Born Again

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Contingenza annunciata.. di Giovanni Arcuri (carcere di Rebibbia)

by Duncan on gen.16, 2012, under Resistenza umana, Simbolo

Giovanni Arcuri è detenuto a Rebibbia da dieci anni.  Ha 54 anni,  è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati.

Contingenza Annunciata è un testo bellissimo, che ripercorre il suo percorso, dalla gioventù incontenibile e ribelle, che lo porteranno ad un eccesso che pagherà a caro prezzo in dolorosi anni di carcere, dove anche scoprirà la passione per la scrittura.

Non è una biografia, non racconta passaggi dettagliati, ma esprime il senso di una insofferenza diventata brama, desiderio di oltrepassamnto, e poi vertigine, e poi cadute, e poi risalita, e volontà di riscatto. In poche pagine si imprimono pennellate essenziali. Giovanni fin da piccolo sentiva il cappio di una vita “da buon borghese” programmata in ogni dettaglio. Volle ribellarsi a quel destino, lasciandosi trasportare dalla brama di vita, viaggi, ed esperienze. Volere andare oltre un binario già tracciato è nobile, ma Giovanni incespicò nel commercio di droga, e in una vita “di successo”, ma che lo sradicava da sè. Una vita anche avventurosa, ma troppo compromessa con mondi tossici. Cadendo conobbe dure sofferenze, ma esse non sono nulla rispetto al dolore che più lo ha tormentato e lo tormenta. Quello di avere fatto soffrire le persone care.. genitori, compagna, figlia.

La botta del carcere lo porterà a scavarsi dentro, a lavorare drasticamente su di sé, a studiare e scrivere per sopravvivere.. in un cammino arduo ma liberatorio di dignità e ricostruzione, sulla corda tesa di una rinnovata tensione morale.

Questo testo  è anche un canto della scrittura, un omaggio allo scrivere, non parole retoriche, ma incarnato delle stesse spinte che animano chi scrive, Giovanni appunto. Il carcere è diventato il luogo della sua scrittura. Due libri pubblicati.. un terzo che aspetta di esserlo. La notte, quando il sipario si apre, ed entra una gloriosa, tormentata, dolce, straziata e appassionante magia. Che può conoscere solo chi, almeno una volta nella vita si è cimentato nel foglio bianco, mentre muri, freddo e rabbia lo cingevano d’assedio. E in quel foglio cercava di fare vivere la speranza e la memoria, mentre tutto intorno i passi sembrano celebrare la disperazione.

Ed alcuni momenti vengono scolpiti.. violenti come il miglior cinema. Quando l’araldo, ad esempio -colui che apre la busta della lettera davanti ai detenuti- si trasforma in un demone. E sente il godimento sadico di assaporare tutto il caleidoscopio vorticoso di emozioni che percuotono Giovanni, mentre la mente si accalca coi pensieri intorno a quel pezzo di carta. Chi è che lo invia? Cosa c’è scritto? Forse potrebbe esssere..ecc… E l’araldo gode, dinanzi al volto posseduto dell’emozione del detenuto, di un briciolo di potere sull’anima, prima di riprendere il suo cammino.

Realtà, sogni, incubi e speranze si michiano – con un andamento soffuso e tagliente insieme- in questo grandioso pezzo, degno della migliore letteratura.

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CONTINGENZA ANNUNCIATA

Rumore di chiavi, un tintinnio incessante che è la caratteristica  principale del lavoro svolto dagli agenti di custodia.

Il cancello che sbatte, passi che danno il segnale inconfondibile dell’arrivo dell’assistente, anticamente chiamato secondino.

Rumori che rimbombano nella mia cella satura di pensieri.

Tra pochi giorni si compiranno dieci anni di permanenza in questo luogo. L’11 settembre furono abbattute le torri gemelle dalla furia omicida fondamentalista e dopo nove giorni i miei sbagli risalenti ai primi anni ’90, fecero sì che la mia vita, e di conseguenza quella dei miei cari, piombasse nel baratro. Purtroppo si arriva a metabolizzare gli errori solamente dopo averci sbattuto la testa, dopo che l’inevitabile è ormai accaduto. Ho lasciato senza la mia presenza una figlia di soli sette anni e una compagna fedele e di sani principi. Senza contare il dolore dei miei anziani genitori e dei miei due fratelli completamente estranei a questo tipo di cose.

Condannato per traffico di stupefacenti, nel caso di specie cocaina, alla pena di anni venti, meno tre da scontare per l’indulto, per un totale da espiare di anni diciassette. Così enunciava la sentenza della Corte di Appello di Roma che la Cassazione confermò. Per mio padre, avvocato in pensione, e mia madre medico legale, il colpo fu durissimo. Avevano sperato una vita diversa per il loro primogenito.

Fin da giovanissimo ero molto attratto dai viaggi e dal conoscere altre culture e modi di vita. Ricordo che fin da piccolo quando c’erano dei documentari riguardo paesi lontani  li preferivo ai cartoni animati. Volevo sapere cosa succedeva altrove, vedevo la televisione e guardavo le riviste di viaggi in paesi lontani ed esotici.

Questo interesse cominciò a modellare la mia personalità fin da giovanissimo.

Sentivo dentro di me che il bisogno di conoscere altre situazione ed altri paesi stava maturando sempre di più. Il mio non era un atteggiamento derivante dalla voglia di dimostrare a tutti i costi d’essere diverso dagli altri o di rigetto verso una vita normale; era la ricerca di qualcosa che non esisteva nel mondo che mi circondava.

Le situazioni che interessavano i ragazzi della mia età non lo erano per me nella stessa misura. La cosiddetta pappa pronta che molti invidiavano, era per me sinonimo di costrizione, d’universo chiuso. Lo studio avviato da mio padre che mi aspettava dopo la laurea, le amicizie del jet set con le loro manie e le loro ipocrisie e tutto quello che faceva da contorno non facevano per me. Forse proprio da lì è cominciato il tutto, la voglia di costruire qualcosa solo ed esclusivamente per conto mio e conoscere il mondo e la vita lontano da tutto.

Compresi poco a poco che avevo bisogno di altri spazi e altri modi per realizzare il mio io affamato di vita. Viaggiai molto e mi trasferii a soli ventidue anni negli Stati Uniti dove vissi per alcuni anni lavorando nel campo dei preziosi. Alla fine degli anni ottanta accolsi la proposta di un mio cliente venezuelano che mi propose di entrare in società di un casinò nell’isola di Maragarita. Mi trasferii quindi nei Caraibi, dove rimasi fino a  pochi mesi prima del mio arresto.

Purtroppo quando si è in giro per il mondo ci sono situazione che si prestano a farci conoscere molte persone, più  o meno oneste.

Capita ad un certo punto che si ha necessità di sopravvivere non volendo chiedere aiuto ai propri famigliari che si è lasciati sbattendo la porta. Un po’ per orgoglio, un po’ per dimostrare di essere in condizione di sopravvivere senza aiuti, alla fine si fanno delle scelte sbagliate, si utilizzano determinate relazioni per trarne profitti.

Questo atteggiamento “indisciplinato” -dico così perché solo ora mi rendo conto quanto i miei comportamenti fossero sciagurati- mi ha portato a commettere reati senza che mi rendessi conto inizialmente della loro esatta gravità. Vivevo in un mondo dove non esistevano valori veri ma solo il denaro e il successo. Era una vita sulla cresta dell’onda ed il mondo sottostante dei comuni mortali lo vedevano lontano anni luce dalla nostra dimensione.

Il dolore che provo oggi non è assolutamente di circostanza, ma è il derivato di un profondo esame di coscienza. Iniziai quasi per gioco, ma ora sto pagando a caro prezzo queste scelte sconsiderate.

Il danno causato alla società per avere favorito la vendita dello stupefacente denominato cocaina è oggi per me ragione di profonda amarezza. I giovani d’oggi purtroppo non si rendono conto del male che fanno assumendo questo tipo di sostanza che distrugge i neuroni e crea drammi inimmaginabili. Quando mi dedicavo a fare da intermediario per questo genere di transazioni non me ne rendevo conto e me ne rammarico, ma orma è inutile piangere sul latte versato.

Se la felicità esiste è forse nel raggiungimento di un equilibrio.

Una volta compresi e metabolizzati gli errori commessi bisognerebbe fare tesoro di questa consapevolezza e trovare piacere dalle cose della vita, avere coraggio, anche nei momenti difficili, sapendosi adattare alle circostanze. Ricostruire la propria vita su questi presupposti.

Questo è l’atteggiamento da tenere. Per questo oggi devo andare avanti per la mia strada facendo tesoro delle esperienze vissute, essendo sempre aperto a migliorarmi, con umiltà. Ogni sera bisognerebbe fare un esame di coscienza. Potere capire se si è fatto bene o si è fatto male. In fondo siamo i migliori giudici di noi stessi.

E’ questo quello che conta veramente, non il denaro che si ha o non si ha in banca.

Oggi tutto questo mi è chiaro, ma il prezzo da pagare è stato altissimo.

Il tempo è un lusso, come l’amore. E’ difficile comprenderlo. Si ha sempre così meno tempo per stare con le persone che c’interessano, con le persone che amiamo. Sono dovuto scendere nell’abisso carcerario per comprendere tutto questo. Chi l’avrebbe detto? Coltivare amicizie, dedicarsi a ciò che ci piace, sentire una buona musica, un viaggio… Questi dovrebbero essere i parametri del buon vivere. Come moltissimi miei simili ero preso invece da questo stressante e snervante sistema consumistico che tende ad allontanarci gli uni dagli altri, a farci indossare maschere che non ci appartengono, polverizzando i rapporti veri nella corsa al benessere a tutti i costi. Ho incontrato persone d’ambienti tra i più disparati: tra i miliardari e gli abitanti di rancho o favelas, tra il brillante ma effimero mondo del jet set internazionale e  quello dei contrabbandieri che atterravano di nascosto nella giungla su piste occasionali. Ho camminato fianco a fianco con individui degni dei migliori romanzi di Ken Follet o di Ludlum, sopportando le loro menzogne e i loro giochi di potere.

