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Salutamos Socrates
by Duncan on dic.12, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia

Inserisco oggi un pezzo dedicato a Socrates pubblicato sul sito Come Don Chisciotte (http://www.comedonchisciotte.org/site/index.php).
Non so se Socrates fosse davvero come lo descrive l’autore di questo pezzo, se anche se non ci fosse mai stata un’età leggendaria del calcio, come è stata descritta in tanta letteratura sudamericana… ormai quel mito è entrato nelle pieghe di quel territorio che dalla fantasia si innerva nella realtà, come certi libri che non esistettero mai, ma ora esistono, perchè la fantasia ha generato un sogno che si è radicato nel passato, come epopea di un reale creduto e visionario.
Socrates.. solo un brasiliano poteva giocare così…
classe ed eleganza.. il lusso di rendere un rozzo banale gioco, da alcuni chiamato calcio… avventura di ragazzi mai cresciuti.. poesia…
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La morte di Socrates, a cui assisto senza sprofondare nella tristezza, simbolizza in qualche modo la morte del calcio. Sembra, anche, un simbolo per ritrarre questa epoca di merda: senza sogni né esagerazioni, senza disubbidienza né disperazione, senza sete di giustizia né di alcool. Questo sozzo mondo borghese ci ha privato di tutto quello che c’è di uono, calcio compreso. È questo un mondo di automi rassegnati, aggrappati alla spazzatura delle proprie auto, ai cellulari, alle fantasie dei giochi a premi. Questa borghesia di merda, mediocre, superba nella propria ignoranza, autistica, incapace di amare e di odiare, di provare rabbia.
Questi umani androidi odierni, dai sentimenti ridotti e meschini, dalle avarizie valutate dalle azioni, portatori di culi e tette posticce, sale da pranzo dai cibi “light”, cultori della salute fisica, piccoli girini che vanno per le strade a senso unico…
Sappiano, i rozzi, che vedere giocare Socrates era come leggere, ad esempio, Italo Calvino: c’erano nel suo gioco bellezza, tenerezza, intelligenza. Era come vedere un quadro di Renoir, pieno di luce e di colori. Come ascoltare la musica di un valzer.
Non correva, non stringeva i denti, non ci metteva le “palle”: era dalla parte dell’eleganza, della maestosità, i suoi passaggi erano un “tocco” di distinzione. Vederlo giocare riempiva gli occhi, e placava l’anima.
Questo calcio spazzatura di oggi, giocato da pupazzi che sono milionari prima ancora di essere persone, è un insulto per il calcio giocato da Socrates.

Non è solo il calcio ad essere in lutto, ma anche la poesia, la bellezza, la natura stessa.
Andiamo Jobim, Vinicius, Maisa Y Chico, Caetano ed Elis, Joao ed Elsa Soarez, María Betanhia e Milton Nascimento e Ari Fangoso e tutte le ragazze di Ipanema e tutti i fannulloni che suonano la musica che accompagna il corteo: è da poco morto un altro frammento del sogno.
Postilla:
(Frammento di un appunto di Waldemar Iglesias pubblicato sul Clarín di Buenos Aires).
Addio, amato dottore
Socrates fu uno dei grandi centrocampisti degli anni ’80. È stato un grande anche fuori dal campo, che osò lamentarsi contro la dittatura brasiliana nei giorni più difficili. È morto di domenica, vinto da un rivale che lottò per sconfiggerlo senza riuscirci: l’alcool.
Antonio Falcao ci ha offerto l’armonia delle sue parole per raccontarcelo:
“Era l’antitesi del buon atleta: rifiutava gli allenamenti individuali o collettivi, e anche l’astinenza: soprattutto dal sesso, dall’alcool, dal tabacco, dalla vita notturna e dalla chitarra (che suonava). Persino il suo nome rifuggiva le convenzioni: Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Studiava medicina mentre giocava, si addentrò nella politica e analizzò il binomio dirigente-giocatore dall’ottica delle relazioni lavorative.
“Si diede alla cittadinanza con impegno, essendo assolutamente solidale coi compagni di lavoro. Per usare il termine tipico dell’incapace e ignorante dittatura militare brasiliana, Socrates era un sovversivo. Anche se, dal punto di vista strettamente democratico, un sovversivo cordiale e salutare, di grande utilità per l’umanità tutta.”
È stato sempre orgoglioso del suo sguardo sul mondo, dei suoi messaggi, quelli che, quando ancora era nel calcio, osava offrire in disparte, una cosa che poi si è trasformata nel suo marchio di fabbrica. Negli anni ’80, ad esempio, questo ammiratore del Che Guevara fu partecipe e ideologo di un’iniziativa che meravigliò il suo paese e l’ambito sportivo: il Movimento Democratico Corinthians che fece sì che il club paulista si affidasse a elezioni democratiche interne. Un simbolo inequivocabile del rifiuto della dittatura, che cominciava a ritirarsi dopo due decenni di potere.
Si professava di sinistra. E dalla sua ammirazione per Fidel Castro è arrivato il nome per uno dei suoi figli. A riguardo, Socrates raccontò una volta, in un’intervista rilasciata alla BBC, il seguente aneddoto: “Quando diedi il nome di Fidel a uno dei miei figli, mia madre mi disse: ‘È un po’ un nome forte per un bambino.’ Le risposi: ‘Mamma, pensa a cosa hai combinato con me’.”
Si racconta che si sarebbe potuto chiamare anche John, da Lennon, un altro dei suoi personaggi più apprezzati.
La lotta per la montagna sacra
by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Controinformazione, Resistenza umana, Simbolo
Ecco i piccoli soldati della Resistenza.
Hanno volti nascosti tra le pagine bianche e quelle nere, le righe cancellate, quelle bruciate ad arte, quelle ricoperte con la scolorina, quelle riscritte e quelle ritrovate.
