblematica.

Io non ho mai conosciuto Lia, non l’ho mai vista dal vivo, non ci ho mai parlato al telefono, e non ho avuto una vera corrispondenza scritta, se non un brevissimo scambio di messaggi in un momento –ora posso comprenderlo meglio- in cui la situazione già volgeva al peggio.

La storia di Lia non è solo la storia di Lia. E’ la storia di una famiglia.

Della madre di Lia, morta poco tempo prima di lei, con gravi responsabilità –come nel caso di Lia- dei medici e delle strutture ospedaliere.

E’ la storia della sorella Giovanna e del padre Ciro, che hanno vissuto nel corso di un anno e mezzo hanno perduto rispettivamente una moglie, una figlia (Ciro).. una madre, e una sorella (Giovanna).

Gran parte della narrazione è Giovanna  a parlare, incominciando a raccontare della madre, e continuando poi, per gran parte dell’intervista , di  sua sorella Lia.

Non è una storia univoca quella di Lia. I piani si intrecciano, bene e male si aggrovigliano, le responsabilità si stratificano.

Molto entra in gioco. Dall’influenza dei traumi emotivi sull’insorgere delle patologie ( Lia  aveva visto la conclusione, poco prima dell’emersione della patologia, del suo rapporto sentimentale storico), alla miopia e alla distruttività dell’approccio medico ufficiale, all’incontro con la terapia Di Bella, alle polemiche in cui si è trovata investita, alla sperimentazione anche di altre terapie non convenzionali (come la cura Simoncini), all’avvilimento che a un certo punto ha investito il suo animo da sempre battagliero.

Sì, perché quello che dice Giovanna concorda con quanto mi hanno detto coloro che hanno conosciuto Lia. Una persona appassionata, dai grandi furori e dalle grandi indignazioni. Una persona battagliera, una guerriera.

Sentiva di essere stata tradita dalla medicina ufficiale, che non le aveva raccontato l’intera verità, e le aveva indicato dolorosi cicli di chemio come unica possibilità esperibile per il suo cancro metastatico. Così negandole, quindi, la possibilità di conoscenza, fin dai momenti iniziali, dell’esistenza di alternative, da provare almeno a prendere in considerazione, specie su un caso dove la medicina ufficiale ammette di non avere troppe cartucce da usare, come nel suo caso.

Lia aveva una smania viscerale e dolorosa insieme di “svegliare” le persone. Voleva, come dice Giovanna, che tutti capissero quello che lei aveva capito nel corso della sua esperienza e della sua battaglia. Voleva che le persone non passassero quello che aveva dovuto passare lei. Ma più urlava, più, nella gran parte delle volte, si accorgeva di non essere ascoltata fino in fondo e che le persone difficilmente davano una vera chance a vie che non fossero quella ufficiale. E questo l’amareggiava e l’avviliva.

Come dicevo prima, la storia di Lia, è anche la storia della sorella Giovanna e del padre Ciro che hanno scelto di non farsi vittime disilluse degli eventi. Ma hanno scelto di vivere il loro dolore, non di subirlo. Di trasformarlo in tensione morale. Dare ad esso un senso, nel dare agli altri un senso, un’opportunità ed una speranza.

Ed è quello che fa Giovanna con la sua associazione (Acli Dicerchia) portando avanti iniziative per chi vive situazioni di disagio psicofisico.

Ed è quello che fa Ciro (Presidente dell’Osservatorio per la Tutela dell’Ambiente e della Salute) –e anche Giovanna- con la battaglia per il bioscanner, di cui leggerete nella parte finale dell’intervista.

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-Quanti anni hai Giovanna e dove vivi?

Ho 43 anni e vivo Pozzuoli.

-Di cosa ti occupi?

Io sono un avvocato e insegno alla scuola primaria.

-Tu hai avuto a che fare con il mondo medico, e quindi con il metodo Di Bella, per le vicende dei tuoi famigliari.

In effetti il metodo Di Bella è arrivato a casa mia per la patologia di mia madre. Da poco le era stato diagnosticato un tumore di natura neuroendocrina. Per cui il medico che l’aveva in cura disse che questo tumore si poteva curare tranquillamente con la somatostatina e con il metodo  Di Bella.

-Quando è stato scoperto il tumore a tua madre?

Nel 2011. Mia madre aveva una cisti renale da otto anni. Credeva di avere una cisti renale. Dalle ecografie e dai controlli che faceva ogni sei mesi, il suo medico le diagnosticava una cisti renale che stava lì, innocua. Tranquillizzava mia madre dicendole che era una cosa che poteva dare problemi di nessun tipo; bisognava semplicemente verificare che non crescesse. I controlli sono stati semestrali, sempre con la stessa diagnosi. Dopo otto anni mia madre iniziò ad avere un dolore al fianco. Era gennaio 2011. Questo dolore al fianco era sempre più insistente. Però lei non tornò dal suo medico, ma andò dal gastroenterologo credendo che il dolore fosse localizzato soprattutto nella zona dell’addome; anche perché lei aveva delle coliti spastiche da molti anni. Il gastroenterologo la sottopose a molti accertamenti, tra cui una Tac con mezzo di contrasto e un’ecografia. Durante questi esami scoprimmo che per otto anni c’era stato un errore nell’individuazione dell’organo. Non era il rene sinistro, ma la coda del pancreas. Questo nodulo che lei aveva avuto per otto anni aveva già prodotto delle conseguenze. Era un tumore pancreatico che dopo tanti anni aveva cominciato a produrre delle lesioni secondarie, delle metastasi epatiche.  Il gastroenterologo ci consigliò un medico che ci disse “signora lei deve fare una biopsia.. se il tumore risulterà di natura neuroendocrina. guardi, io credo fermamente nella cura Di Bella che per i tumori di natura neuroendocrina è ottima. Ho lavorato, conosco il metodo, è un tumore curabilissimo, però dobbiamo fare una biopsia”.

-Cos’accadde poi?

Siamo andati a fare questa  biopsia. La mattina del ricovero, mia madre avrebbe dovuto farlo in day hospital. Nel compilare la cartella clinica, le fu chiesto se lei assumesse farmaci. E mia madre disse “sì, io prendo una cardioaspirin”. Bloccarono tutto e le dicono “Ma come? Il professore non le ha detto che la cardioaspirin è incompatibile con la biopsia?”. La rimandarono a casa e le dissero  di ritornare la settimana successiva. Lei ritornò a casa, sospese la cardioaspirin e dovette rifare tutti i prelievi. Quando ritornò in ospedale,  dopo 5 giorni, con i nuovi esami del sangue,  il professore che avrebbe dovuto praticare questa biopsia rilevò che i valori del sangue, rispetto alla coagulazione, erano nei limiti massimi. Questo significa che si corrono dei rischi. Ma lui la tranquillizzava “comunque siamo nel range, non c’è problema, signora lei farà una punturina innocua e non se ne accorgerà neanche”. A quel punto la sottopose a questa biopsia. Mia madre ne uscì in una condizione di prostrazione fisica allucinante. La misero in reparto e le dissero che era normale che stava così male, che il suo fegato era molto innervato, e che doveva rimanere in osservazione per due ore in reparto.

-Stiamo parlando sempre della stessa persona no? Il medico che le ha proposto di fare il metodo Di Bella, che le ha consigliato di fare la biopsia, e che poi gliela ha fatta.

Sì, sì.. la stessa persona.

-Poi che succede?

Mia madre venne sottoposta ad una iniezione di toradol endovenosa perché i dolori erano fortissimi e venne dimessa, senza neanche che le si facesse mettere la firma dell’uscita. Fu semplicemente invitata ad andare via. Nei giorni successivi  fu l’inferno. Mia madre stava malissimo. Continui collassi, svenimenti, dolori allucinanti. Noi abbiamo tutti i tabulati telefonici delle telefonate che facevamo al medico in questione per dirgli che mia madre era in condizioni di esagerata sofferenza e soprattutto di riflessi non vigili, che la pressione era molto bassa. Ed il medico ci diceva che la cosa era normale, di non preoccuparci, di continuare a praticare coefferalgan che riesce a tamponare questi dolori forti e in caso di dolori ancora più forti gocce di toradol. Dopo due giorni interviene il vomito. Un vomito insistente e soprattutto molto preoccupante, proprio per il colore. Per decidemmo di portarla in ospedale. Arrivammo in ospedale. Mia madre aveva cinque di emogoblina; ed il medico del pronto soccorso ci disse che mia madre aveva sicuramente una emorragia interna. Portarono mia madre giù a fare una ecografia e dopo un po’ sono risaliti tutti sereni, dicendomi “signora, è un falso allarme, sua madre non ha alcuna emorragia interna. Tutto il liquido che noi credevamo fosse sangue è solamente un liquido ascitico perché sua madre ha un tumore importante, per questo non si preoccupi, adesso la reidratiamo e la rimandiamo a casa.” La sottoposero a queste flebo con soluzioni fisiologiche per calmare il vomito, per calmare i dolori; ma mia madre continuava a stare male, e l’emoglobina precipitava sempre di più, fino ad arrivare a tre. A quel punto ai medici il dubbio che non avessero letto l’esame diagnostico e quindi risotto- pongono mia madre ad un’ecografia, chiedendo l’intervento di un oncologo. L’oncologo è arrivato e ha detto “ma voi siete fusi? Ci vuole tanto a capire che la signora ha una perdita?”. Tutto questo è avvenuto nel corso di cinque ore, in cui noi eravamo fermi in un corridoio dell’ospedale di Pozzuoli. Mia madre non era neanche in rianimazione in queste ore, anzi fu dimessa dal codice rosso e fu disposto il ricovero nel reparto di chirurgia..

-Loro si rimpallavano la palla…

Sì rimpallavano la palla a vicenda… mia madre entrò in sala operatoria d’urgenza. In sala operatoria dopo cinque ore che è stata in un corridoio di un pronto soccorso. Uscì in coma. In sala operatoria era stata sottoposta ad un primo intervento chirurgico in cui le praticarono un peking, cioè tamponarono con delle garze un fegato ormai distrutto; aveva un litro e mezzo di sangue nella pancia. La posero in coma farmacologico, in rianimazione. Il giorno dopo la perdita riprese e attraverso l’arteria femorale intervennero con una sonda, cercando di chiudere l’emorragia.  Per una più qualificata assistenza fu trasferita al Cardarelli, all’Utif, che è in effetti il reparto per il trapianto del fegato, e fu sottoposta ad un terzo intervento chirurgico ;  il fegato viene resecato del 60%.

-Il primo intervento è stato quello fatto dal chirurgo, per tamponare l’emorragia..

Il secondo perché si era ripresenta un’emorragia in un altro segmento.. anche lì per tamponare. Il terzo era quello con cui il fegato è stato resecato.

Probabilmente se avesse fin dall’inizio fatto una resezione, le cose sarebbero potute andare diversamente. Quando noi giungemmo all’ospedale la situazione era ormai ridotta ai minimi termini. Una persona che entra in sala operatoria con tre di emoglobina, è praticamente quasi impossibile farla riprendere. Nonostante ciò, lei lottò per cinque giorni. Arrivò anche ad un livello di stabilizzazione della bilirubina; sembrava si stesse riprendendo, tant’è vero che ci chiamarono e ci dissero “ domani iniziamo a ‘stubarla’, a ridurre la sedazione”. E invece così non è stato. Perché la mattina in cui sarebbe dovuto accadere tutto questo, ha avuto un’altra emorragia, è entrata per la quarta volta in sala operatoria e ovviamente è avvenuto il decesso. Abbiamo fatto una denuncia ai carabinieri mentre mia madre era ancora in coma. Questa denuncia ha comportato il sequestro del corpo di mia madre appena morta.. l’hanno portata via in un busta…. (piange)…. Non abbiamo potuto neanche fare una veglia funebre. E’ stata tenuta dieci giorni in frigorifero e poi c’è stata l’autopsia. Dopodiché gli atti sono passati alla procura. Il pubblico ministero quando ci ha ricevuto la prima volta ci disse che la questione era talmente lineare che il processo non avrebbe avuto dubbi sull’esito. Sono stati indagati due medici, il medico che aveva sbagliato per otto anni, e il medico che aveva praticato la biopsia. Invece dopo due anni il PM ha chiesto  l’archiviazione. Ci siamo opposti all’archiviazione, abbiamo fatto udienza davanti al gip che ha confermato l’archiviazione del pubblico ministero, per cui  la nostra opposizione è stata respinta.

-Con quali motivazioni?

Motivazioni ridicole. Che la biopsia non è stata la causa della morte. Non c’è il nesso di casualità. Mia madre sarebbe morta per il tumore che era già in uno stato avanzato. Che pure se non si fosse stata la biopsia sarebbe intervenuta la morte di mia madre.. questo perché il giudice ha una palla di vetro e sa quello che sarebbe successo. Che non c’è insomma il nesso casuale tra la biopsia e la morte e tra la diagnosi del primo medico e la morte. Noi non abbiamo più gradi di giudizio a cui ricorrere. Possiamo continuare solo civilmente. Adesso dobbiamo eventualmente preparare una relazione medico-legale con il nostro perito di parte e appellarci a tutto quello che non è stato oggetto della biopsia. Non riusciamo ancora a metabolizzare tutto quanto. Ci sembra ancora tutto così assurdo. Comunque dall’autopsia venne fuori che il tumore era di natura neuroendocrina, così come era stato ipotizzato dal medico, e mia madre avrebbe dovuto fare la terapia Di Bella. E Il primo pacco di farmaci della terapia Di Bella, arrivò da Bologna quando mia madre era in coma. Nel frattempo mia sorella aveva finito il secondo ciclo di chemioterapia..

-Raccontami di tua sorella dall’inizio..

Mia sorella ha scoperto nel 2009 di avere un carcinoma mammario.

-Tua sorella quanti anni aveva nel 2009..

40 anni.  Questo carcinoma mammario le era stato diagnosticato in ritardo, perché lei aveva fatto la visita senologica nel mese di giugno 2009 e il senologo aveva prescritto del flaminase ,  un antinfiammatorio. Somministrato questo antinfiammatorio, il nodulo si era sgonfiato e non aveva dato più fastidio. Nello stesso anno, 2009, a novembre, il nodulo si era rinfiammato. Lei decise di cambiare senologo, il quale, appena fatta la visita, lanciò l’allarme e le prescrisse alcuni accertamenti (PET,TAC,RNM) che peraltro ha dovuto pagare in quanto a fine anno a Napoli, come ogni anno, finiscono i soldi e si passa all’assistenza indiretta.

-Tua sorella aveva avuto problemi di salute in precedenza?

No.. nulla di particolare.

-E invece momenti traumatici?

Sì… lei aveva interrotto l’anno precedente una relazione durata nove anni con il suo compagno.

-Potrebbe esserci un forte collegamento.

Sì… anche lei era arrivata a considerazioni di questo tipo. Tra l’altro aveva approfondito lo studio di Hamer e delle sue teorie sul rapporto trauma-patologia. Tra l’altro il suo carcinoma era duttale, ed i dotti lattiferi sono quelli che reagiscono ai traumi legati ai coniugi , ai figli. Anche su questo campo abbiamo studiato e crediamo che l’aspetto psichico abbia giocato un ruolo importante.

-Che accadde poi?

A novembre 2009 scopriamo questo trauma. A gennaio 2010  venne operata alla Villa del Sole. Fece anche un esame istologico estemporaneo, e si ritenne di non dovere asportare la mammella, perché la ghiandola sentinella era risultata negativa a questo esame istologico. Si limitarono a fare una quadrantectomia. Va ,però, rilevato che ancor prima dell’intervento la Pet scoprì che il tumore aveva già prodotto delle metastasi alle ossa e al fegato. E qui inizia il suo calvario. L’oncologo la sottopose ad un ciclo di chemioterapia rossa, la peggiore.

-Quante sedute ha avuto questo ciclo?

Sei.

-E le sue reazioni come sono state?

Reazioni violente, di vomito, di inappetenza, globuli bianchi a zero.. reazioni tipiche della chemioterapia. Senza capelli. A giugno va al controllo oncologico. L’oncologo le dice “tu sei guarita , riprendi la tua vita. Fatti l’intervento di ricostruzione” – perché aveva fatto la quadrantectomia – “sei guarita, stai bene”. Era giugno 2010. L’oncologo non la sottopone assolutamente a nessun tipo di controllo. Nessuna terapia di sostegno. Nulla. Mia sorella era quindi convinta di essere guarita. Infatti nel gruppo dell’Osservatorio c’è l’articolo di giornale in cui mia sorella dice “Io ho sconfitto il cancro”. E al controllo semestrale risultò completamente pulita, non c’è più traccia del tumore. Dopo altri sei mesi la recidiva. Loro la chiamano “recidiva”, ma noi sappiamo bene che non lo è. E’ il tumore che si è riorganizzato.

-Tu dici che non è recidiva, perché pensi che le cellule tumorali non erano venute meno..

Non erano mai andate via. La chemioterapia non poteva distruggere un tumore metastatico. Sul tumore metastatico –lo abbiamo saputo dopo- la percentuale di guarigione con la chemioterapia è pari all’1,87%. Le cellule rimangono là, soltanto che apparentemente si schermano, si coprono. Successivamente si riarmano e riattaccano. La lesione del fegato che era di pochi millimetri, diventò di centimetri. Il tumore al seno non si ripresentò più, ma le lesioni ossee ed epatiche erano ormai enormi. Quindi la recidiva si era ripresentata al fegato e alle ossa e mentre le lezioni di partenza erano in partenza di millimetri, dopo l’intervento erano di centimetri.

-L’esame è stato fatto in che mese?

Febbraio 2011. Esattamente un anno dopo dalla chemioterapia.

-Che succede poi?

Andò dall’oncologo e l’oncologo le disse “Ma che è successo?.. io non me lo aspettavo.. ma tu cosa dici..tu non ti preoccupare..”. Mi sorella gli disse “guardi, io non la sostengo un’altra chemioterapia. Sono stata devastata dalla precedente”. L’oncologo gli dice “ma no.. è inutile che tu fai quella, che abbiamo capito che sei chemioresistente a questi farmaci. E’ inutile che la ripetiamo. Dobbiamo cambiare terapia. Non ti preoccupare. Io ti sottopongo a un ciclo di chemioterapia a pillole. Tu non avrai nessuna conseguenza; non ti cadranno i capelli, non avrai una vita come quella dell’anno scorso. Quindi cominciammo un nuovo ciclo di chemioterapia. Ma non successe nulla di nulla; come se fosse acqua fresca. A maggio  si accavallò l’episodio che ti ho raccontato prima e il 2 giugno la morte di mamma.

-Sicuramente un episodio che non ha aiutato tua sorella..

Alla morte di mia mamma, mia sorella prese le pillole e le buttò. Si rifiutò di fare qualsiasi cura. Proprio in quei giorni in cui non si voleva curare più, arrivò il pacco dei farmaci del metodo Di Bella, di cui noi ci eravamo completamente dimenticati. E mio padre dice “è arrivato questo pacco che era per mamma.. andiamo a fare un consulto e vediamo se lo possiamo fare per te”. Andiamo ad informarci su chi era il referente per Napoli del Metodo Di Bella. Così arriviamo da Carmen Valese. E a giugno 2011  Lia inizia la terapia Di Bella.

-Come fu l’impatto?

In effetti con la cura Di Bella riusciamo solo a stabilizzare la malattia. Non ha mai avuto regressione. Però una qualità della vita eccellente. Il male era come se si stesse incapsulando. Non regredisce né avanza. Lia riprese a lavorare. Andò in vacanza quell’anno a Palinuro. Riprese la sua vita. Facemmo il ricorso quell’anno al giudice e lo vincemmo. Da quel momento la cura fu a carico dell’ASL. Tutto filava liscio fino a marzo 2012, dopo un anno quasi che aveva iniziato la Di Bella, quando il tumore riprese ad avanzare.  Aveva un fegato enorme. Sembrava incinta. Iniziò a salirle la bilirubina, sempre di più. Le metastasi ossee cominciarono a darle tormenti, dolori fortissimi. E poi.. nulla.. il 19 settembre 2012 è deceduta.

-Ma dal momento in cui a marzo 2012 la malattia era ripresa  cosa accadde?

Lia, intorno al mese di aprile, quando seppe che il tumore era in ripresa, chiese a Carmen se era d’accordo che andasse a fare un consulto con Giuseppe. Fu d’accordo naturalmente. Andò a Bologna e Giuseppe Di Bella integrò il protocollo di Carmen Valese . Per lei fu un brutto colpo questa cosa. S’era affidata totalmente a Carmen, e quindi tornò da Carmen e spiegò i suoi dubbi. Ma dovette scegliere tra queste due vie e preferì seguire Carmen, con cui era già in cura. Comunicò la cosa pubblicamente nel gruppo facebook dove lei era iscritta. E lì successe il patatrack. Carmen fu tolta dai prescrittori e Lia ricevette molte pressioni perché non seguisse Carmen e a un certo punto venne anche espulsa e bannata dal gruppo.

-Insomma un concatenarsi di situazioni destabilizzanti.

Lei era già destabilizzata dal fatto che Carmen era stata tolta dai medici prescrittori. Certe situazioni determinano in un paziente insicurezza e confusione. Io penso che la condizione psicologica di mia sorella sia stata determinante per la sua malattia.  Il malato non è una persona X che reagisce come una persona X. E’ una persona sulla quale qualsiasi situazione può ricadere sullo stato della malattia. Aggiungi a questo l’essere stata trattata a pesci in faccia dal gruppo, espulsa e bannata in malo modo. Se tieni conto che già la malattia era in progressione, e si era aggiunta la morte di mia madre… con la magistratura che non ci veniva incontro, puoi immaginare lo stato psicologico di mia sorella. Lei somatizzava tutto. Noi le chiedevamo di staccarsi un po’da internet. Purtroppo, tutto quello che leggeva, su cui si documentava la “toccava”, nel bene come nel male..  Anche nell’ambito della sua volontà di capire. Viveva in uno stato di continua agitazione, di scoperta, di ricerca. Non dormiva la notte. Lei si voleva salvare a tutti i costi la pelle. Voleva assolutamente convincere gli altri che non dovevano intraprendere il percorso che veniva consigliato dall’oncologo, che prima bisognava documentarsi, bisognava informarsi. Opportunità che a lei non era stata offerta; perché nessuno si era  fermata a dirle “guarda, ci sono tante opportunità, fermati un secondo a riflettere”.

-Comunque, tua sorella che fece a quel punto?

Sospese a maggio la cura Di Bella e andammo dal dottor Simoncini. Le venne applicato  il port al braccio e iniziarono le infusioni.

-Il port serve per somministrare il bicarbonato ?

Sì, lo collegano direttamente all’arteria epatica. Dopo otto infusioni, il controllo rilevò che le metastasi si erano ridotte del 60%. Per cui una risposta positiva immediata.

-Effettivamente un risultato sorprendente..

Tieni comunque conto che il metodo del bicarbonato porta degli spasmi terribili. Non è un metodo facile, innocuo, che non porta molti effetti collaterali. E’ faticoso. Lei ebbe un po’ di febbre in quel periodo, bruciava moltissimo il fegato durante le infusioni. Lei sopportava tutto, specie quando aveva visto le metastasi ridursi così notevolmente. Solo che a un certo punto iniziò a subentrare la febbre. Aveva difficoltà perché il braccio dove aveva applicato il port. Il braccio era quasi in setticemia. Per cui dovemmo togliere il port-card e fare un ciclo di antibiotico che di fatto annullò i benefici del bicarbonato. Quelle rochefin furono fatali per la sua malattia, perché lei aveva già un fegato molto provato. Siamo poi ritornati a Roma e  volevano applicare il portcard inguinale, visto che ormai il braccio era andato. Lei non volle, non se la sentiva. Sarebbe dovuta stare a letto molto tempo, due o tre mesi per fare questa cosa, perché non poteva camminare con il port all’inguine; e lei non se la sentiva più. Poi iniziò la curva discendente. Tutto questo è successo a maggio, a giugno riprese la terapia Di Bella che aveva interrotto per un mese, però gli effetti collaterali sono stati devastanti.

-Perché il fegato era ai minimi termini..

Sì, il fegato aveva tutti i segmenti interessati da metastasi. Una pancia di una donna incinta di otto mesi. L’intestino bloccato. Metastasi ossee che si erano sgretolate. Aveva un buco, all’altezza del petto, dal lato inferiore della schiena, che si era sgretolato. Andammo avanti con il toradol, finché poi dovemmo necessariamente praticare un cerotto di morfina, perché lei chiedeva aiuto, non riusciva a reggere più i dolori. Poi la birilubina è salita alle stelle, è intervenuto un blocco renale ed è deceduta il 19 settembre del 2012.

-Sbaglio o tua sorella aveva fatto anche la prova con l’escozul, il veleno dello scorpione?

Sì ma sempre in contemporanea con la cura Di Bella. L’escozul noi l’abbiamo visto anche con mio padre. Agisce anche come antidolorifico, nel post operatorio. Siccome mio padre ha avuto un intervento di timoma, nel post operatorio aveva questi dolori fortissimi alle costole, tutta la zona delle ossa che avevano reciso per asportare questo tumore. Lui sopportò questi dolori grazie all’escozul. E lo usa ancora, perché ha questo risentimento nella parte del costato. Per cui periodicamente fa questi cicli di escozul. E questo agisce come potente antidolorifico e antinfiammatorio.

-Ritorniamo alla vicenda di tua sorella.

Quando è morta, si parlava di lei molto su facebook, anche dove l’avevano bannata. Allora io ho diffidato tutti a parlare di mia sorella. E non volevo che si continuassero a dire baggianate. Ognuno si sentiva nel diritto di scrivere “io so questo”, “Io so quest’altro”, “io so quest’altro ancora”. E nulla di quello scritto era vero.

-Un esempio?

Dicevano che mia sorella aveva fatto un incontro in quel gruppo di meditazione e aveva mangiato sfogliatelle tutto il tempo e quindi gli zuccheri aumentano il livello tumorale. Mia sorella ci sarà pure stata a mangiarsi qualche sfogliatella.. ma non me lo mettere in un gruppo pubblico dove diecimila persone pensano che se si mangiano delle sfogliatelle hanno la progressione della malattia. Addirittura una persona aveva scritto che mia sorella aveva abbandonato le cure per il dolore di mia madre. Altra cosa non vera. Lei sospese le cure giusto qualche giorno. Poi iniziò subito la Di Bella.

Ci fu pure chi volle rappresentarci come una famiglia di cialtroni, che agivano senza né capo né coda. Chi ha detto questo dovrebbe sapere che noi prima di fare determinati passi abbiamo consultato centinaia di medici. La malattia di mia sorella ci è costata circa 40000 euro. Non abbiamo badato a spese per curarla. Non ci siamo affidati a qualche Mago che sta in televisione e le persone con cui abbiamo avuto a che fare,  hanno preso fino all’ultima lira, nonostante la malattia in fase terminale. Nessuno mi venga a parlare di etica. Mia sorella ha avuto un tumore G4 metastatico –G3 in prima battuta, diventato G4 dopo la chemioterapia nella forma più aggressiva che potesse esserci. E in quel periodo della sua vita ha avuto una condizione psicologica disastrosa. Per cui sarebbe morta qualsiasi terapia avesse intrapreso. E diciamo che gli eventi, gli errori, le insensibilità successive hanno contribuito a peggiorare la situazione.

-Tu dici che la situazione di tua sorella era così grave, che tua sorella difficilmente ne sarebbe uscita.

Lei non sarebbe uscita in nessun caso, per lo meno secondo lo standard di azione delle terapie ufficiali. Per cui se l’oncologo fosse stata una persona onesta invece di applicare in maniera pedissequa il protocollo, avrebbe dovuto dirle “Guarda Lia, il tuo tumore non guarisce. C’è una percentuale talmente irrisoria.. non ti sottoporre a un ciclo così devastante. Informati, ci sono tante strade. Tu devi cercare di campare il più possibile”.

-Anche perché ci sono tanti casi di persone con tumori gravi che per decenni hanno vissuto.

Quando abbiamo preparato il ricorso abbiamo fatto degli studi da riviste scientifiche americane che attestavano che se il tumore non fosse stato bombardato con la chemioterapia, secondo le statistiche mia sorella avrebbe campato dodici anni. Quello che noi chiedevamo era semplicemente l’onestà. Quello che manca nell’oncologia ufficiale è l’onestà rispetto alla malattia. Una persona ha il diritto di sapere che nel momento in cui intraprende questa strada, ha la tale percentuale di guarigione. L’oncologo non poteva dare una certificazione di guarigione dopo sei mesi dalla chemioterapia. E non mi dire che l’oncologo ci credeva veramente che mia sorella era guarita. Tanto è vero che siccome mia sorella stava facendo la pratica per la 104 e per  l’invalidità l’oncologo indicò per  Karnoski il 60%. E Lia mi disse “hai visto? Mi ha voluto aiutare, per farmi avere l’invalidità”. Poi abbiamo capito che l’ha fatta così alta, perché sapeva bene che le condizioni di Lia erano gravi veramente.

-Almeno dire fino in fondo la verità sulla chemio. Immaginarsi che gli oncologi possono darti anche  consigli sulle “terapie non convenzionali”, è aspettarsi forse troppo. Ma almeno dire la verità sulla chemio.

Tu considera che io ho anche una zia a cui mia sorella fece il lavaggio del cervello, quando scoprì di avere il carcinoma mammario, che è in cura Di Bella da due anni. Lei aveva un carcinoma mammario infiltrante, con metastasi ai linfonodi delle ascelle e del collo. Non ha fatto neanche l’intervento chirurgico. La sua malattia è in remissione.

Ritornando a mia sorella, che aveva un tumore metastatico molto aggressivo, ribadisco che solo l’1,87% delle persone guarisce.

-Tua sorella, a un certo punto, mollò la presa anche psicologicamente?

