Tag: madre
Non lasciate morire Gerri Giuffrida
by Duncan on feb.01, 2012, under Resistenza umana

Il ragazzo si chiama Gennaro Giuffrida, detto “Gerri”. Ha 32 anni ed è nativo di Brindisi. Di lui la madre dice “Gerry, un ragazzo come
tanti, sognatore, appassionato di moto da strada,determinato ,socievole ,con un forte temperamento, facilmente influenzabile ,come tutti ha anche degli aspetti meno piacevoli ,come l’ essere superbo ,prepotente nei confronti della vita , ma anche insicuro su quello che riguardava l’ aspetto della sua famiglia, solo dopo aver subito il fatto e con grande rammarico (compiango i famigliari della vittima), ha capito il vero valore affettivo della vita dato che di figli ne ha due e una compagna che gli è accanto”.
Lo stesso Gerri nella lettera che ha inviato al Presidente della Repubblica scrive “Sono sempre stato un tipo debole, incapace di dire no alla gente che mi chiedeva piccoli favori, ma questa mia bontà mi ha portato ad una vera e propria tragedia. Da quando avevo 17 anni ho iniziato a prendere psicofarmaci per ansia e attacchi di panico, ma la cosa che mi faceva stare ancora meglio era l’amore della mia famiglia. Nel tempo, però, gli psicofarmaci che prendevo aumentavano. Purtroppo il troppo amore della mia famiglia ha peggiorato la mia situazione, perché anche se facevo dei piccoli sbagli, loro mi proteggevano fino alla morte”.
Il riferimento all’ansia, agli attacchi di panico e agli psicofarmaci, aiuta a comprendere la particolare fragilità di questo ragazzo, e la situazione delicatissima che già viveva, che poi il carcere, e il modo in cui è stato fatto valere nei suoi confronti, ha enormemente esasperato. In carcere infatti, così denunciano Gerri e la madre, sono avvenuti episodi brutali e intollerabili che sono andati a colpire una psiche già fragile ed insicura.
Inizierò citando alcuni stralci finali della lettera di Gerri, per poi pubblicare in buona parte la lettera che la madre Angela Fuma, mi ha inviato.
Ciò che veramente conta, ai nostri fini, è l’ingiustizia che Gerri subisce, a prescindere. La subirebbe anche se non fosse innocente.
Ma quello su cui non facciamo sconti e su cui chiediamo chiarezza e giustizia totale.. E’ IL RISPETTO DELLA DIGNITA’ UMANA DI GERRI GIUFFRIDA. Il dovere morale che si faccia chiarezza sulla sua vicenda processuale, che si sappia se abbia subito brutalità intollerabili, e che, soprattutto si intervenga ORA, perché ora si comprenda la situazione che sta vivendo Gerri, e si faccia in modo che questa non porti a un punto di non ritorno.
Gerri è in isolamento da mesi. Le sue sensazioni di panico ed ansia, e di debilitamento fisico, frutto di un percorso carcerario che è stato un calvario, rischiano di esplodere nella soffocante situazione dell’ isolamento che gli impostogli nel carcere di Opera. Le sue lettere ormai rivelano disperazione e pensieri suicidi.
——————————————————————————————————————————————
–Uno dei frammenti finali della lettera di Gerri Giuffrida al
Presidente della Repubblica..
“Cinque mesi fa la Cassazione mi confermò la pena, e riuscirono ad
ammazzarmi per la terza volta. Aspettavo solo i carabinieri che
venissero a prendermi, e addirittura li chiamai io perché tardavano, e
quella attesa, nel vedere la mia compagna e mio figlio forse per
l’ultima volta, era tormentosa. Decisi che in carcere l’avrei fatta
finita.
L’8 giugno mi portarono nel carcere di Villa Fastiggi, dove, come in
ogni altro carcere, trovi appuntati che ti trattano come ad un
animale. E a me non andava giù, perché ritenendomi ancora innocente,
non potevo accettare le cose che loro mi chiedevano di fare, e quindi
venivo punito.
Dopo una decina di giorni mi trasferirono al carcere di Fermo. Carcere
infernale dove non c’è neanche lo spazio per fare due passi all’aria.
