Born Again

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Dialogo con Ippolita Luzo

by on ott.22, 2015, under Resistenza umana

viaggios

Quante persone sono nate con una passione dentro? Quante persone hanno visto questa passione “svegliarsi” dopo anni di prove e forti esperienze?
Quanti hanno una vulcano dentro, e lo tirano fuori e vorrebbero farsi sentire e la loro è una lotta contro il silenzio intorno, contro l’incomprensione, contro mille piccoli invidie, mille piccole ostilità.. ?
Ho pensato a volte a queste persone che hanno tanto da dire e invece di incoraggiare la loro voce, l’ambiente intorno sembra volerli disincentivare. Sono persone che non hanno scaltrezza, che non sanno “vendersi” bene, che non amano compiacere, e non si affiliano a gruppi, cordate, piccoli clan letterari o di altro genere. Sono persone un po’ troppo fuori margine per chi è abituato a inquadrare tutto. O poco “istituzionali” come poco “istituzionale” è considerata l’amica Ippolita. Non fa parte di una associazione, non è in alcun gruppo che conta, non è collegata alla politica, non è “giornalista professionista”, non è in alcuna “cordata letteraria”, anche locale, di un certo rilievo. E per questo la si considera quasi ‘importuna’ da parte degli addetti ai lavori del mondo letterario e artistico. E’ di quelle persone che se partecipa ad una iniziativa pubblica, a qualunque titolo, alla fine difficilmente la si citerà.. perché.. è poco.. “istituzionale”, perché semplicemente non si pensa che lei possa portare “vantaggi” a chi la coinvolge, e l’opportunismo, come molti di voi sapranno, non ha confini, e dovunque ci saranno quelli che classificheranno gli altri in “utili” per i propri scopi e “non utili”.
Io invece credo (e sono in tanti a crederlo) che a volte sono proprio le persone “fuori dai giochi”, e senza “titoli”, “ruoli”, “appartenenze” particolari ad avere una bella voce, una voce di semplicità, umanità, sincera volontà di condivisione. La loro passione è ancora più meritevole, perché poco gratificata dal mondo circostante e nonostante tutto perseverante nella fedeltà a se stessa.
E così è Ippolita, che raccontava l’Eneide e altre storie ai malati che con lei facevano la chemioterapia, e faceva loro doni, e li faceva volare con la mente, alleggerendogli l’anima in quei giorni molto duri per tutti loro. Non è questa “arte di vivere”? E non è questa “letteratura al servizio dell’essere umano”.
Ippolita che dopo una vita a tenere spesso dentro una buona parte del suo mondo e dopo gli anni della chemio e di altre sofferenze fisiche, trova la sua “magica ossessione”.. e scrive, scrive ovunque, su ogni pezzo di carta, in ogni luogo. E legge a tutti, perché sente che la scrittura tenuta solo per se stessi non ha valore, e vive negli altri, nell’ascolto degli altri, nelle emozioni che gli altri provano con essa. Ed Ippolita scrive anche degli altri.. fa continue recensioni su eventi, spettacoli, libri, poesie.. perché le piace valorizzare gli sforzi creativi di chi incontra.
Ippolita la conobbi un giorno alla Ubik di Catanzaro Lido quando, nell’ambito di un libo che quel giorno lì veniva presentato, parlò con voce commossa di quelle donne che, come sua madre, avrebbero voluto scrivere, insegnare, comunicare, ma, per i limiti del tempo, dovettero passare gran parte della loro vita tenendo dentro di se il proprio mondo.
Di seguito, un dialogo che ho avuto con lei.
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-Di dove sei Ippolita?

Sono di Lamezia, al tempo Nicastro, dove abito e non abito.

-Come è stata la tua infanzia?

Sono nata in una famiglia patriarcale. Stavamo tutti in una grande casa nobiliare: nonna, nonno, i fratelli di mio padre, mia mamma, mio fratello, mia sorella. A tavola, a pranzo e cena, ogni giorno, eravamo in molti; circa 10-12. Fino al 1962-1963 è stato sempre così.
Negli anni sessanta Nicastro non aveva ancora costituito, insieme a Sambiase e Sant’Eufemia, Lamezia. Molti anni fa era solo Nicastro. Ed era bellissima. E’ bella anche adesso, ma è molto peggiorata. Molti palazzi e strade sono irriconoscibili e anonimi. Io abitavo in una strada del centro storico. Ricordo come un incubo la sparizione del giardino di fronte casa mia che era parte di un palazzo nobiliare un po’ malandato, figurati che quando pioveva entrava l’acqua. Un palazzo scomodo, freddo. Mancavano i confort. Avevamo la televisione, ma, quando si ruppe, il nonno non la ricomprò più. Il telefono arrivò tardissimo. Io vivevo immersa in uno stile di vita che era più antico rispetto ai tempi. In confronto alle mie compagne del liceo, era come se vivessi in un’altra epoca. Noi, come famiglia, stavamo sostanzialmente per conto nostro; avevamo pochi scambi sociali. Incontravamo qualcuno quando venivano i parenti. Avevamo una grande cucina con il forno a legna e qui facevamo il pane, il maiale, i taralli per Pasqua. Avevamo la campagna, quindi c’era abbondanza di frutta, olio, vino. Di solito quello che ci avanzava lo regalavamo, piuttosto che venderlo. Ricordo ancora l’immagine di mio padre che arrivava con i fichi. Questo era il mondo da cui vengo io. Un mondo agricolo, di contadini, proprietari, senza essere imprenditori. Un mondo antico anche per quei tempi. Di carattere sono sempre stata timida, introversa. I pochi altri contesti in cui mi ritrovavo non mi aiutavano a socializzare. Quando frequentai il catechismo non mi fecero partecipare al coro, perché dicevano che ero stonata. La mia solitudine, comunque, nasceva a casa dove, nonostante la famiglia numerosa, avvertivo una grande estraneità. Questa sensazione di estraneità l’ho portata con me negli anni. Ma non ho mai amato l’idea di stare sola per conto mio. Ho sempre avuto un grande desiderio di partecipare alla vita sociale, mi piace molto stare insieme con gli altri. Non sono, quindi, una solitaria per scelta; sono una solitaria per destino. Quando sono entrata in un contesto collettivo, e sentivo che finalmente trovavo il mio posto in mezzo agli altri, trovavo qualcuno che mi cancellava. Questo succede anche oggi. Ho cercato di reagire a questa cancellazione, dicendomi frasi come “mi cancellano perché vorrebbero che io reagisca in modo più aggressivo”, mi cancellano “Perché li oscuro”. Ora invece faccio della cancellazione la mia forza.
Anche fisicamente ero una ragazzina molto fragile, molto debole. Ricordo che non riuscivo a fare le scale di casa tanto ero debole ed ogni estate facevo le punture di record B12; che erano delle vitamine. Amavo la scuola, uno dei pochi contesti in cui mi trovavo bene. Sono andata a scuola un po’ prima, un anno prima. Ho sempre amato leggere.

-C’è qualche episodio in particolare della tua infanzia che ti è rimasto impresso?

Allora… Io ho impiegato tantissimo ad imparare a stare in bicicletta. Ora… immagina che una volta, per fare la salsa, si mettevano le bottiglie di salsa a bollire fuori. Dietro casa mia c’era uno slargo, e le donne che abitavano nel vicolo mettevano lì fuori a bollire le bottiglie. Accendevano il fuoco e in questi fusti grandi mettevano le bottiglie. Un giorno, con la bici, andai a sbattere proprio contro questi pentoloni!
Ricordo che in quei vicoli passavano gli asini con le ceste. Io abitavo nel rione più antico di Nicastro; sotto casa mia c’erano tutte casette basse, e c’eranoi vicini che stavano seduti uno accanto all’altro perché si conoscevano tutti. La scuola media stava nel quartiere nuovo. Per arrivarci attraversavo la città. Mi accompagnava una compagna che, a differenza di me, era alta e più “in forze”. Mi portava i libri che io, debole, non reggevo. Durante “il tragitto”, di tanto in tanto dovevo fermarmi a riposare.
Di carattere ero talmente timida che, quando, arrivata al quarto ginnasio trovai una classe mista, fu uno shock. Ero la più piccola della classe. La professoressa mi rimandò in latino in greco e, a settembre, agli esami di riparazione, mi bocciò. Quando le chiesi perché mi avesse bocciato, lei rispose che lo aveva fatto perché ero troppo piccola. Successivamente mi resi conto che in questo modo mi aveva agevolato. Ripetendo il quarto ginnasio, ero sempre la più piccola, ma almeno un po’ più coetanea con gli altri. Prendevo voti alti. Frequentai regolarmente il liceo, sempre un po’ fragile di salute. Per dirti come tutto per me fosse più complicato che per i miei coetanei, ti faccio l’esempio del telefono . In quegli anni era entrato in tutte le case ma mio padre diceva “il telefono no, perché poi parlate con gli uomini”. Dopo il liceo, mi iscrissi in filosofia a Messina. A Messina stavo in una sorta di convento, un pensionato gestito dalle suore. Anche se, la maggior parte dei tempo la trascorrevo a Nicastro. Mi sono laureata in filosofia, con un tesi su Stirner e il suo concetto dell’”Unico.” Io avrei voluto fare la tesi sulle donne, sul femminismo.
Dopo la laurea, per sette anni restai disoccupata. Trascorrevo in questa grande casa autarchica, una casa dove non c’era nessun divertimento, nessuno svago, nessuna relazione. In quei sette anni l’unica cosa che, praticamene, facevo era leggere, leggere, leggere. Finalmente nel il 1984 indissero il concorso a cattedra, lo vinsi iniziai a girare la Calabria. Il primo posto in cui mi inviarono era Umbriatico. Si tratta di un paesino, a circa 160 km da qui, che adesso si trova in provincia di Crotone. Lì sono piombata nel medioevo più assoluto. A Lamezia c’era pur sempre un cinema, un teatro, una vita sociale. Ad Umbriatico non c’era niente. Nessuna pompa di benzina, nessuna edicola, niente di niente. Solo un negozio per tutto. La gente era come quella di Anime Nere, il famoso film di Munzi e Criaco. I giovani non c’erano, erano emigrati, lasciando i figli piccoli ai nonni. La scuola era una stanza con la stalla, e in un altro palazzotto c’era la media. Questo è stato il mio ingresso nella vita lavorativa. Ingresso difficilissimo anche perché non sapevo insegnare. La scuola non ti insegna ad insegnare. Ti manda sostanzialmente allo sbaraglio. E io non sapevo da dove iniziare. Visto che conoscevo Dostoevskij, Tolstoj, tutta la letteratura francese, Bel Ami, Balzac… erano queste le cose che raccontavo agli alunni. Costantemente una voce interiore non mi dava pace. “Che gli devo dire?” . L’anno dopo fui inviata a Melissa. Ancora peggio. A Melissa ebbi la sensazione di vivere ancora più indietro nel tempo; gente cattiva, che ti spiava, che sentivi che ti stava con il fiato sul collo. il Preside era sporco, proprio fisicamente sporco, e gli alunni erano di una aggressività allucinante. Poi fu la volta di Mesoraca; e anche lì fu un inferno, sia come colleghi sia come alunni. Ho cominciato ad insegnare bene solo quando mi trasferirono a Monterosso, dieci anni dopo che erano iniziate le mie peregrinazioni con l’insegnamento. I ragazzi erano bravissimi; e forse anche io avevo imparato ad insegnare. Fu una esperienza bellissima. Quando, i n quanto soprannumeraria , fui mandata a Serra san Bruno, i genitori andarono al Provveditore per chiedere di farmi rimanere. E’ la cosa più bella per un insegnante; essere richiesta dai genitori. Finii poi Polia. Altro luogo bellissimo. E’ proprio vero.Esistono luoghi e luoghi. Gli alunni erano deliziosi e studiosi. Li penso tutti con grande affetto. Sono rimasti con me tre anni. Infine giunsi a Lamezia, nel 1998-1999. Inizialmente mi inviarono per due anni ad insegnare ad una scuola particolare del centro storico; una scuola di alunni con grande disagio. Ed in seguito alla Manzoni. E’ stato un bel periodo. Fino a quando ho dovuto smettere per motivi di salute. Intanto mi ero sposata nel 1988, e avevo avuto mio figlio nel 199o.