Ho letto negli occhi di molti bambini latino-americani e mediorientali, l’impossibilità di avere un’esistenza normale come tanti loro coetanei in altre parti del mondo.

Senza futuro, fra tragedie, ignoranza, guerre e morte…

Sono stato coinvolto, non lo nego, da ambizioni di denaro e di potere, quando ero così giovane da non comprendere cosa realmente era giusto o cosa non lo era, abbagliato dalle luci del successo. Ho conosciuto la virtù e la depravazione, ho camminato con santi e dannati, ma o potuto analizzare l’essere umano in tutte le sue forme e nelle situazioni più incredibili. Nel cammino della ricerca ho fatto delle scelte. Un essere umano nella vita dovrebbe fare quello che più corrisponde ai suoi bisogni, al suo stare bene con se stesso; parlo di ambiente di lavoro, luogo o paese di dimora, rapporti umani, ecc. Io ho scelto un cammino sbagliato.

Per non accettare a capo chino situazioni di vita piatta, da giovanissimo intrapresi una strada fatta di avventura, di rischio che purtroppo ha portato, dopo molti anni, delle conseguenze gravissime. C’è il dolore causato alle persone care per questa detenzione in cui indirettamente sono state risucchiate da un meccanismo a loro estraneo e lontano anni luce dal loro modo di vivere. Le mie scelte non dovevano coinvolgere indirettamente nessun altro. Provo un dolore immenso per tutto ciò che il mio arresto ha comportato. Non se lo meritavano, e non avevano nulla a che vedere con tutto ciò. Parlo dei miei genitori, di mia figlia, della mia compagna. Provo dolore anche per le persone a cui ho fatto del male indirettamente con le mie azioni scellerate.

Alla fine del 2001, venendo in Italia, venni arrestato per più ordinanze di custodia cautelare, per violazione della legge sugli stupefacenti. Tutti i fatti risalivano ai primi anni ’90.

Entrai così in un mondo parallelo che solo chi lo ha vissuto può comprendere appieno. Sono passato violentemente da una dimensione di grandi spazi, di quello che è stato il mio mondo per un quarto di secolo, a quelli ridotti alla minima potenza della cella di un penitenziario.

Pubblico oggi la seconda parte (per la prima vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/01/04/8364/) di questo testo assolutamente straordinario.. Contingenza annunciata.. scritto dall’ultimo, in ordine temporale, degli amici venuto ad aggiungersi alla squadra del Blog.. Giovanni Arcuri detenuto a Rebibbia.

Giovanni ha 54 anni, è detenuto da 10 anni, è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati.  La sua vita è stata turbolenta, appassionata, spinta all’eccesso e alla caduta da un’insopprimibile esigenza interiore che lo faceva ribollire dentro, fin da giovanissimo. Il carcere poi piombò nella sua esistenza, come dimensione di sofferenza estrema, ma anche di risveglio e di ripensamento.

Il testo di cui oggi pubblico la seconda parte, è particolarme emblematico riguardo a tutto ciò. Ancora più della prima parte, che già era intensa e splendida. Schizza, con impressioni rapide unite a riflessioni intimissime, il succedersi di spazi di anima e di viscere, che ti entrano dentro e risuonano di tutti i sogni, i pianti, i dolori, le visioni che un uomo vive dietro le sbarre.

Ed è anche un canto della scrittura, un omaggio allo scrivere, non parole retoriche, ma incaranto delle stesse spinte che animano chi scrive, Giovanni appunto. Il carcere è diventato il luogo della sua scrittura. Due libri pubblicati.. un terzo che aspetta di esserlo. La notte, quando il sipario si apre, ed entra una gloriosa, tormentata, dolce, straziata e appassionante magia. Che può conoscere solo chi, almeno una volta nella vita si è cimentato nel foglio bianco, mentre muri, freddo e rabbia lo cingevano d’assedio. E in quel foglio cercava di fare vivere la speranza e la memoria, mentre tutto intorno i passi sembrano celebrare la disperazione.

Ed alcuni momenti vengono scolpiti.. violenti come il miglior cinema. Quando l’araldo, ad esempio -colui che apre la busta della lettera davanti ai detenuti- si trasforma in un demone. E sente il godimento sadico di assaporare tutto il caleidoscopio vorticoso di emozioni che percuotono Giovanni, mentre la mente si accalca coi pensieri intorno a quel pezzo di carta. Chi è che lo invia? Cosa c’è scritto? Forse potrebbe esssere..ecc… E l’araldo gode, dinanzi al volto posseduto dell’emozione del detenuto, di un briciolo di potere sull’anima, prima di riprendere il suo cammino.

Realtà, sogni, incubi e speranze si michiano – con un andamento soffuso e tagliente insieme- in questo grandioso pezzo, degno della migliore letteratura.

Vi lascio a Contingenza annunciata.. seconda parte.. Giovanni Arcuri.. Rebibbia.

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L’esperienza della detenzione è distruttiva, a qualunque ceto sociale si appartenga. Si abbatte come un ciclone su chi vi finisce dentro e su tutti quelli che sono a lui legati affettivamente.

Colpevole o innocente non ha importanza, si è tutti sottoposti agli stessi meccanismi ed alle stesse pressioni. Lo sono anche i nostri familiari, e quindi gli affetti in generale che pagano un prezzo molto alto.

A volte, se la pena da scontare è lunga, si riesce a salvare ben poco.

Il rapporto che il carcere impone con i familiari, e più in generale con i propri affetti, è difficile da descrivere. Nel senso che ci si espone emotivamente su argomenti che provocano sofferenze ed eccessivi coinvolgimenti personali.

L’affettività, quel bisogno irrinunciabile dell’uomo in tutte le sue espressioni, viene soppressa dal carcere con risvolti a volte drammatici.

Si incrinano convincente di anni, proprio perché la totale mancanza di manifestazione affettiva scava nel profondo, pone interrogativi esistenziali, e fa emergere con violenza quel diritto di vivere e quei bisogni che il carcere inesorabilmente impedisce.

La mia vita all’interno del carcere di Rebibbia, dove sono detenuto, è passata per numerose fasi. Dopo lo shock iniziale, ho cominciato a capire che, dovendo trascorrere molti anni in queste condizioni, dovevo trovare degli interessi per non morire interiormente, e mantenere un equilibrio mentale.

Mi sono dedicato alla scrittura fin dagli inizi della mia detenzione e sono riuscito a pubblicare due libri. L’ultimo, Libero dentro, è uscito pochi mesi fa. Per la mia autobiografia ho impiegato quasi tre anni ed ora è finalmente terminata. Ho deciso però di pubblicarla solamente quando  sarò un uomo libero. Scrivere è un lavoro solitario, un lavoro che richiede disciplina, immobilità (fino a provarne il dolore nei muscoli e sul collo…) e concentrazione. Tuttavia il lavoro dello scrittore comporta nello stesso tempo una maledizione e una benedizione. La prima è rappresentata dalla pagina bianca, la seconda dal fatto  che quel biancore accecante può essere riempito in qualsiasi parte del mondo. Basta un tavolo, una sedia, una presa di corrente e una connessione a internet e molta fantasia. Solo chi si trova ad affrontare la pagina bianca può capire quanto grande o quanto piccola possa essere, a seconda dei casi. Quanto pesi o quanto possa essere leggera. E c’è un momento, quando infine le parole sono fissate sulla carta, quando il foglio ha tutte le sue formichine sopra, che sollevo gli occhi e vorrei poter guardare il mare per cercare il suo riflesso.  Nell’attesa  di vederlo, mi limito a guardare fuori dalla finestra della mia cella e spesso immagino quel mare che vorrei avere come scenario del posto dove mi piacerebbe lavorare. Per uno scrittore o un musicista, sviluppare un lavoro di qualità non è sufficiente. L’importante è che la sua opera non finisca ad ammuffirsi in qualche scatolone o cassetto di qualche casa editrice. E in quel caso conta molto anche la fortuna.

Paradossalmente ho iniziato l’avventura di scrittore tra queste quattro mura. Non sapevo all’inizio quanto tempo mi avrebbe preso farlo, anche perché tempo a disposizione  ne avevo molto.

E’ quasi sempre nella notte che comincio a scrivere, poco a poco i rumori vanno scemando, il gracchio dei televisori svanisce quando si passa la mezzanotte e un’atmosfera quasi magica pervade le mura della mia cella. Metto su l macchinetta del caffè e comincio a scrivere. Tutto questo riesce a darmi una sensazione inimmaginabile di libertà. E’ nella notte che si entra nella dimensione interiore dell’ispirazione, della riflessione e purtroppo anche dei rimpianti e della sofferenza. Quando scrivo però non sono più qui, vivo con i miei personaggi, le loro storie e le loro emozioni e sofferenze. Spesso i luoghi sono paesi dove sono stato e conosco quindi nei dettagli gli usi, i costumi, e l’ambiente in cui la vicenda si svolge. Probabilmente in stato di libertà, preso da così tante cose non sarei mai riuscito a scrivere due libri e un’autobiografia. Da questo punto di vista il carcere è stato per me un luogo dove riuscire a mettermi in discussione ed ottenere delle soddisfazioni personali che all’inizio del mio percorso non avrei mai immaginato.

Come dicevo, di solito scrivo nella notte ma oggi ho fatto un’eccezione e sto elaborando il pezzo per il Premio Goliarda Sapienza in orario pomeridiano, un orario dove comunque di solito ci si riposta.  In questo momento sono solo le quattro del pomeriggio, la conta è passata alle 15:30, e non ho sentito nessuno chiamare, ma il rumore dei passi udito precedentemente ora è sempre più forte e vicino. Dedico più attenzione a quello scalpiccio invisibile per vedere che cosa succede. Regolo il volume della radio al minimo per percepire meglio il ritmo. Ascolto, cerco di comprendere, di anticipare gli eventuali sviluppi, in modo da non trovarmi impreparato ad affrontare la contingenza annunciata da quei passi.