I dottori mi visitarono. In dieci giorni avevo perso circa 8 kg, avevo
attacchi di ansia e panico, e chiamavo sempre gli appuntati perché
chiamassero il dottore, che si trovava solo dalle 11 del mattino alle
19 della sera. Poi se chiami una guardia e dici che stai male, c’è
qualcuno che addirittura ti risponde, che quando muori poi ci si
pensa.
Ora sono arrivato a perdere 25 kg in 4 mesi e 15 giorni, e il mio
avvocato ha chiesto un periodo, che va dai sei mesi ai tre anni, agli
arresti domiciliari, in modo da potere essere curato, dato che sono
adesso 14 anni che, oltre all’aiuto della terapia, ho bisogno della
gente a me vicina. Sto malissimo e piango e basta. Non ho più voglia
di vivere. Non riesco nemmeno a vedere la televisione perché ci sono
solo cattiverie.
E’ venuto un mio medico di parte, che mi ha visitato e ha descritto le
mie precarie condizioni fisiche. Il magistrato ha chiesto il parere al
dirigente sanitario del carcere che non mi ha mai visitato.”
—————————————————————————————-
–Lettera della madre di Gerri Giuffrida
(…..) Dopo la condanna definitiva della Cassazione è stato portato al
carcere di Pesaro provvisoriamente, perché lì non tengono detenuti con
condanne definitive superiori ai dieci anni. La stessa settimana è
stato trasferito al carcere di Fermo. Lì fu un periodo infernale,
cominciò a dimagrire vertiginosamente. Mandai subito la psichiatra
accompagnata da una psicologa. Lo trovarono gravissimo, sia
fisicamente che psicologicamente. Non aveva più muscolatura e non
reagiva più agli stimoli (un marocchino nella cella si prese cura di
lui, cercava di farlo mangiare cucinandogli un po’ di riso e lo
copriva perché lui si stava lasciando morire).
Quindi accertarono che avrebbe potuto fare un gesto inconsulto.
Subito dopo, il nostro perito ha fatto una relazione che certificava
le condizioni di mio figlio. L’avvocato ha mandato l’istanza con
questa relazione al Tribunale di sorveglianza, chiedendo per un breve
periodo i domiciliari, per dargli le giuste cure, ma l’istanza è stata
rigettata per ben due volte. Alla terza volta lo hanno trasferito a
Roma, in un carcere dove c’è un reparto in cui curano i detenuti
ammalati. Il trasferimento avvenne a sua insaputa. Lo svegliarono di
notte, dicendogli di vestirsi che doveva essere trasferito. Mio figlio
fu preso dal panico, cominciò a piangere e a supplicare le guardie di
lasciarlo lì perché stava vicino alla compagna e a suo figlio, e aveva
paura di restare solo. Ma per tutta risposta lo picchiarono senza
pietà, a calci e pugni in testa, e a calci nello stomaco e nei
fianchi. E senza soccorrerlo lo portarono in quello stadio pietoso a
Regina Coeli. Era messo così male che, quando arrivò, gli fecero
firmare che si trovava già in quello stato e che loro non c’entravano
niente. Poi lo chiusero per due giorni nudo per terra, in un buco al
buio. Lì dentro non si respirava, mancava l’aria. Ci ha raccontato che
cercava di respirare da una fessura. E a me che sono la madre, ogni
volta che lo ricordo mi sanguina il cuore. Quando siamo stati avvisati
per vie traverse del suo trasferimento, siamo partiti subito io e una
mia amica per andarlo a trovare. Ci avevano preavvisato che non
l’avemmo trovato in buone condizioni e che le guardie c’erano andate
giù pesanti. Arrivammo a Roma col cuore in gola, disperate. Ma io non
entrai, perché avevamo anche il bambino che aveva solo tre anni. Non
potevamo fargli vedere il padre in quelle condizioni, perché mia nuora
aveva capito la situazione critica. Puoi immaginare con che angoscia
rimasi fuori. Infatti, quando mia nuora entrò vide che era pieno di
ematomi giganti in tutte le parti del corpo. La testa non si
riconosceva, la faccia rovinata, sanguinava ancora dalla bocca, e
tremava e piangeva. Non poteva muoversi né mangiare.