-Come era sorto il tuo problema di salute?

Come hai potuto capire, non sono mai stata granché bene in tutta la mia vita. Il mio cancro, perché di un cancro si trattava, emerse già con uno stato di salute molto debilitato. Erano gli anni 1999-2000. Avevo avuto un segno rivelatore. Un polipetto all’ano. Anche se l’ho capito dopo, perché i medici non diedero ad esso l’importanza che meritava. Queste cose te le dico perché potrebbero servire ad altri. Quando ci si imbatte in un polipetto all’ano, si deve assolutamente fare la colonscopia. Scoprii dopo, il polipetto all’ano è la spia del cancro al colon. Invece io andai dal proctologo che era un imbecille e che, non mi fece fare nessuna colonscopia e che mi disse “ah sì, lei ha un polipetto all’ano, glielo bruciamo a Catania”. Dopo questo intervento di bruciatura, non sono stata bene, perché avevo dei dolori lancinanti. Andai da un dottore di Roma, primario all’Umberto I. Anche lui non mi fece fare la colonscopia, ma mi diede una sua crema. “Signora –mi disse- le passerà qualsiasi dolore, qualsiasi ragade” . Per lui si trattava di –ragadi rimaste durante l’intervento. Sia la crema che le visite costavano tantissimo. Ma non servirono a nulla. Io stavo sempre male, perdevo sangue. Nel 2002 e nel 2003 ero arrivata a stare così male che mi facevano le flebo di ferro. Più il tempo avanzava, più il mio malessere peggiorava. Un giorno di febbraio 2005 , proprio il giorno San Valentino, mentre mi trovavo a scuola a fare gli scrutini, sentii un fortissimo dolore, come se stessi per partorire. Tornai a casa e poco dopo dovetti essere operata. Con l’intervento emerse ciò che avevo: mi tolsero circa 20 cm di intestino; era un tumore abbastanza alto. Dopo l’intervento dovetti intraprendere la chemioterapia. Furono sei mesi di chemio, due volte al mese. Le feci a Catanzaro, presso l’Ospedale Pugliese, con il professore Mollica. Io non la volevo fare, e cercai di affrontarla a modo mio. Ad esempio, avevo comprato i braccialetti anti nausea e il professore mi diceva “e sì signora, e voi ora con i braccialetti avete risolto”. Oppure facevo l’agopuntura e lui diceva “questa è la signora dell’agopuntura”. Anche se Il dottor Mollica aveva un approccio molto quadrato, molto tradizionale, nel tempo nacque un bellissimo rapporto. Pensa che ci scambiavamo i libri. Ricordo uno di questi libri, “La fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani. A lui piacevano i nostri “scambi”, e mi diceva “è così che dobbiamo fare”. Intendeva che così doveva essere l’empatia tra medico-paziente. E’ rimasto un bel rapporto tra noi. Recentemente, l’ho incontrato al cinema e mi ha detto..“lei signora scrive ancora?”

-Ritorna sul periodo della chemio…

La chemio la feci dal 2005 al 2006, a Catanzaro, come ti avevo detto. Dovevo stare là tutto il giorno, perché avevo il port. Il port consiste nell’aver sotto la pelle un impianto. Loro ti fanno una sorta di infusione, con delle flebo. Ricordo che stavo in una sala piccola, in cui c’erano altre cinque persone. Tutti e sei eravamo attaccati alla flebo. Il primo giorno in cui entrai per fare la chemio vidi queste persone tristi. Allora mi sono messa a parlare “Adesso vi racconto una storia”. E gli ho raccontato l’Eneide, gli ho parlato di Didone. Si sono tutti rianimati. Erano tutti felici. E così ho sempre fatto quando andavo là.

-E’ bellissimo quello che hai fatto..

Questo per dirti che io non sono una “vera” solitaria. Non sono quel tipo di “solitaria” che detesta stare con gli altri, che vuole sempre stare nella sua solitudine. Io quando andavo tra questi malati, parlavo, parlavo; parlavo tanto. E poi portavo i fiori. Devo dirti che nonostante la chemio sia qualcosa di durissimo e doloroso, quella fu per me una bella esperienza; perché fu una esperienza di umanità, di condivisione, di socialità. Fu una opportunità di stare con gli altri. Circa l’impatto della chemio, tutto sommato per diverso tempo ressi abbastanza bene. Ma alla fine mi sono sentita malissimo. Mi venne la candidosi. Proprio con la fine della chamio, cominciò l’inferno.

-Racconta..

Nel 2006 cominciai a produrre schiuma. Schiumavo come una lumaca. Avevo proprio la lingua bianca. E come schiumavo in bocca, il dottore mi spiegava che schiumavo anche dall’interno… nella pancia, nello stomaco… una cosa pazzesca. A lungo trovai medici superficiali che non capivano quello che avevo. Che mi dicevano le solite banalità del tipo “sei depressa”. Finalmente trovai un medico di Roma che mi disse che avevo la candidosi. Questa problematica mi aveva ridotta ad essere uno zombie. In quei due anni non tornai a scuola. Molti colleghi dopo l’intervento e la chemio tornano a scuola. E anche io, mentre stavo facendo la chemio, dicevo ai colleghi “ora torno, ora torno”. E invece mi venne questa candidosi terribile. Per due anni non ho saputo come uscirne. Furono due anni di inferno. Credevo di morire. Ormai anche andare a fare le visite mediche era uno strazio. Non riuscivo più a camminare; barcollavo. Tutto questo fino a quando incontrai una persona che mi salvò. Era un ortopedico di Roma che mi diede una cura senza carne e che mi disse “Si prenda un limone spremuto ogni giorno”. Con la dieta e il limone mi passò la candidosi. Prima, come ti dicevo, avevo schiuma all’interno del corpo, mi sentivo sempre gonfia, ero sempre dolorante, sempre piegata in due. Tutto questo passò grazie alla dieta e al limone. Nanni Moretti in Caro Diario racconta le sue vicissitudini di salute, e dice “Ho imparato che ogni mattina si deve prendere un bicchiere d’acqua tiepida con un limone spremuto”. E’ molto importante, in questi casi, incontrare la persona giusta. Ci sono certe persone che ti danneggiano più che aiutarti, o comunque ti tolgono energia piuttosto che motivarti. Pensa che una psicologa un giorno mi disse “va beh, mio padre è morto, tutti dobbiamo morire”. Comunque la guarigione richiese mesi. Oltre a questa tremenda candidosi, successivamente ebbi un altro bestiale problema fisico. Tutto iniziò con un grande dolore alla gamba. Dopo l’intervento e la chemio, zoppicavo sempre. Non riuscivo comunque a capire come venirne a capo. Decisi di andare da quel medico di Roma che mi aveva fatto conoscere l’acqua col limone e mi disse “signora, lei non ha niente alla gamba, ha avuto uno spostamento del bacino e quindi ha sbilanciato e deve mettere un tacchetto più alto di una scarpa.”. Il trucchetto del tacchetto funziona… sulla gamba… a quel punto però.. non riuscivo più a masticare. Il tacco aveva innescato una sorta di mutamento a livello di mandibola. Prima andai da un dentista che per due volte mi da un byte, m io non riuscivo a stare con questo byte. Poi andai in un famoso centro dentistico che si trova a Crotone. Lì ho avuto a che fare con lo gnatologo, che è quello che si occupa dei byte. Mi applicò un byte e, dopo qualche mese, non vedevo più, non camminavo più. A un certo punto mi sono tolta di bocca questo byte; e mi successe di tutto. I denti cominciarono a sbattere l’uno contro l’altro. Ancora adesso ho tutti i denti rovinati. Per fortuna incontrai un osteopata, che si chiama Oreste Montepaone e lavora a Catanzaro. Lui riuscì a risistemarmi. Da allora, ogni settimana devo andare da Oreste che mi sistema la mascella, mi sistema la gamba e me la mette dritta e gran parte delle problematiche fisiche vengono meno.