Si, a partire dal problema col port. Ci fu l’infezione, ebbe questa setticemia, e poi il braccio che non funzionava più. Ci fu un tale concatenarsi di eventi negativi .. e quando lei vide la bilirubina alzarsi, gettò un po’ la spugna.  Quando  le sue amiche che erano venute a mancare, aveva visto che l’iter un po’ era quello che stava vivendo lei. Aveva visto quali erano i valori che si sballavano. Fino a quel momento era stata estremamente combattiva. E adesso appariva rassegnata. Continuava a farsi fare tutto quello che noi le propinavamo. Però non aveva più quello spirito battagliero. Alla fine era incazzata contro tutto e contro tutti. Lei era un po’ d’indole così. La malattia la portò ad esserlo ancora di più. Sentiva di non avere più niente da perdere, quello che pensava lo diceva. Senza più mezze misure. Soprattutto lei era molto infastidita dal fatto che il cancro era considerato come qualcosa da tenere nascosto, di cui vergognarsi. La parola stessa non viene detta, ma si utilizzano termini tipo il brutto male, il male incurabile. Oppure le persone lo tengono nascosto, anche perché con la documentazione c’è la possibilità di conoscere altro. Ciò che a lei è stato negato. Perché quando lei è andata dall’oncologo, l’oncologo le ha descritto una situazione semplice e lineare. E invece c’è tanto altro. Lei diceva “Io adesso lo so, voglio trasferirlo agli altri. Ma gli altri non vogliono ascoltarlo”.

-Ha trovato molte resistenze anche tra persone malate?

Soprattutto tra persone malate. Se tu vedi su facebook ci sono diversi gruppi di cancro al seno prevalentemente, dove si applicano i protocolli tradizionali, di cui faceva parte anche lei nelle prime fasi della sua malattia. Poi scoprì che le era stata fatta una chemioterapia inutile. Inizialmente lei non sapeva che le percentuali di guarigione del suo cancro con quel trattamento chemioterapico erano pari a 1,87%. Ma l’oncologo non glielo aveva detto.

A mia zia avevano proposto mastectomia, chemioterapia, radioterapia, svuotamento ascellare.. e avrebbe dovuto inoltre fare riabilitazione, perché essendo da togliere una parte grossa, le braccia si sarebbero appese. Avrebbe dovuto fare riabilitazione per l’articolazione. Lia le disse “ma l’esempio mio non serve a niente?”. Per cui si è avviò verso la terapia Di Bella, senza fare nessun ciclo di chemio. Ed è ancora viva e la situazione è sotto controllo. Ecco, mia zia si è potuta risparmiare la chemioterapia e le conseguenze che comporta.

-Possibilità che a tua sorella non era stata data..

Lei voleva procedere contro il suo oncologo perché lei non ha firmato il consenso informato che è obbligatorio per qualsiasi tipo di trattamento sanitario. Io devo sapere a quali rischi vado incontro e a quali possibili benefici mi possono derivare da quel trattamento. A lei a voce è stato fatto vedere il sole, la luna, le stelle. Che non era nulla di che quello che stava per fare, che sarebbe tranquillamente guarita. Voleva urlarle al mondo queste cose. Condividere tutto quello che aveva imparato. Invece trovava spesso tanta chiusura.

-Io penso anche che in questi gruppi di pazienti che si “autosostengono” nel caso di tumori o altro,  c’è tanta gente ferita, e quindi ipersensibile verso tutti coloro che sembrano dare una “finta speranza”. Non possono credere che ci siano alternative al calvario che hanno sopportato o che devono sopportare. Altrimenti perché non gli sarebbe stato proposto?

Sì… ma mia sorella sentiva comunque l’urgenza di parlare, con chiunque. Voleva che altri avessero un’alternativa. A lei non era stata data. Non le era stato neanche detto “documentati e poi decidi”.Lia ha iniziato la chemio 24 ore dopo il risultato dell’esame istologico Le fu mostrata solo una sola e inevitabile strada. E non è così. Specie quando hai di fronte un tumore già metastatico. Allora lì hai il dovere di dire altro.  E invece le diedero la peggiore chemio possibile, la rossa. Le devastarono il corpo in maniera irreversibile, condannandola irreversibilmente. E le volevano fare anche il secondo ciclo di chemio, quando ci fu la “recidiva”.

-Andare a proporre la chemioterapia quando tu sai che non serve a nulla e che accorcerà la vita di quella persona.

E’ quello l’atto criminale. L’atto criminale è quello dell’oncologo che in virtù del suo sapere sa cosa sta facendo e lo fa comunque. E’ l’informazione completa che mi rende libero di scegliere. Ma se questa informazione non ce l’ho, come faccio a sapere che c’è altro? Cioè se mia sorella avesse avuto il campanello dall’allarme della gravità della sua malattia, probabilmente si sarebbe mossa allora. Io non ti dico che cosa ha fatto. Ha tradotto riviste scientifiche dall’ìnglese all’italiano. Ha passato le notti su internet per documentarsi. Ma soltanto dopo che ha capito quanto era grave la sua malattia. E poi quante  inesattezze si dicono. Anche da parte dei pazienti..

-Inesattezze quali?

Ad esempio, molte persone che hanno avuto il tumore, che poi hanno fatto la chemioterapia e poi sono passati tanti anni e stanno bene, sono convinte di essere guarite perché hanno fatto la chemioterapia. Mentre invece loro sono guarite perché il tumore è stato asportato chirurgicamente e non avevano metastasi. La chemioterapia era stata inutile. La facevi o non la facevi, il tumore era stato asportato. Invece dicono “No, non è vero che la chemioterapia uccide. Io cinque anni fa l’ho fatta, perché dopo l’intervento chirurgico il medico mi disse ‘per precauzione perché ci può essere qualche cellulina’.”.

E poi vengono fatte passare come persone “guarite” quelle a cui non si ripresenta il tumore entro cinque anni. A cinque anni e un giorno dalla malattia sei considerato guarito. Quando gli studi che abbiamo fatto che non può essere cinque anni il tempo di indagine per livelli statistici. Perché il tumore per la chemioterapia si ripropone fino a venti anni dopo la riproposizione della terapia.

Voglio raccontarti un altro episodio. Mia sorella a giugno, quando le cose andavano male e si capiva che la curva era discendente andò a La Schiana dove c’è un reparto oncologico funzionante e una nostra amica di infanzia le disse che doveva riprendere la chemioterapia. E mia sorella le chiese “tu la faresti ai tuoi figli?”. Lei rimase interdetta e poi disse “No, per i tumori metastatici non lo farei”. Si sa bene che un’altissima percentuale di oncologi hanno dichiarato che in caso di tumore rifiuterebbero la chemio.

-Tu, sei presidente di una associazione..

Sì Acli Dicearchia. Dicearchia era l’antico nome di Pozzuoli. Noi cerchiamo di operare sul sociale, da molti punti di vista. C’è una particolare  attenzione per il disagio psicofisico. Organizziamo corsi per chi ha necessità, patologie di ogni tipo, ansia, depressione. Ad uno stadio iniziale abbiamo una equipe di psicologi che inizialmente segue con delle sedute gratuite, poi li indirizziamo  dove è necessario. Se c’è una situazione economica sufficiente fanno delle terapie verso strutture private, oppure li indirizziamo verso strutture pubbliche. Spesso ci sono persone che hanno sofferto, che rimuginano sul proprio dolore e non riescono più a uscirne. Io porto la mia esperienza. Dico “guarda al dolore bisogna dare uno scopo, bisogna veicolarlo attraverso delle azioni che possano dare un senso a tutto quello che abbiamo sofferto. Trasferendo le nostre esperienze, ed evitando che certe cose possano accadere anche ad altri, almeno la sofferenza ha un significato”.

-E’ importantissima questa cosa. Sia perché stai riuscendo a trasformare il tuo dolore in energia, in azione, in scopo.. e sia perché molte volte una persona che soffre è anche sola. Ed è fondamentale che possa trovarsi qualcuno accanto che le dia una mano e le offra una opportunità, uno stimolo…. Nello specifico dell’ambito medico, curativo, tu e tuo padre Ciro, state portando avanti un’altra importantissima battaglia.. quella per il bioscanner.

—–

(parla Ciro)

Il bioscanner, in sostanza, permette di rilevare, molto prima dei consueti apparecchi diagnostici la presenza di cellule cancerogene o di stati infiammatori, attraverso una sonda.

Questo strumento lo ha inventato Clarbruno Venuccio. E’ un fisico della marina italiana, conosciuto in tutto il mondo. Stati Uniti, Cina, Giappone, ecc.

E’ stato validato dal servizio sanitario nazionale. Funziona in cinquanta ospedali a livello di urologia.

Ma nessuno impedisce ad altri specialisti di avvalersene. Se in quell’ospedale anche il senologo e il gastroenterologo ritengono di fare gli esami per approfondire i vari segmenti, possono chiedere di utilizzarlo. Credo che un senologo che venga a conoscenza del fatto che nell’ospedale in cui opera c’è questa macchinario, dovrebbe avere almeno la curiosità di andare a capire di che si tratta; sempre se  non hai altri interessi naturalmente.

Alla Maddalena dove c’è il dottore Marcello Tufano,radiologo e  ricercatore universitario. Anche lui proveniente dalla marina militare e nel suo studio di radiologia utilizza il bioscanner per un esame total body. Ne ha fatto sedicimila. E’ venuto anche qui a Pozzuoli, quando abbiamo fatto il convegno.

Qual è il nostro obiettivo? Mettere, al momento, a disposizione della comunità puteolana questo strumento. Ovviamente partiamo dalla zona flegrea, perché è la zona dove siamo residenti. Lo vogliamo mettere a disposizione. Ci può essere qualche medico di base che può essere curioso o qualche specialista non condizionato magari da certi poteri forti; qualcuno che dica “fammi rendere conto se questo strumento può essere utile anche per la mia attività professionale.”. Vogliamo suscitare l’interesse;  cercare di coinvolgere più gente possibile. Il 27 ottobre presenteremo un progetto ai capi d’istituto, ai dirigenti scolastici, partendo dalla situazione tragica in cui ci troviamo, qui in Campania, per via dei rifiuti tossici. Noi vogliamo avviare un progetto di educazione ambientale e sanitario con gli alunni soprattutto delle scuole superiori, e con i docenti .

-Una critica che potrebbe esservi fatta è che tutto questo potrebbe essere visto nell’ottica della medicalizzazione completa. Ovvero il fatto di cominciare a fare esami a tutte le età.

Attenzione, questa  apparecchiatura è utile per la prevenzione e, secondo me, dovrebbe essere a disposizione di tutti i medici di base.  Quando noi abbiamo presentato questo progetto, “Un ponte verso il Bioscanner”, è nato proprio dal doppio lutto che abbiamo avuto. All’inizio vedi molta diffidenza intorno a te e la difficoltà a spiegare quello che stai facendo. Poi  a mano a mano che le iniziative sono state proposte, sono state allargate sul territorio, si è costituita questa rete , adesso ti accorgi che basta parlare perché un gruppo di persone ti segua, questo gruppo diventa sempre più folto. Questa cosa ti aiuta a sopportare la sofferenza del quotidiano.

-E’ davvero un insegnamento questo vostro modo di dare un senso a tutto quello che avete vissuto.. Questo impegno per  il bioscanner è partito dopo il venire meno di tua sorella?

No, dopo che è venuta a mancare mia moglie, il 2 giugno del 2011. In quel periodo, quando ancora era viva,  avevamo già scoperto, attraverso ricerche su internet che esisteva questo strumento. E io avevo preso i primi contatti. Poi è successa la tragedia. Mia moglie  è morta per il tumore che non  le era stato diagnosticato correttamente e per la biopsia epatica che le ha provocato una emorragia. Appena dopo la morte,  abbiamo portato avanti questo progetto che inizialmente era seguita anche da mia figlia. Nella brochure che ti ho dato prima, tu puoi vedere la foto di  Lia  con Clarbruno Vedruccio. Ci siamo incontrati al “di Francia Castello”, il 29 marzo del 2012; e l’incontro fu seguito da un concerto.  Il 31 maggio 2013 arrivò il bioscanner. C’era anche la dott.ssa  Carla Ricci, la moglie del Clarbruno Vedruccio. Venne fatta una cena, e nel corso di quella cena fu presentato e consegnato lo strumento.

-Quanto è costato il bioscanner?

Parla Giovanna

Ci è stato dato ad un prezzo eccezionale,18000 euro.

-L’investimento chi lo ha fatto?

E’ stata fatta una raccolta fondi. Una buona base per partire l’ha  messa mio padre, duemila euro, e la mia famiglia. Ad oggi siamo arrivati a 13000. E stiamo raccogliendo gli altri. I coniugi Vedruccio hanno visto questa nostra grande passione nel portare avanti questo progetto, e ci sono venuti incontro. Hanno capito che attraverso di noi.. a Pozzuoli ormai si parla di questo strumento, su facebook le cose che vengono condivise hanno portato anche un po’ in giro semplicemente il dubbio di conoscenza. E questo per loro rappresenta un canale per farsi conoscere. Perché loro ormai vendono all’estero, in Italia non vendono più, la produzione si è fermata.

-Naturalmente si è fermata.. inspiegabilmente..

Già.. inspiegabilmente.

-Grazie Giovanna.. Grazie Ciro.


14 Comments :, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , more...

Il caso di Niki Aprile Gatti- intervista alla madre Ornella Gemini

by on nov.04, 2013, under Controinformazione

Niki Aprile Gatti è un ragazzo morto in carcere, a 26 anni, il 24 giugno del 2008.

Frettolosamente si parlò di suicidio.

Ma questa storia è così sporca da fare sembrare una pozza di letame e piscio piena di cani con la rogna un luogo raffinato.

Nel giugno 2008 vengono arrestate 18 persone – tra cui Niki- nell’ambito dell’Operazione Premium. L’indagine – condotta dalla Procura di Firenze- partì dalla denuncia di migliaia di persone , principalmente fiorentine, che si sono ritrovati con le bollette gonfiate. Si arrivò a scoprire il coinvolgimento di grosse società telefoniche ed informatiche. Non era inclusa fra queste la Telecom, che venne esclusa dalle indagini anche se intascava i soldi provenienti dalle truffe; e comunque le società menzionate lavoravano per lei. L’inchiesta arriva a coinvolgere anche vere attività di riciclaggio; e andava ad intrecciarsi con altre indagini, in cui entravano in gioco mafiosi, broker internazionali, business telefonici, riciclaggio. Tra gli arrestati dell’operazione Premium furono il più notoera Piero Mancini, presidente dell’ Arezzo Calcio e amministratore dell’ internet provider Fly Net, concessionario di numeri «premium». Ma vi sono anche altri personaggi chiave, come alcuni  soci della Plug Easy di Londra: una società che – secondo le accuse – fungeva da schermo per i fruitori finali italiani del traffico telefonico e consentiva – come due società di San Marino – cospicue evasioni Iva e il riciclaggio degli ingenti profitti delle frodi: almeno 10 milioni di euro. Tra le società coinvolte nell’operazione Premium  vi furono la Orange, la OT&T, la Tms, la Fly Net, più altre società con sede a Londra.
C’è chi parla anche di coinvolgimenti di società offshore, della massoneria e della ndrangheta.
Tra le Società informatiche sotto inchiesta c’è la Oscorp di cui uno dei dipendenti era proprio Niki Aprile Gatti.

Alle 14:30 del 19 giugno 2008 Niki viene arrestato e trasportato in poche ore nel carcere di Massima Sicurezza di Sollicciano.
Quello meno coinvolto di tutti era probabilmente lo stesso Niki.

Niki venne trovato morto il 24 giugno 2008 impiccato nel bagno della sua cella. La morte sarebbe avvenuta tra le ore 10 e le ore 11.

Niki fu l’unico a dichiarare di non volersi avvalere della facoltà di non rispondere. E proprio questo potrebbe avergli costato la vita.

La cosa assurda è che dopo la morte di Niki, la madre non ha potuto più avere nessun contatto con l’inchiesta Premium, riguardo alla quale non si sa assolutamente nulla.

Ma le cose strane, come vedremo, in questa storia non si contano.

Niki è stato l’unico ad essere trasferito nel supercarcere di Sollicciano, mentre tutti gli altri erano stati trasferiti a Rimini. Quindi dei 18 arrestati, 17 finiscono nel carcere di Rimini, solo uno finisce nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano. Niki, incensurato, e unico a non avvalersi della facoltà di non rispondere. E’ il 19 giugno 2008Niki, il 20 giugno, ore 20:58, ricevette un telegramma in carcere che gli “intimava” di cambiare l’avvocato aziendale che aveva in quel momento con un altro avvocato che gli veniva indicato. Questo telegramma gli giunse nonostante fosse in isolamento, non gli fosse stato neanche permesso di chiamare la madre. In isolamento non viene data la possibilità di comunicare con l’esterno e di ricevere alcun tipo di raccomandate. E invece, pur in isolamento, ricevette questo telegramma e poté a sua volta chiamare un numero di cellulare per cambiare avvocato. E questo telegramma, lo aveva ricevuto dalla sua stessa abitazione. E non dovrebbe essere cosa “facile” chiamare dalla casa di una persona arrestata; che si presume dovrebbe essere sotto una particolare vigilanza.

La casa di Niki venne completamente “ripulita”. Nel senso che tutto quello che ci sta va dentro, computer, fogli, qualunque genere di materiale.. si “volatilizzò” completamente.

La madre fece opposizione all’archiviazione, ma misteriosamente l’opposizione si perse. Il legale aveva altra copia e la ridepositò nuovamente. Opposizione che venne respinta.

Di Niki fu detto in prima battuta che si sarebbe impiccato con il laccio di una scarpa. La cosa, per il tipo di laccio, per il peso di Niki e per altre contraddizioni emerse come così insostenibile, che si parlò allora di strisce ricavate da Jeans. Ma i jeans successivamente apparirono intatti. E inoltre sembra che vista l’altezza di Niki -1,90 metri- non sarebbe stato possibile che si potesse impiccare appendendosi alla finestra del bagno.

I due compagni di cella di Niki hanno dato versioni contrastanti dei fatti.

Niki secondo la versione ufficiale si sarebbe suicidato così, senza un vero motivo, dopo appena 4 giorni di carcere. Un ragazzo che, come dice la madre, era un ragazzo che amava la vita, pieno di interessi. L’esatto contrario di chi può essere facile a togliersi la vita. Un ragazzo che era non aveva destato preoccupazione nello psicologo del carcere, dopo il colloquio di routine e che era stato percepito come sereno dall’agente con cui –in base a quanto emerge dal verbale- Niki aveva parlato intorno alle 10. E proprio subito dopo, nell’ora che va tra le dieci e le undici Niki si sarebbe suicidato, impiccato nel bagno della cella 10 della quarta sezione del carcere di Sollicciano.

Questa vicenda è un labirinto di ambiguità e assurdità.

Ma, voglio richiamare l’attenzione sui punti più emblematici di ciò che accaduto.

-Niki fu l’unico degli arrestati ad avvalersi della facoltà di non rispondere.
-Niki fu l’unico ad essere inviato nel carcere di sicurezza di Sollicciano.
-Niki fu l’unico a cui fu quasi “imposto” di cambiare avvocato; tra l’altro tramite telegramma giuntogli quando era in isolamento e a rigore non sarebbe potuto giungergli nulla.
-Niki fu l’unico tra i coinvolti in questa inchiesta, ad essere trovato morto.

E’ un suicidio. Affermano gli inquirenti, e ripetono i media.
Ma la madre, Ornella Gemini, non ci sta e inizia, con la morte del cuore, una lotta per la verità. Una lotta dove avrà di fronte quasi sempre solo porte chiuse, bocche cucite, totale mancanza di vicinanza e di comprensione.

Intorno ad Ornella sorse, in breve tempo, un comitato con lo scopo di fare emergere la verità.
Recentemente è nata una associazione inoltre la madre di Niki, insieme con la Preside dell’istituto tecnico industriale “Ettore Majorana” di Avezzano, Anna Ananzi, ha organizzato un premio dedicato a Niki, che sarà presentato ufficialmente a dicembre e sarà consegnato allo studente che “si distinguerà per attività progettuali particolarmente creative nell’ambito delle nuove tecnologie informatiche”.

Quella che adesso leggerete è una intervista che ho fato recentemente alla madre di Niki, Ornella Gemini.

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-Ornella cosa vuoi dire dell’inchiesta nell’ambito della quale fu arrestato Niki?

Per sommi capi si parlava di truffa informatica. Di rivendita di numerazioni a tariffa maggiorata. In tutto questo io fin dall’inizio, io l’ho sempre detto, vorrei capire quale era il ruolo delle compagnie telefoniche che vendevano questi numeri. Perché praticamente la società dove era Niki riacquistava questi numeri per venderli a terzi. Veniva contestata la vendita di questi numeri con dei dialer. Si auto installavano. Prima di tutti ci sarebbe da sentire i terzi ai quali venivano venduti questi numeri –questo sarà stato fatto in sede di processo, io non ho saputo niente, da questa inchiesta non ne è venuto niente-  Ma poi non ne ho più saputo niente. Sono stata esclusa dal processo. Ti tolgono un figlio, te lo ridanno dentro a una cassa e tu non puoi sapere più niente, non vieni più considerata, sei esclusa. Io mi sono giocata tutta la mia vita in quell’inchiesta. Sarebbe  più che d’obbligo da parte loro farmi sapere che cosa ne è emerso. Comunque mio figlio era un dipendente di questa serie di società. Lì c’erano interessi ad alto livello, per come la vedo io. Da parte delle compagnie telefoniche.. perché i primi ad incassare erano loro.. c’era, si leggeva nei verbali, l’ombra della mafia, del riciclaggio e cose del genere.  Nell’ambito di questa inchiesta arrestarono mio figlio, 26 anni, incensurato, voglio ripeterlo all’ennesima potenza.. incensurato. E venne mandato, unico tra tutti gli arrestati, in un carcere duro, a Sollicciano.
Lui era l’unico, su 18, ad avere dichiarato di non volere avvalersi della facoltà di non rispondere. Ma di volere dire quello che sapeva, di volere chiarire la propria posizione.
Bene, Niki fu l’unico inviato a Sollicciano. E sebbene fosse incensurato, sebbene fosse quello che meno era coinvolto in tutta la vicenda dell’inchiesta, sebbene fosse l’unico che si fosse dichiarato pronto a non avvalersi della facoltà di non rispondere, venne rinchiuso insieme a due detenuti extracomunitari considerati di alta sicurezza; nonostante lui avesse esplicitamente chiesto di non essere messo con persone potenzialmente pericolose e violente. In modo anonimo mi è stata fatta vedere una direttiva del ministero che agevola l’ingresso per i nuovi arrivati. E invece a mio figlio non è stato permesso neanche di fare la telefonata di rito alla famiglia. E questo è gravissimo per uno stato di diritto. Non ho più neanche potuto sentire la voce di mio figlio.

-Quindi Niki unico arrestato che vuole avvalersi della facoltà di non rispondere. Unico che viene mandato nel carcere di Sollicciano. Unico che.. in tutta questa storia.. muore.

Sì. E’ morto tra le 10 e le 11 del 24 giugno, dove viene descritto come alle 10 Niki abbia parlato con l’agente di custodia, al quale avrebbe chiesto.“ma quando mi interrogano?”. E l’agente di custodia avrebbe risposto “Ancora non arriva la matricola, quindi non si sa se tu resti qui oppure vieni scarcerato. Quando viene la matricola ti saprò dire qualcosa di più”; e aggiunge  “la matricola arriva domani mattina”. Che sarebbe stato il 25 giugno. L’agente dichiara espressamente di averlo visto tranquillo, sereno; “mi ringrazia” aggiunge.
strong>Bene. Questo ragazzo, che era stato visto come sereno, e che già il giorno dopo avrebbe potuto avere una risposta, si sarebbe tolto la vita nell’arco dell’ora successiva, tra le 10 e le 11? Si trattava dell’ora d’aria tra l’altro. Chiunque, anche se avesse avuto la pur minima spinta a togliersi la via, avrebbe aspettato perlomeno il 25 per vedere cosa sarebbe accaduto. Che poi Niki non si sarebbe mai suicidato. Non era il tipo che si sarebbe tolta la vita. Niki c’aveva mille capacità, mille progetti di vita. E’ stato sempre riconosciuto come un genio del computer. Era consapevole delle sue capacità e aveva una grande empatia. . Appena fatti i diciottenni l’abbiamo mandato in una gita in Africa –Il suo primo viaggio all’estero- con tutti i colleghi di mio marito; perché l’aveva vinta mio marito questa gita. Erano tutte persone che lui non conosceva. Quando è tornato dopo dieci giorni era diventato amico di tutti. Niki lo potevi lasciare in mezzo a mille estranei. In poco tempo avrebbe fatto amicizia con tutti. Niki non si sarebbe spaventato nemmeno nel contesto del carcere. E poi, ripeto, anche a considerare la più assurda delle ipotesi, ti saresti suicidato proprio il ventiquattro, quando già il venticinque si sarebbe capito qualcosa?
E comunque Niki mi aveva visto davanti al tribunale. Sapeva che lo avrei tirato fuori da lì. Lui lo sapeva. Ci aveva una famiglia alle spalle. Non era il detenuto che sta in carcere e non c’ha nessuno. Tutto è visibilmente incongruente e assurdo. Come le dichiarazioni dei suoi compagni di cella.

-Racconta.

Niki aveva chiesto di essere messo con persone possibilmente non violente. Viene messo con due extracomunitari, ad alta sorveglianza. Quando io sono andata a vedere le carte per vedere chi erano questi, e se potevo parlarci..niente.. introvabili.

-Ma non c’è stato qualcuno che abbia fatto da interprete con questi extracomunitari?

Sì, li interrogarono. A guardare quei due verbali viene da sorridere, perché da ridere non viene più. Nella ricostruzione risultante dall’interrogatorio, emerge che uno dei due, non vedendo Niki, avrebbe chiesto all’altro “scusa Niki dov’è?”. E l’altro avrebbe risposto “ai passeggi”. Ma l’altro, interrogato, afferma che invece avrebbe risposto “è in bagno”.
Questa storia non sta in piedi da qualunque parte la esamini.
Nella prima archiviazione hanno sostenuto che Niki era andato ai passeggi, quando era tornato dai passeggi, sarebbe andato in bagno e avrebbe fatto tutto. Quando io ho visto le foto, violentandomi, Niki era in pigiama. E allora ho cominciato a urlare con Beppe Grillo che non era vero niente, che Niki era in pigiama.  Niki non era uscito e volevo vedere le prove che mio figlio fosse  uscito. E allora nell’atto con cui mi hanno respinto l’opposizione all’archiviazione, cambiano le carte in tavola e dicono “No, Niki non era mai uscito.” Quindi, nell’atto di respingimento della mia nostra opposizione all’ archiviazione, Niki non è più andato ai passeggi, ma viene detto che Niki non si era mai mosso dalla camera. Lui è stato sempre nella camera. E riguardo ai due detenuti extracomunitari; uno, durante quel frangente temporale, sarebbe andato in farmacia. E l’altro ha affermato che stava dormendo. Poi si sarebbe svegliato e avrebbe acceso la televisione. Tu ti svegli di notte, e la prima cosa che fai è accendere la televisione! Tutto questo è successo alle dieci. Ebbene la chiamata al 118 è alle 11:20. E lo ripeto, in una cella in cui c’erano due persone ad alta sorveglianza.

-C’è poi la questione del laccio.

Sì,  altra incongruenza grandissima. Hanno sostenuto che Niki si sarebbe impiccato col laccio di una delle sue scarpe. Ma con quel laccio non si sarebbe sorretto neanche un criceto. E quel laccio avrebbe retto il peso di un ragazzone di 90 kg. E comunque Niki aveva un modo tutto particolare di allacciare i lacci. Bene, il laccio che mi hanno ritornato, me lo hanno di ritornato praticamente perfetto. Un laccio di una persona che allacciava i lacci in modo particolare, un laccio che a stento reggerebbe un criceto, e che avrebbe invece retto il peso di una persona di novanta kg, me lo hanno ritornato quasi perfetto, neanche deformato. Allora si cominciò a dire che, visto che la  cosa del laccio da sola appariva visibilmente insostenibile, che Niki avrebbe fatto le strisce con i jeans e avrebbe usato anche quelle per impiccarsi. Sul quotidiano Repubblica uscirono articoli a pagina intera con titoli come  “fatte le strisce ai jans”. Non era  vero niente. Infatti mi riconsegnarono i jeans, sono perfetti. Integri.
E poi c’è un’altra cosa. Io chiesi loro: “perché avete lasciato i lacci?”. Loro mi hanno mostrato il regolamento in cui era scritto che i lacci vengono lasciati quando la persona è equilibrata, serena. Niki si vede che era un ragazzo tranquillo. Tutto questo nel colloquio con lo psicologo. Lo psicologo, dopo avere parlato con lui, non richiese una visita a breve, nulla. Praticamente i lacci possono essere lasciati quando questa è la tipologia del soggetto. Ok, ma tu, allora, non me lo puoi mettere con due che non possono avere lacci in quanto ad alta sorveglianza e pericolosi. O lo metti in una cella in cui anche le altre persone sono della stessa tipologia. O se lo inserisci in una cella con persone come quelle, i lacci li togli anche a lui. A parte che poi, detenuti che sono stati lì, mi hanno detto, in forma anonima che i lacci praticamente li tolgono a tutti. Che tolgono tutto, persino la cinta all’accappatoio.

-Leggevo anche che il tuo avvocato ti aveva detto che Niki era detenuto nel carcere di Rimini non di Sollicciano.