Spesso, da fuori delle mura del mio carcere si sente il canto degli uccellini che, con le loro melodie, contribuiscono a formare l’insieme invisibile ma palpabile della vita, la vera vita che scorre lontano, ma che purtroppo non mi trascina con sé, che mi dà soltanto la gioia di affacciarmi alla finestra e guardarla scivolare.

Alcune mattine mi sveglio presto al canto di quei volatili, e mi immagino di trovarmi in campagna, nella grande casa dei nonni materni vicino Roma, dove trascorrevo le mie vacanze estive quando avevo otto anni. Passavo tutto il giorno in mezzo agli animali, mi arrampicavo sugli alberi e mangiavo i frutti appena maturi.

A volte rimango fino all’ora della conta in questo stato quasi ipnotico e dimentico di trovarmi dove sono. In carcere basta poco per essere felici, ci si accontenta dei sogni e si viaggia con la mente.

Tra i tanti sogni c’è quello che una mattina l’agente, mentre mi apre la porta alle otto e trenta, mi dica: <<Prepara la roba, sei liberante…>>. Non succede mai, ed io continuo a straziarmi nell’illusione del sogno.

Sono avvolto dallo stesso strazio, adesso che ho abbassato la musica per sentire nel corridoio vuoto i passi interminabili.

I passi non si sono ancora fermati, dove staranno dirigendosi?

Forse continueranno per l’eternità come il tic tac dell’orologio. Non è l’ora della conta, rifletto guardando l’orologio, è quasi l’ora della posta, a volte l’anticipano.

Quei passi potrebbero essere il messaggero che porta notizie, che, belle o brutte che siano, arrivano sempre attraverso lo stesso corridoio che fende silenzioso l’umanità della gente rinchiusa.

L’agente si ferma davanti il mio blindato. C’è posta per me, notizie da fuori, dalla vita vera.

Dovrei essere contento di essere ricordato da vivi, attraverso la lettera che l’impersonale agente si appresta ad aprire.

L’araldo conosce bene il suo mestiere, sa leggere le facce, l’attesa, il dolore.

Strappa al rallentatore l’angolo della busta, mentre io, con la mente cerco di premere il pulsante dell’accelleratore e con gli occhi sbircio il nome del mittente.

Mi vede aggrondare la fronte dall’impazienza perché non sono riuscito ad identificarlo, e così si sente ripagato. Il disturbo della sua camminata cerca la ricompensa nella mia faccia tesa, ed ora l’ha trovata. Guardo la sua faccia e tremo: ha assunto lineamenti spaventosi, ha gli occhi rossi e le orecchie appuntite, o è solo una mia impressione dovuta al gran caldo.

Riconosco la calligrafia ordinata e pulita di mia sorella e leggo velocemente  la solita introduzione che, terminata, lascia spazio al resto della lettera, fatta di parole consolanti, e di suoni terribili. Leggo, ma mi sembra di udire le parole scritte, il suo singhiozzo invade la mia cella.

Il mio migliore amico, leggo, è morto, e lei, che lo ha visto crescere insieme a me, piange. Mi appaiono immagini sbiadite, sequenze disconnesse, tempi e spazi alterni, di anni scivolati  in discordanti silenzi, lui, il mio migliore amico ormai morto, ed io che passo il tempo nell’attesa infinita di riprendere a vivere.

Chiudo gli occhi e rivedo la sua vita in pochi secondi, un’intera storia passata in rassegna con la velocità della luce. Noi alle elementari a scuola insieme, al liceo maturandi. Poi il nulla. Io lasciai l’Italia dopo il primo anno di università e vi tornai dopo molti anni, ma solamente per brevi periodi.

Lo rivedevo ogni qual volta tornavo a Roma e parlavamo sporadicamente per telefono.

Gli mandavo cartoline dai luoghi più sperduti del mondo, di cui mi disse ne aveva fatto addirittura una collezione.

Nonostante lo abbia rivisto in alcune occasioni dopo la nostra separazione avvenuta quando avevamo entrambi poco più di venti anni, ora mi accorgo che l’ultimo ricordo che ho di lui è un viso da ragazzo dove la barba era appena spuntata senza uniformità.

Tanti anni sono passati da allora, siamo abituati a misurare il tempo frazionandolo in anni, mesi, giorni, ma quando si pensa ad un amico, un’amante o un parente, si misura ricordando gli avvenimenti più importanti della sua vita, a quel punto divenuti sbiaditi, oppure i lineamenti del suo viso sempre più stanco.

Penso al tempo che è scivolato furtivamente dalla mia vita, e lo spezzo in due periodi; una prima parte in cui il mio amico mi era vicino, presente e vivo; ed un’altra in cui è lontano ma ugualmente vivo, sempre fermo nei suoi vent’anni, eternamente presenti nella memoria.

Questo secondo periodo si compone di molte altre vicende, che hanno come scena il carcere dove sono. Non so se è stato felice o triste, se era amato, oppure odiato. Non so nemmeno come era il suo volto nel momento del decesso.  Ignoro se era magro o grasso, ricciuto o stempiato, sorridente o triste.

Noi in carcere conserviamo sempre un ricordo immutabile di chi muore o di chi è lontano. Ho trascorso questi anni di detenzione ricordando in modo anacronistico i miei amici, i miei parenti, le mie donne. Ricordandoli nella loro gioventù, ormai conservata soltanto da me, e cambierò le loro immagini nella mia mente, soltanto se un giorno potrò sostituirle con quelle reali, soltanto se potrò rivederli.

Nel caos di occhi sinceri, bocche indulgenti e dolci, distinguo persone appartenenti al passato, che una volta riempivano il quadro della mia esistenza.

Tutto si muove incolore, senza un ordine di spazio o di tempo.

Ne riconosco tanti, ma non tutti. Mi salutano, mi sorridono, mi fissano intensamente come l’ultima volta che li ho visti.

Quelli che non ci sono più, come il mio amico, hanno lo stesso privilegio di essere rimasti nella mia mente più giovani e più belli di quello che erano nel momento della loro morte.

Forse è per questo che ora mi sorridono: in fondo desideriamo sempre che gli altri ci ricordino belli e giovani, dopo la nostra scomparsa.

La contingenza annunciata è avvenuta come anche quella della mia vita verso la quale, a differenza del segnale dell’araldo , non avevo colto gli avvertimenti che forse avrebbero impedito questo stato di cose. In ogni caso ora chiudo la lettera e finisco di scrivere per inviarvi il pezzo.

 Giovanni Arcuri

Roma, dicembre 2011

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I mondi di Barbara (Julio Cortazar)

by Duncan on ago.03, 2011, under Bellezza, Poesia

Eccoci con un altro appuntamento con I mondi di Barbara… la rubrica di Barbara Lazzarini. Semi di cultura viva, di cultura che cammina.. sono quelli che lei lancia.. unendo sempre cultura, vita e bellezza.. in indissolubili nodi.

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Julio Cortázar (Bruxelles, 26 agosto 1914 – Parigi, 12 febbraio 1984)

Complesso scrittore argentino-parigino. Disorientando il lettore, con le parole fa magia e costruzioni metafisiche.

Amato moltissimo da Borges, di lui Neruda ha scritto: “Chiunque non legga Cortázar è condannato”.

La sua è un’ampia produzione narrativa e poetica, ma il suo capolavoro resta il famoso romanzo del “realismo magico” Il gioco del mondo (Rayuela) . In esso i personaggi attraversano in modo non convenzionale la quotidianità e nelle loro scelte, nei loro pensieri, nelle azioni, persino nelle stasi, l’autore innesta una profonda analisi filosofica che tratteggia una psicologia originale, dissacrante, sorprendente delle figure umane che dal testo prendono vita. Sfioro la tua bocca, con un dito sfioro l’orlo della tua bocca, la disegno come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare faccio nascere ogni volta la bocca che desidero, la bocca che la mia mano ha scelto e ti disegna sulla faccia, una bocca scelta tra tutte, con la sovrana libertà…. Sperimentatore instancabile, romantico e carnale, dicono fosse malato di “gigantismo”, era dunque condannato a crescere sempre, contro le consuete leggi di Cronos, e la sua stessa opera, allo stesso modo, rifiuta di assestarsi in via definitiva e non sa seguire la scontata linearità del tempo. I suoi tenaci lettori, perduti nei percorsi di altre dimensioni, con Cortázar sanno di essere riusciti a percorrere un viaggio ultraterreno.

Julio Cortázar è stato anche un magnifico poeta, i suoi versi non cercano altro che d’arrivare all’anima, è suadente e vivo, doloroso e vero. Vi posto due delle sue più note e belle poesie, talmente chiare nell’esposizione delle tematiche, che non necessitano d’alcuna spiegazione.

Il Futuro 

E so molto bene che non ci sarai.

Non ci sarai nella strada,

non nel mormorio che sgorga di notte

dai pali che la illuminano,

neppure nel gesto di scegliere il menù,

o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,

nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,

nel destino originale delle parole,

nè ci sarai in un numero di telefono

o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.

Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,

e non per te comprerò dolci,

all’angolo della strada mi fermerò,

a quell’angolo a cui non svolterai,

e dirò le parole che si dicono

e mangerò le cose che si mangiano

e sognerò i sogni che si sognano

e so molto bene che non ci sarai,

nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,

nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.

Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,

e quando ti penserò, penserò un pensiero

che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

—–

Se devo vivere

Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,

la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza

si alzi il secco ramo della tosse, che latra 

il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita

mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.

Non imparerò per questo a meglio amarti,

però sloggiato dalla felicità

saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.

Questo voglio capirlo, ma mi inganno:

sarà necessaria la brina dell’architrave

perché colui che si ripari sotto il portale comprenda

la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma

 del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.

Tanto lontano ormai da te

come un occhio dall’altro,

da questa avversità che assumo nascerà adesso

lo sguardo che alla fine ti meriti.