-La scrittura è la tua passione, racconta come nacque tutto questo, cosa ti ha accesola scintilla.

Nel 2009 avvenne un evento che fu uno spartiacque per me. C’era una signora che aveva organizzato un evento con un pulmino, ma gli era venuta meno uno dei partecipanti, lei mi chiese di prendere io il posto di quella persona e lo feci. Si trattava di andare ad Ischia dove lei doveva ritirare un premio di poesie. Le sue poesie mi piacquero e scrissi un pezzo. Tempo dopo, nell’ambito di un evento organizzato a Lamezia, mi venne chiesto di leggere quel brano. Provai una emozione particolare nel farlo. E questo fu uno stimolo a continuare a scrivere. Una delle motivazioni interioro era che mio figlio mi leggesse. All’inizio mi dicevo “scrivo perché mio figlio mi legga”… “scrivo, glielo faccio leggere, lui lo leggerà, e io parlo con lui”. Poi mi sono resa conto che molte volte non mi leggeva. E allora ho cominciato a dirmi “adesso dice che non mi legge… però poi… mi leggerà.” Posso però dirti che un momento decisivo dal punto di vista “tecnico” fu l’avere imparato il PC. Prima ho sempre scritto su fogli di carta, e mi trovavo piena di fogli che smarrivo continuamente. Anche perché scrivevo dappertutto. Sull’agenda, sugli assegni, sulle note della spesa. Nel 2007 tutti quei foglietti li bruciai. Per imparare il PC ho fatto venire un ragazzo a casa per insegnarmelo. Era il 2010. Poco dopo, dovendo scrivere una presentazione per il libro di un amico , scoprii l’esistenza dei siti letterari. Per me fu una rivelazione. Ora quell’ubriacatura mi sembra una cosa lontana. Ma in quel momento per me era come trovarmi nel “paese dei balocchi”. Tutti questi siti letterari, dove si poteva scrivere in continuazione e confrontarsi con gli altri, commentare, vedere i loro commenti. Appena entrai in questi siti, mi sembrava di essere in uno dei collettivi degli anni ’70. Io ero un po’ troppo impetuosa nel pormi, e anche molto schietta. Questo comportava che venissi bannata da quei siti o che me ne andassi io. Nel 2012, un professore che avevo conosciuto proprio su uno di quei siti, e che aveva apprezzato il mio stile, mi aprì un blog. E si può dire che dal 2012 ad oggi io scrivo in continuazione.

-Se dovessi chiederti perché scrivi, come risponderesti?

A me piace comunicare. Per comunicare io non ho trovato altro sistema che non sia quello del foglio. Per comunicare posso usare solo la scrittura. Lo posso fare dicendo ad un’altra persona quello che io penso di lui, di quello che scrive. E’ un modo per conoscersi. Ed è un modo per fare un dono. “Ti do questa parte di me”.

-Quindi non sei molto d’accordo con chi dice di scrivere solo per se stesso e che non gli interessa se altri leggono o meno?

Assolutamente no. Per me sono dei pazzi. Per me la scrittura è imprescindibile da chi ti legge. Voglio anche dirti che dalla scrittura si capisce se ciò che uno dice è vero o falso, e se chi scrive è una persona “vera” o “falsa”.

-Di cosa scrivi maggiormente?

Sai che non potrei dirti un argomento particolare sul quale scrivo.. si può dire che scrivo di qualsiasi cosa.

-Questi anni ultimi anni come sono stati?

Per certi aspetti è stato un periodo in cui è stato possibile che le mie idee cominciassero a trasformarsi in realtà. Per altri versi è stato un periodo di cancellazione. Da sempre in un certo senso io sono cancellata. Ma negli ultimi tempi è avvenuto con particolare intensità.. Un mio amico giornalista dice che vengo oscurata perché non sono “istituzionale”. Anche in un’altra iniziativa a cui avrei dovuto partecipare, seppi che alla fine non ero stata invitata perché non ero… “istituzionale”. Io non sono presidente di una Associazione, non faccio parte di un partito, non sono una giornalista, non ho potere economico. Non sono nessuno, quindi… hahaha.

-Detta così è quasi un complimento, perché istituzionale vuol dire che sei nel sistema. Le parole che noi usiamo ci qualificano. Qualificare una persona come “non istituzionale”, vuol dire porsi nei confronti di quella persona in una posizione di spocchia, di giudizio.

Ma il mondo letterario e culturale è un mondo di spocchia e di giudizio… e di cordate…

-Cosa intendi per cordata?

Le persone che operano nel mondo della cultura si aggregano in gruppi di mutuo sostegno reciproco. Anche quelli che sono bravi si devono appoggiare a qualcuno, altrimenti non trovano spazio.

-Insomma sinergie di pura convenienza?

Si… come si forma una cordata? Immagina uno scrittore locale che ha raggiunto un successo di portata nazionale, meglio morto. La cordata si manifesta nel parlare di lui, nello stare vicino a questo scrittore, nel fare iniziative su di lui, morto.. Anche perché, tramite la sua luce, di riflesso, si cerca di avere visibilità. E poi ci sono tanti modi per cercare visibilità. Adesso vanno di moda gli incontri con dieci persone, perché dieci persone sono una garanzia per la riuscita della serata. Una cosa che mi indigna profondamente è poi tutto quel mondo di coloro che si vogliono creare una posizione attraverso l’esibire il loro essere antimafia. Io ho messo un disegno sul mio profilo dove alcune vittime di mafia dicevano “per favore dimenticateci, perché voi non potete fare le vostre carriere sulle nostre morti”. Opportunisti dell’antimafia per fare la loro carriera. Altra cosa che ho notato nel corso degli anni è che pochi, davvero pochissimi, hanno una vera opinione indipendente. Moltissimi non si accorgono, in modo indipendente, se una persona è brava o meno. Se io mi accorgo che una persona è brava, senza che me l’ha detto nessuno, mi dicono “a te chi te l’ha detto?”. Il plauso della gente comune viene solo dopo che qualcuno di importante e di autorevole ha dato la sua approvazione. Prima non ti considera nessuno. E comunque sono arrivata anche alla conclusione che gli altri, con le dovute eccezioni, se ti incontrano la prima volta.. le prime cose che notano sono come ti vesti, quanti soldi hai e se puoi essere loro utile, se puoi servire in qualcosa.

-La tua vita può essere intesa alla luce dell’amore per la scrittura e la condivisione…

Guarda.. nel 2009 ho cominciato a girare con questi fogli in borsa. E lì leggevo dove mi trovavo. Una volta leggevo ad una persona su una panchina, stavo leggendo quella che era “la mia pasquetta” e una donna che si trovò a sentire mi disse “signora, questa è la pasquetta mia”. Avevo il desiderio di leggere in continuazione quello che scrivevo. Ad esempio alle otto di mattina chiamavo e dicevo “Buon giorno, ho scritto questo”. E leggevo quello che avevo scritto. E ho cominciato a scrivere. E poi ho cominciato a leggere in pubblico.

-Ricordo un tuo appassionato discorso alla Ubik di Catanzaro Lido…

Io esprimevo alla Ubik la bellezza e la difficoltà delle donne che potevano scrivere. Mia madre ha sempre voluto fare la maestra, ma le era sempre stato negato, e ha fatto una vita difficile, portandosi dentro questa mancanza. Ancora. adesso che ha 90 anni , vive con questo senso di mancanza. Quella sera dissi che sono contenta di essere andata a scuola… posso scrivere, posso insegnare, posso parlare. Grazie sempre a Nunzio Belcaro, alla sua sensibilità, a Gianluca Pitari. La libreria Ubik ama la scrittura. Per me scrivere è relazione..

-Voglio concludere con qualche tuo brano. Leggine due..
Questo brano si chiama “Dove ritorniamo”..