Ah, pure questo volevo aggiungere. Inizialmente, quando lo avevano arrestato e non capivo il perché, comincio a telefonare all’avvocato aziendale. E gli chiedo cosa è successo.. ancora non si sapeva quasi nulla.. mi dice di richiamarlo la sera. La sera lo richiamo e mi dice che Niki è al carcere di Rimini, come gli altri detenuti. Però ancora, finché non si fa l’interrogatorio di garanzia, io non posso assistere. Il giorno dopo visto che lo tempestavo di chiamate per sapere, dissi anche “vengo su, che sto a fare qua, vengo su”. “E tanto che viene a fare. Fino a quando non fanno l’interrogatorio di garanzia, lei non lo può vedere e non ci può parlare. Quindi è perfettamente inutile che lei venga”. Allora ricomincio con le telefonate, finché la sera del giorno dopo vengo a sapere che Niki lo avevano portato a Firenze, a Sollicciano. E io sono rimasta con tutta questa storia finché non mi hanno ridato, dopo novanta giorni, le carte dal carcere di Firenze, dove ho letto che Niki è entrato il 19 come primo ingresso, quindi da subito, proveniente dalla libertà. Quindi a Rimini non c’è mai stato.

-All’avvocato poi hai chiesto perché ha parlato di Rimini?

Io poi ho chiuso con tutti. Potete solo immaginare come stavo. Lui mi doveva rispondere.. ho cominciato a scrivere.. a scrivere sul blog.. l’ho detto a tutto il mondo. Come dicevo nel Blog di Beppe Grillo “Io non ho mai avuto una telefonata da parte di quella gente, se gente si può chiamare”.

-Nessuno ti ha mai dato una delucidazione, neanche in forma riservata?

Nessuno.

-E tu quindi ti sei fatta l’idea che c’entrino in qualche modo gli interessi di cui si occupava questa azienda.

Certo..

-Il fatto che avesse detto che non volesse avvalersi della facoltà di non rispondere, può fare dedurre che potesse dire qualcosa che non sarebbe stato gradito.

Dall’abitazione in cui lui era in affitto mi è stato fatto sparire tutto. Questo vuol dire che comunque c’era la paura che lui avesse scoperto qualcosa, che lui avesse messo sulla chiavetta qualcosa. Io non ho nulla, a distanza di sei anni. Nell’appartamento in cui abitava c’erano i computer, c’era tutto. Io tramite tutte queste cose sarei riuscita a risalire. Lo stesso è avvenuto presso la sede della Oscort. Hanno rubato tutto.

-Ma erano state fatte delle perquisizioni prima, presso la casa di tua figlio e presso la Oscort?

No. San Marino è un territorio estero. E lì non c’è stata mai perquisizione, mai nulla. Neanche un tentativo di rogatoria internazionale. Dopo quindici giorni dissi a mio marito e a mia cognata “andate su e avvisate il padrone che poi regolarizzeremo tutto e leveremo tutto. Ci desse un po’ di tempo, paghiamo l’affitto, ma ci desse un po’ di tempo”. Perché noi proprio non ce la facevamo, fisicamente, moralmente. Quando andarono su, aprirono la porta. Tutto vuoto.

-E la questione del telegramma a Niki e del cambio di avvocato?

Nell’immediatezza che io mi sentivo con questo avvocato aziendale. Dopodiché è stato fatto un telegramma a Niki dalla sua abitazione. Niki manda a Niki, hai capito? Sempre in quei tre giorni in cui stava in carcere, gli si invia questo telegramma, in cui gli si dice di cambiare l’avvocato aziendale e di mettere un altro avvocato. Non solo glielo si dice, quasi glielo si intima  “devi”. Naturalmente là dentro Niki non sapeva quello che stava succedendo fuori e ha cambiato avvocato.

-Fammi capire questo telegramma è stato mandato dalla casa di Niki, a San Marino ed è giunto direttamente a Niki?

Sì.. sì.. non risulta mai che è giunto qualcosa a un detenuto, specialmente se è in isolamento.. Perché gli viene dato questo telegramma?

- Niki quando ha ricevuto questo telegramma, chi pensava che glielo inviasse?

C’era il nome di chi glielo ha inviato. Chiaramente una persona di cui lui si fidava…. Un’amica di Niki.

-E questa persona nessuno l’ha mai vista?

In certe situazioni devi mantenere una calma fredda perché se no non rispondi di te stesso. A me mi hanno tolto un figlio. Certamente non ho cercato né gli incontri né altro. Perché non ho la forza di mantenere il sangue freddo. Io ho un bambino che devo crescere. Comunque viene inviato questo telegramma dalla casa di Niki al carcere. Un telegramma dato a un detenuto che è in isolamento. In un contesto in cui non si potrebbe avere alcuna comunicazione con l’esterno, gli viene recapitato un telegramma.

-Ma poi l’avvocato venne cambiato effettivamente.

Sì..

-E chi venne nominato?

Venne nominato un altro avvocato.. mai visto, mai conosciuto.. e praticamente, il giorno dopo successe tutto ed è finita così.

-Perché secondo te l’avvocato è stato fatto cambiare?

Questa è una valutazione che lascio a chi legge. E comunque dovrebbero dare spiegazioni del perché il telegramma è stato dato a Niki. Una persona in isolamento, che non dovrebbe ricevere nulla e che non dovrebbe avere nessun tipo di contatto con l’esterno. Come, la telefonata alla mamma non la può fare, ma il telegramma l’ha ricevuto. Dopo che gli è giunto il telegramma, gli è stato consentito di fare la telefonata al numero specificato sul telegramma e ha cambiato avvocato.

-Tu ci hai parlato con lui.. che risposte ti ha dato?

“Suo figlio era maggiorenne quindi era in grado di fare quello che voleva”. Ma le anomalie sono tante, tantissime. La velocità.. il buttare in mezzo a detenuti di alta sicurezza una persona che era disposta a raccontare quello che sapeva. Una persona che doveva essere tutelata, specie se vuole parlare. 26 anni e non è mai stato dentro un carcere.
le risposte che mi dovrebbero dare sono tante. Però non me ne hanno data nessuna. E ribadisco non sono convinta che non si sia suicidato perché sono una mamma e non accetta. Per amore che avevo per quel figlio, che ho per quel figlio, avrei accettato qualunque cosa. Per amore avrei accettato qualunque cosa. Ma questo non è stato un “suicidio normale”. Questo non è stato un suicido.
Perché a mio figlio solo cambiano l’avvocato? Perché mio figlio solo viene trasferito nel carcere di Sollicciano? Perché l’unico che non si salva è mio figlio.. che è anche l’unico che non si era avvalso della facoltà di non rispondere? Tutto troppo veloce.. tutto che scompare.. tutto troppo contraddittorio.

-Tu hai contestato anche l’altezza della cella.

Non c’era altezza sufficiente. Nel senso che toccava per terra. Io non ho nessuna foto di ciò. L’unica foto che ho è di Niki per terra, dentro la cella. Perciò noi facemmo dei calcoli approssimativi con il mio avvocato. Data l’altezza di Niki, dato quello che secondo loro avrebbe fatto con questi jeans, cosa che poi risultò inconsistente.. il laccio poteva tenere la lunghezza per farci il cappio, tutto quanto? No. Non c’era proprio l’altezza nella stanza del bagno. Secondo. Un laccio poteva sorreggere una persona di 1:80 che pesava 90 kg?
E comunque me l’avrebbero dato talmente deformato. E poi lasci i lacci a Niki e ai due che sono con lui no? Dobbiamo prendere per buono che questi lacci siano stati lasciati perché ci sono i verbali. E comunque ribadisco, a Niki ce li avrebbero potuto lasciare, tanto Niki non avrebbe fatto proprio niente. Non stiamo parlando di un ragazzo solo, che non ha una famiglia. Che dice “Mo come faccio? Da qua non mi cacciano”. Lui era consapevole che l’avrei tolto da lì. Con tutti i mezzi l’avrei tolto.
Poi perché non fargli fare neanche una telefonata?
E a me mi avrebbe trovato sempre al numero fisso. Perché al negozio c’ho il fisso. A casa ho il fisso. Al carcere ci sono problemi quando si fanno le chiamate ai telefonini, e guarda caso l’avvocato è stato chiamato al telefonino. Loro sostengono che si può chiamare solo a numeri fissi. Perché non gli hanno fatto fare una telefonata a me?
Niki con me aveva un rapporto splendido. Io avrei capito anche con due parole messe di traverso.

E’ stato qualcosa di allucinante.
Mi sono davvero dovuta fare il lavaggio del cervello.
E ti ho detto in minima parte.
Secondo te è stato un suicidio?
E perché non sono stata chiamata da nessuno?
Il silenzio è colpevole, sempre.

Ricordo l’ultima volta che l’ho visto. Era il giorno in cui dichiarò di non volere avvalersi della facoltà di non rispondere. C’era il blindato della polizia che stava andando a riprenderlo ecorro dietro al blindato. Lo volevo vedere. Noi ci capivamo anche solo con lo sguardo. Gli volevo dire “Non ti preoccupare, io sono qua”. Sono andata dietro al blindato, ma lì mi hanno allontanato, violentemente. Mi dicevano “si allontani, o arrestiamo pure lei, deve stare a venti metri dal blindato”. Ho visto uscire mio figlio, lui si è girato verso di me e gli hanno girato la testa dall’altro lato. E’ stato l’ultimo sguardo.

Io sono morta il 24 giugno del 2008. Non ho vissuto più. Non ho dormito più. Io non vivo più. C’ho un altro bambino… ma non è giusto. Perché poi ogni figlio è unico. Non è giusto. Per me è una cosa che era inconcepibile ed è rimasta inconcepibile.

-Qualcuno ti è stato vicino in questo percorso?

Da subito è nato un comitato qui ad ..A.. e quindi mi sono stati vicini. Mi sono vicini tutt’ora.

-E come personaggi di un certo rilievo qualcuno ti ha aiutato?

Sono state fatte tre interrogazioni parlamentari per Niki, tre. Cadute nel nulla. Interrogazioni parlamentari che non hanno avuto risposta. Una risposta si deve dare, qualunque essa sia, ma si deve dare. Poi ho scritto tante volte a Napolitano, ma non mi ha mai risposto. Fino a quando fece un appello Grillo, quando fu arrestato Scaglia, perché alla moglie di Scaglia ha risposto immediatamente. A me no, perché io ero una normale, una qualunque. Comunque, quando rispose alla moglie di Scaglia, Beppe Grillo fece un appello dicendo “Ornella ha diritto ad una risposta come la moglie di Scaglia”. E allora mi arrivò una laconica fotocopia da cassetto con scritto che le indagini ormai erano state chiuse e lui non poteva fare più niente. E che era molto vicino alla situazione dei carcerati in Italia.. e parliamo del 2009.

Vuoi sapere quale è la mia speranza?

-Sì.

Che qualche pentito parli. Con lo stato giuridico che abbiamo, noi mamme che subiamo queste cose, non abbiamo nessuno a tutelarci. Tutto viene fatto cadere nel nulla.

-E il premio dedicato a Niki?

Il premio viene gestito in maniera un po’ particolare, ecco perché viene fatto il bando di concorso. Perché io non voglio darlo a quello che ha la media più alta. Bensì lo voglio dare ad un ragazzo che eccelle in qualche lavoro particolare. Niki era un piccolo genio del computer quando andava in quella scuola. Sarà un premio annuale, avrà luogo ad Avezzano, presso l’istituto informaticodove Niki è andato.

-Perché non organizzi questo premio anche in un’altra città?

Io devo cominciare.. poi una volta cominciato. Tieni conto che recentemente ho creato anche l’associazione. Se questa associazione riesce a raccogliere fondi che mi permettano di ampliare il campo, certamente si può fare anche altrove. Questo premio lo voglio dare in denaro, perché questo ragazzo ci fa quello che vuole. Io adesso voglio fare un passo alla volta, perché sinceramente sono distrutta. Quando sono andata a parlare con la preside mi stavo a disperare di pianti. La preside mi ha detto “le devo raccontare una cosa. All’una stavo qua e mi giunge una chiamata di un giornalista che mi chiede ‘signora, ma questo ragazzo, Niki, è venuto a scuola da lei?’. E risposti ‘sì sì.. è stato qui. Però io sto qui da poco, quindi mi faccia informare un attimo e poi tra mezz’ora le farò sapere. Non avevo fatto in tempo a raccogliere tutte le informazioni, quando questo giornalista mi ha chiamato e mi ha detto ‘signora.. niki non c’è più..’.  E io gli ho risposto “no.. no.. io te le voglio dire lo stesso queste cose.. era un bravissimo ragazzo.. si è diplomato quasi con il massimo dei voti..”. Per cui quando le parlai del premio era disponibilissima.

Grazie Ornella

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Cosa è successo veramente in Egitto- intervista a Jasmine Baraem

by on set.20, 2013, under Controinformazione

Ci sono due date decisive nella storia dell’Egitto degli ultimi anni.

Il 25 Gennaio del 2011 quando scoppiarono le manifestazioni che portarono alla caduta di Mubarak.

E il 30 giugno di quest’anno quando milioni di persone in piazza portarono in pochi giorni alla deposizione e all’arresto del Presidente del governo egiziano, Mohammed Morsi, eletto nelle elezioni indette dall’esercito dopo la caduta di Mubarak.

Il 30 giugno molti di noi hanno visto milioni di persone in piazza. Ma chi ha davvero capito quello che stava succedendo?

Chi ha davvero capito quello che è successo dal 25 Gennaio 2011 ad oggi in Egitto?

L’unica cosa che bene o male viene detta, specie dopo le ultime manifestazioni del 30 giugno e la deposizione di Morsi è che in Egitto vi è stata una contrapposizione tra un movimento di islamici che è andato al governo e che voleva uno Stato islamico, e l’esercito che ha fatto venire meno il loro governo (sulla spinta dell’ultima pressione popolare) per difendere la laicità.

Un esercito, quindi, golpista ma fondamentalmente difensore dei valori della laicità.

E un movimento islamico fanatico.

Questa è la contrapposizione che, fondamentalmente, ci è stata raccontata.

Ma come vedremo la realtà dei fatti sembra essere stata molto, molto, molto più complessa.

Per capire qualcosa ho intervistato l’amica Jasmine, italo-egiziana, che vive da 16 anni in Egitto. Jasmine dalla “rivoluzione” del 25 Gennaio ha dato vita ad un Blog che credo sia il migliore spazio in assoluto –in lingua italiana (ma non solo)- su quanto è accaduto in Egitto a partire dal 25 Gennaio. Ma, sullo sfondo, è anche l’anima dell’Egitto che emerge, con le sue contraddizioni, eccessi, idealità, ferocie (http://ilmioegitto.blogspot.it/).

Jasmine recentemente ha aperto anche una pagina facebook connessa al suo blog, http://ilmioegitto.blogspot.it/(https://www.facebook.com/IlMioEgittoDiarioDellaRivoluzioneEgiziana?fref=ts). Nelle ultime settimane ha chiuso il suo account facebook per le tante aggressioni verbali che ha ricevuto per le sue riflessioni sugli eventi iniziati il 30 giugno di quest’anno.

Jasmine è una osservatrice di raro equilibrio e libertà mentale.

Questa intervista è l’occasione di sentire una voce libera e di farsi un’idea sull’Egitto un più profonda delle semplificazioni dei media.

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-Come ti chiami?

Jasmine

-La tua età?

34 anni.

-Tu ti definisci italo-egiziana..

Mio padre è egiziano e mia madre è italiana.

-Fino a quando hai vissuto in Italia?

Fino all’età di diciott’anni, poi sono venuta in Egitto e vivo qui da sedici anni.

-Ti ho conosciuto come blogger, da quando lo sei?

Da quando c’è stata la rivoluzione egiziana.

-Tu sei una persona fondamentalmente laica..

Assolutamente laica, non fondamentalmente.

-Anche se hai una visione spirituale della vita.

Sì.. le due cose coesistono. Io sono musulmana, però vorrei uno stato laico. Tutte le persone debbono poter esprimere e vivere il proprio credo o anche il proprio non credo, in maniera libera e indipendente.

-Cos’è secondo te la religione?

La religione mi trasmette un senso, che è quello che poi cerco di trasmettere.. e questo senso è la pace, la tolleranza e il rispetto di tutti. A prescindere che abbia davanti un altro musulmano, abbia un cristiano, abbia un ebreo, un ateo, un induista. Il rispetto per l’essere umano a prescindere.

-Tu inizi a scrivere sul tuo blog nel momento in cui c’è stata la rivoluzione egiziana.

Io ho cominciato a scrivere per passione e per sfogo.

-Com’era l’Egitto prima della rivoluzione?

Prima della rivoluzione l’Egitto era –e anche adesso sta tornando in quella maniera- il Paese dell’apparenza. Doveva apparire al mondo come il migliore dei Paesi, il posto più sicuro sul pianeta, il posto dove tutti si amano. Bisognava negare ogni problema che c’era, e far vedere che il regime di Mubarak vinceva su tutto. E’ il regime migliore, è perfetto, non c’è niente di meglio per gli egiziani. Però quello che succedeva e succede nella realtà è tutt’altra cosa. Il quaranta per cento della popolazione è analfabeta; questo è un dato enorme. Sai che vuol dire un Paese dove il quaranta per cento della popolazione non sa né leggere né scrivere?
Soprattutto tra la gente che viene dalle campagne e dal Sud dell’Egitto. Seconda cosa; altissimo tasso di povertà e di zone popolari –ma “popolari” è una parola educata- dove non c’è nessun rispetto per l’essere umano. Strade talmente piccole, che se c’è un incendio un vigile del fuoco non può entrare. Posti dove la gente vive in mezzo all’immondizia. Le strade sono sporchissime, non sono asfaltate, i palazzi sono attaccati l’uno all’altro tant’è che la gente si saluta un altro poco con le mani. Le scuole pubbliche sono posti veramente inimmaginabili. Classi scolastiche con circa 80 ragazzini; con un maestro che non fa lezione e obbliga i ragazzini a fare lezioni private.

-Stai dicendo che tutti i maestri se ne fregano di quello che dovrebbero fare?

Sì, tutti.. tutti. Ti dico anche il perché. Coloro che vanno alla scuola pubblica sono quelli che non hanno possibilità economica. E sono le persone di cui al non interessa nulla. Mentre la gente che ha un minimo di possibilità economiche manda i bambini nelle varie tipologie di scuole che sono da semipubbliche a private. Alle scuole pubbliche vanno i figli di portinai, i figli di spazzini, i figli dei contadini. La gente che fa parte delle classi più basse; che è anche la gente che va negli ospedali pubblici, dove entri vivo ed esci malato o morto. Ci sono foto degli ospedali pubblici che mettono paura. C’è gente che entra ed esce con l’epatite. L’Egitto è uno dei Paesi che ha il primato di epatite B e di epatite C nel mondo. Questo per dirti il livello della sanità a che punto sta. Tranne, naturalmente, quella privata, per la gente benestante.

-Un Paese con fortissime diseguaglianze.

Si può dire che nei trent’anni del regime di Mubarak, la gente povera è diventata sempre più povera, la gente ricca è diventata sempre più ricca. Dopo l’attentato del ’97 a Luxor, ha preso in mano la situazione il ministro dell’interno Habib El Adly che gestiva anche l’apparato di sicurezza nazionale. Habib Al Adly grazie allo stato di emergenza ha applicato per quindici anni un regime di terrore del popolo, perché nei quartieri poveri i poliziotti dovevano stilare per forza, ogni giorno, delle liste di persone arrestate. Loro prendevano persone a caso dai quartieri poveri. Persone che a volte non sono più state ritrovate. Persone che prendevano un minibus, e a un controllo risultavano senza carta d’identità; o la carta d’identità indicava che si trattava di contadini, spazzini, gente umile. Tutta questa gente veniva arrestata senza motivo; e non ti dico le torture che poi subivano nelle carceri. Subito dopo la rivoluzione sono stati inseriti video su you tube sui maltrattamenti della polizia; video che adesso sono censurati; video agghiaccianti. Io a vedere alcuni video, ho pianto. Un livello di disumanità incredibile. E non si tratta solo delle botte, ma di torture e umiliazioni inconcepibili. E tutto questo legalmente. Le botte e le torture erano le cose più praticate nel periodo di Mubarak. Infatti, quando è iniziata la rivoluzione, la prima cosa contro cui si sono scagliati i manifestanti erano i commissariati di polizia. E la polizia stessa si nascondeva dalla gente perché aveva paura. Per questo mi sono indignata quando ho visto il 30 giugno la polizia portata a spalla dai manifestanti, che dicono di avere fatto una seconda rivoluzione. Loro non hanno fatto una rivoluzione, loro hanno tradito la rivoluzione.

-La polizia che tu descrivi ricorda i peggiori squadristi fascisti..

Io ho avuto la sfortuna di trovarmi in situazioni dove ho visto la polizia agire in maniera che dire “da bestie” è un insulto alle bestie. Una volta un signore di una cinquantina d’anni ha provato a sorpassare una macchina della polizia; apriti cielo, questi lo hanno preso, buttato giù dalla macchina e ammazzato di botte. Uno o due hanno provato ad avvicinarsi e i poliziotti hanno sparato per aria. Non ho dormito per due settimane per questa scena. Altra volta ho visto la polizia picchiare i bambini di strada. I bambini di strada sono un’altra piaga del regime di Mubarak. Dicono che sono tra un milione e i tre milioni i bambini che vivono per strada. In uno dei miei ultimi post ho raccontato la storia di un bambino di due anni che è stato trovato per la strada da una persona che conosco. I bambini di strada erano usati dalla polizia come teppisti da usare al momento del bisogno; pagati con un pasto o dieci pound, che sono l’equivalente di un euro e cinquanta. E dopo la rivoluzione i bambini di strada sono usciti fuori; è come se fossero improvvisamente comparsi per le strade. Prima erano tutti tenuti nascosti dal ministero, o anche arrestati; le prigioni di Mubarak erano piene di bambini. I bambini erano tenuti nelle stesse celle degli adulti; e anche violentati dagli altri detenuti. I bambini venivano utilizzati dalla polizia per vari scopi. Come teppisti, per fare in modo che creassero problemi che facevano sì che la gente si concentrasse su altro.

-Da dove la polizia riceveva tutto questo potere?

Dallo stato d’emergenza. Lo stato di emergenza è una legge sopra la legge. Consente di arrestare chiunque senza motivazione. Semmai il motivo lo si trova dopo. Questa legge sopra la legge consente alla polizia e anche all’esercito di agire indisturbati.

-Da quando è presente lo stato di emergenza in Egitto?

Da quando fu ucciso Sadat, nell’81. Con la morte di Sadat emerse Mubarak, il suo vice presidente. Uno dei problemi dell’Egitto è proprio l’attitudine repressiva, anche verso la realtà islamica. Il fatto è che la repressione dell’Islam in un Paese islamico porta alla nascita dell’estremismo islamico. Ed è quello che è successo con il regime dittatoriale di Mubarak. Chiunque aveva una barba poteva essere arrestato in qualsiasi momento per terrorismo.

-Mubarak era molto accettato dai potenti occidentali, perché, sostenevano, garantiva un Paese “moderato”.

Esatto… lo garantiva a spese del popolo; ma del popolo egiziano, in Occidente, non e’ mai interessato nulla a nessuno. Mubarak è stato sostenuto a lungo in occidente, in primo luogo perché serviva all’America in quanto garantiva stabilita’ e pace con Israele, suo confinate. In secondo luogo per il fatto che lui dava questa idea di un Paese super sicuro, dove non accadeva uno scippo. Un Paese però dove la gente aveva paura di fare qualsiasi cosa. Per questo non c’era un alto livello di delinquenza in Egitto. Perché la gente aveva il terrore. Se tu vuoi un Paese dove la delinquenza sia debellata al cento per cento, devi fare in modo che la gente sia terrorizzata per quello che può succedergli nei commissariati. Ed era quello che succedeva ai tempi di Mubarak.

-Hai delineato un Paese dove l’ingiustizia e la sopraffazione erano dilaganti.

Un Paese anche profondamente corrotto. La corruzione era una cosa spaventosa in Egitto. I poliziotti erano al 90% corrotti. Perfino i medici sono corrotti. La corruzione e’ proprio nel sangue degli egiziani. E alla base dell’Egitto. Qualsiasi cosa tu volevi fare, dovevi mollare una sommetta a qualcuno. Per tutto c’era bisogno della mazzetta. Perfino per comprare biglietti del treno, se non trovavi posti, bastava pagare soldi extra a qualcuno. Tutto questo aveva veramente stancato la gente …

—Lo stato di emergenza, entrato in vigore dopo la morte di Sadat, e’ rimasto in vigore per trent’anni.

Qui in Egitto non trovavi mai comitive per la strada. Più di quattro persone che camminavano insieme era reato.

-Questi orrori uniti ad altri motivi di malcontento aveva generato uno stato di tensione quindi..

Sì.. ed era una cosa che si respirava negli ultimi anni. Solo che nessuno aveva il coraggio di attuarla. C’erano dei movimenti come “Kefaya” (“Basta”) o il “movimento del 6 aprile” che è stato uno dei principali organizzatori della rivoluzione. Ma gli esponenti di questi movimenti finivano sempre in galera, come gli esponenti dei fratelli musulmani.

Ma ci fu un evento che indignò profondamente il Paese, soprattutto i più giovani.

A Giugno del 2010 un attivista di Alessandria d’Egitto, Khaled Said è stato fermato in un internet point, gli hanno chiesto un documento di riconoscimento. Lui ha solo chiesto il perché della richiesta e da lì gli hanno prima sbattuto la faccia sul marmo e poi hanno incominciato a picchiarlo brutalmente, e hanno continuato a picchiarlo anche dopo che lo avevano portato con sé, fino a ucciderlo. Tutto davanti a diverse persone e nessuno, per paura, ha reagito. Lui era un blogger famoso e molto coraggioso. Aveva ripreso col cellulare dei poliziotti che si spartivano una partita di droga e l’aveva caricata sul blog. Questa è la causa per cui è stato ucciso. Solo che solitamente la polizia adottava il metodo di torturare la gente senza lasciare segni visibili. La gente veniva torturata nei commissariati ma, in quelli che venivano rilasciati, non trovavi lividi sul corpo. Invece con Khaled la cosa è stata diversa. Già quando lo hanno preso è stato distrutto, poi lo hanno portato al commissariato, hanno finito il lavoro, dopodiché hanno lasciato il corpo del ragazzo in una via di campagna. I medici legali hanno detto che il ragazzo era morto non per le percosse, ma soffocato da una pista di droga che aveva ingoiato per non farsi trovare con essa.

Fu una vicenda che ha avuto una buona risonanza mediatica in Egitto. I media riportarono la versione ufficiale degli eventi, anche se, essendo lui un blogger conosciuto dai giovani, si era capito il motivo per cui era stato ucciso. Questo omicidio fece perdere davvero la pazienza alla gente. Lui è stato per gli egiziani quello che era stato Mohamed Bouaziz per i tunisini, il martire per eccellenza. La morte di Bouaziz aveva incendiato gli animi dei tunisini e dei rivoluzionari. La rivoluzione tunisina era avvenuta il 17 Dicembre del 2010. Il 25 gennaio 2011, poco piu’ di un mese dopo, quella egiziana.

-Il 25 gennaio del 2011, la data di quella che è stata definita “la rivoluzione egiziana”. C’è un motivo in particolare per quella data?

Diciamo che il 25 di ogni anno si verificavano manifestazioni di protesta, in occasione della festa della polizia. Solo che quell’anno è stato un po’ diverso, visto che la gente è scesa in piazza in maniera molto più massiccia. Questo anche per via di quello che era successo in Tunisia; il movimento del sei aprile e tutti gli altri movimenti presero la palla al balzo degli eventi tunisini, e organizzarono le proteste con particolare incisività. Inoltre, in quei giorni, un’attivista donna dichiarò che sarebbe scesa in piazza con altre donne e invitava tutti gli uomini a scendere in piazza. E da lì è iniziato tutto. Il 25 e il 26 ci sono state le manifestazioni in piazza. Il 27 Mubarak ha tolto la linea internet, e il 28 quella dei cellulari. Volevano isolare tutti. Si può dire che la rivoluzione è nata soprattutto su facebook e su twetter. Le notizie volavano alla velocità della luce sui social network e gli attivisti si davano gli appuntamenti via internet. Il governo aveva sottovalutato fino a quel momento la potenza dei social network. Comunque, il 28 la polizia si ritira nelle caserme, molti penitenziari vengono aperti ed i detenuti lasciati uscire, e l’esercito entra in gioco per presidiare la situazione, pur rimanendo neutro. Finché l’11 febbraio Mubarak si dimette e mette il potere nelle mani dell’esercito.

-Quindi, riepilogando, il 25 gennaio la gente è andata massicciamente in piazza per protestare contro il regime di Mubarak. Le proteste sono continuate anche il 26. E il 27, terzo giorno di proteste Mubarak ha tolto la linea internet. Il 28 è stata tolta la linea dei cellulari. E lo stesso 28 la polizia si ritira, ed entra in gioco l’esercito. Le proteste continuano fino all’11 febbraio, girono in cui Mubarak si dimette e mette il potere in mano all’esercito.

Sì. All’inizio il popolo ha sostenuto l’esercito, che era considerato come un vero amico del popolo. Ma col passare delle settimane, vedendo che l’esercito andava a rilento nell’abbandonare a sua volta il potere, le proteste cominciavano a montare stavolta contro l’esercito. In questo contesto l’esercito si è macchiato di alcuni atti particolarmente gravi.