In India, nello stato dell’Orissa, I Kandh, un insieme di comunità tribali hanno combattuto una durissima e disperata guerra contro la multinazionale Vedanta per Niyamgiri, la loro Montagna Sacra, il fondamento del loro mondo, la cornice del loro habit esistenziale, il nutrimento del loro autoriconoscersi, ovvero l’archistrave stessa del loro sentiri Uomini, del loro “avere un senso” dinanzi alla vita.
Nonostante la guerra sporca di Vedanta e autorità i Kandh alla fine hanno vinto. Almeno per il momento.
Il testo che leggerete è la loro storia.
Su un fronte che corre proprio ai confini dell’umano. Dove si combatte ancora. Dove si combatterà semrpe.
Lo Specchio è frantumato e le immagini sono infrante, sparpagliate, diffuse.
La Resistenza è all’opera ovunque. Cambiano le forme, i retroterra, le Visioni, le pratiche concrete. Ma i motori si scaldano. E reggono a stento i muri dello stadio. Divisi da mille codici, uniti in realtà da una stessa fame di liberazione, e di dignità contro chi prosperà tre i canili e il guinzaglio.
Tribù scendono sul sentiero di guerra Per difendere un Mondo. Il loro Mondo. La Casa Divina della manifestazione e attuazione del loro essere. Il Territorio che dà il fiumi, le sorgenti, la frutta. La Terra che è stato dato loro mandato di Custodire.
E’ una vecchia lotta. Degli estortori dai colletti bianchi e degli agglomerati di cemento e morte che come unr ullo complessore spazzano via i Mondi, in una scarica di DTT sterilizzante, per accamparea altri territori al loro Risiko e spolparli fino a strapparne l’ultimo centesimo.
Ma c’è chi dice.. QUESTO E’ IL NOSTRO MONDO…
QUESTA E’ LA NOSTRA TERRA,
QUESTO E’ IL NOSTRO UNIVERSO,
LOTTEREMO FINO ALLA MORTE PER CIO’ CHE E’ NOSTRO.
I loro tamburi parlano anche alle nostre viscere, per una Dignità che aspetta chi osi reclamarla.
La Grande Montagna ora sorride.
A volte il Banco perde,
al gioco delle tre carte capita che il Banco si incula.
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Tratto da
“NUNATAK
Rivista di storie, culture, lotte della montagna” (n.627)
Di Pei
“Oggi nell’era dei cambiamenti climatici, è sicuramente il momento di rendersi conto che le foreste, i sistemi fluviali, le catene montuose e le persone che sanno come vivere in modo ecologicamente sostenibile valgono più di tutta la bauxite del mondo. La Vedanta dovrebbe essere fermata nei suoi piani. Adesso. Immediatamente. Prima che si compino ulteriori danni.” (Arundhati Roy)
In India, alle pendici del Monte Nyamgiri, le comunità tribali dei Dongria Kondh si stanno battendo contro la multinazionale mineraria Vedanta, il cui progetto estrattivo minaccia di distruggere, insieme a Nyamgiri, la loro stessa esistenza come popolo che si considera – ed efettivamente è – il “Custode” di questa montagna sacra. Al momento i Kondh hanno vinto: il progetto della Vedanta è stato bloccato. La loro storia, e la loro vittoria, è tanto più significativa in quanto momento di uno scontro di dimensioni ben più grandi: una battaglia epocale che vede il subcontinente indiano, la più grande democrazia al mondo, dilaniato da una vera e propria guerra ai danni delle popolazioni rurali, non ancora urbanizzate, e al loro tentativo di resistere al trionfo dello “sviluppo economico”.
Tra l’agosto e il settembre del 2010, dopo una controversia durata anni, il governo indiano si è pronunciato in merito al rilascio delle autorizzazioni alla multinazionale Vedanta per il progetto di estrazione di bauxite dal Monte Niyamgiri, nello Stato orientale dell’Orissa. In quella che Amnesty Internationale ha definito >, la Corte suprema ha bocciato il progetto della miniera, per violazione delle leggi a tutela dell’ambiente, della oresta e dei diritti degli adviasi (le popolazioni indigene), in particolare dei Dongria Kondh e delle altre comunità che abitano le pendici di Niyamgiri. La sentenza ha inoltre sospeso le operazioni di sestuplicamento della raffineria di alluminio di Lanjigarh, riconoscendo che già nelle sue attuali dimensioni ha provocato un inquinamento dell’aria e dell’acqua tali da rendere invivibile il territorio per le comunità locali. Questa sentenza ovviamente non casca dal cielo, ma è l’esito – insperato – di una feroce battaglia tra la britannica Vedanta Resources, una delle maggiori compagnie minerarie al mondo, e i Dongria Kondh, una piccola – ma irremovibile – comunità tribale.
I Dongria Kondh sono una delle tribù più isolate del continente indiano, circa ottomila persone sparse in piccoli villaggi sulle colline di Niyamgiri, un territorio diamgi dense foreste popolate da una grande varietà di animali, tra cui tigri, elefanti e leopardi. Qui i Kondh coltivano lem essi, raccolgono frutti spontanei e selezionano piante e fiori destinati alla vendita. In lingua kuvi, gli abitanti delle pendici di Niyamgiri chiamano se stessi jhamia, ovvero >. Essi si considerano i guardiani delle centinaia i sorgenti perenni, ruscelli e torrenti, che sgorgano dalla cima della collina. Tale abbondanza d’acqua dipende proprio dalla presenza della bauxite, materiale di natura racciosa e sedimentaria che tratiene acqua e umidità nella stagione delle piogge per poi rilasciarla gradualmente nel periodo secco. Questo sistema naturale di filtraggio realizza così un perfetto equilibrio di produzione idrica a ciclo continuo, che garantisce la crescita di una vegetazione rigogliosa in un territorio che, nel suo complesso, nela gran parte dell’anno è piuttosto arido. E’ perciò evidnte come – l di là del potenziale inquinante di uno stabilimento minerario – la semplice sottrazione da tale ecosistema dell’elemento principe per l’equilibrio idrico, la bauxite, avrebbe di per sé un impatto devastante.
