Born Again

Tag: Musica

Ciro Campajola.. il libro..

by Duncan on ago.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana

Le poesie sono pensieri sbloccati

Firmati da realtà opprimenti

Tu non fai altro che scriverle

Io non so cosa è esattamente ciò che scrive Ciro Campajola. So che spacca le dighe, spacca i muri, spacca gli spartiti, così come spacca i coglioni… specie di chi è sazio nella propria mediocrità e complicità, e spacca la vita e la morte.

Le chiamiamo poesie, ma di poesie del genere io non ne ho lette mai. Chilometriche, inarrestabili, fluviali.

Urlano fino a trapanarti la mente, ma ridono anche, tra il malinconico e la speranza affamata dietro un bicchiere di vino e un bicchiere di blues e un bicchiere di anima.

Ferite e grotte di solitudini, abbandoni e volti cancellati dalla lavagna, i gironi infernali dei senza nome, e dei nomi di coloro a cui hanno rubato il nome. E di loro che canta Ciro. Delle principesse bambine vestite da prostitute e dagli occhi grandi come il mare. Delle periferie capovolte dei tossici, e dei marchiati a fuoco, i puntini neri per le freccette facili, i collaudati oggetti del disprezzo, le mani fragili che chiedono vita e carezze, e prendono pugni e morte.

Ma Ciro non è un delicato poeta da confortevole nicchia malinconica. In lui suona a stordire le orecchie, la forza iconoclasta dell’eterna invettiva contro l’abiezione, la sacra indignazione che è l’onore di tutto la grande poesia satirica dell’antichità, e di tutto il grande teatro ironico, appassionato e civile dei nostri giorni.

Sì… la ribellione delle parole. La ribellione nelle parole. Non cercate conferenze per acculturati e teste d’uovo. Ciro è nato nelle periferie, vive nelle ciminiere, sale su quegli strani sentieri che si affacciano sul volto bello della vita che regge il pugno, e mostra il dito alle cornacchie gracchianti della dissoluzione.

Lui mostra il riso delle scimmie. Ma a quel riso non si arrende come gli eterni sconfitti. E a quel riso non si accompagna, come gli eterni complici vigliacchi.

Perché è tutta una scansione di tempi.. tutta una scansione di ritmi.

E lui ti mostra il male, ti mostra la scimmia deforme, il concerto malato dei vampiri. E a volte è acciottolato in mezzo al grembo che piange.

Ma non vedrete mai solo il buio..

Alla fine c’è sempre un canto del cuore,

siamo sempre qua – sembra dire Ciro – a dare sperma e polmoni alla vita..

e poi tu*

tu sempre con quelli che non ci stanno

che preferiscono pagare e fanculo il conto

tu confuso

tra quelli che sanno tutto e quelli che non sanno niente

tu

che non ne vuoi più sapere e fanculo pure le chiacchiere

tu

tra la legge uguale per tutti o meno

tu

che per quel che ne sai

fanculo comunque sia la legge

con te è sempre stata uguale

mai giusta

tu

che batti sudato e testardo il tuo sentiero

che per gli altri sia legale o no

lo è per te

 

E’ la tua strada ragazzo, la strada stretta è sbagliata.

La strada di chi lo batte il suo tempo, anche quando le ore pesano fino spezzarti le dita. Ma tu non  la molli. “Sono quello che sono”.. dillo, dillo forte e fai il tuo passo, cammina sul tuo Sentiero.. prendi ciò che ti appartiene e vai, costi quel che costi, quanto sangue può costare, è onorare ogni attimo. Questo ti fa scalpitare Ciro dentro. Questo ti scaraventa addosso.. con buona pace di tutti i cantori della stanchezza, che dilagano nel nostro tempo.

E’ intollerante nel suo scrivere? Può essere. Non è un santo. Non vuole essere un santo. La sua poesia è bambina e negra allo stesso tempo. Crudele e sensibile allo spasimo. Conosce la lotta di strada questa poesia, a mali estremi sa tirare le unghie… Nasce dalla musica, la musica la partorisce, musica genererà.

Non è per i levigati, le personcine inamidate, i professionisti del volontariato, per tutti coloro che si rifanno una verginità con le “pecorelle smarrite”. Se siete tra costoro.. non è il libro per voi. C’è tanto altro in libreria, cercate altro.

Le vite scartate gli stanno appese al collo, e lui si fa male a portarle, ma DEVE portarle. E sono tutti qua a prendersi la sua mano. E c’è ancora lui, nelle notti a dare lucido alle trombe.

La sua poesia trasuda Onestà. L’eccesso si accoppia al rigore morale. Solo uno dei tanti apparenti paradossi che vivono in lui e in ciò che scrive.

E alla fine c’è la notte più notte, notte al quadrato.

Alla fine c’è l’alba afferrata “appena in tempo”.. “in fondo alla notte”..

Alla fine c’è musica che passa nelle vene.

Alla fine c’è un anello..

ti accorgerai*

che comunque

nei giorni chiari e in quelli bui

hai sempre trovato un anello

in ogni tempo

con ogni tempo

e sia nel sole che nella pioggia

tu lo hai sempre portato al dito

come una fede nuziale

come un matrimonio benedetto di suo.

Non vi dico di leggere il suo libro..

Non si dice mai a qualcuno di leggere un libro,

a un certo punto un libro, un disco, un volto ti chiamano..

chiamano e basta.

Vi dico invece di dare lucido alle trombe.

Alfredo Cosco

*Brani di poesie di Ciro Campajola non presenti nel libro.

Per l’acquisto contattare Ciro attraverso posta Facebook.

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I mondi di Barbara (Osip Emil’evič Mandel’štam)

by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana, Simbolo, politica

Eccoci a un altro appuntamento con la “I mondi di Barbara”, una rubrica che è una delle colonne principali di questo Territorio per Anime Pazze e Libere chiamato Born Again.

Barbara Lazzarini in questo spazio ci porta in altri mari rispetto alla cultura digerita e premasticata, e poi ingurgitata come fosse puro materialato.

Questa cultura si incarna nell’uomo e diventa incandescente percorso narrato, che della Libertà fa un pezzo di pane, che passa di mano in mano, rendendo chiunque mangia, più libero.

Il pezzo di Barbara che oggi pubblichiamo è uno a quelli a cui io tengo di più in assoluto. Il protagonista è un Gigante..Osip Emil’evič Mandel’štam.

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Osip Emil’evič Mandel’štam è un grandissimo poeta, una delle figure più importanti del Novecento letterario. Vittima, come moltissimi altri grandi artisti, delle “Grandi purghe staliniane”. Nasce nel 1891 a Varsavia da una famiglia ebrea, si trasferisce in Russia e trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Pietroburgo. Affronta studi intensi di filologia romanza e germanica che gli serviranno per studiare i grandi italiani come Cavalcanti, Petrarca, Dante, ecc.. successivamente insieme all’Achmatova e al di lei marito, fonda il movimento acmeista ( i migliori) in contrapposizione ai versi oscuri dei simbolisti russi propongono la chiarezza e la praticano perfettamente. Scrive in prosa e in poesia, molto importante, per il taglio originale che esce del Nostro più grande poeta, il suo saggio “Conversazione,(o discorso) su Dante”. Quello per la nostra lingua è un amore intenso, Mandel’stam la definisce “la più dadaistica delle lingue romanze”, pensate che Cristina Campo, raffinatissima traduttrice, l’italiano lo definiva “lingua di marmo”, lingua che se ne sta lì come un blocco pronto per essere scolpito, è irriducibile marmo che cela la forma affinchè ne sia estratta. C’è una sorta di incontro elettivo con Dante, prima di lui con Cavalcanti, in effetti il vero avanguardista dell’era volgare, quello che sdogana il pathos, con lui finalmente si può parlare di sofferenza carnale nell’amore, lo fa lui per la prima volta con durissime parole e sintassi complessa, lo farà Dante nelle famose e bellissime “Rime petrose”

…e torna la pietra a forgiare la nostra neolingua di parole che sanno tagliare e sono tagliate.

E’ mi duol che ti convien morire

per questa fiera donna, che nïente

par che piatate di te voglia udire.

I’ vo come colui ch’è fuor di vita,

che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia

fatto di rame o di pietra o di legno…(Cavalcanti)

Canzon, or che sarà di me ne l’altro

dolce tempo novello, quando piove

amore in terra da tutti li cieli,

quando per questi geli

amore è solo in me, e non altrove?

Saranne quello ch’è d’un uom di marmo,

se in pargoletta fia per core un marmo.(Dante)

 

Quando M. entra nei regni danteschi e prende a parlare della Divina Commedia, il suo approccio critico davvero è inconsueto. Di lui dicono che fosse un tipo strano, sempre in movimento, incapace di starsene seduto, frenetico, con il pensiero altrove, esiliato ai comuni mortali. Questa sua stessa condizione esistenziale d’esule lui rinviene in Dante, quella stessa foga del moto vorticoso di versi pietra che generano la più grande delle lingue; per Mandel’stam Dante “DANZA”, muovendosi nella musica dei versi, versi come orchestre sinfoniche. Ancora nel “discorso su Dante” scrive: “Dante è un maestro dei mezzi poetici, non un fabbricante d’immagini. E’ lo stratega delle metamorfosi e degli incroci” e quando si sofferma sull’analisi del canto del conte Ugolino scrive : “I canti danteschi sono le partiture di una speciale orchestra chimica”.

Osip M. è un grandissimo esperto di musica, fa paragoni con Bach, la musica è per lui segnale di vita e afferma che la poesia deve seguire regole più severe come quelle delle partiture:”Questa è la legge della materia poetica, materia che è convertibile e sempre in via di convertirsi, che esiste solo nello slancio dell’esecuzione“.

Mandel‘stam ha affermato: “prima compongo, poi scrivo“.

Si legga la seguente poesia dal confino forzato in cui viene relegato per motivi politici:

Lei non è dal suo mare ancora nata,

lei è musica ed insieme parola;

è il legame che mai si potrà sciogliere

fra tutto ciò che vive nel creato.

Delle onde respiran calmi i seni,

ma un chiarore impazzito il giorno illumina,

e stanno i lillà scialbi della schiuma

dentro un vaso color celeste-nero.

Acquistino le mie labbra, recuperino

la mutezza lontana, primordiale,

simile a una nota di cristallo

che vibra, fin dal suo nascere, pura!

Rimani quel che sei – schiuma, o Afrodite,

tu, parola, rifluisci in musica,

vergognati del cuore, o cuore, fuso

con l’elemento primo della vita!

La storia della dittatura sovietica s’incrocia con quella dell’artista già inviso al regime quando una sera recita questa poesia tra amici:

Noi viviamo senza avvertire sotto di noi il paese,

i nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza,

ma dove c’è soltanto una mezza conversazione

ci si ricorda del montanaro del Cremlino.

Le sue grosse dita sono grasse come vermi

e le sue parole sicure come fili a piombo.

Ridono i suoi baffi da scarafaggio,

e brillano i suoi gambali.

Intorno a lui c’è una masnada di ducetti dal collo sottile

e lui si diletta dei servigi dei semiuomini.

Chi fischietta, chi miagola, chi piagnucola

se soltanto lui ciarla o punta il dito.

Come ferri da cavallo egli forgia un ukaz dietro l’altro,

a uno l’appioppa nell’inguine, a uno sulla fronte,

a chi sul sopracciglio, a chi nell’occhio.

Non c’è esecuzione che non sia per lui una cuccagna…

Qualcuno si fa delatore, Mandel’ stam non saprà mai chi sia stato, né perché lo abbia fatto, tuttavia il “controrivoluzionario” viene arrestato, ha con sè solo una copia della Commedia. Ha così inizio un percorso di inaudita sofferenza fisica e psicologica che lo condurrà alla morte nel lager di Vladivostok nel ‘38

Su di lui Viktor Erofeev afferma: “Osip Mandelshtam scrisse i versi politici più coraggiosi e più riusciti di tutta la storia della letteratura russa. È un record. Quel proiettile di poesia diretto contro Stalin (…) è di una precisione micidiale”.

E’ nella durezza della prigionia che l’ansia genera poesia, la tensione del dolore si fa morso dilaniante che lo consuma eppure Osip non vuole smentire la sua vocazione d’uomo, compone, le parole risuonano tra soprusi fango e gelo, la sera ai suoi compagni di sventura recita Petrarca, prima in italiano e poi in russo, chissà quale fantasma porta l’arte a superare ogni bruttura, l’otium sereno delle Rime italiane a consolarlo, il sogno di un raccoglimento letterario negato…

Qui di seguito riporto alcune liriche dal campo di detenzione, furono preservate e poi date alle stampe dalla moglie Nadezda, che aveva imparato a memoria questi e numerosi altri testi poetici del marito.

Lo dico in brutta copia, a voce bassa,

ché non è ancora venuto il momento:

il gioco del cielo irresponsabile

si attinge col sudore e l’esperienza.

E sotto il cielo dimentichiamo spesso

- sotto un purgatoriale cielo effimero -

che il felice deposito celeste

è una mobile casa della vita” (9 marzo 1937)

“Io mi porto questo verde alle labbra

questo vischioso giurare di foglie -

questa terra che è spergiura: madre

di bucaneve, aceri, quercioli.

Mi piego alle umili radici, e guarda

come divento insieme cieco e forte;

non fa dono, il risonante parco

di una sontuosità eccessiva agli occhi?

E – palline di mercurio- le rane

con le voci s’agglomerano a palla;

i nudi stecchi si mutano in rami

e in lattea finzione il vapore dell’aria (aprile 1937)

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Per un pugno di semi

by Duncan on lug.03, 2011, under Controinformazione, Resistenza umana, Simbolo, politica

Per un pugno di semi

“Nulla di ciò che è vivente è brevettabile, neppure in parte”

Questa affermazione, che rincontrerete nei punti finali del testo che leggerete, dovrebbe essere scontata. Dovrebbe essere evidente. Moltissimi di noi non verrebbero neanche sfiorati da un pensiero diverso.

E invece non è così evidente per molte realtà economiche, mediatiche, politiche ed istiuzionali.

E la manipolazione della vita e la brevettazione del “materiale” vivente” è diventato uno dei grandi territori che segneranno il tempo prossimo venturo.

Il testo che leggerete non è sempre scorrevole e limpido, ma porta in sè domande potenti.

Non è un “discorso” solo sui semi…

I semi non sono quegli affarini picolissimi con cui potete riempirvi le mani.

I semi rappresentano una delle architravi della stessa sussistenza alimentare su questo pianeta.

Chi controlla i semi, controlla il cibo. Chi controlla il cibo acquisisce su intere collettività un potere che farebbe impallidire quello delle antiche satrapie orientali.

La manipolazione del vivente è strumentale ANCHE (e soprattutto) allo scopo delle brevettabilità del materiale manipolato.

Una volta, ad esempio, che si saranno create varietà genticamente manipolate (OGM) di Mais, le corporation internazionali che hanno il brevetto su quelle varietà manipolate (ad es.. la Monsanto) cercheranno di fare propagare quella tipologia di mais. Perchè quel mais è nelle loro mani. Se tutte le sementi attualmente essitenti fossero sementi geneticamente manipolate, in pratica la catena alimentare, per tutto quello che deriva dalla semina, maturazione,ecc.. e successivi procedimenti di elaborazione.. sarebbe nelle mani delle corporatione alimentare.

La lotta per i semi non è una battaglia di poche comunità integraliste di contadini, quindi. E’ una lotta per la democrazia prossima ventura. E si intreccia con altri piani e con altre lotte, in una sovrapposizione di livelli, sul piano orizzonta, e sul piano verticale.

L’articolo che leggerete tenta di mostrare “qualcosa” di tutto ciò, andando anche oltre lo stesso discorso dei semi.

E’ la riscoperta e la valorizzazione di un sapere comunitario che è in gioco, di un patrimonio collettivo che va oltre il diiritto e deve porre limiti al diritto. Arrivo a dire che il diritto è legittimo se non mette a repentaglio questo sapere comunitario e le relazioni di vita che esso stesso istituisce.

Il succo è che la proprietà comunitaria delle sementi, ma anche dell’acqua, e altri patrimoni originari non devono essere “concessi” dal diritto, il diritto deve “riconoscerli”, inchinandosi a ciò che rende legittimo il diritto e nè da valore morale, il rispetto della sovranità della vita nel suo manifestarsi.

E’ una lotta per una democrazia non limitata al piano istituzionale governativo.

Una lotta per i saperi comuni, per i beni comuni, per gli spazi condivisi, per i “territori franchi”, emancipati dal mercantilismo più esasperato, e dal codice del profitto, dalla dinanica dello scambio azionario perenne. Non è né liberismo, nè comunismo. I vecchi molochi ideologici sono alberi secchi, germe sterilizzante. E’ un pensiero più antico della ruota e più innovatore delle autostrade telematiche.

La terra appartiene ai popoli. La cultura sociale non deve essere sottoposta ad autorizzazioni e controlli.

La conoscenza va condivisa e deve scorrere senza limiti.

L’economia è solo uno strumento e deve inchinarsi a valori superiori.

I leader devono servire non comandare.

E la vita non è brevettabile.

Vedete a cosa si arriva da un pugno di sementi..

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Tratto da

“NUNATAK

Rivista di storie, culture, lotte della montagna”

SCAMBIO DI SEMI E DIRITTO ORIGINARIO

Parto da un’affermazione poco nota sulle varietà di fruta, ortaggi e cereali: le varietà in natura non esistono. In natura esiste la specie,  i loro selvatici, le declinazioni locali delle specie (“ecotipipi”) che nei diversi luoghi, in risposta al terreno e al clima di quei luoghi, hanno evoluto forme e comportamenti particolari; ma le varietà, come le conosciamo oggi (la mela Renetta, il frumento tenero Gentil Rosso, la carota di Nantes…) sono quasi sempre il risultato di un lento  processo di selezione, addomesticazione e trasmissione atto da contadini e agronomi nel tempo lungo delle generazioni, e questo risultato richiede decenni, qualche volta secoli, di lavoro anonimo, svolto nella condivisione dei saperi e delle pratiche comuni a un territorio esteso quanto quello di una parrocchia o di una famiglia. In altre parole, le varietà sono un prodotto  del tempo e della cultura di un luogo e di una comunità, sono quasi un manufatto. Se si escludono  quelle prodotte  dai genetisti, quelle ottenute per ibridazione o per mutazione indotta, se si escludono, insomma, quelle più recenti, prodotte a partire dalla prima metà dello scorso secolo, tutte le altre varietà, quelle tramandate (dunque “tradizionali”), non hanno un autore, un “costitutore”, non hanno cioè qualcuno che ne possa vantare  un diritto esclusivo di proprietà e di uso. La titolarità sulle varietà tradizionali può essere riconosciuta solo nei confronti della compresenza di chi, in quel luogo e in quella comunità, è vissuto e vive, perchè, poco o tanto, solo costui è cotitolare dei saperi condivisi e delle pratiche che sono servite nel tempo per selezionare e addomesticare la loro forma, il loro comportamento e il loro gusto, cioè per fare loro assumere le caratteristiche che le rendono riconoscibili e particolari.