-Raccontameli

1)Il più grave in assoluto furono gli scontri di Maspero. Maspero è un quartiere vicino al centro dove si riunivano i cristiani copti per manifestare. Diciamo che i copti hanno sempre avuto problemi in Egitto, per la contrapposizione che nasceva tra loro e alcune frange di musulmani. Alcune occasioni di scontro erano tipiche, come in relazione alla volontà di costruire chiese. Anche piccoli scontri che nascevano tra vicini, quando c’erano di mezzo cristiani copti, alla fine diventavano scontri tra cristiani e musulmani. Dopo la rivoluzione, anche da questo punto di vista ci sono stati tanti problemi, ma erano spesso proprio creati ad hoc; con lo scopo di destabilizzare. Tornando alla concreta di vicenda di Maspero, i copti si riunivano tutti in questa zona per manifestare, zona che praticamente era anche davanti il palazzo della televisione di stato. Queste proteste derivavano da scontri nati durante la costruzione di una chiesa senza ancora permessi, nel Sud dell’Egitto. I copti manifestavano lì da giorni. A un certo punto sono entrati nella manifestazione persone armate. E per combattere queste persone armate, l’esercito ha fatto un massacro. Lì ci saranno state trecento persone, l’esercito ha uccise piu’ di 30. Uccise in maniera spaventosa, addirittura schiacciando le persone con i carrarmati…

-Racconta anche gli altri episodi

2)Il secondo è un episodio, per certi aspetti, è uno dei peggiori in assoluto. I militari hanno picchiato brutalmente una ragazza che si chiamava Ghada. Il pestaggio è avvenuto vicino a Piazza Tahir. I militari sono stati talmente violenti che, durante il momento di colluttazione l’hanno denudata, lasciandola solo con il reggiseno, per poi continuare a picchiarla. E si vede questa ragazza con la faccia coperta dai vestiti, il suo corpo per terra, con i militari che la prendono selvaggiamente a calci sulla pancia e sul corpo. Un fatto sconvolgente. Soprattutto perché si trattava di una donna picchiata così in un Paese come questo che è molto attento al pudore. Ti dico che per questo fatto io ho litigato con mio marito. Ma sono stati giorni di litigi in tutto l’Egitto.

-Perché?

Gli egiziani non ci credevano. Loro quando hanno visto questa scena, per prima cosa hanno detto che il video e le foto erano state montate. Poi hanno cominciato a dire cose del tipo “ perché la ragazza stava solo con il reggiseno sotto i vestiti?”. Cioè nessuno voleva concentrare il problema sui soldati che prendono a calci il corpo di una donna. Siccome hanno molto rispetto per il corpo femminile è stato per loro uno shock una scena del genere da parte di quelli che erano considerati i “salvatori”, verso una donna che fa parte di coloro che combattevano per la libertà. E quindi gli egiziani per ammettere che quello che è successo era stato brutale, ci hanno messo abbastanza. Anche i fratelli musulmani all’inizio dicevano “perché quella ragazza stava lì?”, “Perché stava con pochi vestiti sotto?”.

-Quanta ipocrisia. Descrivi gli altri incidenti..

3) Il terzo incidente fu a Mohammed Mahmud. Lì ci furono scontri terribili tra manifestanti ed esercito; scontri di una violenza inaudita. In quel periodo l’esercito usava gas vietati dalla Convenzione di Ginevra. Gas usati sui civili che hanno ucciso tantissima gente.

C’è stato poi il massacro dello stadio a Port Said. Il giorno della partita di calcio, sono entrati nello stadio gruppi di ultras e teppisti che hanno cominciato a massacrare tutti. I giocatori scappavano, e i tifosi che gli correvano dietro con le pistole, coltelli e mazze. Tutto di fronte alla polizia che non ha mosso un dito. E neanche l’esercito.

-E perché l’esercito non è intervenuto?

E’ una vicenda ambigua. Non si capisce esattamente chi ha organizzato il massacro. Sono morte quasi cento persone, ma morte come maiali al macello, sgozzate, lanciate dai palchi. Le porte dello stadio erano chiuse dall’esterno. Tutto fa pensare a un massacro premeditato. Tra i pochi ad essersi salvati sono stati i giocatori di calcio.

-Quando nasce il tuo blog?

Il primo post l’ho scritto il 20 febbraio 2011.

-Perché hai creato questo blog?

Inizialmente come sfogo. Ma anche per dovere. Sia come sfogo personale che come dovere. Era un dovere per me scrivere quello che succedeva in Egitto, con gli occhi di una persona che vive al Cario e conosce gli egiziani. Tutti parlavano ma nessuno sapeva quello che era successo nelle case, nella vita quotidiana della gente. Perché una cosa era raccontare quello che succedeva in piazza, una cosa era raccontare anche i disagi, tantissimi, che hanno avuto le persone. La mancanza del gas, la mancanza del cibo, la mancanza del pane. Sono stati momenti difficili per tutti.

-Questa esperienza cosa ti ha portato, cosa ha suscitato in te? Aprire un blog, scrivere..

La rivoluzione in se stessa mi ha portato a collegare tutto quello che ho visto in sedici anni qui in Egitto. Per carattere, non mi fermo all’apparenza delle cose. Mi piace andare a fondo e cercare di capire le motivazioni, a scavare, a conoscere, a vedere con i miei occhi. E’ per questo che sono molto addentrata nella mentalità egiziana. Ho anche vissuto in zone molto popolari; e questo mi ha aiutato a capire molto delle parti emarginate della popolazione. Come in un puzzle, tutti questi pezzi si sono collegati davanti a me. Improvvisamente ho visto che l’Egitto era davvero arrivato all’esasperazione. Da una parte ero orgogliosa di fare parte degli egiziani e dell’Egitto perché comunque sono egiziana, ho votato, ho partecipato alla rivoluzione, ho manifestato. Insomma, il mio dovere da cittadina contro Mubarak l’ho fatto in pieno. Dall’altra parte c’era il timore, l’incognita del futuro, di quello che sarà domani, di quello che sarebbe potuto succedere.

Riguardo al blog, il mio spirito di conoscere le cose è fuoriuscito anche nei miei post. Cerco sempre di analizzare la situazione non dal punto di vista ufficiale, ma dal punto di vista delle persone normali. E’ facile scrivere “è accaduto questo e quello”, ma “questo e quello” che conseguenze hanno avuto sulla gente, come lo vede la gente? Come lo viviamo noi che viviamo in Egitto? Quali sono i sentimenti degli egiziani? Questo più che altro volevo fare fuoriuscire dal Blog.

-A un certo punto l’esercito indice le elezioni.

Che sarebbero state vinte dai fratelli musulmani.

-Chi sono i fratelli mussulmani?

I fratelli mussulmani sono un gruppo nato nel 1928. Il loro fondatore Ḥasan al-Bannā venne ucciso dagli uomini del Ra Farouk. Il gruppo sorse un decennio circa dopo la caduta dell’Impero Ottomano e questo fa capire perche’ il perche’ della loro idea di califfato. Sono da sempre un gruppo non riconosciuto, oppresso e non accettato dai governanti. Il primo a sciogliere, incarcerare ed uccidere molti dei leaders del gruppo fu Abdel Nasser (presidente egiziano dal 1956-1970) e per questo Al sisi e’ a lui paragonato. Ciò a cui loro aspirano è l’uguaglianza sociale, l’uguaglianza economica e ad uno stato islamico secondo l’idea di un califfato.

-Quindi, c’è qualcosa di non democratico.

Sì, diciamo che l’Islam, almeno in teoria, non parla di stato democratico. Uno stato islamico non è basato sul sistema elettorale.

-Qualcuno ha detto che l’approccio “moderato” dei fratelli mussulmani, era un modo per arrivare al potere e poi, nel corso degli anni, spingersi verso un varo stato islamico.

Credo che magari questa idea del califfato l’avevano anche, però non era così a breve termine come si vuole far credere. E comunque possiamo dire che, se veramente i fratelli musulmani volevano un califfato, non è che aspettavano l’Egitto. I fratelli musulmani sono in Turchia ad esempio, potevano iniziare già da lì. Infatti mi chiedo come mai Erdogan che appoggia cosi’ tanto la fratellanza egiziana essendone lui un membro, non inizi con la creazione di un califfato. Naturalmente sarebbe impossibile e non accettato nel suo paese, come ovunque tra l’altro. Il gruppo ha comunque un sistema “elettorale” molto efficace. Il loro gruppo è basato sulle elezioni. Fanno elezioni per qualsiasi cosa. Loro astrattamente volevano più che uno stato islamico, un califfato, basato sull’idea islamica.

-Rispetto ad un governo tipo Iran, in cosa differenza la visione teorica dei fratelli musulmani?

Il regime degli Ayatollah è basato non solo sulla sharia islamica, ma anche su gli Hudūd, che sarebbero le punizioni corporali islamiche. Quindi la lapidazione, le frustrate, e altre punizioni corporali. Queste cose sono prescritte nel Corano, ma con un livello di tutela altissimo. Per esempio, per lapidare una donna che ha commesso adulterio, due uomini e due donne, che non conoscono la donna, devono vedere la donna nel momento in cui compie l’atto sessuale. Ma a te pare possibile che quattro persone che non conoscono quella donna la vanno a vedere mentre lei compie l’atto sessuale? Gli Udud sono sottoposti a tutta una serie di elevatissime condizioni. E poi, soprattutto, vanno rispettate, solamente nel caso in cui lo stato abbia un benessere del cento per cento. La lapidazione, ad esempio, potrebbe essere attuata solo in uno Stato che garantisca che tutte le donne abbiano la possibilità di sposarsi. Comunque questo non è quello che loro volevano attuare. E’ vero che nei Fratelli musulmani esistono tante correnti. Ma il governo era gestito dalla parte più “moderata”. Dei Fratelli musulmani va anche detto che si sono sempre occupati degli strati popolari, più poveri del Paese. Quegli strati di cui il regime di Mubarak si e’ sempre disinteressato. Hanno sempre distribuito generi di prima necessità. C’è un’intera parte dell’Egitto che per anni si è vista vicino solo i Fratelli musulmani

-Ritorniamo ora alle elezioni. Con le elezioni i Fratelli musulmani vedono la possibilità di arrivare al governo del Paese.

I Fratelli musulmani all’inizio non volevano candidarsi. Volevano fare vedere che non erano interessati al potere, ma solo che erano attivi e riconosciuti. E poi non volevano bruciarsi, non volevano bruciare la loro popolarità. Ma quando hanno visto che c’era la possibilità che qualcuno del vecchio regime vincesse le elezioni, si sono spaventati e si sono candidati. Era successo, infatti, che tra i candidati era emerso Soliman, che era un braccio destro di Mubarak, un ex comandante dei servizi segreti. Un personaggio di spicco del vecchio regime. Lui si è candidato ma, stranamente, non ha ricevuto abbastanza deleghe.

-Che intendi per deleghe?

Per essere candidato alla presidenza devi presentare, dalle 10mila alle 30mila deleghe da parte di cittadini in piu’ governatorati egiziani.

-Tipo firme?

Sì.. tipo firme. Che ti delegano il compito di essere presidente. Ti danno la possibilità di partecipare poi alle elezioni. Personaggi sconosciuti hanno ricevuto queste deleghe e hanno partecipato alle elezioni. E invece Soliman non le ha ricevute. Cosa che secondo me era impossibile. E quindi credo che questa sia stata una mossa per indurre i fratelli musulmani a partecipare alle elezioni. E così è stato. I fratelli musulmani hanno abboccato, perché sotto molti punti di vista sono stupidi. Secondo me questa è stata una strategia a lungo termine dell’esercito. I fratelli musulmani inizialmente candidarono il loro esponente di maggior rilievo, Khairet El Shater. E con lui probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Ma la sua candidatura non è stata accettata, con la motivazione che sua madre non era egiziana. Ma anche Morsi che è stato alla fine candidato, teoricamente non avrebbe potuto in quanto aveva una causa per spionaggio, visto che era tra gli evasi delle carceri del 28 Gennaio della Rivoluzione. Lui era stato arrestato il 25 Gennaio con il nascere delle proteste ed e’ evaso il 28. Ma Morsi invece fu accettato. Bisogna anche dire che i Fratelli musulmani sono un gruppo strutturato in gradi. Il grado supremo dei fratelli musulmani è la guida spirituale, che viene chiamato il Murshid; attualmente sotto gli arresti, e già sostituito con un Murshid a interim. E alcuni dicono che Morsi, essendo un uomo non di potere, non carismatico, non forte di carattere, era l’ideale da essere candidato, in modo che tutte le decisioni da prendere fossero poi sottoposte al Murshid per l’approvazione. Ma queste comunque sono voci.

-Quindi candidano questo personaggio di seconda fila e seguendo la tua ricostruzione si è trattato in realtà di un disegno.

C’era una strategia a lungo termine. Quella di eliminare le uniche due forze popolari che c’erano in Egitto. Da una parte si voleva evitare che il vecchio regime e i suoi sostenitori si riorganizzassero intorno al figlio di Mubarak. Dall’atra si volevano eliminare i fratelli musulmani. Una volta che hanno levato il figlio di Mubarak -perché l’esercito non voleva che il figlio prendesse il posto di Mubarak; anche perché il figlio tra l’altro non era appartenente all’esercito, differentemente da Mubarak che era un veterano dell’esercito- hanno voluto far sì che i fratelli musulmani uscissero dalla scena. Naturalmente se li avesse eliminati direttamente l’esercito, si sarebbe accresciuto il consenso popolare dei fratelli musulmani, perché sarebbero stati visti come vittime. Invece la cosa migliore era fare in modo che si autodistruggessero. Quello che poi è successo.

-Quindi si è preferito fare in modo che si candidasse un personaggio di seconda fila, per rendere più facile la sua caduta.

Sì..

-Comunque fanno queste elezioni e al ballottaggio vincono i fratelli musulmani..

Sì, al ballottaggio vincono i fratelli musulmani. Le elezioni sono state a giugno 2012. Morsi vinse al ballottaggio, con un piccolo margine, contro Shafiq. E Shafiq era un uomo del vecchio regime. Il ballottaggio ci fu il 17 giugno. Non ci fu neanche troppa affluenza alle urne. Io ho boicottato il ballottaggio, non volevo scegliere tra un regime filoislamico ed un ritorno all’era di Moubarak.

-Quindi viene eletto Morsi, cosa accade a quel punto?

Morsi vince. Da una parte sono tutti contenti. Dall’altra i sostenitori di Mubarak non sono affatto contenti. Tutto va bene fino a quando c’è questo suo cambiamento della carta costituzionale messa a punto dall’esercito, una carta provvisoria in attesa della approvazione della costituzione definitiva. Prima di questo evento, lui era andato a fare un’iniziativa diplomatica a Gaza che portò una sorta di tregua tra israeliani e palestinesi. E questa tregua lo fece sentire una specie di statista. E là ha fatto un passo più lungo della gamba. Perché procedette a questa modifica della carta costituzionale, che divenne un’arma a doppio taglio. La modifica comprendeva la possibilità a discrezione del Presidente di sostituire i membri dell’apparato giudiziario e gli attribuiva “super poteri” giudiziari e legislativi. Da una parte era l’unica maniera per smobilitare l’apparato giudiziario ereditato da Mubarak. Dall’altra era una dichiarazione di accentramento del potere che il popolo non accettava. E quindi preferivano tenersi l’apparato giudiziario di Mubarak, anche perché avevano paura che così avrebbero messo nell’apparato giudiziario tutti uomini della fratellanza.

-Quindi ci fu una reazione unanime contro questa cosa.. popolo.. televisioni..

Sì.. era il mese di novembre. Lì iniziarono molti scontri. Comparvero per la prima volta in Egitto i Black Block, intervistati alla televisione con la faccia coperta. I black block facevano casino un po’ dappertutto. E poi ci fu un assalto al palazzo presidenziale. Il palazzo presidenziale di Morsi fu assalito. C’e’ da dire che Morsi per tutto il suo mandato non ha mai vissuto nella sua tenuta presidenziale ma a continuato a vivere nel suo appartamento in affitto. Dopo questa protesta lui ritira questa riforma della carta costituzionale. Però ormai il danno era fatto.

-E a quel punto che è accaduto?

E’ cominciata una campagna di destabilizzazione che è partita dai media. Seguita dal fatto che quelli che potevano essere ministri capaci si rifiutavano di lavorare per il governo di Morsi. C’era una grandissima difficoltà per il governo a trovare uomini capaci. Addirittura, qualsiasi ministro cambiava dicevano che era un fratello musulmano. Anche quelli che non lo erano. Per esempio l’attuale Ministro degli Inetrni, che lo era pure al governo Morsi, era stato accusato di essere un fratello musulmano. Addirittura Al Sisi, il generale Al SiSi che adesso ha fatto il colpo di stato, era stato, accusato di essere un fratello musulmano. Morsi non ha avuto alcun appoggio interno. I media gli hanno fatto una guerra totale; non facevano altro che far vedere tutto quello che succedeva di brutto ingigantendolo in maniera esasperata. Tutti guardavano la televisione e tutti si convincevano di quello che raccontava la televisione.

Avvenivano quelli che a tutti gli effetti sembrano essere stati atti di sabotaggio contro il governo, ma i media li utilizzavano come occasione di attacco al governo.

-Racconta..

Ad esempio, la benzina e il gasolio mancavano, venivano trovate taniche enormi buttate nel deserto, ma la televisione diceva che il gasolio veniva mandato, tramite tunnel, a Gaza. Anche quando a Gaza stavano senza benzina. Mancava la luce in continuazione.. venivano trovate persone che prendevano soldi da sconosciuti –le famose mazzette- e tagliavano cavi elettrici, oppure abbassavano proprio gli interruttori generali dei quartieri, e la gente diceva che perfino l’elettricità veniva mandata a Gaza. Perché tutto veniva mandato a Gaza secondo loro? Perché a Gaza c’è Hamas e Hamas è un ramo dei fratelli musulmani.

E in tutto ciò c’era la polizia che non voleva lavorare.

Io stessa ho chiamato la polizia una notte e non sono venuti.

-E la polizia come si giustificava?

Niente, non si giustificava. E il ministro dell’interno era lo stesso di adesso. Non lavoravano.

-E il governo che diceva del fatto che la polizia non lavorava?

Il governo –e qui un altro autogoal- invece di dire “noi non siamo appoggiati, la polizia no vuole lavorare”, diceva “Noi e il ministro degli interni siamo una mano sola”.. il ministro degli interni era naturalmente il responsabile della polizia.

-Ma il ministro dell’interno era una vittima di questa cosa?

Guarda ora la polizia è super attiva. Il ministro è lo stesso.

-Ma il ministro non lo avevano messo i fratelli musulmani?

Sì..

-E non potevano cambiarlo?

Ma lo avevano cambiato già, questo è il secondo ministro che avevano messo.

-Quindi da un lato gli errori enormi dei fratelli musulmani, dall’altro un sabotaggio che portava a far scomparire il petrolio, al taglio delle linee elettriche, alla polizia che non voleva lavorare, ai media che non perdevano occasione per attaccare.

Sì… un clima di costante esasperazione. Tieni conto che c’è stato un ministro, Bassem Houda, che ha veramente fatto dei cambiamenti spettacolari nel Paese. Da prima della rivoluzione fino al governo di Morsi, c’erano delle vere lotte per prendere le bombole del gas, perché non tutti hanno il metano in Egitto. La gente moriva, moriva davvero, in mezzo alle folle, per riuscire ad accaparrarsi una bombola. Questo problema è stato debellato da questo ministro, ma nessuno ne ha parlato in maniera importante. Altro problema era quello del pane, infatti la rivoluzione del 25 gennaio la gente manifestava con il pane in mano, perché erano arrivati momenti in cui in Egitto non c’era pane, a causa del mercato nero della farina. In Egitto ci sono dei chioschi statali, a cui lo Stato fornisce la farina, per fare il pane statale. I chioschi sono gestiti dallo stato e presi in gestione da persone private che hanno questi forni. Lo stato forniva la farina a questi forni, come ti dicevo, ma questi forni usavano solo una parte della farina e il resto la vendevano al mercato nero. Questa farina non bastava per tutta la richiesta e c’era stato un periodo, prima della caduta di Mubarak, in cui veramente non c’era pane. Questo ministro, Basem Houda è riuscito a regolarizzare il problema della farina, a combattere la corruzione, tant’è che alcuno ispettori del governo che giravano nei forni sono stati uccisi in veri e propri agguati. Quando questi ispettori uscivano per i controlli passavano motociclette e gli sparavano. Per dirti quello che era riuscito a fare, a smuovere acque che per anni e anni, durante il regime di Mubarak non erano stati smosse. Eppure, a cose positive come queste non è stato dato alcun rilievo da parte dei media.

E poi ci furono gli interventi in Costituzione sulla tematica religiosa

-Spiega questi interventi.

Paradossalmente a livello religioso c’è stato un avanzamento.

Comunque parti dal presupposto che l’art. 2 della Costituzione precedente recitava “L’Egitto è un Paese islamico basato sulla Sharia”.

Questo articolo i Fratelli musulmani lo confermarono nella nuova Costituzione. Ma non furono loro ad inserirlo, era presente già da prima.

-Era un po’ difficile in effetti pensare che i Fratelli musulmani avessero potuto togliere l’articolo che fa riferimento all’Egitto come Paese islamico.

Infatti; noi dobbiamo vedere le cose con gli occhi degli egiziani e non con gli occhi degli europei. Per gli egiziani la vita si incentra sulla religione. Ci sarebbe una rivolta popolare se togliessero quell’articolo.

-Comunque, tornando agli interventi costituzionali.

A questo articolo è stato aggiunto dai Fratelli musulmani un altro articolo, il 219, che spiegava che la sharia su cui era basato l’Egitto era la Sharia sunnita. Esistono cinque scuole islamiche che adottano la sharia; e con l’art. 219, i Fratelli musulmani scelsero l’interpretazione adottata da una di esse. Che poi la sharia non vuol dire, come è intesa all’esterno, lapidazione frustate, e roba del genere. La sharia intende solamente le leggi civili delle persone. E poi, quando dicevo che paradossalmente la Costituzione era stata un avanzamento dal punto di vista religioso, è perché c’era un articolo, o due, che dicevano che i cristiani copti e gli ebrei avevano il diritto di vivere basando la loro vita sulla sharia della loro religione. Questo ti fa capire che il termine sharia non è qualcosa di esclusivamente collegabile all’Islam. E’ proprio una parola araba che vuol dire legge o legislazione; precisamente vuol dire “condotta di vita”. Veniva data la possiblità nelle questioni interne agli ebrei e ai cristiani copti di utilizzare i loro principi e le loro regole, definite la “sharia ebraica” e la “sharia dei cristiani copti”. Questo è stato sempre riferito ai matrimoni, ai divorzi, all’eredità. Così funziona in Egitto. Fino a poco fa non c’era il divorzio civile. Per esempio, la religione copta non accetta il divorzio, se non in gravissime situazioni. La religione musulmana invece sì. Non c’era cioè una maniera di divorziare in maniera legale. E’ solo da poco più di un decennio che è stato introdotto il divorzio legale, indipendentemente dalla religione. Invece le regole del matrimonio sono attuate in base alla religione. Le regole del divorzio sono attuate in base alla religione per chi non vuole farle legalmente. L’eredità, anche questa disciplinata dalle norme religiose. E quindi questa introduzione in Costituzione era un riconoscimento delle tre religioni del Libro nella costituzione.

Un altro riconoscimento fu l’introduzione di un altro articolo che garantiva la costruzione di luoghi di culto per le religioni del libro.

-Ma se l’articolo che stabiliva che l’Egitto era un Paese islamico basato sulla Sharia, la protesta dei media su cosa verteva?

Sopratutto siull’articolo 219, che specificava di che tipo di sharia si trattava e sull’ambiguita’ di questo articolo ed anche di altri articoli.

-E questo fece esplodere l’ira della gente?

Anche questo. Ma c’e’ da dire che la Costituzione fu approvata molto velocemente e con l’assenza alcuni dei membri dell’Assemblea e, a livello popolare essa venne approvata da un referendum organizzato poco dopo l’approvazione della Costituzione e molti si lamentarono che il Popolo non ebbe il tempo necessario per leggere e giudicare la Costituzione. Questo era il clima.

-Questo era il clima… poi a un certo punto, si sono viste milioni di persone in piazza contro Morsi. Quando vidi la scena alla televisione, fui colpito dalla quantità oceanica di gente. Sembrava la vittoria dei mondiali in Brasile. E mi chiedevo “come è possibile che in un anno un governo abbia provocato questo oceano di persone che festeggiano la sua caduta, come se fosse caduto Hitler?”. La morte di Morsi fu lì. Mandare in mondovisione quelli che erano milioni di persone in piazza. Ma che successe.. prima?

Ad aprile era nato il gruppo di Tamarrod, i “ribelli”. I ribelli avevano preparato una petizione che chiedeva le dimissioni di Morsi. Questa petizione la facevano firmare dappertutto. La facevano firmare anche da persone analfabete. C’è gente che ha indirettamente detto di aver firmato venti volte. Senza nulla togliere allo scontento popolare, i numeri che aveva raccolto Tamarrod erano un po’ esagerati. Comunque, loro si erano imposti di arrivare a 15 milioni di firme, invece sono arrivati a 22 milioni di firme.

-Quanti abitanti ha l’Egitto?

Novanta milioni. Comunque nello stesso tempo nacque il Tagarrot, movimento dei sostenitori di Morsi, vicino ai fratelli musulmani, che hanno fatto una petizione per dire che “Noi vogliamo Morsi”. E hanno raccolto ventisei milioni di firme, anche questi sono numeri esagerati.

-A quel punto cosa è successo?

I tamarrod hanno dato appuntamento a tutti il 30 giugno –l’anniversario esatto del giuramento di Morsi- a piazza Tahir. C’è da dire che anche la chiesa copta ha sostenuto chiedendo a tutti i credenti di scendere in piazza. E comunque, il 30 giugno, sono scese in piazza cristiani e musulmani a milioni. In rete dicono 33 milioni di persone. Le forze armate hanno detto che in tutto l’Egitto sono scesi 13 milioni di persone. Contro Morsi.

-Quindi c’erano i Tamarrod che erano contro Morsi. I Tagarrod che sostenevano Morsi..

Sì.

-Come mai questo schierarsi totale contro Morsi da parte dei cristiani copti?

Perché comunque loro stavano meglio quando c’era Mubarak.

-Ma meglio in che senso. Se tu dici che comunque a loro era stato garantito il rispetto delle loro leggi, la loro “sharia”, perché stavano meglio prima..?

Perché comunque i Fratelli Musulmani sono un gruppo islamico che ha tanti rami, come ti dicevo. Quello che vediamo di Morsi è il ramo più modereto dei fratelli musulmani. Dopodiché ci sono dei rami che sono chiamati “Gamaa Islameya” , che sono i responsabili dello sterminio dei turisti nel ’97 a Luxor. Questo ramo più integralista dei Fratelli musulmani è anche il ramo che ha sempre agito contro i copti considerando chiunque non segua le proprie leggi, ateo, miscredente. Già durante il regime di Mubarak c’erano attentati contro i copti, scontri settari tra musulmani e cristiani. E sono continuati anche con Morsi. E fondamentalmente il fatto che l’Egitto fosse governato da un gruppo di matrice islamica non piaceva naturalmente alla Chiesa copta.

-Quindi, questo movimento che era contro Morsi, il 30 giugno raccolse milioni di persone in piazza.

Sì..

-Ma come mai questa cosa è esplosa subito con proporzioni oceaniche?

Secondo me gli egiziani si fanno prendere dalle ondate rivoluzionarie. Comunque alla manifestazione del 30 giugno hanno partecipato anche attivisti che erano in piazza il 25 gennaio e adesso si mangiano le mani, per il fatto che vi hanno partecipato. Comunque i Tamarrod speravano che Morsi vedendo tutta questa gente che protestava, facesse un referendum per anticipare le elezioni presidenziali e chiedere al popolo se lo voleva sì o no come presidente. E questo era quello che speravamo tutti veramente, perché avrebbe evitato molti problemi. E invece Morsi non l’ha fatto, e l’esercito ha dato un ultimatum di due giorni. Nel frattempo piazza Tahir si è riempita di gente contro Morsi, ma si è riempita anche di pro Mubarak. Infatti in quel giorno venivano vendute foto di Mubarak, medagliette di Mubarak..

-Ma l’ultimatum gli imponeva di fare un referendum o di andarsene?

Di fare qualcosa di utile. Comunque, lui non lo ha indetto il referendum. E’ stato stupido, perché vista tutta questa gente doveva indire il referendum. Doveva scendere a compromessi e basta. Invece lui e’ voluto rimanere là, convinto di avere ancora consenso popolare. Alla scadenza del’ultimatum, Al Sisi, ministro della Difesa egiziano, in un discorso, affiancato dal patriarca copto, dal capo dell’Azhar –l’istituzione musulmana più alta- affiancato da Tamarrod e affiancato dai leader di altri partiti politici, ha detto in diretta che Morsi era stato destituito, arrestato, messo in un luogo di sicurezza, che la Costituzione e la Camera erano state sospese e che tutti i canali della fratellanza erano stati chiusi.

-Non capisco una cosa, questo capo degli islamici che ci stava a fare lì? Perché era tra quelli che “benedicevano” l’arresto di Morsi?

Per rappresentare i musulmani moderati che ci sono in Egitto, esattamente come il Papa rappresentava i cristiani.

-Ma in che senso “capo” degli islamici?

Al Cairo c’è l’università dell’Azhar. L’Azhar è la massima istituzione islamica sunnita. Qui vengono emesse le fatwe. Chi rappresenta l’Islam moderato in Egitto è il Mufti , e lo Sheikh dell’Azhar. Chi rappresenta la religione copta è il patriarca di Alessandria d’Egitto.

-Ma perché hanno fatto una cosa del genere, andare in televisione a benedire il colpo di stato? I copti si sono guadagnati l’odio eterno dei fratelli musulmani. E anche il capo dell’Azhar, non è entrato in collisione con altri musulmani? Ogni possibilità di creare un rapporto sereno con i copti e con gli altri musulmani è stata minata alla base..

Diciamo che loro si sono coperti con le foto del popolo. Questa gente che andava in piazza per loro valevano più di ogni altra cosa.

E riguardo alla tua domanda sull’odio che si sarebbe scatenato contro i copti… che è successo? E’ successo che 80 chiese sono state bruciate dopo lo sgombero di Rabaa, il sit in dei fratelli musulmani dopo il golpe. Questo perché la Chiesa aveva sostenuto il Colpo di Stato. Naturalmente condanno assolutamente questa violenza.

-E così dal 30 giugno al 3 luglio a luogo quella che alcuni hanno definito “la seconda rivoluzione egiziana”.