Il progetto della Vedanta consiste proprio in una imponente miniera a cielo aperto per l’estrazione della bauxite dalla vetta della montagna sacra per i Kandh: Niyamgiri, la “montagna della legge”, dimora del loro Dio e garante dell’equilibrio naturale. Se ciò avvenisse, i Dongria Kondh non perderebbero soltatno i loro mezzi di sostentamento, le loro case, le loro terre. Perderebbero la salute, l’indipendenza e la loro insostituibile e profonda conoscenza dell’ecosistma di colline e foreste. Ma, ancor di più, la distruzione di Niyamgiri rappresenterebbe la perdita della loro identità, la fine del senso stesso della loro millenaria esistenza.
La bauxite, in campo industriale, ha un’importanza notevole: si tratta infatti dell’elemento base per la produzione di alluminio. Con il cosiddetto processo Bayer, i sali d’alluminio presenti nel minerale vengono separati da altri elementi “spuri” – silice, ossidi di ferro, titanio… – attraverso diverse fasi di “puriicazione” che, inevitabilmente, producono grandi quantità di materiali residui di una certa tossicità. Le comunità che vivono nei pressi della raffineria della Vedanta già in funzione nell’aria, infatti, oltre ad essere state sfrattate dalle loro case e dalle loro terre, denuncniano un diuso avvelenamento responsabile di soghi cutanei, infezioni e disturbi di vario genere. A ciò si aggiungono la compromissione dei raccolti, le morie degli animali che si bagnano e abbeverano nelle acque di Nyamgiri, e la colorazione rossastra assunta dal suolo e dalla vegetazione circostante.
>. Questa è la posizione – ferma ed inequivocabile – delle tribù scese in lotta, compatte nel proposito di fermare la Vedanta per impedire la “profanazione” delle loro montagne, la conversione dell’area in una desolata zona industriale e per non bararattare il proprio modo di vita con la prosepttiva di diventare, nel migliore dei casi, dei salariati della raffineria. Riiutano il Progresso, questi barbari! Un Progresso grazie al quale, forse, otterrebbero qualche automobile, qualche telefonino, e qualche Mac Donald’s dove chiedersi cosa è successo alla loro acqua, ai loro colori, alle loro forteste, alle loro vite.
Di fronte a tale inconcepibile rifiuto, la Vedanta e le forze governative non tardano a reagire. Ad alcune comunità la compagnia offre del denaro per convincerle a trasferirsi altrove, mentre le case di quelli che declinano l’offerta vengono abbattute nottetempo dalle ruspe. Le cronache parlano anche di azioni punitive, di interventi paramilitari con omicidi mirati, rastrellamenti, pestaggi e sparizioni, nei confronti dei membri più attivi delle comunità.
I Kondh, però, non si sono mai arresi. Negli ultimi anni, a più riprese, i loro tamburi di guerra hanno ripreso a rullare dal profondo della giungla. Hanno bloccato le strade di accesso ai cantieri, impedendo fisicamente il passaggio alle scavatrici. In centinaia, provenienti dalle varie comunità e villaggi della zona, si sono riuniti di fronte ai cancelli degli stabilimenti Vedanta, scontrandosi con le forze dell’ordine e subendo cariche, aggressioni, arresti e intimidazioni… Hanno celebrato colossali puja, raduni di massa per dare vita ad un movimento allargato, formato anche da rappresentanti di altri gruppi tribali e da attivisti, accademici, avvocati, per attirare l’attenzione del mondo intero. E proprio grazie al lavoro di informazione, la notizia della loro battaglia ha acquistato un’eco internazionale, stimolando diverse iniziative di solidarietà, coe ad esempio una manifestazione nel cuore di Londra durante l’annuale meeting generale della Vedanta. Un’ondata di critiche e pressioni ha così colpito la corporation, al punto che alcuni dei finanziatori hanno fatto dietrofront, ritirando le quote di investimento nell’azienda.
Si può letteralmente dire che i Kondh sono tornati sul sentiero di guerra, al suono dei gong e dei tamburi, indossando i costumi arcaici ormai sempre più rari, e impugnando le loro armi tradizionali: archi, frecce e asce. Il gesto stesso di brandire queste armi antiche, le stesse che un tempo avevano usato per difendersi dai colonialisti inglesi, e che oggi sono rivolte contro le mostruose propaggini meccaniche del sistema industriale, ha l’alto valore simbolico di rivendicazione dell’identità culturale di un popolo, nella resistenza al processso di trasformazione imposto da una modernizzazione genocida. Ma non solo: il brandire le armi sottolinea la volontà di combatere ancora una volta a oltranza fino all’ultimo uomo, una battaglia impari, dando forma a uno degli slogan più volte ripetuto: >:
Non è la prima volta infatti che queste popolazioni si trovano a combattere una guerra impari contro la Civiltà. Un tempo i Khand sparsi ai piedi del sacro Monte Nyamgiri erano adusi a celebrare sacrifici umani. Un orrore che l’impero britannico non poteva tollerare. Dall’altro di una legittimità morale fondata su secoli di roghi, guerre, stermini, schiavitù, il cristianissimo e civilissimo Occidente si mobilitò per estirpare una simile barbarie, massacrando quanti osavano difendersi, pianificando un vero e proprio genocidio (per evitare l’atrocità dei sacrifici umani, of course). Si era a metà dell’Ottocento, ei Kadh resistetero armi in pugno all’Impero, trasformando le colline e le foreste dell’Orissa nel teatro di una guerriglia testarda e senza tregua. Stremati, perseguitati, affamati, condotti sull’orlo dell’estinzione, i Kandh riuscirono a vincere la partita con la storia. Sono sopravvissuti, aggrappandosi alla propria identità culturale. Oggi la Civiltù torna alll’attacco, tentando di portar via, con il loro sacro monte, il senso della loro vita millenaria. Qualcuno ha deciso che devono stare meglio, che il Progresso deve arrivare fino a lì. L’antica storia si ripete, la multinazionale Vedanta dà vita al suo genocidio di vite fisiche, morali, culturali, comprando tutto quello che può comprare e distruggento tutto il resto.