La mela Cavilla, l’uva Lumassina, il mais Ottofile e il cavolo Gaggetta, essendo il risultato di un lungo processo  di adattamento e conformazione, non hanno un autore certo. Queste varietà possono solo avere una moltitudine di coautori, comunque non un proprietario; e se qualcuno  ne rivendicasse diritti esclusivi commetterebbe un atto abusivo e giuridicamente on riconoscibile se non per effetto di una norma bizzarra, inconsapevole o prepotente; sono invece patrimonio collettivo, non di tutti in mondi indifferenziato, della nazione o dell’umanità, ma di una comunità legata a un territorio, quanto grande o piccolo non è rilevante. La conservazione ripetuta nel tempo e la consuetudine ne hanno fatto oggetto di diritto comunitario, un diritto che di fatto non esisste più, e non è né privato né pubblico, perchè non possono appartenere neppure allo Stato o alle sue emanazioni territoriali che amministrano il patrimonio pubblico, e sempre più spesso  lo fano come se fosse una particolare forma di proprietà privata. Così, tutto quello che è stato oggetto di diritto comunitario, cioè delle comunità (normalmente territoriali) – si pensi agli usi civici – è soggetto ad  una progressiva erosione e, come scoria del passato, pare destinato, prima all’esclusione dalla percezione e dalla consapevolezza comune e, successivamente alla totale scomparsa.

Questo punto merita una particolare attenziona: a dispetto di ogni strabismo giuridico, gli ambiti comunitari tuttora esistono – hanno a che fare con le risorse necessarie per a sussistenza degli appartenenti a una comunità e con il patrimonio simbolico  costruito nel tempo da quella comunità, fatto di spazi, feste, riti, forme ed espressioni della cultura condivisa e vernacolare – ma non si percepiscono più come tali: solo solo usciti dall’orizzonte della percezione  e del linguaggio comuni, e questa uscita è la premessa per la loro definitiva scomparsa nella disattenzione e nel silenzio.

Piccoli esempi presi qua e llà nel deposito della memoria. La strada è, ed è sempre stata, spazio dell’incontro e, nell’immediatezza delle cose, quasi estensione  dello spazio abitato. Pare normale – e anche nelle città lo è stato fino a non molti decenni fa - che le persone possano mettere la sedia fuori casa per conversare o fare nulla. Ma non posso dimenticare il vigile che a Genova, una trentina di anni a,  in una strada pedonale del centro storico, si era avvicinato a una donna seduta fuori casa vicina al suo uscio per domandare se,  per la sedia, avesse pagato la tassa  di occupazione del suolo pubblico. In quel momento  ho iniziato a capire che lo spazio pubblico e quello comunitario non sono la stessa cosa.

Ancora: organizziamo una festa e suoniamo e balliamo con musica che abbiamo inventato o con la musica popolare, quella ereditata per tradizione, quella di autori tutti ignoti o, proprio come le varietà agricole, di autore collettivo. Anche in questo caso dobbiamo pagare  una gabella allo Stato attraverso la sua agenzia, SIAE, che impone una tassa sulle feste accompagnate dalla musica con la ragione dei diritti d’autore: e non conta nulla che la musica sia inventata sul momento o che gli autori non ci siano e, intesi singolarmente, non ci siano mai stati, e neppure che nessun diritto d’autore sarà pagato a nessuno. Andando così a spaglio, cosa potremmo dire della legge per incentivare gli “agricoltori custodi”, pubblicato dalla Regione Toscana pochi anni fa, che prevede un contributo  in denaro per chi mantiene e moltiplica  varietà tradizionali a condizione che i semi siano consegnati  alla banca dei semi indicata dallla stessa Regione senza possibilità di redistribuirli tra gli stessi coltivatori se non sotto vincolo di riconsegna. In questi pochi esempi così eterogenei, si reisce a riconoscere la distanza tra cosa è “pubblico” e cosa è “comune”?

Torniamo alle varietà tradizionali che, abbiamo osservato, sono oggetto di una titolarità comunitaria e come tali non dovrebbero esssere brevettabili, appropriabili da nessuno, neppure dallo Stato e dalle sue emanazioni. E i semi e i materiali da propagazione di quelle varetà si possono fare circolare liberamente? Pare banale rispondere “sì”, eppure, grazie a una direttiva europea (98/95) e alle sue interpretazioni più restrittive, dal 2000 è stato necesssario iniziare a fare una azione di pressione – che dura ancora oggi  – nei confronti del Ministero delle Politiche Agricole per sostenere che, malgrado qualunque direttiva o legge conseguente, debba essere riconosciuta (non concessa!) ai  coltivatori la libertà di scambio delle sementi delle varietà  da loro riprodotte, tanto più se si tratta di varietà tradizionali, tanto più se la produzione di quelle sementi avviene entro l’aerea di tradizionale difusione e coltivazione di quelle varietà.

La ragione portata avanti vive all’interno di una duplice argomentazione.

1- Le varietà tradizionali sono prodotto delle comunità locali e oggetto della loro titolarità collettiva che, al pari di un uso civico, non può esssere alienata, abrogata, appropriata né limitata.

2- Lo scambio delle sementi è una pratica consuetudinaria che nella cultura e nell’economia rurale si svolge in modo corrente secondo un costume consolidato e risale a un tempo che precede la memoria collettiva (in parole più chiare si direbbe: è così “da sempre”.

A questi due punti potremmo aggiungerne un terzo. Tutto ciò che ha a che fare con le pratiche di sussistenza è parte di un ambito pregiuiridico che logicamente precede e fonda ogni legge – perchè una legge che neghi i diiritti legati alla sussistenza è, o dovrebbe essere, impensabile e in sé contraddittoria -, e lo scambio delle sementi è senza dubbio un elemento che rinvia all’autoproduzione del cibo e, dunque, alla sussistenza; alle sementi e alla confezione del proprio cibo potremmo aggiungere ciò che riguarda la generazione dei figli, la possibilità di curarsi se e come si desidera, il riparo da reddo e maltempo, e altro ancora.

Lo stesso valore pregiuridico è quello che dovrebbe essere riconosciuto – perchè la sussistenza comunitaria e di qualunque formazione sociale è presupposto logico di ogni norma che ne regoli il funzionamento – a ciò che riguarda le risorse delle comunità e il loro patrimonio simbolico, che normalmente sono autoregolati e fissati per tradizione orale, prima che scritta, attraverso la consuetudine e il costume. E in questo ambito troviamo le comunanze (commons) e l’accesso alle risorse rinnovabili, il loro uso collettivo, ripetibile e non erosivo.

Tutti questi non sono diritti, né vecchi né nuovi, perchè non sono corrispettivi per ciò che è dovuto, vengono prima dei diritti: sono uno spazio originario, sono premesse del diritto e come tali devono essere riconosciute inviolabili e non assoggettabili ad altre limitazioni o riserve oltre alla necessità che la loro espressione non possa danneggiare, prevaricare, o limitare le altrettanto sacrosante facoltà elementari di altri di agire per assicurare la sussistenza per sé, la propria famiglia, la propria comunità. La sussistenza, nulla di più. Se esiste un ambito pregiuridico, r iguardante la sussistenza e le comunanze, che logicamente precede  la formazione del diritto, esiste anche un ambito ultragiuriico che ontologicamente supera lo spazio del diritto, e questo è l’ambito del sacro e di ciò che si riconosce come tale, come la vita.

Torniamo alla perdita di percezione delle comunanze che nel tempo porta al loro disconoscimento e alla loro scomparsa tra l’inconsapevolezza e l’indifferenza. Oggi, dei semi si occupano i  frigoriferi delle banche del germoplasma, delle feste gli assessorati alla culura o le istituzioni preposte all’animazione del “tempo libero”, della salute le istituzioni sanitarie, del sapere condiviso e comune la scuola e la televisione, della bontà del cibo le ASL. Della vita in generale, si occupano gli esperti di ogni genere: l’istituzionalizzazione delle comunanze corrisponde al passaggio dalle forme comunitarie di partecipazione diretta ai meccanismi elettorali delle democrazia delegata. Si confonde il comune con  il pubblico, la partecipazione con la delega: il trucco è lo stesso, ed il risultato è che nel tempo lle comunanze diventano invisibili, fino  a quando  si può dubitare che siano mai esistite, e “partecipazione” diventa parola vuota, ornamento e alibi per addolcire forme di controllo del consenso.

Prima che le comunanze scompaioano del tutto è necessario  riafferrarle e riaprire la morsa tra lo spazio normativo pubblico e privato perchè  i beni comuni siano riconosciuti tali e siano resi indipendenti dalle ingerenze e intromissioni statali. E d’altra parte è necessario segnare, sul confine del sacro e dell’ambito di sussistenza, l’orizzonte invalicabile del diritto perchè anche oltre questo confine valga un principio di astensione, di non competenza a legiferare.

Nella pratica delle scelte, per riaprire  la morsa tra pubblico e privato, si potrebbe cominciare da pochi primi interventi e affermare in generale, che..

L’acqua, l’aria, la terra e le sementi, i luoghi considerati sacri da chi li abita e li vive per il culto e la preghiera, gli spazi comunitari, i saperi condivisi, la linngua madre gli usi tramandati, le scelte partecipate, le soluzioni in armonia con il senso comune, le consuetudini e le pratiche locali sono patrimonio comune, ne è titolare chi è vissuto, vive e vivrà nell’ambito comunitario che li riguarda; l’accesso ch e se ne ha  non può ledere le facoltà di accesso di nessun altro che ne sia titolare; tutto quanto è patrimonio comune, non si può cancellare, vietare, limitare, dividere, manipolare contronatura, vendere, modificare, usucapire, appropriare, violare, brevettare, rinunciare, delocalizzare, privatizzare, istituzionlizzare. E tutto questo  non può riguardare neppure cosa vive alle radici della vita, nell’ambito del sacro: così anche le persone e, più in generale, gli esserei viventi e i loro geni.

Oppure, per offrire alcuni esempi particolari tra i molti possibili, che:

1- Chi coltiva un appezzamento di terra, qualunque sia la sua dimensione, per l’autoconsumo familiare e per la vendita diretta e senza intermeiari, pià liberamente: trasformare e conezionare i prorpi prodotti nell’abitazione o nei suoi annessi, attraverso le attrezzature e gli utensili usati nella consueta gestione domestica; e vendere i propri prodotti agricoli (comprese le sementi autoprodotte), alimentari e artigianato manuale ai consumatori inali, senza che ciò sia considerato atto di commercio.

2- Le feste di paese e quelle comunitarie, la musica tradizionale e i balli popolari senza autore nato, sono liberi da permessi e atuorizzazioni amministrative, non sono assoggettabili alla normativa sul diritto d’autore né ai controlli o alle competenze della siae.

3- I diritti di uso civico sulle terre demaniali, comunitarie e frazionali non possono essere modificati, liquidati, sospesi o trasferiti; e restano nella disponibilità delle comunità che hanno diritto ad accedervi. Le terre soggette ad uso civico e i beni frazionali on possono essere vendute, alienate, edificate, né essere soggette a cambio di destinazione.

4- Le varietà tramandate di ortaggi, frutta e ceereali sono bene comune, la loro titolarità appartiene alle comunità locali dove nel tempo sono state selezionate, addomesticate e conservate e in nessun modo appropriabili o brevettabili.

5- Nulla di ciò che è vivente è brevettabile, neppure in parte,

E così di seguito per dieci, cento o altri mille punti.. Semplice no?

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Amore Zen

by Duncan on dic.24, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Poesia, Simbolo

Lessi una volta questa storia che parlava dell’amore del Maestro Zen Ikkyu per la musicista non vedente Lady Mori.. vi trovai una tale grazia, delicatezza e bellezza che mi restò impresso. Il testo che adesso vi riporto (e che è tratto da questa pagina web.. http://www.fiorigialli.it/dossier/view/5_tu-e-io/612_il-sentiero-del-donarsi), sviluppa poi, a partire da questa vicenda, una riflessione sull’Amore.. anche di coppia.. inteso come pura generosità.. come puro dono….

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IL SENTIERO DEL DONARSI

Il brano che segue parla dell’Amore del maestro zen Ikkyu Sojun (1394-1481).
Il grande amore di Ikkyu era una musicista non vedente nota come Lady Mori. Si dice che Lady Mori era famosissima per la maestria con cui suonava il suo strumento a corde: l’uditorio era rapito sia dalla musica sia dalla dolcezza con cui ella toccava le corde del suo strumento.
Ikkyu rimase rapito da tale maestria. In molti suoi componimenti poetici, egli ha declamato l’abilità delle mani di Lady Mori, poco importa se ciò avveniva mentre suonava uno strumento o mentre accarezzava il suo corpo. Perfino Ikkyu, dall’alto della consapevolezza zen, non era in grado di riprodurre la profondità dell’emozione e della sensibilità che lei infondeva al modo in cui lo toccava.

Il Sentiero del donarsi
Non passa notte che Ikkyu non canti a squarciagola
Per se stesso
Per il cielo e per le nuvole
Perché Lei si è data liberamente
Le sue mani la sua bocca i suoi seni
Le sue lunghe cosce madide di sudore (Ikkyu)

Il sesso consapevole (zen) è semplicemente questo: amanti che fanno l’Amore, che danno l’un l’altro, che vogliono dare l’un l’altro; senza prendere, senza esigere, senza egoismo, bensì in modo altruistico e dedito al qui e ora.
La sfida consiste nel mantenere questo spirito in ogni momento della relazione. Il sentiero del Donarsi si fonda sugli insegnamenti del chado, la cerimonia giapponese del tè.
Ogni appuntamento scandito da questo rito costituisce l’occasione per il padrone di casa e per l’ospite di essere in comunione nell’unicità del momento. Il padrone di casa ha il massimo riguardo per l’ospite, che a sua volta ricambia dimostrandosi riconoscente. Attraverso questo semplice gesto, le due persone instaurano un’armonia reciproca che finisce per estendersi al resto del mondo.

Uno dei principi fondamentali del chado si può applicare direttamente alla scelta di dare. Esso viene definito “kokoro ire” o “inclusione dello spirito del mondo”. I maestri del tè esortano a mettere il cuore in quello che facciamo. “Non servite il tè per il solo desiderio di suscitare una impressione positiva sugli altri o perché sperate di ricevere qualcosa in cambio; servite i vostri ospiti perché li volete servire, con un cuore sincero e umile”.
Nell’incontro erotico l’amore, l’attenzione, il rispetto reciproco giocano un ruolo determinante affinché gli amanti possano raggiungere il vero piacere. Nel chado, il migliore dei tè non è servito dal padrone di casa che costruisce una sala da tè fatta di oro e pietre sfavillanti. L’ingrediente più importante, come per ogni pasto che si rispetti, è l’amore aggiunto da colui che lo prepara.

Questo aspetto viene approfondito da una storia avente per protagonista Sen Rikyu (1522-1591), il più celebre maestro del tè giapponese, che narra di un coltivatore di tè che un giorno aveva invitato il grande maestro a prendere il tè a casa sua. Sen Rikyu era famoso per le sue qualità. L’imperatore stesso lo aveva accolto nella suo palazzo dandogli una carica di prestigio.
Sopraffatto dalla gioia motivata dal fatto che Rikyu aveva accettato il suo invito, il coltivatore di tè lo condusse nella sala da tè, servendoglielo personalmente. In quella straordinaria occasione, fu tale la sua eccitazione da indurlo a compiere dei movimenti maldestri a causa della mano che gli tremava: fece cadere la tazza e urtò il cucchiaino, facendolo volare per aria. Gli altri ospiti, discepoli di Rikyu, repressero a stento il riso nei confronti della goffaggine con cui l’uomo aveva servito il tè (erano ovviamente abituati ad assistere alla cerimonia condotta nella perfezione estetica del loro maestro). Ma Rikyu fu colpito da questo episodio al punto da dire: “Questo tè è eccellente!”
Mentre rincasavano, uno dei discepoli chiese a Rikyu perché era stato favorevolmente colpito da un rito eseguito in modo tanto deprecabile. Rikyu rispose: “Quell’uomo non mi ha invitato con l’intento di far sfoggio della sua abilità. Egli ha semplicemente voluto servirmi il tè con tutto il suo cuore. Si è dedicato completamente alla preparazione di una tazza di tè per il sottoscritto, senza preoccuparsi di commettere errori. Quella sincerità mi ha colpito”.

Questo è il sentiero che conduce alla suprema consapevolezza delle zen: dare per il puro piacere di dare. Talvolta crediamo che una relazione richieda molto denaro, una casa lussuosa o regali costosissimi. Tuttavia, lo spirito del kokoro ire (l’inclusione del proprio cuore) ci rammenta che nulla è più importante dell’amore che dimostriamo alle persone che sono con noi.
Ogni individuo è una manifestazione dello spirito divino; il fatto di essere accanto a qualcuno con tutto il cuore denota quindi rispetto non solo per quell’individuo, ma anche per la grande forza divina che esiste in ogni cosa. Avviene che le persone scelgano di dare sull’onda del senso del dovere o dell’insicurezza. Il sesso non dovrebbe essere un’incombenza a cui assolvere. Se fate l’amore pensando al bucato o al lavoro che vi attende domani, la vostra mente e il vostro corpo non saranno connessi. Un tiepido sforzo non è certo meritevole di generosità. Non arrancate lungo il cammino. Se vi sorprendete a trascinare i piedi, significa che non siete sulla buona strada. Non date per dimostrare di essere bravi.
A prescindere dalla competenza acquisita da un amante, se manca il cuore, il sesso non tarderà a farvi mancare le più profonde sensazioni. Innanzi tutto s’impone la presenza dello spirito dell’amplesso, lo spirito della scelta di dare. Da quello spirito aperto, che coinvolge e innalza, trae origine la tecnica. Evitate parimenti di dare con troppa serietà. Il buon sesso si ottiene con la partecipazione generosa ma senza sforzarsi al limite delle proprie forze. Siate attivi ma non precipitosi. Come sostiene Rikyu a proposito del chado:“E’ giusto che sia il padrone di casa sia l’ospite cerchino di fare del loro meglio e di conseguenza di creare una situazione soddisfacente per entrambi. Non è comunque giusto che ambiscano alla soddisfazione fin dall’inizio”.