  _Julio Cortàzar_

 

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Sentenza!.. Dedicato alla memoria di Varlam Salamov

by Duncan on dic.09, 2010, under Guarigione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

DEDICATO ALLA MEMORIA DI VARLAM SALAMOV

Nell’anniversario della morte di Mandel’štam nella Kolyma, Šalamov manda alla vedova, che abita a Mosca, un ramo di larice artico. Il ramo viene immerso nell’acqua. Dopo tre giorni e tre notti, “la padrona di casa viene svegliata da uno strano, vago odore di resina, debole, sottile, nuovo. Nella ruvida pelle legnosa si sono aperti e sono apparsi distintamente gli aghi – freschi, giovani e vitali, dal colore verde e brillanti – i nuovi germogli”. Il larice ha trecento anni e ha visto le vittime dello zar e i milioni di cadaveri della Rivoluzione (…) L’episodio diventa il simbolo della nuova esistenza di Šalamov: la morte non è più definitiva, la dimenticanza viene cancellata, il ricordo ritorna come il profumo del larice, e con il ricordo la sua vita, quella di tutti gli esseri umani, e i libri che dovranno raccontare i morti, le fatiche, le persecuzioni e i dolori. Non tutto è stato vano: il male può essere, almeno nei libri, sconfitto.

(da La malattia dell’infinito di Pietro Citati, pag. 357)

Dopo Aleexander Solženitsyn, al cui memorabile Arcipelago Gulag, ho già dedicato alcune note.. Varlam Salamov è stato l’altro massimo protagonista e testimone del non -mondo dei Gulag.. che lui conobbe nella loro versione più estrema e violenta, quella del complesso-Gulag nelle terre selvagge e siberiane della Kolyma. Se i Gulag sono già stati un vertice di abiezione, la Kolyma divenne il Gulag allo stato peggiore. Kolyma, ultimo cerchio dell’inferno, dove gli uomini «morivano come le mosche», «Crematorio bianco», «Auschwitz di ghiaccio», la Kolyma è un mondo a parte. Dice una canzone di lager: «Kolyma, Kolyma, lontano pianeta, dodici mesi inverno, il resto estate ». Kolyma è la regione dell’oro (sono 70 le miniere e più di un milione gli schiavi nel 1941) e dell’orrore.

Salamov sopravvissuto a più di 17 anni di lager, si sentì in dovere di passare il resto della sua vita a raccontare ciò che erano stati i Gulag, e quello che aveva vissuto.. il dovere di ricordare tante storie disperse, uomini dalla storia calpestata, e sotto tonnellate di gelo polare salvare storie. Allo steso tempo era la volontà di ricordare singole storie, persone, ed episodi.. ma anche tutti i milioni spazzati via in un’orgia di orrore.. che andrebbe ricordata con la stessa dedizione con la quale si ricordano i lager nazisti. Tutta la sua produzione divenne celebre con la grande raccolta di racconti, intitolata appunto “I racconti della Kolyma”.

Ma non parlerò diffusamente in questa nota di Salamov, della Kolyma e dei Gulag. Ho voluto tracciare una cornice e una trama di fondo (che è anche un omaggio) per presentare questo racconto di Salamov che ora leggerete. Racconto che è una storia vera, che parla di lui stesso, di un momento della sua esperienza nei Gulag. Racconto che è in assoluto uno dei meno tremendi, in quanto l’orrore peggiore (Il lavoro innominabile nelle miniere, le più selvagge umiliazioni, ecc.) era alle spalle.

Salamov ridotto ormai a uno scheletro vivente e in fin di vita, si trova a svolgere un lavoro c.d. “leggero”, ma che per lui è comunque una impresa, vista la carcassa ambulante a cui è stato ridotto.

Non c’è quasi più nulla in lui.. se non un sottile strato di muscoli e una pelle in disfacimento sullle ossa.. e nell’anima.. solo una sorda rabbia.

La mente stessa è atona.. le parole disperse. Dopo anni di privazione dei libri, e di scarno vocabolario di parole d’ordine, esclamazioni e necessità basilari.. è rimasto pochissimo in quella mente, quel cervello è atrofizzato, una manciata di parole d’ordine, la nuda vita, spoglia, sillabario da schavi, disco inceppato.

Il prossimo passo è la morte.. morte spirituale, morte mentale, morte fisica…

E anche se non ci fosse la morte fisica, la demenza..oppure.. l’autismo.. il completo inaridimento dell’ispirazione, dei pensieri e delle parole.

Eppure un giorno.. SENTENZA!…. una parola riemerge dalle tenebre del vuoto mentale (che non è assolutamente qui il vuoto del buddismo Zen, ma è vuoto nella sua versione più vacua, deprivata e insensata).. SENTENZA!.. questa è la parola che riemerge. E Salamov non sa neppure cosa diavolo significhi. Ma si balocca estatico come fosse un bambino dinanzi a un dono totalmente stupefacente. Dopo anni di parole abusate e ricorrente, dopo pensieri che ripetono se stessi come in un’orgia di specchi riflessi… SENTENZA. Come una pietra che cade nel mare… Cosa è stato? Cosa è che si muove fuori di me? Cosa porto dentro di me? E, scheletro camminante.. Salomov saltella quasi, e ripete ossessivamente questa parola… a tutti, a chiunque incontra e questi lo guardano come un folle, come uno strano essere buffo.. che incessantemente squittisce.. SENTENZA…

E’ come un Dono della Grazia.. una sorta di Satori, improvviso e inatteso affiorare dell’Illuminazione, squarcio di luce non previsto, neanche immaginato.. prima. Sentenza.. e il “pagliaccio” Salamov ripete ils uo mantra, non si stanca di masticarlo, di sbatterlo in faccia, e lo urla al cielo pretendendo senso e risposta. E la notte ha paura a dormire, temendo di ripiombare nel vuoto mentale, nella totale atrofia esistenziale. Sentenza… e si tiene aggrappato.. ti prego parola mia non perderti, non perdermi.. tienimi stretto a te, fa che io abbia almeno un sasso magico in questa notte senza fine.

Ma la parola non se ne andò…

Essa fu l’inizio.. l’inizio del ritorno di qualcosa che era andato perduto. “Pezzi d’anima”, come dicono gli sciamani.

E altre parole tornarono. Una alla volta.. come irruzione di insight da oscure profondità senza tempo.. tornarono sempre come un doloroso sforzo.. sempre come a cavarle.. ma piano piano tornarono. Una lenta conquista, paesaggi di vita riacciuffati in questa progressiva rammemorazione, come una sorta di strana reminescenza. Forse a farci quasi credere, che nulla muore mai del tutto. Da qualche parte si seppellisce ciò a cui è tolta la vita. Forse in gallerie fino al centro della terra, e forse non tornerà più. Ma a volte una scintilla.. lo SHINING.. Sentenza! E non so dire se si nasconde in dimensioni parallele della mente, o in cunicoli cavi sotto l’altra faccia del cuore, quella che si illumina anche sul fuoco, come una candela a mezzogiorno.

So per certo che infinite sono a volte le vie della Speranza e che dementi cronici hanno ripreso coscienza e comprensione. Conosci il limite tu delle mappe nascoste dentro le bottiglie? Sai dirmi tu quando un uomo è veramente finito? Puoi dire davvero quando tutto è perduto? Sai con certezza dove porre i limiti del corpo e della mente?

La Magia è appena appesa ma non scompare. Certo fiumi di sangue scorrono e legioni di vite sono state saccheggiate risucchiate dai Grand Guignol dei Nosferatu. Ma ecco il pifferaio magico che incanta i topi…

Improvvise pietre focaie, a furia di levigare rocce, levigarle come specchi…

La parola magica… apriti e fammi entrare..

Dentro la mente piccole Euridice.

Il Mago, su anestesie e odio stelirilazzo.. punta ancora nei suoi giardini sommersi.

Pronuncia una parola.. come l’ultimo Desiderio nella Storia Infinita…

Sentenza!.. può bastare.. la Ruota può ancora girare..

Vi lascio alla lettura di questo racconto di Varlam Salamov

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Le persone emergevano dal nulla, una dopo l’altra. Uno sconosciuto si stendeva sul tavolaccio vicino a me, la notte s’addossava alla mia spalla ossuta, cedendomi il suo calore – gocce di calore – e ricevendo in  cambio il mio. C’erano notti  in cui attraverso i buchi del giaccone imbottito e la giubba a brandelli non sentivo arrivare nessun calore, e al mattino guardavo il mio vicino come si guarda un morto, e un po’ mi stupivo di trovare un morto vivo, di vederlo alzarsi alla chiamata, prepararsi all’appello ed eseguire docilmente gli ordini. Avevo in me poco calore. Non avevo più molta carne attaccata alle ossa, e questa bastava appena a nutrire la mia rabbia, l’ultimo dei sentimenti umani a scomparire. Non l’indifferenza, ma la rabbia era l’ultimo sentimento umano, quello più vicino alle ossa. L’uomo emerso dal nulla spariva di giorno – la prospezione carbonifera aveva molti settori – e spariva per sempre. Non conosco chi mi dormiva vicino. Non facevo mai domande e non perché mi attenessi all’adagio arabo: non chiedere niente a nessuno e nessuno ti mentirà. Mi era indifferente che mi mentissero o meno, ero al di fuori della verità, al di fuori della menzogna. I malavitosi hanno a questo riguardo un proverbio di rude chiarezza, pervaso da un profondo disprezzo nei confronti di chi pone domande: se non ci credi, fà conto che sia una favola. Io non facevo domande e non dovevo ascoltare favole.