Avevamo deciso di denunciare tutto, ma siccome hanno minacciato mio
figlio che avrebbe passato, in quel caso, guai ancora maggiori, visto
che sarebbe dovuto tornare al carcere di Fermo, timorosi decidemmo di
non denunciare più. Un mese dopo l’hanno riportato a Fermo. Quel mese
non è stato neanche un istante bene, non facevano altro che fargli
raggi dalla testa ai piedi, e imbottirlo di medicinali, anche per la
bronchite, che gli avevano fatto venire tenendolo in quello stato.
Quel mese si è cibato solo di medicinali. Potete immaginare le
conseguenze. Una volta arrivato al carcere di Fermo, le condizioni non
miglioravano. Ormai era arrivato a pensare 49 kg tutto vestito,
perdendo 25 kg del suo peso iniziale. Per cui decisero di trasferirlo
ad Ascoli Piceno (sbattuto da un carcere all’altro come fosse un sacco
di patate), dove sarebbe dovuto essere curato dato che lì c’erano i
medici tutto il giorno (medici mai visti o quasi). Qui le condizioni
peggiorarono ulteriormente, cominciarono ad aumentare le fobie, gli
attacchi di panico, ed il bisogno d’aria, perché si sentiva soffocare.
Per la disperazione ha scavato nel muro, ma subito dopo si è reso
conto di quello che aveva fatto, ed i suoi compagni di cella hanno
tentato di coprire il danno con una tenda, ma durante la perquisizione
quel buco è stato scoperto e lui è stato accusato di evasione. Lui
non voleva scappare dal carcere, anche perché sapeva che era
impossibile. E soprattutto c’era la speranza, se tutto andava bene,
che da lì a poco lo avrebbero preso al carcere di Gorgona, dove
avevano capito i suoi problemi ed erano disponibili ad aiutarlo.
Quindi, non considerando i problemi di mio figlio, lo sbattono ad
Ancona, nel carcere di Montacuto. Ogni spostamento per lui era un
trauma. Questo carcere era invivibile, si stava in condizioni pietose
e lui chiedeva continuamente di essere spostato, altrimenti l’avrebbe
fatta finita. Grazie ai nostri frequenti colloqui e alle lettere,
siamo riusciti a togliergli parzialmente questa idea dalla testa,
anche se nella sua mente il pensiero ricorre continuamente. Il suo
sfogo è stato quello di danneggiare la cella, forse sperando di farsi
spostare da quel carcere infernale. Viene nuovamente accusato di
danneggiamento di beni impropri, e spedito al carcere di Opera-Milano.
Qui viene messo in punizione, con sei mesi di isolamento con il 14
bis. E la sua condizione ora è davvero drammatica. Nelle lettere
continua scrivere che sta malissimo, e alla sua compagna continua a
dire che si vuole ammazzare, che non ha senso vivere così. Noi siamo
angosciati e viviamo con il terrore che da un momento all’altro
possiamo ricevere una brutta notizia.
Voglio salvare mio figlio. Vorrei poterlo tenere a casa, per dargli
le cure di cui ha bisogno, perché con il nostro amore potrà venire
fuori da questa depressione, pur scontando la sua pena. Se non è
possibile tenerlo ai domiciliari, aiutatemi per una comunità
riabilitativa idonea.
Non si può lasciare morire così un ragazzo tanto fragile, e per giunta
innocente. Cosa possiamo fare di più di tutto quello che abbiamo
fatto? Perché nessuno ci capisce?
Vi supplico. E’ il cuore di una mamma che vi scrive. Mio figlio se
continua a stare in carcere muore. Aiutatemi a salvarlo.
Angela Fuma
I mondi di Barbara (Gulag)
by Duncan on giu.03, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana, politica
Eccoci con la nostra Ostetrica del Sapere.. una persona capace di Insegnare, e che crea un valore costante nella sua esistenza, allo scopo di svegliare specie i più giovani al potenziale, dando loro un approccio alla cultura e alla comprensione, che è vivido, appassionante.. e raro. E per questo incontra innumerevoli ostacoli. Ma va avanti perchè ciò che si sceglie a un certo punto ci possiede.