Per essere un buon amante basta possedere un cuore generoso. Se la tecnica è approssimativa, non scoraggiatevi e insegnatevi a vicenda. Vi accorgerete che presto non lo sarà più.
Non attribuitevi troppa importanza per la vostra generosità poiché un simile atteggiamento induce il partner a sentirsi in debito o a voler contraccambiare. “Fate un buon lavoro segretamente”, dicono i maestri. Si tratta del concetto giapponese legato al “toku”, che pur traducendo il nostro “virtù” in verità ha come significato “buona azione che non attende né pretende ricompensa”. Toku è assimilabile all’amore che si dona al neonato. Crescendo il neonato ignora i nostri sacrifici, esso si limita a sapere di essere felice. Ed è lì che si trova la nostra ricompensa.
Se sceglierete di dare alle persone che amate facendo in modo che non lo sappiano mai, innalzerete lo spirito collettivo dell’umanità. Non serve preoccuparsi di ricevere qualcosa in cambio, perché quando due partner che si desiderano fanno bel sesso, dare e ricevere diventano la stessa cosa. Uno si trova nell’altro e la distinzione fra dare e ricevere è irrilevante.
Per dirla con le parole del filosofo romantico Kahlil Gibran (1883-1931):“Succhiare il nettare del fiore infonde piacere all’ape, ma anche il fiore trae piacere nel donare il suo nettare all’ape. Poiché per l’ape il fiore costituisce una fonte di vita e per il fiore l’ape costituisce un messaggero d’amore, per entrambi, per l’ape e per il fiore, il dare e il ricevere insiti nel piacere sono un bisogno e un’estasi.”

Quando siete realmente tutt’uno con ogni cosa, poco importa ciò che date, perché avete sempre tutto. Potete donare liberamente ciò che è racchiuso nel vostro cuore, perché il suo contenuto non si esaurirà mai. I maestri zen sono soliti ripetere: “Se è abbastanza profonda, la sorgente amplierà il flusso delle risorse”. A prescindere da ciò che daremo, ci sentiremo sempre ben riforniti, perché la sorgente della nostra scelta di dare è infinita. E’ la fonte dell’amore.
Non ultima è la qualità che si profonde nell’attimo. Se si pensa che potremo ripetere un incontro per sperimentare altre delizie e ci tratteniamo abbiamo nuovamente lasciato che la mente interferisca limitando la nostra estasi.

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Sul sentiero della Gloria

by Duncan on dic.24, 2010, under Ispirazione, Misticismo, Poesia, Resistenza umana, Simbolo

 
Una volta respiravi a fatica,
ti aggrappavi al muro e soffiavi fuori l’aria,
e ti ingozzavi di cibo, e ti masturbavi col turbo..
ricordi quei giorni?
Una volta la malattia era a strati,
strato dopo strato invadeva l’anima…
e colpo dopo colpo ingoiavi la rabbia,
ricordi quei giorni?
E né mani, né piedi, né occhi…
l’ombra dello scorpione, fruste sottili, fruste a rigare a sangue,
l’orgoglio degli sfigati, parti mediocri,
assalti mediocri spacciati, e appena atomi di respiro
ricordi quei giorni?
e quando irrompeva la vita.. provavi a correre, per non perdere quel
calore
che sembrava svegliarti…
prima che scendesse ancora la notte,
ricordi quei giorni?
I demoni avevano campo libero,
e tu eri solo un Pagliaccio, un fantoccio, un coniglio bagnato..
ma tu eri già lì…. no?
nessuno è mai solo…
nessuno è perduto…
non credete agli idoli bastardi,
ai simulacri di morte,
non date nome al Mistero,
alla Bellezza che pulsa tra le braci,
al Canto intonato tra gli incendi,
non credete alle Musiche Sinistre,
alle cappe nere come il petrolio,
alla morte delle sirene troie,
nessuno è smarrito sui vetri spezzati..
sulle palle di neve ad Est della Gloria…
dietro i nomi delle Bestie,
negli ingorghi del veleno,
nel tuo Moloch tascabile…
nella merda che ti affoga…
tu eri già lì…
non aveva nome il Mistero…
ti segue per  passi e passi..
Nessun serpente potrà toccarti,
mentre il cielo cade in frantumi
e il silenzio si dissipa,
e gli atomi non sono che polvere..
sul Sentiero della Gloria
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TEMPO DI GUARIGIONE – la rubrica di Monica Benatti

by Duncan on nov.19, 2010, under Guarigione, Misticismo

In questo nuovo appuntamento con la sua rubrica Monica Benatti ci regala un frammento carico di ispirazione vibrazionale tratto da “Le 100 Preghiere più potenti” di Aur Kavalah

Dopo questi prime puntate di “riscaldamento dei motori”, la prossima volta Monica entrerà direttamente in campo, con parole, conoscenze ed esperienze direttamente sue.

Buona lettura Viandanti del Blog

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LUCE, PAROLA, MUSICA

L’origine del suono è luce. Tu sei luce, quella luce che rimane in ombra, ma che quando si rivela alla coscienza e al cuore, diventa totalizzante, piena, completa, appagante. Luce e parola camminano a braccetto l’una con l’altra. Luce e parola vanno insieme, hanno la stessa essenza. La prima luce che esplode nell’universo per farlo nascere contiene e richiama la luce che risplende come lampo abbagliante nella mente che raggiunge l’illuminazione o un barlume di conoscenza. Essa è come un indescrivibile vibrazione, un suono magico in grado di dare forma al caotico, a ciò che non è ancora formato. Questa luce/parola che in-forma (dà significato, forma ed essenza alla realtà), essendo vibrazione, è anche suono e colore. In questo senso, è in grado di colorare il mondo col suo arcobaleno e farlo vivere. Allo stesso modo, poichè la preghiera stessa è formata dalle parole e dai suoni delle parole, può essere considerata musica e canto. In quanto tale, oltre ad essere ringraziamento diventa potenzailmente creatrice essa stessa, poichè tende a ripercorrere i livelli vibrazionali dell’essere. E’ questo il caso, per esempio, dei mantram, come l’om, che contribuisce a scuotere e liberare l’essere, a farlo vibrare in un rinnovato stato di salute.

IN CIELO, IN TERRA IN OGNI LUOGO

Fermati e ascolta. Osserva. Ogni cosa vive. Ogni cosa pulsa. Ogni cosa è animata, ha un cuore. Questa vita di ogni aspetto del creato esiste in una frequenza che è immanete alla natura , eppure invisibile, apparentemente separata. Ascolta il ritmo, i ritmi, della natura. Scorgi l’anima delle cose e degli esseri. Ci sono vite e pulsazioni lunghissime, diresti quasi eterne. Come la pietra, il sasso che calpesti. Lo pensi forse morto? Ritieni davvero che solo perchè tutta la tua esistenza si svolge forse solo nel tempo della sua lentissima espirazione o inspirazione, ritieni dunque che esso non viva pari di te? Non senti il suo lungo respiro?E non avverti il tuo respiro dentro al suo? Ma soprattutto, non senti la memoria millenaria che lo pervade? E se ti dico che quella memoria ti appartiene? Se ti dico che anche tu, forse sei già sasso? Che le pietre sono anche dentro di te? Che il cielo ti appartiene e la terra e gli elementi tutti?

Senti il potere purificante e dissetante dell’acqua. Scopri il tuo fuoco, comincia a percepire la sostanza degli elementi che vivono in te e intorno a te, in ogni direzione, sacralizzando così il tuo stesso corpo, delimitandolo e cerchiandolo come luogo sacro e altare. Fermati e ascolta. Osserva con gli occhi della tua anima. Ascolta il battito e il respiro del tuo petto. Lì sta avvenendo qualcosa. C’è un evidente corrispondenza fra ciò che vive al di fuori dell’uomo e ciò che si verifica interiormente a lui. Non solo gli elementi della natura sono gli stessi che compogono l’uomo nella sua dimensione terrena, ma essi concorrono a disegnare all’esterno di lui un grande corpo da vivere come percorsi dell’anima, disegni imperscrutabili dello spirito e della volontà divina. In questo modo, non solo tutto diviene sacro poichè intriso della presenza divina, ma anche familiare, amico, in quanto specchio e riflesso dell’uomo e viceversa.

Quando gli indios cantano” noi siamo le stelle” non solo fanno nascere le stele riportandole alla coscienza, ma congiungono magicamente il loro splendore alla luce di cui anche l’uomo è intriso. Diventare stelle è un azione di elevazione dell’essere, significa ricondurlo all’interno di quel tutto che contiene la fusione armonica delle molteplici manifestazioni, ognuna con una funzione ed un compito specifico da assolvere. Lo stesso vale per l’acqua attinta direttamente dalla fonte viva del Signore o quella che ricrea l’anima e la ristora dolcemente come il miele, della preghiera dei primi cristiani. E lo stesso di nuovo vale per l’acqua solcata dalla zampa palmata del cigno della tradizione celtica o per quella immortale del Bhagavad-Gita, o per sorella acqua francescana, o ancora, per l’acqua benedetta insieme a tutto il creato della tradizione biblica, o anche per quella del Vangelo Esseno. Definire gli elementi e gli esseri del creato è sostanzialmente definire gli spazi sacri della vita, i luoghi in cui tutto avviene e tutto può succedere. Sentirsi partecipi di questo luogo sacro, che si trovi in terra o in cielo significa non rimanere esclusi, non sperimentare la separazione e la disgregazione, non vivere l’alienazione e, per esteso, neppure la malattia da esse derivata. Significa perciò tornare o divenire partecipi del tutto e mettere in moto tutti gli elementi funzionali della vita stessa, in una celebrazione sacra delle forze umane, universali e divine. 

(da Le 100 Preghiere più potenti di Aur Kavalah)

Monica Benatti

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TEMPO DI GUARIGIONE- la rubrica di Monica Benatti

by Duncan on ott.25, 2010, under Ispirazione, Scienza, Simbolo

Eccoci al terzo appuntamento con TEMPO DI GUARIGIONE, la rubrica di Monica Benatti Rubrica che al momento ha cadenza  quindicinale, ma che stiamo pensando eventualmente di fare uscire ogni dieci giorni.Monica, di cui ho già detto qualcosa nelle presentazioni precedenti dei suoi testi, è una autentica Guaritrice. La ritengo tale, non solo per le conoscenze che ha (e che coivolgono ampiamente soprattutto il campo degli approcci “dolci”.. omeopatia, fiori di Bach, oligoelementi, massaggi, campane tibetane e altro..) ma per la stessa energia che emana, e che è, a pensarci bene iinseparabile dalle concrete pratiche di guarigione che pone in essere.

E’ una energia di comprensione, accoglienza, rispetto, guarigione, capacità empatica di cogliere l’essenza dell’altro, avvertire il linguaggio del suo corspo e della sua anima, al di là delle parole che effettivamente dice.. e poter così quindi avere uno sguardo globale e integrato e offrire una possibilità di guarigione calibrata e personalizzata. Ma la Guarigione comincia ancora prima dell’inizio vero e proprio delle cure, già dall’incontro tra lei e la persona che a lei si rivolge.

Vi lascio al suo testo di oggi.. che parla di RISONANZA.. e coinvolge questioni come le vibrazioni, i Chakra, il potere dei suoni e della musica e altro ancora.

 

Buona lettura…

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 RISONANZA

La parola “risonanza” viene dall’acustica: se una corda, o qualunque altra sorgente sonora caratterizzata da una certa frequenza, è investita da un’onda di frequenza nettamente diversa, si comporta come un sistema rigido, oquasi; ma se le due frequenze, quella propria e quella esterna, differiscono poco l’una dall’altra, la sorgenteentra in oscillazione raggiungendo in breve tempo notevole ampiezza, e rinforzando quindi il suono.

Si dice allora che essa entra in “risonanza”.Lo stesso termine si usa per la circostanza analoga che si verifica negli altri casi di oscillazioni meccaniche, e si estende poi a quella di molti altri fenomeni periodici. Nelle sue caratteristiche essenziali, infatti, la risonanza è un fatto estremamente generale che si manifesta in diverse forme ogni volta che un sistema fisico, di qualunque natura sia, è caratterizzato da una grandezza capace di oscillare liberamente con una frequenza propria e viene sottoposto dall’esterno a una causa che tende
a far variare quella grandezza con la stessa frequenza. Possiamo avere una risonanza meccanica, elettrica,ottica, magnetica, nucleare, delle varie particelle, etc.

Indagando mediante il fenomeno della risonanza, gli esseri viventi, entriamo nel campo della “biorisonanza”. Si sa che nell’atomo gli elettroni occupano nicchie energetiche o zone dello spazio chiamate orbite. Ogni orbita possiede certe frequenze e caratteristiche energetiche dipendenti dal tipo e dal peso molecolare dell’atomo. Per eccitare e spostare un elettrone
nell’orbita superiore è necessario dargli energia di una specifica frequenza; solo un quantum dell’esatto bisogno energetico farà saltare l’elettrone sull’orbita superiore. Questo è conosciuto anche come il principio di risonanza, secondo il quale gli oscillatori accettano soltanto energia di una certa banda di frequenza.


Attraverso il processo di risonanza, l’energia della giusta frequenza ecciterà l’elettrone a spostarsi ad un livello o stato energetico superiore nella sua orbita intorno al nucleo.

L’essere umano può essere paragonato agli elettroni, poiché le sue energie si collocano su diversi livelli energetici che possiamo chiamare orbite di salute ed orbite di malattia. Per l’individuo i cui sistemi energetici sono su un’orbita di malattia, per ritornare ad un’orbita di salute saranno utili solo energie sottili della frequenza adatta.

E analogamente a quanto avviene col pianoforte; quando si percuote un tasto, la corda metallica vibra con una particolare frequenza (su una singola ottava di note). Nello
stesso momento in cui la corda vibra, l’energia sonora fa sì che si attivino le vibrazioni corrispondenti della stessa nota, ma su un’altra ottava. In altre parole, percuotendo la nota Do bassa su un piano ne seguirà una vibrazione di risonanza anche delle note Do più alte.


La risonanza biologica è un fenomeno che avviene ovunque in natura: a livello atomico sappiamo che gli elettroni girano intorno al nucleo su orbite energeticamente definite; perché un elettrone passi da un’orbita inferiore ad una superiore deve ricevere un energia con caratteristiche frequenziali molto precise. Passando da una superiore ad una inferiore emetterà energia di quella stessa frequenza: tale frequenza è la “frequenza di risonanza”. Per esempio il cantante che è in grado di frantumare un bicchiere emettendo una sola nota molto alta, lo fa cantando alla esatta frequenza di risonanza del vetro. Un’ altra definizione di risonanza ha a che fare con il fenomeno della comunicazione energetica tra oscillatori accordati: prendiamo come esempio due violini perfettamente accordati messi agli angoli opposti di una piccola stanza; se pizzichiamo la corda Mi di un violino l’osservatore attento noterà che anche la corda Mi dell’altro comincerà a vibrare in armonia. La ragione di questo comportamento risiede nel fatto che le corde dei violini sono accuratamente accordate e sono quindi sensibili ad una frequenza particolare; le corde Mi possono accettare energie e frequenze Mi poiché questa è la loro frequenza di risonanza; sono come elettroni dell’atomo: possono vibrare ad un nuovo livello di energia solo se esposti ad energie della loro frequenza di risonanza.

Sebbene il livello energetico dell’uomo vari da momento a momento e da un giorno all’altro, il corpo tende a vibrare sempre ad una particolare frequenza. Anzi per essere più precisi, su particolari determinate e specifiche frequenze. Lo stato di malattia sarebbe uno squilibrio energetico con presenza di frequenze anomale da rapportare alle influenze delle note e fattori vari che hanno determinato la rottura dell’equilibrio armonico frequenziale dello stato di salute.


I centri vitali ed energetici dell’organismo, che vengono chiamati chakra, entrano in risonanza con le vibrazioni energetiche che ci circondano, con i colori e i suoni. Basata su sette tonalità differenti e su un timbro sonoro specifico questa musica entra in risonanza con ognuno dei sette chakra, stimolandone le energie e armonizzandoli tutti tra loro. Il nostro corpo, che nel suo complesso è fatto di acqua al 75 % è composto da campi di energia elettromagnetica. Questi campi, strettamente connessi con le emozioni ed i pensieri
costituiscono ciò che si chiama corpo sottile o corpo eterico. I chakra sarebbero essenzialmente delle aree dovequesti campi si concentrano per svolgere determinate funzioni in zone particolari del corpo. Anatomicamente corrispondono ai plessi nervosi. A questi plessi gli orientali associano, oltre alle funzioni fisiologiche, anche le funzioni psichiche, emotive, sonore, ed inoltre chiaroveggenza, telepatia ecc.
Poichè i chakra sono aree di concentrazione di frequenza elettromagnetica è ovvio che noi possiamo interferire su queste zone con frequenze di suoni. Il suono è di fatto una oscillazione dalle caratteristiche simili ai campi elettromagnetici e già dall’antichità, per via chiaramente empirica si sono sempre usati suoni particolari per guarire o stimolare certe emozioni nell’uomo. Tutti noi sappiamo che un oggetto in moto nello spazio produce
un suono che avrà una determinata frequenza a seconda della sua velocità di rotazione, del suo peso, della sua grandezza.

I pianeti, quindi producono una loro specifica “frequenza sonora” che è stata calcolata
matematicamente dallo svizzero Hans Cousto. Conoscendo quindi le frequenze calcolate in hertz di ogni singolo pianeta è possibile riprodurle mediante l’utilizzo delle campane tibetane. Vengono utilizzate le campane tibetane perché hanno la caratteristica di produrre overtoni da un tono di base. Un tono, cioè una nota musicale, è composta di fatto da più suoni e non è mai puro: anche se al nostro orecchio arriva come un suono solo.
La musica occidentale è fatta solo di singoli toni, mentre in oriente, soprattutto in Tibet, si usano strumenti, talvolta anche la voce, in modo che da un suono si possano sentire i diversi sottosuoni. Si giunge cosi alla riproduzione dei suoni specifici dei pianeti che stimolano i vari chakra.
Durante il corso degli anni abbiamo potuto verificare effetti benefici soprattutto per il sistema nervoso centrale.
Poiché questi suoni portano il cervello a funzionare prima su onde alfa e poi su onde theta si sono riscontrati svariati tipi di benefici.

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Finché Essa Esiste noi siamo la Musica (ASCESA.. da ARCIPELAGO GULAG)

by Duncan on ott.25, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo, politica

Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn,

già due note fa parlai di questa opera colossare e memorabile che negli anni ’70 colpì come un asteroide lasciando fratture definitive e mai più superate, tutta la coltre di menzogna, ottusità, manipolazione che si era incatramata dinanzi al vero volto del Comunismo Sovietico.. o Comunismo Concentrazionario (come concentrazionario, a suo modo e con sue varianti, è stato quello cinese,  e poi quello cambogiano,ecc.)