Che cosa mi era rimasto, in vista della fine? Una gran rabbia. E la custodivo preparandomi a morire. Ma la morte, che era stata pur così vicina, a poco a poco cominciò ad allontanarsi. Non fu proprio vita quella che subentrò alla morte, ma un esistere semicosciente, per il quale non c’è definizione di sorta e che non può essere chiamato vita. Ogni giorno, ogni alba portava con sé il rischio di un nuovo urlo mortale. Ma non arrivò. Io lavoravo come addetto a bollitore, il più leggero di tutti i lavori, ancor più leggero di quello di guardiano, ma egualmente non ce la facevo a tagliare in tempo tutta la legna che serviva al titano, il bollitore del tipo Titano. Mi avrebbero potuto cacciare via, ma dove? Lontano nella taiga, il nostro insediamento – la nostra komandirovka in termini kolymiani – era come un’isola sperduta nell’universo verde. Riuscivo appena a trascinare le gambe, i duecento metri tra la tenda e il posto di lavoro mi sembravano una distanza infinita, e lungo il tragitto mi sedevo più volte a riposare. Ricordo ancora adesso ogni avvallamento, buca o fossa di quel sentiero mortale; il ruscello davanti al quale mi stendevo a pancia in giù inghiottendo  avidamente sorsate d’acqua, fresca, buona, salutare. La sega a due manici che talvolta portavo sulla spalla, talaltra trascinavo per un manico, mi sembrava un carico incredibilmente gravoso.

Non mi riusciva mai di far bollire l’acqua in tempo, di far sì che il titano si mettesse a bollire per l’ora di pranzo.

Ma nessuno degli operai – erano dei <<liberi>>, tutti detenuti fino a poco tempo prima – ci badava, a nessuno importava che l’acqua bollisse o meno. La Kolyma aveva insegnato a tutti noi a distinguere l’acqua da bere unicamente in base alla temperatura. Calda o fredda e bollita o non bollita.

Non ce ne importava niente del salto dialettico che trasforma la quantità in qualità. Non eravamo filosofi. Eravamo manovali e rabotjagi e la nostra acqua calda potabile non aveva i requisisti richiesti per il suddetto salto.

Mangiavo, sforzandomi, ma senza affanno, di mandare giù tutto quello che mi capitava a tiro: avanzi, resti di cibo, bacche di palude dell’anno prima. La minestra del giorno prima o del giorno prima ancora, avanzata nel calderone dei <<liberi>>. No, della minestra della vigilia i <<liberi>> non avanzavano mai niente.

Nella nostra tenda c’erano due fucili, fucili da caccia. Le pernici e gli altri uccelli non temevano l’uomo e all’inizio si potevano abbattere alla soglia della tenda. Si arrostiva la preda così com’era sotto la cenere o la si cuoceva dopo averla accuratamente spiumata. Penne e piume andavano in cuscini, era un commercio anche quello, soldi sicuri, un modo di arrotondare per i <<liberi>>, i signori e padroni dei fucili e degli uccelli della tajga. Le pernici  spennate  e svuotate delle interiora venivano fatte cuocere in barattoli da conserva di tre litri appesi sopra i falò. Non mi capitò mai di trovare alcun avanzo di quegli uccelli misteriosi. Gli stomaci affamati dei <<liberi>> trituravano, macinavano e risucchiavano ogni ossicino senza lasciare avanzi. Era un altro dei prodigi della tajga.

Non assaggiai mai neppure un boccone di quelle pernici. Io avevo le bacche, radici di erbe e la razione. E non morivo. Cominciai a guardare con sempre maggiore indifferenza, senza rabbia, il sole rosso e freddo, le montagne nude, dove ogni cosa – rocce, anse del fiume, larici, pioppi – era spigolosa e ostile. La sera saliva dal fiume una nebbia gelata, e giorno e  notte non c’era un momento in cui mi scaldassi.

Le dita congelate della mani e dei piedi dolevano per il dolore lancinante. La pelle rosa vivo delle dita restava tale e si ulcerava facilmente. Tenevo le dita sempre bendate con certi stracci sporchi per preservarle se non dall’infezione almeno da nuove lesioni, e alleviarne il dolore. Non c’era invece rimedio efficace al pus che stillava da entrambi gli alluci, e al pus non c’era fine.

Ci svegliavano battendo su un pezzo di rotaia e allo stesso modo ci facevano rientrare dal lavoro. Dopo avere mangiato, mi coricavo immediatamente sul pancaccio, naturalmente senza svestirmi, e mi addormentavo. La tenda nella quale vivevo e dormivo  la vedevo come attraverso una nebbia: da qualche parte persone che si muovevano, lo scoppio di una lite, una sequela di ingiurie oscene, un azzuffarsi, poi, improvviso, calava il silenzio prima di una mossa pericolosa. Le zuffe si chetavano rapidamente, per conto loro, non c’era da trattenere o separare alcuno, semplicemente i motori della lite si spegnevano e subentrava la gelida alma notturna con il suo cielo pallido e alto intravisto dai buchi del soffitto di tela, e insieme il ronfare, sbuffare, gemere, tossire, il bestemmiare incosciente dei dormienti.

Una notte mi resi conto che io udivo quel gemere e sbuffare. Fu una sensazione improvvisa, come una illuminazione.. e non ne fui rallegrato. Più tardi, ricordando quel momento di stupore, compresi che la mia necessità di sonno, di oblio, di incoscienza si era attenuata: mi ero già saziato di sonno, come diceva Moisej Moiseevic Kuznecov, il nostro fabbro, mastro ferraio e maestro di saggezza.

Si manifestò un persistente dolore muscolare. Che muscoli potessi avere a quei tempi non so, ma il dolore c’era, mi irritava e non mi consentiva di astrarmi dal corpo. Poi fece la sua comparsa qualcosa di diverso dalla rabbia e dal rancore suo compagno.  Era l’indifferenza, la temerarietà. Capii che per me non c’era indifferenza, la temerarietà. Capii che per me era indifferente che mi picchiassero o meno, che mi dessero il pranzo e la razione, o che non me lo dessero affatto. E benché alla prospezione, una trasferta senza scorta, non mi picchiassero – picchiavano solo ai giacimenti – io, ricordando la cava dell’oro, misuravo il mio coraggio con il metro di allora. Grazie a questa indifferenza, a questa temerarietà, venne in qualche modo gettato un ponticello che mi allontanava dalla morte. La consapevolezza che qui non mi avrebbero picchiato, perché non picchiavano né prevedibilmente lo avrebbero mai fatto, generava nuove forze e nuovi sentimenti.

Dopo l’indifferenza, la paura, una paura comunque non molto forte, il timore che mi togliessero quella vita di salvezza, quel lavoro salvifico al bollitore, il cielo alto e freddo, e il persistente dolore ai muscoli sfibrati. Capii che avevo paura di dover partire per tornare al giacimento. Avevo paura, punto e basta. Nel corso di tutta la mia vita mi ero accontentato del bene senza cercare il meglio. Giorno dopo giorno la carne mi ricresceva sule ossa. Poi venne il turno di un secondo sentimento, e si chiamava invidia. Invidiavo i miei compagni morti, le persone che erano scomparse nel ’38. Invidiavo anche i vivi, i miei vicini, intenti a masticare, i vicini che si accendevano qualcosa da fumare. Non invidiavo il capo spedizione, il capocantiere, il caposquadra; quello era un altro mondo.

L’amore non mi tornò. Ah, com’è distante l’amore dall’invidia, dalla paura, dalla rabbia. Quanto poco bisogno ne hanno gli uomini. L’amore sopraggiunge soltanto quando tutti gli altri sentimenti sono tornati. Arriva per ultimo, ritorna per ultimo, ma ritorna poi davvero?

E tuttavia, l’indifferenza, l’invidia e la paura non erano i soli testimoni del mio ritorno alla vita. Prima che per gli uomini, mi era tornata la compassione per gli animali.

Poiché ero tra tutti il più debole in quel mondo di pozzi e scavi di prospezione, lavoravo con il topografo – gli andavo dietro portando l’asta e il teodolite. Talvolta, però, per fare più in fretta, il topo grafo si faceva passare la cinghia del teodolite dietro la schiena e a me toccava soltanto l’asta, leggerissima e ricoperta di cifre. Il topografo era un detenuto. Per farsi coraggio – d’estate c’erano molti fuggiaschi in giro per la tajga – si portava dietro un fucile da caccia di piccolo calibro che era riuscito a farsi dare dai suoi superiori. Ma il fucile ci era solo d’intralcio, e non solo perché era un oggetto inutile nel nostro difficoltoso procedere. Ci eravamo seduti a riposare in una radura e il topografo, giocherellando con il fucile, lo puntò contro un ciuffolotto delle pinete il quale si era avvicinato in volo per vedere il pericolo più da vicino e sventarlo. Sacrificando, se necessario la vita. La sua femmina doveva essere alla cova nelle vicinanze:  non c’era altra spiegazione al folle coraggio dell’uccello. Il topografo si appoggiò il fucile alla spalla e io spostai la canna.

-          Metti via il fucile!

-          Ma che ti prende? Sei impazzito?

-          Lascia stare quell’uccello e basta.

-          Farò rapporto al capo.

-          Ma và un po’ al diavolo, tu e il tuo capo.

Ma il topografo non aveva voglia di litigare e non disse niente al capo. E io capii che qualcosa di importante era tornato a me.

Da molti anni non vedevo né giornali né libri e ormai mi ero abituato a non rimpiangerne la mancanza. I miei cinquanta compagni di tenda, di quella tenda di lacera tela catramata, erano tutti nella stessa condizione: nella nostra baracca non si era mai visto un solo giornale, un solo libro. Le autorità superiori – il responsabile dei lavori, il capo della prospezione e il caposquadra – quando scendevano nel nostro mondo non portavano libri.

La mia lingua, la rozza lingua dei giacimenti, era povera, povera quanto i sentimenti che continuavano a vivere vicino alle ossa. Alzata, adunata, appello, smistamento ai posti di lavoro, pranzo, fine del lavoro, ritirata, cittadino capo, mi permetta di rivolgerle la parola, badile, trivella, piccone, fuori fa freddo, pioggia, minestra fredda, minestra calda, pane, razione, lasciamene un tiro: da anni me la cavavo con una ventina di parole. E per metà erano imprecazioni. Quand’ero giovane, o frose bambino, circolava l’aneddoto di un russo che riusciva a raccontare un viaggio all’estero ricorrendo a una sola parola pronunciata con differenti  intonazioni. La ricchezza delle imprecazioni russe, la loro inesauribile capacità oltraggiosa non mi si rivelarono tuttavia nell’infanzia, e neppure nella giovinezza. Da queste parti l’aneddoto del russo è roba da educande. Ma io non cercavo altre parole. Ero felice di non dover cercare chissà quali altre parole. Neanche sapevo più se esistessero. Non ero in grado di rispondere all’interrogativo.