Eccoci allora ancora una volta con Barbara Lazzarini e la sua rubrica. Questo “appuntamento” è dedicato a Jacques De Rossi, che passo venti anni nei Gulag, e scrisse un’opera fondamentale.. Manuel du Goulag.
L’immagine che accompagna il post è il grandioso monumento dedicato alle vittime dei Gulag. Edificato presso a Magadan.
———————————————————————
Jacques Rossi in questo libro narra da testimone che cosa fu l’esperienza dei Gulag vissuta in prima persona, per lui la detenzione durò oltre vent’anni.
Emigrato in Polonia con la madre vedova, cresce lì, marxista convinto, è giovanissimo quando viene arrestato per attività sovversiva poichè membro del partito comunista clandestino polacco.
Tecnico del Comintern, in piena guerra di Spagna, viene spedito dietro le linee di Franco per trasmettere messaggi in codice ai repubblicani. Improvvisamente viene richiamato a Mosca (dove sono in corso le grandi purghe). Gli agenti del Comintern vengono tutti eliminati, Rossi che è ancora molto giovane ed ha avuto ruoli marginali subisce una condanna per “spionaggio a favore della Francia e della Polonia”.
“Jacques Rossi che fino al momento del suo arresto non sa niente dell’Urss e del suo popolo, pur essendosi impegnato per diffondere l’idea di comunismo del regime sovietico, l’universo concentrazionario in cui verrà imprigionato diventa uno straordinario campo di ricerca e di scoperta, e una grande scuola di vita. «Rifiutando di lasciarsi schiacciare dall’orrore della vita nell’universo del Gulag, trova la forza di sopravvivere e la ragione di cocontinuare nella sua scelta di denuncia inflessibile e di testimonianza.»
I suoi compagni di sventura si fidano di lui e parlano volentieri delle loro sventure con un prigioniero così insolito, poliglotta, di nazionalità francese e comunista; Jacques Rossi ascolta i racconti dei compagni di cella, contadini dekulakizzati, kolkoziani condannati a dieci anni per vanisospetti, criminali comuni, comunisti disperati caduti sotto le purghe di Stalin, carnefici di regime diventati vittime che non avendo più nulla da perdere gli raccontano le azioni e le esecuzioni cui hanno preso parte ecc. Raccoglie in questo modo, pazientemente e con rigore, centinaia di testimonianze, e così, con il passare del tempo, comincia a capire che la società reale che gli passadavanti, che lui stesso sperimenta sulla sua pelle è assai più vera di quella utopica cui aveva consegnato sogni e speranze. Il Gulag, in questo modo, diventa per lui una sorta di «laboratorio» sociologico che gli mostra la faccia del regime e insieme gli fa comprendere le deviazioni dellateoria che si fa storia. Ma l’opera della sua vita è in realtà il Manuel du Goulag, un libro che non ha eguali, che sotto forma di dizionario racconta con voci alfabetiche dedicate ai luoghi, alla storia, alle leggi e ai protagonisti la vicenda drammatica del sistema concentrazionario comunista sovietico, denunciandone gli scopi punitivi, repressivi, criminali e la sua corrispondenza con l’intera società comunista. Un dizionario storico delle istituzioni penitenziarie sovietiche e dei termini relativi al lavoro coatto, che è insieme un agile strumento per capire il dramma di coloro che, credendo in una società giusta, si sono esposti in prima persona per realizzarla, scoprendone la vera essenza, violenta, aggressiva e terroristica. Rossi che riesce a pubblicare il suo enorme lavoro in lingua russa e in francese, propone un analisi del Gulag in una prospettiva storica, ricercandone le sue radici «nei primi fenomeni concentrazionari degli anni del regime leninista bolscevico e mostrando la continuità della politica repressiva tra Lenin e Stalin, studiando altresì il sistema penitenziario zarista e prolungando le sue ricerche fino agli anni Ottanta. Un lavoro che per molti storici dell’Urss è unico nel suo genere, e che apporta, in molti lemmi, informazioni inedite e descrizioni documentate di prima mano. Il suo approccio enciclopedico al fenomeno del Gulag sovietico, non perde mai di analiticità e fornisce al mondo accademico e ai lettori un atto di denuncia definitivo del comunismo reale, a livello di organizzazione dello stato e a livello di progettazione teorica della società.