La superiorità morale che intellettuali prezzolati o forme di autoconvincimento ideologico avevano avvolto attorno a quel Moloch fu un vestisto stracciato su sepolcri e cadaveri. Propio nelle scale delle cantine sporche, la stanza 101 di Orwell, la porta buia… Uno dei più grandi sistemi di campi di concentramento mai edificati nel mondo. Ossia.. tutto quel territorio chiamato ARCIPELAGO GULAG…… che divenne la dimora di decine e decine di milioni di persone colpevoli quasi sempre solo di avere una testa, solo di pensare non come bestie lobotomizzate, solo di avere detto una opione che non era un raglio fotocopiato, solo di avere detto una opinione che sembrava alludere a.. solo per avere avuto dei parenti compromeessi, solo perché qualcuno li aveva denunziati.. solo perchè… venivano stabiliti tot milioni di gente da incarcerare a prescindere.

L’ARCIPELAGO GULAG non era solo una macchina di terrore strisciante  e brutale che da una parte mirava a distruggere chi veniva imprigionato, dall’altra a terrorizzare i “liberi”…. stai attento ragazzo, appena sgarri verrai fagocitato nell’Arcipelago..

Con questi sistemi l’oligarchi sovietica distrusse ogni forma di indipendenza mentale e spirituale nella  popolazione per decenni.. e assecondò un piatto e avvilito conformismo, servito anche dall’opera di milioni di  delatori.

Ma all’epoca ancora molti facevano grandi simposi in occidente su Lenin, Stalin e Mao e dell’Unione Sovietica dicevano che c’erano stati errori.. ma.. in fin dei conti…

In fin dei conti … alla fine della scala… i Gulag… l’ultimo anello di una servitù strisciante e che mirava a stroncarre ogni spazio aperto, ogni pensiero in quallche modo libero.

Aleksandr Solženicyn conobbe anni di denzione   e poi scrisse l’opera clandestinaemnte. E’ un mezzo miracolo che questa opera esista e si sia salvata. Chi controla il passato controlla il futuro.. scrive Orwell in 1984… e molto materiale di quel mondo era stato distrutto.. su altro scendeva l ‘oblio.

E quando l’ARCIPELAGO uscì chiesero  a Solženicyn… “ma che senso ha?.. si ci furono errrori.. ma ora.. perché ricordare?.. perchè prestare il campo ai nostri nemici?.. perché agitare le acque?… dimentichiamo… andiamo avanti…”

Ma c’è una pace che libera e costruisce il futuro, e una pace mortifera che è la pace dell’acqua stagnante, dell’acqua di fogna.. ed è mortifera.

Anche perché verrà sempre qualcuno un giorno che come porterà i suoi Doni… a che prezzo? Quale è il prezzo?

Il testo che leggerete oggi … tratto da Arcipelago Gulag…. è sorprendente per molti aspetti…

Va comunque inteso nel contesto più ampio di un’opera enorme di migliaia di pagine..

Questo brano che ho riportato in parte si chiama ASCESA…

Nonostante siano stati l’apice dell’orrore, i lager, i Gulag, non spezzarono tutti gli uomini.. questo è uno dei succhi di ciò che dice Solženicyn nel brano. In quegli uomini, in molti di loro, non smise di brillare la luce originaria che portavano dentro. Anzi… sepolti da carichi di lavoro disumani.. circondati dalla neve e da temperature di decine e decine di gradi sotto zerro.. sottoposti a ogni forma di umiliazione e abuso.. nutriti con un rancio immondo che non avreste il coraggio di dare neanche a un topo di fogna.. eppure molte di queste persone RESISTETTERO. E anzi.. ne uscirono migliori.. per molti di loro.. fu una ASCESA.

Attenzione, il brano è in un contesto,d icevo prima. Non dovete immaginarlo da solo. Da solo è bellissimo sì, ma dà una impressione troppo riconciliata con l’evento. Invece è un momento di liberazione che scorre sofferto dopo altre centinaia di pagine di orrore. Perché ci sono alti momenti dell’ARCIPELAGO dove questa Ascesa proprio non la vedi, ma vedi solo Discesa e Abominio. Ci sono pagine  pagine dove troverai anche strumenti di tortura, pressioni sfiancanti, notti interrotte costantemente per spezzare la volontà, donne che finite nell’Arcipelago diventavano in sostanza schiave sessuali, uomini rinnegati dalle mogli e dai figli come “nemici del popolo”.. greggi di persone  a costruire canali e ferrovie chilometriche solo con vanghe e picconi.. capannelli di persone.. che morivano ogni gionro come mosche e venivano lasciati là in sinistri monumenti alla bestialità umana… e uomini incancreniti dentro, distrutti interiormente da anni passati nell’Arrcipelago.

E in questo contesto che a volte Solženicyn si innalza… e scaturiscono fuori nonostante tutto, questi canti dello spirito umano… queste forme di luce nelle tenebre.. queste persone che i Gulag addirittura, non solo non riuscirono a spezzare, ma resero migliori…

E quel paradosso che di cui parlò anche il celebre Vikotor Frankl, internato nei campi di concentramento nazisti.

A volte avviene che l’uomo, privato di tutto, ridotto ai minimi termini, sfiancato senza pietà.. non solo non impazzisca e non muoia.. ma addirittura possa innalzarsi, e scoprire una libertà interiore, che prima non aveva mai avuto. Accade che sotto un corpo ridotto a brandelli e piagato la Coscienza possa fare cavalcate di una libertà che  non avresti mai ritenuto possibile. Accade che, non solo non vieni disgregato, ma cominci a sentirti migliore, a ssentire la tua anima espandersi, a vivere amicizie radicali, a provarecompassione anche per un filo d’erba, a sentire forza nel dolore, amore nel dolore.

Ripeto… è il paradosso.. e non è una soluzione conciliata.. questa sublime ironia della sparanza si accompagna a passaggi cupi e violenti del libro di  Solženicyn. Ma tuttavia essa esiste e persiste. E mi viene alla mente quella bellissima frase di T. Eliot

 

“Finché Essa Esiste noi siamo la Musica”

 

Troverete una tensione religiosa nel brano.. ma potrete leggerlo comunque e comunque trarre… perché esso parla su piani che tutti possono comprendere e sentire, al di là delle proprie personali credenze.

 

E ci sono momenti memorabili….

Come la differenza… lo spartiacque…

tra COLORO DISPOSTI  A SOPRAVVIVERE A QUALUNQUE COSTO e

COLORO CHE VOLEVANO SOPRAVVIVERE, MA NON A QUALUNQUE COSTO..

I secondi furono meno dei primi, ma furono quelli che veramente si salvarono, anche quando morirono. I primi furono quelli che si p erdettero, anche quando rimasero in vita. Perché A QUALUNQUE COSTO.. voleva dire accettare tutta la filosofia bastarda della Bestia che è alle radici stesse del Gulag… voleva dire strisciare e leccare… piegarsi a ogni compromesso… tradire e denunciare i propri compagni.. vendere tutto ciò che rende un Uomo un Uomo.. percorrere tutti i 1300 gradini della Degradazione…

Se anche fossi uscito vivo, dopo decenni di detenzione, a che prezzo?…. Quale sarebbe stato il prezzo?

Una morte dello spritio definitiva.. una perdita drammatica della propria luce interiore.. del meglio di ciò che sarà sempre un essere umano…

Ma altri scelsero la seconda alternativa del bivio….

Anche questi sono quelle Gocce di Splendore, di Umanità, di Verità di cui parla Fabrizio De Andrè in Smisurata Preghiiera, una delle sue ultime canzoni..

Vi lascio  ad ASCESA.. tratto da ARCIPELAGO GULAG… di Aleksandr Solženicyn

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E gli anni passano…

Non, come si dice scherzando nel lager, <<inverno-estate, inverno-estate>> – è un lungo autunno, un interminabile inverno, una primavera svogliata, solo l’estate è breve. Nell’Arcipelago l’estate è breve.

Oh, quant’è ungo anche un solo anno! Anche in un solo anno, quanto tempo hai per meditare! Lo farai trecentotrenta volte mentre scalpicci all’adunata nella fanghiglia sotto una fitta pioggerella, nell’infuriare di una bufera di neve, nell’aria immobile di un gelo intenso. Per trecentotrenta giorni sbrigherai un odioso lavoro che non è il tuo con la testa sgombra. E per trecentotrenta sere te ne starai lì, intirizzito e fradicio alla fine del turno, aspettando che la scorta si raduni dalle torrette lontane. Andando al lavoro. Tornando dal lavoro. Abbassando la tesa su settecentotrenta scodelle di brodaglia, su settecentotrenta piatti di kasa. E sulla tua cuccetta, addormentandoti, svegliandoti. Né la radio né i libri ti distrarranno, non ce ne sono, grazie a Dio.

E questo è solo un anno. Ma sono dieci. Venticinque…

E quando finirai nell’infermeria come distrofico, sarà anche quella una buona occasione per pensare.

Pensa. Ricava qualcosa anche dalla tua disgrazia.

Infatti per tutto questo tempo infinito il cervello e l’anima dei detenuti non restano affatto inattivi. Da lontano, in massa, sembrano pidocchi brulicanti, ma non sono forse il coronamento del creato? Un tempo non è forse stata infusa in loro una fioca scintilla divina? Che ne è adesso di quella scintilla?

Per secoli si è ritenuto che la pena venga inflitta al delinquente perché durante tutta la durata della pena egli mediti sul suo crimine, ne sia tormentato, si penta e a poco a poco si emendi.

Ma, l’Arcipelago Gulag non conosce rimorsi di coscienza! Su cento indigeni, cinque sono malavitosi, e non si rimproverano i crimini commessi, ne sono orgogliosi, sognano di compierne ancora, in futuro, e con ancora maggiore destrezza, maggiore spudoratezza. Non hanno  nulla di cui pentirsi. Altri cinque hanno sgraffignato alla grande, ma non ai privati: ai nostri tempi si può sgraffignare alla grande solo allo stato, il quale a sua volta sperpera il denaro pubblico senza pietà e senza discernimento; di cosa dunque dovrebbero pentirsi costoro? Semmai del fatto che se avessero rubato di più e spartito con altri sarebbero rimasti in libertà. Altri ottantacinque indigeni non hanno mai commesso alcun crimine. Di cosa devono pentirsi? Di avere pensato quello che pensavano? O di essersi lasciato prendere prigioniero in una situazione disperata? Di avere lavorato sotto i tedeschi invece di crepare di fame? Di avere preso qualcosa dal campo per nutrire i tuoi figli mentre lavoravi gratis nel kolchoz? O di avere portato via qualcosa dalla fabbrica per la stessa ragione?

No, non solo non t penti, ma la coscienza pulita risplende dai tuoi occhi come un lago montano. (..)

Nella nostra pressoché generale consapevolezza di essere innocenti sta la principale differenza tra noi e i galeotti di Dostoervskij, i galeotti di Jubakovic. Loro avevano la consapevolezza di essere dei reietti irrecuperabili, noi la certezza che qualsiasi uomo libero può essere acciuffato come lo siamo stati noi, la certezza che il filo spinato ci divide solo per convenzione. La maggioranza di quei galeotti ha una incondizionata consapevolezza della colpa individuale, noi abbiamo la certezza di condividere la sventura di milioni di persone.

Di sventura non si muore. Bisogna superarla.

Non sarà questa la ragione della sorprendente rarità dei suicidi nei lager? Infatti sono rari, sebbene tutti quelli che vi sono stati ricordino casi di suicidio. Ma ricorderanno un numero ancora maggiore di evasioni. Ci sono state sicuramente più evasioni che suicidi (..). Anche gli atti di autolesionismo erano molto più numerosi dei suicidi, ma anche in questi casi si tratta di un atto di amore per la vita,un semplice calcolo: sacrificare una parte per salvare il tutto. Mi sembra addirittura che, statisticamente, su mille abitanti, il numero di suicidi nel lager fu inferiore a quello trai i liberi.  Naturalmente non ho la possibilità di verificarlo.

(…)

In generale, come si può interpretare correttamente il suicidio? Hans Bernstein insiste sul fatto che i suicidi non sono affatto codardi, che il suicidio richiede una grande forza di volontà. Egli stesso si era fatto una corda con delle bende e aveva cercato di impiccarsi, tenendo le gambe piegate. Ma vedeva dei cerchi verdi davanti agli occhi, sentiva un ronzio alle orecchie, e ogni volta abbassava istintivamente i piedi per terra. All’ultimo  tentativo la corda si spezzò, e Bernstein fu contento di essere rimasto vivo.

Può darsi che anche nella disperazione estrema occorra uno sforzo di volontà per suicidarsi, non lo discuto. Per molti anni non mi sarei azzardato a dare giudizi. Per tutta la vita sono stato convinto che in nessuna circostanza avrei anche solo pensato al suicidio. Ma non molto tempo fa ho passato mesi cupi, nel corso dei quali mi pareva che tutto lo scopo della mia vita fosse perduto, soprattutto se fossi rimasto in vita. Ricordo chiaramente quel mio allontanarmi dalla vita, quegli accessi in cui sentivo  che morire è più facile che vivere. Ritengo che in un tale stato ci voglia più volontà per continuare a vivere che non per morire. Ma è probabile che tali stati varino a seconda delle persone e delle situazioni limite. Perciò sin dai tempi antichi il suicidio viene giudicato nei due diversi modi.

Fa un grande effetto immaginare che tutti quei milioni di innocenti perseguitati si suicidassero in massa, facendo così un doppio dispetto al governo: dimostrando la propria innocenza e defraudandolo della manodopera gratuita. E se se il governo si fosse ammorbidito? E se il governo avesse cominciato ad avere pietà dei propri sudditi? Ne dubito. Questo non avrebbe certo fermato Stalin, avrebbe preso in prestito dal mondo libero un’altra ventina di milioni di persone.

Ma non andò così! La gente moriva a centinaia di migliaia, a milioni, ridotta a quello che parrebbe il limite più estremo, ma chissà perché non ci furono suicidi. Condannati a un’esistenza mostruosa, allo sfinimento per fame, a un lavoro massacrante, non si suicidavano?

Riflettendoci ho trovato quella che mi pare la conclusione più certa. Un suicida è sempre un fallito, è sempre un uomo in un vicolo cieco, uno che ha perduto la partita della vita, e non ha la forza di volontà per continuare. Se questi milioni di misere creature impotenti non si suicidavano, significa che in loro era vivo qualche sentimento invincibile. Una qualche idea forte.

Era il sentimento universale di essere tutti quanti nel giusto. Era la sensazione di essere sottoposti come popolo a una prova simile al giogo tartaro.

 

Ma se non ha nulla da rimproverarsi, a che cosa pensa continuamente il detenuto? <<La bisaccia e la prigione  danno l’uso della ragione.>> Lo daranno pure. Ma a cosa applicarla?

Per moli anni, non solo per me, le  cose andarono così. Il nostro primo cielo della prigione furono vortici di nubi nere  e nere colonne di cenere, fu il cielo di Pompei, il cielo del Giudizio Universale, perché  avevano arrestato non un uomo qualunque, ma Me, il centro del mondo.

Il nostro ultimo cielo della prigione fu infinitamente alto, infinitamente limpido e addirittura più bianco che celeste.

Per tutti noi (eccettuati i credenti) l’inizio è lo stesso: ci strappiamo i capelli, anche se abbiamo la testa rapata. Come abbiamo potuto! Come abbiamo fatto a non vedere i nostri delatori! (e l’odio che proviamo per loro! Come vendicarci?) Che imprudenza! Che cecità! Quanti errori! Come rimediare? Bisogna rimediare al più presto! Bisogna scrivere… bisogna dire… bisogna informare…

Ma non bisogna fare nulla.  E nulla ci salverà. A  suo tempo firmeremo l’articolo 206, a suo tempo ascolteremo il verdetto del tribunale, o quello dell’invisibile OSO.

Cominciano le prigioni di transito. Insieme ai pensieri sul lager che ci aspetta, ora amiamo ricordare il passato: come era bella la nostra vita! (anche se era brutta) Ma quante possibilità non sfruttate! Quanti fiori non colti! Quando li recupererò, adesso?… Se solo riuscirò a scamparla, oh come vivrò diversamente, quanto sarò intelligente! E il giorno della futura liberazione? Splende come il sole che sorge.

Conclusione: bisogna arrivarci! A qualunque costo!

Ma le parole si riempiono del loro pieno significato e l’impegno che si prende è terribile, restare vivi  a qualunque costo!

Chi si prenderà questo impegno, chi non batterà ciglio dinanzi al suo purpureo bagliore, verrà offuscato dalla propria disgrazia che non gli farà vedere né la sventura comune né il mondo intero.

E’ il grande bivio della vita nel lager. Da qui partono due strade, una verso destra e una verso sinistra, una sarà sempre in salita, l’altra sempre più in discesa. Se vai a destra perderai la vita. Se vai a sinistra perderai la coscienza.

L’ordine che hai dato a te stesso, <<sopravvivere!>>, è un guizzo naturale per ogni essere vivente. Chi non ha voglia di sopravvivere? Chi ha il diritto di sopravvivere? Tutte le forze de nostro corpo tendono a questo! E’ l’ordine dato a ogni cellula di sopravvivere! Una potente carica viene immessa nella gabbia toracica, e una nube elettrica circonda il cuore perché non si arresti. Nella distesa oltre il circolo polare, sotto una bufera di notte, conducono ai bagni, a cinque chilometri di distanza, trenta zek sfiniti ma coriacei. Dei bagni non vale neppure la pena parlare, ci si lavano sei persone alla volta in cinque turni, la porta dà direttamente sul’esterno, fuori si gela e quattro turni fanno la fila lì, prima e dopo il bagno, perché non possono muoversi senza la scorta. Eppure nessuno si busca non solo la polmonite, ma neppure un raffreddore (un vecchio si lava così per un decennio, scontando la pena tra i cinquanta e i sessanta anni. Ed eccolo libero, a casa. Sta al caldo, nella bambagia – si consuma in un mese. E’ venuto meno l’ordine: sopravvivere…).

Ma sopravvivere e basta non significa ancora sopravvivere a qualunque costo. <<A qualunque  costo>> significa a spese d un altro.

Diciamoci la verità: a questo grande bivio del lager, a questo spartiacque delle anime, a svoltare a destra non è la maggioranza. Ahimè, non è la maggioranza Ma per fortuna non sono neppure pochi singoli. Sono molte le persone che fanno questa scelta. Ma non lo gridano, bisogna saperle riconoscere. Decine di volte sono state poste anche loro di fronte a questa scelta, ma loro sapevano sempre ciò che facevano.