I Kandh sono tornati sul sentiero di guerra. La loro tenacia ha trasformato una piccola tribù delle giungle dell’Orissa in un simbolo di una battaglia globale. Nel loro mondo popolato da spiriti, sciamani e uomini tigre, i Kandh hanno trovato la forza di resistere e le ragioni per combattere, dimostrando, non foss’altro che per questo, di avere molto da insegnarci.
Da Arcipleago Gulag.. di Alexander Solzenicyn
by Duncan on mag.10, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana
specie in queli più feroci dello stalinismo (ma non solo.. anche per decenni e deceni dopo lo stalinismo, seppure con punte meno feroci e bestiali) la migliore letteratura fini sepoltà nei campi di concentramento sovietici.. i GULAG… perchè i migliori autori, scrittori, prosatori, filosofi.. erano lì dentro. Chi aveva talento, dignità, libertà interiore era destinato al Gulag.
Quelli che non furono incarcerati decisero di scrivere tradendo se stessi e voltando le spalle alla verità. Diventando così intellettuali di regime, vuoti funzionari stitici, carta da parati grigia.
Quelli che non si piegarono finirono nei Gulag.. le loro opere distrutte..o.. impossibilitate ad emergere.
I Gulag furono la patria delle migliori aime che partorì l’Unione Sovietica.
Fuori restarono i burocrati, i boia, i bastardi.. e una immensa massa triste che (ed è comprensibile) aveva il terrore panico di alzae anche solo di un centimetro la testa.
Eppure.. non tutto è stato cancellato.. scrittori come Solzenicyn (di cui riporto un brano qui sotto.. un brano tratto dal suo immenso capolavoro Arcipelago Gulag) , Salomov e altri.. salvarono nei decenni che vissero nei Gulag volti,, nomi, storie, anime…e riuscirono a salvarle su carta quando furono liberati.
Non tutto è stato perso in quegli anni di morte.
E comunque.. anche i diari bruciati.. le opere strappate.. le posie dei poeti muti.. da qualche parte vivono.. da qualche parte ci entrano ancora nell’anima.
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tratto da Arcipelago Gulag
di Alexander Solzenicyn
Ormai non potremo più formulare un giudizio di insieme su ciò che è
stato, sul numero dei morti e sul livello che questi avrebbero potuto
raggiungere. Nessuno ci racconterà dei quaderni frettolosamente
bruciati prima della deportazione, di brani pronti e di grandi
progetti rimasti sulle teste e insieme a queste gettati in una fossa
comune gellata. I versi si leggono accostando le labbra a un orecchio,
si ricordano e si trasmettono, o se ne trasmette il ricordo, ma un
testo in prosa non si racconta prima del tempo, per la prosa è più
difficile sopravvivere, è troppo voluminosa, poco flessibile, troppo
legata alla carta per superare tutte le vicessitutidni
dell’Arcipelago. Chi in un lager potrebbe decidersi a scrivere? Lo
fece A. Belinkov, il manoscritto finì nelle mani del compare e a
Belinkov toccò di rimbalzo un’altra condanna. M.I. Kalima non era
assolutamente una scrittrice, ma annotava in un taccuino i fatti più
notevoli della vita del lager: <<forse un giorno servirà a qualcuno>>.
La cosa arrivò alle orecchie dell’operativo. E venne spedita in cella
di rigore (se la cavò pure a buon mercato). Esentato dalla scorta
Vladimir Sergeevic G-v, scrisse da qualche parte, fuori dal campo,
quattro mesi di cronaca dal lager, ma in un momento di pericolo
sotterrò quanto aveva scritto, e venne trasferito per sempre – così
la sua cronaca rimase sotto terra. Non si può scrivere nel campo, non
si può scrivere fuori, dove farlo? Solo nella testa! ma così si
compongono versi, non prosa.
Non è possibile calcolare per estrapolazione, sulla base del numero
dei superstiti, quanti di noi, pupilli di Clio e di Calliope, siano
periti, perchè anche per noi non esistevano molte probabilità di
sopravvivere (..).
Tutto ciò che viene definito la nostra prosa dagli anni Trenta in poi
non è che la schiuma di un lago sparito sotto terra. E’ schiuma, non
prosa, perché si è liberata di tutto ciò che era essenziale in quei
decenni. I migliori scrittori soffocarono quanto di meglio c’era in
loro e voltarono le spalle alla verità; e soltanto così poterono
salvare se stessi e i propri libri. Quelli che non seppero rinunciare
alla loro profondità, particolarità e rettitudine dovettero
inevitabilmente perdere la vita in quei decenni, per lo più nel lager,
o dando prova di sconsiderato ardimento al fronte.
Così se ne andarono sotto terra i prosatori fiosofi. I prosatori
storici. I pensatori lirici. I prosatori impressionisti. I prosatori
umoristi.
(..)
Milioni di intellettuali russi furono gettati nell’Arcipelago, non in
gita, ma per essere umitali, per morirci, senza alcuna speranza di
tornare indietro.
(..)
Così una filosofia e una letteratura straordinarie furono sepolte
ancora sul nascere dalle crosta di ghisa dell’Arcipelago.
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Amore
by Duncan on feb.03, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo
Una cara amica ha scritto questo pezzo.. voglio condividerlo anche con voi, viandanti lettori di Born Again. Ve lo riporto esattamente come lo ha scritto, senza cambiare l’ordine o la lunghezza delle righe.