Comunista convinto, non si lascia prendere dalla disperazione della delusione e cerca giustizia, per riscattare sé e tanti suoi compagni che hanno dichiarato la loro adesione a un regime disumano, in perfetta buona fede. Si rende conto che il comunismo reale al potere si trasforma, come accade in Urss, in una dittatura sanguinaria che nulla ha a che vedere con gli ideali per i quali si è sentito impegnato a combattere: difesa dei più deboli, dei contadini, della classe operaia ecc.” (Frediano Sessi)
Una delle ragioni per le quali ho scelto di evidenziare questo autore, questo libro, questo passaggio in particolare, risiede nel fatto che ritengo consentano di far luce su un aspetto che può risultare altrimenti trascurato e cioè che l’ingranaggio delle Grandi Purghe agì soprattutto sui comunisti, su quelli che avevano fatto e creduto nella rivoluzione del proletariato e rappresenta una testimonianza del grande tradimento operato ai danni di un ideale, di un popolo, di una speranza.
Leggete qua:
Penkos Karlik
Tre zampilli di urina schizzano rumorosamente nel bugliolo. Due sono di un giallo pallido. Il terzo, quello di Penkos Karlik, è rosso. Ha appena subito un interrogatorio pesante, che si è protratto per diversi giorni. I lividi, sul suo viso, vanno dal nero al giallo, passando per tutte le sfumature del blu. La sua schiena è coperta d’ecchimosi…soprattutto all’altezza delle reni. In questa cella…quest’anno siamo in novantasei imputati. Fissandomi con un solo occhio ( l’altro è d’un gonfiore impressionante), mi fa notare: -Per Jacques è più facile, questo non è il suo paese!
penso di capire cosa intenda…nel caso di Jacques, il Francese, questo inferno non riguarda che lui, e non tutto il uo popolo, il suo paese, la sua storia, la sua cultura…
Penkos Karlik, capitano dell’Armata Rossa e comandante di uno squadrone di blindati, è stato preso, come tanti altri nell’ingranaggio della Grande Purga…Patriota sincero e leale, non gli è mai riuscito di capire come si potesse chiedergli di riconoscere dei fatti così totalmente falsi. [...]
Il commissario insiste, perchè Karlik denunci il suo generale. Un uomo che Karlik rispetta, per cui ha ammirazione…Si lascerà torturare a morte piuttosto che fargli il benchè minimo torto!
Non ho mai più rivisto Karlik. Ma quindici anni più tardi, nel 1953, all’incirca 6000 chilometri più lontano, a est, mi sono trovato in cella con un ex generale.
- Se me la sono cavata con 25 anni è sicuramente grazie ai miei ufficiali! – mi ha detto. – Non uno che abbia ceduto sotto le torture. Quasi tutti gli altri generali sono stati fucilati. -
Non riusciva a capacitarsi di essersela cavata anche se camminava a mala pena, le ossa delle sue gambe fracassate dalle torture, erano state malamente curate all’ospedale della prigione.
Era il generale di Karlik.
Lettera al figlio che verrà
by Duncan on gen.02, 2011, under Ispirazione, Poesia, Simbolo
Tu figlio di un altro tempo,
che leggerai questa in un tempo in cui io non ci sarò più,
in cui sarò una traccia lasciata nell’aria, uno spirito nel vento..
Tu figlio non ancora concepito,
che leggerai quando forse sarai padre, in tutto un altro tempo.
Chissà come sarà il mondo allora. Sì, perché ci sarà.
Ci sarà sempre il mondo. Ci saranno sempre uomini. Sono stato sempre
un ottimista.
Salutami quel sole che ancora ti accoglie e accolse me e i miei
compagni, me e tutte le stelle che incontrai nel cammino. Me, mentre
amavo, o urlavo o cantavo.