Arnold Susi finì nel lager quando era prossimo alla cinquantina. Non era mai stato un credente, ma era sempre stato onesto, non si era mai comportato altrimenti, e non cambiò vita nel lager. E’ un “occidentale”, quindi doppiamente incapace di adattarsi, prende continuamente cantonate, si mette in situazioni insostenibili, sta ai lavori comuni, sta nella zona di punizione, e sopravvive, e lascia il lager così come era quando ci arrivò. L’ho frequentato all’inizio, l’ho frequentato dopo e posso testimoniarlo. A onor del vero, furono tre circostanze decisive a facilitargli la vita nel lager: venne riconosciuto invalido, ricevette pacchi per diversi anni e, grazie alle sue dote musicali, riusciva  a procurarsi qualcosa da mangiare con le sue esibizioni artistiche. Ma queste tre circostanze possono soltanto spiegare perché è rimasto vivo. Se non ci fossero state, sarebbe morto, ma non sarebbe cambiato (e quelli che morirono, non morirono appunto perché non erano cambiati?).

Taraskevc, uomo assai semplice e privo di malizia, ricorda: <<C’erano molti detenuti pronti a strisciare per un razione di pane e una boccata di machorka. Io stavo per morire, ma avevo l’anima pulita, dicevo sempre pane al pane>>.

E’ risaputo da molti secoli che la prigione trasforma profondamente l’uomo. Gli esempi sono innumerevoli – come Silvio Pellico che, dopo otto anni di detenzione, da carbonaro ardente diventa un umile cattolico. Nel nostro paese si ricorda sempre Dostoevskij. E Pisarev? Ce cosa rimase del suo spirito rivoluzionario dopo la fortezza di Pietro e Paolo? Si può discutere se sia stato un bene o un male per la rivoluzione, ma tutte queste trasformazioni vanno a vantaggio di un approfondimento dell’anima. Scriveva Ibsen: <<Anche l’anima intisichisce per mancanza di ossigeno>>.

Eh, no! Non è tanto semplice! Anzi, è esattamente il contrario! Ecco il generale Gorbatov – impegnato sin dalla giovinezza a combattere, a fare carriera nell’esercito, non aveva mi avuto il tempo per pensare. Ma finì in prigione ed ecco che cominciarono a tornargli alla memoria vari episodi: aveva sospettato di spionaggio un innocente; aveva fatto fucilare per sbaglio un polacco assolutamente innocente (in quale altro momento avrebbe ricordato tutto questo? Forse, dopo la riabilitazione, non ricordò più molte cose). E’ stato scritto abbastanza di queste trasformazioni spirituali nei prigionieri, si è ormai raggiunto il livello teorico della scienza carceraria. Scrive ad esempio Luceneckij nel prerivoluzionario <<Tjuremnyl vestnik>> (Messaggero delle carceri): <<l’oscurità rende l’uomo più sensibile alla luce; la forzata inattività suscita in lui sete di vita, di movimento, di lavoro; il silenzio lo costringe a riflettere profondamente sul suo “io”, sull’ambiente che lo circonda, sul suo passato, sul presente e a pensare al futuro>>.

(….)

 

Certo, nessuno pensava alle nostre anime mentre gonfiavano l’Arcipelago. Ma è davvero impossibile mantenere la propria integrità in u n lager?

Di più: è davvero impossibile, nel lager, elevarsi spiritualmente?

Nel distaccamento di Samarka, nel 1946, un gruppo di intellettuali sono ormai allo stremo, stanno per morire: sono estenuati dalla fame, dal freddo, dal lavoro superiore alle loro forze, e vengono persino privati del sonno, non hanno dove dormire perché le baracche interrate non sono ancora state costruite. Vanno a rubare? Fanno soffiate? Piagnucolano sulla propria vita rovinata? No. Prevedendo la morte imminente, di lì a qualche giorno, non a qualche settimana, passano così le loro ultime ore libere, senza dormire, seduti lungo un muretto: Timofeev Ressovskskij organizza con loro un “seminario” e si affrettano a comunicare gli uni agli altri ciò che sanno, tengono gli uni agli altri le loro ultime conferenze. Padre Savelij parla della <<morte decorosa>>; un sacerdote che insegnava alla facoltà di teologia parla di patristica; un uniate  di dogmi e canoni; un ingegnere, dei principi dell’energetica del futuro; un economista, di come, per mancanza di nuove idee, non si sia riusciti a porre le basi dell’economia sovietica. Quanto a Timofeev-Ressovskij, espone i principi della microfisica. A ogni nuovo incontro qualcuno manca all’appello: è già all’obitorio… Questi sono veri intellettuali, capaci di interessarsi a tutto, questo quando sono già irrigiditi, a un passo dalla morte!

Permettete, amate la vita voi? Voi, voi che esclamate e canticchiate, accennando passi di danza: <<Ti amo, vita! Ah, ti amo vita!>>. L’amate? E allora amatela! Amatela anche nel lager. E’ vita anche quella.

 

Quando non lotti contro il destino

La tua anima rinasce…

 

Non avete capito un accidente. E’ proprio allora che l’anima si svigorisce.

 

La nostra strada, quella che abbiamo scelto, è tutta curve. E’ in salita? O porta al cielo? Andiamo avanti, inciampando.

Il giorno della liberazione? Cosa ci potrà essere, dopo tanti anni? Saremo cambiati fino a diventare irriconoscibili, e saranno cambiati i nostri cari, e i luoghi un tempo cari ci appariranno più estranei di terre straniere.

Da un certo momento in poi, pensare alla libertà diventa addirittura una violenza. Qualcosa di artificioso. Di alieno.

Il giorno della “liberazione”! Come se in questo paese ci fosse la libertà. O come se si potesse liberare chi non si è prima liberato da sé nell’anima.

Le pietre franano sotto i nostri piedi. Cadono giù, nel passato. Sono la cenere del passato.

Noi stiamo salendo.

 

E’ bello pensare in prigione, ma anche nel lager non è male. Innanzitutto perché non ci sono assemblee. Per dieci anni sei esentato da tutte le assemblee! Non è aria di montagna, questa? Mentre pretendono il tuo lavoro e il tuo corpo fino all’estenuazione, addirittura fino alla morte, i lagersciki non attentano minimamente all’ordine dei tuoi pensieri. Non cercano di avvitarti il cervello per bloccarlo. Questo dà una sensazione di libertà molto maggiore di quella che si prova correndo dove ti portano le gambe.

Nessuno cerca di convincerti a chiedere di entrare nel partito. Nessuno cerca di estorcerti quote sociali da versare ad associazioni volontarie. Non esiste sindacato che ti “difende” quanto l’avvocato d’ufficio del tribunale. Non si fanno riunioni per parlare della produzione. Non possono eleggerti a nessuna carica, nominarti delegato né, soprattutto, costringerti a fare propaganda. Né ad ascoltarla. Non devi strillare appena tirano i fili: <<Esigiamo!… Non permetteremo!…>>. Non dovrai arrivare alla sezione elettorale per dare il tuo voto, libero e segreto, all’unico candidato della lista. Non ti vengono richiesti obblighi scolastici. Non devi criticare i tuoi errori. Né scrivere articoli per il giornale murale. Né concedere interviste al corrispondente regionale.

Avere la testa libera non è forse un privilegio della vita nell’Arcipelago?

E c’è un’altra libertà: non ti possono privare della famiglia e dei tuoi bene, ne sei già stato privato. Neppure Dio può toglierti quanto non hai. E’ una libertà fondamentale.

E’ bello pensare in reclusione. Il più insignificante dei pretesti ti stimola a lunghe e serie riflessioni. Per una volta, l’unica in tre anni, proiettarono un film al campo. Era una dozzinale commedia “spotiva”: Il primo guantone. Una noia. Ma dallo schermo martellavano insistentemente la morale:

 

<<L’importante è il risultato, e non se è a vostro favore.>>

 

Sullo schermo ridevano. Anche in sala ridevano. Esci strizzando gli occhi nel cortile del campo inondato di sole, e ripensi a quella frase. E ci ripensi la sera sulla tua cuccetta. E il lunedì mattina all’adunata. E puoi pensarci tutto il tempo che vuoi – quando mai avresti potuto farlo così a lungo? E lentamente la tua mente si rischiara.

Quella frase non è uno scherzo. E’ un pensiero contagioso. Già da molto tempo ha attecchito nella nostra patria, ma continuano a inocularcelo. L’idea che conti solo il risultato materiale è talmente radicata in noi che quando, per esempio, un Tuchacevskij, uno Jagoda o uno Zinov’ev vengono dichiarati traditori in combutta con il nemico, la gente si limita a esclamare e a meravigliarsi in coro:

<<ma cosa gli mancava, a quello?>>

Dal momento che poteva mangiare a crepapelle, aveva venti vestiti, e due dacie, e l’automobile, e l’aereo, e la notorietà, che gli mancava?!! Per milioni di nostri compatrioti è inconcepibile che un uomo (non parlo dei tre che ho nominato) possa essere guidato da qualcosa che non sia la cupidigia.

Ecco fino a che punto è stato accettato e assimilato quel <<l’importante è il risultato>.

(…)

Ma è una menzogna. Da anni pieghiamo la schiena in questa galera che è l’Unione Sovietica. Lentamente, con il volgere degli anni, ci eleviamo nella comprensione della vita e da questa altezza lo si vede chiaramente che l’importante non è il risultato, ma lo spirito! Non è importante ciò che è stato fatto, ma come è stato fatto. Non ciò che è stato raggiunto, ma a quale prezzo.

Se per noi detenuti è importante il risultato, è vero anche il principio che bisogna sopravvivere a qualunque costo. E cioè fare la spia, tradire i compagni per sistemarsi al calduccio, e magari ottenere anche uno sconto di pena. Alla luce della Dottrina Infallibile, non c’è nulla di male in questo. Così facendo, infatti, il risultato sarà a nostro favore, e l’importante è il risultato.

Nessuno nega che sia piacevole conseguire un risultato. Ma non a costo di perdere la propria dignità umana.

Se l’importante è il risultato, occorre spendere tutte le forze e tutti i pensieri per sfuggire ai lavori comuni. Occorre chinare la schiena, leccare i piedi, comportarsi da vili pur di restare un balordo. E così facendo salvarsi.

Se invece importa la sostanza, occorre rassegnarsi ai lavori comuni. Coi cenci addosso. Con le mani scorticate. Con il tozzo di pane più piccolo e peggiore. Forse anche morire. Ma finché sei vivo, potrai raddrizzare la schiena dolorante. Ed è allora, quando hai smesso di temere le minacce e di cercare ricompense, che diventi il tipo più pericoloso agli occhi rapaci dei padroni. Infatti, come potrebbero avere ragione di te?

Comincia addirittura a piacerti alzare una barella carica di immondizie (di sassi, magari, no?) mentre discorri con il compagno dell’influsso del cinema sulla letteratura. Comincia a piacerti sederti a fumare sul trogolo vuoto della malta accanto al muro che hai costruito tu. E sei orgoglioso se il capomastro ti passa davanti, socchiudendo gli occhi guardando il tuo lavoro, lo misura con lo sguardo e dice: <<L’hai fatto tu? E’ bello dritto>>.

Quel muro non ti occorre affatto, non credi che possa rendere più vicina la futura felicità del popolo, eppure, misero schiavo cencioso, sorridi a te stesso nel vedere l’opera delle tue mani.

Figlia di un anarchico, Galja Venediktova lavorava come infermiera nella sezione sanitaria, ma quando si accorse che si stava lì non per curare i malati ma perché era un buon posto, lei, cocciuta, preferì andare ai lavori comuni e prese in mano il maglio e la vanga. E dice che quella per lei fu la salvezza spirituale.

A chi è buono anche il pane secco fa bene, a chi è cattivo non fa bene neppure la carne. (Sarà. Ma se uno non ha neanche il pane secco?)

 

Se hai rinunciato anche solo una volta a <<sopravvivere a qualunque costo>> e ti sei diretto là dove vanno i placidi, i semplici, la reclusione inizia a trasformare in modo sorprendente il tuo vecchio carattere. Lo trasforma nella direzione per te inattesa.

Uno potrebbe credere che qui debbano svilupparsi nell’uomo sentimenti malvagi, lo sgomento di chi è oppresso, l’odio generalizzato, l’irritazione, il nervosismo. Invece non ti accorgi neppure di come, con l’impercettibile trascorrere del tempo, la prigionia alimenti in te i germogli di sentimenti opposti.

Una volta eri brusco e impaziente, avevi sempre fretta, non avevi mai tempo. Ora ne hai in abbondanza, anche troppo, hai mesi e anni alle spalle e davanti a te e, liquido benefico calmante, la pazienza si espande nelle tue vene.

 

Stai salendo…

Prima non perdonavi nulla  a nessuno, condannavi implacabilmente e osannavi con pari irruenza; ora i tuoi giudizi, non più categorici, si fondano su una serena indulgenza pronta a comprendere tutto. Ora che hai capito la tua debolezza, puoi comprendere quella altrui. E sorprenderti della forza altrui. E sperare di imitarla.

I sassi ci frusciano sotto i piedi. Stiamo salendo.

Con gli anni il tuo cuore, la tua stessa pelle si rivestono della corazza difensiva dell’autocontrollo. Non ti affretti più a fare domande, non ti affretti a dare risposte, la tua lingua perde la facoltà elastica della vibrazione facile. I tuoi occhi non sprizzano più gioia per una buona notizia né si offuscano per il dolore.

Infatti resta sempre da vederne il seguito. Resta da capire se saranno gioie o dolori.

Ormai la tua regola di vita è: non gioire se trovi qualcosa, non piangere se la perdi.

 

 

Con le sofferenze la tua anima, un tempo arida, si riempie di linfa. Anche se non impari ad amare cristianamente il prossimo, ora impari ad amare chi ti è vicino.

Quegli esseri a te vicini in spirito che ti circondano in prigionia. Quanti di noi hanno dovuto ammettere di avere conosciuto per la prima volta l’autentica amicizia proprio da detenuti!

E anche quelli che ti sono vicini per sangue, che ti circondavano nella vita che facevi prima, che ti amavano, mentre tu li tiranneggiavi….

Ecco una direzione fruttuosa e inesauribile per i tuoi pensieri: riesamina la vita che facevi prima. Ricorda tutto ciò che di brutto e vergognoso hai commesso, e chiediti se non sia possibile porvi rimedio, ora.

Sì, sei stato imprigionato immeritatamente, non hai nulla da rimproverarti di fronte allo stato e alle sue leggi. Ma di fronte alla tua coscienza? Ma di fronte ad altre singole persone?

 

(…)

 

Rimasi a lungo nel reparto post-operatorio da cui Kornfel’d se sene era andato verso la morte, e restai sempre solo (avevano smesso di operare perché il chirurgo era stato arrestato), e, in quelle notti insonni ripensavo alla mia vita e mi meravigliavo delle svolte che aveva preso. Con l’accortezza affinata nel lager davo ai miei pensieri la forma di versi in rima, per ricordarli. E’ giusto riportarli qui come vennero composti, sul guanciale di malato, mentre fuori dalla finestre il campo di lavoro forzato viveva ore agitate dopo la sommossa.

 

Quando ho disperso fino all’ultimo

grano tutta quanta  la buona semente?

eppure anche io passai l’adolescenza

fra i canti sereni sei Tuoi templi!

 

 

La sapienza delle pagine scritte

abbagliò la mia mente superba:

i misteri del mondo mi apparvero raggiungibili,

e malleabile come cera il destino.

 

Il sangue ribolliva a ogni schizzo

si colorava di colori diversi il futuro,

e senza fragore, silenziosamente,

si sgretolò l’edificio della fede nel mio petto.

 

Ma passato fra l’essere e il non essere,

caduto e rimasto sull’orlo,

contemplo, grato e trepidante,

la mia vita di un tempo.

 

Non dalla mia mente, non dal mio desiderio,

è illuminata ogni frattura:

ma dal fermo splendore del Significato Supremo

rivelatomi solo più tardi.

 

E adesso che sono stato ridonato

Ho attinto l’acqua viva –

Dio del Creato! Io credo di nuovo!

Anche quando ti rinnegavo Tu eri con me…

 

Guardandomi indietro, vidi come in un tutto, l’arco della mia vita cosciente. Non avevo capito me stesso né le mie aspirazioni. Per molto tempo mi era sembrato un bene ciò che invece era la mia rovina, e avevo sempre cercato di andare nella direzione opposta a quella realmente utile. Ma come il mare travolge nei suoi flutti il bagnante inesperto e lo getta sulla riva, così anche io tornavo dolorosamente sulla terraferma sotto i colpi delle disgrazie. E soltanto così riuscii a percorrere la strada che avevo sempre desiderato.

Con la schiena curva, che per poco non fu spezzata, ricavai dagli anni di prigione l’esperienza di come l’uomo diventi malvagio e di come diventi buono. Inebriato dai successi giovanili mi sentivo infallibile e quindi ero crudele. Nei momenti  di maggiore malvagità ero convinto di agire bene, con il mio armamentario di ragionamenti che filavano alla perfezione. Ma sulla paglia marcia del  lager avvertii in me il primo agitarsi del bene. A poco a poco mi si rivelò che la linea di demarcazione fra bene e male passa non fra gli stati, non fra le classi, non fra i partiti, ma attraversa il cuore di ciascun essere umano, e attraversa tutti i cuori. E’ una linea mobile, fluttua in noi con gli anni. Anche in un cuore invaso dal male mantiene una piccola testa di ponte del bene. Anche nel cuore più buono c’è un angolo di male ben radicato.

Da allora ho capito la verità di tutte le religioni del mondo: esse lottano contro il male nell’uomo (in ogni uomo). Non si può eliminare completamente il male dal mondo, ma è possibile circoscriverlo in ciascun uomo.

Da allora ho capito la menzogna di tutte le rivoluzioni della storia: distruggono soltanto i portatori del male a esse contemporanei (e, nella fretta, senza rendersene conto, anche i portatori del bene), ed ereditano il male stesso ulteriormente accresciuto.

A onore del ventesimo secolo va scritto il processo di Norimberga: cercò di uccidere l’idea stessa del male, e in minima parte gli uomini contaminati dal male. (In questo Stalin non ebbe certo alcun merito, lui avrebbe senza dubbio preferito chiarire di meno e fucilare di più.) Se entro il ventunesimo l’umanità non sarà saltata in aria o non si sarà asfissiata, potrà trionfare questo orientamento?

Ma se non dovesse trionfare, tutta quanta la storia dell’umanità sarà stata un vano scalpiccio senza senso! Verso cosa tendiamo, e perché? Anche l’uomo delle caverne sapeva colpire il nemico con una clava.