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Latente in ogni essere , vigile in ogni cellula vivente, nascosto in
molecole di resa, pronto a scoppiare in un boato e a capovolgere qualunque
esistenza
Subdolo, invisibile padrone che ammanetta l’anima e il respiro
Perfido ribelle trasgressivo dolce velenoso inquietante.
Crudeltà cieca insinuata in torrenti di miele stucchevole
Schiavista bastardo e luce di resurrezione
Odiato nemico forca di vita camicia di forza dell’anima.
Amore.
La stessa parola imbarazza
Amore.
La prima reazione è la noia
Sfruttato Ingannato ritrito
In cerca di rime scontate.
Amore che scambia le carte,Che funge da alibi,Che scompiglia i pensieri
Che vomita stelle nel buio
Amore rinascita e morte,Amore attesa,Amore pretesa e condanna
Amore che sfida e sopporta l’insopportabile nulla
Amore che lotta per nulla
Amore che mangia la testa rosicchia i pensieri come un topo di fogna
Amore che se ne frega che fugge e che torna
Che sembra regali la forza e invece risucchia energia
Amore che strega ed annienta
Amore che porge sollievo
A un bimbo ad un cane ad un sasso piantato nel cuore
Amore che può sbriciolarti e costruire universi sublimi
Amore che può dare fuoco o ghiacciare
Amore che regge e dissolve
Che sfida frantuma ipnotizza che vola e sotterra
Amore che non ascolta nessuno e accoglie chiunque
Amore padrone del tutto
Tu sei l’impotenza più forte
Sei tutto e sei nulla
Sei l’ombra e la luce sei vita
Sei sordo sei muto sei cieco
E guardi ed ascolti e poi urli
Amore che svuota la mente
che plasma rancori e silenzi
Amore che fluttua nel vuoto
riempiendo gli spazi del nulla
Di quell’energia che rifiuti
tenendoti con quegli artigli
Che giudichi accusi rifiuti
che sfregi che sputi aborrisci
Contrasti di vita e di morte
su quell’altalena di impulsi
E strappi i contorni terrestri
esplodi e ti trovi già fuori
Brandelli di gente e contorni
Che guardi da fuori impaurita
Non sai che è successo..soltanto
Vorresti abbracciare l’ignoto
Qualcuno inizia
by Duncan on feb.03, 2011, under Ispirazione, Simbolo
“Bisogna rifiutare senza rinunciare. Bisogna soffrire senza perdonare. Bisogna arrivare fino in fondo senza sprofondare. Bisogna raggiungere a nuoto la riva del mondo e accorgersi che nuotando davamo forza a chi pensava come noi di nuotare da solo nel buio bianco della nebbia, nella notte senza stelle, nel manto della luce accecante, da solo, senza avere alcun punto di riferimento. E quando arrivare alla riva del mondo è accorgersi che tanti ci riescono solo per aver preso coraggio da un altro che sentivano nuotare a distanza del buio, da solo. Tu sei in questa condizione che devi vivere come un compito.”
Spezzo questo legno con voi, qui, sabbia notturna, vicino al falò, lontani dall’acccampamento.
Per un tempo che è già memoria, e un futuro che già esiste.
E ci sediamo intorno al fuoco, i Membri di un Antico Popolo Disperso, e come si raccontano le storie di fantasmi.. le storia “di paura”… in certe notti estive e notti campeggio… continuiamo ancora a raccontare per dare scambiarci il sangue e sputare il veleno. Per rammentarci di antiche Promesse.
Ecco il mesaggio nella bottiglia di oggi. Un brano tratto dalla lettera del Professore Ferraro ad un ergastolano, Carmelo Musumeci. Ecco poche parole che stricano forte sul carbone per farlo accendere.
Camminerai da solo. Bussano alla porta, piedi che battono per terra, palloni per strada.
Perchè iniziare? Non vedi nulla, non senti nulla. Sei solo nel buio.
Molti vorrebbero almeno una voce in quel silenzio di morte. Almeno una fgura lontano in quel deserto. Se ci fosse almeno un segno tanti tenterebbero. Molti restano inchiodati perchè non vedono nessuno.
Qualcuno deve pur iniziare, per dare agli altri speranza. Qualcuno deve spingersi avanti per dimostrare che allora è possible.
Qualcuno deve insegnare il coraggio.
E quel qualcuno darà a mille altri la spinta di buttarsi.
Qualcuno inizia la conta dei giorni.
E allora non aspettare testa di capra che non sei altro, pendaglio da forca, scapestrato filibustiere, fellone mangiagatti, smargiassone, scimunito, viso pallido, minchionazzo, bandolero e bucaniere…..:-)
Buttati in quella cazzo di acqua…
Dialogo tra un ergastolano e un professore di filosofia (ventitreesimo scambio)
by Duncan on dic.09, 2010, under Controinformazione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Su un blog dedicato agli ergastolani -che io e alcuni amici abbiamo creato e amministriamo- (http://urladalsilenzio.wordpress.com/) è da tempo in corso un magnifico e potente Dialogo tra Carmelo Musumeci, figura simbolo tra gli ergastolani, persona dal profondissimo e radicale percorso, uomo generoso e vulcanico, e autore di moltissimi testi, articoli, racconti, e anche due libri.. e il professore Giuseppe Ferraro, non “semplicemente” un professore di filosofia, ma un Filosofo e un Umanista.. nella accezzione più degna che hanno queste parole.
Ci sarebbe tanto da dire su questo grande Dialogo, da tempo in corso tra di loro, e giunto adesso alla 23sima “puntata”. Ma ritornerò su di esso in qualche altro post, e riporterò altri brani. Questa volta voglio condividere anche con i naviganti che giungono nelle Terre di Born Again, proprio l’ultimissimo momento di questo Grande Dialogo.
Vale proprio la pena leggerlo..
Salutamos Compagneros
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Giuseppe caro,
ho ricevuto la tua lettera.
Ho sentito il tuo cuore amareggiato.