Questa lettera è stata buttata come un turacciolo in una piccola
antica nave. Una notte fonda come le altre.
Quando non ho avuto una notte fonda?
Chissà se ci sono ancora cinema aperti, se ancora i libri sono su
carta. Ma credo di sì. I Iibri sono come la ruota, non moriranno mai.
Hai bussato a lungo alla porta.Non ero propriamente ragazzo quando
nascesti. Non era propriamente ragazza neanche lei. Presa per un pelo,
dura da raggiungere.
Ma del resto cosa non è stato duro da raggiungere?
Ci saranno sempre quelli dal cappello al chiodo, finti lavori, finte
famiglie, finti sogni, finti amori. Muori semmai, ma non cercarti una
nicchia.
Meglio avere un coltello tra i denti che essere servi.
Meglio la solitudine che finti amori.
E se cercheranno di spegnere le tue passioni, beh tu suda più forte..
perché per ognuno che si illumina altri troveranno la forza,
In fin dei conti.. vedi?..Ti dico un mucchio di banalità.. cose
scontate.
Ma ci credo.
E se troverai il dolore, scendici dentro, stringi la mano sui chiodi e
oltrepassalo.
Se c’è qualche mio vecchio libro, o segno nel mondo.. a volte
rileggilo, giusto per sfiorare con le dita la carta e vedere ancora se
son rimasti trattenuti un pò dei mie sogni.
E sapere che un tempo ci siamo stati anche noi.
E ci siamo alzati ridendo sfidando i lupi e i giganti, stringendoci la
mano come cavalieri pazzi,
Che non siamo stati docili, ma le abbiamo date le nostre belle pedate.
Le abbiamo fatte le nostre belle corse.
E ti diranno di riposarti, che c’è tempo.. di rilassarti, di non darti
arie, di non prenderti sul serio, di darti una regolata, di
accontentarti. Ma invece ti dico.. dacci l’anima, morditi il labbro,
ruba a ogni notte le sue ore. Non prendertela comoda, e sei stanco
buttati acqua freddo sul viso e continua. Hai la responsabilità di un
Sogno. Un Sogno vive in te, o morirà per sempre.
E se tutti ti diranno che quella montagna non la puoi scalare..
scalane tre..
E lascia andare gli amici da saldi. Lealtà assolute.. fedeltà
assolute…
Pretendile, meritale, conquistale..
Non so se darai il mio nome a un pesciolino rosso.. a sto punto meglio
un criceto, i pesciolini rossi muiono subito..:-)
Nessuno di noi è mai stato davvero solo. E forse sentirai dire che
tutto è merda, solo roulotte del caso. Spero che tu vivrai quelle
notti, quelle notti in cui saprai che tutto è così Grande che le
parole non basteranno mai a spiegarlo.. che c’è di più, immensamente
di più, di quanto potranno mai dire esperti o professori, scienziati o
libri..
In fin dei conti, non so ancora cosa posso averti lasciato. Figurati
non so neanche il tuo nome. Spero ci sia anche qualcosa però, come un
pugno alzato, o una foto ingiallita, o una collezione segreta, un
orologio a cipolla, o una lettera d’amore sfuggita agli incendi..
sentieri pi pietre acciottolate, o colpi appena dipinti lì in fondo,
da portare nell’anima.
Se per ogni cazzata avessi un euro chissa che pensione benestante
avrei. Ne ho fatte tante. Sicuramente né farò altre.
Cazzata dopo cazzata ho costruito un mio sentiero con le ginocchia, ho
trovato la mia strada in mezzo alle capate ai muri, ho spalato tanta
merda sai..
.. ma alla fine la Strada ci prende con sé e si
impadronisce di noi. E forse sarà la follia a salvarti quando avrai
perso ogni ragione.
Posso dirti che ho amato. No, non mi sono tirato indietro. Mai tirato
indietro. Non ho mai fatto compromessi.. Se non puoi dare tutto è
meglio che muori. Sono cattivo? Ma ha senso amare solo quando senti la
tromba e nudo in mezzo ai leoni puoi guardarli negli occhi. Posso
dirti che ho amato con tutti i polmoni.. e parlo anche per il tempo
che verrà.