“Nella circolarità nostra vita ritorniamo sempre all’infanzia, all’adolescenza. Tutto quello che succede dopo è una schermata, e poi l’infanzia ci insegue e ci riporta indietro. A lei ritorniamo più o meno consapevoli, più o meno felici, più o meno soddisfatti. Le rondini di maggio, i loro voli circolari rasenti il mio balcone e di fronte la chiesa barocca, il suo bellissimo giardino che nessuno ricorda più. La nonna che fumava qualche sigaretta di nascosto come una ladra, dietro una finestra. Lo zio lento, maldestro, che sicuramente avrebbe rotto qualche tazza, avrebbe versato il latte per le scale. La mia mamma che lavorava con i capelli corti, un foulard in testa. Scendeva in una botola, prendeva la carbonella, preparava un braciere, per una serie di maschi per i quali era d’uopo riscaldarsi. Le donne di casa preparavano grandi ceste con cenere fumante e le lenzuola bianche sotto la cenere profumavano di buono e di famiglia. Ugo mi accompagnava a scuola. Palma veniva nella nostra campagna, dormiva da noi il sabato. Poi ritornava alle sue galline, ai suoi cani, ai suoi gatti. La cucina in muratura, il forno a legna per fare il pane, i taralli per pasqua con l’anice nero, e il baccalà con le patate del venerdì. Ero convinta mi volessero avvelenare, bambina, chissà perché. Leggevo troppe favole nere. Ero convinta di essere di troppo in quella famiglia numerosa, articolata, complessa. Ero sicuramente non capita. Non c’era il tempo. Mangiavo quindi poco. Ero magra, magrissima. Debole, debolissima. Quanti record b-12 ho bevuto nelle primavere della mia infanzia e della mia adolescenza. Pensavo, leggevo e pensavo. Studiavo, amavo la scuola, non conoscevo altro. Amavo i diari scolastici, i quaderni, le penne, il banco, dove io trovavo il mio posto. Non c’era posto per me in parrocchia. Ero timida, poco intonata, nemmeno un coro. Riuscii ad andare in bicicletta dopo e ricordo un grande pentolone di salsa contro cui andai a sbattere nel vico chiuso dietro casa. Non imparai nemmeno l’alligalli malgrado gli sforzi di mia cugina non avevo ritmo, non parlavo.
Con chi avrei potuto parlare di personaggi letterari, leggere poesie che scrivevo e sceneggiature mai recitate. Avevo sempre il muso. Il mio papà sempre molto carino, mi chiamava Cassandra, capra maltese cioè testarda. La zia Giuditta mi chiamava Sandrina, le ricordavo Sandra Mondaini. Per tutti ero studiosa, capace, ma poi finiva lì, come se fossi ancora in quella casa dove per altro non vivo più da tanti anni. Ma non sono vissuta da nessun’altra parte. Non ho ricordo delle altre case dove ho abitato. Non ho ricordi di questa dove abito da più di 15 anni. Tutti noi non andiamo da nessuna parte, ma è bello andare. Quello che non ho fatto allora lo faccio ora. So ballare l’alli galli, so parlare in pubblico, sono elegante e sono carina. Saprei fare molte altre cose se sarà il mio destino farle. Il tempo è circolare. Nulla si perde e tutto è per sempre, ma la selezione annulla il superfluo. Il banale, il quotidiano, annulla lo squallore di una vita falsa e ci ridona le immagini essenziali a dirci chi siamo.”

Quest’alro brano è dedicato ad Amy Winehouse ed ora anche a Whitney Huston..

“Nel dissolvimento del mio mondo ho pensato che vivere la mia sofferenza, mi avrebbe permesso di essere capita dai miei cari. Così, nelle televisioni private, in qualche associazione, elegiacamente ho intonato il canto dell’amore perduto, commentando poesie di altri poeti, parlando di Emily Dickinson, parlando convinta che i miei cari avrebbero capito le mie ragioni. Sono venuti anche a sentirmi. Hanno visto i giornalisti locali che mi intervistavano, le persone che mi porgevano i fiori, che si congratulavano, si erano commossi gli spettatori, e loro, i miei cari “adesso ti sei specializzata, adesso puoi fare solo questo”. E io che parlavo per loro! Adesso ho iniziato a parlare per me. Ed è successo di tutto. L’invidia profonda di chi si sentiva scavalcata. Le persone semplici che mi dicevano di avermi visto in televisione e che mi domandavano quando avrei fatto un libro. Ma io non voglio scrivere nessun libro. La mia casa è invasa da libri, da fogli, da agende. Scrivo dappertutto. Esco e penso a quello che scriverò a casa. Ti credo perché penso che ti sia successa la stessa cosa. E’ la frase creativa. Mia sorella quando mi vede con un foglio in mano, scappa. Ho smesso di leggere alle amiche. Non possono capire il turbinio che abbiamo in testa. Le voci, i personaggi, le storie che vogliono essere scritte. A volte scrivo come se fossi in trance. Non so neanche io cosa racconterò. Poi ovviamente ci diamo una regolata. Qui pubblicano tutti. A che pro. Una volta lessi un libricino piccolo piccolo. Della Sperling forse. La storia di una donna di una piccola città che faceva conferenze, veniva premiata con qualche premio letterario. Pensai “che squallore una vita così”.
Ho cercato a lungo quel libricino, scritto da un ragazzo molto bravo ma non l’ho trovato, giù dove deposito riviste, libri, quaderni. Ho cercato – Frammenti di un discorso amoroso- lo sapevo a memoria- dove lo avrò messo? Amy, già a sedici anni scriveva le sue canzoni, Amy le ha cantate al mondo intero, Amy era infelice, nonostante tutto non aveva niente. Hai ragione, abbiamo creato dei mostri, ma non sono gli oggetti i responsabili, siamo noi con il nostro uso distorto a creare infelicità e malessere. Povera Amy, poveri pazzi, in un momento storico che ha tutto tranne il rispetto dei sentimenti. Amy è nata il 14, io il 13 settembre Cosa vuoi che mi interessi quando la corrispondenza finirà e tu potresti diventare famoso? Certo ti auguro di veder realizzato il tuo sogno, ma per me il momento più importante è questo, quello del creare. Dopo, vedrai, dirai-Tutto Qui?- Dopo la soddisfazione di avercela fatta sentirai come me, come Amy, la profonda sensazione di essere estraneo a quel che ti circonda. Perché siamo fatti così, siamo in tanti così, ma va bene così.

 

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Conformismo e sottomissione- una pagina di Anatolij Rybakov

by on apr.17, 2015, under Resistenza umana

Anatoli-Ribakov

Da sempre nella letteratura ci sono opere memorabili e momenti, passaggi, estratti emblematici, quasi “definitivi”, nell’immortalare qualcosa capace di “parlare” nel tempo, anche molti anni dopo che quel libro è sorto, e che all’epoca a cui apparteneva sono seguite altre epoche. Del resto è questa la vera forza dei “classici”, essere non cadaveri imbalsamati, ma opere vive, vive anche dopo secoli.
Uno di questi libri è “Gli anni del Grande Terrore” dello scrittore sovietico Anatolik Ribakov, pubblicato nel 1989,che riprende le vicende narrate ne “I figli dell’Arbat”, e che verrà seguita da “Il Terrore”; il tutto costituisce una trilogia che è stata considerata una delle più importanti opere sul terrore staliniano.
Ribakov aveva conosciuto nel 1931 il confino in Siberia per attività controrivoluzionarie. Vide coi suoi occhi la degenerazione politica e sociale dell’epoca dello stalinismo, e la “corruzione morale” dilagante che esso aveva generato. Le sue opere più importanti non poterono essere pubblicate nel momento in cui le aveva scritte; dovettero passare decenni, perché esse potessero venire alla luce per il grande pubblico.
Gli estratti che riporto in questo articolo e che tra poco leggerete non è, però, utile solamente ai fini della comprensione della degradazione dell’epoca staliniana. Essi sono anche emblematici nel rappresentare un certo tipo di atteggiamento, un atteggiamento dove conformismo e sottomissione si uniscono.
L’estratto citato si colloca nell’epoca dei grandi processi farsa staliniani; processi che servirono a Stalin per spazzare via tutta la vecchia guardia bolscevica (e anche altre persone che con con essa non avevano alcun rapporto). Quei processi furono l’annientamento di ogni idea di civiltà giuridica. Tutte le deposizioni si basavano su falsità clamorose e deliranti che gli imputati erano costretti pronunciare dopo essere stati “lavorati” con ogni genere di tortura, umiliazione, ricatto; comprese anche le minacce di imprigionare e sterminare i loro famigliari se non avessero reso le testimonianze che a loro si richiedevano. In particolare, il brano di Rybakov fa riferimento al processo del 1936 che si concluse con la condanna alla fucilazione anche di Zinov’ev e Kamenev, due membri celebri del primo gruppo che fece, con Lenin, la Rivoluzione d’Ottobre.
Sasa è un confinato, che legge sui giornali la ricostruzione dei quel processo e che capisce subito che troppe cose non tornano, che le deposizioni sono troppo concordanti, meccaniche e assolutamente “irreali”. Sasa capisce che si stava giocando sporco, che, in un modo o nell’altro, stava avvenendo una manipolazione della verità. E resta colpito da come gran parte dell’intellighenzia si schierava pubblicamente e ferocemente contro gli imputati di quel processo (ma anche degli altri processi). Rybakov, tramite Sasa, cita alcuni dei più grandi scrittori, scienziati, artisti dell’epoca. Lo scenario che ci trasmette è indimenticabile. Per opportunismo, paura, autoninganno, la quasi totalità dell’elité intellettuale dell’epoca si trasformava in un’orda demente e feroce.
Quella che vediamo è la grottesca prostituzione di ogni forma di onestà intellettuale da parte di coloro che proprio avrebbero dovuto mantenerla o almeno non tradirla platealmente.
Espressioni -indirizzate alle vittime di questi processi farsa- come ..
“Per generazioni verranno ricordati con immutata ira e disprezzo questi bastardi che si sono affollati alla porta dell’imperialismo in putrefazione”…
“Che vergogna! Che sangue nero scorre nelle vene di questi ex uomini! L’ira e l’indignazione mi impediscono di scrivere. Posso soltanto esclamare che il mondo non ha bisogno di questi traditori.”…
”In mezzo all’aria pulita, fresca che si respira nel nostro meraviglioso e fiorente paese socialista, d’un tratto si è levato il fetore rivoltante di questa carogna politica. Uomini già diventati da tempo cadaveri politici, putrefacendosi e marcendo, avvelenano l’aria intorno. Ma proprio all’ultimo stadio di putrefazione sono diventati non soltanto abominevoli, ma anche socialmente pericolosi… Le parole non bastano ad esprimere pienamente la propria indignazione. Sono persone che hanno perso gli ultimi tratti di parvenza umana. Bisogna annientarli, distruggerli come carogne che hanno inquinato l’aria pura e frizzante del paese sovietico, carogne pericolose”.
Un concerto di odio, di disprezzo violento verso persone innocenti vittime della macchina di morte staliniana. Una sottomissione totale fino alla venerazione al Potere in quel momento dominante. Un diventare parte integrante e fanatica della Menzogna politica. Un fare a gara a chi era più feroce e, allo stesso, più servile. Specie se teniamo presente che dichiarazioni come queste erano solo la punta di un iceberg.
Pagine come questa sono un insegnamento perenne. Ci ricordano di quante volte, in altre epoche, anche più recenti -seppur in contesti anche molto diversi, senza un partito unico al potere, senza la tortura, senza la rappresaglia sui famigliari, ecc- ci si
sia allineati totalmente al Potere e ci si sia uniti allo sciacallaggio contro i “colpevoli designati”. Tutte le volte che per opportunismo e paura ci è trasformati in prostitute intellettuali.