L’ho sentito come se fosse il mio.
Ho immaginato quello che provi quando vedi la sofferenza e l’ingiustizia sociale intorno a te.
Non si può mai essere del tutto felice quando non lo sono tutti.
Io non ci riesco!
Ho sentito la tua frustrazione.
Non ti nascondo che ci sono dei momenti che non riesco ad essere forte neppure io.
Ci sono dei momenti che desidererei essere più debole di quello che sono per farla finita di aspettare un futuro che non avrò mai.
Ci sono dei momenti che mi sento una foglia strappata alla vita e gettata in un angolo all’ombra del mondo, fra cemento armato e ferro.
Giuseppe conosco molto bene il tuo dolore.
Lo so!
Il dolore che vedi negli occhi degli altri uomini fa sempre più male del proprio dolore.
Tutte le mattine quando mi aprono il blindato lo vedo negli occhi di quell’uomo che mi è di fronte.
Un ergastolano anziano ammalato di un brutto male che cerca il mio sorriso come se fosse la cosa più importante della sua vita.
L’amore ci fa diventare migliori e purtroppo in carcere manca proprio quello.
Nessuno ama e pensa a quest’uomo.
Lo vedo sempre steso sulla branda a fissare il vuoto.
In questi giorni non gli ho sorriso perché il mio blindato è rimasto spesso accostato.
In questi giorni sono stato male, niente di grave, un semplice attacco di sciatica.
In questi giorni mi sono accorto che non sono più forte come prima.
In questi giorni mi sono accorto che l’Assassino dei Sogni prima s’è preso il mio corpo, poi la mia vita, ora la mia salute.
A volte penso di essere fortunato, io ho qualcuno cui pensare, molti non hanno nessuno.
Si, è così!
Solo chi dice di essere cattivo sa che cosa è essere buono.
Domani, anche se non starò bene, quando apriranno il blindato lo spalancherò e donerò a quest’uomo il mio sorriso come se lo donassi a te.
Te lo prometto!
Nella tua lettera di oggi ho sentito il tuo cuore amareggiato.
Non posso lasciarti con tristezza almeno questa volta.
Domenica ho parlato al telefono con la mia compagna.
Sabato vengono a trovarmi.
Sono felice.
Da Modena mia figlia mi vuole portare le ciliegie.
Mi ha detto che sono buone e dolci.
Dall’altra parte del telefono ho sorriso.
Non ho bisogno delle ciliegie.
Ho solo bisogno di abbracciare e di baciare lei.
Per cinque anni l’Assassino dei Sogni non me l’ha fatta toccare.
Ed ho sempre una paura infantile che lo potrà fare di nuovo.
I figli sono il nostro universo e non si può vivere senza abbracciare l’universo.
Giuseppe non essere amareggiato.
Quando s’è amareggiati, si ha poca energia.
L’energia è amore.
Io ho bisogno del tuo amore, come ne ha bisogno l’ergastolano anziano e ammalato di fronte la mia cella e gli operai disoccupati del nostro sud.
Abbiamo bisogno del tuo amore, come te del nostro.
Ti manderò un po’ del mio amore sabato quando abbraccerò la mia compagna e i miei figli affinché tu non ti senta in mare aperto senza né terra, né barca.
E quando abbraccerò Nadia lo farò anche per te.
La sua fede e il suo amore per questo mondo è grande e ne darà un po’ anche a te.
Giuseppe, non essere amareggiato, il mio cuore lo sente, il mio cuore sente il tuo.
Ti voglio bene.
Carmelo
2 giugno 2010
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Ti scrivo. In silenzio. Come si scrive. Sotto dettatura di una voce che s’intreccia ad altre. Ti scrivo, come sempre ci si trova a scrivere, sottovoci. Non accade sempre. Solo quando si scrive sentendosi accanto a chi si scrive. E’ come un rivolgersi dentro se stessi dove si ospita chi si pensa con affetto e che ti ospita nei suoi pensieri.
C’è quell’espediente in cinematografia, lo ricordavo l’altra volta, lo ripeto, mi colpisce. Quando qualcuno legge una lettera è la voce di chi gli ha scritto che si sente leggere. Scrivo, sento la mia voce che mi detta le parole, a una a una, cercandone le lettere sulla tastiera. Le detta per non perderle, guardando i tasti. Quando si scrive, si sente la propria voce che detta le parole. La propria? non proprio. Sento la tua voce, a scrivere c’è come una traslocazione d’intimità, ci si porta in un luogo senza luogo. Vedo il tuo sorriso, quando ti scrivo, avverto la tua ansia, penso “ai” tuoi pensieri, immagino “a” quel che immagini, guardo “al” muro che guardi, lo vedi all’improvviso quando non sei più stanco ed esci dal rifugio dei pensieri. Quando sei stanco di essere stanco il muro alza pareti. Strano. La stanchezza aiuta certe volte. Quando sei stanco l’immaginazione prende il posto dei sensi. La stanchezza aiuta. Libera, no, distrae. Deriva. Derotaia. Delira. Ci fa addormentare, dopo che nella testa si placa il turbinio della corsa in stanza dei pensieri insistenti.
Noi non amiamo la stanchezza. Siamo di quelli che non si stancano mai. Non siamo mai stanchi. Quando però ci arriva la stanchezza, si placa anche la violenza della rabbia. La usiamo e ci usa. Mette un freno, rallenta il passo che siamo pronti ad accelerare appena dopo. Chi vive la depressione si mette in uno stato di stanchezza persistente. Lo sappiamo. In carcere diventa una sorta di perdita di vita, come una perdita d’acqua alla fontana. E’ terribile quello che scrivo e che penso. No. Bisogna riprendersi ogni volta dalla stanchezza che porta alla depressione e alla follia, bisogna trovare la stanchezza del giusto. Quella che prende dopo un giorno lungo di lavoro, su se stessi. Bisogna lavorare su se stessi.