Mi spaventai, rimasi sbalordito quando nel mio cervello, sì, proprio qui – lo ricordo con chiarezza – sotto l’osso parietale destro, nacque una parola del tutto inadatta alla tajga, una parola che in un primo momento io stesso non capii, altro che i miei compagni. Gridai questa parola dopo essermi alzato in piedi sul pancaccio, rivolgendomi al cielo, all’infinito:

-          Sentenza! Sentenza!

E scoppiai a ridere.

-          Sentenza!- urlavo direttamente al cielo del Nord, alla sua doppia aurora, urlavo senza ancora

comprendere il significato di quel termine che mi era nato dentro. E se quella parola era ritornata, se era stata di nuovo ritrovata, tanto meglio, tanto meglio! Una gioia immensa colmava tutto il mio essere.

-          Sentenza!

-          Ma guarda che suonato!

-          E’ proprio suonato! Cos’è, sei uno straniero? – mi chiese con sarcasmo l’ingegnere           

Minerario Vronski, proprio lui, il famoso <<Tre bricioli>>.

-          Vronskij, dammi da fumare.

-          No, non ho tabacco.

-          Dài, almeno tre bricioli.

-          Tre bricioli? Prego.

E con l’unghia cavava dalla borsa, gonfia di machorka, i tre bricioli del tabacco.

<<Uno straniero?>> – Domanda capace di trasferire il nostro destino nel mondo delle provocazioni e delle denunce, delle indagini istruttorie e dei supplementi di pena.

Ma non me ne importava proprio niente delle domande provocatorie di Vronskij. La mia scoperta era assolutamente enorme.

-          Sentenza!

-          Che suonato!

La rabbia era l’ultimo sentimento, quello con il quale l’uomo sparivo nel nulla, nel mondo inanimato. Ma quel mondo è davvero inanimato? Perfino un sasso non mi è mai sembrato veramente inanimato, per non parlare dell’erba, degli alberi, del fiume. Il fiume non è soltanto l’incarnazione della vita, il simbolo della vita, ma è la vita stessa. Il suo perpetuo movimento, l’incessante mormorio, il suo chiacchiericcio, per così dire, quel suo agire che forza l’acqua a scendere  la corrente sfidando steppe e praterie. Il fiume, che quando il sole prosciuga e scopre il suo solito corso, ne prende uno nuovo e si insinua in qualche parte tra i sassi, filo d’acqua visibile appena, in obbedienza al proprio eterno dovere, ruscelletto che non spera più nell’aiuto del cielo, nella salvifica pioggia. Ma basta un temporale, basta un rovescio e già il fiume si trova nuove sponde, frange le rupi, schianta le piante e s’avventa con furia giù per la via che in eterno è la sua…

Sentenza! Non mi fidavo di me stesso, temevo che addormentandomi questa parola tornata a me si dileguasse nottetempo. Ma la parola non si dileguò.

Sentenza. Sia questo il nuovo nome del piccolo fiume accanto al quale sorgeva il nostro accampamento, la nostra komandirovka <<Rio-rita>>. Forse che <<Rio-rita>> è meglio di <<Sentenza>>? Il cattivo gusto del cartografo padrone della terra aveva introdotto Rio-rita nelle carte del mondo. E non c’era rimedio.

Sentenza. In quella parola suonava qualcosa si romano, di forte, di latino. L’antica Roma era, per la mi infanzia, la storia di lotte politiche, di guerre tra uomini, mentre l’antica Grecia era il regno delle arti. Nonostante ci fossero stati uomini politici e assassini anche nell’antica Grecia, e non pochi artisti nell’antica Roma. Ma la mia infanzia aveva radicalizzato, semplificato, ristretto e separato due mondi tanto diversi. Sentenza era una parola latina. Passò una settimana senza che riuscissi a capirne il significato. La sussurravo in continuazione, gridandola all’improvviso, con grande spavento e spasso dei miei compagni. Esigevo, dal mondo e dal cielo, una soluzione dell’enigma, uno scioglimento, una traduzione… E in capo a una settimana capii, e tremai per la gioia e per lo spavento. Spavento perché temevo il ritorno in quel mondo al quale non potevo tornare. Gioia perché vedevo che la vita tornava a me malgrado la mia stessa volontà.

Trascorsero molti giorni prima che imparassi a richiamare dalle profondità del mio cervello sempre nuove parole, parole diverse, una dopo l’altra. Ogni parola ritornava a fatica, ogni parola emergeva all’improvviso, per conto suo. Non era un flusso di pensieri  e parole. Ognuna di essere tornava solitaria, senza la scorta di altre parole conosciute, e nasceva prima dalla lingua che dal cervello.

 

E poi venne quel giorno in cui noi tutti, cinquanta operai, smettemmo di lavorare e corremmo verso l’accampamento, al fiume, uscendo fuori dai pozzi, dagli scavi, lasciando alberi segati a metà o la minestra che cuoceva sul fuoco. Erano tutti più veloci di me, ma ce la feci anch’io ad arrivare in tempo, aiutandomi con le mani per scendere rapidamente la china.

Da Magadan era tornato il capo. Una giornata limpida, calda, secca. Sull’enorme ceppo di larice all’entrata della tenda c’era un grammofono. Il grammofono suonava coprendo il fruscio della puntina, suonava un pezzo di musica sinfonica.

E tutti si accalcavano intorno al ceppo – assassini e ladri di cavalli, malavitosi e non, <<caporali>> e <<sgobboni>>. C’era anche il capo, in disparte. Dall’espressione del suo volto sembrava quasi che quella musica l’avesse scritta lui, per noi, per la nostra komandirovka sperduta in quell’angolo di tajga. Il disco di gommalacca girava e sibilava, e girava anche il ceppo con i suoi trecento anelli, come una molla compressa, avvolta strettamente nei suoi trecento anni…

 

 

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Qualcuno verrà…

by Duncan on gen.28, 2010, under Ispirazione, Simbolo

mano tesa
 
Qualcuno viene a raccoglierti quando sei perso e la tua anima è
seppellita dentro dentro, in cunicoli oscuri e densi..
Qualcuno viene a tirarti fuori. Orfeo non è mai morto….
Qualcuno ha teso la mano, sciamana in incognito, muovi le mani e le
braccia, e pronunci le parole… hai teso la mano e un bambino si è
salvato da una lenta discesa in un autismo assordante, da un calvario
infinito di psichatri, parcelle, istituti, e pillole.
Hai dato il tuo tempo, la pazienza che non molla,.. chi è quel
bambino?.. pronuncia il suo nome?…
Qualcuno viene a salvarti dal buio.. l’amore ti cinge…
mostrami la Strada, liberami dal male.. la tua musica scacci le
ombre…
allontana i demoni…
Un bambino è vivo in questo grande e strano mondo..
Qualcuno viene e l’amore ti cinge…

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LA STORIA DI ROBERT

Gloria Steinem

Verso la fine degli anni Sessanta mi occupavo di un bambinetto che veniva ogni giorno alla scuola materna di un popolare quartiere del West Side di New York, che a quel tempo stava mutando rapidamente la propria fisionomia. Era un bambino serio, con due grandi occhi neri molto espressivi, che non prendeva mai parte ai giochi dei compagni.
Il più delle volte si limitava a osservarli a distanza, da un angolino. Quando aveva in mano dei giocattoli, li maneggiava con una
sorta di timoroso  rispetto, quasi ci fosse più vita in quelli che in lui. A quanto se ne sapeva quel bambino di quattro anni non aveva mai detto una parola.

Ogni mattino Dorothy Pitman Hughes, la donna del quartiere che aveva messo in piedi quell’avanzatissima scuola materna, rubava qualche minuto agli impegni della sua giornata e lo conduceva per mano in un angolo della stanza, davanti a uno specchio che occupava tutta la parete. Inginocchiandosi accanto a lui in modo che i suoi occhi fossero alla stessa altezza di quelli della piccola immagine riflessa nello specchio, intonava ogni volta una dolce litania, <<Guarda che bel faccino. Non è bellissimo? Lo sai che non c’è un’altra faccia uguale, in tutto il mondo?… E adesso alza la mano, e guarda che meraviglia è. Quelle dita possono allacciare le scarpe, possono disegnare, possono fare cose che nessun altro al mondo sarebbe capace di fare… E lo vedi come sono forti, queste gambe? Sanno correre, ballare e saltare per questo piccolo bambino… I suoi genitori gli vogliono tanto bene, io gli voglio tanto bene, e i bambini qui sono tutti felici di giocare con lui…  poi guarda quegli occhi. C’è una persona molto speciale che guarda da dentro quegli occhi, una persona che sa cose che nessun altro può sapere…>>

In un primo momento parve che quel rituale, pazientemente ripetuto ogni mattina, non avesse nessun effetto. Docile e obbediente come suo solito, a ogni richiesta il bambino alzava ora la mano, ora la gamba, ma i suoi occhi non perdevano lo sguardo vago e distante di sempre. Passavano le settimane, e non si manifestava il minimo accenno di cambiamento.

Poi, un pomeriggio che Dorothy era stata così presa dal lavoro nella scuola che il momento del rituale sembrava non giungere mai, il bambino le tirò un lembo della gonna e la condusse davanti allo specchio. Era la prima volta che Robert esprimeva un’esigenza diversa da quella d’ avere del cibo o di soddisfare i bisogni più elementari. Nei giorni successivi il bambino incominciò a prendere l’iniziativa del rituale, alzando la mano, poi il piede e infine il ginocchio, quasi volesse accertarsi che tutte le parti del suo corpo erano ancora lì, in perfetto stato. Quando ne ebbe conferma per l’ennesima votla, sorrise senza che gli venisse chiesto di farlo.