Il fatto che gli egiziani chiamano questi giorni di manifestazione, dal 30 giugno al 3 luglio, una rivoluzione, non lo trovo sensato. Cioè la gente che stava in piazza ad orario, tornava a casa, poi il giorno dopo andava di nuovo a manifestare, tutta tranquilla e felice, era una rivoluzione. Gli slogan dei manifestanti in piazza erano slogan come “Al Sisi scendi e prendi in mano l’Egitto”. La polizia che stava in piazza con i manifestanti. I sostenitori di Mubarak che stavano in piazza anche loro. Eppure chiamano tutto questo una rivoluzione. Questa non è stata una rivoluzione.

-Una volta che tutto questo giunge al suo compimento e il ministero della difesa dice che Morsi è stato deposto, arrestato e messo in un luogo di sicurezza, che succede a quel punto?

Succede che la piazza di Rabaa si è riempita ad oltranza dei manifestanti che non approvano quello che era accaduto. Quello che era accaduto veniva chiamato golpe, veniva chiamato colpo di stato. Ma dagli egiziani che hanno manifestato contro morsi, e dall’esercito e dalle istituzioni che erano presenti al comunicato viene chiamato “Un atto necessario affinché l’Egitto si salvi da una possibile guerra civile”. La guerra civile, secondo il ministro della difesa, sarebbe avvenuta, perché nel prossimo futuro sarebbero entrati nell’esercito esponenti dei fratelli musulmani e l’esercito si sarebbe spaccato.

-Ma questa è una cosa vera?

Non ci sono prove. E’ una cosa che dicono solo dal fronte dell’esercito e dei suoi alleati.

E va anche detto che l’esercito non si è mai scusato per alcune delle cose né ha mai ammesso i suoi errori. I militari non hanno mai ammesso i loro interventi brutali che hanno portato tante morti. Durante il periodo transitorio del dopo Moubarak hanno portato il fondo nazionale da 36 Miliardi a 14 miliardi e nessuno ne ha mai spiegato il motivo. Nessuno ha mai detto dove sono finiti questi soldi. Dal 28 giugno sono andati in piazza a Rabaa i sostenitori di Morsi. E lì sono rimasti fino al 14 agosto. Non c’erano solo sostenitori di Morsi, c’erano anche persone contro il golpe, mostre fotografiche contro il colpo di stato. Però purtroppo dal 30 giugno ad oggi c’è una spaccatura del popolo. Adesso chiunque dica che quello che è accaduto a Rabaa è stato un massacro, chiunque dica che Morsi era un presidente legittimo, chiunque dica che il 3 luglio non c’è stata una rivoluzione ma c’è stato un colpo di stato, chiunque dice queste cose è un terrorista o un fratello musulmano.

Io stessa sono stata accusata più volte –tanto che ho dovuto chiudere l’account- di essere una sostenitrice dei fratelli musulmani, di essere pagata dai fratelli musulmani, di essere una terrorista, di essere una sporca islamica, e via dicendo.

-Accusata da chi?

Da egiziani. E anche italiani. La cosa che però mi ha dato più fastidio sono gli egiziani..

-Egiziani che vivono in Italia?

No Egiziani che vivono in Egitto e che parlano italiano. Non fanno atro che dimostrare che sono completamente incapaci di accettare le opinioni degli altri. Adesso chiunque dica che quello che è successo dal 30 giungo al 3 luglio non è giusto, è un terrorista o un traditore.

-E gli italiani che ti criticano?

Molti di essi sono persone che lavorano nel turismo e che stavano bene quando c’era Mubarak. Perché quando c’era Mubarak la polizia lavorava, se la polizia lavorava il turismo era più sicuro, e c’era piu’ gente. Comunque ci sono anche moltissimi italiani che mi seguono con passione e che apprezzano quello che scrivo.

-Ma perché questa gente non se l’è presa con te quando c’è stata la prima rivoluzione?

C’è da dire che la prima rivoluzione era appoggiata dagli occidentali che vivevano in Egitto. E il colpo di stato è appoggiato dagli occidentali che vivono in Egitto.

Il solo fatto che io avessi detto che quello che è successo è stato un colpo di stato, li ha portati ad accusarmi di essere una sostenitrice dei fratelli musulmani. I media anche adesso non fanno altro che dire “il 3 luglio non c’è stato un colpo di stato”. La televisione fa propaganda pro esercito con slogan, pubblicita’ di bambini vestiti da soldati, canzoni di ringraziamento a Al Sisi ed i paesi del Golfo che hanno aiutato e sostenuto l’esercito. Per gli egiziani che approvano quanto è successo il 3 luglio è necessario che il mondo capisca che non c’è stato un colpo di stato. E il fatto che io –che sono una blogger e sono seguita dall’estero- scriva queste cose equivale a un tradimento.

-Credo che tu abbia usato la parola giusta, “tradimento”. Per loro è come se tu stessi tradendo il tuo Paese. Le critiche che hai ricevuto ti hanno molto amareggiato. Sicuramente non te le aspettavi.

Non me le aspettavo soprattutto perché io non ho mai litigato né chiuso un’amicizia per motivi politici. Secondo me uno è libero di pensare quello che vuole. I pensieri politici non debbono influire nella vita della gente, nei loro rapporti interpersonali. Però purtroppo gli egiziani non sono stati capaci di gestire la libertà che hanno avuto dal punto di vista politico e non sono stati neanche capaci di trasmetterla all’estero.

-E’ una vecchia storia. Il settarismo politico rende le persone stupide.

Ti parlo di persone che mi conoscono, che hanno conosciuto la mia famiglia, che sono state a casa mia. E che non hanno pensato due volte a trattarmi come una criminale e una fiancheggiatrice dei Fratelli musulmani. Fu io per la prima volta a usare l’espressione fratelli (non) musulmani. Quando Morsi fu candidato alle presidenziali per me i fratelli musulmani agirono come “non musulmani”. Ma non perché io mi permetto di giudicare la religione di qualcuno. Ma perché loro, nel momento in cui si presentano al mondo come “fratelli musulmani”, hanno il dovere di rispettare la loro religione. Nel momento in cui mentono, hanno sete di potere, si comportano in maniera non corretta verso la propria religione, allora va detto. E questo è per dire che non mi sono mai espressa per fedeltà acritica a qualcuno o a qualcosa. E nonostante io li abbia chiamati fratelli (non) musulmani e continui a chiamarli cosi’ mi viene detto che io son un membro dei fratelli musulmani. Io neanche li votai. E al ballottaggio non ho partecipato. Non volevo né Morsi né Shafiq. Né un regime potenzialmente religioso. Né un governo che potesse richiamare qualcosa dell’era di Mubarak. Nonostante questo mi hanno chiamato “sorella musulmana”.

-Tu naturalmente continua col tuo Blog

Sì.. ho chiuso il mio account facebook perché ricevevo messaggi privati bruttissimi, minacce, offese continue. Adesso chi è interessato a quello che scrivo viene sul Blog o sulla pagina che ad esso ho dedicato. Mi ero davvero stancata, ma non perché sono allergica alle critiche. Dal momento che scrivo un Blog so che devo essere esposta al pubblico, e che devo essere esposta alle pubbliche critiche. Né perché credo di avere una qualche verità assoluta. Io racconto solo quello che vedo. Però non sopportavo la continua offesa violenta e squallida.

-Hai perfettamente ragione.. raccontami ora di queste 500, 1000 persone morte di recente

Il sit-in di Rabaa che è nato pochi giorni prima delle manifestazioni del 30 giugno è rimasto ad oltranza fino al 14 agosto. Hanno fatto anche tutto il mese del ramadan lì. Io pensavo che si sarebbero stufati e tornati a casa, e invece niente. Durante il sit in hanno partecipato molti esponenti dei Fratelli musulmani; molti dei quali hanno parlato dal palco. Ormai il sit-in di Rabaa era talmente enorme che sembrava una repubblica a sé. La gente si sposava sul palco. Vivevano, dormivano, mangiavano lì. Io sono andata una volta a visitarlo. Sinceramente ho trovato tanta gente tranquilla, molti stavano nelle tende. Non ho respirato aria di aggressività. Non c’era gente armata che andava in giro per il sit-in come dicevano. Uscivano notizie molto brutte su quel sit-in, si diceva che la gente non si lavava, che aveva la scabbia, che c’erano allevamenti di polli e galline ovunque. Io sono andata, ho fatto anche una quarantina di foto che ho messo sulla pagina facebook e sul blog, non ho visto nessun allevamenti, non c’era nessuna puzza o cose strane. C’erano egiziani. C’è da dire che un altro grande sbaglio dei Fratelli Musulmani fu di avere permesso a personaggi, loro sostenitori o appartenti al gruppo, troppo violenti e sanguinei di partecipare al convegno, di parlare dal palco, di istigare alla violenza, di dire cose come “se Morsi non tornerà l’Egitto vedrà fiumi di sangue”, che “i cristiani pagheranno se Morsi non tornerà”. Ma questi personaggi violenti erano tra coloro che parlavano al microfono, ma la gente, il resto della gente, era in buona parte “normale”. Il sit-in è durato fino al 14 agosto. C’è da dire che il 24 luglio Alsisi ha chiesto al popolo di dargli il mandato e la delega per combattere il terrorismo in Egitto. Non serve che un ministro della difesa chieda un mandato per fare il suo lavoro, a meno che il suo scopo non sia proprio quello di creare una spaccatura tra la gente. Il 24 luglio c’è stato questo discorso. Il 27 luglio c’è stato il primo massacro. C’è da dire anche che Al Sisi aveva detto alla gente di scendere in piazza il 26 luglio, e la gente scese in piazza, con meno partecipazione del 30 giugno; tant’è che alcune televisioni usarono immagini della manifestazione del 30 giugno per descrivere quella manifestazione del 26 luglio. Dopo questa manifestazione c’è stato, come ti ho detto, il primo massacro, appena fuori il sit in di Rabaa che costo’ la vita a 80 persone. Dopo quello che è successo il sit in si e’ quasi rafforzato a Rabah. Inoltre sono sorte altre manifestazioni contro il colpo di Stato ed è nata anche una terza piazza.

-Quindi Tahir era con i Tamarrot contro Morsi.

Rabaa era con Morsi e contro il colpo di stato.

Dopodiché è nata la terza piazza, al Mohandessin, contro l’esercito, contro il colpo di stato e contro Morsi.

E il 14 agosto c’è stato lo sgombero delle manifestazioni di Rabaa. Quel giorno stavo andando al mare, ero in pullman per uscire dal Cairo. Siamo passati proprio dalla strada parallela al sit-in durante lo sgombero. Abbiamo dovuto chiudere i finestrini perché entravano gli odori dei lacrimogeni, e da i finestrini vedevamo un fumo enorme sopra la piazza. C’è da dire che alla manifestazione di Rabaa c’erano tantissime donne e purtroppo tantissimi bambini. Tanto che il mio primo pensiero –quando ho visto questa nuvola nera sopra Rabaa- è stato “che fine faranno tutti questi bambini?”. Hanno fatto sentire l’audio dello sgombero, dal palco dicevano “uscite dall’uscita di sicurezza soprattutto le donne e i bambini”. Purtroppo però alcune madri stupidamente sono rimaste e ho visto dei video su you tube di bimbi che rischiavano il soffocamento per via dei lacrimogeni. Dopo mezz’ora dall’avvertimento dato dai microfoni la polizia è entrata, l’esercito ha supervisionato chiudendo tutte le entrate. E poi spari, cecchini… i morti in due giorni sono stati 500-600. Questo fa capire la mostruosità e la violenza con cui è stato ripulito il sit-in. Ruspe hanno distrutto tutto, le tende sono state date a fuoco.

Human Right Watch ha detto che quello che è successo a Rabaa è il più grande genocidio della storia moderna egiziana. Nonostante questo, l’esercito dice che loro sono stati costretti a sparare perché c’erano persone armate. A Rabaa infatti sono state trovate armi e persino una trentina di cadaveri sotto il palco. Al pensiero di esserci passata accanto rabbrividisco.

Pochi giorni dopo lo sgombero, c’è stato il venerdì della rabbia. Marce al Cairo, ed in tutto l’Egitto. I Fratelli Musulmani hanno cercato disperatamente un altro luogo dove fare il sit-in, che gli è stato proibito dalle forze dell’ordine. Hanno provato a barricarsi dentro una moschea a Ramsees e quelli che stavano dentro si sono difesi sparando dai minareti. Le marce di quel venerdì non erano pacifiche, erano armate. C’erano anche persone che andavano in giro con pistole e fucili e sparavano a finestre di abitazioni di gente che non c’entrava niente. Infatti ci sono state altre morti, altri feriti.

Dal 14 agosto fino ad oggi ci sono stati quasi 1000 morti, 2000 circa gli arrestati alle manifestazioni. 36 di loro, detenuti sono morti carbonizzati. Dicono che quei detenuti volevano ribaltare il furgone con cui la polizia li voleva portare in carcere e la polizia abbia buttato dentro gas lacrimogeni. Ma non credo che abbia buttato gas lacrimogeni, perché la gente era carbonizzata.

Inoltre, come avevo detto prima, 80 chiese sono state bruciatie cosi’ come beni, auto e negozi dei cristiani sono stati saccheggiati. Ma anche beni e negozi di musulmani. Un museo al Menya, nel sud dell’Egitto, e’ stato saccheggiato.

Ci sono stati, poi, vari attentati nel Nord Sinai. Il più atroce è stato quello che ha coinvolto 25 poliziotti che sono stati giustiziati da gruppi armati.

Ad oggi c’è il coprifuoco in 14 provincie egiziane e vige lo Stato di emergenza.

Quasi tutti i leader dei Fratelli Musulmani sono stati arrestati.

Piano piano le manifestazioni dei Fratelli Musulmani sono diminuite cosi’ come le presenze nelle marce dei loro sostenitori.

Questa è la situazione attuale.

-Grazie Jasmine, delle tue preziose descrizioni e riflessioni.

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Intervista a Loretta Lonardoni- testimonianza sul Metodo Di Bella

by on set.20, 2013, under Controinformazione, Medicina, Resistenza umana

Ecco un’altra delle interviste che ho fatto a persone che hanno sperimentato (o stanno sperimentando) il metodo Di Bella.
Ma, in realtà, in questa intervista, il metodo Di Bella emerge solo nelle parti finali.
Ma questa è soprattutto la storia di un intenso percorso umano, che ha conosciuto vari momenti.
La vicenda del figlio di Loretta, innanzitutto.
E poi la vicenda della stessa Loretta, con il corpo che a un certo punto reagisce ad anni tensioni, e poi l’incompetenza dei medici, un’operazione dolorosa nelle sue conseguenze, anni di dissenteria, la depressione.
E infine, anche il Metodo Di Bella.

Una intensa vicenda umana, di una persona profondamente buona e ricca di sensibilità; sensibilità che è stata portata all’estremo dagli eventi, come se avesse passato attraverso un frullatore emotivo.

Una storia di resistenza nonostante tutto. Una storia di una donna che, a 57 anni, e dopo lunghi anni di prove su tutti i fronti, dice che .. “partorirebbe ogni giorno”.
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-Quando sei nata?

A Verona il 7 gennaio del 1956.

-E dove vivi?

A San Giorgio di Mantova, in provincia di Mantova. Un piccolo paese di 50.000 abitanti.

-Come è stata la tua infanzia?

Normalissima. Ero un bambina molto tranquilla e solare. Mi hanno sempre detto che ero molto simpatica. Una bambina curiosa di tutto e lo sono ancora. Sono sempre stata curiosa di tutto.

-Com’è continuata poi la tua vita?

A 18 anni ho trovato il fidanzato e poi mi sono sposata a 24 anni. Ho avuto due figli. La prima – è una figlia- adesso ha 32 anni. Il secondo ha 25 anni. Il mio secondo figlio ha sempre avuto problemi di salute.

-Raccontami la sua vicenda.

Mio figlio quando è nato era “normale”. Però a casa non dormiva, piangeva sempre. Praticamente 23 ore e mezza al giorno. Siamo andati da un professore che lavorava al reparto di pediatria dell’ospedale di Mantova. Si trattava di una persona in gamba. Posso dirti che nella sfortuna della malattia abbiamo sempre potuto accedere a buoni dottori.
Questo professore della pediatria di Mantova ci ha detto che mio figlio aveva una intolleranza alle proteine del latte. Mi disse che dovevo fare una dieta particolare per potere allattare. Ho eliminato tutte le proteine del latte; ma lui continuava a stare male. Faceva coliche gassose pazzesche. La prima volta che ha dormito aveva 3 anni e mezzo.

-Fino a 3 anni e mezzo non ha mai veramente dormito?

Sì. Fino a tre anni e mezzo non ha dormito, se non massimo mezzora o un’ora al giorno. Fu una prova enorme.

-Riepilogami un po’ i tempi.

Lui è nato il 28 gennaio 1998. A fine agosto lo portai dal medico. Posso dirti che mi sono dedicata di più a lui che a mia figlia, perché lui aveva questi problemi.
Mi avevano consigliato di fare il vaccino. I bambini con allergia alle proteine del latte sono più soggetti a malattie respiratorie come la pertosse. Quindi, per evitare complicanze future ci affidiamo al vaccino anti-pertosse, che gli venne somministrato il 20 agosto. Dopo 3-4 giorni dal vaccino, non era ancora successo niente di particolare. Lui continuava a non stare bene, come prima, con coliche gassose e dissenteria. Per farlo dormire gli davamo da bere dei bottiglioni di emopron, una cosa che serve per fare dormire i bambini. Comunque andavamo dal pediatra un giorno sì e un giorno no.

Quattro o cinque giorni dopo il vaccino, siamo partiti per il mare, da mia suocera. Il primo giorno di mare è andato tutto bene. La notte del secondo o il terzo giorno che eravamo lì, improvvisamente mio figlio si svegliò, non piangendo normalmente, ma con urlo lacerante, che non aveva niente di umano. Mio marito si spaventò a morte; e io subito dopo vedendo la sua faccia. Mio marito notò anche che nostro figlio aveva sbattuto la testa in modo strano. Sono cose che ricorda mio marito queste, perché io, in quel momento ero con mia figlia per tranquillizzarla.
Mio marito a quel punto mi disse “andiamo a casa e sentiamo il medico”. Arriviamo a casa nostra verso le 6:30 di mattina, e arrivati a un orario decente, chiamammo il pediatra per raccontargli quello che è successo. Lui ci disse:
“Io a questo punto preferirei farlo vedere in ospedale, in pronto soccorso”.
Così abbiamo fatto. In ospedale cercammo il primario perché, perché era il medico che ci aveva detto che nostro figlio aveva l’intolleranza al latte; e di lui avevamo fiducia. Ma quel mattino non c’era. Gli operatori sanitari ci dissero “lo ricoveriamo e gli facciamo delle analisi”. Il giorno stesso o quello dopo, il primario è venuto e ci ha detto di fare un elettroencefalogramma, un esame alla testa. Naturalmente la cosa ci spaventò. E poi ci disse anche:
“Non fate questo esame in un ospedale ma da un’altra parte che vi indicherò”. Queste parola ci lasciarono perplessi. Io credo che lui ci disse questo perché non voleva fare sapere al reparto ospedaliero che mio figlio aveva preso il vaccino e che il vaccino poteva avere prodotto quel risultato. Nessun medico ammette mai i danni da vaccino. Noi abbiamo conosciuti tanti casi di bambini danneggiati dai vaccini. Ormai per me non ci sono dubbi che i vaccini provochino danni. Proprio recentemente ho parlato con i genitori di due bambine cerebrolese in seguito agli effetti dei vaccini.
Anche mio marito aveva avuto problemi con le vaccinazioni. Lui che ha 58 anni, si ricorda i dolori che aveva avuto a 3 anni dopo che aveva fatto i vaccini.
Da quando c’è stata la vicenda di mio figlio, ho firmato tutte le carte possibili e immaginabili contro i vaccini. E a prescindere, vaccini non gliene feci fare mai più.

-Questo ti ha creato qualche problema?

Nulla di particolare. Diciamo che iscrivendolo a scuola, ho dovuto firmare che non era vaccinato. Dichiarazioni come “io… mamma di… dichiaro che non ha fatto il vaccino perché ero contraria. Ma non spiegavo il perché o il percome”. Sul libretto delle vaccinazioni ci sono delle righe rosse. “Bambino febbraio stop ai vaccini”.

-Voi comunque andate a fare questo encefalogramma alla testa..

Sì, in un centro dove accolgono dal mattino al pomeriggio bambini disabili. Il risultato fu buono e ci sentimmo un po’ più tranquilli.
Il medico ci disse però di restare in ospedale due-tre giorni a fare le prove del latte. Come ho detto prima, quel medico aveva capito in base ai nostri discorsi che mio figlio era intollerante alle proteine del latte, ma non era stato fatto l’esame al riguardo, perché lui era troppo piccolo.
Il latte gli fu dato al mattino. Nel giro di un’ora o due è diventato un peperone in tutto il corpo. Aveva un eritema pazzesco. Subito corsero a lavarlo e a mettergli addosso di tutto. Mi dissero poi di dargli il latte di soia; che puzzava in modo pazzesco. Ma io piuttosto che il latte di soia, ho preferito continuare con la mia dieta e dargli il mio.
C’è voluto un giorno e mezzo affinché il bambino si riprendesse. Lui stava sul lettino e io in poltrona. Io stavo là 24 ore su 24. Non potevo e non volevo staccarmi mai. A quell’età il bambino vuole vedere solo la madre.
La sera successiva il bambino cominciò con qualche colpo di tosse, un colpetto di tosse ogni tanto, una tosse stizzita, che però sentivo solo io. Il giorno dopo ho fatto presente questo all’infermiera. L’infermiera mi disse che poteva essere legato a una reazione allergica per avere bevuto del latte.
Dopo tre, quattro giorni questa tosse continuava. Ma né gli infermieri né medici che passavano la mattina in corsia se ne accorgevo. Ad accorgermi di quanto questa tosse fosse strana ero solo io, ed una cugina dalla parte di mio marito.
Lei poi mi avrebbe detto che secondo lei mio figlio aveva il famoso fischietto- ovvero un problema ai polmoni. Ma non mi disse niente al momento, forse per non spaventarmi. Comunque, dopo circa quattro giorni, il bambino cominciò ad avere una febbre da cavallo, oltre alla tosse; e neanche si muoveva. Sembrava quasi morto. Chiamo subito mio marito. Decido di fargli fare i raggi ai polmoni. La diagnosi era di broncopolmonite, non ricordo se al polmone destro o sinistro. Quando uscii dalla sala dei raggi scoppio a piangere e dico:
“Sono tre giorni che vi dico che ha la tosse”.
La febbre era a 40 gradi, e lui non continuava a non muoversi. Nel frattempo arriva mio marito. Mio marito ha chiamato sua sorella –mia cognata- Francesca. Francesca a quel tempo lavorava come farmacista in provincia di Mantova ed è stata sempre una presenza decisiva per me. Le devo tantissimo. Anche mio marito stava andando fuori di testa; ha litigato con tutti i dottori. Il primario non era ancora venuto e io ero disposta a portare via il bambino. Ma mio marito mi disse “ha 40 di febbre, dove vuoi portarlo?”. Quell’ospedale all’epoca lo avevano soprannominato lager. Io giurai a me stessa che non avrei mai più portato i miei figli nel reparto di pediatria di Mantova, e che avrei fatto in modo in modo che non ci andassero neanche i miei nipoti.
Comunque, intanto era venuta mia cognata Francesca. Anche lei, una volta arrivata all’ospedale, comincia a fare il diavolo a quattro. Lei fa fare a mio figlio la terapia antibiotica di undici giorni.
Questa vicenda mi ha segnato molto. Comincia a diventare ipersensibile, iperemotiva.
Mio figlio me lo sento ancora attaccato al cordone ombelicale, anche se ha 25 anni.
Lui fin da piccolo ha sempre saputo tutto. Dopo la broncopolmonite, l’intolleranza alle proteine del latte è durata ancora fino ai 6-7 anni. Non poteva mangiare con gli altri bambini. Lui comunque si era abituato a quella vita. Io gli dicevo che se andava a casa di qualcuno non doveva mangiare quello che mangiavano gli altri. Quando c’era qualche festicciola doveva portare i dolci che gli facevo io. Le proteine del latte stanno ovunque. Io cercavo comunque di fargli avere tutto quello che è giusto per lui. Anche a Natale e a Pasqua. Quando ho finito il mio latte, siamo passati al latte di soia, una schifezza. Comunque ha dovuto fare un’alimentazione particolare per troppi anni. Ad se: il pomodoro all’epoca non poteva mangiarlo. Quando a scuola c’era la pizza, io prendevo una pizza fatta in modo particolare e la portavo a scuola in modo che potesse mangiare insieme agli altri. Non l’ho mai fatto sentire diverso dagli altri. Soprattutto a tavola.
Siamo usciti dall’ospedale l’11 settembre.
Ma mio figlio ha sempre avuto, da quel momento, una situazione di salute molto delicata, da seguire con attenzione, con mille precauzioni.

-Raccontami la tua vicenda ora.

Era la fine del 1999. Io ho cominciato a non sentirmi bene subito dopo le feste di Natale. Alternavo episodi di stipsi a episodi di dissenteria. Non mangiavo volentieri e sentivo un dolore all’altezza del retto, però non capivo cos’era. Avevo un sacco di sintomi un po’ strani ed ero molto stanca. Cosa che ha fatto un po’ preoccupare mio marito, perché difficilmente io stavo seduta. Sono.. ero perlomeno.. iperattiva. Se non c’era niente da fare mi inventavo qualcosa. Non esisteva che stavo sul divano o a letto senza far niente. Mia cognata Francesca mi dice di fare delle analisi. Le faccio, ma non risulta niente.

-Loretta, tu prima di questo problema nel passato avevi avuto altro?

No, io personalmente non avevo avuto niente. A parte la tonsillite quando avevo tre anni e l’appendicite a diciotto anni.

-La vicenda di Ciro quando emerse?

Nel 1988.

-Ti è venuto il dubbio che questa cosa possa essere collegata anche alle preoccupazioni che hai avuto per la vicenda di Ciro?

Io non avevo il dubbio. Io ne ero certa. Per quanto io sia una ignorante patentata, perché non c’ho una laurea, non c’ho niente, ero convinta che il mio male di vivere –così allora lo interpretavano, “sarà depressa, sarà qua, sarà là”- ha inciso. Tieni conto che per tre anni e mezzo, per via del suo non riuscire a dormire, non ho dormito neanche io. Poi quando il bambino aveva cinque anni , gli fu diagnosticata la sindrome nefrosica e fu un’altra botta. Piangevo, mi disperavo, cercavo di tirarmi su.. tutte cose che fanno le persone normali in casi del genere. Però le persone normali a un certo punto scoppiano; non siamo dei robot. E io sono scoppiata in quel periodo lì, con quei fastidi di cui ti dicevo. Dentro di me pensavo “sarà un esaurimento, sarà una depressione forte”; ma non pensavo a cose particolarmente gravi. Poi, mano a mano che passavano i giorni, mi vedevo sempre più magra e capivo che c’era qualcosa dentro che mi consumava. Andai da un gastroenterologo. Un cretino. Ero convinta che mi avrebbe almeno visitato. Invece non mi toccò neanche la pancia. Se lo avesse fatto avrebbe capito che c’era qualcosa di veramente grosso.. Dopo avermi ascoltato dieci minuti, mi mandò a fare la colonscopia. Per la colonscopia c’è da aspettare 20 – 25 giorni. Allora dico al mio medico di base se non si poteva farla in modo più celere, dato che la mia poteva essere una situazione urgente. Il mio medico mi gelò con una frase tremenda “La paura si paga”. Che vuol dire che, se vuoi andare di fretta, vai privatamente e paghi.

-Questa è una frase che nella sua malvagità è geniale. Fa capire come funziona (in parte) il sistema.

Che poi.. Certo che ho paura… si ha sempre paura in quelle situazioni.. ma non è detto che se io ho due lire messe via, si debbono buttare via tutte adesso.
Comunque arriviamo al giorno della colon, ma la colon non riescono a farla, perché dentro c’era una massa tumorale grossa. Questo lo capii dopo, in quel momento non mi parlarono di tumore. Comunque, quando c’è una massa tumorale grossa non si riesce a salire con la sonda. Dopo il tentativo, fallito, di fare la colon, mi chiesero con chi fossi, e io dissi che c’era mio marito fuori. E quando lo hanno chiamato, ho capito che la cosa era molto seria. Ero tesa come una corda, ma in qualche modo riuscivo a controllarmi. Il medico mi disse che non c’era nulla di grave. Sai il medico non ti sbatte mai le cose in faccia all’inizio. Anche se dipende dal medico. Comunque mi disse che avrei dovuto fare un ricovero per studiare meglio la situazione, ma che si trattava solamente di un polipo, ma – mi disse- “purtroppo però non si può togliere dal retto, bisogna aprire sul davanti”.
Appena io ho sentito “aprire sul davanti”, mi sono detta “ma qui è una roba bestiale”. Allora all’epoca –non ricordo in quale reparto- c’era il dottore Reggio, che lavora in quell’ospedale, e che era diventato un medico dibelliano. Era grande amico di Francesca e anche nostro, perché purtroppo ci avevamo portato Ciro; anche se con Ciro la terapia Di Bella non era servita a molto. Ma con Ciro non siamo mai riusciti a far niente con la terapia Di Bella.
Quel giorno stesso, all’una di pomeriggio, contattammo Reggio che mi disse di non scoraggiarmi, che si sarebbe tentato tutto il possibile. Visto che, qualunque cosa fosse, volevo operarmi al più presto, Reggio mi disse di tornare a casa, che avrebbe cercato di trovarmi posto per il giorno dopo o per quello successivo. A quel punto persi la calma; gridavo e piangevo. E capivo che lo stress accumulato in quegli anni si stava manifestando in quel modo.
Nel giro di poche ore, Reggio nel giro di poche ci contattò dicendoci che aveva contatto il primario e che lui gli aveva detto che ci aspettava per quella sera stessa per una visita, e che, se ci fosse stato posto, mi avrebbero ricoverato l’indomani. Non potrò mai dimenticarmi la data di quella visita, tutta caratterizzata dal numero 2.. il 22-02-2000. Quella sera il primario mi disse che mi avrebbero ricoverato l’indomani e che nel giro di una settimana ci sarebbe stato l’intervento. Io però penso a mio figlio e gli dico che avevo a casa un ragazzino con problemi di salute e mi sarebbe servito almeno un giorno per organizzarmi; e allora ci accordiamo per fare il ricovero dopo due giorni. Il 24 febbraio mi ricovero, mi fanno fare la terapia dei tre oli.. e poi le cose varie.. la Tac.. la risonanza..