Bisogna pensare anche a un diritto alla stanchezza giusta. Ne ho sofferto maledettamente quel giorno. Ritornavo dai miei incontri. Ero stato a Bellizzi. Avevo la testa piena di voci e volti. Era stato un incontro intenso. Lo è sempre. Arrivai a casa, stanco. E questo pensai, che là avevo lasciato persone che non avevano il diritto di essere stanchi, di abbandonarsi alla stanchezza. La libertà pensai è il diritto a sentirsi stanchi e andare coi pensieri dove vogliano. E’ anche questa. Il diritto di essere stanchi. Ingiusta è la stanchezza che non libera della fatica. Quanto sono felice di vederti, anche adesso che ti scrivo. Quanto sono stato felice di vederti la prima volta. Uno che non si stanca, no, uno che non si lascia stancare. Offre il suo sorriso per la sola gioia di esistere e vedere e sentire la vicinanza. Viverla.
Tu non immagini quanta forza infondi, quanto vita effondi, quanta gioia diffondi. Grazie del “Giuseppe caro”, mi arriva come una carezza, su una stanchezza, l’avrai capito, che non è giusta. E’ questo il punto.
Tu dici l’assassino dei sogni, ma quanti sogni gli stai buttando in faccia, addosso, ai piedi, quante ferite stai procurando all’incubo con i tuoi sogni di sorriso. Esci dal blindato incroci lo sguardo della sofferenza e apri il tuo sorriso come braccia per sostenere chi sta soffrendo in quel momento. Quel che mi scrivi mi porta al tuo fianco. Mi porti in giro tra blindati e corridoi. C’è chi soffre, è malato, ed è terribile ammalarsi senza cari. Gli sorridi. Solo chi soffre sa non fare soffrire. Solo chi conosce la sofferenza sa della gioia. Sorridi a chi non resiste e sente di varcare l’ultima soglia della sopravvivenza.
Davvero è uno stare sopra la vita sopravvivere. Vivere oltre la vita. Un paradosso. Essere in un al di là che è un resto, non un oltre e in più. Un avanzo. Un resto. Quel che avanza della vita a tagliarla, a farla a pezzi. Nuda vita. Sopravvivere è questo stare sopra la vita come se ci si trovasse senza niente altro. Sopravvivere è la vita senz’altro. Senza esistenza. Nemmeno. E’ l’esistenza ridotta, stretta, fatta gabbia della vita. Semplice vita, ma non una vita semplice. Piuttosto vita senza vita. Sopravvivere è stare sopra la vita, non più nella vita, senza viverla.
Non si può essere felici quando non lo sono tutti. E’ cosi, dici bene. Il dolore che vedi negli occhi degli altri uomini fa sempre più male del proprio dolore. Dici benissimo, è così, come scrivi. Il dolore che vedi negli occhi degli altri fa più male del proprio. Ti attivi, sei pronto. Viviamo per dare vita, per dare la vita che abbiamo. Continuo a leggere la tua lettera. E’ come un abbraccio.
Grazie, Carmelo. Non resterò amareggiato. Non posso esserlo se ci sei e se mi scrivi e se ti scrivo e ti penso e se ti sto a fianco. Ti dico “grazie” e mi ritrovo a riflettere che il fine di ogni educare è la grazia. Non il dono, la grazia. L’avere grazia. Come tu hai grazia a scrivermi “Giuseppe caro”, e come sorridi a chi soffre e aspetta il tuo sorriso come un dono. Non come qualcosa. Il dono è quando ci fa dono. Chi dona non dà cosa che possa sapere e calcolare. Chi dona non fa regali. Si dona ciò che non si ha. Si dona il tempo che non si ha. Quel tempo che non si deve, non dovuto, quel che non si deve ad altro, ad altri e che si sottrae a chi lo devi per legame d’amore. Il sorriso che si deve al proprio figlio, alla propria figlia. All’amata. Quel tempo dovuto a chi si ama e che per tale è sacro. Di una relazione sacra perché dovuta senza dovere, non per costrizione, ma per natura, posso anche affermare, per natura, per un legame che non si acquista, ma che ti conquista a essere quel che sei.
Strana deviazione procura il dono. Strano delirio, un uscire fuori dalla lira del campo, fuori del solco. Dare l’avuto non dovuto, il dovere incrocia in strano modo la restituzione e quindi il giusto. La incrocia in strano modo. Donare è dare, ma come a stabilire una relazione d’inegualità. Inequivalente. Senza uguali. Solo dio può donare, mi ripeto sempre. Noi possiamo restituire. Si, certo. Solo dio può donare, può operare per dono, può perdonare.
Noi possiamo restituire. E la giustizia si dà come restituzione. Si fonda in questo modo il Diritto. Fino a quando però il diritto è giusto? Ancora una ragione di tempo, perché di tempo è fatta la relazione, nel tempo si costituisce e si toglie, si distorce e si “raddritta”. Il tempo è la relazione. Fino a quando il giusto può essere “raddrizzare”, quando si compie il diritto? quando deve finire la pena come tempo che ci vuole per ristabilire la relazione? Perché se la pena è rimettere in diritto ci sarà pure un momento in cui il diritto è raggiunto, compiuto? Carmelo, cerco di scrivere cose che appaiono confuse, e lo sono, solo perché richiedono la convergenza di due piani quello personale e quella istituzionale, quello delle regole e delle relazioni. Del testo e della sua lettura, della jus e di chi jus dicet facendosene giudice.