Dove sono ora le persone citate in questo articolo? Persone come Ivan Kataev,Vladimir Bachmet’ev, Artem Veselyj, Nikolaj Ognev e tantissimi altri? Dove sono adesso tutti quelli che di fronte ai plotoni d’esecuzione sputavano sui fucilati? Dove sono i finti scrittori che elogiavano i massacri di massa? Dove sono tutti coloro che hanno sempre tradito se stessi e la propria gente?
Nomi dimenticati nella polvere.

————————————————————————
(…)
Quell’inverno Sasa aspettava la posta con la stessa impazienza con cui più di due anni prima l’aveva aspettata la prima volta. L’ultimo numero del giornale che aveva letto era la Pravda con le conclusioni dell’accusa sul caso Zinov’ev-Kamenev. Era rimasto addirittura allibito, non riusciva a credere a quelle infamanti accuse. Finalmente Sasa ricevette i giornali degli ultimi giorni di agosto, di settembre e di ottobre con tutti i materiali e i protocolli del processo. Gli imputati avevano confessato di avere ucciso Kirov e di avere organizzato anche l’assassino di Stalin e di tutti i principali dirigenti del partito e dello Stato, agendo su ordine diretto di Trockij. Il processo si era svolto a porte aperte, ma era stato frettoloso, era andato avanti qualche giorno in tutto, e non c’erano avvocati difensori. Gli imputati avevano raccontato con animazione e, si sarebbe detto, con piacere, i loro terribili crimini, e le loro deposizioni erano simili come gocce d’acqua. Nonostante il pentimento, erano stati fucilati tutti.
Gli imputati avevano deposto che i loro complici non erano soltatno gli ex trockisti Radek, Pjatov, Sokol’nikov e Serebrjakov, ma anche Bucharin, Rykov, Tomskij, Uglanov. (..)C’era qualcosa che a Sasa non quadrava. Gli imputati erano vecchi comunisti, la guardia bolscevica, compagni di eroi di Lenin, eroi dell’Ottobre, leggendari comandanti di armata della guerra civile, persone che avevano dedicato tutta la vita al partito, e tutt’a un tratto erano diventati assassini, deviazionisti, spie. I membri del Politbjuro di Lenin, persone che avevano preparato e fatto la Rivoluzione d’Ottobre, di colpo si erano messi a gettare pezzi di vetro nel cibo dei lavoratori, a guastare le macchine, erano divenuti spie al soldo dei servizi di spionaggio stranieri.Avevano confessato tutto? Sasa non ci credeva. Confessioni così simili da dare l’impressione di essere state suggerite non potevano essere sincere. (..)Stalin diceva una cosa, ma ne faceva un’altra. A parole era col popolo, nei fatti lo terrorizzava; la violenza e il terrore erano i suoi unici strumenti di potere.
(…)

Ma più di tutto meravigliavano Sasa i commenti. I collettivi delle fabbriche e degli stabilimenti, degli istituti universitari e dei Commissari del popolo, come al solito, prendevano posizione. Già il 16 agosto, tre giorni prima del processo, i giornali erano pieni di risoluzioni delle assemblee operaie:
“Nessuna pietà per i nemici del popolo!”.
“Annientare le canaglie!”.
“Facciamola finita con i maledetti nemici!”.
E richieste analoghe.
Ma i commenti di scrittori, artisti, scienziati famosi! Quello era davvero terribile.Già il 1 agosto, quattro giorni prima del processo, il giorno della pubblicazione del comunicato della Procura dell’Urss sulla scoperta della congiura, lo scrittore Stavskij scriveva:
“Canaglie e fanatici, i vostri nomi saranno maledetti e calpestati nei secoli!”.

Il 20 agosto gli scrittori sovietici proclamavano:

Anna Karavaeva: “… il cuore di milioni di persone freme, i pugni si stringono di ira e di odio per i malfattori del blocco trockista-zinov’evista”.

Ivan Kataev: “Che l’ira del popolo distrugga quella tana di assassini e istigatori!”.

Vladimir Bachmet’ev: “Per generazioni verranno ricordati con immutata ira e disprezzo questi bastardi che si sono affollati alla porta dell’imperialismo in putrefazione”.

Artem Veselyj: “Anche nella nostra organizzazione partitica degli scrittori la vigilanza dei bolscevichi non è stata assolutamente sufficiente”.

Nikolaj Ognev: “La condanna della Corte suprema sarà una condanna di tutto il popolo sovietico. Sarà una condanna dura e giusta”.
Aleksandr Svirskij: “Che vergogna! Che sangue nero scorre nelle vene di questi ex uomini! L’ira e l’indignazione mi impediscono di scrivere. Posso soltanto esclamare che il mondo non ha bisogno di questi traditori.”

Il 21 agosto:Aleksej Tolstoj: “I crimini condannabili ora non soltanto dalla Corte Suprema ma anche da tutto il proletariato internazionale sono i più putridi e vili che ci siano noti dalla storia dell’umanità”.

Il 25 agosto:
Vs. Visnevskij: “Il Presidium dell’Unione degli scrittori sovietici accoglie caldamente la risoluzione del tribunale proletario sulla fucilazione degli agenti trockisti-zinove’evisti del nazismo, dei terroristi e dei deviazionisti… Gli avvenimenti pongono il problema della radicale verifica della composizione dell’Unione degli scrittori sovietici. Bisogna sapere con chi abbiamo a che fare. Bisogna conoscere tutti i tremila membri della nostra Unione degli scrittori sovietici. Occorre studiare accuratamente tutti gli elementi della nostra organizzazione e del suo apparato”.

A. Gidat: “Chi erano questi Kamenev e Zinov’ev? Non erano uomini! Erano cani umanoidi!

A. Barto: “… Ognuno di noi si sente profondamente sollevato perché sono stati fucilati, perché non esistono più sulla faccia della terra… Non avveleneranno l’aria del nostro paese meraviglioso!”.

Più Sasa leggeva queste dichiarazioni, più si sentiva perso. Erano scrittori! Erano la coscienza del popolo! In Russia gli scrittori eano sempre stati considerati la coscienza popolare: Puskin, Tolstoj, Dostoevskij, Cechov… (..)Anche i loro ex seguaci dell’opposizione li insultavano dalle pagine dei giornali.

Ch. Rakowskij: “Per gli assassini trockisti-zinov’evisti del compagno Kirov, per gli organizzatori dell’attentato alla vita dell’amato nostro duce compagno Stalin e degli altri dirigenti del partito e dello Stato, per i trockisti, agenti della Gestapo tedesca, non deve esserci nessuna pietà: bisogna fucilarli”.

G. Pjatakov: “In mezzo all’aria pulita, fresca che si respira nel nostro meraviglioso e fiorente paese socialista, d’un tratto si è levato il fetore rivoltante di questa carogna politica. Uomini già diventati da tempo cadaveri politici, putrefacendosi e marcendo, avvelenano l’aria intorno. Ma proprio all’ultimo stadio di putrefazione sono diventati non soltanto abominevoli, ma anche socialmente pericolosi… Le parole non bastano ad esprimere pienamente la propria indignazione. Sono persone che hanno perso gli ultimi tratti di parvenza umana. Bisogna annientarli, distruggerli come carogne che hanno inquinato l’aria pura e frizzante del paese sovietico, carogne pericolose che possono cagionare la morte dei nostri dirigenti e che hanno già cagionato quella di uno dei migliori uomini del nostro paese, un compagno e un dirigente meraviglioso come S. M. Kirov”.

Kar Radeck: “Dalla sala del tribunale in cui il collegio militare della Corte suprema dell’Urss sta esaminando il caso di Zinov’ev, Kamenev, Mrackowskij, Smirnov e di Trockij, latitante, si innalza in tutto il mondo un fetore di cadavere… Le persone che hanno levato le armi contro la vita degli amati duci del proletariato devono pagare con la testa per la loro colpa incommensurabile”.
(…)Persino l’ero dell’Ottobre Antonio Ovscenko, anch’egli ex trockista, il 24 agosto scriveva su Izvestija:“Non si tratta soltanto di doppogiochisti, di vili canaglie traditrici, ma è un vero e proprio reparto sabotatore del nazismo”.

E gli scienziati?

“Eliminare senza pietà i peggiori nemici dell’Unione Sovietica!” proclamavano gli accademici Bach e Keller.

“Il nostro amore per Stalin e per il partito è sconfinato” scrivevano i professori Lurjia, Visnevskij, Srevskij, Gotlib, Margulis, Gorinevskaja, Vovsi e altri. “Noi ci stringiamo come una parete vivente attorno al nostro grande duce, difendendolo, come l’incarnazione delle migliori aspirazioni dell’umanità, fino all’ultima goccia di sangue… Non deve esserci nessuna pietà per i banditi politici falliti”.

E gli operatori culturali?

Il regista Prusko:“Dobbiamo aumentare la vigilanza bolscevica, difendere meglio le conquiste della Rivoluzione dagli attentati dei traditori della patria trockisti-zinov’evisti.

L’Artista del popolo della repubblica Ak. Vasadze:“Chiedo la fucilazione della banda nazista. Nessuna pietà per i nemici e i traditori della nostra grande patria”.