Poi una mattina, nel bel mezzo della litania di Dorothy, puntò il dito sul petto, vicino al cuore, e disse: <<Io?>>.

<<Io>> confermò Dorothy. Poi gli chiese di dire il suo nome.

<<Io… Robert>> rispose lui. Le prime parole che gli avessero mai sentito pronunciare.

Ai compagni, uno per uno, ripetè il suo nome, come per accertarsi di esistere anche ai loro occhi. Via via che gli altri bambini gli
rispondevano dicendo il proprio nome, oppure chiedendogli di giocare, o magari dicendo anche un semplice ciao, Robert si rincuorava sempre più. Come un tempo dalla quieta osservazione degli altri bambini era giunto a convincersi della propria inesistenza, così ora compiva a ritroso lo stesso percorso, partendo dal proprio nome per arrivare ad aprirsi sempre più, tanto con i compagni di scuola quanto con gli adulti, fino a raggiungere un livello effettivo di comunicazione. A ogni conquista di un pezzetto di realtà il suo viso si illuminava di gioia.

A poco a poco Robert divenne attivo e vivace come tutti gli altri bambini della scuola materna e forse anche di più, visto che aveva molti arretrati da recuperare.

Ora che questo bambino ha più di vent’anni, mi dicono che dopo essersi sposato è andato ad abitare in un posto lontano da New York e ha una figlia e un figlio. Grazie a Dorothy, che aveva compreso tutta la ricchezza delle emozioni e dei pensieri di un bambino di quattro anni, altri due  bambini potranno essere coscienti dell’unicità irripetibile e preziosa del loro essere.

(…)

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IL BALUARDO

by Duncan on set.12, 2009, under Disciplina, Ispirazione, Simbolo

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L’assoluta mancanza di controllo sulla nostra mente non ci dà che un pallida possibilità di giocare al gioco dei Riferimenti, e dei mille angeli in vedetta sulla Soglia non vediamo che un fioco lampo, mentre sprofondiamo nella non-presenza, oceani di confusione. Soprattutto, non guidiamo, ma siamo “sballottati”, siamo “giocati”.
Le traiettorie che si stagliano nel tempo sono a tua disposizione, o possono letteralmente affondarti. Io parlerò della chiamata a raccolta di tutto quello che è stato.
Per troppi il passato è un patibolo, un’aria miasmatica. Il cecchino ce lo portiamo dentro, con le “storie” che ci narriamo incessantemente, l’album di immagini di disfatte e di voci di avvilimento. La penna che scrive sul foglio, non segna ciò che verrà scritto. Belle parole no? Ma non bastano. Col pensiero positivo annaqui e mitighi l’angoscia. Ma non esci veramente dall’Antro. Devi mobilitare la Scintilla che Scatena l’Intensità. E i mezzi sono tanti, corpo, mente e anima. Il Baluardo è solo uno di essi. Un simbolo, come altri. del fatto che arriva sempre il momento DI decidere se vuoi servire o se vuoi essere Sovrano.
Per parlare del Baluardo, parlerò prima del Riferimenti. Fondamentalmente essi sono “richiami” che la mente fa ad esperienze, emozioni e sensazioni già vissute. Ciò che è già accaduto va a finire in una sorta di calderone. Il modo e l’intensità con cui viene richiamato influenza ciò che ancora “ha da accadere”, gli squarci del tempo che ti attendono, le esperienze prossime nella loro qualità. I richiami sono un rimbombo incessante, non sempre coscientemente realizzato, che sono in grado di “colorare” cuò che vedremo. La successiva esperienza lungi cioè dall’essere “neutra”, viene “mediata” da un filtro costituito dalla nostra abituale cappa mentale, dalle emozioni radicate in noi e da quei concreti riferimenti che il momento ci richiama o che, comunque, zampillano fuori improvvisamente.
La maggior parte delle persone non conosce la mente, non ne afferra i meccanismi; è in totale balia di onde incontrollate che sballottano come una palla da ping pong stramazzata da due giocatori di Hong-kong psichedelici.
Fin dall’inizio siamo disincentivati a coltivare la mente. E i meccanismi che ci circondano (videogames, musica ossessiva, droghe, televisioni, cellulari a manetta, playstation, ecc) hanno tutti un effetto “centrigugo” anziché “centripeto” sulle nostre strutture mentali. Una mente non coltivata si accontenta di quello che viene. E’ inoltre una mente che nutre sovente pensieri disordinati, confusi, vaghi. E quando cerca di richiamare qualcosa, la richiama in modo indistinto, sfocato, ed è comunque un richiamo che non ha vita facile di fronte all’improviso incontrollato irrompere di “altri” pensieri e suggestioni.
Il Baluardo è una tecnica potentissima per costruire dentro di sé una Strada del Potere contro il mare denso petrolio delle suggestioni tossiche. E inoltre, ti “riconsegna” i frutti migliori di quello che hai già vissuto.

Ma, prima un quadro un pò più “concreto” dei riferimenti.
I riferimenti sono tutte quelle esperienze già vissute, che una volta che le richiamiamo suscitano in noi particolari emozioni e sensazioni.
La loro tipologia è vastissima naturalmente, e possono essere nascere e essere attinti ovunque: –Eventi eminentemente reali che riguardano noi concretamente: bacio una ragazza, mi tirano una pietra in testa, arrivò primo a una corsa, ricevo un applauso, ecc. -
–Riferimenti reali che non riguardano me direttamente ma che suscitano comunque in me emozioni
;dal circuito più vicino a me: la guarigione di un mio amico.
;a quello più collettivo ed esteso: una partita di calcio, gli esiti, delle elezioni, le oimpiadi, eventi di guerra.
–Riferimenti non puramente reali ma che suscitano in me emozioni profonde: un libro, un film, una musica.. tanto nella loro totalità, quanto come certe pagine, passaggi, sequenze, note..
Evento va inteso in senso esteso.. quindi un riferimento può essere invece che un fatto (concreto o immaginario), una persona (anche qui reale o immaginaria).. pensare a quella persona susciterà in me emozioni.
Non vado avanti. Avete capito che c’è praticamente tutto. Non conosce confine ciò che può “costituire” il nostro nutrimento mentale; tanto ciò che può affossarci, appena sfiorarci, o ” rialzarci”.
Quando un riferimento è all’opera il nostro tono emotivo, il nostro stato vitale, il nostro essere nel mondo di quel momento né è irrimediabilmente segnato. Ma andiamo sul concreto..
Hai visto un film magnifico. All’uscita del cinema e per tutta la serata continui a ritornare su quel film. Esso sta operando come un riferimento positivo che incide sul tuo modo di essere in qu el momento. E’ qualcosa che facciamo sempre tutti. Ritornare o tentare di ritornare su certi momenti, per darci forza, coraggio, gioia, serenità, speranza.
Hai baciato una ragazza provando una emozione stellare. In quel momento il petto ti si apriva e sembravi dire “fatevi sotto tutti, io ci sono..”. In altri passaggi del tempo in cui sarai assediato dal traffico della quotidianità o conoscerai il dolore e dure sfide, spesso tenderai a richiamare quel momento per recuperare un pò di quella brezza che scosse il tuo animo, un pò di quella intensità.
ECCO COME OPERANO I RIFERIMENTI.
Ma quasi mai utilizziamo questa dinamica in tuta la sua ricchezza. Siamo stati imbottiti di merda fin dalla nascita. “Questa” mente lasciata a se stessa tenderà ad impregnarsi per lo più di riferimeni negativi. Ecco la Danza dei Demoni, che gira e gira fino a sfiancare. Potremo richiamare per anni traumi, con pensieri ossessivi che, senza neanche accorgercene, coltiviamo quasi ogni giorno. C’è una spinta inerte (ossimoro?) a crogiolarsi nel dolore, all’ammorbamento nelle ferite più lancinanti, al rimescolare tutto il torbido con annesse autoflagellazioni. E poi c’è l’opera dei media e della collettività sociale, nel suo insieme, come nelle sue mille piccole “tribù”.
Nessuno insegna l’addestramento mentale. Se la mia mente è pigra, confusa, opaca, passiva.. il mio riferimento positivo diventerà nel tempo sempre più indistinto, sfumato, sfocato. Con le dovute eccezioni naturalmente. Il mio matrimonio, ad esempio, puòe ssere un evento talmente dirompente che non me lo scorderò finché campo; e magari resterà sempre vivido in me.
Ma, per lo più, i riferimenti non muoiono, ma si depotenziano lentamente. Sovraccaricati dai turbinii incessanti di nuove “percezioni” ed esperienze, quei riferimenti li mettiamo in un cantuccio, e molti di essi dimentichiamo anche di averli da qualche parte. Oppure quando li vogliamo “risvegliare” ci costa un pò di sforzo.
Talvolta però ci riusciamo alla grande, o è il riferimento che irrompe potente come una luce abbagliante nella notte, come quei momenti di “illuminazione”, quando riviviamo la Musica di quando ci siamo sentiti Grandi, e in quell’attimo tutto cambia..
Benedetta sia la Grazia! :-) Ma noi possiamo fare qualcosa di più che limitarci ad affidarci alla Grazia di un momento.
Possiamo costruire la nostra Strada dei Trionfi.
La nostra Scala di Luce.
Quello che io chiamo il Baluardo
Cose simili, in certe misure e limiti sono state studiate da molti. Io non potrò che dirvi la mia sintesi e la mia versione, anche alla luce di come l’ho costruita e l’ho speriementata.

Quando vivi una emozione particorlarmente intensa, un evendo carica di bellezza e Magia…una volta che l’evento è passato..