-Cosa sono questi tre oli di cui parli?

Si tratta di una medicina banalissima, che tutti in casa possono avere. E’ un farmaco da banco dove sono miscelati tre oli: olio di oliva, olio di vasellina.. e.. mi pare.. olio di lino. E servirebbe a pulire l’intestino. Mi davano da prendere questi tre oli, ma nessuno ha messo le mani sul mio intestino, nessuno ha toccato. A me faceva male anche davanti. Il problema era che sul davanti, io avevo le feci ferme. Le feci erano rimaste bloccate lì e non potevano uscire perché il “polipo” era una massa tumorale che bloccava le feci. Ma di questo, in quel momento, non se ne era accorto nessuno.

-Che succede a quel punto?

Rimasi ricovera tre o quattro giorni. Ormai io avevo capito che era una cosa seria; anche se, fino a quando non ti mettono le carte in mano o uno non ti viene a fare un discorso chiaro, tu in qualche modo continui a sperare che possa trattarsi di qualcosa di non grave.
Comunque, tre o quattro giorni dopo, venne un medico in stanza. Non si presentò neanche. Si appoggiò al mio letto e –davanti alle altre quattro persone ricoverate con me in quella stanza- mi disse “Lonardoni Loretta.. guardi che siamo pronti per prendere le misure per la radioterapia”. Io gli risposi “guardi che si sta sbagliando, io sono ancora in attesa del responso della TAC.”. Ma lui diceva che invece era come diceva lui, e che lo aveva inviato il primario. Diventai bianchissima, roba che mi sentivo morire dentro e pensavo “ma questo qua che cosa mi dice?”. Proprio in quel momento, l’infermiera stava dalla porta, e vedendomi bianca come un cadavere e mi chiese “Lonardoni va tutto bene?”. “Veramente no” risposi io. Quel medico se ne andò via subito dopo, senza aggiungere altro. E in quel momento io scoppiai a piangere e dissi a quell’infermiera
“Non è così che si fa. Io sono una ricoverata, un medico non può venirmi a dire che devo fare la radioterapia, quando ancora devo avere la risposta della TAC, e dirmelo davanti ad altre quattro persone per giunta. Non si fa così. Si prende la paziente, la si fa ricoverare in uno studio medico, le si dice . Qua si va col partito preso che io devo fare tutto quello che volete voi. E poi.. chi è che l’ha detto? Su quali basi? Che carta mi portate per dirmi cosa io ho se ancora non ho visto niente?”.
L’infermiera si è scusò per il comportamento di quel medico. Voglio dirti anche un’altra cosa. Il primario si arrabbiò in quei giorni perché aveva visto il dottor Reggio che parlava con me in un corridoio. Il primario sapeva che il dottor Reggio faceva la terapia Di Bella e credeva che me la volesse proporre; e allora mi disse “Lonardoni se lei mi rema contro, non andiamo da nessuna parte”. Ma in quel momento non pensavo neanche all’intervento; in quel momento non capivo niente.. Comunque, alla fine il primario venne da me e parlò chiaro. Mi disse che c’era un tumore, che era un tumore grosso, e che aveva invaso il colon retto. Mi disse che da me mi disse che il tumore era grosso, che aveva invaso tutto il colon retto, ma a quanto pare solo la parte finale. Ma aggiunse che in quelle condizioni non mi avrebbe operato; quel tumore era diventato troppo grosso. Lui voleva che prima di operarmi, agissi sul tumore tramite la radio, in qualche modo per ridurlo. Ma Francesca mi aveva, fin da subito, totalmente sconsigliato una eventualità del genere. Mi aveva detto
“Loretta, non mettere il tuo culo sul microonde. Se il tuo culo va sul microonde, viene bruciato tutto, il buono, il cattivo.. Prima dell’operazione non fare nulla, né chemio, né radio.. dopo l’operazione si vedrà”.
Il primario però insisteva a dirmi che non mi avrebbe operato se non avessi fatto la chemio. Era il periodo in cui andava di moda –non so se va di moda ancora adesso e non voglio saperlo- farti ridurre la massa tumorale con la chemio o con la radio, prima di operarti. A quel punto, rimanendo il primario irremovibile, decido di firmare per tornare a casa. Il primario era arrabbiatissimo il primario, perché in quel mese ero praticamente la quarta paziente che andava via dal suo reparto. Tieni presente che lui era il top del topo.
Comunque, la mattina in cui dovevo lasciare il reparto, io stavo malissimo, e dovevo farmi consegnare tutte le carte. Le carte non volevano consegnarmele, ma io dissi loro “guardate che è mio diritto – dovere avere le carte. Mi servono per lunedì, perché lunedì vado al centro tumori di Milano”.
Ma era una balla, perché io lunedì avevo un appuntamento, preso da Francesca, a Bolzano, con un chirurgo considerato bravissimo; un chirurgo che era arrivato a Bolzano da Milano a gennaio. Eravamo a fine febbraio, come ti ho detto prima. Quando andammo da questo chirurgo, dopo la visita mi disse
“Signora, ma lei non ha fatto niente?”
“No, non ho fatto niente..”
”Nessuno se ne è accorto che ha le feci ferme?”.
Nessuno se ne era accorto. Per cui se avessi fatto la radio, si sarebbe bruciato tutto e avrei potuto anche morire. Po mi disse “guardi, ora sono le 15, le do’ tempo due ore per decidere. Il letto già c’è, oggi è lunedì sei, io la opero mercoledì otto. Prendere o lasciare”.
Io e mio marito uscimmo un poco fuori, a prendere un panino mi pare. E mio marito mi disse “Loretta, ti fermi e non ne parliamo più”. E così ho fatto. Martedì il medicò mi spiegò come si sarebbe svolta l’operazione. Mi disse che sarebbe anche stata fatta anche una deviazione; l’intestino sarebbe stato momentaneamente chiuso da dietro, e di fianco sarebbe stato messo il sacchettino per le feci.
Mi hanno operato l’otto marzo. Davvero una festa della donna bellissima. Sono stata sotto operazione forse sei, sette ore. Quando mi svegliai, vidi la scritta “sala rianimazione” e pensai “mamma mia Loretta, qua non è andata bene”. L’infermiera che si trovava là, accorgendosi che ero preoccupata –tu immagina che ero in mezzo a tubi, fili, di tutto di più- e mi disse di stare ferma, di non preoccuparmi, e che tutto quello che avevo addosso era solo per precauzione e, verso la sera, se tutti i valori fossero stati a posto, mi avrebbero portato nel reparto, in una stanza tranquilla.
La prima notte dopo l’operazione fu una notte da incubo. Le infermiere, però, avevano una gentilezza che non posso dimenticare. Io posso solo dire bene di quell’ospedale. Non sembrava neanche di essere in un ospedale. Ti portavano la colazione, come in albergo con il vassoio. Addirittura mi hanno fatto la messa in piega e c’era anche l’aiuto psicologico, ti portavano la colazione tipo in albergo, con il vassoio. Si impegnavano davvero per farti sentire bene, per alleggerirti il peso emotivo.
La cosa buona era però che, nella sfortuna del tumore, non c’erano state metastasi e, dopo l’operazione, non ci sarebbe stato bisogno né di chemio né di radio.
Ma c’era questo maledetto sacchettino per le feci. Era una cosa che non tolleravo. Una cosa estranea al mio corpo, che non accettavo. Ogni volta che mi scoprivo e guardavo questo sacchettino, tiravo fuori un urlo pazzesco. Poi, quindici-venti giorni dopo il ricovero, invece di mandarmi a casa –perché Mantova era troppo lontana- mi hanno mandato da mia cognata a Trento, per vedere se, cambiando aria per un poco, mi tiravo su di morale.
Poi sono tornata in ospedale, e una giornata mi vidi arrivare l’ematologo, che mi disse “Signora dobbiamo parlare, per le piastrine..”.
“Come le piastrine..”.
“No, non c’è nulla di grave, solo che le sue piastrine sono molto poche. Lei ne ha piccole e ne ha poche. Potremmo intervenire con un po’ di sangue..”.
A quel punto in me si scatenò una tempesta ormonale, mi metto a correre nel corridoio, e sono andata a piazzarmi davanti al suo studio. Un’infermiera si avvicinò per dirmi che il dottore non c’era in quel momento. Ma io le dissi che non avevo null’altro fare, che non avrei neanche cenato, che sarei rimasta ferma lì fino a quando non sarebbe tornato.
Quando finalmente arrivò, mi disse che avevo scatenato una tempesta in un bicchier d’acqua, che non rischiavo la leucemia come temevo, che si sarebbe fatta una terapia apposita.
E poi avevo anche il problema del catetere. Per potere urinare avevo bisogno del catetere. Mi avevano mandato nel reparto di urologia a fare un esame, e là mi hanno detto che forse l’anestesia è stata così pesante che ci sono stati danni anche con la vescica. E io che mi dicevo “anche questa? Andiamo bene”. Tutto sembrava precipitare verso il peggio.
Comunque, dopo il periodo post operatorio, tornai a casa tutta bella, con la messa in piega, ecc. Tornai con la mia deviazione e il sacchettino per le feci e con il catetere da farmi da sola per l’urina.
Il sacchettino fu stata una tragedia, perché non si riusciva a trovare il tipo adatto al mio taglio, alla mia deviazione. Il mio taglio era stato fatto in maniera leggermente obliqua, e da lì dovevano uscire le feci, ma i sacchettini che provavo, non restavano aderenti a lungo. Io chiamai a casa, l’assistente che viene mandato dall’Asl per queste problematiche. Pensa che la prima doccia che ho fatto a casa, il sacchettino si è staccato subito; e non dovrebbe succedere, perché si tratta di un a materiale che si attacca alla pelle e non dovrebbe muoversi di là, tranne quando tu lo distacchi per cambiarlo. Ma voglio dirti come si comportò l’assistente che ci aveva inviato la Asl. Dopo due volte che era venuto, e non eravamo riusciti a risolvere il problema, mi disse “signora, io ho pensato che possiamo metterci attorno dello scotch”.

-Dello scotch? Un genio…..

E io gli dissi “Ma sta scherzando? Nel 2000 mettiamo lo scotch attorno a un sacchettino? Non se ne parla proprio”. E aggiunsi “cerchiamo un po’ in giro come hanno fatto gli altri. Non sarò l’unica persona in Italia che avrà una deviazione fatta un po’ con un taglio in sbieco. Ma lo scotch non lo voglio”. E lui che fece? Un giorno suonò il campanello, e sparì prima che io aprissi.. e mi trovai davanti alla porta di casa un rotolo di scotch. Mi arrabbiai così tanto che telefonai alla ASL e dissi “questo tizio non voglio che me lo mandiate più”. A quel punto alcuni mi consigliarono di chiamare un infermiere che si intendesse di queste cose. Chiamammo l’infermiere, il quale, nel giro di 24 ore aveva trovato il sacchettino idoneo. Fino a giugno abbiamo continuato, con questo sacchettino, tra alti e bassi. Per la pipì dovevo continuare c un catetere che attaccavo alla vescica e così usciva, se no spontaneamente non usciva.

-Quando togliesti il sacchettino?

A giugno del 2000. Nel frattempo avevo saputo che quel dottore che mi aveva operato sarebbe dovuto andare via a breve. Forse aveva pestato i piedi a qualcuno a cui non dovevano essere pestati. Fu mia cognata a dirmelo e io le dissi che, prima che ciò fosse accaduto, io volevo esere ricoverata e operata da lui, in modo da risolvere la questione della deviazione, rimettere in comunicazione tutto, riportare il retto a scaricare normalmente.. insomma ritornare sostanzialmente come prima. Dissi a quel dottore che volevo che fosse lui ad operarmi. Lui mi rispose che era una operazione di routine, sarebbe bastato che intervenisse la sua équipe. Ma io insistetti, dicendo che volevo assolutamente che fosse lui ad operarmi. E allora mi disse che il 22 giugno mi avrebbe operato. Feci l’operazione il 22 giugno del 2000, e così mi tolsi anche il sacchettino. Dopo l’operazione, mi dissero di fare una dieta soltanto liquida. Lì però è incominciato il calvario perché scaricavo dalle 15 alle 18 volte durante il giorno. Praticamente ho fatto 3-4 anni della mia vita sempre in bagno, sempre in bagno. Di giorno, di notte.. ero sempre in bagno.

-Quindi, da quando sei stata operata, per 4-5 anni consecutivi hai avuto questo problema della dissenteria?

Sì. Loro mi dissero che potevo mangiare di tutto, ma un poco di tutto. Anche se non era esattamente vero. Alcune cose non potevo proprio mangiarle. Il minestrone, la verdura, la frutta. Ancora adesso non riesco a mangiare la frutta; mi hanno sempre detto di non mangiarla. Sono 13 anni che non mangio frutta. Adesso mi fa schifo solo l’idea. Io praticamente vivevo in bagno. Loro mi dicevano “signora non usi la carta, come ha finito, vada sul bidè”. Per cui la mia vita era tazza e bidè, tazza e bidè. Al che alla fine avevo le gambe rotte, perché l’acido lattico delle ginocchia non c’era più. Non stavo più in piedi, non dormivo più perché passavo le notti in bianco. Nel 2006 ho avuto problemi con i denti. Una piorrea che non ho mai curato, perché ho sempre avuto paura del dentista, una paura fobica.
E tra i denti, la dissenteria e tutto il resto, sono cascata nella depressione. Per una settimana sono stata a letto senza mangiare, senza dormire, senza niente. Non esistevo più. Per me sembrava che fosse la fine. Ho chiamato persino il prete perché venisse a casa. Non riuscivo più a uscirne. Mi tolsero anche i denti di sopra. Andai anche dallo psichiatra e lo psichiatra mi diede una cura a base di psicofarmaci, che io ho fatto per parecchi anni. Una notte ho avuto un attacco di panico, mi sentivo di soffocare, mi sembrava di morire e a mio marito dissi “non portatemi in psichiatria, preferisco morire, ma in psichiatria non ci voglio andare”.
Mia madre mi è stata sempre vicina, mi ha sempre gestito, si è occupata di me. Io mi sentivo una nullità. Io avevo 44 anni, mia madre 79. Oggi ne ha 92. Anche adesso mi segue, ma telefonicamente. Ma fino a un paio di anni fa era sempre a casa mia, a stirare, a pulire, a mettere in ordine.

-Questa depressione fino a quando è durata?

Non è durata tantissimo. Nel giro di un anno, anche meno di un anno, l’ho superata.

-E riguardo alla dissenteria?

Poi passò anche questa. Anche se col tempo è emerso il problema contrario; perché negli ultimi tre-quattro anni ho avuto stipsi.
Tutto sommato però sono ancora qua.. se penso che potevo anche non esserci.

-Per quanto riguarda la terapia Di Bella.

L’ho incominciata il primo aprile 2000. Fu mia cognata a consigliarmi di farla. Francesca mi disse “siccome ti hanno aperto e qualche cellula tumorale sarà andata in giro per il corpo, per prevenire eventuali altre magagne è meglio che fai la cura Di Bella”. E aggiunse “Loretta il tuo lavoro è ‘prenderti cura della terapia Di Bella”.
Prima andammo –io e mia cognata- a parlare con Reggio e poi a parlare col dottor Norsa, che praticava anche lui la terapia Di Bella..

-La cura ti venne somministrata in tutti i suoi elementi essenziali?

Fondamentalmente sì. Solo che, per la situazione dei miei organi, fu considerata troppo problematica la somministrazione quotidiana della somatostatina; quella che si mette in vena e circola tutta la notte. Io cominciai con la puntura mensile di longastatin lar, la longastatina lar da 10. Poi c’è stato un periodo in cui sono passata alla longastatina da 20 che è carissima. Dopo un po’ di tempo Norsa mi disse che si poteva provare con la somministrazione quotidiana di somatostatina. Ma fu un’esperienza devastante. Dopo Norsa mi ha detto che si poteva provare con la somatostatina. Ma fu un’esperienza devastante. Non per l’ago, ma perché mi faceva andare continuamente in bagno. A dire il vero anche l’iniezione mensile di longastatina lar una volta al mese, i primi anni mi spingeva ad andare continuamente al bagno. Ma poi la situazione si normalizzò. Con la somatostatina però la situazione si ripresentò in modo più intollerabile. Dopo un paio di mesi, capii che la situazione era insostenibile e non potevo più continuare a farla. E quindi siamo tornati alla longastatina da dieci, meno cara di quella da 20, ma che comunque costa una cifra pazzesca. E adesso si continua così.
Comunque il paradosso è che, da quando sono iniziati i miei anni di dura prova, molte volte ho avuto problemi con la diarrea continua, tanto da vivere solo tra la mia camera e il mio bagno. Mentre adesso il problema è l’opposto, la stipsi, la stitichezza.
Sono consapevole comunque che c’è una componente di stress. Quando sono calma e tranquilla, anche l’intestino va meglio. Tra il caldo e il freddo, preferisco comunque il caldo. La mia pancia è diventata ipersensibile, io ho subito freddo alla pancia.

-Riguardo gli altri componenti della terapia Di Bella?

Allora, io sto prendendo la melatonina la sera, la mattina prendo i retinoidi. Poi prendo il calcio, prendo il potassio.. e poi prendo un’antidepressivo che non voglio mai smettere di prenderlo perché ho paura di tornare indietro, a quando ho vissuto quel momento di depressione. Però negli anni il medico me ne ha dato uno più leggero. E, come ti dicevo, una volta al mese faccio l’iniezione della longastatina da dieci. La cura è cara, e devo ringraziare mia cognata, che me la paga lei. Lei mi è sempre stata vicina, sempre.

-Non è stata una vita facile la tua, anzi durissima.

Sì. Ma ti dico che se fosse per me –arrivata all’età di 57 anni- farei un bambino anche domani mattina. Io partorirei tutte le mattine. Perché avere un bambino in braccio è la cosa più bella del mondo. Io farei un bambino tutte le mattine. Quando sono stata operata, dicevo al Padreterno “ma perché non mi hai mandato un bambino, invece di mandarmi un tumore?”.

-Grazie Loretta.

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Intervista a Lisa Scuotto – testimonianza sul Metodo Di Bella

by on lug.06, 2013, under Guarigione, Medicina, Resistenza umana

Continuo questo viaggio nel Metodo Di Bella, nell’ambito del quale ho pubblicato diverse interviste.

Oggi pubblico l’intervista che ho fatto a Elisabetta Scuotto, una donna napoletana in cura con metodo Di Bella dall’ottobre 2012. La sua situazione patologica ha conosciuto un radicale miglioramento dall’inizio della cura ad oggi.

Da storie come questa si può comprendere anche come la malattia non è mai solo un evento totalmente casuale e slegato dalle nostre dinamiche esperienziali. Ma esistano delle forte connessioni tra emozioni, vissuto e..malattia. Si può discutere fino a che punto, di volta in volta queste connessioni operino, e quante altre ce ne siano, ma saremmo miopi se non vedessimo come, in tantissimi casi, ciò che abbiamo vissuto, sperimentato, provato a livello emotivo ed esperienziale gioca il suo ruolo anche su quello che viviamo sul piano fisico.
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-Quando sei nata?

A Napoli il 17 aprile 1960 e vivo a Napoli. Ho 53 anni.
Fin dal 1991 sono affetta da una malattia autoimmunitaria che si chiama lupus eritematosus sistemico.

-Come è stata la tua infanzia?

Una infanzia tranquilla, in una famiglia tranquilla. Padre lavoratore, madre casalinga, un fratello.

-Che percorsi hai intrapreso poi?

Mi sono diplomata all’istituto magistrale. Ho sempre lavorato in ufficio come impiegata di concetto. A 23 anni mi sono sposata; era il 1984. Io lavoravo, lui lavorava. Volevamo essere una famiglia. Abbiamo cercato in tutti i modi di avere dei figli. Ci abbiamo provato per anni. Ma non arrivavano. Feci molte visite mediche per capire il perché, ma non risultavano impedimenti di alcun tipo. Credo che possa avere Scoprii poi che avevo il lupus, ma negli anni ’80 del lupus si parlava pochissimo.

-Come è emerso il lupus?

Parti dal presupposto che tentare di avere un figlio, di capire come fare, è un’esperienza drammatica e costosa. La mutua non passa nulla e ti devi affidare a questi ginecologhi papponi che ti svuotano le tasche. Furono anni stressanti di costanti tentativi. Nell’ambito di questi tentativi di avere un figlio, accadde una cosa gravissima. Uno dei ginecologi da cui ero in cura mi diede una cura ormonale. Uno stimolante per fare più ovuli. E io finii in ospedale abbastanza mal ridotta. Mi gonfiai tutta. Poi mi ripresi ma dopo sei mesi mi apparve una piccola macchiolina sul viso, ed avevo un forte dolore e una forte febbre. Persistendo questi e altri sintomi di malessere, mi feci visitare e mi fu diagnosticato il lupus. Si può dire che la cura che mi diede quel ginecologo aveva “slatentizzato” il lupus, lo aveva svegliato, o aveva fatto scoppiare. Era l’anno 1989 o 1990, ora non ricordo esattamente; e io avevo 29 o 30 anni quando questo accadde. Questa “scoperta” mi fece ipotizzare che fosse proprio questo lupus, sebbene ancora non “slatentizzato” che ci aveva impedito in passato di avere figli.
E’ iniziato questo percorso doloroso. Sono stata ricoverata in vari ospedali per molto tempo. Ho avuto un ictus e varie trombosi., ho perso la memoria per un periodo, varie trombosi. Per il lupus iniziai presto la terapia colo cortisone. Prendo cortisone tutti i giorni, da più di venti anni. E insieme al cortisone prendo il cumadin. Il cumadin serve per rendere più fluida la coagulazione.
E non credere che con questa terapia vada tutto bene e che tu abbia una costante stabilità di vita. Ci sono di tanto in tanto delle recidive. Di tanto in tanto il lupus riemerge. Intorno al 2003-2004 mi si aprirono delle ulcere profondissime (Lisa non ho ben compreso dove ti si sono aperte queste ulcere, spiega meglio). In seguito a questo evento, ho fatto un esame genetico, dal quale è emersa la presenza di un gene malformato, che determina la tendenza allo sviluppo di trombosi. Il nome esatto è “sindrome da anticorpi fosfolipidi secondaria al lupus”. Secondaria al lupus, in quanto c’entra col lupus. E’ una conseguenza del lupus.
Capirai che questo contribuiva a rendere la mia vita quotidiana molto travagliata. Intanto avevo anche perso il lavoro, e questo mi fece stare peggio. Il lavoro mi aiutava anche emotivamente. Amavo lavorare. Non lavorando mi sentivo inutile.

-E riguardo alla volontà di avere un figlio?

Noi intanto, non avendo avuto la possibilità di avere figli nostri, avevamo fatto richiesta di adozione, intorno al 1993-1994.. Quando, non ce lo aspettavamo, nel 1997, la nostra richiesta venne accettata e ci venne dato l’affidamento in prova. Per la normativa vigente, essendo noi più adulti di un certo limite di età, non ci potevano dare un bambino di pochi mesi. Il bambino che ci diedero aveva sei anni e mezzo. Non è facile crescere un bambino di un’età del genere in un contesto totalmente nuovo per lui, ed inoltre veniva da situazioni non facili. Ma adesso ha ventuno anni, ed un ragazzo normalissimo, che fa la sua vita ed è anche fidanzato. Nel 1997 ci diedero l’affidamento in prova, quindi. Ci è voluto più di un anno e mezzo perché tutto il percorso si completasse. L’adozione è diventata definitiva nel 1999.
Per alcuni anni la nostra vita è continuata senza altri eventi particolari. Io continuavo a dovere tenere testa al lupus, mio marito lavorava, ci occupavamo di questo figlio, e avevamo anche comprato una casa, accendendo un grosso mutuo, in modo da lasciarla al ragazzo.
Finché nel 2011 una nuova tremenda batosta. Mio marito se ne va via di casa. Era il 2011. E mi lascia con una malattia di questo genere e un figlio. Mio trovai a dovere portare la barca tutta da sola.
Abbiamo legalmente firmato la separazione nell’ottobre del 2011. E dopo sei mesi mi diagnosticarono un carcinoma al seno destro.
A gennaio del 2012 avevo fatto l’ecografia con mammografia e non era uscito niente di particolare. Passai dei mesi di totale avvilimento. Verso aprile cominciavo a uscire fuori da quella situazione, o almeno ci provavo, cercavo di uscire, di divertirmi, di distrarmi, di non pensare a quello che era avvenuto. Ma a fine aprile sentivo un nodulo al seno destro. A maggio ho fatto gli esami e mi riscontrarono un carcinoma duttale infiltrante GH molto aggressivo. Il chirurgo, che mi avrebbe operato in quello stesso mese, non ci credeva che si trattava di qualcosa che era insorto repentinamente. Mi diceva “signora chissà da quanti mesi non si controllava”. Gli feci vedere gli esami precedenti allora, e lui commentò “mi deve scusare, se non avessi visto non ci avrei creduto”.
Mi crollò letteralmente il mondo addosso. A maggio venni operata. Mastectomia totale al seno destro. Fu emotivamente terrificante. Fino all’ultimo avevo continuato a sperare che non me lo togliessero tutto.
Ricordo ancora il trauma del risveglio dopo l’operazione. Appena mi hanno svegliato, non riuscivo a respirare, non mi entrava l’aria nei polmoni, stavo letteralmente soffocando, vedevo tutti quei camici bianche e mi dicevo “è finita, sto morendo”. Poi mi hanno di nuovo intubato. Così mi hanno detto, perché io in quegli attimi non capivo niente.
Questa volta, quando mi sono risvegliata, riuscivo a respirare, ma sentivo molto dolore. Per un giorno intero mi lamentavo costantemente e sudavo. Mi hanno somministrato una flebo collegata con una pompetta che rilascia lentamente morfina nel corpo. Ma non mi faceva grande effetto.
La convalescenza è durata una settimana e poi sono tornata a casa. Tornavo in ospedale a fare le medicazioni, e per togliere i punti.
Nel corso dell’operazione mi avevano fatto anche lo svuotamento ascellare, in modo da togliere tutti i linfonodi coinvolti. Per via di questa parte dell’intervento, non posso fare sforzi con il braccio corrispondente alla zona dove hanno fatto lo svuotamento ascellare.

-Come è stato riprendere la vita dopo l’operazione?

Emotivamente vissi molto male i mesi post operatori. Ci furono settimane che ero in uno stato quasi depressivo. Per tutta l’estate non sono praticamente uscita di casa. Non mi accettavo, non volevo cucinare, non volevo fare niente. Dovetti fare molte sedute da una psicologa. Riguardo al seno non ho potuto fare la ricostruzione, perché avrei dovuto affrontare nel giro di pochissimo tempo altre due operazioni. Ma questo sarebbe stato estremamente problematico con il lupus. Mi dicevano “Per si tratta di una bella gatta da pelare, con il lupus, e in considerazione del blocco respiratorio che ha già avuto, rischia di morire se fa un altro intervento”.
Per quanto riguarda il seno mancante, uso una protesi di stoffa. Quelle che eroga la ASL sono un po’ troppo pesanti. Comunque, per quanto concerne l’impatto psichico, posso dirne di essere uscita fuori da poco. Per diverso tempo mi sono sentita psichicamente morta.
Dopo l’operazione mi dissero che avrei dovuto trovare un oncologo per essere seguita. Mi spiegarono che mi avevano tolto tutte le parti interessate dal problema, e che non potevano esserci metastasi. Ma che il protocollo prevedeva a questo punto un ciclo di sei sedute di chemioterapia “preventiva”. Cominciai ad andare da molti oncologi, per capire cosa sarebbe stato meglio fare. Feci tante visite e spesi un bel po’ di soldi. Alla fine ero entrata in una buona sintonia con una dottoressa, che, vedendo che avevo il lupus mi disse: “se ti do’ la chemio, ti uccido, non la reggi”. Anche perché, per fare una chemio bisogna avere un emocromo quasi perfetto. Mi avrebbe prescritto una cura ormonale, ma prima voleva vedere la situazione completa del mio corpo e mi fece fare la TAC con mezzo di contrasto. Anche questa volta, una mazzata micidiale. Gli esiti della TAC riscontravano il fegato pieno di metastasi, e d inoltre metastasi al polmone, al mediastino e all’osso sacro. Era l’agosto del 2012. Dire che ero disperata è poco. Portai alla dottoressa l’esito di questa TAC, e anche lei ci rimase malissimo e mi disse: “Qui si può fare solo la chemio”.
Io continuo a fare il giro degli oncologi, nel tentativo di capire se era possibile fare altro. Ma tutti gli oncologi sostenevano che dovevo fare la chemioterapia, nonostante il lupus. A loro non gliene frega niente. L’importante è che tu segua il protocollo. Loro ti dicono “lo so che ti fa male questa cosa, però il protocollo prescrive questo”. La chemio per me sarebbe stata tremendamente invasiva, ma me la prospettavano, visto che il protocollo prescrive questo.

-Come sei entrata in contatto col metodo Di Bella?

Qualcuno mi aveva parlato molto bene della dottoressa Valese, dicendomi che prescriveva il metodo Di Bella. Al tempo conoscevo molto poco il metodo Di Bella.
Andai da lei a fine luglio. Oltre a indicarmi che tipo di cura avrei dovuto fare, mi fece anche il prospetto economico. Un prospetto gravoso. Le dissi:

“Io non me lo posso permettere. Le farò sapere”.