E allora ama senza ritegno. Con tutti i polmoni. Vivrai in piedi..
E morirai in piedi. Mi piace credere di essere morto in piedi,
scalando una bella montagna, magari in qualche impresa impossibile, in
qualche viaggio selvaggio.
No.. non ti avevo mai parlato di questa lettera..
Scritta in una notte folle come tante..
In anni incredibili.. anni di lotte incredibili e di amici
fantastici..
Una notte in Italia.. maggio 2009…
Un ragazzo con idee balzane alla tastiera,
un mondo lontano, balzano e glorioso…
Hasta Siempre Esperanza
L’angolo di Alice
by Duncan on giu.18, 2010, under Ispirazione

Eccoci alla seconda uscita della rubrica di Alice, la nostra preziosa collaboratrice…
Devo dirvi la verità. Questo testo mi ha particolarmente conquistato. Tanto è pieno di amore, cura, delicatezza verso gli animali. Alice irradia questo amore. Le sue stesse parole ne sono pregne. E la sua stessa vita, che costantemente la fa imbattere in animali bisognosi o in storie dove un animale c’entra quasi sempre.. la sua stessa vita è emblematica. La sua, lo avete capito, è una vera passione.
Grazie anche ai suoi studi, poi, oltre che alla sua esperienza, comunica conoscenze importanti e utili per chiunque ha a che fare con gli animali, o comunque semplicemente prova interesse e simpatia per questo mondo. E queste cose le comunica con estrema chiarezza. A essere incomprensibili sono tutti bravi. Farsi capire è molto più difficile.
Da molti messaggi privati so che la rubrica di Alice è apprezzata e attesa..
Vi lascio al suo testo..
alla prossima occasione Alice………….
——————————————————————————————
Con gli animali ho sempre avuto un rapporto speciale, come se una forza invisibile mi facesse sentire la loro presenza e mi portasse ad aiutarli, a scovarli.
Inutile spiegare quanti animali ho raccolto per strada, abbandonati… e non solo cani e gatti, ma persino un rapace stupendo, che avevo chiamato Orlando, un asino che mi si era parato in mezzo alla strada, facendomi quasi finire giù da un fosso…. Ecco, questa forza misteriosa che me li fa trovare e, di conseguenza, aiutare, cammina sempre al mio fianco. Credo sia perché le cose le vedi, se fai le giuste domande al mondo, o meglio..se ami gli animali, li vedrai ovunque , sentirai la loro presenza anche se gettati in un cassonetto o nascosti tra l’erba alta.. E’ una questione di report.. Di dotazioni….Che è un po’ quello che si deve fare nell’educazione cinofila (una delle tante cose) cioè dare al cane dotazioni affinchè possa fare le domande pertinenti al mondo e possa vedere sempre più situazioni e ricevere le adeguate risposte. Affinchè allarghi il suo bagaglio esperienziale.
Un po’ come se ami le piante e sei appassionato, con molta probabilità , uscendo di casa farai molta attenzione a quelle che vedi, ai tipi in particolare , di certo più di qualcuno che delle piante non sa nulla.
Essere amanti degli animali , significa inevitabilmente, essere anche contattato da amici o conoscenti, nel caso in cui ne trovassero qualcuno in difficoltà. Ed è quello che venerdì sera mi è accaduto, ricevendo la telefonata di un amico che aveva trovato tre cagnolini.
Mi correggo..due cagnolini, perché il terzo è morto immediatamente, dopo essere stato gettato , con i fratellini giù da un ponte, appena nati, con ancora il cordone ombelicale attaccato.