L’Artista del popolo della repubblica M. Klimov:“Tre giorni fa su Izvestija è stata pubblicata la poesia di una studentessa della decima classe della Prima scuola di Kadievka, Eva Nerubina. Nel ritornello di quella poesia, all’indirizzo dei terroristi trockisti-zinov’evisti, si diceva: “La fine vi aspetta, morir come cani”. Io ormai vecchio, artista del popolo della repubblica, mi unisco senza riserve a quelle parole espresse dalla bocca di un adolescente”.
Ed ecco la poesia di Eva Nerubina, che fece il giro di tutti i giornali:

“Tre volte maledetti,
canaglie schifose,
di morte osaste portare minaccia
,no, non avremo nessuna pietà.
La fine vi aspetta: morir come cani!”

Questa poesia infantile mise Sasa in uno stato d’animo di terrore: un bambino voleva la fucilazione di persone come cane. E perché poi bisognava fucilare i cani? I bambini amavano gli animali, di solito. O no?
Che cosa stava succedendo? Dov’era finita la verità?

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Eu-Thanatos

by on apr.14, 2012, under Medicina, Resistenza umana, Scienza, Simbolo

Eutanasia, possibilità di ricevere la morte, la buona morte, la dolce morte, specie se il dolore è intollerabile o la vita non viene considerata degna, chi non è d’accordo?

Può essere un bel principio, ma noi dimentichiamo sempre il contesto..

e a volte un contesto pessimo può rendere meno bello ciò che astrattamente è da condividere.

Anni fa immaginai un affresco.

La frequentazione con la letteratura immaginifica, fantasy, visionaria, mi ha aiutato da sempre in queti voli della fantasia..

Immaginate un mondo, “approssimato” al nostro. Non esattamente il nostro, ma neanche così diverso da non essere riconoscibile.

Immaginate un mondo che abbia la serietà, la professionalità e anche la qualità della vita di alcuni paesi del centro e nord Europa, pur mantendo qualche elemento della parte meridionale e latina dell’Europa.

Un paese libero sul piano dei diritti civili, dove cose come il biotestamento, e l’eutanasia siano state accolte.

Una paese però non immune dalle derive economiche che da decenni portano avanti la loro corrente e bagnano la riva, poi tornano indietro, ma alla prossima onda espandono l’acqua verso l’interno. Un paese tecnicamente avanzato, ma, dove i media imperversano e socialmente sempre più disarticolato. Dove la comunità tenda a dissolversi come le reti che legano gli uomini, il senso di appartenenza, il senso di essere parte di qualcosa. Un paese dove l’efficienza il guadagno siano qualcosa a cui tendere, e dove, allo stesso tempo, le risorse sono “dette” limitate.

Una sorta di Olanda senza troppo benessere, e qualche pennellata italiota.

Allo stesso tempo diinamismo economico e marginalità, informatizzazione e individualismo, efficienza e mancanza di radici e visioni collettive.

Questo Paese, lo chiameremo Irenia, è però pargo coi diritti civili, solo con quelli individuali però.

Un assegno sociale te lo scordi.

Ma puoi decidere di comprarti anche la cocaina al supermercato,

e… anche.. come e quando morire.

La morte viene somministrata naturalmente da grandi istituzioni mediche. C’è tutta una burocrazia, efficientissima, e un personale all’avanguardia. Tu inoltri la tua pratica, in uno degli uffici superiore del grande agglomerato ospedaliero. Sarà una incorruttibile commissione mista di medici  ed “esterni” a fare il controllo di legittimità e poi dare, se vi sono i requisiti il nulla osta. Saranno impeccabili, dovranno riscontrare il tuo consenso, e motivi che rendano difficile la vita. Presenti questi due elementi approveranno il timbro alla tua domanda, e metteranno una crocetta su una data, da un minimo di tre mesi, a un massimo di nove, in cui ti verrà somministrata la morte.

Si accatastano settimana dopo settimana le richieste, e la Commissione lavora  a ritmo serrato, fabbricando certificanti di morte.. di buona morte.

Tutto limpido e sterilizzato no?

Sono io il padrone di me stesso  no?

Pensiamo al contesto però…

E a un vecchio…

Molto malato, con un bel pò di dolori, e che la famiglia sente -può capitare- come un peso.

E un peso lo è anche per la collettività. Irenia va spedita verso un modello dinamico, punta sull’impresa e la tecnica, l’apparato sociale ancora c’è ma è in via di smolitazione. Servono risorse , e le risorse che sono (o sono “dette”)poche è preferibile investirli sugli individui sani e attivi della società, no? Sugli altri dov’è l’investimento sociale?

Naturalmente Irenia è un paese a democrazia avanzata, la legilslazione tutela anche i marginali.

Nessuna mente malata penserebbe mai di sopprimere chi non è economicamente utile o chi è addirittura è un peso.

Nessuno mai si permetterebbe di proporre qualcosa del genere.

Però… se fosse lui stesso, il vecchio malato dell’esempio.. a togliersi dalle scatole..  beh.. ci dispiacerebbe certo… non faremmo salti di gioia.. ma.. è pur sempre una sua scelta, no? che possiamo farci? Non dobbiamo rispettare la sua libertà.

Una volta introdotto un meccanismo e metabolizzato, diventa una delle alternative possibili… e se i parenti, inconsciamente si intende, facessero capire sempre al nostro amico vecchio, che in fin dei conti.. può anche scescliere, che l’ordinamento ha previsto un’alternativa. Che, farebbe un bene a se stesso a chiedere l’autosoppressione. Certo,a che noi (parenti) saremmo alleggeriti da quel peso, sai.. sono spese, tempo perso, impicci vari. Ma naturalmente.. è sempre una scelta libera, ci mancherebbe.

E’ sempre lui che decide.. ma nella sua mente sa che una alternativa gli è stata offerta.. e se gli è stata offerta vuol dire che  è legittima, c’è anche un ufficio apposito con i migliori professionisti sul campo. E poi .. sente sempre parlare che le spese sociali vanno ridotte, che ognuno deve fare il suo per fare risparmiare la collettività.. e i parenti.. i parenti, si vede che sono stanchi, dovrebbero lavorare, il tempo è prezioso… Nessuno dirà mai al vecchio di togliersi dalle palle, Irenia è un  paese civile a democrazia avanzata ecc.ecc… semplicemente sentirà come una “pressione”.

La stessa “pressione” che in questo fantomatico paese di Irenia sentiranno molti deboli, e marginali.

Una sora di “pulizia sociale” autoindotta.

Avete mai sentito parlare dell’eterogenesi dei fini?

Si intende qualcosa che avrebbe una finaltià positiva, ma poi il tutto si inverte, e ciò che doveva produrre bene produce male.

La visione di sopra la ebbi da ragazzino, sulla scorta di alcune suggestioni di quei tempi.

Vuol dire che sono contro l’eutanasia?

No..

Vuol dire che non credo basti avere adesioni a prescindere in territori come questi.

E che conta il modo e conta il contesto.

L’eutanasia in una società solidale, legata da forti vincoli di appartenenza, in cui nessuno è abbandonato a se stesso, e i legami, le relazioni, i sentimenti sono al vertice del sistema dei valori, sarebbe una cosa.

L’eutanasia in un Luogo tecnologico, neoliberale, e emotivamente sterilizzato… potrebbe essere un’altra cosa, come uno strumento di “pulizia sociale”.

Inoltre è sempre inquietante la morte somministrata da un’apparato.

Un conto è chi si toglie la vita da sé..ma quando sorge un apparato burocatico, abilitato a mettere in moto il meccanismo di soppressione, non rischia di diventare routine anche una cosa come la morte?

Ma soprattutto l’architrave è sociale.

Sono innanzitutto i modi, e il limiti… in cui ammettere una eventualità del genere. Un conto sarebbero dolori intollerabilei.. un altro una momentanea depressione.

e poi è DECISIVO il respiro sociale.

Se tu puoi ucciderti e il mondo intorno a te è spietato e ti fa capire che sei un peso… allora la possibilità di chiedere la tua eliminazione diventa nei fatti una forma di pulizia sociale.

Ciò che vedo mancare nei grandi discorsi sui diritti civili, è anche un parallelo discorso sui legami, le emozioni, e la rinascita del legame sociale.

Parlare d diritto alla morte, se non si difende la vita, se non si lotta per questa vita, se non si chiede che la vita sia degna, se non si insegna il coraggio, la bellezza, la speranza.. se non si danno opportunità di espansione e crescita.. se non si rafforzano i legami… non basta.

I lupi, del resto, sono soliti travestirsi da agnelli.

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I mondi di Barbara (Il demone di Michail Jur’evič Lermontov)

by on dic.12, 2011, under Bellezza, Scienza

Ritorna Barbara Lazzarini con la sua rubrica dedicata ai suoi mondi, i suoi amori, le sue visioni..

L’appuntamento di oggi è d’eccezione, in quanto dedicato ad un momento sublime della letteratura…. Il demone di Michail J. Lermontov.

Con Barbara la letteratura diventa passione dove l’educazione è anima che viaggia tra il sentimento e il rigore, in una pulizia profonda che brucia di inconciliabili tensioni e di rinnovate rivoluzioni.

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Il demone di Michail Jur’evič Lermontov

Ho sempre amato solo i ribelli, quegli esseri che non si piegano agli ordini, che disubbidiscono perché non continui ad esistere il vertice da cui debba partire l’obbligo a uniformarsi. Così quando m’imbattei in Lermontov, uno dei massimi esponenti del Romanticismo russo, il suo poema “IL DEMONE” fu subito, per me, il simbolo del dissenso, la forza del vero contro quel che si proclama forzosamente giusto.