Ma non potevo fare la chemio. Avevo visitato ospedali dove facevano la chemio e avevo visto lo stato spaventoso in cui venivano ridotte le persone. Mi dicevo: “piuttosto muoio, ma non farò mai questa cosa”.
Presi tutto il mese di settembre per decidere cosa fare. Ne parlai con i famigliari e con molte amiche. Ebbi molti incoraggiamenti ad intraprendere questa cura. Le persone a me care complessivamente mi hanno sostenuto psicologicamente. Decisi di intraprendere questa cura.
Iniziai da ottobre. Per potere affrontare i costi, ho sospeso il pagamento del mutuo e mia madre mi sta aiutando con la sua pensione. A volte compro i farmaci che qualche parente di un paziente che non ce l’ha fatta, vende a metà prezzo.
La dottoressa mi ha aiutato tantissimo. Quando qualche paziente non c’è più, mi chiama e mi dice “ho dei farmaci per lei”. E’ sempre molto presente con me. Le devo molto. E’ il mio angelo custode.

-Hai avuto effetti collaterali?

I soliti. Nausea, diarrea, qualche volta giramenti di testa. Ma non mi lamento, perché so che una chemio mi avrebbe ucciso e allora me li tengo, senza tante lamentele. E’ importate capire che queste cure vanno fatte con rigore, se vuoi ottenere risultati positivi.

-Quali furono gli esiti della cura?

A dicembre già mi sentivo bene. A gennaio faccio la Tac Pet e le metastasi erano ridotte. Tra le metastasi ne risultavano anche tre ossee, una all’osso sacro e due vertebrali. A partire da gennaio faccio le solite ecografie. Tutto nella norma.
A gennaio faccio l’ecografia epatica. Nel fegato, il nodulo più grande era diventato di 12 millimetri e gli altri noduli erano spariti. Al polmone erano completamente spariti.
Faccio la Tac-pet il 30 maggio. nodulo di 12 millimetri è diventato di 9 millimetri. Gli altri noduli al fegato non risultavano, come non risultavano quelli ai polmoni. Le tre metastasi ossee, erano sostanzialmente diminuite.

Hai avuto ostacoli da parte dei medici nel portare avanti questa cura?

Con i medici tradizionali non posso parlare di questa cura. Ma lo pneumatologo con cui sono in cura per il lupus, avendo visto come la patologia tumorale ha risposto alla cura, mi ha detto “signora io l’appoggerò sempre”.

-Grazie Elisabetta.

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I danni delle vaccinazioni- intervista al dott. Andrew Moulden

by on giu.19, 2013, under Controinformazione, Medicina, Resistenza umana, Scienza

Questa intervista – apparsa per la prima volta sul sito Vaccin Truth (http://vactruth.com/) è un documento davvero prezioso e, in un certo senso, unica nel suo genere.

Sia per il livello dell’intervistato, sia per la profondità e la accuratezza delle argomentazioni.

Il Dr Moulden, medico, specialista in neuropsichiatria, neurologia comportamentale, ha un curriculum scientifico davvero impressionante. Tra l’atro ha ricevuto almeno 27 premi / riconoscimenti per la sua ricerca biomedica e clinica, l’insegnamento e l’eccellenza accademica. In

Attraverso le sue ricerche nel campo delle vaccinazioni è arrivato alla conclusione che L’INTERA PRATICA VACCINATORIA E’ DISTRUTTIVA. Moulden sostiene di avere scoperto che le vaccinazioni causano compromissioni del flusso sanguigno (ischemie) al cervello ed al corpo, le cui entità possono andare dal danno clinico silente fino alla morte del paziente. Secondo Moulden ci sarebbero proprio le vaccinazioni dietro l’ascesa travolgente di autismo, disturbi specifici dell’apprendimento, disturbi da deficit di attenzione, la morte improvvisa del lattante, sindrome della guerra del golfo, demenza, disturbi epilettici, alcuni tipi di cancro e molto altro.

Io non so fino a che punto le argomentazioni di Moulden siano condivisibili. Non ho, perlomeno al momento, la capacità di valutarle fino in fondo, ma le contestazioni alla pratica vaccinatoria sono ormai in corso da anni, e molti di coloro che contrastano tale pratica offrono argomentazioni degne di considerazione. Argomentazioni che in genere vengono banalizzate a livello mediatico, dove, inoltre, non si fa menzione di quegli studi scientifici che prendono in considerazione le gravi problematicità connesse ai vaccini.

Quella di Moulden è una tesi radicale.. la pratica vaccinatoria in quanto tale sarebbe una piaga che sta portando effetti di incalcolabile dannosità sulla salute umana.

Comunque la si pensi, è una intervista che merita di essere letta.

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1.) Dott. Moulden, ci può parlare un po’ del suo background ?

Ho 44 anni ed ho trascorso tutta la vita nel mondo accademico tra studi di clinica medica, pratica e ricerca. La mia predilezione per lo studio del cervello e delle scienze del comportamento deriva da un genuino desiderio di trovare soluzioni a molte domande che non hanno risposta, quali: perché siamo qui? che cosa ci rende umani? quali sono le cause di malattie come la schizofrenia, la demenza, la sclerosi multipla, la difficoltà di apprendimento e molte altre patologie spesso invalidanti?
La mia area di competenza professionale è relativa alla valutazione neurocomportamentale del cervello e dei disordini del comportamento.
Sono laureato in Psicologia Biologica con una media dell’88% cumulata proprio sulle materie fondanti della mia specialità, presso la Nipissing University, North Bay Ontario in Canada. Master in “Sviluppo Infantile” con tesi sul “Linguaggio e Sviluppo Neurocognitivo in bambini ed adolescenti” presso la Laurentian University. I miei voti del corso di laurea in Cervello e Comportamento (98%) e Neurobiologia (94%) erano tutte “A”. Ho raggiunto simili successi accademici anche durante i successivi master e dottorati.
Ho svolto il mio dottorato di ricerca in Neuropsicologia Clinica Sperimentale. Ho completato anche una sub-specializzazione in Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Ottawa durante il dottorato. I miei esami di dottorato di ricerca sono stati svolti sulle lesioni cerebrali acquisite e le sindromi post commozione cerebrale. Ho lavorato con la “Mild Brain Injury Association” come responsabile del gruppo e anche preso la “Head Injury Association” di Toronto, durante il periodo di dottorato. Il mio esame finale di dottorato di ricerca è stato sulle lesioni cerebrali acquisite in seguito ad infortuni. Il mio lavoro clinico è stato dedicato al rilevamento delle lesioni cerebrali acquisite.
Sono stato borsista presso il Natural, Sciences, Engineering, and Research Council of Canada, allievo presso l’Ontario Mental Health Foundation ed ho ricevuto 27 premi/borse di studio per l’eccellenza accademica, di ricerca, clinica e didattica nel corso della mia formazione universitaria. Sono stato classificato tra i primi 1-5% dei medici residenti durante il mio soggiorno per le rotazioni di medicina di emergenza a Ottawa.
Ho svolto corsi di approfondimento in Cervello e Comportamento, Neurologia, Neuropsicologia e Neuropsichiatria presso l’Università di Ottawa (1993-2005) e corsi completi in Neurobiologia presso l’Atlantic Baptist University a Moncton, Canada Newbrunswick.
La mia formazione clinica, durante il dottorato è stata in Neuropsicologia Clinica presso l’Ospedale Baycrest, Rotman Research Institute – University of Toronto, e il Credit Valley Hospital, Ottawa Health Sciences Center Memory Disorders Clinic. La tesi di dottorato è stata in Functional Brain Imaging ed in Neuro-Elettrofisiologia alla University of Toronto. In seguito ho completato una laurea in medicina presso la McMaster University di Hamilton, Ontario.
Durante il dottorato la mia formazione extra-curriculare è stata in Neurologia Comportamentale e Neuropsicologia Clinica. Il tirocinio elettivo durante la Scuola Medica si è svolto presso il reparto di Clinica Neurologica. La formazione da medico residente in Psichiatria/Neuropsichiatria. Ho ricevuto la licenza del Medical Counsel of Canada (2006) avendo superato le conoscenze di base (LMCC 1), le competenze cliniche (LMCC 2) e gli esami coerenti con gli United States Medical Licensing Exams (parti USMLE 1 e 2).
Durante la mia formazione come medico residente, sono stato classificato tra i primi 1-5% dei medici residenti, durante le rotazioni dalla mia autorità di vigilanza tra cui le rotazioni in Medicina di Emergenza a Ottawa.
Ho scelto di dedicarmi alle valutazioni neurocognitive, neurocomportamentali e di ricerca basandomi sul mio dottorato e masters di formazione, piuttosto che praticare la medicina clinica. Ho conseguito la laurea in medicina solo per capire meglio il cervello e disturbi del comportamento, non per diventare un medico pratico/prescrizionale.
In passato, mi sono dedicato per diversi anni alla decifrazione delle conseguenze neurocomportamentali derivanti dalle iper attivazioni del sistema immunitario, disturbi dello sviluppo neurologico ed ultimamente alle vaccinazioni, quali fattori scatenanti ambientali comuni di alcune malattie cerebrali e disturbi del comportamento.
Prossimamente il mio lavoro sarà sottoposto a revisione paritaria (in originale ‘peer review’ = analisi fatta sulle pubblicazioni scientifiche, da parte di specialisti del settore per verificarne l’eventuale idoneità alla successiva pubblicazione su riviste specializzate). Per ora, la “peer review” è disponibile nella serie di DVD dal titolo ‘Tolerance Lost’, in cui ho tradotto le scienze mediche in uno stile di informazione e di presentazione che può essere compresa dal grande pubblico, così come le sentenze speciali in cui la corte si è pronunciata sui danni da vaccino. Esempi di prova di danno, sono stati catalogati in modo da poter essere visionati personalmente da ognuno (a ’see for yourself’ format).

2.) Dott. Moulden, abbiamo appreso che Lei ha fatto una scoperta rivoluzionaria. Ce ne può parlare ?

Sarei felice di farlo.
Attraverso le mie ricerche ed il mio lavoro nel corso degli anni, ho scoperto che le vaccinazioni causano compromissioni del flusso sanguigno (ischemie) al cervello ed al corpo, le cui entità possono andare dal danno clinico silente fino alla morte del paziente. Questi sono colpi che attraversano il corpo di tutti noi. Ho ragione di credere che siamo tutti interessati e che tutte le vaccinazioni siano la causa dell’ascesa travolgente di autismo, disturbi specifici dell’apprendimento, disturbi da deficit di attenzione, la morte improvvisa del lattante, sindrome della guerra del golfo, demenza, disturbi epilettici, alcuni tipi di cancro e da quanto emerso, molto, molto di più.

3.) Cosa l’ha fatta dissentire dai punti di vista rigidi e forse ottusi della maggior parte dei suoi colleghi ?

Il cervello ed il sistema nervoso sono collegati in modo molto specifico. Le funzioni sono localizzate in aree specifiche. Dopo aver studiato il cervello e il comportamento, le neuroscienze, la neuropsicologia clinica, lo sviluppo neurologico infantile, l’imaging funzionale del cervello, neurologia clinica, neuropsichiatria clinica, medicina clinica, immunologia, ematologia, test e misurazioni e la comprensione degli strumenti e le ipotesi e le tecniche della medicina ufficiale, mi trovai nella condizione eccezionale di avere la possibilità di vedere i problemi di medicina clinica, da una moltitudine di settori di competenza e di conoscenze scientifiche simultaneamente. Rispetto al cervello umano, ho capito ‘regole e leggi’ della funzione del cervello rispetto al danno cerebrale e meccanismi fisiologici che possono causare unicamente danni al cervello ben specifici, in modi che solo le mie abilità cliniche hanno potuto scoprire e riconoscere, mentre le principali tecniche di neuroimaging non riescono a farlo. L’iniziale momento “aha” è stato nel 2001.

4.) Cosa ha catturato la Sua attenzione, in cosa si è imbattuto tanto da indurla ad indagare ulteriormente ?

Al termine della Scuola Medica, stavo vedendo pazienti autistici che presentavano afasie motorie trans-corticali, difficoltà verbali e paralisi dei nervi cranici molto specifiche che potevano essere spiegati SOLAMENTE da un ictus ischemico. I miei studi precedenti sulla schizofrenia, sulla demenza, sulla ricerca di modalità di neuroimaging, valutazioni celebrali e comportamentali, hanno contribuito notevolmente alla mia capacità di ‘vedere’ ciò che è stato a lungo davanti agli occhi di tutti – ictus ischemici e danni cerebrali – da vaccinazioni. Il problema è stato che non sapevamo né come misurare, né quando misurare o che cosa misurare, senza considerare i limiti degli strumenti che abbiamo usato per misurare l’integrità del cervello in salute, malato e disturbato.
Ci sono voluti diversi anni per decifrare come si verificano i danni cerebrali nell’autismo ed in molti altri disturbi dello sviluppo neurologico che vedevamo. Ora credo di avere le risposte a questo, o almeno così sembra ed anche alcune soluzioni.
Le vaccinazioni anti Polio hanno causato danni cerebrali esattamente come TUTTI gli altri vaccini. Infatti, la sindrome di Guillian Barré ed una miriade di altri disturbi neurologici sono causati da un meccanismo di danno comune – sia pure da inneschi diversi a seconda dell’individuo. Si tratta di ischemia da flusso del sangue alterato nelle unità di microcircolazione. Semplicemente non avevamo sufficientemente valutato ciò che giusto di fronte ai nostri occhi.
I miei primi casi includevano numerosi pazienti autistici e schizofrenici. Essi mostravano esattamente la stessa manifestazione acuta di paralisi. Questi danni cerebrali erano sottili ma multipli in modo misurabile ed erano riscontrabili in epoche pre-vaccinali (ovvero anteriormente alla diffusione della vaccinazioni generali) a causa di virus selvaggi come la poliomielite e la paralisi infantile.
Una volta che ero armato delle conoscenze e delle competenze di un medico, di un neuropsicologo clinico, di un esperto in sviluppo neurocomportamentale infantile con esperienza di ricerca in neuroimaging, test e misura, metodo di progettazione ed analisi scientifiche, nonché, nella localizzazione funzionale dei disturbi cerebrali e comportamentali, e in diverse altre discipline scientifiche, ho potuto vedere ‘l’intera la foresta’ nonostante gli alberi. Letteralmente, credo di aver trovato e scoperto un meccanismo comune di molte malattie e disordini neurologici acquisiti.

5.) Come è stato in grado di dimostrare questo e come si è organizzato per farlo? Quali tecniche di imaging sono alla base di tutto questo ?

Ho quantificato ed ampliato gli standard di valutazione neurologica e neuropsicologica delle funzioni del cervello. In sostanza, ho ‘digitalizzato’ gli esami fisici neurologici e neuropsicologici attraverso neurosviluppo utilizzando software di miglioramento dell’immagine in grado di localizzare i ‘territori spartiacque’ delle aree funzionali nel cervello – ‘la fine della strada’ dei vasi sanguigni in varie aree del cervello. Tutti i miei strumenti e le mie tecniche non sono invasive.
Ora sono in grado di valutare nel ‘qui ed ora’ o guardare indietro a 50 anni fa, per rispondere alle domande sulle cause delle malattie, dei disturbi dello sviluppo neurologico e molto altro. Ora possiamo avanzare notevolmente, diagnosticare preventivamente la morte improvvisa del neonato e non posso rispondere a domande quali: era un bambino predisposto? sono stati i vaccini a causare l’autismo a questa persona? questa morte è stata causata dal Gardasil? forse i vaccini provocano questi danni? Poiché il meccanismo di danneggiamento è comune a tutti, quando i vaccini sono coinvolti e talvolta anche in caso di malattie infettive di origine virale.

6.) Qual’è l’informazione di base che sottostà alle Sue affermazioni e su cosa si fondano le Sue convinzion ?

I semplici microbi non sono l’unica causa di decessi, malattie e disturbi. Ora ho definitivamente dimostrato che TUTTI i vaccini, da quelli pediatrici a quelli geriatrici, stanno causando gli stessi tipi di danno al cervello, a prescindere da quale malattia o disturbo si palesi. I danni in questione sono dei ‘mini colpi’ vascolari che non sono rilevabili attraverso il nostro neuroimaging, in quanto al di sotto della sua risoluzione ma sono misurabili confrontando il prima / dopo protocollo di vaccinazione. Essi sono anche direttamente misurabili in tempo reale, tuttavia, questo comporterebbe l’impiego di tecniche e tecnologie che non ho ancora divulgato al pubblico.
Da sottolineare che, in epoca pre-vaccinale, i virus della polio, rosolia prenatale, morbillo, tetano, “influenza spagnola”, ecc. provocarono esattamente gli stessi danni di cui parliamo. Noi semplicemente non abbiamo considerato il fatto che una risposta generica nel corpo umano, quale una risposta immunitaria aspecifica e l’instabilità emodinamica del flusso di sangue al microscopio, stavano causando paralisi, insufficienza respiratoria ed altro.
Abbiamo indebolito virus e batteri, li abbiamo iniettati in ognuno di noi causando malattie croniche, ovvero, malattie in forma attenuata, questo è il modo in cui questi agenti patogeni hanno sempre causato un danno. Tutto questo non è altro che la risposta dell’organismo quando agenti estranei vi entrano, specialmente in condizioni di ipersensibilità, ciò sta provocando disturbi dello sviluppo neurologico, malattie croniche e molto altro.

7.) Lei parla di epidemie. Cosa può spiegarci riguardo alle epidemie? Come si manifestano?

La spiegazione di epidemia è semplice, attualmente stiamo vedendo:

- 1 bambino su 6 con disturbi specifici dell’apprendimento;

- 12-15% dei bambini con disturbo da deficit di attenzione;

- 1 bambino su 87 all’interno spettro autistico – con un aumento del 1700% in dieci anni;

- 1% di morte improvvisa del lattante;

- 40 morti e 15.000 sostanziali reazioni avverse al Gardasil;

- 1 persona ogni 15, ultra 65enne, affetta da demenza, 1 su 8 oltre gli 85 anni;

- Sindrome da stanchezza cronica;

- Fibromialgia;

- Disturbo epilettico;

- Sindrome di West;

- Ritardo globale dello sviluppo;
- 1 persona ogni 450 con diabete di tipo 1;
- 1 uomo ogni 2 ed 1 donna ogni 3 svilupperà il cancro nel corso della vita.

La sindrome guerra del Golfo ha colpito e reso disabili oltre 250.000 soldati con 42.000 decessi. Questi soldati vaccinati mostrano esattamente gli stessi danni neurologici post-vaccinazione dei neonati e dei bambini sottoposti a vaccinazioni pediatriche. In conclusione, questi sono i danni causati da una richiesta di ossigeno maggiore rispetto alla quantità disponibile nell’organismo!
Questa è solo la punta dell’iceberg.
Questi colpi microscopici avvengono nel cervello e nel resto del corpo nell’immediato e posticipatamente, in modo crescente e calante, in modo acuto e cronico. Questi danni così diversi, stanno ricevendo una sovrabbondanza di diagnosi/nomenclature cliniche, tuttavia, la causa fisiologica di base è comune a tutti i livelli.
Non esiste una cosa come un’epidemia genetica acquisita. L’epidemia è un fenomeno acquisito, da fattori ambientali, quindi, ora posso dimostrare in modo definitivo, che le vaccinazioni di massa sono responsabili della maggior parte di questi casi.

8.) Qual è stata la risposta alle Sue scoperte? Come sono state accolte dal pubblico e dal mondo in generale ?

Il pubblico capisce. I medici alternativi accettano. I medici tradizionali, tra cui i neurologi pediatrici, sono sbalorditi. Le case farmaceutiche e le organizzazioni sanitarie strutturate devono negarlo. La filosofia è “se non possiamo negare il messaggio, allora dovremo screditare il messaggero”, Questo è semplicemente come funziona il sistema.
L’evidenza ora è rilevabile da tutti. Tutto ciò che dovete fare ora è essere istruiti per apprezzare e vedere ciò che è davanti ai vostri occhi – laici e medici.
La mia immagine si chiama 12-IMAM – 12 “Eye” M.A.S.S. Anoxia Measures, basata sui 12 nervi cranici. “M.A.S.S.” sta per “Moulden Anoxia Spectrum Syndrome”. Anossia (anoxia) significa apporto alterato di ossigeno ai tessuti.

9.) Ci sono altri medici, ricercatori e scienziati che condividono la Sua opinione e sono d’accordo con Lei ?

Tutti loro devono prendersi il tempo per apprendere. Ciò è al 100% innegabile. Non c’è alcun modo per confutare ciò che tutti ora possiamo vedere. Per l’esempio, la gravità esisteva fin dagli albori della creazione. Isaac Newton non ha ‘scoperto’ la gravità, ha semplicemente proposto un quadro concettuale per spiegare perché le mele cadono dagli alberi.
Io ho semplicemente proposto un quadro concettuale scientifico, un sistema di misurazione, delle spiegazioni del “perché ci ammaliamo”, ho osservato che tutti i vaccini causano esattamente gli stessi danni neurologici a prescindere da quando la malattia si palesa nel corso della vita. Questo significa che la causa di malattie e disturbi è “qualcosa” che il corpo fa in risposta alla stimolazione immunitaria – ora credo di sapere cos’è questo “qualcosa”.

10.) Secondo Lei, qual è la percentuale di vaccini che causano effetti negativi ?

A mio parere, TUTTI. Ora posso mostrare le prove a sostegno di questo. I danni possono essere stati clinicamente silenti, ma siamo tutti lesi a diversi livelli che possono andare dalla situazione clinicamente silente ai veri e propri disturbi e malattie – in tutti gli organi. Tuttavia, per il momento, la mia capacità di misurare e dimostrare la mia idea è bloccata principalmente alle funzioni cerebrali e alle condizioni neurocomportamentali, neuropsichiatriche e neurologiche.

11.) Pensa che sia possibile determinare in anticipo (con prove mediche o esami clinici) quali individui sono predisposti a reazioni molto gravi ai vaccini ?

Si, comunque, i vaccini non sono rivolti alla causa comune delle malattie e dei disordini fisiologici. Non sono i microbi a provocare malattie, morte e malattie croniche, è la risposta immune, generica, non specifica e l’instabilità elettrostatica del flusso di sangue che sta provocando malattie e molti stati di autoimmunità, incluso la sclerosi multipla e molto, molto di più.
Non abbiamo bisogno di vaccinarci contro tutti gli agenti patogeni della terra, dal momento che tutti gli agenti patogeni inducono malattia, morte e disabilità attraverso un unico meccanismo comune. E’ questo meccanismo comune a dover essere indirizzato sulla base delle esigenze di ognuno. Questo ora è fattibile. La teoria dei germi di Louis Pasteur era giusto quello – una teoria. I suoi contemporanei, il dott. Antoine Bechamp e il dott. Rudolf Virchow erano più vicini alla verità per quanto riguarda la causa delle malattie. Sorprendentemente, questo significa che molto di ciò che stiamo facendo in medicina occidentale è sbagliato – abbiamo praticato la medicina in modo da confondere le cause con gli effetti e causando, complessivamente, più danni che salute… per oltre 200 anni!

12.) Coloro che credono fortemente nei vaccini, spesso affermano che se avviene una reazione in poche ore è troppo presto o se avviene dopo diversi mesi o addirittura anni dopo la somministrazione del vaccino è troppo tardi per affermare che gli stessi sono coinvolti. Entro quanto tempo potrebbero verificarsi effetti negativi, secondo Lei? Questi effetti collaterali potrebbero presentarsi in ritardo? Come si potrebbe spiegare che alcuni eventi avversi si sono verificati così tanto tempo dopo la vaccinazione ?

Le reazioni si verificano per tutti noi in pochi minuti, a due livelli:
1) reazione non specifica da iperstimolazione del sistema immunitario (un processo coinvolto in tutti gli stati di ipersensibilità immunitaria – che ho chiamato “di massa”),
2) instabilità elettrostatica del flusso di sangue che riduce la dinamica dei fluidi e l’apporto di ossigeno e nutrienti in tutto il corpo: 60.000 miglia di sottili vasi sanguigni necessari per la vita, la funzione cellulare, il benessere e la salute.
Al microscopio, il flusso di sangue ed i vasi sanguigni appaiono danneggiati, immediatamente e posticipatamente, in forma crescente e calante, da acuta a cronica, clinicamente silente o apparente. Si verificano cambiamenti di fase del flusso di sangue da fluido a gel, e viceversa. Il flusso sanguigno diventa viscoso/agglutinato. Il sangue vischioso non può attraversare i capillari progettati per consentire ai globuli rossi, che trasportano l’ossigeno, di transitare in fila indiana.
In fisica, la forza è uguale tempi di accelerazione delle masse. Questo fenomeno è noto come la “Big G” di Isaac Newton (per gravità). All’aumentare la massa (come nel sangue agglomerato da altre particelle in sospensione nel flusso sanguigno – tra cui metalli pesanti e amminoacidi), senza un incremento netto in spinta, allora, si verifica una decelerazione, un non avanzamento del flusso.
Il cervello ed altri organi non hanno recettori di flusso di sangue. Ci sono solo i recettori per la pressione arteriosa. Di conseguenza, quando il flusso di sangue diminuisce, il corpo non riceve segnali che qualcosa non va qualora la pressione rimanga adeguata. Tutto ciò influisce a livello microscopico, talora a livello di angstrom (0,1 nanometri) ma non abbiamo microscopi per vedere tutto questo “live” all’interno del corpo umano.
Quando un lattante muore di “morte improvvisa” o per “nessuna causa apparente” dopo una vaccinazione, la causa effettiva del decesso è il flusso indebolito del sangue, in questo caso a livello di microscopici vasi capillari spartiacque nel tronco encefalico che controlla il movimento centrale respiratorio. Il flusso danneggiato del sangue è bilaterale. Questo determina la cessazione della respirazione. L’arresto cardio-respiratorio avviene in un essere umano perfettamente sano. I medici legali non rileveranno alcuna causa di decesso dato che la causa della morte “per mancanza di flusso sanguigno a livello capillare” si verifica in tutti noi in caso di morte.
Eventi avversi avvengono a tale distanza dalle vaccinazioni in quanto i danni sono aggiuntivi, progressivi e soggetti ad altri eventi che producono una iper-stimolazione del sistema immunitario non specifica oltre la semplice vaccinazione. Lo stato ischemico può aumentare e diminuire. Auto anticorpi possono formarsi contro I tessuti che vengono, così, scarsamente irrorati. La viscosità del sangue può fluttuare e le aree vascolari danneggiate da precedenti vaccinazioni divengono predisposte.
Tuttavia, il meccanismo comune di patologia ritardata è quasi sempre correlata alla tolleranza immunologica, alla stabilità colloidale ridotta o indebolita del flusso sanguigno e alla perdita di capacità di conduzione e dispersione del flusso sanguigno. “La vita della carne si trova effettivamente nel sangue” – questa è elettrostatica. Non c’è niente in natura come la corrente alternata o diretta. Tutto è elettrostatico. In termini di elementi formati nel sangue, questi si ritrovano in minute cariche statiche nel dominio di 100 mila volt che mantengono il flusso sanguigno sparso, graduale, fluido con basso “bulk stress” o coagulato, laminare “denso” con elevato bulk stress.
Le leggi che governano il flusso sanguigno nel corpo umano sono le stesse che governano il movimento nel nostro universo. Sono forze elettriche e chimiche. La causa non deve essere mai ricercata nella chimica. I cambiamenti chimici sono un effetto. Le cause si trovano nelle forze elettriche, che sono una parte di tutte le sostanze che hanno massa. La medicina occidentale ignora la natura elettrica della fisiologia umana, per lo più per mancanza di comprensione e per una inabilità a trarre vantaggio dalle sfaccettature basilari della natura liberamente a disposizione di tutti noi – elettricità, elettrostatica e acqua…di tutte le cose. Il corpo è per il 75% formato da acqua. Il sangue è costituito per il 95% da acqua. L’acqua ha una componente elettrica così come tutta la massa e la materia nell’universo. Questa componente elettrica è critica per il flusso sanguigno, per la capacità di conduzione, la cicatrizzazione e le funzioni a livello cellulare.

13.) Secondo Lei, tutti I vaccini sono “imputati” oppure alcuni vaccini sono ancora “accettabili” ed in caso affermativo, quali ?

Non è più un’opinione, in quanto posso ora dimostrare che TUTTI i vaccini producono esattamente gli stessi danni per tutti noi esattamente allo stesso modo in cui il virus della poliomielite ha causato paralisi, insufficienza respiratoria (“Iron lung”: polmone di ferro), morte, emorragia celebrale e molto altro.
Una prima parte del problema è dovuta alle ripetute vaccinazioni, debitamente intervallate. La seconda parte del problema è creata dall’alluminio. La terza parte problema è rappresentata da TUTTE le sostanze estranee contenute nei vaccini – è come buttare benzina sul fuoco. Una persona non deve necessariamente essere vaccinata direttamente per essere danneggiata da un vaccino.
I vaccini non sono gli unici fattori scatenanti il problema. Talvolta, quando una madre tollera dal punto di vista immunitario un determinante antigene specifico, la vaccinazione della madre indurrà danni ischemici da “M.A.S.S.” al lattante attraverso l’allattamento al seno, così come fanno le vaccinazioni – e causare autismo (attacchi ischemici).
Talvolta questo potrà causare la “Sindrome di Mobius” nel periodo prenatale – il 48% di questi bambini sono affetti da autismo o da schizofrenia infantile. Schizofrenia ed autismo rappresentano la stessa “bestia” in patofisiologia (ischemia da M.A.S.S.) sebbene la sequenza di innesco differisca in funzione dell’immunologia. Elettrostatica e tempistica dei danni durante il neurosviluppo.
I danni acquisiti sono aggiuntivi e cumulativi con ciascun vaccino. Per esempio, ho adesso dimostrato che le adolescenti che hanno presentato gravi reazioni avverse al Gardasil, inclusa la morte, stanno attualmente sperimentando un completamento del danno neurovascolare aggiuntivo che aumenta con OGNI vaccinazione infantile. Questi danni sono anch’essi aggiuntivi per i lattanti e i bambini alla stessa maniera. Sono tutti attacchi ischemici. C’è un “punto di rottura”. Quando questo punto viene raggiunto, in frequenza, durata o gravità nei primissimi anni, emergono disturbi dello sviluppo neurologico. Se questo avviene in un adolescente o adulto, emergeranno diverse serie di sintomi. Il processo è simile ad uno “strangolamento” veloce o lento di un tessuto a causa di una rallentata dinamica dei fluidi e circolazione microvascolare, integrità e riparazione.