Immediatamente abbiamo comprato il latte di capra, che è quello più idoneo per svezzarli, se non c’è quello della loro mamma. Poi latte in polvere , da dare ogni due ore con una siringa. C’è da alzarsi ogni due ore , anche la notte e c’è da tenerli al caldo, dentro uno scatolone , coperti con maglie di lana. Soffrono molto il freddo e sono debilitati. I giorni sono passati , pare stiano bene, anche se la loro vita è appesa ad un filo. Ci vuole una madre adottiva, la stiamo cercando. Spesso le cagnoline si prendono cura anche dei cuccioli non propri. Spesse volte anche le mamme gatte allattano i cani. E mentre noi uomini i nostri figli li gettiamo nel cassonetto , ne abusiamo, li abbandoniamo, ecco che dal mondo animale, così poco preso in considerazione, ci arrivano esempi di civiltà e di compassione ammirevoli.
Cerchiamo una madre anche perché per i cani i primi due mesi di vita sono importantissimi. Si potrebbero paragonare alla crescita di una vite, che si deve appoggiare ad una rete per crescere, altrimenti crescerà storta e male.
La madre è la rete. E’ la base sicura. E’ colei che sola e soltanto insegna ai figli che sono cani. Nessun educatore cinofilo, neppure il più bravo al mondo può sopperire alla mancanza della madre . Di conseguenza, i cuccioli cresciuti senza questa figura essenziale, chi in un modo, chi nell’altro, cresceranno deficitari. Carenti di qualcosa.
La madre traccia una rete tra ciò che il cucciolo è e ciò che deve diventare. La madre ha bene in mente il concetto di cane ed insegna al cucciolo a diventarlo. Questo si definisce Zona Prossimale di crescita.
La mamma insegna la rassegnazione (cioè saper gestire la frustrazione) , insegna la conazione (fare cose che non vuoi fare – da conato di vomito), insegna l’eumetria (la giusta misura nelle cose, per esempio mordere per gioco senza fare male) , insegna la ritualizzazione (prima di interagire comunica attraverso la ritualizzazione. Es. prima di attaccare un altro cane, lo minaccia attraverso comportamenti specifici.), insegna le regole sociali (attendere il proprio turno, rispettare la gerarchia ecc..) .
Il cane troppo presto tolto alla madre è DISMETRICO non sa fermarsi. Anche quando gioca fa male. Non controlla il comportamento, è insomma un cagnolino problematico. Il che non toglie che potrebbe essere bravo, obbediente, amorevole (anche la mia dolce cagnolina la trovai abbandonata e non so quanto sia stata con la sua mamma e qualche deficit lo ha) , ma è necessario capire quanto è crudele non solo abbandonare gli animali, ma anche staccarli dalla loro base sicura prima del tempo (barbara pratica utilizzata anche per la vendita ed il commercio di cani).
Sarebbe utile e giusto che tutte le persone tenessero bene a mente, anzi, meglio ancora, si stampassero un bel foglio e lo attaccassero in cucina , ben in vista da leggere ogni giorno , ciò che scrisse e decise nel 1965 Brambell , definendo i 5 punti del benessere animale :
libertà dalla fame e dalla sete
libertà da fastidi e dolori
libertà da traumi e malattie
libertà da paura e stress
libertà di esprimere i propri modelli comportamentali
Questi 5 punti si potrebbero facilmente utilizzare anche per la specie uomo, considerando la violenza ed i soprusi che ci sono nel mondo. Peccato che, quando vedo quei due poveri cagnolini e me li immagino dentro un sacchetto di plastica, gettati giù da un ponte, perdo la speranza e sono sempre più convinta che per una persona che li aiuta, ce ne sono almeno 4 che li abbandonerebbero.
A riguardo, invito a segnare questo numero nel cellulare, nel caso in cui si fosse testimoni di violenze sugli animali e di denunciarle via sms, anche anonimamente:
L’SMS dovrà essere inviato al n. 348 7611439 (in servizio 24 ore su 24), e dovrà contenere dati inerenti al tipo di animale maltrattato, al tipo di maltrattamento e l’indirizzo esatto in cui avviene il maltrattamento.
AIDAA informerà immediatamente le forze dell’ordine della segnalazione ricevuta, e nei casi più urgenti ricontatterà il mittente del messaggio per avere ulteriori informazioni per poter affrontare il caso nel più breve tempo possibile.
Il servizio è attivo dalle h. 8.00 di sabato 5 Giugno 2010.
Alice