Se il più alto debito letterario Lermontov lo deve a Milton e al suo “Paradiso perduto”, tuttavia, “il demone”, resta un poema laico, filosofico, metafora di quello a cui si rinuncia per mantenere fede a se stessi.

In breve questa è la trama:

Un potente demone orgoglioso e amareggiato si aggira sulla Terra. E’ immensamente sofferente, deve scontare la sua condanna di insorto in eterna solitudine. Nel Caucaso scorge Tamara, è una fanciulla bellissima. Lui se ne innamora perdutamente. “Gli eroi lermontoviani si accendono senza rimedio, e amano con un’ostinazione furente…” (Ripellino)

Nel poema il comune, banale sentire è ribaltato e la maledizione viene dal cielo: è la negazione dell’amore per chi come lui, non ha rispettato la legge suprema:  Che far senza di te di questa vita eterna, dell’infinito estendersi del mio regno? Il mio tempio è vuoto: manchi tu che sei il mio Dio

Quando Tamara gli chiede che ne pensi di dio il demone fierissimo le risponde:

Non ci degna nemmeno d’uno sguardo.

Il cielo gl’interessa, non la terra!

Inesausto nel suo ribellismo titanico, per spezzare un destino che rifiuta, per la sua libertà, il demone scende nuovamente in guerra.

E’ un vero e proprio scontro tra titani quello che sottende tutto il poema e che si rivela solo all’analisi meno superficiale. All’amatissima Tamara lui parla in sogno, assorto e disperato, secondo i tipici toni romantici:

Io son colui che tu nella silente

notte hai sentito accanto a te presente,

il cui pensiero al cuor t’ha bisbigliato,

la cui tristezza tu confusamente hai inteso,

la cui immagine hai sognato;

colui che ogni speranza che riviva

fa cenere, colui che ognuno schiva

ed a cui impreca ogni essere vivente.

Per me lo spazio e il tempo sono niente:

sono il flagel d’ogni mio schiavo umano,

di conoscenza e libertà sovrano,

colui che il male impone alla natura,

il nemico del cielo, eppur se vuoi,

il mio poter depongo ai piedi tuoi.

A te ho portato in umiltà

la pura preghiera dell’amore, a te il tormento

ch’io provo in terra, per la prima volta

e le mie prime lacrime terrene…

Lui le appare bellissimo nella sua dolente fierezza, Tamara lo bacia, poi, pentitasi d’aver provato qualcosa per un essere tanto esecrabile, si ritira in un convento dove muore.

Le illusioni scemano, il demone torna a sentire il dolore della sua potenza, la sua protesta è disperata, non può, per legge, disertare la sua condizione, è prigioniero della propria infinita natura di ribelle: “e spesso, molto spesso gli uomini invidiava. Essi hanno la speranza di riscattarsi, ed anche la speranza del mortal sonno. Meglio sopportare tutti i loro tormenti che una goccia dei tormenti infernali” .

La sua sconfitta altro non è che il simbolo della rassegnazione al male. Proprio lui che paradossalmente avrebbe dovuto incarnarlo quel male, per volontà del “bene”, è stato dal bene perpetuamente esiliato. Tenuto lontano dalla possibilità d’amare è obbligato a odiare.

per sé solo vivere, e nella noia,

e in questa lotta senza mai vittoria,

In questa lotta senza mai la pace!

Il lungo monologo in cui l’autore romantico fa sussurrare al demone l’amore che non riesce a non provare è biografico, Lermontov amò disperatamente Varvara Bachmeteva, ed ebbe come il grande Puskin una breve e sfortunata esistenza, infatti, proprio come Puskin, morì in duello per amore quando non aveva ancora compiuto 27 anni.

La cornice naturale e selvaggia è anch’essa demoniaca, ma profondamente amata, lui, l’autore, ne è intriso, è il suo faticoso, ostile, feroce Caucaso, che fa da sfondo a tutte quante le opere del poeta, A te Caucaso, cupo signore della terra, consacro il trascurato verso…ovunque t’amo.”

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I malvagi sono solo un milione

by on ott.16, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana

La letteratura sa essere meravigliosa nel rendere come in quadro, in immagini vivide e potenti, sensi molto profondi. Il testo che leggerete naturalmente non va preso alla lettera, e pur tuttavia, non è totalmente privo di fondamento. Il senso di base secondo me è reale..

Riporto da subito la frase finale, prima di lasciarvi al testo.

“Ecco tutto”, concluse. “Il mondo è governato da un milione di malvagi, dieci milioni di stupidi e cento milioni di vigliacchi. Gli altri - sei miliardi di persone, inclusi i due qui presenti – fanno più o meno ciò che viene detto loro“, concluse,

Lapidaria come un mattone in testa..

Ringrazio Grazia Paletta, che mi ha fatto conoscere il libro meraviglioso, da cui è tratto questo brano. Un libro che non ho ancora finito, ma che già so essere uno dei libri più belli che io abbia mai letto.

—-

Tratto da

Shantaram

di Gregory David Robert

“Il mondo è governato da un milione di malvagi, dieci milioni di stupidi e cento milioni di vigliacchi!”, disse Abdul Ghani con il suo più forbito accento oxfordiano, leccando il dolce al miele che stringeva fra le dita grassocce.

“Il vero potere è dei malvagi -ricchi, politicanti, fanatici religiosi- e le loro decisioni determinano il destino del mondo, che è segnato da avidità e distruzione”.

Si fermò per guardare la fontana che mormorava nel giardino battuto dalla pioggia, come se fosse la pietra umida e scintillante a dargli l’ispirazione. Allungò una mano, prese un altro dolce al miele e se lo ficcò in bocca tutto intero. Mi rivolse un sorrisetto di scusa come per dire: “So che non dovrei, ma è più forte di me”.

“I veri malvagi non sono più di un milione in tutto il mondo. Quelli veramente ricchi e potenti, quelli che prendono le decisioni che contano… un milione al massimo. I dieci milioni di stupidi sono i soldati e i poliziotti che fanno rispettare le decisioni dei malvagi. Eserciti e polizia di una dozzina di nazioni importanti, più quelli di una ventina di altri paesi: in totale dieci milioni di uomini in grado di esercitare un potere effettivo. Spesso sono coraggiosi, non lo nego, ma anche stupidi, perchè sacrificano la vita per governi che li considerano soltanto pedine su una scacchiera. Prima o poi vengono traditi o abbandonati. Le nazioni dimenticano in fretta i loro eroi di guerra”.

(..)

“Poi ci sono i  cento milioni di vigliacchi”, proseguì Abdul Ghani stringendo il manico della tazza di tè fra le dita grassocce, “vale a dire i burocrati, pennaioli e imbrattacarte che fanno finta di niente e permettono ai malvagi di governare. Il capo del dipartimento, il segretario del comitato, il presidente dell’associazione. Dirigenti, funzionari, sindaci, magistrati. Quella gente si difende sempre dicendo che si limita ad eseguire gli ordini: “Faccio solo il mio mestiere, niente di personale, se non lo facessi io di sicuro toccherebbe ad un altro”.. Cento milioni di vigliacchi che sanno la verità ma tengono la bocca chiusa , mentre firmano documenti  che portano un uomo davanti al plotone d’esecuzione, o condannato un milione di persone a una lenta morte per fame”

(..)

“Ecco tutto”, concluse. “Il mondo è governato da un milione di malvagi, dieci milioni di stupidi e cento milioni di vigliacchi. Gli altri - sei miliardi di persone, inclusi i due qui presenti – fanno più o meno ciò che viene detto loro” 

(…)

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I mondi di Barbara (Lawrence Ferlinghetti)

by on mag.10, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia, Resistenza umana

 
Eccoci al nuovo appuntamento con Barbara Lazzarini e la sua rubrica.
Sono momenti questi a cui tengo molto. Una grande occasione per tutti i Naviganti e gli Zingari che vengono qui.. in questo territorio chiamato Born Again.
Barbara trasforma la letteratura in Magia…  rendendola carne e sangue della vita.
Non solo “autori”, ma Uomini.. resi vivi, tremendamente vivi.. compagni di viaggio che incarnano un Insegnamento capace di ispirare e di rendersi  vivo in noi.
Vi lascio a Barbara Lazzarini.. che in questo suo pezzo parlerà di Lawrence Ferlinghetti.
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LAWRENCE FERLINGHETTI
Nasce a New York nel 1919 da padre italiano e madre ebreo-francese, artista poliedrico ed eclettico, fulcro della controcultura americana della beat generation insieme ad Allen Ginsberg, Jack Hirschman, J. Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso, Neal Cassady, Gary Snyder, Norman Mailer.

Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche

trascinarsi per strade di negri in cerca di pere rabbiose,

hipsters dalla testa d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste

con la dinamo stellata nel macchinario della notte…: questi versi della raccolta “Howl” (Urlo) di Allen Ginsberg, furono editi da Lawrence Ferlinghetti che per questo libro venne arrestato, nella San Francisco della fine degli anni Sessanta.

Era una generazione in rivolta tutta protesa ad inventare visioni nuove del mondo.

“I poeti, se sono veramente tali, non sono compromessi, sono puri e rappresentano una speranza”.

Aforistica e vocativa la sua è poesia che sa restare colta nonostante la semplicità, si fa leggere agevolmente, porge la mano soprattutto ai giovani, esorta, invita, desidera. Versi che professano ancora la rivolta e trasferiscono a tratti parole in immagini, i suoi quadri cercano, anelano la luce nell’intenzione di liberarla, in un processo contrario a quello solito che ne vuole la cattura. L’arte figurativa di Ferlinghetti si è sviluppata in un contesto di grande spessore e presenta una grande varietà di temi: denuncia politica e sociale, critica alle ingiustizie della società mercificata e massificante, amore e celebrazioni raffinate della femminilità: “Tutto ciò che volevo fare era dipingere luce sui muri della vita”.