RICHIAMALO SUBITO ALLA MENTE, PROPRIO ALLORA CHE E’ FRESCO FRESCO, PANE CALDO APPENA SFORNATO. PROPRIO ALLORA, RICHIAMALO, RICHIAMALO, RICHIAMALO. QUASI COME SE VOLESSI IMPARARLO A MEMORIA. RICHIAMALO E VEDINE I DETTAGLI, I PARTICOLARI, L’ATMOSFERA, GLI ODORI, LA MUSICA CHE AVEVI DENTO. RIVEDI TUTTO. PUOI ANCHE INTENSIFICARE QUALCHE ASPETTO SE VUOI. E MENTRE RIVEDI FAI UN GESTO COL CORPO CHE ASSOCERAI A QUELL’EVENTO. NON UNA VOLTA. MA PIU’ E PIU’ VOLTE.

Io ad esempio, stringo una mano a mò di pugno.. stringere come un pugno trasmette un’idea di potere, di energia, di forza, di passione. Ma, puoi semplicemente sbiazzarrirti a trovare il gesto o movimento che puoi (naturalmente non ti convengono posizioni di alto yoga esoterico, tipo leccarsi l’ano con movimento piegando la testa al contrario; deve trattarsi di un gesto semplice, rapido, attuabile quasi in ogni contesto). Una volta fatto questo, il lavoro prosegue nei giorni successivi. Questo è decisivo. Non limitarti al richiamo immediato fatto al momento.

MA NEI GIORNI SUCCESSIVI DEVE ESSERCI ALMENTO UN MOMENTO DELLA GIORNATA IN CUI RAMMENTERAI QUEL RIFERIMENTO CON IL TUO GESTO (stringento il pugno ad esempio)< /p>

Farai questo “giochino” con tutti quegli eventi e momenti che ti hanno talmente positivamente emozionato che li vuoi salvare potentemente dentro di te.
Agisci sul momento quindi. E poi i giorni successivi richiami..ma… non richiamerai più un solo momento, un solo evento, un solo riferimento.. ma tutti quelli che hai deciso di “salvare” a questo
livello.
POTRAI ANCHE ANDARE A RECUPERARE MOMENTI DEL PASSATO. Ti “affonderai” nella memoria per riscoprire i tesori andati persi, lucidarli e farli risplendere nuovamente. Questo all’inizio comporta un piccolo sforzo iniziale per togliere la polvere e per ricaricarli nuovamente e poi inserirli nella scia di quelli che richiamerai ogni giorno
Ecco perché parlo di Strada dei Trionfi e di Scala di Luce.
A un certo punto i riferimenti potranno essere anche dacine e decine, e tu li rievocherai di seguito. Ogni volta azionando a ogni singolo riferimento il gesto o movimento che avrai scelto. Capisci la potenza di tutto questo?
Sarà coltivare ogni giorno i fiori migliori del tuo giardino. Sarà come salvare le pagine più belle della tua storia personale. Sarà come avere una quotidiana carica energetica. Perché a ogni singolo riferimeno (e gesto) rammenterai evento e emozioni.
Effettuata l’intera serie, il meglio di ciò che hai vissuto ti ricaricherà
Inoltre il gesto ha l’utilità di far apprendere al corpo un collegamento psicofisiologico. Nel tempo, il fatto stesso di fare quel gesto ti riempirà di emozioni benefiche e di entusiasmo, tanto sarà stato reso saturo di riferimenti.

Da un lato ogni giorno coltivi il Baluardo.

Dall’altro, nel tempo, avrai un gesto nel tuo scrigno segreto. In particolari momenti di negatività e tnesione stringi il pugno (o fai il gesto che hai scelto) ed avrai una iniezione di energia. Il corpo avrà, nel suo linguaggio cellulare creato delle connessioni tra gesto e stati emotiv
Sarà diventato UN GESTO MAGICO. UN GESTO DI POTERE. Come i maghi antichi fare semplicemente quel gesto ti darà FORZA, POTERE. Se volete, molto spesso l’efficacia che sembra abbiano certe parole, formule e mantra deriva, secondo molti studiosi, dall’essere state
ripetute una infinità di volte con una certa intenzione.
Sì amico.. MAGIA.. tu sarai il piccolo Mago.. avrai le tue immagini e il tuo gesto magico.. una riserva di Bellezza a cui attingere.
Ecco anche perché lo chiamo il Baluardo. Dinanzi alla invasione di immagini e sinistre litanie di disperazione, impotenza, ansia, terrore e desolazione.. dinanzia al dubbio e allo smarrimento.. tu avrai un Baluardo che potrai sempre erigere e di cui “nutrirti”. Le più belle emozioni, i tuoi eroi, i grandi sogni, gli atti di meraviglioso coraggio, le donne che hai amato, i momenti di eroico furore, le sontuose sinfonie, i libri che ti hanno inchiodato per ore e ore.. tutto verrà in tuo soccorso, tutto ritornerà a te e potrai ergerti come Sentinella del Mattino. Il meglio di ciò che hai vissuto sarà lo Scudo che non potranno sfondare.

HASTA SIEMPRE ESPERANZA

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ECCO IL MAGO

by Duncan on mar.15, 2009, under Controinformazione, Musica

Agli amici della Repubblica:  questa la scrissi mesi addietro, come ricorderete, in una notte stupenda,  ed oggi è riaffiorata alla mia mente, e ho voluto tirarla fuori, ancora una volta, per condividerla anche qui. Rispetto alla versione originale ci sono dei piccoli cambiamenti, anche questi usciti di getto, come sempre..
mago1
Verrà ancora una volta. Con la sua giacca sbagliata. E ancora una volta tornerà con le sue storie, e le sue magie. Magie non proprio esaltanti, trucchi che ormai conoscono tutti. E il coniglio nel cappello è forse più vecchio di lui. E quegli scherzi, chi non li conosce?
Ma lui verrà nel silenzio. Entrerà dalle scale e i brividi cominceranno a salirci per la schiena. La pelle d’oca. Ancora una vota. Saremo tutti stretti sulle sedie e in piedi. E il Bar Mario sarà il centro della terra. Dimenticheremo tutto e saremo rapiti.
Perché è lui la star, è lui lo zingaro di lusso, è lui l’incantatore di serpenti, è lui che parla di donne impossibili che nessuno ha mai visto, è lui che le spara così grosse, ma così grosse, che ci abbiamo sempre riso.
Eppure quando si presenterà a noi ci cascheremo un’altra volta, ce la berremo un’altra volta.
Perché lui è il Mago Walter. Lui è il vecchio Zio Segreto che tutti i bambini hanno sempre sognato. Lui è lo Splendido. Le sue storie ti incanteranno sempre. Anche se saremo coperti di fuliggine e rumore, le sue storie ci sedurranno ancora una volta, e la sua magia ci porterà lontano.
Guarda nei suoi occhi e ti incanterà. Ti mostrerà mondi che conosce solo lui. Lui è il ciarlatano, lui lo spara balle, lui.. lo Splendido, Walter il Mago.

“e la magia più grossa giura
che gli è successa in casa sua
con il suo cane per pubblico
‘per una magia così’ dice ‘val la pena vivere’ “

E noi ci crederemo. Quel giorno ci crederemo. Sì, dannato Mago, ci crederemo..
La magia più grossa, la più stupefacente l’ha vista solo il tuo cane, a casa tua. E noi non c’eravamo, mannaggia.. Ma ci crederemo. Noi ci crederemo, perché ci sono notti in cui devi credere, in cui vuoi credere. Notti in cui ti devi fidare, in cui ti vuoi fidare. In cui puoi solo fidarti.
Non avremo bisogno di prove o spiegazioni. Ci hai regalato trenini sperduti nel cielo, ci spalancavi la bocca e lentamente il tuo tempo era il nostro, mentre strizzavi l’occhio. E allora ti crederemo.
Sì, un giorno hai toccato il cielo. Quel giorno tutto ti è stato concesso, hai fatto piangere Dio, sei stato il più grande. E anche se nessuno ti ha visto, oltre al tuo cane semicieco, noi ci crederemo.

“quanti bambini ha stupito
e ora i bambini sono più vecchi di lui
nemmeno un trucco è cambiato che
se il mondo cambia
qualche mondo non cambia mai”

Tu non sei mai cambiato Mago Walter. I bambini sono venuti e sono andati, qualcuno è tornato. I bambini sono diventati più vecchi di te.
Ma tu non sei mai cambiato. Tu non sai cambiare. Qualche capello bianco e un po’ di rughe danzanti. Un po’ più lento, la giacca sgualcita. Ma sei sempre tu. I tuoi occhi non si sono mai spenti. Tu non hai mai dimenticato. Demone dei boschi, giocatore d’azzardo, illusionista da fiera, zingaro di lusso.
Tu non sei mai cambiato. Tu non hai mai tradito. Tu non sai tradire.
Certe cose non cambiano mai. Qualche mondo non cambia mai.
Ci sono storie che non finiranno mai.
E noi ci saremo, saremo ancora noi, quelli che si alzavano la mattina presto e fuori c’era la neve, e correvamo a piedi nudi nel giardino. T tutta la gioia, tutto l’amore del mondo era nelle nostre mani.
E potevamo sollevarci da terra. Linguaggi segreti come poeti nascosti. Potevamo fare incantesimi.
Ci sono mondi che non cambieranno mai. C’è sempre un Giardino Segreto.
E c’è qualcuno, c’è sempre qualcuno che non ti tradirà. Costi quel che costi, sangue su sangue, bufera e murriana, gelo su mani e piedi, non ti tradirà. Dovesse essere anche l’ultimo, quando i tempi scomodi ti hanno messo all’angolo.. non tradirà. Qualcuno che starà sempre al suo posto, fino alla fine dei giorni, fino alla fine dei tempi.
Qualcuno che non potranno ingrigire, che non potranno mai comprare, che non potranno mai bruciare.
Ci sarà sempre un Sogno che ti scalderà il Cuore..

Mentre il tempo scivolava via tu ci tenevi stretti.
Facesti un Cerchio che i demoni non potevano oltrepassare..
e ci desti il tuo tempo..

Con i suoi scherzi segreti Walter il Mago si presenterà di nuovo qua,
e sarà ancora il più Grande Spettacolo del mondo…

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