<<Conosci te stesso.>> Nulla favorisce di più il destarsi in noi della capacità di comprendere quanto il riflettere senza tregua sui crimini commessi, gli sbagli e gli errori compiuti. Dopo essere tornato per lunghi anni su queste difficili riflessioni, se mi parlano della spietatezza dei nostri massimi funzionari, della crudeltà dei nostri boia, ricordo me stesso con le spalline da capitano mentre la mia batteria attraversa la Prussia Orientale stretta dal fuoco, e dico:

 

<<Noi eravamo forse migliori?>>

 

Se in mia presenza qualcuno inveisce contro la fiacchezza dell’Occidente, contro la sua scarsa lungimiranza politica, la sua mancanza di coesione e la sua indecisione, non manco di ricordare:

 

<<Eravamo forse più saldi , noi , prima di passare per l’Arcipelago? Erano forse più forti i nostri pensieri?>>

Ecco perché ritorno agli  anni della mia detenzione e dico, producendo talvolta stupore negli astanti:

 

<<SII BENEDETTA, PRIGIONE!>>

 

Aveva ragione Lev Tolstoj quando sognava di venire incarcerato. A partire da un certo momento, quel gigante cominciò a inaridire. Aveva bisogno della prigione come di un acquazzone in tempo di siccità.

Tutti gli scrittori che scrissero di prigioni senza esservi stati personalmente ritennero doloroso esprimere la loro compassione per i reclusi e maledire la prigione. Io che ci sono stato a sufficienza, io che vi ho coltivato la mia anima, dico senza alcuna indecisione:

 

<<Sii benedetta prigione, perché ti ho conosciuta nella mia vita!>>

 (Ma, dalle tombe mi rispondono: Parli bene tu, che sei rimasto vivo!)

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A Francesca Diana.. di Ciro Campajola

by Duncan on ott.25, 2010, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana

Ciro Campajola.. già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo Ciro campajola, già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo  Territorio chiamato Born Again… altre sue poesie sono state pubblicate…

Ciro dalla vita estrema e tormentata, ma eternamente ribelle, indomabile, con versi che sputano sangue, ma masticano anche vita, fino all’ultimo. Con piedi che a volte sembrano squartati dal cemento, ma l’anima buona di chi rialza sempre la testa col sorriso bambino di chi porta una fedeltà nell’anima, e vuole dare a chi incontra bicchieri di un vino che è bello rosso forte, ma scalda il cuore, e se ti tiene sveglio.. direbbe Ciro.. “bevilo che è per il tuo bene, e togliti il frack”..:-)

Ciro sa rinnovarsi costantemente. Potrebbe adesso godere gli allori del suo libro pubblicato da poco. E invece è ancora qua, in pista, nella polvere, sulla strada, a tirare fuori chilometriche stanze del deserto, storie che si contano sulle dita, rabbie ancora accese, e fame che non si sazia, e il desiderio di un Luogo.. di un Luogo.. dove gli occhi che si incrociano segnanno tracce di benvenuto nel cielo e mani strette tengono lontani i lupi..

Esiste un Luogo del genere?.. Esisterà? a voi la risposta…

 

Vi lascio alla poesia “A Francesca Diana” di Ciro Campajola

 

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Prigioniero della mia libertà

 

Vado lamentando parole in giro

quelle strette necessarie a tenermi in vita

parole silenziose

come quando la coscienza del dolore

ti mostra l’impotenza del volere

parole trattenute

come quando

perfino un tuo respiro suona assordante

parole come quando è troppo

 

Poi  inevitabilmente

mi devo un’ubriacante disintossicata

 

Ognuno di noi ha delle particolari facoltà

che nemmeno sa di avere

lo scopre solo in determinati momenti

quelli estremi

è soltanto lì che vengono fuori

anche se accumulate in ogni passo fatto

restano sconosciute fino al passo precedente

 

La mia facoltà è il distacco

la “disintossicata”

è una dimensione segreta

un confine nascosto tra le pieghe del mio cervello

dove l’ esterno non può seguirmi

sono i miei bar

è così che li chiamo

i bar della mia mente

costruiti su quelli delle mie strade

e sul mio stesso fegato

 

Sono bar come rifugi

dove il dialogo non è richiesto

e la clientela non è scelta

lo è stata

i pochi avventori non vanno per avventure

ne vengono

sono bar dove chi serve

serve solo a capire se hai soldi per un altro giro

altra tregua da mandar giù

sono bar immaginari

che non esistono

e non insistono per esistere

o sono bar reali

che esistono

e allora bevono per darsi coraggio

e lo fanno fin quando è possibile

fino all’ implacabile serranda che si abbassa

 

Lamento parole nude

povere di vesti

inequivocabili

evidenti

virgolettate schedate e tutto il resto

chiaramente prive di ogni altro significato che non sia il loro

parole che chiedono subito e soltanto il dunque

logorate dal ripeterne il come e il perché

parole stanche

come quando

cominci a risparmiare sui discorsi

parole svogliate

come quando

ti arrendi a un’evidenza e te ne fai ulcera e ragione

un buco nello stomaco e un altro nel cervello

 

Lamento silenzi per starmene in pace

lontano sia da riverite osservanze

che dalle perdute speranze

mastico rabbia muta nei binari morti dell’esistenza

“ai margini”

come dicono gli stessi stronzi che li tracciano

palesemente fuori dal gioco del rumore

eppure ancora ne alimento la sorda rabbia

come se il rumore avesse bisogno anche di me

a tutti i costi….

che poi puntualmente mi vengono attribuiti

 

Eppure non sogno più di pace

mi basta “starci”

non sogno più di libertà

non la urlo più ad alta voce

pago la mia quando riesco a viverla

non sogno più di giorni come orgasmi

o di amplessi finali

non sogno più sogni

cerco solo di custodire quello possibile

quello rinchiuso nel mio pensare

non più dentro il mio dire

eppure

il mio parlare silenzioso

setacciato

dosato

scelto

reso elementare

per non restare imbrigliato in parole dotte e /o duttili

il mio parlare diretto

chiaramente evidente nella sua tregua

viene ugualmente esposto al plotone

come quando urlava la “sua” libertà

il plotone vede comunque rosso quando il dire è trasparente

anche i miei silenzi fanno rumore

 

Sono prigioniero della mia libertà interiore

fuori l’unico suono consentito è il consenso

dov’è il senso?

 

L’uomo di pezza ha cambiati i suoni

ogni parola è interscambiabile

non decide più il senso

ma il prezzo

l’uomo di pezza è pazzo

 

L’uomo di pezzo ha cambiato orchestra

maestri strumenti e compagnia cantante

i maestri hanno cambiato strumenti

gli strumenti cambiano suono a comando

il suono si adegua di rimando

e la compagnia canta solo in contanti

 

L’uomo di pezza è dichiaratamente pazzo

s’innalza sovrano calpestando il popolo

e firma dall’alto la sua dichiarazione

il popolo sottostante

e non più sovrano

gli vende la ragione

e gli affida la Nazione

 

La canzone è sempre quella

tu la scegli

lui la arrangia

mentre la musica è in rianimazione

e in rianimazione mancano anime

 

L’uomo di pezza è un solo lungo zerbino

buoni cattivi e preti

demoni e santi

eroi e briganti

storia e invenzione

scienza e fantascienza

virtù e schiavitù

finzione e religione

regola ed eccezione

tutto è intrecciato nella stessa stoffa

un’unica trama tramata senza una trama pensata

o comunque sensata

intrecciata senza un filo conduttore

cucita a doppio filo a un filo di lama

una trama senza via d’uscita

se non la stessa lama che ne tagli netto il filo

il bandolo della matassa è lontano nel tempo

è andato perso

qualcuno dice occultato

qualcuno dice sia il punto inamovibile del nodo

quello che tiene insieme l’uomo di pezza

 

L’uomo di pezza è legato alla sua pazzia

e come un putrido virus

avanza nel suo contagio

si moltiplica a dismisura

e si riproduce a sua misura

l’uomo di pezza è un esercito rumoroso

bombarda ogni evidente ragione

per coprire il suo confuso silenzio

l’uomo di pezza tappa tutti i buchi

intrecciando ogni spazio con parole cucite a caso

l’uomo di pezza spreca la vita a rammendarsela addosso

come un disperato gesto di porre limiti alla luce

alla trasparenza che ne svelerebbe l’evidenza:

la malattia

 

L’uomo di pezza è solo un pupazzo infetto

non ha l’avventura del brigante

e non ne ha lo stile

attorno al suo nome non girano storie affascinati

il suo nome è sconosciuto alle leggende

e lontano dalle leggi

lui non ha mai niente da raccontare

niente mai da dichiarare

lui ha già dichiarato

firmando la sua dichiarazione

lui parla senza dire

e per non dire niente

parla troppo

lui ha stracci nel cervello

e panni sporchi da lavare

ma si guarda bene dal farlo

potrebbe scoprire che l’uomo di pezza è lui stesso

o peggio

è anche lui

ma con stracci in bocca

sugli occhi e sulle orecchie

e i panni diventano altri stracci

 

L’uomo di pezza è un unico zerbino

tutti dentro

buoni cattivi e preti

annodati  tra di loro

da uno scheletro di stracci

la coda somiglia al capo

teme anch’essa la parola chiara

illuminerebbe altri scheletri nascosti

 

La libertà è una chimera

e lo è sempre stata

ma non è una qualunque fantasia

io la considero un’utile utopia

senza di essa

non avremmo la possibilità

di allevare l’unica libertà possibile

quella dentro di noi

quella che non si guarda allo specchio

ma ci guarda nella coscienza

quel lumicino che ti fa vedere meno il buio

quella fiammella che per alcuni è tutto il calore possibile

come lo è per me

malgrado la mia vita “politicamente scorretta”

malgrado la trama del mio film

zeppa di contraddizioni e sbagli

di abbagli e delusioni

di tentativi ed errori

malgrado il mio  film bocciato

da un pubblico distratto e mai invitato

io la tengo ancora accesa quella fiammella

a dispetto di tutto e di tutti

alimento questa piccola luce di libertà

che non è quella del sogno

la chimera

è quella possibile

e non servono soldi o rivoluzioni per ottenerla

basta una bilancia

e dare il proprio nome ad ogni cosa

che sia un bene o che sia un male

e dopo pesare il tutto

per disfarti del peso e tenerti leggero

 

La libertà possibile

è’una libertà tenuta in piedi

dal peso della leggerezza

il peso più pesante

una libertà sviluppata allenando i propri giorni

con tenacia e sudore

non adottata a distanza di sicurezza

una libertà che non si nasconde

mai

negli applausi come nei fischi

una libertà che ti permette di riconoscere la puzza

e di starne alla larga

 

Continuo a coltivarla questa possibile libertà

come una pianta miracolosa

che non vuole altro che acqua e luce

cose trasparenti a pensarci

ecco forse perché i miei silenzi fanno rumore

per l’uomo di pezza il vero rumore è il mio vivere

è stupefacente per lui

è pericoloso per una realtà drogata

illegale per la legge di un pazzo in una trama pazza

 

L’uomo di pezza divide la libertà

e dice di moltiplicarla

ma ne parla comunque al plurale

mentre la mia libertà al plurale

non significa più un cazzo di niente

la storia mi dice che la libertà è unica e sola

prendersi delle libertà è tutt’altra storia

e conosco anche quella di storia

 

L’uomo di pezza è un pazzo puzzle

fatto di pezzi e di pizzi

scrive i prezzi sui pizzi

e poi li infilza in un altro pezzo

che ritorna il prezzo al pizzo

l’uomo di pezza è spudoratamente pazzo

 

L’uomo di pezza è un solo zerbino

ma è appartenente

a tutti

al capo come alla coda

alla cupola come alla coppola

poi il capo sogghigna

e la coda si indigna

poi si agita un po’

e poi….

e poi non ricorda più

 

L’uomo di pezza dimentica

non ricorda di essere un unico zerbino

frizzi lazzi prezzi e pizzi

vizi e sfizi

vezzi e olezzi

sono punti della stessa stoffa

pizzi dello stesso prezzo

pezzi dello stesso pazzo

pazzi dello stesso pizzo

 

E’pazzo il capo

è pazza la coda

il capo schiaccia la coda

e la coda si agita ma non troppo

quel tanto per mantenere intatta la vetrina

perché è la vetrina la nuova politica dell’uomo

e mandarla in mille pezzi è da pazzi

dicono i pazzi

perché la nuova politica è corretta

perché nuova la politica è corrotta

perché la correttezza serve alla corruzione

e tiene a bada l’insurrezione

perché all’educazione hanno cambiato declinazione

il buono si coniuga col buonista

e il sopruso ringrazia il silenzio con assegni a vista

 

L’uomo di pezza mi ha rotto il cazzo

 

Onde concentriche si dipanano regolari nel cielo buio

partendo da un unico dolore

fisso

costante

devastante

il dolore di una vita in agonia

attraversando a intervalli stabiliti i miei pensieri

infilandosi maligne negli sprazzi di pace

per sconvolgere con composta lucidità

il delicato equilibrio che governa la mia esistenza

 

E sento la mia sudata libertà in pericolo

e non so da chi difenderla

l’uomo di pezza è un unico zerbino

la coda è come il capo

e come tutto il resto

l’uomo di pezza è pazzo

 

E pazzo sei tu che perdi tempo a leggermi

mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi

e pazzo sono io che scrivo solo per te col fegato a pezzi

mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi

sono io che scrivo solo per te

e solo perché tu perdi tempo con me

dal momento che sia tu che io

se siamo pazzi o meno

conta zero

 

Fino a quando

a stabilirlo

sarà un pazzo

pupazzo

di pezza

 

c.campajola

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OGNI COSA E’ ILLUMINATA

by Duncan on apr.24, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Misticismo, Resistenza umana, Simbolo

Tempo fa lessi questo testo. E fu una voragine di sensazioni. Era qualcosa che andava al di là stesso di quello che era scritto, ma penetrava nell’energia appassionata di chi l’ha scritto. Come un rullo di tamburo penetra la notte noi siamo il battito pulsante dei nostri giorni.
E questo battito pretende passione.
Una spessa coltre di cemento soffoca il nostro respiro fino a impedire di abbracciare il fiume della vita. E poi le parole, le mille definizioni, il gioco degli specchi che riflettono il nulla. Ma anche un deserto ha valore se gli si dà un nome, e anche se senza nome diventa Deserto.
Alcuni si mettono su una torre a sognare un mondo di eletti e a vedere il resto come massa animale da disprezzare. Teorie spirituali-politiche arroganti e volgari. Altri dicono che il Sacro è in ogni cosa, come una corrente serpeggiante. Che c’è una bellezza profonda anche dietro le voragini del dolore. Che la nostra stessa materia è permeata di musica.
Questo testo di Jacopo Fo è semplicemente meraviglioso, ma è per chi cala le saracinesche e prova buttarsi dal monte per vedere se “partono” le ali. Per chi invece cerca solo conferme o nemici può essere un pò indigesto.
Siamo imprigionati in clan orgogliosi e autoreferenziali, in un dibattito statico, stanco e morto. In contrapposizioni cadaveriche, in cartellini da timbrare, ruoli ed etichette. E ognuno sceglie il suo Nemico. Perchè ha bisogno di un parodia per dare senso ai prorpi dogmi. E pensieri clericali, ortodossi, dogmatici.. si contrappongono anime stanche, disilluse, che non credono in niente, e nel non credere ne fanno una bandiera e una difesa. Tra idolatrie chiesastiche e disincantamento del mondo Guelfi e Ghibellini si nutrono a vicenda, complici dello stesso inaridimento esperienziale, della stessa mancanza di Orizzonte che li accumuna. A imposizioni sulla vita si oppongono idolatrie della scienza, a visioni di Dio usate come randello il culto della materi inerte e morta e della vita come caso di atomi.
Contrapposizioni forzate, giochi di sette, parole d’ordine e slogan. C’è chi dice che l’amore non esiste perché vendono l’ipocrisia e la violenza edificate sulla parola amore. Si fa lo stesso con tutto ciò che è ricchezza spirituale e trascendenza. Rigettando dogmi, chiese e aristocrazie religiose non fanno poi il passo ulteriore, e restano avvinghiati alle macerie di un laicismo esasperato, di una vita ridotta alla sola e esclusiva dimensione materiale, alla rinuncia al Senso delle cose.
Mi piace il testo di Jacopo Fo non perché è un testi perfetto; ma perchè è una appassionata chiamata allo Stupore per la Bellezza del Mondo. Perché è la testa che esce del sacco e si riappropria delle parole e dell’Incanto, dell’Oltrepassamento. C’è un Valore più alto nelle cose. C’è se vuoi vederlo. Se scegli di crederci. Se scegli di aprirti ad esso.
E non mi importa se lo chiami Dio o se non lo chiami in nessun modo. E non mi importa da dove vieni, che radici hai, che vestiti porti e che strade prenderai ogni volta che sorge il sole. Non mi importa se non ti capirò mai.
Lo senti quando l’amore ti possiede, o quando sei divorato dal dolore. Piegato in due e buttato nel fango, col sangue che cade dal naso sarai ancora più innamorato che mai. In ogni parabola del vento,
nei segreti abbracci che vendicano la notte, nelle corse senza respiro lo senti. In ogni cancello a tripla chiave, nei sotterrani e nei lager, in ogni atomo del dolore lo senti.
Negli occhi che ti spalancano il cuore lo vedi.
E non c’è nulla che sia veramente indegno o perduto. Nessuna vita che sia da buttare e che non abbia valore. Anche il più piccolo, smarrito, ferito degli esseri umani brilla di infinito splendore.
E’ in tutto ciò che ci fa rialzare e resistere quando tutto sembra perduto.
Volete chiamarlo Dio?
Quali nomi volete usare?
Volete abolire ogni nome?
Lo senti nel tuo corpo nudo nel momento dell’orgasmo?
Sentinella, a che punto è la notte?
Da qualche parte.. qualcuno ha scritto.. OGNI COSA E’ ILLUMINATA.

PS: vi lascio al testo di Jacopo Fo, ma lo premetto con una citazione di una delle parti migliori di esso..

“Friedl Dikers-Brandeis era internata nel campo di
sterminio di Therensiestadt e lì riuscì a convincere
il direttore a lasciarle tenere dei corsi di pittura
per i bambini prigionieri. Lei morì in quel lager. Ma
era riuscita a infondere la passione per l’arte a quei
bambini prima che venissero uccisi. Alcuni suoi
allievi sopravvissero e due bimbe divennero poi grandi
pittrici.
Prima di morire lei scrisse:
“Oggi una sola cosa mi sembra importante: risvegliare
il desiderio verso il lavoro creativo, renderlo
un’abitudine e insegnare a superare le difficoltà, che
sono nulla a paragone di questo obiettivo per il quale
si lotta.”
Io non posso non vedere nell’esperienza di questa
donna l’esistenza di qualche cosa di misterioso e
sublime e tremendamente positivo che permea la realtà
in ogni suo possibile frammento. E dà la forza ai
granelli di sabbia di resistere integri alla crudeltà
del mondo.
Perché se non ci fosse questo Sacro in ogni atomo del
tuo corpo non potresti spingere la tua anima oltre i
limiti del dolore.”