CHE COS’E’ LA POESIA

“Poesia è

notizie dalla frontiera

della coscienza

Poesia è

il grido che grideremmo

al risveglio in una selva oscura

nel mezzo del cammin

di nostra vita

Una poesia è uno specchio

che percorre una via alta

colma di delizie visive

Poesia è lamina luccicante

dell’immaginazione

deve risplendere

e quasi accecarti

Il sole che irraggia

nelle reti del mattino

È notti bianche e

bocche di desiderio

È fatta

di aloni in dissolvenza

in oceani di suoni

È battute di strada

di angeli e diavoli

È un divano ricolmo di cantanti ciechi

dimentichi dei loro bastoni

Una poesia deve levarsi all’estasi

in qualche punto tra parola e canto

Che canti una poesia

ti voli via

o è anatra morta

dall’anima di prosa

Poesia è anarchia dei sensi

che si fa senso

Poesia è tutto

quanto nato alato canta

Come un vaso di rose una poesia

non la si deve

spiegare

Poesia è una voce di dissenso

contro lo spreco di parole

e la pletora folle della stampa

È ciò che sta

fra le righe

È fatta

da sillabe di sogni

È grida lontane lontano

su una spiaggia al calar della notte

È un faro

che muove il suo megafono

al di sopra del mare

È una foto di Ma’

in reggiseno Woolworth

che guarda dal vetro

un giardino segreto

È un Arabo che trasporta

tappeti variopinti ed uccelliere

per le strade

in una grande metropoli

Una poesia la si può fare in casa

con ingredienti di tutti i giorni

Sta in una pagina sola

ma può riempire un mondo e

sta bene nella tasca di un cuore

Il poeta è un cantante di strada

che salva strade-gatte d’amore

Poesia è pensiero-cuscino

dopo un rapporto

È distillato di animali articolati

che si chiamano l’un l’altro

traverso un golfo immenso

È frammento pulsante

di vita interiore

musica senza collare

È dialogo

di statue nude

È suono d’estate nella pioggia

e di gente che ride

dietro persiane chiuse

al fondo di un vicolo di notte

È lampadina spoglia

di un hotel di vagabondi

che illumina nudità

della mente e del cuore

Lasciate che il poeta sia animale da canto

fattosi lenone

per un re d’anarchia

Poesia è

lirica intelligenza incomparabile

volta a significare

varietà cinquantasette di esperienza

Poesia è una casa alta di echi

di ogni voce che abbia detto mai

qualcosa di folle

o meraviglia

Poesia è un’incursione sovversiva

sull’obliata lingua

dell’inconscio collettivo

Poesia è vero canarino in una miniera di carbone

e noi sappiamo perchè l’uccello in gabbia canti

Poesia è l’ombra gettata dalle nostre

immaginazioni-lampione

È voce

della Quarta Persona Singolare

È voce

entro la voce della tartaruga

È faccia

dietro la la faccia della razza

Poesia è fatta di pensieri-notte

Se può strapparsi via dall’illusione

non sarà rinnegata

prima d’alba

Poesia si fa evaporando

la risata liquida della gioventù

Poesia è libro di luce nella notte

che disperde nuvole di inconsapevolezza

Ode il bisbiglio

di elefanti e vede

quanti angeli danzano

su una punta di spillo

È un ronzare un lamentarsi estatico

ridendo un sospirare all’alba

una risata soffice selvaggia

È Gestalt finale

dell’immaginazione

Sia poesia emozione

ritrovata in emozione

Le parole sono fossili viventi

Ricomponga il poeta la

fera feroce

e la faccia cantare

Grande è un poeta solo quanto il suo orecchio

peccato se di latta

Poesia è lotta continua

contro silenzio, esilio inganno

Il poeta è un baluardo sovversivo

alle soglie della città

che sfida costantemente

il nostro status quo

È maestro d’ontologia

che interroga costantemente la realtà

e la reinventa

Prepara drink

dai liquori insani

dell’immaginazione

e perpetuamente si stupisce

che nessuno barcolli

Dovrebbe essere oscuro imbonitore

alle tende dell’esistenza

Poesia è quanto si ode dai tombini

echi di fuga del fuoco di Dante

Poesia è religione

religione poesia

È il ronzio di falene

cerchio intorno alla fiamma

È una barca di legno ormeggiata nell’ombra

sotto un salice in lacrime

entro l’ansa di un fiume

Il poeta deve avere un grandangolo

sguarda un mondo ogni sguardo

e il concreto è più poetico

Poesia

non è tutta eroina cavalli e Rimbaud

È anche preghiere impotenti

di passeggeri d’aereo

cinture allacciate

per la discesa finale

Poesia è vero oggetto

di grande prosa

Dice l’indicibile

Pronuncia l’impronunciabile

sospiro del cuore

Ogni poesia una temporanea follia

e l’irreale è il più realistico

Sia poesia ancora

tocco ribelle

alle porte dell’ignoto

Una poesia è sua stessa Coney Island

della mente

proprio circo dell’anima

Far Rockaway del cuore

Lasciate che un nuovo lirismo

salvi il mondo da sé!”

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Da Arcipleago Gulag.. di Alexander Solzenicyn

by on mag.10, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana

 
Nei decenni di cemento, ghiaccio e castrazione dell’Unione Sovietica..
specie in queli più feroci dello stalinismo (ma non solo.. anche per decenni e deceni dopo lo stalinismo, seppure con punte meno feroci e bestiali) la migliore letteratura fini sepoltà nei campi di concentramento sovietici.. i GULAG… perchè i migliori autori, scrittori, prosatori, filosofi.. erano lì dentro. Chi aveva talento, dignità, libertà interiore era destinato al Gulag.

Quelli che non furono incarcerati decisero di scrivere tradendo se stessi e voltando le spalle alla verità. Diventando così intellettuali di regime, vuoti funzionari stitici, carta da parati grigia.

Quelli che non si piegarono finirono nei Gulag.. le loro opere distrutte..o.. impossibilitate ad emergere.

I Gulag furono la patria delle migliori aime che partorì l’Unione Sovietica.

Fuori restarono i burocrati, i boia, i bastardi.. e una immensa massa triste che (ed è comprensibile) aveva il terrore panico di alzae anche solo di un centimetro la testa.

Eppure.. non tutto è stato cancellato.. scrittori come Solzenicyn (di cui riporto un brano qui sotto.. un brano tratto dal suo immenso capolavoro Arcipelago Gulag) , Salomov e altri.. salvarono nei decenni che vissero nei Gulag volti,, nomi, storie, anime…e riuscirono a salvarle su carta quando furono liberati.

Non tutto è stato perso in quegli anni di morte.

E comunque.. anche i diari bruciati.. le opere strappate.. le posie dei poeti muti.. da qualche parte vivono.. da qualche parte ci entrano ancora nell’anima.

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tratto da Arcipelago Gulag

di Alexander Solzenicyn

Ormai non potremo più formulare un giudizio di insieme su ciò che è
stato, sul numero dei morti e sul livello che questi avrebbero potuto
raggiungere. Nessuno ci racconterà dei quaderni frettolosamente
bruciati prima della deportazione, di brani pronti e di grandi
progetti rimasti sulle teste e insieme a queste gettati in una fossa
comune gellata. I versi si leggono accostando le labbra a un orecchio,
si ricordano e si trasmettono, o se ne trasmette il ricordo, ma un
testo in prosa non si racconta prima del tempo, per la prosa è più
difficile sopravvivere, è troppo voluminosa, poco flessibile, troppo
legata alla carta per superare tutte le vicessitutidni
dell’Arcipelago. Chi in un lager potrebbe decidersi a scrivere? Lo
fece A. Belinkov, il manoscritto finì nelle mani del compare  e  a
Belinkov toccò di rimbalzo un’altra condanna. M.I. Kalima non era
assolutamente una scrittrice, ma annotava in un taccuino i fatti più
notevoli della vita del lager: <<forse un giorno servirà a qualcuno>>.
La cosa arrivò alle orecchie dell’operativo. E venne spedita in cella
di rigore (se la cavò pure  a buon mercato). Esentato dalla scorta
Vladimir Sergeevic G-v, scrisse da qualche parte, fuori dal campo,
quattro mesi di cronaca dal lager, ma in un momento di pericolo
sotterrò quanto aveva scritto, e venne trasferito  per sempre – così
la sua cronaca rimase sotto terra. Non si può scrivere nel campo, non
si può scrivere fuori, dove farlo? Solo nella testa! ma così si
compongono versi, non prosa.

Non è possibile calcolare per estrapolazione, sulla base del numero
dei superstiti, quanti di noi, pupilli di Clio e di Calliope, siano
periti, perchè anche per noi non esistevano molte probabilità di
sopravvivere (..).

Tutto ciò che viene definito la nostra prosa dagli anni Trenta in poi
non è che la schiuma di un lago sparito sotto terra. E’ schiuma, non
prosa, perché si è liberata di tutto ciò che era essenziale in quei
decenni. I migliori scrittori soffocarono quanto di meglio c’era in
loro e voltarono le spalle alla verità; e soltanto così poterono
salvare se stessi e i propri libri. Quelli che non seppero rinunciare
alla loro profondità, particolarità e rettitudine dovettero
inevitabilmente perdere la vita in quei decenni, per lo più nel lager,
o dando prova di sconsiderato ardimento al fronte.

Così se ne andarono sotto terra i prosatori fiosofi. I prosatori
storici. I pensatori lirici. I prosatori impressionisti. I prosatori
umoristi.

(..)

Milioni di intellettuali russi furono gettati nell’Arcipelago, non in
gita, ma per essere umitali, per morirci, senza alcuna speranza di
tornare indietro.

(..)

Così una filosofia e una letteratura straordinarie furono sepolte
ancora sul nascere dalle crosta di ghisa dell’Arcipelago.

.

 

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