14.) In Francia, molti denunciano di soffrire di Macrofagi Myofasciitis a seguito della campagna di vaccinazione di massa anti Epatite B (Ghepardi, Clérin e al.).
Si tratta di una condizione causata da un’anomala stagnazione di cristalli di alluminio derivanti da una iper-stimolazione e una iper-reazione del sistema immunitario e da una miriade di altri problemi immunitari collaterali.

La Sua scoperta conferma l’esistenza di questo tipo di malattia o ha scoperto una condizione completamente diversa ?
Sicuramente. Questo è simile alla reazione Arthus da vaccini, il “fenomeno Bordet, il fenomeno Santarelli/Schwatrzman, e la risposta da ipersensibilità ritardata di tipo IV nella fisiologia dei mammiferi”.
La “M.A.S.S.” consiste in una serie di passi fisiologici che portano l’ischemia – a pelle, cervello, organi e ossa. L’alluminio è un coagulante o flocculante. L’alluminio ha una carica elettrica di +3, tutti i cationi positivi sono “coagulanti” – determinano l’aggregazione, agglomerazione, il deposito, l’ “addensarsi” di particelle dotate di massa.
L’alluminio ha 84 volte la capacità di causare l’agglomerazione (l’addensarsi) rispetto al Sodio (Na+) – un elemento con una singola carica positiva. Noi usiamo l’alluminio nel trattamento acquatico delle piante, per addensare, agglomerare e flocculare al fine di far sedimentare in fondo all’acqua le relative impurità. Usiamo l’alluminio come un anti-sudorifico dato che causa addensamento e blocca i dotti per la traspirazione delle ascelle. Il tessuto ischemico attrae i macrofagi che tentano di “ripulire” il tessuto danneggiato allo stesso modo dell’alluminio sedimentato. Questo determina una risposta infiammatoria (o meno).
L’alluminio non può essere prontamente rimosso dai tessuti in quanto l’ampia carica positiva (dall’alluminio) svia la capacità di conduzione elettrostatica negativa del sangue laddove l’alluminio si è accumulato. I vasi sanguigni, i muscoli, e l’aponeurosi nelle aree tessutali verranno danneggiate dalla progressiva ischemia e dall’incapacità di rimuovere l’alluminio dall’area (per un problema di carica elettrica). I macrofagi e i globuli bianchi verranno richiamati per “ripulire” quest’area. Si tratta della reazione del sistema immunitario concentrata in modo cronico in quest’area che perpetua il problema e crea malattie più gravi e la possibilità dell’introduzione di una risposta autoimmune, o una tolleranza immunologia attraverso anergy (=assenza di normale reattività) o delezione.

Straordinariamente, la risposta del sistema immunitario, in biomeccanica, determina un ulteriore danno ai tessuti, in alcuni casi, passando dalla macrofagi myofasciitis al Diabete di tipo 1, al morbo di Parkinson, alla sclerosi multipla, alla Sindrome di Guillan Barré, alle convulsioni febbrili, allo spettro autistico, al morbo di Crohn, alla morte improvvisa del lattante e …a “quello che volete”.

15.) Gli additivi tossici nei vaccini, quali l’alluminio, sono gli unici fattori scatenanti le reazioni da Lei menzionate o anche gli antigeni dei vaccini possono contribuire a queste reazioni? In altre parole, secondo Lei, se i vaccini non contenessero alluminio il problema della tossicità sarebbe completamente risolta? Ritiene che tutti i vaccini debbano essere banditi, ossia che l’intera filosofia delle vaccinazioni sia sbagliata, oppure che siano solo quei vaccini e i loro ingredienti che debbano essere modificati per essere resi “buoni” ?

Buona domanda. Chiaramente avete letto alcuni delle mie pubblicazioni. Il problema è duplice:
1. Elettrostatico. Ad esempio, i cationi caricati positivamente sono patologici;
2. Immunologico – questo è la “M.A.S.S.” (sequenze di risposte immunologiche). Entrambe le categorie presentano una serie di processi che possono essere lanciati indipendentemente o in collaborazione e che alla fine determinano il meccanismo della malattia – l’ischemia – che rappresenta il primo passo per ciò che segue.
Ritengo, sulla base di prove conclusive, che tutti i vaccini debbano essere banditi. Tutti i vaccini causano ischemie celebrali, danni fisici, malattie croniche e malattie varie. I vaccini non affrontano la causa degli agenti infettivi – M.A.S.S. ed elettrostatica del flusso sanguigno. Sono questi ultimi che devono essere affrontati, non le vaccinazioni per qualunque tipo di “germe” esistente.
Alluminio, mercurio, squalene e altri inquinanti che vengono aggiunti ai vaccini, sono equivalenti ai virus e ai batteri in termini di danno ai tessuti umani. Si tratta di sostanze estranee alla fisiologia umana, che inducono risposte elettrostatiche ed immunologiche, che in eguale misura sviano il flusso sanguigno e portano a danni tessutali diretti.
È significativo che i vaccini determinino la stessa identica sequenza patologica del virus della poliomielite nel causare paralisi e insufficienza respiratoria.
Questo è lo stesso meccanismo per cui:
- la Talidomide fa nascere bambini privi di braccia e gambe;

- il Vioxx causa infarti e attacchi cardiaci;

- i farmaci per abbassare il colesterolo causano mialgia e myositis (=infiammazione muscolare);

- l’influenza spagnola ha ucciso 20 milioni di persone nel 1918;

- il vaccino per l’influenza suina ha causato paralisi (vedi http://www.vactruth.com);

- i vaccini per Epatite A e B causano la sclerosi multipla;

- una serie di vaccini contro l’antrace hanno portato le ex combattenti (femmine) a dare alla luce neonati senza gambe o braccia 18 mesi dopo le vaccinazioni;

- tutti i vaccini causano disturbi dell’apprendimento o dello spettro autisticoSIDSADHD;

- vaccinazioni antinfluenzali ripetute determinano demenza;

- l’antitetanica causa il tetano – un attacco ischemico, in evoluzione, al cervello derivante dall’interruzione del flusso sanguigno;

- le vaccinazioni provocano la Sindrome di Guillan Barré (consistente in ischemie a livello di capillari verso i tratti corticospinali discendenti – danni celebrali!);

- il vaiolo ha ucciso e causato lesioni della pelle – ischemia dermale – flusso sanguigno rallentato;

- la rosolia congenita, in epoca pre-vaccinica, ha causato danni ischemici al cervello, al corpo e ai polmoni.

La poliomielite, il morbillo e la rosolia congenita in epoca pre-vaccinica hanno causato i medesimi danni che vediamo oggi, in forma diversa, a seguito delle vaccinazioni. Non c’è e non c’era nelle normali infezioni virali né mercurio né alluminio. Chiaramente, il problema non può risolversi semplicemente eliminando gli adiuvanti di alluminio.
La soluzione è invece quella di controllare la stabilità elettrostatica del flusso sanguigno e la dinamica dei fluidi, oltre al controllo delle sequenze di risposte immunologiche, non specifiche e generiche, che adesso conosco ed ho chiamato “M.A.S.S.”.
Sorprendentemente, M.A.S.S. ed elettrostatica contengono le risposte per la prevenzione di patologie così come gli aspetti chiave verso la guarigione di queste cervelli e corpi danneggiati, passando attraverso lo spettro “M.A.S.S.”.

16.) Cosa impedisce alle Sue scoperte di essere accettate e prese in considerazione ?
Questo è qualcosa che devo ancora pubblicare, in ogni caso, cerco di dimostrare presso il circuito delle Corti Federali Statunitensi, che l’unico modo per evitare questa rovina incontrollata è ritenere il sistema responsabile in tribunale – ampiamente, altrimenti le compagnie che producono i vaccini non saranno in alcun modo disincentivate dal trarre profitto dalla disponibilità di vaccini.
Straordinariamente, ho fornito una prova così evidente, che potete vedere quasi letteralmente da soli, partendo da adesso e tornando indietro di 70 anni, se all’epoca vi erano questi danni. Questo è stato realizzato grazie al programma non invasivo e funzionale BrainGuardMD di neuroimaging, neuromotoria, neurovascolare.

17.) Lei crede che la vaccinazioni abbiano estirpato le malattie pandemiche ?

Assolutamente no. Tutto ciò che abbiamo fatto è stato trasformare un “grosso incendio” (forest fire = incendio di una foresta) per l’1% della popolazione in un “incendio leggero” (brush fire = incendio del sottobosco) cronico e acuto per l’intera popolazione. Le epidemie sono state estirpate da misure igieniche, nutrizione, acqua potabile, adeguata nutrizione ed idratazione. Patogeni virulenti possono essere trattati – avevamo semplicemente bisogno di controllare la risposta “M.A.S.S.” della fisiologia umana e l’elettrostatica del flusso sanguigno. A questo proposito, non ci sarebbero state paralisi infantili o arresti respiratori causati dalla poliomielite, o morte causata dall’influenza Spagnola o H1N1 per quanto ci riguarda.
Noi possiamo gestire i germi – tutti, semplicemente dobbiamo controllare la grandezza e la natura delle risposte del sistema immunitario a questi patogeni virulenti. Le stesse sequenze patologiche, nella fisiologia umana, devono essere controllate, nei limiti della necessità di conoscere, indipendentemente dalla tensione o virulenza patogenetica.
La poliomelite adesso è conosciuta come meningite asettica e con una miriade di altri nomi. Non è mai sparita.
Tuttavia, ripeto, il virus della poliomielite non è mai stata la causa di paralisi e malattie – queste reazioni erano attacchi ischemici derivanti da “M.A.S.S.”. Tutti gli altri stati patologici derivano da questo primo passo generico verso la malattia.

18.) Ha trovato ostilità, difficoltà od ostruzionismo alla pubblicazione dei Suoi lavori da parte delle principali riviste mediche ?

Si, inclusi attacchi alle mie conferenze sin dal 2005, tra le varie tattiche “preventive” che possono essere discusse successivamente. Per il momento la questione riguarda la salute e il benessere dei nostri simili, le mie battaglie sono irrilevanti.
La medicina ufficiale non è stata gentile, sarebbe stata gentile solamente se avessi semplicemente “concordato” (=“play ball” – frase idiomatica che indica accettare di fare quello che qualcuno vuole al fine di raggiungere un fine comune generalmente negativo). All’epoca delle mie prime scoperte e messa a punto di strumenti diagnostici che dimostrassero le funzioni di causa effetto, sedevo nel consiglio di amministrazione di due organizzazioni mediche in Canada. Ho accettato di rappresentare la verità, la scienza e l’umanità piuttosto che riempirmi le tasche o accettare avanzamenti di carriera per “vendermi”.
Questo è quello per cui un medico ha prestato giuramento. Questo è quello per cui uno scienziato deve essere fedele. Questo è quello che un essere umano deve fare per i propri simili. Non si tratta di essere migliore dei propri simili, bensì di aiutare i propri simili a stare meglio. Abbiamo tutti il nostro ruolo da svolgere. Come emerge, queste scoperte mediche costituiscono il mio piccolo contributo alla conoscenza che appartiene all’umanità, non al mio portafogli e non dev’essere sotterrato nella “cripta” di qualche compagnia farmaceutica.
Il mio lavoro spaventa gli alti gradi e adesso anche le corti Federali. Costoro mi devono marchiare come “ciarlatano” e distruggere la mia credibilità, dal momento che non possono negare l’evidenza che porto a conoscenza.
Non è più semplicemente una questione di sicurezza dei vaccini. Le mie scoperte sulla “M.A.S.S.” si ripercuotono sull’intero modello medico – i germi NON sono di per sé la causa delle malattie – questa non è mai stata la verità, ma solo una teoria.

19.) Quali sono i punti di vista principali e le rivendicazioni dei suoi “oppositori” ?

Non ne hanno. Ormai non hanno più opinioni. La verità parla da sola – res ipsa loquitur. Tutto ciò che possono fare è venire ad ascoltare, a vedere. TUTTI coloro che si prendono tempo per imparare ed essere istruiti dalle prove che ora posso dimostrare sono senza parole, dai neuropediatri a tutte le professionalità mediche e paramediche di quel tipo. Le corti federali (“vaccine court”) non possono contestare la verità. Vedremo quale punto di vista emerge da quella platea con il tempo.

20.) In Francia, le autorità affermano che sono solo voci isolate quelle che si oppongono al vaccino per le Epatite B e che il collegamento con la sclerosi multipla deve essere provato. Cosa ne pensa ?

La sclerosi multipla è il primo danno ischemico da rallentato flusso sanguigno, da M.A.S.S. ed elettrostatica dei fluidi del corpo umano deviata. Questo si riscontra anche nella sindrome Guillan Barré. Le guaine mieliniche intorno ai nervi possono essere danneggiate da anticorpi contro proteine basiche della mielina, o altre teorie quali quella del “mimetismo molecolare”. Il punto essenziale è che le condizioni ischemiche sono all’origine. Quando questo si ripete, aumentando e diminuendo, il danno lentamente si accumula. Anche nel grano i tratti di “cavi” di sostanza bianca sono vascolari.
Persino i vasa vasorum ed i tratti di sostanza bianca, bersagliati nella sclerosi multipla, sono il risultato della distruzione di origine autoimmunitaria che sperimentano per i danni ischemici progressivi. Questo si verifica in seguito a ripetute vaccinazioni, “flusso sanguigno addensato”, “M.A.S.S.” e dinamica dei fluidi sviata nella microcircolazione, cervello, corpo e nelle interconnessioni del sistema nervoso.

21.) Cosa pensa del fatto che per ben più di un secolo un gran numero di dottori ha messo in guardia sui vaccini, presentandosi alle conferenze per informare il mondo dei pericoli di questa pratica, ma i cui studi, ricerche ed affermazioni non hanno avuto seguito? Come mai i loro avvertimenti non hanno avuto effetto ?

I soldi fanno girare il mondo. Il modello medico che attualmente abbiamo è sbagliato. Alcuni realmente credono di fare del bene. Il sistema politico è controllato da interessi corporativi molto ricchi. Ignorano quello che non conoscono.
Usano la paura per controllarci. Non avevano le comprovate tecniche che dimostrano la causa effetto che io ho acquisito attraverso il sistema di misurazione 12-IMAM. La scienza è solo un modello umano statistico, probabilistico e matematico che può rapidamente scoprire la verità allo stesso modo in cui può creare verità ex novo, o nascondere la verità – se il fine giustifica i mezzi, se il profitto è coinvolto e non conoscono altri modi per realizzare il fine cui tutti noi tendiamo.

22.) Sono stati presi provvedimenti nei suoi confronti nel suo lavoro? Qualcuno ha tentato di zittirla, di impedirle di parlare del suo lavoro ?

Esiste un ordine reprimente ad oggi che mi impedisce di parlare ai convegni medici in Canada. Contestarono la mia iscrizione all’albo. La mia sponsorizzazione alla presentazione del mio lavoro al congresso mondiale di psichiatria, al Cairo, Egitto, fu cancellata nel 2005. Nessuno ha voluto finanziare il mio lavoro – nonostante fossi un borsista Nazionale che aveva ricevuto 250.000 dollari in 27 borse di studio accademiche e di ricerca durante I miei studi universitari. Anche il nostro quarantennale consigliere della Food and Drug Safety canadese, Dr. Shiv Chopra, fu intimato al silenzio e licenziato per aver messo in guardia su molte questioni, una delle quali era l’inganno relativamente alla sicurezza ed efficacia dei vaccini.
Fui additato come “ciarlatano” entro 24 ore dalla presentazione in pubblico del mio lavoro, la prima volta lo scorso ottobre. Presumo questo debba considerarsi una medaglia d’onore – sebbene alla società nel suo complesso appare disonorevole.
Ho scelto di allontanarmi dalla medicina Occidentale e da 20 anni di pluri-premiata educazione universitaria, l’anno scorso. Non tornerò indietro. Non ho scelta. La mia integrità e il mio sapere mi impediscono di andare avanti.
Quando lo standard delle cure mediche ti costringe a fare del male al tuo prossimo, e tu lo sai, allora si presenta un dilemma etico o un’attenzione selettiva. Se fossi rimasto nella professione medica facendo quello che faccio adesso, dicendo quello che dico adesso, mi avrebbero radiato dall’albo, per una qualunque ragione.
Pertanto vi sareste sentiti dire “non ascoltate il Dr. Moulden…è stato radiato dall’albo.” Non mi possono portare via qualcosa che ho scelto di non usare. La mia conoscenza non è vincolata rinnovare una licenza. Se guidi per vent’anni, e scegli di non rinnovare la tua patente, questo non implica che tu non sappia comunque guidare una macchina.
L’unico medico che ha compreso la reale grandezza delle mie scoperte è stato il Dr. Bernard Rimland – fondatore dell’Autism Research Institute e del protocollo DAN statunitense. Sfortunatamente il Dr. Rimland è deceduto un anno prima che fossi pronto a pubblicare il mio lavoro.
Sorprendentemente, alcuni prominenti scienziati – sostenitori nel mondo dello spettro autistico conoscono il mio lavoro, tuttavia, il mio lavoro minaccia anche le loro organizzazioni e questo crea ulteriori ostacoli. Non si può giustificare la spesa, in 5 anni, di 5 milioni di finanziamento stimando gli effetti del virus del morbillo sui macachi quando qualcuno ti dimostra che i batteri non sono la causa della malattia, per non parlare dell’autismo. Non si può giustificare di far pagare alle famiglie 5000 dollari per una diagnosi gastrointestinale, quando ormai è dimostrato che i problemi gastrointestinali sono un sintomo della stessa patologia che determina danni celebrali – l’ischemia.

23.) È stato chiamato a testimoniare in tribunale ?

Sono in tribunale adesso. Due “siluri” nell’acqua evidentemente. Un caso riguarda un adulto professore universitario che ha contratto demenza a seguito dei vaccini per le Epatite A e B. L’altro caso riguarda una morte improvvisa in culla a seguito della somministrazione dei vaccini DTap/MMR. Questi casi saranno la cartina di tornasole e sostengo entrambi con la medesima prova – tutti i vaccini, qualunque sia la diagnosi, creano gli stessi danni ischemici neurologici misurabili, riproducibili e quantificabili. Le corti stanno trascinando i propri piedi.

Il seguente link a “Baby M.” racconta la storia di fronte al ministero, http://www.vaccinerights.com/forensics.html

24.) Secondo lei qual è il ruolo del WHO (Organizzazione Mondiale della Sanità), e quello del CDC (Centre of Desease Control) ?

Ritengo che siano controllati dagli stessi gruppi che traggono profitto dal venderci malessere e malattie e cure palliative basate sulla mancanza di conoscenza circa le cause delle malattie e dei disordini – in causa, prevenzione e cura.
L’intera griglia di controlli e contrappesi è stato corrotto con riferimento a conoscenza, potere, direzione, obiettivi, metodi, credi, legislazione e nomine. La salute ed il benessere umano non possono essere affidati alla punta di una siringa o ad un’unica soluzione per qualunque problema. Tagliare, bruciare ed avvelenare non rappresentano la cura della salute.

25.) Perché ritiene che il suo lavoro rappresenti la più importante scoperta nel campo della medicina ?

Si tratta della causa di malattie, di patologie croniche, inclusi tutti i disturbi dello sviluppo neurologico, la demenza, molti disturbi neurologici e … beh, di gran parte di quello che fino ad oggi abbiamo etichettato senza aver di fatto veramente compreso. Abbiamo fino ad oggi lanciato cocomeri sul bersaglio (delle freccette) cercando di beccare il centro, senza sapere dove questo si trovasse. Abbiamo fatto un a gran confusione e causato un inutile e globale dolore e sofferenza ad un numero astronomico di persone. Ciò che devo supportare è quasi letteralmente uno spostamento paradigmatico in tutte le forme di cura per la salute, che ci consenta di passare dall’epoca della candela a quella dell’energia elettrica, con domande e risposte, che non richiedano di iniettare nel nostro corpo sostanze estranee. È il momento di concentrarsi sul “nocciolo” della salute e del benessere. Il mio lavoro apre la strada a questa nuova epoca e al ritorno a all’arte delle cure naturali, inclusa la chiropratica, la naturopatia, l’osteopatia, la fitoterapia e alla Medicina tradizionale Cinese. Questa sarà una pillola amara da buttar giù per la medicina allopatica e gli interessi farmaceutici.
Sicuramente, condividendo scienza e verità comprovata, nessuno acquisterà o venderà più un vaccino nella storia a venire. Questo avverrà presto. Prego di non essere in ritardo.

26.) Cosa pensa delle misure che sono state attualmente prese in alcuni paesi per rendere obbligatoria la vaccinazione contro una potenziale pandemia di influenza suina ?

Questo è un genocidio. Coloro che verranno danneggiati saranno quelli che avranno ricevuto il maggior numero di vaccinazioni, dal momento che i danni da vaccino sono cumulativi. Le generazioni più giovani saranno quelle maggiormente colpite – nel breve e nel lungo termine. Stiamo per iniettare vaccinazioni di MASSA, creando disturbi di MASSA, su scala di MASSA. Questo porterà a danni fisici e celebrali per tutti.
Lo stato non ha il diritto di interferire, con leggi o decreti, nell’inviolabilità del sangue e corpo umano e dell’anima. È uno stato che impone la propria volontà su singoli cittadini. Si tratta di una catastrofe incombente, che creerà proprio la cosa che fa credere di allontanare. È già successo prima.
Vi ho allegato un secondo articolo per affrontare la questione – per completare il quadro e mostrare il mio punto di vista, e fare un ultimo sentito appello ai cittadini dei vostri Paesi di svegliarsi da questa corsa titanica in cui siamo stati imbarcati – l’iceberg è proprio davanti a noi. Dovete riprendere il controllo del timone – tutti noi dobbiamo rispondere a questa chiamata, tutte le Nazioni…adesso.

27.) Ritiene possibile che i governi possano istituire leggi marziali per imporre e rendere obbligatorie le vaccinazioni ?

Sono già passate le leggi che sostengono queste azioni. Infatti, in caso di una rivolta civile, nel Nord America le leggi sono state cambiate in modo che l’esercito Americano possa venire in Canada a reprimere le rivolte. Quando viene invocata la legge marziale o una pandemia globale, i singoli cittadini perdono i propri diritti, devono vaccinarsi, a pena di essere considerati come una minaccia per la sicurezza nazionale e la salute pubblica.

28.) Cosa, secondo Lei, ha scatenato l’influenza “spagnola” nel 1918 ?

Le vaccinazioni al personale militare Statunitense impiegato oltremare. L’influenza spagnola non ha ucciso 20 milioni di persone. Sono state una risposta M.A.S.S. immunocompetente non specifica e la perdita di controllo elettrostatico di stabilità del flusso sanguigno a livello microscopico a causare ischemie clinicamente silenti a livello di micro-circolazione capillare.
Gli attacchi ischemici fisici e celebrali possono essere considerati causa di morte nell’influenza Spagnola così come lo potranno essere nella prossima “epidemia” sia attraverso le vaccinazioni che attraverso virus liberamente circolanti nella comunità.
Non avete bisogno di vaccinarvi contro l’Influenza Spagnola più di qualunque altro tipo di patologia, avete bisogno di controllare i meccanismi della fisiologia umana, attraverso i quali i vari patogeni inducono malattie – il MASS e l’elettrostatica – altrimenti conosciuti come “potenziale Zeta”.

29.) Cosa pensa delle varie terapie e discipline usate per trattare le reazione avverse dei vaccini ?

Chiamatemi. 1-877-NOW-I-CAN. Prima cosa valutazione, seconda cosa diagnosi. Terza cosa trattamento – adesso usiamo freccette per colpire l’obiettivo e lasciamo i “cocomeri” dell’allopatia.
Ho alcune soluzioni che potrebbero essere implementate immediatamente. In ogni caso, l’intero sistema deve essere stravolto. Il corpo può guarire – incluso il cervello. Dovete semplicemente colpire più obiettivi contemporaneamente per ripristinare i poteri auto-curanti con cui Dio ha dotato tutti i nostri corpi.
Questa sarà chiamata serie curativa di soluzioni e metodi IMAM MASS Victory. Per ora, potete trovarci on line, per aiuto, alhttp://www.brightstepsforward.orghttp://www.therapies4kids.com .
Potete creare i migliori cerotti del mondo, fino a che il mondo non capisce che è malato e “sanguinante” i cerotti hanno poco senso. Quando il paziente, in questo caso l’intero sistema medico occidentale, è malato e in fase di rifiuto, non si possono offrire trattamenti e nuove soluzioni, fino a che il paziente non concorda in cosa consista il “sanguinamento”.
Fino a quel momento, siamo tutti fermi e non posso parlare di risposte, soluzioni o “cerotti”, in quanto le mie risposte non hanno ancora alcun senso – coloro che controllano il sistema medico devono prima ammettere che il problema esiste realmente. In questa circostanza, riconoscere qual è il problema costituisce anche un’ammissione di responsabilità – a livello personale, politico e corporativo – questo è un peso non indifferente da portare e una pillola amara da ingoiare.
Cominceremo aiutando coloro che cercano aiuto. Non faccio denunce. Se a qualcuno capita di stare meglio dopo averci visto, deve trattarsi di una coincidenza.

30.) Una volta che “il danno è fatto”, non c’è più speranza oppure ci sono altri approcci ? Si può fare qualcosa per trattare i danni da vaccino ?

Si. Il corpo e il cervello possono guarire allo stesso modo in cui possono guarire l’ulcera del piede diabetico e la piaga da decubito. È prima di tutto una questione di flusso sanguigno – sia dal punto di vista della patologia che della guarigione. L’elettrodinamica, sorprendentemente, è una parte del processo di guarigione quanto lo è l’ossigeno, e il controllo “MASS” e “Zeta”. Il sistema epatico è critico. Il corpo può detossificarsi da solo – in ogni caso, deve essere rimesso in uno stato fisiologico appropriato.
Grazie a Dio, con riferimento alle funzioni celebrali, i danni da vaccino, hanno prevalentemente disconnesso i tratti connettori di sostanza bianca, lasciando invece intatta le “lampadine” (la materia grigia). Le connessioni celebrali di sostanza bianca possono essere ripristinate. I connettori celebrali possono ricrescere e riconnettersi, perfettamente e punto per punto da soli. Si deve prima ristabilire l’equilibrio nel corpo umano – nei sistemi multi-organici. Questo è tutto fattibile, ma deve essere fatto caso per caso, perché non esiste una soluzione unica per tutti in questo caso.

31.) Lei è coinvolto anche in politica… Ci può dire cosa l’ha spinta ad entrare in politica ? Non crede che la politica delle vaccinazioni potrebbe essere considerata come una posizione strategica, più monopolistica di altre ? Spera di cambiare le cose attraverso il suo coinvolgimento politico ? La sua vita non è maggiormente in pericolo adesso che è entrato in politica, tenuto conto della sua presa di posizione sulla questione delle vaccinazioni ?

Quando il sistema socio politico è malato e produce malattie serve un medico. Non posso cambiare il sistema curando sette pazienti al giorno e chiamare questo vita e carriera.
Preferisco cambiare il sistema, per aiutare l’individuo, piuttosto che cambiare l’individuo per aiutare me stesso. Il sistema medico, socio politico e bancario mondiale è controllato dagli stessi gruppi che contribuiscono a farci ammalare.
Le conoscenze mediche e la verità scientifica non aiuteranno l’umanità.
L’unico modo per uscire dalla confusione che abbiamo creato è una democrazia informata, educata, partecipativa, per la gente, con la gente e della gente. Io spero di ispirare i cittadini a reclamare cosa spetta di diritto alle persone, la loro Nazionalità, i diritti inalienabili, la Sovranità, e il controllo nell’emissione e nel controllo del credito e nella valuta della nazione. Se la gente non controlla questi nodi critici, allora l’usura, una volta preso il controllo seminerà distruzione in tutte le nazioni – su salute, ricchezza, diritti fondamentali e libertà.
Non c’è nulla da temere se non la paura stessa. La morte è inevitabile. Si dovrebbe temere di più ciò che non si è fatto nella vita sapendo cosa era giusto piuttosto che non fare cosa è giusto fare, distinguendo il bene dal male. Derisione, povertà, perdita di prestigio, ricchezza o morte – senza fede, senza speranza, sei già morto. Io ho scelto di amare, per me stesso e per i miei simili, semplicemente perché la verità mi ha guidato nelle mie scelte verso questa direzione. Noi tutti dobbiamo fare delle scelte.
Non vedrete mai un autocarro seguire una processione funebre – forse nella vita c’è di più che raccogliere averi.
Dio non ti incolperà mai per aver fatto la cosa giusta. La colpa sta nell’inerzia, nonostante l’abilità, la conoscenza e la capacità di fare altrimenti.
Sarei contento di entrare nel vostro paese per penetrare l’oscurità dei vaccini con la luce, per tutti.

Dr. Andrew Moulden MD, PhD –  http://www.vactruth.comhttp://www.brightstepsforward.orghttp://www.therapies4kids.com
1-877-NOW-I-CAN – Fonte:
http://peopleforfreedom.com/new-world-order-news/vaccine-dangers/dr-andrew-moulden-interview-what-you-were-never-told-about-vaccines/

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