————————–————————–————————–————

ti vorrei chiedere di realizzare un piccolo
esperimento. Prova a immaginare che non siano mai
esistiti preti barbosi, chiese, crociate, papi e
inquisizione.
Prova a guardare la questione senza la paranoia delle
Wanna Marchi e dei santoni col Rolex.
Guarda semplicemente la tua vita.
Non ci vedi la magia scorrere a fiumi?
Per magia non intendo superpoteri esp ciupa ciupa
paranormali e iniziazioni tantriche. Intendo solo e
unicamente quel sale della vita, quella magia del
semplice, dell’imprevisto, di un sorriso, di una
coincidenza.
Se tu hai amato non puoi non esserti stupita della
fragranza delle sensazioni d’amore. Della infinita
perfezione della sensazione delle dita che si toccano
seguendo un ritmo che risuona nelle ere.
Se tu ti sei commossa davanti a un’opera d’arte non
puoi non aver percepito che la qualità che pervade
l’emozione artistica ha dentro di sé una misura, un
profumo, che trascende la banalità di un mondo fatto
solo di meccanismi chimici.
E’ Magia.
Magia pura.
Tutto è magia pura. Non esiste nient’altro.
Io NON credo a un Dio incarnato, a una entità pensante
nel senso umano del termine.
Io semplicemente osservo che esiste una qualità negli
eventi e nella materia che è assolutamente divina e
magica.
E’ un discorso che nega in blocco tutte le religioni e
le ritualità.
Io non vedo in questo mondo solo il roteare degli
atomi.
Io vedo in ogni mio giorno di vita che questa
esperienza di essere qui mi apre alla possibilità di
sperimentare meraviglie.
Vedo un mondo governato dalle emozioni e dalla
bellezza. Un mondo che cresce e si diversifica
seguendo incredibili vie e dando forma a creature e
eventi fantastici.

Il mondo è nella merda perché la gente è passiva, non
vive. Se il popolo fosse disposto a emozionarsi,
ragionare, agire, potrebbe cambiare il mondo in una
settimana. La fonte della passività umana è proprio
l’assenza del senso del sacro.
Abbiamo bisogno di affermare un nuovo umanesimo
razionalista che si fondi sullo stupore per la vita
come fondamento di una visione che non può accettare
che 10 milioni di vite ogni anno vengano recise dalla
fame.
Questa società assassina e folle, inquinata e
puzzolente, che mangia cibo spazzatura e scopa poco e
male, questa società volgare, sessuofoba e
pornografica drogata di shopping e di ansiolitici,
alcolizzata e cocainomane non ha rimorsi, non
inorridisce davanti all’enormità dell’orrore perchè è
totalmente sprovvista del senso della sacralità del
mondo.
Non ha rispetto.
Proprio perchè non vede nlla oltre ai corpi e ai
sassi.
Ma non è stata capace di uccidere Dio lo ha solo
trasformato in un regista di reality show.
La vita è ridotta a un cumulo di cause e effetti,
acquisti e drammi senza né capo né coda. Non c’è un
disegno divino, una missione individuale, un dovere
sociale, un’aspirazione superiore. Non c’è niente
altro che denaro e vantaggi spiccioli.
E questo deserto filosofico e emotivo è il blocco che
impedisce agli umani di esaltarsi per il solo fatto di
esistere, emozionarsi per i tramonti, prendere la vita
appieno, farla propria, viverla.
E’ questa mancanza di SENSO DELLA VITA a far sì che la
gente non abbia dignità, non si ribelli, non sia
solidale, innamorata, artistica.
Una razza di suicidati spirituali che non hanno il
coraggio di pensare a quando la loro vita finirà (di
certe cose non si parla mai, è maleducazione come
grattarsi e sbadigliare).
Una società di pazzi che fingono di essere immortali
guardando ogni giorno l’agonia di 100 morti ammazzati
in tv.
Allora io lancio il mio sasso.
Il concetto dell’esistenza di Dio spogliato da
religione, peccato e gerarchia.
E mentre ne parlo mi rendo conto che è vero.
Che per anni mi sono negato la possibilità di usare
certe parole perché erano state rapite e violate dai
preti e dagli inquisitori.
E mi accorgo che per la mia mente QUESTO NUOVO
concetto di Dio è un balsamo perché mi permette di
dare un nome, un posto nel mio vocabolario a quanto le
religioni hanno negato da secoli: l’esistenza di una
qualità libera e gioiosa dentro le cose.
E dico Dio ridendo, perché è assurdo parlare di Dio.
E dico Dio ridendo perché solo nel ridere
incontrollato è possibile entrare in comunicazione con
il vuoto mentale che è Dio dentro di noi (solo la
mente che muore dal ridere comprende la grandezza del
concetto di Dio. Se dici Dio con la faccia seria stai
parlando di un’altra cosa).
Dico Dio Orgasmo, perché oltre che durante la risata
anche durante l’orgasmo (lo dicevano le religioni
matriarcali) entri in comunione con la Dea, quando
perdi il controllo della mente razionale mentre il
piacere, il languore e l’emozione dell’orgasmo ti
travolgono.
Dico Dio Blasfemo, un Dio che si diverte oscenamente
donando apparati sessuali pruriginosi ai censori. Un
Dio che sghignazza guardando le loro anime.
Io affermo che voglio giocare al gioco che si chiama
“Dio esiste e si diverte a mandare in culo i piani dei
malvagi”. E ogni giorno apro i giornali e mi diverto a
cercare di scoprire dove il Grande Frattale Burlone si
è divertito a creare danni primari ai bari di
professione.
Mi piace guardare il mondo e vederci dentro la
bellezza, scolpita in ogni atomo.
Certamente dovrò affrontare prove dure durante la mia
vita. Ma se Dio vorrà potrò continuare a condividere
la bellezza del mondo.
Questo è credere in Dio? Non lo so.
In realtà non mi interessa cosa sia.
E’ qualche cosa che è nella mia mente e che vedo
intorno a me.
E cito quel che ho scritto altrove:
Friedl Dikers-Brandeis era internata nel campo di
sterminio di Therensiestadt e lì riuscì a convincere
il direttore a lasciarle tenere dei corsi di pittura
per i bambini prigionieri. Lei morì in quel lager. Ma
era riuscita a infondere la passione per l’arte a quei
bambini prima che venissero uccisi. Alcuni suoi
allievi sopravvissero e due bimbe divennero poi grandi
pittrici.
Prima di morire lei scrisse:
“Oggi una sola cosa mi sembra importante: risvegliare
il desiderio verso il lavoro creativo, renderlo
un’abitudine e insegnare a superare le difficoltà, che
sono nulla a paragone di questo obiettivo per il quale
si lotta.”

Io non posso non vedere nell’esperienza di questa
donna l’esistenza di qualche cosa di misterioso e
sublime e tremendamente positivo che permea la realtà
in ogni suo possibile frammento. E dà la forza ai
granelli di sabbia di resistere integri alla crudeltà
del mondo.
Perché se non ci fosse questo Sacro in ogni atomo del
tuo corpo non potresti spingere la tua anima oltre i
limiti del dolore.
Io sono contrario al dolore. Lo odio. Il dolore
distrugge. Ma osservo che persino il dolore ha almeno
un aspetto positivo: nulla come la capacità umana di
resistere al dolore e continuare a sperare e lottare
dimostra, in modo egualmente chiaro, l’esistenza
misteriosa di una divinità che permea tutto.
Chi ha sofferto sa che esiste un momento nel quale non
hai più nulla, non sei più nulla. Non esisti più, il
dolore ti ha ridotto a pura materia morta.
Eppure, anche allora, Dio solo sa come, ti trovi
ancora ad avere la forza di essere.
E magari di pensare a qualche cosa di perfetto come il
profumo dei fiori. O un dipinto.
Questo è Dio.
La Dea.
La Forza del mondo.
Non fa miracoli, non manda figli, né profeti, né
Maestri, né Messia.
Non è interessata in nessun modo alle tue preferenze
sessuali, politiche, religiose.
Esiste su un altro piano. E’ il mistero buono del
mondo.

La struttura stessa delle particelle sub atomiche è
basata su un semplice meccanismo che sottintende
un’attrazione verso nuove combinazioni e privilegia i
salti evolutivi.
Si tratta dell’idea antichissima dei saggi Taoisti che
lessero nella realtà l’ordine di un sistema binario e
scoprirono che la struttura stessa di questo sistema
era intimamente buona perché “conteneva” le premesse
di un’evoluzione verso livelli superiori di
complessità.
Dio non è un’entità staccata che crea un universo e lo
governa.
Dio è la legge che presuppone la possibilità
dell’universo di esistere.
Dio è la qualità geometrica nascosta nel frattale che
permette, unendo migliaia di segmenti uguali, di
ottenere un’immagine globale enormemente più complessa
(evoluta) rispetto al frattale (mattone) iniziale.
La differenza tra un frattale e un comune mattone e
che con il mattone puoi costruire un mattone composto
da centinaia di mattoni (un parallelepipedo) oppure le
forme più strane, indifferentemente.
Con un frattale invece, grazie unicamente alla sua
forma particolare, non potrai MAi costruire un
frattale più grande, composto da migliaia di pezzi che
riproducono la forma del frattale originale. Il
frattale combinandosi con altri frattali uguali da
vita soltanto a disegni più complessi.
Il cavolfiore è un esempio di frattale. Ogni
pezzettino è un cavolfiore in miniatura. E l’intero lo
ritrovi in ogni parte.
Ma il cavolfiore nel suo complesso appartiene ad
un’altra classe di complessità e diventa un’unica cosa
con le radici e con i centri unificati di controllo
delle funzioni vitali del vegetale. Il cavolfiore nel
suo complesso è molto di più della somma dei suoi
componenti.
Chi è completamente ateo vive in un mondo dove la
somma dei singoli elementi è uguale alla grandezza dei
numeri sommati.
Io vivo in un mondo dove l’intero è sempre superiore
alla somma degli elementi che lo compongono.
Un mondo che tende a creare sinergie, salti quantici,
evoluzioni, coincidenze, analogie, costanti nei
rapporti di grandezza.
Un mondo fantastico dove è possibile soffrire ma
annoiarsi è un crimine.
JACOPO FO

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ECCO IL MAGO

by Duncan on mar.15, 2009, under Controinformazione, Musica

Agli amici della Repubblica:  questa la scrissi mesi addietro, come ricorderete, in una notte stupenda,  ed oggi è riaffiorata alla mia mente, e ho voluto tirarla fuori, ancora una volta, per condividerla anche qui. Rispetto alla versione originale ci sono dei piccoli cambiamenti, anche questi usciti di getto, come sempre..
mago1
Verrà ancora una volta. Con la sua giacca sbagliata. E ancora una volta tornerà con le sue storie, e le sue magie. Magie non proprio esaltanti, trucchi che ormai conoscono tutti. E il coniglio nel cappello è forse più vecchio di lui. E quegli scherzi, chi non li conosce?
Ma lui verrà nel silenzio. Entrerà dalle scale e i brividi cominceranno a salirci per la schiena. La pelle d’oca. Ancora una vota. Saremo tutti stretti sulle sedie e in piedi. E il Bar Mario sarà il centro della terra. Dimenticheremo tutto e saremo rapiti.
Perché è lui la star, è lui lo zingaro di lusso, è lui l’incantatore di serpenti, è lui che parla di donne impossibili che nessuno ha mai visto, è lui che le spara così grosse, ma così grosse, che ci abbiamo sempre riso.
Eppure quando si presenterà a noi ci cascheremo un’altra volta, ce la berremo un’altra volta.
Perché lui è il Mago Walter. Lui è il vecchio Zio Segreto che tutti i bambini hanno sempre sognato. Lui è lo Splendido. Le sue storie ti incanteranno sempre. Anche se saremo coperti di fuliggine e rumore, le sue storie ci sedurranno ancora una volta, e la sua magia ci porterà lontano.
Guarda nei suoi occhi e ti incanterà. Ti mostrerà mondi che conosce solo lui. Lui è il ciarlatano, lui lo spara balle, lui.. lo Splendido, Walter il Mago.

“e la magia più grossa giura
che gli è successa in casa sua
con il suo cane per pubblico
‘per una magia così’ dice ‘val la pena vivere’ “

E noi ci crederemo. Quel giorno ci crederemo. Sì, dannato Mago, ci crederemo..
La magia più grossa, la più stupefacente l’ha vista solo il tuo cane, a casa tua. E noi non c’eravamo, mannaggia.. Ma ci crederemo. Noi ci crederemo, perché ci sono notti in cui devi credere, in cui vuoi credere. Notti in cui ti devi fidare, in cui ti vuoi fidare. In cui puoi solo fidarti.
Non avremo bisogno di prove o spiegazioni. Ci hai regalato trenini sperduti nel cielo, ci spalancavi la bocca e lentamente il tuo tempo era il nostro, mentre strizzavi l’occhio. E allora ti crederemo.
Sì, un giorno hai toccato il cielo. Quel giorno tutto ti è stato concesso, hai fatto piangere Dio, sei stato il più grande. E anche se nessuno ti ha visto, oltre al tuo cane semicieco, noi ci crederemo.

“quanti bambini ha stupito
e ora i bambini sono più vecchi di lui
nemmeno un trucco è cambiato che
se il mondo cambia
qualche mondo non cambia mai”

Tu non sei mai cambiato Mago Walter. I bambini sono venuti e sono andati, qualcuno è tornato. I bambini sono diventati più vecchi di te.
Ma tu non sei mai cambiato. Tu non sai cambiare. Qualche capello bianco e un po’ di rughe danzanti. Un po’ più lento, la giacca sgualcita. Ma sei sempre tu. I tuoi occhi non si sono mai spenti. Tu non hai mai dimenticato. Demone dei boschi, giocatore d’azzardo, illusionista da fiera, zingaro di lusso.
Tu non sei mai cambiato. Tu non hai mai tradito. Tu non sai tradire.
Certe cose non cambiano mai. Qualche mondo non cambia mai.
Ci sono storie che non finiranno mai.
E noi ci saremo, saremo ancora noi, quelli che si alzavano la mattina presto e fuori c’era la neve, e correvamo a piedi nudi nel giardino. T tutta la gioia, tutto l’amore del mondo era nelle nostre mani.
E potevamo sollevarci da terra. Linguaggi segreti come poeti nascosti. Potevamo fare incantesimi.
Ci sono mondi che non cambieranno mai. C’è sempre un Giardino Segreto.
E c’è qualcuno, c’è sempre qualcuno che non ti tradirà. Costi quel che costi, sangue su sangue, bufera e murriana, gelo su mani e piedi, non ti tradirà. Dovesse essere anche l’ultimo, quando i tempi scomodi ti hanno messo all’angolo.. non tradirà. Qualcuno che starà sempre al suo posto, fino alla fine dei giorni, fino alla fine dei tempi.
Qualcuno che non potranno ingrigire, che non potranno mai comprare, che non potranno mai bruciare.
Ci sarà sempre un Sogno che ti scalderà il Cuore..

Mentre il tempo scivolava via tu ci tenevi stretti.
Facesti un Cerchio che i demoni non potevano oltrepassare..
e ci desti il tuo tempo..

Con i suoi scherzi segreti Walter il Mago si presenterà di nuovo qua,
e sarà ancora il più Grande Spettacolo del mondo…

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DEDIZIONE SUPREMA

by Duncan on mar.06, 2009, under Disciplina, Misticismo, Resistenza umana

anelli-vero
Fratelli della notte, sapete ancora quando le mie mani si pigiano su
questa tastiera per scrivervi deliri notturni, castronerie, riflessioni, o rifilervi pietruzze, facce dimenticate, testi scritti da saltimbanchi e saggi.. mi diverto.. mi diverto ancora.. e accadrà sempre..
Qui non si chiude mai Compagneros.. c’è sempre un porticina cui c’è
scritto..
“ti stiamo aspettando”
L’altro giorno stavo leggendo Repubblica. Era un numero insulso, come molti di questi tempi. Essendo andato sul “vasetto” per legittimi
stimoli (ma chi lo stabilische che siano “legittimi”?), avendo sotto mano solo il giornale, ed essendo quella una “posizione” ideale per leggere, un momento davvero “catartico”, e.. avendo già letto quasi tutto prima..mi butto nelle poche pagine rimaste “intonse” (wow.. che parola ragazzi.. intonse.. già questa parola vale il prezzo del biglietto.. ditela ai vostri amici, finalmente vi inviteranno alle feste come fenomeni da baraccone), tipo sport, spettacoli. Finito lo sport, vado a spettacoli e leggo l’intervista ai membri di una giovane Rock band emersa da pochissimo negli USA, KINGS OF LEON…
L’intervista è uguale a milioni di altre… ma ecco.. prima della conclusione, un passaggio, un pezzetto che merita.. Messo là, nel buco delle chiappe del giornale, letto solo perché ero costretto dalla
posizione-zen-evacuante colgo l’unico passaggio di una edizione della
Repubblica che poteva benissimo essere totalmente riciclata come carta pulisciscarpe..
Le pepite le troveremo in mezzo a tanto fango molto spesso, e avranno veste disadorna, e sovente saranno così in incognito, che stenteremo a riconoscerle, e anche adesso molti diranno “tutto qua?.. ci hai rifilato questa frittata mista di neuroni per spiattellarci questa minchiata?”
Intanto vi riporto il passaggio..
Premessa. Questi tipi, i ragazzi componenti della band, non sapevano
suonare..Non erano i classici ragazzi che hanno sempre suonato, fin da piccoli..la maggior parte di loro non sapeva suonare..
In qualche modo, non sono riuscito a capire come, forse con qualche
geniale furbata.. riescono a firmare il primo contratto per il loro primo disco, senza che quasi nessuno di loro sapesse suonare, tranne il cugino di chi racconta la vicenda a quanto pare..
Cosa fanno allora?
Riporto il pezzo:

“Certo i nostri inizi sono stati curiosi. Jared non aveva mai preso
in mano un basso in vita sua, Caleb non aveva mai visto una chitarra e Matt aveva preso si e no due lezioni di musica. Ma pensavamo lo stesso di potercela fare. Quando abbiamo firmato il nostro primo contratto per un disco, per realizzarlo abbiamo fatto così: abbiamo preso nostro cugino, ci siamo chiusi in cantina e non siamo usciti per un mese, nostra madre ci portava da mangiare. Alla fine del mese avevamo le nostre prime canzoni pronte”.