Ripeto: le regole senza relazioni sono vuote, le relazioni senza regole sono cieche, e tuttavia solo le relazioni rendono la regola giusta e solo le relazioni rendono giuste le regole, e le aggiustano. Ancora: le regole sono le persone che le applicano. Le istituzioni sono le persone che le rappresentano. La cosa difficile da comprendere e spiegare è questa: la giustizia nel sua massima applicazione, nel suo raggiungimento è la grazia. La giustizia che si soddisfa del suo diritto è grazia. Io ti ringrazio per quel “Giuseppe caro” che è un gesto di grazia. Così ti ringrazia chi soffrendo cerca il tuo sorriso per alleviare la sua pena. Il tuo sorriso è di grazia. E’ la tua grazia. L’espressione di una forma assoluta, assolta da ogni interesse e causa.
Il bambino è chi non può donare, ed è un dono. Una grazia di dio, si dice anche. Cosa possiamo imparare da dio e da un bambino se non ad avere grazia, nei gesti, nelle parole, nell’essere quel che siamo. Il bambino è presente. Non ricorda, ma non dimentica. Non dimentica perché non ha nulla da ricordare. Vive quel che è dato riconoscere che fa male e che bene, che gli fa bene e che gli fa male. Anche un dio, credo, pensa in questo modo o siamo noi ad aver fatto di un dio il pensiero di un bambino. Assoluto. Presente come presente si dice anche il dono, che reclama nella sua piena espressione la presenza, il presentarsi. Stare qui, per essere, non stando davanti come cosa, ma stando davanti preoccupandosi, avendo cura, stando prima del tempo, avendo cura del tempo che viene. Non essere questo e quello, ma come questo e quello essere grazia, avere grazia, nelle relazioni. Significa avere relazioni non sgraziate, non disgraziate, non rozze o meschine, senza scambio, anche senza regali.
La giustizia è la grazia. La giustizia che dà vita è grazia. Quella che dà morte è senza grazia. Mette in disgrazia. Il fine dell’educazione non è forse quello per cui si dice di una persona educata che si esprime con grazia? Non che si esprime correttamente, quella si chiama istruzione e si dice di chi è istruito. Ho ricevuto la lettera di Salvatore Ercolano. Salutalo per me. Non so quando riuscirò a rispondergli, ma digli che lo tengo in testa. Ed è come leggere di una grazia. Il suo essere come graziato. In realtà non è così. Ha scontato tutto quello che doveva, non è stato graziato, è lui che si è fatto grazia. E’ lui stesso che sente di vivere non per altro che per vivere. Non un sopravvivere di un resto, ma di un assoluto momento.
La grazia è un dono? Solo se ci fa dono. Solo se la propria vita non è dovuta ad altri che non siano i soli ai quali ci lega un tempo sacro. Dovuto, perché da loro abbiamo avuto il tempo che compie il nostro sentire. Il sorriso che tu doni è quello che tu devi alla tua bambina, resterà sempre bambina quanti anni potrà mai avere una figlia. Tu mi doni quel sorriso. Tu doni a me il segreto di quel sorriso, doni a me il suo sorriso, quel che ti fa sorridere come solo tu sai e puoi sorridere di quel tempo sacro della relazione del tuo intimo sentire. Non si sanno queste cose, non hanno sapere. La grazia è quando si è senza sapere di essere. Com’è la grazia dell’artigiano che muove le sue mani operando senza che potrà mai spiegare perché e come si fa quel che sta facendo, lo ha incorporato a tal punto che in quel che opera è se stesso che opera, tocca senza toccare, vede senza vedere, vede di là di ciò che gli sta davanti, tocca altro da quel che tocca, perché sente.
La giustizia è la grazia. Dobbiamo cominciare a parlarne. Dobbiamo cominciare a chiedere grazia per giustizia, non come qualcosa di dovuto o per tempo scaduto, ma perché ci si è fatti grazia. E tu sei grazia. Se ti ringrazio è per tale. Lo sei per tanti. Lo sei per la carezza di tua figlia, per le ciliegie che ti porta, per quel che ti porta nelle ciliegie che ti porta. Bisogna sempre vedere i gesti nelle cose, le relazioni nel tempo, e nelle mani cogliere le somiglianze. A essere giusti bisogna dare grazia. Bisogna avere grazie. E’ difficile, scriverlo è difficile quando ci s’indirizza a chi è recluso. Questa grazia però bisogna apprendere, ovunque.
L’altro giorno un uomo, uno dei disoccupati della mia terra che non mi fanno dormire la notte, mi diceva del pudore, del pudore della vita, dell’apprendere il pudore. Mi parlava del pudore in carcere, dell’apprendere il pudore in carcere. Ci è stato per ventuno anni. Persona educata, compita, accurata, nei gesti. Il pudore e la grazie. Dovremmo cominciare a parlarne. Dovremmo vederci su queste cose a Spoleto. Il pudore e la grazia, perché la giustizia è tra il pudore e la grazia, è avere pudore e dare grazia. Ingiusta è la giustizia che lascia al diritto il testo di regole da applicare senza pudore né grazia nel tempo della relazione.
Ti abbraccio
Giuseppe
19 giugno 2010
MAGNIFICENZA
by Duncan on ago.30, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Musica, Poesia, video
E venne la Gloria del Bambino,
e venne il tempo delle pale al vento,
e le nostre mani sconfissero il cielo e la morte.
Portavamo in noi tutto il sangue e i sogni,
ci alzammo per una stagione,
oltre i muri, stavamo sospesi, e colorammo il mondo.
E dio quanto scavai nell’anima mia allora.
C’è un legno spezzato nell’ultima spiaggia,
nell’ultima sera con disegni al finestrino,
nell’ultima pagina di un quaderno con le orecchiette.
E venne il tempo di incrociare le falangi,
percorrendo il tuo estuario fui assalito dalla Gloria,
E Venne il tempo dei serpente e dell’allodola,
saprò mille volte adesso quali sono i nomi delle cose,
e se hanno un nome,
se non lo hanno, glielo darò,
anche i porti prendono fuoco,
la Gloria dilaga..
(questa poesia che scrissi tempo fa non è la traduzione della canzone degli U2 di cui ora metto il link, anche se la scrissi mentre la stavo ascoltando)