Lo sentite quello che sento io, dannati bucanieri, pendagli da forca,
pirati del Vascello Fantasma?.. Lo sentite?…
Questi hanno imparato a suonare in un mese! Hanno scritto le loro
prime canzoni in un mese!
Impariamo da tutti..che siano ragazzotti americani non cambia la
questione. Tutti ci possono insegnare. Il Maestro non sempre si rivela
come concreto saggio illuminato, ma è negli angoli dei libri, nelle
canzoni stonate, nel programma bolso e ritrito, in quel tipo pazzoide
che ti fa gli stornelli sul tram.. e ti regala, quell’intuizione violenta, quella frase urticante, quella immagine che risveglia il tuo magma.
“Misteriose sono le vie dell’insegnamento.. ” sempre occhi aperti,
orecchie aperte…perché ogni giorno passano “flussi”, piccoli trenini
elettrici, con un vagone letto tutto speciale, e dentro un orologio a
cipolla, di quelli che ti regalava il nonno.. e una idea, o un senso
di fiducia, o solo un giro di boa prende piede.
Ma torniamo dalla nostra band di ragazzotti americani talmenti assurdi
e ingenui che non hanno pensato che ciò che volevano fare era
“impossibile”. O forse non c’era nessuno lì così saggio da dissuadergli e da dirgli, “per il loro bene” s’iintende, “Ragazzi, avete fatto la cazzata.. adesso non dite bestialità, che in un mese non imparate nemmeno a fare le canzonette da fiera, figurarsi incidere un disco, con “vostre” canzoni.. ora andate da quelli della Major e gli dite di scusarvi, che avete esagerato, che siete giovani e un pò irruenti, l’avete sparata grossa, di capirvi.. e se vi va bene magari non mi appioppano neanche la penale..”
Dio ci risparmi questi dispensatori di saggezza..:-) Mi ricordo quel film di Aldo, Giovanni e Giacomo, “Chiedimi se sono felice”, dove quando Giacomo combina un danno enorme a Giovanni, che gli aveva chiesto di stare un pò vicino alla fidanzata in sua assenza, e quella poi (davvero un classico di queste storie) si mette con lui.. il terzo amico, Aldo, lo implora..

“Giacomo, mi raccomando, se ti chiedo di farmi un favore.. NON
FARMELO! NON FARMELO!”..hahahaha..

Questi ragazzaccii marinascuola e con le loro stanze piene di cianfrusagli inutili, “senza l’ombra di un quattrino” (queste mitiche
frasi che i mille topolino letti da bambini ci hanno insegnato..) si sono segregati in una cantina per un mese, FULL IMMERSION TOTALE, a malapena mangiare e dormire (E andare al bagno). Per un mese non hanno visto la luce del sole. E quando sono usciti fuori, avevano nelle mani le loro canzoni..
Fortuna che non c’era nemmeno il filosofo buddista a predicare il non
“estremismo” e la saggia e equilibrata “Via di mezzo”. Buon per loro
che non c’era neanche lo psicologo che ti fa la lezione sui “traumi
derivanti da eccessivo sforzo”, sulla “necessità per i giovani di non
barricarsi fissativamente su qualcosa per evitare complicazioni
sociopsichiche e fenomeni di disagio”, e sulla indispensabilità di “un
sonno adeguato allo sviluppo di un ragazzo”. Mancava anche il prete
vecchio stampo (tipo lefebrviani, ma non solo) che ammoniva ai rischi
che il rinchiudersi per un mese solo tra maschi potesse ingenerare
peccaminose tendenze omosessuali..
Insomma mancava tutto il Circo Barnum e questi si sono barricati come topi di scappamento in questa cantina piena di pericoli nascosti e coccodrilli nani, hanno sbarrato le porte esterne e hanno detto:
“USCIREMO DI QUI SOLO QUANDO AVREMO IMPARATO A SUONARE!”
Suonano le trombe, ma quanti ascoltano…
Quante cose poniamo in empirei territori iperbolici perché ci vediamo
sempre con quello stesso ritmo.. e siamo abituati a misurarci e a
misurare con le “velocità” e le “capacità” che scorgiamo in giro. E il
nostro limite del possibile è talmente ben codificato, in uno spettro
di ampiezza già dato, che noi neanche.. anche solo per gioco..
IMMAGINIAMO…
Ma se ci dessimo dentro, con tutto quello che portiamo con noi,
giocandoci tutta la posta, cosa.. cosa non potremmo fare?
Cose di questo genere già altre volte hanno nutrito la mia anima…
Io ho sempre chiamato questo mondo…LA DEDIZIONE SUPREMA..
Baggio in giovanissima età ebbe un incidente tremendo alle gambe. I
migliori chirurghi del mondo gli dissero “sarai già fortunato se riuscirai ad imparare a camminare decentemente, quanto a giocare, scordatelo, non esiste UNA possibilità, neanche una su un milione..” E
questo glielo dissero TUTTI i chirurghi del mondo. Per tutti Baggio era uno sfortunato ragazzo con un grande futuro davanti, diventato per sempre Chimera. Ma complice il suo carattere testardo fin dalla nascita, un periodo di rivoluzione spirituale e l’incontro con una forma particolare di Buddhismo, LUI CONSACRO’ SE STESSO NELLA
BATTAGLIA SUPREMA..
Quella di cui l’I-KING dice “Solo le anima nobili possono attraversare
la Grande Acqua”.
Coinvolse tutti gli strati e le risorse del suo essere. Poteri fisici e mentali.
Si allenava ogni giorno. Con un’applicazione e una intensità bestiali.
Meditava ogni giorno. Visualizzava la guarigione ogni giorno.
Respirava in un certo modo ogni giorno. Ci furono giorni che arrivò a
meditare per dieci ore di seguito! E si allenò fisicamente andando oltre la soglia del dolore. Passarono mesi e mesi, e poi sappiamo cosa
è stato Roberto Baggio. Probabilmente il più grande calciatore italiano di tutti i tempi.
Lessi una volta la biografia di uno scrittore che riuscì a creare il libro della sua vita, il suo gioiello, pur essendo prima molto “bloccato”, con dieci fantastici mesi di disciplina e passione. In cui scriveva sempre, imparava a memoria brani di libri, riscriveva pezzi famosi a modo suo, si abbeverava delle migliori fonti.
Questa è la DEDIZIONE SUPREMA.
Quanto è forte il potere del tuo Cuore?
Fino a dove riuscirai a spingerti?
Quando dirai basta.. e quanto invece riuscirai a rialazare le tue gambe, mosaico di strazio, e rimetterti a camminare.. e riazarle
ancora, e ancora.. anche se qualcuno ha suonato la campana..?
Da questo nei Tempi Antichi venivano riconosciuti i Guerrieri dello
Spirito.
Il loro Cuore li rendeva più grandi della Vita.
Quanto riesci a dare per quello che ami? Sai amare fino a farti male,
fino a prendere il peso più grande perchè l’altro sia felice, per il semplice fatto che senti amore?
Un antico Maestro un tempo disse:
DONA TUTTO TE STESSO, SOLO COSI’ NON AVRAI MAI RIMPIANTI.
Quando noi ci consacriamo a qualcosa – questo è un punto importante – il nostro impegno non è una mera “sommatoria”. Non si tratta solo di un accrescimento “quantitativo”, ma l’intensità dell’applicarsi e del darsi se portata fino a un certo livello determina un “Salto”, il passaggio ad un altro livello, un mutamento “qualitativo”..
A tal proposito mi torna ora alla mente il grande saggio indiano
Patanjali. Patanjali è un gigante nella storia dello Yoga, che visse
intorno al 400 a.c.. Scrisse un’opera monumentale e capitale, gli Yoga Sutra. E un’opera che molti considerano un tesoro meraviglioso nella storia dello spirito umano.
Ecco, lessi una volta, del tutto casualmente, un brano meraviglioso
della sua opera, che non ho più dimenticato.
Questo brano adesso lo condivido con voi…dopo questo post notturno e delirante dedicato alla DEDIZIONE SUPREMA.
Alla fine, un video, dedicato ai PEACEFUL WARRIORS, ai Guerrieri di Pace come voi.
“Quando sei ispirato da un grande proposito,
da qualche progetto straordinario,
tutti i tuoi pensieri oltrepassano i loro confini.
La tua mente trascende le limitazioni,
la coscienza si espande in ogni direzione
e ti ritrovi in un nuovo, grande
mondo meraviglioso.
Le forze, le facoltà e i talenti addormentati
Si ridestano, ed ecco che diventi
Una persona molto, molto più grande
Di quel che avevi osato sognare.”
PATANJALI (III-I sec. A.C.)

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FUORI ORARIO, la Notte ci appartiene…

by Duncan on feb.28, 2009, under Cinema, Musica, Videoclip

intherain2
Le immagini del video che adesso vedrete qualcuno di voi le conosce..
Non solo Patty Smith… ma Fuori Orario.
E la notte andava.. mai prima dell’una.. e poi iniziava il regno del cinema.
Fuori orario, i film perduti, i film incredibili, i film invedibili. I film che nessuna televisione aveva il coraggio di trasmettere, o i grandi capolavori dei Maestri Supremi.
E la notte andava, nel fortino di Enrico Ghezzi, uno dei pochi territori perché la televisione potrà essere in futuro ricordata. E la notte era tutta per gli amanti, per gli occhi eccitati di visione.
Un appuntamento segreto la notte, Fuori Orario, non finiva mai, finoall’alba..
Metropolis di Fritz Lang.. e Fitzcarraldo di Wilhem Erzog… sontuose epifanie del cinema, droghe per gli occhi. I film di gangster anni 30, il selvaggio e blasfemo Bunuel. E il maestoso
Einsenstein, dalle fredde terre di russia. Trema la terra con AKIRA KUROSAWA, il titanico samurai del cinema giapponese. E rassegne su Fellini, Pasolini, Rossellini. E poi Visconti e l’epopea di “Rocco e suoi fratelli” e il silenzio assordante di “Morte a venezia”..
E i folli cavalieri king-fu del cinema psichedelico di Hong-Kong. E gli omaggi allo scugnizzo Troisi. Ma non c’erano barriere. L’apoteosi più alta che i film potevano toccare, lì fu toccata. Il grattesco, bestialmente provocatorio e millenaristico THE KINGDOM di Lars Von Trier.
Perchè la Notte potevi rifarti gli occhi.. si entrava gratis, solo dovevi essere un notturno marcio per sederti il prima fila..
Il mondo visto con gli occhi di Kaurismäki. Ingmar Bergman, zar di Svezia e il suo SETTIMO SIGILLO, dove il cavaliere ancora gioca con la morte e non verrà mai vinto, perché stavolta il
finale lo scriviamo noi. Ci facevi l’amore e sotto magari in sottofondo ORIZZONTI DI GLORIA di Stanley Kubrick. Il FRANCESCO duro, passionale, drammatico, lirico di Liliana Cavani, un Francescod’Assisi che nessuno ha mai visto. Le allucinazioni newjorkesi di Martin Scorsese in MAINSTREETS. L’epopea di C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA di Sergio Leone.
E poi Chaplin.. e il cantore del West, John Ford.. e Arthur Penn, PICCOLO GRANDE UOMO..
E Henry Fonda contro gli undici giurati di Sidney Lumet..
E ancora… cose che nessuno mostra mai, che neanche i canali regionali hanno il coraggio di proporre..
Lo straniante cineme iraniano.. gli abissali silenzi delle terre oltre gli Urali.. il Patos e l’Eros dell’India.. E poi i film bestemmiati e banditi, film scomodi e rinnegati.. film anticommerciali di 45 ore (che venivano divisi a puntate naturalmente)..
Se non hai mai visto Fuori Orario, se non sei mai entrato in Fuori Orario, non saprai mai cosa veramente è , cosa veramente è stato il Cinema..
Tutto quello che vedi adesso, sulla maggior parte delle sale e su tutti gli altri canali televisivi non è che un briciolo di quello che è stato il Cinema, delle vette che ha potuto raggiungere, e di quello che un giorno potrà di nuovo essere, dopo la fine del Medioevo..
E poi non era solo Cinema quello che ci trovava ancora svegli, alle tre di notte sulle ali di Terence Malick o con Bob Dylan in PAT KARRET E BILLY THE KID.
E questa è la sigla di Fuori Orario.. quasi ogni notte dopo l’una, sempre dopo l’una..
Because the Night di Patty Smith. Le immagini del video sono tratte da L’ Atalante di Jean Vigo,un film in bianco e nero del 1934.. E’ proprio questa qua la sigla ufficiale, musica e immagini, che ti
portava nella tana del Bianconiglio..
E la canzone è stupenda, prima di magia e di nostalgia.. Di amore succhiato, teso, strappato, goduto, fino all’ultimo diapason prima che giunga l’alba..
PERCHE’ LA NOTTE E’ IL NOSTRO REGNO..
E LORO NON POSSONO TOCCARTI..
LA NOTTE APPARTIENE A NOI..
LORO NON POSSONO TOCCARTI ORA..
COME TI SENTI SOTTO IL MIO COMANDO?..
“Io vi lascio il giorno, ma la notte è solo mia..”
Because the night…

..

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PEOPLE HAVE THE POWER

by Duncan on feb.24, 2009, under Musica, Resistenza umana

indiosdonna-tibetana2
Questa canzone è un must, un cult umanista.

Il testo di essa non constata. Perché è evidente che non è così. Ma è la perenne voce del riscatto, dalle urla profetiche nella Bibbia, alle rivolte degli zappatori nell’Inghilterra che aboliva le enclosures, alla resistenza degli indiani d’America dinanzi allo sterminio. La stessa voce potevi sentirla mentre bruciavano Jan Huss nei cieli di Praga, nell’inverno che gelò nel sangue la Primavera. E i carrarmati sovietici sull’Ungheria non poterono farla tacere.Mandela la sognava di notte nei suoi 27 lunghi anni di carcere. E cavalcava con i Libertadoresi in Sudamerica. Tom Joad la viveva mentre dava alla madre il suo addio dicendo “Dovunque un uomo combatte per la vita ioi sarò là..”

I monaci tibetani si riunivano clandestinamente e la respiravano nel loro Om Mani Padme Um, con i cinesi sguinzagliati pronti a mettergli elettrodi ai testicoli e a sterilizzare le lorodonne.
Giordano Bruno bruciava insieme ad essa a Campo dei Fiori..
Ed era dentro Martin Luther King il giorno in cui disse: “Verrà un
giorno in cui..”
Di tutte le Utopie e i Canti della terra è la trama e l’ordito..
Di tutti gli indomabili Cavalieri del Bene, è l’inno..
Un sogno pazzo e millenario..
da sempre eretico, da sempre bandito,
ma che eternamente rinasce sotto mutate spoglie,
e con nuovi uomini e storie a cui lasciare la Fiaccola..
Giungerà il Crepuscolo dei Tiranni,
i folli malati di morte saranno spazzati e gettati nella polvere,
e glu uomini, tutti gli uomini, i piccoli, i miti, i coraggiosi..
avranno la Terra..
“Mi sono risvegliata al grido
che le persone / hanno il potere
di riscattarsi / il lavoro dei folli
sugli umili / la doccia del perdono
è decretato / le persone comandano”

Di segutito il video

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Cimento

by Duncan on feb.16, 2009, under Musica, Resistenza umana

Agli amici della Repubblica: ho rimaneggiato il post di ieri, togliendo tra l’altro i passi citati da un altro blog non avendo una chiara autorizzazione a riportare quei passi anche “in pubblico”, ed essendo di solito i blog di quel genere particolarmente personali. L’ho voluto piazzare anche qua forse in omaggio allo spirito di ieri notte e, forse, soprattutto,  anche perché una persona solo tra quelli che capiteranno in queste lande potrebbe trovarlo utile…

E alla fine sapete che faccio, ci metto anche Born to Run di Springsteen; una canzone che è leggenda.. dedicata a tutti coloro, chiunque voi siate, a tutti coloro, che sono ancora in vita… e sentono le chiappe in fiamme.. a tutti coloro, Nati per Correre..

————————
E allora cosa diavolo dirò alle quattro di notte passate? Cosà dirò a
voi masnada di senza patria, di manigoldi dalla faccia d’angelo, di
furfanti di strada, fuori casta?.. sì, dannati fuori casta, anime
salve ma ancora con la camicia ben stretta. In attesa di un tempo che
sia tutto vostro..
Eccomi a casa dopo una serata passata sull’ottovolante, piccoli
elettrodi invisibili sulla pelle..
Dovrei andare a letto, ma prima ho qualcoa da dire, ma.. cosa?..
Che cosa diavolo posso dirvi? Se sono così tante le cose che si
attorcigliano nella mente come il serpente piumato, e sono incroci di
filari le cose che vorrei dire, un flusso vorticoso, che non riesco a
trattenere, non posso trattenere..
La Morte è la nostra alleata perché bastona la nostra ignavia, la
nostra pigrizia, il nostro aspettare che il tempo ci muova quando
dobbiamo essere noi a farlo cacare addosso..
Che cosa posso dirvi allora?..
In qualche modo cominciate…
Non dividete il tempo in quotidianità e futuro eroico. O quel futuro
sarà sempre una ninna nanna che cullerà i vostri giochi notturni, ma
mai reale..
In qualche modo cominciate..
Piccoli passi, piccole azioni “dissonanti”, piccoli tentativi, ma
cominciate..
Qualunque essi siano,ma cominciate..
Ancora più importante di “cosa”, è il CIMENTO..
Cominciare a mutare, la pelle cambia, il mio corpo cambia, il tuo
corpo cambia..
Il nostro corpo cambia quando nel calora la pelle è lucida e i muscoli
elastici, il respiro affannato e gli occhi incandescenti. Ma cambia
anche oltre, cambia ogni giorno.
E deve cambiare, cambiando il battito, il respiro. Il suono stesso
della voce.
Come iniziare?
Tre mosse…
1-Credi di essere molto più di quello che sei, che ciò che adesso vedi
è un pezzo dello Specchio..
2-Disponito al CIMENTO..
3-Incomincia a cambiare.. qualunque cosa… sovverti qualche regola..
Il terzo passo sembra il più piccolo ma forse è il più decisivo.
Finché non muti qualcosa, finché non muovi le mani nulla ti toglierà
dalle tue profondità subconsce e inconsce il fastidiosa sensazione di
essere in fin dei conti solo un “parolaio”. Il dubbio di essere
“falsi”, questa è una malattia che immalinconisce lo spirito, lo rende
stanco..
Comincia anche con cose che un giorno abbandonerai. Anche senza dire
niente a nessuno…
Prova altri pasti, percorri altre strade per andare al lavoro, digiuna
ogni mese, impara ogni giorno qualcosa  a memoria, rotolati nelle
montagne, recita in ebraico mentre fai il bagno..:-).. ma non restare
fermo..
Creati i tuoi rituali. Fai i tuoi esperimenti. Gioca con la mente,
raddrizzala, irrobustiscila..
Affila la lama, piano a piano, poco a poco, passo a passo..
E.. rompete questa Musica sinistra..
SPEGNETELI…
Spegnete la televisione,
buttate gli occhiali,
niente più occhiali da sole,
guardatevi negli occhi…
UN SALTO OLTRE TUTTO CIO’ CHE ABBASSA

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